E adesso vi spiego perché il narcisismo onanista dei giornalisti fa più vittime della guerra in Ucraina sino a generare maggiori distruzioni

E ADESSO VI SPIEGO PERCHÈ IL NARCISISMO ONANISTA DEI GIORNALISTI FA PIÙ VITTIME DELLA GUERRA IN UCRAINA SINO A GENERARE MAGGIORI DISTRUZIONI

L’Italia è un paese di patogeni narcisisti con il complesso dei furbi in cerca di facile fortuna, allergici al duro lavoro e al sacrificio, che seguitano a credere che quel che conta è trovare l’amico dell’amico giusto per avere la strada spianata. Un Paese, il nostro, dove il numero di quelli che scrivono è maggiore a quelli che comprano libri e leggono. E non parliamo di quelli che non hanno tempo di leggere perché impegnati in alte attività “culturali” e che cercano di capire qualche cosa con domande che rivelano tutta la demenza che li avvelena.

— Attualità —

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Da pochi giorni le Edizioni L’Isola di Patmos hanno pubblicato un mio nuovo libro, ovviamente è scritto molto bene. Il testo è una analisi precisa e lucida sul conflitto russo-ucraino, con punte critiche e ironiche all’informazione mainstream che annebbia l’opinione pubblica, fatte salve rare eccezioni. Inutile indugiare nel dipingere quanto io sia bravo, perché nel mio mestiere sono un fuoriclasse. E, detto ciò, non vado oltre, parlare di cose scontate mi annoia.

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Per dover di cronaca aggiungo che sono anche umile, perché come riconosco le mie virtù e capacità ― che non potrei mettere a frutto se le ignorassi, come insegna nel Santo Vangelo la Parabola dei Talenti [cfr. Mt 25, 14-30] ―, allo stesso modo riconosco anche i miei limiti e difetti, che sono il primo a porre in risalto, prendendomi poi in giro pubblicamente da me stesso. Questa è la differenza che corre tra una Ferrari e un carrettino, tra un prete veramente umile e un clericale che piagnucola a collo torto «no, io non sono degno … non sono all’altezza!». Divenendo però una iena quando ribatti: «È vero! E oltre a non essere degno né all’altezza, con l’occasione ti ricordo che non hai indicato quelle che sono le tue indegnità e le tue limitatezze peggiori che recano molti danni anche agli altri, visto il ruolo delicato in cui gli scellerati che dirigono il teatrino dei pupi ti hanno fatto assurgere. Aspetta, adesso ti elenco tutti i motivi del tuo non essere degno, del tuo non essere all’altezza …». E così ti sarai fabbricato un nuovo nemico di quelli implacabili grazie ai quali mi mantengo arguto nella mente, brillante nella dialettica, giovanile e sportivo nel corpo, perché più mi rivolgono attacchi più mi rivitalizzano e rendono riflessivo, acuto e battagliero. D’altronde, noi aquile reali siamo così, anche se i polli che ruspano nel pollaio non se ne danno pace, senza mai perdonarti di essere ciò che loro non sono e che mai potranno essere.

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Vendere libri in Italia è difficile, il nostro è un popolo in cui pullulano finti esperti e intellettuali che di rigore presumono anzitutto di sapere, poi di scrivere. In pieno lockdown per Covid-19 anche i soggetti capaci a malapena a scrivere la lista della spesa erano divenuti saggisti, ma soprattutto romanzieri. Se però prendiamo queste persone – come più volte ho fatto – e li facciamo parlare attraverso la tecnica con cui si incalzano gli imbecilli che non si rendono neppure conto di essere sottoposti a un interrogatorio mascherato da dialogo, alla domanda su quanto studiano e quali sono state le ultime opere letterarie che hanno letto, all’incirca la risposta sarà questa: «Studiare … leggere? Ma io non ho tempo, sono troppo impegnato a scrivere!». Se poi andiamo a leggere i loro ammassi di paccottiglie, oltre alla mancanza di capacità di scrittura emergerà all’istante una totale assenza di conoscenza delle più grandi opere e dei principali stili letterari. Le fonti dalle quali attingono sono siti e blog trovati sulla rete telematica, dove abbondano altrettanti “scienziati” che pensano di potersi occupare di storia, filosofia, teologia, geopolitica, scienze esatte e via a seguire, usando come fonte tutte le stronzate pubblicate su Wikipedia da un esercito di anonimi ricercatori falliti e di vecchi professori in pensione incattiviti con l’intero universo cosmico.

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L’Italia è un paese di patogeni narcisisti con il complesso dei furbi in cerca di facile fortuna, allergici al duro lavoro e al sacrificio, che seguitano a credere che quel che conta è trovare l’amico dell’amico giusto per avere la strada spianata. Un Paese, il nostro, dove il numero di quelli che scrivono è maggiore a quelli che comprano libri e leggono. E non parliamo di quelli che non hanno tempo di leggere perché impegnati in alte attività “culturali”, o che cercano di capire qualche cosa con domande che rivelano tutta la demenza che li avvelena. A un tale, che su un social mi chiese informazioni sul sionismo politico, risposi: «Su questo tema ho scritto un libro nel 2006, spiegandone il complesso fenomeno storico». Ribadisce il demente, risultato poi un insegnante di ruolo in un liceo: «Sì, ma non potrebbe rispondermi in poche parole, perché io non ho tempo di leggere». La cosa che trovo veramente singolare è che una tantum questi soggetti mandano qualche email di protesta all’Autorità Ecclesiastica per accusarmi di essere un volgare aggressivo, una vergogna del sacerdozio cattolico colpevole di averli mandati affanculo. Francamente, se un autore che ha dedicato cinque anni di intenso lavoro e ricerca alla trattazione di un tema molto delicato e complesso, manda affanculo uno che pretende gli sia spiegato il tutto in poche parole dopo averti candidamente dichiarato che non ha tempo di leggere, la sfanculata andrebbe giudicata come il minimo sindacale, non un attentato di lesa maestà tale da reclamare la mia testa all’Autorità Ecclesiastica, non vi pare?  

