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Può un prete ordinare un altro prete? Dalle bolle del Quattrocento alle balle odierne di Alessandro Minutella successore autoproclamato di Benedetto XVI

15 Settembre 2026/in Teologia e diritto canonico/da Padre Ariel

PUÒ UN PRETE ORDINARE UN ALTRO PRETE? DALLE BOLLE DEL  QUATTROCENTO ALLE BALLE ODIERNE DI ALESSANDRO MINUTELLA SUCCESSORE AUTOPROCLAMATO DI BENEDETTO XVI

E qui sì che viene da chiedersi come mai Erasmo da Rotterdam, per scrivere il suo Elogio della follia, abbia dovuto affidare la parola alla Follia, lasciandola parlare in prima persona di se stessa: almeno lei, nella finzione letteraria, sapeva di essere folle. Minutella no: la sicumera di due dottorati spesi così male gliela nasconde persino a se stesso.

— Teologia e diritto canonico —

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Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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C’è un mattacchione che si presenta al mondo ricordando in maniera martellante di essere «due volte teologo», «due volte dottore in teologia», cosa alquanto insolita. Proprio quei preti che hanno conseguito i massimi gradi accademici sono consapevoli più di chiunque altro — e lo sono proprio per una reale ed effettiva alta formazione teologica — che per un presbitero non esiste grado o titolo che sia superiore al sacerdozio ministeriale.

Per chi non lo avesse capito il mattacchione in questione è Alessandro Minutella, incorso in scomunica latae sententiae per scisma ed eresia, in seguito dimesso dallo stato clericale — il che già la dice lunga su cosa i due dottorati gli abbiano insegnato a fare — il quale oggi va ventilando che un presbitero potrebbe ordinare altri presbiteri senza essere vescovo, ossia depositario della pienezza del sacerdozio apostolico, invocando in tal senso non meglio precisati «stati di necessità», in quanto la attuale sarebbe una falsa Chiesa e quello regnante un falso Sommo Pontefice. Detta in brevi parole: ha radunato nella sua esotica combriccola un gruppo di sedicenti seminaristi e adesso si sta ponendo il problema di come ordinarli presbiteri in questo “stato di necessità”.

Lasciamo da parte le suggestioni del mattacchione, perché la questione che pone, presa in sé, non è affatto stupida, come invece potrebbe apparire il suo estensore. È anzi una delle questioni più delicate di tutta la dogmatica sacramentaria, che da sempre è la sfera più complessa e delicata dell’intero impianto teologico-dogmatico. Il problema è che alla domanda giusta, come vedremo, ha dato la risposta sbagliata, tanto che i suoi due dottorati non gli sono bastati ad accorgersene.

Cominciamo dunque dal serio quesito: un presbitero può ordinarne un altro senza essere vescovo? Sarebbe comodo rispondere con un no secco replicando che solo il vescovo ordina, da sempre, discorso chiuso. Invece la storia della Chiesa è molto più complessa di quanto possano immaginare gli apprendisti stregoni spacciatori di emotivi devozionismi surreali. Nel tardo Medioevo tre bolle pontificie autorizzarono realmente degli abati — semplici presbiteri, non vescovi — a ordinare i propri monaci. Nel 1489 Innocenzo VIII, con la bolla Exposcit tuae devotionis, concesse all’abate cistercense di Cîteaux e ai quattro abati delle case figlie il potere di ordinare suddiaconi e diaconi, senza menzione dei presbiteri: alcuni studiosi sospettano peraltro che la stessa copia a stampa di questa bolla non sia fedele all’originale, dal momento che un’ispezione diretta negli Archivi Vaticani non avrebbe trovato menzione nemmeno del diaconato nel testo autentico conservato. Un secolo prima, nel 1400, Bonifacio IX aveva concesso lo stesso privilegio all’abate del monastero inglese di Saint Osyth, nell’Essex, con la bolla Sacrae religionis, salvo revocarlo il 6 febbraio 1403 con la bolla Apostolicae Sedis, sotto le proteste furibonde del vescovo locale, che di quell’intromissione nel proprio territorio aveva ben donde di lamentarsi, ed aveva ragione a farlo. Nel 1427 Martino V concesse un privilegio analogo all’abate cistercense di Altzella, in Sassonia, con la bolla Gerentes ad vos.

Questi privilegi non nacquero a opera di qualche fulminato che dichiarò invalido il regnante pontefice nonché i Sacramenti e le Sante Messe celebrate dai preti di tutto il mondo in comunione con lui, ma da ragioni pratiche e politiche molto concrete. Le grandi abbazie cistercensi come Cîteaux godevano di “esenzione” in virtù della quale dipendevano direttamente dalla Sede Apostolica, non dal vescovo locale. Mandare i monaci dal vescovo diocesano per le ordinazioni — o peggio farlo venire in abbazia — creava tensioni giurisdizionali che i Pontefici preferivano evitare, anche perché l’abate sarebbe stato costretto a cedere il proprio posto all’episcopo con tutti i diritti liturgici di precedenza. C’era poi un fattore più semplice e meno complesso di quanto si possa credere: nel Quattrocento viaggiare significava esporsi a guerre, epidemie, strade dissestate, nonché a un banditismo spesso organizzato e violento, capace di uccidere persino per un magro bottino. Permettere all’abate di ordinare i propri monaci in casa garantiva la continuità della vita liturgica senza rischiare vite umane sulle strade. E nel caso specifico di Bonifacio IX, c’è un dato politico che spiega la sua generosità: egli regnava nel pieno dello Scisma d’Occidente, iniziato nel 1378 con la doppia elezione contestata che oppose Urbano VI a Clemente VII e destinato a durare fino al 1417, con più Pontefici rivali in carica contemporaneamente. Concedere privilegi straordinari a monasteri fedeli era anche un modo per assicurarsene la lealtà in un momento di massima fragilità dell’autorità pontificia. Fatti, non leggende, con le loro ragioni: la storia della Chiesa registra davvero momenti in cui un non-vescovo ha validamente ordinato sacerdoti, per privilegio scritto e in circostanze precise; non si trattò di un’anomalia richiusa in fretta: il privilegio cistercense risulta ancora in uso almeno fino al primo Seicento.

Ecco però il punto che al mattacchione non hanno insegnato a vedere i suoi due dottorati: quelle non furono mai iniziative prese dal basso, ma concessioni positive del Romano Pontefice: atti giuridici espliciti, scritti, datati e motivati verso soggetti nominati e in circostanze nominate, non facoltà presunte o dedotte per consuetudine. L’Abate di Cîteaux non si svegliò una mattina convinto di trovarsi in uno «stato di necessità» e non prese in mano il pontificale di propria iniziativa cominciando a ordinare presbiteri i suoi monaci: attese che Roma gliene desse facoltà per iscritto. È una differenza che sembra piccola e invece è tutto: l’eccezione, quando è esistita, è sempre discesa dall’alto verso il basso, mai risalita dal basso verso l’alto per autoattribuzione del singolo. Un presbitero che sprofonda nel complesso del novello Atanasio di Alessandria, che decide quindi di trovarsi in stato di necessità e agisce motu proprio di conseguenza non sta rivendicando un’eccezione storicamente documentata: sta facendo un’altra cosa, che quelle bolle — con le loro ragioni precise, oggi finalmente esplicitate — non giustificano in alcun modo.

Tutt’oggi resta aperta tra i teologi la domanda più tecnica su questo punto: sul piano dottrinale il Concilio Vaticano II ha chiuso in modo definitivo la questione se l’episcopato fosse un grado sacramentale a sé o una semplice dignità giurisdizionale aggiunta al sacerdozio. Il magistero stabilisce che la consacrazione episcopale conferisce «la pienezza del Sacramento dell’Ordine» (Lumen Gentium n. 21) e che questa pienezza — non un semplice supplemento di potere di governo — è ciò che abilita a trasmettere l’Ordine ad altri. Il Codice di Diritto Canonico vigente lo traduce in norma positiva: «Il ministro dell’ordinazione sacra è il Vescovo consacrato» (can. 1012). Resta però viva, tra i canonisti e i teologi, la teoria della potestas ligata: secondo questa lettura, il potere di ordinare sarebbe già radicalmente presente nel sacerdote fin dalla propria ordinazione presbiterale, ma “legato”, ossia reso inesercitabile finché non intervenga uno scioglimento per volontà pontificia, esattamente come già avviene per la Confermazione, che il diritto vigente riserva ordinariamente al vescovo ma che qualsiasi presbitero può amministrare validamente in circostanze determinate dalla legge stessa o su delega del vescovo. Su questo specifico punto ho mutato accento rispetto allo studio che feci sul diaconato quindici anni fa (cfr. qui), dove lasciavo la domanda sulla validità più aperta e inquietante. Da allora ho maturato la convinzione che sostengo tuttora: la teoria della potestas ligata renda meglio ragione sia della validità sacramentale sia della gravità della sua indebita autoattribuzione. Su questo punto specifico, quindi, non esiste una definizione dogmatica che escluda in radice ogni futura disposizione pontificia: la certezza attuale, piena e non controversa, riguarda solo l’impossibilità che un presbitero possa attribuirsi da sé quel potere, non l’impossibilità assoluta che il Sommo Pontefice, in futuro, possa ancora scioglierlo per altri.

Tutte le funzioni del vescovo possono essere esercitate anche da un presbitero non rivestito della pienezza del sacerdozio apostolico: quanti vicari apostolici governano con tutte le prerogative di un ordinario diocesano delle circoscrizioni ecclesiastiche in terre di missione? Altrettanto i vari abati delle storiche abbazie territoriali con annesse parrocchie dipendenti dalla loro giurisdizione, anch’essi non rivestiti del carattere episcopale. Pure chi scrive non è vescovo, ma avvalendosi delle previste facoltà canoniche concesse a un presbitero amministrò il Sacramento della Confermazione a un morente che, oltre a ricevere il Sacramento dell’Unzione degli Infermi espresse il desiderio di poter essere anche cresimato, esercitando in quel caso una facoltà straordinaria riconosciuta dal diritto ipso iure. Se quindi ci pensiamo bene, l’unica potestà al momento non delegabile è la sacra ordinazione di diaconi e presbiteri, riservate esclusivamente al vescovo. Pur essendo stata anch’essa, in passato, delegata a chi non era rivestito del carattere episcopale.

Chi sostiene che la tripartizione in vescovi, presbiteri e diaconi sia uno sviluppo storico successivo e non un dato immediatamente evidente nei Vangeli, non sta dicendo una assurdità, ma leggendo i testi per quello che dicono, anche perché, quando si parte dal Sacramento dell’Ordine come unico ma diviso in tre gradi, subentra un’altra problematicità, oggetto anch’essa di legittima disputa teologica: il sacerdozio, istituito da Cristo in un’unica soluzione e non certo in tre gradi, è di istituzione divina, mentre il diaconato, ideato dagli apostoli, è di istituzione apostolica. Così l’unico sacerdozio diviso in tre gradi si ritrova a racchiudere sia il grado d’istituzione divina sia il grado d’istituzione apostolica: cosa, questa, sulla quale si potrebbe molto dibattere. Rimandando al mio studio già richiamato sopra (cfr. qui), personalmente considero quella del ministero diaconale una vocazione a sé stante e ben distinta dal ministero sacerdotale. In modo particolare oggi che il diaconato permanente, caduto in disuso per un millennio nel corso del quale divenne solo una tappa di passaggio per il presbiterato, è stato nuovamente istituito dal Concilio Vaticano II.

A questo punto un lettore smaliziato potrebbe obiettare che la Chiesa si sta comunque muovendo sul filo di un’invenzione tardiva. E qui è onesto, prima di rispondere, dare voce all’obiezione con profonda onestà intellettuale. Perché è un’obiezione seria e chi la solleva ha buoni argomenti dalla propria parte. Nel Nuovo Testamento i termini episkopos (ἐπίσκοπος, sorvegliante) e presbyteros (πρεσβύτερος, anziano) non designano due gradi distinti, ma la stessa identica figura: negli Atti degli Apostoli, Paolo convoca gli «anziani» (πρεσβύτεροι, presbyteroi) di Efeso e li chiama, nello stesso discorso, «sorveglianti» (ἐπίσκοποι, episkopoi) del gregge (cfr. At 20, 17.28); nella Lettera a Tito le due parole si alternano senza soluzione di continuità nello spazio di pochi versetti (cfr. Tt 1, 5.7); nella Lettera ai Filippesi, Paolo saluta «i vescovi e i diaconi» della comunità, al plurale, segno che a Filippi, come altrove, non esisteva ancora un vescovo unico a capo della città (cfr. Fil 1, 1). Ma soprattutto è Pietro stesso, designato da Cristo in persona a capo del Collegio degli Apostoli, a definirsi «sympresbýteros» (συμπρεσβύτερος) — letteralmente “compresbitero”, anziano come loro (cfr. 1 Pt 5, 1) — pur essendo, per unanime dottrina cattolica, il primo tra gli Apostoli. La figura del vescovo monarchico, unico e distinto dal collegio dei presbiteri, si consolida agli inizi del II secolo e trova il suo primo grande testimone in Ignazio di Antiochia, che nelle sue lettere insiste con una frequenza quasi ossessiva sull’obbedienza dovuta al vescovo, proprio perché, all’epoca, quell’autorità andava ancora consolidata, non era un dato pacifico da generazioni (cfr. Ignazio di Antiochia, in part. Ad Smyrnaeos, Ad Magnesios).

