Prete non si diventa per «Basta che non pratichi il sesso»
PRETE NON SI DIVENTA PER «BASTA CHE NON PRATICHI IL SESSO»
I. Un problema è stato posto nel modo sbagliato – II. Il prete ha una vita privata? – III. Il grande equivoco: «Basta che non pratichi» – IV. Il primo requisito non è la castità: continenza e identità non coincidono – V. Il Magistero non è un pregiudizio – VI. Escludere l’omosessuale è una tutela, non una condanna
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Da qualche anno è in atto un tentativo molto sottile e insidioso: introdurre nella Chiesa il cavallo di Troia arcobalenato. Non potendo demolire apertamente duemila anni di dottrina e disciplina ecclesiale, si cerca di cambiare il significato delle parole, alterare progressivamente i criteri del discernimento vocazionale e presentare come conquista di civiltà ciò che in realtà svuota dall’interno la natura del sacerdozio ministeriale. I mutamenti più radicali non passano quasi mai per rivoluzioni violente, ma per il lento slittamento del linguaggio.

A questa operazione partecipano da anni gruppi organizzati, sostenuti da una fetta di clero mal formato, incapace di distinguere tra antropologia cristiana, psicologia e rivendicazione ideologica, ignaro che la missione di Cristo alla Chiesa è accogliere il peccatore (cfr. Lc 15, 4-7) e respingere il peccato, non certo l’inverso (cfr. Lc 15, 8-10). Blog sedicenti cattolici liquidano però con disinvoltura come “omofobia” norme che il Magistero ha formulato e ribadito da oltre vent’anni per il discernimento dei candidati al sacerdozio, incuranti che il problema non è se un uomo provi attrazione per persone dello stesso sesso o del sesso opposto, né se esistano omosessuali capaci di vivere castamente: su questo la Chiesa non ha mai nutrito dubbi, la dignità della persona deriva dall’essere creata a immagine di Dio (cfr. Gen 1,27; Catechismo, n. 2358) e non dalle inclinazioni affettive. Il problema è un altro: può un articolo liquidare come pregiudizio una disciplina che il Magistero stabilisce da vent’anni? Può ridurre l’idoneità al sacerdozio alla sola continenza fisica, ignorando totalmente l’aspetto psicologico? Può sostenere che l’orientamento sia irrilevante quando il Magistero afferma l’esatto contrario per le tendenze omosessuali profondamente radicate? (cfr. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, 2016)
Da qui bisogna partire, non per giudicare la dignità delle persone, ma per riportare la discussione sul suo terreno autentico: il diritto-dovere della Chiesa di discernere chi ammettere al sacerdozio, che non è un diritto soggettivo rivendicabile da chiunque, ma una vocazione che la Chiesa deve riconoscere, verificare e, quando necessario, respingere per il bene della persona e della Chiesa stessa.
I. Un problema è stato posto nel modo sbagliato
L’articolo pubblicato pochi giorni fa sul blog Silere non possum sotto il titolo: Il vergognoso piano di Notre Dame per controllare le coscienze dei seminaristi (18.07.2026) affronta di per se un tema che merita di essere discusso: il discernimento vocazionale dei candidati con tendenze omosessuali. Il problema non è che se ne parli, ma come il discorso viene impostato fin dalle premesse, perché se queste sono errate, anche conclusioni formulate con apparente coerenza lo saranno, o come ammonisce un apologo erroneamente attribuito a Duns Scoto, ma in verità di un autore ignoto della scolastica medioevale: «Ex falsis praemissis sequitur quidlibet — da premesse false può seguire qualunque cosa». Un principio elementare che oggi, sostituita la logica con l’emozione soggettiva, sembra proprio caduto in disuso.
Sorvolando sul fatto che per loro stile consolidato anche questo articolo è firmato con le iniziali di due anonimi, passiamo invece alla tesi da loro sostenuta:
«L’orientamento di un individuo non dovrebbe essere né un problema né, tanto meno, una questione per chi detiene l’autorità».
Da qui prende vita la critica alla disciplina della Chiesa come diffidenza anacronistica verso gli omosessuali, tramite un ragionamento tutto emotivo e per niente scientifico che sbaglia direzione fin dall’inizio: in discussione, infatti, non è se una persona omosessuale abbia pari dignità — su questo la Chiesa non transige — né se possa vivere castamente. Pensare che la continenza sia impossibile agli omosessuali e naturale solo agli eterosessuali sarebbe irreale, oltre che offensivo. La vera domanda che l’articolo rimuove quasi del tutto è un’altra: chi stabilisce i criteri di ammissione al sacerdozio? Il candidato che rivendica un diritto, o la Chiesa che esercita il dovere, espressamente ricevuto da Cristo, di discernere chi ammettere agli Ordini sacri?
