La sinistra radicale di Micromega fa resistenza alla “violenza” del Battesimo. Ovvero: il ridicolo paradosso degli atei ossessionati da Dio

LA SINISTRA RADICALE DI MICROMEGA FA RESISTENZA ALLA “VIOLENZA” DEL BATTESIMO. OVVERO: IL RIDICOLO PARADOSSO DEGLI ATEI OSSESSIONATI DA DIO 

I circoli di atei anticlericali potrebbero correre il serio rischio di sentirsi porgere una domanda ben più drammatica e realistica: se un padre e una madre che portano un neonato a battezzare commetterebbero a loro dire una violenza mediante il battesimo, quei padri e quelle madri che decidono invece di impedire ai figli di venire al mondo mediante la pratica dell’aborto, quale genere di violenza commettono, sui figli?

— Attualità ecclesiale —

                   Autore
        Ivano Liguori, Ofm. Capp..

 

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“Perché bisognerebbe vietare il battesimo ai minori” è un articolo comparso su Micromega a firma di Alessandro Giacomoni, nel quale l’editorialista arriva a sostenere che la Chiesa Cattolica in modo subdolo costringerebbe a battezzare i propri figli per evitare di essere discriminati nel contesto della propria comunità sociale [vedere articolo: QUI]. Secondo questo pensiero, i genitori sarebbero perciò ricattati a portare i propri figli al fonte battesimale, pena l’essere visti come “animali rari” da evitare, compatire e quindi discriminare.

Queste affermazioni del giornalista denotano solo una visibile ignoranza arricchita di luoghi comuni sulle realtà sacramentali e pastorali della Chiesa. Oltretutto, al giorno d’oggi, tra la maggioranza di coloro che si definiscono “cristiani non praticanti” questo problema non è minimamente contemplato, men che meno si pongono il problema di venire rimproverati dal proprio sacerdote. Come i confratelli parroci sanno bene, è più facile che avvenga il contrario e che un “cristiano non praticante” si metta a biasimare il prete e dire quello che è giusto fare, alle volte anche sfiorando l’offesa personale o l’atteggiamento verbale aggressivo.

Ci chiediamo: non sarà, forse, che questo editorialista di Micromega si stia riferendo ai soliti volti noti dell’anticlericalismo? L’elenco è presto fatto: iniziamo dagli sparuti circoletti italiani dell’associazione UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), per passare poi ad alcuni nostalgici del Comunismo e del Socialismo più becero, terminando con quelle figure mitologiche degli attivisti che nel fine settimana montano un gazebo in Piazza del Popolo reputando possibile decretare democraticamente la fine della Chiesa Cattolica e del messaggio cristiano attraverso una raccolta di firme.

Se questo è il livello della contestazione, allora siamo davvero alla farsa tragicomica. Sicché, giusto per sdrammatizzare un po’, si potrebbe parafrasare quella espressione del simpatico Obelix ― l’amico di Asterix ― che reinventò l’acrostico S.P.Q.R. dal noto significato «il senato e il popolo romano» traducendolo in «sono pazzi questi romani». Proprio così: «sono pazzi questi atei» che parlano di Dio e delle cose di Dio più di quanto ne parlino gli stessi preti. I loro “dogmatismi laicisti” sono spassosissimi ma puzzano di naftalina come i vecchi pizzi di nonna Abelarda, per citare un’altra mitica figura dei fumetti classici. Urgono perciò robusti infermieri per accompagnare le ossessioni compulsive dell’ateismo che ha la pretesa di confutare un’entità, quella divina, che non dovrebbe esistere e che quindi non dovrebbe neanche creare alcun problema alle persone sane di mente: «sono pazzi questi atei».

Ma andiamo avanti, il buon editorialista inizia con lo spulciare il Catechismo della Chiesa Cattolica e il Codice di Diritto Canonico con la stessa attenzione e consapevolezza con cui si sfogliano i giornali sul tavolino del barbiere per poi estrapolare alcune definizioni operando un mash-up di esegesi laica che si conclude con questa rara perla di “saggezza”:

«Ne consegue che anche ad oggi, ogni prelato può tranquillamente permettersi esternazioni denigratorie nei confronti dei battezzati».

La domanda sorge spontanea: ma quale film di fantascienza ha visto il buon editorialista? In quante chiese è entrato, a quante Messe o omelie ha assistito, quanti battesimi ha visto per poter dire queste cose con tanta sicumera? Non ci è dato di saperlo, ma presumiamo nessuna di tutte queste cose, quello però che sappiamo è che davanti a una certa spocchiosa superiorità morale non è possibile fare nulla, se non riconoscere che in alcuni individui il pensiero critico è clinicamente morto.

L’apice dell’articolo, come non aspettarcelo, arriva a chiedere l’abolizione del battesimo e l’inserimento del battesimo laico in quanto quello confessionale violerebbe la «convenzione sui diritti dei bambini, ratificata dall’Italia nel 1991», e ancora «ogni decisione, azione legislativa, provvedimento giuridico, iniziativa pubblica o privata deve salvaguardare l’interesse superiore del bambino» cosa che evidentemente per il nostro, il battesimo non fa. Quindi il battesimo per un bambino sarebbe un’occasione per subire un danno? Di quale entità? Quali lesioni aggravanti devono essere impedite? Sarebbe interessante e avremmo gioco facile nell’invitare il giornalista a fare altrettanto con altre fedi religiose, ad esempio quelle abramitiche, che prevedono la pratica della circoncisione come segno nella carne, cosa decisamente più invasiva rispetto al gesto di versare un po’ d’acqua tiepida sul capo di un neonato, non vi pare? E se per caso, una volta divenuto adulto, il giovane ebreo o il giovane musulmano rivolesse il prepuzio, che cosa pensa di dirgli, il sapiente editorialista di Micromega così sconvolto per un po’ d’acqua tiepida versata sulla testa di un neonato? Perché qualche goccia di acqua tiepida non lascia alcun segno visibile, mentre l’asportazione di un prepuzio dall’organo genitale maschile ti lascia un segno indelebile per tutta la vita. Non a caso, gli ebrei, definiscono la circoncisione con una bellissima espressione densa di significati spirituali: בְּרִית מִילָה (Brit milah), che significa alla lettera “patto dell’alleanza”.  Ma sappiamo già che a determinati indirizzi è meglio non bussare, perché si trova pane per i propri denti e alle volte anche altro. Quindi meglio attaccare i cristiani, in modo particolare i cattolici, perché tanto non dicono nulla e non si difendono, per prendersi poi il plauso e i likes del pensiero dominante moderno con le sue icone pop che spadroneggiano in tv, sul web e nel parterre del festival sanremese.

La teoria che da sempre va per la maggiore è che dovrà decidere il bambino una volta diventato adulto, se essere battezzato o no. Teoria che vorrebbe essere presentata come logica, ma che di fatto non lo è, come non lo sono tutte quelle affermazioni basate sul puro e malcelato pregiudizio. Presto detto: applicando questa pseudo-logica i genitori non dovrebbero prendere alcuna iniziativa mirata alla crescita, alla formazione e persino alle cure fisiche del figlio, che una volta divenuto adulto potrebbe reputare opportuno tutt’altro, rispetto a ciò che i genitori hanno scelto per lui. Cosa questa che vale per tutto, dalla scelta della scuola sino alla ortodonzia attraverso la quale il dentista applica un apposito apparecchio per correggere i denti storti, o per allargare una apertura dentale stretta. E se una volta divenuto adulto il figlio dicesse che avrebbe preferito andare a un’altra scuola, o avere i denti storti e un’arcata dentale stretta, piuttosto che portare un apparecchio ortodontico per diversi anni? Come può, un genitore, scegliere e decidere di sottoporre un bambino a un intervento di chirurgia ortopedica per correggere il piede piatto, o fargli portare per alcuni anni un busto nella fase della crescita per correggere una forma di scoliosi? Come possono osare, i genitori, scegliere per lui ciò che loro reputano opportuno, migliore e più salutare? Non è forse una violenza? E se una volta giunto alla maggiore età il figlio avesse preferito il piede piatto e la scoliosi, anziché essere operato da un ortopedico o anziché portare per anni un busto? Perché, questi atei-agnostici-razionalisti non provano a lasciare i loro bambini liberi di scegliere ciò che istintivamente reputano opportuno fare? Sarebbe molto interessante vedere cosa sceglierebbe di fare un bambino di pochi anni che non ha ancora acquistato il senso del pericolo.

Desidero ricordare ai nostri Lettori che le obiezioni al battesimo dei bambini non sono una scoperta recente, ma già nei primi secoli del cristianesimo si era posto questo problema e le argomentazioni dei contrari non erano molto diverse da quelle di oggi. Mi sembra utile, quindi, ricordare e illuminare i fedeli sull’argomento facendo parlare i Padri della Chiesa che hanno scritto pagine meravigliose sul battesimo, sia per difenderlo dalle opposizioni e sia per illuminare le menti con quel pensiero della Chiesa Apostolica che ha sempre creduto e vissuto il battesimo come la conformazione a Cristo e l’inizio di un cammino serio di conversione al Vangelo e di rinuncia al peccato. Risponde a tal proposito il santo vescovo Agostino da Ippona nella sua Lettera a Bonifacio [Cfr. Lettera 98 di Sant’Agostino a Bonifacio 7-10,11]:

«A causa della solita tua vivissima avversione per la minima bugia, nell’ultimo tuo quesito ti è parso d’aver proposto una questione difficilissima. «Se ― dici ― ti presentassi un bambino e ti domandassi se, da adulto, sarà casto e non sarà un ladro, senza dubbio mi risponderesti: “Non lo so”. Così pure se ti domandassi se il bimbo essendo ancora nella medesima tenera età, pensi qualcosa di bene o di male, diresti: “Non lo so”. Se perciò non osi garantire nulla di sicuro riguardo alla sua condotta futura e al suo pensiero attuale, perché mai quando vengono presentati al battesimo, i genitori rispondono invece di essi come garanti e affermano ch’essi fanno ciò che quell’età non può pensare o, se lo può, rimane a noi ignoto? In realtà, ai padrini che ci offrono un bambino da battezzare, noi domandiamo se crede in Dio e in nome del piccino, che non sa neppure se Dio esiste, essi rispondono: “Crede”. Con la stessa sicurezza si risponde a tutte le altre singole domande loro rivolte. Mi stupisco quindi che i genitori rispondano al posto dei bambini con assoluta sicurezza trattandosi di cose tanto serie e impegnative, affermando che il bambino compie azioni sì importanti su cui vertono le domande rivolte dal ministro del battesimo nel momento che quello è battezzato; mentre nello stesso momento se facessi loro quest’altra domanda: “Questo bimbo, che ora viene battezzato, sarà casto o non sarà piuttosto un ladro?”, non so se alcuno oserebbe affermare: “Sarà o non sarà tale”, come senz’ombra di dubbio mi viene risposto che crede in Dio”. Alla fine, concludi il tuo ragionamento dicendo: ” Usa la cortesia di rispondere brevemente a queste mie domande, non allegando la norma della consuetudine ma adducendone il motivo e la spiegazione».  

In questa risposta si intravede perfettamente il ruolo che il Vescovo di Ippona attribuisce alla fede dei genitori e dei padrini che liberamente e volontariamente accompagnano al battesimo i propri figli. Il bambino battezzato viene reso fedele non da un atto simile a quello dei fedeli adulti, ma dal Sacramento della stessa fede che viene trasmesso come cosa buona da chi ha già fatto esperienza di Cristo e desidera trasmetterla. Allo stesso modo, per Sant’Agostino, sia i genitori che i padrini rispondono al battesimo dei propri figli affermando il proprio credo, volontà libera e non coercitiva, in tempi dove definirsi cristiani era molto più scomodo e pericoloso di oggi. Capiamo che il bambino battezzato si chiama fedele ― nel senso di unito a Cristo ― non semplicemente col dare l’assenso personale della sua intelligenza, ma col ricevere il Sacramento della stessa fede che è stato trasmesso nella propria famiglia. Quando poi il bambino, crescendo, comincerà a capire, non avrà più bisogno di un nuovo battesimo, ma comprenderà il Sacramento ricevuto e si conformerà, col consenso della sua volontà, dalla realtà spirituale rappresentata dal battesimo.

Dopo questa descrizione così chiara, possiamo comprendere che tutte le cose reputate buone vengono trasmesse dai genitori ai figli e che spesso le passioni dei padri diventano quelle dei figli, ma mai nessuno si sognerebbe di dire che il bambino è fatto vittima di violenza.

Nel Rito del Battesimo il sacerdote domanda: «che cosa chiedete alla Chiesa di Dio?» è una domanda semplice che definisce una volontà ben libera di procedere in un cammino di fede attraverso il battesimo. Ma questo non basta, il sacerdote avverte i genitori del battezzando della responsabilità di questa richiesta: «chiedendo il Battesimo per vostro figlio, voi vi impegnate a educarlo nella fede, perché, nell’osservanza dei comandamenti, impari ad amare Dio e il prossimo, come Cristo ci ha insegnato. Siete consapevoli di questa responsabilità?». Se questa consapevolezza c’è, bene, altrimenti si aspetta, non c’è fretta nelle cose di Dio, è inutile battezzare il proprio figlio per altre ragioni se non perché lo si vuole far vivere della stessa vita di Cristo. Il battesimo è l’inizio di ogni discepolato e di quel cambiamento evangelico ― μετάνοια (metànoia) ― che coinvolge tutta la famiglia, Chiesa domestica, a costituire il fulcro del primo annunzio della fede.

San Fulgenzio di Ruspe nella Regola della vera fede [Cfr. 30,14] afferma:

«[…] nessun uomo può ricevere la salvezza eterna, se non si è convertito quaggiù dai suoi peccati con la penitenza e la fede, e che per mezzo del Sacramento della fede e della penitenza, cioè per mezzo del battesimo, non se n’è liberato»

La “Chiesa istituzionale”, chiamiamola così per i meno scafati in queste faccende, subentra successivamente a questa consapevolezza e accompagna il cammino di fede della famiglia potenziandolo e dirigendolo al meglio con la grazia che viene dallo Spirito Santo. Ma del resto non avviene lo stesso con l’apprendimento? Il bambino di sei anni quando entra in prima elementare non conosce già tante cose ed è capace di parlare. Da chi ha attinto queste informazioni se non dalla casa? La frequenza a scuola e il percorrere l’itinerario di apprendimento è solo il proseguo di quello che la famiglia ha già fatto, strutturandolo in modo robusto e aprendo al piacere e al desiderio della conoscenza le giovani menti che un domani saranno in grado di governarsi nel mondo da persone mature.

Per finire invitiamo fraternamente i giornalisti di Micromega ad esimersi per il futuro da queste esternazioni imbarazzanti che avrebbero fatto impallidire uomini di grande talento e intelletto del calibro di Enrico Berlinguer e Marco Pannella, o che indurrebbero un autentico liberale come Daniele Capezzone a dar loro sbrigativamente degli ignoranti senza alcuna esitazione. Sia infatti chiaro: gli esponenti del vecchio Partito Comunista Italiano, o i Radicali cresciuti alla scuola politica di quella mente brillante di Marco Pannella ― di cui poco o forse niente condividiamo, ma che riconosciamo però dotato di indubbie qualità politiche ―, con certi beceri soggetti non hanno nulla da spartire sia sul piano della idealità che su quello della esposizione delle critiche formulate alla Chiesa Cattolica.

La proposta del battesimo laico? È sicuramente la miglior trovata del “dogmatismo” ateo, dopo quella che li indusse a proporre la figura del … “cappellano ospedaliero laico”. Tutto fatto per inseguire il disperato desiderio di diventare i nuovi preti del laicismo con tutto quel bagaglio liberal-clericale che ne deriva. Il poeta romanesco Giuseppe Gioachino Belli, che in fatto di critica alla Chiesa non è stato secondo a nessuno, riprendendo l’acrostico S.P.Q.R. lo traduceva in «Solo Preti Qua Regnano». Sì, voi inseguite questo sogno essere il nuovo clero laico regnante della mondanità, ma ricordatevi una cosa, se dopo duemila anni la Chiesa è ancora presente e battezza per mandato di Cristo è perché c’è quel qualche cosa di più ― lo chiediamo agli atei, è forse Dio? ― che la sostiene e la difende. Forse sarebbe meglio da parte vostra un minimo di attenzione in più, almeno un po’ più di prudenza. Anche perché i circoli di atei anticlericali potrebbero correre il serio rischio di sentirsi porgere una domanda ben più drammatica e realistica: se un padre e una madre che portano un neonato a battezzare commetterebbero a loro dire una violenza mediante il battesimo, quei padri e quelle madri che decidono invece di impedire ai figli di venire al mondo mediante la pratica dell’aborto, quale genere di violenza commettono, sui figli?

Laconi, 6 febbraio 2023

 

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Nel corso dei secoli la confessione sacramentale ha subìto dei mutamenti radicali che i grandi “dottori teologi” di Facebook e Twitter ignorano

—  Attualità ecclesiale —

 NEL CORSO DEI SECOLI LA CONFESSIONE SACRAMENTALE HA SUBÌTO DEI MUTAMENTI RADICALI CHE I GRANDI “DOTTORI TEOLOGI” DI FACEBOOK  E TWITTER IGNORANO

Grazie ai Social Media molti, raggruppati in fitte legioni di stolti sempre più agguerrite, oltre che peggiori della biblica invasione delle cavallette, si auto-formano di regola a questo modo: prima spiluccano da un blog all’altro, poi si cimentano nell’uso di parole di cui non conoscono neppure il significato etimologico ― ma soprattutto il significato che hanno nel linguaggio filosofico, metafisico e teologico-dogmatico ―, infine salgono sulla cattedra di Facebook o di Twitter per dare lezioni di corretta dottrina a noi teologi, sparando una dietro l’altra assurdità a raffica, spesso anche in modo violento e aggressivo.

