Proclamare nuovi dogmi è più grave che de-costruire i dogmi di fede. Maria corredentrice? Una idiozia teologica sostenuta da chi ignora le basi della cristologia

PROCLAMARE NUOVI DOGMI È PIÙ GRAVE CHE DE-COSTRUIRE I DOGMI DI FEDE. MARIA CORREDENTRICE? UNA IDIOZIA TEOLOGICA SOSTENUTA DA CHI IGNORA LE BASI DELLA CRISTOLOGIA

 

La Beata Vergine Maria avrebbe chiesto di essere proclamata corredentrice con un quinto dogma mariano? Sorridiamo per non piangere su certe stupidaggini. Qualcuno è disposto a credere veramente che la Beata Vergine che si è definita umile serva, la donna dell’amore donato, del silenzio e della riservatezza, che come finalità ha quella di guidare a Cristo, possa domandare a dei veggenti o a dei visionari svalvolati di essere proclamata corredentrice e messa quasi al pari del Divino Redentore?

— Theologica —

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La audio lettura sarà disponibile domani 15 agosto

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«Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la Chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica» (Bolla dogmatica Munificentissimus Deus, 1° novembre 1950)

Con la bolla dogmatica Munificentissimus Deus il Pontefice Pio XII proclamò il 1° novembre 1950 il dogma della assunzione al cielo della Beata Vergine Maria, la cui festa solenne è celebrata il 15 agosto. Con l’occasione offro una riflessione teologica a tutti coloro che strepitano per la proclamazione del dogma di Maria corredentrice, partendo da una domanda: è più grave mettere in discussione e de-costruire i dogmi della Santa Fede Cattolica, o più grave proclamare dei nuovi dogmi? Indubbiamente è più grave la seconda cosa, chi sbagliando e seminando confusione tra il Popolo di Dio mette in discussione i dogmi attraverso la rilettura e la reinterpretazione, sino a giungere alla loro de-costruzione, non è detto sia animato da intenzioni maligne, il tutto può essere anche frutto di quella cattiva formazione teologica trasmessa ormai da oltre mezzo secolo a generazioni di presbiteri e teologi. Molti sono i miei confratelli che usciti preti dai nostri disastrati seminari e abbeveratisi al meglio delle eterodossie insegnate dentro le università ecclesiastiche, sono realmente convinti che il male sia bene, che il vizio sia virtù, che l’eresia sia ortodossia e che l’ortodossia sia eresia. Non pochi, indotti a ragionare, sono giunti ad ammettere di avere ricevuto una pessima formazione teologica e una pessima formazione al sacerdozio, cercando quasi sempre con fatica e sacrificio di porvi rimedio. Coloro che invece nulla di questo ammetterebbero mai, malgrado le loro inquietanti lacune, li stiamo vedendo diventare vescovi uno dietro l’altro.

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Chi proclama dogmi che non esistono compie un errore maggiore, perché agisce ponendosi al di sopra dell’autorità stessa della Santa Chiesa mater et magistra, detentrice di un’autorità che le deriva da Cristo in persona. E quest’ultimo sì, che è un dogma della Fede Cattolica, al quale non si è giunti per logica deduzione, ma sulla base di chiare e precise parole pronunciate dal Verbo di Dio fatto Uomo (cfr. Mt 13, 16-20). E quando si proclamano dogmi che non esistono e non possono esistere, in quel caso siamo nel diabolico, perché entra in scena la superbia nella sua manifestazione peggiore: la superbia intellettuale. L’ho scritto e spiegato in precedenza ma merita ripeterlo nuovamente: nella cosiddetta scala dei peccati capitali il Catechismo della Chiesa Cattolica indica la superbia al primo posto, con penosa pace di quanti si ostinano a concentrare nella lussuria – che ricordiamo non figura affatto al primo posto, ma neppure al secondo, al terzo e al quarto – l’intero mistero del male, incuranti del fatto che i peggiori peccati vanno tutti quanti e di rigore dalla cintura a salire, non invece dalla cintura a scendere, come in tono ironico ma teologicamente molto serio scrissi anni fa [Vedere Catechismo n. 1866].

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Parto quindi con un esempio avente per oggetto i cosiddetti Soliti Noti, coloro che appena sentono il suono del magico latinorum perdono ogni senso della ragione e ogni genere di senso critico, col conseguente totale stravolgimento della realtà oggettiva. Ecco allora che S.E. Mons. Mario Oliveri, Vescovo emerito di Albenga, a loro difensivo dire non è stato affatto rimosso dalla sua sede episcopale in quanto responsabile ― in parte anche involontario ―, per avere ridotta una diocesi a un autentico lupanare, a un centro di raccolta per omosessuali palesi sbattuti fuori per gravi problemi morali da uno o anche da più seminari, sino a ritrovarsi con un numero considerevole di preti incontrollabili dediti a ogni genere di vizio e a raggiri patrimoniali utili al mantenimento dei loro vizi. Nulla di tutto questo salta minimamente agli occhi dei Soliti Noti, che imperterriti e ostinati proseguono ad affermare e scrivere che il povero Presule è stato perseguitato dalla «Chiesa modernista» perché amava il Vetus Ordo Missae, usava mitrie gemmate alte settanta centimetri e distribuiva la Santa Comunione all’inginocchiatoio sotto il baldacchino sorretto dai cavalieri in frac.

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Altrettanto è accaduto ― affermano i Soliti Noti ―, ai membri della Congregazione dei Frati Francescani dell’Immacolata, non solo puniti a loro dire per avere organizzato convegni in critica a Karl Rahner, per avere indicata la pericolosità del Modernismo e della Massoneria; ma perseguitati soprattutto perché celebravano anch’essi ― manco a dirsi ― col Vetus Ordo Missae.

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Sulle colonne della nostra rivista L’Isola di Patmos l’accademico pontificio domenicano Giovanni Cavalcoli e io, in seguito il teologo cappuccino Ivano Liguori e il teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci abbiamo scritto nel corso degli anni su Karl Rahner, sul Modernismo e i Modernisti, sulla Massoneria e via dicendo, in toni molto critici e duri. Non ci siamo neppure limitati a sparare a raffica, abbiamo proprio esploso ripetuti colpi di mortaio pesante, con una severità assai superiore rispetto a quella usata nei passati convegni promossi dai Francescani dell’Immacolata. Dovreste pertanto domandarvi: perché non ci hanno ancora commissariati? Perché, pur avendo accusato duramente Karl Rahner indicandolo come la fonte originante tutte le eresie di ritorno che invadono oggi la Chiesa, i seminari e le università pontificie, nessuna Autorità Ecclesiastica ci ha mai rivolto alcun sospiro e meno che mai richiami?

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Quando alcuni anni fa ebbi a parlare con uno tra i più insigni mariologi dei Frati Francescani dell’Immacolata, rimasi molto colpito dal suo fanatismo madonnolatrico, a seguire dalla sua superbia, perché egli dava già per proclamato il dogma di Maria Corredentrice. Di conseguenza, all’interno di quella Congregazione, il mai proclamato dogma di Maria Corredentrice era di fatto già iscritto nel depositum fidei con tanto di teologia e di culto promosso e diffuso. Il tutto nella completa indifferenza che tutti i Pontefici del Novecento, inclusi quelli particolarmente devoti alla Beata Vergine Maria, pure se supplicati più volte in tal senso non vollero mai prendere in considerazione la possibile proclamazione di questo nuovo dogma mariano. Tra costoro basti citare il Santo Pontefice Pio X, il Venerabile Pontefice Pio XII, il Santo Pontefice Paolo VI e il Santo Pontefice Giovanni Paolo II che l’emblema della Beata Vergine lo aveva voluto inciso sul proprio stemma pontificio, tanto era devoto alla Mater Dei, infine il Venerabile Pontefice Benedetto XVI, che in sua veste di teologo spiegò e chiarì con la timida mitezza ― forse anche eccessiva ― che lo ha sempre caratterizzato, che già il solo termine “corredentrice” creava problemi sul piano teologico con la cristologia.

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Il Pontefice regnante ― che timido e mite non lo è ― si è espresso per tre volte [1] su questo tema ribadendo un secco e deciso no:

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«La Madonna non ha voluto togliere a Gesù alcun titolo; ha ricevuto il dono di essere Madre di Lui e il dovere di accompagnare noi come Madre, di essere nostra Madre. Non ha chiesto per sé di essere quasi-redentrice o di essere co-redentrice: no. Il Redentore è uno solo e questo titolo non si raddoppia» [2].

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La reazione dei Soliti Noti più radicali non si è fatta attendere: hanno accusato il Sommo Pontefice di essere un blasfemo e un bestemmiatore (!?). A maggior ragione è bene chiarire: se porre in discussione il dogma della immacolata concezione e della assunzione al cielo della Beata Vergine Maria è sbagliato ed eretico, per altro verso, promulgare il dogma di Maria corredentrice e agire di conseguenza, sino a diffonderne in modo impudente la teologia, è cosa di gran lunga più grave. Poi, se a fronte di queste e altre cose interviene a un certo punto la Santa Sede, inutile gridare «alla persecuzione del Vetus Ordo Missae!». Perché se vogliamo essere obbiettivi e applicare anzitutto criteri di aequitas unitamente al senso delle proporzioni, in modo del tutto ragionevole possiamo affermare che prima di calare la scure sui poveri Francescani dell’Immacolata andavano duramente colpiti i Gesuiti e assieme a loro svariati altri ordini storici e congregazioni con problemi interni assai più gravi, ma soprattutto responsabili di diffondere da decenni in modo pericoloso ― come nel caso dei Gesuiti ―, un pensiero palesemente non cattolico. Cosa questa di cui non possono essere accusati i Francescani dell’Immacolata. Se infatti questi giovani e semplici fratacchioni allevati da Padre Stefano Maria Manelli hanno errato, ciò è avvenuto per gran parte in buonafede e anche per non poca ignoranza, animati indubbiamente da tutte le migliori intenzioni interiori ed esteriori, da amore per la verità e da autentica venerazione alla Santa Chiesa di Cristo.

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I Gesuiti e i membri di altre aggregazioni religiose che diffondono le peggiori teologie distruttive, possono essere duramente criticati per il modo in cui de-costruiscono o aggiornano i dogmi della fede, ma i Francescani dell’Immacolata che hanno proclamato nei concreti fatti un dogma mariano dandolo per esistente e istituendo il culto a Maria corredentrice, sul piano teologico hanno commesso un errore parecchio più grave, sostituendosi a questo modo alla più alta e suprema Autorità della Chiesa. E non si obbietti, come fanno i digiuni totali di teologia che presumono per questo di poter dissertare nelle più delicate sfere della dogmatica: «… ma San Luigi Maria Grignion de Montfort nel suo Trattato sulla vera devozione ha scritto che … ma la Madonna di Amsterdam in una rivelazione privata ha chiesto che … la tal mistica e la tal veggente hanno detto che in una rivelazione privata la Madonna gli ha chiesto che …».

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La Beata Vergine Maria avrebbe chiesto di essere proclamata corredentrice con un quinto dogma mariano? Sorridiamo per non piangere su certe stupidaggini che rendono taluni soggetti parecchio arroganti e difficilmente gestibili per noi preti e per noi teologi, proprio perché la loro arroganza va di pari passo con la loro ignoranza. Eppure la risposta è semplice: qualcuno è disposto a credere che la Beata Vergine che si è definita umile serva, la donna dell’amore donato, del silenzio e della riservatezza, colei che come finalità ha quella di guidare a Cristo, possa veramente domandare a dei veggenti o a dei visionari svalvolati di essere proclamata corredentrice e messa quasi al pari del Divino Redentore?

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Il termine stesso di corredentrice è in sé e di per sé una solenne idiozia teologica che crea enormi conflitti con la cristologia e il mistero della redenzione operata unicamente da Dio Verbo incarnato, che non necessita di co-redentori e co-redentrici. Il mistero della redenzione è un tutt’uno con il mistero della croce, sulla quale è morto come agnello immolato Dio fatto uomo. Sulla croce non è morta inchiodata come agnello immolato la Beata Vergine Maria, che alla fine della sua vita si è addormentata ed è stata assunta in cielo, non è morta e risorta il terzo giorno sconfiggendo la morte. La Beata Vergine, prima creatura dell’intero creato al di sopra di tutti i Santi per sua immacolata purezza, non perdona i nostri peccati e non ci redime, intercede per la remissione dei nostri peccati e per la nostra redenzione. Quando ci rivolgiamo a lei attraverso la preghiera, sia nella Ave Maria che nel Salve Regina da sempre, nell’intera storia e tradizione della Chiesa, la invochiamo dicendo «prega per noi peccatori», non le chiediamo di rimettere i nostri peccati né di salvarci.

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Già questo dovrebbe bastare a chiudere un discorso del tutto improponibile sul piano teologico come quello di Maria corredentrice. Una autentica idiozia teologica di cui possono nutrirsi soltanto gli ignoranti arroganti e i madonnolatri ignari di che cosa sia la vera devozione alla Beata Vergine, ma soprattutto quale è il vero ruolo affidato da Dio alla Piena di Grazia nella economia della salvezza.

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dall’Isola di Patmos, 15 agosto 2022

Assunzione al cielo della Beata Vergine Maria

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Note

[1] Cfr. 12 dicembre 2019 omelia alla Santa Messa nella festa della Madonna di Guadalupe; 30 aprile 2020, Santa Messa nella cappella della Domus Sancthae Marthae; 24 marzo 2021, nel discorso durante l’udienza generale.

[2] Cfr. Santa Messa nella cappella della Domus Sancthae Marthae.

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La «Chiesa cattolica apostolica». Quante parole usiamo e recitiamo senza conoscerne il significato? Alle radici del concetto di «Apostolica»

—  Theologica —

LA «CHIESA CATTOLICA APOSTOLICA». QUANTE PAROLE USIAMO E RECITIAMO SENZA CONOSCERNE IL SIGNIFICATO? ALLE RADICI DEL CONCETTO DI «APOSTOLICA»

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È indubbiamente una frase mnemonica, quella impressa nella parte del Credo in cui recitiamo «Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica». Quanti conoscono però il vero e profondo significato di «apostolica»? Questa parte viene esplicitamente recitata nel Credo per ultima, ma non per questo ha un ultimo posto nella riflessione teologica, quindi nella pratica della vita di fede.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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È indubbiamente una frase mnemonica, quella impressa nella parte del Credo in cui recitiamo «Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica». Quanti conoscono però il vero e profondo significato di «apostolica»? Questa parte viene esplicitamente recitata nel Credo per ultima, ma non per questo ha un ultimo posto nella riflessione teologica, quindi nella pratica della vita di fede. Dunque ultima, ma non per questo ultima quanto a importanza, la nota dell’apostolicità ecclesiale getta un ponte fra l’aspetto personale e comunitario della fede. Tale connotazione, infatti, descrive la fondazione della comunità dei credenti, in un triplice senso:

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  1. La Chiesa è costruita sul fondamento degli apostoli [Ef 2,20], i testimoni scelti e mandati in missione direttamente da Cristo,
  2. Essa custodisce e trasmette, con l’aiuto dello Spirito Santo che la inabita dall’interno, l’insegnamento di Cristo, il buon deposito della fede e le sane parole udite dagli Apostoli;
  3. «Fino al ritorno di Cristo, la Chiesa continua ad essere istruita, santificata e guidata dagli Apostoli grazie ai loro successori nella missione pastorale: il Collegio dei Vescovi, coadiuvato dai sacerdoti e unito al Successore di Pietro e Supremo Pastore della Chiesa» [ CCC n. 857].

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In estrema sintesi questi tre punti offrono una visione di insieme sulla apostolicità della Chiesa Cattolica. Adesso li vedremo analiticamente, a partire dalla Sacra Scrittura dove troviamo dei chiari riferimenti alla presenza e alla scelta di Gesù dei Dodici Apostoli:

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«Poi, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire qualunque malattia e qualunque infermità» [Mt 10, 1-4]. I nomi dei Dodici Apostoli sono questi: il primo, Simone detto Pietro e Andrea suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo d’Alfeo e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, quello stesso che poi lo tradì.

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Prosegue l’Evangelista:

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«Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui.  Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni [Mc 3, 13].

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E ancora:

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«In quei giorni egli andò sul monte a pregare, e passò la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli» [Lc 6, 12].

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I Dodici Discepoli vengono chiamati apostoli, dal greco ἀπόστολοι (apòstoloi), in ebraico שלוחים (shelichim, plurale di שליח, shaliach, che in entrambe queste lingue significa alla lettera: inviati, perché tramite il loro ministero Gesù continua la sua missione. Nell’accogliere i dodici, si accoglie tutta la persona di Cristo, come leggiamo in «Chi accoglie voi, accoglie me» [Mt 10, 40]. Cristo sceglie proprio Dodici Apostoli. Il numero di dodici simboleggia l’universalità e richiama alle Dodici Tribù d’Israele. La novità maggiore nella sequela di Cristo, consiste non tanto nel numero, quanto nel fatto che è il maestro a scegliere i discepoli: mentre in genere nell’antichità erano i discepoli a scegliere il maestro da cui attingere insegnamenti per la vita spirituale. Dopo averli scelti, Gesù li manda a predicare prima in tutta la terra di Israele e poi successivamente ai pagani (definiti le genti o i gentili). In tal modo essi iniziano a tramandare e trasmettere l’insegnamento autentico di Cristo. A questo modo Gesù forma quindi un collegio, cioè un gruppo stabile di inviati con la missione permanente di trasmettere il suo messaggio e che ha per capo l’Apostolo Pietro. Nello svolgersi di questa missione, lo Spirito Santo dona agli apostoli tutti i mezzi e la forza necessaria che gli occorre, tramite una grazia molto speciale: essi perciò hanno gli stessi poteri di Cristo: gli inviati sono dunque in grado di annunciare e propagare i divini misteri, di perdonare e rimettere i peccati e di guarire e scacciare i demoni. Inoltre lo Spirito Santo gli dona l’intelligenza per approfondire, meditare e meglio annunciare il mistero di Cristo.

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All’interno del gruppo degli apostoli, abbiamo visto che la presenza della figura di Simon Pietro. Egli è investito di un ruolo speciale: è incaricato da Cristo come principio di unità e comunione della fede; egli è perciò capo visibile della Chiesa; gli apostoli devono essere in comunione con lui e sotto di lui per quanto riguarda la dottrina di Cristo: ciò come vedremo si applicherà anche al successore di Pietro, il papa, e ai vescovi che gli sono in obbedienza: cum Petro e sub Petro (con Pietro e sotto Pietro)

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Approfondiamo allora la figura di Pietro: egli è incaricato da Cristo ad una missione speciale. Essa è descritta in un passo molto importante del Vangelo:

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«Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”». [Mt 16, 16-18].

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Simone, a cui Gesù ha cambiato nome in Pietro, è il primo e unico a riconoscere che Cristo è il figlio di Dio, del Dio vivente. Egli ha dunque “anticipato” gli altri apostoli in questo atto di fede: perciò viene posto da Gesù capo del collegio apostolico. Tre poteri molto speciali sono donati a Pietro, che gli altri apostoli non posseggono: innanzitutto lui non verrà mai meno, perché Pietro è la pietra visibile e stabile della comunità dei credenti; in secondo luogo, egli ha il potere delle chiavi del Regno e, terzo, il potere di sciogliere e legare. Con questo intendiamo:

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«Il potere delle chiavi designa l’autorità per governare la casa di Dio, che è la Chiesa. Gesú, il Buon Pastore [Gv 10, 11], ha confermato tale incarico dopo la risurrezione: «Pasci le mie pecorelle» [Gv 21, 15-17]. Il potere di legare e sciogliere indica l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesú ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli [cfr. Mt 18,18] e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno» [cfr. CCC n. 553].

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Tradizionalmente sappiamo che Pietro è stato martirizzato a Roma nel 64 dopo Cristo sul Colle Vaticano. In precedenza, era stato imprigionato presso il carcere Mamertino, molto vicino al Campidoglio. Pietro dunque, essendo capo degli apostoli, nel suo martirio presso Roma testimonia anche il primato della sede romana rispetto alle altre comunità di credenti. Un primato che non è di dominio e despotismo, ma di servizio e di coordinamento di tutte le altre diocesi e chiese sparse per il mondo. Anticipiamo sin da ora un concetto importante: il primato petrino non vuole sminuire la collegialità, la sinodalità e l’opera comune e comunitaria: anzi Pietro e i suoi successori sono chiamati a garantire e a conferire la dignità e autorità di tutti gli apostoli e i loro successori, i vescovi. Come infatti vedremo fra poco i vescovi sono i successori degli Apostoli. Chiariamo allora che i successori di Pietro sono coloro posti a capo della Diocesi di Roma, o appunto i vescovi di Roma. Storicamente, il vescovo di Roma, è chiamato con una serie di nomi: Pontefice Massimo, Augusto Pontefice, Sua Santità, Santo Padre, Beatissimo Padre, o con quello più noto di Papa, che secondo una teoria storica sarebbe l’abbreviazione di pastor pastorum, pastore di tutti i pastori, o pater pauperum, padre dei poveri.

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Tornando all’analisi delle figure degli apostoli, sappiamo che tutti gli apostoli, ad eccezione di Giovanni, morto in età molto avanzata, verranno martirizzati durante le loro missioni in Oriente e nel territorio dell’Impero Romano. Anche dal martirio degli apostoli, troviamo conferma che lo scopo della fondazione e della presenza apostolica è quello di portare tutta la comunità ad un fine escatologico e di santità; tutta l’opera apostolica ha la finalità di condurre tutti al regno di Dio.

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Considerando che gli apostoli e i loro primi successori (padri apostolici) morivano martiri, era necessario che il messaggio di Gesù venisse comunque trasmesso: per questo scelsero dei successori per perpetuare la missione di Cristo. Quindi conferirono l’Ordine Sacro dell’Episcopato, consacrandoli quali episcopi (vescovi), con mandato a proseguire la missione apostolica come successori degli Apostoli. In questo senso diremo anche che la Chiesa riceve la professione della fede dagli apostoli medianti i successori di coloro che furono primi aderenti al movimento gesuano.

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Adesso cerchiamo di capire perché i vescovi, ricevendo l’Ordine Sacro, divengono i successori ufficiali degli Apostoli. Se leggiamo in Atti degli Apostoli [cfr. 6, 26] troviamo che gli stessi apostoli si diedero innanzitutto dei successori con il compito di proseguire e consolidare l’opera di evangelizzazione iniziata dagli Apostoli. Quest’opera è chiamata la Traditio da due antichi scrittori della cristianità, Tertulliano e Ireneo di Lione. La Traditio dal latino viene dal verbo tradere e implica l’azione del tramandare e trasmettere la fede predicata dagli Apostoli; perciò i vescovi per divina istituzione sono succeduti al posto degli Apostoli quali pastori e guide della comunità ecclesiale. Questo passaggio di consegne avviene in un atto ben preciso. Dunque, la trasmissione apostolica, si conferisce tramite la ricezione del Sacramento dell’Ordine, attraverso la consacrazione episcopale.

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Chiariamo questo passaggio dell’ordinazione dei vescovi. Cristo istituì i Sacramenti, che non sono nati dalla creatività umana, sono tutti racchiusi nella Rivelazione e nei Vangeli. Questo al fine di chiarire per inciso che certe correnti del Cristianesimo non cattolico, insegnando che i Sette Sacramenti, o parte di essi, sono solo una creazione umana avvenuta in epoca successiva all’Imperatore Costantino, a partire dal IV secolo a seguire, sono in palese errore, perché tutti i Sacramenti sono di istituzione divina. Tra i Sette Sacramenti c’è il Sacramento dell’Ordine Sacro, che è unico, ma diviso al proprio interno in tre gradi: episcopato (o pienezza del sacerdozio apostolico), presbiterato e diaconato. Coloro che ricevono questo Sacramento, nel loro singolo e personale ministero sono chiamati alla missione di condurre tutta la Chiesa al bene comune e alla Santità. È dunque un compito, ad un tempo singolare e allo stesso tempo comunitario. L’azione del conferire l’Ordine Sacro è detta ordinazione: in essa è Gesù che, agendo in persona Christi tramite un vescovo, ordina un sacerdote e lo consacra vescovo: dunque conferisce al presbitero la pienezza del sacerdozio apostolico per portare avanti tale missione. L’episcopato è quindi la pienezza del sacramento dell’Ordine perché contiene la sorgente stessa da cui derivano i tre gradi del Sacramento dell’Ordine stesso. Il vescovo infatti è anche colui che ordina i diaconi e i sacerdoti, e appunto come detto precedentemente, ordina un sacerdote a diventare vescovo.

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Sinteticamente diremo che la linea di successione prevede che un apostolo, ricevuti i pieni poteri da Cristo per trasmettere il suo insegnamento e per amministrare tutti i Sacramenti, ha ordinato un padre apostolico, conferendogli medesimi poteri e missione; a sua volta il padre apostolico ha ordinato un vescovo, per gli stessi scopi. Questo vescovo, a sua volta, ha ordinato un altro vescovo e nel corso della storia, nell’ordinare in successioni tutti i vescovi, si è giunti fino ad oggi. Il tutto viene definito: successione apostolica.

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La trasmissione del mandato di trasmettere e amministrare i Sacramenti a molteplici vescovi sparsi per il mondo, come molteplici in origine erano gli apostoli, mostra che la Chiesa ha natura apostolica, dunque collegiale e comunitaria. La collegialità e apostolicità dei Vescovi implica da un lato l’unità fra il Papa e i Vescovi perché il Collegio Episcopale è legato al suo capo visibile. Il Sommo Pontefice non è tiranno ma garante del ministero stesso dei Vescovi. Infatti egli è garante dell’Unità del corpo ecclesiale ed è il fondamento visibile materiale concreto dell’Unità ecclesiale (Collegialità = elemento di unione nella distinzione).

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Dall’altro lato, la collegialità dei Vescovi implica che tale Collegio ha un alto grado di autorità sulla Chiesa intera. Le singole diocesi collaborano fra di loro, ogni vescovo può prendere delle decisioni sui fedeli che gli sono affidati senza chiedere sempre e comunque l’autorizzazione alla Sede di Roma. Inoltre, i vescovi, collaborano attivamente fra loro e con il Romano Pontefice in alcuni momenti speciali: nei sinodi o, ad esempio, in un concilio ecumenico. Un sinodo o concilio convocati dai vescovi è accettato e confermato dal Romano Pontefice, ma guidato collegialmente: perciò anche queste riunioni ecclesiali non sono mai portate avanti dal Romano Pontefice da solo, al quale però solo spetta, alla fine, decidere.

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Ora abbiamo capito in che modo il Vescovo di Roma e i Vescovi del mondo, in quanto successori degli Apostoli hanno ricevuto il mandato di Cristo. Diremo che in tale mandato essi si sono impegnati specificamente in tre compiti specifici rispetto al popolo di Dio: questi compiti prendono nome di munera (da latino dovere, compito e anche dono) e sono il munus docendi, il munus sanctificandi e il munus regendi / gubernandi.

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Munus docendi è il dovere di insegnare, trasmettere l’insegnamento di Cristo; è detto anche il magistero ordinario del vescovo. Questo magistero / insegnamento è concretizzato dal vescovo quando insegna con autorità, che deriva da Cristo, e si attua quando il vescovo insegna concretamente nelle materie di dottrina e di morale e tali insegnamenti sono in comunione con il Sommo Pontefice e la Chiesa Universale. Questo è magistero di origine divina; quindi il munus docendi è primo compito del vescovo e concretamente con esso si intende di predicare di insegnare queste verità ai fedeli. I fedeli, da parte loro, sono chiamati ad ascoltare in obbedienza attiva con un’adesione filiale sincera al loro vescovo anche ponendo delle domande, dei dubbi e dei chiarimenti per comprendere meglio questi insegnamenti, per approfondire la dottrina e viverla meglio.

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Con munus sanctificandi: si indica il dovere di condurre alla Santità tutto il popolo di Dio. Il vescovo è l’economo, cioè colui che distribuisce in parti uguali la grazia di Cristo e dello Spirito Santo nella Chiesa; ciò avviene nella amministrazione dei Sacramenti e ancora più in particolare nella celebrazione eucaristica, dove è l’Eucaristia che fa la Chiesa, la santifica e la unisce nella cattolicità; dunque la presenza vera, reale, sostanziale di Cristo nelle specie del pane e del vino rende uniti tutti i fedeli (clero e fedeli); allo stesso tempo è la Chiesa che fa l’Eucaristia, dunque la Chiesa che  la amministra e la celebra.

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Con munus regendi/ gubernandi si indica il dovere dei vescovi di reggere e governare le singole Chiese locali o le diocesi; esse hanno una loro giurisdizione propria viene esercitata per sé da ogni vescovo in modo ordinario. Con questo si intende che il potere Divino che ogni vescovo possiede in modo immediato non prevede l’obbligatoria delegazione ad altre persone: a livello concreto, però, i vescovi possono comunque stabilire di nominare dei mediatori e delegati per gestire al meglio il territorio, per esempio sacerdoti che svolgono il ruolo vicari episcopali, foranei, giudiziali e che dunque esercitano varie mansioni nel nome del vescovo.

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In conclusione questi tre munera /doveri vengono attuati mediante l’ausilio dei presbiteri o i sacerdoti, che pur non avendo la pienezza dell’ordine sacro come il vescovo, anche loro partecipano e sono corresponsabili dei tre munera. Il munus docendi ad esempio quando essi predicano, insegnano e governano il popolo di Dio, specialmente nella parrocchia. Qui il parroco è anche colui che accompagna e dunque governa il Popolo di Dio alla santità (esercizio del munus gubernandi); infine il sacerdote celebra il culto quindi amministra i Sacramenti e prega per i bisogni del Popolo e allo stesso tempo anche amministra il Sacramento della confessione (esercizio del munus sanctificandi).

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Volendo anche analizzare sinteticamente il primo grado dell’ordine, possiamo velocemente descrivere l’attività dei diaconi. Anch’essi rientrano nella gerarchia ecclesiale perché sono chiamati al servizio: diàconos è parola greca traducibile con servitore. Rientrano ancora nell’apostolicità della Chiesa, perché sono assistenti alla liturgia, possono avere i compiti catechetici e para liturgici, sebbene il loro compito principale, la loro vocazione non è la chiamata ad amministrare i Sacramenti allo stesso modo dei presbiteri. I diaconi partecipano dell’apostolicità in quanto sono chiamati al servizio, specialmente le opere di carità, la gestione di attività amministrative della Chiesa. In qualche caso comunque il diacono può dare il Sacramento del battesimo e benedire le nozze.  qualche caso comunque il diacono può dare il Sacramento del battesimo e benedire le nozze.

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Roma, 18 gennaio 2022

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Per chi volesse approfondire il tema consiglio la lettura di questi libri:

Catechismo della Chiesa Cattolica, 553; 857 – 865.

Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium,18 – 23.

  1. McDowell, The fate of the apostles. Examining the martyrdom accounts of the closesest followers of Jesus, Routledge, 2016.
  2. Virgili, La resurrezione di Gesù, Crocevia, Amazon publishing, 2020.

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Il blog personale di

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Lezione quasi certamente inutile per certi cattolici autodidatti sulla laicità dello Stato: il concetto di Diritto Naturale dei neoscolastici redivivi, oltre a non servire Dio e la verità, è in radicale conflitto con i due fondamenti della creazione dell’uomo: libertà e libero arbitrio

— Theologica —

LEZIONE QUASI CERTAMENTE INUTILE PER CERTI CATTOLICI AUTODIDATTI SULLA LAICITÀ DELLO STATO: IL CONCETTO DI DIRITTO NATURALE DEI NEOSCOLASTICI REDIVIVI, OLTRE A NON SERVIRE DIO E LA VERITÀ, È IN RADICALE CONFLITTO CON I DUE FONDAMENTI DELLA CREAZIONE DELL’UOMO, LIBERTÀ E LIBERO ARBITRIO

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Per noi uomini di fede, ragione e scienza è indubitabile che Dio ha instillato nel cuore dell’uomo il senso naturale del bene e del male, quindi i fondamenti di quelle leggi che in modo forse improprio, ma corretto, sono definiti come Legge Naturale. Il problema subentra al momento in cui si cerca di mutare la Legge Naturale o Legge Divina in Legge Positiva, in Leggi dello Stato che vincolano tutti i consociati. Perché a quel punto il peccato diventa reato, con conseguenze devastanti e assolutamente non auspicabili.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Norberto Bobbio, giurista e filosofo del diritto

La decadenza ecclesiale ed ecclesiastica che stiamo vivendo, afflitti da quel senso di impotenza generata dall’aver superato la soglia del non ritorno, ha originato una crisi della dottrina e della morale senza precedenti nella storia della Chiesa. Non pochi sono i fedeli animati da buona volontà spinti per processo reattivo a seguire insegnamenti di cattivi maestri, facendo proprie idee errate in materia di dottrina, di fede, di morale. Per catturare queste persone che appaiono come «pecore senza pastore» [cfr. Mc 6, 34], i cattivi maestri mettono sempre avanti: «vera tradizione» e «difesa della vera dottrina». Parole magiche dinanzi alle quali gli smarriti non ragionano più e in modo acritico e illogico si bevono tutto ciò che gli viene offerto dentro il cocktail. Più grandi sono le scempiaggini che certi cattivi maestri dicono più numerosi i fedeli smarriti che in loro cercheranno sicurezza. Purtroppo, quando si cerca di porli dinanzi all’evidenza dell’errore, il rischio più probabile è di ritrovarsi dinanzi a persone chiuse a ogni ragionamento, perché il loro mondo è quello dell’emotivo e il loro agire quello delle passioni. Ciò li rende incapaci a esercitare il lucido senso critico e al tempo stesso convinte di avere raggiunto la luce della autentica verità.

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Il tema che adesso tratterò è in sé complesso, può divenire però accessibile a tutti coloro che non sono specialisti nell’ambito filosofico, giuridico e teologico, chiarendo anzitutto due concetti: giusnaturalismo e giuspositivismo. In modo semplicistico, forse persino un po’ grezzo, ma comprensibile a tutti, si può dire che il giusnaturalismo si regge sul concetto di Legge di Dio e il giuspositivismo sulla Legge dell’uomo. Entrambe implicano adesione da parte di tutti i consociati, perché è questo che le leggi richiedono per loro natura e struttura: l’obbedienza e l’osservanza da parte dell’uomo.

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Da un punto di vista filosofico-giuridico assunsi a suo tempo il pensiero di Norberto Bobbio che si definì: «giusnaturalista nello spirito e giuspositivista nella applicazione». È Bene chiarirlo subito, anche perché, quando si ha la grazia di non essere gesuiti, sempre e di rigore si gioca lealmente a carte scoperte. Sicché ripeto: la mia impostazione giuridico-filosofica si fonda sulla scuola e sul pensiero di Norberto Bobbio.

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La Legge dello Stato, nota come giuspositivismo, dinanzi alla disobbedienza che si muta in reato prevede la condanna del reo a una pena da scontare in carcere, oppure una sanzione che obbliga a un risarcimento in danaro. Se mancasse la sanzione per chi trasgredisce, la Legge non sarebbe tale ma una sorta di proposta, di invito ad agire in un certo modo.

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La Legge Naturale o Legge Divina, nota come giusnaturalismo, prevede anch’essa delle pene, legate però all’ambito della sfera spirituale. Pene che possono variare dall’obbligo alla riparazione del torto inferto alla penitenza espiativa, sino alla pena più severa e drastica, la scomunica, che comporta la esclusione dalla comunità dei fedeli.

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Con queste prime descrizioni è stato chiarito quel fondamentale elemento sul quale molti filosofi e teologi per hobby fanno enorme confusione. E qui chiariamo un concetto fondamentale: la Legge naturale o Legge Divina condanna il peccato, la Legge positiva degli uomini condanna il reato. Nel corso di questa trattazione sarà spiegato e dimostrato quali enormi squilibri e danni possono derivare dalla mancata separazione di queste due distinte sfere, che possono avere preziosi interscambi tra di loro traendo anche spunti e ispirazioni l’una dall’altra, ma senza cadere mai nella commistione.

