Elezioni 2022 — «Io sono Giorgia: sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana» … e considero l’aborto un «diritto» intoccabile

Elezioni 2022 — «IO SONO GIORGIA: SONO UNA DONNA, SONO UNA MADRE, SONO ITALIANA, SONO CRISTIANA … E CONSIDERO L’ABORTO UN «DIRITTO INVIOLABILE»

 

Un cattolico non può firmare un assegno in bianco senza data e senza importo a persone che dimostrano di avere un’idea del tutto stravolta del concetto stesso di vita umana, o che dinanzi al voto passano sopra al diritto alla vita parlando di diritto all’aborto.

— Attualità —

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È indubitabile che la On. Giorgia Meloni sia una donna, una madre e una italiana, ma dubito sia cristiana. Lo ha dimostrato nel corso della campagna elettorale ribadendo ai vari talk show che «Fratelli d’Italia non avrebbe mai messo in discussione il diritto all’aborto» [Rete4: Dritto e Rovescio, 15.09, Quarta Repubblica, 19.09].

Il carrozzone del PD nel quale bivaccano tanti cattolici adulti radical chic che amoreggiano con la Sinistra dei fricchettoni post-proletari coi superattici ai Parioli e le ville a Capalbio, raccoglie al proprio interno frange che lottano da anni per l’eutanasia e il matrimonio tra coppie dello stesso sesso, che lamentano il numero eccessivo di medici obiettori di coscienza colpevoli di impedire il “sacrosanto diritto” all’aborto. Di recente le frange piddine hanno tentato di far passare una legge che dietro il falso vessillo del reato di omotransfobia avrebbe di fatto punito il reato di opinione. E se quella legge fosse passata tal quale come era stata scritta, oggi noi preti saremmo trascinati da un tribunale all’altro per avere letto nelle nostre chiese i testi del Beato Apostolo Paolo o per avere trasmesso quel che insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica riguardo certe sfere della morale. Per adesso la proposta è naufragata, facendo passare i gay friendly piddini Dal Prozan al Prozac, come spiegammo Padre Ivano Liguori e io in un nostro libro.

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Per colpire Giorgia Meloni, donna dotata di indubbio talento politico, intuitiva e intelligente, caratterialmente amabile e grande comunicatrice, le Sinistre le hanno lanciato la ripetuta accusa che Fratelli d’Italia intendeva andare a colpire la Legge 194 che nel 1978 ha reso legale nel nostro Paese la peggiore forma di pena di morte: la soppressione dei bambini nel ventre materno. Salvo poi sventolare le bandiere arcobaleno al grido di peace and love e stracciarsi le vesti se negli Stati Uniti d’America è condannato alla sedia elettrica un serial killer. Il tutto in nome del «no alla pena di morte sempre e in ogni caso», fatta però eccezione per la pena di morte legalizzata dell’aborto comminata dalle madri ed eseguita dai serial killer che operano legalmente nei nostri ospedali.

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Un politico che di discorso in discorso, di talk show in talk show afferma che l’aborto è un diritto e che come tale non sarà toccato», il voto dei cattolici lo merita quanto lo può meritare il carrozzone del PD con tutti i suoi accaniti sostenitori dell’eutanasia, della lotta ai medici obiettori di coscienza, del matrimonio tra coppie dello stesso sesso, del tentativo di far passare una legge liberticida che dietro pretesti di tutela del mondo LGBT intendeva instaurare la dittatura delle minoranze attraverso Il golpe del politicamente corretto, come scrisse in un suo splendido libro il nostro autore Francesco Mangiacapra.

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Oggi noi cattolici non siamo neppure in grado di votare il cosiddetto meno peggio. E chi sarebbe il meno peggio, forse il Cav. Silvio Berlusconi affetto da narcisismo ipertrofico e delirio d’onnipotenza o il Sen. Matteo Salvini che cambia idea dalla sera alla mattina? Sorvoliamo sui grillini che avrebbero dovuto rifare nuovo un Paese intero, salvo diventare peggiori delle vecchie leve della D.C. e del P.S.I, che perlomeno erano formate da uomini di grande preparazione e cultura, o da autentici statisti di gran classe e razza come Bettino Craxi. Un cattolico non può firmare un assegno in bianco senza data e senza importo a persone che dimostrano di avere un’idea del tutto stravolta del concetto stesso di vita umana, o che dinanzi al voto passano sopra al diritto alla vita parlando di diritto all’aborto.

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Come il suono del pifferaio magico di Hamelin le elezioni finiscono sempre col far venire i topi allo scoperto, perché per vincerle occorrono i voti. E per avere voti bisogna non tanto piacere, ma compiacere il peggio di questo mondo. Un cristiano non può però compiacere ciò che è male, né può chiamare “diritto intangibile” la strage degli innocenti, con l’assordante silenzio della cattolicissima Elisabetta Gardini, anch’essa candidata in Fratelli d’Italia.

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Una persona che si è dichiarata cristiana in giro per tutta l’Europa, ma che prima delle elezioni si giustifica per amor di voto con ripetute confessioni pubbliche assicurando che «nessuno toccherà il diritto all’aborto», si è qualificata quanto basta per non ottenere il voto dei cattolici, costasse pure l’astensionismo o una scheda annullata dentro il seggio elettorale. Senza nulla togliere alle alte qualità e capacità della On. Giorgia Meloni, che indubbiamente è Giorgia, è una donna, è una madre e una italiana, ma dinanzi al voto ha dimostrato di non essere affatto cristiana. E di questo i cattolici sono tenuti in coscienza e tenere seriamente conto, se alcuni di loro avessero voluto scegliere il meno peggio.

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dall’Isola di Patmos, 23 settembre 2022

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Elezioni politiche 2022. La verità vi renderà liberi e felici. Alla riscoperta della persona e del bene comune

ELEZIONI POLITICHE 2022. LA VERITÀ VI RENDERÀ LIBERI E FELICI. ALLA RISCOPERTA DELLA PERSONA E DEL BENE COMUNE

 

Il Bene Comune è tensione alla perfezione ci ricorda che la scelta politica è una scelta sempre e comunque in divenire. Le perfezioni, le condizioni di vita cambiano e si modificano, esattamente come i partiti: occorre un cuore e uno sguardo attento ai segni dei tempi e al prossimo che vive in stato di indigenza materiale, morale e spirituale.

— Attualità —

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Correva l’anno 2005. Da giovane studente universitario in filosofia presso l’università statale La Sapienza dovetti fare una delle prime scelte accademiche della mia vita. L’allora curriculum di studi mi richiedeva di operare una scelta di specializzazione, quindi scegliere quale materia specifica avrei approfondito all’interno delle branche filosofiche.

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Dopo attenta riflessione e preghiera, maturai con l’aiuto di Dio, la volontà di proseguire i miei studi nella specializzazione in filosofia politica. Questo implicava che i corsi e le ricerche che avrei sostenuto avrebbero anche sfiorato gli ambiti della filosofia morale e del diritto. Il tema più ricorrente in quegli anni fra noi giovani studenti e giovani filosofi era più o meno sempre quello: che rapporto c’è tra il cittadino e l’istituzione? Tra la totalità e la parte?

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Dopo l’ingresso nella vita religiosa questo tema ha continuato a interessarmi. Specialmente perché ho avuto bravi professori di teologia morale e di dottrina sociale della Chiesa che hanno saputo esporre in maniera rigorosa e sistematica il pensiero della Chiesa sui temi socio-politici. Ringrazio questi docenti, molti dei quali sono miei confratelli, perché con le loro lezioni oggi mi permettono di esprimere qualche riflessione sulle prossime elezioni politiche in cui tutti come cittadini avremo modo di partecipare.

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Il panorama politico attuale, come noto, si distingue in tre grandi partiti, con le dovute sfumature interne: Destra, Sinistra e Terzo Polo. Dunque, alla nomenclatura e divisione tipica della politica italiana all’inizio del Novecento, troviamo anche l’inserimento di un polo centrista. Questo è dunque il dato di realtà ciò che si presenterà nella scheda elettorale che l’elettore cattolico aprirà e sulla quale avrà diritto di votare. Già il Padre Ivano si è espresso in un altro articolo molto bello e profondo.

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Siamo dunque in un sistema democratico dove tutti siamo chiamati alla responsabilizzazione verso il Bene Comune.

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A proposito della democrazia, ho sempre amato, letto e meditato più volte le bellissime parole della Centesimus Annus, enciclica sociale che consiglio a tutti i cattolici di leggere e meditare profondamente:

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«La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno. Essa, pertanto, non può favorire la formazione di gruppi dirigenti ristretti, i quali per interessi particolari o per fini ideologici usurpano il potere dello Stato [1]».

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Ora la democrazia, come già insegna Aristotele nella Politica, se male governata, per libera scelta o incompetenza, diventa facilmente demagogia. Non entro troppo nello specifico per non divagare, ma ricordo anche gli studi sulla democrazia, la quale può assumere facilmente anche forme dittatoriali o totalitarie [2]. In pratica quella che il Padre Ariel analizza in una sua opera come «il fenomeno della democrazia senza libertà». Qual è il fondamento democratico che evita allora queste derive? Lo spiega la stessa Centesimus Annus:

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«[…] Un’autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana. Essa esige che si verifichino le condizioni necessarie per la promozione sia delle singole persone mediante l’educazione e la formazione ai veri ideali, sia della «soggettività» della società mediante la creazione di strutture di partecipazione e di corresponsabilità [3]

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Il primo e vero pilastro della società è allora la persona umana. Sul concetto di persona sono stati scritti tanti libri, tanto inchiostro è stato versato in altrettante riflessioni, sulle quali non basterebbero forse mille pagine. Duque la persona è il centro propulsivo e intensivo di idee, azioni e valori per la società civile e per la Chiesa. Per cui ogni democrazia deve difenderla, promuoverla ed educarla ai valori civici e universali. Ogni Chiesa locale deve santificarla, insegnarle la retta dottrina e governarla in cammino verso la santità.

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L’invito a questa riscoperta dell’uomo nella sua libertà e vocazione alla socialità viene direttamente da Dio che ha creato l’uomo a propria immagine e somiglianza. Come il Dio Unitrino, è uno nella natura ma triplice nella persona, così creandoci ha donato a nostra volta la possibilità di essere persone e di vivere secondo libertà e relazione rispetto a un prossimo. Gesù chiede agli apostoli di essere luce del mondo. Di guidare ogni persona alla verità e al bene. Questo ci permette di introdurre il secondo grande pilastro della società e dello stato, secondo la Chiesa: il Bene Comune.

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Abbiamo visto che il documento di San Giovanni Paolo II parla di partecipazione e corresponsabilità alla scelta democratica. Questo perché alle spalle ha una grande tradizione e riflessione cattolica sul tema del Bene Comune, quale secondo grande pilastro della Società. Ogni persona è centro se sa anche decentrarsi. Se sa uscire da sé stesso per donarsi per ritrovarsi in una comunione collettiva che ne rispetti ad un tempo l’individualità ma che sappia anche elevarla. Ogni persona è relazionale ed è chiamata alla comunionalità sociale ed ecclesiale. È chiamata in un cammino di verità e bene. Cioè: il Signore ci invita alla verità che ci rende liberi di fare il Bene. Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui:

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«Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8, 31-32].

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Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa esprime in modo chiaro e sintetico il concetto di Bene Comune:

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«Dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il principio del bene comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso. Secondo una prima e vasta accezione, per bene comune s’intende “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente”. Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. Come l’agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene, così l’agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune. Il bene comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale»[4].

