Da lupi finanziari ad accumulatori e ricchi di grazia: «Alla povertà mancano molte cose, all’avarizia tutti

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DA LUPI FINANZIARI AD ACCUMULATORI E RICCHI DI GRAZIA: «ALLA POVERTÀ MANCANO MOLTE COSE, ALL’AVARIZIA TUTTE»

 

«Ma Dio disse all’agricoltore ricco: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari lettori de L’Isola di Patmos,

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Nel Vangelo di questa XVIII domenica del tempo ordinario, Gesù condanna la cupidigia o avarizia, dunque l’accumulazione smodata di beni. Un tema che può sembrare lontano da noi piccoli e medi lavoratori. L’accumulazione non riguarda solo beni e tesori legati al denaro o alle proprietà. Questa è stata l’esperienza di Jordan Belfort, broker e imprenditore finanziario, la cui storia è stata raccontata anche nel film del 2013, Il lupo di Wall StreetAll’inizio della sua carriera inizia con investimenti e guadagno truffaldini, con un legame sempre più disordinato e viziato verso il denaro. Questo lo porterà a distruggere completamente la propria vita riducendolo alla dipendenza dalla droga e alla distruzione dei i propri amici e affetti, fino al carcere.

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Oggi Gesù vuole offrirci questo insegnamento, lo dice chiaramente in questa pericope:

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«Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».

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La vita di ognuno di noi non dipende dal bene-denaro. Ma dipende dal bene primario ed essenziale che è Dio. È Lui che, se ci affidiamo, ci dona tutti gli altri beni e i mezzi per giungere al fine ultimo: la Santità e l’incontro eterno con Lui in Paradiso. Per chiarire questo il Signore racconta la parabola dell’uomo ricco e della sua campagna. Qui richiama di nuovo alla dipendenza reale che abbiamo da Dio, che decide sulla nostra vita e sulla nostra morte. Ma ancora di più: in questa parabola Gesù dice una frase molto più forte, riprendendo il finale della sua narrazione:

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«Ma Dio disse all’agricoltore ricco: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

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La vera ricchezza a cui tutti quanti siamo chiamati è allora la ricchezza in Dio. Una ricchezza che non si accumula facendo acquisti su Amazon, giocando in borsa, o acquistando immobili. È la ricchezza di chi veramente ha ed è ripieno della presenza e della grazia di Dio.

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Gesù non ci chiede di vivere come miserabili, come dei poveri che cercano una forma pauperistica in cui la miseria sia il nostro scopo. Ci chiede di ricollocare tutti i beni per ottenere la ricchezza della Presenza di Dio, che a oggi è possibile ottenere come dono gratuito, specialmente nei Sacramenti e nell’Eucarestia. Una ricchezza spirituale che si ottiene per dono gratuito, quando cresciamo nella preghiera e nella meditazione: questo è il tesoro della dottrina insegnata da Gesù che conduce ogni nostra vita. Ottenuto allora tutto questo, il Signore non ci farà mancare anche gli altri beni materiali. 

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Scriveva l’autore romano Pubblio Sirio, nelle sue Sentenze: «Alla povertà mancano molte cose, all’avarizia tutte».

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Chiediamo al Signore di guarire dall’attaccamento morboso a tutte le realtà materiali ed effimere, per imparare ad attingere ai tesori trinitari della vita eterna.

Così sia.

Roma, 31 luglio 2022

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Padre Gabriele

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Solennità del Corpus Domini — Il Mistero Eucaristico è segno e presenza reale di Gesù, nutrimento di gioia per il cristiano

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL MISTERO EUCARISTICO È SEGNO E PRESENZA REALE DI GESÙ, NUTRIMENTO DI GIOIA PER IL CRISTIANO

 

Ricevere Pane e Vino Eucaristici ci aiuta a diventare “piccoli” Gesù e vivere ogni giorno con gioia e spontaneità. Dunque, dall’intimità con Lui Eucaristico, sorge la Carità, che lo stesso Gesù descrive nel Vangelo.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

tre cantori domenicani di Santa Maria Sopra Minerva eseguono l’inno eucaristico composto da San Tommaso d’Aquino

La solennità del Corpus Domini ci mostra che Gesù nell’ultima Cena ci ha donato il Sacramento della sua Presenza e Intimità più profonda: l’Eucarestia.

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Immaginiamo una delle ultime cene che abbiamo fatto insieme agli amici: le loro battute, i loro scherzi, anche i loro numerosi racconti che spesso ci hanno donato gioia e serenità. Ecco allora che il Signore, nella sua Ultima Cena, ci dona tutta la sua persona, tutta la sua gioia, serenità e grazia. Questa ultima cena ci è presentata da San Paolo, nel più antico racconto dell’istituzione dell’Eucarestia:

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«Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria— di me”».

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Di quella Santa Cena noi sappiamo, dalle cronache evangeliche e dalle Lettere apostoliche che Gesù e gli apostoli sono radunati in un convivio per condividere il cibo. Questo momento importante si intreccia nel loro percorso di fede con il Signore. Stanno officiando una cena ebraica, quella della Pasqua, nota tutt’oggi come סדר (séder), in cui Gesù inserisce due elementi nuovi: il pane e il vino. Elementi dei campi e del frutto del lavoro umano. Il Signore benedice questo pane e questo vino che ha preso con sé.

