L’insostenibile leggerezza di quei privilegi monastici
/in Teologia e diritto canonico/da Padre TeodoroL’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI QUEI PRIVILEGI MONASTICI
L’esenzione di cui godono certe abbazie e abati andrebbe riportata alla sua misura esatta, quella del can. 593, cioè il governo interno e la disciplina, senza alcuna estensione di fatto al ministero pastorale, che deve rispondere al vescovo diocesano come quello di ogni altro sacerdote religioso che opera nel suo territorio. Nulla di tutto questo lederebbe il carisma monastico, che non ha mai avuto bisogno di mitre e di pastorali per custodire la Regola di San Benedetto. Lederebbe soltanto dei privilegi.
– Teologia e diritto canonico –

Autore
Teodoro Beccia
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Con questo articolo intendo dar seguito e ulteriore commento a quello di Padre Ariel (cfr. qui), che ha ripercorso quindici secoli di storia monastica e si è chiesto come sia pensabile che nella stessa provincia ecclesiastica in cui un vescovo suffraganeo è sottoposto alla vigilanza del proprio metropolita un abate dipenda invece direttamente dalla Santa Sede.

Alla domanda proverò a rispondere da canonista, limitandomi a un solo argomento: che cosa sono le abbazie territoriali e le abbazie esenti, da dove vengono e perché oggi, alla luce dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II e del Codice di Diritto Canonico vigente, rappresentano un’anomalia che non trova più alcuna giustificazione.
Occorre anzitutto sgombrare il campo da un equivoco, perché sotto la stessa etichetta di “privilegio monastico” si confondono spesso tre realtà giuridiche distinte. La prima è l’abbazia territoriale, un tempo detta abbatia nullius dioecesis, cioè «di nessuna diocesi»: un territorio con i suoi fedeli, le sue parrocchie e il suo clero, sottratto al vescovo e affidato all’abate come a un pastore proprio. La seconda è l’esenzione, per la quale un istituto religioso viene sottratto al governo del vescovo del luogo e sottoposto al solo Romano Pontefice. La terza non ha un nome nel diritto, ma ha una formula nella prassi: «immediatamente soggetta alla Santa Sede», espressione che, nata per indicare una dipendenza giuridica, è divenuta nei fatti una sorta di salvacondotto generale.
Nessuna di queste realtà è nata da un capriccio. L’esenzione nacque come difesa. Il primo privilegio papale di cui si ha notizia certa è quello concesso l’11 giugno 628 da Onorio I al monastero di Bobbio, fondato pochi anni prima da San Colombano. Il vescovo di Tortona, Probo, contestava l’elezione del nuovo abate Bertulfo e pretendeva di sottoporre il monastero alla propria giurisdizione, arrivando a procurarsi — stando al racconto di Giona, biografo di Colombano — l’appoggio di altri vescovi e di dignitari della corte longobarda a suon di corruzione. Il re Arioaldo si dichiarò incompetente, «non meum est sacerdotum causas discernere» (non è compito mio giudicare le controversie tra i sacerdoti), ma pagò a Bertulfo il viaggio fino a Roma, dove il Papa sottrasse Bobbio alla giurisdizione del vescovo di Tortona. Nei secoli successivi, quando i vescovi erano spesso signori feudali e le abbazie facevano gola per i loro beni, porre un monastero sotto la protezione diretta di Pietro significava sottrarlo alle rapine di chi avrebbe dovuto custodirlo. Cluny nacque nel 910 proprio così, affidata dal suo fondatore agli Apostoli Pietro e Paolo; ottenne poi l’esenzione piena dal vescovo di Mâcon tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo, con i privilegi di Gregorio V nel 998 e di Giovanni XIX nel 1024. Allo stesso modo le grandi abbazie territoriali, come la Terra di San Benedetto attorno a Montecassino, furono per secoli l’unica struttura in grado di amministrare, difendere ed evangelizzare vasti territori rurali. Il Codice pio-benedettino del 1917 le regolava ancora come «abbazie e prelature nullius» (cann. 319-328).
Il problema non è dunque l’origine di questi istituti, ma la loro sopravvivenza quando le ragioni che li avevano generati sono venute meno. E sono venute meno non per un’opinione, ma per un preciso sviluppo della dottrina.
Il Concilio Vaticano II ha insegnato che «con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’ordine» e che i singoli vescovi «sono il visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari»[1]. Ha aggiunto che «ogni legittima celebrazione dell’eucaristia è diretta dal vescovo»[2]. Il Codice del 1983 ha tradotto questa dottrina in norma, definendo la diocesi come la porzione del popolo di Dio affidata alla cura pastorale del vescovo «con la cooperazione del presbiterio», in modo che, aderendo al suo pastore e da lui riunita «mediante il Vangelo e l’Eucaristia», costituisca una Chiesa particolare (can. 369). La Chiesa particolare, in altri termini, non è una circoscrizione amministrativa: è una realtà sacramentale che si costituisce attorno a colui che possiede la pienezza del sacerdozio.
Ora si guardi al can. 370, che definisce l’abbazia territoriale come una porzione del popolo di Dio la cui cura è affidata, «per circostanze speciali», a un abate che la governa «a modo di Vescovo diocesano». E al can. 381 §2, che equipara nel diritto al vescovo diocesano coloro che presiedono queste comunità, «a meno che non risulti diversamente per la natura della cosa». Ebbene, per la natura della cosa, risulta diversamente. L’abate territoriale, che non è vescovo, non può ordinare i presbiteri della Chiesa che governa, perché ministro della sacra ordinazione è soltanto il vescovo consacrato (can. 1012); non può consacrare il crisma con cui nella sua stessa abbazia si amministra la confermazione, perché anche questo è riservato al vescovo (can. 880 §2). Per generare i propri ministri e per avere l’olio santo, questa «Chiesa particolare» deve dipendere da un altro vescovo, cioè proprio da quella figura dalla cui giurisdizione pretende di essere esente. Siamo dinanzi al paradosso di una Chiesa che non è in grado di generare da sé la propria vita sacramentale, retta da un pastore, l’abate, che nel diritto è equiparato al vescovo ma nel sacramento resta solo un presbitero, una «parodia estetico-liturgica di un vescovo», come ha scritto ironicamente il mio confratello nel suo articolo (cfr. qui). Ironia, a ben pensarci, tutt’altro che fuori luogo e per niente eccessiva, perché l’equiparazione giuridica, in questo caso, non è altro che una finzione posta a copertura di un vuoto sacramentale di cui certi abati sono emblema. E il diritto della Chiesa, che deve seguire il sacramento e non precederlo, non può reggersi su una finzione.
Diverso è il caso dell’esenzione degli istituti religiosi, che il Codice conserva e che, entro i suoi limiti, è del tutto legittima. Il can. 591 consente al Sommo Pontefice, «in ragione del suo primato sulla Chiesa universale», di esimere gli istituti di vita consacrata dal governo degli Ordinari del luogo; il can. 593 stabilisce che gli istituti di diritto pontificio sono soggetti alla Sede Apostolica in modo immediato ed esclusivo «in quanto al regime interno e alla disciplina». Il punto sta tutto in quest’ultima precisazione. Il Concilio lo aveva già chiarito: l’esenzione «riguarda principalmente l’ordine interno degli istituti» e non impedisce la soggezione dei religiosi «alla giurisdizione dei vescovi, a norma del diritto»; anzi, «tutti i religiosi, gli esenti e quelli non esenti», sono soggetti all’autorità del vescovo in materia di culto pubblico, cura delle anime, predicazione, catechesi e opere di apostolato[3]. Il Codice lo ribadisce senza ambiguità:
«I religiosi sono soggetti alla potestà dei Vescovi […] in ciò che riguarda la cura delle anime, l’esercizio pubblico del culto divino e le altre opere di apostolato» (can. 678 §1).
L’esenzione, dunque, protegge l’orario del coro, la formazione dei novizi, l’elezione dell’abate, l’amministrazione dei beni del monastero. Non protegge, né potrebbe proteggere, il ministero sacerdotale esercitato verso i fedeli, che resta sotto la potestà inalienabile del vescovo diocesano. Quando invece la formula «immediatamente soggetta alla Santa Sede» viene letta come se sottraesse l’abbazia a ogni vigilanza del vescovo del luogo, anche in ciò che il diritto riserva espressamente a lui, non ci troviamo più dinanzi a un’esenzione, ma a un abuso dell’esenzione. E un abuso che dura da secoli finisce per essere percepito come un diritto.
La Chiesa stessa, del resto, ha già indicato la direzione. Nel 1968 Paolo VI regolò e restrinse l’uso delle insegne pontificali da parte dei prelati privi del carattere episcopale[4]. Nel 1976 lo stesso Pontefice stabilì che non si sarebbero più erette nuove abbazie territoriali, se non per motivi del tutto speciali[5]. Nei decenni successivi i territori di diverse abbazie sono stati restituiti alle diocesi circostanti; lo stesso è avvenuto il 23 ottobre 2014 per Montecassino, quando il Santo Padre Francesco, con la bolla Contemplationi faventes, ha trasferito le sue cinquantatré parrocchie e circa ottantamila fedeli alla diocesi di Sora-Aquino-Pontecorvo, ribattezzata oggi Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, riducendo l’abbazia territoriale alla sola chiesa abbaziale e al monastero con le immediate pertinenze. Restano oggi, in Italia, le abbazie territoriali di Montecassino, Subiaco, Cava de’ Tirreni, Montevergine, Monte Oliveto Maggiore e Grottaferrata; fuori d’Italia quelle di Einsiedeln, Saint-Maurice d’Agaune, Pannonhalma, Wettingen-Mehrerau e Tokwon.
Il caso di Montecassino è particolarmente eloquente, anche se il pudore e il senso di vergogna che il caso suscita in noi ci porterebbero a tacere. Il can. 370 parla di una «porzione del popolo di Dio, circoscritta territorialmente»: ma quale popolo di Dio è affidato oggi a un abate il cui territorio coincide con le mura del proprio monastero? Le statistiche ufficiali più recenti attribuiscono a questa «Chiesa particolare» una sola parrocchia e diciannove fedeli battezzati. Si conserva la cornice giuridica di una Chiesa particolare dopo averne tolto il contenuto. E quando in quella cornice si è consumato uno scandalo immane (cfr. qui) di cui su queste colonne scrivemmo in un redazionale del 2023 (cfr. qui), è emerso con chiarezza il costo concreto di questa architettura: nessun vescovo vicino legittimato a intervenire, nessun metropolita con potere di vigilanza, una catena di controllo che, in virtù della dipendenza immediata dell’abbazia dalla Santa Sede, passa unicamente per Roma e che, come l’esperienza insegna senza timore di smentita, arriva sempre tardi.
La direzione intrapresa da Paolo VI va pertanto portata a compimento. Le abbazie territoriali superstiti andrebbero soppresse e i loro territori, dove ancora esistono, restituiti alle diocesi da cui furono sottratti. Gli abati andrebbero spogliati di quelle insegne che li rendono, agli occhi dei fedeli, dei vescovi che di fatto non sono. L’esenzione di cui godono certe abbazie e abati andrebbe riportata alla sua misura esatta, quella del can. 593, cioè il governo interno e la disciplina, senza alcuna estensione di fatto al ministero pastorale, che deve rispondere al vescovo diocesano come quello di ogni altro sacerdote religioso che opera nel suo territorio. Nulla di tutto questo lederebbe il carisma monastico, che non ha mai avuto bisogno di mitre e di pastorali per custodire la Regola di San Benedetto. Lederebbe soltanto dei privilegi.
Ed è qui che si coglie l’insostenibile leggerezza di questi privilegi: non pesano nulla sul piano sacramentale, perché all’abate — che rimane null’altro che un presbitero — non aggiungono un solo grado dell’Ordine sacro; pesano moltissimo sul piano della comunione ecclesiale, perché sottraggono uomini, luoghi e talvolta interi territori a quella figura che il Concilio ha indicato come principio visibile di unità della Chiesa particolare. Un diritto che conserva ciò che la sua stessa ecclesiologia non è più in grado di giustificare non è tradizione: è solo inerzia.
Velletri di Roma, 29 settembre 2026
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[1] Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, nn. 21 e 23.
[2] Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, n. 26.
[3] Concilio Vaticano II, Decreto Christus Dominus, n. 35, 3-4.
[4] Paolo VI, Motu proprio Pontificalia insignia, 21 giugno 1968.
[5] Paolo VI, Motu proprio Catholica Ecclesia, 23 ottobre 1976.
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La decadenza del monachesimo. Il prete e quel bacio negato all’Abate
/in Storia e teologia/da Padre ArielLA DECADENZA DEL MONACHESIMO. IL PRETE E QUEL BACIO NEGATO ALL’ABATE
Di fronte allo stato disastroso in cui versa oggi il monachesimo o il poco che ne resta, sarebbe opportuno togliere agli abati certe maschere episcopali, abolire privilegi anacronistici come le abbazie territoriali, sottoponendoli — come tutti i membri del clero regolare degli altri ordini e congregazioni religiose — all’autorità del vescovo diocesano, secondo le vigenti disposizioni del Codice di Diritto Canonico.
— Storia e teologia —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Un giorno mi ritrovai dinanzi a un anziano vescovo emerito e a un abate benedettino in un contesto ecclesiale pubblico.

Prima piegai il ginocchio per baciare la mano al vescovo, perché grazie a quelle mani siamo stati consacrati presbiteri, poi strinsi la mano all’abate, al quale non avevo niente da baciare. E, dandogli del tu — come sono solito fare con i confratelli presbiteri di qualsiasi età, compresi anziani e sconosciuti — lo salutai: «Piacere di conoscerti caro Confratello». L’abate divenne prima viola in volto, poi fece due fatiche inutili: prima ad arrabbiarsi per presunto attentato di lesa maestà, poi a calmarsi. Cosa per me sia un abate, lo chiariremo sul finire con un esempio esaustivo.
Col mondo monastico odierno non nascondo di avere un pessimo rapporto, ma all’esatto contrario di quel che si potrebbe pensare, ciò deriva dalla profonda venerazione che nutro verso di esso, nei cui riguardi tutti dovremmo essere grati. Nella storia della Chiesa, dove pure esistono ordini religiosi di grande rilievo che hanno donato nel corso dei secoli patrimoni di spiritualità, cultura e arte, nessuno di questi può eguagliare il monachesimo benedettino, a seguire anche quello certosino e cistercense. Certamente furono i Domenicani a dare i natali religiosi alla figura titanica di San Tommaso d’Aquino, ma non solo, perché molti altri teologi hanno dato contributi straordinari, sino ai contemporanei Reginald Garrigou-Lagrange e Tomáš Tyn. Eppure, senza il monachesimo benedettino un Tommaso d’Aquino non sarebbe potuto esistere, lui e tutti i grandi a seguire. La conoscenza sulla quale si sono basati si regge interamente sul patrimonio storico, filosofico, culturale pervenuto ai giorni nostri grazie all’opera straordinaria dei Benedettini.
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476, l’Europa sprofondò in secoli in cui le strutture amministrative, giuridiche e culturali costruite in oltre dodici secoli si sfaldarono sotto la pressione delle popolazioni germaniche discese dal Nord. Non fu un crollo improvviso quanto una lenta emorragia: strade non più mantenute, città spopolate, biblioteche disperse o abbandonate al degrado, un’istruzione che sopravviveva solo in sacche isolate. È in questo contesto di sfaldamento che si inserisce, provvidenzialmente, la vicenda di un giovane nobile umbro nato a Norcia attorno al 480, disgustato dalla dissolutezza della Roma dei suoi studi, che si ritirò prima in una grotta a Subiaco e poi, verso il 529, fondò sul colle di Montecassino — sopra i resti di un tempio pagano — il cenobio che avrebbe cambiato la storia dell’Occidente cristiano.
Benedetto da Norcia non fondò semplicemente un monastero: proprio a Montecassino scrisse la Regola che avrebbe strutturato la vita religiosa d’Occidente per un millennio e mezzo, condensata nel celebre ora et labora. Non fu un successo immediato, né un’invenzione dal nulla: la sua Regola la stese attingendo dalla Regula Magistri, un testo anonimo più antico e assai più rigido e dalle regole di Basilio, di Cassiano, di Pacomio, correggendone la durezza con un più umano equilibrio tra disciplina e rispetto della persona. Per due secoli buoni, nell’Europa altomedievale, la Regola benedettina convisse — e talvolta si fuse — con osservanze concorrenti: quella colombaniana, portata dai monaci irlandesi di San Colombano, assai più austera e penitenziale, diffusissima in Gallia attraverso fondazioni come Luxeuil e Bobbio; e proprio a Bobbio, dove le due tradizioni si intrecciarono in una «regola mista», si formò una delle biblioteche monastiche più ricche d’Europa.
Fu un monaco visigoto, Benedetto d’Aniane — nato attorno al 747, già funzionario alla corte di Carlo Magno prima della conversione — a por fine a questa convivenza di regole. Fondato nel 779 il proprio monastero ad Aniane, in Linguadoca, Benedetto ne fece un laboratorio di ritorno alla Regola cassinese nella sua forma più pura. Divenuto consigliere di fiducia dell’imperatore Ludovico il Pio, che gli fece costruire il monastero di Inde presso Aquisgrana per averlo vicino, guidò due sinodi decisivi, nell’816 e nell’817: fu in quest’ultimo che gli abati dell’intero Impero carolingio, riuniti nel Capitulare monasticum, imposero la Regola di San Benedetto come norma unica per ogni monastero dei domini franchi, con solo minimi adattamenti climatici. Da quel momento «monaco» e «benedettino» divennero, in Occidente, quasi sinonimi.
Questa rete di monasteri, ormai uniformata, con i suoi scriptoria salvò dal naufragio ciò che restava della cultura classica e patristica. A Bobbio, a Montecassino, a San Gallo e a Fulda — fondata da Sturmio, discepolo di San Bonifacio, che si era recato proprio a Montecassino per apprendervi la Regola —, generazioni di amanuensi ricopiarono pazientemente, tra il VII e il X secolo, testi latini e greci che altrimenti sarebbero scomparsi per sempre. Gli Annales di Tacito ci sono giunti grazie a due soli codici monastici: i primi sei libri da una copia carolingia del IX secolo, vergata con ogni probabilità a Fulda e custodita poi nell’abbazia di Corvey; i libri successivi — compreso il celebre passo in cui i cristiani sono bollati come colpevoli di odio humani generis — da un codice scritto a Montecassino nell’XI secolo. Furono dunque i monaci a trasmetterci una delle più feroci pagine anticristiane dell’antichità. Se possiamo leggere i carmina di Gaio Valerio Catullo, inclusi quelli più lussuriosi, lo dobbiamo a un unico codice custodito per secoli presso la cattedrale di Verona: segno che la Chiesa certi testi li ha salvati e trasmessi, non certo distrutti per i loro contenuti.
Fra quei testi ricopiati vi erano anche le traduzioni latine che Boezio, nel VI secolo, aveva fatto delle opere logiche del Maestro di Stagira, rimaste per settecento anni l’unico Aristotele conosciuto in Occidente. Furono proprio quelle pagine, custodite nei monasteri, a fornire ad Anselmo d’Aosta, riconosciuto come padre della scolastica, gli strumenti logici del suo pensiero, prima che il resto del corpus aristotelico arrivasse in Europa nel XII secolo attraverso le traduzioni arabo-latine, aprendo la strada alla grande sintesi di Tommaso d’Aquino.
Eppure quella stessa uniformità imposta ad Aquisgrana, paradossalmente, non bastò a preservare il monachesimo dalla decadenza. Dilaniato dopo la morte di Ludovico il Pio nell’840, l’Impero carolingio si dissolse in una guerra civile tra i suoi tre figli, chiusa nell’843 dal Trattato di Verdun che lo divise in tre regni; nei decenni successivi, tra ulteriori spartizioni e un’effimera riunificazione sotto Carlo il Grosso, quella struttura si sfaldò fino al caos feudale del secolo successivo. E la Chiesa intera, con essa, scivolò in quello che gli storici chiamano saeculum obscurum, il «secolo oscuro». Un secolo, il X, in cui perfino il soglio di Pietro divenne preda delle fazioni nobiliari romane e le abbazie — spogliate della loro autonomia spirituale — vennero trattate come feudi, i loro abati nominati non per virtù ma per parentela o convenienza politica, in un sistema di investiture laiche che snaturava dall’interno la vita monastica.
