Francesco Guccini è morto ma Dio no
/in Attualità/da Padre ArielFRANCESCO GUCCINI È MORTO MA DIO NO
Usare «Dio è morto» come premessa e «Dio risorge in quel che noi vogliamo» come soluzione tradisce contemporaneamente due pensieri che meriterebbero entrambi maggior rispetto: tradisce Friedrich Nietzsche, riducendo la sua diagnosi tragica a un pretesto lirico; e tradisce la teologia cristiana della Resurrezione, riducendola a un afflato collettivo di buone intenzioni.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Dato che il tema potrebbe prestarsi a facili fraintendimenti e sterili polemiche è opportuno fare subito chiarezza: il bersaglio di queste righe non è Francesco Guccini, scomparso oggi a Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese.

© Immagine realizzata con IA su progetto della redazione della rivista L’Isola di Patmos
Di questo cantautore si può non apprezzare il pensiero — e chi scrive, per la verità, non lo ha mai condiviso — pur riconoscendogli senza riserve il talento e il posto che merita nella storia della canzone d’autore italiana. Non è lui, oggi, il problema, ma un articolo apparso su Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, a firma di Umberto Folena (vedere articolo qui), che nel commemorare il musicista scrive una frase che meriterebbe ben altra cautela da chi pubblica sul giornale dei Vescovi d’Italia. Citando la celebre canzone Dio è morto (cfr. testo qui), questo collega osserva che nel testo in questione «Dio non è più al centro dei pensieri dell’uomo […] ma Dio risorge: “In ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo”». E aggiunge, di suo, che si tratta di «una speranza non vaga né vana, ma sorretta da una fede». Affermazione, questa, che non è affatto una parafrasi neutra: è un’approvazione.
Così, direttamente dalle colonne di Avvenire, si ignora che la Resurrezione non è un progetto umano. Proviamo a essere chirurgici, perché la materia lo richiede: la Resurrezione di Cristo, nella fede cattolica, non è un evento che dipende dal nostro credere, dal nostro volere, o dal mondo che noi costruiremo. È esattamente l’opposto: è un fatto storico-salvifico che precede la fede e la fonda, non che ne dipende. Cristo è risorto il terzo giorno, realmente e fisicamente, indipendentemente da chi ci credeva e da chi no. Increduli e terrorizzati gli apostoli stessi dovettero arrendersi all’evidenza di un sepolcro vuoto e di un Signore vivo (cfr. Lc 24,36-43), non il contrario.
«La formula citata da Umberto Folena — «in ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo» — ribalta questa logica: fa della Resurrezione una proiezione della volontà umana, un progetto immanente, qualcosa che accade dentro la storia e per mano dell’uomo. È teologia rovesciata: non Dio che salva l’uomo, ma l’uomo che, credendo e volendo abbastanza intensamente, “risuscita” Dio dentro il proprio progetto collettivo. In altre parole: se la Resurrezione dipendesse davvero da quanto crediamo, vogliamo o costruiamo, allora “Dio” diventerebbe soltanto il nome che diamo alle nostre migliori intenzioni collettive, ossia qualcosa che esiste finché continuiamo a volerlo e che verrebbe meno se smettessimo di crederci o di impegnarci. È l’esatto contrario della fede cristiana, per la quale Cristo è risorto realmente, una volta per sempre, indipendentemente da chi lo sapesse, lo credesse o lo volesse, come dimostra proprio l’incredulità iniziale degli apostoli davanti al fatto compiuto (cfr. Lc 24,11). E tutto questo, che da un punto di vista teologico è un’autentica aberrazione dell’intero mistero della salvezza, non può essere certo chiamato «una speranza sorretta da una fede», perché senza una riga di distinguo, senza un solo richiamo al Credo, è un’operazione che un giornale qualunque potrebbe anche permettersi, l’organo ufficiale dei Vescovi, assolutamente no.
C’è dell’altro e riguarda il rovescio della medaglia: la morte di Dio, non la sua resurrezione. Quando quel genio di Friedrich Nietzsche scrisse «Gott ist tot» (Dio è morto), non stava componendo una canzone consolatoria sul destino ultimo del sacro, ma stava diagnosticando, con lucidità spietata, il collasso dei fondamenti morali dell’Occidente moderno. Il suo era un annuncio tragico, non un trampolino di lancio per un umanesimo ottimista. Egli sapeva bene che l’uomo che ha ucciso Dio non ha idea di come reggere il peso di quell’atto:
«Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? […] Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa?» (F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125).
Un uomo costretto a farsi dio pur di reggere il vuoto lasciato da Dio: altro che consolazione a buon mercato alla stregua del Sono solo canzonette, come canta un altro cantautore di grande talento, Edoardo Bennato.
Usare «Dio è morto» come premessa e «Dio risorge in quel che noi vogliamo» come soluzione tradisce contemporaneamente due pensieri che meriterebbero entrambi maggior rispetto: tradisce Friedrich Nietzsche, riducendo la sua diagnosi tragica a un pretesto lirico; e tradisce la teologia cristiana della Resurrezione, riducendola a un afflato collettivo di buone intenzioni, incuranti che su di essa, come insegna l’Apostolo Paolo, la nostra fede può nascere come può morire:
«Ma se Cristo non è risuscitato, è dunque vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» (1Cor 15,14).
Non è quindi in discussione se Francesco Guccini avesse fede, non l’avesse, o coltivasse — come scrive Umberto Folena nella sua conclusione — «una speranza sempre coltivata». Sono affari suoi, ora affidati al giudizio di Dio, quello vero. La domanda che resta e che riguarda non Guccini ma chi lo ha commemorato a questo modo è un’altra: può un giornale che si presenta come voce dei Vescovi italiani pubblicare, senza una sola parola di distinzione dottrinale, un’equivalenza tra la Resurrezione di Cristo e la buona volontà collettiva dell’uomo? Una simile equivalenza non è teologicamente neutra: esprime un pensiero palesemente eterodosso di matrice modernista condannato da San Pio X nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis (1907), vale a dire la riduzione della verità dogmatica, oggettiva e rivelata, a proiezione del sentimento religioso immanente del soggetto credente. E se questo accade senza che nessuno, nella redazione del quotidiano dei Vescovi se ne accorga, dove dovremmo cercare oggi una sana ecclesiologia, forse sul Manifesto, forse su Micromega? Indubbiamente, la terza pagina del Manifesto e altrettanto gli articoli di cultura di Micromega sono e rimangono di un livello altamente superiore a quelli di Avvenire.
Francesco Guccini è morto. Dio no.
Dall’Isola di Patmos, 7 agosto 2026
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I Padri dell’Isola di Patmos
Prete non si diventa per «Basta che non pratichi il sesso»
/in Attualità/da Padre ArielPRETE NON SI DIVENTA PER «BASTA CHE NON PRATICHI IL SESSO»
I. Un problema è stato posto nel modo sbagliato – II. Il prete ha una vita privata? – III. Il grande equivoco: «Basta che non pratichi» – IV. Il primo requisito non è la castità: continenza e identità non coincidono – V. Il Magistero non è un pregiudizio – VI. Escludere l’omosessuale è una tutela, non una condanna
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Da qualche anno è in atto un tentativo molto sottile e insidioso: introdurre nella Chiesa il cavallo di Troia arcobalenato. Non potendo demolire apertamente duemila anni di dottrina e disciplina ecclesiale, si cerca di cambiare il significato delle parole, alterare progressivamente i criteri del discernimento vocazionale e presentare come conquista di civiltà ciò che in realtà svuota dall’interno la natura del sacerdozio ministeriale. I mutamenti più radicali non passano quasi mai per rivoluzioni violente, ma per il lento slittamento del linguaggio.

A questa operazione partecipano da anni gruppi organizzati, sostenuti da una fetta di clero mal formato, incapace di distinguere tra antropologia cristiana, psicologia e rivendicazione ideologica, ignaro che la missione di Cristo alla Chiesa è accogliere il peccatore (cfr. Lc 15, 4-7) e respingere il peccato, non certo l’inverso (cfr. Lc 15, 8-10). Blog sedicenti cattolici liquidano però con disinvoltura come “omofobia” norme che il Magistero ha formulato e ribadito da oltre vent’anni per il discernimento dei candidati al sacerdozio, incuranti che il problema non è se un uomo provi attrazione per persone dello stesso sesso o del sesso opposto, né se esistano omosessuali capaci di vivere castamente: su questo la Chiesa non ha mai nutrito dubbi, la dignità della persona deriva dall’essere creata a immagine di Dio (cfr. Gen 1,27; Catechismo, n. 2358) e non dalle inclinazioni affettive. Il problema è un altro: può un articolo liquidare come pregiudizio una disciplina che il Magistero stabilisce da vent’anni? Può ridurre l’idoneità al sacerdozio alla sola continenza fisica, ignorando totalmente l’aspetto psicologico? Può sostenere che l’orientamento sia irrilevante quando il Magistero afferma l’esatto contrario per le tendenze omosessuali profondamente radicate? (cfr. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, 2016)
Da qui bisogna partire, non per giudicare la dignità delle persone, ma per riportare la discussione sul suo terreno autentico: il diritto-dovere della Chiesa di discernere chi ammettere al sacerdozio, che non è un diritto soggettivo rivendicabile da chiunque, ma una vocazione che la Chiesa deve riconoscere, verificare e, quando necessario, respingere per il bene della persona e della Chiesa stessa.
I. Un problema è stato posto nel modo sbagliato
L’articolo pubblicato pochi giorni fa sul blog Silere non possum sotto il titolo: Il vergognoso piano di Notre Dame per controllare le coscienze dei seminaristi (18.07.2026) affronta di per se un tema che merita di essere discusso: il discernimento vocazionale dei candidati con tendenze omosessuali. Il problema non è che se ne parli, ma come il discorso viene impostato fin dalle premesse, perché se queste sono errate, anche conclusioni formulate con apparente coerenza lo saranno, o come ammonisce un apologo erroneamente attribuito a Duns Scoto, ma in verità di un autore ignoto della scolastica medioevale: «Ex falsis praemissis sequitur quidlibet — da premesse false può seguire qualunque cosa». Un principio elementare che oggi, sostituita la logica con l’emozione soggettiva, sembra proprio caduto in disuso.
Sorvolando sul fatto che per loro stile consolidato anche questo articolo è firmato con le iniziali di due anonimi, passiamo invece alla tesi da loro sostenuta:
«L’orientamento di un individuo non dovrebbe essere né un problema né, tanto meno, una questione per chi detiene l’autorità».
Da qui prende vita la critica alla disciplina della Chiesa come diffidenza anacronistica verso gli omosessuali, tramite un ragionamento tutto emotivo e per niente scientifico che sbaglia direzione fin dall’inizio: in discussione, infatti, non è se una persona omosessuale abbia pari dignità — su questo la Chiesa non transige — né se possa vivere castamente. Pensare che la continenza sia impossibile agli omosessuali e naturale solo agli eterosessuali sarebbe irreale, oltre che offensivo. La vera domanda che l’articolo rimuove quasi del tutto è un’altra: chi stabilisce i criteri di ammissione al sacerdozio? Il candidato che rivendica un diritto, o la Chiesa che esercita il dovere, espressamente ricevuto da Cristo, di discernere chi ammettere agli Ordini sacri?
Certe psicologie sono molto suscettibili e per questo intolleranti alle legittime critiche, che denunciano prontamente quali elementi lesivi e persecutori, sino a ricorrere a categorie giuridiche inopportune, come l’uso improprio del concetto di “omofobia”, che nel nostro ordinamento italiano non costituisce figura di reato, non essendo necessario invocare per gli omosessuali lo status di “specie protetta” riservato da leggi specifiche a ben altre categorie vulnerabili (cfr. Legge 25 giugno 1993, n. 205, c.d. “legge Mancino”). Posto poi che sotto certi aspetti ogni persona umana può essere vulnerabile, da sempre, se a un omosessuale fosse usata violenza in quanto omosessuale, qualsiasi tribunale propende ad applicare il principio dell’aggravante, senza bisogno alcuno di leggi specifiche a protezione della “categoria omosessuali”.
L’articolista presuppone, invece, che ogni persona abbia un diritto naturale ad accedere a qualsiasi ufficio e che ogni limitazione sia ingiusta: se ciò fosse vero, potrei rivendicare il diritto a diventare presidente della Corte costituzionale e denunciare discriminazione se mi fosse negato, o denunciare per discriminazione di genere chi osasse impedirmi di partecipare, alle soglie dei 63 anni, alle finali per l’assegnazione del premio di Miss Italia. È una logica che può avere senso nell’ambito dei diritti civili, ma è del tutto estranea alla teologia cattolica del ministero ordinato. Il sacerdozio non è un diritto soggettivo e nessuno può rivendicare davanti alla Chiesa il diritto di essere ordinato. L’ordinazione non riconosce una pretesa individuale, ma è l’esito di un discernimento ecclesiale sull’idoneità del candidato. Ridurre tutto alla domanda «vive castamente oppure no?» significa fraintendere il criterio stesso con cui la Chiesa ha sempre esaminato in modo prudenziale le vocazioni.
