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L’inizio del ministero petrino di Leone XIV e il disincanto di un vecchio prete che spera ma non s’illude — The beginning of the petrine ministry of Leo XIV and the disenchantment of an old priest who hopes but is not deluded

18 Maggio 2025/2 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

(English text after the Italian)

L’INIZIO DEL MINISTERO PETRINO DI LEONE XIV E IL DISINCANTO DI UN VECCHIO PRETE CHE SPERA MA NON S’ILLUDE

Dio benedica il Romano Pontefice, visto che in questa condizione di disastro potrebbe fare poco o niente. Però, dinanzi a una situazione disperata come la nostra, averci provato anche senza riuscirci, costituirà già merito di grazia e salvezza, attraverso la gloria del cristologico fallimento, perché il futuro e la lenta e dolorosa rinascita della Chiesa si giocherà tutta sulla ricerca dell’unità. Dunque: buon fallimento, Beatissimo Padre Leone XIV.

— Attualità ecclesiale —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa – PDF article print format

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Davanti a un Romano Pontefice che si presenta dignitoso, a una liturgia pontificale decorosa come non se ne vedevano da un decennio, a una piazza San Pietro gremita, dopo anni di trionfi di piazze e chiese sempre più vuote, tra i tripudi di giubilo dei laicisti delle sinistre internazionali che inneggiavano al “papa rivoluzionario”, all’udire un Romano Pontefice che parla misurando con cura le parole attraverso discorsi elaborati su contenuti dottrinali e teologici, quantomeno, dovrebbe indurmi a gioire con entusiasmo. Sì, posso anche rallegrarmi, ma non riesco a gioire, né ad essere entusiasta.

Il Santo Padre Leone XIV eredita la situazione incancrenita di una Chiesa che ristagna in una condizione di decadenza irreversibile e che da tempo ha superato la soglia del non ritorno, lo vado dicendo e scrivendo da 15 anni (cfr. QUI e QUI). Beninteso, più che poco, le parole mie contano niente. Figurarsi, abbiamo perduto l’abitudine di ascoltare la parola di Dio, dopo averne fatto ciò che volevamo, tra manipolazioni e surreali esegesi di comodo, cosa potrà contar mai il pensiero di un Signor Niente e di un Signor Nessuno come me? A maggior ragione mi sento di dire: se il Santo Padre riuscirà a fare solo qualche cosa, ciò non sarà molto, ma moltissimo.

Un uomo solo non può cambiare le cose, neppure Francesco d’Assisi ci riuscì, anche per questo sul finir della vita andava nascondendosi alla Verna. E poco dopo, Bonaventura da Bagnoregio, eliminate le precedenti cronache e biografie redatte da Tommaso da Celano, provvide a inventare una leggenda aurea a uso ecclesiale, politico e sociale, tanto complicata era la figura del vero Francesco, quello reale (cfr. rimando a questo articolo QUI). Questo a riprova del fatto che non vogliamo i Santi, che sono figure quasi sempre complesse, non facili da leggere, spesso provocanti e persino irritanti; vogliamo i santini da candela a uso del fitto esercito dei fedeli beoti, quelli tutti cuoricini che noi preti ci siamo sempre guardati dall’educare come si converrebbe in virtù della missione a noi affidata da Cristo. Se infatti avessimo educato e formato i fedeli, questi avrebbero finito col vedere anzitutto i nostri difetti, le nostre gravi contraddizioni, comprendendo che noi preti siamo la versione aggiornata e peggiorata degli antichi farisei dinanzi ai quali Cristo esortava i devoti credenti a fare quel che insegnavano, non quel che facevano nel loro vissuto quotidiano (cfr. Mt 23, 1-10), rimproverandoli di caricare sulla spalle delle persone dei pesi insopportabili che non avrebbero mai toccato neppure con un dito (cfr. Lc 11,46).

La macchina della Chiesa non funziona più da decenni, il motore è usurato. Le vipere rimarranno al loro posto, già si sono riciclate saltando nel giro di pochi giorni sul carro del nuovo vincitore. Toccare o rimuovere in tempi brevi eserciti di prelati che hanno mutato la curia romana in una associazione clericale a delinquere di stampo mafioso, sarebbe imprudente e pericoloso. Qualsiasi cambiamento richiede attenta riflessione, prudenza e tempo, soprattutto oggi che il Santo Padre non può fare affidamento su elementi di valore coi quali lavorare. Il suo Predecessore ha piazzato in tutti i posti chiave della curia romana ruffiani e delatori, nell’ipotesi migliore soggetti mediocri, gravati quasi sempre da problematicità morali, tanto da essere per questo ricattabili e controllabili in un sistema ormai perverso e pervertitore, quindi gestibili e all’occorrenza utilizzabili per fare del male al prossimo e diffondere le metastasi del male in tutto il corpo ecclesiale.

Il livello della formazione dei sacerdoti si è abbassato negli ultimi anni a livelli orribili, nei seminari abbiamo cresciuto generazioni di preti svezzati col latte in polvere delle emotività dei cuoricini, nutrendoli poi con gli omogenizzati dei sociologismi. Infimi, i livelli dottrinali, teologici e pastorali. Orami è pressoché prassi udire preti che durante le omelie riescono a mettere in croce tre micidiali eresie nell’arco dei primi minuti, senza neppure rendersene conto.

Cerco di esercitare la virtù teologale della speranza (I Cor 13.13), guardandomi però dal confonderla con l’illusione. Alle soglie dei 62 anni d’età sono un vecchio prete disilluso, sempre più ritirato e distante da tutti i giri e i circoli ecclesiali ed ecclesiastici che nel corso degli anni mi hanno recato il peggior male con diabolica malizia. Più volte ho dovuto difendermi da false accuse legate a fatti mai avvenuti, a gesta mai compiute, a cose mai dette e neppure mai pensate. Seguiterò a difendermi finché ne avrò voglia e forza, soprattutto finché ne varrà la pena, perché a volte non merita neppure difendersi dal falso.

Sono disilluso totalmente, pur seguitando a sperare, perché ho fede. È infatti con la fede e la speranza che si può esercitare la virtù della carità. Non so se sono realista in modo oggettivo o se i miei dolori e le tante umiliazioni patite nel corso dell’intera vita sacerdotale rendono viziata la mia analisi su ciò che pure è reale e incontrovertibile, questo lo dirà il tempo. La disillusione è la malattia più grave che si incontra nella stagione della vecchiaia, è un morbo così grave da essere definito cronico come disturbo, quindi incurabile. Dobbiamo accettare serenamente il tutto prendendo dalla vecchiaia, tra i vari elementi belli che ci può dare, l’accettazione di quei nostri limiti personali che talvolta la vita ci mette dinanzi assieme ai nostri fallimenti. 

Verrebbe da invidiare i cuoricini emotivi palpitanti con la loro “fede” fatta di stelline, di efebici Cristi androgini photoshoppati e di madonnine languide che vagano logorroiche per il mondo a distribuire messaggi e segreti tremebondi ai vari sedicenti veggenti. Invece, io che ho vissuto 38 anni nel mondo secolare prima di iniziare la formazione al sacerdozio e diventare prete a 46 anni, pur avendo viaggiato e incontrato uomini e donne delle più diverse culture e società, non ho memoria d’aver conosciuto in alcun dove dei soggetti cattivi, crudeli e malvagi come quelli che ho conosciuto nella Chiesa all’interno del clero cattolico. Mai, nella mia vita secolare, ho conosciuto esseri umani che fossero cattivi, vigliacchi, bugiardi e traditori come certi preti, che non sono affatto pochi, come qualche scandalizzata anima pia si affretterebbe a ribattere accusandomi di indugiare in tremende generalizzazioni. E più si sale nella scala gerarchica più la cattiveria, la vigliaccheria, la menzogna e il tradimento aumentano di livello quando si giunge a vescovi e cardinali.

Leone XIV non è Mago Merlino, in mano tiene all’occorrenza la ferula, o bastone pastorale, non la bacchetta magica. Cercherà di fare e, sicuramente, farà, ma non potrà fare più di tanto in questa Chiesa non più ridotta neppure a puttana, per usare l’espressione del Santo vescovo e dottore della Chiesa Ambrogio che la definì «casta meretrix», ossia «santa e puttana». Oggi la Chiesa è ridotta a un circolo grottesco di checche acide, cattive e incattivite alla massima potenza, drogate di potere e piazzate in tutte le stanze di comando, a partire dalla curia romana ubicata nella nazione con la più alta percentuale di gay di tutto il mondo: lo Stato della Città del Vaticano.

Dinanzi al mistero di Cristo e della sofferenza umana bisogna interrogarsi a fondo in che cosa consisterebbe la vita eterna, se non nel recupero di tutto ciò che abbiamo dimenticato, considerato inutile o perduto nella nostra vita terrena secondo il principio della ricapitolazione:

«[…] il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1, 1-10).

In poche pagine ho scritto il manifesto del mio fallimento consumato come uomo e come prete, sentendomi in ciò associato a quello di Cristo non accolto (cfr. Gv 1,11) tradito (cfr. Lc 22,48) e abbandonato (cfr. Mt 26,56). E tale sarebbe rimasto il Cristo: un clamoroso fallito, se non fosse intervenuta la sua risurrezione, alla quale tutti noi falliti cristologici siamo stati resi partecipi. È infatti la risurrezione del Cristo e la nostra risurrezione in Cristo a cambiare la prospettiva del fallimento e mutarlo in una tappa di passaggio, in un grande momento di grazia, in una porta di accesso alla vita eterna.

Dio benedica il Romano Pontefice, visto che in questa condizione di disastro potrebbe fare poco o niente. Però, dinanzi a una situazione disperata come la nostra, averci provato anche senza riuscirci, costituirà già merito di grazia e salvezza, attraverso la gloria del cristologico fallimento, perché la lenta e dolorosa rinascita della Chiesa si giocherà tutta sulla ricerca dell’unità (cfr. QUI). Dunque: buon fallimento, Beatissimo Padre Leone XIV.

Dall’Isola di Patmos, 18 maggio 2025

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THE BEGINNING OF THE PETRINE MINISTRY OF LEO XIV AND THE DISENCHANTMENT OF AN OLD PRIEST WHO HOPES BUT IS NOT DELUDED

God bless the Roman Pontiff, since in this condition of disaster he could do little or nothing. However, in the face of a desperate situation like ours, having tried even without succeeding will already constitute a merit of grace and salvation, through the glory of Christological failure, because the slow and painful rebirth of the Church will be played out entirely on the search for unity. Therefore: happy failure, Most Blessed Father Leo XIV.

— Attualità ecclesiale —

Author
Ariel S. Levi di Gualdo

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Before a Roman Pontiff who presents himself with dignity, before a decorous pontifical liturgy like we haven’t seen in a decade, before a crowded St. Peter’s Square, after years of triumphs of increasingly empty squares and churches, amid the jubilation of the secularists of the international left who praised the “revolutionary pope,” hearing a Roman Pontiff who speaks carefully measuring his words through speeches elaborated on doctrinal and theological content, at the very least, should induce me to rejoice with enthusiasm. Yes, I can also rejoice, but I cannot rejoice, nor be enthusiastic.

The Holy Father Leo XIV inherits the cancerous situation of a Church that is stagnant in a condition of irreversible decadence that has long since passed the threshold of no return, I have been saying and writing for 15 years (see HERE and HERE). Of course, more than a little, my words count for nothing. Imagine, we have lost the habit of listening to the word of God, after having done what we wanted with it, between manipulations and surreal exegeses of convenience, what could the thought of a Mr. Nothing and a Mr. Nobody like me count for? All the more reason I feel like saying: if the Holy Father manages to do just a little, it will not be much, but a lot.

One man alone cannot change things, not even Francis of Assisi succeeded, which is also why he hid at the end of his life at La Verna. And shortly after, Bonaventura da Bagnoregio, having eliminated the previous chronicles and biographies written by Tommaso da Celano, proceeded to invent a golden legend for ecclesiastical, political and social use, so complicated was the figure of the true Francis, the real one. This proves the fact that we do not want Saints, who are almost always complex figures, not easy to read, often provocative and even irritating; we want candle holy cards for the dense army of the faithful childish, that we priests have always been careful not to educate as would be appropriate by virtue of the mission entrusted to us by Christ. If in fact we had educated and trained the faithful, they would have ended up seeing first of all our defects, our serious contradictions, understanding that we priests are the updated and worsened version of the ancient Pharisees before whom Christ exhorted devout believers to do what they taught, not what they did in their daily lives (see Mt 23:1-10), reproaching them for placing unbearable burdens on people’s shoulders that they would never have touched even with a finger (see Lk 11:46).

The Church machine has not worked for decades, the engine is worn out. The vipers will remain in place, they have already recycled themselves by jumping on the bandwagon of the new winner in a matter of days. Touching or removing in a short time armies of prelates who have transformed the Roman Curia into a mafia-style clerical criminal association would be imprudent and dangerous. Any change requires careful reflection, prudence and time, especially today when the Holy Father cannot rely on valuable elements with which to work. His Predecessor has placed in all the key positions of the Roman Curia sycophants and informers, in the best case mediocre subjects, almost always burdened by moral problems, so much so that they are therefore blackmailable and controllable in a system that is now perverse and perverting, therefore manageable and, if necessary, usable to harm others and spread the metastases of evil throughout the ecclesial body.

The level of priestly training has dropped to horrible levels in recent years, in seminaries we have raised generations of priests weaned on the powdered milk of the emotions of little hearts, then nourished with the homogenized baby food of sociologisms. The doctrinal, theological and pastoral levels are very low. It is now almost common practice to hear priests who during homilies manage to enunciate three heresies in the space of the first few minutes, without even realizing it.

I try to exercise the theological virtue of hope (I Cor 13.13), but I am careful not to confuse it with illusion. On the threshold of 62 years of age I am an old disillusioned priest, increasingly withdrawn and distant from all the ecclesiastical and ecclesiastical circles and circles that over the years have brought me the worst harm with diabolical malice. I have had to defend myself several times from false accusations related to facts that never happened, to deeds never done, to things never said or even thought. I will continue to defend myself as long as I have the will and strength, especially as long as it is worth it, because sometimes it is not even worth defending oneself from falsehood.

I am totally disillusioned, even though I continue to hope, because I have faith. It is in fact with faith and hope that one can exercise the virtue of charity. I do not know if I am objectively realistic or if my pains and the many humiliations suffered throughout my entire priestly life make my analysis of what is real and incontrovertible flawed, time will tell. Disillusionment is the most serious illness encountered in old age, it is such a serious disease that it is defined as chronic disorder, therefore incurable. We must serenely accept everything, taking from old age, among the various beautiful elements that it can give us, the acceptance of our personal limits that life sometimes puts before us together with our failures.

One would envy the emotional hearts and  their “faith” made of little stars, of ephebic androgynous photoshopped Christs and of languid Madonnas who wander chattering around the world distributing messages and secrets to the various self-styled seers. Instead, I who lived 38 years in the secular world before beginning my training for the priesthood and becoming a priest at 46, despite having traveled and met men and women from the most diverse cultures and societies, I have no memory of having met anywhere such bad, cruel and wicked individuals as those I have met in the Church within the Catholic clergy. Never, in my secular life, have I met human beings who were bad, cowardly, liars and traitors like certain priests, who are not at all few, as some scandalized pious soul would hasten to retort accusing me of indulging in terrible generalizations. And the higher you go up the hierarchical ladder, the more wickedness, cowardice, lies and betrayal increase when you reach bishops and cardinals.

Leo XIV is not Merlin Magician, in his hand he holds the “ferula”, or pastoral staff, not the magic wand. He will try to do and, certainly, he will do, but he will not be able to do much in this Church no longer even reduced to a whore, to use the expression of the Holy Bishop and Doctor of the Church Ambrose who defined it as “casta meretrix”, or “holy and whore”. Today the Church is reduced to a gay circle grotesque; an army of evil and vengeful gays to the maximum power, drugged with power and placed in all the rooms of command, starting from the Roman Curia located in the nation with the highest percentage of gays in the world: the Vatican City State.

Faced with the mystery of Christ and human suffering, we must ask ourselves what eternal life would consist of, if not in the recovery of everything we have forgotten, considered useless or lost in our earthly life according to the principle of recapitulation:

«to be put into effect when the times reach their fulfillment to bring unity to all things in heaven and on earth under Christ» (Eph 1, 1-10).

In a few words I have written the manifesto of my failure as a man and as a priest, feeling associated in this with that of Christ who was not welcomed (see Jh 1:11), betrayed (see Lk 22:48) and abandoned (see Mt 26:56). And Christ would have remained such: a resounding failure, if his resurrection had not intervened, in which all of us Christological failures, have been made participants. It is in fact the resurrection of Christ and our resurrection in Christ that changes the perspective of failure and transforms it into a stage of transition, into a great moment of grace, into a door of access to eternal life.

God bless the Roman Pontiff, since in this condition of disaster he could do little or nothing. However, in the face of a desperate situation like ours, having tried even without succeeding will already constitute a merit of grace and salvation, through the glory of Christological failure, because the slow and painful rebirth of the Church will be played out entirely on the search for unity. Therefore: happy failure, Most Blessed Father Leo XIV.

From the Isle of Patmos, May 18, 2025

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Più che «Buonasera» e «Buon pranzo» avevamo bisogno di un leone che ci ricordasse di «Accettare Cristo senza condizioni»

12 Maggio 2025/2 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano

PIÙ CHE «BUONASERA» E «BUON PRANZO» AVEVAMO BISOGNO DI UN LEONE CHE CI RICORDASSE DI «ACCETTARE CRISTO SENZA CONDIZIONI»

Papa Leone nella sua prima omelia ci ha già ricordato che dobbiamo accettare Cristo senza condizioni, sebbene questa verità venga ritenuta dal mondo e dai potenti una cosa assurda, essa resta l’unica maniera per camminare da cristiani e per corrispondere al ministero petrino che da Pietro giunge fino a noi oggi.

— Attualità pastorale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Il Sacro Collegio Cardinalizio ha dato da pochi giorni alla Chiesa un nuovo Pontefice: Leone XIV. Da cattolici e consacrati, vogliamo e speriamo che questa gravosa scelta sia stata — se non proprio guidata — almeno ispirata dallo Spirito Santo in quella maniera misteriosa con cui Dio è capace di orientare il mondo e gli eventi, anche quelli che palesemente sembrano negare la sua azione e presenza.

In un mio recente articolo (cfr. QUI) ho già avuto modo di spiegare il ruolo dello Spirito Santo dentro il grande rito del Conclave, certamente l’azione dello Spirito di Dio resta il più delle volte misteriosa all’uomo e quindi è difficile voler avere la pretesa di un controllo e scandagliare tutte le sottigliezze che lo Spirito Santo intesse nella vita di noi uomini, compresa quella permissione all’errore e finanche al peccato che per l’uomo diventa l’occasione per riscoprire la grazia divina.

Come non ricordare, a questo proposito, proprio l’apostolo Pietro nel momento del suo rinnegamento, un momento di grande tragicità e infedeltà, a fronte di tutte quelle esperienze di fede che Pietro ha avuto modo di vedere stando con Gesù nei tre anni di vita pubblica. In che modo Pietro sa ripagare il Maestro dopo aver spergiurato amore e fedeltà? Con quelle parole pesanti come il piombo: «Non lo conosco». E se Pietro tenta di disconoscere Cristo, Cristo però conosce bene Pietro e il suo cuore e per questo per lui prega e lo invita preventivamente sulla strada del ritorno:

«Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32).

Di questi due versetti del Vangelo di Luca l’invito alla conversione e al ritorno dell’apostolo è fondamentale. Gesù sembra quasi dire a Pietro che il suo compito di guida nella fede e di capo del collegio apostolico e della Chiesa non può prescindere dalla capacità di una continua conversione e di un ritorno in sé stesso in cui c’è lo stesso Cristo ad attenderlo. Come non vedere in ciò quello sguardo penetrante di Cristo a Pietro dopo il suo rinnegamento. Quello sguardo pieno di misericordia che penetra nell’anima, «in interiore homine», dove Pietro riconosce finalmente la verità nella Verità. E la verità è che Pietro è tale solo quando sa essere «Kephas» che nel suo significato originale che i nostri fratelli cristiani orientali sanno dare — più di quello che noi occidentali siamo soliti interpretare — significa pietra instabile e traballante. Tu Pietro sei pietra instabile finché non trovi la stabilità in Cristo che è pietra d’angolo, finché non ti fidi del suo comando a gettare le reti quando è giorno pieno e a quello di pascere le sue pecorelle, finché non ti ricordi che Cristo ti chiede di amarlo e tu puoi solo offrirgli il tuo povero bene.

Avendo davanti agli occhi della fede la persona del Beato apostolo Pietro, possiamo lecitamente domandarci che Papa sarà Leone XIV? Personalmente non desidero altro che egli sia un annunciare di Cristo risorto e che riproponga ogni giorno al mondo la fede pasquale. Questa è la cosa più urgente oggi nella Chiesa e nel mondo. I problemi ci sono, le riforme sono necessarie, la pace è un grido da invocare sempre, il dialogo, l’accoglienza e le relazioni politiche e internazionali sono buone cose ma senza la solidità di Cristo pietra d’angolo nulla di tutto questo salva e restituisce all’uomo la speranza. In questa danza della libertà umana, dovrà scomparire l’uomo Robert Francis Prevost, per lasciare finalmente il posto al Pontefice Leone XIV, il quale con fatica e sofferenza dovrà rendersi trasparente affinché in lui Cristo si manifesti.