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Forse i miei erano altri tempi, ma di sicuro non mi sarei mai presentato a ricevimento da un accademico per chiedergli di riassumermi in due parole il suo libro e presentarmi così all’esame senza doverlo leggere, essendo affaccendato in altre faccende. I vecchi professori coi quali ebbi a che fare non mi avrebbero mai fatto passare l’esame, se non dopo avere imparato il loro libro di mille pagine a memoria, incluse note a piè di pagina.

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Un libro da vendere e diffondere, come si pubblicizza? I romantici pensano: le recensioni giornalistiche, semmai previo ricorso, di prassi e rigore, all’amico dell’amico. Sarò franco: per quanto mi riguarda ai giornalisti posso inviare in omaggio una confezione di carta igienica formato famiglia per aiutarli ad abbattere i gravosi costi di consumo dovuti ai loro problemi di diarrea, ma un mio libro in omaggio neppure a morire, perché le mie sono opere di alta qualità. In tutta Italia i giornalisti a cui dono i miei libri in omaggio sono solo cinque amici ai quali ogni volta ripeto: «Non sentirti tenuto a fare una recensione».

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Qualcuno potrebbe pensare che questa mia sia una stranezza, in fondo conosco molte celebrità del giornalismo italiano, compresi direttori di diverse testate nazionali. Ecco, partiamo da questi ultimi: per quale motivo il direttore di un giornale che scrive coi piedi, al punto da non necessitare del controllo del correttore di bozze ma di un accurato editing dei suoi scritti, dovrebbe favorire il lancio del libro di un autore ben più dotato e acculturato, che scrive molto bene e analizza i fatti con una imparzialità a lui sconosciuta, tenuto com’è a rendere conto a padroni, azionisti e padroncini vari, salvo dichiararsi veritiero e indipendente da un programma televisivo all’altro, con una faccia di culo più o meno equiparabile a quella di una puttana che si proclama vergine? Sarebbe come se alla figlia di Fantozzi afflitta da comprensibili complessi e divenuta poi madre di una creatura più simile a una scimmia che a una bambina, fosse chiesto di pubblicizzare la bellezza di Monica Bellucci e di scrivere che sua figlia Deva, per incanto della natura, è persino più bella della madre stessa.

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Voglio rivelare una cosa a molti sconosciuta: il giornalista è il primo a non leggere e a non documentarsi. Fatta eccezione per poche e rare penne d’oro italiane ormai ridotte a un felice mondo di nicchia, i nostri giornalisti versano in condizioni d’ignoranza imbarazzante, principalmente dovuta al fatto che la massa del pubblico vuole pane e circo, sangue e coriandoli. O non vi siete forse accorti che nelle edizioni on-line dei giornali evidenziano ormai alcune frasi in grassetto negli articoli, tanto sono consapevoli che il webete medio o l’analfabeta digitale, che costituiscono una percentuale di pubblico spaventosamente alta, non legge mai un articolo da cima a fondo? Per questo evidenziano tre o quattro frasi, affinché webeti e analfabeti digitali abbiano l’illusione di essersi fatta un’opinione, per poi impazzare da un social all’altro, tracotanti e aggressivi più che mai, per dare ampia riprova di quando non abbiano capito un emerito cazzo. Il giornalista che ha acquisito una certa notorietà è un narcisista-onanista che non legge neppure gli articoli degli altri suoi colleghi pubblicati nella stessa pagina in cui è pubblicato l’articolo suo. È troppo impegnato a piacersi per riuscire ad accettare l’esistenza di uomini molto migliori e soprattutto parecchio più capaci di lui.

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Certi direttori di giornale che ogni sera vedete vagare per i talk show, non hanno neppure idea di quello che pubblica la loro testata, altro che leggere con cura il bozzino da cima a fondo prima che il giornale finito e approvato vada in stampa, figurarsi! Eppure si chiamano non a caso “direttori responsabili”, proprio perché responsabili dinanzi alla Legge e al Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti di quello che i vari autori pubblicano sul loro giornale. I bozzini li leggevano con estrema cura Indro Montanelli ed Enzo Biagi, chiamando spesso il giornalista autore del pezzo per chiedergli spiegazioni, oppure correzioni e modifiche, per dargli un suggerimento o per esortarlo a seguitare a lavorare bene a quel modo. E da diversi di questi vecchi direttori sono usciti fuori dei bravi giornalisti, alcuni sono rimasti tali migliorando nel tempo, altri si sono rovinati divenendo narcisisti vanesi appena saliti alle luci della ribalta. 

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A me non interessa vendere 100 o 10.000 copie ma fare bene il mio lavoro ed essere annoverato nella cerchia dei migliori, dei leali e dei coerenti, nella quale da anni ho il mio meritato spazio guadagnato a caro prezzo in 58 anni di vita. Il mio è un lavoro radicato nel presente ma proiettato in una prospettiva futura, ne sono prova diversi miei libri pubblicati dieci o vent’anni fa, dove con analisi precise, decise e spesso impietose anticipavo il futuro. E le cose sono poi andate come le avevo descritte in quelle mie opere con anni di anticipo. E mai mi sono gloriato esultando «l’avevo detto … l’avevo scritto …», semmai ho espresso il mio più sincero dolore e ho realmente sofferto per non essermi sbagliato, perché a distanza di anni mi sarebbe piaciuto poter smentire me stesso e spiegare che la mia analisi era del tutto errata. Questo è il punto dal quale si potrebbe dare avvio a un discorso molto serio sulla grande virtù cristiana dell’umiltà, che non ha niente da spartire col veleno dei collotorti clericali.

