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La disperazione del non credere in Dio: un parallelo tra Kirillov e il «tardi ti amai» di Sant’Agostino

6 Maggio 2026/in Catechesi/da Eneas De Camargo Bete

     italiano, inglese, spagnolo, português

 

LA DISPERAZIONE DEL NON CREDERE IN DIO: UN PARALLELO TRA KIRILLOV E IL «TARDI TI AMAI» DI SANT’AGOSTINO

«Tardi ti amai, o bellezza tanto antica e tanto nuova: ecco, tu eri dentro di me e io fuori; e fuori ti cercavo e mi gettavo, deforme, sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te… Mi tenevano lontano da te le cose che non esisterebbero se non fossero in te»

— Riflessioni pastorali —

Autore
Eneas De Camargo Bête

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La ricerca del significato e dello scopo della vita è una questione centrale nell’esperienza umana. Per molti, la credenza in Dio svolge un ruolo fondamentale nella costruzione di un senso di identità e nella ricerca di risposte ai dilemmi esistenziali.

Fëdor Dostoevskij (1821-1881). Olio su tela. Vassilij Perov (1833-1882)

Tuttavia, vi sono coloro che affrontano la disperazione derivante dalla mancanza di fede in Dio; esempio di ciò è il personaggio Kirillov, dell’opera di Fëdor Dostoevskij, I Demoni (o I Posseduti).

Kirillov è un personaggio complesso e tormentato che si dibatte con la disperazione di non credere in Dio. Egli riconosce l’assenza di un potere superiore e la mancanza di uno scopo trascendente nell’esistenza umana. Questa consapevolezza lo conduce a uno stato di disperazione, poiché si trova di fronte all’impossibilità di trovare un significato assoluto nella propria vita.

La negazione di Dio pone Kirillov in un crocevia esistenziale. Senza la credenza in un essere divino che possa offrire uno scopo o un ordine morale universale, egli si sente libero di fare ciò che vuole, incluso togliersi la vita. Per lui, il suicidio diventa una scelta logica di fronte alla mancanza di senso dell’esistenza. Kirillov crede che, diventando l’autore della propria morte, diventerà il signore assoluto della propria vita.

La disperazione di Kirillov può essere interpretata anche come una risposta alla solitudine e all’isolamento che derivano dalla mancanza di una fede condivisa in Dio. Egli si sente alienato dalla società e incompreso dagli altri personaggi, i quali conservano ancora qualche forma di fede o di credenza in un potere superiore. Questa alienazione approfondisce la sua disperazione e lo conduce a cercare risposte in azioni estreme. Vi è un parallelo interessante tra Kirillov e alcuni aspetti del libertinismo e dell’ateismo contemporaneo.

D’altra parte, in Tardi ti amai (Confessioni), Sant’Agostino descrive la sua ricerca spirituale verso Dio. Agostino racconta come, lungo la sua vita, abbia cercato di soddisfare i propri bisogni attraverso le creature e il mondo materiale, per poi rendersi conto che tali ricerche erano vuote. La sua idea centrale

«Tardi ti amai, o bellezza tanto antica e tanto nuova: ecco, tu eri dentro di me e io fuori; e fuori ti cercavo e mi gettavo, deforme, sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te… Mi tenevano lontano da te le cose che non esisterebbero se non fossero in te»

riflette il riconoscimento che Dio è sempre stato presente nella sua vita, ma che egli lo ha percepito solo tardi. Agostino vive un risveglio spirituale nel quale trova significato e pienezza in Dio, allontanandosi dal vuoto della ricerca edonistica e materialista.

Il Santo menziona l’impatto della verità divina sulla mente e sul cuore, dove la comprensione intellettuale si unisce a una profonda risposta esistenziale, portando una vera gioia nell’anima come processo graduale di risveglio alla realtà trascendente, colmando i vuoti emotivi e spirituali che egli aveva precedentemente sperimentato nel temporale. La chiarezza ottenuta attraverso questa comprensione rivela un aspetto centrale della libertà umana insegnato dal Concilio Vaticano II, che riassume il dramma di questi due personaggi (Kirillov-libertinismo; Agostino-libertà):

«solo nella libertà l’uomo può convertirsi al bene. Gli uomini del nostro tempo apprezzano grandemente e cercano con ardore questa libertà; e a ragione. Spesso però la coltivano in modo perverso, come se essa consistesse nella licenza di fare qualsiasi cosa, anche il male, purché piaccia. La vera libertà è un segno eminente dell’immagine divina nell’uomo» (Gaudium et Spes, n. 17).

Così, sia Kirillov sia Agostino hanno affrontato una crisi esistenziale, ma le loro risposte sono notevolmente diverse. Kirillov si getta nell’abisso del nichilismo, vedendo la libertà come un peso insopportabile. Agostino, invece, trova consolazione e significato nella scoperta della presenza divina nella propria esistenza. Mentre Kirillov cerca di diventare un “dio” attraverso la morte, Agostino cerca Dio per trovare la vita.

 

Jundiaí, 6 maggio 2026

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THE DESPAIR OF NOT BELIEVING IN GOD: A PARALLEL BETWEEN KIRILOV AND SAINT AUGUSTINE’S “LATE HAVE I LOVED YOU”

«Late have I loved You, Beauty ever ancient and ever new; behold, You were within me, and I outside; and there I sought You, rushing headlong upon the beautiful things You had made, deformed myself. You were with me, but I was not with You… Those things kept me far from You which would not exist unless they existed in You»

 

— pastoral reflections —

Autor
Eneas De Camargo Bête

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The search for the meaning and purpose of life is a central question in the human experience. For many, belief in God plays a fundamental role in shaping a sense of identity and in the search for answers to existential dilemmas. Yet there are those who face the despair that results from not believing in God; an example of this is the character Kirilov in Fyodor Dostoevsky’s novel Demons (also translated as The Possessed).

Kirilov is a complex and tormented character who struggles with the despair of not believing in God. He recognizes the absence of a higher power and the lack of any transcendent purpose in human existence. This awareness leads him into a state of despair, because he finds himself confronted with the impossibility of discovering an absolute meaning for his life.

The denial of God places Kirilov at an existential crossroads. Without belief in a divine being capable of providing purpose or a universal moral order, he feels free to do whatever he wishes, including taking his own life. For him, suicide becomes a logical choice in the face of the meaninglessness of existence. Kirilov believes that, by becoming the author of his own death, he will become the absolute master of his own life.

Kirilov’s despair may also be interpreted as a response to the loneliness and isolation that arise from the absence of a shared belief in God. He feels alienated from society and misunderstood by the other characters, who still retain some form of faith or belief in a higher power. This alienation deepens his despair and drives him to seek answers through extreme actions. There is an intriguing parallel between Kirilov and certain aspects of contemporary libertinism and atheism.

On the other hand, in Late Have I Loved You (Confessions), Saint Augustine describes his spiritual search toward God. Augustine recounts how, throughout his life, he sought to satisfy his needs through creatures and the material world, only to realize that such pursuits were empty. His central insight

«Late have I loved You, Beauty ever ancient and ever new; behold, You were within me, and I outside; and there I sought You, rushing headlong upon the beautiful things You had made, deformed myself. You were with me, but I was not with You… Those things kept me far from You which would not exist unless they existed in You»

reflects his recognition that God had always been present in his life, though he came to perceive Him only late. Augustine undergoes a spiritual awakening in which he finds meaning and fullness in God, turning away from the emptiness of a hedonistic and materialistic search.

The Saint speaks of the impact of divine truth upon the mind and heart, where intellectual understanding is joined to a profound existential response, bringing true joy to the soul through a gradual awakening to transcendent reality, filling the emotional and spiritual voids that he had previously experienced within temporal things. The clarity attained through this understanding reveals a central aspect of human freedom taught by the Second Vatican Council, which summarizes the drama of these two figures (Kirilov-libertinism; Augustine-freedom):

«Only in freedom can man direct himself toward goodness. Our contemporaries highly esteem and eagerly pursue this freedom; and rightly so. Yet they often cultivate it in a wrong way, as though it consisted in the license to do anything whatsoever, even evil, so long as it pleases them. True freedom is an outstanding manifestation of the divine image in man» (Gaudium et Spes, n. 17).

Thus, both Kirilov and Augustine faced an existential crisis, but their responses are remarkably different. Kirilov throws himself into the abyss of nihilism, seeing freedom as an unbearable burden. Augustine, on the other hand, finds consolation and meaning in discovering the divine presence within his own existence. While Kirilov seeks to become a “god” through death, Augustine seeks God in order to find life.

Jundiaí, 6 May 2026

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LA DESESPERACIÓN DE NO CREER EN DIOS: UN PARALELO ENTRE KIRILOV Y EL “TARDE TE AMÉ” DE SAN AGUSTÍN

«Tarde te amé, Hermosura tan antigua y tan nueva; he aquí que Tú estabas dentro de mí y yo fuera, y por fuera te buscaba; y me lanzaba, deforme, sobre las hermosas cosas que Tú creaste. Tú estabas conmigo, pero yo no estaba contigo… Me retenían lejos de Ti aquellas cosas que no existirían si no existieran en Ti»

—Reflexões pastorais —

Author
Eneas De Camargo Bête

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La búsqueda del significado y del propósito de la vida es una cuestión central de la experiencia humana. Para muchos, la creencia en Dios desempeña un papel fundamental en la construcción de un sentido de identidad y en la búsqueda de respuestas a los dilemas existenciales. Sin embargo, hay quienes afrontan la desesperación que resulta de no creer en Dios; ejemplo de ello es el personaje Kirilov en la obra de Fiódor Dostoyevski Los demonios (o Los poseídos).

Kirilov es un personaje complejo y atormentado que se debate con la desesperación de no creer en Dios. Reconoce la ausencia de un poder superior y la falta de un propósito trascendente en la existencia humana. Esta conciencia lo conduce a un estado de desesperación, pues se encuentra ante la imposibilidad de hallar un significado absoluto para su vida.

La negación de Dios coloca a Kirilov en una encrucijada existencial. Sin la creencia en un ser divino capaz de ofrecer un propósito o un orden moral universal, se siente libre de hacer lo que quiera, incluso quitarse la vida. Para él, el suicidio se convierte en una elección lógica frente a la falta de sentido de la existencia. Kirilov cree que, al convertirse en el autor de su propia muerte, llegará a ser el señor absoluto de su propia vida.