Da fedeli cristiani siamo chiamati ad abbandonare da subito le colorate tifoserie papolatriche del “mi piace”, “non mi piace” che equiparano il Santo Padre a un leader politico o a un influencer con le proprie ideologie e i propri entourage di potere. Tutte queste cose non possono reggere alla prova della fede dell’apostolo Pietro che confessa:

«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69).

Papa Leone nella sua prima omelia (cfr. nostro articolo QUI) ci ha già ricordato che dobbiamo accettare Cristo senza condizioni, sebbene questa verità venga ritenuta dal mondo e dai potenti una cosa assurda, essa resta l’unica maniera per camminare da cristiani e per corrispondere al ministero petrino che da Pietro giunge fino a noi oggi.

Altra cosa da evitare e da non sperare è quella di rendere Papa Leone XIV un emulo dei pontificati precedenti, lui non è un Francesco, un Benedetto, un Giovanni Paolo II: lui è Leone. Vivere di nostalgia, con la testa rivolta al passato, fino a farsi venire il torcicollo non appartiene ai cristiani. La nostalgia è il terreno fertile in cui nascono le divisive fazioni dei tradizionalisti, dei progressisti, dei sedevacantisti e di altri patologici modi di essere e di sentire che si contrappongono e soffocano la vera fede pasquale.

Assistere in questi giorni ai vari tentativi di tirare per la mozzetta il Papa per portarlo dalla propria parte — ecclesiale e politica — è uno spettacolo disdicevole e puerile. Il tempo saprà darci il polso di questo nuovo pontificato in cui lo Spirito Santo — così come quella simpatica famigliola di gabbiani che hanno fatto il nido vicino al comignolo della Sistina — starà a vigilare affinché la barca della Chiesa non venga definitivamente affondata dai marosi.

Sanluri, 12 maggio 2025

 

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La partita fondamentale del futuro e del nuovo papato si gioca sull’unità della Chiesa

12 Maggio 2025/in Attualità/da Antonio Caragliu - giurista

LA PARTITA FONDAMENTALE DEL FUTURO E DEL NUOVO PAPATO SI GIOCA SULL’UNITÀ DELLA CHIESA

Significativamente la storica Lucetta Scaraffia rileva l’impossibilità, dopo 12 anni di pontificato, di cogliere un’eredità di Papa Francesco, che non sia quella della mera confusione. 

— Gli Autori ospiti de L’Isola di Patmos —

Autore
Antonio Caragliu
avvocato

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PDF  articolo formato stampa

 

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L’info-intrattenimento dei mass-media, dopo i pronostici del toto-nomine papale, si concentra ora nel determinare i caratteri della personalità vincente: Leone XIV.

il Sommo Pontefice Leone XIV in visita pastorale nella regione delle Ande peruviane all’epoca in cui era Vescovo di Chiclayo

Continuerà le riforme del predecessore? Confermerà le sue aperture? Come porterà a termine il percorso sinodale? É moderato? È progressista? È un po’ l’uno e un po’ l’altro? È misericordioso con i migranti? Andrà d’accordo con Donald Trump? A simili interrogativi seguono per lo più affermazioni che suonano come slogan, funzionali a segnare un’appartenenza di schieramento più che una visione sostanziale, spiritualmente significativa.

In particolare, si perde di vista, a mio avviso, la partita fondamentale che si presenta al Papa: l’unità della Chiesa. La questione esatta è: quale unità? Ovvero, come deve essere concepita questa unità? Come deve essere interpretata? Come deve essere declinata?

Il Cardinale Giovanni Battista Re, nell’omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice del 7 maggio, aveva dichiarato:

«L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo».

Comunione nelle diversità: ma quando le diversità minacciano la comunione? E quando, invece, è un’indebita uniformità a minacciare la ricchezza delle legittime diversità? Re fa riferimento alla «piena fedeltà al Vangelo»: è questo il criterio dirimente. Ma, in verità, la questione, più che risolversi, sembra spostarsi: come determinare, infatti, la «piena fedeltà al Vangelo»?

Si tratta dello stesso tema che aveva affrontato il Cardinale Ratzinger nell’omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice del 18 aprile 2005. In questa omelia, che segnerà il programma del pontificato di Benedetto XVI, Ratzinger aveva determinato con precisione il criterio dell’unità: la verità, la cui dimensione ultima è lo stesso Figlio di Dio, misura del vero umanesimo. E con coraggio aveva calato il significato di un simile criterio nel contesto ideologico del relativismo dominante. Senza elusioni e infingimenti. Con onestà intellettuale.

Con il pontificato di Francesco, invece, si è imposto un differente paradigma di unità ecclesiale: un paradigma gesuitico.

Ho trovato una significativa illustrazione di questo paradigma in una conversazione del giornalista Ross Douthat con il padre gesuita James Martin S.J. circa l’eredità del papato appena concluso (vedere video-intervista del 26.04.2025 QUI). Douthat evidenzia come il carattere drammatico del pontificato di Francesco sia stato determinato dalla spinta a cambiare l’insegnamento e la pratica della Chiesa su una serie di questioni difficili e controverse, come la possibilità per i cattolici divorziati e risposati di accedere alla comunione eucaristica, la possibilità per le donne di diventare diaconi o addirittura sacerdoti, la possibilità di benedire coppie dello stesso sesso. Fino a che punto Francesco si è spinto su tali questioni? Martin, in prima battuta, afferma che questo genere di temi «scottanti» avevano per il Papa un carattere secondario rispetto alla proclamazione del Vangelo. In seconda battuta, afferma che Francesco «è andato fin dove ha potuto». A tal proposito racconta come il Papa, in un suo incontro personale del 23 ottobre 2024 come delegato del sinodo, fosse preoccupato della «unità della Chiesa» a causa delle «resistenze» provenienti dall’Africa subsahariana, dall’Europa orientale e persino dagli Stati Uniti. «E ha ripetuto più volte che l’unità è più importante di questi conflitti. Quindi penso che abbia cercato di aprire la porta alla discussione su alcuni di questi problemi senza rompere la chiesa».

A ben vedere ciò che caratterizza il resoconto di Martin circa le preoccupazioni di Francesco è il particolare rapporto tra unità ecclesiale e verità. Apparentemente nel suo discorso sembra non operare un concetto vincolante di verità. Ma in realtà una verità viene fatta valere. Una verità che sembra non vincolare, ma che conferisce una direzione. Una verità implicita, data per presupposta, che prende posizione per un’indefinita apertura circa le questioni controverse proposte. Una verità criticamente non tematizzata, teologicamente emancipata, priva cioè di un serio confronto con il dato biblico, ridotto tutt’al più a un generico riferimento alla misericordia. È una verità non vincolante? Non proprio. È una verità criticamente disimpegnata ma politicamente vincolante, che, non a caso, affronta le posizioni diverse (e logicamente incompatibili) come «resistenze».

In una dimensione simile non vi è spazio per un dialogo autentico, ma semmai per una mediazione, per un accomodamento. Come se in gioco ci fossero delle forze e degli interessi. L’unità ecclesiale, quindi, non si fonda sulla verità. Non si fonda, per riprendere le parole di Ratzinger, sul «Figlio di Dio, misura del vero umanesimo». L’unità è una composizione di forze, in ultimo, fondata sul potere supremo del Papa, il cui ruolo vicariale si stempera, per far risaltare invece la sua personalità.

Alla luce di questo paradigma gesuitico dell’unità ecclesiale si spiega il carattere autoritario e contraddittorio del papato gesuita, rilevato sovente dagli osservatori più sensibili. Nella prospettiva di una simile concezione dell’unità ecclesiale, infatti, le contraddizioni non fanno problema: possono convivere. Anche se le contraddizioni provengono dallo stesso Papa: non è la verità a fare l’unità, ma il suo potere supremo. Il prezzo di questa impostazione è stato, tuttavia, molto salato. Significativamente la storica Lucetta Scaraffia rileva l’impossibilità, dopo 12 anni di pontificato, di cogliere un’eredità di Papa Francesco, che non sia quella della mera confusione. O, tutt’al più, della promozione di alcune politiche, molto, troppo dettagliate, in tema di immigrazione di massa e di economia politica che, invece, avrebbero richiesto il riconoscimento di un sano pluralismo di posizioni.

In definitiva, il nuovo corso del papato di Leone XIV sarà determinato dal modo in cui egli interpreterà, alla luce della lezione di questi ultimi 12 anni, l’unità ecclesiale e il suo rapporto con la verità. Il suo motto episcopale «In Illo uno unum» e la sua formazione agostiniana fanno ben sperare. Che Dio ce l’abbia mandata buona.

Trieste, 12 maggio 2025

 

 

 

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La prima omelia di Leone XIV è stata una armonica continuità con la tradizione della Chiesa

11 Maggio 2025/1 Commento/in Attualità/da Padre Teodoro

LA PRIMA OMELIA DI LEONE XIV È STATA UNA ARMONICA CONTINUITÀ CON LA TRADIZIONE DELLA CHIESA

Urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco. Questo è il mondo che ci è affidato […]

– Attualità ecclesiale –

Autore Teodoro Beccia

Autore
Teodoro Beccia

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Potrebbe apparire presuntuoso mettersi a commentare l’omelia del Sommo Pontefice Leone XIV, pronunciata nella sua prima vera apparizione pubblica, la Santa Messa Pro Ecclesia celebrata con i Cardinali che hanno partecipato al conclave della sua elezione.

il Sommo Pontefice Leone XIV al suo primo affaccio alla loggia centrale della Papale Arcibasilica di San Pietro

Oppure potrebbe essere semplicemente bello valorizzare questo primo atto del nuovo Vescovo di Roma, immaginando, senza scostarci troppo dal vero, che queste parole che egli ha pronunciato a commento del Vangelo siano effettivamente sortite dal suo cuore, siano proprio sue, meditate nel breve spazio di tempo concessogli fra l’impatto dell’elezione, l’emozione della presentazione al pubblico ed al mondo e questo primo impegno pubblico. Esse, come vedremo, sembrano proprio un programma per la Chiesa che ha iniziato a presiedere, la cifra entro la quale vorrà muoversi e anche in che maniera sente di esservi coinvolto.

Rimandando a una lettura personale della bella omelia papale (QUI), voglio solo sottolinearne tre aspetti.

Il primo e più importante è il richiamo al Cristo. Potrebbe sembrare ridondante sottolinearlo: di chi dovrebbe parlare un Pontefice se non di Gesù? Ma il fatto che subito ne abbia accennato, al primo apparire dalla loggia centrale della basilica di San Pietro e ora qui nella sua prima omelia, è significativo. Egli ha affermato che le parole di Pietro ricordate nel Vangelo «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16)  esprimono «in sintesi il patrimonio che da duemila anni la Chiesa, attraverso la successione apostolica, custodisce, approfondisce e trasmette. Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre». Leone XIV si pone, così, in continuità con la tradizione della Chiesa, così come hanno fatto i suoi recenti predecessori. Giovanni Paolo II col suo: «Aprite, anzi spalancate le porta e a Cristo»; proferite proprio nella sua prima omelia. Papa Benedetto che ha scandagliato il mistero del Signore con la sua intelligenza e ha insegnato alla Chiesa a riconoscerlo e Papa Francesco che ci ha aiutato a scorgere il suo volto in tutti, soprattutto i più poveri. E di Cristo Papa Leone traccia l’identikit:

«per rendersi vicino e accessibile agli uomini, si è rivelato a noi negli occhi fiduciosi di un bambino, nella mente vivace di un giovane, nei lineamenti maturi di un uomo (Gaudium et spes, 22), fino ad apparire ai suoi, dopo la risurrezione, con il suo corpo glorioso. Ci ha mostrato così un modello di umanità santa che tutti possiamo imitare, insieme alla promessa di un destino eterno che invece supera ogni nostro limite e capacità».

Il secondo aspetto che mi preme sottolineare dell’omelia papale è proprio il richiamo alla santità. Egli la vede come un dono, ma anche come cammino di trasformazione personale e comunitaria. Santità che supera meriti e limiti perché anticipa la nostra nascita (cfr. Ger 1,5) e grazie alla rinascita battesimale ci conduce e ci rende partecipi della missione del Cristo. Un compito che coinvolge il Papa in prima persona e poi tutta la Chiesa: «città posta sul monte (cfr Ap 21,10), arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo. E ciò non tanto grazie alla magnificenza delle sue strutture o per la grandiosità delle sue costruzioni…, quanto attraverso la santità dei suoi membri, di quel «popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (1Pt 2,9).

Infine, un terzo motivo mi piace appuntare dell’omelia del Santo Padre: il confronto con il mondo, compreso quello ecclesiale dei credenti. Dice il Papa:

«Non è una questione banale, anzi riguarda un aspetto importante del nostro ministero: la realtà in cui viviamo, con i suoi limiti e le sue potenzialità, le sue domande e le sue convinzioni».

Come avvenne ai tempi del Signore le risposte alla sua domanda, «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», apparivano incomplete e monche, così anche oggi il mondo spesso fraintende il messaggio cristiano per eccesso di sufficienza o tracotanza.  Eppure, afferma il Papa:

«proprio per questo… urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco. Questo è il mondo che ci è affidato, nel quale, come tante volte ci ha insegnato Papa Francesco, siamo chiamati a testimoniare la fede gioiosa in Gesù Salvatore. Perciò, anche per noi, è essenziale ripetere: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16).

Come abbiamo letto egli richiama il tema della missione, cosa che aveva fatto anche la sera prima, affacciandosi dalla loggia principale della basilica vaticana (QUI).

Ma la missione si rivolge anche verso i credenti, poiché possono correre il rischio di adattare il Vangelo e l’immagine di Cristo alle proprie personali visioni. Queste le parole del Pontefice: «Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto».

Nelle ultime battute dell’omelia il Santo Padre ricorda l’importanza del rapporto personale col Cristo, nell’impegno di un quotidiano cammino di conversione e richiama tutta la Chiesa a vivere l’appartenenza al Signore portandone a tutti la Buona Notizia.

Da ultimo il Santo Padre parla di sé. Lo fa citando la Lettera ai Romani del Padre apostolico Ignazio di Antiochia, per definire il suo compito e ruolo di Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamato a presiedere nella carità la chiesa universale. E sempre riportando le parole di Sant’Ignazio:

«Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo» (Lettera ai Romani, IV, 1).

Conclude il suo intervento omiletico così:  

«Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo — e così avvenne —, ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato (cfr Gv 3,30), spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo. Dio mi dia questa grazia, oggi e sempre, con l’aiuto della tenerissima intercessione di Maria Madre della Chiesa».

L’omelia termina così come era iniziata, col rimando a Cristo. Vale la pena ricordare le citazioni usate da Papa Leone in questo suo intervento liturgico. La Lettera di Sant’Ignazio di Antiochia ai Romani, sopra rammentata, nove rimandi a brani del Nuovo Testamento e a uno solo del Vecchio. Ci sono poi due citazioni del Concilio, tratte dai due documenti che parlano della Chiesa: la Lumen Gentium e la Gaudium et Spes.

Un intervento, si diceva all’inizio, che parrebbe programmatico, lasciando dunque sperare in un proseguo che potrebbe essere proficuo per la Chiesa. Credo che il Papa non si aspetti solo l’attesa, ma anche il sostengo della preghiera e la fattiva collaborazione dei credenti.

Velletri di Roma, 11 maggio 2025

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2023/09/padre-Teodoro-foto-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Teodoro https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Teodoro2025-05-11 16:16:082025-05-11 16:16:08La prima omelia di Leone XIV è stata una armonica continuità con la tradizione della Chiesa

Se a qualcuno prude, che si gratti e taccia, anziché fare pruriginosi gossip sul Conclave —  If anyone itches, let him scratch himself and keep quiet, rather than gossip about the Conclave

6 Maggio 2025/in Attualità/da Padre Ariel

(English text after the Italian)

SE A QUALCUNO PRUDE, CHE SI GRATTI E TACCIA, ANZICHÈ FARE PRURIGINOSI GOSSIP SUL CONCLAVE

La Chiesa, disorientata e smarrita, vive in uno stato di decadenza irreversibile, da tempo abbiamo superata la soglia del non-ritorno. La Chiesa di oggi non è più nel Getsemani, neppure in croce sul Calvario, sta vivendo il momento a suo modo più drammatico: quel silenzio che pare quasi una assenza totale di Dio.

— Attualità ecclesiale —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa – PDF  article print format 

 

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Diversi Lettori hanno scritto alla nostra redazione per chiedere come mai non abbiamo scritto niente sulla Sede Vacante e sul Conclave ormai alle porte. 

 

La Chiesa, disorientata e smarrita, vive in uno stato di decadenza irreversibile, da tempo abbiamo superata la soglia del non-ritorno. La Chiesa di oggi non è più nel Getsemani, neppure in croce sul Calvario, sta vivendo il momento a suo modo più drammatico: quel silenzio che pare quasi una assenza totale di Dio. Uno spazio di tempo che va dal calar del sole del Venerdì Santo alla Domenica di Risurrezione. Tra la chiusura del sepolcro e il sepolcro vuoto del Risorto si sperimenta una sorta di divino vuoto, dinanzi al quale l’unica cosa opportuna è quel silenzio che non può essere compreso e vissuto se non attraverso la fede, la speranza e la carità.

Tutti sanno parlare, specie a sproposito, pochi tacere e vivere quel grande silenzio che ci conduce alla risurrezione. C’è chi non può tacere e gioca al gossip del toto-papa in una dimensione tutta quanta mondana, chi invece comprende l’importanza del tacere, in una dimensione tutta quanta mistagogica.

Posso quindi solo riproporre, a seguire, quanto già scritto nella seconda parte di un mio articolo pubblicato il 2 marzo, mentre l’Augusto Pontefice defunto era ricoverato al Policlinico Agostino Gemelli di Roma tra la vita e la morte: «E se al prossimo conclave tornasse in voga la simonia?» (cfr. QUI).

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Ognuno ha il proprio stile, singolo o collettivo. Nel primo, come nel secondo caso, può essere spontaneo, oppure studiato a tavolino. I Padri de L’Isola di Patmos, nel corso dei loro dieci anni di attività pubblicistica, a partire dall’ottobre 2014, più volte per opportunità, altre per virtù di prudenza, hanno rinunciato a trattare certi temi emergenti legati alla Chiesa e al Papato, essendo anzitutto presbiteri; redattori e pubblicisti a seguire, ma avanti a tutto presbiteri. Certi temi possono richiedere di essere non tanto taciuti, o peggio nascosti, ma trattati quando si hanno maggiori elementi conoscitivi che possano portare a un veritiero, equo ed equilibrato giudizio.

Quando le porte della Cappella Sistina si chiuderanno, la Chiesa dovrà fare i conti coi vari problemi lasciati in eredità da questo pontificato, che rimane giudicabile nel complesso solo dalla storia, forse anche tra molti anni. Il Sommo Pontefice Francesco è stato eletto dopo un atto di rinuncia da parte del suo predecessore, evento raro risultato per tutti noi traumatico, soprattutto per le infelici modalità scelte a suo tempo da Benedetto XVI, con tanto di stravagante invenzione del «papato emerito», o di termini svianti come «papato allargato», «papato attivo e papato contemplativo» …

Quello del Santo Padre Francesco è un pontificato che si colloca in un contesto sociale e geopolitico di grande decadenza a livello planetario, con una scristianizzazione dell’Europa che ha raggiunto già da un ventennio livelli irreversibili. Altrove si è invece consumata una emorragia di fedeli in quelli che una volta erano i due polmoni coi quali il Cattolicesimo respirava: l’America Latina e l’Africa. Quello di Francesco è stato un pontificato carico di problematicità, fatto di ambiguità e mancanza di chiarezza, non sono neppure mancate forme di dispotismo messe in atto nel disprezzo totale delle leggi e delle regole ecclesiastiche. Negare che questo Pontefice lascerà una Chiesa confusa, divisa e litigiosa a causa di processi aperti su tutti i fronti, basati sull’insolito principio che «l’importante è aprire i processi» senza però concluderli e portarli a pieno compimento, vuol dire negare la più palese evidenza dei fatti. Però, Chi ci dice che tra svariati anni non si dovrà rendere grazie al pontificato di Francesco per aver preservata e salvata la Chiesa da problemi e danni che senza il suo agire, non comprensibile sul momento, sarebbero stati maggiori, o persino irreparabili? Francesco è un uomo complicato che si inserisce come tale in un momento storico molto complicato, qualsiasi giudizio dato al presente su di lui e sul suo pontificato potrebbe risultare del tutto sbagliato domani. Certe espressioni o decisioni giudicate come eccentriche ― e di fatto lo sono ―, in che modo del tutto diverso potrebbero apparire domani? Non sarebbe la prima volta che certi uomini, non compresi sul momento nel loro agire, sono stati celebrati successivamente come personalità che erano avanti di decenni rispetto al tempo presente in cui vissero. Ecco perché talvolta, proprio quando si è perplessi, disorientati e sofferenti per certi atteggiamenti ambigui e non facili neppure da decifrare, pur esercitando il legittimo senso critico merita sospendere prudenzialmente il giudizio.

