Francia. Battesimi di fede o battesimi reattivi? – France. Baptisms of faith or reactive baptisms? – France. Baptêmes de foi ou baptêmes réactifs? – Francia. ¿Bautismos de fe o bautismos reactivos?
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FRANCIA. BATTESIMI DI FEDE O BATTESIMI REATTIVI?
«Essere cristiani vuol dire testimoniare e, all’occorrenza, combattere le peggiori derive del Principe che governa questo mondo con tutti i mezzi politici concessi a chiunque abbia diritto di pensiero, parola e voto elettorale. La fede battesimale non è qualche cosa di privato, ma quanto di più pubblico possa esistere: la testimonianza attiva. In caso contrario, tutto rischia di ridursi a paura ed emotività».
— Attualità —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Il 4 marzo 2024 la Tour Eiffel si è illuminata con la scritta «Mon corps, mon choix» — il mio corpo, la mia scelta — per celebrare l’inserimento del «diritto» all’aborto nella Costituzione francese, prima nazione al mondo a farlo.

France, catechumen being baptized during the Easter Vigil (OSV News photo/James Ramos, Texas Catholic Herald)
È la stessa Francia, laica sino all’esasperazione, mai davvero liberata dall’anticlericalismo rivoluzionario rimasto a covare come brace sotto la cenere, la stessa che nel 1793 trasformò Notre-Dame nel tempio della Dea Ragione e che negli ultimi due anni si ritrova a festeggiare tutt’altro: un’esplosione di richieste di battesimo tra adolescenti, giovani e adulti che non ha precedenti nella sua storia recente. Nel 2025 sono stati oltre 17.800 i catecumeni battezzati a Pasqua: 10.384 adulti, il 45% in più rispetto al 2024, oltre 7.400 gli adolescenti tra gli 11 e i 17 anni.
Non potrei che essere felice, sia chiaro, dinanzi a un adulto che chiede in modo consapevole questo sacramento di grazia che lava dal peccato originale e apre al cammino della vita cristiana. Eppure, lo confesso senza pessimismo alcuno, qualcosa in questo fenomeno non mi convince e con tutto il cuore spero di dover dire, tra qualche anno, che mi ero sbagliato. Lo desidero davvero, sbagliarmi.
Per capire il fenomeno bisogna partire da due paure francesi, entrambe reali e concorrenti. La prima è quella di una laicità aggressiva che non si è mai accontentata di separare lo Stato dalla Chiesa — cosa sacrosanta, che gli stessi cattolici hanno ragione di difendere a tutela di ambo le libertà: dello Stato e della Chiesa — ma che progressivamente si è eretta a verità suprema, a religione civile sostitutiva: non è la prima volta nella storia di Francia, la Dea Ragione insediata sull’altare di Notre-Dame nel 1793 lo dimostra con la forza del precedente. La seconda, meno dichiarata ma non meno diffusa, è costituita invece dalla paura di un numero crescente di francesi dinanzi all’espansione di comunità musulmane che rifiutano ogni integrazione e che hanno trasformato interi quartieri — anche nella capitale — in enclave dove la legge della Grand Republique conta meno della legge di piazza. Laicismo esasperante e aggressivo da un lato, paura della islamizzazione dall’altro: due pressioni che generano, insieme, paura e smarrimento in una nazione che, per quanto si sforzi di negarlo, non può cancellare le proprie radici cristiane, un bagaglio antropologico che la costituisce nel profondo, prima ancora che nella sua storia.
È in questo scenario che ritengo legittimo porsi una domanda scomoda: queste conversioni nascono da una folgorazione sulla via di Damasco — come è accaduto, nel corso dei secoli, a personaggi celebri e a innumerevoli sconosciuti — oppure sono una reazione, una forma di difesa identitaria, una fuga dalla paura che si veste di sacramento? Non sarebbe la prima volta che il cristianesimo funge da collante di popolo e da rifugio in un momento di smarrimento collettivo: il caso della Polonia, in Europa, resta il più eloquente. Ma è istruttivo anche ciò che venne dopo: caduto infatti lo spettro del comunismo, che aveva fatto della fede un atto di resistenza nazionale, la Polonia ha imboccato una secolarizzazione tanto rapida quanto quella francese. La partecipazione alla messa domenicale, che nel 1981 riguardava ancora il 52,7% dei fedeli polacchi, è scesa al 46,8% nel 2001, al 40% nel 2011, fino al 28,3% del 2021. Quasi che per molti, venuto meno il nemico comune contro cui la fede faceva argine, il cristianesimo avesse perso la propria utilità e finalità soggettiva e sociale.
Per capire questo meccanismo conviene fare un passo indietro nella storia, perché il legame tra paura collettiva e ritorno alla fede — e per inverso il legame tra benessere diffuso e disaffezione religiosa — non è un’invenzione del Novecento. Nell’Europa devastata dalla peste nera del 1347-1351, che falcidiò quasi la metà della popolazione in pochi anni, la religiosità popolare esplose fino a sconfinare nell’eccesso: nacque il movimento dei flagellanti, che attraversava le città in processione praticando l’autoflagellazione pubblica come penitenza estrema, convinto di agire per ispirazione diretta di Dio; si moltiplicarono pellegrinaggi e voti, crebbe a dismisura il culto dei santi protettori dalla peste, San Rocco su tutti. Fu una religiosità così esasperata che il Sommo Pontefice Clemente VI dovette intervenire con due bolle, nel luglio e nel settembre 1349, per condannarne gli eccessi e vietarne pubblicamente le pratiche, segno che anche la Chiesa, dinanzi al terrore collettivo, riconobbe il rischio di una fede-rifugio capace di sconfinare nel fanatismo.
Un caso più vicino a noi e per certi versi speculare a quello polacco è la Spagna. Il cattolicesimo nazionale del dopoguerra franchista, che aveva fatto della fede un pilastro identitario in un paese uscito lacerato dalla guerra civile — durante la quale, tra il 1936 e il 1939, la persecuzione anticlericale nelle zone controllate dai repubblicani costò la vita, secondo lo studio di riferimento dello storico Antonio Montero Moreno, a circa 6.832 religiosi, tredici vescovi compresi, oltre a migliaia di laici uccisi per la loro fede — attraversò prima il boom economico degli anni Sessanta e poi, soprattutto, la transizione democratica e i decenni di pace e libertà crescente che seguirono: ed è precisamente in quei decenni che il crollo arrivò, repentino. In appena vent’anni la Spagna è passata da un paese dove il 92% della popolazione cresceva cattolica a uno in cui solo il 66% si dichiara ancora tale: oltre dodici milioni di persone in meno, la contrazione più ampia d’Europa in termini assoluti; i battesimi sono scesi da 325.271 nel 2007 a 214.271 in anni recenti, oggi più della metà dei bambini spagnoli non viene battezzata e tra i giovani dai 18 ai 24 anni oltre la metà si dichiara ormai non cattolica. I seminari si sono svuotati di pari passo: -30% di seminaristi nell’ultimo decennio e 10.615 parrocchie su 23.286 — oltre la metà — sono oggi prive di un sacerdote residente.
Non è certo un caso che proprio la Spagna, in questo stesso trentennio di scristianizzazione galoppante, sia diventata il laboratorio europeo da cui sono nate, in sequenza, alcune delle svolte legislative più radicali del continente: il matrimonio tra persone dello stesso sesso, introdotto il 30 giugno 2005, terzo paese al mondo dopo Paesi Bassi e Belgio, con diritto di adozione incluso fin dal primo giorno; il divorzio express dello stesso anno, che eliminò ogni obbligo di separazione preventiva; l’eutanasia attiva, legalizzata nel marzo 2021, settimo paese al mondo a farlo; la cosiddetta ley trans del febbraio 2023, che ha introdotto il cambio di sesso anagrafico su semplice autodichiarazione, senza alcun requisito medico, tra le normative più permissive d’Europa. Non affermo che dietro a tutto questo vi sia un disegno — sarebbe cosa indimostrabile — ma la coincidenza cronologica tra il vuoto lasciato dalla fede e il terreno reso disponibile a queste trasformazioni resta quantomeno un dato su cui riflettere.
Il filo che lega la peste nera, la Spagna postfranchista e la Polonia post-comunista è lo stesso, letto a specchio: nei momenti di grande paura e incertezza collettiva le chiese si riempiono, spesso oltre la misura della fede autentica; nei momenti di pace e prosperità diffusa si svuotano, con esse si svuotano anche seminari diocesani e noviziati religiosi. Nei paesi più poveri del mondo, i vescovi chiedono aiuti economici per costruire seminari a vescovi europei che, nel frattempo, hanno chiuso progressivamente i propri, arrivando a vendere gran parte degli stabili e a concentrare in un unico seminario i pochi seminaristi di tutte le diocesi di un’intera regione ecclesiastica. Quanto sono autentiche certe vocazioni e quanto invece molti aspiranti sacerdoti sono giovani che cercano solo uno stato di vita migliore e un ruolo di massimo rispetto nelle loro società civili? Tutto questo non è una legge meccanica, né la grazia può essere riducibile a un ciclo sociologico. Ma è uno schema che si ripete con una regolarità sufficiente da imporre prudenza a chiunque guardi oggi ai 17.800 catecumeni francesi e voglia leggervi senz’altro una nuova primavera di fede, perché questo potrà essere valutato solo tra diversi anni.
Una conversione autentica, specie in età adulta, ha bisogno di ragioni forti e vagliate, non può essere figlia della sola emotività, della paura, del bisogno di appartenenza in un momento di smarrimento identitario. Agostino, prima gaudente libertino poi manicheo, non si convertì per difendersi da qualcosa, ma perché qualcosa, o meglio qualcuno lo aveva raggiunto fino a scardinare ogni sua resistenza intellettuale e morale. Lo stesso vale, in tempi più vicini a noi, per conversioni come quella di Edith Stein, ebrea e insigne filosofo, o di André Frossard, ateo e comunista, nominato poi membro dell’Accademia di Francia, tutte folgorazioni che nascono da un incontro, non da un assedio, sono frutto cosciente e libero di quell’amore che caccia via la paura (cfr. 1 Gv 4,18). Il rischio, in Francia, è che una parte di queste 17.800 persone abbia trovato nel fonte battesimale non Cristo, ma una trincea: un’identità solida da opporre a un mondo — laicista da una parte, islamizzato dall’altra — percepito come ostile. Non è detto che sia così e sarebbe ingeneroso e persino disonesto presumerlo a priori per tutti. S.E. Mons. Olivier Leborgne, Vescovo di Arras e già vicepresidente della Conferenza Episcopale Francese, ha spiegato che i nuovi catecumeni provengono spesso da vite complicate, a volte segnate da ferite e vivono l’ingresso nella fede come un’esperienza di guarigione. E questo è linguaggio di grazia autentica, non di trincea, a maggior ragione sarà il tempo a dare conferma o smentita.
Serve quindi tempo per distinguere l’una cosa dall’altra. Il tempo è ciò che manca sempre alle statistiche pasquali e ciò che invece la Chiesa, da sempre, sa dare: un catecumenato serio, un accompagnamento che non si accontenti del numero e verifichi la qualità del «sì» pronunciato al fonte battesimale, esattamente ciò che ho avuto modo di scrivere in un mio articolo di prossima pubblicazione a proposito della crisi vocazionale nei monasteri benedettini e cistercensi, l’ingresso massiccio senza discernimento adeguato ha già dimostrato di poter tradire, in altri contesti, nel giro di una generazione.
Se tra qualche anno la Francia dei 17.800 catecumeni del 2025 sarà una Francia più cristiana e non solo una Francia più spaventata che ha cercato un fortino, allora avrò avuto torto. E sarà, per me, la gioia più grande. In caso contrario, avremo assistito: da una parte, alla Tour Eiffel illuminata per festeggiare l’inserimento del “diritto” all’aborto nella Costituzione francese, dall’altra a un esercito di battezzati reattivi che non avranno capito che essere cristiani vuol dire testimoniare e, all’occorrenza, combattere le peggiori derive del Principe che governa questo mondo con tutti i mezzi politici concessi a chiunque abbia diritto di pensiero, parola e voto elettorale. La fede battesimale non è qualche cosa di privato, ma quanto di più pubblico possa esistere: la testimonianza attiva. In caso contrario, tutto rischia di ridursi a paura ed emotività.
Dall’Isola di Patmos, 28 settembre 2026
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FRANCE. BAPTISMS OF FAITH OR REACTIVE BAPTISMS?
«Being Christian means bearing witness and, when necessary, fighting — with all the political means granted to anyone with the right to think, speak and vote — against the worst excesses of the Prince who rules this world. Baptismal faith is not something private, but the most public thing there can be: active witness. If not, everything risks being reduced to fear and emotion».
— Contemporary ecclesial affairs —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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On 4 March 2024 the Eiffel Tower lit up with the words «Mon corps, mon choix» — my body, my choice — to celebrate the enshrining of the “right” to abortion in the French Constitution, the first nation in the world to do so. This is the same France, secular to the point of exasperation, never truly freed from the revolutionary anticlericalism that has gone on smoldering like an ember beneath the ash, the same France that in 1793 turned Notre-Dame into the temple of the Goddess Reason and that in the last two years finds itself celebrating something altogether different: an explosion of requests for baptism among adolescents, young people and adults with no precedent in its recent history. In 2025 more than 17,800 catechumens were baptized at Easter: 10,384 adults, 45% more than in 2024, and over 7,400 adolescents between the ages of 11 and 17.
I could only be glad, let it be clear, before an adult who consciously asks for this sacrament of grace that washes away original sin and opens the path to the Christian life. And yet, I confess without any pessimism, something about this phenomenon does not entirely convince me, and with all my heart I hope to have to say, a few years from now, that I was wrong. I truly wish to be wrong.
To understand the phenomenon, one must start from two French fears, both real and concurrent. The first is that of an aggressive secularism that has never been content merely to separate Church from State — a sacrosanct principle, which Catholics themselves are right to defend in order to safeguard both freedoms, that of the State and that of the Church — but that has progressively set itself up as supreme truth, as a substitute civil religion: it is not the first time in the history of France; the Goddess Reason enthroned on the altar of Notre-Dame in 1793 demonstrates this with the force of precedent. The second, less openly declared but no less widespread, consists instead in the fear felt by a growing number of French people before the expansion of Muslim communities that reject all integration and that have turned entire neighborhoods — even in the capital — into enclaves where the law of the Grande République counts for less than the law of the street. Exasperated, aggressive secularism on one side, fear of Islamization on the other: two pressures that together generate fear and bewilderment in a nation which, however hard it tries to deny it, cannot erase its own Christian roots, an anthropological inheritance that constitutes it at its depths, even before its history does.
It is in this scenario that I consider it legitimate to ask an uncomfortable question: do these conversions arise from a Damascus-road revelation — as has happened, over the centuries, to celebrated figures and to countless unknown ones — or are they a reaction, a form of identity self-defense, a flight from fear dressed up as a Sacrament? It would not be the first time that Christianity has served as a people’s bond and refuge in a moment of collective disorientation: the case of Poland, in Europe, remains the most eloquent. But what came afterward is instructive too: once the specter of communism had fallen — communism that had made faith an act of national resistance — Poland embarked on a secularization every bit as rapid as France’s own. Sunday Mass attendance, which in 1981 still involved 52.7% of Polish faithful, fell to 46.8% in 2001, to 40% in 2011, and down to 28.3% in 2021. As though, for many, once the common enemy against which faith had stood as a bulwark was gone, Christianity had lost its own usefulness and its subjective and social purpose.