II. Il prete ha una vita privata?
Per capire perché la Chiesa abbia elaborato questi criteri, occorre anzitutto capire che il sacerdozio: non è un mestiere ecclesiastico, ma una configurazione sacramentale a Cristo. Il presbitero non riceve solo competenze, ma una precisa identità strutturata su un nuovo carattere che investe tutta la persona. Quando il vescovo consacra un presbitero gli dice: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Come si può pensare di separare questa dimensione ontologica totalizzante — «Tu sei sacerdote in eterno» (Sal 110,4; Eb 5,6) — in una sfera pubblica e una privata?
Da anni questo blog sostiene che tendenze e vita sessuale del prete apparterrebbero alla sua sfera privata — ignorando che nessuno considererebbe normale un sacerdote la cui vita privata fosse sistematicamente incompatibile con ciò che rappresenta pubblicamente, lo afferma senza tema di smentita il suo stesso ideatore, Marco Perfetti, noto anche come “Felipe”:
«[…] Silere non possum ha fatto in questo una battaglia dicendo che il sacerdote nella propria vita privata è libero di fare ciò che vuole e non può interferire nella vita privata del prete né il vescovo né appunto questo chiacchiericcio da salotto che ormai ha veramente stufato» (cfr. Silere non possum: a colloqui con Felipe Perfetti, YouTube, 8 settembre 2023, minuto 11:38, video qui)
Sono affermazioni che si commentano da se stesse. Il ministero ordinato esige una profonda unità tra identità personale e testimonianza pubblica: il prete è ontologicamente tale in modo totalizzante, senza alcuna separazione tra pubblico e privato. O qualcuno forse, dinanzi a un prete che mancasse ai fondamenti della carità, sarebbe disposto ad affermare che si tratta della sua vita privata?
È proprio questa concezione del sacerdozio che resta sullo sfondo nell’articolo in questione che riduce il rapporto tra sacerdozio e sessualità alla sola osservanza della continenza, come se la prudente verifica vocazionale fosse un’analisi del comportamento morale, mentre il discernimento ecclesiale riguarda la persona nella sua globalità, la sua maturità umana, spirituale ed ecclesiale, la sua capacità di incarnare la forma di vita a cui il ministero ordinato la chiama. Trasformare la discussione nell’alternativa “discriminazione o castità” è fuorviante: tra questi due estremi si colloca una valutazione più ampia e articolata, che la Chiesa conduce sulla persona nella sua interezza. La Chiesa non giudica il valore delle persone, ma l’idoneità di un candidato a ricevere il Sacramento dell’Ordine. Sono due giudizi diversi: affermare che una persona possiede immensa dignità davanti a Dio non significa che sia idonea a qualsiasi ministero; riconoscere che un uomo viva sinceramente la castità non implica che possieda tutti i requisiti per il sacerdozio.
III. Il grande equivoco: «Basta che non pratichi»
L’articolo si fonda su un presupposto solo apparentemente ragionevole: se un candidato vive castamente, perché l’orientamento dovrebbe contare? E qui nasce l’equivoco, grande e pericoloso: l’intero giudizio viene ridotto a una sola dimensione, il comportamento sessuale. Come se tutto si condensasse in una domanda elementare: «ha rapporti sessuali oppure no?». Un Vescovo che ammette un candidato agli Ordini non verifica solo la disciplina morale: valuta la fede, l’equilibrio umano, la maturità affettiva, la libertà interiore, la capacità relazionale, il senso ecclesiale, l’attitudine pastorale. Ridurre tutto alla continenza trasforma il sacerdozio in una questione notarile — basta rispettare la norma — ma la vocazione non è mai stata concepita così.
Il celibato stesso non è semplice astinenza: è una forma di donazione. Il sacerdote non rinuncia al matrimonio perché sia un bene minore, ma perché è un bene così grande da poter essere lasciato solo in vista di un bene più alto: la dedizione totale a Cristo e alla Chiesa. Ciò presuppone una precisa antropologia, un preciso modo di vivere la propria identità: la domanda decisiva non è quindi «vive castamente?» ma quale uomo la Chiesa ritiene chiamato a incarnare sacramentalmente l’immagine di Cristo Sposo. È un piano diverso da quello sociologico della discriminazione: è quello della sacramentalità e dell’antropologia cristiana.
IV. Il primo requisito non è la castità: continenza e identità non coincidono
Il primo requisito, dunque, non è la castità: è l’uomo inteso come persona nella sua intima identità umana, la sua maturità affettiva, la sua capacità di assumere quella forma di vita. Il celibato sacerdotale non cancella la dimensione sponsale dell’uomo, la orienta in modo nuovo: il sacerdote rinuncia alla sposa concreta perché la sua esistenza rende sacramentalmente presente il rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa (cfr. Ef 5, 25-32) una categoria che attraversa tutta la Scrittura, dai profeti all’Apocalisse, non un’immagine ornamentale (cfr. Giovanni Paolo II, Pastores Dabo Vobis, n. 22).
La continenza è una condizione necessaria, ma non è mai una condizione sufficiente. È qui che l’articolo in questione opera la sua semplificazione: se un uomo vive castamente, osserva il celibato ed è capace di esercitare il ministero, perché l’orientamento dovrebbe contare? Si tratta di una conclusione che discende dalla premessa sbagliata: ridurre tutto alla continenza. La Chiesa non ha mai ragionato così: i documenti del Magistero non dicono che le persone con tendenze omosessuali radicate siano incapaci di castità, né che siano meno amate da Dio, semmai può avvenire spesso l’esatto contrario, perché nel severo monito di Gesù: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21, 31), sono racchiuse numerose categorie di persone, inclusi gli omosessuali. La Chiesa valuta la struttura complessiva della personalità, non solo la condotta, posto che tutti siamo peccatori chiamati alla santità. Vi sono uomini di profonda fede privi dell’equilibrio per il ministero pastorale, o della libertà interiore richiesta: nessuno interpreta queste valutazioni come negazione della dignità personale. Perché dovrebbe cambiare quando il discernimento riguarda l’orientamento omosessuale? Perché si continua a confondere la persona con l’idoneità al ministero. La Chiesa non dice che si vale meno: dice che non ogni persona è chiamata a ogni ministero e che non tutti sono idonei ad esercitarlo.
V. Il Magistero non è un pregiudizio
I documenti del Magistero vengono spesso presentati come espressione di una sensibilità culturale superata, destinata a cadere con l’evoluzione della società. È una lettura ingiusta ai testi già richiamati: l’Istruzione del 2005, la Ratio Fundamentalis del 2016 e gli interventi successivi del Dicastero competente non trattano la questione come un problema morale isolato, la collocano nel criterio complessivo dell’idoneità. Non introducono una nuova antropologia: applicano principi sempre appartenuti alla concezione cattolica del ministero. Questi documenti si possono discutere — farlo è legittimo lavoro teologico — ma trasformare ogni dissenso in denuncia di pregiudizio, come se la Chiesa avesse elaborato questi criteri per escludere categorie di persone, attribuisce al Magistero intenzioni che suoi testi non manifestano.
VI. Escludere l’omosessuale è una tutela, non una condanna
A questo punto il ragionamento richiede un passaggio ulteriore, che l’articolo in questione non affronta mai: la differenza tra la continenza vissuta da un candidato eterosessuale e quella vissuta da un candidato con tendenze omosessuali profondamente radicate non riguarda il grado di virtù richiesto — è identico per entrambi — ma la natura di ciò a cui si rinuncia. Il celibato eterosessuale rinuncia a un bene pienamente coerente con l’antropologia sponsale su cui la Chiesa fonda il sacerdozio: la castità del prete celibe resta comunque orientata, nella sua struttura affettiva di fondo, verso quella stessa figura — l’uomo sposo — che il ministero è chiamato a rappresentare sacramentalmente. Al candidato con tendenze omosessuali profondamente radicate la Chiesa chiede invece qualcosa di diverso nella sostanza, non solo nel grado: non la sola rinuncia all’atto, ma la rinuncia a vivere apertamente, nella comunità in cui è chiamato a esercitare un ministero pubblico, un elemento della propria identità affettiva, con il rischio concreto di una vita sdoppiata tra ciò che si è e ciò che si rappresenta. O detta in termini chiari e senza pena di equivoco: all’interno del clero cattolico, il soggetto con tendenze omosessuali non potrebbe mai essere se stesso, finendo per questo costretto a vivere una vita di finzione, o peggio quella vita che taluni, in modo pericolosamente erroneo, pretenderebbero di relegare in quella «sfera della vita privata» sulla quale «nessuno ha il diritto di sindacare», come da anni afferma il Perfetti in articoli e pubblici video.
Questo non è un giudizio sulla dignità della persona, né un’affermazione che l’omosessuale sia meno capace di castità: è un giudizio sull’idoneità a una forma di vita specifica, che esige quella stessa unità tra identità personale e testimonianza pubblica di cui abbiamo già parlato a proposito del celibato come donazione, non come privazione. Riconoscere questa difficoltà strutturale prima dell’ordinazione, piuttosto che scoprirla dopo — quando le conseguenze ricadono sulla persona, sulla comunità e sulla Chiesa stessa — non è una discriminazione, ma l’esatto contrario: la forma più elementare di cura pastorale che risparmia a un uomo l’esperienza di una doppia vita che la Chiesa, per prima, ha il dovere di non fargli intraprendere e vivere.
Conclusione
Il problema non è se una persona con tendenze omosessuali radicate sia degna dell’amore di Dio o capace di vivere autenticamente la fede: la risposta della Chiesa in tal senso è chiara. La questione è un’altra: la Chiesa possiede il diritto e il dovere di stabilire i criteri per discernere le vocazioni? Se la risposta è negativa, ogni esclusione da un ministero è discriminazione, se invece è affermativa, il discernimento vocazionale appartiene alla responsabilità della Chiesa e non si riduce alla verifica della condotta legata alla sola morale sessuale.
È su questo punto che si concentra il nostro dissenso rispetto alle affermazioni pericolose, sul piano dottrinale e giuridico di Silere non possum, unite al suo tentativo, portato avanti da anni, di sdoganare la pratica dell’omosessualità all’interno del clero. Il tutto non per negare la dignità di alcuno, né per alimentare sterili contrapposizioni ideologiche, ma perché la domanda iniziale è stata formulata nel modo sbagliato. Il sacerdozio ministeriale non è una professione, non è un incarico rivendicabile, non è un diritto soggettivo. È una vocazione che la Chiesa valuta secondo criteri che non riceve dal consenso sociale del momento, ma dalla propria comprensione del ministero apostolico e della missione ricevuta da Cristo. Quando la Chiesa esercita questo giudizio compie uno degli atti più delicati e responsabili della propria missione: custodire l’identità del sacerdozio ministeriale per il bene dell’intero Popolo di Dio. Per questo motivo il cavallo di Troia arcobalenato non può fare trionfale ingresso all’interno del clero: per tutelare gli omosessuali per primi da una vita di nascondimento e di doppiezza all’ombra delle sacrestie.
Dall’Isola di Patmos, 23 luglio 2026
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“Silere non possum” e l’arcobaleno come cavallo di Troia. Quando la lotta agli abusi diventa il pretesto per riscrivere la morale cattolica
/in Attualità/da Padre ArielSILERE NON POSSUM E L’ARCOBALENO COME CAVALLO DI TROIA. QUANDO LA LOTTA AGLI ABUSI DIVENTA IL PRETESTO PER RISCRIVERE LA MORALE CATTOLICA
Dire che «non c’è nulla da curare» può funzionare in un manifesto ideologico arcobalenico e gay friendly, non però nella Chiesa Cattolica, dove la cura delle anime esiste proprio perché l’uomo non è un individuo perfetto al quale basta essere confermato in tutto ciò che prova, desidera o ritiene giusto.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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L’articolo pubblicato da Silere non possum con il titolo La Gran Bretagna si appresta a vietare la pratiche di conversione (cfr. qui) prende spunto dal progetto di legge britannico volto a vietare le cosiddette conversion practices, che a dire dei suoi promotori pretenderebbero di modificare l’orientamento sessuale di una persona.

Questo tema costituisce tuttavia solo l’occasione per riproporre una linea che Silere non possum porta avanti ormai da anni: sostenere che il problema non siano soltanto eventuali abusi, ma la stessa impostazione morale della Chiesa Cattolica sull’omosessualità (tra i numerosi vedere qui). L’articolo si regge su un artificio argomentativo di tipo sofistico e parte dalla condanna di pratiche che nessuno difende per poi estendere il sospetto in modo progressivo fino a comprendere la direzione spirituale, la prassi pastorale, il linguaggio della conversione, la proposta della continenza e perfino la possibilità che una persona omosessuale chieda liberamente di essere aiutata a vivere secondo l’insegnamento della Chiesa. Così facendo, il dibattito sulle conversion practices diventa il veicolo attraverso il quale mettere sotto processo non gli abusi, ma la morale cattolica stessa.
Il problema molto serio nasce quando l’autore oltrepassa il tema della critica alle conversion practices per allargare progressivamente il bersaglio fino ad affermare che «nessuno è rotto e nessuno deve essere aggiustato» e che parlare di «guarigione» dell’omosessualità costituirebbe, già di per sé, un’impostazione da respingere. È qui che il ragionamento cambia natura, perché nessun sacerdote fedele alla dottrina e al magistero della Chiesa sostiene che un omosessuale sia «rotto». Però, se diventa sospetto perfino parlare di direzione spirituale liberamente richiesta da una persona, allora il bersaglio non sono più gli abusi, ma il linguaggio stesso con cui la Chiesa parla da duemila anni della conversione di ogni uomo, indipendentemente dal suo orientamento sessuale (cfr. mio precedente articolo, qui).