In reazione a questo sfacelo nacque nel 909 o 910 l’abbazia di Cluny, in Borgogna, voluta dal duca Guglielmo I d’Aquitania come casa monastica libera da ogni ingerenza laica e vescovile, sottoposta direttamente alla Sede Apostolica. Sotto abati come Oddone, Maiolo e Odilone, Cluny divenne per due secoli il centro di un vero «impero monastico» — centinaia di case affiliate in tutta Europa occidentale — e il motore della grande riforma ecclesiastica dell’XI secolo. Ma proprio quella grandezza ne fu alla lunga la rovina: la ricchezza e lo sfarzo liturgico cluniacensi, con le loro chiese sempre più vaste e ornate, suscitarono già nel secolo successivo le critiche feroci di chi era nato, in un certo senso, dalla stessa costola riformatrice. Fu San Bernardo di Chiaravalle, nella sua Apologia ad Guillelmum Abbatem, a fulminare l’opulenza cluniacense con parole che bruciano ancora oggi: «fulget Ecclesia parietibus, et in pauperibus eget» (la Chiesa risplende nelle sue pareti e resta povera nei poveri).
Dinanzi all’opulenza cluniacense Roberto di Molesme, insieme ad Alberico e a Stefano Harding, fondò il 21 marzo 1098 a Cîteaux una nuova comunità decisa a tornare alla lettera della Regola benedettina: povertà reale, lavoro manuale, edifici spogli di ogni ornamento; persino l’abito, bianco anziché nero, fu scelto per marcare la distanza dai monaci cluniacensi. Nacque così l’Ordine Cistercense, la cui prima generazione di fondazioni — le cosiddette «quattro abbazie primigenie» — segnò la geografia spirituale d’Europa: La Ferté, nel 1113, prima figlia di Cîteaux; Pontigny, l’anno successivo; Clairvaux e Morimond, entrambe nel 1115. E fu proprio Clairvaux, sotto la guida del suo abate Bernardo, a diventare il volto più celebre di tutto l’Ordine.
E qui la storia si chiude in un cerchio amaro: nemmeno Cluny, il grande riformatore dell’anno Mille, si salvò dal male che aveva combattuto. Nel 1516, con il Concordato di Bologna tra Francesco I di Francia e Leone X, il diritto di scegliere l’abate di Cluny passò alla Corona: nacque così la prassi della commenda, per cui l’abbazia veniva affidata a personaggi estranei alla vita monastica, spesso cortigiani mai saliti su quel colle borgognone, che si limitavano a incassarne le rendite mentre la disciplina reale veniva lasciata a un priore. Alla fine del Quattrocento i monaci di Cluny erano ridotti a poco più di una sessantina; nel 1790, quando la Rivoluzione soppresse l’abbazia, ne restavano appena quaranta, guidati da un cardinale commendatario che non vi aveva mai risieduto. Chi aveva riformato il monachesimo occidentale finì, secoli dopo, esattamente come i monasteri da cui era nato per correggerli.
Dopo queste due grandi riforme sviluppate dall’interno del monachesimo stesso — segno che l’organismo, pur ammalandosi periodicamente, ha sempre trovato in sé le energie per curarsi — il monachesimo tornò a decadere a più riprese nell’era moderna, questa volta non per corruzione interna ma per attacco esterno, a partire dalla Rivoluzione Francese. Il 13 febbraio 1790 l’Assemblea costituente decretò la proibizione dei voti religiosi e la soppressione di tutti gli ordini contemplativi, giudicati — testualmente — «totalmente parassitari»: è da questo decreto, non da Napoleone, che nasce il linguaggio dell’inutilità sociale del monaco che l’imperatore avrebbe poi fatto proprio vent’anni dopo. A seguire, in vari paesi d’Europa — nella Spagna delle desamortizaciones ottocentesche, nel Portogallo del decreto Aguiar del 1834, negli Stati tedeschi già scossi dal giuseppinismo asburgico — fu Napoleone Bonaparte a colpire duramente la vita religiosa contemplativa: con decreto dell’8 giugno 1805 impose la chiusura dei conventi con meno di ventiquattro membri e un numero chiuso di case religiose sul territorio; con il decreto del 25 aprile 1810 soppresse definitivamente «gli stabilimenti, corporazioni, congregazioni, comunità ed associazioni ecclesiastiche di qualunque natura e denominazione», vietando a chiunque persino di indossare l’abito religioso.
Ciò non si limitò alla sola epoca napoleonica ma proseguì, decenni dopo, nel neonato Regno d’Italia. Il regio decreto 7 luglio 1866, n. 3036, soppresse ordini e congregazioni religiose «che importino vita comune ed abbiano carattere ecclesiastico»; la legge 15 agosto 1867, n. 3848, completò l’opera liquidando i beni di oltre venticinquemila enti ecclesiastici privi di cura d’anime. Fu la cosiddetta «eversione dell’asse ecclesiastico»: patrimoni accumulati in secoli di storia incamerati dallo Stato, biblioteche e opere d’arte disperse tra musei e istituzioni pubbliche, monasteri trasformati in caserme, scuole, ospedali, uffici, con conseguenti danni incalcolabili e spesso purtroppo irreparabili per il patrimonio artistico europeo che subì in quegli anni uno scempio senza precedenti. Solo poche abbazie di eccezionale valore artistico — tra cui, non a caso, proprio Montecassino, insieme a Cava dei Tirreni, San Martino delle Scale e la Certosa di Pavia — furono dichiarate «monumenti nazionali» dall’articolo 33 dello stesso decreto, sfuggendo così alla dispersione totale, ma pagando il prezzo di una snaturante ambiguità giuridica tra bene dello Stato e casa religiosa che si trascina, in certi casi, fino ai giorni nostri.
Il monachesimo incominciò a riprendere vita nel corso dell’Ottocento, proprio in quelle stesse nazioni che l’avevano da poco falcidiato. Emblematico fu il caso di Solesmes, antico priorato benedettino della Sarthe soppresso dalla Rivoluzione, che nel 1833 un giovane prete diocesano di Le Mans, Prosper Guéranger, riportò in vita con un pugno di compagni. Elevata ad abbazia da Gregorio XVI nel 1837 e posta a capo della nuova Congregazione benedettina di Francia, Solesmes divenne in pochi decenni il cuore della restaurazione liturgica e del canto gregoriano, ispirando rifondazioni in Europa e nuove fondazioni oltreoceano. Un percorso analogo, benché più tardo e più fragile, lo compì l’abbazia normanna di Bec-Hellouin — la stessa che nell’XI secolo aveva dato i natali monastici a Sant’Anselmo, noto anche come Anselmo d’Aosta o Anselmo di Bec e di Canterbury, secondo i luoghi della sua vita — soppressa nel 1792 e lasciata in rovina per oltre un secolo, finché nel 1948 alcuni monaci benedettini olivetani, guidati da Dom Paul Grammont, monaco del monastero di Mesnil-Saint-Loup, la fecero rivivere, restituendole l’antico titolo abbaziale. Nei tre decenni successivi la comunità arrivò a contare circa 60 monaci; ma a partire dagli inizi degli anni Novanta del Novecento iniziò un declino che l’annuario ufficiale della Congregazione Olivetana documenta ancora in corso nel 2020, quando i monaci di Bec erano scesi a 14, diversi dei quali già ultraottantenni. Oggi la comunità è ulteriormente assottigliata e ridotta a una decina di monaci, al punto che l’abbazia non è più retta neppure da un abate eletto, ma da un priore claustrale, sotto la diretta autorità dell’Abate Generale della Congregazione. E qui bisognerebbe chiedersi: tra fiori di campo sbocciati sulla forte personalità di qualche singolo rifondatore e tra le varie stelle cadenti sparse, quale monachesimo è rinato e si è sviluppato in quegli anni, accanto a esperienze così nobili come quella di Solesmes? Perché qualcosa, o forse molte cose, non hanno proprio funzionato, alla luce dello stato attuale.
In quegli stessi decenni vi fu una rinascita ben diversa da quelle avvenute in precedenza nel corso della storia: una rifioritura monastica solo apparente, che nei fatti concreti, alla luce del poi, fu solamente numerica e per certi aspetti miserrima. Monasteri e abbazie si ripopolarono di giovani provenienti principalmente da famiglie di contadini e operai, in un’Italia — per prendere l’Italia come esempio — dove la povertà era molto diffusa in quegli anni. La natalità nelle famiglie era elevata e molte avevano difficoltà a sfamare i figli. Erano anni, quelli, nei quali si assistette anche a grandi flussi migratori, soprattutto verso le Americhe. Il seminario, il convento e il monastero erano strade che non solo permettevano di strappare molti a condizioni di miseria, ma potevano anche costituire un aiuto futuro per gli stessi familiari, soprattutto per coloro che, entrati nel clero secolare, si ritrovavano a gestire una parrocchia con annesse rendite o beni ecclesiastici.
E qui si potrebbe insorgere con accuse di classismo verso chi osa ricordare, pure se con rigore storico, che sino a prima delle grandi purghe rivoluzionarie, napoleoniche e risorgimentali, in certe abbazie e monasteri erano selezionate e ammesse solo le vocazioni migliori, ma soprattutto i rampolli delle migliori famiglie. Gli altri, plebei e popolani, salvo eccezioni che nella Chiesa sono sempre esistite, erano accolti come conversi — i cosiddetti monaci laici che giungevano alla professione solenne dei voti monastici ma non accedevano all’Ordine Sacerdotale — impiegati essenzialmente nei lavori manuali, mentre gli altri, i monaci sacerdoti, svolgevano anch’essi lavori, ma prettamente intellettuali.
Fu così che abbazie e monasteri si ripopolarono, ma con conseguenze che oggi possiamo analizzare con la freddezza di chi guarda un Novecento ormai abbondantemente concluso: l’ingresso massiccio, per necessità economica più che per discernimento vocazionale maturo, indebolì nel tempo la qualità media della selezione, proprio mentre il numero cresceva. Fu una rinascita che assomigliava a una convalescenza drogata: le corsie tornavano piene, ma il male di fondo — la fragilità del discernimento all’ingresso — non era stato affatto curato, solo mascherato dai grandi numeri. Questo generò in modo progressivo la peggiore decadenza che le abbazie, i monasteri e il monachesimo in generale abbiano mai conosciuto: una decadenza in due tempi. Prima la decadenza a monastero pieno, dove la quantità nascondeva la grande crisi qualitativa. Poi, per conseguenza fisiologica, la decadenza a monastero semivuoto, dopo che la spinta socioeconomica che tra Otto e Novecento aveva riempito i chiostri si esaurì col benessere diffuso col boom economico del secondo dopoguerra, a seguire con la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta, dinanzi alla quale i numeri crollarono in modo veloce e spesso anche drammatico.
Tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta le comunità monastiche incominciarono a spopolarsi e oggi, in giro per tutta Europa, diverse centinaia di storiche abbazie e monasteri sono stati convertiti in strutture alberghiere, resort e centri benessere di lusso. Quelle ubicate all’interno degli antichi centri urbani in scuole private, sedi centrali di grandi istituti bancari e società internazionali. A partire dalla metà degli anni Settanta, a questa situazione già di per sé disastrosa, si aggiunse un disastro peggiore, raffigurabile con la parabola evangelica della stoffa applicata allo strappo:
«Nessuno cuce una toppa di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore» (Mt 9,16).
E la toppa fu che, ad eccezione dei monaci certosini — un pugno di uomini, circa 250 in sedici monasteri sparsi nel mondo, di cui poco più di 30 in Italia distribuiti in due certose, che del loro numero non si sono mai curati — le altre congregazioni, benedettine e cistercensi, spalancarono le porte a chiunque bussasse. Furono così accolti soggetti che nessuno, un tempo, avrebbe fatto avvicinare non dico a un noviziato, ma nemmeno al parlatorio di un’abbazia. E, pochi decenni dopo, da abati dello spessore umano, spirituale e culturale come Dom Prosper Guéranger e Dom Ildefonso Schuster, o di monaci come Dom Thomas Merton e Dom Jean Leclercq, si è passati ad abati provenienti dal mondo della moda milanese, o a monaci che un serio discernimento vocazionale, condotto secondo i criteri codificati dall’Istruzione del 2005 della Congregazione per l’Educazione Cattolica — che esclude dal seminario e dagli ordini sacri chi presenti «tendenze omosessuali profondamente radicate» — non avrebbe mai fatto arrivare alla professione dei voti monastici. A maggior ragione, se la spocchia non è ammissibile per nessuno all’interno della Chiesa, meno che mai se la dovrebbero permettere le varie congregazioni dell’Ordine Benedettino e dell’Ordine Cistercense che pur di far numero si sono ridotti a raccattare gli elementi che noi sbattiamo fuori dai seminari per motivi gravissimi, principalmente morali.
Un paradigma plastico della caduta del monachesimo occidentale contemporaneo è proprio la sua culla storica: l’Abbazia di Montecassino. Distrutta più volte nella sua storia millenaria — dai Longobardi nel 581, dai Saraceni nell’883, infine rasa al suolo dai bombardamenti alleati il 15 febbraio 1944, nel pieno della battaglia che porta il suo nome — e sempre ricostruita, l’abbazia si è ritrovata, in tempi recenti, con un abate le cui gesta avrebbero fatto impallidire de Sade e Apollinaire. Un caso umiliante e tristissimo nel quale si spazia tra l’uso di sostanze stupefacenti e le prestazioni a pagamento di giovani escort gay, dettagli scabrosi sui quali non ritorniamo tra queste righe, ne scrivemmo nel 2023 e oltre a quanto racchiuso in quel documentato redazionale non c’è altro da aggiungere (cfr. qui). Agli inizi della guerra la popolazione monastica di Montecassino composta da monaci sacerdoti, monaci conversi di voti solenni, chierici e novizi, contava circa 100 persone. Oggi, i monaci residenti tra quella enorme cittadella non giungono neppure a 10. Dopo quindici secoli di storia, diverse distruzioni e varie stagioni di ciclica decadenza, è bastato un singolo abate scellerato per radere completamente al suolo la storia, la cultura e la spiritualità monastica di un’abbazia-simbolo che rinacque persino dai bombardamenti degli alleati americani che con un errore tattico imperdonabile la rasero completamente al suolo, ma non è potuta rinascere dalle gesta di Dom Pietro Vittorelli.
Correva l’anno 2010 quando durante un diverbio avuto con l’allora Abate Generale dei Cistercensi, Dom Mauro Esteva y Alsina, che mi mancò gravemente di rispetto come uomo italiano e come prete, intimai: «Signor Abate, tu puoi indossare la croce pettorale, l’anello alla mano, usare la mitra e il pastorale durante le sacre liturgie, ma non dimenticare mai il dato di fatto sacramentale, ecclesiale e giuridico: sei soltanto la parodia estetico-liturgica di un vescovo, perché poi, nella realtà, sei null’altro che un prete come me». Fu uno schiaffo morale non indifferente, specie per un catalano, ma del tutto dovuto, perché con buona pace per il benemerito Ordine Cistercense è bene non dimenticare che noi membri del cosiddetto “povero” clero secolare — guardati spesso da certi soggetti con aria di sufficienza — siamo stati fondati da Gesù Cristo durante la celebrazione dell’Ultima Cena, nella quale il Verbo di Dio istituì l’Eucaristia e il Sacerdozio. E alla sua destra e alla sua sinistra non c’erano né Benedetto da Norcia, né Roberto di Molesme, né Bernardo di Chiaravalle, c’erano gli Apostoli, Giuda compreso.
Di fronte allo stato disastroso in cui versa oggi il monachesimo o il poco che ne resta, sarebbe opportuno togliere agli abati certe maschere episcopali, abolire privilegi anacronistici come le abbazie territoriali, sottoponendoli — come tutti i membri del clero regolare degli altri ordini e congregazioni religiose — all’autorità del vescovo diocesano, secondo le vigenti disposizioni del Codice di Diritto Canonico. È ovvio che i religiosi non debbano rispondere, come ordine storico o come congregazione religiosa al vescovo: hanno le loro regole, costituzioni e carisma religioso riconosciuto e approvato dalla Chiesa. Ma nell’esercizio del ministero sacerdotale nel territorio diocesano, altroché se dovrebbero rispondere al vescovo, senza privilegi ed esenzioni concesse proprio per sottrarli alla sua giurisdizione, dopo avere mascherato un abate da parodia di vescovo e averlo ricoperto di privilegi ed esenzioni con la formula sibillina di «Abbazia immediatamente soggetta alla Santa Sede», che equivale in concreto a dire: avete licenza di fare quel che volete e come meglio volete.
E qui sarebbe bene domandarsi: se un vescovo, in sua qualità di legittimo successore dei Beati Apostoli, governando una diocesi suffraganea è sottoposto nelle circostanze previste alla vigilanza dell’arcivescovo metropolita (cfr. CIC Can. 436 §1, n. 1), nonché obbligato a consultarlo nel caso decidesse di sciogliere il proprio consiglio presbiterale (cfr. CIC Can. 501 §3), è pensabile che un abate residente in quella stessa provincia ecclesiastica, dipenda invece direttamente dalla Santa Sede? Forse sarebbe il caso che qualcuno si facesse una domanda e poi fornisse plausibile risposta, specie in un clima monastico di profondo decadimento spirituale e morale, sebbene il canone reciti:
«La prelatura territoriale, o l’abbazia territoriale, è una determinata porzione del popolo di Dio, circoscritta territorialmente, la cura della quale viene affidata, per circostanze speciali, ad un Prelato o ad un Abate che la governa a modo di Vescovo diocesano, come suo pastore proprio» (CIC can. 370).
Certi privilegi si sono mutati col tempo in situazioni assurde, per altri versi ricordano la vicenda della Badessa cistercense di Conversano, abbazia nullius dioecesis, un caso storico penoso noto anche come monstrum Apuliae — di cui già scrisse il nostro redattore canonista (cfr. qui) — che per concesso privilegio svolse dal 1266 al 1810 funzioni di ordinario diocesano con tanto di clero secolare sottoposto alla sua giurisdizione.
La storia che abbiamo ripercorso, da Montecassino a Cîteaux, da Cluny caduta nella stessa commenda che aveva combattuto fino ai chiostri rimpolpati di vocazioni raccogliticce nel secolo scorso, dice una cosa sola con assoluta coerenza: il monachesimo occidentale non è mai morto per mano di un nemico esterno, non per Napoleone, non per le leggi eversive, non per le due guerre mondiali. È sempre risorto da quelle ferite, spesso più vivo di prima. Muore, semmai, ogni volta che smette di chiedersi chi accoglie e perché, quando il numero diventa l’unico criterio e la qualità della vocazione l’ultimo. Restituire agli abati la loro misura reale, dentro l’autorità del vescovo diocesano a cui tutti i religiosi sacerdoti già rispondono, non è un affronto alla grandezza di quell’eredità: semmai, l’unico modo rimasto per non tradirla del tutto.
Dall’Isola di Patmos, 29 settembre 2026
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I Padri dell’Isola di Patmos
Francia. Battesimi di fede o battesimi reattivi? – France. Baptisms of faith or reactive baptisms? – France. Baptêmes de foi ou baptêmes réactifs? – Francia. ¿Bautismos de fe o bautismos reactivos?
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FRANCIA. BATTESIMI DI FEDE O BATTESIMI REATTIVI?