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Tutto questo potrebbe apparire chiaro e lineare, invece non lo è, perché delineato il significato dei due concetti, a seguire prende forma il problema: se le Leggi dell’uomo, che sono quelle degli Stati laici, entrano in conflitto con quelle che taluni considerano Leggi Divine, che sono quelle della Chiesa, che cosa ne deriverebbe? I fideisti pseudo-cattolici non esitano a rispondere: «Le Leggi Divine devono prevalere su quelle dello Stato. Ovvio, provengono da Dio». Ma si tratta appunto di fideisti pseudo-cattolici. Per meglio chiarire ricordo che esistono pagine e pagine di miei articoli e libri pubblicati, per seguire con numerose conferenze, dove accuso l’Europa di essere malata di odio verso sé stessa, sino a rigettare l’innegabile evidenza delle sue radici cristiane. E le radici cristiane dell’Europa non sono un concetto astratto, ma un dato di fatto storico innegabile che non dovrebbe recare disturbo ad alcun laicista radicale nord-europeo, a prescindere dalle leggende nere sulla Chiesa Cattolica confezionate maliziosamente e falsamente a tavolino in totale spregio ai dati di fatto storici, prima in ambito luterano e calvinista, poi illuminista e a seguire liberal-massonico. Beninteso, mai, come modesta mente speculativa giunta alla maturità, mi sono sognato di invocare che gli Stati laici mutassero in leggi vincolanti per tutti i cittadini i fondamenti della Divina rivelazione, della teologia dogmatica, della morale cattolica e della disciplina dei Sacramenti. La Legge Positiva non può imporre di credere in Dio, né può perseguire come reato l’ateismo, anche se ad alcuni fideisti irrazionali ciò piacerebbe, ma sono appunto fideisti irrazionali. Il peccato non può essere confuso con il reato né si può dichiarare reato il rifiuto di Dio. Il peccato, o il rifiuto di Dio, non può divenire reato perseguibile dalle leggi positive, facendolo si cadrebbe nel paradosso, non tanto giuridico ma proprio teologico, sino a vanificare il mistero della creazione dell’uomo. E chi per ragioni ideologiche dettate da un mal inteso concetto di Legge Naturale non accetta questo criterio di decisa separazione tra le due distinte sfere, oggi più necessaria ancora rispetto alle epoche segnate dall’Illuminismo ottocentesco, purtroppo è destinato a vivere male come cattolico e come cittadino, dando della fede cattolica un’idea adulterata ed illogico-grottesca.  

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LA VOCE DI UN ANGELO DISSE A SANT’AGOSTINO «TOLLE LEGE», PRENDI E LEGGI, NON GLI DISSE: COLLEGATI A INTERNET E FATTI UNA CULTURA SUI SOCIAL MEDIA

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Il problema che ammorba la società contemporanea è che le persone non studiano più, non leggono e non riflettono, spulciano e scorrono velocemente credendo infine di avere capito. Sono capaci a usare con disinvoltura la parola metafisica, se però domandiamo loro che cosa significa secondo l’etimo greco, da chi nasce, chi l’ha coniata, a quale scopo e in quale contesto storico-filosofico si sviluppa questo pensiero scientifico, quali le principali opere metafisiche nella storia della filosofia e le relative scuole, eccoli cadere dall’alto a terra come frutti marci dall’albero secco della loro desolante ignoranza. Purtroppo, internet e i social media hanno favorito nell’uomo moderno la distruzione del senso critico, lo spirito speculativo e la capacità di studio. È la nuova forma di analfabetismo digitale di cui hanno parlato i Padri de L’Isola di Patmos nella loro ultima pubblicazione: La Chiesa e il coronavirus. Tra supercazzole e prove di fede [cfr. QUI].

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Proseguo a chiarire: quando mi richiamo alla scolastica sono costretto a precisare che quella classica — mi si passi, quella sulla quale mi sono formato — non va confusa con la sua parodia, la neoscolastica decadente, quella insegnata e spacciata a formulette nel formato I Pensieri dei Baci Perugina. Perché è quella che conoscono a pezzi e bocconi coloro che vi si richiamano a sproposito, illudendosi e illudendo di conoscerla, avendo memorizzato quattro formulette a pappagallo da spacciare per ogni uso. Infatti, il padre della scolastica Sant’Anselmo d’Aosta e a seguire San Tommaso d’Aquino, stanno alle quattro formulette della neoscolastica decadente del tardo Ottocento inizi Novecento come può starvi una filastrocca cantata in girotondo dai bambini della scuola materna.

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Temi complessi dunque, che non possono essere argomenti di dibattito e diffusione di idee sbagliate da parte di cattolici impreparati che ignorano la profondità di temi così articolati che implicano conoscenze specialistiche profonde nell’ambito storico, filosofico, teologico e giuridico, ma che si mutano in diffusori di idee che rischiano di spaziare tra l’assurdo e l’aberrante, sino a giungere alla vera e propria blasfemia inconsapevole tutta quanta tipica dei dotti ignoranti, perché ― giusto per fare un esempio ― non si può mettere il concetto filosofico di motore immobile di Aristotele come essere e fondamento dell’intero agire cristiano. Questi soggetti, mossi di prassi da grette forme di chiusura alla ragione e al confronto, finiscono sempre col procacciare incomprensione e odio verso il Cattolicesimo e i cattolici da parte di pensatori laicisti sempre più suscettibili e agguerriti.

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La voce di un Angelo disse a Sant’Agostino «Tolle lege», prendi e leggi, ossia studia. Non gli disse: collegati a internet e fatti una cultura sui social media saltando da un blog all’altroPurtroppo, i dilettanti senza adeguata formazione giuridica, filosofica e teologica, che ritengono d’aver capito tutto e di possedere il bene della divina e assoluta verità, si lanciano nei temi più complessi per poi esordire con affermazioni semplicistiche che riducono la scolastica e la metafisica a un gioco delle banalità: «… è verità metafisica che la legge divina è scritta nel cuore dell’uomo e quindi è superiore alla legge degli Stati». Presto detto: essendo per definizione etimologica ignorante colui che ignora, per logica conseguenza si rivelerà ignaro di cos’ha comportato, anche in feroci persecuzioni nei confronti della Chiesa Cattolica, a partire dall’epoca pre-costantiniana sino ai peggiori regimi dittatoriali del Novecento, l’avere espresso con inaudita leggerezza che: «Le leggi di Dio sono superiori alle leggi dell’uomo, quindi che «la Legge Divina deve prevalere sulla Legge degli Stati che alla Legge Divina deve essere assoggettata».

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DATE A CESARE QUEL CHE È DI CESARE E A DIO QUEL CHE È DI DIO È QUEL PRINCIPIO DI LAICA SEPARAZIONE TRA POTERE POLITICO E RELIGIOSO CHE SARÀ COMPRESO SOLO DICIANNOVE SECOLI DOPO

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Per comprendere bisogna partire da lontano: perché, durante le persecuzioni di Decio e di Diocleziano del II e III secolo molti cristiani morirono martiri nelle arene romane? Principalmente per quell’equivoco oggi riproposto dall’ignoranza digitale dei fideisti apprendisti stregoni che pur non capendo niente di filosofia, teologia, diritto e morale si ostinano a non capire niente neppure di storia. Il motivo è presto detto e spiegato: i romani erano convinti di ciò che mai i cristiani avevano rivendicato: che il loro Dio era superiore a Cesare. Nulla di ciò sostenevano le comunità cristiane, tanto erano consapevoli che non si può paragonare Dio all’uomo e l’uomo a Dio e mettere in competizione sullo stesso piano l’uno con l’altro, quindi non si può mettere in conflitto le leggi divine con le leggi umane. Soprattutto erano consapevoli che Cristo stesso aveva comandato «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» [cfr. Mt 22, 21]. Leggendo bene questa frase, qualsiasi mente veramente filosofica e teologica, quindi speculativa, comprende che la separazione tra potere politico e potere religioso il Verbo di Dio l’aveva già delineata molti secoli prima che nascessero l’Illuminismo, il Liberalismo e la Rivoluzione Francese con le sue ghigliottine azionate dopo farseschi processi sommari celebrati in nome della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. Quel «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio», all’epoca non poteva essere compreso né dal tollerante Imperatore Costantino né dalle prime comunità cristiane, perché avrebbe richiesta una maturazione di molti secoli. Non a caso i primi grandi concili dogmatici della storia della Chiesa, a partire dal grande Concilio di Nicea dell’anno 325, furono convocati e presieduti dall’Imperatore, l’ultimo in ordine di serie, il Secondo Concilio di Nicea del 787, fu convocato dall’Imperatrice Irene su umile richiesta molto cortese del Sommo Pontefice Adriano I, della serie: Se Vostra Maestà è d’accordo e se ciò non le reca disturbo, oserei proporre un concilio.

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Si domandino i sostenitori di un Diritto Naturale in bilico tra onirico e strampalato: perché tutti i primi grandi concili furono convocati e presieduti dagli Imperatori d’Oriente? Semplice, perché non esisteva alcuna separazione tra potere politico e religioso e perché in Oriente il potere politico prevaleva totalmente su quello religioso. Questa sudditanza, più ancora che commistione, ha persino un nome preciso, si chiama cesaropapismo. Per questo gli imperatori erano molto interessati a sapere cosa fosse eresia, perché l’eresia era considerata un grave reato e gli eretici erano perseguiti e condannati dalla legge. Dinanzi a questi fatti storici, i sostenitori di un Diritto Naturale in bilico tra onirico e strampalato, per i quali la storia è evidentemente un accessorio del tutto inutile, dovrebbero chiedersi: ma veramente si può aspirare a tornare a quei tempi così “felici” e “idilliaci” nei quali il peccato era reato e l’eresia un crimine perseguito dalla Legge dello Stato?

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La commistione tra Diritto Naturale e Diritto Positivo, se in Oriente assoggettò totalmente la Chiesa allo Stato, in Occidente comportò invece un incessante braccio di ferro tra potere politico e potere religioso, che a intervalli di tempo prevalevano l’uno sull’altro, giocando su intrighi e ricatti, nonché sulla vita di intere popolazioni, sempre e di rigore con risultati e conseguenze auspicabili solo da coloro che, oltre a non conoscere la storia, si sono creati al presente una storia passata che non è mai esistita, il tutto per giustificare il pensare sbagliato del loro triste presente fatto di verità digitali acquisite principalmente presso la grande accademia dei social media.

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Dinanzi a un interlocutore che affermava in modo deciso e indiscutibile il primato assoluto della Divina Legge Naturale, affermando che lo Stato avrebbe il dovere di applicarla, sulle prime replicai: «Ti rendi conto che facendo simili affermazioni a una società laica e sempre più ostile verso le dimensioni della trascendenza, l’unico risultato che puoi ottenere è di far odiare il Cattolicesimo e i cattolici?». La risposta fu più sconcertante ancora: «E che problema c’è? Noi dobbiamo essere odiati, lo dice chiaramente anche il Vangelo». Inutile dire che discorsi di questo genere portano alle forme peggiori di integralismo religioso, senza considerare che il Santo Vangelo non ci invita affatto a farci odiare, meno che mai a desiderare l’odio come una sorta di bene da conseguire, dopo averlo stimolato attraverso inutili e pericolose provocazioni, perché stimolare all’odio vuol dire istigare al peccato, vale a dire commettere un peccato peggiore di chi poi scatena odio per processo reattivo. Cristo Dio afferma:

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«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» [Gv 15, 18-21].

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Si presti attenzione: Cristo Divino Maestro spiega agli Apostoli di ieri e a quelli di oggi come e perché può accadere che il mondo nutra verso di noi odio. Ma si tratta di una spiegazione data, non di un invito a farsi odiare. Leggere questa frase pensando che attraverso aggressioni di pensiero o provocazioni si abbia il dovere di farsi odiare dal mondo, vuol dire avere la totale incapacità di leggere e di comprendere il Santo Vangelo.

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I dilettanti della fede che senza maestri e guide, senza scuola, senza adeguati percorsi formativi spirituali, prendono in mano le Sacre Scritture, poi, saltando da un blog all’altro si fanno una “cultura religiosa”, se non peggio filosofica, teologica, morale e giuridica, recano grave danno a sé stessi, agli altri e all’immagine della Chiesa dinanzi ai laici, che spesso identificano certe forme di cieco e ignorante fideismo da madonnari d’assalto con “lo spirito dei cattolici”. I miei amici laici e non credenti, vivendo a contatto con me conoscono bene questa nostra triste realtà. Sanno, che se noi cerchiamo di riprendere, correggere e istruire questi soggetti, per tutta risposta loro si irrigidiscono, poi si rivoltano contro di noi, sino a ribatterci in faccia che dei fondamenti della fede e della dottrina cattolica noi preti e teologi non abbiamo capito niente. Infatti, avendo letto da un blog all’altro testi che parlano dei messaggi e delle rivelazioni di santi e mistici, o essendo particolarmente devoti a quella Madonna che dette a dei veggenti dei segreti tremebondi che loro hanno compreso, grazie a un altro grande “accademico teologo” che sul canale You Tube ha pubblicato un video nel quale spiega il vero terzo segreto di Fatima, a suo dire taroccato e poi tenuto nascosto dalla Chiesa … ebbene, acquisito tutto questo ben dell’intelletto e della scienza nell’ambito della dottrina e della fede, non hanno bisogno di ascoltare le parole di sacerdoti e teologi, che inutilmente cercano di riprenderli e guidarli, ma soprattutto di recuperarli alla vera fede. Per questo i miei amici laici e non credenti che conoscono questa nostra triste realtà, mi offrono sempre comprensione e solidarietà, senza perdere occasione per dirmi: «Non vorrei essere al tuo posto, perché avere a che fare con una simile pletora di fedeli, deve essere davvero frustrante». E proprio discutendo mesi fa su questa realtà con un celebre virologo italiano, l’insigne clinico e accademico mi rispose: «Durante una conferenza fui contestato da una estetista-massaggiatrice che prese parola affermando delle assurde scempiaggini illogiche e anti-scientifiche sui vaccini, dopo essersi fatta una “cultura” sui siti e sui blog complottisti degli anti-vax. Vede, caro Padre, lei è un uomo di fede, io purtroppo no, però condividiamo entrambi le identiche tristi sorti, le medesime frustrazioni, in questo nostro pianeta degli imbecilli».

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QUEL RAPPORTO INSCINDIBILE TRA LEGGE NATURALE, GRAZIA E LIBERTÀ

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Per noi uomini di fede, di ragione e di scienza, è indubitabile che Dio ha instillato nel cuore dell’uomo il senso naturale del bene e del male, quindi i fondamenti di quelle leggi che in modo forse improprio, ma corretto, sono definiti come Legge Naturale. Il problema subentra al momento in cui si cerca di mutare la Legge Naturale o Legge Divina in Legge Positiva, in Leggi dello Stato che vincolano tutti i consociati. Perché a quel punto il peccato diventa reato, con conseguenze devastanti e assolutamente non auspicabili.

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A queste spiegazioni ribatté un interlocutore: «Il peccato non è un diritto!». Affermazione che costituisce la frase vincente con la quale i cattivi maestri della «vera tradizione» e della difesa «della vera dottrina» pensano da sempre di chiudere la bocca a qualsiasi interlocutore. Risposi che lo sapevo benissimo, spiegando di seguito che il peccato nasce però dalla libertà e dal libero arbitrio dell’uomo, che sono i due suffissi della sua creazione. Dinanzi al peccato di Adamo ed Eva sarebbe di rigore chiedersi: perché Dio non ha impedito di commetterlo? Se non per i due, poteva farlo per il bene dell’umanità incolpevole, che per causa loro avrebbe ereditata una natura corrotta. E qui è necessario ricordare a tutti coloro che credono di conoscere in modo approfondito la dottrina cattolica, che quello originale non è un peccato da noi commesso, ma un peccato contratto a noi trasmesso con la natura corrotta in origine dal peccato altrui. E come mai Dio non impedì ai nostri progenitori di compiere un peccato che si sarebbe ripercosso con simili conseguenze su tutta l’umanità futura? Se prima di procedere oltre non si dà risposta chiara e precisa a questo, ne potremmo dedurre che Dio spazia tra l’ingiusto e il volubile spirito irresponsabile. La risposta è semplice, per chi è abituato a ragionare sui criteri della vera metafisica: se Dio non ha impedita la commissione di quel peccato è perché non si contraddice, essendo Egli divina coerenza allo stato puro. Per questo Dio non si sarebbe mai messo contro la libertà dell’uomo, neppure dinanzi alle conseguenze devastanti del peccato originale, che sono del tutto logico-consequenziali.

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I giusnaturalisti specializzati all’accademia di internet che invocano la supremazia assoluta della Legge Naturale e che ritengono dovere degli Stati applicarla in quanto legge superiore, sono affetti da una pericolosa malattia tipica di chi pretenderebbe di imporre ciò che neppure Dio ha osato imporre all’uomo. Loro però sì, lo farebbero eccome! Ma c’è di peggio: lo farebbero in nome di Dio e della Legge di Dio, incuranti che Dio non ha mai violata né limitata in alcun modo la libertà dell’uomo. L’uomo non ha il diritto di peccare, perché il peccato non è un diritto. Però ha la piena libertà di peccare, perché Dio gliel’ha concesso in virtù della libertà e del libero arbitrio che gli ha donato. Questo è il passaggio fondamentale che sfugge al falso giusnaturalista, che di fondo mira soltanto a sostituirsi a Dio nel pretestuoso nome di Dio. Proprio come più volte è stato fatto nel corso della storia dell’umanità, a costo di vite umane e a prezzo dello scempio di molte menti brillanti ignobilmente castrate.

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In filosofia e in teologia, ma anche in diritto, non ci si può nascondere dietro a un dito, salvo cadere in caso contrario nei sofismi o nei farisaismi che non giovano a chi ne fa maldestro uso e meno che mai a coloro dai quali si pretenderebbe di essere ascoltati. Pertanto la chiarezza impone di precisare quell’ovvio che a taluni reca spavento e che altri vorrebbero tenere nascosto. Nei cittadini di uno Stato o in qualsiasi comunità di consociati, una concezione morale può essere imposta solamente in due modi: o mediante la forza della grazia soprannaturale, che però agisce e produce i suoi frutti se accolta dalla libertà e dal libero arbitrio dell’uomo in virtù della sua mente razionale, oppure attraverso la coercizione dello Stato. In questo secondo caso, il principio di grazia si muta in terribile disgrazia. Una terza possibilità non esiste. Ecco perché da sempre, chi cerca di mitigare queste due uniche e opposte realtà, si arrampica sugli specchi per nascondere la conseguenza inevitabile che deriverebbe dalla applicazione della legge naturale attraverso il “braccio armato” della Legge Positiva: lo Stato assoggettato alla Legge Naturale o Legge Divina perseguirebbe il peccato come reato. Ribadisco: nel primo caso, attraverso l’azione di grazia accolta, l’osservanza della Legge Naturale procede attraverso la libertà dell’uomo, nel secondo caso, l’osservanza della Legge Naturale, avviene attraverso una vera e propria violenza compiuta sulla libertà dell’uomo, che neppure Dio ha mai limitato o annullato. È presto detto: nel secondo caso siamo dinanzi al vero e proprio disprezzo della grazia che opera solo attraverso la libertà dell’uomo. È infatti la grazia che sta alla base della Legge Naturale, con buona pace di chi fa poesia dicendo con risibile vaghezza che la Legge Naturale si basa sul cuore e sull’intelligenza, pur di non confrontarsi con il mistero della grazia che non può essere scissa dalla libertà e dal libero arbitrio dell’uomo. Per questo coloro che propagandano una idea a dir poco distorta di Legge Naturale devono di necessità arrampicarsi sugli specchi, cosa questa che caratterizza da sempre le limitatezze delle menti non speculative, non filosofiche e non teologiche, che però presumono di poter speculare sui massimi sistemi. Ecco allora l’arrampicata sugli specchi scivolosi e il lancio di quel che ritengono essere il grande dardo vincente, la frase fatta e già due volte ripetuta: «Il peccato non è un diritto!». È vero, però sarebbe di rigore aggiungere che nessuno può rivendicare il diritto di impedire a un uomo, con la violenza privata o con la coercizione della Legge positiva di commettere peccato, perché Dio stesso non ha impedito all’uomo di peccare. E per il suo peccato l’uomo raccolse tutte le conseguenze, ricadute per causa sua sull’umanità intera. 

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La battuta non è di rigore ma proprio pertinente: se anziché Dio, che all’epoca agì in un certo modo, avessimo avuto certi fideisti pseudo-giusnaturalisti, tutt’oggi l’umanità vivrebbe felice nel Giardino di Eden, senza conoscere la sofferenza, la malattia, il decadimento fisico e la morte, che sono ― ricordiamo ― tutte conseguenze del peccato originale. Pertanto, se anziché Dio avessimo avuto certi fideisti pseudo-giusnaturalisti saremmo sempre nel Giardino di Eden, perché loro avrebbero impedito in modo deciso, con tutta la coercizione del caso, ad Adamo ed Eva, di commettere il peccato originale, dopo avere confuso in modo grottesco la libertà che l’uomo ha di peccare con il peccato che invece non può essere considerato un diritto.

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SAN TOMMASO D’AQUINO CHE TANTO PIACE A CHI NON LO CONOSCE FACENDOGLI DIRE QUEL CHE MAI HA DETTO E QUEI DOCUMENTI DEL SOMMO MAGISTERO RIVOLTI AGLI UOMINI DI UN MONDO E DI UNA SOCIETÀ CHE NON ESISTE PIÙ.

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Dinanzi a queste argomentazioni, i giusnaturalisti onirici cominciano di prassi a tirare fuori come prove inconfutabili a sostegno di quanto affermano documenti del Magistero della Chiesa tanto splendidi quanto datati. Nel fare questo mostrano un’altra forma di crassa ignoranza che li porta a dogmatizzare documenti e atti che contengono espressioni di grande afflato e di alta levatura, riferite però a contesti politici, sociali e pastorali legati a una società e a un mondo che non esiste più. Questa è un’altra patologia dalla quale nasce poi una grave malattia: il fissismo sul passato che impedisce di affrontare la realtà del presente. A questa malattia se ne aggiunge una terza più grave: la dogmatizzazione di questi documenti, che erano opportuni e preziosi nei reali contesti storici di una società e di una storia che oggi non esiste più. E così finiscono per conferire rango di dogma ai pronunciamenti di un sommo magistero rivolto a uomini e società di un mondo passato, convinti di essere più che mai nel giusto quando, a sostegno dello loro tesi errate, illogiche e anti-storiche, esordiscono: «Ah, ma è scritto in un documento del sommo magistero!». 

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Anche in questo caso gli esempi sono sempre necessari per far comprendere il tutto. Partiamo allora da San Tommaso d’Aquino, che piace terribilmente a coloro che non lo conoscono e che per questo, più che usarlo, lo abusano nel peggiore dei modi. Dissertando sul giusnaturalismo San Tommaso si muove su delle quaestiones filosofico-teologiche. Sul tema non sancisce degli assoluti né delle verità di fede. Per comprendere quelle quaestiones bisogna però conoscere anzitutto la storia, la politica e la società del XIII secolo, soprattutto i grandi glossatori bolognesi che operarono tra l’XI e il XII secolo, perché a loro si rifà l’Aquinate disputando su certe quaestiones, quindi conoscere qual era il loro concetto di diritto naturale e di diritto positivo. Tutto questo sfugge però al selvaggio fideista pseudo-giusnaturalista che pensa di conoscere l’Aquinate e di poterlo spacciare a dosi di pillole omeopatiche.

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Per il grande dottore della Chiesa la legge naturale sussiste eccome, ma può essere respinta dall’uomo a causa dell’esistenza di vizi o decise chiusure alle azioni di grazia. E per inciso, quando l’Aquinate parla di grazia, si rifà perlopiù all’opera di Sant’Agostino, De natura et gratia. Pertanto, nel linguaggio dell’Aquinate, quando si parla di “vizio” s’intende ch’esso può essere sia intellettuale e intellettivo sia morale, quindi un habitus che può portare l’uomo a scegliere il male, sempre sul principio della libertà e del libero arbitrio a lui concesso da Dio. Quindi, per il Doctor Angelicus, la Legge Morale dà dei valori che non possono essere intesi in maniera opprimente e meno che mai coercitiva. Si tratta di valori che vengono dalla natura razionale dell’uomo e che gradualmente possono essere attuati attraverso i principi e le azioni della grazia. Ma soprattutto di un percorso da fare nella storia per l’applicazione della Legge Naturale, secondo le diverse accezioni di persona, di tempo e di luogo [cfr. De regimine principium, Summa Theologiae q. 77, a.2 e a.4]. Questo, afferma l’Aquinate, con buona pace di chi non lo conosce ma tenta di usarlo e abusarlo come meglio crede, proprio come se San Tommaso d’Aquino fosse una parola magico-cabbalistica tipo hocus pocus o abracadabra, con la quale si cerca di risolvere qualsiasi arcano; con la quale anche l’ultimo degli ignoranti che ritiene di poter disquisire a sproposito su scienze e specialità molto complesse, crede di poter legittimare i propri immani spropositi. 

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Allo stesso modo è errato e fuorviante rifarsi al magistero dei Sommi Pontefici che si sono espressi sulla specifica materia della Legge Naturale nel XIX secolo, in piena epoca illuminista, con la Chiesa duramente attaccata e aggredita dalle correnti del liberalismo nato sulle ceneri della Rivoluzione Francese. Tentare di applicare quei documenti alla contemporaneità è un gioco all’assurdo. Altrettanto vale per coloro che usano e abusano il magistero del Sommo Pontefice Pio XII, a partire dal suo memorabile radio messaggio al quale certi soggetti si rifanno per supportare le loro tesi sul Diritto Naturale scritto da Dio nel cuore dell’uomo. Quel radio messaggio risale al 1942 e fu dato nel corso del pieno svolgimento della Seconda Guerra Mondiale, quando il nazismo si stava divorando un pezzo per volta tutti i Paesi europei e dall’altra parte c’era il Soviet di Stalin. E Hitler per un verso, Stalin per altro verso, avevano dato vita a un giusnaturalismo pagano e ateo, usando per la sua realizzazione gli stili tipici dei peggiori integralismi religiosi, che si rifanno sempre ai criteri di applicazione della Legge Divina che è al di sopra di qualsiasi legge umana, compresi i regimi atei, che hanno creato nel tempo le forme di giusnaturalismo religioso in assoluto peggiori, ora divinizzando il popolo e la sua razza, ora divinizzando il marxismo e la classe operaia. 

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Certi documenti hanno un grande valore se collocati nella loro storia, tentare però di attualizzarli oggi, è qualche cosa di veramente bizzarro. Esiste infatti un magistero che parla all’eterno, quello che definisce i dogmi della fede, o che in modo definitivo enuncia delle dottrine o delle discipline ecclesiastiche rette sui fondamenti dogmatici della fede, ed esiste un magistero che parla alle società, agli uomini, alla politica e alla storia di una precisa epoca, conclusa la quale il discorso è chiuso. Ecco, non c’è cosa peggiore di chi non sa leggere il magistero e non lo sa collocare nel suo preciso contesto dogmatico, dottrinale, storico, pastorale, politico e sociale, ma che presume di saperlo leggere sino a farne abuso con dei maldestri taglia e cuci, copia e incolla, infine trasformando tutto quanto in dogma, ovviamente a uso e supporto delle proprie tesi strampalate.

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Per comprendere ciò che il magistero ha espresso basterebbe analizzare il diverso linguaggio e approccio col quale si affronta il tema del giuspositivismo o della Legge Naturale nella enciclica Veritatis Splendor del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, o nella sua enciclica Fides et Ratio. Basterebbe leggere il documento della Commissione Teologica Internazionale del 2009, racchiuso sotto il titolo: Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale. A maggior ragione si capisce a quali errori possano andare incontro le persone che prive di scuola, formazione e metodo presumono di affrontare con leggerezza tematiche che per molti hanno comportato una vita intera di studio e di ricerca, non certo di taglia e cuci, di copia e incolla …

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QUELLA INSANA VOGLIA SERPEGGIANTE DEL CONNUBIO TRA ALTARE E TRONO

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Cerchiamo adesso di individuare il vero problema di fondo, perché ciò che a certe menti contorte e distorte rode, è che nel 1929 la Chiesa Cattolica riconosce attraverso i Patti Lateranensi la piena e legittima sovranità dello Stato laico e liberale del Regno d’Italia. Per tutta risposta, con la firma di un Capo del Governo che era un ex socialista rimasto per tutta la vita un anticlericale e un bestemmiatore romagnolo, alla Chiesa è concesso il contentino di “religione di Stato”, con il suo insegnamento obbligatorio nelle scuole, il matrimonio religioso che produce anche effetti civili e piattini di lenticchie varie a seguire. Però, come tutte le lenticchie date al povero Esaù che per una minestra si vendette la primogenitura [cfr. Gen 25, 29-33], tali sono e tali restano, lenticchie. Per inciso: mentre tutti i Paesi liberali dell’Europa avevano già varate delle leggi sul divorzio civile, il Regno d’Italia, per non giocarsi la definitiva chiusura della Questione Romana con i Patti Lateranensi, rinunciò a varare quella Legge. E quella real casa di anticlericali furenti tali erano i Savoia, assieme a un Regio Parlamento formato a maggioranza da fascisti miscredenti, fecero finta di credere che il sacro matrimonio è scritto nella eterna Legge Naturale assieme alla sua divina indissolubilità. Rode quindi ancora, a certe menti contorte e distorte, che la Chiesa, dopo ulteriori contentini, abbia in seguito riconosciuto la legittima laicità dello Stato Repubblicano nell’immediato dopoguerra, nella sapiente consapevolezza che questa laicità, in un regime di netta separazione tra potere politico e potere religioso, tra giusnaturalismo e giuspositivismo, che possono avere interscambi ma senza fondersi mai in un’unica essenza o espressione di legge universale, giovava molto anzitutto alla missione stessa della Chiesa, giovava al giusnaturalismo e giovava al giuspositivismo.

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Il giuspositivismo abbonda di istituti giuridici che nascono perché ispirati alla Legge Naturale o perché hanno tratto fondamento direttamente dalle Sacre Scritture. Si pensi solo al concetto di “persona giuridica”, oggi presente in tutti i codici civili del mondo. Si tratta infatti di un istituto interamente modulato dal principio paolino di “corpo mistico”, laddove il Beato Apostolo raffigura la Chiesa come corpo unitario di cui Cristo è capo e noi tutti membra [Col 1, 18]. Trarre però spunto, o talora anche fondamento, non vuol dire che lo Stato, attraverso la Legge Positiva, debba trasformare le Sacre Scritture o la morale cattolica in leggi vincolanti per tutti i cittadini.

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Eppure seguitano a esistere soggetti rosi di fondo da questa netta separazione e che tutt’oggi sognano il nefasto connubio tra trono e altare, con l’altare che cerca di prevalere in ogni modo sul trono e che nel corso della storia ci ha portato solamente a situazioni disastrose e di grande degrado morale, prodotte all’interno della Chiesa e del clero proprio a causa di questa velenosa commistione tra potere politico e potere religioso. Un esempio tra i tanti? Questo: a quali bassi e infimi livelli era ridotto l’episcopato del Regno Borbonico, all’epoca in cui i vescovi erano scelti ed eletti seguendo il gradimento del sovrano e del potere politico? Il basso e infimo livello ce lo spiega e documenta nei suoi scritti un vescovo in persona, divenuto in seguito santo e dottore della Chiesa, Alfonso Maria de’ Liguori. 

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PERCHÉ SONO FAVOREVOLE AL DIVORZIO CIVILE PUR CONSIDERANDO IL MATRIMONIO SACRAMENTALE INDISSOLUBILE? COERENZA O CONTROSENSO?

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Certi cattolici italiani compiono un grave errore quando pongono sullo stesso piano il divorzio e l’aborto, rifacendosi ai due referendum che videro entrare in vigore le rispettive leggi che ne regolavano l’uso. Dire divorzio e aborto ponendo sullo stesso piano queste due realtà, equivale ad abbinare assieme sullo stesso piano l’illecito civile di insolvenza di pagamento e il reato di omicidio volontario premeditato. Si tratta di due elementi distinti sui quali mi espressi in termini reputati inaccettabili da certi cattolici che mi stavano ascoltando, perché convinti che sulla Legge Naturale impressa nel cuore dell’uomo siano scritte anche le cose più impensabili. Questo il motivo della controversia: affermai che come cattolico e come prete non oserei mai impedire a due non cattolici, a due non credenti, o a persone appartenenti a una delle diverse confessioni religiose che riconoscono la legittimità del divorzio, di annullare attraverso questo istituto giuridico un matrimonio civile contratto dinanzi a un pubblico ufficiale dello Stato, perché considero il tutto un atto legittimo. Come cattolico e come prete non mi sognerei mai di obbligare dei laici e dei non credenti a sottostare alla indissolubilità che comporta il Sacramento del Matrimonio, appellandomi a una Legge Naturale da imporre erga omnes a colpi di leggi positive. Infatti, nel primo caso siamo dinanzi a un contratto stipulato da due contraenti ai sensi delle leggi positive, o cosiddette leggi civili, nel secondo caso siamo dinanzi a un Sacramento di istituzione divina, presupposto del quale è proprio l’impossibilità di poterlo sciogliere. E il concetto di Sacramento di istituzione divina caratterizzato come il matrimonio dall’elemento della indissolubilità, si regge in piedi benissimo da sé, non è necessario ricorrere a ulteriori incentivi, affermando in modo martellante che il matrimonio è scritto nella Legge Naturale, proprio perché il matrimonio è nella sua profonda sostanza un Sacramento di istituzione divina.

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Premesso che la Legge Naturale data da Dio esiste da sempre, se non ho letto male il Libro della Genesi mi pare di ricordare che Dio li creò maschio e femmina e disse loro «Siate fecondi e moltiplicatevi» [Gen 1, 28]. Dov’è scritto che li unì in matrimonio indissolubile? La Legge Mosaica prevedeva il ripudio della moglie da parte del marito e la possibilità di sposarne un’altra — leggasi divorzio unilaterale dell’uomo —, il tutto codificato e racchiuso nell’Antico Testamento [cfr. Lv 22,3]. Così sta scritto, a meno che qualche giusnaturalista dubiti che l’antica Legge sia stata data veramente da Dio a Mosè. A questo punto, il giusnaturalista internetico addottorato in scienze bibliche previa consultazione di ben tre diversi blog che assicurano “tutto sulla Bibbia”, quindi forte della sua dialettica invincibile replica: «Errore, anzi: eresia! In Genesi è scritto che l’uomo si unirà a sua moglie» [cfr. Gen 2, 24]. Sì, è vero, ma il termine «moglie» è usato nelle traduzioni moderne. Se il giusnaturalista internetico già addottorato in scienze bibliche consultasse anche il forum specialistico “impara l’ebraico biblico in sole tre ore”, scoprirà che nel testo originale, quello ebraico, ciò che viene tradotto come «moglie», suona diversamente, a livello semantico …

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Fu Cristo Dio ad affermare che la possibilità di lasciare la moglie fu data «Per la durezza del vostro cuore […] ma da principio non fu così» [Mt 19, 8]. È evidente che «da principio» è riferito a prima del peccato originale, a quella che era la perduta dimensione dell’eterna armonia perfetta del creato. Non a caso il termine usato da Cristo è בראשית, da principio [Cfr. Gen. בראשית ברא אלהים את השמים ואת הארץ] poi tradotto fedelmente in greco come “prima”, “nell’antichità” [Cfr. Gen. ἐν ἀρχῇ ἐποίησεν ὁ θεὸς τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν]. E da principio non c’era il peccato originale. Quindi Cristo Dio chiarì: «Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» [Mt 19, 6]. Riflettiamo, se la Legge Naturale esiste da sempre e in essa è da sempre racchiuso il matrimonio, da sempre avrebbe dovuto essere indissolubile e soprattutto monogamo, o no? Cosa fa Dio, prima fa un Decreto Legislativo provvisorio e poi una Legge di rango costituzionale vera e propria? Alla prova dei fatti impressi nelle sacre scritture pare che per la Legge dell’Antico Testamento non fosse così e che il matrimonio diventa indissolubile attraverso la rivelazione del Verbo di Dio. Quindi delle due l’una — ma a questo devono rispondere i fideisti pseudo-giusnaturalisti della eterna Legge Naturale —, o la Legge Naturale, che esiste e che è data da Dio, ha avuto una evoluzione nella storia dell’uomo, oppure Cristo Dio ha dato una nuova legge con effetto retroattivo a partire dagli inizi dei tempi. Non vedo molte altre soluzioni. 

