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La cura del malato: una lettura francescana della Pet-Therapy — The care of the sick: a Franciscan reading of Pet Therapy — El cuidado del enfermo: una lectura franciscana de la Pet-Therapy

16 Agosto 2026/in Pastorale Sanitaria/da Padre Ivano

     Italian, english, español


 

LA CURA DEL MALATO: UNA LETTURA FRANCESCANA DELLA PET THERAPY

Sono a conoscenza di episodi che hanno interessato la vita di sacerdoti del clero diocesano che nella loro solitudine sono stati recuperati dal loro animale domestico da imminenti sindromi depressive anche gravi.

— Pastorale Sanitaria —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

 

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A torto o a ragione la figura del Serafico Padre si presta — e si è sempre prestata nel corso dei tempi — a garantire una sponda a tutti coloro che vivono con la natura e con gli animali un rapporto privilegiato e amorevole.

Mi sia permessa però una precisazione: definire San Francesco come il patrono e l’amico degli animali è un po’ riduttivo, e questo perché si rischia di condurre a facili ideologizzazioni contemporanee con il solo risultato di svuotare non solo la visione francescana del Creato del suo senso autentico ma la stessa teologia francescana che nel Creato contempla il capolavoro della Trinità.

San Francesco, nel suo amore verso tutto il Creato, vede e contempla anzitutto il Dio Creatore e con lui la persona dolcissima del Figlio di Dio, il Verbo del Padre per mezzo del quale — come scrive il beato apostolo Giovanni nel suo Prologo —  «tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (cf. Gv 1,3). Per questa ragione, nulla di quanto il Creatore ha fatto e compiuto nel Creato per mezzo del Verbo può essere privo della lode, della gratitudine, della gioia e del ringraziamento, in quanto esso stesso indirizzato verso la redenzione definitiva che il Figlio di Dio ha operato con la sua passione, morte e risurrezione. Possiamo affermare con la speranza della fede che per Dio ogni realtà creata è una realtà redenta che merita e giunge alla salvezza in Gesù Cristo Salvatore. La stessa Creazione che nel momento presente ancora geme e soffre per le doglie del parto (cf. Rm 8,22) vive la sua trasformazione quotidiana nell’opera di Cristo che agisce nel compimento del suo Regno e in quella cooperazione fattiva con l’uomo.

Posta questa visione teologica del Creato, capiamo come per San Francesco tutto diventa occasione per rendere grazie — anticipo di eucaristia — se con fede viva si guarda: «per frate sole, per sora luna e le stelle, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per sora acqua, per frate focu, per la nostra sora matre terra» (cf. Cantico delle Creature).

Il Creato per il Serafico Padre, pur gemendo e soffrendo ancora per le doglie e le sofferenze del parto (cf. Rom 8,22) in quel divenire escatologico di redenzione definitiva, resta comunque un fratello da amare, rispettare e custodire (cf. Gn 2,15), un compagno di viaggio per l’uomo cercatore di Dio.

Questa piccola introduzione teologica francescana ci serve da intuizione per capire come l’amore verso i nostri compagni animali diventa l’occasione concreta per trovare Dio. Desidero a tal proposito citare un episodio narrato nella Vita Prima di Tommaso da Celano (FF. n. 457) in cui si racconta di un giorno in cui San Francesco insieme a frate Paolo si imbatterono in un uomo che portava due agnellini sulle spalle, per venderli al mercato. Preso da pietà, il Serafico Padre, sapendo che gli animali sarebbero stati venduti e mangiati, diede all’uomo il suo mantello barattandolo con i due agnellini e realizzando di fatto un gesto redentivo e salvifico, che non possiamo che leggere come restituzione di quella salvezza e redenzione che Cristo, agnello senza macchia, ha operato con l’uomo e con lo stesso Poverello d’Assisi.

San Francesco con lo sguardo pieno di Dio è capace di scorgere negli animali qualche attributo e caratteristica che lo richiami e lo avvicini a Dio, ma noi stessi con i nostri amici a quattro zampe possiamo leggere ugualmente l’opera di Dio verso di noi e trovare in questo sollievo, tenerezza, gioia e salvezza.

Tale strada trova l’applicazione concreta nell’uso degli animali come vera e propria terapia in coloro che stanno attraversando particolari sofferenze, crisi o solitudini o che si trovano a vivere in una condizione di malattia cronica o terminale.

Non è sbagliato a tal proposito parlare di terapia anche dentro un approccio di fede, perché Gesù Cristo è il terapeuta del Padre, il medico celeste che guarisce le nostre infermità e tale cura passa anche per l’opera del Creato e delle creature che lo abitano.   

È dal 1964 che si parla della cosiddetta Pet-Therapy — della terapia attraverso gli animali — termine coniato dallo psichiatra infantile Boris M. Levinson e che oggi ha assunto la denominazione più ampia di Intervento Assistito con gli Animali (IAA). Sono indubbi e certificati i benefici che un animale da compagnia può apportare a un bambino malato o a un anziano solo. La tenerezza, l’affettuosità e il calore di un cagnolino o di un gattino che ti si accoccola nel grembo può aprire a risposte veramente inaspettate e a reazione neuropsichiche sbalorditive quando si convive ad esempio con una diagnosi di Alzheimer o con il deterioramento delle funzioni cognitive, come la memoria, il pensiero e il linguaggio.

La Pet-Therapy ha bisogno di operatori esperti e preparati ma anche una Pet-Therapy più casalinga con il giusto buon senso, responsabilità e vigilanza può apportare vari benefici come la riduzione dello stress, l’aumento del movimento e della coordinazione, il potenziamento dell’empatia e della capacità dell’accudimento, l’aumento delle capacità di socialità che indirizzano a un lento e progressivo esodo dalla solitudine e dalla depressione così come la reattività della persona.

Sono a conoscenza di episodi che hanno interessato la vita di sacerdoti del clero diocesano che nella loro solitudine sono stati recuperati dal loro animale domestico da imminenti sindromi depressive anche gravi. Sembra cosa da poco, ma ritornare a casa la sera, dopo una intera giornata di fatica ministeriale, in cui non mancano gioie, dolori e incomprensioni e trovarsi davanti un pelosetto che ti dona attenzione, può costituire veramente una terapia salutare non scontata.

