Si dice che il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi: per alcuni è senz’altro garanzia di guadagno e di visibilità narcisistica – It is said that the Devil makes the pans but not the lids: for some it is definitely a guarantee of earnings and narcissistic visibility – Se dice que el Diablo hace la olla pero no la tapa: para algunos es garantía economica y visibilidad narcisistica

(English text after the Italian / texto español posterior al engles)

 

SI DICE CHE IL DIAVOLO FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI: PER ALCUNI È SENZ’ALTRO GARANZIA DI GUADAGNO E DI VISIBILITÀ NARCISISTICA

Sul Diavolo è meglio e prudente parlarne poco e con precisi riferimenti alla Parola di Dio, alla Rivelazione e al Magistero. E sapete perché? Perché la nostra fede non è mai stata fondata ― e mai lo sarà ― sul Diavolo ma su Cristo e sulla sua risurrezione che vince le opere del Diavolo: il peccato e la morte. Se si capisse almeno questo non si avrebbe più l’angoscia della demonopatia con la sensazione di essere attanagliati dal Diavolo.

— Attualità pastorale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Il 6 gennaio dell’anno appena iniziato, nella solennità dell’Epifania del Signore, L’Associazione Internazionale degli Esorcisti (A.I.E.) ha pubblicato una nota che invito tutti i nostri lettori a leggere con attenzione (QUI), il cui titolo è abbastanza chiaro: «Nota su alcuni aspetti del ministero degli esorcismi». 

La nota non ha intenzione alcuna di ribadire l’ovvio in materia di esorcismi e di disciplina ecclesiale in tal senso, ma i suoi obiettivi sono altri e riguardano solo alcuni aspetti particolari. Vi si legge:

«Con questa nota si intende offrire dei chiarimenti necessari al fine di ben operare nell’elargizione della divina Misericordia tramite il Ministero dell’esorcismo. Non saranno qui ripresentati i criteri per stabilire le condizioni di attuazione dell’Esorcismo Maggiore né tantomeno le Linee Guida di questo delicato Ministero [6], ma verranno semplicemente offerte delle osservazioni su alcune prassi pastorali le quali, invece di rendere un servizio al corpo piagato del Cristo, ne aumentano la sofferenza e provocano disorientamento, osservazioni che i fedeli (chierici, consacrati e laici) è auspicabile possano conoscere al fine di evitare atteggiamenti e modalità non rispondenti all’autentico operare del Cristo Signore, modello per chiunque eserciti il ministero di liberazione dall’azione straordinaria del Maligno [7]».

L’esorcismo è un ministero pastorale di misericordia e di consolazione, questo è il riferimento base per poterlo rettamente intendere. Sebbene si tratti di un sacramentale e non di un sacramento ― dato il particolare soggetto personale affrontato ―, non deve essere considerato con leggerezza ma altresì con grande serietà, coscienza e maturità umana e cristiana, sia dai pastori che dai fedeli laici.

Ho parlato di serietà, di coscienza e maturità per sottolineare che con il demonio non si gioca e non si scherza ma neanche lo si può strumentalizzare per i propri fini: ad esempio per favorire un rendimento economico o per ottenere un certo guadagno e visibilità a livello sociale ed ecclesiale. Detto questo, mi soffermo solo su alcuni punti che desidero ribadire e che la nota dell’A.I.E. chiarisce ed esprime in modo molto puntuale di quanto riuscirò a fare io in queste righe.

1. Obbedienza alla Chiesa e all’Ordinario diocesano

La convinzione di essere preda del Demonio spinge spesso le persone ad andare alla ricerca spasmodica di coloro che sono di fatto esorcisti o di coloro che si sono autonominati tali sul campo. La Chiesa nella sua saggezza chiede anzitutto un discernimento serio e questo normalmente passa attraverso il proprio parroco, il proprio confessore o un sacerdote di riferimento a cui spetta fare una prima diagnosi per poi raccogliere tutti gli elementi utili per poter, nel caso, inviare all’esorcista nominato oppure suggerire alla persona un serio cammino di conversione, unita a una pratica sacramentale seria con opere di carità concrete e fattive.