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A parte le battute mirate a incentivare la serietà del tema e i meccanismi di ragionamento in coloro che al ragionamento non sono chiusi: la Legge Naturale non è qualche cosa di magicamente immobile come la intendono taluni, giacché incapaci a comprendere che il Creatore è anche il Sommo Pedagogo Divino. La Legge Naturale si è evoluta mediante la grazia e la misericordia di Dio nel corso della storia dell’uomo attraverso un processo di gradualità. Come in modo graduale Dio si è rivelato all’uomo, dal Roveto Ardente di Mosè [cfr. Es 3, 1-6] sino all’incarnazione del Verbo di Dio [Gv 1, 1-18]. Esempio di evoluzione della Legge Naturale è la frase di Cristo Dio che chiarisce perché l’istituto del ripudio fu concesso: «Per la durezza del vostro cuore» [Mt 19, 8]. Una gradualità riassunta da San Tommaso d’Aquino nella sua Summa contra Gentiles, dove tratta e spiega, sempre attraverso il principio di gradualità storica, l’elemento della indissolubilità del matrimonio. E questo tema è trattato con alta competenza specialistica dal nostro teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci, uno dei Padri de L’Isola di Patmos, in una sua pregevole opera alla quale rimando e che tanto meriterebbe di essere letta: Questo mistero grande: il Sacramento del Matrimonio in San Tommaso d’Aquino» [vedere, QUI].

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Chiarito il tutto divenni anche molto critico proseguendo col dire che il Santo Pontefice Paolo VI, a mio modesto parere, sbagliò a non chiedere immediatamente, dopo l’entrata in vigore nel 1975 della legge civile sul divorzio, la modifica del Concordato tra Stato e Chiesa, rinunciando alla possibilità regolamentata dai Patti Lateranensi che concedono di celebrare il matrimonio religioso con effetti anche civili. Sarebbe stato coerente ritornare anche in questo a una netta separazione. I fedeli avrebbero potuto ricevere nelle chiese il Sacramento, poi si sarebbero recati presso il Comune per firmare il loro contratto di matrimonio, celebrando a questo modo due distinti matrimoni: quello che per la Chiesa e i credenti è un Sacramento che comporta la indissolubilità; quello che per lo Stato e che per i laici e i non credenti è invece solo un contratto che all’occorrenza può essere sciolto. Dunque due atti distinti e separati, senza alcuna commistione e legame tra di loro. Purtroppo la Chiesa non poteva, per antico spirito di cesaropapismo, rinunciare a tenere la punta del piedino nel politico e nell’amministrativo. E qui la verità storica impone di ricordare che a firmare negli anni Settanta, non tanto la legge sul divorzio ― sulla cui legittimità non discuto, sempre entro i termini spiegati chiaramente poc’anzi ―, bensì quella sulla legalizzazione dell’aborto nel 1978, furono i politici della Democrazia Cristiana, a nessuno dei quali passò per la mente di sollevare problemi di coscienza, dimettersi dalle loro cariche politiche, aprire una crisi di governo e lasciare che quella legge fosse varata da altri. Rimasero tutti ai loro posti e vi apposero le loro firme, tentando di nascondersi dietro al dito de “l’atto dovuto”, a partire da Giulio Andreotti, che navigò tutte le acque e attraversò tutti i ponti, dalle sacrestie fino ai tribunali. Tutt’altra storia quella del sovrano del Belgio, Re Baldovino, un vero credente e un vero cattolico, che in quanto tale si rifiutò di firmare la legge sull’aborto, tanto che il Parlamento ricorse a un espediente insolito: il sovrano abdicò per 48 ore. Quella legge passò, non però con l’approvazione e la firma sua.

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IL RIFIUTO DELLA LEGGE SULL’ABORTO SI BASA SU PROFONDI PROBLEMI DI COSCIENZA CHE VEDONO COINVOLTO IL BENE NON DISPONIBILE DELLA VITA UMANA, PER QUESTO LO STATO PROVVIDE ANCHE A UNA LEGGE SULLA OBBIEZIONE DI COSCIENZA

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È bene tornare a ribadire che se per un verso sono solito fare una netta distinzione tra il Sacramento indissolubile e il contratto civile di matrimonio, riconoscendo a non cattolici, non credenti o appartenenti ad altre confessioni religiose, il diritto a poter divorziare, giudicando a tal fine legittima e volendo persino opportuna una legge sul divorzio civile, per altro verso non posso, a livello morale, etico e teologico, esprimere analogo concetto per quanto riguarda la legge sull’aborto, perché lì entra in gioco la vita umana, che non è un bene disponibile né della madre né dello Stato. Urlino pure le femministe radicali «l’utero è mio e ne faccio quel che voglio!», perché nessuna può rivendicare che la vita umana altrui è sua e che può farne ciò che vuole, compreso sopprimerla. L’aborto non è un diritto perché nessuno può legittimamente sopprimere un essere umano innocente. Per questo le due cose, divorzio e aborto, sono totalmente distinte, perché dinanzi all’aborto non si può applicare il rispettoso principio che induce a dire: non posso impedire a un non cattolico, a un non credente o a un appartenente ad altre religioni che considerano lecito l’aborto, la libertà o il diritto a poter abortire un essere umano, perché questo è moralmente inaccettabile. Uccidere un essere umano innocente, non può mai rientrare nella sfera dei diritti e delle libertà umane. Motivo questo per il quale, contestualmente a quella legge terrificante, il legislatore si premurò di varare anche una apposita legge sulla obbiezione di coscienza, consapevole che la legalizzazione dell’aborto avrebbe toccato profondamente molte coscienze. E si noti, non solo le coscienze dei cattolici, perché posso testimoniare di conoscere non pochi non credenti, atei inclusi, che sono decisamente contrari all’aborto, semmai mentre non pochi cattolici sono in questo parecchio permissivi. Se così non fosse stato, il referendum per l’approvazione di quella legge, come sarebbe potuto passare, in un Paese come l’Italia, dove all’epoca il 96% degli italiani erano dei battezzati? Il referendum ebbe la maggioranza e la legge fu varata sotto un democristianissimo governo, perché i primi a votare a favore furono eserciti di cattolici baciapile.

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Come cittadino soffro che nel mio Paese esista questa legge attraverso la quale ogni anno sono uccisi decine di migliaia di bambini nel ventre delle loro madri. Sarei il primo ad andare a votare e a invitare ad andare a votare se fosse proposto un referendum per la abrogazione di questa legge. Ma purtroppo, se i cattolici italiani del 1978 votarono a favore dell’aborto nel segreto dell’urna, salvo tornare poi la domenica dopo a baciare le pile dell’acquasanta o a portare le figlie-spose all’altare con tre metri di strascico bianco tra cascate di fiori e sviolinate, quel che resta dei cattolici nel 2020 scenderebbe in massa direttamente sulla piazza a difendere il “diritto” all’aborto.

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A CHE COSA POTREBBE PORTARE L’APPLICAZIONE DELLA LEGGE NATURALE COME TALUNI LA INTENDONO?

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Torno all’inizio per spiegare in conclusione che dall’epoca post-costantiniana a seguire, la Chiesa non è andata incontro a momenti felici per la commistione tra altare e trono, tra potere politico e potere religioso fusi assieme in modo indistinto. Ovviamente stiamo parlando di altre epoche storiche, dove elementi che oggi appaiono dannosi, o persino nefasti ai nostri occhi, avevano una loro profonda ragione d’essere. Proviamo a chiarire con un esempio: è un elemento del tutto ovvio dire oggi che la sovranità appartiene al popolo che la concede in delega ai propri governanti attraverso il meccanismo delle libere elezioni [cfr. Costituzione della Repubblica Italiana, art. 1]. Ma un simile concetto espresso nel IV secolo all’epoca del Concilio di Nicea, ma anche nel XVI secolo all’epoca del Concilio di Trento, sarebbe apparso in parte incomprensibile e in parte assurdo, ed i maestri della Legge Naturale e del giusnaturalismo avrebbero gridato all’orrore, se non all’eresia! Non dimentichiamo infatti che sino a epoche non poi così remote, nel rituale romano esisteva il sacro rito della consacrazione del Re, con tanto di invocazione allo Spirito Santo. Forse è bene ricordare che quel mezzo anticristo di Napoleone è incoronato nella cattedrale di Notre Dame di Parigi nel 1804, presente il benedicente Sommo Pontefice Pio VII che dovette subire una grande umiliazione, quando questo ex caporale della Corsica prese la corona e se la depose sulla testa da solo, dicendo nella sostanza al Romano Pontefice: sei solo una comparsa alla mia rappresentazione. Viene perciò da sorridere a pensare che nel 2020 si debba ancora dibattere con cattolici per hobby, paladini della «vera tradizione» e difensori «della vera dottrina» che affermano con inquietante disinvoltura che la Legge Positiva deve sottostare alla Legge Naturale e che gli Stati avrebbero l’obbligo di applicare le leggi scritte da Dio nel cuore dell’uomo. Bramano forse ritornare ai “felici” tempi in cui il re, tiranno assoluto e all’occorrenza sanguinario, era consacrato dal Romano Pontefice nella sua alta veste di re dei re della Terra? Con l’altare che cerca di mettere i piedi sulla testa al trono e col trono che mette sotto i piedi l’altare per un piatto di lenticchie?

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Che ne conseguirebbe da uno Stato che mutasse il peccato in reato? In tal caso va detto che lo Stato dovrebbe anzitutto rendere obbligatorio il Battesimo. O potrebbe forse, uno Stato assoggettato alla suprema e divina Legge Naturale scritta nel cuore dell’uomo, impedire che un bambino sia lavato dalla macchia del peccato originale? E un politico, un magistrato e un pubblico amministratore non in linea con i principi fondamentali della fede e della morale cattolica, potrebbe ricoprire certi uffici? Ovvio che no, perché un mezzo miscredente messo in certi ruoli potrebbe recare dei danni enormi alla Santa Fede e alla Legge Naturale eterna scritta nel cuore dell’uomo. Quindi una delle materie d’esame fondamentali per il concorso di accesso in magistratura dovrebbe essere la perfetta e approfondita conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica. E per essere candidati alla Camera dei deputati o al Senato della Repubblica, non occorrerebbe il certificato anti-mafia ma quello della Conferenza Episcopale Italiana che attesta la cattolicità del candidato. E se due giovani decidessero di convivere al di fuori del matrimonio? Quale raccapricciante violazione della Legge Naturale scritta da Dio nel cuore dell’uomo compirebbero? In quel caso bisognerebbe far correre a casa loro i carabinieri per impedirne la convivenza, poi sanzionarli adeguatamente per quel peccato-reato contro la Legge Naturale che ha impresso nel cuore dell’uomo il matrimonio e la sua indissolubilità, o no? Perché i rapporti sessuali prima del matrimonio sono proibiti dalla Legge Naturale eterna scritta nel cuore dell’uomo sin dall’inizio dei tempi, vero? D’altronde, i fideisti pseudo-giusnaturalisti, sono convinti che Dio non aveva neppure finito di creare gli organi genitali ad Adamo ed Eva che già aveva impresso sulla Legge Naturale eterna scritta nel cuore dell’uomo il divieto dei rapporti sessuali prima del matrimonio, è naturale, anzi, è verità di fede! E se due uomini liberi, adulti e consenzienti decidessero di avere tra di loro rapporti sessuali? In quel caso lo Stato dovrebbe applicare pene severissime, dinanzi a quello che per la morale cattolica è il grave peccato contro natura che secondo l’arcaica espressione biblica grida vendetta al cospetto di Dio. E su questa scia potremmo continuare con numerosi altri esempi, tutti quanti logici e conseguenti, circa la supremazia della Legge Naturale scritta da Dio nel cuore dell’uomo rispetto alle Leggi Positive dello Stato.

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A chiusura di discorso riporto un quesito da me posto a un interlocutore al quale domandai: qualora si realizzasse il tuo auspicio che la Legge Positiva sia sottomessa alla Legge Naturale scritta da Dio nel cuore dell’uomo, mi spieghi che cosa ne sarebbe dei protestanti, eredi e diffusori dell’eresia luterana, in un siffatto contesto “idilliaco”? La risposta fu davvero inquietante, vi invito però a riderci sopra, come si ride su una barzelletta grottesca: «Lo Stato ha il dovere di difendere la verità dall’errore, perché l’errore non può essere accettato e tollerato in nome della libertà». Ovverosia: i non cattolici, i laici e i non credenti vanno obbligati a credere alle Verità annunciate dalla Chiesa che lo Stato avrebbe il dovere di difendere dall’errore. E si noti: coloro che ragionano a questo modo, non solo si sentono dei veri cattolici, ma se la prendono pure con noi quando cerchiamo di spiegargli i loro errori grossolani e pericolosi.

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E con questo è detto che da certe male intese idee di Legge Naturale, per ovvia conseguenza può nascere solo il regime dell’Ayatollah Khomeini, che si rifaceva anche lui, come molti altri dittatori, a una Divina Legge Naturale data da Dio: il Corano. Tutte le peggiori e le più violente teocrazie dei Paesi islamici si rifanno a una Legge Naturale di derivazione divina, superiore come tale a qualsiasi legge positiva. Ecco perché dico che bisogna ridere dinanzi a certe convinzioni errate, ridere per non piangere. Certo, mi dispiace e mi fa soffrire quando certi discorsi li sento fare da cattolici intestarditi nell’errore, che fieri più che mai del loro errore non accettano alcuna ragionevole correzione, tanto si sentono nel giusto e nella verità, semmai tirando in ballo una metafisica che non conoscono e un povero San Tommaso d’Aquino che non ha mai neppure vagamente pensato ciò che loro gli attribuiscono, tanto specializzati sono a tagliare un pezzo da una quaestio della Summa Theologiae, isolarlo dal contesto, fraintenderlo totalmente, fargli dire ciò che nel testo non è scritto e infine, a chi conoscendo l’Aquinate li smentisce, rispondere in modo cieco è testardo: «Ah, lo ha detto San Tommaso d’Aquino!». E semmai, a te che l’Aquinate lo pratichi da una vita, ti intimano pure: «Se però San Tommaso d’Aquino tu non lo conosci, allora studialo!». Per questo mi trovo costretto a dare ragione a un laico ateo, ben poco tenero verso la Chiesa Cattolica e il Cattolicesimo, che parlando con i giornalisti poco prima che a Torino gli conferissero l’ennesima laurea honoris causa, disse:

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«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

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Questa frase non l’ha detta la Santa Madre Teresa di Calcutta quando nel 1979 ritirò a Stoccolma il Premio Nobel per la pace, l’ha detta nel 2015 il ben poco santo Umberto Eco, commentando che nei concreti fatti, l’ultimo dei complottisti che pubblica su You Tube un video anonimo nel quale dimostra che la terra è piatta, sarà più seguito e ascoltato di un Premio Nobel per la fisica. Esattamente come accade a noi sacerdoti e teologi, che da molti nostri fedeli non siamo presi in minima considerazione e meno che mai ascoltati, tanto sono impegnati a seguire le panzane pseudo-teologiche proferite dall’ultimo degli imbecilli sui social media, o dai giornalisti in pensione che si sono messi a fare gli ecclesiologi in bilico tra gossip e fanta-teologia. Come possiamo dar torto a quell’ateo anticlericale di Umberto Eco, noi preti e teologi in modo particolare, che con i nostri fedeli addottorati su internet in filosofia, scienze bibliche, teologia, dogmatica sacramentaria e morale cattolica, siamo costretti a subire quello che subiamo e a prenderci scariche di bastonate se osiamo tentate di correggerli?

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dall’Isola di Patmos, 15 dicembre 2020

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L’indovino Tiresia e il Cristianesimo: la realtà della disabilità, tra gioia e speranza

—  Theologica —

L’INDOVINO TIRESIA E IL CRISTIANESIMO: LA REALTÀ DELLA DISABILITÀ, TRA SPERANZA E GIOIA

La disabilità, rientra sicuramente nel tema della sofferenza, di coloro che sono afflitti e che saranno consolati, secondo la beatitudine evangelica. Le persone colpite da disabilità rientrano a pieno in coloro che sono accolti nel seno dell’amore trinitario. Il mondo della cultura, della riflessione filosofica e antropologica è sempre rimasta affascinata e al tempo stesso scossa da questo tema.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Ulisse e l’indovino Tiresia

Uno dei temi forti che coinvolgono molto a livello emotivo e intellettuale ogni fedele, dal singolo credente, al sacerdote, dall’uomo di cultura al teologo, è certamente il tema della disabilità. A essere precisi non esiste la disabilità in astratto, ma esistono persone con disabilità fisiche o mentali, che possono essere congenite, innate o acquisite.

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Vorrei abbozzare delle riflessioni biblico-teologiche sul tema della disabilità. Sono consapevole, insieme a tutta la tradizione cristiana, che il mistero del male e della sofferenza umana rimane mistero e non può mai essere dischiuso completamente. Però può essere contemplato, scrutato con occhio di fede, speranza e di carità e essere inserito nel piano più alto e più grande del Piano di Dio.

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In questo articolo faremo innanzitutto alcune considerazioni storiche su uno dei più noti e antichi disabili della storia, l’indovino Tiresia. Successivamente, ci sposteremo sul tema della sofferenza nell’ambito cristiano.

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UN DISABILE NOTO ALL’ANTICHITA’. TIRESIA, INDOVINO CIECO.

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La disabilità, rientra sicuramente nel tema della sofferenza, di coloro che sono afflitti e che saranno consolati, secondo la beatitudine evangelica. Le persone colpite da disabilità rientrano a pieno in coloro che sono accolti nel seno dell’amore trinitario. Il mondo della cultura, della riflessione filosofica e antropologica è sempre rimasta affascinata e al tempo stesso scossa da questo tema. Tanto che recentemente si è lasciata interrogare dalla disabilità, provando a costruirne una riflessione. Anzitutto vorrei segnalare il testo di Gian Antonio Stella: DiversiLa lunga battaglia dei disabili per cambiare la storia, recentemente edito dal noto giornalista del Corriere della Sera. Con un taglio giornalistico, Stella cerca di fare un excursus a partire da diverse figure storiche di persone con disabilità che hanno davvero proposto la loro esperienza innovativa per il tempo della storia in cui hanno vissuto. Non vorrei soffermarmi su questo testo però [1].

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Da qualche tempo la cultura siciliana ha perso uno dei suoi scrittori più fecondi, Andrea Camilleri. Quasi come un testamento, insieme ad alcuni libri ora in uscita, l’autore di Porto Empedocle, noto per aver creato il personaggio del commissario Montalbano, ha pubblicato un testo intitolato Conversazioni su Tiresia. Si tratta di un piccolo libriccino che riporta fedelmente il testo dello spettacolo omonimo andato in scena lo scorso giugno 2018 e interpretato dallo stesso Camilleri.

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Il tema centrale del testo, come dice il titolo, è la figura dell’indovino Tiresia. Figura leggendaria, di cui si sanno poche cose. Certamente, di lui, si sa che è originario di Tebe, ha una figlia di nome Manto, anche lei indovina, ma soprattutto che è cieco, o come si direbbe oggi: non vedente. Il testo teatrale è un piccolo excursus fra ironia, scherno e qualche frecciatina al mondo attuale, di come questa figura sia stata descritta, schernita e al tempo stesso amata e rispettata nel corso dei secoli. Notoriamente, l’antichità greca ha prodotto una serie di fonti su Tiresia. La cosa più interessante da notare è che in una antichità precristiana, che ha avuto un rapporto difficilissimo con i disabili, una figura di disabile fisico come Tiresia è invece rimasta viva nella scrittura di questi autori. Certamente, la figura dell’indovino tebano, è interessante innanzitutto per una riflessione culturale sulla disabilità.

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Lo Pseudo Apollodoro provò a spiegare da dove si originava la cecità di Tiresia. Dunque riportò tre narrazioni, nella sua Biblioteca; sono particolarmente interessanti la seconda e la terza narrazione[2], raccontate teatralmente anche nel testo di Camilleri. Nella seconda narrazione, quella secondo Apollodoro, Tiresia è figlio di Evereo e della Ninfa Cariclo: la cecità viene dalla punizione di Atena che Tiresia vide nuda farsi il bagno; allora intervenne Cariclo che chiese pietà per il figlio. Atena non tolse la cecità allo sciagurato voyer, ma vi unì la capacità di essere indovino. La terza narrazione Apollodoro la riprende dal poeta greco Esiodo, ed è la più complessa, perché inserisce altri elementi. Tiresia meditava mentre camminava sul monte Citerone: qui vide due serpenti nell’atto della unione sessuale e allora schifato decise di calpestare e uccidere la femmina. Non appena l’aspide lascivo fu schiacciato, magicamente Tiresia si trasformò da uomo a donna. Questa immagine, induce Camilleri a mettere sulla bocca di Tiresia una considerazione teologica legata ai serpenti:

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«A me adolescente piaceva molto fare lunghe passeggiate solitarie sul Citerone e un giorno, all’improvviso, mentre stavo seduto su una pietra, vidi avventarsi verso di me due grandi serpi avviticchiate nell’atto della riproduzione. Ero sovrappensiero, per questo reagii come mai avrei dovuto. Perché coi serpenti, sul Citerone, bisognava andarci cauti. Zeus per possedere Persefone si mutava in serpe e anche Cadmo “s’asserpentava” per le sue scappatelle. Quindi in quei rettili poteva celarsi un dio»[3].

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Torneremo su questo particolare fra poco. Osserviamo come Tiresia è davvero saggio: è cioè in grado di andare oltre l’aspetto materiale e cogliere la natura divina anche di un atto così animalesco come l’unione sessuale. Comunque, procedendo con la narrazione, sappiamo che in seguito l’indovino tebano tornò uomo, ma la sua malasorte non era terminata. Infatti, in un tempo indeterminato, Zeus ed Era litigavano e spesso si trovarono divisi da una controversia: se nell’atto dell’amplesso provasse più piacere l’uomo o la donna. Non riuscivano a giungere a nessuna conclusione perché infatti le due posizioni principali si fronteggiavano fortemente: Zeus, sosteneva infatti che fosse la donna, mentre Era che fosse l’uomo. Per dirimere la disputa decisero di rivolgersi Tiresia, considerato l’unico che avrebbe potuto risolverla poiché aveva saggiato sia la natura maschile sia femminile. Forse sarebbe stato meglio se Tiresia avesse seguito il vecchio adagio di non mettere il dito fra moglie e marito[4]. Ma, per quella volta, non fu prudente su questo. Dunque, una volta chiamato in causa dai due dèi litigiosi per risolvere la vexata quaestio, rispose che il piacere sessuale si compone di dieci parti: l’uomo ne prova solo una e la donna nove, quindi una donna prova un piacere nove volte più grande di quello di un uomo. Tiresia pensò di rispondere così facendo un piacere ad Era, ritenendo che la dea avesse risposto secondo il suo stesso ragionamento. La dea, invece, rimase infuriata perché Tiresia aveva svelato quel segreto: e così lo accecò. Invece Zeus, contrario alla reazione della moglie, decise di riparare al danno subìto, e diede facoltà a Tiresia di prevedere il futuro e il dono di vivere per sette generazioni. E Questo, nell’ottica greca, implicava avere una vita praticamente eterna.

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Ecco allora i tre elementi sottolineati nella disabilità di Tiresia: la cecità segue la punizione di aver saputo un segreto profondo dell’uomo. Tiresia, un po’ come Prometeo, ha la colpa di essersi azzardato a intuire e ragionare, arrivare oltre l’arrivabile: dunque di essere entrato nelle sfere più alte della intimità dell’uomo e della donna. Di aver saputo sciogliere il segreto stesso della donazione totale dell’uomo alla donna e viceversa, dunque della loro identità profonda. Al tempo stesso, Tiresia è entrato nel segreto profondo del piacere corporeo e della origine della vita.  Era davvero non può reggere questo affronto. Così, pensa di fare un dispiacere a Tiresia, accecandolo: ma così facendo in realtà lo toglie dalla visione delle cose materiali e lasciandolo per sempre alla visione di informazioni, nozioni e concetti più alti. Oserei dire che Tiresia può essere quello schiavo nella caverna platonica che liberato dai lacci delle visioni materiali vede finalmente la luce delle Idee, nella eternità della verità senza tempo. Non voglio però entrare in una analisi platonica.

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Tornando invece alla disabilità di Tiresia si aggiunge, con l’azione di Zeus, il dono della preveggenza e della vita eterna. Il capolavoro antropologico di Tiresia il tebano è definitivamente compiuto. La disabilità, tanto condannata, tanto stigmatizzata nel mondo greco, è invece, in Tiresia, carica di un insieme di doni straordinari donati dagli dei[5]. E poco importa dunque la mancanza di luce sulle cose quotidiane.

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Tiresia conosce il dato presente nei suoi segreti più intimi. Lo stesso dicasi per gli eventi futuri: conosce ciò che è più profondo, ciò che è più ricercato da ogni uomo greco, filosofo, matematico, astronomo o storico che sia. Scrive a questo proposito lo studioso Paolo Scarpi:

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«[…] La cecità di Tiresia è in realtà la condizione perché egli possa assolvere al suo ruolo di indovino […] Le tre ragioni presentate nella Biblioteca, […], appaiono in realtà connesse da un denominatore comune rappresentato dal codice ottico su cui è costruita la vicenda. […] la vista entra direttamente in causa configurandosi come una trasgressione di un codice di comportamento enunciato da Callimaco […] (le leggi di Crono stabiliscono così chi vede un immortale contro la sua volontà, pagherà un grande prezzo per questa vista)»[6]

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A conferma di questo ci sembra interessante notare cosa pensa la Odissea dell’indovino tebano. Omero offre un compito importante a Tiresia, nel canto decimo infatti leggiamo:

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«per chiedere all’anima del tebano Tiresia,

il cieco indovino, di cui sono saldi i precordi:

a lui solo Persefone diede anche da morto,

la facoltà d’esser savio; gli altri sono ombre vaganti»[7]

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Ulisse, nell’Ade, è costretto a cercare Tiresia, per venire a conoscenza della strada per il ritorno ad Itaca. Nei versi del poema omerico, leggiamo fra le righe che solo a Tiresia sono concessi i doni straordinari che lo rendono così saggio. Aggiungo ancora un paio di elementi: nella Tebaide, il poeta Stazio descrive che Tiresia, sordomuto e cieco allo stesso tempo, conserva i suoi poteri straordinari. Qui, la disabilità fisica, è ancora più accentuata, non di meno però la saggezza e la profezia rimangono. E avranno un ruolo drammatico in Sofocle.

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Nell’Edipo Re, Tiresia è chiamato profetizzare anche il celeberrimo incesto fra Edipo e Giocasta e l’uccisione di Laio: in questa tragedia la profezia del cieco è addirittura un elemento di aiuto alla scoperta circa una azione morale condannata dal tempo. L’apporto di Tiresia diventa fondamentale nello scioglimento del dramma di Edipo.

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Tornando e concludendo la lettura del testo di Camilleri, trovo una splendida poesia dedicata a Tiresia a opera del poeta Thomas Sterne Elliott

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«Io Tiresia, benché cieco, pulsante fra due vite,

vecchio con avvizzite mammelle femminili, posso vedere

all’ora viola, l’ora della sera che volge

al ritorno, e porta a casa dal mare il marinaio,

posso vedere la dattilografa a casa all’ora del tè, sparecchia la colazione,

accende il fornello e tira fuori cibo in scatola.

Fuori dalla finestra pericolosamente stese ad asciugare

Le sue combinazioni toccate dagli ultimi raggi del sole,

sul divano (di notte il suo letto) sono ammucchiate

calze, pantofole, camiciole e corsetti.

Io Tiresia, vecchio con poppe avvizzite,

percepii la scena, e predissi il resto –

anch’io attesi l’ospite aspettato.

Lui, il giovane pustoloso, arriva,

impiegato di una piccola agenzia di locazione, con un solo sguardo

baldanzoso,

uno del popolo a cui la sicumera sta

come un cilindro a un cafone arricchito.

Il momento è ora propizio, come lui congettura,

il pranzo è finito, lei è annoiata e stanca,

cerca di impegnarla in carezze

che non sono respinte, anche se indesiderate.

Eccitato e deciso, lui assale d’un colpo;

mani esploranti non incontrano difesa;

la sua vanità non richiede risposta

e prende come un benvenuto l’indifferenza.

(E io Tiresia ho presofferto tutto

Quello che è stato fatto su questo stesso divano o letto;

io che sedetti sotto le mura di Tebe

e camminai fra i più umili morti).

[…]

A Cartagine poi venni

Ardendo ardendo ardendo ardendo

O Signore Tu mi cogli

O Signore Tu cogli

Ardendo[8]

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L’analisi della disabilità di Tiresia mostra dunque come la disabilità abbia una valenza contraddittoria nel mondo pre-cristiano: nel quale si evidenzia un rapporto di dannazione, stigma, allontanamento e, dall’altro, quasi invece uno stato di elevazione a conoscenza superiore. Il tema della disabilità, per i greci richiamava dunque una conoscenza sapienziale del presente, una conoscenza profetica del futuro, un richiamo a una vita eterna (certo non delle stesse caratteristiche del Regno di Dio cristiano). Ovviamente, l’aspetto totalmente assente nella disabilità di Tiresia, come del resto a tutta la riflessione greca prima della venuta di Cristo, è ovviamente il legame fra attività divina e umana: quel rapporto fra grazia e natura che verrà solo successivamente scandagliato dalla teologia cattolica.

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Tiresia subisce infatti la disabilità nella sua natura umana come castigo: non è spiegato dai miti greci in quale modo, dopo aver ottenuto la disabilità, la sua persona sia portata, tramite la disabilità, a un cammino di perfezionamento e di elevazione morale con l’aiuto degli Dei. La disabilità, in Tiresia, è insomma una speciale metodologia epistemologica ma non di santificazione. Uno speciale modo di conoscere ma non di elevarsi ad un rapporto con il sacro. Di segno completamente diverso è invece, il senso della sofferenza fisica, e dunque anche una disabilità visiva, dall’avvento di Gesù Cristo: tutte le disabilità rientrano nell’afflizione e nell’amore sofferente di Cristo. Si possono dunque riunire sotto la grande categoria della sofferenza.

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AFFLITTI MA INTIMAMENTE UNITI NELL’AMORE SOFFERENTE DI GESU

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È certa una cosa. Riguardo il cristianesimo, esso è fondato da Gesù ed è una religione della gioia; infatti, il cristianesimo, è iniziato con un imperativo gioioso. «Kaire/Rallegrati Maria!» [9] così l’arcangelo Gabriele salutò l’adolescente Maria. Certamente riconosciamo con Joseph Ratzinger che «Il cristianesimo è dunque la fede della gioia»[10]. Eppure, all’interno del cammino di una fede cattolica che sia gioiosa, essa non fugge da alcune tematiche particolarmente delicate come la sofferenza, la penitenza e il dolore. Pensiamo per un momento che nel cammino della Chiesa Cattolica esiste un grande periodo di penitenza e ascesi: la Quaresima. Questo perché la Quaresima è innanzitutto tempo di conversione, ma anche tempo di deserto e riflessione. In quel periodo c’è un invito a soffermarsi, nella nostra preghiera o meditazione personale, su quelle tematiche che risultato ordinariamente di difficile assimilazione e trattazione, come il peccato, la morte, la malattia, il dolore. La sofferenza è un tema molto delicato. Soprattutto è delicato perché è vissuto da uomini e donne. Tema che tutti quanti in prima persona abbiamo toccato. Questi uomini sono sofferenti. Dunque sono afflitti. In effetti uno dei temi di cui anche l’Antico Testamento ci parla è proprio la sofferenza. Pensiamo ad esempio alla storia presente nel libro di Giobbe. Uomo giusto, oggi diremo un pio, una persona perbene e molto devota. Il Signore, allora, permette al diavolo che Giobbe sia provato nella sofferenza morale, ricordiamo infatti che furono uccisi tutti i suoi figli; quindi, materiale, ricordiamo che perse tutti i suoi averi; infine fisica, ricordiamo che si ammala gravemente di lebbra e viene isolato da tutti, tranne che da quattro amici.

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In Giobbe, secondo gli esegeti, troviamo quatto reazioni tipicamente umane. La prima è  l’accettazione (cfr. Gb 1,22). Egli accetta pacificamente che tutto questa gli venga da Dio. Allo stesso tempo pretende da Lui anche una specie di contraccambio in futuro. La seconda reazione, è la ribellione (cfr. Gb 3, 1). Egli desidererà addirittura morire. È reazione tipica anche dei malati di oggi: è desiderio di tranquillità e di pace. La terza reazione è l’affidamento (cfr. Gb 40). Giobbe si affida a Dio riconoscendo la sua piccolezza, il proprio essere creatura creata, rispetto a Dio creatore increato. Quindi si affida veramente al Creatore perché riconosce di essere stato orgoglioso e pretestuoso nei suoi confronti. Quarta reazione, la ricompensa ultraterrena (Gb 42,7). A Giobbe viene restituito tutto ciò che aveva perso in modo raddoppiato [11].

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Giobbe è un afflitto. Dio dopo un cammino di conversione, di purificazione e crescita viene consolato da Dio. Rimasi molto colpito quando anche io ascoltalo la voce di un afflitto. Un afflitto di qualche anno fa: ma che nel suo oggi, come oggi è stato abbandonato da tutti. Per questo vorrei adesso farvi ascoltare la voce di quel genere di afflitto che, al contrario di Giobbe, non ce l’ha fatta.

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«Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte. Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità. […] Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.  […]  Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie. […] Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.  […] Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene»[12].

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È terribile leggere righe del genere. È quasi impossibile empatizzare il dolore di un giovane che vuole togliersi la vita. È assolutamente impossibile comprendere il dolore di quei genitori che hanno perso un figlio in questo modo.  Eppure, questo giovane era un afflitto. Un afflitto lasciato solo da tutti: abbandonato alla mentalità e alla moda del mondo, che crede e inculca a tutti che il suicidio sia l’unica via per vivere la propria libertà. Questa è la libertà che il mondo di oggi vuole convincere anche noi cattolici che sia quella da vivere: una libertà che non è liberta vera. Quella libertà che si esprimerebbe nelle tecniche di suicidio assistito e di eutanasia, come avvenuto per il caso, salito alla ribalta dei telegiornali, di Dj Fabio. Anche Dj Fabio era un sofferente, uno che biblicamente chiameremo afflitto[13]. Il mondo, invece che donargli la vera libertà, lo ha abbandonato definitivamente. Lo stato di diritto gli offre addirittura ragione e giurisprudenza per fondare il convincimento che dalla sofferenza si esce solo suicidandosi. Come se il suicidio fosse espressione massima di una “libertà”[14]. Quella libertà che elimina la sofferenza e l’afflizione. Perché una vita sofferente e afflitta non ha valore, allora si elimina. Si prende e si butta via. E si maschera tutto con la parolina magica: li–ber–tà. Tre sillabe con cui oggi si cavalca l’onda e si permette tutto.

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«Noi viviamo in un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità sembra bandita»[15]

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C’è un’unica risposta a questa terribile convinzione della cultura odierna. La vera risposta che ognuno di noi può dare è questa: la gioia di Gesù Cristo. Si risponde ad una logica di morte, di cultura dello scarto, di necrocultura semplicemente mostrando la gioia e l’amore che Gesù ebbe nei confronti degli afflitti. Perché Gesù Cristo stesso si è spesso incontrato con la sofferenza. Gesù ha cioè incontrato persone sofferenti e afflitti: chi nel corpo e chi nello spirito. E si è messo al servizio loro e dei loro parenti e amici. Per questo ha potuto relegare un posto speciale nelle beatitudini proprio ai sofferenti: «Beati gli afflitti… perché saranno consolati»[16].

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Se diamo un’occhiata al Vangelo della resurrezione di Lazzaro, vediamo subito come Gesù si relaziona di fronte alla morte del suo caro amico Lazzaro. Gesù stesso piange. È afflitto, e vive questo momento insieme ad altri afflitti. Proviamo a seguire il testo del Vangelo da vicino:

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«Gesù voleva molto bene (agapan = amava con misericordia) a Marta, a sua sorella [Maria] e a Lazzaro. Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (= pepisteuka, il verbo greco esprime un forte atto di fede) Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente (embrimastai = prendere in collera), si turbò e disse: “Dove l’avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Vedi come lo amava!”. Dopo aver riposto la pietra in cui Lazzaro era stato posto, Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. E, detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare”»[17].

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Proviamo a leggere il testo in modo analitico. Al versetto 5 vediamo innanzitutto che Gesù compie l’azione dell’agapan cioè amava profondamente Marta, Maria e Lazzaro. Agapao è il verbo greco da cui viene agapè, che noi appunto traduciamo con Misericordia. Quindi li amava con misericordia. Inoltre ai versetti 20 – 27 Gesù viene rimproverato da Marta, in seguito anche da Maria, di non essere stato presente al momento della morte di Lazzaro. Ottiene da loro un atto di fede nella vita eterna che avviene tramite la Sua Presenza: la presenza di Gesù, Figlio di Dio nel mondo. Successivamente (cfr. V.33) quando poi viene a sapere della morte di Lazzaro, Gesù si commuove: ha un moto di passione collerico (così il verbo greco embrimastai), di avversione nei confronti della morte che è uno degli effetti provocati dal peccato originale a sua volta generato dal diavolo. Gesù stesso, dunque, esprime avversione e ostilità nei confronti della morte. Commentando i versetti 41 – 42, l’esegeta Brown scrive:

«Attraverso l’esercizio del potere di Gesù, che è il potere del Padre, essi conosceranno il Padre e così riceveranno la vita essi stessi. Gesù non otterrà niente per sé, egli vuole solo che i suoi ascoltatori conoscano il Padre che lo ha mandato. […] La cosa cruciale è che Gesù ha dato la vita fisica come segno del suo potere di dare la vita eterna su questa terra e come promessa che nell’ultimo giorno resusciterà i morti»[18].

