La cremazione del corpo? Può essere un’ottima scelta cattolica
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LA CREMAZIONE DEL CORPO? PUÒ ESSERE UN’OTTIMA SCELTA CATTOLICA
Se ci sono teologi pronti a credere e a insegnare che i corpi usciranno dalle tombe per riprendere le proprie sembianze fisiche, confondendo il mistero della fede sulla risurrezione con la lunga produzione di film horror sugli zombies, allora tanto vale che si rassegnino: quella descrizione, con tanto di corpi ricomposti in carne e ossa, la troveranno assai meglio illustrata nel Paradiso coranico, comprensivo anche di settanta vergini, tanto per non farsi mancare niente di materiale, sia in libagioni che altro ancora.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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La Chiesa Cattolica permette la cremazione dal 1963, da quando il Sant’Uffizio, con l’istruzione Piam et constantem del 5 luglio di quell’anno, stabilì che non è «di per sé contraria alla religione cristiana» e che ai fedeli che l’avessero scelta non fossero più negati i sacramenti e le esequie, a condizione che tale scelta non fosse motivata «come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa».

Da allora la disciplina è passata nel Codice di Diritto Canonico del 1983 (can. 1176 §3) e in quello delle Chiese Orientali del 1990. È una distinzione che va tenuta ferma fin dall’inizio: un conto è la liceità della pratica, un altro è la preferenza per l’inumazione. La Chiesa vieta invece in modo assoluto la dispersione delle ceneri e la loro conservazione in casa, come vedremo.
Un inciso storico: merita ricordare che la cremazione era stata condannata dalla Chiesa con decreto del Sant’Uffizio del 12 maggio 1886, negli anni in cui la sua pratica era stata assunta dalla Massoneria come bandiera ideologica in funzione anticlericale, per negare pubblicamente le verità di fede sulla vita eterna e, soprattutto, sulla risurrezione dei morti.
La teologia non ha nulla da temere dalla cremazione in sé. Il fuoco non tocca l’anima e non limita in alcun modo l’onnipotenza divina nel risuscitare i corpi: Dio che ha tratto l’uomo dalla polvere può richiamarlo dalla cenere così come dalla terra. O forse non si pronuncia, proprio nella liturgia delle Ceneri con cui prende avvio la Quaresima: «polvere tu sei e in polvere ritornerai» (Gen 3,19)? La cremazione può essere scelta per ragioni igieniche, economiche, ecologiche o anche etiche, ed è una scelta del tutto legittima per un fedele cattolico.
Non possiamo poi dimenticare la carenza di spazi nei cimiteri delle grandi città. Inoltre va considerato che, al contrario di Nazioni abitate da poche decine di milioni di persone distribuite su territori sconfinati, al mondo ve ne sono altre nelle quali la densità di popolazione è invece molto alta: in quei casi, la cremazione, più che auspicabile andrebbe raccomandata. Sorvoliamo poi sugli ecomostri di vari cimiteri nei quali, per mancanza di spazio sui terreni, si è puntato in altezza costruendo orribili palazzi di cinque piani per contenere i loculi al loro interno. Nella gran parte dei cimiteri italiani non ci sono più luoghi di sepoltura a terra, dove sarebbe naturale deporre il corpo mediante l’antico gesto della sua restituzione alla terra stessa. Non abbiamo gli spazi di cui dispongono altre popolazioni, per esempio negli Stati Uniti d’America, in Australia e altri luoghi nei quali i cimiteri sono dei grandi parchi verdi, i cosiddetti Rural Cemetery Movement (cimitero giardino), chiamati oggi più comunemente Lawn Cemetery o Memorial Park (parco memoriale).
Questi luoghi estesi su ampi prati verdi alberati, non sembrano neppure luoghi di sepoltura, perlomeno per noi italiani ed europei di ceppo latino, abituati a tombe che variano dalle antiche cappelle funerarie monumentali di pregevole interesse artistico a loculi e tombe di raro cattivo gusto. Nei “cimiteri giardino”, per mantenere l’aspetto di un prato uniforme, le lapidi sono spesso piatte e collocate a livello del terreno. Non ci sono muretti, recinzioni individuali o tombe di famiglia monumentali che interrompono la vista: alberi, sentieri e laghetti integrano il cimitero nel paesaggio naturale, trasformandolo in un luogo di pace anche per i visitatori, dov’è possibile portare a giocare i bambini o gli animali a passeggio. Come però dicevamo, da gran parte dei cimiteri le sepolture a terra sono ormai sparite e la nostra densità di popolazione non ci consente luoghi come i Lawn Cemetery o Memorial Park. In certi casi, è meglio la cremazione o la tumulazione al quinto piano di un condominio cimiteriale? Grazie a Dio è concessa la libera scelta, anche da Santa Madre Chiesa.
