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Le parole sono importanti

23 Ottobre 2026/0 Commenti/in Attualità/da Monaco Eremita

LE PAROLE SONO IMPORTANTI

Oggi nella Chiesa si abita di tutto, si va dall’abitare le inquietudini del tempo e le relazioni fino — e questa è un’espressione che piace tantissimo — ad abitare la complessità, o come cantava Mina: «Parole soltanto parole, parole tra noi».

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AutoreMonaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

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PDF articolo formato stampa

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Ogni ambiente umano si esprime con un proprio linguaggio, che se da un lato è utile a comunicare e a preservare la propria identità, dall’altro rischia di precludere l’accesso ai non iniziati, rasentando addirittura l’autoreferenzialità.

I linguisti e i sociologi studiano da tempo il fenomeno, che per alcuni versi è esperibile anche ai profani: basta venire a contatto con qualcuno di questi ambienti per riconoscere un determinato uso della lingua con il suo correlato frasario. Prendiamo ad esempio il mondo del marketing. Chi sente parlare gli esperti di questo settore ascolterà un profluvio di anglicismi come target, mindset, performance, adottati non da ultimo per darsi un tono professionale. Perfino le mode si avvicendano: il meeting, che per molti evoca ormai soltanto l’annuale Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, ha ceduto il passo alla call, che abbiamo imparato a usare a motivo del Covid, quando molti sono stati costretti a lavorare da remoto o, come si dice oggi, in smart working. Fare una call, entrare in call, vederci in call è divenuto un modo abituale di dire e di rapportarsi.

A parte questi aspetti laterali del parlare quotidiano, al centro rimane il fatto che più gli ambienti sono chiusi, più il linguaggio rimane comprensibile ai soli iniziati, a coloro cioè che fanno parte del gruppo e condividono lo stesso verbo. Capita anche nella Chiesa. Se per il linguaggio usato e compreso nei partiti e dai loro rappresentanti esiste una definizione, il politichese, ne è stata coniata una anche per quello di coloro che frequentano il mondo ecclesiale: l’ecclesialese. Sull’argomento sono uscite diverse pubblicazioni e qualche articolo di giornale, poiché l’ecclesialese, tutt’altro che in declino, si è diffuso in modo sotterraneo ma dilagante. Qualcuno lo ha definito:

«Debole nei contenuti e nel pensiero, rigido con la sua schematica ripetitività ma in realtà flessibile nel piegarla alle contingenze più banali, prono agli slogan e sensibile all’effimero; insomma, “liquido” quanto basta per adattarsi perfettamente alle esigenze dell’“uomo di mondo” (e di potere) clericale»¹.

Così accade che alla parola «ateo» si preferisca la più innocua «non credente». «Amare il prossimo» si può dire, ma suona meglio «fare esercizio di prossimità». I «desiderata» o i «programmi» di un vescovo e dei suoi collaboratori, meglio chiamarli «orientamenti» e «piano pastorale». E i risultati delle iniziative adottate? Definiti, naturalmente, «ricadute pastorali». La dottrina, il catechismo? Parole desuete: meglio parlare di «percorso di iniziazione cristiana». Sembrano battute, ma è proprio così.

Anche le parole dell’ecclesialese hanno le loro stagioni. Qualcuno ricorderà che in un passato non molto lontano andava di moda il termine «discernimento», che poteva essere degli spiriti o dei carismi: si potevano discernere le situazioni, le vocazioni e ogni genere di cosa. Quando don Luigi Ciotti, fondatore a Torino del Gruppo Abele e poi di Libera, iniziò a usare spesso l’espressione «fare fatica», presto questa dizione si diffuse anche negli ambienti ecclesiali dediti al sociale e alla carità, per indicare quelle persone che appunto fanno fatica a trovare soldi, lavoro, un tetto e stabilità in una vita della quale vivono ai margini. C’è stato poi un tempo in cui non si parlava che di progetti, che naturalmente potevano essere educativi, formativi o pastorali: qualcuno ricorda il progetto culturale della Chiesa italiana, così in voga negli anni Novanta del secolo scorso? Infine sulla scena piombò Papa Francesco che, come coniatore di slogan divenuti di tendenza nel linguaggio ecclesiale, fu davvero imbattibile. Solo pochi giorni fa ho udito l’omelia di un arcivescovo italiano che nel suo incipit richiamava le «periferie esistenziali», un’espressione che ha avuto una certa fortuna.

Ma qual è la parola che oggi va più di moda nella Chiesa, almeno in quella italiana o perlomeno in una parte di essa? Vado a spanne, poiché una ricerca dettagliata richiederebbe molto tempo e dedizione. Eppure a me sembra che il termine più ricorrente sia «abitare». Oggi nella Chiesa si abita di tutto, si va dall’abitare le inquietudini del tempo e le relazioni fino — e questa è un’espressione che piace tantissimo — ad abitare la complessità, o come cantava Mina: «Parole soltanto parole, parole tra noi».

Un amico sacerdote mi ha inviato il dépliant, che una volta si diceva programma, della festa in onore del patrono della sua parrocchia e fra le varie iniziative scorgo una conferenza dal titolo: Abitare la storia. Per avere la riprova di questa mia convinzione ho aperto la pagina web di una rivista di informazione religiosa e, digitando la parola «abitare» nella casella di ricerca, sono saltati fuori decine di articoli che avevano tutti quel termine nel titolo. Così ho scoperto che si possono abitare le ferite, le frontiere, i confini, la speranza, la tensione, l’arte, di nuovo il mondo e le relazioni, il vuoto del cuore e per fortuna anche lo sguardo di Cristo.

«Quando è moda è moda», cantava Giorgio Gaber nel 1978, in un brano del suo famoso album Polli d’allevamento. Ma che cosa si può fare allora per non essere omologati, proprio come animali in batteria, usando tutti lo stesso frasario e le medesime parole solo perché in quel momento sono quelle che tirano di più o perché le ha usate una volta il tizio famoso? Non sono un esperto, quindi per non sbagliare miro in alto e mi viene in mente il modo di parlare di Gesù, il suo linguaggio.

In un’intervista rilasciata ormai molti anni fa, al regista e intellettuale Pier Paolo Pasolini fu chiesto chi fosse Gesù per lui. Egli rispose:

«Come archetipo di ogni possibile rapporto con il mondo è il più alto che io conosca» (cfr. qui).

Ma subito dopo precisava che questo era vero per lui, nato negli anni Venti del secolo scorso e cresciuto, per parte di madre, nel mondo contadino del Friuli, legato alla terra e ancora capace di comprendere le metafore agricole del Vangelo. Il mondo moderno, i giovani soprattutto, non le capirebbero più; l’edonismo dilagante già ai suoi tempi riterrebbe perfino le beatitudini delle realtà aliene. Senza nulla togliere alla graffiante disanima del regista de Il Vangelo secondo Matteo, ciò che emerge dalla lettura dei Vangeli non è tanto il cosa — di che cosa appunto doveva parlare Gesù ai suoi tempi, se non di pecore e di pastori, di semi e di alberi o di una donna che spazza la casa? — quanto il come. Egli prende la materia del mondo che lo circonda e la porge in una maniera assolutamente nuova, tanto che le stesse guardie inviate ad arrestarlo sono costrette a dire: «Mai un uomo ha parlato così!» (Gv 7,46). Perfino le sue interpretazioni della Scrittura, pur muovendosi tutte dentro l’ambiente culturale e religioso giudaico del tempo, si distinguono per l’originalità delle soluzioni e delle proposte: «Avete inteso che fu detto […] Ma io vi dico» (cfr. Mt 5,21-48). Così molti stavano ad ascoltarlo soppesando e ricordando ogni parola: fra tanti anche i capi e i responsabili religiosi, con i quali dialogava pur scontrandosi. Perfino il diavolo, sorpreso dalle sue risposte, preferì prendere tempo e tornare in un momento più opportuno, per lui (cfr. Lc 4,13).

Questa modalità di Gesù ritengo debba illuminare il nostro parlare: nel suo non si ascoltano mai slogan o frasi fatte e, se cita un proverbio tradizionale, lo fa per comunicare un di più di senso senza perdersi in verbosità. Eppure Gesù non aveva studiato alla Sorbona. Ed è proprio la Sorbona a dare il titolo a un celebre articolo che il domenicano François-Paul Dreyfus pubblicò nel 1975 sulla Revue Biblique, la rivista dell’École biblique di Gerusalemme, mettendo a confronto l’esegesi biblica praticata in ambito universitario e quella teologica e spirituale coltivata in seno alla Chiesa²: la prima allineata sul versante storico-critico e di carattere scientifico, la seconda meno accademica, ma volta a nutrire spiritualmente i credenti di oggi. L’autore auspicava che i due mondi riuscissero a incontrarsi; ed è lo stesso rischio di cui si è detto all’inizio: ogni ambiente, chiuso nel proprio linguaggio, finisce per parlare soltanto ai propri iniziati. Ma la Parola che entrambi i mondi studiano è uscita dalla bocca di chi non aveva neppure un dottorato in teologia a Tubinga, come invece, sia pure honoris causa, l’Anticristo del celebre racconto di Soloviev. Ciononostante, la sua parola era bella. Quando il servo del sommo sacerdote lo schiaffeggia, Gesù risponde: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (Gv 18,23); e quel «bene» nel greco del Vangelo è kalōs, che significa insieme bene e bellamente.

Se Gesù ci apparisse un esempio troppo alto da emulare, potremmo almeno guardare a Francesco di Assisi, un altro che non aveva titoli né cultura raffinata, eppure a ottocento anni esatti dal suo transito, avvenuto la sera del 3 ottobre 1226, continua a essere presente nel mondo. È forse il santo più universale, nel quale riescono a riconoscersi anche uomini di altre tradizioni spirituali e il cui esempio parla perfino a persone non religiose. Non molti sanno che amava parlare francese pur non conoscendolo benissimo. Ce lo fa sapere la Leggenda dei tre compagni, attribuita a Leone, Rufino e Angelo, con una piccola involontaria civetteria da parte di chi, come Rufino, cugino di Chiara, proveniva da ben altra estrazione e formazione: «Parlava volentieri questa lingua sebbene non fosse in grado di usarla correttamente»³. Il santo amava esprimersi in francese soprattutto all’inizio del suo cambiamento di vita⁴, per testimoniare il nuovo modo di stare al mondo. In questa lingua chiedeva l’elemosina, rispondeva al fratello di sangue Angelo che lo prendeva in giro incontrandolo in Assisi e soprattutto esprimeva la sua gioia e le lodi a Dio Altissimo. In seguito, Francesco non abbandonò questa predilezione per il francese, ma a quanto pare la riservò ai momenti di solitudine. Nella comunicazione in pubblico si sforzò piuttosto, nel tempo, di dare al suo volgare umbro la qualità e la dignità di una lingua letteraria e spirituale, come dimostra il Cantico di frate Sole. Il francese, lingua di prestigio delle corti e della cavalleria, gli era servito per segnare una rottura; per farsi capire da tutti scelse invece la lingua di tutti, dandole bellezza. E adottò un saluto nuovo, che egli stesso afferma di aver ricevuto dal Signore: «Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: Il Signore ti dia la pace!»⁵. La formula era così particolare e inconsueta per l’epoca da turbare per la sua novità, al punto che alcuni frati si vergognavano a pronunciarla⁶.

Piccoli accenni per sottolineare, tornando al nostro argomento, che non sarebbe poi così difficile trovare parole e linguaggi che le persone, anche le più umili, siano capaci di intendere quando si parla delle cose della fede, della Chiesa e di come questa si pone nel mondo, senza la necessità di ricorrere a frasi fatte, a espressioni standard o alla moda del momento. Certo occorrono sensibilità e grandezza d’animo, come fu per Francesco, ma anche cultura, buone letture, capacità di dare dignità al proprio linguaggio mettendoci cura e attenzione.

«Le parole sono importanti!», gridava Nanni Moretti in una famosa scena del suo film Palombella rossa. E lo sono anche e soprattutto per chi è stato chiamato a essere servitore di una Parola più grande.

Dall’Eremo, 23 ottobre 2026

 

NOTE

¹ R. Beretta, Il nuovo piccolo ecclesialese illustrato, Milano 2013.

² F.-P. Dreyfus, Exégèse en Sorbonne, exégèse en Église, in Revue Biblique 82 (1975), pp. 321-359.

³ Leggenda dei tre compagni, 10, in Fonti Francescane, p. 800.

⁴ S. Piron, Francesco e i suoi fratelli. Una biografia, Sellerio, Palermo 2026, p. 75.

⁵ Francesco d’Assisi, Testamento, 23.

⁶ Compilazione di Assisi, 101, in Fonti Francescane, p. 968.

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Quel cancro che nessuno chirurgo ha mai asportato e le metastasi dell’omosessualismo all’interno del clero – The cancer no surgeon has removed and the metastases of homosexualism within the clergy – El cáncer que ningún cirujano ha extirpado y las metástasis del homosexualismo dentro del clero

22 Ottobre 2026/in Attualità/da Padre Ariel

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QUEL CANCRO CHE NESSUN CHIRURGO HA ASPORTATO E LE METASTASI DELL’OMOSESSUALISMO ALL’INTERNO DEL CLERO

Eludere il tema dell’omosessualismo clericale, illudendosi di poter parlare e scrivere in modo serio e credibile di crisi del clero e di formazione dei sacerdoti, è come parlare di «preti su Marte».

 

— Attualità ecclesiale —

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Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

 

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In giro per i social network si stanno moltiplicando personaggi che parlano con disinvoltura di crisi del clero, per poi entrare a gamba tesa in una sfera di tale delicatezza che — come più volte ribadito su queste colonne — farebbe tremare vescovi e presbiteri con diversi decenni di esperienza nella cura spirituale del clero, in particolare di quanti versano in situazioni di sconforto, soggetti a fragilità o a vere e proprie sindro­mi depressive. Ciò di cui pochi parlano — e qui si inserisce l’elemento di quella paura dei preti verso altri preti che giunge a mutarsi talora in terrore — è il problema dell’omosessualità sempre più diffusa nel clero e, quel che è peggio, di una vera e propria cultura omosessualista che sta prendendo campo attraverso quello che — sempre su queste colonne — è stato più volte indicato come il cavallo di Troia arcobalenato. Questa cultura, che gli appartenenti a una numerosa «confraternita» cercano di imporre da anni all’interno della Chiesa, è la massa tumorale che purtroppo, sino a oggi, nessun chirurgo è riuscito ad asportare. Pertanto, parlare di crisi del clero e della sua formazione senza affrontare le metastasi di questo cancro, come fanno quei personaggi, è pura retorica, a volte persino mirata a sviare l’attenzione da un problema tutt’altro che marginale: se ne descrivono con dovizia i sintomi — la paura del giudizio, le confidenze tradite, il confratello percepito come avversario — senza mai nominare la malattia, ossia un clero che appare sempre più omosessualizzato.

Qual è l’oggetto di questa analisi? Non gli omosessuali, sulle cui libere scelte di vita nessuno ha il diritto di sindacare, ma gli aspiranti al sacerdozio o i sacerdoti omosessuali sui quali invece è del tutto lecito sindacare, talora persino doveroso, perché — come più volte spiegato in diversi miei articoli a tema — non possono essere liberamente se stessi. E un prete deve poter essere sempre se stesso, in modo aperto e libero, non certo vivere una vita di finzione e doppiezza, in seno alla quale il disordine sessuale, se presente, è destinato a moltiplicarsi alla massima potenza, in un clima di nascondimento e di repressione.

I. Dalla trasgressione alla sospensione della coscienza

I peccati contro il VI comandamento non costituiscono una novità nella storia della Chiesa: hanno attraversato i secoli, come attestano con crudezza testi antichi e autorevoli, tra i quali il Liber Gomorrhianus che san Pier Damiani indirizzò intorno al 1049 al Sommo Pontefice Leone IX. Quel testo rimane una testimonianza inequivocabile non soltanto del vizio, ma anche della rete di complicità che già allora lo proteggeva: chierici che si confessavano gli uni agli altri per assolversi a vicenda senza che nulla trapelasse, superiori inclini a coprire e a minimizzare, colpevoli mantenuti nei sacri ordini. Il futuro Dottore della Chiesa chiedeva che fossero deposti e che non venissero più ammessi al ministero. La presenza del peccato, anche grave e diffuso, o persino di una complicità organizzata per occultarlo, non rappresenta dunque l’elemento distintivo della crisi attuale, né consente di parlare, di per sé, di una decadenza senza precedenti.

I chierici denunciati da Pier Damiani si nascondevano perché sapevano di essere nel peccato: la loro complicità era la difesa di una colpa riconosciuta come tale. Ciò che rende la situazione contemporanea radicalmente diversa, per molti aspetti inedita nella storia ecclesiale, è il superamento di una soglia di non ritorno, oltre la quale viene meno la stessa capacità di riconoscere il bene e il male e di percepire il pericolo. In epoche precedenti, anche nei momenti di maggiore corruzione, il peccato era vissuto come tale, vale a dire come caduta, come debolezza, come infedeltà consapevole. La coscienza, pur ferita, restava operante; il soggetto sapeva di sbagliare, talvolta si giustificava, talvolta si nascondeva, ma non poteva cancellare del tutto il giudizio interiore che qualificava l’atto come disordinato. Nella situazione attuale, invece, si assiste a un passaggio qualitativo ben più grave: la sospensione e, in molti casi, l’annientamento della coscienza morale, accompagnati da una cultura che non si limita a nascondere il disordine, ma pretende di legittimarlo e di imporlo come un bene. Il comportamento non è più percepito come trasgressione di un bene riconosciuto, ma come modalità normale e indiscussa dell’agire. Il giudizio morale non viene rimosso per conflitto o per debolezza, ma perché non è più considerato pertinente. L’azione si colloca, per riprendere il titolo di un’opera di Friedrich Nietzsche divenuto drammaticamente attuale, al di là del bene e del male, non come scelta tragica e consapevole, ma come condizione ordinaria dell’esistenza.

Questa mutazione antropologica ha delle conseguenze profonde sul piano ecclesiale. Là dove il peccato è vissuto come caduta, resta aperta la possibilità della conversione; là dov’è vissuto come normalità priva di giudizio, la conversione non è semplicemente rifiutata, ma diventa impensabile. Non vi è conflitto interiore, non vi è pentimento, non vi è domanda di verità. La coscienza non viene zittita: non parla proprio più. È in questo contesto che si comprende come una condizione moralmente disordinata possa trasformarsi da fragilità personale in fattore funzionale al potere clericale. Soggetti privi di attrito morale, non attraversati dal dramma del limite, incapaci di riconoscere un bene oggettivo che giudichi l’azione, risultano particolarmente adatti a inserirsi in meccanismi di governo fondati sul silenzio, sulla complicità e sulla reciproca esposizione. La mancanza di coscienza non costituisce più un ostacolo, ma un vantaggio.

La lobby omosessualista clericale si innesta precisamente in questa frattura. Non nasce primariamente dalla debolezza o dall’occasionale incoerenza, né da quella caduta umana che, una volta riconosciuta e attraversata, può persino rendere l’uomo più consapevole e migliore di quanto fosse prima. Essa si forma invece attraverso la normalizzazione del peccato e della menzogna come condizione di appartenenza, trasformando ciò che dovrebbe essere riconosciuto e sanato in presupposto identitario e vincolo di sistema. Là dove il peccato non è più percepito come tale, ma vissuto come dato acquisito e condiviso, cessa di essere un problema morale e diventa un vincolo: ciò che è occulto e comune garantisce fedeltà, ciò che è taciuto e scambiabile assicura protezione, ciò che compromette tutti rende tutti controllabili.

È la distinzione che il Santo Padre Francesco pose in termini inequivocabili, rispondendo ai giornalisti sul volo di ritorno da Rio de Janeiro il 28 luglio 2013:

«Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli […]. Il problema è fare lobby di questa tendenza […]. Questo è il problema più grave per me» (cfr. qui).

Non la fragilità del singolo, dunque, ma l’organizzazione, la lobby. In tale scenario non sono i chierici amorali a risultare problematici per il sistema, ma coloro che pur vivendo nella fedeltà conservano una coscienza vigile e rifiutano di entrare in quel circuito di complicità, di silenzio e di scambio su cui l’omosessualismo clericale si regge e si trasforma in una struttura organizzata di potere. La coscienza libera, non negoziabile e non ricattabile, diventa così l’elemento destabilizzante, non per la sua forza polemica, ma per la sua semplice esistenza.

La crisi attuale non consiste dunque in una recrudescenza del peccato, ma nella sua trasformazione in criterio di governabilità, fino a giungere a una deriva ancora più grave: criterio di selezione per l’accesso al presbiterato e, successivamente, per l’individuazione dei candidati ritenuti idonei all’episcopato. Quando il processo di selezione viene intaccato a questo livello, le conseguenze non restano circoscritte, ma si riflettono inevitabilmente sull’intero corpo ecclesiale. Eppure la norma esiste ed è chiara. L’Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica approvata dal Sommo Pontefice Benedetto XVI e pubblicata il 4 novembre 2005 stabilisce che la Chiesa, «pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay» (cfr. qui). La stessa disposizione è stata ribadita nel 2016 dalla Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (cfr. qui). Il problema non è dunque l’assenza di criteri, ma la loro disapplicazione proprio là dove si formano e si scelgono i futuri presbiteri e vescovi.

È questo il passaggio che segna una decadenza senza precedenti storici: non la caduta dell’uomo, sempre possibile sin dall’alba dei tempi, a partire dall’irruzione del peccato originale nella storia, ma la costruzione di sistemi nei quali la caduta non è più riconosciuta come tale e la coscienza, svuotata della sua funzione giudicante, cessa di essere luogo di verità per diventare spazio neutro, funzionale al potere.

II. L’omosessualismo clericale come sistema fondato sulla normalizzazione della menzogna

Ogni sistema di potere che intenda preservare se stesso evita, per quanto possibile, l’esposizione diretta. Non agisce in prima persona, non si compromette apertamente, non si assume pubblicamente la responsabilità delle proprie decisioni più controverse. Preferisce operare per interposta persona, servendosi di soggetti che fungono da schermo, da esecutori, da strumenti sacrificabili. Si tratta degli uomini di paglia e degli utili idioti: figure che non governano realmente, ma agiscono al posto del potere, eseguendo ciò che altri decidono, dopo essere stati neutralizzati dall’illusione di appartenere al potere e di trarne un riconoscimento indiretto.

Nel contesto ecclesiastico, questi soggetti sono spesso laici clericalizzati, inseriti stabilmente negli ambienti di Curia e nei circuiti amministrativi, finanziari e mediatici, o comunque nei luoghi di maggiore influenza ecclesiale. Pur privi di una responsabilità istituzionale formale, godono di una libertà operativa che il clero non può permettersi. Sono loro a intervenire là dove il potere clericale non intende esporsi direttamente: intimidiscono, delegittimano, diffamano, segnalano, accusano, danno vita a procedimenti privi di qualsiasi fondamento reale. Agiscono convinti di contare e di avere un peso all’interno della struttura di potere, mentre in realtà vengono utilizzati proprio perché sostituibili, esposti e sacrificabili, ridotti a meri strumenti esecutivi destinati ad assorbire l’urto delle azioni più sudice con le quali i clericali non vogliono sporcarsi le mani.