Mi sia permesso il paragone sanitario, è come quando il medico di base invia il proprio assistito dallo specialista per successivi approfondimenti. Solo quando c’è il fondato sospetto di una patologia che deve essere affrontata diversamente da un collega che è specializzato in quella materia, si richiede la visita specialistica, altrimenti è tempo perso e le soluzioni devono vertere su altre analisi e campi. Se questo è vero nella pratica della cura fisica, quanto più questo discorso diventa vero nella cura dell’anima e del cammino battesimale.

In questo caso è solamente la Chiesa che nomina e fa discernimento sui sacerdoti adatti ad operare questo grande ministero, così come sul caso specifico della persona che chiede un aiuto spirituale in tal senso. Mai ci si improvvisa e mai ci si propone esorcisti, guaritori e liberatori. Altra cosa fondamentale è che non esistono laici (neanche i diaconi transeunti e permanenti possono) autorizzati dalla Chiesa a compiere esorcismi. Anche le cosiddette preghiere di liberazione o di guarigione devono essere fatte con saggezza e opportunità sotto l’accompagnamento di un sacerdote preparato e seguendo le norme che la Chiesa ha già stabilito. Uscire al di fuori di questi criteri significa mettersi sul terreno della disobbedienza alla Chiesa a cui il Demonio spinge sempre l’uomo, così come un tempo spinse i nostri Progenitori alla disobbedienza verso Dio (cfr. Gn 3).

2. Superstizione e reiterazione delle formule

Spesso la voglia di scacciare il Demonio fa cadere nel peccato di superstizione che si insinua anche nel mondo cattolico, sia dalla parte dei laici che dei consacrati. Ad esempio, ci si mette alla ricerca dell’esorcista più “potente” (anche fuori dalla propria diocesi o regione) così come se si trattasse di una virtù propria e non dell’opera dello Spirito Santo che agisce nel ministro ordinato a nome della Chiesa. Si collezionano compulsivamente sacramentali che dovrebbero allontanare più efficacemente di altri le influenze maligne come crocifissi, medaglie, candele, immagini o il sale, l’acqua e l’olio.

Si moltiplicano le preghiere di liberazione che non hanno avuto alcuna approvazione ecclesiastica e che spesso vengono mutuate da ambienti extra cattolici o confezionate sul momento dal “sensitivo” o dal presunto carismatico laico di turno. Oppure si reiterano compulsivamente anche le preghiere ufficiali e formule approvate con la speranza che la semplice recita protratta nel tempo basti ad operare il beneficio. E spesso ci troviamo davanti all’andamento degli indici di borsa in riferimento alle novene e alle suppliche più adatte contro il Demonio: la Madonna che scioglie i nodi va bene, San Pio da Pietrelcina è il più forte, Santa Rita non è male, Sant’Espedito qualche volta fallisce mentre San Vicinio funziona solo se sei emiliano o romagnolo. Anche nell’accostarsi alle Sante Messe c’è il rischio di cadere nella superstizione con un susseguirsi di strumentalizzazioni dissacranti per chiedere la liberazione. Si pensa che basti comandare al solo sacerdote di officiare una messa senza la necessità di parteciparvi in prima persona e ci si lega al numero di celebrazioni comandate, come se la quantità fosse il criterio preminente per la liberazione. Un meccanismo simile, legato alle messe, si trova in alcuni libri devozionali in riferimento alle anime del purgatorio, ma questo è un altro discorso.