L’articolo scrive che queste pratiche «non curano nulla, perché non c’è nulla da curare». La frase sembra umana, rassicurante, perfino compassionevole. In realtà non è soltanto teologicamente povera, ma radicalmente errata. Per la fede cristiana ogni persona, omosessuale o eterosessuale, porta in sé una ferita che ha nome peccato, concupiscenza, disordine e bisogno di conversione. Dire che «non c’è nulla da curare» può funzionare in un manifesto ideologico gay friendly, non però nella Chiesa Cattolica, dove la cura delle anime esiste proprio perché l’uomo non è un individuo perfetto al quale basta essere confermato in tutto ciò che prova, desidera o ritiene giusto.
Una premessa ovvia per qualsiasi teologo ma tutt’altro che scontata per coloro che, proprio perché non sanno, presumono più che mai di sapere: il peccato non è un diritto, ma una possibilità che rientra nella piena libertà concessa da Dio all’uomo. Per questo non mi stanco di ripetere, a proposito della libertà: se Dio non ha impedito ai nostri progenitori di commettere il peccato originale, alterando così l’equilibrio della creazione e segnando la storia dell’umanità, vogliamo forse essere noi a limitare ciò che Dio stesso non ha limitato, donando all’uomo il libero arbitrio? Ciò premesso, il punto decisivo è distinguere. Una cosa è voler «raddrizzare» una persona contro la sua volontà, sino a ricorrere a forme di coercizione, altra è accompagnare chi domanda liberamente di essere guidato in un cammino spirituale. Una cosa è l’abuso, altra la direzione spirituale. Una cosa è la manipolazione psicologica, altra la confessione sacramentale. Una cosa è imporre una presunta «guarigione» dell’orientamento sessuale, altra è aiutare una persona a vivere la propria sessualità secondo l’insegnamento della Chiesa. L’articolo di Silere non possum confonde deliberatamente questi piani, presentandoli come se appartenessero alla stessa categoria. Il risultato non è un’analisi, ma una confusione che tradisce una sostanziale carenza di comprensione della dottrina cattolica e della cura delle anime.
Ancora più singolare è il passaggio su Padre Amedeo Cencini, presbitero della Congregazione Canossiana e psicologo, oggetto da anni di violenti attacchi da parte dell’ideatore di questo blog, dov’è presentato come esempio della presunta responsabilità della Chiesa Cattolica, con roboante ricordo trionfale di quando Marco Perfetti avviò nel 2022 un procedimento disciplinare contro di lui presso l’Ordine degli Psicologi del Veneto, senza ottenere il risultato sperato. La Commissione di vigilanza dell’Ordine regionale, attenendosi alle procedure previste, aprì il fascicolo, ascoltò le parti e convocò sia l’accusante (Perfetti) sia l’accusato (Cencini). Al termine dell’istruttoria, in data 18 luglio 2021, pronunciò questa sentenza: «Non si sono ravvisate ipotesi di violazione del Codice Deontologico». Il procedimento venne quindi archiviato definitivamente il 22 novembre 2021. L’episodio ricevette eco sulla stampa e un noto settimanale cattolico diede conto della vicenda, sottolineando come l’accusa fosse stata giudicata inconsistente e infondata. Nello stesso articolo fu riportato anche il commento pubblicato sui social dal Sig. Perfetti che, vedendosi dare torto, arrivò ad affermare:
«L’Italia è una Repubblica che non conosce cosa sia la giustizia […] un Paese che fa sostanzialmente ridere» (cfr. Settimana News, qui).
Queste sono le reazioni scomposte, offensive e spesso violente alle quali ricorre quando le sue istanze sono respinte, cosa che avviene, come i fatti dimostrano, per una media di nove volte su dieci (cfr. qui). Inutile a dirsi, ma lo diciamo lo stesso: una vera redazione seria che si proclama «testata giornalistica internazionale» (cfr. qui), non pubblica articoli firmati da anonimi privi di nome e cognome e, quantunque domiciliata fittiziamente in Estonia presso il civico di un complesso industriale dove risulta un distributore di carburante, dovrebbe almeno domandarsi se le proprie accuse siano fondate. Per farlo occorrono però il senso della misura e quello del ridicolo, qualità delle quali, a giudicare dai fatti, non sembra dare particolare prova. Invece no: continua a riproporre — in questo come in altri casi riguardanti persone finite nel suo mirino — la medesima narrazione, come se la martellante ripetizione costituisse una prova e il sistematico insuccesso delle proprie iniziative un dettaglio trascurabile (cfr. qui, qui, qui, ecc..).
L’articolo è costretto, a un certo punto, a riconoscere una cosa essenziale: la relazione del Gruppo di studio istituito durante il Sinodo sulla Sinodalità, pubblicata dal Vaticano il 5 maggio, non modifica in alcun modo l’insegnamento cattolico sull’omosessualità o sul matrimonio e ribadisce che l’accompagnamento pastorale deve rimanere «in piena conformità con l’insegnamento della Chiesa». Questa sola affermazione dovrebbe chiudere la questione: se l’accompagnamento deve essere conforme alla dottrina cattolica, allora non può trasformarsi nella benedizione morale degli atti omosessuali. Se invece qualcuno pretende che ogni accompagnamento conforme alla dottrina sia già, di per sé, sospetto, allora il problema non sono più gli abusi: il problema è la dottrina cattolica stessa che si tenta di colpire per vie traverse giocando di sofismi sulle parole.
Poiché il Sig. Marco Perfetti ricorre con grande disinvoltura nei suoi articoli all’accusa di «omofobia», è opportuno chiarire un dato giuridico elementare che pare sfuggirgli. Nel diritto penale italiano non esiste una fattispecie autonoma denominata «reato di omofobia». Questa non è un’opinione, ma un dato oggettivo del diritto positivo. Ciò non significa che restino impunite le minacce, le violenze, le percosse, la diffamazione o altri comportamenti penalmente rilevanti commessi ai danni di persone omosessuali, che trovano già tutela nelle ordinarie disposizioni del Codice Penale. Diverso è il discorso relativo ai cosiddetti reati d’odio: gli articoli 604-bis e 604-ter del Codice Penale, introdotti dal decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito nella legge 25 giugno 1993, n. 205 (cosiddetta Legge Mancino), puniscono la propaganda, l’istigazione alla discriminazione e alla violenza fondate su motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. L’orientamento sessuale e l’identità di genere non figurano però tra le categorie tutelate da queste disposizioni, poiché i successivi tentativi di estenderne l’ambito applicativo — il più noto dei quali è stato il Disegno di legge Zan, definitivamente respinto dal Senato il 27 ottobre 2021 — non sono mai divenuti legge perché il rischio che andassero a perseguire il reato di opinione era elevatissimo. Tema quest’ultimo sul quale Padre Ivano Liguori e io scrivemmo un libro a cui rimando: Dal Prozan al Prozac.
Questo è il quadro normativo vigente, sarebbe quindi prudente tenerne conto prima di distribuire lezioni di diritto, dato che il Sig. Perfetti mostra spesso una singolare inclinazione a impartire, in articoli e video, spiegazioni giuridiche con tono perentorio anche a magistrati, avvocati e docenti universitari che esercitano o insegnano il diritto da un numero di anni superiore alla sua intera età anagrafica. È un esercizio di sicurezza personale certamente ammirevole, molto meno, però, sul piano della competenza giuridica.
Questo blog gay-friendly in salsa gossip-clericale non chiede di non umiliare gli omosessuali, questo la Chiesa lo insegna già, né di condannare le violenze, questo lo impone già la morale cristiana. Come provano anni di articoli e numerosi video del suo blogger pretende che la Chiesa rinunci a considerare l’omosessualità praticata come moralmente disordinata e che consideri sospetto ogni cammino di direzione spirituale. È il cavallo di Troia arcobalenato: entra con il linguaggio della tutela, poi chiede alla Chiesa di cambiare antropologia, morale e pastorale.
A questo proposito il mio compianto amico Paolo Poli, nel documentario Felice chi è diverso di Gianni Amelio del 2014, con parole poi riportate anche dal Corriere della Sera il 25 marzo 2016, espresse un concetto molto più lucido di tante omelie travestite da sociologia inclusiva:
«La Chiesa fa il suo mestiere. Non si cheti! I gay non possono pretendere di incularsi con la benedizione del Papa!».
Dietro questa frase forte tipica della teatralità del maestro c’è però una verità elementare: la Chiesa non odia chi vive una condizione omosessuale; semplicemente non può benedire ciò che ritiene contrario alla legge morale. Paolo Poli lo aveva capito, alcuni cattolici ideologizzati e arcobalenati ancora non riescono a capire che la Chiesa accoglie il peccatore, sempre, ma combatte il peccato, sempre.
Resta infine la firma impressa a fine articolo: Robert Evans, nome che nel mondo anglosassone suona più o meno come il nostro Mario Rossi, o come un napoletanissimo Gennaro Esposito. Non è dato sapere se si tratti di una persona reale, di uno pseudonimo o di una firma redazionale. La cosa avrebbe minore importanza se il testo non pretendesse di impartire lezioni alla Chiesa Cattolica sulla cura delle anime, tema sul quale sarebbe gradito almeno sapere chi parla, con quale competenza e con quale responsabilità personale.
La Chiesa «non si cheti» — com’ebbe a dire Paolo Poli — e continui a fare il proprio mestiere: accogliere le persone, curare le ferite, condannare ogni abuso, annunciare la salvezza, chiamare ogni uomo alla conversione e concedere la grazia della divina misercordia. Se per qualcuno questo è ormai inaccettabile, almeno abbia l’onestà di dire apertamente che non vuole correggere gli abusi della pastorale cattolica, ciò a cui mira è correggere la fede cattolica in gaia salsa arcobaleno.
Dall’Isola di Patmos, 28 giugno 2026
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I nostri precedenti articoli (2023-2026):
I nostri precedenti articoli (2023-2026):
– 28 giugno 2026 — SILERE NON POSSUM E L’ARCOBALENO COME CAVALLO DI TROIA. QUANDO LA LOTTA AGLI ABUSI DIVENTA IL PRETESTO PER RISCRIVERE LA MORALE CATTOLICA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 giugno 2026 — Comunicato: L’ISOLA DI PATMOS OGGETTO DI RIPETUTE SEGNALAZIONI INFONDATE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 11 giugno 2026 — MARCO PERFETTI: DIRE A ME CHE SONO UN PROBLEMATICO È OVVIO COME DIRE CHE LA MADDALENA FACEVA LA PROSTITUTA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 5 maggio 2026 — ESTONIA, UNA TERRA PROMESSA, UN MONDO DIVERSO … E UNA CATTIVERIA QUOTIDIANA DI CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 30 aprile 2026 — SILERE NON POSSUM: IL GIORNO IN CUI IL DIRITTO PENALE SCOPRÌ DI ESSERE NATO IN SACRESTIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 27 aprile 2026 — CUR IN HOC CASU “SILERE POSSUM”? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 marzo 2026 — IL NARCISISTA MALIGNO E L’USO DI BLOG E SOCIAL PER ARRECARE DANNO ALLA CHIESA E AI SUOI FEDELI SERVITORI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2026 — L’ABATE DI SOLESMES E L’ILLUSIONE DI SINTESI LITURGICA: TRA SOGGETTIVISMO E CONFUSIONE DOTTRINALE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 28 febbraio 2026 — SILERE NON POSSUM. UNO STRAORDINARIO MARCO PERFETTI TRA DISINVOLTO DIRITTO CANONICO E «SCANDALO AL SOLE»: L’AUGUSTO DEFUNTO DISSE CHE L’OMOSESSUALITÀ È PECCATO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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– 8 febbraio 2026 — I PROCI DI ITACA E L’EPOPEA DELLA SFRANTA CHE TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 10 dicembre 2025 — MARCO PERFETTI, ALIAS SILERE NON POSSUM: IL GRILLO COLTO E LA ZANZARA CHE SI CREDE UN’AQUILA REALE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 6 settembre 2025 — IL POTENTISSIMO SILERE NON POSSUM STA FACENDO TREMARE GOOGLE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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I Padri dell’Isola di Patmos
Enzo Bianchi e la morte di Camillo Ruini: davanti a un defunto si prega, non si regolano i conti
/in Attualità/da Padre SimoneENZO BIANCHI E LA MORTE DI CAMILLO RUINI: DAVANTI A UN DEFUNTO SI PREGA, NON SI REGOLANO I CONTI
«Anche il card. Ruini è morto! Un ecclesiastico che ha fatto soffrire molti nella chiesa. Alla chiesa ha dato il volto della matrigna, il volto della chiesa che cerca autorità, influenza e il seggio tra i potenti. Ma non ebbe l’approvazione né dal card. Martini né da Papa Francesco» (Enzo Bianchi).
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Simone Pifizzi
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Quando la Chiesa accompagna uno dei suoi figli alla morte non convoca un tribunale storico, non apre un dibattito politico e non procede a una verifica ideologica della vita del defunto.