La desesperación de Kirilov también puede interpretarse como una respuesta a la soledad y al aislamiento que resultan de la falta de una fe compartida en Dios. Se siente alienado de la sociedad e incomprendido por los demás personajes, quienes todavía conservan alguna forma de fe o de creencia en un poder superior. Esta alienación profundiza su desesperación y lo lleva a buscar respuestas en acciones extremas. Existe un interesante paralelismo entre Kirilov y ciertos aspectos del libertinaje y del ateísmo contemporáneo.

Por otro lado, en Tarde te amé (Confesiones), san Agustín describe su búsqueda espiritual hacia Dios. Agustín relata cómo, a lo largo de su vida, buscó satisfacer sus necesidades a través de las criaturas y del mundo material, solo para darse cuenta de que tales búsquedas eran vacías. Su idea central

«Tarde te amé, Hermosura tan antigua y tan nueva; he aquí que Tú estabas dentro de mí y yo fuera, y por fuera te buscaba; y me lanzaba, deforme, sobre las hermosas cosas que Tú creaste. Tú estabas conmigo, pero yo no estaba contigo… Me retenían lejos de Ti aquellas cosas que no existirían si no existieran en Ti»

refleja el reconocimiento de que Dios siempre estuvo presente en su vida, aunque solo lo percibió tardíamente. Agustín experimenta un despertar espiritual en el cual encuentra significado y plenitud en Dios, alejándose del vacío de la búsqueda hedonista y materialista.

El santo menciona el impacto de la verdad divina sobre la mente y el corazón, donde la comprensión intelectual se une a una profunda respuesta existencial, llevando una verdadera alegría al alma mediante un proceso gradual de despertar a la realidad trascendente, llenando los vacíos emocionales y espirituales que anteriormente había experimentado en las cosas temporales. La claridad obtenida a través de esta comprensión revela un aspecto central de la libertad humana enseñado por el Concilio Vaticano II, que resume el drama de estos dos personajes (Kirilov-libertinaje; Agustín-libertad):

«Solo en la libertad puede el hombre convertirse al bien. Los hombres de nuestro tiempo aprecian grandemente y buscan con ardor esta libertad; y con razón. Sin embargo, con frecuencia la fomentan de manera condenable, como si consistiera en la licencia de hacer cualquier cosa, incluso el mal, con tal de que agrade. La verdadera libertad es un signo eminente de la imagen divina en el hombre» (Gaudium et Spes, n. 17).

Así, tanto Kirilov como Agustín afrontaron una crisis existencial, pero sus respuestas son notablemente diferentes. Kirilov se arroja al abismo del nihilismo, viendo la libertad como una carga insoportable. Agustín, en cambio, encuentra consuelo y significado en el descubrimiento de la presencia divina en su propia existencia. Mientras Kirilov busca convertirse en un “dios” mediante la muerte, Agustín busca a Dios para encontrar la vida.

Jundiaí, 6 de mayo de 2026

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O DESESPERO DO NÃO ACREDITAR EM DEUS: UM PARALELO ENTRE KIRILOV E O “TARDE VOS AMEI” DE SANTO AGOSTINHO

«Tarde Vos amei, ó Beleza tão antiga e tão nova, eis que estavas dentro, e eu, fora – e fora Te buscava, e me lançava, disforme e nada belo, perante a beleza de tudo e de todos que criaste. Estavas comigo, e eu não estava Contigo… Seguravam-me longe de Ti as coisas que não existiriam senão em Ti»

—Reflexões pastorais —

Author
Eneas De Camargo Bête

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A busca pelo significado e propósito da vida é uma questão central na experiência humana. Para muitos, a crença em Deus desempenha um papel fundamental na construção de um sentido de identidade e na busca de respostas para os dilemas existenciais. No entanto, existem aqueles que enfrentam o desespero resultante da falta de crença em Deus, exemplo disso é o personagem Kirilov, da obra de Fiodor Dostoiévski, “Os Demônios” (ou “Os Possuídos”).

Kirilov é um personagem complexo e atormentado que se debate com o desespero de não acreditar em Deus. Ele reconhece a ausência de um poder superior e a falta de um propósito transcendente na existência humana. Essa percepção o leva a um estado de desespero, pois ele se depara com a impossibilidade de encontrar um significado absoluto em sua vida.

A negação de Deus coloca Kirilov em uma encruzilhada existencial. Sem a crença em um ser divino que possa fornecer um propósito ou uma ordem moral universal, ele se sente livre para fazer o que quiser, inclusive tirar sua própria vida. Para ele, o suicídio se torna uma escolha lógica diante da falta de sentido da existência. Kirilov acredita que, ao se tornar o próprio autor de sua morte, ele se tornará o senhor absoluto de sua própria vida.

O desespero de Kirilov também pode ser interpretado como uma resposta à solidão e ao isolamento que resultam da falta de uma crença compartilhada em Deus. Ele se sente alienado da sociedade e incompreendido pelos outros personagens, que ainda possuem alguma forma de fé ou crença em um poder superior. Essa alienação aprofunda seu desespero e o leva a buscar respostas em ações extremas. Há um paralelo intrigante entre Kirilov e certos aspectos da libertinagem e do ateísmo contemporâneo.

Por outro lado, em «Tarde Vos Amei» (Confissões), Santo Agostinho descreve sua busca espiritual em direção a Deus. Agostinho relata como, ao longo de sua vida, ele buscou satisfazer suas necessidades através das criaturas e do mundo material, apenas para perceber que essas buscas eram vazias. Sua ideia central

«Tarde Vos amei, ó Beleza tão antiga e tão nova, eis que estavas dentro, e eu, fora – e fora Te buscava, e me lançava, disforme e nada belo, perante a beleza de tudo e de todos que criaste. Estavas comigo, e eu não estava Contigo… Seguravam-me longe de Ti as coisas que não existiriam senão em Ti»

reflete seu reconhecimento de que Deus sempre esteve presente em sua vida, mas ele só o percebeu tardiamente. Agostinho experimenta um despertar espiritual no qual encontra significado e plenitude em Deus, afastando-se do vazio da busca hedonista e materialista.

O santo menciona o impacto da verdade divina sobre a mente e o coração, onde a compreensão intelectual se mescla com uma profunda resposta existencial, trazendo uma verdadeira alegria em sua alma como um processo gradual de despertar para a realidade transcendental, preenchendo os vazios emocionais e espirituais que ele experimentou anteriormente com o temporal. A clareza obtida através dessa compreensão revela um aspecto central da liberdade do ser humano ensinado no Vaticano II, o qual resume o drama desses dois personagens (Kirilov-libertinagem; Agostinho-liberdade):

«só na liberdade que o homem se pode converter ao bem. Os homens de hoje apreciam grandemente e procuram com ardor esta liberdade; e com toda a razão. Muitas vezes, porém, fomentam-na dum modo condenável, como se ela consistisse na licença de fazer seja o que for, mesmo o mal, contanto que agrade. A liberdade verdadeira é um sinal privilegiado da imagem divina no homem» (Gaudium et Spes, n. 17).

Assim, tanto Kirilov quanto Agostinho enfrentaram uma crise existencial, mas suas respostas são notavelmente diferentes. Kirilov se lança no abismo do niilismo, vendo a liberdade como um fardo insuportável. Agostinho, por outro lado, encontra consolo e significado em sua descoberta da divindade presente em sua existência. Enquanto Kirilov busca se tornar um “deus” pela morte, Agostinho busca a Deus para encontrar a vida.

Jundiaí, 6 de maji de 2026

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Frodo e la responsabilità di portare i nostri doveri con santità – Frodo and the responsibility of carrying our duties with holiness – Frodo y la responsabilidad de llevar nuestros deberes con santidad – Frodo e a responsabilidade de carregar nossos deveres com santidade

23 Febbraio 2026/in Catechesi/da Eneas De Camargo Bete

     italiano, inglese, spagnolo, português

 

FRODO E LA RESPONSABILITÀ DI PORTARE I NOSTRI DOVERI CON SANTITÀ

La responsabilità di portare i nostri doveri con santità implica anche il riconoscimento che le nostre azioni hanno conseguenze, tanto per noi stessi quanto per coloro che ci circondano.

— Riflessioni pastorali —

Autore
Eneas De Camargo Bête

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PDF  articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso – artigo em formato impresso

 

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L’opera Il Signore degli Anelli, scritta da J.R.R. Tolkien, presenta un vasto universo finzionale ricco di personaggi complessi e di una trama epica.

Tra i protagonisti spicca Frodo Baggins, un hobbit al quale viene affidata una missione pericolosa e cruciale: distruggere l’Anello a Mordor. Questo compito non richiede soltanto coraggio e determinazione, ma esige anche che egli assuma la responsabilità di portare l’Anello con integrità e, perché no, con santità. Frodo comprende che la sua missione non è soltanto un obbligo materiale, ma anche un cammino spirituale nel quale la sua condotta morale è messa alla prova.

Nel corso della narrazione, Frodo affronta diverse tentazioni e avversità che potrebbero indurlo a usare l’Anello per i propri fini. Tuttavia, egli manifesta un’elevata coscienza morale resistendo a tali tentazioni e rimanendo fedele alla sua missione. Frodo comprende che la responsabilità di portare l’Anello richiede che egli resti puro di cuore ed eviti la corruzione che il potere dell’Anello potrebbe generare. Questo atteggiamento mostra l’importanza di portare i nostri doveri con umiltà, agendo secondo principi morali elevati anche quando siamo posti di fronte a sfide e difficoltà.

Inoltre, Frodo è costantemente accompagnato da un gruppo di compagni leali che lo aiutano nel suo cammino. Questa dinamica riflette l’importanza della responsabilità condivisa e del sostegno reciproco nel compimento dei nostri doveri. Frodo riconosce di non essere solo nella sua missione e confida nei suoi amici affinché lo aiutino ad affrontare gli ostacoli che sorgono lungo il percorso. Questa collaborazione sottolinea l’importanza di cercare appoggio e orientamento nel nostro stesso cammino, condividendo i nostri pesi e le nostre responsabilità con coloro che ci stanno accanto.