Uno dei gravi problemi che questo pontificato lascerà al prossimo conclave è dato dal fatto che i Cardinali elettori non si conoscono tra di loro. L’ultimo concistoro segreto si svolse nel 2015. Chiariamo: il concistoro è l’assemblea dei cardinali convocata dal Romano Pontefice e può essere segreto, pubblico, semi-pubblico (vedere QUI). Viene chiamato “segreto” quello al quale partecipano solo i cardinali riuniti per discutere in forma privata, ossia segreta, con il Sommo Pontefice, riguardo le varie problematiche della Chiesa e del suo governo. Oggi, al grave problema dei cardinali che non si conoscono tra loro, se ne aggiunge un altro ignoto ai laicisti della sinistra internazionale che magnificano la Chiesa povera per i poveri, tanto li eccita la povertà nelle case e sulla pelle degli altri, elogiando questo pontificato che avrebbe nominato decine di cardinali «provenienti dalle periferie del mondo» e «dai paesi più poveri». Sorvoliamo sulla scarsa formazione dottrinale e teologica da parte di svariati di questi sant’uomini provenienti da quelle situazioni privilegiate per le quali oggi si può meritare una porpora cardinalizia: «le periferie» … «i paesi poveri»… Diversi di questi cardinali sono vescovi di Paesi dove la presenza dei cattolici non può essere definita neppure una piccola minoranza: nell’Isola di Tonga, di cui è vescovo il Cardinale Soane Patita Paini Mafi, i cattolici battezzati sono circa 10.000. Fu creato cardinale nel 2020, all’età di appena 46 anni, Giorgio Marengo, vicario apostolico della Mongolia, dove i cattolici contano 1.200 battezzati su 3.300.000 abitanti. Questi cardinali elettori, emblema della «Chiesa povera per i poveri» delle varie «periferie esistenziali», governano chiese locali che possono sopravvivere e vivere in contesti di grande disagio e autentica povertà grazie alle donazioni che pervengono loro da ricche Chiese locali, o da grandi fondazioni dipendenti o legate alle stesse. Per intendersi: una singola parrocchia austriaca, tedesca, australiana, canadese, nordamericana … può mantenere da sola una diocesi intera in certi Paesi poveri del Latino America, dell’Asia e dell’Africa, dove il rapporto tra l’Euro e il Dollaro e la loro moneta nazionale è totalmente sproporzionato in valore di acquisto.

Domani, nella Cappella Sistina, un gruppo di cardinali provenienti da questi Paesi, rigorosamente scelti tra gli esponenti del cosiddetto progressismo più avanzato, con delicata disinvoltura faranno capire che i cordoni della borsa li reggono loro, lasciando a decine di cardinali “povero-periferico-esistenziali” la scelta obbligata giocata sulla sopravvivenza di Chiese locali che possono vivere solo grazie ad aiuti esterni. Certo, una volta questa si chiamava simonia, oggi si chiama invece «Chiesa povera per i poveri».

Allo stato attuale i poveri tanto esaltati in questo pontificato sono stati lasciati ostaggio dei capricci dei ricchi come mai lo erano stati prima, dopo aver dato vita a un Collegio di cardinali elettori che non rappresentano le varie voci, le opinioni e le posizioni più diverse che hanno sempre arricchito la Chiesa al proprio interno, ma una voce univoca, monocorde e, non ultimo: ruffiana. E tra i vari danni perpetrati, questo risulterà forse il peggiore, perché grava come una ipoteca pesante come il piombo sul prossimo conclave. Ciò con buona pace della Chiesa povera, che dentro la Cappella Sistina strozzerà i poveri coi cordoni della borsa dei ricchi più progressisti e più ideologizzati. E qualcuno l’ha persino chiamata «Chiesa povera per i poveri».

Dall’Isola di Patmos, 5 maggio 2025

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IF ANYONE ITCHES, LET HIM SCRATCH HIMSELF AND KEEP QUIET, RATHER THAN GOSSIP ABOUT THE CONCLAVE

The Church, disoriented and lost, lives in a state of irreversible decadence, we have long since passed the threshold of no return. The Church of today is no longer in Gethsemane, not even on the cross on Calvary, it is living the most dramatic moment in its way: that silence that seems almost a total absence of God.

— Ecclesial actuality —

Author
Ariel S. Levi di Gualdo

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Several Readers have written to our editorial staff asking why we have not written anything about the Sede Vacante and the Conclave now upon us.

The Church, disoriented and lost, lives in a state of irreversible decadence, we have long since passed the threshold of no return. The Church of today is no longer in Gethsemane, not even on the cross on Calvary, it is living the most dramatic moment in its way: that silence that seems almost a total absence of God. A space of time that goes from sunset on Good Friday to Easter Sunday. Between the closing of the tomb and the empty tomb of the Risen One, a sort of divine emptiness is experienced, before which the only appropriate thing is that silence that cannot be understood and lived except through faith, hope and charity.

Everyone knows how to speak, especially inappropriately, few know how to keep quiet and live that great silence that leads us to the resurrection. There are those who cannot remain silent and gossip by playing predictions about the future pope, in a completely worldly dimension, and those who understand the importance of remaining silent, in a completely mystagogical dimension.

I can therefore only repeat, below, what I have already written in the second part of an article of mine published on March 2, while the deceased August Pontiff was hospitalized at the Policlinico Agostino Gemelli in Rome between life and death: «And if simony were to come back into fashion at the next conclave?» (See HERE)

Everyone has their own style, individual or collective. In the first, as in the second case, it can be spontaneous, or studied on the table. The Fathers of this magazine The Island of Patmos , during ten years of journalistic activity, starting from October 2014, several times due to opportunity, other times due to the virtue of prudence, have renounced dealing with emerging themes linked to the Church and the Papacy, being first and foremost presbyters ; editors and publicists to follow, but presbyters ahead of everything. Certain topics may require to be dealt with when there is greater knowledge that can lead to a truthful, fair and balanced judgement.

 

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When the doors of the Sistine Chapel close, the Church will have to deal with the various problems left as a legacy by this pontificate, which remains judgeable, overall, only by history, perhaps even many years from now. The Supreme Pontiff Francis was elected after an act of renunciation by his predecessor, a rare event and a traumatic for all of us, especially due to the unfortunate methods chosen at the time by Benedict XVI, complete with the extravagant invention of the «emeritus papacy», or misleading terms such as «enlarged papacy», «active papacy and contemplative papacy» (!?)…

That of the Holy Father Francis is a pontificate that takes place in a social and geopolitical context of great decadence on a global level, with a de-Christianization of Europe that has already reached irreversible levels for twenty years. Elsewhere a hemorrhage of faithful has taken place in what were once the two lungs with which Catholicism breathed: Latin America and Africa.

Francis’ pontificate was full of problems, ambiguities and lack of clarity, there were also forms of despotism in total contempt of ecclesiastical laws and rules. To deny that this Pontiff will leave a confused, divided and quarrelsome Church due to trials open on all fronts, based on the unusual principle that «the important thing is to open the trials», without however concluding them and bringing them to full completion, is to deny the clearest evidence of the facts. However, who tells us that in several years we will not have to thank the pontificate of Francis for having preserved and saved the Church from problems and damage which without his actions, not understandable at the time, would have been greater, or even irreparable? Francis is a complicated man who fits into a very complicated historical moment, any judgment given in the present about him and his pontificate, could be completely wrong tomorrow.

It would not be the first time that certain men, not understood at the time in their actions, were later celebrated as extraordinary personalities who were decades ahead of the present time in which they lived. This is why sometimes, precisely when one is perplexed, disoriented and grieve for certain ambiguous attitudes and not even easy to decipher, despite exercising legitimate critical sense, is necessary and prudently suspending judgement..

One of the serious problems this pontificate will leave for the next conclave is this: tthe cardinal electors do not know each other. The last secret consistory took place in 2015. Let’s clarify: the consistory is the assembly of cardinals convened by the Roman Pontiff and can be secret, public, semi-public. What is called “secret” is that in which only the cardinals gathered to discuss in a private, i.e. secret, form with the Supreme Pontiff participate, regarding the various problems of the Church and its government. Today, to the serious problem of the cardinals who do not know each other, there is another one unknown to the secularists of the international left who glorify «the poor Church for the poor», so much does poverty in the homes and on the lives of others excites them, praising this pontificate which has appointed dozens of cardinals «coming from the peripheries of the world» and «from the poorest countries».

Let us not dwell the poor doctrinal and theological training of several of these holy men coming from those privileged situations for which today they can deserve a cardinal’s purple: «the suburbs» … «the poor countries». Several of these cardinals are bishops of countries where the presence of Catholics cannot be defined as even a small minority: on the island of Tonga, of which Cardinal Soane Patita Paini Mafi is bishop, there are around 10,000 baptized Catholics. Giorgio Marengo, apostolic vicar of Mongolia, where Catholics number 1,200 baptized out of 3,300,000 inhabitants, was created cardinal in 2020, at the age of just 46. These cardinal electors, emblem of the «poor Church for the poor» of the various «existential peripheries», govern local churches that can survive and live in contexts of great hardship and authentic poverty thanks to the donations that come to them from rich local churches, or from large foundations on linked to them. To be clear: a single Austrian, German, Australian, Canadian or North American parish can maintain an entire diocese in certain poor countries in Latin America, Asia and Africa, where the relationship between the Euro and the Dollar and their national currency is totally disproportionate in terms of purchase value.

Tomorrow, in the Sistine Chapel, a group of cardinals from these countries, rigorously chosen by Holy Father among the exponents of the so-called most advanced progressivism, will with delicate ease make it clear that they hold the purse strings, leaving dozens of “poor-peripheral-existential” cardinals the forced choice based on the survival of their local churches that can only live thanks to external aid. Of course, once this was called simony, today it is instead called «poor church for the poor».

At present the poor so exalted in this pontificate have been left hostage to the whims of the rich as they had never been before, after having given life to a College of cardinal electors who do not represent the various and noumerous voices, opinions and positions that have always enriched the Church internally, but a single, monotonous voice. And among the various damages perpetrated, this will perhaps be the worst, because it weighs like a lead-heavy mortgage on the next conclave. With all due respect to the poor Church, which inside the Sistine Chapel will strangle the poor, with the purse strings by rich most progressive and ideologicalized.

From The Island of Patmos, May 5, 2025

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2025-05-06 12:54:332025-08-03 15:38:45Se a qualcuno prude, che si gratti e taccia, anziché fare pruriginosi gossip sul Conclave —  If anyone itches, let him scratch himself and keep quiet, rather than gossip about the Conclave

Lo Spirito Santo, il conclave e l’elezione del Romano Pontefice Vescovo di Roma – The Holy Spirit, the conclave and the election of the Roman Pontiff Bishop of Rome

1 Maggio 2025/2 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano

(English text after the Italian)

 

LO SPIRITO SANTO, IL CONCLAVE E L’ELEZIONE DEL ROMANO PONTEFICE VESCOVO DI ROMA

Un animale da soma non può ambire a diventare un cavallo da corsa. La grazia perfeziona la natura che sussiste nell’uomo, ma non può snaturarla, perché non va oltre la natura che non c’è, così insegna la sapienza di San Tommaso d’Aquino.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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PDF articolo formato stampa – PDF article print format 

 

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In tempo di Sede Vacante, la febbre del Conclave contagia un po’ tutti: sia credenti che non credenti si guardano bene dal seguire il prudente protocollo di una “vigile attesa” e tutti si lanciano in pronostici che rispecchiano per lo più i propri desideri personali per tratteggiare il profilo del prossimo Vicario di Cristo.

Tra le varie tifoserie come non annoverare i romantici, coloro che insistono nel sostenere che il nuovo Papa sarà eletto dallo Spirito Santo in persona. Detta così, questo concetto vuol dire poco o nulla, se non per una certa coloritura fideista. Eppure, se andiamo più nel profondo del pensiero di queste anime semplici scopriremo che questa idea suona come una sorta di polizza assicurativa che dovrebbe mettere in sicurezza i cardinali elettori e il Popolo di Dio da situazioni incresciose o imbarazzanti. Per carità, una posizione legittima che però non tiene affatto conto delle dinamiche con cui realmente lo Spirito Santo agisce nella storia dell’uomo, così come ha agito nella vita del Signore Gesù e della Chiesa nei suoi duemila anni.

Esempio: se prendiamo la Genealogia dei Vangeli, possiamo forse dire che dentro quella storia di quei nomi fatta di vicende specifiche l’azione dello Spirito Santo si è fatta sempre presente? Il mio vecchio professore di morale fondamentale — scaltro gesuita della vecchia Compagnia di Gesù — avrebbe risposto: «Sì e no». Avrebbe detto sì per il fatto che la risultante della Genealogia e la persona di Gesù nato da Maria, no per il fatto che tra quelle persone citate che hanno costruito l’impalcatura storica, relazionale e familiare che ha permesso l’incarnazione del Verbo dobbiamo rilevare numerose e abbondanti fragilità e resistenze alla grazia che non sono affatto nuove nella storia dell’uomo.

Qualcuno potrebbe obiettare sbrigativamente, «Beh, vabbè, l’importante è il risultato finale», questo è vero finché parliamo di Cristo e finché prendiamo lui come ultimo riferimento, ma quando c’è l’uomo questo è ancora vero? Per scendere ancora più in profondità, dopo l’Ascensione del Signore, termina il tempo terreno del Risorto e inizia il tempo della Chiesa, in cui sono gli uomini, apostoli e discepoli di Cristo, a portare avanti un deposito che gli è stato affidato dal Maestro. Il libro degli Atti degli Apostoli ci mostra più volte che l’andamento della Chiesa non è sempre stato pacifico e privo di problemi, anche dopo la Pentecoste e il dono dello Spirito Santo. E nel tempo, la situazione non è cambiata di molto. Dobbiamo essere onesti nel considerare lo Spirito Santo non come un severo precettore che conduce obtorto collo il proprio discepolo a forza di sberle ma come un saggio e prudente pedagogo che lascia molto spazio e libertà al suo discepolo stando sempre a pochi passi da lui, permettendo anche le salutari e immancabili cadute.

Questo che significa in soldoni? Significa che — come disse il Cardinale Joseph Ratzinger nel 1997 — lo Spirito Santo non interviene con il suo dito di fuoco in Cappella Sistina indicando il candidato per il quale si debba votare, ma interviene nella mente dei cardinali con un discreto discernimento umano e storico orientato a scegliere il candidato che si dibatte tra le sponde del “peggio” e del “leggermente meno peggio”. Al di là della battutaccia, la storia della Chiesa insegna che tra i vari Vicari di Cristo non tutti sono risultati dei fuoriclasse e dei pii, anzi. Alcuni hanno fatto molti danni — è innegabile — ma allo stesso tempo hanno saputo dare alla Chiesa anche qualcosa di buono nei tempi in cui sono vissuti e hanno esercitato il ministero petrino, in questo certamente possiamo vedere l’azione dello Spirito Santo, in quel po’ di bene che non è stato del tutto rovinato da personalità ingombranti e da interferenze sociali e politiche insieme a simpatie e alleanze umane.

Questa è proprio l’elasticità che lo Spirito Santo esercita nella Chiesa senza privare l’uomo della sua libertà e senza coartarlo al bene. Accanto allo Spirito Santo — diciamolo una buona volta — è presente anche l’anti-spirito che fa prendere tante cantonate e risiede nella testardaggine dell’uomo che vuole fare di testa propria relegando lo Spirito Santo al solo momento del canto del Veni Creator Spiritus.

Attribuire allo Spirito Santo tutto quello che accade dentro a un Conclave o durante una celebrazione di un Sinodo o di un Capitolo sarebbe pura superstizione e ingenuità. Dobbiamo osare ed essere sufficientemente smaliziati nel riconoscere che l’anti-spirito lavora mesi prima per orientare le sorti di un evento, poco importa se si tratti di un Conclave o di una riunione di condominio.

La speranza che tutti nutriamo è che lo Spirito Santo possa parlare al cuore dei cardinali facendo risplendere la Verità e insieme infondendo il coraggio di un cambiamento o l’inizio di un nuovo passo di marcia. Un treno ad alta velocità non può essere fermato di botto, ha bisogno di tempo e di spazio di manovra. Così è nella Chiesa, c’è sempre bisogno di una inversione di rotta e di una conversione ma nulla può avvenire all’improvviso o dopo un Conclave. Spesso, è la storia che ce lo dice, i danni fatti da alcuni Papi hanno necessitato anni per essere riparati, altre volte decenni, talora, per porvi rimedio, è stato necessario convocare un concilio ecumenico. O forse vogliamo dimenticare che sia il IV Concilio Lateranense sia il Concilio di Trento, furono anche la conseguenza di diversi Pontefici non particolarmente raccomandabili susseguitisi tra vicende politiche poco edificanti, lotte di potere, intrallazzi finanziari e simonia?

Il 7 maggio il Conclave avrà inizio, la materia umana dentro la quale sarà scelto il prossimo Vicario di Cristo è rappresentata da collegio cardinalizio fatto, come nel caso della Genealogia, di uomini che poco sanno tra di loro, fragili e alcune volte refrattari alla grazia. Questo non deve essere motivo di scoraggiamento, ma solo di sano realismo. Un animale da soma non può ambire a diventare un cavallo da corsa. La grazia perfeziona la natura che sussiste nell’uomo, ma non può snaturarla, perché non va oltre la natura che non c’è, così insegna la sapienza di San Tommaso d’Aquino: «Gratia non tollit naturam sed eam perficit» (Summa Theologiae, I, I, 8 ad 2). Lo Spirito Santo non è la bacchetta magica che detta automaticamente e insindacabilmente le scelte giuste ma è l’osservatore attento del dialogo dell’uomo con Dio, è lì a supportare questo dialogo per il bene della Chiesa e per la salvezza dell’uomo. Ma quando l’uomo si estromette dal suo accompagnamento ecco che sperimentiamo tutti i disagi di scelte destabilizzanti e divisive. In questo caso — come diceva il Cardinale Joseph Ratzinger — l’unica sicurezza che lo Spirito Santo offre è che tra le varie cadute e testardaggini dell’uomo e della Chiesa il tutto non venga totalmente e irreparabilmente rovinato.

Insomma, lo Spirito Santo ci deve ancora mettere na’ pezza, noi confidiamo in questo con la sapienza del popolo romano, col quale concordiamo quando dice che «morto un Papa se ne fa sempre un altro». Questo è incoraggiante, questo desideriamo e insieme speriamo che il prossimo Romano Pontefice Vescovo di Roma sia donato da Dio, non tollerato per accordi umani, né inflitto come il risultato dell’anti-spirito.

Sanluri, 30 aprile 2025

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THE HOLY SPIRIT, THE CONCLAVE AND THE ELECTION OF THE ROMAN PONTIFF BISHOP OF ROME

A pack animal cannot aspire to become a racehorse. Grace perfects the nature that exists in man, but cannot denature it, because it does not go beyond the nature that does not exist, as the wisdom of St. Thomas Aquinas teaches.

— Ecclesial actuality —

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Author
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

 

In times of vacant see, the fever of the Conclave infects everyone: both believers and non-believers are careful not to follow the prudent protocol of “watchful waiting” and everyone launches into predictions that mostly reflect their own personal desires to outline the profile of the next Vicar of Christ.

Among the various fans, how can we not include the romantics, those who insist on maintaining that the new Pope will be elected by the Holy Spirit himself. Said in this way, this concept means little or nothing, if not for a certain fideistic coloration. Yet, if we delve deeper into the thinking of these simple souls, we will discover that this idea sounds like a sort of insurance policy that should protect the cardinal electors and the People of God from unpleasant or embarrassing situations. A legitimate position that however does not take into account the dynamics with which the Holy Spirit actually acts in the history of man, just as he acted in the life of the Lord Jesus and of the Church in its two thousand years.

Example: if we take the Genealogy of the Gospels, can we perhaps say that within that history of those names made up of specific events the action of the Holy Spirit has always been present? My old professor of fundamental morality — a shrewd Jesuit of the old school by Company of Jesus — would have answered: “Yes and no”. He would have said yes because the result of the Genealogy is the person of Jesus born of Mary, no because among those people cited who built the historical, relational and family scaffolding that allowed the incarnation of the Word we must note numerous and abundant fragilities and resistances to grace that are not at all new in the history of man.

Someone might hastily object, «Well, okay, the important thing is the final result», this is true as long as we talk about Christ and as long as we take him as the final reference, but when there is man is this still true? To go even deeper, after the Ascension of the Lord, the earthly time of the Risen One ends and the time of the Church begins, in which it is men, apostles and disciples of Christ, who carry forward a deposit that was entrusted to them by the Master. The book of the Acts of the Apostles shows us several times that the progress of the Church has not always been peaceful and free of problems, even after Pentecost and the gift of the Holy Spirit. And over time, the situation has not changed much. We must be honest in considering the Holy Spirit not as a severe tutor who reluctantly leads his disciple by force of slaps but as a wise and prudent pedagogue who leaves a lot of space and freedom to his disciple by always remaining a few steps away from him, even allowing for healthy and inevitable falls.