Per questo, e anche per altri motivi che sarebbe lungo qui descrivere, che nella nostra Infermeria Provinciale dei Frati Cappuccini sardi — di cui sono il nuovo responsabile — ha deciso di prendere un cucciolo di cane, un vispo Jack Russell di un mese e mezzo di età, che piano piano sta conquistando i nostri confratelli anziani con la sua esuberanza.  In effetti, nelle due settimane di convivenza con il nostro Teo — così lo abbiamo chiamato — vedo nei nostri frati anziani una maggiore reattività e rispondenza. E lui è lì con noi, quando alla sera accompagniamo gli anziani a letto; e lì con noi in refettorio quando mangiamo e lui saltella intorno mordicchiando qualche sandalo; è lì con noi in cappella quando preghiamo; insomma questo cucciolo riesce a tenerci svegli e reattivi, anche facendo qualche monelleria che l’età canuta dei nostri frati vorrebbe forse qualche volta evitare ma che nel complesso diventa un terapeutico pungolo che sprona a vivere e dischiudere nuovamente qualche sorriso, e tutto questo a lode di Dio e del suo servo Francesco.

Cagliari, 16 agosto 2026

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THE CARE OF THE SICK: A FRANCISCAN READING OF PET THERAPY

I am aware of cases involving diocesan priests who, in their solitude, were rescued by their pet from the onset of depressive syndromes, even severe ones.

— Health Care Pastoral Ministry —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Rightly or wrongly, the figure of the Seraphic Father lends itself — and has always lent itself, throughout the centuries — to offering support to all those who share a privileged and loving relationship with nature and with animals. Allow me, however, a clarification: to define Saint Francis as the patron and friend of animals is somewhat reductive, since doing so risks leading to facile contemporary ideologisations, with the sole result of emptying not only the Franciscan vision of Creation of its authentic meaning, but the very Franciscan theology that contemplates in Creation the masterpiece of the Trinity.

Saint Francis, in his love for the whole of Creation, sees and contemplates first of all God the Creator, and with him the most sweet person of the Son of God, the Word of the Father through whom — as the blessed apostle John writes in his Prologue — “All things came to be through him, and without him nothing came to be.” (cf. Jn 1:3). For this reason, nothing that the Creator has made and accomplished in Creation through the Word can be devoid of praise, gratitude, joy and thanksgiving, since it is itself directed towards the definitive redemption that the Son of God accomplished through his passion, death and resurrection. We can affirm, in the hope of faith, that for God every created reality is a redeemed reality that merits and attains salvation in Jesus Christ the Saviour. The very Creation which, at the present moment, still groans and suffers the pains of childbirth (cf. Rom 8:22) lives out its daily transformation in the work of Christ, who acts in the fulfilment of his Kingdom and in that effective cooperation with man.

Given this theological vision of Creation, we understand how for Saint Francis everything becomes an occasion to give thanks — a foretaste of the Eucharist — when looked upon with living faith: “for Brother Sun, for Sister Moon and the stars, for Brother Wind and for the air, cloudy and serene, and every kind of weather, for Sister Water, for Brother Fire, for our Sister Mother Earth” (cf. Canticle of the Creatures).

For the Seraphic Father, Creation, though still groaning and suffering the pains and sufferings of childbirth (cf. Rom 8:22) in that eschatological becoming of definitive redemption, nonetheless remains a brother to be loved, respected and cared for (cf. Gen 2:15), a travelling companion for man in his search for God.

This brief Franciscan theological introduction serves as an intuition to help us understand how love for our animal companions becomes a fitting occasion for finding God. In this regard, I wish to cite an episode recounted in the Vita Prima by Thomas of Celano (FF no. 457), which tells of a day when Saint Francis, together with Brother Paul, came across a man carrying two lambs on his shoulders to sell at market. Moved with pity, the Seraphic Father, knowing that the animals would be sold and eaten, gave the man his cloak in exchange for the two lambs, thereby accomplishing a redemptive and salvific gesture — one which we cannot help but read as a restitution of that salvation and redemption which Christ, the spotless lamb, wrought for man and for the Poor Man of Assisi himself.

Saint Francis, with his gaze full of God, was able to perceive in animals certain attributes and characteristics that recalled and drew him closer to God; yet we too, with our four-legged friends, can likewise read God’s work towards us and find in this relief, tenderness, joy and salvation.

This path finds concrete application in the use of animals as a genuine therapy for those who are going through particular sufferings, crises or periods of solitude, or who find themselves living with a chronic or terminal illness.

It is not wrong, in this regard, to speak of therapy even within an approach of faith, for Jesus Christ is the Father’s therapist, the heavenly physician who heals our infirmities, and such healing passes also through the work of Creation and the creatures that inhabit it.

It is since 1964 that we speak of so-called Pet Therapy — therapy through animals — a term coined by the child psychiatrist Boris M. Levinson, which today has taken on the broader designation of Animal-Assisted Intervention (AAI). The benefits that a companion animal can bring to a sick child or a lonely elderly person are undisputed and well documented. The tenderness, affection and warmth of a puppy or kitten curling up in one’s lap can open the way to truly unexpected responses and astonishing neuropsychiatric reactions, for instance in those living with a diagnosis of Alzheimer’s or with the deterioration of cognitive functions such as memory, thought and language.

Pet Therapy needs expert and trained practitioners, but even a more homely form of Pet Therapy, exercised with the right common sense, responsibility and vigilance, can bring various benefits, such as reduced stress, increased movement and coordination, enhanced empathy and capacity for care-giving, and greater social skills that lead to a slow and gradual departure from loneliness and depression, as well as improved responsiveness in the person.

I am aware of cases involving diocesan priests who, in their solitude, were rescued by their pet from the onset of depressive syndromes, even severe ones. It may seem a small thing, but coming home in the evening, after a whole day of ministerial toil in which joys, sorrows and misunderstandings are never lacking, and finding a furry little companion waiting to give you attention, can truly constitute a wholesome therapy that should not be taken for granted.