Non è raro che un laico clericalizzato, privo di qualsiasi mandato formale, si faccia improvvisamente promotore di «segnalazioni» motivate da un presunto zelo per il bene della Chiesa. Nessuna accusa esplicita, nessuna prova concreta: solo allusioni, sospetti, frasi lasciate cadere con apparente discrezione. È sufficiente, tuttavia, che tali voci giungano agli ambienti giusti che le attendevano già in una silenziosa disponibilità, perché un incarico venga revocato, una collaborazione interrotta, una persona isolata. Il laico si è esposto, ha svolto il lavoro sporco; il potere resta sullo sfondo e conserva, per così dire, le mani pulite.

Questa modalità di azione non è episodica, ma strutturale. Il potere clericale conserva così una distanza di sicurezza e mantiene sempre una plausibile negazione. È lo stesso meccanismo che si riscontra in ogni organizzazione che intenda esercitare un controllo senza assumersene apertamente il peso morale e giuridico. La responsabilità resta invisibile; l’azione, invece, è molto concreta, non di rado devastante.

Accanto a questa prima categoria, ne emerge una seconda, ancora più aggressiva e pericolosa: quella dei laici omosessuali clericalizzati ideologicamente, caratterizzati da una militanza aspra, vendicativa e talora apertamente violenta sul piano morale e relazionale. Non si limitano a fungere da strumenti passivi del sistema, ma ne diventano attori attivi, mossi dall’obiettivo di sdoganare e legittimare l’omosessualismo all’interno della Chiesa, trasformandolo da disordine tollerato in criterio di riconoscimento e di appartenenza. Questi secondi soggetti agiscono spesso come avanguardia del sistema: dicono e scrivono, anche attraverso blog e social media, ciò che certi chierici velenosi non possono permettersi di affermare pubblicamente; attaccano chi questi chierici non possono colpire direttamente; esercitano una pressione costante mediante accuse, insinuazioni, segnalazioni alle autorità ecclesiastiche e campagne di delegittimazione. La loro forza risiede nell’assenza pressoché totale di vincoli. Non rispondono a un’autorità ecclesiastica formale, non rischiano sanzioni canoniche, non pagano alcun prezzo istituzionale e, nella pratica, agiscono in una zona di sostanziale impunità, che rende inefficace ogni tentativo di reazione giuridica proporzionata. Per questo risultano estremamente utili a certe frange clericali che se ne servono mantenendo al contempo una posizione apparentemente neutra: sono loro a esporsi, a parlare, a scrivere, a segnalare, mentre l’apparato resta sullo sfondo, pronto, all’occorrenza, a dichiararsi estraneo ai fatti. In tal modo possono colpire, intimidire e delegittimare senza subire serie conseguenze.

Nessuno di questi soggetti potrebbe operare efficacemente se la verità fosse riconosciuta e assunta come criterio operativo comune, ossia come parametro concreto per valutare i comportamenti, prendere decisioni, attribuire responsabilità e intervenire quando emergono abusi o menzogne. Essi prosperano in un contesto nel quale il silenzio è premiato, la discrezione è elevata a virtù, la lealtà non è misurata sulla rettitudine, ma sulla capacità di non mettere in crisi il sistema. La menzogna non è più percepita come deviazione, ma come condizione necessaria per restare all’interno del circuito.

È in questo ambiente che l’omosessualismo clericale cessa di essere una somma di comportamenti individuali e si configura come sistema. Non perché tutti vi partecipino, ma perché chi ne fa parte accetta regole non scritte, ma molto rigide: non vedere, non parlare, non nominare. La vita privata diventa strumento di controllo; il segreto condiviso diventa garanzia di affidabilità; la compromissione reciproca diventa fondamento di protezione. Chi accetta queste condizioni viene integrato; chi le rifiuta, anche senza denunciare nulla, viene percepito come pericoloso elemento destabilizzante, quindi come un problematico. La menzogna, così normalizzata, non è più un effetto collaterale del sistema, ma il suo fondamento operativo. È la vecchia tecnica del Demonio, capace di dire nove verità per poi, giunto infine alla decima, dire una colossale menzogna che snatura completamente quanto di vero era stato detto in precedenza. A quel punto la verità snaturata diviene, per diabolico paradosso, supporto funzionale alla menzogna, che può essere anche un’omissione: non soltanto non dire le cose come stanno, ma negare come stanno le cose.

A governare questo sistema non sono, in ultima analisi, coloro che parlano o che agiscono in modo visibile, ma quegli ecclesiastici che non intervengono mai direttamente, che osservano, ascoltano, lasciano fare. Non impartiscono ordini espliciti, non firmano provvedimenti, non assumono decisioni formalizzate, ma nulla accade senza il loro tacito consenso. Quando il danno è compiuto, possono sempre dichiarare di non sapere, di non essere stati informati, di non aver autorizzato alcunché, sacrificando semmai, all’occorrenza, gli utili idioti mandati alla carica di cui si sono serviti. Il potere, così esercitato, rimane intatto proprio perché non si espone: governa per delega, colpisce per interposta persona, preserva la propria posizione mentre altri assorbono il conflitto e la responsabilità. È all’interno di questo ambiente degradato, degradante e opaco che la lobby omosessualista clericale trova le condizioni ideali per consolidarsi e riprodursi con danni incalcolabili.

È su questa base che l’omosessualismo clericale diventa un organismo stabile, capace di difendersi e di incidere nella struttura del governo ecclesiastico, preparando al tempo stesso il terreno a forme ulteriori di scambio e di ricatto, nelle quali la compromissione sessuale diventa moneta di governo. Eludere il tema dell’omosessualismo clericale, illudendosi di poter parlare e scrivere in modo serio e credibile di crisi del clero e di formazione dei sacerdoti, è come parlare di «preti su Marte».

Dall’Isola di Patmos, 22 ottobre 2026

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THE CANCER NO SURGEON HAS REMOVED AND THE METASTASES OF  HOMOSEXUALISM WITHIN THE CLERGY

To evade the issue of clerical homosexualism, under the illusion of being able to speak and write seriously and credibly about the crisis of the clergy and the formation of priests, is like talking about «priests on Mars».

— Contemporary ecclesial affairs —

Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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All over the social networks there is a growing number of characters who speak glibly about the crisis of the clergy, only to go in feet first into a sphere so delicate that — as we have stated more than once in these columns — bishops and priests would tremble before it, even those with several decades of experience in the spiritual care of the clergy, particularly of priests in states of despondency, beset by frailty or by genuine depressive syndromes. What few people speak of — and here we come to that fear priests have of other priests, which at times turns into terror — is the problem of an ever more widespread homosexuality among the clergy and, what is worse, of a genuine homosexualist culture that is gaining ground through what — again in these columns — has repeatedly been called the rainbow Trojan horse. This culture, which the members of a large «confraternity» have for years been trying to impose within the Church, is the tumorous mass which, sadly, no surgeon has so far managed to remove. Therefore, to speak of the crisis of the clergy and of its formation without addressing the metastases of this cancer, as those characters do, is mere rhetoric, at times even aimed at diverting attention from a problem that is anything but marginal: they describe its symptoms in abundant detail — the fear of judgement, betrayed confidences, the brother priest perceived as an adversary — without ever naming the disease, namely a clergy that appears ever more homosexualised.

What is the object of this analysis? Not homosexuals, whose free life choices no one has any right to sit in judgement on, but candidates for the priesthood or homosexual priests, whom it is entirely legitimate, at times even a duty, to scrutinise, because — as I have explained more than once in several of my articles on the subject — they cannot freely be themselves. A priest must always be able to be himself, openly and freely, not live a life of pretence and duplicity, in which sexual disorder, where present, is bound to multiply to the highest power, in a climate of concealment and repression.

I. From Transgression to the Suspension of Conscience

Sins against the Sixth Commandment are no novelty in the history of the Church: they have run through the centuries, as ancient and authoritative texts starkly attest, among them the Liber Gomorrhianus which Saint Peter Damian addressed around 1049 to the Supreme Pontiff Leo IX. That text remains an unequivocal testimony not only to the vice, but also to the network of complicity that already protected it: clerics who confessed to one another so as to absolve each other without anything leaking out, superiors inclined to cover up and play down, culprits kept in sacred orders. The future Doctor of the Church demanded that they be deposed and no longer admitted to the ministry. The presence of sin, even grave and widespread, or indeed of an organised complicity to conceal it, is therefore not the distinguishing feature of the present crisis, nor does it, in itself, allow us to speak of an unprecedented decadence.

The clerics denounced by Peter Damian hid because they knew they were in sin: their complicity was the defence of a guilt recognised as such. What makes the contemporary situation radically different, in many respects unprecedented in ecclesial history, is the crossing of a point of no return, beyond which the very capacity to recognise good and evil and to perceive danger fails. In earlier ages, even in moments of the greatest corruption, sin was experienced as such, that is to say as a fall, as weakness, as conscious infidelity. Conscience, though wounded, remained operative; the subject knew he was doing wrong, sometimes justified himself, sometimes hid, but could not entirely erase the inner judgement that qualified the act as disordered. In the present situation, by contrast, we witness a far graver qualitative shift: the suspension and, in many cases, the annihilation of moral conscience, accompanied by a culture that does not merely conceal the disorder, but claims to legitimise it and impose it as a good. Behaviour is no longer perceived as the transgression of a recognised good, but as a normal and unquestioned way of acting. Moral judgement is not set aside through conflict or weakness, but because it is no longer considered relevant. Action is situated, to borrow the title of a work by Friedrich Nietzsche that has become dramatically topical, beyond good and evil, not as a tragic and conscious choice, but as the ordinary condition of existence.

This anthropological mutation has profound consequences on the ecclesial plane. Where sin is experienced as a fall, the possibility of conversion remains open; where it is experienced as normality devoid of judgement, conversion is not simply refused, but becomes unthinkable. There is no inner conflict, no repentance, no demand for truth. Conscience is not silenced: it simply no longer speaks. It is in this context that one understands how a morally disordered condition can turn from personal frailty into a factor serving clerical power. Individuals devoid of moral friction, untouched by the drama of limitation, incapable of recognising an objective good that judges action, prove particularly suited to fitting into mechanisms of government founded on silence, complicity and mutual exposure. The lack of conscience is no longer an obstacle, but an advantage.

The clerical homosexualist lobby takes root precisely in this fracture. It does not arise primarily from weakness or occasional inconsistency, nor from that human fall which, once acknowledged and worked through, can even make a man more aware and better than he was before. It is formed instead through the normalisation of sin and of lies as a condition of belonging, turning what ought to be acknowledged and healed into a premise of identity and a systemic bond. Where sin is no longer perceived as such, but lived as something acquired and shared, it ceases to be a moral problem and becomes a bond: what is hidden and held in common guarantees loyalty, what is kept silent and exchangeable ensures protection, what compromises everyone makes everyone controllable.

It is the distinction that the Holy Father Francis drew in unequivocal terms, answering journalists on the return flight from Rio de Janeiro on 28 July 2013:

«The problem is not having this tendency, no, we must be brothers and sisters to one another […]. The problem is in making a lobby of this tendency […]. For me, this is the greater problem» (cf. here).

Not the frailty of the individual, then, but the organisation, the lobby. In such a scenario it is not amoral clerics who prove problematic for the system, but those who, while living in fidelity, preserve a vigilant conscience and refuse to enter that circuit of complicity, silence and exchange on which clerical homosexualism rests and turns itself into an organised structure of power. A free conscience, non-negotiable and not open to blackmail, thus becomes the destabilising element, not because of its polemical force, but by its mere existence.

The present crisis therefore does not consist in a resurgence of sin, but in its transformation into a criterion of governability, to the point of an even graver drift: a criterion of selection for access to the priesthood and, subsequently, for identifying the candidates deemed suitable for the episcopate. When the selection process is compromised at this level, the consequences do not remain circumscribed, but inevitably affect the entire ecclesial body. And yet the norm exists and is clear. The Instruction of the Congregation for Catholic Education approved by the Supreme Pontiff Benedict XVI and published on 4 November 2005 establishes that the Church, «while profoundly respecting the persons in question, cannot admit to the seminary or to holy orders those who practise homosexuality, present deep-seated homosexual tendencies or support the so-called “gay culture”» (cf. here). The same provision was reaffirmed in 2016 by the Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (cf. here). The problem, then, is not the absence of criteria, but their non-application precisely where future priests and bishops are formed and chosen.

This is the step that marks a decadence without historical precedent: not the fall of man, always possible since the dawn of time, from the irruption of original sin into history, but the construction of systems in which the fall is no longer recognised as such and conscience, emptied of its judging function, ceases to be a place of truth and becomes a neutral space serving power.

II. Clerical Homosexualism as a System Founded on the Normalisation of Lies

Every system of power that intends to preserve itself avoids, as far as possible, direct exposure. It does not act in the first person, does not compromise itself openly, does not publicly take responsibility for its most controversial decisions. It prefers to operate through intermediaries, making use of individuals who serve as screens, as executors, as expendable instruments. These are the men of straw and the useful idiots: figures who do not really govern, but act in place of power, carrying out what others decide, after having been neutralised by the illusion of belonging to power and of drawing an indirect recognition from it.

In the ecclesiastical context, these individuals are often clericalised laymen, permanently embedded in Curial circles and in administrative, financial and media networks, or in any case in the places of greatest ecclesial influence. Though lacking any formal institutional responsibility, they enjoy a freedom of action that the clergy cannot afford. It is they who step in where clerical power does not wish to expose itself directly: they intimidate, delegitimise, defame, report, accuse, set in motion proceedings devoid of any real foundation. They act convinced that they count and carry weight within the power structure, while in reality they are used precisely because they are replaceable, exposed and expendable, reduced to mere executive tools destined to absorb the impact of the filthiest actions with which the clericalists do not wish to dirty their hands.

It is not uncommon for a clericalised layman, devoid of any formal mandate, suddenly to become the promoter of «reports» motivated by a supposed zeal for the good of the Church. No explicit accusation, no concrete evidence: only allusions, suspicions, phrases dropped with apparent discretion. It is enough, however, for such rumours to reach the right circles, which were already awaiting them in silent readiness, for an appointment to be revoked, a collaboration ended, a person isolated. The layman has exposed himself, he has done the dirty work; power remains in the background and keeps, so to speak, its hands clean.

This mode of action is not episodic, but structural. Clerical power thus keeps a safe distance and always maintains plausible deniability. It is the same mechanism found in any organisation that intends to exercise control without openly assuming its moral and legal burden. Responsibility remains invisible; the action, however, is very concrete, often devastating.

Alongside this first category there emerges a second, even more aggressive and dangerous: that of ideologically clericalised homosexual laymen, marked by a harsh, vindictive and at times openly violent militancy on the moral and relational plane. They do not merely serve as passive instruments of the system, but become its active players, driven by the aim of mainstreaming and legitimising homosexualism within the Church, turning it from a tolerated disorder into a criterion of recognition and belonging. These second individuals often act as the vanguard of the system: they say and write, also through blogs and social media, what certain venomous clerics cannot afford to state publicly; they attack those whom these clerics cannot strike directly; they exert constant pressure through accusations, insinuations, reports to the ecclesiastical authorities and campaigns of delegitimisation. Their strength lies in the almost total absence of constraints. They answer to no formal ecclesiastical authority, they risk no canonical sanctions, they pay no institutional price and, in practice, they act in a zone of substantial impunity that renders ineffective every attempt at a proportionate legal response. This is why they prove extremely useful to certain clerical factions that make use of them while maintaining an apparently neutral position: it is they who expose themselves, who speak, write and report, while the apparatus remains in the background, ready, if need be, to disclaim any involvement. In this way they can strike, intimidate and delegitimise without suffering serious consequences.

None of these individuals could operate effectively if truth were acknowledged and adopted as a common operative criterion, that is, as a concrete standard for assessing conduct, making decisions, assigning responsibility and intervening when abuses or lies come to light. They thrive in a context in which silence is rewarded, discretion is raised to a virtue, loyalty is measured not by rectitude, but by the ability not to put the system in crisis. Lying is no longer perceived as a deviation, but as a necessary condition for remaining inside the circuit.

It is in this environment that clerical homosexualism ceases to be a sum of individual behaviours and takes shape as a system. Not because everyone takes part in it, but because those who belong to it accept unwritten yet very rigid rules: see nothing, say nothing, name nothing. Private life becomes an instrument of control; the shared secret becomes a guarantee of reliability; being mutually compromised becomes the foundation of protection. Those who accept these conditions are integrated; those who refuse them, even without denouncing anything, are perceived as a dangerous destabilising element and therefore as a troublemaker. The lie, thus normalised, is no longer a side effect of the system, but its operational foundation. It is the Devil’s old technique: he is capable of telling nine truths and then, having finally reached the tenth, telling a colossal lie that utterly distorts whatever truth had been told before. At that point the distorted truth becomes, by diabolical paradox, a functional support for the lie, which may also be an omission: not merely failing to tell things as they are, but denying how things are.

Those who govern this system are not, in the final analysis, the ones who speak or act visibly, but those churchmen who never intervene directly, who observe, listen, let things happen. They issue no explicit orders, sign no measures, take no formal decisions, yet nothing happens without their tacit consent. When the damage is done, they can always declare that they did not know, that they had not been informed, that they had authorised nothing, sacrificing instead, when necessary, the useful idiots they had sent to the charge and made use of. Power exercised in this way remains intact precisely because it does not expose itself: it governs by delegation, strikes through intermediaries, preserves its own position while others absorb the conflict and the responsibility. It is within this degraded, degrading and opaque environment that the clerical homosexualist lobby finds the ideal conditions to consolidate and reproduce itself, causing incalculable damage.

It is on this basis that clerical homosexualism becomes a stable organism, capable of defending itself and of shaping the structure of ecclesiastical government, while at the same time preparing the ground for further forms of exchange and blackmail, in which being sexually compromised becomes the currency of government. To evade the issue of clerical homosexualism, under the illusion of being able to speak and write seriously and credibly about the crisis of the clergy and the formation of priests, is like talking about «priests on Mars».

From The Island of Patmos, 22 October 2026

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EL CÁNCER QUE NINGÚN CIRUJANO HA EXTIRPADO Y LAS METÁSTASIS DEL HOMOSEXUALISMO DENTRO DEL CLERO

Eludir el tema del homosexualismo clerical, con la ilusión de poder hablar y escribir de modo serio y creíble de la crisis del clero y de la formación de los sacerdotes, es como hablar de «curas en Marte».

— Actualidad eclesial —

Autore

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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En las redes sociales se están multiplicando personajes que hablan con desenvoltura de la crisis del clero, para luego entrar en tromba en una esfera de tal delicadeza que — como hemos reiterado más de una vez en estas columnas — haría temblar a obispos y presbíteros con varias décadas de experiencia en el cuidado espiritual del clero, en particular de quienes se encuentran en situaciones de abatimiento, sujetos a fragilidades o a verdaderos síndromes depresivos. De lo que pocos hablan — y aquí entra el elemento de ese miedo de los sacerdotes hacia otros sacerdotes que a veces llega a convertirse en terror — es del problema de la homosexualidad cada vez más extendida en el clero y, lo que es peor, de una verdadera cultura homosexualista que va ganando terreno a través de lo que — también en estas columnas — se ha señalado repetidamente como el caballo de Troya arcoíris. Esta cultura, que los miembros de una numerosa «cofradía» intentan imponer desde hace años dentro de la Iglesia, es la masa tumoral que, por desgracia, hasta hoy ningún cirujano ha logrado extirpar. Por tanto, hablar de la crisis del clero y de su formación sin afrontar las metástasis de este cáncer, como hacen esos personajes, es pura retórica, a veces incluso orientada a desviar la atención de un problema que dista mucho de ser marginal: se describen con profusión sus síntomas — el miedo al juicio, las con­fidencias traicionadas, el hermano sacerdote percibido como adversario — sin nombrar nunca la enfermedad, es decir, un clero que parece cada vez más homosexualizado.

¿Cuál es el objeto de este análisis? No los homosexuales, sobre cuyas libres opciones de vida nadie tiene derecho a pronunciarse, sino los aspirantes al sacerdocio o los sacerdotes homosexuales, sobre los cuales, en cambio, es del todo lícito, y a veces incluso un deber, pronunciarse, porque — como he explicado varias veces en distintos artículos míos sobre el tema — no pueden ser libremente ellos mismos. Y un sacerdote debe poder ser siempre él mismo, de manera abierta y libre: no puede vivir una vida de ficción y doblez, en cuyo seno el desorden sexual, si está presente, está destinado a multiplicarse a la máxima potencia, en un clima de ocultamiento y de represión.

  1. De la transgresión a la suspensión de la conciencia

Los pecados contra el sexto mandamiento no constituyen ninguna novedad en la historia de la Iglesia: han atravesado los siglos, como atestiguan con crudeza textos antiguos y autorizados, entre ellos el Liber Gomorrhianus que san Pedro Damián dirigió hacia el año 1049 al Sumo Pontífice León IX. Aquel texto sigue siendo un testimonio inequívoco no solo del vicio, sino también de la red de complicidades que ya entonces lo protegía: clérigos que se confesaban unos a otros para absolverse mutuamente sin que nada trascendiera, superiores inclinados a encubrir y a minimizar, culpables mantenidos en las sagradas órdenes. El futuro Doctor de la Iglesia pedía que fueran depuestos y que no se los admitiera más al ministerio. La presencia del pecado, grave y extendido, o incluso de una complicidad organizada para ocultarlo, no constituye por tanto el elemento distin­tivo de la crisis actual, ni permite hablar, por sí sola, de una decadencia sin precedentes.

Los clérigos denunciados por Pedro Damián se escondían porque sabían que estaban en pecado: su complicidad era la defensa de una culpa reconocida como tal. Lo que hace que la situación contemporánea sea radicalmente distinta, en muchos aspectos inédita en la historia eclesial, es la superación de un umbral sin retorno, más allá del cual desaparece la capacidad misma de reconocer el bien y el mal y de percibir el peligro. En épocas anteriores, incluso en los momentos de mayor corrupción, el pecado se vivía como tal, es decir, como caída, como debilidad, como infidelidad consciente. La conciencia, aunque herida, seguía operando; el sujeto sabía que obraba mal, a veces se justificaba, a veces se escondía, pero no podía borrar del todo el juicio interior que calificaba el acto como desordenado. En la situación actual, en cambio, asistimos a un paso cualitativo mucho más grave: la suspensión y, en muchos casos, la aniquilación de la conciencia moral, acom­pañadas de una cultura que no se limita a ocultar el desorden, sino que pretende legiti­marlo e imponerlo como un bien. El comportamiento ya no se percibe como transgresión de un bien reconocido, sino como modo normal e indiscutido de obrar. El juicio moral no se elimina por conflicto o por debilidad, sino porque ya no se considera pertinente. La acción se sitúa, por retomar el título de una obra de Friedrich Nietzsche que se ha vuelto dramáticamente actual, más allá del bien y del mal, no como elección trágica y consciente, sino como condición ordinaria de la existencia.