What does this mean in a nutshell? It means that — as Cardinal Joseph Ratzinger said in 1997 — the Holy Spirit does not intervene with his fiery finger in the Sistine Chapel indicating the candidate for whom one should vote, but intervenes in the minds of the cardinals with a discreet human and historical discernment aimed at choosing the candidate who is torn between the shores of “worse” and “slightly less worse”. Beyond the bad joke, the history of the Church teaches that among the various Vicars of Christ not all have been champions and pious, on the contrary. Some have done a lot of damage — it is undeniable — but at the same time they have also been able to give the Church something good in the times in which they lived and exercised the Petrine ministry, in this we can certainly see the action of the Holy Spirit, in that little bit of good that has not been completely ruined by cumbersome personalities and by social and political interference together with human sympathies and alliances.

This is the elasticity that the Holy Spirit exercises in the Church without depriving man of his freedom and without forcing him to do good. Alongside the Holy Spirit there is also the anti-spirit that causes so many blunders and resides in the stubbornness of man who wants to do things his own way, relegating the Holy Spirit to the sole moment of singing the Veni Creator Spiritus.

To attribute to the Holy Spirit everything that happens inside a Conclave or during a celebration of a Synod or a Chapter would be pure superstition and naivety. We must dare and be sufficiently shrewd to recognize that the anti-spirit works months in advance to direct the fate of an event, it matters little whether it is a Conclave or a condominium meeting.

The hope we all have is that the Holy Spirit can speak to the hearts of the cardinals, making the Truth shine and at the same time instilling the courage to change or begin a new step. A high-speed train cannot be stopped suddenly, it needs time and room to maneuver. So it is in the Church, there is always a need for a change of direction and a conversion but nothing can happen suddenly or after a Conclave. Often, history tells us, the damage done by some Popes has taken years to repair, other times decades, sometimes, to remedy it, it has been necessary to convene an ecumenical council. Or perhaps we want to forget that both the Fourth Lateran Council and the Council of Trent were also the consequence of several not particularly recommendable Pontiffs who followed one another amidst less than edifying political events, power struggles, financial intrigues and simony?

The Conclave will begin on May 7th. The human matter within which the next Vicar of Christ will be chosen is represented by the College of Cardinals made up, as in the case of the Genealogy, of men who know little about each other, fragile and sometimes refractory to grace. This should not be a reason for discouragement, but only for healthy realism. A pack animal cannot aspire to become a racehorse. Grace perfects the nature that exists in man, but cannot denature it, because it does not go beyond the nature that does not exist, as the wisdom of St. Thomas Aquinas teaches: «Gratia non tollit naturam sed eam perficit» (Summa Theologiae, I, I, 8 ad 2). The Holy Spirit is not the magic wand that automatically and unquestionably dictates the right choices but is the attentive observer of the dialogue of man with God, he is there to support this dialogue for the good of the Church and for the salvation of man. But when man separates himself from his accompaniment, we experience all the discomforts of destabilizing and divisive choices. In this case — as Cardinal Joseph Ratzinger said — the only security that the Holy Spirit offers is that among the various falls and stubbornness of man and the Church, everything will not be totally and irreparably ruined.

The Holy Spirit still has to patch us up, we trust in this with the wisdom of the Roman people, with whom we agree when they say that «when a Pope dies, another is always made». This is encouraging, this is what we desire and together we hope that the next Roman Pontiff Bishop of Rome will be given by God, not tolerated by human agreements, nor inflicted as the result of the anti-spirit.

Sanluri, April 30, 2025

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Lo Spirito Santo in Gesù: Maestro spirituale nel cammino di Quaresima

16 Aprile 2025/1 Commento/in Attualità/da Padre Ivano

LO SPIRITO SANTO IN GESÚ: MAESTRO SPIRITUALE NEL CAMMINO DI QUARESIMA

Nel cammino quaresimale giungiamo dal deserto fino al Calvario, e da questo luogo di consumazione del cuore di Cristo per gli uomini, si passa a quella consumazione charis-matica che è missione e compito per la vita della Chiesa.

— Attualità pastorale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Nella prima Domenica di Quaresima si legge tradizionalmente la pericope evangelica delle tentazioni di Gesù nel deserto.

I tre Vangeli sinottici, compreso il più sintetico Marco, concordano nel sottolineare una cosa importante e cioè che Gesù viene sospinto nel deserto dallo Spirito, per essere tentato dal diavolo. Questa vicenda rappresenta un momento forte che qualifica l’identità di Gesù, poiché Egli, pieno di Spirito Santo, inaugurerà di li a poco l’anno di grazia giubilare (cfr. Lc 4,18-19), mentre le Sue opere realizzeranno la buona novella che libera e guarisce quei poveri che trepidanti attendono il Regno di Dio. Ma non può esserci anno di grazia – non c’è vero giubileo – senza il fermo proponimento di porre fine al regno di satana e delle sue opere. In Gesù Cristo questa promessa si compie (cfr. Lc 10,18), è nel suo Battesimo al Giordano che prende avvio la vittoria sul male, che avrà un primo momento di combattimento nell’agone del deserto e culminerà poi sul Golgota in quel tempo fissato (cfr. Lc 4,13) che è káiros di salvezza per ogni uomo.

Come già anticipato, la cornice narrativa determina anche la chiave di lettura interpretativa di quel passo delle tentazioni. Esso si colloca dopo il battesimo al Giordano, nel momento della teofania del Padre per mezzo della quale Egli riconosce solennemente il Figlio, il Messia e il profeta ricolmo del fuoco dello Spirito Santo. Non è esegeticamente ardito vedere qui un passaggio di testimone tra Giovanni il Battista – colui è il profeta di fuoco (cfr. Mt 11,14; 17,12; Sir 48,1)– e Gesù, colui che possiede la pienezza del fuoco dello Spirito Santo. Questo Spirito effuso sul Cristo rimarrà stabilmente su di Lui e, come i Vangeli ricordano, per ben tre volte durante la sua vita terrena consacra la Sua vita ed il ministero pubblico.

La prima volta nel grembo della Vergine Maria, primo altare sul quale Gesù viene unto dallo Spirito Santo (cfr. Mt 1,20); la seconda unzione è appunto quella nel fiume Giordano; la terza avverrà sulla croce, dove Cristo, morendo dona lo Spirito Santo al mondo (cfr. Gv 19,30). E quell’ ultimo sospiro sarà preludio all’effusione dello Spirito Santo che comunicherà agli apostoli nella domenica di Pasqua (cfr. Gv 20,21-22).

Soffermandoci sulla seconda unzione o consacrazione pneumatologica di Gesù al Giordano, notiamo come Egli, in quella circostanza, unisce a sé solidarmente tutta la stirpe umana, di cui ne condivide la natura, le gioie, le speranze e le sofferenze. Nell’abbraccio dello Spirito Santo con Gesù si rivela la Sua profonda identità che, poi, attraverso i sacramenti, verrà comunicata dalla Chiesa agli uomini e che la teologia paolina esprime così nella lettera ai Galati: «Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!» (Gal 4,6). Uno Spirito donato, dunque, per riconoscere il Padre e il Figlio Suo Gesù, Signore e Salvatore nostro, che svolge anche l’azione di condurre a Gesù gli uomini, affinché siano uniti a Lui nell’immersione pasquale di morte e risurrezione.

Nel battesimo al Giordano Gesù si fa solidale con noi cosicché tutti veniamo presentati al Padre in quanto figli nel Figlio, pur riconoscendoci ancora bisognosi di conversione e – cosa importante – tutti, attraverso l’umanità di Gesù, riceviamo quell’unzione dello Spirito Santo che ci permette di affrontare le tentazioni del maligno e di superarle, il che rappresenta, per i cristiani il primo importante passo del cammino battesimale, nella conversione e nella libera scelta.

Infatti lo Spirito Santo nel deserto mette l’umanità di Cristo di fronte al male perché possa combatterlo e scegliere nella libertà di Figlio di permanere nell’obbedienza al Padre. Allo stesso modo lo Spirito Santo agisce in noi, manifestandoci lo scandalo del mistero di iniquità che può essere vinto soltanto permanendo nell’obbedienza a Dio, radicati nell’unica sua parola: «sta scritto, è stato detto» (cfr. Lc 4,4. 8.12). Non è più tempo per l’uomo, come accadde ai progenitori in Eden, di nascondersi a causa del peccato o della sconcertante devastazione che esso provoca nella vita, ma per mezzo dello Spirito egli è chiamato ad agire, ad impugnare la spada (cfr. Ef 6,17) e a dare guerra al maligno che è già stato respinto nell’umanità di Cristo.

La Quaresima diviene in tal modo, anno per anno, un cammino di consapevolezza spirituale sempre maggiore e ogni volta diverso. Un cammino di ascolto del maestro interiore – lo Spirito Santo – che invoglia l’uomo a «vedere», potremmo anzi dire, a fare esperienza di Lui: «Venite, vedete le opere del Signore» (cfr. Sal 46, 9). E quali sono le opere che lo Spirito Santo, come Signore, compie? Sono quelle stesse opere che vediamo realizzarsi nella vita terrena di Gesù e che egli ripropone a coloro che intendono seguirlo: venerazione e contemplazione del Padre, annientamento di sé stessi e dono di sé agli uomini.

La Quaresima si presta a questa triplice dinamica affinché, sotto la guida attenta dello Spirito Santo, non ci sia più spazio per l’emotività disordinata o per rivelazioni apocalittiche, poiché tutto conduce a una conformazione della propria vita a quella di Cristo che solo lo Spirito è in grado di operare in pienezza nell’uomo. Vediamo come ciò avviene, attraverso tre movimenti.

Il primo movimento corrisponde a un moto ascensionale, il che significa fissare lo sguardo non sulla propria miseria di peccatore, ma sollevare gli occhi verso Dio che è Padre. Ciò ci permette di contemplare la Sua opera redentiva nel Figlio Gesù: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (cfr. Gv 6, 29). Il centro dell’esistenza, ciò che dà senso e ferma speranza al cammino spesso difficile della vita dell’uomo è la fede in Gesù, l’incontro con Cristo. Non si tratta di seguire un’idea, un progetto, ma di incontrare Gesù come una Persona viva, di lasciarsi coinvolgere totalmente da Lui e dal suo Vangelo. Per questo Gesù invita a non fermarsi ad un piano puramente umano, ma ad aprirsi all’orizzonte di Dio, quello della fede. Egli esige quest’unica opera: accogliere il piano di Dio, cioè «credere a colui che egli ha mandato» (cf. Benedetto XVI, Angelus, Castel Gandolfo, 5 agosto 2012).

Il secondo movimento è un moto abissale, esso coincide con la realtà della croce. Significa portare quel giogo che ci fa piccoli, che quotidianamente ridimensiona il nostro io e ci permette di rinunciare al dominio sul fratello e sulle cose, scansando l’egoistica ossessione del possesso, mettendo la propria persona al servizio, ovvero volgendosi di preferenza a coloro che non hanno possibilità alcuna di ricambiare (cfr. Lc 14,13-14).

Il terzo movimento è un moto orizzontale, esso coincide con quel «fino alla fine» di Gv 13,1, che Gesù mette in atto dapprima nel Cenacolo con gli apostoli, ma poi realizza compiutamente per tutti sul Calvario. Lì Gesù fa pieno dono di sé agli uomini. Così come lo Spirito Santo lo aveva sospinto nel deserto, quasi per necessità salvifica, ora Gli fa salire l’erta del Calvario dove avverrà l’ultimo, definitivo e necessario combattimento contro il maligno; mentre intanto questi propone la sua messianicità alternativa che contraddice il disegno del Padre: «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!» (cfr. Mt 27,40); «Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi sé stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto”. Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”» (cfr. Lc 23,35-37). Questo moto orizzontale non ha primariamente un significato filantropico o solidaristico come lo si potrebbe frettolosamente intendere, ma è una lucida richiesta di consumazione del proprio cuore per l’altro. È il compimento definitivo che giunge perfino al perdono dei nemici. Lì la tentazione demoniaca non può arrivare, lì c’è solo e soltanto l’opera dello Spirito Santo che trasforma l’intimo dell’uomo fino alla consumazione per l’altro, così come Cristo ha fatto. Il Consummatum est di Cristo è l’inizio di ogni operazione charis-matica del cristiano e della Chiesa; per questo l’amore trova la sua fonte nella terza persona della Trinità che prende stabilmente dimora nella creatura (cfr. Rm 8,9).

Per concludere, nel cammino quaresimale giungiamo dal deserto fino al Calvario, e da questo luogo di consumazione del cuore di Cristo per gli uomini, si passa a quella consumazione charis-matica che è missione e compito per la vita della Chiesa. Sottolineando quei tre movimenti su ricordati, a cui l’uomo, seguendo Cristo, cerca di conformarsi per vocazione, abbiamo delineato un percorso spirituale e un cammino missionario, di annuncio, di autenticità cristiana e battesimale, per coloro che hanno ricevuto l’effusione dello Spirito Santo e che vivono la vita cristiana sotto il segno della Pentecoste. Questo è divenuto vero per i cristiani fin da subito, appena dopo la morte, la risurrezione e ascensione al cielo di Cristo. Lo Spirito Santo effonde con magnanimità su tutta la Chiesa doni e carismi, come testimoniano il Vangelo di Marco e le lettere paoline. Lo stesso libro degli Atti degli Apostoli è una sinfonia pneumatologica dell’opera dello Spirito nella vita della Chiesa delle origini, che poi proseguirà nei secoli successivi nei quali, stupefatti, assisteremo alla nascita di inaspettati doni: il martirio, la santità degli anacoreti, la dottrina dei grandi dottori, la carità ecclesiale, la vita sacramentale e orante; essi lasciano intravedere ovunque la firma dello Spirito Santo quale maestro interiore. La Quaresima è un cammino in compagnia dello Spirito Santo, è la realizzazione di quel sogno di diventare simili a Dio ottenuto non nella disobbedienza e con il peccato, come per i progenitori, ma nella mediazione di Cristo: Egli è il solo che può condurre l’uomo al Padre.

Sanluri, 16 aprile 2025

 

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L’ultima del Senatore Dario Franceschini: «Il cognome paterno è una tradizione patriarcale» …

8 Aprile 2025/1 Commento/in Attualità/da Jorge Facio Lince

L’ULTIMA DEL SENATORE DARIO FRANCESCHINI: «IL COGNOME PATERNO È UNA TRADIZIONE PATRIARCALE»

Se vogliamo un pensiero per così dire “di sinistra”, bisogna tornare indietro al finire degli anni Sessanta del Novecento, aprire una enciclica scritta da Paolo VI nel 1967 intitolata Populorum Progressio, leggerla con attenzione e imparare quel che dovrebbe essere realmente il progresso dei popoli basato sul buon senso umano e cristiano, non sulla cieca ideologia.

— Attualità —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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La proposta di legge del Senatore Dario Franceschini che prevede la possibilità di attribuire automaticamente il cognome materno ai neonati ha generato un acceso dibattito pubblico, con voci e commenti contrastanti. Proposta da lui definita come

«un risarcimento per una ingiustizia secolare che ha avuto non solo un valore simbolico, ma è stata una delle fonti culturali e sociali delle disuguaglianze di genere» (cfr. QUI)

I Sostenitori della proposta la vedono come un adattamento legislativo e sociale necessario che segue i cambiamenti costitutivi delle famiglie, affinché vi sia maggiore parità di genere e sia eliminata l’usanza del cognome paterno, considerata “tradizione patriarcale”. A questo modo sarebbe dato un ruolo maggiore alle madri a livello sociale, con maggiore libertà di scelta del cognome da trasmettere ai figli da parte dei genitori, promuovendo una visione più equilibrata e reale del concetto più ampio di famiglia rispetto a quello considerato troppo restrittivo della cosiddetta “famiglia non tradizionale”. La proposta non esclude la possibilità per i genitori di scegliere congiuntamente il cognome, inclusa l’opzione del doppio cognome.

I critici della proposta sostengono che essa rischia di creare confusione sull’identità familiare, influenzare la percezione del rapporto coi genitori e relativa figliolanza, producendo divisioni all’interno delle famiglie in caso di disaccordo tra i genitori per la scelta del cognome.

Per i giuristi e gli esperti esistono innegabili problematiche sulla proposta riguardo la complessità burocratica che potrebbe derivare dall’applicazione della legge, come ad esempio le difficoltà nella gestione dei documenti e delle pratiche amministrative. A tal proposito la Suprema Corte Costituzionale ha già dato delle indicazioni per il superamento del cognome prettamente paterno, in cui possono rientrare le fattispecie e le casistiche a cui è mirata la proposta.

È difficile prevedere con precisione quanti neonati riceverebbero il cognome materno in seguito all’approvazione della legge, senza dati specifici sulle preferenze dei genitori, qualsiasi calcolo sarebbe approssimativo ma comunque indicativo. Analizzando alcuni dati dell’ente nazionale di statistica (cfr. QUI), si evince che:

– La natalità in Italia è in costante calo, nel 2023, i nati residenti in Italia sono stati 379.000, segnando un nuovo minimo storico con un calo di 14.000 unità rispetto al 2022 (-3,6%);
– Le madri sole, o le cosiddette famiglie “monogenitoriali”, hanno statistiche ancora molto approssimative per il campione così ridotto, tuttavia, i nuclei famigliari in cui la madre è il genitore unico è aumentato come conseguenza dei divorzi, separazioni e scelte singolari di maternità;
– I “monogenitori”, ossia padri e madri soli, tra il 2011 e il 2021 hanno registrato un aumento del 44%: le madri sole sono aumentate del 35,5%, mentre i padri soli si sono incrementati attestandosi all’85%.

Questa proposta di legge sarebbe interessante per i nuclei “monogenitoriali” che secondo i dati ISTAT sarebbero in crescita e che comprendono le famiglie sensibile alle questioni di parità di genere, le famiglie con genitori non sposati in cui la scelta del cognome può essere più complessa, in questo e altri casi la proposta semplificherebbe il processo di assegnazione del cognome. È estremamente difficile calcolare con precisione quante famiglie sceglierebbero effettivamente di utilizzare il cognome materno, ma potrebbe arrivare anche al 10-20% delle famiglie, ciò rappresenterebbe un numero significativo di individui che non devono essere esclusi.

La scelta politica della sinistra, negli ultimi anni potrebbe essere considerata progressista, ma volendo anche una forma di lotta radicale per il riconoscimento civile e l’adeguamento giuridico e sociale verso i gruppi minoritari. Secondo quello che dicono gli attuali esponenti politici nei loro discorsi ideologici fatti sulle televisioni e nei comizi sulle piazze, questi gruppi, ostracizzati o condannati nel corso della storia, oggi devono ricevere il proprio pieno riconoscimento all’interno della società, se la società stessa vuole essere veramente civile. Questo abbandono della sinistra verso l’ideale della lotta di classe o contro certi sistemi economici in cui l’operario o il membro della classe proletaria era strumentalizzato come elemento di propaganda, non è più così importante e rilevante, come lo è la lotta per questi gruppi minoritari, o per dirla in altri termini: dalle lotte operaie di piazza con le sfilate dei metalmeccanici in tuta, siamo passati al gay pride con gli uomini arcobalenati vestiti come grottesche fatine in tacchi e calze a rete.

È una scelta ideologica, quella dei post-comunisti, che appare oggi più in contradizione con un mondo nel quale la difesa dei deboli, all’interno di poteri economici-cannibali, è favorita nelle sue tragiche diseguaglianze tra le classi proprio dalle Sinistre internazionali, quelle che ieri urlavano “peace and love” e che oggi urlano al riarmo dell’Europa, con in testa la Germania, che a suo tempo non fu disarmata propriamente per caso.

Il transfert freudiano su certe minoranze privilegiate come i cisgender e chi non vuole accettare e adeguarsi a ruoli e schemi “tradizionali” sociali, sembra una sorta di “aggiornamento della lotta di classe” o, meglio una sua parodia, affinché si possa rivoluzionare i concetti basilari della cultura che a poco a poco riescono a “educare” le nuove generazioni, oltre al popolo obbligato a sua volta a cambiare la società alla propria radice. La scelta comunque ideologica, anche se rivendica una maggiore inclusione e tolleranza, troppo spesso mette in risalto la esclusività di questi gruppi minoritari a discapito della maggioranza della popolazione. Sono segmenti statisticamente inferiori che vengono salvati e protetti dalla “massa” quasi come una nuova sorta di “fascio” superiore diverso e accogliente. Tema complesso, questo, sul quale ha scritto un saggio lungimirante un nostro autore, Francesco Mangiacapra, nella sua opera Il golpe del politicamente corretto – Quando le minoranze divengono dittatura.

La nuova lotta degli esponenti di sinistra non solo dimentica il popolo, come provano i fatti, ma con inconsapevole vena comica usa quella dialettica in cui sono presentate le politiche degli avversari come “retorica di pancia”, o come “bieco populismo”, fomentati da talk show che alimentano il vittimismo, le pose da perseguitati e il bisogno di un riscatto vendicativo, anziché la ricerca della giustizia retributiva e dei beni di ogni individuo al di sopra di loro personali piaceri egoistici o egocentrici. 