To understand this mechanism, it is worth taking a step back in history, because the link between collective fear and a return to faith — and, conversely, the link between widespread prosperity and religious disaffection — is no invention of the twentieth century. In the Europe devastated by the Black Death of 1347-1351, which cut down nearly half the population within a few years, popular religiosity exploded to the point of excess: the flagellant movement was born, processing through cities practicing public self-flagellation as extreme penance, convinced they were acting under God’s direct inspiration; pilgrimages and vows multiplied, and the cult of the saints who protected against plague grew beyond measure, Saint Roch above all. It was a religiosity so overwrought that Pope Clement VI had to intervene with two bulls, in July and September 1349, to condemn its excesses and publicly forbid its practices — a sign that even the Church, faced with collective terror, recognized the risk of a refuge-faith capable of sliding into fanaticism.
A case closer to us, and in certain respects a mirror of the Polish one, is Spain. National Catholicism in the post-war Francoist era, which had made faith an identity pillar in a country torn apart by civil war — during which, between 1936 and 1939, anticlerical persecution in the zones controlled by the Republicans cost the lives, according to the reference study by the historian Antonio Montero Moreno, of roughly 6,832 clergy and religious, including thirteen bishops, in addition to thousands of laypeople killed for their faith — passed first through the economic boom of the 1960s and then, above all, through the democratic transition and the following decades of peace and growing freedom: and it is precisely in those decades that the collapse arrived, sudden. In barely twenty years Spain went from a country where 92% of the population grew up Catholic to one where only 66% still declares itself so: more than twelve million people fewer, the largest contraction in Europe in absolute terms; baptisms fell from 325,271 in 2007 to 214,271 in recent years, today more than half of Spanish children are not baptized, and among young people aged 18 to 24 more than half now declare themselves non-Catholic. Seminaries have emptied at the same pace: a 30% drop in seminarians over the last decade, and 10,615 out of 23,286 parishes — nearly half — are today without a resident priest.
It is surely no coincidence that Spain, in this same thirty-year span of galloping dechristianization, became the European laboratory from which, in sequence, some of the continent’s most radical legislative turning points were born: same-sex marriage, introduced on 30 June 2005, the third country in the world to do so after the Netherlands and Belgium, with the right to adoption included from the very first day; express divorce that same year, which eliminated any requirement of prior separation; active euthanasia, legalized in March 2021, the seventh country in the world to do so; the so-called ley trans of February 2023, which introduced the change of legal sex on simple self-declaration, with no medical requirement whatsoever, among the most permissive regulations in Europe. I am not claiming that behind all this lies a design — that would be impossible to prove — but the chronological coincidence between the void left by faith and the ground made available for these transformations remains, at the very least, a fact worth pondering.
The thread linking the Black Death, post-Francoist Spain and post-communist Poland is the same one, read as in a mirror: in moments of great fear and collective uncertainty, churches fill up, often beyond the measure of authentic faith; in moments of peace and widespread prosperity, they empty, and with them diocesan seminaries and religious novitiates empty too. In the world’s poorer countries, bishops ask for financial aid to build seminaries from European bishops who, meanwhile, have been progressively closing their own, going so far as to sell off much of the property and to concentrate in a single seminary the few seminarians from every diocese of an entire ecclesiastical region. How many of certain vocations are genuine, and how many aspiring priests are instead simply young men seeking a better state of life and a position of the utmost respect within their own civil societies? None of this is a mechanical law, nor can grace be reduced to a sociological cycle. But it is a pattern that repeats itself with sufficient regularity to counsel prudence to anyone who today looks at France’s 17,800 catechumens and is tempted to read into them, without further thought, a new springtime of faith — because that can only be judged several years from now.
An authentic conversion, especially in adulthood, needs strong and well-examined reasons; it cannot be the offspring of mere emotion, of fear, of the need to belong in a moment of identity disorientation. Augustine, first a hedonistic libertine and then a Manichaean, was not converted in order to defend himself from something, but because something — or rather, someone — had reached him, dismantling every intellectual and moral resistance he had. The same holds, in times closer to our own, for conversions such as that of Edith Stein, a Jewish woman and eminent philosopher, or of André Frossard, an atheist and communist who was later made a member of the Académie française — all of them revelations born of an encounter, not of a siege, the conscious and free fruit of that love which drives out fear (cf. 1 Jn 4:18). The risk, in France, is that some of these 17,800 people may have found at the baptismal font not Christ, but a trench: a solid identity to set against a world — secularist on one side, Islamized on the other — perceived as hostile. It need not be so, and it would be ungenerous, even dishonest, to presume it a priori for everyone. His Excellency Bishop Olivier Leborgne, Bishop of Arras and formerly vice-president of the French Bishops’ Conference, has explained that the new catechumens often come from complicated lives, at times marked by wounds, and experience their entry into the faith as an experience of healing. And that is the language of authentic grace, not of a trench — all the more so as it will be time to come that confirms or disproves it.
Time is therefore needed to tell one thing from the other. Time is precisely what Easter statistics always lack, and what the Church, as ever, knows how to give: a serious catechumenate, an accompaniment that is not satisfied with the numbers and that verifies the quality of the «yes» spoken at the baptismal font — exactly what, as I have had occasion to write in an article of mine soon to be published concerning the vocational crisis in Benedictine and Cistercian monasteries, a massive intake without adequate discernment has already shown itself capable of betraying, in other contexts, within the space of a single generation.
If, some years from now, the France of the 17,800 catechumens of 2025 turns out to be a more Christian France and not merely a more frightened France that went looking for a stronghold, then I will have been wrong. And that, for me, will be the greatest joy. If not, we will have witnessed: on one side, the Eiffel Tower lit up to celebrate the enshrining of the “right” to abortion in the French Constitution, and on the other an army of reactive newly baptized who will not have understood that being Christian means bearing witness and, when necessary, fighting — with all the political means granted to anyone with the right to think, speak and vote — against the worst excesses of the Prince who rules this world. Baptismal faith is not something private, but the most public thing there can be: active witness. If not, everything risks being reduced to fear and emotion.
From The Island of Patmos, 28 September 2026
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FRANCE. BAPTÊMES DE FOI OU BAPTÊMES RÉACTIFS ?
«Être chrétien signifie témoigner et, s’il le faut, combattre — par tous les moyens politiques reconnus à quiconque a droit de pensée, de parole et de vote — les pires dérives du Prince qui gouverne ce monde. La foi baptismale n’est pas chose privée, mais ce qu’il y a de plus public qui soit : le témoignage actif. Dans le cas contraire, tout risque de se réduire à la peur et à l’émotivité».
— Actualité ecclésiale —

Auteur
Ariel S. Levi di Gualdo
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Le 4 mars 2024, la tour Eiffel s’est illuminée de l’inscription «Mon corps, mon choix», pour célébrer l’inscription du «droit» à l’avortement dans la Constitution française, la France devenant ainsi la première nation au monde à le faire. C’est la même France, laïque jusqu’à l’exaspération, jamais vraiment libérée de l’anticléricalisme révolutionnaire resté couver comme une braise sous la cendre, la même qui, en 1793, transforma Notre-Dame en temple de la Déesse Raison et qui, ces deux dernières années, se retrouve à célébrer tout autre chose : une explosion de demandes de baptême chez les adolescents, les jeunes et les adultes, sans précédent dans son histoire récente. En 2025, plus de 17 800 catéchumènes ont été baptisés à Pâques : 10 384 adultes, soit 45 % de plus qu’en 2024, et plus de 7 400 adolescents âgés de 11 à 17 ans.
Je ne pourrais qu’être heureux, qu’on le comprenne bien, devant un adulte qui demande en pleine conscience ce sacrement de grâce qui lave du péché originel et ouvre le chemin de la vie chrétienne. Et pourtant, je l’avoue sans le moindre pessimisme, quelque chose dans ce phénomène ne me convainc pas tout à fait, et je souhaite de tout cœur devoir dire, dans quelques années, que je m’étais trompé. Je le souhaite vraiment, me tromper.
Pour comprendre le phénomène, il faut partir de deux peurs françaises, toutes deux réelles et concurrentes. La première est celle d’une laïcité agressive qui ne s’est jamais contentée de séparer l’État de l’Église — chose sacro-sainte, que les catholiques eux-mêmes ont raison de défendre pour la sauvegarde des deux libertés, celle de l’État et celle de l’Église — mais qui s’est progressivement érigée en vérité suprême, en religion civile de substitution : ce n’est pas la première fois dans l’histoire de France, la Déesse Raison installée sur l’autel de Notre-Dame en 1793 le démontre avec la force du précédent. La seconde, moins déclarée mais tout aussi répandue, tient à la peur d’un nombre croissant de Français face à l’expansion de communautés musulmanes qui refusent toute intégration et qui ont transformé des quartiers entiers — y compris dans la capitale — en enclaves où la loi de la Grande République pèse moins que la loi de la rue. Laïcisme exaspérant et agressif d’un côté, peur de l’islamisation de l’autre : deux pressions qui engendrent ensemble peur et désarroi dans une nation qui, malgré tous ses efforts pour le nier, ne peut effacer ses propres racines chrétiennes, un bagage anthropologique qui la constitue dans ses profondeurs, avant même son histoire.
C’est dans ce contexte que je crois légitime de poser une question dérangeante : ces conversions naissent-elles d’une fulguration sur le chemin de Damas — comme cela est arrivé, au fil des siècles, à des personnages célèbres et à d’innombrables inconnus — ou sont-elles une réaction, une forme de défense identitaire, une fuite devant la peur qui se revêt du Sacrement ? Ce ne serait pas la première fois que le christianisme sert de ciment national et de refuge en un moment de désarroi collectif : le cas de la Pologne, en Europe, reste le plus éloquent. Mais ce qui vint ensuite est tout aussi instructif : le spectre du communisme une fois tombé — lui qui avait fait de la foi un acte de résistance nationale —, la Pologne s’est engagée dans une sécularisation aussi rapide que celle de la France. La participation à la messe dominicale, qui concernait encore 52,7 % des fidèles polonais en 1981, est tombée à 46,8 % en 2001, à 40 % en 2011, jusqu’à 28,3 % en 2021. Comme si, pour beaucoup, l’ennemi commun ayant disparu — celui contre lequel la foi faisait rempart —, le christianisme avait perdu son utilité et sa finalité, tant subjective que sociale.
Pour comprendre ce mécanisme, il convient de faire un pas en arrière dans l’histoire, car le lien entre peur collective et retour à la foi — et, à l’inverse, le lien entre prospérité généralisée et désaffection religieuse — n’est pas une invention du XXe siècle. Dans l’Europe dévastée par la peste noire de 1347-1351, qui décima près de la moitié de la population en quelques années, la religiosité populaire explosa jusqu’à sombrer dans l’excès : naquit le mouvement des flagellants, qui parcourait les villes en procession en pratiquant l’autoflagellation publique comme pénitence extrême, convaincu d’agir sous l’inspiration directe de Dieu ; les pèlerinages et les vœux se multiplièrent, le culte des saints protecteurs de la peste connut un essor démesuré, saint Roch en tête. Ce fut une religiosité si exacerbée que le souverain pontife Clément VI dut intervenir par deux bulles, en juillet et en septembre 1349, pour en condamner les excès et en interdire publiquement les pratiques — signe que l’Église elle-même, face à la terreur collective, reconnut le risque d’une foi-refuge susceptible de sombrer dans le fanatisme.
Un cas plus proche de nous, et à certains égards le miroir du cas polonais, est celui de l’Espagne. Le catholicisme national de l’après-guerre franquiste, qui avait fait de la foi un pilier identitaire dans un pays sorti déchiré d’une guerre civile — durant laquelle, entre 1936 et 1939, la persécution anticléricale menée dans les zones contrôlées par les républicains coûta la vie, selon l’étude de référence de l’historien Antonio Montero Moreno, à environ 6 832 religieux, treize évêques compris, ainsi qu’à des milliers de laïcs tués pour leur foi —, traversa d’abord le boom économique des années soixante, puis, surtout, la Transition démocratique et les décennies de paix et de liberté croissante qui suivirent : c’est précisément au cours de ces décennies que l’effondrement survint, soudain. En à peine vingt ans, l’Espagne est passée d’un pays où 92 % de la population grandissait dans le catholicisme à un pays où seuls 66 % se déclarent encore catholiques : plus de douze millions de personnes en moins, la contraction la plus importante d’Europe en valeur absolue ; les baptêmes sont tombés de 325 271 en 2007 à 214 271 ces dernières années, aujourd’hui plus de la moitié des enfants espagnols ne sont pas baptisés, et parmi les jeunes de 18 à 24 ans, plus de la moitié se déclarent désormais non catholiques. Les séminaires se sont vidés au même rythme : -30 % de séminaristes au cours de la dernière décennie, et 10 615 paroisses sur 23 286 — près de la moitié — sont aujourd’hui privées de prêtre résident.
Ce n’est certainement pas un hasard si l’Espagne, au cours de ces mêmes trente années de déchristianisation galopante, est devenue le laboratoire européen d’où sont nés, en séquence, certains des tournants législatifs les plus radicaux du continent : le mariage entre personnes de même sexe, introduit le 30 juin 2005, troisième pays au monde à le faire après les Pays-Bas et la Belgique, avec le droit à l’adoption dès le premier jour ; le divorce express de la même année, qui supprima toute obligation de séparation préalable ; l’euthanasie active, légalisée en mars 2021, septième pays au monde à le faire ; la loi dite trans de février 2023, qui introduisit le changement d’état civil sur simple déclaration, sans aucune exigence médicale, l’une des législations les plus permissives d’Europe. Je n’affirme pas qu’il y ait derrière tout cela un dessein — ce serait indémontrable —, mais la coïncidence chronologique entre le vide laissé par la foi et le terrain rendu disponible pour ces transformations demeure, à tout le moins, un fait sur lequel il convient de réfléchir.
Le fil qui relie la peste noire, l’Espagne postfranquiste et la Pologne postcommuniste est le même, lu en miroir : dans les moments de grande peur et d’incertitude collective, les églises se remplissent, souvent au-delà de la mesure de la foi authentique ; dans les moments de paix et de prospérité généralisée, elles se vident, et avec elles se vident aussi les séminaires diocésains et les noviciats religieux. Dans les pays les plus pauvres du monde, des évêques demandent une aide financière pour construire des séminaires à des évêques européens qui, entre-temps, ont progressivement fermé les leurs, allant jusqu’à vendre une grande partie de leurs bâtiments et à concentrer dans un seul séminaire les rares séminaristes de tous les diocèses d’une région ecclésiastique entière. Combien, parmi certaines vocations, sont-elles authentiques, et combien, au contraire, de jeunes aspirants prêtres cherchent-ils seulement un meilleur état de vie et un rôle du plus grand respect au sein de leurs sociétés civiles ? Tout cela n’est pas une loi mécanique, et la grâce ne saurait être réduite à un cycle sociologique. Mais c’est un schéma qui se répète avec une régularité suffisante pour imposer la prudence à quiconque regarde aujourd’hui les 17 800 catéchumènes français et voudrait y lire sans plus attendre un nouveau printemps de la foi, car cela ne pourra être jugé que dans plusieurs années.
