Francesco Guccini è morto ma Dio no
FRANCESCO GUCCINI È MORTO MA DIO NO
Usare «Dio è morto» come premessa e «Dio risorge in quel che noi vogliamo» come soluzione tradisce contemporaneamente due pensieri che meriterebbero entrambi maggior rispetto: tradisce Friedrich Nietzsche, riducendo la sua diagnosi tragica a un pretesto lirico; e tradisce la teologia cristiana della Resurrezione, riducendola a un afflato collettivo di buone intenzioni.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Dato che il tema potrebbe prestarsi a facili fraintendimenti e sterili polemiche è opportuno fare subito chiarezza: il bersaglio di queste righe non è Francesco Guccini, scomparso oggi a Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese.

© Immagine realizzata con IA su progetto della redazione della rivista L’Isola di Patmos
Di questo cantautore si può non apprezzare il pensiero — e chi scrive, per la verità, non lo ha mai condiviso — pur riconoscendogli senza riserve il talento e il posto che merita nella storia della canzone d’autore italiana. Non è lui, oggi, il problema, ma un articolo apparso su Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, a firma di Umberto Folena (vedere articolo qui), che nel commemorare il musicista scrive una frase che meriterebbe ben altra cautela da chi pubblica sul giornale dei Vescovi d’Italia. Citando la celebre canzone Dio è morto (cfr. testo qui), questo collega osserva che nel testo in questione «Dio non è più al centro dei pensieri dell’uomo […] ma Dio risorge: “In ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo”». E aggiunge, di suo, che si tratta di «una speranza non vaga né vana, ma sorretta da una fede». Affermazione, questa, che non è affatto una parafrasi neutra: è un’approvazione.
Così, direttamente dalle colonne di Avvenire, si ignora che la Resurrezione non è un progetto umano. Proviamo a essere chirurgici, perché la materia lo richiede: la Resurrezione di Cristo, nella fede cattolica, non è un evento che dipende dal nostro credere, dal nostro volere, o dal mondo che noi costruiremo. È esattamente l’opposto: è un fatto storico-salvifico che precede la fede e la fonda, non che ne dipende. Cristo è risorto il terzo giorno, realmente e fisicamente, indipendentemente da chi ci credeva e da chi no. Increduli e terrorizzati gli apostoli stessi dovettero arrendersi all’evidenza di un sepolcro vuoto e di un Signore vivo (cfr. Lc 24,36-43), non il contrario.
«La formula citata da Umberto Folena — «in ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo» — ribalta questa logica: fa della Resurrezione una proiezione della volontà umana, un progetto immanente, qualcosa che accade dentro la storia e per mano dell’uomo. È teologia rovesciata: non Dio che salva l’uomo, ma l’uomo che, credendo e volendo abbastanza intensamente, “risuscita” Dio dentro il proprio progetto collettivo. In altre parole: se la Resurrezione dipendesse davvero da quanto crediamo, vogliamo o costruiamo, allora “Dio” diventerebbe soltanto il nome che diamo alle nostre migliori intenzioni collettive, ossia qualcosa che esiste finché continuiamo a volerlo e che verrebbe meno se smettessimo di crederci o di impegnarci. È l’esatto contrario della fede cristiana, per la quale Cristo è risorto realmente, una volta per sempre, indipendentemente da chi lo sapesse, lo credesse o lo volesse, come dimostra proprio l’incredulità iniziale degli apostoli davanti al fatto compiuto (cfr. Lc 24,11). E tutto questo, che da un punto di vista teologico è un’autentica aberrazione dell’intero mistero della salvezza, non può essere certo chiamato «una speranza sorretta da una fede», perché senza una riga di distinguo, senza un solo richiamo al Credo, è un’operazione che un giornale qualunque potrebbe anche permettersi, l’organo ufficiale dei Vescovi, assolutamente no.
C’è dell’altro e riguarda il rovescio della medaglia: la morte di Dio, non la sua resurrezione. Quando quel genio di Friedrich Nietzsche scrisse «Gott ist tot» (Dio è morto), non stava componendo una canzone consolatoria sul destino ultimo del sacro, ma stava diagnosticando, con lucidità spietata, il collasso dei fondamenti morali dell’Occidente moderno. Il suo era un annuncio tragico, non un trampolino di lancio per un umanesimo ottimista. Egli sapeva bene che l’uomo che ha ucciso Dio non ha idea di come reggere il peso di quell’atto:
«Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? […] Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa?» (F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125).
Un uomo costretto a farsi dio pur di reggere il vuoto lasciato da Dio: altro che consolazione a buon mercato alla stregua del Sono solo canzonette, come canta un altro cantautore di grande talento, Edoardo Bennato.
Usare «Dio è morto» come premessa e «Dio risorge in quel che noi vogliamo» come soluzione tradisce contemporaneamente due pensieri che meriterebbero entrambi maggior rispetto: tradisce Friedrich Nietzsche, riducendo la sua diagnosi tragica a un pretesto lirico; e tradisce la teologia cristiana della Resurrezione, riducendola a un afflato collettivo di buone intenzioni, incuranti che su di essa, come insegna l’Apostolo Paolo, la nostra fede può nascere come può morire:
«Ma se Cristo non è risuscitato, è dunque vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» (1Cor 15,14).
Non è quindi in discussione se Francesco Guccini avesse fede, non l’avesse, o coltivasse — come scrive Umberto Folena nella sua conclusione — «una speranza sempre coltivata». Sono affari suoi, ora affidati al giudizio di Dio, quello vero. La domanda che resta e che riguarda non Guccini ma chi lo ha commemorato a questo modo è un’altra: può un giornale che si presenta come voce dei Vescovi italiani pubblicare, senza una sola parola di distinzione dottrinale, un’equivalenza tra la Resurrezione di Cristo e la buona volontà collettiva dell’uomo? Una simile equivalenza non è teologicamente neutra: esprime un pensiero palesemente eterodosso di matrice modernista condannato da San Pio X nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis (1907), vale a dire la riduzione della verità dogmatica, oggettiva e rivelata, a proiezione del sentimento religioso immanente del soggetto credente. E se questo accade senza che nessuno, nella redazione del quotidiano dei Vescovi se ne accorga, dove dovremmo cercare oggi una sana ecclesiologia, forse sul Manifesto, forse su Micromega? Indubbiamente, la terza pagina del Manifesto e altrettanto gli articoli di cultura di Micromega sono e rimangono di un livello altamente superiore a quelli di Avvenire.
Francesco Guccini è morto. Dio no.
Dall’Isola di Patmos, 7 agosto 2026
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