Avviso urgente: il 7 settembre L’Isola di Patmos potrebbe chiudere
/0 Commenti/in Attualità/da Padre ArielAVVISO URGENTE: IL 7 SETTEMBRE L’ISOLA DI PATMOS POTREBBE CHIUDERE
Ora che Vittorio Messori non è più tra di noi ci è caro ricordarlo post mortem e rivelare che fu un nostro estimatore e prezioso sostenitore.
— Attualità ecclesiale —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Cari Lettori,
mi rivolgo a voi nella mia qualità di direttore responsabile di questa rivista a nome di tutti i confratelli redattori grazie ai quali L’Isola di Patmos esiste e opera da dodici anni.

Solo una volta all’anno, quando si avvicina la scadenza per i pagamenti dei servizi di cui usufruiamo, chiediamo l’aiuto dei Lettori. Non siamo abituati a chiedere con assiduità e meno che mai con insistenza: nella home page e in fondo agli articoli ci sono i collegamenti al nostro conto bancario e al conto PayPal, con invito, a chi lo desidera, a sostenere la nostra opera.
Tra server dedicato, abbonamenti ai servizi grafici, programmi editoriali e vari servizi interni al sito, dobbiamo affrontare una spesa annuale di 8.000 euro. Non beneficiamo di alcuna sovvenzione o contributo: solo delle offerte di chi ci legge. Chi scrive per L’Isola di Patmos lo fa gratuitamente, perché questa nostra è anzitutto una missione pastorale attraverso lo strumento di Internet. Però non possiamo — come accaduto più volte — pagare di tasca nostra anche le spese per offrire un servizio a un numero così elevato di lettori, non è giusto né sostenibile. Ci siamo così consultati tra di noi decidendo che se entro il 7 settembre, data in cui dobbiamo pagare le spese di rinnovo per l’anno 2027, non avremo raccolto il necessario, chiuderemo questa felice esperienza ultradecennale.
Ora che Vittorio Messori non è più tra di noi ci è caro ricordarlo post mortem e rivelare che fu nostro estimatore e prezioso sostenitore: in due occasioni simili a quella attuale, nel 2019 e nel 2021, trovandoci a rischio di chiusura, provvide a versarci l’intero importo mancante per i pagamenti; e tutti gli anni ci inviava un generoso contributo.

Per noi, la sua stima e l’esortazione a proseguire in quest’opera pubblicista ed editoriale, alla quale egli credeva, era più preziosa di qualsiasi somma di danaro, pur essendo quest’ultimo utile e necessario.
Se i nostri fratelli cristiani dei primi secoli morivano nel Colosseo di Roma durante i giochi all’insegna del pane e circo garantito dagli imperatori per tener buona la plebe, oggi tutto si è radicalmente trasformato e sono proprio certi cattolici, purtroppo sempre più numerosi, a mostrare crescente disinteresse per la sana dottrina e per un autentico cammino di crescita nella fede, ricercando avidamente sensazionalismi, madonne parlanti, profezie da luna park e segreti tremebondi in procinto di essere svelati.

Nulla di nuovo sotto il sole: il Beato Apostolo ci aveva già avvisati duemila anni fa nella Seconda epistola indirizzata al suo discepolo Timoteo:
«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (II Tm 4, 3-4).
In questi dodici anni riteniamo di avere fatto il nostro dovere di presbiteri e teologi, ricordando soprattutto i fondamenti di tutte quelle scomode verità di fede che la gente — devoti fedeli inclusi — in modo sempre più crescente non vuole sentirsi dire, rifiutandoci di compiacere vizi e vezzi del mondo pur di ottenere la pecunia degli assetati di pruriti e gossip in salsa clericale. Se questa nostra opera si concluderà realmente, potremo almeno dire in serena coscienza assieme all’Apostolo:
«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (II Tm 4,7).
Veniamo infine al pratico: la nostra disponibilità economica, come potete vedere dagli estratti conto della Banca e di Paypal qui allegati, è pari a 2.135 euro, un importo inferiore di 6.000 euro rispetto a quello complessivo necessario alle spese.

Infine il paradosso: considerando che luglio è tradizionalmente un mese morto per il web L’Isola di Patmos ha registrato circa 270.000 visitatori diversi, oltre 308.000 visite, circa 1.200.000 pagine visualizzate per un totale di oltre 2.000.000 di accessi.

Di questo elevato numero di persone solo una parte molto esigua lascia un’offerta a sostegno della nostra attività pastorale, mentre basterebbe che l’1% dei nostri lettori offrisse appena 3 euro — l’equivalente del costo di un cappuccino e un cornetto in un bar di periferia — e avremmo già coperto interamente le spese annuali necessarie.
Senza il sostegno dei Lettori L’Isola di Patmos non può sopravvivere ed esistere, il nostro dovere noi lo abbiamo fatto, adesso, il resto della scelta è demandata tutta a voi.
Cogliamo l’occasione per ringraziare profondamente tutti coloro che nel corso di questi anni ci hanno offerto aiuto.
Dall’Isola di Patmos, 26 agosto 2026
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AIUTATECI A NON CHIUDERE
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Domenico Beneventi, un vescovo preso di mira due volte: quando l’accanimento firmato «redazione» si spaccia per giornalismo indipendente internazionale
/0 Commenti/in Attualità/da Padre ArielDOMENICO BENEVENTI, UN VESCOVO PRESO DI MIRA DUE VOLTE: QUANDO L’ACCANIMENTO FIRMATO «REDAZIONE» SI SPACCIA PER GIORNALISMO INDIPENDENTE INTERNAZIONALE
Quando la stessa accusa, con le stesse parole, torna identica a distanza di quattro mesi — la prima volta per annunciare una visita papale, la seconda per raccontarla — non è più cronaca. È un dossier scritto in anticipo, presumibilmente su commissione, tenuto pronto e riaperto al momento propizio.
— Attualità ecclesiale —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Il 22 agosto il Sommo Pontefice Leone XIV è stato in visita apostolica a San Marino, invitato dalla Reggenza della Serenissima Repubblica nell’anno del centenario delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede.

Chiunque legga la cronaca di quella giornata su Silere non possum, si accorge in fretta che l’evento è solo un pretesto. Il vero oggetto dell’articolo è un altro: un attacco al Vescovo di San Marino-Montefeltro, S.E. Mons. Domenico Beneventi, messo alla gogna per la seconda volta nel giro di pochi mesi.
IL COPIONE SI RIPETE, IDENTICO
Il 28 maggio scorso, all’annuncio della visita papale, Silere non possum pubblicava un pezzo dal titolo eloquente: Leone XIV a San Marino, la visita storica che mette a nudo il caso Beneventi. Vi si leggeva che il vescovo «si rivolge sempre con toni di sfida tipici degli adolescenti», che ha «contribuito a creare un clima pesante», che una «collaboratrice della diocesi» confida come sia «riuscito in questi anni a mettere l’uno contro l’altro, in ogni ufficio pastorale, in ogni realtà».
Ieri, a visita avvenuta, lo stesso blog torna sull’argomento in un pezzo dal titolo pastoralmente ineccepibile: Comunione per una diocesi ferita. Salvo poi scrivere:
«Il vescovo non può essere un adolescente che gioca a mettere un prete contro l’altro, riferisce a Caio ciò che ha sentito dire a Tizio per alimentare discordia e addirittura insulta il suo predecessore. Sull’italiano, poi, stendiamo un velo pietoso».
Le stesse identiche immagini, lo stesso registro, la stessa battuta sulla pronuncia italiana già lanciata a maggio, pochi giorni dopo la sua nomina a presidente della Commissione per la Cultura e le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana (cfr. qui), il Vescovo veniva sbeffeggiato perché «sostituisce la “t” con la “d” »; ieri, con analogo dileggio: «un italiano ancora tutto da limare» seguito dal «velo pietoso» da stendere sopra. Non è cronaca di un fatto che accade sotto gli occhi del cronista: è un canovaccio già scritto, tenuto in un cassetto, tirato fuori ogni volta che l’attualità offre un aggancio. La visita del Santo Padre, in questo caso, è servita solo da grancassa per l’ennesimo attacco insultante.
UN ATTACCO ALLA PERSONA, NON UN’INCHIESTA SUI FATTI
C’è una differenza tra criticare l’operato di governo di un vescovo e deriderne la pronuncia. La prima è critica giornalistica, legittima anche quando severa, purché esercitata entro i limiti del rispetto dovuto alla persona, all’ufficio che ricopre e alla sua dignità sacerdotale di successore degli Apostoli. La seconda è scherno personale. Prendersela con la “t” che diventa “d” non serve a informare il lettore su nulla che riguardi la Diocesi di San Marino-Montefeltro: serve solo a irridere un uomo davanti ai suoi fedeli. Chi scrive certe righe non sta facendo informazione ecclesiale, sta facendo bullismo con la tastiera e lo firma «Redazione» perché nessuno se ne assuma la responsabilità in prima persona. E quando la stessa accusa, con le stesse parole, torna identica a distanza di quattro mesi — la prima volta per annunciare una visita papale, la seconda per raccontarla — non è più cronaca. È un dossier scritto in anticipo, presumibilmente su commissione, tenuto pronto e riaperto al momento propizio.
LE FONTI: SEMPRE ANONIME, MAI UNA ECCEZIONE
In entrambi i pezzi, la sostanza dell’accusa non poggia su un solo fatto verificabile, si regge su «una collaboratrice della diocesi» che «confida», su «i sacerdoti» che «parlano», su un generico «sono numerosi gli eventi» senza che uno solo venga circostanziato con nome, data, contesto verificabile. È la struttura tipica della delazione, non dell’inchiesta: un’accusa che non si può controllare, difendere, né smentire nel merito, perché non ha forma. Chi accusa resta invisibile; solo l’accusato ha un nome, un volto e una diocesi da guidare il giorno dopo essere stato pubblicamente insultato da soggetti anonimi.
UN BLOG CHE SI VESTE DA GIORNALE, MA NON NE PAGA IL PREZZO
Silere non possum si presenta come «quotidiano internazionale indipendente» (cfr. qui). Parole impegnative, che in Italia comportano un direttore responsabile con nome e cognome, iscritto all’Ordine, penalmente responsabile di ciò che pubblica. Su questo sito, quel nome non si trova in nessuna pagina. L’editore che compare nei riferimenti societari è Clarionfold Press OÜ, una società con sede a Tallinn, in Estonia (cfr. qui).
Non è una questione di dettaglio burocratico, è il cuore del problema: un giornale vero, quando scrive che un vescovo «insulta il suo predecessore» o «mette in giro discordia», lo fa sapendo che qualcuno, con nome e cognome, ne risponde all’occorrenza davanti a un ordine professionale, davanti a un giudice, davanti al lettore che vuole sapere chi gli sta parlando. Su Silere non possum quella responsabilità semplicemente non c’è. Si scrive da «Redazione» e si pubblica attraverso una società estera, senza che un solo essere umano metta la faccia su quanto viene stampato. L’atteggiamento assunto scimmiotta la grande stampa indipendente, ma la struttura è quella di chi ha organizzato le cose in modo da non doverne rispondere a nessuno.
IL PARADOSSO DI CHI ACCUSA GLI ALTRI DEL PROPRIO STESSO VIZIO
C’è, in questi articoli, un’ipocrisia che vale la pena mettere a fuoco. Nel pezzo di ieri si legge un severo — e in astratto condivisibile — giudizio sul «certo episcopato» che sarebbe «forte con i deboli e debole con i forti». Ebbene: è esattamente il meccanismo che Silere non possum applica qui, contro un vescovo che risponde sempre con nome, volto e ruolo, mai messo nella condizione di replicare a un accusatore che ha scelto di non avere né l’uno né l’altro, viene colpito ripetutamente da un’accusa che non deve mai qualificarsi, mai firmarsi, mai rispondere di un contraddittorio. Forte con chi non può reagire e con la firma «Redazione» con chi dovrebbe rispondere di persona: è precisamente lo schema che a parole si dice di condannare.
DIFENDERE IL METODO, NON L’UOMO
Non è compito di questa rivista stabilire se il Presule feretrano sia, nella gestione della sua diocesi, all’altezza del compito affidatogli, è un giudizio che spetta alla Santa Sede, ai suoi sacerdoti chiamati ad agire con lui a viso aperto in spirito di fedeltà, ai suoi fedeli vincolati al massimo rispetto nei riguardi del proprio Pastore, non certo a un blog che si firma con un sostantivo collettivo. Per quanto riguarda poi l’essere all’altezza, se chi dirige Silere non possum conoscesse, con gli anonimi che vi scrivono, i fondamenti della dottrina cattolica, dovrebbe sapere che nessuno di noi, dal Sommo Pontefice all’ultimo dei presbiteri ordinati nella Chiesa Cattolica ieri mattina, può essere e sentirsi degno o all’altezza dell’ufficio che ricopre per sacramento di grazia. Ciò che invece è dovere deontologico di chiunque eserciti con serietà il giornalismo cattolico è dire con chiarezza che la persecuzione ripetuta con lo stesso canovaccio, la fonte mai verificabile, la battuta sulla pronuncia, l’assenza totale di chi ne risponde e tutto il resto a seguire non è informazione, è un’aggressione ripetuta contro S.E. Mons. Domenico Beneventi, condotta da chi si è organizzato apposta per non doverne mai rispondere.
Dall’Isola di Patmos, 24 agosto 2026
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La cremazione del corpo? Può essere un’ottima scelta cattolica
/in Attualità/da Padre Ariel
LA CREMAZIONE DEL CORPO? PUÒ ESSERE UN’OTTIMA SCELTA CATTOLICA
Se ci sono teologi pronti a credere e a insegnare che i corpi usciranno dalle tombe per riprendere le proprie sembianze fisiche, confondendo il mistero della fede sulla risurrezione con la lunga produzione di film horror sugli zombies, allora tanto vale che si rassegnino: quella descrizione, con tanto di corpi ricomposti in carne e ossa, la troveranno assai meglio illustrata nel Paradiso coranico, comprensivo anche di settanta vergini, tanto per non farsi mancare niente di materiale, sia in libagioni che altro ancora.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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La Chiesa Cattolica permette la cremazione dal 1963, da quando il Sant’Uffizio, con l’istruzione Piam et constantem del 5 luglio di quell’anno, stabilì che non è «di per sé contraria alla religione cristiana» e che ai fedeli che l’avessero scelta non fossero più negati i sacramenti e le esequie, a condizione che tale scelta non fosse motivata «come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa».