Non è dunque un caso che il Magistero recente abbia sentito il bisogno di intervenire proprio su questo terreno, per accompagnare pastoralmente scelte sempre più diffuse senza lasciarle prive di una cornice di senso. Tenendo conto di queste nuove necessità e delle relative problematiche, l’istruzione Ad resurgendum cum Christo emanata il 15 agosto 2016 dal Dicastero per la Dottrina della Fede, ha aggiornato Piam et constantem precisando le norme sulla conservazione delle ceneri. Il documento è netto: le ceneri devono ricevere la stessa cura e lo stesso rispetto riservati al corpo, e vanno conservate in un luogo sacro: il cimitero, o una chiesa, o un’area a ciò dedicata dall’autorità ecclesiastica competente (n. 5). La contrarietà della Chiesa, dunque, non è verso la cremazione in sé e per sé, semmai verso ciò che con essa si potrebbe voler manifestare o apertamente negare.
La tradizione cristiana ha sempre prediletto l’inumazione per tre ragioni che Ad resurgendum cum Christo riassume con precisione. Anzitutto perché richiama il corpo di Cristo deposto nel sepolcro ed esprime con maggiore forza simbolica l’attesa della risurrezione della carne (cfr. n. 3). Poi perché il corpo umano, mediante il Battesimo, è diventato tempio dello Spirito Santo e la teologia spinge a trattarlo con la massima vicinanza fisica possibile, anche nel gesto di affidarlo alla terra. Infine perché la sepoltura custodisce la comunione tra i vivi e i morti, favorendo il ricordo e la preghiera. È per questo — non per un sospetto verso il fuoco in sé — che la Chiesa vieta la dispersione delle ceneri in natura, la loro conversione in gioielli e oggetti commemorativi e la loro conservazione in casa, questo al fine di evitare derive panteiste, naturaliste o nichiliste, oltre alla mercificazione del ricordo del defunto (cfr. n. 7). Solo in circostanze gravi ed eccezionali, legate a condizioni culturali locali, l’Ordinario può concedere la conservazione domestica, mai divisa, però, tra i diversi nuclei familiari (cfr. n. 6).
Un breve excursus storico aiuta a mettere le cose in prospettiva. Nella Roma arcaica prevaleva l’inumazione. Dalla tarda Repubblica la cremazione prese il sopravvento: fu Silla, nel 79 a.C., il primo membro della gens Cornelia — tradizionalmente fedele alla sepoltura in terra — a farsi cremare, forse per timore che il suo cadavere venisse oltraggiato dai nemici. Da lì la cremazione rimase il rito dominante per tutta la tarda Repubblica e per il primo e il secondo secolo dell’Impero: il corpo veniva bruciato su una pira insieme a oggetti personali e offerte e i resti raccolti in un’urna cineraria custodita in tombe o colombari, come quello ancora visibile di Pomponio Hylas sulla via Appia.
Fu con Adriano (117-138 d.C.) che l’inumazione tornò gradualmente di moda — l’imperatore stesso fu forse il primo a farsi inumare anziché cremare — con la costruzione di sarcofagi scolpiti sempre più diffusa nel II secolo e generalizzata nel III, anche nelle province. Su questa svolta pesarono più fattori — mutamenti nel gusto, nell’urbanizzazione e soprattutto nelle idee sull’aldilà — ma vi contribuì senza dubbio anche la crescente diffusione del Cristianesimo, che considerava la cremazione irrispettosa verso un corpo destinato alla risurrezione.
Le ragioni profonde di questa inversione di tendenza restano peraltro dibattute tra gli storici. Già negli anni Trenta del Novecento Arthur Darby Nock1 osservava come il passaggio all’inumazione seguisse, almeno inizialmente, una moda sociale diffusasi dall’alto verso il basso più che un preciso ripensamento dottrinale sull’aldilà; una lettura ripresa e ampliata da Jocelyn M. C. Toynbee2. Resta il fatto, comunque lo si spieghi, che proprio in quei decenni i cristiani scavavano le prime catacombe romane riservando ai propri morti l’inumazione fin dal principio, per consapevole e voluta distanza dall’uso allora ancora dominante della cremazione nella società romana.