Nel culmine della storia, Frodo giunge a Mordor, dove deve distruggere l’Anello nel fuoco. Tuttavia, egli è tormentato dal desiderio di possederlo e di cedere alla sua influenza corruttrice. In quel momento critico, Frodo affronta un dilemma morale che mette alla prova il suo coraggio. Egli decide infine di liberarsi dell’Anello, anche se ciò significa il sacrificio della propria vita. Questa rinuncia al potere e all’egoismo rappresenta una delle più nobili virtù cristiane: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).

È importante sottolineare che la responsabilità di portare i nostri doveri con santità non si limita soltanto alle grandi missioni epiche, come quella di Frodo nel distruggere l’Anello. Essa si estende alle nostre responsabilità quotidiane, sia nell’ambito familiare, professionale, sociale o religioso. Frodo dice al suo amico e mentore Gandalf: «Avrei voluto che questo non fosse accaduto nel mio tempo». E Gandalf risponde: «Anch’io, e così tutti coloro che vivono per vedere tempi simili. Ma non spetta a loro decidere. Tutto ciò che dobbiamo decidere è che cosa fare con il tempo che ci è concesso». Tutto questo si accorda con l’insegnamento della Chiesa: «Tutti i fedeli si santificheranno ogni giorno di più nelle condizioni, nei doveri e nelle circostanze della propria vita e attraverso tutte queste realtà, se accetteranno tutto con fede dalla mano del Padre celeste e coopereranno con la volontà divina, manifestando a tutti, nella propria attività temporale, la carità con la quale Dio ha amato il mondo» (Lumen Gentium, 41).

La responsabilità di portare i nostri doveri con santità implica anche il riconoscimento che le nostre azioni hanno conseguenze, tanto per noi stessi quanto per coloro che ci circondano. Frodo comprende che le sue scelte e i suoi atteggiamenti possono influire sul destino di tutta la Terra di Mezzo, e questo lo porta ad agire con responsabilità e prudenza nelle sue decisioni. Allo stesso modo, anche noi dobbiamo essere consapevoli dell’impatto che le nostre azioni hanno sulle persone e sul mondo che ci circonda, assumendo la responsabilità di agire in modo etico e giusto.

Il cammino di Frodo ci mostra che portare i nostri doveri con santità non è un compito facile. Esige coraggio, sacrificio, rinuncia e perseveranza. Frodo affronta innumerevoli prove lungo il suo percorso, soffrendo fisicamente ed emotivamente, ma non perde mai di vista il fine più alto della sua missione. Egli rimane impegnato a compiere il proprio dovere con integrità, anche di fronte alle avversità più dure. Pertanto, spetta a ciascuno di noi assumere questa responsabilità e percorrere il nostro cammino con rettitudine, perseveranza e un fermo impegno verso la santità.

Jundiaí, 23 febbraio 2026

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FRODO AND THE RESPONSIBILITY OF CARRYING OUR DUTIES WITH HOLINESS

The responsibility of carrying our duties with holiness also entails recognizing that our actions have consequences, both for ourselves and for those who surround us.

 

— pastoral reflections —

Autor
Eneas De Camargo Bête

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The work The Lord of the Rings, written by J.R.R. Tolkien, presents a vast fictional universe rich in complex characters and an epic narrative. Among the protagonists stands out Frodo Baggins, a hobbit entrusted with a perilous and crucial mission: to destroy the Ring in Mordor. This task requires not only courage and determination, but also that he assume the responsibility of bearing the Ring with integrity and, why not, with holiness. Frodo understands that his mission is not merely a material obligation, but also a spiritual journey in which his moral conduct is put to the test.

Throughout the narrative, Frodo faces various temptations and adversities that could lead him to use the Ring for his own purposes. Yet he demonstrates a high moral awareness by resisting such temptations and remaining faithful to his mission. Frodo understands that the responsibility of carrying the Ring requires that he remain pure of heart and avoid the corruption that the Ring’s power could generate. This attitude shows the importance of carrying out our duties with humility, acting according to elevated moral principles even when confronted with challenges and difficulties.

Moreover, Frodo is constantly accompanied by a group of loyal companions who assist him along the way. This dynamic reflects the importance of shared responsibility and mutual support in fulfilling our duties. Frodo recognizes that he is not alone in his mission and trusts his friends to help him face the obstacles that arise along the path. This collaboration underscores the importance of seeking support and guidance in our own journey, sharing our burdens and responsibilities with those who walk beside us.

At the climax of the story, Frodo reaches Mordor, where he must cast the Ring into the fire. Yet he is tormented by the desire to possess it and to yield to its corrupting influence. At that critical moment, Frodo faces a moral dilemma that tests his courage. He ultimately resolves to relinquish the Ring, even if this should mean the sacrifice of his own life. This renunciation of power and selfishness represents one of the noblest Christian virtues: «No one has greater love than this, to lay down one’s life for one’s friends» (Jn 15:13).

It is important to emphasize that the responsibility of carrying our duties with holiness is not limited to great epic missions such as Frodo’s destruction of the Ring. It extends to our daily responsibilities, whether within the family, professional, social, or religious sphere. Frodo says to his friend and mentor Gandalf: «I wish it need not have happened in my time.» And Gandalf replies: «So do I, and so do all who live to see such times. But that is not for them to decide. All we have to decide is what to do with the time that is given us.» All of this harmonizes with the teaching of the Church: «All the faithful will daily increase in holiness in the conditions, duties, and circumstances of their lives, and through all these things, if they receive them with faith from the hand of the heavenly Father and cooperate with the divine will, manifesting to all, in their temporal activity, the charity with which God has loved the world» (Lumen Gentium, 41).

The responsibility of carrying our duties with holiness also entails recognizing that our actions have consequences, both for ourselves and for those around us. Frodo understands that his choices and attitudes may affect the destiny of the whole of Middle-earth, and this leads him to act with responsibility and prudence in his decisions. Likewise, we too must be aware of the impact our actions have on the people and the world around us, assuming the responsibility to act in an ethical and just manner.

Frodo’s journey shows us that carrying our duties with holiness is no easy task. It demands courage, sacrifice, renunciation, and perseverance. Frodo endures countless trials along his path, suffering physically and emotionally, yet he never loses sight of the higher purpose of his mission. He remains committed to fulfilling his duty with integrity, even in the face of the harshest adversities. Therefore, it falls to each of us to embrace this responsibility and to walk our path with uprightness, perseverance, and a firm commitment to holiness.

Jundiaí, 23 February 2026

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FRODO Y LA RESPONSABILIDAD DE LLEVAR NUESTROS DEBERES CON SANTIDAD

La responsabilidad de llevar nuestros deberes con santidad implica también reconocer que nuestras acciones tienen consecuencias, tanto para nosotros mismos como para quienes nos rodean.

—Reflexões pastorais —

Author
Eneas De Camargo Bête

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La obra El Señor de los Anillos, escrita por J.R.R. Tolkien, presenta un vasto universo ficcional rico en personajes complejos y en una trama épica. Entre los protagonistas destaca Frodo Bolsón, un hobbit al que se le confía una misión peligrosa y crucial: destruir el Anillo en Mordor. Esta tarea no requiere solamente valor y determinación, sino que exige además que asuma la responsabilidad de llevar el Anillo con integridad y, por qué no, con santidad. Frodo comprende que su misión no es solo una obligación material, sino también un camino espiritual en el que su conducta moral es puesta a prueba.

A lo largo de la narración, Frodo afronta diversas tentaciones y adversidades que podrían inducirlo a utilizar el Anillo para sus propios fines. Sin embargo, manifiesta una elevada conciencia moral al resistir tales tentaciones y permanecer fiel a su misión. Frodo comprende que la responsabilidad de llevar el Anillo exige que permanezca puro de corazón y evite la corrupción que el poder del Anillo podría generar. Esta actitud muestra la importancia de cumplir nuestros deberes con humildad, actuando según principios morales elevados incluso cuando nos enfrentamos a desafíos y dificultades.

Además, Frodo está constantemente acompañado por un grupo de compañeros leales que lo ayudan en su camino. Esta dinámica refleja la importancia de la responsabilidad compartida y del apoyo mutuo en el cumplimiento de nuestros deberes. Frodo reconoce que no está solo en su misión y confía en sus amigos para afrontar los obstáculos que surgen a lo largo del recorrido. Esta colaboración subraya la importancia de buscar apoyo y orientación en nuestro propio camino, compartiendo nuestras cargas y responsabilidades con quienes nos rodean.

En el clímax de la historia, Frodo llega a Mordor, donde debe arrojar el Anillo al fuego. Sin embargo, es atormentado por el deseo de poseerlo y de ceder a su influencia corruptora. En ese momento crítico, Frodo afronta un dilema moral que pone a prueba su valor. Finalmente decide desprenderse del Anillo, incluso si ello implica el sacrificio de su propia vida. Esta renuncia al poder y al egoísmo representa una de las más nobles virtudes cristianas: «Nadie tiene amor más grande que este: dar la vida por sus amigos» (Jn 15,13).

Es importante subrayar que la responsabilidad de llevar nuestros deberes con santidad no se limita únicamente a grandes misiones épicas como la de Frodo al destruir el Anillo. Se extiende a nuestras responsabilidades cotidianas, ya sea en el ámbito familiar, profesional, social o religioso. Frodo dice a su amigo y mentor Gandalf: «Ojalá esto no hubiera ocurrido en mi tiempo». Y Gandalf responde: «Yo también, y así todos los que viven para ver tiempos semejantes. Pero no les corresponde decidirlo. Todo lo que debemos decidir es qué hacer con el tiempo que se nos ha concedido». Todo ello concuerda con la enseñanza de la Iglesia: «Todos los fieles se santificarán cada día más en las condiciones, deberes y circunstancias de su vida y a través de todas estas realidades, si las aceptan con fe de la mano del Padre celestial y cooperan con la voluntad divina, manifestando a todos, en su actividad temporal, la caridad con la que Dios amó al mundo» (Lumen Gentium, 41).

La responsabilidad de llevar nuestros deberes con santidad implica también reconocer que nuestras acciones tienen consecuencias, tanto para nosotros mismos como para quienes nos rodean. Frodo comprende que sus decisiones y actitudes pueden influir en el destino de toda la Tierra Media, y esto lo lleva a actuar con responsabilidad y prudencia en sus decisiones. De igual modo, también nosotros debemos ser conscientes del impacto que nuestras acciones tienen sobre las personas y el mundo que nos rodea, asumiendo la responsabilidad de actuar de manera ética y justa.