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Il Bene Comune quale insieme di condizioni per il raggiungimento di una perfezione maggiore per la persona. Penso di non aver mai trovato una definizione più bella e più completa di Bene Comune, in tutti gli autori che ho studiato e su cui ho scritto negli anni universitari e anche dopo. Il Bene Comune come tensione al perfezionamento è in primo luogo, richiamo alla valorizzazione e riconoscimento del nostro prossimo ― con il nostro lavoro (fondamento della costituzione italiana), con il rispetto dei doveri civici ― il prossimo che è un tu che Dio ha posto nella nostra nazione italiana e con il quale dover coabitare responsabilmente.

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In secondo luogo, il Bene Comune è tensione alla perfezione ci ricorda che la scelta politica è una scelta sempre e comunque in divenire. Le perfezioni, le condizioni di vita cambiano e si modificano, esattamente come i partiti: occorre un cuore e uno sguardo attento ai segni dei tempi e al prossimo che vive in stato di indigenza materiale, morale e spirituale.

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Ecco, dunque, i due poli che ogni cattolico deve tenere presente quando si presenterà al seggio elettorale. E che ogni deputato o senatore cattolico deve avere sempre in mente, se sarà eletto, e si presenterà in Parlamento.

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Se forse questo ai teologi da tastiera e alle loro supercazzole esposte nelle cattedre dei social network sembrerà un discorso astratto e bello in teoria, ma in pratica assolutamente impraticabile, sarà ancora una volta prova di come questa generazione della Digital Age è forse una di quelle più ignoranti della storia ma che al contempo si crede la più intelligente di sempre. Perché è una di quelle generazioni digitali che pensa di scindere theoria e praxis, ma non conosce nulla né dell’una né dell’altra. Ciò detto, questo è il richiamo in coscienza ai principi morali e sociali che dovrebbero guidarci. Non ho nessuna intenzione di offrire suggerimenti elettorali e di partito. Il mio compito come sacerdote e teologo è solo dunque di fare memoria di quei valori portanti per tutti i fedeli e spronare a viverli coerentemente. Ad imitare coloro che in passato hanno incarnato questi valori. La loro attualizzazione sarà esplicitata anche dalle circostanze dal principio di epikeia che potrà suggerirlo ai lettori.

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Concludo domandandovi di pregare per la nostra Italia, perché riscopra anche i valori della laicità ― contro il laicismo imperante ― e sappia far dialogare fede, cultura e teologia, fra cattolici e uomini lontani della fede sempre con la buona volontà di servire la persona e il Bene Comune.

Gesù dolce Gesù amore (Santa Caterina da Siena)

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Roma, 23 settembre 2022

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NOTE

[1] Centesimus Annus, 46.

[2] Rimando a chi volesse approfondire il necessario J. Talmon, Alle origini della democrazia totalitaria, Il Mulino, Bologna, 1967.

[3] Centesimus Annus, 46.

[4] Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 164.

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Un Paese non si salva con i voti di protesta. Quale elettorato cattolico per le imminenti elezioni che rischiano di essere l’ennesimo “voto di pancia”?

UN PAESE NON SI SALVA CON I VOTI DI PROTESTA. QUALE ELETTORATO CATTOLICO PER LE IMMINENTI ELEZIONI CHE RISCHIANO DI ESSERE L’ENNESIMO “VOTO DI PANCIA”?

Della politica nostrana ci rimangono con ilare amarezza le boutade di alcuni personaggi-farsa, frasi iconiche più degne di un guitto d’avanspettacolo che di un uomo di stato chiamato a custodire il buono e il bello di un paese: «Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno […] Siam mica qui a smacchiare i giaguari». E tra una scatoletta di tonno e un giaguaro il 25 settembre si avvicina e i cattolici che cosa fanno, cosa pensano, dove sono?

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Temo che anche le elezioni politiche del 25 settembre saranno più l’espressione di un voto di pancia che non di un reale sentire democratico che tenga nel dovuto conto il bene del nostro Paese. Ragion per cui sono indeciso se andare a votare oppure no. Per un presbitero il voto è una seria questione di coscienza morale, non solo un dovere civico sancito dalla Costituzione.

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Un voto di pancia, come sarà quello del 25 settembre, adesso non ci serve, non è mai servito e mai servirà per costruire un futuro equilibrato e sensato. Chi ancora pensa che dalle prossime elezioni possa cambiare qualcosa si sbaglia di grosso, non cambierà proprio nulla, perché la politica ― quella vera, quella dei nostri padri greci ― era pensata non per cambiare il sistema ma per cambiare l’uomo dal di dentro. Come presbitero mi è concesso dire che l’uomo va convertito? Perché è questo il cuore del problema, lo sforzo pelagiano del volontarismo non basta. Difficilmente l’uomo si educa da sé, imparando dai propri errori e dalla sua storia, che il più delle volte non conosce e ignora. Se fosse così semplice, da tempo avremmo smesso di formulare e perseguire leggi e politiche antiumane, degne delle più spietate politiche totalitarie che volta per volta ciclicamente si ripropongono.   

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Se avessimo fatto più attenzione alla storia, avremmo capito che le realtà che migliorano veramente il mondo possiedono tutte la nota della gratuità e dell’investimento a fondo perduto. Penso, ad esempio, alla sanità pubblica, alla scuola e al mondo dell’educazione. Scuola e sanità sono quelle realtà magnifiche in cui bisogna investire in generosità senza aspettarsi nulla in cambio, perché i frutti non sono visibili nell’immediato ma nel tempo e la ricompensa non sarà certo quantificabile in cifre monetarie ma in uomini migliori, compassionevoli e sapienti.  

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Abbiamo voluto trarre profitto dagli ospedali tramutandoli in aziende dove è buono e bello risparmiare sulle infermità per far crescere in visibilità il dirigente di turno e dove le patologie sono categorizzate secondo una valenza politica e non certo clinica. Le scuole nel giro di cinquant’anni sono diventate i centri di una tolleranza ideologica in cui gli studenti ― sempre meno sapienti e fieri di esserlo ― non sono condotti a pensare con senso critico e libertà. Anzi si è arrivati a supporre che il troppo studio fosse finanche deleterio, per cui era necessario introdurre un po’ di alternanza con del lavoro, nell’illusione di programmare il posto fisso dopo la maturità. Ma anche in questo abbiamo fatto di peggio, arrivando a concepire il mirifico reddito di cittadinanza che conduce alla prova dei fatti a valutare lo studio e il lavoro come dei disvalori da cui guardarsi per cui è possibile vivere solo e soltanto accampando diritti anziché darsi da fare nei doveri.

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Sono stati proprio i diritti a costituire l’inceppamento del cardine di quella politica tutta italiana degli ultimi dieci anni. Diritti, puntiamo sui diritti, solo e soltanto diritti! Dimenticandosi del fatto che per crescere bene il seme di qualunque diritto si deve incontrare con il terreno dei doveri, terreno faticoso da lavorare che richiede il sacrificio di ognuno.

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Per questo motivo sono convinto, sia da credente che da presbitero, che le prossime elezioni scontenteranno ancora la maggior parte dell’Italia e di quell’elettorato cattolico che ancora v’è rimasto.

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Emblematica è stata l’intera gestione politica durante la pandemia da Covid-19 sia dell’ultimo governo Draghi che dei due governi Conte. Si è ben messo in evidenza quanto sia profondo l’oscuro barile dentro cui la politica italiana, ferita e feritrice, è chiamata a raschiare. Negli ultimi due anni abbiamo veramente sfiorato l’insurrezione popolare, come per i fatti di Trieste ― cosa che in un Paese più realista dell’Italia sarebbe accaduto per certo ― ma da noi no, noi siamo da sempre i campioni nello scollamento con il reale, così da mettere una pezza su tutto e farcela piacere, fino alla connivenza con il male.

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Anche davanti a questo importante distacco dalla realtà, sono convinto che in Italia ci siano ancora tante brave persone: ci sono, esistono ed esisteranno anche in futuro, ma sono sufficientemente assennate per non entrare nel vortice della politica che appare come quel Conte Ugolino che non lesina a divorare i suoi figli. Ben coscienti dei meccanismi del potere politico, si tengono socraticamente lontani dalle lusinghe dei tiranni, i quali declamano virtuosamente esempi di credibilità, onestà e incorruttibilità ma che alla fine si corrompono facendo la fine di quei famosi pifferi di montagna che andarono per suonare e furono suonati.

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Della politica nostrana ci rimangono con ilare amarezza le boutade di alcuni personaggi-farsa, frasi iconiche più degne di un guitto d’avanspettacolo che di un uomo di stato chiamato a custodire il buono e il bello di un paese: «Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno […] Siam mica qui a smacchiare i giaguari». E tra una scatoletta di tonno e un giaguaro il 25 settembre si avvicina e i cattolici che cosa fanno, cosa pensano, dove sono? Sì, dove sono? Non nel senso del loro peso politico che è inesistente (non c’è più un politico cattolico vero dai tempi di Giorgio La Pira) ma almeno come credenti dove sono? Quale direzione sono chiamati a scegliere per evitare di essere conniventi con certe strutture di peccato? Purtroppo, ne abbiamo già fatto esperienza, esiste il serio pericolo che la politica, svincolata da tutto e da tutti, possa corrompersi in una struttura di peccato, nemica di Dio e dell’uomo, e cadere in quel peccato originale in cui la verità e la virtù vengono estromesse. Davanti all’ossessiva preoccupazione di rendere laica la politica (e i politici) si è arrivati a dimenticare l’areté (ἀρετή), la virtù sacra per eccellenza che ogni politica e uomo politico dovrebbe perseguire.  

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San Tommaso Moro, politico cattolico anche lui, era ben cosciente del pericolo per un credente di vivere in uno Stato corrotto e dell’esigenza di resistere come credenti, in quanto il male dei governanti non colpisce solo una parte della nazione ma tutti i suoi membri e ciò che è oggettivamente male per una parte lo è anche per l’altra. Dice San Tommaso Moro:

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«se abbiamo vissuto in uno stato dove la virtù era proficua, il buonsenso ci avrebbe reso santi. Ma dato che vediamo che l’avarizia, la rabbia, l’orgoglio e la stupidità rendono comunemente molto più che la carità, la modestia, la giustizia e il senno, forse dobbiamo mantenerci un po’ saldi, anche a costo di essere degli eroi».

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Oggi avarizia, rabbia, orgoglio e stupidità sono le direttrici dentro le quali si tesseranno le trame di un voto di pancia che finirà per creare cittadini scontenti e ingannati. Non facciamoci illusioni, oggi anche quei partiti che si costruiscono attorno ai capisaldi del pensiero alternativo e dell’anti-sistema e che insistono sull’abolizione del GreenPass, sulla fine dell’obbligo vaccinale, sul reintegro dei sospesi dal lavoro, sulla posizione della guerra in Ucraina, sul caro bollette, si fermeranno davanti ai valori non negoziabili. E un cattolico cosa dovrà fare? Turarsi il naso e scegliere tra il peggio e il leggermente meno peggio? Ma anche no!