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Gesù benedice Dio per i doni dei frutti della terra. Al contrario, Adamo ed Eva avevano rubato il frutto, istigati dal serpente: avevano preso quel cibo senza benedire Dio e anzi quasi maledicendolo. In questo modo, Adamo ed Eva hanno generato divisione fra loro e Dio. Gesù, al contrario, benedice quel cibo nuovo, capovolgendo l’ottica del peccato: pane e vino divengono elementi di Comunione fra gli uomini e Dio.

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Per questo il Signore offre immediatamente il pane e il vino agli apostoli, mutandone la sostanza materiale e visibile nel Suo Santissimo Corpo e nel Suo Santissimo Sangue. Ad essere onesto non so quanto nell’immediato gli stessi apostoli avessero capito cosa stesse accadendo. Alla fine della cena hanno cantato l’inno, il salmo 135 in cui si dice «Rendete grazie al Signore perché buono, perché eterna è la sua misericordia». Dopo aver consumato Gesù Pane e Gesù Vino, gli apostoli hanno un cuore nuovo: perciò solo alla fine intuiscono il grande miracolo che è accaduto nell’Ultima Cena.

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Questo miracolo viene presentato di nuovo ogni volta anche a noi quando partecipiamo alla Messa. Ogni volta che riceviamo l’Eucarestia noi assimiliamo Lui, che al tempo stesso assimila noi a Lui. Ci rende pieni di una forza nuova, prorompente, divina, con la quale nessun impedimento ci può ostacolare. Ricevere Pane e Vino Eucaristici ci aiuta a diventare “piccoli” Gesù e vivere ogni giorno con gioia e spontaneità. Dunque, dall’intimità con Lui Eucaristico, sorge la Carità, che lo stesso Gesù descrive nel Vangelo.

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Chiediamo al Signore la grazia di oggi di fare una santa Comunione e di camminare nei sentieri sempiterni dell’amore di Carità e infiammare tutto il mondo con la sua grazia.

Così sia.

Roma, 18 giugno 2022

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Con “Il cuore altrove” verso un cammino di obbedienza al Padre, per essere veramente discepoli di Cristo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

CON IL CUORE ALTROVE VERSO UN CAMMINO DI OBBEDIENZA AL PADRE, PER ESSERE VERAMENTE DISCEPOLI DI CRISTO

 

La legge nuova dell’Amore non è quel genere di amore emotivista e sentimentalista che oggi sembra essere un po’ ciò che viene ricercato dalla cultura attuale e dagli slogan della televisione e delle serie tv sulle piattaforme online

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Il tempo di Pasqua è tempo di riscoperta e rinascita personale nella fede. Una fede che richiede amore e ascolto obbediente. Un po’ come in un vecchio film del 2003, Il cuore altrove, nel quale il giovane Nello, professore di lettere classiche, si innamora di Angela, cieca sin dalla nascita. Angela si fida di Nello, lo sa ascoltare e all’occorrenza gli sa obbedire. E lo fa non perché è cieca, ma perché lo ama. Tante le difficoltà che sorgono nel corso di una storia così difficile e contrastata, ma che forse, proprio per questo, porta a un finale a sorpresa in questo film nel quale l’amore e l’ascolto sono il cuore dell’intera storia.

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Il Vangelo del Beato Evangelista Giovanni di oggi porge una sezione del lungo discorso di addio di Gesù, in cui il Signore parla di questi temi. Nella prima parte di questa sezione leggiamo che il centro di tutta l’azione del Signore è l’amore: 

«Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri»

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L’amore di carità è quello che chiede Gesù: amare sopra ogni cosa Dio e il prossimo. Questo implica concretamente cercare con tutte le proprie forze il bene di Dio e del prossimo. Cercare la costruzione della civiltà dell’amore è quindi, innanzitutto, costruire un bene comune personale e comunitario. Cercando di evitare e di scongiurare le ingiustizie che capitano nella nostra vita, sul lavoro, con gli amici e anche in famiglia.

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Dall’amore verso Dio prende vita l’osservanza dei dieci comandamenti, l’esercizio delle virtù e di tutti gli insegnamenti morali di Gesù. Perché qui il Signore ci insegna che l’Amore è un ascolto di una parola profonda, quella di Dio stesso che parla alle nostre vite sino a riempirle di speranza, gioia e serenità. Dunque, la legge nuova dell’Amore non è quel genere di amore emotivista e sentimentalista che oggi sembra essere un po’ ciò che viene ricercato dalla cultura attuale e dagli slogan della televisione e delle serie tv sulle piattaforme online. Gesù ci chiede un amore che sia fondato radicalmente nella Trinità, nella nostra fede e nella nostra esistenza. Perché dalla Trinità è scaturita la salvezza, specialmente nella glorificazione di Gesù sulla croce. Di questa glorificazione il Signore parla all’inizio del brano:

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«Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito».

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Questa gloria comincia a concretizzarsi nel momento del tradimento di Giuda, che fugge via dall’ultima cena, poco dopo avere ricevuto da Cristo Signore l’Eucaristia e il Sacro Ordine Sacerdotale. Anche nel momento del massimo tradimento, come quello di Giuda Iscariota, il Signore ci insegna che c’è un momento di massima donazione di sé all’altro. Sembra paradossale, ma è il momento in cui gli estremi si toccano, il tutto non a caso. Perché Gesù ha deciso di amare sino alla fine, fino alle estreme conseguenze. Quindi anche di amare Giuda che lo tradisce fino alla fine, senza mai pentirsi. Giuda è colui che disobbedisce alla regola aurea dell’amore. Non sa accogliere un messaggio così forte e totalmente innovativo e decide di amare a modo suo. Decide di amare l’idolo, l’idea di Dio che ha in mente: l’idea di un Dio trionfatore sull’Impero.