«Essere cristiani vuol dire testimoniare e, all’occorrenza, combattere le peggiori derive del Principe che governa questo mondo con tutti i mezzi politici concessi a chiunque abbia diritto di pensiero, parola e voto elettorale. La fede battesimale non è qualche cosa di privato, ma quanto di più pubblico possa esistere: la testimonianza attiva. In caso contrario, tutto rischia di ridursi a paura ed emotività».
— Attualità —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Il 4 marzo 2024 la Tour Eiffel si è illuminata con la scritta «Mon corps, mon choix» — il mio corpo, la mia scelta — per celebrare l’inserimento del «diritto» all’aborto nella Costituzione francese, prima nazione al mondo a farlo.

France, catechumen being baptized during the Easter Vigil (OSV News photo/James Ramos, Texas Catholic Herald)
È la stessa Francia, laica sino all’esasperazione, mai davvero liberata dall’anticlericalismo rivoluzionario rimasto a covare come brace sotto la cenere, la stessa che nel 1793 trasformò Notre-Dame nel tempio della Dea Ragione e che negli ultimi due anni si ritrova a festeggiare tutt’altro: un’esplosione di richieste di battesimo tra adolescenti, giovani e adulti che non ha precedenti nella sua storia recente. Nel 2025 sono stati oltre 17.800 i catecumeni battezzati a Pasqua: 10.384 adulti, il 45% in più rispetto al 2024, oltre 7.400 gli adolescenti tra gli 11 e i 17 anni.
Non potrei che essere felice, sia chiaro, dinanzi a un adulto che chiede in modo consapevole questo sacramento di grazia che lava dal peccato originale e apre al cammino della vita cristiana. Eppure, lo confesso senza pessimismo alcuno, qualcosa in questo fenomeno non mi convince e con tutto il cuore spero di dover dire, tra qualche anno, che mi ero sbagliato. Lo desidero davvero, sbagliarmi.
Per capire il fenomeno bisogna partire da due paure francesi, entrambe reali e concorrenti. La prima è quella di una laicità aggressiva che non si è mai accontentata di separare lo Stato dalla Chiesa — cosa sacrosanta, che gli stessi cattolici hanno ragione di difendere a tutela di ambo le libertà: dello Stato e della Chiesa — ma che progressivamente si è eretta a verità suprema, a religione civile sostitutiva: non è la prima volta nella storia di Francia, la Dea Ragione insediata sull’altare di Notre-Dame nel 1793 lo dimostra con la forza del precedente. La seconda, meno dichiarata ma non meno diffusa, è costituita invece dalla paura di un numero crescente di francesi dinanzi all’espansione di comunità musulmane che rifiutano ogni integrazione e che hanno trasformato interi quartieri — anche nella capitale — in enclave dove la legge della Grand Republique conta meno della legge di piazza. Laicismo esasperante e aggressivo da un lato, paura della islamizzazione dall’altro: due pressioni che generano, insieme, paura e smarrimento in una nazione che, per quanto si sforzi di negarlo, non può cancellare le proprie radici cristiane, un bagaglio antropologico che la costituisce nel profondo, prima ancora che nella sua storia.
È in questo scenario che ritengo legittimo porsi una domanda scomoda: queste conversioni nascono da una folgorazione sulla via di Damasco — come è accaduto, nel corso dei secoli, a personaggi celebri e a innumerevoli sconosciuti — oppure sono una reazione, una forma di difesa identitaria, una fuga dalla paura che si veste di sacramento? Non sarebbe la prima volta che il cristianesimo funge da collante di popolo e da rifugio in un momento di smarrimento collettivo: il caso della Polonia, in Europa, resta il più eloquente. Ma è istruttivo anche ciò che venne dopo: caduto infatti lo spettro del comunismo, che aveva fatto della fede un atto di resistenza nazionale, la Polonia ha imboccato una secolarizzazione tanto rapida quanto quella francese. La partecipazione alla messa domenicale, che nel 1981 riguardava ancora il 52,7% dei fedeli polacchi, è scesa al 46,8% nel 2001, al 40% nel 2011, fino al 28,3% del 2021. Quasi che per molti, venuto meno il nemico comune contro cui la fede faceva argine, il cristianesimo avesse perso la propria utilità e finalità soggettiva e sociale.
Per capire questo meccanismo conviene fare un passo indietro nella storia, perché il legame tra paura collettiva e ritorno alla fede — e per inverso il legame tra benessere diffuso e disaffezione religiosa — non è un’invenzione del Novecento. Nell’Europa devastata dalla peste nera del 1347-1351, che falcidiò quasi la metà della popolazione in pochi anni, la religiosità popolare esplose fino a sconfinare nell’eccesso: nacque il movimento dei flagellanti, che attraversava le città in processione praticando l’autoflagellazione pubblica come penitenza estrema, convinto di agire per ispirazione diretta di Dio; si moltiplicarono pellegrinaggi e voti, crebbe a dismisura il culto dei santi protettori dalla peste, San Rocco su tutti. Fu una religiosità così esasperata che il Sommo Pontefice Clemente VI dovette intervenire con due bolle, nel luglio e nel settembre 1349, per condannarne gli eccessi e vietarne pubblicamente le pratiche, segno che anche la Chiesa, dinanzi al terrore collettivo, riconobbe il rischio di una fede-rifugio capace di sconfinare nel fanatismo.
Un caso più vicino a noi e per certi versi speculare a quello polacco è la Spagna. Il cattolicesimo nazionale del dopoguerra franchista, che aveva fatto della fede un pilastro identitario in un paese uscito lacerato dalla guerra civile — durante la quale, tra il 1936 e il 1939, la persecuzione anticlericale nelle zone controllate dai repubblicani costò la vita, secondo lo studio di riferimento dello storico Antonio Montero Moreno, a circa 6.832 religiosi, tredici vescovi compresi, oltre a migliaia di laici uccisi per la loro fede — attraversò prima il boom economico degli anni Sessanta e poi, soprattutto, la transizione democratica e i decenni di pace e libertà crescente che seguirono: ed è precisamente in quei decenni che il crollo arrivò, repentino. In appena vent’anni la Spagna è passata da un paese dove il 92% della popolazione cresceva cattolica a uno in cui solo il 66% si dichiara ancora tale: oltre dodici milioni di persone in meno, la contrazione più ampia d’Europa in termini assoluti; i battesimi sono scesi da 325.271 nel 2007 a 214.271 in anni recenti, oggi più della metà dei bambini spagnoli non viene battezzata e tra i giovani dai 18 ai 24 anni oltre la metà si dichiara ormai non cattolica. I seminari si sono svuotati di pari passo: -30% di seminaristi nell’ultimo decennio e 10.615 parrocchie su 23.286 — oltre la metà — sono oggi prive di un sacerdote residente.
Non è certo un caso che proprio la Spagna, in questo stesso trentennio di scristianizzazione galoppante, sia diventata il laboratorio europeo da cui sono nate, in sequenza, alcune delle svolte legislative più radicali del continente: il matrimonio tra persone dello stesso sesso, introdotto il 30 giugno 2005, terzo paese al mondo dopo Paesi Bassi e Belgio, con diritto di adozione incluso fin dal primo giorno; il divorzio express dello stesso anno, che eliminò ogni obbligo di separazione preventiva; l’eutanasia attiva, legalizzata nel marzo 2021, settimo paese al mondo a farlo; la cosiddetta ley trans del febbraio 2023, che ha introdotto il cambio di sesso anagrafico su semplice autodichiarazione, senza alcun requisito medico, tra le normative più permissive d’Europa. Non affermo che dietro a tutto questo vi sia un disegno — sarebbe cosa indimostrabile — ma la coincidenza cronologica tra il vuoto lasciato dalla fede e il terreno reso disponibile a queste trasformazioni resta quantomeno un dato su cui riflettere.
Il filo che lega la peste nera, la Spagna postfranchista e la Polonia post-comunista è lo stesso, letto a specchio: nei momenti di grande paura e incertezza collettiva le chiese si riempiono, spesso oltre la misura della fede autentica; nei momenti di pace e prosperità diffusa si svuotano, con esse si svuotano anche seminari diocesani e noviziati religiosi. Nei paesi più poveri del mondo, i vescovi chiedono aiuti economici per costruire seminari a vescovi europei che, nel frattempo, hanno chiuso progressivamente i propri, arrivando a vendere gran parte degli stabili e a concentrare in un unico seminario i pochi seminaristi di tutte le diocesi di un’intera regione ecclesiastica. Quanto sono autentiche certe vocazioni e quanto invece molti aspiranti sacerdoti sono giovani che cercano solo uno stato di vita migliore e un ruolo di massimo rispetto nelle loro società civili? Tutto questo non è una legge meccanica, né la grazia può essere riducibile a un ciclo sociologico. Ma è uno schema che si ripete con una regolarità sufficiente da imporre prudenza a chiunque guardi oggi ai 17.800 catecumeni francesi e voglia leggervi senz’altro una nuova primavera di fede, perché questo potrà essere valutato solo tra diversi anni.
Una conversione autentica, specie in età adulta, ha bisogno di ragioni forti e vagliate, non può essere figlia della sola emotività, della paura, del bisogno di appartenenza in un momento di smarrimento identitario. Agostino, prima gaudente libertino poi manicheo, non si convertì per difendersi da qualcosa, ma perché qualcosa, o meglio qualcuno lo aveva raggiunto fino a scardinare ogni sua resistenza intellettuale e morale. Lo stesso vale, in tempi più vicini a noi, per conversioni come quella di Edith Stein, ebrea e insigne filosofo, o di André Frossard, ateo e comunista, nominato poi membro dell’Accademia di Francia, tutte folgorazioni che nascono da un incontro, non da un assedio, sono frutto cosciente e libero di quell’amore che caccia via la paura (cfr. 1 Gv 4,18). Il rischio, in Francia, è che una parte di queste 17.800 persone abbia trovato nel fonte battesimale non Cristo, ma una trincea: un’identità solida da opporre a un mondo — laicista da una parte, islamizzato dall’altra — percepito come ostile. Non è detto che sia così e sarebbe ingeneroso e persino disonesto presumerlo a priori per tutti. S.E. Mons. Olivier Leborgne, Vescovo di Arras e già vicepresidente della Conferenza Episcopale Francese, ha spiegato che i nuovi catecumeni provengono spesso da vite complicate, a volte segnate da ferite e vivono l’ingresso nella fede come un’esperienza di guarigione. E questo è linguaggio di grazia autentica, non di trincea, a maggior ragione sarà il tempo a dare conferma o smentita.
Serve quindi tempo per distinguere l’una cosa dall’altra. Il tempo è ciò che manca sempre alle statistiche pasquali e ciò che invece la Chiesa, da sempre, sa dare: un catecumenato serio, un accompagnamento che non si accontenti del numero e verifichi la qualità del «sì» pronunciato al fonte battesimale, esattamente ciò che ho avuto modo di scrivere in un mio articolo di prossima pubblicazione a proposito della crisi vocazionale nei monasteri benedettini e cistercensi, l’ingresso massiccio senza discernimento adeguato ha già dimostrato di poter tradire, in altri contesti, nel giro di una generazione.
Se tra qualche anno la Francia dei 17.800 catecumeni del 2025 sarà una Francia più cristiana e non solo una Francia più spaventata che ha cercato un fortino, allora avrò avuto torto. E sarà, per me, la gioia più grande. In caso contrario, avremo assistito: da una parte, alla Tour Eiffel illuminata per festeggiare l’inserimento del “diritto” all’aborto nella Costituzione francese, dall’altra a un esercito di battezzati reattivi che non avranno capito che essere cristiani vuol dire testimoniare e, all’occorrenza, combattere le peggiori derive del Principe che governa questo mondo con tutti i mezzi politici concessi a chiunque abbia diritto di pensiero, parola e voto elettorale. La fede battesimale non è qualche cosa di privato, ma quanto di più pubblico possa esistere: la testimonianza attiva. In caso contrario, tutto rischia di ridursi a paura ed emotività.
Dall’Isola di Patmos, 28 settembre 2026
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FRANCE. BAPTISMS OF FAITH OR REACTIVE BAPTISMS?
«Being Christian means bearing witness and, when necessary, fighting — with all the political means granted to anyone with the right to think, speak and vote — against the worst excesses of the Prince who rules this world. Baptismal faith is not something private, but the most public thing there can be: active witness. If not, everything risks being reduced to fear and emotion».
— Contemporary ecclesial affairs —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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On 4 March 2024 the Eiffel Tower lit up with the words «Mon corps, mon choix» — my body, my choice — to celebrate the enshrining of the “right” to abortion in the French Constitution, the first nation in the world to do so. This is the same France, secular to the point of exasperation, never truly freed from the revolutionary anticlericalism that has gone on smoldering like an ember beneath the ash, the same France that in 1793 turned Notre-Dame into the temple of the Goddess Reason and that in the last two years finds itself celebrating something altogether different: an explosion of requests for baptism among adolescents, young people and adults with no precedent in its recent history. In 2025 more than 17,800 catechumens were baptized at Easter: 10,384 adults, 45% more than in 2024, and over 7,400 adolescents between the ages of 11 and 17.
I could only be glad, let it be clear, before an adult who consciously asks for this sacrament of grace that washes away original sin and opens the path to the Christian life. And yet, I confess without any pessimism, something about this phenomenon does not entirely convince me, and with all my heart I hope to have to say, a few years from now, that I was wrong. I truly wish to be wrong.
To understand the phenomenon, one must start from two French fears, both real and concurrent. The first is that of an aggressive secularism that has never been content merely to separate Church from State — a sacrosanct principle, which Catholics themselves are right to defend in order to safeguard both freedoms, that of the State and that of the Church — but that has progressively set itself up as supreme truth, as a substitute civil religion: it is not the first time in the history of France; the Goddess Reason enthroned on the altar of Notre-Dame in 1793 demonstrates this with the force of precedent. The second, less openly declared but no less widespread, consists instead in the fear felt by a growing number of French people before the expansion of Muslim communities that reject all integration and that have turned entire neighborhoods — even in the capital — into enclaves where the law of the Grande République counts for less than the law of the street. Exasperated, aggressive secularism on one side, fear of Islamization on the other: two pressures that together generate fear and bewilderment in a nation which, however hard it tries to deny it, cannot erase its own Christian roots, an anthropological inheritance that constitutes it at its depths, even before its history does.
It is in this scenario that I consider it legitimate to ask an uncomfortable question: do these conversions arise from a Damascus-road revelation — as has happened, over the centuries, to celebrated figures and to countless unknown ones — or are they a reaction, a form of identity self-defense, a flight from fear dressed up as a Sacrament? It would not be the first time that Christianity has served as a people’s bond and refuge in a moment of collective disorientation: the case of Poland, in Europe, remains the most eloquent. But what came afterward is instructive too: once the specter of communism had fallen — communism that had made faith an act of national resistance — Poland embarked on a secularization every bit as rapid as France’s own. Sunday Mass attendance, which in 1981 still involved 52.7% of Polish faithful, fell to 46.8% in 2001, to 40% in 2011, and down to 28.3% in 2021. As though, for many, once the common enemy against which faith had stood as a bulwark was gone, Christianity had lost its own usefulness and its subjective and social purpose.
To understand this mechanism, it is worth taking a step back in history, because the link between collective fear and a return to faith — and, conversely, the link between widespread prosperity and religious disaffection — is no invention of the twentieth century. In the Europe devastated by the Black Death of 1347-1351, which cut down nearly half the population within a few years, popular religiosity exploded to the point of excess: the flagellant movement was born, processing through cities practicing public self-flagellation as extreme penance, convinced they were acting under God’s direct inspiration; pilgrimages and vows multiplied, and the cult of the saints who protected against plague grew beyond measure, Saint Roch above all. It was a religiosity so overwrought that Pope Clement VI had to intervene with two bulls, in July and September 1349, to condemn its excesses and publicly forbid its practices — a sign that even the Church, faced with collective terror, recognized the risk of a refuge-faith capable of sliding into fanaticism.
A case closer to us, and in certain respects a mirror of the Polish one, is Spain. National Catholicism in the post-war Francoist era, which had made faith an identity pillar in a country torn apart by civil war — during which, between 1936 and 1939, anticlerical persecution in the zones controlled by the Republicans cost the lives, according to the reference study by the historian Antonio Montero Moreno, of roughly 6,832 clergy and religious, including thirteen bishops, in addition to thousands of laypeople killed for their faith — passed first through the economic boom of the 1960s and then, above all, through the democratic transition and the following decades of peace and growing freedom: and it is precisely in those decades that the collapse arrived, sudden. In barely twenty years Spain went from a country where 92% of the population grew up Catholic to one where only 66% still declares itself so: more than twelve million people fewer, the largest contraction in Europe in absolute terms; baptisms fell from 325,271 in 2007 to 214,271 in recent years, today more than half of Spanish children are not baptized, and among young people aged 18 to 24 more than half now declare themselves non-Catholic. Seminaries have emptied at the same pace: a 30% drop in seminarians over the last decade, and 10,615 out of 23,286 parishes — nearly half — are today without a resident priest.
It is surely no coincidence that Spain, in this same thirty-year span of galloping dechristianization, became the European laboratory from which, in sequence, some of the continent’s most radical legislative turning points were born: same-sex marriage, introduced on 30 June 2005, the third country in the world to do so after the Netherlands and Belgium, with the right to adoption included from the very first day; express divorce that same year, which eliminated any requirement of prior separation; active euthanasia, legalized in March 2021, the seventh country in the world to do so; the so-called ley trans of February 2023, which introduced the change of legal sex on simple self-declaration, with no medical requirement whatsoever, among the most permissive regulations in Europe. I am not claiming that behind all this lies a design — that would be impossible to prove — but the chronological coincidence between the void left by faith and the ground made available for these transformations remains, at the very least, a fact worth pondering.
The thread linking the Black Death, post-Francoist Spain and post-communist Poland is the same one, read as in a mirror: in moments of great fear and collective uncertainty, churches fill up, often beyond the measure of authentic faith; in moments of peace and widespread prosperity, they empty, and with them diocesan seminaries and religious novitiates empty too. In the world’s poorer countries, bishops ask for financial aid to build seminaries from European bishops who, meanwhile, have been progressively closing their own, going so far as to sell off much of the property and to concentrate in a single seminary the few seminarians from every diocese of an entire ecclesiastical region. How many of certain vocations are genuine, and how many aspiring priests are instead simply young men seeking a better state of life and a position of the utmost respect within their own civil societies? None of this is a mechanical law, nor can grace be reduced to a sociological cycle. But it is a pattern that repeats itself with sufficient regularity to counsel prudence to anyone who today looks at France’s 17,800 catechumens and is tempted to read into them, without further thought, a new springtime of faith — because that can only be judged several years from now.
An authentic conversion, especially in adulthood, needs strong and well-examined reasons; it cannot be the offspring of mere emotion, of fear, of the need to belong in a moment of identity disorientation. Augustine, first a hedonistic libertine and then a Manichaean, was not converted in order to defend himself from something, but because something — or rather, someone — had reached him, dismantling every intellectual and moral resistance he had. The same holds, in times closer to our own, for conversions such as that of Edith Stein, a Jewish woman and eminent philosopher, or of André Frossard, an atheist and communist who was later made a member of the Académie française — all of them revelations born of an encounter, not of a siege, the conscious and free fruit of that love which drives out fear (cf. 1 Jn 4:18). The risk, in France, is that some of these 17,800 people may have found at the baptismal font not Christ, but a trench: a solid identity to set against a world — secularist on one side, Islamized on the other — perceived as hostile. It need not be so, and it would be ungenerous, even dishonest, to presume it a priori for everyone. His Excellency Bishop Olivier Leborgne, Bishop of Arras and formerly vice-president of the French Bishops’ Conference, has explained that the new catechumens often come from complicated lives, at times marked by wounds, and experience their entry into the faith as an experience of healing. And that is the language of authentic grace, not of a trench — all the more so as it will be time to come that confirms or disproves it.