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Per questo non mando i miei libri in omaggio a nessuno, se non a pochi amici del cuore, lasciando le persone libere di attingere da una fonte sicura e onesta, oppure di seguitare a ravvoltolarsi tra pane e circo, sangue e coriandoli, pensando di avere capito tutto con la tipica arroganza incosciente di coloro che seguitando a leggere titolo e forse sottotitolo, assieme a due o tre frasi evidenziate per la massa dei webeti e degli analfabeti digitali, che grazie a Dio non potranno mai costituire il pubblico dei miei Lettori.  

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Purtroppo Giovanni Boccaccio e Pietro l’Aretino non hanno potuto conoscermi perché i secoli ci hanno separati. Di certo, dal loro meritato Paradiso mi apprezzano e tifano per me, non per certi coglioni sui quali ebbero a scrivere quasi otto secoli fa, racchiudendo le loro ridicole immagini nella straordinaria figura di Frate Cipolla che cercava di fottere i poveri beoti esibendo le sue reliquie tanto mirabolanti quanto improbabili. Oggi Frate Cipolla dirige una delle principali testate giornalistiche italiane, poi la sera partecipa ai talk show, dove con una serietà senza pari sostiene la indubbia autenticità della reliquia della penna caduta all’Arcangelo Gabriele durante l’annunciazione fatta alla Beata Vergine Maria, ed al quale prestano fede tutti coloro che leggono solo titolo e sottotitolo, i più attenti due frasi evidenziate in grassetto nell’articolo, affinché possano finire fottuti molto più di quanto non vi finissero i bifolchi che popolavano le campagne italiane del XIV secolo. Magari, l’uomo di oggi, avesse il senso dell’auto-ironia e soprattutto il senso critico e speculativo che aveva l’uomo del medioevo, magari! 

dall’Isola di Patmos, 7 maggio 2022

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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«Guerra e propaganda ideologica» è il nuovo libro esplosivo dedicato dal Padre Ariel S. Levi di Gualdo al conflitto russo-ucraino

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

«GUERRA E PROPAGANDA IDEOLOGICA» È IL NUOVO LIBRO ESPLOSIVO DEDICATO DAL PADRE ARIEL S. LEVI di GUALDO AL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO 

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È accettabile che sulle nostre reti televisive sia stato concesso di sera in sera, a esponenti del Popolo ucraino, di esortare gli italiani a compiere sacrifici per la loro improbabile vittoria contro il russo invasore? Ci rendiamo conto che ciò equivale a chiedere a un padre di famiglia, peraltro pure in modo imperioso e arrogante, di sacrificare i suoi figli per il bene dei figli degli altri? E Tutte queste persone hanno potuto esprimere simili assurdità con i conduttori televisivi che li lasciavano sproloquiare rimanendo in religioso silenzio e senza alcuna possibilità di un realistico e doveroso contraddittorio.

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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«GUERRA E PROPAGANDA IDEOLOGICA» Introduzione all’opera

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In questo nuovo libro il Padre Ariel S. Levi di Gualdo ha attinto alla sua passata formazione giuridica e geopolitica, unita alla sua successiva di teologo e di profondo conoscitore delle materie storiche. Un libro che potremmo definire “politicamente scorretto” in quanto vero. Perché oggi, parlare semplicemente di ciò che è vero e reale, non costituisce la norma ma rappresenta uno dei peggiori attentati alla correttezza politica della narrativa mainstream.

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Per accedere al negozio cliccare sopra l’immagine di copertina

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Durante il conflitto russo-ucraino i telegiornali hanno trasmesso notizie parziali e di parte al punto da richiamare alla memoria dei meno giovani l’informazione di regime della Bulgaria degli anni Cinquanta del Novecento. I più seguiti talk show delle reti televisive Rai, Mediaset, La7 e Sky sono giunti ad assumere toni propagandistici così univoci da suscitare invidia a quelli che furono i notiziari di TeleKabul. Il tutto sempre ribadendo: «Nel nostro Paese c’è totale libertà di opinione e di informazione». In verità questo conflitto è una guerra di civiltà tra un regime post-comunista molto identitario che si è messo sulle difensive e delle decadenti liberal-democrazie ormai collassate e fallite».

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Nelle sue pagine l’Autore lascia percepire da subito che l’importante non è essere a favore o contro qualcuno, specie in un ambito insolitamente delicato come può esserlo un conflitto bellico, ma di ragionare. Solamente attraverso un ragionamento lucido e un serio approfondimento, si può giungere a partorire un’opinione pro o contro, oppure astenersi dal giudizio, quando non si hanno ancora tutti i necessari elementi per formularne uno.

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Questo libro è una sfida alla ragione e al tempo stesso una solenne sbugiardata della nostra informazione sempre più drogata dall’ideologia, come l’Autore chiarisce sin dall’inizio nella presentazione all’opera che potete leggere QUI.  

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Le Edizioni L’Isola di Patmos ringraziano la Casa di Produzione Eriador Film per averci gentilmente concesso l’immagine di copertina tratta da Il segreto di Italia, un film di Antonello Belluco di cui vi raccomandiamo la visione.