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La gloria del Signore sarà trasmessa anche a noi. Risorgeremo post mortem se agiremo in modo diametralmente opposto a Giuda. Imparando a obbedire al Signore.

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L’invito del Risorto si fa così forte ancora oggi nel 2022. Tutta la comunità dei credenti in Cristo, tutti noi, torniamo ad ascoltare in obbedienza filiale le parole che Dio ci ispira e che dice attraverso la Chiesa e i suoi pastori. A questo modo potremo costruire già adesso il regno di Cristo, un regno non costituito da cariche politiche o ruoli di potere, ma fondato esclusivamente sulla cura e sull’attenzione verso il nostro prossimo, in cui vedremo il volto di Gesù che implora il nostro amore.

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Signore oggi ti chiediamo il dono del tuo Spirito Vivificante, perché siamo testimoni e dei credenti credibili del tuo amore, affinché suscitiamo in tutto il mondo l’anelito di pregare un amore universale.

Così sia.

Roma, 15 maggio 2022

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Padre Gabriele

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il Santo Vangelo di questa domenica ci ricorda che traditori e adulteri lo siamo un po’ tutti

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL SANTO VANGELO DI QUESTA DOMENICA CI RICORDA CHE TRADITORI E ADULTERI LO SIAMO UN PO’ TUTTI

 

«Un infinito di passioni può essere contenuto in un minuto come una folla in un piccolo spazio»

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

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Il Santo Vangelo di questa quinta domenica del tempo di Quaresima ci mette dinanzi a una dimensione di buio e luce. Da un lato, una storia di tradimento e adulterio. Dall’altro, il grande amore e l’accoglienza di Gesù per chi è pentito.

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Un po’ traditori e adulteri lo siamo tutti, ogni volta che per debolezza pecchiamo. Abbiamo un assenzio amaro da assimilare: siamo peccatori e tendenzialmente fragili. Facilmente ci lasciamo un po’ trascinare dalle passioni, dall’affetto, dall’ira, dal giudizio avventato. O come scrive Gustave Flaubert in Madame Bovary:

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«Un infinito di passioni può essere contenuto in un minuto come una folla in un piccolo spazio».

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Proprio per questo, siamo amati di più dal Signore che ci aiuta a riconoscere i nostri peccati e accoglie il nostro perdono. Oggi la narrazione evangelica ci riporta l’episodio dell’adultera. Il testo ci dice che è mattina presto nel Tempio. Gesù è lì ad insegnare dopo che era stato sul Monte degli Ulivi, plausibilmente in preghiera. Scribi e farisei allora cercano di tendere una trappola al Signore. Chiamata una donna adultera domandano a Gesù:

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«”Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo».

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Gesù era messo alla prova, chiuso in un tranello dialettico: se infatti avesse risposto di non lapidare la donna, avrebbe detto esplicitamente di disobbedire e dunque di non essere coerente con la legge mosaica, di cui invece lo stesso Gesù si era detto seguace. Ma se avesse risposto di lapidarla, scribi e farisei avrebbero potuto accusarlo di non essere coerente con il suo insegnamento sull’amore. In entrambi i casi, era gioco facile accusare di incoerenza il Signore e screditarlo.

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Mettere alla prova il Signore è anche la tentazione della cultura attuale, per questo risuona più che mai il severo monito: «È stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo» [Lc 4, 12]. È facile accusare sempre e comunque di incoerenza, di poca testimonianza e veridicità la Chiesa e i cattolici. È facile infatti pretendere che gli altri siano perfetti, mentre noi possiamo permetterci qualsiasi azione. Ecco allora che Gesù, al tranello del perfezionismo farisaico, risponde con maestria:

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«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».

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Una risposta eccellente. In grado di sintetizzare la natura umana. Soprattutto è una risposta per noi: nessuno è senza peccato. Nessuno può giudicare e men che mai condannare un altro. Possiamo giudicare e condannare le azioni di un altro, ma senza mai stabilire che il nostro fratello peccatore sia perduto definitivamente. Questo possiamo riferirlo anche ai torti che abbiamo fatto, ai peccati commessi nei confronti di altri. Ma soprattutto ai peccati che altri hanno operato verso noi. Ricordarci di quanto chi ci ha fatto del male è una persona peccatrice e fragile. Per questo possiamo così fare nostre le parole del Signore:

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«Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?» […] Neanche io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

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Questo è l’insegnamento centrale: il Signore è venuto a cercare di farci superare la forma nascosta di perfezionismo farisaico. Essere cattolici non significa essere già perfetti e santi da adesso, ma tendere continuamente a questa perfezione e santità. E, quando sbagliamo, non possiamo fare altro che affidarci al Signore. Perché Lui ci dona la grazia e tutti gli aiuti necessari per evitare di peccare.

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Chiediamo al Signore di crescere nell’umiltà e nell’accettazione di sé stessi, per accogliere la grazia ed effondere l’insegnamento del perdono nella carità in tutto il mondo.

