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Il narcisista maligno e l’uso di blog e social per arrecare danno alla Chiesa e ai suoi fedeli servitori

31 Marzo 2026/in Attualità/da Padre Ariel

IL NARCISISTA MALIGNO E L’USO DI BLOG E SOCIAL PER ARRECARE DANNO ALLA CHIESA E AI SUOI FEDELI SERVITORI

Certe formule tipiche del clericalismo imprevidente, quali ad esempio «ignorarlo», «non abbassarsi al suo livello», «lasciarlo parlare», «tanto tra un mese se lo saranno scordato» … non hanno prodotto alcun risultato e ciò che avrebbe dovuto essere stroncato sul nascere è stato lasciato crescere. Risultato: il silenzio, anziché una condanna all’oblio ha elargito la più efficace delle legittimazioni.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Il narcisista maligno è un soggetto affetto da un serio disturbo che lo rende particolarmente nocivo, in quanto dotato di una personalità che se inserita in certi contesti diviene principio attivo di disfacimento, capace di trasformare le relazioni umane in strumento di dominio e di distruzione. È la forma di narcisismo più degenerativa, ma soprattutto più pericolosa.

La celebre criminologa e psicologa italiana Roberta Bruzzone ha approfondito in ambito scientifico questa figura complessa, sino a divenire oggetto essa stessa di azioni di disturbo e di esposizioni polemiche, accompagnate anche dalla presentazione di esposti a suo carico presso l’Ordine degli Psicologi (cfr. qui), il tutto come già avvenuto in precedenza per lo psicologo Amedeo Cencini, presbitero della Congregazione canossiana, a sua volta oggetto di analoghe iniziative giudicate totalmente prive di fondamento dalla competente sede disciplinare (cfr. qui).

In tale configurazione emerge una dimensione particolarmente rilevante: l’uso sistematico del linguaggio come strumento di aggressione e di controllo. Il narcisista maligno non si limita a esprimere giudizi, ma costruisce interventi ripetuti, attraverso scritti e prese di posizione pubbliche, caratterizzati da un tono polemico, delegittimante e offensivo. L’aggressione verbale non è occasionale, ma reiterata; non è reazione, ma un metodo inserito all’interno di una personalità aggressivo-distruttiva unita a una convinzione implicita: ritiene di godere del diritto unilaterale all’offesa. Solo alcuni esempi tra i tanti: egli può permettersi di dare del «rozzo scaricatore di porto» e del «burino arrogante» al Presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (cfr. qui), può tacciare l’arcivescovo vicegerente della Diocesi di Roma di essere un «fallito nella vita, un incompetente e un ignorante» (cfr. qui), può scrivere decine di articoli per insolentire un cardinale sino ad accusarlo di essere un «bugiardo» che «abusa delle coscienze» (cfr. qui), può dare della «megera di paese», dell’«analfabeta» e del «lecchino» al direttore dei Media Vaticani (cfr. qui). Tuttavia, nel momento in cui è lui oggetto di critica o di smentita — senza che alcuno gli lanci le offese che abitualmente lancia lui agli altri —, ecco che attiva una reazione opposta e speculare: si percepisce come vittima e come tale si dichiara e presenta, interpreta la confutazione come aggressione e rivendica per sé una tutela che egli stesso nega sistematicamente agli altri. La realtà viene così riorganizzata secondo uno schema nel quale il soggetto, pur essendo l’agente dell’attacco, si rappresenta come destinatario di un’ingiustizia, o di una discriminazione. Da qui prende avvio una dinamica reattiva che può assumere forme progressivamente sempre più invasive e violente.

Con la costruzione di narrazioni reiterate, la ripetizione di accuse, le insinuazioni e le letture distorte dei fatti, il narcisista maligno crea nel tempo un clima di sospetto attorno ai bersagli individuati. Giunge a servirsi persino degli strumenti giudiziari, non per tutelare un diritto, ma come mezzi di pressione per tentare di colpire e logorare l’altro con azioni di disturbo e di intimidazione. A questo scopo, egli è in grado di individuare e coinvolgere professionisti che, lungi dall’essere maschi alfa, per debolezza e scarsa lucidità critica finiscono per assecondarne le dinamiche dando vita ad azioni legali prive di reale consistenza, piegando l’esercizio della professione a una funzione di aggressione indiretta attraverso esposti e citazioni in giudizio temerarie che non superano neppure le fasi preliminari del vaglio giudiziario, ma producono però logoramento, dispendio di risorse e pressione continua. In questo modo, anche il diritto è trasformato in strumento di violenza. Il narcisista maligno non ha bisogno di vincere: gli basta attivare il meccanismo. Per lui, disturbare è già colpire e colpire è per lui già una forma di autoaffermazione (cfr. qui).