La Chiesa fa qualcosa di molto più semplice e, al tempo stesso, di infinitamente più profondo: prega. Lo fa perché guarda alla morte alla luce della vittoria di Cristo risorto, secondo la proclamazione dell’Apostolo: «La morte è stata inghiottita per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1 Cor 15,54-55). Per questo le premesse generali del Rito delle Esequie ricordano che il defunto resta un fratello nella fede e che l’intera comunità ecclesiale si raccoglie attorno a lui per accompagnarlo con la preghiera, offrendo il sacrificio eucaristico ed elevando suffragi. La Chiesa prega infatti per i defunti perché crede che la morte corporale non interrompa la loro appartenenza a Cristo e che, proprio per questo, la preghiera della Chiesa possa ancora giovare loro.
È da questa fede che bisogna partire quando si guarda alla morte di un cristiano, non anzitutto dal ruolo che egli ha ricoperto nella Chiesa, dalle battaglie che ha combattuto o dai giudizi che la storia formulerà sulla sua persona e sulla sua opera. Tutto questo appartiene al legittimo giudizio storico e potrà essere discusso e persino criticato severamente. Davanti alla morte, però, la Chiesa guarda anzitutto al battezzato. Non è senza significato che, nell’accertamento ufficiale della morte del Romano Pontefice, colui che per anni portò quel nome pontificale era chiamato per tre volte con il proprio nome di battesimo: davanti alla morte, in un certo senso, tutti ritornano all’origine. Per questo la prima parola della Chiesa non è il giudizio, ma la preghiera, perché il defunto è anzitutto un figlio della Chiesa affidato alla misericordia di Dio e accompagnato dall’intercessione dei fratelli.
È alla luce di questa fede che va considerato quanto è accaduto dopo la morte del Cardinale Camillo Ruini. Non interessa qui stabilire se egli abbia avuto ragione o torto nelle grandi battaglie ecclesiali degli ultimi decenni, né discutere il giudizio storico sulla sua visione della Chiesa. La questione è un’altra e riguarda la reazione suscitata dalla sua scomparsa, perché proprio nel momento in cui la Chiesa affida un suo figlio alla misericordia di Dio e lo accompagna con la preghiera, il cristiano è chiamato a misurare le proprie parole e i propri giudizi con il significato stesso della morte cristiana.
Non sono mancati, nelle ore successive alla sua morte tentativi di leggere questa figura quasi esclusivamente attraverso categorie politiche e ideologiche. Il Fatto Quotidiano, il 16 giugno 2026, ha pubblicato l’articolo di Francesco Antonio Grana: «È morto il cardinale Camillo Ruini. Le ingerenze nella politica, la vicinanza alla destra, il rapporto con Berlusconi: storia del Richelieu italiano»; Il Manifesto ha titolato «Ruini, la religione come strumento politico». Letture certamente legittime sul piano storico e giornalistico, ma che mostrano quanto sia facile continuare a discutere di una persona in termini di schieramenti, influenza e potere anche nel momento della sua morte. E così, su questa stessa scia, poche ore dopo la morte del Cardinale Camillo Ruini, Enzo Bianchi è intervenuto sul proprio profilo X scrivendo:
«Anche il card. Ruini è morto! Un ecclesiastico che ha fatto soffrire molti nella chiesa. Alla chiesa ha dato il volto della matrigna, il volto della chiesa che cerca autorità, influenza e il seggio tra i potenti. Ma non ebbe l’approvazione né dal card. Martini né da Papa Francesco».
La domanda che emerge da quelle parole riguarda molto meno il Cardinale Ruini di quanto riguardi Enzo Bianchi stesso: quale concezione della morte cristiana manifesta chi, davanti a un defunto, sente anzitutto il bisogno di riaprire una polemica ecclesiale? È una domanda che non nasce dalla polemica, ma dalla fede della Chiesa. Un ateo militante che davanti a un morto continua la propria polemica agisce secondo la logica che professa, sebbene spesso eviti di farlo perché mostra per la morte quel rispetto che certi cristiani non hanno. Invece, da Enzo Bianchi, che per decenni ha parlato di spiritualità evangelica e di eccentrica vita monastica, divenendo una celebrità contesa dai vescovi italiani che gareggiavano nell’invitarlo a tenere conferenze nelle loro cattedrali proprio negli anni della lunga presidenza della CEI del Cardinale Camillo Ruini, ci si attenderebbe almeno la memoria elementare di ciò che la Chiesa fa davanti a un defunto.
In questo contesto il testamento spirituale di Camillo Ruini assume un significato che va ben oltre la vicenda personale del suo autore. Chi si attendesse l’autodifesa di un protagonista della vita ecclesiale italiana resterà sorpreso, perché quelle pagine non contengono rivendicazioni né tentativi di giustificare le proprie scelte storiche. Vi emergono invece la confessione delle proprie insufficienze, la richiesta di perdono e l’invocazione della misericordia divina. Egli riconosce di avere talvolta agito con durezza, ne domanda perdono, confessa la pochezza della propria fede e si presenta semplicemente come un uomo chiamato a comparire davanti a Dio.È qui che il contrasto diventa evidente. Da una parte vi è un uomo giunto al termine della propria vita che si affida alla misericordia divina; dall’altra chi, davanti a quella morte, sente l’urgenza di riaprire la contabilità delle polemiche ecclesiali. Chi dei due sta guardando la morte cristianamente: Camillo Ruini o Enzo Bianchi?
A maggior ragione non si tratta di stabilire chi avesse ragione nelle controversie che hanno attraversato la Chiesa italiana negli ultimi quarant’anni. Non si tratta di decidere se questo Cardinale sia stato un grande protagonista ecclesiale o un protagonista discutibile. Non si tratta neppure di negare a Enzo Bianchi il diritto di dissentire radicalmente dalla sua visione, ma di comprendere che cosa accade quando un cristiano muore. Perché esiste una differenza sostanziale tra il giudizio storico e l’uso polemico della morte: il primo è legittimo; il secondo rivela invece una perdita del senso cristiano della morte. Quando la bara di un uomo diventa l’ultimo campo di battaglia di una guerra ecclesiastica durata decenni, quando il corpo di un defunto viene utilizzato come materiale polemico e la morte di un fratello nella fede diventa l’occasione per regolare conti rimasti aperti, non viene ferito soltanto il rispetto dovuto ai morti: viene messa in questione la stessa fede nel giudizio di Dio, nella misericordia, nella comunione dei santi e nella vita eterna. Per questo, alla fine, il problema non è il Cardinale Camillo Ruini. Il problema siamo noi. Perché se davanti alla morte di un cristiano non sappiamo più pregare, se davanti a un testamento spirituale intriso di richiesta di perdono e di misericordia sappiamo soltanto riaprire vecchi processi, se continuiamo a ragionare come militanti di fazione proprio nel momento in cui la Chiesa invita a pregare per un fratello defunto, allora non abbiamo semplicemente perduto il senso della misura, ma smarrito qualcosa di essenziale della fede cristiana. Quando questo accade, la profezia lascia il posto alla polemica, che finisce per imporsi perfino davanti alla morte.
Va detto che il Cardinale Camillo Ruini, soprannominato “Cardinal Sottile”, proprio nel suo testamento non ha mancato di scrivere:
«Quando è stato eletto Papa Francesco ne ho gioito e, per quel che potevo, sono stato subito un suo sostenitore. Anche oggi mi rallegro e lo ringrazio per il suo straordinario slancio evangelizzatore. Devo confessare però di trovarmi in una situazione di disagio, non certo per motivi personali ma perché fatico a comprendere alcuni orientamenti che mi sembrano riaprire ferite, dopo il Concilio a stento medicate. Chiedo umilmente al Signore di convincermi interiormente che la Chiesa è sua e che Egli stesso ne ha cura, al di là delle nostre vedute umane».
Non è questa la sede per affrontare questioni che richiederebbero altri spazi. Resta però difficile non osservare che molte delle più gravi problematicità ecclesiali contemporanee affondano le loro radici nel lungo e complesso pontificato di Giovanni Paolo II, del quale Camillo Ruini fu una delle figure più influenti, giungendo incancrenite al pontificato di Benedetto XVI ― sotto il quale proseguì per altri due anni il suo mandato di Presidente della CEI e Vicario Generale della Diocesi di Roma ― e sotto certi aspetti fuori controllo durante il complesso pontificato di Francesco, tutto da capire prima ancora che da studiare dinanzi a una situazione pesantissima da lui ereditata dai due precedenti pontificati, alla quale cercò di far fronte in situazioni molto difficili da gestire. Colpisce pertanto leggere nel suo testamento la confessione della difficoltà a comprendere alcuni orientamenti ecclesiali proprio del pontificato di Francesco. Se il significato profondo di queste vicende non gli fu pienamente chiaro durante la vita terrena, è lecito pensare che oggi, trovandosi faccia a faccia con Dio, lo comprenda con una pienezza che resta preclusa a chi, come noi viventi, guarda la storia dall’interno delle sue inevitabili parzialità.
Firenze, 22 giugno 2026
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L’Isola di Patmos oggetto di ripetute segnalazioni infondate
/in Attualità/da Redazione— Comunicato —
L’ISOLA DI PATMOS OGGETTO DI RIPETUTE SEGNALAZIONI INFONDATE
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— Comunicati —

Fiore Cappone
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La Rivista continuerà a svolgere la propria attività informativa e culturale con la libertà e serenità che la contraddistinguono sin dalla sua fondazione.
Roma, 22 giugno 2026
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I nostri precedenti articoli (2023-2026):
– 28 giugno 2026 — SILERE NON POSSUM E L’ARCOBALENO COME CAVALLO DI TROIA. QUANDO LA LOTTA AGLI ABUSI DIVENTA IL PRETESTO PER RISCRIVERE LA MORALE CATTOLICA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 giugno 2026 — Comunicato: L’ISOLA DI PATMOS OGGETTO DI RIPETUTE SEGNALAZIONI INFONDATE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 11 giugno 2026 — MARCO PERFETTI: DIRE A ME CHE SONO UN PROBLEMATICO È OVVIO COME DIRE CHE LA MADDALENA FACEVA LA PROSTITUTA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 5 maggio 2026 — ESTONIA, UNA TERRA PROMESSA, UN MONDO DIVERSO … E UNA CATTIVERIA QUOTIDIANA DI CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 30 aprile 2026 — SILERE NON POSSUM: IL GIORNO IN CUI IL DIRITTO PENALE SCOPRÌ DI ESSERE NATO IN SACRESTIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 27 aprile 2026 — CUR IN HOC CASU “SILERE POSSUM”? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 marzo 2026 — IL NARCISISTA MALIGNO E L’USO DI BLOG E SOCIAL PER ARRECARE DANNO ALLA CHIESA E AI SUOI FEDELI SERVITORI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2026 — L’ABATE DI SOLESMES E L’ILLUSIONE DI SINTESI LITURGICA: TRA SOGGETTIVISMO E CONFUSIONE DOTTRINALE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 28 febbraio 2026 — SILERE NON POSSUM. UNO STRAORDINARIO MARCO PERFETTI TRA DISINVOLTO DIRITTO CANONICO E «SCANDALO AL SOLE»: L’AUGUSTO DEFUNTO DISSE CHE L’OMOSESSUALITÀ È PECCATO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 16 febbraio 2026 — DONNE, DIRITTO E TEOLOGIA USATI COME SLOGAN DAL BLOG SILERE NON POSSUM (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 febbraio 2026 — I PROCI DI ITACA E L’EPOPEA DELLA SFRANTA CHE TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ” (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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Perchè Caravaggio sì e Rupnik no? – Why Caravaggio yes and Rupnik no? – ¿Por qué Caravaggio sí y Rupnik no?
/in Attualità/da Padre SimonePERCHÉ CARAVAGGIO SÌ E RUPNIK NO?
Se il valore di un’opera dipende dalla moralità del suo autore, allora dovremo svuotare chiese, musei e gallerie d’arte di mezzo Occidente
— Attualità —
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Autore
Simone Pifizzi
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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso
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Da alcuni anni si sono formate schiere di anime candide che chiedono che le opere del gesuita Marko Ivan Rupnik vengano rimosse da chiese, santuari e luoghi di culto. Non mancano gli indignati professionali, gli scandalizzati permanenti e le vergini vestali che, dopo avere scoperto improvvisamente l’esistenza dei peccati contro il Sesto Comandamento, invocano la cancellazione dei mosaici realizzati dall’ex gesuita sloveno.
I più accaniti accusatori di questo artista sono proprio quei soggetti che una pagina prima o due pagine dopo affermano e spiegano che certi ecclesiastici a tinte arcobaleno non sarebbero contestabili per le loro condotte di vita, perché certi vizi e vezzi farebbero parte della loro vita privata.

Sorge allora una domanda inevitabile: le esecrabili condotte sessuali attribuite a Marko Ivan Rupnik si svolgevano forse in Piazza San Pietro durante la recita dell’Angelus domenicale, oppure appartenevano anch’esse alla sua vita privata? Perché, se la vita privata viene invocata come ragione per sottrarre alcuni soggetti a ogni giudizio pubblico, risulta difficile comprendere per quale ragione lo stesso criterio debba essere improvvisamente abbandonato quando il soggetto in questione è Marko Ivan Rupnik.
