Fuori da Cristo non c’è accesso al Padre – Outside Christ there is no access to the Father – Fuera de Cristo no hay acceso al Padre

Omiletica dei Padri deL'Isola di Patmos

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

   (Italian, English, Español)

 

FUORI DA CRISTO SI PARLA DI DIO, IN CRISTO SI ENTRA

Enunciando uno di quegli assoluti che oggi tanto spaventano coloro che confondono i principi di assolutezza della fede con l’assolutismo, Cristo risponde: «Io sono la via, la verità e la vita». Non indica semplicemente una via, non aggiunge una verità, né comunica una vita come qualcosa di separabile da sé, ma si offre e dichiara come esse.

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Dinanzi a questa pagina del Quarto Vangelo si tende spesso a soffermarsi sulla frase «Non sia turbato il vostro cuore», senza cogliere che il punto non è il turbamento, ma la sua causa.

Questo accade perché Giovanni non è di facile lettura: più che sulle righe, va letto oltre le righe. Il suo Vangelo non procede per semplice narrazione, ma per rivelazione progressiva, nella quale le parole rinviano sempre a una profondità ulteriore. Non a caso è lo stesso Evangelista che col Libro dell’Apocalisse chiude la Rivelazione, mostrando ciò che in molti dei suoi racconti resta velato: come quando Gesù parla di «acqua viva» alla samaritana e lei capisce acqua materiale, mentre in realtà si tratta di una vita che non si vede e che non si esaurisce (cfr. Gv 4, 10-14). Ma ascoltiamo il testo:

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14, 1-12).

Non è la paura a turbare i discepoli, ma qualcosa di più radicale: è il venir meno del riferimento. Quando il punto di riferimento viene meno l’uomo non sa più dove andare e, quando non sa dove andare, non sa neppure come vivere. Tommaso, infatti, non fa una domanda ingenua, ma formula una constatazione logica: «Non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Se non si conosce il termine del cammino, non si può conoscere neppure la strada che conduce a quel termine. Tommaso non chiede una spiegazione, mette a nudo il problema: senza sapere dove Cristo va, non è possibile sapere come seguirlo.

Enunciando uno di quegli assoluti che oggi tanto spaventano coloro che confondono i principi di assolutezza della fede con l’assolutismo, Cristo risponde: «Io sono la via, la verità e la vita». Non indica semplicemente una via, non aggiunge una verità, né comunica una vita come qualcosa di separabile da sé, ma si offre e dichiara come esse. Non una via tra le altre, ma la via; non una verità tra le possibili, ma la verità; non una vita che si possa ricevere altrove, ma la vita stessa. Cristo è la divina negazione vivente del relativismo religioso: qui non si tratta infatti di scegliere un percorso, ma di riconoscere che fuori da Lui non c’è accesso al Padre: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato» (Gv 10,9).

L’affermazione: «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me», significa che non basta parlare di Dio, né cercarlo, ma neppure è sufficiente crederci in qualche modo, perché senza passare attraverso Cristo non si arriva al Padre. A questo punto Filippo chiede: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Non sta facendo una richiesta teorica, chiede di vedere Dio, di avere davanti agli occhi ciò di cui Gesù ha parlato. Gesù gli risponde: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto?». Perché il problema non è che il Padre non si sia mostrato, ma che Filippo non ha riconosciuto dove si è mostrato. La frase: «Chi ha visto me ha visto il Padre», non è un semplice rimando, ma un invito a riconoscere che il Figlio è nel Padre e il Padre è in Lui, generato dal Padre e della stessa sostanza del Padre, non qualcosa di separato, ma Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, come recitiamo nella Professione di Fede. Per questo cercare il Padre fuori da Cristo è un equivoco: non perché Cristo lo sostituisca, ma perché il Figlio è nel Padre e il Padre è nel Figlio; fuori da questa unità non c’è accesso al Padre: «Le parole che io vi dico non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere».

Qui non siamo davanti soltanto a un insegnamento da comprendere, ma a una realtà che si compie: la relazione tra il Figlio e il Padre nella quale l’uomo viene reso partecipe. Questo non significa che il cristianesimo non sia pensiero: al contrario, nasce dal Logos ed è strutturalmente legato alla ragione, secondo quella unità tra fede e ragione che la tradizione ha sempre custodito, da Sant’Anselmo d’Aosta fino al magistero di Giovanni Paolo II. La fede non è un insieme di sentimenti ― ai quali oggi è sempre più spesso ridotta ―, ma una visione della realtà, dell’uomo, di Dio. E proprio perché è Logos, il cristianesimo non resta un pensiero astratto: il Logos si è fatto carne. E qui sta il punto: ciò che è vero non rimane teoria, ma diventa vita. La fede non nasce da un’idea, ma dall’incontro con Cristo; un incontro che coinvolge insieme l’intelligenza e la vita. Per questo, nel cristianesimo, pensiero e vita, cioè fede e ragione, non si oppongono: il pensiero senza la vita diventerebbe ideologia, la vita senza il pensiero si ridurrebbe a esperienza cieca. In Cristo, invece, il vero si dà come vita e la vita si manifesta nella verità.

È in questo senso che Gesù non sta semplicemente insegnando qualcosa, ma sta compiendo ciò che dice: in Lui il Padre opera, perché Egli è nel Padre e il Padre è in Lui. E la fede non è soltanto adesione a un insegnamento, ma partecipazione a questa azione di Dio che si compie nella storia: «Chi crede in me compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi». Con questa espressione non si indica una superiorità dell’uomo su Cristo, ma il fatto che, andando al Padre, Egli rende possibile che la sua opera continui oltre il tempo della sua presenza visibile, coinvolgendo chi crede in Lui. Cristo non scompare, ma opera in modo diverso. Non si tratta soltanto di imitare dei gesti, ma di entrare nella sequela Christi, che nasce dall’essere coinvolti nella sua opera, ed è da qui che scaturisce anche la vera imitazione.

È da qui che nasce la Chiesa: là dove l’opera di Cristo continua nella storia. Per questo il turbamento del cuore non scompare perché tutto diventa chiaro, ma perché non si è più fuori da ciò che Egli compie. Senza Cristo si può parlare di Dio, ma solo per Cristo, con Cristo e in Cristo si entra nell’opera di Dio.

Dall’Isola di Patmos, 3 maggio 2026

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OUTSIDE CHRIST THERE IS NO ACCESS TO THE FATHER

By enunciating one of those absolutes that today so frighten those who confuse the principles of the absoluteness of faith with absolutism, Christ responds: «I am the way, the truth, and the life». He does not simply indicate a way, nor add a truth, nor communicate a life as something separable from Himself, but He offers Himself and declares Himself as them.

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Before this passage of the Fourth Gospel, one often tends to dwell on the phrase «Let not your heart be troubled», without grasping that the point is not the trouble, but its cause. This happens because John is not easy to read: more than on the lines, he must be read beyond the lines. His Gospel does not proceed by simple narration, but by progressive revelation, in which words always refer to a deeper reality. It is no coincidence that the same Evangelist, with the Book of Revelation, closes Revelation, unveiling what in many of his narratives remains veiled: as when Jesus speaks of «living water» to the Samaritan woman and she understands material water, while in reality it is a life that cannot be seen and does not run out (cf. Jn 4:10–14). Let us listen to the text:

«Do not let your hearts be troubled. You have faith in God; have faith also in me. In my Father’s house there are many dwelling places. If there were not, would I have told you that I am going to prepare a place for you? And if I go and prepare a place for you, I will come back again and take you to myself, so that where I am you also may be. Where [I] am going you know the way.» Thomas said to him, «Master, we do not know where you are going; how can we know the way?» Jesus said to him, «I am the way and the truth and the life. No one comes to the Father except through me. If you know me, then you will also know my Father. From now on you do know him and have seen him.» Philip said to him, «Master, show us the Father, and that will be enough for us.» Jesus said to him, «Have I been with you for so long a time and you still do not know me, Philip? Whoever has seen me has seen the Father. How can you say, ‘Show us the Father’? Do you not believe that I am in the Father and the Father is in me? The words that I speak to you I do not speak on my own. The Father who dwells in me is doing his works. Believe me that I am in the Father and the Father is in me, or else, believe because of the works themselves. Amen, amen, I say to you, whoever believes in me will do the works that I do, and will do greater ones than these, because I am going to the Father.» (John 14:1–12).

It is not fear that troubles the disciples, but something more radical: it is the loss of the point of reference. When the point of reference is lost, man no longer knows where to go and, when he does not know where to go, he no longer knows how to live. Thomas, in fact, does not ask a naïve question, but formulates a logical observation: «We do not know where you are going; how can we know the way?». If the destination of the journey is not known, the road that leads to it cannot be known either. Thomas does not ask for an explanation; he lays bare the problem: without knowing where Christ is going, it is not possible to know how to follow Him.

By enunciating one of those absolutes that today so frighten those who confuse the principles of the absoluteness of faith with absolutism, Christ responds: «I am the way, the truth, and the life». He does not simply indicate a way, nor add a truth, nor communicate a life as something separable from Himself, but He offers Himself and declares Himself as them. Not one way among others, but the way; not one truth among many, but the truth; not a life that can be received elsewhere, but life itself. Christ is the living divine negation of religious relativism: here it is not a matter of choosing a path, but of recognizing that outside Him there is no access to the Father: «I am the door; if anyone enters through me, he will be saved» (Jn 10:9).

The statement «No one comes to the Father except through me» means that it is not enough to speak about God, nor to seek Him, nor even to believe in Him in some way, because without passing through Christ one does not reach the Father. At this point Philip says: «Lord, show us the Father and that will be enough for us». He is not making a theoretical request: he asks to see God, to have before his eyes what Jesus has spoken about. Jesus answers him: «Have I been with you so long, and yet you do not know me, Philip?». The problem is not that the Father has not been shown, but that Philip has not recognized where He has been shown. The phrase «Whoever has seen me has seen the Father» is not a mere reference, but an invitation to recognize that the Son is in the Father and the Father is in Him, begotten of the Father and of the same substance as the Father, not something separate, but God from God, light from light, true God from true God, as we profess in the Creed. Therefore, seeking the Father outside Christ is a misunderstanding: not because Christ replaces Him, but because the Son is in the Father and the Father in the Son; outside this unity there is no access to the Father: «The words that I say to you I do not speak on my own; but the Father who dwells in me does his works».

Here we are not faced only with a teaching to be understood, but with a reality that takes place: the relationship between the Son and the Father in which man is made a participant. This does not mean that Christianity is not thought: on the contrary, it is born from the Logos and is structurally linked to reason, according to that unity between faith and reason which the tradition has always preserved, from Saint Anselm to the magisterium of John Paul II. Faith is not a set of feelings — to which it is increasingly reduced today —, but a vision of reality, of man, of God. And precisely because it is Logos, Christianity does not remain an abstract thought: the Logos became flesh. And here is the point: what is true does not remain theory, but becomes life. Faith is not born from an idea, but from the encounter with Christ; an encounter that involves both intelligence and life. For this reason, in Christianity, thought and life, that is, faith and reason, do not oppose each other: thought without life becomes ideology, life without thought becomes blind experience. In Christ, instead, truth is given as life and life is manifested in truth.

It is in this sense that Jesus is not simply teaching something, but accomplishing what He says: in Him the Father acts, because He is in the Father and the Father is in Him. And faith is not only adherence to a teaching, but participation in this action of God that takes place in history: «Whoever believes in me will also do the works that I do, and will do greater works than these». By this expression no superiority of man over Christ is meant, but the fact that, by going to the Father, He makes it possible for His work to continue beyond the time of His visible presence, involving those who believe in Him. Christ does not disappear, but acts in a different way. It is not only a matter of imitating gestures, but of entering into the sequela Christi, which is born from being involved in His work, and from which true imitation also springs.

From here the Church is born: where the work of Christ continues in history. For this reason the trouble of the heart does not disappear because everything becomes clear, but because one is no longer outside what He accomplishes. Without Christ one can speak about God, but only through Christ, with Christ and in Christ does one enter into the work of God.

From the Island of Patmos, May 3, 2026

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FUERA DE CRISTO NO HAY ACCESO AL PADRE

Enunciando uno de esos absolutos que hoy tanto asustan a quienes confunden los principios del carácter absoluto de la fe con el absolutismo, Cristo responde: «Yo soy el camino, la verdad y la vida». No indica simplemente un camino, no añade una verdad ni comunica una vida como algo separable de sí mismo, sino que se ofrece y se declara como ellas.

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Ante esta página del Cuarto Evangelio, a menudo se tiende a detenerse en la frase «No se turbe vuestro corazón», sin comprender que el punto no es la turbación, sino su causa. Esto sucede porque Juan no es de fácil lectura: más que en las líneas, hay que leerlo más allá de las líneas. Su Evangelio no procede por simple narración, sino por revelación progresiva, en la que las palabras remiten siempre a una profundidad ulterior. No es casual que el mismo Evangelista, con el Libro del Apocalipsis, cierre la Revelación, mostrando lo que en muchos de sus relatos permanece velado: como cuando Jesús habla de «agua viva» a la samaritana y ella entiende agua material, mientras que en realidad se trata de una vida que no se ve y que no se agota (cf. Jn 4, 10-14). Escuchemos el texto:

«No se turbe vuestro corazón. Creéis en Dios: creed también en mí. En la casa de mi Padre hay muchas moradas; si no, os lo habría dicho; porque voy a prepararos un lugar. Y cuando haya ido y os haya preparado un lugar, volveré y os tomaré conmigo, para que donde esté yo estéis también vosotros. Y adonde yo voy, sabéis el camino». Le dice Tomás: «Señor, no sabemos adónde vas, ¿cómo podemos saber el camino?». Le dice Jesús: «Yo soy el camino, la verdad y la vida. Nadie va al Padre sino por mí. Si me conocéis a mí, conoceréis también a mi Padre; desde ahora lo conocéis y lo habéis visto». Le dice Felipe: «Señor, muéstranos al Padre y nos basta». Le dice Jesús: «¿Tanto tiempo hace que estoy con vosotros y no me conoces, Felipe? El que me ha visto a mí ha visto al Padre. ¿Cómo dices tú: “Muéstranos al Padre”? ¿No crees que yo estoy en el Padre y el Padre en mí? Las palabras que os digo, no las digo por mi cuenta; el Padre que permanece en mí realiza sus obras. Creedme: yo estoy en el Padre y el Padre en mí; y si no, creed por las obras mismas. En verdad, en verdad os digo: el que cree en mí, hará también las obras que yo hago, y hará mayores aún, porque yo voy al Padre». (Juan 14, 1–12).

No es el miedo lo que turba a los discípulos, sino algo más radical: es la pérdida del punto de referencia. Cuando el punto de referencia desaparece, el hombre ya no sabe adónde ir y, cuando no sabe adónde ir, ya no sabe cómo vivir. Tomás, de hecho, no formula una pregunta ingenua, sino que presenta una constatación lógica: «No sabemos adónde vas; ¿cómo podemos conocer el camino?». Si no se conoce el término del camino, tampoco se puede conocer la senda que conduce a él. Tomás no pide una explicación, pone al descubierto el problema: sin saber adónde va Cristo, no es posible saber cómo seguirlo.

Enunciando uno de esos absolutos que hoy tanto asustan a quienes confunden los principios del carácter absoluto de la fe con el absolutismo, Cristo responde: «Yo soy el camino, la verdad y la vida». No indica simplemente un camino, no añade una verdad ni comunica una vida como algo separable de sí mismo, sino que se ofrece y se declara como ellas. No un camino entre otros, sino el camino; no una verdad entre muchas, sino la verdad; no una vida que pueda recibirse en otra parte, sino la vida misma. Cristo es la negación divina viviente del relativismo religioso: aquí no se trata de elegir un recorrido, sino de reconocer que fuera de Él no hay acceso al Padre: «Yo soy la puerta; el que entre por mí se salvará» (Jn 10,9).

La afirmación «Nadie va al Padre sino por mí» significa que no basta hablar de Dios, ni buscarlo, ni siquiera creer en Él de algún modo, porque sin pasar por Cristo no se llega al Padre. En este punto Felipe dice: «Señor, muéstranos al Padre y nos basta». No hace una petición teórica: pide ver a Dios, tener ante los ojos aquello de lo que Jesús ha hablado. Jesús le responde: «Hace tanto que estoy con vosotros, ¿y no me conoces, Felipe?». El problema no es que el Padre no se haya mostrado, sino que Felipe no ha reconocido dónde se ha mostrado. La frase «Quien me ha visto a mí ha visto al Padre» no es un simple remitir, sino una invitación a reconocer que el Hijo está en el Padre y el Padre en Él, engendrado por el Padre y de la misma sustancia que el Padre, no algo separado, sino Dios de Dios, luz de luz, Dios verdadero de Dios verdadero, como profesamos en el Credo. Por eso buscar al Padre fuera de Cristo es un equívoco: no porque Cristo lo sustituya, sino porque el Hijo está en el Padre y el Padre en el Hijo; fuera de esta unidad no hay acceso al Padre: «Las palabras que yo os digo no las digo por mi cuenta; el Padre que permanece en mí realiza sus obras».

Aquí no estamos solamente ante una enseñanza que hay que comprender, sino ante una realidad que se realiza: la relación entre el Hijo y el Padre en la que el hombre es hecho partícipe. Esto no significa que el cristianismo no sea pensamiento: al contrario, nace del Logos y está estructuralmente ligado a la razón, según esa unidad entre fe y razón que la tradición siempre ha custodiado, desde san Anselmo hasta el magisterio de san Juan Pablo II. La fe no es un conjunto de sentimientos — a los que hoy se reduce cada vez más —, sino una visión de la realidad, del hombre y de Dios. Y precisamente porque es Logos, el cristianismo no permanece como pensamiento abstracto: el Logos se hizo carne. Y aquí está el punto: lo verdadero no permanece como teoría, sino que se convierte en vida. La fe no nace de una idea, sino del encuentro con Cristo; un encuentro que implica tanto la inteligencia como la vida. Por eso, en el cristianismo, pensamiento y vida, es decir, fe y razón, no se oponen: el pensamiento sin la vida se convierte en ideología, la vida sin el pensamiento se reduce a experiencia ciega. En Cristo, en cambio, la verdad se da como vida y la vida se manifiesta en la verdad.

Es en este sentido que Jesús no está simplemente enseñando algo, sino realizando lo que dice: en Él el Padre obra, porque Él está en el Padre y el Padre en Él. Y la fe no es solamente adhesión a una enseñanza, sino participación en esta acción de Dios que se realiza en la historia: «Quien cree en mí hará también las obras que yo hago, y hará otras mayores que estas». Con esta expresión no se indica una superioridad del hombre sobre Cristo, sino el hecho de que, al ir al Padre, Él hace posible que su obra continúe más allá del tiempo de su presencia visible, implicando a quienes creen en Él. Cristo no desaparece, sino que actúa de un modo distinto. No se trata solo de imitar gestos, sino de entrar en la sequela Christi, que nace de ser implicados en su obra, y de la cual brota también la verdadera imitación.

De aquí nace la Iglesia: allí donde la obra de Cristo continúa en la historia. Por eso la turbación del corazón no desaparece porque todo se vuelva claro, sino porque ya no se está fuera de lo que Él realiza. Sin Cristo se puede hablar de Dios, pero solo por Cristo, con Cristo y en Cristo se entra en la obra de Dios.

Desde la Isla de Patmos, 3 de mayo de 2026

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Il Buon Pastore e la porta delle pecore – The Good Shepherd and the gate of the sheep – El Buen Pastor y la puerta de las ovejas

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

   Italian, english, español 

 

IL BUON PASTORE E LA PORTA DELLE PECORE

Il recinto delle pecore sta a indicare metaforicamente il luogo santo di Israele, il Tempio di Gerusalemme, o il suo vestibolo, che rappresenta e simboleggia il giudaismo teocratico; mentre il pastore delle pecore, colui che entra per la porta, è Gesù, nuovo Pastore di Israele, che, in effetti, si è presentato al Tempio di Gerusalemme, per rivelarsi ai Giudei durante la festa dei Tabernacoli.

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La liturgia riserva alla figura del buon Pastore un posto privilegiato nella Quarta Domenica di Pasqua. Tutta la Tradizione veicola l’idea fondamentale che Cristo è il salvatore delle pecore, poiché Gesù conduce i suoi al di là della morte, verso i pascoli celesti, nella casa del Padre. Il brano qui sotto riportato esprime questa tensione che è insieme soteriologica e cristologica.

 

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,1-10).

Per cogliere meglio la portata del testo, è necessario inserirlo nella grande sezione del quarto Vangelo alla quale appartiene, che va da Gv 7,1 fino a Gv l0,42. Questi quattro capitoli costituiscono il centro della vita pubblica di Gesù, il punto culminante della sua rivelazione al mondo, nel Tempio di Gerusalemme. L’unità tematica di questa sezione è evidente: Gesù si rivela al mondo (cfr. 7,4), ma è continuamente in controversia con «i Giudei». Ritorna un tema del prologo che raggiunge qui, per ciò che riguarda la vita pubblica di Gesù, il suo punto discriminante: «Venne fra i suoi e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11).

Innanzitutto cos’è questo «recinto delle pecore». Nella Bibbia greca esso è spesso metaforicamente associato ad aree che riguardano il Tempio. Aggiungiamo anche che, già nell’AT, il termine «pecore», viene usato spesso in un senso semplicemente allegorico per designare il popolo di Israele (Ez 34,31; Ger 23,1). I vocaboli del nostro versetto evocherebbero perciò una situazione analoga a quella del Sal 100,3-4 (LXX):

«Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo. Varcate le sue porte con inni di grazie, i suoi atri con canti di lode, lodatelo, benedite il suo nome».

In Gv l0,1 il recinto delle pecore sta ad indicare metaforicamente il luogo santo di Israele, il Tempio di Gerusalemme, o il suo vestibolo, che rappresenta e simboleggia il giudaismo teocratico; mentre il pastore delle pecore, colui che entra per la porta, è Gesù, nuovo Pastore di Israele, che, in effetti, si è presentato al Tempio di Gerusalemme, per rivelarsi ai Giudei durante la festa dei Tabernacoli (Gv 7,14).

Sono allusioni velate, ma precise, che Gesù, secondo San Giovanni, sta facendo a riguardo della sua missione ed esse mischiano insieme sia elementi figurati, sia riferimenti a situazioni storiche, allo scopo di far comprendere il valore e la qualità della sua messianicità. Non è un ladro o un brigante — lo stesso temine greco verrà usato per identificare Barabba nel racconto della passione, definito da Matteo un prigioniero «famoso» (Mt 27,16) — Gesù non è un rivoltoso o un ribelle interessato alla liberazione violenta dalla dominazione romana, al fine di instaurare un potere giudaico nello stesso tempo politico e religioso. Egli invece è entrato nel Tempio per la via normale, durante la festa dei Tabernacoli; si è presentato legittimamente al popolo giudaico per rivelarsi a lui come suo Pastore, come il vero Messia. Nel cap. 10 di San Giovanni Gesù adotta un linguaggio figurato, enigmatico, eppure l’insegnamento rimane sostanzialmente lo stesso: ha ancora sempre come oggetto la missione messianica di Gesù.

Il secondo versetto del brano è teologicamente ancor più rilevante: «Egli (il Pastore) chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori». Tutte le pecore del recinto, i Giudei, hanno potuto conoscere la parola di Gesù (cfr. Gv 18,20), ma solo alcune di esse sono divenute «le sue pecore», cioè quelle che gli sono state date dal Padre (v. 29; cfr. 6,37.39). In virtù di questo dono, Gesù potrà dire che sono «nella sua mano» (v.28); per la stessa ragione ancora, durante l’ultima cena, potrà considerare i discepoli come «i suoi» (Gv 13,1). A questa predisposizione da parte del Padre corrisponde una chiamata da parte di Gesù: «Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome». È il primo atto della costituzione di un nuovo gregge ad opera di Gesù.

Le sue pecore, il Pastore le «fa uscire» dal recinto. Il verbo qui utilizzato dall’evangelista è il termine tecnico del vocabolario dell’Esodo: Dio «fece uscire dall’Egitto» il suo popolo, i figli di Israele (Es 3,l0; 6,27); allo stesso modo più tardi, al momento del secondo Esodo, li «farà uscire» da in mezzo ai popoli (Ez 34,13). L’idea evocata da questa parola è chiara: «far uscire», significa liberare dalla schiavitù. È considerevole e nello stesso tempo tragico, che questo termine, un tempo utilizzato per indicare la fine della cattività, debba ora venir usato contro lo stesso Israele; poiché i suoi occhi non si sono aperti alla vera luce dei tempi messianici e perciò stesso il Messia Gesù deve ormai «far uscire» le sue pecore, come una volta dall’Egitto.

Ma per afferrare tutte le implicazioni di questa idea nell’economia generale della vita di Gesù, bisogna collegarla al racconto precedente, quello del cieco nato, in cui era già stata formulata. Per quest’uomo del popolo, Gesù all’inizio non era che uno sconosciuto (Gv 9,11). Ma, dopo la guarigione, nel corso della controversia con i Giudei, scopre progressivamente in lui un profeta (v. 17), un inviato di Dio (v.33), il Figlio dell’uomo (vv. 35-37), divenendo così il tipo stesso del credente. I Giudei, invece, che si credevano cosi chiaroveggenti in materia religiosa, sono diventati totalmente ciechi di fronte alla luce del mondo (vv.39-4l). Ora, constatando l’attaccamento dell’ex-cieco a Gesù, «essi lo gettarono fuori» (Gv 9,34). In questo momento si compie la discriminazione (κρίμα) di cui parlerà Gesù alla fine della controversia (Gv 9,39), discriminazione che prefigura e annuncia la rottura tra Chiesa e Sinagoga (αποσυνάγωγος di Gv 9,22). Nel brano odierno viene così ripreso e sanzionato il comportamento degli stessi Giudei, i quali avevano escluso dalla sinagoga il cieco nato guarito da Gesù e divenuto suo discepolo. La chiamata che il Pastore rivolge alle sue pecore nel recinto giudaico diventa così il primo atto di una separazione, quella che contrapporrà l’antico gregge Israele e il nuovo, il giudaismo e la Chiesa. Ed è probabile che Giovanni stia scrivendo in questo particolare momento in cui la separazione si sta attuando, che non autorizza comunque nessuno a rivalse antigiudaiche o giustificazioni dell’antisemitismo.

I rapporti tra il Pastore e le sue pecore sono descritti in questi termini: «Egli cammina dinanzi ad esse e le pecore lo seguono». Come ha già fatto, l’evangelista utilizza di nuovo il vocabolario tipico del ciclo dell’Esodo: «Il Signore, vostro Dio, che vi precede, egli stesso combatterà per voi, come insieme a voi ha fatto, sotto i vostri occhi, in Egitto» (Deut 1,30; Mich 2,13). Nel quarto vangelo, il verbo «camminare (πορεύεσθαι)» è quasi sempre riferito a Gesù in rapporto alla sua missione, che è un nuovo Esodo (cfr. Gv 14,2.3.12.28; 16,7.28). In tal modo il Pastore, che cammina davanti alle sue pecore, si presenta come il nuovo capo del popolo di Dio. Le pecore lo «seguono» esprimendo quella docilità essenziale del discepolo verso il Maestro (cfr. Gv 1,37.38.41.43), fondata sul fatto che esse conoscono la sua voce. Questi temi, poi, verranno ripresi con maggior insistenza nella seconda parte del discorso (vv. 14-16) e poi nelle dichiarazioni conclusive di Gesù alla festa della Dedicazione (v. 27).