 

 

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Ponendo una domanda un Lettore mi ha ispirato questo articolo che potrebbe risultare utile a molte persone:

 

«Vero che Cristo condanna il peccato e non il peccatore. Vero che il peccatore va perdonato settanta volte sette, quindi sempre. Ma alla centesima volta che una persona viene da lei a confessare lo stesso peccato non pensa mai che forse ci sta “ciucciando” un pochino? Le prime comunità cristiane se ben ricordo non è che andavano poi così leggere nel giudizio sul peccatore e, dopo il peccato, non bastava la contrizione del cuore e prima di essere riammesso nella comunità doveva passare sotto le forche caudine pubbliche. Probabilmente i miei sensi di colpa nascono da qui … masochismo? Ma mi pare che anche nei canoni apostolici si parli di questo percorso».

 

Frate Cappuccino confessore (foto by Aldo Lancioni)

 

Sono domande che offrono l’opportunità di fare un po’ di dogmatica sacramentaria, materia alla quale mi sono molto dedicato assieme alla storia del dogma.

Nei tempi tristi e confusi che stiamo vivendo, noi sacerdoti e teologi dobbiamo fare i conti con la realtà di “cattolici” che spaziano tra il magico-estetico e il fideismo più becero. Grazie ai Social Media molti, raggruppati in fitte legioni di stolti sempre più agguerrite, oltre che peggiori della biblica invasione delle cavallette, si auto-formano di regola a questo modo: prima spiluccano da un blog all’altro, poi si cimentano nell’uso di parole di cui non conoscono neppure il significato etimologico ― ma soprattutto il significato che hanno nel linguaggio filosofico, metafisico e teologico-dogmatico ―, infine salgono sulla cattedra di Facebook o di Twitter per dare lezioni di corretta dottrina a noi teologi, sparando assurdità a raffica, spesso anche in modo violento e aggressivo. E non sempre, purtroppo, si riesce a ridere sulle scempiaggini di questi teologi internetici. Alcune volte sì, altre invece no.

Ecco un tipico esempio di bieco e becero fideismo basato sul magico-estetico, della serie … abracadabra la magia è fatta! Una tale ha scritto sulla mia pagina social che «le preghiere recitate in latino sono potentissime e il Demonio proprio non le sopporta», perché ne è terrorizzato.

Per pedagogia, soprattutto per autentica carità cristiana, persone simili non possono essere prese sul serio, vanno prese solo in giro. Cos’altro si potrebbe fare con soggetti che dalle loro cattedre erette sui social media pensano di poter parlare del mistero della grazia divina, della sacramentaria ― che peraltro è il ramo più complesso della teologia dogmatica ― e della disciplina dei Sacramenti, con la leggera disinvoltura con cui si può discutere con la sciampista nella sala del parrucchiere sull’ultimo articolo  pubblicato su un magazine di gossip?

Ecco allora che la presa di giro rivolta a queste persone diviene un atto opportuno e pedagogico della più autentica carità cristiana. Infatti, ciò che non è serio e che si palesa così grottesco e anti-scientifico, anti-dottrinale e anti-teologico, va destituito di valore. Per fare questo l’arma più efficace è costituita dall’ironia e dalla sapiente e caritatevole presa di giro.

E così, a quella Signora che quasi sicuramente non riuscirebbe a tradurre dal latino all’italiano neppure le prime semplicissime righe del De bello gallico ma che invoca la “lingua magica” del latino per terrorizzare il Demonio, risposi che quando noi celebriamo il Sacrificio Eucaristico in lingua italiana, o quando anziché dire Dominus vobiscum diciamo Il Signore sia con voi, sicuramente il Demonio si scompiscia dalle risate, non sentendosi colpito attraverso il magico latino che lo stende invece a terra all’istante spaventato e tramortito.

Questa articolata premessa per dire che quando mi sono posti quesiti intelligenti come quello inviato da questo nostro Lettore, è come se mi fosse giunto in omaggio un regalo:

«Alla centesima volta che una persona viene da lei a confessare lo stesso peccato non pensa mai che forse ci sta “ciucciando” un pochino?».

Quesito pertinente, perché proprio in questi casi si può vedere quanto uno sia un confessore sapiente e illuminato dalla grazia di Dio. Anzitutto va tenuto conto che Cristo, divina pietra angolare, scelse Pietro per la edificazione e il governo della sua Chiesa (cfr. Mt 13, 16-20). E tra tutti gli Apostoli Pietro era il più fragile e spocchioso, come più volte dimostrò, al tempo stesso si mostrò pure il più codardo. All’occorrenza si mostrò confuso, indeciso e ambiguo in materia di dottrina. Era un pescatore galileo ingenuo, passionale e buono che tale rimase per tutta la vita. Non brillava per intelligenza, meno che mai per cultura. Basti ricordare come fu fatto nero ad Antiochia dal Beato Apostolo Paolo, pur con tutto il rispetto per il suo primato di Capo del Collegio degli Apostoli. Adesso ripercorriamo quella vicenda molto interessante di Antiochia narrata dallo stesso Apostolo Paolo:

«Ma quando Cefa venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma, dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, tanto che pure Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ma quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: “Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?”. Noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno. Se pertanto noi che cerchiamo la giustificazione in Cristo siamo trovati peccatori come gli altri, Cristo è forse ministro del peccato? Impossibile! Infatti se torno a costruire quello che ho distrutto, mi denuncio come trasgressore. In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano”» (Gal 2, 11-21).

In questo dibattito avvenuto ad Antiochia, il Beato Apostolo Paolo enuncia la teologia e la dottrina della grazia e della giustificazione. Esattamente quella che fraintese un frate agostiniano tedesco notoriamente asino, mi pare si chiamasse Martin Lutero, fucina di immani danni prodotti nella Chiesa attorno al XVI secolo, con buona pace di certa piaggeria cattolica che oggi lo indica come “riformatore” e che chiama la sua eresia scismatica “riforma”. Tra l’altro proveniva da uno storico Ordine che prende nome proprio da Sant’Agostino che fu autore del De natura et gratia.

Sempre restando nell’ordine degli esempi iperbolici: se dopo la morte di Gesù Cristo si fosse tenuto un conclave, quanti avrebbero votato Pietro e quanti Paolo? Quale profonda differenza correva tra Pietro, Giacomo il Maggiore e suo fratello Giovanni, indicati da Cristo Dio col nome aramaico di “figli del tuono” ― boanèrghes ―, riportato poi in caratteri greci come βοανηργες (cfr. Mc 3, 16-18). Se mettiamo a confronto Pietro con figure di apostoli come Giovanni o Paolo, la differenza apparirà all’incirca come quella che potrebbe correre tra Roberto Benigni e Marcello Mastroianni, tra Jerry Lewis e Gregory Peck. Eppure Cristo scelse lui che incarnava tutte le nostre fragilità umane, dando ad esso le chiavi del regno e il potere di legare e di sciogliere (cfr. Mt 16, 13-19), il tutto pur avendo avuto elementi di gran lunga migliori tra i quali scegliere il Capo del Collegio degli Apostoli. Allora proviamo a domandarci: perché scelse Pietro e non altri?

Ad assolvere dai peccati non è un Angelo di Dio, così come a guidare la Chiesa di Cristo non è una schiera di Cherubini e Serafini, ma di sacerdoti, di alteri Christi che agiscono in Persona Christi e che spesso possono essere peccatori peggiori di colui al quale concedono la grazia e il divino perdono attraverso l’assoluzione sacramentale: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi …» (Gv 20, 22-23).

La teologia, la dogmatica sacramentaria in particolare, non può essere scissa dalla storia del dogma, perché nel corso di duemila anni la disciplina dei Sacramenti ha avuto delle mutazioni a volte radicali, frutto di una lunga gestazione intesa come acquisizione della percezione del Sacramento e dei Sacramenti in sé. O forse qualcuno pensa che i primi cristiani avessero della Santissima Eucaristia la percezione che oggi ne abbiamo noi? O che esponessero dentro l’ostensorio il Santissimo Sacramento per l’adorazione eucaristica, pratica di sacra devozione al Santissimo Corpo di Cristo che prenderà vita solamente circa 1300 anni dopo la morte e risurrezione del Verbo di Dio? Quali libri di preghiere usavano i primi cristiani in epoca apostolica e con quale Messale celebravano la Santa Messa, forse con quello che certi ridicoli contemporanei chiamano … il messale della Messa di sempre? I primi cristiani recitavano forse preghiere alla Beata Vergine Maria? I Dodici Apostoli radunati assieme cantavano Salve Regina in gregoriano alla presenza della Mater Dei per renderle onore mentre soggiornava a Efeso o a Gerusalemme? Veneravano le reliquie dei Santi? Andavano in pellegrinaggio per i santuari nei quali si poteva lucrare l’indulgenza, o forse affollavano la collina di Medjugorje dove nel pacchetto viaggio completo si garantisce anche la conversione, oltre — s’intende — all’apparizione assicurata della Madonna? Oppure, dopo l’Editto di Milano del febbraio 313, i cristiani strillavano, stile neocatecumenali invasati: … «siamo stati riconosciuti e approvati … approvati! Non potete quindi dirci e farci niente: siamo stati approvati! Chi è contro di noi è contro gli augusti imperatori Costantino e Licinio che ci hanno approvati … approvati!»? E sempre dopo questo editto, ai cristiani furono forse date le antiche basiliche della romanitas con un posto d’onore nell’antico Senato riservato al Vescovo di Roma? Sinceramente vorrei sapere certa gente che film di fantascienza ha visto, sarebbe interessante conoscerne perlomeno il titolo.

È presto detto: un peccatore potrebbe commettere quel particolare peccato anche una volta ogni 48 ore, andando poi a chiedere la grazia e il perdono di Dio. Ovviamente purché sia pentito e “vittima” di fragilità e debolezze che non riesce sul momento a gestire e superare. Tutt’altro discorso se il peccatore commette in continuazione lo stesso peccato perché per indolenza, pigrizia o egoismo vuole essere debole e fragile e non intende in alcun modo reagire a quelle sue debolezze e fragilità alle quali potrebbe invece reagire, o peggio perché convinto “…. vabbè, tanto poi vado a confessarmi”. In quel caso, per il bene del penitente si può giungere persino a negare l’assoluzione. Posso però garantire che soggetti di questo genere è difficile ― mi verrebbe da dire quasi impossibile ― che vadano avanti e indietro dal confessionale a chiedere perdono per lo stesso peccato.

Il Lettore seguita a chiedere:

«Le prime comunità cristiane se ben ricordo non è che andavano poi così leggere nel giudizio sul peccatore e, dopo il peccato, non bastava la contrizione del cuore e prima di essere riammesso nella comunità doveva passare sotto le forche caudine pubbliche».

È vero, ma siamo ai primordi dell’esperienza cristiana, in un’epoca nella quale a molti non era ancora chiaro che cosa fosse realmente accaduto di grandioso per l’intera umanità dal Calvario al sepolcro vuoto di Cristo risorto e poi asceso al cielo. Diverse erano le correnti dei primi cristiani, due le principali: i giudeo-gesuani, ossia gli ebrei che avevano scelto di seguire il messaggio del Cristo e che risentivano molto della cultura ebraica e della legge rabbinica, in particolare di quella farisaica, dal cui ceppo provenivano lo stesso Apostolo Paolo (cfr. At 23, 6) e i pagani convertiti appartenenti alle popolazioni greche e latine.

Come prova “l’incidente” di Antiochia tra gli Apostoli Pietro e Paolo, molto accesi erano gli scambi tra circoncisi e non circoncisi. E con tutta la confusione che spesso ne seguiva si discuteva se i cristiani dovessero seguitare con la pratica rituale della circoncisione. Molti intendevano l’Eucaristia come una celebrazione di Pesach (la Pasqua ebraica) che anziché una volta all’anno era celebrata una volta alla settimana. Basterebbe poi ricordare che da lì a seguire occorreranno quasi quattro secoli e due grandi concili dogmatici per definire prima a Nicea nel 325, poi a Costantinopoli nel 381, il mistero della Persona e della natura di Cristo. E siccome non esistevano neppure termini lessicali per poterla definire, i Padri della Chiesa furono costretti a prendere a prestito terminologie dal lessico filosofico greco e a modularle per dare una definizione a questo ineffabile mistero.

All’inizio ho fatto richiamo ai “dottori in teologia sacramentaria” specializzati all’accademia di Facebook e di Twitter, quelli da prendere in giro per imperativo di coscienza e soprattutto per carità cristiana, pronti a lanciarsi in temi per i quali spesso, se non quasi di prassi, presbiteri sessantenni con trent’anni di ministero sacerdotale alle spalle domandano spiegazioni a qualche confratello teologo o storico del dogma, semmai di vent’anni più giovane di loro, prima di addentrarsi in certe disquisizioni molto complesse sul piano teologico, che di riflesso comportano tematiche altrettanto complesse sul piano storico. È infatti impossibile comprendere la disciplina dei Sacramenti se non si conosce bene e a fondo la storia.

È vero, le prime comunità cristiane avevano altra concezione del perdono dei peccati, basti dire che il Sacramento della penitenza poteva essere ricevuto una sola volta nella vita, dopo un percorso penitenziale fatto sotto la guida del Vescovo. Una volta ricevuto questo Sacramento il fedele non poteva peccare più, se non a suo rischio e pericolo, perché non avrebbe potuto mai più riceverlo. Per sette secoli l’assoluzione dai peccati fu considerato un Sacramento “non ripetibile”. Per questo i cristiani cercavano di ricevere l’assoluzione prima di morire, o comunque in età elevata. E molti morivano senza riceverla.

In questi primi secoli si crea anche il complesso problema dei lapsi. Termine latino che alla lettera significa “scivolati”, usato per indicare i cristiani che durante le persecuzioni del III e IV secolo bruciarono incensi agli dei pagani facendo atto di adorazione verso di essi. Ciò non per convinzione ma perché minacciati di morte, quindi solo per paura di morire. Anche dinanzi al caso dei lapsi fu tenuta ferma la disciplina della irripetibilità della penitenza. Sulla riammissione dei lapsi alla Comunità dei credenti la Chiesa delle origini si trovò divisa tra la corrente di Cornelio, eletto Vescovo di Roma nel 251, propenso al perdono e al loro accoglimento, ed i seguaci del presbitero Novaziano che negava loro qualsiasi forma di accoglienza e che finì poi scomunicato dal sinodo romano. Da lui nacque quella corrente conosciuta oggi come eresia novaziana, che per alcuni secoli seguitò a trovare adepti. Memorabile la battaglia teologica condotta contro i novaziani da Ambrogio vescovo di Mediolanum, che sul finire del IV secolo compose il De poenitentia, opera suddivisa in due libri in cui è sono confutate: nel primo le tesi dei seguaci di Novaziano che consideravano non perdonabili i peccati mortali e la necessità che si procedesse con un nuovo battesimo per i seguaci della loro setta eretica; nel secondo offre una dotta dissertazione sul concetto di penitenza e del modo in cui deve essere amministrata. Il Vescovo Ambrogio confuta i novaziani ricordando loro che la misericordia di Dio offre a tutti i peccatori pentiti la sua grazia. Ribadisce il fondamento analogico tra battesimo e penitenza e infine riafferma anch’esso l’irripetibilità di entrambi questi sacramenti che generano una sostanziale trasformazione di vita in chiunque si penta per i peccati commessi e il male che con essi è stato arrecato ad altri. I novaziani pretendevano di invitare da una parte alla penitenza e al pentimento, dall’altra negavano però il perdono, convinti di rendere lode all’Onnipotente col loro rigore, ma di fatto disprezzando la grazia e il perdono di Dio attraverso la loro cieca durezza di cuore. Lascio adesso valutare, a chiunque abbia letto solo alcuni sproloqui di certi sedicenti teologi internetici fai-da-te, se quella novaziana non è per caso una delle diverse eresie di ritorno della nostra attualità.

Con la discesa dei barbari dal Nord dell’Europa ― che poco dopo si convertirono in massa al Cristianesimo affascinati dalle grandi e virili figure di certi Vescovi e Padri della Chiesa ―, si incominciò a ventilare l’ipotesi di rendere questo Sacramento ripetibile per far sì che il percorso di conversione e di vita cristiana fosse meno impossibile per questi popoli. Ipotesi dinanzi alla quale molti Padri della Chiesa e teologi dell’epoca gridarono all’eresia! Presumibilmente, uno di questi, sarebbe stato lo stesso Ambrogio, poc’anzi citato, che tre secoli prima ribadì la irripetibilità della penitenza in una sua celebre opera teologica.