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Marta, Maria e Lazzaro sono afflitti. Gesù gli fa scoprire, proprio nell’afflizione, un rapporto vero e reale con Dio. La sofferenza allora diventa uno dei possibili “luoghi” dove incontrare veramente l’Amore del Signore e riceverne consolazione. Come Dio fece con Giobbe e come adesso fa Gesù con Lazzaro. In effetti, l’afflizione, può generare un senso di isolamento: come abbiamo visto finora, la sofferenza, se per un verso è un’esperienza, per altro verso è al tempo stesso una esperienza solitaria, permessa da Dio al singolo e solo al singolo. In maniera indiretta va a colpire anche i parenti, gli amici e i vicini dell’afflitto, ma serve innanzitutto alla singola persona. Questi afflitti non sono così lontani nel tempo e nello spazio dalle nostre vite.

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Anche noi possiamo essere misericordiosi e mostrare l’amore di Dio agli afflitti. La gioia e vitalità di Gesù possiamo esprimere e comunicarla attraverso questi nostri fratelli sofferenti? Tramite l’esercizio delle opere di misericordia materiali e corporali è possibile esprimere il senso biblico della consolazione. Ecco il nesso fra consolazione e senso di fratellanza: saper entrare nel dramma di qualcuno e supportarlo. Essere davvero con– fratelli tramite la Misericordia/Agape di Dio per l’altro. Vivere aiutando chi è afflitto significa essergli di supporto. Nell’essere supporto allora ci sono tre derive che vanno assolutamente evitate:

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α) il compiangere l’afflitto. Si rischia cioè di creare una vittimizzazione. Tramite questa dinamica, la persona rimane incastrata nel proprio dolore e chiudendosi in un narcisismo che le impedisce di stare meglio [19].

β) L’effetto narcotico. Cioè il cercare di togliere di mezzo il dolore addormentando la coscienza su esso. La persona quindi è spinta dalla società a vivere come se non esistesse il dolore. Questo spinge a una superficialità, che è pericolosa perché rimanda il problema del dolore e lo aggrava[20]. In effetti fuggire da un problema significa aggravarlo.

γ) Invitare l’afflitto a guardare chi sta peggio di lui: non c’è di peggio che fare dell’esistenza come una classifica della serie A e dire chi sta meglio e chi sta peggio. Non ha senso consolare una persona dicendogli “siccome c’è chi sta peggio di te, devi stare bene” [21].

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Vediamo un po’, allora, l’opera di misericordia di consolare gli afflitti in cosa consiste per davvero. Ci saranno di aiuto le parole del presbitero Fabio Rosini che scrive:

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«Il dolore fisico può essere duro, ma se c’è una motivazione si sostiene, il cuore è sereno; se però, il dolore è senza spiegazione diventa allora insostenibile. L’afflizione ha bisogno di una parola che la riempia, che la indirizzi, di un’indicazione che ne orienti la comprensione» [22]

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La stessa parola consolazione (in ebraico nacham), biblicamente si rende coi verbi di riposare, fermarsi, trovare tranquillità o anche dare rifugio[23]. È quello che poco fa abbiamo visto fare Gesù con gli afflitti parenti di Lazzaro.  Pacificare una persona significa donargli quella parola di pienezza, di comprensione, di senso che il dolore sembra avergli sottratto.

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«Chi compie l’atto del consolare è capace di mettersi accanto al sofferente mostrandogli ciò che non riesce a vedere e consentendogli di aprire il cuore, lo sguardo, lo spirito a un’altra prospettiva, una profondità integra che dà completezza»[24].

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In un certo senso tutti i cristiani sono chiamati a consolare, ricordare che sono proprio loro i chiamati a dare questa completezza. Dunque questa è la chiamata a essere coloro che ricordano che Dio è innanzitutto speranza nella sofferenza. Ricordare al mondo e alla cultura attuale che sperare è un atto tipicamente umano, ma allo stesso tempo elevante: perché permette anche al peggiore degli afflitti di elevarsi oltre il proprio dolore. Come scrive sempre Fabio Rosini, consolare, dare speranza significa in fondo, fare un atto di misericordia che “faccia presente l’eternità, che sveli il volto di Dio nel dolore”[25]. Questo permetterà anche a noi di riprendere anzitutto a sperare. E sperare è atto tipicamente cristiano. Di più, sperare è l’atto tipicamente cattolico! Perché il credente è colui che ha riposto ogni fiducia in Gesù. E proprio come Marta e Maria, esprime ad alta voce questa sua speranza proprio nel dolore. Tenete sempre a mente questo, mentre preparate i panini per gli indigenti, mentre preparate la barella spinale, mentre risistemate i presidi di protezione civile. Sperare significa innanzitutto accendere l’attesa di un Dio che è il bene assoluto immensamente buono.

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Ciascuno di noi può essere portatore di speranza, portatori della gioia anche all’afflitto dei quartieri più poveri, all’afflitto per un lutto o per una depressione, o appunto di una disabilità. Ecco allora che rapportando queste riflessioni alla disabilità, diremo che anche la persona con disabilità, nonostante le sue afflizioni e i suoi dolori fisici, è chiamato a un cammino di gioia e di santificazione. C’è sempre un piano superiore a cui Dio Padre orienta, come ha orientato le sofferenze di Gesù della Passione, alla gioia della Resurrezione. Anche noi saremo così trasportati nella gioia della consolazione. Perché quando consoleremo un afflitto, questo ci farà scoprire davvero la gioia della nostra vita. Tutta la nostra vita sarà saper far riscoprire la presenza di un Dio Trinitario, che è con noi anche nel dolore. È amando chi è afflitto, facendo riscoprire a lui questa gioia di vivere, potremo dire insieme al poeta Giacomo Leopardi «Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando» [26].

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Roma, 4 novembre 2020

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NOTE

[1] Il lettore può consultare per approfondimenti: G. A. Stella, Diversi – La lunga battaglia dei disabili per cambiare la storia, Solferino, 2019, Milano.

[2] Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, III, 6, 7.

[3] A. Camilleri, Conversazioni su Tiresia, Sellerio, Palermo, 2019.

[4] A. Camilleri, op.cit.

[5] Su questa stessa linea si pone M. Schianchi, Storia della disabilità – Dal castigo degli dei alla crisi del welfare, Carocci, Roma, 2012, 40.

[6] Apollodoro, I miti greci, a cura di P. Scarpi, traduz. di M.G. Ciani, Monadori, Milano, 1996, 55.

[7] Odissea X, 492 e sgg., Traduzione di G. Aurelio Privitera

[8] T.S. Elliott, Terra desolata citato in A. Cammileri, Conversazioni su Tiresia, 41 – 42. Ricontrollare pagina.

[9] Luca 1, 26.

[10]J. Ratzinger, Elementi di teologia fondamentale, Morcelliana, Brescia, 69.

[11] S. Pinto, I segreti della Sapienza, Introduzione ai libri sapienziali e poetici , San Paolo, Cinisello Balsamo, 2013, 21 – 23.

[12] Lettera di M., un suicida trentenne, tratto da http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2017/02/07/news/non-posso-passare-il-tempo-a-cercare-di-sopravvivere-1.14839837 ultimo accesso 10/01/20 ore 18.07.

[13] Cfr. http://www.huffingtonpost.it/2017/02/28/fidanzata-dj-fabo-vorrei-notte-non-finisse_n_15055120.html ultimo accesso 23 marzo 2017 ore 16.43).

[14] https://www.repubblica.it/cronaca/2019/09/25/news/consulta_cappato_dj_fabo_sentenza-236870232/ ultimo accesso 10/01/10 ore 18.16.

[15]A. D’AVENIA, L’arte di essere fragili, 2016, 147.

[16] Mt 5,4

[17] Vangelo secondo Giovanni, capitolo 11.

[18] R. E. Brown, Giovanni, 2014, pp 567 – 568

[19] Fabio ROSINI, Solo l’amore crea, 2016, p. 121.

[20] Ibidem.

[21] Fabio ROSINI, op,cit, p. 122.

[22] Fabio ROSINI, p. 120.

[23] Fabio ROSINI, p. 127.

[24] Fabio ROSINI p. 129.

[25] Fabio ROSINI, p. 129.

[26] (Zibaldone 1819 – 1820.)

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«Io sono Roberto Bolle, non un pollo che razzola nel pollaio». Quei cattolici depressi e deprimenti che rinchiudono la morale dentro un preservativo e che considerano il sesso come centro dell’intero mistero del male

— Le Pagine di Theologica —

«IO SONO ROBERTO BOLLE, NON UN POLLO CHE RAZZOLA NEL POLLAIO». QUEI CATTOLICI DEPRESSI E DEPRIMENTI CHE RINCHIUDONO LA MORALE DENTRO UN PRESERVATIVO E CHE CONSIDERANO IL SESSO COME CENTRO DELL’INTERO MISTERO DEL MALE

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Un Tale mi invia questo messaggio: «Come promesso compatibilmente con i miei impegni ho provveduto a fare un video in risposta alle sue eterodosse affermazioni sulla contraccezione. Convinto che personalmente conosca cosa è sana dottrina e quindi da ritenersi e cosa da scartare. Certamente tornerà utile ai tanti fedeli che da anni ci seguono e che hanno l’obbligo di conoscere la verità su questioni di tale importanza». Dal canto mio intendo chiarire che se un laico accusa di eresia sulla pubblica piazza dei social media un ministro in sacris e un teologo, è quanto meno doveroso difendere la propria dignità di sacerdote e di studioso dalle false accuse di un soggetto rivelatosi alla prova dei fatti un teologo dilettante.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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AUDIO LETTURA DELL’ARTICOLO

I Padri de L’Isola di Patmos hanno inserita negli articoli la audio-lettura per i Lettori colpiti da quelle disabilità che impediscono loro la lettura e fornendo al tempo stesso un servizio a coloro che trovandosi in viaggio e non potendo leggere possono usufruire della audio-lettura

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Roberto Bolle

… una breve premessa: un vescovo mio sapiente formatore, che ha servita per tanti anni la Chiesa e la Santa Sede in giro per vari Paesi del mondo, mi spiegò ― quindi di riflesso mi insegnò ― come mai egli non si fosse mai difeso, quando in alcune occasioni fu reso oggetto di attacchi assurdi. Due i principali motivi: il primo è che spesso, chi attacca, lo fa proprio per scatenare una polemica. Il secondo perché, quando si è persone pubbliche più o meno conosciute, può accadere che soggetti che sono molto meno pubblici e conosciuti, cerchino di ricavarsi della visibilità sulla pelle altrui, semmai attaccandoti.

Intendiamoci meglio ancora. Il nostro grande ballerino Roberto Bolle è stato baciato dalla natura, indubbiamente e in tutti i sensi: ha un viso bello ed espressivo, un corpo statuario, è alto di statura, ma soprattutto è dotato di straordinaria bravura, oltre a essere un giovane uomo amabile e di animo profondamente buono. Roberto Bolle, con la somma di tutte le sue doti naturali, avrebbe potuto mettere seriamente in ombra, su un palcoscenico, persino the flying tatar, il grande Rudolf Nureyev, detto appunto il tataro volante. Eppure esiste un esercito di ballerini, con serie difficoltà a entrare come comparse danzanti in una compagnia di balletto che, su Roberto Bolle, esprimono le peggiori cose, riscontrando in lui i difetti e le incapacità più improbabili. Tutto questo per dire, col tono provocatorio che mi contraddistingue: io sono Roberto Bolle e, come tale salto in alto, non raspo nel cortile con i polli. A maggior ragione mi sono sempre attenuto allo stile di comportamento del mio sapiente formatore e, persino quando alcuni mi hanno subissato di insulti nel pollaio dei social, non mi sono difeso, se non in unico caso: quanto sono stati superati tutti i limiti della umana decenza.

Nessuno può accusarmi pubblicamente di ciò che mai ho fatto e di ciò che mai ho detto. E se ciò avviene, non è che io intervengo per difendere me stesso, ma per indicare la menzogna e la manipolazione. E purtroppo, in questa nostra società sempre più schizofrenica, la manipolazione è un esercizio molto diffuso e basato perlopiù su taglia e cuci, sino a far dire alle persone ciò che nei concreti fatti non hanno detto.

Ma veniamo al caso specifico. È accaduto che alcune mie frasi sono state estrapolate da pubblici discorsi e scritti molto articolati, poi è stata presa la mia immagine da alcune mie video conferenze e, scindendo il tutto dal preciso e articolato contesto, è stata riportata una frase per farmi dire quel che mai ho detto, quindi per supportare una vera e propria azione demolitiva nei miei riguardi basata sul falso.

A realizzare questo è stato un Tale appartenente a quei pensatori che non trovano di meglio da fare che usare la morale cattolica, nella delicata e complessa sfera della sessualità umana, per racchiudere nel sesso e nella sessualità, o se preferite dentro un preservativo, l’intero mistero del male.

Questo dilettante della teologia e della teologia moralemi presenta e mi tratta pubblicamente come un avvelenatore di anime dalle idee molto confuse sulla morale sessuale, accusandomi di avere scempiata, sempre in virtù della mia ignoranza dottrinale, la enciclica Humanae Vitae del Santo Pontefice Paolo VI, nella quale è sancita la proibizione per i fedeli cattolici di ricorrere ai mezzi contraccettivi. Insomma: sono pubblicamente accusato di eterodossia, vale a dire di eresia.

Sulla Humanae Vitae ho fatto e pubblicato nel corso degli anni diverse lezioni e interventi, che però costui non ha ascoltato e letto, tanto era impegnato a imputare a Roberto Bolle ciò che mai egli ha detto. Il tutto ripeto: con maldestri taglia e cuci.

Nei pubblici articoli in cui ho trattato lo specifico tema, ho sempre proceduto a collocare anzitutto questa enciclica nel suo giusto contesto e a contestualizzarla nel suo ambito storico-sociale ed ecclesiale. Non ho mancato di spiegare che quella enciclica costituì, per il Santo Pontefice Paolo VI, un autentico trauma dal quale mai egli si riprese, n’è prova che fu l’ultima da lui redatta. Seguirono poi, prima del suo ritorno alla Casa del Padre, altri dieci anni di pontificato che attraversarono uno dei periodi storico-sociali più delicati della modernità, senza che mai più desse però alle stampe altre encicliche. Questo basta per capire che la Humanae Vitae ha lasciato un segno indelebile addosso anzitutto a chi l’ha scritta e per la quale egli dovette subire persino il grave affronto di una pubblica ribellione da parte di varie frange dell’episcopato nord europeo.

In questa nostra infelice stagione che marcia all’insegna del rimettere tutto in discussione, del rileggere, del reinterpretare e del riscrivere, ma soprattutto del rivoluzionare ― parola come più volte ho spiegato incompatibile con l’essenza stessa del Cristianesimo ―, anche la Humanae Vitae doveva essere sottoposta a questo processo, come dimostra l’intervento che il Reverendo Professore Maurizio Chiodi fece presso la Pontificia Università Gregoriana nel 2018, durante una lectio magistralis dedicata alla «rilettura» di questa sofferta enciclica del Santo Pontefice Paolo VI [cf. QUI]. E qui è bene ricordare che, proprio sulle colonne della rivista telematica L’Isola di Patmos, sia l’accademico pontificio Giovanni Cavalcoli, sia io, contestammo molto garbatamente ma molto duramente quel tentativo di “rimessa in discussione”.

Sono a dir poco basito che un Tale mi accusi di avere affermato che la Humanae Vitae è un documento che racchiude una semplice disciplina ecclesiastica, eventualmente riformabile da un altro eventuale Sommo Pontefice, perché tutt’altre sono state le mie speculazioni, i miei discorsi teologici e le mie risposte circa il concetto di riformabilità.

Ribadisco allora ciò che più volte ho affermato, scritto e spiegato in passato, sempre in modo dettagliato e chiaro:

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«Il testo della Humanae Vitae è destinato a rimanere un discorso chiuso sul piano della disciplina, ma aperto su quello della speculazione teologica. Infatti, la proibizione dell’uso dei contraccettivi, per quanto sia espressione del sommo magistero supportata sul diritto naturale e sulla traditio catholica, non può essere, oggi e neppure domani, sorretta su elementi dogmatici tali da ricorrere ex cathedra ad un pronunciamento definitorio del magistero infallibile. Infatti, in tutta la letteratura vetero e novo testamentaria, non c’è un solo elemento di solido appoggio per tenere in piedi a livello dogmatico la disciplina che sancisce la proibizione dell’uso dei contraccettivi; che è una disciplina a mio teologico parere molto sapiente e opportuna, ma che non può essere dogmatizzata. E chi oggi la dogmatizza, mostra veramente di non sapere che cosa sia il dogma, o che cosa invece sia, diversamente, il supporto dogmatico che sorregge una disciplina ecclesiastica o canonica».

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Queste e altre mie affermazioni hanno sconvolto quel certo teologo dilettante che dal canto suo, per evidente e crassa ignoranza, pare non avere chiaro che cosa sia un dogma della fede, come tutti i suoi sodali che in modo improvvido e viepiù davvero ridicolo tentano in modo ossessivo-compulsivo di dogmatizzare un preservativo.

Detto questo chiariamo: chi mi ha gravemente accusato di eterodossia ha dimostrato di non avere proprio idea di che cosa sia, sul piano logico, metafisico e teologico, una espressione definitoria e una espressione definitiva, infatti, in tutto il suo argomentare fanta-teologico e fanta-morale, egli confonde l’una con l’altra, mostrando così alla prova dei fatti scarsa dimestichezza con il linguaggio teologico che, specie nell’ambito della teologia dogmatica, è di una precisione assolutamente chirurgica. E mancando della corretta proprietà di linguaggio dogmatico, egli si dimostra del tutto ignaro di una fatto non passibile di teologica smentita: riguardo la dottrina contenuta nella Humanae Vitae che vieta l’uso dei contraccettivi, la Chiesa non ha mai espresso un giudizio nella forma solenne della definizione, come quello del primo grado che ha per oggetto tutte quelle dottrine attinenti al campo dogmatico e morale, che sono necessarie per custodire ed esporre fedelmente il deposito della fede. A tal proposito basti leggere la Lettera Apostolica del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, Ad tuendam fidem, del 29.05.1998 [testo QUI].

Questa disciplina sancita dal Santo Pontefice Paolo VI è da intendersi come una dottrina proposta infallibilmente. E con ciò è presto detto che nessun teologo, più o meno ferrato nelle precise materie dottrinarie e morali, dovrebbe mai confondere un pronunciamento legato alla infallibilità di cosiddetto “secondo grado”, ossia definitivo, con la definizione di un nuovo dogma della Fede Cattolica, ossia definitorio. Questo è il grave errore nel quale rischiano di cadere certi cosiddetti rigoristi: inventare dogmi che non esistono, sino a giungere al punto di dogmatizzare un preservativo, dopo avere fatta una grande confusione tra definitorio definitivo, semplicemente perché non conoscono proprio il lessico della teologia dogmatica.  

Due dei nuovi “dogmi” proclamati con formula definitoria di questi tempi da certi soggetti affetti da sessuofobia, sono il n. 84 della Familiaris Consortio, lungimirante esortazione apostolica post-sinodale del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, a cui fa seguito il “dogma” del «no alla Santa Comunione ai divorziati risposati». Tra poco costoro, nelle nostre chiese, o forse nelle loro, cominceranno a recitare un Simbolo di fede Niceno-Costantinopolitano più o meno così integrato: “Credo in Dio Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili; credo che i divorziati risposati debbano essere esclusi dalla Santa Comunione Eucaristica”. Ma soprattutto: “Credo nel dogma sulla contraccezione”, una “verità di fede” da essi inserita poco prima della chiusa che recita: «Credo nella risurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà». Oppure inseriranno, direttamente prima della parte dove la Professio Fidei acclama il mistero dell’Incarnazione del Verbo e la sua consustanzialità col Padre, il ben più importante articolo di fede: “Credo nel dogma della proibizione della contraccezione”. Perché a questo siffatti soggetti mirano: a racchiudere l’intera morale cattolica dentro un preservativo.

Detto questo posso proseguire chiarendo che elementi quali errore, eresia e peccato ― tutte cose di cui sono stato accusato da quel certo Tale ―, hanno una loro scala in rapporto sia col concetto in sé, sia col dato oggettivo della loro gravità, il tutto legato alla conoscenza, alla volontà e al deliberato consenso. Insomma, l’etica del buon Aristotele trasposta poi a supporto delle verità di fede da San Tommaso d’Aquino. E, pur senza ricorrere a esempi che sarebbero molti e articolati, dico «conoscenza» perché non tutti sono consapevoli che certi atti e azioni sono gravemente peccaminose, specie in quei soggetti nei quali il senso naturale del bene e del male è molto ridotto, in alcuni gravi e particolari casi è pressoché inesistente. E in questi specifici casi, il concetto di “colpa reale” come lo giochiamo? Posto che la colpa non è un gioco utile a dar lavoro ai moderni redivivi della neoscolastica decadente, bensì un dato oggettivo che nasce dall’agire cosciente soggettivo?

Ma veniamo al discorso degli errori dottrinari o delle stesse eresie, per esempio: da Gioacchino da Fiore, santo uomo di Dio, sino al più recente Antonio Rosmini, oggi Beato, è accaduto che anche dei santi e degli indubitabili uomini di Dio siano caduti inavvertitamente in pensieri ereticali, dai quali poi si sono corretti, senza che questi pregiudicassero la loro santità. Dello stesso Gioacchino da Fiore, la cui eresia fu condannata nel 1215 dal IV Concilio Lateranense, proprio mentre era in corso la sua causa di beatificazione, i Padri della Chiesa riuniti in quell’assise conciliare, nell’indicare gli errori contenuti in un suo famoso libello, non mancarono di mettere chiaramente in luce anche la sua indubbia santità di vita.

Tutto questo per introdurre un semplice quesito: è più grave mettere in discussione e de-costruire i dogmi della Santa Fede Cattolica, od è più grave proclamare dei nuovi dogmi che non esistono? Indubbiamente è più grave la seconda cosa. Infatti, chi sbagliando e seminando confusione tra il Popolo di Dio, mette in discussione i dogmi attraverso la rilettura e la reinterpretazione, sino a giungere alla loro de-costruzione, non è detto però che sia animato da intenzioni diaboliche, perché il tutto può essere anche frutto di quella cattiva formazione teologica che è stata trasmessa e acquisita senza alcuna colpa oggettiva da presbiteri e teologi che hanno ricevuto insegnamenti errati. E se ciò è accaduto, è forse colpa della loro volontà e del loro deliberato consenso prestato scientemente all’errore?

Resta in ogni caso certo che quanti proclamano dogmi che non esistono, compiono un errore maggiore, perché agiscono ponendosi al di sopra dell’autorità stessa della Santa Chiesa mater et magistra, detentrice di un’autorità che a essa deriva da Cristo in persona. E quest’ultimo sì, che è un dogma della Fede Cattolica, al quale non si è giunti per logica deduzione di fede, ma sulla base di chiare e precise parole pronunciate dal Verbo di Dio fatto uomo [cf. Mt 13, 16-20]. E quando si proclamano dogmi che non esistono e che non possono neppure esistere, in quel caso siamo davvero nel diabolico, perché qui entra in scena la peggiore superbia umana. È infatti il caso di ricordare che nella cosiddetta scala dei peccati capitali, la superbia occupa il primo posto assoluto, con triste pace di chi, in modo invero ostinato e incorreggibile, vorrebbe invece concentrare nella lussuria ― che ricordiamo non figura affatto al primo posto, ma neppure al secondo e al terzo ― l’intero mistero del male, incuranti del fatto che i peggiori peccati vanno tutti quanti e di rigore dalla cintura a salire, non invece dalla cintura a scendere, come in tono ironico ma teologicamente molto serio scrissi svariati anni fa.

Con argomentazioni che denotano mancanza di conoscenza della teologia dogmatica e terribili lacune sull’impianto logico e filosofico che la sorregge, un teologo rivelatosi alla prova dei fatti dilettante mi accusa così d’eresia, per avere sostenuto che domani un Pontefice «potrebbe anche decidere di rivedere questa disciplina». Sicché, non tanto per smontare, ma per attaccarmi con fredda e pacata ferocia, egli incomincia a sciorinare documenti per dimostrare la “dogmatica irriformabilità” di certe discipline, mostrando, tra le varie cose, di non saper leggere i documenti della Chiesa né di comprendere il loro linguaggio sul piano storico ed ecclesiologico. Il tutto a riprova che stiamo a parlare di un emerito ignorante nel senso etimologico del termine. Facile come tale da smentire con pochi esempi legati alla storia e alla evoluzione della parte più delicata in assoluto della dogmatica: la dogmatica sacramentaria. Procediamo allora con gli esempi: per secoli, la Confessione, non era un Sacramento ripetibile ma poteva essere amministrato una sola volta nella vita e mai più. Se andiamo a leggere i testi di certi Santi Padri e dottori della Chiesa dell’epoca, incluse dichiarazioni dei Romani Pontefici, scopriremo che quando si cominciò a ventilare la possibilità di rendere questo Sacramento ripetibile, da una parte si urlò all’eresia, dall’altra anathema sit! Come mai, alla fine, questo Sacramento divenne ripetibile? Semplice: lo dobbiamo alla discesa dei barbari dal Nord dell’Europa che, a poco a poco, si convertirono in massa al Cristianesimo.

Per molti secoli la Santa Comunione frequente non era solo sconsigliata ma proprio proibita, anche se il Santo dottore della Chiesa Agostino vescovo d’Ippona ne ipotizzò la necessità spirituale della ricezione frequente, ma senza esito alcuno. A religiose e religiosi che vivevano in monasteri di vita contemplativa, era concesso come vero e proprio privilegio di ricevere la Santissima Eucaristia una volta alla settimana e non di più. Certe antiche consuetudini sopravvivono tutt’oggi in diverse leggi della Chiesa che raccomanda come precetto stabilito dal IV Concilio Lateranense di confessarsi almeno una volta all’anno, quindi di comunicarsi, sempre almeno una volta all’anno, per Pasqua [Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica nn. 2041-2042].

Con un canone impresso nei suoi atti solenni, sempre nel 1215, il IV Concilio Lateranense stabilì la proibizione della fondazione di nuovi ordini religiosi. Ebbene riflettiamo: ci rendiamo conto che cosa è, a livello teologico ed ecclesiologico, l’autorità di un concilio ecumenico? Eppure, poco dopo, alla fine del 1216, il Sommo Pontefice Onorio III approvava la fondazione dell’Ordine dei Frati Predicatori di San Domenico di Guzmàn, che in ottemperanza a quanto disposto dal Concilio Lateranense, adottarono inizialmente la regola già esistente dei Frati Agostiniani. Anni dopo, con la bolla Solet annuere del 1223, il Sommo Pontefice Onorio III approvava la Regola dei compagni di San Francesco d’Assisi, senza che questi, come avvenuto inizialmente per i Domenicani, dovessero adottare una regola già esistente, perché sembra che in precedenza, attorno al 1210, il suo Sommo Predecessore Innocenzo III avesse approvata oralmente la regola, di cui però non esiste traccia, perché è andata perduta. La narrazione della visita fatta dal Serafico Padre Francesco al Sommo Pontefice che, decorsi tre mesi di attesa, lo ricevette dopo avere sognato la notte prima un poverello che sorreggeva la chiesa in rovina di San Giovanni in Laterano ― altri parlano invece di una visione avuta dal Sommo Pontefice ― e che approvò oralmente la prima regola, è un fatto racchiuso nella leggenda aurea narrata da San Bonaventura di Bagnoregio, non è propriamente un fatto storicamente documentato. È invece documentato storicamente che Santa Chiara, che in seguito fondò il ramo femminile francescano, dovette invece adottare una regola già esistente, prendendo quella delle Monache Benedettine.

Il canone XIII del IV Concilio Lateranense aveva infatti solennemente sancito:

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«Perché l’eccessiva varietà degli ordini religiosi non sia causa di gravi confusioni nella Santa Chiesa di Dio, Noi proibiamo in modo rigoroso che in futuro si fondino nuovi ordini. Chi quindi volesse abbracciare una forma religiosa di vita, scelga una di quelle già approvate. Ugualmente chi volesse fondare una nuova casa religiosa faccia sua la regola e le istituzioni degli ordini religiosi già approvati» [traduzione dal latino mia].

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Domando al mio accusatore: com’è stato possibile che il canone di un concilio ecumenico convocato e presieduto dal Sommo Pontefice Innocenzo III, sia stato in tal modo disatteso parzialmente con alcuni escamotage a partire dal suo Sommo Successore Onorio III? Ma, sopra a tutto, com’è possibile che in seguito sia stato proprio in tutto disatteso e quindi totalmente cancellato dai successivi pontefici, che permisero sia la fondazione di nuovi ordini sia l’approvazione di nuove regole specifiche? Chiarito ciò, forse qualcuno sarebbe sicuramente capace a rispondere … “Ah, ma perché lì si trattava di ordini religiosi, mica di sesso! Perché, sul sesso non si discute”.

Quando il Santo Pontefice Pio V pubblicò il messale, lo definì intangibile e irriformabile con tanto di anathema sitEbbene, il primo che vi mise mano fu il suo Sommo Successore Clemente VIII appena trent’anni dopo, modificando sostanzialmente numerose rubriche e mutando in modo anche radicale la gestualità del celebrante durante la Preghiera Eucaristica. Chiarito ciò, forse qualcuno sarebbe sicuramente capace a rispondere … “Ah, ma perché lì si trattava solo della celebrazione del Sacrificio Eucaristico, cosa del tutto secondaria, rispetto ciò che può essere una verità di fede definitoria come la proibizione dell’uso dei preservativi”.

Da tempi immemorabili, è nota nell’ambito ecclesiale ed ecclesiastico una frase, le cui prime tracce storiche le ritroviamo in epoche davvero molto lontane, nell’XI secolo, ai tempi di certe accese dispute di San Pier Damiani in tema di morale, ossia la seguente: «Un Papa bolla e un altro Papa sbolla». Cosa s’intende dire, con una simile espressione? Una cosa è certa: ciò non significa che il Beato Pontefice Pio IX bollasse il dogma della immacolata concezione e che il suo Sommo Successore Leone XIII lo potesse sbollare, perché in questo caso stiamo parlando di solenni definizioni dogmatiche sulle verità della fede. Però, tutto ciò che non era strettamente legato alle definizioni dogmatiche, è sempre stato bollato e sbollato, anche se chi a suo tempo aveva bollato usò termini solenni sulla irriformabilità nei secoli dei secoli con tanto di ricorso ad anathema sit! E questo, tanto per essere chiari con l’esercito di teologi improvvisati: non lo dico io, lo dimostra la storia della Chiesa senza possibile pena di smentita. Sempre a riprova che, senza una solida e profonda conoscenza storica, non si può giocare né con la teologia dogmatica, né con la liturgia sacramentaria, né con la esegesi e via a seguire…    

È presto detto: il mio accusatore, dimostra di non avere neppure idea di dove alberghi la storia della teologia dogmatica e la storia del dogma. Infatti, molti di quegli elementi che nei primi grandi Concili dogmatici della Chiesa erano bollati con anathema sit, successivamente sono divenute dottrine della Chiesa, sino al loro pieno sviluppo nel Concilio di Trento prima, infine nel Concilio Vaticano II a seguire. E con questo ho ribadito e ulteriormente dimostrato quali cantonate possano prendere certi ballerini dilettanti che si mettono a fare le pulci a Roberto Bolle.   

Che per la Humanae Vitae non si potesse ricorrere alla solenne formula dogmatica definitoria era un problema molto chiaro anzitutto al suo Augusto estensore. Detto questo ricordo e chiarisco a chi mi ha accusato di eterodossia, che rifiutando una formula dogmatica definitoria, si è ipso facto fuori dalla comunione della Chiesa, perché l’assenso e l’ossequio che a essa il fedele è prestato a tenere, si fonda direttamente nell’autorità della Parola di Dio, o come si dice in linguaggio teologico: dottrine de fide credenda. Mentre invece, discutendo, o persino dissentendo, su un pronunciamento definitivo che pure implica l’esercizio del ministero infallibile, non si è invece fuori dalla Comunione della Chiesa mediante palese eresia, ma si è semplicemente in errore, perché le verità definitive si fondano sulla nostra fede nell’assistenza dello Spirito Santo al magistero e sulla dottrina cattolica dell’infallibilità del magistero, o come si dice in linguaggio teologico: dottrine de fide tenenda. Per quanto riguarda tutto l’altro resto, la storia della Chiesa, non certo io, dimostra in che modo «un Papa bolla e un Papa sbolla», anche se chi prima aveva bollato aveva fatto solenni richiami alla irriformabilità, con tanto di «anathema sit!».

Il Pontificio Consiglio della Famiglia, emanò un Vademecum per i confessori il 12 febbraio 1997 all’interno del quale si chiarisce:

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«La Chiesa ha sempre insegnato l’intrinseca malizia della contraccezione, cioè di ogni atto coniugale intenzionalmente infecondo. Questo insegnamento è da ritenere come dottrina definitiva ed irriformabile».

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Come sacerdote e confessore, mi sono sempre attenuto con scrupolo a questa dottrina. Come teologo e mente speculativa dotata di qualche decente conoscenza sulla storia della Chiesa, dei concili, della dogmatica e della sacramentaria, non posso invece omettere di dire, come del resto ho fatto, che anche la confessione non ripetibile, era una dottrina definitiva e irriformabile, allo stesso modo in cui un concilio, in modo definitivo e irriformabile, impresse in un canone che non era possibile fondare nuovi ordini religiosi, salvo permettere, nei secoli a seguire, la nascita di altri ordini e di centinaia di congregazioni religiose. Anche il Messale di San Pio V promulgato nel 1570, era irriformabile, sempre con tanto di «anathema sit!». E irriformabile lo fu a tal al punto che, a partire dagli inizi del 1600 fino al 1962, è stato corretto per la bellezza di diciotto volte, sino a giungere alla riforma liturgica delineata dalla Sacrosanctum Concilum che, detta apertis verbis, quel Venerabile Messale irriformabile nei secoli dei secoli con tanto di corredata minaccia «anathema sit!», fu fatto letteralmente in pezzi dal braccio armato di Annibale Bugnini e dei suoi collaboratori, infine promulgato con l’approvazione e la firma del Santo Pontefice Paolo VI.

Dunque, di che cosa vanno parlando certi dilettanti della teologia, dinanzi al cui parlare e agire possiamo solo prendere atto che per loro, la Chiesa, pare essere nata agli inizi del Novecento con il Santo Pontefice Pio X, che non perdono occasione di dimostrare, tra l’altro, quanto di fatto non conoscano neppure?

Affermare cose di questo genere, non vuol dire essere pericolosi cripto eretici o traviatori di anime, ma dire semplicemente ciò che è storicamente, teologicamente ed ecclesialmente vero. È altresì vero che, se la Humane Vitaeanziché della sessualità umana, avesse trattato delle scienze bibliche o della dottrina sociale della Chiesa, certe polemiche inscenate da eserciti di soggetti sessuofobici che reputano il sesso e solo il sesso, l’origine e il centro dell’intero mistero del male, non sarebbero mai state scatenate.

È viepiù lecito, sempre speculando, domandarsi e domandare: pagare le dovute tasse, è un imperativo dato da Cristo Dio in persona [cf. Mt 22, 21]. Infatti, Cristo stesso, pagò la tassa al Tempio, reputandola legittima e doverosa. A tal proposito incaricò Pietro di versarla «per te e per me» [cf. Mt 17, 22-27]. Quindi è un imperativo fondato direttamente sulla autorità della Parola di Dio, o come si dice in linguaggio teologico: dottrine de fide credenda. Come mai, non si è ancora proceduto con un solenne pronunciamento definitorio del più alto magistero infallibile? Il tutto, sempre parlando e procedendo per speculazioni tutt’altro che peregrine.