Come bisogna, infine, interpretare la formula «la porta delle pecore»? Se il vecchio recinto ha terminato la sua funzione non è necessario più menzionarlo, infatti logicamente Gesù avrebbe potuto dire: «Sono la porta del recinto». Ma adopera invece un’espressione nuova perché ormai Egli è la porta per le pecore stesse. Tra Gesù e i suoi, sono d’ora in poi abbozzati nuovi rapporti; una volta uscite dal recinto, le pecore devono ormai «entrare» attraverso la porta che è Gesù. Si passa qui dal piano storico al piano tipologico e spirituale. Non si tratta più del recinto del giudaismo: entrando per la «porta» che è Gesù, le pecore penetrano in un nuovo ambiente, di natura completamente diversa. Gli esegeti richiamano a questo proposito il Sal 118,19-20: «Apritemi le porte della giustizia: vi entrerò per ringraziare il Signore. È questa la porta del Signore: per essa entrano i giusti». Che lo sfondo del nostro versetto sia costituito da questo salmo è verosimile in quanto il Sal 118 veniva utilizzato nella liturgia della festa dei Tabernacoli e ricordiamo che il discorso sul buon Pastore è stato pronunciato, secondo Giovanni, nelle vicinanze del Tempio, al momento conclusivo di quella grande solennità. Tutto il contesto favoriva perciò l’uso di questa metafora della porta. Ma l’insistenza con la quale Gesù ne fa l’applicazione a se stesso — «Io sono la porta delle pecore» — dimostra chiaramente che qui non può più trattarsi del Tempio dell’antica economia. Gesù, ispirandosi alle realtà che lo circondano, vuol parlare del nuovo Tempio che lui stesso inaugura. Nel discorso figurato, la porta e il recinto designavano ancora delle realtà storiche: il Tempio di Gerusalemme e il giudaismo teocratico; ma a partire dal momento in cui queste realtà vengono riferite metaforicamente a Gesù, sono trasposte sul piano su un altro piano, che è spirituale.

Anche l’uso della terminologia del nostro versetto nella tradizione cristiana pregiovannea è molto illuminante. I sinottici parlano più volte della porta che dà accesso al Regno (Mt 7,13-14; 25,10-12; Lc 13,24-26); era una metafora del vocabolario escatologico. Lo stesso vale per il verbo «entrare», che si usava correntemente per designare l’ingresso nel Regno di Dio (Mt 7,21; At 14,22). Giovanni riprende quest’uso (Gv 3,5), ma nel contesto attuale, tutto si concentra su Gesù: è attraverso di lui che bisogna «entrare» per essere salvati.

Questa necessariamente breve analisi del vocabolario del nostro passo mette in luce la portata teologica della frase di Gesù: «Io sono la porta delle pecore». La prima idea che esprime è quella di mediazione, quindi di possibilità di accesso alla salvezza. È detto esplicitamente nel testo del v. 9: «Io sono la porta: chi entrerà soltanto attraverso di me sarà salvato». D’altra parte, Gesù non è solo mediatore. La porta non è soltanto un luogo di passaggio attraverso cui si «entra», appartiene già al recinto stesso. Infatti, nell’Antico Testamento, la «porta» della città o del Tempio indica spesso metonimicamente l’insieme della città o il Tempio nella sua totalità: cfr. Sal 122,2; 87,1-2; 118,20. Riferita a Gesù, l’immagine della porta non significa perciò soltanto che attraverso di lui si accede alla salvezza e alla vita; indica inoltre che le pecore trovano questi beni in lui. In altre parole, Gesù non è soltanto una via di accesso; è anche il nuovo recinto, il nuovo Tempio, in cui i suoi possono ottenere i beni messianici. Si ritrova qui il tema di Gesù nuovo Tempio, enunciato da S. Giovanni fin dall’inizio del suo vangelo (2,13-22). Ma se è cosi, ci si chiederà forse perché la metafora della porta sia stata preferita a quella di recinto o di tempio. Probabilmente, l’immagine della porta, con tutto quel che suggeriva il suo retroscena biblico, era più adatta ad esprimere simultaneamente due idee connesse: da una parte, quella di entrata, di mediazione; dall’altra, quella di ambiente vitale e di comunione. Sono le due idee che ricompariranno nel testo così suggestivo di Gv 14,6: «Io sono la Via, la Verità e la Vita»; Gesù è la Via verso il Padre, il mediatore perfetto che ci fa accedere alla vita del Padre; ma è nello stesso tempo la Vita: in Gesù stesso troviamo la vita del Padre, perché lui, il Figlio Unigenito «tornato ormai nel seno del Padre» (Gv 1,18), la possiede in se stesso in pienezza.

La tradizione patristica metterà maggiormente in rilievo l’aspetto futuro, specificamente escatologico, del tema della porta: attraverso Gesù noi abbiamo accesso alla vita eterna, al regno dei cieli. Ma qui come altrove, Giovanni anticipa i temi escatologici nella persona stessa e nell’opera storica di Gesù: nello stesso tempo attraverso di lui e nella comunione con lui, fin d’ora, noi possiamo ottenere i beni della salvezza, la vita divina. L’idea espressa qui è stata commentata magnificamente in un testo anonimo che è circolato sotto il nome di Agostino in diversi florilegi di citazioni patristiche: «Jesus ostium est, ostium in quo et domus est, domus in qua et requies defatigatis est». Si veda anche Ignazio di Antiochia: «Egli è la porta del Padre, attraverso la quale entrano Abramo, Isacco e Giacobbe e i profeti e gli apostoli e la Chiesa»; Erma: «La porta è il Figlio di Dio. È l’unica entrata che conduca al Signore. Nessuno ci introdurrà perciò presso di lui se non suo Figlio»; Sant’Agostino: «Christus est enim illa janua, et per Christum intramus ad vitam aeternam».

dall’Eremo, 26 aprile 2026

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THE GOOD SHEPHERD AND THE GATE OF THE SHEEP

The sheepfold metaphorically indicates the holy place of Israel, the Temple of Jerusalem, or its vestibule, which represents and symbolizes the theocratic Judaism; while the shepherd of the sheep, the one who enters through the gate, is Jesus, the new Shepherd of Israel, who, in fact, presented himself in the Temple of Jerusalem to reveal himself to the Jews during the feast of Tabernacles.

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The liturgy assigns a privileged place to the figure of the Good Shepherd on the Fourth Sunday of Easter. The whole Tradition conveys the fundamental idea that Christ is the savior of the sheep, since Jesus leads his own beyond death, toward the heavenly pastures, into the house of the Father. The passage reported below expresses this tension, which is at once soteriological and Christological.

«Amen, amen, I say to you: whoever does not enter the sheepfold through the gate but climbs in by another way is a thief and a robber. But whoever enters through the gate is the shepherd of the sheep. The gatekeeper opens to him and the sheep listen to his voice: he calls his own sheep, each one by name, and leads them out. And when he has brought out all his own sheep, he goes before them, and the sheep follow him because they know his voice. A stranger, however, they will not follow, but they will flee from him, because they do not know the voice of strangers». Jesus told them this parable, but they did not understand what he was saying to them. So Jesus said to them again: «Amen, amen, I say to you: I am the gate of the sheep. All who came before me are thieves and robbers; but the sheep did not listen to them. I am the gate: if anyone enters through me, he will be saved; he will go in and out and find pasture. The thief comes only to steal and kill and destroy; I came that they may have life and have it abundantly» (Jn 10:1–10).

In order to grasp more fully the scope of the text, it is necessary to situate it within the great section of the Fourth Gospel to which it belongs, which extends from Jn 7:1 to Jn 10:42. These four chapters constitute the center of the public life of Jesus, the culminating point of his revelation to the world, in the Temple of Jerusalem. The thematic unity of this section is evident: Jesus reveals himself to the world (cf. 7:4), but he is continually in controversy with «the Jews». A theme from the Prologue returns here and reaches, with regard to the public life of Jesus, its decisive point: «He came to his own, and his own did not receive him» (Jn 1:11).

First of all, what is this «sheepfold»? In the Greek Bible it is often metaphorically associated with areas concerning the Temple. We must also add that, already in the Old Testament, the term «sheep» is frequently used in a purely allegorical sense to designate the people of Israel (Ez 34:31; Jer 23:1). The vocabulary of our verse would therefore evoke a situation analogous to that of Ps 100:3–4 (LXX):

«Know that the Lord alone is God: he made us and we are his, his people and the flock of his pasture. Enter his gates with thanksgiving, his courts with praise; give thanks to him, bless his name».

In Jn 10:1 the sheepfold metaphorically indicates the holy place of Israel, the Temple of Jerusalem, or its vestibule, which represents and symbolizes the theocratic Judaism; while the shepherd of the sheep, the one who enters through the gate, is Jesus, the new Shepherd of Israel, who indeed presented himself in the Temple of Jerusalem to reveal himself to the Jews during the feast of Tabernacles (Jn 7:14).

These are veiled yet precise allusions that Jesus, according to Saint John, is making regarding his mission; they combine both figurative elements and references to historical situations, in order to make understood the value and the nature of his messianic identity. He is not a thief or a robber — the same Greek term will be used to identify Barabbas in the Passion narrative, described by Matthew as a «notorious» prisoner (Mt 27:16) — Jesus is not a revolutionary or a rebel interested in violent liberation from Roman domination, in order to establish a Jewish power that is at once political and religious. Rather, he entered the Temple by the proper way, during the feast of Tabernacles; he presented himself legitimately to the Jewish people in order to reveal himself as their Shepherd, as the true Messiah. In chapter 10 of Saint John, Jesus adopts a figurative, enigmatic language, yet the teaching remains essentially the same: it always concerns his messianic mission.

The second verse of the passage is even more theologically significant: «He calls his own sheep, each one by name, and leads them out». All the sheep of the fold, the Jews, were able to hear the word of Jesus (cf. Jn 18:20), but only some of them became «his sheep», that is, those who were given to him by the Father (v. 29; cf. 6:37,39). By virtue of this gift, Jesus can say that they are «in his hand» (v. 28); for the same reason, during the Last Supper, he will consider the disciples as «his own» (Jn 13:1). To this disposition on the part of the Father corresponds a call on the part of Jesus: «He calls his own sheep, each one by name». This is the first act in the constitution of a new flock brought about by Jesus.

His sheep, the Shepherd «leads out» from the fold. The verb used here by the evangelist is the technical term of the vocabulary of the Exodus: God «brought out» his people, the children of Israel, from Egypt (Ex 3:10; 6:27); likewise later, at the time of the second Exodus, he will «bring them out» from among the peoples (Ez 34:13). The idea evoked by this word is clear: «to lead out» means to liberate from slavery. It is striking, and at the same time tragic, that this term, once used to indicate the end of captivity, must now be used against Israel itself; for its eyes did not open to the true light of the messianic times, and therefore the Messiah Jesus must now «lead out» his sheep, as once from Egypt.

But in order to grasp all the implications of this idea within the overall economy of Jesus’ life, it must be connected to the preceding account, that of the man born blind, where it had already been formulated. For this man, Jesus was at first only an unknown figure (Jn 9:11). But after the healing, in the course of the controversy with the Jews, he progressively discovers in him a prophet (v. 17), one sent by God (v. 33), the Son of Man (vv. 35–37), thus becoming the very type of the believer. The Jews, on the other hand, who considered themselves so clear-sighted in religious matters, became completely blind before the light of the world (vv. 39–41). Now, seeing the attachment of the former blind man to Jesus, «they cast him out» (Jn 9:34). At this moment the κρίμα is fulfilled, the judgment of which Jesus speaks at the end of the controversy (Jn 9:39), a judgment that foreshadows and announces the rupture between Church and Synagogue (ἀποσυνάγωγος of Jn 9:22). In the present passage, the behavior of those same Jews is thus taken up again and ratified: they had excluded from the synagogue the man born blind, healed by Jesus and become his disciple. The call that the Shepherd addresses to his sheep within the Jewish fold thus becomes the first act of a separation: that which will oppose the old flock, Israel, and the new one, the Church. It is probable that John is writing precisely in this moment when this separation is taking place, which nevertheless does not authorize any anti-Jewish retaliation or justification of antisemitism.

The relationship between the Shepherd and his sheep is described in these terms: «He goes before them, and the sheep follow him». As he has already done, the evangelist once again uses the vocabulary typical of the Exodus cycle: «The Lord your God who goes before you will himself fight for you, just as he did for you in Egypt before your eyes» (Deut 1:30; Mic 2:13). In the Fourth Gospel, the verb «to go» (πορεύεσθαι) almost always refers to Jesus in relation to his mission, which is a new Exodus (cf. Jn 14:2,3,12,28; 16:7,28). In this way, the Shepherd who walks ahead of his sheep presents himself as the new leader of the people of God. The sheep «follow» him, expressing that essential docility of the disciple toward the Master (cf. Jn 1:37,38,41,43), founded on the fact that they know his voice. These themes will then be taken up more insistently in the second part of the discourse (vv. 14–16) and later in Jesus’ final declarations at the feast of Dedication (v. 27).

How, finally, must the expression «the gate of the sheep» be interpreted? If the old fold has completed its function, it is no longer necessary to mention it; logically, Jesus could have said: «I am the gate of the fold». But instead he uses a new expression, because now he himself is the gate for the sheep. New relationships are henceforth outlined between Jesus and his own; once they have gone out of the fold, the sheep must now «enter» through the gate which is Jesus. Here we pass from the historical level to the typological and spiritual level. It is no longer a matter of the fold of Judaism: by entering through the «gate» that is Jesus, the sheep enter into a new environment of a completely different nature. The exegetes refer in this regard to Ps 118:19–20: «Open to me the gates of righteousness: I will enter them and give thanks to the Lord. This is the gate of the Lord; the righteous shall enter through it». It is likely that the background of our verse is this psalm, since Ps 118 was used in the liturgy of the feast of Tabernacles, and we recall that the discourse on the Good Shepherd was delivered, according to John, in the vicinity of the Temple, at the concluding moment of that great solemnity. The whole context therefore favored the use of this metaphor of the gate. But the insistence with which Jesus applies it to himself — «I am the gate of the sheep» — clearly shows that it can no longer refer to the Temple of the old economy. Jesus, drawing inspiration from the realities that surround him, intends to speak of the new Temple that he himself inaugurates. In the figurative discourse, the gate and the fold still designated historical realities: the Temple of Jerusalem and the theocratic Judaism; but from the moment in which these realities are referred metaphorically to Jesus, they are transposed to another level, which is spiritual.

The use of the terminology of our verse in the pre-Johannine Christian tradition is also very illuminating. The Synoptics speak several times of the gate that gives access to the Kingdom (Mt 7:13–14; 25:10–12; Lk 13:24–26); it was a metaphor belonging to the eschatological vocabulary. The same applies to the verb «to enter», which was commonly used to designate entry into the Kingdom of God (Mt 7:21; Acts 14:22). John takes up this usage (Jn 3:5), but in the present context everything is centered on Jesus: it is through him that one must «enter» in order to be saved.

This necessarily brief analysis of the vocabulary of our passage highlights the theological significance of Jesus’ statement: «I am the gate of the sheep». The first idea it expresses is that of mediation, and therefore of the possibility of access to salvation. This is explicitly stated in v. 9: «I am the gate: whoever enters only through me will be saved». On the other hand, Jesus is not only mediator. The gate is not merely a place of passage through which one «enters»; it already belongs to the fold itself. Indeed, in the Old Testament, the «gate» of the city or of the Temple often metonymically indicates the entire city or the Temple in its totality: cf. Ps 122:2; 87:1–2; 118:20. Applied to Jesus, the image of the gate therefore does not only mean that through him one has access to salvation and to life; it also indicates that the sheep find these goods in him. In other words, Jesus is not only a way of access; he is also the new fold, the new Temple, in which his own can obtain the messianic goods. Here we find again the theme of Jesus as the new Temple, proclaimed by Saint John from the very beginning of his Gospel (2:13–22). But if this is so, one might ask why the metaphor of the gate has been preferred to that of the fold or of the Temple. Probably the image of the gate, with all that its biblical background suggested, was better suited to express simultaneously two connected ideas: on the one hand, that of entrance, of mediation; on the other, that of a vital environment and of communion. These are the two ideas that will reappear in the very evocative text of Jn 14:6: «I am the Way, and the Truth, and the Life»; Jesus is the Way to the Father, the perfect mediator who grants us access to the life of the Father; but he is at the same time the Life: in Jesus himself we find the life of the Father, because he, the Only-Begotten Son «who is in the bosom of the Father» (Jn 1:18), possesses it in himself in fullness.

The patristic tradition will place greater emphasis on the future, specifically eschatological aspect of the theme of the gate: through Jesus we have access to eternal life, to the kingdom of heaven. But here, as elsewhere, John anticipates the eschatological themes in the very person and historical work of Jesus: at the same time, through him and in communion with him, already now we can obtain the goods of salvation, the divine life. The idea expressed here has been magnificently commented upon in an anonymous text that circulated under the name of Augustine in various florilegia of patristic citations: «Jesus ostium est, ostium in quo et domus est, domus in qua et requies defatigatis est». See also Ignatius of Antioch: «He is the door of the Father, through which enter Abraham, Isaac and Jacob and the prophets and the apostles and the Church»; Hermas: «The gate is the Son of God. It is the only entrance that leads to the Lord. No one will therefore be introduced to him except through his Son»; Saint Augustine: «Christus est enim illa janua, et per Christum intramus ad vitam aeternam».

From the Hermitage, 26 April 2026

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EL BUEN PASTOR Y LA PUERTA DE LAS OVEJAS

El redil de las ovejas indica metafóricamente el lugar santo de Israel, el Templo de Jerusalén, o su vestíbulo, que representa y simboliza el judaísmo teocrático; mientras que el pastor de las ovejas, aquel que entra por la puerta, es Jesús, el nuevo Pastor de Israel, que, en efecto, se presentó en el Templo de Jerusalén para revelarse a los judíos durante la fiesta de los Tabernáculos.

 

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La liturgia reserva a la figura del Buen Pastor un lugar privilegiado en el Cuarto Domingo de Pascua. Toda la Tradición transmite la idea fundamental de que Cristo es el salvador de las ovejas, pues Jesús conduce a los suyos más allá de la muerte, hacia los pastos celestiales, en la casa del Padre. El pasaje que se presenta a continuación expresa esta tensión que es al mismo tiempo soteriológica y cristológica.

«En verdad, en verdad os digo: el que no entra por la puerta en el redil de las ovejas, sino que sube por otra parte, ése es ladrón y salteador. Pero el que entra por la puerta es pastor de las ovejas. El guardián le abre y las ovejas escuchan su voz: él llama a sus ovejas, a cada una por su nombre, y las saca fuera. Y cuando ha sacado todas sus ovejas, camina delante de ellas, y las ovejas lo siguen porque conocen su voz. A un extraño, en cambio, no lo seguirán, sino que huirán de él, porque no conocen la voz de los extraños». Jesús les dijo esta parábola, pero ellos no comprendieron de qué les hablaba. Entonces Jesús les dijo de nuevo: «En verdad, en verdad os digo: yo soy la puerta de las ovejas. Todos los que vinieron antes de mí son ladrones y salteadores; pero las ovejas no los escucharon. Yo soy la puerta: si uno entra por mí, será salvado; entrará y saldrá y encontrará pasto. El ladrón no viene sino para robar, matar y destruir; yo he venido para que tengan vida y la tengan en abundancia» (Jn 10,1-10).

Para comprender mejor el alcance del texto, es necesario situarlo dentro de la gran sección del cuarto Evangelio a la que pertenece, que va desde Jn 7,1 hasta Jn 10,42. Estos cuatro capítulos constituyen el centro de la vida pública de Jesús, el punto culminante de su revelación al mundo, en el Templo de Jerusalén. La unidad temática de esta sección es evidente: Jesús se revela al mundo (cf. 7,4), pero se encuentra continuamente en controversia con «los judíos». Vuelve aquí un tema del prólogo que alcanza su punto decisivo en lo que se refiere a la vida pública de Jesús: «Vino a los suyos y los suyos no lo recibieron» (Jn 1,11).

Ante todo, ¿qué es este «redil de las ovejas»? En la Biblia griega se asocia con frecuencia, de modo metafórico, a espacios relacionados con el Templo. Añadamos además que, ya en el Antiguo Testamento, el término «ovejas» se utiliza a menudo en sentido alegórico para designar al pueblo de Israel (Ez 34,31; Jer 23,1). El vocabulario de nuestro versículo evocaría, por tanto, una situación análoga a la del Sal 100,3-4 (LXX):

«Reconoced que el Señor es Dios: él nos hizo y somos suyos, su pueblo y el rebaño de su pasto. Entrad por sus puertas con acción de gracias, por sus atrios con himnos de alabanza; dadle gracias, bendecid su nombre».

En Jn 10,1 el redil de las ovejas indica metafóricamente el lugar santo de Israel, el Templo de Jerusalén o su vestíbulo, que representa y simboliza el judaísmo teocrático; mientras que el pastor de las ovejas, aquel que entra por la puerta, es Jesús, el nuevo Pastor de Israel, que en efecto se presentó en el Templo de Jerusalén para revelarse a los judíos durante la fiesta de los Tabernáculos (Jn 7,14).

Se trata de alusiones veladas pero precisas que Jesús, según san Juan, está haciendo acerca de su misión; en ellas se mezclan elementos figurados y referencias a situaciones históricas, con el fin de hacer comprender el valor y la naturaleza de su mesianidad. Él no es un ladrón ni un salteador — el mismo término griego será utilizado para identificar a Barrabás en el relato de la pasión, descrito por Mateo como un prisionero «famoso» (Mt 27,16) — Jesús no es un revolucionario ni un rebelde interesado en una liberación violenta del dominio romano para instaurar un poder judío a la vez político y religioso. Por el contrario, entró en el Templo por el camino legítimo, durante la fiesta de los Tabernáculos; se presentó legítimamente al pueblo judío para revelarse como su Pastor, como el verdadero Mesías. En el capítulo 10 de san Juan, Jesús adopta un lenguaje figurado y enigmático, pero la enseñanza sigue siendo esencialmente la misma: tiene siempre como objeto su misión mesiánica.

El segundo versículo del pasaje es aún más relevante desde el punto de vista teológico: «Él llama a sus ovejas, a cada una por su nombre, y las saca fuera». Todas las ovejas del redil, los judíos, pudieron conocer la palabra de Jesús (cf. Jn 18,20), pero solo algunas se convirtieron en «sus ovejas», es decir, aquellas que le fueron dadas por el Padre (v. 29; cf. 6,37.39). En virtud de este don, Jesús puede decir que están «en su mano» (v. 28); por la misma razón, durante la última cena, podrá considerar a los discípulos como «los suyos» (Jn 13,1). A esta disposición por parte del Padre corresponde una llamada por parte de Jesús: «Él llama a sus ovejas, a cada una por su nombre». Este es el primer acto de la constitución de un nuevo rebaño realizado por Jesús.

A sus ovejas el Pastor las «saca» del redil. El verbo utilizado aquí por el evangelista es el término técnico del vocabulario del Éxodo: Dios «sacó» de Egipto a su pueblo, los hijos de Israel (Ex 3,10; 6,27); del mismo modo, más tarde, en el momento del segundo Éxodo, los «sacará» de entre los pueblos (Ez 34,13). La idea evocada por esta palabra es clara: «sacar» significa liberar de la esclavitud. Es notable y al mismo tiempo trágico que este término, utilizado en otro tiempo para indicar el fin de la cautividad, deba ahora aplicarse contra el mismo Israel; porque sus ojos no se abrieron a la verdadera luz de los tiempos mesiánicos, y por ello el Mesías Jesús debe ahora «sacar» a sus ovejas, como en otro tiempo de Egipto.

Pero para comprender todas las implicaciones de esta idea en el conjunto de la vida de Jesús, es necesario relacionarla con el relato precedente, el del ciego de nacimiento, donde ya había sido formulada. Para este hombre, Jesús al principio no era más que un desconocido (Jn 9,11). Pero, después de la curación, en el curso de la controversia con los judíos, descubre progresivamente en él a un profeta (v. 17), a un enviado de Dios (v. 33), al Hijo del hombre (vv. 35-37), convirtiéndose así en el tipo mismo del creyente. Los judíos, en cambio, que se creían tan clarividentes en materia religiosa, se volvieron completamente ciegos ante la luz del mundo (vv. 39-41). Ahora, al ver el apego del ex ciego a Jesús, «lo expulsaron» (Jn 9,34). En ese momento se cumple el κρίμα, el juicio del que hablará Jesús al final de la controversia (Jn 9,39), juicio que prefigura y anuncia la ruptura entre Iglesia y Sinagoga (ἀποσυνάγωγος de Jn 9,22). En el pasaje de hoy se retoma y se sanciona así el comportamiento de aquellos mismos judíos, que habían excluido de la sinagoga al ciego de nacimiento curado por Jesús y convertido en su discípulo. La llamada que el Pastor dirige a sus ovejas dentro del redil judío se convierte así en el primer acto de una separación: la que opondrá el antiguo rebaño, Israel, y el nuevo, la Iglesia. Es probable que Juan esté escribiendo precisamente en este momento en que la separación se está produciendo, lo cual, sin embargo, no autoriza en absoluto represalias antijudías ni justificaciones del antisemitismo.

Los vínculos entre el Pastor y sus ovejas se describen en estos términos: «Él camina delante de ellas y las ovejas lo siguen». Como ya ha hecho, el evangelista utiliza de nuevo el vocabulario propio del ciclo del Éxodo: «El Señor vuestro Dios, que marcha delante de vosotros, combatirá por vosotros, como lo hizo con vosotros en Egipto ante vuestros ojos» (Dt 1,30; Miq 2,13). En el cuarto Evangelio, el verbo «caminar» (πορεύεσθαι) se refiere casi siempre a Jesús en relación con su misión, que es un nuevo Éxodo (cf. Jn 14,2.3.12.28; 16,7.28). De este modo, el Pastor que camina delante de sus ovejas se presenta como el nuevo jefe del pueblo de Dios. Las ovejas lo «siguen», expresando la docilidad esencial del discípulo hacia el Maestro (cf. Jn 1,37.38.41.43), fundada en el hecho de que conocen su voz. Estos temas serán retomados con mayor insistencia en la segunda parte del discurso (vv. 14-16) y posteriormente en las declaraciones finales de Jesús en la fiesta de la Dedicación (v. 27).

