«Magnificat», il grande hard rock della Beata Vergine Maria nella solennità dell’assunta
/in Omiletica/da Padre Ariel
Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos
«MAGNIFICAT», IL GRANDE HARD ROCK DELLA BEATA VERGINE MARIA NELLA SOLENNITÀ DELL’ASSUNTA
Persino l’eresiarca Martin Lutero, che alla Beata Vergine fu sempre molto devoto — cosa che gran parte dei fedeli cattolici, ma pure molti studiosi ignorano —, nel 1521 compose un intenso libretto intitolato Il Magnificat tradotto in tedesco e commentato.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Nel giorno di Natale del 1886 il giovane scrittore e poeta, all’epoca agnostico, Paul Claudel, attraversa il portale di Notre Dame de Paris e gli arriva all’orecchio il canto del Magnificat, testo evangelico della liturgia dei Vespri.
A seguire confesserà di essere uscito da quell’esperienza trasformato, destinato a diventare ormai il cantore della fede cristiana a tutti noto; molti conoscono il suo dramma: Annonce fait à Marie. Anni dopo, nel 1913, narrerà:
«In quel giorno credetti con una tale forza di adesione, con una tale elevazione di tutto il mio essere, con una convinzione così forte, con una tale certezza, con una tale assenza di dubbi che in seguito né i libri, né i ragionamenti, né le sorti di una vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede».
Il 15 agosto di ogni anno, il calendario ricorda la solennità dell’assunzione al cielo della Beata Vergina Maria, la madre del Signore, nonostante la diffusa denominazione secolarizzata di «Ferragosto». Ebbene, che si acceda in una cattedrale solenne come Notre Dame o in una piccola cappella sperduta fra i monti, ognuno, in questo giorno, sentirà proclamare quel canto del Magnificat che contraddistingue la Santa Messa di questa Solennità. Ecco il brano riportato dall’evangelista Luca.
«In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre”. Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua» (Lc 1,39-56).
Maria, incinta di Gesù, mentre è in visita alla parente Elisabetta, incinta a sua volta di Giovanni Battista, intona questo inno straordinariamente lungo che Luca riferisce. È l’unica volta che le parole della Madre di Cristo si dilatano fino a comprendere ben 102 parole nel greco, compresi articoli, pronomi e particelle. Le altre volte, in tutto solo cinque, le frasi di Maria che i Vangeli riportano sono brevi e quasi stentate, come a Cana durante le nozze a cui partecipa anche suo Figlio: «Non hanno più vino» e «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2, 3). Seguiamo, allora, il flusso poetico di questa salmodia mariana intessuta su un palinsesto di allusioni bibliche.
Idealmente il canto è per solista e coro. Il primo movimento è intonato dall’«io» di Maria: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49). Si chiede Origene (III° sec.):
«Che cosa aveva, la madre del Signore, di umile e di basso, ella che portava nel seno il Figlio di Dio? Dicendo: “Ha guardato l’umiltà della sua ancella”, è come se dicesse: ha guardato la giustizia della sua ancella, ha guardato la sua temperanza, ha guardato la sua fortezza e la sua sapienza» (Origene, Omelie su Luca).
Nel secondo movimento dell’inno entra la voce di un coro nella quale si innesta quella di Maria, proprio come una soprano che fa emergere il suo canto. È il coro dei cristiani, eredi di quei «poveri» dell’Antico Testamento, gli ענבים (‘anawîm), coloro che sono curvi, non solo sotto l’oppressione del potente, ma anche nell’umiltà dell’adorazione nei confronti di Dio, vincendo così la superbia dell’orgoglioso. Costoro, poveri socialmente, ma soprattutto fedeli e giusti, celebrano, unendosi idealmente alla voce di Maria, le particolari scelte divine che si differenziano dalle logiche mondane, privilegiando non il forte o il potente, ma l’ultimo e l’emarginato; ribaltando cosi le gerarchie storiche. L’Evangelista Luca, utilizzando il tempo greco aoristo chiamato «gnomico», perché fa riferimento a esperienze acquisite al di là del loro carattere temporale, descrive attraverso dei verbi in numero di sette, un numero che sta ad indicare la pienezza, le singolari scelte divine:
«Ha spiegato la potenza del suo braccio, / ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, / ha rovesciato i potenti dai troni, / ha innalzato gli umili, / ha ricolmato di beni gli affamati, / ha rimandato i ricchi a mani vuote, / ha soccorso Israele suo servo» (Lc 1,51-54).