Da allora la disciplina è passata nel Codice di Diritto Canonico del 1983 (can. 1176 §3) e in quello delle Chiese Orientali del 1990. È una distinzione che va tenuta ferma fin dall’inizio: un conto è la liceità della pratica, un altro è la preferenza per l’inumazione. La Chiesa vieta invece in modo assoluto la dispersione delle ceneri e la loro conservazione in casa, come vedremo.
Un inciso storico: merita ricordare che la cremazione era stata condannata dalla Chiesa con decreto del Sant’Uffizio del 12 maggio 1886, negli anni in cui la sua pratica era stata assunta dalla Massoneria come bandiera ideologica in funzione anticlericale, per negare pubblicamente le verità di fede sulla vita eterna e, soprattutto, sulla risurrezione dei morti.
La teologia non ha nulla da temere dalla cremazione in sé. Il fuoco non tocca l’anima e non limita in alcun modo l’onnipotenza divina nel risuscitare i corpi: Dio che ha tratto l’uomo dalla polvere può richiamarlo dalla cenere così come dalla terra. O forse non si pronuncia, proprio nella liturgia delle Ceneri con cui prende avvio la Quaresima: «polvere tu sei e in polvere ritornerai» (Gen 3,19)? La cremazione può essere scelta per ragioni igieniche, economiche, ecologiche o anche etiche, ed è una scelta del tutto legittima per un fedele cattolico.
Non possiamo poi dimenticare la carenza di spazi nei cimiteri delle grandi città. Inoltre va considerato che, al contrario di Nazioni abitate da poche decine di milioni di persone distribuite su territori sconfinati, al mondo ve ne sono altre nelle quali la densità di popolazione è invece molto alta: in quei casi, la cremazione, più che auspicabile andrebbe raccomandata. Sorvoliamo poi sugli ecomostri di vari cimiteri nei quali, per mancanza di spazio sui terreni, si è puntato in altezza costruendo orribili palazzi di cinque piani per contenere i loculi al loro interno. Nella gran parte dei cimiteri italiani non ci sono più luoghi di sepoltura a terra, dove sarebbe naturale deporre il corpo mediante l’antico gesto della sua restituzione alla terra stessa. Non abbiamo gli spazi di cui dispongono altre popolazioni, per esempio negli Stati Uniti d’America, in Australia e altri luoghi nei quali i cimiteri sono dei grandi parchi verdi, i cosiddetti Rural Cemetery Movement (cimitero giardino), chiamati oggi più comunemente Lawn Cemetery o Memorial Park (parco memoriale).
Questi luoghi estesi su ampi prati verdi alberati, non sembrano neppure luoghi di sepoltura, perlomeno per noi italiani ed europei di ceppo latino, abituati a tombe che variano dalle antiche cappelle funerarie monumentali di pregevole interesse artistico a loculi e tombe di raro cattivo gusto. Nei “cimiteri giardino”, per mantenere l’aspetto di un prato uniforme, le lapidi sono spesso piatte e collocate a livello del terreno. Non ci sono muretti, recinzioni individuali o tombe di famiglia monumentali che interrompono la vista: alberi, sentieri e laghetti integrano il cimitero nel paesaggio naturale, trasformandolo in un luogo di pace anche per i visitatori, dov’è possibile portare a giocare i bambini o gli animali a passeggio. Come però dicevamo, da gran parte dei cimiteri le sepolture a terra sono ormai sparite e la nostra densità di popolazione non ci consente luoghi come i Lawn Cemetery o Memorial Park. In certi casi, è meglio la cremazione o la tumulazione al quinto piano di un condominio cimiteriale? Grazie a Dio è concessa la libera scelta, anche da Santa Madre Chiesa.
Non è dunque un caso che il Magistero recente abbia sentito il bisogno di intervenire proprio su questo terreno, per accompagnare pastoralmente scelte sempre più diffuse senza lasciarle prive di una cornice di senso. Tenendo conto di queste nuove necessità e delle relative problematiche, l’istruzione Ad resurgendum cum Christo emanata il 15 agosto 2016 dal Dicastero per la Dottrina della Fede, ha aggiornato Piam et constantem precisando le norme sulla conservazione delle ceneri. Il documento è netto: le ceneri devono ricevere la stessa cura e lo stesso rispetto riservati al corpo, e vanno conservate in un luogo sacro: il cimitero, o una chiesa, o un’area a ciò dedicata dall’autorità ecclesiastica competente (n. 5). La contrarietà della Chiesa, dunque, non è verso la cremazione in sé e per sé, semmai verso ciò che con essa si potrebbe voler manifestare o apertamente negare.
La tradizione cristiana ha sempre prediletto l’inumazione per tre ragioni che Ad resurgendum cum Christo riassume con precisione. Anzitutto perché richiama il corpo di Cristo deposto nel sepolcro ed esprime con maggiore forza simbolica l’attesa della risurrezione della carne (cfr. n. 3). Poi perché il corpo umano, mediante il Battesimo, è diventato tempio dello Spirito Santo e la teologia spinge a trattarlo con la massima vicinanza fisica possibile, anche nel gesto di affidarlo alla terra. Infine perché la sepoltura custodisce la comunione tra i vivi e i morti, favorendo il ricordo e la preghiera. È per questo — non per un sospetto verso il fuoco in sé — che la Chiesa vieta la dispersione delle ceneri in natura, la loro conversione in gioielli e oggetti commemorativi e la loro conservazione in casa, questo al fine di evitare derive panteiste, naturaliste o nichiliste, oltre alla mercificazione del ricordo del defunto (cfr. n. 7). Solo in circostanze gravi ed eccezionali, legate a condizioni culturali locali, l’Ordinario può concedere la conservazione domestica, mai divisa, però, tra i diversi nuclei familiari (cfr. n. 6).
Un breve excursus storico aiuta a mettere le cose in prospettiva. Nella Roma arcaica prevaleva l’inumazione. Dalla tarda Repubblica la cremazione prese il sopravvento: fu Silla, nel 79 a.C., il primo membro della gens Cornelia — tradizionalmente fedele alla sepoltura in terra — a farsi cremare, forse per timore che il suo cadavere venisse oltraggiato dai nemici. Da lì la cremazione rimase il rito dominante per tutta la tarda Repubblica e per il primo e il secondo secolo dell’Impero: il corpo veniva bruciato su una pira insieme a oggetti personali e offerte e i resti raccolti in un’urna cineraria custodita in tombe o colombari, come quello ancora visibile di Pomponio Hylas sulla via Appia.
Fu con Adriano (117-138 d.C.) che l’inumazione tornò gradualmente di moda — l’imperatore stesso fu forse il primo a farsi inumare anziché cremare — con la costruzione di sarcofagi scolpiti sempre più diffusa nel II secolo e generalizzata nel III, anche nelle province. Su questa svolta pesarono più fattori — mutamenti nel gusto, nell’urbanizzazione e soprattutto nelle idee sull’aldilà — ma vi contribuì senza dubbio anche la crescente diffusione del Cristianesimo, che considerava la cremazione irrispettosa verso un corpo destinato alla risurrezione.
Le ragioni profonde di questa inversione di tendenza restano peraltro dibattute tra gli storici. Già negli anni Trenta del Novecento Arthur Darby Nock1 osservava come il passaggio all’inumazione seguisse, almeno inizialmente, una moda sociale diffusasi dall’alto verso il basso più che un preciso ripensamento dottrinale sull’aldilà; una lettura ripresa e ampliata da Jocelyn M. C. Toynbee2. Resta il fatto, comunque lo si spieghi, che proprio in quei decenni i cristiani scavavano le prime catacombe romane riservando ai propri morti l’inumazione fin dal principio, per consapevole e voluta distanza dall’uso allora ancora dominante della cremazione nella società romana.
È qui che vale la pena fermarsi su un punto più ampio, che vale per questo come per altri casi: fin dalla prima epoca cristiana si cercò di tracciare nette distinzioni rispetto a quelle che erano ritenute usanze pagane. Eppure, in altre circostanze, numerosi elementi e simboli della paganitas romana sono stati presi, svuotati del loro significato originario e riempiti di simbologia cristiana, questo tanto in ambito liturgico — si pensi all’adozione della stola come simbolo per eccellenza del sacerdozio ministeriale, o altri elementi divenuti parati liturgici —, per seguire in ambito amministrativo con l’adozione di termini e strutture organizzative come le curie e le diocesi, mutuati in larga parte dal diritto romano. La storia della Chiesa non è mai stata un rifiuto in blocco del mondo che la circondava, ma un esercizio di buonsenso in cui si è valutato, caso per caso, ciò che andava rigettato e ciò che poteva essere purificato e assunto.
Alcuni teologi che demonizzano la cremazione ricollegandola direttamente al mistero della risurrezione dei morti rischiano seriamente, per eccesso di zelo, di scivolare in una forma di paganesimo capovolto: un esoterismo del tutto involontario. I corpi che escono dalle tombe riassumendo le proprie sembianze sono immagini catechetiche, create per i semplici e per chi non sapeva neppure leggere, pensiamo ai cicli di affreschi che ancora oggi si trovano in tante chiese monumentali e cattedrali. Sono immagini pedagogiche, non descrizioni teologiche del come. Collegare la contrarietà alla cremazione a una lettura così letterale della risurrezione dei corpi denota — cosa grave, se a farlo sono dei teologi — una comprensione impropria del mistero.
San Paolo lo aveva già chiarito con precisione mirabile nella Lettera ai Filippesi:
«la nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,20-21).
È da questa teologia paolina che discende una delle formule più belle della liturgia dei defunti: nella Preghiera Eucaristica III, facendo memoria del fratello o della sorella defunti, la Chiesa prega che Dio, quando «farà sorgere i morti dalla terra», «trasformerà il nostro corpo mortale a immagine del suo corpo glorioso» (Messale Romano, Prex Eucharistica III, citando Fil 3,20-21).
Il cuore della dottrina sta proprio in queste due parole: trasformazione e conformazione. E qui va chiarito che non si tratta della ricomposizione meccanica delle particelle fisiche disperse di un cadavere, quasi che la potenza di Dio dipendesse dalla conservazione della materia originaria: sarebbe, quello sì, un pensiero magico. Si tratta piuttosto della continuità della persona, identità e storia comprese, portata da Dio a una condizione nuova intesa come “conforme” — σύμμορφος (symmorphos), la stessa parola usata dall’Apostolo Paolo in Romani 8,29 a proposito della predestinazione dei credenti — al corpo glorioso del Cristo risorto. È lo stesso mistero pasquale della morte, sepoltura e risurrezione che agisce nel credente attraverso il Battesimo e trova compimento nell’ultimo giorno, qualunque sia stata la sorte fisica delle sue spoglie mortali. O vogliamo forse temere che Dio possa avere difficoltà nel restituire un corpo alle anime dei defunti nel giorno della risurrezione dei morti?
In caso contrario, se ci sono teologi pronti a credere e a insegnare che i corpi usciranno dalle tombe per riprendere le proprie sembianze fisiche, confondendo il mistero della fede sulla risurrezione con la lunga produzione di film horror sugli zombies, allora tanto vale che si rassegnino: quella descrizione, con tanto di corpi ricomposti in carne e ossa, la troveranno assai meglio illustrata nel Paradiso coranico, comprensivo anche di settanta vergini, tanto per non farsi mancare niente di materiale, sia in libagioni che altro ancora.
Dall’Isola di Patmos, 22 agosto 2026
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NOTE
1 A.D. Nock, Cremation and Burial in the Roman Empire, «Harvard Theological Review» 25, 1932, pp. 32-59.
2 J.M.C. Toynbee, Death and Burial in the Roman World, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1996.
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CREMATION OF THE BODY? IT CAN BE AN EXCELLENT CATHOLIC CHOICE
Should there be theologians ready to believe and to teach that bodies will come out of their tombs to resume their physical likeness, confusing the mystery of faith concerning the resurrection with the long line of zombie horror films, then they might as well resign themselves: that description, complete with bodies reassembled in flesh and bone, they will find far better illustrated in the Qur’anic Paradise, seventy virgins included, so as not to lack for anything material, in feasting and more besides.
— Current Ecclesial Affairs —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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The Catholic Church has permitted cremation since 1963, when the Holy Office, with the instruction Piam et constantem of 5 July of that year, established that cremation is not “in itself contrary to the Christian religion” and that the faithful who chose it should no longer be denied the sacraments and funeral rites, provided that the choice was not motivated “as a denial of Christian dogmas, or out of a sectarian spirit, or out of hatred for the Catholic religion and the Church.”