Come risponde la teologia cattolica a questo, senza fingere che la domanda non sia legittima? Non tornando alla lettera dei Vangeli, ma a un concetto più ampio: quello dello sviluppo del dogma sotto l’assistenza dello Spirito Santo. Per la dottrina cattolica, Cristo non ha lasciato ai suoi Apostoli una struttura gerarchica già definita nei minimi dettagli; ha affidato loro un «germe» — la pienezza della sua missione — che la Chiesa, guidata dallo Spirito promesso, ha compreso e articolato nel tempo, senza per questo tradirlo. È lo stesso principio per cui la Chiesa non considera la Rivelazione, conclusa con la morte dell’ultimo Apostolo, un deposito statico. Il magistero insegna che la Tradizione di origine apostolica «progredisce» nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo, non aggiungendo verità nuove a quelle già rivelate una volta per tutte, ma facendo crescere la comprensione che di esse ha la Chiesa, secolo dopo secolo (Dei Verbum n. 8). In questa luce, la nascita storica del vescovo monarchico non è un’invenzione arbitraria calata dall’esterno, ma la maturazione organica di ciò che era già contenuto, in germe, nel mandato apostolico originario. Si può obiettare che questa risposta, per quanto coerente, resta pur sempre uno sforzo interpretativo notevole, una forzatura, appunto, se si guarda alla nuda lettera del Nuovo Testamento, ed è lecito pensarlo. Ma qui arriva il punto che all’eccelso bi-dottore conviene poco: anche concedendo tutto questo, anche ammettendo fino in fondo che la tripartizione sia uno sviluppo storico successivo e non un dato immediato dei Vangeli, la sua pretesa non ne guadagna un solo grammo di legittimità. Perché in nessuna delle due letture — né quella tradizionale, che vede nell’episcopato la pienezza voluta da sempre, né quella più critica, che la vede come sviluppo tardivo — il potere di concedere un’eccezione è mai stato nelle mani del singolo presbitero. Nella lettura medievale, quel potere restava comunque saldamente nelle mani del Romano Pontefice, che doveva concederlo per iscritto. Nella lettura più critica e “storicista”, quel potere nasce da un processo comunitario, ecclesiale, guidato nei secoli, mai da un’autoproclamazione individuale. La critica storica più radicale alla dottrina attuale, lungi dal fare da alibi a Minutella, è semmai l’argomento che lo smentisce con più forza: gli toglie perfino la scusa di poter dire che la Chiesa nasconde la propria storia.

Il problema, in fondo, non è mai stato teologico. Un presbitero scomunicato per eresia e scisma può accumulare tutti i dottorati che vuole: quello che gli manca non è la sacra teologia, nella quale difetta a livelli che spaziano tra comico e grossolano; ciò che gli manca è l’autorità: quella che lui per primo ha reciso il giorno in cui ha scelto lo strappo dalla comunione con la Chiesa, che versa indubbiamente in un momento di crisi senza precedenti storici, ma che proprio per questo ci offre di superare la più temibile delle prove: la grande prova della fede. Purtroppo, Minutella, si è precluso la possibilità stessa di superare la prova, però è due volte dottore in uno stato di necessità col complesso ossessivo-compulsivo dell’Atanasio di Alessandria.

Ma d’altronde stiamo parlando di un mattacchione che si reputa in coscienza legittimo successore del Sommo Pontefice Benedetto XVI, dunque a follia si somma follia.

E qui sì che viene da chiedersi come mai Erasmo da Rotterdam, per scrivere il suo Elogio della follia, abbia dovuto affidare la parola alla Follia, lasciandola parlare in prima persona di se stessa: almeno lei, nella finzione letteraria, sapeva di essere folle. Minutella no: la sicumera di due dottorati spesi così male gliela nasconde persino a se stesso. E, come tutti i fragili afflitti da un malcelato complesso di inferiorità, ha bisogno di auto-attribuirsi la cultura e il carisma che non ha ripetendo in modo ossessivo-compulsivo «sono due volte teologo … sono due volte dottore in teologia».

Dall’Isola di Patmos, 15 settembre 2026

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Emma Bonino e la morte di una donna triste. La pietà non cancella quella verità di cui è figlia, altrimenti sarebbe solo pietismo

11 Settembre 2026/in Attualità/da Padre Ariel

EMMA BONINO E LA MORTE DI UNA DONNA TRISTE. LA PIETÀ NON CANCELLA QUELLA VERITÀ DI CUI È FIGLIA, ALTRIMENTI SAREBBE SOLO PIETISMO

In Paradiso c’è un esercito di creature angeliche che devono la conquista della loro beatitudine eterna a quel battesimo di sangue nel martirio chiamato aborto.

— Attualità —

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Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Prima di scrivere questo articolo mi sono interrogato come cristiano, sacerdote e teologo sul rapporto tra pietà e verità.

(Emma Bonino, foto ANSA)

Un Senatore della Repubblica, che in gioventù fu molto vicino a Marco Pannella ed Emma Bonino, mi descrisse il primo come un uomo solare e allegro, al di là delle sue pubbliche rappresentazioni provocatorie dinanzi alle telecamere, che avevano una ragione voluta, a volte studiata o persino scientifica: «Marco Pannella» mi narrava «aveva uno sguardo e degli occhi ridenti». Tutt’altra descrizione riguardo la seconda: «Emma Bonino era una donna triste, i suoi occhi erano malinconici anche quando rideva».

Fumatrice incallita, non ha mai smesso di fumare nemmeno dopo la diagnosi del tumore al polmone che l’ha segnata per un decennio, giunta infine alla morte dopo una lunga malattia respiratoria. Sulla sua coerenza, o forse sulla mancanza della stessa, ritengo legittimo interrogarmi: come mai colei che condusse per anni le sue battaglie perché fosse approvata una legge sull’eutanasia non ha chiamato Marco Cappato, prestatosi più volte in prima persona ad accompagnare altri verso il suicidio assistito? Sull’aborto, invece, non ci poniamo la stessa domanda: fu lei stessa, negli anni Settanta, a dare l’esempio in prima persona, immortalata con una pompa da bicicletta in mano usata per praticare aborti clandestini. Due battaglie, due coerenze diverse: su una, l’aborto, scelse il gesto diretto, sull’altra, l’eutanasia, giunta al momento della propria fine, preferì la strada opposta a quella per cui aveva lottato affinché diventasse legge per tutti.

Tutti ricordiamo questa donna triste che non perdeva occasione per definire l’aborto come una «grande conquista sociale», definendo la legge n. 194 del 1978, che regola la soppressione legalizzata di un essere umano, «un esempio di civiltà». E qui la mente non può che correre a una figura del tutto diversa: Daniele Capezzone, attualmente direttore del quotidiano romano Il Tempo, in passato parlamentare e segretario dei Radicali Italiani dal 2001 al 2007. Daniele Capezzone, che è un laico e un liberale a tutto tondo, più volte, dibattendo in vari programmi televisivi sulle reti Mediaset, ha definito l’aborto «una tragedia» e la legge n. 194 «una necessità», affermando di provare «disagio nel sentirlo definire ‘grande conquista’». Ecco la differenza che mi preme sottolineare: con chi — pur dissentendo da me nella dottrina che considera sacra la vita sin dal momento del concepimento —, riconosce all’aborto il peso morale di una tragedia da contenere, il dialogo resta possibile, persino fecondo. Con chi ne ha fatto un vanto e un trofeo da esibire come «grande conquista», il dialogo si arresta prima ancora di cominciare: non per chiusura mia, ma perché tra chi piange un male che ritiene necessario e chi invece lo festeggia come un bene non c’è terreno comune su cui incontrarsi, specie quando in gioco c’è la vita umana.

Io che credo all’immortalità dell’anima e alla vita eterna, non so quali siano state le sorti di Emma Bonino, quando chiusi gli occhi a questa vita li ha riaperti dinanzi al giudizio immediato di Dio. Una cosa è certa nella mia fede: in Paradiso c’è un esercito di creature angeliche che devono la conquista della loro beatitudine eterna a quel battesimo di sangue nel martirio chiamato aborto. E sono certo che questi Angeli, i primi a poter comprendere per intero il peso di una vita spesa contro la loro stessa esistenza, sapranno intercedere presso Dio con una misericordia più grande di qualunque giudizio umano, perché a Lui solo spetta l’ultima parola su questa donna triste.

Dall’Isola di Patmos, 11 settembre 2026

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Un ricordo di Adriano Bernardini, Nunzio Apostolico

10 Settembre 2026/in Attualità/da Padre Ivano

UN RICORDO DI ADRIANO BERNARDINI, NUNZIO APOSTOLICO

Le sue ultime sedi furono Buenos Aires, dove fu Nunzio Apostolico in Argentina per nove anni, e Roma, dove fu chiamato alla nunziatura d’Italia da Benedetto XVI, ritrovandosi un anno dopo con il Cardinale Jorge Mario Bergoglio eletto Sommo Pontefice.

— Attualità —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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L’11 settembre dello scorso anno moriva presso la Casa di Cura Villa del Rosario il Nunzio Apostolico S.E. Mons. Adriano Bernardini, assistito dal Padre Ariel S. Levi di Gualdo, per anni suo collaboratore privato, dal fratello Piero e dalla cognata Anna.

Il Sommo Pontefice Francesco e S.E. Mons. Adriano Bernardini, Nunzio Apostolico in Italia (2011-2017), Città del Vaticano, 2016.

Le esequie funebri si svolsero per sua volontà nel Montefeltro, presso la chiesa di Santa Maria del Mutino, in località Monastero, dove è sepolto. Durante le esequie funebri Padre Ariel pronunciò un’omelia che oggi merita riproporre.

Aprire QUI 

I Padri dell’Isola di Patmos lo ricordano con affetto nella preghiera, onorati per la stima e l’amicizia che ci ha sempre riservato.

Cagliari, 11 settembre 2026

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Un doveroso resoconto ai Lettori con dovuta trasparenza e profonda gratitudine

9 Settembre 2026/in Attualità/da Jorge Facio Lince

UN DOVEROSO RESOCONTO AI LETTORI CON DOVUTA TRASPARENZA E PROFONDA GRATITUDINE

Al momento, in cassa, abbiamo 3.189,97 sul conto PayPal e 6.933,24 sul conto corrente della Banca BPM per un totale complessivo di 10.123,21 euro. Sottraendo dall’importo quello che già avevamo, abbiamo raccolto gli 8.000 euro necessari alle spese del 2027, per la precisione 7.988.

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Cari Lettori,

il 26 agosto Padre Ariel S. Levi di Gualdo, direttore responsabile di questa nostra rivista, lanciò un appello informando che entro il 7 settembre (poi esteso al 10 come in seguito precisato in nota) dovevamo pagare le spese annuali di gestione per il sito che ospita L’Isola di Patmos (cfr. qui). L’importo annuale necessario per le spese vive: dal server dedicato ai vari servizi e abbonamenti l’importo è pari a 8.000 euro. Tra il conto corrente presso la Banca BPM e il conto PayPal  avevamo in cassa 2.135 euro in totale.

 

I Padri redattori hanno temuto di essere giunti al termine di questa felice esperienza durata 12 anni e che a partire dall’ottobre 2014 non ha mai conosciuto flessioni ma solo progressivo aumento di visitatori.

Siamo lieti di comunicarvi che al momento abbiamo 3.189,97 sul conto PayPal e 6.933,24 sul conto corrente della Banca BPM per un totale complessivo di 10.123,21 euro. Sottraendo quello che già avevamo abbiamo raccolto gli 8.000 euro necessari alle spese del 2027, per la precisione 7.988.

I Padri redattori vi ringraziano e vi anticipano che Padre Ariel si è preso l’impegno di rispondere a ogni singolo benefattore con una e-mail, cosa che provvederà a fare tra la fine di questa settimana e gli inizi della prossima.

Per evitare di correre nuovamente il rischio che grazie a voi è stato superato, proponiamo ai nostri Lettori affezionati una donazione mensile anche piccola con il comodo e sicuro sistema PayPal, così che si possa raccogliere il necessario nel corso dell’anno per le successive scadenze di pagamento del settembre 2027. Alcuni lo fanno, ma al momento sono veramente pochissimi. Basta cliccare sull’immagine sotto:

A tutti voi giunga il nostro rinnovato, profondo e sincero ringraziamento.