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È lapalissiano che nessun partito che conta (non quelli da zero virgola) oserà dire nulla sui valori non negoziabili essenziali per un credente, perché ben coscienti di assottigliare il proprio elettorato. Davanti a questioni importanti come l’aborto, il fine vita, il suicidio assistito, la legalizzazione delle droghe leggere, le tematiche LGBT quali partiti potranno dirsi veramente antisistema? Quali partiti sposeranno la carità, la modestia, la giustizia e il senno nel loro programma elettorale? Non certo l’attuale centro destra la cui attuale coalizione è tanto imbarazzante quanto quella del centro sinistra. Basta solo guardare qualche talk-show per udire in che modo molti politici uomini, ma soprattutto donne candidate in quei partiti che virtualmente si richiamerebbero persino ai valori cristiani, divengono morbidi come burro al sole su certi temi molto sensibili, mettono le mani avanti e giustificano prontamente in modo deciso e rassicurante che la Legge 194 non si tocca. Qualcuna si è lasciata persino sfuggire che è un «diritto acquisito», sottinteso: intangibile! E questi sarebbero i partiti e i loro rispettivi candidati che vorrebbero tentare di corteggiare lo smarrito, confuso e sfiduciato elettorato cattolico? E non aspettatevi la salvezza neanche dalle nuove coalizioni che sono nate dalla gestazione tormentata di un tempo di pandemia, in cui i Masanielli si sono sprecati, tempo qualche anno e saranno dei cloni del fu Movimento Cinque Stelle.

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Da cristiani non ci resta altra cosa sensata da fare se non quella di pregare, con quella stessa richiesta che il beato apostolo Paolo fece a Timoteo:

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«Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità» (1Tm 2,1-2).

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Dobbiamo pregare ― così come facciamo nella preghiera universale del Venerdì Santo ― affinché coloro che sono chiamati a governare la comunità civile siano illuminati dal Signore nella loro mente e nel loro cuore affinché si giunga al bene comune, alla vera libertà e alla pace. Dobbiamo pregare, chiedendo al Signore la forza di promuovere una politica cristiana che cambi l’uomo dal suo interno e non il sistema. Una politica della virtù, in cui il bello, il buono e il vero ispirino i governanti a un qualcosa di più che una poltrona e un vitalizio. Non so se sarà possibile ma del resto abbiamo già toccato il fondo, quindi che dite, perlomeno ci proviamo?

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Laconi, 12 settembre 2022

 

 

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Non tutto è perduto: l’Arcivescovo Metropolita di Milano dottore della Chiesa, subito!

NON TUTTO È PERDUTO: L’ARCIVESCOVO METROPOLITA DI MILANO DOTTORE DELLA CHIESA, SUBITO!

Prima o poi ci sarà un conclave. Forse sarebbe opportuno far recitare alla gran parte dei Cardinali elettori la formula di giuramento nelle loro lingue nazionali, dispensandoli dal pronunciarla in un latino che molti non conoscono. A questo modo eviteremo che i laicisti anticlericali, gli agnostici e gli atei dotati però di cultura e preparazione, possano prenderci in giro per i secoli avvenire.

— Attualità ecclesiale —

 

Autore
I Padri de L’Isola di Patmos

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Mai avremmo immaginato che un giorno, l’attore e regista Carlo Verdone entrasse nella letteratura dei Libri Sapienziali con la sua celebre frase: o’ famo strano, almeno fin quanto il Sommo Pontefice non ha cominciato a dare il meglio di sé nella scelta dei nuovi cardinali.

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Nel 2017 fu fatto cardinale il vescovo ausiliare di San Salvador S.E. Mons. Gregorio Rosa Chávez. L’arcivescovo di quella diocesi, S.E. Mons. José Luis Escobar Alas, si ritrovò così come ausiliare un cardinale. Il tutto sempre da leggere alla luce della grande sapienza di Carlo Verdone: …o famo strano!

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Senza cardinale sono rimaste tutte quelle diocesi italiane che storicamente sono sedi cardinalizie residenziali: Palermo, Napoli, Firenze, Bologna, Genova, Milano, Torino e Venezia. In tutte queste sedi storiche ci sono attualmente due cardinali, il mite ma deciso e determinato Giuseppe Betori a Firenze, creato cardinale da Benedetto XVI nel 2012 e il mite e basta Matteo Maria Zuppi, creato cardinale da Francesco e oggi Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

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Con una sottile ironia socratica che mai ci si sarebbe aspettati da un milanese ― tanto siamo abituati a pensare che sia quasi una prerogativa degli abitanti delle italiche zone della Magna Grecia che fu, l’essere ironici ―, S.E. Mons. Mario Delpini ha sferrato delle stilettate memorabili nel suo saluto ufficiale di augurio al neo-eletto Cardinale Oscar Cantoni, Vescovo di Como, Diocesi suffraganea di Milano.

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Siamo sinceri: ma chi sono ‘sti bauscia milanesi? In fondo Milano è solo una antichissima Diocesi che ha donato alla Cristianità santi, beati, dottori della Chiesa e Sommi Pontefici. È solo una Diocesi che con i suoi sacerdoti missionari o fidei donum ha contribuito in modo determinante a evangelizzare intere nazioni in giro per il mondo. Tutte cose banali e del tutto scontate. Vogliamo forse mettere a confronto questa Diocesi, la più grande d’Europa, storicamente ed ecclesialmente così insignificante, con il vicariato apostolico della Mongolia (1.300 cattolici battezzati) con la diocesi di Tonga (9.000 battezzati), con il Vicariato del Brunei, dove in tutto il Paese i cattolici battezzati sono appena 15.000, i cui vescovi sono stati creati cardinali? Cos’è Milano, dinanzi all’eccentrica stravaganza pontificia del … ‘o famo strano? Perché a questo siamo ridotti: al voler fare cose eccentriche che possano stupire, visto che nessuno pare riuscire più a stupire con Gesù Cristo.

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Un sommesso consiglio: prima o poi ci sarà un conclave. Forse sarebbe opportuno far recitare alla gran parte dei Cardinali elettori la formula di giuramento nelle loro lingue nazionali, dispensandoli dal pronunciarla in un latino che molti non conoscono. A questo modo eviteremo che i laicisti anticlericali, gli agnostici e gli atei dotati però di cultura e preparazione, possano prenderci in giro per i secoli avvenire. Non tutti possono infatti comprendere la profonda e grande sapienza mistagogica del … ‘o famo strano!

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dall’Isola di Patmos, 1° settembre 2022

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La Chiesa e la crisi del sacro: l’Eucaristia è presenza reale del Cristo e la Santa Messa memoriale incruento del sacrificio del Calvario

LA CHIESA E LA CRISI DEL SACRO: L’EUCARISTIA È PRESENZA REALE DEL CRISTO E LA SANTA MESSA MEMORIALE INCRUENTO DEL SACRIFICIO DEL CALVARIO

Nella lettera del 7 aprile 1913, Padre Pio da Pietrelcina scriveva al suo direttore spirituale Padre Agostino da San Marco in Lamis descrivendo l’esperienza mistica di cui era stato spettatore, dove il Signore Gesù piangente si lamenta dei suoi sacerdoti definendoli «macellai» proprio in relazione alla celebrazione del divino sacrificio e delle disposizioni con cui esso veniva celebrato.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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cliccare sull’immagine per aprire il video

La vicenda del sacerdote ambrosiano Mattia Bernasconi e della sua trovata di celebrare la santa messa in mare, come già ho trattato in passato in miei precedenti articoli [vedere qui, qui, qui], ha messo molto bene in evidenza il livello di debolezza del Sensum Fidei che circola oggi tra il clero e tra i fedeli. Anzi, proprio perché il clero è il primo a essere carente di Sensum Fidei, di Tradizione e di conoscenza del Magistero, i fedeli si sentono legittimati a comportarsi di conseguenza, distillando la loro fede all’interno di un credo che è il risultante tra una spinta emotiva e il solidarismo corporativo.

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Per grazia di Dio, dopo diverso tempo di inspiegabile silenzio, l’Arcivescovo di Milano dice la sua e la dice con l’autorevolezza del pastore il cui scopo è quello di difendere il Popolo di Dio a lui affidato contro i naufragi della fede e della sana dottrina. In barba a tutte quelle anime belle che per diverso tempo hanno difeso a spada tratta l’orrenda pagliacciata della messa in mare, tacciando di rigidità, ignoranza e giudizio tutti coloro che – noi sacerdoti compresi – hanno avuto da ridire e hanno reagito… perché si sa, nella Chiesa i problemi sono altri, le cose importanti non sono certamente queste. Poveri noi!

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Basta solo prendere uno stralcio del comunicato del presule ambrosiano [vedere qui] per capire quanto questo Confratello abbia sbagliato, tanto da aver costretto il suo vescovo a tali espressioni:

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«Io ritengo che il modo di celebrare scelto da Don Mattia sia una sciocchezza senza giustificazioni […] Sarà doveroso per Don Mattia riprendere con serietà una formazione liturgica che consenta di capire come sia stato possibile questo comportamento ed evitare che si ripeta».

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Come sempre il punctum dolens è dato dalla formazione del clero, da curare sempre e da verificare periodicamente nel corso degli anni. Clero ignorante porta alla conseguenza di un laicato ignorante, nel senso etimologico del termine. Non è solo un problema di teologia dogmatica che informa la teologia liturgica e pastorale ma anzitutto di una immersione in quella dimensione di mistero che tocca il cuore stesso di Dio e ne costituisce la trama spirituale.

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Tutti i sacri misteri, in primis la Santa Messa, consentono all’uomo di toccare l’azione dello Spirito Santo nella propria creaturalità, operando la salvezza. Se non permettiamo allo Spirito Santo di parlarci attraverso i sacri misteri, nessuno lo farà. Lo spirito del mondo non è capace di rinvigorire le ossa inaridite di una vita dimentica di Dio [cfr. Ez 37,1-14], esso tutto stravolge in emotività disordinata, in fai-da-te compulsivo e solidarismo settario, cose tutte che non possono trovare una giustificazione nella Chiesa, specie quando ci si spinge fino al limite del sacrilegio.

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Penso sia utile e costruttivo rileggere alcuni tra i tanti commenti dei “fedeli” apparsi sul profilo Facebook di Mattia Bernasconi, così come in quello di altri presbiteri. Per esempio Giovanni Berti, il prete vignettista del clericalmente corretto che è corso subito in difesa del confratello milanese confezionando disegnini ad hoc. Ecco alcuni tra i più interessanti commenti:  

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«Io sono dalla parte del prete che ha fatto la messa sul materassino. E lo difendo. Dio si può incontrare ovunque, anche in mare […] totale solidarietà a Don Mattia e alla sua autentica testimonianza […] Don Mattia è stato ed è autentico anche nel chiedere scusa. A me terrorizzano i preti giovani nostalgici del concilio di Trento e che celebrano in latino […] Mattia non hai fatto nulla di male! Spero che il sostegno di chi ti vuole bene ti dia forza e ti rincuori! […] Don Mattia la vera parola di Dio si pratica in questo modo semplice ed umile, siamo tutti con te […] Ma Gesù sarà stato contento di essere celebrato in un simile contesto e poi magari qualcuno che non andava a messa da tanto, ha avuto la possibilità di ricordare a quelli che hanno criticato è solo per invidia, per non avere il coraggio o la fantasia di farlo loro! Quanta ipocrisia… quanti talebani abbiamo nella chiesa […] Grazie Don Mattia per l’ennesimo insegnamento che mi hai dato. L’essenza […] Ma chiedere scusa di cosa??? Offeso chi? Delle persone zotiche? Non mi pare che Gesù andasse a predicare in giro la fede in giacca e cravatta avesse un altare tutto d’oro!

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Circola anche una lettera di un certo Don Paolo, intitolata: «Il materassino dello scandalo e i dinosauri cattolici», i cui contenuti sono equiparabili a quelli appresi durante un corso online in teologia, il cui docente di dogmatica è il mago Oronzo. Non sono qui per aprire alcun dibattito su queste espressioni che si commentano da sole e che, come ho detto precedentemente, sono solo un misto di emotività e di solidarismo corporativo. Eppure, è evidente e balza agli occhi la tragicità di una fede eucaristica inesistente, la non comprensione per la violazione del mistero del Santissimo Corpo e Sangue del Signore unita a una luciferina negazione del peccato che vanifica ogni possibilità di recupero del reo e di riconoscimento ed espiazione della colpa. Insomma, a sentire queste testimonianze è più devoto dell’Eucaristia Mattia Bernasconi che San Pasquale Baylon, patrono dei congressi eucaristici.       