¿Cómo debe interpretarse, finalmente, la expresión «la puerta de las ovejas»? Si el antiguo redil ha terminado su función, ya no es necesario mencionarlo; lógicamente, Jesús podría haber dicho: «Soy la puerta del redil». Pero utiliza una expresión nueva, porque ahora él mismo es la puerta para las ovejas. Entre Jesús y los suyos se delinean desde ahora nuevas relaciones; una vez fuera del redil, las ovejas deben «entrar» a través de la puerta que es Jesús. Se pasa aquí del plano histórico al plano tipológico y espiritual. Ya no se trata del redil del judaísmo: entrando por la «puerta» que es Jesús, las ovejas penetran en un nuevo ámbito de naturaleza completamente distinta. Los exegetas remiten a este propósito al Sal 118,19-20: «Abridme las puertas de la justicia: entraré por ellas para dar gracias al Señor. Esta es la puerta del Señor: por ella entran los justos». Es verosímil que el trasfondo de nuestro versículo sea este salmo, ya que el Sal 118 se utilizaba en la liturgia de la fiesta de los Tabernáculos, y recordemos que el discurso del Buen Pastor fue pronunciado, según Juan, en las cercanías del Templo, en el momento conclusivo de aquella gran solemnidad. Todo el contexto favorecía, por tanto, el uso de esta metáfora de la puerta. Pero la insistencia con la que Jesús la aplica a sí mismo — «Yo soy la puerta de las ovejas» — muestra claramente que ya no puede tratarse del Templo de la antigua economía. Jesús, inspirándose en las realidades que lo rodean, quiere hablar del nuevo Templo que él mismo inaugura. En el discurso figurado, la puerta y el redil designaban todavía realidades históricas: el Templo de Jerusalén y el judaísmo teocrático; pero a partir del momento en que estas realidades se refieren metafóricamente a Jesús, se trasladan a otro plano, que es el espiritual.

También el uso de la terminología de nuestro versículo en la tradición cristiana prejohánica resulta muy iluminador. Los sinópticos hablan varias veces de la puerta que da acceso al Reino (Mt 7,13-14; 25,10-12; Lc 13,24-26); era una metáfora del vocabulario escatológico. Lo mismo sucede con el verbo «entrar», que se utilizaba comúnmente para designar el ingreso en el Reino de Dios (Mt 7,21; Hch 14,22). Juan retoma este uso (Jn 3,5), pero en el contexto actual todo se concentra en Jesús: es a través de él como hay que «entrar» para ser salvados.

Este análisis necesariamente breve del vocabulario de nuestro pasaje pone de relieve el alcance teológico de la afirmación de Jesús: «Yo soy la puerta de las ovejas». La primera idea que expresa es la de mediación, y por tanto la posibilidad de acceso a la salvación. Se afirma explícitamente en el v. 9: «Yo soy la puerta: quien entre solo por mí será salvado». Por otra parte, Jesús no es solo mediador. La puerta no es únicamente un lugar de paso por el que se «entra»; pertenece ya al mismo redil. En efecto, en el Antiguo Testamento, la «puerta» de la ciudad o del Templo indica con frecuencia, por metonimia, el conjunto de la ciudad o el Templo en su totalidad: cf. Sal 122,2; 87,1-2; 118,20. Aplicada a Jesús, la imagen de la puerta no significa, por tanto, solamente que a través de él se accede a la salvación y a la vida; indica además que las ovejas encuentran estos bienes en él. En otras palabras, Jesús no es solo un acceso; es también el nuevo redil, el nuevo Templo, en el que los suyos pueden obtener los bienes mesiánicos. Aquí reaparece el tema de Jesús como nuevo Templo, enunciado por san Juan desde el inicio de su Evangelio (2,13-22). Pero, si esto es así, cabe preguntarse por qué se ha preferido la metáfora de la puerta a la del redil o del Templo. Probablemente, la imagen de la puerta, con todo lo que sugería su trasfondo bíblico, era más apta para expresar simultáneamente dos ideas relacionadas: por una parte, la de entrada, de mediación; por otra, la de un ambiente vital y de comunión. Son las dos ideas que reaparecerán en el sugestivo texto de Jn 14,6: «Yo soy el Camino, la Verdad y la Vida»; Jesús es el Camino hacia el Padre, el mediador perfecto que nos introduce en la vida del Padre; pero es al mismo tiempo la Vida: en el mismo Jesús encontramos la vida del Padre, porque él, el Hijo Unigénito «que está en el seno del Padre» (Jn 1,18), la posee en sí mismo en plenitud.

La tradición patrística subrayará más el aspecto futuro, específicamente escatológico, del tema de la puerta: a través de Jesús tenemos acceso a la vida eterna, al reino de los cielos. Pero aquí, como en otros lugares, Juan anticipa los temas escatológicos en la misma persona y en la obra histórica de Jesús: al mismo tiempo, a través de él y en comunión con él, ya desde ahora podemos obtener los bienes de la salvación, la vida divina. La idea expresada aquí ha sido magníficamente comentada en un texto anónimo que circuló bajo el nombre de Agustín en diversos florilegios de citas patrísticas: «Jesus ostium est, ostium in quo et domus est, domus in qua et requies defatigatis est». Véase también Ignacio de Antioquía: «Él es la puerta del Padre, por la cual entran Abraham, Isaac y Jacob y los profetas y los apóstoles y la Iglesia»; Hermas: «La puerta es el Hijo de Dios. Es la única entrada que conduce al Señor. Nadie será introducido ante él sino por su Hijo»; san Agustín: «Christus est enim illa janua, et per Christum intramus ad vitam aeternam».

Desde el Ermitage, 26 de abril de 2026

 

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Alberto Ravagnani letto attraverso «Blowin’ in the wind» di Bob Dylan

ALBERTO RAVAGNANI LETTO ATTRAVERSO «BLOWIN’ IN THE WIND» DI BOB DYLAN

Se desideriamo che la Chiesa abbia dei presbiteri felici e sereni nello svolgere un ministero tanto esigente e totalizzante, bisogna che non siano lasciati fluttuare nel vento, ma che vi si risponda con sincerità.

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La nota vicenda di Alberto Ravagnani che ha attraversato i social qualche giorno fa, per la sua decisione di lasciare il sacerdozio, ha raccolto com’è consueto ai nostri giorni, commenti e riflessioni di natura diversa e posizioni altrettanto alterne: ha fatto bene, ha fatto male, era ora, preghiamo per lui.

Ogni scelta rimane profondamente umana anche quando ha a che fare con realtà che coinvolgono la sfera spirituale, la fede, la Chiesa, Dio. Per cui, fatta salva la retta coscienza, va rispettata, compresa quella del Ravagnani che decide di mettere da parte il suo essere prete cattolico. Mi sono chiesto, però, se ci fossero ragioni più profonde dietro questo gesto che ha molto colpito, a motivo della esposizione mediatica di don Alberto. Naturalmente, non conoscendo direttamente la persona, anzi avendola quasi nulla frequentata sui social, se non proprio di rado e per curiosità verso il fenomeno dei preti influencer, mi baso sulle sue ultime uscite, nelle quali ha esposto qualche ragione del suo gesto e sul libro adesso pubblicato dal titolo emblematico: La scelta (Qui).

In una video intervista (Qui) don Alberto si confronta con Giacomo Poretti, il conosciuto attore del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo, che tiene un seguito podcast e che, tra l’altro, non fa mistero della sua fede. Giovanni con delicatezza pone alcune domande ad Alberto sul perché è diventato sacerdote e sul come mai adesso ha deciso di lasciare. Le risposte del Ravagnani mettono in luce come un tempo, prima della conversione, avvenuta a seguito di una confessione, fosse introverso, parecchio chiuso in sé stesso e come poi abbia sentito il desiderio di comunicare a tutti la sua felicità trovata. Il frasario è semplice, non scava in profondità, secondo uno stile in uso fra gli influencer, preti compresi, che hanno questa necessità di essere facilmente capiti da tutti. Così anche la decisione di lasciare, sempre spiegata con un dire fin troppo semplicistico per una scelta così faticosa, appare legata ad un suo attuale desiderio di libertà che lo ha portato a percepire ormai stretto il vestito del prete per quello che si sente di fare, ovvero portare ugualmente Gesù ai giovani, ai mondi che non lo conoscono o lo dileggiano, ma senza più le strettoie e le regole imposte a chi riveste il ruolo di presbitero, che deve obbedire al Vescovo per esempio.

Secondo le sue parole, la dicitura «don» premessa al nome di battesimo, sarebbe un ostacolo, perché porterebbe le persone a vedere innanzitutto il ruolo o a ricordare gli esempi negativi di alcuni preti. Confessa che si sentirà sempre «don Alberto» e che probabilmente l’esser stato un «don» lo identificherà ancora così agli occhi di chi incontrerà, anche se Giacomo Poretti cordialmente gli fa presente che per lui sarà sempre: Alberto. Ma poi Ravagnani fa anche altre confessioni, che a 21 anni, nel seminario, quando cominciò a vestire da prete, col colletto ad esempio, lui ne era felice, salvo poi accorgersi che aveva messo da parte altre esperienze, tipo quelle affettive o una laurea, per vedersi e percepirsi soltanto come un presbitero e come tale vestito. Si scopre, dunque, mancante di qualcosa e ciò che prima lo identificava ora non serve più, anzi appare un ostacolo. Il fatto che un sacerdote, ormai ex, possa terminare l’intervista parlando della sua percezione del presbitero come di un uomo che deve apparire agli occhi della gente quasi perfetto e perciò lui, scoprendo invece il valore della libertà rispetto a questa visione, ora possa tirare per sé un sospiro di sollievo, fa pensare.

In un successivo video (Qui), fatto per promuovere il suo recente libro, il Ravagnani offre qualche altro motivo che va più in profondità. Egli afferma in sequenza:

«Sono stato un bravo bambino, un bravo ragazzo, un bravo seminarista, un bravo prete, un bravo padre, un bravo influencer, ma l’esigenza di risultare così impeccabile ha finito per schiacciarmi. E forse è stato un bene, perché fra essere perfetto ed essere vero è molto meglio la seconda».

Qualsiasi terapeuta, a sentire queste parole, alzerebbe le antenne e porrebbe all’interessato delle domande che non riguarderebbero più la scelta in sé di abbandonare il sacerdozio, dietro la quale si nascondono sempre giudizi sia dell’interessato verso sé stesso che da parte dell’utenza raggiunta da una tale notizia. Avrebbero piuttosto a che fare con ragioni più profonde che inferiscono la realtà psichica di chi fa tali asserzioni e la sua personalità, come si sia nel tempo sviluppata e quindi sul perché uno debba sentire di essere bravo e perfetto: rispetto a chi, per dimostrare cosa, quale gratificazione interiore o posizione psicologica va a consolidare?

Aprendo il suo libro si nota che quella frase da lui pronunciata nel video è in effetti il riassunto dei capitoli che vanno a comporre lo scritto. Nel testo egli prende in esame i passaggi epocali della sua vita fino a qui e confessa fra tante altre cose che si è in effetti rivolto ad un terapeuta che lo sta aiutando a dipanare la matassa interiore. Si legge lì dove è riportato uno dei colloqui con lo specialista: «Respiro a fondo. Ma so che devo fare qualcosa. Devo avere il coraggio di scegliere. Per il bene di Fraternità (n.d.r: una community da lui animata). E della Chiesa». «E anche per il suo», aggiunge lui, piano. «Sì», dico dopo un attimo, «anche per il mio». Lui rimane in silenzio per un po’» (pag. 237).

Scorrendo le pagine della biografia risalta un aspetto che di per sé non avrebbe nulla di originale, se non fosse per la notorietà del personaggio. La vicenda cioè di un giovane uomo che si è portato dietro per il tempo dell’adolescenza, del seminario e del ministero sacerdotale la posizione psicologica del bambino che mette in atto, in un contesto di incomprensione, soprattutto familiare, un meccanismo di difesa che lo conduce da un lato a proteggersi dal mondo che non lo capisce o accoglie per come è; dall’altro a ritenersi migliore e capace di raddrizzare quel mondo col suo impegno e sforzo; schermandosi col diventare buono, l’essere perfetto, far vedere quanto si è bravi al fine di essere riconosciuti.

Leggiamo le sue parole scaturite in seguito ad uno scatto di violenza del padre:

«Non ricordo di essermi fatto male, però ricordo che avrei voluto farne a mio padre: ovviamente ho dovuto annullare questo impulso immorale. E allora altri diecimila punti esperienza per il bravo bambino, che impara a sopprimere i desideri di vendetta o di rabbia, perché percepisce quei sentimenti come “sbagliati” e incompatibili con l’essere amato. È così che, anno dopo anno, il bravo bambino che è in me cresce fino a prendersi totalmente la scena della mia vita. Il piccolo Alberto diventa bravo e benvoluto da tutti. A casa sono obbediente e non do mai problemi ai miei genitori. A scuola sono educato e diligente, lo studente modello elogiato dalle maestre e disponibile ad aiutare sempre i miei compagni. Nel paese dei miei nonni tutti mi dicono che sono un angelo, perché sono gentile, paziente e imperturbabile, praticamente un adulto nel corpo di un bambino. O forse, un bambino che non riesce a vivere fino in fondo come tale» (pag. 17).

L’itinerario sembra già ben tracciato e dove poterlo percorrere al meglio se non nella Chiesa? Un’entità totalizzante e avvolgente, capace di esaltare i meccanismi psicologici della bontà e della perfezione. Una realtà, fra l’altro, sempre da migliorare e allora perché non entrare proprio lì dove posso far valere il mio talento, passo dopo passo, in uno sforzo titanico che poi mi si ritorcerà contro, proprio perché nessuno mi aveva aiutato a vedere quel bambino che aveva solo voglia di essere accolto, capito e valorizzato; che potesse fare le diverse esperienze, compresi gli sbagli, che portano un ragazzo alla maturità, fino ad essere uomo capace di scelte. Invece di vietarsi, per nutrire una posizione psichica, le esperienze naturali della vita giovanile, come lo studio, lo sport, il viaggiare e non da ultimo l’affettività e il sesso. Mi vien naturale dire: era impossibile che non sarebbe finita come è finita, con l’abbandono del sacerdozio. Perché la vita preme con le sue esigenze, il corpo pure urla e non sto qui a sottolineare che gli unici spazi di libertà che Ravagnani ricavava per sé fossero quelli dell’autoerotismo, da lui confessati nel libro. Perciò penso, che lui abbia fatto bene alla fine a fare la scelta che ha fatto, se questa lo conduce alla verità di sé e a fare, anche se trentenne, le esperienze normali che portano un giovane alla maturità psicologica, morale, esistenziale. Soprattutto se non le hai mai fatte o se da solo te le sei precluse per un’idea di malsana perfezione. Questo è il mio augurio per lui, che esca dal suo copione e viva una vita vera.

Rimane però una domanda dolorosa. Come mai la Chiesa, ovvero le persone preposte alla formazione di quel seminarista, in seguito presbitero, non si sono minimamente accorte di tutto questo? Un conto che uno diventi un bravo animatore all’interno di un oratorio per quanto variegato e coinvolgente come possono essere quelli milanesi e altro invece è un ragazzo accolto quasi ventenne in seminario e portato al sacerdozio senza che nessuno lo abbia mai aiutato a guardarsi dentro, perché potesse diventare un vero prete; non un bravo prete. E stiamo parlando di anni, non di qualche giorno.

La disanima che Ravagnani fa della vita in seminario, tolto il fatto che gli piaceva e lo esaltava, ma sappiamo anche perché a questo punto, è impietosa. Facciamo pure la tara e diciamo anche che viene da uno che sta lasciando e quindi giocoforza gli vien facile scovare adesso tutte le magagne del caso su come si arriva al sacerdozio e su come si vive o sugli esempi negativi che pullulano. Ma che il Rettore di un seminario — e stiamo parlando di una delle diocesi tra le più importanti nella Chiesa —, si premuri di chiedere ad un giovane che entra: «Hai mai avuto rapporti sessuali?»; mentre non vengano mai vagliate le vere motivazioni di un ragazzo che arriva a scrivere: «Non ci ho mai provato con una ragazza, ma con Dio sì. E con lui ce l’ho fatta. Non gli ho chiesto di uscire, gli ho chiesto di entrare in seminario» (pag. 35). Eppure egli parla di molteplici colloqui avuti coi responsabili, col padre spirituale. Perché questa idea di sé, questa immagine della fede e di Dio, ammantata di prometeica ricerca di perfezione, non è stata mai notata? E di converso vien da chiedere: che formazione è quella che si fa nei seminari, a cosa mira alla fin fine?

I preti lasciano chi per un verso, chi per un altro, tanti ce ne sono stati e tanti ancora ce ne saranno. La Chiesa, come cantava Francesco Guccini della sua città d’elezione, Bologna, è: «Una vecchia matrona, dai fianchi un po’ molli»; capace di assorbire tutto e andare avanti. Ma se non si affrontano questi nodi, dove si va? Oggi sempre meno ragazzi e giovani bussano alle porte dei seminari, ma non è questo il punto alla fine, come rivela la vicenda di don Alberto. Perché anche in quelle realtà che vengono viste come la panacea di tutti i mali, perché lì qualche giovane in più arriva e chiede l’abito, le regole ferree e che si mantenga la tradizione, i problemi intimi delle persone rimangono. Anche Ravagnani agognava il colletto, si vestiva di nero, perfino nelle mutande (parole sue, pag. 61), si sentiva prete fin nel midollo. Forse va rivisto qualcosa? Ammessa qualche colpa? Forse quel bravo psicologo che faceva notare al Ravagnani che il bene va cercato anche per sé stessi oltre che per gli altri, potrebbe avere accesso nei seminari? O si ha paura di scoprire la verità? Che il re tante volte è nudo, anche se si percepisce nel vero e giusto perché pensa di essere vestito a modo e di rispettare le regole del ruolo fino in fondo.

Le domande si ammucchiano. Ma se desideriamo che la Chiesa abbia dei presbiteri felici e sereni nello svolgere un ministero tanto esigente e totalizzante, bisogna che non siano lasciati fluttuare nel vento, ma che vi si risponda con sincerità.

Dall’Eremo, 11 febbraio 2026

 

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Ogni uomo dovrebbe ricercare il proprio deserto – Every man should seek his own desert – Todo hombre debería buscar su propio desierto

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

 

Italian, english, español 

 

OGNI UOMO DOVREBBE RICERCARE IL PROPRIO DESERTO

Giovanni Battista vive in modo essenziale, semplice e senza alcuna forma di narcisismo è tutto proteso verso chi lui non conosce ancora, ma che già riconosce come più forte di lui. Così dal Battista impariamo a non guardare tanto a noi stessi, ma ad aprirci agli altri e all’Altro e soprattutto impariamo a cercare, magari anche lì dove viviamo, un nostro piccolo «deserto» dove non risuoni solo la nostra voce, ma quella dell’unica Parola che salva.

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Di Giovanni Battista non ci parlano solo i Vangeli, ma anche gli storici, ad esempio l’ebreo Flavio Giuseppe che lo definì nella sua opera Antichità Giudaiche come un «uomo buono, che esortava i giudei a condurre una vita virtuosa e a praticare la giustizia vicendevole e la pietà verso Dio, invitandoli ad accostarsi insieme al battesimo».

Il Battista immagina la figura del Messia come un giudice spietato, che sarebbe venuto non a salvare, ma a regolare i conti proponendo la soluzione più semplice, atta a rimediare il dilagare del peccato: la morte del peccatore. Ma Gesù non eserciterà mai in tal modo il suo ruolo messianico e se riprenderà alcune parole del Battista, come quella sulla conversione (cfr. Mt 4,17: «Convertitevi»), dirà di essere venuto non per la rovina, ma per la salvezza dei peccatori. Questo è il brano evangelico della seconda Domenica di Avvento:

«In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!». E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: «Abbiamo Abramo per padre!». Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile» (Mt 3,1-12).

Nelle parole di Giovanni il Battista cogliamo il suo urgente appello alla conversione, che contraddistingue il tempo di Avvento. La parola usata è metánoia, che letteralmente potremmo scomporre in due concetti, «oltre» (meta) la «mente» (nous), per indicare un «cambiamento di parere». Soprattutto Gesù, più che il Battista, il quale invitava a una revisione dei costumi e alla correzione delle ingiustizie, chiederà una conversione del modo di pensare per accogliere il regno e la sua novità.

Giovanni al Giordano dovette suscitare al suo tempo parecchio stupore, trovandosi in una situazione e condizione alquanto particolari, se non anomale; poiché, sappiamo dall’Evangelista Luca (cfr. Lc 1,5) che era figlio di un sacerdote, ciononostante vive nel deserto di Giudea. Questo fatto deve aver impressionato la memoria dei suoi contemporanei, il fatto, cioè, che Giovanni si fosse distanziato dalla professione del padre. Scrive un commentatore: «Il figlio unico di un sacerdote di Gerusalemme aveva infatti l’obbligo solenne di subentrare al padre nella sua funzione e di garantire, mediante un matrimonio e dei figli, la continuità della propria stirpe sacerdotale. Se questa era la reale situazione storica, a un certo punto Giovanni deve aver voltato le spalle e deve aver scandalosamente — per occhi giudei — rifiutato il suo obbligo di essere sacerdote sulle orme del padre». Un gesto dunque clamoroso si colloca all’inizio della storia di Giovanni, che il brano evangelico di Matteo ci presenta oggi. Egli si reca vicino al luogo da cui era salito al cielo Elia, il profeta di fuoco dell’Antico Testamento che aveva tentato di riportare Israele a Dio e il cui ritorno avrebbe preceduto il Messia. Forse per questa ragione Giovanni veste come Elia (2Re 1,8), ma poiché la sua dieta era basata sulle regole di purità giudaiche, essendo le locuste insetti di cui ci si può nutrire (Lv 11,22), ed il miele delle api altrettanto kasher — rispettoso cioè delle leggi della kasherut, l’idoneità di un cibo a essere consumato dal popolo ebraico — è però possibile che il Precursore avesse anche altre preoccupazioni. Poiché l’impurità impediva di accostarsi a Dio, Giovanni non compie solo gesti ascetici, ma evita di vestirsi di tessuti toccati da donne o di mangiare cibi elaborati da altri, per paura di contaminarsi.

Come abbiamo scritto all’inizio Giovanni non ha visto con chiarezza il volto del Messia, eppure ha vissuto coerentemente fino in fondo la sua attesa, nel deserto e vicino al Giordano, dove battezzava. Guardando lui, i cristiani vivono il tempo di Avvento come un’occasione da non sprecare e per stare, anche oggi, nel nostro deserto, rientrando in noi stessi, cambiando mentalità e vita, per aprirci a Colui, Gesù il Cristo, che deve venire.

Per di più le parole pronunciate da Giovanni oggi sono ancora attuali, non solo perché annunciano la conversione per il perdono dai peccati, ma anche perché invitano ad essere credibili conducendo una vita autentica. Giovanni Battista vive in modo essenziale, semplice e senza alcuna forma di narcisismo è tutto proteso verso chi lui non conosce ancora, ma che già riconosce come più forte di lui. Così dal Battista impariamo a non guardare tanto a noi stessi, ma ad aprirci agli altri e all’Altro e soprattutto impariamo a cercare, magari anche lì dove viviamo, un nostro piccolo «deserto» dove non risuoni solo la nostra voce, ma quella dell’unica Parola che salva.

Infatti tutte le letture della seconda domenica di Avvento convergono nel consegnare un messaggio centrato sul Messia. Egli è colui su cui si posa lo Spirito di Dio con i suoi doni (Is 11,1-10); Gesù è quel Messia che, secondo la parola della Scrittura, ha adempiuto le promesse di Dio fatte ai padri (Rm 15,4-9); infine è colui che battezzerà in Spirito santo e fuoco: è il più forte annunciato dal Battista (Mt 3,1-12). E’ rivelato dallo Spirito (prima lettura), profetizzato dalle Scritture (seconda lettura), indicato da un uomo, Giovanni, il profeta e precursore (Vangelo). Perciò questa seconda domenica di Avvento ha al suo centro il messaggio biblico della preparazione alla venuta del Signore. Questa avviene con l’ausilio dello Spirito da invocare e al cui dinamismo sottomettersi, con l’aiuto della Scrittura da ascoltare e meditare, perché trasformi il nostro cuore affinché si inclini alla conversione. Che è ciò che Giovanni chiede vivendola in prima persona. Mentre esorta altri dicendo: «Preparate la via del Signore» (Mt 3,3), Giovanni la sta preparando già, fa di se stesso la via che il Signore seguirà. Egli è il precursore, colui che precede il Messia con la sua vita anticipando in sé molto di ciò che farà poi il Messia. 

dall’Eremo, 7 dicembre 2025

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EVERY MAN SHOULD SEEK HIS OWN DESERT 

John the Baptist lives in an essential, simple way and without any form of narcissism; he is wholly oriented toward the One whom he does not yet know, but whom he already recognises as stronger than himself. Thus from the Baptist we learn not to look so much at ourselves, but to open ourselves to others and to the Other; and above all we learn to seek — perhaps precisely where we live — our own small “desert”, where not only our own voice resounds, but the voice of the one Word that saves.

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Not only the Gospels speak to us about John the Baptist, but also historians — for example the Jewish historian Flavius Josephus, who in his work Jewish Antiquities described him as “a good man, who exhorted the Jews to lead a virtuous life, to practice justice toward one another and piety toward God, inviting them to approach baptism together.” The Baptist imagined the figure of the Messiah as a ruthless judge who would come not to save but to settle accounts, proposing the simplest solution to remedy the spread of sin: the death of the sinner. But Jesus would never exercise His messianic role in such a manner, and even if He would take up some of the Baptist’s words — such as the call to conversion (cf. Mt 4:17: “Repent”) — He would declare that He had come not for the ruin but for the salvation of sinners. This is the Gospel passage of the Second Sunday of Advent:

«In those days John the Baptist appeared, preaching in the desert of Judea and saying, “Repent, for the kingdom of heaven is at hand!” It was of him that the prophet Isaiah had spoken when he said: “A voice of one crying out in the desert, Prepare the way of the Lord, make straight his paths.” John wore clothing made of camel’s hair and a leather belt around his waist. His food was locusts and wild honey. At that time Jerusalem, all Judea, and the whole region around the Jordan were going out to him and were being baptized by him in the Jordan River as they acknowledged their sins. When he saw many of the Pharisees and Sadducees coming to his baptism, he said to them, “You brood of vipers! Who warned you to flee from the coming wrath? Produce good fruit as evidence of your repentance. And do not presume to say to yourselves, ‘We have Abraham as our father.’ For I tell you, God can raise up children to Abraham from these stones. Even now the ax lies at the root of the trees. Therefore every tree that does not bear good fruit will be cut down and thrown into the fire. I am baptizing you with water, for repentance, but the one who is coming after me is mightier than I. I am not worthy to carry his sandals. He will baptize you with the Holy Spirit and fire. His winnowing fan is in his hand. He will clear his threshing floor and gather his wheat into his barn, but the chaff he will burn with unquenchable fire.”» (Mt 3:1–12).

In the words of John the Baptist we perceive his urgent appeal to conversion, which characterises the season of Advent. The word used is metánoia, which we could literally break into two concepts: “beyond” (meta) the “mind” (nous), indicating a “change of mind” or “change of understanding”. Above all Jesus — more than the Baptist, who invited to a revision of customs and to the correction of injustices — will ask for a conversion of the way of thinking in order to welcome the kingdom and its newness.