Esta mutación antropológica tiene consecuencias profundas en el plano eclesial. Allí donde el pecado se vive como caída, permanece abierta la posibilidad de la conversión; allí donde se vive como normalidad carente de juicio, la conversión no es simplemente rechazada, sino que se vuelve impensable. No hay conflicto interior, no hay arrepen­timiento, no hay búsqueda de la verdad. La conciencia no es acallada: sencillamente ya no habla. Es en este contexto donde se comprende cómo una condición moralmente desordenada puede pasar de fragilidad personal a factor funcional al poder clerical. Sujetos carentes de fricción moral, no atravesados por el drama del límite, incapaces de reconocer un bien objetivo que juzgue la acción, resultan particularmente aptos para insertarse en mecanismos de gobierno basados en el silencio, la complicidad y la exposición recíproca. La falta de conciencia ya no constituye un obstáculo, sino una ventaja.

El lobby homosexualista clerical se injerta precisamente en esta fractura. No nace principalmente de la debilidad o de la incoherencia ocasional, ni de esa caída humana que, una vez reconocida y atravesada, puede incluso hacer al hombre más consciente y mejor de lo que era antes. Se forma, en cambio, mediante la normalización del pecado y de la mentira como condición de pertenencia, transformando lo que debería ser reconocido y sanado en presupuesto identitario y vínculo de sistema. Allí donde el pecado ya no se percibe como tal, sino que se vive como un dato adquirido y compartido, deja de ser un problema moral y se convierte en un vínculo: lo que está oculto y es común garantiza fidelidad, lo que se calla y se intercambia asegura protección, lo que compromete a todos hace a todos controlables.

Es la distinción que el Santo Padre Francisco estableció en términos inequívocos, respondiendo a los periodistas en el vuelo de regreso de Río de Janeiro el 28 de julio de 2013:

«El problema no es tener esta tendencia; no, debemos ser hermanos […]. El problema es hacer el lobby de esta tendencia […]. Éste es el problema más grave para mí» (cf. aquí).

No la fragilidad del individuo, sino la organización, el lobby. En este escenario no son los clérigos amorales los que resultan problemáticos para el sistema, sino quienes, viviendo en la fidelidad, conservan una conciencia vigilante y se niegan a entrar en ese circuito de complicidad, de silencio y de intercambio sobre el que el homosexualismo clerical se sostiene y se transforma en una estructura organizada de poder. La conciencia libre, innegociable y no chantajeable, se convierte así en el elemento desestabilizador, no por su fuerza polémica, sino por su simple existencia.

La crisis actual no consiste, por tanto, en un recrudecimiento del pecado, sino en su transformación en criterio de gobernabilidad, hasta llegar a una deriva aún más grave: criterio de selección para el acceso al presbiterado y, posteriormente, para la identificación de los candidatos considerados idóneos para el episcopado. Cuando el proceso de selección queda dañado a este nivel, las consecuencias no permanecen circunscritas, sino que repercuten inevitablemente en todo el cuerpo eclesial. Y sin embargo, la norma existe y es clara. La Instrucción de la Congregación para la Educación Católica aprobada por el Sumo Pontífice Benedicto XVI y publicada el 4 de noviembre de 2005 establece que la Iglesia, «respetando profundamente a las personas en cuestión, no puede admitir al Seminario y a las Órdenes Sagradas a quienes practican la homosexualidad, presentan tendencias homosexuales profundamente arraigadas o sostienen la así llamada cultura gay» (cf. aquí). La misma disposición fue reafirmada en 2016 por la Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (cf. aquí). El problema no es, por tanto, la ausencia de criterios, sino su falta de aplicación precisamente allí donde se forman y se eligen los futuros presbíteros y obispos.

Es este el paso que marca una decadencia sin precedentes históricos: no la caída del hombre, siempre posible desde el alba de los tiempos, a partir de la irrupción del pecado original en la historia, sino la construcción de sistemas en los que la caída ya no se reconoce como tal y la conciencia, vaciada de su función de juicio, deja de ser lugar de verdad para convertirse en espacio neutro, funcional al poder.

  1. El homosexualismo clerical como sistema basado en la normalización de la mentira

Todo sistema de poder que pretenda preservarse evita, en la medida de lo posible, la exposición directa. No actúa en primera persona, no se compromete abiertamente, no asume públicamente la responsabilidad de sus decisiones más controvertidas. Prefiere operar por persona interpuesta, sirviéndose de sujetos que hacen de pantalla, de ejecutores, de instrumentos sacrificables. Se trata de los hombres de paja y de los tontos útiles: figuras que no gobiernan realmente, sino que actúan en lugar del poder, ejecutando lo que otros deciden, después de haber sido neutralizadas por la ilusión de pertenecer al poder y de obtener de él un reconocimiento indirecto.

En el contexto eclesiástico, estos sujetos son a menudo laicos clericalizados, insertos de forma estable en los ambientes de Curia y en los circuitos administrativos, financieros y mediáticos, o en todo caso en los lugares de mayor influencia eclesial. Aunque carecen de una responsabilidad institucional formal, gozan de una libertad operativa que el clero no puede permitirse. Son ellos quienes intervienen allí donde el poder clerical no quiere exponerse directamente: intimidan, deslegitiman, difaman, delatan, acusan, ponen en marcha procedimientos carentes de todo fundamento real. Actúan convencidos de contar y de tener peso dentro de la estructura de poder, mientras que en realidad son utilizados precisamente porque son sustituibles, expuestos y sacrificables, reducidos a meros instrumentos ejecutivos destinados a absorber el impacto de las acciones más sucias con las que los clericales no quieren mancharse las manos.

No es raro que un laico clericalizado, carente de todo mandato formal, se convierta de repente en promotor de «denuncias» motivadas por un supuesto celo por el bien de la Iglesia. Ninguna acusación explícita, ninguna prueba concreta: solo alusiones, sospechas, frases dejadas caer con aparente discreción. Basta, sin embargo, con que esos rumores lleguen a los ambientes adecuados, que ya los esperaban con silenciosa disposición, para que se revoque un cargo, se interrumpa una colaboración, se aísle a una persona. El laico se ha expuesto, ha hecho el trabajo sucio; el poder permanece en segundo plano y conserva, por así decirlo, las manos limpias.

Este modo de actuar no es episódico, sino estructural. El poder clerical mantiene así una distancia de seguridad y conserva siempre una negación plausible. Es el mismo mecanismo que se encuentra en toda organización que pretende ejercer un control sin asumir abiertamente su peso moral y jurídico. La responsabilidad permanece invisible; la acción, en cambio, es muy concreta, a menudo devastadora.

Junto a esta primera categoría surge una segunda, aún más agresiva y peligrosa: la de los laicos homosexuales clericalizados ideológicamente, caracterizados por una militancia áspera, vengativa y a veces abiertamente violenta en el plano moral y relacional. No se limitan a hacer de instrumentos pasivos del sistema, sino que se convierten en sus actores activos, movidos por el objetivo de dar carta de ciudadanía y legitimar el homosexualismo dentro de la Iglesia, transformándolo de desorden tolerado en criterio de reconocimiento y de pertenencia. Estos segundos sujetos actúan a menudo como vanguardia del sistema: dicen y escriben, también a través de blogs y redes sociales, lo que ciertos clérigos venenosos no pueden permitirse afirmar públicamente; atacan a quien esos clérigos no pueden golpear directamente; ejercen una presión constante mediante acusaciones, insinuaciones, denuncias ante las autoridades eclesiásticas y campañas de deslegitimación. Su fuerza reside en la ausencia casi total de ataduras. No responden ante ninguna autori­dad eclesiástica formal, no se arriesgan a sanciones canónicas, no pagan ningún precio institucional y, en la práctica, actúan en una zona de sustancial impunidad que hace ineficaz todo intento de reacción jurídica proporcionada. Por eso resultan extrema­damente útiles a ciertas facciones clericales que se sirven de ellos manteniendo al mismo tiempo una posición aparentemente neutral: son ellos quienes se exponen, hablan, escriben y denuncian, mientras el aparato permanece en segundo plano, dispuesto, llegado el caso, a declararse ajeno a los hechos. De este modo pueden golpear, intimidar y deslegitimar sin sufrir consecuencias serias.

Ninguno de estos sujetos podría operar eficazmente si la verdad fuera reconocida y asumida como criterio operativo común, es decir, como parámetro concreto para valorar los comportamientos, tomar decisiones, atribuir responsabilidades e intervenir cuando surgen abusos o mentiras. Prosperan en un contexto en el que el silencio se premia, la discreción se eleva a virtud, la lealtad no se mide por la rectitud, sino por la capacidad de no poner en crisis el sistema. La mentira ya no se percibe como desviación, sino como condición necesaria para permanecer dentro del circuito.

Es en este ambiente donde el homosexualismo clerical deja de ser una suma de comportamientos individuales y se configura como sistema. No porque todos participen en él, sino porque quien forma parte de él acepta reglas no escritas, pero muy rígidas: no ver, no hablar, no nombrar. La vida privada se convierte en instrumento de control; el secreto compartido, en garantía de fiabilidad; la recíproca exposición al chantaje, en fundamento de protección. Quien acepta estas condiciones es integrado; quien las rechaza, aun sin denunciar nada, es percibido como un peligroso elemento desestabilizador y, por tanto, como alguien problemático. La mentira, así normalizada, ya no es un efecto colateral del sistema, sino su fundamento operativo. Es la vieja técnica del Demonio, capaz de decir nueve verdades para luego, llegado por fin a la décima, decir una mentira colosal que desnaturaliza por completo cuanto de verdadero se había dicho antes. En ese punto la verdad desnaturalizada se convierte, por diabólica paradoja, en apoyo funcional de la mentira, que puede ser también una omisión: no solo no decir las cosas como son, sino negar cómo son las cosas.

Quienes gobiernan este sistema no son, en último análisis, los que hablan o actúan de modo visible, sino aquellos eclesiásticos que nunca intervienen directamente, que observan, escuchan, dejan hacer. No imparten órdenes explícitas, no firman disposiciones, no adoptan decisiones formales, pero nada sucede sin su consentimiento tácito. Cuando el daño está hecho, siempre pueden declarar que no sabían, que no habían sido informados, que no habían autorizado nada, sacrificando en todo caso, llegado el momento, a los tontos útiles que habían lanzado a la carga y de los que se habían servido. El poder, ejercido así, permanece intacto precisamente porque no se expone: gobierna por delegación, golpea por persona interpuesta, preserva su posición mientras otros absorben el conflicto y la responsabilidad. Es dentro de este ambiente degradado, degradante y opaco donde el lobby homosexualista clerical encuentra las condiciones ideales para consolidarse y reproducirse con daños incalculables.

Es sobre esta base sobre la que el homosexualismo clerical se convierte en un organismo estable, capaz de defenderse y de incidir en la estructura del gobierno eclesiástico, preparando al mismo tiempo el terreno para ulteriores formas de intercambio y de chantaje, en las que lo que compromete sexualmente se convierte en moneda de gobierno. Eludir el tema del homosexualismo clerical, con la ilusión de poder hablar y escribir de modo serio y creíble de la crisis del clero y de la formación de los sacerdotes, es como hablar de «curas en Marte».

Desde la Isla de Patmos, 22 de octubre de 2026

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«Il mio canto libero» in un mondo che reagisce prima di leggere

30 Settembre 2026/in Attualità/da Padre Ivano

«IL MIO CANTO LIBERO» IN UN MONDO CHE REAGISCE PRIMA DI LEGGERE

Nell’attuale panorama cattolico troppo spesso tutto è ridotto a una morbosa ricerca del sensazionale: apparizioni di un esercito di madonne presenzialiste e logorroiche, fiumi di messaggi, profezie dei veggenti più improbabili, rivelazioni private spacciate per certezze di fede. Il tutto seguito da un pubblico che cresce in misura direttamente proporzionale alla propria ignoranza religiosa.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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PDF articolo formato stampa

 

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Correva l’anno 1972 quando uscì Il mio canto libero, album che in poche settimane divenne un grande successo, come accadeva a quasi tutto ciò che portava la firma di Lucio Battisti. Il ritornello della canzone che dà il titolo al disco recita:

In un mondo che

Non ci vuole più

Il mio canto libero sei tu

E l’immensità

Si apre intorno a noi

Al di là del limite degli occhi tuoi

Molte canzoni di questo autore sono costruite su testi ermetici, nati dall’estro poetico di Giulio Rapetti, in arte Mogol. Non è dunque soltanto la musica a poter essere percepita in modi diversi da chi l’ascolta: anche le parole si prestano a più letture, secondo la sensibilità di chi le accoglie. Il mio canto libero parla di amore e di libertà in un mondo che ha smesso di volerci. E questo mondo, spesso in nome di una presunta e malintesa libertà, ci ha consegnato la peggiore forma di dittatura: il pensiero unico, dal quale non è consentito dissociarsi senza essere additati, zittiti o semplicemente cancellati. Lo aveva denunciato con parole profetiche il Cardinale Joseph Ratzinger, nell’omelia della Messa per l’elezione del Romano Pontefice, il giorno prima di salire al soglio di Pietro con il nome di Benedetto XVI:

«Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie»¹.

È il paradosso del nostro tempo: un relativismo che dichiara tutto opinabile diventa intollerante verso chiunque osi affermare una verità.

Noi Padri de L’Isola di Patmos siamo anzitutto una comunità di presbiteri che ha scelto di vivere il proprio ministero anche attraverso i mezzi telematici, come un vero e proprio apostolato che richiede molta cura e impegno. E talvolta, come uomini e come presbiteri, specie con il passare degli anni abbiamo l’impressione di cercare e di cantare la libertà proprio «in un mondo che non ci vuole più», ripiegato su se stesso e reso cieco dall’immediato e quindi incapace di scorgere «l’immensità» che «si apre intorno a noi», un orizzonte che si spalanca davanti a chi ha il coraggio di sollevare lo sguardo verso l’eterno.

Oggi le persone non leggono più. Nella migliore delle ipotesi scorrono velocemente un testo con il pollice su uno schermo, trattengono un titolo, una frase estrapolata, un’immagine; su questo poco costruiscono un giudizio definitivo. Poi polemizzano, spesso con impetuosità, su ciò che non hanno compreso e perfino su ciò che nell’articolo non è mai stato scritto. Ce ne accorgiamo ogni giorno dai commenti e dai messaggi che circolano sui social media: obiezioni a tesi mai sostenute, indignazioni per frasi mai pronunciate, accuse costruite su una parola strappata al suo contesto.

Il fenomeno è più profondo di quanto possa sembrare, perché riguarda l’ordine stesso con cui l’uomo si rapporta alla realtà. Un tempo si leggeva, si analizzava, si comprendeva e solo dopo si reagiva: la reazione, favorevole o contraria che fosse, era la conclusione di un percorso della ragione. Oggi la reazione, emotiva e non di rado violenta, precede la ragione e spesso la sostituisce del tutto. Non si reagisce più a ciò che si è capito, ma a ciò che si è frainteso, per distrazione o per voluta scelta. È un reagire fine a se stesso, che non cerca la verità ma soltanto la conferma di ciò che già si pensava prima di cominciare a leggere.

Parlare a una società di questo genere è stato un azzardo sin dall’ottobre 2014, quando la nostra rivista è nata. Sapevamo di rivolgerci a una società che non riesce, non vuole o spesso non ha più gli strumenti per andare «al di là del limite». Eppure abbiamo scelto di non abbassare il livello per inseguire il lettore distratto, ma di continuare a offrire al lettore attento ciò che merita.

Noi crediamo nella cultura e nella ricerca accurata. Crediamo che un articolo debba poggiare su fonti verificate, che una citazione debba essere esatta, che una tesi debba essere argomentata e non semplicemente gridata. È questo lavoro paziente che ci consente di offrire testi che, senza presunzione né vanità, personali o collettive, possiamo definire di alta qualità. E lo diciamo consapevolmente, valutando quanto nell’attuale panorama cattolico troppo spesso tutto sia ridotto a una morbosa ricerca del sensazionale: apparizioni di un esercito di madonne presenzialiste e logorroiche, fiumi di messaggi, profezie dei veggenti più improbabili, rivelazioni private spacciate per certezze di fede. Il tutto seguito da un pubblico che cresce in misura direttamente proporzionale alla propria ignoranza religiosa: gente che non ha mai aperto il Catechismo della Chiesa Cattolica ma conosce a memoria l’ultimo messaggio della veggente di turno. Persone che non esitano a levare il dito verso presbiteri e teologi dediti da decenni allo studio e alla ricerca, intimando: «No, non è così, perché su Internet ho letto che…».

Nulla di nuovo, per la verità. Il Beato Apostolo Paolo lo aveva previsto con parole che sembrano scritte per i nostri giorni:

«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (2 Tm 4,3-4).

La nostra attività e le nostre pubblicazioni dimostrano, anche quando certi argomenti hanno richiesto durezza o ironia, che non abbiamo mai indugiato in quel prurito che una fetta sempre più consistente del mondo cattolico va cercando. Durezza e ironia sono strumenti, a volte necessari, per dire la verità a chi preferirebbe non ascoltarla; il prurito è invece un’altra cosa, è il solletico offerto a chi vuole soltanto essere intrattenuto. E tra le varie specie di prurito quello clericale è in assoluto il peggiore, specie quando a coltivarlo sono laici clericalizzati capaci di risultare molto peggio dei preti.

Sin da quando fondammo questa rivista non abbiamo mai preteso di scimmiottare un giornale o un rotocalco, perché il nostro lavoro editoriale è tutt’altro: diffondere la conoscenza della storia, della dottrina e del magistero della Chiesa, affrontando in questa luce anche i temi di attualità e di impatto sociale. Non è nostro compito, per esempio, fare il resoconto dei viaggi papali, stilare cronache curiali e meno che mai alimentare il pettegolezzo clericale. Chi vuole seguire un viaggio apostolico del Santo Padre troverà le cronache dei grandi quotidiani e delle agenzie di stampa internazionali. Per le vicende della Curia romana esistono il Bollettino ufficiale della Sala Stampa della Santa Sede e gli organi istituzionali del giornalismo cattolico impegnato nella cronaca. Per chi invece cerca il pettegolezzo, non mancano certo i blog pronti a offrire le migliori maldicenze sul mercato, con tanto di garanzia: «Abbiamo tutte le prove, ma per adesso non possiamo renderle pubbliche per proteggere la fonte». Della serie: l’unica prova che abbiamo è la mancanza di prove.

Non è facile lavorare così, in un mondo che respinge l’idea che quello di fede sia anche un cammino di conoscenza e di cultura, che implica guide, maestri e soprattutto docilità all’ascolto da parte di chi intende apprendere. Ma questa è l’unica strada che conosciamo per aprire, attraverso un’opera paziente e spesso ingrata, quell’orizzonte immenso che il mondo dell’immediato non riesce più a vedere. Il nostro canto libero è questo: continueremo a cantarlo anche quando saranno in pochi ad ascoltarlo.

Colgo infine l’occasione per rinnovare, a nome di tutti i padri redattori, il ringraziamento che abbiamo già rivolto ai Lettori che ci hanno offerto il loro sostegno economico (cfr. qui), consentendoci di coprire le spese di gestione del sito che ospita questa rivista e garantendoci così un altro anno di canto libero per tutto il 2027.

Cagliari, 30 settembre 2026

 

NOTE

¹ Joseph Ratzinger, Omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice, Basilica di San Pietro, 18 aprile 2005.

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I libri di Ivano Liguori, per accedere al negozio librario cliccare sulla copertina

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Francia. Battesimi di fede o battesimi reattivi? – France. Baptisms of faith or reactive baptisms? – France. Baptêmes de foi ou baptêmes réactifs? – Francia. ¿Bautismos de fe o bautismos reactivos?

28 Settembre 2026/in Attualità/da Padre Ariel

Italiano, English, Français, Español

 

FRANCIA. BATTESIMI DI FEDE O BATTESIMI REATTIVI?

«Essere cristiani vuol dire testimoniare e, all’occorrenza, combattere le peggiori derive del Principe che governa questo mondo con tutti i mezzi politici concessi a chiunque abbia diritto di pensiero, parola e voto elettorale. La fede battesimale non è qualche cosa di privato, ma quanto di più pubblico possa esistere: la testimonianza attiva. In caso contrario, tutto rischia di ridursi a paura ed emotività».

— Attualità —

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Autore

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Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF articolo formato stampa – article print format – Article format impression – articolo in formato impreso

 

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Il 4 marzo 2024 la Tour Eiffel si è illuminata con la scritta «Mon corps, mon choix» — il mio corpo, la mia scelta — per celebrare l’inserimento del «diritto» all’aborto nella Costituzione francese, prima nazione al mondo a farlo.

France, catechumen being baptized during the Easter Vigil (OSV News photo/James Ramos, Texas Catholic Herald)

È la stessa Francia, laica sino all’esasperazione, mai davvero liberata dall’anticlericalismo rivoluzionario rimasto a covare come brace sotto la cenere, la stessa che nel 1793 trasformò Notre-Dame nel tempio della Dea Ragione e che negli ultimi due anni si ritrova a festeggiare tutt’altro: un’esplosione di richieste di battesimo tra adolescenti, giovani e adulti che non ha precedenti nella sua storia recente. Nel 2025 sono stati oltre 17.800 i catecumeni battezzati a Pasqua: 10.384 adulti, il 45% in più rispetto al 2024, oltre 7.400 gli adolescenti tra gli 11 e i 17 anni.

Non potrei che essere felice, sia chiaro, dinanzi a un adulto che chiede in modo consapevole questo sacramento di grazia che lava dal peccato originale e apre al cammino della vita cristiana. Eppure, lo confesso senza pessimismo alcuno, qualcosa in questo fenomeno non mi convince e con tutto il cuore spero di dover dire, tra qualche anno, che mi ero sbagliato. Lo desidero davvero, sbagliarmi.

Per capire il fenomeno bisogna partire da due paure francesi, entrambe reali e concorrenti. La prima è quella di una laicità aggressiva che non si è mai accontentata di separare lo Stato dalla Chiesa — cosa sacrosanta, che gli stessi cattolici hanno ragione di difendere a tutela di ambo le libertà: dello Stato e della Chiesa — ma che progressivamente si è eretta a verità suprema, a religione civile sostitutiva: non è la prima volta nella storia di Francia, la Dea Ragione insediata sull’altare di Notre-Dame nel 1793 lo dimostra con la forza del precedente. La seconda, meno dichiarata ma non meno diffusa, è costituita invece dalla paura di un numero crescente di francesi dinanzi all’espansione di comunità musulmane che rifiutano ogni integrazione e che hanno trasformato interi quartieri — anche nella capitale — in enclave dove la legge della Grand Republique conta meno della legge di piazza. Laicismo esasperante e aggressivo da un lato, paura della islamizzazione dall’altro: due pressioni che generano, insieme, paura e smarrimento in una nazione che, per quanto si sforzi di negarlo, non può cancellare le proprie radici cristiane, un bagaglio antropologico che la costituisce nel profondo, prima ancora che nella sua storia.