È qui che vale la pena fermarsi su un punto più ampio, che vale per questo come per altri casi: fin dalla prima epoca cristiana si cercò di tracciare nette distinzioni rispetto a quelle che erano ritenute usanze pagane. Eppure, in altre circostanze, numerosi elementi e simboli della paganitas romana sono stati presi, svuotati del loro significato originario e riempiti di simbologia cristiana, questo tanto in ambito liturgico — si pensi all’adozione della stola come simbolo per eccellenza del sacerdozio ministeriale, o altri elementi divenuti parati liturgici —, per seguire in ambito amministrativo con l’adozione di termini e strutture organizzative come le curie e le diocesi, mutuati in larga parte dal diritto romano. La storia della Chiesa non è mai stata un rifiuto in blocco del mondo che la circondava, ma un esercizio di buonsenso in cui si è valutato, caso per caso, ciò che andava rigettato e ciò che poteva essere purificato e assunto.
Alcuni teologi che demonizzano la cremazione ricollegandola direttamente al mistero della risurrezione dei morti rischiano seriamente, per eccesso di zelo, di scivolare in una forma di paganesimo capovolto: un esoterismo del tutto involontario. I corpi che escono dalle tombe riassumendo le proprie sembianze sono immagini catechetiche, create per i semplici e per chi non sapeva neppure leggere, pensiamo ai cicli di affreschi che ancora oggi si trovano in tante chiese monumentali e cattedrali. Sono immagini pedagogiche, non descrizioni teologiche del come. Collegare la contrarietà alla cremazione a una lettura così letterale della risurrezione dei corpi denota — cosa grave, se a farlo sono dei teologi — una comprensione impropria del mistero.
San Paolo lo aveva già chiarito con precisione mirabile nella Lettera ai Filippesi:
«la nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,20-21).
È da questa teologia paolina che discende una delle formule più belle della liturgia dei defunti: nella Preghiera Eucaristica III, facendo memoria del fratello o della sorella defunti, la Chiesa prega che Dio, quando «farà sorgere i morti dalla terra», «trasformerà il nostro corpo mortale a immagine del suo corpo glorioso» (Messale Romano, Prex Eucharistica III, citando Fil 3,20-21).
Il cuore della dottrina sta proprio in queste due parole: trasformazione e conformazione. E qui va chiarito che non si tratta della ricomposizione meccanica delle particelle fisiche disperse di un cadavere, quasi che la potenza di Dio dipendesse dalla conservazione della materia originaria: sarebbe, quello sì, un pensiero magico. Si tratta piuttosto della continuità della persona, identità e storia comprese, portata da Dio a una condizione nuova intesa come “conforme” — σύμμορφος (symmorphos), la stessa parola usata dall’Apostolo Paolo in Romani 8,29 a proposito della predestinazione dei credenti — al corpo glorioso del Cristo risorto. È lo stesso mistero pasquale della morte, sepoltura e risurrezione che agisce nel credente attraverso il Battesimo e trova compimento nell’ultimo giorno, qualunque sia stata la sorte fisica delle sue spoglie mortali. O vogliamo forse temere che Dio possa avere difficoltà nel restituire un corpo alle anime dei defunti nel giorno della risurrezione dei morti?
In caso contrario, se ci sono teologi pronti a credere e a insegnare che i corpi usciranno dalle tombe per riprendere le proprie sembianze fisiche, confondendo il mistero della fede sulla risurrezione con la lunga produzione di film horror sugli zombies, allora tanto vale che si rassegnino: quella descrizione, con tanto di corpi ricomposti in carne e ossa, la troveranno assai meglio illustrata nel Paradiso coranico, comprensivo anche di settanta vergini, tanto per non farsi mancare niente di materiale, sia in libagioni che altro ancora.
Dall’Isola di Patmos, 22 agosto 2026
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NOTE
1 A.D. Nock, Cremation and Burial in the Roman Empire, «Harvard Theological Review» 25, 1932, pp. 32-59.
2 J.M.C. Toynbee, Death and Burial in the Roman World, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1996.
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CREMATION OF THE BODY? IT CAN BE AN EXCELLENT CATHOLIC CHOICE
Should there be theologians ready to believe and to teach that bodies will come out of their tombs to resume their physical likeness, confusing the mystery of faith concerning the resurrection with the long line of zombie horror films, then they might as well resign themselves: that description, complete with bodies reassembled in flesh and bone, they will find far better illustrated in the Qur’anic Paradise, seventy virgins included, so as not to lack for anything material, in feasting and more besides.
— Current Ecclesial Affairs —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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The Catholic Church has permitted cremation since 1963, when the Holy Office, with the instruction Piam et constantem of 5 July of that year, established that cremation is not “in itself contrary to the Christian religion” and that the faithful who chose it should no longer be denied the sacraments and funeral rites, provided that the choice was not motivated “as a denial of Christian dogmas, or out of a sectarian spirit, or out of hatred for the Catholic religion and the Church.”