Time is therefore needed to tell one thing from the other. Time is precisely what Easter statistics always lack, and what the Church, as ever, knows how to give: a serious catechumenate, an accompaniment that is not satisfied with the numbers and that verifies the quality of the «yes» spoken at the baptismal font — exactly what, as I have had occasion to write in an article of mine soon to be published concerning the vocational crisis in Benedictine and Cistercian monasteries, a massive intake without adequate discernment has already shown itself capable of betraying, in other contexts, within the space of a single generation.
If, some years from now, the France of the 17,800 catechumens of 2025 turns out to be a more Christian France and not merely a more frightened France that went looking for a stronghold, then I will have been wrong. And that, for me, will be the greatest joy. If not, we will have witnessed: on one side, the Eiffel Tower lit up to celebrate the enshrining of the “right” to abortion in the French Constitution, and on the other an army of reactive newly baptized who will not have understood that being Christian means bearing witness and, when necessary, fighting — with all the political means granted to anyone with the right to think, speak and vote — against the worst excesses of the Prince who rules this world. Baptismal faith is not something private, but the most public thing there can be: active witness. If not, everything risks being reduced to fear and emotion.
From The Island of Patmos, 28 September 2026
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FRANCE. BAPTÊMES DE FOI OU BAPTÊMES RÉACTIFS ?
«Être chrétien signifie témoigner et, s’il le faut, combattre — par tous les moyens politiques reconnus à quiconque a droit de pensée, de parole et de vote — les pires dérives du Prince qui gouverne ce monde. La foi baptismale n’est pas chose privée, mais ce qu’il y a de plus public qui soit : le témoignage actif. Dans le cas contraire, tout risque de se réduire à la peur et à l’émotivité».
— Actualité ecclésiale —

Auteur
Ariel S. Levi di Gualdo
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Le 4 mars 2024, la tour Eiffel s’est illuminée de l’inscription «Mon corps, mon choix», pour célébrer l’inscription du «droit» à l’avortement dans la Constitution française, la France devenant ainsi la première nation au monde à le faire. C’est la même France, laïque jusqu’à l’exaspération, jamais vraiment libérée de l’anticléricalisme révolutionnaire resté couver comme une braise sous la cendre, la même qui, en 1793, transforma Notre-Dame en temple de la Déesse Raison et qui, ces deux dernières années, se retrouve à célébrer tout autre chose : une explosion de demandes de baptême chez les adolescents, les jeunes et les adultes, sans précédent dans son histoire récente. En 2025, plus de 17 800 catéchumènes ont été baptisés à Pâques : 10 384 adultes, soit 45 % de plus qu’en 2024, et plus de 7 400 adolescents âgés de 11 à 17 ans.
Je ne pourrais qu’être heureux, qu’on le comprenne bien, devant un adulte qui demande en pleine conscience ce sacrement de grâce qui lave du péché originel et ouvre le chemin de la vie chrétienne. Et pourtant, je l’avoue sans le moindre pessimisme, quelque chose dans ce phénomène ne me convainc pas tout à fait, et je souhaite de tout cœur devoir dire, dans quelques années, que je m’étais trompé. Je le souhaite vraiment, me tromper.
Pour comprendre le phénomène, il faut partir de deux peurs françaises, toutes deux réelles et concurrentes. La première est celle d’une laïcité agressive qui ne s’est jamais contentée de séparer l’État de l’Église — chose sacro-sainte, que les catholiques eux-mêmes ont raison de défendre pour la sauvegarde des deux libertés, celle de l’État et celle de l’Église — mais qui s’est progressivement érigée en vérité suprême, en religion civile de substitution : ce n’est pas la première fois dans l’histoire de France, la Déesse Raison installée sur l’autel de Notre-Dame en 1793 le démontre avec la force du précédent. La seconde, moins déclarée mais tout aussi répandue, tient à la peur d’un nombre croissant de Français face à l’expansion de communautés musulmanes qui refusent toute intégration et qui ont transformé des quartiers entiers — y compris dans la capitale — en enclaves où la loi de la Grande République pèse moins que la loi de la rue. Laïcisme exaspérant et agressif d’un côté, peur de l’islamisation de l’autre : deux pressions qui engendrent ensemble peur et désarroi dans une nation qui, malgré tous ses efforts pour le nier, ne peut effacer ses propres racines chrétiennes, un bagage anthropologique qui la constitue dans ses profondeurs, avant même son histoire.
C’est dans ce contexte que je crois légitime de poser une question dérangeante : ces conversions naissent-elles d’une fulguration sur le chemin de Damas — comme cela est arrivé, au fil des siècles, à des personnages célèbres et à d’innombrables inconnus — ou sont-elles une réaction, une forme de défense identitaire, une fuite devant la peur qui se revêt du Sacrement ? Ce ne serait pas la première fois que le christianisme sert de ciment national et de refuge en un moment de désarroi collectif : le cas de la Pologne, en Europe, reste le plus éloquent. Mais ce qui vint ensuite est tout aussi instructif : le spectre du communisme une fois tombé — lui qui avait fait de la foi un acte de résistance nationale —, la Pologne s’est engagée dans une sécularisation aussi rapide que celle de la France. La participation à la messe dominicale, qui concernait encore 52,7 % des fidèles polonais en 1981, est tombée à 46,8 % en 2001, à 40 % en 2011, jusqu’à 28,3 % en 2021. Comme si, pour beaucoup, l’ennemi commun ayant disparu — celui contre lequel la foi faisait rempart —, le christianisme avait perdu son utilité et sa finalité, tant subjective que sociale.
Pour comprendre ce mécanisme, il convient de faire un pas en arrière dans l’histoire, car le lien entre peur collective et retour à la foi — et, à l’inverse, le lien entre prospérité généralisée et désaffection religieuse — n’est pas une invention du XXe siècle. Dans l’Europe dévastée par la peste noire de 1347-1351, qui décima près de la moitié de la population en quelques années, la religiosité populaire explosa jusqu’à sombrer dans l’excès : naquit le mouvement des flagellants, qui parcourait les villes en procession en pratiquant l’autoflagellation publique comme pénitence extrême, convaincu d’agir sous l’inspiration directe de Dieu ; les pèlerinages et les vœux se multiplièrent, le culte des saints protecteurs de la peste connut un essor démesuré, saint Roch en tête. Ce fut une religiosité si exacerbée que le souverain pontife Clément VI dut intervenir par deux bulles, en juillet et en septembre 1349, pour en condamner les excès et en interdire publiquement les pratiques — signe que l’Église elle-même, face à la terreur collective, reconnut le risque d’une foi-refuge susceptible de sombrer dans le fanatisme.
Un cas plus proche de nous, et à certains égards le miroir du cas polonais, est celui de l’Espagne. Le catholicisme national de l’après-guerre franquiste, qui avait fait de la foi un pilier identitaire dans un pays sorti déchiré d’une guerre civile — durant laquelle, entre 1936 et 1939, la persécution anticléricale menée dans les zones contrôlées par les républicains coûta la vie, selon l’étude de référence de l’historien Antonio Montero Moreno, à environ 6 832 religieux, treize évêques compris, ainsi qu’à des milliers de laïcs tués pour leur foi —, traversa d’abord le boom économique des années soixante, puis, surtout, la Transition démocratique et les décennies de paix et de liberté croissante qui suivirent : c’est précisément au cours de ces décennies que l’effondrement survint, soudain. En à peine vingt ans, l’Espagne est passée d’un pays où 92 % de la population grandissait dans le catholicisme à un pays où seuls 66 % se déclarent encore catholiques : plus de douze millions de personnes en moins, la contraction la plus importante d’Europe en valeur absolue ; les baptêmes sont tombés de 325 271 en 2007 à 214 271 ces dernières années, aujourd’hui plus de la moitié des enfants espagnols ne sont pas baptisés, et parmi les jeunes de 18 à 24 ans, plus de la moitié se déclarent désormais non catholiques. Les séminaires se sont vidés au même rythme : -30 % de séminaristes au cours de la dernière décennie, et 10 615 paroisses sur 23 286 — près de la moitié — sont aujourd’hui privées de prêtre résident.
Ce n’est certainement pas un hasard si l’Espagne, au cours de ces mêmes trente années de déchristianisation galopante, est devenue le laboratoire européen d’où sont nés, en séquence, certains des tournants législatifs les plus radicaux du continent : le mariage entre personnes de même sexe, introduit le 30 juin 2005, troisième pays au monde à le faire après les Pays-Bas et la Belgique, avec le droit à l’adoption dès le premier jour ; le divorce express de la même année, qui supprima toute obligation de séparation préalable ; l’euthanasie active, légalisée en mars 2021, septième pays au monde à le faire ; la loi dite trans de février 2023, qui introduisit le changement d’état civil sur simple déclaration, sans aucune exigence médicale, l’une des législations les plus permissives d’Europe. Je n’affirme pas qu’il y ait derrière tout cela un dessein — ce serait indémontrable —, mais la coïncidence chronologique entre le vide laissé par la foi et le terrain rendu disponible pour ces transformations demeure, à tout le moins, un fait sur lequel il convient de réfléchir.
Le fil qui relie la peste noire, l’Espagne postfranquiste et la Pologne postcommuniste est le même, lu en miroir : dans les moments de grande peur et d’incertitude collective, les églises se remplissent, souvent au-delà de la mesure de la foi authentique ; dans les moments de paix et de prospérité généralisée, elles se vident, et avec elles se vident aussi les séminaires diocésains et les noviciats religieux. Dans les pays les plus pauvres du monde, des évêques demandent une aide financière pour construire des séminaires à des évêques européens qui, entre-temps, ont progressivement fermé les leurs, allant jusqu’à vendre une grande partie de leurs bâtiments et à concentrer dans un seul séminaire les rares séminaristes de tous les diocèses d’une région ecclésiastique entière. Combien, parmi certaines vocations, sont-elles authentiques, et combien, au contraire, de jeunes aspirants prêtres cherchent-ils seulement un meilleur état de vie et un rôle du plus grand respect au sein de leurs sociétés civiles ? Tout cela n’est pas une loi mécanique, et la grâce ne saurait être réduite à un cycle sociologique. Mais c’est un schéma qui se répète avec une régularité suffisante pour imposer la prudence à quiconque regarde aujourd’hui les 17 800 catéchumènes français et voudrait y lire sans plus attendre un nouveau printemps de la foi, car cela ne pourra être jugé que dans plusieurs années.
Une conversion authentique, surtout à l’âge adulte, a besoin de raisons fortes et mûrement examinées ; elle ne saurait être fille de la seule émotivité, de la peur, du besoin d’appartenance en un moment de désarroi identitaire. Augustin, d’abord libertin jouisseur puis manichéen, ne se convertit pas pour se défendre de quelque chose, mais parce que quelque chose — ou plutôt quelqu’un — l’avait atteint jusqu’à ébranler toute sa résistance intellectuelle et morale. Il en va de même, à une époque plus proche de la nôtre, pour des conversions telles que celle d’Edith Stein, juive et insigne philosophe, ou d’André Frossard, athée et communiste, plus tard élu membre de l’Académie française : toutes ces fulgurations naissent d’une rencontre, non d’un siège, et sont le fruit conscient et libre de cet amour qui bannit la peur (cf. 1 Jn 4, 18). Le risque, en France, est qu’une partie de ces 17 800 personnes ait trouvé sur les fonts baptismaux non pas le Christ, mais une tranchée : une identité solide à opposer à un monde — laïciste d’un côté, islamisé de l’autre — perçu comme hostile. Il n’est pas dit qu’il en soit ainsi, et il serait mesquin, voire malhonnête, de le présumer a priori pour tous. Mgr Olivier Leborgne, évêque d’Arras et ancien vice-président de la Conférence des évêques de France, a expliqué que les nouveaux catéchumènes viennent souvent de vies compliquées, parfois marquées par des blessures, et vivent leur entrée dans la foi comme une expérience de guérison. Et c’est là le langage de la grâce authentique, non celui de la tranchée — raison de plus pour laisser le temps à venir apporter confirmation ou démenti.
Il faut donc du temps pour distinguer l’une de l’autre. Le temps est précisément ce qui manque toujours aux statistiques pascales, et ce que l’Église, elle, sait toujours donner : un catéchuménat sérieux, un accompagnement qui ne se satisfasse pas du nombre et qui vérifie la qualité du « oui » prononcé sur les fonts baptismaux — exactement ce que, comme j’ai eu l’occasion de l’écrire dans un article à paraître prochainement sur la crise vocationnelle dans les monastères bénédictins et cisterciens, l’entrée massive sans discernement adéquat a déjà montré qu’elle pouvait trahir, dans d’autres contextes, en l’espace d’une génération.
Si, dans quelques années, la France des 17 800 catéchumènes de 2025 se révèle une France plus chrétienne, et non seulement une France plus effrayée partie en quête d’un fortin, alors j’aurai eu tort. Et ce sera, pour moi, la plus grande des joies. Dans le cas contraire, nous aurons assisté, d’une part, à la tour Eiffel illuminée pour célébrer l’inscription du « droit » à l’avortement dans la Constitution française, et d’autre part à une armée de baptisés réactifs qui n’auront pas compris qu’être chrétien signifie témoigner et, s’il le faut, combattre — par tous les moyens politiques reconnus à quiconque a droit de pensée, de parole et de vote — les pires dérives du Prince qui gouverne ce monde. La foi baptismale n’est pas chose privée, mais ce qu’il y a de plus public qui soit : le témoignage actif. Dans le cas contraire, tout risque de se réduire à la peur et à l’émotivité.
Depuis l’Île de Patmos, le 28 septembre 2026
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FRANCIA. ¿BAUTISMOS DE FE O BAUTISMOS REACTIVOS?
«Ser cristiano significa testimoniar y, si es preciso, combatir — con todos los medios políticos reconocidos a quien tiene derecho de pensamiento, palabra y voto — las peores derivas del Príncipe que gobierna este mundo. La fe bautismal no es algo privado, sino lo más público que puede existir: el testimonio activo. En caso contrario, todo corre el riesgo de reducirse a miedo y emotividad.»
— Actualidad eclesial —
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El 4 de marzo de 2024 la Torre Eiffel se iluminó con la inscripción «Mon corps, mon choix» — mi cuerpo, mi elección — para celebrar la inclusión del «derecho» al aborto en la Constitución francesa, primera nación del mundo en hacerlo. Es la misma Francia, laica hasta la exasperación, que nunca se liberó verdaderamente del anticlericalismo revolucionario, y que sigue cociendo a fuego lento como brasa bajo la ceniza; la misma que en 1793 transformó Notre-Dame en templo de la Diosa Razón y que en los últimos dos años ha celebrando algo muy distinto: una explosión de solicitudes de bautismo entre adolescentes, jóvenes y adultos sin precedentes en su historia reciente. En 2025 fueron más de 17.800 los catecúmenos bautizados en Pascua: 10.384 adultos, un 45% más que en 2024, y más de 7.400 adolescentes de entre 11 y 17 años.
No podría sino alegrarme, que quede claro, ante un adulto que pide con plena conciencia el sacramento de gracia que lava del pecado original y abre el camino de la vida cristiana. Y sin embargo, lo confieso sin pesimismo alguno, algo que en este fenómeno no me convence del todo, y deseo de todo corazón tener que decir, dentro de unos años: me equivoqué. Deseo de verdad equivocarme.
Para entender el fenómeno hay que partir de dos miedos franceses, ambos reales y concurrentes. El primero es el de un secularismo agresivo que nunca se ha contentado con separar el Estado de la Iglesia — cosa sacrosanta, y que los mismos católicos tienen motivos en defender para tutelar ambas libertades: la del Estado y la de la Iglesia —, y que progresivamente se ha erigido como la verdad suprema, como una religión civil sustitutoria. No es la primera vez en la historia de Francia, la Diosa Razón entronizada en el altar de Notre-Dame en 1793 demuestra con la fuerza el precedente. El segundo, menos declarado, pero no menos extendido, lo constituye en cambio el miedo de un número creciente de franceses que ante la expansión de comunidades musulmanas que rechazan toda integración y que han convertido barrios enteros — también en la capital — en enclaves donde la ley de la Grande République pesa menos que la ley de la calle. Laicismo exasperante y agresivo, por un lado, miedo a la islamización por otro: dos presiones que generan juntas miedo y desconcierto en una nación que, por más que se esfuerce en negarlo, no puede borrar sus propias raíces cristianas. Un bagaje antropológico que la constituye en lo más profundo, incluso antes que su propia historia.
Es en este escenario donde considero legítimo plantear una pregunta incómoda: ¿nacen estas conversiones de una fulguración en el camino de Damasco — como ha ocurrido, a lo largo de los siglos, a personajes célebres y a innumerables desconocidos — o son una reacción, una forma de defensa identitaria, una huida del miedo que se reviste de Sacramento? No sería la primera vez que el cristianismo sirve de argamasa de pueblo y refugio en un momento de desconcierto colectivo: el caso de Polonia, en Europa, sigue siendo el más elocuente. Pero también resulta instructivo lo que vino después: caído el espectro del comunismo, que había hecho de la fe un acto de resistencia nacional, Polonia emprendió una secularización tan rápida como la francesa. La participación en la misa dominical, que en 1981 aún alcanzaba al 52,7% de los fieles polacos, descendió al 46,8% en 2001, al 40% en 2011, hasta el 28,3% en 2021. Como si, para muchos, desaparecido el enemigo común frente al cual la fe hacía de dique, el cristianismo hubiera perdido su propia utilidad y finalidad subjetiva y social.
Para entender este mecanismo conviene retroceder un paso en la historia, porque el vínculo entre el miedo colectivo y el retorno a la fe — y, a la inversa, el vínculo entre el bienestar generalizado y el desapego religioso — no es una invención del siglo XX. En la Europa devastada por la peste negra de 1347-1351, que diezmó casi a la mitad de la población en pocos años, la religiosidad popular estalló hasta rayar en el exceso: nació el movimiento de los flagelantes, que recorría las ciudades en procesión practicando la autoflagelación pública como penitencia extrema, convencido de actuar por inspiración directa de Dios. Se multiplicaron las peregrinaciones y los votos, y el culto a los santos protectores de la peste creció desmesuradamente, como san Roque al primer puesto. Fue una religiosidad tan exasperada que el Sumo Pontífice Clemente VI tuvo que intervenir con dos bulas, en julio y septiembre de 1349, para condenar sus excesos y prohibir públicamente sus prácticas. Señal de que incluso la Iglesia, ante el terror colectivo, reconoció el riesgo de una fe-refugio capaz de degenerar en fanatismo.
Un caso más cercano a nosotros y, en ciertos aspectos, especular al polaco, es España. El catolicismo nacional de la posguerra franquista, que había hecho de la fe un pilar identitario en un país que había salido desgarrado por una guerra civil — durante la cual, entre 1936 y 1939, la persecución anticlerical en las zonas controladas por los republicanos costó la vida, según el estudio de referencia del historiador Antonio Montero Moreno, a unos 6.832 religiosos, trece obispos, y miles de laicos asesinados por su fe —, atravesó primero el boom económico de los años sesenta, y sobre todo, la transición democrática con las décadas de paz y libertad creciente que le siguieron: y es precisamente en esas décadas cuando el derrumbe llegó, repentino. En apenas veinte años España ha pasado de ser un país donde el 92% de la población creció en fe católica a uno donde solo el 66% se declara todavía tal: más de doce millones de personas menos, el mayor descenso en Europa en términos absolutos; los bautismos han caído de 325.271 en 2007 a 214.271 en años recientes; hoy más de la mitad de los niños españoles no son bautizados, y entre los jóvenes de 18 a 24 años más de la mitad se declara no católica. Los seminarios se han vaciado al mismo ritmo: una disminución del 30% en número de seminaristas en la última década, y 10.615 de las 23.286 — parroquias, casi la mitad — carecen hoy de sacerdote residente.