Une conversion authentique, surtout à l’âge adulte, a besoin de raisons fortes et mûrement examinées ; elle ne saurait être fille de la seule émotivité, de la peur, du besoin d’appartenance en un moment de désarroi identitaire. Augustin, d’abord libertin jouisseur puis manichéen, ne se convertit pas pour se défendre de quelque chose, mais parce que quelque chose — ou plutôt quelqu’un — l’avait atteint jusqu’à ébranler toute sa résistance intellectuelle et morale. Il en va de même, à une époque plus proche de la nôtre, pour des conversions telles que celle d’Edith Stein, juive et insigne philosophe, ou d’André Frossard, athée et communiste, plus tard élu membre de l’Académie française : toutes ces fulgurations naissent d’une rencontre, non d’un siège, et sont le fruit conscient et libre de cet amour qui bannit la peur (cf. 1 Jn 4, 18). Le risque, en France, est qu’une partie de ces 17 800 personnes ait trouvé sur les fonts baptismaux non pas le Christ, mais une tranchée : une identité solide à opposer à un monde — laïciste d’un côté, islamisé de l’autre — perçu comme hostile. Il n’est pas dit qu’il en soit ainsi, et il serait mesquin, voire malhonnête, de le présumer a priori pour tous. Mgr Olivier Leborgne, évêque d’Arras et ancien vice-président de la Conférence des évêques de France, a expliqué que les nouveaux catéchumènes viennent souvent de vies compliquées, parfois marquées par des blessures, et vivent leur entrée dans la foi comme une expérience de guérison. Et c’est là le langage de la grâce authentique, non celui de la tranchée — raison de plus pour laisser le temps à venir apporter confirmation ou démenti.
Il faut donc du temps pour distinguer l’une de l’autre. Le temps est précisément ce qui manque toujours aux statistiques pascales, et ce que l’Église, elle, sait toujours donner : un catéchuménat sérieux, un accompagnement qui ne se satisfasse pas du nombre et qui vérifie la qualité du « oui » prononcé sur les fonts baptismaux — exactement ce que, comme j’ai eu l’occasion de l’écrire dans un article à paraître prochainement sur la crise vocationnelle dans les monastères bénédictins et cisterciens, l’entrée massive sans discernement adéquat a déjà montré qu’elle pouvait trahir, dans d’autres contextes, en l’espace d’une génération.
Si, dans quelques années, la France des 17 800 catéchumènes de 2025 se révèle une France plus chrétienne, et non seulement une France plus effrayée partie en quête d’un fortin, alors j’aurai eu tort. Et ce sera, pour moi, la plus grande des joies. Dans le cas contraire, nous aurons assisté, d’une part, à la tour Eiffel illuminée pour célébrer l’inscription du « droit » à l’avortement dans la Constitution française, et d’autre part à une armée de baptisés réactifs qui n’auront pas compris qu’être chrétien signifie témoigner et, s’il le faut, combattre — par tous les moyens politiques reconnus à quiconque a droit de pensée, de parole et de vote — les pires dérives du Prince qui gouverne ce monde. La foi baptismale n’est pas chose privée, mais ce qu’il y a de plus public qui soit : le témoignage actif. Dans le cas contraire, tout risque de se réduire à la peur et à l’émotivité.
Depuis l’Île de Patmos, le 28 septembre 2026
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FRANCIA. ¿BAUTISMOS DE FE O BAUTISMOS REACTIVOS?
«Ser cristiano significa testimoniar y, si es preciso, combatir — con todos los medios políticos reconocidos a quien tiene derecho de pensamiento, palabra y voto — las peores derivas del Príncipe que gobierna este mundo. La fe bautismal no es algo privado, sino lo más público que puede existir: el testimonio activo. En caso contrario, todo corre el riesgo de reducirse a miedo y emotividad.»
— Actualidad eclesial —
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El 4 de marzo de 2024 la Torre Eiffel se iluminó con la inscripción «Mon corps, mon choix» — mi cuerpo, mi elección — para celebrar la inclusión del «derecho» al aborto en la Constitución francesa, primera nación del mundo en hacerlo. Es la misma Francia, laica hasta la exasperación, que nunca se liberó verdaderamente del anticlericalismo revolucionario, y que sigue cociendo a fuego lento como brasa bajo la ceniza; la misma que en 1793 transformó Notre-Dame en templo de la Diosa Razón y que en los últimos dos años ha celebrando algo muy distinto: una explosión de solicitudes de bautismo entre adolescentes, jóvenes y adultos sin precedentes en su historia reciente. En 2025 fueron más de 17.800 los catecúmenos bautizados en Pascua: 10.384 adultos, un 45% más que en 2024, y más de 7.400 adolescentes de entre 11 y 17 años.
No podría sino alegrarme, que quede claro, ante un adulto que pide con plena conciencia el sacramento de gracia que lava del pecado original y abre el camino de la vida cristiana. Y sin embargo, lo confieso sin pesimismo alguno, algo que en este fenómeno no me convence del todo, y deseo de todo corazón tener que decir, dentro de unos años: me equivoqué. Deseo de verdad equivocarme.
Para entender el fenómeno hay que partir de dos miedos franceses, ambos reales y concurrentes. El primero es el de un secularismo agresivo que nunca se ha contentado con separar el Estado de la Iglesia — cosa sacrosanta, y que los mismos católicos tienen motivos en defender para tutelar ambas libertades: la del Estado y la de la Iglesia —, y que progresivamente se ha erigido como la verdad suprema, como una religión civil sustitutoria. No es la primera vez en la historia de Francia, la Diosa Razón entronizada en el altar de Notre-Dame en 1793 demuestra con la fuerza el precedente. El segundo, menos declarado, pero no menos extendido, lo constituye en cambio el miedo de un número creciente de franceses que ante la expansión de comunidades musulmanas que rechazan toda integración y que han convertido barrios enteros — también en la capital — en enclaves donde la ley de la Grande République pesa menos que la ley de la calle. Laicismo exasperante y agresivo, por un lado, miedo a la islamización por otro: dos presiones que generan juntas miedo y desconcierto en una nación que, por más que se esfuerce en negarlo, no puede borrar sus propias raíces cristianas. Un bagaje antropológico que la constituye en lo más profundo, incluso antes que su propia historia.
Es en este escenario donde considero legítimo plantear una pregunta incómoda: ¿nacen estas conversiones de una fulguración en el camino de Damasco — como ha ocurrido, a lo largo de los siglos, a personajes célebres y a innumerables desconocidos — o son una reacción, una forma de defensa identitaria, una huida del miedo que se reviste de Sacramento? No sería la primera vez que el cristianismo sirve de argamasa de pueblo y refugio en un momento de desconcierto colectivo: el caso de Polonia, en Europa, sigue siendo el más elocuente. Pero también resulta instructivo lo que vino después: caído el espectro del comunismo, que había hecho de la fe un acto de resistencia nacional, Polonia emprendió una secularización tan rápida como la francesa. La participación en la misa dominical, que en 1981 aún alcanzaba al 52,7% de los fieles polacos, descendió al 46,8% en 2001, al 40% en 2011, hasta el 28,3% en 2021. Como si, para muchos, desaparecido el enemigo común frente al cual la fe hacía de dique, el cristianismo hubiera perdido su propia utilidad y finalidad subjetiva y social.
Para entender este mecanismo conviene retroceder un paso en la historia, porque el vínculo entre el miedo colectivo y el retorno a la fe — y, a la inversa, el vínculo entre el bienestar generalizado y el desapego religioso — no es una invención del siglo XX. En la Europa devastada por la peste negra de 1347-1351, que diezmó casi a la mitad de la población en pocos años, la religiosidad popular estalló hasta rayar en el exceso: nació el movimiento de los flagelantes, que recorría las ciudades en procesión practicando la autoflagelación pública como penitencia extrema, convencido de actuar por inspiración directa de Dios. Se multiplicaron las peregrinaciones y los votos, y el culto a los santos protectores de la peste creció desmesuradamente, como san Roque al primer puesto. Fue una religiosidad tan exasperada que el Sumo Pontífice Clemente VI tuvo que intervenir con dos bulas, en julio y septiembre de 1349, para condenar sus excesos y prohibir públicamente sus prácticas. Señal de que incluso la Iglesia, ante el terror colectivo, reconoció el riesgo de una fe-refugio capaz de degenerar en fanatismo.
Un caso más cercano a nosotros y, en ciertos aspectos, especular al polaco, es España. El catolicismo nacional de la posguerra franquista, que había hecho de la fe un pilar identitario en un país que había salido desgarrado por una guerra civil — durante la cual, entre 1936 y 1939, la persecución anticlerical en las zonas controladas por los republicanos costó la vida, según el estudio de referencia del historiador Antonio Montero Moreno, a unos 6.832 religiosos, trece obispos, y miles de laicos asesinados por su fe —, atravesó primero el boom económico de los años sesenta, y sobre todo, la transición democrática con las décadas de paz y libertad creciente que le siguieron: y es precisamente en esas décadas cuando el derrumbe llegó, repentino. En apenas veinte años España ha pasado de ser un país donde el 92% de la población creció en fe católica a uno donde solo el 66% se declara todavía tal: más de doce millones de personas menos, el mayor descenso en Europa en términos absolutos; los bautismos han caído de 325.271 en 2007 a 214.271 en años recientes; hoy más de la mitad de los niños españoles no son bautizados, y entre los jóvenes de 18 a 24 años más de la mitad se declara no católica. Los seminarios se han vaciado al mismo ritmo: una disminución del 30% en número de seminaristas en la última década, y 10.615 de las 23.286 — parroquias, casi la mitad — carecen hoy de sacerdote residente.
No es casualidad que precisamente España, en este mismo treintenio de descristianización galopante, se haya convertido en el laboratorio europeo del que han nacido, en secuencia, algunos de los giros legislativos más radicales del continente: el matrimonio entre personas del mismo sexo, introducido el 30 de junio de 2005, tercer país del mundo en hacerlo tras los Países Bajos y Bélgica, incluyendo el derecho a la adopción desde el primer día; el divorcio rápido ese mismo año, que eliminó cualquier requisito para la separación previa; la eutanasia activa, legalizada en marzo de 2021, séptimo país del mundo en hacerlo; la llamada ley trans de febrero de 2023, que introdujo el cambio de sexo registral por simple autodeclaración, sin requisito médico alguno, entre las normativas más permisivas de Europa. No afirmo que detrás de todo esto haya un designio — sería indemostrable —, pero la coincidencia cronológica entre el vacío dejado por la fe y el terreno disponible para estas transformaciones sigue siendo, cuando menos, un dato para reflexionar.
El hilo que une la peste negra, la España postfranquista y la Polonia poscomunista es el mismo, reflejados en el tiempo como un espejo: en los momentos de gran miedo e incertidumbre colectiva las iglesias se llenan, a menudo más allá de la medida de la fe auténtica; en los momentos de paz y prosperidad generalizada se vacían, y con ellas se vacían también los seminarios diocesanos y los noviciados religiosos. En los países más pobres del mundo, los obispos piden ayudas económicas para construir seminarios a obispos europeos que, mientras tanto, han ido cerrando progresivamente los suyos, llegando a vender gran parte de sus edificios y a concentrar en un único seminario a los pocos seminaristas de todas las diócesis de una región eclesiástica. ¿Cuán auténticas son ciertas vocaciones, y cuántos aspirantes a sacerdote son en realidad tan solo jóvenes que buscan un mejor estado de vida y un papel del máximo respeto en sus propias sociedades civiles? Todo esto no es una ley mecánica, ni la gracia puede reducirse a un ciclo sociológico. Pero es un esquema que se repite con una regularidad suficiente como para imponer prudencia a quien mire hoy a los 17.800 catecúmenos franceses y quiera leer en ellos, sin duda alguna, una nueva primavera de fe, porque esto solo podrá valorarse dentro de varios años.
Una conversión auténtica, sobre todo en la edad adulta, necesita razones fuertes y contrastadas; no puede ser hija de la mera emotividad, del miedo, de la necesidad de pertenencia en un momento de desconcierto identitario. Agustín, primero feliz libertino y luego maniqueo, no se convirtió para defenderse de algo, sino porque algo — o más bien alguien — lo había alcanzado hasta desarmar toda su resistencia intelectual y moral. Lo mismo vale, en tiempos más cercanos a nosotros, para conversiones como la de Edith Stein, judía e insigne filósofa, o la de André Frossard, ateo y comunista, nombrado más tarde miembro de la Academia Francesa: todas ellas fulguraciones que nacen de un encuentro, no de un asedio, fruto consciente y libre de ese amor que expulsa el miedo (cf. 1 Jn 4,18). El riesgo, en Francia, es que una parte de estas 17.800 personas haya encontrado en la fuente bautismal no a Cristo, sino una trinchera: una identidad sólida que oponer a un mundo — laicista por un lado, islamizado por otro — percibido como hostil. No es necesariamente dicho que sea así, y sería mezquino, e incluso deshonesto, presumirlo a priori para todos. Mons. Olivier Leborgne, obispo de Arras y anteriormente vicepresidente de la Conferencia Episcopal Francesa, ha explicado que los nuevos catecúmenos proceden a menudo de vidas complicadas, a veces marcadas por heridas, y viven la entrada en la fe como una experiencia de sanación. Y eso es lenguaje de gracia auténtica, no de trinchera — con mayor razón será el tiempo venidero el que dé confirmación o desmentida.
Hace falta, por tanto, tiempo para distinguir una cosa de otra. El tiempo es precisamente lo que siempre falta a las estadísticas pascuales, y lo que en cambio la Iglesia, desde siempre, sabe dar: un catecumenado serio, un acompañamiento que no se conforme con el número y que compruebe la calidad del «sí» pronunciado ante la fuente bautismal — exactamente lo que, como he tenido ocasión de escribir en un artículo de próxima publicación a propósito de la crisis vocacional en los monasterios benedictinos y cistercienses, el ingreso masivo sin discernimiento adecuado ya ha demostrado poder traicionar, en otros contextos, en el transcurso de una generación.
Si dentro de unos años la Francia de los 17.800 catecúmenos de 2025 resulta ser una Francia más cristiana, y no solo una Francia más asustada que buscó un fortín, entonces habré estado equivocado. Y será, para mí, la mayor alegría. En caso contrario, habremos asistido: por un lado, a la Torre Eiffel iluminada para celebrar la inclusión del «derecho» al aborto en la Constitución francesa; por otro, a un ejército de bautizados reactivos que no habrán entendido que ser cristiano significa testimoniar y, si es preciso, combatir — con todos los medios políticos reconocidos a quien tiene derecho de pensamiento, palabra y voto — las peores derivas del Príncipe que gobierna este mundo. La fe bautismal no es algo privado, sino lo más público que puede existir: el testimonio activo. En caso contrario, todo corre el riesgo de reducirse a miedo y emotividad.