Since then the discipline has passed into the 1983 Code of Canon Law (can. 1176 §3) and into that of the Eastern Churches of 1990. This is a distinction that must be firmly maintained from the outset: one thing is the licitness of the practice, another is the preference for burial. The Church, however, absolutely forbids the scattering of ashes and their preservation at home, as we shall see.
A historical aside: it is worth recalling that cremation had been condemned by the Church by decree of the Holy Office of 12 May 1886, in the years when the practice had been taken up by Freemasonry as an ideological banner in an anticlerical key, in order to publicly deny the truths of faith concerning eternal life and, above all, the resurrection of the dead.
Theology has nothing to fear from cremation in itself. Fire does not touch the soul, nor does it in any way limit divine omnipotence in raising bodies: the God who drew man from dust can call him back from ashes just as well as from earth. Or does Scripture not say, precisely in the liturgy of Ashes with which Lent begins: “for you are dust, and to dust you shall return” (Gen 3:19)? Cremation may be chosen for hygienic, economic, ecological, or even ethical reasons, and it is an entirely legitimate choice for a Catholic faithful. Nor can we forget the shortage of space in the cemeteries of large cities. It should also be considered that, unlike nations inhabited by a few tens of millions of people spread across vast territories, there are other places in the world where population density is instead very high: in those cases, cremation, far from being merely advisable, should actually be recommended. Let us pass over the architectural monstrosities of various cemeteries where, for lack of space on the ground, height has been exploited, building hideous five-storey blocks to house the niches inside them.
In most Italian cemeteries there are no longer any burial plots in the ground, where it would be natural to lay the body through the ancient gesture of restoring it to the earth itself. We do not have the space available to other peoples — for example in the United States, in Australia, and other places where cemeteries are vast green parks, the so-called Rural Cemetery Movement (garden cemetery), now more commonly called the Lawn Cemetery or Memorial Park. These places, spread over broad tree-lined lawns, hardly even look like burial grounds, at least to us Italians and Latin Europeans, accustomed to tombs ranging from ancient funerary chapels of considerable artistic value to niches and tombs of rare bad taste. In these “garden cemeteries,” to maintain the appearance of a uniform lawn, headstones are often flat and set at ground level. There are no low walls, individual enclosures, or monumental family tombs to interrupt the view: trees, paths, and small lakes integrate the cemetery into the natural landscape, turning it into a place of peace even for visitors, where it is possible to bring children to play or walk pets. As we were saying, however, ground burial has by now disappeared from most cemeteries, and our population density does not allow for places like the Lawn Cemetery or Memorial Park. In certain cases, is it better to be cremated, or entombed on the fifth floor of a cemetery apartment block? Thank God, free choice is granted, even by Holy Mother Church.
It is therefore no coincidence that the recent Magisterium has felt the need to intervene precisely on this terrain, in order to pastorally accompany increasingly widespread choices without leaving them devoid of a framework of meaning. Taking account of these new needs and their related problems, the instruction Ad resurgendum cum Christo, issued on 15 August 2016 by the Dicastery for the Doctrine of the Faith, updated Piam et constantem by specifying the norms for the preservation of ashes. The document is unambiguous: ashes must receive the same care and respect given to the body, and must be kept in a sacred place: the cemetery, or a church, or an area dedicated to this purpose by the competent ecclesiastical authority (n. 5). The Church’s opposition, then, is not to cremation in and of itself, but rather to what one might wish to express or openly deny through it.
Christian tradition has always favored burial for three reasons that Ad resurgendum cum Christo summarizes with precision. First, because it recalls the body of Christ laid in the tomb, and expresses with greater symbolic force the expectation of the resurrection of the flesh (cf. n. 3). Second, because the human body, through Baptism, has become a temple of the Holy Spirit, and theology urges that it be treated with the greatest possible physical closeness, even in the gesture of entrusting it to the earth. Finally, because burial safeguards communion between the living and the dead, fostering remembrance and prayer. It is for this reason — not out of any suspicion toward fire in itself — that the Church forbids the scattering of ashes in nature, their conversion into jewelry or commemorative objects, and their preservation at home, in order to avoid pantheistic, naturalistic, or nihilistic drifts, as well as the commodification of the memory of the deceased (cf. n. 7). Only in serious and exceptional circumstances, tied to local cultural conditions, may the Ordinary grant domestic preservation, though never divided, however, among different family units (cf. n. 6).