Certe psicologie sono molto suscettibili e per questo intolleranti alle legittime critiche, che denunciano prontamente quali elementi lesivi e persecutori, sino a ricorrere a categorie giuridiche inopportune, come l’uso improprio del concetto di “omofobia”, che nel nostro ordinamento italiano non costituisce figura di reato, non essendo necessario invocare per gli omosessuali lo status di “specie protetta” riservato da leggi specifiche a ben altre categorie vulnerabili (cfr. Legge 25 giugno 1993, n. 205, c.d. “legge Mancino”). Posto poi che sotto certi aspetti ogni persona umana può essere vulnerabile, da sempre, se a un omosessuale fosse usata violenza in quanto omosessuale, qualsiasi tribunale propende ad applicare il principio dell’aggravante, senza bisogno alcuno di leggi specifiche a protezione della “categoria omosessuali”.
L’articolista presuppone, invece, che ogni persona abbia un diritto naturale ad accedere a qualsiasi ufficio e che ogni limitazione sia ingiusta: se ciò fosse vero, potrei rivendicare il diritto a diventare presidente della Corte costituzionale e denunciare discriminazione se mi fosse negato, o denunciare per discriminazione di genere chi osasse impedirmi di partecipare, alle soglie dei 63 anni, alle finali per l’assegnazione del premio di Miss Italia. È una logica che può avere senso nell’ambito dei diritti civili, ma è del tutto estranea alla teologia cattolica del ministero ordinato. Il sacerdozio non è un diritto soggettivo e nessuno può rivendicare davanti alla Chiesa il diritto di essere ordinato. L’ordinazione non riconosce una pretesa individuale, ma è l’esito di un discernimento ecclesiale sull’idoneità del candidato. Ridurre tutto alla domanda «vive castamente oppure no?» significa fraintendere il criterio stesso con cui la Chiesa ha sempre esaminato in modo prudenziale le vocazioni.
II. Il prete ha una vita privata?
Per capire perché la Chiesa abbia elaborato questi criteri, occorre anzitutto capire che il sacerdozio: non è un mestiere ecclesiastico, ma una configurazione sacramentale a Cristo. Il presbitero non riceve solo competenze, ma una precisa identità strutturata su un nuovo carattere che investe tutta la persona. Quando il vescovo consacra un presbitero gli dice: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Come si può pensare di separare questa dimensione ontologica totalizzante — «Tu sei sacerdote in eterno» (Sal 110,4; Eb 5,6) — in una sfera pubblica e una privata?
Da anni questo blog sostiene che tendenze e vita sessuale del prete apparterrebbero alla sua sfera privata — ignorando che nessuno considererebbe normale un sacerdote la cui vita privata fosse sistematicamente incompatibile con ciò che rappresenta pubblicamente, lo afferma senza tema di smentita il suo stesso ideatore, Marco Perfetti, noto anche come “Felipe”:
«[…] Silere non possum ha fatto in questo una battaglia dicendo che il sacerdote nella propria vita privata è libero di fare ciò che vuole e non può interferire nella vita privata del prete né il vescovo né appunto questo chiacchiericcio da salotto che ormai ha veramente stufato» (cfr. Silere non possum: a colloqui con Felipe Perfetti, YouTube, 8 settembre 2023, minuto 11:38, video qui)
Sono affermazioni che si commentano da se stesse. Il ministero ordinato esige una profonda unità tra identità personale e testimonianza pubblica: il prete è ontologicamente tale in modo totalizzante, senza alcuna separazione tra pubblico e privato. O qualcuno forse, dinanzi a un prete che mancasse ai fondamenti della carità, sarebbe disposto ad affermare che si tratta della sua vita privata?
È proprio questa concezione del sacerdozio che resta sullo sfondo nell’articolo in questione che riduce il rapporto tra sacerdozio e sessualità alla sola osservanza della continenza, come se la prudente verifica vocazionale fosse un’analisi del comportamento morale, mentre il discernimento ecclesiale riguarda la persona nella sua globalità, la sua maturità umana, spirituale ed ecclesiale, la sua capacità di incarnare la forma di vita a cui il ministero ordinato la chiama. Trasformare la discussione nell’alternativa “discriminazione o castità” è fuorviante: tra questi due estremi si colloca una valutazione più ampia e articolata, che la Chiesa conduce sulla persona nella sua interezza. La Chiesa non giudica il valore delle persone, ma l’idoneità di un candidato a ricevere il Sacramento dell’Ordine. Sono due giudizi diversi: affermare che una persona possiede immensa dignità davanti a Dio non significa che sia idonea a qualsiasi ministero; riconoscere che un uomo viva sinceramente la castità non implica che possieda tutti i requisiti per il sacerdozio.