John at the Jordan must have aroused considerable astonishment in his own time, finding himself in a situation and condition rather unusual, if not anomalous; for we know from the Evangelist Luke (cf. Lk 1:5) that he was the son of a priest, and yet he lives in the desert of Judea. This fact must have impressed the memory of his contemporaries — that John had distanced himself from his father’s profession. A commentator writes: “The only son of a priest of Jerusalem had, in fact, the solemn obligation to take his father’s place in his function and to guarantee, through marriage and children, the continuity of his own priestly lineage. If this was the real historical situation, at a certain point John must have turned his back and — scandalously, to Jewish eyes — refused his obligation to be a priest in his father’s footsteps.” 

Thus, a striking gesture stands at the beginning of John’s story, which today’s Gospel passage from Matthew presents to us. He goes near the place from which Elijah had been taken up into heaven, the fiery prophet of the Old Testament who had attempted to bring Israel back to God, and whose return was expected to precede the Messiah. Perhaps for this reason John dresses like Elijah (2 Kgs 1:8), but since his diet was based on Jewish purity rules — locusts being insects permitted for consumption (Lev 11:22), and wild honey likewise kasher, that is, in accordance with the laws of kashrut which determine whether a food is suitable for the Jewish people — it is possible that the Forerunner had other concerns as well. Since impurity prevented a person from approaching God, John not only performs ascetical acts, but avoids wearing fabrics touched by women or eating foods prepared by others, for fear of becoming ritually defiled.

As we wrote at the beginning, John did not clearly see the face of the Messiah, yet he lived his expectation coherently and to the full, in the desert and by the Jordan, where he was baptising. Looking at him, Christians live the season of Advent as an opportunity not to be wasted, and as a call to dwell, even today, in our own desert, returning within ourselves, changing our mindset and our lives, opening ourselves to Him — Jesus the Christ — who is to come.

Moreover, the words spoken by John today are still timely, not only because they proclaim conversion for the forgiveness of sins, but also because they invite us to be credible by leading an authentic life. John the Baptist lives in an essential, simple way and without any form of narcissism; he is wholly oriented toward the One whom he does not yet know, but whom he already recognises as stronger than himself. Thus from the Baptist we learn not to look so much at ourselves, but to open ourselves to others and to the Other; and above all we learn to seek — perhaps precisely where we live — our own small “desert”, where not only our own voice resounds, but the voice of the one Word that saves.

Indeed all the readings of the Second Sunday of Advent converge in delivering a message centred upon the Messiah. He is the one upon whom the Spirit of the Lord rests with His gifts (Is 11:1–10); Jesus is that Messiah who, according to Scripture, has fulfilled the promises of God made to the fathers (Rom 15:4–9); finally, He is the one who will baptise with the Holy Spirit and fire: He is the Mighty One announced by the Baptist (Mt 3:1–12). He is revealed by the Spirit (first reading), prophesied by the Scriptures (second reading), pointed out by a man — John — the prophet and forerunner (Gospel). Therefore this Second Sunday of Advent has at its centre the biblical message of preparation for the coming of the Lord. This takes place with the aid of the Spirit — to be invoked and to whose dynamism we must submit — and with the help of Scripture — to be heard and meditated — so that it may transform our heart and incline it toward conversion. This is what John asks, living it himself in the first person. While he exhorts others saying, “Prepare the way of the Lord” (Mt 3:3), John is already preparing it; he makes of himself the way that the Lord will follow. He is the forerunner, the one who precedes the Messiah with his life, anticipating in himself much of what the Messiah will later accomplish.

From the Hermitage, 7 December 2025

 

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TODO HOMBRE DEBERÍA BUSCAR SU PROPIO DESIERTO

Juan el Bautista vive de modo esencial, sencillo y sin ninguna forma de narcisismo; está totalmente orientado hacia Aquel a quien todavía no conoce, pero a quien ya reconoce como más fuerte que él. Así aprendemos del Bautista a no mirarnos tanto a nosotros mismos, sino a abrirnos a los demás y al Otro; y sobre todo aprendemos a buscar — quizá precisamente allí donde vivimos — un pequeño “desierto” propio, donde no resuene sólo nuestra voz, sino la voz de la única Palabra que salva.

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No sólo los Evangelios nos hablan de Juan el Bautista; también lo hacen los historiadores — por ejemplo el judío Flavio Josefo, quien en su obra Antigüedades judías lo describió como “un hombre bueno, que exhortaba a los judíos a llevar una vida virtuosa, a practicar la justicia mutua y la piedad hacia Dios, invitándolos a acercarse juntos al bautismo”. El Bautista imaginaba la figura del Mesías como un juez implacable que vendría no a salvar, sino a ajustar cuentas, proponiendo la solución más simple para remediar la propagación del pecado: la muerte del pecador. Pero Jesús nunca ejercería así su misión mesiánica; y aunque retomará algunas palabras del Bautista — como la de la conversión (cf. Mt 4,17: «Convertíos») — dirá que ha venido no para la perdición, sino para la salvación de los pecadores. Este es el pasaje evangélico del segundo Domingo de Adviento:

«Por aquellos días se presentó Juan el Bautista predicando en el desierto de Judea: “Convertíos, porque el Reino de los Cielos está cerca”. Él es aquel de quien habló el profeta Isaías cuando dijo: “Voz del que grita en el desierto: ¡Preparad el camino del Señor, enderezad sus senderos!”. Juan llevaba un vestido de pelo de camello y una correa de cuero a la cintura; y su alimento eran langostas y miel silvestre. Entonces salía a él Jerusalén, toda Judea y toda la comarca del Jordán; y eran bautizados por él en el río Jordán, confesando sus pecados. Al ver que muchos fariseos y saduceos acudían a su bautismo, les dijo: “¡Raza de víboras! ¿Quién os ha enseñado a huir de la ira inminente? Dad, pues, fruto digno de conversión; y no penséis que podéis deciros: ‘Tenemos por padre a Abraham’. Porque os digo que de estas piedras Dios puede suscitar hijos a Abraham. Ya está el hacha puesta a la raíz de los árboles: y todo árbol que no da buen fruto será cortado y arrojado al fuego. Yo os bautizo con agua para la conversión; pero el que viene después de mí es más fuerte que yo, y no soy digno de llevarle las sandalias. Él os bautizará con Espíritu Santo y fuego. Tiene en su mano la horquilla: limpiará su era y recogerá su trigo en el granero; pero la paja la quemará con fuego inextinguible». (Mt 3,1–12).

En las palabras de Juan el Bautista percibimos su apremiante llamado a la conversión, que caracteriza el tiempo de Adviento. La palabra utilizada es metánoia, que literalmente podríamos descomponer en dos conceptos: “más allá” (meta) de la “mente” (nous), para indicar un “cambio de parecer” o “cambio de mentalidad”. Sobre todo Jesús — más que el Bautista, quien invitaba a revisar las costumbres y corregir las injusticias — pedirá una conversión del modo de pensar para acoger el Reino y su novedad.

Juan, junto al Jordán, debió de suscitar en su tiempo un gran asombro, encontrándose en una situación y condición bastante particular, si no anómala; porque sabemos por el evangelista Lucas (cf. Lc 1,5) que era hijo de un sacerdote, y sin embargo vive en el desierto de Judea. Este hecho debió de impresionar la memoria de sus contemporáneos: que Juan se hubiera distanciado de la profesión de su padre. Un comentarista escribe: «El hijo único de un sacerdote de Jerusalén tenía, en efecto, la obligación solemne de suceder a su padre en su función y de garantizar, mediante el matrimonio y los hijos, la continuidad de su linaje sacerdotal. Si esta era la situación histórica real, en cierto momento Juan debió de dar la espalda y — escandalosamente, para ojos judíos — rechazar su obligación de ser sacerdote siguiendo los pasos de su padre». Un gesto, por tanto, clamoroso está en los inicios de la historia de Juan, que el pasaje evangélico de Mateo nos presenta hoy. Se dirige al lugar desde donde había sido arrebatado al cielo Elías, el profeta de fuego del Antiguo Testamento que había intentado reconducir Israel a Dios, y cuyo retorno precedería al Mesías. Tal vez por esta razón Juan se viste como Elías (2 Re 1,8), pero puesto que su dieta estaba basada en las normas de pureza judía — siendo las langostas insectos permitidos para el consumo (Lv 11,22), y la miel silvestre igualmente kasher, es decir, conforme a las leyes de la kashrut sobre la idoneidad alimentaria del pueblo judío — es posible que el Precursor tuviera también otras preocupaciones. Puesto que la impureza impedía acercarse a Dios, Juan no sólo realiza gestos ascéticos, sino que evita vestir tejidos tocados por mujeres o comer alimentos preparados por otros, por temor a contaminarse ritualmente.

Como hemos escrito al principio, Juan no vio con claridad el rostro del Mesías, y sin embargo vivió coherentemente y hasta el fondo su espera, en el desierto y junto al Jordán, donde bautizaba. Mirándolo, los cristianos viven el tiempo de Adviento como una ocasión que no debe desperdiciarse y como un llamado a permanecer, también hoy, en nuestro propio desierto, volviendo sobre nosotros mismos, cambiando la mentalidad y la vida, para abrirnos a Aquel — Jesús el Cristo — que ha de venir.

Además, las palabras pronunciadas hoy por Juan siguen siendo actuales, no sólo porque anuncian la conversión para el perdón de los pecados, sino también porque invitan a ser creíbles llevando una vida auténtica. Juan el Bautista vive de modo esencial, sencillo y sin ninguna forma de narcisismo; está totalmente orientado hacia Aquel a quien todavía no conoce, pero a quien ya reconoce como más fuerte que él. Así aprendemos del Bautista a no mirarnos tanto a nosotros mismos, sino a abrirnos a los demás y al Otro; sobre todo aprendemos a buscar — quizá precisamente allí donde vivimos — un pequeño “desierto” propio, donde no resuene sólo nuestra voz, sino la voz de la única Palabra que salva.

En efecto, todas las lecturas del segundo domingo de Adviento convergen en transmitir un mensaje centrado en el Mesías. Él es aquel sobre quien reposa el Espíritu del Señor con sus dones (Is 11,1-10); Jesús es ese Mesías que, según la Escritura, ha cumplido las promesas hechas por Dios a los padres (Rm 15,4-9); finalmente, es aquel que bautizará con el Espíritu Santo y fuego: es el más fuerte anunciado por el Bautista (Mt 3,1-12). Es revelado por el Espíritu (primera lectura), profetizado por las Escrituras (segunda lectura), señalado por un hombre — Juan — el profeta y precursor (Evangelio). Por eso este segundo domingo de Adviento tiene en su centro el mensaje bíblico de la preparación a la venida del Señor. Esta se realiza con la ayuda del Espíritu — que debemos invocar y cuyo dinamismo debemos acoger — y con la ayuda de la Escritura — que debemos escuchar y meditar — para que transforme nuestro corazón e incline nuestra vida hacia la conversión. Eso es lo que Juan pide, viviéndolo él mismo en primera persona. Mientras exhorta a otros diciendo: «Preparad el camino del Señor» (Mt 3,3), Juan ya lo está preparando; hace de sí mismo el camino que el Señor seguirá. Él es el precursor, el que precede al Mesías con su vida, anticipando en sí mucho de lo que luego realizará el Mesías.

Desde el Erial, 7 de diciembre de 2025

 

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo – Our Lord Jesus Christ, King of the Universe – Nuestro Señor Jesucristo, Rey del Universo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

Italian, english, español 

 

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Il titolo di re riferito al Cristo emerge con forza e frequenza proprio nei vangeli della passione. Sarà il vangelo giovanneo che farà di questo tema teologico uno degli argomenti decisivi per comprendere in profondità il senso della morte salvifica di Gesù sulla croce e il suo valore universale.

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Papa Pio XI, l’11 Dicembre del 1925, con l’enciclica Quas primas istituiva la festa di Cristo Re. Uno degli scopi prefissi dall’istituzione della solennità era quello di contrastare il laicismo, definito da quel pontefice: «peste della nostra età». Egli scorgeva nell’esclusione di Dio dalla società la principale causa dei mali che affliggevano il mondo di allora:

«E perché più abbondanti siano i frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessaria che venga divulgata quanto più possibile la conoscenza della regale dignità di nostro Signore. A tale scopo Ci sembra che nessun’altra cosa possa maggiormente giovare quanto l’istituzione di una festa particolare e propria di Cristo re».

Tuttavia, come quasi sempre accade nella Chiesa, anche questo pronunciamento del magistero pontificio, per gli argomenti trattati, ha favorito sia l’approfondimento esegetico della Scrittura su quei temi, come pure la conseguente riflessione teologica. Così si sono aperti nuovi orizzonti, e utili ed approfondite riflessioni sono state offerte ai fedeli per la testimonianza cristiana e la spiritualità. Ma ecco il brano evangelico della Solennità:

Dal Vangelo secondo Luca — «In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Sopra di lui c’era anche una scritta: “Costui è il re dei Giudei”. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. L’altro invece lo rimproverava dicendo: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”. E disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,35-43).

Per la Solennità di quest’anno viene proposto nella proclamazione liturgica un brano tratto dalla passione del Signore, secondo Luca, che precedentemente avevamo già incontrato durante la Settimana Santa. In effetti i compilatori del Lezionario avrebbero potuto attingere anche ad altri testi per porre in luce l’idea della regalità di Cristo. Per esempio, quello dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, dove, secondo Luca, Egli viene proclamato re:

«Benedetto colui che viene, il re nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!» (Lc 19,38).

Ma è altrettanto vero che il titolo di re riferito al Cristo emerge con forza e frequenza proprio nei vangeli della passione. Sarà il vangelo giovanneo che farà di questo tema teologico uno degli argomenti decisivi per comprendere in profondità il senso della morte salvifica di Gesù sulla croce e il suo valore universale.

Qui, nella narrazione lucana della passione, siamo all’interno della sezione che descrive la fase culminante dell’esecuzione di Gesù, ovvero la sua crocifissione, che comprende i vv. 32-49, una porzione, dunque, più ampia di quella proposta dalla Liturgia della Parola. Il lezionario si concentra su due quadri: a) La derisione dei capi religiosi e dei soldati; b) Il dialogo dei due ladroni, dove compare ancora una derisione e la risposta di Gesù a uno dei due che solo Luca riporta fra gli evangelisti. Non solo, San Luca è anche l’unico a registrare ed offrire ai lettori le parole straordinarie di Gesù sul perdono:

«Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

Esse sono assenti in alcuni prestigiosi codici manoscritti, come il «B», Vaticanus, forse eliminate dai copisti per polemica antigiudaica o per sottolineare che la successiva caduta di Gerusalemme sarà opera del castigo divino, secondo le parole del Signore: 

«Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli […] Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?» (Lc 23,28).

Per chi non lo sa, nella Bibbia accade talvolta che le espressioni più belle siano anche quelle con maggiori problemi dal punto di vista dei testimoni del testo che le tramandano, tanto da diventare una «croce» per i critici testuali, gli studiosi, cioè, che dedicano il loro tempo e sapere per offrirci quel testo più vicino all’originale, che poi viene riportato nelle edizioni critiche che sono la base delle traduzioni della Sacra Scrittura nelle lingue moderne. Tornando al dialogo fra Gesù ed il ladrone, si diceva che non si trova né nel testo più antico dei vangeli, quello di Marco, né nelle due altre lezioni, quella di Matteo e di San Giovanni. Anzi, in Marco si dice chiaramente che tutti e due coloro che erano crocifissi con Gesù lo insultavano:

«E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano» (Mc 15,32).

La questione storica ha intrigato anche i Padri della Chiesa, fra i quali Origene, San Giovanni Crisostomo, San Girolamo. Essi fornirono una soluzione semplificata immaginando che all’inizio tutti e due i criminali attaccassero Gesù, come appunto riporta Marco; ma che poi uno dei due comprese ed allora cambiò il suo parere, mentre l’altro invece continuò ad insultare. L’altra soluzione invece, forse più logica, è quella di ritenere che Luca attingesse la notizia da una fonte diversa e perciò si distanzia consapevolmente da Marco, sapendo del cambiamento di uno dei due ladroni.

Ma chi sono i «ladroni» di Luca? Questo evangelista non usa, come gli altri vangeli, il termine ladro, ma piuttosto quello di malfattore, alla lettera «chi ha arrecato un danno con la frode o l’inganno». In Marco e Matteo sono invece due briganti, lestés in greco, termine che era usato per indicare anche i ribelli, come è il caso di Barabba, nel vangelo di Giovanni. Ma come scrive un commentatore: «In ogni pagina del suo racconto, Luca evita ogni possibile confusione tra il movimento cristiano e i ribelli insorti contro Roma» (François Bovon). Un manoscritto latino dell’VIII sec. ci fornisce anche i nomi dei due malfattori: Joathas e Maggatras, mentre nell’apocrifo Atti di Pilato troviamo nomi diversi: Desmas e Gestas. Insomma, alla fine notiamo che Gesù si trova tra due malfattori; anzi, nel v. 32 Luca scrive che al patibolo erano condotti «anche altri due malfattori», facendo chiaramente intendere che Gesù era assimilato ai delinquenti.

Il dialogo, in sé bellissimo e commovente, prende avvio dal malfattore che si rivolge all’altro crocifisso, rimproverandolo e ammettendo il proprio peccato. Fa un vero e proprio atto di pentimento e asserendo di aver sbagliato dimostra la sua conversione. Poi si rivolge al Signore, ripetutamente. La CEI traduce «e disse», mentre nel testo greco abbiamo un imperfetto, come a indicare un’azione ripetuta nel passato: «E diceva», forse più volte. Chiamando il Signore col nome proprio, «Gesù», il malfattore crocifisso risulta essere l’unico nei vangeli che si rivolge a Lui in modo così diretto. È un segno di confidenza, forse perché sulla croce, mentre si muore, non ci sono più formalità. Il malfattore prosegue: «Ricordati di me», chiedendo quello che l’orante domanda a Dio nei Salmi, ma possiamo ricordare anche Sansone morente nel libro dei Giudici:

«Allora Sansone invocò il Signore dicendo: “Signore Dio, ricordati di me! Dammi forza ancora per questa volta soltanto, o Dio”» (Gdc 16,28).

Infine, ecco il riferimento al Regno, il malfattore dice: «nel tuo Regno»; dimostrando di capire di quale regno si tratti, di quello di Gesù e non di uno qualsiasi di questo mondo.

La risposta di Gesù mostra il tipico tratto lucano, grazie all’avverbio «oggi», che tante volte ricorre nel terzo vangelo. Dice che la salvezza è sin da ora, da adesso e non sarà solo dopo. Gesù poi esprime una relazione straordinaria se pensiamo chi era il suo interlocutore, usando il complemento di compagnia: «con me»; e infine parla di un «paradiso», un termine di origine persiana, che significa giardino e che richiama il libro della Genesi. Infatti in un’antica traduzione siriaca si legge che Gesù avrebbe promesso al malfattore di stare con lui «nel giardino dell’Eden».

Abbiamo accennato all’importanza del tema della regalità di Gesù nel quarto Vangelo, quello di San Giovanni. Ma cosa ci sta dicendo Luca su questo argomento? Bisogna considerare che pur raccontando una storia, l’evangelista Luca non ci offre una cronaca di quanto è avvenuto: «non descrive la procedura della fissazione del condannato sulla croce, piuttosto illustra la portata teologica e soteriologica di quanto avvenuto», che ha a che fare con Dio e con la salvezza. Infatti è nel momento estremo della debolezza che più si mostra quale regno e regalità ha scelto Gesù. Dio compie la sua volontà proprio nel momento di maggiore debolezza del Figlio suo. È con la sua morte che avviene la vera liberazione di cui Gesù ha parlato e per la quale è venuto, come dice Luca nel Benedictus:

«Per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati» (Lc 1,77).

Sulla croce si avvera anche la profezia sulla vita di Gesù, incisa nel nome stesso che porta; Gesù significa «Dio salva», come spiega bene l’angelo a Giuseppe in Mt 1,21: «Ella (la Vergine) darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» Questa parola si realizza soprattutto dalla croce, sulla quale è inciso lo stesso nome, accompagnato dal suo titolo regale. Anche da lì, addirittura dalla croce del Figlio, Dio è capace di salvare. Anzi, è Gesù stesso che, col poco fiato che in quella circostanza gli rimane, annuncia la salvezza ad uno dei tanti peccatori che ha incontrato nel tempo del suo ministero: «Oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43).

Di quale salvezza è capace Gesù? Naturalmente di una salvezza globale, che abbraccia l’intera vita del malfattore crocifisso con lui, la liberazione dai suoi peccati, ma anche la promessa di farlo entrare nel suo regno. Per fare questo anche Gesù esprime un potere, non però come lo esercitano i potenti del mondo, perché è disinteressato come lo può essere solo la grazia che salva integralmente l’uomo, perché il suo orizzonte è il bene ultimo. La festa di oggi ci aiuta così a rimettere le cose nel giusto ordine e ad avere una visione della vita e della storia tipicamente cristiana. Anche se tutto intorno a noi si agita, cambiano i governi e i potenti e quel che accade a volte ci spaventa, i cristiani sanno che a tenere le redini della storia è, misteriosamente, la Provvidenza di Dio. Anzi, proprio nei momenti in cui la realtà sembra negare la presenza di Dio, come sottolineava Pio XI nell’Enciclica su menzionata, i cristiani hanno un modello che spiega come funzionano le cose: attraverso la regalità esercitata da Gesù Cristo fra le pieghe della storia.

Dall’Eremo, 22 novembre 2025

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OUR LORD JESUS CHRIST, KING OF THE UNIVERSE

The title of King, applied to Christ, emerges with peculiar force and frequency precisely in the Passion narratives. The Johannine Gospel will make this theological theme one of the decisive keys for understanding in depth the meaning of Jesus’ salvific death upon the Cross and its universal significance.

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Pope Pius XI, on 11 December 1925, instituted the feast of Christ the King with the encyclical Quas primas. One of the purposes he intended in establishing this solemnity was to counteract secularism, which that pontiff described as “the plague of our age”. He perceived in the exclusion of God from society the principal cause of the ills that afflicted the world of his time:

“And that the fruits [of the Jubilee] may be more abundant, and may last the more securely in human society, it is necessary that the knowledge of the regal dignity of our Lord should be spread as widely as possible. To this end it seems to Us that nothing would be more efficacious than the institution of a special feast in honour of Christ the King”.

Yet, as so often happens within the Church, even this pronouncement of the pontifical Magisterium — given the themes it touches — fostered both a deeper exegetical study of Scripture on these subjects and the consequent theological reflection. Thus new horizons opened, and useful and penetrating insights were offered to the faithful for Christian witness and for the spiritual life. And here is the Gospel passage of the Solemnity:

From the Holy Gospel according to Luke — “At that time, [after they had crucified Jesus,] the people stood by watching; but the leaders scoffed at him, saying, ‘He saved others; let him save himself if he is the Christ of God, his chosen one.’ The soldiers also mocked him, coming up to offer him sour wine and saying, ‘If you are the King of the Jews, save yourself.’There was also an inscription over him: ‘This is the King of the Jews.’ One of the criminals who were hanging there reviled him, saying, ‘Are you not the Christ? Save yourself and us!’ But the other rebuked him, saying, ‘Have you no fear of God, you who are subject to the same condemnation? And we indeed justly, for we are receiving what our deeds deserve; but this man has done nothing wrong.’ And he said, ‘Jesus, remember me when you come into your kingdom.’ He replied, ‘Truly I tell you, today you will be with me in Paradise’” (Lk 23:35-43).

For this year’s Solemnity, the liturgical proclamation presents a passage taken from the Lord’s Passion according to Luke, a text we had already encountered during Holy Week. Indeed, the compilers of the Lectionary might have drawn upon other passages to highlight the theme of Christ’s kingship. For example, the account of Jesus’ entry into Jerusalem, where, according to Luke, He is acclaimed as King:

“Blessed is he who comes, the King, in the name of the Lord! Peace in heaven and glory in the highest heavens!” (Lk 19:38).

Yet it is equally true that the title of King, applied to Christ, emerges with peculiar force and frequency precisely in the Passion narratives. The Johannine Gospel will make this theological theme one of the decisive keys for understanding in depth the meaning of Jesus’ salvific death upon the Cross and its universal significance.

Here, in Luke’s Passion narrative, we find ourselves within the section that describes the culminating moment of Jesus’ execution — namely, His crucifixion — which spans verses 32–49, a portion therefore broader than that offered by the Liturgy of the Word. The lectionary focuses on two scenes: a) the mockery of the religious leaders and of the soldiers; b) the dialogue between the two criminals, in which mockery appears once more, together with the reply of Jesus to one of them — a detail recorded only by Luke among the evangelists. Not only so: Saint Luke is also the only one to preserve and offer to readers the extraordinary words of Jesus on forgiveness:

“Father, forgive them; for they do not know what they are doing” (Lk 23:34).

These words are absent from certain prestigious manuscript witnesses, such as Codex Vaticanus (“B”), perhaps removed by scribes either out of anti-Jewish polemic or in order to underscore that the subsequent fall of Jerusalem would be an act of divine punishment, according to the Lord’s own words:

“Daughters of Jerusalem, do not weep for me; weep rather for yourselves and for your children… For if this is what is done to the green wood, what will happen to the dry?” (Lk 23:28).

For those unfamiliar with the matter, it often happens in the Bible that the most beautiful expressions are precisely those that pose the greatest problems from the point of view of the textual witnesses that transmit them — to the point of becoming a cross for textual critics, that is, for those scholars who devote their time and expertise to offering us the text closest to the original, upon which the critical editions used for modern translations of Holy Scripture are based. Returning to the dialogue between Jesus and the criminal, it was noted that this episode is absent both from the oldest Gospel text — that of Mark — and from the other two traditions, those of Matthew and John. Indeed, Mark states explicitly that both of the men crucified with Jesus reviled him:

“And those who were crucified with him also reviled him” (Mk 15:32).

This historical problem intrigued the Fathers of the Church — among them Origen, Saint John Chrysostom, and Saint Jerome. They proposed a simplified solution: that at the beginning both criminals attacked Jesus, as Mark reports; but that one of the two, at a certain point, understood, and then changed his attitude, while the other continued to insult Him. The other solution, perhaps more plausible, is that Luke drew this account from a different source, and therefore deliberately diverges from Mark, being aware of the change in the disposition of one of the criminals.

But who, then, are the “thieves” of Luke? This evangelist does not employ, as the other Gospels do, the term thief, but rather malefactor — literally, “one who has caused harm through fraud or deceit.” In Mark and Matthew, instead, we find two bandits lestaí in Greek — a term also used to indicate insurgents, as in the case of Barabbas in the Gospel of John. But, as one commentator notes, “On every page of his narrative, Luke avoids any possible confusion between the Christian movement and the rebels who rose up against Rome” (François Bovon).

A Latin manuscript of the eighth century even supplies us with the names of the two malefactors: Joathas and Maggatras; while in the apocryphal Acts of Pilate we encounter the names Desmas and Gestas. In the end, however, wha t matters is that Jesus finds Himself between two malefactors; indeed, in verse 32 Luke writes that “two others also, who were criminals, were led away to be put to death with him,” thus making it clear that Jesus was classified among offenders.