A brief historical excursus helps put things in perspective. In archaic Rome, burial prevailed. From the late Republic onward, cremation gained the upper hand: it was Sulla, in 79 BC, the first member of the gens Cornelia — traditionally faithful to burial in the earth — to be cremated, perhaps for fear that his corpse would be desecrated by his enemies. From then on cremation remained the dominant rite throughout the late Republic and the first two centuries of the Empire: the body was burned on a pyre together with personal belongings and offerings, and the remains gathered in a cinerary urn kept in tombs or columbaria, such as the one still visible belonging to Pomponius Hylas on the Appian Way.
It was under Hadrian (117–138 AD) that burial gradually came back into fashion — the emperor himself was perhaps the first to be buried rather than cremated — with the construction of carved sarcophagi becoming increasingly widespread in the second century and generalized in the third, even in the provinces. Several factors weighed on this shift — changes in taste, in urbanization, and above all in ideas about the afterlife — but the growing spread of Christianity, which considered cremation disrespectful toward a body destined for resurrection, undoubtedly contributed to it as well.
The deeper reasons for this reversal of trend remain, moreover, debated among historians. Already in the 1930s, Arthur Darby Nock1 observed how the shift to burial followed, at least initially, a social fashion that spread from the top down rather than a precise doctrinal rethinking of the afterlife; a reading later taken up and expanded by Jocelyn M. C. Toynbee2. What remains true, however one explains it, is that in precisely those decades Christians were digging the first Roman catacombs, reserving burial for their own dead from the very outset, in conscious and deliberate distance from the then still dominant use of cremation in Roman society.
This is where it is worth pausing on a broader point, one that holds true here as in other cases: from the earliest Christian era, an effort was made to draw clear distinctions from what were considered pagan customs. And yet, on other occasions, numerous elements and symbols of Roman paganitas were taken up, emptied of their original meaning, and filled with Christian symbolism — this occurred both in the liturgical sphere, as with the adoption of the stole as the preeminent symbol of ministerial priesthood, or other elements that became liturgical vestments, and in the administrative sphere, with the adoption of terms and organizational structures such as curiae and dioceses, largely borrowed from Roman law. The history of the Church has never been a wholesale rejection of the world that surrounded it, but an exercise of good sense in which, case by case, what had to be rejected and what could be purified and assumed was weighed.
Some theologians who demonize cremation by directly linking it to the mystery of the resurrection of the dead risk seriously, out of excessive zeal, sliding into a form of inverted paganism: an entirely involuntary esotericism. Bodies emerging from tombs and resuming their former appearance are catechetical images, created for the simple and for those who could not even read — one need only think of the cycles of frescoes still found today in many monumental churches and cathedrals. These are pedagogical images, not theological descriptions of the how. Linking opposition to cremation to so literal a reading of the resurrection of the body betrays — a serious matter, when it is theologians who do so — an improper understanding of the mystery.
Saint Paul had already clarified this with admirable precision in the Letter to the Philippians:
“But our citizenship is in heaven, and from it we also await a savior, the Lord Jesus Christ. He will change our lowly body to conform with his glorified body by the power that enables him also to bring all things into subjection to himself” (Phil 3:20-21).
It is from this Pauline theology that one of the most beautiful formulas of the liturgy for the dead descends: in Eucharistic Prayer III, making memory of a departed brother or sister, the Church prays that God, “when from the earth he will raise up in the flesh those who have died,” will “transform our lowly body after the pattern of his own glorious body” (Roman Missal, Eucharistic Prayer III, citing Phil 3:20-21).
The heart of the doctrine lies precisely in these two words: transformation and conformation. And here it must be clarified that this is not a matter of the mechanical reassembly of the scattered physical particles of a corpse, as though the power of God depended on the preservation of the original matter: that, indeed, would be magical thinking. It is rather a matter of the continuity of the person — identity and history included — brought by God to a new condition understood as “conformed” — σύμμορφος (symmorphos), the very word used by the Apostle Paul in Romans 8:29 regarding the predestination of believers — to the glorious body of the risen Christ. It is the same paschal mystery of death, burial, and resurrection that works in the believer through Baptism and finds fulfillment on the last day, whatever the physical fate of his mortal remains may have been. Or shall we perhaps fear that God might have difficulty in restoring a body to the souls of the departed on the day of the resurrection of the dead?
If not, should there be theologians ready to believe and to teach that bodies will come out of their tombs to resume their physical likeness, confusing the mystery of faith concerning the resurrection with the long line of zombie horror films, then they might as well resign themselves: that description, complete with bodies reassembled in flesh and bone, they will find far better illustrated in the Qur’anic Paradise, seventy virgins included, so as not to lack for anything material, in feasting and more besides.