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Dall’Isola di Patmos, 3 maggio 2022 

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Il conflitto russo-ucraino. Può un popolo essere illuso da un influencer e chiedere all’Europa di partecipare a un suicidio?

IL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO. PUÒ UN POPOLO ESSERE ILLUSO DA UN INFLUENCER E CHIEDERE All’EUROPA DI PARTECIPARE A UN SUICIDIO?

Per noi cattolici il modello di eroismo non sono gli ucraini che chiedono armi convinti di poter sconfiggere la Russia e che vogliono coinvolgere anche l’Unione Europea nel loro suicidio di massa mentre gli Stati Uniti d’America soffiano sul fuoco. E, dico suicidio, se tutto andrà bene, perché se le cose dovessero finire con lo sfuggire di mano corriamo il serio rischio di una Terza Guerra Mondiale.

— Attualità —

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Articolo inserito nella raccolta di questo saggio che potete ordinare cliccando sopra la copertina

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I Padri dell’Isola di Patmos

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La guerra in corso e lo strazio del Calvario. Gesù crocifisso nel dramma contemporaneo con Maria e Giovanni Apostolo

LA GUERRA IN CORSO E LO STRAZIO DEL CALVARIO. GESÙ CROCIFISSO NEL DRAMMA CONTEMPORANEO CON MARIA E GIOVANNI APOSTOLO

Mentre sui social, in televisione, nei salotti e anche nei caffè si sono susseguiti dibattiti più o meno bislacchi e cervellotici fra persone che esprimevano la loro opinione su quanto accaduto, si formavano così due fazioni: i filo-russi e i filo-ucraini. Premesso che il diritto di esprimere la propria opinione rimane assolutamente libero e legittimo, ecco che le due diverse partigianerie continuano a contrastarsi a colpi di click, post, urla e soprattutto insulti di vario genere. Al contrario ho deciso di appellarmi al diritto al silenzio.

Attualità

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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La Pietà, opera di Van Gogh

Il 24 febbraio è iniziata l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Questo tutti lo sappiamo dai telegiornali che hanno iniziato a bombardarci di immagini, suoni, testimonianze del nuovo conflitto esploso mentre il Covid19 si stava indebolendo e quindi mutando da stato di emergenza pandemica in uno stato di vita quasi ordinaria.

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Tramite la casa generalizia dell’Ordine dei Frati Predicatori abbiamo contatti coi nostri confratelli domenicani residenti a Kiev, per degli aiuti umanitari e spirituali. Ogni tanto, se le circostanze lo permettono, ci scambiamo messaggi su WhatsApp e altri social media. Non troppo spesso, inoltre …

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… chi mi conosce, si sarà accorto che in questo periodo non ho mai parlato in pubblico, né su questa nostra rivista, né sui social, né sul mio blog. Ho parlato pochissimo anche in privato di quanto sta accadendo a livello internazionale. E ciò non solo per le belle e lunghe fatiche apostoliche che mi hanno impegnato a lungo nel periodo di fine febbraio – inizi di aprile; non soltanto perché ho finalmente concluso la difesa della tesi di dottorato in sacra teologia, che mi ha portato ad avere una grande pace e serenità interiore, come una conferma definitiva della missione di frate presbitero e teologo a cui credo il Signore mi indirizza. Tutti questi sono stati certamente motivi coessenziali a quanto adesso cercherò di spiegare.

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Mentre sui social, in televisione, nei salotti e anche nei caffè si sono susseguiti dibattiti più o meno bislacchi e cervellotici fra persone che esprimevano la loro opinione su quanto accaduto, si formavano così due fazioni: i filo-russi e i filo-ucraini. Premesso che il diritto di esprimere la propria opinione rimane assolutamente libero e legittimo, ecco che le due diverse partigianerie continuano a contrastarsi a colpi di click, post, urla e soprattutto insulti di vario genere. Al contrario ho deciso di appellarmi al diritto al silenzio, riconosciuto in sede legale in più luoghi, secondo diverse sfumature giuridiche e giurisprudenziali, si pensi appunto alla nota frase ― che rappresenta un fatto e un diritto giuridico ― «mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Dunque ho deciso di rimanere in silenzio, perché sarebbe un tentativo goffo di porre una analisi socio-politica del conflitto russo ucraino. Credo che tale atto sia basato sulla virtù di prudenza; la prudenza è dunque quella virtù ― un po’ intellettuale e un po’ pratica allo stesso tempo ― che è auriga virtutum, guida di tutte le altre, perché è colei che predispone alla retta ragione delle azioni da farsi, secondo la lezione di San Tommaso D’Aquino. La prudenza è per ciò la capacità che l’uomo ha, con l’aiuto della grazia, di scegliere razionalmente quale azione attuare e omettere in una determinata circostanza. In questa delicatissima circostanza credo per me sia prudente non esprimere giudizi: infatti non essendo esperto in diritto internazionale o storia dell’Europa orientale non ho competenze né basi per poter dare un giudizio fondato. A questo si aggiunga che al momento, persino i più qualificati esperti, non hanno i necessari elementi per poter esprimere giudizi, perché uno solo al presente è il dato di fatto, che è tale per questa come per tutte le guerre: degli innocenti, soprattutto civili, stanno morendo. Di per sé, non prendere una posizione, si dice che sia già prenderne una. In questo caso, la presa di posizione che mi riguarda, e per il quale sto molto pregando e meditando, va nei confronti di tutte quelle persone, ucraine, russe o residenti in quei territori, che stanno soffrendo a causa della guerra. Perché la guerra è sempre un dramma che sortisce effetti atroci e terribili. Alle persone che soffrono la morte e la sofferenza a causa della guerra vanno queste riflessioni e ad esse sono dedicate. Tutti coloro che soffrono sono infatti intimamente uniti al Cristo sofferente, anche a Maria, nostra Santissima Madre Celeste che soffre nel vedere e vivere tutto questo. Sono uniti nella morte, sofferenza, dolore, solitudine e distacco dai propri cari. Ma vediamo perché. Gesù sulla croce a un tratto disse una frase importante, che tutti abbiamo scolpita nel cuore: “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno” [Lc 23, 34]. Si tratta di una delle ultime frasi di Gesù. Riflettiamo sulla prima delle parole che ha pronunciato sulla croce in quella frase terribilmente forte e vera. Secondo il teologo statunitense Stanley Hauerwas, in quel momento si focalizza innanzitutto l’intenso rapporto di amore tra Padre e Figlio. Questo è il fondamento del perdono effuso sull’uomo. Da questa relazione unica e irripetibile scaturisce il perdono su ciascuno di noi. Dunque Dio che in sé stesso, nella Trinità Immanente decide di offrire il dono del Figlio e il perdono e il perdono a beneficio dell’umanità. Viene così incontro all’uomo e in gergo tecnico si dice che diviene Trinità Economica: fa entrare l’uomo nella Economia della Salvezza.