3. “Meeting e Convention di liberazione” in hotel

Da qualche anno è invalso l’uso dei presunti “sensitivi” e carismatici laici di organizzare incontri di preghiera in location laiche, come ad esempio gli hotel stellati (almeno 4 stelle). Già questo dovrebbe fare storcere parecchio il naso ai fedeli cattolici sani di mente che si vedono dirottare fuori da contesti ecclesiali senza la minima motivazione. Un conto è organizzare un evento per milioni e milioni di persone, così come avviene per gli eventi giubilari e nazionali, un conto è organizzare per cinquanta o cento persone. Invece degli hotel non si potrebbe optare per un capiente salone parrocchiale o di una casa religiosa ― che oggigiorno sono sempre più vuote e disertate ― così da restare dentro il recinto della normalità ecclesiale? Ma il presunto “sensitivo” e carismatico sa benissimo che così facendo resta lontano dagli occhi e dalle orecchie dei pastori e può dire e fare con libertà tutto quello che vuole. Così facendo viene pubblicizzato il pacchetto all inclusiv che con 80 o 100 euro al giorno, più l’iscrizione al corso e il pass, unendo la camera singola, la pensione completa e la cucina stellata si ha la garanzia di essere un po’ liberati dal maligno e di essere purificati nel proprio albero genealogico. Insomma, prima si andava alle terme ora va di moda il weekend esorcistico.

4. Vendita di libri e manuali di dubbia ortodossia

Oggi il Diavolo continua a essere un prodotto di marketing, fin dal lontano 1973 quando uscì il film L’esorcista di William Friedkin tratto dall’omonimo romanzo di William Peter Blatty, il Diavolo non ha conosciuto praticamente momenti di crisi. Possiamo dire che con il Diavolo si campa … e si campa anche discretamente bene. E se un tempo il Diavolo era proprietà privata della massoneria, dei satanisti e dei circoli occultisti ermetici, da più di trent’anni è diventato un prodotto pop che tutti posso usare o abusare a seconda del bisogno. Anzi sono proprio i laici, non sempre cristiani, a trovare nel “prodotto diavolo” una miniera da cui trarre notorietà e affermazione. La televisione è stata la prima a saper lucrare sul tema: non solo film, ma speciali, documentari, inchieste che si incrociano con la cronaca nera e con la politica, insomma il Diavolo è come il sale e il pepe in una ricetta, è sufficiente il “quanto basta” per rendere quel tocco in più di gradevolezza al piatto da suscitare i complimenti. Ma è forse nell’editoria che il tema del diavolo ha saputo trovare una nuova e perpetua giovinezza. La bibliografia a riguardo è quanto mai sconfinata e tra gli autori si può trovare veramente di tutto. Si inizia dalla convertita medjugorjana, all’ex adepta di una setta, per passare poi al sacerdote praticone che senza mai essere stato nominato esorcista tiene conferenze sul demonio, per finire con quello che si attribuisce la qualifica di demonologo senza averne le minime competenze accademiche o pratico-pastorali del caso. Non possono mancare poi i sempreverdi, i presunti sensitivi o carismatici che questionano sul Demonio e confezionano ricette per liberarsi dalle influenze del male, ovviamente bisogna comprare i loro libri. Molto pericolosi sono coloro che si sentono investiti dall’eredità spirituale di qualche noto esorcista ormai defunto ― mi raccomando che sia defunto! ― per fregiarsi poi di tutta una serie di eredità spirituali e di trasmigrazioni di carismi con annesso il canone del perfetto liberatore.

Quando ero un bambino, negli anni ’80, di Diavolo in Italia se ne sentiva parlare solo da Padre Gabriele Amorth e da Mons. Corrado Balducci, quest’ultimo detto demonologo ma che in vita sua non vide mai un vero esorcismo e che nel suo libro Il Diavolo riportò anche alcune inesattezze teologiche. Ma almeno con loro avevamo a che fare con dei sacerdoti onesti che avevano ben presente il loro ruolo ed erano obbedienti alla Chiesa. Oggi a scrivere sul Diavolo sono buoni tutti, specialmente quelli che dovrebbero farne a meno.