Così sia.

 

Roma, 2 aprile 2022

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Padre Gabriele

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il primo incontro di Gesù Cristo e di Giovanni Battista nel ventre delle loro madri

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL PRIMO INCONTRO DI GESÙ CRISTO E DI GIOVANNI BATTISTA NEL VENTRE DELLE LORO MADRI

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«Se fossi un filosofo, dovrei scrivere una filosofia dei giocattoli, per dimostrare che il giorno di Natale in compagnia dei bambini è una delle poche occasioni in cui gli uomini diventano completamente vivi!»

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari lettori dell’Isola di Patmos,

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immaginate l’attesa di una madre che deve partorire il suo bambino, ma anche quella di suo padre che ha accompagnato e protetto la gestante. Poi c’è anche l’attesa di tutti gli altri parenti. I giorni del parto sono giorni spasmodici. In questi casi, alberga in tutti un sentimento di gioia, ma anche di curiosità, come conoscere il nuovo nascituro, prenderlo in braccio. C’è gioia e curiosità di un incontro intimo. Questi sentimenti sono anch’essi frutto della fede che è l’incontro intimo col Signore.

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Lo sapevano bene sia Elisabetta sia Maria. Nelle letture di oggi ci insegnano la bellezza della fede in Gesù Cristo, il Verbo Incarnato, bambino piccolo pronto ad abbracciare la nostra umanità e fragilità. In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Il brano della visitazione di oggi ci mostra Maria che di fretta si muove verso la casa di Elisabetta. Perché questa fretta? Perché c’è una certa ansia di incontrare chi si ama, quando si è effusi dall’amore di Dio. Era proprio il caso di Maria, che aveva ricevuto poco tempo prima l’annuncio dell’Angelo ed era ormai incinta di Gesù. Maria dunque, colmata dell’amore di Gesù, corre incontro a sua cugina. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.

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Il Battista, quando è piccolissimo embrione nella pancia di sua madre, si rende conto che quello è un momento speciale. I due bambini si incontrano mediante le loro mamme: è il momento in cui c’è il passaggio definitivo tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Fra il Battista, ultimo annunciatore e precursore di Gesù, e il Cristo stesso. L’incontro con Cristo, che fa sempre esultare di gioia, genera sussulto nel piccolissimo Giovanni.

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Questo interroga la nostra fede e la nostra vita di credenti. Possiamo provare a ricordare il momento in cui anche noi abbiamo incontrato per la prima volta Gesù. Per tutti è stato un momento felice, unico e sacro. Portati anche noi dai nostri parenti e da nostra madre per eccellenza, la Chiesa. Proviamo, in questi pochi giorni prima del Natale, a fare memoria e ricordare la nostra prima comunione o un momento bello di preghiera intima di incontro con Gesù.

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Andando oltre, non appena Elisabetta sente suo figlio sussultare è colmata di Spirito Santo. Ecco che allora la gioia viene trasmessa da Giovanni a lei. A quel punto può esclamare la sua professione di fede:

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«Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”».

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Elisabetta pone una domanda a Maria. Perché sei venuta qui, madre del Signore? Subito dopo riconosce la beatitudine, ancora una volta la gioia e soddisfazione di chi ha avuto una fede autentica. Elisabetta non fa un interrogatorio, ma contempla in modo intelligente il grande mistero della fede cha davanti: la salvezza di Dio, che si fa presente davanti a lei in Maria. Elisabetta testimonia che dunque la fede in Dio non è teoria, ma vicinanza concreta. Questa sana curiosità è una virtù cristiana che possiamo sviluppare tutti noi: è un interrogarsi sulla fede, per provare a comprenderla e dopo poter vivere meglio quello che professiamo nel Credo. La fede in Gesù che viene in questo Natale 2021 dunque non è pura passività ma esercizio armonico della nostra volontà, del nostro affetto e anche della nostra intelligenza. Diceva lo scrittore irlandese Robert Wilson Lynd:

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«Se fossi un filosofo, dovrei scrivere una filosofia dei giocattoli, per dimostrare che il giorno di Natale in compagnia dei bambini è una delle poche occasioni in cui gli uomini diventano completamente vivi!».

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Chiediamo al Signore la grazia di tornare ad avere la gioia e la curiosità di un bambino, per accogliere ogni giorno della nostra vita con la semplicità della fede.

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Roma, 19 dicembre 2021

 

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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Questo tempo di un amore più intimo: il mistero dell’incarnazione da contemplare in Avvento

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

QUESTO TEMPO DI UN AMORE PIÙ INTIMO: IL MISTERO DELL’INCARNAZIONE DA CONTEMPLARE IN AVVENTO

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Una delle risposte più belle l’ho trovata in Sant’Agostino: «Che cos’è, allora, il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so»

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Meditazione d’inizio Avvento

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Cari lettori e amici dell’isola di Patmos

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Sono felice di scrivervi per augurarvi di vivere un fecondo tempo d’Avvento. In questa domenica prende infatti avvio un nuovo anno liturgico che domenica dopo domenica ci porterà fino alla notte di Pasqua. È un tempo speciale che Dio ci dona.