Se vogliamo un pensiero per così dire “di sinistra”, bisogna tornare indietro al finire degli anni Sessanta del Novecento, aprire una enciclica scritta da Paolo VI nel 1967 intitolata Populorum Progressio, leggerla con attenzione e imparare quel che dovrebbe essere realmente il progresso dei popoli basato sul buon senso umano e cristiano, non sulla cieca ideologia.

dall’Isola di Patmos, 9 aprile 2025

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Preghiera di liberazione e guarigione. Quale confine invalicabile separa la teologia e la pastorale dal pericolo di cadere nelle pratiche magiche? – Prayer of liberation and healing. What imprescable boundary separates theology and pastoral care from the daner of falling into magical practices? –

25 Marzo 2025/in Attualità/da Padre Ivano

(English text after the Italian / texto español posterior al engles)

PREGHIERA DI LIBERAZIONE E GUARIGIONE. QUALE CONFINE INVALICABILE SEPARA LA TEOLOGIA E LA PASTORALE DAL PERICOLO DI CADERE NELLE PRATICHE MAGICHE?

«Avvalendosi dei magici uffici di certi sciamani carismatici, non solo saranno liberati i defunti di tutto l’albero genealogico dei richiedenti, ma anche quelli che devono sempre venire al mondo. Infatti, grazie alla potenza del liberatore peregrinante da un hotel all’altro, i posteri non avranno più bisogno neppure del battesimo, perché, una volta ricevuta l’imposizione delle mani da un fulminato nel cervello, nasceranno direttamente senza peccato originale»

— Attualità pastorale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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A fronte dei miei due ultimi articoli sulle possibili derive di una modalità di intendere l’esorcismo, unita alla concezione che vede il diavolo come un prodotto di marketing e di lucro (vedi QUI e QUI), ho creduto opportuno scriverne un terzo che avrà come oggetto la Preghiera di Liberazione.

Desidero chiarire che i miei piccoli contributi sono un nulla rispetto ai lavori ben più completi ed esaustivi di dotti demonologi come Mons. Renzo Lavatori o Padre José Antonio Fortea.

Come non ricordare esorcisti particolarmente esperti come il Padre Moreno Fiori O.P. e il Padre Raffaele Talmelli S.P., entrambi hanno lasciato una floridissima bibliografia sulle demonopatie. Non possiamo dimenticare, tra l’altro, tutti gli altri sacerdoti esorcisti che svolgono il loro ministero nella fatica e che sono maestri affidabili in cui trovare una guida. Considerando che alcuni di essi hanno scritto diversi libri e articoli su questi temi, invito il lettore a una ricerca bibliografica mirata con cui è possibile accrescere la conoscenza di questi argomenti. A fronte di questo, il mio articolo ne costituisce solo un piccolo omaggio e un ringraziamento.

Prima di definire con precisione la Preghiera di Liberazione, bisogna anzitutto stabilirne i confini e gli ambiti di competenza. Anzitutto, tale preghiera non è un esorcismo ma è una preghiera di intercessione con la quale ci si rivolge a Dio, alla Madonna o ai Santi per chiedere la liberazione di una persona sofferente a causa dei mali provocati dall’influenza del maligno. Con questa definizione escludiamo fin da subito i casi conclamati di reale possessione diabolica, che esistono ma sono rarissimi, ed i casi di influssi diabolici come le ossessioni e le vessazioni che devono richiedere una particolare cura da parte del sacerdote esorcista, congiunta a un approccio multidisciplinare del caso.

Per essere ancora più precisi riassumiamo quanto la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede ha stabilito fin dal 29 settembre 1985 nella Lettera agli Ordinari riguardante le norme sugli esorcismi (cfr. QUI) e applichiamo quanto detto alla Preghiera di Liberazione:

– Nella Preghiera di Liberazione non è mai consentito, anche quando non si tratti di possessione diabolica rivolgersi direttamente al Demonio.

– Solo l’esorcista si può rivolgere direttamente al Demonio, intimandogli, in nome della Chiesa, di andarsene.

– I laici non possono, anche se si tratta di Preghiere di Liberazione, usare le formule dell’esorcismo, compresa quella pubblicata dal Papa Leone XIII, né usare parte di detta preghiera.

– L’esorcismo può essere esercitato solo da un sacerdote appositamente autorizzato dall’Ordinario del luogo (cfr. Codice di Diritto Canonico, 1166; 1172).

Definendo ancor meglio le Preghiere di Liberazione è necessario specificare che possono essere recitate da chiunque intenda chiedere al Signore per sé o per gli altri la guarigione e la liberazione dal male, sulla scorta dell’invocazione contenuta già nella preghiera del Padre Nostro che recita «liberaci dal male», ovvero liberaci dal Maligno.

Chiedere a Dio di difenderci dal Maligno significa affermare una duplice verità: la difesa dal peccato che è l’opera principale del maligno e la difesa dalle conseguenze del peccato, i cui frutti sono rappresentati dalle innumerevoli infermità e fragilità spirituali e corporali di cui l’uomo ha fatto esperienze già fin dopo la sua creazione. Teologicamente è più corretto vedere la liberazione e la guarigione come aspetti della stessa realtà di lotta al peccato, su cui Gesù, il Figlio dell’Uomo, ha il pieno potere (cfr. Mc 2,1-12).

Nel documento intitolato Istruzione circa le preghiere per ottenere da Dio la guarigione, La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, nelle disposizioni disciplinari stabilisce:

«Ad ogni fedele è lecito elevare a Dio preghiere per ottenere la guarigione. Quando tuttavia queste si svolgono in chiesa o in altro luogo sacro, è conveniente che esse siano guidate da un ministro ordinato» (cfr. art. 1).

In base a una corretta visione teologica di comprensione del peccato e delle sue conseguenze, ogni fedele ha la possibilità di invocare Dio per la liberazione e la guarigione dai suoi mali, nonché chiedere ai fratelli preghiere per questa intenzione. Sia che questi mali abbiano interessato lo spirito o il corpo, con un sapiente affidamento a Cristo medico celeste, i fedeli utilizzino tutti i rimedi che la grazia e la scienza umana mettono a disposizione per poter lenire quanto più possibile tali sofferenze. Di conseguenza, nel discernimento tra i diversi mali e le possibili cure, il fedele potrà ricorrere al sacerdote, al medico o ad altro specialista in base alla sua reale situazione di infermità, senza escludere che tutte queste figure possano lavorare in comunione per addivenire a una risoluzione felice del problema. Ricordiamo, a tal proposito, uno dei capisaldi della pastorale sanitaria che dice che dove non è possibile guarire è sempre possibile e doveroso curare.

Le Preghiere di Liberazione e di guarigione vanno opportunamente formulate in un contesto di piena fedeltà al deposito della fede della Chiesa Cattolica, in comunione con il Magistero, in obbedienza ai sacri pastori e con la ferma attenzione a non scivolare mai verso forme deviate e ambigue che potrebbero ingenerare equivoci o incomprensioni, come indica l’ultimo documento della Congregazione per la dottrina della Fede già citato.

Solo inserendo la liberazione dentro un cammino sacramentale possiamo poi procedere a interrogarci su quando sia opportuno ricorrere alle cosiddette Preghiere di Liberazione. Ho già avuto modo di spiegare che il cammino di liberazione e di lotta contro il Demonio è molto complesso e inizia con il Sacramento del battesimo, in quel cammino quotidiano di conversione e di cambiamento di mentalità che costituisce la base solida di una vita nuova nello Spirito Santo, in cui a immagine del Figlio, lo Spirito Santo viene effuso nel nostro animo e la voce del Padre ci riconosce come figli amati (cfr. Mt 3,17; Mc 1,11; Lc 3,22). Risorti come creature nuove dalle acque del battesimo, anche noi veniamo condotti nel deserto per affrontare il combattimento a tu per tu contro lo spirito del male. In Cristo abbiamo già la vittoria, la sua umanità divina rafforza la nostra umanità; il suo divino Spirito e lo stesso nostro spirito che ci è stato dato e con il quale possiamo dire ogni volta che siamo tentati: «Vattene Satana!» (cfr. Mt 4,10).

Dal Sacramento del battesimo passiamo al Sacramento della confessione con il quale lo Spirito Santo parla a noi come al figlio prodigo e ci invita a tornare alla casa paterna per essere rivestiti di quella dignità filiale che abbiamo perduto con il peccato (cfr. Lc 15,17-20). È proprio del peccato, infatti, spingere l’uomo all’allontanamento da Dio, fino a convincerlo che il Padre è l’elemento di ostacolo per una felicità piena e una realizzazione liberante. Nel momento in cui l’uomo con i propri concreti atti storici e con i propri peccati attuali apre volontariamente la porta del suo cuore all’azione ordinaria del maligno, ecco che si consuma il peccato. E il peccato trascina al peccato, con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio, da cui poi ne derivano le inclinazioni perverse che ottenebrando la coscienza alterandola e conducendo l’uomo ad una incapacità di valutazione e di scelta tra bene e il male (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1865).

Certi peccati attuali con i conseguenti vizi derivati, comportano una chiara responsabilità personale dell’uomo ― l’interrogativo divino per la colpa dei progenitori e per l’omicidio di Abele è abbastanza eloquente: «Che hai fatto?» (cfr. Gn 3,13; 4,10) ― una colpa evidente, che può essere recuperata solo e soltanto nel momento in cui viene sciolta con il potere delle chiavi che Gesù ha dato a Pietro (cf. Mt 16,18-19) e che in foro sacramentale è rappresentato dall’assoluzione. Se facciamo bene attenzione siamo davanti alla celebrazione di un vero e proprio esorcismo, al supremo atto di liberazione dell’uomo, che non è solamente una liberazione invocata, ma oggettivamente realizzata nella realtà.

Il percorso sacramentale che dal battesimo conduce alla confessione culmina con l’Eucaristia e la Santa Messa. Infatti, il cammino di liberazione non si ferma ma prosegue in modo specialissimo nell’Eucaristia, in quel divino banchetto della Santa Messa in cui si realizza la presenza vera, reale e sostanziale del nostro Redentore. Nel suo vero Corpo, nel suo vero Sangue, nella sua vera anima e nella sua divinità egli continua a sconfiggere il potere del maligno ― il peccato e la morte ― e con la sua stessa persona vince colui che è l’incarnazione stessa della “non-persona” e conduce l’uomo verso una spersonalizzazione umana e divina[1].

Penso sia utile sapere che il nuovo Messale Romano nella sezione “Messe e orazioni per varie necessità” annovera diversi formulari specifici per la celebrazione della Santa Messa che hanno come oggetto i malati e i moribondi (nn. 45-46) per poi passare a tutte quelle situazioni spirituali di varia necessità che potrebbero essere conseguenza dell’intervento dello spirito del male e del peccato radicato e indurito (n. 48 sez. A-B-C).

Tenendo ben presente questa visione sacramentale di liberazione che abbraccia i primi tre sacramenti del settenario, mi permetto di prendere in prestito un pensiero del Cardinale Mauro Piacenza:

«I Sacramenti educano continuamente alla lotta: soprattutto i Sacramenti reiterabili, quelli che non imprimono il carattere e che si possono celebrare molte volte nella vita, significano ed indicano, in maniera piena, la dimensione “agonistica” ― di agone ― della lotta contro il male».

Proprio questo è il punto focale dell’interrogativo che ci siamo posti all’inizio di questo paragrafo: quanto è risolutivo ricorrere subito alle Preghiere di Liberazione se non si è inseriti con costanza dentro un cammino sacramentale? Senza un habitus sacramentale preventivo occorre evitare le Preghiere di Liberazione, specie se non se ne avverta l’effettiva utilità, senza una certa preparazione da parte di chi intercede sulla persona e senza una preventiva e robusta preparazione di chi le riceve.

È necessario chiarire come l’efficacia dei sacramentali (Esorcismo o Preghiera di Liberazione) nei fedeli dipende dalla loro vita sacramentale. Sono i Sacramenti che imprimono la forza liberante e risanatrice ai sacramentali, i quali si inseriscono dentro quella fede affermata e vissuta giornalmente dai fedeli. Non ha caso nella Santa Messa, nei Riti di Comunione, il sacerdote prima dello scambio della pace dice:

«Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen».

È la fede che il Signore cerca da noi, quella fede ricevuta nel battesimo, rafforzata nel riconoscimento dei nostri peccati e dall’esercizio della carità vicendevole, nutrita e accresciuta dal Corpo e Sangue di Cristo. Senza fede o in mancanza di essa non c’è alcun tipo di liberazione o di guarigione, solo palliativi superstiziosi che spesso provocano più danni che benefici all’anima e al corpo. E in questa visione superstiziosa possiamo far cadere anche le cose sante, come l’uso dei sacramentali e la devozione ai santi.

Quando parliamo di Preghiere di Liberazione rischiamo di perderci all’interno di una varietà di forme e di contenuti veramente diversificati, è quindi del tutto consequenziale chiedersi: quali Preghiere di Liberazione fare? Le raccolte di tali preghiere imporrebbero un ordine che è anzitutto di carattere teologico. Infatti, la struttura di queste preghiere è quanto mai varia e spesso è difficile risalirne all’esatta origine: si va da quelle apparentemente cattoliche, a quelle dal sapore devozionale legate a qualche mistico o santo, a quelle dallo stile orientaleggiante che strizzano l’occhio al mondo greco fino ad arrivare alle preghiere di alcune comunità cristiane riformate (basti citare la pratica di liberazione, di purificazione e di guarigione dell’albero genealogico di Kenneth McAll) per finire poi a formulari dal sapore palesemente esoterico.

L’assenza di un canone mai trascritto costituisce il problema più evidente da cui deriva la mancanza di una raccolta canonica approvata cui poter attingere. Questa è forse una delle cose che più favorisce la possibilità di ricorrere all’improvvisazione selvaggia. Certamente i sacerdoti hanno la possibilità di ricorrere al Benedizionale che dona innumerevoli spunti, ma il campo della lotta contro il demonio e le sue influenze è talmente specifico che richiederebbe qualche attenzione in più, così da evitare la ricerca morbosa dello scongiuro e dell’invocazione più risolutiva anche a costo di valicare il confine dall’ortodossia e dell’ortoprassi.

La Preghiera di Liberazione si delinea come una preghiera invocativa che attiene all’ambito dei sacramentali. Questo impone di dover verificare in essa almeno due criteri:

– che sia approvata dalla competente autorità ecclesiastica;

– che abbia nella sua composizione una costruzione dogmatica e liturgica ben precisa che non lasci margini di confusione o di fraintendimento.

Nel Direttorio su pietà popolare e liturgia, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti stabilisce:

«Pur redatti con linguaggio, per così dire, meno rigoroso rispetto alle preghiere della Liturgia, i testi di preghiere e formule di devozione devono trarre ispirazione dalle pagine della Sacra Scrittura, della Liturgia, dei Padri e del Magistero, concordare con la fede della Chiesa. I testi stabili e pubblici di preghiere e atti di pietà devono recare l’approvazione dell’Ordinario del luogo» (cfr. documento integrale QUI).

La Preghiera di Liberazione necessita di essere una preghiera approvata dalla Chiesa proprio per la delicatezza della materia trattata, racchiudendo di necessità al proprio interno quel corpus di fede creduta e professata che ben sintetizza quel principio teologico per cui la lex orandi è lex credendi e viceversa. Sebbene le Preghiere di Liberazione non siano delle preghiere liturgiche vera e proprie, che constano di un ambito celebrativo e liturgico specifico, questo non esime da una composizione meno accurata dei testi e dei contenuti.

Ma veniamo allo specifico. Nei miei due precedenti articoli, ho già avuto modo di argomentare sulla preghiera del Padre Nostro che il Signore stesso ha insegnato ai suoi discepoli (cfr. Mt 6,9-13; Lc 11,1-4) e come tale, si prefigura non solo come prima Preghiera di Liberazione ma anzitutto come preghiere per eccellenza. Esclusa questa, sappiamo che nel nuovo Rituale degli Esorcismi è contenuta, in II appendice (nn. 1-10), una sezione di preghiere a uso privato dei fedeli che si trovano a dover lottare contro il potere delle tenebre. Tale elenco si può ben considerare come un elenco ufficiale e approvato di preghiere da farsi privatamente e che interessano tutti coloro che sperimentano un’azione del demonio che va oltre l’azione ordinaria. È lecito pensare, dunque, che la ratio ispiratrice di queste preghiere non riguardi soltanto coloro che sono già sottoposti all’esorcismo maggiore ma soprattutto chi si trova a sperimentare un particolare assalto diretto del maligno.

Volendoci sbilanciare nell’interpretazione, possiamo supporre che la mens di tali preghiere nel rituale non riguardi solamente il singolo fedele ma anche quella collettività più ampia che si trova a percorrere le vie di questo nostro mondo segnato dalla ferita del peccato e dal fomite della concupiscenza. Utile in tal senso è stilare una casistica essenziale che potrebbe suggerire il ricorso a una Preghiera di Liberazione, così come la Chiesa ha sempre fatto in molte preghiere litaniche che si concludono con l’invocazione: libera nos domine. Pensiamo ad esempio:

1) alla bestemmia frequente e reiterata;

2) ai sentimenti d’odio, di rancore, di distruzione e di disperazione;

3) all’indurimento nel peccato grave e nel radicamento a compiere il male;

4) ai conflitti dilanianti nelle famiglie;

5) alle situazioni di guerre e di calamità naturali ed epidemiologiche;

6) a quelle situazioni di immoralità diffusa, di profanazione e scandali che riguardano anche la vita pubblica di un paese o di una nazione;

7) alla gestione malevola e deturpante delle relazioni umane e tra i popoli;

8) alle persecuzioni contro la Chiesa e i cristiani a motivo della fede in Cristo;

9) all’attentato all’integrità della vita umana debole e indifesa.

La casistica potrebbe anche essere molto più diversificata, ma il ricorso a un preciso e maturo discernimento accompagnato dalla Chiesa diventa la scelta migliore per imparare a distinguere l’origine dalla causa[2]. Perché, se è vero che determinate situazioni non hanno sempre il Demonio come causa diretta è altresì vero che all’origine di tali mali c’è sempre la sua azione ingannatrice e corrompente.

Elencando le Preghiere di Liberazione ufficiali e approvate, per completezza argomentativa credo sia degna di nota la Preghiera Universale che la Chiesa eleva a Dio nel giorno del Venerdì Santo. La decima intenzione, dedicata a tutti i tribolati, recita così:

«Preghiamo, fratelli carissimi, Dio Padre onnipotente, perché liberi il mondo da ogni disordine: allontani le malattie, scacci la fame, renda libertà ai prigionieri, giustizia agli oppressi, conceda sicurezza a chi viaggia, il ritorno ai lontani da casa, la salute agli ammalati, ai morenti la salvezza eterna.
Dio onnipotente ed eterno, conforto degli afflitti, sostegno dei tribolati, ascolta il grido dell’umanità sofferente, perché tutti si rallegrino di avere ricevuto nelle loro necessità il soccorso della tua misericordia. Per Cristo nostro Signore» (Prece X, Per i tribolati).

Questa supplica elevata nel giorno in cui la Chiesa ricorda la Passione del Signore, ha una chiara valenza di Preghiera di Liberazione. Infatti, si chiede a Dio che tutti i mali e le situazioni di fragilità e di pericolo per gli uomini vengano ad essere allontanati, per conseguire la vittoria contro colui che all’origine di ogni male e peccato. Pur facendo parte della liturgia ufficiale del Venerdì Santo, nulla vieta a un fedele di recitarla privatamente e di chiedere a Dio per sé e per gli altri l’aiuto nelle varie situazioni di tribolazione.

Eccoci infine giunti al problema degli abusi pastorali nelle Preghiere di Liberazione. Nell’istruzione circa le preghiere per ottenere da Dio la guarigione, la Congregazione esige che tali preghiere si svolgano preferibilmente in chiesa o in altro luogo sacro e che siano guidate da un ministro ordinato. A differenza dell’esorcismo che richiede obbligatoriamente la presenza di un presbitero, le Preghiere di Liberazione, così come le abbiamo intese in questo articolo, possono essere guidate anche da un diacono. Ma anticipo subito che tale scelta impone una certa prudenza e delle garanzie per i motivi che spiegherò più avanti.

La presenza del ministro ordinato non è semplicemente importante ma proprio imprescindibile per guidare la preghiera attualizzando quel mandato che Cristo ha conferito a coloro che ha inviato a due a due per liberare e guarire (cfr. Lc 10,1-20). Pertanto, non possono essere promosse preghiere pubbliche guidate da fedeli laici, i quali dovranno ben guardarsi dall’imporre le mani o compiere dei gesti riservati ai ministri ordinati, restando nei limiti e i nei termini previsti dalle precise disposizioni dettate dalla Chiesa (cfr. CEI, Benedizionale, Roma, 1992, 18).