El camino de Frodo nos muestra que llevar nuestros deberes con santidad no es una tarea fácil. Exige valor, sacrificio, renuncia y perseverancia. Frodo afronta innumerables pruebas a lo largo de su recorrido, sufriendo física y emocionalmente, pero nunca pierde de vista el propósito superior de su misión. Permanece comprometido en cumplir su deber con integridad, incluso ante las adversidades más duras. Por ello, corresponde a cada uno de nosotros asumir esta responsabilidad y recorrer nuestro camino con rectitud, perseverancia y un firme compromiso con la santidad.

Jundiaí, 23 de febrero de 2026

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FRODO E A RESPONSABILIDADE DE CARREGAR NOSSOS DEVERES COM SANTIDADE

A responsabilidade de carregar nossos deveres com santidade também implica em reconhecer que nossas ações têm consequências, tanto para nós mesmos quanto para aqueles ao nosso redor.

—Reflexões pastorais —

Author
Eneas De Camargo Bête

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A obra “O Senhor dos Anéis”, escrita por J.R.R. Tolkien, apresenta um vasto universo ficcional repleto de personagens complexos e uma trama épica. Dentre os protagonistas, destaca-se Frodo Bolseiro, um hobbit que é encarregado de uma missão perigosa e crucial: destruir o Anel em Mordor. Essa tarefa não apenas exige coragem e determinação, mas também requer que ele assuma a responsabilidade de carregar o Anel com integridade e, porque não, santidade. Frodo entende que sua missão não é apenas uma obrigação física, mas também uma jornada espiritual, onde sua conduta moral é posta à prova.

Ao longo da narrativa, Frodo enfrenta diversas tentações e adversidades que poderiam levá-lo a utilizar o Anel para seus próprios fins. No entanto, ele demonstra uma consciência moral elevada ao resistir a essas tentações e manter-se fiel à sua missão. Frodo compreende que a responsabilidade de carregar o Anel requer que ele permaneça puro de coração e evite a corrupção que o poder do Anel poderia trazer. Essa atitude demonstra a importância de carregar nossos deveres com humildade, agindo de acordo com princípios morais elevados mesmo quando somos confrontados com desafios e dificuldades.

Além disso, Frodo é constantemente acompanhado por um grupo de companheiros leais, que o auxiliam em sua jornada. Essa dinâmica reflete a importância da responsabilidade compartilhada e do apoio mútuo na realização de nossos deveres. Frodo reconhece que não está sozinho em sua missão e confia em seus amigos para ajudá-lo a enfrentar os obstáculos que surgem em seu caminho. Essa colaboração ressalta a importância de buscarmos apoio e orientação em nossa própria jornada, compartilhando nossos fardos e responsabilidades com aqueles que nos cercam.

No clímax da história, Frodo chega a Mordor, onde deve destruir o Anel no fogo. No entanto, ele é atormentado pelo desejo de possuí-lo e sucumbir à sua influência corruptora. Nesse momento crítico, Frodo enfrenta um dilema moral que coloca sua coragem à prova. Ele finalmente toma a decisão de se livrar do Anel, mesmo que isso signifique o sacrifício de sua própria vida. Essa renúncia ao poder e ao egoísmo representa uma das virtudes cristãs mais nobres: “Não há maior amor do que dar a própria vida pelos amigos” (Jo 15,13).

É importante ressaltar que a responsabilidade de carregar nossos deveres com santidade não se limita apenas às grandes missões épicas, como a de Frodo em destruir o Anel. Ela se estende às nossas responsabilidades cotidianas, seja no âmbito familiar, profissional, social ou religioso. Frodo fala para seu amigo e mentor Gandalf: “Eu gostaria que isso não tivesse acontecido no meu tempo”. E Gandalf responde: “Eu também, e todos os que vivem para ver esses tempos. Mas isso não lhes cabe decidir. Tudo o que temos a decidir é o que fazer com o tempo que nos é concedido”. Tudo isso vem de encontro ao ensinamento da Igreja: “Todos os fiéis se santificarão cada dia mais nas condições, tarefas e circunstâncias da própria vida e através de todas elas, se receberem tudo com fé da mão do Pai celeste e cooperarem com a divina vontade, manifestando a todos, na própria atividade temporal, a caridade com que Deus amou o mundo” (Lumen Gentium, 41).

A responsabilidade de carregar nossos deveres com santidade também implica em reconhecer que nossas ações têm consequências, tanto para nós mesmos quanto para aqueles ao nosso redor. Frodo compreende que suas escolhas e atitudes podem afetar o destino de toda a Terra-média, e isso o leva a agir com responsabilidade e cuidado em suas decisões. Da mesma forma, nós também devemos estar cientes do impacto que nossas ações têm sobre as pessoas e o mundo ao nosso redor, assumindo a responsabilidade de agir de maneira ética e justa.

A jornada de Frodo nos mostra que carregar nossos deveres com santidade não é uma tarefa fácil. Ela exige coragem, sacrifício, renúncia e perseverança. Frodo enfrenta inúmeros desafios ao longo de sua jornada, sofrendo fisicamente e emocionalmente, mas nunca perde de vista o propósito maior de sua missão. Ele permanece comprometido em realizar seu dever com integridade, mesmo diante das adversidades mais difíceis. Portanto, cabe a cada um de nós abraçar essa responsabilidade e trilhar nossa jornada com retidão, perseverança e um compromisso firme com a santidade.

Jundiaí, 23 de fevereiro de 2026

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Il mostro di Frankenstein e i pericoli del transumanesimo moderno – Frankenstein’s monster and the dangers of modern transhumanism – O monstro de Frankenstein e os perigos do transumanismo moderno

31 Agosto 2025/in Catechesi/da Eneas De Camargo Bete

(texto original em português / english text after the portuguese originaly)

 

IL MOSTRO DI FRANKENSTEIN E I PERICOLI DEL TRANSUMANESIMO MODERNO

Le implicazioni etiche di Frankenstein e del moderno transumanesimo sono profonde. In Frankenstein, la creazione della vita artificiale solleva interrogativi sulla responsabilità del creatore e sui diritti delle creature. Allo stesso modo, il transumanesimo sfida i concetti tradizionali di identità, dignità e valore intrinseco della vita umana.

— Riflessioni pastorali —

Autore
Eneas De Camargo Bête

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PDF articolo formato stampa – PDF article print format  

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L’opera Frankenstein di Mary Shelley, pubblicata nel 1818, racconta la storia di uno scienziato che sfida i limiti naturali creando la vita artificialmente, dando vita a un mostro che diventa una minaccia sia per lui che per la società.

Nel mondo contemporaneo, il transumanesimo emerge come un movimento che cerca di superare i limiti umani attraverso la tecnologia.

Il transumanesimo è un movimento filosofico e scientifico che propone l’uso della tecnologia per trasformare la condizione umana, migliorandone le capacità fisiche, intellettuali e psicologiche. Le promesse del transumanesimo includono la sconfitta delle malattie, l’aumento della longevità, l’espansione dell’intelligenza e il miglioramento delle capacità sensoriali e motorie.

I pericoli del transumanesimo sono altrettanto significativi. Le principali preoccupazioni riguardano la perdita dell’identità umana, la disuguaglianza sociale aggravata dall’accesso ineguale alle tecnologie, i rischi per la sicurezza associati alle nuove biotecnologie e le implicazioni etiche della modifica genetica degli esseri umani. Inoltre, si teme l’emergere di una nuova forma di eugenetica e la creazione di un divario ancora più grande tra ricchi e poveri.

Mary Shelley, in Frankenstein, solleva interrogativi sulle conseguenze imprevedibili della manipolazione della vita. Victor Frankenstein, creando il mostro, sfida i limiti naturali e subisce le conseguenze della sua arroganza scientifica. Il mostro, abbandonato e incompreso, diventa una forza distruttiva, riflesso della responsabilità morale ed etica che accompagna la creazione artificiale della vita.

Le preoccupazioni di Shelley sono simili ai pericoli del moderno transumanesimo, in cui la ricerca del superamento dei limiti umani può avere conseguenze indesiderate e dannose. Entrambi i contesti evidenziano il pericolo di una scienza senza confini etici e la necessità di considerare le implicazioni a lungo termine delle nostre innovazioni tecnologiche.

Le implicazioni etiche di Frankenstein e del moderno transumanesimo sono profonde. In Frankenstein, la creazione della vita artificiale solleva interrogativi sulla responsabilità del creatore e sui diritti delle creature. Allo stesso modo, il transumanesimo sfida i concetti tradizionali di identità, dignità e valore intrinseco della vita umana.

Da un punto di vista teologico, entrambe le narrazioni mettono in discussione la posizione dell’essere umano come co-creatore insieme a Dio. La visione cattolica sostiene che la vita umana è sacra e che esistono limiti etici all’intervento tecnologico sulla natura umana. Modificare geneticamente gli esseri umani o creare vita artificiale può essere visto come un tentativo di usurpare il ruolo di Dio, mettendo a rischio la dignità umana e l’ordine morale stabilito.

Gli esseri umani sono creati a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gn 1,27), il che conferisce a ogni persona un’intrinseca dignità. Modificare geneticamente gli esseri umani o creare vita artificiale può essere visto come un tentativo di usurpare il ruolo di Dio, mettendo a repentaglio la dignità di Dio e l’ordine morale da Lui stabilito. Inoltre, il Salmo 139:13-14 sottolinea l’intima e divina partecipazione di Dio nella creazione della vita umana:

«Tu hai creato le mie reni, mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo, meraviglioso; meravigliose sono le tue opere!».

Questi testi biblici sostengono la tesi secondo cui l’intervento umano nella creazione deve rispettare i limiti stabiliti da Dio, preservando la sacralità e l’integrità della vita.

La visione cattolica può dare un contributo significativo al dibattito sui limiti della tecnologia e della dignità umana, sottolineando la sacralità della vita e l’importanza di un’etica basata sulla dignità umana. La Chiesa cattolica sostiene un approccio prudente ed etico alla scienza e alla tecnologia, nel rispetto dei limiti naturali e dell’integrità della persona umana. Il documento vaticano Dignitas Personae rafforza questa posizione affermando che «l’essere umano deve essere rispettato e trattato come persona fin dal concepimento” (cfr. n. 4) e che «la scienza e la tecnologia devono essere ordinate al bene della persona umana e alla sua integrità» (cfr. n. 3). Questo documento sottolinea che qualsiasi progresso scientifico deve essere valutato alla luce del rispetto della dignità umana, evitando pratiche che manchino di rispetto alla vita o che possano portare a un’eccessiva manipolazione della condizione umana.