Since then the discipline has passed into the 1983 Code of Canon Law (can. 1176 §3) and into that of the Eastern Churches of 1990. This is a distinction that must be firmly maintained from the outset: one thing is the licitness of the practice, another is the preference for burial. The Church, however, absolutely forbids the scattering of ashes and their preservation at home, as we shall see.
A historical aside: it is worth recalling that cremation had been condemned by the Church by decree of the Holy Office of 12 May 1886, in the years when the practice had been taken up by Freemasonry as an ideological banner in an anticlerical key, in order to publicly deny the truths of faith concerning eternal life and, above all, the resurrection of the dead.
Theology has nothing to fear from cremation in itself. Fire does not touch the soul, nor does it in any way limit divine omnipotence in raising bodies: the God who drew man from dust can call him back from ashes just as well as from earth. Or does Scripture not say, precisely in the liturgy of Ashes with which Lent begins: “for you are dust, and to dust you shall return” (Gen 3:19)? Cremation may be chosen for hygienic, economic, ecological, or even ethical reasons, and it is an entirely legitimate choice for a Catholic faithful. Nor can we forget the shortage of space in the cemeteries of large cities. It should also be considered that, unlike nations inhabited by a few tens of millions of people spread across vast territories, there are other places in the world where population density is instead very high: in those cases, cremation, far from being merely advisable, should actually be recommended. Let us pass over the architectural monstrosities of various cemeteries where, for lack of space on the ground, height has been exploited, building hideous five-storey blocks to house the niches inside them.
In most Italian cemeteries there are no longer any burial plots in the ground, where it would be natural to lay the body through the ancient gesture of restoring it to the earth itself. We do not have the space available to other peoples — for example in the United States, in Australia, and other places where cemeteries are vast green parks, the so-called Rural Cemetery Movement (garden cemetery), now more commonly called the Lawn Cemetery or Memorial Park. These places, spread over broad tree-lined lawns, hardly even look like burial grounds, at least to us Italians and Latin Europeans, accustomed to tombs ranging from ancient funerary chapels of considerable artistic value to niches and tombs of rare bad taste. In these “garden cemeteries,” to maintain the appearance of a uniform lawn, headstones are often flat and set at ground level. There are no low walls, individual enclosures, or monumental family tombs to interrupt the view: trees, paths, and small lakes integrate the cemetery into the natural landscape, turning it into a place of peace even for visitors, where it is possible to bring children to play or walk pets. As we were saying, however, ground burial has by now disappeared from most cemeteries, and our population density does not allow for places like the Lawn Cemetery or Memorial Park. In certain cases, is it better to be cremated, or entombed on the fifth floor of a cemetery apartment block? Thank God, free choice is granted, even by Holy Mother Church.
It is therefore no coincidence that the recent Magisterium has felt the need to intervene precisely on this terrain, in order to pastorally accompany increasingly widespread choices without leaving them devoid of a framework of meaning. Taking account of these new needs and their related problems, the instruction Ad resurgendum cum Christo, issued on 15 August 2016 by the Dicastery for the Doctrine of the Faith, updated Piam et constantem by specifying the norms for the preservation of ashes. The document is unambiguous: ashes must receive the same care and respect given to the body, and must be kept in a sacred place: the cemetery, or a church, or an area dedicated to this purpose by the competent ecclesiastical authority (n. 5). The Church’s opposition, then, is not to cremation in and of itself, but rather to what one might wish to express or openly deny through it.
Christian tradition has always favored burial for three reasons that Ad resurgendum cum Christo summarizes with precision. First, because it recalls the body of Christ laid in the tomb, and expresses with greater symbolic force the expectation of the resurrection of the flesh (cf. n. 3). Second, because the human body, through Baptism, has become a temple of the Holy Spirit, and theology urges that it be treated with the greatest possible physical closeness, even in the gesture of entrusting it to the earth. Finally, because burial safeguards communion between the living and the dead, fostering remembrance and prayer. It is for this reason — not out of any suspicion toward fire in itself — that the Church forbids the scattering of ashes in nature, their conversion into jewelry or commemorative objects, and their preservation at home, in order to avoid pantheistic, naturalistic, or nihilistic drifts, as well as the commodification of the memory of the deceased (cf. n. 7). Only in serious and exceptional circumstances, tied to local cultural conditions, may the Ordinary grant domestic preservation, though never divided, however, among different family units (cf. n. 6).
A brief historical excursus helps put things in perspective. In archaic Rome, burial prevailed. From the late Republic onward, cremation gained the upper hand: it was Sulla, in 79 BC, the first member of the gens Cornelia — traditionally faithful to burial in the earth — to be cremated, perhaps for fear that his corpse would be desecrated by his enemies. From then on cremation remained the dominant rite throughout the late Republic and the first two centuries of the Empire: the body was burned on a pyre together with personal belongings and offerings, and the remains gathered in a cinerary urn kept in tombs or columbaria, such as the one still visible belonging to Pomponius Hylas on the Appian Way.
It was under Hadrian (117–138 AD) that burial gradually came back into fashion — the emperor himself was perhaps the first to be buried rather than cremated — with the construction of carved sarcophagi becoming increasingly widespread in the second century and generalized in the third, even in the provinces. Several factors weighed on this shift — changes in taste, in urbanization, and above all in ideas about the afterlife — but the growing spread of Christianity, which considered cremation disrespectful toward a body destined for resurrection, undoubtedly contributed to it as well.
The deeper reasons for this reversal of trend remain, moreover, debated among historians. Already in the 1930s, Arthur Darby Nock1 observed how the shift to burial followed, at least initially, a social fashion that spread from the top down rather than a precise doctrinal rethinking of the afterlife; a reading later taken up and expanded by Jocelyn M. C. Toynbee2. What remains true, however one explains it, is that in precisely those decades Christians were digging the first Roman catacombs, reserving burial for their own dead from the very outset, in conscious and deliberate distance from the then still dominant use of cremation in Roman society.
This is where it is worth pausing on a broader point, one that holds true here as in other cases: from the earliest Christian era, an effort was made to draw clear distinctions from what were considered pagan customs. And yet, on other occasions, numerous elements and symbols of Roman paganitas were taken up, emptied of their original meaning, and filled with Christian symbolism — this occurred both in the liturgical sphere, as with the adoption of the stole as the preeminent symbol of ministerial priesthood, or other elements that became liturgical vestments, and in the administrative sphere, with the adoption of terms and organizational structures such as curiae and dioceses, largely borrowed from Roman law. The history of the Church has never been a wholesale rejection of the world that surrounded it, but an exercise of good sense in which, case by case, what had to be rejected and what could be purified and assumed was weighed.
Some theologians who demonize cremation by directly linking it to the mystery of the resurrection of the dead risk seriously, out of excessive zeal, sliding into a form of inverted paganism: an entirely involuntary esotericism. Bodies emerging from tombs and resuming their former appearance are catechetical images, created for the simple and for those who could not even read — one need only think of the cycles of frescoes still found today in many monumental churches and cathedrals. These are pedagogical images, not theological descriptions of the how. Linking opposition to cremation to so literal a reading of the resurrection of the body betrays — a serious matter, when it is theologians who do so — an improper understanding of the mystery.
Saint Paul had already clarified this with admirable precision in the Letter to the Philippians:
“But our citizenship is in heaven, and from it we also await a savior, the Lord Jesus Christ. He will change our lowly body to conform with his glorified body by the power that enables him also to bring all things into subjection to himself” (Phil 3:20-21).
It is from this Pauline theology that one of the most beautiful formulas of the liturgy for the dead descends: in Eucharistic Prayer III, making memory of a departed brother or sister, the Church prays that God, “when from the earth he will raise up in the flesh those who have died,” will “transform our lowly body after the pattern of his own glorious body” (Roman Missal, Eucharistic Prayer III, citing Phil 3:20-21).
The heart of the doctrine lies precisely in these two words: transformation and conformation. And here it must be clarified that this is not a matter of the mechanical reassembly of the scattered physical particles of a corpse, as though the power of God depended on the preservation of the original matter: that, indeed, would be magical thinking. It is rather a matter of the continuity of the person — identity and history included — brought by God to a new condition understood as “conformed” — σύμμορφος (symmorphos), the very word used by the Apostle Paul in Romans 8:29 regarding the predestination of believers — to the glorious body of the risen Christ. It is the same paschal mystery of death, burial, and resurrection that works in the believer through Baptism and finds fulfillment on the last day, whatever the physical fate of his mortal remains may have been. Or shall we perhaps fear that God might have difficulty in restoring a body to the souls of the departed on the day of the resurrection of the dead?
If not, should there be theologians ready to believe and to teach that bodies will come out of their tombs to resume their physical likeness, confusing the mystery of faith concerning the resurrection with the long line of zombie horror films, then they might as well resign themselves: that description, complete with bodies reassembled in flesh and bone, they will find far better illustrated in the Qur’anic Paradise, seventy virgins included, so as not to lack for anything material, in feasting and more besides.
From L’Isola di Patmos, 22 August 2026
NOTES
1 A.D. Nock, Cremation and Burial in the Roman Empire, “Harvard Theological Review” 25, 1932, pp. 32-59.
2 J.M.C. Toynbee, Death and Burial in the Roman World, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1996.
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¿LA CREMACIÓN DEL CUERPO? PUEDE SER UNA EXCELENTE OPCIÓN CATÓLICA
si hay teólogos dispuestos a creer y a enseñar que los cuerpos saldrán de las tumbas para recuperar su apariencia física, confundiendo el misterio de la fe sobre la resurrección con la larga producción de películas de terror sobre zombis, entonces más vale que se resignen: esa descripción, con cuerpos recompuestos en carne y hueso incluidos, la encontrarán mucho mejor ilustrada en el Paraíso coránico, setenta vírgenes incluidas, para que no les falte nada material, tanto en banquetes como en lo demás.
— Actualidad eclesial —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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La Iglesia Católica permite la cremación desde 1963, cuando el Santo Oficio, con la instrucción Piam et constantem del 5 de julio de aquel año, estableció que la cremación no es «en sí misma contraria a la religión cristiana» y que a los fieles que la hubieran elegido no se les negaran ya los sacramentos y las exequias, a condición de que tal elección no estuviera motivada «como negación de los dogmas cristianos, o con ánimo sectario, o por odio contra la religión católica y la Iglesia».