III. Il grande equivoco: «Basta che non pratichi»
L’articolo si fonda su un presupposto solo apparentemente ragionevole: se un candidato vive castamente, perché l’orientamento dovrebbe contare? E qui nasce l’equivoco, grande e pericoloso: l’intero giudizio viene ridotto a una sola dimensione, il comportamento sessuale. Come se tutto si condensasse in una domanda elementare: «ha rapporti sessuali oppure no?». Un Vescovo che ammette un candidato agli Ordini non verifica solo la disciplina morale: valuta la fede, l’equilibrio umano, la maturità affettiva, la libertà interiore, la capacità relazionale, il senso ecclesiale, l’attitudine pastorale. Ridurre tutto alla continenza trasforma il sacerdozio in una questione notarile — basta rispettare la norma — ma la vocazione non è mai stata concepita così.
Il celibato stesso non è semplice astinenza: è una forma di donazione. Il sacerdote non rinuncia al matrimonio perché sia un bene minore, ma perché è un bene così grande da poter essere lasciato solo in vista di un bene più alto: la dedizione totale a Cristo e alla Chiesa. Ciò presuppone una precisa antropologia, un preciso modo di vivere la propria identità: la domanda decisiva non è quindi «vive castamente?» ma quale uomo la Chiesa ritiene chiamato a incarnare sacramentalmente l’immagine di Cristo Sposo. È un piano diverso da quello sociologico della discriminazione: è quello della sacramentalità e dell’antropologia cristiana.
IV. Il primo requisito non è la castità: continenza e identità non coincidono
Il primo requisito, dunque, non è la castità: è l’uomo inteso come persona nella sua intima identità umana, la sua maturità affettiva, la sua capacità di assumere quella forma di vita. Il celibato sacerdotale non cancella la dimensione sponsale dell’uomo, la orienta in modo nuovo: il sacerdote rinuncia alla sposa concreta perché la sua esistenza rende sacramentalmente presente il rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa (cfr. Ef 5, 25-32) una categoria che attraversa tutta la Scrittura, dai profeti all’Apocalisse, non un’immagine ornamentale (cfr. Giovanni Paolo II, Pastores Dabo Vobis, n. 22).
La continenza è una condizione necessaria, ma non è mai una condizione sufficiente. È qui che l’articolo in questione opera la sua semplificazione: se un uomo vive castamente, osserva il celibato ed è capace di esercitare il ministero, perché l’orientamento dovrebbe contare? Si tratta di una conclusione che discende dalla premessa sbagliata: ridurre tutto alla continenza. La Chiesa non ha mai ragionato così: i documenti del Magistero non dicono che le persone con tendenze omosessuali radicate siano incapaci di castità, né che siano meno amate da Dio, semmai può avvenire spesso l’esatto contrario, perché nel severo monito di Gesù: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21, 31), sono racchiuse numerose categorie di persone, inclusi gli omosessuali. La Chiesa valuta la struttura complessiva della personalità, non solo la condotta, posto che tutti siamo peccatori chiamati alla santità. Vi sono uomini di profonda fede privi dell’equilibrio per il ministero pastorale, o della libertà interiore richiesta: nessuno interpreta queste valutazioni come negazione della dignità personale. Perché dovrebbe cambiare quando il discernimento riguarda l’orientamento omosessuale? Perché si continua a confondere la persona con l’idoneità al ministero. La Chiesa non dice che si vale meno: dice che non ogni persona è chiamata a ogni ministero e che non tutti sono idonei ad esercitarlo.
V. Il Magistero non è un pregiudizio
I documenti del Magistero vengono spesso presentati come espressione di una sensibilità culturale superata, destinata a cadere con l’evoluzione della società. È una lettura ingiusta ai testi già richiamati: l’Istruzione del 2005, la Ratio Fundamentalis del 2016 e gli interventi successivi del Dicastero competente non trattano la questione come un problema morale isolato, la collocano nel criterio complessivo dell’idoneità. Non introducono una nuova antropologia: applicano principi sempre appartenuti alla concezione cattolica del ministero. Questi documenti si possono discutere — farlo è legittimo lavoro teologico — ma trasformare ogni dissenso in denuncia di pregiudizio, come se la Chiesa avesse elaborato questi criteri per escludere categorie di persone, attribuisce al Magistero intenzioni che suoi testi non manifestano.