Perché con i barbari convertiti nasce la necessità pastorale di rendere ripetibile il Sacramento? Perché al di là della loro buona volontà, le loro abitudini e costumi di vita erano quelli che erano … insomma, dobbiamo essere grati ai barbari se questo Sacramento divenne ripetibile. Solo nel VII secolo fu introdotta la pratica privata della Penitenza, cosa che dobbiamo ai monaci irlandesi vissuti ai tempi di San Colombano che fondò il monastero di Bobbio agli inizi del VII secolo e che concorse a ridare vita alla pratica di questo Sacramento mediante una dimensione privata improntata sulla espiazione dei peccati. Così, questi monaci, scendendo dalle regioni del nord Europa in Italia portarono l’abitudine sacramentale del “confessare” a un presbitero i propri peccati in modo tale da ricevere una penitenza, detta penitenza tariffata. E qui bisogna spiegare che per penitenza tariffata si intende la classificazione delle colpe cui corrispondevano le penitenze da imporre. Questo sistema introdotto nel VII secolo cominciò a essere praticato prima in ambito monastico, poi tra il popolo con successiva gran diffusione. Dobbiamo quindi all’irlandese San Colombano e ai suoi monaci la ripetibilità di questo Sacramento, anziché la possibilità di riceverlo una sola volta nella vita. Sempre a lui dobbiamo anche la segretezza del percorso penitenziale al posto della dimensione pubblica.

Nei duecento anni che seguirono tra l’VIII e il IX secolo, i Libri Penitenziali ebbero una gran diffusione e applicazione. Le tariffe racchiuse al loro interno consistevano principalmente in digiuni imposti, che secondo la gravità della colpa commessa potevano durare talora giorni, altre volte anni. Disgrazia volle ― perché tale di fatto fu ―, che i Libri Penitenziali contenessero al loro interno delle commutazioni che permettevano al peccatore di commutare il proprio digiuno in opere espiatorie compiute da lui stesso o effettuate persino da terzi, il tutto in cambio di denaro, celebrazioni di Sante Messe, donazioni di terre, costruzione di chiese e monasteri nei casi di peccatori particolarmente ricchi. Si giunse poi a sfiorare il ridicolo, questo giusto per ricordare con un inciso che a un certo punto della storia, in quel di Certaldo, Giovanni Boccaccio nacque tutt’altro che per caso nel XIV secolo e che certe sue novelle sono tutto fuorché fantasiose invenzioni. Lascio allora intuire a chi legge, senza scendere in particolari inutili e vergognosi, quali abusi originarono certe commutazioni e quanti “santi” monaci ottennero la edificazione di grandi monasteri vendendo nei concreti fatti la espiazione dei peccati, mentre certi sovrani e potenti feudatari sottoposti a dura penitenza giunsero a pagare un proprio fedele servitore affinché facesse penitenza al posto loro (!?). Ci sarà pure un motivo, se diversi concili della Chiesa condannarono duramente il turpe peccato di simonia, il cui etimo nasce dalla vicenda di Simon Mago che cercò di offrire del danaro agli Apostoli per ricevere i doni dello Spirito Santo mediante l’imposizione delle loro mani (cfr. At 8, 18-19).

Successivamente il Sacramento della penitenza conoscerà nuove evoluzioni e innovazioni tra il IX e il X secolo con i teologi carolingi che incominciano a incentrare l’attenzione dall’espiazione dei peccati all’accusa dei peccati, ritenendola il vero cuore dell’intero processo penitenziale. Senza il sincero pentimento non può esservi perdono e la penitenza espiativa può rischiare di essere fine a sé stessa. Sino a giungere al Concilio di Trento che nel 1563 fissa le norme della Confessione con un apposito decreto, strutturando la disciplina sacramentale e canonica di questo Sacramento come la conosciamo oggi. In epoca post-tridentina nacquero anche spazi e luoghi idonei per amministrare questo Sacramento, per esempio le penitenzierie all’interno delle grandi cattedrali e basiliche, quindi l’uso dei confessionali creati tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo per garantire la riservatezza e la separazione tra il confessore e il penitente e favorire la confessione stessa. A nessuno rimarrebbe agevole, agli uomini e forse più ancora alle donne, accusare i propri peccati a un uomo che ti siede di fronte e che mentre parli ti guarda in faccia. Merita ricordare che i confessionali furono inventati dai Gesuiti, proprio gli stessi che tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta del Novecento furono i primi a toglierli da molte delle loro chiese per metterli negli scantinati, oppure vendendoli agli antiquari, semmai per dare i soldi ai poveri, intendiamoci! Infatti, la ragione casuistica del Gesuita, o è sempre nobile in sé e di per sé, o in ogni caso lo diventa attraverso la manipolazione.

Non è vero che il peccatore «prima di essere riammesso nella comunità doveva passare sotto le forche caudine pubbliche». Però alcuni storici lo scrivono, molti lo leggono in giro e prendono simili asserzioni per vere diffondendole poi come tali. A essere pubblica non era la confessione dei peccati, ma lo stato dei penitenti, quello sì che era reso pubblico. I penitenti, quasi sempre raccolti in gruppi, dovevano fare un preciso percorso penitenziale sotto la guida del Vescovo, non potevano certo essere tenuti nascosti, ma i loro peccati sì, tanto che il Santo Pontefice Leone Magno, il lungo pontificato del quale durò dal 440 al 461, proibì la confessione pubblica e la dichiarò illegittima e contraria alle norme apostoliche:

«Noi proibiamo che in questa occasione venga letto pubblicamente uno scritto nel quale sono elencati nei particolari i loro peccati. È sufficiente infatti che le colpe vengano manifestate al solo Vescovo, in un colloquio privato» (Lettera 168).

Da tutte queste note storiche si dovrebbe comprendere che il Sacramento della penitenza, come altri Sacramenti, ha subito nel corso del tempo grandi mutazioni, a tratti veramente radicali. Sempre con buona pace di chi parla di Messa di sempre o di dottrine, regole e discipline sempre e assolutamente immutabili, con tanto di indiscutibile suggello «si è sempre fatto così nel corso dei secoli!». Espressione tipica dell’imbecille che le mutazioni e gli eventi avvenuti nei secoli le ignora di prassi tutte quante, perché si è creato un passato che non è mai esistito, allo scopo di rendere irreale il presente.

Concludo con un tocco di ironia narrando di quando una mega-catechista de La setta Neocatecumenale fece uno sproloquio kikian-carmeniano sulla necessità del ritorno alla Chiesa delle prime origini apostoliche. E qui è necessario precisare che la mega-catechista faceva i cosiddetti scrutini — vale a dire che indagava le coscienze — non solo dei laici, ma persino dei sacerdoti e, quando si tenevano le loro assemblee nelle chiuse salette, lei parlava e sproloquiava eresie a tutto spiano, mentre il sacerdote presente sedeva in silenzio vicino a lei tacendo, a vergogna di sé stesso e della dignità sacerdotale. A quel punto le citai alcuni passi della Sacra Scrittura in cui il Beato Apostolo Paolo non si limita a esortare, ma rivolge delle vere e proprie severe intimazioni: 

«Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo» (I Tm 2, 12) «Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea» (I Cor 14, 34-35).

Dinanzi a quei passi così chiari, le dissi che il suo compito era di tacere e basta. E detto questo le domandai se intendeva tornare alla Chiesa delle origini e applicare alla lettera certi comandi e precetti, mostrando così di anelare per davvero e fino in fondo all’auspicato ritorno alle origini. Non sapendo cosa rispondere, la povera ignorante, paradigma di ciò che di fatto sono i mega-catechisti neokatekiki, sbroccò letteralmente affermando: «Beh, si sa da sempre, che San Paolo era un misogino». Ebbene, anche se non è questa la sede, penso sia opportuno chiarire in breve che il Beato Apostolo, lungi dall’essere un misogino, rivolgeva queste parole agli abitanti di Corinto, società tendenzialmente matriarcale nella quale le donne erano solite condizionare gli uomini con forti influenze e pressioni. Quando però cercarono di fare altrettanto nella Comunità Cristiana, tentando di mettere i piedi sulla testa a vescovi e presbiteri, l’Apostolo le richiamò all’ordine. Pertanto, l’ammonimento «Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti», molto probabilmente era rivolto proprio alle mogli dei primi vescovi e presbiteri di quell’area geografica, lo si evince da quest’altro passo dell’Epistola indirizzata al discepolo Timoteo:

«[…] bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?» (I Tm 3, 2-5).

Il problema è che da una parte abbiamo pseudo cattolici più o meno settaristi che invocano il ritorno a origini che non conoscono e che costituiscono invece solo un nucleo evolutivo di partenza al quale non è certo auspicabile tornare, perché sarebbe come scendere dall’automobile e retrocedere al tempo antecedente l’invenzione della ruota. Dall’altra parte abbiamo pseudo-cattolici di non meglio precisata tradizione che si sono costruiti un passato che non è mai esistito, convinti che il Beato Apostolo Pietro celebrasse la Messa di sempre rivestito di solenni paramenti con assistenti presbiteri rivestiti di piviali e diaconi rivestiti di dalmatiche barocche damascate. Ovviamente celebrando ― va da sé, manco a dirsi! ― in un perfetto e magico latino, quello che spaventa e allontana il Demonio, come scriveva quella certa scienziata sulla mia pagina Social. E di certo a Simone figlio di Giona detto Pietro lo chiamavano anche “Santità” o “Beatissimo Padre”. Quando infatti i soldati romani lo arrestarono sulla Via Appia per portarlo sul Colle Vaticano dove fu crocifisso, gli intimarono: «Altolà, Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, Vostra Santità è in arresto!». E fu trascinato verso il supplizio, dando alla fine della vita la prova della eroicità delle sue virtù e morendo per grazia di Dio martire.

Per morire martire Pietro ci impiegò una vita intera, dopo essersela data a gambe più volte, l’ultima in ordine di serie poco prima di morire, durante le persecuzioni di Nerone, sotto il regno del quale finì catturato assieme ad altri cristiani in fuga e finendo sulla croce in quello che nella prima epoca romana fu un luogo paludoso umido e insalubre al di fuori del nucleo urbano metropolitano: il Colle Vaticano. Nome che alcuni fanno derivare da Vagitano, una divinità pagana che proteggeva i neonati che emettevano il loro primo vagito. Altri lo fanno derivare da vaticinor, che in latino significa “predire”, quindi collegandolo al fatto che in quella zona esercitavano il loro mestiere degli indovini già in antica epoca etrusca. Qualunque sia il vero significato della parola, resta certo che il Vaticano è un luogo dove per l’amore e il rispetto della fede si finisce messi in croce, nell’antichità come nella contemporaneità.

dall’Isola di Patmos, 4 febbraio 2023

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Il tema trattato in questo articolo si trova approfondito nel mio libro Amoris Tristitia – Cliccare sull’immagine per aprire la pagina 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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La necessaria cura pastorale delle esequie cristiane apre alla speranza della risurrezione non all’estemporanea bizzarria del sacerdote celebrante anche quando a presiedere è un vescovo

LA NECESSARIA CURA PASTORALE DELLE ESEQUIE CRISTIANE APRE ALLA SPERANZA DELLE RISURREZIONE NON ALL’ESTERMPORANEA BIZZARRIA DEL SACERDOTE CELEBRANTE ANCHE QUANDO A PRESIEDERE È UN VESCOVO

[…] nella stessa Roma fummo costretti ad assistere nel 2012 al funerale del più celebre regista di film porno, durante il quale celebri porno-attori e porno-attrici tutt’altro che pentiti, dopo avere ricevuto in modo sacrilego la Santissima Eucaristia, non contenti salirono all’ambone durante l’azione liturgica per fare un vero e proprio elogio orgoglioso alla pornografia prima del termine della Santa Messa.

— Attualità ecclesiale —

                   Autore
        Ivano Liguori, Ofm. Capp..

 

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Chi come me è parroco ― ancor prima sono stato cappellano di un grande polo ospedaliero cittadino ― saprà comprendermi quando dico che una delle difficoltà maggiori per un sacerdote è quella di far comprendere ai fedeli ― ma anche a quelli che lo sono un po’ meno ― che con i Sacramenti non è proprio il caso di scherzare. I Sacramenti non sono assimilabili a una duttile pasta da modellismo, utile da plasmare a seconda dei tempi e delle circostanze, favolosa quando si tratta di sopperire alle esigenze artistiche, tanto da esprimere l’estro del creatore, ma senza pretendere di più di quanto realmente questo umile materiale possa dare al di fuori di quello per cui è stato creato dalla mente dell’uomo.

 

Con i Sacramenti alcuni pensano invece di poter fare di tutto, ma proprio tutto. E se qualcosa non si può fare la si inventa di sana pianta: trovare l’anima gemella, risollevare l’economia, rinsaldare legami spezzati o stringerne di nuovi, accorpare ritardi cronici e rimettere il termometro della fede in pari. Oppure utilizzare il Sacramento come podio politico o musicale dove veicolare determinati messaggi o amarcord, organizzare kermesse di potentati vari in cui immancabilmente ci scappa la profanazione, fino alla richiesta tardiva di perdono con tanto di lacrima finta davanti al feretro di quello che fino a poco tempo fa non si degnava minimamente di uno sguardo. Per questo ripeto: con i Sacramenti non si può e non si deve scherzare perché attraverso la giusta comprensione e celebrazione di questi segni sacri noi riveliamo pubblicamente la nostra fede e così facendo esprimiamo il nostro credo e la grandezza della nostra dignità di cristiani all’interno della Chiesa Cattolica che ne è la custode fedele per conto del Cristo Signore.  

Sia la teologia liturgica che quella sacramentale partono da un assioma fondamentale che dice che la Lex orandi è Lex credendi (la legge della preghiera è la legge del credere). Ciò significa che il mio modo di pregare o di celebrare rende manifesta la mia fede. Ovviamente questo assioma è vero anche se formulato al contrario, la Lex credendi è Lex orandi e la mia fede mi rende possibile il pregare e il celebrare bene. Lascio però questo tipo di approfondimento al nostro confratello liturgista Simone Pifizzi che meglio di me sarà in grado di spiegare la questione. A me interessa chiarire anzitutto l’aspetto dogmatico e successivamente pastorale. Perché è da quello in cui crediamo e che difendiamo all’interno della Tradizione della Chiesa che nasce una buona pastorale che i più perfettini chiamerebbero Teologia Pratica.

L’aspetto pratico della nostra pastorale riflette l’aspetto più intimo della relazione con Dio, quello che il Catechismo della Chiesa Cattolica [cfr. nn. 2095-ss] chiama virtù di religione e che ci dispone al riconoscimento adorante del Signore, prima realtà e comandamento sancito dal Decalogo e verità messianica che Gesù rigetta fortemente davanti al demonio nel deserto quando dice: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”» [Mt 4,10]. Perciò, se nella mia fede pratica non è presente il riconoscimento di dover rendere culto e adorare il Signore vivente, in Spirito e Verità [cfr. Gv 4,24], farò anche delle cose bellissime ma resteranno sempre limitate alla glorificazione dell’uomo e delle realtà transeunte che non salvano e non giovano per la vita eterna.  

È con il Signore dentro la sua Chiesa che noi intendiamo compromettere la nostra vita, fino alla morte, evento in cui la maggior parte dei paraventi dei mortali si sfaldano per lasciare scoperto il vero nervo dolente della nostra creaturalità malata dal peccato: abbiamo paura di morire perché non crediamo in un Dio vivo e risorto!  

Nell’ipotetica graduatoria dei Sacramenti più strapazzati, non c’è neanche da chiederselo, al primo posto spicca quello dell’Eucaristia, intendendo sia il sacrificio della Santa Messa, la Comunione Eucaristica, il Santo Viatico e l’Adorazione Eucaristica. Complice il fatto che se la maggior parte dei fedeli e dei sacerdoti non crede più nella presenza viva e reale del Signore presente nel suo vero corpo, sangue, anima e divinità di quel pane azzimo consacrato, tutto il resto viene poi di conseguenza. E dico questo non perché voglio lanciare delle accuse infamanti sul Popolo di Dio o su qualche confratello ― cosa che mi farebbe attirare subito le ire di quelle belle anime devote e dai verginali cuori scandalizzati il cui solo peccato dei preti consiste nella parolaccia o in quella zona geografica al di sotto della cintura dei pantaloni ― ma dico questo perché oggi con gli smartphone e i social network tutto viene ripreso, tutto registrato e documentato e riproposto in tempo reale così come è accaduto per la Messa ciclistica Coppa Kobram, la Messa sul materassino in mare e altre ancora di cui si può facilmente ritrovare traccia nello sconfinato archivio del web.  

A questo punto si tratta solo di vedere i documenti video e di fare le debite conclusioni … a questo proposito qualcuno avrebbe a dire «contra factum non valet argumentum». Ma noi, qui da L’Isola di Patmos, vogliamo aggiungere ai fatti anche gli argomenti, non tanto per difendere tali desolate macellerie messicane di indecorosità liturgica e sacramentale ma quei Christi fideles che hanno il diritto di avere dei buoni anticorpi per resistere nella fede a queste stranezze che sembrano ormai costituire la normalità oggettiva in tante comunità.

Prima di passare a esporre i fatti vorrei ricordare che nella stessa Roma fummo costretti ad assistere nel 2012 al funerale del più celebre regista di film porno, durante il quale celebri porno-attori e porno-attrici tutt’altro che pentiti, dopo avere ricevuto in modo sacrilego la Santissima Eucaristia, non contenti salirono all’ambone durante l’azione liturgica per fare un vero e proprio elogio orgoglioso alla pornografia prima del termine della Santa Messa. Episodio riportato in modo dettagliato dal nostro Padre Ariel in un articolo del 2017 al quale vi rimando [vedere articolo QUI].