È in questo scenario che ritengo legittimo porsi una domanda scomoda: queste conversioni nascono da una folgorazione sulla via di Damasco — come è accaduto, nel corso dei secoli, a personaggi celebri e a innumerevoli sconosciuti — oppure sono una reazione, una forma di difesa identitaria, una fuga dalla paura che si veste di sacramento? Non sarebbe la prima volta che il cristianesimo funge da collante di popolo e da rifugio in un momento di smarrimento collettivo: il caso della Polonia, in Europa, resta il più eloquente. Ma è istruttivo anche ciò che venne dopo: caduto infatti lo spettro del comunismo, che aveva fatto della fede un atto di resistenza nazionale, la Polonia ha imboccato una secolarizzazione tanto rapida quanto quella francese. La partecipazione alla messa domenicale, che nel 1981 riguardava ancora il 52,7% dei fedeli polacchi, è scesa al 46,8% nel 2001, al 40% nel 2011, fino al 28,3% del 2021. Quasi che per molti, venuto meno il nemico comune contro cui la fede faceva argine, il cristianesimo avesse perso la propria utilità e finalità soggettiva e sociale.

Per capire questo meccanismo conviene fare un passo indietro nella storia, perché il legame tra paura collettiva e ritorno alla fede — e per inverso il legame tra benessere diffuso e disaffezione religiosa — non è un’invenzione del Novecento. Nell’Europa devastata dalla peste nera del 1347-1351, che falcidiò quasi la metà della popolazione in pochi anni, la religiosità popolare esplose fino a sconfinare nell’eccesso: nacque il movimento dei flagellanti, che attraversava le città in processione praticando l’autoflagellazione pubblica come penitenza estrema, convinto di agire per ispirazione diretta di Dio; si moltiplicarono pellegrinaggi e voti, crebbe a dismisura il culto dei santi protettori dalla peste, San Rocco su tutti. Fu una religiosità così esasperata che il Sommo Pontefice Clemente VI dovette intervenire con due bolle, nel luglio e nel settembre 1349, per condannarne gli eccessi e vietarne pubblicamente le pratiche, segno che anche la Chiesa, dinanzi al terrore collettivo, riconobbe il rischio di una fede-rifugio capace di sconfinare nel fanatismo.

Un caso più vicino a noi e per certi versi speculare a quello polacco è la Spagna. Il cattolicesimo nazionale del dopoguerra franchista, che aveva fatto della fede un pilastro identitario in un paese uscito lacerato dalla guerra civile — durante la quale, tra il 1936 e il 1939, la persecuzione anticlericale nelle zone controllate dai repubblicani costò la vita, secondo lo studio di riferimento dello storico Antonio Montero Moreno, a circa 6.832 religiosi, tredici vescovi compresi, oltre a migliaia di laici uccisi per la loro fede — attraversò prima il boom economico degli anni Sessanta e poi, soprattutto, la transizione democratica e i decenni di pace e libertà crescente che seguirono: ed è precisamente in quei decenni che il crollo arrivò, repentino. In appena vent’anni la Spagna è passata da un paese dove il 92% della popolazione cresceva cattolica a uno in cui solo il 66% si dichiara ancora tale: oltre dodici milioni di persone in meno, la contrazione più ampia d’Europa in termini assoluti; i battesimi sono scesi da 325.271 nel 2007 a 214.271 in anni recenti, oggi più della metà dei bambini spagnoli non viene battezzata e tra i giovani dai 18 ai 24 anni oltre la metà si dichiara ormai non cattolica. I seminari si sono svuotati di pari passo: -30% di seminaristi nell’ultimo decennio e 10.615 parrocchie su 23.286 — oltre la metà — sono oggi prive di un sacerdote residente.

Non è certo un caso che proprio la Spagna, in questo stesso trentennio di scristianizzazione galoppante, sia diventata il laboratorio europeo da cui sono nate, in sequenza, alcune delle svolte legislative più radicali del continente: il matrimonio tra persone dello stesso sesso, introdotto il 30 giugno 2005, terzo paese al mondo dopo Paesi Bassi e Belgio, con diritto di adozione incluso fin dal primo giorno; il divorzio express dello stesso anno, che eliminò ogni obbligo di separazione preventiva; l’eutanasia attiva, legalizzata nel marzo 2021, settimo paese al mondo a farlo; la cosiddetta ley trans del febbraio 2023, che ha introdotto il cambio di sesso anagrafico su semplice autodichiarazione, senza alcun requisito medico, tra le normative più permissive d’Europa. Non affermo che dietro a tutto questo vi sia un disegno — sarebbe cosa indimostrabile — ma la coincidenza cronologica tra il vuoto lasciato dalla fede e il terreno reso disponibile a queste trasformazioni resta quantomeno un dato su cui riflettere.

Il filo che lega la peste nera, la Spagna postfranchista e la Polonia post-comunista è lo stesso, letto a specchio: nei momenti di grande paura e incertezza collettiva le chiese si riempiono, spesso oltre la misura della fede autentica; nei momenti di pace e prosperità diffusa si svuotano, con esse si svuotano anche seminari diocesani e noviziati religiosi. Nei paesi più poveri del mondo, i vescovi chiedono aiuti economici per costruire seminari a vescovi europei che, nel frattempo, hanno chiuso progressivamente i propri, arrivando a vendere gran parte degli stabili e a concentrare in un unico seminario i pochi seminaristi di tutte le diocesi di un’intera regione ecclesiastica. Quanto sono autentiche certe vocazioni e quanto invece molti aspiranti sacerdoti sono giovani che cercano solo uno stato di vita migliore e un ruolo di massimo rispetto nelle loro società civili? Tutto questo non è una legge meccanica, né la grazia può essere riducibile a un ciclo sociologico. Ma è uno schema che si ripete con una regolarità sufficiente da imporre prudenza a chiunque guardi oggi ai 17.800 catecumeni francesi e voglia leggervi senz’altro una nuova primavera di fede, perché questo potrà essere valutato solo tra diversi anni.

Una conversione autentica, specie in età adulta, ha bisogno di ragioni forti e vagliate, non può essere figlia della sola emotività, della paura, del bisogno di appartenenza in un momento di smarrimento identitario. Agostino, prima gaudente libertino poi manicheo, non si convertì per difendersi da qualcosa, ma perché qualcosa, o meglio qualcuno lo aveva raggiunto fino a scardinare ogni sua resistenza intellettuale e morale. Lo stesso vale, in tempi più vicini a noi, per conversioni come quella di Edith Stein, ebrea e insigne filosofo, o di André Frossard, ateo e comunista, nominato poi membro dell’Accademia di Francia, tutte folgorazioni che nascono da un incontro, non da un assedio, sono frutto cosciente e libero di quell’amore che caccia via la paura (cfr. 1 Gv 4,18). Il rischio, in Francia, è che una parte di queste 17.800 persone abbia trovato nel fonte battesimale non Cristo, ma una trincea: un’identità solida da opporre a un mondo — laicista da una parte, islamizzato dall’altra — percepito come ostile. Non è detto che sia così e sarebbe ingeneroso e persino disonesto presumerlo a priori per tutti. S.E. Mons. Olivier Leborgne, Vescovo di Arras e già vicepresidente della Conferenza Episcopale Francese, ha spiegato che i nuovi catecumeni provengono spesso da vite complicate, a volte segnate da ferite e vivono l’ingresso nella fede come un’esperienza di guarigione. E questo è linguaggio di grazia autentica, non di trincea, a maggior ragione sarà il tempo a dare conferma o smentita.

Serve quindi tempo per distinguere l’una cosa dall’altra. Il tempo è ciò che manca sempre alle statistiche pasquali e ciò che invece la Chiesa, da sempre, sa dare: un catecumenato serio, un accompagnamento che non si accontenti del numero e verifichi la qualità del «sì» pronunciato al fonte battesimale, esattamente ciò che ho avuto modo di scrivere in un mio articolo di prossima pubblicazione a proposito della crisi vocazionale nei monasteri benedettini e cistercensi, l’ingresso massiccio senza discernimento adeguato ha già dimostrato di poter tradire, in altri contesti, nel giro di una generazione.

Se tra qualche anno la Francia dei 17.800 catecumeni del 2025 sarà una Francia più cristiana e non solo una Francia più spaventata che ha cercato un fortino, allora avrò avuto torto. E sarà, per me, la gioia più grande. In caso contrario, avremo assistito: da una parte, alla Tour Eiffel illuminata per festeggiare l’inserimento del “diritto” all’aborto nella Costituzione francese, dall’altra a un esercito di battezzati reattivi che non avranno capito che essere cristiani vuol dire testimoniare e, all’occorrenza, combattere le peggiori derive del Principe che governa questo mondo con tutti i mezzi politici concessi a chiunque abbia diritto di pensiero, parola e voto elettorale. La fede battesimale non è qualche cosa di privato, ma quanto di più pubblico possa esistere: la testimonianza attiva. In caso contrario, tutto rischia di ridursi a paura ed emotività.

Dall’Isola di Patmos, 28 settembre 2026

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FRANCE. BAPTISMS OF FAITH OR REACTIVE BAPTISMS?

«Being Christian means bearing witness and, when necessary, fighting — with all the political means granted to anyone with the right to think, speak and vote — against the worst excesses of the Prince who rules this world. Baptismal faith is not something private, but the most public thing there can be: active witness. If not, everything risks being reduced to fear and emotion».

— Contemporary ecclesial affairs —

Autore

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Ariel S. Levi di Gualdo

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On 4 March 2024 the Eiffel Tower lit up with the words «Mon corps, mon choix» — my body, my choice — to celebrate the enshrining of the “right” to abortion in the French Constitution, the first nation in the world to do so. This is the same France, secular to the point of exasperation, never truly freed from the revolutionary anticlericalism that has gone on smoldering like an ember beneath the ash, the same France that in 1793 turned Notre-Dame into the temple of the Goddess Reason and that in the last two years finds itself celebrating something altogether different: an explosion of requests for baptism among adolescents, young people and adults with no precedent in its recent history. In 2025 more than 17,800 catechumens were baptized at Easter: 10,384 adults, 45% more than in 2024, and over 7,400 adolescents between the ages of 11 and 17.

I could only be glad, let it be clear, before an adult who consciously asks for this sacrament of grace that washes away original sin and opens the path to the Christian life. And yet, I confess without any pessimism, something about this phenomenon does not entirely convince me, and with all my heart I hope to have to say, a few years from now, that I was wrong. I truly wish to be wrong.

To understand the phenomenon, one must start from two French fears, both real and concurrent. The first is that of an aggressive secularism that has never been content merely to separate Church from State — a sacrosanct principle, which Catholics themselves are right to defend in order to safeguard both freedoms, that of the State and that of the Church — but that has progressively set itself up as supreme truth, as a substitute civil religion: it is not the first time in the history of France; the Goddess Reason enthroned on the altar of Notre-Dame in 1793 demonstrates this with the force of precedent. The second, less openly declared but no less widespread, consists instead in the fear felt by a growing number of French people before the expansion of Muslim communities that reject all integration and that have turned entire neighborhoods — even in the capital — into enclaves where the law of the Grande République counts for less than the law of the street. Exasperated, aggressive secularism on one side, fear of Islamization on the other: two pressures that together generate fear and bewilderment in a nation which, however hard it tries to deny it, cannot erase its own Christian roots, an anthropological inheritance that constitutes it at its depths, even before its history does.

It is in this scenario that I consider it legitimate to ask an uncomfortable question: do these conversions arise from a Damascus-road revelation — as has happened, over the centuries, to celebrated figures and to countless unknown ones — or are they a reaction, a form of identity self-defense, a flight from fear dressed up as a Sacrament? It would not be the first time that Christianity has served as a people’s bond and refuge in a moment of collective disorientation: the case of Poland, in Europe, remains the most eloquent. But what came afterward is instructive too: once the specter of communism had fallen — communism that had made faith an act of national resistance — Poland embarked on a secularization every bit as rapid as France’s own. Sunday Mass attendance, which in 1981 still involved 52.7% of Polish faithful, fell to 46.8% in 2001, to 40% in 2011, and down to 28.3% in 2021. As though, for many, once the common enemy against which faith had stood as a bulwark was gone, Christianity had lost its own usefulness and its subjective and social purpose.

To understand this mechanism, it is worth taking a step back in history, because the link between collective fear and a return to faith — and, conversely, the link between widespread prosperity and religious disaffection — is no invention of the twentieth century. In the Europe devastated by the Black Death of 1347-1351, which cut down nearly half the population within a few years, popular religiosity exploded to the point of excess: the flagellant movement was born, processing through cities practicing public self-flagellation as extreme penance, convinced they were acting under God’s direct inspiration; pilgrimages and vows multiplied, and the cult of the saints who protected against plague grew beyond measure, Saint Roch above all. It was a religiosity so overwrought that Pope Clement VI had to intervene with two bulls, in July and September 1349, to condemn its excesses and publicly forbid its practices — a sign that even the Church, faced with collective terror, recognized the risk of a refuge-faith capable of sliding into fanaticism.

A case closer to us, and in certain respects a mirror of the Polish one, is Spain. National Catholicism in the post-war Francoist era, which had made faith an identity pillar in a country torn apart by civil war — during which, between 1936 and 1939, anticlerical persecution in the zones controlled by the Republicans cost the lives, according to the reference study by the historian Antonio Montero Moreno, of roughly 6,832 clergy and religious, including thirteen bishops, in addition to thousands of laypeople killed for their faith — passed first through the economic boom of the 1960s and then, above all, through the democratic transition and the following decades of peace and growing freedom: and it is precisely in those decades that the collapse arrived, sudden. In barely twenty years Spain went from a country where 92% of the population grew up Catholic to one where only 66% still declares itself so: more than twelve million people fewer, the largest contraction in Europe in absolute terms; baptisms fell from 325,271 in 2007 to 214,271 in recent years, today more than half of Spanish children are not baptized, and among young people aged 18 to 24 more than half now declare themselves non-Catholic. Seminaries have emptied at the same pace: a 30% drop in seminarians over the last decade, and 10,615 out of 23,286 parishes — nearly half — are today without a resident priest.

It is surely no coincidence that Spain, in this same thirty-year span of galloping dechristianization, became the European laboratory from which, in sequence, some of the continent’s most radical legislative turning points were born: same-sex marriage, introduced on 30 June 2005, the third country in the world to do so after the Netherlands and Belgium, with the right to adoption included from the very first day; express divorce that same year, which eliminated any requirement of prior separation; active euthanasia, legalized in March 2021, the seventh country in the world to do so; the so-called ley trans of February 2023, which introduced the change of legal sex on simple self-declaration, with no medical requirement whatsoever, among the most permissive regulations in Europe. I am not claiming that behind all this lies a design — that would be impossible to prove — but the chronological coincidence between the void left by faith and the ground made available for these transformations remains, at the very least, a fact worth pondering.

The thread linking the Black Death, post-Francoist Spain and post-communist Poland is the same one, read as in a mirror: in moments of great fear and collective uncertainty, churches fill up, often beyond the measure of authentic faith; in moments of peace and widespread prosperity, they empty, and with them diocesan seminaries and religious novitiates empty too. In the world’s poorer countries, bishops ask for financial aid to build seminaries from European bishops who, meanwhile, have been progressively closing their own, going so far as to sell off much of the property and to concentrate in a single seminary the few seminarians from every diocese of an entire ecclesiastical region. How many of certain vocations are genuine, and how many aspiring priests are instead simply young men seeking a better state of life and a position of the utmost respect within their own civil societies? None of this is a mechanical law, nor can grace be reduced to a sociological cycle. But it is a pattern that repeats itself with sufficient regularity to counsel prudence to anyone who today looks at France’s 17,800 catechumens and is tempted to read into them, without further thought, a new springtime of faith — because that can only be judged several years from now.

An authentic conversion, especially in adulthood, needs strong and well-examined reasons; it cannot be the offspring of mere emotion, of fear, of the need to belong in a moment of identity disorientation. Augustine, first a hedonistic libertine and then a Manichaean, was not converted in order to defend himself from something, but because something — or rather, someone — had reached him, dismantling every intellectual and moral resistance he had. The same holds, in times closer to our own, for conversions such as that of Edith Stein, a Jewish woman and eminent philosopher, or of André Frossard, an atheist and communist who was later made a member of the Académie française — all of them revelations born of an encounter, not of a siege, the conscious and free fruit of that love which drives out fear (cf. 1 Jn 4:18). The risk, in France, is that some of these 17,800 people may have found at the baptismal font not Christ, but a trench: a solid identity to set against a world — secularist on one side, Islamized on the other — perceived as hostile. It need not be so, and it would be ungenerous, even dishonest, to presume it a priori for everyone. His Excellency Bishop Olivier Leborgne, Bishop of Arras and formerly vice-president of the French Bishops’ Conference, has explained that the new catechumens often come from complicated lives, at times marked by wounds, and experience their entry into the faith as an experience of healing. And that is the language of authentic grace, not of a trench — all the more so as it will be time to come that confirms or disproves it.

Time is therefore needed to tell one thing from the other. Time is precisely what Easter statistics always lack, and what the Church, as ever, knows how to give: a serious catechumenate, an accompaniment that is not satisfied with the numbers and that verifies the quality of the «yes» spoken at the baptismal font — exactly what, as I have had occasion to write in an article of mine soon to be published concerning the vocational crisis in Benedictine and Cistercian monasteries, a massive intake without adequate discernment has already shown itself capable of betraying, in other contexts, within the space of a single generation.

If, some years from now, the France of the 17,800 catechumens of 2025 turns out to be a more Christian France and not merely a more frightened France that went looking for a stronghold, then I will have been wrong. And that, for me, will be the greatest joy. If not, we will have witnessed: on one side, the Eiffel Tower lit up to celebrate the enshrining of the “right” to abortion in the French Constitution, and on the other an army of reactive newly baptized who will not have understood that being Christian means bearing witness and, when necessary, fighting — with all the political means granted to anyone with the right to think, speak and vote — against the worst excesses of the Prince who rules this world. Baptismal faith is not something private, but the most public thing there can be: active witness. If not, everything risks being reduced to fear and emotion.

From The Island of Patmos, 28 September 2026

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FRANCE. BAPTÊMES DE FOI OU BAPTÊMES RÉACTIFS ?

«Être chrétien signifie témoigner et, s’il le faut, combattre — par tous les moyens politiques reconnus à quiconque a droit de pensée, de parole et de vote — les pires dérives du Prince qui gouverne ce monde. La foi baptismale n’est pas chose privée, mais ce qu’il y a de plus public qui soit : le témoignage actif. Dans le cas contraire, tout risque de se réduire à la peur et à l’émotivité».

— Actualité ecclésiale —

Autore

Auteur
Ariel S. Levi di Gualdo

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Le 4 mars 2024, la tour Eiffel s’est illuminée de l’inscription «Mon corps, mon choix», pour célébrer l’inscription du «droit» à l’avortement dans la Constitution française, la France devenant ainsi la première nation au monde à le faire. C’est la même France, laïque jusqu’à l’exaspération, jamais vraiment libérée de l’anticléricalisme révolutionnaire resté couver comme une braise sous la cendre, la même qui, en 1793, transforma Notre-Dame en temple de la Déesse Raison et qui, ces deux dernières années, se retrouve à célébrer tout autre chose : une explosion de demandes de baptême chez les adolescents, les jeunes et les adultes, sans précédent dans son histoire récente. En 2025, plus de 17 800 catéchumènes ont été baptisés à Pâques : 10 384 adultes, soit 45 % de plus qu’en 2024, et plus de 7 400 adolescents âgés de 11 à 17 ans.

Je ne pourrais qu’être heureux, qu’on le comprenne bien, devant un adulte qui demande en pleine conscience ce sacrement de grâce qui lave du péché originel et ouvre le chemin de la vie chrétienne. Et pourtant, je l’avoue sans le moindre pessimisme, quelque chose dans ce phénomène ne me convainc pas tout à fait, et je souhaite de tout cœur devoir dire, dans quelques années, que je m’étais trompé. Je le souhaite vraiment, me tromper.

Pour comprendre le phénomène, il faut partir de deux peurs françaises, toutes deux réelles et concurrentes. La première est celle d’une laïcité agressive qui ne s’est jamais contentée de séparer l’État de l’Église — chose sacro-sainte, que les catholiques eux-mêmes ont raison de défendre pour la sauvegarde des deux libertés, celle de l’État et celle de l’Église — mais qui s’est progressivement érigée en vérité suprême, en religion civile de substitution : ce n’est pas la première fois dans l’histoire de France, la Déesse Raison installée sur l’autel de Notre-Dame en 1793 le démontre avec la force du précédent. La seconde, moins déclarée mais tout aussi répandue, tient à la peur d’un nombre croissant de Français face à l’expansion de communautés musulmanes qui refusent toute intégration et qui ont transformé des quartiers entiers — y compris dans la capitale — en enclaves où la loi de la Grande République pèse moins que la loi de la rue. Laïcisme exaspérant et agressif d’un côté, peur de l’islamisation de l’autre : deux pressions qui engendrent ensemble peur et désarroi dans une nation qui, malgré tous ses efforts pour le nier, ne peut effacer ses propres racines chrétiennes, un bagage anthropologique qui la constitue dans ses profondeurs, avant même son histoire.

C’est dans ce contexte que je crois légitime de poser une question dérangeante : ces conversions naissent-elles d’une fulguration sur le chemin de Damas — comme cela est arrivé, au fil des siècles, à des personnages célèbres et à d’innombrables inconnus — ou sont-elles une réaction, une forme de défense identitaire, une fuite devant la peur qui se revêt du Sacrement ? Ce ne serait pas la première fois que le christianisme sert de ciment national et de refuge en un moment de désarroi collectif : le cas de la Pologne, en Europe, reste le plus éloquent. Mais ce qui vint ensuite est tout aussi instructif : le spectre du communisme une fois tombé — lui qui avait fait de la foi un acte de résistance nationale —, la Pologne s’est engagée dans une sécularisation aussi rapide que celle de la France. La participation à la messe dominicale, qui concernait encore 52,7 % des fidèles polonais en 1981, est tombée à 46,8 % en 2001, à 40 % en 2011, jusqu’à 28,3 % en 2021. Comme si, pour beaucoup, l’ennemi commun ayant disparu — celui contre lequel la foi faisait rempart —, le christianisme avait perdu son utilité et sa finalité, tant subjective que sociale.

Pour comprendre ce mécanisme, il convient de faire un pas en arrière dans l’histoire, car le lien entre peur collective et retour à la foi — et, à l’inverse, le lien entre prospérité généralisée et désaffection religieuse — n’est pas une invention du XXe siècle. Dans l’Europe dévastée par la peste noire de 1347-1351, qui décima près de la moitié de la population en quelques années, la religiosité populaire explosa jusqu’à sombrer dans l’excès : naquit le mouvement des flagellants, qui parcourait les villes en procession en pratiquant l’autoflagellation publique comme pénitence extrême, convaincu d’agir sous l’inspiration directe de Dieu ; les pèlerinages et les vœux se multiplièrent, le culte des saints protecteurs de la peste connut un essor démesuré, saint Roch en tête. Ce fut une religiosité si exacerbée que le souverain pontife Clément VI dut intervenir par deux bulles, en juillet et en septembre 1349, pour en condamner les excès et en interdire publiquement les pratiques — signe que l’Église elle-même, face à la terreur collective, reconnut le risque d’une foi-refuge susceptible de sombrer dans le fanatisme.