No es casualidad que precisamente España, en este mismo treintenio de descristianización galopante, se haya convertido en el laboratorio europeo del que han nacido, en secuencia, algunos de los giros legislativos más radicales del continente: el matrimonio entre personas del mismo sexo, introducido el 30 de junio de 2005, tercer país del mundo en hacerlo tras los Países Bajos y Bélgica, incluyendo el derecho a la adopción desde el primer día; el divorcio rápido ese mismo año, que eliminó cualquier requisito para la separación previa; la eutanasia activa, legalizada en marzo de 2021, séptimo país del mundo en hacerlo; la llamada ley trans de febrero de 2023, que introdujo el cambio de sexo registral por simple autodeclaración, sin requisito médico alguno, entre las normativas más permisivas de Europa. No afirmo que detrás de todo esto haya un designio — sería indemostrable —, pero la coincidencia cronológica entre el vacío dejado por la fe y el terreno disponible para estas transformaciones sigue siendo, cuando menos, un dato para reflexionar.
El hilo que une la peste negra, la España postfranquista y la Polonia poscomunista es el mismo, reflejados en el tiempo como un espejo: en los momentos de gran miedo e incertidumbre colectiva las iglesias se llenan, a menudo más allá de la medida de la fe auténtica; en los momentos de paz y prosperidad generalizada se vacían, y con ellas se vacían también los seminarios diocesanos y los noviciados religiosos. En los países más pobres del mundo, los obispos piden ayudas económicas para construir seminarios a obispos europeos que, mientras tanto, han ido cerrando progresivamente los suyos, llegando a vender gran parte de sus edificios y a concentrar en un único seminario a los pocos seminaristas de todas las diócesis de una región eclesiástica. ¿Cuán auténticas son ciertas vocaciones, y cuántos aspirantes a sacerdote son en realidad tan solo jóvenes que buscan un mejor estado de vida y un papel del máximo respeto en sus propias sociedades civiles? Todo esto no es una ley mecánica, ni la gracia puede reducirse a un ciclo sociológico. Pero es un esquema que se repite con una regularidad suficiente como para imponer prudencia a quien mire hoy a los 17.800 catecúmenos franceses y quiera leer en ellos, sin duda alguna, una nueva primavera de fe, porque esto solo podrá valorarse dentro de varios años.
Una conversión auténtica, sobre todo en la edad adulta, necesita razones fuertes y contrastadas; no puede ser hija de la mera emotividad, del miedo, de la necesidad de pertenencia en un momento de desconcierto identitario. Agustín, primero feliz libertino y luego maniqueo, no se convirtió para defenderse de algo, sino porque algo — o más bien alguien — lo había alcanzado hasta desarmar toda su resistencia intelectual y moral. Lo mismo vale, en tiempos más cercanos a nosotros, para conversiones como la de Edith Stein, judía e insigne filósofa, o la de André Frossard, ateo y comunista, nombrado más tarde miembro de la Academia Francesa: todas ellas fulguraciones que nacen de un encuentro, no de un asedio, fruto consciente y libre de ese amor que expulsa el miedo (cf. 1 Jn 4,18). El riesgo, en Francia, es que una parte de estas 17.800 personas haya encontrado en la fuente bautismal no a Cristo, sino una trinchera: una identidad sólida que oponer a un mundo — laicista por un lado, islamizado por otro — percibido como hostil. No es necesariamente dicho que sea así, y sería mezquino, e incluso deshonesto, presumirlo a priori para todos. Mons. Olivier Leborgne, obispo de Arras y anteriormente vicepresidente de la Conferencia Episcopal Francesa, ha explicado que los nuevos catecúmenos proceden a menudo de vidas complicadas, a veces marcadas por heridas, y viven la entrada en la fe como una experiencia de sanación. Y eso es lenguaje de gracia auténtica, no de trinchera — con mayor razón será el tiempo venidero el que dé confirmación o desmentida.
Hace falta, por tanto, tiempo para distinguir una cosa de otra. El tiempo es precisamente lo que siempre falta a las estadísticas pascuales, y lo que en cambio la Iglesia, desde siempre, sabe dar: un catecumenado serio, un acompañamiento que no se conforme con el número y que compruebe la calidad del «sí» pronunciado ante la fuente bautismal — exactamente lo que, como he tenido ocasión de escribir en un artículo de próxima publicación a propósito de la crisis vocacional en los monasterios benedictinos y cistercienses, el ingreso masivo sin discernimiento adecuado ya ha demostrado poder traicionar, en otros contextos, en el transcurso de una generación.
Si dentro de unos años la Francia de los 17.800 catecúmenos de 2025 resulta ser una Francia más cristiana, y no solo una Francia más asustada que buscó un fortín, entonces habré estado equivocado. Y será, para mí, la mayor alegría. En caso contrario, habremos asistido: por un lado, a la Torre Eiffel iluminada para celebrar la inclusión del «derecho» al aborto en la Constitución francesa; por otro, a un ejército de bautizados reactivos que no habrán entendido que ser cristiano significa testimoniar y, si es preciso, combatir — con todos los medios políticos reconocidos a quien tiene derecho de pensamiento, palabra y voto — las peores derivas del Príncipe que gobierna este mundo. La fe bautismal no es algo privado, sino lo más público que puede existir: el testimonio activo. En caso contrario, todo corre el riesgo de reducirse a miedo y emotividad.
Desde la Isla de Patmos, 28 de settembre 2026
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LE PROSTITUTE VI PASSANO AVANTI NEL REGNO DI DIO
«Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli»
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Autore
Monaco Eremita
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Nel capitolo 21 del suo Vangelo Matteo mostra come il confronto tra Gesù e le autorità giudaiche si faccia sempre più serrato e si inasprisca.

Il Venerabile Padre Oreste Benzi, l’angelo delle prostitute
In particolare, dopo una discussione con i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo sulla sua autorità (Mt 21,23-27), Gesù pronuncia tre parabole tutte incentrate sul rifiuto, da parte dei capi d’Israele, dell’offerta di salvezza. Ecco il brano di questa XXVI domenica del Tempo Ordinario:
«In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: ‘Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna’. Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli» (Mt 21,28-32).
Questa parabola ha avuto una trasmissione testuale particolare. Alcuni importanti testimoni del testo, come il Codice Vaticano (B), invertono l’ordine dei figli, per cui diventa il secondo figlio a rispondere al padre di non voler andare, salvo poi recarsi nella vigna. Potrebbe essere dovuto a una ragione ideologica centrata su una certa visione della storia della salvezza: il primo figlio, che dice di andare ma poi non mette in atto il proposito, sarebbe stato identificato già da alcuni copisti cristiani con gli ebrei, mentre i pagani verrebbero rappresentati dal figlio che dice di non voler andare, ma poi andrà a lavorare. E siccome questa logica non era supportata dall’ordine in cui sono presentati i protagonisti, l’ordine sarebbe stato invertito. Sul piano della critica testuale è da preferire l’ordine attualmente presente nel testo critico, anche se rimane qualche dubbio.
Il racconto parabolico in San Matteo è il secondo ad essere ambientato in una vigna (il primo si trova in Mt 19,30–20,16), e fa parte del materiale proprio del primo evangelista, quindi non ha paralleli con Marco o Luca. Composto di tre soli versetti è incorniciato da due domande che provocano l’attenzione dell’interlocutore — v. 28: «Che ve ne pare?», che è una formula classica rabbinica; e il v. 31: «Chi dei due» — ed è seguita da una sua spiegazione che riprende la questione, lasciata in sospeso al v. 27, sull’autorità di Gesù e del battesimo di Giovanni.
Le interpretazioni del nostro brano si sono moltiplicate nel corso del tempo e variano a seconda dell’autore. Per alcuni Padri della Chiesa, il figlio che non andrà a lavorare nella vigna è indiscutibilmente Israele. Questa lettura ha veicolato quella teologia della «sostituzione», chiamata anche «supersessionismo», secondo la quale — come conseguenza del fatto che tutti gli ebrei avrebbero respinto Gesù — per il popolo dell’alleanza non vi sarebbe più alcun ruolo nella storia della salvezza, il quale verrebbe pertanto assunto dalla Chiesa. Tale teologia non è sostenibile poiché basterebbe rileggere, per convincersene, i capitoli 9–11 della lettera di Paolo ai Romani.
Ma quelli a cui Gesù si rivolge nel testo, quanti cioè indagano sulla sua autorità, non sono «tutto» Israele, ma solo alcuni dei leader di quel popolo, come è specificato poco prima della parabola (cfr. Mt 21,23), e come dirà l’evangelista poco dopo (cfr. Mt 21,45). È a questi che Gesù sta parlando e solo a questi dirà poco più avanti: «A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» (Mt 21,43). Questa interpretazione alternativa si può fondare su ragioni di tipo letterario, ma anche sul fatto che l’identificazione del figlio che si rifiuta di andare nella vigna con Israele non è universale: per altri Padri, come per esempio Sant’Ilario di Poitiers, questi sarebbero solo una parte del popolo ebraico: i farisei oppure quelli che si lasciarono influenzare da loro.
Più che il problema della identificazione, ovvero di chi Gesù sta parlando, a ben vedere la parabola sembra centrata soprattutto su un’altra questione: quella riguardante il rapporto classico nella tradizione biblica e giudaica tra il dire e il fare. Compiere la volontà del Padre, per Gesù, non è semplicemente una questione di parole, quanto piuttosto di fatti, come emerge nel Discorso della Montagna: «Non chiunque mi dice «Signore, Signore» entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio nei cieli» (Mt 7,21). I leader religiosi a cui si rivolge la parabola, i quali credono di poter servire Dio rimanendo fedeli alla Torà, nei fatti non gli obbediscono.
Per questo Gesù li rimprovera di non aver ascoltato il messaggio di Giovanni Battista venuto sulla via dell’osservanza «della giustizia» (Mt 21,32), mentre paradossalmente l’hanno ascoltato e messo in pratica coloro che erano normalmente ritenuti incapaci di seguire i comandi di Dio, ovvero gli esattori delle tasse e le prostitute. Sono costoro i figli che coi fatti vanno a lavorare nella vigna ed entreranno per primi nel regno. Sono coloro che si pentono (cfr. Mt 21,29.32) e sapendo di aver bisogno della grazia divina si apriranno a essa e la riceveranno. Da questo punto di vista, cioè per correlazione tra le parole e i fatti, la parabola è molto vicina alla concretezza della Lettera di Giacomo, soprattutto quando insiste sulla contraddizione tra l’avere la fede ma non le opere (cfr. Gc 2,14-17).
A conclusione della parabola, questa espressione — «la via della giustizia» — con cui si chiude il racconto potrebbe riferirsi sia alla storia della salvezza nella quale è inserito anche il Battista in quanto precursore di Gesù, oppure al comportamento giusto, conforme alla volontà di Dio, che ha connotato la vita di Giovanni. Il concetto di giustizia, come Matteo ha già fatto comprendere nel Discorso della Montagna assume un significato specifico e, anzi, diventa quasi un concetto guida. Matteo, infatti, descriverà Gesù durante la passione — (cfr. Mt 27,19, le parole della moglie di Pilato: «Non avere a che fare con quel giusto») — allo stesso modo in cui viene definito il Battista. La giustizia è sin dall’inizio del Vangelo il programma che Gesù ha deciso di adempiere e che è stato espresso nelle sue prime parole, pronunciate proprio davanti a Giovanni (cfr. Mt 3,15: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia»). Per Matteo, dunque, è importante soprattutto compiere e praticare la giustizia (cfr. Mt 6,1), come mostra di fare il figlio della parabola che mette in pratica la volontà del padre.
Da questa parabola il cristiano impara che l’obbedienza alla parola e alla volontà di Dio potrebbe passare anche attraverso lo smentire la propria parola e la propria volontà. La fede, infatti, non ci chiede di non sbagliare e di non peccare, ma di riconoscere l’errore e di confessare il peccato. In quel ricredersi del figlio s’intravede il suo dialogo interiore insieme alla presa di coscienza della realtà; c’è l’audacia di guardare in faccia se stessi, di osare vedersi in verità, in vista di un agire responsabile. In questo senso, lungi dall’essere un segno di debolezza, il pentimento è segno di coraggio e di forza. Per quanto sia raro e impopolare, anche nella Chiesa, il gesto di chi riconosce di aver sbagliato, di chi ammette di aver assunto posizioni che si sono rivelate poco conformi al Vangelo e muta la propria posizione cercando di essere più fedele al Vangelo, è segno di grandezza umana e spirituale.
Dall’Eremo, 26 settembre 2026
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PROSTITUTES ARE ENTERING THE KINGDOM OF GOD BEFORE YOU
«When John came to you in the way of righteousness, you did not believe him; but tax collectors and prostitutes did. Yet even when you saw that, you did not later change your minds and believe him»
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Author
Monaco Eremita
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In chapter 21 of his Gospel, Matthew shows how the confrontation between Jesus and the Jewish authorities grows ever more pointed and bitter. In particular, after a dispute with the chief priests and the elders of the people over his authority (Mt 21:23–27), Jesus speaks three parables, all centred on the refusal, on the part of the leaders of Israel, of the offer of salvation. Here is the passage for this Twenty-Sixth Sunday in Ordinary Time:
«At that time, Jesus said to the chief priests and elders of the people: “What is your opinion? A man had two sons. He came to the first and said, ‘Son, go out and work in the vineyard today.’ He said in reply, ‘I will not,’ but afterwards he changed his mind and went. The man came to the other son and gave the same order. He said in reply, ‘Yes, sir,’ but did not go. Which of the two did his father’s will?” They answered, “The first.” Jesus said to them, “Amen, I say to you, tax collectors and prostitutes are entering the kingdom of God before you. When John came to you in the way of righteousness, you did not believe him; but tax collectors and prostitutes did. Yet even when you saw that, you did not later change your minds and believe him» (Mt 21:28–32).
This parable has had a distinctive textual history. Some important witnesses to the text, such as Codex Vaticanus (B), reverse the order of the sons, so that it becomes the second son who answers the father that he will not go, only to go to the vineyard after all. This may be due to an ideological reason bound up with a particular reading of the history of salvation: the first son, who says he will go but then fails to act on his word, would already have been identified by some Christian copyists with the Jews, while the pagans would be represented by the son who says he will not go, but then goes to work. And since this logic was not, however, supported by the order in which the two figures are presented, the order would have been reversed. On the level of textual criticism, the order currently found in the critical text is to be preferred, even if some doubt remains.
The parabolic account in Saint Matthew is the second to be set in a vineyard (the first is found in Mt 19:30–20:16), and belongs to material proper to the first evangelist, and therefore has no parallels in Mark or Luke. Composed of only three verses, it is framed by two questions that draw the listener’s attention — v. 28: “What is your opinion?”, a classic rabbinic formula; and v. 31: “Which of the two” — and is followed by an explanation of his own that takes up the question, left open at v. 27, concerning the authority of Jesus and the baptism of John.
Interpretations of our passage have multiplied over time and vary according to the author. For some Fathers of the Church, the son who will not go to work in the vineyard is unquestionably Israel. This reading has carried within it that theology of “replacement”, also called “supersessionism”, according to which — as a consequence of the claim that all the Jews rejected Jesus — the people of the covenant would no longer have any role in the history of salvation, a role that the Church would then take up in their place. Such a theology is not sustainable, since it would suffice to reread, to be convinced of this, chapters 9–11 of Paul’s Letter to the Romans.
But those to whom Jesus is speaking in the text, those, that is, who are questioning his authority, are not “all” Israel, but only some of the leaders of that people, as is specified shortly before the parable (cf. Mt 21:23), and as the evangelist will say shortly afterward (cf. Mt 21:45). It is to these that Jesus is speaking, and only to these that he will say a little further on: “the kingdom of God will be taken away from you and given to a people who will produce its fruit” (Mt 21:43). This alternative interpretation can be grounded in reasons of a literary kind, but also in the fact that the identification of the son who refuses to go into the vineyard with Israel is not universal: for other Fathers, such as, for example, Saint Hilary of Poitiers, these would be only a part of the Jewish people: the Pharisees, or those who let themselves be influenced by them.
More than the problem of identification — that is, of whom Jesus is speaking to — on closer inspection the parable seems to be centred above all on another question: that concerning the classic relationship, in the biblical and Jewish tradition, between saying and doing. To do the will of the Father, for Jesus, is not simply a matter of words, but rather of deeds, as emerges in the Sermon on the Mount: “Not everyone who says to me, ‘Lord, Lord,’ will enter the kingdom of heaven, but only the one who does the will of my Father in heaven” (Mt 7:21). The religious leaders to whom the parable is addressed, who believe they can serve God while remaining faithful to the Torah, do not in fact obey him.
For this reason Jesus reproaches them for not having listened to the message of John the Baptist, who came in observance of “the way of righteousness” (Mt 21:32), while paradoxically it was heeded and put into practice by those who were normally considered incapable of following the commandments of God — namely, tax collectors and prostitutes. These are the sons who by their deeds go to work in the vineyard and will enter the Kingdom first. They are those who repent (cf. Mt 21:29,32) and, knowing that they need God’s grace, open themselves to it and receive it. From this point of view — that is, by correlation between words and deeds — the parable comes very close to the concreteness of the Letter of James, especially where it insists on the contradiction between having faith but not works (cf. Jas 2:14–17).
At the conclusion of the parable, this expression — “the way of righteousness” — with which the account closes could refer either to the history of salvation, into which the Baptist too is inserted as forerunner of Jesus, or to righteous conduct, in keeping with the will of God, which marked the life of John. The concept of righteousness, as Matthew has already made clear in the Sermon on the Mount, takes on a specific meaning and, indeed, becomes almost a guiding concept. Matthew, in fact, will describe Jesus during the passion — (cf. Mt 27:19, the words of Pilate’s wife: “Have nothing to do with that righteous man”) — in the same way that the Baptist is described. Righteousness is, from the very beginning of the Gospel, the programme that Jesus has resolved to carry out, and which was expressed in his very first words, spoken precisely in the presence of John (cf. Mt 3:15: “Allow it now, for thus it is fitting for us to fulfill all righteousness”). For Matthew, then, it is above all important to do and practise righteousness (cf. Mt 6:1), as the son of the parable shows in putting his father’s will into practice.
From this parable the Christian learns that obedience to the word and the will of God may pass even through the disavowal of one’s own word and one’s own will. Faith, in fact, does not ask us never to err and never to sin, but to acknowledge our error and confess our sin. In that change of heart on the son’s part one glimpses his interior dialogue, together with his coming to terms with reality; there is the audacity of looking oneself in the face, of daring to see oneself in truth, with a view to acting responsibly. In this sense, far from being a sign of weakness, repentance is a sign of courage and strength. However rare and unpopular it may be, even within the Church, the gesture of one who acknowledges having erred, who admits to having taken positions that have proven not fully in keeping with the Gospel, and who changes his position in seeking to be more faithful to the Gospel, is a sign of human and spiritual greatness.
From the Hermitage, 26 September 2026
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LAS PROSTITUTAS VAN POR DELANTE DE VOSOTROS EN EL REINO DE DIOS
«Porque vino Juan a vosotros enseñándoos el camino de la justicia y no le creísteis; en cambio, los publicanos y las prostitutas le creyeron. Y, aun después de ver esto, vosotros no os arrepentisteis ni le creísteis»
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Autor
Monaco Eremita
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En el capítulo 21 de su Evangelio, Mateo muestra cómo el enfrentamiento entre Jesús y las autoridades judías se vuelve cada vez más tenso y se agudiza. En particular, después de una discusión con los sumos sacerdotes y los ancianos del pueblo sobre su autoridad (Mt 21,23-27), Jesús pronuncia tres parábolas, todas centradas en el rechazo, por parte de los jefes de Israel, de la oferta de salvación. He aquí el pasaje de este XXVI Domingo del Tiempo Ordinario:
«En aquel tiempo, Jesús dijo a los sumos sacerdotes y a los ancianos del pueblo: ¿Qué os parece? Un hombre tenía dos hijos. Se acercó al primero y le dijo: ‘Hijo, ve hoy a trabajar en la viña’. Él le contestó: ‘No quiero’. Pero después se arrepintió y fue. Se acercó al segundo y le dijo lo mismo. Él le contestó: ‘Voy, señor’. Pero no fue. ¿Quién de los dos cumplió la voluntad de su padre?’. Contestaron: ‘El primero’. Jesús les dijo: ‘En verdad os digo que los publicanos y las prostitutas van por delante de vosotros en el reino de Dios. Porque vino Juan a vosotros enseñándoos el camino de la justicia y no le creísteis; en cambio, los publicanos y las prostitutas le creyeron. Y, aun después de ver esto, vosotros no os arrepentisteis ni le creísteis» (Mt 21,28-32).
