Avviso urgente: il 7 settembre L’Isola di Patmos potrebbe chiudere
/0 Commenti/in Attualità/da Padre ArielAVVISO URGENTE: IL 7 SETTEMBRE L’ISOLA DI PATMOS POTREBBE CHIUDERE
Ora che Vittorio Messori non è più tra di noi ci è caro ricordarlo post mortem e rivelare che fu un nostro estimatore e prezioso sostenitore.
— Attualità ecclesiale —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Cari Lettori,
mi rivolgo a voi nella mia qualità di direttore responsabile di questa rivista a nome di tutti i confratelli redattori grazie ai quali L’Isola di Patmos esiste e opera da dodici anni.

Solo una volta all’anno, quando si avvicina la scadenza per i pagamenti dei servizi di cui usufruiamo, chiediamo l’aiuto dei Lettori. Non siamo abituati a chiedere con assiduità e meno che mai con insistenza: nella home page e in fondo agli articoli ci sono i collegamenti al nostro conto bancario e al conto PayPal, con invito, a chi lo desidera, a sostenere la nostra opera.
Tra server dedicato, abbonamenti ai servizi grafici, programmi editoriali e vari servizi interni al sito, dobbiamo affrontare una spesa annuale di 8.000 euro. Non beneficiamo di alcuna sovvenzione o contributo: solo delle offerte di chi ci legge. Chi scrive per L’Isola di Patmos lo fa gratuitamente, perché questa nostra è anzitutto una missione pastorale attraverso lo strumento di Internet. Però non possiamo — come accaduto più volte — pagare di tasca nostra anche le spese per offrire un servizio a un numero così elevato di lettori, non è giusto né sostenibile. Ci siamo così consultati tra di noi decidendo che se entro il 7 settembre, data in cui dobbiamo pagare le spese di rinnovo per l’anno 2027, non avremo raccolto il necessario, chiuderemo questa felice esperienza ultradecennale.
Ora che Vittorio Messori non è più tra di noi ci è caro ricordarlo post mortem e rivelare che fu nostro estimatore e prezioso sostenitore: in due occasioni simili a quella attuale, nel 2019 e nel 2021, trovandoci a rischio di chiusura, provvide a versarci l’intero importo mancante per i pagamenti; e tutti gli anni ci inviava un generoso contributo.

Per noi, la sua stima e l’esortazione a proseguire in quest’opera pubblicista ed editoriale, alla quale egli credeva, era più preziosa di qualsiasi somma di danaro, pur essendo quest’ultimo utile e necessario.
Se i nostri fratelli cristiani dei primi secoli morivano nel Colosseo di Roma durante i giochi all’insegna del pane e circo garantito dagli imperatori per tener buona la plebe, oggi tutto si è radicalmente trasformato e sono proprio certi cattolici, purtroppo sempre più numerosi, a mostrare crescente disinteresse per la sana dottrina e per un autentico cammino di crescita nella fede, ricercando avidamente sensazionalismi, madonne parlanti, profezie da luna park e segreti tremebondi in procinto di essere svelati.

Nulla di nuovo sotto il sole: il Beato Apostolo ci aveva già avvisati duemila anni fa nella Seconda epistola indirizzata al suo discepolo Timoteo:
«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (II Tm 4, 3-4).
In questi dodici anni riteniamo di avere fatto il nostro dovere di presbiteri e teologi, ricordando soprattutto i fondamenti di tutte quelle scomode verità di fede che la gente — devoti fedeli inclusi — in modo sempre più crescente non vuole sentirsi dire, rifiutandoci di compiacere vizi e vezzi del mondo pur di ottenere la pecunia degli assetati di pruriti e gossip in salsa clericale. Se questa nostra opera si concluderà realmente, potremo almeno dire in serena coscienza assieme all’Apostolo:
«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (II Tm 4,7).
Veniamo infine al pratico: la nostra disponibilità economica, come potete vedere dagli estratti conto della Banca e di Paypal qui allegati, è pari a 2.135 euro, un importo inferiore di 6.000 euro rispetto a quello complessivo necessario alle spese.

Infine il paradosso: considerando che luglio è tradizionalmente un mese morto per il web L’Isola di Patmos ha registrato circa 270.000 visitatori diversi, oltre 308.000 visite, circa 1.200.000 pagine visualizzate per un totale di oltre 2.000.000 di accessi.

Di questo elevato numero di persone solo una parte molto esigua lascia un’offerta a sostegno della nostra attività pastorale, mentre basterebbe che l’1% dei nostri lettori offrisse appena 3 euro — l’equivalente del costo di un cappuccino e un cornetto in un bar di periferia — e avremmo già coperto interamente le spese annuali necessarie.
Senza il sostegno dei Lettori L’Isola di Patmos non può sopravvivere ed esistere, il nostro dovere noi lo abbiamo fatto, adesso, il resto della scelta è demandata tutta a voi.
Cogliamo l’occasione per ringraziare profondamente tutti coloro che nel corso di questi anni ci hanno offerto aiuto.
Dall’Isola di Patmos, 26 agosto 2026
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AIUTATECI A NON CHIUDERE
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/0 Commenti/in Catechesi/da Eneas De Camargo BeteAllo studio una nuova riforma per inserire nei rituali la «Liturgia della maldicenza»
/0 Commenti/in Pastorale Liturgica/da Padre SimoneALLO STUDIO UNA NUOVA RIFORMA PER INSERIRE NEI RITUALI LA «LITURGIA DELLA MALDICENZA»
«O Dio, che nella tua provvidenza permetti che i tuoi figli si edifichino gli uni gli altri parlandone alle spalle, concedici, per l’intercessione di Santa Sfranta vergine e martire, di non essere mai colti in fallo con prove, nomi o date».

Autore
Simone Pifizzi
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È con vivo sollievo che possiamo finalmente annunciare quanto da tempo la base — anzi, la base dati — reclamava: dopo secoli di onorato servizio informale, la Maldicenza si appresta a ricevere la dignità che le spetta.

Fonti bene informate ― che per statuto restano anonime, come è ovvio che sia trattandosi della materia in questione ― riferiscono che un’apposita Commissione starebbe studiando l’inserimento nel vicino futuro, nei libri liturgici dei sacramenti e sacramentali, di un vero e proprio Rito della Maldicenza. Ce lo ha confidato, in via riservata, un alto prelato che ha chiesto di rimanere anonimo, ovviamente.
Se la liturgia è culmen et fons della vita della Chiesa, come insegna il Concilio, era tempo che si riconoscesse liturgicamente ciò che nella prassi è già, da tempo, il vero culmine e la vera fonte di tante conversazioni ecclesiali: non l’Eucaristia, ma l’ultima voce di corridoio. I lavori della Commissione, informano le solite fonti bene informate, si sarebbero concentrati su tre nuclei principali. Anzitutto l’Introito, non più «Introibo ad altare Dei», ma un più aggiornato «Introibo nel gruppo WhatsApp di gossip curiale», accompagnato da un salmo responsoriale la cui antifona reciterà: «Ho sentito dire che…», con il responsorio: «E anche a me risulta che…».
Poi il Confiteor, opportunamente rivisto in senso pastorale: non più «confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli, che ho molto peccato», bensì un più snello «confesso a voi, fratelli, quanto ha peccato quell’altro», con relativa assoluzione immediata per l’accusatore, che agendo «per il bene della Chiesa» gode di dispensa automatica dall’esame di coscienza.
Infine il Vangelo, per il quale si starebbe valutando una lectio continua tratta da un testo apocrifo di recentissima scoperta, il cosiddetto Vangelo secondo l’Anonimo, il cui incipit — già trapelato dalle nostre fonti rigorosamente anonime — recita: «In principio era il Sospetto, e il Sospetto era presso l’Algoritmo, e il Sospetto era l’Algoritmo».
Come da prassi per ogni nuovo rito, non poteva mancare l’individuazione di un Santo Patrono. La scelta ci risulta, sempre dalle affidabili fonti anonime che ce l’hanno rivelata, sarebbe caduta su una figura finora ingiustamente trascurata dall’agiografia ufficiale: Santa Sfranta vergine e martire, mistica vissuta — a quanto pare — non mangiando né bevendo, ma nutrendosi esclusivamente di voci raccolte e prontamente ridistribuite in via strettamente riservata. La sua festa liturgica, fissata provvisoriamente al 1° aprile, prevede tra i testi propri un’orazione colletta di rara profondità teologica:
«O Dio, che nella tua provvidenza permetti che i tuoi figli si edifichino gli uni gli altri parlandone alle spalle, concedici, per l’intercessione di Santa Sfranta vergine e martire, di non essere mai colti in fallo con prove, nomi o date».
Detto tutto questo — e qui, cari lettori, la tosca ironia fiorentina depone volentieri le armi — resta un fatto che di comico ha ben poco: dietro ogni «si dice», dietro ogni fonte che «per motivi che comprenderete preferisce restare anonima», dietro ogni articolo che accusa, senza mai qualificare l’accusa, assicurando «una persona informatissima che per sicurezza deve mantenere l’anonimato», dietro ogni lettera delatoria inviata ai vescovi, ci sono persone vere. Preti che smettono di dormire la notte, vescovi che vengono giudicati sulla base di una battuta sulla loro dizione, collaboratori che lasciano un ufficio sbattendo la porta perché qualcuno, senza firmarsi, ha deciso che la loro reputazione fosse un prezzo accettabile da pagare per qualche visualizzazione in più a colpi di gossip derivanti da «fonti anonime attendibilissime».
La maldicenza non ha bisogno di una nuova liturgia per essere celebrata: la celebra già, ogni giorno, chiunque scriva un’accusa senza metterci la faccia e chiunque la legga senza chiedersi chi ci sia davvero dietro quella tastiera. Non serve inventare un rito. Basta guardarsi allo specchio — o, per chi preferisce, guardare la propria home page e il proprio blog dove trionfa l’anonimato, salvo garantire che il tutto proviene da «fonti informatissime».
Firenze, 24 agosto 2026
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Domenico Beneventi, un vescovo preso di mira due volte: quando l’accanimento firmato «redazione» si spaccia per giornalismo indipendente internazionale
/0 Commenti/in Attualità/da Padre ArielDOMENICO BENEVENTI, UN VESCOVO PRESO DI MIRA DUE VOLTE: QUANDO L’ACCANIMENTO FIRMATO «REDAZIONE» SI SPACCIA PER GIORNALISMO INDIPENDENTE INTERNAZIONALE
Quando la stessa accusa, con le stesse parole, torna identica a distanza di quattro mesi — la prima volta per annunciare una visita papale, la seconda per raccontarla — non è più cronaca. È un dossier scritto in anticipo, presumibilmente su commissione, tenuto pronto e riaperto al momento propizio.
— Attualità ecclesiale —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Il 22 agosto il Sommo Pontefice Leone XIV è stato in visita apostolica a San Marino, invitato dalla Reggenza della Serenissima Repubblica nell’anno del centenario delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede.

Chiunque legga la cronaca di quella giornata su Silere non possum, si accorge in fretta che l’evento è solo un pretesto. Il vero oggetto dell’articolo è un altro: un attacco al Vescovo di San Marino-Montefeltro, S.E. Mons. Domenico Beneventi, messo alla gogna per la seconda volta nel giro di pochi mesi.
IL COPIONE SI RIPETE, IDENTICO
Il 28 maggio scorso, all’annuncio della visita papale, Silere non possum pubblicava un pezzo dal titolo eloquente: Leone XIV a San Marino, la visita storica che mette a nudo il caso Beneventi. Vi si leggeva che il vescovo «si rivolge sempre con toni di sfida tipici degli adolescenti», che ha «contribuito a creare un clima pesante», che una «collaboratrice della diocesi» confida come sia «riuscito in questi anni a mettere l’uno contro l’altro, in ogni ufficio pastorale, in ogni realtà».
Ieri, a visita avvenuta, lo stesso blog torna sull’argomento in un pezzo dal titolo pastoralmente ineccepibile: Comunione per una diocesi ferita. Salvo poi scrivere:
«Il vescovo non può essere un adolescente che gioca a mettere un prete contro l’altro, riferisce a Caio ciò che ha sentito dire a Tizio per alimentare discordia e addirittura insulta il suo predecessore. Sull’italiano, poi, stendiamo un velo pietoso».
Le stesse identiche immagini, lo stesso registro, la stessa battuta sulla pronuncia italiana già lanciata a maggio, pochi giorni dopo la sua nomina a presidente della Commissione per la Cultura e le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana (cfr. qui), il Vescovo veniva sbeffeggiato perché «sostituisce la “t” con la “d” »; ieri, con analogo dileggio: «un italiano ancora tutto da limare» seguito dal «velo pietoso» da stendere sopra. Non è cronaca di un fatto che accade sotto gli occhi del cronista: è un canovaccio già scritto, tenuto in un cassetto, tirato fuori ogni volta che l’attualità offre un aggancio. La visita del Santo Padre, in questo caso, è servita solo da grancassa per l’ennesimo attacco insultante.
UN ATTACCO ALLA PERSONA, NON UN’INCHIESTA SUI FATTI
C’è una differenza tra criticare l’operato di governo di un vescovo e deriderne la pronuncia. La prima è critica giornalistica, legittima anche quando severa, purché esercitata entro i limiti del rispetto dovuto alla persona, all’ufficio che ricopre e alla sua dignità sacerdotale di successore degli Apostoli. La seconda è scherno personale. Prendersela con la “t” che diventa “d” non serve a informare il lettore su nulla che riguardi la Diocesi di San Marino-Montefeltro: serve solo a irridere un uomo davanti ai suoi fedeli. Chi scrive certe righe non sta facendo informazione ecclesiale, sta facendo bullismo con la tastiera e lo firma «Redazione» perché nessuno se ne assuma la responsabilità in prima persona. E quando la stessa accusa, con le stesse parole, torna identica a distanza di quattro mesi — la prima volta per annunciare una visita papale, la seconda per raccontarla — non è più cronaca. È un dossier scritto in anticipo, presumibilmente su commissione, tenuto pronto e riaperto al momento propizio.
LE FONTI: SEMPRE ANONIME, MAI UNA ECCEZIONE
In entrambi i pezzi, la sostanza dell’accusa non poggia su un solo fatto verificabile, si regge su «una collaboratrice della diocesi» che «confida», su «i sacerdoti» che «parlano», su un generico «sono numerosi gli eventi» senza che uno solo venga circostanziato con nome, data, contesto verificabile. È la struttura tipica della delazione, non dell’inchiesta: un’accusa che non si può controllare, difendere, né smentire nel merito, perché non ha forma. Chi accusa resta invisibile; solo l’accusato ha un nome, un volto e una diocesi da guidare il giorno dopo essere stato pubblicamente insultato da soggetti anonimi.
UN BLOG CHE SI VESTE DA GIORNALE, MA NON NE PAGA IL PREZZO
Silere non possum si presenta come «quotidiano internazionale indipendente» (cfr. qui). Parole impegnative, che in Italia comportano un direttore responsabile con nome e cognome, iscritto all’Ordine, penalmente responsabile di ciò che pubblica. Su questo sito, quel nome non si trova in nessuna pagina. L’editore che compare nei riferimenti societari è Clarionfold Press OÜ, una società con sede a Tallinn, in Estonia (cfr. qui).
Non è una questione di dettaglio burocratico, è il cuore del problema: un giornale vero, quando scrive che un vescovo «insulta il suo predecessore» o «mette in giro discordia», lo fa sapendo che qualcuno, con nome e cognome, ne risponde all’occorrenza davanti a un ordine professionale, davanti a un giudice, davanti al lettore che vuole sapere chi gli sta parlando. Su Silere non possum quella responsabilità semplicemente non c’è. Si scrive da «Redazione» e si pubblica attraverso una società estera, senza che un solo essere umano metta la faccia su quanto viene stampato. L’atteggiamento assunto scimmiotta la grande stampa indipendente, ma la struttura è quella di chi ha organizzato le cose in modo da non doverne rispondere a nessuno.
IL PARADOSSO DI CHI ACCUSA GLI ALTRI DEL PROPRIO STESSO VIZIO
C’è, in questi articoli, un’ipocrisia che vale la pena mettere a fuoco. Nel pezzo di ieri si legge un severo — e in astratto condivisibile — giudizio sul «certo episcopato» che sarebbe «forte con i deboli e debole con i forti». Ebbene: è esattamente il meccanismo che Silere non possum applica qui, contro un vescovo che risponde sempre con nome, volto e ruolo, mai messo nella condizione di replicare a un accusatore che ha scelto di non avere né l’uno né l’altro, viene colpito ripetutamente da un’accusa che non deve mai qualificarsi, mai firmarsi, mai rispondere di un contraddittorio. Forte con chi non può reagire e con la firma «Redazione» con chi dovrebbe rispondere di persona: è precisamente lo schema che a parole si dice di condannare.
DIFENDERE IL METODO, NON L’UOMO
Non è compito di questa rivista stabilire se il Presule feretrano sia, nella gestione della sua diocesi, all’altezza del compito affidatogli, è un giudizio che spetta alla Santa Sede, ai suoi sacerdoti chiamati ad agire con lui a viso aperto in spirito di fedeltà, ai suoi fedeli vincolati al massimo rispetto nei riguardi del proprio Pastore, non certo a un blog che si firma con un sostantivo collettivo. Per quanto riguarda poi l’essere all’altezza, se chi dirige Silere non possum conoscesse, con gli anonimi che vi scrivono, i fondamenti della dottrina cattolica, dovrebbe sapere che nessuno di noi, dal Sommo Pontefice all’ultimo dei presbiteri ordinati nella Chiesa Cattolica ieri mattina, può essere e sentirsi degno o all’altezza dell’ufficio che ricopre per sacramento di grazia. Ciò che invece è dovere deontologico di chiunque eserciti con serietà il giornalismo cattolico è dire con chiarezza che la persecuzione ripetuta con lo stesso canovaccio, la fonte mai verificabile, la battuta sulla pronuncia, l’assenza totale di chi ne risponde e tutto il resto a seguire non è informazione, è un’aggressione ripetuta contro S.E. Mons. Domenico Beneventi, condotta da chi si è organizzato apposta per non doverne mai rispondere.
Dall’Isola di Patmos, 24 agosto 2026
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Pietro e le sue fragilità: dal «Se sei tu» al «Tu sei il Cristo figlio del Dio vivente»
/0 Commenti/in Omiletica/da Monaco Eremita
Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos
PIETRO E LE SUE FRAGILITÀ: DAL «SE SEI TU» AL «TU SEI IL CRISTO, IL FIGLIO DEL DIO VIVENTE»
“Chi crede non s’imbatterà mai in un miracolo. Di giorno non si vedono le stelle”. “Chi opera un miracolo dice: Non posso distaccarmi dalla terra”. (Franz Kafka)
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Autore
Monaco Eremita
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Abbiamo visto tante volte nei legal thriller americani, che si svolgono per la maggior parte delle scene in un tribunale, gli avvocati incalzare i testimoni saliti sul loro scranno, con domande dirette che richiedevano come risposta solamente un sì o un no. Sono le domande che la scienza della comunicazione identifica come chiuse. Di altro genere sono quelle aperte, che rendono possibile, invece, una risposta ragionata e articolata, anche se breve. Sono quelle domande che gli psicologi, ad esempio, prediligono perché favoriscono la relazione e un clima positivo fra gli interlocutori.