L’accusa secondo la quale l’artista avrebbe tenuto una condotta morale incompatibile con la presenza delle sue opere negli edifici sacri introduce infatti un criterio talmente eccentrico da risultare impraticabile alla prova dei fatti. Se applicato con un minimo di coerenza, esso costringerebbe infatti a svuotare non soltanto una parte della storia dell’arte cristiana, ma una parte considerevole della storia dell’arte occidentale, soprattutto di quella sacra. Eppure proprio questo criterio viene oggi proposto con crescente insistenza. Non si chiede semplicemente che eventuali responsabilità personali siano accertate dalle competenti autorità ecclesiastiche, si pretende qualcosa di diverso: che l’opera venga trascinata nel medesimo processo dell’uomo che l’ha realizzata; che il giudizio morale sull’autore si trasformi automaticamente in condanna dell’opera; che mosaici, affreschi, dipinti e sculture vengano valutati non per ciò che rappresentano, ma per la biografia privata di chi li ha creati.
La questione, pertanto, non riguarda più soltanto Marko Ivan Rupnik. Riguarda un principio molto più ampio. Perché se il valore artistico e spirituale di un’opera deve essere misurato sulla base della condotta morale del suo autore, allora occorre avere il coraggio di applicare questo criterio a tutta la storia dell’arte e non soltanto all’artista che, per ragioni mediatiche o ideologiche, è diventato il bersaglio del momento.
Già nel dicembre del 2022, quando il caso aveva assunto dimensioni internazionali, il Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, Cardinale Angelo De Donatis, ricordava che il Padre Marko Ivan Rupnik aveva prestato alla Chiesa di Roma «numerosi e preziosi servizi di carattere ministeriale» e che la sua attività artistica aveva lasciato un segno visibile in luoghi ecclesiali di primaria importanza. Nello stesso tempo esprimeva sgomento per la vicenda e assicurava piena collaborazione alle autorità competenti. Due affermazioni che non si escludono reciprocamente e che, anzi dovrebbero essere tenute insieme. Una cosa è l’accertamento delle eventuali responsabilità personali, altra il giudizio sull’opera artistica prodotta da una persona (cfr. Diocesi di Roma, Dichiarazioni del Cardinale Angelo De Donatis sul caso Rupnik, 19 dicembre 2022, qui).
A questo punto la domanda diventa inevitabile: siamo davvero disposti ad applicare alla storia dell’arte il criterio secondo cui l’opera deve essere condannata insieme all’uomo che l’ha realizzata? Perché, se questa è la strada che intendiamo percorrere, dovremo essere coerenti sino in fondo. E allora il problema non riguarderà più soltanto Marko Ivan Rupnik.
Cominciamo da Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Pittore straordinario, autore di alcuni dei più grandi capolavori dell’arte sacra, fu al tempo stesso un uomo violento, coinvolto in continue risse e vicende giudiziarie, fino a uccidere Ranuccio Tomassoni nel 1606 e a essere condannato formalmente a morte dalla giustizia dello Stato Pontificio. Eppure nessuno propone di rimuovere dalle chiese la Vocazione di San Matteo, la Conversione di San Paolo, la Deposizione, il Martirio di Santa Lucia e via dicendo. Evidentemente il valore dell’opera non viene giudicato sulla base della fedina penale del suo autore.
Passiamo a Benvenuto Cellini, scultore, orafo e artista geniale. Le cronache del suo tempo e la sua stessa autobiografia raccontano di omicidi, violenze, risse e processi per sodomia. Anche in questo caso nessuno ha mai pensato di eliminare le sue opere dai musei o di cancellarne il nome dalla storia dell’arte.
Proseguiamo con Giovanni Antonio Bazzi, passato alla storia con il soprannome di Sodoma, che non gli fu attribuito per distrazione né per gratuita maldicenza. Eppure i suoi affreschi, intrisi di scene palesemente omoerotiche in salsa rinascimentale, continuano a essere ammirati nelle chiese e nei monasteri senza che alcuno invochi campagne di rimozione o di cancellazioni di serie d’affreschi dai chiostri monastici.
Veniamo poi a Gian Lorenzo Bernini, il massimo artista del Barocco romano. Quando scoprì la relazione tra suo fratello e Costanza Bonarelli, di cui egli era amante, reagì con una violenza tale da far sfregiare per vendetta il volto della donna da un suo servo. Ciò non ha impedito che le sue opere continuassero a ornare basiliche, piazze e chiese, senza che nessuno abbia mai pensato di abbattere l’Estasi di Santa Teresa o il Baldacchino di San Pietro.
Potremmo continuare a lungo. Ma il punto è già chiaro: per secoli la civiltà cristiana e occidentale ha distinto il giudizio morale sull’uomo dal giudizio artistico sull’opera. Oggi, invece, qualcuno pretende di introdurre un criterio nuovo secondo il quale il peccato dell’artista dovrebbe contaminare automaticamente anche ciò che egli ha creato. Salvo sostenere, quando i protagonisti sono altri, che nessuno dovrebbe interessarsi delle loro condotte di vita perché appartengono a quella sfera privata che, a quanto pare, resta inviolabile per alcuni e diventa criterio di pubblica condanna per altri.
Firenze, 14 giugno 2026
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WHY CARAVAGGIO YES AND RUPNIK NO?
If the value of a work of art depends upon the morality of its creator, then we shall have to empty churches, museums and art galleries throughout much of the Western world
— Actuality —
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Autore
Simone Pifizzi
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For several years now, whole ranks of pure souls have been demanding that the works of the Jesuit Marko Ivan Rupnik be removed from churches, shrines and places of worship. There is no shortage of professional moralists, perpetual scandal-seekers and modern vestal virgins who, having suddenly discovered the existence of sin, call for the removal of the mosaics created by the former Slovenian Jesuit (cf. here). The most relentless accusers of this artist are often the very same people who, one page earlier or two pages later, explain that certain rainbow-coloured churchmen should not be criticised for their conduct because such vices and habits belong to their private lives (cf. here).
An inevitable question therefore arises: were the sexual acts attributed to Marko Ivan Rupnik carried out in Saint Peter’s Square during the Sunday Angelus, or did they also belong to his private life? For if private life is invoked as a reason for shielding certain individuals from public scrutiny, it becomes difficult to understand why the same principle should suddenly be abandoned when the person concerned is Marko Ivan Rupnik.
The accusation that the artist’s alleged moral conduct is incompatible with the presence of his works in sacred buildings introduces a criterion so eccentric as to prove unworkable when tested against historical reality. Applied with even a minimum degree of consistency, it would require us to empty not only a significant part of Christian art, but a considerable portion of Western art as a whole, especially sacred art. Yet this is precisely the criterion that is being proposed with increasing insistence today. What is being demanded is not simply that any personal responsibilities be investigated by the competent ecclesiastical authorities. Something far more radical is being proposed: that the work of art be dragged into the same trial as the man who created it; that moral judgement upon the artist automatically become a condemnation of the work itself; that mosaics, frescoes, paintings and sculptures be evaluated not according to what they represent, but according to the private biography of their creator.
The issue, therefore, no longer concerns Marko Ivan Rupnik alone. It concerns a much broader principle. For if the artistic and spiritual value of a work must be measured according to the moral conduct of its creator, then one must have the courage to apply the same criterion to the whole history of art and not merely to the artist who, for media or ideological reasons, has become the latest target of public condemnation.
As early as December 2022, when the case had already assumed international dimensions, Cardinal Angelo De Donatis, Vicar General of His Holiness for the Diocese of Rome, recalled that Father Marko Ivan Rupnik had rendered «numerous and valuable ministerial services» to the Church of Rome and that his artistic activity had left a visible mark upon ecclesiastical sites of primary importance. At the same time, he expressed deep concern over the affair and assured full cooperation with the competent authorities. These are two statements that do not exclude one another and which, indeed, ought to be held together. One thing is the investigation of any personal responsibilities; quite another is the judgement to be passed on the artistic work produced by a person (cf. Diocese of Rome, Statement of Cardinal Angelo De Donatis regarding the Rupnik case, 19 December 2022, here).
At this point the question becomes unavoidable: are we truly prepared to apply to the whole history of art the principle that a work must be condemned together with the man who created it? For if this is the road we intend to take, then we must be consistent to the very end. And in that case the problem will no longer concern Marko Ivan Rupnik alone.
Let us begin, then, with Michelangelo Merisi, known as Caravaggio. An extraordinary painter and the creator of some of the greatest masterpieces of sacred art, he was at the same time a violent man, constantly involved in brawls and legal troubles, eventually killing Ranuccio Tomassoni in 1606 and being sentenced to death by the courts of the Papal States. Yet no one proposes removing from churches The Calling of Saint Matthew, The Conversion of Saint Paul, The Entombment, or The Burial of Saint Lucy. Evidently, the value of the work is not judged on the basis of the criminal record of its creator.
Let us move on to Benvenuto Cellini, sculptor, goldsmith and artistic genius. The chronicles of his age and his own autobiography recount murders, acts of violence, brawls and trials for sodomy. Yet no one has ever suggested removing his works from museums or erasing his name from the history of art.
We may continue with Giovanni Antonio Bazzi, who entered history under the nickname of Sodoma, a name that was certainly not bestowed upon him by accident, still less through gratuitous slander. Nevertheless, his frescoes, permeated with unmistakably homoerotic Renaissance imagery, continue to be admired in churches and monasteries without anyone calling for campaigns of removal or for entire cycles of frescoes to be erased from monastic cloisters.
Then there is Gian Lorenzo Bernini, the greatest artist of the Roman Baroque. Upon discovering the relationship between his brother and Costanza Bonarelli, with whom he himself was involved, he reacted with such violence that he had the woman’s face slashed by one of his servants in an act of revenge. Yet this has not prevented his works from continuing to adorn basilicas, churches and public squares, nor has anyone ever suggested demolishing the Ecstasy of Saint Teresa or the Baldachin of Saint Peter’s Basilica.
We could continue at length. Yet the point is already clear enough: for centuries Christian and Western civilisation distinguished between moral judgement upon the individual and artistic judgement upon the work. Today, by contrast, some seek to introduce a new criterion according to which the artist’s sin should automatically contaminate whatever he has created.
This principle, however, is not applied consistently. For the very same people who demand that works of art be judged according to the moral conduct of their creators are often the first to insist, when confronted with the conduct of others, that such matters belong exclusively to the sphere of private life and should therefore be of no concern to anyone else.
The question, then, remains unanswered: why should one principle apply to Marko Ivan Rupnik and another to everyone else? If the value of a work of art truly depends upon the moral perfection of its creator, then consistency would require us to remove from churches, monasteries, museums and galleries a considerable part of the artistic heritage of the Christian West. If, on the other hand, we recognise that the value of a work cannot simply be reduced to the virtues or vices of its author, then we must admit that the issue extends far beyond the case of Marko Ivan Rupnik.
For this reason the debate is not really about one artist. It is about whether we wish to preserve a civilisation capable of distinguishing between the moral failings of a human being and the objective value of what that human being has created.
From Florence, 14 June 2026
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¿POR QUÉ CARAVAGGIO SÍ Y RUPNIK NO?
Si el valor de una obra de arte depende de la moralidad de su autor, entonces tendremos que vaciar las iglesias, los museos y las galerías de arte de buena parte del Occidente
— Actualidad —
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Autore
Simone Pifizzi
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Desde hace algunos años se han formado verdaderas legiones de almas cándidas que exigen que las obras del jesuita Marko Ivan Rupnik sean retiradas de iglesias, santuarios y lugares de culto (cf. aqui). No faltan los indignados por profesión, los escandalizados permanentes y las vírgenes vestales que, tras haber descubierto repentinamente la existencia de los pecados contra el Sexto Mandamiento, invocan la eliminación de los mosaicos realizados por el ex jesuita esloveno. Los acusadores más encarnizados de este artista son precisamente aquellos que, una página antes o dos páginas después, afirman y explican que ciertos eclesiásticos de tonalidades arcoíris no deberían ser cuestionados por su modo de vida, porque determinados vicios y costumbres formarían parte de su esfera privada (cf. aqui).
Surge entonces una pregunta inevitable: ¿acaso las execrables conductas sexuales atribuidas a Marko Ivan Rupnik tenían lugar en la Plaza de San Pedro durante el rezo dominical del Ángelus, o también ellas pertenecían a su vida privada? Porque, si la vida privada es invocada como motivo para sustraer a determinadas personas de toda critica, resulta difícil comprender por qué este criterio debe ser abandonado cuando la persona en cuestión es Marko Ivan Rupnik.
La acusación según la cual el artista habría mantenido una conducta moral incompatible con la presencia de sus obras en los edificios sagrados introduce, en efecto, un criterio tan excéntrico que resulta impracticable cuando se lo confronta con la realidad de los hechos. Este criterio, Aplicado con un mínimo de coherencia, obligaría no solo a vaciar una parte de la historia del arte cristiano, sino también considerablemente de la historia del arte occidental, y en particular del arte sacro. Y, sin embargo, precisamente dicho criterio es hoy propuesto con insistencia creciente. No se pide simplemente que las eventuales responsabilidades personales sean esclarecidas por las autoridades eclesiásticas competentes; se pretende algo muy distinto: que la obra sea arrastrada al mismo proceso que el hombre que la realizó. Que el juicio moral sobre el autor se transforme automáticamente en condena de la obra; que mosaicos, frescos, pinturas y esculturas sean valorados no por lo que representan, sino por la biografía privada de quien los creó.
La cuestión, por tanto, ya no concierne únicamente a Marko Ivan Rupnik. Se refiere a un principio mucho más amplio. Porque si el valor artístico y espiritual de una obra debe medirse sobre la base de la conducta moral de su autor, entonces es necesario tener el valor de aplicar este criterio a toda la historia del arte y no solamente al artista que, por razones mediáticas o ideológicas, se ha convertido en el blanco del momento.