Esta parábola ha tenido una transmisión textual particular. Algunos testigos importantes del texto, como el Codex Vaticanus (B), invierten el orden de los hijos, de modo que pasa a ser el segundo hijo quien responde al padre que no irá, para luego, sin embargo, dirigirse a la viña. Esto podría deberse a una razón ideológica centrada en una determinada visión de la historia de la salvación: el primer hijo, que dice que irá pero luego no lleva a la práctica su propósito, habría sido identificado ya por algunos copistas cristianos con los judíos, mientras que los paganos estarían representados por el hijo que dice que no quiere ir, pero luego va a trabajar. Y puesto que esta lógica no estaba, sin embargo, respaldada por el orden en que se presentan los dos protagonistas, el orden habría sido invertido. En el plano de la crítica textual es preferible el orden actualmente presente en el texto crítico, aunque persiste alguna duda.
El relato parabólico en San Mateo es el segundo en estar ambientado en una viña (el primero se encuentra en Mt 19,30-20,16), y forma parte del material propio del primer evangelista, por lo que no tiene paralelos en Marcos ni en Lucas. Compuesto de tan solo tres versículos, está enmarcado por dos preguntas que reclaman la atención del interlocutor — v. 28: «¿Qué os parece?», que es una fórmula rabínica clásica; y el v. 31: «¿Quién de los dos?» — y va seguido de una explicación propia que retoma la cuestión, dejada en suspenso en el v. 27, sobre la autoridad de Jesús y el bautismo de Juan.
Las interpretaciones de nuestro pasaje se han multiplicado con el paso del tiempo y varían según el autor. Para algunos Padres de la Iglesia, el hijo que no irá a trabajar a la viña es, sin discusión, Israel. Esta lectura ha vehiculado aquella teología de la «sustitución», llamada también «supersesionismo», según la cual — como consecuencia del hecho de que todos los judíos habrían rechazado a Jesús — para el pueblo de la alianza ya no habría ningún papel en la historia de la salvación, papel que la Iglesia asumiría entonces en su lugar. Tal teología no es sostenible, pues bastaría releer, para convencerse de ello, los capítulos 9-11 de la carta de Pablo a los Romanos.
Pero aquellos a quienes Jesús se dirige en el texto, es decir, quienes indagan sobre su autoridad, no son «todo» Israel, sino solo algunos de los dirigentes de aquel pueblo, como se especifica poco antes de la parábola (cf. Mt 21,23), y como dirá el evangelista poco después (cf. Mt 21,45). Es a estos a quienes Jesús se dirige, y solo a estos les dirá un poco más adelante: «el reino de Dios os será quitado y será dado a un pueblo que produzca sus frutos» (Mt 21,43). Esta interpretación alternativa puede fundarse en razones de tipo literario, pero también en el hecho de que la identificación del hijo que se niega a ir a la viña con Israel no es universal: para otros Padres, como, por ejemplo, San Hilario de Poitiers, estos serían solo una parte del pueblo judío: los fariseos, o quienes se dejaron influir por ellos.
Más que el problema de la identificación, es decir, de a quién se dirige Jesús, bien mirado la parábola parece centrarse sobre todo en otra cuestión: la referente a la relación clásica, en la tradición bíblica y judía, entre el decir y el hacer. Cumplir la voluntad del Padre, para Jesús, no es simplemente una cuestión de palabras, sino más bien de hechos, como se desprende del Discurso de la Montaña: «No todo el que me dice «Señor, Señor» entrará en el reino de los cielos, sino el que hace la voluntad de mi Padre que está en los cielos» (Mt 7,21). Los dirigentes religiosos a quienes se dirige la parábola, que creen poder servir a Dios permaneciendo fieles a la Torá, en los hechos no le obedecen.
Por eso Jesús les reprocha no haber escuchado el mensaje de Juan Bautista, venido por el camino de la observancia «de la justicia» (Mt 21,32), mientras que, paradójicamente, lo escucharon y lo pusieron en práctica quienes normalmente eran considerados incapaces de seguir los mandamientos de Dios, es decir, los publicanos y las prostitutas. Son estos los hijos que con los hechos van a trabajar a la viña y entrarán primero en el Reino. Son quienes se arrepienten (cf. Mt 21,29.32) y, sabiendo que necesitan la gracia divina, se abren a ella y la reciben. Desde este punto de vista, es decir, por la correlación entre las palabras y los hechos, la parábola está muy cerca de la concreción de la Carta de Santiago, sobre todo cuando insiste en la contradicción entre tener fe pero no obras (cf. St 2,14-17).
A conclusión de la parábola, esta expresión — «el camino de la justicia» — con la que se cierra el relato podría referirse tanto a la historia de la salvación, en la que también se inserta el Bautista como precursor de Jesús, como a la conducta justa, conforme a la voluntad de Dios, que caracterizó la vida de Juan. El concepto de justicia, como Mateo ya ha dado a entender en el Discurso de la Montaña, adquiere un significado específico y, más aún, se convierte casi en un concepto guía. Mateo, en efecto, describirá a Jesús durante la pasión — (cf. Mt 27,19, las palabras de la mujer de Pilato: «No tengas nada que ver con ese justo») — del mismo modo en que es definido el Bautista. La justicia es, desde el inicio mismo del Evangelio, el programa que Jesús ha decidido cumplir, y que quedó expresado en sus primeras palabras, pronunciadas precisamente ante Juan (cf. Mt 3,15: «Déjalo ahora. Conviene que así cumplamos toda justicia»). Para Mateo, por tanto, es importante sobre todo cumplir y practicar la justicia (cf. Mt 6,1), como muestra el hijo de la parábola al poner en práctica la voluntad del padre.
De esta parábola el cristiano aprende que la obediencia a la palabra y a la voluntad de Dios puede pasar incluso por desdecirse de la propia palabra y de la propia voluntad. La fe, en efecto, no nos pide no equivocarnos y no pecar, sino reconocer el error y confesar el pecado. En ese cambiar de parecer del hijo se entrevé su diálogo interior, junto con la toma de conciencia de la realidad; hay en ello la audacia de mirarse a la cara a sí mismo, de atreverse a verse en verdad, con vistas a un obrar responsable. En este sentido, lejos de ser un signo de debilidad, el arrepentimiento es signo de valentía y de fuerza. Por poco frecuente e impopular que sea, incluso en la Iglesia, el gesto de quien reconoce haberse equivocado, de quien admite haber asumido posturas que se han revelado poco conformes con el Evangelio y cambia de postura buscando ser más fiel al Evangelio, es signo de grandeza humana y espiritual.
Desde la Ermita, 26 de septiembre de 2026
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Il linguaggio simbolico della liturgia -The symbolic language of the liturgy – El lenguaje simbólico de la liturgia
/in Attualità/da Padre Simone
IL LINGUAGGIO SIMBOLICO DELLA LITURGIA
Lo stare in piedi o in ginocchio durante la preghiera liturgica è tutt’altro che indifferente. Ogni gesto rientra in qualche modo in quella dimensione di annuncio e di istruzione che è parte integrante dell’azione liturgica e pertanto non può essere lasciata al gusto momentaneo di ciascuno.
— Pastorale liturgica —
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Autore
Simone Pifizzi
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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso
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La liturgia è senza dubbio annuncio di salvezza, ma soprattutto concreta comunicazione di questa salvezza, che si esprime attraverso gesti e atteggiamenti. Di conseguenza la liturgia non si serve solo di parole, ma anche del linguaggio simbolico; utilizza segni che evocano il mistero e già lo fanno pregustare, come ricordano molte orazioni dopo la comunione.

Jean François Millet, L’Angelus
Nel preparare una celebrazione liturgica non si può affatto dimenticare questa dimensione fondamentale, altrimenti si rischia di sopravvalutare il secondario e di dimenticare l’essenziale; di fare una bella «cerimonia» spettacolare, che gratifica l’occhio, ma che lascia vuoto il cuore; si rischia di dire tante parole, ma di non comunicare un bel niente.
DAL CAMMINARE INSIEME ALLA PROCESSIONE LITURGICA
Quando si parla di processione, il pensiero corre subito a quelle pubbliche processioni con immagini o statue della Vergine Maria o dei Santi. Processioni che non sempre costituiscono un chiaro e corretto simbolo del mistero cristiano, soprattutto perché in esse sovente intervengono pesanti elementi folcloristici; e dico folcloristici quando le cose, tutto sommato, vanno bene.
Ogni processione, anche quelle che si fanno in chiesa durante la Messa (ingresso, presentazione dei doni, comunione, ecc.), ha lo scopo di esprimere il cammino della Chiesa, del nuovo popolo di Dio, verso il nuovo tempio e la nuova Gerusalemme (cfr. Ap 21,2), seguendo le orme di Cristo.
Il riferimento che possiamo fare, pensando alla processione, è all’Esodo: l’evento che vide unite nello stesso cammino le dodici tribù di Israele. Un cammino guidato da Mosè e che raccoglie un popolo intero nella sua più ampia varietà. Un cammino che, secondo la Bibbia, ha uno scopo fondamentalmente cultuale: Dio convoca il suo popolo perché gli renda culto (cfr. Es 5,3). Un cammino che si compie all’insegna dell’unione e che ha una meta al di là del Mar Rosso, al di là del Giordano, oltre le acque della morte. Un cammino che è continuamente confortato dalla presenza reale e misteriosa del Signore, il quale parla al suo popolo e gli dona la legge della vita.
La processione ha lo scopo di ricordarci questo: siamo cristiani se siamo in cammino; e questo cammino non siamo soli a compierlo, ma lo facciamo insieme ad altri fratelli, sostenuti e accompagnati dalla presenza del Risorto, come ben riassumono, in sequenza, le straordinarie immagini del racconto dei discepoli che camminano con Gesù verso Emmaus (cfr. Lc 24,13-35).
IN PIEDI E IN GINOCCHIO
Lo stare in piedi o in ginocchio durante la preghiera liturgica è tutt’altro che indifferente. Ogni gesto rientra in qualche modo in quella dimensione di annuncio e di istruzione che è parte integrante dell’azione liturgica e pertanto non può essere lasciata al gusto momentaneo di ciascuno. Gli atteggiamenti da assumersi durante la celebrazione liturgica non sono né casuali né ordinati all’efficienza o all’ordine esteriore. Non servono cioè a cambiare posizione per evitare la noia e la stanchezza, né per rendere la cerimonia più gradevole allo sguardo. Sono, anzi, vere e proprie azioni simboliche. Fra queste, lo stare in piedi è senz’altro una delle più importanti e significative.
In piedi perché figli di Dio risorti con Cristo. L’iconografia delle catacombe ci presenta sempre la figura dell’orante in piedi. Inoltre è sintomatico che il sacerdote all’altare, fin dagli inizi, dica tutte le preghiere presidenziali in piedi. È poi molto significativo che nella Chiesa antica, secondo molte autorevoli testimonianze, fosse addirittura proibito inginocchiarsi la domenica e durante i cinquanta giorni della Pasqua.
Lo stare in piedi è dunque l’atteggiamento normale del cristiano che, anche se peccatore, è consapevole della sua dignità di figlio di Dio, ricevuta da quel Gesù che è morto ed è risorto per la salvezza di tutti.
Nella preghiera liturgica la Chiesa vuole dare questo annuncio. In privato, poi, ognuno può assumere l’atteggiamento che vuole. La riforma conciliare non ha pertanto «laicizzato» la liturgia, ma le ha restituito la sua carica simbolica e anche la sua funzione di annuncio per il mondo.
In piedi in attesa del Signore che viene. Lo stare in piedi nella preghiera liturgica ha anche un ulteriore significato, sempre legato all’annuncio del mistero pasquale. Si tratta cioè dell’annuncio escatologico, della vita cristiana come attesa dell’ultima venuta di Cristo. Gesù stesso invita i suoi discepoli a essere come quei servi che in piedi, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese, attendono il loro padrone quando torna dalle nozze per aprirgli subito appena arriva e bussa (cfr. Lc 12,35).
Con questa consapevolezza è bello e commovente pregare in piedi. Come è bello e commovente camminare insieme e in piedi accogliere il Corpo di Cristo, vera manna e pane disceso dal cielo, per sostenere il nostro cammino verso l’eternità, verso quei cieli nuovi e quella terra nuova. Lì coloro che con Cristo hanno vinto il peccato, in piedi, cantano in eterno davanti a Dio il cantico di Mosè e il cantico dell’Agnello (cfr. Ap 15,2-3).
In ginocchio sì, ma per rialzarsi. Lo stare in ginocchio è pure un significativo atteggiamento, che però trova origine e spazio soprattutto nella preghiera privata. Esprime infatti la consapevolezza della propria povertà, del proprio peccato. Per questo l’atteggiamento di inginocchiarsi è entrato nella liturgia molto lentamente e con una certa parsimonia, a pari passo con il diffondersi dei riti penitenziali, legati soprattutto alla celebrazione della penitenza pubblica. Sono rari gli atteggiamenti liturgici che danno spazio allo stare in ginocchio; momenti che opportunamente esprimono l’umile adorazione e la supplica di tutto un popolo che si sente schiacciato non tanto dal proprio peccato quanto piuttosto dall’infinito amore di Dio. L’Ordinamento Generale del Messale Romano dispone:
«S’inginocchino poi alla consacrazione, a meno che lo impediscano lo stato di salute, la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri ragionevoli motivi. Quelli che non si inginocchiano alla consacrazione, facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione» (n. 43).
Ci si inginocchia infatti non davanti al ricordo di un evento passato, ma davanti alla morte e risurrezione del Signore che in quel momento si rende realmente presente sull’altare: ed è proprio perché quella morte è già vittoriosa, è già Pasqua, che il ginocchio piegato davanti a essa non è mai l’ultima parola. Ma proprio grazie a questo amore così grande l’uomo può e deve rialzarsi per camminare speditamente verso quell’incontro nuziale che ci farà pienamente partecipi di quella vita divina che è già in noi e ci dà l’onore di stare in piedi davanti a Dio come figli. Proprio per questo davanti al tabernacolo, di fronte al segno massimo di quell’amore che ha pagato per la nostra dignità, nella preghiera privata di adorazione, l’atteggiamento normale che ci viene spontaneo è quello di prostrarci in ginocchio.
SEDUTI PER ASCOLTARE
Prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II lo stare seduti in Chiesa era per l’assemblea un semplice atteggiamento funzionale; per i vari ministranti, talvolta, era addirittura regolato da meticolosi dettagli coreografici: corpo eretto, mani sulle ginocchia, piedi uniti, berretta in capo, inchini vari… Oggi, grazie alla riforma del Concilio che ha riportato la liturgia alla sua originaria sobrietà, anche lo stare seduti è ritornato ad avere una predominante funzione simbolica. Niente infatti nella liturgia deve essere semplicemente funzionale o peggio, coreografico e cerimoniale. Per questo è importante conoscere il significato di questi gesti per accettarli e compierli con la gioia e l’entusiasmo di chi è consapevole di diventare in qualche modo, con la sua persona, strumento sacramentale di annuncio per il mondo.
Segno dell’ascolto. All’interno di una celebrazione liturgica lo stare seduti assume significati precisi, fuori da ogni ambiguità e per questo tale atteggiamento non è lasciato al gusto individuale del momento. In primo luogo lo stare seduti è segno dell’ascolto confidenziale interiore, rispettoso e meditativo. Un ascolto che pertanto matura i sentimenti profondi e le decisioni coraggiose. Non è certamente un caso che anche nei rapporti umani quando si vuole dare veramente spazio all’ascolto dell’altro, ci si siede uno di fronte all’altro. Le norme del Messale Romano ci ricordano: «Terminata l’orazione (colletta) il lettore si reca all’ambone e proclama la lettura; tutti l’ascoltano seduti» (PNMR, 89). La norma è chiara: non dice che tutti leggono per conto loro. Per questo, pur riconoscendo i servizi positivi resi dai «foglietti della Messa» resta sempre lecito e doveroso chiederci se il prezzo che si paga non sia troppo alto. Se infatti tutti o quasi leggono per conto loro, viene vanificato l’atteggiamento simbolico che sta all’origine dello stare seduti!
Una Parola che si rivolge ad un popolo unito. Ma questo atteggiamento sopra descritto dell’ascolto è poi così importante? Non basterebbe che ognuno leggesse la Parola per conto suo con attenzione e si sforzasse di metterla in pratica? Una grossa tentazione di cui siamo vittime è quella di essere estremamente poco sensibili alla dimensione liturgica e di valutare le cose solo in chiave individuale e di efficienza morale. Così facendo però dimentichiamo che la Sacra Scrittura non è in primo luogo un libro di meditazione, ma una parola che Dio rivolge al suo popolo, una Parola che mira soprattutto a fare la Chiesa: «Il popolo di Dio viene adunato innanzitutto per mezzo della Parola del Dio vivente» (Presbyterorum Ordinis, n. 4).
L’atteggiamento di coloro che stanno seduti e attenti a quanto viene proclamato rivela quindi la funzione primaria della Parola di Dio che è quella di instaurare un dialogo di amore non tanto con i singoli, quanto piuttosto con l’intero popolo di Dio, con l’intera assemblea considerata come un unico soggetto, nella quale è rappresentata visibilmente ed è realmente presente tutta quanta la Chiesa.
Ecco allora il senso ultimo di ogni gesto qui descritto: camminare, stare in piedi, inginocchiarsi, sedersi non sono un copione da eseguire né un ornamento che vela parole altrimenti povere. Il corpo dell’assemblea, nel suo muoversi e nel suo fermarsi, non descrive semplicemente la fede della Chiesa: la compie. Per questo nessun gesto liturgico può essere lasciato al caso o al gusto del momento — perché è proprio attraverso quei gesti, prima ancora che attraverso le parole, che la salvezza annunciata si fa concretamente presente in mezzo al suo popolo.
Dall’Isola di Patmos, 26 settembre 2026
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THE SYMBOLIC LANGUAGE OF THE LITURGY
Whether one stands or kneels, the posture assumed during liturgical prayer is anything but indifferent. Every gesture belongs, in some sense, to that dimension of proclamation and instruction which is integral to the liturgical action, and therefore it cannot be left to each person’s passing preference.
— Liturgical pastoral care —
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Autore
Simone Pifizzi
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The liturgy is undoubtedly an announcement of salvation, but above all it is the concrete communication of that salvation, expressed through gestures and postures. The liturgy therefore does not rely on words alone, but also on symbolic language; it uses signs that evoke the mystery and already let us taste it in advance, as many post-communion prayers recall.
In preparing a liturgical celebration, this fundamental dimension can never be forgotten, or we risk overvaluing what is secondary and losing sight of what is essential — risk turning it into a beautiful, spectacular “ceremony” that pleases the eye but leaves the heart empty; risk saying a great many words while communicating nothing at all.
FROM WALKING TOGETHER TO THE LITURGICAL PROCESSION
When we speak of a procession, our thoughts turn at once to public processions carrying images or statues of the Virgin Mary or the Saints. Such processions do not always constitute a clear and correct symbol of the Christian mystery, not least because they are often burdened with heavy folkloric elements — and I say “folkloric” when, all things considered, matters have gone well.
Every procession, including those that take place inside the church during Mass (entrance, presentation of the gifts, communion, etc.), is meant to express the journey of the Church, the new People of God, toward the new temple and the new Jerusalem (cf. Rev 21:2), following in the footsteps of Christ.