Desde entonces la disciplina ha pasado al Código de Derecho Canónico de 1983 (can. 1176 §3) y al de las Iglesias Orientales de 1990. Es una distinción que hay que mantener firme desde el principio: una cosa es la licitud de la práctica, otra es la preferencia por la inhumación. La Iglesia prohíbe en cambio de modo absoluto la dispersión de las cenizas y su conservación en casa, como veremos.
Un inciso histórico: conviene recordar que la cremación había sido condenada por la Iglesia mediante decreto del Santo Oficio del 12 de mayo de 1886, en los años en que su práctica había sido asumida por la Masonería como bandera ideológica de carácter anticlerical, para negar públicamente las verdades de fe sobre la vida eterna y, sobre todo, sobre la resurrección de los muertos.
La teología no tiene nada que temer de la cremación en sí. El fuego no toca el alma y no limita en modo alguno la omnipotencia divina para resucitar los cuerpos: Dios, que sacó al hombre del polvo, puede llamarlo de vuelta desde las cenizas igual que desde la tierra. ¿O acaso no se proclama, precisamente en la liturgia de Ceniza con la que comienza la Cuaresma: «eres polvo y al polvo volverás» (Gn 3,19)? La cremación puede elegirse por razones higiénicas, económicas, ecológicas o también éticas, y es una elección del todo legítima para un fiel católico. Tampoco podemos olvidar la escasez de espacios en los cementerios de las grandes ciudades. Además, hay que considerar que, al contrario de Naciones habitadas por pocas decenas de millones de personas distribuidas en territorios inmensos, en el mundo hay otras en las que la densidad de población es en cambio muy alta: en esos casos, la cremación, más que aconsejable, debería ser propiamente recomendada. Pasemos por alto los adefesios de varios cementerios en los que, por falta de espacio en el terreno, se ha apostado por la altura, construyendo horribles edificios de cinco plantas para contener los nichos en su interior.
En la mayor parte de los cementerios italianos ya no hay lugares de sepultura en tierra, donde sería natural depositar el cuerpo mediante el antiguo gesto de su restitución a la tierra misma. No disponemos de los espacios de los que disponen otras poblaciones, por ejemplo en los Estados Unidos, en Australia y otros lugares en los que los cementerios son grandes parques verdes — los llamados Rural Cemetery Movement (cementerio jardín), llamados hoy más comúnmente Lawn Cemetery o Memorial Park (parque conmemorativo). Estos lugares, extendidos sobre amplios prados verdes arbolados, ni siquiera parecen lugares de sepultura, al menos para nosotros, italianos y europeos de raíz latina, acostumbrados a tumbas que varían desde las antiguas capillas funerarias monumentales de notable interés artístico hasta nichos y tumbas de un mal gusto verdaderamente raro. En los «cementerios jardín», para mantener el aspecto de un prado uniforme, las lápidas suelen ser planas y estar colocadas a nivel del suelo. No hay muretes, vallados individuales ni tumbas de familia monumentales que interrumpan la vista: árboles, senderos y pequeños lagos integran el cementerio en el paisaje natural, transformándolo en un lugar de paz también para los visitantes, donde es posible llevar a jugar a los niños o pasear a los animales. Como decíamos, sin embargo, en la mayor parte de los cementerios las sepulturas en tierra ya han desaparecido y nuestra densidad de población no nos permite lugares como los Lawn Cemetery o Memorial Park. En ciertos casos, ¿es mejor la cremación o la inhumación en el quinto piso de un edificio cementerial? Gracias a Dios se concede la libre elección, también por parte de la Santa Madre Iglesia.
No es, pues, casualidad que el Magisterio reciente haya sentido la necesidad de intervenir precisamente sobre este terreno, para acompañar pastoralmente decisiones cada vez más extendidas sin dejarlas privadas de un marco de sentido. Teniendo en cuenta estas nuevas necesidades y las problemáticas relacionadas, la instrucción Ad resurgendum cum Christo, promulgada el 15 de agosto de 2016 por el Dicasterio para la Doctrina de la Fe, actualizó Piam et constantem precisando las normas sobre la conservación de las cenizas. El documento es claro: las cenizas deben recibir el mismo cuidado y el mismo respeto reservados al cuerpo, y deben conservarse en un lugar sagrado: el cementerio, o una iglesia, o un área dedicada a ello por la autoridad eclesiástica competente (n. 5). La contrariedad de la Iglesia, por tanto, no es hacia la cremación en sí y por sí misma, sino más bien hacia lo que con ella se pudiera querer manifestar o negar abiertamente.
La tradición cristiana siempre ha preferido la inhumación por tres razones que Ad resurgendum cum Christo resume con precisión. Ante todo porque recuerda el cuerpo de Cristo depositado en el sepulcro y expresa con mayor fuerza simbólica la espera de la resurrección de la carne (cfr. n. 3). Luego porque el cuerpo humano, mediante el Bautismo, se ha convertido en templo del Espíritu Santo, y la teología impulsa a tratarlo con la mayor cercanía física posible, también en el gesto de confiarlo a la tierra. Finalmente, porque la sepultura custodia la comunión entre los vivos y los muertos, favoreciendo el recuerdo y la oración. Es por esto — no por una sospecha hacia el fuego en sí — por lo que la Iglesia prohíbe la dispersión de las cenizas en la naturaleza, su conversión en joyas y objetos conmemorativos y su conservación en casa, esto con el fin de evitar derivas panteístas, naturalistas o nihilistas, además de la mercantilización del recuerdo del difunto (cfr. n. 7). Solo en circunstancias graves y excepcionales, ligadas a condiciones culturales locales, el Ordinario puede conceder la conservación doméstica, nunca dividida, sin embargo, entre los diferentes núcleos familiares (cfr. n. 6).
Un breve excurso histórico ayuda a poner las cosas en perspectiva. En la Roma arcaica prevalecía la inhumación. Desde la tardía República la cremación tomó la delantera: fue Sila, en el año 79 a.C., el primer miembro de la gens Cornelia — tradicionalmente fiel a la sepultura en tierra — en hacerse cremar, quizá por temor a que su cadáver fuera ultrajado por sus enemigos. Desde entonces la cremación siguió siendo el rito dominante durante toda la tardía República y durante el primer y segundo siglo del Imperio: el cuerpo se quemaba sobre una pira junto con objetos personales y ofrendas, y los restos se recogían en una urna cineraria custodiada en tumbas o columbarios, como el todavía visible de Pomponio Hylas en la vía Apia.
Fue con Adriano (117-138 d.C.) cuando la inhumación volvió gradualmente de moda — el propio emperador fue quizá el primero en hacerse inhumar en lugar de cremar — con la construcción de sarcófagos esculpidos cada vez más extendida en el siglo II y generalizada en el III, incluso en las provincias. En este giro pesaron varios factores — cambios en el gusto, en la urbanización y sobre todo en las ideas sobre el más allá — pero sin duda contribuyó también la creciente difusión del Cristianismo, que consideraba la cremación irrespetuosa hacia un cuerpo destinado a la resurrección.
Las razones profundas de esta inversión de tendencia siguen, por lo demás, debatidas entre los historiadores. Ya en los años treinta del siglo XX, Arthur Darby Nock1 observaba cómo el paso a la inhumación seguía, al menos inicialmente, una moda social difundida de arriba hacia abajo más que un preciso replanteamiento doctrinal sobre el más allá; una lectura retomada y ampliada por Jocelyn M. C. Toynbee2. Queda el hecho, se explique como se explique, de que precisamente en esas décadas los cristianos excavaban las primeras catacumbas romanas reservando a sus propios muertos la inhumación desde el principio, por consciente y deliberada distancia respecto al uso entonces todavía dominante de la cremación en la sociedad romana.
Aquí vale la pena detenerse en un punto más amplio, que vale para este caso como para otros: desde la primera época cristiana se intentó trazar distinciones claras respecto a lo que se consideraban costumbres paganas. Y sin embargo, en otras ocasiones, numerosos elementos y símbolos de la paganitas romana fueron tomados, vaciados de su significado original y llenados de simbología cristiana, esto tanto en el ámbito litúrgico — piénsese en la adopción de la estola como símbolo por excelencia del sacerdocio ministerial, u otros elementos convertidos en ornamentos litúrgicos —, como en el ámbito administrativo, con la adopción de términos y estructuras organizativas como las curias y las diócesis, tomadas en gran parte del derecho romano. La historia de la Iglesia nunca ha sido un rechazo en bloque del mundo que la rodeaba, sino un ejercicio de sentido común en el que se valoró, caso por caso, lo que había que rechazar y lo que podía ser purificado y asumido.
Algunos teólogos que demonizan la cremación relacionándola directamente con el misterio de la resurrección de los muertos corren el riesgo serio, por exceso de celo, de deslizarse hacia una forma de paganismo invertido: un esoterismo del todo involuntario. Los cuerpos que salen de las tumbas recobrando su apariencia son imágenes catequéticas, creadas para los sencillos y para quienes ni siquiera sabían leer; pensemos en los ciclos de frescos que todavía hoy se encuentran en tantas iglesias monumentales y catedrales. Son imágenes pedagógicas, no descripciones teológicas del cómo. Vincular la contrariedad hacia la cremación a una lectura tan literal de la resurrección de los cuerpos denota — algo grave, si lo hacen teólogos — una comprensión impropia del misterio.
San Pablo ya lo había aclarado con precisión admirable en la Carta a los Filipenses:
«Nosotros, en cambio, somos ciudadanos del cielo, de donde aguardamos un Salvador: el Señor Jesucristo. Él transformará nuestro cuerpo humilde, según el modelo de su cuerpo glorioso, con esa energía que posee para sometérselo todo» (Flp 3,20-21).
Es de esta teología paulina de donde desciende una de las fórmulas más bellas de la liturgia de los difuntos: en la Plegaria Eucarística III, haciendo memoria del hermano o la hermana difuntos, la Iglesia ruega que Dios, cuando «haga surgir de la tierra a los muertos», «transforme nuestro cuerpo frágil en cuerpo glorioso como el suyo» (Misal Romano, Plegaria Eucarística III, citando Flp 3,20-21).
El corazón de la doctrina está precisamente en estas dos palabras: transformación y conformación. Y aquí hay que aclarar que no se trata de la recomposición mecánica de las partículas físicas dispersas de un cadáver, como si el poder de Dios dependiera de la conservación de la materia original: eso sí sería pensamiento mágico. Se trata más bien de la continuidad de la persona, identidad e historia incluidas, llevada por Dios a una condición nueva entendida como “conforme” — σύμμορφος (symmorphos), la misma palabra usada por el Apóstol Pablo en Romanos 8,29 a propósito de la predestinación de los creyentes — al cuerpo glorioso de Cristo resucitado. Es el mismo misterio pascual de la muerte, sepultura y resurrección que actúa en el creyente a través del Bautismo y encuentra su cumplimiento en el último día, cualquiera que haya sido la suerte física de sus restos mortales. ¿O acaso vamos a temer que Dios pueda tener dificultad en restituir un cuerpo a las almas de los difuntos en el día de la resurrección de los muertos?
En caso contrario, si hay teólogos dispuestos a creer y a enseñar que los cuerpos saldrán de las tumbas para recuperar su apariencia física, confundiendo el misterio de la fe sobre la resurrección con la larga producción de películas de terror sobre zombis, entonces más vale que se resignen: esa descripción, con cuerpos recompuestos en carne y hueso incluidos, la encontrarán mucho mejor ilustrada en el Paraíso coránico, setenta vírgenes incluidas, para que no les falte nada material, tanto en banquetes como en lo demás.
Desde L’Isola di Patmos, 22 de agosto de 2026
NOTAS
1 A.D. Nock, Cremation and Burial in the Roman Empire, «Harvard Theological Review» 25, 1932, pp. 32-59.
2 J.M.C. Toynbee, Death and Burial in the Roman World, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1996.
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I Padri dell’Isola di Patmos
Il cavallo di Troia arcobaleno: quando la libertà diventa a senso unico
/in Attualità/da RedazioneIL CAVALLO DI TROIA ARCOBALENO: QUANDO LA LIBERTÀ DIVENTA A SENSO UNICO
A proposito del caso dello psichiatra Tonino Cantelmi, del senatore Simone Pillon e della solita, prevedibile crociata di Silere non possum
Autore
Redazione de L’Isola di Patmos
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Silere non possum torna a colpire e lo fa col suo consolidato schema: si prende un fatto di cronaca — questa volta la cosiddetta “famiglia del bosco” (cfr. qui) — e lo si trasforma in grimaldello per un attacco ben più ampio, che stavolta ha per bersaglio lo psichiatra Tonino Cantelmi, l’avvocato Simone Pillon, il sistema degli ordini professionali italiani e, in filigrana, chiunque osi dichiararsi cattolico senza vergognarsene in pubblico. L’articolo in questione, «Dalla psicologia alla crociata culturale: il caso degli psicologi “cattolici”», firmato da un anonimo, certo «d.V.N», è leggibile qui.