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Il mio intento con questo ulteriore articolo sul tema è quello di ribadire pubblicamente ai Confratelli Presbiteri e ai Venerabili Vescovi che i nostri fedeli hanno completamente perso il senso della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Così come hanno smarrito il significato della celebrazione eucaristica della Messa come memoriale incruento del sacrificio del Calvario. E questo per colpa di noi preti! In definitiva, se vogliamo ancora salvare il minimo che può essere ancora salvato dobbiamo ripartire dall’Eucaristia, sia come mistero rivelato dal Signore Gesù che come comprensione e riflessione teologica dentro il Magistero della Chiesa. Ripartire dalle basi, iniziando dai bambini, educando il loro cuore a saper vedere Gesù, a stare con lui nel Sacramento. La mia esperienza di presbitero dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, per anni cappellano in un grande polo ospedaliero, oggi parroco di una parrocchia annessa al nostro convento sardo di Laconi, è quella che mi dice che i bambini si innamorano facilmente del Sacramento dell’altare se noi adulti sappiamo fornire loro il minimo indispensabile per capirne il mistero e la dignità della grandezza. A mio avviso non si dovrebbero appesantire e moltiplicare i concetti di fede nei fedeli cristiani se questi non sono ancora in grado di assimilarne l’essenziale. La presenza eucaristica di Cristo adorata e proclamata reale nella celebrazione della Santa Messa diventa il trait d’union che mi permette, in un secondo momento, di avere uno sguardo più dilatato e puro, quasi mistico, per vedere il Signore presente nei poveri, negli ammalati e in tutti i fratelli che incontrerò.

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Le ore di adorazione eucaristica, che nelle parrocchie stanno sempre più sparendo, rappresentano la vera palestra in cui riconoscere Gesù vivo. Un cristiano che non adora e non loda è un cristiano debole. Un sacerdote che nella sua vita spirituale non sente l’esigenza di stare davanti a Gesù sacramentato è un burocrate e se è anche in cura d’anime e non si sbuccia le ginocchia davanti al tabernacolo mette in pericolo la sua missione apostolica, la sua salute spirituale e indebolisce il gregge a lui affidato.  

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Se dovessimo osservare la consapevolezza della presenza del Signore nella maggior parte dei fedeli che varcano l’ingresso di una chiesa, ne vedremo delle belle: quanti di essi entrano con abiti decorosi e non succinti? Quanti spengono il cellulare o lo silenziano per rispetto verso la Santissima Eucaristia e per rispetto dei presenti che sono già in preghiera? Quanti cercano la lampada rossa che segnala che la chiesa è abitata dalla presenza eucaristica di Cristo vivo? Quanti si inginocchiano, una volta arrivati al banco, e recitano le orazioni di lode e di riverenza alla Santissima Eucaristia come quelle insegnate dal santo dottore Alfonso Maria de’ Liguori o dicono di cuore un «Sia lodato e ringraziato ogni momento il Santissimo e Divinissimo Sacramento» terminando il tutto con una dossologia? Quanti di coloro che entrano in chiesa, si affrettano a cercare il conforto della persona di Cristo nel tabernacolo anziché affrettarsi a cercare la statua lignea o di gesso del santo di turno, non capendo la differenza sostanziale che passa tra simulacro e presenza reale, tra il culto di latria, dulia e iperdulia?

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E questo potrebbe essere solo l’inizio di un lungo esame di coscienza collettivo che interessa fedeli e sacerdoti insieme. Possiamo andare ancora avanti analizzando la Santa Messa: quanti arrivano puntuali affinché si possa iniziare la celebrazione con il canto di ingresso e terminarla al canto finale? Quanti sono i fedeli ancora convinti che la Santa Messa sia valida se si è arrivati almeno prima della proclamazione del Santo Vangelo? Quanti, durante la consacrazione e l’elevazione, sanno guardare il Corpo di Cristo nell’ostia candida e il calice con vino, Sangue del Signore? Quanti ancora sostengono con fermezza che per fare la comunione alla Santa Messa basta un Atto di Dolore senza bisogno di alcuna confessione sacramentale previa, anche se si ha la coscienza di aver mancato a qualche comandamento? Quanti sono convinti che per fare la Comunione sacramentale basti il solo desiderio passionale che fa dire «mi sono sentito di prendere l’Eucaristia» dimenticando una vita cristiana che escluda il peccato abituale, le condizioni di disordine morale e gli impedimenti di coscienza che avrebbero bisogno di una profonda sanazione? Quanti sono i fedeli che si presentano a ricevere la Comunione dal sacerdote solo per i battesimi, i matrimoni i funerali, pensando che quella comunione buttata là sia doverosa per etichetta e non già come risposta di fede? Quanti ancora vanno a fare la Comunione con in bocca la caramella o la gomma da masticare? Quanti ancora si accostano con atteggiamento sprezzante e derisorio, con nessuna consapevolezza di chi si sta andando a ricevere? Quanti sfidano la Chiesa e il sacerdote che distribuisce l’Eucaristia reputando la Comunione un diritto proprio acquisito? Quanti propugnatori pubblici o difensori di posizioni quali l’aborto, l’eutanasia, il divorzio, la convivenza, il consumo di droghe, i matrimoni fuori dalla legge naturale, la guerra e tutti quei casi in cui abbonda divisione, ostilità e vessazione del più debole oggi si accostano alla Comunione con evidente sacrilegio?

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Vi sembra normale affermare che, dopo tutte queste incongruenze, si possa ancora credere in maniera seria e matura alla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia? La messa marina di Crotone è la punta dell’iceberg di un patologico malessere sacramentale che sta intaccando tutti.

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E quando fai notare questa incompatibilità, anche con forza, subito diventi uno che giudica, un Giuda che tradisce oppure un anacronistico «dinosauro» cattolico. Oggi queste accuse diventano il modo più immediato per screditare l’avversario e disinnescare il pungolo verso la santità che si richiede a chi vuole attraversare la porta stretta [Lc 13,24]. Con questo antidoto, l’accusa di giudizio, ci si toglie di mezzo qualunque bigotto, così come in politica si usa la parola fascista e nella comunità LGBT la parola omofobia per tacitare il dissenso avversario.     

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Da frate cappuccino avrei buon gioco nel ricordare a tutti la posizione, in relazione alla Santa Messa, di Padre Pio da Pietrelcina. Lui, sacerdote stigmatizzato, a ogni Eucaristia che celebrava o che assisteva riviveva sulla sua carne e nel suo animo gli spasimi terribili della passione del Signore Gesù con vivido realismo. Nella lettera del 7 aprile 1913, Padre Pio scriveva al suo direttore spirituale Padre Agostino da San Marco in Lamis descrivendo l’esperienza mistica di cui era stato spettatore, dove il Signore Gesù piangente si lamenta dei suoi sacerdoti definendoli «macellai» proprio in relazione alla celebrazione del divino sacrificio e delle disposizioni con cui esso veniva celebrato. Ho voluto citare un esempio a me caro e vicino, ma potrei continuare ad elencare altri santi come il Beato Carlo Acutis, ad esempio, e altre memorabili pagine della storia della Chiesa in cui si ribadisce l’importanza della celebrazione dell’Eucaristia e del Corpo del Signore.

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Non faccio questo per suscitare un linciaggio verso nessuno, cosa che mi guarderei bene dal fare essendo un peccatore più degli altri ma, ahimè, mi è stata attribuita anche questa intenzione da qualcuno che ha letto i miei ultimi articoli, non solo interpretandoli male, ma proprio stravolgendoli completamente.

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Carissimi Confratelli nel sacerdozio e Venerabili Vescovi, reputo vero e giusto il dovere ministeriale di affermare che quando si sorpassa il limite della decenza in una maniera così palese nei riguardi della Santissima Eucaristia e della Santa Messa, come accaduto a Crotone, ci vuole il giusto sdegno, la dovuta riparazione e il coraggio della paternità. Sì, saper utilizzare con immediatezza e autorevolezza la virile paternità, che né l’Arcivescovo di Milano né quello di Crotone hanno saputo fare nell’immediato. Come disse nel 1972 il Venerabile Padre Divo Barsotti predicando gli esercizi spirituali alla Curia Romana sotto l’invito di Paolo VI:

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«La Chiesa è stata dotata da Dio di un potere coercitivo che all’occorrenza deve esercitare perché se non lo esercita viene meno sia la carità che il mandato che Cristo le ha dato».

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E quale padre davanti al figlio che sbaglia non si prodiga con fermezza e misericordia, come leggiamo in Ebrei [cfr. 12,5-11], affinché questo si ravveda e non si perda? Perché è dalla correzione che sottolinea l’errore che nasce quella carità che recupera colui che sbaglia e lo circonda di misericordia. Per questo motivo non dobbiamo avere paura di affermare con le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica che:

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«Il nostro Salvatore nell’ultima Cena, la notte in cui veniva tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, col quale perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e viene dato il pegno della gloria futura » (Cfr. CCC n.1323).

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Chi ci aiuta in questa comprensione del mistero eucaristico sono i nostri sacerdoti che non da padroni ma da servi senza secondi fini:

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«esercitano la loro funzione sacra nel culto o assemblea eucaristica, dove, agendo in persona di Cristo e proclamando il suo mistero, uniscono i voti dei fedeli al sacrificio del loro Capo e nel sacrificio della Messa rendono presente e applicano, fino alla venuta del Signore, l’unico sacrificio del Nuovo Testamento, il sacrificio cioè di Cristo, che una volta per tutte si offre al Padre quale vittima immacolata. Da questo unico sacrificio tutto il loro ministero sacerdotale trae la sua forza» [cfr. CCC n.1566].

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Nella quotidiana diaconia liturgica a servizio dell’altare fatta di gesti, riti, segni e simboli, i sacerdoti, celebrano l’Eucaristia in cui il Signore rinnova la sua redenzione pasquale dal peccato e dalla morte in favore dell’uomo. Questo linguaggio rituale ha bisogno di uno spazio appropriato, che sia degno della grandezza del mistero che in esso viene celebrato. Pertanto la Santa Messa:

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«Venga compiuta nel luogo sacro, a meno che in un caso particolare la necessità non richieda altro; nel qual caso, la celebrazione deve essere compiuta in un luogo decoroso» [cfr. Redemptionis Sacramentum n. 108 e Codice di Diritto Canonico, Can. 932 § 1; cfr. S. Congr. per il Culto Div., Istr., Liturgicae instaurationes, n. 9: AAS 62 (1970) p. 701].

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Così, celebrando con viva fede e in modo degno la Santa Messa, il sacerdote e con lui la Chiesa, realizza quanto Sant’Ambrogio vescovo di Milano dice a riguardo della presenza reale del Corpo del Signore:

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«Questo pane è pane prima delle parole sacramentali; ma, intervenendo la consacrazione, il pane diventa carne di Cristo […] Da quali parole è operata la consacrazione e di chi sono tali parole? Del Signore Gesù! Tutte le cose che si dicono prima di quel momento sono dette dal sacerdote che loda Dio, prega per il popolo, per i re e per gli altri; ma quando si arriva al momento di realizzare il venerabile sacramento, il sacerdote non usa più parole sue, ma di Cristo. È dunque la parola che opera (conficit) il sacramento […] Vedi quanto è efficace (operatorius) il parlare di Cristo? Prima della consacrazione non c’era il Corpo di Cristo, ma dopo la consacrazione, io ti dico che c’è ormai il corpo di Cristo. Egli ha detto ed è stato fatto, ha comandato ed è stato creato (cf Sal 33, 9)» [Cfr. Ambrogio, De sacramentis, IV, 14-16 (PL 16, 439 ss].