Un cas plus proche de nous, et à certains égards le miroir du cas polonais, est celui de l’Espagne. Le catholicisme national de l’après-guerre franquiste, qui avait fait de la foi un pilier identitaire dans un pays sorti déchiré d’une guerre civile — durant laquelle, entre 1936 et 1939, la persécution anticléricale menée dans les zones contrôlées par les républicains coûta la vie, selon l’étude de référence de l’historien Antonio Montero Moreno, à environ 6 832 religieux, treize évêques compris, ainsi qu’à des milliers de laïcs tués pour leur foi —, traversa d’abord le boom économique des années soixante, puis, surtout, la Transition démocratique et les décennies de paix et de liberté croissante qui suivirent : c’est précisément au cours de ces décennies que l’effondrement survint, soudain. En à peine vingt ans, l’Espagne est passée d’un pays où 92 % de la population grandissait dans le catholicisme à un pays où seuls 66 % se déclarent encore catholiques : plus de douze millions de personnes en moins, la contraction la plus importante d’Europe en valeur absolue ; les baptêmes sont tombés de 325 271 en 2007 à 214 271 ces dernières années, aujourd’hui plus de la moitié des enfants espagnols ne sont pas baptisés, et parmi les jeunes de 18 à 24 ans, plus de la moitié se déclarent désormais non catholiques. Les séminaires se sont vidés au même rythme : -30 % de séminaristes au cours de la dernière décennie, et 10 615 paroisses sur 23 286 — près de la moitié — sont aujourd’hui privées de prêtre résident.

Ce n’est certainement pas un hasard si l’Espagne, au cours de ces mêmes trente années de déchristianisation galopante, est devenue le laboratoire européen d’où sont nés, en séquence, certains des tournants législatifs les plus radicaux du continent : le mariage entre personnes de même sexe, introduit le 30 juin 2005, troisième pays au monde à le faire après les Pays-Bas et la Belgique, avec le droit à l’adoption dès le premier jour ; le divorce express de la même année, qui supprima toute obligation de séparation préalable ; l’euthanasie active, légalisée en mars 2021, septième pays au monde à le faire ; la loi dite trans de février 2023, qui introduisit le changement d’état civil sur simple déclaration, sans aucune exigence médicale, l’une des législations les plus permissives d’Europe. Je n’affirme pas qu’il y ait derrière tout cela un dessein — ce serait indémontrable —, mais la coïncidence chronologique entre le vide laissé par la foi et le terrain rendu disponible pour ces transformations demeure, à tout le moins, un fait sur lequel il convient de réfléchir.

Le fil qui relie la peste noire, l’Espagne postfranquiste et la Pologne postcommuniste est le même, lu en miroir : dans les moments de grande peur et d’incertitude collective, les églises se remplissent, souvent au-delà de la mesure de la foi authentique ; dans les moments de paix et de prospérité généralisée, elles se vident, et avec elles se vident aussi les séminaires diocésains et les noviciats religieux. Dans les pays les plus pauvres du monde, des évêques demandent une aide financière pour construire des séminaires à des évêques européens qui, entre-temps, ont progressivement fermé les leurs, allant jusqu’à vendre une grande partie de leurs bâtiments et à concentrer dans un seul séminaire les rares séminaristes de tous les diocèses d’une région ecclésiastique entière. Combien, parmi certaines vocations, sont-elles authentiques, et combien, au contraire, de jeunes aspirants prêtres cherchent-ils seulement un meilleur état de vie et un rôle du plus grand respect au sein de leurs sociétés civiles ? Tout cela n’est pas une loi mécanique, et la grâce ne saurait être réduite à un cycle sociologique. Mais c’est un schéma qui se répète avec une régularité suffisante pour imposer la prudence à quiconque regarde aujourd’hui les 17 800 catéchumènes français et voudrait y lire sans plus attendre un nouveau printemps de la foi, car cela ne pourra être jugé que dans plusieurs années.

Une conversion authentique, surtout à l’âge adulte, a besoin de raisons fortes et mûrement examinées ; elle ne saurait être fille de la seule émotivité, de la peur, du besoin d’appartenance en un moment de désarroi identitaire. Augustin, d’abord libertin jouisseur puis manichéen, ne se convertit pas pour se défendre de quelque chose, mais parce que quelque chose — ou plutôt quelqu’un — l’avait atteint jusqu’à ébranler toute sa résistance intellectuelle et morale. Il en va de même, à une époque plus proche de la nôtre, pour des conversions telles que celle d’Edith Stein, juive et insigne philosophe, ou d’André Frossard, athée et communiste, plus tard élu membre de l’Académie française : toutes ces fulgurations naissent d’une rencontre, non d’un siège, et sont le fruit conscient et libre de cet amour qui bannit la peur (cf. 1 Jn 4, 18). Le risque, en France, est qu’une partie de ces 17 800 personnes ait trouvé sur les fonts baptismaux non pas le Christ, mais une tranchée : une identité solide à opposer à un monde — laïciste d’un côté, islamisé de l’autre — perçu comme hostile. Il n’est pas dit qu’il en soit ainsi, et il serait mesquin, voire malhonnête, de le présumer a priori pour tous. Mgr Olivier Leborgne, évêque d’Arras et ancien vice-président de la Conférence des évêques de France, a expliqué que les nouveaux catéchumènes viennent souvent de vies compliquées, parfois marquées par des blessures, et vivent leur entrée dans la foi comme une expérience de guérison. Et c’est là le langage de la grâce authentique, non celui de la tranchée — raison de plus pour laisser le temps à venir apporter confirmation ou démenti.

Il faut donc du temps pour distinguer l’une de l’autre. Le temps est précisément ce qui manque toujours aux statistiques pascales, et ce que l’Église, elle, sait toujours donner : un catéchuménat sérieux, un accompagnement qui ne se satisfasse pas du nombre et qui vérifie la qualité du « oui » prononcé sur les fonts baptismaux — exactement ce que, comme j’ai eu l’occasion de l’écrire dans un article à paraître prochainement sur la crise vocationnelle dans les monastères bénédictins et cisterciens, l’entrée massive sans discernement adéquat a déjà montré qu’elle pouvait trahir, dans d’autres contextes, en l’espace d’une génération.

Si, dans quelques années, la France des 17 800 catéchumènes de 2025 se révèle une France plus chrétienne, et non seulement une France plus effrayée partie en quête d’un fortin, alors j’aurai eu tort. Et ce sera, pour moi, la plus grande des joies. Dans le cas contraire, nous aurons assisté, d’une part, à la tour Eiffel illuminée pour célébrer l’inscription du « droit » à l’avortement dans la Constitution française, et d’autre part à une armée de baptisés réactifs qui n’auront pas compris qu’être chrétien signifie témoigner et, s’il le faut, combattre — par tous les moyens politiques reconnus à quiconque a droit de pensée, de parole et de vote — les pires dérives du Prince qui gouverne ce monde. La foi baptismale n’est pas chose privée, mais ce qu’il y a de plus public qui soit : le témoignage actif. Dans le cas contraire, tout risque de se réduire à la peur et à l’émotivité.

Depuis l’Île de Patmos, le 28 septembre 2026

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FRANCIA. ¿BAUTISMOS DE FE O BAUTISMOS REACTIVOS?

«Ser cristiano significa testimoniar y, si es preciso, combatir — con todos los medios políticos reconocidos a quien tiene derecho de pensamiento, palabra y voto — las peores derivas del Príncipe que gobierna este mundo. La fe bautismal no es algo privado, sino lo más público que puede existir: el testimonio activo. En caso contrario, todo corre el riesgo de reducirse a miedo y emotividad.»

— Actualidad eclesial —

Autore

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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El 4 de marzo de 2024 la Torre Eiffel se iluminó con la inscripción «Mon corps, mon choix» — mi cuerpo, mi elección — para celebrar la inclusión del «derecho» al aborto en la Constitución francesa, primera nación del mundo en hacerlo. Es la misma Francia, laica hasta la exasperación, que nunca se liberó verdaderamente del anticlericalismo revolucionario, y que sigue cociendo a fuego lento como brasa bajo la ceniza; la misma que en 1793 transformó Notre-Dame en templo de la Diosa Razón y que en los últimos dos años ha celebrando algo muy distinto: una explosión de solicitudes de bautismo entre adolescentes, jóvenes y adultos sin precedentes en su historia reciente. En 2025 fueron más de 17.800 los catecúmenos bautizados en Pascua: 10.384 adultos, un 45% más que en 2024, y más de 7.400 adolescentes de entre 11 y 17 años.

No podría sino alegrarme, que quede claro, ante un adulto que pide con plena conciencia el sacramento de gracia que lava del pecado original y abre el camino de la vida cristiana. Y sin embargo, lo confieso sin pesimismo alguno, algo que en este fenómeno no me convence del todo, y deseo de todo corazón tener que decir, dentro de unos años: me equivoqué. Deseo de verdad equivocarme.

Para entender el fenómeno hay que partir de dos miedos franceses, ambos reales y concurrentes. El primero es el de un secularismo agresivo que nunca se ha contentado con separar el Estado de la Iglesia — cosa sacrosanta, y que los mismos católicos tienen motivos en defender para tutelar ambas libertades: la del Estado y la de la Iglesia —, y que progresivamente se ha erigido como la verdad suprema, como una religión civil sustitutoria. No es la primera vez en la historia de Francia, la Diosa Razón entronizada en el altar de Notre-Dame en 1793 demuestra con la fuerza el precedente. El segundo, menos declarado, pero no menos extendido, lo constituye en cambio el miedo de un número creciente de franceses que ante la expansión de comunidades musulmanas que rechazan toda integración y que han convertido barrios enteros — también en la capital — en enclaves donde la ley de la Grande République pesa menos que la ley de la calle. Laicismo exasperante y agresivo, por un lado, miedo a la islamización por otro: dos presiones que generan juntas miedo y desconcierto en una nación que, por más que se esfuerce en negarlo, no puede borrar sus propias raíces cristianas. Un bagaje antropológico que la constituye en lo más profundo, incluso antes que su propia historia.

Es en este escenario donde considero legítimo plantear una pregunta incómoda: ¿nacen estas conversiones de una fulguración en el camino de Damasco — como ha ocurrido, a lo largo de los siglos, a personajes célebres y a innumerables desconocidos — o son una reacción, una forma de defensa identitaria, una huida del miedo que se reviste de Sacramento? No sería la primera vez que el cristianismo sirve de argamasa de pueblo y refugio en un momento de desconcierto colectivo: el caso de Polonia, en Europa, sigue siendo el más elocuente. Pero también resulta instructivo lo que vino después: caído el espectro del comunismo, que había hecho de la fe un acto de resistencia nacional, Polonia emprendió una secularización tan rápida como la francesa. La participación en la misa dominical, que en 1981 aún alcanzaba al 52,7% de los fieles polacos, descendió al 46,8% en 2001, al 40% en 2011, hasta el 28,3% en 2021. Como si, para muchos, desaparecido el enemigo común frente al cual la fe hacía de dique, el cristianismo hubiera perdido su propia utilidad y finalidad subjetiva y social.

Para entender este mecanismo conviene retroceder un paso en la historia, porque el vínculo entre el miedo colectivo y el retorno a la fe — y, a la inversa, el vínculo entre el bienestar generalizado y el desapego religioso — no es una invención del siglo XX. En la Europa devastada por la peste negra de 1347-1351, que diezmó casi a la mitad de la población en pocos años, la religiosidad popular estalló hasta rayar en el exceso: nació el movimiento de los flagelantes, que recorría las ciudades en procesión practicando la autoflagelación pública como penitencia extrema, convencido de actuar por inspiración directa de Dios. Se multiplicaron las peregrinaciones y los votos, y el culto a los santos protectores de la peste creció desmesuradamente, como san Roque al primer puesto. Fue una religiosidad tan exasperada que el Sumo Pontífice Clemente VI tuvo que intervenir con dos bulas, en julio y septiembre de 1349, para condenar sus excesos y prohibir públicamente sus prácticas. Señal de que incluso la Iglesia, ante el terror colectivo, reconoció el riesgo de una fe-refugio capaz de degenerar en fanatismo.

Un caso más cercano a nosotros y, en ciertos aspectos, especular al polaco, es España. El catolicismo nacional de la posguerra franquista, que había hecho de la fe un pilar identitario en un país que había salido desgarrado por una guerra civil — durante la cual, entre 1936 y 1939, la persecución anticlerical en las zonas controladas por los republicanos costó la vida, según el estudio de referencia del historiador Antonio Montero Moreno, a unos 6.832 religiosos, trece obispos, y miles de laicos asesinados por su fe —, atravesó primero el boom económico de los años sesenta, y sobre todo, la transición democrática con las décadas de paz y libertad creciente que le siguieron: y es precisamente en esas décadas cuando el derrumbe llegó, repentino. En apenas veinte años España ha pasado de ser un país donde el 92% de la población creció en fe católica a uno donde solo el 66% se declara todavía tal: más de doce millones de personas menos, el mayor  descenso en Europa en términos absolutos; los bautismos han caído de 325.271 en 2007 a 214.271 en años recientes; hoy más de la mitad de los niños españoles no son bautizados, y entre los jóvenes de 18 a 24 años más de la mitad se declara no católica. Los seminarios se han vaciado al mismo ritmo:  una disminución del 30% en número de seminaristas en la última década, y 10.615 de las 23.286 — parroquias, casi la mitad — carecen hoy de sacerdote residente.

No es casualidad que precisamente España, en este mismo treintenio de descristianización galopante, se haya convertido en el laboratorio europeo del que han nacido, en secuencia, algunos de los giros legislativos más radicales del continente: el matrimonio entre personas del mismo sexo, introducido el 30 de junio de 2005, tercer país del mundo en hacerlo tras los Países Bajos y Bélgica, incluyendo el derecho a la adopción desde el primer día; el divorcio rápido ese mismo año, que eliminó cualquier requisito para la separación previa; la eutanasia activa, legalizada en marzo de 2021, séptimo país del mundo en hacerlo; la llamada ley trans de febrero de 2023, que introdujo el cambio de sexo registral por simple autodeclaración, sin requisito médico alguno, entre las normativas más permisivas de Europa. No afirmo que detrás de todo esto haya un designio — sería indemostrable —, pero la coincidencia cronológica entre el vacío dejado por la fe y el terreno disponible para estas transformaciones sigue siendo, cuando menos, un dato para reflexionar.

El hilo que une la peste negra, la España postfranquista y la Polonia poscomunista es el mismo, reflejados en el tiempo como un espejo: en los momentos de gran miedo e incertidumbre colectiva las iglesias se llenan, a menudo más allá de la medida de la fe auténtica; en los momentos de paz y prosperidad generalizada se vacían, y con ellas se vacían también los seminarios diocesanos y los noviciados religiosos. En los países más pobres del mundo, los obispos piden ayudas económicas para construir seminarios a obispos europeos que, mientras tanto, han ido cerrando progresivamente los suyos, llegando a vender gran parte de sus edificios y a concentrar en un único seminario a los pocos seminaristas de todas las diócesis de una región eclesiástica. ¿Cuán auténticas son ciertas vocaciones, y cuántos aspirantes a sacerdote son en realidad tan solo jóvenes que buscan un mejor estado de vida y un papel del máximo respeto en sus propias sociedades civiles? Todo esto no es una ley mecánica, ni la gracia puede reducirse a un ciclo sociológico. Pero es un esquema que se repite con una regularidad suficiente como para imponer prudencia a quien mire hoy a los 17.800 catecúmenos franceses y quiera leer en ellos, sin duda alguna, una nueva primavera de fe, porque esto solo podrá valorarse dentro de varios años.

Una conversión auténtica, sobre todo en la edad adulta, necesita razones fuertes y contrastadas; no puede ser hija de la mera emotividad, del miedo, de la necesidad de pertenencia en un momento de desconcierto identitario. Agustín, primero feliz libertino  y luego maniqueo, no se convirtió para defenderse de algo, sino porque algo — o más bien alguien — lo había alcanzado hasta desarmar toda su resistencia intelectual y moral. Lo mismo vale, en tiempos más cercanos a nosotros, para conversiones como la de Edith Stein, judía e insigne filósofa, o la de André Frossard, ateo y comunista, nombrado más tarde miembro de la Academia Francesa: todas ellas fulguraciones que nacen de un encuentro, no de un asedio, fruto consciente y libre de ese amor que expulsa el miedo (cf. 1 Jn 4,18). El riesgo, en Francia, es que una parte de estas 17.800 personas haya encontrado en la fuente bautismal no a Cristo, sino una trinchera: una identidad sólida que oponer a un mundo — laicista por un lado, islamizado por otro — percibido como hostil. No es necesariamente dicho que sea así, y sería mezquino, e incluso deshonesto, presumirlo a priori para todos. Mons. Olivier Leborgne, obispo de Arras y anteriormente vicepresidente de la Conferencia Episcopal Francesa, ha explicado que los nuevos catecúmenos proceden a menudo de vidas complicadas, a veces marcadas por heridas, y viven la entrada en la fe como una experiencia de sanación. Y eso es lenguaje de gracia auténtica, no de trinchera — con mayor razón será el tiempo venidero el que dé confirmación o desmentida.

Hace falta, por tanto, tiempo para distinguir una cosa de otra. El tiempo es precisamente lo que siempre falta a las estadísticas pascuales, y lo que en cambio la Iglesia, desde siempre, sabe dar: un catecumenado serio, un acompañamiento que no se conforme con el número y que compruebe la calidad del «sí» pronunciado ante la fuente bautismal — exactamente lo que, como he tenido ocasión de escribir en un artículo  de próxima publicación a propósito de la crisis vocacional en los monasterios benedictinos y cistercienses, el ingreso masivo sin discernimiento adecuado ya ha demostrado poder traicionar, en otros contextos, en el transcurso de una generación.

Si dentro de unos años la Francia de los 17.800 catecúmenos de 2025 resulta ser una Francia más cristiana, y no solo una Francia más asustada que buscó un fortín, entonces habré estado equivocado. Y será, para mí, la mayor alegría. En caso contrario, habremos asistido: por un lado, a la Torre Eiffel iluminada para celebrar la inclusión del «derecho» al aborto en la Constitución francesa; por otro, a un ejército de bautizados reactivos que no habrán entendido que ser cristiano significa testimoniar y, si es preciso, combatir — con todos los medios políticos reconocidos a quien tiene derecho de pensamiento, palabra y voto — las peores derivas del Príncipe que gobierna este mundo. La fe bautismal no es algo privado, sino lo más público que puede existir: el testimonio activo. En caso contrario, todo corre el riesgo de reducirse a miedo y emotividad.

Desde la Isla de Patmos, 28 de settembre 2026

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Il linguaggio simbolico della liturgia -The symbolic language of the liturgy – El lenguaje simbólico de la liturgia

26 Settembre 2026/in Attualità/da Padre Simone

Italian, english, español

 

IL LINGUAGGIO SIMBOLICO DELLA LITURGIA

Lo stare in piedi o in ginocchio durante la preghiera liturgica è tutt’altro che indifferente. Ogni gesto rientra in qualche modo in quella dimensione di annuncio e di istruzione che è parte integrante dell’azione liturgica e pertanto non può essere lasciata al gusto momentaneo di ciascuno.

— Pastorale liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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La liturgia è senza dubbio annuncio di salvezza, ma soprattutto concreta comunicazione di questa salvezza, che si esprime attraverso gesti e atteggiamenti. Di conseguenza la liturgia non si serve solo di parole, ma anche del linguaggio simbolico; utilizza segni che evocano il mistero e già lo fanno pregustare, come ricordano molte orazioni dopo la comunione.

Jean François Millet, L’Angelus

Nel preparare una celebrazione liturgica non si può affatto dimenticare questa dimensione fondamentale, altrimenti si rischia di sopravvalutare il secondario e di dimenticare l’essenziale; di fare una bella «cerimonia» spettacolare, che gratifica l’occhio, ma che lascia vuoto il cuore; si rischia di dire tante parole, ma di non comunicare un bel niente.

DAL CAMMINARE INSIEME ALLA PROCESSIONE LITURGICA

Quando si parla di processione, il pensiero corre subito a quelle pubbliche processioni con immagini o statue della Vergine Maria o dei Santi. Processioni che non sempre costituiscono un chiaro e corretto simbolo del mistero cristiano, soprattutto perché in esse sovente intervengono pesanti elementi folcloristici; e dico folcloristici quando le cose, tutto sommato, vanno bene.

Ogni processione, anche quelle che si fanno in chiesa durante la Messa (ingresso, presentazione dei doni, comunione, ecc.), ha lo scopo di esprimere il cammino della Chiesa, del nuovo popolo di Dio, verso il nuovo tempio e la nuova Gerusalemme (cfr. Ap 21,2), seguendo le orme di Cristo.

Il riferimento che possiamo fare, pensando alla processione, è all’Esodo: l’evento che vide unite nello stesso cammino le dodici tribù di Israele. Un cammino guidato da Mosè e che raccoglie un popolo intero nella sua più ampia varietà. Un cammino che, secondo la Bibbia, ha uno scopo fondamentalmente cultuale: Dio convoca il suo popolo perché gli renda culto (cfr. Es 5,3). Un cammino che si compie all’insegna dell’unione e che ha una meta al di là del Mar Rosso, al di là del Giordano, oltre le acque della morte. Un cammino che è continuamente confortato dalla presenza reale e misteriosa del Signore, il quale parla al suo popolo e gli dona la legge della vita.

La processione ha lo scopo di ricordarci questo: siamo cristiani se siamo in cammino; e questo cammino non siamo soli a compierlo, ma lo facciamo insieme ad altri fratelli, sostenuti e accompagnati dalla presenza del Risorto, come ben riassumono, in sequenza, le straordinarie immagini del racconto dei discepoli che camminano con Gesù verso Emmaus (cfr. Lc 24,13-35).

IN PIEDI E IN GINOCCHIO

Lo stare in piedi o in ginocchio durante la preghiera liturgica è tutt’altro che indifferente. Ogni gesto rientra in qualche modo in quella dimensione di annuncio e di istruzione che è parte integrante dell’azione liturgica e pertanto non può essere lasciata al gusto momentaneo di ciascuno. Gli atteggiamenti da assumersi durante la celebrazione liturgica non sono né casuali né ordinati all’efficienza o all’ordine esteriore. Non servono cioè a cambiare posizione per evitare la noia e la stanchezza, né per rendere la cerimonia più gradevole allo sguardo. Sono, anzi, vere e proprie azioni simboliche. Fra queste, lo stare in piedi è senz’altro una delle più importanti e significative.