Guarigione e liberazione sono unite in un medesimo sguardo teologico, come chiarisce la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede e come è nostro dovere sacerdotale e pastorale ricordare, perché è solo il Signore «colui che libera da ogni male» (cfr. Sap 16,8) e in tale azione di grazia le sofferenze che accompagnano la malattia sono anche oggetto del profondo desiderio dell’uomo di una liberazione totale che interessa non solo la componente corporale ma anche quella psichica e spirituale (cfr. art. 1).

La Congregazione ha una volontà normativa riferita a quelle circostanze di preghiera pubblica, tralasciando la sfera della vita di preghiera privata del fedele, sapendo che a ogni battezzato è chiesto di pregare Dio per i vivi e per i defunti e per la propria e altrui conversione. Per quanto riguarda la scelta del luogo, il contesto sacro rafforza la volontà di rimanere uniti alla Chiesa e ai suoi pastori, inoltre realizza pastoralmente quanto il Signore raccomanda nella parabola del buon Samaritano (cfr. Lc 10,25-37) in cui il malcapitato viandante viene alloggiato nella locanda-ospedale che rappresenta la Chiesa. L’immagine dei briganti è fortemente simbolica e possiede un senso spirituale che è stato descritto dai Padri della Chiesa, i quali hanno saputo scorgere l’operato del Diavolo e dei suoi Angeli che spogliano l’uomo della veste dell’immortalità e lo percuotono a morte con l’arma del peccato fino a privarlo della vita di grazia.

Tutti gli altri luoghi pubblici che non siano una chiesa, una cappella o un oratorio sono di per sé inadatti, dovrebbe essere superfluo ribadirlo, ma è bene farlo alla luce della chiara e precisa disciplina della Chiesa, non certo delle proprie opinioni personali. Così come sono inadatti alcuni canali e vie di comunicazione come telefoni, cellulari, webcam et similia. Purtroppo, si sono verificati dei casi, e continuano a verificarsi, in cui si sono fatti esorcismi al telefono, Preghiere di Liberazione alla radio o con l’utilizzo dei vari mezzi di comunicazione, per non parlare dei tours esorcistici e liberatori organizzati in giro per gli alberghi italiani nei fine settimana con tanto di pacchetti promozionali che offrono liberazioni, guarigioni, conversioni oppure, come direbbe qualche confratello tanto navigato quanto ormai disincantato:

«Avvalendosi dei magici uffici di certi sciamani carismatici, non solo saranno liberati i defunti di tutto l’albero genealogico dei richiedenti, ma anche quelli che devono sempre venire al mondo. Infatti, grazie alla potenza del liberatore peregrinante da un hotel all’altro, i posteri non avranno più bisogno neppure del battesimo, perché, una volta ricevuta l’imposizione delle mani da un fulminato nel cervello, nasceranno direttamente senza peccato originale».

Una situazione pastorale che merita attenzione è quella relativa a coloro che sono realmente preda dello Spirito del Male ma la cui situazione di possessione, ossessione o vessazione non si è ancora palesata chiaramente. Non è raro il caso in cui, a seguito di incontri di preghiera di guarigione o di liberazione, lo Spirito Maligno possa manifestarsi d’improvviso, in quanto costretto dalla potenza della preghiera unita alla fede dell’assemblea orante. Spesso non c’è nemmeno il bisogno di una Preghiera di Liberazione particolare ma basta la semplice Preghiera di Lode o un’invocazione dello Spirito Santo per trovarsi in una situazione simile a quella accaduta a Gesù nella sinagoga di Cafarnao (cfr. Mc 1, 21-28; Lc 4, 31-37).

La gestione simili manifestazioni comporta prudenza e fortezza d’animo, unita alla fede in Cristo e all’obbedienza alla Chiesa. Bisogna domandarsi seriamente se per tali incontri pubblici di preghiera non debba esserci la presenza preventiva di un esorcista formalmente nominato e autorizzato, che ha nome di Cristo e della Chiesa può lecitamente intervenire. Ricordiamo che affrontare lo Spirito Maligno senza essere esorcisti, senza essere un ministro ordinato e con la propria condizione di fragilità è decisamente poco saggio. L’uomo non ha nessun potere sui demoni e la sproporzione è quella che intercorre tra una creatura angelica e una creatura umana. È vero che la storia della Chiesa ricorda uomini che hanno saputo compiere esorcismi e liberazioni, ma tale realtà è determinata dalla loro particolare santità di vita e da una speciale assistenza della provvidenza divina, mi piace ricordare Sant’Antonio abate, San Benedetto da Norcia, San Francesco d’Assisi, Santa Chiara d’Assisi, San Salvatore da Horta. Tutti costoro non erano sacerdoti e non avevano ricevuto la nomina di esorcista ma la loro vita risplendeva di quella santità a cui nessun demonio poteva resistere. Stesso discorso lo si può fare per San Pio da Pietrelcina, il quale ha combattuto tutta la sua vita contro il Demonio, pur non avendo mai ricevuto dal Vescovo diocesano e dal suo Ministro provinciale l’autorizzazione al ministero di esorcista.

Per concludere: è cura della Chiesa tutelare la privacy di coloro che vivono manifestazioni spirituali di influenza malefica con un accompagnamento sollecito e scevro da indebite spettacolarizzazioni. Si devono tenere in giusto conto tutte quelle situazioni di protezione per questi fratelli sofferenti in modo che la loro liberazione avvenga all’interno di un contesto riservato. Per questo motivo si eviti di portare questi fratelli sofferenti nei vari tour di liberazione, esponendoli al pubblico per rendere testimonianze che hanno spesso il sapore di campagne pubblicitarie mirate ad accrescere la “fama” e l’egocentrismo del carismatico guaritore o liberatore, anziché cercare una stabilità attraverso un sacerdote che inizi l’accompagnamento. A questo è utile unire un gruppo di preghiera che possa aiutare nella battaglia spirituale elevando a Dio ferventi intercessioni. Così come avviene in alcune pratiche della psicoterapia, il percorso di liberazione e di guarigione deve mirare a rendere l’uomo nuovamente autonomo e padrone di sé. Il terapeuta non deve legare alla sua persona il paziente, così il sacerdote non deve legare alla sua persona o al suo carisma il fedele costringendolo a un percorso infinito di Preghiere di Liberazione. Se dopo un congruo periodo di tempo non si vedono miglioramenti tangibili, se non si ha acquisito un habitus sacramentale serio, se non ci sono evidenze particolari, allora è meglio interrompere queste preghiere e iniziare un discernimento umano e spirituale più approfondito.

In ogni caso il problema rimane nei secoli lo stesso, senza avere mai perduto attualità, lo mise chiaramente in luce a suo tempo il Beato Apostolo Paolo scrivendo al suo discepolo Timoteo:

«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero» (II Tm 4, 1-5).

Sanluri, 25 marzo 2025

NOTE

[1] Per un maggiore approfondimento di quanto detto in questo paragrafo si rimanda all’intervento del Cardinale Mauro Piacenza: Esorcismo e sacramenti, in occasione del XI Corso di base sull’Esorcismo a cura del GRIS Nazionale in collaborazione con l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum in Roma e l’Associazione Internazionale Esorcisti. 4 aprile 2016 giovedì 15 settembre 2016.

[2] A questo elenco si aggiunga quanto William Bleiziffer dice nel suo contributo: Esorcismo ed esorcista nella disciplina canonica della Chiesa, in STUDIA UNIVERSITAS BABEŞ-BOLYAI, Demonologia oggi: fondamenti teologici e aspetti pratici, 2019, p.154 nota 42.

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PRAYER OF LIBERATION AND HEALING. WHAT IMPRESCABLE BOUNDARY SEPARATES THEOLOGY AND PASTORAL CARE FROM THE DANGER OF FALLING INTO MAGICAL PRACTICES?

«By using the magical offices of certain charismatic shamans, not only will the deceased of the entire family tree of the applicants be liberated, but also those who must always come into the world. In fact, thanks to the power of the liberator wandering from one hotel to another, posterity will no longer even need baptism, because, once they have received the imposition of hands from a lightning-struck person in the brain, they will be born directly without original sin».

— Pastoral actuality —

 

Author
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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In light of my last two articles on the possible consequences of a way of understanding exorcism, combined with the concept that sees the Devil as a product of marketing and profit (see QUI, QUI), I thought it appropriate to write a third that will have as its subject the Prayer of Liberation.

I would like to clarify that my small contributions are nothing compared to the much more complete and exhaustive works of learned demonologists such as Mgr. Renzo Lavatori or Father José Antonio Fortea.

How can we not remember particularly expert exorcists such as the italians Father Moreno Fiori O.P. and Father Raffaele Talmelli S.P., both of whom have left a flourishing bibliography on demonopathies. We cannot forget, among other things, all the other exorcist priests who carry out their ministry in hardship and who are reliable teachers in whom to find guidance. Considering that some of them have written several books and articles on these topics, I invite the reader to do a targeted bibliographical research with which it is possible to increase the knowledge of these topics. In light of this, my article is only a small tribute and a thank you.

Before precisely defining the Prayer of Liberation, we must first establish its boundaries and areas of competence. First of all, this prayer is not an exorcism but a prayer of intercession with which one turns to God, the Madonna or the Saints to ask for the liberation of a person suffering from the evils caused by the influence of the evil one. With this definition we immediately exclude the clear cases of real diabolical possession, which exist but are very rare; and the cases of diabolical influences such as obsessions and vexations that must require special care on the part of the exorcist priest, combined with a multidisciplinary approach to the case. To be even more precise, let us summarize what the Sacred Congregation for the Doctrine of the Faith has established since September 29, 1985 in the Letter to Ordinaries regarding the norms on exorcisms (see HERE) and let us apply what has been said to the Prayer of Liberation:

– In the Prayer of Liberation, it is never permitted, even when it is not a question of diabolical possession, to address the Demon directly.

– Only the exorcist can address the Demon directly, ordering him, in the name of the Church, to leave.

– Lay people cannot, even when it is a question of Prayers of Liberation, use the formulas of exorcism, including that published by Pope Leo XIII, nor use part of said prayer.

– Exorcism can only be practiced by a priest specifically authorized by the Ordinary of the place (cf. Code of Canon Law, 1166; 1172).

– In further defining the Prayers of Liberation, it is necessary to specify that they can be recited by anyone who intends to ask the Lord for healing and deliverance from evil for themselves or for others, on the basis of the invocation already contained in the prayer of the Our Father which says «deliver us from evil», or deliver us from the Evil One.

Asking God to defend us from the Evil One means affirming a twofold truth: the defense from sin, which is the principal work of the Evil One, and the defense from the consequences of sin, the fruits of which are represented by the innumerable spiritual and physical infirmities and frailties that man has experienced since after his creation. Theologically, it is more correct to see liberation and healing as aspects of the same reality of the fight against sin, over which Jesus, the Son of Man, has full power (cf. Mk 2, 1-12).

In the document entitled Instruction on prayers to obtain healing from God, the Sacred Congregation for the Doctrine of the Faith, in the disciplinary provisions establishes:

«”People are called to joy. Nevertheless each day they experience many forms of suffering and pain”. Therefore, the Lord, in his promises of redemption, announces the joy of the heart that comes from liberation from sufferings (cf. Is 30:29; 35:10; Bar 4:29). Indeed, he is the one «who delivers from every Evil» (Wis 16:8). Among the different forms of suffering, those which accompany illness are continually present in human history. They are also the object of man’s deep desire to be delivered from every Evil» (Official document SEE).

The Prayer of Liberation needs to be a prayer approved by the Church precisely because of the delicacy of the subject matter, necessarily containing within itself that corpus of faith believed and professed that well summarizes that theological principle for which the lex orandi is lex credendi. Although the Prayers of Liberation are not liturgical prayers in the true sense, consisting of a specific celebratory and liturgical context, this does not exempt from a less accurate composition of the texts and contents.

But let’s get to the specifics. In my two previous articles, I have already had the opportunity to argue about the prayer of the Our Father that the Lord himself taught to his disciples (cf. Mt 6,9-13; Lk 11,1-4) and as such, it is prefigured not only as the first Prayer of Liberation but above all as prayers par excellence. Excluding this, we know that in the new Ritual of Exorcisms there is contained, in Appendix II (nn. 1-10), a section of prayers for the private use of the faithful who find themselves having to fight against the power of darkness. This list can well be considered as an official and approved list of prayers to be said privately and which concern all those who experience an action of the devil that goes beyond ordinary action. It is legitimate to think, therefore, that the inspiring ratio of these prayers does not concern only those who are already subjected to major exorcism but above all those who find themselves experiencing a particular direct assault of the Evil one.

If we want to enter into interpretation, we can assume that the mens of such prayers in the ritual does not only concern the individual believer but also that wider community that finds itself walking the paths of this world of ours marked by the wound of sin and the fomite of concupiscence. It is useful in this sense to draw up an essential case study that could suggest the use of a Prayer of Liberation, as the Church has always done in many litanic prayers that end with the invocation: libera nos domine. Let us think for example:

1) frequent and repeated blasphemy;
2) feelings of hatred, resentment, destruction and despair;
3) hardening in grave sin and in the rootedness to do evil;
4) tearing conflicts in families;
5) situations of war and natural and epidemiological disasters;
6) to those situations of widespread immorality, profanation and scandals that also affect the public life of a country or a nation;
7) to the malevolent and disfiguring management of human relations and between peoples;
8) to persecutions against the Church and Christians because of their faith in Christ;
9) to attacks on the integrity of weak and defenseless human life.

The casistic could also be much more diversified, but the use of a precise and mature discernment accompanied by the Church becomes the best choice to learn to distinguish the origin from the cause. Because, if it is true that certain situations do not always have the Devil as a direct cause, it is also true that at the origin of such evils there is always his deceptive and corrupting action.

Listing the official and approved Liberation Prayers, for completeness of argument I believe that the Universal Prayer that the Church raises to God on Good Friday is worthy of note. The tenth intention, dedicated to all the troubled, reads as follows:

Let us pray, dearest brothers, to God the Father almighty, that he may free the world from every disorder: that he may remove disease, banish hunger, give freedom to prisoners, justice to the oppressed, grant safety to those who travel, the return of those far from home, health to the sick, eternal salvation to the dying. Almighty and eternal God, comfort of the afflicted, support of the troubled, hear the cry of suffering humanity, that all may rejoice in having received in their needs the help of your mercy. Through Christ our Lord (Prayer X, For the troubled).

This supplication, raised on the day in which the Church remembers the Passion of the Lord, has a clear value of a Prayer of Liberation. In fact, it asks God that all evils and situations of fragility and danger for men be removed, to achieve victory against the one who is at the origin of all evil and sin. Although it is part of the official liturgy of Good Friday, nothing prevents a believer from reciting it privately and asking God for help for himself and for others in various situations of tribulation.

Here we finally come to the problem of pastoral abuses in the Prayers of Liberation. In the instruction on prayers to obtain healing from God, the Congregation requires that such prayers preferably take place in a church or another sacred place and that they be led by an ordained minister. Unlike exorcism, which requires the mandatory presence of a priest, the Prayers of Liberation, as we have understood them in this article, can also be led by a deacon. But I must immediately point out that this choice requires a certain amount of caution and guarantees for reasons I will explain later.

The presence of the ordained minister is not simply important but absolutely essential to guide prayer by actualizing that mandate that Christ conferred to those he sent two by two to free and heal (cf. Luke 10, 1-20). Therefore, public prayers led by lay faithful cannot be promoted, who must be careful not to lay on hands or perform gestures reserved for ordained ministers, remaining within the limits and terms established by the precise provisions dictated by the Church (Benedictional, Rome, 1992, 18).

Healing and liberation are united in the same theological vision, as the Sacred Congregation for the Doctrine of the Faith clarifies and as it is our priestly and pastoral duty to remember, because it is only the Lord «who frees from every Evil» (cf. Wis 16, 8) and in this act of grace the sufferings that accompany illness are also the object of man’s profound desire for a total liberation that concerns not only the physical component but also the psychic and spiritual one (cf. art. 1).

The Congregation has a normative will referring to those circumstances of public prayer, leaving aside the sphere of the private prayer life of the faithful, knowing that every baptized person is asked to pray to God for the living and the dead and for their own and others’ conversion. As regards the choice of place, the sacred context strengthens the will to remain united to the Church and its pastors, and also pastorally realizes what the Lord recommends in the parable of the Good Samaritan (see Lk 10:25-37) in which the unfortunate traveler is lodged in the inn-hospital that represents the Church. The image of the robbers is strongly symbolic and has a spiritual meaning that has been described by the Fathers of the Church, who were able to discern the work of the Devil and his Angels who strip man of the garment of immortality and strike him to death with the weapon of sin until they deprive him of the life of grace.

All other public places that are not a church, a chapel or an oratory are in themselves unsuitable, it should be superfluous to repeat it, but it is good to do so in light of the clear and precise discipline of the Church, certainly not of one’s personal opinions. Just as some channels and means of communication are unsuitable such as telephones, cell phones, webcams and the like. Unfortunately, cases have occurred, and continue to occur, in which exorcisms have been performed over the telephone, Liberation Prayers on the radio or with the use of various means of communication, not to mention the exorcism and liberation tours organized around hotels on weekends with promotional packages offering liberation, healing, conversion, or, as some experienced but now disenchanted confrere would say:

«By making use of the magical services of certain charismatic shamans, not only will the deceased of the entire family tree of the applicants be liberated, but also those who must always come into the world. In fact, thanks to the power of the liberator wandering from one hotel to another, posterity will no longer even need baptism, because, once they have received the imposition of hands by charismatic layman struck by lightning in the brain, they will be born directly without original sin».

A pastoral situation that deserves attention is that of those who are truly prey to the Spirit of Evil but whose situation of possession, obsession or harassment has not yet clearly revealed itself. It is not uncommon for the case in which, following prayer meetings for healing or liberation, the Evil Spirit can suddenly manifest itself, as forced by the power of prayer united with the faith of the praying assembly. Often there is not even the need for a particular Prayer of Liberation but a simple Prayer of Praise or an invocation of the Holy Spirit is enough to find oneself in a situation similar to that which happened to Jesus in the synagogue of Capernaum (see Mk 1:21-28; Lk 4:31-37).

The management of such manifestations requires prudence and fortitude, combined with faith in Christ and obedience to the Church. We must seriously ask ourselves whether such public prayer meetings should not require the prior presence of a formally appointed and authorized exorcist, who has the name of Christ and the Church and can lawfully intervene. Let us remember that facing the Evil Spirit without being exorcists, without being an ordained minister and with one’s own condition of fragility is decidedly unwise. Man has no power over demons and the disproportion is that which exists between an angelic creature and a human creature. It is true that the history of the Church remembers men who were able to perform exorcisms and liberations, but this reality is determined by their particular holiness of life and by a special assistance of divine providence, I like to remember Saint Anthony the Abbot, Saint Benedict of Norcia, Saint Francis of Assisi, Saint Clare of Assisi, Saint Savior of Horta. All of these were not priests and had not received the appointment of exorcist but their lives shone with that sanctity that no demon could resist. The same can be said for Saint Pio of Pietrelcina, who fought all his life against the Devil, despite never having received authorization for the ministry of exorcist from the diocesan Bishop and his Provincial Minister.

In conclusion: it is the Church’s duty to protect the privacy of those who experience spiritual manifestations of evil influence with prompt accompaniment free from undue sensationalism. All those situations of protection for these suffering brothers must be taken into due consideration so that their liberation occurs within a private context. For this reason, one should avoid taking these suffering brothers on various liberation tours, exposing them to the public to give testimonies that often have the flavor of advertising campaigns aimed at increasing the “fame” and egocentrism of the charismatic healer or liberator, rather than seeking stability through a priest who begins the accompaniment. It is useful to combine this with a prayer group that can help in the spiritual battle by raising fervent intercessions to God. As happens in some practices of psychotherapy, the path of liberation and healing must aim to make man autonomous and master of himself again. The therapist must not bind the patient to his person, just as the priest must not bind the faithful to his person or his charisma by forcing them to an endless path of Liberation Prayers. If after a suitable period of time there are no tangible improvements, if one has not acquired a serious sacramental habitus, if there is no particular evidence, then it is better to interrupt these prayers and begin a more in-depth human and spiritual discernment.

In any case, the problem has remained the same throughout the centuries, without ever having lost its relevance, as was clearly highlighted in his time by the Blessed Apostle Paul when he wrote to his disciple Timothy:

«For the time will come when people will not tolerate sound doctrine but, following their own desires and insatiable curiosity, will accumulate teachers and will stop listening to the truth and will be diverted to myths. But you, be self-possessed in all circumstances; put up with hardship; perform the work of an evangelist; fulfill your ministry» (II Th 4, 3-4).

Sanluri, 25 March 2025

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ORACIÓN DE LIBERACIÓN Y SANACIÓN. ¿CUÁL ES EL LÍMITE INVALICABLE QUE SEPARA LA TEOLOGÍA Y LA PASTORAL DEL PELIGRO DE CAER EN PRÁCTICAS MÁGICAS?

«Al hacer uso de los oficios mágicos de ciertos chamanes carismáticos, no sólo se liberarán los difuntos de todo el árbol genealógico, sino también aquellos que deberán venir al mundo. De hecho, gracias al poder del libertador que vaga de un hotel a otro, la posteridad ya ni siquiera necesitará del bautismo, porque, una vez que hayan recibido esta imposición de las manos de alguien golpeado en el cerebro, nacerán directamente sin pecado original».