Non entriamo nel merito della vicenda giudiziaria, perché non ci riguarda e sulla quale altri, competenti, si stanno già pronunciando. A noi padri redattori de L’Isola di Patmos — che come noto abbiamo tutti un nome, un volto e una scheda nella pagina “Redazione” (cfr. qui) — interessa il metodo applicato da anni dal creatore di questo blog assurto oggi a “Quotidiano Indipendente Internazionale” con sede in Estonia (cfr. qui), vale a dire: prendere un caso concreto, caricarlo di sospetto ideologico e usarlo per avanzare un’istanza molto più generale — quella di delegittimare, con l’accusa di “ideologia”, chiunque professi pubblicamente convinzioni cattoliche in ambito professionale.
Il nodo, però, non è la fede di Cantelmi ma la coerenza di chi lo accusa. Silere non possum scrive che Cantelmi «non è volto nuovo nel panorama del cattolicesimo di estrema destra italiano» e imputa a lui e a Pillon una «lunga storia ideologica». Bene: e la storia di Silere non possum, invece, sarebbe forse priva di orientamento e di ideologia? Un blog che si presenta come analista imparziale della Chiesa e della Santa Sede e che da anni conduce una campagna sistematica contro chiunque non condivida l’agenda arcobaleno, non ha forse anch’esso una linea e «un lessico che si ripete fino alla caricatura», per usare le identiche parole che l’articolo rivolge ad altri? Non c’è nulla di più rivelatore, in questo genere di prosa, del momento in cui l’accusatore descrive nell’avversario esattamente il proprio vizio. Per questo vale ancora — e varrà sempre — l’ammonimento del Vangelo:
«Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? […] Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (cf. Mt 7,3-5).
La libertà, per essere tale, deve valere per tutti — non per una parte sola. I sacerdoti che scrivono queste righe non hanno mai negato a nessuno il diritto di vivere la propria sessualità come meglio crede, né si sono mai permessi di sindacare le scelte private altrui: su questo non arretriamo di un millimetro e chi legge i nostri articoli lo sa. Pretendiamo però che ci sia riconosciuto, con la stessa naturalezza, il diritto di dire — all’occorrenza anche con la severa franchezza dell’Apostolo Paolo (cfr. 1Cor 6,9-10 ; Rm 1,26-27) — che certe condotte di vita sono incompatibili con la dottrina e la morale cattolica, restando ciascuno libero di vivere in questo mondo lo stile di vita che preferisce, godendo in tal senso anche di tutte le tutele giuridiche del caso. Però, le stesse tutele dovrebbero per inverso valere anche per chi, come noi, esprime nel rispetto un sentire legato a opinioni contrarie alle istanze LGBT non realizzabili all’interno della comunità ecclesiale e del clero cattolico: anche questo si chiama libertà di pensiero e di parola, da rispettare e tutelare. Pertanto, la stessa libertà pretendiamo venga riconosciuta a noi, ai cattolici che come noi pensano, quindi anche ai professionisti come Cantelmi. Se un blog rivendica il diritto di dire tutto ciò che pensa sulla Chiesa, sulla sessualità, sulla morale — e lo fa, con toni che, a essere buoni, possiamo limitarci a definire sopra le righe — non può poi negare a psicologi cattolici come Amedeo Cencini e Roberto Marchesini il diritto di dichiarare apertamente le proprie convinzioni, bollandoli per questo come inadatti alla professione, nel caso di Padre Amedeo Cencini fino al punto di un esposto formale all’Ordine degli Psicologi del Veneto, archiviato il 18 luglio 2022 perché non furono ravvisate violazioni del Codice Deontologico (cfr. qui), esito che lo stesso ideatore di Silere non possum, lungi dall’accettarlo, trasformò in una nuova accusa e in una minaccia di azioni legali contro l’Ordine stesso (cfr. qui). O la libertà è reciproca, o è soltanto un privilegio che ci si autoassegna mentre lo si nega a chi non la pensa allo stesso modo.
È esattamente lo schema che il Cardinale Joseph Ratzinger, alla vigilia del conclave che lo avrebbe eletto Papa, descrisse con parole che oggi risuonano quanto mai attuali:
«Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie» (Omelia Pro eligendo Romano Pontifice, 18 aprile 2005).
Non è relativismo il riconoscere pari dignità a tutte le posizioni: è dittatura del relativismo il pretendere che una sola visione — la propria — abbia diritto di cittadinanza pubblica, mentre ogni altra viene ricondotta a “ideologia” da neutralizzare.
Che poi il credo sia una faccenda privata, è il sofisma preferito di chi vuole inibire la libera espressione del pensiero altrui. È lo stesso argomento che Silere non possum ripropone da anni riguardo ai sacerdoti:
«[…] Silere non possum ha fatto in questo una battaglia dicendo che il sacerdote nella propria vita privata è libero di fare ciò che vuole e non può interferire nella vita privata del prete né il vescovo né appunto questo chiacchiericcio da salotto che ormai ha veramente stufato» (cfr. Silere non possum: a colloquio con Felipe Perfetti, YouTube, 8 settembre 2023, minuto 11:38, video qui).
Ma un sacerdote non ha una vita privata separabile dal suo ministero, come più volte è stato ribadito su queste nostre colonne. È prete ventiquattr’ore su ventiquattro, in pubblico come in privato, per questo la sua esistenza deve essere sempre conforme a ciò che ha professato. Questo sofisma della «vita privata» oggi si applica, con logica identica, a Cantelmi: le sue convinzioni religiose sarebbero un fatto privato che non dovrebbe interferire con l’esercizio professionale. Allo stesso modo, la fede di un cattolico non è un abito che si toglie entrando in ambulatorio o in tribunale: è, semmai, proprio il contrario di ciò che Silere non possum vorrebbe far credere per proprio ideologico puntiglio. Il Concilio Vaticano II sancisce che nessuno può essere «impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità» alla propria coscienza, «privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata» (cf. Dignitatis Humanae, n. 2). Pubblicamente, non solo privatamente: è scritto nero su bianco, ed è un diritto, questo, che vale anche per chi non condivide l’agenda arcobaleno, piaccia o meno.
E qui arriva il paradosso che smaschera tutto l’impianto retorico di Silere non possum. Se davvero le convinzioni religiose di un professionista dovessero restare fuori dalla porta dello studio, allora nemmeno un ginecologo obiettore di coscienza potrebbe rifiutarsi di praticare un aborto: la sua fede “privata”, per la stessa logica, non avrebbe alcun diritto di incidere sulla sfera pubblica professionale. Ma nessuna mente razionale sosterrebbe una simile conclusione. E allora perché la regola vale solo quando a essere colpito è un cattolico? O comunque un cattolico legittimamente contrario al tentativo di far entrare dentro la Chiesa il cavallo di Troia arcobalenato con tutte le sue rivendicazioni in aperto contrasto con la dottrina, la morale cattolica e il magistero della Chiesa?
Il vero problema non è la scienza contro l’ideologia. È chi si autoassolve dalle regole che pretende di imporre agli altri. L’articolo invoca gli ordini professionali, la deontologia, il rigore scientifico. Bene: le stesse categorie si applichino, allora, a chi da cinque anni ha costruito una narrazione a senso unico, in cui — sono parole dello stesso articolo — «la scienza sta sempre dalla propria parte e l’avversario è sempre ideologico». Non è così che funziona il pensiero critico: funziona così l’ideologia, quella vera, quella che non si riconosce mai come tale perché convinta di parlare in nome della scienza e del progresso, mentre chiunque dissenta viene automaticamente derubricato a fanatico, omofobo, o — appunto — «ideologico».
Altrettanto non negoziabile è il diritto di dire, con la stessa fermezza con cui altri rivendicano il proprio, che un cattolico può pensarla diversamente da un’agenda ideologica LGBT senza per questo diventare un cattivo professionista, un cattivo cittadino o un nemico da smascherare. Vale quindi anche per noi ciò che il Beato Apostolo Pietro chiedeva ai primi cristiani: essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi», ma «con dolcezza e rispetto» (cf. 1Pt 3,15). Dolcezza e rispetto che pretendiamo, a nostra volta, in cambio.
Dall’Isola di Patmos, 17 agosto 2026
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A chi volesse approfondire l’argomento sulla libertà rimandiamo a questa recente opera di Ariel S. Levi di Gualdo (qui)
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I nostri precedenti articoli (2023-2026):
– 17 agosto 2026 – IL CAVALLO DI TROIA ARCOBALENO: QUANDO LA LIBERTÀ DIVENTA A SENSO UNICO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 23 luglio 2026 – PRETE NON SI DIVENTA PER «BASTA CHE NON PRATICHI IL SESSO» (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 20 luglio 2026 – SILERE NON POSSUM, IL QUOTIDIANO INTERNAZIONALE CON L’OFFICINA INCORPORATA ALL’ATTACCO DEL DIRETTORE DEI MEDIA VATICANI (per aprire l’articolo cliccareQUI)
– 28 giugno 2026 — SILERE NON POSSUM E L’ARCOBALENO COME CAVALLO DI TROIA. QUANDO LA LOTTA AGLI ABUSI DIVENTA IL PRETESTO PER RISCRIVERE LA MORALE CATTOLICA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 giugno 2026 — Comunicato: L’ISOLA DI PATMOS OGGETTO DI RIPETUTE SEGNALAZIONI INFONDATE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 11 giugno 2026 — MARCO PERFETTI: DIRE A ME CHE SONO UN PROBLEMATICO È OVVIO COME DIRE CHE LA MADDALENA FACEVA LA PROSTITUTA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 5 maggio 2026 — ESTONIA, UNA TERRA PROMESSA, UN MONDO DIVERSO … E UNA CATTIVERIA QUOTIDIANA DI CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 30 aprile 2026 — SILERE NON POSSUM: IL GIORNO IN CUI IL DIRITTO PENALE SCOPRÌ DI ESSERE NATO IN SACRESTIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 27 aprile 2026 — CUR IN HOC CASU “SILERE POSSUM”? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 marzo 2026 — IL NARCISISTA MALIGNO E L’USO DI BLOG E SOCIAL PER ARRECARE DANNO ALLA CHIESA E AI SUOI FEDELI SERVITORI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2026 — L’ABATE DI SOLESMES E L’ILLUSIONE DI SINTESI LITURGICA: TRA SOGGETTIVISMO E CONFUSIONE DOTTRINALE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 28 febbraio 2026 — SILERE NON POSSUM. UNO STRAORDINARIO MARCO PERFETTI TRA DISINVOLTO DIRITTO CANONICO E «SCANDALO AL SOLE»: L’AUGUSTO DEFUNTO DISSE CHE L’OMOSESSUALITÀ È PECCATO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 16 febbraio 2026 — DONNE, DIRITTO E TEOLOGIA USATI COME SLOGAN DAL BLOG SILERE NON POSSUM (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 febbraio 2026 — I PROCI DI ITACA E L’EPOPEA DELLA SFRANTA CHE TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 10 dicembre 2025 — MARCO PERFETTI, ALIAS SILERE NON POSSUM: IL GRILLO COLTO E LA ZANZARA CHE SI CREDE UN’AQUILA REALE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 6 settembre 2025 — IL POTENTISSIMO SILERE NON POSSUM STA FACENDO TREMARE GOOGLE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ” (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 29 marzo 2025 — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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In morte di un sacerdote anziano
/in Attualità/da Padre ArielIN MORTE DI UN SACERDOTE ANZIANO
«La formazione permanente deve interessare anche quei presbiteri che per l’età avanzata sono indicati come anziani e che in alcune Chiese sono la parte più numerosa del presbiterio. Questo deve riservare loro gratitudine per il fedele servizio che hanno riservato a Cristo e alla Chiesa e concreta solidarietà per la loro condizione».

Autore
Monaco Eremita
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La notizia del ritrovamento nella sua canonica (qui) del corpo senza vita di un sacerdote ci coglie di sorpresa e riempie di sgomento per le circostanze.

Sembra infatti sia stato un gesto volontario, ancora in fase di accertamento e definizione. Il sacerdote si chiamava Lino Zatelli, di anni 75, per 24 anni, dal 2001, parroco della comunità della Clarina (Trento), ma anche cappellano della Polizia di Stato e animatore di molteplici pellegrinaggi.
Il cordoglio per la scomparsa è stato unanime ed è arrivato da tutte le rappresentanze delle comunità dove don Lino è vissuto, anche perché ovunque ha lasciato una testimonianza positiva. Ma i giornali parlano anche di un trasferimento di parrocchia che sarebbe dovuto avvenire nel prossimo novembre e che, sempre secondo quanto riportano i quotidiani, sarebbe stato mal digerito dal sacerdote che così si espresse dandone notizia: «Resteremo insieme fino a novembre, non tiriamo i remi in barca, tanto meno io. Non ho mai chiesto di andarmene, né dalla Vallarsa, né da Meano, né da qui. Questi 24 anni non si possono dimenticare» (qui).
Gli stessi suoi parrocchiani con altri estimatori avevano contestato il cambio di Parrocchia, addirittura lanciando una petizione online che avrebbe raggiunto centinaia di firme, poiché, secondo i promotori dell’iniziativa, don Lino non riusciva a farsi una ragione del trasferimento, che sarebbe dovuto succedere in autunno. Di fronte a questa, come ad altre circostanze dolorose la via migliore è quella del silenzio e della preghiera, in questo caso di suffragio per l’anima di questo presbitero. Però, se ci è permesso aggiungiamo solo alcune sommesse parole e una breve testimonianza.
Il Codice di Diritto canonico al nr 538 e paragrafo 3 così recita:
«Compiuti i settantacinque anni, il parroco è invitato a presentare la rinuncia all’ufficio al Vescovo diocesano, il quale, considerata ogni circostanza di persona e di luogo, decida se accettarla o differirla; il Vescovo diocesano deve provvedere in modo adeguato al sostentamento e all’abitazione del rinunciante, attese le norme emanate dalla Conferenza Episcopale».
Don Lino aveva per l’appunto 75 anni e stava per essere trasferito ad altro incarico, forse meno gravoso del precedente, non lo sappiamo, però pur sempre un incarico pastorale. Un evento che accade sempre più di frequente a motivo della mancanza di sacerdoti, per cui anche i presbiteri anziani sono chiamati a rimanere sulla breccia, come si dice, per il bene dei fedeli, anche solo a svolgere compiti essenziali come amministrare i sacramenti e naturalmente, fra questi, la celebrazione dell’Eucarestia, spesso nelle cosiddette unità o zone pastorali. Ed è proprio presso una di queste che stava per essere trasferito.
Il Sommo Pontefice Francesco nel settembre del 2021 scriveva che i sacerdoti anziani non sono «solo un oggetto di assistenza, ma protagonisti attivi della comunità» perché «portatori di sogni carichi di memoria e per questo importantissimi per le giovani generazioni». Da loro, aggiungeva il Pontefice nella lettera scritta per la Giornata di fraternità del clero lombardo: «viene la linfa per fiorire nella vita cristiana e nel ministero». Il Pontefice concludeva: «Vi chiedo, per favore, di pregare per me che sono un po’ anziano e un po’ malato ma non tanto!». «State vivendo una stagione, la vecchiaia, che non è una malattia, ma un privilegio», il privilegio di «assomigliare a Gesù che soffre» (qui).
Per approfondire si può anche leggere il «Direttorio per il ministero e la vista dei presbiteri» emanato sotto Benedetto XVI nel 2013, il quale rimanda alla Pastores dabo vobis del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, del 1992, la quale al nr 77 così recita:
«La formazione permanente deve interessare anche quei presbiteri che per l’età avanzata sono indicati come anziani e che in alcune Chiese sono la parte più numerosa del presbiterio. Questo deve riservare loro gratitudine per il fedele servizio che hanno riservato a Cristo e alla Chiesa e concreta solidarietà per la loro condizione».
Le parole sono sempre importanti e consolanti, ma forse alcuni sacerdoti anziani, dopo molti anni di ministero hanno bisogno anche di gesti concreti di vicinanza, di comprensione delle loro difficoltà ed ascolto dei loro desideri, fosse anche quello di non venir trasferiti, dopo essere stati per lungo tempo a servizio di una o più comunità e dove si è ancora benvoluti e rispettati. Certo ogni caso è a sé, proprio per questo soprattutto verso i più fragili ci vuole quella cura personale, che a volte sfiora la pazienza, ma che sempre tiene conto della dignità personale e sacerdotale, soprattutto quando si ha a che fare con chi ha speso tutta la sua vita per la chiesa, a volte in maniera oscura e nascosta, facendo del bene.
Pur senza giudicare, mi permetto così di riportare una testimonianza vissuta in prima persona. Un vecchio prete di una diocesi toscana passati gli ottanta anni, 37 dei quali vissuti al servizio della stessa parrocchia, chiede al proprio Vescovo di potersi ritirare. Il presule capisce, ma rimanda continuamente l’anziano sacerdote, il quale a onor del vero mostra ancora una buona tempra e invidiabile capacità di resistere. Finché proprio non ce la fa più ed il Vescovo di trova costretto ad accettare la rinuncia. Il vecchio prete si trasferisce presso una struttura per anziani non molto distante dalla sua vecchia parrocchia. Cosa fanno i laici di questa, d’accordo col nuovo parroco che fra l’altro si trova a gestire la sua di parrocchia ed anche quella dell’ormai ex parroco e dovendo celebrare ogni domenica quattro Sante Messe? Stilano una lista di persone volontarie che ogni domenica vanno a prendere l’anziano sacerdote e lo riportano nella sua vecchia parrocchia dove può celebrare l’Eucarestia del pomeriggio incontrando di nuovo le persone che conosceva e tutte quelle che avevano con lui condiviso gioie e dolori del ministero pastorale. Potete immaginare cosa succedeva dopo la Messa? Quanti saluti, quanti consigli e sorrisi poteva ancora distribuire? E siccome era una persona intelligente, non giudicava i cambiamenti apportati dal nuovo parroco, felice di godersi ancora la sua parrocchia con quella libertà data dall’essere esonerato dall’obbligo del servizio.
Quando dopo qualche anno fu colpito da ictus e trasferito in una struttura che si occupa di anziani non autosufficienti, i laici continuarono ogni domenica, a turno, ad andarlo a trovare. Certo, alle cose essenziali ci pensava la famiglia, il nipote, ma non è stato mai abbandonato, neanche una domenica. Quando il parroco più giovane che lo aveva sostituito lo andò una volta a trovare, se lo vide arrivare in carrozzina spinta da un operatore sanitario. In mano teneva una sigaretta. Alla domanda stupida del sacerdote più giovane su quella ripresa di un antico vizio che aveva dismesso da tanti anni, ecco come rispose l’anziano: «Cosa vuoi che mi faccia una sigaretta ogni tanto, che mi uccida?». E sorrisero entrambi.
Quando morì e i suoi funerali vennero celebrati nella sua vecchia parrocchia con l’Arcivescovo, buona parte del presbiterio, i familiari e un gran concorso di persone. Le sue spoglie ancora riposano presso la chiesetta del cimitero poco distante da quella parrocchia dove aveva officiato per più di 37 anni.
È solo un esempio, un fatto che non fa né notizia, né depone a favore di una regola di comportamento generale. Vuole solo raccontare che è possibile aver cura dei nostri anziani, considerando un vecchio prete come uno di famiglia, o se volete, ancora parte di una comunità, anche se l’ha lasciata. Perché sia vero e credibile ciò che dice la Scrittura:
«amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna» (1Pt 1,22).
Dall’Eremo, 15 agosto 2026
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Francesco Guccini è morto ma Dio no
/in Attualità/da Padre ArielFRANCESCO GUCCINI È MORTO MA DIO NO
Usare «Dio è morto» come premessa e «Dio risorge in quel che noi vogliamo» come soluzione tradisce contemporaneamente due pensieri che meriterebbero entrambi maggior rispetto: tradisce Friedrich Nietzsche, riducendo la sua diagnosi tragica a un pretesto lirico; e tradisce la teologia cristiana della Resurrezione, riducendola a un afflato collettivo di buone intenzioni.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Dato che il tema potrebbe prestarsi a facili fraintendimenti e sterili polemiche è opportuno fare subito chiarezza: il bersaglio di queste righe non è Francesco Guccini, scomparso oggi a Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese.