The dialogue — beautiful and deeply moving in itself — begins with the malefactor who turns toward the other crucified man, reproaching him and acknowledging his own sin. He makes a true act of repentance and shows his conversion precisely by admitting his wrongdoing. Then he turns repeatedly to the Lord. The Italian Bible renders it “and he said,” but in the Greek text the verb is in the imperfect: “he was saying,” suggesting a repeated or continuous action in the past — perhaps he said it several times. Addressing the Lord by His proper name, “Jesus,” the crucified malefactor proves to be the only one in all the Gospels who speaks to Him in so direct a manner. It is a sign of familiarity — perhaps because, upon the cross, at the threshold of death, all formalities fall away. The malefactor continues: “Remember me,” echoing what the supplicant so often asks of God in the Psalms; and we may also recall Samson, dying in the Book of Judges:

“Then Samson called to the Lord and said, ‘Lord God, remember me! Strengthen me once more, just this once, O God’” (Jgs 16:28).

Finally comes the reference to the Kingdom: the malefactor says, “when you come into your kingdom,” showing that he understands what Kingdom this is — the Kingdom of Jesus, not one of the kingdoms of this world.

The response of Jesus bears the distinctive mark of Luke, especially through the adverb “today,” which recurs so frequently in the third Gospel. He declares that salvation is from now, from this very moment, and not merely something that awaits beyond death. Jesus then expresses a relationship of extraordinary intimacy — all the more astonishing when we consider who His interlocutor is — by using the expression “with me”; and He concludes by speaking of “paradise,” a word of Persian origin meaning “garden,” recalling the Book of Genesis. Indeed, in an ancient Syriac translation we read that Jesus promises the malefactor that he will be with Him “in the garden of Eden.”

We have already touched upon the importance of the theme of the kingship of Jesus in the fourth Gospel, that of Saint John. But what, then, is Luke telling us on this matter? It must be borne in mind that, although narrating an event, the evangelist Luke does not offer us a chronicle of what happened: he “does not describe the procedure by which the condemned man was fixed to the cross; rather, he illustrates the theological and soteriological significance of what took place” — that which pertains to God and to salvation. Indeed, it is at the very moment of extremest weakness that the nature of the kingdom and kingship chosen by Jesus is displayed most clearly. God accomplishes His will precisely at the moment of the greatest weakness of His Son. It is through His death that the true liberation takes place — the liberation of which Jesus had spoken and for which He had come, as Luke states in the Benedictus:

“to give his people knowledge of salvation through the forgiveness of their sins” (Lk 1:77).

Upon the cross, moreover, the prophecy concerning the life of Jesus — inscribed within His very name — is fulfilled. Jesus means “God saves,” as the angel explains to Joseph in Mt 1:21: “She (the Virgin) will bear a son, and you shall call his name Jesus, for he will save his people from their sins.” This word is fulfilled above all upon the cross, where the same name appears, accompanied by His royal title. Even there — even from the cross of the Son — God is able to save. Indeed, it is Jesus Himself who, with the little breath remaining to Him in that circumstance, announces salvation to one of the many sinners He encountered during His earthly ministry:

“Today you will be with me in paradise” (Lk 23:43).

Of what salvation is Jesus capable? A salvation that is truly complete — one that embraces the whole life of the malefactor crucified beside Him: the forgiveness of his sins, yet also the promise that he will enter His kingdom. To effect this, Jesus too exercises a power, though not as the rulers of this world exercise power. His is a power entirely free of self-interest, as only grace can be — grace that saves the human person in his entirety, for its horizon is the ultimate good. 

The feast we celebrate today helps us to set things once more in their proper order and to recover a vision of life and of history that is distinctively Christian. Even if all around us is in turmoil — governments change, powers rise and fall, and events at times frighten us — Christians know that it is, mysteriously, the Providence of God that holds the reins of history. Indeed, precisely in those moments when reality seems to deny the presence of God — as Pius XI emphasised in the encyclical mentioned above — Christians have a model that reveals how things truly work: the kingship exercised by Jesus Christ in the hidden folds of history.

From the Hermitage, 22 November 2025

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NUESTRO SEÑOR JESUCRISTO, REY DEL UNIVERSO

El título de rey aplicado a Cristo aparece con fuerza y frecuencia precisamente en los evangelios de la Pasión. Será el Evangelio de san Juan el que hará de este tema teológico uno de los puntos decisivos para comprender en profundidad el sentido de la muerte salvífica de Jesús en la cruz y su valor universal.

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El papa Pío XI, el 11 de diciembre de 1925, con la encíclica Quas primas, instituyó la fiesta de Cristo Rey. Uno de los fines previstos al establecer esta solemnidad era el de contrarrestar el laicismo, definido por aquel pontífice como «la peste de nuestra época». Él veía en la exclusión de Dios de la sociedad la causa principal de los males que afligían al mundo de entonces:

«Y para que los frutos sean más abundantes y permanezcan más firmemente en la sociedad humana, es necesario que se divulgue cuanto sea posible el conocimiento de la dignidad real de nuestro Señor. A tal fin Nos parece que ninguna otra cosa puede ser de mayor provecho que la institución de una fiesta particular y propia de Cristo Rey».

Sin embargo, como casi siempre sucede en la Iglesia, este pronunciamiento del magisterio pontificio —por los temas que aborda— ha favorecido tanto el desarrollo exegético de la Sagrada Escritura sobre tales cuestiones como la consiguiente reflexión teológica. Así se han abierto nuevos horizontes, y se han ofrecido a los fieles reflexiones útiles y profundas para el testimonio cristiano y la vida espiritual. Y he aquí el pasaje evangélico propio de la Solemnidad:

Del santo Evangelio según san Lucas — «En aquel tiempo, [después de que hubieron crucificado a Jesús,] el pueblo permanecía allí mirando; los jefes, por su parte, se burlaban de Jesús diciendo: “Ha salvado a otros; que se salve a sí mismo, si él es el Mesías de Dios, el Elegido”. También los soldados se burlaban de él, se acercaban para ofrecerle vinagre y decían: “Si tú eres el rey de los judíos, ¡sálvate a ti mismo!”. Encima de él había una inscripción: “Este es el rey de los judíos”. Uno de los malhechores crucificados lo insultaba: “¿No eres tú el Mesías? ¡Sálvate a ti mismo y a nosotros!”. Pero el otro lo reprendía diciendo: “¿Es que no temes a Dios, tú que estás bajo la misma condena? Nosotros, con justicia, porque recibimos lo que merecieron nuestras acciones; él, en cambio, no ha hecho nada malo”. Y añadió: “Jesús, acuérdate de mí cuando llegues a tu Reino”. Jesús le respondió: “En verdad te digo: hoy estarás conmigo en el paraíso”» (Lc 23,35-43).

Para la Solemnidad de este año se propone en la proclamación litúrgica un pasaje tomado de la Pasión del Señor según san Lucas, que ya habíamos encontrado anteriormente durante la Semana Santa. En efecto, los redactores del Leccionario podrían haber recurrido también a otros textos para poner de relieve la idea de la realeza de Cristo. Por ejemplo, el relato de la entrada de Jesús en Jerusalén, donde, según Lucas, es proclamado rey:

«¡Bendito el que viene, el rey, en nombre del Señor! Paz en el cielo y gloria en lo más alto del cielo» (Lc 19,38).

Pero es igualmente cierto que el título de rey aplicado a Cristo aparece con fuerza y frecuencia precisamente en los evangelios de la Pasión. Será el Evangelio de san Juan el que hará de este tema teológico uno de los puntos decisivos para comprender en profundidad el sentido de la muerte salvífica de Jesús en la cruz y su valor universal.

Aquí, en el relato lucano de la Pasión, nos encontramos dentro de la sección que describe la fase culminante de la ejecución de Jesús, es decir, su crucifixión, que comprende los versículos 32-49, un pasaje, por tanto, más amplio que el propuesto por la Liturgia de la Palabra. El Leccionario se concentra en dos cuadros: a) La burla de los jefes religiosos y de los soldados; b) El diálogo de los dos malhechores, donde aparece de nuevo una burla y la respuesta de Jesús a uno de ellos, que solo Lucas recoge entre los evangelistas.

Asimismo, san Lucas es el único que registra y ofrece a los lectores las extraordinarias palabras de Jesús sobre el perdón:

«Padre, perdónalos, porque no saben lo que hacen» (Lc 23,34).

Estas palabras están ausentes en algunos códices manuscritos prestigiosos, como el “B”, el Vaticanus, quizá suprimidas por los copistas a causa de la polémica antijudía, o para subrayar que la posterior caída de Jerusalén sería obra del castigo divino, según las palabras del Señor:

«Hijas de Jerusalén, no lloréis por mí; llorad más bien por vosotras y por vuestros hijos […] Porque si así tratan al leño verde, ¿qué sucederá con el seco?» (Lc 23,28).

Para quien no lo sepa, en la Biblia ocurre a veces que las expresiones más bellas son también las que presentan mayores problemas desde el punto de vista de los testigos del texto que las transmiten, hasta convertirse en una “cruz” para los críticos textuales, es decir, los estudiosos que dedican su tiempo y saber a ofrecernos el texto más cercano al original, que luego se reproduce en las ediciones críticas que sirven de base para las traducciones de la Sagrada Escritura a las lenguas modernas.

Volviendo al diálogo entre Jesús y el malhechor, decíamos que no se encuentra ni en el texto más antiguo de los evangelios, el de Marcos, ni en los otros dos relatos, los de Mateo y san Juan. Es más, en Marcos se afirma claramente que los dos que habían sido crucificados con Jesús lo insultaban:

«También los que habían sido crucificados con él lo insultaban» (Mc 15,32).

La cuestión histórica intrigó también a los Padres de la Iglesia, entre ellos Orígenes, san Juan Crisóstomo y san Jerónimo. Ofrecieron una solución simplificada imaginando que al principio ambos criminales atacaban a Jesús, como efectivamente refiere Marcos; pero que luego uno de los dos comprendió y entonces cambió su parecer, mientras que el otro continuó insultándolo.

La otra solución, quizá más lógica, consiste en suponer que Lucas obtuvo esta información de una fuente distinta y que por ello se distancia conscientemente de Marcos, sabiendo del cambio de actitud de uno de los dos malhechores.

¿Pero quiénes son los “ladrones” de Lucas? Este evangelista no emplea, como los otros evangelios, el término “ladrón”, sino más bien el de malhechor, literalmente “el que ha causado un daño mediante el fraude o el engaño”. En Marcos y Mateo son en cambio dos bandidos (lestés en griego), término que se utilizaba también para designar a los rebeldes, como es el caso de Barrabás en el evangelio de Juan. Pero, como escribe un comentarista:

«En cada página de su relato, Lucas evita cualquier posible confusión entre el movimiento cristiano y los rebeldes alzados contra Roma» (François Bovon).

Un manuscrito latino del siglo VIII nos proporciona incluso los nombres de los dos malhechores: Joathas y Maggatras, mientras que en el apócrifo Hechos de Pilato encontramos otros nombres: Desmas y Gestas.

En definitiva, constatamos que Jesús se encuentra entre dos malhechores; es más, en el v. 32, Lucas escribe que al suplicio eran conducidos «también otros dos malhechores», dando a entender claramente que Jesús era asimilado a los delincuentes.

El diálogo, en sí mismo bellísimo y conmovedor, comienza con el malhechor que se dirige al otro crucificado, reprendiéndole y admitiendo su propio pecado. Realiza un verdadero acto de arrepentimiento y, al afirmar que ha obrado mal, manifiesta su conversión.

Luego se dirige al Señor, repetidamente. La edición de la CEE traduce «y dijo», mientras que en el texto griego aparece un imperfecto, como indicando una acción repetida en el pasado: «Y decía», quizá varias veces.

Al llamar al Señor por su nombre propio, «Jesús», este malhechor crucificado resulta ser el único en los evangelios que se dirige a Él de modo tan directo. Es un signo de confianza, quizá porque en la cruz, cuando se muere, ya no hay lugar para formalidades.

El malhechor prosigue: «Acuérdate de mí», pidiendo lo que el orante pide a Dios en los Salmos; pero podemos recordar también a Sansón moribundo en el libro de los Jueces:

«Entonces Sansón invocó al Señor diciendo: “¡Señor Dios, acuérdate de mí! Concédeme fuerza solo por esta vez, oh Dios”» (Jue 16,28).

Finalmente llega la referencia al Reino: el malhechor dice «en tu Reino», demostrando comprender de qué Reino se trata — el de Jesús — y no uno cualquiera de este mundo.

La respuesta de Jesús muestra el rasgo típico lucano gracias al adverbio «hoy», que tantas veces aparece en el tercer evangelio. Afirma que la salvación es desde ahora, desde este mismo momento, y no solo después.

Jesús expresa además una relación extraordinaria si pensamos quién era su interlocutor, usando el complemento de compañía: «conmigo»; y finalmente habla de un «paraíso», término de origen persa que significa jardín y que evoca el libro del Génesis.

De hecho, en una antigua traducción siríaca se lee que Jesús habría prometido al malhechor que estaría con Él «en el jardín del Edén».

Habíamos mencionado la importancia del tema de la realeza de Jesús en el cuarto Evangelio, el de san Juan. Pero ¿qué nos dice Lucas al respecto? Es necesario considerar que, aun narrando una historia, el evangelista Lucas no nos ofrece una crónica de lo sucedido: «no describe el procedimiento de la fijación del condenado en la cruz, sino que ilustra el alcance teológico y soteriológico de lo ocurrido», es decir, aquello que tiene que ver con Dios y con la salvación.

En efecto, es en el momento extremo de la debilidad donde mejor se manifiesta qué Reino y qué realeza ha elegido Jesús. Dios cumple su voluntad precisamente en el momento de mayor debilidad de su Hijo. Es con su muerte que se realiza la verdadera liberación de la que Jesús ha hablado y para la cual ha venido, como dice Lucas en el Benedictus:

«Para dar a su pueblo el conocimiento de la salvación mediante la remisión de sus pecados» (Lc 1,77).

En la cruz se cumple también la profecía sobre la vida de Jesús, inscrita en el mismo nombre que lleva; Jesús significa «Dios salva», como explica claramente el ángel a José en Mt 1,21:

«Ella (la Virgen) dará a luz un hijo y tú lo llamarás Jesús, porque Él salvará a su pueblo de sus pecados».

Esta palabra se realiza sobre todo desde la cruz, donde está inscrito el mismo nombre, acompañado de su título real. Incluso desde allí, desde la cruz del Hijo, Dios es capaz de salvar. Más aún: es el propio Jesús quien, con el poco aliento que en tal circunstancia le queda, anuncia la salvación a uno de los tantos pecadores que ha encontrado a lo largo de su ministerio:

«Hoy estarás conmigo en el paraíso» (Lc 23,43).

¿De qué salvación es capaz Jesús? Naturalmente de una salvación global, que abarca toda la vida del malhechor crucificado con Él: la liberación de sus pecados y también la promesa de hacerlo entrar en su Reino. Para obrar esto, Jesús manifiesta un poder, pero no como lo ejercen los poderosos de este mundo, porque es desinteresado como solo puede serlo la gracia que salva íntegramente al ser humano, ya que su horizonte es el bien último.

La fiesta de hoy nos ayuda así a poner las cosas en su justo orden y a tener una visión de la vida y de la historia verdaderamente cristiana. Aunque todo a nuestro alrededor se agite, cambien los gobiernos y los poderosos, y lo que acontece a veces nos asuste, los cristianos saben que quien lleva las riendas de la historia es, misteriosamente, la Providencia de Dios.

Es más: precisamente en los momentos en que la realidad parece negar la presencia de Dios — como subrayaba Pío XI en la encíclica antes mencionada —, los cristianos tienen un modelo que explica cómo funcionan las cosas: mediante la realeza ejercida por Jesucristo en los pliegues de la historia.

Desde el Ermitage, 22 de noviembre de 2025

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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Fatece largo che passamo noi farisei perfetti campioni di purezza – Stand aside, for we pharisees, champions of purity, are coming through – ¡Apartaos, que pasamos, los fariseos, perfectos campeones de pureza!

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

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FATECE LARGO CHE PASSAMO NOI FARISEI PERFETTI CAMPIONI DI PUREZZA 

«O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo».

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Come il Vangelo di domenica scorsa, anche questo della XXX domenica del tempo Ordinario contiene un insegnamento sulla preghiera. È affidato alla parabola del fariseo e del pubblicano al tempio, un testo presente soltanto nel terzo vangelo.

Se Luca aveva specificato il fine per cui Gesù aveva raccontato la parabola della vedova insistente e del giudice iniquo, ovvero la necessità della preghiera perseverante (Lc 18,1); questa invece viene narrata avendo di mira dei destinatari precisi: «Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri» (Lc 18,9). Alla luce di Lc 16,15 dove Gesù qualifica i farisei come coloro che «si ritengono giusti davanti agli uomini», si può pensare che il bersaglio del racconto siano appunto solo loro, ma l’atteggiamento preso di mira nella parabola è una stortura religiosa che si verifica ovunque e abita anche le comunità cristiane, ed è certamente a questi destinatari che pensa Luca scrivendo il suo vangelo. È importante precisare questo per evitare letture caricaturali dei farisei, che purtroppo non sono mancate nel cristianesimo proprio partendo dalla lettura di questa parabola. Ed ecco il testo evangelico:

«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (Lc 18,9-14).

Il brano si lascia facilmente suddividere in tre parti: Una introduzione, di un versetto; una parabola di quattro versetti (vv. 10-13); e la conclusione, di Gesù: «Io vi dico». I protagonisti della parabola sono due uomini, che salgono al luogo più santo di Israele, il tempio. Il verbo salire non solo dice che il tempio si trovava in alto, su un monte, ma anche che per andare a Gerusalemme si ascende, quasi a indicare il modo, anche fisico, di come ci si avvicina a Dio. Possiamo ricordare a tal proposito i «Salmi delle ascensioni», a partire dal Sal 120, ma anche, nel Vangelo, il buon Samaritano che si preoccupò dell’uomo incappato nei briganti mentre «scendeva da Gerusalemme a Gerico» (Lc 10,30). San Luca descrive qui due polarità opposte nel giudaismo del I secolo, mostrando così che i personaggi non sono scelti a caso. I farisei erano le persone più pie e devote, mentre gli esattori delle tasse erano spesso considerati ladri, una categoria di professionisti al soldo di Roma, come poteva essere stato Zaccheo di Gerico (Lc 19,1). Emerge anche che la preghiera al tempio poteva essere privata, mentre quella pubblica si teneva di mattino e alla sera, ed era regolata dalla liturgia templare.

Quindi abbiamo due uomini che si recano al tempio per pregare. Identico è il loro movimento, uguale il loro fine e medesimo è il luogo in cui si recano, eppure una grande distanza li separa. Essi sono vicini e al tempo stesso lontani, tanto che questa loro compresenza nel luogo di preghiera pone la domanda anche oggi, ai cristiani, di cosa significhi pregare insieme, fianco a fianco, l’uno accanto all’altro in uno stesso luogo. È infatti possibile pregare accanto ed essere separati dal confronto, dal paragone e perfino dal disprezzo: «non sono come questo pubblicano» (v. 11). Le differenze tra i due personaggi sono rilevanti anche per la gestualità e le posture dei loro corpi e nel loro situarsi nello spazio sacro. Il pubblicano resta sul fondo, «si ferma a distanza» (v. 13), non osa avanzare, è abitato dal timore di chi non è abituato al luogo liturgico, china il capo a terra e si batte il petto pronunciando pochissime parole. Il fariseo, invece, esprime la sua sicurezza, il suo essere un habitué del luogo sacro e prega stando in piedi a fronte alta, pronunciando molte e ricercate parole nel suo articolato ringraziamento. Questa coscienza di sé non ha nulla a che vedere con la giusta autostima, ma, sposandosi con il disprezzo per gli altri, si rivela essere un’arroganza ostentata, da parte di colui che forse così sicuro di sé non è, tanto che non fa albergare in sé dubbio alcuno. E la presenza degli altri serve a corroborare la sua coscienza di superiorità. Il verbo usato da Luca, exoutheneîn, tradotto con «disprezzare», significa letteralmente «ritenere niente», e sarà l’atteggiamento di Erode nei confronti di Gesù nel racconto della passione (Lc 23,11). La sicurezza nel condannare gli altri nel fariseo è necessaria per sostenere la sicurezza del proprio essere migliore e nel giusto.

Nelle parole del fariseo emerge anche quale immagine di Dio egli abbia. Egli prega «tra sé», cioè «rivolto a se stesso» (cfr. pròs eautòn di Lc 18,11) e la sua preghiera sembra dominata dall’ego. Formalmente compie un ringraziamento, ma in verità ringrazia Dio non per ciò che ha fatto per lui, bensì per ciò che lui fa per Dio. Il senso del ringraziamento viene così snaturato poiché il suo io si sostituisce a Dio e la sua preghiera finisce per essere un elenco di prestazioni pie e un compiacimento del suo non essere «come gli altri uomini» (v. 11). L’immagine alta di sé offusca quella di Dio tanto da impedirgli di vedere come un fratello colui che prega nel medesimo luogo e si sente così a posto che Dio non deve far altro che confermare ciò che egli è e fa: non necessita di conversione o cambiamento. Così Gesù rivela che lo sguardo di Dio non gradisce la sua preghiera: «il pubblicano tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro» (v. 14). Svelando al lettore la preghiera sommessa dei due personaggi della parabola, Luca compie un’incursione nella loro interiorità e nell’animo di chi prega, mostrando quel sottofondo dell’orazione che può fare tutt’uno con essa, oppure confliggere con essa. Si apre così, in questo brano, uno squarcio di luce sul cuore e sul profondo di chi prega, sui pensieri che lo abitano mentre è raccolto in preghiera. Si tratta di un’operazione audace ma importante, perché dietro alle parole che si pronunciano nella preghiera liturgica o personale spesso vi sono immagini, pensieri, sentimenti che possono essere anche in clamorosa contraddizione con le parole che si pronunciano e con il significato dei gesti che si compiono.

È il rapporto fra preghiera e autenticità. La preghiera del fariseo è sincera, ma non veritiera. Lo è quella del pubblicano, mentre quella del fariseo permane solo sincera, in quanto esprime quel che quest’uomo crede e sente, portando alla luce però la patologia nascosta nelle sue parole. Egli, cioè,  credendo veramente a ciò che dice, mostra al contempo che quel che lo muove alla preghiera è l’intima convinzione che ciò che compie basti a giustificarlo. Perciò la sua convinzione è granitica e incrollabile. La sua personale sincerità è coerente con l’immagine di Dio che lo muove.

Sottolineiamo ancora il versetto 13, e cioè la postura e la preghiera del pubblicano che fa da contraltare a quella del fariseo. Rimane indietro, forse nello spazio più remoto rispetto all’edificio del tempio, non alza gli occhi al cielo, ma si riconosce peccatore battendosi il petto, al modo in cui Davide diceva: «Ho peccato contro il Signore» (2Sam 12,13); come il «figliol prodigo» che dice: «Ho peccato contro il cielo e contro di te» (Lc 15,21). La preghiera del pubblicano non è centrata su di sé, ma chiede una sola cosa — misericordia — con l’espressione: «Abbi pietà», ilaskomai, che significa: propiziarsi, rendere benevolo, espiare i peccati. Il pubblicano non fa alcun confronto, si considera l’unico peccatore, un vero peccatore. Infine, al v.14, incontriamo il commento di Gesù, il quale mette in rilievo chi è giustificato e chi no. La risposta inizia con l’espressione: «Io vi dico» (lego hymin), come a segnalare una conclusione significativa, una richiesta di attenzione solenne. Poi Gesù dice che dei due che erano saliti al tempio, solo il pubblicano ne discese  giustificato. Il verbo usato da Gesù significa discendere a casa (la CEI: «tornò a casa»). La preghiera del peccatore è accolta da Dio, quella del fariseo invece no perché questi non aveva nulla da chiedere. Dio invece accoglie sempre le richieste di perdono quando sono autentiche e questa parabola risulta essere dunque un ulteriore insegnamento sulla preghiera, come quella appena sopra, del giudice e della vedova.

Il lettore cristiano attraverso questa parabola comprende che l’autenticità della preghiera passa attraverso la qualità buona delle relazioni con gli altri che pregano con me e che con me formano il corpo di Cristo. E nello spazio cristiano, in cui Gesù Cristo è «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), la preghiera è un processo di continua purificazione delle immagini di Dio a partire dall’immagine rivelata in Cristo e questi crocifisso (cfr. 1Cor 2,2), immagine che contesta tutte quelle contraffatte di Dio. Possiamo dire che l’atteggiamento del fariseo è emblematico di un tipo religioso che sostituisce la relazione con il Signore con prestazioni quantificabili, egli digiuna due volte alla settimana e paga la decima di tutto quanto acquista, compiendo anche opere supererogatorie. Alla relazione con il Signore sotto il segno dello Spirito e della gratuità dell’amore, si sostituisce una forma di ricerca di santificazione mediante il controllo, che richiede il distacco dagli altri. La preghiera, invece, suggerisce Luca, richiede umiltà. E umiltà è adesione alla realtà, alla povertà e piccolezza della condizione umana, all’humus di cui siamo fatti. Essa è coraggiosa conoscenza di sé di fronte al Dio che ha manifestato se stesso nell’umiltà e nell’abbassamento del Figlio. Dove c’è umiltà, c’è apertura alla grazia e c’è carità e si trova misericordia.

Dall’Eremo, 26 ottobre 2025

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STAND ASIDE, FOR WE PHARISEES, CHAMPIONS OF PURITY, ARE COMING THROUGH

«O God, I thank Thee that I am not like other men — thieves, unjust, adulterers — nor even like this publican. I fast twice a week, and I pay tithes on all I possess».

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As in last Sunday’s Gospel, so too in that of this Thirtieth Sunday in Ordinary Time we find a teaching on prayer. It is conveyed through the parable of the Pharisee and the publican in the temple — a text found only in the third Gospel. If Saint Luke had specified the purpose for which Jesus told the parable of the persistent widow and the unjust judge, namely the necessity of persevering prayer (Lk 18:1), this one, on the other hand, is told with certain hearers clearly in mind: “He also told this parable to some who were convinced of their own righteousness and despised others” (Lk 18:9). In the light of Luke 16:15, where Jesus describes the Pharisees as those “who justify themselves in the sight of men”, one might suppose that they alone are the intended target of the narrative. Yet the attitude denounced in the parable is a religious distortion that can arise anywhere — it inhabits even Christian communities — and it is surely to such as these that Luke directs his Gospel. It is important to make this clarification so as to avoid caricatured readings of the Pharisees, which unfortunately have not been lacking within Christianity, often beginning precisely from this parable. And here is the Gospel text itself:

“Two people went up to the temple area to pray; one was a Pharisee and the other was a tax collector. The Pharisee took up his position and spoke this prayer to himself, ‘O God, I thank you that I am not like the rest of humanity — greedy, dishonest, adulterous — or even like this tax collector. I fast twice a week, and I pay tithes on all I possess.’ But the tax collector stood off at a distance and would not even raise his eyes to heaven but beat his breast and prayed, ‘O God, be merciful to me a sinner ’. I tell you, the latter went home justified, not the former; for whoever exalts himself will be humbled, and the one who humbles himself will be exalted”. (Lk 18:9–14).