— Actualidad pastoral —

 

Autor
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Teniendo en cuenta mis dos últimos artículos sobre las posibles derivas de una forma de entender el exorcismo, combinados con el concepto que ve al Diablo como un producto de marketing y de lucro (ver AQUI y AQUI), he creído oportuno escribir un tercero que tendrá como objeto la Oración de la Liberación. quiero aclarar que mis pequeñas aportaciones no son nada comparadas con los trabajos mucho más completos y exhaustivos de eruditos demonólogos como del italiano como Monseñor Renzo Lavatori o del padre José Antonio Fortea.

¿Cómo no recordar a exorcistas especialmente expertos como el Padre Moreno Fiori O.P. y el padre Raffaele Talmelli S.P., ambos han dejado una bibliografía muy rica sobre las demonopatías. No podemos olvidar, entre otras cosas, todos los demás sacerdotes exorcistas que desempeñan su ministerio con dificultad y que son maestros fiables en los que encontrar orientación. Considerando que algunos de ellos han escrito varios libros y artículos sobre estos temas, invito al lector a realizar una búsqueda bibliográfica con la que sea posible incrementar el conocimiento sobre estos temas. En vista de esto, mi artículo es sólo un pequeño homenaje y un agradecimiento.

Antes de definir con precisión la Oración de Liberación, debemos establecer sus límites y áreas de competencia. En primer lugar, esta oración no es un exorcismo sino una oración de intercesión con la que se dirige a Dios, a la Virgen o a los Santos para pedir la liberación de una persona que sufre males causados por la influencia del Maligno. Con esta definición excluimos inmediatamente los casos de una posesión diabólica real, que existen pero son muy raros, y los casos de influencias diabólicas como obsesiones y dolencias que deben requerir cuidados especiales por parte del sacerdote exorcista, combinados con una evaluación multidisciplinaria para cada caso.

Para ser aún más precisos, resumamos lo que la Sagrada Congregación para la Doctrina de la Fe ha establecido el 29 de septiembre de 1985 en La Carta a los Ordinarios sobre las normas relativas a los exorcismos (ver AQUÌ) y apliquémoslo a la Oración de Liberación:

– En la Oración de Liberación nunca está permitido, incluso cuando no se trate de posesión diabólica, dirigirse directamente al Diablo.
– Sólo el exorcista puede dirigirse directamente al Diablo, ordenándole, en nombre de la Iglesia, que se vaya.
– Los laicos no pueden, aunque sean Oraciones de Liberación, utilizar las fórmulas de exorcismo, incluyendo la realizada por el Papa León XIII, ni utilizar parte de dicha oración.
– El exorcismo sólo puede ser realizado por un sacerdote específicamente autorizado por el Ordinario del lugar (ver Código de Derecho Canónico, cann. 1166; 1172).

Para definir aún mejor las Oraciones de Liberación, es necesario precisar que pueden ser recitadas por cualquier persona que pretenda pedir al Señor la curación y la liberación del mal para sí o para los demás, basándose en la invocación ya contenida en la oración del Padre Nuestro que dice «líbranos del mal», o líbranos del Maligno.

Pedir a Dios que nos defienda del Maligno significa afirmar una doble verdad: la defensa del pecado, que es la obra principal del Maligno, y la defensa de las consecuencias del pecado, cuyos frutos están representados por las innumerables enfermedades y flaquezas espirituales y corporales que el hombre ya ha experimentado desde su creación. Teológicamente es más correcto ver la liberación y la curación como aspectos de una misma realidad de lucha contra el pecado, sobre la cual Jesús, el Hijo del Hombre, tiene pleno poder (cf. Mc 2,1-12).

En el documento titulado Instrucción sobre las oraciones para obtener la curación de Dios, la Sagrada Congregación para la Doctrina de la Fe establece en sus disposiciones disciplinarias:

«Cada uno de los fieles es libre de elevar oraciones a Dios para obtener la curación. Cuando éstas se realizan en la Iglesia o en otro lugar sagrado, es conveniente que sean guiadas por un sacerdote o un diácono» (cf. AQUI)

Partiendo de una correcta visión teológica de comprensión del pecado y sus consecuencias, todo creyente tiene la posibilidad de invocar a Dios para la liberación y curación de sus males, así como pedir a sus hermanos oraciones por esta intención. Ya sea que estos males hayan afectado al espíritu o al cuerpo, con una sabia confianza en Cristo médico celestial, los fieles deben utilizar todos los remedios que la gracia y la ciencia humana ponen a disposición para poder aliviar en lo posible tales sufrimientos. En consecuencia, al discernir entre las diferentes dolencias y sus posibles curas, los fieles podrán recurrir a un sacerdote, a un médico u otro especialista en función de su situación actual de enfermedad, sin excluir que todas estas figuras puedan trabajar en comunión para alcanzar una feliz resolución del problema. En este sentido, recordemos una de las piedras angulares de la pastoral de la salud que dice que donde no es posible sanar, siempre es posible y necesario curar.

Las Oraciones de liberación y de curación deben formularse adecuadamente en un contexto de plena fidelidad al depósito de la fe de la Iglesia católica, en comunión con el Magisterio, en obediencia a los sagrados pastores y con firme atención de no caer en formas desviadas y ambiguas que puedan generar equívocos o malentendidos, como se indica en el último documento de la Congregación para la Doctrina de la Fe ya citado.

Sólo incluyendo la liberación en un camino sacramental podremos entonces proceder a preguntarnos cuándo es apropiado recurrir a las llamadas Oraciones de Liberación. Ya he tenido oportunidad de explicar que el camino de liberación y lucha contra el Diablo es muy complejo y comienza con el Sacramento del bautismo, en ese camino diario de conversión y cambio de mentalidad que constituye la base sólida de una vida nueva en el Espíritu Santo, en el que a imagen del Hijo, el Espíritu Santo se derrama en nuestra alma y la voz del Padre nos reconoce como hijos amados (cf. Mt 3,17; Mc 1,11; Lc 3,22). Resucitados como nuevas criaturas en las aguas del bautismo, somos igualmente conducidos al desierto para afrontar en batalla cara a cara, al espíritu del mal. En Cristo ya tenemos la victoria, su divina humanidad fortalece nuestra humanidad; su divino Espíritu es el mismo espíritu que se nos ha sido dado y con el que podemos decir cada vez que somos tentados: «¡Vete, Satanás!» (cf. Mt 4,10).

Del Sacramento del Bautismo pasemos al Sacramento de la Confesión en el que el Espíritu Santo nos habla como al hijo pródigo y nos invita a regresar al hogar paterno para revestirnos de esa dignidad filial que hemos perdido por el pecado (ver Lc 15,17-20). De hecho, es precisamente el pecado el que aleja al hombre de Dios, hasta el punto de convencerlo de que el Padre es un obstáculo para la felicidad plena y la plenitud liberadora. En el momento en que el hombre, con sus actos históricos concretos y con sus pecados actuales, abre voluntariamente la puerta de su corazón a la acción ordinaria del maligno, el pecado queda consumado. Y el pecado arrastra al pecado, la repetición de los mismos actos genera el vicio, del que derivan inclinaciones perversas que oscurecen la conciencia, la alteran y llevan al hombre a la incapacidad de evaluar y elegir entre el bien y el mal (cf. Catecismo de la Iglesia Católica, n. 1865).

El camino sacramental que lleva del bautismo a la confesión culmina con la Eucaristía y la Santa Misa. De hecho, el camino de la liberación no se detiene sino que continúa de manera muy especial en la Eucaristía, en ese banquete divino de la Santa Misa en el que se realiza la presencia verdadera, real y sustancial de nuestro Redentor. En su verdadero Cuerpo, en su verdadera Sangre, en su verdadera alma y en su divinidad sigue venciendo el poder del maligno ― pecado y muerte ― y con su propia persona vence a quien es la encarnación misma de la “no persona” y conduce al hombre hacia una despersonalización humana y divina.

Ciertos pecados actuales, con los consiguientes vicios, entrañan una clara responsabilidad personal del hombre ― el interrogativo divino por la culpa de los progenitores y por el asesinato de Abel es bien elocuente: «¿Qué has hecho?» (cf. Gn 3,13; 4,10) ―, una culpa evidente, que sólo y únicamente puede ser recuperada en el momento en que es desatada con el poder de las llaves que Jesús entregó a Pedro (cf. Mt 16,18-19) y que en el foro sacramental se representa con la absolución. Si prestamos atención, estamos ante la celebración de un verdadero exorcismo, el acto supremo de liberación del hombre, que no es sólo una liberación invocada, sino objetivamente realizada en la realidad.

Creo que es útil saber que el nuevo Misal Romano en el apartado “Misa y oraciones para las diversas necesidades” incluye varias formas específicas para la celebración de la Santa Misa que tienen por objeto los enfermos y moribundos (n. 45-46) para luego pasa a todas aquellas situaciones espirituales de necesidades diversas que podrían ser consecuencia de la intervención del espíritu del mal y del pecado arraigado y endurecido (n. 48 apartado A-B-C).

Teniendo presente esta visión sacramental de la liberación que abarca los tres primeros sacramentos del septenario, me permito tomar prestado un pensamiento del cardenal Mauro Piacenza:

«Los Sacramentos educan continuamente a la lucha: sobre todo los Sacramentos repetibles, aquellos que no imprimen carácter y que pueden celebrarse muchas veces en la vida, significan e indican plenamente la dimensión “agonística” ― de agonal― de la lucha contra el mal».

Este es precisamente este el punto focal del interrogativo que nos hacíamos al inicio de este párrafo: ¿qué tan decisivo es recurrir inmediatamente a las Oraciones de Liberación si no se es parte consistente de un camino sacramental? Sin un habitus sacramental preventivo es necesario evitar las Oraciones de Liberación, especialmente si no se siente su utilidad real, sin una cierta preparación por parte de quien intercede sobre la persona y sin una preparación preventiva y robusta por parte de quien las recibe.

Es necesario aclarar cómo la eficacia de los sacramentales (Exorcismo u Oración de Liberación) en los fieles depende de su vida sacramental. Son los Sacramentos los que imparten la fuerza liberadora y curativa a los sacramentales, que se insertan en esa fe afirmada y vivida diariamente por los fieles. No es casualidad que en la Santa Misa, en el Rito de la Comunión, el sacerdote antes del intercambio de la paz diga:

«Señor Jesucristo, que dijiste a tus apóstoles: “La paz os dejo, mi paz os doy”, no mires nuestros pecados, sino la fe de tu Iglesia, y conforme a tu palabra, concédele la paz y la unidad. Tú que vives y reinas por los siglos de los siglos. Amén”.

Es la fe que el Señor busca en nosotros, esa fe recibida en el bautismo, fortalecida en el reconocimiento de nuestros pecados y en el ejercicio de la caridad mutua, nutrida y aumentada por el Cuerpo y la Sangre de Cristo. Sin fe o falta de ella no hay ningún tipo de liberación o curación, sólo paliativos supersticiosos que muchas veces causan más daño que bien al alma y al cuerpo. Y en esta visión supersticiosa también podemos incluir las cosas santas, como el uso de los sacramentales y la devoción a los santos.

Cuando hablamos de Oraciones de Liberación corremos el riesgo de perdernos en una variedad de formas y contenidos verdaderamente diversos, por lo que es completamente consecuente preguntarnos: ¿qué Oraciones de Liberación hacer? Las colecciones de tales oraciones impondrían un orden que es ante todo de carácter teológico. De hecho, la estructura de estas oraciones es extremadamente variada y a menudo resulta difícil rastrear su origen exacto: van desde aquellas aparentemente católicas, pasando por aquellas con un sabor devocional vinculado a algún místico o santo, o aquellas de estilo oriental que hacen un guiño al mundo griego y se incluyen las oraciones de algunas comunidades cristianas reformadas (basta mencionar la práctica de liberación, purificación y curación del árbol genealógico de Kenneth McAll) para terminar con las fórmulas con sabor claramente esotérico.

La ausencia de un canon transcrito constituye el problema más evidente, y de esto deriva la ausencia de una colección canónica aprobada sobre la cual basarse. Ésta es una de las cosas que más favorece la posibilidad de recurrir a una improvisación salvaje. Ciertamente los sacerdotes tienen la posibilidad de recurrir al Libro de Bendiciones que ofrece innumerables indicaciones, pero el campo de lucha contra el diablo y sus influencias es tan específico que requiere una mayor atención a fin de evitar la búsqueda morbosa de la suplica y la invocación más decisiva, aún a costa de traspasar la frontera entre ortodoxia y ortopraxis.

La Oración de la Liberación se delinea como una oración invocativa que pertenece a la esfera de los sacramentales. Esto hace necesario verificar al menos dos criterios en ella:

– que sea aprobado por la autoridad eclesiástica competente;
– que tenga en su composición una construcción dogmática y litúrgica muy precisa que no deja lugar a confusiones o malentendidos.

En el Directorio sobre la piedad popular y Liturgica, la Congregación para el Culto Divino y la Disciplina de los Sacramentos establece:

«Aunque redactados con un lenguaje, por así decirlo, menos riguroso que para las oraciones de la Liturgia, los textos de las oraciones y fórmulas de devoción deben encontrar su inspiración en las páginas de la Sagrada Escritura, en la Liturgia, de los Padres y del Magisterio, y estar concordados con la fe de la Iglesia. Los textos estables y públicos de oraciones y de actos de piedad deben llevar la aprobación del Ordinario del lugar» (Documento integral AQUI: Introducion, 16).

La Oración de Liberación necesita ser una oración aprobada por la Iglesia precisamente por la delicadeza del tema, que necesariamente abarca en sí ese corpus de fe creída y profesada que bien resume aquel principio teológico según el cual la “lex orandi” es “lex credendi” y viceversa. Aunque Las Oraciones de Liberación no son oraciones litúrgicas propiamente dichas, por pertenecer un contexto celebrativo y litúrgico específico, esto no las exime de una composición menos precisa en los textos y contenidos.

Pero vayamos a lo concreto. En mis dos artículos anteriores ya tuve oportunidad de argumentar sobre la oración del Padre Nuestro que el mismo Señor enseñó a sus discípulos (cf. Mt 6,9-13; Lc 11,1-4) y como tal, está prefigurada no sólo como la primera Oración de Liberación sino sobre todo como oraciones por excelencia. Aparte de esto, sabemos que el nuevo Ritual de los Exorcismos contiene, en el Anexo II (núms. 1-10), una sección de oraciones para uso privado de los fieles que se ven obligados a luchar contra el poder de las tinieblas. Esta lista bien puede considerarse como una lista oficial y aprobada de oraciones que se deben decir en privado y que conciernen a todos aquellos que experimentan una acción del Diablo que va más allá de la acción ordinaria. Es razonable pensar, por tanto, que la ratio inspiradora de estas oraciones no concierne sólo a quienes ya están sometidos al exorcismo mayor, sino sobre todo a quienes se encuentran experimentando un particular ataque directo del Maligno.

Queriendo desequilibrarnos en la interpretación, podemos suponer que la mens de tales oraciones en el ritual no concierne sólo al creyente individual sino también a esa comunidad más amplia que se encuentra recorriendo los caminos de este mundo nuestro marcado por la herida del pecado y el combustible de la concupiscencia. En este sentido, es útil trazar una casuística esencial que pueda sugerir el recurso a una Oración de Liberación, como siempre ha hecho la Iglesia en muchas oraciones de letanías que concluyen con la invocación: libera nos Domine. Pensemos por ejemplo:

1) a la blasfemia frecuente y repetida;
2) al sentimientos de odio, resentimiento, destrucción y desesperación;
3) al endurecimiento en el pecado grave y el radicalización arraigada en hacer el mal;
4) a los conflictos devastadores en las familias;
5) a las situaciones de guerra y desastres naturales y epidemiológicos;
6) a aquellas situaciones de inmoralidad generalizada, profanación y escándalos que afectan también a la vida pública de un país o nación;
7) a la gestión malévola y desfigurante de las relaciones humanas y entre los pueblos;
8) a las persecuciones contra la Iglesia y los cristianos a causa de su fe en Cristo;
9) al atentado a la integridad de la vida humana débil e indefensa.

La casuística también podrían ser mucho más diversificada, pero el uso de un discernimiento preciso y maduro acompañado de la Iglesia se convierte en la mejor opción para aprender a distinguir el origen de la causa. Porque, si es cierto que determinadas situaciones no siempre tienen como causa directa al Diablo, también lo es que en el origen de tales males siempre está su acción engañosa y corruptora.

Enumerando las Oraciones de Liberación oficiales y aprobadas, en aras de la integridad argumentativa, creo que la Oración Universal que la Iglesia eleva a Dios el Viernes Santo es digna de mención. La décima intención, dedicada a todos los que están atribulados, dice lo siguiente:

«Oremos, queridos hermanos, a Dios Padre todopoderoso, para que libre al mundo de todos sus errores, aleje las enfermedades, alimente a los que tienen hambre, libere a los encarcelados y haga justicia a los oprimidos, concede seguridad a los que viajan, un buen retorno a los que se hallan lejos del hogar, la salud a los enfermos y la salvación a los moribundos.

Dios todopoderoso y eterno, consuelo de los afligidos y fortaleza de los que sufren, escucha a los que te invocan en su tribulación, para que todos experimenten en sus necesidades la alegría de tu misericordia. Por Jesucristo, nuestro Señor. Por Cristo nuestro Señor» (Oración X, Por los atribulados).

Esta súplica elevada el día en que la Iglesia recuerda la Pasión del Señor tiene un claro valor de Oración de Liberación. De hecho, pedimos a Dios que sean eliminados todos los males y situaciones de fragilidad y peligro para los hombres, para alcanzar la victoria contra aquel que está en el origen de todo mal y pecado. Aunque forma parte de la liturgia oficial del Viernes Santo, nada impide que un creyente lo recite en privado y pida ayuda a Dios en diversas situaciones de tribulación para sí mismo y para los demás.

Por último, llegamos finalmente al problema del abuso pastoral en las Oraciones de Liberación. En la instrucción sobre las oraciones para obtener la curación de Dios, la Congregación requiere que dichas oraciones se realicen preferentemente en la iglesia u otro lugar sagrado y que sean dirigidas por un ministro ordenado. A diferencia del exorcismo que requiere obligatoriamente la presencia de un sacerdote, las Oraciones de Liberación, tal como las hemos entendido en este artículo, también pueden ser dirigidas por un diácono. Pero anticipo enseguida que esta elección impone cierta prudencia y garantías por las razones que explicaré más adelante.

La presencia del ministro ordenado no es simplemente importante sino precisamente indispensable para dirigir la oración, realizando el mandato que Cristo dio a aquellos a quienes envió de dos en dos para liberar y sanar (cf. Lc 10,1-20). Por tanto, no se pueden promover oraciones públicas dirigidas por fieles laicos, quienes deben tener cuidado de no imponer manos ni hacer gestos reservados a los ministros ordenados, manteniéndose dentro de los límites y plazos establecidos por las disposiciones precisas dictadas por la Iglesia (cf. Benedizionale, Roma, 1992, 18).

Curación y liberación están unidas en una misma perspectiva teológica, como aclara la Sagrada Congregación para la Doctrina de la Fe y como es nuestro deber sacerdotal y pastoral recordar, porque es sólo el Señor «quien libera de todo mal» (cf. Sab 16,8) y en esta acción de la gracia los sufrimientos que acompañan a la enfermedad son también objeto del profundo deseo del hombre de una liberación total que afecta no sólo al componente corporal sino también al psíquico y espiritual (cf. art. 1).

La Congregación tiene una voluntad normativa referida a a esas circunstancias de la oración pública, dejando fuera el ámbito de la vida de oración privada de los fieles, sabiendo que todo bautizado está llamado a que ruegue a Dios por los vivos y los difuntos y por la conversión propia y ajena. En cuanto a la elección del lugar, el contexto sagrado refuerza el deseo de permanecer unidos a la Iglesia y a sus pastores, además implementa pastoralmente lo que el Señor recomienda en la parábola del buen samaritano (cf. Lc 10,25-37), en la que el infortunado viajero es alojado en la posada-hospital que representa a la Iglesia. La imagen de los bandidos es altamente simbólica y tiene un significado espiritual que fue descrito por los Padres de la Iglesia, quienes pudieron ver la obra del Diablo y sus Ángeles que despojan al hombre del manto de la inmortalidad y lo golpean con el arma del pecado hasta privarlo de la vida de la gracia.