Il Perugino – Consegna delle chiavi a San Pietro, particolare – 1481-1482 – affresco – Cappella Sistina, Vaticano
Nella pagina evangelica di questa ventunesima domenica del tempo ordinario Gesù rivolse ai suoi discepoli due domande del secondo tipo, cioè aperte. Il testo evangelico è il seguente:
«In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo». (Mt 16, 13-20)
Questa scena che comunemente viene definita della confessione di Pietro si svolge all’estremo nord di Israele, dove Gesù si trovava dopo esser passato da Genesaret (Mt 14, 34), quindi dalle parti di Tiro e Sidone (Mt 15, 21), poi lungo il Mare di Galilea (Mt 15, 29) e nella regione di Magadan (Mt 15, 39). Siamo alle pendici del Monte Hermon dove nasce il Giordano, dalle parti di Cesarea di Filippo, città che nel nome rimanda alla potenza di Roma perché fu edificata dal tetrarca Filippo, figlio di Erode, in onore dell’imperatore. Sia spiritualmente che geograficamente siamo dunque molto distanti dalla città santa di Gerusalemme, praticamente all’estremo opposto, ed è qui che avviene la confessione messianica di Pietro. Dopo di che il cammino di Gesù si allontanerà da questi territori, dove fino ad ora si era attardato, per dirigersi proprio verso Gerusalemme: «Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme» (Mt 16, 21).
Presso la città che in antico portava il nome del dio Pan (Panea)[1] e ora quello di Cesare Gesù interroga i suoi discepoli, dapprima in forma indiretta e poi direttamente con parole che non lasciano spazio alla divagazione perché richiedono una risposta che coinvolge gli interpellati. Un non lasciare scampo espresso anche dall’avversativa: «Ma voi, chi dite che io sia?».
Ai nostri giorni vanno molto di moda i sondaggi, corredi indispensabili dei politici e delle loro coalizioni, come pure gli exit poll che presto permettono di capire chi abbia vinto una competizione elettorale oppure le indagini di mercato lanciate prima che un certo prodotto venga messo in circolazione, per sapere se sarà gradito agli acquirenti. Di certo non era di questo tipo e tenore la ricerca che Gesù invocava con la prima domanda, eppure anche lui volle sondare quale opinione le persone potessero avere di lui. Se nella prima domanda la questione è volta a sapere cosa si dicesse intorno al «Figlio dell’uomo», probabilmente il titolo messianico più importante in quel momento ( cfr. Mt 9, 6; Mt 10, 23; Mt. 24, 27-30 etc..), nella seconda Gesù, passando in modo diretto all’io, pose i discepoli davanti ad una risposta personale, difficile, forse anche dolorosa. Voi che avete vissuto con me, che avete camminato fin qui insieme a me, che avete ascoltato ciò che ho detto, che avete visto ciò che ho fatto, che avete assistito agli scontri e agli incontri di cui siete stati testimoni. Voi, chi dite chi io sia? Non è tanto la richiesta in sé, che è più che legittima, quanto il fatto che Gesù, in questo modo di porsi, diventi Egli stesso domanda sia per i discepoli a cui si rivolge che per gli immediati lettori del Vangelo. Qualcuno[2] ha raccolto tutte le domande che Gesù pose nei Vangeli, pare siano duecentodiciassette (217)[3]. Ma questa qui, che troviamo nel brano di questa domenica, è la domanda che raggiunge tutti: credenti e non credenti. I secondi perché, se onesti e pensosi, non possono non subire il fascino e l’inquietudine della figura di Gesù. I primi, i credenti, perché sanno che questa è la domanda che risuona ogni giorno e li scuote nell’intimo, poiché non si tratta di accettare un’opinione o di aderire ad un’idea per quanto nobile, ma riguarda Gesù stesso, la sua persona e il suo mistero. Gesù è la domanda. Non é eludibile e neppure facile. Se infatti alla prima domanda la risposta fu corale: «Ed essi dissero “οἱ δὲ εἶπαν“»; alla seconda rispose il solo Pietro. Perché è una richiesta dirimente che vaglia il vero discepolo togliendolo dal rischio di restare muto.
Tornando alla prima domanda, Gesù chiese le opinioni circolanti che riguardavano il «Figlio dell’uomo», un’espressione oscura per noi ma chiara per i suoi ascoltatori, infatti con essa Gesù preferiva identificare sé stesso: un personaggio messianico che «è una persona, non una collettività; ha natura divina, esiste prima del tempo e vive tuttora; conosce tutti i segreti della Legge e perciò ha il compito di celebrare il Grande Giudizio alla fine dei tempi»[4]. Tutte le risposte dei discepoli su cosa si pensasse del «Figlio dell’uomo» avranno in comune un tratto profetico. Innanzitutto lo eguagliano a Giovanni il Battista che Gesù stesso aveva definito come «più di un profeta» (Mt 11,9) e precursore del Messia (Mt 11,10). Secondo Matteo la folla stessa considerava Giovanni un profeta (Mt 14,5) e identificandolo ora con Gesù doveva pensarlo per forza risorto. Questa era anche l’opinione di Erode che pure lo aveva messo a morte: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi» (Mt 14,2).
Per quanto riguarda la correlazione del «Figlio dell’uomo» con Elia, invece, bisogna ricordare che la tradizione biblica considerava questi come un precursore del Messia (cfr. Mal 3,23; Sir 48,10), mentre Gesù lo aveva identificato con Giovanni Battista (Mt 17, 10-13). Invece accostare Gesù, Figlio dell’uomo, a Geremia è proprio di Matteo, probabilmente perché come Gesù l’antico profeta pronunciò parole contro il tempio (cfr. Ger 7) e come lui ebbe a soffrire da parte della casta dei sacerdoti e nella città di Gerusalemme. Una prefigurazione, dunque, di quello che sarebbe successo allo stesso Gesù. Infine, dicono i discepoli, altri pensano a lui come a un profeta, uno fra molti. È a questo punto che Gesù, forse insoddisfatto o desideroso di portare il dialogo a un livello superiore, più personale e coinvolgente, rivolse loro una domanda diretta: «Ma voi, chi dite che io sia?». Stavolta rispose il solo Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
Nella risposta dell’apostolo abbiamo la ripresa della dichiarazione fatta a Gesù sulla barca: «Davvero tu sei Figlio di Dio» (Mt 14,33) premessa dalla confessione messianica «Tu sei il Cristo», con l’aggiunta di un aggettivo riferito a Dio che rimanda alla consapevolezza espressa nell’Antico Testamento che il Dio di Israele fosse appunto «vivente»: E avverrà che invece di dire loro: «Voi non siete popolo mio», si dirà loro: «Siete figli del Dio vivente» (cfr. Os 2,1)[5].
Siamo di fronte ad un titolo cristiano di grande importanza che compone insieme sia la messianicità di Gesù che la sua divinità, poiché egli procede da Dio e per mezzo di Lui viene rivelata e comunicata la vita stessa del Padre. Come dirà Giovanni, Gesù è la via della verità e della vita (Cfr Gv 16, 6). Sono affermazioni che la teologia si compiacerà di esplorare, ma che la Bibbia semplicemente afferma come verità solida e tranquilla. Questo grazie all’evoluzione dell’apostolo Pietro passato dal titubante «se sei tu» proferito mentre stava per affondare[6] alla odierna chiara confessione di fede in Gesù. Un passaggio avvenuto non per merito, ma per grazia come afferma la successiva beatitudine che Gesù rivolse a Pietro la quale rimanda ad un altro detto evangelico che abbiamo già incontrato: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli»[7]. Sappiamo da altre circostanze che Pietro fu un uomo di umanissime fragilità e debolezze, ciò non impedì al Signore di vederlo come un “piccolo” e beneficiarlo di una particolare rivelazione e di un importante compito. Lo attestano le parole di Gesù che scelgono il patronimico «Simone, figlio di Jona» e il semitismo «carne e sangue»: è perciò dentro la storia personale e generazionale di Pietro che scende la grazia divina. E si noti che, se in Marco e in Luca, Pietro espresse la fede dell’intero gruppo dei discepoli (cfr. Mc 8,29; Lc 9,20), qui in Matteo invece parlò a nome proprio e per questo la risposta di Gesù è rivolta a lui solo: «Beato sei tu, Simone, figlio di Jonà, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli».
Questa affermazione sta alla base della successiva rivelazione di Gesù sulla Chiesa perché anch’essa nascerà dalla grazia e dal dono di Dio. Simone che quasi sasso stava per raggiungere il fondale del lago se non fosse stato afferrato, diventerà nelle parole di Gesù la «pietra» sulla quale poggerà la Chiesa, che però sarà costruita dal Signore e sarà sua (οἰκοδομήσω μου τὴν ἐκκλησίαν – Oikodomeso mu ten ekkelsìan). Eppure nonostante l’importante collocazione dell’apostolo come pietra alla base, l’ultima menzione di Pietro, nel Vangelo di Matteo, lo mostrerà in lacrime dopo il triplice rinnegamento (Mt 26, 75) e neanche sarà menzionato nei racconti della risurrezione. Questo aspetto di Pietro che la tradizione sinottica non si esime dal ricordare non impedirà a Gesù di conferirgli importanti poteri. Come afferma Paolo nella odierna seconda lettura il Signore conosce ciò che sta nel profondo e non prende consiglio da alcuno: «Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!»[8]. Il potere delle chiavi del Regno rimanda alle parole del profeta Isaia ricordate nella prima lettura di questa domenica: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire»[9]. Sono un segno di autorità concesso dal Signore ― le chiavi, infatti, sono sue ― del quale non ci si può approfittare come i ‘dottori della Legge’ che avevano distorto il loro uso metaforico impedendo ai più l’accesso alla conoscenza della parola di Dio o interpretandola a proprio favore (cfr. Lc 11, 52)[10]. Il compito di Pietro e degli apostoli con lui dovrà essere ormai quello che Gesù consegnerà loro alla fine del Vangelo: «Andate e fate discepoli tutti i popoli … insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19).
In questo passo, come abbiamo letto, appare la parola Chiesa, che ritornerà solo un’altra volta in tutti i Vangeli, ancora in Matteo (cf. Mt 18,17). Il termine Chiesa ― ekklesía ― identificava l’assemblea dei chiamati-da (ek-kletoí): questo infatti fu il nome dato dagli elleno-cristiani alle loro comunità, anche per differenziarsi dalla sinagoga (assemblea) degli ebrei non cristiani. Come l’antica ekklesia dei greci aveva i propri organi, le proprie leggi e le delibere così anche Pietro per guidare l’ekklesìa cristiana sarà dotato del potere delle chiavi al quale si accompagnerà quello di sciogliere e legare, ovvero di proibire o permettere in campo disciplinare e dottrinale. E diventerà in particolare, nello spazio ecclesiale, l’autorità di rimettere i peccati, vero potere che narra la potenza della resurrezione.
La forza del Cristo risorto viene accordata ora anche alla Chiesa, costruzione operata da lui stesso. La risurrezione è il momento dirimente che permette ai discepoli di ricordare e riprendere le parole di Gesù e finalmente comprenderle. Da quel momento in poi la Chiesa poggiata e fondata sulla sua resurrezione, prolungherà la vita e la salvezza di Gesù che, risorto dai morti, donerà speranza a tutti gli uomini. L’apertura al dono di Dio consentirà alla Chiesa di contrastare l’azione delle forze del male, facendo spazio alla potenza di Cristo mediante la fede. La Chiesa vive della promessa di Cristo.
Per concludere è necessario ricordare che questa meditazione sulla Chiesa e sul ruolo di Pietro che il vangelo ha innescato, probabilmente sarà risultata un po’ pesante vuoi perché il periodo estivo che stiamo attraversando richiederebbe con ogni probabilità argomenti più leggeri, vuoi perché essendo temi non facili sembrano riguardare solo la configurazione della Chiesa e i suoi poteri. Infatti non si può tralasciare di dire che sulla confessione di Pietro e sulle conseguenti parole di Gesù circa il suo ruolo e quello dei suoi successori, le varie comunità cristiane si sono divise. Una cosa pensano i cattolici diversamente dagli ortodossi e un’altra ancora le varie chiese riformate.
Come scrivevo all’inizio le domande aperte, tipo queste poste da Gesù, permettono un clima positivo fra i dialoganti e la relazione. Perché Gesù invece di rivelare semplicemente chi fosse e sarebbe stata la via più semplice, ha preferito farsi domanda? Probabilmente perché desiderava allora e tuttora questa relazione. È sarà in base alla risposta che sapremo dare che si determinerà la fede come esperienza vitale, perché ognuno di noi crederà solo al Cristo che sente proprio, quello il cui volto ha riconosciuto vero per sé. Pur nella sua assolutezza divina, Gesù vuole restare relativo alle vite delle singole persone e in nome di quella relazione continua a chiederci di essere noi a dire chi sia, a prescindere dalle parole altrui.
Nella prospettiva di Matteo che ha ricordato l’episodio di Cesarea e ne ha scritto, l’intenzione fu quella di far comprendere quale grande dono fosse la fede in Gesù ormai risorto e vivente, Figlio di Dio. E come da questo dono che illumina e da speranza all’esistenza ne scaturiscano a cascata molti altri. Il primo è che i discepoli di Gesù non sono monadi, ma una comunità, una ekklesia appunto, luogo spirituale ma anche vitale e concreto dove è possibile far crescere e maturare gli altri doni che ormai provengono dallo Spirito, a beneficio di tutti. Pietro svolge in questa comunità un ruolo importante che non si è scelto e per questo lo ringraziamo in ogni suo rappresentante. Mi viene in mente che gli ultimi suoi successori che abbiamo conosciuto, Giovanni Paolo che è santo, Benedetto e Francesco, al di là delle evidenti personali differenze, a un certo punto della loro vita si sono trovati nella condizione di dover palesare a tutti la loro infermità nel corpo: quasi una parabola o una icona di quella fragilità e debolezza che fu del primo, di Pietro.
E concludo ricordando che nella tradizione del quarto Vangelo Pietro sarà quello che non capisce[11], sarà colui che arriverà per secondo al sepolcro[12]. Sarà colui che avrà bisogno che un altro gli dica: «È il Signore»[13], perché non se ne era accorto. Ma è anche quello che prima degli altri coprirà la sua nudità e si metterà a nuotare finché non giungerà a riva da Gesù. Forse ha bisogno di scusarsi, di recuperare. Gesù per tre volte gli domanderà se lo amava e lui comprendendo si addolorò. «Più di costoro?» (Gv 21,15) gli chiese Gesù e lui capì. Comprese che il suo peculiare servizio sarebbe stato quello dell’amore e di confermare i fratelli nella relazione con Gesù, cioè nella fede. Allora riprenderà il cammino con gli altri dietro, perché sarà a lui che Gesù dirà: «Tu seguimi»[14].
Buona domenica a tutti!
dall’Eremo, 23 agosto 2026
NOTE
[1] Polibio, Storie, Libro 16, paragrafo 18, Rizzoli, 2002.
[2] Monti L., Le domande di Gesù, San Paolo, 2019.
[3] Op cit. pg. 251-262: Ai discepoli (111), agli uomini religiosi (51), alla folla (20), a persone malate (9), ad altri (25), a Dio (1).
[4] Sacchi P., Gesù Figlio dell’uomo, Morcelliana, 2023; l’autore rilegge la figura del figlio dell’uomo in Marco alla luce del libro apocrifo Libro delle parabole, secondo libro della raccolta di Enoc etiopico (IH).
[5] «Chi, infatti, tra tutti i mortali ha udito come noi la voce del Dio vivente parlare dal fuoco ed è rimasto vivo» (Deut 5, 26).
[6] Mt 14, 30.
[7] Mt 11, 25.
[8] Rom 11, 33.
[9] Is 22, 22.
[10] «Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito».
[11] Gv 20, 9 «Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti».
[12] Gv 20, 6 «Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là».
[13] Gv 21, 7.
[14] Gv 21, 22.