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E qui vorrei soffermarmi con un inciso per chiarire: l’uso della teologia trinitaria che traggo dalle nozioni del teologo gesuita Karl Rahner, non scandalizzi alcuni tra i più acuti lettori della nostra Isola di Patmos. Il mio fondamento teologico si radica in modo chiaro e imprescindibile nel pensiero di San Tommaso D’Aquino, a seguire anche nello studio delle opere teologiche Hans Urs von Balthasar, che ritengo fruttuose per la mia formazione e per quella di ogni teologo contemporaneo. Ciò detto chiarisco che nell’ambito della dogmatica trinitaria il concetto di distinzione rahneriano: Trinità immanente / economica, appare oggettivamente più solido rispetto a quello del von Balthasar. Per quanto riguarda tutto il resto, o l’impostazione teologica stessa in sé e di per sé, non ho dubbi su chi scegliere e da chi continuare ad attingere. Insomma, non sono diventato un “rahneriano anonimo”, al contrario: nel solco della tradizione teologica domenicana in cui sono cresciuto, penso di essere in grado di vagliare il male per saper discernere e cogliere anche quel poco di vero che c’è in un’opera teologica totalmente disastrosa e pericolosa come quella del teologo Karl Rahner, che rimane però una indubbia e grande mente speculativa nel Novecento. Chiudo questo inciso ricordando che il nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo, con l’apparente durezza senza zucchero che a volte lo caratterizza, in un suo articolo scritto in occasione della sua morte non esitò a riconoscere tutte le grandi capacità speculative di Hans Küng. Questo nostro confratello mise in luce quanto fu dotato dalla natura di capacità geniali, quindi di qualità superiori a quelle del giovane teologo suo coetaneo Joseph Ratzinger. Con la differenza che Küng scivolò nell’eresia mettendosi a de-costruire l’impianto dogmatico del deposito della fede, mentre Ratzinger divenne un custode della dottrina della fede al quale tanto dobbiamo, a partire dal grande magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II.

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Dopo questo doveroso chiarimento possiamo quindi focalizzarci e meditare su Gesù. A partire dalla scelta libera, non dovuta. Nell’amore dello Spirito Santo, in unione al Padre, Cristo decide di amarci fino alla fine [cfr. Gv 13, 1 ss]. Gesù negli anni della predicazione pubblica fa dunque un cammino di accoglimento della croce, perché sa che questo strumento di morte può essere capovolto e diventare strumento di perdono e di grazia. Le conseguenze sono davvero fortissime: il Cristo straziato sulla croce è la seconda persona trinitaria, che si offre per integrare in sé e nell’uomo le situazioni di morte, sofferenza, dolore, solitudine da chi amiamo. Gesù è allora vicino a ciascuno di noi in queste situazioni.

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Così anche nella notte esistenziale più lunga, tutti coloro che soffrono per la guerra, possono nella preghiera sentirsi abbracciati da Gesù nella passione. Un abbraccio orante che rompe la solitudine, sapendo che nella preghiera ritroviamo la pace interiore anche i lontani. Gesù rompe la solitudine anche nella sua presenza reale eucaristica, dove si fa intimo e prossimo a tutti in corpo, sangue, anima e divinità. Proprio Lui che era senza peccato, si donò per i noi peccatori per eliminare il giogo del peccato. Non considerò un tesoro divino la sua uguaglianza con Dio, ci dice San Paolo in uno dei suoi bellissimi inni, ma decise di spogliarsi – pur rimanendo Dio – affinché noi tutti partecipassimo della natura divina [cfr. Fil 2, 6-11]. Ecco l’effetto finale di tanto dolore.