Desde la Isla de Patmos, 28 de settembre 2026
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I Padri dell’Isola di Patmos
Il linguaggio simbolico della liturgia -The symbolic language of the liturgy – El lenguaje simbólico de la liturgia
/in Attualità/da Padre Simone
IL LINGUAGGIO SIMBOLICO DELLA LITURGIA
Lo stare in piedi o in ginocchio durante la preghiera liturgica è tutt’altro che indifferente. Ogni gesto rientra in qualche modo in quella dimensione di annuncio e di istruzione che è parte integrante dell’azione liturgica e pertanto non può essere lasciata al gusto momentaneo di ciascuno.
— Pastorale liturgica —
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Autore
Simone Pifizzi
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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso
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La liturgia è senza dubbio annuncio di salvezza, ma soprattutto concreta comunicazione di questa salvezza, che si esprime attraverso gesti e atteggiamenti. Di conseguenza la liturgia non si serve solo di parole, ma anche del linguaggio simbolico; utilizza segni che evocano il mistero e già lo fanno pregustare, come ricordano molte orazioni dopo la comunione.

Jean François Millet, L’Angelus
Nel preparare una celebrazione liturgica non si può affatto dimenticare questa dimensione fondamentale, altrimenti si rischia di sopravvalutare il secondario e di dimenticare l’essenziale; di fare una bella «cerimonia» spettacolare, che gratifica l’occhio, ma che lascia vuoto il cuore; si rischia di dire tante parole, ma di non comunicare un bel niente.
DAL CAMMINARE INSIEME ALLA PROCESSIONE LITURGICA
Quando si parla di processione, il pensiero corre subito a quelle pubbliche processioni con immagini o statue della Vergine Maria o dei Santi. Processioni che non sempre costituiscono un chiaro e corretto simbolo del mistero cristiano, soprattutto perché in esse sovente intervengono pesanti elementi folcloristici; e dico folcloristici quando le cose, tutto sommato, vanno bene.
Ogni processione, anche quelle che si fanno in chiesa durante la Messa (ingresso, presentazione dei doni, comunione, ecc.), ha lo scopo di esprimere il cammino della Chiesa, del nuovo popolo di Dio, verso il nuovo tempio e la nuova Gerusalemme (cfr. Ap 21,2), seguendo le orme di Cristo.
Il riferimento che possiamo fare, pensando alla processione, è all’Esodo: l’evento che vide unite nello stesso cammino le dodici tribù di Israele. Un cammino guidato da Mosè e che raccoglie un popolo intero nella sua più ampia varietà. Un cammino che, secondo la Bibbia, ha uno scopo fondamentalmente cultuale: Dio convoca il suo popolo perché gli renda culto (cfr. Es 5,3). Un cammino che si compie all’insegna dell’unione e che ha una meta al di là del Mar Rosso, al di là del Giordano, oltre le acque della morte. Un cammino che è continuamente confortato dalla presenza reale e misteriosa del Signore, il quale parla al suo popolo e gli dona la legge della vita.
La processione ha lo scopo di ricordarci questo: siamo cristiani se siamo in cammino; e questo cammino non siamo soli a compierlo, ma lo facciamo insieme ad altri fratelli, sostenuti e accompagnati dalla presenza del Risorto, come ben riassumono, in sequenza, le straordinarie immagini del racconto dei discepoli che camminano con Gesù verso Emmaus (cfr. Lc 24,13-35).
IN PIEDI E IN GINOCCHIO
Lo stare in piedi o in ginocchio durante la preghiera liturgica è tutt’altro che indifferente. Ogni gesto rientra in qualche modo in quella dimensione di annuncio e di istruzione che è parte integrante dell’azione liturgica e pertanto non può essere lasciata al gusto momentaneo di ciascuno. Gli atteggiamenti da assumersi durante la celebrazione liturgica non sono né casuali né ordinati all’efficienza o all’ordine esteriore. Non servono cioè a cambiare posizione per evitare la noia e la stanchezza, né per rendere la cerimonia più gradevole allo sguardo. Sono, anzi, vere e proprie azioni simboliche. Fra queste, lo stare in piedi è senz’altro una delle più importanti e significative.
In piedi perché figli di Dio risorti con Cristo. L’iconografia delle catacombe ci presenta sempre la figura dell’orante in piedi. Inoltre è sintomatico che il sacerdote all’altare, fin dagli inizi, dica tutte le preghiere presidenziali in piedi. È poi molto significativo che nella Chiesa antica, secondo molte autorevoli testimonianze, fosse addirittura proibito inginocchiarsi la domenica e durante i cinquanta giorni della Pasqua.
Lo stare in piedi è dunque l’atteggiamento normale del cristiano che, anche se peccatore, è consapevole della sua dignità di figlio di Dio, ricevuta da quel Gesù che è morto ed è risorto per la salvezza di tutti.
Nella preghiera liturgica la Chiesa vuole dare questo annuncio. In privato, poi, ognuno può assumere l’atteggiamento che vuole. La riforma conciliare non ha pertanto «laicizzato» la liturgia, ma le ha restituito la sua carica simbolica e anche la sua funzione di annuncio per il mondo.
In piedi in attesa del Signore che viene. Lo stare in piedi nella preghiera liturgica ha anche un ulteriore significato, sempre legato all’annuncio del mistero pasquale. Si tratta cioè dell’annuncio escatologico, della vita cristiana come attesa dell’ultima venuta di Cristo. Gesù stesso invita i suoi discepoli a essere come quei servi che in piedi, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese, attendono il loro padrone quando torna dalle nozze per aprirgli subito appena arriva e bussa (cfr. Lc 12,35).
Con questa consapevolezza è bello e commovente pregare in piedi. Come è bello e commovente camminare insieme e in piedi accogliere il Corpo di Cristo, vera manna e pane disceso dal cielo, per sostenere il nostro cammino verso l’eternità, verso quei cieli nuovi e quella terra nuova. Lì coloro che con Cristo hanno vinto il peccato, in piedi, cantano in eterno davanti a Dio il cantico di Mosè e il cantico dell’Agnello (cfr. Ap 15,2-3).
In ginocchio sì, ma per rialzarsi. Lo stare in ginocchio è pure un significativo atteggiamento, che però trova origine e spazio soprattutto nella preghiera privata. Esprime infatti la consapevolezza della propria povertà, del proprio peccato. Per questo l’atteggiamento di inginocchiarsi è entrato nella liturgia molto lentamente e con una certa parsimonia, a pari passo con il diffondersi dei riti penitenziali, legati soprattutto alla celebrazione della penitenza pubblica. Sono rari gli atteggiamenti liturgici che danno spazio allo stare in ginocchio; momenti che opportunamente esprimono l’umile adorazione e la supplica di tutto un popolo che si sente schiacciato non tanto dal proprio peccato quanto piuttosto dall’infinito amore di Dio. L’Ordinamento Generale del Messale Romano dispone:
«S’inginocchino poi alla consacrazione, a meno che lo impediscano lo stato di salute, la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri ragionevoli motivi. Quelli che non si inginocchiano alla consacrazione, facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione» (n. 43).
Ci si inginocchia infatti non davanti al ricordo di un evento passato, ma davanti alla morte e risurrezione del Signore che in quel momento si rende realmente presente sull’altare: ed è proprio perché quella morte è già vittoriosa, è già Pasqua, che il ginocchio piegato davanti a essa non è mai l’ultima parola. Ma proprio grazie a questo amore così grande l’uomo può e deve rialzarsi per camminare speditamente verso quell’incontro nuziale che ci farà pienamente partecipi di quella vita divina che è già in noi e ci dà l’onore di stare in piedi davanti a Dio come figli. Proprio per questo davanti al tabernacolo, di fronte al segno massimo di quell’amore che ha pagato per la nostra dignità, nella preghiera privata di adorazione, l’atteggiamento normale che ci viene spontaneo è quello di prostrarci in ginocchio.
SEDUTI PER ASCOLTARE
Prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II lo stare seduti in Chiesa era per l’assemblea un semplice atteggiamento funzionale; per i vari ministranti, talvolta, era addirittura regolato da meticolosi dettagli coreografici: corpo eretto, mani sulle ginocchia, piedi uniti, berretta in capo, inchini vari… Oggi, grazie alla riforma del Concilio che ha riportato la liturgia alla sua originaria sobrietà, anche lo stare seduti è ritornato ad avere una predominante funzione simbolica. Niente infatti nella liturgia deve essere semplicemente funzionale o peggio, coreografico e cerimoniale. Per questo è importante conoscere il significato di questi gesti per accettarli e compierli con la gioia e l’entusiasmo di chi è consapevole di diventare in qualche modo, con la sua persona, strumento sacramentale di annuncio per il mondo.
Segno dell’ascolto. All’interno di una celebrazione liturgica lo stare seduti assume significati precisi, fuori da ogni ambiguità e per questo tale atteggiamento non è lasciato al gusto individuale del momento. In primo luogo lo stare seduti è segno dell’ascolto confidenziale interiore, rispettoso e meditativo. Un ascolto che pertanto matura i sentimenti profondi e le decisioni coraggiose. Non è certamente un caso che anche nei rapporti umani quando si vuole dare veramente spazio all’ascolto dell’altro, ci si siede uno di fronte all’altro. Le norme del Messale Romano ci ricordano: «Terminata l’orazione (colletta) il lettore si reca all’ambone e proclama la lettura; tutti l’ascoltano seduti» (PNMR, 89). La norma è chiara: non dice che tutti leggono per conto loro. Per questo, pur riconoscendo i servizi positivi resi dai «foglietti della Messa» resta sempre lecito e doveroso chiederci se il prezzo che si paga non sia troppo alto. Se infatti tutti o quasi leggono per conto loro, viene vanificato l’atteggiamento simbolico che sta all’origine dello stare seduti!
Una Parola che si rivolge ad un popolo unito. Ma questo atteggiamento sopra descritto dell’ascolto è poi così importante? Non basterebbe che ognuno leggesse la Parola per conto suo con attenzione e si sforzasse di metterla in pratica? Una grossa tentazione di cui siamo vittime è quella di essere estremamente poco sensibili alla dimensione liturgica e di valutare le cose solo in chiave individuale e di efficienza morale. Così facendo però dimentichiamo che la Sacra Scrittura non è in primo luogo un libro di meditazione, ma una parola che Dio rivolge al suo popolo, una Parola che mira soprattutto a fare la Chiesa: «Il popolo di Dio viene adunato innanzitutto per mezzo della Parola del Dio vivente» (Presbyterorum Ordinis, n. 4).
L’atteggiamento di coloro che stanno seduti e attenti a quanto viene proclamato rivela quindi la funzione primaria della Parola di Dio che è quella di instaurare un dialogo di amore non tanto con i singoli, quanto piuttosto con l’intero popolo di Dio, con l’intera assemblea considerata come un unico soggetto, nella quale è rappresentata visibilmente ed è realmente presente tutta quanta la Chiesa.
Ecco allora il senso ultimo di ogni gesto qui descritto: camminare, stare in piedi, inginocchiarsi, sedersi non sono un copione da eseguire né un ornamento che vela parole altrimenti povere. Il corpo dell’assemblea, nel suo muoversi e nel suo fermarsi, non descrive semplicemente la fede della Chiesa: la compie. Per questo nessun gesto liturgico può essere lasciato al caso o al gusto del momento — perché è proprio attraverso quei gesti, prima ancora che attraverso le parole, che la salvezza annunciata si fa concretamente presente in mezzo al suo popolo.
Dall’Isola di Patmos, 26 settembre 2026
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THE SYMBOLIC LANGUAGE OF THE LITURGY
Whether one stands or kneels, the posture assumed during liturgical prayer is anything but indifferent. Every gesture belongs, in some sense, to that dimension of proclamation and instruction which is integral to the liturgical action, and therefore it cannot be left to each person’s passing preference.
— Liturgical pastoral care —
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Autore
Simone Pifizzi
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The liturgy is undoubtedly an announcement of salvation, but above all it is the concrete communication of that salvation, expressed through gestures and postures. The liturgy therefore does not rely on words alone, but also on symbolic language; it uses signs that evoke the mystery and already let us taste it in advance, as many post-communion prayers recall.
In preparing a liturgical celebration, this fundamental dimension can never be forgotten, or we risk overvaluing what is secondary and losing sight of what is essential — risk turning it into a beautiful, spectacular “ceremony” that pleases the eye but leaves the heart empty; risk saying a great many words while communicating nothing at all.
FROM WALKING TOGETHER TO THE LITURGICAL PROCESSION
When we speak of a procession, our thoughts turn at once to public processions carrying images or statues of the Virgin Mary or the Saints. Such processions do not always constitute a clear and correct symbol of the Christian mystery, not least because they are often burdened with heavy folkloric elements — and I say “folkloric” when, all things considered, matters have gone well.
Every procession, including those that take place inside the church during Mass (entrance, presentation of the gifts, communion, etc.), is meant to express the journey of the Church, the new People of God, toward the new temple and the new Jerusalem (cf. Rev 21:2), following in the footsteps of Christ.
The reference we can draw, thinking of the procession, is to the Exodus: the event that united the twelve tribes of Israel in a single journey. A journey led by Moses, gathering an entire people in all its breadth and variety. A journey which, according to the Bible, has a fundamentally cultic purpose: God summons his people so that they may worship him (cf. Ex 5:3). A journey accomplished in unity, with a destination beyond the Red Sea, beyond the Jordan, beyond the waters of death. A journey continually accompanied by the real and mysterious presence of the Lord, who speaks to his people and gives them the law of life.
The procession exists to remind us of this: we are Christians only if we are on the move; and this journey is not one we make alone, but together with our brothers and sisters, sustained and accompanied by the presence of the Risen One — as the extraordinary sequence of images in the story of the disciples walking with Jesus toward Emmaus so beautifully sums up (cf. Lk 24:13-35).
STANDING AND KNEELING
Whether one stands or kneels, the posture assumed during liturgical prayer is anything but indifferent. Every gesture belongs, in some sense, to that dimension of proclamation and instruction which is integral to the liturgical action, and therefore it cannot be left to each person’s passing preference. The postures to be assumed during the liturgical celebration are neither arbitrary nor ordered toward mere efficiency or outward tidiness. They do not exist simply to change position out of boredom or fatigue, nor to make the ceremony more pleasing to the eye. They are, rather, true symbolic actions. Among these, standing is undoubtedly one of the most important and significant.
Standing, because we are children of God risen with Christ. The iconography of the catacombs always depicts the figure at prayer standing upright. It is likewise telling that, from the earliest times, the priest at the altar says all the presidential prayers standing. And it is deeply significant that, according to many authoritative witnesses, the early Church forbade kneeling altogether on Sundays and throughout the fifty days of Easter.
Standing, then, is the normal posture of the Christian who, sinner though he may be, is conscious of his dignity as a child of God, received from that same Jesus who died and rose again for the salvation of all. In liturgical prayer the Church wishes to make this proclamation. In private prayer, everyone is free to take whatever posture they wish. The conciliar reform, then, did not “secularize” the liturgy; rather, it restored to it its symbolic power and its function as proclamation to the world.