Quindi, quei teologi duri e puri, per non parlare dei laici praticoni che di blog in blog si sono improvvisati teologi dogmatici e che oggi pretendono di dogmatizzare la Humanae Vitae elevandola a rango di solenne pronunciamento definitorio, non solo rendono pessimo servizio a questa splendida enciclica, ma pongono in seria discussione le capacità teologiche e dottrinarie di chi l’ha scritta e poi donata alla Chiesa, mostrando di non saper neppure distinguere i gradi ben diversi che corrono tra un pronunciamento definitorio e un pronunciamento definitivo; o ciò che vuol dire rifiutare il primo e ciò che invece vuol dire discutere sul secondo, senza mai mettere in discussione la dottrina data dalla Chiesa e soprattutto applicandola sempre e con scrupolo nell’esercizio del sacro ministero sacerdotale.

Questa enciclica, alla Chiesa, è stata peraltro donata da un Santo Pontefice che era perfettamente consapevole di non poter “blindare” con la solenne formula dogmatica definitoria la proibizione dell’uso dei contraccettivi. Basterebbe solo conoscere la storia della Humanae Vitae e quindi sapere, per esempio, che la maggioranza dei membri dell’episcopato e gli esperti teologi erano favorevoli a un uso moderato della contraccezione. Tra i favorevoli c’era anche l’allora Vescovo di Vittorio Veneto, Albino Luciani, divenuto poi Patriarca di Venezia e in seguito successore del Santo Pontefice Paolo VI con il nome di Giovanni Paolo I. Finite le discussioni e promulgata l’enciclica, il Vescovo Albino Luciani convocò il suo clero diocesano e disse ai suoi presbiteri riuniti in assemblea:

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«Molti di voi sanno, come io la pensavo. Adesso il Sommo Pontefice ha emanata una enciclica e ci ha data una dottrina e una disciplina alla quale tutti noi dobbiamo prestare devoto ossequio e diffonderne l’insegnamento tra i fedeli cattolici».

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In questa frase è contenuta, tra le varie cose, la differenza che corre tra un uomo di Dio e un bigotto che investe il mondo intero a suon di … «Non se ne discute! Eterodosso … eretico!». Invece no, perché su certe discipline nate da pronunciamenti definitivi, si può discutere eccome. Quello che invece non si può e che mai si deve fare, è di rigettarle e di non applicarle, questo non si può fare, mai e in alcun caso.

Anni fa, proprio interloquendo in modo provocatorio con degli ossessionati sulla sessualità umana, di quelli per i quali i Sette Peccati Capitali si riducevano unicamente alla lussuria e che consideravano e presentavano come dogma definitorio intangibile della fede la proibizione della contraccezione, ricordai che i preservativi non furono inventati e immessi nel commercio a inizi anni Settanta del Novecento, ma che erano già usati da egizi e greci, molto abili, tra l’altro, a produrli con vesciche animali molto sottili. Eppure, Gesù Cristo, che di ciò era sicuramente a conoscenza, nella sua predicazione pubblica non fece mai riferimento a ciò, né mai lanciò alcun divieto imperativo. Al contrario invece, Gesù Cristo, disse in modo chiaro e preciso che era doveroso pagare le tasse a Cesare. Quindi, Gesù Cristo, si è espresso a tal proposito in modo chiaro. Pero, pur malgrado, non mi risulta che il pagamento delle tasse – che è un dovere e un obbligo al quale adempiere – sia stato solennemente definito come dogma della fede. Quindi, che cosa possiamo e dobbiamo dire?

A questo aggiunsi altro: due coniugi cattolici che contravvenendo alle disposizioni della Chiesa usano i contraccettivi dentro la loro chiusa camera da letto o altro luogo privato idoneo, alla collettività intera, recano forse i gravi danni a essa recati dall’esercito di evasori fiscali? Perché, chi non paga le tasse, non solo deruba l’intera collettività e obbliga lo Stato ad aumentare il gettito fiscale su quelli che le pagano e che non le possono evadere, essendo lavoratori a stipendio fisso o pensionati, ma evadendo il fisco fanno mancare i soldi necessari che nel nostro sistema servono per garantire a tutti l’istruzione e l’assistenza sanitaria gratuita, per pagare le pensioni agli anziani che per una vita hanno lavorato e versato contributi e via dicendo a seguire.

Se la disciplina che vieta l’uso dei metodi contraccettivi non si supporta e non può supportarsi sul dogma ― Cosa che, ripeto, il Santo Pontefice Paolo VI sapeva benissimo ―, essa può però supportarsi su molti altri passi dei Santi Vangeli, a partire dal seguente:

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«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Partendo da questo brano evangelico, vorrei tornare a spiegare ciò che sempre ho spiegato ogni volta che ho presentata o illustrare questa enciclica, chiarendo come mai, oggi, più ancora di cinquant’anni fa, quando nel 1968 fu promulgata, essa racchiude al proprio interno un messaggio attuale, profetico e come tale da seguire. La chiave di lettura della Humanae Vitae, non è infatti lo spirito misogino o sessuofobico, o peggio ancora la cosiddetta ossessione sul sesso e la sessualità umana da parte di certi dilettanti della teologia e della morale: tutt’altro. La Humanae Vitae esalta ciò che è dato ed è fatto per amare. E ciò che è dato ed è fatto per amare, non si sporca, come dissi una volta in un salotto privato a un celebre porno-attore che si trovava tra gli ospiti, replicando a certi suoi concetti strampalati improntati su una falsa idea di “libertà sessuale”, che lui non liberava proprio niente, a partire anzitutto dalla donna, trattata in qualsiasi film pornografico come un oggetto di piacere, spesso anche con tutto il disprezzo del caso. Perché la figura del tutto privilegiata e più di tutte attenzionata nella Humanae Vitae è proprio la donna, mi dispiace che negli anni Settanta, le femministe inferocite sulle piazze, non abbiano mai capito in che modo il Santo Pontefice Paolo VI, con questa sua enciclica, disse un clamoroso e straordinario “no, alla donna-oggetto!”.

E oggi, sia quelli che battono il chiodo sul rileggere la Humanae Vitae, sia quelli che, affetti da incorreggibile sessuofobia, considerano la proibizione della contraccezione un dogma della fede cattolica al di sopra del dogma della incarnazione del Verbo di Dio, di questo testo profetico e lungimirante non hanno capito proprio niente. Perché l’insegnamento e il ministero della Chiesa pellegrina sulla terra, non si basa affatto, né mai s’è basato sulla castrazione freudiana dell’uomo, ma tutt’altro sulla piena liberazione di un uomo chiamato da Dio a usare la propria sessualità per amare, sino a giungere al culmine dell’amore attraverso il dono della vita.

La mia modesta esperienza di persona che studia e che si dedica alla ricerca incessante nell’ambito delle scienze filosofiche, storiche e teologiche, è sempre stata accompagnata dall’esercizio del sacro ministero sacerdotale, in particolare come confessore e direttore spirituale, in un rapporto reale e incessante con i Christi fideles e lo stretto contatto con le vite umane e le loro storie spesso anche molto complesse. Questo mio vivere da sempre la teologia calata nel mondo del reale, mi ha portato a toccare con mano un elemento veramente drammatico quanto pernicioso: quei sedicenti cattolici, nonché teologi praticoni più o meno improvvisati che si accaniscono sul sesso e la sessualità umana come se essa fosse il centro dell’intero mistero del male. E se andiamo ad analizzare questi soggetti, scopriamo perlopiù degli infelici che, nelle loro povere esistenze, non sono mai riusciti a sviluppare una serena ed equilibrata dimensione affettiva e sessuale. Spesso, se non quasi di prassi, dietro queste figure si celano grandi frustrazioni e insoddisfazioni, che costoro sfogano poi attraverso una morale a dir poco disumana, mediante un Santo Vangelo privato della sua essenza e ridotto a un arido codice della strada. E proprio a queste persone, Cristo Dio, rimproverava a suo tempo:

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«Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» [Mt 23,4]

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A tutti i quesiti qui espressi, frutto di speculazioni tutt’altro che passibili di censura canonica, i teologi dilettanti non hanno mai risposto, si sono limitati a ribattere, facendo disonesti tagli e cuci su mie parole o estrapolando frasi al di fuori del loro preciso contesto, sino ad accusarmi pubblicamente di essere contro la Humanae Vitae, le leggi e i … “dogmi” della Chiesa.

Pur non avendo tempo da perdere, sono purtroppo obbligato, dinanzi a certi materiali che circolano sui social media, a chiarire che mai ho fatto di simili affermazioni e, chi me le imputa, è veramente un disonesto. Perché io sono Roberto Bolle, non un pollo che razzola nel pollaio dei social. Quindi come tale ho una immagine, ma soprattutto ho dei talenti a me dati da Dio che, in devoto ossequio a Dio, devo difendere, restituendoli infine a Dio dopo averli fatti fruttare, proprio come ci insegna il Santo Vangelo mediante la Parabola dei Talenti [cf. Mt 25, 14-30].

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dall’Isola di Patmos, 6 agosto 2020

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Dal disorientamento dottrinale della Chiesa al peccato dei preti e al riciclo dei laici. Prospetto di una cultura intransigente che mentre condanna santifica e mentre santifica condanna

— Le Pagine di Theologica —

DAL DISORIENTAMENTO DOTTRINALE DELLA CHIESA  AL PECCATO DEI PRETI E AL RICICLO DEI LAICI. PROSPETTO DI UNA CULTURA INTRANSIGENTE CHE MENTRE CONDANNA SANTIFICA E SANTIFICANDO CONDANNA

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Il “tollerante” moderno, invece, non si sacrifica per le proprie idee come farebbe l’idealista, anzi non si fa scrupoli a immolare chi ha idee contrarie alle sue, così come farebbe un dittatore nei riguardi dei suoi oppositori. Quanti martiri della tolleranza e dei diritti oggi esistono? Ma forse i martiri più numerosi sono coloro che vengono additati quali inconsapevoli seminatori d’odio proprio perché divergenti, portatori di un odio che non si vede perché presente solo nello sguardo del tollerante di turno che ha interesse a usare l’odio come strumento ideologico di controllo delle masse. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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I.   UNA QUESTIONE DI PRINCIPIO

 

il crollo della volta della basilica di San Francesco in Assisi nel 1997 [cliccare sull’immagine per aprire il video]

Credo di non rivelare segreti inconfessabili se affermo che mantenersi cristiani cattolici, di questi tempi, non è affatto un’impresa semplice. Non si tratta tanto di conservare solamente una apparente identità tradizionale – per lo meno per quanto concerne il continente europeo – quanto il manifestare che Dio possiede ancora un certo diritto di cittadinanza nella vita degli uomini e che Cristo sia riconosciuto come evento fondativo e definitivo della rivelazione divina.

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Secondo un sondaggio del Pew Research Center [cf. QUI] condotto nel 2017 su un campione di 1.804 rispondenti, l’80% degli italiani si dichiara cristiano, il dato preoccupante riguarda invece la frequenza, infatti il 23% partecipa alle funzioni religiose almeno una volta a settimana, il 20% una volta al mese e il 34% ha una pratica molto meno assidua. Secondo altri dati relativi a una ricerca Ipsos del 2017, sempre in Italia, su 60.000 intervistati, i cattolici sono in diminuzione. Si passa dall’85,4% del 2007 al 74,4% del 2017. Uno studio più recente del 2018 dell’European Values Study l’84,4% degli italiani afferma genericamente di credere in Dio senza ulteriori utili specificazioni.

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Dati alla mano stiamo subendo una diminuzione drastica della fede cristiana ma quello che un sondaggio non potrà mai dire riguarda la motivazione teologica che rappresenta il vero motivo di tale diminuzione. La motivazione teologica che diventa pietra di scandalo su cui si infrangono le impietose statistiche risiede nel fatto che non si è più in possesso dello specifico del cristianesimo, cosicché siamo spesso smarriti, in balia di una forma di Alzheimer che ci rende incapaci di riconoscere la fede e di riconoscerci come credenti pronti a darne ragione, come esprime San Pietro nella sua prima epistola [cf. 1Pt 3,15-16].

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Faccio un esempio per essere più chiaro. Nessun ebreo, di ieri come di oggi, si sognerebbe mai di disconoscere l’Alleanza tra Dio e Abramo e soprattutto l’evento fondativo che ha unificato il popolo eletto durante la Pasqua di liberazione in Egitto. Nessun ebreo, sano di mente, metterebbe in dubbio che Dio è il Goel liberatore e riscattatore del popolo e che in Mosè ha reso possibile la salvezza contro il dominio del faraone d’Egitto. Sebbene questa fede sia stata messa a dura prova davanti ai terribili fatti di Auschwitz, la fede dei nostri fratelli in Abramo resta sostanzialmente immutata da secoli e diventa motivo di identità etnica e religiosa da celebrare con orgoglio in ogni nucleo familiare.

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Per noi cristiani, invece, avere una fede certa non è motivo di orgoglio ma di imbarazzo, spesso siamo i primi a considerarci intransigenti e fanatici quando proviamo ad elevarci al di sopra dalla mediocrità. Allora, per essere più digeribili agli occhi di chi ci guarda, preferiamo piuttosto colorarci di rosa e ostentare un amore universale che possiamo bellamente giustificare attraverso il discorso escatologico di Matteo 24,31-46 che – per inciso – secondo una corretta esegesi, non dovrebbe mai essere avulso dai successivi brani – narrati dal Santo Evangelista Matteo, prima la parabola delle Dieci Vergini [cf. Mt 25,1-13] e poi quella dei Talenti [cf. Mt 25,14-29] – con il rischio di far dire al testo sacro quello che proprio non intende dire.

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A testimonianza di ciò, porto un esempio a sostegno delle mie parole. Quante volte ci è capitato di sentire predicare dai pulpiti sull’amore? Quante volte l’amore è stato usato come slogan e passe-partout per giustificare tutto anche l’ingiustificabile e l’irragionevole? Quante volte nel nome dell’amore si sono operate scelte del tutto scellerate espressione del più emotivo sentimentalismo e della più seducente passionalità? Il termine cristiano di charitas rimanda a Dio, secondo l’insegnamento dell’apostolo Giovanni: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» [cf. 1Gv 4,7-8]. Triste è la consapevolezza nel verificare che questo “amore” così fortemente pubblicizzato oggi viene deprivato della presenza di Dio Trinità e utilizzato come alibi attraverso cui si normalizza il peccato fino ad esaurirsi in atteggiamento esclusivamente filantropico e utilitaristico. Questo atteggiamento d’impoverire la charitas dalla persona di Dio non è un vizio moderno infatti, forti di quel detto sapienziale nihil novum sub sole [nulla di nuovo sotto il sole] la storia del cristianesimo ha già conosciuto questa degenerazione del concetto di amore fin dai suoi primi secoli.

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Nel 361 d.C. l’imperatore Giuliano l’Apostata, si oppone strenuamente al cristianesimo operando una politica di paganizzazione del popolo e di ritorno al pensiero neoplatonico. Del cristianesimo conserverà solo l’attività caritatevole e l’attenzione al prossimo che cerca di innestare all’interno dell’anti-Chiesa pagana da lui progettata. La storia ci dice che il tentativo risultò inattuabile, il paganesimo decadente, così come l’ateismo moderno assunto a religiosità d’élite, non poté competere con l’autentico amore di Dio che in Cristo consta della caratteristica dell’eroicità fino al sacrificio della vita e nello Spirito Santo della caratteristica della missionarietà che è la causa prima di ogni azione virtuosa. L’amore, affinché sia autenticamente cristiano, non deve fare solo il bene, ma deve condurre al dono totale di sé, anche con quelle persone e in quelle situazioni non amabili, in virtù del fatto che se la giustizia del discepolo non supera quella del mondo, non c’è quel di più che è indice di perfezione e garanzia della presenza dello Spirito del Padre, come indica il Santo Evangelista Matteo [cf. Mt 5,20]. L’amore cristiano è quella virtù teologale che si riconosce in Dio e conduce a Lui, annuncia la salvezza all’anima, converte dal peccato e spalanca le porte del paradiso.

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Dopo questa necessaria divagazione sulla relazione Dio-amore, ritorniamo alla ricerca delle domande di senso che interpellano la nostra fede. Chi è Gesù? Cosa è venuto a fare nel mondo? Sono le domande fondamentali eppure, nella maggioranza dei casi, restano degli interrogativi inevasi per tanti ragazzi che frequentano il catechismo e per tanti giovani cristiani. La situazione non muta di molto se dovessimo sottoporre tale quesito agli adulti, ai genitori di questi ragazzi, oppure ai loro nonni che, tragico a dirsi, si stanno avviando verso un analfabetismo religioso di ritorno che sfocia verso un vero e proprio ateismo pratico.

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Ormai per sapere chi è Gesù Cristo ci rassegniamo ad interrogare i vari laicisti di tendenza che sui social e in televisione con aria sussiegosa dettano la nuova Cristologia à la page con l’aggravante che la Chiesa, quella ufficiale, quella deputata al controllo della retta dottrina, che dovrebbe confermare i fratelli nella fede, tace. E anche quando parla, cercando di mettere assieme una raffazzonata e pallida smentita, lo fa con poco convincimento tanto da far sospettare che certe affermazioni eretiche si siano guadagnate una certa simpatia anche all’interno dei sacri palazzi.

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Possiamo dire, a questo punto, che il dogma è andato in crisi? Assolutamente no. Chi è andato in crisi è un certo établissement ecclesiastico fatto di pastori e teologi che hanno perso – loro sì – la bussola della fede e che fanno sempre più ricorso alla categoria di “mistero” cercando di nascondersi dietro a un paravento, visto che non sanno più dare ragione della fede e della speranza che è in loro, il tutto è racchiuso nella prima e seconda epistola di San Pietro e nel Vangelo di San Giovanni [cf. 1Pt 3,15; 2Pt 1,16-19; 1 Gv1, 1-4]. In questo modo, perse le due virtù teologali di fede e speranza, ciò che rimane, l’amore, assume i connotati della modernità e della ricerca del consenso a qualunque costo.  Avete mai fatto caso che l’ammodernamento della persona di Cristo, della Chiesa, del Magistero, della morale, della formazione del clero e della sua identità è sempre stato portato avanti dai paladini dell’amore e nel nome dell’amore? Siamo arrivati al paradossale, in cui la corruzione dottrinale della Chiesa è all’insegna del vessillo dell’amore! Quell’Amore che, è necessario ribadire, si è fatto carne e ha dato la sua vita per l’uomo peccatore, insomma al danno anche la beffa. Al culmine di questo sbandamento dottrinale si somma anche l’atto sacrilego di voler confondere o associare Dio con il peccato. Ma se intendiamo restare fedeli a Cristo e alla Chiesa Cattolica, così come ha fatto San Thomas Becket con il suo martirio, dobbiamo resistere e la resistenza cristiana non si realizza al canto di “Bella Ciao”, ma dell’Exultet Pasquale che ci ricorda che Cristo è Dio, Signore e Sovrano, vincitore del peccato.

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Se, in ultima analisi, essere cristiani significa entrare dentro la vita intima di Gesù Cristo, e lasciare che sia Lui a regnare come sovrano indiscusso della mia esistenza – verità ribadita ogni anno durante la solennità di Cristo Re al termine dell’anno liturgico – forse è bene riconoscere che qualche cosa è andato storto oppure ci troviamo davanti a un grande fraintendimento. La fede è innanzi tutto una adesione dell’uomo a Dio e al tempo stesso e in modo inseparabile, è l’assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato e che trova in Gesù Cristo la piena, definitiva e completa rivelazione del mistero salvifico di Dio (cf. Dominus Iesus).

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Perciò, riconosciamo candidamente che sia noi sacerdoti, così come i cosiddetti cristiani impegnati – quelli che per intenderci militano in movimenti ecclesiali, si riconoscono come attivisti all’interno della vita sociale e politica del paese, che aiutano in parrocchia, che praticano una certa carità – nella migliore delle ipotesi stiamo perseguendo un cristianesimo secondario, di confine o di periferia che agli occhi dei più maliziosi si palesa come un cristianesimo di facciata.

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Con questo termine individuiamo una certa cultura cristiana estremamente variegata e complessa che trascura il fine ultimo e soprannaturale della fede che consta della salvezza dell’anima, ignora la lotta spirituale al peccato e l’apertura alla grazia divina insieme alla necessità di permanere all’interno di una fede divina cattolica osservata all’interno di una comunità di fede che si riconosce all’interno della Chiesa di Roma.

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Tale cristianesimo secondario dissipa largamente la figura del sacerdote reinventandolo come manager, un solerte curatore di museo e impiegato sociale regolarmente retribuito e con orari di lavoro variabili. Stessa dissipazione si riscontra tra i laici, in coloro che non si identificano più nella categoria dei fedeli (fedeli poi a chi e a che cosa? mah!) e che per questo scelgono di ibridarsi in modelli di cristianesimo che trasformano tutti in figure mitologiche difficilmente conciliabili all’interno di un cammino di fede e di una vita che nel battesimo e stata consegnata a Dio.

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È senza dubbio urgente ribadire una questione di principio: l’essenza del cristianesimo risiede all’interno di quella parolina che Gesù pronuncia diverse volte nel Vangelo di Giovanni [cf. Gv 8,24; 8,28; 8,58; 13,19; 18,5] per designare sé stesso: è quell’Io Sono – in greco ἐγὼ εἰμί, ego eimi –, che è garanzia di identità divina [cf. Es 3,14-15] e di salvezza per ogni creatura.

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È la scelta totalizzante di quell’Io divino che mette in crisi e che, come si evince dalla lettura di Jacob Neusner nel suo libro «Un rabbino parla con Gesù», costituisce la grande differenza tra l’Israele Eterno e il Nuovo Israele costituito dal popolo dei battezzati redenti dalla Passione di Cristo e dalla sua Risurrezione.

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Il mio io identitario deve essere in grado di riconoscere il mistero di Dio, quell’Io Sono a cui spetta il primo posto [cf. Lc 14,25-33] e che mi disarciona al suolo [cf. At 22,8] e atterrisce ogni qual volta presumo di possederlo e gestirlo a mio piacimento [cf. Gv 18,6], il tutto, si trova racchiuso nei vangeli di San Luca e San Giovanni.

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Chi è Gesù? Gesù è Dio, come ci indicano vari passi delle sacre scritture, in particolare il Santo Evangelista Luca, per seguire con il Vangelo di San Giovanni e l’epistolario paolino [cf. Lc 22,70; Gv 1,1.14; Gv 5,18; Gv 8, 58; Fil 2,6; Col 2, 9; Col 1,15; Eb 1,3], è il Signore [cf. Rm 10,9; Gv 20, 28; Lc 23,39-43; Fil 2,11], è il rivelatore autentico del Padre [cf. Gv 10, 30; Gv 5,22-23; Gv 14,8-11], e per tali motivi nessuno può prescindere da tali verità rivelate senza consumare un tradimento, operare un rinnegamento, senza sentirsi scandalizzato o iniziare una guerra santa; il tutto sempre con riferimento al Vangelo di San Giovanni. Questo Uomo-Dio è venuto per salvare il mondo dai peccati [cf. Mt 1,21], affinché l’uomo abbia la vita bella e non una bella vita [cf. Gv 10,10] e nel vivere sul serio sia definitivamente privato dal cancro del peccato [cf. Eb 2,14-15] e reso giusto nel sangue di Lui [cf. Rm 5,9; 8,33]. Non ci sono alternative, la gelosia divina dell’Antico Testamento [cf. Dt 5,6-10] si coniuga con la scelta totalizzante di Cristo e la sua persona è l’unica scelta di comunione possibile che produce frutti di novità di vita [cf. Mt 12,30; Lc 5,38].

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Gesù Cristo è così ingombrante che non è possibile metterlo a tacere, da duemila anni il suo nome risuona sulla terra e la sua fedeltà si dimostra stabile quanto il cielo [cf. Sal 89,3]. Tutto ancora parla di Lui: dal calendario alle feste, dalle tradizioni civili all’etica, dall’arte alla musica; la storia, la geografia, il modo di computare il tempo e perfino il vasto cosmo e la natura testimoniano che Egli è Dio e che è Signore. Anche davanti a coloro che intendono perniciosamente negarlo, rifiutarlo, fino a farlo scomparire del tutto si deve ammettere il merito involontario – così come è stato per i demoni [cf. Mc 5,6; Lc 4,34; At 19,15] – di un riconoscimento kerigmatico, in cui la sua maestà e potenza non vengono minimamente messe in discussione.

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E mentre Cristo si proclama e si afferma, viene ribadita la sua maestà, il suo ruolo chiave che Egli svolge nella storia dell’uomo, sebbene quest’ultimo il più delle volte si nasconda dalla sua presenza come fece Adamo [cf. Gn 3,9-10] o desideri come Nietzsche compiere un parricidio che spezzi l’angosciosa dipendenza dal partner divino, promettendo più ampie libertà.   

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II. CRISI DI FEDE, CRISI DOTTRINALE, CRISI MORALE

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La questione di principio che ho voluto affrontare nel primo paragrafo di questo articolo ci aiuta a capire meglio la condizione di crisi cronica che da cinquant’anni a questa parte intacca come tarlo la solidità della Chiesa. È una crisi su diversi fronti quella che interessa gli aspetti del credere nell’attuale contingenza storica. Dalla dottrina alla pastorale, dalla morale alla spiritualità, dalla testimonianza quotidiana al modo di interpretare il martirio, tutto poggia su una fede traballante, dove Cristo non è più Dio e il suo ruolo non è più quello di Salvatore. Attenzione bene, affermare l’esistenza di una fede malferma non equivale a dire che non esista più una fede in generale o che coloro che credono lo fanno in modo malizioso o interessato. Le statistiche ci testimoniano come ancora circa l’80% delle persone si dichiara cristiana, ma il fatto di dichiararsi non è ancora ragion sufficiente che conduce al credere. I beati apostoli Pietro, Andrea e Giovanni si sono visti più volte redarguire da Nostro Signore per la loro fede in Lui non ancora sufficientemente matura e aperta alla grazia. E tutti gli altri, sebbene identificati come i discepoli del Nazareno, non hanno esitato ad abbandonarlo al momento della Passione, sconfessando con le opere quello che proclamavano apertamente. Con altre parole possiamo dire che la registrazione del nome sul registro parrocchiale dei battesimi non ci rende cristiani credenti e credibili. Tali considerazioni ci conducono a capire come una fede di tal fatta e un credo di tal genere non aggiungono nulla e non tolgono nulla all’esistenza dell’uomo. Con le parole del Vangelo di Giovanni possiamo dire che la fede conduce essenzialmente verso un dimorare là dove Gesù è presente [cf. Gv 1,38; 15,4-ss]. Nel dimorare in Lui si verifica quel di più che conduce verso una cristificazione della vita che, sebbene opera della grazia, ha bisogno comunque del concorso umano e dell’esercizio del libero arbitrio.

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Come non riconoscere in Karl Rahner e nella trovata dei “cristiani anonimi” la magistrale furbizia di una moderna religiosità apparente che, di fronte a una malferma proposta di fede, ha portato molti a ritenere che è molto meglio tenersi quanto più lontano possibile da tutto ciò che è cristiano (e forse anche cattolico) preferendo impiegare il tempo in modo più fruttuoso invece di ricorrere ad un Dio che non si conosce più per nome e che si è conservato solo come presenza formale. Queste persone più che “cristiani anonimi” – anonimi poi per chi visto che Dio chiama sempre tutti per nome [cf. Is 43,1; 45,4] – dovrebbero essere detti “atei dogmatici”, in quanto non sentendo l’esigenza di credere nel Dio di Gesù Cristo vivono già dentro una fede atea che si alimenta e campa di dogmatisti propri. Fateci caso, nessuno è più dogmatico e intransigente dell’ateo convinto, che afferma strenuamente ciò che per lui non dovrebbe esistere, e combatte ciò in cui non crede più. Così come nessuno e più attaccato alle tradizioni cristiane di colui che ha dismesso la pratica religiosa da anni e vive di lontani ricordi e nostalgie. Dogmatismi, rigidità, nostalgie e stili sclerotici di fede sono gli alimenti di scarto di cui il cristianesimo secondario voracemente si nutre, ma poiché indigesti vengono quanto prima rigurgitati all’approssimarsi di ogni evangelica novità.

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Bisogna ribadire che la fede cristiana tout court è una pia illusione, se non consta di una teologia della salvezza ben consolida. Cristo non è solo il Dio verso cui credere ma è il Salvatore e il Redentore dell’uomo, colui per il quale la salvezza entra nel mondo e l’uomo si affranca dalla schiavitù del peccato [cf. Mt 1,21; Mc 2,7]. La fede priva della salvezza è mutilata e per sopravvivere viene indirizzata e identificata verso altre discipline del sapere umano, come la filosofia, la psicologia, la sociologia, l’antropologia, la medicina, verso un nuovo umanesimo di impronta atea che manifesta la sua hýbris nel presumere di salvare la fisicità dell’individuo ― lotta alla povertà, alla fame, alle malattie, alle guerre ― e di conservare il creato ― gretinismo, ecologismo, pseudo francescanesimo comunista ― ricostituendo una verginità primigenia oramai perduta, tutto a scapito di un’anima divina immortale che è stata creata da Dio e che a Dio ritornerà dopo la morte. Anzi se vogliamo dirla tutta, questa falsa hýbris che ha combattuto in passato il peccato originale e ancora oggi lo combatte, sottrae all’uomo il senso stesso del peccato introducendo dei luoghi di controllo esterni in cui ricercare il capro espiatorio buono a giustificare ogni avversità e contrarietà. Purtroppo, l’uomo è creato per Dio e senza di lui il suo cuore non trova la pace [cf. Agostino, Le Confessioni, 1,1.5], senza senso del peccato e senza bisogno di redenzione, quello che avanza è il senso di colpa che schiaccia e deprime la povera umanità moderna. Molti deresponsabilizzati, sono incapaci di operare un vero e sincero esame di coscienza – anche in vista di una confessione sacramentale – che induca al riconoscimento della colpa e alla ricerca di redenzione dall’unico che è in grado di darla.

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Alcuni preferiscono scaricare sul Diavolo la colpa di tutti i rovesci personali, liquidando ingenuamente la questione sulle spalle dello spirito del male ― che qui si assume come luogo di controllo esterno ― senza ricordarsi che il tentatore [cf. Gn 3, ss] per consumare la caduta dell’uomo ha avuto bisogno del suo consenso. Insomma, attenuanti su attenuanti, facili e improbabili per una umanità oltre il limite dello sbando.

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Per distogliere l’attenzione da questa triste verità che conduce verso un pessimismo che definire leopardiano suonerebbe come un eufemismo, si inventano delle opposizioni, delle distrazioni di massa in lotta tra loro. E come al tempo degli antichi romani si gareggiava nel Colosseo per tenere buono il popolo affamato, così oggi si gareggia tra fazioni contrapposte per divagare le menti: i tradizionalisti contro progressisti, i papisti contro i sedevacantisti, i lefebvriani contro i modernisti, i guelfi contro ghibellini, i cristiani di destra contro i cristiani di sinistra, i sacerdoti secolari contro i sacerdoti regolari, insomma l’elenco potrebbe ancora allungarsi e continuare all’infinito con l’inclusione dei movimenti ecclesiali che concorrono per aggiudicarsi la palma del migliore se già la questione non fosse di per sé stessa sufficientemente tragica.

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Davanti a questo panorama la Chiesa gerarchica, quella dei pastori con l’odore delle pecore, dei sacerdoti pauperisti, delle lobby che speculano su migranti, integrazione e accoglienza spinta cosa fa? L’esercizio della leadership più avvalorata oggi dal clero non poggia più sull’autorevolezza della fede ragionevole, che apporta motivazioni fondate sulla necessità credere e del perché è necessario credere. La leadership di molti tra noi sacerdoti – basta ascoltare qualche omelia o catechesi per rendersene conto – è infarcita da buonismo democratico e da uno stile che definirei “parlamentare” in cui le cose vengono decise per elezione attraverso l’autorità della maggioranza e se qualche cosa mette in pericolo il pensiero dominante è subito pronta una mozione o una interpellanza per ribaltare la situazione a proprio favore.

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Stile politico parlamentare è anche quello dei nostri vescovi che sono pronti a dissociarsi dai propri sacerdoti, visti come battitori da inquisizione, quando cercano di educare i fedeli ai principi della dottrina e della morale, anche semplicemente citando il catechismo. Accanto agli atti di dissociazione spinta si annoverano le scuse facili verso tutte quelle categorie di persone che non collimano con il pensiero del Vangelo. La tecnica di tramutare il nemico in amico attraverso un love bombing [bombardamento d’amore] che si fa carico dell’assunzione di colpe facili e inesistenti è il nuovo paradigma per essere inclusivi nella carità. Poco importa se l’apostolo ci ricorda che la carità deve fuggire le finzioni [cf. Rm 12,9] ed esercitarsi nella Verità anche quando questa risulta scomoda e inopportuna ai più.

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Noi sacerdoti 3.0 nella nuova versione aggiornata, assorbiti dal ruolo manageriale di curatori di museo con stipendio fisso, senza la paternità da parte dei nostri pastori e senza una fede solida che ci contraddistingua come profeti davanti al mondo, siamo facile preda del fomite della sensualità. I sensi obnubilati da una vita più in sintonia con il mondo che con Cristo Salvatore del mondo, ci espongono a delle criticità che si individuano attraverso l’esercizio di una sessualità disordinata, di una possessività che esprime il peggio di sé nella gestione del denaro, e nell’incapacità di portare avanti relazioni significative con le persone senza contare il mantenimento dispotico del potere che si avvicina molto alla conservazione dei privilegi della peggior casta.

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Parlando di sessualità è necessario fare un distinguo. Ho parlato di sessualità proprio per diversificarla dalla genitalità, infatti i due termini nella morale cristiana si ascrivono a due aspetti diversi. Sebbene gli aggettivi sessuale e genitale vengono oggi usati come sinonimi, non lo sono. Identifichiamo con il termine sessuale la persona nel suo essere maschio o femmina, nei suoi comportamenti maschili o femminili, nel suo modo di esprimere la mascolinità o la femminilità e nel differente e originale stile di comunicare l’amore. Con il termine genitale, invece, si intende ciò che si riferisce più propriamente agli apparati genitali, alla loro anatomia e fisiologia, al compito unitivo e procreativo che la dottrina cattolica continua risolutamente a considerare uniti.

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La realtà genitale, così osannata dalla modernità, è compresa in quella sessuale la quale è più ampia, completa e tipicamente umana. Siamo troppo preoccupati di cogliere in fallo i sacerdoti per un abuso riguardante la genitalità da non accorgerci che esiste un grande scollamento nella pratica di quella sessualità che è parte integrante e imprescindibile della figura del presbitero. Tanto è vero che il termine “padre”, con cui chiamiamo comunemente i sacerdoti del clero regolare, è indice proprio dell’esercizio di una sana sessualità maschile come dimostrazione di una paternità spirituale che è tesa all’accompagnamento e alla santificazione del popolo di Dio. Ecco perché dai sacerdoti si richiede anzitutto una acclarata e comprovata mascolinità che permetta loro di esprimere al meglio l’esercizio della loro sessualità nell’essere padri amorosi e autorevoli.

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Il modo di amare che conosce nella sessualità e nella mascolinità il proprio linguaggio, può esprimersi attraverso due modi differenti e antitetici: attraverso una possessività asfissiante che vuole consumare l’altro e operarne un controllo oppure attraverso una libertà dialogante che non teme l’altro e si propone di amarlo così com’è, tanto da farlo maturare e crescere così come vediamo accadere nell’incontro tra Gesù e la Samaritana [cf. Gv 4,1-26]. Gesù nel relazionarsi con il sesso femminile è diverso dalla maggioranza degli uomini del suo tempo che usano, abusano e oggettivizzano la donna per avere da lei qualcosa in cambio. In Cristo si concretizza quell’amore libero e liberante del Padre che testimonia il vero amore per ogni realtà creata. Il prete, come alter Christus, non può mortificare questo amore liberante e libero che è costituzionale alla propria sessualità e natura. È necessario evitare i compromessi che alternano tra sublimazioni compensative, disordini e deviazioni patologiche. La libertà del sacerdote nell’amore, che è esplicitazione di una vita celibataria, casta, povera e obbediente ad immagine del Redentore, è condizione teologica e profetica che non si può comprendere se non in funzione del Regno e di quella vita escatologica piena in cui tutte le relazioni saranno assunte e trasfigurate in Dio [cf. Mt 19,12; Mc 12,25].