È una logica costante di Dio che ritroviamo anche sulle labbra di Gesù: «Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20,16) e «Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14, 11).
Il fascino delle parole di Maria, nel Magnificat, si è impresso da allora nella spiritualità cristiana, informando la vita di molti santi e ha fatto scaturire una miriade di commenti di ogni genere e tantissime opere d’arte sia pittorica, che musicale. Persino l’eresiarca Martin Lutero, che alla Beata Vergine fu sempre molto devoto — cosa che gran parte dei fedeli cattolici, ma pure molti studiosi ignorano —, nel 1521 compose un intenso libretto intitolato Il Magnificat tradotto in tedesco e commentato.
Questo bellissimo canto del Magnificat è dalla Liturgia collocato come castone della Solennità della Assunzione di Maria che ovunque si celebra, in Oriente, come nell’Occidente cristiano. Poiché la Dormizione-Assunzione di Maria è un segno delle realtà ultime, di ciò che deve accadere in un futuro non tanto cronologico quanto di senso, un segno della pienezza cui i nostri limiti anelano: in lei intuiamo la glorificazione che attende il cosmo intero alla fine dei tempi, quando «Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28) e in tutto. Lei, la Vergine Maria, è la porzione di umanità già redenta, figura di quella terra promessa cui siamo chiamati, lembo di terra trapiantato in cielo. Un inno della Chiesa ortodossa serba canta Maria come «terra del cielo», terra ormai in Dio per sempre, anticipazione del nostro comune destino.
Vorrei concludere con le parole di una famosa preghiera con le quali San Francesco saluta Maria oggi ricordata Assunta in cielo:
«Ave Signora, santa regina, santa genitrice di Dio, Maria, che sei vergine fatta Chiesa / ed eletta dal santissimo Padre celeste, che ti ha consacrata insieme con il santissimo suo Figlio diletto e con lo Spirito Santo Paraclito; / tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene. / Ave, suo palazzo, ave, suo tabernacolo, ave, sua casa. / Ave, suo vestimento, ave, sua ancella, ave, sua Madre. / E saluto voi tutte, sante virtù, che per grazia e illuminazione dello Spirito Santo venite infuse nei cuori dei fedeli, perché da infedeli / fedeli a Dio li rendiate» (FF 259-260).
Dall’Isola di Patmos, 15 agosto 2026
Solennità dell’Assunta
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I Padri dell’Isola di Patmos
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In morte di un sacerdote anziano
/in Attualità/da Padre ArielIN MORTE DI UN SACERDOTE ANZIANO
«La formazione permanente deve interessare anche quei presbiteri che per l’età avanzata sono indicati come anziani e che in alcune Chiese sono la parte più numerosa del presbiterio. Questo deve riservare loro gratitudine per il fedele servizio che hanno riservato a Cristo e alla Chiesa e concreta solidarietà per la loro condizione».

Autore
Monaco Eremita
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La notizia del ritrovamento nella sua canonica (qui) del corpo senza vita di un sacerdote ci coglie di sorpresa e riempie di sgomento per le circostanze.

Sembra infatti sia stato un gesto volontario, ancora in fase di accertamento e definizione. Il sacerdote si chiamava Lino Zatelli, di anni 75, per 24 anni, dal 2001, parroco della comunità della Clarina (Trento), ma anche cappellano della Polizia di Stato e animatore di molteplici pellegrinaggi.
Il cordoglio per la scomparsa è stato unanime ed è arrivato da tutte le rappresentanze delle comunità dove don Lino è vissuto, anche perché ovunque ha lasciato una testimonianza positiva. Ma i giornali parlano anche di un trasferimento di parrocchia che sarebbe dovuto avvenire nel prossimo novembre e che, sempre secondo quanto riportano i quotidiani, sarebbe stato mal digerito dal sacerdote che così si espresse dandone notizia: «Resteremo insieme fino a novembre, non tiriamo i remi in barca, tanto meno io. Non ho mai chiesto di andarmene, né dalla Vallarsa, né da Meano, né da qui. Questi 24 anni non si possono dimenticare» (qui).
Gli stessi suoi parrocchiani con altri estimatori avevano contestato il cambio di Parrocchia, addirittura lanciando una petizione online che avrebbe raggiunto centinaia di firme, poiché, secondo i promotori dell’iniziativa, don Lino non riusciva a farsi una ragione del trasferimento, che sarebbe dovuto succedere in autunno. Di fronte a questa, come ad altre circostanze dolorose la via migliore è quella del silenzio e della preghiera, in questo caso di suffragio per l’anima di questo presbitero. Però, se ci è permesso aggiungiamo solo alcune sommesse parole e una breve testimonianza.