Standing, in expectation of the Lord who comes. Standing in liturgical prayer carries a further meaning as well, still tied to the proclamation of the paschal mystery: it is the eschatological announcement, Christian life as the expectation of Christ’s final coming. Jesus himself invites his disciples to be like those servants who, standing, with their belts fastened and their lamps lit, wait for their master to return from the wedding feast, ready to open the door the moment he arrives and knocks (cf. Lk 12:35).
With this awareness, it is beautiful and moving to pray standing. Just as it is beautiful and moving to walk together, and standing, to receive the Body of Christ — true manna, bread come down from heaven, to sustain our journey toward eternity, toward those new heavens and that new earth. There, those who with Christ have conquered sin stand and sing forever before God the song of Moses and the song of the Lamb (cf. Rev 15:2-3).
Kneeling, yes — but in order to rise. Kneeling is likewise a significant posture, though it finds its origin and its place above all in private prayer. It expresses an awareness of one’s own poverty, one’s own sin. For this reason, kneeling entered the liturgy only very slowly and sparingly, in step with the spread of penitential rites, tied above all to the celebration of public penance. There are few liturgical moments that make room for kneeling — moments that fittingly express the humble adoration and supplication of a whole people who feel overwhelmed not so much by their own sin as by the infinite love of God. The General Instruction of the Roman Missal states:
“The faithful should kneel at the consecration, unless prevented by reasons of health, lack of space, the large number of people present, or some other good reason. Those who do not kneel ought to make a profound bow when the priest genuflects after the consecration” (no. 43).
We kneel, in fact, not before the memory of a past event, but before the death and resurrection of the Lord, who at that very moment becomes truly present on the altar: and it is precisely because that death is already victorious, is already Easter, that the knee bent before it is never the last word — so that the acclamation “We proclaim your Death, O Lord, and profess your Resurrection until you come again” might, implicitly, sound like standing before the Risen One, living and true. But it is precisely because of this immense love that man can and must rise again, to walk swiftly toward that nuptial encounter which will make us fully sharers in that divine life already within us, and which grants us the honor of standing before God as his children. It is for this same reason that before the tabernacle — before the supreme sign of that love which paid the price for our dignity — the posture that comes to us spontaneously in private adoration is to prostrate ourselves on our knees.
SITTING TO LISTEN
Before the liturgical reform of the Second Vatican Council, sitting in church was, for the assembly, largely a simple matter of practicality; for the various ministers, at times, it was even governed by meticulous choreographic detail: an upright body, hands on the knees, feet together, biretta on the head, various bows… Today, thanks to the Council’s reform, which restored to the liturgy its original sobriety, sitting too has recovered a predominantly symbolic function. Nothing in the liturgy, in fact, should be merely functional or, worse, choreographed and ceremonial. This is why it matters to understand the meaning of these gestures, so as to embrace and perform them with the joy and enthusiasm of one who knows that, through his own person, he becomes in some way a sacramental instrument of proclamation to the world.
A sign of listening. Within a liturgical celebration, sitting takes on precise meanings, free of any ambiguity, and for this reason the posture is not left to individual taste in the moment. First, sitting is a sign of confidential, interior, respectful and meditative listening — a listening that matures deep feelings and courageous decisions. It is surely no accident that, even in human relationships, when we truly wish to make room for listening to another, we sit down facing them.
The norms of the Roman Missal remind us: “When the prayer has ended, the reader goes to the ambo and proclaims the reading; all listen while seated” (GIRM, 89). The rule is clear: it does not say that everyone reads for themselves. For this reason, while acknowledging the real service rendered by the “Mass leaflet,” it remains right and necessary to ask whether the price we pay for it is not too high. For if everyone, or nearly everyone, reads on their own, the symbolic gesture at the root of sitting is emptied of its meaning.
A Word addressed to a people united. But is this attitude of listening really so important? Would it not be enough for each person to read the Word attentively on their own and strive to put it into practice? A great temptation to which we fall victim is that of being largely insensitive to the liturgical dimension, judging everything only in individual and moral-efficiency terms. In doing so, however, we forget that Sacred Scripture is not, first and foremost, a book for meditation, but a word that God addresses to his people — a Word whose primary aim is to build the Church: “The People of God is formed into one, in the first place, through the word of the living God” (Presbyterorum Ordinis, no. 4).
The posture of those who sit attentively to what is proclaimed thus reveals the primary function of the Word of God: to establish a dialogue of love not so much with individuals as with the whole People of God — with the entire assembly considered as a single subject, in which the whole Church is visibly represented and truly present.
Here, then, is the ultimate meaning of every gesture described above: walking, standing, kneeling, sitting are not a script to be performed, nor an ornament veiling words that would otherwise be poor. The body of the assembly, in its moving and in its stillness, does not merely describe the Church’s faith: it enacts it. This is why no liturgical gesture can be left to chance or to the whim of the moment — because it is precisely through these gestures, even before words, that the salvation proclaimed becomes concretely present in the midst of God’s people.
From L’Isola di Patmos, 26 September 2026
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EL LENGUAJE SIMBÓLICO DE LA LITURGIA
Estar de pie o de rodillas durante la oración litúrgica no es en absoluto indiferente. Cada gesto forma parte, en algún modo, de esa dimensión de anuncio e instrucción que es parte integrante de la acción litúrgica, y por tanto no puede dejarse al placer momentáneo de cada uno.
— Pastoral litúrgica —
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Autore
Simone Pifizzi
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La liturgia es sin duda anuncio de salvación, pero sobre todo comunicación concreta de esa salvación, que se expresa también a través de gestos y actitudes. Por eso la liturgia no se sirve solo de palabras, sino también del lenguaje simbólico: utiliza signos que evocan el misterio y que, de algún modo, ya nos dejan saborearlo de antemano, como recuerdan muchas oraciones después de la comunión.
Al preparar una celebración litúrgica no se puede olvidar en absoluto esta dimensión fundamental; de lo contrario se corre el riesgo de sobrevalorar lo secundario y de olvidar lo esencial: de hacer una “ceremonia” espectacular, que satisface la vista pero deja vacío el corazón; se corre el riesgo de decir muchas palabras sin comunicar absolutamente nada.
DEL CAMINAR JUNTOS A LA PROCESIÓN LITÚRGICA
Cuando se habla de procesión, el pensamiento corre enseguida a esas procesiones públicas con imágenes o estatuas de la Virgen María o de los Santos. Procesiones que, a decir verdad, no siempre constituyen un símbolo claro y correcto del misterio cristiano, sobre todo porque en ellas intervienen a menudo elementos pesados de folclore; y digo folclóricos cuando las cosas van bien.
Toda procesión, incluidas las que se hacen en la iglesia durante la Misa (entrada, presentación de los dones, comunión, etc.), tiene como finalidad expresar el camino de la Iglesia, del nuevo pueblo de Dios, hacia el nuevo templo y la nueva Jerusalén (cf. Ap 21,2), siguiendo las huellas de Cristo.
La referencia que podemos hacer, pensando en la procesión, es el Éxodo: acontecimiento que unió en un mismo camino a las doce tribus de Israel. Un camino guiado por Moisés que reúne a todo un pueblo en su más amplia variedad. Un camino que, según la Biblia, tiene un fin fundamentalmente cultual: Dios convoca a su pueblo para que le rinda culto (cf. Ex 5,3). Un camino que se realiza bajo el signo de la unión y que tiene una meta más allá del Mar Rojo, más allá del Jordán, más allá de las aguas de la muerte. Un camino continuamente reconfortado por la presencia real y misteriosa del Señor, que habla a su pueblo y le da la ley de la vida.
La procesión tiene como fin recordarnos esto: somos cristianos si estamos en camino; y este camino no lo recorremos solos, sino junto a otros hermanos, sostenidos y acompañados por la presencia del Resucitado, como bien resumen, en su secuencia, las extraordinarias imágenes del relato de los discípulos que caminan con Jesús hacia Emaús (cf. Lc 24,13-35).
DE PIE Y DE RODILLAS
Estar de pie o de rodillas durante la oración litúrgica no es en absoluto indiferente. Cada gesto forma parte, en algún modo, de esa dimensión de anuncio e instrucción que es parte integrante de la acción litúrgica, y por tanto no puede dejarse al placer momentáneo de cada uno. Las actitudes que deben asumirse durante la celebración litúrgica no son casuales ni están ordenadas a la eficiencia o al orden exterior. No sirven para cambiar de postura para evitar el aburrimiento o el cansancio, ni para hacer la ceremonia más agradable a la vista. Son, más bien, verdaderas acciones simbólicas. Entre ellas, estar de pie es sin duda una de las más importantes y significativas.
De pie porque somos hijos de Dios resucitados con Cristo. La iconografía de las catacumbas presenta siempre la figura del orante de pie. Además, es significativo que el sacerdote, en el altar, diga desde los orígenes todas las oraciones presidenciales de pie. Y es muy significativo que en la Iglesia antigua, según numerosos testimonios autorizados, estuviera incluso prohibido arrodillarse el domingo y durante los cincuenta días de Pascua.
Estar de pie es, por tanto, la actitud normal del cristiano que, aun siendo pecador, es consciente de su dignidad de hijo de Dios, recibida de ese Jesús que murió y resucitó por la salvación de todos.
En la oración litúrgica la Iglesia quiere dar este anuncio. En privado, en cambio, cada uno puede asumir la actitud que prefiera. La reforma conciliar, por tanto, no ha “laicizado” la liturgia, sino que le ha devuelto su carga simbólica y también su función de anuncio para el mundo.
De pie, a la espera del Señor que viene. Estar de pie en la oración litúrgica tiene también un significado ulterior, siempre ligado al anuncio del misterio pascual. Se trata, en efecto, del anuncio escatológico, de la vida cristiana como espera de la venida última de Cristo. Jesús mismo invita a sus discípulos a ser como aquellos siervos que, de pie, con la cintura ceñida y las lámparas encendidas, esperan a su señor cuando vuelve de las bodas, para abrirle en cuanto llega y llama (cf. Lc 12,35).
Con esta conciencia es hermoso y conmovedor orar de pie. Como es hermoso y conmovedor caminar juntos y, de pie, recibir el Cuerpo de Cristo, verdadero maná y pan bajado del cielo, para sostener nuestro camino hacia la eternidad, hacia esos cielos nuevos y esa tierra nueva. Allí, quienes han vencido el pecado con Cristo cantan de pie, eternamente, delante de Dios, el cántico de Moisés y el cántico del Cordero (cf. Ap 15,2-3).
De rodillas sí, pero para levantarse. Estar de rodillas es también una actitud significativa, que sin embargo encuentra su origen y su lugar sobre todo en la oración privada. Expresa la conciencia de la propia pobreza, del propio pecado. Por eso la actitud de arrodillarse entró en la liturgia muy lentamente y con cierta parsimonia, al mismo ritmo que se difundían los ritos penitenciales, ligados sobre todo a la celebración de la penitencia pública. Son escasos los momentos litúrgicos que dan espacio a estar de rodillas; momentos que expresan oportunamente la humilde adoración y la súplica de todo un pueblo que se siente abrumado, no tanto por su propio pecado, cuanto por el amor infinito de Dios. La Ordenación General del Misal Romano dispone:
«Que se arrodillen en la consagración, a no ser que se lo impidan la salud, la estrechez del lugar, el gran número de fieles presentes u otras causas razonables. Quienes no se arrodillen para la consagración hagan una profunda inclinación mientras el sacerdote hace la genuflexión después de la consagración» (n. 43).
Nos arrodillamos, en efecto, no ante el recuerdo de un acontecimiento pasado, sino ante la muerte y resurrección del Señor, que en ese mismo instante se hace realmente presente sobre el altar: y es precisamente porque esa muerte es ya victoriosa, es ya Pascua, por lo que la rodilla doblada ante ella nunca es la última palabra — de modo que la aclamación «Anunciamos tu muerte, proclamamos tu resurrección. ¡Ven, Señor Jesús!» podría sonar implícitamente como de pie ante el Resucitado, vivo y verdadero. Pero es precisamente gracias a este amor tan grande que el hombre puede y debe levantarse para caminar sin demora hacia ese encuentro nupcial que nos hará plenamente partícipes de esa vida divina que ya está en nosotros, y que nos concede el honor de estar de pie ante Dios como hijos. Por eso mismo, ante el sagrario, frente al signo supremo de ese amor que pagó por nuestra dignidad, en la oración privada de adoración la actitud que nos brota espontáneamente es la de postrarnos de rodillas.
SENTADOS PARA ESCUCHAR
Antes de la reforma litúrgica del Concilio Vaticano II, estar sentados en la iglesia era, para la asamblea, una actitud prácticamente funcional; para los distintos ministros, en cambio, a veces estaba regulada incluso por minuciosos detalles coreográficos: cuerpo erguido, manos sobre las rodillas, pies juntos, birreta en la cabeza, inclinaciones varias… Hoy, gracias a la reforma del Concilio que ha devuelto a la liturgia su sobriedad originaria, también estar sentados ha recuperado una función predominantemente simbólica. Nada en la liturgia, en efecto, debe ser simplemente funcional o, peor aún, coreográfico y ceremonial. Por eso es importante conocer el significado de estos gestos para aceptarlos y realizarlos con la alegría y el entusiasmo de quien es consciente de convertirse, de algún modo, con su propia persona, en instrumento sacramental de anuncio para el mundo.
Signo de la escucha. Dentro de una celebración litúrgica, estar sentados asume significados precisos, libres de toda ambigüedad, y por eso esta actitud no se deja al placer individual del momento. En primer lugar, estar sentados es signo de una escucha confidencial, interior, respetuosa y meditativa; una escucha que, por ello, hace madurar los sentimientos profundos y las decisiones valientes. No es casualidad que también en las relaciones humanas, cuando de verdad se quiere dar espacio a la escucha del otro, nos sentemos el uno frente al otro.
Las normas del Misal Romano nos recuerdan: «Terminada la oración colecta, el lector se dirige al ambón y proclama la lectura; todos la escuchan sentados» (OGMR, 89). La norma es clara: no dice que cada uno lea por su cuenta. Por eso, reconociendo el servicio positivo que prestan las “hojitas de Misa”, sigue siendo lícito y necesario preguntarnos si el precio que se paga por ello no es demasiado alto. Si en efecto todos, o casi todos, leen por su cuenta, se vacía de sentido el gesto simbólico que está en el origen de estar sentados.
Una Palabra dirigida a un pueblo unido. Pero ¿es realmente tan importante esta actitud de escucha que acabamos de describir? ¿No bastaría con que cada uno leyera la Palabra por su cuenta, con atención, y se esforzara por ponerla en práctica? Una gran tentación de la que somos víctimas es la de ser extremadamente insensibles a la dimensión litúrgica y valorar las cosas solo en clave individual y de eficacia moral. Al hacerlo, sin embargo, olvidamos que la Sagrada Escritura no es, en primer lugar, un libro de meditación, sino una palabra que Dios dirige a su pueblo; una Palabra cuyo fin principal es hacer la Iglesia: «El pueblo de Dios se congrega ante todo por medio de la palabra del Dios vivo» (Presbyterorum Ordinis, n. 4).