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Con l’ultima e definitiva parola dell’Arcivescovo di Milano, sulla vicenda della Messa di Crotone, ci avviamo al termine dell’estate 2022. L’estate sta finendo, cantavano i Fratelli Righeira nel 1985, per noi basterebbe che a finire fossero queste bizzarrie liturgiche e dogmatiche, con la speranza che in questo periodo i vescovi stiano un po’ più vicino ai preti e un po’ meno alle urne e ai politici, visto che reputiamo ancora che Cristo sia il solo e unico Redentore dell’umanità.

Laconi, 23 agosto 2022

festività di Sant’Ignazio da Laconi

 

 

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Anticipazione: è in uscita «Amoris Tristitia» il nuovo libro dedicato dal Padre Ariel S. Levi di Gualdo alla grande figura del Cardinale Carlo Caffarra

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

ANTICIPAZIONE: È IN USCITA «AMORIS TRISTITIA» IL NUOVO LIBRO DEDICATO DAL PADRE ARIEL S. LEVI di GUALDO ALLA GRANDE FIGURA DEL CARDINALE CARLO CAFFARRA

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«Lungi da me tagliarti le ali, desidero rivolgerti una preghiera che non sei tenuto a esaudire: puoi mettere mano a questo lavoro e pubblicarlo tra 5 anni?» (Carlo Caffarra, 19 gennaio 2017)

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Il 5 settembre 2022 saranno trascorsi cinque anni dalla morte del Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo metropolita di Bologna, che fu uno tra i più grandi esperti al mondo di dottrina sul matrimonio e la famiglia, di cui il nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo è stato amico, in seguito discreto e riservato collaboratore privato tra il 2015 e il 2017.

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Le oggettive ambiguità della Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia data dal Sommo Pontefice Francesco dopo la chiusura del Sinodo sulla famiglia hanno toccato molto in profondità numerosi vescovi, presbiteri e teologi ridotti oggi sempre più al silenzio, come talvolta può accadere quando si è troppo aperti, troppo dialoganti, troppo sinodali e soprattutto troppo misericordiosi.

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Un libro lucidamente critico scritto da uno studioso di solida dottrina, capace a redigere pagine all’occorrenza anche dure e severe, ma del tutto inattaccabili sul piano teologico. Di questo suo progetto il Padre Ariel parlò con il Cardinale Carlo Caffarra nel gennaio del 2017, che per tutta risposta gli rivolse una richiesta non vincolante, rimessa alla sua libera decisione: «Potresti attendere cinque anni prima di pubblicarlo?». Glielo espresse con una lunga e dettagliata lettera, di cui l’Autore riporta uno stralcio nell’apertura del libro:

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Carissimo Padre Ariel,

capisco il tuo dolore per l’articolo comparso ieri su Avvenire dove sono stato attaccato con imprecisione e malizia. Immagina il dolore mio. È il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, di cui sono stato membro vent’anni come vescovo di due diocesi.

Ho esaminato il progetto del libro che intendi preparare su temi di dottrina legati all’ultimo Sinodo sulla famiglia. Ho sempre riconosciuto le tue doti di scrittura e le tue capacità teologiche alle quali unisci sguardo da aquila e coraggio da leone. Tirerai fuori un ottimo lavoro, ne sono sicuro.

Lungi da me tagliarti le ali, desidero rivolgerti una preghiera che non sei tenuto a esaudire: puoi mettere mano a questo lavoro e pubblicarlo tra 5 anni?

So che non sei un emotivo e che procedi con rigore speculativo, ma queste tue qualità non sono comuni ad altri, e in questo momento gli animi sono troppo caldi.

Se mi esaudirai lo apprezzerò dal cielo, mentre sulla terra sarò un vecchio cardinale dimenticato, giunto dinanzi al giudizio di Dio cosciente di essere un peccatore, ma sicuro di poter dire d’aver fatto ciò che dovevo con le forze che mi erano state date.

Il mese prossimo verrò a Roma e come sempre avremo modo di incontrarci.

 Prega per me.

19 gennaio 2017

XCarlo Caffarra

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Quando i primi di settembre il libro entrerà in distribuzione ne daremo notizia sulle colonne della nostra Isola di Patmos, perché difficilmente potrete apprenderlo da Avvenire e da L’Osservatore Romano.

 

Dall’Isola di Patmos, 21 agosto 2022

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Il Sinodo Tedesco, tra luteranesimo romanofobico e teologhe lesbiche che pretendono di stravolgere la dottrina cattolica

IL SINODO TEDESCO, TRA LUTERANESIMO ROMANOFOBICO E TEOLOGHE LESBICHE CHE PRETENDONO DI STRAVOLGERE LA DOTTRINA CATTOLICA

 

O la Santa Sede impara dalla storia e procede a elargire una solenne e salutare scarica di bastonate ai tedeschi, oppure questo farsesco sinodo proseguirà sino alla fine con tutte le conseguenze che ne deriveranno, fungendo da teatro di sfogo orrido e grottesco per un manipolo di teologhe lesbiche incattivite che lo stanno fin troppo pilotando.

— Attualità —

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PDF  articolo formato stampa

 

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Coppia di anziane lesbiche

Il problema non è dirle in malo modo, come talora mi si accusa di fare, ma dirle vere. E quando si dicono vere si dovrebbe soprassedere sul modo forte col quale a volte è necessario dirle. In caso contrario saranno gli accusatori a cadere nel farisaismo, attaccandosi alla forma o alla parolina colorita, per eludere la sostanza e tutti i dati di fatto coi quali non vogliono fare i conti, perché implicherebbe assumersi responsabilità e agire.

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Da prete ho vissuto e studiato in Germania e quando si dice Chiesa cattolica tedesca ritengo di sapere un po’ di che cosa si parla. Ne scrissi in toni allarmati nell’ormai lontano 2011 nel mio libro E Satana si fece trino, narrando di quanto avanzato fosse lo stato di protestantizzazione della Chiesa Cattolica in molte regioni del Nord dell’Europa, affermando che era in atto uno scisma di fatto che andava solo ufficializzato. Feci presente che un fiume in piena stava scendendo dal Nord dell’Europa e che a breve avrebbe travolto anche le nostre Chiese locali, in modo particolare quella italiana, suddita da oltre mezzo secolo delle peggiori derive teologiche tedesche, perché tutto ciò che non è tedesco non è degno sul nostro patrio suolo di essere chiamato teologico. Per questo grazie ai raggiri dei Gesuiti della Pontificia Università Gregoriana, nipotini amorosi di Karl Rahner, che ebbero giocoforza sul Sommo Pontefice Paolo VI – rivelatosi in questo ingenuo – fu distrutta la Scuola Romana, il cui centro era la Pontificia Università Lateranense, con grandi e straordinari teologi della caratura di Pietro Parente, Antonio Piolanti, Pier Carlo Landucci … tutti ridotti al silenzio nella “gloriosa” stagione del dialogante post-concilio degli anni Settanta. Ultimo esponente della Scuola Romana è stato Antonio Livi (cfr. QUI). Un decennio dopo, lo stesso Paolo VI, lamentava e temeva che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio» (testo integrale QUI). Chissà perché, soprattutto: chi gli spalancò le porte?   

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La storia insegna che nella memoria antropologica del popolo tedesco sopravvive sempre lo spirito barbarico. Insegna altresì, la storia, che ai tedeschi non si può dare un buffetto sopra la manina con un sorriso sulle labbra dicendo «cattivello così non si fa, altrimenti mammina soffre». Vanno tramortiti a bastonate e lasciati a terra con le ossa rotte dopo essere stati umiliati. A quel punto si placano per i successivi decenni. Poi a poco a poco tornano a tirare su di nuovo la testa, con lo stesso spirito e l’identica arroganza. A quel punto saranno necessarie altre salutari legnate. Qualcuno potrebbe pensare che questo mio parlare sia gratuita e inopportuna violenza. Giammai, è semplicemente prudente e legittima difesa delle popolazioni europee. Le pacifiste anime candide digiune di sapere, anziché stracciarsi le vesti al grido arcobalenato di peace and love studino piuttosto la storia, perché così capiranno tutte le ragioni di questo mio dire, a partire dal prezzo pagato dall’Europa e dal mondo intero per la psicologia tedesca a partire dagli anni Trenta del Novecento.

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I tedeschi sono i grandi incazzati d’Europa perché di fatto sono da sempre i grandi perdenti della storia del nostro Vecchio Continente. O risulta a qualcuno che abbiano mai vinto una guerra? Alla fine della Prima Guerra Mondiale furono umiliati al tavolo delle trattative di Versailles. Rialzarono la testa anni dopo con infauste gesta che produssero conseguenze mai viste prima. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale si sono ritrovati con il loro Paese raso al suolo e ridotto alla fame. Per quanto riguarda l’oggi stendo un velo pietoso, perché ci sarebbe da parlare a lungo sul senso umano e morale della “civilissima” Germania nella quale nessuno getterebbe mai una cicca di sigaretta nel giardino di un parco pubblico, però esistono cliniche private nelle quali si trapiantano organi di cui non si conosce la provenienza, cosa che nella incivile Italia non potrebbe mai accadere, con le rigide leggi restrittive che abbiamo, ma soprattutto per quel senso di umanità che ancora non ci ha abbandonato del tutto. Sull’etica economica sorvolo, perché non è  questa la sede per discuterne, limitiamoci a dire che la Germania ha regalato anni addietro alla Cina le corde con le quali l’Europa sarà a breve impiccata. 

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Nella stagione delle ubriacature sinodali anche in Germania si è avviata questa fase, prima dell’apertura della quale dissi che il risultato sarebbero stati degli attacchi alla dottrina cattolica e al deposito della fede da fare impallidire Martin Lutero, che non dimentichiamo era cattolico. Eretico, ma cattolico. La gran parte dei vescovi, dei presbiteri e dei fedeli tedeschi, cattolici non lo sono più da tempo, non ci sono proprio nati e come tali non sono stati formati e cresciuti, mentre Lutero sì, lo fu. Quelli che vengono impropriamente definiti “cattolici tedeschi” al limite sono per la maggiore dei cristiani che risentono molto più di Lutero e soprattutto di Calvino, anziché del Magistero della Chiesa Cattolica.

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Mai aprire in Germania i vasi di Pandora, perché dar loro in mano un sinodo finirà per produrre il meglio del peggio del loro spirito romanofobico mai assopito.

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Adesso la Santa Sede lamenta e dichiara pubblicamente che l’iniziativa in corso in Germania «non ha facoltà di obbligare i vescovi e i fedeli a nuovi modi di governo e nuove impostazioni di dottrina e di morale» [cfr. QUI]. Per questo li invita a rientrare nei ranghi del corretto percorso sinodale della Chiesa universale. Insomma: gli hanno percosso la manina con il sorriso sulle labbra dicendogli «cattivelli, così non si fa, altrimenti mammina soffre».

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Che cosa si aspettava la Santa Sede da siffatta accozzaglia di soggetti ormai sedicenti cattolici? Ovvio che il sinodo – come subito è avvenuto – sarebbe stato il pretesto per vomitare contro Roma reclamando tutto ciò sul quale non è consentito neppure aprire discussioni e meno che mai portarle avanti: abolizione del celibato sacerdotale, sacerdozio alle donne, o perlomeno il diaconato, derubricazione del peccato di sodomia, benedizione delle coppie gay, valutazione di casi particolari nei quali l’aborto o l’eutanasia potrebbero essere leciti, apertura totale alla contraccezione e chi più ne ha più ne metta.