For this reason, and also for other reasons too long to describe here, our Provincial Infirmary of the Sardinian Capuchin Friars — of which I am the new superior — decided to take in a puppy, a lively month-and-a-half-old Jack Russell, who is little by little winning over our elderly confreres with his exuberance. Indeed, in the two weeks of living alongside our Teo — as we have named him — I see in our elderly friars greater responsiveness and engagement. And he is there with us in the evening, when we accompany the elderly to bed; there with us in the refectory when we eat, as he bounds about nibbling at a sandal or two; there with us in the chapel when we pray. In short, this puppy manages to keep us awake and responsive, even through the odd mischief that the venerable age of our friars might sometimes wish to avoid, but which, on the whole, becomes a therapeutic spur that encourages us to live and to open up once more to a smile — and all this to the praise of God and of his servant Francis.

Cagliari, 16th August 2026

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EL CUIDADO DEL ENFERMO: UNA LECTURA FRANCISCANA DE LA PET-THERAPY

Tengo conocimiento de casos que han afectado la vida de sacerdotes del clero diocesano que, en su soledad, fueron recuperados por su mascota de la inminencia de síndromes depresivos, incluso graves.

— Pastoral de la Salud —

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Autor
Ivano Liguori, Ofm. Cap..

Con razón o sin ella, la figura del Padre Seráfico se presta —y siempre se ha prestado a lo largo del tiempo— a ofrecer un apoyo a todos aquellos que viven con la naturaleza y con los animales una relación privilegiada y amorosa. Permítaseme, sin embargo, una precisión: definir a San Francisco como el patrono y amigo de los animales resulta un tanto reductivo, pues se corre el riesgo de conducir a fáciles ideologizaciones contemporáneas, con el único resultado de vaciar no solo la visión franciscana de la Creación de su sentido auténtico, sino la misma teología franciscana que contempla en la Creación la obra maestra de la Trinidad.

San Francisco, en su amor hacia toda la Creación, ve y contempla ante todo a Dios Creador, y con él a la dulcísima persona del Hijo de Dios, el Verbo del Padre por medio del cual —como escribe el bienaventurado apóstol Juan en su Prólogo— «Por medio de él se hizo todo, y sin él no se hizo nada de cuanto se ha hecho» (cf. Jn 1,3). Por esta razón, nada de cuanto el Creador ha hecho y realizado en la Creación por medio del Verbo puede carecer de alabanza, gratitud, gozo y acción de gracias, en cuanto está orientado hacia la redención definitiva que el Hijo de Dios obró con su pasión, muerte y resurrección. Podemos afirmar, con la esperanza de la fe, que para Dios toda realidad creada es una realidad redimida que merece y alcanza la salvación en Jesucristo Salvador. La misma Creación que en el momento presente todavía gime y sufre dolores de parto (cf. Rom 8,22) vive su transformación cotidiana en la obra de Cristo, que actúa en el cumplimiento de su Reino y en esa cooperación eficaz con el hombre.

Sentada esta visión teológica de la Creación, comprendemos cómo para San Francisco todo se convierte en ocasión de dar gracias —anticipo de la eucaristía— si se mira con fe viva: «por el hermano sol, por la hermana luna y las estrellas, por el hermano viento y por el aire, nublado y sereno, y todo tiempo, por la hermana agua, por el hermano fuego, por nuestra hermana madre tierra» (cf. Cántico de las Criaturas).

La Creación, para el Padre Seráfico, aunque todavía gime y sufre los dolores y padecimientos del parto (cf. Rom 8,22) en ese devenir escatológico de redención definitiva, sigue siendo con todo un hermano al que hay que amar, respetar y custodiar (cf. Gn 2,15), un compañero de camino para el hombre buscador de Dios.

Esta breve introducción teológica franciscana nos sirve de intuición para comprender cómo el amor hacia nuestros compañeros animales se convierte en ocasión propicia para encontrar a Dios. Deseo citar a este respecto un episodio narrado en la Vita Prima de Tomás de Celano (FF n. 457), en el que se cuenta que, un día, San Francisco, junto con fray Pablo, se encontraron con un hombre que llevaba dos corderillos sobre los hombros para venderlos en el mercado. Movido a piedad, el Padre Seráfico, sabiendo que los animales serían vendidos y comidos, le dio al hombre su manto a cambio de los dos corderillos, realizando de hecho un gesto redentor y salvífico que no podemos sino leer como restitución de aquella salvación y redención que Cristo, cordero sin mancha, obró con el hombre y con el mismo Pobrecillo de Asís.

San Francisco, con la mirada llena de Dios, es capaz de percibir en los animales algún atributo y característica que lo remite y lo acerca a Dios, pero también nosotros, con nuestros amigos de cuatro patas, podemos leer igualmente la obra de Dios hacia nosotros y encontrar en ello alivio, ternura, alegría y salvación.

Este camino encuentra su aplicación concreta en el uso de los animales como verdadera terapia para quienes atraviesan sufrimientos, crisis o soledades particulares, o se encuentran viviendo una condición de enfermedad crónica o terminal.

No está de más, a este respecto, hablar de terapia también dentro de un enfoque de fe, porque Jesucristo es el terapeuta del Padre, el médico celestial que sana nuestras enfermedades, y dicha cura pasa también por la obra de la Creación y de las criaturas que la habitan.

Desde 1964 se habla de la llamada Pet Therapy — terapia a través de los animales —, término acuñado por el psiquiatra infantil Boris M. Levinson y que hoy ha adoptado la denominación más amplia de Intervención Asistida con Animales (IAA). Son indudables y están certificados los beneficios que un animal de compañía puede aportar a un niño enfermo o a un anciano solo. La ternura, el afecto y el calor de un perrito o un gatito que se acurruca en el regazo puede abrir paso a respuestas verdaderamente inesperadas y a reacciones neuropsíquicas asombrosas, por ejemplo, cuando se convive con un diagnó-stico de Alzheimer o con el deterioro de las funciones cognitivas, como la memoria, el pensamiento y el lenguaje.