La actitud de quienes permanecen sentados y atentos a lo que se proclama revela, por tanto, la función primaria de la Palabra de Dios: instaurar un diálogo de amor no tanto con los individuos cuanto con todo el pueblo de Dios, con toda la asamblea considerada como un único sujeto, en el cual está visiblemente representada y realmente presente toda la Iglesia.
He aquí, entonces, el sentido último de cada gesto aquí descrito: caminar, estar de pie, arrodillarse, sentarse no son un guion que se recita ni un adorno que disimula palabras por lo demás pobres. El cuerpo de la asamblea, en su moverse y en su detenerse, no describe simplemente la fe de la Iglesia: la realiza. Por eso ningún gesto litúrgico puede dejarse al azar o al placer del momento — porque es precisamente a través de esos gestos, antes incluso que a través de las palabras, como la salvación anunciada se hace concretamente presente en medio de su pueblo.
Desde L’Isola di Patmos, 26 de septiembre de 2026
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Emma Bonino e la morte di una donna triste. La pietà non cancella quella verità di cui è figlia, altrimenti sarebbe solo pietismo
/in Attualità/da Padre ArielEMMA BONINO E LA MORTE DI UNA DONNA TRISTE. LA PIETÀ NON CANCELLA QUELLA VERITÀ DI CUI È FIGLIA, ALTRIMENTI SAREBBE SOLO PIETISMO
In Paradiso c’è un esercito di creature angeliche che devono la conquista della loro beatitudine eterna a quel battesimo di sangue nel martirio chiamato aborto.
— Attualità —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Prima di scrivere questo articolo mi sono interrogato come cristiano, sacerdote e teologo sul rapporto tra pietà e verità.

(Emma Bonino, foto ANSA)
Un Senatore della Repubblica, che in gioventù fu molto vicino a Marco Pannella ed Emma Bonino, mi descrisse il primo come un uomo solare e allegro, al di là delle sue pubbliche rappresentazioni provocatorie dinanzi alle telecamere, che avevano una ragione voluta, a volte studiata o persino scientifica: «Marco Pannella» mi narrava «aveva uno sguardo e degli occhi ridenti». Tutt’altra descrizione riguardo la seconda: «Emma Bonino era una donna triste, i suoi occhi erano malinconici anche quando rideva».
Fumatrice incallita, non ha mai smesso di fumare nemmeno dopo la diagnosi del tumore al polmone che l’ha segnata per un decennio, giunta infine alla morte dopo una lunga malattia respiratoria. Sulla sua coerenza, o forse sulla mancanza della stessa, ritengo legittimo interrogarmi: come mai colei che condusse per anni le sue battaglie perché fosse approvata una legge sull’eutanasia non ha chiamato Marco Cappato, prestatosi più volte in prima persona ad accompagnare altri verso il suicidio assistito? Sull’aborto, invece, non ci poniamo la stessa domanda: fu lei stessa, negli anni Settanta, a dare l’esempio in prima persona, immortalata con una pompa da bicicletta in mano usata per praticare aborti clandestini. Due battaglie, due coerenze diverse: su una, l’aborto, scelse il gesto diretto, sull’altra, l’eutanasia, giunta al momento della propria fine, preferì la strada opposta a quella per cui aveva lottato affinché diventasse legge per tutti.
Tutti ricordiamo questa donna triste che non perdeva occasione per definire l’aborto come una «grande conquista sociale», definendo la legge n. 194 del 1978, che regola la soppressione legalizzata di un essere umano, «un esempio di civiltà». E qui la mente non può che correre a una figura del tutto diversa: Daniele Capezzone, attualmente direttore del quotidiano romano Il Tempo, in passato parlamentare e segretario dei Radicali Italiani dal 2001 al 2007. Daniele Capezzone, che è un laico e un liberale a tutto tondo, più volte, dibattendo in vari programmi televisivi sulle reti Mediaset, ha definito l’aborto «una tragedia» e la legge n. 194 «una necessità», affermando di provare «disagio nel sentirlo definire ‘grande conquista’». Ecco la differenza che mi preme sottolineare: con chi — pur dissentendo da me nella dottrina che considera sacra la vita sin dal momento del concepimento —, riconosce all’aborto il peso morale di una tragedia da contenere, il dialogo resta possibile, persino fecondo. Con chi ne ha fatto un vanto e un trofeo da esibire come «grande conquista», il dialogo si arresta prima ancora di cominciare: non per chiusura mia, ma perché tra chi piange un male che ritiene necessario e chi invece lo festeggia come un bene non c’è terreno comune su cui incontrarsi, specie quando in gioco c’è la vita umana.
Io che credo all’immortalità dell’anima e alla vita eterna, non so quali siano state le sorti di Emma Bonino, quando chiusi gli occhi a questa vita li ha riaperti dinanzi al giudizio immediato di Dio. Una cosa è certa nella mia fede: in Paradiso c’è un esercito di creature angeliche che devono la conquista della loro beatitudine eterna a quel battesimo di sangue nel martirio chiamato aborto. E sono certo che questi Angeli, i primi a poter comprendere per intero il peso di una vita spesa contro la loro stessa esistenza, sapranno intercedere presso Dio con una misericordia più grande di qualunque giudizio umano, perché a Lui solo spetta l’ultima parola su questa donna triste.
Dall’Isola di Patmos, 11 settembre 2026
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Un doveroso resoconto ai Lettori con dovuta trasparenza e profonda gratitudine
/in Attualità/da Jorge Facio LinceElogio del nuovo genere letterario: l’insinuazione con bibliografia in calce della IA
/in Attualità/da RedazioneELOGIO DEL NUOVO GENERE LETTERARIO: L’INSINUAZIONE CON BIBLIOGRAFIA IN CALCE DELLA IA
Tutto si ripete uguale a intervalli regolari, si consuma da sé, non ha bisogno di un imputato reale: gli basta un bersaglio abbastanza vago da poter essere chiunque, quindi comodamente nessuno.
Autore
Redazione de L’Isola di Patmos
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In Sassonia-Anhalt l’AfD — Alternative für Deutschland, “Alternativa per la Germania” — ha vinto con oltre il 43 per cento e la sua copresidente vive in un’unione civile con una donna mentre il partito che guida non riconosce quel genere di famiglia.
È una notizia vera, verificabile, e — diciamolo — anche piuttosto interessante da raccontare: il contrasto tra la vita privata di chi guida un partito e i programmi che quel partito scrive è materiale giornalistico legittimo, quando si basa su fatti, date, dichiarazioni pubbliche firmate da chi le ha rese.
Qual gustoso boccone per certi blog rivestiti dell’aura di testate giornalistiche, dove la notizia vera muore per dare spazio al gioco di prestigio: si prende quella premessa solida e la si usa come trampolino per atterrare da tutt’altra parte, su un bersaglio mai nominato, senza una sola prova, con l’unico aiuto di un elenco di titoli accademici messo in fila a fare da bibliografia, la stessa che, se la si toglie, lascia sul tavolo soltanto un’illazione nuda (vedere articolo di riferimento qui).

Nella foto: Piero Manzoni (1933-1963), Merda d’artista n. 4, maggio 1961. Latta, carta stampata ed etichetta, 4,8 × 6,5 cm. Londra, Tate Modern Museum. Etichetta originale: «Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961».
Il meccanismo è collaudato e, bisogna ammetterlo, ardito nella sua sfacciataggine. Si comincia citando Kurt Lewin, si passa per Anna Freud e la formazione reattiva, si arriva a Erving Goffman e al suo covering, ossia la strategia, descritta dal sociologo canadese, con cui chi porta un tratto stigmatizzato non lo nasconde del tutto ma lo smussa, lo tiene a bassa voce, pur di restare accettato dal gruppo che quel tratto disprezza. Tutti concetti seri, di autori seri, nati per descrivere fenomeni sociali reali, che certi articolisti usano però come un passe-partout universale: qualunque comportamento del bersaglio, qualunque sua parola, diventa automaticamente “prova” della tesi, perché la tesi è costruita in modo che nulla possa smentirla. Se il prete è silente sul tema, per esempio del problema dell’omosessualità diffusa anche nel clero, allora tace per nascondersi. Invece, se ne parla, allora ne parla troppo ed è persino tacciato di “omofobia”, quindi si nasconde celando la propria vera identità, quella che il prestigiatore annuncia di aver scoperto: la sua intima omosessualità repressa. Non c’è mossa che sfugga alla lettura: è la stessa struttura logica dell’astrologia, solo con più note a piè di pagina.
Chi è dedito all’attività pubblicistica in modo serio e da lungo tempo, capisce all’istante che tutta la prima parte di questo articolo è stata elaborata da un sistema di Intelligenza Artificiale, lo stile compositivo è inconfondibile proprio nella costruzione delle frasi e nella asetticità di altre. Solo la parte conclusiva, nella quale lo stile cambia completamente, è invece elaborata dallo specialista nel lancio di veleno.
E poi Proust … sempre Proust, sempre il barone di Charlus, il suo personaggio più tormentato dal proprio riflesso, sempre lo specchio che il povero invertito non sopporta di guardare. È diventato un tòpos così stanco che verrebbe da consigliare, a chi lo ricicla per l’ennesima volta, di provare a citare qualcun altro, che so, Charles Bukowski ― giusto per rimanere in tema di buchi neri, concetto ovviamente astrofisico, non si fraintenda! ―, tanto funziona uguale. E così basta prendere un endecasillabo a caso e affermare che parla dell’omofobia interiorizzata con cui qualche prete, accusato di essere un gay represso, darebbe sfogo al proprio essere irrisolto, parola di prestigiatore (finale dello stesso articolo, qui). Nessuno potrà mai provare il contrario, ed è proprio questo il punto: un’accusa a cui un prete non può rispondere proprio perché assurda, non è un’accusa, è un rito ossessivo-compulsivo, una patologia a proposito della quale il prestigiatore, pur munifico nelle citazioni a raffica fornite da IA al “quotidiano internazionale indipendente”, si guarda bene dal citare Freud a proposito di essa.
Contando bene, tra psicologi, sociologi e romanzieri, la bibliografia sfiora la ventina di nomi: un apparato critico degno di una tesi di laurea, messo al servizio di un aneddoto che — tolte le note a piè di pagina — si regge sul nulla, nella convinzione che una falsità, se ripetuta in modo martellante, possa alla fine diventare vera.
Tutto si ripete uguale a intervalli regolari, si consuma da sé, non ha bisogno di un imputato reale: gli basta un bersaglio abbastanza vago da poter essere chiunque, quindi comodamente nessuno, o per dirla con Luigi Pirandello: Uno, nessuno e centomila». E va pur detto che scrivere di covering senza mettere il proprio nome e cognome vuol dire essere dei comici straordinari: quelli che lo sono ignari di esserlo, tanto sono presi nel dare a credere di giocare alle cose serie.
Nell’attesa che qualcuno di quella bottega scriva finalmente un articolo con un nome e cognome, una data, un documento — cioè che faccia il mestiere che presumerebbe di fare — resta solo da ammirare la costanza. Da anni la stessa formula, lo stesso repertorio di autori rigorosamente anonimi, lo stesso identico spettro senza volto. Se il veleno che sostituisce la totale mancanza di fantasia fosse reato, altro che covering: ci sarebbe da aprire un fascicolo. Anzi, correggiamo: un altro fascicolo.
Dall’Isola di Patmos, 8 settembre 2026
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Dotiamo le parrocchie di un “pezzotto” per vedere le partite gratis
/in Attualità/da Monaco EremitaDOTIAMO LE PARROCCHIE DI UN “PEZZOTTO” PER VEDERE LE PARTITE GRATIS
Presto doteremo ogni nostra parrocchia, convento o monastero di un «pezzotto», vale a dire un particolare decoder taroccato utilizzato per accedere illegalmente ai contenuti dei canali televisivi italiani ed esteri a pagamento.

Autore
Monaco Eremita
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Se prendo in prestito il titolo di una nota autobiografia del grande Vittorio Gassman, posso anche io affermare di avere ormai «un grande avvenire dietro le spalle».

Ricordo con che forza intervenne il Cardinal Pietro Palazzini, allora Prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, contro lo storico Giordano Bruno Guerri quando nel 1985 uscì il suo libro su Santa Maria Goretti: Povera santa, povero assassino. Testo al quale la Congregazione, oggi Dicastero, rispose con repliche agli stessi atti che l’autore pretendeva di aver reinterpretato. Un esempio tra i tanti: alla tesi che la fanciulla sarebbe stata figura di comodo per la propaganda del regime fascista, gli storici del Dicastero replicarono che la raccolta delle testimonianze oculari, voluta direttamente dal Sommo Pontefice Pio X (1903-1914) e affidata ai Padri Passionisti, iniziò già nel 1904, quindici anni prima della formazione dei Fasci Italiani di Combattimento nel 1919, diciassette anni prima della costituzione del Partito Nazionale Fascista nel 1921, diciotto anni prima che Benito Mussolini organizzasse la Marcia su Roma nel 1922. Dopo accurati studi e ricerche durate un trentennio, si aprì formalmente nel 1935 la prima fase diocesana del processo di beatificazione. Maria fu beatificata nel 1947 e canonizzata nel 1950.
Ricordo altresì quando la messa in onda televisiva di Mistero buffo di Dario Fo su Rai 2 il 22 aprile 1977 scatenò una dura condanna da parte del Vaticano e naturalmente della Democrazia Cristiana.
Nonostante, ma questa è una mia opinione, alcune parti dell’opera fossero notevoli anche per chi è abituato a veder trattare in modo diverso argomenti della fede cristiana. Penso al Lamento della Madonna sotto la croce, intensa rappresentazione di Franca Rame di ogni dolore terreno, discutibile? Forse sì, ma indubbiamente magistrale. Rammento che ci fu qualche superiore religioso che si prese la briga di inviare a tutti i suoi confratelli una lettera di divieto assoluto della visione televisiva.
E che dire, ahimè — ricordo anche questo — di quando nel 1973, il Vaticano accusò di blasfemia la celebre e provocatoria campagna pubblicitaria dei Jesus Jeans creata da Oliviero Toscani. Perfino Pasolini ne parlò in un celebre ed acuto articolo:
«Coloro che hanno prodotto questi jeans e li hanno lanciati sul mercato usando, per lo slogan di pragmatica, uno dei dieci comandamenti, dimostrano — probabilmente con una certa mancanza di senso di colpa, cioè con l’incoscienza di chi non si pone più certi problemi — di essere già oltre la soglia entro cui si dispone la nostra forma di vita e il nostro orizzonte mentale».
Altri tempi si dirà, allora alle reprimende del Vaticano seguivano a ruota le azioni della magistratura e della polizia. E non esistevano certo i cellulari, figuriamoci i social. Ma ora, cosa è capitato? Forse ciò che lo stesso Pasolini prevedeva nell’articolo:
«C’è, nel cinismo di questo slogan, un’intensità e una innocenza di tipo assolutamente nuovo, benché probabilmente maturato a lungo in questi ultimi decenni (per un periodo più breve in Italia). Esso dice appunto, nella sua laconicità di fenomeno rivelatosi di colpo alla nostra coscienza, e già così completo e definitivo, che i nuovi industriali e i nuovi tecnici sono completamente laici, ma di una laicità che non si misura più con la religione» (Corriere della Sera, 17.05.1973).