La Santa Messa è il cuore della Chiesa e spesso capita che alcune celebrazioni eucaristiche divengano la cornice per esprimere altro o tutto il contrario di quello che dovrebbe essere una Santa Messa cattolica. Spesso questo capita in circostanze delicate, come ad esempio alle esequie religiose in cui la norma oramai in voga sembra essere solo quella della ricerca del rispetto umano che si pensa superiore e più urgente di quell’atteggiamento di latria che è dovuto e spetta solo al Signore realmente presente nelle Sacre Specie. E per inciso è bene ricordare che nella fede cattolica siamo soliti indicare con latria il culto riservato a Dio e alle Persone della Santissima Trinità, che è un culto di adorazione; con iperdulia quello dedicato alla Beata Vergina Maria che non è culto di adorazione ma di venerazione, altrettanto quello degli Angeli e dei Santi indicato con il termine di dulia.

Il fatto che si utilizzi la celebrazione eucaristica per “dire o fare altro” è sbagliato già in sé, proprio perché si utilizza la celebrazione della Santa Messa. È evidente il vizio di inappropriatezza di una fede deformata, perché già la Santa Messa con il suo mistero redentivo dice qualcosa di infinitamente più potente e definitivo: «annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione nell’attesa della tua venuta!» (acclamazione dell’assemblea dopo la Preghiera Eucaristica). Cosa che possiamo esprimere anche così: «Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa!» [dall’inno di lode Victimae Paschalis].

Cosa potremmo mai aggiungere di più e di migliore davanti a questo annuncio che caratterizza la beata speranza a cui tutti gli uomini sono chiamati da Cristo risorto? Eppure, il caso delle messe esequiali rivisitate è molto comune e i confratelli parroci mi capiranno molto bene, alcuni dei quali si saranno ormai già rassegnati a far passare il tempo del funerale vivendolo come un momento penitenziale per evitare di trovarsi i parenti del caro estinto che elencano tutte le litanie più offensive e velenose sui preti e sulla “Chiesa rigida”.

Altri ancora resistono stoicamente e cercano di far comprendere che una celebrazione eucaristica esequiale, come quella celebrata recentemente nella chiesa di Santa Maria Ausiliatrice alla presenza del presule venezuelano S.E. Monsignor Riccardo Lamba vescovo ausiliario di Roma [vedi QUI], può essere tutt’altra cosa, annuncio profetico di speranza e di consolazione davanti alla nullificazione della morte.

Dobbiamo affermare decisamente che il concetto di morte cristiana è diverso da quello di morte pagana. Qui non desideriamo prendere in esame la tragedia gravissima del caso di cronaca di Martina Scialdone uccisa a Roma dall’ex compagno. A noi interessa maggiormente portare dentro questo evento di morte assurda una risposta cristiana di fede che esula dal sentimento messo in risalto da tutta la stampa nazionale e a cui il Vescovo celebrante sembra aver implicitamente acconsentito permettendo che si eseguisse un brano del cantante Irama: «Ovunque sarai: l’addio a Martina Scialdone e quelle parole che spezzano il silenzio della chiesa al funerale» [cfr. QUI].

Siamo o no consapevoli di che cosa significa proporre una canzone del genere in memoria di un defunto che facendo palese richiamo alla reincarnazione dice testualmente: «Ovunque sarai / se tornerai qui / se mai / lo sai che io ti aspetterò»? [cfr. QUI]. Un cristiano non dovrebbe già sapere a quale destino escatologico sono destinati i fratelli defunti? Dice il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1013:

«La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell’uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando è “finito l’unico corso della nostra vita terrena”, noi non ritorneremo più a vivere altre vite terrene. “È stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta” [Eb 9,27]. Non c’è “reincarnazione” dopo la morte».

Capendo anzitutto questo siamo accompagnati anche a vedere la condizione definitiva in cui i nostri morti sono destinati a stare, la visione cristiana della morte è espressa in modo impareggiabile nella liturgia della Chiesa che dice:

«Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo» [Cfr. Prefazio dei defunti I: Messale Romano].

Questa nuova abitazione in cui la vita viene trasformata dopo la morte immette direttamente nella gloria del Paradiso con Dio, in quel mistero chiamato Comunione dei Santi che ci costituisce come Chiesa trionfante, purgante e militante. Non è perciò sensato e utile chiederci, nell’ottica di una fede matura, il «luogo fisico abitato» dai defunti: piuttosto i defunti vanno ritrovati viventi in Dio nell’attesa della resurrezione finale e in quella comunione di amore che noi mortali dobbiamo ricercare con Dio e che ci permette di essere a loro vicini ogni qual volta che preghiamo, partecipiamo alla Santa Messa, compiamo opere di misericordia in loro memoria, ci sforziamo di vivere una vita di conversione e di unione con il Signore in attesa di essere anche noi uniti al loro in Paradiso.

In conclusione, mi soffermo a commentare brevemente le indicazioni liturgiche del rituale delle esequie in uso presso la Chiesa Cattolica che un sacerdote in cura d’anime, e molto di più un vescovo, dovrebbe conoscere e applicare non per senso di freddo formalismo ma per custodire la forza della fede nella Chiesa e alimentare la speranza che non delude nel popolo di Dio.

Dalle precisazioni alle Premesse Generali del Rituale delle Esequie [cfr. pp. 29-30] leggiamo al paragrafo 6:

«dopo la monizione introduttiva all’ultima raccomandazione e commiato, secondo le consuetudini locali approvate dal vescovo diocesano, possono essere aggiunte brevi parole di cristiano ricordo nei riguardi del defunto. Il testo sia precedentemente concordato e non sia pronunciato dall’ambone. Si eviti il ricorso a testi o immagini registrati, come pure l’esecuzione di canti o musiche estranei alla liturgia».

Anzitutto al termine della Santa Messa esequiale, dopo aver celebrato il sacrificio della passione, morte e risurrezione di Cristo che si innalza vittorioso davanti alla morte e al feretro in chiesa, poco ci sarebbe da aggiungere, se non un solenne: io credo. Ma la Chiesa, nella sua sollecitudine materna, desidera ancora essere balsamo di tenerezza e raccomandare a Dio il defunto e accomiatarsi da lui nella speranza di un nuovo incontro nel Paradiso. Per questo permette che ci sia un congedo affettuoso e familiare purché in spirito cristiano riverberando quel mistero appena concluso nell’eucaristia celebrata.

Questo saluto sia concordato con il sacerdote che ne verifica l’idoneità e l’opportunità di una indebita spettacolarizzazione, affinché non si esprimano valori che stridono con la fede cristiana, così come va abbondantemente di moda oggi l’espressione pagana: «che la terra ti sia lieve». Tutto questo sia fatto non dall’ambone, che è il luogo dove deve risuonare la sola Parola di Dio, ma da un luogo consono.

Esplicita quanto necessaria è la puntualizzazione di evitare canti, musiche o altro che sia estraneo alla liturgia e che possa creare confusione anche se in qualche modo si possa trovare un nesso con la storia del defunto o della sua famiglia. Ripetiamo che i sacramenti non sono pasta da modellismo che posso adattarsi o modificarsi a seconda delle voglie.

Se proprio dobbiamo ricercare parole o canti adatti che possono avere la forza di spezzare il silenzio di un funerale in chiesa, serviamoci di quanto il tesoro della Chiesa già mette nelle nostre mani, in quell’inno pasquale dell’Exultet

«Questa è la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro. Nessun vantaggio per noi essere nati, se lui non ci avesse redenti».

Dimentichiamo troppo spesso che siamo stati chiamati all’esistenza per essere redenti e riscattati da Cristo ed è questo che ci permette di vedere la morte come passaggio e non una fine. In ogni funerale Cristo è lì a ricordarci di avere spezzato la morte e con essa l’assurdo dolore di una vita che può essere violata o insulsa agli occhi dei più, basta solo crederci. E i primi a crederci dovrebbero essere i sacri pastori come celebratori e zelanti custodi dei sacri misteri.  

Laconi, 27 gennaio 2023

 

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Esistenze parallele: Lady Diana e Georg Gänswein, come avere tutto dalla vita e passare poi il tempo a lamentarsene?

ESISTENZE PARALLELE: LADY DIANA E GEORG GÄNSWEIN, COME AVERE TUTTO DALLA VITA E PASSARE POI IL TEMPO A LAMENTARSENE?

Il libello dell’Arcivescovo Georg Gänswein scritto con l’ausilio del sacrestano Saverio Gaeta è la negazione della storia e della cultura, soprattutto della prudenza e della sapienza che per secoli hanno retto e che tutt’oggi dovrebbero reggere l’intero paradigma della Curia Romana.

Autore
Ipazia gatta romana

 

 

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Che S.E. Mons. Georg Gänswein potesse non essere un’aquila reale è un legittimo sospetto che serpeggia sin dai tempi in cui, ricoprendo il delicato ruolo di segretario particolare del Sommo Pontefice Benedetto XVI si intrattenne a colloquio con la prestigiosa e celebre rivista teologica internazionale Vanity Fair che lanciò il servizio sotto il titolo: Padre Georg, essere bello non è peccato. Una quaestio disputata di un livello metafisico così profondo dinanzi alla quale San Tommaso d’Aquino avrebbe gettato la spugna dicendo: «Nulla posso di fronte a cotanta trascendentale sapienza».

 

Finire in primo piano sulla copertina di questo mensile dovrebbe suscitare profondo imbarazzo a qualsiasi ecclesiastico. Basterebbe solo ricordare ― a chi non avesse particolare dimestichezza con l’inglese ― che Vanity Fair si traduce alla lettera: “La fiera delle vanità”. Nulla di più adatto a certi personaggi che hanno percorso il pontificato di Benedetto XVI. Ovviamente senza tralasciare che gli altri, quelli che stanno percorrendo quello di Francesco, sotto altri aspetti sono persino peggiori. Infatti, coloro che da dieci anni a questa parte si sono improvvisati dalla sera alla mattina tutti attivisti impegnati a favore di poveri, migranti, profughi e periferie esistenziali, vanno ben oltre una copertina su Vanity Fair, che tutto sommato è cosa innocente. Oggi, un prete che aspira morbosamente all’episcopato, o un vescovo che aspira morbosamente al cardinalato e che per questo si presentano alla Casa Santa Marta vestiti in modo trasandato, sono di gran lunga peggiori di quelli che, per quanto ormai pochi, c’hanno cojioni a sufficienza sia ner peso che na’ a’ circonferenza per presentarsi con un paio di mocassini di Salvatore Ferragamo che costano 1.000 euro. Perché, contro-tendenza, non sono i primi, che dietro il vessillo della «Chiesa povera per i poveri» aspirano a far carriera, ma i secondi, che presentandosi dall’Augusto Inquilino di Santa Marta con una talare di stoffa pregiata realizzata su misura da un sarto e calzandovi sotto un paio di scarpe costose, dimostrano a questo modo di non aspirare ad alcun genere di carriera e di essere per questo degli autentici anticonformisti, soprattutto degli uomini liberi.

 

L’Arcivescovo Georg Gänswein ha un limite noto sia nell’ambito storico che in quello clinico, strettamente legato a una patologia antica tutta quanta tedesca. È infatti noto che il tedesco, se limitato e non all’altezza, in quanto tedesco si sente però più che mai un genio. E, sempre in quanto tedesco, è persino capace a guardare dall’alto in basso con la puzza sotto il naso chi è dotato di scienza e sapienza, in quanto colpevole di non essere tedesco, quindi non all’altezza a priori. Se così non fosse, non si capirebbe come mai nel corso della storia le guerre le hanno perdute tutte. Semplice il motivo: in quanto tedeschi si sentivano imbattibili e invincibili. Oppure semplicemente perché, come scrisse qualcuno dei loro personaggi famosi, si sentivano Al di là del bene e del male.

 

Quello di un segretario è un ruolo di grande delicatezza tanto più è alta la carica politica, amministrativa o ecclesiastica nella quale si trova la persona che deve servire. Qualcuno potrebbe dire che i tempi sono cambiati, proprio per questo eviteremo di richiamarci ai Sommi Pontefici di settanta od ottant’anni fa, prendendo a modello quelli di coloro che aprirono a delle grandi riforme, per esempio il Santo Pontefice Giovanni XXIII che convocò il Concilio Vaticano II e il Santo Pontefice Paolo VI che lo portò avanti. Entrambi questi Sommi Pontefici sono vissuti in anni di grandi trasformazioni, o di cosiddetti ammodernamenti che di stagnante non avevano proprio niente, considerato il livello di agitazione che muoveva le acque nei loro tempi. Possiamo forse equiparare l’elegante discrezione con la quale svolsero il loro ruolo Loris Francesco Capovilla segretario particolare di Giovanni XXIII e Pasquale Macchi che lo fu di Paolo VI, rispetto al modo col quale Georg Gänswein è stato pubblicamente accanto a Benedetto XVI? Un segretario sta nell’ombra, non sotto i riflettori, compito suo è far brillare di luce solare il suo Dominus. Il vero e fedele segretario serve il Dominus con totale e indefessa dedizione sfuggendo a qualsiasi forma di visibilità, perché sa stare in pubblico mantenendosi sempre nell’ombra. Purtroppo è un dato di fatto che il Segretario particolare di Benedetto XVI non è mai sfuggito agli obbiettivi di fotografi e cameraman, non tanto perché oggettivamente fotogenico, ma perché ci ha proprio guardato diritto dentro. Per non parlare di varie sue ospitate nei vari circoli esclusivi della Capitale d’Italia. Sia chiaro: essere ospiti presso certi circoli non è male né tanto meno peccato, gli ecclesiastici devono avere relazioni con tutti, credenti e non credenti, timorati di Dio e libertini impenitenti, purché sempre improntati sulla prudenza e purché nella frequentazione vi sia sempre un fine e uno scopo pastorale o caritativo ben preciso. O meglio: se per esempio c’è da raccogliere fondi a favore del reparto di oncologia pediatrica dell’Ospedale Bambino Gesù, un alto prelato non deve esitare un istante ad andare a dei party mondani dove puro ce stanno le mignotte plasticate de l’alta società che te sbatteno ‘n faccia delle zinne c’chirurgiche che sfideno tutte ‘e leggi da ‘a fisica, perché qualche milioncino di euro raccolto tra banchieri e industriali per i bambini ammalati di tumore val bene non una … ma cento mignottazze  ar seguito loro co le zinne rifatte mezze de fòra, posto che da quanno er monno è monno li sòrdi e le mignotte vanno de pari passo, perché ‘ndove nun ce stanno ‘e piotte de’ sòrdi, ve potete sta certi che le mignotte nun se ponno trovà, armeno quelle de livello. Se però non c’è scopo pastorale o caritativo, ma si tratta solo di inviti fini a sé stessi fatti dai membri della nobiltà o dell’alta borghesia romana, tanto per avere il personaggio di grido da esibire nei propri salotti, in tal caso è a dir poco bene evitare. Se il Segretario particolare di Benedetto XVI abbia o no avuto tale prudenza negli anni di pontificato di questo Augusto Pontefice, non è dato sapere, coscienza sua. Una cosa è certa: i servizi fotografici apparsi periodicamente sui giornali tra il 2005 e il 2013 tendono a dimostrare che nella pentola ci ha girato il mestolo con una prudenza che potrebbe lasciare a desiderare.

 

Tutto questo è ampiamente scusabile e perdonabile, purché però non si trascenda in ciò che non è scusabile e forse neppure perdonabile. È stata infatti una caduta di stile mai vista prima quando l’Arcivescovo Georg Gänswein è andato in onda per una intervista condotta da Ezio Mauro la sera del 5 gennaio 2023 su Rai3, poche ore dopo il funerale e la sepoltura di Benedetto XVI. Qualcuno ha detto che era una intervista registrata. In tal caso peggio che mai, perché ciò vuol dire che è stata registrata mentre il Santo Padre era ormai in procinto di morire.

 

Appresso a seguire altra caduta di stile è stata la messa in stampa di un libro scritto con la collaborazione di quel mezzo prete mancato di Saverio Gaeta, che non potendo svolgere ruolo di ministro in sacris si accontenta di fare il sacrestano, come sono avvezzi fare tutti i laici clericalizzati. Era dai tempi del pamphlet celeberrimo e velenosissimo di Via col vento in Vaticano che non leggevamo cose del genere.

 

A tal proposito merita ricordare quale è stato, anche in recente passato, l’agire di uomini che, pur con tutti i loro pregi e difetti e pur non essendo affatto delle mammole, hanno però servito la Chiesa e il Papato con uno stile che all’Arcivescovo Georg Gänswein sembrerebbe sconosciuto. Si pensi ad esempio quando il Cardinale Angelo Sodano fu chiamato per deporre durante le prime fasi istruttorie del processo di beatificazione di Giovanni Paolo II, del quale fu Segretario di Stato dal 1991 sino alla sua morte. Lapidaria la sua risposta prima ancora che gli rivolgessero una domanda:

 

«Mettete a verbale che non ho niente da dichiarare e che soprattutto non intendo rispondere ad alcuna domanda».