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Applicando certe logiche potremmo mettere in discussione, votare a maggioranza e abolire vari precetti del Santo Vangelo, perché a dire di molti non sono più conformi ai tempi presenti e alle esigenze del mondo contemporaneo. Esattamente ciò che di tragico sta avvenendo con questo locale Sinodo tedesco, dove con tutta la peggiore arroganza un’orda di femministe inacidite si stanno permettendo di discutere su ciò che la Chiesa non può proprio discutere, perché non ha la potestà di farlo. Non solo e non tanto pretendono la messa in discussione della legittimità del sacerdozio alle donne, delle benedizioni alle coppie di gay e lesbiche che decidono di “sposarsi” giustificando il tutto con un non meglio precisato “amore”, perché ciò che di fatto rivendicano è che la Chiesa dichiari che quanto sino a oggi ha considerato peccato mortale è in verità bene, quindi che dichiari di avere sbagliato per spirito retrogrado facendo ammenda e aprendo neppure le porte, ma spalancando letteralmente le gambe.

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Vogliamo aggiungere poi dell’altro ancora, ammesso sia lecito dirla chiara e veritiera senza essere subissati di querele dai circoli radicali LGBT? Faccio notare che le teologhe femministe che da anni stanno facendo fuochi e fiamme nel poco di cattolico che resta in vari Paesi dell’Europa del Nord, per la maggiore sono lesbiche conclamate e molte convivono con le loro compagne. Solo un doppiogiochista come il Cardinale Reinhard Marx Arcivescovo metropolita di München — che sino alla prima decade di febbraio del 2013 era più ratzingeriano di Benedetto XVI, salvo divenire tre mesi dopo più bergogliano di Francesco I —  poteva consentire a simili maschiacce di creare disordine e disturbo all’interno della Chiesa tedesca dando loro spazio, voce e un palcoscenico di sfogo durante un sinodo. Ma d’altronde è risaputo: se secondo le teorie di Sigmund Freud la donna soffre dell’invidia inconscia del pene maschile, la teologa teutonica lesbica soffre per l’invidia del prete.

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Facciamo quindi qualche esempio pertinente e reale: è vero che nella narrazione biblica si precisa che Dio li creò maschio e femmina (cfr. Gen 1, 26-28), ma quelli erano altri tempi. Tutt’altre sono oggi le esigenze delle coppie di gay e di lesbiche che si vogliono sposare tra uomo e uomo, tra donna e donna, reclamando l’approvazione e la benedizione della Chiesa, o il battesimo trionfale di bambini acquistati da cosiddetti uteri in affitto, con tutto il gotha LGBT schierato in chiesa, non perché gli interessi qualche cosa del Santo Battesimo, ma per strumentalizzare un Sacramento al solo fine di dimostrare d’aver piegato il Cattolicesimo ai propri disordini morali, o peggio alle loro aberrazioni, come nel caso dei bambini commissionati ai cosiddetti uteri in affitto. Siccome però, all’epoca, l’Onnipotente Creatore non poteva essere aggiornato, sarà opportuno che i precetti, la divina parola e lo stesso Dio siano corretti. Perché Dio si è sbagliato a creare solo maschio e femmina senza prevedere le altre varianti, altrettanto Gesù Cristo si è sbagliato a conferire il sacerdozio solo agli uomini, anzi, forse era anche un po’ misogino. Ma che genere di Onnipotente e Onnisciente è, questo maldestro Dio Creatore così privo di prospettiva futura? Meno male che c’è un compatto gruppo di teologhe lesbiche tedesche pronte a correggerlo nell’ambito di questo Sinodo.

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O la Santa Sede impara dalla storia e procede a elargire una solenne e salutare scarica di bastonate ai tedeschi, oppure questo farsesco sinodo proseguirà sino alla fine con tutte le conseguenze che ne deriveranno, fungendo da teatro di sfogo orrido e grottesco per un manipolo di teologhe lesbiche incattivite che lo stanno fin troppo pilotando.

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Lo so perfettamente che certe cose le dico e le esprimo male, però le dico vere e senza facile pena di smentita. Spero solo di non beccarmi un’altra querela da qualche associazione radicale LGBT, perché ne ho già una in corso presso il competente Tribunale. E né la Santa Sede né la Conferenza Episcopale Italiana mi darebbero mai un contributo per le mie spese processuali, sono troppo impegnati a investire soldi nella accoglienza dei migranti musulmani che poi pisciano in segno di spregio nelle acquasantiere delle chiese storiche di Roma e che ogni tanto ne vandalizzano qualcuna in giro per l’Italia.

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O forse non sapete perché da tutte le chiese storiche di Roma e non solo, hanno tolto l’acquasanta dalle acquasantiere? Il Covid-19 non c’entra niente, furono svuotate già alcuni anni prima della pandemia. Semplice il perché: diversi fratelli migranti musulmani sono stati ripresi ripetutamente dalle videocamere di sorveglianza che documentano il tutto. Quando andava bene dentro le acquasantiere ci sciacquavano mutande e calzini, altri in segno di riconoscenza per la amorevole accoglienza della nostra lungimirante Conferenza Episcopale Italiana, ci pisciavano direttamente dentro.

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dall’Isola di Patmos, 29 luglio 2022

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Cari Lettori,

vi prego di leggere questo articolo [vedere QUI] e di essere sensibili e premurosi per quanto vi è possibile

Vi ringrazio

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I Padri dell’Isola di Patmos

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(IIIª parte) Oggi c’è una evidente problematica nella formazione del clero: il Presbitero Ambrosiano che celebra la Santa Messa in acqua su un materassino è degno di biasimo ma non di linciaggio mediatico

(IIIª parte) OGGI C’È UNA EVIDENTE PROBLEMATICA NELLA FORMAZIONE DEL CLERO: IL PRESBITERO AMBROSIANO CHE CELEBRA LA SANTA MESSA IN ACQUA SU UN MATERASSINO È DEGNO DI BIASIMO MA NON DI LINCIAGGIO MEDIATICO

La Procura della Repubblica di Crotone ha sentito il dovere di intervenire a seguito di un illecito commesso contro la sensibilità religiosa dei credenti cattolici. E se il vilipendio fosse stato perpetrato da un esponente LGBT o da una “categoria protetta” di differente estrazione geografica? Perché il reo resta tale davanti alla legge che non ammette distinzioni di estrazione geografica, etnica, religiosa o sessuale. Allora perché davanti ai vari Gay Pride di giugno non sono fioccati i provvedimenti a carico di individui che hanno arrecato palese vilipendio ai segni della religione cattolica? [precedenti articoli: qui, qui]

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Non ho resistito alla curiosità di andare a cercare nei vari social media di questi ultimi due giorni la vicenda legata a Mattia Bernasconi presbitero ambrosiano. Ebbene credetemi, basandomi sui risultati ottenuti, ne ho viste veramente di tutti i colori: una Corte dei Miracoli fatta e finita, piena zeppa di nani e di ballerine, di eretici convinti, di credenti confusi, di censori accaniti, di difensori d’ufficio e vergini vilipese fino ad arrivare ai più puri giustizialisti e garantisti compulsivi della dottrina cattolica. La stessa cosa ho potuto constatare andando a googlare su alcuni motori di ricerca il caso della “Missa aquatica”, così come è stata simpaticamente ribattezzata dalla rivista La Nuova Bussola Quotidiana.

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Così mi sono deciso a scrivere alcune considerazioni in merito che desidero condividere con i Lettori de L’Isola di Patmos. Avendo avuto modo di metabolizzare l’intera vicenda, mettendola in preghiera, ho avuto anche il tempo di immedesimarmi nella persona del giovane presbitero ambrosiano Mattia Bernasconi che è degno di biasimo sì, ma non di linciaggio mediatico. Mi sono perciò convinto che oggi c’è una evidente, reale e oggettiva problematica nella formazione teologica del clero. Sì, cari Lettori, il vero vulnus non è quello del celibato e della sacerdotale mutanda, indice più o meno visibile di una castità promessa ma non mantenuta. Il solo, vero e unico problema consiste nel fatto che i sacerdoti non sanno più che cosa stanno celebrando e quindi non sanno più in che cosa credono: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore», esorta il vescovo quando consacra un presbitero. Niente di tutto questo è più evidente.

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La conseguenza più immediata di tale amnesia teologica è data dalla perdita della propria identità sacerdotale che porta a sperimentare diverse derive umane, anche a quelle legate a una sessualità umana che non più ordinata all’amore e al bene di Dio si degrada. E quando la sessualità non è più ordinata al bene, prende il sopravvento e il controllo della persona, nelle forme più deprimenti che ben conosciamo. È comunque utile ricordare che il cadere contro il sesto comandamento per un sacerdote è una cosa molto meno grave rispetto a quanto si può fare cadendo contro il primo comandamento, contro quel mistero di Dio che nell’Eucaristia si rivela e di cui il sacerdote è il custode e l’amministratore privilegiato.

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Per tutti quelli che … «O mio Dio! Ma quel sacerdote ha l’amante, ha un figlio, è caduto nella masturbazione, si è fatto un selfie nudo» farebbero bene a ricordare che questo non è il solo peccato per cui dispiacersi, cosa che per gli stessi vescovi appare disdicevole, pronti a dissociarsi con immediati comunicati diocesani, salvo poi giustificare con le unghie e con i denti i preti affiliati ad associazioni anticlericali, propagatori delle più porcine politiche anti-umane e che hanno fatto diventare il Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo la Magna Charta della più danarosa ONG mondialista e globalista.

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Quando non avvertiamo l’esigenza di scandalizzarci, nel senso evangelico del termine, per le visibili realtà sacramentali ampiamente bistrattate con l’alibi della pastorale della prossimità; quando ci va bene una Santa Messa domenicale celebrata in 15 minuti; quando non proviamo disagio per una confessione irrisa e mortificata nella propria sacralità, non ci è lecito neanche puntare il dito sulla castità di un sacerdote il cui cuore e debolezze solo Dio conosce e comprende.

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Chiarito questo punto, non credo che Mattia Bernasconi abbia agito per cattiveria o per luciferina mala fede, egli però ha sicuramente agito per una evidente ignoranza teologica e per una mortificata sciatteria sacerdotale. E tutto questo lo diciamo non a seguito di un personale giudizio sui fatti ma da quanto lui stesso ha detto e affermato al giornalista del Corriere della Sera che lo ha intervistato, evidenziando il fatto che si doveva risolvere il problema della Messa. E non ci vuole molto per capire che quando la Santa Messa diventa un problema siamo arrivati a un punto di non ritorno abbastanza serio. Diventa un problema in estate quando sono in vacanza e vorrei dedicarmi a fare quello che mi piace. Diventa un problema quando c’è troppo caldo e non ho voglia di indossare il camice, l’amitto, il cingolo, la stola e la casula. Diventa un problema quando devo sottostare a orari scomodi per poterla celebrare o devo raggiungere una chiesa distante. Diventa un problema quando le realtà temporali e i valori umani appaiono più importanti rispetto alle realtà del cielo che la Santa Messa riassume in sé. Capite adesso perché il sacerdozio cattolico occidentale stia pian piano mutando la forma in una forma di assistenzialismo sociale? Capite adesso perché un sacerdote oggi ha più vantaggi nel diventare psicologo, politico, sindacalista, educatore sociale, rispetto a ciò che è realmente, cioè uomo del sacro che conduce al sacro? Egli è in cerca di quella soddisfazione immediata e appagante che è incapace di trovare nei divini misteri [Cfr. Robert Sarah, Per l’Eternità, meditazioni sulla figura del sacerdote, Cantagalli, 2022, p.195-214].  