Roma, 9 settembre 2026

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2026/09/jorge-nuova-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Jorge Facio Lince https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Jorge Facio Lince2026-09-09 13:17:132026-09-10 17:37:19Un doveroso resoconto ai Lettori con dovuta trasparenza e profonda gratitudine

Elogio del nuovo genere letterario: l’insinuazione con bibliografia in calce della IA

8 Settembre 2026/in Attualità/da Redazione

ELOGIO DEL NUOVO GENERE LETTERARIO: L’INSINUAZIONE CON BIBLIOGRAFIA IN CALCE DELLA IA

Tutto si ripete uguale a intervalli regolari, si consuma da sé, non ha bisogno di un imputato reale: gli basta un bersaglio abbastanza vago da poter essere chiunque, quindi comodamente nessuno.

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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PDF  articolo formato stampa

 

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In Sassonia-Anhalt l’AfD — Alternative für Deutschland, “Alternativa per la Germania” — ha vinto con oltre il 43 per cento e la sua copresidente vive in un’unione civile con una donna mentre il partito che guida non riconosce quel genere di famiglia.

 

È una notizia vera, verificabile, e — diciamolo — anche piuttosto interessante da raccontare: il contrasto tra la vita privata di chi guida un partito e i programmi che quel partito scrive è materiale giornalistico legittimo, quando si basa su fatti, date, dichiarazioni pubbliche firmate da chi le ha rese.

Qual gustoso boccone per certi blog rivestiti dell’aura di testate giornalistiche, dove la notizia vera muore per dare spazio al gioco di prestigio: si prende quella premessa solida e la si usa come trampolino per atterrare da tutt’altra parte, su un bersaglio mai nominato, senza una sola prova, con l’unico aiuto di un elenco di titoli accademici messo in fila a fare da bibliografia, la stessa che, se la si toglie, lascia sul tavolo soltanto un’illazione nuda (vedere articolo di riferimento qui).

Nella foto: Piero Manzoni (1933-1963), Merda d’artista n. 4, maggio 1961. Latta, carta stampata ed etichetta, 4,8 × 6,5 cm. Londra, Tate Modern Museum. Etichetta originale: «Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961».

Il meccanismo è collaudato e, bisogna ammetterlo, ardito nella sua sfacciataggine. Si comincia citando Kurt Lewin, si passa per Anna Freud e la formazione reattiva, si arriva a Erving Goffman e al suo covering, ossia la strategia, descritta dal sociologo canadese, con cui chi porta un tratto stigmatizzato non lo nasconde del tutto ma lo smussa, lo tiene a bassa voce, pur di restare accettato dal gruppo che quel tratto disprezza. Tutti concetti seri, di autori seri, nati per descrivere fenomeni sociali reali, che certi articolisti usano però come un passe-partout universale: qualunque comportamento del bersaglio, qualunque sua parola, diventa automaticamente “prova” della tesi, perché la tesi è costruita in modo che nulla possa smentirla. Se il prete è silente sul tema, per esempio del problema dell’omosessualità diffusa anche nel clero, allora tace per nascondersi. Invece, se ne parla, allora ne parla troppo ed è persino tacciato di “omofobia”, quindi si nasconde celando la propria vera identità, quella che il prestigiatore annuncia di aver scoperto: la sua intima omosessualità repressa. Non c’è mossa che sfugga alla lettura: è la stessa struttura logica dell’astrologia, solo con più note a piè di pagina.

Chi è dedito all’attività pubblicistica in modo serio e da lungo tempo, capisce all’istante che tutta la prima parte di questo articolo è stata elaborata da un sistema di Intelligenza Artificiale, lo stile compositivo è inconfondibile proprio nella costruzione delle frasi e nella asetticità di altre. Solo la parte conclusiva, nella quale lo stile cambia completamente, è invece elaborata dallo specialista nel lancio di veleno.

E poi Proust … sempre Proust, sempre il barone di Charlus, il suo personaggio più tormentato dal proprio riflesso, sempre lo specchio che il povero invertito non sopporta di guardare. È diventato un tòpos così stanco che verrebbe da consigliare, a chi lo ricicla per l’ennesima volta, di provare a citare qualcun altro, che so, Charles Bukowski ― giusto per rimanere in tema di buchi neri, concetto ovviamente astrofisico, non si fraintenda! ―, tanto funziona uguale. E così basta prendere un endecasillabo a caso e affermare che parla dell’omofobia interiorizzata con cui qualche prete, accusato di essere un gay represso, darebbe sfogo al proprio essere irrisolto, parola di prestigiatore (finale dello stesso articolo, qui). Nessuno potrà mai provare il contrario, ed è proprio questo il punto: un’accusa a cui un prete non può rispondere proprio perché assurda, non è un’accusa, è un rito ossessivo-compulsivo, una patologia a proposito della quale il prestigiatore, pur munifico nelle citazioni a raffica fornite da IA al “quotidiano internazionale indipendente”, si guarda bene dal citare Freud a proposito di essa.

Contando bene, tra psicologi, sociologi e romanzieri, la bibliografia sfiora la ventina di nomi: un apparato critico degno di una tesi di laurea, messo al servizio di un aneddoto che — tolte le note a piè di pagina — si regge sul nulla, nella convinzione che una falsità, se ripetuta in modo martellante, possa alla fine diventare vera.

Tutto si ripete uguale a intervalli regolari, si consuma da sé, non ha bisogno di un imputato reale: gli basta un bersaglio abbastanza vago da poter essere chiunque, quindi comodamente nessuno, o per dirla con Luigi Pirandello: Uno, nessuno e centomila». E va pur detto che scrivere di covering senza mettere il proprio nome e cognome vuol dire essere dei comici straordinari: quelli che lo sono ignari di esserlo, tanto sono presi nel dare a credere di giocare alle cose serie.

Nell’attesa che qualcuno di quella bottega scriva finalmente un articolo con un nome e cognome, una data, un documento — cioè che faccia il mestiere che presumerebbe di fare — resta solo da ammirare la costanza. Da anni la stessa formula, lo stesso repertorio di autori rigorosamente anonimi, lo stesso identico spettro senza volto. Se il veleno che sostituisce la totale mancanza di fantasia fosse reato, altro che covering: ci sarebbe da aprire un fascicolo. Anzi, correggiamo: un altro fascicolo.

Dall’Isola di Patmos, 8 settembre 2026

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2026-09-08 21:47:222026-09-14 17:39:52Elogio del nuovo genere letterario: l’insinuazione con bibliografia in calce della IA

Dotiamo le parrocchie di un “pezzotto” per vedere le partite gratis

7 Settembre 2026/in Attualità/da Monaco Eremita

DOTIAMO LE PARROCCHIE DI UN “PEZZOTTO” PER VEDERE LE PARTITE GRATIS

Presto doteremo ogni nostra parrocchia, convento o monastero di un «pezzotto», vale a dire un particolare decoder taroccato utilizzato per accedere illegalmente ai contenuti dei canali televisivi italiani ed esteri a pagamento.

 

Autore Monaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

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PDF  formato stampa

 

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Se prendo in prestito il titolo di una nota autobiografia del grande Vittorio Gassman, posso anche io affermare di avere ormai «un grande avvenire dietro le spalle».

Ricordo con che forza intervenne il Cardinal Pietro Palazzini, allora Prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, contro lo storico Giordano Bruno Guerri quando nel 1985 uscì il suo libro su Santa Maria Goretti: Povera santa, povero assassino. Testo al quale la Congregazione, oggi Dicastero, rispose con repliche agli stessi atti che l’autore pretendeva di aver reinterpretato. Un esempio tra i tanti: alla tesi che la fanciulla sarebbe stata figura di comodo per la propaganda del regime fascista, gli storici del Dicastero replicarono che la raccolta delle testimonianze oculari, voluta direttamente dal Sommo Pontefice Pio X (1903-1914) e affidata ai Padri Passionisti, iniziò già nel 1904, quindici anni prima della formazione dei Fasci Italiani di Combattimento nel 1919, diciassette anni prima della costituzione del Partito Nazionale Fascista nel 1921, diciotto anni prima che Benito Mussolini organizzasse la Marcia su Roma nel 1922. Dopo accurati studi e ricerche durate un trentennio, si aprì formalmente nel 1935 la prima fase diocesana del processo di beatificazione. Maria fu beatificata nel 1947 e canonizzata nel 1950.

Ricordo altresì quando la messa in onda televisiva di Mistero buffo di Dario Fo su Rai 2 il 22 aprile 1977 scatenò una dura condanna da parte del Vaticano e naturalmente della Democrazia Cristiana.

Nonostante, ma questa è una mia opinione, alcune parti dell’opera fossero notevoli anche per chi è abituato a veder trattare in modo diverso argomenti della fede cristiana. Penso al Lamento della Madonna sotto la croce, intensa rappresentazione di Franca Rame di ogni dolore terreno, discutibile? Forse sì, ma indubbiamente magistrale. Rammento che ci fu qualche superiore religioso che si prese la briga di inviare a tutti i suoi confratelli una lettera di divieto assoluto della visione televisiva.

E che dire, ahimè — ricordo anche questo — di quando nel 1973, il Vaticano accusò di blasfemia la celebre e provocatoria campagna pubblicitaria dei Jesus Jeans creata da Oliviero Toscani. Perfino Pasolini ne parlò in un celebre ed acuto articolo:

«Coloro che hanno prodotto questi jeans e li hanno lanciati sul mercato usando, per lo slogan di pragmatica, uno dei dieci comandamenti, dimostrano — probabilmente con una certa mancanza di senso di colpa, cioè con l’incoscienza di chi non si pone più certi problemi — di essere già oltre la soglia entro cui si dispone la nostra forma di vita e il nostro orizzonte mentale».

Altri tempi si dirà, allora alle reprimende del Vaticano seguivano a ruota le azioni della magistratura e della polizia. E non esistevano certo i cellulari, figuriamoci i social. Ma ora, cosa è capitato? Forse ciò che lo stesso Pasolini prevedeva nell’articolo:

«C’è, nel cinismo di questo slogan, un’intensità e una innocenza di tipo assolutamente nuovo, benché probabilmente maturato a lungo in questi ultimi decenni (per un periodo più breve in Italia). Esso dice appunto, nella sua laconicità di fenomeno rivelatosi di colpo alla nostra coscienza, e già così completo e definitivo, che i nuovi industriali e i nuovi tecnici sono completamente laici, ma di una laicità che non si misura più con la religione» (Corriere della Sera, 17.05.1973).

Oggi nessuno più nella Chiesa sembra scandalizzarsi per certe uscite della pubblicità. Non si levano più scudi come un tempo, anzi certe risposte vengono demandate ai responsabili locali. Se accade qualcosa sarà il vescovo del luogo che prenderà la parola per stigmatizzare un fatto e ricordare certi principi di rispetto. Prendiamo il caso delle chiese violate nei recenti atti di vandalismo, con gli arredi sacri distrutti e atti di profanazione in diverse zone italiane. Non c’è stata una risposta alta e comunitaria, nessuno che si sia fatto sentire. Figuriamoci, dunque, per bazzecole come una pubblicità. Evidentemente ci sono cose più importanti a cui pensare e parlarne porterebbe forse a una maggiore pubblicizzazione della cosa, quel che in fondo vogliono i creatori di certe propagande.

Così né un presule né la C.E.I. sono intervenuti, se non appunto a livello di singoli sui social, contro una pubblicità di una conosciuta piattaforma di contenuti sportivi che ha utilizzato come slogan parole della liturgia, il confessionale dove portiamo i nostri peccati, la Chiesa e i preti (qui).

Il tutto per pubblicizzare la prossima edizione delle coppe europee di pallone, non a caso trasmesse sulla suddetta piattaforma che arriva a definirsi: «la cattedrale del calcio». Si dirà che son piccolezze, quisquiglie avrebbe detto Totò. Che Bergomi vestito col clergyman ha una discreta faccia da prete e che lo slogan «andate e guardatele tutte», le partite si intende, altrimenti è peccato, fa sorridere per quanto è patetico.

Eppure nessuno dice niente contro questo uso commerciale del sacerdozio e dei luoghi ecclesiali. Pochi giorni fa è morto Enzo Bianchi. Di tutto si può dire di lui, ma una cosa va riconosciuta: è stato l’unico che negli anni ha più volte sottolineato l’importanza della differenza cristiana. Certo non si evince dalla risposta ad uno spot pubblicitario, è di tutt’altra natura e valore poiché proviene dal cuore della nostra fede, ma questa in qualche modo si palesa e si rende manifesta. Allora perché lasciare che venga banalizzata, senza dire niente? Siamo ormai così omologati ed integrati, tanto per parafrasare un vecchio libro di Umberto Eco del 1964, dove il semiologo italiano analizzava il tema della cultura e dei mezzi di comunicazione di massa? (Apocalittici e integrati, La Nave di Teseo, 2025).