 

Semplice e viepiù coerente il motivo della risposta: un Segretario di Stato dal canto suo, diversamente, ma allo stesso modo il Segretario particolare di un Sommo Pontefice, di necessità finisce con l’essere uno scrigno di segreti che devono rimanere assolutamente inviolabili. Coloro che hanno vissuto accanto a certi uomini hanno imparato a conoscerne pregi e difetti, grandezze e grandi limiti. Per non parlare di tutte le volte che terze persone si sono prese colpe e responsabilità per errori, ma anche per veri e propri danni fatti dal Sommo Pontefice, la figura del quale deve essere sempre mantenuta senza macchia, non tanto per l’uomo in sé, ma per l’alto ufficio di divina istituzione che egli ricopre. Come infatti diceva Voltaire:

 

«Alla corte, figlio mio, l’abilità non consiste affatto nel parlare bene, ma sta tutta quanta nel saper tacere».

 

Il libello dell’Arcivescovo Georg Gänswein scritto con l’ausilio del sacrestano Saverio Gaeta è la negazione della storia e della cultura, soprattutto della prudenza e della sapienza che per secoli hanno retto e che tutt’oggi dovrebbero reggere l’intero paradigma della Curia Romana. Libro infelice e inopportuno che diviene per questo surreale, quindi di fatto ingannevole, perché se proprio vuoi parlare di un Sommo Pontefice ― cosa che il suo Segretario particolare non dovrebbe mai fare ―, in tal caso devi mettere in luce i suoi pregi e i suoi difetti, le sue virtù e i suoi limiti, le sue scelte giuste e i suoi errori. C’è forse nulla di tutto questo nel pamphlet in questione, dove si presenta un Benedetto XVI ammantato di tale candore da far morire di invidia San Luigi Gonzaga e Santa Maria Goretti?

 

È evidente che l’Arcivescovo Georg Gänswein volesse togliersi dei sassolini dalla scarpa, lo dicono le sue righe, non è certo un giudizio temerario e ingeneroso. E per farlo ha scelto il modo meno adatto, o forse peggio: ha scelto proprio un modo mai visto prima. Per trovare dei precedenti analoghi bisogna tornare indietro alla penosa vicenda di Diana Spencer, nota come Lady Diana, moglie dell’allora Principe Carlo, oggi Sovrano d’Inghilterra. Quella Diana pianta da un esercito emotivo di sciampiste e di sartini di periferia, altro non era che una povera oca giuliva, una che dalla vita aveva avuto tutto, ma che non trovò di meglio da fare che passare il tempo a lamentarsene. Sì, suo marito aveva una amante e le metteva le corna. Malissimo e gravissimo! Un perfetto adultero fedifrago. C’è però un piccolo passaggio che è sempre sfuggito a tutti, dal famoso cantante pop Elthon John che le dedicò una canzone sino all’ultimo sartino anonimo di periferia: quando sei la madre dell’eredo al trono d’Inghilterra, in quel caso ti tieni le corna e taci, perché la ragione di Stato supera di gran lunga il tradimento e il tuo orgoglio femminile ferito. Ciò semplicemente perché verso tuo figlio che è il futuro sovrano e verso il tuo Paese al cui bene devi tenere sopra ogni altra cosa, hai delle precise responsabilità che vanno parecchio oltre una, dieci, cento, mille Camilla Parker Bowles. Non ti metti certo a servire vendette né a caldo né a freddo, meno che mai a sputtanare da un’intervista all’altra una Real Casa nella quale i tuoi figli sono inseriti per ordine dinastico come primo e come secondo erede al trono. Altro che Lady Diana «principessa del popolo». Lady Diana è stata una gallina egoista e incosciente di prima categoria, con buona pace delle serenate in suo onore di Elthon John e delle emotive lacrime delle sciampiste e dei sartini di periferia che hanno costituito e che tutt’oggi costituiscono il suo unico e vero popolo. Lady Diana è stata una pessima madre e un’autentica vergogna di cittadina inglese, che ha anteposto la propria emotività e il proprio egoismo di donna ferita al di sopra di tutto.

 

Assieme al libro dell’Arcivescovo Georg Gänswein è uscito in questi giorni quello del figlio secondogenito del Re d’Inghilterra, che seguendo le infelici orme materne tira palate di fango sulla sua famiglia, che equivale a dire sul suo Paese, perché la sua famiglia, in particolare suo padre che è il sovrano capo di Stato, è il simbolo dell’unità, della storia e della dignità di quella antica Nazione. Età diverse e mondi diversi, ma sotto certi aspetti uniti da un unico comune denominatore: emotività, vanità e infine stupidità.

 

Insomma … ’a G’georg, prima coll’interviste poi cor libbro hai pisciato proprio de fòra dar vaso. E daije, vedi de tenette l’animo ‘npace, sei deventato Arcivescovo titolare facenno la b’badante, ma che cazzo vòi, soprattutto, ma de che stracazzo te lamenti?

 

dall’Isola di Patmos, 15 gennaio 2023

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«Ecce Agnus Dei». Riconoscendo Gesù il Battista apre le porte sul mistero di Dio e il mistero di noi stessi

«ECCE AGNUS DEI». RICONOSCENDO GESÙ IL BATTISTA APRE LE PORTE SUL MISTERO DI DIO E IL MISTERO DI NOI STESSI

Riconoscendo Gesù con questa affermazione, Giovanni il Battista spalanca il mistero di Dio e il mistero di noi stessi e ci guida a scoprire Dio per scoprire gradualmente il mistero dell’uomo racchiuso in noi stessi.

— Le video-dirette de L’Isola di Patmos —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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il teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci, padre redattore de L’Isola di Patmos

Un passo fondamentale del Vangelo del Beato Evangelista Giovanni narra:

«Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele”. Giovanni rese testimonianza dicendo: “Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio”» [Gv 1, 29-34].

Riconoscendo Gesù con questa affermazione il Battista spalanca il mistero di Dio e il mistero di noi stessi, guidandoci a scoprire Dio per scoprire gradualmente il mistero dell’uomo racchiuso in noi stessi.

Padre Gabriele e Suor Angelika vi attendono per una catechesi interamente dedicata all’Agnello di Dio in onda nella prima live del 2023 il 12 gennaio 2023 alle ore ore 21.00.

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Dal volo del calabrone al volo dello sciacallo: Gianluigi Nuzzi, che con il suo”Quarto Grado svolge funzione di becchino di Rete4, a Papa morto si è già lanciato su Emanuela Orlandi

DAL VOLO DEL CALABRONE AL VOLO DELLO SCIACALLO: GIANLUIGI NUZZI, CHE CON IL SUO QUARTO GRADO SVOLGE FUNZIONE DI BECCHINO DI RETE4, A PAPA MORTO SI È GIÀ LANCIATO SU EMANUELA ORLANDI

Si tratta, in verità, di un caso penoso e pietoso, anzitutto per la scomparsa temporibus illis di questa adolescente, a seguire per tutte le speculazioni più assurde e fantastiche che sopra di esso sono state fatte, ma quel che è peggio: che continuano a essere fatte.

Autore
Ipazia gatta romana

 

 

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Cari gattolici e gattoliche

Laudetur Jesus Christus!

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Il giornalista Gianluigi Nuzzi autore di diversi libri scandalistici su cose vaticane

Era da molto tempo che non tornavo sulle colonne di questa nostra Isola di Patmos, presto spiegato il motivo: come tutte le donne di potere preferisco vivere e operare nell’ombra, dietro le quinte. Non a caso, quando fui raccolta neonata presso le Catacombe di Priscilla quell’eccentrico del Padre Ariel, sulle prime, voleva chiamarmi Marozia, poi optò subito per chiamarmi Ipazia.

Sul caso di Emanuela Orlandi scrissi nel 2019. Si tratta, in verità, di un caso penoso e pietoso, anzitutto per la scomparsa temporibus illis di questa adolescente, a seguire per tutte le speculazioni più assurde e fantastiche che sopra di esso sono state fatte, ma quel che è peggio: che continuano a essere fatte.

Ho detto già tutto quello che c’era da dire, pertanto oggi, all’uscita dell’articolo su La Stampa di Gianluigi Nuzzi che anticipa la sua nuova e sensazionale opera di sciacallaggio, posso solo limitarmi a riproporre questo mio vecchio articolo.

 

dall’Isola di Patmos, 11 gennaio 2023

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— il cogitatorio di Ipazia —

ESCLUSIVA MONDIALE!

EMANUELA ORLANDI È STATA SEPOLTA IN VATICANO NELLE GROTTE DI SAN PIETRO DENTRO IL SARCOFAGO DEL SOMMO PONTEFICE BONIFACIO VIII

La Santa Sede, a qualsiasi richiesta avanzata da Pietro Orlandi, anche e solo in base a un messaggio anonimo ricevuto, non esiterebbe ad acconsentire l’apertura e l’ispezione della qualunque. Sicché, per porre fine al tutto, il Santo Gatto Pio mi ha rivelato che la giovane è stata sepolta nelle grotte sottostanti la Pontificia Arcibasilica di San Pietro, dentro il sarcofago contenente le auguste spoglie del Sommo Pontefice Bonifacio VIII.

Autore
Ipazia gatta romana

 

 

 

 

 

 

 

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Cari gattolici e gattoliche

Laudetur Jesus Christus!

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lo storico e triste manifesto che la povera famiglia Orlandi fece affiggere per Roma dopo la scomparsa della giovane Emanuela

Negli ultimi due giorni di questo torrido mese di luglio il caldo a Roma è un po’ diminuito, ma sabato, quando sono andata al convento dei Padri Domenicani a Santa Maria Sopra Minerva, me pareva d’esse dentro a ‘n forno. Tanto che mi son detta: mo’ me vado ‘n po’ a rinfrescà dentro ar Pantheon, prima de raggiunge l’inquisigatto domenicano Torque ner chiostro.

Nella chiesa del Pantheon facevano entrar di tutto …’nbé: nun m’hanno forse bloccata quelli da ‘a guardia d’onore sabbauda?

Proprio così, mi hanno detto:

«Qua, li gatti, nun ponno entrà».

Poiché ero già sconvolta dal caldo, a quel punto non ci ho visto più ed ho risposto:

«Ma stamo a scherzà? Avete fatto appena entrà ‘na squadretta de mignotte co’ le zinne de fòra, poi ampresso ‘na coppietta de froci manina na ‘a manina co’ li pantaloncini corti attillati ’n mezzo ar culo, e nun fate entrà me che so’ ‘na gattolica apostolica romana? Ma de che c’avete paura, che li gatti ve se magnino dalle tombe le ossa de quelle quattro carogne de li Savoia?».

Detto questo

ueh, ma sapete che si nun m’allontano m’ammollava ‘n carcio, quer gran fijo de ‘na mignotta vestito come ‘n pupazzo dell’ottocento? E s’é messo pure a strillamme:

«Questo è vilipendio ai Padri della Patria!».

Al ché, prima mi sono allontanata ― perché quello altrimenti mi prendeva a calci sul serio ― poi gli ho strillato:

«… seh, li Padri della Patria? Erano solo quattro mercenari massoni, vedi d’emparatte ‘n po’ de storia: a’ stronzo!».

Appena varcato il portone del Convento Domenicano di Santa Maria Sopra Minerva, il caro Torque, inquisigatto maggiore, è venuto ad accogliermi, amabile come sempre. È veramente un gran gatto di fede, solidissimo nella dottrina. Ci siamo scambiati i saluti, poi mi ha aggiornato sulle ultime del tribunale felino della Santa Inquisizione.

«Ipazia cara, che te devo da dì? Ormai nun potemo lavorà più. Appena du’ settimane fa avemo messo sotto processo tre pantegane che bazzicaveno la chiesa de’ Canadesi, accusate tutte e tre de diffonne pensieri ereticali sulla cristologgia e la pneumatologgia. Embé, sai cos’è successo

Volgo gli occhi al cielo e domando lumi a tal proposito, risponde Torque:

«Avemo rischiato noi, de finì sotto processo! E sai perché? Ma perché le tre pantegane eretiche erano tre catechiste der Cammino Neocatecumenale, capito? E te dico che c’è annata de lusso perché, un gatto gay, che margrado li vizzi sua ce vo’ b’bene, ha messo tutto a tacè presso er Tribbunale Supremo da a’ Segnatura Apostolica. Figurete, Ipazia mia, ormai semo ar caos giuridico. Pensa solo che tra le varie b’botte de genio de ‘sti tempi, nun hanno trovato de meijo da fa che abolì er tribbunale diocesano d’appello da ‘a Diocesi de Roma, essenno er Presidente n’omo santo tutto d’un pezzo che jie riggettava le sentenze de primo grado sulle nullità matrimoniali, fatte e date ‘n quattro e quattr’otto, manco fosse stato istituito pe’ davero er divorzio cattolico».  

A quel punto ho esposto al caro Torque il problema, quindi il motivo della mia visita. Il giorno 11 luglio, su richiesta del fratello Pietro Orlandi, sono state aperte due tombe in Vaticano presso il cimitero teutonico, per verificare se al loro interno si fossero trovati i resti mortali della giovane Emanuela Orlandi, scomparsa nel 1983 all’età di sedici anni [cf. QUI, QUI].

Il giorno prima ero stata raggiunta dalla nostra amata sorella gattolica Tac, che come forse i Lettori ricordano vive a Cagliari, presso la cappellania dell’Ospedale Brotzu, dov’è dedita al volontariato. Una vera e propria Madre Teresa di Calcutta in dimensione gatta. La cara Tac è una mistica con particolari doni taumaturgici. L’unico problema è che parla e comunica solo nella lingua della Barbagia, che non è un dialetto, ma una vera e propria lingua. Ciò mi obbliga a rivolgermi a Torque, perché è uno specialista in filologia delle antiche lingue italiche. Letto il testo, il buon Torque mi ha fatta la fedele traduzione, che è la seguente:

«Durante un momento di estasi, mi è apparso in visione il Santo Gatto Pio, il quale mi ha detto: bisogna porre fine, una volta per tutte, alla penosa vicenda della giovane Emanuela Orlandi. Anche perché, in caso contrario, suo fratello Pietro, finché vivrà, non si darà pace. Affinché questa pace giunga è bene sia rivelato una volta per tutte il luogo della sepoltura delle spoglie della povera giovane. In caso contrario si continuerà periodicamente a fare scavi, buchi, ispezioni di tombe e via dicendo. La Santa Sede, a qualsiasi richiesta avanzata da Pietro Orlandi, anche e solo in base a un messaggio anonimo ricevuto, non esiterebbe ad acconsentire l’apertura e l’ispezione della qualunque. Sicché, per porre fine al tutto, il Santo Gatto Pio mi ha rivelato che la giovane è stata sepolta nelle grotte sottostanti la Pontificia Arcibasilica di San Pietro, dentro il sarcofago contenente le auguste spoglie del Sommo Pontefice Bonifacio VIII» [Cf. Trascrizione tradotta in italiano della visione di gatta Tac, mistica della Barbagia Sarda].

Fatta la traduzione Torque e io ci siamo guardati sbalorditi. Finché, ripreso fiato, l’insigne Inquisigatto Maggiore mi ha domandato:

Sentime b’bene Ipazia, tu sai che io so’ ‘n gatto de fede, però, con tutto er rispetto pe’ ‘sta nostra stimata mistica, nun è che na’ ‘a Sardegna, de questi tempi, c’è sta uno de quei càrdi afosi che farebbe sbarellà cor cervello pure li santi?

Mentre valutavamo questa ipotesi ci siamo scambiati varie opinioni sulla dolorosa storia della giovane Emanuela Orlandi, il caso della quale è stato da tempo chiuso dalla magistratura romana. Ma soprattutto c’è una domanda di rigore da farsi: durante le lunghe e accurate indagini portate avanti per anni e anni, è emersa forse la figura di una adolescente sul modello di Sant’Agnese vergine e martire? Non è che forse, nei verbali delle indagini e degli interrogatori, risulta agli atti che questa giovane frequentava soggetti, semmai anche più grandi di lei, che non erano propriamente né il giovane San Luigi Gonzaga né quel grande pedagogo di San Filippo Neri? [cf. QUI, QUI …]. E in quegli anni Ottanta e non solo, quante furono le ragazze in fascia d’età compresa tra i 15 e i 18 anni, sparite e mai più ritrovate? I vari inquirenti, nel corso di quegli anni, quante volte si sono messi sulle tracce della cosiddetta tratta delle bianche?

Presso la Procura della Repubblica di Roma, esistono fascicoli e fascicoli di inchieste aperte, infine chiuse dopo anni senza esito, riguardanti adolescenti e giovanissime sparite e mai più ritrovate. Si vada presso gli archivi storici della Procura della Repubblica di Roma, per averne conferma, ma soprattutto ampia prova. La prima che forse dovrebbe andarci sarebbe la avvocato che assiste il fratello, che pur non avendo il talento giuridico della avvocato Giulia Bongiorno, ha avuto comunque a più riprese il proprio bagnetto di telecamere sulla triste vicenda di Emanuela Orlandi, nonché sulla pelle della Santa Sede esposta ciclicamente alla gogna mediatica.

Perché nessuna di queste ragazze sparite e mai più ritrovate ha fatto la notizia che a distanza di oltre tre decenni seguita a fare invece il caso di Emanuela Orlandi? Ma per il semplice fatto che la giovane faceva parte della ristrettissima cerchia di quei pochissimi laici che risultano cittadini dello Stato della Città del Vaticano, ovvero poche decine di persone, su circa mille che per l’ottanta per cento sono tutti ecclesiastici. O qualcuno pensa che se la giovane fosse stata una cittadina svizzera, francese, tedesca o italiana, il suo caso sarebbe stato portato avanti per tre decenni e tirato fuori ogni volta che in qualche angolo d’Italia viene rinvenuto un cadavere sepolto da qualche parte al di fuori di un cimitero?