From L’Isola di Patmos, 22 August 2026
NOTES
1 A.D. Nock, Cremation and Burial in the Roman Empire, “Harvard Theological Review” 25, 1932, pp. 32-59.
2 J.M.C. Toynbee, Death and Burial in the Roman World, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1996.
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¿LA CREMACIÓN DEL CUERPO? PUEDE SER UNA EXCELENTE OPCIÓN CATÓLICA
si hay teólogos dispuestos a creer y a enseñar que los cuerpos saldrán de las tumbas para recuperar su apariencia física, confundiendo el misterio de la fe sobre la resurrección con la larga producción de películas de terror sobre zombis, entonces más vale que se resignen: esa descripción, con cuerpos recompuestos en carne y hueso incluidos, la encontrarán mucho mejor ilustrada en el Paraíso coránico, setenta vírgenes incluidas, para que no les falte nada material, tanto en banquetes como en lo demás.
— Actualidad eclesial —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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La Iglesia Católica permite la cremación desde 1963, cuando el Santo Oficio, con la instrucción Piam et constantem del 5 de julio de aquel año, estableció que la cremación no es «en sí misma contraria a la religión cristiana» y que a los fieles que la hubieran elegido no se les negaran ya los sacramentos y las exequias, a condición de que tal elección no estuviera motivada «como negación de los dogmas cristianos, o con ánimo sectario, o por odio contra la religión católica y la Iglesia».

Desde entonces la disciplina ha pasado al Código de Derecho Canónico de 1983 (can. 1176 §3) y al de las Iglesias Orientales de 1990. Es una distinción que hay que mantener firme desde el principio: una cosa es la licitud de la práctica, otra es la preferencia por la inhumación. La Iglesia prohíbe en cambio de modo absoluto la dispersión de las cenizas y su conservación en casa, como veremos.
Un inciso histórico: conviene recordar que la cremación había sido condenada por la Iglesia mediante decreto del Santo Oficio del 12 de mayo de 1886, en los años en que su práctica había sido asumida por la Masonería como bandera ideológica de carácter anticlerical, para negar públicamente las verdades de fe sobre la vida eterna y, sobre todo, sobre la resurrección de los muertos.
La teología no tiene nada que temer de la cremación en sí. El fuego no toca el alma y no limita en modo alguno la omnipotencia divina para resucitar los cuerpos: Dios, que sacó al hombre del polvo, puede llamarlo de vuelta desde las cenizas igual que desde la tierra. ¿O acaso no se proclama, precisamente en la liturgia de Ceniza con la que comienza la Cuaresma: «eres polvo y al polvo volverás» (Gn 3,19)? La cremación puede elegirse por razones higiénicas, económicas, ecológicas o también éticas, y es una elección del todo legítima para un fiel católico. Tampoco podemos olvidar la escasez de espacios en los cementerios de las grandes ciudades. Además, hay que considerar que, al contrario de Naciones habitadas por pocas decenas de millones de personas distribuidas en territorios inmensos, en el mundo hay otras en las que la densidad de población es en cambio muy alta: en esos casos, la cremación, más que aconsejable, debería ser propiamente recomendada. Pasemos por alto los adefesios de varios cementerios en los que, por falta de espacio en el terreno, se ha apostado por la altura, construyendo horribles edificios de cinco plantas para contener los nichos en su interior.
En la mayor parte de los cementerios italianos ya no hay lugares de sepultura en tierra, donde sería natural depositar el cuerpo mediante el antiguo gesto de su restitución a la tierra misma. No disponemos de los espacios de los que disponen otras poblaciones, por ejemplo en los Estados Unidos, en Australia y otros lugares en los que los cementerios son grandes parques verdes — los llamados Rural Cemetery Movement (cementerio jardín), llamados hoy más comúnmente Lawn Cemetery o Memorial Park (parque conmemorativo). Estos lugares, extendidos sobre amplios prados verdes arbolados, ni siquiera parecen lugares de sepultura, al menos para nosotros, italianos y europeos de raíz latina, acostumbrados a tumbas que varían desde las antiguas capillas funerarias monumentales de notable interés artístico hasta nichos y tumbas de un mal gusto verdaderamente raro. En los «cementerios jardín», para mantener el aspecto de un prado uniforme, las lápidas suelen ser planas y estar colocadas a nivel del suelo. No hay muretes, vallados individuales ni tumbas de familia monumentales que interrumpan la vista: árboles, senderos y pequeños lagos integran el cementerio en el paisaje natural, transformándolo en un lugar de paz también para los visitantes, donde es posible llevar a jugar a los niños o pasear a los animales. Como decíamos, sin embargo, en la mayor parte de los cementerios las sepulturas en tierra ya han desaparecido y nuestra densidad de población no nos permite lugares como los Lawn Cemetery o Memorial Park. En ciertos casos, ¿es mejor la cremación o la inhumación en el quinto piso de un edificio cementerial? Gracias a Dios se concede la libre elección, también por parte de la Santa Madre Iglesia.