Visto che a qualche prelato non difetta la battuta, si poteva almeno rispondere. Banalizzate contenuti e fatti della nostra fede? E allora noi, presto doteremo ogni nostra parrocchia, convento o monastero di un «pezzotto», vale a dire un particolare decoder taroccato utilizzato per accedere illegalmente ai contenuti dei canali televisivi italiani ed esteri a pagamento. Vedete che i diffusori del calcio in televisione sarebbero subito corsi dalla magistratura, gridando allo scandalo. Lo so, è illegale, non si fa. Ma mica abbiamo iniziato noi.

Dall’Eremo, 7 settembre 2026

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Il femminicidio visto da un osservatorio diverso: quello del prete in cura d’anime — Femicide seen from a different vantage point: that of the priest in the care of souls — El feminicidio visto desde un observatorio distinto: el del sacerdote en la cura de almas

6 Settembre 2026/in Attualità/da Padre Ariel

Italiano, English, Español

 

IL FEMMINICIDIO VISTO DA UN OSSERVATORIO DIVERSO: QUELLO DEL PRETE IN CURA D’ANIME

Prima che il killer legalizzato dallo Stato la uccida sarebbe il caso di appurare il sesso della creatura da abortire, perché se si tratta di un maschio tutto va bene, ma se la creatura da uccidere è una femmina, andrebbe applicato il reato di femminicidio, o no?

— Attualità —

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Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

 

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Quando il legislatore deve studiare nuove leggi, dare vita a nuovi provvedimenti, correggerne di vecchi, o improntare riforme in ambito sociale, sanitario, scolastico, giunge a consultare persino gli esperti, o presunti tali, più improbabili.

Anche all’interno della Chiesa e delle sue varie compagini di studiosi ci sono elementi che potrebbero contribuire a tutto questo. Eppure, dinanzi a una figura ecclesiastica, o persino a un laico cattolico, si urla subito all’ingerenza clericale. È un’esclusione selettiva: non riguarda la competenza, riguarda l’identità di chi la porta.

Per onestà intellettuale va detto che questa reazione non nasce però dal nulla: anche noi cattolici — ecclesiastici e laici — abbiamo finito per raccogliere quel che spesso abbiamo seminato. Il mio maestro, Padre Peter Gumpel S.J (cfr. qui, qui) inviato a suo tempo come visitatore in Irlanda dal Sommo Pontefice Paolo VI nel corso degli anni Sessanta del Novecento, notò con disappunto che i preti erano immischiati in ogni ambito politico e amministrativo, determinanti per realizzare certe scelte e decisioni, oppure per impedirne altre. Disse che il tutto non solo non andava bene, ma era destinato a non reggere: sarebbe caduto nel peggiore dei modi, generando per reazione l’opposto. Il tempo, quattro decenni dopo, gli ha dato ragione. Ieri in Irlanda le persone scendevano dal marciapiede per far passare un prete, gli uomini si toglievano il cappello e le donne accennavano un inchino col capo; oggi, indossare l’abito ecclesiastico per le strade di Dublino significa esporsi a insulti che, se rivolti a soggetti appartenenti ad altri gruppi oggetto persino di eccessi di tutela, porterebbero chi li pronuncia alla sbarra di un tribunale. Da un eccesso di presenza siamo passati a un’esclusione totale: due errori speculari, non una correzione.

Piaccia o meno a certi laicisti-integralisti — che nulla hanno da spartire con quel laicismo che noi cattolici proteggiamo, perché sancisce quelle separazioni tra potere politico e religioso che vanno a beneficio, oltre che dello Stato, anzitutto della Chiesa — noi preti rimaniamo persone che hanno a che fare con il materiale umano, spesso anche con situazioni di straordinaria delicatezza. È ragionevole parlare nelle apposite commissioni parlamentari di temi legati ai malati terminali e al fine vita invitando non meglio precisati esperti che non hanno mai frequentato ospedali, assistito ammalati e morenti, seguito i loro congiunti nel post mortem, quando per molti di noi certe realtà sono pane quotidiano, per non parlare di quegli ordini e congregazioni nate proprio per questo, con religiosi e religiose che vengono formati da secoli a svolgere questi delicati ministeri, dai Fatebenefratelli ai Camilliani? Diceva un anziano confratello: «Noi non abbiamo problemi, anche a costo di irritare qualcuno, a indirizzare certi soggetti da un bravo psichiatra, o a convincere i familiari, spesso propensi a rifiutare l’idea stessa di certi disturbi psichici, a farlo quanto prima. Non capita quasi mai però il contrario: che uno psichiatra, davanti a un conflitto interno a una coscienza cristiana, indirizzi il paziente a un direttore spirituale». «I miei colleghi», mi diceva un amico psichiatra cattolico, «piuttosto sono disposti a fare anche un danno, ma un prete no, mai!». È un canale a senso unico e proprio per questo la competenza pastorale su certi fenomeni umani resta strutturalmente esclusa da chi li legifera.

È in questo punto cieco che si colloca il tema di cui voglio parlare. Come già avvenuto in altre nazioni, anche in Italia è stato introdotto il femminicidio come figura autonoma di reato (cf. Legge 2 dicembre 2025, n. 181), che punisce con l’ergastolo per chi cagiona la morte di una donna come atto di discriminazione o di odio verso di lei in quanto donna. È una figura sulla quale ritengo legittimo discutere: un omicidio resta tale, sempre e comunque, uccidere una donna non può essere più grave che uccidere un uomo e viceversa. Questo, va detto per onestà, i giudici lo valutano da sempre nella pratica processuale: davanti all’omicidio di una donna hanno sempre applicato tutte le aggravanti del caso, per la maggiore forza fisica dell’aggressore e per la minore possibilità di difesa della vittima. Nella storia del diritto processuale penale ci sono state condanne alla pena suprema dell’ergastolo in danno di uomini che hanno ucciso donne non solo per la forza fisica inferiore della vittima, che ha sempre costituito l’aggravante pressoché scontata, ma perché erano incinte, o perché avevano un bambino di pochi mesi che stavano allattando, o perché erano madri di più figlioletti piccoli bisognevoli delle cure della madre.

L’assassino di Maria Goretti, uccisa nel mese di luglio del 1902 e proclamata santa mezzo secolo dopo nel 1950, fu condannato a 30 anni, evitando il carcere a vita che quel delitto avrebbe comportato con tutte le aggravanti riconosciute, perché non era ancora maggiorenne: aveva infatti appena vent’anni e la maggiore età, all’epoca, in Italia si raggiungeva a 21. E stiamo a parlare della giustizia penale d’inizi Novecento, quando a detta di certe attiviste lamentose le donne non avrebbero goduto di particolari considerazioni, tutele giuridiche e pene in caso di delitti. Se l’assassino di Maria Goretti avesse ucciso un uomo non avrebbe avuto una condanna del genere e con tutte le aggravanti del caso.

L’espressione «per chi cagiona la morte di una donna come atto di discriminazione o di odio» potrebbe essere applicata, ragionevolmente, a tutta una vasta serie di categorie, o non è forse mai accaduto che la morte di un anziano ammalato, di un disabile, di un omosessuale, di un ebreo, di un prete e via dicendo a seguire, sia stata cagionata da motivi di discriminazione e odio?

Nella mia esperienza di direttore spirituale ho conosciuto casi di donne di cui è difficile parlare, perché oltre alla correttezza politica esiste qualcosa di peggiore alla censura esterna: l’autocensura. È un fenomeno silenzioso e più insidioso della censura vera e propria, perché non ha bisogno di nessuno che lo imponga: oggi non occorre più essere tacitati, molti si mettono a tacere da sé, convinti che certe cose semplicemente non si dicano. Più volte ho tentato di convincere fidanzate o mogli di uomini violenti, non solo a lasciarli, ma a denunciarli. E più volte il rifiuto è arrivato con le stesse due frasi: «Ma io lo amo», «ma io lo cambio». Genitori disperati si sono rivolti a me davanti a una figlia ostinata a non prestare ascolto a nessuno che una volta a settimana aveva i lividi addosso, con fratelli, sorelle, amici che la supplicavano: «Lascialo, è un pericoloso violento». Risposta, sempre la stessa: «Ma io lo amo», «ma io lo cambio».

Premesso l’ovvio — che come tale non dovrebbe essere premesso, ossia che se una donna è stupida, imprudente e autolesionista nessuno ha il diritto di ucciderla — resta lecito chiedersi: quanti di questi casi sono finiti poi in tragici femminicidi? E quando è accaduto, i grandi commentatori e analisti sono mai andati alla vera origine del problema? Ciò detto: considerando quanto sia diffuso e in crescente aumento l’analfabetismo funzionale e quello digitale, se qualcuno affetto da questo disturbo mi accusasse di aver affermato che una donna uccisa «se l’è cercata», mi permetto di dire che è un problema di chi non sa leggere, non mio, che ritengo di sapermi spiegare e di avere esposto ben altro: ho parlato con triste realismo dell’incoscienza, della mancanza di prudenza e dell’ostinazione di certe donne che hanno deciso di amare l’uomo sbagliato e di cambiarlo pure, rifiutandosi di lasciare uomini molto violenti e molto pericolosi, anche se pregate in tal senso da genitori, fratelli, sorelle, familiari e amici.

Di solito si cerca di concludere in bellezza; in questo caso intendo chiudere nella massima bruttezza. Mentre certe leggi sul femminicidio venivano varate in varie nazioni, in Argentina — che già dal 2012 prevede il femicidio come aggravante (L. 26.791) — nel dicembre 2020 si festeggiava in piazza e si illuminava di verde la cupola del Parlamento per la legalizzazione dell’aborto. Il 4 marzo 2024, in Francia, primo Paese al mondo a farlo, la Tour Eiffel si illuminava con la scritta «Mon corps, mon choix» (il mio corpo, la mia scelta) per celebrare l’inserimento del diritto all’aborto nella Costituzione, inteso in entrambi i casi come grande conquista sociale. A questo punto andrebbe richiesta la doverosa coerenza da parte di certi legislatori: prima che il killer legalizzato dallo Stato la uccida sarebbe il caso di appurare il sesso della creatura da abortire, perché se si tratta di un maschio tutto va bene, ma se la creatura da uccidere è una femmina, andrebbe applicato il reato di femminicidio, o no? Questione di coerenza, solo questione di coerenza.

«Interrompere una gravidanza è come fare fuori uno. È giusto fare fuori una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema? Fare fuori un essere umano è come affittare un sicario per risolvere un problema» (Francesco, Sommo Pontefice, 10 ottobre 2018).

Dall’Isola di Patmos, 6 settembre 2026

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FEMICIDE SEEN FROM A DIFFERENT VANTAGE POINT: THAT OF THE PRIEST IN THE CARE OF SOULS

Before the killer legalised by the State puts her to death, it might be worth checking the sex of the child to be aborted — because if it is a male, everything is fine, but if the child to be killed is a female, should the crime of femicide not apply?

— Current Affairs —

Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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When lawmakers need to draft new legislation, bring in new measures, amend old ones, or reform social, healthcare or education policy, they often turn for advice to experts — or self-styled ones — of the most improbable kind. Even within the Church, among its various circles of scholars, there are figures who could genuinely contribute to this. Yet the moment an ecclesiastical figure, or even a Catholic layperson, is approached, the cry of clerical interference goes up at once. It is a selective exclusion: it has nothing to do with competence, and everything to do with the identity of whoever holds it.

In all intellectual honesty, it must be said that this reaction does not come from nowhere: we Catholics too — clergy and laity alike — have largely reaped what we ourselves once sowed. My own teacher, Father Peter Gumpel S.J., who was sent to Ireland as an Apostolic Visitor by Pope Paul VI back in the 1960s, noted with dismay that priests were entangled in every political and administrative sphere, often decisive in making certain choices and decisions, or in blocking others. He said that this state of affairs was not only wrong but bound to collapse under its own weight — and that it would trigger, by reaction, the exact opposite. Time, four decades on, proved him right. Where once people in Ireland would step off the pavement to let a priest pass, men raising their hats and women bowing their heads, today wearing the clerical habit on the streets of Dublin means exposing oneself to insults that, had they been directed at members of certain other groups — now sometimes shielded to an excessive degree — would land the speaker in the dock. We have gone from an excess of presence to total exclusion: two mirror-image errors, not a correction.

Whether or not it suits certain hard-line secularists — who have nothing in common with the secularism we Catholics ourselves defend, since it establishes a separation between political and religious power that benefits, above all, the Church even more than the State — we priests remain people who deal daily with human material, often in situations of extraordinary delicacy. Is it reasonable for parliamentary committees to discuss terminal illness and end-of-life issues by calling in unnamed experts who have never set foot in a hospital, never sat with the sick and the dying, never accompanied a grieving family through what comes after death — when for many of us these realities are our daily bread? Not to mention the religious orders and congregations founded expressly for this purpose, whose members have been trained for centuries to carry out precisely this delicate ministry — from the Fatebenefratelli, the Hospitaller Brothers of St John of God, to the Camillians. An elderly confrère of mine once put it this way: “We have no trouble, even at the risk of upsetting someone, in steering a person towards a good psychiatrist, or in persuading family members — often reluctant to accept the very existence of certain psychiatric disorders — to do so as soon as possible. But it almost never happens the other way round: that a psychiatrist, faced with an inner conflict within a Christian conscience, sends the patient to a spiritual director.” “My colleagues,” a Catholic psychiatrist friend once told me, “would rather do harm than send someone to a priest — never that!” It is a one-way channel, and precisely for this reason pastoral expertise on certain human phenomena remains structurally excluded from those who legislate on them.