Oggi nessuno più nella Chiesa sembra scandalizzarsi per certe uscite della pubblicità. Non si levano più scudi come un tempo, anzi certe risposte vengono demandate ai responsabili locali. Se accade qualcosa sarà il vescovo del luogo che prenderà la parola per stigmatizzare un fatto e ricordare certi principi di rispetto. Prendiamo il caso delle chiese violate nei recenti atti di vandalismo, con gli arredi sacri distrutti e atti di profanazione in diverse zone italiane. Non c’è stata una risposta alta e comunitaria, nessuno che si sia fatto sentire. Figuriamoci, dunque, per bazzecole come una pubblicità. Evidentemente ci sono cose più importanti a cui pensare e parlarne porterebbe forse a una maggiore pubblicizzazione della cosa, quel che in fondo vogliono i creatori di certe propagande.
Così né un presule né la C.E.I. sono intervenuti, se non appunto a livello di singoli sui social, contro una pubblicità di una conosciuta piattaforma di contenuti sportivi che ha utilizzato come slogan parole della liturgia, il confessionale dove portiamo i nostri peccati, la Chiesa e i preti (qui).
Il tutto per pubblicizzare la prossima edizione delle coppe europee di pallone, non a caso trasmesse sulla suddetta piattaforma che arriva a definirsi: «la cattedrale del calcio». Si dirà che son piccolezze, quisquiglie avrebbe detto Totò. Che Bergomi vestito col clergyman ha una discreta faccia da prete e che lo slogan «andate e guardatele tutte», le partite si intende, altrimenti è peccato, fa sorridere per quanto è patetico.
Eppure nessuno dice niente contro questo uso commerciale del sacerdozio e dei luoghi ecclesiali. Pochi giorni fa è morto Enzo Bianchi. Di tutto si può dire di lui, ma una cosa va riconosciuta: è stato l’unico che negli anni ha più volte sottolineato l’importanza della differenza cristiana. Certo non si evince dalla risposta ad uno spot pubblicitario, è di tutt’altra natura e valore poiché proviene dal cuore della nostra fede, ma questa in qualche modo si palesa e si rende manifesta. Allora perché lasciare che venga banalizzata, senza dire niente? Siamo ormai così omologati ed integrati, tanto per parafrasare un vecchio libro di Umberto Eco del 1964, dove il semiologo italiano analizzava il tema della cultura e dei mezzi di comunicazione di massa? (Apocalittici e integrati, La Nave di Teseo, 2025).
Visto che a qualche prelato non difetta la battuta, si poteva almeno rispondere. Banalizzate contenuti e fatti della nostra fede? E allora noi, presto doteremo ogni nostra parrocchia, convento o monastero di un «pezzotto», vale a dire un particolare decoder taroccato utilizzato per accedere illegalmente ai contenuti dei canali televisivi italiani ed esteri a pagamento. Vedete che i diffusori del calcio in televisione sarebbero subito corsi dalla magistratura, gridando allo scandalo. Lo so, è illegale, non si fa. Ma mica abbiamo iniziato noi.
Dall’Eremo, 7 settembre 2026
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Il femminicidio visto da un osservatorio diverso: quello del prete in cura d’anime — Femicide seen from a different vantage point: that of the priest in the care of souls — El feminicidio visto desde un observatorio distinto: el del sacerdote en la cura de almas
/in Attualità/da Padre Ariel
IL FEMMINICIDIO VISTO DA UN OSSERVATORIO DIVERSO: QUELLO DEL PRETE IN CURA D’ANIME
Prima che il killer legalizzato dallo Stato la uccida sarebbe il caso di appurare il sesso della creatura da abortire, perché se si tratta di un maschio tutto va bene, ma se la creatura da uccidere è una femmina, andrebbe applicato il reato di femminicidio, o no?
— Attualità —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso
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Quando il legislatore deve studiare nuove leggi, dare vita a nuovi provvedimenti, correggerne di vecchi, o improntare riforme in ambito sociale, sanitario, scolastico, giunge a consultare persino gli esperti, o presunti tali, più improbabili.

Anche all’interno della Chiesa e delle sue varie compagini di studiosi ci sono elementi che potrebbero contribuire a tutto questo. Eppure, dinanzi a una figura ecclesiastica, o persino a un laico cattolico, si urla subito all’ingerenza clericale. È un’esclusione selettiva: non riguarda la competenza, riguarda l’identità di chi la porta.
Per onestà intellettuale va detto che questa reazione non nasce però dal nulla: anche noi cattolici — ecclesiastici e laici — abbiamo finito per raccogliere quel che spesso abbiamo seminato. Il mio maestro, Padre Peter Gumpel S.J (cfr. qui, qui) inviato a suo tempo come visitatore in Irlanda dal Sommo Pontefice Paolo VI nel corso degli anni Sessanta del Novecento, notò con disappunto che i preti erano immischiati in ogni ambito politico e amministrativo, determinanti per realizzare certe scelte e decisioni, oppure per impedirne altre. Disse che il tutto non solo non andava bene, ma era destinato a non reggere: sarebbe caduto nel peggiore dei modi, generando per reazione l’opposto. Il tempo, quattro decenni dopo, gli ha dato ragione. Ieri in Irlanda le persone scendevano dal marciapiede per far passare un prete, gli uomini si toglievano il cappello e le donne accennavano un inchino col capo; oggi, indossare l’abito ecclesiastico per le strade di Dublino significa esporsi a insulti che, se rivolti a soggetti appartenenti ad altri gruppi oggetto persino di eccessi di tutela, porterebbero chi li pronuncia alla sbarra di un tribunale. Da un eccesso di presenza siamo passati a un’esclusione totale: due errori speculari, non una correzione.
Piaccia o meno a certi laicisti-integralisti — che nulla hanno da spartire con quel laicismo che noi cattolici proteggiamo, perché sancisce quelle separazioni tra potere politico e religioso che vanno a beneficio, oltre che dello Stato, anzitutto della Chiesa — noi preti rimaniamo persone che hanno a che fare con il materiale umano, spesso anche con situazioni di straordinaria delicatezza. È ragionevole parlare nelle apposite commissioni parlamentari di temi legati ai malati terminali e al fine vita invitando non meglio precisati esperti che non hanno mai frequentato ospedali, assistito ammalati e morenti, seguito i loro congiunti nel post mortem, quando per molti di noi certe realtà sono pane quotidiano, per non parlare di quegli ordini e congregazioni nate proprio per questo, con religiosi e religiose che vengono formati da secoli a svolgere questi delicati ministeri, dai Fatebenefratelli ai Camilliani? Diceva un anziano confratello: «Noi non abbiamo problemi, anche a costo di irritare qualcuno, a indirizzare certi soggetti da un bravo psichiatra, o a convincere i familiari, spesso propensi a rifiutare l’idea stessa di certi disturbi psichici, a farlo quanto prima. Non capita quasi mai però il contrario: che uno psichiatra, davanti a un conflitto interno a una coscienza cristiana, indirizzi il paziente a un direttore spirituale». «I miei colleghi», mi diceva un amico psichiatra cattolico, «piuttosto sono disposti a fare anche un danno, ma un prete no, mai!». È un canale a senso unico e proprio per questo la competenza pastorale su certi fenomeni umani resta strutturalmente esclusa da chi li legifera.
È in questo punto cieco che si colloca il tema di cui voglio parlare. Come già avvenuto in altre nazioni, anche in Italia è stato introdotto il femminicidio come figura autonoma di reato (cf. Legge 2 dicembre 2025, n. 181), che punisce con l’ergastolo per chi cagiona la morte di una donna come atto di discriminazione o di odio verso di lei in quanto donna. È una figura sulla quale ritengo legittimo discutere: un omicidio resta tale, sempre e comunque, uccidere una donna non può essere più grave che uccidere un uomo e viceversa. Questo, va detto per onestà, i giudici lo valutano da sempre nella pratica processuale: davanti all’omicidio di una donna hanno sempre applicato tutte le aggravanti del caso, per la maggiore forza fisica dell’aggressore e per la minore possibilità di difesa della vittima. Nella storia del diritto processuale penale ci sono state condanne alla pena suprema dell’ergastolo in danno di uomini che hanno ucciso donne non solo per la forza fisica inferiore della vittima, che ha sempre costituito l’aggravante pressoché scontata, ma perché erano incinte, o perché avevano un bambino di pochi mesi che stavano allattando, o perché erano madri di più figlioletti piccoli bisognevoli delle cure della madre.
L’assassino di Maria Goretti, uccisa nel mese di luglio del 1902 e proclamata santa mezzo secolo dopo nel 1950, fu condannato a 30 anni, evitando il carcere a vita che quel delitto avrebbe comportato con tutte le aggravanti riconosciute, perché non era ancora maggiorenne: aveva infatti appena vent’anni e la maggiore età, all’epoca, in Italia si raggiungeva a 21. E stiamo a parlare della giustizia penale d’inizi Novecento, quando a detta di certe attiviste lamentose le donne non avrebbero goduto di particolari considerazioni, tutele giuridiche e pene in caso di delitti. Se l’assassino di Maria Goretti avesse ucciso un uomo non avrebbe avuto una condanna del genere e con tutte le aggravanti del caso.
L’espressione «per chi cagiona la morte di una donna come atto di discriminazione o di odio» potrebbe essere applicata, ragionevolmente, a tutta una vasta serie di categorie, o non è forse mai accaduto che la morte di un anziano ammalato, di un disabile, di un omosessuale, di un ebreo, di un prete e via dicendo a seguire, sia stata cagionata da motivi di discriminazione e odio?
Nella mia esperienza di direttore spirituale ho conosciuto casi di donne di cui è difficile parlare, perché oltre alla correttezza politica esiste qualcosa di peggiore alla censura esterna: l’autocensura. È un fenomeno silenzioso e più insidioso della censura vera e propria, perché non ha bisogno di nessuno che lo imponga: oggi non occorre più essere tacitati, molti si mettono a tacere da sé, convinti che certe cose semplicemente non si dicano. Più volte ho tentato di convincere fidanzate o mogli di uomini violenti, non solo a lasciarli, ma a denunciarli. E più volte il rifiuto è arrivato con le stesse due frasi: «Ma io lo amo», «ma io lo cambio». Genitori disperati si sono rivolti a me davanti a una figlia ostinata a non prestare ascolto a nessuno che una volta a settimana aveva i lividi addosso, con fratelli, sorelle, amici che la supplicavano: «Lascialo, è un pericoloso violento». Risposta, sempre la stessa: «Ma io lo amo», «ma io lo cambio».
Premesso l’ovvio — che come tale non dovrebbe essere premesso, ossia che se una donna è stupida, imprudente e autolesionista nessuno ha il diritto di ucciderla — resta lecito chiedersi: quanti di questi casi sono finiti poi in tragici femminicidi? E quando è accaduto, i grandi commentatori e analisti sono mai andati alla vera origine del problema? Ciò detto: considerando quanto sia diffuso e in crescente aumento l’analfabetismo funzionale e quello digitale, se qualcuno affetto da questo disturbo mi accusasse di aver affermato che una donna uccisa «se l’è cercata», mi permetto di dire che è un problema di chi non sa leggere, non mio, che ritengo di sapermi spiegare e di avere esposto ben altro: ho parlato con triste realismo dell’incoscienza, della mancanza di prudenza e dell’ostinazione di certe donne che hanno deciso di amare l’uomo sbagliato e di cambiarlo pure, rifiutandosi di lasciare uomini molto violenti e molto pericolosi, anche se pregate in tal senso da genitori, fratelli, sorelle, familiari e amici.
Di solito si cerca di concludere in bellezza; in questo caso intendo chiudere nella massima bruttezza. Mentre certe leggi sul femminicidio venivano varate in varie nazioni, in Argentina — che già dal 2012 prevede il femicidio come aggravante (L. 26.791) — nel dicembre 2020 si festeggiava in piazza e si illuminava di verde la cupola del Parlamento per la legalizzazione dell’aborto. Il 4 marzo 2024, in Francia, primo Paese al mondo a farlo, la Tour Eiffel si illuminava con la scritta «Mon corps, mon choix» (il mio corpo, la mia scelta) per celebrare l’inserimento del diritto all’aborto nella Costituzione, inteso in entrambi i casi come grande conquista sociale. A questo punto andrebbe richiesta la doverosa coerenza da parte di certi legislatori: prima che il killer legalizzato dallo Stato la uccida sarebbe il caso di appurare il sesso della creatura da abortire, perché se si tratta di un maschio tutto va bene, ma se la creatura da uccidere è una femmina, andrebbe applicato il reato di femminicidio, o no? Questione di coerenza, solo questione di coerenza.
«Interrompere una gravidanza è come fare fuori uno. È giusto fare fuori una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema? Fare fuori un essere umano è come affittare un sicario per risolvere un problema» (Francesco, Sommo Pontefice, 10 ottobre 2018).
Dall’Isola di Patmos, 6 settembre 2026
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FEMICIDE SEEN FROM A DIFFERENT VANTAGE POINT: THAT OF THE PRIEST IN THE CARE OF SOULS
Before the killer legalised by the State puts her to death, it might be worth checking the sex of the child to be aborted — because if it is a male, everything is fine, but if the child to be killed is a female, should the crime of femicide not apply?
— Current Affairs —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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When lawmakers need to draft new legislation, bring in new measures, amend old ones, or reform social, healthcare or education policy, they often turn for advice to experts — or self-styled ones — of the most improbable kind. Even within the Church, among its various circles of scholars, there are figures who could genuinely contribute to this. Yet the moment an ecclesiastical figure, or even a Catholic layperson, is approached, the cry of clerical interference goes up at once. It is a selective exclusion: it has nothing to do with competence, and everything to do with the identity of whoever holds it.
In all intellectual honesty, it must be said that this reaction does not come from nowhere: we Catholics too — clergy and laity alike — have largely reaped what we ourselves once sowed. My own teacher, Father Peter Gumpel S.J., who was sent to Ireland as an Apostolic Visitor by Pope Paul VI back in the 1960s, noted with dismay that priests were entangled in every political and administrative sphere, often decisive in making certain choices and decisions, or in blocking others. He said that this state of affairs was not only wrong but bound to collapse under its own weight — and that it would trigger, by reaction, the exact opposite. Time, four decades on, proved him right. Where once people in Ireland would step off the pavement to let a priest pass, men raising their hats and women bowing their heads, today wearing the clerical habit on the streets of Dublin means exposing oneself to insults that, had they been directed at members of certain other groups — now sometimes shielded to an excessive degree — would land the speaker in the dock. We have gone from an excess of presence to total exclusion: two mirror-image errors, not a correction.