Ya en diciembre de 2022, cuando el caso había adquirido dimensiones internacionales, el Vicario General de Su Santidad para la Diócesis de Roma, el Cardenal Angelo De Donatis, recordaba que el Padre Marko Ivan Rupnik había prestado a la Iglesia de Roma «numerosos y valiosos servicios de carácter ministerial» y que su actividad artística había dejado una huella visible en lugares eclesiales de primera importancia. Al mismo tiempo, expresaba su consternación por los hechos y aseguraba plena colaboración con las autoridades competentes. Son dos afirmaciones que no se excluyen mutuamente y que, por el contrario, deberían mantenerse unidas. Una cosa es el esclarecimiento de las eventuales responsabilidades personales; otra muy distinta es el juicio sobre la obra artística producida por una persona (cf. Diócesis de Roma, Declaraciones del Cardenal Angelo De Donatis sobre el caso Rupnik, 19 de diciembre de 2022, aquí).
Llegados a este punto, la pregunta se vuelve inevitable: ¿estamos realmente dispuestos a aplicar a la historia del arte el criterio según el cual la obra debe ser condenada junto con el hombre que la realizó? Porque, si ese es el camino que pretendemos recorrer, tendremos que ser coherentes hasta las últimas consecuencias. Y entonces el problema ya no afectaría únicamente a Marko Ivan Rupnik.
Comencemos por Michelangelo Merisi, conocido como Caravaggio. Pintor extraordinario, autor de algunas de las más grandes obras maestras del arte sacro, quien fue al mismo tiempo un hombre violento, involucrado continuamente en riñas y procesos judiciales, hasta el punto de matar a Ranuccio Tomassoni en 1606 y ser formalmente condenado a muerte por la justicia de los Estados Pontificios. Y, sin embargo, nadie propone retirar de las iglesias La vocación de San Mateo, La conversión de San Pablo, El descendimiento de Cristo, El entierro de Santa Lucía y tantas otras obras. Evidentemente, el valor de una obra no se juzga sobre la base de los antecedentes penales de su autor.
Pasemos ahora a Benvenuto Cellini, escultor, orfebre y artista genial. Las crónicas de su tiempo y su propia autobiografía relatan homicidios, actos de violencia, riñas y procesos por sodomía. Tampoco en este caso nadie ha pensado jamás en retirar sus obras de los museos ni borrar su nombre de la historia del arte.
Prosigamos con Giovanni Antonio Bazzi, pasado a la historia con el sobrenombre de Sodoma, que no le fue atribuido ni por descuido ni por gratuita maledicencia. Sin embargo, sus frescos, impregnados de escenas abiertamente homoeróticas en clave renacentista, siguen siendo admirados en iglesias y monasterios sin que nadie invoque campañas de retiro o la eliminación de los ciclos enteros de frescos de los claustros monásticos.
Vengamos ahora a Gian Lorenzo Bernini, la máxima figura del Barroco romano. Cuando descubrió la relación entre su hermano y Costanza Bonarelli, de quien era amante, reaccionó con tal violencia que ordenó a uno de sus sirvientes desfigurar el rostro de la mujer por venganza. Ello no ha impedido que sus obras continúen adornando basílicas, plazas e iglesias, sin que nadie haya pensado jamás en derribar el Éxtasis de Santa Teresa o el Baldaquino de San Pedro.
Podríamos continuar así por mucho tiempo. Pero el punto está ya aclarado: durante siglos, la civilización cristiana y occidental distinguió entre el juicio moral sobre el hombre y el juicio artístico sobre la obra. Hoy, en cambio, algunos pretenden introducir un criterio nuevo según el cual el pecado del artista debería contaminar automáticamente también aquello que ha creado. Salvo sostener, cuando los protagonistas son otros, que nadie debería interesarse por sus conductas de vida porque pertenecen a esa esfera privada que, al parecer, permanece inviolable para unos y se convierte en criterio de condena pública para otros.
Florencia, 14 de junio de 2026
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Marco Perfetti: dire a me che sono un problematico è ovvio come dire che la Maddalena faceva la prostituta
/in Attualità/da Padre ArielMARCO PERFETTI: DIRE A ME CHE SONO UN PROBLEMATICO È OVVIO COME DIRE CHE LA MADDALENA FACEVA LA PROSTITUTA
La forza dell’offesa consiste nello svelare una verità nascosta destinata anzitutto a ferire. Ma quando quella verità è già nota, accettata e riconosciuta dal diretto interessato, l’offesa perde gran parte della propria efficacia.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Evitando accuratamente di fare il mio nome e cognome, ma rendendomi perfettamente identificabile, il Sig. Marco Perfetti torna a menzionarmi per l’ennesima volta nell’articolo «Tornielli mette nei guai il Papa: agguato intimidatorio contro Silere non possum».

Gennaio 2026, Andrea Tornielli direttore dei Media Vaticani (a destra), Ariel S. Levi di Gualdo (a sinistra)
La prova che il riferimento sia inequivocabile è molto semplice: ogni volta che pubblica uno di questi articoli, nel giro di poche ore ricevo messaggi da sacerdoti, amici e conoscenti che mi scrivono invariabilmente la stessa frase: «Ce l’ha di nuovo con te». E così nell’ultimo articolo del 9 giugno, dove giunge a lamentare che il direttore dei Media Vaticani gli avrebbe addirittura teso un agguato durante il Meeting annuale di Comunione e Liberazione tenutosi a Rimini — e confesso che Andrea Tornielli in versione terrorista di Al Qaeda mancava anche alla mia collezione di immagini surreali prodotte dall’universo sileriano —, il Sig. Perfetti scrive:
«Quel colloquio, del quale lo ribadiamo esistono diverse fonti (e prospettive) di prova, ha confermato ciò che dentro Palazzo Pio veniva riferito da tempo: Tornielli asseconda e incita il diffamatore seriale pregiudicato che pubblicava insulti omofobi e che è stato cacciato dalla sua diocesi di origine per i numerosi problemi creati. La cosa bella è che Tornielli lo ha definito: “Un problematico che attacca il Papa, che attacca tutti”, come a volerne prendere le distanze. Ma di questo parleremo più avanti» (vedere articolo qui).
In questo passaggio vengono ribadite accuse che il Sig. Perfetti ripete dal novembre del 2023, vale a dire che il sottoscritto sarebbe stato «cacciato dalla sua diocesi di origine per i numerosi problemi creati» e che «in essa non può mettere neppure piede». Sono le medesime accuse racchiuse in quattro lettere dal contenuto palesemente infamante, inviate dallo stesso tra il 2023 e il 2025 al Vescovo, agli uffici di Curia e all’intero presbiterio della mia Diocesi di appartenenza, nelle quali ero indicato ― altroché se lo ero! ― con nome e cognome. Per questa ragione, l’espediente di omettere il nome negli articoli pubblicati sul suo blog appare francamente bislacco: il destinatario delle sue allusioni è perfettamente riconoscibile da chiunque conosca anche solo vagamente la vicenda. È altresì singolare che, nonostante tali accuse siano state smentite più volte, anche allo stesso Sig. Perfetti, egli abbia continuato a reiterarle nel corso di questi ultimi tre anni, riproponendole con ostinazione in articoli, commenti e video. Circostanza che lascia al lettore la libertà di valutare se si tratti di semplice ostinazione, di singolare smemoratezza o della convinzione che una falsità, sufficientemente ripetuta nel tempo, possa infine acquisire le sembianze della verità.
Per non parlare del recente attacco rivolto al mio Vescovo, oggetto di un articolo nel quale il Sig. Perfetti e i suoi collaboratori anonimi non si limitano a esprimere critiche o dissensi, ma costruiscono un ingiusto ritratto sistematicamente denigratorio della sua persona e del suo ministero episcopale. In quello stesso articolo, quasi superfluo dirlo, il sottoscritto torna a essere menzionato attraverso le medesime accuse, reiterate da anni e non corrispondenti ad alcuna oggettiva realtà (vedere qui). Se infatti fossi stato «cacciato dalla mia diocesi di origine per i numerosi problemi creati», sino al punto che «in essa non può mettere neppure piede», il Sig. Perfetti dovrebbe spiegare erga omnes come sia stato possibile che appena dieci mesi fa abbia preso parte, quale primo concelebrante del Vescovo e assieme al Vescovo emerito, alle esequie del Nunzio Apostolico S.E. Mons. Adriano Bernardini, tenendo l’omelia funebre dinanzi ai sacerdoti di quella stessa diocesi (vedere qui). Si tratta di un fatto pubblico, facilmente verificabile e difficilmente conciliabile, sul piano logico ed ecclesiale, con quanto costui va ripetendo.
Tolte le affermazioni palesemente false, ne rimane però una che merita attenzione: quella di essere un soggetto problematico. Non so se Andrea Tornielli mi abbia realmente definito così, glielo chiederò alla prima occasione. Posso però dire che l’attuale direttore dei Media Vaticani, giornalista e vaticanista di fama internazionale, nonché uomo e cristiano esemplare, mi conosce da venticinque anni. Se davvero avesse dato giudizi del genere su di me, non solo avrebbe detto una cosa vera, ma sarebbe stato persino generoso nei miei riguardi, come sanno esserlo gli amici quando tendono a giudicare con indulgenza. I miei difetti sono infatti molto più numerosi e gravi di quanto possano immaginare il Sig. Perfetti e il gruppo di eroici anonimi che scrivono articoli non firmati sul suo blog. Pertanto, potranno anche illudersi di avere vinto qualcosa, difficilmente però contro chi, come me, ha già fatto i conti con sé stesso e col fatto che la propria battaglia con la vita l’ha persa da tempo.
Una delle cose belle della vecchiaia è il disincanto di non dover fingere di essere ciò che non si è, ben sapendo quali siano i propri limiti, le proprie inadeguatezze e persino i propri fallimenti. Dunque non posso certo offendermi, anche perché la verità va accettata, non vissuta come un’offesa, meno che mai come un attentato di lesa maestà. È un dato di fatto che io non abbia mai occupato alcun ruolo di particolare rilievo nella Chiesa, né sia mai stato chiamato a uffici neppure di minima importanza. E se sono stato tenuto sempre ai margini più estremi, evidentemente è perché chi era chiamato a valutarmi ha ritenuto che non fossi all’altezza. E se ciò è avvenuto, sicuramente è perché chi doveva giudicare ha visto con lungimiranza ciò che io non riuscivo a vedere altrettanto chiaramente di me stesso, traendone le conseguenze del caso.
È altrettanto evidente quanto io non valga niente come teologo, per questo sono stato persino accusato di definirmi tale in modo improprio e abusivo. Sì, ho scritto sedici libri in vent’anni, ma sono testi poco diffusi e ancor meno letti, non certo esposti nelle vetrine delle librerie cattoliche, dove non potrei certo togliere il posto a Vito Mancuso. E qualora il Sig. Perfetti desiderasse gioire ulteriormente, posso confidargli pubblicamente che sono talmente poco considerato ― anzi per niente considerato ―, da avere smesso persino di inviare i miei libri a studiosi e Autorità ecclesiastiche, come talvolta si usa fare per cortesia e buon galateo. Quando l’ho fatto, non ho ricevuto nemmeno un messaggio di ringraziamento, a partire — prime fra tutte — proprio da quelle Autorità ecclesiastiche alla cui giurisdizione canonica appartengo. E se uno è oggetto di una simile indifferenza, che potrebbe persino celare un meritato disprezzo, significa che se l’è guadagnata o che ha fatto di tutto per meritarla. Come dice infatti il saggio: «Chi è vittima del suo male pianga se stesso». Per quanto mi riguarda non mi piango neppure addosso, mi accetto serenamente per quello che sono: un fallito che giunge a malapena alla soglia della mediocrità.
La forza dell’offesa consiste nello svelare una verità nascosta destinata anzitutto a ferire. Ma quando quella verità è già nota, accettata e riconosciuta dal diretto interessato per primo, l’offesa perde tutta la propria efficacia. Il Sig. Perfetti pensa probabilmente di offendermi citandomi in modo palesemente riconoscibile, pur omettendo il mio nome e cognome? Facendolo dimentica però che una delle cose belle di quelli che lui chiama in modo ironico e dispregiativo boomer è proprio il disincanto. A una certa età si smette di credere alle rappresentazioni eroiche di sé stessi e si comincia invece a fare i conti con i propri limiti, le proprie miserie e le proprie mediocrità. Per questo motivo leggere che sarei un soggetto problematico non mi provoca alcuna indignazione, anzi, mi sorprenderebbe il contrario.
D’altronde è risaputo: capita che i vescovi facciano preti soggetti sbagliati come me, anziché giovani che tacer non possono, ricchi di talenti e di qualità tali da lasciar presagire, sin dalla più tenera età, brillanti carriere tra i sacri palazzi, magari già intenti a immaginarsi mentre solleticano con le suole delle scarpe i marmi della Segreteria di Stato di Sua Santità dissertando di diritto canonico. Mi dispiaccio di essere stato incluso per errore nel sacerdozio, mentre altri più meritevoli e promettenti ne sono rimasti esclusi. Per questo sono certo di poter contare sulla compassione e sulle preghiere di chi mi legge.