It is in this blind spot that the subject I want to address lies. As has already happened in other countries, Italy too has now introduced femicide as an autonomous criminal offence (cf. Law No. 181 of 2 December 2025), punishable by life imprisonment for anyone who causes the death of a woman as an act of discrimination or hatred against her precisely because she is a woman. This is a category I consider it legitimate to question: a killing is a killing, always and in every case — taking a woman’s life cannot be any graver than taking a man’s, and vice versa. And this, in all honesty, is something judges have always taken into account in practice: courts have always applied every relevant aggravating factor when a woman was killed, both for the greater physical strength of a male attacker and for the lesser capacity of a woman to defend herself. In the history of criminal procedure there have been sentences of life imprisonment handed down against men who killed women not only because of the victim’s lesser physical strength — which has always counted, almost automatically, as an aggravating factor — but because the victim was pregnant, or was nursing an infant only months old, or was the mother of several small children who depended on her care.

Maria Goretti’s murderer — she was killed in July 1902 and canonised as a saint half a century later, in 1950 — was sentenced to 30 years, escaping the life sentence that crime would otherwise have carried with every aggravating factor recognised, because he was not yet legally an adult: he was barely twenty, and at the time the age of majority in Italy was 21. And this was the criminal justice of the early twentieth century — the very justice about which certain aggrieved activists today claim that women enjoyed no particular consideration, legal protection or punishment of offenders. Had Maria Goretti’s murderer killed a man instead, he would not have received a sentence of that severity, complete with every aggravating circumstance applied.

The phrase “causing the death of a woman as an act of discrimination or hatred” could reasonably be applied to a whole range of other categories as well — has it never happened that the death of a sick elderly person, a disabled person, a homosexual, a Jew, a priest, and so on down the list, was caused by motives of discrimination and hatred?

In my experience as a spiritual director I have encountered cases involving women that are difficult to speak about, because beyond political correctness there is something worse than outside censorship: self-censorship. It is a silent phenomenon, more insidious than outright censorship, because it needs no one to impose it: today people no longer even need to be silenced — many simply fall silent on their own, convinced that certain things simply are not said. Many times I have tried to persuade the girlfriends or wives of violent men not only to leave them, but to report them. And many times the refusal has come back with the same two phrases: “But I love him,” “but I can change him.” Desperate parents have come to me over a daughter who refused to listen to anyone, who once a week had bruises on her body, while brothers, sisters and friends begged her: “Leave him, he’s dangerous, he’s violent.” The answer, always the same: “But I love him,” “but I can change him.”

Granting the obvious — which, being obvious, should not even need to be granted, namely that no one has the right to kill a woman merely because she is foolish, reckless or self-destructive — it remains fair to ask: how many of these cases have ended in tragic femicides? And when that has happened, have the great commentators and analysts ever traced the problem back to its true root? That said: given how widespread — and increasingly so — both functional and digital illiteracy are, should someone afflicted by either accuse me of having claimed that a murdered woman “had it coming”, I would simply say that this is a problem for whoever cannot read properly, not for me, since I believe I know how to make myself understood, and that I have addressed something quite different: I have spoken, with sober realism, of the recklessness, the lack of prudence and the sheer obstinacy of certain women who have chosen to love the wrong man and even to change him, refusing to leave men who are highly violent and highly dangerous.

One usually tries to end on a high note; in this case I mean to close on the ugliest note possible. While certain laws against femicide were being passed in various nations, in Argentina — which has recognised femicide as an aggravating factor since as far back as 2012 (Law 26,791) — crowds celebrated in the streets in December 2020 as the dome of parliament was lit up green to mark the legalisation of abortion. On 4 March 2024, France, the first country in the world to do so, lit up the Eiffel Tower with the words “Mon corps, mon choix” (“my body, my choice”) to celebrate the inclusion of the right to abortion in its Constitution — both events hailed, in their respective countries, as a great social triumph. At this point, one might reasonably ask certain legislators for a little consistency: before the killer legalised by the State puts her to death, it might be worth checking the sex of the child to be aborted — because if it is a male, everything is fine, but if the child to be killed is a female, should the crime of femicide not apply? A question of consistency. Simply a question of consistency.

“Terminating a pregnancy is like doing away with someone. Is it right to do away with a human life to solve a problem? Is it right to hire a hitman to solve a problem? Doing away with a human being is like hiring a hitman to solve a problem” (Francis, Supreme Pontiff, 10 October 2018).

From The Island of Patmos, 6 September 2026

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EL FEMINICIDIO VISTO DESDE UN OBSERVATORIO DISTINTO: EL DEL SACERDOTE EN LA CURA DE ALMAS

Antes de que el asesino legalizado por el Estado le dé muerte, convendría comprobar el sexo de la criatura que se va a abortar, porque si se trata de un varón todo está bien, pero si la criatura a la que se va a matar es una niña, ¿no debería aplicarse el delito de feminicidio?

— Actualidad eclesial —

Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Cuando el legislador necesita elaborar nuevas leyes, sacar adelante nuevas disposiciones, corregir las antiguas, o promover reformas en el ámbito social, sanitario o educativo, a menudo recurre a consultar incluso a los expertos — o presuntos tales — más improbables. También dentro de la Iglesia, y entre sus distintos círculos de estudiosos, hay figuras que podrían aportar mucho a todo esto. Y sin embargo, ante una figura eclesiástica, o incluso ante un laico católico, enseguida se alza el grito contra la injerencia clerical. Es una exclusión selectiva: no tiene que ver con la competencia, sino con la identidad de quien la posee.

Por honestidad intelectual hay que decir que esta reacción no nace de la nada: también nosotros los católicos — clérigos y laicos — hemos terminado por recoger lo que muchas veces hemos sembrado. Mi propio maestro, el Padre Peter Gumpel S.J., enviado en su momento como Visitador Apostólico a Irlanda por el Sumo Pontífice Pablo VI en el curso de los años sesenta del siglo pasado, constató con disgusto que los sacerdotes estaban metidos en todos los ámbitos políticos y administrativos, decisivos a la hora de tomar ciertas decisiones o de impedir otras. Dijo que todo aquello no solo no estaba bien, sino que estaba destinado a no sostenerse: caería de la peor manera, generando por reacción el efecto contrario. El tiempo, cuatro décadas después, le dio la razón. Ayer en Irlanda la gente bajaba de la acera para dejar pasar a un sacerdote, los hombres se quitaban el sombrero y las mujeres inclinaban la cabeza; hoy, llevar el hábito eclesiástico por las calles de Dublín significa exponerse a insultos que, dirigidos contra miembros de otros colectivos — a veces objeto incluso de una protección excesiva—, llevarían a quien los pronuncia ante los tribunales. Hemos pasado de un exceso de presencia a una exclusión total: dos errores especulares, no una corrección.

Guste o no a ciertos laicistas integristas — que nada tienen que ver con el laicismo que nosotros mismos, los católicos, defendemos, porque establece esa separación entre el poder político y el religioso que beneficia, además de al Estado, ante todo a la Iglesia —, nosotros los sacerdotes seguimos siendo personas que tratamos con material humano, a menudo en situaciones de extraordinaria delicadeza. ¿Es razonable que en las comisiones parlamentarias se hable de enfermos terminales y del final de la vida convocando a expertos anónimos que nunca han pisado un hospital, nunca han atendido a un enfermo o a un moribundo, nunca han acompañado a sus familiares en el post mortem, cuando para muchos de nosotros estas realidades son el pan de cada día? Por no hablar de las órdenes y congregaciones religiosas nacidas precisamente para esto, con religiosos y religiosas formados desde hace siglos para ejercer este delicado ministerio, desde los Fatebenefratelli —los Hermanos Hospitalarios de San Juan de Dios — hasta los Camilos. Me decía un anciano cohermano: «No tenemos problema, aun a riesgo de molestar a alguien, en orientar a ciertas personas hacia un buen psiquiatra, o en convencer a los familiares — a menudo reacios a aceptar la existencia misma de ciertos trastornos psíquicos — para que lo hagan cuanto antes. Pero casi nunca ocurre lo contrario: que un psiquiatra, ante un conflicto interior propio de una conciencia cristiana, envíe al paciente a un director espiritual». «Mis colegas», me decía un amigo psiquiatra católico, «antes prefieren hacer incluso daño, pero enviar a alguien a un sacerdote, jamás». Es un canal de sentido único, y precisamente por eso la competencia pastoral sobre ciertos fenómenos humanos permanece estructuralmente excluida de quienes legislan sobre ellos.

Es en este punto ciego donde se sitúa el tema del que quiero hablar. Como ya ha ocurrido en otros países, también en Italia se ha introducido el feminicidio como figura autónoma de delito (cf. Ley n.º 181, de 2 de diciembre de 2025), que castiga con cadena perpetua a quien causa la muerte de una mujer como acto de discriminación u odio hacia ella por el hecho de ser mujer. Es una figura sobre la que considero legítimo discutir: un homicidio sigue siendo tal, siempre y en cualquier caso; matar a una mujer no puede ser más grave que matar a un hombre, y viceversa. Esto, hay que decirlo con honestidad, los jueces lo han valorado siempre en la práctica procesal: ante el homicidio de una mujer siempre han aplicado todas las agravantes del caso, tanto por la mayor fuerza física del agresor como por la menor capacidad de la víctima para defenderse. En la historia del derecho procesal penal ha habido condenas a la pena máxima de cadena perpetua contra hombres que mataron a mujeres no solo por la menor fuerza física de la víctima — que siempre ha constituido una agravante casi automática —, sino porque estaban embarazadas, o porque tenían un bebé de pocos meses al que estaban amamantando, o porque eran madres de varios hijos pequeños que necesitaban sus cuidados.

El asesino de Maria Goretti —asesinada en julio de 1902 y proclamada santa medio siglo después, en 1950 — fue condenado a 30 años, evitando así la cadena perpetua que ese delito habría comportado con todas las agravantes reconocidas, porque todavía no era mayor de edad: tenía apenas veinte años, y en aquella época la mayoría de edad en Italia se alcanzaba a los 21. Y estamos hablando de la justicia penal de comienzos del siglo XX, la misma sobre la que ciertas activistas quejumbrosas afirman hoy que las mujeres no gozaban de especial consideración, tutela jurídica ni castigo de los delitos. Si el asesino de Maria Goretti hubiera matado a un hombre, no habría recibido una condena de ese calibre, con todas las agravantes aplicadas.

La expresión «causar la muerte de una mujer como acto de discriminación u odio» podría aplicarse razonablemente a toda una amplia serie de categorías: ¿acaso no ha ocurrido nunca que la muerte de un anciano enfermo, de un discapacitado, de un homosexual, de un judío, de un sacerdote, y así sucesivamente, haya sido causada por motivos de discriminación y odio?

En mi experiencia como director espiritual he conocido casos de mujeres de los que es difícil hablar, porque más allá de la corrección política existe algo peor que la censura externa: la autocensura. Es un fenómeno silencioso y más insidioso que la censura propiamente dicha, porque no necesita que nadie la imponga: hoy ya ni siquiera hace falta ser silenciado, muchas se callan por sí mismas, convencidas de que ciertas cosas simplemente no se dicen. Muchas veces he intentado convencer a novias o esposas de hombres violentos, no solo de que los dejaran, sino de que los denunciaran. Y muchas veces la negativa ha llegado con las mismas dos frases: «Pero yo lo quiero», «pero yo lo voy a cambiar». Padres desesperados han acudido a mí por una hija que se negaba a escuchar a nadie, que una vez a la semana tenía moratones encima, mientras hermanos, hermanas y amigos le suplicaban: «Déjalo, es un hombre peligroso y violento». Respuesta, siempre la misma: «Pero yo lo quiero», «pero yo lo voy a cambiar».

Dando por sentado lo obvio — que, por serlo, ni siquiera debería necesitar decirse, a saber, que nadie tiene derecho a matar a una mujer aunque sea necia, imprudente o autodestructiva —, sigue siendo legítimo preguntarse: ¿cuántos de estos casos han terminado luego en trágicos feminicidios? Y cuando eso ha ocurrido, ¿han ido alguna vez los grandes comentaristas y analistas al verdadero origen del problema? Dicho esto: considerando lo extendido, y en creciente aumento, que está el analfabetismo funcional y el digital, si alguien afectado por este trastorno me acusara de haber afirmado que una mujer asesinada «se lo buscó», me permito decir que es un problema de quien no sabe leer, no mío, ya que creo saber explicarme y haber expuesto algo muy distinto: he hablado, con triste realismo, de la inconsciencia, de la falta de prudencia y de la obstinación de ciertas mujeres que decidieron amar al hombre equivocado y hasta cambiarlo, negándose a dejar a hombres muy violentos y muy peligrosos.