© Immagine realizzata con IA su progetto della redazione della rivista L’Isola di Patmos
Di questo cantautore si può non apprezzare il pensiero — e chi scrive, per la verità, non lo ha mai condiviso — pur riconoscendogli senza riserve il talento e il posto che merita nella storia della canzone d’autore italiana. Non è lui, oggi, il problema, ma un articolo apparso su Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, a firma di Umberto Folena (vedere articolo qui), che nel commemorare il musicista scrive una frase che meriterebbe ben altra cautela da chi pubblica sul giornale dei Vescovi d’Italia. Citando la celebre canzone Dio è morto (cfr. testo qui), questo collega osserva che nel testo in questione «Dio non è più al centro dei pensieri dell’uomo […] ma Dio risorge: “In ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo”». E aggiunge, di suo, che si tratta di «una speranza non vaga né vana, ma sorretta da una fede». Affermazione, questa, che non è affatto una parafrasi neutra: è un’approvazione.
Così, direttamente dalle colonne di Avvenire, si ignora che la Resurrezione non è un progetto umano. Proviamo a essere chirurgici, perché la materia lo richiede: la Resurrezione di Cristo, nella fede cattolica, non è un evento che dipende dal nostro credere, dal nostro volere, o dal mondo che noi costruiremo. È esattamente l’opposto: è un fatto storico-salvifico che precede la fede e la fonda, non che ne dipende. Cristo è risorto il terzo giorno, realmente e fisicamente, indipendentemente da chi ci credeva e da chi no. Increduli e terrorizzati gli apostoli stessi dovettero arrendersi all’evidenza di un sepolcro vuoto e di un Signore vivo (cfr. Lc 24,36-43), non il contrario.
«La formula citata da Umberto Folena — «in ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo» — ribalta questa logica: fa della Resurrezione una proiezione della volontà umana, un progetto immanente, qualcosa che accade dentro la storia e per mano dell’uomo. È teologia rovesciata: non Dio che salva l’uomo, ma l’uomo che, credendo e volendo abbastanza intensamente, “risuscita” Dio dentro il proprio progetto collettivo. In altre parole: se la Resurrezione dipendesse davvero da quanto crediamo, vogliamo o costruiamo, allora “Dio” diventerebbe soltanto il nome che diamo alle nostre migliori intenzioni collettive, ossia qualcosa che esiste finché continuiamo a volerlo e che verrebbe meno se smettessimo di crederci o di impegnarci. È l’esatto contrario della fede cristiana, per la quale Cristo è risorto realmente, una volta per sempre, indipendentemente da chi lo sapesse, lo credesse o lo volesse, come dimostra proprio l’incredulità iniziale degli apostoli davanti al fatto compiuto (cfr. Lc 24,11). E tutto questo, che da un punto di vista teologico è un’autentica aberrazione dell’intero mistero della salvezza, non può essere certo chiamato «una speranza sorretta da una fede», perché senza una riga di distinguo, senza un solo richiamo al Credo, è un’operazione che un giornale qualunque potrebbe anche permettersi, l’organo ufficiale dei Vescovi, assolutamente no.
C’è dell’altro e riguarda il rovescio della medaglia: la morte di Dio, non la sua resurrezione. Quando quel genio di Friedrich Nietzsche scrisse «Gott ist tot» (Dio è morto), non stava componendo una canzone consolatoria sul destino ultimo del sacro, ma stava diagnosticando, con lucidità spietata, il collasso dei fondamenti morali dell’Occidente moderno. Il suo era un annuncio tragico, non un trampolino di lancio per un umanesimo ottimista. Egli sapeva bene che l’uomo che ha ucciso Dio non ha idea di come reggere il peso di quell’atto:
«Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? […] Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa?» (F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125).
Un uomo costretto a farsi dio pur di reggere il vuoto lasciato da Dio: altro che consolazione a buon mercato alla stregua del Sono solo canzonette, come canta un altro cantautore di grande talento, Edoardo Bennato.
Usare «Dio è morto» come premessa e «Dio risorge in quel che noi vogliamo» come soluzione tradisce contemporaneamente due pensieri che meriterebbero entrambi maggior rispetto: tradisce Friedrich Nietzsche, riducendo la sua diagnosi tragica a un pretesto lirico; e tradisce la teologia cristiana della Resurrezione, riducendola a un afflato collettivo di buone intenzioni, incuranti che su di essa, come insegna l’Apostolo Paolo, la nostra fede può nascere come può morire:
«Ma se Cristo non è risuscitato, è dunque vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» (1Cor 15,14).
Non è quindi in discussione se Francesco Guccini avesse fede, non l’avesse, o coltivasse — come scrive Umberto Folena nella sua conclusione — «una speranza sempre coltivata». Sono affari suoi, ora affidati al giudizio di Dio, quello vero. La domanda che resta e che riguarda non Guccini ma chi lo ha commemorato a questo modo è un’altra: può un giornale che si presenta come voce dei Vescovi italiani pubblicare, senza una sola parola di distinzione dottrinale, un’equivalenza tra la Resurrezione di Cristo e la buona volontà collettiva dell’uomo? Una simile equivalenza non è teologicamente neutra: esprime un pensiero palesemente eterodosso di matrice modernista condannato da San Pio X nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis (1907), vale a dire la riduzione della verità dogmatica, oggettiva e rivelata, a proiezione del sentimento religioso immanente del soggetto credente. E se questo accade senza che nessuno, nella redazione del quotidiano dei Vescovi se ne accorga, dove dovremmo cercare oggi una sana ecclesiologia, forse sul Manifesto, forse su Micromega? Indubbiamente, la terza pagina del Manifesto e altrettanto gli articoli di cultura di Micromega sono e rimangono di un livello altamente superiore a quelli di Avvenire.
Francesco Guccini è morto. Dio no.
Dall’Isola di Patmos, 7 agosto 2026
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Gli ultimi libri di Padre Ariel

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Prete non si diventa per «Basta che non pratichi il sesso»
/in Attualità/da Padre ArielPRETE NON SI DIVENTA PER «BASTA CHE NON PRATICHI IL SESSO»
I. Un problema è stato posto nel modo sbagliato – II. Il prete ha una vita privata? – III. Il grande equivoco: «Basta che non pratichi» – IV. Il primo requisito non è la castità: continenza e identità non coincidono – V. Il Magistero non è un pregiudizio – VI. Escludere l’omosessuale è una tutela, non una condanna
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Da qualche anno è in atto un tentativo molto sottile e insidioso: introdurre nella Chiesa il cavallo di Troia arcobalenato. Non potendo demolire apertamente duemila anni di dottrina e disciplina ecclesiale, si cerca di cambiare il significato delle parole, alterare progressivamente i criteri del discernimento vocazionale e presentare come conquista di civiltà ciò che in realtà svuota dall’interno la natura del sacerdozio ministeriale. I mutamenti più radicali non passano quasi mai per rivoluzioni violente, ma per il lento slittamento del linguaggio.