La Pet Therapy necesita operadores expertos y preparados, pero incluso una Pet Therapy más casera, con el sentido común, la responsabilidad y la vigilancia adecuados, puede aportar diversos beneficios, como la reducción del estrés, el aumento del movi-miento y la coordinación, el fortalecimiento de la empatía y de la capacidad de cuidado, y el aumento de las capacidades de socialización que conducen a un lento y progresivo abandono de la soledad y la depresión, así como una mayor reactividad de la persona.

Tengo conocimiento de casos que han afectado la vida de sacerdotes del clero diocesano que, en su soledad, fueron recuperados por su mascota de la inminencia de síndromes depresivos, incluso graves. Puede parecer poca cosa, pero volver a casa por la noche, tras toda una jornada de fatiga ministerial en la que no faltan alegrías, dolores e incompren-siones, y encontrarse ante un pequeño peludo que te regala atención, puede constituir verdaderamente una terapia saludable nada desdeñable.

Por esto, y también por otros motivos que sería largo describir aquí, en nuestra Enfer-mería Provincial de los Frailes Capuchinos sardos — de la cual soy el nuevo responsable — se decidió acoger a un cachorro de perro, un vivaz Jack Russell de mes y medio de edad, que poco a poco va conquistando a nuestros hermanos ancianos con su exuberancia. En efecto, en las dos semanas de convivencia con nuestro Teo — así lo hemos llamado — veo en nuestros frailes ancianos una mayor reactividad y capacidad de respuesta. Y él está allí con nosotros, cuando por la noche acompañamos a los ancianos a la cama; y allí con nosotros en el refectorio cuando comemos, mientras él salta alrededor mordisqueando alguna sandalia; está allí con nosotros en la capilla cuando oramos; en definitiva, este cachorro logra mantenernos despiertos y reactivos, incluso haciendo alguna que otra travesura que la edad cana de nuestros frailes quizás preferiría a veces evitar, pero que en conjunto se convierte en un estímulo terapéutico que impulsa a vivir y a abrir de nuevo alguna sonrisa, y todo esto para alabanza de Dios y de su siervo Francisco.

Cagliari, 16 de agosto de 2026

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«Magnificat», il grande hard rock della Beata Vergine Maria nella solennità dell’assunta

15 Agosto 2026/in Omiletica/da Padre Ariel
Omiletica dei Padri deL'Isola di Patmos

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«MAGNIFICAT», IL GRANDE HARD ROCK DELLA BEATA VERGINE MARIA NELLA SOLENNITÀ DELL’ASSUNTA

Persino l’eresiarca Martin Lutero, che alla Beata Vergine fu sempre molto devoto — cosa che gran parte dei fedeli cattolici, ma pure molti studiosi ignorano —, nel 1521 compose un intenso libretto intitolato Il Magnificat tradotto in tedesco e commentato.

Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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Nel giorno di Natale del 1886 il giovane scrittore e poeta, all’epoca agnostico, Paul Claudel, attraversa il portale di Notre Dame de Paris e gli arriva all’orecchio il canto del Magnificat, testo evangelico della liturgia dei Vespri.

A seguire confesserà di essere uscito da quell’esperienza trasformato, destinato a diventare ormai il cantore della fede cristiana a tutti noto; molti conoscono il suo dramma: Annonce fait à Marie. Anni dopo, nel 1913, narrerà:

«In quel giorno credetti con una tale forza di adesione, con una tale elevazione di tutto il mio essere, con una convinzione così forte, con una tale certezza, con una tale assenza di dubbi che in seguito né i libri, né i ragionamenti, né le sorti di una vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede».

Il 15 agosto di ogni anno, il calendario ricorda la solennità dell’assunzione al cielo della Beata Vergina Maria, la madre del Signore, nonostante la diffusa denominazione secolarizzata di «Ferragosto». Ebbene, che si acceda in una cattedrale solenne come Notre Dame o in una piccola cappella sperduta fra i monti, ognuno, in questo giorno, sentirà proclamare quel canto del Magnificat che contraddistingue la Santa Messa di questa Solennità. Ecco il brano riportato dall’evangelista Luca.

«In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre”. Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua» (Lc 1,39-56).

Maria, incinta di Gesù, mentre è in visita alla parente Elisabetta, incinta a sua volta di Giovanni Battista, intona questo inno straordinariamente lungo che Luca riferisce. È l’unica volta che le parole della Madre di Cristo si dilatano fino a comprendere ben 102 parole nel greco, compresi articoli, pronomi e particelle. Le altre volte, in tutto solo cinque, le frasi di Maria che i Vangeli riportano sono brevi e quasi stentate, come a Cana durante le nozze a cui partecipa anche suo Figlio: «Non hanno più vino» e «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2, 3). Seguiamo, allora, il flusso poetico di questa salmodia mariana intessuta su un palinsesto di allusioni bibliche.

Idealmente il canto è per solista e coro. Il primo movimento è intonato dall’«io» di Maria: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49). Si chiede Origene (III° sec.):

«Che cosa aveva, la madre del Signore, di umile e di basso, ella che portava nel seno il Figlio di Dio? Dicendo: “Ha guardato l’umiltà della sua ancella”, è come se dicesse: ha guardato la giustizia della sua ancella, ha guardato la sua temperanza, ha guardato la sua fortezza e la sua sapienza» (Origene, Omelie su Luca).

