“Silere non possum” e l’arcobaleno come cavallo di Troia. Quando la lotta agli abusi diventa il pretesto per riscrivere la morale cattolica
SILERE NON POSSUM E L’ARCOBALENO COME CAVALLO DI TROIA. QUANDO LA LOTTA AGLI ABUSI DIVENTA IL PRETESTO PER RISCRIVERE LA MORALE CATTOLICA
Dire che «non c’è nulla da curare» può funzionare in un manifesto ideologico arcobalenico e gay friendly, non però nella Chiesa Cattolica, dove la cura delle anime esiste proprio perché l’uomo non è un individuo perfetto al quale basta essere confermato in tutto ciò che prova, desidera o ritiene giusto.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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L’articolo pubblicato da Silere non possum con il titolo La Gran Bretagna si appresta a vietare la pratiche di conversione (cfr. qui) prende spunto dal progetto di legge britannico volto a vietare le cosiddette conversion practices, che a dire dei suoi promotori pretenderebbero di modificare l’orientamento sessuale di una persona.

Questo tema costituisce tuttavia solo l’occasione per riproporre una linea che Silere non possum porta avanti ormai da anni: sostenere che il problema non siano soltanto eventuali abusi, ma la stessa impostazione morale della Chiesa Cattolica sull’omosessualità (tra i numerosi vedere qui). L’articolo si regge su un artificio argomentativo di tipo sofistico e parte dalla condanna di pratiche che nessuno difende per poi estendere il sospetto in modo progressivo fino a comprendere la direzione spirituale, la prassi pastorale, il linguaggio della conversione, la proposta della continenza e perfino la possibilità che una persona omosessuale chieda liberamente di essere aiutata a vivere secondo l’insegnamento della Chiesa. Così facendo, il dibattito sulle conversion practices diventa il veicolo attraverso il quale mettere sotto processo non gli abusi, ma la morale cattolica stessa.
Il problema molto serio nasce quando l’autore oltrepassa il tema della critica alle conversion practices per allargare progressivamente il bersaglio fino ad affermare che «nessuno è rotto e nessuno deve essere aggiustato» e che parlare di «guarigione» dell’omosessualità costituirebbe, già di per sé, un’impostazione da respingere. È qui che il ragionamento cambia natura, perché nessun sacerdote fedele alla dottrina e al magistero della Chiesa sostiene che un omosessuale sia «rotto». Però, se diventa sospetto perfino parlare di direzione spirituale liberamente richiesta da una persona, allora il bersaglio non sono più gli abusi, ma il linguaggio stesso con cui la Chiesa parla da duemila anni della conversione di ogni uomo, indipendentemente dal suo orientamento sessuale (cfr. mio precedente articolo, qui).
L’articolo scrive che queste pratiche «non curano nulla, perché non c’è nulla da curare». La frase sembra umana, rassicurante, perfino compassionevole. In realtà non è soltanto teologicamente povera, ma radicalmente errata. Per la fede cristiana ogni persona, omosessuale o eterosessuale, porta in sé una ferita che ha nome peccato, concupiscenza, disordine e bisogno di conversione. Dire che «non c’è nulla da curare» può funzionare in un manifesto ideologico gay friendly, non però nella Chiesa Cattolica, dove la cura delle anime esiste proprio perché l’uomo non è un individuo perfetto al quale basta essere confermato in tutto ciò che prova, desidera o ritiene giusto.
Una premessa ovvia per qualsiasi teologo ma tutt’altro che scontata per coloro che, proprio perché non sanno, presumono più che mai di sapere: il peccato non è un diritto, ma una possibilità che rientra nella piena libertà concessa da Dio all’uomo. Per questo non mi stanco di ripetere, a proposito della libertà: se Dio non ha impedito ai nostri progenitori di commettere il peccato originale, alterando così l’equilibrio della creazione e segnando la storia dell’umanità, vogliamo forse essere noi a limitare ciò che Dio stesso non ha limitato, donando all’uomo il libero arbitrio? Ciò premesso, il punto decisivo è distinguere. Una cosa è voler «raddrizzare» una persona contro la sua volontà, sino a ricorrere a forme di coercizione, altra è accompagnare chi domanda liberamente di essere guidato in un cammino spirituale. Una cosa è l’abuso, altra la direzione spirituale. Una cosa è la manipolazione psicologica, altra la confessione sacramentale. Una cosa è imporre una presunta «guarigione» dell’orientamento sessuale, altra è aiutare una persona a vivere la propria sessualità secondo l’insegnamento della Chiesa. L’articolo di Silere non possum confonde deliberatamente questi piani, presentandoli come se appartenessero alla stessa categoria. Il risultato non è un’analisi, ma una confusione che tradisce una sostanziale carenza di comprensione della dottrina cattolica e della cura delle anime.