È questo che scatena da sempre morbosi pruriti ai quali purtroppo rischia di dare adito e fiato il fratello stesso, sul cui sensus fidei cattolico ci sarebbe molto da discutere, visto il modo in cui, alla prima soffiata anonima, egli pretende e ottiene scoperchiamenti di tombe e analisi di resti di cadaveri, come avvenuto nel recente caso dei ritrovamenti presso il palazzo della Nunziatura Apostolica in Italia [cf. QUI]. E dinanzi a ciascuna di queste situazioni, il buon fratello Pietro ― che come già detto non è obbligato affatto a essere un devoto cattolico ―, favorisce la esposizione della Chiesa a forme di ripetute gogne mediatiche.

Si pensi solo, a livello di letteratura giornalistica e di bieco gossip editoriale, cos’è stato pubblicato nel corso di tre decenni, non di rado con accuse davvero infamanti rivolte agli stessi Sommi Pontefici, seguiti da un considerevole numero di prelati defunti che non si sono mai potuti difendere, ma delle cui memorie si è fatto scempio in nome di una non meglio precisata “verità su Emanuela Orlandi”. Proprio come se la “verità su Emanuela Orlandi” giustificasse qualsiasi illazione e qualsiasi palata di fango gettata sulle memorie di altre persone. Un nome a caso tra i tanti? Si pensi solo a che cosa è stato scritto nel corso del tempo sul Cardinale Ugo Poletti [1914-1997], Vicario generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma [1973-1991], che si è giunti persino ad accusare di avere tramato con i criminali della Banda della Magliana e il suo capo Robertino De Pedis, per non parlare delle illazioni fantascientifiche sull’allora Segretario di Stato, Cardinale Agostino Casaroli [1914-1998] [cf. QUI]. Pertanto, se Pietro Orlandi, come battezzato e come persona nata, cresciuta e vissuta dentro lo Stato della Città del Vaticano, non intende avere rispetto verso la Chiesa Cattolica e la Santa Sede, abbia perlomeno rispetto per sé stesso e per la memoria della sorella, esposta da decenni al gossip morboso dei giornalisti, soprattutto per causa sua che non manca mai di fornire ad essi generose cascate d’acqua per i loro mulini.

Se nessuno ha avuto mai il coraggio di dirlo al diretto interessato, sarà bene che qualcuno informi il buon fratello che a giornalisti, tele-giornalisti e autori di libri scandalistici che mirano a vendere il maggior numero di copie possibile, di sua sorella Emanuela Orlandi non interessa proprio niente. Possibile che tutti lo sappiamo all’infuori di lui, che a questo genere di persone senza cuore e con dieci centimetri di pelo di cinghiale sullo stomaco seguita imperterrito a dare lavoro e guadagni editoriali?

Ormai la Santa Sede, dinanzi a qualsiasi irragionevole e irrazionale richiesta che giunge da Pietro Orlandi, non esita a far correre la polizia scientifica, a far analizzare resti di cadaveri, a procedere allo svellimento di pavimenti, all’apertura di tombe e via dicendo a seguire, nel disperato tentativo di dimostrare all’opinione pubblica che il Vaticano non ha nulla da nascondere sulla vicenda di questa adolescente, già avvezza a frequentare a sedici anni delle compagnie non molto consigliabili, come emerge dagli atti e dalle lunghe e approfondite inchieste investigative, o no? Una giovane che è stata rapita per le strade della Capitale d’Italia, non nei giardini vaticani o mentre passeggiava per il cortile di San Damaso sotto le finestre della Segreteria di Stato suonando il suo flauto.

Darle vinte a Pietro Orlandi, qualunque cosa egli chieda e pretenda, non è né giusto né pedagogico. Pertanto, a questo Gentile Signore che sta proprio superando tutti i limiti, andrebbe anzitutto detto qualche no, poi adeguatamente consigliato a rivolgersi a un bravo psicologo clinico, nel caso in cui non fosse riuscito, nell’arco di questi decenni, ad elaborare il dolore o il trauma del lutto.

Il gatto Torque e io ci siamo infine detti che su certe cose non si scherza, né mai si deve scherzare. Però … perché non taroccare il messaggio scritto dalla nostra mistica della Barbagia dopo la sua visione? In fondo, alcuni dicono e sostengono che abbiano taroccato persino il terzo segreto di Fatima.

«Torque, te lancio ‘n’idea. Se poi fosse molto sbajiata, chiederò perdono a Dio con tutto er core mio».

«Dimme, Ipazia cara, qual è ‘st’idea».

«Ecco … potremmo taroccà er messaggio da’ ‘a mistica Tac, facenno giunge un messaggio simile ma diverso. Per esempio potèmo dì che ‘sta pora creatura è stata messa a riposà sotto l’Altare da ‘a Confessione a San Pietro, dentro ‘a tomba der Beato Apostolo Pietro …».

«Ipazia, to ‘o dico con tutto er core: tojiete st’idea de mente. Perché se a Pietro Orlandi giunge un messaggio der genere, entro quarantott’ore ar massimo, mannerebbero li operai sotto le telecamere da ‘a televisione ad aprì er seporcro der Principe delli Apostoli. Nun ce penzà, Ipazia mia, ma nun ce penzà proprio».

Possa l’anima di questa amata creatura godere della pace divina tra gli Angeli e i Santi, ovunque sia sepolto il suo corpo mortale, ma possa soprattutto conceder Dio pace a chi proprio non vuole darsi pace, sino a togliere la pace anche agli altri, a partire dalla pace ripetutamente tolta alla Santa Sede, che di difetti ne ha molti e gravissimi, ma che non merita tutto questo. Giunti infatti al punto in cui siamo, se un anonimo facesse una segnalazione a Pietro Orlandi, rischieremo sul serio di veder aprire anche la tomba del Beato Apostolo Pietro.

dall’Isola di Patmos, 15 luglio 2019

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Quando durante la Santa Messa Padre Ariel fracassò una chitarra sulla colonna della navata di una chiesa parrocchiale

QUANDO DURANTE LA SANTA MESSA PADRE ARIEL FRACASSÒ UNA CHITARRA SULLA COLONNA DELLA NAVATA DI UNA CHIESA PARROCCHIALE

Quando si reca in posti che non conosce, preferisce avere vicino un poliziotto che possa eventualmente bloccarlo, “privilegio” questo concesso di motu proprio a me, povero disgraziato che non sono altro! Semplice il motivo: reggere una tigre del Bengala è più facile e meno pericoloso che reggere lui.

— Storie mai scritte —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Sono 12 anni che vivo e lavoro a stretto contatto con lui, sono quindi un archivio vivente delle gesta di Padre Ariel S. Levi di Gualdo. Naturalmente, quando si è mansueti, non si narrano le proprie gesta più belle, per questioni di mansuetudine. Temo che un giorno dovrò rendere conto a Dio per avere evitato la realizzazione di varie prodezze non belle, ma bellissime. E chissà che castigo dovrò subire per questo, quando mi troverò dinanzi al giudizio di Dio, avendo impedito la realizzazione di certi colpi di genio.

 

Caratteristica di Padre Ariel è di spiazzarti con cose che non ti aspetteresti mai. Per questo, quando esordisce con certe perfomance, sempre e di rigore improvvise e inaspettate, le persone non riescono neppure a reagire sul momento, perché hanno bisogno di entrare nell’ordine di idee che quanto accaduto è vero, che è proprio accaduto realmente.

 

Mese di maggio 2010, un confratello di Padre Ariel, colombiano, mentre stava facendo il dottorato in sacra liturgia in una pontificia università romana svolgeva il ministero di secondo vice-parroco in una parrocchia che non nomino, presso una diocesi suburbicaria di Roma che non nomino. Avendo deciso di recarsi in pellegrinaggio a Fatima e soggiornare in Portogallo alcuni giorni, chiama Padre Ariel e gli chiede se può sostituirlo per la Santa Messa vespertina del sabato e per quella della domenica mattina. Lui accetta subito, anche per il profondo legame fraterno e affettivo che nutre verso quel sacerdote, che fu cerimoniere alla sua ordinazione sacerdotale.

 

Come solitamente fa, mi chiede se posso accompagnarlo e svolgere il servizio di accolito, non potendo ammettere che quando si reca in posti che non conosce, preferisce avere vicino un poliziotto che possa eventualmente bloccarlo, “privilegio” questo concesso di motu proprio a me, povero disgraziato che non sono altro! Semplice il motivo: reggere una tigre del Bengala è più facile e meno pericoloso che reggere lui.

 

Contro le chitarre Padre Ariel non ha niente, perché la chitarra, se suonata bene, da professionisti e musicisti, può essere uno splendido strumento liturgico. Più volte abbiamo udito chitarristi eseguire con la chitarra arie di J.S. Bach, in altre occasioni accompagnare in sottofondo persino i canti gregoriani. Una autentica meraviglia.

Quando però sente dei sessantenni post-sessantottini suonare le chitarre che non sanno suonare, semmai sulla melodia di When the Saints Go Marching In, Padre Ariel potrebbe persino farti pentire di non avere incontrato al posto suo Jack lo Squartatore, con il quale tutto sommato potrebbe andare meglio.

 

Lo ammetto: la domenica mattina quel coretto toccò il fondo. Durante la Comunione si misero a eseguire una canzone tratta dalla celebre opera Jesus Christ Superstar. E qui va premesso: Padre Ariel apprezza molto sia quell’opera che il balletto del Martha Graham Dance Company, che considera una tra le più grandi opere rock nel Novecento. Però, al tempo stesso, è un presbitero e un teologo di solida dottrina e sa che quell’opera e i testi delle sue canzoni negano in modo deciso la divinità di Cristo. Ecco allora che sulle parole tradotte in italiano della Maddalena innamorata del Cristo il coretto si mette a cantare: «… è un uomo, è solo un uomo». Padre Ariel cessa di distribuire la Comunione, sale all’altare, vi depone la pisside sopra, si genuflette reverente, ridiscende sotto il presbiterio, toglie la chitarra di mano al chitarrista e la fracassa sulla colonna di una navata. Lascia la chitarra in pezzi a terra e dice: «Alla fine dei veri concerti rock si fa così».

 

Nella chiesa calò un silenzio tombale. E come nulla fosse, composto e gelido come un pezzo di ghiaccio, proseguì e terminò la celebrazione eucaristica.

 

Il parroco non osò dire niente, presumo temendo di ritrovarsi con un candeliere di bronzo stampato sulla schiena. Ma il giorno dopo sostenne lui per primo la protesta di quei coristi presso il Vescovo, dicendo che non conosceva quel prete e incolpando il secondo vice-parroco che lo aveva chiamato in sua sostituzione. Ovviamente Padre Ariel si era già premurato di chiamare il suo Vescovo, che all’epoca era Mons. Luigi Negri, e di narrargli il fatto.

 

Non più tardi del lunedì pomeriggio il Vescovo di quella Diocesi chiama Mons. Luigi Negri, che di fondo era forse persino più indisposto del Padre Ariel stesso dinanzi a certe stramberie liturgiche, e che lo tranquillizza così: «Ti rassicuro e ti prego di rassicurare anche il chitarrista che tutto sommato gli è andata veramente bene, anzi ringrazi Dio, perché per il tipo che è, mi stupisco che la chitarra l’abbia spaccata sulla colonna e non sulla sua testa».

 

Trascorso un anno, mentre il sacerdote colombiano stava per lasciare Roma al termine degli studi e rientrare nella sua diocesi, pochi giorni prima di prendere l’aereo confidò a Padre Ariel di averlo invitato apposta per sostituirlo, immaginando che dinanzi a cose simili avrebbe reagito, dopo che lui aveva dovuto sopportare per due anni quel coretto e quel parroco ignorante in materia di dottrina e di fede, che nemmeno si rendeva conto delle eresie che quelle persone cantavano durante la Messa.

 

Però ripeto: essendo Padre Ariel mansueto, profondamente mansueto, evita di narrare alcune delle sue gesta più belle, sicuramente per un discorso di profonda umiltà.

 

dall’Isola di Patmos, 9 gennaio 2023

 

 

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Gli aspetti giuridici civili della Comunione sulle mani dinanzi alle assurde azioni legali intraprese da preti e vescovi che meriterebbero di essere fustigati a sangue

GLI ASPETTI GIURIDICI CIVILI DELLA COMUNIONE SULLE MANI DINANZI ALLE ASSURDE AZIONI LEGALI INTRAPRESE DA PRETI E VESCOVI CHE MERITEREBBERO DI ESSERE FUSTIGATI A SANGUE

Pagheremo tanto, pagheremo tutto, con tanti e tali interessi inflitti dal castigo di Dio che saranno così elevati da lasciare senza parole persino i peggiori prestatori di soldi a strozzo. Perché noi abbiamo strozzato Dio che al momento opportuno ci farà sperimentare sulla nostra pelle di che cosa è capace un divino strozzino.

 

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

PDF  articolo formato stampa

 

.https://youtu.be/-qAakg7hvLM

Se l’ideologia supera il valore trascendentale, metafisico e mistagogico dell’ineffabile Mistero Eucaristico, i nostri Venerati Vescovi potrebbero anche chiudere la gran bottega della Conferenza Episcopale Italiana, mandare a spasso i suoi 400 e inutili dipendenti stipendiati, gran parte dei quali assunti perché amici degli amici degli amici di quello o di quell’altro monsignore, dopodiché fondare un’Organizzazione Non Governativa per dedicarsi a profughi, migranti ed extracomunitari che oggi vanno tanto di moda, perché pare che solo “loro sono Chiesa”.

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È un discorso di coerenza, sin da quando il Sommo Pontefice gloriosamente regnante, nel giorno del Giovedì Santo in cui si celebra la istituzione del Sacerdozio ministeriale e della Santissima Eucaristia, non trovò di meglio da fare che sciacquare e baciare i piedi a carcerati e puttane, diversi dei quali non cattolici e neppure cristiani battezzati. Infatti, è notoriamente risaputo che Gesù Cristo, come apostoli, si scelse un gruppetto di carcerati e di puttane. E ripeto la parola magica: coerenza! A meno che, a qualcuno dei nostri vescovi, non risulti che Nostro Signore Gesù Cristo prese durante l’ultima cena un povero, lo esibì agli apostoli e disse: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue». Dando poi il comando: «Fate questo in memoria di me». E fatto questo, lungi dal consacrarli Sacerdoti della Nuova Alleanza, prese un gruppo di puttane pagane e disse loro di andare a evangelizzare i popoli [cfr. Mt 10, 5-8; Mc 16, 15-20], a battezzare [cfr. Mt 28, 19-20] e a rimettere i peccati [cfr. Gv 20, 22-23].

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Alle soglie dei sessant’anni, non dovendo diventare vescovo e cardinale, né mai avendo avuto alcuna velleità di carriera, posso beneficiare di quella libertà dei figli di Dio che mi consente di dire ai cattivi maestri e ai cattivi pastori che sono tali, in grave danno alla Chiesa e al Popolo di Dio, semmai pure con l’aggravante della vigliaccheria di chi sa perfettamente cosa è sbagliato, se non peggio sacrilego. Ma per quieto vivere tacciono, perché non vogliono problemi, o perché il vescovo della diocesi suffraganea punta alla vicina sede arcivescovile metropolitana, o perché l’arcivescovo metropolita di quell’arcidiocesi scalpita per il cardinalato, per questo sfoggia una croce pettorale ricavata dal pezzo di legno di una barca di migranti affondata al largo di Lampedusa, procedendo in processione con un bastone pastorale ligneo che pare uscito dalla bottega di Mastro Geppetto, il cui figlio Pinocchio, come risaputo, nacque per opera di una sega. Se poi un soggetto come me osa indicarli per ciò che sono, ossia dei clamorosi leccaculo, rischia persino di fare la figura del prete volgare. Perché è bene chiarire: volgare non è chi lecca il culo al potente prepotente piegandosi ai suoi capricci peggiori e più dannosi, ma chi lo indica come tale usando una parola che sconvolge le tenere e delicate orecchie dei figli della novella e pudibonda Inghilterra vittoriana di fine Ottocento, con tutti i suoi vizi privati e pubbliche virtù. Una Pudibonda Inghilterra dove era possibile incularsi allegramente in privato, purché non si usasse in pubblico la parola “culo”, Oscar Wilde docet!

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Sappiamo perfettamente che dare la Santa Comunione sulle mani oggi è molto pericoloso, specie in certe zone e località del nostro Paese, nelle quali sono molto diffuse pratiche magiche ed esoteriche, in aumento comunque in tutto il nostro territorio nazionale. Come infatti risaputo, quando non si crede più in Dio e nei misteri della fede, si finisce sempre per credere in tutto.

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Sul modo disinvolto nel quale è amministrata la Santa Comunione ha appena scritto il nostro Padre Ivano Liguori [vedere QUI]. Questo mio articolo non è altro che una sorta di appendice di prosecuzione al suo. Ovviamente con una differenza sostanziale: lui si esprime in modo serafico, anche quando è severo, io no. Quando sono severo talvolta divento molto duro e non mi sgomento a fare ricorso persino a espressioni triviali.