A questa operazione partecipano da anni gruppi organizzati, sostenuti da una fetta di clero mal formato, incapace di distinguere tra antropologia cristiana, psicologia e rivendicazione ideologica, ignaro che la missione di Cristo alla Chiesa è accogliere il peccatore (cfr. Lc 15, 4-7) e respingere il peccato, non certo l’inverso (cfr. Lc 15, 8-10). Blog sedicenti cattolici liquidano però con disinvoltura come “omofobia” norme che il Magistero ha formulato e ribadito da oltre vent’anni per il discernimento dei candidati al sacerdozio, incuranti che il problema non è se un uomo provi attrazione per persone dello stesso sesso o del sesso opposto, né se esistano omosessuali capaci di vivere castamente: su questo la Chiesa non ha mai nutrito dubbi, la dignità della persona deriva dall’essere creata a immagine di Dio (cfr. Gen 1,27; Catechismo, n. 2358) e non dalle inclinazioni affettive. Il problema è un altro: può un articolo liquidare come pregiudizio una disciplina che il Magistero stabilisce da vent’anni? Può ridurre l’idoneità al sacerdozio alla sola continenza fisica, ignorando totalmente l’aspetto psicologico? Può sostenere che l’orientamento sia irrilevante quando il Magistero afferma l’esatto contrario per le tendenze omosessuali profondamente radicate? (cfr. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, 2016)
Da qui bisogna partire, non per giudicare la dignità delle persone, ma per riportare la discussione sul suo terreno autentico: il diritto-dovere della Chiesa di discernere chi ammettere al sacerdozio, che non è un diritto soggettivo rivendicabile da chiunque, ma una vocazione che la Chiesa deve riconoscere, verificare e, quando necessario, respingere per il bene della persona e della Chiesa stessa.
I. Un problema è stato posto nel modo sbagliato
L’articolo pubblicato pochi giorni fa sul blog Silere non possum sotto il titolo: Il vergognoso piano di Notre Dame per controllare le coscienze dei seminaristi (18.07.2026) affronta di per se un tema che merita di essere discusso: il discernimento vocazionale dei candidati con tendenze omosessuali. Il problema non è che se ne parli, ma come il discorso viene impostato fin dalle premesse, perché se queste sono errate, anche conclusioni formulate con apparente coerenza lo saranno, o come ammonisce un apologo erroneamente attribuito a Duns Scoto, ma in verità di un autore ignoto della scolastica medioevale: «Ex falsis praemissis sequitur quidlibet — da premesse false può seguire qualunque cosa». Un principio elementare che oggi, sostituita la logica con l’emozione soggettiva, sembra proprio caduto in disuso.
Sorvolando sul fatto che per loro stile consolidato anche questo articolo è firmato con le iniziali di due anonimi, passiamo invece alla tesi da loro sostenuta:
«L’orientamento di un individuo non dovrebbe essere né un problema né, tanto meno, una questione per chi detiene l’autorità».
Da qui prende vita la critica alla disciplina della Chiesa come diffidenza anacronistica verso gli omosessuali, tramite un ragionamento tutto emotivo e per niente scientifico che sbaglia direzione fin dall’inizio: in discussione, infatti, non è se una persona omosessuale abbia pari dignità — su questo la Chiesa non transige — né se possa vivere castamente. Pensare che la continenza sia impossibile agli omosessuali e naturale solo agli eterosessuali sarebbe irreale, oltre che offensivo. La vera domanda che l’articolo rimuove quasi del tutto è un’altra: chi stabilisce i criteri di ammissione al sacerdozio? Il candidato che rivendica un diritto, o la Chiesa che esercita il dovere, espressamente ricevuto da Cristo, di discernere chi ammettere agli Ordini sacri?
Certe psicologie sono molto suscettibili e per questo intolleranti alle legittime critiche, che denunciano prontamente quali elementi lesivi e persecutori, sino a ricorrere a categorie giuridiche inopportune, come l’uso improprio del concetto di “omofobia”, che nel nostro ordinamento italiano non costituisce figura di reato, non essendo necessario invocare per gli omosessuali lo status di “specie protetta” riservato da leggi specifiche a ben altre categorie vulnerabili (cfr. Legge 25 giugno 1993, n. 205, c.d. “legge Mancino”). Posto poi che sotto certi aspetti ogni persona umana può essere vulnerabile, da sempre, se a un omosessuale fosse usata violenza in quanto omosessuale, qualsiasi tribunale propende ad applicare il principio dell’aggravante, senza bisogno alcuno di leggi specifiche a protezione della “categoria omosessuali”.
L’articolista presuppone, invece, che ogni persona abbia un diritto naturale ad accedere a qualsiasi ufficio e che ogni limitazione sia ingiusta: se ciò fosse vero, potrei rivendicare il diritto a diventare presidente della Corte costituzionale e denunciare discriminazione se mi fosse negato, o denunciare per discriminazione di genere chi osasse impedirmi di partecipare, alle soglie dei 63 anni, alle finali per l’assegnazione del premio di Miss Italia. È una logica che può avere senso nell’ambito dei diritti civili, ma è del tutto estranea alla teologia cattolica del ministero ordinato. Il sacerdozio non è un diritto soggettivo e nessuno può rivendicare davanti alla Chiesa il diritto di essere ordinato. L’ordinazione non riconosce una pretesa individuale, ma è l’esito di un discernimento ecclesiale sull’idoneità del candidato. Ridurre tutto alla domanda «vive castamente oppure no?» significa fraintendere il criterio stesso con cui la Chiesa ha sempre esaminato in modo prudenziale le vocazioni.
II. Il prete ha una vita privata?
Per capire perché la Chiesa abbia elaborato questi criteri, occorre anzitutto capire che il sacerdozio: non è un mestiere ecclesiastico, ma una configurazione sacramentale a Cristo. Il presbitero non riceve solo competenze, ma una precisa identità strutturata su un nuovo carattere che investe tutta la persona. Quando il vescovo consacra un presbitero gli dice: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Come si può pensare di separare questa dimensione ontologica totalizzante — «Tu sei sacerdote in eterno» (Sal 110,4; Eb 5,6) — in una sfera pubblica e una privata?
Da anni questo blog sostiene che tendenze e vita sessuale del prete apparterrebbero alla sua sfera privata — ignorando che nessuno considererebbe normale un sacerdote la cui vita privata fosse sistematicamente incompatibile con ciò che rappresenta pubblicamente, lo afferma senza tema di smentita il suo stesso ideatore, Marco Perfetti, noto anche come “Felipe”:
«[…] Silere non possum ha fatto in questo una battaglia dicendo che il sacerdote nella propria vita privata è libero di fare ciò che vuole e non può interferire nella vita privata del prete né il vescovo né appunto questo chiacchiericcio da salotto che ormai ha veramente stufato» (cfr. Silere non possum: a colloqui con Felipe Perfetti, YouTube, 8 settembre 2023, minuto 11:38, video qui)
Sono affermazioni che si commentano da se stesse. Il ministero ordinato esige una profonda unità tra identità personale e testimonianza pubblica: il prete è ontologicamente tale in modo totalizzante, senza alcuna separazione tra pubblico e privato. O qualcuno forse, dinanzi a un prete che mancasse ai fondamenti della carità, sarebbe disposto ad affermare che si tratta della sua vita privata?
È proprio questa concezione del sacerdozio che resta sullo sfondo nell’articolo in questione che riduce il rapporto tra sacerdozio e sessualità alla sola osservanza della continenza, come se la prudente verifica vocazionale fosse un’analisi del comportamento morale, mentre il discernimento ecclesiale riguarda la persona nella sua globalità, la sua maturità umana, spirituale ed ecclesiale, la sua capacità di incarnare la forma di vita a cui il ministero ordinato la chiama. Trasformare la discussione nell’alternativa “discriminazione o castità” è fuorviante: tra questi due estremi si colloca una valutazione più ampia e articolata, che la Chiesa conduce sulla persona nella sua interezza. La Chiesa non giudica il valore delle persone, ma l’idoneità di un candidato a ricevere il Sacramento dell’Ordine. Sono due giudizi diversi: affermare che una persona possiede immensa dignità davanti a Dio non significa che sia idonea a qualsiasi ministero; riconoscere che un uomo viva sinceramente la castità non implica che possieda tutti i requisiti per il sacerdozio.
III. Il grande equivoco: «Basta che non pratichi»
L’articolo si fonda su un presupposto solo apparentemente ragionevole: se un candidato vive castamente, perché l’orientamento dovrebbe contare? E qui nasce l’equivoco, grande e pericoloso: l’intero giudizio viene ridotto a una sola dimensione, il comportamento sessuale. Come se tutto si condensasse in una domanda elementare: «ha rapporti sessuali oppure no?». Un Vescovo che ammette un candidato agli Ordini non verifica solo la disciplina morale: valuta la fede, l’equilibrio umano, la maturità affettiva, la libertà interiore, la capacità relazionale, il senso ecclesiale, l’attitudine pastorale. Ridurre tutto alla continenza trasforma il sacerdozio in una questione notarile — basta rispettare la norma — ma la vocazione non è mai stata concepita così.
Il celibato stesso non è semplice astinenza: è una forma di donazione. Il sacerdote non rinuncia al matrimonio perché sia un bene minore, ma perché è un bene così grande da poter essere lasciato solo in vista di un bene più alto: la dedizione totale a Cristo e alla Chiesa. Ciò presuppone una precisa antropologia, un preciso modo di vivere la propria identità: la domanda decisiva non è quindi «vive castamente?» ma quale uomo la Chiesa ritiene chiamato a incarnare sacramentalmente l’immagine di Cristo Sposo. È un piano diverso da quello sociologico della discriminazione: è quello della sacramentalità e dell’antropologia cristiana.
IV. Il primo requisito non è la castità: continenza e identità non coincidono
Il primo requisito, dunque, non è la castità: è l’uomo inteso come persona nella sua intima identità umana, la sua maturità affettiva, la sua capacità di assumere quella forma di vita. Il celibato sacerdotale non cancella la dimensione sponsale dell’uomo, la orienta in modo nuovo: il sacerdote rinuncia alla sposa concreta perché la sua esistenza rende sacramentalmente presente il rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa (cfr. Ef 5, 25-32) una categoria che attraversa tutta la Scrittura, dai profeti all’Apocalisse, non un’immagine ornamentale (cfr. Giovanni Paolo II, Pastores Dabo Vobis, n. 22).
La continenza è una condizione necessaria, ma non è mai una condizione sufficiente. È qui che l’articolo in questione opera la sua semplificazione: se un uomo vive castamente, osserva il celibato ed è capace di esercitare il ministero, perché l’orientamento dovrebbe contare? Si tratta di una conclusione che discende dalla premessa sbagliata: ridurre tutto alla continenza. La Chiesa non ha mai ragionato così: i documenti del Magistero non dicono che le persone con tendenze omosessuali radicate siano incapaci di castità, né che siano meno amate da Dio, semmai può avvenire spesso l’esatto contrario, perché nel severo monito di Gesù: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21, 31), sono racchiuse numerose categorie di persone, inclusi gli omosessuali. La Chiesa valuta la struttura complessiva della personalità, non solo la condotta, posto che tutti siamo peccatori chiamati alla santità. Vi sono uomini di profonda fede privi dell’equilibrio per il ministero pastorale, o della libertà interiore richiesta: nessuno interpreta queste valutazioni come negazione della dignità personale. Perché dovrebbe cambiare quando il discernimento riguarda l’orientamento omosessuale? Perché si continua a confondere la persona con l’idoneità al ministero. La Chiesa non dice che si vale meno: dice che non ogni persona è chiamata a ogni ministero e che non tutti sono idonei ad esercitarlo.
V. Il Magistero non è un pregiudizio
I documenti del Magistero vengono spesso presentati come espressione di una sensibilità culturale superata, destinata a cadere con l’evoluzione della società. È una lettura ingiusta ai testi già richiamati: l’Istruzione del 2005, la Ratio Fundamentalis del 2016 e gli interventi successivi del Dicastero competente non trattano la questione come un problema morale isolato, la collocano nel criterio complessivo dell’idoneità. Non introducono una nuova antropologia: applicano principi sempre appartenuti alla concezione cattolica del ministero. Questi documenti si possono discutere — farlo è legittimo lavoro teologico — ma trasformare ogni dissenso in denuncia di pregiudizio, come se la Chiesa avesse elaborato questi criteri per escludere categorie di persone, attribuisce al Magistero intenzioni che suoi testi non manifestano.
VI. Escludere l’omosessuale è una tutela, non una condanna
A questo punto il ragionamento richiede un passaggio ulteriore, che l’articolo in questione non affronta mai: la differenza tra la continenza vissuta da un candidato eterosessuale e quella vissuta da un candidato con tendenze omosessuali profondamente radicate non riguarda il grado di virtù richiesto — è identico per entrambi — ma la natura di ciò a cui si rinuncia. Il celibato eterosessuale rinuncia a un bene pienamente coerente con l’antropologia sponsale su cui la Chiesa fonda il sacerdozio: la castità del prete celibe resta comunque orientata, nella sua struttura affettiva di fondo, verso quella stessa figura — l’uomo sposo — che il ministero è chiamato a rappresentare sacramentalmente. Al candidato con tendenze omosessuali profondamente radicate la Chiesa chiede invece qualcosa di diverso nella sostanza, non solo nel grado: non la sola rinuncia all’atto, ma la rinuncia a vivere apertamente, nella comunità in cui è chiamato a esercitare un ministero pubblico, un elemento della propria identità affettiva, con il rischio concreto di una vita sdoppiata tra ciò che si è e ciò che si rappresenta. O detta in termini chiari e senza pena di equivoco: all’interno del clero cattolico, il soggetto con tendenze omosessuali non potrebbe mai essere se stesso, finendo per questo costretto a vivere una vita di finzione, o peggio quella vita che taluni, in modo pericolosamente erroneo, pretenderebbero di relegare in quella «sfera della vita privata» sulla quale «nessuno ha il diritto di sindacare», come da anni afferma il Perfetti in articoli e pubblici video.
Questo non è un giudizio sulla dignità della persona, né un’affermazione che l’omosessuale sia meno capace di castità: è un giudizio sull’idoneità a una forma di vita specifica, che esige quella stessa unità tra identità personale e testimonianza pubblica di cui abbiamo già parlato a proposito del celibato come donazione, non come privazione. Riconoscere questa difficoltà strutturale prima dell’ordinazione, piuttosto che scoprirla dopo — quando le conseguenze ricadono sulla persona, sulla comunità e sulla Chiesa stessa — non è una discriminazione, ma l’esatto contrario: la forma più elementare di cura pastorale che risparmia a un uomo l’esperienza di una doppia vita che la Chiesa, per prima, ha il dovere di non fargli intraprendere e vivere.
Conclusione
Il problema non è se una persona con tendenze omosessuali radicate sia degna dell’amore di Dio o capace di vivere autenticamente la fede: la risposta della Chiesa in tal senso è chiara. La questione è un’altra: la Chiesa possiede il diritto e il dovere di stabilire i criteri per discernere le vocazioni? Se la risposta è negativa, ogni esclusione da un ministero è discriminazione, se invece è affermativa, il discernimento vocazionale appartiene alla responsabilità della Chiesa e non si riduce alla verifica della condotta legata alla sola morale sessuale.
È su questo punto che si concentra il nostro dissenso rispetto alle affermazioni pericolose, sul piano dottrinale e giuridico di Silere non possum, unite al suo tentativo, portato avanti da anni, di sdoganare la pratica dell’omosessualità all’interno del clero. Il tutto non per negare la dignità di alcuno, né per alimentare sterili contrapposizioni ideologiche, ma perché la domanda iniziale è stata formulata nel modo sbagliato. Il sacerdozio ministeriale non è una professione, non è un incarico rivendicabile, non è un diritto soggettivo. È una vocazione che la Chiesa valuta secondo criteri che non riceve dal consenso sociale del momento, ma dalla propria comprensione del ministero apostolico e della missione ricevuta da Cristo. Quando la Chiesa esercita questo giudizio compie uno degli atti più delicati e responsabili della propria missione: custodire l’identità del sacerdozio ministeriale per il bene dell’intero Popolo di Dio. Per questo motivo il cavallo di Troia arcobalenato non può fare trionfale ingresso all’interno del clero: per tutelare gli omosessuali per primi da una vita di nascondimento e di doppiezza all’ombra delle sacrestie.
Dall’Isola di Patmos, 23 luglio 2026
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I nostri precedenti articoli (2023-2026):
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– 17 agosto 2026 – IL CAVALLO DI TROIA ARCOBALENO: QUANDO LA LIBERTÀ DIVENTA A SENSO UNICO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 23 luglio 2026 – PRETE NON SI DIVENTA PER «BASTA CHE NON PRATICHI IL SESSO» (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 20 luglio 2026 – SILERE NON POSSUM, IL QUOTIDIANO INTERNAZIONALE CON L’OFFICINA INCORPORATA ALL’ATTACCO DEL DIRETTORE DEI MEDIA VATICANI (per aprire l’articolo cliccareQUI)
– 28 giugno 2026 — SILERE NON POSSUM E L’ARCOBALENO COME CAVALLO DI TROIA. QUANDO LA LOTTA AGLI ABUSI DIVENTA IL PRETESTO PER RISCRIVERE LA MORALE CATTOLICA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 giugno 2026 — Comunicato: L’ISOLA DI PATMOS OGGETTO DI RIPETUTE SEGNALAZIONI INFONDATE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 11 giugno 2026 — MARCO PERFETTI: DIRE A ME CHE SONO UN PROBLEMATICO È OVVIO COME DIRE CHE LA MADDALENA FACEVA LA PROSTITUTA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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– 27 aprile 2026 — CUR IN HOC CASU “SILERE POSSUM”? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 marzo 2026 — IL NARCISISTA MALIGNO E L’USO DI BLOG E SOCIAL PER ARRECARE DANNO ALLA CHIESA E AI SUOI FEDELI SERVITORI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2026 — L’ABATE DI SOLESMES E L’ILLUSIONE DI SINTESI LITURGICA: TRA SOGGETTIVISMO E CONFUSIONE DOTTRINALE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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I Padri dell’Isola di Patmos
“Silere non possum” e l’arcobaleno come cavallo di Troia. Quando la lotta agli abusi diventa il pretesto per riscrivere la morale cattolica
/in Attualità/da Padre ArielSILERE NON POSSUM E L’ARCOBALENO COME CAVALLO DI TROIA. QUANDO LA LOTTA AGLI ABUSI DIVENTA IL PRETESTO PER RISCRIVERE LA MORALE CATTOLICA
Dire che «non c’è nulla da curare» può funzionare in un manifesto ideologico arcobalenico e gay friendly, non però nella Chiesa Cattolica, dove la cura delle anime esiste proprio perché l’uomo non è un individuo perfetto al quale basta essere confermato in tutto ciò che prova, desidera o ritiene giusto.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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L’articolo pubblicato da Silere non possum con il titolo La Gran Bretagna si appresta a vietare la pratiche di conversione (cfr. qui) prende spunto dal progetto di legge britannico volto a vietare le cosiddette conversion practices, che a dire dei suoi promotori pretenderebbero di modificare l’orientamento sessuale di una persona.