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Circa la domanda su cosa sia il tempo, molti filosofi, teologi e uomini di cultura hanno prodotto ricerche e riflessioni. Una delle risposte più belle l’ho trovata in Sant’Agostino: «Che cos’è, allora, il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so» [Le Confessioni, XI, 14 e 18]. Agostino, in realtà, aveva teorizzato una sua personale dottrina filosofica sul tempo, ma non è questa la sede per approfondirla. Penso infatti che la nozione di tempo trovi fondamento solo se la consideriamo fondata nella Creazione e nel Creatore. O come ci insegna la fede cattolica: Dio, che ha originato tutte le cose dal nulla creandole ex nihilo, ha anche originato il divenire e il tempo.

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Occorre dunque collocarsi in questo momento: un prima e un poi che ha senso da quel «in principio» di Genesi e che Dio riempie di senso e finalità. Ecco perché c’è questo tempo che tutti noi iniziamo oggi con il Signore, che è padrone del mondo e della storia e che ha iniziato dalla creazione di entrare e di stare accanto a noi. Dio si fa storia fra noi. In questo modo l’Eternità entra così nel tempo con il mistero dell’Incarnazione. Cogliamo allora questo prezioso periodo di Avvento come un vero e proprio tempo forte, cioè un periodo in cui fortifichiamo la nostra fede e consolidiamo anche la nostra preghiera e devozione.

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Mi vorrei fermare brevemente proprio sulla intima relazione che c’è fra Incarnazione e Resurrezione. Insieme alla Unità e Trinità di Dio, il secondo grande mistero della fede cattolica è proprio la Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione di Nostro Signore di Gesù Cristo. Incarnazione e Resurrezione sono i poli che uniscono tutta la storia della salvezza. Partiamo da questa certezza: non possiamo vivere una buona Pasqua, profonda, spirituale, autentica se prima non abbiamo vissuto bene il Natale.

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Il mistero dell’Incarnazione è anche il mistero di Gesù che è vero Dio e vero Uomo. Di Dio che, per salvarci, assume una natura umana. Nel suo grande Amore decide di farsi simile a noi, uguale in tutto fuorché il peccato, affinché noi fossimo simile a Lui. E da questo che prende avvio un grande cammino di grazia, partendo proprio da ciò che i Santi Padri della Chiesa chiamano mirabile commercium / ammirevole scambio.

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Proviamo allora anche a meditare sull’Amore di Dio che è talmente grande da rendersi a noi più intimo dopo la festa di Natale. Gesù Cristo, il Logos, si assume la missione di dire a ciascuno di noi che ci ama fino alle estreme conseguenze della sera di Giovedì Santo: ma queste estreme conseguenze cominciano dall’assumere una povertà estrema nella mangiatoia di Betlemme, che passerà per il canto glorioso e gioioso degli angeli. Sin dal suo ingresso nel mondo Gesù ci mostra il volto di un Dio affettuoso, autentico e vicino, decide di farsi simile a noi, uguale in tutto fuorché il peccato, affinché noi fossimo simili a Lui.

Buon Avvento a tutti!

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Roma, 28 novembre 2021

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Padre Gabriele

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«In tutte le lacrime indugia una speranza» perché «il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai»

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«IN TUTTE LE LACRIME INDUGIA UNA SPERANZA» PERCHÉ «IL CIELO E LA TERRA PASSERANNO, MA LE MIE PAROLE NON PASSERANNO MAI»

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Se non siamo più che cauti può sorgere una vera e propria forma di neomillenarismo, con un’attenzione eccessiva anche alla modalità della cosiddetta fine del mondo. Inutile a dirsi che cosa può accadere quando certi cattolici fai-da-te, con specializzazioni e dottorati teologici presi su Facebook, mescolano assieme il ritorno di Cristo alla fine dei tempi e soprattutto le più mal comprese e mal vissute devozioni mariane.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Meditazione sul Santo Vangelo della XXXIII Domenica del tempo ordinario

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Cari Lettori dell’Isola di Patmos,

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in questo ultimo periodo, le letture del Vangelo ci hanno richiamato all’attenzione, alla prudenza e alla vigilanza. Specie la vigilanza è tema vissuto a volte in modo eccessivo, a volte in modo minimale.

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Per quanto riguarda il modo eccessivo, esagerato ed esasperato vi ho già parlato del movimento statunitense dei preppers o survivalisti. Se non siamo più che cauti può sorgere una vera e propria forma di neomillenarismo, con un’attenzione eccessiva anche alla modalità della cosiddetta fine del mondo. Inutile a dirsi che cosa può accadere quando certi cattolici fai-da-te, con specializzazioni e dottorati teologici presi su Facebook, mescolano assieme il ritorno di Cristo alla fine dei tempi e soprattutto le più mal comprese e mal vissute devozioni mariane. Ma su questo abbiamo parlano in abbondanza, noi Padri de L’Isola di Patmos, nel nostro libro La Chiesa e il coronavirus, pubblicato dalle nostre edizioni nell’ottobre 2020.

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Per entrare in questo tema ci è d’aiuto la cinematografia. Basti infatti ricordare quando alla fine degli anni Novanta, nei cinema vennero proiettati film quali Armagedonn – Giudizio Finale e Deep Impact. In questi film si poteva quasi materialmente percepire una certa paura per la fine del millennio e del secolo ai tempi ormai imminente. Dopodiché, calato il sipario anche sulla notte del millennio, abbiamo dovuto attendere dodici anni, per vedere la fine del calendario Maya nel 2012, con film omonimo e altra colossale catastrofe e fine dei giochi per tutti noi. Insomma si desiderava a tutti costi voler capire come doveva finire il tempo presente. Un desiderio che seppur sano, si muoveva senza la fede, la speranza e la carità.