Il Codice di Diritto canonico al nr 538 e paragrafo 3 così recita:
«Compiuti i settantacinque anni, il parroco è invitato a presentare la rinuncia all’ufficio al Vescovo diocesano, il quale, considerata ogni circostanza di persona e di luogo, decida se accettarla o differirla; il Vescovo diocesano deve provvedere in modo adeguato al sostentamento e all’abitazione del rinunciante, attese le norme emanate dalla Conferenza Episcopale».
Don Lino aveva per l’appunto 75 anni e stava per essere trasferito ad altro incarico, forse meno gravoso del precedente, non lo sappiamo, però pur sempre un incarico pastorale. Un evento che accade sempre più di frequente a motivo della mancanza di sacerdoti, per cui anche i presbiteri anziani sono chiamati a rimanere sulla breccia, come si dice, per il bene dei fedeli, anche solo a svolgere compiti essenziali come amministrare i sacramenti e naturalmente, fra questi, la celebrazione dell’Eucarestia, spesso nelle cosiddette unità o zone pastorali. Ed è proprio presso una di queste che stava per essere trasferito.
Il Sommo Pontefice Francesco nel settembre del 2021 scriveva che i sacerdoti anziani non sono «solo un oggetto di assistenza, ma protagonisti attivi della comunità» perché «portatori di sogni carichi di memoria e per questo importantissimi per le giovani generazioni». Da loro, aggiungeva il Pontefice nella lettera scritta per la Giornata di fraternità del clero lombardo: «viene la linfa per fiorire nella vita cristiana e nel ministero». Il Pontefice concludeva: «Vi chiedo, per favore, di pregare per me che sono un po’ anziano e un po’ malato ma non tanto!». «State vivendo una stagione, la vecchiaia, che non è una malattia, ma un privilegio», il privilegio di «assomigliare a Gesù che soffre» (qui).
Per approfondire si può anche leggere il «Direttorio per il ministero e la vista dei presbiteri» emanato sotto Benedetto XVI nel 2013, il quale rimanda alla Pastores dabo vobis del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, del 1992, la quale al nr 77 così recita:
«La formazione permanente deve interessare anche quei presbiteri che per l’età avanzata sono indicati come anziani e che in alcune Chiese sono la parte più numerosa del presbiterio. Questo deve riservare loro gratitudine per il fedele servizio che hanno riservato a Cristo e alla Chiesa e concreta solidarietà per la loro condizione».
Le parole sono sempre importanti e consolanti, ma forse alcuni sacerdoti anziani, dopo molti anni di ministero hanno bisogno anche di gesti concreti di vicinanza, di comprensione delle loro difficoltà ed ascolto dei loro desideri, fosse anche quello di non venir trasferiti, dopo essere stati per lungo tempo a servizio di una o più comunità e dove si è ancora benvoluti e rispettati. Certo ogni caso è a sé, proprio per questo soprattutto verso i più fragili ci vuole quella cura personale, che a volte sfiora la pazienza, ma che sempre tiene conto della dignità personale e sacerdotale, soprattutto quando si ha a che fare con chi ha speso tutta la sua vita per la chiesa, a volte in maniera oscura e nascosta, facendo del bene.
Pur senza giudicare, mi permetto così di riportare una testimonianza vissuta in prima persona. Un vecchio prete di una diocesi toscana passati gli ottanta anni, 37 dei quali vissuti al servizio della stessa parrocchia, chiede al proprio Vescovo di potersi ritirare. Il presule capisce, ma rimanda continuamente l’anziano sacerdote, il quale a onor del vero mostra ancora una buona tempra e invidiabile capacità di resistere. Finché proprio non ce la fa più ed il Vescovo di trova costretto ad accettare la rinuncia. Il vecchio prete si trasferisce presso una struttura per anziani non molto distante dalla sua vecchia parrocchia. Cosa fanno i laici di questa, d’accordo col nuovo parroco che fra l’altro si trova a gestire la sua di parrocchia ed anche quella dell’ormai ex parroco e dovendo celebrare ogni domenica quattro Sante Messe? Stilano una lista di persone volontarie che ogni domenica vanno a prendere l’anziano sacerdote e lo riportano nella sua vecchia parrocchia dove può celebrare l’Eucarestia del pomeriggio incontrando di nuovo le persone che conosceva e tutte quelle che avevano con lui condiviso gioie e dolori del ministero pastorale. Potete immaginare cosa succedeva dopo la Messa? Quanti saluti, quanti consigli e sorrisi poteva ancora distribuire? E siccome era una persona intelligente, non giudicava i cambiamenti apportati dal nuovo parroco, felice di godersi ancora la sua parrocchia con quella libertà data dall’essere esonerato dall’obbligo del servizio.