Nel secondo movimento dell’inno entra la voce di un coro nella quale si innesta quella di Maria, proprio come una soprano che fa emergere il suo canto. È il coro dei cristiani, eredi di quei «poveri» dell’Antico Testamento, gli ענבים (‘anawîm), coloro che sono curvi, non solo sotto l’oppressione del potente, ma anche nell’umiltà dell’adorazione nei confronti di Dio, vincendo così la superbia dell’orgoglioso. Costoro, poveri socialmente, ma soprattutto fedeli e giusti, celebrano, unendosi idealmente alla voce di Maria, le particolari scelte divine che si differenziano dalle logiche mondane, privilegiando non il forte o il potente, ma l’ultimo e l’emarginato; ribaltando cosi le gerarchie storiche. L’Evangelista Luca, utilizzando il tempo greco aoristo chiamato «gnomico», perché fa riferimento a esperienze acquisite al di là del loro carattere temporale, descrive attraverso dei verbi in numero di sette, un numero che sta ad indicare la pienezza, le singolari scelte divine:

«Ha spiegato la potenza del suo braccio, / ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, / ha rovesciato i potenti dai troni, / ha innalzato gli umili, / ha ricolmato di beni gli affamati, / ha rimandato i ricchi a mani vuote, / ha soccorso Israele suo servo» (Lc 1,51-54).

È una logica costante di Dio che ritroviamo anche sulle labbra di Gesù: «Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20,16) e «Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14, 11).

Il fascino delle parole di Maria, nel Magnificat, si è impresso da allora nella spiritualità cristiana, informando la vita di molti santi e ha fatto scaturire una miriade di commenti di ogni genere e tantissime opere d’arte sia pittorica, che musicale. Persino l’eresiarca Martin Lutero, che alla Beata Vergine fu sempre molto devoto — cosa che gran parte dei fedeli cattolici, ma pure molti studiosi ignorano —, nel 1521 compose un intenso libretto intitolato Il Magnificat tradotto in tedesco e commentato.

Questo bellissimo canto del Magnificat è dalla Liturgia collocato come castone della Solennità della Assunzione di Maria che ovunque si celebra, in Oriente, come nell’Occidente cristiano. Poiché la Dormizione-Assunzione di Maria è un segno delle realtà ultime, di ciò che deve accadere in un futuro non tanto cronologico quanto di senso, un segno della pienezza cui i nostri limiti anelano: in lei intuiamo la glorificazione che attende il cosmo intero alla fine dei tempi, quando «Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28) e in tutto. Lei, la Vergine Maria, è la porzione di umanità già redenta, figura di quella terra promessa cui siamo chiamati, lembo di terra trapiantato in cielo. Un inno della Chiesa ortodossa serba canta Maria come «terra del cielo», terra ormai in Dio per sempre, anticipazione del nostro comune destino.

Vorrei concludere con le parole di una famosa preghiera con le quali San Francesco saluta Maria oggi ricordata Assunta in cielo:

«Ave Signora, santa regina, santa genitrice di Dio, Maria, che sei vergine fatta Chiesa / ed eletta dal santissimo Padre celeste, che ti ha consacrata insieme con il santissimo suo Figlio diletto e con lo Spirito Santo Paraclito; / tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene. / Ave, suo palazzo, ave, suo tabernacolo, ave, sua casa. / Ave, suo vestimento, ave, sua ancella, ave, sua Madre. / E saluto voi tutte, sante virtù, che per grazia e illuminazione dello Spirito Santo venite infuse nei cuori dei fedeli, perché da infedeli / fedeli a Dio li rendiate» (FF 259-260).

 

Dall’Isola di Patmos, 15 agosto 2026

Solennità dell’Assunta

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In morte di un sacerdote anziano

15 Agosto 2026/in Attualità/da Padre Ariel

IN MORTE DI UN SACERDOTE ANZIANO

«La formazione permanente deve interessare anche quei presbiteri che per l’età avanzata sono indicati come anziani e che in alcune Chiese sono la parte più numerosa del presbiterio. Questo deve riservare loro gratitudine per il fedele servizio che hanno riservato a Cristo e alla Chiesa e concreta solidarietà per la loro condizione».

 

Autore Monaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

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La notizia del ritrovamento nella sua canonica (qui) del corpo senza vita di un sacerdote ci coglie di sorpresa e riempie di sgomento per le circostanze.

Sembra infatti sia stato un gesto volontario, ancora in fase di accertamento e definizione. Il sacerdote si chiamava Lino Zatelli, di anni 75, per 24 anni, dal 2001, parroco della comunità della Clarina (Trento), ma anche cappellano della Polizia di Stato e animatore di molteplici pellegrinaggi.

Il cordoglio per la scomparsa è stato unanime ed è arrivato da tutte le rappresentanze delle comunità dove don Lino è vissuto, anche perché ovunque ha lasciato una testimonianza positiva. Ma i giornali parlano anche di un trasferimento di parrocchia che sarebbe dovuto avvenire nel prossimo novembre e che, sempre secondo quanto riportano i quotidiani, sarebbe stato mal digerito dal sacerdote che così si espresse dandone notizia: «Resteremo insieme fino a novembre, non tiriamo i remi in barca, tanto meno io. Non ho mai chiesto di andarmene, né dalla Vallarsa, né da Meano, né da qui. Questi 24 anni non si possono dimenticare» (qui).

Gli stessi suoi parrocchiani con altri estimatori avevano contestato il cambio di Parrocchia, addirittura lanciando una petizione online che avrebbe raggiunto centinaia di firme, poiché, secondo i promotori dell’iniziativa, don Lino non riusciva a farsi una ragione del trasferimento, che sarebbe dovuto succedere in autunno. Di fronte a questa, come ad altre circostanze dolorose la via migliore è quella del silenzio e della preghiera, in questo caso di suffragio per l’anima di questo presbitero. Però, se ci è permesso aggiungiamo solo alcune sommesse parole e una breve testimonianza.

Il Codice di Diritto canonico al nr 538 e paragrafo 3 così recita:

«Compiuti i settantacinque anni, il parroco è invitato a presentare la rinuncia all’ufficio al Vescovo diocesano, il quale, considerata ogni circostanza di persona e di luogo, decida se accettarla o differirla; il Vescovo diocesano deve provvedere in modo adeguato al sostentamento e all’abitazione del rinunciante, attese le norme emanate dalla Conferenza Episcopale».