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Questo è il tema del Vangelo di questa XXXIII domenica del tempo ordinario. Con sfumature evidentemente diverse. L’inizio del vangelo è una proclamazione di giorni futuri che, ad un primo sguardo, sembrano funesti.

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«In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria» (Mc 13, 24-26)

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Insomma, uno scenario davvero terribile. Rimanere senza luce, con le stelle, la luna e il sole che sembrano devastare l’intero universo. Eppure questo è il senso della parusia. Un cambiamento radicale e definitivo dell’intera nostra persona e del rapporto con Dio. Nella parusia ci sarà infatti la nostra vocazione definitiva: smettere di guardare con la luce degli occhi, per guardare Gesù con la luce dell’amore e della carità. Con una luce a noi donata dallo Spirito Santo, la definita Lumen Gloriae. Saremo dunque radunati dagli angeli, per l’incontro più bello e ultimo. Ma niente paura! Infatti Gesù ci chiama a questo incontro. Per arrivare pronti a ricevere la luce della gloria è necessario fare un cammino di radicamento e di unione con Dio. Ciò è possibile se seguiamo il culmine dell’insegnamento di Gesù:

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«In verità vi dico: il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mc 13, 31)

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Quella di cielo e terra è una formula ebraica per indicare l’intero cosmo. Dunque l’intero cosmo passerà, avrà una fine, Ma i logoi, la Parola di Dio rimarrà in eterno. Gesù è infatti il Logos del Padre. Ogni singola cellula del nostro essere dipende dal sì eterno di Cristo verso di noi. Noi dipendiamo radicalmente da Dio. Questo è il senso primo e ultimo di rimanere nella parola di Dio.

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Se dunque ci impegniamo ad ascoltare continuamente la parola di Dio già da adesso attingeremo alla sua gloria, alla sua luce, alla grazia che saranno le nostre lampade per camminare e affrontare con serenità questi periodi bui. Ascoltare la parola di Dio, insieme ai Sacramenti, è alimento della carità e della speranza, è fare memoria che stiamo vivendo il tempo della fine ma con la gioia dell’inizio.

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Scriveva Simone De Beauvoir: «In tutte le lacrime indugia una speranza». Per questo chiediamo al Signore di vivere ogni giorno ancorati alla sua Parola, consapevoli che se vivremo anche dei momenti esistenziali di tristezza, riceveremo l’abbraccio trinitario di Colui che è unico e definitivo vincitore e Signore della Storia.

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«Gesù dolce, Gesù amore» (Santa Caterina da Siena)

Roma, 13 novembre 2021

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Il problema non è la ricchezza, ma l’uomo che anziché servirsi della ricchezza diviene schiavo della ricchezza

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL PROBLEMA NON È LA RICCHEZZA, MA L’UOMO CHE ANZICHÈ SERVIRSI DELLA RICCHEZZA DIVIENE SCHIAVO DELLA RICCHEZZA 

 

Il celebre pastore luterano Martin Luther King scriveva: «La vita è sacra. La proprietà è destinata a servire la vita, e per quanto noi la circondiamo di diritti e di rispetto, non ha una essenza personale: è parte della terra su cui l’uomo cammina: non è l’uomo».

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Meditazione sul Santo Vangelo della XXVIII Domenica del tempo ordinario

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Cari Fratelli e Sorelle,

“La prudenza”. Nella foto: Padre Gabriele Giordano M. Scardocci in prudente marcia sul Lungotevere con il monopattino”

in questa domenica attraverso le letture della Liturgia della Parola, il Signore ci vuole dare dei consigli su come vivere sempre più una vita di fede autentica, quella che non richiede una semplice professione del Credo, ma uno stile di vita che si impegni e si sforzi di vivere quello che si crede.

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Quando si imparano le pratiche di pronto soccorso, o quelle di protezione civile, vi sono principi teorici di guida e orientamento a scelte che devono poi essere attualizzate per compiere un’azione efficace di salvaguardia e difesa dei cittadini e dei malati. In questa XXVIII Domenica del tempo ordinario il Signore ci ricorda che il dono della Sapienza è necessario e indispensabile a essere discepoli, affinché tutti noi, per quanto limitati, fragili e peccatori, grazie a questo Dono tendiamo a imitare Gesù e la sua vita. Della Sapienza parla la prima lettura:

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«Pregai e mi fu elargita la prudenza, / implorai e venne in me lo spirito di sapienza / La preferii a scettri e a troni, / stimai un nulla la ricchezza al suo confronto».

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L’Autore del testo sacro ammette che preferisce la sapienza persino alle più grandi ricchezze, persino al potere regale. Proprio perché la sapienza permette di acquisire la chiave di comprensione dei tesori nascosti dei misteri divini. Realtà che se assimilate e fatte proprie, non sono teorie astratte o dottrine aride, ma cambiano lo sguardo sul mondo e su tutto ciò che accade. Questo spirito di Sapienza è dono dello Spirito Santo che permette di gustare e assimilare tutte le verità di fede che professiamo nel Credo. È un modo dunque vivido, esperienziale e autentico di vivere la fede, un quasi contatto concreto con i sacri misteri, che possiamo avere durante una preghiera profonda.