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Anche nell’utilizzo del denaro e nell’esercizio del potere è possibile rintracciare un’espressione della sessualità umana che può rivelarsi equilibrata, matura e informata dalla grazia oppure dispotica, narcisistica e assoggettata ai desideri egoistici del mondo. Il modo di gestire e custodire i beni che ci sono stati affidati – dalla cura del creato al modo di lavorare all’interno del creato – comunica o meno l’incontro totalizzante con Dio che si ama e serve a partire da tutto ciò che c’è stato affidato in funzione del bene comune. Ostentare il successo e il potere, attraverso un uso disumano e strumentale delle ricchezze, è una costante che ritroviamo abbastanza diffusa nella storia dell’uomo, a volte si tratta di una gratificazione immediata, altre volte di un vero e proprio culto idolatrico verso le cose e verso il proprio io. Tra i discepoli di Gesù Cristo, però, non vige la logica del regno umano ma sovrasta incontrastato l’imperativo: «Fra voi non è così» [cf. Mc 10,43]. Non dobbiamo essere così ingenui da pensare che la ricchezza e il potere costituiscano oggettivamente dei mali in sé – così come è avvenuto in alcuni movimenti pauperistici o in certe ideologie dell’Ottocento e del Novecento –, è necessario valutare con attenzione l’utilizzo che se ne fa. Il Vangelo non accusa mai il ricco in quanto tale, se non in riferimento a una non condivisione e a un uso solipsistico che dimentica i gemiti del povero [cf. Lc 16,19-31], e gli stenti della vedova [cf. Mc 12,41-44]. Così, mentre la ricchezza umana diviene funzionale all’onesto sostentamento e mantenimento, la ricchezza del Regno spalanca le porte del paradiso e assicura il possesso di Dio [cf. Lc 12,16-21].

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Ogni potere e autorità deriva da Dio ed è dono suo [cf. Sir 33,23; Ger 1,10; Gv 19,10-11; Rm 13,1-2; Ap 2,28]. Questo concetto era piuttosto conosciuto nell’antichità tanto da avvalorare la tesi – che alcuni autori hanno sostenuto [cf. S. Paolo, S. Agostino, De Civitate Dei, Jacques-Bénigne Bossuet] – secondo la quale era possibile costruire un vero e proprio principio giuridico che legittimasse i governanti a governare sugli uomini facendo le veci di Dio. Sia nel governo civile come in quello religioso l’obbedienza a colui che deteneva il potere era interpretata come obbedienza diretta a Dio. Questa tesi così formulata consta di due imprecisioni. La prima consiste nel non considerare il fatto che qualunque potere e autorità terrena non è immune da quella ferita del peccato originale che corrompe ogni potere e autorità in dispotismo e dittatura. La seconda imprecisione consiste nel tralasciare l’aspetto trinitario della questione considerando solamente la persona del Padre come detentore esclusivo dell’autorità e del potere escludendo la partecipazione del Figlio e dello Spirito Santo.

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Solo facendosi obbedienti al Padre, così come lo è stato Cristo, è possibile trovare la strada sicura per evitare le corruzioni del potere e le deviazioni dell’autorità [cf. Mt 4,1-11]. Il sacerdote, partecipando dell’autorità di Cristo derivante dalla sacra ordinazione, è anch’esso ammesso al governo e all’esercizio di un potere che esprime un’autorità. Così come, dopo il battesimo, Cristo è condotto nel deserto dallo Spirito Santo per divenire messia di salvezza secondo lo Spirito del Padre e non secondo lo spirito del mondo, così il sacerdote nell’esercizio del potere e dell’autorità è chiamato ad imitare il Maestro che nel servire l’altro si è reso servo, culminando la sua diaconia con il sacrificio della vita a favore degli uomini [cf. Mc 10,42-45] e rimettendo nell’orto degli ulivi qualsiasi potere nelle mani del Padre [cf. Mt 26,39; 26,42; Mc 14,36; Lc 22,42] dando compimento a quella kenosis che iniziò con l’incarnazione. L’autorità sacerdotale ripercorre la diaconia del Figlio, si alimenta della volontà del Padre e possiede l’unzione dello Spirito Santo per la santificazione dei fratelli e per la conferma della fede ricevuta con il battesimo.

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III. UNA SOCIETÀ LIQUIDA, DEBOLE E IMPERFETTA

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La società occidentale in cui viviamo, dove il cristiano è chiamato a compiere il suo pellegrinaggio terreno e dove manifesta la sua coraggiosa testimonianza di fede, assomiglia sempre più a un terribile Moloch che domanda l’appagamento di continui sacrifici e che si auto attribuisce il diritto di essere adorato come una divinità. Poco importa se poi tali sacrifici si pagano attraverso il prezzo di vite umane sconclusionate e di anime oramai frammentate e smarrite, perse nel non senso dell’esistenza. Una società strana, la nostra, che si compiace di essere narcisisticamente contemplata tanto da assomigliare a una terribile matrigna che pretende dai suoi figli molto di più di quanto riesce effettivamente a dare.

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Una matrigna anaffettiva, perché di grembo sterile, che si adorna di parole così come farebbe con monili che sbrilluccicano di significati altisonanti come nel caso dell’amore, della tolleranza, della benevolenza, della comprensione e dei diritti. Tale visione fallimentare di mondo era stata già preannunziata da Cristo ai suoi discepoli nel Vangelo: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia» [cf. Gv 15,18-19]. Cristo e i suoi discepoli non sono del mondo, pur vivendo la dimensione temporale del mondo ma non la sua essenza. Il segno efficace consiste nel fatto che il Verbo di Dio si è fatto carne [cf. Gv 1,14], la Parola divina si è resa umana, al contrario di quanto capita oggi in cui molte delle parole umane vengono divinizzate e assolutizzate. Tuttavia, questo Moloch societario apparentemente invincibile e divinizzato possiede già un termine stabilito, proprio per il semplice fatto che il “principe e dio di questo mondo” [cf. Gv 12,31; 2Cor 4,4] è stato definitivamente sconfitto.

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A questo punto del discorso è utile introdurre il tema dell’idolatria, questo ci servirà a comprendere alcune criticità societarie importanti che quotidianamente viviamo. Parlare di idolatria, nel tessuto sociale, non è per nulla secondario, anzi possiamo dire che tale atteggiamento si ripresenta ciclicamente e sistematicamente proprio quando diminuisce il senso del “Sacro” che include orizzonti molto più ampi e diversificati rispetto al semplice riferimento al divino. A questo proposito sarebbe interessante studiare la decadenza dei popoli proprio in relazione alla crisi e alla scomparsa del “Sacro” dalla vita dell’uomo. Per il momento è sufficiente solo accennarlo in attesa di un più puntuale e competente approfondimento futuro.

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Chiariamo subito un fatto: l’idolatria, in realtà, è una delle tante maschere con cui l’ateismo si dissimula davanti alla società e al mondo. Parlare di idolatria e ateismo sembra un controsenso ma non lo è. Nella Bibbia, per esempio, si conosce bene il peccato di idolatria ma non quello di ateismo, come mai? La risposta è semplice: l’uomo antico così come quello biblico non è assolutamente un uomo ateo. È necessario partire della lapalissiana constatazione che nessun’uomo nasce naturalmente ateo, la scintilla della sua origine divina pungola l’uomo dalla sua nascita, fino alla sua morte e lo spinge alla ricerca del senso della propria esistenza e di una verità che lo trascende.

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L’ateismo visibile, quello praticato di questi tempi, è la degenerazione dell’idolatria che dismette le vesti del sacro. L’ateismo è il frutto ingannevole che si è costituito all’interno di alcune epoche storiche e che attraverso la Rivoluzione Francese, l’Età dei Lumi, il pensiero Positivista si è andato sempre più concretizzando attraverso le filosofie dell’Ottocento e del Novecento assieme a ben determinati movimenti gnostici che hanno dichiarato guerra al Cristianesimo e in modo specifico al Cristianesimo Cattolico.

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L’ateismo, paradossalmente, si nutre di quel modo di vivere dissociato che è ben visibile ai nostri giorni e che sempre più assume dei tratti patologici, illudendosi di condurre tutti verso un progresso illimitato. L’uomo moderno occidentale si trova ad annaspare in questo modello societario ― illudendosi spesso e volentieri di aver raggiunto traguardi eccelsi di civiltà e di umanizzazione ― un volto di una comunità umana che si delinea sempre più nitidamente come il volto di una societas imperfecta e che ha già iniziato a presentare un conto salatissimo.

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Questa società imperfetta che si definisce e si fa conoscere proprio a partire dai suoi dogmatisti così intransigenti e dalle sue consapevolezze marcatamente fideistiche da rivelarsi spesso scriteriate. Lo sdoganamento del relativismo gnoseologico ed etico con cui leggere e interpretare la realtà che ci circonda, l’ottimismo diffuso di una certa tipologia di scienza che pretende di rispondere ai gemiti di senso più intimi del cuore dell’uomo, le rivoluzioni nell’ambito della tecnologia e della comunicazione, insieme alla presunzione di costituire un nuovo ordine mondiale che possa unificare ogni credo, conducono inesorabilmente al fallimento poiché di fatto si ripercorre in chiave moderna quel peccato antico che commisero i costruttori della Torre di Babele (cf. Gn 11,1-9). L’ateismo è così il distillato di una volontà idolatrica privata del senso del sacro che pretende di farsi un nome prescindendo dal proprio Creatore [cf. Gn 11,4].

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Questa panoramica sociale, così dolorosamente concreta ma purtuttavia reale, si può spiegare attraverso una frase del teologo domenicano p. Réginald Garrigou-Lagrange [1877-1964] che dice: «La Chiesa è intransigente sui principi, perché crede, è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui principi, perché non credono, ma intransigenti nella pratica, perché non amano. La Chiesa assolve i peccatori, i nemici della Chiesa assolvono i peccati» [cf. Dieu, son existence et sa nature, Paris 1923, p. 725]. Quale senso dare a queste parole del buon p. Réginald Garrigou-Lagrange in relazione a una società liquida e destabilizzata come la nostra? Quale filo conduttore unisce i tratti della debolezza, dell’imperfezione, dell’idolatria atea tanto da produrre una realtà apparentemente liberale ma segretamente intransigente e a tratti spietata e contraddittoria?

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Il ragionamento del teologo domenicano ci aiuta a comprendere come questa società prima di essere nemica di Dio e della Chiesa è anzitutto nemica di sé stessa. Difatti, è più propensa ad intraprendere più facilmente la ricerca di una tolleranza che uniforma e appiattisce i propri simili che non una ricerca della verità che conduce verso differenti alterità, fino a raggiungere l’alterità trascendentale che rappresenta l’autentico nucleo della fede e del rapporto con Dio. Oggi, se avete fatto caso al modo di condurre alcuni dibattiti e discussioni, il modo più sicuro per mettere l’avversario alle corde e quindi farlo tacere, consiste essenzialmente nel tacciarlo di intolleranza. L’accusa di mancata tolleranza è quel capo d’imputazione che non ammette verità oggettiva, che non tiene conto del vissuto personale, della storia e della tradizione dei popoli. L’accusa di intolleranza si declina attraverso la censura, il divieto su realtà che non possono essere dette, conosciute o semplicemente testimoniate. Oggi, è possibile essere considerati intolleranti in molti modi ed essere provocati su diversi ambiti quali ad esempio la fede e la religione, la razza e l’etnia, la sessualità e la genitalità, i costumi e le tradizioni, la politica e il mondo civile e tanto altro ancora.

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Nel gioco delle contrapposizioni, escamotage che ho già avuto modo di analizzare in questo articolo, professare la fede mi rende ad esempio una persona intollerante e violenta. Affermare la legge morale naturale sul matrimonio mi dona una visibilità da fanatico integralista medievale, coltivare e potenziare le radici tradizioni e culturali di un popolo mi rende un pericoloso nemico della globalizzazione e dell’inculturazione. Coloro che noi oggi chiamiamo con l’appellativo di intolleranti sono in realtà dei divergenti, eroi che non si allineano al pensiero unico e perciò necessitano di essere visti come nemici da neutralizzare. Se ci fate caso i migliori esponenti del pensiero liberale, tollerante e garantista peccano innumerevoli volte di atteggiamenti illiberali, violenti e intransigenti degni del miglior regime dispotico dittatoriale.

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Il “tollerante” moderno, invece, non si sacrifica per le proprie idee come farebbe l’idealista, anzi non si fa scrupoli a immolare chi ha idee contrarie alle sue, così come farebbe un dittatore nei riguardi dei suoi oppositori. Quanti martiri della tolleranza e dei diritti oggi esistono? Ma forse i martiri più numerosi sono coloro che vengono additati quali inconsapevoli seminatori d’odio proprio perché divergenti, portatori di un odio che non si vede perché presente solo nello sguardo del tollerante di turno che ha interesse a usare l’odio come strumento ideologico di controllo delle masse. La tolleranza moderna non rivendica perciò solo i diritti ma anche la dispersione dell’odio. Da meno di un decennio, la tolleranza ha contratto un felice matrimonio con il termine di derivazione greca fobìa. Attraverso questo termine vengono generati i migliori cavalli di battaglia della tollerante societas imperfecta quali l’omofobia, l’islamofobia, la xenofobia e altri ancora. Cito questi tre esempi solo perché sono quelli più praticati dai mezzi di comunicazione sociale, televisione, radio e giornali … Ci rendiamo conto che tutto questa impalcatura non ha il minimo senso è che non è possibile portare avanti un discorso di tolleranza che sia legato esclusivamente a un diritto deprivato dei doveri e di un timore che sia antidoto all’odio? Invocare la tolleranza facendo leva sui diritti ed escludendo i doveri costituisce una visione di mondo che si regge sull’egocentrismo, in cui tutto diventa lecito basta che assecondi i diritti personali veri o presunti.

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D’altro canto, chiamare in causa la tolleranza davanti all’odio facendo leva sul sentimento del timore dell’altro è da stolti, in quanto questo significherebbe dire che basta generare un allarme per scongiurare un male. In questo imponente zibaldone è difficile riuscire a trovare il bandolo della matassa tanto da ricondurre tutto a un’origine certa e sicura. Il prospetto di una cultura sociale intransigente che mentre condanna santifica e santificando condanna appare più simile a un paradosso che rammenta il dio romano Giano il quale, avendo una “doppia faccia”, è l’immagine perfetta del compromesso, del trasformismo, dell’unione degli opposti.

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Oggi la maschera di Giano trionfa sui volti del mondo che percorrono le strade delle nostre città e paesi, delle nostre piazze e centri commerciali, dei palazzi del potere e delle chiese. Un Giano senza età che si veste in abiti maschili e femminili o all’occorrenza neutri, che indossa il velo, la talare, il saio, la sottana filettata di viola o di rosso ma che è sempre lui, il serpente antico che non si stanca di muovere guerra con l’empia pretesa di dimostrare che Dio si è sbagliato nel dare fiducia all’uomo.

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Laconi, 4 agosto 2019

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Oltre l’utopia e il disincanto: la speranza cristiana oggi

— Theologica —

OLTRE L’UTOPIA E IL DISINCANTO: LA SPERANZA CRISTIANA OGGI

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La speranza cristiana, oggi deve farsi largo con molto impegno e fatica tra le nuove esperienze di millenarismo, fra le pretese di escatologia politica del protestantesimo statunitense, la narrazione apocalittica del jihadismo in Occidente, fino alle strane esperienze della religiosità New Age e del Calendario Maya conclusosi il 21 dicembre del 2012. Da questi estremismi, come quasi un toccare il fondo di noia dell’immanenza, ci possiamo spostare verso ben altra dimensione, quella che ci apre le porte alla prospettiva della speranza cristiana.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Il teologo domenicano Daniele Aucone

Daniele Aucone, sacerdote e teologo domenicano della provincia romana Santa Caterina da Siena [cf. vedere QUI], già autore de La questione della comunità tra filosofia e Teologia [Ed. Nerbini, cf. QUI] propone al pubblico di studiosi e ricercatori il suo ultimo libro, Oltre l’utopia e il disincanto – La speranza cristiana oggi, frutto anche del lavoro di dissertazione dottorale in teologia [Ed. Angelicum University Press, cf. QUI].

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Il tema centrale del testo è la speranza, come si evince dal titolo; l’autore cerca di delineare e individuare in essa traiettorie feconde [cf. pag. 10] per rinvigorire l’annuncio di questo tema assai caro alla teologia cattolica. Speranza che per i credenti risiede nel volto e nell’incontro di Gesù Cristo.

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Il testo si divide in due parti: nella prima parte il Padre Daniele Aucone si sofferma a scandagliare la società e la cultura occidentale e la prospettiva dell’attesa, a partire da diversi autori: Kojève e Zizek fra gli altri. Nella seconda parte, invece, egli si sofferma a generare una prospettiva teologico-sistematica della speranza, facendosi aiutare da diversi autori fra i quali Theobald, Durand e Mendoza – Alvarez.

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l’ultima opera del teologo domenicano Daniele Aucone

La prima parte può definirsi strictu sensu come una descrizione di un “urlo” della società post-moderna che, ormai tramontate le speranze mondane, si racchiude fra rassegnazione, disillusione e nuove paure.

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Alexander Kojève, nella veste di interprete del fine della storia in senso hegeliano, spalanca le porte ad una ricerca di immortalità terrena. Slavko Žižek allora conduce una analisi della prossimità del punto zero, in cui si porge una apocalittica di tipo classico in cui vive solo una panoramica di scenari di panico. In questa prima parte, ci sembra molto interessante, anche per il lettore meno esperto di materia filosofica, la accurata sezione che narra le nuove esperienze di millenarismo: fra le pretese di escatologia politica del protestantesimo statunitense, la narrazione apocalittica del jihadismo in Occidente, fino alle strane esperienze della religiosità New Age e del Calendario Maya conclusosi il 21/12/12. Da questi estremismi, come quasi un toccare il fondo di noia dell’immanenza, finalmente l’autore può effettuare una transizione e spostarsi verso la prospettiva della speranza cristiana. Scrive il Padre Daniele Aucone:

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«In questo contesto di disagio dell’Occidente contemporaneo infatti, ma anche di ricerca di senso e di direzione, è chiamato a inserirsi il messaggio della speranza cristiana quale attesa dell’incontro definito con il Risorto come τέλος [N.d.R. telos, “scopo”, “fine”] e  πέρας [peras: “illimitato”, “infinito”] della storia». [cit. pag. 114].

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La speranza è allora un dono, un generare un desiderio all’Homo Desiderans, oltre la pretesa postmoderna di una vita liquida, per fondare saldamente una vita degna nel tempo della Fine. È speranza che infine permette di fuggire dalla tirannia del tutto e subito, di un’attesa del tempo definitivo fondata sulla memoria resurrectionis; infine, spunto molto interessante che l’Autore riprende dal teologo Roberto Repole: la speranza intesa come Pensiero Umile ed apertura alla prospettiva della Rivelazione, oltre il pensiero debole vattimiano, ma senza neanche pretendere di risolverla del tutto, oltre l’impensabile ritorno ad un pensiero forte: la speranza è radice di un pensiero umile [cit. pag. 116].

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Nella analisi della sezione biblica, si chiarifica abbondantemente il senso della apocalittica nell’orizzonte esegetico attuale, mostrando come l’analisi dell’ultimo libro della Bibbia, lungi da prospettive circa «la fine del mondo» vuole invece mostrare come ci siano varie fini, che chiudono diverse epoche storiche; e al tempo stesso l’Apocalisse svela un narcisismo di fondo dell’uomo contemporaneo, che nasconde una profonda instabilità esistenziale [cit. pag. 126].

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la precedente opera del teologo domenicano Daniele Aucone

A partire dagli studi di Cristoph Theobald, il Padre Daniele Aucone propone infine il Cristianesimo come stile di vita col quale abitare e vivificare il mondo; ciò è possibile perché esso genera legami di fraternità oltre lo spazio e il tempo, che superano l’individualismo attuale. [cit. pag. 142]. Nella sezione teologica, egli si lega al pensiero del confratello domenicano Emanuel Durand che offre riflessioni interessanti sulla teologia della Provvidenza. Per molti credenti si è infatti notato che la fede nel Dio Creatore non portava ad una profonda attenzione alla sua opera di provvidenza, anche nel più piccolo quotidiano. Con il Padre Emanuel Durand c’è il recupero di una teologia della provvidenza in cui, l’uomo è fondato da una continua relazione vivente con Dio. Il Signore della creazione, ne conclude quindi il nostro Autore insieme al teologo domenicano Emanuel Durand, agisce tramite fenomeni puramente naturali, oltre che in quelli miracolistici: la provvidenza ha dunque un’azione nel necessario e nel contingente: nulla sfugge alla mano invisibile, materna e al tempo stesso collaborante con l’uomo del Dio Trinitario [cit. pag. 163].

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Interessantissimi sono infine i cinque spunti finali sulle attuali missioni ecclesiali, che compongono l’ultimo capitolo: una nuova missionarietà della Parola [cit. pag. 267], una evangelizzazione nel soffio dello spirito [cit. pag. 270], una attenzione per una ecologia umana integrale [cit. pag. 273], una formazione alla fraternità e comunione [cit. pag. 277] e infine una trasfigurazione del tempo mediante la celebrazione liturgico – sacramentale [cit. pag. 281].

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Il libro è vivamente consigliato agli appassionati della teologia, oltre che agli addetti ai lavori per la una ventata di novità circa la speculazione teologica sulla speranza e l’escatologia, in grado di uscire dagli schemi classici e proporsi anche in confronto con la cultura attuale. Soprattutto, gli spunti circa le missioni ecclesiali possono essere fonte per una meditazione personale, oltre che speculativa, anche per gettare linee guida pastorali.

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Roma 27 maggio 2019

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C’erano una volta l’Eucaristia ed il Sacerdozio Cattolico, poi giunsero Kiko Argüello e Carmen Hernandez fondatori del Cammino Neocatecumenale … e l’eresia si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi

 — i saggi di Theologica —

C’ERANO UNA VOLTA L’EUCARISTIA E IL SACERDOZIO CATTOLICO, POI GIUNSERO KIKO ARGÜELLO E CARMEN HERNÁNDEZ FONDATORI DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE … E L’ERESIA SI FECE CARNE E VENNE AD ABITARE IN MEZZO A NOI

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INDICE: I. Eresia non è una parola indecente e dare dell’eretico a chi cade e permane in eresia sostanziale e formale non è un insulto, ma una semplice constatazione di fatto — II. Il primo equivoco da sfatare: se il Cammino Neocatecumenale si è sviluppato sotto i pontificati di due Sommi Pontefici Santi, questo lo rende per caso santo e dogma intangibile della fides catholica? — III. I Neocatecumenali prendono vita sulla crisi di autorità della Chiesa e si sviluppano sotto il pontificato di Giovanni Paolo II dopo avergli presentata la famiglia de Il Mulino Bianco — IV. Il Cammino Neocatecumenale ha resa nuovamente attuale la vecchia eresia degli albigesi, senza che l’autorità ecclesiastica ponesse freno al fatto che l’Eucaristia non è un bene privato di cui essi possano disporre a proprio piacimento — V.  Quando la Chiesa trova tutte le scuse per non ascoltare le vittime di vario genere, alla fine finisce col ritrovarsi con i cardinali alle sbarre dei tribunali penali, ma anche in tal caso seguita imperterrita a non ascoltare — VI. La grande menzogna dei dirigenti del Cammino Neucatecumenale: affermare che la Chiesa ha riconosciute e pienamente legittimate le loro stramberie liturgiche e catechetiche — VII. A rendere sano un movimento bastano le tante brave persone che lo formano? sono sufficienti le testimonianze di chi afferma: «Nel Cammino mi sono convertito», «Nel Cammino mi sono riavvicinato alla Chiesa»? VIII. Il Pontefice regnante non ha tardato a lanciare anch’esso precisi richiami ai kikos ed ai mega-catechisti del Cammino Neocatecumenale ottenendo l’effetto ottenuto dai suoi tre predecessori: orecchi da mercante — IX. I Neocatecumenali sono la negazione del sapiente spirito missionario della Chiesa, ed anziché portare nuove genti al Cattolicesimo fanno nuovi adepti al Neocatecumenalesimo — X. Il Cammino Neocatecumenale è una psico-setta nella quale si annulla il senso critico dopo avere invasa la coscienza degli adepti e mutando la crassa ignoranza e la superbia in un dono di elezione dello Spirito Santo — XI. Al grave problema della errata percezione della Santissima Eucaristia si unisce la errata percezione del Sacerdozio, specie tra il sacerdozio comune dei battezzati ed il sacerdozio ministeriale di Cristo al quale partecipano solo i ministri in sacris dotati di un munus triplice: docendi, regendi, sanctificandi — XII. Conclusione.

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Autore:
Ariel S. Levi di Gualdo

Prima di avviarci nel lungo discorso è necessario chiarire il significato della parola eresia. La necessità del chiarimento è dovuta al fatto che all’interno della Chiesa stessa si è insidiata da tempo una neolingua, com’ebbi modo di spiegare anni fa in uno dei primi articoli su questa nostra Isola di Patmos [2014, vedere QUI], ed a seguire poi in una mia cosiddetta lectio magistralis [vedere video, QUI]. Neolingua non vuol dire solo dar vita a nuove parole, o cosiddetti neologismi, ma compiere un’operazione persino peggiore: dare alle parole un significato diverso da quello ch’esse etimologicamente hanno. Lo svuotamento delle parole dal loro significato riempite di tutt’altri significati, è un fenomeno di grave pericolosità che prende sviluppo prima, durante e dopo la Rivoluzione Francese. Un esempio esaustivo è dato dai concetti di libertà, uguaglianza e fraternità, che sono dei suffissi fondanti del Cristianesimo, non un’invenzione della Rivoluzione Francese. Principi che però, sul finire del Settecento, ed appresso nel corso di tutto l’Ottocento, si muteranno in principi antitetici al Cristianesimo, per di più usati per colpire e per tentare d’affossare il Cristianesimo stesso […]

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Torna su L’Isola di Patmos Carlo Magno con un quesito di Cristo Signore: «Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, chi dite che io sia?»

La penna d’oca di Carlo Magno

TORNA SU L’ISOLA DI PATMOS CARLO MAGNO CON UN QUESITO DI CRISTO SIGNORE: «CHI DICONO GLI UOMINI, LE FOLLE CHE IO SIA? E VOI, CHI DITE CHE IO SIA?»

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La Speranza cristiana non è un immaginifico e obnubilante «Sol dell’ Avvenire» né il «glorioso futuro» predicato da tutti gli aspiranti dittatori di ogni tempo. Non è neppure un mondo nuovo forgiato dalla cultura di un dialogo fra falsi e imbonitori. Non è neppure, infine, il regno misericordiante che profeti di menzogna invocano, a piacimento e sempre più spesso a sproposito, sulle immani tragedie della Storia e l’immutabile lordura del mondo. La Speranza cristiana ha invece — come insegna Sant’Agostino d’Ippona — ancora un solo nome ha e un solo certo avvenire annuncia: Cristo!

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Autore
Carlo Magno

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Io Karl der Große, noto come Carolus Magnus, conosciuto universalmente come Carlo Magno, battezzato nella fede in Cristo Gesù nella Santa Madre Chiesa Cattolica nella Città di Aquisgrana, in un giorno di non pochi anni fa, correndo all’epoca l’Anno del Signore 742; io che dunque a buon e legittimo titolo scrivo in quanto parte di quel Corpo Mistico e Storico che solo è di Cristo, e del quale mi reputo con convinzione «la meno onorevole delle sue membra» ma che proprio per questo umilmente credo che, come scrive l’Apostolo «Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre» [I Corinzi 12, 24-25].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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I Vangeli non ci riferiscono gli esiti di un sondaggio Gallup né un estemporaneo focus group di Gesù di Nazareth con i suoi discepoli, prima, e con gli Apostoli, poi.

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Gesù, al contrario, sfida gli uomini [οι άνθρωποι, Marco 8, 27 e Matteo 16, 13] e le folle [οι όχλοι, Luca 9, 18] con il messaggio stesso, essenziale, radicale e, non da ultimo, inquietante e drammatico del Logos cristiano.

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Scriveva Romano Guardini:

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«Il cristianesimo infatti non è una teoria della Verità, o una interpretazione della vita. Esso è anche questo, ma non in questo consiste il suo nucleo essenziale. Questo è costituito da Gesù di Nazareth, dalla sua concreta esistenza, dalla sua opera, dal suo destino, cioè da una personalità storica. […] Non lUmanità o l’umano divengono in tal caso importanti, ma questa Persona. Essa determina tutto il resto, e tanto più profondamente e universalmente quanto più intensa è la relazione» [L’essenza del Cristianesimo, 1984, p. 23].

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L’essenza della Fede cristiana risiede, in verità, nella risposta che l’uomo individualmente e collettivamente offre a questa essenziale domanda con cui Gesù di Nazareth sfida heri, hodie et semper [cfr. Lettera agli Ebrei 13, 8] l’individuo e le società.

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La Fede, la Speranza e la Carità cristiane non hanno né il loro fondamento né la loro prima e ultima ragione in neutrali valori di tolleranza, convivenza, solidarietà, accoglienza e universale armonia degli uomini e dei popoli.

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La Fede cristiana non è un cangiante contenuto, secondo le mode e i bisogni del tempo, ma un unico, immutabile, vitale e salvifico incontro.

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«Sei andato, ti sei lavato, sei venuto all’altare, hai cominciato a vedere ciò che prima non eri riuscito a vedere. Cioè, mediante il fonte del Signore e l’annuncio della sua passione, i tuoi occhi si sono aperti in quel momento. Tu, che prima sembravi acce­cato nel cuore, hai cominciato a vedere la luce dei sacramenti» [Sant’Ambrogio, De Sacramentis I, 3,15].

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La Speranza cristiana, poi, non è un immaginifico e obnubilante «Sol dell’ Avvenire» né il «glorioso futuro» predicato da tutti gli aspiranti dittatori di ogni tempo. Non è neppure un mondo nuovo forgiato dalla cultura di un dialogo fra falsi e imbonitori. Non è neppure, infine, il regno misericordiante che profeti di menzogna invocano, a piacimento e sempre più spesso a sproposito, sulle immani tragedie della Storia e l’immutabile lordura del mondo. La Speranza cristiana ha invece — come insegna Sant’Agostino d’Ippona — ancora un solo nome ha e un solo certo avvenire annuncia: Cristo!

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«E come è diventato la nostra speranza? Perché è stato tentato, ha patito ed è risorto. Così è diventato la nostra speranza. In lui puoi vedere la tua fatica e la tua ricompensa: la tua fatica nella passione, la tua ricompensa nella resurrezione. È così che è diventato la nostra speranza. Perché noi abbiamo due vite: una è quella in cui siamo, l’altra è quella in cui speriamo. Quella in cui siamo ci è nota, quella in cui speriamo ci è sconosciuta […]. Con le sue fatiche, le tentazioni, i patimenti, la morte, Cristo ti ha fatto vedere la vita in cui sei; con la resurrezione ti ha fatto vedere la vita in cui sarai. Noi sapevamo solo che l’uomo nasce e muore, ma non sapevamo che risorge e vive in eterno. Per questo Cristo è diventato la nostra speranza nelle tribolazioni e nelle tentazioni, ed ora siamo in cammino verso la speranza» [Enarrationes in Psalmos, 60, IV]. 

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La Carità cristiana, poi, non è un vacuo amalgama di buone intenzioni né il contenuto indifferenziato di una illusoria fraternità cosmica e, neppure, il precetto fondante di un mondano ordine globale, piacevolmente amoreggiante e lietamente intriso d’opere presunte come buone.

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Ancora, una volta, è sempre e solo il riconoscimento della Persona di Cristo che fonda e radica nell’umana vicenda l’unico ed essenziale Amore possibile: «Se non credi, infatti, non ami. Così, cominciando dalla fine e risalendo al principio, disse perciò l’Apostolo: Pace e carità, unita alla fede. Diciamo noi: Fede, carità e pace. Credi, ama, regna. Se infatti credi e non ami, non hai ancora diversificato la tua fede dalla fede di quelli che tremavano e dicevano: Sappiamo chi sei, il Figlio di Dio. Tu, perciò, ama; perché la carità unita alla fede stessa ti conduce alla pace. Quale pace? La pace vera, la pace piena, la pace reale, la pace sicura; dove non esiste sciagura, nemico alcuno. Questa pace è il fine di ogni buon desiderio. Carità unita alla fede; e sei vuoi dire così, dici bene. Fede unita alla carità» [Sant’Agostino, Sermones 168, II, 2, 9].

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Fede, Speranza e Carità, dunque, sole e solo in Cristo aprono all’umanità e alla Storia l’unico possibile orizzonte di Salvezza: «Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» [Romani 10, 9].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La questione posta da Gesù di Nazareth non è solo essenziale ma altresì radicale e, per la sua stessa natura, oltremodo divisiva. Non è né una domanda aperta né un quesito a multiple choices. Al contrario, esige un’opzione radicale!

«Il cristianesimo afferma che per l’incarnazione del Figlio di Dio, per la sua morte e la sua risurrezione, per il mistero della fede e della grazia, a tutta la creazione è richiesto di rinunciare alla sua — apparente — autonomia e di mettersi sotto la signoria di una Persona concreta, cioè di Gesù Cristo, e di fare di ciò la propria norma decisiva» [Romano Guardini, Ibidem, p. 26].

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L’unica radice e fonte dell’annuncio cristiano non risiede in un ostentato pietismo e in una grottesca e ben pubblicizzata accozzaglia di buoni propositi per l’Umanità e l’umano.

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La Persona di Cristo — ebbene sì, diciamolo una volta e per tutte e con sano rigore intellettuale, ancor prima che cristiano! — è divisiva nella sua radicale verità su Dio e sull’uomo!

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«Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» [Matteo 10, 32-36].

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L’originale radice e l’esclusiva fonte del Logos cristiano è, infatti, il Verbo stesso fatto carne e fatto sangue per la vita eterna e per la resurrezione finale.

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Nei Vangeli in Marco e Matteo, la domanda segue il racconto della moltiplicazione dei pani, che è direttamente evocato agli ascoltatori: «Non ricordate? Quando spezzai i cinque pani per i cinquemila, quante ceste piene di frammenti portaste via?» [Marco 8, 19]; «Non capite ancora? Vi siete dimenticati dei cinque pani che bastarono per i cinquemila uomini e delle sporte che raccoglieste?» [Matteo 16, 9].

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In Luca, il racconto del medesimo evento precede immediatamente l’interrogativo di Gesù: «Allora Gesù, presi i cinque pani e i due pesci e levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e dei pezzi loro avanzati portarono via dodici ceste” [Luca 9, 16-17].

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In Giovanni, infine, non c’è l’esplicita domanda di Gesù, ma è messa in evidenza la reazione di “molti dei discepoli” all’annuncio  che: «chi si ciba della mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. La mia carne è infatti vero cibo e il mio sangue è vera bevanda» [Giovanni 6, 54-55]. «Da quel momento», infatti, «molti dei discepoli si ritrassero indietro e non camminavano più con lui» [Giovanni 6, 66]. Diviene, pure, una sfida aperta ai restanti: «Volete pure voi andarvene?» [Giovanni 6, 67].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questa domanda risolve il conturbante dramma di ogni tempo umano, travagliato dal Male Assoluto e dal male individuale.

La risposta a questa domanda risolve le sconvolgenti tragedie che in ogni tempo e luogo sgorgano e sempre sgorgheranno dai limiti stessi dell’umana natura, decaduta e decadente, sempre esposta alle lusinghe della corruzione intellettuale e morale, e perennemente in balia «dell’omicida fin dal principio», «del menzognero e padre della menzogna» [Giovanni 8, 44] e del “principe di questo mondo” [Giovanni 14, 30].

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Gesù il Cristo pone se stesso e realmente nel suo Corpo donato e nel suo Sangue effuso — Corpo, Sangue, Anima e Divinità — ben al di là e al di sopra di ogni fisica legge, l’unico alimento di reale sussistenza per l’uomo e l’umanità e l’unica vera bevanda di liberazione e salvezza.

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Questo vero e solo Nutrimento, Gesù stesso invita i discepoli a invocare: «τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον», il pane di noi ultra-sostanziale, «δὸς ἡμῖν σήμερον», tu da a noi quotidiano.

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«Dunque tutto abbiamo in Cristo […]» — scrive ancora Sant’Ambrogio — «e Cristo è tutto per noi. Se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, egli è la fonte; se sei oppresso dall’iniquità, egli è giustizia; se hai bisogno di aiuto, egli è la forza; se temi la morte, egli è la vita; se desideri il cielo, egli è la via; se fuggi le tenebre, egli è la luce; se cerchi cibo, egli è l’alimento» [De Virginitate, 99].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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L’interrogativo di Gesù si colloca, poi, nel momento più drammatico della Rivelazione Divina. È l’interrogativo del vero Uomo e Unico Dio che «mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, rende duro il suo volto incamminandosi verso Gerusalemme» [Luca 9, 51].