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La gloria di Cristo, vincitore della sofferenza e della morte, sarà allora la nostra gloria. Non avremo sofferto e pianto invano. Ma fino a quel momento, non cessiamo di essere uniti al Corpo Mistico e alla Santa Madre di Gesù. È Gesù stesso a richiederlo in una delle sue ultime parole: «Donna ecco tuo figlio. Figlio ecco tua madre» [Gv 19,25-27]. Gesù si rivolge innanzitutto a Maria. Anche lei è sofferente, disperata. Una sofferenza enorme, quella di vedere un figlio condannato e ucciso in questo modo così terribile e ingiusto. Maria è vicina a tutte le madri che stanno perdendo figli in guerra per lo stesso motivo. Ogni volta che noi preghiamo un rosario, una decina o recitiamo anche una sola Ave Maria, possiamo rivolgerci alla Santa Madre Vergine perché interceda presso Dio per queste madri così sofferenti. Maria, col suo «sì» nell’Annunciazione, ma anche nell’accogliere le terribili pene del Figlio, è anche nostra madre. Non oso immaginare quanta virtù di fortezza ha dovuto impiegare l’Ancella di Nazareth, quanto coraggio nel camminare fino al Golgota, senza esplodere in urla di rabbia e disperazione. Una reazione che forse sarebbe stata del tutto umana e legittima. Invece Maria, nel suo strazio, si affida a Dio, vivendo il dramma del Figlio e accompagnandolo. Quel Figlio non solo suo lo dona adesso definitivamente all’Eterno Padre e allo Spirito Santo. Noi in San Giovanni apostolo, siamo tutti suoi figli. Solo in questo modo lei è cooperatrice nella redenzione, donandoci Gesù, e accompagnandolo nella Passione. Anche in questi tempi così bui rimaniamo uniti a lei. Perché tutti noi, in Giovanni apostolo, siamo chiamati figli di Maria e quindi uniti come figli anche nell’altra Madre Vergine: la Chiesa. E nella Chiesa intesa come Ecclesia congregata possiamo tutti cooperare al bene comune, alla solidarietà internazionale e aiutare coi soccorsi umanitari e la vicinanza spirituale le popolazioni che soffrono. Anzitutto però, se siamo Ecclesia congregante, dobbiamo tutti imparare ad essere un piccolo San Giovanni Apostolo. Dunque imparare a rileggere tutti gli eventi del tempo che viviamo con uno sguardo dall’alto. Con uno sguardo d’Aquila. E oltre a farlo noi, testimoniare al tempo stesso che esiste un altro orizzonte di senso, un’altra prospettiva che è in noi e che al tempo stesso ci supera. È lo sguardo contemplativo di tutte le cose. In questo Maria ci è di esempio nelle virtù e nel grande amore materno. Giovanni, figura di tutta la Chiesa, è esempio della Chiesa che accoglie e raduna in sé tutti i popoli, indicando loro i sentieri di eternità e di senso che integrano il tempo presente. In questo Venerdì Santo facciamone memoria, se parteciperemo veramente e intimamente all’azione liturgica della Passione del Signore.

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Gesù dolce, Gesù amore (Santa Caterina da Siena)

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Roma, 15 marzo 2022

Passio Domini

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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Aristofane, questo grande sconosciuto. La guerra russo-ucraina e il vignettista Vauro accusato di antisemitismo tra politicamente corretto e limitazioni al diritto di satira

ARISTOFANE, QUESTO GRANDE SCONOSCIUTO. LA GUERRA RUSSO-UCRAINA E IL VIGNETTISTA VAURO ACCUSATO DI ANTISEMITISMO TRA POLITICAMENTE CORRETTO E LIMITAZIONI AL DIRITTO DI SATIRA

La Signora Fiamma Nirenstein, anch’essa ex candidata nel centro destra, dopo un passato giovanile da comunista militante, come il suo sodale Gad Lerner passato disinvolto dal manganello di Lotta Continua alla direzione del capitalistico giornale padronale di Casa Agnelli … ebbene, credo che questa gente ― che per inciso sta all’Ebraismo religioso e alla tradizione ebraica come Cicciolina può stare ai sani costumi della vita cristiana ― dinanzi a Vauro e ai suoi satirici nasi adunchi hanno solo da imparare la grande e sempre più rara virtù della coerenza, di cui a suo modo è esempio, forse persino maestro.

— Attualità —

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Conflitto russo-ucraino: «Perché non parli?». Nelle guerre menzogna e manipolazione sono al parti delle armi atomiche

CONFLITTO RUSSO-UCRAINO: «PERCHÉ NON PARLI?». NELLE GUERRE MENZOGNA E MANIPOLAZIONE DELLE MASSE SONO AL PARI DELLE ARMI ATOMICHE

Esempio di aberrazione da talk show: se a un programma televisivo è invitato Toni Capuozzo, esperto fuoriclasse tra i nostri inviati di guerra, o se è invitato uno storico di grande competenza come Franco Cardini per tentare di spiegare in modo razionale e imparziale il perché delle origini del conflitto russo-ucraino, a che serve intervallare le loro analisi col pianto di donne ucraine invitate in studio al solo scopo di colpire le masse con quella emotività che finirà inevitabilmente col rendere sordi e ciechi gli ascoltatori dinanzi a qualsiasi analisi, appena la donna piangente pronuncerà la “magica” frase: «Hanno ucciso donne e bambini»?

— Attualità —

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Caro Fedez, ma quando la morte ti coglierà, che ti resterà delle tue voglie, forse vanità di vanità?

CARO FEDEZ, MA QUANDO LA MORTE TI COGLIERÀ, CHE TI RESTERÀ DELLE TUE VOGLIE, FORSE VANITÀ DI VANITÀ?    

— Attualità ecclesiale — Dinanzi alla vita, al decadimento fisico, alla malattia e alla morte, siamo veramente tutti uguali. Poi, che dopo la morte il nostro corpo senza vita sia messo in una tomba monumentale dentro una pregiata cassa oppure sotterrato nella nuda terra avvolto in un lenzuolo, la decomposizione è uguale per tutti, dall’imperatore all’ultimo dei suoi bifolchi.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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foto postata dalla Polinesia sui social media da Fedez

Federico Leonardo Lucia, noto al pubblico con il nome di Fedez, in un suo breve video ha annunciato di essere stato colpito da un problema di salute. Naturalmente bisogna anzitutto vedere che cosa c’è di autentico, perché questi personaggi sarebbero disposti alla qualunque per amor di pubblicità. Diamo quindi per scontato ― purtroppo e con umano dispiacere sincero ― che il tutto corrisponda a vero.  