La prospettiva cattolica può offrire un necessario equilibrio tra innovazione e responsabilità, promuovendo l’uso della tecnologia per il bene comune e lo sviluppo integrale dell’essere umano, senza compromettere la dignità o creare disuguaglianze. Difendendo la dignità intrinseca di ogni persona, la Chiesa può contribuire a orientare lo sviluppo tecnologico in modi che vadano a beneficio di tutta l’umanità, specialmente dei più vulnerabili.

La visione cattolica offre una preziosa guida etica, sottolineando la dignità umana e i limiti necessari per garantire che il progresso tecnologico serva il bene comune senza compromettere l’essenza della condizione umana, l’immagine di Dio.

Jundiaì, 31 agosto 2025

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FRANKENSTEIN’S MONSTER AND THE DANGERS OF MODERN TRANSHUMANISM

The ethical implications of Frankenstein and modern transhumanism are profound. In Frankenstein, the creation of artificial life raises questions about the creator’s responsibility and the rights of creatures. Likewise, transhumanism challenges traditional concepts of identity, dignity, and the intrinsic value of human life.

— pastoral reflections —

Autor
Eneas De Camargo Bête

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Mary Shelley’s “Frankenstein”, published in 1818, tells the story of a scientist who challenges natural limits by creating life artificially; creating a monster that becomes a threat to both himself and society.

In the contemporary world, transhumanism emerges as a movement that seeks to overcome human limitations through technology.

Transhumanism is a philosophical and scientific movement that proposes the use of technology to transform the human condition by enhancing physical, intellectual, and psychological capabilities. The promises of transhumanism include the eradication of disease, increased longevity, increased intelligence, and improved sensory and motor skills.

The dangers of transhumanism are equally significant. The main concerns include the loss of human identity, social inequality exacerbated by unequal access to technology, the security risks associated with new biotechnologies, and the ethical implications of genetic modification of humans. Furthermore, there are fears of the emergence of a new form of eugenics and the creation of an even greater gap between rich and poor.

Mary Shelley, in Frankenstein, raises questions about the unpredictable consequences of the manipulation of life. Victor Frankenstein, in creating the monster, challenges natural limits and suffers the consequences of his scientific arrogance. The monster, abandoned and misunderstood, becomes a destructive force, reflecting the moral and ethical responsibility that accompanies the artificial creation of life.

Shelley’s concerns are similar to the dangers of modern transhumanism, in which the pursuit of transcending human limitations can have unintended and harmful consequences. Both contexts highlight the danger of a science without ethical boundaries and the need to consider the long-term implications of our technological innovations.

The ethical implications of Frankenstein and modern transhumanism are profound. In Frankenstein, the creation of artificial life raises questions about the creator’s responsibility and the rights of creatures. Likewise, transhumanism challenges traditional concepts of identity, dignity, and the intrinsic value of human life.

Theologically, both narratives question the position of the human being as a co-creator with God. The Catholic view holds that human life is sacred and that there are ethical limits to technological intervention in human nature. Genetically modifying humans or creating artificial life can be seen as an attempt to usurp God’s role, jeopardizing human dignity and the established moral order.

Humans are created in the image and likeness of God (cf. Gen 1:27), which gives each person an intrinsic dignity. Genetically modifying humans or creating artificial life can be seen as an attempt to usurp God’s role, jeopardizing God’s dignity and the moral order He established. Furthermore, Psalm 139:13-14 emphasizes God’s intimate and divine participation in the creation of human life:

«For it was you who formed my inward parts; you knit me together in my mother’s womb. I praise you, for I am fearfully and wonderfully made. Wonderful are your works; that I know very well».

These biblical texts support the thesis that human intervention in creation must respect the limits established by God, preserving the sacredness and integrity of life.

The catholic vision can make a significant contribution to the debate on the limits of technology and human dignity by emphasizing the sacredness of life and the importance of an ethic based on human dignity. The Catholic Church advocates a prudent and ethical approach to science and technology, respecting natural limits and the integrity of the human person. The Vatican document Dignitas Personae reinforces this position by stating that «the human being must be respected and treated as a person from conception» (no. 4) and that «science and technology must be ordered to the good of the human person and to his or her integrity» (no. 3). This document emphasizes that any scientific progress must be evaluated in light of respect for human dignity, avoiding practices that disrespect life or that could lead to excessive manipulation of the human condition.

The catholic perspective can offer a necessary balance between innovation and responsibility, promoting the use of technology for the common good and integral human development, without compromising dignity or creating inequalities. By defending the intrinsic dignity of every person, the Church can help guide technological development in ways that benefit all humanity, especially the most vulnerable. The catholic vision offers valuable ethical guidance, emphasizing human dignity and the necessary limits to ensure that technological progress serves the common good without compromising the essence of the human condition, the image of God.

Jundiaì, 31 agosto 2025

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O MONSTRO DE FRANKENSTEIN E OS PERIGOS DO TRANSUMANISMO MODERNO

As implicações éticas de Frankenstein e do transumanismo moderno são profundas. Em “Frankenstein”, a criação de vida artificial levanta questões sobre a responsabilidade do criador e os direitos da criatura. Similarmente, o transumanismo desafia conceitos tradicionais de identidade, dignidade e o valor intrínseco da vida humana.

—Reflexões pastorais —

Author
Eneas De Camargo Bête

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A obra “Frankenstein” de Mary Shelley, publicada em 1818, narra a história de um cientista que desafia os limites naturais ao criar vida artificialmente, resultando em um monstro que se torna uma ameaça tanto para ele quanto para a sociedade.

No mundo contemporâneo, o transumanismo surge como um movimento que busca superar as limitações humanas por meio da tecnologia.

O transumanismo é um movimento filosófico e científico que propõe o uso da tecnologia para transformar a condição humana, melhorando capacidades físicas, intelectuais e psicológicas. As promessas do transumanismo incluem a superação de doenças, o aumento da longevidade, a ampliação da inteligência e o aprimoramento das capacidades sensoriais e motoras.

No entanto, os perigos do transumanismo são igualmente significativos. As principais preocupações incluem a perda de identidade humana, a desigualdade social exacerbada pelo acesso desigual às tecnologias, os riscos de segurança associados a novos biotecnologias, e as implicações éticas de modificar geneticamente seres humanos. Além disso, há temores sobre o surgimento de uma nova forma de eugenia e a criação de uma divisão ainda maior entre ricos e pobres.

Mary Shelley, em Frankenstein, levanta questões sobre as consequências imprevisíveis da manipulação da vida. Victor Frankenstein, ao criar o monstro, desafia os limites naturais e sofre as consequências de sua arrogância científica. O monstro, abandonado e incompreendido, se torna uma força destrutiva, refletindo a responsabilidade moral e ética que acompanha a criação artificial da vida.

As preocupações de Shelley se assemelham aos perigos do transumanismo moderno, onde a busca pela superação das limitações humanas pode resultar em consequências não intencionais e prejudiciais. Ambos os contextos destacam o perigo de uma ciência sem limites éticos e a necessidade de considerar as implicações a longo prazo de nossas inovações tecnológicas.

As implicações éticas de Frankenstein e do transumanismo moderno são profundas. Em “Frankenstein”, a criação de vida artificial levanta questões sobre a responsabilidade do criador e os direitos da criatura. Similarmente, o transumanismo desafia conceitos tradicionais de identidade, dignidade e o valor intrínseco da vida humana.

Do ponto de vista teológico, ambas as narrativas questionam a posição do ser humano como co-criador com Deus. A visão católica sustenta que a vida humana é sagrada e que há limites éticos para a intervenção tecnológica na natureza humana. Modificar geneticamente humanos ou criar vida artificial pode ser visto como uma tentativa de usurpar o papel de Deus, colocando em risco a dignidade humana e a ordem moral estabelecida.

A Bíblia afirma que o ser humano é criado à imagem e semelhança de Deus (cf. Gn 1,27), conferindo uma dignidade intrínseca a cada pessoa. Modificar geneticamente humanos ou criar vida artificial pode ser visto como uma tentativa de usurpar o papel de Deus, colocando em risco essa dignidade e a ordem moral estabelecida por Ele. Além disso, o Salmo 139,13-14 destaca a íntima e divina participação de Deus na criação da vida humana:

«Tu criaste o íntimo do meu ser e me teceste no ventre de minha mãe. Eu te louvo porque me fizeste de modo especial e admirável; tuas obras são maravilhosas!».

Esses textos bíblicos fundamentam a visão de que a intervenção humana na criação deve respeitar os limites estabelecidos por Deus, preservando a sacralidade e a integridade da vida.

A visão católica pode contribuir significativamente para a discussão sobre os limites da tecnologia e a dignidade humana ao enfatizar a sacralidade da vida e a importância de uma ética baseada na dignidade humana. A Igreja Católica advoga por uma abordagem prudente e ética à ciência e tecnologia, respeitando os limites naturais e a integridade da pessoa humana. O documento Dignitas Personae (Dignidade da Pessoa) do Vaticano reforça essa posição ao afirmar que «o ser humano deve ser respeitado e tratado como uma pessoa desde o momento da concepção» (n. 4) e que «a ciência e a tecnologia devem ser ordenadas ao bem da pessoa humana e à sua integralidade» (n. 3). Esse documento destaca que qualquer avanço científico deve ser avaliado à luz do respeito à dignidade humana, evitando práticas que desrespeitem a vida ou que possam levar a uma manipulação excessiva da condição humana.

A perspectiva católica pode oferecer um equilíbrio necessário entre inovação e responsabilidade, promovendo o uso da tecnologia para o bem comum e o desenvolvimento integral do ser humano, sem comprometer a dignidade ou criar desigualdades. Ao defender a dignidade intrínseca de cada pessoa, a Igreja pode ajudar a orientar o desenvolvimento tecnológico de forma que beneficie toda a humanidade, especialmente os mais vulneráveis.

