Elogio del nuovo genere letterario: l’insinuazione con bibliografia in calce della IA
ELOGIO DEL NUOVO GENERE LETTERARIO: L’INSINUAZIONE CON BIBLIOGRAFIA IN CALCE DELLA IA
Tutto si ripete uguale a intervalli regolari, si consuma da sé, non ha bisogno di un imputato reale: gli basta un bersaglio abbastanza vago da poter essere chiunque, quindi comodamente nessuno.
Autore
Redazione de L’Isola di Patmos
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In Sassonia-Anhalt l’AfD — Alternative für Deutschland, “Alternativa per la Germania” — ha vinto con oltre il 43 per cento e la sua copresidente vive in un’unione civile con una donna mentre il partito che guida non riconosce quel genere di famiglia.
È una notizia vera, verificabile, e — diciamolo — anche piuttosto interessante da raccontare: il contrasto tra la vita privata di chi guida un partito e i programmi che quel partito scrive è materiale giornalistico legittimo, quando si basa su fatti, date, dichiarazioni pubbliche firmate da chi le ha rese.
Qual gustoso boccone per certi blog rivestiti dell’aura di testate giornalistiche, dove la notizia vera muore per dare spazio al gioco di prestigio: si prende quella premessa solida e la si usa come trampolino per atterrare da tutt’altra parte, su un bersaglio mai nominato, senza una sola prova, con l’unico aiuto di un elenco di titoli accademici messo in fila a fare da bibliografia, la stessa che, se la si toglie, lascia sul tavolo soltanto un’illazione nuda (vedere articolo di riferimento qui).

Nella foto: Piero Manzoni (1933-1963), Merda d’artista n. 4, maggio 1961. Latta, carta stampata ed etichetta, 4,8 × 6,5 cm. Londra, Tate Modern Museum. Etichetta originale: «Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961».
Il meccanismo è collaudato e, bisogna ammetterlo, ardito nella sua sfacciataggine. Si comincia citando Kurt Lewin, si passa per Anna Freud e la formazione reattiva, si arriva a Erving Goffman e al suo covering, ossia la strategia, descritta dal sociologo canadese, con cui chi porta un tratto stigmatizzato non lo nasconde del tutto ma lo smussa, lo tiene a bassa voce, pur di restare accettato dal gruppo che quel tratto disprezza. Tutti concetti seri, di autori seri, nati per descrivere fenomeni sociali reali, che certi articolisti usano però come un passe-partout universale: qualunque comportamento del bersaglio, qualunque sua parola, diventa automaticamente “prova” della tesi, perché la tesi è costruita in modo che nulla possa smentirla. Se il prete è silente sul tema, per esempio del problema dell’omosessualità diffusa anche nel clero, allora tace per nascondersi. Invece, se ne parla, allora ne parla troppo ed è persino tacciato di “omofobia”, quindi si nasconde celando la propria vera identità, quella che il prestigiatore annuncia di aver scoperto: la sua intima omosessualità repressa. Non c’è mossa che sfugga alla lettura: è la stessa struttura logica dell’astrologia, solo con più note a piè di pagina.
Chi è dedito all’attività pubblicistica in modo serio e da lungo tempo, capisce all’istante che tutta la prima parte di questo articolo è stata elaborata da un sistema di Intelligenza Artificiale, lo stile compositivo è inconfondibile proprio nella costruzione delle frasi e nella asetticità di altre. Solo la parte conclusiva, nella quale lo stile cambia completamente, è invece elaborata dallo specialista nel lancio di veleno.
E poi Proust … sempre Proust, sempre il barone di Charlus, il suo personaggio più tormentato dal proprio riflesso, sempre lo specchio che il povero invertito non sopporta di guardare. È diventato un tòpos così stanco che verrebbe da consigliare, a chi lo ricicla per l’ennesima volta, di provare a citare qualcun altro, che so, Charles Bukowski ― giusto per rimanere in tema di buchi neri, concetto ovviamente astrofisico, non si fraintenda! ―, tanto funziona uguale. E così basta prendere un endecasillabo a caso e affermare che parla dell’omofobia interiorizzata con cui qualche prete, accusato di essere un gay represso, darebbe sfogo al proprio essere irrisolto, parola di prestigiatore (finale dello stesso articolo, qui). Nessuno potrà mai provare il contrario, ed è proprio questo il punto: un’accusa a cui un prete non può rispondere proprio perché assurda, non è un’accusa, è un rito ossessivo-compulsivo, una patologia a proposito della quale il prestigiatore, pur munifico nelle citazioni a raffica fornite da IA al “quotidiano internazionale indipendente”, si guarda bene dal citare Freud a proposito di essa.
Contando bene, tra psicologi, sociologi e romanzieri, la bibliografia sfiora la ventina di nomi: un apparato critico degno di una tesi di laurea, messo al servizio di un aneddoto che — tolte le note a piè di pagina — si regge sul nulla, nella convinzione che una falsità, se ripetuta in modo martellante, possa alla fine diventare vera.
Tutto si ripete uguale a intervalli regolari, si consuma da sé, non ha bisogno di un imputato reale: gli basta un bersaglio abbastanza vago da poter essere chiunque, quindi comodamente nessuno, o per dirla con Luigi Pirandello: Uno, nessuno, centomila». E va pur detto che scrivere di covering senza mettere il proprio nome e cognome vuol dire essere dei comici straordinari: quelli che lo sono ignari di esserlo, tanto sono presi nel dare a credere di giocare alle cose serie.
Nell’attesa che qualcuno di quella bottega scriva finalmente un articolo con un nome e cognome, una data, un documento — cioè che faccia il mestiere che presumerebbe di fare — resta solo da ammirare la costanza. Da anni la stessa formula, lo stesso repertorio di autori rigorosamente anonimi, lo stesso identico spettro senza volto. Se il veleno che sostituisce la totale mancanza di fantasia fosse reato, altro che covering: ci sarebbe da aprire un fascicolo. Anzi, correggiamo: un altro fascicolo.
Dall’Isola di Patmos, 8 settembre 2026
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