Concludendo, resta sempre vero il fatto che sul Diavolo è meglio e prudente parlarne poco e con precisi riferimenti alla Parola di Dio, alla Rivelazione e al Magistero. E sapete perché? Perché la nostra fede non è mai stata fondata ― e mai lo sarà ― sul Diavolo ma su Cristo e sulla sua risurrezione che vince le opere del Diavolo: il peccato e la morte. Se si capisse almeno questo non si avrebbe più l’angoscia della demonopatia con la sensazione di essere attanagliati dal Diavolo. Molto più importante e faticoso è crearsi una coscienza profonda che desideri vivere costantemente alla presenza di Cristo e del suo Spirito. Ma questo è quanto già il beato apostolo Giacomo ci dice nella sua lettera. Ci chiede di essere sottomessi a Dio: è questo che permette di resistere al Diavolo e di fuggire dalle sue opere e insidie. Sicuramente ci sono pochi esorcisti nella Chiesa di oggi, sicuramente molti dei nostri vescovi non sono spesso propensi a nominarne e preferiscono nominare invece presidenti di Caritas diocesana e a impiegare risorse per le politiche sociali e assistenziali, salvo poi trovarsi a pochi chilometri dalla propria curia diocesana il weekend esorcistico a cento euro al giorno del presunto esorcista, carismatico o sensitivo di grido e non fare minimamente un sospiro. E sì, perché anche nel caso in cui il vescovo diocesano fosse pure a conoscenza della cosa non gli darebbe il giusto peso: occhio non vede, cuore pastorale non duole. Purtroppo, il Diavolo certe cose ce le lascia pure fare e quando si fanno mai tutto viene allo scoperto, così come accade per certe cose vecchie quanto il mondo che si fanno ma non si dicono e come amava cantare un noto quartetto musicale italiano

«Si fa, ma non si dice, si fa, ma non si dice e chi l’ha fatto tace, lo nega e fa’ il mendace e non ti dice mai la verità».

Sanluri, 07 febbraio 2025

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IT IS SAID THAT THE DEVIL MAKES THE PANS BUT NOT THE LIDS: FOR SOME IT IS DEFINITELY A GUARANTEE OF EARNINGS AND NARCISSISTIC VISIBILITY

— Pastoral actuality —

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Author
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

 

On January 6 of the year that has just begun, on the solemnity of the Epiphany of the Lord, the International Association of Exorcists (A.I.E.) published a note that I invite all our readers to read carefully (HERE), the title of which is quite clear: «Note on some aspects of the ministry of exorcisms».

The note has no intention of reiterating the obvious regarding exorcisms and ecclesial discipline in this sense, but its objectives are different and concern only some particular aspects. It reads:

«With this note we intend to offer the necessary clarifications in order to operate well in the provision of divine Mercy through the Ministry of Exorcism. The criteria for establishing the conditions of implementation of the Major Exorcism nor the Guidelines of this delicate Ministry [6] will not be presented here again, but observations will simply be offered on some pastoral practices which, instead of rendering a service to the wounded body of Christ, increase its suffering and cause disorientation, observations that the faithful (clerics, consecrated and lay people) should be able to know in order to avoid attitudes and methods that do not correspond to the authentic working of the Lord Christ, model for anyone who exercises the ministry of liberation from the extraordinary action of the Evil One [7]».

Exorcism is a pastoral ministry of mercy and consolation, this is the basic reference for being able to correctly understand it. Although it is a sacramental and not a sacrament – given the particular personal subject addressed –, it must not be considered lightly but also with great seriousness, conscience and human and Christian maturity, both by pastors and lay faithful.

I spoke of seriousness, conscience and maturity to underline that one cannot play or joke with the devil, but neither can one exploit him for one’s own ends: for example to favor an economic return or to obtain a certain gain and visibility on a social and ecclesial level. Having said this, I will only focus on some points that I would like to reiterate and that the A.I.E. note. clarifies and expresses in a very punctual way what I will be able to do in these lines.

1. Obedience to the Church and the Diocesan Ordinary

The belief of being prey to the Devil often pushes people to go in frantic search for those who are in fact exorcists or those who have self-appointed themselves as such in the field. The Church in its wisdom first of all asks for serious discernment and this normally passes through one’s parish priest, one’s confessor or a reference priest who is responsible for making an initial diagnosis and then gathering all the useful elements to be able, if necessary, to send to the appointed exorcist or to suggest to the person a serious path of conversion, combined with a serious sacramental practice with concrete and effective works of charity.