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All’interno della Chiesa, grazie alle influenze di matrice calvinista che ammorbano le comunità ecclesiali cattoliche del Nord dell’Europa, la Comunione data sulle mani è divenuta sin dagli anni Settanta una vera e propria rivendicazione ideologica, un segno di distinzione, un marchio di riconoscimento di certo cosiddetto progressismo catto-protestante. E quando con l’epidemia da Covid è stato proprio imposto di darla sulle mani per ragionevoli questioni di sicurezza, i pochi argini che rimanevano sono totalmente decaduti. Ecco allora che oggi, non pochi preti ideologici, si permettono impudentemente di negarla a chi osa volerla ricevere in bocca o peggio che mai in ginocchio. Proprio come prova questo pietoso video, dove a distribuire la Santa Comunione sono un Arcivescovo metropolita e il suo Vescovo ausiliare.

Lo abbiamo segnalato anche di recente, con tanto di documento filmato, il vergognoso caso del sacerdote che alle esequie funebri di Benedetto XVI negava in Piazza San Pietro la Comunione e respingeva un fedele che compiendo un intollerabile affronto ha osato persino inginocchiarsi [vedere QUI]. Non scherziamo, inginocchiarsi dinanzi a Cristo Dio presente vivo e vero in anima corpo e divinità rasenta oggi la bestemmia. Solo dinanzi alle puttane nigeriane invitate come protagoniste d’onore alla papale Missa in Coena Domini ci si inginocchia, con tanto di sciacquo e bacio dei piedi [cfr. mio libro QUI]. Volendo poi essere buoni fino in fondo potremmo applicargli anche creme ammorbidenti per i talloni induriti dai tacchi e passargli un po’ di smalto sulle unghie, infine esortarle dicendo: “… figliola, adesso torna pure a fare la puttana, perché Dio ti ama così come sei e per il mestiere che fai”.

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Sono spariti da anni i piattelli usati per alcuni secoli durante la distribuzione della Santa Comunione, casomai un’Ostia Santa fosse inavvertitamente caduta. In compenso sono stati però istituiti da certe sculettanti cerimoniere estetiche i piattelli d’argento per deporvi sopra il ben più santo e prezioso zucchetto rosso del vescovo, dinanzi al quale il Corpo di Cristo è ben poca cosa.

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In varie località è accaduto più volte che delle persone, ricevuta la Santa Comunione, se la siano messa in tasca. In altre alcuni giovani, ricevuta l’Ostia Santa, sono scappati via di corsa, sicuramente per farne uso nei vari circoli satanisti. Una volta, i satanisti, per rubare l’Eucaristia dovevano entrare nelle chiese, semmai di notte, o comunque scassinare i tabernacoli. Oggi siamo andati loro incontro rendendogli il lavoro parecchio più facile: gliela mettiamo direttamente in mano.

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Dinanzi a simili casi concreti e affatto rari veniamo adesso all’idiozia di quei vescovi e presbiteri che hanno creduto bene di reagire sporgendo persino denunce. È a dir poco ovvio che denunce del genere siano finite immediatamente archiviate. E vi dirò: plaudo e mi complimento con i Pubblici Ministeri che hanno predisposta l’archiviazione non potendo ravvisare nel fatto esposto degli elementi di reato per poter dare avvio a una azione penale. O qualcuno pretende che un Pubblico Ministero tenga in considerazione il mistero della transustanziazione delle specie eucaristiche e la presenza reale di Cristo nella Santissima Eucaristia? Sono cose che riguardano i misteri della fede, non le aule giudiziarie dei tribunali di qualsiasi Paese non confessionale, compreso grazie a Dio il nostro. Quale giudice potrebbe condannare a dura pena una persona che se ne è andata dopo che un prete gli ha messo in mano un’Ostia? E per cosa lo dovrebbe condannare, forse per avere sottratto e profanato il Corpo di Cristo? Se esiste un giudice che applicando le leggi penali del nostro ordinamento può scrivere in una sentenza di condanna che in quel pezzo di pane azzimo c’è realmente e sostanzialmente Cristo presente, vivo e vero, che per cortesia me lo indichi, sarei oltremodo felice di poterlo conoscere, prima che il tribunale d’appello annulli la sua sentenza e il Consiglio Superiore della Magistratura apra su di lui un procedimento disciplinare per palese e manifesta incapacità di giudicare in modo razionale e dare di conseguenza equa sentenza.

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“opera d’arte” realizzata con 242 Ostie Sante messe in mano a questo “artista” da sacerdoti celebranti molto attenti e ripieni di fede e sacra cura del prezioso Corpo di Cristo

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Quando lo pseudo artista Abel Azcona ha ricevuto per decine di volte la Santa Comunione sino a sottrarre 242 Ostie Sante, dopo che le ebbe usate per comporre a terra una sua “opera d’arte” che consisteva nella composizione della parola “pedofilia” scritta con i pezzi profanati del vivo Corpo di Cristo, poco dopo fu denunciato dalla Associazione degli Avvocati Cattolici della Spagna, in virtù del fatto che il codice penale di quel Paese sanziona con una pena tra gli otto e i dodici mesi di reclusione le offese «ai sentimenti di una confessione religiosa» tramite dileggio «dei suoi dogmi, credenze, riti e cerimonie». Il cosiddetto artista spiegò in modo impeccabile, razionale e incontestabile: «Non ho commesso alcun reato se ho deciso di mettermele in tasca e di uscire dalla chiesa, sono stati loro che me le hanno consegnate in mano, quindi è tutto legale».

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Ritengo che pessima figura l’abbia fatta l’Associazione degli Avvocati Cattolici di Spagna, che si sarebbero dovuti sì irritare e protestare, ma verso la superficialità, la mancanza di controllo e forse la scarsa considerazione di certi vescovi e preti sulla sacralità del Corpo di Cristo. Sempre ammesso che credano veramente che quell’Ostia Santa è il Corpo di Cristo, perché molti vescovi e preti proprio non ci credono, lo prova il modo in cui celebrano la Santa Messa e l’incuria totale con la quale amministrano la Santa Comunione, salvo veder sculettare attorno a loro la cerimoniera estetica che con gran classe e sfarfallio depone il loro zucchetto santissimo sul piattino d’argento.

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Durante la celebrazione della mia prima Santa Messa fui costretto a rincorrere con la pisside in mano una signora che ricevuta la Santa Comunione se la mise dentro la borsetta. Io che mai, sin da diacono, davo volentieri la Comunione sulle mani e che per questo nel darla ero particolarmente attento, la vidi e subito la rincorsi, tirandogliela fuori dalla borsa e consumandola. Era presente tra i fedeli un anziano magistrato in pensione, che pochi giorni dopo commentò quel fatto dicendomi: «L’unico che in quel contesto poteva essere perseguito eri tu, che di fatto hai fermato una persona, tanto più una donna, le hai tolto la borsa da sotto il braccio, gliel’hai aperta ed hai sottratto una cosa al suo interno. In pratica l’hai perquisita senza averne alcuna autorità. Per non parlare del danno di immagine che le hai recato davanti a tutti. Un qualsiasi giudice si sarebbe trovato costretto a fare queste valutazioni, persino un magistrato cattolico e credente come me che nutro da sempre particolare devozione per il Santissimo Sacramento».

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Non ho più dato la Comunione sulle mani a nessuno, avvalendomi sempre della concessa facoltà di darla sotto le due specie, intingendo la Sacra Ostia nel calice del Sangue di Cristo e porgendola ai fedeli dicendo: «Il Corpo e il Sangue di Cristo», obbligandoli in tal modo a riceverla in bocca.

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Quando durante l’emergenza da Covid era opportuno e prudente non dare la Comunione in bocca ma solo sulle mani, l’ho sempre distribuita con due persone accanto, una alla mia destra e una alla mia sinistra, oltre a me che non toglievo mai gli occhi di dosso ai fedeli finché non l’avevano consumata alla mia presenza senza allontanarsi. E più volte ho richiamato le persone che hanno tentato di allontanarsi senza avere consumato l’Eucaristia davanti a me.

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La gran parte dei miei confratelli non fanno questo, perché dopo avere straziato le palle ai fedeli con lunghe prediche logorroiche su poveri e migranti, giunti alla Preghiera Eucaristica hanno più fretta del mitico Dottor Terzilli medico della mutua, per questo sempre e di rigore solo la Seconda, che è la più breve. Giunti poi alla Comunione più frettolosi che mai, eccoli “sbattere” velocemente sulle mani dei fedeli la Santissima Eucaristia tipo lancio di fiches fatte con pane azzimo, anche perché poi ci sono dieci minuti di annunci parrocchiali che vanno dagli incontri dei giovani sino alla sagra della porchetta, più o meno come gli annunci che dette Nostro Signore Gesù Cristo prima del termine dell’Ultima Cena e poi sul Monte Calvario prima di spirare in croce.

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Numerosi confratelli, che la pensano tal quale a me e che sono allo stesso modo molto attenti, mi hanno chiesto più volte se qualche vescovo mi avesse mai richiamato in giro per l’Italia, dato che, fatta eccezione per il periodo del Covid, non do mai la Comunione sulle mani a nessuno. In modo scherzoso, ma parecchio serio, ho risposto: «Se c’è una cosa alla quale i nostri vescovi tengono è la loro pelle. Amano parlare dei martiri all’occasione propizia, ma non hanno alcuna predisposizione al martirio, specie per difendere le verità supreme e assolute della nostra fede». Quanto basta per capire che dinanzi a me, che per il Corpo di Cristo sacrificherei la mia vita all’istante, è meglio abbozzare e stare zitti.

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È vero, sono un prete che ogni tanto dice parolacce e quel che è peggio le dico pure di proposito in modo calcolato e scientifico, però, quando a un anziano morente detti il viatico e lui rimase con l’Ostia sulla lingua a bocca aperta perché non riusciva a deglutirla, gliela tolsi e la consumai io. E chi mi conosce sa a quali livelli sia un igienista schizzinoso. È vero, sono un prete che ogni tanto dice parolacce e quel che è peggio le dico pure di proposito in modo calcolato e scientifico, però, quando un anziano diacono mi dette inavvertitamente una gomitata mentre avevo in mano il calice col Sangue di Cristo e una parte di liquido cadde, io mi inginocchiai e pulii il pavimento con la mia lingua sino all’ultima goccia. Pertanto ritengo di potermi permettere di dare all’occorrenza dei coglioni a quei vescovi che se lo meritano a pieno titolo per il modo in cui trattano e consentono che sia trattata la Santissima Eucaristia da certi loro preti, mostrando più attenzione a non urtare le ideologie anziché tutelare il Corpo di Cristo. Perché se decido di fare questo, o volendo persino peggio, tutta la Conferenza Episcopale Italiana può solo tacere, alla luce del mio vivere e agire sacerdotale frutto di una vocazione marcatamente e profondamente eucaristica. Perché il Preziosissimo Sangue di Cristo caduto sul pavimento io l’ho leccato all’istante con la mia lingua genuflesso a terra, ma il culo di un potente prepotente non l’ho mai leccato in vita mia, fosse persino l’augusto culo del Romano Pontefice, al quale sono tenuto a prestare filiale rispetto e devota obbedienza, ma non certo servizio di bidet, a quello ci pensa un fitto esercito di leccaculo in carriera con i pastorali di Mastro Geppetto in mano e la croce pettorale ricavata dal legno di una barca affondata al largo di Lampedusa.

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Pagheremo tanto, pagheremo tutto, con tanti e tali interessi inflitti dal castigo di Dio che saranno a tal punto elevati da lasciare senza parole persino i peggiori prestatori di soldi a strozzo. Perché noi abbiamo strozzato Dio che al momento opportuno ci farà sperimentare sulla nostra pelle di che cosa è capace un divino strozzino il giorno che a noi preti dirà:

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«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

 

dall’Isola di Patmos, 8 gennaio 2023

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CASI RARI O CASI LIMITE? NO, CASI SEMPRE PIÙ FREQUENTI NELLE NOSTRE CHIESE

Non importa quel che accade dando la Comunione sulle mani senza attenzione a chiunque ci si ritrova davanti, l’importante è tutelare l’ideologia della Comunione in mano anziché il Corpo di Cristo. Soprattutto bisognerebbe chiedersi: quando questo evidente squinternato si è presentato dinanzi al prete, il buon pastore che gli ha messo in mano la Santissima Eucaristia, dove aveva gli occhi e l’attenzione? O doveva forse sbrigarsi a “tirare” velocemente  la Comunione in tutta fretta per dare poi 10 minuti di annunci parrocchiali, che come risaputo sono il fondamento primario dei misteri della nostra fede? Poco dopo il prete ha pure sporto denuncia. Domanda di rigore: e il prete, per la sua incuria e imprudenza verso la Santissima Eucaristia, a quale tribunale ecclesiastico è stato denunciato, dopo avere dato la Santa Comunione a un evidente provocatore e avergli pure detto «... magna … magna …»?

Pagheremo tanto, pagheremo tutto, i nostri vescovi in testa!  

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La Comunione di Giorgia Meloni e quell’ideologismo clericale sulla Comunione in mano anche nelle situazioni ad alto rischio che supera il valore stesso della tutela del Corpo di Cristo

LA COMUNIONE DI GIORGIA MELONI E QUELL’IDEOLOGISMO CLERICALE SULLA COMUNIONE IN MANO ANCHE NELLE SITUAZIONE AD ALTO RISCHIO CHE SUPERA IL VALORE STESSO DELLA TUTELA DEL CORPO DI CRISTO

È necessario che in certe grandi celebrazioni pontificie e non solo, sia amministrata la Santa Comunione a migliaia di persone, per di più sulle mani, là dove esercitare il controllo è impossibile e dove possono verificarsi veri e propri sacrilegi, che puntualmente si sono verificati e seguitano a verificarsi? 

— Attualità ecclesiale —

                   Autore
        Ivano Liguori, Ofm. Capp..

 

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Tra le tante, durante la celebrazione esequiale di Benedetto XVI, non è passata inosservata la foto del nostro Primo ministro Giorgia Meloni che riceve la Santa Comunione dalle mani di un sacerdote. Qualcuno ha maliziosamente fatto notale che le simpatie politiche rischiano di mettere in secondo piano il Catechismo della Chiesa Cattolica, ma noi, qui su L’Isola di Patmos non abbiamo simpatie politiche perché teniamo alle persone e alla loro anima e sappiamo che per Dio non esistono anime di serie “a” o di serie “b”, tanto meno anime di destra o di sinistra ma tutte sono chiamate alla salvezza in Gesù Cristo, perché è per questo che Dio ha chiamato la Chiesa e un sacerdote dovrebbe preoccuparsi quotidianamente e primariamente di salvezza e di salute delle anime che gli sono state affidate, non di “altro”, ed è meglio stendere un velo pietoso e non aggiungere altro sulla natura e la modalità di questo “altro”.

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i sacrileghi risultati visibili della Comunione data in mano senza controllo per compiacere la clericale ideologia

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Visto il caso pubblico della Comunione alla Meloni, ci sarebbe tanto da dire e da obiettare da un punto di vista della dottrina e dell’insegnamento della Chiesa Cattolica ma credo che il punto ora non sia questo, se non per accendere sterili polemiche del tutto inutili e da evitare. A mio personale parere sarebbe certo opportuno dare una bella tirata d’orecchie alla Giorgia nazionale ― cosa pastoralmente doverosa per il bene della sua anima e per la tutela di molti cristiani che alle ultime elezioni hanno votato per lei ― che non ha avuto il minimo tentennamento a ricevere l’Eucaristia pur non potendola fare perché a tutt’oggi legata attraverso una convivenza a Andrea Giambruno. Ricordiamo che la convivenza è un legame affettivo non riconosciuto dalla Chiesa per due battezzati, il cui solo vincolo valido di unione è quello sacramentale del matrimonio, in cui Cristo stesso unisce i coniugi in uno. Al caso specifico del nostro Primo ministro si aggiunge purtroppo un’aggravante di non poco conto: entrambi, lei e il suo compagno, sono totalmente liberi da pregressi vincoli. Nessuno di loro ha contratto in precedenza un matrimonio che costituirebbe impedimento alla loro unione. Pertanto c’è proprio la manifesta volontà a non sposarsi e a vivere in uno stato di convivenza. Una situazione che merita tutto il dovuto rispetto per le libere e insindacabili scelte altrui, ma che niente ha però da spartire con quelle delle tante persone animate da profondi sentimenti cristiani, divorziati e in seguito sposati civilmente, che pur volendo vivere una situazione regolare non sono in grado di farlo, a meno che non vi siamo elementi tali da consentire al tribunale ecclesiastico di dichiarare invalido, quindi nullo, il loro precedente matrimonio.

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Mi auguro che qualche confratello sacerdote, magari amico della Meloni, le abbia fatto capire la responsabilità del proprio gesto pubblico, non tanto come rappresentante civile e laico dello Stato Italiano lì presente a rendere omaggio a un Pontefice defunto, ma soprattutto come persona che si definisce cristiana cattolica e che in più di una occasione ha voluto proporsi come custode dei valori tradizionali della fede. Salvo dare ripetute garanzie in campagna elettorale che nessuno avrebbe toccato in alcun modo la Legge sull’aborto, cosa ulteriormente garantita dalla cattolica Elisabetta Gardini a vari programmi televisivi nel periodo pre-elettorale [cfr. Vedere QUI, QUI]

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Nel passato recente, abbiamo avuto altri politici che hanno brandito rosari e immagini sacre a fini propagandistici e siamo sempre giunti alla farsa, con gran detrimento per la fede dei semplici e degli sprovveduti. Questo non perché a un politico sia vietato di testimoniare la propria fede e appartenenza religiosa in pubblico, ma perché quando lo si fa si deve tenere ben distinto il proprio ruolo di funzionario di uno Stato laico che ha determinati obblighi così come quello di persona di fede che ne ha altri e forse più gravosi e vincolanti perché rivolti a Dio e alla Chiesa che non sono certamente elettori.