Don Lino aveva per l’appunto 75 anni e stava per essere trasferito ad altro incarico, forse meno gravoso del precedente, non lo sappiamo, però pur sempre un incarico pastorale. Un evento che accade sempre più di frequente a motivo della mancanza di sacerdoti, per cui anche i presbiteri anziani sono chiamati a rimanere sulla breccia, come si dice, per il bene dei fedeli, anche solo a svolgere compiti essenziali come amministrare i sacramenti e naturalmente, fra questi, la celebrazione dell’Eucarestia, spesso nelle cosiddette unità o zone pastorali. Ed è proprio presso una di queste che stava per essere trasferito.

Il Sommo Pontefice Francesco nel settembre del 2021 scriveva che i sacerdoti anziani non sono «solo un oggetto di assistenza, ma protagonisti attivi della comunità» perché «portatori di sogni carichi di memoria e per questo importantissimi per le giovani generazioni». Da loro, aggiungeva il Pontefice nella lettera scritta per la Giornata di fraternità del clero lombardo: «viene la linfa per fiorire nella vita cristiana e nel ministero». Il Pontefice concludeva: «Vi chiedo, per favore, di pregare per me che sono un po’ anziano e un po’ malato ma non tanto!». «State vivendo una stagione, la vecchiaia, che non è una malattia, ma un privilegio», il privilegio di «assomigliare a Gesù che soffre» (qui).

Per approfondire si può anche leggere il «Direttorio per il ministero e la vista dei presbiteri» emanato sotto Benedetto XVI nel 2013, il quale rimanda alla Pastores dabo vobis del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, del 1992, la quale al nr 77 così recita:

«La formazione permanente deve interessare anche quei presbiteri che per l’età avanzata sono indicati come anziani e che in alcune Chiese sono la parte più numerosa del presbiterio. Questo deve riservare loro gratitudine per il fedele servizio che hanno riservato a Cristo e alla Chiesa e concreta solidarietà per la loro condizione».

Le parole sono sempre importanti e consolanti, ma forse alcuni sacerdoti anziani, dopo molti anni di ministero hanno bisogno anche di gesti concreti di vicinanza, di comprensione delle loro difficoltà ed ascolto dei loro desideri, fosse anche quello di non venir trasferiti, dopo essere stati per lungo tempo a servizio di una o più comunità e dove si è ancora benvoluti e rispettati. Certo ogni caso è a sé, proprio per questo soprattutto verso i più fragili ci vuole quella cura personale, che a volte sfiora la pazienza, ma che sempre tiene conto della dignità personale e sacerdotale, soprattutto quando si ha a che fare con chi ha speso tutta la sua vita per la chiesa, a volte in maniera oscura e nascosta, facendo del bene.

Pur senza giudicare, mi permetto così di riportare una testimonianza vissuta in prima persona. Un vecchio prete di una diocesi toscana passati gli ottanta anni, 37 dei quali vissuti al servizio della stessa parrocchia, chiede al proprio Vescovo di potersi ritirare. Il presule capisce, ma rimanda continuamente l’anziano sacerdote, il quale a onor del vero mostra ancora una buona tempra e invidiabile capacità di resistere. Finché proprio non ce la fa più ed il Vescovo di trova costretto ad accettare la rinuncia. Il vecchio prete si trasferisce presso una struttura per anziani non molto distante dalla sua vecchia parrocchia. Cosa fanno i laici di questa, d’accordo col nuovo parroco che fra l’altro si trova a gestire la sua di parrocchia ed anche quella dell’ormai ex parroco e dovendo celebrare ogni domenica quattro Sante Messe? Stilano una lista di persone volontarie che ogni domenica vanno a prendere l’anziano sacerdote e lo riportano nella sua vecchia parrocchia dove può celebrare l’Eucarestia del pomeriggio incontrando di nuovo le persone che conosceva e tutte quelle che avevano con lui condiviso gioie e dolori del ministero pastorale. Potete immaginare cosa succedeva dopo la Messa? Quanti saluti, quanti consigli e sorrisi poteva ancora distribuire? E siccome era una persona intelligente, non giudicava i cambiamenti apportati dal nuovo parroco, felice di godersi ancora la sua parrocchia con quella libertà data dall’essere esonerato dall’obbligo del servizio.

Quando dopo qualche anno fu colpito da ictus e trasferito in una struttura che si occupa di anziani non autosufficienti, i laici continuarono ogni domenica, a turno, ad andarlo a trovare. Certo, alle cose essenziali ci pensava la famiglia, il nipote, ma non è stato mai abbandonato, neanche una domenica. Quando il parroco più giovane che lo aveva sostituito lo andò una volta a trovare, se lo vide arrivare in carrozzina spinta da un operatore sanitario. In mano teneva una sigaretta. Alla domanda stupida del sacerdote più giovane su quella ripresa di un antico vizio che aveva dismesso da tanti anni, ecco come rispose l’anziano: «Cosa vuoi che mi faccia una sigaretta ogni tanto, che mi uccida?». E sorrisero entrambi.

Quando morì e i suoi funerali vennero celebrati nella sua vecchia parrocchia con l’Arcivescovo, buona parte del presbiterio, i familiari e un gran concorso di persone. Le sue spoglie ancora riposano presso la chiesetta del cimitero poco distante da quella parrocchia dove aveva officiato per più di 37 anni.

È solo un esempio, un fatto che non fa né notizia, né depone a favore di una regola di comportamento generale. Vuole solo raccontare che è possibile aver cura dei nostri anziani, considerando un vecchio prete come uno di famiglia, o se volete, ancora parte di una comunità, anche se l’ha lasciata. Perché sia vero e credibile ciò che dice la Scrittura:

«amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna» (1Pt 1,22).

Dall’Eremo, 15 agosto 2026

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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Patti Smith, il Santo Padre e la memoria corta dei cattolicissimi

8 Agosto 2026/in Attualità/da Padre Ivano

PATTI SMITH, IL SANTO PADRE E LA MEMORIA CORTA DEI CATTOLICISSIMI

In Italia la legge che ha legalizzato nel 1978 l’interruzione volontaria di gravidanza, non è stata firmata da Patti Smith, ma dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone, democristiano, controfirmata dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, dal Ministro della Sanità Tina Anselmi, dal Guardasigilli Francesco Bonifacio e dai ministri Tommaso Morlino e Filippo Maria Pandolfi, tutti, senza eccezione, democristiani e cattolicissimi

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Il 31 luglio scorso il Sommo Pontefice Leone XIV ha ricevuto in udienza privata Patti Smith — la “sacerdotessa del rock”, cantautrice e poetessa, in procinto di compiere ottant’anni il prossimo dicembre — in un incontro di quaranta minuti nella Biblioteca del Palazzo Apostolico.