Quando dopo qualche anno fu colpito da ictus e trasferito in una struttura che si occupa di anziani non autosufficienti, i laici continuarono ogni domenica, a turno, ad andarlo a trovare. Certo, alle cose essenziali ci pensava la famiglia, il nipote, ma non è stato mai abbandonato, neanche una domenica. Quando il parroco più giovane che lo aveva sostituito lo andò una volta a trovare, se lo vide arrivare in carrozzina spinta da un operatore sanitario. In mano teneva una sigaretta. Alla domanda stupida del sacerdote più giovane su quella ripresa di un antico vizio che aveva dismesso da tanti anni, ecco come rispose l’anziano: «Cosa vuoi che mi faccia una sigaretta ogni tanto, che mi uccida?». E sorrisero entrambi.
Quando morì e i suoi funerali vennero celebrati nella sua vecchia parrocchia con l’Arcivescovo, buona parte del presbiterio, i familiari e un gran concorso di persone. Le sue spoglie ancora riposano presso la chiesetta del cimitero poco distante da quella parrocchia dove aveva officiato per più di 37 anni.
È solo un esempio, un fatto che non fa né notizia, né depone a favore di una regola di comportamento generale. Vuole solo raccontare che è possibile aver cura dei nostri anziani, considerando un vecchio prete come uno di famiglia, o se volete, ancora parte di una comunità, anche se l’ha lasciata. Perché sia vero e credibile ciò che dice la Scrittura:
«amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna» (1Pt 1,22).
Dall’Eremo, 15 agosto 2026
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Francesco Guccini è morto ma Dio no
/in Attualità/da Padre ArielFRANCESCO GUCCINI È MORTO MA DIO NO
Usare «Dio è morto» come premessa e «Dio risorge in quel che noi vogliamo» come soluzione tradisce contemporaneamente due pensieri che meriterebbero entrambi maggior rispetto: tradisce Friedrich Nietzsche, riducendo la sua diagnosi tragica a un pretesto lirico; e tradisce la teologia cristiana della Resurrezione, riducendola a un afflato collettivo di buone intenzioni.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Dato che il tema potrebbe prestarsi a facili fraintendimenti e sterili polemiche è opportuno fare subito chiarezza: il bersaglio di queste righe non è Francesco Guccini, scomparso oggi a Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese.

© Immagine realizzata con IA su progetto della redazione della rivista L’Isola di Patmos
Di questo cantautore si può non apprezzare il pensiero — e chi scrive, per la verità, non lo ha mai condiviso — pur riconoscendogli senza riserve il talento e il posto che merita nella storia della canzone d’autore italiana. Non è lui, oggi, il problema, ma un articolo apparso su Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, a firma di Umberto Folena (vedere articolo qui), che nel commemorare il musicista scrive una frase che meriterebbe ben altra cautela da chi pubblica sul giornale dei Vescovi d’Italia. Citando la celebre canzone Dio è morto (cfr. testo qui), questo collega osserva che nel testo in questione «Dio non è più al centro dei pensieri dell’uomo […] ma Dio risorge: “In ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo”». E aggiunge, di suo, che si tratta di «una speranza non vaga né vana, ma sorretta da una fede». Affermazione, questa, che non è affatto una parafrasi neutra: è un’approvazione.
Così, direttamente dalle colonne di Avvenire, si ignora che la Resurrezione non è un progetto umano. Proviamo a essere chirurgici, perché la materia lo richiede: la Resurrezione di Cristo, nella fede cattolica, non è un evento che dipende dal nostro credere, dal nostro volere, o dal mondo che noi costruiremo. È esattamente l’opposto: è un fatto storico-salvifico che precede la fede e la fonda, non che ne dipende. Cristo è risorto il terzo giorno, realmente e fisicamente, indipendentemente da chi ci credeva e da chi no. Increduli e terrorizzati gli apostoli stessi dovettero arrendersi all’evidenza di un sepolcro vuoto e di un Signore vivo (cfr. Lc 24,36-43), non il contrario.