La distruzione dell’altro avviene così prevalentemente per erosione. Non si assiste necessariamente a un attacco diretto, ma a un progressivo svuotamento dell’autorevolezza: allusioni, accostamenti, insinuazioni, letture malevole dei fatti finiscono per creare una percezione negativa che precede e sostituisce il giudizio sulla realtà. A questo si aggiunge l’assenza di limite, data dal fatto che non si è di fronte a deviazioni occasionali, ma a una configurazione nella quale la menzogna, la manipolazione, la delegittimazione e la distruzione della reputazione altrui diventano strumenti ordinari. In questa prospettiva, anche la sessualità perde il suo significato umano e relazionale per essere ridotta a mezzo. Non è più espressione disordinata di una fragilità, ma strumento utilizzato in modo consapevole per ottenere consenso, esercitare influenza, creare legami di dipendenza o consolidare posizioni acquisite. Il rapporto con il corpo e con l’altro risulta così deformato in senso funzionale: non vi è più incontro, ma utilizzo; non vi è più relazione, ma controllo.

In questa riduzione della sessualità a strumento si manifesta un passaggio ulteriore. Là dove viene meno la possibilità di una relazione autentica, non viene meno il bisogno di affermazione e di dominio. L’altro, già privato della sua consistenza personale, non è più soltanto utilizzato, ma progressivamente assoggettato. La relazione, svuotata dall’interno, lascia spazio a una dinamica nella quale il controllo sostituisce l’incontro. È in questo contesto che emerge anche la componente sadica. Il narcisista maligno non solo non prova rimorso per il male arrecato, ma giunge a trarre una forma di piacere nel vedere l’altro umiliato, isolato, distrutto. La sofferenza altrui non rappresenta più un limite, ma diventa conferma del proprio dominio. Anche per questo è difficile combattere il narcisista maligno, perché chi lo fa è dotato interiormente di scrupoli, di senso etico, ma soprattutto di limiti. Col narcisista maligno la lotta risulta invece impari e molto difficile, perché dal canto suo è privo di scrupoli e di senso etico, ma soprattutto non conosce limiti.

Il luogo stesso del piacere, nel narcisista maligno è progressivamente trasferito. Ciò che nell’ordine umano trova il proprio compimento nell’eros, nella relazione e nel dono, viene svuotato e ricollocato altrove. Là dove la dimensione affettiva è compromessa, egli non smette di cercare il piacere, ma ne altera la sede e la struttura. Non è più l’incontro con l’altro a generarlo, ma il suo assoggettamento; non è più la reciprocità, ma il dominio; non è più la comunione, ma la distruzione. In questo senso, il sadismo non costituisce un’aggiunta secondaria, ma il luogo stesso nel quale il piacere si ricolloca. Il dolore inflitto all’altro non è un effetto collaterale, ma diventa principio di gratificazione. È a questo modo che si realizza un rovesciamento radicale dell’ordine umano: ciò che dovrebbe costituire un limite — il male arrecato — viene interiormente assunto come criterio di conferma e come fonte di piacere.

A ciò si aggiunge un elemento ulteriore, spesso trascurato: il narcisista maligno, pur essendo soggetto attivo di dinamiche distruttive, può essere utilizzato da soggetti più lucidi e spregiudicati, che operano all’interno dei medesimi organismi ecclesiali, divenendo strumento operativo di strategie che gli vengono suggerite. La sua struttura psicologica lo rende particolarmente predisposto a essere attivato mediante dinamiche di lusinga e di conferma: è sufficiente fargli credere di esercitare un ruolo determinante o di agire in nome di un interesse superiore. In tal modo, egli si presta a svolgere funzioni di attacco, di disturbo e di delegittimazione. Ciò che rende insidiosa questa dinamica è la dissociazione tra chi agisce e chi orienta l’azione in forma indiretta e spesso anonima, evitando l’esposizione personale; mentre il narcisista maligno, non avendo nulla da perdere sul piano ecclesiale, professionale e patrimoniale, assume su di sé l’azione visibile, diventando il volto esposto, su blog e social, di iniziative altrui. Quello che nel linguaggio delle scienze politiche è noto come “utile idiota”: colui che sostiene un’ideologia senza comprenderne le reali finalità e finendo per arrecare danno anche a se stesso.