The passage can easily be divided into three parts: an introduction of one verse; a parable of four verses (vv. 10–13); and the conclusion spoken by Jesus: “I tell you.”The protagonists of the parable are two men who go up to the holiest place in Israel, the Temple. The verb to go up indicates not only that the Temple stood on high, upon a mountain, but also that one ascends when going to Jerusalem — almost as though to suggest, even in bodily movement, the manner in which one draws near to God. In this regard we may recall the Psalms of Ascent, beginning with Psalm 120, and likewise, in the Gospel, the Good Samaritan who took care of the man fallen among robbers while “going down from Jerusalem to Jericho” (Lk 10:30). Saint Luke here depicts two opposing poles within first-century Judaism, showing that the characters were not chosen at random. The Pharisees were regarded as the most pious and devout, while the tax collectors were often seen as thieves — a class of professionals in the service of Rome, as Zacchaeus of Jericho may have been (Lk 19:1). It also becomes clear that prayer in the Temple could be private, while public prayer was held in the morning and in the evening and was governed by the Temple liturgy.

We thus have two men who go to the Temple to pray. Their movement is identical, their purpose the same, and the place to which they go is one and the same; yet a great distance separates them. They are close to each other and yet far apart, so that their being together in the place of prayer raises, even for us Christians today, the question of what it truly means to pray together — side by side, one beside another, in the same sacred space. It is indeed possible to pray next to someone and yet be separated by comparison, by rivalry, or even by contempt: “I am not like this tax collector” (v. 11). The differences between the two characters are also evident in their gestures, in the posture of their bodies, and in the way they situate themselves within the sacred space. The tax collector remains at the back, “standing at a distance” (v. 13); he does not dare to come forward, he is filled with the awe of one unaccustomed to the liturgical place; he bows his head to the ground and beats his breast, uttering but a few words. The Pharisee, on the other hand, displays his assurance, his familiarity with the holy place; he prays standing upright, head held high, pronouncing many carefully chosen words in his elaborate thanksgiving. This self-awareness has nothing to do with proper self-respect; joined with contempt for others, it becomes a form of ostentatious arrogance — perhaps the posture of one who, in truth, is not so sure of himself, and who harbours no doubt within. The presence of others serves only to confirm his sense of superiority. The verb used by Luke, exoutheneîn, translated as “to despise”, literally means “to regard as nothing”, and it will describe the attitude of Herod toward Jesus in the Passion narrative (Lk 23:11). The Pharisee’s certainty in condemning others is the very means by which he sustains the illusion of his own righteousness and superiority.

In the words of the Pharisee there also emerges the image of God that he bears within himself. He prays “to himself” — that is, “turned toward himself” (pros heautón, Lk 18:11) — and his prayer appears to be ruled entirely by the ego. Formally, he performs an act of thanksgiving, yet in truth he thanks God not for what God has done for him, but for what he does for God. The very meaning of thanksgiving is thus distorted, for his self takes the place of God, and his prayer becomes a catalogue of pious achievements and a self-satisfaction at not being “like other men” (v. 11). His exalted image of himself obscures that of God, to the point of preventing him from seeing as a brother the man who prays in the same holy place. He feels himself so perfectly righteous that God has nothing left to do but to confirm what he already is and does: he has no need of conversion, no need of change. Thus Jesus reveals that God’s gaze does not look with favour upon his prayer: “the tax collector went home justified, rather than the other” (v. 14). By unveiling for the reader the subdued prayer of the two figures in the parable, Luke ventures into their inner world — into the soul of the one who prays — showing that hidden background of prayer which may either be one with it or at odds with it. This passage thus opens a window of light upon the heart and the depths of the one who prays, upon the thoughts that dwell within him even as he stands in prayer. It is a bold but essential insight, for behind the words uttered in prayer — whether liturgical or personal — there often lie images, thoughts, and feelings that may stand in striking contradiction to the very words we speak and to the gestures we perform.

It is the relationship between prayer and authenticity. The prayer of the Pharisee is sincere, but not truthful. That of the tax collector is truthful, whereas the Pharisee’s remains merely sincere — in that it expresses what this man believes and feels, yet at the same time reveals the hidden pathology within his words. Believing truly what he says, he also shows that what moves him to pray is the inner conviction that what he does is sufficient to justify him. Hence his conviction is granite-like and unshakable. His personal sincerity is wholly consistent with the image of God that animates him.

Let us pause once more upon verse 13 — upon the posture and the prayer of the tax collector, which stands in direct contrast to that of the Pharisee. He remains at the back, perhaps in the most distant space of the Temple precincts; he does not lift his eyes to heaven but acknowledges himself as a sinner, beating his breast as David once said, “I have sinned against the Lord” (2 Sam 12:13); and as the prodigal son confessed, “I have sinned against heaven and against you” (Lk 15:21). The prayer of the tax collector is not centred upon himself; he asks only one thing — mercy — with the expression “Be merciful” (hilaskomai), which means to propitiate, to make favourable, to atone for sins. The tax collector makes no comparison; he considers himself the only sinner, a true sinner. Finally, in verse 14, we find the comment of Jesus, who indicates who is justified and who is not. His response begins with the expression “I tell you” (lego hymin), signalling a solemn conclusion, a call for attentive listening. Then Jesus declares that of the two who went up to the Temple, only the tax collector went down to his house justified. The verb used by Jesus means to go down to one’s house. The sinner’s prayer is received by God; the Pharisee’s is not, for he had nothing to ask. God, however, always welcomes the plea for forgiveness when it is sincere. This parable thus becomes yet another teaching on prayer — like the one just above, of the judge and the widow.

Through this parable, the Christian reader understands that the authenticity of prayer passes through the goodness and integrity of one’s relationships with others who pray alongside us and who, together with us, form the Body of Christ. In the Christian sphere, where Jesus Christ is “the image of the invisible God” (Col 1:15), prayer becomes a process of continual purification of our images of God, beginning from the image revealed in Christ — and in Him crucified (cf. 1 Cor 2:2) — the image that contests and unmasks all false and distorted representations of God. The attitude of the Pharisee may be seen as emblematic of a religious type that replaces relationship with the Lord by measurable performance. He fasts twice a week and pays tithes on all he acquires, even undertaking works of supererogation. In place of a relationship with the Lord marked by the Spirit and by the gratuity of love, there arises a pursuit of sanctification through control — a striving that demands separation from others. Prayer, on the contrary, as Luke suggests, requires humility. And humility is an adhesion to reality — to the poverty and smallness of the human condition, to the humus from which we are made. It is the courageous knowledge of oneself before the God who has revealed Himself in the humility and self-emptying of the Son. Where there is humility, there is openness to grace, and there is charity, and mercy is found.

From the Hermitage October 26, 2025

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¡APARTAOS, QUE PASAMOS, LOS FARISEOS, PERFECTOS CAMPEONES DE PUREZA!

«Oh Dios, te doy gracias porque no soy como los demás hombres, ladrones, injustos, adúlteros, ni tampoco como este publicano. Ayuno dos veces por semana y pago el diezmo de todo cuanto poseo».

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Al igual que en el Evangelio del domingo pasado, también en el de este trigésimo domingo del Tiempo Ordinario encontramos una enseñanza sobre la oración. Se expresa a través de la parábola del fariseo y del publicano en el templo, un texto presente únicamente en el tercer Evangelio. Si san Lucas había precisado el propósito por el cual Jesús contó la parábola de la viuda perseverante y del juez inicuo — a saber, la necesidad de orar siempre sin desfallecer (Lc 18,1) —, en esta otra, en cambio, es narrada teniendo en mente unos destinatarios concretos: «Dijo también esta parábola para algunos que confiaban en sí mismos por considerarse justos y despreciaban a los demás» (Lc 18,9). A la luz de Lc 16,15, donde Jesús describe a los fariseos como aquellos «que se tienen por justos ante los hombres», podría pensarse que ellos son los únicos destinatarios del relato. Sin embargo, la actitud que se denuncia en la parábola es una distorsión religiosa que puede manifestarse en cualquier lugar; habita también en las comunidades cristianas, y es seguramente a estos destinatarios a quienes Lucas dirige su Evangelio. Es importante precisar esto para evitar lecturas caricaturescas de los fariseos, que, por desgracia, no han faltado en el cristianismo, nacidas precisamente a partir de la interpretación de esta parábola. Y he aquí el texto evangélico: 

«Dos hombres subieron al templo a orar; uno era fariseo y el otro publicano. El fariseo, erguido, oraba en su interior diciendo: “Oh Dios, te doy gracias porque no soy como los demás hombres, ladrones, injustos, adúlteros, ni tampoco como este publicano. Ayuno dos veces por semana y pago el diezmo de todo cuanto poseo”. Pero el publicano, manteniéndose a distancia, no se atrevía ni a alzar los ojos al cielo, sino que se golpeaba el pecho diciendo: “Oh Dios, ten compasión de mí, que soy un pecador”. Os digo que éste bajó a su casa justificado y aquél no; porque todo el que se ensalza será humillado, y el que se humilla será ensalzado» (Lc 18,9-14).

El pasaje puede dividirse fácilmente en tres partes: una introducción de un versículo; una parábola de cuatro versículos (vv. 10-13); y la conclusión pronunciada por Jesús: «Os digo». Los protagonistas de la parábola son dos hombres que suben al lugar más santo de Israel, el templo. El verbo subir indica no sólo que el templo se hallaba en lo alto, sobre un monte, sino también que para ir a Jerusalén se asciende, casi como para sugerir —incluso en el movimiento físico — el modo en que uno se aproxima a Dios. A este propósito podemos recordar los Salmos de las subidas, comenzando por el Salmo 120, y también, en el Evangelio, la figura del buen samaritano que se apiadó del hombre que cayó en manos de los bandidos mientras «bajaba de Jerusalén a Jericó» (Lc 10,30). San Lucas presenta aquí dos polos opuestos dentro del judaísmo del siglo I, mostrando así que los personajes no fueron elegidos al azar. Los fariseos eran considerados las personas más piadosas y devotas, mientras que los recaudadores de impuestos eran con frecuencia vistos como ladrones: una clase de profesionales al servicio de Roma, como podía haber sido Zaqueo de Jericó (Lc 19,1). En este pasaje se hace también presente que la oración en el templo podía ser privada, mientras que la oración pública se celebraba por la mañana y por la tarde, y estaba regulada por la liturgia del templo.

Tenemos, pues, a dos hombres que suben al templo para orar. Idéntico es su movimiento, igual su propósito y el mismo el lugar al que se dirigen; sin embargo, una gran distancia los separa. Están próximos y al mismo tiempo distantes, de modo que su presencia conjunta en el lugar de oración plantea también hoy, a los cristianos, la pregunta de qué significa verdaderamente orar juntos, uno al lado del otro, en un mismo espacio sagrado. En efecto, es posible orar junto a otro y, sin embargo, estar separados por la comparación, la rivalidad o incluso el desprecio: «No soy como este publicano» (v. 11).

Las diferencias entre los dos personajes son notables también en los gestos, en la postura de sus cuerpos y en la manera en que se sitúan dentro del espacio sagrado. El publicano permanece al fondo, «manteniéndose a distancia» (v. 13); no se atreve a avanzar, está habitado por el temor de quien no está acostumbrado al lugar litúrgico; inclina la cabeza hacia la tierra y se golpea el pecho pronunciando apenas unas pocas palabras. El fariseo, en cambio, manifiesta su seguridad, su condición de habituado al lugar santo; ora erguido, con la frente en alto, pronunciando muchas palabras cuidadosamente escogidas en su elaborado agradecimiento. Esta conciencia de sí mismo no tiene nada que ver con una justa autoestima; unida al desprecio por los demás, se revela en una forma de arrogancia ostentosa quizás por parte de alquien que en realidad, no está tan seguro de sí mismo, hasta el punto que no alberga duda alguna en su interior. La presencia de los otros le sirve sólo para reforzar su conciencia de superioridad. El verbo empleado por Lucas, exoutheneín, traducido como «despreciar», significa literalmente «considerar como nada», y describe la actitud de Herodes hacia Jesús en el relato de la Pasión (Lc 23,11). La seguridad del fariseo al condenar a los demás es el medio por el cual sostiene la ilusión de su propia rectitud y superioridad.

En las palabras del fariseo se revela también la imagen de Dios que lleva dentro de sí. Ora «consigo mismo», es decir, «dirigido hacia sí mismo» (pròs heautón, Lc 18,11), y su oración parece dominada por el ego. Formalmente realiza una acción de gracias, pero en realidad da gracias a Dios no por lo que Dios ha hecho por él, sino por lo que él hace por Dios. El sentido del agradecimiento queda así desnaturalizado, pues su propio yo ocupa el lugar de Dios, y su oración se convierte en un catálogo de prácticas piadosas y en una autocomplacencia por no ser «como los demás hombres» (v. 11). La imagen engrandecida de sí mismo oscurece la de Dios hasta el punto de impedirle ver como hermano al que ora en el mismo lugar santo. Se siente tan justo que Dios no tiene otra cosa que hacer sino confirmar lo que él ya es y hace: no necesita conversión ni cambio alguno. Así, Jesús revela que la mirada de Dios no se complace en su oración: «El publicano bajó a su casa justificado, y el otro no» (v. 14). Al desvelar al lector la oración silenciosa de los dos personajes de la parábola, Lucas penetra en su mundo interior — en el alma de quien ora — mostrando ese trasfondo de la oración que puede coincidir con ella o estar en conflicto con ella. Este pasaje abre, por tanto, una rendija de luz sobre el corazón y las profundidades de quien ora, sobre los pensamientos que lo habitan incluso mientras está recogido en oración.
Se trata de una observación audaz, pero necesaria, porque detrás de las palabras pronunciadas en la oración — sea litúrgica o personal — suelen esconderse imágenes, pensamientos y sentimientos que pueden estar en flagrante contradicción con las propias palabras que se dicen y con el significado de los gestos que se realizan.

Se trata de la relación entre la oración y la autenticidad. La oración del fariseo es sincera, pero no veraz. La del publicano en cambio, es veraz, mientras que la del fariseo permanece meramente sincera, en la medida en que expresa lo que este hombre cree y siente, pero al mismo tiempo pone al descubierto la patología oculta en sus palabras. Creyendo verdaderamente en lo que dice, muestra también que lo que le impulsa a orar es la íntima convicción de que cuanto realiza basta para justificarlo. Por eso su convicción es granítica e inquebrantable. Su sinceridad personal es plenamente coherente con la imagen de Dios que lo mueve.

Detengámonos una vez más en el versículo 13, en la postura y en la oración del publicano, que sirven de contrapeso a las del fariseo. Permanece atrás, quizá en el espacio más alejado del recinto del templo; no alza los ojos al cielo, sino que se reconoce pecador golpeándose el pecho, al modo en que David decía: «He pecado contra el Señor» (2 Sam 12,13); y como el hijo pródigo confesaba: «He pecado contra el cielo y contra ti» (Lc 15,21). La oración del publicano no está centrada en sí mismo; pide una sola cosa —misericordia— con la expresión «Ten compasión» (hilaskomai), que significa propiciar, hacerse favorable, expiar los pecados. El publicano no establece comparaciones; se considera el único pecador, un verdadero pecador. Finalmente, en el versículo 14, encontramos el comentario de Jesús, que destaca quién queda justificado y quién no. Su respuesta comienza con la expresión «Os digo» (lego hymin), como para señalar una conclusión significativa, una invitación a la escucha atenta. Después, Jesús declara que de los dos que subieron al templo, sólo el publicano bajó a su casa justificado. El verbo empleado por Jesús significa descender a casa. La oración del pecador es acogida por Dios; la del fariseo, en cambio, no, porque éste no tenía nada que pedir. Dios, sin embargo, acoge siempre las súplicas de perdón cuando son auténticas. Esta parábola se convierte así en una nueva enseñanza sobre la oración, al igual que la anterior, la del juez y la viuda.

A través de esta parábola, el lector cristiano comprende que la autenticidad de la oración pasa por la calidad y la bondad de las relaciones con los demás que oran conmigo y que, junto conmigo, forman el Cuerpo de Cristo. En el ámbito cristiano, donde Jesucristo es «la imagen del Dios invisible» (Col 1,15), la oración se convierte en un proceso de continua purificación de nuestras imágenes de Dios, a partir de la imagen revelada en Cristo — y en Él crucificado (cf. 1 Cor 2,2) —, imagen que cuestiona y desenmascara todas las representaciones falsas y distorsionadas de Dios. La actitud del fariseo puede considerarse emblemática de un tipo religioso que sustituye la relación con el Señor por rendimientos cuantificables. Ayuna dos veces por semana y paga el diezmo de todo lo que adquiere, realizando incluso obras supererogatorias. En lugar de una relación con el Señor bajo el signo del Espíritu y de la gratuidad del amor, aparece una forma de búsqueda de santificación mediante el control, que exige el distanciamiento de los demás. La oración, en cambio — como sugiere Lucas —, requiere humildad. Y la humildad es adhesión a la realidad, a la pobreza y pequeñez de la condición humana, al humus del que estamos hechos. Es el valiente conocimiento de uno mismo ante el Dios que se ha manifestado en la humildad y el anonadamiento del Hijo. Donde hay humildad, hay apertura a la gracia, hay caridad y se encuentra la misericordia.

Desde el Ermitorio, 26 de octubre de 2025

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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La fede come resistenza nella notte di Dio. «Quando il figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?» – Faith as resistance in the night of God. “When the Son of man comes, will he find faith on earth?” – La fe en cuanto resistencia en la noche de Dios. «Cuando venga el hijo del hombre, ¿encontrará fe sobre la tierra?»

Omiletica dei Padri deL'Isola di Patmos

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

(Italian, English, Español)

 

LA FEDE COME RESISTENZA NELLA NOTTE DI DIO. «QUANDO IL FIGLIO DELL’UOMO VERRÀ, TROVERÀ LA FEDE SULLA TERRA?» 

Quando il Figlio dell’uomo verrà, forse non troverà molte opere, né molte istituzioni rimaste salde; ma se troverà un piccolo resto che ancora crede, spera e ama, allora la sua domanda avrà già trovato risposta. Perché anche una sola fede viva, anche un solo cuore che continua a pregare nella notte, è sufficiente a tenere accesa la lampada della Chiesa.

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La frase conclusiva di questo passo lucano suscita nel mio animo cristiano e sacerdotale timore e tremore. La parabola del giudice e della vedova non termina con una consolazione, ma con una domanda.

Gesù non promette tempi migliori, né garantisce che la giustizia di Dio si manifesterà secondo le nostre attese; lascia invece un interrogativo sospeso, che attraversa i secoli e si posa su ogni generazione: «Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?».

Dal Vangelo secondo Luca (18, 1-8) — «In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: “In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: ‘Fammi giustizia contro il mio avversario’. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”. E il Signore soggiunse: “Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”».

Questa domanda è il sigillo drammatico del Vangelo del beato evangelista Luca, perché rivela il paradosso della fede cristiana: Dio è fedele, ma spesso non lo è l’uomo. Il rischio non è che Dio si dimentichi dell’uomo, bensì che l’uomo si stanchi di Dio. Per questo Gesù parla della necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: non perché Dio sia sordo, ma perché la preghiera custodisce viva la fede in un tempo che la consuma sino a svuotarla, specie in questa nostra Europa senza memoria, che rinnega le proprie radici cristiane in modo talora violento e distruttivo.

La vedova di questa parabola rappresenta l’anima sofferente della Chiesa corpo mistico di Cristo: fragile, ma ostinata. Nel silenzio continua a bussare alla porta del giudice, anche quando tutto sembra inutile. È la fede che non cede alla tentazione dell’indifferenza; è la fede che resiste nella notte dell’apparente assenza di Dio. E Dio non è come il giudice disonesto, ma a volte mette alla prova la fede proprio nel momento in cui sembra comportarsi come tale: tace, non risponde, ritarda la giustizia. È qui che la preghiera perseverante diventa atto di fiducia pura, una ribellione silenziosa contro la disperazione.

Quando Gesù domanda se, al suo ritorno, troverà la fede sulla terra, non parla di una credenza vaga o di un sentimento religioso; parla della fede che resiste, quella che rimane salda anche quando ogni apparenza di religione sembra dissolversi, quella fede che è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (cfr. Eb 11,1); quella fede che ci renderà beati perché pur non avendo visto abbiamo creduto (cfr. Gv 20,29). È la fede di Abramo, che crede contro ogni speranza (cfr. Rm 4,18); la fede della vedova che continua a chiedere giustizia (cfr. Lc 18,3); la fede della Chiesa che non smette di pregare anche quando il mondo si fa beffe di lei.

La vera minaccia non è l’ateismo diffuso nel mondo, ma quello sempre più diffuso all’interno della Chiesa visibile: l’ateismo ecclesiastico, conseguenza estrema dell’apatia spirituale che erode il cuore e trasforma la fede in abitudine e la speranza in cinismo. Eppure, è proprio in questo deserto che si rivela la fedeltà di Dio: quando tutto sembra morto il seme della fede sopravvive nascosto nella terra, come un germe silenzioso che attende la primavera di Dio.

Nel rito penitenziale confessiamo di aver peccato in pensieri, parole, opere e omissioni. Tra questi peccati l’omissione è forse il più grave, perché racchiude la radice di tutti gli altri, un po’ come la superbia, che è regina e sintesi di tutti i peccati capitali. E della frase drammatica che chiude questo passo evangelico — insieme ermetica ed enigmatica — il peccato di omissione n’è, a suo modo, paradigma. Basti pensare solo a quanti, davanti al disordine e alla decadenza che da decenni affliggono la Chiesa, si lavano le mani come Pilato nel pretorio, dicendo: «La Chiesa è di Cristo, ed è governata dallo Spirito Santo». Come se bastasse questa formula per giustificare l’inerzia e la mancata assunzione di ogni resposabilità. La casa arde, ma ci rassicuriamo dicendo: «È sua, ci penserà Lui. Non ha forse promesso che le porte degli inferi non prevarranno?».

Siamo di fronte alla santificazione dell’impotenza, alla “teologia” del “mi faccio i fatti miei” travestita da fiducia nella Provvidenza. Quando poi i problemi non possono essere in alcun modo negati ed elusi, si è persino capaci ad affermare: «Ci penseranno quelli che verranno dopo di noi», un vero e proprio trionfo dello spirito irresponsabile più nefasto. 

Se la domanda di Cristo — «Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?» — la inserissimo in questo contesto realistico, ne emergerebbe un’eco inquietante. Sì, il Signore ha promesso «non praevalebunt» e certamente, al suo ritorno, troverà ancora la Chiesa. Ma quale Chiesa? Perché potrebbe trovare anche una Chiesa visibile svuotata di Cristo — di cui talvolta sembriamo quasi vergognarci — e riempita di altro: di umanitarismo senza grazia, di giustizia senza verità e diritto, di spiritualità senza Spirito … Una Chiesa che esiste ancora nella sua forma esteriore, ma che rischia di non avere più fede.

E questa, forse, è la più terribile tra le profezie implicite di quella domanda: che la fede possa scomparire non dal mondo, ma proprio dalla Chiesa. Anche di fronte a questa possibilità inquietante — che il Figlio dell’uomo possa trovare una fede affievolita, quasi spenta — il Vangelo non ci abbandona alla paura, ma ci richiama alla speranza che non delude. La fede autentica non è un possesso stabile, è una grazia da custodire e rinnovare ogni giorno. Come il respiro, essa vive solo nella continuità: se si interrompe, muore. Per questo la preghiera diventa l’atto più alto di resistenza spirituale: pregare non significa ricordare a Dio la nostra esistenza, ma ricordare a noi stessi che Dio esiste e che la sua fedeltà precede ogni nostra infedeltà.

Quando la fede sembra venir meno nella Chiesa, Dio non cessa di suscitarla nei piccoli, negli umili, nei poveri che gridano giorno e notte verso di Lui. È questa la logica del Regno: mentre le strutture si irrigidiscono e gli uomini si distraggono, lo Spirito continua a soffiare nei cuori silenziosi che credono anche senza vedere. Dove l’istituzione appare stanca e decadente, Dio resta vivo nel suo popolo. Dove la parola tace, la fede continua a sussurrare.

La domanda di Cristo — «Troverò la fede sulla terra?» — non è una condanna, ma un invito e al tempo stesso una sfida: “Conserverai la fede quando tutto intorno sembrerà perduto?” È un appello a rimanere desti nella notte, a non delegare ad altri la responsabilità di credere. Il Figlio dell’uomo non chiede una Chiesa trionfante nel senso mondano o politico del termine, ma una Chiesa che veglia, che non smette di bussare, che persevera nella preghiera come la vedova della parabola. E quella vedova, simbolo della Chiesa povera e fedele, ci insegna che il miracolo della fede non consiste nel cambiare Dio, ma nel lasciarci cambiare da Lui, fino a diventare noi stessi preghiera vivente.

Quando il Figlio dell’uomo verrà, forse non troverà molte opere né molte istituzioni rimaste salde; ma se troverà un piccolo resto che ancora crede, spera e ama, allora la sua domanda avrà già trovato risposta. Perché anche una sola fede viva, anche un solo cuore che continua a pregare nella notte, è sufficiente a tenere accesa la lampada della Chiesa.

Sia lodato Gesù Cristo!

Dall’Isola di Patmos, 20 ottobre 2025

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FAITH AS RESISTANCE IN THE NIGHT OF GOD. “WHEN THE SON OF MAN COMES, WILL HE FIND FAITH ON EARTH?”

When the Son of Man comes, He may perhaps find few works and few institutions still standing firm; yet if He finds a small remnant that still believes, hopes, and loves, then His question will already have found its answer. For even a single living faith, even a single heart that continues to pray in the night, is enough to keep the lamp of the Church burning.

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The concluding sentence of this Lucan passage awakens within my Christian and priestly soul a sense of awe and trembling. The parable of the judge and the widow does not end with consolation, but with a question. Our Lord does not promise brighter days, nor does He assure us that the justice of God will manifest itself according to our expectations; rather, He leaves a question suspended in the air — one that travels through the centuries and settles upon every generation: When the Son of Man comes, will He find faith upon the earth?

From the Gospel according to Luke (18:1-8) — At that time Jesus told His disciples a parable about the necessity of praying always without becoming weary. “In a certain city there was a judge who neither feared God nor respected any human being. And there was a widow in that city who kept coming to him and saying, ‘Render a just decision for me against my adversary.’ For a long time he was unwilling, but eventually he thought, ‘Even though I neither fear God nor respect any human being, because this widow keeps bothering me I shall deliver a just decision for her lest she finally come and strike me.’” And the Lord said, “Pay attention to what the dishonest judge says. Will not God then secure the rights of His chosen ones who call out to Him day and night? Will He be slow to answer them? I tell you, He will see to it that justice is done for them speedily. But when the Son of Man comes, will He find faith on earth?”