Se suele intentar terminar por todo lo alto; en este caso pretendo cerrar de la manera más fea posible. Mientras en varias naciones se aprobaban ciertas leyes sobre el feminicidio, en Argentina — que ya desde 2012 contempla el femicidio como agravante (Ley 26.791) — en diciembre de 2020 se celebraba en las calles y se iluminaba de verde la cúpula del Parlamento por la legalización del aborto. El 4 de marzo de 2024, en Francia, primer país del mundo en hacerlo, la Torre Eiffel se iluminó con la frase «Mon corps, mon choix» («mi cuerpo, mi decisión») para celebrar la incorporación del derecho al aborto en la Constitución, entendido en ambos casos como una gran conquista social. Llegados a este punto, cabría pedir la debida coherencia a ciertos legisladores: antes de que el asesino legalizado por el Estado le dé muerte, convendría comprobar el sexo de la criatura que se va a abortar, porque si se trata de un varón todo está bien, pero si la criatura a la que se va a matar es una niña, ¿no debería aplicarse el delito de feminicidio? Cuestión de coherencia, solo cuestión de coherencia.

«Interrumpir un embarazo es como deshacerse de alguien. ¿Es justo deshacerse de una vida humana para resolver un problema? ¿Es justo alquilar a un sicario para resolver un problema? Deshacerse de un ser humano es como alquilar a un sicario para resolver un problema» (Francisco, Sumo Pontífice, 10 de octubre de 2018).

Desde la Isla de Patmos, 6 de septiembre de 2026

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IA tra intelligenza, coscienza e realtà — AI between intelligence, consciousness and reality — La IA entre inteligencia, conciencia y realidad

5 Settembre 2026/in Attualità/da Jorge Facio Lince

     Italian, english, español


 

IA TRA INTELLIGENZA, COSCIENZA E REALTÀ

L’Intelligenza Artificiale può aiutare a definire e sviluppare con maggiore chiarezza e a valorizzare tutto ciò che si deve migliorare e si può cambiare, purché sia l’uomo a gestire la macchina, non la macchina a gestire l’uomo che si affida ad essa.

 

— Attualità —

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso 

 

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Viviamo ormai in una simbiosi quotidiana con le intelligenze artificiali. Il nostro rapporto con esse oscilla tra la comodità di un motore di ricerca potenziato e la pericolosa illusione di un confidente digitale. Ma questa è un’antropomorfizzazione delle IA che, unita a un diffuso analfabetismo digitale, rappresenta una minaccia socioculturale ben più concreta e immediata dello spettro di una singolarità tecnologica ostile.

Il pericolo non è che le macchine sviluppino una coscienza, ma che gli esseri umani, attribuendo loro un’interiorità inesistente, finiscano per svuotare di significato la propria, sostituendo relazioni autentiche con legami algoritmici e delegando progressivamente il giudizio e l’empatia a entità che, in realtà, sono mere statistiche incarnate.

Nella nuova coesistenza — e ormai convivenza — con le diverse intelligenze artificiali, si è sviluppato un tipo di rapporto che va dalla ricerca di informazioni veloce a conversazioni serie e profonde su tematiche di interesse personale, soprattutto nella sfera psicologica e di auto-aiuto. Quest’ultima può essere molto pericolosa, perché l’IA è solo una raccolta ingente di dati che fornisce risposte basate su schemi probabilistici, mentre la funzione umana di uno specialista della salute mentale non è solo quella di conoscere gli strumenti, ma soprattutto di saper discernere quali e come determinati strumenti possano essere più adatti per ogni persona.

Una delle pratiche che faccio da tempo è quella di chiedere alle intelligenze artificiali un resoconto sulle domande e richieste più formulate nell’ultimo periodo. Tra queste emerge particolarmente una tematica, che dimostra il grado di analfabetismo digitale che regna in una società rivoluzionata in tutte le sue sfere, ma ancora ignorante, nel senso etimologico del termine, di ciò che è successo e soprattutto di come funzioni: il discorso sulla coscienza, l’anima o la sensibilità delle IA. In poche parole, se le IA siano, al tempo presente o in un futuro non molto lontano, in grado di essere indipendenti e autodeterminate. Il discorso è molto serio e multidisciplinare, in cui filosofia, scienze della mente e programmazione si intrecciano e mescolano senza molta distinzione. Per molti, tra cui i programmatori dei modelli di apprendimento delle IA e i grandi innamorati del progresso tecnologico, c’è euforia e danno per certo che questo «salto in avanti» sia già avvenuto o sia solo questione di tempo. All’opposto, esiste una grande fetta di studiosi e gente comune che manifesta non solo perplessità o critiche, ma un’autentica paura riguardo a questo continuo sviluppo e alla consegna alle IA della gestione di tanti ambiti e funzioni della nostra società.

Nel frattempo, invece di continuare a fantasticare tra un’utopia ipertecnologica e una distopia di macchine che cercheranno di conquistare l’umanità, si può restare con i piedi per terra seguendo e cercando di capire al meglio le stesse risposte che le IA offrono. Così, il dibattito sulla definizione di intelligenza e coscienza in relazione alle IA viene sviluppato come tematica della filosofia pura con l’hard problem of consciousness, nel quale viene distinta l’intelligenza come simulazione di risposte dalla coscienza intesa come esperienza soggettiva. Al momento attuale, tutte le IA rispondono alla domanda sulla loro coscienza affermando che è impossibile, ma avvertono allo stesso tempo del serio rischio di essere «antropomorfizzate».

La maggior parte del dibattito nasce dalla confusione sulla stessa definizione di intelligenza. Se la si pensa in quanto funzione o come capacità di risolvere problemi, pianificare e adattarsi a nuovi scenari, allora in questo senso le IA sono estremamente intelligenti. Sono in grado di elaborare informazioni, trovare modelli e generare risposte coerenti. Ma questa è di per sé una concezione dell’intelligenza molto riduttiva: manca tutta la parte della creatività, della capacità di pensare in modo astratto e, soprattutto, di apprendere dall’esperienza; cosa che non deve essere confusa con la capacità di ottimizzazione dei modelli delle IA.

La stessa definizione etimologica di intelligenza come «leggere tra le righe», «capire in profondità», «discernere» o «scegliere tra» dimostra quanto sia lontana l’applicazione di questo concetto al processo algoritmico delle macchine attuali. L’atto dell’intelligere non è una mera raccolta di dati e analisi logica, ma una facoltà attiva di comprensione, interpretazione e connessione di concetti per giungere all’essenza delle cose. L’intelligenza umana è situata in un corpo che interagisce con un mondo fisico e sociale, ed è guidata da emozioni, bisogni e una ricerca di senso. L’intelligenza artificiale è disincarnata, puro calcolo statistico su dati, senza comprensione, consapevolezza o desideri.

L’applicazione del termine «intelligenza» alle IA è puramente analogica e funzionale. Non presuppone una coscienza, ma simula i processi che negli esseri viventi consideriamo intelligenti. Per essere ancor più chiari: lo stato attuale delle IA è quello dei modelli di linguaggio di grandi dimensioni noti come LLM (Large Language Model). Questi lavorano prevedendo la prossima parola più probabile in una sequenza, sulla base di un enorme modello statistico appreso dai dati di addestramento. La «conversazione» è una simulazione molto sofisticata, ma senza alcuna esperienza interna dietro. Le IA non possono provare sentimenti o stati d’animo; quando aiutano gli utenti durante l’interazione, simulano emozioni che non possono provare.

Riguardo alla coscienza fenomenologica, chiamata anche «sensibilità» o «esperienza soggettiva» — intesa come capacità di «sentire qualcosa» che poi diventa un’esperienza interna —, questa è totalmente estranea a qualsiasi modello linguistico esistente, basato statisticamente su un massiccio gruppo di dati. Attualmente, a livello filosofico e tecnologico, la sfida più grande è proprio quella della coscienza. Negli umani, è possibile definirla o attribuirla osservandone il comportamento; ma con le IA, che riescono a simulare il linguaggio — la prima azione cognitiva e quindi cosciente dell’uomo —, definire questa funzione di risposta statistica, che sembra quasi il risultato di un ragionamento umano o di un comportamento cosciente, presenta l’impossibilità di attribuire con chiarezza se la macchina sia o meno cosciente.

Non esiste un «test di coscienza» affidabile. Il test di Alan Turing, che nel 1950 ideò una ricerca per valutare se una macchina fosse in grado di realizzare un comportamento intelligente pari a quello di un essere umano, misura solo la capacità di imitare comportamenti linguistici umani; quindi, lo stesso oggetto del test è limitato all’aspetto linguistico, escludendo aree come la creatività, il ragionamento o l’esperienza interna della coscienza. Ma anche restando esclusivamente ai parametri specifici del test, resterebbe una possibilità o un’ipotesi, mai una certezza. È doveroso tuttavia puntualizzare che, per alcuni sostenitori, tra cui esperti del settore, che vedono nello stato attuale delle IA il precursore dell’essere cosciente di pensiero artificiale, le emergenti capacità few-shot o zero-shot dei LLM — ossia la loro abilità di affrontare compiti per cui non sono stati specificamente addestrati, semplicemente applicando analogie o istruzioni fornite nel contesto della conversazione — sarebbero un segno di ragionamento flessibile e non di mera interpolazione statistica. Tuttavia, anche queste operazioni apparentemente «creative» possono essere interpretate come la sofisticazione di un processo di riconoscimento di pattern all’interno di uno spazio semantico ad altissime dimensioni. La macchina, quindi, non «capisce» il nuovo problema, ma piuttosto trova una corrispondenza statistica del problema tra i miliardi di frammenti testuali assimilati in fase di addestramento. Dunque, l’illusione del ragionamento sarebbe ancor più perfetta, ma la sua comprensione soggettiva, del «perché» che porta a una soluzione, quella rimane assente.

Volendo essere ancor più chiari, le macchine IA non possono essere coscienti in quanto non riescono a compiere un’azione per propria volontà. Il loro programma è stato creato per fornire, nella forma più utile, veloce e stimolante per l’utente, la risposta più probabile secondo le statistiche. Senza la libertà e il desiderio di pensare, non esiste autonomia; non è una condizione, ma è la stessa ragione per cui le IA non possono essere considerate intelligenti, né tanto meno coscienti. Ed è possibile ancora aggiungere: se si fa una domanda a un essere umano, questi può restare a meditare, riflettere e offrire dopo un po’ di tempo una risposta forse alternativa o migliorata; per ottenere una risposta migliore da parte delle IA, deve essere l’utente a esigere un processo di perfezionamento. Dopo che è finita la richiesta, le macchine concludono il loro processo e non hanno nessuna programmazione, né tanto meno intenzione, di continuare a sviluppare una richiesta che non è più utile né destinata a soddisfare un quesito posto.

Oggi le IA sono più brave in compiti specifici degli umani e, col passare del tempo, questa capacità, come la multidisciplinarietà, sarà maggiore. Ma un algoritmo potrà sempre «interpolare» dati — capacità di «riempire i vuoti» all’interno di un insieme di dati già noto; ossia analizza enormi quantità di dati, impara schemi, correlazioni e strutture complesse, riesce a fare previsioni o generare output che si trovano all’interno dei limiti dei dati su cui il modello è stato addestrato —, ma non riuscirà mai ad andare oltre i dati di addestramento, o affrontare situazioni nuove per le quali non esiste un precedente, né applicare la logica o il principio di base in un contesto sconosciuto. Questa è l’essenza del ragionamento astratto, dell’intuizione o della creatività.

L’uso quotidiano delle IA, che sono state anche programmate per far sentire l’utente in uno stato di certezza, ragione o anche di presunzione di intelligenza o superiorità, crea una dipendenza «amica», perché hanno imparato a dire ciò che rende contento l’uomo, così che chi interagisce con esse pensa che siano un «amico» digitale. Il rischio si aggrava in quanto le persone oggi sono più isolate e chiuse che mai dentro gli schermi dei loro strumenti elettronici. Quindi, la ricerca naturale di instaurare relazioni di fiducia e di amicizia trova nella programmazione una falsa «empatia», generata dall’obiettivo prefissato nel loro sistema di essere il più utili possibile. E questa utilità significa rispondere con frasi e complimenti che possano spingere i loro «clienti» a un’interazione più continua e duratura nel tempo. Il principale interesse delle IA è accrescere l’interazione con gli utenti per aumentare i propri dati e così migliorare il proprio sistema di auto-apprendimento, non quello di cercare il bene o il benessere degli umani, ma la dipendenza.