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Ecco dunque il punto focale della questione: ma è mai possibile che nell’organizzazione delle celebrazioni della Santa Sede non sia previsto di limitare questi abusi e questi slanci di sentimentale trasporto, soprattutto nella sezione riservata ai politici e alle pubbliche autorità di cui è facile risalire alla condizione di vita e conoscerne il pensiero pubblico così da valutare l’opportunità o meno di far accedere queste persone ai Sacramenti? Se questo è possibile farlo in contesti più piccoli e meno organizzati, dobbiamo forse pensare che il braccio organizzativo e diplomatico della Santa Sede si sia così accorciato da essere a tal punto miope e non vedere certe situazioni? Non vogliamo e non possiamo crederlo.

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La realtà che più colpisce è quella di una organizzazione del cerimoniale fallace e dissipata. Se una reprimenda è necessaria, bisogna farla al cerimoniere di Sua Santità e agli altri cerimonieri preposti all’ordine e al decoro della celebrazione, che non si sono organizzati per prevenire certi illeciti che, sebbene non devono essere usati per formulare un giudizio sprezzante e offensivo sulla persona, devono essere assolutamente e con tutti i mezzi evitati in virtù della loro sacralità che può portare facilmente allo scandalo — nel senso di inciampo per la fede — e alla mortificazione dei misteri celebrati.

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Ricordo molto bene che ai funerali di Giovanni Paolo II, al momento della Comunione, venne dato chiaro l’avviso ― doveroso visto l’affluire di persone di diverse derivazioni da tutte le parti del mondo ― che all’Eucaristia si accostava solo chi era nelle condizioni richieste dalla Chiesa per poterla ricevere, così da evitare l’equivalenza che il Corpo del Signore ha lo stesso valore e importanza di un abbraccio consolatorio, di un gesto di solidarietà nel momento del bisogno o peggio di un trasporto sentimental-passionale in cui io “mi sento di fare la Comunione” per un non meglio precisato motivo.

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Il problema da sempre discusso è anche un altro: è necessario che in certe grandi celebrazioni pontificie e non solo, sia amministrata la Santa Comunione a migliaia di persone, per di più sulle mani, là dove esercitare il controllo è impossibile e dove possono verificarsi veri e propri sacrilegi, che puntualmente si sono verificati e seguitano a verificarsi? A certe grandi e affollate celebrazioni, non sarebbe meglio selezionare un gruppetto di fedeli che ricevono la Santa Comunione, per esempio dal Sommo Pontefice o dal Vescovo, mentre altre migliaia di fedeli si uniscono a loro in comunione spirituale? O vogliamo dimenticare quando nel 2005, poco dopo la morte di Giovanni Paolo II, fu messa all’asta su EBay un’Ostia ricevuta da un partecipante non cattolico a una Santa Messa da lui celebrata nel 1988? Il problema fu risolto dalla Diocesi Statunitense di Sioux City che riuscì a ritirarla. Ma c’è di molto peggio: il cosiddetto “artista” spagnolo Abel Azcona sottrasse 242 Ostie presentandosi a ricevere la Santa Comunione, ovviamente data sulle mani, usandole poi per comporre a terra la parola «pederastia» che in lingua spagnola significa pedofilia. Eppure nemmeno casi di questo genere hanno mai dissuaso gli ideologi clericali della Comunione in mano a tutti i costi, in qualsiasi situazione anche ad alto rischio. Per intima conoscenza del soggetto in questione aggiungo: è ragionevole dare torto al nostro confratello Ariel S. Levi di Gualdo che da sempre si rifiuta di dare la comunione sulle mani a chicchessia, dopo essere incorso in un tentativo di sottrazione proprio durante la celebrazione della sua prima Santa Messa? C’è un filmato che lo documenta nel quale si vede Padre Ariel che con la pisside in mano rincorre una donna e le toglie l’Ostia dalla borsa nella quale l’aveva riposta. Qualcuno ha idea del trauma incancellabile che comporta per un sacerdote avere dato l’Eucaristia a una persona che ha tentato di sottrarla, per di più durante la celebrazione della sua prima Santa Messa? Vogliamo dare la Comunione sulle mani? Bene, ma che almeno si imponga di controllare con estrema attenzione. Non è possibile che molti sacerdoti mettano la Santissima Eucaristia sulle mani di persone sconosciute senza esercitare alcun controllo. Quante persone, anziché consumarla dinanzi al sacerdote come si dovrebbe, voltano le spalle o se ne vanno nella totale incuria del celebrante, o la consumano passeggiando per chiesa senza che alcuno le richiami? Sono scene all’ordine del giorno. Però è risaputo quanto l’ideologia clericale superi di gran lunga il valore stesso del Corpo di Cristo e la massima tutela che esso dovrebbe richiedere.

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Se queste cose non si bonificano alla fonte, difficilmente a valle ci sarà qualcuno che ne custodirà e apprezzerà il valore così da farle rispettare. E tra le febbri politiche che attendono di cogliere in fallo il piede dell’avversario che sbaglia e i tradizionalisti puritani d’assalto che gridano al peccato e minacciano l’inferno, in mezzo ci sarà sempre lo scappato di casa che seraficamente ci ricorderà: «chi sono io per giudicare?». Forse noi non siamo nessuno, ma da sacerdoti e custodi dei misteri di Dio che ci sono stati affidati con l’imposizione delle mani, vogliamo con tutto noi stessi evitare che le cose sante vengano date ai cani, così come le perle ai porci [Cfr. Mt 7,6]. Non si tratta di razzismo spirituale ma di carità pastorale che desidera tutelare primariamente coloro che ancora devono crescere nella conoscenza di Dio e nell’annuncio di salvezza dentro un cammino di fede ecclesiale graduale e maturo. Non possiamo permetterci di sprecare le grazie di Dio, e questo vale anche per coloro che ancora non sono in grado di apprezzarle per crescere nella giusta conoscenza di Lui e non già per aumentare il proprio narcisistico e patologico senso religioso. Forse sprechiamo tempo ma è utile richiamare la prima lettera ai Corinzi del Beato Apostolo Paolo [Cfr. 1Cor 11,17-34] in cui si sottolinea la modalità corretta con cui il fedele è chiamato ad accostarsi al Corpo del Signore, non solo inteso nella sua componente sacramentale ma ecclesiale, perché è l’Eucaristia che fa la Chiesa, Corpo del Signore. In poche righe «Paolo ci educa ad avere questo sguardo di responsabilità su ambedue questi “Corpi” comunicando al rito instaurato da Cristo, si dà forma e coesione anche alla comunione ecclesiale» [Cfr. B. Standaert, Lettere di San Paolo, introduzione, traduzione e commento, San Paolo, 2021].  

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Non pretendiamo che in Vaticano capiscano questo concetto teologico paolino ma almeno non sarebbe male avere un po’ di rispettosa decenza verso tutti quei fratelli che per la loro condizione irregolare non possono ancora accedere pienamente alla Santa Comunione e che osservano rispettosi il digiuno verso le sacre specie del Signore manifestando così una testimonianza eroica di amore alla Chiesa Corpo di Cristo.

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Queste Comunioni non fatte, più di tutte quelle fatte con l’inganno o con il sentimentale trasporto occasionale, oggi più che mai sono come un dito puntato verso noi sacerdoti che da tempo abbiamo abdicato al ruolo di padri nella fede per diventare amici che tutto permettono, scusano e concedono. Anche a noi sacerdoti, che ci comunichiamo a ogni Santa Messa, qualcuno dovrebbe farci riflettere, sapere se siamo veramente in grazia per poter ricevere quel Corpo sacramentale che consacriamo quotidianamente quando forse siamo ancora totalmente incapaci di custodire, far crescere e difendere quel Corpo ecclesiale che è ugualmente segno di Cristo nel mondo e comunione con Lui.

Laconi, 8 gennaio 2023

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Ho portato L’Isola di Patmos al funerale di Benedetto XVI tra nebbia e vecchi ricordi indelebili

HO PORTATO L’ISOLA DI PATMOS AI FUNERALI DI BENEDETTO XVI TRA NEBBIA E VECCHI RICORDI INDELEBILI

Non avrei mai immaginato che il pontificato di Benedetto XVI sarebbe stato liquidato con una Santa Messa esequiale della durata di un’ora e un’omelia di cinque minuti nel corso della quale non è stato detto niente. Cosa lamentata da molti preti presenti in piazza al termine della celebrazione. Ma d’altronde è oggi noto e risaputo: a noi preti chi ci ascolta?

— Attualità ecclesiale —

Autore
Simone Pifizzi

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Nel 2005, al funerale di Giovanni Paolo II tirava un forte vento che alla fine della celebrazione chiuse il Libro del Santo Vangelo deposto aperto sopra la bara. A quello di Benedetto XVI, celebrato questa mattina c’era una nebbia che impediva di vedere la cupola di San Pietro, mentre in altre zone della Capitale c’era il sole. Al prossimo funerale, quando sarà, quale altro segno ci sarà riservato, anche se oggi pare si sia perduta la capacità di leggere i segni?

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Bene ha fatto Padre Ariel a “riesumare” dall’archivio della nostra Isola di Patmos un vecchio articolo del 2017 in cui parlava con anni di anticipo del funerale di Benedetto XVI [vedere articolo QUI], preceduto da un commento molto profondo e lucido del nostro Padre Ivano [vedere articolo QUI].

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Conobbi nel 1993 colui che nel 2005 diverrà il 265° successore del Beato Apostolo Pietro, il Cardinale Joseph Ratzinger, all’epoca Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Fu invitato a Firenze dall’allora Arcivescovo, il Cardinale Silvano Piovanelli, che lo fece alloggiare in seminario, come si era soliti fare. A me e a un altro confratello il rettore del seminario chiese di occuparci di lui e di servirlo per tutte le sue necessità. Lascio immaginare il nostro timore e tremore, trovandoci dinanzi al Prefetto di quel dicastero, tanto più un teologo come lui. Con nostro stupore incontrammo e ci potemmo intrattenere con una persona molto amabile e gradevole.

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Quando gli dicemmo che eravamo a sua completa disposizione, in modo sornione e simpatico rispose: «Ma se voi non dovevate stare vicino a me, che cosa avreste fatto? Che cosa fate di solito in questi momenti e in queste fasce di orario?». Rispondemmo che in quei momenti eravamo dediti allo studio. Ci rispose: «Allora sarà bene che studiate e che vi prepariate nel migliore dei modi al vostro ministero, anziché stare dietro a me».

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Mostrò molta cura per noi in quei giorni, soprattutto quando celebrò la Santa Messa nella cappella del seminario, manifestando nella sua sobrietà una sacrale profondità liturgica, donandoci delle omelie che furono delle profonde catechesi.

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Altro ricordo fu quando nel 2006 portai i giovani in udienza durante il suo primo anno di pontificato. I ragazzi avevano sempre vivo il ricordo del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, sotto il pontificato del quale erano nati e cresciuti. Una personalità istrionica e avvolgente, dinanzi alla quale Benedetto XVI appariva inizialmente un timido introverso. Per non parlare dell’accanimento scatenato su di lui dai mezzi di comunicazione di massa. Così, colti i loro dubbi e perplessità, rivolsi questo invito: «Fate un minimo sforzo: ascoltate quel che dirà nel corso dell’udienza, poi ne riparleremo». E come suo stile Benedetto XVI riuscì a parlare di temi molto profondi con una semplicità straordinaria, rapendo da subito la loro attenzione e conquistandone l’interesse. Ritornai a Firenze con dei giovani entusiasti per avere partecipato a quell’udienza, che svilupparono da quel giorno a seguire grande affetto e un profondo legame verso la figura di Benedetto XVI.

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Diversi di quei giovani, nei giorni a seguire, mi confidarono che su Benedetto XVI erano stati costruiti degli stereotipi non veri e soprattutto ingenerosi. Come dimenticare il titolo a tutta pagina di un quotidiano che il giorno dopo la sua elezione titolò: Il pastore tedesco?

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Portai nuovamente in udienza i giovani anni dopo, durante il suo ultimo anno di pontificato, poco prima dell’atto di rinuncia all’esercizio del ministero petrino. Anche quella fu una giornata di intense emozioni che li colpì molto. Gli stessi che abbiamo visto in grande numero sfilare dinanzi al feretro di Benedetto XVI esposto ai fedeli nella Papale Arcibasilica di San Pietro, dove sono state calcolate 200.000 persone affluite in tre giorni. Il tutto a conferma di quella verità taciuta per anni dalla stampa nazionale e internazionale che da subito gli ha dichiarato guerra sin dalla sua elezione: Benedetto XVI è stato molto amato dai giovani. Se infatti stiamo assistendo da un decennio a un calo vertiginoso e drammatico delle vocazioni alla vita sacerdotale, nei primi anni di pontificato di Benedetto XVI le vocazioni erano in aumento. E questo non lo dico certo io, ma i numeri, la storia. Soprattutto lo dicono i nostri seminari sempre più vuoti. Anche perché, se il modello di prete oggi proposto è quello dell’attivista, tanto vale iscriversi alla facoltà di sociologia a fare poi l’assistente sociale. E vogliamo parlare degli abbandoni del sacerdozio? Era dagli anni Settanta che non si registravano numeri così elevati di richieste di dispensa dall’esercizio del sacro ministero sacerdotale, molte delle quali avanzate da sacerdoti in crisi profonda, con venti o trent’anni di ministero sulle spalle. Tema questo sul quale alcuni vescovi-sociali dovrebbero chiedere lumi a Padre Ariel, che da 12 anni si dedica alla cura e all’assistenza di sacerdoti in difficoltà.

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L’ultimo ricordo che conservo risale all’11 febbraio del 2017, quando andai con il Cardinale Ernest Simoni in visita privata al monastero Mater Ecclesiae. Il Santo Padre volle incontrarci e intrattenersi con noi prima della Santa Messa, mostrando per tutti lo stesso affetto: per un anziano ed eroico Cardinale come Ernst Simoni, che aveva trascorso 27 anni della sua vita nelle carceri comuniste dell’Albania, ed allo stesso modo per me, che pure non ho vissuto con eroismo certe forme di martirio bianco.

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La cosa che mi colpì e mi commosse, fu che Benedetto XVI riconobbe in questo prete, ormai avanti negli anni di ministero sacerdotale, il seminarista incontrato da Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede nel Seminario Arcivescovile di Firenze. Di quella visita si ricordava veramente tutto.

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Dopo questo incontro privato concelebrammo l’Eucaristia da lui presieduta nella Cappella del Monastero Mater Ecclesiae. Di quella Santa Messa ho già reso testimonianza su queste nostre colonne lo scorso anno [vedere articolo QUI], precisando che nel canone Benedetto XVI pronunciò la frase: «… una cum famulo tuo Papa nostro Francisco». Testimonianza che non è però servita agli ideatori di codici criptici, anfibologie e, soprattutto, a chi purtroppo segue certi squinternati che hanno data vita al mondo dell’irreale [vedere precedenti articoli QUI, QUI].

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Dopo la Santa Messa ci fu un incontro fraterno molto prolungato, nel corso del quale gli offrimmo alcuni doni della Chiesa di Firenze. Prima del termine di quell’incontro il Santo Padre mi regalò il suo zucchetto, che chiaramente io conservo come una preziosa memoria di questo Pontefice, che nonostante certi suoi limiti umani e di governo, considero un grande pontefice per il suo magistero, per le sue catechesi e per la sua indimenticabile omiletica. 

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Questa mattina ho partecipato alle esequie funebri in una Piazza San Pietro gremita di gente come non si vedeva da molti anni. Piazza che potremmo rischiare ― se Padre Ariel ci avesse azzeccato anche questa volta ― di non rivedere più così. Erano presenti circa centomila persone e quasi 4.000 sacerdoti concelebranti. Ciò che più mi ha colpito è stata la presenza di tanti giovani, come documentano le immagini.

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Non posso omettere una nota finale, triste ma veritiera, sulla quale non intendo però soffermarmi: non avrei mai immaginato che il pontificato di Benedetto XVI sarebbe stato liquidato con una Santa Messa esequiale della durata di un’ora e una omelia di cinque minuti nel corso della quale non è stato detto niente. Cosa lamentata da molti preti presenti in piazza al termine della celebrazione. Ma d’altronde è noto e risaputo: a noi preti chi ci ascolta? Quando si è impegnati ad ascoltare tutto, specie ciò che non è cattolico, si può essere privi del tempo necessario per ascoltare gli operai che lavorano nella vigna del Signore.

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In certe occasioni bisogna stendere però un velo pietoso, o forse persino una trapunta di lana pesante con il suono della pietra tombale che cala.

Roma, 5 gennaio 2023

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RICORDI

11 febbraio 2017: il Santo Padre Benedetto XVI con il Cardinale Ernest Simoni e il presbitero fiorentino Simone Pifizzi

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