San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).
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La cremazione del corpo? Può essere un’ottima scelta cattolica
/in Attualità/da Padre Ariel
LA CREMAZIONE DEL CORPO? PUÒ ESSERE UN’OTTIMA SCELTA CATTOLICA
Se ci sono teologi pronti a credere e a insegnare che i corpi usciranno dalle tombe per riprendere le proprie sembianze fisiche, confondendo il mistero della fede sulla risurrezione con la lunga produzione di film horror sugli zombies, allora tanto vale che si rassegnino: quella descrizione, con tanto di corpi ricomposti in carne e ossa, la troveranno assai meglio illustrata nel Paradiso coranico, comprensivo anche di settanta vergini, tanto per non farsi mancare niente di materiale, sia in libagioni che altro ancora.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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La Chiesa Cattolica permette la cremazione dal 1963, da quando il Sant’Uffizio, con l’istruzione Piam et constantem del 5 luglio di quell’anno, stabilì che non è «di per sé contraria alla religione cristiana» e che ai fedeli che l’avessero scelta non fossero più negati i sacramenti e le esequie, a condizione che tale scelta non fosse motivata «come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa».

Da allora la disciplina è passata nel Codice di Diritto Canonico del 1983 (can. 1176 §3) e in quello delle Chiese Orientali del 1990. È una distinzione che va tenuta ferma fin dall’inizio: un conto è la liceità della pratica, un altro è la preferenza per l’inumazione. La Chiesa vieta invece in modo assoluto la dispersione delle ceneri e la loro conservazione in casa, come vedremo.
Un inciso storico: merita ricordare che la cremazione era stata condannata dalla Chiesa con decreto del Sant’Uffizio del 12 maggio 1886, negli anni in cui la sua pratica era stata assunta dalla Massoneria come bandiera ideologica in funzione anticlericale, per negare pubblicamente le verità di fede sulla vita eterna e, soprattutto, sulla risurrezione dei morti.
La teologia non ha nulla da temere dalla cremazione in sé. Il fuoco non tocca l’anima e non limita in alcun modo l’onnipotenza divina nel risuscitare i corpi: Dio che ha tratto l’uomo dalla polvere può richiamarlo dalla cenere così come dalla terra. O forse non si pronuncia, proprio nella liturgia delle Ceneri con cui prende avvio la Quaresima: «polvere tu sei e in polvere ritornerai» (Gen 3,19)? La cremazione può essere scelta per ragioni igieniche, economiche, ecologiche o anche etiche, ed è una scelta del tutto legittima per un fedele cattolico.
Non possiamo poi dimenticare la carenza di spazi nei cimiteri delle grandi città. Inoltre va considerato che, al contrario di Nazioni abitate da poche decine di milioni di persone distribuite su territori sconfinati, al mondo ve ne sono altre nelle quali la densità di popolazione è invece molto alta: in quei casi, la cremazione, più che auspicabile andrebbe raccomandata. Sorvoliamo poi sugli ecomostri di vari cimiteri nei quali, per mancanza di spazio sui terreni, si è puntato in altezza costruendo orribili palazzi di cinque piani per contenere i loculi al loro interno. Nella gran parte dei cimiteri italiani non ci sono più luoghi di sepoltura a terra, dove sarebbe naturale deporre il corpo mediante l’antico gesto della sua restituzione alla terra stessa. Non abbiamo gli spazi di cui dispongono altre popolazioni, per esempio negli Stati Uniti d’America, in Australia e altri luoghi nei quali i cimiteri sono dei grandi parchi verdi, i cosiddetti Rural Cemetery Movement (cimitero giardino), chiamati oggi più comunemente Lawn Cemetery o Memorial Park (parco memoriale).
Questi luoghi estesi su ampi prati verdi alberati, non sembrano neppure luoghi di sepoltura, perlomeno per noi italiani ed europei di ceppo latino, abituati a tombe che variano dalle antiche cappelle funerarie monumentali di pregevole interesse artistico a loculi e tombe di raro cattivo gusto. Nei “cimiteri giardino”, per mantenere l’aspetto di un prato uniforme, le lapidi sono spesso piatte e collocate a livello del terreno. Non ci sono muretti, recinzioni individuali o tombe di famiglia monumentali che interrompono la vista: alberi, sentieri e laghetti integrano il cimitero nel paesaggio naturale, trasformandolo in un luogo di pace anche per i visitatori, dov’è possibile portare a giocare i bambini o gli animali a passeggio. Come però dicevamo, da gran parte dei cimiteri le sepolture a terra sono ormai sparite e la nostra densità di popolazione non ci consente luoghi come i Lawn Cemetery o Memorial Park. In certi casi, è meglio la cremazione o la tumulazione al quinto piano di un condominio cimiteriale? Grazie a Dio è concessa la libera scelta, anche da Santa Madre Chiesa.
Non è dunque un caso che il Magistero recente abbia sentito il bisogno di intervenire proprio su questo terreno, per accompagnare pastoralmente scelte sempre più diffuse senza lasciarle prive di una cornice di senso. Tenendo conto di queste nuove necessità e delle relative problematiche, l’istruzione Ad resurgendum cum Christo emanata il 15 agosto 2016 dal Dicastero per la Dottrina della Fede, ha aggiornato Piam et constantem precisando le norme sulla conservazione delle ceneri. Il documento è netto: le ceneri devono ricevere la stessa cura e lo stesso rispetto riservati al corpo, e vanno conservate in un luogo sacro: il cimitero, o una chiesa, o un’area a ciò dedicata dall’autorità ecclesiastica competente (n. 5). La contrarietà della Chiesa, dunque, non è verso la cremazione in sé e per sé, semmai verso ciò che con essa si potrebbe voler manifestare o apertamente negare.
La tradizione cristiana ha sempre prediletto l’inumazione per tre ragioni che Ad resurgendum cum Christo riassume con precisione. Anzitutto perché richiama il corpo di Cristo deposto nel sepolcro ed esprime con maggiore forza simbolica l’attesa della risurrezione della carne (cfr. n. 3). Poi perché il corpo umano, mediante il Battesimo, è diventato tempio dello Spirito Santo e la teologia spinge a trattarlo con la massima vicinanza fisica possibile, anche nel gesto di affidarlo alla terra. Infine perché la sepoltura custodisce la comunione tra i vivi e i morti, favorendo il ricordo e la preghiera. È per questo — non per un sospetto verso il fuoco in sé — che la Chiesa vieta la dispersione delle ceneri in natura, la loro conversione in gioielli e oggetti commemorativi e la loro conservazione in casa, questo al fine di evitare derive panteiste, naturaliste o nichiliste, oltre alla mercificazione del ricordo del defunto (cfr. n. 7). Solo in circostanze gravi ed eccezionali, legate a condizioni culturali locali, l’Ordinario può concedere la conservazione domestica, mai divisa, però, tra i diversi nuclei familiari (cfr. n. 6).
Un breve excursus storico aiuta a mettere le cose in prospettiva. Nella Roma arcaica prevaleva l’inumazione. Dalla tarda Repubblica la cremazione prese il sopravvento: fu Silla, nel 79 a.C., il primo membro della gens Cornelia — tradizionalmente fedele alla sepoltura in terra — a farsi cremare, forse per timore che il suo cadavere venisse oltraggiato dai nemici. Da lì la cremazione rimase il rito dominante per tutta la tarda Repubblica e per il primo e il secondo secolo dell’Impero: il corpo veniva bruciato su una pira insieme a oggetti personali e offerte e i resti raccolti in un’urna cineraria custodita in tombe o colombari, come quello ancora visibile di Pomponio Hylas sulla via Appia.
Fu con Adriano (117-138 d.C.) che l’inumazione tornò gradualmente di moda — l’imperatore stesso fu forse il primo a farsi inumare anziché cremare — con la costruzione di sarcofagi scolpiti sempre più diffusa nel II secolo e generalizzata nel III, anche nelle province. Su questa svolta pesarono più fattori — mutamenti nel gusto, nell’urbanizzazione e soprattutto nelle idee sull’aldilà — ma vi contribuì senza dubbio anche la crescente diffusione del Cristianesimo, che considerava la cremazione irrispettosa verso un corpo destinato alla risurrezione.
Le ragioni profonde di questa inversione di tendenza restano peraltro dibattute tra gli storici. Già negli anni Trenta del Novecento Arthur Darby Nock1 osservava come il passaggio all’inumazione seguisse, almeno inizialmente, una moda sociale diffusasi dall’alto verso il basso più che un preciso ripensamento dottrinale sull’aldilà; una lettura ripresa e ampliata da Jocelyn M. C. Toynbee2. Resta il fatto, comunque lo si spieghi, che proprio in quei decenni i cristiani scavavano le prime catacombe romane riservando ai propri morti l’inumazione fin dal principio, per consapevole e voluta distanza dall’uso allora ancora dominante della cremazione nella società romana.
È qui che vale la pena fermarsi su un punto più ampio, che vale per questo come per altri casi: fin dalla prima epoca cristiana si cercò di tracciare nette distinzioni rispetto a quelle che erano ritenute usanze pagane. Eppure, in altre circostanze, numerosi elementi e simboli della paganitas romana sono stati presi, svuotati del loro significato originario e riempiti di simbologia cristiana, questo tanto in ambito liturgico — si pensi all’adozione della stola come simbolo per eccellenza del sacerdozio ministeriale, o altri elementi divenuti parati liturgici —, per seguire in ambito amministrativo con l’adozione di termini e strutture organizzative come le curie e le diocesi, mutuati in larga parte dal diritto romano. La storia della Chiesa non è mai stata un rifiuto in blocco del mondo che la circondava, ma un esercizio di buonsenso in cui si è valutato, caso per caso, ciò che andava rigettato e ciò che poteva essere purificato e assunto.
Alcuni teologi che demonizzano la cremazione ricollegandola direttamente al mistero della risurrezione dei morti rischiano seriamente, per eccesso di zelo, di scivolare in una forma di paganesimo capovolto: un esoterismo del tutto involontario. I corpi che escono dalle tombe riassumendo le proprie sembianze sono immagini catechetiche, create per i semplici e per chi non sapeva neppure leggere, pensiamo ai cicli di affreschi che ancora oggi si trovano in tante chiese monumentali e cattedrali. Sono immagini pedagogiche, non descrizioni teologiche del come. Collegare la contrarietà alla cremazione a una lettura così letterale della risurrezione dei corpi denota — cosa grave, se a farlo sono dei teologi — una comprensione impropria del mistero.
San Paolo lo aveva già chiarito con precisione mirabile nella Lettera ai Filippesi:
«la nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,20-21).
È da questa teologia paolina che discende una delle formule più belle della liturgia dei defunti: nella Preghiera Eucaristica III, facendo memoria del fratello o della sorella defunti, la Chiesa prega che Dio, quando «farà sorgere i morti dalla terra», «trasformerà il nostro corpo mortale a immagine del suo corpo glorioso» (Messale Romano, Prex Eucharistica III, citando Fil 3,20-21).
Il cuore della dottrina sta proprio in queste due parole: trasformazione e conformazione. E qui va chiarito che non si tratta della ricomposizione meccanica delle particelle fisiche disperse di un cadavere, quasi che la potenza di Dio dipendesse dalla conservazione della materia originaria: sarebbe, quello sì, un pensiero magico. Si tratta piuttosto della continuità della persona, identità e storia comprese, portata da Dio a una condizione nuova intesa come “conforme” — σύμμορφος (symmorphos), la stessa parola usata dall’Apostolo Paolo in Romani 8,29 a proposito della predestinazione dei credenti — al corpo glorioso del Cristo risorto. È lo stesso mistero pasquale della morte, sepoltura e risurrezione che agisce nel credente attraverso il Battesimo e trova compimento nell’ultimo giorno, qualunque sia stata la sorte fisica delle sue spoglie mortali. O vogliamo forse temere che Dio possa avere difficoltà nel restituire un corpo alle anime dei defunti nel giorno della risurrezione dei morti?
In caso contrario, se ci sono teologi pronti a credere e a insegnare che i corpi usciranno dalle tombe per riprendere le proprie sembianze fisiche, confondendo il mistero della fede sulla risurrezione con la lunga produzione di film horror sugli zombies, allora tanto vale che si rassegnino: quella descrizione, con tanto di corpi ricomposti in carne e ossa, la troveranno assai meglio illustrata nel Paradiso coranico, comprensivo anche di settanta vergini, tanto per non farsi mancare niente di materiale, sia in libagioni che altro ancora.
Dall’Isola di Patmos, 22 agosto 2026
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NOTE
1 A.D. Nock, Cremation and Burial in the Roman Empire, «Harvard Theological Review» 25, 1932, pp. 32-59.
2 J.M.C. Toynbee, Death and Burial in the Roman World, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1996.
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CREMATION OF THE BODY? IT CAN BE AN EXCELLENT CATHOLIC CHOICE
Should there be theologians ready to believe and to teach that bodies will come out of their tombs to resume their physical likeness, confusing the mystery of faith concerning the resurrection with the long line of zombie horror films, then they might as well resign themselves: that description, complete with bodies reassembled in flesh and bone, they will find far better illustrated in the Qur’anic Paradise, seventy virgins included, so as not to lack for anything material, in feasting and more besides.
— Current Ecclesial Affairs —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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The Catholic Church has permitted cremation since 1963, when the Holy Office, with the instruction Piam et constantem of 5 July of that year, established that cremation is not “in itself contrary to the Christian religion” and that the faithful who chose it should no longer be denied the sacraments and funeral rites, provided that the choice was not motivated “as a denial of Christian dogmas, or out of a sectarian spirit, or out of hatred for the Catholic religion and the Church.”