In piedi perché figli di Dio risorti con Cristo. L’iconografia delle catacombe ci presenta sempre la figura dell’orante in piedi. Inoltre è sintomatico che il sacerdote all’altare, fin dagli inizi, dica tutte le preghiere presidenziali in piedi. È poi molto significativo che nella Chiesa antica, secondo molte autorevoli testimonianze, fosse addirittura proibito inginocchiarsi la domenica e durante i cinquanta giorni della Pasqua.

Lo stare in piedi è dunque l’atteggiamento normale del cristiano che, anche se peccatore, è consapevole della sua dignità di figlio di Dio, ricevuta da quel Gesù che è morto ed è risorto per la salvezza di tutti.

Nella preghiera liturgica la Chiesa vuole dare questo annuncio. In privato, poi, ognuno può assumere l’atteggiamento che vuole. La riforma conciliare non ha pertanto «laicizzato» la liturgia, ma le ha restituito la sua carica simbolica e anche la sua funzione di annuncio per il mondo.

In piedi in attesa del Signore che viene. Lo stare in piedi nella preghiera liturgica ha anche un ulteriore significato, sempre legato all’annuncio del mistero pasquale. Si tratta cioè dell’annuncio escatologico, della vita cristiana come attesa dell’ultima venuta di Cristo. Gesù stesso invita i suoi discepoli a essere come quei servi che in piedi, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese, attendono il loro padrone quando torna dalle nozze per aprirgli subito appena arriva e bussa (cfr. Lc 12,35).

Con questa consapevolezza è bello e commovente pregare in piedi. Come è bello e commovente camminare insieme e in piedi accogliere il Corpo di Cristo, vera manna e pane disceso dal cielo, per sostenere il nostro cammino verso l’eternità, verso quei cieli nuovi e quella terra nuova. Lì coloro che con Cristo hanno vinto il peccato, in piedi, cantano in eterno davanti a Dio il cantico di Mosè e il cantico dell’Agnello (cfr. Ap 15,2-3).

In ginocchio sì, ma per rialzarsi. Lo stare in ginocchio è pure un significativo atteggiamento, che però trova origine e spazio soprattutto nella preghiera privata. Esprime infatti la consapevolezza della propria povertà, del proprio peccato. Per questo l’atteggiamento di inginocchiarsi è entrato nella liturgia molto lentamente e con una certa parsimonia, a pari passo con il diffondersi dei riti penitenziali, legati soprattutto alla celebrazione della penitenza pubblica. Sono rari gli atteggiamenti liturgici che danno spazio allo stare in ginocchio; momenti che opportunamente esprimono l’umile adorazione e la supplica di tutto un popolo che si sente schiacciato non tanto dal proprio peccato quanto piuttosto dall’infinito amore di Dio. L’Ordinamento Generale del Messale Romano dispone:

«S’inginocchino poi alla consacrazione, a meno che lo impediscano lo stato di salute, la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri ragionevoli motivi. Quelli che non si inginocchiano alla consacrazione, facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione» (n. 43).

Ci si inginocchia infatti non davanti al ricordo di un evento passato, ma davanti alla morte e risurrezione del Signore che in quel momento si rende realmente presente sull’altare: ed è proprio perché quella morte è già vittoriosa, è già Pasqua, che il ginocchio piegato davanti a essa non è mai l’ultima parola. Ma proprio grazie a questo amore così grande l’uomo può e deve rialzarsi per camminare speditamente verso quell’incontro nuziale che ci farà pienamente partecipi di quella vita divina che è già in noi e ci dà l’onore di stare in piedi davanti a Dio come figli. Proprio per questo davanti al tabernacolo, di fronte al segno massimo di quell’amore che ha pagato per la nostra dignità, nella preghiera privata di adorazione, l’atteggiamento normale che ci viene spontaneo è quello di prostrarci in ginocchio.

SEDUTI PER ASCOLTARE

Prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II lo stare seduti in Chiesa era per l’assemblea un semplice atteggiamento funzionale; per i vari ministranti, talvolta, era addirittura regolato da meticolosi dettagli coreografici: corpo eretto, mani sulle ginocchia, piedi uniti, berretta in capo, inchini vari… Oggi, grazie alla riforma del Concilio che ha riportato la liturgia alla sua originaria sobrietà, anche lo stare seduti è ritornato ad avere una predominante funzione simbolica. Niente infatti nella liturgia deve essere semplicemente funzionale o peggio, coreografico e cerimoniale. Per questo è importante conoscere il significato di questi gesti per accettarli e compierli con la gioia e l’entusiasmo di chi è consapevole di diventare in qualche modo, con la sua persona, strumento sacramentale di annuncio per il mondo.

Segno dell’ascolto. All’interno di una celebrazione liturgica lo stare seduti assume significati precisi, fuori da ogni ambiguità e per questo tale atteggiamento non è lasciato al gusto individuale del momento. In primo luogo lo stare seduti è segno dell’ascolto confidenziale interiore, rispettoso e meditativo. Un ascolto che pertanto matura i sentimenti profondi e le decisioni coraggiose. Non è certamente un caso che anche nei rapporti umani quando si vuole dare veramente spazio all’ascolto dell’altro, ci si siede uno di fronte all’altro. Le norme del Messale Romano ci ricordano: «Terminata l’orazione (colletta) il lettore si reca all’ambone e proclama la lettura; tutti l’ascoltano seduti» (PNMR, 89). La norma è chiara: non dice che tutti leggono per conto loro. Per questo, pur riconoscendo i servizi positivi resi dai «foglietti della Messa» resta sempre lecito e doveroso chiederci se il prezzo che si paga non sia troppo alto. Se infatti tutti o quasi leggono per conto loro, viene vanificato l’atteggiamento simbolico che sta all’origine dello stare seduti!

Una Parola che si rivolge ad un popolo unito. Ma questo atteggiamento sopra descritto dell’ascolto è poi così importante? Non basterebbe che ognuno leggesse la Parola per conto suo con attenzione e si sforzasse di metterla in pratica? Una grossa tentazione di cui siamo vittime è quella di essere estremamente poco sensibili alla dimensione liturgica e di valutare le cose solo in chiave individuale e di efficienza morale. Così facendo però dimentichiamo che la Sacra Scrittura non è in primo luogo un libro di meditazione, ma una parola che Dio rivolge al suo popolo, una Parola che mira soprattutto a fare la Chiesa: «Il popolo di Dio viene adunato innanzitutto per mezzo della Parola del Dio vivente» (Presbyterorum Ordinis, n. 4).

L’atteggiamento di coloro che stanno seduti e attenti a quanto viene proclamato rivela quindi la funzione primaria della Parola di Dio che è quella di instaurare un dialogo di amore non tanto con i singoli, quanto piuttosto con l’intero popolo di Dio, con l’intera assemblea considerata come un unico soggetto, nella quale è rappresentata visibilmente ed è realmente presente tutta quanta la Chiesa.

Ecco allora il senso ultimo di ogni gesto qui descritto: camminare, stare in piedi, inginocchiarsi, sedersi non sono un copione da eseguire né un ornamento che vela parole altrimenti povere. Il corpo dell’assemblea, nel suo muoversi e nel suo fermarsi, non descrive semplicemente la fede della Chiesa: la compie. Per questo nessun gesto liturgico può essere lasciato al caso o al gusto del momento — perché è proprio attraverso quei gesti, prima ancora che attraverso le parole, che la salvezza annunciata si fa concretamente presente in mezzo al suo popolo.

Dall’Isola di Patmos, 26 settembre 2026

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THE SYMBOLIC LANGUAGE OF THE LITURGY

Whether one stands or kneels, the posture assumed during liturgical prayer is anything but indifferent. Every gesture belongs, in some sense, to that dimension of proclamation and instruction which is integral to the liturgical action, and therefore it cannot be left to each person’s passing preference.

— Liturgical pastoral care —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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The liturgy is undoubtedly an announcement of salvation, but above all it is the concrete communication of that salvation, expressed through gestures and postures. The liturgy therefore does not rely on words alone, but also on symbolic language; it uses signs that evoke the mystery and already let us taste it in advance, as many post-communion prayers recall.

In preparing a liturgical celebration, this fundamental dimension can never be forgotten, or we risk overvaluing what is secondary and losing sight of what is essential — risk turning it into a beautiful, spectacular “ceremony” that pleases the eye but leaves the heart empty; risk saying a great many words while communicating nothing at all.

FROM WALKING TOGETHER TO THE LITURGICAL PROCESSION

When we speak of a procession, our thoughts turn at once to public processions carrying images or statues of the Virgin Mary or the Saints. Such processions do not always constitute a clear and correct symbol of the Christian mystery, not least because they are often burdened with heavy folkloric elements — and I say “folkloric” when, all things considered, matters have gone well.

Every procession, including those that take place inside the church during Mass (entrance, presentation of the gifts, communion, etc.), is meant to express the journey of the Church, the new People of God, toward the new temple and the new Jerusalem (cf. Rev 21:2), following in the footsteps of Christ.

The reference we can draw, thinking of the procession, is to the Exodus: the event that united the twelve tribes of Israel in a single journey. A journey led by Moses, gathering an entire people in all its breadth and variety. A journey which, according to the Bible, has a fundamentally cultic purpose: God summons his people so that they may worship him (cf. Ex 5:3). A journey accomplished in unity, with a destination beyond the Red Sea, beyond the Jordan, beyond the waters of death. A journey continually accompanied by the real and mysterious presence of the Lord, who speaks to his people and gives them the law of life.

The procession exists to remind us of this: we are Christians only if we are on the move; and this journey is not one we make alone, but together with our brothers and sisters, sustained and accompanied by the presence of the Risen One — as the extraordinary sequence of images in the story of the disciples walking with Jesus toward Emmaus so beautifully sums up (cf. Lk 24:13-35).

STANDING AND KNEELING

Whether one stands or kneels, the posture assumed during liturgical prayer is anything but indifferent. Every gesture belongs, in some sense, to that dimension of proclamation and instruction which is integral to the liturgical action, and therefore it cannot be left to each person’s passing preference. The postures to be assumed during the liturgical celebration are neither arbitrary nor ordered toward mere efficiency or outward tidiness. They do not exist simply to change position out of boredom or fatigue, nor to make the ceremony more pleasing to the eye. They are, rather, true symbolic actions. Among these, standing is undoubtedly one of the most important and significant.

Standing, because we are children of God risen with Christ. The iconography of the catacombs always depicts the figure at prayer standing upright. It is likewise telling that, from the earliest times, the priest at the altar says all the presidential prayers standing. And it is deeply significant that, according to many authoritative witnesses, the early Church forbade kneeling altogether on Sundays and throughout the fifty days of Easter.

Standing, then, is the normal posture of the Christian who, sinner though he may be, is conscious of his dignity as a child of God, received from that same Jesus who died and rose again for the salvation of all. In liturgical prayer the Church wishes to make this proclamation. In private prayer, everyone is free to take whatever posture they wish. The conciliar reform, then, did not “secularize” the liturgy; rather, it restored to it its symbolic power and its function as proclamation to the world.

Standing, in expectation of the Lord who comes. Standing in liturgical prayer carries a further meaning as well, still tied to the proclamation of the paschal mystery: it is the eschatological announcement, Christian life as the expectation of Christ’s final coming. Jesus himself invites his disciples to be like those servants who, standing, with their belts fastened and their lamps lit, wait for their master to return from the wedding feast, ready to open the door the moment he arrives and knocks (cf. Lk 12:35).

With this awareness, it is beautiful and moving to pray standing. Just as it is beautiful and moving to walk together, and standing, to receive the Body of Christ — true manna, bread come down from heaven, to sustain our journey toward eternity, toward those new heavens and that new earth. There, those who with Christ have conquered sin stand and sing forever before God the song of Moses and the song of the Lamb (cf. Rev 15:2-3).

Kneeling, yes — but in order to rise. Kneeling is likewise a significant posture, though it finds its origin and its place above all in private prayer. It expresses an awareness of one’s own poverty, one’s own sin. For this reason, kneeling entered the liturgy only very slowly and sparingly, in step with the spread of penitential rites, tied above all to the celebration of public penance. There are few liturgical moments that make room for kneeling — moments that fittingly express the humble adoration and supplication of a whole people who feel overwhelmed not so much by their own sin as by the infinite love of God. The General Instruction of the Roman Missal states:

“The faithful should kneel at the consecration, unless prevented by reasons of health, lack of space, the large number of people present, or some other good reason. Those who do not kneel ought to make a profound bow when the priest genuflects after the consecration” (no. 43).

We kneel, in fact, not before the memory of a past event, but before the death and resurrection of the Lord, who at that very moment becomes truly present on the altar: and it is precisely because that death is already victorious, is already Easter, that the knee bent before it is never the last word — so that the acclamation “We proclaim your Death, O Lord, and profess your Resurrection until you come again” might, implicitly, sound like standing before the Risen One, living and true. But it is precisely because of this immense love that man can and must rise again, to walk swiftly toward that nuptial encounter which will make us fully sharers in that divine life already within us, and which grants us the honor of standing before God as his children. It is for this same reason that before the tabernacle — before the supreme sign of that love which paid the price for our dignity — the posture that comes to us spontaneously in private adoration is to prostrate ourselves on our knees.

SITTING TO LISTEN

Before the liturgical reform of the Second Vatican Council, sitting in church was, for the assembly, largely a simple matter of practicality; for the various ministers, at times, it was even governed by meticulous choreographic detail: an upright body, hands on the knees, feet together, biretta on the head, various bows… Today, thanks to the Council’s reform, which restored to the liturgy its original sobriety, sitting too has recovered a predominantly symbolic function. Nothing in the liturgy, in fact, should be merely functional or, worse, choreographed and ceremonial. This is why it matters to understand the meaning of these gestures, so as to embrace and perform them with the joy and enthusiasm of one who knows that, through his own person, he becomes in some way a sacramental instrument of proclamation to the world.

A sign of listening. Within a liturgical celebration, sitting takes on precise meanings, free of any ambiguity, and for this reason the posture is not left to individual taste in the moment. First, sitting is a sign of confidential, interior, respectful and meditative listening — a listening that matures deep feelings and courageous decisions. It is surely no accident that, even in human relationships, when we truly wish to make room for listening to another, we sit down facing them.

The norms of the Roman Missal remind us: “When the prayer has ended, the reader goes to the ambo and proclaims the reading; all listen while seated” (GIRM, 89). The rule is clear: it does not say that everyone reads for themselves. For this reason, while acknowledging the real service rendered by the “Mass leaflet,” it remains right and necessary to ask whether the price we pay for it is not too high. For if everyone, or nearly everyone, reads on their own, the symbolic gesture at the root of sitting is emptied of its meaning.

A Word addressed to a people united. But is this attitude of listening really so important? Would it not be enough for each person to read the Word attentively on their own and strive to put it into practice? A great temptation to which we fall victim is that of being largely insensitive to the liturgical dimension, judging everything only in individual and moral-efficiency terms. In doing so, however, we forget that Sacred Scripture is not, first and foremost, a book for meditation, but a word that God addresses to his people — a Word whose primary aim is to build the Church: “The People of God is formed into one, in the first place, through the word of the living God” (Presbyterorum Ordinis, no. 4).

The posture of those who sit attentively to what is proclaimed thus reveals the primary function of the Word of God: to establish a dialogue of love not so much with individuals as with the whole People of God — with the entire assembly considered as a single subject, in which the whole Church is visibly represented and truly present.

Here, then, is the ultimate meaning of every gesture described above: walking, standing, kneeling, sitting are not a script to be performed, nor an ornament veiling words that would otherwise be poor. The body of the assembly, in its moving and in its stillness, does not merely describe the Church’s faith: it enacts it. This is why no liturgical gesture can be left to chance or to the whim of the moment — because it is precisely through these gestures, even before words, that the salvation proclaimed becomes concretely present in the midst of God’s people.

From L’Isola di Patmos, 26 September 2026

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EL LENGUAJE SIMBÓLICO DE LA LITURGIA

Estar de pie o de rodillas durante la oración litúrgica no es en absoluto indiferente. Cada gesto forma parte, en algún modo, de esa dimensión de anuncio e instrucción que es parte integrante de la acción litúrgica, y por tanto no puede dejarse al placer momentáneo de cada uno.

— Pastoral litúrgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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La liturgia es sin duda anuncio de salvación, pero sobre todo comunicación concreta de esa salvación, que se expresa también a través de gestos y actitudes. Por eso la liturgia no se sirve solo de palabras, sino también del lenguaje simbólico: utiliza signos que evocan el misterio y que, de algún modo, ya nos dejan saborearlo de antemano, como recuerdan muchas oraciones después de la comunión.

Al preparar una celebración litúrgica no se puede olvidar en absoluto esta dimensión fundamental; de lo contrario se corre el riesgo de sobrevalorar lo secundario y de olvidar lo esencial: de hacer una “ceremonia” espectacular, que satisface la vista pero deja vacío el corazón; se corre el riesgo de decir muchas palabras sin comunicar absolutamente nada.

DEL CAMINAR JUNTOS A LA PROCESIÓN LITÚRGICA

Cuando se habla de procesión, el pensamiento corre enseguida a esas procesiones públicas con imágenes o estatuas de la Virgen María o de los Santos. Procesiones que, a decir verdad, no siempre constituyen un símbolo claro y correcto del misterio cristiano, sobre todo porque en ellas intervienen a menudo elementos pesados de folclore; y digo folclóricos cuando las cosas van bien.

Toda procesión, incluidas las que se hacen en la iglesia durante la Misa (entrada, presentación de los dones, comunión, etc.), tiene como finalidad expresar el camino de la Iglesia, del nuevo pueblo de Dios, hacia el nuevo templo y la nueva Jerusalén (cf. Ap 21,2), siguiendo las huellas de Cristo.

La referencia que podemos hacer, pensando en la procesión, es el Éxodo: acontecimiento que unió en un mismo camino a las doce tribus de Israel. Un camino guiado por Moisés que reúne a todo un pueblo en su más amplia variedad. Un camino que, según la Biblia, tiene un fin fundamentalmente cultual: Dios convoca a su pueblo para que le rinda culto (cf. Ex 5,3). Un camino que se realiza bajo el signo de la unión y que tiene una meta más allá del Mar Rojo, más allá del Jordán, más allá de las aguas de la muerte. Un camino continuamente reconfortado por la presencia real y misteriosa del Señor, que habla a su pueblo y le da la ley de la vida.

La procesión tiene como fin recordarnos esto: somos cristianos si estamos en camino; y este camino no lo recorremos solos, sino junto a otros hermanos, sostenidos y acompañados por la presencia del Resucitado, como bien resumen, en su secuencia, las extraordinarias imágenes del relato de los discípulos que caminan con Jesús hacia Emaús (cf. Lc 24,13-35).

DE PIE Y DE RODILLAS

Estar de pie o de rodillas durante la oración litúrgica no es en absoluto indiferente. Cada gesto forma parte, en algún modo, de esa dimensión de anuncio e instrucción que es parte integrante de la acción litúrgica, y por tanto no puede dejarse al placer momentáneo de cada uno. Las actitudes que deben asumirse durante la celebración litúrgica no son casuales ni están ordenadas a la eficiencia o al orden exterior. No sirven para cambiar de postura para evitar el aburrimiento o el cansancio, ni para hacer la ceremonia más agradable a la vista. Son, más bien, verdaderas acciones simbólicas. Entre ellas, estar de pie es sin duda una de las más importantes y significativas.

De pie porque somos hijos de Dios resucitados con Cristo. La iconografía de las catacumbas presenta siempre la figura del orante de pie. Además, es significativo que el sacerdote, en el altar, diga desde los orígenes todas las oraciones presidenciales de pie. Y es muy significativo que en la Iglesia antigua, según numerosos testimonios autorizados, estuviera incluso prohibido arrodillarse el domingo y durante los cincuenta días de Pascua.

Estar de pie es, por tanto, la actitud normal del cristiano que, aun siendo pecador, es consciente de su dignidad de hijo de Dios, recibida de ese Jesús que murió y resucitó por la salvación de todos.

En la oración litúrgica la Iglesia quiere dar este anuncio. En privado, en cambio, cada uno puede asumir la actitud que prefiera. La reforma conciliar, por tanto, no ha “laicizado” la liturgia, sino que le ha devuelto su carga simbólica y también su función de anuncio para el mundo.

De pie, a la espera del Señor que viene. Estar de pie en la oración litúrgica tiene también un significado ulterior, siempre ligado al anuncio del misterio pascual. Se trata, en efecto, del anuncio escatológico, de la vida cristiana como espera de la venida última de Cristo. Jesús mismo invita a sus discípulos a ser como aquellos siervos que, de pie, con la cintura ceñida y las lámparas encendidas, esperan a su señor cuando vuelve de las bodas, para abrirle en cuanto llega y llama (cf. Lc 12,35).

Con esta conciencia es hermoso y conmovedor orar de pie. Como es hermoso y conmovedor caminar juntos y, de pie, recibir el Cuerpo de Cristo, verdadero maná y pan bajado del cielo, para sostener nuestro camino hacia la eternidad, hacia esos cielos nuevos y esa tierra nueva. Allí, quienes han vencido el pecado con Cristo cantan de pie, eternamente, delante de Dios, el cántico de Moisés y el cántico del Cordero (cf. Ap 15,2-3).

De rodillas sí, pero para levantarse. Estar de rodillas es también una actitud significativa, que sin embargo encuentra su origen y su lugar sobre todo en la oración privada. Expresa la conciencia de la propia pobreza, del propio pecado. Por eso la actitud de arrodillarse entró en la liturgia muy lentamente y con cierta parsimonia, al mismo ritmo que se difundían los ritos penitenciales, ligados sobre todo a la celebración de la penitencia pública. Son escasos los momentos litúrgicos que dan espacio a estar de rodillas; momentos que expresan oportunamente la humilde adoración y la súplica de todo un pueblo que se siente abrumado, no tanto por su propio pecado, cuanto por el amor infinito de Dios. La Ordenación General del Misal Romano dispone:

«Que se arrodillen en la consagración, a no ser que se lo impidan la salud, la estrechez del lugar, el gran número de fieles presentes u otras causas razonables. Quienes no se arrodillen para la consagración hagan una profunda inclinación mientras el sacerdote hace la genuflexión después de la consagración» (n. 43).

Nos arrodillamos, en efecto, no ante el recuerdo de un acontecimiento pasado, sino ante la muerte y resurrección del Señor, que en ese mismo instante se hace realmente presente sobre el altar: y es precisamente porque esa muerte es ya victoriosa, es ya Pascua, por lo que la rodilla doblada ante ella nunca es la última palabra — de modo que la aclamación «Anunciamos tu muerte, proclamamos tu resurrección. ¡Ven, Señor Jesús!» podría sonar implícitamente como de pie ante el Resucitado, vivo y verdadero. Pero es precisamente gracias a este amor tan grande que el hombre puede y debe levantarse para caminar sin demora hacia ese encuentro nupcial que nos hará plenamente partícipes de esa vida divina que ya está en nosotros, y que nos concede el honor de estar de pie ante Dios como hijos. Por eso mismo, ante el sagrario, frente al signo supremo de ese amor que pagó por nuestra dignidad, en la oración privada de adoración la actitud que nos brota espontáneamente es la de postrarnos de rodillas.