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La risposta alla sua domanda, infatti, diventa sulla bocca del sommo Sacerdote lo stesso drammatico e tremendo atto d’accusa che conduce alla condanna a morte e alla spietata esecuzione sul patibolo della Croce: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio? Rispose Gesù: Sono io! Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: Avete sentito la bestemmia, che ve ne pare? Tutti lo giudicarono reo di morte»[Marco 14, 61-64].

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Nel Mistero della Passione, Croce e Morte della Persona di Cristo, che si annichilisce «cum esset Deus» [Filippesi 2, 6] — non benché fosse ma mentre è Dio — infatti, «il soggetto che si annienta prendendo forma di servo non è il Cristo già incarnato, ma colui che è al di sopra del mondo, che si  trova nella forma di Dio» [Hans Urs Von Bathasar, Theologie der drei Tage, 1969, p. 37].

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«Gesù il Cristo», spiegava Sant’Atanasio, «ha assunto, essendo Dio, forma di servo e in forza di questa assunzione non sì innalzò, ma si abbassò. L’uomo, al contrario, aveva bisogno di essere innalzato a motivo della bassezza della carne e della morte. Egli patì come uomo nella sua carne la morte per noi, per presentarsi così al Padre nella morte in vece nostra e innalzarci assieme a lui all’altezza che gli compete dall’eternità» [Adversus Arium I, 40-41].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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questa domanda con la sua risposta costituisce il cuore stesso del Vangelo, nella sua drammatica attualità: “Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo” [Marco 1,15]. È questa domanda con la sua risposta l’unica e lecita esegesi di lettura di un «mistero che non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che i Gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo» [Efesini, 3, 5-6]. È questa domanda con la sua risposta l’atto fondante del Mistero Cristiano e anche il suo drammatico discrimine: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde» [Matteo 12, 30]. È questa domanda con la sua risposta la sola via di possibile Salvezza: «Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» [I Corinzi 15, 17-22].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questo interrogativo esistenziale non lascia scampo! Heri, hodie et semperIl cristiano non crede per absurdum quia est absurdumIl cristiano crede rispondendo «Tu sei il Cristo, il Messia» [Marco 8, 29] perché in Gesù il Cristo ha incontrato, conosciuto e per questo creduto che in Lui e in Lui solo può trovare l’infinita e inesauribile dignità del suo essere-in ed essere-di Cristo.

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«Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e, reso consorte della natura divina, non voler tornare all’antica bassezza con una vita indegna. Ricorda a quale Capo appartieni e di quale corpo sei membro. Ripensa che, liberato dal potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio» [San Leone Magno, Sermo 21, 3].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Il cristiano non professa un vago teismo intellettuale, la cui divinità è un imprecisato essere supremo o un etereo valore trascendente.

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Il cristiano «crede fermamente e confessa apertamente che uno solo è il vero Dio, eterno e immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile e ineffabile, Padre, Figlio e Spirito Santo: tre Persone, ma una sola essenza, sostanza, cioè natura assolutamente semplice» [Concilio Lateranense IV, De fide catholica, 1].

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Il cristiano riconosce in Colui che si è rivelato a Israele come «Io sono colui che sono!» [Esodo 3, 14], il solo vero Dio, che è Dio dei Padri e, insieme, stringe un’alleanza di generazione in generazione, che stabilisce un «trono su amore e fedeltà» e fa «camminare un popolo alla luce del suo volto» [Salmo 89].

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Professando «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!» [Matteo 16, 16] il cristiano riconosce «una verità fondamentale: “Abbiamo un Maestro. Più che un Maestro, un Emmanuele, cioè un Dio con noi; abbiamo Gesù Cristo! È impossibile, infatti, prescindere da Lui, se vogliamo sapere qualche cosa di sicuro, di pieno, di rivelato su Dio; o meglio, se vogliamo avere qualche relazione viva, diretta e autentica con Dio» [Paolo VI, Udienza Generale, 18 dicembre 1968].  

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Il cristiano non aderisce a una imprecisata dottrina creazionistica che confonde l’immagine e somiglianza con Dio Creatore e Padre con una eguaglianza universalistica. Professa, invece, che solo il Figlio-Logos è immagine perfetta del Padre e la nostra

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«è una rassomiglianza imperfetta, quella per la quale l’uomo è detto a immagine e si aggiunge nostra perché l’uomo fosse immagine della Trinità; non uguale alla Trinità, come il Figlio al Padre, ma accostandosene per una certa rassomiglianza nel modo in cui degli esseri lontani sono vicini non per contatto spaziale, ma per imitazione. È questo che intendono significare le parole seguenti: “Trasformatevi rinnovando il vostro spirito ed ai suoi destinatari l’Apostolo dice anche: “Siate dunque imitatori di Dio, come figli dilettissimi. È all’uomo nuovo infatti che è detto: “Si va rinnovando in proporzione della conoscenza di Dio, conformandosi all’immagine di colui che l’ha creato”» [Sant’Agostino, De Trinitate, VII, 6.12].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Il cristiano non è tale perché aderisce a un imprecisato e cangiante codice di pii propositi e onesti comportamenti: «Abbiamo creduto all’amore di Dio, così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» [Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 1].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Il cristiano non fonda la sua Fede, la sua Speranza e la sua Carità su di un’ipotetica grande e universale fraternità, capace di generare tolleranza, verità e pace in un’indistinta melassa di religioni e culti dove non si tratta di abbandonare la propria fede  — come professano i teorici della Nuova Religione Universale — per esser parte di questa nuova e universale istituzione e dove si crede senza appartenere [cfr. Grace Davie, Believing without Belonging, in: Social Compass 37(4), 1990, 455-469].

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Il cristiano  tale è proprio perché confessa «Tu sei il Santo di Dio» [Giovanni 6, 69] riconoscendo di appartenere intimamente ed essenzialmente  al Corpo stesso di  Cristo «non soltanto perché ci ha fatti diventare cristiani, ma perché ci ha fatto diventare Cristo stesso. Di quale grazia ci ha fatto Dio, donandoci Cristo come Capo? Esultate, gioite, siamo divenuti Cristo. Se egli è il Capo, noi siamo le membra: siamo un uomo completo, egli e noi. […] Pienezza di Cristo: il Capo e le membra. Qual è la Testa, e quali sono le membra? Cristo e la Chiesa» (Sant’Agostino, In Iohannis evangelium tractatus, 21, 8].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questa domanda rende essenziale e radicale l’inquietante dramma dell’essere cristiano, cioè essere di Cristo! Cioè della Sua Chiesa, della Chiesa di Cristo! E non la Chiesa di qualcun altro!

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Di fronte alle esecrabili malefatte di tanti e troppi dei suoi, persino più insigni e onorati figli, allo spergiuro orrendo di tanti e troppi di coloro che se ne proclamano servi, al complice silenzio e alle falsità abominevoli di tanti e troppi degli acclamati profeti e maestri del nuovo tempo, chi è di Cristo e della Chiesa trova ancora la Grazia di esclamare in cuor suo: «Che stupendo mistero! Vi è un solo Padre, un solo Logos dell’universo e anche un solo Spirito Santo, ovunque identico; vi è anche una sola Vergine divenuta Madre, e io amo chiamarla Chiesa» [Clemente d’Alessandria, Paedagogus, 1, 6, 42].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Fede, Speranza e Carità, sono per il cristiano l’esistenziale sua risposta alla Divina Rivelazione della Persona e del Nome per il quale «non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» [Atti 4, 12] e alla quale  — come scrive dogmaticamente il Sacrosanto Concilio Vaticano II — «è dovuta l’obbedienza della fede, con la quale l’uomo gli si abbandona tutt’intero e liberamente prestandogli il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli fa» [Dei Verbum, 5].

Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questa domanda rivela l’essenziale, radicale, inquietante e drammatica scelta fra il credere e il non credere, fra il professare o il non professare, fra la fede in Cristo e il rinnegamento di Cristo.

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Da essa dipende, infatti, quel διχάζω — dividere in due, separare, e disunire — αφορίζω — distinguere, espellere, bandire — che sono verbi frequentemente utilizzati da Gesù nel suo quotidiano ammaestrare gli uomini e le folle, sopratutto nelle Parabole del Regno, per indicare il tragico destino dell’esigente, e per nulla a buon prezzo, risposta che questa domanda esige.

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Dividere in due, separare, disunire, distinguere, espellere, bandire: i verbi del giudizio definitivo su chi nega di rispondere alla domanda di Cristo.

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Verbi che i Vangeli mettono sulle labbra dello Sposo non atteso dalle vergini stolte [Matteo 25, 1-13]; dello Sposo di cui si rifiuta l’invito [Luca 14, 16-24] o che gli invitati deludono per la negligenza dell’abbigliamento  [Matteo  22, 1-14]; dell’Uomo disilluso dalle capacità dei suoi servi di far fruttare i suoi beni [Matteo 25, 14-30] ; del Proprietario del campo che attende pazientemente che il buon grano cresca insieme alla zizzania, prima che questa sia gettata nel fuoco che divora [Matteo 13, 24-30]; del Pescatore nella cui rete s’impigliano pesci cattivi che saranno divisi dai buoni «per essere gettati nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti» [Matteo 13, 47-50]; e del Giudice Eterno il cui implacabile giudizio si conclude con due separati e separanti verdetti: «E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» [Matteo 25, 46].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questa domanda non suscita né fatuo gaudium né un’ammorbante laetitia! L’incontro con il Cristo di Dio è sempre e solo una grazia a caro prezzo! Il caro prezzo della sola santificante Verità!

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La risposta a questa domanda esige una risposta a caro prezzo per una grazia che, come scriveva il teologo luterano Dietrich Bonhoefer, «non è mai una Grazia a buon prezzo».

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Nell’apostasia sempre più diffusa che afferra come un morbo pestifero la Chiesa Cattolica dal suo vertice gerarchico come fra sempre più numerosi dei suoi ministri, dimentichi di essere  stati costituiti solo quali cooperatores Veritatis e non come novatores Veritatis questa domanda del Figlio di Dio, del Gesù di Nazareth della Storia e dei Vangeli esige, oggi più che mai, una risposta sola e univoca, senza esitazioni e tentennamenti davanti al sempre più tragico «conformarsi alla mentalità di questo mondo» che rende urgente per la Chiesa intera la necessità di «rinnovare la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» [Romani 12, 2]. Si tratta, in verità, di affrontare una grazia a caro prezzo, che sola, tuttavia, può essere liberante e salvifica.

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Risuonino a Roma in questi giorni – speriamo e preghiamo – le profetiche parole di Bonhoefer quando inutilmente avvertiva la sua Chiesa luterana, ma con essa l’intera cristianità, dal rischio esiziale di silenziare questa esistenziale, radicale, inquietante e drammatica Verità di «Cristo, Figlio del Dio vivente» [Matteo 16, 16].

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L’intero e fedele Corpo di cui Cristo il Vivente è solo Capo ne sia ammonito: senza una coraggiosa e risolutiva risposta — a caro prezzo — all’interrogativo di Gesù svanisce lo stesso Logos della nostra Fede, della nostra Speranza, della nostra Carità.

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«Un popolo era divenuto cristiano, luterano, ma sacrificando il desiderio di seguire Gesù; lo era divenuto a poco prezzo. La grazia a buon prezzo aveva vinto. Ma lo sappiamo che questa grazia a buon prezzo è stata estremamente spietata verso di noi? Il prezzo che oggi dobbiamo pagare con la rovina delle chiese istituzionali non è forse la conseguenza necessaria della grazia acquistata troppo a buon prezzo? Predicazione e sacramenti venivano concessi ad un prezzo troppo basso; si battezzava, si cresimava, si dava l’assoluzione a tutto un popolo senza porre domande e senza mettere condizioni; per amore umano le cose sacre venivano dispensate a uomini sprezzanti e increduli; si distribuivano fiumi di grazia senza fine, mentre si udiva assai raramente l’invito a seguire Gesù con impegno. […] Quando mai il mondo fu cristianizzato in maniera più orrenda e funesta? Che cosa sono le tre migliaia di Sassoni uccisi da Carlo Magno fisicamente di fronte ai milioni di anime uccise oggi? Si è realizzato sopra di noi l’ammonimento che i peccati dei padri saranno puniti sopra i figli fino alla terza e quarta generazione. La grazia a buon prezzo si è mostrata alquanto spietata verso la nostra chiesa evangelica. E spietata la grazia a buon prezzo lo è stata pure verso la maggior parte di noi personalmente. Non ci ha aperta la via verso Cristo, ma anzi l’ha bloccata. Non ci ha invitati a seguirlo, ma ci ha induriti nella disobbedienza. O non era forse spietato e duro se, dopo aver sentito l’invito a seguire Gesù come invito della grazia, dopo aver, forse, osato una volta fare i primi passi sulla via che ci portava a seguirlo nella disciplina dell’obbedienza al suo comandamento, fummo colti dalla parola della grazia a buon prezzo? […] Il lucignolo fumante fu spento in maniera spietata. Era spietato parlare in questo modo ad un uomo, perché egli, turbato da un’offerta così a buon prezzo, necessariamente lasciava la via alla quale era chiamato da Gesù, perché ora voleva afferrare la grazia a buon prezzo che gli precludeva per sempre la possibilità di riconoscere la grazia a caro prezzo. Non poteva essere diversamente; l’uomo debole, ingannato, possedendo la grazia a buon prezzo doveva sentirsi improvvisamente forte, mentre, in realtà, aveva perduto la forza di obbedire, di seguire Gesù. La parola della grazia a buon prezzo ha rovinato più uomini che non qualunque comandamento di buone opere» [Dietrich Bonhoefer, Nachfolge, 2007, p. 51-55].

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 da Aquisgrana all’Isola di Patmos, 20 febbraio 2019

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* Sotto lo pseudonimo di Carlo Magno si cela un battezzato cattolico, giurista, politologo, filosofo, esperto di relazioni internazionali e diplomatiche che per lunghi anni ha ricoperto numerosi alti uffici in importanti organizzazioni internazionali inter-governative.  

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La grande decadenza e «Il silenzio degli innocenti». Quando per proteggere la madre e la famiglia i figli devono superare la grande prova di fede: vivere e soffrire come se il padre non esistesse, ma senza mai dimenticare che egli rimane sempre il legittimo padre

 — Theologica —

LA GRANDE DECADENZA E «IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI». QUANDO PER PROTEGGERE LA MADRE E LA FAMIGLIA I FIGLI DEVONO SUPERARE LA GRANDE PROVA DI FEDE: VIVERE E SOFFRIRE COME SE IL PADRE NON ESISTESSE, MA SENZA MAI DIMENTICARE CHE EGLI RIMANE SEMPRE IL LEGITTIMO PADRE

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Cristo Signore ricorse Egli stesso all’ironia facendo uso dello stile espressivo dell’epoca. E non solo ricorse all’ironia, perché i termini di certe invettive da Lui usate sono di una durezza straordinaria. Provino gli eminenti esegeti a spiegare che cosa comportava a livello lessicale ed espressivo rivolgersi a degli alti notabili giudei dicendo in forma ironica e dura: «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» [Mt 21, 31]. Espressione questa nella quale sussistono sia l’ironia sia la severità legata ad un profondo richiamo morale. Infatti, questa espressione, equivale in tutto e per tutto a dire oggi, a degli odierni membri del Collegio Cardinalizio, che le mignotte  che lavorano lungo la Via Casilina sono più rispettabili di loro, ma soprattutto più meritevoli di loro di entrare nel Paradiso.

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Autore:
Ariel S. Levi di Gualdo

Quando la critica, di per sé legittima, non può produrre niente, perché talune particolari situazioni storiche, sociali ed ecclesiali le impediscono di generare qualsiasi efficacia, è sempre da evitare, perché in quel caso la critica annega in un circolo vizioso nel quale finisce col nutrirsi solo di sé stessa, aumentando le grandi confusioni ed i grandi disorientamenti, anziché dissiparli. E chi esercita questo genere di critica infruttuosa e dannosa, specie se sacerdote e teologo, rischia seriamente di macchiarsi d’una grave colpa.

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In certe occasioni, anziché ricorrere alla critica inefficace, si può ricorrere all’ironia, oppure al salutare sberleffo, io stesso non ho esitato a farlo, lo riconosco e lo ammetto, anche perché certi miei scritti che d’ironia e sberleffi sono intrisi, rimangono pubblici e consultabili tutt’oggi da chiunque. Quando infatti cominciai a percepire quanto la critica scientifica fosse inefficace e improduttiva, nel tentativo di smuovere certe coscienze ecclesiastiche sono ricorso ripetute volte all’arma dell’ironia, sino a lanciare la cosiddetta campagna: «Non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo». E dopo questo invito ad effetto dai contorni in bilico tra Boccaccio e Pasquino, precisai che in certi contesti e situazioni la presa di giro, lo sberleffo, lungi dall’esser fini a sé stessi finiscono con l’essere un atto di perfetta carità cristiana [vedere articolo, QUI]. Temo infatti che a molti sfugga in che modo Cristo Signore ricorse Egli stesso all’ironia facendo uso dello stile espressivo dell’epoca. E non solo ricorse all’ironia, perché i termini di certe invettive da Lui usate sono di una durezza straordinaria. Se infatti certe espressioni rivolte in dialetto aramaico da Cristo Dio a zelanti dottori della legge e scribi, dovessero essere tradotte col lessico del romanesco odierno, scopriremmo che i termini vagamente equivalenti di «grannissimi fiji de mignotta» o di «saccocce piene de merda», non riuscirebbero a rendere in durezza quanto espresso dal Redentore verso certi soggetti dei suoi tempi. Provino gli eminenti esegeti a spiegare che cosa comportava a livello lessicale ed espressivo rivolgersi a degli alti notabili giudei dicendo loro in forma ironica e dura: «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» [Mt 21, 31]. Espressione questa nella quale sussistono sia l’ironia sia la severità legata ad un profondo richiamo morale. Infatti, questa espressione, equivale in tutto e per tutto a dire oggi, a degli odierni membri del Collegio Cardinalizio, che le mignotte che lavorano lungo la Via Casilina sono più rispettabili di loro, ma soprattutto più meritevoli di loro di entrare nel Paradiso. Se quindi non lo spiega nessuno, allora mi prendo cura di spiegarlo io: accusare alti e zelanti notabili religiosi di essere come i sepolcri imbiancati «belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume» [Mt 23, 27], nel lessico espressivo dell’epoca, era cosa di gran lunga molto peggiore del dire a costoro “siete dei grandissimi pezzi di merda”. Infatti, con i cadaveri, per non parlare poi dei cadaveri putrefatti, il devoto israelita non doveva e non poteva contaminarsi, in modo particolare i membri della casta sacerdotale, ai quali era proibito dalla הלכה [halakha, l’equipollente diritto canonico dell’epoca], di avvicinarsi ai luoghi di sepoltura persino a distanza, il tutto per questioni legate al mantenimento della purità.

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Sicché, paragonare certi alti notabili religiosi a dei cadaveri putrefatti, è grandemente molto più offensivo che dir loro semplicemente “pezzi di merda”. Questo era Gesù Cristo, non certo il bambolotto androgino presentato nel suo film Gesù di Nazareth dal regista italiano Franco Zeffirelli, che non potendo fare a meno di omosessualizzare esteticamente tutto ciò che tocca, appresso seguiterà a mutare in una signorinella languida anche quel virile maschio umbro di Francesco d’Assisi nel film Fratello Sole Sorella Luna. E riguardo la reale figura del Serafico Padre, molto meglio di me si è espresso di recente uno dei Padri de L’Isola di Patmos, il nostro autore cappuccino Ivano Liguori, che dell’Ordine Francescano è membro e che di San Francesco d’Assisi è figlio [vedere articolo, QUI].

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A tal proposito molti Lettori della nostra rivista rammentano e ridono sempre, quando dalle colonne de L’Isola di Patmos fu annunciata la mia nomina ad Arcivescovo Metropolita di Napoli. Dietro a quell’opera burlesque emergeva infatti il dramma dell’episcopato odierno, in particolare quello dei nuovi carrieristi, o se vogliamo dei moderni sepolcri imbiancati, che per giungere all’agognata nomina episcopale si stavano ammantando di poveri e di povertà. Uno sberleffo divertente ma molto triste quell’articolo rivolto a quei vescovi di recente nomina giunti all’episcopato dopo essersi prostrati alla Nouvelle théologie del povero e del migrante, posta ormai al di sopra della teologia del Verbo di Dio incarnato [vedere articolo QUI].

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Tra la fine del mese di dicembre del 2018 e gli inizi del nuovo anno 2019, diversi Lettori affezionati della nostra rivista mi hanno inviato vari messaggi nei quali domandano: «Lei non è più quello di una volta», «dov’è finita la sua vena graffiante e ironica?». Poi ci sono anche i provocatori irriverenti, alcuni dei quali mi hanno domandato: «Alla fine dei giochi, l’hanno impaurita e messa a tacere, vero?».

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Si può soprassedere su molte cose, su altre no, perché quando qualcuno, come il sottoscritto, ha sempre rischiato il tutto e per tutto in difesa della verità, pagandone quasi sempre prezzi molto elevati, non ultimo per avere sempre indicato e chiamato i «sepolcri imbiancati» col loro nome, è opportuno fornire tutte le debite spiegazioni, evitando che prendano vita e che si diffondano voci non vere, oltre che ingiuste nei miei riguardi, del tipo: “… alla fine anche a lui hanno fatta prendere paura e l’hanno messo a tacere!”. No, non è vero. E adesso ve lo spiego io stesso perché non è vero: perché le posizioni e la linea che da tempo ho assunta sono frutto di libertà, poi di quella che spero rientri nella grazia della sapientia cordis.

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Con tutto il devoto rispetto del caso, ma con toni più volte anche parecchio severi, in passato io ho rivolto delle critiche non solo dure all’attuale corso della Chiesa, perché volendo potrei “vantare” di aver formulato anche critiche dure e circostanziate che nessuna Autorità Ecclesiastica ha sino ad oggi mai smentito. In seguito a certe mie pubbliche denunce, di sfregi e di dispetti da donnette isteriche più o meno vestite di rosso, ne ho ricevuti ad iosa, ma di private, o peggio di pubbliche smentite, sino a oggi non ne ho ricevuta mai neppure una. E quei miei articoli, scritti tra il 2014 ed il 2018, sono tutti conservati nell’archivio della rivista L’Isola di Patmos, quindi consultabili da chiunque desideri leggerli.  

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A livello di pura speculazione teologica ho dissertato persino su una questione del tutto ipotetica: «Può un Romano Pontefice legittimamente eletto e Successore legittimo del Beato Apostolo Pietro essere privo della grazia di stato?» [vedere articolo, QUI]. E su questa ipotesi, che si sappia mai verificatasi nell’intera storia della Chiesa, ci ho molto riflettuto, perché Cristo Signore, a Pietro — come spiegherò avanti in modo molto più dettagliato —, prima di dire «conferma i tuoi fratelli nella fede», disse: «che non venga meno la tua fede», ed aggiunse «una volta ravveduto», solo dopo queste due premesse lo esortò dicendo «conferma i tuoi fratelli nella fede» [Lc 22, 31-33], ma di questo tratteremo appunto più avanti …

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I

LA VERITÀ E LA SINDROME DI PONZIO PILATO: QUANDO UNA VERITÀ PUÒ SALVARE UN’ANIMA E QUANDO INVECE POTREBBE DANNARLA IN ETERNO 

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Altra cosa sulla quale interrogarsi seriamente è il concetto di verità. È ovvio che bisogna dire la verità, noi pastori in cura d’anime in modo del tutto particolare, che della verità siamo servi devoti e annunciatori fedeli, purché la verità produca frutto e generi salvezza. Di conseguenza quando si parla e, parlando, ci si espone senza esitazione anche alle peggiori ire, è fondamentale interrogarsi sul modo stesso di dire e di annunciare la verità, perché una verità espressa male o presentata in modo inadeguato perde efficacia, ed in quel caso sia la missione dell’annuncio sia il rendere giustizia alla verità, si traduce in un grande fallimento, se non peggio in un danno. Drammatiche e più che mai attuali suonano quindi le parole di Cristo Signore riportate dal Beato Apostolo Giovanni che riferisce del suo colloquio con Ponzio Pilato al cui quesito Egli risponde: «[…] per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Udite quelle parole, Ponzio Pilato replica: «Che cos’è la verità?» [Gv 18, 37-38].

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Se dunque da una parte Ponzio Pilato voleva conoscere ed appurare la verità, per altro verso egli, più che essere incapace a recepirla, non riusciva proprio a comprendere il concetto stesso di verità. Detto questo aggiungo: qualcuno pensa che oggi, quella che potremmo definire come la sindrome di Ponzio Pilato, sia forse estinta, grazie semmai alla neo-scolastica decadente e ad un neo-tomismo cristallizzato, polemico e aggressivo, posto che San Tommaso d’Aquino — quello autentico, s’intende —, cosa fosse la verità lo ha spiegato in lungo e in largo, sino a meritarsi i titoli di Doctor Angelicus e di Doctor Communis? Purtroppo, il neo-tomista cristallizzato, polemico e aggressivo, alla prova dei fatti ignora quanto oggi la verità sia molto più sconosciuta di quanto lo fosse ieri a Ponzio Pilato. Infatti, nella nostra decadente società post-moderna, vero e veritiero è solo ciò che i soggetti sentono e percepiscono a livello di pura soggettività emotiva; e curare siffatte metastasi col neo-tomismo, sarebbe come curare il cancro con le pillole omeopatiche del pensiero positivo che, oggi, costituisce una vera e propria pandemia socio-psicologica. Sicché, la triste realtà con la quale dobbiamo confrontarci — salvo rinchiudersi in caso contrario nel mondo dell’irreale —, è data dal fatto che la emotività ha sostituita quella verità che quel limitato soldato romano di Ponzio Pilano perlomeno non conosceva, o che non era in grado di conoscere, al punto da chiedere: «Che cos’è la verità?» [Gv 18, 38]. 

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Più che il concetto metafisico di verità in sé e di per sé, proverò allora a chiarire quelli che talvolta possono essere gli effetti od i risultati prodotti da una verità detta male od espressa peggio. Il tutto cercherò di raffigurarlo con tre diversi esempi: il primo, legato alla figura del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, i due successivi, legati ai casi di due diversi ammalati colpiti entrambi dal medesimo tumore al cervello. 

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Correva l’ormai lontano anno 1981 quando al Santo Pontefice Giovanni Paolo II in viaggio apostolico in Germania, nel corso di un colloquio privato avvenuto alla presenza di diversi sacerdoti e laici nella Città di Fulda, fu chiesto come mai non era stato rivelato il testo del Terzo Segreto di Fatima, che avrebbe dovuto essere reso pubblico nel 1960. Il futuro Santo Pontefice, ponendo sapientemente il dito sulla piaga della pruderie mediatica e mondana, della curiosità e della ricerca del sensazionalismo, dette questa risposta: 

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«[…] Molti vogliono sapere solamente per curiosità e gusto del sensazionalismo, ma dimenticano che sapere comporta anche una responsabilità. Si cerca soltanto l’appagamento della propria curiosità e ciò è pericoloso se si è convinti che nulla si può fare contro il male e se al tempo stesso non si è disposti a far qualcosa contro di esso» [Stimme des Glaubens, n. 10 del 1981, mia traduzione dal tedesco]. 

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Presupposto fondante della verità è la conoscenza, al quale segue la piena accettazione di questa conoscenza, ossia della verità. Si può reclamare la conoscenza della verità per pura curiosità morbosa, senza però assumersi tutte le responsabilità che la conoscenza della verità comporta? Se poi la verità è la più bella e preziosa delle gemme, come dimenticare il monito: 

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«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi» [Mt 7, 6]. 

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E quanti sono oggi i porci che rivendicato il “diritto” ad avere le perle della verità, per poi calpestarle e voltarsi per sbranare chi improvvidamente gliel’ha date?

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Gli altri due esempi sono legati ad una patologia tumorale: il tumore al cervello. A breve tempo di distanza l’uno dall’altro ho conosciuto in passato i casi di due uomini affetti entrambi dallo stesso tumore al cervello, posizionato in modo tale da non renderlo operabile. Ma soprattutto, il tumore, fu ad entrambi diagnosticato quando le metastasi erano già diffuse, rendendo inutili le varie terapie, a partire dalla chemioterapia. Il primo di questi ammalati era un commerciante, marito e padre di tre figli. L’oncologo che diagnosticò il male gli spiegò in modo dettagliato quelle che erano le conseguenze di quel male incurabile nel vicino futuro, compreso lo stato di totale perdita della coscienza e la inevitabile riduzione allo stato vegetativo. Quest’uomo, presa coscienza che stava andando incontro alla morte e che prima del sopraggiungere di essa avrebbe perduto le proprie facoltà mentali, cercò di sistemare le sue cose pratiche e di stare il più possibile vicino alla moglie ed ai figli. Tornò anche a frequentare la Chiesa, dalla quale era latitante da molti anni, incontrò più volte un anziano confessore e tornò a ricevere i Sacramenti. Appena il male cominciò a degenerare domandò di ricevere la sacra unzione degli infermi, quando era sempre presente e lucido. Poi la malattia ebbe il corso che gli era stato spiegato, ed in grazia di Dio morì, lasciando un tenero ricordo alla moglie ed ai figli. 

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A poco tempo di distanza lo stesso oncologo diagnosticò il medesimo tumore ad un proprio collega, insigne chirurgo e docente universitario, illustrandogli allo stesso modo la impossibilità di intervenire chirurgicamente e la inefficacia della chemioterapia, a causa delle metastasi diffuse. L’insigne clinico, marito e padre di due figli, sapendo del male di cui doveva morire ed il modo in cui sarebbe morto, invece di tornare a casa si diresse con la propria automobile sul tratto autostradale dove si trova un ponte alto alcune centinaia di metri che collega un colle all’altro, parcheggiò la macchina di lato con le quattro frecce di posizione accese e si lanciò di sotto. Contrariamente al caso testé narrato, alla moglie ed ai figli non lasciò affatto un tenero ricordo, al punto che uno dei due figli, divenuto poi anch’esso chirurgo, ad un decennio di distanza dal suicidio del genitore mi disse: «Mio padre non è morto di tumore, è morto di vigliaccheria». 

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La stessa identica verità può produrre effetti e risultati del tutto diversi sulla base della diversità dei soggetti umani: che si tratti del solo prurito di voler sapere a tutti i costi per mondana e mediatica pruderie, o che si tratti di verità molto amare da accettare.

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II

«IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI» DINANZI AI QUALI I SERVI OPPORTUNISTI URLANO IERI COME OGGI «BARABBA, BARABBA!»

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Non ho mancato poi di manifestare tutta la mia umana sofferenza, per esempio quando mi sono ritrovato ad assistere all’opportunismo inimmaginabile di alcuni giornalisti cattolici, che semmai conoscevo e frequentavo da quasi vent’anni e che consideravo amici veri e sinceri. Quella è stata forse la mia sofferenza più grande. Non però, come qualcuno potrebbe pensare, per essere divenuti costoro più clericali di quanto di fatto non lo siano gli stessi chierici; queste sono cose e debolezze che si possono tranquillamente perdonare. Nei riguardi degli opportunisti bisogna infatti esercitare una certa indulgenza, perché spesso dietro all’opportunismo si celano solo profonda debolezza e senso di grande insicurezza. Il mio rimprovero — di conseguenza la mia profonda sofferenza —, non è stata mossa da questi peccatucci, ma da un peccato di inaudita gravità che compromette in questo genere di persone la carità cristiana stessa, perché costoro conoscono bene ed a fondo le storie quasi sempre tragiche dei pochi e buoni ecclesiastici che continuano a sopravvivere nella Chiesa, che non sono stati semplicemente maltrattati, ma esposti a delle autentiche torture psicologiche, che come sappiamo sono le peggiori, perché sempre e di rigore esercitate con la più crudele cattiveria.

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Mostrandosi totalmente indifferenti al dolore umano per ragioni dettate da cinico opportunismo, questi soggetti hanno negato ogni genere di difesa alla verità agendo nella totale indifferenza verso il sangue dei poveri innocenti. Questo li rende i moderni Giuda che baciano il Cristo per indicarlo ai soldati che devono arrestarlo [cf. Mc 14, 43-46], li rende la moderna turba che dinanzi alla domanda di Ponzio Pilato «Chi volete che rilasci, costui o Barabba?», sovrastando ogni altra voce urlano a squarciagola: «Barabba, Barabba!» [cf. Mt 27, 17-20]. E per queste cose, Dio non perde neppure tempo a condannarci all’Inferno, perché l’autostrada a sei corsie in rettilineo verso di esso se la sono spianata questi soggetti da loro stessi, se non si convertono, se non si pentono e se non fanno adeguata penitenza [vedere articolo di Ipazia gatta romana, QUI].

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Molte sono le cose alle quali abbiamo assistito nel corso degli ultimi cinque anni di storia della Chiesa, caratterizzati e segnati da un radicale e profondo sfacelo progressivo. Abbiamo scoperto d’improvviso amici di vecchia data come mai ce li saremmo immaginati, molti di noi hanno confidato loro dubbi e perplessità ad amici da lungo stimati ed amati, dai quali sono stati traditi e dagli stessi poi consegnati al moderno sinedrio col bacio di Giuda.

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III

LA NOSTRA GRANDE PROVA DI FEDE DINANZI A QUEL PASSAGGIO SCOMODO CHE A MOLTI SFUGGE: PRIMA DI DIRE A PIETRO «CONFERMA I FRATELLI NELLA FEDE» CRISTO DIO GLI DICE «UNA VOLTA RAVVEDUTO». E POCO DOPO, PIETRO, RINNEGA CRISTO DIO PER TRE VOLTE, TANTO SI ERA RAVVEDUTO …

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Spiegando il concetto del punto di non ritorno, in un recente articolo ho suggerito: «Dinanzi ad una Chiesa visibile affetta da una decadenza dottrinale e morale irreversibile, è necessario aprire quanto prima la banca del seme» [vedere articolo, QUI]. Mentre in un articolo pubblicato agli inizi di quest’anno 2019 scrivevo: «In questa terribile notte buia, per il nuovo anno 2019 il programma di lavoro è stato dettato a L’Isola di Patmos dal Beato Apostolo Pietro: “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi” [I Pt 5, 8-9]» [vedere articolo, QUI]. In queste pagine che toccano temi diversi, dallo smarrimento dottrinale alla crisi morale, sino alla vera e propria apostasia che si palesa sempre più inquietante all’interno della Chiesa, usando le parole dei Libri Sapienziali spiegavo ai lettori:

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«[…] non ho né gettato la spugna sul ring di pugilato, né ho alzato bandiera bianca dinanzi al nemico, meno che mai da leone ruggente sono divenuto un castrato del Settecento barocco che canta con la voce di una soprano afona. Molto semplicemente, nel tracciare un piano di lavoro per l’anno nuovo, ho riflettuto sul fatto che:  “c’è un tempo per stracciare e un tempo per cucire, c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare …” [cf. Ec 3, 1-8]. E oggi bisogna misurare bene, su che cosa parlare, per evitare che il parlare, ma soprattutto il denunciare ed il criticare, sia solo fine a se stesso, con il solo risultato di non scalfire minimamente gli accoliti di Satana, ma al tempo stesso disorientare però ancòra di più il Popolo di Dio molto sofferente e smarrito, che ha bisogno di essere sostenuto nella grande prova» [vedere articolo, QUI]. 

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Dopo questa lunga serie di spiegazioni, col richiamo alle parole di quest’ultimo articolo d’inizio gennaio 2019 eccoci giunti al cuore dolente della spiegazione; ed il cuore è quel cuore cattolico e sacerdotale sopravvissuto a più infarti, poi ad un ictus, ed oggi mantenuto in vita dalla grazia di Dio dopo un intervento di grande cardiochirurgia che lo ha salvato con l’applicazione di alcuni by-pass.

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Oggi, la Santa Chiesa, sta vivendo una crisi che non ha precedenti storici. In più storici e teologi abbiamo provato a individuare qualche precedente analogo, ma non siamo riusciti a individuare nella storia bi-millenaria della Chiesa nulla di simile. Possiamo tentare di fare raffronti col periodo dell’eresia ariana del IV e V secolo, o con il grande decadimento dei secoli IX e X, con la crisi morale e dottrinale del clero precedente la celebrazione del IV Concilio Lateranense sotto il pontificato del Sommo Pontefice Innocenzo III, oppure con la crisi più o meno analoga, caratterizzata anche da una spaventosa ignoranza diffusa nel clero, che precedette il grande Concilio di Trento celebrato sotto tre diversi pontificati nell’arco di diciotto lunghi anni. Ma sono tentativi di raffronto che non portano a nulla che possa essere simile a quanto oggi stiamo vivendo. Modestamente, da parte mia, per tentare un raffronto ho paragonato la nostra epoca a quella della grande decadenza e poi alla caduta dell’Impero Romano [vedere articolo, QUI]. Ammetto che anche dinanzi a questo paragone — come scrivo in questo articolo —, il raffronto storico e socio-ecclesiale regge in modo molto debole, al punto da trovarmi costretto ad affermare:

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«Siamo alla caduta dell’impero e tra non molti anni la Chiesa Cattolica come sino ad oggi l’abbiamo conosciuta e intesa non esisterà più; esisterà “altro”. Il nostro sistema ecclesiale ed ecclesiastico si è già sfasciato dall’interno, ed attualmente è in corso una inquietante trasformazione. Purtroppo, sia nel Collegio Episcopale sia nel Collegio Sacerdotale non abbiamo un numero neppure minimo di elementi in grado di fronteggiare questo progressivo decadimento» [vedere articolo, QUI].