Allow me to make a healthcare comparison, it’s like when a general practitioner sends his patient to a specialist for further in-depth analysis. Only when there is a well-founded suspicion of a pathology that must be addressed differently from a colleague who specializes in that subject is a specialist visit required, otherwise it is a waste of time and the solutions must focus on other analyzes and fields. If this is true in the practice of physical care, how much more true does this discourse become in the care of the soul and the baptismal walking.

2. Superstition and reiteration of formulas

Often the desire to banish the Devil leads one to fall into the sin of superstition which also creeps into the Catholic world, both among lay people and consecrated people. For example, we start looking for the most “powerful” exorcist (even outside our own diocese or region) as if it were a specific virtue and not the work of the Holy Spirit who acts in the ordained minister on behalf of the Church. Sacramentals are compulsively collected which should ward off evil influences such as crucifixes, medals, candles, images or salt, water and oil more effectively than others.

Prayers for liberation are multiplying which have not had any ecclesiastical approval and which are often borrowed from non-Catholic environments or packaged on the spot by the “sensitive” or the presumed charismatic lay person on duty. Or even official prayers and approved formulas are compulsively reiterated with the hope that the simple recitation over time is enough to bring about the benefit. And we often find ourselves faced with the trend of stock market indices in reference to the most suitable novenas and supplications against the Devil: the Madonna who unties knots is good, San Pio da Pietrelcina is the strongest, Santa Rita is not bad, Sant’Espedito sometimes fails while San Vicinio only works if you are from Emilia Romagna Region. Even when approaching Holy Masses there is the risk of falling into superstition with a succession of desecrating exploitations to ask for liberation. It is thought that it is enough to command the priest alone to officiate a mass without the need to participate personally and it is linked to the number of celebrations commanded, as if quantity were the pre-eminent criterion for liberation. A similar mechanism, linked to masses, is found in some devotional books in reference to the souls in Purgatory, but that is another matter.

3. “Liberations Meetings and Conventions” in the hotel

For some years now, the practice of supposedly “sensitiv” and charismatic lay people to organize prayer meetings in secular locations, such as starred hotels (at least 4 stars) has become widespread. This alone should make sane Catholic faithful turn up their noses a lot as they see themselves diverted away from ecclesial contexts without the slightest motivation. It’s one thing to organize an event for millions and millions of people, as happens with jubilee and national events, but it’s another thing to organize it for fifty or a hundred people. Instead of hotels, couldn’t we opt for a large parish hall or a religious house – which nowadays are increasingly empty and deserted – so as to remain within the confines of ecclesial normality? But the supposedly “sensitive” and charismatic person knows very well that by doing so he stays away from the eyes and ears of the shepherds and can freely say and do whatever he wants. In doing so, the all-inclusive package is advertised which with 80 or 100 euros per day, plus course registration and the pass, combining the single room, full board and starred cuisine you have the guarantee of being somewhat freed from the Evil one and of being purified in your family tree. In short, before people went to the spa, now exorcism weekends are in fashion.

4. Sale of books and manuals of dubious orthodoxy

Today the Devil continues to be a marketing product, ever since 1973 when the film “The Exorcist” by William Friedkin based on the novel of the same name by William Peter Blatty was released, the Devil has experienced practically no moments of crisis. We can say that you can live with the Devil… and you can even live reasonably well. And if once the Devil was the private property of Freemasonry, Satanists and hermetic occultist circles, for more than thirty years it has become a pop product that everyone can use or abuse as needed. Indeed, it is precisely the lay people, not always Christians, who find in the “devil product” a mine from which to draw notoriety and affirmation. Television was the first to know how to make money on the topic: not only films, but specials, documentaries, investigations that intersect with crime news and politics, in short, the Devil is like salt and pepper in a recipe, “just enough” is enough to give that extra touch of pleasantness to the dish to elicit compliments. But it is perhaps in publishing that the theme of the Devil has found a new and perpetual youth. The bibliography in this regard is extremely boundless and among the authors you can truly find everything. We start from the Medjugorjan convert, to the former follower of a sect, and then move on to the priest who without ever having been appointed an exorcist holds conferences on the devil, ending with the one who attributes himself the qualification of demonologist without having the minimum academic or practical-pastoral skills of the case. Then there are the evergreens, the alleged sensitives or charismatics who question the Devil and prepare recipes to free oneself from the influences of evil, obviously you have to buy their books. Very dangerous are those who feel invested by the spiritual legacy of some well-known exorcist now deceased! – I recommend that he is deceased! – to then boast a whole series of spiritual legacies and transmigrations of charisms with the attached canon of the perfect liberator.