Since then the discipline has passed into the 1983 Code of Canon Law (can. 1176 §3) and into that of the Eastern Churches of 1990. This is a distinction that must be firmly maintained from the outset: one thing is the licitness of the practice, another is the preference for burial. The Church, however, absolutely forbids the scattering of ashes and their preservation at home, as we shall see.
A historical aside: it is worth recalling that cremation had been condemned by the Church by decree of the Holy Office of 12 May 1886, in the years when the practice had been taken up by Freemasonry as an ideological banner in an anticlerical key, in order to publicly deny the truths of faith concerning eternal life and, above all, the resurrection of the dead.
Theology has nothing to fear from cremation in itself. Fire does not touch the soul, nor does it in any way limit divine omnipotence in raising bodies: the God who drew man from dust can call him back from ashes just as well as from earth. Or does Scripture not say, precisely in the liturgy of Ashes with which Lent begins: “for you are dust, and to dust you shall return” (Gen 3:19)? Cremation may be chosen for hygienic, economic, ecological, or even ethical reasons, and it is an entirely legitimate choice for a Catholic faithful. Nor can we forget the shortage of space in the cemeteries of large cities. It should also be considered that, unlike nations inhabited by a few tens of millions of people spread across vast territories, there are other places in the world where population density is instead very high: in those cases, cremation, far from being merely advisable, should actually be recommended. Let us pass over the architectural monstrosities of various cemeteries where, for lack of space on the ground, height has been exploited, building hideous five-storey blocks to house the niches inside them.
In most Italian cemeteries there are no longer any burial plots in the ground, where it would be natural to lay the body through the ancient gesture of restoring it to the earth itself. We do not have the space available to other peoples — for example in the United States, in Australia, and other places where cemeteries are vast green parks, the so-called Rural Cemetery Movement (garden cemetery), now more commonly called the Lawn Cemetery or Memorial Park. These places, spread over broad tree-lined lawns, hardly even look like burial grounds, at least to us Italians and Latin Europeans, accustomed to tombs ranging from ancient funerary chapels of considerable artistic value to niches and tombs of rare bad taste. In these “garden cemeteries,” to maintain the appearance of a uniform lawn, headstones are often flat and set at ground level. There are no low walls, individual enclosures, or monumental family tombs to interrupt the view: trees, paths, and small lakes integrate the cemetery into the natural landscape, turning it into a place of peace even for visitors, where it is possible to bring children to play or walk pets. As we were saying, however, ground burial has by now disappeared from most cemeteries, and our population density does not allow for places like the Lawn Cemetery or Memorial Park. In certain cases, is it better to be cremated, or entombed on the fifth floor of a cemetery apartment block? Thank God, free choice is granted, even by Holy Mother Church.
It is therefore no coincidence that the recent Magisterium has felt the need to intervene precisely on this terrain, in order to pastorally accompany increasingly widespread choices without leaving them devoid of a framework of meaning. Taking account of these new needs and their related problems, the instruction Ad resurgendum cum Christo, issued on 15 August 2016 by the Dicastery for the Doctrine of the Faith, updated Piam et constantem by specifying the norms for the preservation of ashes. The document is unambiguous: ashes must receive the same care and respect given to the body, and must be kept in a sacred place: the cemetery, or a church, or an area dedicated to this purpose by the competent ecclesiastical authority (n. 5). The Church’s opposition, then, is not to cremation in and of itself, but rather to what one might wish to express or openly deny through it.
Christian tradition has always favored burial for three reasons that Ad resurgendum cum Christo summarizes with precision. First, because it recalls the body of Christ laid in the tomb, and expresses with greater symbolic force the expectation of the resurrection of the flesh (cf. n. 3). Second, because the human body, through Baptism, has become a temple of the Holy Spirit, and theology urges that it be treated with the greatest possible physical closeness, even in the gesture of entrusting it to the earth. Finally, because burial safeguards communion between the living and the dead, fostering remembrance and prayer. It is for this reason — not out of any suspicion toward fire in itself — that the Church forbids the scattering of ashes in nature, their conversion into jewelry or commemorative objects, and their preservation at home, in order to avoid pantheistic, naturalistic, or nihilistic drifts, as well as the commodification of the memory of the deceased (cf. n. 7). Only in serious and exceptional circumstances, tied to local cultural conditions, may the Ordinary grant domestic preservation, though never divided, however, among different family units (cf. n. 6).
A brief historical excursus helps put things in perspective. In archaic Rome, burial prevailed. From the late Republic onward, cremation gained the upper hand: it was Sulla, in 79 BC, the first member of the gens Cornelia — traditionally faithful to burial in the earth — to be cremated, perhaps for fear that his corpse would be desecrated by his enemies. From then on cremation remained the dominant rite throughout the late Republic and the first two centuries of the Empire: the body was burned on a pyre together with personal belongings and offerings, and the remains gathered in a cinerary urn kept in tombs or columbaria, such as the one still visible belonging to Pomponius Hylas on the Appian Way.
It was under Hadrian (117–138 AD) that burial gradually came back into fashion — the emperor himself was perhaps the first to be buried rather than cremated — with the construction of carved sarcophagi becoming increasingly widespread in the second century and generalized in the third, even in the provinces. Several factors weighed on this shift — changes in taste, in urbanization, and above all in ideas about the afterlife — but the growing spread of Christianity, which considered cremation disrespectful toward a body destined for resurrection, undoubtedly contributed to it as well.
The deeper reasons for this reversal of trend remain, moreover, debated among historians. Already in the 1930s, Arthur Darby Nock1 observed how the shift to burial followed, at least initially, a social fashion that spread from the top down rather than a precise doctrinal rethinking of the afterlife; a reading later taken up and expanded by Jocelyn M. C. Toynbee2. What remains true, however one explains it, is that in precisely those decades Christians were digging the first Roman catacombs, reserving burial for their own dead from the very outset, in conscious and deliberate distance from the then still dominant use of cremation in Roman society.
This is where it is worth pausing on a broader point, one that holds true here as in other cases: from the earliest Christian era, an effort was made to draw clear distinctions from what were considered pagan customs. And yet, on other occasions, numerous elements and symbols of Roman paganitas were taken up, emptied of their original meaning, and filled with Christian symbolism — this occurred both in the liturgical sphere, as with the adoption of the stole as the preeminent symbol of ministerial priesthood, or other elements that became liturgical vestments, and in the administrative sphere, with the adoption of terms and organizational structures such as curiae and dioceses, largely borrowed from Roman law. The history of the Church has never been a wholesale rejection of the world that surrounded it, but an exercise of good sense in which, case by case, what had to be rejected and what could be purified and assumed was weighed.
Some theologians who demonize cremation by directly linking it to the mystery of the resurrection of the dead risk seriously, out of excessive zeal, sliding into a form of inverted paganism: an entirely involuntary esotericism. Bodies emerging from tombs and resuming their former appearance are catechetical images, created for the simple and for those who could not even read — one need only think of the cycles of frescoes still found today in many monumental churches and cathedrals. These are pedagogical images, not theological descriptions of the how. Linking opposition to cremation to so literal a reading of the resurrection of the body betrays — a serious matter, when it is theologians who do so — an improper understanding of the mystery.
Saint Paul had already clarified this with admirable precision in the Letter to the Philippians:
“But our citizenship is in heaven, and from it we also await a savior, the Lord Jesus Christ. He will change our lowly body to conform with his glorified body by the power that enables him also to bring all things into subjection to himself” (Phil 3:20-21).
It is from this Pauline theology that one of the most beautiful formulas of the liturgy for the dead descends: in Eucharistic Prayer III, making memory of a departed brother or sister, the Church prays that God, “when from the earth he will raise up in the flesh those who have died,” will “transform our lowly body after the pattern of his own glorious body” (Roman Missal, Eucharistic Prayer III, citing Phil 3:20-21).
The heart of the doctrine lies precisely in these two words: transformation and conformation. And here it must be clarified that this is not a matter of the mechanical reassembly of the scattered physical particles of a corpse, as though the power of God depended on the preservation of the original matter: that, indeed, would be magical thinking. It is rather a matter of the continuity of the person — identity and history included — brought by God to a new condition understood as “conformed” — σύμμορφος (symmorphos), the very word used by the Apostle Paul in Romans 8:29 regarding the predestination of believers — to the glorious body of the risen Christ. It is the same paschal mystery of death, burial, and resurrection that works in the believer through Baptism and finds fulfillment on the last day, whatever the physical fate of his mortal remains may have been. Or shall we perhaps fear that God might have difficulty in restoring a body to the souls of the departed on the day of the resurrection of the dead?
If not, should there be theologians ready to believe and to teach that bodies will come out of their tombs to resume their physical likeness, confusing the mystery of faith concerning the resurrection with the long line of zombie horror films, then they might as well resign themselves: that description, complete with bodies reassembled in flesh and bone, they will find far better illustrated in the Qur’anic Paradise, seventy virgins included, so as not to lack for anything material, in feasting and more besides.
From L’Isola di Patmos, 22 August 2026
NOTES
1 A.D. Nock, Cremation and Burial in the Roman Empire, “Harvard Theological Review” 25, 1932, pp. 32-59.
2 J.M.C. Toynbee, Death and Burial in the Roman World, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1996.
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¿LA CREMACIÓN DEL CUERPO? PUEDE SER UNA EXCELENTE OPCIÓN CATÓLICA
si hay teólogos dispuestos a creer y a enseñar que los cuerpos saldrán de las tumbas para recuperar su apariencia física, confundiendo el misterio de la fe sobre la resurrección con la larga producción de películas de terror sobre zombis, entonces más vale que se resignen: esa descripción, con cuerpos recompuestos en carne y hueso incluidos, la encontrarán mucho mejor ilustrada en el Paraíso coránico, setenta vírgenes incluidas, para que no les falte nada material, tanto en banquetes como en lo demás.
— Actualidad eclesial —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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La Iglesia Católica permite la cremación desde 1963, cuando el Santo Oficio, con la instrucción Piam et constantem del 5 de julio de aquel año, estableció que la cremación no es «en sí misma contraria a la religión cristiana» y que a los fieles que la hubieran elegido no se les negaran ya los sacramentos y las exequias, a condición de que tal elección no estuviera motivada «como negación de los dogmas cristianos, o con ánimo sectario, o por odio contra la religión católica y la Iglesia».

Desde entonces la disciplina ha pasado al Código de Derecho Canónico de 1983 (can. 1176 §3) y al de las Iglesias Orientales de 1990. Es una distinción que hay que mantener firme desde el principio: una cosa es la licitud de la práctica, otra es la preferencia por la inhumación. La Iglesia prohíbe en cambio de modo absoluto la dispersión de las cenizas y su conservación en casa, como veremos.
Un inciso histórico: conviene recordar que la cremación había sido condenada por la Iglesia mediante decreto del Santo Oficio del 12 de mayo de 1886, en los años en que su práctica había sido asumida por la Masonería como bandera ideológica de carácter anticlerical, para negar públicamente las verdades de fe sobre la vida eterna y, sobre todo, sobre la resurrección de los muertos.
La teología no tiene nada que temer de la cremación en sí. El fuego no toca el alma y no limita en modo alguno la omnipotencia divina para resucitar los cuerpos: Dios, que sacó al hombre del polvo, puede llamarlo de vuelta desde las cenizas igual que desde la tierra. ¿O acaso no se proclama, precisamente en la liturgia de Ceniza con la que comienza la Cuaresma: «eres polvo y al polvo volverás» (Gn 3,19)? La cremación puede elegirse por razones higiénicas, económicas, ecológicas o también éticas, y es una elección del todo legítima para un fiel católico. Tampoco podemos olvidar la escasez de espacios en los cementerios de las grandes ciudades. Además, hay que considerar que, al contrario de Naciones habitadas por pocas decenas de millones de personas distribuidas en territorios inmensos, en el mundo hay otras en las que la densidad de población es en cambio muy alta: en esos casos, la cremación, más que aconsejable, debería ser propiamente recomendada. Pasemos por alto los adefesios de varios cementerios en los que, por falta de espacio en el terreno, se ha apostado por la altura, construyendo horribles edificios de cinco plantas para contener los nichos en su interior.
En la mayor parte de los cementerios italianos ya no hay lugares de sepultura en tierra, donde sería natural depositar el cuerpo mediante el antiguo gesto de su restitución a la tierra misma. No disponemos de los espacios de los que disponen otras poblaciones, por ejemplo en los Estados Unidos, en Australia y otros lugares en los que los cementerios son grandes parques verdes — los llamados Rural Cemetery Movement (cementerio jardín), llamados hoy más comúnmente Lawn Cemetery o Memorial Park (parque conmemorativo). Estos lugares, extendidos sobre amplios prados verdes arbolados, ni siquiera parecen lugares de sepultura, al menos para nosotros, italianos y europeos de raíz latina, acostumbrados a tumbas que varían desde las antiguas capillas funerarias monumentales de notable interés artístico hasta nichos y tumbas de un mal gusto verdaderamente raro. En los «cementerios jardín», para mantener el aspecto de un prado uniforme, las lápidas suelen ser planas y estar colocadas a nivel del suelo. No hay muretes, vallados individuales ni tumbas de familia monumentales que interrumpan la vista: árboles, senderos y pequeños lagos integran el cementerio en el paisaje natural, transformándolo en un lugar de paz también para los visitantes, donde es posible llevar a jugar a los niños o pasear a los animales. Como decíamos, sin embargo, en la mayor parte de los cementerios las sepulturas en tierra ya han desaparecido y nuestra densidad de población no nos permite lugares como los Lawn Cemetery o Memorial Park. En ciertos casos, ¿es mejor la cremación o la inhumación en el quinto piso de un edificio cementerial? Gracias a Dios se concede la libre elección, también por parte de la Santa Madre Iglesia.
No es, pues, casualidad que el Magisterio reciente haya sentido la necesidad de intervenir precisamente sobre este terreno, para acompañar pastoralmente decisiones cada vez más extendidas sin dejarlas privadas de un marco de sentido. Teniendo en cuenta estas nuevas necesidades y las problemáticas relacionadas, la instrucción Ad resurgendum cum Christo, promulgada el 15 de agosto de 2016 por el Dicasterio para la Doctrina de la Fe, actualizó Piam et constantem precisando las normas sobre la conservación de las cenizas. El documento es claro: las cenizas deben recibir el mismo cuidado y el mismo respeto reservados al cuerpo, y deben conservarse en un lugar sagrado: el cementerio, o una iglesia, o un área dedicada a ello por la autoridad eclesiástica competente (n. 5). La contrariedad de la Iglesia, por tanto, no es hacia la cremación en sí y por sí misma, sino más bien hacia lo que con ella se pudiera querer manifestar o negar abiertamente.
La tradición cristiana siempre ha preferido la inhumación por tres razones que Ad resurgendum cum Christo resume con precisión. Ante todo porque recuerda el cuerpo de Cristo depositado en el sepulcro y expresa con mayor fuerza simbólica la espera de la resurrección de la carne (cfr. n. 3). Luego porque el cuerpo humano, mediante el Bautismo, se ha convertido en templo del Espíritu Santo, y la teología impulsa a tratarlo con la mayor cercanía física posible, también en el gesto de confiarlo a la tierra. Finalmente, porque la sepultura custodia la comunión entre los vivos y los muertos, favoreciendo el recuerdo y la oración. Es por esto — no por una sospecha hacia el fuego en sí — por lo que la Iglesia prohíbe la dispersión de las cenizas en la naturaleza, su conversión en joyas y objetos conmemorativos y su conservación en casa, esto con el fin de evitar derivas panteístas, naturalistas o nihilistas, además de la mercantilización del recuerdo del difunto (cfr. n. 7). Solo en circunstancias graves y excepcionales, ligadas a condiciones culturales locales, el Ordinario puede conceder la conservación doméstica, nunca dividida, sin embargo, entre los diferentes núcleos familiares (cfr. n. 6).
Un breve excurso histórico ayuda a poner las cosas en perspectiva. En la Roma arcaica prevalecía la inhumación. Desde la tardía República la cremación tomó la delantera: fue Sila, en el año 79 a.C., el primer miembro de la gens Cornelia — tradicionalmente fiel a la sepultura en tierra — en hacerse cremar, quizá por temor a que su cadáver fuera ultrajado por sus enemigos. Desde entonces la cremación siguió siendo el rito dominante durante toda la tardía República y durante el primer y segundo siglo del Imperio: el cuerpo se quemaba sobre una pira junto con objetos personales y ofrendas, y los restos se recogían en una urna cineraria custodiada en tumbas o columbarios, como el todavía visible de Pomponio Hylas en la vía Apia.
Fue con Adriano (117-138 d.C.) cuando la inhumación volvió gradualmente de moda — el propio emperador fue quizá el primero en hacerse inhumar en lugar de cremar — con la construcción de sarcófagos esculpidos cada vez más extendida en el siglo II y generalizada en el III, incluso en las provincias. En este giro pesaron varios factores — cambios en el gusto, en la urbanización y sobre todo en las ideas sobre el más allá — pero sin duda contribuyó también la creciente difusión del Cristianismo, que consideraba la cremación irrespetuosa hacia un cuerpo destinado a la resurrección.
Las razones profundas de esta inversión de tendencia siguen, por lo demás, debatidas entre los historiadores. Ya en los años treinta del siglo XX, Arthur Darby Nock1 observaba cómo el paso a la inhumación seguía, al menos inicialmente, una moda social difundida de arriba hacia abajo más que un preciso replanteamiento doctrinal sobre el más allá; una lectura retomada y ampliada por Jocelyn M. C. Toynbee2. Queda el hecho, se explique como se explique, de que precisamente en esas décadas los cristianos excavaban las primeras catacumbas romanas reservando a sus propios muertos la inhumación desde el principio, por consciente y deliberada distancia respecto al uso entonces todavía dominante de la cremación en la sociedad romana.
Aquí vale la pena detenerse en un punto más amplio, que vale para este caso como para otros: desde la primera época cristiana se intentó trazar distinciones claras respecto a lo que se consideraban costumbres paganas. Y sin embargo, en otras ocasiones, numerosos elementos y símbolos de la paganitas romana fueron tomados, vaciados de su significado original y llenados de simbología cristiana, esto tanto en el ámbito litúrgico — piénsese en la adopción de la estola como símbolo por excelencia del sacerdocio ministerial, u otros elementos convertidos en ornamentos litúrgicos —, como en el ámbito administrativo, con la adopción de términos y estructuras organizativas como las curias y las diócesis, tomadas en gran parte del derecho romano. La historia de la Iglesia nunca ha sido un rechazo en bloque del mundo que la rodeaba, sino un ejercicio de sentido común en el que se valoró, caso por caso, lo que había que rechazar y lo que podía ser purificado y asumido.
Algunos teólogos que demonizan la cremación relacionándola directamente con el misterio de la resurrección de los muertos corren el riesgo serio, por exceso de celo, de deslizarse hacia una forma de paganismo invertido: un esoterismo del todo involuntario. Los cuerpos que salen de las tumbas recobrando su apariencia son imágenes catequéticas, creadas para los sencillos y para quienes ni siquiera sabían leer; pensemos en los ciclos de frescos que todavía hoy se encuentran en tantas iglesias monumentales y catedrales. Son imágenes pedagógicas, no descripciones teológicas del cómo. Vincular la contrariedad hacia la cremación a una lectura tan literal de la resurrección de los cuerpos denota — algo grave, si lo hacen teólogos — una comprensión impropia del misterio.
San Pablo ya lo había aclarado con precisión admirable en la Carta a los Filipenses:
«Nosotros, en cambio, somos ciudadanos del cielo, de donde aguardamos un Salvador: el Señor Jesucristo. Él transformará nuestro cuerpo humilde, según el modelo de su cuerpo glorioso, con esa energía que posee para sometérselo todo» (Flp 3,20-21).
Es de esta teología paulina de donde desciende una de las fórmulas más bellas de la liturgia de los difuntos: en la Plegaria Eucarística III, haciendo memoria del hermano o la hermana difuntos, la Iglesia ruega que Dios, cuando «haga surgir de la tierra a los muertos», «transforme nuestro cuerpo frágil en cuerpo glorioso como el suyo» (Misal Romano, Plegaria Eucarística III, citando Flp 3,20-21).
El corazón de la doctrina está precisamente en estas dos palabras: transformación y conformación. Y aquí hay que aclarar que no se trata de la recomposición mecánica de las partículas físicas dispersas de un cadáver, como si el poder de Dios dependiera de la conservación de la materia original: eso sí sería pensamiento mágico. Se trata más bien de la continuidad de la persona, identidad e historia incluidas, llevada por Dios a una condición nueva entendida como “conforme” — σύμμορφος (symmorphos), la misma palabra usada por el Apóstol Pablo en Romanos 8,29 a propósito de la predestinación de los creyentes — al cuerpo glorioso de Cristo resucitado. Es el mismo misterio pascual de la muerte, sepultura y resurrección que actúa en el creyente a través del Bautismo y encuentra su cumplimiento en el último día, cualquiera que haya sido la suerte física de sus restos mortales. ¿O acaso vamos a temer que Dios pueda tener dificultad en restituir un cuerpo a las almas de los difuntos en el día de la resurrección de los muertos?
En caso contrario, si hay teólogos dispuestos a creer y a enseñar que los cuerpos saldrán de las tumbas para recuperar su apariencia física, confundiendo el misterio de la fe sobre la resurrección con la larga producción de películas de terror sobre zombis, entonces más vale que se resignen: esa descripción, con cuerpos recompuestos en carne y hueso incluidos, la encontrarán mucho mejor ilustrada en el Paraíso coránico, setenta vírgenes incluidas, para que no les falte nada material, tanto en banquetes como en lo demás.
Desde L’Isola di Patmos, 22 de agosto de 2026
NOTAS
1 A.D. Nock, Cremation and Burial in the Roman Empire, «Harvard Theological Review» 25, 1932, pp. 32-59.
2 J.M.C. Toynbee, Death and Burial in the Roman World, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1996.
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I Padri dell’Isola di Patmos
Primato petrino e potestà vicaria: quando la critica canonistica dimentica la “nota praevia”
/in Teologia e diritto canonico/da Padre TeodoroPRIMATO PETRINO E POTESTÀ VICARIA: QUANDO LA CRITICA CANONISTICA DIMENTICA LA NOTA PRAEVIA
A proposito di un recente articolo sul primato del Vescovo di Roma: le fonti citate sono autentiche, ma il montaggio ecclesiologico che le tiene insieme non regge alla prova dei testi.
– Teologia e diritto canonico –