SENTADOS PARA ESCUCHAR

Antes de la reforma litúrgica del Concilio Vaticano II, estar sentados en la iglesia era, para la asamblea, una actitud prácticamente funcional; para los distintos ministros, en cambio, a veces estaba regulada incluso por minuciosos detalles coreográficos: cuerpo erguido, manos sobre las rodillas, pies juntos, birreta en la cabeza, inclinaciones varias… Hoy, gracias a la reforma del Concilio que ha devuelto a la liturgia su sobriedad originaria, también estar sentados ha recuperado una función predominantemente simbólica. Nada en la liturgia, en efecto, debe ser simplemente funcional o, peor aún, coreográfico y ceremonial. Por eso es importante conocer el significado de estos gestos para aceptarlos y realizarlos con la alegría y el entusiasmo de quien es consciente de convertirse, de algún modo, con su propia persona, en instrumento sacramental de anuncio para el mundo.

Signo de la escucha. Dentro de una celebración litúrgica, estar sentados asume significados precisos, libres de toda ambigüedad, y por eso esta actitud no se deja al placer individual del momento. En primer lugar, estar sentados es signo de una escucha confidencial, interior, respetuosa y meditativa; una escucha que, por ello, hace madurar los sentimientos profundos y las decisiones valientes. No es casualidad que también en las relaciones humanas, cuando de verdad se quiere dar espacio a la escucha del otro, nos sentemos el uno frente al otro.

Las normas del Misal Romano nos recuerdan: «Terminada la oración colecta, el lector se dirige al ambón y proclama la lectura; todos la escuchan sentados» (OGMR, 89). La norma es clara: no dice que cada uno lea por su cuenta. Por eso, reconociendo el servicio positivo que prestan las “hojitas de Misa”, sigue siendo lícito y necesario preguntarnos si el precio que se paga por ello no es demasiado alto. Si en efecto todos, o casi todos, leen por su cuenta, se vacía de sentido el gesto simbólico que está en el origen de estar sentados.

Una Palabra dirigida a un pueblo unido. Pero ¿es realmente tan importante esta actitud de escucha que acabamos de describir? ¿No bastaría con que cada uno leyera la Palabra por su cuenta, con atención, y se esforzara por ponerla en práctica? Una gran tentación de la que somos víctimas es la de ser extremadamente insensibles a la dimensión litúrgica y valorar las cosas solo en clave individual y de eficacia moral. Al hacerlo, sin embargo, olvidamos que la Sagrada Escritura no es, en primer lugar, un libro de meditación, sino una palabra que Dios dirige a su pueblo; una Palabra cuyo fin principal es hacer la Iglesia: «El pueblo de Dios se congrega ante todo por medio de la palabra del Dios vivo» (Presbyterorum Ordinis, n. 4).

La actitud de quienes permanecen sentados y atentos a lo que se proclama revela, por tanto, la función primaria de la Palabra de Dios: instaurar un diálogo de amor no tanto con los individuos cuanto con todo el pueblo de Dios, con toda la asamblea considerada como un único sujeto, en el cual está visiblemente representada y realmente presente toda la Iglesia.

He aquí, entonces, el sentido último de cada gesto aquí descrito: caminar, estar de pie, arrodillarse, sentarse no son un guion que se recita ni un adorno que disimula palabras por lo demás pobres. El cuerpo de la asamblea, en su moverse y en su detenerse, no describe simplemente la fe de la Iglesia: la realiza. Por eso ningún gesto litúrgico puede dejarse al azar o al placer del momento — porque es precisamente a través de esos gestos, antes incluso que a través de las palabras, como la salvación anunciada se hace concretamente presente en medio de su pueblo.

Desde L’Isola di Patmos, 26 de septiembre de 2026

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Emma Bonino e la morte di una donna triste. La pietà non cancella quella verità di cui è figlia, altrimenti sarebbe solo pietismo

11 Settembre 2026/in Attualità/da Padre Ariel

EMMA BONINO E LA MORTE DI UNA DONNA TRISTE. LA PIETÀ NON CANCELLA QUELLA VERITÀ DI CUI È FIGLIA, ALTRIMENTI SAREBBE SOLO PIETISMO

In Paradiso c’è un esercito di creature angeliche che devono la conquista della loro beatitudine eterna a quel battesimo di sangue nel martirio chiamato aborto.

— Attualità —

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Autore

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Ariel S. Levi di Gualdo

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Prima di scrivere questo articolo mi sono interrogato come cristiano, sacerdote e teologo sul rapporto tra pietà e verità.

(Emma Bonino, foto ANSA)

Un Senatore della Repubblica, che in gioventù fu molto vicino a Marco Pannella ed Emma Bonino, mi descrisse il primo come un uomo solare e allegro, al di là delle sue pubbliche rappresentazioni provocatorie dinanzi alle telecamere, che avevano una ragione voluta, a volte studiata o persino scientifica: «Marco Pannella» mi narrava «aveva uno sguardo e degli occhi ridenti». Tutt’altra descrizione riguardo la seconda: «Emma Bonino era una donna triste, i suoi occhi erano malinconici anche quando rideva».

Fumatrice incallita, non ha mai smesso di fumare nemmeno dopo la diagnosi del tumore al polmone che l’ha segnata per un decennio, giunta infine alla morte dopo una lunga malattia respiratoria. Sulla sua coerenza, o forse sulla mancanza della stessa, ritengo legittimo interrogarmi: come mai colei che condusse per anni le sue battaglie perché fosse approvata una legge sull’eutanasia non ha chiamato Marco Cappato, prestatosi più volte in prima persona ad accompagnare altri verso il suicidio assistito? Sull’aborto, invece, non ci poniamo la stessa domanda: fu lei stessa, negli anni Settanta, a dare l’esempio in prima persona, immortalata con una pompa da bicicletta in mano usata per praticare aborti clandestini. Due battaglie, due coerenze diverse: su una, l’aborto, scelse il gesto diretto, sull’altra, l’eutanasia, giunta al momento della propria fine, preferì la strada opposta a quella per cui aveva lottato affinché diventasse legge per tutti.

Tutti ricordiamo questa donna triste che non perdeva occasione per definire l’aborto come una «grande conquista sociale», definendo la legge n. 194 del 1978, che regola la soppressione legalizzata di un essere umano, «un esempio di civiltà». E qui la mente non può che correre a una figura del tutto diversa: Daniele Capezzone, attualmente direttore del quotidiano romano Il Tempo, in passato parlamentare e segretario dei Radicali Italiani dal 2001 al 2007. Daniele Capezzone, che è un laico e un liberale a tutto tondo, più volte, dibattendo in vari programmi televisivi sulle reti Mediaset, ha definito l’aborto «una tragedia» e la legge n. 194 «una necessità», affermando di provare «disagio nel sentirlo definire ‘grande conquista’». Ecco la differenza che mi preme sottolineare: con chi — pur dissentendo da me nella dottrina che considera sacra la vita sin dal momento del concepimento —, riconosce all’aborto il peso morale di una tragedia da contenere, il dialogo resta possibile, persino fecondo. Con chi ne ha fatto un vanto e un trofeo da esibire come «grande conquista», il dialogo si arresta prima ancora di cominciare: non per chiusura mia, ma perché tra chi piange un male che ritiene necessario e chi invece lo festeggia come un bene non c’è terreno comune su cui incontrarsi, specie quando in gioco c’è la vita umana.

Io che credo all’immortalità dell’anima e alla vita eterna, non so quali siano state le sorti di Emma Bonino, quando chiusi gli occhi a questa vita li ha riaperti dinanzi al giudizio immediato di Dio. Una cosa è certa nella mia fede: in Paradiso c’è un esercito di creature angeliche che devono la conquista della loro beatitudine eterna a quel battesimo di sangue nel martirio chiamato aborto. E sono certo che questi Angeli, i primi a poter comprendere per intero il peso di una vita spesa contro la loro stessa esistenza, sapranno intercedere presso Dio con una misericordia più grande di qualunque giudizio umano, perché a Lui solo spetta l’ultima parola su questa donna triste.

Dall’Isola di Patmos, 11 settembre 2026

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Un ricordo di Adriano Bernardini, Nunzio Apostolico

10 Settembre 2026/in Attualità/da Padre Ivano

UN RICORDO DI ADRIANO BERNARDINI, NUNZIO APOSTOLICO

Le sue ultime sedi furono Buenos Aires, dove fu Nunzio Apostolico in Argentina per nove anni, e Roma, dove fu chiamato alla nunziatura d’Italia da Benedetto XVI, ritrovandosi un anno dopo con il Cardinale Jorge Mario Bergoglio eletto Sommo Pontefice.

— Attualità —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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L’11 settembre dello scorso anno moriva presso la Casa di Cura Villa del Rosario il Nunzio Apostolico S.E. Mons. Adriano Bernardini, assistito dal Padre Ariel S. Levi di Gualdo, per anni suo collaboratore privato, dal fratello Piero e dalla cognata Anna.

Il Sommo Pontefice Francesco e S.E. Mons. Adriano Bernardini, Nunzio Apostolico in Italia (2011-2017), Città del Vaticano, 2016.

Le esequie funebri si svolsero per sua volontà nel Montefeltro, presso la chiesa di Santa Maria del Mutino, in località Monastero, dove è sepolto. Durante le esequie funebri Padre Ariel pronunciò un’omelia che oggi merita riproporre.

Aprire QUI 

I Padri dell’Isola di Patmos lo ricordano con affetto nella preghiera, onorati per la stima e l’amicizia che ci ha sempre riservato.

Cagliari, 11 settembre 2026

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Un doveroso resoconto ai Lettori con dovuta trasparenza e profonda gratitudine

9 Settembre 2026/in Attualità/da Jorge Facio Lince

UN DOVEROSO RESOCONTO AI LETTORI CON DOVUTA TRASPARENZA E PROFONDA GRATITUDINE

Al momento, in cassa, abbiamo 3.189,97 sul conto PayPal e 6.933,24 sul conto corrente della Banca BPM per un totale complessivo di 10.123,21 euro. Sottraendo dall’importo quello che già avevamo, abbiamo raccolto gli 8.000 euro necessari alle spese del 2027, per la precisione 7.988.

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Cari Lettori,

il 26 agosto Padre Ariel S. Levi di Gualdo, direttore responsabile di questa nostra rivista, lanciò un appello informando che entro il 7 settembre (poi esteso al 10 come in seguito precisato in nota) dovevamo pagare le spese annuali di gestione per il sito che ospita L’Isola di Patmos (cfr. qui). L’importo annuale necessario per le spese vive: dal server dedicato ai vari servizi e abbonamenti l’importo è pari a 8.000 euro. Tra il conto corrente presso la Banca BPM e il conto PayPal  avevamo in cassa 2.135 euro in totale.

 

I Padri redattori hanno temuto di essere giunti al termine di questa felice esperienza durata 12 anni e che a partire dall’ottobre 2014 non ha mai conosciuto flessioni ma solo progressivo aumento di visitatori.

Siamo lieti di comunicarvi che al momento abbiamo 3.189,97 sul conto PayPal e 6.933,24 sul conto corrente della Banca BPM per un totale complessivo di 10.123,21 euro. Sottraendo quello che già avevamo abbiamo raccolto gli 8.000 euro necessari alle spese del 2027, per la precisione 7.988.

I Padri redattori vi ringraziano e vi anticipano che Padre Ariel si è preso l’impegno di rispondere a ogni singolo benefattore con una e-mail, cosa che provvederà a fare tra la fine di questa settimana e gli inizi della prossima.

Per evitare di correre nuovamente il rischio che grazie a voi è stato superato, proponiamo ai nostri Lettori affezionati una donazione mensile anche piccola con il comodo e sicuro sistema PayPal, così che si possa raccogliere il necessario nel corso dell’anno per le successive scadenze di pagamento del settembre 2027. Alcuni lo fanno, ma al momento sono veramente pochissimi. Basta cliccare sull’immagine sotto:

A tutti voi giunga il nostro rinnovato, profondo e sincero ringraziamento.

Roma, 9 settembre 2026

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Dotiamo le parrocchie di un “pezzotto” per vedere le partite gratis

7 Settembre 2026/in Attualità/da Monaco Eremita

DOTIAMO LE PARROCCHIE DI UN “PEZZOTTO” PER VEDERE LE PARTITE GRATIS

Presto doteremo ogni nostra parrocchia, convento o monastero di un «pezzotto», vale a dire un particolare decoder taroccato utilizzato per accedere illegalmente ai contenuti dei canali televisivi italiani ed esteri a pagamento.

 

Autore Monaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

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PDF  formato stampa

 

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Se prendo in prestito il titolo di una nota autobiografia del grande Vittorio Gassman, posso anche io affermare di avere ormai «un grande avvenire dietro le spalle».

Ricordo con che forza intervenne il Cardinal Pietro Palazzini, allora Prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, contro lo storico Giordano Bruno Guerri quando nel 1985 uscì il suo libro su Santa Maria Goretti: Povera santa, povero assassino. Testo al quale la Congregazione, oggi Dicastero, rispose con repliche agli stessi atti che l’autore pretendeva di aver reinterpretato. Un esempio tra i tanti: alla tesi che la fanciulla sarebbe stata figura di comodo per la propaganda del regime fascista, gli storici del Dicastero replicarono che la raccolta delle testimonianze oculari, voluta direttamente dal Sommo Pontefice Pio X (1903-1914) e affidata ai Padri Passionisti, iniziò già nel 1904, quindici anni prima della formazione dei Fasci Italiani di Combattimento nel 1919, diciassette anni prima della costituzione del Partito Nazionale Fascista nel 1921, diciotto anni prima che Benito Mussolini organizzasse la Marcia su Roma nel 1922. Dopo accurati studi e ricerche durate un trentennio, si aprì formalmente nel 1935 la prima fase diocesana del processo di beatificazione. Maria fu beatificata nel 1947 e canonizzata nel 1950.

Ricordo altresì quando la messa in onda televisiva di Mistero buffo di Dario Fo su Rai 2 il 22 aprile 1977 scatenò una dura condanna da parte del Vaticano e naturalmente della Democrazia Cristiana.

Nonostante, ma questa è una mia opinione, alcune parti dell’opera fossero notevoli anche per chi è abituato a veder trattare in modo diverso argomenti della fede cristiana. Penso al Lamento della Madonna sotto la croce, intensa rappresentazione di Franca Rame di ogni dolore terreno, discutibile? Forse sì, ma indubbiamente magistrale. Rammento che ci fu qualche superiore religioso che si prese la briga di inviare a tutti i suoi confratelli una lettera di divieto assoluto della visione televisiva.

E che dire, ahimè — ricordo anche questo — di quando nel 1973, il Vaticano accusò di blasfemia la celebre e provocatoria campagna pubblicitaria dei Jesus Jeans creata da Oliviero Toscani. Perfino Pasolini ne parlò in un celebre ed acuto articolo:

«Coloro che hanno prodotto questi jeans e li hanno lanciati sul mercato usando, per lo slogan di pragmatica, uno dei dieci comandamenti, dimostrano — probabilmente con una certa mancanza di senso di colpa, cioè con l’incoscienza di chi non si pone più certi problemi — di essere già oltre la soglia entro cui si dispone la nostra forma di vita e il nostro orizzonte mentale».

Altri tempi si dirà, allora alle reprimende del Vaticano seguivano a ruota le azioni della magistratura e della polizia. E non esistevano certo i cellulari, figuriamoci i social. Ma ora, cosa è capitato? Forse ciò che lo stesso Pasolini prevedeva nell’articolo:

«C’è, nel cinismo di questo slogan, un’intensità e una innocenza di tipo assolutamente nuovo, benché probabilmente maturato a lungo in questi ultimi decenni (per un periodo più breve in Italia). Esso dice appunto, nella sua laconicità di fenomeno rivelatosi di colpo alla nostra coscienza, e già così completo e definitivo, che i nuovi industriali e i nuovi tecnici sono completamente laici, ma di una laicità che non si misura più con la religione» (Corriere della Sera, 17.05.1973).

Oggi nessuno più nella Chiesa sembra scandalizzarsi per certe uscite della pubblicità. Non si levano più scudi come un tempo, anzi certe risposte vengono demandate ai responsabili locali. Se accade qualcosa sarà il vescovo del luogo che prenderà la parola per stigmatizzare un fatto e ricordare certi principi di rispetto. Prendiamo il caso delle chiese violate nei recenti atti di vandalismo, con gli arredi sacri distrutti e atti di profanazione in diverse zone italiane. Non c’è stata una risposta alta e comunitaria, nessuno che si sia fatto sentire. Figuriamoci, dunque, per bazzecole come una pubblicità. Evidentemente ci sono cose più importanti a cui pensare e parlarne porterebbe forse a una maggiore pubblicizzazione della cosa, quel che in fondo vogliono i creatori di certe propagande.

Così né un presule né la C.E.I. sono intervenuti, se non appunto a livello di singoli sui social, contro una pubblicità di una conosciuta piattaforma di contenuti sportivi che ha utilizzato come slogan parole della liturgia, il confessionale dove portiamo i nostri peccati, la Chiesa e i preti (qui).

Il tutto per pubblicizzare la prossima edizione delle coppe europee di pallone, non a caso trasmesse sulla suddetta piattaforma che arriva a definirsi: «la cattedrale del calcio». Si dirà che son piccolezze, quisquiglie avrebbe detto Totò. Che Bergomi vestito col clergyman ha una discreta faccia da prete e che lo slogan «andate e guardatele tutte», le partite si intende, altrimenti è peccato, fa sorridere per quanto è patetico.

Eppure nessuno dice niente contro questo uso commerciale del sacerdozio e dei luoghi ecclesiali. Pochi giorni fa è morto Enzo Bianchi. Di tutto si può dire di lui, ma una cosa va riconosciuta: è stato l’unico che negli anni ha più volte sottolineato l’importanza della differenza cristiana. Certo non si evince dalla risposta ad uno spot pubblicitario, è di tutt’altra natura e valore poiché proviene dal cuore della nostra fede, ma questa in qualche modo si palesa e si rende manifesta. Allora perché lasciare che venga banalizzata, senza dire niente? Siamo ormai così omologati ed integrati, tanto per parafrasare un vecchio libro di Umberto Eco del 1964, dove il semiologo italiano analizzava il tema della cultura e dei mezzi di comunicazione di massa? (Apocalittici e integrati, La Nave di Teseo, 2025).

Visto che a qualche prelato non difetta la battuta, si poteva almeno rispondere. Banalizzate contenuti e fatti della nostra fede? E allora noi, presto doteremo ogni nostra parrocchia, convento o monastero di un «pezzotto», vale a dire un particolare decoder taroccato utilizzato per accedere illegalmente ai contenuti dei canali televisivi italiani ed esteri a pagamento. Vedete che i diffusori del calcio in televisione sarebbero subito corsi dalla magistratura, gridando allo scandalo. Lo so, è illegale, non si fa. Ma mica abbiamo iniziato noi.

Dall’Eremo, 7 settembre 2026

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Il femminicidio visto da un osservatorio diverso: quello del prete in cura d’anime — Femicide seen from a different vantage point: that of the priest in the care of souls — El feminicidio visto desde un observatorio distinto: el del sacerdote en la cura de almas

6 Settembre 2026/in Attualità/da Padre Ariel

Italiano, English, Español

 

IL FEMMINICIDIO VISTO DA UN OSSERVATORIO DIVERSO: QUELLO DEL PRETE IN CURA D’ANIME

Prima che il killer legalizzato dallo Stato la uccida sarebbe il caso di appurare il sesso della creatura da abortire, perché se si tratta di un maschio tutto va bene, ma se la creatura da uccidere è una femmina, andrebbe applicato il reato di femminicidio, o no?

— Attualità —

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Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

 

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Quando il legislatore deve studiare nuove leggi, dare vita a nuovi provvedimenti, correggerne di vecchi, o improntare riforme in ambito sociale, sanitario, scolastico, giunge a consultare persino gli esperti, o presunti tali, più improbabili.

Anche all’interno della Chiesa e delle sue varie compagini di studiosi ci sono elementi che potrebbero contribuire a tutto questo. Eppure, dinanzi a una figura ecclesiastica, o persino a un laico cattolico, si urla subito all’ingerenza clericale. È un’esclusione selettiva: non riguarda la competenza, riguarda l’identità di chi la porta.

Per onestà intellettuale va detto che questa reazione non nasce però dal nulla: anche noi cattolici — ecclesiastici e laici — abbiamo finito per raccogliere quel che spesso abbiamo seminato. Il mio maestro, Padre Peter Gumpel S.J (cfr. qui, qui) inviato a suo tempo come visitatore in Irlanda dal Sommo Pontefice Paolo VI nel corso degli anni Sessanta del Novecento, notò con disappunto che i preti erano immischiati in ogni ambito politico e amministrativo, determinanti per realizzare certe scelte e decisioni, oppure per impedirne altre. Disse che il tutto non solo non andava bene, ma era destinato a non reggere: sarebbe caduto nel peggiore dei modi, generando per reazione l’opposto. Il tempo, quattro decenni dopo, gli ha dato ragione. Ieri in Irlanda le persone scendevano dal marciapiede per far passare un prete, gli uomini si toglievano il cappello e le donne accennavano un inchino col capo; oggi, indossare l’abito ecclesiastico per le strade di Dublino significa esporsi a insulti che, se rivolti a soggetti appartenenti ad altri gruppi oggetto persino di eccessi di tutela, porterebbero chi li pronuncia alla sbarra di un tribunale. Da un eccesso di presenza siamo passati a un’esclusione totale: due errori speculari, non una correzione.

Piaccia o meno a certi laicisti-integralisti — che nulla hanno da spartire con quel laicismo che noi cattolici proteggiamo, perché sancisce quelle separazioni tra potere politico e religioso che vanno a beneficio, oltre che dello Stato, anzitutto della Chiesa — noi preti rimaniamo persone che hanno a che fare con il materiale umano, spesso anche con situazioni di straordinaria delicatezza. È ragionevole parlare nelle apposite commissioni parlamentari di temi legati ai malati terminali e al fine vita invitando non meglio precisati esperti che non hanno mai frequentato ospedali, assistito ammalati e morenti, seguito i loro congiunti nel post mortem, quando per molti di noi certe realtà sono pane quotidiano, per non parlare di quegli ordini e congregazioni nate proprio per questo, con religiosi e religiose che vengono formati da secoli a svolgere questi delicati ministeri, dai Fatebenefratelli ai Camilliani? Diceva un anziano confratello: «Noi non abbiamo problemi, anche a costo di irritare qualcuno, a indirizzare certi soggetti da un bravo psichiatra, o a convincere i familiari, spesso propensi a rifiutare l’idea stessa di certi disturbi psichici, a farlo quanto prima. Non capita quasi mai però il contrario: che uno psichiatra, davanti a un conflitto interno a una coscienza cristiana, indirizzi il paziente a un direttore spirituale». «I miei colleghi», mi diceva un amico psichiatra cattolico, «piuttosto sono disposti a fare anche un danno, ma un prete no, mai!». È un canale a senso unico e proprio per questo la competenza pastorale su certi fenomeni umani resta strutturalmente esclusa da chi li legifera.