A visão católica oferece uma orientação ética valiosa, enfatizando a dignidade humana e os limites necessários para garantir que o progresso tecnológico sirva ao bem comum sem comprometer a essência da condição do ser humano, imagem de Deus.

Jundiaì, 31 Agosto 2025

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La costrizione a fare il bene: la conversione di Jean Valjean a causa del Vescovo di Digne in “Les Misérables” – The conversion of Jean Valjean because of the Bishop of Digne in the work “Les Miserables” – O constrangimento para fazer o bem: a conversão de Jean Valjean por causa do Bispo de Digne em “Os Miseráveis”

3 Marzo 2025/in Catechesi/da Eneas De Camargo Bete

(texto original em português / english text after the portuguese originaly)

 

LA COSTRIZIONE A FARE IL BENE: LA CONVERSIONE DI JEAN VALJEAN A CAUSA DEL VESCOVO DI DIGNE IN “LES MISÉRABLES“

La domanda è: in cosa credere? Nella dottrina? Nella Bibbia? Nella liturgia? Sì, ma soprattutto che Dio ci ama

— Riflessioni pastorali —

Autore
Eneas De Camargo Bête

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PDF  articolo formato stampa – PDF Article print format – PDF Artigo em tamanho impressable

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La letteratura affronta frequentemente il tema della redenzione e della trasformazione morale dei suoi personaggi. Un esempio lampante è l’opera “I Miserabili” (1862), di Victor Hugo, in cui la conversione del protagonista Jean Valjean è innescata dall’atto di gentilezza e generosità del vescovo di Digne.

Valjean è presentato inizialmente come un ex detenuto che, dopo aver scontato una lunga pena per aver rubato il pane per sfamare la sua famiglia, deve affrontare il rifiuto e l’emarginazione dalla società. Questo ambiente ostile lo porta ad adottare una posizione indurita nei confronti dell’umanità.

In un momento cruciale della narrazione, Valjean ruba le posate d’argento al vescovo Myriel. Questa scena segna una svolta nella vita di Valjean. Nonostante la rapina, quando Valjean viene catturato e riportato dalla polizia alla casa vescovile, il vescovo Myriel mostra una compassione e una misericordia straordinarie. Dice alla polizia che le posate d’argento erano un regalo fatto a Valjean, e gli regala anche due candelieri d’argento, aumentando la generosità del “dono”. Questo atto di gentilezza ha un profondo impatto su Valjean, influenzando le sue azioni per il resto della sua vita.

La reazione di Valjean alla gentilezza del vescovo rivela un’ambivalenza interna. Da un lato, si sente in imbarazzo e si vergogna della sua condotta precedente, riconoscendo la discrepanza tra le sue azioni e l’esempio di amore e di misericordia del vescovo. D’altra parte, questa esperienza risveglia in lui un autentico desiderio di cambiamento e un desiderio di contraccambiare il bene ricevuto.

Da quel momento in poi, Valjean si impegna a diventare una persona migliore e a fare del bene agli altri. Inizia il suo viaggio di riscatto a Montreuil-sur-Mer, una piccola città dove fonda una fabbrica e implementa pratiche di lavoro innovative ed eque. La sua amministrazione non solo rivitalizza l’economia locale, ma migliora anche significativamente le condizioni di vita dei lavoratori. La sua reputazione di uomo giusto e caritatevole cresce e alla fine viene eletto sindaco della città.

La trasformazione di Valjean non si limita al successo aziendale e allo status sociale. Internamente, si dedica a vivere una vita di sacrificio e servizio agli altri, onorando la sua promessa al vescovo Myriel. Interviene in diverse situazioni per aiutare le persone in difficoltà, spesso mettendo a rischio la propria incolumità. Un esempio notevole è la sua interazione con Fantine, un’operaia caduta in disgrazia nella sua fabbrica. Dopo aver scoperto la situazione disperata di Fantine e di sua figlia Cosette, Valjean si impegna a prendersi cura della ragazza, promessa che mantiene con grande dedizione e amore.

Il parallelo tra l’esperienza di Valjean e il concetto di costrizione a fare del bene rivela una profonda riflessione sulla natura umana e sulla possibilità di redenzione. Presentando un personaggio che trova ispirazione e motivazione per diventare una persona migliore attraverso un atto di generosità, Victor Hugo sottolinea l’importanza dell’amore e del perdono nella trasformazione spirituale e morale.

Il racconto di Jean Valjean ne I Miserabili ci porta a riflettere sulla capacità dell’essere umano di riscattarsi e di cambiare il proprio percorso di vita. Attraverso il parallelo con il concetto di costrizione a fare il bene, ci rendiamo conto che l’esperienza di ricevere generosità e perdono incondizionato può innescare una profonda trasformazione. Come Valjean, ci confrontiamo con l’ambivalenza interna tra le nostre azioni passate e l’aspirazione a diventare esseri umani migliori e, ancor più, santi.

Come Valjean si è sentito costretto dall’atto di bontà del Vescovo di Digne, anche l’amore di Cristo vincola noi (cfr 2Cor 5,14). Il sacrificio supremo di Gesù sulla croce rivela l’amore incondizionato di Dio per l’umanità e l’estensione di quell’amore a tutti gli individui, indipendentemente dalla loro condizione o dai peccati passati. Questo amore ci vincola perché ci mette di fronte alla nostra stessa imperfezione e peccaminosità, portandoci a riconoscere il nostro bisogno di redenzione.

Ciò si traduce in una reale comprensione di cosa sia la santità, non semplicemente come atti morali, che è importante, ma come conseguenza del sentirsi amati da Dio. Il santo, quindi, è colui che comprende la sua miseria e si lascia profondamente condizionare dall’amore di Dio per noi in Gesù Cristo sulla croce, in modo tale da cambiare il corso della sua vita spirituale e morale:

«E morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per Colui che per loro è morto ed è risorto» (2 Cor 5,15); «Dio infatti ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia vita eterna» (Gv 3, 16).

La domanda è: in cosa credere? Nella dottrina? Nella Bibbia? Nella liturgia? Sì, ma soprattutto che Dio ci ama:

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest’avvenimento con le seguenti “parole: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna” (3, 16). Con la centralità dell’amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d’Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L’Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell’amore di Dio con quello dell’amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l’amore adesso non è più solo un “comandamento”, ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro» (Papa Benedetto XVI Lettera Enciclica Deus Caritas Est, n.1).

Jundiaì, 3 marzo 2025

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THE CONVERSION OF JEAN VALJEAN BECAUSE OF THE BISHOP OF DIGNE IN THE WORK “LES MISERABLES“

The question is: what to believe in? In doctrine? In the Bible? In the liturgy? Yes, but above all that God loves us.

— pastoral reflections —

Author
Eneas De Camargo Bête

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Literature frequently addresses the theme of redemption and the moral transformation of its characters. A striking example is Victor Hugo’s “Les Misérables” (1862), in which the conversion of the protagonist Jean Valjean is triggered by the act of kindness and generosity of the Bishop of Digne.

Valjean is initially presented as a former convict who, after serving a long sentence for stealing bread to feed his family, must face rejection and marginalization from society. This hostile environment leads him to adopt a hardened position towards humanity.

At a crucial moment in the narrative, Valjean steals the silverware from Bishop Myriel. This scene marks a turning point in Valjean’s life. Despite the robbery, when Valjean is captured and brought back to the bishop’s house by the police, Bishop Myriel displays extraordinary compassion and mercy. He tells the police that the silverware was a gift to Valjean, and also gives him two silver candlesticks, increasing the generosity of the “gift.” This act of kindness has a profound impact on Valjean, influencing his actions for the rest of his life.

Valjean’s reaction to the bishop’s kindness reveals an internal ambivalence. On the one hand, he feels embarrassed and ashamed of his previous conduct, recognizing the discrepancy between his actions and the bishop’s example of love and mercy. On the other hand, this experience awakens in him a genuine desire for change and a desire to reciprocate the good received.

From that moment on, Valjean is committed to becoming a better person and doing good for others. He begins his journey of redemption in Montreuil-sur-Mer, a small town where he establishes a factory and implements innovative and fair labor practices. His administration not only revitalizes the local economy, but also significantly improves the living conditions of the workers. His reputation as a just and charitable man grows, and he is eventually elected mayor of the town.

Valjean’s transformation is not limited to business success and social status. Internally, he dedicates himself to living a life of sacrifice and service to others, honoring his promise to Bishop Myriel. He intervenes in various situations to help those in need, often risking his own safety. A notable example is his interaction with Fantine, a disgraced worker in his factory. After discovering the desperate situation of Fantine and her daughter Cosette, Valjean pledges to care for the girl, a promise he keeps with great dedication and love.

The parallel between Valjean’s experience and the concept of being forced to do good reveals a profound reflection on human nature and the possibility of redemption. By presenting a character who finds inspiration and motivation to become a better person through an act of generosity, Victor Hugo highlights the importance of love and forgiveness in spiritual and moral transformation.

The story of Jean Valjean in “Les Misérables“ leads us to reflect on the ability of human beings to redeem themselves and change their life path. Through the parallel with the concept of being forced to do good, we realize that the experience of receiving generosity and unconditional forgiveness can trigger a profound transformation. Like Valjean, we are confronted with the internal ambivalence between our past actions and the aspiration to become better and, even more, saintly human beings.

Just as Valjean felt bound by the act of kindness of the Bishop of Digne, the love of Christ also binds us (cf. 2 Cor 5:14). The supreme sacrifice of Jesus on the cross reveals God’s unconditional love for humanity and the extension of that love to all individuals, regardless of their condition or past sins. This love binds us because it confronts us with our own imperfection and sinfulness, leading us to recognize our need for redemption.

This translates into a real understanding of what holiness is, not simply as moral acts, which is important, but as a consequence of feeling loved by God. The saint, therefore, is one who understands his misery and allows himself to be profoundly conditioned by God’s love for us in Jesus Christ on the cross, so as to change the course of his spiritual and moral life:

«and that He died for all, that those who live should not henceforth live unto themselves, but unto Him who died for them and rose again» (2Cor 5,15) «For God so loved the world that He gave His only begotten Son, that whosoever believeth in Him should not perish, but have everlasting life» (Jn 3, 16).