Whether or not it suits certain hard-line secularists — who have nothing in common with the secularism we Catholics ourselves defend, since it establishes a separation between political and religious power that benefits, above all, the Church even more than the State — we priests remain people who deal daily with human material, often in situations of extraordinary delicacy. Is it reasonable for parliamentary committees to discuss terminal illness and end-of-life issues by calling in unnamed experts who have never set foot in a hospital, never sat with the sick and the dying, never accompanied a grieving family through what comes after death — when for many of us these realities are our daily bread? Not to mention the religious orders and congregations founded expressly for this purpose, whose members have been trained for centuries to carry out precisely this delicate ministry — from the Fatebenefratelli, the Hospitaller Brothers of St John of God, to the Camillians. An elderly confrère of mine once put it this way: “We have no trouble, even at the risk of upsetting someone, in steering a person towards a good psychiatrist, or in persuading family members — often reluctant to accept the very existence of certain psychiatric disorders — to do so as soon as possible. But it almost never happens the other way round: that a psychiatrist, faced with an inner conflict within a Christian conscience, sends the patient to a spiritual director.” “My colleagues,” a Catholic psychiatrist friend once told me, “would rather do harm than send someone to a priest — never that!” It is a one-way channel, and precisely for this reason pastoral expertise on certain human phenomena remains structurally excluded from those who legislate on them.
It is in this blind spot that the subject I want to address lies. As has already happened in other countries, Italy too has now introduced femicide as an autonomous criminal offence (cf. Law No. 181 of 2 December 2025), punishable by life imprisonment for anyone who causes the death of a woman as an act of discrimination or hatred against her precisely because she is a woman. This is a category I consider it legitimate to question: a killing is a killing, always and in every case — taking a woman’s life cannot be any graver than taking a man’s, and vice versa. And this, in all honesty, is something judges have always taken into account in practice: courts have always applied every relevant aggravating factor when a woman was killed, both for the greater physical strength of a male attacker and for the lesser capacity of a woman to defend herself. In the history of criminal procedure there have been sentences of life imprisonment handed down against men who killed women not only because of the victim’s lesser physical strength — which has always counted, almost automatically, as an aggravating factor — but because the victim was pregnant, or was nursing an infant only months old, or was the mother of several small children who depended on her care.
Maria Goretti’s murderer — she was killed in July 1902 and canonised as a saint half a century later, in 1950 — was sentenced to 30 years, escaping the life sentence that crime would otherwise have carried with every aggravating factor recognised, because he was not yet legally an adult: he was barely twenty, and at the time the age of majority in Italy was 21. And this was the criminal justice of the early twentieth century — the very justice about which certain aggrieved activists today claim that women enjoyed no particular consideration, legal protection or punishment of offenders. Had Maria Goretti’s murderer killed a man instead, he would not have received a sentence of that severity, complete with every aggravating circumstance applied.
The phrase “causing the death of a woman as an act of discrimination or hatred” could reasonably be applied to a whole range of other categories as well — has it never happened that the death of a sick elderly person, a disabled person, a homosexual, a Jew, a priest, and so on down the list, was caused by motives of discrimination and hatred?
In my experience as a spiritual director I have encountered cases involving women that are difficult to speak about, because beyond political correctness there is something worse than outside censorship: self-censorship. It is a silent phenomenon, more insidious than outright censorship, because it needs no one to impose it: today people no longer even need to be silenced — many simply fall silent on their own, convinced that certain things simply are not said. Many times I have tried to persuade the girlfriends or wives of violent men not only to leave them, but to report them. And many times the refusal has come back with the same two phrases: “But I love him,” “but I can change him.” Desperate parents have come to me over a daughter who refused to listen to anyone, who once a week had bruises on her body, while brothers, sisters and friends begged her: “Leave him, he’s dangerous, he’s violent.” The answer, always the same: “But I love him,” “but I can change him.”
Granting the obvious — which, being obvious, should not even need to be granted, namely that no one has the right to kill a woman merely because she is foolish, reckless or self-destructive — it remains fair to ask: how many of these cases have ended in tragic femicides? And when that has happened, have the great commentators and analysts ever traced the problem back to its true root? That said: given how widespread — and increasingly so — both functional and digital illiteracy are, should someone afflicted by either accuse me of having claimed that a murdered woman “had it coming”, I would simply say that this is a problem for whoever cannot read properly, not for me, since I believe I know how to make myself understood, and that I have addressed something quite different: I have spoken, with sober realism, of the recklessness, the lack of prudence and the sheer obstinacy of certain women who have chosen to love the wrong man and even to change him, refusing to leave men who are highly violent and highly dangerous.
One usually tries to end on a high note; in this case I mean to close on the ugliest note possible. While certain laws against femicide were being passed in various nations, in Argentina — which has recognised femicide as an aggravating factor since as far back as 2012 (Law 26,791) — crowds celebrated in the streets in December 2020 as the dome of parliament was lit up green to mark the legalisation of abortion. On 4 March 2024, France, the first country in the world to do so, lit up the Eiffel Tower with the words “Mon corps, mon choix” (“my body, my choice”) to celebrate the inclusion of the right to abortion in its Constitution — both events hailed, in their respective countries, as a great social triumph. At this point, one might reasonably ask certain legislators for a little consistency: before the killer legalised by the State puts her to death, it might be worth checking the sex of the child to be aborted — because if it is a male, everything is fine, but if the child to be killed is a female, should the crime of femicide not apply? A question of consistency. Simply a question of consistency.
“Terminating a pregnancy is like doing away with someone. Is it right to do away with a human life to solve a problem? Is it right to hire a hitman to solve a problem? Doing away with a human being is like hiring a hitman to solve a problem” (Francis, Supreme Pontiff, 10 October 2018).
From The Island of Patmos, 6 September 2026
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EL FEMINICIDIO VISTO DESDE UN OBSERVATORIO DISTINTO: EL DEL SACERDOTE EN LA CURA DE ALMAS
Antes de que el asesino legalizado por el Estado le dé muerte, convendría comprobar el sexo de la criatura que se va a abortar, porque si se trata de un varón todo está bien, pero si la criatura a la que se va a matar es una niña, ¿no debería aplicarse el delito de feminicidio?
— Actualidad eclesial —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Cuando el legislador necesita elaborar nuevas leyes, sacar adelante nuevas disposiciones, corregir las antiguas, o promover reformas en el ámbito social, sanitario o educativo, a menudo recurre a consultar incluso a los expertos — o presuntos tales — más improbables. También dentro de la Iglesia, y entre sus distintos círculos de estudiosos, hay figuras que podrían aportar mucho a todo esto. Y sin embargo, ante una figura eclesiástica, o incluso ante un laico católico, enseguida se alza el grito contra la injerencia clerical. Es una exclusión selectiva: no tiene que ver con la competencia, sino con la identidad de quien la posee.
Por honestidad intelectual hay que decir que esta reacción no nace de la nada: también nosotros los católicos — clérigos y laicos — hemos terminado por recoger lo que muchas veces hemos sembrado. Mi propio maestro, el Padre Peter Gumpel S.J., enviado en su momento como Visitador Apostólico a Irlanda por el Sumo Pontífice Pablo VI en el curso de los años sesenta del siglo pasado, constató con disgusto que los sacerdotes estaban metidos en todos los ámbitos políticos y administrativos, decisivos a la hora de tomar ciertas decisiones o de impedir otras. Dijo que todo aquello no solo no estaba bien, sino que estaba destinado a no sostenerse: caería de la peor manera, generando por reacción el efecto contrario. El tiempo, cuatro décadas después, le dio la razón. Ayer en Irlanda la gente bajaba de la acera para dejar pasar a un sacerdote, los hombres se quitaban el sombrero y las mujeres inclinaban la cabeza; hoy, llevar el hábito eclesiástico por las calles de Dublín significa exponerse a insultos que, dirigidos contra miembros de otros colectivos — a veces objeto incluso de una protección excesiva—, llevarían a quien los pronuncia ante los tribunales. Hemos pasado de un exceso de presencia a una exclusión total: dos errores especulares, no una corrección.
Guste o no a ciertos laicistas integristas — que nada tienen que ver con el laicismo que nosotros mismos, los católicos, defendemos, porque establece esa separación entre el poder político y el religioso que beneficia, además de al Estado, ante todo a la Iglesia —, nosotros los sacerdotes seguimos siendo personas que tratamos con material humano, a menudo en situaciones de extraordinaria delicadeza. ¿Es razonable que en las comisiones parlamentarias se hable de enfermos terminales y del final de la vida convocando a expertos anónimos que nunca han pisado un hospital, nunca han atendido a un enfermo o a un moribundo, nunca han acompañado a sus familiares en el post mortem, cuando para muchos de nosotros estas realidades son el pan de cada día? Por no hablar de las órdenes y congregaciones religiosas nacidas precisamente para esto, con religiosos y religiosas formados desde hace siglos para ejercer este delicado ministerio, desde los Fatebenefratelli —los Hermanos Hospitalarios de San Juan de Dios — hasta los Camilos. Me decía un anciano cohermano: «No tenemos problema, aun a riesgo de molestar a alguien, en orientar a ciertas personas hacia un buen psiquiatra, o en convencer a los familiares — a menudo reacios a aceptar la existencia misma de ciertos trastornos psíquicos — para que lo hagan cuanto antes. Pero casi nunca ocurre lo contrario: que un psiquiatra, ante un conflicto interior propio de una conciencia cristiana, envíe al paciente a un director espiritual». «Mis colegas», me decía un amigo psiquiatra católico, «antes prefieren hacer incluso daño, pero enviar a alguien a un sacerdote, jamás». Es un canal de sentido único, y precisamente por eso la competencia pastoral sobre ciertos fenómenos humanos permanece estructuralmente excluida de quienes legislan sobre ellos.
Es en este punto ciego donde se sitúa el tema del que quiero hablar. Como ya ha ocurrido en otros países, también en Italia se ha introducido el feminicidio como figura autónoma de delito (cf. Ley n.º 181, de 2 de diciembre de 2025), que castiga con cadena perpetua a quien causa la muerte de una mujer como acto de discriminación u odio hacia ella por el hecho de ser mujer. Es una figura sobre la que considero legítimo discutir: un homicidio sigue siendo tal, siempre y en cualquier caso; matar a una mujer no puede ser más grave que matar a un hombre, y viceversa. Esto, hay que decirlo con honestidad, los jueces lo han valorado siempre en la práctica procesal: ante el homicidio de una mujer siempre han aplicado todas las agravantes del caso, tanto por la mayor fuerza física del agresor como por la menor capacidad de la víctima para defenderse. En la historia del derecho procesal penal ha habido condenas a la pena máxima de cadena perpetua contra hombres que mataron a mujeres no solo por la menor fuerza física de la víctima — que siempre ha constituido una agravante casi automática —, sino porque estaban embarazadas, o porque tenían un bebé de pocos meses al que estaban amamantando, o porque eran madres de varios hijos pequeños que necesitaban sus cuidados.
El asesino de Maria Goretti —asesinada en julio de 1902 y proclamada santa medio siglo después, en 1950 — fue condenado a 30 años, evitando así la cadena perpetua que ese delito habría comportado con todas las agravantes reconocidas, porque todavía no era mayor de edad: tenía apenas veinte años, y en aquella época la mayoría de edad en Italia se alcanzaba a los 21. Y estamos hablando de la justicia penal de comienzos del siglo XX, la misma sobre la que ciertas activistas quejumbrosas afirman hoy que las mujeres no gozaban de especial consideración, tutela jurídica ni castigo de los delitos. Si el asesino de Maria Goretti hubiera matado a un hombre, no habría recibido una condena de ese calibre, con todas las agravantes aplicadas.
La expresión «causar la muerte de una mujer como acto de discriminación u odio» podría aplicarse razonablemente a toda una amplia serie de categorías: ¿acaso no ha ocurrido nunca que la muerte de un anciano enfermo, de un discapacitado, de un homosexual, de un judío, de un sacerdote, y así sucesivamente, haya sido causada por motivos de discriminación y odio?
En mi experiencia como director espiritual he conocido casos de mujeres de los que es difícil hablar, porque más allá de la corrección política existe algo peor que la censura externa: la autocensura. Es un fenómeno silencioso y más insidioso que la censura propiamente dicha, porque no necesita que nadie la imponga: hoy ya ni siquiera hace falta ser silenciado, muchas se callan por sí mismas, convencidas de que ciertas cosas simplemente no se dicen. Muchas veces he intentado convencer a novias o esposas de hombres violentos, no solo de que los dejaran, sino de que los denunciaran. Y muchas veces la negativa ha llegado con las mismas dos frases: «Pero yo lo quiero», «pero yo lo voy a cambiar». Padres desesperados han acudido a mí por una hija que se negaba a escuchar a nadie, que una vez a la semana tenía moratones encima, mientras hermanos, hermanas y amigos le suplicaban: «Déjalo, es un hombre peligroso y violento». Respuesta, siempre la misma: «Pero yo lo quiero», «pero yo lo voy a cambiar».
Dando por sentado lo obvio — que, por serlo, ni siquiera debería necesitar decirse, a saber, que nadie tiene derecho a matar a una mujer aunque sea necia, imprudente o autodestructiva —, sigue siendo legítimo preguntarse: ¿cuántos de estos casos han terminado luego en trágicos feminicidios? Y cuando eso ha ocurrido, ¿han ido alguna vez los grandes comentaristas y analistas al verdadero origen del problema? Dicho esto: considerando lo extendido, y en creciente aumento, que está el analfabetismo funcional y el digital, si alguien afectado por este trastorno me acusara de haber afirmado que una mujer asesinada «se lo buscó», me permito decir que es un problema de quien no sabe leer, no mío, ya que creo saber explicarme y haber expuesto algo muy distinto: he hablado, con triste realismo, de la inconsciencia, de la falta de prudencia y de la obstinación de ciertas mujeres que decidieron amar al hombre equivocado y hasta cambiarlo, negándose a dejar a hombres muy violentos y muy peligrosos.
Se suele intentar terminar por todo lo alto; en este caso pretendo cerrar de la manera más fea posible. Mientras en varias naciones se aprobaban ciertas leyes sobre el feminicidio, en Argentina — que ya desde 2012 contempla el femicidio como agravante (Ley 26.791) — en diciembre de 2020 se celebraba en las calles y se iluminaba de verde la cúpula del Parlamento por la legalización del aborto. El 4 de marzo de 2024, en Francia, primer país del mundo en hacerlo, la Torre Eiffel se iluminó con la frase «Mon corps, mon choix» («mi cuerpo, mi decisión») para celebrar la incorporación del derecho al aborto en la Constitución, entendido en ambos casos como una gran conquista social. Llegados a este punto, cabría pedir la debida coherencia a ciertos legisladores: antes de que el asesino legalizado por el Estado le dé muerte, convendría comprobar el sexo de la criatura que se va a abortar, porque si se trata de un varón todo está bien, pero si la criatura a la que se va a matar es una niña, ¿no debería aplicarse el delito de feminicidio? Cuestión de coherencia, solo cuestión de coherencia.
«Interrumpir un embarazo es como deshacerse de alguien. ¿Es justo deshacerse de una vida humana para resolver un problema? ¿Es justo alquilar a un sicario para resolver un problema? Deshacerse de un ser humano es como alquilar a un sicario para resolver un problema» (Francisco, Sumo Pontífice, 10 de octubre de 2018).
Desde la Isla de Patmos, 6 de septiembre de 2026
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