Alcuni siti che si definiscono impropriamente tradizionalisti, in Italia e all’estero si sono immediatamente indignati, ricordando che l’artista sarebbe favorevole all’aborto.

Non intendiamo entrare in polemica con questi ambienti: sarebbe battaglia sterile, oltre che persa in partenza. Ci limitiamo a rinfrescare la corta memoria di chi dimentica come in Italia la legge che ha legalizzato nel 1978 l’interruzione volontaria di gravidanza non è stata firmata da Patti Smith, ma dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone, democristiano, controfirmata dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, dal Ministro della Sanità Tina Anselmi, dal Guardasigilli Francesco Bonifacio e dai ministri Tommaso Morlino e Filippo Maria Pandolfi. Tutti, senza eccezione, democristiani e cattolicissimi, abituati a passare la vita “a baciare le pile” dell’acqua santa. E tutti questi devoti si nascosero dietro il dito dell’atto istituzionale dovuto.

Colpisce, però, un’asimmetria: la Chiesa ha sempre ribadito con fermezza la scomunica latae sententiae (can. 1397 §2) per chi procura un aborto effettivamente compiuto. Giovanni Paolo II, nell’enciclica Evangelium Vitae (nn. 73-74), è andato oltre il singolo caso, affermando la grave responsabilità morale di chi, con il proprio voto, concorre a promulgare leggi che permettono e favoriscono l’aborto, un peso di coscienza che per un cattolico che si professa tale non dovrebbe essere meno serio solo perché non si traduce in una sanzione canonica automatica. Ci si potrebbe chiedere allora, senza alcuna irriverenza, che voce abbia mai avuto questa responsabilità morale per l’esercito di cattolicissimi democristiani che quella legge la scrissero e la firmarono, mentre nei sacri palazzi ci si indignava a senso unico di marcia: indignazione massima verso i radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino che avevano promosso il referendum per la legalizzazione dell’aborto, non però verso coloro che quella la legge la promulgarono, in quanto dovettero soggiacere a un atto dovuto, povere vittime sante!

Riguardo l’atto dovuto basterebbe ricordare come in Belgio le cose andarono diversamente. Re Baldovino I, cattolico sul serio, pur di non firmare la legge che nel 1990 depenalizzava l’aborto, invocò l’articolo 82 della Costituzione e abdicò temporaneamente. Dal 3 al 5 aprile di quell’anno il governo esercitò i poteri regi al suo posto, promulgò la legge e il Parlamento lo reintegrò sul trono appena trentasei ore dopo. La legge passò comunque, non però dalla sua mano. Una figura straordinaria, quella del sovrano belga, per il quale il Dicastero delle Cause dei Santi ha avviato l’iter di beatificazione il 21 dicembre 2024, dopo l’annuncio dato da Papa Francesco durante il suo viaggio in Belgio (cfr. Vatican News).

Ecco la differenza tra chi crede davvero in ciò che professa e chi, pur professandolo a parole, si adatta con disinvoltura alle convenienze del potere. Quanto ai Sommi Pontefici è bene rammentare che hanno sempre ricevuto chiunque, inclusi dittatori sanguinari e autocrati di ogni credo. Si ricordi, tra i tanti, il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, ricevuto sia da Giovanni Paolo II (Khatami, nel 1999) sia da Francesco (Rohani, nel 2016). E hanno fatto bene, perché ricevere qualcuno non significa condividerne il pensiero o la politica, semmai significa credere che nessun incontro sia mai del tutto inutile, perlomeno per chi, come noi, crede nell’azione di grazia delle tre virtù teologali: fede, speranza, carità (1Cor 13,13). Chi oggi si scandalizza per un’udienza di quaranta minuti concessa a un’artista di grande talento dovrebbe forse indignarsi, con più cognizione di causa, guardando più vicino a casa propria e più indietro nel tempo.

L’aborto è una tragedia e un crimine talmente gravi che usarli per simili beghe polemiche è offensivo anzitutto verso le creature uccise ogni giorno. Lo stesso Santo Padre Francesco lo espresse senza mezzi termini, nell’udienza generale del 10 ottobre 2018, con una severità alla quale non osò giungere neppure Giovanni Paolo II:

«Io vi domando: è giusto “fare fuori” una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema? Non si può, non è giusto “fare fuori” un essere umano, benché piccolo, per risolvere un problema. È come affittare un sicario per risolvere un problema». (cfr. qui).

Su questo, non su un’udienza vaticana, dovrebbe concentrarsi chi dice di avere davvero a cuore la vita: il dramma dei sicari affittati tutti i giorni per far fuori degli angeli innocenti. E in Italia, ricordiamolo di nuovo sul finire perché è storia: la mano dei sicari fu armata dai cattolicissimi democristiani, tutti in fila per il bacio delle pile dell’acqua santa il giorno dopo che fu varata la legge sulla legalizzazione dei sicari.

Cagliari, 8 agosto 2026

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Francesco Guccini è morto ma Dio no

7 Agosto 2026/in Attualità/da Padre Ariel

FRANCESCO GUCCINI È MORTO MA DIO NO

Usare «Dio è morto» come premessa e «Dio risorge in quel che noi vogliamo» come soluzione tradisce contemporaneamente due pensieri che meriterebbero entrambi maggior rispetto: tradisce Friedrich Nietzsche, riducendo la sua diagnosi tragica a un pretesto lirico; e tradisce la teologia cristiana della Resurrezione, riducendola a un afflato collettivo di buone intenzioni.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Dato che il tema potrebbe prestarsi a facili fraintendimenti e sterili polemiche è opportuno fare subito chiarezza: il bersaglio di queste righe non è Francesco Guccini, scomparso oggi a Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese.