«La formula citata da Umberto Folena — «in ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo» — ribalta questa logica: fa della Resurrezione una proiezione della volontà umana, un progetto immanente, qualcosa che accade dentro la storia e per mano dell’uomo. È teologia rovesciata: non Dio che salva l’uomo, ma l’uomo che, credendo e volendo abbastanza intensamente, “risuscita” Dio dentro il proprio progetto collettivo. In altre parole: se la Resurrezione dipendesse davvero da quanto crediamo, vogliamo o costruiamo, allora “Dio” diventerebbe soltanto il nome che diamo alle nostre migliori intenzioni collettive, ossia qualcosa che esiste finché continuiamo a volerlo e che verrebbe meno se smettessimo di crederci o di impegnarci. È l’esatto contrario della fede cristiana, per la quale Cristo è risorto realmente, una volta per sempre, indipendentemente da chi lo sapesse, lo credesse o lo volesse, come dimostra proprio l’incredulità iniziale degli apostoli davanti al fatto compiuto (cfr. Lc 24,11). E tutto questo, che da un punto di vista teologico è un’autentica aberrazione dell’intero mistero della salvezza, non può essere certo chiamato «una speranza sorretta da una fede», perché senza una riga di distinguo, senza un solo richiamo al Credo, è un’operazione che un giornale qualunque potrebbe anche permettersi, l’organo ufficiale dei Vescovi, assolutamente no.
C’è dell’altro e riguarda il rovescio della medaglia: la morte di Dio, non la sua resurrezione. Quando quel genio di Friedrich Nietzsche scrisse «Gott ist tot» (Dio è morto), non stava componendo una canzone consolatoria sul destino ultimo del sacro, ma stava diagnosticando, con lucidità spietata, il collasso dei fondamenti morali dell’Occidente moderno. Il suo era un annuncio tragico, non un trampolino di lancio per un umanesimo ottimista. Egli sapeva bene che l’uomo che ha ucciso Dio non ha idea di come reggere il peso di quell’atto:
«Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? […] Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa?» (F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125).
Un uomo costretto a farsi dio pur di reggere il vuoto lasciato da Dio: altro che consolazione a buon mercato alla stregua del Sono solo canzonette, come canta un altro cantautore di grande talento, Edoardo Bennato.
Usare «Dio è morto» come premessa e «Dio risorge in quel che noi vogliamo» come soluzione tradisce contemporaneamente due pensieri che meriterebbero entrambi maggior rispetto: tradisce Friedrich Nietzsche, riducendo la sua diagnosi tragica a un pretesto lirico; e tradisce la teologia cristiana della Resurrezione, riducendola a un afflato collettivo di buone intenzioni, incuranti che su di essa, come insegna l’Apostolo Paolo, la nostra fede può nascere come può morire:
«Ma se Cristo non è risuscitato, è dunque vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» (1Cor 15,14).
Non è quindi in discussione se Francesco Guccini avesse fede, non l’avesse, o coltivasse — come scrive Umberto Folena nella sua conclusione — «una speranza sempre coltivata». Sono affari suoi, ora affidati al giudizio di Dio, quello vero. La domanda che resta e che riguarda non Guccini ma chi lo ha commemorato a questo modo è un’altra: può un giornale che si presenta come voce dei Vescovi italiani pubblicare, senza una sola parola di distinzione dottrinale, un’equivalenza tra la Resurrezione di Cristo e la buona volontà collettiva dell’uomo? Una simile equivalenza non è teologicamente neutra: esprime un pensiero palesemente eterodosso di matrice modernista condannato da San Pio X nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis (1907), vale a dire la riduzione della verità dogmatica, oggettiva e rivelata, a proiezione del sentimento religioso immanente del soggetto credente. E se questo accade senza che nessuno, nella redazione del quotidiano dei Vescovi se ne accorga, dove dovremmo cercare oggi una sana ecclesiologia, forse sul Manifesto, forse su Micromega? Indubbiamente, la terza pagina del Manifesto e altrettanto gli articoli di cultura di Micromega sono e rimangono di un livello altamente superiore a quelli di Avvenire.
Francesco Guccini è morto. Dio no.
Dall’Isola di Patmos, 7 agosto 2026
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Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»
(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma
ratrice del sito di questa rivista:
MANUELA LUZZARDI