Autore
Teodoro Beccia
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A volte sono necessarie ispirazioni, per questo i Padri de L’Isola di Patmos sono grati allo stimolante blog Silere non possum, in grado di ispirare degli studiosi seri a trattare in modo correttivo temi interessanti che richiedono un approccio strutturato su criteri di solida precisione giuridica.

È il caso del recente articolo: «Un potere che decide tutto: è forse giunto il momento di ripensare il primato petrino?» (cfr. qui), che solleva una domanda legittima — la tensione tra la retorica sinodale del pontificato di Francesco e la prassi tecnico-giuridica di accentramento del potere — e la sostiene con un apparato di fonti in gran parte autentico: la Praedicate Evangelium, lo studio di Gianfranco Ghirlanda su Periodica de re canonica, il documento del Dicastero per l’Unità dei Cristiani Il Vescovo di Roma (2024) qui, un richiamo corretto a Afanassieff, Meyendorff e Clément sul primus inter pares orientale. Il problema non è l’invenzione di fonti inesistenti, ma il modo in cui vengono montate: un’operazione che si potrebbe definire ecclesiologia fatta con le forbici, dove i passaggi che sostengono la tesi restano, quelli che la complicherebbero scompaiono come per magia.
Quattro nodi meritano di essere sciolti pubblicamente, non per amore di polemica, ma perché il tema — il fondamento del potere di governo nella Chiesa — è troppo serio per essere lasciato a una lettura così parziale. Il primo nodo: l’articolo ricostruisce la dottrina sul potere di governo dei vescovi come se il Concilio Vaticano II avesse chiuso la questione a favore della sola derivazione sacramentale, tacendo la Nota explicativa praevia che raccorda sacramento ed esercizio giuridico del potere. Il secondo nodo: estende alla potestà propria dei vescovi un principio — quello della potestà vicaria dei dicasteri curiali — pensato per un organo che non ha mai avuto potestà propria. Il terzo nodo: paragona iperbolicamente un regolamento organizzativo del 2022 alla definizione dogmatica del Vaticano I, ignorando i limiti che la stessa relatio Gasser pose al primato. Il quarto nodo: cita Gianfranco Ghirlanda come prova storica indipendente di una tesi che egli stesso ha costruito e poi tradotto in norma. Li affrontiamo uno per uno, nell’ordine in cui l’articolo li presenta.
Primo: l’assenza della Nota explicativa praevia
L’articolo presenta la tensione tra la dottrina di Lumen gentium 21-22 (che lega il potere di governo dei vescovi alla consacrazione episcopale, esercitata in comunione gerarchica con il collegio e il suo capo) e la tesi — riproposta da Ghirlanda — secondo cui il potere di governo deriverebbe piuttosto dalla missione canonica ricevuta dal Romano Pontefice. Lo fa come se il Concilio avesse chiuso la questione a favore della prima lettura, lasciando la seconda come un residuo pre-conciliare ormai superato.
Manca, in questa ricostruzione, un dato testuale decisivo: la Nota explicativa praevia, voluta da Paolo VI e allegata al testo conciliare proprio per chiarire in che senso vada intesa la dottrina di Lumen gentium sul collegio episcopale. Il n. 2 della Nota specifica che la consacrazione conferisce ontologicamente l’ufficio, ma che l’esercizio di quel potere resta subordinato alla «determinazione canonica o giuridica da parte dell’autorità gerarchica». È esattamente il raccordo tra dimensione sacramentale e dimensione giuridico-canonica che l’articolo presenta come una contraddizione irrisolta tra Concilio e dottrina posteriore. Presto detto: ometterla per ignoranza sarebbe già un problema, ma ometterla perché complica la tesi che si intende sostenere è molto peggio.
Secondo: la confusione tra potestà vicaria curiale e potestà propria dei vescovi
Il punto 5 dei «Principi e criteri» di Praedicate Evangelium — citato correttamente nell’articolo — riguarda il potere con cui i dicasteri della Curia romana operano: potere vicario, esercitato nel nome e per mandato del Romano Pontefice. Questo non è mai stato controverso: la Curia, per definizione, non ha mai avuto potestà propria, essendo organo esecutivo del Papa fin dalla sua origine storica.
L’ardito salto logico dell’articolo consiste nell’estendere questo principio — pensato per i dicasteri — a vescovi diocesani, badesse e superiori maggiori di istituti religiosi, come se fossero anch’essi meri esecutori di una potestà che resta sempre e solo del Papa. Ma è la stessa Pastor aeternus, citata poco dopo nell’articolo, a smentire questa estensione: il primato del Romano Pontefice è definito come potestas ordinaria et immediata su ogni Chiesa, ma il testo si premura esplicitamente di non pregiudicare la potestà — anch’essa ordinaria e immediata — che i vescovi esercitano sulle proprie Chiese particolari (DS 3061). Sono due potestà distinte che coesistono; non una che assorbe l’altra. Il caso dei commissariamenti di monasteri e istituti religiosi, che l’articolo cita come prova della tesi, va valutato caso per caso sul piano del diritto degli istituti di vita consacrata (dove il rapporto tra autorità propria interna e intervento della Santa Sede segue una disciplina distinta, cf. cann. 596 e 622-624 CIC), non generalizzato a partire dal regolamento interno della Curia.
Terzo: l’iperbole del “Concilio più ultramontano della storia”
L’articolo sostiene che la dottrina sottesa alla riforma della Curia, se generalizzata, «va oltre quanto abbia mai fatto persino il Concilio più ultramontano della storia», con riferimento al Vaticano I. È un’affermazione retoricamente efficace, oserei dire roboante, ma teologicamente insostenibile, perché mette a confronto due categorie non commensurabili: una disposizione organizzativa interna del 2022 (il regolamento della Curia) e una definizione dogmatica universale del 1870 sul primato di giurisdizione. Vale la pena ricordare che lo stesso Concilio Vaticano I, nella relatio del vescovo Vinzenz Gasser che accompagnò la votazione della Pastor aeternus, chiarì che il primato definito non era un potere assoluto o dispotico, e che non sopprimeva la potestà ordinaria dei vescovi. E con questo è presto detto: se persino la definizione dogmatica più forte mai prodotta sul primato si è premurata di porre questo limite, paragonarla sfavorevolmente a un regolamento curiale — che dogmaticamente non vincola nulla — non è un argomento, a voler essere buoni potremmo definirlo bonariamente artificio retorico.
Quarto: Ghirlanda come fonte di sé stesso
L’articolo cita lo studio di Ghirlanda del 2017 su Periodica de re canonica come prova che la tesi della derivazione del potere di governo dalla sola missione canonica avrebbe una genealogia in Leone XIII, Pio XII e Giovanni XXIII. Ma Ghirlanda non è qui un testimone neutrale: è il canonista che ha materialmente redatto l’impianto giuridico di Praedicate Evangelium e che, nel 2017, cinque anni prima della promulgazione, stava già costruendo l’argomentazione a sostegno della riforma che avrebbe firmato. Citare l’architetto di una tesi come prova storica indipendente della bontà della tesi stessa è un cortocircuito autoreferenziale: la fonte non dimostra la tesi, la presuppone.
Quello che invece resta in piedi
Non tutto, in quell’articolo, va gettato. La domanda di fondo — se la retorica sinodale di questi anni sia stata accompagnata da una prassi tecnico-giuridica di segno opposto — è reale, ed è discussa da canonisti di orientamento opposto: l’articolo lo riconosce citando sia il cardinale Müller in chiave critica sia voci progressiste che lamentano l’esito opposto, una potestà slegata dal sacramento e dalla Parola. Anche il richiamo al documento ecumenico del 2024 sul primus inter pares è pertinente e non travisato.
Il problema non è dunque la domanda, che merita di essere posta e discussa seriamente. Il problema è la risposta costruita selezionando le fonti che tornano comode e tacendo quelle — la Nota praevia, la distinzione tra potestà vicaria e potestà propria, la relatio Gasser — che l’avrebbero complicata. Chi ha scritto quell’articolo sa dove cercare i testi, ma non li pesa l’uno contro l’altro con rigore logico, cronologico e scientifico. Ed è esattamente questo, non l’invenzione delle fonti, il segno del dilettantismo canonistico di chi dà lezioni agli altri da cinque anni a questa parte.
Velletri di Roma, 18 agosto 2026
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Massimo il Confessore: uniti alla volontà del Padre nonostante il quasi “stato di emergenza” ecclesiale – Maximus the Confessor: united to the Father’s will amid an ecclesial quasi “state of emergency” – Máximo el Confesor: unidos a la voluntad del Padre a pesar del casi “estado de emergencia” eclesial
/in Theologica/da Padre Gabriele
MASSIMO IL CONFESSORE: UNITI ALLA VOLONTÀ DEL PADRE NONOSTANTE IL QUASI “STATO DI EMERGENZA” ECCLESIALE
In questo tempo estivo possiamo dedicare qualche momento in più alla riflessione e alla preghiera, senza mandare in vacanza anche Dio, la Messa e la Chiesa — magari davanti a un panorama marino o montano, contemplando la bellezza della verità di Gesù nel creato.
— Theologica —