The reference we can draw, thinking of the procession, is to the Exodus: the event that united the twelve tribes of Israel in a single journey. A journey led by Moses, gathering an entire people in all its breadth and variety. A journey which, according to the Bible, has a fundamentally cultic purpose: God summons his people so that they may worship him (cf. Ex 5:3). A journey accomplished in unity, with a destination beyond the Red Sea, beyond the Jordan, beyond the waters of death. A journey continually accompanied by the real and mysterious presence of the Lord, who speaks to his people and gives them the law of life.
The procession exists to remind us of this: we are Christians only if we are on the move; and this journey is not one we make alone, but together with our brothers and sisters, sustained and accompanied by the presence of the Risen One — as the extraordinary sequence of images in the story of the disciples walking with Jesus toward Emmaus so beautifully sums up (cf. Lk 24:13-35).
STANDING AND KNEELING
Whether one stands or kneels, the posture assumed during liturgical prayer is anything but indifferent. Every gesture belongs, in some sense, to that dimension of proclamation and instruction which is integral to the liturgical action, and therefore it cannot be left to each person’s passing preference. The postures to be assumed during the liturgical celebration are neither arbitrary nor ordered toward mere efficiency or outward tidiness. They do not exist simply to change position out of boredom or fatigue, nor to make the ceremony more pleasing to the eye. They are, rather, true symbolic actions. Among these, standing is undoubtedly one of the most important and significant.
Standing, because we are children of God risen with Christ. The iconography of the catacombs always depicts the figure at prayer standing upright. It is likewise telling that, from the earliest times, the priest at the altar says all the presidential prayers standing. And it is deeply significant that, according to many authoritative witnesses, the early Church forbade kneeling altogether on Sundays and throughout the fifty days of Easter.
Standing, then, is the normal posture of the Christian who, sinner though he may be, is conscious of his dignity as a child of God, received from that same Jesus who died and rose again for the salvation of all. In liturgical prayer the Church wishes to make this proclamation. In private prayer, everyone is free to take whatever posture they wish. The conciliar reform, then, did not “secularize” the liturgy; rather, it restored to it its symbolic power and its function as proclamation to the world.
Standing, in expectation of the Lord who comes. Standing in liturgical prayer carries a further meaning as well, still tied to the proclamation of the paschal mystery: it is the eschatological announcement, Christian life as the expectation of Christ’s final coming. Jesus himself invites his disciples to be like those servants who, standing, with their belts fastened and their lamps lit, wait for their master to return from the wedding feast, ready to open the door the moment he arrives and knocks (cf. Lk 12:35).
With this awareness, it is beautiful and moving to pray standing. Just as it is beautiful and moving to walk together, and standing, to receive the Body of Christ — true manna, bread come down from heaven, to sustain our journey toward eternity, toward those new heavens and that new earth. There, those who with Christ have conquered sin stand and sing forever before God the song of Moses and the song of the Lamb (cf. Rev 15:2-3).
Kneeling, yes — but in order to rise. Kneeling is likewise a significant posture, though it finds its origin and its place above all in private prayer. It expresses an awareness of one’s own poverty, one’s own sin. For this reason, kneeling entered the liturgy only very slowly and sparingly, in step with the spread of penitential rites, tied above all to the celebration of public penance. There are few liturgical moments that make room for kneeling — moments that fittingly express the humble adoration and supplication of a whole people who feel overwhelmed not so much by their own sin as by the infinite love of God. The General Instruction of the Roman Missal states:
“The faithful should kneel at the consecration, unless prevented by reasons of health, lack of space, the large number of people present, or some other good reason. Those who do not kneel ought to make a profound bow when the priest genuflects after the consecration” (no. 43).
We kneel, in fact, not before the memory of a past event, but before the death and resurrection of the Lord, who at that very moment becomes truly present on the altar: and it is precisely because that death is already victorious, is already Easter, that the knee bent before it is never the last word — so that the acclamation “We proclaim your Death, O Lord, and profess your Resurrection until you come again” might, implicitly, sound like standing before the Risen One, living and true. But it is precisely because of this immense love that man can and must rise again, to walk swiftly toward that nuptial encounter which will make us fully sharers in that divine life already within us, and which grants us the honor of standing before God as his children. It is for this same reason that before the tabernacle — before the supreme sign of that love which paid the price for our dignity — the posture that comes to us spontaneously in private adoration is to prostrate ourselves on our knees.
SITTING TO LISTEN
Before the liturgical reform of the Second Vatican Council, sitting in church was, for the assembly, largely a simple matter of practicality; for the various ministers, at times, it was even governed by meticulous choreographic detail: an upright body, hands on the knees, feet together, biretta on the head, various bows… Today, thanks to the Council’s reform, which restored to the liturgy its original sobriety, sitting too has recovered a predominantly symbolic function. Nothing in the liturgy, in fact, should be merely functional or, worse, choreographed and ceremonial. This is why it matters to understand the meaning of these gestures, so as to embrace and perform them with the joy and enthusiasm of one who knows that, through his own person, he becomes in some way a sacramental instrument of proclamation to the world.
A sign of listening. Within a liturgical celebration, sitting takes on precise meanings, free of any ambiguity, and for this reason the posture is not left to individual taste in the moment. First, sitting is a sign of confidential, interior, respectful and meditative listening — a listening that matures deep feelings and courageous decisions. It is surely no accident that, even in human relationships, when we truly wish to make room for listening to another, we sit down facing them.
The norms of the Roman Missal remind us: “When the prayer has ended, the reader goes to the ambo and proclaims the reading; all listen while seated” (GIRM, 89). The rule is clear: it does not say that everyone reads for themselves. For this reason, while acknowledging the real service rendered by the “Mass leaflet,” it remains right and necessary to ask whether the price we pay for it is not too high. For if everyone, or nearly everyone, reads on their own, the symbolic gesture at the root of sitting is emptied of its meaning.
A Word addressed to a people united. But is this attitude of listening really so important? Would it not be enough for each person to read the Word attentively on their own and strive to put it into practice? A great temptation to which we fall victim is that of being largely insensitive to the liturgical dimension, judging everything only in individual and moral-efficiency terms. In doing so, however, we forget that Sacred Scripture is not, first and foremost, a book for meditation, but a word that God addresses to his people — a Word whose primary aim is to build the Church: “The People of God is formed into one, in the first place, through the word of the living God” (Presbyterorum Ordinis, no. 4).
The posture of those who sit attentively to what is proclaimed thus reveals the primary function of the Word of God: to establish a dialogue of love not so much with individuals as with the whole People of God — with the entire assembly considered as a single subject, in which the whole Church is visibly represented and truly present.
Here, then, is the ultimate meaning of every gesture described above: walking, standing, kneeling, sitting are not a script to be performed, nor an ornament veiling words that would otherwise be poor. The body of the assembly, in its moving and in its stillness, does not merely describe the Church’s faith: it enacts it. This is why no liturgical gesture can be left to chance or to the whim of the moment — because it is precisely through these gestures, even before words, that the salvation proclaimed becomes concretely present in the midst of God’s people.
From L’Isola di Patmos, 26 September 2026
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EL LENGUAJE SIMBÓLICO DE LA LITURGIA
Estar de pie o de rodillas durante la oración litúrgica no es en absoluto indiferente. Cada gesto forma parte, en algún modo, de esa dimensión de anuncio e instrucción que es parte integrante de la acción litúrgica, y por tanto no puede dejarse al placer momentáneo de cada uno.
— Pastoral litúrgica —
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Autore
Simone Pifizzi
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La liturgia es sin duda anuncio de salvación, pero sobre todo comunicación concreta de esa salvación, que se expresa también a través de gestos y actitudes. Por eso la liturgia no se sirve solo de palabras, sino también del lenguaje simbólico: utiliza signos que evocan el misterio y que, de algún modo, ya nos dejan saborearlo de antemano, como recuerdan muchas oraciones después de la comunión.
Al preparar una celebración litúrgica no se puede olvidar en absoluto esta dimensión fundamental; de lo contrario se corre el riesgo de sobrevalorar lo secundario y de olvidar lo esencial: de hacer una “ceremonia” espectacular, que satisface la vista pero deja vacío el corazón; se corre el riesgo de decir muchas palabras sin comunicar absolutamente nada.
DEL CAMINAR JUNTOS A LA PROCESIÓN LITÚRGICA
Cuando se habla de procesión, el pensamiento corre enseguida a esas procesiones públicas con imágenes o estatuas de la Virgen María o de los Santos. Procesiones que, a decir verdad, no siempre constituyen un símbolo claro y correcto del misterio cristiano, sobre todo porque en ellas intervienen a menudo elementos pesados de folclore; y digo folclóricos cuando las cosas van bien.
Toda procesión, incluidas las que se hacen en la iglesia durante la Misa (entrada, presentación de los dones, comunión, etc.), tiene como finalidad expresar el camino de la Iglesia, del nuevo pueblo de Dios, hacia el nuevo templo y la nueva Jerusalén (cf. Ap 21,2), siguiendo las huellas de Cristo.
La referencia que podemos hacer, pensando en la procesión, es el Éxodo: acontecimiento que unió en un mismo camino a las doce tribus de Israel. Un camino guiado por Moisés que reúne a todo un pueblo en su más amplia variedad. Un camino que, según la Biblia, tiene un fin fundamentalmente cultual: Dios convoca a su pueblo para que le rinda culto (cf. Ex 5,3). Un camino que se realiza bajo el signo de la unión y que tiene una meta más allá del Mar Rojo, más allá del Jordán, más allá de las aguas de la muerte. Un camino continuamente reconfortado por la presencia real y misteriosa del Señor, que habla a su pueblo y le da la ley de la vida.
La procesión tiene como fin recordarnos esto: somos cristianos si estamos en camino; y este camino no lo recorremos solos, sino junto a otros hermanos, sostenidos y acompañados por la presencia del Resucitado, como bien resumen, en su secuencia, las extraordinarias imágenes del relato de los discípulos que caminan con Jesús hacia Emaús (cf. Lc 24,13-35).
DE PIE Y DE RODILLAS
Estar de pie o de rodillas durante la oración litúrgica no es en absoluto indiferente. Cada gesto forma parte, en algún modo, de esa dimensión de anuncio e instrucción que es parte integrante de la acción litúrgica, y por tanto no puede dejarse al placer momentáneo de cada uno. Las actitudes que deben asumirse durante la celebración litúrgica no son casuales ni están ordenadas a la eficiencia o al orden exterior. No sirven para cambiar de postura para evitar el aburrimiento o el cansancio, ni para hacer la ceremonia más agradable a la vista. Son, más bien, verdaderas acciones simbólicas. Entre ellas, estar de pie es sin duda una de las más importantes y significativas.
De pie porque somos hijos de Dios resucitados con Cristo. La iconografía de las catacumbas presenta siempre la figura del orante de pie. Además, es significativo que el sacerdote, en el altar, diga desde los orígenes todas las oraciones presidenciales de pie. Y es muy significativo que en la Iglesia antigua, según numerosos testimonios autorizados, estuviera incluso prohibido arrodillarse el domingo y durante los cincuenta días de Pascua.
Estar de pie es, por tanto, la actitud normal del cristiano que, aun siendo pecador, es consciente de su dignidad de hijo de Dios, recibida de ese Jesús que murió y resucitó por la salvación de todos.
En la oración litúrgica la Iglesia quiere dar este anuncio. En privado, en cambio, cada uno puede asumir la actitud que prefiera. La reforma conciliar, por tanto, no ha “laicizado” la liturgia, sino que le ha devuelto su carga simbólica y también su función de anuncio para el mundo.
De pie, a la espera del Señor que viene. Estar de pie en la oración litúrgica tiene también un significado ulterior, siempre ligado al anuncio del misterio pascual. Se trata, en efecto, del anuncio escatológico, de la vida cristiana como espera de la venida última de Cristo. Jesús mismo invita a sus discípulos a ser como aquellos siervos que, de pie, con la cintura ceñida y las lámparas encendidas, esperan a su señor cuando vuelve de las bodas, para abrirle en cuanto llega y llama (cf. Lc 12,35).
Con esta conciencia es hermoso y conmovedor orar de pie. Como es hermoso y conmovedor caminar juntos y, de pie, recibir el Cuerpo de Cristo, verdadero maná y pan bajado del cielo, para sostener nuestro camino hacia la eternidad, hacia esos cielos nuevos y esa tierra nueva. Allí, quienes han vencido el pecado con Cristo cantan de pie, eternamente, delante de Dios, el cántico de Moisés y el cántico del Cordero (cf. Ap 15,2-3).
De rodillas sí, pero para levantarse. Estar de rodillas es también una actitud significativa, que sin embargo encuentra su origen y su lugar sobre todo en la oración privada. Expresa la conciencia de la propia pobreza, del propio pecado. Por eso la actitud de arrodillarse entró en la liturgia muy lentamente y con cierta parsimonia, al mismo ritmo que se difundían los ritos penitenciales, ligados sobre todo a la celebración de la penitencia pública. Son escasos los momentos litúrgicos que dan espacio a estar de rodillas; momentos que expresan oportunamente la humilde adoración y la súplica de todo un pueblo que se siente abrumado, no tanto por su propio pecado, cuanto por el amor infinito de Dios. La Ordenación General del Misal Romano dispone:
«Que se arrodillen en la consagración, a no ser que se lo impidan la salud, la estrechez del lugar, el gran número de fieles presentes u otras causas razonables. Quienes no se arrodillen para la consagración hagan una profunda inclinación mientras el sacerdote hace la genuflexión después de la consagración» (n. 43).
Nos arrodillamos, en efecto, no ante el recuerdo de un acontecimiento pasado, sino ante la muerte y resurrección del Señor, que en ese mismo instante se hace realmente presente sobre el altar: y es precisamente porque esa muerte es ya victoriosa, es ya Pascua, por lo que la rodilla doblada ante ella nunca es la última palabra — de modo que la aclamación «Anunciamos tu muerte, proclamamos tu resurrección. ¡Ven, Señor Jesús!» podría sonar implícitamente como de pie ante el Resucitado, vivo y verdadero. Pero es precisamente gracias a este amor tan grande que el hombre puede y debe levantarse para caminar sin demora hacia ese encuentro nupcial que nos hará plenamente partícipes de esa vida divina que ya está en nosotros, y que nos concede el honor de estar de pie ante Dios como hijos. Por eso mismo, ante el sagrario, frente al signo supremo de ese amor que pagó por nuestra dignidad, en la oración privada de adoración la actitud que nos brota espontáneamente es la de postrarnos de rodillas.
SENTADOS PARA ESCUCHAR
Antes de la reforma litúrgica del Concilio Vaticano II, estar sentados en la iglesia era, para la asamblea, una actitud prácticamente funcional; para los distintos ministros, en cambio, a veces estaba regulada incluso por minuciosos detalles coreográficos: cuerpo erguido, manos sobre las rodillas, pies juntos, birreta en la cabeza, inclinaciones varias… Hoy, gracias a la reforma del Concilio que ha devuelto a la liturgia su sobriedad originaria, también estar sentados ha recuperado una función predominantemente simbólica. Nada en la liturgia, en efecto, debe ser simplemente funcional o, peor aún, coreográfico y ceremonial. Por eso es importante conocer el significado de estos gestos para aceptarlos y realizarlos con la alegría y el entusiasmo de quien es consciente de convertirse, de algún modo, con su propia persona, en instrumento sacramental de anuncio para el mundo.
Signo de la escucha. Dentro de una celebración litúrgica, estar sentados asume significados precisos, libres de toda ambigüedad, y por eso esta actitud no se deja al placer individual del momento. En primer lugar, estar sentados es signo de una escucha confidencial, interior, respetuosa y meditativa; una escucha que, por ello, hace madurar los sentimientos profundos y las decisiones valientes. No es casualidad que también en las relaciones humanas, cuando de verdad se quiere dar espacio a la escucha del otro, nos sentemos el uno frente al otro.
Las normas del Misal Romano nos recuerdan: «Terminada la oración colecta, el lector se dirige al ambón y proclama la lectura; todos la escuchan sentados» (OGMR, 89). La norma es clara: no dice que cada uno lea por su cuenta. Por eso, reconociendo el servicio positivo que prestan las “hojitas de Misa”, sigue siendo lícito y necesario preguntarnos si el precio que se paga por ello no es demasiado alto. Si en efecto todos, o casi todos, leen por su cuenta, se vacía de sentido el gesto simbólico que está en el origen de estar sentados.
Una Palabra dirigida a un pueblo unido. Pero ¿es realmente tan importante esta actitud de escucha que acabamos de describir? ¿No bastaría con que cada uno leyera la Palabra por su cuenta, con atención, y se esforzara por ponerla en práctica? Una gran tentación de la que somos víctimas es la de ser extremadamente insensibles a la dimensión litúrgica y valorar las cosas solo en clave individual y de eficacia moral. Al hacerlo, sin embargo, olvidamos que la Sagrada Escritura no es, en primer lugar, un libro de meditación, sino una palabra que Dios dirige a su pueblo; una Palabra cuyo fin principal es hacer la Iglesia: «El pueblo de Dios se congrega ante todo por medio de la palabra del Dios vivo» (Presbyterorum Ordinis, n. 4).
La actitud de quienes permanecen sentados y atentos a lo que se proclama revela, por tanto, la función primaria de la Palabra de Dios: instaurar un diálogo de amor no tanto con los individuos cuanto con todo el pueblo de Dios, con toda la asamblea considerada como un único sujeto, en el cual está visiblemente representada y realmente presente toda la Iglesia.
He aquí, entonces, el sentido último de cada gesto aquí descrito: caminar, estar de pie, arrodillarse, sentarse no son un guion que se recita ni un adorno que disimula palabras por lo demás pobres. El cuerpo de la asamblea, en su moverse y en su detenerse, no describe simplemente la fe de la Iglesia: la realiza. Por eso ningún gesto litúrgico puede dejarse al azar o al placer del momento — porque es precisamente a través de esos gestos, antes incluso que a través de las palabras, como la salvación anunciada se hace concretamente presente en medio de su pueblo.
Desde L’Isola di Patmos, 26 de septiembre de 2026
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Può un prete ordinare un altro prete? Dalle bolle del Quattrocento alle balle odierne di Alessandro Minutella successore autoproclamato di Benedetto XVI
/in Teologia e diritto canonico/da Padre ArielPUÒ UN PRETE ORDINARE UN ALTRO PRETE? DALLE BOLLE DEL QUATTROCENTO ALLE BALLE ODIERNE DI ALESSANDRO MINUTELLA SUCCESSORE AUTOPROCLAMATO DI BENEDETTO XVI
E qui sì che viene da chiedersi come mai Erasmo da Rotterdam, per scrivere il suo Elogio della follia, abbia dovuto affidare la parola alla Follia, lasciandola parlare in prima persona di se stessa: almeno lei, nella finzione letteraria, sapeva di essere folle. Minutella no: la sicumera di due dottorati spesi così male gliela nasconde persino a se stesso.
— Teologia e diritto canonico —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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C’è un mattacchione che si presenta al mondo ricordando in maniera martellante di essere «due volte teologo», «due volte dottore in teologia», cosa alquanto insolita. Proprio quei preti che hanno conseguito i massimi gradi accademici sono consapevoli più di chiunque altro — e lo sono proprio per una reale ed effettiva alta formazione teologica — che per un presbitero non esiste grado o titolo che sia superiore al sacerdozio ministeriale.
Per chi non lo avesse capito il mattacchione in questione è Alessandro Minutella, incorso in scomunica latae sententiae per scisma ed eresia, in seguito dimesso dallo stato clericale — il che già la dice lunga su cosa i due dottorati gli abbiano insegnato a fare — il quale oggi va ventilando che un presbitero potrebbe ordinare altri presbiteri senza essere vescovo, ossia depositario della pienezza del sacerdozio apostolico, invocando in tal senso non meglio precisati «stati di necessità», in quanto la attuale sarebbe una falsa Chiesa e quello regnante un falso Sommo Pontefice. Detta in brevi parole: ha radunato nella sua esotica combriccola un gruppo di sedicenti seminaristi e adesso si sta ponendo il problema di come ordinarli presbiteri in questo “stato di necessità”.