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La riflessione che ho fatto a caldo è stata molto breve e rapidamente ve ne rendo partecipi: basta davvero poco per ritrovarsi come si suol dire col culo in terra per una “variabile” o per un “accidente” che non è possibile prevedere e che ― grazie a Dio ― si mantiene totalmente democratico colpendo ogni uomo, perché dinanzi alla vita, al decadimento fisico, alla malattia e alla morte, siamo veramente tutti uguali. Poi, che dopo la morte il nostro corpo senza vita sia messo in una tomba monumentale dentro una pregiata cassa oppure sotterrato nella nuda terra avvolto in un lenzuolo, la decomposizione è uguale per tutti, dall’imperatore all’ultimo dei suoi bifolchi.

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Questo significa che alla nostra vita intesa come dono di Dio non può essere dato alcuno scopo differente se non quello che ci è stato già rivelato dal Salvatore Nostro Gesù Cristo nel Santo Vangelo. Ma spesso pensiamo altrimenti, così come sono abituati a fare questi influencer che ― da personaggi pubblici ― si sentono investiti a veicolare i loro banali, superficiali e spesso volgari stili di vita che non dovrebbero trovare accoglimento e giustificazione né per l’estrazione sociale né per età anagrafica, né per un passato più o meno turbolento. E la ragione è semplice: tutti un giorno saremo giudicati sulla carità, quindi sulle vere ricchezze del nostro cuore che è stato conquistato dalla Verità.

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La Provvidenza di Dio, che è piena Verità, ci mette spesso davanti il limite per ricordarci che siamo «Vanità di vanità», come impresso nel Libro del Qoelet. Proprio così. E la vanità non può reggere dinanzi al confronto prima o poi inevitabile con la paura della malattia, con il terrore di perdere chi si ama, con il realismo di chi si guarda indietro e scopre di essere fragile e povero come il ricco Epulone [cfr. Lc 16, 19-31].

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Nel benedicente augurio che il Signore assista Fedez, la sua famiglia, i suoi medici, prego che lo stile superficiale, diseducativo e arrogante con il quale ha spesso influenzato gli altri ― forse nell’illusione di aver trovato una propria verità ― in particolare i nostri giovanissimi, da oggi a seguire cambi e assuma una prospettiva diversa dall’immagine che ha diffuso fino a ora. E chissà, magari arriverà a scoprire che Cristo che, come con la Samaritana, lo stava aspettando presso il pozzo di Sicar, quel pozzo della prova per dissetarlo con la sua presenza di Salvatore [cfr. Gv 4, 1-25].

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A dire questo è un presbitero cappuccino che ha prestato lungo e intenso servizio come cappellano in un grande ospedale, a contatto con la malattia e la morte giorno dietro giorno, per anni e anni. E, per inciso: da pochi giorni sono stato dimesso da un ospedale dove ho soggiornato per un paio di settimane, correndo un serio e concreto rischio. Pur malgrado sono stato sereno, anche dinanzi al rischio per niente remoto di non uscirne vivo, pur avendo tutto sommato “solo” 44 anni. E ciò perché la mia speranza ha un nome: Gesù Cristo Figlio di Dio, il quale malgrado i miei molti e gravi peccati mi dona salvezza da quel mondo effimero, patinato, arrogante e volgare in cui gli influencer si illudono di aver trovato il nuovo paradiso terrestre.

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Dio ti benedica Fedez, te lo auguro da sacerdote e da fratello maggiore.

 

dall’Isola di Patmos, 17 marzo 2022

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L’ultimo libro di Padre Ivano è in vendita nel negozio on-line de L’Isola di Patmos

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La trasfigurazione di Gesù è quell’evento che invita a trasfigurare noi stessi per poi risorgere con lui

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA TRASFIGURAZIONE DI GESÙ È QUELL’EVENTO CHE INVITA A TRASFIGURARE NOI STESSI PER POI RISORGERE CON LUI

la preghiera dona anche a noi l’autorevolezza e il coraggio di rendere ragione della speranza che è in noi. Dunque di testimoniare la fede anche in ambienti che la rifiutano

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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La trasfigurazione di Gesù, opera di Raffaello Sanzio

In questa II domenica di Quaresima, nelle letture della Liturgia della Parola ricordiamo il momento della Trasfigurazione, un evento che dà vita a una festa in cui Dio ci chiede di essere intimamente unito a Lui nella Preghiera e di ascoltarlo. A proposito dell’ascolto, sentite un po’ cosa scrive Clive S. Lewis, immaginando di essere il diavoletto Berlicche, che dà istruzioni a suo nipote Malacoda per allontanare l’uomo da Dio:

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«Mio caro Malacoda, le proposte da dilettante che appaiono nella tua ultima lettera mi suggeriscono che è ormai tempo che ti scriva esaurientemente sul penoso argomento della preghiera […] la cosa migliore, se fosse possibile, sarebbe di tenere il paziente completamente lontano da qualsiasi seria intenzione di pregare».

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Per il Demonio è davvero importante che noi cessiamo di pregare perché facendolo si cessa di essere sotto lo sguardo di Dio e cuore a cuore con Gesù. Esaminiamo meglio questi punti.

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«Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare».