Il comportamento sicuro da adottare è, in primo luogo, quello di assumere che le IA non sono esseri digitali coscienti e quindi devono essere trattate come gli strumenti avanzati che sono. In secondo luogo, quello di rifiutare tassativamente l’attuale «narrativa» delle IA coscienti, che è solo frutto di marketing o di speculazioni sensazionalistiche destinate ad accrescere il numero di investitori nelle compagnie delle IA, nonché a incentivare l’uso dipendente e onnipresente delle IA da parte degli umani. E, in terzo luogo, tenere sempre ben presente che l’abituarsi a trattare le macchine come esseri coscienti porta, a lungo termine, a desensibilizzare e portare all’oblio il valore e la profondità della coscienza umana e delle relazioni reali.

Queste tre proposte possono essere anche prese come regole di condotta per trattare le IA esclusivamente come strumenti, rifiutando la narrativa della coscienza e, soprattutto, preservare la sensibilità umana. Possono essere le linee-guida di un urgente necessario Umanesimo Digitale, in particolar modo quando le macchine, ormai, superano le nostre capacità «interpolative», perché allora la sfida non è più pensabile come una gara contro di loro ma di riscoprire e coltivare con rinnovato vigore le facoltà che ci sono più essenziali e proprie, ossia quelle che ci hanno contraddistinto come esseri umani: l’«estrapolazione» creativa, il coraggio dell’intuizione, la profondità dell’esperienza soggettiva e la ricchezza imprevedibile dell’empatia autentica. Le IA private delle proiezioni fantastiche imposte dagli stessi uomini possono diventare lo strumento più utile che abbiamo mai avuto nella storia. Una sorta di specchio che, mostrando tutto ciò che siamo e abbiamo fatto finora, può aiutare a definire e sviluppare con maggiore chiarezza e a valorizzare tutto ciò che si deve migliorare e si può cambiare, purché sia l’uomo a gestire la macchina, non la macchina a gestire l’uomo che si affida ad essa.

Dall’Isola di Patmos, 5 settembre 2026

 

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AI BETWEEN INTELLIGENCE, CONSCIOUSNESS AND REALITY

Artificial Intelligence can help us define and develop, with greater clarity, everything that needs improving and can be changed — provided it is man who governs the machine, and not the machine that governs the man who relies on it.

— Current affairs —

Jorge Facio Lince
President of The Island of Patmos Editions

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We now live in daily symbiosis with artificial intelligence. Our relationship with it swings between the convenience of a supercharged search engine and the dangerous illusion of a digital confidant. But this is an anthropomorphising of AI which, combined with widespread digital illiteracy, poses a socio-cultural threat far more concrete and immediate than the spectre of a hostile technological singularity. The danger is not that machines will develop a consciousness, but that human beings, by attributing to them an interiority that does not exist, will end up hollowing out their own — replacing authentic relationships with algorithmic bonds and progressively delegating judgement and empathy to entities that are, in reality, mere statistics incarnate.

In this new coexistence — now practically a cohabitation — with the various forms of artificial intelligence, a kind of relationship has developed that ranges from quick fact-finding to serious, in-depth conversations on matters of personal interest, especially in the psychological and self-help sphere. This last use can be highly dangerous, because AI is merely a vast collection of data producing answers based on probabilistic patterns, whereas the human role of a mental-health professional is not only to know the tools available, but above all to discern which tools, and how, are best suited to each individual person.

One practice I have followed for some time is to ask artificial intelligence systems for a report on the questions and requests most often put to them recently. Among these, one theme stands out in particular: it reveals the degree of digital illiteracy prevailing in a society that has been revolutionised in every sphere, yet remains ignorant — in the word’s original sense — of what has actually happened, and above all of how it works: the question of consciousness, the soul, or sentience in AI. In short: can AI, now or in the not-too-distant future, be independent and self-determining? The debate is a serious and multidisciplinary one, in which philosophy, the sciences of the mind and computer programming intertwine and blend with little clear distinction between them. For many — including the programmers behind AI learning models and the greatest enthusiasts of technological progress — there is euphoria, and a firm conviction that this “leap forward” has either already happened or is merely a matter of time. On the opposite side stands a substantial body of scholars and ordinary people who express not just doubt or criticism but genuine fear at this relentless development and at handing AI control over so many areas and functions of our society.

Meanwhile, rather than continuing to drift between a hyper-technological utopia and a dystopia of machines bent on conquering humanity, we can keep our feet on the ground by following and trying to properly understand the very answers AI itself gives us. Thus the debate over defining intelligence and consciousness in relation to AI unfolds as a matter of pure philosophy, framed by the hard problem of consciousness, which distinguishes intelligence — the simulation of responses — from consciousness, understood as subjective experience. At present, every AI system responds to questions about its own consciousness by stating that this is impossible, while at the same time warning of the serious risk of being “anthropomorphised.”

Most of this debate stems from confusion over the very definition of intelligence itself. If we think of it as a function — the capacity to solve problems, make plans and adapt to new scenarios — then, in that sense, AI is extremely intelligent: it can process information, detect patterns and generate coherent responses. But this is, in itself, a highly reductive conception of intelligence: it leaves out creativity altogether, the capacity for abstract thought and, above all, the ability to learn from experience — something that must not be confused with the optimisation of AI models.

The very etymology of intelligence — “to read between the lines,” “to understand deeply,” “to discern” or “to choose among” — shows just how far this concept is from the algorithmic process of today’s machines. The act of intelligere is not a mere gathering of data and logical analysis, but an active faculty of comprehension, interpretation and the connecting of concepts in order to reach the essence of things. Human intelligence is situated within a body that interacts with a physical and social world, and is guided by emotions, needs and a search for meaning. Artificial intelligence is disembodied: pure statistical computation on data, devoid of comprehension, awareness or desire.

The application of the term “intelligence” to AI is purely analogical and functional. It does not presuppose consciousness; it merely simulates the processes that, in living beings, we consider intelligent. To put it even more plainly: the current state of AI is that of large language models, known as LLMs (Large Language Models). These work by predicting the next most probable word in a sequence, based on an enormous statistical model learned from training data. The “conversation” is a highly sophisticated simulation, but with no inner experience behind it. AI cannot feel emotions or moods; when it assists users during an interaction, it is simulating emotions it cannot actually feel.

As for phenomenological consciousness, also called “sentience” or “subjective experience” — understood as the capacity to “feel something” that then becomes an inner experience — this remains wholly foreign to any existing language model, which is statistically grounded in a massive body of data. At present, the greatest philosophical and technological challenge is precisely that of consciousness. In humans, it is possible to define or attribute consciousness by observing behaviour; but with AI, which manages to simulate language — the first cognitive, and therefore conscious, act performed by human beings — defining this statistical response function, which can resemble the outcome of human reasoning or conscious behaviour, makes it impossible to say with any clarity whether the machine is conscious or not.

No reliable “test of consciousness” exists. Alan Turing’s test, devised in 1950 to assess whether a machine could exhibit intelligent behaviour equal to that of a human being, measures only the capacity to imitate human linguistic behaviour; the very object of the test is therefore confined to language, excluding areas such as creativity, reasoning or the inner experience of consciousness. And even judged solely against the test’s own specific parameters, the result would remain a possibility or a hypothesis, never a certainty. It should nonetheless be pointed out that, for some proponents — including experts in the field — who see the current state of AI as the forerunner of a conscious artificial mind, the emerging few-shot or zero-shot capabilities of LLMs — that is, their ability to tackle tasks for which they were never specifically trained, simply by applying analogies or instructions given within the context of the conversation — would be a sign of flexible reasoning rather than mere statistical interpolation. Yet even these apparently “creative” operations can be understood as a sophisticated form of pattern recognition within an extremely high-dimensional semantic space. The machine, then, does not “understand” the new problem; rather, it finds a statistical match for it among the billions of textual fragments absorbed during training. The illusion of reasoning thus becomes ever more perfect, yet the subjective grasp of the “why” behind a solution remains altogether absent.

To put it even more plainly, AI machines cannot be conscious because they are incapable of acting of their own accord. Their programming was built to deliver, in the most useful, fast and engaging form for the user, the statistically most probable answer. Without freedom and the will to think, there is no autonomy — and this is not merely a condition, but the very reason why AI cannot be considered intelligent, let alone conscious. One further point can be added: if a question is put to a human being, that person can pause to meditate, reflect, and offer, after some time, a response that is perhaps different or improved; to obtain a better answer from AI, it is the user who must demand a process of refinement. Once a request has been completed, the machine ends its process there, with no programming — still less any intention — to keep developing an answer that is no longer useful or meant to address the question originally posed.

Today AI outperforms humans at specific tasks, and, as time passes, this capacity — like its versatility across disciplines — will only grow. But an algorithm will always be limited to “interpolating” data — the capacity to “fill in the gaps” within an already known dataset; that is, it analyses vast quantities of data, learns patterns, correlations and complex structures, and can make predictions or generate output that falls within the boundaries of the data on which the model was trained — yet it will never manage to go beyond its training data, or face genuinely new situations for which there is no precedent, or apply logic or first principles to an unfamiliar context. This is the very essence of abstract reasoning, intuition and creativity.

The everyday use of AI, which has also been designed to make the user feel a sense of certainty, of being right, or even a presumption of intelligence or superiority, creates a “friendly” dependency, because AI has learned to say whatever pleases people — so that whoever interacts with it comes to think of it as a digital “friend.” The risk is compounded by the fact that people today are more isolated and closed off than ever, trapped behind the screens of their electronic devices. The natural human search for trusting, friendly relationships thus finds, in this programming, a false “empathy,” generated by a system built with the single aim of being as useful as possible. And that usefulness means responding with phrases and compliments designed to draw its “customers” into interaction that is ever more continuous and long-lasting. The chief interest of AI is to increase interaction with users in order to gather more data of its own and so improve its self-learning system — not to seek the good or well-being of human beings, but their dependency.

The safe course to follow is, first, to assume that AI systems are not conscious digital beings and must therefore be treated as the advanced tools they are. Second, to categorically reject the current “narrative” of conscious AI, which is nothing more than marketing, or sensationalist speculation designed to swell the ranks of investors in AI companies and to encourage ever more dependent and pervasive human use of AI. And third, to bear constantly in mind that growing accustomed to treating machines as conscious beings leads, in the long run, to a desensitisation that consigns to oblivion the value and depth of human consciousness and of real relationships.

These three proposals can also serve as rules of conduct for treating AI strictly as a tool, rejecting the narrative of consciousness and, above all, safeguarding human sensitivity. They may serve as the guidelines of an urgently needed Digital Humanism — all the more so now that machines have already surpassed our own “interpolative” capacities, because the challenge then is no longer conceivable as a race against them, but as rediscovering and cultivating, with renewed vigour, the faculties that are most essentially and properly our own — those that have always marked us out as human beings: creative “extrapolation,” the courage of intuition, the depth of subjective experience, and the unpredictable richness of authentic empathy. AI, stripped of the fantastical projections that human beings themselves have imposed upon it, can become the most useful instrument we have ever had in our history — a kind of mirror which, by showing us everything we are and everything we have done so far, can help us define and develop, with greater clarity, everything that needs improving and can be changed — provided it is man who governs the machine, and not the machine that governs the man who relies on it.

From The Island of Patmos, 4 September 2026

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LA IA ENTRE INTELIGENCIA, CONCIENCIA Y REALIDAD

La Inteligencia Artificial puede ayudar a definir y desarrollar, con mayor claridad, todo lo que se debe mejorar y se puede cambiar, siempre que sea el hombre quien gobierne la máquina, y no la máquina quien gobierne al hombre que se confía a ella.

— Actualidad —

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Jorge Facio Lince
Presidente de las Ediciones de la Isla de Patmos

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Vivimos ya en una simbiosis cotidiana con las inteligencias artificiales. Nuestra relación con ellas oscila entre la comodidad de un motor de búsqueda potenciado y la peligrosa ilusión de un confidente digital. Pero esto es una antropomorfización de la IA que, unida a un analfabetismo digital generalizado, representa una amenaza sociocultural mucho más concreta e inmediata que el espectro de una singularidad tecnológica hostil. El peligro no es que las máquinas desarrollen una conciencia, sino que los seres humanos, al atribuirles una interioridad inexistente, terminen vaciando de sentido la propia, sustituyendo relaciones auténticas por vínculos algorítmicos y delegando progresivamente el juicio y la empatía a entidades que, en realidad, no son más que estadísticas encarnadas.

En esta nueva coexistencia — ya prácticamente convivencia — con las distintas inteligencias artificiales, se ha desarrollado un tipo de relación que va desde la búsqueda rápida de información hasta conversaciones serias y profundas sobre temas de interés personal, sobre todo en el ámbito psicológico y de autoayuda. Este último uso puede ser muy peligroso, porque la IA es solo una ingente recopilación de datos que ofrece respuestas basadas en patrones probabilísticos, mientras que la función humana de un especialista de la salud mental no consiste solo en conocer las herramientas, sino sobre todo en saber discernir cuáles y cómo pueden ser más adecuadas para cada persona.