Posso però consolarmi pensando di trovarmi in una compagnia piuttosto numerosa. La storia della Chiesa è piena di persone problematiche. Anzi, a ben vedere, è piena di persone che avrebbero offerto materiale ben più abbondante al Sig. Perfetti di quanto possa offrirne un pidocchietto insignificante come me: Pietro, che rinnegò Cristo. Paolo, che perseguitò i cristiani. Agostino, che prima di diventare vescovo condusse una vita tutt’altro che esemplare. San Giovanni di Dio, che oggi sarebbe affidato alle cure di uno psichiatra, il quale probabilmente alzerebbe le mani dichiarando di non sapere da dove iniziare con un soggetto del genere, pazzo come un cavallo da corsa. Sant’Ignazio di Loyola, dotato di un carattere pessimo e tutt’altro che facile col quale rapportarsi. San Filippo Neri, al quale il Vicario Generale della Diocesi di Roma revocò per alcune settimane la facoltà di amministrare le confessioni dopo averlo tacciato di stravaganze pastorali. Infine quella che la tradizione cristiana ha sempre identificato con Maria Maddalena.
Ecco il motivo per il quale non riesco proprio a offendermi. Dire a me che sono un problematico è un po’ come dire a Maria Maddalena che faceva la prostituta: non è una notizia nuova. Anzi, ammesso e non concesso che fosse realmente così, era probabilmente la prima a conoscere la propria storia. Eppure fu proprio quella donna, col peso tutt’altro che leggero della propria vicenda personale, a essere scelta dal Cristo risorto per annunciare agli Apostoli la sua Risurrezione.
Mistero della fede!
Dall’Isola di Patmos, 11 giugno 2026
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I nostri precedenti articoli (2023-2026):
– 28 giugno 2026 — SILERE NON POSSUM E L’ARCOBALENO COME CAVALLO DI TROIA. QUANDO LA LOTTA AGLI ABUSI DIVENTA IL PRETESTO PER RISCRIVERE LA MORALE CATTOLICA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 giugno 2026 — Comunicato: L’ISOLA DI PATMOS OGGETTO DI RIPETUTE SEGNALAZIONI INFONDATE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 11 giugno 2026 — MARCO PERFETTI: DIRE A ME CHE SONO UN PROBLEMATICO È OVVIO COME DIRE CHE LA MADDALENA FACEVA LA PROSTITUTA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 5 maggio 2026 — ESTONIA, UNA TERRA PROMESSA, UN MONDO DIVERSO … E UNA CATTIVERIA QUOTIDIANA DI CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 30 aprile 2026 — SILERE NON POSSUM: IL GIORNO IN CUI IL DIRITTO PENALE SCOPRÌ DI ESSERE NATO IN SACRESTIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 27 aprile 2026 — CUR IN HOC CASU “SILERE POSSUM”? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 marzo 2026 — IL NARCISISTA MALIGNO E L’USO DI BLOG E SOCIAL PER ARRECARE DANNO ALLA CHIESA E AI SUOI FEDELI SERVITORI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2026 — L’ABATE DI SOLESMES E L’ILLUSIONE DI SINTESI LITURGICA: TRA SOGGETTIVISMO E CONFUSIONE DOTTRINALE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 28 febbraio 2026 — SILERE NON POSSUM. UNO STRAORDINARIO MARCO PERFETTI TRA DISINVOLTO DIRITTO CANONICO E «SCANDALO AL SOLE»: L’AUGUSTO DEFUNTO DISSE CHE L’OMOSESSUALITÀ È PECCATO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 16 febbraio 2026 — DONNE, DIRITTO E TEOLOGIA USATI COME SLOGAN DAL BLOG SILERE NON POSSUM (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 febbraio 2026 — I PROCI DI ITACA E L’EPOPEA DELLA SFRANTA CHE TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 10 dicembre 2025 — MARCO PERFETTI, ALIAS SILERE NON POSSUM: IL GRILLO COLTO E LA ZANZARA CHE SI CREDE UN’AQUILA REALE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 6 settembre 2025 — IL POTENTISSIMO SILERE NON POSSUM STA FACENDO TREMARE GOOGLE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ” (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 29 marzo 2025 — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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I Padri dell’Isola di Patmos
«Mia madre non lo deve sapere». Dove nasce e muore la responsabilità dei Pontefici – «My mother must not know». Where the responsibility of Pontiffs is born and where it dies – «Mi madre no debe saberlo». ¿Dónde nace y dónde muere la responsabilidad de los Pontífices?
/in Attualità/da Padre Ariel
«MIA MADRE NON LO DEVE SAPERE». DOVE NASCE E MUORE LA RESPONSABILITÀ DEI PONTEFICI
Se il Pontefice non è stato informato, chi non lo ha informato? Se è stato informato male, chi lo ha informato male? E se addirittura è stato ingannato, chi lo ha ingannato? Ciò che colpisce, nell’esame di non pochi casi, è che tali figure restano quasi sempre senza nome, senza volto e senza precisa identificazione.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Nell’esercizio del governo in generale, forse in quello pastorale della Chiesa in particolare, vige il principio secondo il quale il re non può sbagliare e, se proprio dovesse errare, qualche altro deve pagare al posto suo. Questo principio tende a tutelare non tanto la persona in sé, quanto l’istituzione che essa è chiamata a ricoprire o, nel caso del papato, a incarnare (cfr. Mt 16, 18-19).
Per rimanere nell’ambito politico e rappresentare il tutto con un esempio efficace: secondo l’articolo 89 della Costituzione della Repubblica Italiana, tutti gli atti del Capo dello Stato sono controfirmati, in quanto politicamente irresponsabile. La controfirma trasferisce infatti la responsabilità politica e giuridica dell’atto dal Presidente della Repubblica ai ministri proponenti o al Governo, garantendo al contempo la regolarità formale del provvedimento.
Se dalla sfera politica passiamo invece a quella spirituale scopriamo qualcosa di sostanzialmente diverso: mentre il Capo dello Stato della Repubblica Italiana, come altri Capi di Stato retti da impianti costituzionali differenti ma analoghi, presidente repubblicano o monarca che sia, non risponde degli atti politici compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni, pur potendo essere chiamato a rispondere per gravi delitti contro lo Stato, il Romano Pontefice non è giudicabile da alcuna autorità umana (cfr. Codex Iuris Canonici, can. 1404: Prima Sedes a nemine iudicatur). La sua potestà suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa (cfr. can. 331) non conosce infatti alcuna autorità terrena superiore.
Eppure, malgrado queste immunità poste a tutela dell’ufficio, del ministero petrino e della sua apostolica successione, il Romano Pontefice, a differenza di qualsiasi altra figura politica, repubblicana o monarchica, resta pienamente responsabile dei propri atti, delle proprie parole, delle proprie opere e delle proprie omissioni sul piano spirituale e morale davanti a Dio e davanti alla Chiesa. Egli gode infatti di una totale immunità giuridica umana, ma proprio per questo la sua responsabilità morale non è attenuata, tutt’altro: semmai è accresciuta dalla singolarità del suo ufficio e dall’assenza di qualsiasi autorità terrena superiore chiamata a giudicarlo. Ciò a prescindere dal fatto che, all’occorrenza, qualcuno possa essere esposto, sacrificato o chiamato a pagare al posto suo. Si tratta infatti di dinamiche riconducibili alla politica di governo, talvolta persino alle sue forme più spregiudicate, che non possiedono però alcuna rilevanza sul piano dottrinale, ecclesiologico o metafisico. Dinanzi a Dio non esistono controfirme ministeriali, né responsabilità trasferibili ad altri.
Nel corso degli ultimi decenni si è però progressivamente affermata quella stagione che ebbi già occasione di definire come l’era dei Pontefici non informati e tenuti all’oscuro. In questi casi non paga più neppure l’antico capro espiatorio sacrificato per salvare il sovrano che non può sbagliare o essere esposto per i propri errori. La responsabilità tende piuttosto a dissolversi in una generica mancanza d’informazione, in notizie che non sarebbero giunte a destinazione, in avvisi filtrati, incompleti o addirittura alterati da altri. E che ciò possa accadere occasionalmente è del tutto plausibile. Nessun uomo, neppure il Romano Pontefice, possiede il dono dell’onniscienza. Meno plausibile appare però il fatto che questa spiegazione ricorre con sorprendente regolarità sotto pontificati diversi, in epoche diverse e in vicende tra loro profondamente differenti. È infatti a questo punto che sorge una domanda inevitabile: se il Pontefice non è stato informato, chi non lo ha informato? Se è stato informato male, chi lo ha informato male? E se addirittura è stato ingannato, chi lo ha ingannato? Ciò che colpisce, nell’esame di non pochi casi, è che tali figure restano quasi sempre senza nome, senza volto e senza precisa identificazione.
Facciamo un esempio. Poniamo che all’interno del micro-Stato di cui il Romano Pontefice è sovrano si verifichino palesi e gravi violazioni dei diritti umani, proprio mentre egli è particolarmente attivo sulla scena internazionale nel richiamare governi, istituzioni e organismi sovranazionali al rispetto della dignità della persona e alla tutela dei diritti fondamentali. È in casi come questi che tendono puntualmente ad attivarsi vari meccanismi giustificatori: si parla di informazioni non pervenute, di notizie filtrate lungo il percorso, di relazioni incomplete, di collaboratori che non avrebbero riferito, di apparati che avrebbero schermato la realtà e via dicendo. Tutti soggetti quasi sempre avvolti nella vaghezza, privi di nome, di volto e di precisa identità.
Vladimir Putin governa una federazione che si estende per oltre diciassette milioni di chilometri quadrati e attraversa undici fusi orari. Donald Trump presiede una federazione che si estende per quasi dieci milioni di chilometri quadrati e attraversa sei fusi orari. Entrambi, volendo, potrebbero sostenere con una certa ragionevolezza di non essere in grado di conoscere tutto ciò che accade nei punti più remoti dei loro territori, delle diverse amministrazioni centrali e soprattutto di quelle periferiche. Lo stesso argomento può essere invocato anche dal Sommo Pontefice, sovrano di uno Stato che si estende per poco più di mezzo chilometro quadrato? Uno Stato nel quale, per passare dal Palazzo Apostolico ai Giardini Vaticani, non è necessario affrontare un volo intercontinentale, attraversare deserti, catene montuose o foreste tropicali, né tantomeno modificare l’orario dell’orologio per adeguarsi ai diversi fusi orari. Tuttavia, anche in questo caso, può accadere che certe notizie intraprendano viaggi così lunghi, tortuosi e accidentati da non riuscire mai a raggiungere la loro destinazione finale.
La distanza tra lo Stato della Città del Vaticano e Gaza è notevole. Ciò non impedisce però – giustamente – di levare la voce in difesa del martoriato popolo palestinese, così come di altri popoli privati dei propri diritti in terre ancor più lontane. Può darsi però che questo costante e doveroso richiamo alle violazioni dei diritti umani consumate a migliaia di chilometri di distanza renda talvolta più difficile fare i conti con le diverse Gaza e i rispettivi palestinesi martoriati che possono trovarsi proprio all’interno dei sacri palazzi di quel mezzo chilometro quadrato.
È forse colpa della mancata informazione? Può essere. Colpa di notizie filtrate, trattenute o mai pervenute a destinazione? Può essere anche questo. Tutto può essere. Così come può essere, per dirla con la compianta e indimenticabile Giuni Russo: «Mia madre non lo deve sapere che voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero» (cfr. qui).
Una cosa, tuttavia, resta fuori discussione sul piano dottrinale e giuridico: il Romano Pontefice non è giudicabile da alcuna autorità umana. Ma forse proprio per questo è chiamato a rispondere in modo particolare dinanzi a Dio dei propri pensieri, delle proprie parole, delle proprie opere e delle proprie omissioni, senza che alcuno possa controfirmare i suoi atti per deresponsabilizzarlo o assumere, all’occorrenza, la responsabilità politica al posto suo. Perché se il sovrano può essere protetto dagli uomini, resta sempre aperta la questione di come egli sarà giudicato da Colui che conosce perfettamente ciò che gli uomini hanno visto, ciò che non hanno visto e perfino ciò che hanno preferito non vedere. Sta infatti scritto:
«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12, 48).
E dinanzi al tribunale divino sarà molto difficile dire di non sapere, di non essere stati informati o di essere stati ingannati in mezzo chilometro quadrato.
Dall’Isola di Patmos, 7 giugno 2026
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«MY MOTHER MUST NOT KNOW». WHERE THE RESPONSIBILITY OF PONTIFFS IS BORN AND WHERE IT DIES
If the Pontiff was not informed, who failed to inform him? If he was misinformed, who misinformed him? And if he was actually deceived, who deceived him? What is striking, upon examining not a few cases, is that such figures almost always remain without a name, without a face and without any precise identification.
— Contemporary ecclesial affairs—
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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In the exercise of government in general, and perhaps in that of the Church’s pastoral governance in particular, there operates a principle according to which the king cannot be wrong and, should he happen to err, someone else must pay in his place. This principle is intended to protect not so much the person himself as the institution he is called to occupy or, in the case of the papacy, to embody (cf. Mt 16, 18-19).
To remain within the political sphere and illustrate the matter with an effective example: according to Article 89 of the Constitution of the Italian Republic, all acts of the Head of State must be countersigned, since he is politically irresponsible. The countersignature transfers the political and legal responsibility for the act from the President of the Republic to the proposing ministers or to the Government, while at the same time guaranteeing the formal validity of the measure.