Todos los demás lugares públicos que no sean una iglesia, una capilla o un oratorio son en sí mismos inadecuados; sería superfluo reiterarlo, pero es bueno hacerlo a la luz de la disciplina clara y precisa de la Iglesia, y ciertamente no de las opiniones personales. Así como algunos canales y vías de comunicación como teléfonos, móviles, cámaras web y similares no son adecuados. Desgraciadamente, se han producido y se siguen produciendo casos en los que los exorcismos se han llevado a cabo por teléfono, las Oraciones de Liberación por la radio o mediante el uso de diversos medios de comunicación, por no hablar de las giras de exorcismos y de liberación organizadas en los hoteles italianos los fines de semana con paquetes promocionales que ofrecen la liberación, la curación, la conversión o, como dirían un cohermano experimentados y ahora mucho desencantados:

«Al hacer uso de los oficios mágicos de ciertos chamanes carismáticos, no sólo se liberarán los difuntos de todo el árbol genealógico, sino también aquellos que deberán venir al mundo. De hecho, gracias al poder del libertador que vaga de un hotel a otro, la posteridad ya ni siquiera necesitará el bautismo, porque, una vez que hayan recibido la imposición de manos de alguien golpeado en el cerebro, nacerán directamente sin pecado original».

Una situación pastoral que merece atención es la relativa a aquellos que son verdaderamente presas del Espíritu del Mal pero cuya situación de posesión, obsesión o vejación que aún no se ha manifestado. No es raro que, tras reuniones de oración por la curación o liberación, el Espíritu Maligno pueda manifestarse súbitamente, al verse forzado por el poder de la oración combinado con la fe de la asamblea orante. A menudo ni siquiera es necesaria una determinada oración de liberación, sino que basta una simple oración de alabanza o una invocación del Espíritu Santo para encontrarse en una situación similar a la que le sucedió a Jesús en la sinagoga de Cafarnaúm (cf. Mc 1, 21-28; Lc 4, 31-37).

Gestionar acontecimientos similares implica prudencia y fortaleza, combinadas con fe en Cristo y obediencia a la Iglesia. Debemos preguntarnos seriamente si en tales reuniones públicas de oración no debería existir la presencia preventiva de un exorcista formalmente designado y autorizado, que en nombre de Cristo y de la Iglesia pueda intervenir legalmente. Recordemos que afrontar el Espíritu del Mal sin ser exorcista, sin ser ministro ordenado y con la propia condición frágil es decididamente imprudente. El hombre no tiene poder sobre los demonios y la desproporción es la que existe entre una criatura angelical y una criatura humana. Es cierto que la historia de la Iglesia recuerda a hombres que supieron realizar exorcismos y liberaciones, pero esta realidad está determinada por su particular santidad de vida y por una especial asistencia de la divina providencia; me gusta recordar a San Antonio Abad, a San Benito de Nursia, a San Francisco de Asís, a Santa Clara de Asís, a San Salvador de Horta. Todos ellos no eran sacerdotes y no habían recibido el nombramiento de exorcistas pero sus vidas brillaban con esa santidad a la que ningún demonio podía resistir. Lo mismo puede decirse de San Pío de Pietrelcina, que luchó contra el diablo toda su vida, a pesar de no haber recibido nunca autorización para el ministerio de exorcista por parte del obispo diocesano y de su ministro provincial.

Para concluir: es responsabilidad de la Iglesia proteger la privacidad de aquellos que experimentan manifestaciones espirituales de influencia maligna con un acompañamiento rápido y libre de espectacularización indebida. Todas aquellas situaciones de protección de estos hermanos sufrientes deben ser tenidas en cuenta para que su liberación se produzca en un contexto confidencial. Por esta razón, debemos evitar llevar a estos hermanos que sufren a diversas giras de liberación, exponiéndolos al público para dar testimonios que a menudo tienen sabor a campañas publicitarias destinadas a aumentar la “fama” y el egocentrismo del carismático sanador o libertador, en lugar de buscar la estabilidad a través de un sacerdote que inicia el acompañamiento. Para ello es útil unirse a un grupo de oración que pueda ayudar en la batalla espiritual elevando fervientes intercesiones a Dios. Como sucede en algunas prácticas de psicoterapia, el camino de liberación y curación debe tener como objetivo volver a hacer al hombre autónomo y dueño de sí mismo. El terapeuta no debe atar al paciente a su persona, así como el sacerdote no debe atar al creyente a su persona ni a su carisma, obligándolo a recorrer un camino infinito de Oraciones de Liberación. Si después de un tiempo adecuado no se observan mejoras tangibles, si no se ha adquirido un habitus sacramental serio, si no hay pruebas particulares, entonces es mejor interrumpir estas oraciones y comenzar un discernimiento humano y espiritual más profundo.

En cualquier caso, el problema sigue siendo el mismo a lo largo de los siglos, sin haber perdido nunca su actualidad, como claramente destacó en su tiempo el beato apóstol Pablo escribiendo a su discípulo Timoteo:

«Porque vendrá tiempo cuando no soportarán la sana doctrina, sino que teniendo comezón de oídos, se amontanarán maestros conforme a sus propias concupiscencias; y apartarán de la verdad el oído y se volverán a las fábulas. Pero tú, sé sobrio en todo soporta las aflicciones, haz obra de evangelisa, cumple tu ministerio» (II Tim 4, 1-5).

Sanluri, 25 de Marzo 2025

 

 

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Benedetto XVI e Dario Argento. Il Santo Padre Francesco rimanga sulla Cattedra di Pietro e ci eviti un altro trauma ― Benedict XVI and the film-director Dario Argento. May the Holy Father Francis avoid us another trauma

19 Marzo 2025/4 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

(Italian, English)

 

BENEDETTO XVI E DARIO ARGENTO. IL SANTO PADRE FRANCESCO RIMANGA SULLA CATTEDRA DI PIETRO E CI EVITI UN ALTRO TRAUMA

Se il Santo Padre Francesco, con un atto personalissimo, legittimo e non soggetto a discussione e accettazione da parte di alcuna autorità ― non esistendo nella Chiesa e nel mondo autorità superiore alla sua ― dovesse decidere di fare atto di rinuncia, aggraverebbe il nostro trauma e darebbe vita a una disastrosa consuetudine: il papato come un prodotto con data di scadenza.

— Attualità ecclesiale —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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È sempre importante spiegare il significato delle parole, anche quando potrebbe apparire superfluo.

Nel linguaggio corrente, parlato e scritto, certi termini hanno perduto non solo il loro etimo originario, addirittura vengono usati in accezione negativa. Cosa questa che avviene persino all’interno della Chiesa, dove sempre più spesso capita di udire ecclesiastici affermare che necessitiamo di «meno dogmi e più Chiesa di base», lamentando «forme di eccessivo attaccamento alla dottrina», oppure esponendo al pubblico ludibrio un prete o un teologo definito con sprezzo «tridentino».

Riguardo il concetto «meno dogmi più Chiesa di base», è necessario chiarire che, se così fosse, i primi a sbagliare sarebbero stati i Padri del Concilio di Nicea del 325, seguito pochi decenni dopo dal Concilio di Costantinopoli del 381. La loro ossessione verso i dogmi fu infatti così forte sino a dar vita al Simbolo di Fede noto come Niceno-Costantinopolitano, un concentrato di dogmi cristologici e trinitari che ci ostiniamo a recitare ogni domenica nel Credo, attraverso il quale, oltre a non comprendere la «Chiesa di base», si rigetta persino il pluralismo e il relativismo religioso affermando in modo arrogante: «Credo la Chiesa una, santa cattolica e apostolica. Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati». Un vero e proprio esclusivismo non includente che grida vendetta al cielo!

La nostra, lungi dall’esser «di base», è però l’esatto opposto: una Chiesa di vertice per sua natura fondativa. Cristo stesso mise al suo vertice Simone detto Pietro, dal quale tutto procede con effetto a cascata, dall’alto verso il basso (cfr. Mt 16, 13-20).

Usare il termine «tridentino» come un insulto, denota una mancanza di cultura cattolica preoccupante, basterebbe conoscere i rudimenti della storia per sapere in quali condizioni di decadenza era sprofondata la Chiesa tra il XV e il XVI secolo e quale degrado morale affliggeva il clero, assieme all’ignoranza. L’opera di questo grande concilio fu straordinaria sotto tutti gli aspetti dottrinali, giuridici, pastorali, formativi, disciplinari e morali.

Nella pudibonda società del politicamente corretto esistono vari termini svuotati del proprio significato e riempiti d’altro, per poi essere usati in accezione dispregiativa e offensiva. Ma ecco un esempio davvero eclatante. Se usando Office365 digitiamo la parola “gesuita” e cerchiamo i sinonimi, il programma di scrittura indica i seguenti sinonimici: «ipocrita, fariseo, farisea, simulatore, simulatrice». Invece, se digitiamo la parola “ebreo” e cerchiamo i sinonimi, lo stesso programma indicherà questi sinonimici: «ebraico, giudaico». E qui va ricordato che nei dizionari tedeschi degli anni Trenta del Novecento, come sinonimi della parola “ebreo” erano indicati questi termini: «heuchlerisch, Pharisäer, Simulator» (ipocrita, fariseo, simulatore). E con ciò dobbiamo prendere atto che i moderni nazisti del XXI secolo hanno trasferito su altri oggetti le loro vecchie sinonimie odiose: dagli ebrei, che in quanto tali sono figli di un Dio maggiore, oggi intoccabili, le stesse terminologie sono state trasferite sui gesuiti che, essendo figli di un dio parecchio minore, sono toccabili e possono essere insultati allo stesso modo in cui i nazisti degli anni Trenta del Novecento insultavano gli ebrei.

Per comunicare occorre un linguaggio, princípio che può suonare pressoché scontato ma che tale non è affatto, molte sono le persone che, pur parlando la stessa lingua, alle parole danno un significato completamente diverso. Questo ci obbliga a chiarire e spiegare il significato delle parole che s’intendono usare. Esempio: alla parola “castigo” do un significato teologico legato alla sua corretta etimologia derivante dai termini latini castus e ăgere da cui nasce la parola castigare, che significa “rendere puro” o “purificare”. Nulla a che vedere con azioni punitive o vendicative, nel lessico biblico e teologico il castigo è un’azione di grazia della misericordia divina, ossia un atto d’amore, perché, come sta scritto nel Libro di Tobia:

«Benedetto Dio che vive in eterno
il suo regno dura per tutti i secoli;
Egli castiga e usa misericordia,
fa scendere negli abissi della terra,
fa risalire dalla Grande Perdizione
e nulla sfugge alla sua mano» (Tb 13, 2).

La parola tràuma, derivante dal greco τραῦμα (-ατος), che alla lettera significa “ferita”, comincia a essere usata nella letteratura medica attorno al 1650, in quella psicologica a partire dal 1889 grazie principalmente alle ricerche del neuropatologo viennese Sigmund Freud. Diverse sono le forme di trauma inteso nel suo più aderente significato di “ferita”. Certamente, le forme più gravi, non sono legate alle ferite fisiche, ma a quelle psicologiche, a quelle spirituali. E noi siamo stati ampiamenti traumatizzati dal Sommo Pontefice Benedetto XVI che ci ha resi spettatori e protagonisti di un evento storico che molto raramente la Chiesa ha conosciuto: la rinuncia di un Romano Pontefice.

Mediante usi errati delle parole l’atto di rinuncia al pontificato ha preso presto il nome improprio e fuorviante di «dimissioni». Dato che ciò non bastava, Benedetto XVI rincarò la dose lanciando l’espressione tragicamente infelice di «papa emerito». Il modo insolito, sotto molti aspetti stravagante, attraverso il quale è avvenuto ed è stato ufficializzato questo legittimo atto di rinuncia, ha dato lavoro ai complottisti sparsi per tutto l’orbe terracqueo, fomentando le teorie folli di alcuni poveri preti fuori equilibrio e di qualche cantante lirico di scarso successo che si è messo a giocare al Dan Brown de noartri dando alle stampe un improbabile Codice Ratzinger, ribattezzato prontamente dal sottoscritto Codice Katzinger.

Il Sommo Pontefice Francesco, ricoverato presso il Policlinico romano Agostino Gemelli, si è ritrovato più volte tra la vita e la morte nel corso delle ultime quattro settimane. Attualmente pare sia fuori pericolo e dopo un mese circa gli specialisti hanno sciolto la prognosi. Se il Santo Padre uscirà e farà ritorno presso la sua residenza in Vaticano, sarà un uomo anziano molto fragile e profondamente indebolito, con problemi di deambulazione e difficoltà nel respirare e parlare, propenso ad affaticarsi al minimo sforzo fisico, bisognevole di essere monitorato e curato in modo costante.

Per governare la Chiesa può bastare che un Romano Pontefice sia semplicemente in vita, anche se impossibilitato a muoversi e a dire poche parole sottovoce, ad apparire in pubblico e a ricevere persone. Per recare invece dei traumi può bastare mettere in atto quel che Benedetto XVI portò sulla scena della nostra storia nel febbraio del 2013, non tanto col suo legittimo e valido atto di rinuncia, ma con le modalità scelte, risultate alla prova dei fatti: infelici, fuorvianti e imprudenti.

I detrattori del Sommo Pontefice Francesco si stracciano tutt’oggi le vesti per la effige della famigerata Pachamama fatta entrare in Vaticano nell’agosto del 2020 durante il Sinodo sull’Amazzonia. Forse sarebbe più opportuno e coerente rammaricarsi per la eccentricità di Benedetto XVI che in Vaticano fece entrare il regista Dario Argento, donandoci un film dell’horror intitolato non a caso Trauma, con una sceneggiatura interamente costruita su pensieri deliranti che andavano dalle «dimissioni» ai «papi emeriti», dal «papato attivo e papato contemplativo» sino al «papato allargato» (!?) … D’altronde, ognuno tortura, sgozza e sparge sangue sul proprio set cinematografico come meglio può. Poi, se entra in ballo la perversa psicologia del romanticismo tedesco decadente, a quel punto i limiti si perdono e i freni inibitori pure. Con la differenza, però, che quella del Maestro Argento è finzione, quella di Benedetto XVI è stata nostra tragica realtà ecclesiale.

Se con un atto personalissimo, legittimo e non soggetto a discussione e accettazione da parte di alcuna autorità ― non esistendo nella Chiesa e nel mondo autorità superiore alla sua ― il Santo Padre Francesco dovesse decidere di fare atto di rinuncia, aggraverebbe il nostro trauma e darebbe vita a una disastrosa consuetudine: il papato come un prodotto con data di scadenza. Prego e spero che questo non avvenga e che rimanga sulla cattedra del Beato Apostolo Pietro sino alla morte, perché il Dario Argento portato sulla scena da Benedetto XVI, ci è bastato e avanzato per i prossimi cinquecento anni.

Dall’Isola di Patmos, 19 marzo 2025

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BENEDICT XVI AND THE FILM-DIRECTOR DARIO ARGENTO. MAY THE HOLY FATHER FRANCIS AVOID US ANOTHER TRAUMA

If the Holy Father Francis, with a very personal act, legitimate and not subject to discussion and acceptance by any authority – there being no authority superior to his in the Church and world – were to decide to make free and unquestionable act of renunciation, he would aggravate our trauma and give rise to a disastrous custom: the papacy as one product with expiration date.

— Ecclesial actuality —

Author
Ariel S. Levi di Gualdo

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It is always important to explain the meaning of words, even when it might seem superfluous.

In current language, spoken and written, certain terms have lost not only their original etymology, but are used in a negative sense. This is that happens even within the Church, where often we hear ecclesiastics affirm that we need «less dogmas and more basic Church», lamenting «excessive attachment to doctrine», or exposing to ridicule a priest or a theologian scornfully defined as «Tridentine».

Regarding the concept of «less dogmas, more church of basic», it is necessary to clarify that, if this were the case, the first to err were the Fathers of the Council of Nicaea in the year 325, followed a few decades later by the Council of Constantinople in the year 381. Their obsession with dogma was in fact so strong that it gave birth to the Symbol of Faith known as the Nicene-Constantinopolitan, a concentration of Christological and Trinitarian dogmas that we insist on reciting every Sunday in the Creed, through which, in addition to not understanding the «church of basic», we even reject pluralism and religious relativism by arrogantly stating: «I believe in one, holy, catholic and apostolic Church. I profess one baptism for the forgiveness of sins». Horror! A true non-inclusive exclusivism that cries out to heaven for vengeance!

Ours Church, is’nt “of basic”, is the opposite: for very nature foundative is Church of vertex. Christ himself placed at its vertex Simon called Peter, from whom everything proceeds with a cascade effect, from the top to the bottom (Mt 16, 13-20).

Using the term “Tridentine” as an insult, denotes lack of Catholic culture, it would be enough to know the rudiments of history to know into what conditions of decadence the Church had sunk between the 15th and 16th centuries and what moral degradation afflicted the clergy, together with ignorance. The work of this great council was extraordinary in all doctrinal, juridical, pastoral, formative, disciplinary and moral aspects.

In the prudish society of political correctness, there are various terms emptied of their meaning and filled with something else, used in a derogatory and offensive sense. But here is a example. If we use Office365 to type the word “Jesuit” and look for synonyms, the writing program indicates the following synonyms: «hypocrite, Pharisee, simulator». Instead, if we type the word “Jew” and look for synonyms, the program indicate these synonyms: «Jewish, Judaic». And here it should be remembered that in the German dictionaries of the 1930s, the following terms were used as synonyms of the word “Jew”: «heuchlerisch, Pharisäer, Simulator» (hypocrite, Pharisee, simulator). The modern Nazis of the 21st century have transferred their old hateful synonyms to other subjects: from the Jews, who as such are children of a greater God, today untouchable, the same terminologies have been transferred to the Jesuits who, being children of a much lesser God, are touchable and can be insulted in the same way in which the Nazis of the 1930s insulted the Jews.

To communicate, you need a language, a principle that may sound almost obvious but is not at all, many people, even though they speak the same language, give words a completely different meaning. This forces us to explain the meaning of the words that are intended to be used. For example: to the word “punishment” I give a theological meaning linked to its correct etymology deriving from the Latin terms “castus” and “ăgere” from which the word castigare comes, which means “to make pure” or “to purify”. Nothing to do with or vengeful actions, in the biblical and theological lexicon punishment is an act of grace of divine mercy, an act of love, because, as it is written in the Book of Tobit:

«For he afflicts and shows mercy,
casts down to the depths of Hades,
brings up from the great abyss.
Give thanks to him, you Israelites,
in the presence of the nations,
for though he has scattered you among them,
even there recount his greatness» (Tb 13, 2).

The word tràuma, derived from the Greek τραῦμα (-ατος), which means “wound”, began to be used in medical literature around 1650, in psychological literature starting in 1889, thanks mainly to the research of the Viennese neuropathologist Sigmund Freud. There are different forms of trauma understood in its most adherent meaning of “wound”. Certainly, the most serious forms are not linked to physical wounds, but to psychological, spiritual ones. We have been extensively traumatized by the Supreme Pontiff Benedict XVI who made us spectators and protagonists of a historical event that the Church has very rarely known: the renunce of a Roman Pontiff.

Through incorrect uses of words, the act of renunce from the pontificate soon took the improper and misleading name of «dimissions». Since this was not enough, Benedict XVI doubled the dose by launching the unfortunate expression of «pope emeritus». The unusual, and in many ways bizarre, way in which this legitimate act of renunciation occurred has given work to conspiracy theorists all over the globe, fomenting the crazy theories of some poor, unbalanced priests and some fantasists who have started playing at being the Dan Brown of the situation.

The Supreme Pontiff Francis, hospitalized at the Agostino Gemelli Polyclinic in Rome, has found himself between life and death several times over the last four weeks. In the present time appears to be out of danger and after about a month the specialists have loose the prognosis. If the Holy Father leaves and returns to his residence in the Vatican, he will be and profoundly weakened elderly man, with walking problems and difficulty breathing and speaking, prone to fatigue at the slightest physical effort, in need of constant monitoring and care.

To govern the Church, it may be enough for a Roman Pontiff simply to be alive, even if unable to move and say a few words in a whisper, to appear in public and receive people. To cause trauma, however, it may be enough to implement what Benedict XVI brought to the stage of our history in February 2013, not so much with his legitimate and valid act of renunciation, but with the methods chosen, which proved to be unfortunate, misleading and imprudent when put to the test.

The detractors of the Supreme Pontiff Francis are still tearing their clothes over the effigy of the Pachamama brought into the Vatican in August 2020 during the Synod on the Amazon. Perhaps it would be more appropriate and coherent cry tears for the eccentricity by Benedict XVI who brought the famous Italian director Dario Argento into the Vatican, giving us a horror film not coincidentally entitled Trauma, with a screenplay entirely built on delusional thoughts that ranged from «resignations» to «popes emeritus», from the «active papacy and contemplative papacy» to the «extended papacy» (!?) … After all, everyone tortures, slaughters and sheds blood on their own film set as best they can. Then, if the perverse psychology of decadent German romanticism comes into play, at that point the limits are lost and so are the inhibitions. With the difference: that of film-director Dario Argento is fiction by horror films, that of Benedict XVI was our tragic ecclesial reality.

If the Holy Father Francis, with a very personal act, legitimate and not subject to discussion and acceptance by any authority – there being no authority superior to his in the Church and world – were to decide to make free and unquestionable act of renunciation, he would aggravate our trauma and give rise to a disastrous custom: the papacy as one product with expiration date. I pray and hope that this does not happen and that he remains on the chair of the Blessed Apostle Peter until his death, because the Dario Argento brought to the scene by Benedict XVI has been more than enough for the next five hundred years.

From The Island of Patmos, March 19, 2025

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