VI. Escludere l’omosessuale è una tutela, non una condanna
A questo punto il ragionamento richiede un passaggio ulteriore, che l’articolo in questione non affronta mai: la differenza tra la continenza vissuta da un candidato eterosessuale e quella vissuta da un candidato con tendenze omosessuali profondamente radicate non riguarda il grado di virtù richiesto — è identico per entrambi — ma la natura di ciò a cui si rinuncia. Il celibato eterosessuale rinuncia a un bene pienamente coerente con l’antropologia sponsale su cui la Chiesa fonda il sacerdozio: la castità del prete celibe resta comunque orientata, nella sua struttura affettiva di fondo, verso quella stessa figura — l’uomo sposo — che il ministero è chiamato a rappresentare sacramentalmente. Al candidato con tendenze omosessuali profondamente radicate la Chiesa chiede invece qualcosa di diverso nella sostanza, non solo nel grado: non la sola rinuncia all’atto, ma la rinuncia a vivere apertamente, nella comunità in cui è chiamato a esercitare un ministero pubblico, un elemento della propria identità affettiva, con il rischio concreto di una vita sdoppiata tra ciò che si è e ciò che si rappresenta. O detta in termini chiari e senza pena di equivoco: all’interno del clero cattolico, il soggetto con tendenze omosessuali non potrebbe mai essere se stesso, finendo per questo costretto a vivere una vita di finzione, o peggio quella vita che taluni, in modo pericolosamente erroneo, pretenderebbero di relegare in quella «sfera della vita privata» sulla quale «nessuno ha il diritto di sindacare», come da anni afferma il Perfetti in articoli e pubblici video.
Questo non è un giudizio sulla dignità della persona, né un’affermazione che l’omosessuale sia meno capace di castità: è un giudizio sull’idoneità a una forma di vita specifica, che esige quella stessa unità tra identità personale e testimonianza pubblica di cui abbiamo già parlato a proposito del celibato come donazione, non come privazione. Riconoscere questa difficoltà strutturale prima dell’ordinazione, piuttosto che scoprirla dopo — quando le conseguenze ricadono sulla persona, sulla comunità e sulla Chiesa stessa — non è una discriminazione, ma l’esatto contrario: la forma più elementare di cura pastorale che risparmia a un uomo l’esperienza di una doppia vita che la Chiesa, per prima, ha il dovere di non fargli intraprendere e vivere.
Conclusione
Il problema non è se una persona con tendenze omosessuali radicate sia degna dell’amore di Dio o capace di vivere autenticamente la fede: la risposta della Chiesa in tal senso è chiara. La questione è un’altra: la Chiesa possiede il diritto e il dovere di stabilire i criteri per discernere le vocazioni? Se la risposta è negativa, ogni esclusione da un ministero è discriminazione, se invece è affermativa, il discernimento vocazionale appartiene alla responsabilità della Chiesa e non si riduce alla verifica della condotta legata alla sola morale sessuale.
È su questo punto che si concentra il nostro dissenso rispetto alle affermazioni pericolose, sul piano dottrinale e giuridico di Silere non possum, unite al suo tentativo, portato avanti da anni, di sdoganare la pratica dell’omosessualità all’interno del clero. Il tutto non per negare la dignità di alcuno, né per alimentare sterili contrapposizioni ideologiche, ma perché la domanda iniziale è stata formulata nel modo sbagliato. Il sacerdozio ministeriale non è una professione, non è un incarico rivendicabile, non è un diritto soggettivo. È una vocazione che la Chiesa valuta secondo criteri che non riceve dal consenso sociale del momento, ma dalla propria comprensione del ministero apostolico e della missione ricevuta da Cristo. Quando la Chiesa esercita questo giudizio compie uno degli atti più delicati e responsabili della propria missione: custodire l’identità del sacerdozio ministeriale per il bene dell’intero Popolo di Dio. Per questo motivo il cavallo di Troia arcobalenato non può fare trionfale ingresso all’interno del clero: per tutelare gli omosessuali per primi da una vita di nascondimento e di doppiezza all’ombra delle sacrestie.
Dall’Isola di Patmos, 23 luglio 2026
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