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.
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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso
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Chi oggi si sforza di vivere autenticamente la fede cattolica rischia di essere ridicolizzato, talvolta isolato — spesso per scelte di istituzioni ecclesiastiche e di uomini di Chiesa, in buona o cattiva fede. Dobbiamo temerlo? Non credo: potrà farci arrabbiare, darci frustrazione, ma è proprio qui che l’esperienza di San Massimo può aiutarci.
In un quasi “stato di emergenza” che non autorizza né minimizza né esalta mai la nascita di scismi o divisioni, questo santo monaco ci insegna cose straordinarie su Gesù, con la teologia e con la vita. San Massimo il Confessore (580–662 d.C.) si colloca al culmine della speculazione patristica orientale, punto di riferimento imprescindibile per la cristologia e la vita spirituale cristiana. Nato, secondo la tradizione storiografica, a Costantinopoli — o in Palestina, secondo una biografia siriaca alternativa —, ricevette un’eccellente formazione umanistica e filosofica, che lo portò a ricoprire l’ufficio di primo segretario dell’imperatore Eraclio. Spinto poi dal desiderio di una vita contemplativa, abbandonò gli onori di palazzo per ritirarsi nel monastero di Crisopoli, divenendone abate.
L’esistenza di Massimo fu segnata dai grandi sconvolgimenti politici del VII secolo e, soprattutto, dalle accese controversie cristologiche. Per sfuggire alle invasioni che minacciavano l’Impero, si rifugiò prima a Creta, poi nell’Africa bizantina. In questo contesto nacquero il monoenergismo e il monotelismo, promossi dal patriarca Sergio di Costantinopoli e sostenuti dagli imperatori bizantini per ricucire la frattura con i monofisiti, secondo cui in Cristo vi sarebbe un’unica energia e un’unica volontà. Per capire la posta in gioco: il monofisismo (dal greco “una sola natura”) è la dottrina, condannata al Concilio di Calcedonia nel 451, secondo cui in Cristo, dopo l’incarnazione, sussisterebbe una sola natura — quella divina, che avrebbe assorbito quella umana —, contro la fede calcedonese in due nature, divina e umana, unite senza confusione in un’unica persona. Il monoenergismo, promosso nel VII secolo proprio per riavvicinare i monofisiti alla Chiesa imperiale, cercava un compromesso: due nature sì, ma un’unica energia, un unico principio operativo, in Cristo. Il monotelismo ne fu lo sviluppo coerente: se l’energia è una sola, si affermava, deve esserlo anche la volontà, perché volontà e azione sono strettamente legate.
Massimo comprese che negare la volontà umana di Cristo significava dissolverne la reale e autonoma umanità. Richiamandosi al principio di Gregorio Nazianzeno — «ciò che non è assunto non è curato» — difese l’integrità della natura umana assunta dal Verbo. Nel 645 disputò a Cartagine con il deposto patriarca Pirro, confutandone magistralmente le tesi monotelite; si recò poi a Roma, dove fu l’ispiratore e il teologo di riferimento del Concilio Lateranense del 649, voluto da papa Martino I, che condannò il monotelismo.
La reazione imperiale fu spietata: nel 653 papa Martino I e Massimo furono arrestati e condotti a Costantinopoli. Nonostante anni di prigionia, interrogatori e pressioni politiche, il monaco rimase incrollabile nella difesa dell’ortodossia calcedoniana. Nel 662, al termine dell’ultimo processo, per impedirgli di continuare a predicare o scrivere, i monoteliti gli inflissero la mutilazione della lingua e della mano destra; estenuato dalle torture, fu deportato nella fortezza di Schemaria a Lazica, sul Mar Nero, dove morì il 13 agosto dello stesso anno, meritando storicamente il titolo di “Confessore”1.
Il commento all’episodio del Getsemani
Il punto focale della riflessione cristologica di San Massimo si concentra nell’esegesi della drammatica preghiera di Gesù nell’orto del Getsemani: «Padre, se è possibile, si allontani da me questo calice; però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mt 26,39; Lc 22,42). Per i monoteliti, la richiesta di allontanare il calice o indicava un’unica volontà divina mossa in vista dell’economia, oppure avrebbe introdotto un dissidio inaccettabile tra la volontà del Figlio e quella del Padre.
Negli opuscoli dedicati all’agonia di Gesù (in particolare gli Opuscoli 6, 7, 15, 16 e 24), Massimo dimostra che la richiesta di essere liberato dalla morte proviene dalla volontà naturale della carne assunta da Cristo: temerla, provarne angoscia, rifuggirla sono dimensioni proprie della natura umana, che non può non ritrarsi dalla dissoluzione fisica. Assumendo una carne reale, razionale e intelligente, il Verbo si è appropriato di tutte le proprietà naturali dell’umanità, compresi il dolore e la paura, senza che questo introduca alcuna opposizione tra volontà umana e volontà divina. L’errore degli avversari di Massimo fu confondere la distinzione naturale con l’opposizione morale: la ribellione non deriva dalla natura, ma dal peccato, che ne altera il modo d’agire — τρόπος (tropos) — nulla di ciò che è naturale può essere in contrasto con il Creatore2.
Così, nel Getsemani, la volontà umana di Cristo esprime dapprima la naturale debolezza della carne davanti alla morte, ma subito dopo si sottomette e si adegua perfettamente alla volontà divina propria e del Padre: «Non la mia, ma la tua volontà sia fatta». Non c’è contrarietà, ma «sommo consenso» e «perfetta unione»: la volontà umana di Gesù, libera e immune dal peccato, è totalmente “divinizzata” dall’unione ipostatica con il Verbo. Così l’obbedienza di Cristo nel Getsemani riscatta la disobbedienza di Adamo, curando la volontà umana e riconducendola alla piena comunione con Dio3.
L’antropologia di San Massimo: Natura, Persona e Libertà
L’antropologia di San Massimo presenta l’uomo come una sintesi cosmica e un “mediatore” chiamato a ricapitolare in sé e unire a Dio l’intera creazione. Secondo Bernardo De Angelis, la speculazione antropologica massimiana poggia sulla fondamentale distinzione metodologica tra natura o sostanza — οὐσία (ousia) — e persona o ipostasi — ὑπόστασις (hypostasis)4.
Mentre la natura esprime ciò che è comune e universale a una specie (il “che cos’è”), l’ipostasi o persona indica l’esistente concreto, singolare e irrepetibile (il “chi è”). Alla natura appartiene il principio essenziale — λόγος φύσεως (logos physeos) — che comprende tutte le potenze e le facoltà costitutive dell’essere umano, tra cui ragione, intelligenza e volontà naturale — θέλημα φυσικόν (thelema physikon): una potenza innata, la facoltà di desiderare ciò che è conforme alla natura razionale e di tendere verso il bene.
Diversamente dalla volontà naturale, la libertà di scelta o volontà gnomica — γνώμη (gnome), θέλημα γνωμικόν (thelema gnomikon) — è propria della persona e dell’ipostasi. La gnome esprime il modo — τρόπος ὑπάρξεως (tropos hyparxeos) — in cui la singola persona esercita la propria facoltà naturale di volere. Nell’uomo caduto, la volontà gnomica è un processo esitante e incerto, segnato dalla deliberazione di fronte ad alternative opposte, dal dubbio, dall’ignoranza e dalla tragica possibilità di scegliere il male, deviando verso l’egoismo — φιλαυτία (philautia).
L’antropologia massimiana culmina nella dottrina della deificazione — θέωσις (theosis). L’uomo è stato creato per diventare “Dio per grazia”, partecipando della vita divina. Questo processo non annulla la natura umana, ma la conduce al suo perfetto compimento5. Nella deificazione, le oscillazioni della volontà gnomica vengono superate: la persona deificata, mossa dall’amore — ἀγάπη (agape) — aderisce stabilmente e liberamente al Bene supremo, senza più esitazioni o scissioni interiori.
In questo quadro si comprende l’eccellenza dell’umanità di Gesù Cristo: in Lui vi è una reale e completa volontà naturale umana, ma non vi è una volontà gnomica esitante o imperfetta. Essendo l’ipostasi di Cristo quella stessa del Verbo divino, la sua volontà umana, mossa e guidata dalla divinità in modo perfetto e senza peccato, rappresenta il modello e la primizia della vera libertà e della deificazione di tutta l’umanità.
Ascoltiamo direttamente San Massimo, scrivendo al priore egumeno del Monastero di San Giorgio di Cizio:
Al santo presbitero egumeno Giorio […] pieno di pietà io propongo una risposta secondo le mie forze dicendo che l’umanità nel Salvatore per natura non è una cosa diversa dalla nostra; ma è la stessa e in tutto simile per essenza, perché Egli ha preso da noi assumendo in modo indicibile dal sangue verginale e incontaminato della tutta pura Madre di Dio, al quale, come a un seme, il Logos si è unito ed è divenuto carne senza cessare di essere Dio secondo l’essenza. E si è fatto uomo perfetto come noi, salvo il peccato, che ci fa spesso ribellare e opporci a Dio, nella volontà, in quanto ci fa oscillare da due lati. Ma Lui per natura è libero da ogni peccato, in quanto non è semplice uomo, ma Dio fatto uomo, e non ha niente che si opponga, ma conserva la nostra natura propriamente e in tutto pura e immacolata, come dice: «ora viene il principe di questo mondo, e non ha potere su di me» […] Volontariamente senza falsificare in nulla la nostra essenza né nulla di ciò che in essa c’è di irreprensibile e di naturale, e l’ha divinizzata con tutte le sue proprietà come un ferro arroventato, rendendola tutta intera teurgica in quanto la ha impregnata supremamente per l’unione e in tutto è divenuto uno con lei senza confusione in una sola ipostasi. Così in Lui l’umano differisce dal nostro non per il logos di natura, ma per il modo nuovo di concepimento; uguale per essenza e diverso per assenza di seme […] Il suo volere era propriamente naturale come il nostro, ma informato divinamente e superiormente a noi. Perché è evidente che essere generato con o senza seme non rende diversa la natura, ma ciò che riguarda la natura, come l’essere ingenerato o generato. il grande Gregorio il Teologo non appare nessuna dimostrazione che l’umanità del Salvatore sia una cosa e l’umanità nostra un’altra, come credono alcuni per il fatto che Egli dice: «noi possiamo dire che queste parole sono proferite come da un uomo, non da colui che è considerato il Salvatore (perché il volere di Questo non ha niente che si opponga a Dio, essendo totalmente deificato), ma da colui che è come noi. Perché il volere umano non segue sempre quello di Dio, ma gli resiste spesso e vi si oppone». Egli ebbe il Logos stesso per proprio seme aggiungendo l’innovazione del suo modo di nascita, ottenendo in partecipazione, nello stesso tempo che l’essere naturale, l’essere divinamente fondato in Lui, perché Egli affermasse ciò che era nostro e fosse creduto superiore a noi. Perché bisogna in tutto, da una parte, conservare la natura assunta da Lui, il Logos di Dio incarnato e fatto perfettamente uomo per noi, con tutto ciò che gli è naturale e senza il quale non c’è natura ma solo un vano simulacro; d’altra parte, la loro unione. L’una conservata nella sua alterità naturale, l’altra, al contrario, riconosciuta nell’identità ipostatica; così far apparire senza confusione e senza divisione, con sapienza e pietà, tutto il logos dell’economia.6
San Massimo e noi
Le riflessioni e la vita di San Massimo ci aiutano da vicino in questo sforzo di essere autenticamente cattolici. Aderire alla fede di Cristo implica accogliere, come Gesù, la volontà del Padre — con tutte le paure, le difficoltà, le penalità e le sofferenze che questo comporta. Penso a San Massimo nella sua puzzolente e terribile prigionia: senza mai esitare, non abbandonò mai la Verità di Cristo, né l’obbedienza a Pietro. Nello “stato di emergenza” lui c’era davvero, oggettivamente, e aveva ogni ragione di temere — per la coerenza e la purezza della fede, e per la propria vita. Ma non pensò mai, nemmeno per un istante, che la vera volontà dell’Eterno Padre fosse creare una chiesa parallela, fatta di “cattolici veri a modo loro” contro “cattolici finti” della Chiesa romana.
San Massimo visse sulla propria pelle cosa significasse assumere il calice dell’agonia del Getsemani, essere con Cristo portatore di un amore più grande che tiene insieme verità e obbedienza. Pensiamoci: se fossimo stati come lui, saremmo fuggiti da quel carcere per scappare, non so, nei cantoni svizzeri? O saremmo rimasti a offrire la nostra vita in unione con la volontà di Dio?
Pensiamoci, questa estate, a tutti coloro che continuano a permanere nell’unità della Chiesa nonostante i tempi incerti, le difficoltà, la parvenza di vittoria del demonio. Non sono allocchi né fessi, conservatori che danneggiano la Chiesa per non essersi messi a criticare ogni starnuto del Papa come un atto scismatico o eretico. Chi, come San Massimo, rimane nell’unità e nella verità, esprime con forza quel sì che lo unisce alla carità di Cristo — quella carità che ama senza esitazione, che supera ogni paura, ogni timore, ogni stato di emergenza, soggettivo od oggettivo che sia. Nella volontà forte di Gesù troviamo sempre l’unità con lo Spirito e con il Padre. E l’unità con Maria, la Madre che ci ha donato il Capo per il Corpo. E l’unità con la Chiesa, Madre che ci dona il Corpo per il Capo.
Continuiamo a pensarci, questa estate.
Convento di Santa Maria Novella in Firenze, 18 agosto 2026
NOTE
1 Massimo il Confessore, Meditazioni sull’agonia di Gesù, Città Nuova, Introduzione di Aldo Ceresa-Gastaldo, Roma 1985, 5-12; B. De Angelis, Natura, persona, libertà. L’antropologia di Massimo il Confessore, Armando Editore, Roma 2002, 11-14.
2 Massimo il Confessore, Meditazioni sull’agonia di Gesù, cit. [Ceresa-Gastaldo, p. 27; De Angelis, p. 85, 94].
3 Massimo il Confessore, Meditazioni sull’agonia di Gesù, cit., 25, 64.
4 B. De Angelis, Natura, persona, libertà, cit., 56 e 180-181.
5 B. De Angelis, Natura, persona, libertà, cit., 160.
6 Massimo il Confessore, Opuscolo 4, PG 91, 56 D – 61 D, in S. Massimo il Confessore, Opuscoli teologici e polemici, a cura di Bernardo De Angelis, Dehoniana, Bologna, 2007.
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MAXIMUS THE CONFESSOR: UNITED TO THE FATHER’S WILL AMID AN ECCLESIAL QUASI “STATE OF EMERGENCY”
In this summer season we can devote a little more time to reflection and prayer, without sending God, Mass, and the Church on holiday too — perhaps before a seascape or a mountain view, contemplating the beauty of the truth of Jesus in creation.
— Theologica —