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Cari confratelli sacerdoti e cari fedeli laici, ricordiamoci bene una cosa: il Sacramento dell’Eucaristia e la sua istituzione mai si discosta dal sacramento dell’Ordine sacro e dalla sua istituzione. Tanto che non è azzardato parafrasare quell’assioma medievale rilanciato da Henri de Lubac che dice che «la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa» in «L’Eucaristia fa il sacerdote e il sacerdote fa l’Eucaristia». Senza il sacerdote nella Chiesa non c’è Eucaristia ma senza l’Eucaristia il sacerdozio non si regge in piedi.

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Quando un sacerdote, che dovrebbe aver fatto almeno sei anni di studio teologico e filosofico, non arriva a comprendere che la Santa Messa non può e non deve essere celebrata con le condizioni e le disposizioni che abbiamo visto nel mare di Crotone il problema esiste ma non riguarda solo il presbitero. Il problema è anche del seminario che ha frequentato e della facoltà teologica che lo ha formato. Il problema è del suo vescovo, del suo padre spirituale, del suo confessore. Nel caso di specie non ci sembra di ricordare reazioni da parte di S. E. Mons. Mario Delpini arcivescovo di Milano, il quale dovrebbe avere a cuore la formazione permanente del suo clero prevenendo incidenti del genere, magari prendere atto che qualche cosa non è andata per il verso giusto. Invece, dalla Chiesa di Milano, non ci è giunta alcuna parola sull’incidente di Crotone se non il riproponimento di quella imbarazzante nota che è apparsa per prima sul sito della diocesi di Crotone-Santa Severina. Penso che qualche problema dovrebbe porselo anche S. E. Mons. Angelo Raffaele Panzetta, arcivescovo di Crotone, che con amorevole carità paterna e pastorale zelo avrebbe dovuto dire a Mattia Bernasconi: «Figliolo, fino a quando noi non abbiamo la garanzia che tu abbia compreso il gesto sacrilego compiuto nei riguardi della Santissima Eucaristia, tu nel territorio diocesano non sei più gradito, ritorna dal tuo vescovo che saprà indicarti la giusta penitenza al fine di recuperare il tuo sbandamento di fede e la tua identità». Ma questo sarebbe pretendere troppo, un’abbondanza di grazia che non ci è concessa vedere. Purtroppo, non abbiamo più il coraggio di eccedere per Dio, per la sua gloria come si usava dire al tempo di Sant’Ignazio di Loyola, oggi la Santa Messa è smart, così come è smart il sacerdozio cattolico, se questo è vero siamo certamente perduti.

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Mentre terminavo di scrivere questo terzo capitolo della vicenda della messa di Crotone, giungono le scuse pubbliche di Mattia Bernasconi pubblicate sul sito della Parrocchia San Luigi Gonzaga e riportate su varie testate giornalistiche (qui, qui, qui). Questa è senza dubbio una cosa meritoria e da apprezzare, nella speranza più sincera e fraterna che tale ammissione di responsabilità sia motivata solo da un sincero rammarico per il vilipendio al sacrificio della Santa Messa e non invece dal polverone mediatico che ha interessato l’intera vicenda. Sono molto grato al Signore e a Mattia Bernasconi per questa conversione che deve essere accolta nella maniera più piena e integrale. Così come piena e integrale è la misericordia che la Chiesa dimostra verso i suoi figli quando sbagliano e si pentono, siano essi laici o sacerdoti. Ma nello stesso tempo mi chiedo: come mai la Procura della Repubblica di Crotone ha sentito l’esigenza di aprire un fascicolo a carico del sacerdote milanese per oltraggio alla religione cattolica? Non sono poi così frequenti questi provvedimenti nella cattolicissima Italia. Sebbene il Codice Penale italiano disponga all’art. 403 la pena pecuniaria per chi pubblicamente offende la religione dello Stato o una confessione religiosa o un suo ministro di culto, come mai Mattia Bernasconi, presbitero ambrosiano, è l’unico ad averne fatto le spese?

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La Procura della Repubblica di Crotone ha sentito il dovere di intervenire a seguito di un illecito commesso contro la sensibilità religiosa dei credenti cattolici – cosa che le due Arcidiocesi di Milano e di Crotone si sono ben guardate dal fare – però un dubbio rimane: e se il vilipendio fosse stato perpetrato da un esponente LGBT o da una “categoria protetta” di differente estrazione geografica? Perché capiamoci, il reo resta tale davanti alla legge che non ammette distinzioni di estrazione geografica, etnica, religiosa o sessuale. Ma perché davanti ai vari Gay Pride di giugno non sono fioccati i provvedimenti a carico di individui che hanno arrecato palese vilipendio ai segni della religione cattolica? Non sarà forse che il sacerdote oggi costituisce il soggetto più semplice da punire e da ridicolizzare?  E se, mettiamo ancora l’ipotesi, un esponente del clero avesse offeso un ragazzo gay chiamandolo “frocio” o un cittadino del Ghana chiamandolo “negro”, forse che dalla sua diocesi non si sarebbe levato immediato l’anatema più profondo con tanto di sdegno e ostracismo?

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Caro Mattia, il problema forse non è tanto il gesto scriteriato che ignorantemente hai compiuto nei riguardi della Santa Messa, ma il tuo essere sacerdote che al presente dà estremamente fastidio e che si trova dalla parte sbagliata della storia. Ricordati questo quando la bufera sarà passata: Cristo continua a rinnovare in te la sua fiducia, questo ti sia sufficientemente chiaro per andare avanti e diventare un santo sacerdote. Riguardo a tutto il resto, compresi coloro che ti hanno difeso o attaccato, ricorda che lo hanno fatto perché non hanno visto in te l’uomo di Dio ma solo una categoria debole da usare come un kleenex senza il pericolo di rischiare nulla. E forse questo, di tutta questa vicenda, è l’aspetto su cui dovremmo meditare più seriamente, tu come tutti noi tuoi confratelli, a te uniti in eterna e indissolubile parentela dal sangue redentore di Cristo.

Laconi 27 luglio 2022

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Un video che pone interrogativi molto seri sulla formazione permanente dei sacerdoti, ma soprattutto sulla formazione all’episcopato dei loro vescovi

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I Padri dell’Isola di Patmos

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(IIª parte) Peggio dello strappo la toppa: Messa celebrata a mollo in mare? Puntuale come la morte ecclesiale ed ecclesiastica giunge la risposta dell’Arcidiocesi di Crotone

(IIª parte) PEGGIO DELLO STRAPPO LA TOPPA: MESSA CELEBRATA A MOLLO IN MARE? PUNTUALE COME LA MORTE ECCLESIALE ED ECCLESIASTICA GIUNGE LA RISPOSTA DELL’ARCIDIOCESI DI CROTONE

«Davanti all’Eucaristia prima del senso pastorale ci vuole il senso del sacro, cioè della Presenza divina». E quale presenza divina si percepisce nella messa bagnata di Mattia Bernasconi? Sarei curioso di chiederlo al suo vescovo, così come al suo insegnante di dogmatica, di liturgia e di diritto canonico che sicuramente gli avranno spiegato cosa è la Messa cattolica e come la si celebra [precedente articolo: qui]

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Nel lessico clerical-correct moderno accusare di farisaismo qualcuno o chiamarlo fariseo equivale ai sinistri radical chic che accusano di fascismo e chiamano fascista chi che osa affermare che il male è male

Puntuale come il film Una poltrona per due la sera del 24 dicembre, è giunto il comunicato dell’Arcidiocesi di Crotone-Santa Severina (cfr. qui) all’indomani della notizia della Santa Messa celebrata in mare, su un materassino gonfiabile e in costume da bagno dal presbitero Mattia Bernasconi della parrocchia San Luigi Gonzaga di Milano.

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Già dal titolo del comunicato Riscoprire la bellezza dei Simboli Liturgici – è facile intuire che la pezza, come al solito, si riveli peggiore dello strappo. E in effetti se leggiamo il testo con attenzione non fatichiamo a classificare questa difesa d’ufficio come la più classica delle supercazzole alla Ugo Tognazzi.

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Anzitutto discutibile è la sottolineatura in apertura del comunicato diocesano. Non si considera minimamente la gravità del fatto che cioè, una Santa Messa sia stata ridicolizzata e assimilata al pari di un intrattenimento da villaggio vacanze anni Ottanta, preoccupandosi solo di ribadire la «bellezza e la serietà dell’esperienza vissuta da questi giovani, che hanno scelto il nostro territorio per impegnarsi in un campo di volontariato e interrogarsi sul tema della legalità».

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Avete capito, rigidi dogmatici e liturgisti frenici, sepolcri imbiancati, tutti pizzi e merletti della nonna? L’importante è avere fatto fare a questi ragazzi una esperienza civile forte, averli saputi educare alla legalità e all’impegno civico e non già alla partecipazione consapevole del mistero eucaristico, cosa che ci si auspicherebbe per dei giovani provenienti da una parrocchia di Milano e non già da una sezione provinciale dello UAAR. Ma lasciamo perdere queste pretese da cristiani rigidi e dal collo storto.  

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Voi bigotti messaioli avete l’obbligo di aggiornarvi e di capire che il nuovo kerigma che oggi va per la maggiore nella Chiesa è la valorizzazione dei diritti civili sul territorio. La riscoperta, magari, delle risorse locali ed enogastronomiche. Poco importa se poi, in nome degli altissimi valori civili, si cade dentro a una violazione palese del deposito della fede, della normativa liturgica e canonica della Chiesa, forse con scandalo dei semplici, di coloro cioè che ancora credono e partecipano a una Santa Messa con devozione così come domineddio l’ha pensata.

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Quello che conta è essere stato lo strumento che ha permesso l’esperienza forte a questi rampolli della chiesa di Milano cosa questa «da apprezzare e di cui esserne grati». E allora anche noi ci uniamo a questo civilissimo coro di gratitudine e diciamo: «Grazie Signore grazie, Signore graaazieeee (cfr. qui)».

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Ancora con il giubilo nel cuore e il tremore tra le labbra, a mani basse come chi sa di essere stato vinto e superato, mi permetto timidamente di suggerire all’Arcidiocesi di Crotone-Santa Severina delle idee pastorali per la prossima aggregazione estiva giovanile. Anzitutto l’organizzazione di alcuni rave party didattici per ragazzi dai 15 ai 25 anni. Rave – chi siamo noi per dubitare che nei rave party non si possa trovare anche qualcosa di buono? –in cui giovani si sentano spinti a potenziare le loro skills di socializzazione e al contempo essere introdotti alla conoscenza e allo studio pratico delle sostanze psicotrope più comuni sul territorio – magari in collaborazione con il dipartimento di tossicologia e azzardando il patrocinio di qualche nucleo antidroga – cosa senz’altro utile in previsione di una ipotetica futura carriera universitaria in Chimica e tecnologie farmaceutiche o di un arruolamento tra le forze di polizia.  

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Nello specifico proporrei anche l’allestimento di alcuni gazebi attorno a dei falò atti alla degustazione di qualche buon prodotto enogastronomico della regione che aiuti le imprese agricole in difficoltà a ritrovare i propri spazi e la fiducia in sé stesse partendo dall’utilizzo di materiali green a zero impatto ambientale per rispettare sorella madre terra, a partire da quelle straordinarie bombe che sono le salse calabresi ai peperoncini piccantissimi da lasciare senza fiato.