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Prendere un orientamento sapienziale sul mondo è ciò che ci aiuta a riconoscere anche il cammino che Dio ci dona. Nel Vangelo di oggi si narra di un giovane ricco che si presenta a Gesù con un “currriculum” invidiabile: seguiva i comandamenti a menadito fin dalla giovinezza. Probabilmente lo faceva con convinzione. Ma adesso manca il passaggio clou. Ed è lì che il giovane va in crisi. Gesù gli chiede di seguirlo dopo aver venduto tutti i suoi beni per ottenere un tesoro in cielo. A quel punto il giovane se ne va. In privato poi il Signore spiega agli apostoli:

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«Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio! […] Quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».

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Gesù non condanna i ricchi in sé e per sé in quanto ricchi, ma in questo caso espone la difficoltà di proseguire in un cammino di santità se la ricchezza materiale è qualcosa radicato nell’uomo, quando la ricchezza tende a eliminare qualsiasi orizzonte spirituale e divino. O quando al tempo stesso, la ricchezza, concentra tutta l’attenzione umana sul guadagno, sul possesso smodato, facendo dimenticare che i beni materiali, come per esempio il denaro o le proprietà immobiliari, sono sì mezzi importantissimi, ma pur sempre mezzi che devono aiutarci a diventare veri discepoli di Gesù.

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Il Dono della Sapienza è l’unica vera ricchezza, perché insieme alla grazia ci prepara a valutare tutto ciò che possediamo alla luce della vita eterna; ci aiuta a distinguere l’effimero dall’eterno, donandoci uno sguardo libero, giusto, prudente e armonico. E con questa libertà possiamo diventare generosi nella carità verso il prossimo e prodighi solo nell’amore di Dio. Il celebre pastore luterano Martin Luther King scriveva:

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«La vita è sacra. La proprietà è destinata a servire la vita, e per quanto noi la circondiamo di diritti e di rispetto, non ha una essenza personale: è parte della terra su cui l’uomo cammina: non è l’uomo».

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Chiediamo al Signore di essere pronti alla sua chiamata a lasciare tutto il superfluo, lasciar cadere tutta la zavorra della nostra vita, per vivere una vita cattolica autentica e percorrere i sentieri eterni della santità.

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Così sia.

Roma, 10 ottobre 2021

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Dal volo del calabrone alla macina da mulino legata al collo

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DAL VOLO DEL CALABRONE ALLA MACINA DA MULINO LEGATA AL COLLO

 

La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso». Il calabrone, secondo questa leggenda, vola secondo una misteriosa forza. Che non sa di possedere.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Meditazione sul Santo Vangelo della XXVI Domenica del tempo ordinario

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Cari Fratelli e Sorelle,

il celebre fisico Albert Einsten spiegò che «La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso». Secondo questa teoria, il calabrone vola secondo una misteriosa forza. Che non sa di possedere. Questa storia mi aiuta ad introdurre le letture di oggi in questa XXVI Domenica del tempo ordinario.

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Ognuno di noi riceve la forza della grazia da Dio. Anche se siamo deboli e lontani da Dio, ci offre sempre il dono di essere in comunione con Lui. Vediamo:

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In quel tempo, Giovanni disse a Gesù:

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«Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva».

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Ma Gesù disse:

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«Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa».

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Questa è una delle pagine più complesse e più discusse dagli esegeti. In altri luoghi, Gesù aveva spiegato come diventare suoi discepoli; prendere la sua croce, seguirlo e quindi accogliere il piano di Dio. Qui sembra invece che si ponga una questione più profonda: chi non fa parte del gruppo degli apostoli può fare il bene.

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Ciò detto però si può comprendere in un passaggio: chi fa il bene in nome di Cristo è già di Cristo. Gesù dunque sta già operando anche in chi è lontano; perché forse la sua fede non è ancora forte, o se quella persona è in cammino di conversione. Il Signore è l’unico che conosce i cuori. Solo Lui può davvero valutare ogni nostra opera. Ecco quale è il centro di questo insegnamento: di non impedire a nessuno l’attuazione di un cammino spirituale, giudicandolo su schemi preconfezionati. Questo è rivolto anche a noi. Non sentiamoci giudicati se anche il nostro cammino di fede è pieno di dubbi, ansie, fragilità, arrabbiature e anche peccati. Se pian piano ci orientiamo in un cammino di essere con Cristo, ogni momento critico è un momento di crescita e viene superato con l’aiuto della grazia che è una forza che ci aiuta ad essere sempre più di Cristo.

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Per arrivare a questo è bene purificarsi da tutto ciò che appunto ci porta fuori dalla comunione con Dio. Innanzitutto, non bisogna scandalizzare i piccoli che credono. Coloro cioè che hanno una fede sincera e umile: quando qualcuno gli pone uno scandalo, li ostacola nel credere. Scandalizzare è porsi contro Dio. Gesù in questo è molto chiaro:

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«Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

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Questo richiamo al tagliare la mano, il piede e gettare via l’occhio sono delle immagini, unite a quelle del fuoco della Genna, che simboleggiano un grande lavoro su noi stessi: purificare il nostro sguardo e la nostra azione. Dunque Gesù, affinché arriviamo in comunione con Lui, ci chiede di purificarci, di metterci, cioè di prendere uno sguardo sulle realtà delle cose da credenti e non da atei. Dunque di cambiare il nostro modo di vivere non solo in senso moralistico, ma da una prospettiva di fede con cui guardare a tutte le cose. In tal modo, potremo vedere il nostro prossimo con cuore sincero e aperto, donargli delle grandi opere di carità. Anche questa purificazione avviene con l’aiuto della grazia, indispensabile perché tutta la nostra vita sia elevata e divinizzata.