È in questo punto cieco che si colloca il tema di cui voglio parlare. Come già avvenuto in altre nazioni, anche in Italia è stato introdotto il femminicidio come figura autonoma di reato (cf. Legge 2 dicembre 2025, n. 181), che punisce con l’ergastolo per chi cagiona la morte di una donna come atto di discriminazione o di odio verso di lei in quanto donna. È una figura sulla quale ritengo legittimo discutere: un omicidio resta tale, sempre e comunque, uccidere una donna non può essere più grave che uccidere un uomo e viceversa. Questo, va detto per onestà, i giudici lo valutano da sempre nella pratica processuale: davanti all’omicidio di una donna hanno sempre applicato tutte le aggravanti del caso, per la maggiore forza fisica dell’aggressore e per la minore possibilità di difesa della vittima. Nella storia del diritto processuale penale ci sono state condanne alla pena suprema dell’ergastolo in danno di uomini che hanno ucciso donne non solo per la forza fisica inferiore della vittima, che ha sempre costituito l’aggravante pressoché scontata, ma perché erano incinte, o perché avevano un bambino di pochi mesi che stavano allattando, o perché erano madri di più figlioletti piccoli bisognevoli delle cure della madre.

L’assassino di Maria Goretti, uccisa nel mese di luglio del 1902 e proclamata santa mezzo secolo dopo nel 1950, fu condannato a 30 anni, evitando il carcere a vita che quel delitto avrebbe comportato con tutte le aggravanti riconosciute, perché non era ancora maggiorenne: aveva infatti appena vent’anni e la maggiore età, all’epoca, in Italia si raggiungeva a 21. E stiamo a parlare della giustizia penale d’inizi Novecento, quando a detta di certe attiviste lamentose le donne non avrebbero goduto di particolari considerazioni, tutele giuridiche e pene in caso di delitti. Se l’assassino di Maria Goretti avesse ucciso un uomo non avrebbe avuto una condanna del genere e con tutte le aggravanti del caso.

L’espressione «per chi cagiona la morte di una donna come atto di discriminazione o di odio» potrebbe essere applicata, ragionevolmente, a tutta una vasta serie di categorie, o non è forse mai accaduto che la morte di un anziano ammalato, di un disabile, di un omosessuale, di un ebreo, di un prete e via dicendo a seguire, sia stata cagionata da motivi di discriminazione e odio?

Nella mia esperienza di direttore spirituale ho conosciuto casi di donne di cui è difficile parlare, perché oltre alla correttezza politica esiste qualcosa di peggiore alla censura esterna: l’autocensura. È un fenomeno silenzioso e più insidioso della censura vera e propria, perché non ha bisogno di nessuno che lo imponga: oggi non occorre più essere tacitati, molti si mettono a tacere da sé, convinti che certe cose semplicemente non si dicano. Più volte ho tentato di convincere fidanzate o mogli di uomini violenti, non solo a lasciarli, ma a denunciarli. E più volte il rifiuto è arrivato con le stesse due frasi: «Ma io lo amo», «ma io lo cambio». Genitori disperati si sono rivolti a me davanti a una figlia ostinata a non prestare ascolto a nessuno che una volta a settimana aveva i lividi addosso, con fratelli, sorelle, amici che la supplicavano: «Lascialo, è un pericoloso violento». Risposta, sempre la stessa: «Ma io lo amo», «ma io lo cambio».

Premesso l’ovvio — che come tale non dovrebbe essere premesso, ossia che se una donna è stupida, imprudente e autolesionista nessuno ha il diritto di ucciderla — resta lecito chiedersi: quanti di questi casi sono finiti poi in tragici femminicidi? E quando è accaduto, i grandi commentatori e analisti sono mai andati alla vera origine del problema? Ciò detto: considerando quanto sia diffuso e in crescente aumento l’analfabetismo funzionale e quello digitale, se qualcuno affetto da questo disturbo mi accusasse di aver affermato che una donna uccisa «se l’è cercata», mi permetto di dire che è un problema di chi non sa leggere, non mio, che ritengo di sapermi spiegare e di avere esposto ben altro: ho parlato con triste realismo dell’incoscienza, della mancanza di prudenza e dell’ostinazione di certe donne che hanno deciso di amare l’uomo sbagliato e di cambiarlo pure, rifiutandosi di lasciare uomini molto violenti e molto pericolosi, anche se pregate in tal senso da genitori, fratelli, sorelle, familiari e amici.

Di solito si cerca di concludere in bellezza; in questo caso intendo chiudere nella massima bruttezza. Mentre certe leggi sul femminicidio venivano varate in varie nazioni, in Argentina — che già dal 2012 prevede il femicidio come aggravante (L. 26.791) — nel dicembre 2020 si festeggiava in piazza e si illuminava di verde la cupola del Parlamento per la legalizzazione dell’aborto. Il 4 marzo 2024, in Francia, primo Paese al mondo a farlo, la Tour Eiffel si illuminava con la scritta «Mon corps, mon choix» (il mio corpo, la mia scelta) per celebrare l’inserimento del diritto all’aborto nella Costituzione, inteso in entrambi i casi come grande conquista sociale. A questo punto andrebbe richiesta la doverosa coerenza da parte di certi legislatori: prima che il killer legalizzato dallo Stato la uccida sarebbe il caso di appurare il sesso della creatura da abortire, perché se si tratta di un maschio tutto va bene, ma se la creatura da uccidere è una femmina, andrebbe applicato il reato di femminicidio, o no? Questione di coerenza, solo questione di coerenza.

«Interrompere una gravidanza è come fare fuori uno. È giusto fare fuori una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema? Fare fuori un essere umano è come affittare un sicario per risolvere un problema» (Francesco, Sommo Pontefice, 10 ottobre 2018).

Dall’Isola di Patmos, 6 settembre 2026

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FEMICIDE SEEN FROM A DIFFERENT VANTAGE POINT: THAT OF THE PRIEST IN THE CARE OF SOULS

Before the killer legalised by the State puts her to death, it might be worth checking the sex of the child to be aborted — because if it is a male, everything is fine, but if the child to be killed is a female, should the crime of femicide not apply?

— Current Affairs —

Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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When lawmakers need to draft new legislation, bring in new measures, amend old ones, or reform social, healthcare or education policy, they often turn for advice to experts — or self-styled ones — of the most improbable kind. Even within the Church, among its various circles of scholars, there are figures who could genuinely contribute to this. Yet the moment an ecclesiastical figure, or even a Catholic layperson, is approached, the cry of clerical interference goes up at once. It is a selective exclusion: it has nothing to do with competence, and everything to do with the identity of whoever holds it.

In all intellectual honesty, it must be said that this reaction does not come from nowhere: we Catholics too — clergy and laity alike — have largely reaped what we ourselves once sowed. My own teacher, Father Peter Gumpel S.J., who was sent to Ireland as an Apostolic Visitor by Pope Paul VI back in the 1960s, noted with dismay that priests were entangled in every political and administrative sphere, often decisive in making certain choices and decisions, or in blocking others. He said that this state of affairs was not only wrong but bound to collapse under its own weight — and that it would trigger, by reaction, the exact opposite. Time, four decades on, proved him right. Where once people in Ireland would step off the pavement to let a priest pass, men raising their hats and women bowing their heads, today wearing the clerical habit on the streets of Dublin means exposing oneself to insults that, had they been directed at members of certain other groups — now sometimes shielded to an excessive degree — would land the speaker in the dock. We have gone from an excess of presence to total exclusion: two mirror-image errors, not a correction.

Whether or not it suits certain hard-line secularists — who have nothing in common with the secularism we Catholics ourselves defend, since it establishes a separation between political and religious power that benefits, above all, the Church even more than the State — we priests remain people who deal daily with human material, often in situations of extraordinary delicacy. Is it reasonable for parliamentary committees to discuss terminal illness and end-of-life issues by calling in unnamed experts who have never set foot in a hospital, never sat with the sick and the dying, never accompanied a grieving family through what comes after death — when for many of us these realities are our daily bread? Not to mention the religious orders and congregations founded expressly for this purpose, whose members have been trained for centuries to carry out precisely this delicate ministry — from the Fatebenefratelli, the Hospitaller Brothers of St John of God, to the Camillians. An elderly confrère of mine once put it this way: “We have no trouble, even at the risk of upsetting someone, in steering a person towards a good psychiatrist, or in persuading family members — often reluctant to accept the very existence of certain psychiatric disorders — to do so as soon as possible. But it almost never happens the other way round: that a psychiatrist, faced with an inner conflict within a Christian conscience, sends the patient to a spiritual director.” “My colleagues,” a Catholic psychiatrist friend once told me, “would rather do harm than send someone to a priest — never that!” It is a one-way channel, and precisely for this reason pastoral expertise on certain human phenomena remains structurally excluded from those who legislate on them.

It is in this blind spot that the subject I want to address lies. As has already happened in other countries, Italy too has now introduced femicide as an autonomous criminal offence (cf. Law No. 181 of 2 December 2025), punishable by life imprisonment for anyone who causes the death of a woman as an act of discrimination or hatred against her precisely because she is a woman. This is a category I consider it legitimate to question: a killing is a killing, always and in every case — taking a woman’s life cannot be any graver than taking a man’s, and vice versa. And this, in all honesty, is something judges have always taken into account in practice: courts have always applied every relevant aggravating factor when a woman was killed, both for the greater physical strength of a male attacker and for the lesser capacity of a woman to defend herself. In the history of criminal procedure there have been sentences of life imprisonment handed down against men who killed women not only because of the victim’s lesser physical strength — which has always counted, almost automatically, as an aggravating factor — but because the victim was pregnant, or was nursing an infant only months old, or was the mother of several small children who depended on her care.

Maria Goretti’s murderer — she was killed in July 1902 and canonised as a saint half a century later, in 1950 — was sentenced to 30 years, escaping the life sentence that crime would otherwise have carried with every aggravating factor recognised, because he was not yet legally an adult: he was barely twenty, and at the time the age of majority in Italy was 21. And this was the criminal justice of the early twentieth century — the very justice about which certain aggrieved activists today claim that women enjoyed no particular consideration, legal protection or punishment of offenders. Had Maria Goretti’s murderer killed a man instead, he would not have received a sentence of that severity, complete with every aggravating circumstance applied.

The phrase “causing the death of a woman as an act of discrimination or hatred” could reasonably be applied to a whole range of other categories as well — has it never happened that the death of a sick elderly person, a disabled person, a homosexual, a Jew, a priest, and so on down the list, was caused by motives of discrimination and hatred?

In my experience as a spiritual director I have encountered cases involving women that are difficult to speak about, because beyond political correctness there is something worse than outside censorship: self-censorship. It is a silent phenomenon, more insidious than outright censorship, because it needs no one to impose it: today people no longer even need to be silenced — many simply fall silent on their own, convinced that certain things simply are not said. Many times I have tried to persuade the girlfriends or wives of violent men not only to leave them, but to report them. And many times the refusal has come back with the same two phrases: “But I love him,” “but I can change him.” Desperate parents have come to me over a daughter who refused to listen to anyone, who once a week had bruises on her body, while brothers, sisters and friends begged her: “Leave him, he’s dangerous, he’s violent.” The answer, always the same: “But I love him,” “but I can change him.”

Granting the obvious — which, being obvious, should not even need to be granted, namely that no one has the right to kill a woman merely because she is foolish, reckless or self-destructive — it remains fair to ask: how many of these cases have ended in tragic femicides? And when that has happened, have the great commentators and analysts ever traced the problem back to its true root? That said: given how widespread — and increasingly so — both functional and digital illiteracy are, should someone afflicted by either accuse me of having claimed that a murdered woman “had it coming”, I would simply say that this is a problem for whoever cannot read properly, not for me, since I believe I know how to make myself understood, and that I have addressed something quite different: I have spoken, with sober realism, of the recklessness, the lack of prudence and the sheer obstinacy of certain women who have chosen to love the wrong man and even to change him, refusing to leave men who are highly violent and highly dangerous.

One usually tries to end on a high note; in this case I mean to close on the ugliest note possible. While certain laws against femicide were being passed in various nations, in Argentina — which has recognised femicide as an aggravating factor since as far back as 2012 (Law 26,791) — crowds celebrated in the streets in December 2020 as the dome of parliament was lit up green to mark the legalisation of abortion. On 4 March 2024, France, the first country in the world to do so, lit up the Eiffel Tower with the words “Mon corps, mon choix” (“my body, my choice”) to celebrate the inclusion of the right to abortion in its Constitution — both events hailed, in their respective countries, as a great social triumph. At this point, one might reasonably ask certain legislators for a little consistency: before the killer legalised by the State puts her to death, it might be worth checking the sex of the child to be aborted — because if it is a male, everything is fine, but if the child to be killed is a female, should the crime of femicide not apply? A question of consistency. Simply a question of consistency.

“Terminating a pregnancy is like doing away with someone. Is it right to do away with a human life to solve a problem? Is it right to hire a hitman to solve a problem? Doing away with a human being is like hiring a hitman to solve a problem” (Francis, Supreme Pontiff, 10 October 2018).

From The Island of Patmos, 6 September 2026

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EL FEMINICIDIO VISTO DESDE UN OBSERVATORIO DISTINTO: EL DEL SACERDOTE EN LA CURA DE ALMAS

Antes de que el asesino legalizado por el Estado le dé muerte, convendría comprobar el sexo de la criatura que se va a abortar, porque si se trata de un varón todo está bien, pero si la criatura a la que se va a matar es una niña, ¿no debería aplicarse el delito de feminicidio?

— Actualidad eclesial —

Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Cuando el legislador necesita elaborar nuevas leyes, sacar adelante nuevas disposiciones, corregir las antiguas, o promover reformas en el ámbito social, sanitario o educativo, a menudo recurre a consultar incluso a los expertos — o presuntos tales — más improbables. También dentro de la Iglesia, y entre sus distintos círculos de estudiosos, hay figuras que podrían aportar mucho a todo esto. Y sin embargo, ante una figura eclesiástica, o incluso ante un laico católico, enseguida se alza el grito contra la injerencia clerical. Es una exclusión selectiva: no tiene que ver con la competencia, sino con la identidad de quien la posee.

Por honestidad intelectual hay que decir que esta reacción no nace de la nada: también nosotros los católicos — clérigos y laicos — hemos terminado por recoger lo que muchas veces hemos sembrado. Mi propio maestro, el Padre Peter Gumpel S.J., enviado en su momento como Visitador Apostólico a Irlanda por el Sumo Pontífice Pablo VI en el curso de los años sesenta del siglo pasado, constató con disgusto que los sacerdotes estaban metidos en todos los ámbitos políticos y administrativos, decisivos a la hora de tomar ciertas decisiones o de impedir otras. Dijo que todo aquello no solo no estaba bien, sino que estaba destinado a no sostenerse: caería de la peor manera, generando por reacción el efecto contrario. El tiempo, cuatro décadas después, le dio la razón. Ayer en Irlanda la gente bajaba de la acera para dejar pasar a un sacerdote, los hombres se quitaban el sombrero y las mujeres inclinaban la cabeza; hoy, llevar el hábito eclesiástico por las calles de Dublín significa exponerse a insultos que, dirigidos contra miembros de otros colectivos — a veces objeto incluso de una protección excesiva—, llevarían a quien los pronuncia ante los tribunales. Hemos pasado de un exceso de presencia a una exclusión total: dos errores especulares, no una corrección.

Guste o no a ciertos laicistas integristas — que nada tienen que ver con el laicismo que nosotros mismos, los católicos, defendemos, porque establece esa separación entre el poder político y el religioso que beneficia, además de al Estado, ante todo a la Iglesia —, nosotros los sacerdotes seguimos siendo personas que tratamos con material humano, a menudo en situaciones de extraordinaria delicadeza. ¿Es razonable que en las comisiones parlamentarias se hable de enfermos terminales y del final de la vida convocando a expertos anónimos que nunca han pisado un hospital, nunca han atendido a un enfermo o a un moribundo, nunca han acompañado a sus familiares en el post mortem, cuando para muchos de nosotros estas realidades son el pan de cada día? Por no hablar de las órdenes y congregaciones religiosas nacidas precisamente para esto, con religiosos y religiosas formados desde hace siglos para ejercer este delicado ministerio, desde los Fatebenefratelli —los Hermanos Hospitalarios de San Juan de Dios — hasta los Camilos. Me decía un anciano cohermano: «No tenemos problema, aun a riesgo de molestar a alguien, en orientar a ciertas personas hacia un buen psiquiatra, o en convencer a los familiares — a menudo reacios a aceptar la existencia misma de ciertos trastornos psíquicos — para que lo hagan cuanto antes. Pero casi nunca ocurre lo contrario: que un psiquiatra, ante un conflicto interior propio de una conciencia cristiana, envíe al paciente a un director espiritual». «Mis colegas», me decía un amigo psiquiatra católico, «antes prefieren hacer incluso daño, pero enviar a alguien a un sacerdote, jamás». Es un canal de sentido único, y precisamente por eso la competencia pastoral sobre ciertos fenómenos humanos permanece estructuralmente excluida de quienes legislan sobre ellos.

Es en este punto ciego donde se sitúa el tema del que quiero hablar. Como ya ha ocurrido en otros países, también en Italia se ha introducido el feminicidio como figura autónoma de delito (cf. Ley n.º 181, de 2 de diciembre de 2025), que castiga con cadena perpetua a quien causa la muerte de una mujer como acto de discriminación u odio hacia ella por el hecho de ser mujer. Es una figura sobre la que considero legítimo discutir: un homicidio sigue siendo tal, siempre y en cualquier caso; matar a una mujer no puede ser más grave que matar a un hombre, y viceversa. Esto, hay que decirlo con honestidad, los jueces lo han valorado siempre en la práctica procesal: ante el homicidio de una mujer siempre han aplicado todas las agravantes del caso, tanto por la mayor fuerza física del agresor como por la menor capacidad de la víctima para defenderse. En la historia del derecho procesal penal ha habido condenas a la pena máxima de cadena perpetua contra hombres que mataron a mujeres no solo por la menor fuerza física de la víctima — que siempre ha constituido una agravante casi automática —, sino porque estaban embarazadas, o porque tenían un bebé de pocos meses al que estaban amamantando, o porque eran madres de varios hijos pequeños que necesitaban sus cuidados.

El asesino de Maria Goretti —asesinada en julio de 1902 y proclamada santa medio siglo después, en 1950 — fue condenado a 30 años, evitando así la cadena perpetua que ese delito habría comportado con todas las agravantes reconocidas, porque todavía no era mayor de edad: tenía apenas veinte años, y en aquella época la mayoría de edad en Italia se alcanzaba a los 21. Y estamos hablando de la justicia penal de comienzos del siglo XX, la misma sobre la que ciertas activistas quejumbrosas afirman hoy que las mujeres no gozaban de especial consideración, tutela jurídica ni castigo de los delitos. Si el asesino de Maria Goretti hubiera matado a un hombre, no habría recibido una condena de ese calibre, con todas las agravantes aplicadas.

La expresión «causar la muerte de una mujer como acto de discriminación u odio» podría aplicarse razonablemente a toda una amplia serie de categorías: ¿acaso no ha ocurrido nunca que la muerte de un anciano enfermo, de un discapacitado, de un homosexual, de un judío, de un sacerdote, y así sucesivamente, haya sido causada por motivos de discriminación y odio?

En mi experiencia como director espiritual he conocido casos de mujeres de los que es difícil hablar, porque más allá de la corrección política existe algo peor que la censura externa: la autocensura. Es un fenómeno silencioso y más insidioso que la censura propiamente dicha, porque no necesita que nadie la imponga: hoy ya ni siquiera hace falta ser silenciado, muchas se callan por sí mismas, convencidas de que ciertas cosas simplemente no se dicen. Muchas veces he intentado convencer a novias o esposas de hombres violentos, no solo de que los dejaran, sino de que los denunciaran. Y muchas veces la negativa ha llegado con las mismas dos frases: «Pero yo lo quiero», «pero yo lo voy a cambiar». Padres desesperados han acudido a mí por una hija que se negaba a escuchar a nadie, que una vez a la semana tenía moratones encima, mientras hermanos, hermanas y amigos le suplicaban: «Déjalo, es un hombre peligroso y violento». Respuesta, siempre la misma: «Pero yo lo quiero», «pero yo lo voy a cambiar».

Dando por sentado lo obvio — que, por serlo, ni siquiera debería necesitar decirse, a saber, que nadie tiene derecho a matar a una mujer aunque sea necia, imprudente o autodestructiva —, sigue siendo legítimo preguntarse: ¿cuántos de estos casos han terminado luego en trágicos feminicidios? Y cuando eso ha ocurrido, ¿han ido alguna vez los grandes comentaristas y analistas al verdadero origen del problema? Dicho esto: considerando lo extendido, y en creciente aumento, que está el analfabetismo funcional y el digital, si alguien afectado por este trastorno me acusara de haber afirmado que una mujer asesinada «se lo buscó», me permito decir que es un problema de quien no sabe leer, no mío, ya que creo saber explicarme y haber expuesto algo muy distinto: he hablado, con triste realismo, de la inconsciencia, de la falta de prudencia y de la obstinación de ciertas mujeres que decidieron amar al hombre equivocado y hasta cambiarlo, negándose a dejar a hombres muy violentos y muy peligrosos.

Se suele intentar terminar por todo lo alto; en este caso pretendo cerrar de la manera más fea posible. Mientras en varias naciones se aprobaban ciertas leyes sobre el feminicidio, en Argentina — que ya desde 2012 contempla el femicidio como agravante (Ley 26.791) — en diciembre de 2020 se celebraba en las calles y se iluminaba de verde la cúpula del Parlamento por la legalización del aborto. El 4 de marzo de 2024, en Francia, primer país del mundo en hacerlo, la Torre Eiffel se iluminó con la frase «Mon corps, mon choix» («mi cuerpo, mi decisión») para celebrar la incorporación del derecho al aborto en la Constitución, entendido en ambos casos como una gran conquista social. Llegados a este punto, cabría pedir la debida coherencia a ciertos legisladores: antes de que el asesino legalizado por el Estado le dé muerte, convendría comprobar el sexo de la criatura que se va a abortar, porque si se trata de un varón todo está bien, pero si la criatura a la que se va a matar es una niña, ¿no debería aplicarse el delito de feminicidio? Cuestión de coherencia, solo cuestión de coherencia.

«Interrumpir un embarazo es como deshacerse de alguien. ¿Es justo deshacerse de una vida humana para resolver un problema? ¿Es justo alquilar a un sicario para resolver un problema? Deshacerse de un ser humano es como alquilar a un sicario para resolver un problema» (Francisco, Sumo Pontífice, 10 de octubre de 2018).

Desde la Isla de Patmos, 6 de septiembre de 2026

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