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Con un programma estivo del genere, ne siamo sicuri, non ci sarà più bisogno neanche di celebrare la Santa Messa o di pregare per avere un’esperienza forte di Dio, perché tutti, vuoi per le sostanze psicotrope vuoi grazie a un buon Cirò Rosso DOC, saranno certamente in grado di essere profeti e di avere visioni meglio di come fecero, al tempo di Mosè, Eldad e Medad [cfr. Nm 11,25-29].

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Ma andiamo avanti. Proseguendo la lettura del comunicato, non si può che condividere che la liturgia, così come ogni celebrazione dei divini misteri della Chiesa, consta di gesti e di simboli che è giusto rispettare e valorizzare. Ma il comunicato – o l’estensore del comunicato – sembra omettere la conseguenza che un tale rispetto e valorizzazione implica – cosa che nel magistero della Chiesa appare limpido e cristallino sia per la Sacrosantum Concilium che per la Redemptionis Sacramentum – e cioè che la celebrazione della Messa, in quanto azione di Cristo e della Chiesa, non è un patrimonio ad usum privato del prete, il quale non può, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica e sacramentale. E questo vale sia per quanto riguarda la parte materiale che formale del Santo Sacrificio. Proprio il ricorso all’espressione conciliare per ritus et preces [cfr. SC 48] dovrebbe suscitare nell’estensore della nota diocesana una giusta venerazione per l’intero complesso del diritto liturgico della Chiesa che nel caso di specie costituisce un evidente illecito che deve essere corretto quanto prima utilizzando la virtù teologale della carità che è sempre compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità che non può essere negata [cfr. Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate, nn. 1-2, 29].

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E qual è la verità? La verità è che un prete non può celebrare in quelle condizioni che non sono neanche lontanamente ammissibili dentro un bar di uno stabilimento balneare, dove il buongusto civico e l’etichetta del gestore impone agli avventori di mettersi almeno la maglietta per andare a consumare al bancone.

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La verità implica che anche nei casi particolari previsti dal Codice di Diritto Canonico, dove si sottolinea la prerogativa della sporadicità e non già dell’ordinarietà [Cfr. can. 932 §1 e 2 CIC in Commento al Codice di Diritto Canonico a cura di Mons. Pio Vito Pinto, LEV, 2001 e Commento giuridico pastorale al Codice di Diritto Canonico di Luigi Chiappetta, EDB 2011], le celebrazioni eucaristiche (anche quelle vacanziere e dei campi scuola) siano celebrate in modo consono, in luoghi curati, decorosi e rispettosi della sacralità del sacrificio pasquale del Cristo che in esso vi si celebra. Domando pertanto ai canonisti più colti e preparati del sottoscritto se la particolarità e l’eccezionalità prevista del canone can.932 §1 e 2 si applica ai picchi termici italiani, cosa questa che sembra aver orientato la scelta della messa in mare celebrata dal presbitero Mattia Bernasconi (cfr. qui). Perché se così fosse, tutti i confratelli sacerdoti della Sardegna e della Sicilia si sentirebbero autorizzati a celebrare da giugno a settembre dentro a delle chiese gonfiabili come a Las Vegas a pochi metri della battigia avendo come scusante le temperature che oscillano in estate dai 35 ai 42 gradi.

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Ricordo ancora ai fedeli, quelli più distratti e ingenui, che Crotone si trova in Italia, dove c’è ancora la Chiesa Cattolica romana. Questo chiarimento geografico è utile per evitare confusioni di sorta, se mai qualcuno pensasse di vivere in Gallia al tempo di Giulio Cesare tra i Druidi, cosa che autorizzerebbe allora a cercare come luogo celebrativo non una chiesa, ma un bosco di querce, una pianta di vischio o le rive di un lago.

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Se lo stupore è parte essenziale dell’atto liturgico, di certi stupori noi sacerdoti antiquati e fedeli rigidi ne avremmo fatto volentieri a meno. Suggerisco ai venerabili vescovi e ai rettori dei seminari di curare particolarmente bene la formazione liturgico-sacramentale dei futuri sacerdoti delle loro zone, forse più attenti a depilarsi le sopracciglia in modo scolpito come le signorine, anziché studiare l’Ordinamento Generale del Messale Romano. Cosa che permetterà un sano senso pastorale affinché ci sia risparmiato per l’avvenire l’imbarazzo e lo stupore di dover lasciare a malincuore simili celebrazioni e sacerdoti per far rotta verso altri lidi.  

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Affidiamo ai Monaci Certosini della storica e antica Certosa calabrese di Serre San Bruno una adeguata preghiera di riparazione, alla quale si uniranno quelle di noi Padri de L’Isola di Patmos.

Laconi, 27 luglio 2022

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Un video che pone interrogativi molto seri sulla formazione permanente dei sacerdoti, ma soprattutto sulla formazione all’episcopato dei loro vescovi

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Poteva mancare il teatrino del clericalmente corretto del vignettista Don Giovanni Berti?

La risposta colorita di Padre Ariel non si è fatta attendere …

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(Iª parte) Colpi di sole: Mattia Bernasconi presbitero ambrosiano celebra la Santa Messa in costume da bagno a mollo in acqua con un materassino gonfiabile come altare

(Iª parte) COLPI DI SOLE: MATTIA BERNASCONI PRESBITERO AMBROSIANO CELEBRA LA SANTA MESSA IN COSTUME DA BAGNO A MOLLO IN ACQUA CON UN MATERASSINO GONFIABILE COME ALTARE

«Davanti all’Eucaristia prima del senso pastorale ci vuole il senso del sacro, cioè della Presenza divina». E quale presenza divina si percepisce nella messa bagnata di Mattia Bernasconi? Sarei curioso di chiederlo al suo vescovo, così come al suo insegnante di dogmatica, di liturgia e di diritto canonico che sicuramente gli avranno spiegato cosa è la Messa cattolica e come la si celebra.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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«La Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa» è un concetto teologico medievale semplice che sicuramente S.E. Mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano e successore di Sant’Ambrogio, conoscerà più che bene. Forse però questa massima medievale è sfuggita al suo presbitero Mattia Bernasconi che della messa ha fatto pubblico dileggio e oltraggio in quel di Crotone in località Alfieri-Scifo (vedi qui, qui, qui), facendo delle membra di Cristo, membra di una prostituta [Cfr. 1Cor 6,15].

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Sarò onesto, se fossi un giovane ventenne di oggi, me ne starei bene alla larga da questa Chiesa 2.0 che giorno dopo giorno trova nuovi motivi di orgoglio [Pride come si usa dire] per mortificarsi e mortificare. Una Chiesa attentissima ai fini temporali quale l’accoglienza ai poveri e ai migranti, l’educazione alla legalità, l’impegno ecologista-dietetico-alimentare, la lotta politica a favore della pace, fino alla corsa spregiudicata verso la giustizia e la fratellanza universale di sanculottiana memoria ma diafana e sciatta quando si tratta di difendere e custodire il suo bene più prezioso che è l’Eucaristia e i divini misteri.

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E non è solo dell’Eucaristia che è doveroso parlare in questo frangente, ma del vero e proprio senso del sacro che è ormai sparito dalla Chiesa e dai “pretifici” arcivescovili, come li indicava il nostro Ariel S. Levi di Gualdo nel suo libro di oltre 10 anni fa: E Satana si fece trino. Come infatti sostiene giustamente il teologo e liturgista Nicola Bux: «Davanti all’Eucaristia prima del senso pastorale ci vuole il senso del sacro, cioè della Presenza divina» (qui). E quale presenza divina si percepisce nella messa bagnata di Mattia Bernasconi? Sarei curioso di chiederlo al suo vescovo, così come al suo insegnante di dogmatica, di liturgia e di diritto canonico che sicuramente gli avranno spiegato cosa è la Messa cattolica e come la si celebra.

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Chissà a quale alto senso pastorale ― quello per intenderci del «pastore con l’odore delle pecore» ― è addivenuto Mattia Bernasconi nei suo anni sacerdotali per sentire l’irrefrenabile esigenza di celebrare con petto nudo e villoso, immerso fino alla cintola nel limpido mare di Calabria con un materassino gonfiabile per altare e un ministrante in costumino che regge il corporale per evitare che la brezza marina e le onde rovescino il calice (fatto forse di cialda di gelato?) e l’ostia magna (magari sponsorizzata dalla Algida?).

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Perché sia chiaro, oggi la mission del prete sta nello sconvolgere, non nel santificare. Deve sconvolgere in ogni campo ― nel bene così come nel male ― fino a toccare gli eccessi di una porno-pastorale fatta di una supremazia assoluta della coscienza su ogni cosa, soprattutto sulle cose di Dio. «Una esperienza sconvolgente […] sconvolgente perché ha sconvolto di fatto molti nostri pensieri e, ovviamente, sconvolgente in senso positivo» [cfr. qui]. E tra uno sconvolgimento e un altro, arriviamo di fatto a quel capolavoro della morte di Dio che Nietzsche aveva preannunziato ma che noi preti 2.0 abbiamo realizzato nella pratica. Se coloro che servono Dio e l’Altare si mescolano alle bassezze di questo mondo, Dio è clinicamente morto nella loro vita e nel loro ministero e risorge così non l’uomo nuovo ma quello prometeico che nell’eccesso, nello sconvolgimento e nel fai da te di una fede autocentrata che cerca la salvezza nell’immanenza e non nella trascendenza.

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Caro Mattia Bernasconi presbitero ambrosiano, il tuo campo sulla legalità con i ragazzi della parrocchia di San Luigi Gonzaga di Milano sarà stato pure un successo strepitoso ma adesso, per favore, sii così gentile da spiegargli che oltre alla legalità civile esiste pure una legalità dogmatica, liturgica e canonica che è indissolubilmente legata a quella salute dell’anima che la Chiesa desidera per i suoi figli e che tu come prete devi difendere con tutte le tue forze. Spiegagli, per favore che qualunque esperienza sconvolgente non autorizza a uccidere barbaramente il santo e perfetto sacrificio della Messa come tu hai fatto, irridendo l’insegnamento apostolico su cui si fonda la lex orandi e credendi della Chiesa. Il cuore dei tuoi ragazzi sarà forse un domani pronto e preparato a resistere alle lusinghe dell’illegalità ma sarà di fatto disarmato e insofferente di fronte al senso del sacro, ignaro di Dio, incapace di trattenersi con Lui, affaticato davanti al Santo che si rivela, così come è stato per Abramo, nell’ora più calda del giorno [Gn 18,1].

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Anche il più nobile dei valori civili e umani costituisce un pallido riflesso se paragonato al tesoro dell’Eucaristia che è capace sì di edificare la Chiesa ma a condizione che questa ne riconosca il valore e la centralità feconda facendola diventare fons et culmen di ogni esperienza cristiana e di ogni cristiano in ogni tempo e stagione. Solo se riconosciamo nell’Eucaristia ben celebrata e ben preparata: «la cotidiana manna, sanza la qual per questo aspro diserto a retro va chi più di gir s’affanna» [Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, XI, 13-15] potremmo essere salvati come credenti e affidabili come presbiteri. E tu, caro Mattia presbitero ambrosiano, è proprio il caso che te lo dica, complice il sole calabro ti sei affaticato invano retrocedendo nella tua conoscenza di Cristo per seguire un moderno profilo pastorale di pastore con un male inteso «odore delle pecore». Con la speranza che con tutta quell’acqua e con il movimento delle onde quel senso pastorale si sia finalmente lavato via dal tuo sacerdozio, ahimè definitivamente.

Laconi, 25 luglio 2022

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Un video che pone interrogativi molto seri sulla formazione permanente dei sacerdoti, ma soprattutto sulla formazione all’episcopato dei loro vescovi

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