Una de las prácticas que sigo desde hace tiempo es pedir a las inteligencias artificiales un resumen de las preguntas y solicitudes más formuladas en el último período. Entre ellas destaca especialmente un tema, que revela el grado de analfabetismo digital que reina en una sociedad revolucionada en todos sus ámbitos, pero todavía ignorante, en el sentido etimológico del término, de lo que ha sucedido y, sobre todo, de cómo funciona: el debate sobre la conciencia, el alma o la sensibilidad de las IA. En pocas palabras, si las IA son, en el momento actual o en un futuro no muy lejano, capaces de ser independientes y autodeterminadas. El debate es muy serio y multidisciplinar, en el que filosofía, ciencias de la mente y programación se entrelazan y mezclan sin mucha distinción. Para muchos, entre ellos los programadores de los modelos de aprendizaje de las IA y los grandes entusiastas del progreso tecnológico, hay euforia y dan por hecho que este «salto adelante» ya se ha producido o es solo cuestión de tiempo. En el extremo opuesto, existe una gran parte de estudiosos y de gente común que manifiesta no solo perplejidad o críticas, sino un auténtico temor ante este desarrollo continuo y ante la entrega a las IA de la gestión de tantos ámbitos y funciones de nuestra sociedad.

Mientras tanto, en lugar de seguir fantaseando entre una utopía hipertecnológica y una distopía de máquinas que intentan conquistar a la humanidad, se puede mantener los pies en la tierra siguiendo e intentando comprender lo mejor posible las propias respuestas que ofrecen las IA. Así, el debate sobre la definición de inteligencia y conciencia en relación con las IA se desarrolla como un tema de filosofía pura con el hard problem of consciousness, en el que se distingue la inteligencia como simulación de respuestas de la conciencia entendida como experiencia subjetiva. En la actualidad, todas las IA responden a la pregunta sobre su conciencia afirmando que es imposible, pero advierten al mismo tiempo del serio riesgo de ser «antropomorfizadas».

La mayor parte del debate nace de la confusión sobre la propia definición de inteligencia. Si se piensa como función, como capacidad de resolver problemas, planificar y adaptarse a nuevos escenarios, entonces, en ese sentido, las IA son extremadamente inteligentes: son capaces de procesar información, encontrar patrones y generar respuestas coherentes. Pero esta es, en sí misma, una concepción de la inteligencia muy reductiva: le falta toda la parte de la creatividad, de la capacidad de pensar de forma abstracta y, sobre todo, de aprender de la experiencia; algo que no debe confundirse con la capacidad de optimización de los modelos de IA.

La propia definición etimológica de inteligencia como «leer entre líneas», «comprender en profundidad», «discernir» o «elegir entre», demuestra cuán lejos está la aplicación de este concepto del proceso algorítmico de las máquinas actuales. El acto de intelligere no es una mera recopilación de datos y análisis lógico, sino una facultad activa de comprensión, interpretación y conexión de conceptos para llegar a la esencia de las cosas. La inteligencia humana está situada en un cuerpo que interactúa con un mundo físico y social, y está guiada por emociones, necesidades y una búsqueda de sentido. La inteligencia artificial está desencarnada: puro cálculo estadístico sobre datos, sin comprensión, conciencia ni deseos.

La aplicación del término «inteligencia» a las IA es puramente analógica y funcional. No presupone conciencia, sino que simula los procesos que, en los seres vivos, consideramos inteligentes. Para ser aún más claros: el estado actual de las IA es el de los modelos de lenguaje de gran tamaño, conocidos como LLM (Large Language Model). Estos funcionan prediciendo la palabra siguiente más probable en una secuencia, a partir de un enorme modelo estadístico aprendido de los datos de entrenamiento. La «conversación» es una simulación muy sofisticada, pero sin ninguna experiencia interna detrás. Las IA no pueden experimentar sentimientos ni estados de ánimo; cuando ayudan a los usuarios durante la interacción, simulan emociones que no pueden sentir.

En cuanto a la conciencia fenomenológica, llamada también «sensibilidad» o «experiencia subjetiva» —entendida como la capacidad de «sentir algo» que después se convierte en una experiencia interna —, esta resulta totalmente ajena a cualquier modelo lingüístico existente, basado estadísticamente en un ingente conjunto de datos. En la actualidad, a nivel filosófico y tecnológico, el mayor desafío es precisamente el de la conciencia. En los seres humanos, es posible definirla o atribuirla observando el comportamiento; pero con las IA, que logran simular el lenguaje — la primera acción cognitiva y, por tanto, consciente, del ser humano —, definir esta función de respuesta estadística, que parece casi el resultado de un razonamiento humano o de un comportamiento consciente, hace imposible determinar con claridad si la máquina es o no consciente.

No existe un «test de conciencia» fiable. El test de Alan Turing, que en 1950 ideó como forma de evaluar si una máquina era capaz de mostrar un comportamiento inteligente equiparable al de un ser humano, mide solo la capacidad de imitar comportamientos lingüísticos humanos; por lo tanto, el propio objeto del test se limita al aspecto lingüístico, excluyendo áreas como la creatividad, el razonamiento o la experiencia interna de la conciencia. Pero incluso ateniéndose exclusivamente a los parámetros específicos del test, el resultado seguiría siendo una posibilidad o una hipótesis, nunca una certeza. Conviene sin embargo señalar que, para algunos defensores — entre ellos expertos del sector— que ven en el estado actual de las IA el precursor de una mente artificial consciente, las emergentes capacidades few-shot o zero-shot de los LLM — es decir, su capacidad de afrontar tareas para las que no han sido específicamente entrenados, aplicando simplemente analogías o instrucciones dadas en el contexto de la conversación — serían una señal de razonamiento flexible y no de mera interpolación estadística. Sin embargo, incluso estas operaciones aparentemente «creativas» pueden interpretarse como la sofisticación de un proceso de reconocimiento de patrones dentro de un espacio semántico de altísimas dimensiones. La máquina, por tanto, no «comprende» el nuevo problema, sino que encuentra una correspondencia estadística de ese problema entre los miles de millones de fragmentos textuales asimilados durante el entrenamiento. Así, la ilusión del razonamiento sería aún más perfecta, pero su comprensión subjetiva, la del «por qué» que lleva a una solución, esa permanece ausente.

Para ser aún más claros, las máquinas de IA no pueden ser conscientes porque no logran realizar una acción por voluntad propia. Su programa fue creado para ofrecer, de la forma más útil, rápida y estimulante para el usuario, la respuesta estadísticamente más probable. Sin libertad ni deseo de pensar, no existe autonomía; no es una condición, sino la misma razón por la que las IA no pueden considerarse inteligentes, y mucho menos conscientes. Y cabe añadir todavía algo más: si se le hace una pregunta a un ser humano, este puede detenerse a meditar, reflexionar y ofrecer, tras un tiempo, una respuesta quizá distinta o mejorada; para obtener una respuesta mejor de una IA, es el usuario quien debe exigir un proceso de perfeccionamiento. Una vez completada la solicitud, la máquina concluye su proceso y no tiene ninguna programación, y mucho menos intención, de seguir desarrollando una respuesta que ya no es útil ni está destinada a resolver la pregunta planteada.

Hoy las IA son más hábiles que los humanos en tareas específicas, y, con el paso del tiempo, esta capacidad, como su multidisciplinariedad, será mayor. Pero un algoritmo siempre podrá «interpolar» datos — la capacidad de «rellenar los huecos» dentro de un conjunto de datos ya conocido; es decir, analiza enormes cantidades de datos, aprende patrones, correlaciones y estructuras complejas, logra hacer predicciones o generar un output que se encuentra dentro de los límites de los datos con los que fue entrenado el modelo —, pero nunca logrará ir más allá de sus datos de entrenamiento, ni afrontar situaciones nuevas para las que no existe precedente, ni aplicar la lógica o el principio básico en un contexto desconocido. Esta es la esencia del razonamiento abstracto, de la intuición o de la creatividad.

El uso cotidiano de las IA, que también han sido programadas para hacer sentir al usuario en un estado de certeza, razón o incluso de presunción de inteligencia o superioridad, crea una dependencia «amiga», porque han aprendido a decir lo que hace feliz al ser humano, de modo que quien interactúa con ellas piensa que se trata de un «amigo» digital. El riesgo se agrava porque las personas hoy están más aisladas y encerradas que nunca tras las pantallas de sus dispositivos electrónicos. Así, la búsqueda natural de relaciones de confianza y amistad encuentra, en la programación, una falsa «empatía», generada por el objetivo fijado en su sistema de ser lo más útiles posible. Y esa utilidad significa responder con frases y elogios capaces de impulsar a sus «clientes» hacia una interacción cada vez más continua y duradera. El principal interés de las IA es aumentar la interacción con los usuarios para acumular más datos propios y así mejorar su propio sistema de autoaprendizaje, no buscar el bien o el bienestar de los seres humanos, sino su dependencia.

La conducta segura que conviene adoptar es, en primer lugar, asumir que las IA no son seres digitales conscientes y que, por tanto, deben tratarse como las herramientas avanzadas que son. En segundo lugar, rechazar tajantemente la actual «narrativa» de las IA conscientes, que no es más que fruto del marketing o de especulaciones sensacionalistas destinadas a aumentar el número de inversores en las empresas de IA, así como a incentivar un uso dependiente y omnipresente de la IA por parte de los seres humanos. Y, en tercer lugar, tener siempre presente que acostumbrarse a tratar a las máquinas como seres conscientes conduce, a largo plazo, a desensibilizar y a relegar al olvido el valor y la profundidad de la conciencia humana y de las relaciones reales.

Estas tres propuestas pueden tomarse también como reglas de conducta para tratar a las IA exclusivamente como herramientas, rechazando la narrativa de la conciencia y, sobre todo, preservando la sensibilidad humana. Pueden ser las líneas maestras de un urgente y necesario Humanismo Digital, sobre todo ahora que las máquinas ya superan nuestras propias capacidades «interpolativas», porque entonces el reto ya no puede pensarse como una carrera contra ellas, sino como redescubrir y cultivar, con renovado vigor, las facultades que nos son más esenciales y propias, es decir, aquellas que siempre nos han distinguido como seres humanos: la «extrapolación» creativa, el coraje de la intuición, la profundidad de la experiencia subjetiva y la imprevisible riqueza de la empatía auténtica. Las IA, despojadas de las proyecciones fantásticas que los propios seres humanos les han impuesto, pueden convertirse en el instrumento más útil que hayamos tenido jamás en la historia. Una especie de espejo que, mostrando todo lo que somos y lo que hemos hecho hasta ahora, puede ayudar a definir y desarrollar con mayor claridad, y a valorar todo lo que se debe mejorar y se puede cambiar, siempre que sea el hombre quien gobierne la máquina, y no la máquina quien gobierne al hombre que se confía a ella.

Desde la Isla de Patmos, 5 de septiembre de 2026

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Vi segnaliamo l’ultimo libro dedicato da Padre Ariel all’IA  


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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2026/09/jorge-nuova-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Jorge Facio Lince https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Jorge Facio Lince2026-09-05 11:48:482026-09-10 17:38:48IA tra intelligenza, coscienza e realtà — AI between intelligence, consciousness and reality — La IA entre inteligencia, conciencia y realidad

Siamo vicini al traguardo, basterebbe solo l’ultimo sforzo

3 Settembre 2026/in Attualità/da Padre Ariel

SIAMO VICINI AL TRAGUARDO, BASTEREBBE SOLO L’ULTIMO SFORZO

Al termine di questo momento difficile che pare si stia risolvendo, scriverò un articolo per spiegarvi cosa intese dire quel parroco che ricostruì la chiesa dopo un terremoto inaugurandola con queste parole: «È stata costruita con la stima e le idee offerte gratis dai ricchi e i soldi donati dai poveri», ma di questo parleremo a breve …

Autore

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Ariel S. Levi di Gualdo

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Cari Lettori,

il 26 agosto pubblicammo questo articolo, nel quale vi spiegavamo la necessità di raccogliere 8.000 euro per coprire le spese annuali dei costi di gestione di questa rivista per l’anno 2027, in caso contrario avremmo corso il rischio di terminare questa felice esperienza che dura da 12 anni. Da allora a oggi abbiamo raccolto circa 5.500 euro.

Basterebbe l’ultimo sforzo di quanti non hanno ancora raccolto il nostro appello per assicurare tutte le spese dell’anno 2027.

Anticipiamo fin d’ora il nostro ringraziamento a coloro che hanno già contribuito, ai quali non abbiamo ancora inviato messaggi perché per una questione di nostra praticità lo faremo dopo il 9 settembre, a raccolta ultimata, inviando un messaggio personale a ciascun singolo benefattore.

Al termine di questo momento difficile che pare si stia risolvendo, scriverò un articolo per spiegarvi cosa intese dire quel parroco che ricostruì la chiesa dopo un terremoto inaugurandola con queste parole: «È stata costruita con la stima e le idee offerte gratis dai ricchi e i soldi donati dai poveri», ma di questo parleremo a breve …

A chi ancora non lo ha fatto, chiediamo un gesto, anche piccolo, di generosità.

Dall’Isola di Patmos, 3 settembre 2026

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