Il tratto più rivelatore resta la replica alla critica. Qualsiasi tentativo di riportare i fatti alla loro verità viene vissuto come minaccia. Da qui nasce una reazione che non mira al chiarimento, ma alla neutralizzazione dell’interlocutore. In tale processo, la verità cessa di essere criterio e diventa variabile. Ciò che conta non è ciò che è, ma ciò che può essere imposto come tale. E se quanto da lui affermato viene smentito e dimostrato essere falso (cfr. qui), le sue reazioni assumeranno la forma di una violenza distruttiva furiosa. Per questo, simili personalità che si radicano nella Chiesa non rappresentano solo un problema individuale, ma un fattore di alterazione strutturale. Il danno più grave non è solo quello arrecato alle singole persone, ma quello inferto alla stessa credibilità ecclesiale.

Gravi le responsabilità delle Autorità Ecclesiastiche che hanno omesso qualsiasi intervento a tutela dell’immagine della Chiesa, della Santa Sede e dei suoi servitori ripetutamente insolentiti. Certe formule tipiche del clericalismo imprevidente, quali ad esempio «ignorarlo», «non abbassarsi al suo livello», «lasciarlo parlare», «tanto tra un mese se lo saranno scordato» … non hanno prodotto alcun risultato e ciò che avrebbe dovuto essere stroncato sul nascere è stato lasciato crescere. Risultato: il silenzio, anziché una condanna all’oblio ha elargito la più efficace delle legittimazioni, perché chi agisce in modo sistematico attraverso questi canali social trae forza proprio dall’assenza di una risposta che finisce col conferire una patente di impunità, dando alla persona la convinzione di poter agire senza conseguenze e alzando il livello dell’offesa di volta in volta.

E non si sorvoli poi sul grave danno prodotto in modo più sottile e pericoloso all’interno del clero. È infatti nel tessuto ordinario della vita ecclesiale, tra canoniche, sacrestie, monasteri estetici arcobalenati e conversazioni quotidiane, che ha preso forma una convinzione semplice e devastante: se quel tal bloghettaro continua ad aggredire e insolentire ecclesiastici, prelati e dicasteri della Santa Sede senza che nessuno intervenga, allora ciò che dice deve essere vero, specie considerando in che modo afferma con sicurezza nei suoi video: «noi in Vaticano … qui in Vaticano … qua dentro in Vaticano …». Non andrebbe infatti dimenticato che anche nel clero ci sono uomini semplici e fragili, forse oggi più di ieri. Non avrebbe quindi il dovere, l’Autorità Ecclesiastica, ripiegata nel proprio silenzio omissivo generato da senso di superiorità, di tutelarli e proteggerli dal veleno di notizie false e fuorvianti?

Specie dopo aggressioni particolarmente offensive, il soggetto in questione afferma che nessuno ha mai denunciato lui e il suo blog, perché, a suo dire, diffonde verità incontrovertibili, coperte — nientemeno! — da documenti probanti che è pronto a tirare fuori se qualcuno osasse smentirlo. È così che il silenzio e il non agire clericale sono capovolti e trasformati in elementi di legittimazione. Il tutto, grazie a un clericalismo auto-assolutizzante, segnato da un senso di superiorità sterile e, per questo, profondamente autolesivo. Perché, come i fatti dimostrano, molti preti non leggono Avvenire ma leggono quel blog di pettegolezzi avvelenati e avvelenanti.

Complimenti al bel tacer clericale che ignora e giammai si abbasserebbe a certi livelli, in virtù della sua presunta superiorità che lo porta a non vedere e a non sentire; quindi, a tacere e a non difendere, dal falso e dal violento, i preti e il Popolo di Dio, che non conoscono più neppure l’esistenza de L’Osservatore Romano, ma conoscono in compenso quel Signore che afferma con sicumera «noi in Vaticano … qui in Vaticano … qua dentro in Vaticano …».

Complimenti al bel tacer clericale!

Dall’Isola di Patmos, 31 marzo 2026

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