Ancora più singolare è il passaggio su Padre Amedeo Cencini, presbitero della Congregazione Canossiana e psicologo, oggetto da anni di violenti attacchi da parte dell’ideatore di questo blog, dov’è presentato come esempio della presunta responsabilità della Chiesa Cattolica, con roboante ricordo trionfale di quando Marco Perfetti avviò nel 2022 un procedimento disciplinare contro di lui presso l’Ordine degli Psicologi del Veneto, senza ottenere il risultato sperato. La Commissione di vigilanza dell’Ordine regionale, attenendosi alle procedure previste, aprì il fascicolo, ascoltò le parti e convocò sia l’accusante (Perfetti) sia l’accusato (Cencini). Al termine dell’istruttoria, in data 18 luglio 2021, pronunciò questa sentenza: «Non si sono ravvisate ipotesi di violazione del Codice Deontologico». Il procedimento venne quindi archiviato definitivamente il 22 novembre 2021. L’episodio ricevette eco sulla stampa e un noto settimanale cattolico diede conto della vicenda, sottolineando come l’accusa fosse stata giudicata inconsistente e infondata. Nello stesso articolo fu riportato anche il commento pubblicato sui social dal Sig. Perfetti che, vedendosi dare torto, arrivò ad affermare:
«L’Italia è una Repubblica che non conosce cosa sia la giustizia […] un Paese che fa sostanzialmente ridere» (cfr. Settimana News, qui).
Queste sono le reazioni scomposte, offensive e spesso violente alle quali ricorre quando le sue istanze sono respinte, cosa che avviene, come i fatti dimostrano, per una media di nove volte su dieci (cfr. qui). Inutile a dirsi, ma lo diciamo lo stesso: una vera redazione seria che si proclama «testata giornalistica internazionale» (cfr. qui), non pubblica articoli firmati da anonimi privi di nome e cognome e, quantunque domiciliata fittiziamente in Estonia presso il civico di un complesso industriale dove risulta un distributore di carburante, dovrebbe almeno domandarsi se le proprie accuse siano fondate. Per farlo occorrono però il senso della misura e quello del ridicolo, qualità delle quali, a giudicare dai fatti, non sembra dare particolare prova. Invece no: continua a riproporre — in questo come in altri casi riguardanti persone finite nel suo mirino — la medesima narrazione, come se la martellante ripetizione costituisse una prova e il sistematico insuccesso delle proprie iniziative un dettaglio trascurabile (cfr. qui, qui, qui, ecc..).
L’articolo è costretto, a un certo punto, a riconoscere una cosa essenziale: la relazione del Gruppo di studio istituito durante il Sinodo sulla Sinodalità, pubblicata dal Vaticano il 5 maggio, non modifica in alcun modo l’insegnamento cattolico sull’omosessualità o sul matrimonio e ribadisce che l’accompagnamento pastorale deve rimanere «in piena conformità con l’insegnamento della Chiesa». Questa sola affermazione dovrebbe chiudere la questione: se l’accompagnamento deve essere conforme alla dottrina cattolica, allora non può trasformarsi nella benedizione morale degli atti omosessuali. Se invece qualcuno pretende che ogni accompagnamento conforme alla dottrina sia già, di per sé, sospetto, allora il problema non sono più gli abusi: il problema è la dottrina cattolica stessa che si tenta di colpire per vie traverse giocando di sofismi sulle parole.