If we move from the political sphere to the spiritual one, we discover something substantially different: whereas the Head of State of the Italian Republic, like other Heads of State governed by different but analogous constitutional systems, whether republican president or monarch, is not accountable for political acts performed in the exercise of his office, although he may be called to answer for grave crimes against the State, the Roman Pontiff is judged by no human authority (cf. Codex Iuris Canonici, can. 1404: Prima Sedes a nemine iudicatur). His supreme, full, immediate and universal power over the Church recognises no higher earthly authority (cf. can. 331).
Yet, despite these immunities established for the protection of the office, the Petrine ministry and its apostolic succession, the Roman Pontiff, unlike any other political figure, whether republican or monarchical, remains fully responsible for his acts, his words, his deeds and his omissions on the spiritual and moral plane before God and before the Church. He indeed enjoys complete juridical immunity before men, but precisely for this reason his moral responsibility is not diminished; quite the contrary: it is heightened by the singularity of his office and by the absence of any superior earthly authority called to judge him. This remains true regardless of the fact that, when circumstances require it, someone else may be exposed, sacrificed or called upon to pay in his place. Such dynamics belong to the sphere of governmental politics, at times even in its more ruthless forms, yet they possess no relevance whatsoever on the doctrinal, ecclesiological or metaphysical plane. Before God there are no ministerial countersignatures, nor responsibilities transferable to others.
During the past decades, however, there has gradually emerged what I once described as the era of Pontiffs who are uninformed and kept in the dark. In such cases, not even the ancient scapegoat sacrificed in order to save the sovereign who cannot err or be exposed for his own mistakes is called upon to pay. Responsibility tends instead to dissolve into a generic lack of information, into reports that allegedly never reached their destination, into notices filtered, incomplete or even altered by others. That such things may occasionally occur is entirely plausible. No man, not even the Roman Pontiff, possesses the gift of omniscience. Less plausible, however, is the fact that this explanation recurs with surprising regularity under different pontificates, in different periods and in circumstances profoundly unlike one another. It is at this point that an inevitable question arises: if the Pontiff was not informed, who failed to inform him? If he was misinformed, who misinformed him? And if he was actually deceived, who deceived him? What is striking, upon examining not a few cases, is that such figures almost always remain without a name, without a face and without any precise identification.
Let us take an example. Let us suppose that within the micro-State over which the Roman Pontiff is sovereign there occur manifest and serious violations of human rights, precisely while he is particularly active on the international stage in calling governments, institutions and supranational bodies to respect human dignity and safeguard fundamental rights. It is in cases such as these that various justificatory mechanisms are promptly set in motion: one hears of information that never arrived, of reports filtered along the way, of incomplete briefings, of collaborators who allegedly failed to report matters, of bureaucratic structures that supposedly screened reality from view, and so forth. All subjects almost invariably enveloped in vagueness and deprived of any clear name or identity.
Vladimir Putin governs a federation extending across more than seventeen million square kilometres and spanning eleven time zones. Donald Trump presides over a federation extending across nearly ten million square kilometres and spanning six time zones. Both, if they wished, could reasonably maintain that they are unable to know everything that takes place in the most remote corners of their territories, within the various central administrations and, above all, within the peripheral ones. May the same argument also be invoked by the Supreme Pontiff, sovereign of a State extending over little more than half a square kilometre? A State in which, in order to pass from the Apostolic Palace to the Vatican Gardens, there is no need to undertake an intercontinental flight, cross deserts, mountain ranges or tropical forests, nor even to adjust one’s watch to different time zones. Yet even in such a case it may happen that certain pieces of information undertake journeys so long, tortuous and hazardous that they never succeed in reaching their final destination.
The distance between the Vatican City State and Gaza is considerable. Yet this does not prevent the Holy See – rightly so – from raising its voice in defence of the long-suffering Palestinian people, just as it does for other peoples deprived of their rights in lands even more distant. It may be, however, that this constant and entirely justified concern for human rights violations committed thousands of kilometres away sometimes makes it more difficult to come to terms with the various Gazas and their respective suffering Palestinians who may be found within the sacred palaces of that half square kilometre.
Is it perhaps the fault of a lack of information? It may be. Is it the fault of reports filtered, withheld or never delivered to their destination? That too may be the case. Anything is possible. Just as it may be, to borrow the words of the late and unforgettable Giuni Russo: «My mother must not know that I want to go to Alghero in the company of a foreigner» (cf. here).
One thing, however, remains beyond dispute on both the doctrinal and juridical levels: the Roman Pontiff is judged by no human authority. Yet perhaps precisely for this reason he is called in a particular way to answer before God for his thoughts, his words, his deeds and his omissions, without anyone being able to countersign his acts in order to relieve him of responsibility or assume political responsibility in his stead. For if the sovereign may be protected by men, there remains the question of how he will be judged by Him who knows perfectly what men have seen, what they have not seen and even what they have preferred not to see. For it is written: «Everyone to whom much was given, of him much will be required; and from him to whom they entrusted much, they will demand the more» (Lk 12:48).
And, quite frankly, before the divine tribunal it will be very difficult to claim not to have known, not to have been informed, or to have been deceived within half a square kilometre.
From The Island of Patmos, 7 June 2026
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«MI MADRE NO DEBE SABERLO». ¿DÓNDE NACE Y DÓNDE MUERE LA RESPONSABILIDAD DE LOS PONTÍFICES?
Si el Pontífice no fue informado, ¿quién dejo de informarlo? Si fue mal informado, ¿quién lo informó mal? Y si incluso fue engañado, ¿quién lo engañó? Lo que llama la atención, al examinar no pocos casos, es que tales figuras permanecen casi siempre sin nombre, sin rostro y sin una identificación precisa.
— Actualidad eclesial —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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En el ejercicio del gobierno en general, y quizás de modo particular en el gobierno pastoral de la Iglesia, rige el principio según el cual el rey no puede equivocarse y, si llegara a errar, otro debe pagar en su lugar. Este principio tiende a proteger no tanto a la persona en sí misma cuanto a la institución que está llamada a ocupar o, en el caso del papado, a encarnar (cf. Mt 16, 18-19).
Para permanecer en el ámbito político y representar todo ello con un ejemplo eficaz: según el artículo 89 de la Constitución de la República Italiana, todos los actos del Jefe del Estado deben ser refrendados, por cuanto éste es políticamente irresponsable. El refrendo transfiere la responsabilidad política y jurídica del acto del Presidente de la República a los ministros proponentes o al Gobierno, garantizando al mismo tiempo la regularidad formal del acto.
Si pasamos de la esfera política a la espiritual descubrimos algo sustancialmente distinto: mientras que el Jefe del Estado de la República Italiana, al igual que otros Jefes de Estado regidos por sistemas constitucionales diferentes pero análogos, ya sea presidente de una república o monarca, no responde por los actos políticos realizados en el ejercicio de sus funciones, aunque pueda ser llamado a responder por graves delitos contra el Estado, el Romano Pontífice no puede ser juzgado por ninguna autoridad humana (cf. Codex Iuris Canonici, can. 1404: Prima Sedes a nemine iudicatur). En efecto, su potestad suprema, plena, inmediata y universal sobre la Iglesia no reconoce ninguna autoridad terrena superior (cf. can. 331).
Sin embargo, a pesar de estas inmunidades establecidas para la tutela del oficio, del ministerio petrino y de su sucesión apostólica, el Romano Pontífice, a diferencia de cualquier otra figura política, republicana o monárquica, sigue siendo plenamente responsable de sus actos, de sus palabras, de sus obras y de sus omisiones en el plano espiritual y moral ante Dios y ante la Iglesia. Goza ciertamente de una total inmunidad jurídica ante los hombres, pero precisamente por ello su responsabilidad moral no queda disminuida; muy al contrario, se ve acrecentada por la singularidad de su oficio y por la ausencia de cualquier autoridad terrena superior llamada a juzgarle. Esto es así independientemente de que, llegado el caso, alguien pueda ser expuesto, sacrificado o llamado a pagar en su lugar. Se trata de dinámicas propias de la política de gobierno, a veces incluso en sus formas más despiadadas, pero que carecen de cualquier relevancia en el plano doctrinal, eclesiológico o metafísico. Ante Dios no existen refrendos ministeriales ni responsabilidades transferibles a otros.
Durante las últimas décadas se ha ido afirmando progresivamente aquella etapa que ya tuve ocasión de definir como la era de los Pontífices no informados y mantenidos en la oscuridad. En estos casos ya no paga siquiera el antiguo chivo expiatorio sacrificado para salvar al soberano que no puede equivocarse ni quedar expuesto por sus propios errores. La responsabilidad tiende más bien a disolverse en una genérica falta de información, en noticias que supuestamente nunca llegaron a su destino, en avisos filtrados, incompletos o incluso alterados por otros. Que esto pueda ocurrir ocasionalmente es completamente plausible. Ningún hombre, ni siquiera el Romano Pontífice, posee el don de la omnisciencia. Menos plausible resulta, sin embargo, el hecho de que esta explicación reaparezca con sorprendente regularidad bajo pontificados distintos, en épocas diferentes y en circunstancias profundamente diversas entre sí. Es precisamente en este punto donde surge una pregunta inevitable: si el Pontífice no fue informado, ¿quién dejó de informarle? Si fue mal informado, ¿quién lo informó mal? Y si incluso fue engañado, ¿quién lo engañó? Lo que llama la atención, al examinar no pocos casos, es que tales figuras permanecen casi siempre sin nombre, sin rostro y sin una identificación precisa.
Pongamos un ejemplo. Supongamos que dentro del microestado del que el Romano Pontífice es soberano se producen violaciones graves y claras de los derechos humanos, precisamente mientras se muestra particularmente activo en la política internacional exhortando a gobiernos, instituciones y organismos supranacionales al respeto de la dignidad de la persona y a la tutela de los derechos fundamentales. En casos como éstos cuando suelen activarse puntualmente diversos mecanismos de justificación: se habla de informaciones no recibidas, de noticias filtradas, de informes incompletos, de colaboradores que supuestamente no informaron, de estructuras burocráticas que habrían ocultado la verdad y así sucesivamente. Sujetos, casi siempre, envueltos en la vaguedad, sin nombre e identidad precisos.
Vladímir Putin gobierna una federación que se extiende por más de diecisiete millones de kilómetros cuadrados y atraviesa once husos horarios. Donald Trump preside una federación que se extiende por casi diez millones de kilómetros cuadrados y atraviesa seis husos horarios. Ambos, si así lo quisieran, podrían sostener con razonable fundamento que no están en condiciones de conocer todo lo que sucede en los rincones más remotos de sus territorios, de las diversas administraciones centrales y, sobre todo, de las periféricas. ¿Se puede invocar el mismo argumento en el caso del Sumo Pontífice, soberano de un Estado que se extiende por poco más de medio kilómetro cuadrado? Un Estado en el cual, para pasar del Palacio Apostólico a los Jardines Vaticanos, no es necesario emprender un vuelo intercontinental, atravesar desiertos, cordilleras o selvas tropicales, ni mucho menos modificar la hora del reloj para adaptarse a distintos husos horarios. E incluso en este caso, puede suceder que ciertas noticias emprendan viajes tan largos, tortuosos y accidentados que nunca logren llegar a su destino final.
La distancia entre el Estado de la Ciudad del Vaticano y Gaza es considerable. Sin embargo, esto no impide — y con toda razón — alzar la voz en defensa del torturado pueblo palestino, así como de otros pueblos privados de sus derechos en tierras aún más lejanas. Puede ocurrir, no obstante, que esta constante y justificada atención a las violaciones de los derechos humanos cometidas a miles de kilómetros de distancia haga a veces más difícil afrontar las diversas Gaza y los respectivos palestinos torturados que pueden encontrarse precisamente dentro de los sagrados palacios de ese medio kilómetro cuadrado.
¿Es acaso culpa de la falta de información? Puede ser. ¿Es culpa de noticias filtradas, retenidas o que nunca llegaron a su destino? También puede ser. Todo puede ser. Del mismo modo que puede ser, para decirlo con las palabras de la inolvidable Giuni Russo: «Mi madre no debe saber que quiero ir a Alghero en compañía de un extranjero» (cf. aquí).
Una cosa, sin embargo, permanece fuera de toda discusión en el plano doctrinal y jurídico: el Romano Pontífice no puede ser juzgado por ninguna autoridad humana. Pero quizás precisamente por ello está llamado a responder de manera particular ante Dios por sus pensamientos, sus palabras, sus obras y sus omisiones, sin que nadie pueda refrendar sus actos para eximirlo de responsabilidad o asumir, llegado el caso, la responsabilidad política en su lugar. Porque si el soberano puede ser protegido por los hombres, permanece siempre abierta la cuestión de cómo será juzgado por Aquel que conoce perfectamente lo que los hombres han visto, lo que no han visto o incluso aquello que no han preferido ver. Pues está escrito: «A quien mucho se le dio, mucho se le exigirá; y al que mucho se le confió, más aún se le pedirá» (Lc 12,48).
Y, sinceramente, ante el tribunal divino será muy difícil decir que no se sabía, que no se había sido informado o que se había sido engañado en medio kilómetro cuadrado.
Desde la Isla de Patmos, 7 de junio de 2026
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