Author:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.
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In a quasi “state of emergency” that neither authorizes nor minimizes nor ever exalts the rise of schisms or divisions, this holy monk teaches us extraordinary things about Jesus, through theology and through his life. Saint Maximus the Confessor (580–662 AD) stands at the summit of Eastern patristic speculation, an indispensable point of reference for Christology and for Christian spiritual life. Born, according to the historiographical tradition, in Constantinople — or in Palestine, according to an alternative Syriac biography — he received an excellent humanistic and philosophical formation, which led him to hold the office of first secretary to the Emperor Heraclius. Driven then by a desire for the contemplative life, he abandoned the honors of the palace to withdraw to the monastery of Chrysopolis, of which he became abbot.
Maximus’s life was marked by the great political upheavals of the seventh century and, above all, by the fierce Christological controversies. Fleeing the invasions that threatened the Empire, he took refuge first in Crete, then in Byzantine Africa. It was in this context that Monoenergism and Monothelitism arose, promoted by Patriarch Sergius of Constantinople and supported by the Byzantine emperors in an effort to heal the breach with the Monophysites, according to whom there would be in Christ a single energy and a single will. To understand what was at stake: Monophysitism (from the Greek “one nature alone”) is the doctrine, condemned at the Council of Chalcedon in 451, according to which in Christ, after the Incarnation, there would subsist a single nature — the divine one, which would have absorbed the human — as against the Chalcedonian faith in two natures, divine and human, united without confusion in a single person. Monoenergism, promoted in the seventh century precisely to bring the Monophysites back closer to the imperial Church, sought a compromise: two natures, yes, but a single energy, a single operative principle, in Christ. Monothelitism was its coherent development: if the energy is one alone, it was argued, so too must the will be, because will and action are closely bound together.
Maximus understood that to deny Christ’s human will meant dissolving his real and autonomous humanity. Appealing to the principle of Gregory Nazianzen — “what has not been assumed has not been healed” — he defended the integrity of the human nature assumed by the Word. In 645 he disputed at Carthage with the deposed Patriarch Pyrrhus, masterfully refuting his Monothelite theses; he then went to Rome, where he was the inspiration and the theological point of reference for the Lateran Council of 649, convened by Pope Martin I, which solemnly condemned Monothelitism.
The imperial reaction was merciless: in 653 Pope Martin I and Maximus were arrested and taken to Constantinople. Despite years of imprisonment, interrogation, and political pressure, the monk remained unshakeable in his defense of Chalcedonian orthodoxy. In 662, at the end of the final trial, in order to prevent him from continuing to preach or write, the Monothelites had his tongue and right hand mutilated; worn out by torture, he was deported to the fortress of Schemaris in Lazica, on the Black Sea, where he died on 13 August of that same year, thereby historically earning the title of “Confessor.”1
The commentary on the Gethsemane episode
The focal point of Saint Maximus’s Christological reflection is concentrated in his exegesis of the dramatic prayer of Jesus in the garden of Gethsemane: “Father, if it be possible, let this cup pass from me; nevertheless not what I will, but what you will” (Mt 26:39; Lk 22:42). For the Monothelites, the request to have the cup pass away either indicated a single divine will moved with a view to the economy of salvation, or else it would have introduced an unacceptable dissension between the will of the Son and that of the Father.
In the treatises devoted to the agony of Jesus (in particular Opuscula 6, 7, 15, 16, and 24), Maximus demonstrates that the request to be freed from death proceeds from the natural will of the flesh assumed by Christ: to fear death, to feel anguish before it, to shrink from it are dimensions proper to human nature, which cannot but recoil from physical dissolution. By assuming a real, rational, and intelligent flesh, the Word made his own all the natural properties of humanity, including pain and fear, without this introducing any opposition between the human will and the divine will. The error of Maximus’s adversaries was to confuse natural distinction with moral opposition: rebellion does not derive from nature, but from sin, which alters its mode of acting — τρόπος (tropos) — for nothing that is natural can ever be in contrast with the Creator.2
Thus, in Gethsemane, the human will of Christ first expresses the natural weakness of the flesh before death, but immediately afterward submits and conforms perfectly to the divine will proper to himself and to the Father: “Not my will, but yours be done.” There is no contrariety here, but rather “supreme consent” and “perfect union”: the human will of Jesus, free and immune from sin, is entirely “divinized” through the hypostatic union with the Word. Thus Christ’s obedience in Gethsemane redeems the disobedience of Adam, healing the human will and leading it back to full communion with God.3
Saint Maximus’s Anthropology: Nature, Person, and Freedom
Saint Maximus’s anthropology presents man as a cosmic synthesis and a “mediator” called to recapitulate and unite the whole of creation in himself and to God. According to Bernardo De Angelis, Maximian anthropological speculation rests on the fundamental methodological distinction between nature or substance — οὐσία (ousia) — and person or hypostasis — ὑπόστασις (hypostasis).4
While nature expresses what is common and universal to a species (the “what it is”), the hypostasis or person indicates the concrete, singular, and unrepeatable existent (the “who it is”). To nature belongs the essential principle — λόγος φύσεως (logos physeos) — which comprises all the powers and faculties constitutive of the human being, among them reason, intellect, and the natural will — θέλημα φυσικόν (thelema physikon): an innate power, the faculty of desiring what is in conformity with rational nature and of tending toward the good.
Unlike the natural will, freedom of choice or the gnomic will — γνώμη (gnome), θέλημα γνωμικόν (thelema gnomikon) — belongs properly to the person and the hypostasis. The gnome expresses the mode — τρόπος ὑπάρξεως (tropos hyparxeos) — in which the individual person exercises his natural faculty of willing. In fallen man, the gnomic will is a hesitant and uncertain process, marked by deliberation in the face of opposing alternatives, by doubt, by ignorance, and by the tragic possibility of choosing evil, deviating toward self-love — φιλαυτία (philautia).
Maximian anthropology culminates in the doctrine of deification — θέωσις (theosis). Man was created to become “God by grace,” participating in the divine life. This process does not annul human nature but leads it to its perfect fulfillment.5 In deification, the oscillations of the gnomic will are overcome: the deified person, moved by love — ἀγάπη (agape) — adheres stably and freely to the supreme Good, without further hesitation or inner division.
Within this framework one can understand the excellence of the humanity of Jesus Christ: in him there is a real and complete human natural will, but there is no hesitant or imperfect gnomic will. Since Christ’s hypostasis is that very hypostasis of the divine Word, his human will, moved and guided by the divinity perfectly and without sin, represents the model and the first fruits of true freedom and of the deification of the whole of humanity.
Let us listen directly to Saint Maximus, writing to the priest-abbot of the Monastery of Saint George of Cyzicus:
To the holy priest and abbot Georgius […] full of devotion, I offer a reply according to my powers, saying that the humanity in the Savior is by nature not a thing different from ours; but it is the same and in every way like ours in essence, because he took it from us, assuming it ineffably from the virginal and undefiled blood of the all-pure Mother of God, to whom, as to a seed, the Logos united himself and became flesh without ceasing to be God according to his essence. And he became perfect man as we are, save for sin, which so often makes us rebel and set ourselves against God, in the will, insofar as it makes us waver from two sides. But he by nature is free from every sin, inasmuch as he is not a mere man, but God made man, and has nothing that opposes him, but preserves our nature properly and wholly pure and immaculate, as he says: “now comes the prince of this world, and he has no power over me” […] Willingly, without falsifying in anything our essence nor anything within it that is blameless and natural, he has divinized it with all its properties like red-hot iron, rendering it wholly theurgic inasmuch as he has supremely permeated it through the union, and in every way has become one with it without confusion in a single hypostasis. Thus in him the human differs from ours not in the logos of nature, but in the new mode of conception; equal in essence, and different for lack of seed […] His will was properly natural as ours is, but informed divinely and above us. For it is evident that being begotten with or without seed does not make the nature different, but concerns what belongs to nature, such as being unbegotten or begotten. Nowhere in the great Gregory the Theologian does there appear any demonstration that the humanity of the Savior is one thing and our humanity another, as some believe on account of his saying: “we may say that these words are spoken as by a man, not by him who is regarded as the Savior (for the will of this one has nothing that opposes God, being wholly deified), but by him who is as we are. For the human will does not always follow that of God, but often resists him and opposes him.” He had the Logos himself as his own seed, adding the innovation of his mode of birth, obtaining in participation, at the same time as natural being, the being divinely founded in him, so that he might affirm what was ours and be believed superior to us. For it is necessary in every respect, on the one hand, to preserve the nature assumed by him, the Logos of God incarnate and made perfect man for us, with everything that is natural to him and without which there is no nature but only an empty simulacrum; and on the other hand, their union. The one preserved in its natural otherness, the other, on the contrary, recognized in hypostatic identity; so as to display, without confusion and without division, with wisdom and piety, the whole logos of the economy.6
Saint Maximus and Us
The reflections and the life of Saint Maximus help us closely in this effort to be authentically Catholic. To adhere to the faith of Christ means accepting, as Jesus did, the will of the Father — with all the fears, difficulties, hardships, and sufferings that this entails. I think of Saint Maximus in his foul and terrible imprisonment: without ever wavering, he never abandoned the Truth of Christ, nor obedience to Peter. In the “state of emergency” he truly was there, objectively, and he had every reason to fear — for the coherence and purity of the faith, and for his own life. But he never thought, not even for an instant, that the true will of the Eternal Father was to create a parallel church, made up of “true Catholics in their own fashion” against the “false Catholics” of the Roman Church.
Saint Maximus experienced on his own flesh what it meant to take up the cup of the agony of Gethsemane, to be with Christ a bearer of a greater love that holds together truth and obedience. Let us think about it: had we been like him, would we have fled that prison to escape to, say, the Swiss cantons? Or would we have remained to offer our lives in union with the will of God?
Let us think, this summer, of all those who continue to remain within the unity of the Church despite uncertain times, difficulties, and the appearance of the devil’s victory. They are neither fools nor simpletons — conservatives who harm the Church by not setting out to denounce the Pope’s every sneeze as a schismatic or heretical act. Whoever, like Saint Maximus, remains within unity and truth, powerfully expresses that “yes” which unites him to the charity of Christ — that charity which loves without hesitation, which overcomes every fear, every dread, every state of emergency, whether subjective or objective. In the strong will of Jesus we always find unity with the Spirit and with the Father. And unity with Mary, the Mother who gave us the Head for the Body. And unity with the Church, the Mother who gives us the Body for the Head.
Let us go on thinking about it, this summer.
Santa Maria Novella in Florence, 18 August 2026
NOTES
1 MAXIMUS THE CONFESSOR, Meditations on the Agony of Jesus, Città Nuova, Introduction by Aldo Ceresa-Gastaldo, Rome 1985, 5–12; B. DE ANGELIS, Nature, Person, Freedom: The Anthropology of Maximus the Confessor, Armando Editore, Rome 2002, 11–14.
2 MAXIMUS THE CONFESSOR, Meditations on the Agony of Jesus, cit. [Ceresa-Gastaldo, p. 27; De Angelis, p. 85, 94].
3 MAXIMUS THE CONFESSOR, Meditations on the Agony of Jesus, cit., 25, 64.
4 B. DE ANGELIS, Nature, Person, Freedom, cit., 56 and 180–181.
5 B. DE ANGELIS, Nature, Person, Freedom, cit., 160.
6 MAXIMUS THE CONFESSOR, Opusculum 4, PG 91, 56D–61D, in S. MAXIMUS THE CONFESSOR, Theological and Polemical Opuscula, edited by Bernardo De Angelis, Dehoniana, Bologna, 2007.
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MÁXIMO EL CONFESOR: UNIDOS A LA VOLUNTAD DEL PADRE A PESAR DEL CASI “ESTADO DE EMERGENCIA” ECLESIAL
En este tiempo estival podemos dedicar algo más de tiempo a la reflexión y a la oración, sin enviar de vacaciones también a Dios, a la Misa y a la Iglesia — quizás ante un panorama marino o montañoso, contemplando la belleza de la verdad de Jesús en la creación.
— Theologica —

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.
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En un casi “estado de emergencia” que nunca autoriza ni minimiza ni exalta el nacimiento de cismas o divisiones, este santo monje nos enseña cosas extraordinarias sobre Jesús, con la teología y con la vida. San Máximo el Confesor (580–662 d.C.) se sitúa en la cumbre de la especulación patrística oriental, punto de referencia imprescindible para la cristología y la vida espiritual cristiana. Nacido, según la tradición historiográfica, en Constantinopla — o en Palestina, según una biografía siríaca alternativa —, recibió una excelente formación humanística y filosófica, que lo llevó a ocupar el cargo de primer secretario del emperador Heraclio. Movido después por el deseo de una vida contemplativa, abandonó los honores de palacio para retirarse al monasterio de Crisópolis, del que llegó a ser abad.
La existencia de Máximo estuvo marcada por las grandes convulsiones políticas del siglo VII y, sobre todo, por las encendidas controversias cristológicas. Para huir de las invasiones que amenazaban al Imperio, se refugió primero en Creta, luego en el África bizantina. En este contexto nacieron el monoenergismo y el monotelismo, promovidos por el patriarca Sergio de Constantinopla y sostenidos por los emperadores bizantinos para recomponer la fractura con los monofisitas, según los cuales en Cristo habría una única energía y una única voluntad. Para entender lo que estaba en juego: el monofisismo (del griego “una sola naturaleza”) es la doctrina, condenada en el Concilio de Calcedonia en 451, según la cual en Cristo, después de la encarnación, subsistiría una sola naturaleza — la divina, que habría absorbido a la humana —, frente a la fe calcedonense en dos naturalezas, divina y humana, unidas sin confusión en una única persona. El monoenergismo, promovido en el siglo VII precisamente para acercar de nuevo a los monofisitas a la Iglesia imperial, buscaba un compromiso: dos naturalezas sí, pero una única energía, un único principio operativo, en Cristo. El monotelismo fue su desarrollo coherente: si la energía es una sola, se afirmaba, también debe serlo la voluntad, porque voluntad y acción están estrechamente ligadas.
Máximo comprendió que negar la voluntad humana de Cristo significaba disolver su real y autónoma humanidad. Remitiéndose al principio de Gregorio Nacianceno — “lo que no ha sido asumido no ha sido sanado” —, defendió la integridad de la naturaleza humana asumida por el Verbo. En 645 disputó en Cartago con el depuesto patriarca Pirro, refutando magistralmente sus tesis monotelitas; se dirigió después a Roma, donde fue el inspirador y el teólogo de referencia del Concilio de Letrán de 649, convocado por el papa Martín I, que condenó solemnemente el monotelismo.
La reacción imperial fue despiadada: en 653 el papa Martín I y Máximo fueron arrestados y conducidos a Constantinopla. A pesar de años de prisión, interrogatorios y presiones políticas, el monje permaneció inquebrantable en la defensa de la ortodoxia calcedonense. En 662, al término del último proceso, para impedirle seguir predicando o escribiendo, los monotelitas le infligieron la mutilación de la lengua y de la mano derecha; extenuado por las torturas, fue deportado a la fortaleza de Schemaris, en Lázica, junto al Mar Negro, donde murió el 13 de agosto de ese mismo año, mereciendo históricamente el título de “Confesor”.1
El comentario al episodio de Getsemaní
El punto focal de la reflexión cristológica de San Máximo se concentra en la exégesis de la dramática oración de Jesús en el huerto de Getsemaní: “Padre, si es posible, aparta de mí este cáliz; pero no se haga lo que yo quiero, sino lo que quieres tú” (Mt 26,39; Lc 22,42). Para los monotelitas, la petición de que se apartara el cáliz o bien indicaba una única voluntad divina movida en vista de la economía de la salvación, o bien habría introducido una disensión inaceptable entre la voluntad del Hijo y la del Padre.
En los opúsculos dedicados a la agonía de Jesús (en particular los Opúsculos 6, 7, 15, 16 y 24), Máximo demuestra que la petición de ser liberado de la muerte procede de la voluntad natural de la carne asumida por Cristo: temerla, sentir angustia ante ella, rehuirla son dimensiones propias de la naturaleza humana, que no puede sino retraerse ante la disolución física. Al asumir una carne real, racional e inteligente, el Verbo hizo suyas todas las propiedades naturales de la humanidad, incluidos el dolor y el temor, sin que esto introduzca oposición alguna entre voluntad humana y voluntad divina. El error de los adversarios de Máximo fue confundir la distinción natural con la oposición moral: la rebelión no deriva de la naturaleza, sino del pecado, que altera su modo de obrar — τρόπος (tropos) —; nada de lo que es natural puede estar en contraste con el Creador.2
Así, en Getsemaní, la voluntad humana de Cristo expresa primero la natural debilidad de la carne ante la muerte, pero inmediatamente después se somete y se adecúa perfectamente a la voluntad divina propia y del Padre: “No se haga mi voluntad, sino la tuya”. No hay contrariedad, sino “sumo consentimiento” y “perfecta unión”: la voluntad humana de Jesús, libre e inmune del pecado, está totalmente “divinizada” por la unión hipostática con el Verbo. Así, la obediencia de Cristo en Getsemaní rescata la desobediencia de Adán, sanando la voluntad humana y reconduciéndola a la plena comunión con Dios.3
La antropología de San Máximo: Naturaleza, Persona y Libertad
La antropología de San Máximo presenta al hombre como una síntesis cósmica y un “mediador” llamado a recapitular en sí y unir a Dios toda la creación. Según Bernardo De Angelis, la especulación antropológica maximiana se apoya en la distinción metodológica fundamental entre naturaleza o sustancia — οὐσία (ousía) — y persona o hipóstasis — ὑπόστασις (hypóstasis).4
Mientras que la naturaleza expresa lo que es común y universal a una especie (el “qué es”), la hipóstasis o persona indica el existente concreto, singular e irrepetible (el “quién es”). A la naturaleza pertenece el principio esencial — λόγος φύσεως (logos physeos) —, que comprende todas las potencias y facultades constitutivas del ser humano, entre ellas la razón, la inteligencia y la voluntad natural — θέλημα φυσικόν (thelema physikón): una potencia innata, la facultad de desear lo que es conforme a la naturaleza racional y de tender hacia el bien.
A diferencia de la voluntad natural, la libertad de elección o voluntad gnómica — γνώμη (gnome), θέλημα γνωμικόν (thelema gnomikón) — es propia de la persona y de la hipóstasis. La gnome expresa el modo — τρόπος ὑπάρξεως (tropos hyparxeos) — en que la persona singular ejerce su facultad natural de querer. En el hombre caído, la voluntad gnómica es un proceso vacilante e incierto, marcado por la deliberación ante alternativas opuestas, por la duda, por la ignorancia y por la trágica posibilidad de elegir el mal, desviándose hacia el amor propio — φιλαυτία (philautía).
La antropología maximiana culmina en la doctrina de la deificación — θέωσις (theosis). El hombre fue creado para llegar a ser “Dios por gracia”, participando de la vida divina. Este proceso no anula la naturaleza humana, sino que la conduce a su perfecto cumplimiento.5 En la deificación, las oscilaciones de la voluntad gnómica quedan superadas: la persona deificada, movida por el amor — ἀγάπη (agape) —, se adhiere estable y libremente al Bien supremo, sin más vacilaciones ni escisiones interiores.
En este marco se comprende la excelencia de la humanidad de Jesucristo: en Él hay una real y completa voluntad natural humana, pero no hay una voluntad gnómica vacilante o imperfecta. Siendo la hipóstasis de Cristo la misma del Verbo divino, su voluntad humana, movida y guiada por la divinidad de modo perfecto y sin pecado, representa el modelo y las primicias de la verdadera libertad y de la deificación de toda la humanidad.
Escuchemos directamente a San Máximo, escribiendo al presbítero egúmeno del Monasterio de San Jorge de Cícico:
Al santo presbítero egúmeno Jorge […] lleno de piedad, propongo una respuesta según mis fuerzas, diciendo que la humanidad en el Salvador por naturaleza no es cosa distinta de la nuestra; sino que es la misma y en todo semejante en cuanto a la esencia, porque Él la tomó de nosotros, asumiéndola de modo indecible de la sangre virginal e incontaminada de la toda pura Madre de Dios, a la cual, como a una semilla, el Logos se unió y se hizo carne sin dejar de ser Dios según la esencia. Y se hizo hombre perfecto como nosotros, salvo el pecado, que a menudo nos hace rebelarnos y oponernos a Dios, en la voluntad, en cuanto nos hace oscilar de dos lados. Pero Él por naturaleza está libre de todo pecado, en cuanto no es simple hombre, sino Dios hecho hombre, y no tiene nada que se le oponga, sino que conserva nuestra naturaleza propiamente y en todo pura e inmaculada, como Él dice: “ahora viene el príncipe de este mundo, y no tiene poder alguno sobre mí” […] Voluntariamente, sin falsear en nada nuestra esencia ni nada de lo que en ella hay de irreprochable y natural, la ha divinizado con todas sus propiedades como un hierro al rojo vivo, haciéndola toda entera teúrgica en cuanto la ha impregnado supremamente por la unión, y en todo se ha hecho uno con ella sin confusión en una sola hipóstasis. Así, en Él lo humano difiere de lo nuestro no por el logos de naturaleza, sino por el modo nuevo de concepción; igual en cuanto a la esencia y distinto por la ausencia de semilla […] Su querer era propiamente natural como el nuestro, pero informado divinamente y por encima de nosotros. Porque es evidente que ser engendrado con o sin semilla no hace diferente la naturaleza, sino lo que atañe a la naturaleza, como el ser ingénito o engendrado. En el gran Gregorio el Teólogo no aparece ninguna demostración de que la humanidad del Salvador sea una cosa y la humanidad nuestra otra, como creen algunos por el hecho de que Él dice: “podemos decir que estas palabras son proferidas como por un hombre, no por Aquel que es considerado el Salvador (porque el querer de Éste no tiene nada que se oponga a Dios, estando totalmente deificado), sino por aquel que es como nosotros. Porque el querer humano no sigue siempre el de Dios, sino que a menudo se le resiste y se le opone”. Él tuvo al Logos mismo como propia semilla, añadiendo la innovación de su modo de nacimiento, obteniendo en participación, al mismo tiempo que el ser natural, el ser divinamente fundado en Él, para que afirmara lo que era nuestro y fuese creído superior a nosotros. Porque es necesario, en todo, por una parte, conservar la naturaleza asumida por Él, el Logos de Dios encarnado y hecho perfectamente hombre por nosotros, con todo lo que le es natural y sin lo cual no hay naturaleza sino solo un vano simulacro; por otra parte, su unión. La una conservada en su alteridad natural, la otra, en cambio, reconocida en la identidad hipostática; de modo que se manifieste sin confusión y sin división, con sabiduría y piedad, todo el logos de la economía.6
San Máximo y nosotros
Las reflexiones y la vida de San Máximo nos ayudan de cerca en este esfuerzo por ser auténticamente católicos. Adherirse a la fe de Cristo implica acoger, como Jesús, la voluntad del Padre — con todos los temores, dificultades, penalidades y sufrimientos que esto comporta. Pienso en San Máximo en su pestilente y terrible prisión: sin vacilar jamás, no abandonó nunca la Verdad de Cristo, ni la obediencia a Pedro. En el “estado de emergencia” él estuvo verdaderamente presente, objetivamente, y tenía toda razón para temer — por la coherencia y la pureza de la fe, y por su propia vida. Pero nunca pensó, ni siquiera por un instante, que la verdadera voluntad del Eterno Padre fuese crear una iglesia paralela, formada por “católicos verdaderos a su manera” contra los “católicos falsos” de la Iglesia romana.
San Máximo vivió en su propia carne lo que significaba asumir el cáliz de la agonía de Getsemaní, ser con Cristo portador de un amor más grande que mantiene unidas la verdad y la obediencia. Pensémoslo: si hubiéramos sido como él, ¿habríamos huido de aquella cárcel para escapar, no sé, a los cantones suizos? ¿O habríamos permanecido para ofrecer nuestra vida en unión con la voluntad de Dios?
Pensemos, este verano, en todos aquellos que siguen permaneciendo en la unidad de la Iglesia a pesar de los tiempos inciertos, de las dificultades, de la apariencia de victoria del demonio. No son unos necios ni unos ingenuos, conservadores que dañan a la Iglesia por no haberse dedicado a criticar cada estornudo del Papa como un acto cismático o herético. Quien, como San Máximo, permanece en la unidad y en la verdad, expresa con fuerza ese sí que lo une a la caridad de Cristo — esa caridad que ama sin vacilación, que supera todo temor, todo miedo, todo estado de emergencia, sea subjetivo u objetivo. En la voluntad fuerte de Jesús encontramos siempre la unidad con el Espíritu y con el Padre. Y la unidad con María, la Madre que nos ha dado la Cabeza para el Cuerpo. Y la unidad con la Iglesia, Madre que nos da el Cuerpo para la Cabeza.
Sigamos pensándolo, este verano.
Santa Maria Novella en Florencia, 18 de agosto de 2026
NOTAS
1 MÁXIMO EL CONFESOR, Meditaciones sobre la agonía de Jesús, Città Nuova, Introducción de Aldo Ceresa-Gastaldo, Roma 1985, 5-12; B. DE ANGELIS, Naturaleza, persona, libertad. La antropología de Máximo el Confesor, Armando Editore, Roma 2002, 11-14.
2 MÁXIMO EL CONFESOR, Meditaciones sobre la agonía de Jesús, cit. [Ceresa-Gastaldo, p. 27; De Angelis, p. 85, 94].
3 MÁXIMO EL CONFESOR, Meditaciones sobre la agonía de Jesús, cit., 25, 64.
4 B. DE ANGELIS, Naturaleza, persona, libertad, cit., 56 y 180-181.
5 B. DE ANGELIS, Naturaleza, persona, libertad, cit., 160.
6 MÁXIMO EL CONFESOR, Opúsculo 4, PG 91, 56 D – 61 D, en S. MÁXIMO EL CONFESOR, Opúsculos teológicos y polémicos, a cargo de Bernardo De Angelis, Dehoniana, Bolonia, 2007.
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Il cavallo di Troia arcobaleno: quando la libertà diventa a senso unico
/in Attualità/da RedazioneIL CAVALLO DI TROIA ARCOBALENO: QUANDO LA LIBERTÀ DIVENTA A SENSO UNICO
A proposito del caso dello psichiatra Tonino Cantelmi, del senatore Simone Pillon e della solita, prevedibile crociata di Silere non possum
Autore
Redazione de L’Isola di Patmos
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Silere non possum torna a colpire e lo fa col suo consolidato schema: si prende un fatto di cronaca — questa volta la cosiddetta “famiglia del bosco” (cfr. qui) — e lo si trasforma in grimaldello per un attacco ben più ampio, che stavolta ha per bersaglio lo psichiatra Tonino Cantelmi, l’avvocato Simone Pillon, il sistema degli ordini professionali italiani e, in filigrana, chiunque osi dichiararsi cattolico senza vergognarsene in pubblico. L’articolo in questione, «Dalla psicologia alla crociata culturale: il caso degli psicologi “cattolici”», firmato da un anonimo, certo «d.V.N», è leggibile qui.