Poiché il Sig. Marco Perfetti ricorre con grande disinvoltura nei suoi articoli all’accusa di «omofobia», è opportuno chiarire un dato giuridico elementare che pare sfuggirgli. Nel diritto penale italiano non esiste una fattispecie autonoma denominata «reato di omofobia». Questa non è un’opinione, ma un dato oggettivo del diritto positivo. Ciò non significa che restino impunite le minacce, le violenze, le percosse, la diffamazione o altri comportamenti penalmente rilevanti commessi ai danni di persone omosessuali, che trovano già tutela nelle ordinarie disposizioni del Codice penale. Diverso è il discorso relativo ai cosiddetti reati d’odio: gli articoli 604-bis e 604-ter del Codice penale, introdotti dal decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito nella legge 25 giugno 1993, n. 205 (cosiddetta Legge Mancino), puniscono la propaganda, l’istigazione alla discriminazione e alla violenza fondate su motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. L’orientamento sessuale e l’identità di genere non figurano però tra le categorie tutelate da queste disposizioni, poiché i successivi tentativi di estenderne l’ambito applicativo — il più noto dei quali è stato il Disegno di legge Zan, definitivamente respinto dal Senato il 27 ottobre 2021 — non sono mai divenuti legge perché il rischio che andassero a perseguire il reato di opinione era elevatissimo. Tema quest’ultimo sul quale Padre Ivano Liguori e io scrivemmo un libro a cui rimando: Dal Prozan al Prozac.
Questo è il quadro normativo vigente, sarebbe quindi prudente tenerne conto prima di distribuire lezioni di diritto, dato che il Sig. Perfetti mostra spesso una singolare inclinazione a impartire, in articoli e video, spiegazioni giuridiche con tono perentorio anche a magistrati, avvocati e docenti universitari che esercitano o insegnano il diritto da un numero di anni superiore alla sua intera età anagrafica. È un esercizio di sicurezza personale certamente ammirevole, molto meno, però, sul piano della competenza giuridica.
Questo blog gay-friendly in salsa gossip-clericale che, come dicevamo poc’anzi, si presenta come «testata giornalistica internazionale» con sede dietro una pompa di benzina ubicata in una zona industriale della capitale dell’Estonia, non chiede di non umiliare gli omosessuali, questo la Chiesa lo insegna già, né di condannare le violenze, questo lo impone già la morale cristiana. Come provano anni di articoli e numerosi video del suo blogger pretende che la Chiesa rinunci a considerare l’omosessualità praticata come moralmente disordinata e che consideri sospetto ogni cammino di direzione spirituale. È il cavallo di Troia arcobalenato: entra con il linguaggio della tutela, poi chiede alla Chiesa di cambiare antropologia, morale e pastorale.
A questo proposito il mio compianto amico Paolo Poli, nel documentario Felice chi è diverso di Gianni Amelio del 2014, con parole poi riportate anche dal Corriere della Sera il 25 marzo 2016, espresse un concetto molto più lucido di tante omelie travestite da sociologia inclusiva:
«La Chiesa fa il suo mestiere. Non si cheti! I gay non possono pretendere di incularsi con la benedizione del Papa!».
Dietro questa frase forte tipica della teatralità del maestro c’è però una verità elementare: la Chiesa non odia chi vive una condizione omosessuale; semplicemente non può benedire ciò che ritiene contrario alla legge morale. Paolo Poli lo aveva capito, alcuni cattolici ideologizzati e arcobalenati ancora non riescono a capire che la Chiesa accoglie il peccatore, sempre, ma combatte il peccato, sempre.
Resta infine la firma impressa a fine articolo: Robert Evans, nome che nel mondo anglosassone suona più o meno come il nostro Mario Rossi, o come un napoletanissimo Gennaro Esposito. Non è dato sapere se si tratti di una persona reale, di uno pseudonimo o di una firma redazionale. La cosa avrebbe minore importanza se il testo non pretendesse di impartire lezioni alla Chiesa Cattolica sulla cura delle anime, tema sul quale sarebbe gradito almeno sapere chi parla, con quale competenza e con quale responsabilità personale.
La Chiesa «non si cheti» — com’ebbe a dire Paolo Poli — e continui a fare il proprio mestiere: accogliere le persone, curare le ferite, condannare ogni abuso, annunciare la salvezza, chiamare ogni uomo alla conversione e concedere la grazia della divina misercordia. Se per qualcuno questo è ormai inaccettabile, almeno abbia l’onestà di dire apertamente che non vuole correggere gli abusi della pastorale cattolica, ciò a cui mira è correggere la fede cattolica in gaia salsa arcobaleno.
Dall’Isola di Patmos, 28 giugno 2026
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– 22 giugno 2026 – Comunicato: L’ISOLA DI PATMOS OGGETTO DI RIPETUTE SEGNALAZIONI INFONDATE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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