The question is: what to believe in? In doctrine? In the Bible? In the liturgy? Yes, but above all that God loves us:

«We have come to believe in God’s love: in these words the Christian can express the fundamental decision of his life. Being Christian is not the result of an ethical choice or a lofty idea, but the encounter with an event, a person, which gives life a new horizon and a decisive direction. Saint John’s Gospel describes that event in these words: “God so loved the world that he gave his only Son, that whoever believes in him should … have eternal life” (3:16). In acknowledging the centrality of love, Christian faith has retained the core of Israel’s faith, while at the same time giving it new depth and breadth. The pious Jew prayed daily the words of the Book of Deuteronomy which expressed the heart of his existence: “Hear, O Israel: the Lord our God is one Lord, and you shall love the Lord your God with all your heart, and with all your soul and with all your might” (6:4-5). Jesus united into a single precept this commandment of love for God and the commandment of love for neighbour found in the Book of Leviticus: “You shall love your neighbour as yourself” (19:18; cf. Mk 12:29-31). Since God has first loved us (cf. 1 Jn 4:10), love is now no longer a mere “command”; it is the response to the gift of love with which God draws near to us» (Benedetto XVI, Deus Caritas est, 1).

Jundiaì, 3 March 2025

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O CONSTRANGIMENTO PARA FAZER O BEM: A CONVERSÃO DE JEAN VALJEAN POR CAUSA DO BISPO DE DIGNE EM “OS MISERÁVEIS“

A pergunta é crer no quê? Na doutrina? Na Bíblia? Na Liturgia? Sim, mas acima de tudo que Deus nos ama.

— Reflexões pastorais —

Autor
Eneas De Camargo Bête

 

A literatura frequentemente aborda a temática da redenção e da transformação moral de seus personagens. Um exemplo marcante é a obra “Os Miseráveis” (1862), de Victor Hugo, em que a conversão do protagonista Jean Valjean é desencadeada pelo ato de bondade e generosidade do Bispo de Digne.

Valjean é inicialmente apresentado como um ex-presidiário que, após cumprir uma longa pena por roubar um pão para alimentar sua família, enfrenta a rejeição e a marginalização da sociedade. Esse ambiente hostil o leva a adotar uma postura endurecida em relação à humanidade.

No momento crucial da narrativa, Valjean rouba talheres de prata do Bispo Myriel. Esta cena marca um ponto de virada na vida de Valjean. Apesar do roubo, quando Valjean é capturado e levado de volta à casa do bispo pela polícia, o Bispo Myriel demonstra uma extraordinária compaixão e misericórdia. Ele diz à polícia que os talheres de prata foi um presente dado a Valjean, e ainda dá a ele dois castiçais de prata, aumentando a generosidade do “presente”. Este ato de bondade tem um impacto profundo em Valjean, influenciando suas ações pelo resto de sua vida.

A reação de Valjean diante da bondade do Bispo revela uma ambivalência interna. Por um lado, ele se sente constrangido e envergonhado por sua conduta anterior, reconhecendo a discrepância entre suas ações e o exemplo de amor e misericórdia do Bispo. Por outro lado, essa experiência desperta nele um desejo genuíno de mudança e uma vontade de retribuir o bem recebido.

A partir desse momento, Valjean se empenha em se tornar uma pessoa melhor e fazer o bem aos outros. Ele inicia sua jornada de redenção em Montreuil-sur-Mer, uma pequena cidade onde ele estabelece uma fábrica e implementa práticas de trabalho inovadoras e justas. Sua administração não só revitaliza a economia local, mas também melhora significativamente as condições de vida dos trabalhadores. Sua reputação como um homem justo e caridoso cresce, e ele é eventualmente eleito prefeito da cidade.

A transformação de Valjean não se limita ao sucesso empresarial e ao status social. Internamente, ele se dedica a viver uma vida de sacrifício e serviço aos outros, honrando sua promessa ao Bispo Myriel. Ele intervém em várias situações para ajudar pessoas em dificuldade, muitas vezes colocando sua própria segurança em risco. Um exemplo notável é sua interação com Fantine, uma trabalhadora de sua fábrica que caiu em desgraça. Ao descobrir a situação desesperadora de Fantine e sua filha, Cosette, Valjean se compromete a cuidar da menina, uma promessa que ele cumpre com grande dedicação e amor.

O paralelo entre a experiência de Valjean e o conceito do constrangimento para fazer o bem revela uma reflexão profunda sobre a natureza humana e a possibilidade de redenção. Ao apresentar um personagem que encontra a inspiração e a motivação para se tornar uma pessoa melhor através de um ato de generosidade, Victor Hugo ressalta a importância do amor e do perdão na transformação espiritual e moral.

A história de Jean Valjean em “Os Miseráveis“ nos leva a refletir sobre a capacidade do ser humano de se redimir e mudar sua trajetória de vida. Através do paralelo com o conceito do constrangimento para fazer o bem, percebemos que a experiência de receber generosidade e perdão incondicional pode desencadear uma profunda transformação. Assim como Valjean, somos confrontados com a ambivalência interna entre nossas ações passadas e a aspiração de nos tornarmos melhores seres humanos e, mais ainda, santos.

Assim como Valjean sentiu-se constrangido pelo ato de bondade do Bispo de Digne, o amor de Cristo também nos constrange (cf. 2Cor 5,14). O sacrifício supremo de Jesus na cruz revela o amor incondicional de Deus pela humanidade e a extensão desse amor a todos os indivíduos, independentemente de sua condição ou pecados passados. Esse amor nos constrange porque nos confronta com a nossa própria imperfeição e pecaminosidade, levando-nos a reconhecer nossa necessidade de redenção.

Disso resulta na real compreensão do que é santidade, não meramente como atos morais, que é importante, mas como consequência, do sentir-se amado por Deus. O santo, pois, é aquele que entende a sua miséria e se vê profundamente constrangido pelo amor de Deus por nós em Jesus Cristo na cruz, de forma que, muda o rumo de sua vida espiritual e moral:

«Disso resulta na real compreensão do que é santidade, não meramente como atos morais, que é importante, mas como consequência, do sentir-se amado por Deus. O santo, pois, é aquele que entende a sua miséria e se vê profundamente constrangido pelo amor de Deus por nós em Jesus Cristo na cruz, de forma que, muda o rumo de sua vida espiritual e moral: “E ele morreu por todos, para que os que vivem não vivam mais para si mesmos, mas para aquele que por eles morreu e ressuscitou”(2Cor 5,15); ou ainda: “Com efeito, de tal modo Deus amou o mundo, que lhe deu seu Filho único, para que todo o que nele crer não pereça, mas tenha a vida eterna”(Jo 3,16).

A pergunta é crer no quê? Na doutrina? Na Bíblia? Na Liturgia? Sim, mas acima de tudo que Deus nos ama:

«Deste modo pode o cristão exprimir a opção fundamental da sua vida. Ao início do ser cristão, não há uma decisão ética ou uma grande ideia, mas o encontro com um acontecimento, com uma Pessoa que dá à vida um novo horizonte e, desta forma, o rumo decisivo. No seu Evangelho, João tinha expressado este acontecimento com as palavras seguintes: “Deus amou de tal modo o mundo que lhe deu o seu Filho único para que todo o que n’Ele crer (…) tenha a vida eterna” (3, 16). Com a centralidade do amor, a fé cristã acolheu o núcleo da fé de Israel e, ao mesmo tempo, deu a este núcleo uma nova profundidade e amplitude. O crente israelita, de facto, reza todos os dias com as palavras do Livro do Deuteronómio, nas quais sabe que está contido o centro da sua existência: “Escuta, ó Israel! O Senhor, nosso Deus, é o único Senhor! Amarás ao Senhor, teu Deus, com todo o teu coração, com toda a tua alma e com todas as tuas forças” (6, 4-5). Jesus uniu — fazendo deles um único preceito — o mandamento do amor a Deus com o do amor ao próximo, contido noLivro do Levítico: “Amarás o teu próximo como a ti mesmo” (Jo 4, 10), agora o amor já não é apenas um “mandamento”, mas é a resposta ao dom do amor com que Deus vem ao nosso encontro» (Papa Bento XVI, Carta Encíclica Deus Caritas Est, n.1).

Jundiaì, 3 Marchar 2025

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L’insoddisfazione perenne: “Madama Bovary”, l’era dei social network e della santità alla porta accanto (italiano, português, english)

2 Gennaio 2025/in Catechesi/da Eneas De Camargo Bete

(texto original em português / english text after the portuguese originaly)

 

L’INSODDISFAZIONE PERENNE: “MADAME BOVARY”,
L’ERA DEI SOCIAL NETWORK E DELLA SANTITÀ ALLA PORTA ACCANTO

I social network amplificano l’insoddisfazione per la vita reale presentando una realtà filtrata e abbellita, dove i momenti di gioia sono esagerati, creando una percezione distorta della vita degli altri. Questo costante confronto con vite apparentemente perfette può aumentare i sentimenti di inadeguatezza, fallimento, invidia e insoddisfazione.

— Riflessioni pastorali —

Autore
Eneas De Camargo Bête

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L’insoddisfazione umana è una tematica senza tempo che si manifesta nella letteratura classica come nell’era dei social media. Nell’opera letteraria Madame Bovary (1856), Gustave Flaubert esplora l’insoddisfazione cronica di Emma Bovary per la sua vita ordinaria e la sua ricerca di un ideale romantico irraggiungibile.

L’opera cattura l’essenza della condizione umana e anticipa l’insoddisfazione moderna. Emma personifica la lotta contro la mediocrità e la ricerca di idealizzazioni romantiche, alimentate da letture che le fanno disprezzare la vita con il marito, Charles Bovary. La sua ricerca di evasione attraverso avventure amorose e lussi sconsiderati culmina nella rovina finanziaria ed emotiva, illustrando le conseguenze dell’insoddisfazione perpetuata dalle illusioni. L’esperienza di Emma riflette la condizione umana moderna, dove le idealizzazioni veicolate dai social media provocano un’insoddisfazione comparabile.

I social network amplificano l’insoddisfazione per la vita reale presentando una realtà filtrata e abbellita, dove i momenti di gioia sono esagerati, creando una percezione distorta della vita degli altri. Questo costante confronto con vite apparentemente perfette può aumentare i sentimenti di inadeguatezza, fallimento, invidia e insoddisfazione. Soprattutto tra i giovani, il confronto con i punti salienti rappresentati online da YouTuber e influencer porta a una bassa autostima e a sentimenti di inadeguatezza. L’esposizione continua a questi ideali irraggiungibili crea un circolo vizioso di confronto e insoddisfazione, simile a quello vissuto da Emma Bovary.