This question stands as the dramatic seal of the Gospel according to the blessed Evangelist Luke, for it discloses the paradox at the heart of Christian faith: God remains faithful, yet man so often does not. The danger is not that God should forget man, but that man should grow weary of God. Hence our Lord speaks of the need to pray always and never lose heart — not because God is deaf, but because prayer keeps faith alive in an age that exhausts and empties it, especially in this Europe of ours, grown amnesiac and intent on denying its Christian roots.

The widow in this parable represents the suffering soul of the Church, the Mystical Body of Christ: fragile, yet unyielding. In silence she keeps knocking at the judge’s door, even when all seems futile. Hers is the faith that does not yield to indifference; the faith that endures through the night of God’s apparent absence. And God, though unlike the unjust judge, at times tests faith precisely in the moment when He seems to act as one: He keeps silence, He withholds His answer, He delays justice. It is there that persevering prayer becomes an act of pure trust — a silent rebellion against despair.

When Jesus asks whether, at His return, He will find faith upon the earth, He is not speaking of a vague belief or a mere religious sentiment; He is speaking of the faith that endures — the faith that remains steadfast even when every outward form of religion seems to dissolve. It is that faith which is “the assurance of things hoped for, the conviction of things not seen” (cf. Heb 11:1); the faith that will make us blessed, “for having not seen, we have yet believed” (cf. Jn 20:29). It is the faith of Abraham, who “hoped against hope” (cf. Rom 4:18); the faith of the widow who continues to plead for justice (cf. Lk 18:3); the faith of the Church that does not cease to pray even when the world mocks her.

The true menace is not the atheism that pervades the world, but the one that spreads ever more within the visible Church — an ecclesiastical atheism, the ultimate consequence of spiritual apathy that corrodes the heart, turning faith into habit and hope into cynicism. Yet it is precisely in this desert that the faithfulness of God is revealed: when all seems dead, the seed of faith survives hidden within the soil, like a silent germ awaiting the springtime of God.

In the penitential rite we confess that we have sinned in thought, word, deed, and omission. Among these sins, omission is perhaps the most grievous, for it encloses within itself the root of all the others — much as pride, queen and synthesis of the capital sins, contains them all. The dramatic phrase that closes this Gospel passage — at once hermetic and enigmatic — finds in the sin of omission its fitting paradigm.

Consider, for example, how many, faced with the disorder and decay that for decades have afflicted the Church, wash their hands like Pilate in the praetorium, saying: “The Church belongs to Christ, and it is governed by the Holy Spirit.” As though that formula were sufficient to justify their inertia. The house is ablaze, yet we console ourselves by saying: “It is His; He will see to it. Did He not promise that the gates of hell shall not prevail?” 

We are witnessing the sanctification of impotence — a theology of minding one’s own business disguised as trust in Providence. It is an evasion of responsibility that masquerades as faith. When problems cannot be denied or avoided in any way, we are even capable of saying: “Those who come after us will take care of it”, a true triumph of the most nefarious irresponsible spirit.

If we were to set Christ’s question — “When the Son of Man comes, will He find faith upon the earth?” — within this realistic context, an unsettling echo would emerge. Yes, the Lord has promised non praevalebunt, and assuredly, at His return, He will find the Church still standing. But which Church? For He may find, rather, a visible Church emptied of Christ — of whom at times we seem almost ashamed — and filled instead with something else: humanism without grace, diplomacy without truth, spirituality without the Spirit. A Church that yet exists in its outward form, but one that risks no longer possessing faith.

And this, perhaps, is the most terrible of all the prophecies implicit in that question: that faith might vanish not from the world, but from the very house of God. Even in the face of this disquieting possibility — that the Son of Man might find a faith grown dim, almost extinguished — the Gospel does not abandon us to fear; it recalls us instead to the hope that does not disappoint.

True faith is not a stable possession; it is a grace to be guarded and renewed each day. Like breath, it lives only in its continuity: if it ceases, it dies. This is why prayer becomes the highest act of spiritual resistance: to pray does not mean to remind God of our existence, but to remind ourselves that God exists, and that His faithfulness precedes every one of our infidelities.

When faith seems to falter within the Church, God does not cease to awaken it in the little ones, in the humble, in the poor who cry to Him day and night. This is the logic of the Kingdom: while structures grow rigid and men grow distracted, the Spirit continues to breathe within silent hearts that believe without seeing. Where the institution appears weary, God remains alive in His people. Where the word falls silent, faith continues to whisper.

The question of ChristWill I find faith upon the earth? — is not a condemnation but an invitation: Will you keep the faith when all around you seems lost?. It is a summons to remain awake in the night, not to delegate to others the responsibility of believing. The Son of Man does not ask for a triumphant Church in the worldly or political sense of the term, but for a Church that keeps vigil, that does not cease to knock, that perseveres in prayer like the widow of the parable. And that widow, symbol of the poor and faithful Church, teaches us that the miracle of faith does not consist in changing God, but in allowing ourselves to be changed by Him — until we ourselves become living prayer.

When the Son of Man comes, He may perhaps find few works and few institutions still standing firm; yet if He finds a small remnant that still believes, hopes, and loves, then His question will already have found its answer. For even a single living faith, even a single heart that continues to pray in the night, is enough to keep the lamp of the Church burning.

Praised be Jesus Christ!

From The Island of Patmos, 20 October 2025

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LA FE EN CUANTO RESISTENCIA EN LA NOCHE DE DIOS. «CUANDO VENGA EL HIJO DEL HOMBRE, ¿ENCONTRARÁ FE SOBRE LA TIERRA?»

Cuando venga el Hijo del hombre, quizá no encuentre muchas obras ni muchas instituciones que permanezcan firmes; pero si halla un pequeño resto que aún cree, espera y ama, su pregunta habrá encontrado ya la respuesta. Porque incluso una sola fe viva, incluso un solo corazón que continúa orando en la noche, basta para mantener encendida la lámpara de la Iglesia.

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La frase conclusiva de este pasaje lucano suscita en mi ánimo cristiano y sacerdotal temor y temblor. La parábola del juez y de la viuda no termina con una consolación, sino con una pregunta. Jesús no promete tiempos mejores ni garantiza que la justicia de Dios se manifestará según nuestras expectativas; deja, más bien, un interrogante suspendido que atraviesa los siglos y se posa sobre cada generación: «Cuando venga el Hijo del hombre, ¿encontrará fe sobre la tierra?».

Del Santo Evangelio según san Lucas (18, 1-8) — En aquel tiempo, Jesús les decía a sus discípulos una parábola sobre la necesidad de orar siempre sin desfallecer: «Había en una ciudad un juez que ni temía a Dios ni respetaba a los hombres. En aquella misma ciudad había una viuda que acudía a él diciendo: “Hazme justicia contra mi adversario”. Por algún tiempo se negó, pero después se dijo a sí mismo: “Aunque no temo a Dios ni respeto a los hombres, como esta viuda me está fastidiando, le haré justicia para que no venga continuamente a importunarme”» Y el Señor añadió: «Fijaos en lo que dice el juez injusto; pues Dios, ¿no hará justicia a sus elegidos que claman a él día y noche? ¿Les hará esperar? Os digo que les hará justicia pronto. Pero cuando venga el Hijo del hombre, ¿encontrará esta fe en la tierra?».

Esta pregunta es el sello dramático del Evangelio del beato evangelista Lucas, porque revela el paradigma de la fe cristiana: Dios permanece fiel, pero con frecuencia el hombre no lo es. El riesgo no consiste en que Dios olvide al hombre, sino en que el hombre se canse de Dios.

Por eso Jesús habla de la necesidad de orar siempre, sin desfallecer: no porque Dios sea sordo, sino porque la oración mantiene viva la fe en un tiempo que la desgasta hasta vaciarla, especialmente en esta Europa nuestra, sin memoria, que reniega de sus raíces cristianas y pretende construir un mundo donde Dios ya no tenga lugar.

La viuda de esta parábola representa el alma sufriente de la Iglesia, Cuerpo Místico de Cristo: frágil, pero obstinada. En silencio continúa llamando a la puerta del juez, aun cuando todo parece inútil. Es la fe que no cede a la tentación de la indiferencia; la fe que resiste en la noche de la aparente ausencia de Dios. Y Dios no es como el juez injusto, pero a veces pone a prueba la fe precisamente en el momento en que parece comportarse como tal: calla, no responde, retrasa la justicia. Es entonces cuando la oración perseverante se convierte en un acto de confianza pura, una rebelión silenciosa contra la desesperación.

Cuando Jesús pregunta si, a su regreso, encontrará la fe sobre la tierra, no habla de una creencia vaga ni de un sentimiento religioso; habla de la fe que resiste, aquella que permanece firme incluso cuando toda apariencia de religión parece disolverse; esa fe que es “fundamento de lo que se espera y garantía de lo que no se ve” (cf. Heb 11,1); esa fe que nos hará bienaventurados porque, “sin haber visto, hemos creído” (cf. Jn 20,29). Es la fe de Abraham, que “creyó esperando contra toda esperanza” (cf. Rom 4,18); la fe de la viuda que sigue pidiendo justicia (cf. Lc 18,3); la fe de la Iglesia que no deja de orar incluso cuando el mundo se burla de ella.

La verdadera amenaza no es el ateísmo extendido en el mundo, sino aquel que se difunde cada vez más dentro de la Iglesia visible: el ateísmo eclesiástico, consecuencia extrema de la apatía espiritual que erosiona el corazón y transforma la fe en costumbre y la esperanza en cinismo. Y, sin embargo, es precisamente en este desierto donde se revela la fidelidad de Dios: cuando todo parece muerto, la semilla de la fe sobrevive oculta en la tierra, como un germen silencioso que espera la primavera de Dios.

En el rito penitencial confesamos haber pecado de pensamiento, palabra, obra y omisión. Entre estos pecados, la omisión es quizá el más grave, porque encierra en sí la raíz de todos los demás, del mismo modo que la soberbia, reina y síntesis de todos los pecados capitales, los contiene a todos. Y la frase dramática que cierra este pasaje evangélico — a la vez hermética y enigmática — tiene en el pecado de omisión, a su modo, su paradigma.

Basta pensar en cuantos, ante el desorden y la decadencia que desde hace décadas afligen a la Iglesia, se lavan las manos como Pilato en el pretorio diciendo: «La Iglesia es de Cristo y está gobernada por el Espíritu Santo». Como si bastara esa fórmula para justificar la inercia. La casa está en llamas, pero nos tranquilizamos diciendo: «Es suya, Él se ocupará. ¿Acaso no prometió que las puertas del infierno no prevalecerán?».

Estamos ante la santificación de la impotencia, ante una teología del “yo me ocupo de lo mío” disfrazada de confianza en la Providencia. Es una huida de la responsabilidad que pretende presentarse como fe. Cuando los problemas no se pueden negar ni evitar de ninguna manera, somos capaces incluso de decir: “Los que vengan después de nosotros se encargarán de ello”, verdadero triunfo del más nefasto espíritu irresponsable.

Si insertáramos la pregunta de Cristo — «Cuando venga el Hijo del hombre, ¿encontrará fe sobre la tierra?» — en este contexto realista, resonaría en ella un eco inquietante. Sí, el Señor ha prometido non praevalebunt y, ciertamente, a su regreso encontrará todavía a la Iglesia. Pero ¿qué Iglesia? Porque podría encontrar también una Iglesia visible vaciada de Cristo — de quien a veces parecemos casi avergonzarnos — y llena de otra cosa: de humanitarismo sin gracia, de diplomacia sin verdad, de espiritualidad sin Espíritu. Una Iglesia que sigue existiendo en su forma exterior, pero que corre el riesgo de no tener ya fe.

Y ésta es quizá la más terrible de las profecías implícitas en aquella pregunta: que la fe pueda desaparecer no del mundo, sino precisamente de la casa de Dios. Aun ante esta posibilidad inquietante — que el Hijo del hombre pueda hallar una fe debilitada, casi extinguida —, el Evangelio no nos abandona al temor, sino que nos llama a la esperanza que no defrauda.

La fe auténtica no es una posesión estable; es una gracia que debe custodiarse y renovarse cada día. Como el aliento, sólo vive en la continuidad: si se interrumpe, muere. Por eso la oración se convierte en el acto más alto de resistencia espiritual: orar no significa recordarle a Dios nuestra existencia, sino recordarnos a nosotros mismos que Dios existe, y que su fidelidad precede a todas nuestras infidelidades.

Cuando la fe parece desfallecer en la Iglesia, Dios no deja de suscitarla en los pequeños, en los humildes, en los pobres que claman a Él día y noche. Ésta es la lógica del Reino: mientras las estructuras se endurecen y los hombres se distraen, el Espíritu continúa soplando en los corazones silenciosos que creen sin haber visto. Donde la institución parece cansada, Dios sigue vivo en su pueblo. Donde la palabra calla, la fe sigue susurrando.

La pregunta de Cristo — «¿Encontraré fe sobre la tierra?» — no es una condena, sino una invitación: «¿Conservarás la fe cuando todo a tu alrededor parezca perdido?» Es un llamado a permanecer despiertos en la noche, a no delegar en otros la responsabilidad de creer. El Hijo del hombre no pide una Iglesia triunfante en el sentido mundano o político del término, sino una Iglesia que vela, que no deja de llamar a la puerta, que persevera en la oración como la viuda de la parábola. Y esa viuda, símbolo de la Iglesia pobre y fiel, nos enseña que el milagro de la fe no consiste en cambiar a Dios, sino en dejarnos cambiar por Él, hasta convertirnos nosotros mismos en oración viviente.

Cuando venga el Hijo del hombre, tal vez no encuentre muchas obras ni muchas instituciones que permanezcan firmes; pero si halla un pequeño resto que todavía cree, espera y ama, su pregunta habrá encontrado ya la respuesta. Porque incluso una sola fe viva, incluso un solo corazón que continúa orando en la noche, basta para mantener encendida la lámpara de la Iglesia.

¡Alabado sea Jesucristo!

Desde La Isla de Patmos, 20 de octubre de 2025

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La gioia salvifica di essere solo dei servi inutili – The saving joy of being only unworthy servants – La alegría salvífica de ser solo siervos inútiles

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

Italian, english, español 

 

LA GIOIA SALVIFICA DI ESSERE SOLO DEI SERVI INUTILI

L’autentico discepolo del Signore, dopo aver fatto bene il suo servizio, deve comunque riconoscersi inutile perché il suo lavoro non gli garantisce necessariamente la salvezza, in quanto la grazia sarà sempre un dono e non un vanto per aver fatto qualcosa.

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Il Vangelo di Luca riporta oggi due detti di Gesù. Il primo riguarda la fede, in risposta ad una domanda degli apostoli.

Il secondo che si presenta in forma estesa, quasi una piccola parabola, fa riferimento al servizio che i «servi inutili» danno. Il contesto è ancora quello del gran viaggio di Gesù verso Gerusalemme che ha preso avvio in Lc 9,51 e terminerà in Lc 19,45. Con il Vangelo di oggi si chiude proprio la seconda sezione di questo pellegrinaggio di Gesù che si contraddistingue per l’invito ad entrare nel Regno seguendo alcune condizioni. Questo che segue è il testo evangelico:

«In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: «Sràdicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola?» Non gli dirà piuttosto: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu?» Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,5-10). 

Dopo aver trattato dell’uso dei beni materiali, delle relazioni con il prossimo e della Chiesa con le istruzioni comunitarie, per la prima volta il Signore nel Vangelo di Luca parla del tema della fede in risposta ad un intervento degli apostoli: «Accresci in noi la fede» (Lc 17,5). La domanda di questi ultimi rimanda ad una situazione simile ricordata dal Vangelo di Marco. Lì, dopo il racconto della trasfigurazione, il padre di un ragazzo posseduto si rivolge a Gesù per chiedere la liberazione del figlio, e gli dice: «Credo; aiuta la mia incredulità» (Mc 9,24). Il Signore gli risponde non a parole, ma con un gesto di potenza, esorcizzando lo spirito impuro. Il vangelo di Matteo racconta lo stesso episodio ma lo amplifica, aggiungendo la reazione dei discepoli non tramandata da San Marco e registrando però le stesse parole di Gesù che ascoltiamo oggi: «Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: «Spòstati da qui a là, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile» (Mt 17,19-20).

In verità anche Marco conserva lo stesso detto di Gesù in Luca, ma in un diverso contesto, quello del fico infruttuoso: «Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: Lèvati e gèttati nel mare, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà»  (Mc 11,22-23).

Se, come diceva Archimede, per sollevare il mondo occorre un punto di appoggio, questo per Gesù è indubbiamente la fede. Gesù ha appena parlato dell’inevitabilità che si verifichino scandali nella comunità cristiana e ha invitato a correggere chi pecca e a perdonare all’infinito chi si pente e riconosce apertamente il proprio peccato (Lc 17,1-4). In questo contesto si comprende la preghiera dei discepoli di veder accresciuta la loro fede. Come reggere, infatti, il peso degli scandali, degli ostacoli alla vita di comunione, dell’inciampo posto ai più piccoli o semplici nello spazio ecclesiale? Come esercitare una correzione fraterna che non schiacci il fratello ma lo liberi? Come perdonare ancora e sempre chi ogni volta si pente? Solo per mezzo della fede. Che si tratti, a titolo esemplificativo, di spostare un gelso come nell’odierna pagina di Luca o un monte, come nei vangeli di Marco e Matteo, la «leva» di cui sopra per farlo è la fede, grande anche solo come un granello di senapa, infatti ciò che vale è la qualità e non la quantità. Nei miracoli evangelici essa è presupposta nei bisognosi che Gesù incontra, permette di rifuggire dalla spettacolarizzazione o dall’idolatria, Gesù di norma chiede la fede prima del suo intervento, poiché dopo essa non è più garantita, come nel caso dei dieci lebbrosi guariti del Vangelo di domenica prossima: solo uno tornò per ringraziare (cfr. Lc 17,11-19).    

Nella seconda parte del brano viene riportata una similitudine, quasi una parabola, che presenta una situazione che, per fortuna, oggi è molto difficile rintracciare, poiché la schiavitù è stata abolita e chi svolge un servizio lo fa perché competente e gratificato e non semplicemente perché qualificato come servo. Tuttavia nella Bibbia questi termini, al netto delle situazioni sociali differenti dalle nostre, vengono adoperati per definire una condizione religiosa, spesso positiva. Per esempio, nel Vangelo di Luca, Maria stessa si proclama «serva» del Signore (cfr. Lc 1,38). Com’è tipico di Gesù, la parabola ci pone davanti ad una situazione paradossale, in quanto invito a guardare la realtà da un altro punto di vista, che è quello di Dio. In questo caso il paradosso corrisponde al fatto che il servo, avendo compiuto il suo dovere, è stato necessario al suo padrone. Ma l’autentico discepolo del Signore, dopo aver fatto bene il suo servizio, deve comunque riconoscersi inutile perché il suo lavoro non gli garantisce necessariamente la salvezza, in quanto la grazia sarà sempre un dono e non un vanto per aver fatto qualcosa. Il termine greco, usato da Luca, acreios (achreioi), che ha il significato primigenio di «senza valore», applicato alle persone citate da Gesù sta ad indicare dei servi qualunque, a cui nulla è dovuto. È un senso forte, che potrebbe urtare la sensibilità moderna, eppure nasconde un significato religioso e salvifico che, ad esempio, l’apostolo Paolo coglie parlando della fede nella Lettera ai Romani: «Dove dunque sta il vanto? È stato escluso! Da quale legge? Da quella delle opere? No, ma dalla legge della fede. Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (Rom 3,27-28). E ancora nella Lettera agli Efesini: «Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene» (Ef 2,8-9).

Per il discepolo dunque e nella comunità cristiana, la fede è richiesta per il servizio e camminano insieme; questo è il legame che possiamo rintracciare fra la similitudine che Gesù fa e l’esortazione alla fede, pur delle dimensioni di un granello di senapa. Gesù sta istruendo coloro che lo seguono e al discepolo è richiesta una fede grande, che non può altro che essere domandata di continuo a Dio. La fatica e l’impegno che devono avere i cristiani per fare ciò che fanno, spesso a rischio della propria vita in alcune situazioni e parti del mondo, deve anche saper riconoscere che si è salvati non perché si è stati bravi o si sono ottenuti dei risultati, ma perché è Dio che salva. Tutti i meriti, anche quelli legittimamente ottenuti, devono essere ricondotti a Dio misericordioso e salvatore.

Dall’Eremo, 5 ottobre 2025

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THE SAVING JOY OF BEING ONLY UNWORTHY SERVANTS

The disciple of the Lord, after having carried out his service well, must still recognise himself as unprofitable, because his work does not of itself guarantee salvation; grace will always be a gift and never a boast for having done something.

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The Gospel of Luke today reports two sayings of Jesus. The first concerns faith, in response to a request from the apostles.

The second, presented at greater length as a short parable, refers to the service rendered by the «unprofitable servants». The setting is still that of the great journey of Jesus to Jerusalem which began at Lk 9:51 and will end at Lk 19:45. With today’s Gospel we come to the close of the second section of this pilgrimage of Jesus, which is marked by the invitation to enter the Kingdom by following certain conditions. What follows is the Gospel text:

«And the apostles said to the Lord, “Increase our faith.” The Lord replied, “If you have faith the size of a mustard seed, you would say to [this] mulberry tree, ‘Be uprooted and planted in the sea,’ and it would obey you. “Who among you would say to your servant who has just come in from plowing or tending sheep in the field, ‘Come here immediately and take your place at table’? Would he not rather say to him, ‘Prepare something for me to eat. Put on your apron and wait on me while I eat and drink. You may eat and drink when I am finished’? Is he grateful to that servant because he did what was commanded? So should it be with you. When you have done all you have been commanded, say, ‘We are unprofitable servants; we have done what we were obliged to do.’” (Luke 17:5–10)».

After speaking about the use of material goods, relations with one’s neighbour and the life of the Church with her communal instructions, for the first time in Luke’s Gospel the Lord speaks about the theme of faith in response to a request from the apostles: «Increase our faith» (Lk 17:5). Their plea recalls a similar situation noted by Mark. There, after the account of the Transfiguration, the father of a possessed boy turns to Jesus to ask for his son’s liberation and says to him: «I do believe, help my unbelief!» (Mk 9:24). The Lord answers him not with words but with a deed of power, by casting out the unclean spirit. Matthew recounts the same episode but expands it, adding the disciples’ reaction (which Mark does not record) and preserving the same words of Jesus that we hear today: «Then the disciples approached Jesus in private and said, “Why could we not drive it out?” He said to them, “Because of your little faith. Amen, I say to you, if you have faith the size of a mustard seed, you will say to this mountain, ‘Move from here to there,’ and it will move; nothing will be impossible for you”» (Mt 17:19–20).

Mark also preserves the same saying of Jesus as Luke, but in a different context, that of the barren fig tree: «Jesus said to them in reply, “Have faith in God. Amen, I say to you, whoever says to this mountain, ‘Be lifted up and thrown into the sea,’ and does not doubt in his heart but believes that what he says will happen, it shall be done for him”» (Mk 11:22–23).

If, as Archimedes said, to lift the world one needs a fixed point, for Jesus that point is undoubtedly faith. He has just spoken about the inevitability that scandals occur within the Christian community and has urged that the sinner be corrected and that the one who repents be forgiven without limit (Lk 17:1-4). In this context one understands the disciples’ prayer to have their faith increased. How, indeed, can one bear the weight of scandals, of obstacles to communion, of stumbling blocks placed before the little ones in the Church’s life? How can one exercise fraternal correction that does not crush a brother but frees him? How can one forgive again and again those who repent each time? Only by means of faith. Whether, by way of example, it is a matter of moving a mulberry tree as in Luke, or a mountain as in Mark and Matthew, the “lever” to do so is faith — great even if only like a mustard seed — for what counts is its quality rather than its quantity. In the Gospel miracles faith is presupposed in those in need whom Jesus meets; it allows one to avoid spectacle or idolatry. Jesus normally asks for faith before he intervenes, because afterwards it is no longer guaranteed, as in the case of the ten lepers of next Sunday’s Gospel: only one returned to give thanks (cf. Lk 17:11–19).

In the second part of the passage a comparison is reported, almost a parable, presenting a situation which, thankfully, is very hard to find today, since slavery has been abolished and those who perform a service do so because they are competent and fulfilled, not simply because they are labelled as servants. Nevertheless, in the Bible such terms, quite apart from social situations different from our own, are used to define a religious condition, often a positive one. For example, in Luke’s Gospel Mary herself proclaims herself the «handmaid» of the Lord (cf. Lk 1:38). As is typical of Jesus, the parable sets before us a paradoxical situation that invites us to look at reality from another point of view, that of God. The paradox here is that the servant, having done his duty, has in fact been necessary to his master. But the true disciple of the Lord, after having carried out his service well, must still recognise himself as unprofitable, because his work does not of itself guarantee salvation; grace will always be a gift and never a boast for having done something. The Greek word used by Luke, acreios (achreioi), whose primary sense is “without claim,” applied to the persons in Jesus’ example indicates ordinary servants to whom nothing is owed. It is a strong expression that can jar modern sensibilities, yet it conceals a religious and saving meaning which, for example, the Apostle Paul brings out when he speaks about faith in the Letter to the Romans: «What occasion is there then for boasting? It is ruled out. On what principle, that of works? No, rather on the principle of faith. For we consider that a person is justified by faith apart from works of the law» (Rom 3:27–28). And again in the Letter to the Ephesians: «For by grace you have been saved through faith, and this is not from you; it is the gift of God; it is not from works, so no one may boast» (Eph 2:8–9).

For the disciple, then, and within the Christian community, faith is required for service and the two walk together. This is the link we can trace between the comparison that Jesus makes and the exhortation to a faith even the size of a mustard seed. Jesus is instructing those who follow him, and the disciple is asked for a great faith which can only be continually begged from God. The hard work and commitment Christians must put into what they do — often at the risk of their very lives in certain situations and parts of the world — must also be joined to the recognition that we are saved not because we have been good or have achieved results, but because it is God who saves. All merits, even those legitimately obtained, must be referred back to the merciful and saving God.

From the Hermitage October 5, 2025

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LA ALEGRÍA SALVÍFICA DE SER SOLO SIERVOS INÚTILES

El auténtico discípulo del Señor, después de haber realizado bien su servicio, debe igualmente reconocerse inútil, porque su obra no le garantiza por sí misma la salvación; la gracia será siempre un don y no un motivo de jactancia por haber hecho algo.

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El Evangelio de Lucas hoy recoge dos dichos de Jesús. El primero se refiere a la fe, en respuesta a una petición de los apóstoles.

El segundo, presentado de forma más extensa como una pequeña parábola, alude al servicio que prestan los «siervos inútiles». El contexto sigue siendo el del gran viaje de Jesús hacia Jerusalén que comenzó en Lc 9,51 y concluirá en Lc 19,45. Con el Evangelio de hoy se cierra precisamente la segunda sección de esta peregrinación de Jesús, que se caracteriza por la invitación a entrar en el Reino siguiendo ciertas condiciones. A continuación, el texto evangélico:

«En aquel tiempo, los apóstoles dijeron al Señor: “¡Auméntanos la fe!”. El Señor respondió: “Si tuvierais fe como un grano de mostaza, diríais a esta morera: ‘Arráncate y plántate en el mar’, y os obedecería. ¿Quién de vosotros, si tiene un siervo arando o pastoreando el rebaño, le dirá, cuando vuelve del campo: ‘Ven enseguida y ponte a la mesa’? ¿No le dirá más bien: ‘Prepárame de comer; cíñete y sírveme mientras yo como y bebo, y después comerás y beberás tú’? ¿Acaso da las gracias al siervo porque hizo lo que se le mandó? Así también vosotros, cuando hayáis hecho todo lo que se os ha ordenado, decid: ‘Somos siervos inútiles. Hemos hecho lo que debíamos hacer’.» (Lc 17,5–10).