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Chiediamo al Signore, il dono della grazia santificante, per incrementare il nostro cammino di fede, ed imparare ad amare Dio e il prossimo con amore di carità.

Così sia.

Roma, 26 settembre 2021

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NICOLAI RIMSKY KORSAKOV «IL VOLO DEL CALABRONE»

 

 

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Il Piccolo Principe in viaggio con Gesù Cristo lungo le strade della Galilea

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL PICCOLO PRINCIPE IN VIAGGIO CON GESÙ CRISTO LUNGO LE STRADE DELLA GALILEA

 

Il tema dell’accoglienza dei bambini è importante e centrale in questo brano. I bambini, in genere, non hanno paura paralizzante. Tendono ad avere uno sguardo semplice anche di fronte alle difficoltà e sanno accogliere l’abbraccio dell’Eterno Padre. Con sguardo innocente e limpido, non sono privi di grandi intuizioni e di grandi verità. Spesso infatti i bambini dicono schiettamente quello che pensano.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Meditazione sul Santo Vangelo della XXV Domenica del tempo ordinario (anno B)

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Nel suo splendido capolavoro Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry racconta in prima persona l’incontro immaginario con il piccolo principe, personaggio fantasioso con cui inizia un viaggio profondo, fra vari pianeti e riflessioni profonde sulla vita e specialmente sull’infanzia. Egli dedica questo libro a un certo Werth, di cui sappiamo solo ciò che l’Autore illustra:

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«Voglio dedicare il libro al bambino che questo adulto è stato molto tempo fa. Tutti gli adulti sono stati prima di tutto dei bambini».

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Sui temi dell’infanzia, il Vangelo di oggi nelle sue bellissime letture racchiude il mirabile insegnamento di Gesù del servizio verso il prossimo e lo lega all’accoglienza dei più piccoli. Nel testo del Santo Vangelo emerge anzitutto che Gesù è in viaggio:

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«In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo».

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Nel cammino, Gesù annuncia loro questo grande mistero: la Passione, la Resurrezione e dunque la Redenzione. È davvero difficile per gli apostoli capire, anzi questo annuncio fa sorgere un timore profondo. Una paura che blocca, paralizza e non permette neanche un semplice dialogo chiarificatorio. La paura è in effetti il contrario della fede. Esiste una paura umana di fronte ad un evento imprevisto: essa serve ad attivare le nostre competenze e conoscenze per risolvere l’evento traumatico. Ma c’è anche una paura profonda che frena le nostre capacità di riflessione e soluzione e soprattutto paralizza il nostro affidarci a Dio. Nella paura profonda viene meno il senso di abbandono e di fiducia nei confronti del Dio di Gesù Cristo.

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«Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”».

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La paura aveva portato gli apostoli a centrare la propria attenzione su sé stessi per cercare di distrarsi; dunque avevano cominciato a discutere su sé stessi improvvisando una sorta di classifica su chi è stato più bravo e servizievole. Gesù allora interviene; il Signore è consapevole di quanto i suoi amati apostoli lo abbiano servito ed amato. Ma non è con spirito di competizione che si deve vivere questa chiamata. Essere primi e più grandi vuol dire mettersi al servizio di Dio e degli altri. Questa è la “legge fondamentale” della Chiesa. Operare secondo una carità autentica, viva e attenta al bisogno di verità, tenerezza e di eternità del nostro prossimo. Anche noi possiamo assimilare l’insegnamento di Gesù: offrire un servizio di carità, essere ultimi nella superbia, nell’egocentrismo e nel perfezionismo, per porre al centro l’amore e la semplicità di Dio. In questo servizio, saremo delle piccole immagini viventi di Gesù stesso, vero Dio e vero uomo.

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«E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”».

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Il tema dell’accoglienza dei bambini è importante e centrale in questo brano. I bambini, in genere, non hanno paura paralizzante. Tendono ad avere uno sguardo semplice anche di fronte alle difficoltà e sanno accogliere così l’abbraccio dell’Eterno Padre. Con sguardo innocente, puro e limpido, non sono privi di grandi intuizioni e di grandi verità. Spesso infatti i bambini dicono schiettamente quello che pensano. Essere allora servitori veri e autentici di Gesù richiede di tornare a questo spirito di purezza e innocenza dello spirito, non della mente. Uno spirito che sia sempre accogliente, con uno sguardo sugli eventi che accadono, che non sia semplicemente materiale od orizzontale, ma principalmente fiducioso e abbandonato alla grazia e all’azione di Dio. Accogliere dunque uno sguardo contemplativo capace di abbracciare, con la luce della fede, tutta la realtà per coglierne, con stupore divino, la bontà e la bellezza.

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Chiediamo al Signore di diventare dei veri servitori autentici, per intercessione della nostra madre Celeste, Maria, per essere testimoni credibili della Parola di Vita Eterna di Gesù.

Roma, 18 settembre 2021

 

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