I social network promuovono una costante ricerca di convalida attraverso Mi piace, commenti e condivisioni, soprattutto tra i giovani. La mancanza di riconoscimento online può causare sentimenti di rifiuto ed esclusione, autolesionismo come meccanismo di sollievo temporaneo dal dolore emotivo e peggiorare le dinamiche tossiche dei social network. L’iperconnettività e la paura di perdersi qualcosa (FOMO: Fear of Missing Out) contribuiscono all’ansia costante. L’esposizione prolungata ad ambienti online competitivi può innescare o peggiorare la depressione, portando alla disperazione, al disinteresse per attività precedentemente piacevoli e, in casi estremi, a pensieri suicidi.

Contro l’ondata di insoddisfazione alimentata dalle illusioni, la santità nel quotidiano emerge come rimedio efficace, valorizzando le gioie semplici e genuine del quotidiano, frutti della Bontà divina. Questo concetto promuove un approccio più consapevole e grato alla realtà, concentrandosi sul presente e sulle piccole benedizioni che spesso vengono trascurate. Propone di accettare la vita così com’è, coltivando la gratitudine e la presenza invece di desiderare realtà alternative.

Il Santo Padre Francesco ci ricorda: «Mi piace vedere la santità nel popolo paziente di Dio … nei genitori che allevano i figli con amore, nei lavoratori, nei malati, nelle anziane consacrate che continuano a sorridere» (Gaudete et exsultate, n.7).

L’analisi dell’insoddisfazione perenne, dalla prospettiva letteraria di Madame Bovary alle manifestazioni nell’era dei social network, rivela una sfida costante della condizione umana: la ricerca della soddisfazione tra aspettative spesso irrealistiche. La santità della porta accanto emerge come una potente risposta a questo dilemma, offrendo un percorso verso un genuino apprezzamento della vita nelle sue forme più semplici e autentiche.

Concludo con un appello ai miei confratelli sacerdoti e alle Autorità Ecclesiastiche della Chiesa di Cristo, affinché tanti giovani non subiscano la stessa tragica sorte di Emma Bovary: svegliamoci di fronte a questa situazione!

Jundiaì, 2 gennaio 2025

 

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A INSATISFAÇÃO PERENE: “MADAME BOVARY”,
A ERA DAS REDES SOCIAIS E A SANTIDADE AO PÉ DA PORTA

As redes sociais amplificam a insatisfação com a vida real ao apresentar uma realidade filtrada e embelezada, onde momentos de alegria são exagerados, criando uma percepção distorcida da vida dos outros.

— Reflexões pastorais —

Autor
Eneas De Camargo Bête

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A insatisfação humana, tema atemporal, encontra expressão na literatura clássica e na era das redes sociais. Em Madame Bovary (1856), Gustave Flaubert explora a insatisfação crônica de Emma Bovary com sua vida ordinária e sua busca por um ideal romântico inatingível.

A obra captura a essência da condição humana e antecipa a insatisfação moderna. Emma personifica a luta contra a mediocridade e a busca por idealizações românticas, alimentadas por leituras que a fazem desprezar sua vida com o marido, Charles Bovary. Sua busca por escapismo através de aventuras amorosas e luxos imprudentes culmina em ruína financeira e emocional, ilustrando as consequências da insatisfação perpetuada por ilusões. A experiência de Emma reflete a condição humana moderna, onde idealizações veiculadas pelas redes sociais provocam insatisfação comparável.

As redes sociais amplificam a insatisfação com a vida real ao apresentar uma realidade filtrada e embelezada, onde momentos de alegria são exagerados, criando uma percepção distorcida da vida dos outros. Esse confronto constante com vidas aparentemente perfeitas pode aumentar sentimentos de inadequação, fracasso, inveja e insatisfação. Especialmente entre os jovens, a comparação com os altos momentos retratados online por youtubers e influencers leva a baixa autoestima e sentimentos de inadequação. A exposição contínua a esses ideais inatingíveis cria um ciclo vicioso de comparação e insatisfação, semelhante ao que vivenciou Emma Bovary.

As redes sociais promovem uma busca constante por validação através de curtidas, comentários e compartilhamentos, especialmente entre jovens. A falta de reconhecimento online pode causar sentimentos de rejeição e exclusão, automutilação como mecanismo de alívio temporário da dor emocional, e agravar a dinâmica tóxica das redes sociais. A hiperconectividade e o medo de perder algo (FOMO: Fear of Missing Out) contribuem para ansiedade constante. A exposição prolongada a ambientes online competitivos pode desencadear ou agravar a depressão, levando à desesperança, desinteresse em atividades antes prazerosas e, em casos extremos, pensamentos suicidas.

A correlação entre o uso excessivo das redes sociais e o aumento de transtornos mentais entre os jovens exige uma resposta multifacetada. É crucial promover a conscientização sobre os riscos associados ao uso desmedido dessas plataformas e incentivar a adoção de hábitos online saudáveis.

Contra a maré da insatisfação alimentada por ilusões, a santidade no cotidiano surge como um remédio eficaz, valorizando as alegrias simples e genuínas da vida diária, frutos da Bondade Divina. Esse conceito promove uma abordagem mais consciente e agradecida da realidade, focando no presente e nas pequenas bênçãos frequentemente ignoradas. Propõe a aceitação da vida como ela é, cultivando gratidão e presença em vez de anseios por realidades alternativas:

«Gosto de ver a santidade no povo paciente de Deus… nos pais que criam seus filhos com amor, nos trabalhadores, nos doentes, nas consagradas idosas que continuam a sorrir» (Papa Francisco, Gaudete et exsultate, n.7).

A análise da insatisfação perene, desde a perspectiva literária de Madame Bovary até as manifestações na era das redes sociais, revela um desafio constante da condição humana: a busca por satisfação em meio a expectativas muitas vezes irrealistas. A santidade «ao pé da porta» surge como uma resposta poderosa a esse dilema, oferecendo um caminho para a apreciação genuína da vida em suas formas mais simples e autênticas.

Termino com um apelo aos meus irmãos sacerdotes e para as demais lideranças da Igreja, para que muitos jovens não tenham o mesmo destino trágico de Emma Bovary: Acordemos para tal situação!

Jundiaì 30 de janeiro de 2025

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PERENNIAL DISSATISFACTION: “MADAME BOVARY”, THE ERA OF SOCIAL NETWORKS AND HOLINESS AT THE DOORS

The social networks amplify dissatisfaction with real life by presenting a filtered and embellished reality, where moments of joy are exaggerated, creating a distorted perception of the lives of others.

— pastoral reflections —

Autor
Eneas De Camargo Bête

 

The human dissatisfaction is a timeless theme that manifests itself in classical literature as well as in the era of social media. In the literary work Madame Bovary (1856), Gustave Flaubert explores Emma Bovary’s chronic dissatisfaction with her ordinary life and her search for an unattainable romantic ideal.

The work captures the essence of the human condition and anticipates modern dissatisfaction. Emma personifies the struggle against mediocrity and the search for romantic idealizations, fueled by readings that make her despise life with her husband, Charles Bovary. His search for escape through romantic adventures and reckless luxuries culminates in financial and emotional ruin, illustrating the consequences of dissatisfaction perpetuated by illusions. Emma’s experience reflects the modern human condition, where the idealizations conveyed by social media cause similar dissatisfaction.

The social networks amplify dissatisfaction with real life by presenting a filtered and embellished reality, where moments of joy are exaggerated, creating a distorted perception of the lives of others. This constant comparison with seemingly perfect lives can increase feelings of inadequacy, failure, envy and dissatisfaction. Especially among young people, comparison with the highlights represented online by YouTubers and influencers leads to low self-esteem and feelings of inadequacy. Continued exposure to these unattainable ideals creates a vicious cycle of comparison and dissatisfaction, similar to that experienced by Emma Bovary.

The social networks promote a constant search for validation through likes, comments and shares, especially among young people. Lack of online recognition can cause feelings of rejection and exclusion, self-harm as a temporary relief mechanism for emotional pain, and worsen toxic social network dynamics. Hyperconnectivity and fear of missing out (FOMO: Fear of Missing Out) contribute to constant anxiety. Prolonged exposure to competitive online environments can trigger or worsen depression, leading to hopelessness, disinterest in previously enjoyable activities and, in extreme cases, suicidal thoughts.

Against the wave of dissatisfaction fueled by illusions, holiness in everyday life emerges as an effective remedy, enhancing the simple and genuine joys of everyday life, fruits of divine goodness. This concept promotes a more conscious and grateful approach to reality, focusing on the present and the small blessings that are often overlooked. He proposes accepting life as it is, cultivating gratitude and presence instead of desiring alternative realities:

«I like to see holiness in God’s patient people […] in parents who raise their children with love, in workers, in the sick , in the elderly consecrated women who continue to smile» (Holy Father Francis, Gaudete et exsultate, n.7).

The analysis of perennial dissatisfaction, from the literary perspective of “Madame Bovary” to manifestations in the era of social networks, reveals a constant challenge of the human condition: the search for satisfaction amidst often unrealistic expectations. The sanctity of the front door emerges as a powerful response to this dilemma, offering a path to a genuine appreciation of life in its simplest and most authentic forms.

I conclude with an appeal to my confreres priests and the ecclesiastics auctority of the Christ’s Church, so that many young people do not suffer the same tragic fate as Emma Bovary: let’s wake up to this situation!

Jundiaì, 2 January 2025

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Coincidentia oppositorum. Tra utopia e integralisti cattolici sessuofobici

6 Novembre 2024/in Catechesi/da Padre Simone

COINCIDENTIA OPPOSITORUM. TRA UTOPIA E INTEGRALISTI CATTOLICI SESSUOFOBICI Certi tristi personaggi sono capaci a criticare due omosessuali che, vuoi per mancanza di pudore, vuoi per stupida provocazione, si baciano in piena strada alla luce del sole appoggiati al muro di un palazzo, ma non si curano affatto, né si scandalizzano minimamente che sulle impalcature, al...

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MANUELA LUZZARDI 

 

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