Lasciamo da parte le suggestioni del mattacchione, perché la questione che pone, presa in sé, non è affatto stupida, come invece potrebbe apparire il suo estensore. È anzi una delle questioni più delicate di tutta la dogmatica sacramentaria, che da sempre è la sfera più complessa e delicata dell’intero impianto teologico-dogmatico. Il problema è che alla domanda giusta, come vedremo, ha dato la risposta sbagliata, tanto che i suoi due dottorati non gli sono bastati ad accorgersene.
Cominciamo dunque dal serio quesito: un presbitero può ordinarne un altro senza essere vescovo? Sarebbe comodo rispondere con un no secco replicando che solo il vescovo ordina, da sempre, discorso chiuso. Invece la storia della Chiesa è molto più complessa di quanto possano immaginare gli apprendisti stregoni spacciatori di emotivi devozionismi surreali. Nel tardo Medioevo tre bolle pontificie autorizzarono realmente degli abati — semplici presbiteri, non vescovi — a ordinare i propri monaci. Nel 1489 Innocenzo VIII, con la bolla Exposcit tuae devotionis, concesse all’abate cistercense di Cîteaux e ai quattro abati delle case figlie il potere di ordinare suddiaconi e diaconi, senza menzione dei presbiteri: alcuni studiosi sospettano peraltro che la stessa copia a stampa di questa bolla non sia fedele all’originale, dal momento che un’ispezione diretta negli Archivi Vaticani non avrebbe trovato menzione nemmeno del diaconato nel testo autentico conservato. Un secolo prima, nel 1400, Bonifacio IX aveva concesso lo stesso privilegio all’abate del monastero inglese di Saint Osyth, nell’Essex, con la bolla Sacrae religionis, salvo revocarlo il 6 febbraio 1403 con la bolla Apostolicae Sedis, sotto le proteste furibonde del vescovo locale, che di quell’intromissione nel proprio territorio aveva ben donde di lamentarsi, ed aveva ragione a farlo. Nel 1427 Martino V concesse un privilegio analogo all’abate cistercense di Altzella, in Sassonia, con la bolla Gerentes ad vos.
Questi privilegi non nacquero a opera di qualche fulminato che dichiarò invalido il regnante pontefice nonché i Sacramenti e le Sante Messe celebrate dai preti di tutto il mondo in comunione con lui, ma da ragioni pratiche e politiche molto concrete. Le grandi abbazie cistercensi come Cîteaux godevano di “esenzione” in virtù della quale dipendevano direttamente dalla Sede Apostolica, non dal vescovo locale. Mandare i monaci dal vescovo diocesano per le ordinazioni — o peggio farlo venire in abbazia — creava tensioni giurisdizionali che i Pontefici preferivano evitare, anche perché l’abate sarebbe stato costretto a cedere il proprio posto all’episcopo con tutti i diritti liturgici di precedenza. C’era poi un fattore più semplice e meno complesso di quanto si possa credere: nel Quattrocento viaggiare significava esporsi a guerre, epidemie, strade dissestate, nonché a un banditismo spesso organizzato e violento, capace di uccidere persino per un magro bottino. Permettere all’abate di ordinare i propri monaci in casa garantiva la continuità della vita liturgica senza rischiare vite umane sulle strade. E nel caso specifico di Bonifacio IX, c’è un dato politico che spiega la sua generosità: egli regnava nel pieno dello Scisma d’Occidente, iniziato nel 1378 con la doppia elezione contestata che oppose Urbano VI a Clemente VII e destinato a durare fino al 1417, con più Pontefici rivali in carica contemporaneamente. Concedere privilegi straordinari a monasteri fedeli era anche un modo per assicurarsene la lealtà in un momento di massima fragilità dell’autorità pontificia. Fatti, non leggende, con le loro ragioni: la storia della Chiesa registra davvero momenti in cui un non-vescovo ha validamente ordinato sacerdoti, per privilegio scritto e in circostanze precise; non si trattò di un’anomalia richiusa in fretta: il privilegio cistercense risulta ancora in uso almeno fino al primo Seicento.
Ecco però il punto che al mattacchione non hanno insegnato a vedere i suoi due dottorati: quelle non furono mai iniziative prese dal basso, ma concessioni positive del Romano Pontefice: atti giuridici espliciti, scritti, datati e motivati verso soggetti nominati e in circostanze nominate, non facoltà presunte o dedotte per consuetudine. L’Abate di Cîteaux non si svegliò una mattina convinto di trovarsi in uno «stato di necessità» e non prese in mano il pontificale di propria iniziativa cominciando a ordinare presbiteri i suoi monaci: attese che Roma gliene desse facoltà per iscritto. È una differenza che sembra piccola e invece è tutto: l’eccezione, quando è esistita, è sempre discesa dall’alto verso il basso, mai risalita dal basso verso l’alto per autoattribuzione del singolo. Un presbitero che sprofonda nel complesso del novello Atanasio di Alessandria, che decide quindi di trovarsi in stato di necessità e agisce motu proprio di conseguenza non sta rivendicando un’eccezione storicamente documentata: sta facendo un’altra cosa, che quelle bolle — con le loro ragioni precise, oggi finalmente esplicitate — non giustificano in alcun modo.
Tutt’oggi resta aperta tra i teologi la domanda più tecnica su questo punto: sul piano dottrinale il Concilio Vaticano II ha chiuso in modo definitivo la questione se l’episcopato fosse un grado sacramentale a sé o una semplice dignità giurisdizionale aggiunta al sacerdozio. Il magistero stabilisce che la consacrazione episcopale conferisce «la pienezza del Sacramento dell’Ordine» (Lumen Gentium n. 21) e che questa pienezza — non un semplice supplemento di potere di governo — è ciò che abilita a trasmettere l’Ordine ad altri. Il Codice di Diritto Canonico vigente lo traduce in norma positiva: «Il ministro dell’ordinazione sacra è il Vescovo consacrato» (can. 1012). Resta però viva, tra i canonisti e i teologi, la teoria della potestas ligata: secondo questa lettura, il potere di ordinare sarebbe già radicalmente presente nel sacerdote fin dalla propria ordinazione presbiterale, ma “legato”, ossia reso inesercitabile finché non intervenga uno scioglimento per volontà pontificia, esattamente come già avviene per la Confermazione, che il diritto vigente riserva ordinariamente al vescovo ma che qualsiasi presbitero può amministrare validamente in circostanze determinate dalla legge stessa o su delega del vescovo. Su questo specifico punto ho mutato accento rispetto allo studio che feci sul diaconato quindici anni fa (cfr. qui), dove lasciavo la domanda sulla validità più aperta e inquietante. Da allora ho maturato la convinzione che sostengo tuttora: la teoria della potestas ligata renda meglio ragione sia della validità sacramentale sia della gravità della sua indebita autoattribuzione. Su questo punto specifico, quindi, non esiste una definizione dogmatica che escluda in radice ogni futura disposizione pontificia: la certezza attuale, piena e non controversa, riguarda solo l’impossibilità che un presbitero possa attribuirsi da sé quel potere, non l’impossibilità assoluta che il Sommo Pontefice, in futuro, possa ancora scioglierlo per altri.
Tutte le funzioni del vescovo possono essere esercitate anche da un presbitero non rivestito della pienezza del sacerdozio apostolico: quanti vicari apostolici governano con tutte le prerogative di un ordinario diocesano delle circoscrizioni ecclesiastiche in terre di missione? Altrettanto i vari abati delle storiche abbazie territoriali con annesse parrocchie dipendenti dalla loro giurisdizione, anch’essi non rivestiti del carattere episcopale. Pure chi scrive non è vescovo, ma avvalendosi delle previste facoltà canoniche concesse a un presbitero amministrò il Sacramento della Confermazione a un morente che, oltre a ricevere il Sacramento dell’Unzione degli Infermi espresse il desiderio di poter essere anche cresimato, esercitando in quel caso una facoltà straordinaria riconosciuta dal diritto ipso iure. Se quindi ci pensiamo bene, l’unica potestà al momento non delegabile è la sacra ordinazione di diaconi e presbiteri, riservate esclusivamente al vescovo. Pur essendo stata anch’essa, in passato, delegata a chi non era rivestito del carattere episcopale.
Chi sostiene che la tripartizione in vescovi, presbiteri e diaconi sia uno sviluppo storico successivo e non un dato immediatamente evidente nei Vangeli, non sta dicendo una assurdità, ma leggendo i testi per quello che dicono, anche perché, quando si parte dal Sacramento dell’Ordine come unico ma diviso in tre gradi, subentra un’altra problematicità, oggetto anch’essa di legittima disputa teologica: il sacerdozio, istituito da Cristo in un’unica soluzione e non certo in tre gradi, è di istituzione divina, mentre il diaconato, ideato dagli apostoli, è di istituzione apostolica. Così l’unico sacerdozio diviso in tre gradi si ritrova a racchiudere sia il grado d’istituzione divina sia il grado d’istituzione apostolica: cosa, questa, sulla quale si potrebbe molto dibattere. Rimandando al mio studio già richiamato sopra (cfr. qui), personalmente considero quella del ministero diaconale una vocazione a sé stante e ben distinta dal ministero sacerdotale. In modo particolare oggi che il diaconato permanente, caduto in disuso per un millennio nel corso del quale divenne solo una tappa di passaggio per il presbiterato, è stato nuovamente istituito dal Concilio Vaticano II.
A questo punto un lettore smaliziato potrebbe obiettare che la Chiesa si sta comunque muovendo sul filo di un’invenzione tardiva. E qui è onesto, prima di rispondere, dare voce all’obiezione con profonda onestà intellettuale. Perché è un’obiezione seria e chi la solleva ha buoni argomenti dalla propria parte. Nel Nuovo Testamento i termini episkopos (ἐπίσκοπος, sorvegliante) e presbyteros (πρεσβύτερος, anziano) non designano due gradi distinti, ma la stessa identica figura: negli Atti degli Apostoli, Paolo convoca gli «anziani» (πρεσβύτεροι, presbyteroi) di Efeso e li chiama, nello stesso discorso, «sorveglianti» (ἐπίσκοποι, episkopoi) del gregge (cfr. At 20, 17.28); nella Lettera a Tito le due parole si alternano senza soluzione di continuità nello spazio di pochi versetti (cfr. Tt 1, 5.7); nella Lettera ai Filippesi, Paolo saluta «i vescovi e i diaconi» della comunità, al plurale, segno che a Filippi, come altrove, non esisteva ancora un vescovo unico a capo della città (cfr. Fil 1, 1). Ma soprattutto è Pietro stesso, designato da Cristo in persona a capo del Collegio degli Apostoli, a definirsi «sympresbýteros» (συμπρεσβύτερος) — letteralmente “compresbitero”, anziano come loro (cfr. 1 Pt 5, 1) — pur essendo, per unanime dottrina cattolica, il primo tra gli Apostoli. La figura del vescovo monarchico, unico e distinto dal collegio dei presbiteri, si consolida agli inizi del II secolo e trova il suo primo grande testimone in Ignazio di Antiochia, che nelle sue lettere insiste con una frequenza quasi ossessiva sull’obbedienza dovuta al vescovo, proprio perché, all’epoca, quell’autorità andava ancora consolidata, non era un dato pacifico da generazioni (cfr. Ignazio di Antiochia, in part. Ad Smyrnaeos, Ad Magnesios).
Come risponde la teologia cattolica a questo, senza fingere che la domanda non sia legittima? Non tornando alla lettera dei Vangeli, ma a un concetto più ampio: quello dello sviluppo del dogma sotto l’assistenza dello Spirito Santo. Per la dottrina cattolica, Cristo non ha lasciato ai suoi Apostoli una struttura gerarchica già definita nei minimi dettagli; ha affidato loro un «germe» — la pienezza della sua missione — che la Chiesa, guidata dallo Spirito promesso, ha compreso e articolato nel tempo, senza per questo tradirlo. È lo stesso principio per cui la Chiesa non considera la Rivelazione, conclusa con la morte dell’ultimo Apostolo, un deposito statico. Il magistero insegna che la Tradizione di origine apostolica «progredisce» nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo, non aggiungendo verità nuove a quelle già rivelate una volta per tutte, ma facendo crescere la comprensione che di esse ha la Chiesa, secolo dopo secolo (Dei Verbum n. 8). In questa luce, la nascita storica del vescovo monarchico non è un’invenzione arbitraria calata dall’esterno, ma la maturazione organica di ciò che era già contenuto, in germe, nel mandato apostolico originario. Si può obiettare che questa risposta, per quanto coerente, resta pur sempre uno sforzo interpretativo notevole, una forzatura, appunto, se si guarda alla nuda lettera del Nuovo Testamento, ed è lecito pensarlo. Ma qui arriva il punto che all’eccelso bi-dottore conviene poco: anche concedendo tutto questo, anche ammettendo fino in fondo che la tripartizione sia uno sviluppo storico successivo e non un dato immediato dei Vangeli, la sua pretesa non ne guadagna un solo grammo di legittimità. Perché in nessuna delle due letture — né quella tradizionale, che vede nell’episcopato la pienezza voluta da sempre, né quella più critica, che la vede come sviluppo tardivo — il potere di concedere un’eccezione è mai stato nelle mani del singolo presbitero. Nella lettura medievale, quel potere restava comunque saldamente nelle mani del Romano Pontefice, che doveva concederlo per iscritto. Nella lettura più critica e “storicista”, quel potere nasce da un processo comunitario, ecclesiale, guidato nei secoli, mai da un’autoproclamazione individuale. La critica storica più radicale alla dottrina attuale, lungi dal fare da alibi a Minutella, è semmai l’argomento che lo smentisce con più forza: gli toglie perfino la scusa di poter dire che la Chiesa nasconde la propria storia.
Il problema, in fondo, non è mai stato teologico. Un presbitero scomunicato per eresia e scisma può accumulare tutti i dottorati che vuole: quello che gli manca non è la sacra teologia, nella quale difetta a livelli che spaziano tra comico e grossolano; ciò che gli manca è l’autorità: quella che lui per primo ha reciso il giorno in cui ha scelto lo strappo dalla comunione con la Chiesa, che versa indubbiamente in un momento di crisi senza precedenti storici, ma che proprio per questo ci offre di superare la più temibile delle prove: la grande prova della fede. Purtroppo, Minutella, si è precluso la possibilità stessa di superare la prova, però è due volte dottore in uno stato di necessità col complesso ossessivo-compulsivo dell’Atanasio di Alessandria.
Ma d’altronde stiamo parlando di un mattacchione che si reputa in coscienza legittimo successore del Sommo Pontefice Benedetto XVI, dunque a follia si somma follia.
E qui sì che viene da chiedersi come mai Erasmo da Rotterdam, per scrivere il suo Elogio della follia, abbia dovuto affidare la parola alla Follia, lasciandola parlare in prima persona di se stessa: almeno lei, nella finzione letteraria, sapeva di essere folle. Minutella no: la sicumera di due dottorati spesi così male gliela nasconde persino a se stesso. E, come tutti i fragili afflitti da un malcelato complesso di inferiorità, ha bisogno di auto-attribuirsi la cultura e il carisma che non ha ripetendo in modo ossessivo-compulsivo «sono due volte teologo … sono due volte dottore in teologia».
Dall’Isola di Patmos, 15 settembre 2026
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I Padri dell’Isola di Patmos
Emma Bonino e la morte di una donna triste. La pietà non cancella quella verità di cui è figlia, altrimenti sarebbe solo pietismo
/in Attualità/da Padre ArielEMMA BONINO E LA MORTE DI UNA DONNA TRISTE. LA PIETÀ NON CANCELLA QUELLA VERITÀ DI CUI È FIGLIA, ALTRIMENTI SAREBBE SOLO PIETISMO
In Paradiso c’è un esercito di creature angeliche che devono la conquista della loro beatitudine eterna a quel battesimo di sangue nel martirio chiamato aborto.
— Attualità —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Prima di scrivere questo articolo mi sono interrogato come cristiano, sacerdote e teologo sul rapporto tra pietà e verità.

(Emma Bonino, foto ANSA)
Un Senatore della Repubblica, che in gioventù fu molto vicino a Marco Pannella ed Emma Bonino, mi descrisse il primo come un uomo solare e allegro, al di là delle sue pubbliche rappresentazioni provocatorie dinanzi alle telecamere, che avevano una ragione voluta, a volte studiata o persino scientifica: «Marco Pannella» mi narrava «aveva uno sguardo e degli occhi ridenti». Tutt’altra descrizione riguardo la seconda: «Emma Bonino era una donna triste, i suoi occhi erano malinconici anche quando rideva».
Fumatrice incallita, non ha mai smesso di fumare nemmeno dopo la diagnosi del tumore al polmone che l’ha segnata per un decennio, giunta infine alla morte dopo una lunga malattia respiratoria. Sulla sua coerenza, o forse sulla mancanza della stessa, ritengo legittimo interrogarmi: come mai colei che condusse per anni le sue battaglie perché fosse approvata una legge sull’eutanasia non ha chiamato Marco Cappato, prestatosi più volte in prima persona ad accompagnare altri verso il suicidio assistito? Sull’aborto, invece, non ci poniamo la stessa domanda: fu lei stessa, negli anni Settanta, a dare l’esempio in prima persona, immortalata con una pompa da bicicletta in mano usata per praticare aborti clandestini. Due battaglie, due coerenze diverse: su una, l’aborto, scelse il gesto diretto, sull’altra, l’eutanasia, giunta al momento della propria fine, preferì la strada opposta a quella per cui aveva lottato affinché diventasse legge per tutti.
Tutti ricordiamo questa donna triste che non perdeva occasione per definire l’aborto come una «grande conquista sociale», definendo la legge n. 194 del 1978, che regola la soppressione legalizzata di un essere umano, «un esempio di civiltà». E qui la mente non può che correre a una figura del tutto diversa: Daniele Capezzone, attualmente direttore del quotidiano romano Il Tempo, in passato parlamentare e segretario dei Radicali Italiani dal 2001 al 2007. Daniele Capezzone, che è un laico e un liberale a tutto tondo, più volte, dibattendo in vari programmi televisivi sulle reti Mediaset, ha definito l’aborto «una tragedia» e la legge n. 194 «una necessità», affermando di provare «disagio nel sentirlo definire ‘grande conquista’». Ecco la differenza che mi preme sottolineare: con chi — pur dissentendo da me nella dottrina che considera sacra la vita sin dal momento del concepimento —, riconosce all’aborto il peso morale di una tragedia da contenere, il dialogo resta possibile, persino fecondo. Con chi ne ha fatto un vanto e un trofeo da esibire come «grande conquista», il dialogo si arresta prima ancora di cominciare: non per chiusura mia, ma perché tra chi piange un male che ritiene necessario e chi invece lo festeggia come un bene non c’è terreno comune su cui incontrarsi, specie quando in gioco c’è la vita umana.
Io che credo all’immortalità dell’anima e alla vita eterna, non so quali siano state le sorti di Emma Bonino, quando chiusi gli occhi a questa vita li ha riaperti dinanzi al giudizio immediato di Dio. Una cosa è certa nella mia fede: in Paradiso c’è un esercito di creature angeliche che devono la conquista della loro beatitudine eterna a quel battesimo di sangue nel martirio chiamato aborto. E sono certo che questi Angeli, i primi a poter comprendere per intero il peso di una vita spesa contro la loro stessa esistenza, sapranno intercedere presso Dio con una misericordia più grande di qualunque giudizio umano, perché a Lui solo spetta l’ultima parola su questa donna triste.
Dall’Isola di Patmos, 11 settembre 2026
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Un doveroso resoconto ai Lettori con dovuta trasparenza e profonda gratitudine
/in Attualità/da Jorge Facio LinceIl sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»
(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma
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