Non entriamo nel merito della vicenda giudiziaria, perché non ci riguarda e sulla quale altri, competenti, si stanno già pronunciando. A noi padri redattori de L’Isola di Patmos — che come noto abbiamo tutti un nome, un volto e una scheda nella pagina “Redazione” (cfr. qui) — interessa il metodo applicato da anni dal creatore di questo blog assurto oggi a “Quotidiano Indipendente Internazionale” con sede in Estonia (cfr. qui), vale a dire: prendere un caso concreto, caricarlo di sospetto ideologico e usarlo per avanzare un’istanza molto più generale — quella di delegittimare, con l’accusa di “ideologia”, chiunque professi pubblicamente convinzioni cattoliche in ambito professionale.
Il nodo, però, non è la fede di Cantelmi ma la coerenza di chi lo accusa. Silere non possum scrive che Cantelmi «non è volto nuovo nel panorama del cattolicesimo di estrema destra italiano» e imputa a lui e a Pillon una «lunga storia ideologica». Bene: e la storia di Silere non possum, invece, sarebbe forse priva di orientamento e di ideologia? Un blog che si presenta come analista imparziale della Chiesa e della Santa Sede e che da anni conduce una campagna sistematica contro chiunque non condivida l’agenda arcobaleno, non ha forse anch’esso una linea e «un lessico che si ripete fino alla caricatura», per usare le identiche parole che l’articolo rivolge ad altri? Non c’è nulla di più rivelatore, in questo genere di prosa, del momento in cui l’accusatore descrive nell’avversario esattamente il proprio vizio. Per questo vale ancora — e varrà sempre — l’ammonimento del Vangelo:
«Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? […] Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (cf. Mt 7,3-5).
La libertà, per essere tale, deve valere per tutti — non per una parte sola. I sacerdoti che scrivono queste righe non hanno mai negato a nessuno il diritto di vivere la propria sessualità come meglio crede, né si sono mai permessi di sindacare le scelte private altrui: su questo non arretriamo di un millimetro e chi legge i nostri articoli lo sa. Pretendiamo però che ci sia riconosciuto, con la stessa naturalezza, il diritto di dire — all’occorrenza anche con la severa franchezza dell’Apostolo Paolo (cfr. 1Cor 6,9-10 ; Rm 1,26-27) — che certe condotte di vita sono incompatibili con la dottrina e la morale cattolica, restando ciascuno libero di vivere in questo mondo lo stile di vita che preferisce, godendo in tal senso anche di tutte le tutele giuridiche del caso. Però, le stesse tutele dovrebbero per inverso valere anche per chi, come noi, esprime nel rispetto un sentire legato a opinioni contrarie alle istanze LGBT non realizzabili all’interno della comunità ecclesiale e del clero cattolico: anche questo si chiama libertà di pensiero e di parola, da rispettare e tutelare. Pertanto, la stessa libertà pretendiamo venga riconosciuta a noi, ai cattolici che come noi pensano, quindi anche ai professionisti come Cantelmi. Se un blog rivendica il diritto di dire tutto ciò che pensa sulla Chiesa, sulla sessualità, sulla morale — e lo fa, con toni che, a essere buoni, possiamo limitarci a definire sopra le righe — non può poi negare a psicologi cattolici come Amedeo Cencini e Roberto Marchesini il diritto di dichiarare apertamente le proprie convinzioni, bollandoli per questo come inadatti alla professione, nel caso di Padre Amedeo Cencini fino al punto di un esposto formale all’Ordine degli Psicologi del Veneto, archiviato il 18 luglio 2022 perché non furono ravvisate violazioni del Codice Deontologico (cfr. qui), esito che lo stesso ideatore di Silere non possum, lungi dall’accettarlo, trasformò in una nuova accusa e in una minaccia di azioni legali contro l’Ordine stesso (cfr. qui). O la libertà è reciproca, o è soltanto un privilegio che ci si autoassegna mentre lo si nega a chi non la pensa allo stesso modo.
È esattamente lo schema che il Cardinale Joseph Ratzinger, alla vigilia del conclave che lo avrebbe eletto Papa, descrisse con parole che oggi risuonano quanto mai attuali:
«Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie» (Omelia Pro eligendo Romano Pontifice, 18 aprile 2005).
Non è relativismo il riconoscere pari dignità a tutte le posizioni: è dittatura del relativismo il pretendere che una sola visione — la propria — abbia diritto di cittadinanza pubblica, mentre ogni altra viene ricondotta a “ideologia” da neutralizzare.
Che poi il credo sia una faccenda privata, è il sofisma preferito di chi vuole inibire la libera espressione del pensiero altrui. È lo stesso argomento che Silere non possum ripropone da anni riguardo ai sacerdoti:
«[…] Silere non possum ha fatto in questo una battaglia dicendo che il sacerdote nella propria vita privata è libero di fare ciò che vuole e non può interferire nella vita privata del prete né il vescovo né appunto questo chiacchiericcio da salotto che ormai ha veramente stufato» (cfr. Silere non possum: a colloquio con Felipe Perfetti, YouTube, 8 settembre 2023, minuto 11:38, video qui).
Ma un sacerdote non ha una vita privata separabile dal suo ministero, come più volte è stato ribadito su queste nostre colonne. È prete ventiquattr’ore su ventiquattro, in pubblico come in privato, per questo la sua esistenza deve essere sempre conforme a ciò che ha professato. Questo sofisma della «vita privata» oggi si applica, con logica identica, a Cantelmi: le sue convinzioni religiose sarebbero un fatto privato che non dovrebbe interferire con l’esercizio professionale. Allo stesso modo, la fede di un cattolico non è un abito che si toglie entrando in ambulatorio o in tribunale: è, semmai, proprio il contrario di ciò che Silere non possum vorrebbe far credere per proprio ideologico puntiglio. Il Concilio Vaticano II sancisce che nessuno può essere «impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità» alla propria coscienza, «privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata» (cf. Dignitatis Humanae, n. 2). Pubblicamente, non solo privatamente: è scritto nero su bianco, ed è un diritto, questo, che vale anche per chi non condivide l’agenda arcobaleno, piaccia o meno.
E qui arriva il paradosso che smaschera tutto l’impianto retorico di Silere non possum. Se davvero le convinzioni religiose di un professionista dovessero restare fuori dalla porta dello studio, allora nemmeno un ginecologo obiettore di coscienza potrebbe rifiutarsi di praticare un aborto: la sua fede “privata”, per la stessa logica, non avrebbe alcun diritto di incidere sulla sfera pubblica professionale. Ma nessuna mente razionale sosterrebbe una simile conclusione. E allora perché la regola vale solo quando a essere colpito è un cattolico? O comunque un cattolico legittimamente contrario al tentativo di far entrare dentro la Chiesa il cavallo di Troia arcobalenato con tutte le sue rivendicazioni in aperto contrasto con la dottrina, la morale cattolica e il magistero della Chiesa?
Il vero problema non è la scienza contro l’ideologia. È chi si autoassolve dalle regole che pretende di imporre agli altri. L’articolo invoca gli ordini professionali, la deontologia, il rigore scientifico. Bene: le stesse categorie si applichino, allora, a chi da cinque anni ha costruito una narrazione a senso unico, in cui — sono parole dello stesso articolo — «la scienza sta sempre dalla propria parte e l’avversario è sempre ideologico». Non è così che funziona il pensiero critico: funziona così l’ideologia, quella vera, quella che non si riconosce mai come tale perché convinta di parlare in nome della scienza e del progresso, mentre chiunque dissenta viene automaticamente derubricato a fanatico, omofobo, o — appunto — «ideologico».
Altrettanto non negoziabile è il diritto di dire, con la stessa fermezza con cui altri rivendicano il proprio, che un cattolico può pensarla diversamente da un’agenda ideologica LGBT senza per questo diventare un cattivo professionista, un cattivo cittadino o un nemico da smascherare. Vale quindi anche per noi ciò che il Beato Apostolo Pietro chiedeva ai primi cristiani: essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi», ma «con dolcezza e rispetto» (cf. 1Pt 3,15). Dolcezza e rispetto che pretendiamo, a nostra volta, in cambio.
Dall’Isola di Patmos, 17 agosto 2026
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A chi volesse approfondire l’argomento sulla libertà rimandiamo a questa recente opera di Ariel S. Levi di Gualdo (qui)
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I nostri precedenti articoli (2023-2026):
– 17 agosto 2026 – IL CAVALLO DI TROIA ARCOBALENO: QUANDO LA LIBERTÀ DIVENTA A SENSO UNICO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 23 luglio 2026 – PRETE NON SI DIVENTA PER «BASTA CHE NON PRATICHI IL SESSO» (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 20 luglio 2026 – SILERE NON POSSUM, IL QUOTIDIANO INTERNAZIONALE CON L’OFFICINA INCORPORATA ALL’ATTACCO DEL DIRETTORE DEI MEDIA VATICANI (per aprire l’articolo cliccareQUI)
– 28 giugno 2026 — SILERE NON POSSUM E L’ARCOBALENO COME CAVALLO DI TROIA. QUANDO LA LOTTA AGLI ABUSI DIVENTA IL PRETESTO PER RISCRIVERE LA MORALE CATTOLICA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 giugno 2026 — Comunicato: L’ISOLA DI PATMOS OGGETTO DI RIPETUTE SEGNALAZIONI INFONDATE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 11 giugno 2026 — MARCO PERFETTI: DIRE A ME CHE SONO UN PROBLEMATICO È OVVIO COME DIRE CHE LA MADDALENA FACEVA LA PROSTITUTA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 5 maggio 2026 — ESTONIA, UNA TERRA PROMESSA, UN MONDO DIVERSO … E UNA CATTIVERIA QUOTIDIANA DI CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 30 aprile 2026 — SILERE NON POSSUM: IL GIORNO IN CUI IL DIRITTO PENALE SCOPRÌ DI ESSERE NATO IN SACRESTIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 27 aprile 2026 — CUR IN HOC CASU “SILERE POSSUM”? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 marzo 2026 — IL NARCISISTA MALIGNO E L’USO DI BLOG E SOCIAL PER ARRECARE DANNO ALLA CHIESA E AI SUOI FEDELI SERVITORI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2026 — L’ABATE DI SOLESMES E L’ILLUSIONE DI SINTESI LITURGICA: TRA SOGGETTIVISMO E CONFUSIONE DOTTRINALE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 28 febbraio 2026 — SILERE NON POSSUM. UNO STRAORDINARIO MARCO PERFETTI TRA DISINVOLTO DIRITTO CANONICO E «SCANDALO AL SOLE»: L’AUGUSTO DEFUNTO DISSE CHE L’OMOSESSUALITÀ È PECCATO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 16 febbraio 2026 — DONNE, DIRITTO E TEOLOGIA USATI COME SLOGAN DAL BLOG SILERE NON POSSUM (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 febbraio 2026 — I PROCI DI ITACA E L’EPOPEA DELLA SFRANTA CHE TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 10 dicembre 2025 — MARCO PERFETTI, ALIAS SILERE NON POSSUM: IL GRILLO COLTO E LA ZANZARA CHE SI CREDE UN’AQUILA REALE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 6 settembre 2025 — IL POTENTISSIMO SILERE NON POSSUM STA FACENDO TREMARE GOOGLE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ” (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 29 marzo 2025 — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»
(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma
ratrice del sito di questa rivista:
MANUELA LUZZARDI