Tras haber tratado del uso de los bienes materiales, de las relaciones con el prójimo y de la vida de la Iglesia con sus instrucciones comunitarias, por primera vez en el Evangelio de Lucas el Señor habla del tema de la fe en respuesta a una petición de los apóstoles: «¡Auméntanos la fe!» (Lc 17,5). La súplica remite a una situación semejante recordada por el Evangelio de Marcos. Allí, después del relato de la Transfiguración, el padre de un muchacho poseído se dirige a Jesús para pedir la liberación de su hijo y le dice: «¡Creo; ayuda mi incredulidad!» (Mc 9,24). El Señor le responde no con palabras, sino con un gesto de poder, expulsando al espíritu impuro. Mateo narra el mismo episodio pero lo amplía, añadiendo la reacción de los discípulos (que Marcos no registra) y conservando las mismas palabras de Jesús que escuchamos hoy: «Entonces se acercaron a Jesús los discípulos aparte y le dijeron: “¿Por qué nosotros no pudimos expulsarlo?”. Él les dijo: “Por vuestra poca fe. En verdad os digo: si tenéis fe como un grano de mostaza, diréis a este monte: ‘Muévete de aquí allá’, y se moverá; y nada os será imposible”» (Mt 17,19–20).

En realidad, Marcos también conserva el mismo dicho de Jesús que Lucas, pero en un contexto distinto, el de la higuera estéril: «Jesús les respondió: “Tened fe en Dios. En verdad os digo: el que diga a este monte: ‘Quítate y arrójate al mar’, sin dudar en el corazón, sino creyendo que sucederá lo que dice, le sucederá.”» (Mc 11,22–23).

Si, como decía Arquímedes, para mover el mundo se necesita un punto de apoyo, para Jesús ese punto es sin duda la fe. Acaba de hablar de la inevitabilidad de los escándalos en la comunidad cristiana y ha invitado a corregir al que peca y a perdonar sin límite al que se arrepiente (Lc 17,1–4). En este contexto se entiende la oración de los discípulos para que se aumente su fe. ¿Cómo soportar, en efecto, el peso de los escándalos, de los obstáculos a la comunión, de la piedra de tropiezo colocada a los pequeños en la vida eclesial? ¿Cómo ejercer una corrección fraterna que no aplaste al hermano sino que lo libere? ¿Cómo perdonar una y otra vez a quien cada vez se arrepiente? Solo mediante la fe. Ya se trate, a modo de ejemplo, de mover una morera, como en la página de hoy de Lucas, o una montaña, como en Marcos y Mateo, la «palanca» mencionada anteriormente para hacerlo es la fe, grande incluso si es del tamaño de un grano de mostaza: importa la calidad, no la cantidad. En los milagros evangélicos se presupone la fe en los necesitados que Jesús encuentra; permite huir del espectáculo o de la idolatría. Jesús normalmente pide la fe antes de intervenir, porque después ya no está garantizada, como en el caso de los diez leprosos del Evangelio del próximo domingo: solo uno volvió para dar gracias (cf. Lc 17,11–19).

En la segunda parte del pasaje se recoge una comparación, casi una parábola, que presenta una situación que, por fortuna, hoy es muy difícil de encontrar, pues la esclavitud ha sido abolida y quien presta un servicio lo hace porque es competente y se realiza, no simplemente por estar calificado como siervo. Sin embargo, en la Biblia estos términos —al margen de situaciones sociales distintas de las nuestras— se emplean para definir una condición religiosa, a menudo positiva. Por ejemplo, en el Evangelio de Lucas, María misma se proclama «sierva» del Señor (cf. Lc 1,38). Como es típico en Jesús, la parábola nos coloca ante una situación paradójica que invita a mirar la realidad desde otro punto de vista: el de Dios. El paradoja aquí consiste en que el siervo, habiendo cumplido su deber, ha sido necesario a su señor. Pero el auténtico discípulo del Señor, después de haber realizado bien su servicio, debe igualmente reconocerse inútil, porque su obra no le garantiza por sí misma la salvación; la gracia será siempre un don y no un motivo de jactancia por haber hecho algo. El término griego usado por Lucas, acreios (achreioi), cuyo sentido primario es «sin derecho», aplicado a las personas del ejemplo de Jesús indica siervos ordinarios a quienes nada se les debe. Es una expresión fuerte, que puede chocar la sensibilidad moderna, pero encierra un significado religioso y salvífico que, por ejemplo, el apóstol Pablo capta al hablar de la fe en la Carta a los Romanos: «¿Dónde está, pues, el motivo de gloriarse? Queda excluido. ¿Por qué ley? ¿Por la de las obras? No, por la ley de la fe. Pues sostenemos que el hombre es justificado por la fe, sin las obras de la ley» (Rom 3,27–28). Y también en la Carta a los Efesios: «Pues por gracia habéis sido salvados mediante la fe; y esto no viene de vosotros, sino que es don de Dios; no viene de las obras, para que nadie se gloríe» (Ef 2,8–9).

Para el discípulo, pues, y dentro de la comunidad cristiana, la fe se requiere para el servicio y ambas caminan juntas; este es el vínculo que podemos rastrear entre la comparación que hace Jesús y la exhortación a una fe, aunque sea del tamaño de un grano de mostaza. Jesús está instruyendo a quienes le siguen, y al discípulo se le pide una fe grande, que solo puede ser pedida a Dios continuamente. El esfuerzo y el compromiso que los cristianos deben poner en lo que hacen —muchas veces a riesgo de la propia vida en determinadas situaciones y lugares del mundo— debe ir unido al reconocimiento de que somos salvados no porque hayamos sido buenos o conseguido resultados, sino porque es Dios quien salva. Todos los méritos, incluso los legítimamente obtenidos, deben referirse a Dios misericordioso y salvador.

Desde la Ermita, 5 de octubre de 2025

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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La provocatoria lode di Gesù all’amministratore disonesto

Omiletica dei Padri deL'Isola di Patmos

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA PROVOCATORIA LODE DI GESÙ ALL’AMMINISTRATORE DISONESTO

Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? 

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Cari fratelli e sorelle,

il Vangelo di questa XXXV Domenica del Tempo Ordinario ci offre la parabola dell’amministratore infedele. Un racconto che, a prima vista, sembra colmo di contraddizioni: un amministratore, che avrebbe dovuto agire con giustizia, viene lodato per il suo comportamento astuto e disonesto.

Come possiamo conciliare questa lode con l’insegnamento cristiano sulla giustizia e l’onestà? Ecco il testo:  

«In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». (Lc 16, 1-13).

Questo amministratore, che avrebbe dovuto agire con giustizia e lealtà verso il suo padrone, finisce per essere lodato proprio per il suo comportamento astuto e disonesto. Come possiamo conciliare questa lode con la virtù cristiana di onestà e giustizia? Se il Vangelo ci invita a «render conto» delle nostre azioni e a vivere nella giustizia (Mt 12,36), come possiamo leggere, ma soprattutto spiegare che il comportamento disonesto dell’amministratore venga, in un certo senso, apprezzato e persino lodato? La risposta si trova nella natura della saggezza che Gesù intende comunicare. La parabola, infatti, non esalta la disonestà in sé, ma la capacità di guardare al futuro e di fare scelte sagge, anche se compiute in un contesto fallace. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? 

Gesù ci insegna «dove è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21), quindi, non è il comportamento illecito che viene lodato, ma la consapevolezza che dobbiamo vivere in modo saggio e responsabile, amministrando non solo i beni terreni, ma soprattutto quelli spirituali, con l’intenzione di costruire un tesoro che non svanisce. Come infatti ci ricorda il Salmista:

«L’uomo malvagio prende in prestito e non restituisce, ma il giusto è pietoso e generoso» (Sal 37,21).

Qui vediamo che il contrasto tra l’infedele e il giusto è anche un confronto tra due visioni completamente diverse della vita: una egoista e disonesta, l’altra caritatevole e giusta, orientata al bene comune.

Cosa vuole insegnarci Gesù attraverso questa complessa parabola di non facile comprensione, almeno al primo ascolto, nella quale si parla di «disonesta ricchezza» e di saggezza nelle azioni quotidiane? Per comprenderlo è necessario anzitutto chiarire che l’Amministratore Infedele è la plastica immagine di una figura volutamente ambigua sulla quale grava l’accusa di sperperare i beni del suo padrone. Quando il padrone lo licenzia, egli si trova in una situazione disperata: non è in grado di fare lavori manuali e non intende finire a chiedere l’elemosina. Decide quindi di ridurre i debiti dei creditori del proprio padrone per crearsi delle amicizie utili che possano garantirgli il futuro quando sarà senza più lavoro. Un comportamento moralmente discutibile, quello dell’Amministratore, che però Gesù non condanna, perlomeno in modo chiaro e aperto. Lo stesso Padrone, seppur danneggiato dalla sua disonestà, lo loda per l’astuzia e la prontezza con la quale ha dimostrato di saper pensare al futuro.

La reazione ammirata del Padrone, strana di per sé e anche ingiusta, costituisce il punto centrale della parabola: Gesù non approva la disonestà, ma riconosce la saggezza nell’agire con lungimiranza e prontezza di spirito. Non esalta il comportamento illecito dell’amministratore, ma ci invita a riflettere sulla nostra attitudine nei confronti delle risorse che Dio ci ha affidato, sia materiali che spirituali. Per guidarci a una corretta comprensione del brano San Giovanni Crisostomo evidenzia che «questa lode non è per la disonestà, ma per la prontezza con cui l’amministratore ha usato ciò che aveva in vista del futuro» (Commentario su Luca, Homilia 114,5). È quindi la sua capacità di guardare avanti e di agire con saggezza che viene apprezzata, anche se ciò avviene in un contesto moralmente ambiguo, non la sua disonestà.

La parabola ci insegna che, come l’amministratore è stato astuto nel prepararsi per un futuro materiale, così anche noi dobbiamo essere saggi e previdenti riguardo al nostro futuro proiettato verso l’eterno. La saggezza di cui Gesù parla non riguarda l’astuzia materiale, ma quella spirituale: dobbiamo imparare a utilizzare le risorse che Dio ci ha dato, non per fini egoistici o temporanei, ma per costruire la nostra strada verso il suo regno che non avrà fine, come recitiamo nella nostra Professione di Fede. Il complesso tema della ricchezza spirituale è ripreso anche dal Santo vescovo e dottore Agostino nel dove afferma:

 «Quindi, cosa significa accumulare tesori in cielo? Non è altro che l’amore verso il prossimo. Infatti, l’unico tesoro celeste è la carità, che santifica gli uomini» (De sermone Domini in monte, Sermone 19,3).

La ricchezza celeste di cui parla Gesù è quella che si accumula attraverso l’amore disinteressato verso gli altri e la carità che trasforma la vita attraverso la sequela Christi del Verbo di Dio fatto uomo che è via, verità e vita (cfr. Gv 14,6).

Una delle affermazioni più provocatorie di Gesù in questo passo è che «i figli di questo mondo sono più astuti dei figli della luce». Gesù non ci invita a imitare la scaltrezza dei figli di questo mondo, ma a imparare da loro la lungimiranza e la determinazione. Dobbiamo essere altrettanto attenti e previdenti nel nostro cammino spirituale, orientando le nostre azioni verso il bene eterno. Il Santo vescovo e dottore Cirillo di Alessandria spiega:

«Gesù non ci invita a diventare furbi come i figli di questo mondo, ma a essere vigilanti e lungimiranti nella cura della nostra anima, proprio come loro lo sono nel curare i propri affari» (Commentarius in Evangelium Lucae, 10, 33).

La saggezza di cui Gesù parla non riguarda l’astuzia per i guadagni terreni, ma la saggezza spirituale, quella che ci porta a usare il nostro tempo e le nostre risorse non per scopi egoistici, ma per costruire il Regno di Dio, che non ha fine. È una saggezza che guarda oltre il temporaneo, proiettandoci verso l’eternità. Il Santo Vangelo ci ricorda che non siamo proprietari di ciò che possediamo: siamo solo amministratori. «Rendi conto della tua amministrazione», dice il padrone all’amministratore infedele. Questo ci fa pensare: come stiamo amministrando la nostra vita, le nostre risorse? E qui è racchiuso, per inciso, un riferimento implicito alla narrazione racchiusa nella Parabola dei Talenti (cfr. Mt 25, 14-30), come infatti l’amministratore ha il compito di rendere conto dei beni del suo padrone, anche noi siamo chiamati a rendere conto di come amministriamo i doni che Dio ci ha dato: non solo la ricchezza materiale, ma anche la nostra vita, le nostre capacità, il nostro amore. È un’amministrazione che, se vissuta con fedeltà, ci condurrà alla salvezza.

In un contesto di apparente disonestà e scaltrezza, tale da rendere quasi incomprensibile questo brano, la frase dell’Evangelista Luca «Chi è fedele nelle piccole cose, è fedele anche nelle grandi» (Lc 16,10) diventa chiara dopo che è stato colto e chiarito questi due elementi sono usati come paradigma, lo chiarisce il Santo vescovo e dottore Basilio Magno sottolineando come ogni piccolo atto di giustizia è un passo verso la grande fedeltà che siamo chiamati a vivere:

«Se non sei fedele nelle cose piccole, come puoi essere fedele nelle grandi? L’amministrazione di ciò che ci è stato dato da Dio è una prova di fedeltà al suo amore e alla sua volontà» (De Spiritu Sancto, Par. 30).

Quando Gesù parla di “disonesta ricchezza” (in greco: μαμωνᾶς τῆς ἀδικίας), il termine “disonesta” non si riferisce semplicemente alla ricchezza in sé, ma sottolinea la natura ingannevole e corrotta di questa ricchezza, che può facilmente diventare il fine di azioni disoneste o egoistiche. La ricchezza, nella sua forma più comune, è facilmente legata all’accumulo di beni materiali e terreni, che possono distogliere il cuore umano dal vero scopo della vita: la ricerca del bene eterno.

Gesù non sta elogiando la ricchezza in sé, ma ci mette in guardia contro l’uso distorto e idolatrico dei beni materiali, che può facilmente portarci a trascurare la ricerca del bene eterno. La parola «disonesta» (in greco, ἀδικία, adikía) si riferisce a una ricchezza acquisita tramite mezzi ingiusti, ma anche più generalmente a quella ricchezza che, se non ben gestita, tende a separare l’uomo dal vero scopo della sua vita, che è Dio. Infatti, come afferma San Gregorio Magno, la ricchezza è spesso un «falso bene», capace di ingannare l’animo umano e di allontanarlo dalla virtù (cfr. Moralia in Iob).

Quando Gesù dice «Fatevi amici con la disonesta ricchezza», non intende che dobbiamo usare la ricchezza in modo disonesto, né ci invita a fare della ricchezza l’oggetto del nostro amore. Piuttosto ci esorta a usare i beni temporali con saggezza e generosità, in modo da creare rapporti di amicizia, e più ampiamente, di carità. Qui, l’idea centrale, è che dobbiamo gestire i beni materiali in vista del bene eterno, perché la ricchezza che accumuliamo in questa vita non è un fine in sé, ma un mezzo che può essere utilizzato per fare del bene e prepararsi per la vita futura.

San Giovanni Crisostomo nel suo Commentario su Luca, osserva che la lode non è rivolta al comportamento disonesto dell’amministratore, ma alla sua abilità nell’usare ciò che aveva per il proprio bene futuro (cfr. Homilia 114,5). Allo stesso modo, Gesù, ci invita a usare i beni materiali con una visione spirituale, cioè per costruire relazioni di giustizia e carità che ci accompagneranno verso l’eternità; come se Gesù ci invitasse a usare la ricchezza non per accumulare per noi stessi, ma per aiutare gli altri, per fare il bene, per prepararsi al Regno di Dio.

La ricchezza può essere il mezzo per un fine più grande, quello della salvezza, se la usiamo per alleviare le sofferenze degli altri, per aiutare i bisognosi, per costruire un’amicizia che trascenda il tempo. San Cipriano di Cartagine ci insegna che «Colui che dà ciò che ha in questo mondo riceve per sé una ricompensa eterna» (De opere et eleemosynis, 14), sottolineando che l’uso giusto dei beni materiali è un modo per «accumulare tesori» nel cielo, dove «né la ruggine né la falce li possono corrompere» (Mt 6,19-20). Quando Gesù parla di «dimore eterne» (Lc 16,9) ci invita a riflettere su ciò che costruiremo durante la nostra vita. La vera ricchezza non è quella che si accumula su questa terra, ma quella che si fonda sull’amore per Dio e per il prossimo, che trascende il tempo e rimane per l’eternità. La dimora eterna è il nostro cuore preparato ad accogliere Dio, che trova il suo posto nel Regno dei Cieli, dove il tesoro che abbiamo costruito con la carità e la fede sarà il nostro gioioso premio.

Questa riflessione ci porta a comprendere che la ricchezza può diventare uno strumento di salvezza se usata correttamente, sino a divenire un mezzo per accumulare «tesori in cielo» (Mt 6,20), in un investimento spirituale che rimane al di là del tempo e dello spazio.

Il messaggio finale di Gesù nella parabola è che la «disonesta ricchezza» può diventare quindi, paradossalmente, un’opportunità per accumulare beni eterni. Non si tratta di una benedizione della ricchezza fine a se stessa, tanto meno, come spiegato, una benedizione della disonestà, ma dell’invito a usarla con saggezza e generosità:

«Chi usa la ricchezza con giustizia, accumula per sé un tesoro che non sarà mai rubato» (Sant’Agostino, De sermone Domini in monte, 19,4).

L’uso delle risorse terrene, se orientato alla carità e al bene comune, diventa un mezzo per crescere nella grazia di Dio e prepararsi a entrare nel Regno dei Cieli. Questo concetto percorre l’insegnamento di Gesù nelle parabole del Buon Samaritano (Lc 10,25-37) e del giudizio finale (Mt 25,31-46), dove l’amore per il prossimo e l’uso giusto delle risorse costituiscono i criteri per essere accolti nel Regno di Dio:

«la vera ricchezza è quella che non possiamo trattenere sulla terra, ma che ci seguirà nella vita eterna, dove la carità è il tesoro che non perisce mai» (Sant’Agostino, De sermone Domini in monte, 2,4).

Questa complessa parabola dell’amministratore infedele ci invita a riflettere su come amministriamo i nostri beni e le nostre risorse, i talenti che Dio ci ha donato, chiedendoci se siamo disposti a vivere con saggezza, non solo nei confronti delle cose materiali, ma soprattutto nella nostra vita spirituale. Stiamo accumulando tesori in cielo, usando ciò che Dio ci ha dato per aiutare gli altri, per fare il bene, per costruire il nostro futuro eterno? Perché è questa la vera astuzia che Gesù, con questo racconto provocatorio, ci invita a seguire, lanciandoci al tempo stesso un preciso monito:

«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!» (Mt 7, 13-14).

È il prezzo da pagare per la ricchezza vera, quella eterna, che viene dal cielo e che porta in cielo nella beatitudine eterna di Colui che per la nostra salvezza discese dal cielo facendosi uomo, ma che non cade per niente e come niente dal cielo.

Dall’Isola di Patmos, 21 settembre 2025

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Il discepolo è chiamato non solo a iniziare, ma anche a portare a compimento

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL DISCEPOLO È CHIAMATO NON SOLO A INIZIARE, MA ANCHE A PORTARE A COMPIMENTO

Occorre, anche nel discepolo, libertà e leggerezza per condurre a termine il cammino della vita percorso come sequela di Cristo. L’amore è chiamato a divenire responsabilità e la libertà perseveranza: lì si situa la necessaria rinuncia, purificazione, spogliazione.

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L’immagine prevalente che di Gesù ci hanno trasmesso i Vangeli è quella di un carismatico itinerante che impone a chi intende seguirlo la rottura con l’ethos tradizionale esclusivamente in forza della sua parola, tanto le richieste dovettero apparire e tuttora ci appaiono estreme, come nel caso di questa: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio» (Lc 9,60).

Ma l’etica di Gesù è l’etica dell’attesa, incompatibile con l’etica moderna del progresso o con l’etica dei valori. Il brano di Vangelo di questa domenica misura la qualità del rapporto di Gesù con i discepoli, nonché la distanza che ci separa dal suo sentire religioso appena ci si affacci seriamente oltre la spessa cortina dell’elaborazione teologica. Leggiamolo:

«Una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: ‘Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro’. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”» (Lc 14,25-33).

L’occasione per i brevi detti di Gesù conservati dall’odierna pagina evangelica è narrata nel versetto d’apertura: «Una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse». La gente andava e Gesù si volta: il lettore capisce in questo modo che è ripreso il viaggio. Poiché, precedentemente, il Signore veniva colto a tavola coi suoi discepoli, invitato da un capo dei farisei (Lc 14,1). E ricordiamo anche la situazione del vangelo di domenica scorsa circa la scelta dei posti e degli invitati, mentre ora l’evangelista richiama l’attenzione sul viaggio che Gesù ha intrapreso e che giungerà a compimento in Gerusalemme. Il precedente contesto del banchetto terminava con parole di invito per tutti, affinché la casa fosse riempita: «Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia» (Lc 14,23); ora invece le parole di Gesù aggiungono qualcosa e chiariscono come poter entrare in quella casa. Si tratta di esigenti condizioni per poter seguire Gesù, alcune regole, infatti, per essere discepoli, sono necessarie. E, ancora una volta, queste parole sono per tutti coloro che vogliono dirsi cristiani. L’invito ad amare Gesù più dei propri genitori, a portare la croce, e a rinunciare agli averi non è qualcosa riservato a pochi eletti, ma vale per ogni discepolo che vuole essere di Cristo.

Le parole sulle relazioni familiari le troviamo anche nel Vangelo di Matteo, quasi identiche, ma nel primo evangelista mancano le due brevi parabole, quella sulla torre e quella sul re che va in guerra, che sono dunque materiale propriamente lucano, attinto da una fonte precipua di questo evangelista. Sono in effetti parole che colpiscono, la sensibilità moderna recepisce come molto duro il contrasto di amare e odiare se riferito ai propri familiari o addirittura alla propria stessa vita: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (v.26). Gesù sta davvero chiedendo un rifiuto dei rapporti umani, una rigidità con gli altri, anche con quelli della propria famiglia? Senza depotenziare la tensione escatologica cha ha animato la predicazione di Gesù possiamo affermare che qui siamo di fronte ad un tipico ebraismo, dove il verbo odiare vuol dire: «porre dopo, mettere in secondo piano». Troviamo questo tipo di ricorrenze nell’Antico Testamento, come pure nei Vangeli, per esempio nel passo di Matteo: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24). Proprio Matteo ci aiuta a capire meglio le esigenti parole di Gesù, perché le riporta in una forma attenuata, ovvero senza usare il verbo odiare, ma un comparativo: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me» (Mt 10,37). Si tratta, in conclusione, di subordinare ogni amore a quello per il Signore, senza cessare di amare coloro che la legge stessa comanda di amare, come i propri genitori. Vuol dire che essere discepoli è una cosa seria, a maggior ragione nel tempo che si è fatto breve, e queste sono indicazioni valide per tutti i credenti in Cristo, lo abbiamo già detto, e per ogni momento della vita.

Seguono, poi, le parole di Gesù sul portare la croce, già incontrate in Lc 9,23, e infine due brevi parabole. Come detto all’inizio di questo commento è da lì che si deve partire per comprendere cosa comporti essere discepoli. Queste parabole hanno in comune il denominatore della lotta e della perseveranza. Seguire Gesù equivale a costruire una torre, occorre impegno e costanza, come il costruire una casa sulla roccia (cfr. Mt 7,24); equivale ad andare in guerra, sapendo ben misurare le proprie forze.

La sequela è esigente anche perché il discepolo è chiamato non solo a iniziare, ma anche a portare a compimento (vv. 28.29.30), e indispensabile per la sequela è la disponibilità a perdere tutto, anche «la propria vita» (v.26). Il bene da possedere è la rinuncia ai beni, imparare l’arte della perdita, del diminuire, del non cadere nelle maglie del possesso o della logica dell’avere. Gesù, afferma Paolo, «svuotò sé stesso» (Fil 2,7) e «da ricco che era, si fece povero» (2Cor 8,9). Occorre, anche nel discepolo, libertà e leggerezza per condurre a termine il cammino della vita percorso come sequela di Cristo. L’amore è chiamato a divenire responsabilità e la libertà perseveranza: lì si situa la necessaria rinuncia, purificazione, spogliazione. Le esigenze della sequela hanno dunque a che fare con il tutto della persona — il suo cuore — e con il tutto del suo tempo, per la durata della sua vita. E ci mettono in guardia dal rischio di lasciare a metà l’opera intrapresa.

Clemente Alessandrino (Protrettico X,39) parlava della fede come di «un bel rischio» (kalòs kíndynos). Per i primi cristiani spesso aderire a Cristo, in un contesto a maggioranza pagano, comportava persecuzioni e perfino il martirio. Oggi, nei nostri paesi di vecchia e stanca cristianità, il prezzo della conversione non è sentito e ancor meno pagato. Cerchiamo l’assicurazione che elimina l’insicurezza ed i rischi, anche per ciò che riguarda la fede e la sua testimonianza, quando, invece, Gesù, invita a perdere tutto per seguire Lui. Non nascondiamo di provare difficoltà di fronte alle parole dure ed esigenti di Gesù dimenticando che la radicalità del vangelo ha anzitutto una valenza di rivelazione, svela, cioè, prospettive che altrimenti ci resterebbero inaccessibili. Lo ha ricordato anche Papa Leone XIV in un recente Angelus:

«Fratelli e sorelle, è bella la provocazione che ci giunge dal Vangelo di oggi: mentre a volte ci capita di giudicare chi è lontano dalla fede, Gesù mette in crisi “la sicurezza dei credenti”. Egli, infatti, ci dice che non basta professare la fede con le parole, mangiare e bere con Lui celebrando l’Eucaristia o conoscere bene gli insegnamenti cristiani. La nostra fede è autentica quando abbraccia tutta la nostra vita, quando diventa un criterio per le nostre scelte, quando ci rende donne e uomini che si impegnano nel bene e rischiano nell’amore proprio come ha fatto Gesù; Egli non ha scelto la via facile del successo o del potere ma, pur di salvarci, ci ha amati fino ad attraversare la “porta stretta” della Croce. Lui è la misura della nostra fede, Lui è la porta che dobbiamo attraversare per essere salvati (Cfr Gv 10,9), vivendo il suo stesso amore e diventando, con la nostra vita, operatori di giustizia e di pace» (QUI).

Dall’Eremo, 7 settembre 2025

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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