© Immagine realizzata con IA su progetto della redazione della rivista L’Isola di Patmos

Di questo cantautore si può non apprezzare il pensiero — e chi scrive, per la verità, non lo ha mai condiviso — pur riconoscendogli senza riserve il talento e il posto che merita nella storia della canzone d’autore italiana. Non è lui, oggi, il problema, ma un articolo apparso su Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, a firma di Umberto Folena (vedere articolo qui), che nel commemorare il musicista scrive una frase che meriterebbe ben altra cautela da chi pubblica sul giornale dei Vescovi d’Italia. Citando la celebre canzone Dio è morto (cfr. testo qui), questo collega osserva che nel testo in questione «Dio non è più al centro dei pensieri dell’uomo […] ma Dio risorge: “In ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo”». E aggiunge, di suo, che si tratta di «una speranza non vaga né vana, ma sorretta da una fede». Affermazione, questa, che non è affatto una parafrasi neutra: è un’approvazione.

Così, direttamente dalle colonne di Avvenire, si ignora che la Resurrezione non è un progetto umano. Proviamo a essere chirurgici, perché la materia lo richiede: la Resurrezione di Cristo, nella fede cattolica, non è un evento che dipende dal nostro credere, dal nostro volere, o dal mondo che noi costruiremo. È esattamente l’opposto: è un fatto storico-salvifico che precede la fede e la fonda, non che ne dipende. Cristo è risorto il terzo giorno, realmente e fisicamente, indipendentemente da chi ci credeva e da chi no. Increduli e terrorizzati gli apostoli stessi dovettero arrendersi all’evidenza di un sepolcro vuoto e di un Signore vivo (cfr. Lc 24,36-43), non il contrario.

«La formula citata da Umberto Folena — «in ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo» — ribalta questa logica: fa della Resurrezione una proiezione della volontà umana, un progetto immanente, qualcosa che accade dentro la storia e per mano dell’uomo. È teologia rovesciata: non Dio che salva l’uomo, ma l’uomo che, credendo e volendo abbastanza intensamente, “risuscita” Dio dentro il proprio progetto collettivo. In altre parole: se la Resurrezione dipendesse davvero da quanto crediamo, vogliamo o costruiamo, allora “Dio” diventerebbe soltanto il nome che diamo alle nostre migliori intenzioni collettive, ossia qualcosa che esiste finché continuiamo a volerlo e che verrebbe meno se smettessimo di crederci o di impegnarci. È l’esatto contrario della fede cristiana, per la quale Cristo è risorto realmente, una volta per sempre, indipendentemente da chi lo sapesse, lo credesse o lo volesse, come dimostra proprio l’incredulità iniziale degli apostoli davanti al fatto compiuto (cfr. Lc 24,11). E tutto questo, che da un punto di vista teologico è un’autentica aberrazione dell’intero mistero della salvezza, non può essere certo chiamato «una speranza sorretta da una fede», perché senza una riga di distinguo, senza un solo richiamo al Credo, è un’operazione che un giornale qualunque potrebbe anche permettersi, l’organo ufficiale dei Vescovi, assolutamente no.

C’è dell’altro e riguarda il rovescio della medaglia: la morte di Dio, non la sua resurrezione. Quando quel genio di Friedrich Nietzsche scrisse «Gott ist tot» (Dio è morto), non stava componendo una canzone consolatoria sul destino ultimo del sacro, ma stava diagnosticando, con lucidità spietata, il collasso dei fondamenti morali dell’Occidente moderno. Il suo era un annuncio tragico, non un trampolino di lancio per un umanesimo ottimista. Egli sapeva bene che l’uomo che ha ucciso Dio non ha idea di come reggere il peso di quell’atto:

«Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? […] Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa?» (F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125).

Un uomo costretto a farsi dio pur di reggere il vuoto lasciato da Dio: altro che consolazione a buon mercato alla stregua del Sono solo canzonette, come canta un altro cantautore di grande talento, Edoardo Bennato.

Usare «Dio è morto» come premessa e «Dio risorge in quel che noi vogliamo» come soluzione tradisce contemporaneamente due pensieri che meriterebbero entrambi maggior rispetto: tradisce Friedrich Nietzsche, riducendo la sua diagnosi tragica a un pretesto lirico; e tradisce la teologia cristiana della Resurrezione, riducendola a un afflato collettivo di buone intenzioni, incuranti che su di essa, come insegna l’Apostolo Paolo, la nostra fede può nascere come può morire:

«Ma se Cristo non è risuscitato, è dunque vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» (1Cor 15,14).

Non è quindi in discussione se Francesco Guccini avesse fede, non l’avesse, o coltivasse — come scrive Umberto Folena nella sua conclusione — «una speranza sempre coltivata». Sono affari suoi, ora affidati al giudizio di Dio, quello vero. La domanda che resta e che riguarda non Guccini ma chi lo ha commemorato a questo modo è un’altra: può un giornale che si presenta come voce dei Vescovi italiani pubblicare, senza una sola parola di distinzione dottrinale, un’equivalenza tra la Resurrezione di Cristo e la buona volontà collettiva dell’uomo? Una simile equivalenza non è teologicamente neutra: esprime un pensiero palesemente eterodosso di matrice modernista condannato da San Pio X nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis (1907), vale a dire la riduzione della verità dogmatica, oggettiva e rivelata, a proiezione del sentimento religioso immanente del soggetto credente. E se questo accade senza che nessuno, nella redazione del quotidiano dei Vescovi se ne accorga, dove dovremmo cercare oggi una sana ecclesiologia, forse sul Manifesto, forse su Micromega? Indubbiamente, la terza pagina del Manifesto e altrettanto gli articoli di cultura di Micromega sono e rimangono di un livello altamente superiore a quelli di Avvenire.

Francesco Guccini è morto. Dio no.

Dall’Isola di Patmos, 7 agosto 2026

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I Padri dell’Isola di Patmos

 



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Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come  «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»

(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

MANUELA LUZZARDI 

 

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