No es, pues, casualidad que el Magisterio reciente haya sentido la necesidad de intervenir precisamente sobre este terreno, para acompañar pastoralmente decisiones cada vez más extendidas sin dejarlas privadas de un marco de sentido. Teniendo en cuenta estas nuevas necesidades y las problemáticas relacionadas, la instrucción Ad resurgendum cum Christo, promulgada el 15 de agosto de 2016 por el Dicasterio para la Doctrina de la Fe, actualizó Piam et constantem precisando las normas sobre la conservación de las cenizas. El documento es claro: las cenizas deben recibir el mismo cuidado y el mismo respeto reservados al cuerpo, y deben conservarse en un lugar sagrado: el cementerio, o una iglesia, o un área dedicada a ello por la autoridad eclesiástica competente (n. 5). La contrariedad de la Iglesia, por tanto, no es hacia la cremación en sí y por sí misma, sino más bien hacia lo que con ella se pudiera querer manifestar o negar abiertamente.
La tradición cristiana siempre ha preferido la inhumación por tres razones que Ad resurgendum cum Christo resume con precisión. Ante todo porque recuerda el cuerpo de Cristo depositado en el sepulcro y expresa con mayor fuerza simbólica la espera de la resurrección de la carne (cfr. n. 3). Luego porque el cuerpo humano, mediante el Bautismo, se ha convertido en templo del Espíritu Santo, y la teología impulsa a tratarlo con la mayor cercanía física posible, también en el gesto de confiarlo a la tierra. Finalmente, porque la sepultura custodia la comunión entre los vivos y los muertos, favoreciendo el recuerdo y la oración. Es por esto — no por una sospecha hacia el fuego en sí — por lo que la Iglesia prohíbe la dispersión de las cenizas en la naturaleza, su conversión en joyas y objetos conmemorativos y su conservación en casa, esto con el fin de evitar derivas panteístas, naturalistas o nihilistas, además de la mercantilización del recuerdo del difunto (cfr. n. 7). Solo en circunstancias graves y excepcionales, ligadas a condiciones culturales locales, el Ordinario puede conceder la conservación doméstica, nunca dividida, sin embargo, entre los diferentes núcleos familiares (cfr. n. 6).
Un breve excurso histórico ayuda a poner las cosas en perspectiva. En la Roma arcaica prevalecía la inhumación. Desde la tardía República la cremación tomó la delantera: fue Sila, en el año 79 a.C., el primer miembro de la gens Cornelia — tradicionalmente fiel a la sepultura en tierra — en hacerse cremar, quizá por temor a que su cadáver fuera ultrajado por sus enemigos. Desde entonces la cremación siguió siendo el rito dominante durante toda la tardía República y durante el primer y segundo siglo del Imperio: el cuerpo se quemaba sobre una pira junto con objetos personales y ofrendas, y los restos se recogían en una urna cineraria custodiada en tumbas o columbarios, como el todavía visible de Pomponio Hylas en la vía Apia.
Fue con Adriano (117-138 d.C.) cuando la inhumación volvió gradualmente de moda — el propio emperador fue quizá el primero en hacerse inhumar en lugar de cremar — con la construcción de sarcófagos esculpidos cada vez más extendida en el siglo II y generalizada en el III, incluso en las provincias. En este giro pesaron varios factores — cambios en el gusto, en la urbanización y sobre todo en las ideas sobre el más allá — pero sin duda contribuyó también la creciente difusión del Cristianismo, que consideraba la cremación irrespetuosa hacia un cuerpo destinado a la resurrección.
Las razones profundas de esta inversión de tendencia siguen, por lo demás, debatidas entre los historiadores. Ya en los años treinta del siglo XX, Arthur Darby Nock1 observaba cómo el paso a la inhumación seguía, al menos inicialmente, una moda social difundida de arriba hacia abajo más que un preciso replanteamiento doctrinal sobre el más allá; una lectura retomada y ampliada por Jocelyn M. C. Toynbee2. Queda el hecho, se explique como se explique, de que precisamente en esas décadas los cristianos excavaban las primeras catacumbas romanas reservando a sus propios muertos la inhumación desde el principio, por consciente y deliberada distancia respecto al uso entonces todavía dominante de la cremación en la sociedad romana.