Questo tema costituisce tuttavia solo l’occasione per riproporre una linea che Silere non possum porta avanti ormai da anni: sostenere che il problema non siano soltanto eventuali abusi, ma la stessa impostazione morale della Chiesa Cattolica sull’omosessualità (tra i numerosi vedere qui). L’articolo si regge su un artificio argomentativo di tipo sofistico e parte dalla condanna di pratiche che nessuno difende per poi estendere il sospetto in modo progressivo fino a comprendere la direzione spirituale, la prassi pastorale, il linguaggio della conversione, la proposta della continenza e perfino la possibilità che una persona omosessuale chieda liberamente di essere aiutata a vivere secondo l’insegnamento della Chiesa. Così facendo, il dibattito sulle conversion practices diventa il veicolo attraverso il quale mettere sotto processo non gli abusi, ma la morale cattolica stessa.
Il problema molto serio nasce quando l’autore oltrepassa il tema della critica alle conversion practices per allargare progressivamente il bersaglio fino ad affermare che «nessuno è rotto e nessuno deve essere aggiustato» e che parlare di «guarigione» dell’omosessualità costituirebbe, già di per sé, un’impostazione da respingere. È qui che il ragionamento cambia natura, perché nessun sacerdote fedele alla dottrina e al magistero della Chiesa sostiene che un omosessuale sia «rotto». Però, se diventa sospetto perfino parlare di direzione spirituale liberamente richiesta da una persona, allora il bersaglio non sono più gli abusi, ma il linguaggio stesso con cui la Chiesa parla da duemila anni della conversione di ogni uomo, indipendentemente dal suo orientamento sessuale (cfr. mio precedente articolo, qui).
L’articolo scrive che queste pratiche «non curano nulla, perché non c’è nulla da curare». La frase sembra umana, rassicurante, perfino compassionevole. In realtà non è soltanto teologicamente povera, ma radicalmente errata. Per la fede cristiana ogni persona, omosessuale o eterosessuale, porta in sé una ferita che ha nome peccato, concupiscenza, disordine e bisogno di conversione. Dire che «non c’è nulla da curare» può funzionare in un manifesto ideologico gay friendly, non però nella Chiesa Cattolica, dove la cura delle anime esiste proprio perché l’uomo non è un individuo perfetto al quale basta essere confermato in tutto ciò che prova, desidera o ritiene giusto.
Una premessa ovvia per qualsiasi teologo ma tutt’altro che scontata per coloro che, proprio perché non sanno, presumono più che mai di sapere: il peccato non è un diritto, ma una possibilità che rientra nella piena libertà concessa da Dio all’uomo. Per questo non mi stanco di ripetere, a proposito della libertà: se Dio non ha impedito ai nostri progenitori di commettere il peccato originale, alterando così l’equilibrio della creazione e segnando la storia dell’umanità, vogliamo forse essere noi a limitare ciò che Dio stesso non ha limitato, donando all’uomo il libero arbitrio? Ciò premesso, il punto decisivo è distinguere. Una cosa è voler «raddrizzare» una persona contro la sua volontà, sino a ricorrere a forme di coercizione, altra è accompagnare chi domanda liberamente di essere guidato in un cammino spirituale. Una cosa è l’abuso, altra la direzione spirituale. Una cosa è la manipolazione psicologica, altra la confessione sacramentale. Una cosa è imporre una presunta «guarigione» dell’orientamento sessuale, altra è aiutare una persona a vivere la propria sessualità secondo l’insegnamento della Chiesa. L’articolo di Silere non possum confonde deliberatamente questi piani, presentandoli come se appartenessero alla stessa categoria. Il risultato non è un’analisi, ma una confusione che tradisce una sostanziale carenza di comprensione della dottrina cattolica e della cura delle anime.
Ancora più singolare è il passaggio su Padre Amedeo Cencini, presbitero della Congregazione Canossiana e psicologo, oggetto da anni di violenti attacchi da parte dell’ideatore di questo blog, dov’è presentato come esempio della presunta responsabilità della Chiesa Cattolica, con roboante ricordo trionfale di quando Marco Perfetti avviò nel 2022 un procedimento disciplinare contro di lui presso l’Ordine degli Psicologi del Veneto, senza ottenere il risultato sperato. La Commissione di vigilanza dell’Ordine regionale, attenendosi alle procedure previste, aprì il fascicolo, ascoltò le parti e convocò sia l’accusante (Perfetti) sia l’accusato (Cencini). Al termine dell’istruttoria, in data 18 luglio 2021, pronunciò questa sentenza: «Non si sono ravvisate ipotesi di violazione del Codice Deontologico». Il procedimento venne quindi archiviato definitivamente il 22 novembre 2021. L’episodio ricevette eco sulla stampa e un noto settimanale cattolico diede conto della vicenda, sottolineando come l’accusa fosse stata giudicata inconsistente e infondata. Nello stesso articolo fu riportato anche il commento pubblicato sui social dal Sig. Perfetti che, vedendosi dare torto, arrivò ad affermare:
«L’Italia è una Repubblica che non conosce cosa sia la giustizia […] un Paese che fa sostanzialmente ridere» (cfr. Settimana News, qui).
Queste sono le reazioni scomposte, offensive e spesso violente alle quali ricorre quando le sue istanze sono respinte, cosa che avviene, come i fatti dimostrano, per una media di nove volte su dieci (cfr. qui). Inutile a dirsi, ma lo diciamo lo stesso: una vera redazione seria che si proclama «testata giornalistica internazionale» (cfr. qui), non pubblica articoli firmati da anonimi privi di nome e cognome e, quantunque domiciliata fittiziamente in Estonia presso il civico di un complesso industriale dove risulta un distributore di carburante, dovrebbe almeno domandarsi se le proprie accuse siano fondate. Per farlo occorrono però il senso della misura e quello del ridicolo, qualità delle quali, a giudicare dai fatti, non sembra dare particolare prova. Invece no: continua a riproporre — in questo come in altri casi riguardanti persone finite nel suo mirino — la medesima narrazione, come se la martellante ripetizione costituisse una prova e il sistematico insuccesso delle proprie iniziative un dettaglio trascurabile (cfr. qui, qui, qui, ecc..).
L’articolo è costretto, a un certo punto, a riconoscere una cosa essenziale: la relazione del Gruppo di studio istituito durante il Sinodo sulla Sinodalità, pubblicata dal Vaticano il 5 maggio, non modifica in alcun modo l’insegnamento cattolico sull’omosessualità o sul matrimonio e ribadisce che l’accompagnamento pastorale deve rimanere «in piena conformità con l’insegnamento della Chiesa». Questa sola affermazione dovrebbe chiudere la questione: se l’accompagnamento deve essere conforme alla dottrina cattolica, allora non può trasformarsi nella benedizione morale degli atti omosessuali. Se invece qualcuno pretende che ogni accompagnamento conforme alla dottrina sia già, di per sé, sospetto, allora il problema non sono più gli abusi: il problema è la dottrina cattolica stessa che si tenta di colpire per vie traverse giocando di sofismi sulle parole.
Poiché il Sig. Marco Perfetti ricorre con grande disinvoltura nei suoi articoli all’accusa di «omofobia», è opportuno chiarire un dato giuridico elementare che pare sfuggirgli. Nel diritto penale italiano non esiste una fattispecie autonoma denominata «reato di omofobia». Questa non è un’opinione, ma un dato oggettivo del diritto positivo. Ciò non significa che restino impunite le minacce, le violenze, le percosse, la diffamazione o altri comportamenti penalmente rilevanti commessi ai danni di persone omosessuali, che trovano già tutela nelle ordinarie disposizioni del Codice Penale. Diverso è il discorso relativo ai cosiddetti reati d’odio: gli articoli 604-bis e 604-ter del Codice Penale, introdotti dal decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito nella legge 25 giugno 1993, n. 205 (cosiddetta Legge Mancino), puniscono la propaganda, l’istigazione alla discriminazione e alla violenza fondate su motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. L’orientamento sessuale e l’identità di genere non figurano però tra le categorie tutelate da queste disposizioni, poiché i successivi tentativi di estenderne l’ambito applicativo — il più noto dei quali è stato il Disegno di legge Zan, definitivamente respinto dal Senato il 27 ottobre 2021 — non sono mai divenuti legge perché il rischio che andassero a perseguire il reato di opinione era elevatissimo. Tema quest’ultimo sul quale Padre Ivano Liguori e io scrivemmo un libro a cui rimando: Dal Prozan al Prozac.
Questo è il quadro normativo vigente, sarebbe quindi prudente tenerne conto prima di distribuire lezioni di diritto, dato che il Sig. Perfetti mostra spesso una singolare inclinazione a impartire, in articoli e video, spiegazioni giuridiche con tono perentorio anche a magistrati, avvocati e docenti universitari che esercitano o insegnano il diritto da un numero di anni superiore alla sua intera età anagrafica. È un esercizio di sicurezza personale certamente ammirevole, molto meno, però, sul piano della competenza giuridica.
Questo blog gay-friendly in salsa gossip-clericale non chiede di non umiliare gli omosessuali, questo la Chiesa lo insegna già, né di condannare le violenze, questo lo impone già la morale cristiana. Come provano anni di articoli e numerosi video del suo blogger pretende che la Chiesa rinunci a considerare l’omosessualità praticata come moralmente disordinata e che consideri sospetto ogni cammino di direzione spirituale. È il cavallo di Troia arcobalenato: entra con il linguaggio della tutela, poi chiede alla Chiesa di cambiare antropologia, morale e pastorale.
A questo proposito il mio compianto amico Paolo Poli, nel documentario Felice chi è diverso di Gianni Amelio del 2014, con parole poi riportate anche dal Corriere della Sera il 25 marzo 2016, espresse un concetto molto più lucido di tante omelie travestite da sociologia inclusiva:
«La Chiesa fa il suo mestiere. Non si cheti! I gay non possono pretendere di incularsi con la benedizione del Papa!».
Dietro questa frase forte tipica della teatralità del maestro c’è però una verità elementare: la Chiesa non odia chi vive una condizione omosessuale; semplicemente non può benedire ciò che ritiene contrario alla legge morale. Paolo Poli lo aveva capito, alcuni cattolici ideologizzati e arcobalenati ancora non riescono a capire che la Chiesa accoglie il peccatore, sempre, ma combatte il peccato, sempre.
Resta infine la firma impressa a fine articolo: Robert Evans, nome che nel mondo anglosassone suona più o meno come il nostro Mario Rossi, o come un napoletanissimo Gennaro Esposito. Non è dato sapere se si tratti di una persona reale, di uno pseudonimo o di una firma redazionale. La cosa avrebbe minore importanza se il testo non pretendesse di impartire lezioni alla Chiesa Cattolica sulla cura delle anime, tema sul quale sarebbe gradito almeno sapere chi parla, con quale competenza e con quale responsabilità personale.
La Chiesa «non si cheti» — com’ebbe a dire Paolo Poli — e continui a fare il proprio mestiere: accogliere le persone, curare le ferite, condannare ogni abuso, annunciare la salvezza, chiamare ogni uomo alla conversione e concedere la grazia della divina misercordia. Se per qualcuno questo è ormai inaccettabile, almeno abbia l’onestà di dire apertamente che non vuole correggere gli abusi della pastorale cattolica, ciò a cui mira è correggere la fede cattolica in gaia salsa arcobaleno.
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I nostri precedenti articoli (2023-2026):
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– 28 febbraio 2026 — SILERE NON POSSUM. UNO STRAORDINARIO MARCO PERFETTI TRA DISINVOLTO DIRITTO CANONICO E «SCANDALO AL SOLE»: L’AUGUSTO DEFUNTO DISSE CHE L’OMOSESSUALITÀ È PECCATO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 16 febbraio 2026 — DONNE, DIRITTO E TEOLOGIA USATI COME SLOGAN DAL BLOG SILERE NON POSSUM (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 febbraio 2026 — I PROCI DI ITACA E L’EPOPEA DELLA SFRANTA CHE TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 10 dicembre 2025 — MARCO PERFETTI, ALIAS SILERE NON POSSUM: IL GRILLO COLTO E LA ZANZARA CHE SI CREDE UN’AQUILA REALE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 6 settembre 2025 — IL POTENTISSIMO SILERE NON POSSUM STA FACENDO TREMARE GOOGLE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ” (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 29 marzo 2025 — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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I Padri dell’Isola di Patmos
Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»
(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma
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