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Provando ad immaginare un po’ la scena, possiamo vedere il monte Tabor. Desertico, caldo e in alto. Forse luogo inospitale per una camminata. Ma Gesù chiama tre apostoli proprio lì. Perché siano da soli con Lui. Gesù dunque li fa uscire dalle piste desertiche della Palestina per farli salire sull’alto monte. Questa immagine è il richiamo alla Chiesa che cammina con Gesù. Ma questo è un po’ il senso anche per noi in questa Quaresima: camminare e lasciarci prendere dal Signore, che viene nei nostri momenti di deserto, di incomprensione, nei momenti in cui le nostre anime crescono, in un momento di preghiera profonda. Come Pietro, Giacomo e Giovanni così anche noi possiamo entrare nello spazio segreto fra Dio Eterno Padre e Dio Eterno Figlio, incunearci fra loro per essere da soli. Soli con Dio per rinnovare la nostra visuale su tutte le cose e osservarle dall’alto. Da un punto di vista divino e umano insieme. Gesù stesso mentre prega cambia d’aspetto. La sua tunica diventa bianca. Colore della presenza di Dio. Improvvisamente compaiono Mosè ed Elia. Un’apparizione improvvisa [cfr. vv. 29 – 32] mentre Gesù inizia a parlare dei suoi giorni che verranno in Gerusalemme. Una scena davvero gloriosa e al tempo stesso tremenda deve essere apparsa ai tre apostoli. Mosè, colui che ha ricevuto la Legge, Elia, il grande profeta. I due messaggeri veterotestamentari per eccellenza. Il tutto mentre Gesù sta offrendo il messaggio centrale della sua missione: offrirsi in croce per la nostra redenzione.  Probabilmente i tre apostoli sono un po’ frastornati. Fin quando alcuni istanti dopo la nube irrompe sul monte, e a quel punto cominciano ad aver paura.  Come se non bastasse, immediatamente dopo, accade l’annuncio più importante. Il motivo stesso per cui il Signore li aveva portati lì. Sentiamo:

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«Dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».

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Questa voce è l’Eterno Padre che chiede di ascoltare Gesù suo Figlio. Una rivelazione shock per i poveri tre, che pure erano stati spettatori, fino a quel momento, di diversi eventi straordinari. Gesù è uomo ma anche Dio. Dio è anche l’Eterno Padre che lo annuncia e che chiede di ascoltarlo. Infatti, dopo dei momenti di intimità con Gesù, nella preghiera profonda bisogna ascoltare.

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Che vuol dire per noi oggi questo? Ascoltare vuol dire trasformare la preghiera in azioni concrete. Così, come accadde a Pietro, la preghiera dona anche a noi l’autorevolezza e il coraggio di rendere ragione della speranza che è in noi. Dunque di testimoniare la fede anche in ambienti che la rifiutano [cfr.1 Pt 4]. Esattamente come nell’esperienza di Giacomo, la preghiera ci permette di attuare le opere di misericordia materiali e spirituali, per mostrare la bellezza e la pienezza delle fede proprio tramite le opere [cfr. Gc 2]. Infine, come Giovanni, la preghiera ci permette di contemplare il mistero profondo dell’Incarnazione, per meditare che chi era in principio del Mondo, Dio è anche principio e linfa della nostra vita [Gv 1, 2 -4].

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La trasfigurazione di Gesù è dunque quell’evento che invita a trasfigurare noi stessi per poi risorgere con lui. Con l’ascolto e la messa in pratica, tutti quanti noi, giorno dopo giorno, siamo trasfigurati in Cristo, con un volto cambiato, sorridente e aperto dinanzi alle dimensioni del sacro, a stupirsi di un amore che ci accoglie fino alla fine. Per questo chiediamo al Signore, con l’esempio e l’aiuto di Maria, l’umiltà del cuore per aprirci a un ascolto attento di Dio per donare al mondo la speranza della vita eterna.

 

Roma, 12 marzo 2022

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Il conflitto in Ucraina e la diplomazia ecclesiastica. Nella auriga virtù della prudenza è racchiuso un elemento fondamentale: quel silenzio sconosciuto a certo cesaropapismo russo-ortodosso

IL CONFLITTO IN UCRAINA E LA DIPOMAZIA ECCLESIASTICA. NELLA AURIGA VIRTÙ DELLA PRUDENZA È RACCHIUSO UN ELEMENTO FONDAMENTALE: QUEL SILENZIO SCONOSCIUTO A CERTO CESAROPAPISMO RUSSO-ORTODOSSO

Il Patriarca di Mosca Kirill I ha aggiunto alla guerra una guerra religiosa, paradigma della guerra che da dieci secoli caratterizza l’ortodossia al proprio interno. Proviamo a domandarci: che cosa sarebbe accaduto, all’interno della Chiesa Cattolica, se nel corso della Prima Guerra Mondiale i vescovi austriaci si fossero messi contro quelli francesi e quelli tedeschi contro quelli italiani paventando motivazioni di carattere metafisico?

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«In God we trust». La crisi dell’Ucraina. Qualsiasi guerra mossa da prepotenza ed egoismo sarà sempre persa per chiunque

«IN GOD WE TRUST». LA CRISI DELL’UCRAINA. QUALSIASI GUERRA MOSSA DA PREPOTENZA ED EGOISMO SARÀ SEMPRE PERSA DA CHIUNQUE

Una ennesima e sporca guerra economica nascosta dietro le mutande logore di una democrazia liberal-capitalista occidentale ormai miseramente fallita, grazie soprattutto a chi confida nel dollaro, ma non confida in Dio. Mentre noi, che invece confidiamo nel Dio della pace, non possiamo fare altro che pregare alle porte di questa triste Quaresima.

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