Aquí vale la pena detenerse en un punto más amplio, que vale para este caso como para otros: desde la primera época cristiana se intentó trazar distinciones claras respecto a lo que se consideraban costumbres paganas. Y sin embargo, en otras ocasiones, numerosos elementos y símbolos de la paganitas romana fueron tomados, vaciados de su significado original y llenados de simbología cristiana, esto tanto en el ámbito litúrgico — piénsese en la adopción de la estola como símbolo por excelencia del sacerdocio ministerial, u otros elementos convertidos en ornamentos litúrgicos —, como en el ámbito administrativo, con la adopción de términos y estructuras organizativas como las curias y las diócesis, tomadas en gran parte del derecho romano. La historia de la Iglesia nunca ha sido un rechazo en bloque del mundo que la rodeaba, sino un ejercicio de sentido común en el que se valoró, caso por caso, lo que había que rechazar y lo que podía ser purificado y asumido.
Algunos teólogos que demonizan la cremación relacionándola directamente con el misterio de la resurrección de los muertos corren el riesgo serio, por exceso de celo, de deslizarse hacia una forma de paganismo invertido: un esoterismo del todo involuntario. Los cuerpos que salen de las tumbas recobrando su apariencia son imágenes catequéticas, creadas para los sencillos y para quienes ni siquiera sabían leer; pensemos en los ciclos de frescos que todavía hoy se encuentran en tantas iglesias monumentales y catedrales. Son imágenes pedagógicas, no descripciones teológicas del cómo. Vincular la contrariedad hacia la cremación a una lectura tan literal de la resurrección de los cuerpos denota — algo grave, si lo hacen teólogos — una comprensión impropia del misterio.
San Pablo ya lo había aclarado con precisión admirable en la Carta a los Filipenses:
«Nosotros, en cambio, somos ciudadanos del cielo, de donde aguardamos un Salvador: el Señor Jesucristo. Él transformará nuestro cuerpo humilde, según el modelo de su cuerpo glorioso, con esa energía que posee para sometérselo todo» (Flp 3,20-21).
Es de esta teología paulina de donde desciende una de las fórmulas más bellas de la liturgia de los difuntos: en la Plegaria Eucarística III, haciendo memoria del hermano o la hermana difuntos, la Iglesia ruega que Dios, cuando «haga surgir de la tierra a los muertos», «transforme nuestro cuerpo frágil en cuerpo glorioso como el suyo» (Misal Romano, Plegaria Eucarística III, citando Flp 3,20-21).
El corazón de la doctrina está precisamente en estas dos palabras: transformación y conformación. Y aquí hay que aclarar que no se trata de la recomposición mecánica de las partículas físicas dispersas de un cadáver, como si el poder de Dios dependiera de la conservación de la materia original: eso sí sería pensamiento mágico. Se trata más bien de la continuidad de la persona, identidad e historia incluidas, llevada por Dios a una condición nueva entendida como “conforme” — σύμμορφος (symmorphos), la misma palabra usada por el Apóstol Pablo en Romanos 8,29 a propósito de la predestinación de los creyentes — al cuerpo glorioso de Cristo resucitado. Es el mismo misterio pascual de la muerte, sepultura y resurrección que actúa en el creyente a través del Bautismo y encuentra su cumplimiento en el último día, cualquiera que haya sido la suerte física de sus restos mortales. ¿O acaso vamos a temer que Dios pueda tener dificultad en restituir un cuerpo a las almas de los difuntos en el día de la resurrección de los muertos?
En caso contrario, si hay teólogos dispuestos a creer y a enseñar que los cuerpos saldrán de las tumbas para recuperar su apariencia física, confundiendo el misterio de la fe sobre la resurrección con la larga producción de películas de terror sobre zombis, entonces más vale que se resignen: esa descripción, con cuerpos recompuestos en carne y hueso incluidos, la encontrarán mucho mejor ilustrada en el Paraíso coránico, setenta vírgenes incluidas, para que no les falte nada material, tanto en banquetes como en lo demás.
Desde L’Isola di Patmos, 22 de agosto de 2026
NOTAS
1 A.D. Nock, Cremation and Burial in the Roman Empire, «Harvard Theological Review» 25, 1932, pp. 32-59.
2 J.M.C. Toynbee, Death and Burial in the Roman World, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1996.
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