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Per poi proseguire dicendo:

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«[…] in questa situazione senza precedenti, per analogia viene a mente la discesa dei barbari dal Nord dell’Europa. La profonda differenza, dinanzi a questa vaga somiglianza, è data dal fatto che i barbari si convertirono al Cristianesimo, ed anche grazie a loro la Cristianità fu salva e si diffuse tra le stesse popolazioni barbariche. E da che cosa furono colpiti i barbari? Cosa li spinse alla conversione? Presto detto: la loro conversione è legata a figure straordinarie di vescovi, presbìteri e monaci ai quali i barbari riconobbero tempra virile, coraggio, autorevolezza, quindi grande autorità. Loro, i barbari, che basavano e che reggevano tutto sulla forza, riconobbero la forza derivante dalla grazia di stato del carattere sacramentale del sacro ordine e quindi della grazia di Dio […] Dinanzi alla caduta del grande impero sotto i colpi della apostasia dalla fede, non si può né riparare i danni né tanto meno correre più ai ripari, si può solo salvare il salvabile, per poi ripartire domani da un piccolo nucleo sparuto sparso per il mondo a ricostruire sopra le macerie della grande devastazione. A quel punto, tra un paio di secoli, rinascerà una piccola Chiesa formata da pochi fedeli, che ripartendo da zero cercherà di spiegare agli uomini del mondo delle parole sconosciute di cui nessuno conoscerà più il vero significato: Natale, Gesù di Nazareth, Pasqua di Risurrezione, Ascensione, Pentecoste, Rivelazione, Redenzione, Grazia di Dio, Trinità, Immacolata Concezione … […] Il nostro processo di rinascita sarà però molto lungo, ed alla fine dell’opera produrrà solo un piccolo gregge di fedeli sparsi per il mondo, dando in tal modo pieno compimento alla parola del Verbo di Dio: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” [cf. Mt 18, 20]» [vedere articolo, QUI].

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Facendo un’analisi lucida e imparziale dell’attuale pontificato, bisogna anzitutto chiarire, come più volte ho fatto e scritto nel corso di questi ultimi quattro anni, che l’attuale Pontefice regnante, pur lungi dall’essere esente da difetti, a volte anche gravi, non è però il responsabile di certe derive che partono e che si sviluppano da lontano. Egli è solo l’erede, o meglio: l’erede ultimo. Il tutto l’ho chiarito con un esempio più volte ribadito in passato a sua giusta e legittima difesa:

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«[…] egli è solo l’ultimo dei clienti giunto nel ristorante e che appena varcata la soglia è stato aggredito dai camerieri che hanno preteso da lui il pagamento dei conti di tutti coloro che prima di lui avevano pranzato e cenato senza però pagare, ma lasciando fior di conti sospesi» [vedere articoli QUI, QUI].

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Certi ecclesiastici superficiali, talvolta mi hanno amabilmente richiamato dicendomi che verso il Sommo Pontefice avevo espresso critiche troppo severe. In modo del tutto contrario, i pochi ecclesiastici animati dalla sapienza di Dio che seguitano a sopravvivere, per quanto pochi, anzi purtroppo sempre di meno, hanno invece cólto dalle mie critiche tutt’altro elemento, capendo e quindi affermando: «Pochi, come te, difendono veramente il Sommo Pontefice».

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Interloquendo in passato con un amico di vecchia data, famoso vaticanista, che tentò di dirmi una volta, in modo pacato e amichevole, che in certe mie critiche rivolte a talune scelte pastorali del Sommo Pontefice scorgeva una certa arroganza, replicai e spiegai più volte:

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«Se dinanzi al Popolo di Dio confuso e smarrito voglio essere credibile, quindi difendere all’occorrenza in modo efficace il Sommo Pontefice, devo mettere anzitutto in luce i suoi difetti oggettivi. In caso contrario, se come fanno invece altri lo presentassi come il Pontefice più splendido e perfetto dell’intera storia della Chiesa, sino a negare l’evidenza stessa dei fatti, a quel punto, quando poi corressi in difesa della sua sacra persona e del suo alto ufficio apostolico, non sarei credibile e soprattutto non sarei minimamente ascoltato dai Christi fideles».

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Posso infatti non solo testimoniare, ma provare in qualsiasi momento che tutte le volte che nell’adempimento del mio ministero apostolico ho spiegato ai fedeli la indiscutibile legittimità del Pontefice regnante e il senso di filiale e devota obbedienza che in ogni caso è a lui dovuta, i fedeli mi hanno sempre prestato ascolto, mossi anzitutto da questa certezza:

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«Se ce lo dice costui, che all’occorrenza non ha esitato a criticare con durezza certe scelte pastorali del Santo Padre e certe sue espressioni infelici, allora vuol dire che ciò è vero e che questo prete ci dice il giusto, perché è imparziale e quindi intellettualmente onesto».

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Tutte le volte che in seguito a questa mia opera ho ricevuto varie attestazione di fedeli che mi hanno detto «se non avessi seguito il tuo consiglio e se non avessi collocato nella giusta luce il Sommo Pontefice, oggi sarei fuori dalla Chiesa Cattolica», dentro di me ho sempre detto: stasera, alla recita della Compieta, posso dire con particolare serenità le parole tratte dal cantico del santo e saggio Simeone «Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum in pace, quia viderunt oculi mei salutare tuum. Quod parasti ante faciem omnium populorum: lumen ad revelationem gentium, et gloriam plebis tuae Israel» [Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo, Israele].

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Non so se questo amico di vecchia data, per il quale poi ho molto sofferto in seguito, abbia capito il tutto, a partire dalla mia onestà umana e sacerdotale in tal senso, pagata sempre e di rigore ad elevato prezzo con il gruppo degli innocenti condannati al macello. Infatti, la sua apparente difesa a tutti i costi del Sommo Pontefice, soprattutto contro l’evidenza stessa dei fatti, sino al vero e proprio ricorso alla falsificazione, si è infine rivelata finalizzata al raggiungimento di un posto e di un ruolo di alto rilievo istituzionale all’interno della Santa Sede, per giungere al quale non ha esitato ad affermare senza pena alcuna di ridicolo che Caligola aveva il cuore più tenero di San Filippo Neri, che Agrippina ed Aspasia erano più vergini delle Sante martiri della purezza Agnese e Cecilia, che Stalin era il grande fondatore dello stato liberal-democratico …

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Sotto i pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II e del Venerabile Pontefice Benedetto XVI, che pure non sono stati esenti né da errori di governo né da scelte rivelatesi poi persino letali negli anni successivi, abbiamo vissuto la nascita di tante belle amicizie cristiane e sacerdotali; ci siamo uniti in tanti valori, scopi e missioni comuni, pur nelle nostre diversità umane e intellettuali. All’interno della Chiesa si parlava e si dibatteva, a volte in modo anche acceso, ma restando nella sostanza uniti dall’essere comunque il cristiano e cattolico Popolo Santo di Dio, il Collegio Sacerdotale ed il Collegio Episcopale, liberi di parlare e di servire la Chiesa. Ciò perché, sulla Cattedra del Beato Apostolo Pietro, c’erano uomini tutt’altro che perfetti, incluso Giovanni Paolo II, oggi venerato santo per la eroicità delle sue virtù; eroicità che non hanno però mai implicata la perfezione. E questi Sommi Pontefici hanno custodito con sapiente gelosia l’unità della Chiesa. Sotto gli ultimi due pontificati, la Santa Chiesa ha conosciuto la massima pluralità, anzitutto nelle nomine episcopali, posto che i vescovi sono il cuore motore del Corpo della Chiesa, assieme ai loro presbìteri. Nelle varie conferenze episcopali, in quei tempi si radunavano vescovi che erano — per usare dei termini del tutto impropri tratti dal lessico dei giornalisti e non da quello degli ecclesiologi —, delle personalità conservatrici, altri personalità progressiste, altri personalità ultra progressiste. E tutti, uniti dal fine comune, erano parte viva e attiva del Collegio Episcopale. Ebbene, dopo avere esaminata la realtà che brilla oggi sotto i nostri occhi, domandiamoci a che cosa è ridotto in linea di massima l’episcopato, a partire da quello italiano. È ridotto a degli emulatori che scimmiottano quella esotica pastorale scissa dalla dottrina e posta al di sopra della dottrina stessa. Le omelie dei vescovi sono un fiorire penoso di luoghi comuni su una idea surreale di poveri e di povertà, seguite da altrettanta idea surreale del fenomeno migratorio. I vescovi hanno ormai abdicato l’annuncio del Santo Vangelo, per dedicarsi a fare i politicanti ed i socio-politologi. E tutto questo, io lo dico e lo scrivo da anni, sempre a mio rischio e pericolo. Ecco perché ho accolto come preziosa rugiada quanto di recente ha espresso e chiarito con profonda amarezza il Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Gerhard Ludwig Müller, riguardo i vescovi che anziché annunciare il Santo Vangelo fanno i politicanti [vedere articolo, QUI].

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Perché, durante i passati incontri, i vescovi non esitavano a discutere su certe scelte pastorali del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II e del Sommo Pontefice Benedetto XVI, mentre oggi, in questo clima di cosiddetta grande apertura pastorale, di apertura verso il dialogo, la collegialità, l’accoglienza delle diversità, l’includenza e via dicendo a seguire, nessuno osa fare mezzo sospiro contrario? Lo sappiamo perché nessuno osa proferire un sospiro contrario, ma in ogni caso lo ricordo: perché oggi nella Chiesa regna un terrore paragonabile a quello del regime venezuelano di Nicolas Maduro ed a quello boliviano di Evo Morales e perché si è instaurato un vero e proprio regime dopo un colossale golpe. E che nella Chiesa fosse in atto un colossale golpe, io lo scrivevo e lo spiegavo nel 2010, sempre a mio rischio e pericolo, s’intende.

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Un esempio per così dire eclatante: in un mio libro scritto tra il 2008 e il 2010 e pubblicato a inizi 2011, oggi in procinto di essere ristampato dalle nostre edizioni, facevo anche lunghe e approfondite analisi sulla «omosessualizzazione della Chiesa» e spiegavo che coloro che tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento capeggiavano all’interno dei seminari la pia confraternita dei gay, non solo erano diventati preti, ma che uno dietro all’altro stavano diventando vescovi. Ebbene, sappiate che diversi di quei prelati che oggi sono stati chiamati a risolvere il problema della epidemia gay esplosa infine pubblicamente all’interno del clero, nove anni fa mi accusavano d’aver usata una «inaccettabile definizione ed espressione altamente blasfema» per avere scritto che «nella Chiesa è scoppiato un autentico nubifrocio universale, ma che nessuno se ne voleva accorgere» [cf. E Satana si Fece Trino, 2011, opera in ristampa]. Infatti, gli stessi che ieri negavano l’esistenza del problema e che se la prendevano con me che invece cercavo di sbatterglielo sotto gli occhi questo problema mefistofelico, oggi sono coloro che per ridicolo paradosso, il problema, sono stati chiamati a risolverlo (!?), dopo avere protetto eserciti di preti omosessuali ed avere favorita la promozione alla dignità episcopale di alcuni tra i peggiori di essi e dopo averne inseriti numerosi altri negli uffici della Curia Romana. Oggi hanno infine scoperto l’acqua calda, mentre io, anni e anni fa, già mettevo in guardia sul fatto che nella Chiesa era in atto un golpe omosessualista [vedere questo articolo del 2013, QUI].

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È un fatto, non un giudizio ingeneroso e irriverente: oggi, l’elemento di divisione, per indicibile paradosso, prende proprio vita da quel vertice della Santa Chiesa che dell’unità è custode. Oggi, a originare confusione in materia di dottrina e di fede, pare essere proprio colui al quale è stato dato da Cristo Dio il mandato di «confermare i fratelli nella fede» [cf. Lc 22, 32]. E anche a tal proposito, dibattendo tempo fa con un teologo specializzato a tagliare le frasi dal contesto per supportare le proprie interpretazioni ed elevarle così a rango di dogma di fede, ricordai che Cristo Dio, a Pietro, prima di esortarlo a «confermare i fratelli nella fede», lo ammonisce dicendo:

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«Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli nella fede» [Lc 22, 31-32].

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La Parola di Dio è chiara nel mettere anzitutto in guardia dalle insidie di Satana, alle quali Pietro non è esente, semmai è persino più esposto di tutti gli altri. Poi si prega affinché non venga meno in Pietro la fede e, soprattutto, si chiarisce: «una volta ravveduto». Solo dopo questo chiaro invito al ravvedimento, Cristo Dio dice a Pietro «Conferma i tuoi fratelli nella fede», sempre con buona pace di chi salta a piè pari tutti questi passaggi fondamentali, per enunciare in modo de-contestualizzato e nei concreti fatti del tutto falsante e quindi falso, che Pietro ha ricevuto mandato di «confermare i fratelli nella fede», punto e basta! Certo che lo ha ricevuto questo mandato, ma a tutti i precedenti moniti che precedono questo invito a confermare, che fine gli facciamo fare, o meglio: come intendiamo leggerli? E dopo che Pietro ricevette questo mandato, non trovò forse di meglio da fare che rinnegare Cristo per tre volte? E ricordiamo anche il modo, in cui Pietro rinnegò il Cristo: lo fece «giurando» e poi, arrabbiandosi, anche «imprecando» [cf. Mc 14, 66-71]. E detto questo è bene rammentare che Pietro, il proprio mandato, non lo ricevette in seguito all’elezione avvenuta all’interno di un conclave di cardinali, perché il suo mandato Pietro lo ricevette da Cristo Dio in persona.

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Chiunque parta dalle grandi speculazioni metafisiche e teologiche per annegare infine, dinanzi a problemi imprevisti, mai verificatisi nella storia della Chiesa e quasi impossibili da risolvere, nel lago del cieco fideismo acritico, ha scelto purtroppo in tal modo di sprecare la propria vita, offrendo una visione falsa e falsante della fede, il tutto per difendersi dai propri fantasmi ma soprattutto per avere e per dare una risposta a tutti i costi e costi quel che costi, sino a falsare il Santo Vangelo tagliando da esso frasi che, prese e isolate dall’intero contesto, divengono una grande menzogna per opera di certi falsari, proprio come la frase tagliata e de-contestualizzata: «Conferma i tuoi fratelli nella fede» [Lc 22, 31-32]. In tal caso dobbiamo provare santa invidia per gli analfabeti, per coloro che ignorano l’esistenza di Aristotele, che non sanno che cosa sia la scolastica, che non hanno mai sentito nominare Sant’Anselmo d’Aosta e San Tommaso d’Aquino, ma che con mezza Ave Maria recitata male con atto di semplice e grande fede, finiranno nel Paradiso, mentre noi, ai quali è stato dato il bene dell’intelletto e della scienza, se intelletto e scienza li abbiamo usati per falsare e falsificare la Parola di Dio e per tentare in tal modo di manipolare il Popolo di Dio, proprio perché Dio è misericordioso finiremo nel Purgatorio sino al giorno del giudizio universale.

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Con questo è presto detto quanto oggi il Popolo di Dio, assieme ai suoi Vescovi e Sacerdoti, debba più che mai proteggere Pietro, allontanare da lui le insidie di Satana e pregare per il suo ravvedimento, affinch’egli possa poi procedere all’adempimento del mandato a lui conferito da Cristo Dio, che è quello di confermare i fratelli nella fede. E chiunque, Vescovo o Sacerdote, che dinanzi a questa realtà così evidente sceglie di rinchiudersi nel pavido silenzio dettato da ragioni di personale opportunismo, dovrebbe tenere conto che «il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli» [Lc 12, 46]. E noi, Vescovi e Sacerdoti, non ce la potremo cavare dinanzi al giudizio di Dio attraverso il beneficio della non conoscenza o dell’ignoranza inevitabile, come il povero servo che, pur non conoscendo la volontà del padrone «avrà fatto cose meritevoli» e «di percosse ne riceverà poche» [Lc 12, 48]. A noi, Vescovi e Sacerdoti, che tanto abbiamo ricevuto da Dio in doni di grazia, Cristo Signore ci ammonisce: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

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Per collocare poi il tutto alla luce della vera misericordia, resti chiaro che nessuno è obbligato a essere eroe, come nessuno è obbligato ad accettare il martirio, che non a caso rientra nei doni particolari. Dio può offrire all’uomo la possibilità e il dono di morire martire per la fede, ma egli può non accettare il tutto, senza compromettere la salute eterna della propria anima. Il Beato Apostolo Paolo ci viene poi incontro spiegando:

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«Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni. Uno crede di poter mangiare di tutto, l’altro invece, che è debole, mangia solo legumi. Colui che mangia non disprezzi chi non mangia; chi non mangia, non giudichi male chi mangia, perché Dio lo ha accolto» [Rm 14, 1-3].

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Anche questo monito paolino necessita d’essere letto e poi compreso per ciò che veramente trasmette: il debole nella fede, o colui che non mangia o che può cibarsi solo di legumi, non può — né mai deve essergli permesso —, di aggredire con spirito distruttivo chi è forte nella fede, né può sottrarre cibo a chi può nutrirsi, a chi si nutre ed a chi ha bisogno vitale di nutrimento.

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Se pertanto Pietro, per paradosso o per prova di fede a noi data dalla misericordia divina, anziché essere punto di unità finisse con l’essere elemento usato come punto di divisione, in quel caso più che mai bisogna essere uniti a Pietro, al quale oggi è necessario dare prova della nostra fedeltà alla Chiesa attraverso la nostra fede. Il Pontefice regnante, nella situazione che si è creata e della quale lui per primo è prigioniero con tutte le vaghezze e le ambiguità lessicali e dottrinali del caso, non può essere in alcun modo aiutato dalle nostre critiche, comprese quelle basate sulla pura verità dei fatti, perché in questa situazione di decadenza degenerativa non servono più a niente, ma soprattutto non possono produrre niente. Però, prima o poi, egli potrebbe essere invece toccato e indotto al ravvedimento dalla nostra fede, dopo che noi, con le nostre opere — non con le nostre critiche ormai inutili —, gli avremo mostrata la nostra fede [II Gc 1, 18].

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L’attuale pontificato può essere interpretato solo alla luce della più profonda mistagogia. Questo momento è a suo modo un grande dono di grazia, perché forse Dio, dopo gli immani disastri da noi operati per generazioni, sta mettendo alla prova la nostra fede proprio attraverso una Cattedra di Pietro che a volte sembrerebbe traballare dopo essere stata corrosa dai tarli. Per generazioni, abbiamo voluto giocare a rendere tutto quanto opinabile, instabile, insicuro e relativo; forse Dio sta cercando di farci ravvedere mostrandoci i frutti di questo processo degenerativo antico ormai di un secolo, palesando l’opinabile, l’instabile, l’insicuro ed il relativo nella stessa Cattedra di Pietro. Pertanto, la nostra domanda, non dovrebbe essere quanto o se l’attuale Pontefice sia o non sia un buon Pontefice, perché altro dovrebbe essere il nostro quesito: noi, nel corso di tutti gli ultimi decenni di storia, che cosa abbiamo fatto per meritarci un Pontefice Magno? E se Dio ci stesse misericordiosamente ripagando con le stesse monete che da tempo noi stiamo spendendo, per indurci al pentimento, alla remissione dei nostri peccati ed alla nostra vera conversione?

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Oggi molti figli soffrono, sentendosi non accuditi da un padre premuroso. Imputano al padre la responsabilità di non proteggere la madre e di non accudire a dovere la famiglia, di seminare tra i propri figli rancóri e liti, anziché tenerli uniti in amorevole armonia. Poniamo che questo sia purtroppo il padre, cosa fare: attaccarlo, o forse rinnegarlo? Nessun figlio può negare il dato di fatto che il padre che lo ha generato sia suo padre, a prescindere da tutti quelli che potrebbero essere i suoi peggiori demeriti. Volendo, in casi di necessità, il figlio può mantenersi distante dal padre e vivere come se il padre non esistesse, ma senza mai distruggere la figura del padre e la legittimità del padre stesso.

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In questo consiste la prova di fede: mantenere integra la figura del padre e proteggerla, affinché questo legittimo ruolo possa essere ricoperto domani da un padre sapiente e premuroso. Coloro che invece sbraitano contro la presunta «vigliaccheria» ed il «vergognoso silenzio dei pochi buoni vescovi e cardinali che ci restano e che tacciono», possibile non si rendano conto che il loro grido insensato alla guerra contro il padre comporterebbe solo la inevitabile distruzione di tutto l’intero nucleo familiare?

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IV

IL PARADIGMA DEL TITANIC CHE AFFONDA, SUL QUALE IN POCHI PENSANO ALLA SALVEZZA DELLE PROPRIE ANIME

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Nel corso di questi ultimi anni, parlando e scrivendo ripetutamente sulla crisi della Chiesa, che come ogni grande crisi diviene irreversibile al momento in cui si è superato il punto di non ritorno, a partire dal 2014 ho fatto riferimento per più volte al paradigma del Titanic, affondato nell’anno 1912 [vedere QUI]. Usando l’immagine del Titanic colpito dall’iceberg ho scritto vari articoli nei quali sono state spiegate e indicate le priorità alle quali dedicarsi in simili momenti di emergenza dinanzi alla catastrofe immane. Oggi, noi Vescovi e Sacerdoti, siamo sul Titanic che imbarca acqua nelle stive dopo essere stato colpito dall’iceberg. Dinanzi a questa tragedia immane, diverse sono le reazioni, ve ne offro una realistica panoramica. Per esempio: ci sono coloro che essendo assurti in alti ruoli dirigenziali nella compagnia navale White Star Line, si muovono per i vari saloni del transatlantico dicendo che non è vero ch’esso sta imbarcando acqua e che rischia di affondare, ma che è tutta quanta una colossale menzogna messa in giro dai nemici della società navale e da coloro che odiano il capitano, il quale ha un solo ed unico difetto: quello di essere semplicemente e totalmente perfetto.

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Ci sono poi le persone indifferenti dentro il salone delle feste — tipo gli inquilini sempre più surreali dei palazzi della Curia Romana, per intendersi —, che seguitano a festeggiare come se nulla fosse, convinte che questo transatlantico così perfetto non potrà mai affondare; e che se proprio affondasse, la faccenda riguarderebbe quelli che si trovano ammassati nelle stive della terza classe.

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Seguono poi coloro che, consapevoli che il transatlantico sta affondando e che la gran parte dei passeggeri moriranno da lì a breve, incominciano a criticare i cantieri di Liverpool dove il Titanic è stato costruito, mentre altri replicano con critiche rivolte al capitano, a loro dire vero responsabile, non avendo dato ordine di virare per il verso giusto dopo l’avvistamento dell’iceberg. Alla discussione seguono le divisioni in fazioni e gruppi ed i conseguenti litigi, sino a coloro che cominciano a sostenere che il capitano in verità non è il vero capitano e che in realtà non è mai stato nominato, perché il vero capitano era quello che, per una congiura di massoni britannici in combutta con la Mafia del Galles ostile alla compagnia navale, è stato costretto ad andare in pensione anticipata. Nel mentre il livello dell’acqua sale, ma a costoro poco interessa, anzi non interessa proprio niente, giacché ciò che a loro preme è stabilire di chi è la colpa, come mai e perché. E sorvoliamo sui “maestri della logica” che tentano di spiegare che se l’iceberg ha colpito la nave questa non può affondare, il tutto per il semplice fatto che il capitano non può sbagliare mai ed in alcun caso, qualsiasi genere di manovra faccia.

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Infine ci siamo noi, memori che il capitato è stato indotto a spingere i motori al massimo per battere ogni primato di traversata e poter giungere prima di tutti gli altri precedenti transatlantici nel porto di New York, quindi consapevoli dell’affondamento in corso, al quale si aggiunge il fatto che le scialuppe di salvataggio non sono sufficienti per tutti e che coloro che finiranno in mare, pur sapendo nuotare, non sopravvivranno all’arrivo dei soccorsi, una volta immersi ad una temperatura di zero gradi nelle acque gelide. E in questo, noi uomini di fede, scorgiamo la concretizzazione del monito:

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«Larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Così, anziché perdere tempo a discutere sulle scelte di navigazione volute o imposte al capitano, od anziché discutere sui materiali di costruzione del transatlantico, od anziché rassicurare che il capitano non può mai e ad alcun titolo sbagliare manovra, ci muoviamo tra le stive con l’acqua che sta salendo sempre più, invitando uomini e donne al pentimento ed alla purificazione dai peccati, recitando di testa in testa l’assoluzione plenaria in articulo mortis:

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«Ego, facultate mihi ab Apostolica Sede tributa, et remissionem omnium peccatorum tibi concedo. In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti» [Per le facoltà a me concesse dalla Sede Apostolica, io ti concedo la remissione da tutti i tuoi peccati. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo].

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E intanto che gli aristocratici ed i membri dell’alta borghesia di ieri e di oggi, seguitano a compiacersi della compagnia navale White Star Line nel salone delle feste ed a considerare il piroscafo assolutamente inaffondabile, noi  seguitiamo a recitare di fedele in fedele:  «Ego te absolvo …». Fino a che l’acqua non ci avrà sommersi per consegnarci purificati, attraverso questo segno sacramentale del Battesimo — l’acqua —, al premio della vita eterna.

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Ecco, i miei amati e stimati confratelli de L’Isola di Patmos ed io, abbiamo scelto, come devoti sacerdoti di Cristo, di operare per la salvezza dei Christi fideles sino al nostro annegamento; e se dobbiamo annegare, intendiamo annegare pronunciando la formula sacramentale: «Ego te absolvo …» fino a che l’acqua non ci avrà sommersi ed il nostro corpo mortale trasformato a immagine del corpo glorioso di Cristo [cf. III Preghiera Eucaristica, memoria dei defunti].

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V

NON ESISTE ALTRA STRADA SE NON L’OBBEDIENZA A PIETRO, SPECIE QUANDO OBBEDIRE PUÒ ESSERE DOLOROSO. LA GRANDE LEZIONE DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI SULL’OBBEDIENZA E LA FEDELTÀ

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La storia del Sommo Pontefice Benedetto XVI è tutta quanto ancóra da scrivere, ma soprattutto da conoscere, perché noi non conosciamo le vere ragioni del suo atto di rinuncia. Sappiamo solamente che è stato un atto libero, valido e del tutto legittimo. È lui stesso che lo ha spiegato ripetutamente. Le ragioni oggi ignote, che forse un giorno emergeranno, forse tra del tempo o forse tra molto tempo, non renderanno invalido il suo atto e meno che mai la valida elezione del suo legittimo Successore.

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Purtroppo, mentre tutti si interrogano su questioni più o meno fantasiose, avanzando ipotesi perlopiù surreali, nessuno coglie la solenne lezione data a noi tutti dal Sommo Pontefice Benedetto XVI, che è questa: egli si è allontanato dalla Città del Vaticano prima dell’apertura del Conclave, affermando già prima della sua elezione la propria «incondizionata obbedienza» al proprio successore. Poco dopo, al suo Successore eletto che lo ha chiamato per annunciargli lui di persona la propria elezione, ha detto: «Santità, fin d’ora io vi prometto la mia totale obbedienza e la mia preghiera». E se il Venerabile Pontefice Benedetto XVI, il cui ministero, eccezionalmente, anziché cessare con la sua morte è cessato con un suo libero atto di rinuncia, ha professato con simile fede e totalità la propria obbedienza al suo Successore, noi, non dovremmo forse seguire il suo esempio e fare altrettanto, anziché polemizzare, sollevare questioni assurde e ridurre questo gesto di straordinaria portata storica ad uno squallido chiacchiericcio internetico condìto con l’olio ed il sale della fantascienza e del complottismo?

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È contemplato un unico caso nel quale un presbìtero deve, non solo disobbedire al vescovo, ma è proprio tenuto a farlo: solo nel caso in cui il vescovo imponesse o comandasse al presbìtero cose contrarie al Santo Vangelo, al depositum fidei ed al magistero perenne della Santa Chiesa. Più volte, nel corso di questi ultimi anni, ho spiegato e ribadito che nessuno di noi, nel corso di un atto solenne tal è la consacrazione di un sacerdote mediante il Sacramento dell’Ordine, ha mai promesso che il vescovo gli sarebbe rimasto sempre simpatico o che lo avrebbe sempre stimato. Tutti noi, dinanzi ai presbìteri presenti ed al Popolo di Dio abbiamo promesso pubblicamente al vescovo filiale rispetto e devota obbedienza. Questo è ciò che al vescovo dobbiamo: filiale rispetto e devota obbedienza. Nessun presbìtero ha mai promesso che sarebbe stato un perfetto ruffiano o che si sarebbe cimentato nell’arte del culum lingere, per usare un eufemismo poetico di Valerio Gaio Catullo [Carmen 97, alla lettera: “leccare il culo”].

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Mi disse una volta un vescovo in tono stizzoso: «Tu sembri non perdere occasione per mostrare la tua pressoché totale mancanza di stima nei miei riguardi». Detto questo, già prima di proseguire ci tengo a precisare che costui non era uno dei due vescovi dalla cui giurisdizione sono sino ad oggi canonicamente e felicemente dipeso. Rimanendo alquanto perplesso risposi: «Vostra Eccellenza vuole indicarmi quale legge ecclesiastica o quale solenne promessa preveda che un presbìtero debba stimare un vescovo? All’autorità del vescovo io obbedisco, perché l’obbedienza gli è dovuta ed io gliel’ho promessa solennemente. Invece, per quanto riguarda la stima, quella non gli è dovuta, pertanto, se il vescovo la vuole, per quanto mi riguarda se la deve meritare e guadagnare».

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Inutile a dirsi: se nella dimensione di vita sacerdotale, che è inserita in una precisa struttura gerarchica sacramentale, subentra il tarlo emotivo “non mi piace quindi non obbedisco”, oppure “non mi piace quindi non lo riconosco come autorità”, a quel punto la Chiesa, raffigurata nella simbologia come una barca guidata da Pietro, potrebbe in tal caso colare tranquillamente a picco senza neppure dover sbattere su un iceberg come il Titanic.

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Non esiste altra strada, se non l’obbedienza a Pietro, unitamente alla nostra preghiera affinché egli si ravveda, ed una volta ravveduto adempia a quello che è il suo principale ed alto ministero apostolico: «Conferma i fratelli nella fede». Nel mentre noi, in questo clima nel quale la divisione e la disunione pare prendere vita proprio dalla figura di Pietro stesso, dobbiamo più che mai unirci in una sorta di lega santa e tenere sempre ben chiare a mente le parole del Beato Apostolo Paolo:

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«Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!» [Gal 5, 15].

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Il Popolo di Dio smarrito e disorientato, non ha bisogno dei litigi scatenati dai blogger in cerca di follower; ha bisogno di santi pastori in cura d’anime e di laici impegnati nella diffusione delle verità evangeliche, che ripartano dagli insegnamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, come noi Padri de L’Isola di Patmos andiamo dicendo da anni e come di recente ha ribadito il Cardinale Gerhard Ldwig Muller nella piena consapevolezza che la Chiesa sta vivendo una profonda crisi morale e dottrinale [vedere articolo, QUI]. Questa è la nostra missione, basata sull’esortazione del Beato Apostolo Giovanni:

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«E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me» [Gv 17, 22-23].

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Cercate dunque, cari Fedeli e cari Lettori, delle isole sicure nelle quali si annunci e si trasmetta la rivelazione. Non saltate a nutrirvi di polemiche, di critiche sterili e di cosiddetti scoop surreali in giro per i vari blog inattendibili che brulicano sulla rete telematica, molti dei quali non riportano neppure i nomi dei responsabili o di chi scrive certe assurdità, per non parlare dei gravi insulti rivolti al Pontefice regnante ed a quei vescovi e cardinali dai quali, queste persone che non si presentano neppure con la propria faccia ed il proprio nome, pretenderebbero però atti di “eroica ribellione”, inconsapevoli che ribellarsi a Pietro comporterebbe la tragica distruzione della Chiesa stessa.

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Quanti di voi agiscono a questo modo danneggiano sé stessi, la loro fede e la Santa Chiesa. Anzi, per il servizio di tutela pastorale e dottrinale che da anni noi vi offriamo sulle colonne di questa nostra Isola di Patmos, cercate di offrire anche il vostro sostegno ed il vostro contributo economico, perché come sapete il nostro lavoro ha purtroppo dei gravosi costi vivi di gestione, oltre al fatto che:

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«Non sapete che quelli che celebrano il culto, dal culto traggono il vitto, e quelli che servono all’altare, dall’altare ricevono la loro parte? Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» [I Cor 9, 13-14].

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I buoni pastori, se tali veramente sono, vanno soprattutto e anzitutto sostenuti, sia seguendoli, sia contribuendo alle necessità utili per adempiere la gravosa opera del loro ministero apostolico. E i buoni pastori, sono anzitutto coloro che lavorano nella Chiesa e per la Chiesa, con Pietro e sotto Pietro, a tutela della Chiesa e del Popolo Santo di Dio. Chi invita a ribellarsi al padre ed a distruggere la figura del padre, o peggio a rinnegare il padre, purtroppo non ha capito nulla del mistero della salvezza, perché questo mistero non si realizza attraverso i sentimentalismi emotivi, ma attraverso quell’obbedienza che porta infine alla croce:

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« […] apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre»

[Fil 2, 7-11].

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Se però qualcuno conosce altre vie diverse dalla croce indicata da Cristo Signore per conseguire la salvezza, che me le indichi, perché purtroppo, sino ad oggi, a me sono del tutto sfuggite. Anche perché quando il vescovo, consacrandomi sacerdote, mi ha consegnato il libro dei Santi Vangeli per annunciare il mistero della redenzione, ed il pane ed il vino offerti dal Popolo Santo di Dio per la celebrazione del Sacrificio Eucaristico, può essere che io non abbia proprio capito che cosa dovevo fare e come lo dovevo fare? O devo forse farmi istruire a svolgere correttamente il sacro ministero ed a predicare adeguatamente il Santo Vangelo, dai blogger anonimi che spargono litigi, odi e veleni nella rete telematica? Devo forse farmelo spiegare dagli internauti furibondi che aggrediscono il Pontefice regnante su siti e blog, in modo quasi sempre e di rigore anonimo, salvo però reclamare l’eroismo degli altri, a loro dire colpevoli di non ribellarsi pubblicamente a Pietro? 

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Allora, cari Fedeli e cari Lettori, posto che un pastore in cura d’anime, fosse pure un sacerdote molto difettoso e limitato, rimane comunque per grazia sacramentale sempre più attendibile e affidabile di un blogger più o meno anonimo con una visione del tutto distorta e fantasiosa di Chiesa e di dottrina cattolica, come vi espressi agli inizi di quest’anno [vedere articolo QUI], fate tesoro e seguite con cristiano scrupolo e all’occorrenza con sacrificio il monito del Beato Apostolo Pietro:

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«Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce.  Ugualmente, voi, giovani, siate sottomessi agli anziani. Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi. E il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, egli stesso vi ristabilirà, dopo una breve sofferenza vi confermerà e vi renderà forti e saldi. A lui la potenza nei secoli. Amen!» [I Pt 5, 1-11].

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A chi poi questo non fosse chiaro, malgrado tutte le più precise e lucide spiegazioni offerte, in tal caso può sempre ritirarsi in compagnia di Ponzio Pilato e passare la propria vita a domandarsi con lui: «Che cos’è la verità?»  [Gv 18, 37-38]. E intanto che i cani abbaiano alla luna, la carovana passa … [antico proverbio arabo], ed assieme alla carovana passa anche la possibilità di entrare nel mistero della  salvezza, come narra la parabola delle vergini stolte, che quando giunse infine lo sposo, furono lasciate fuori dalla porta [cf. Mt 25, 1-13]. E fuori da Cristo «porta delle pecore» [Gv 10, 7], c’è la «fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti» [Mt 13, 42].

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dall’Isola di Patmos, 16 febbraio 2019

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