When I was a child, in the 1980s, in Italy we only heard about the Devil from Father Gabriele Amorth and Monsignor Corrado Balducci, the latter known as a demonologist but who in his life never saw a real exorcism and who also reported some theological inaccuracies in his book “The Devil”. But at least with them we were dealing with honest priests who were well aware of their role and were obedient to the Church. Today everyone is good at writing about the Devil, especially those who should do without it.

In conclusion, the fact remains true that it is better and prudent to talk little about the Devil and with precise references to the Word of God, to Revelation and to the Church’s Magisterium. And do you know why? Because our faith has never been founded – and never will be – on the Devil but on Christ and his resurrection which overcomes the works of the Devil: sin and death. If we understood at least this we would no longer have the anguish of demonopathy with the sensation of being gripped by the Devil. Much more important and tiring is creating a deep conscience that desires to live constantly in the presence of Christ and his Spirit. But this is what the blessed apostle James already tells us in his letter. He asks us to be submissive to God: this is what allows us to resist the Devil and escape from his works and snares. Surely there are few exorcists in the Church today, certainly many of our bishops are not often inclined to appoint any and prefer instead to appoint presidents of diocesan Caritas and to use resources for social and welfare policies, only to then find themselves a few kilometers from their diocesan curia on the weekend exorcism at one hundred euros a day of the alleged exorcist, charismatic or the famous sensitive and not even heave a sigh. And yes, because even if the diocesan bishop were aware of the matter, he would not give it the right weight: the eye does not see, the pastoral heart does not grieve.

Unfortunately, the Devil even lets us do certain things and when they are done everything comes out in the open, just as happens with certain things as old as the world that are done but not said and as a well-known Italian musical quartet loved to sing:

«It is done, but it is not said, it is done, but it is not said and whoever did it remains silent, denies it and is a liar and never tells you the truth».

Sanluri, 07 February 2025

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SE DICE QUE EL DIABLO HACE LA OLLA PERO NO LA TAPA: PARA ALGUNOS ES GARANTÍA ECONOMICA Y VISIBILIDAD NARCISISTICA

Sigue siendo cierto que es mejor y prudente hablar poco del Diablo y con referencias precisas a la Palabra de Dios, a la Revelación y al Magisterio. ¿Y sabeis por qué? Porque nuestra fe nunca se ha fundamentado – ni nunca lo estará – en el Diablo sino en Cristo y su resurrección que vence las obras del Diablo: el pecado y la muerte. Si al menos entendiéramos esto ya no tendríamos la angustia de la demonopatía con la sensación de estar atormentados por el Diablo.

— Actualidad Pastoral —

Autor
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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En la solemnidad de la Epifanía del Señor, la Asociación Internacional de Exorcistas (A.I.E.) publicó una nota que invito a leer atentamente a todos nuestros lectores (aquí), y cuyo título es bastante claro: «Nota sobre algunos aspectos del ministerio de los exorcismos».

La nota no pretende reiterar lo obvio sobre los exorcismos y la disciplina eclesial, sus objetivos son diferentes y se refieren sólo a algunos aspectos particulares. Se lee:

«Con esta nota pretendemos ofrecer las aclaraciones necesarias para operar la donación de la Misericordia divina a través del Ministerio del Exorcismo. No se presentarán nuevamente los criterios para establecer las condiciones necesarias para la realización del Exorcismo Mayor, ni las directrices para este delicado Ministerio[6]; sino que simplemente se ofrecerán observaciones sobre algunas prácticas pastorales que, en lugar de prestar ayudar al cuerpo plagato de Cristo, aumentan su sufrimiento y provocan desorientación. Observaciones que los fieles (clérigos, consagrados y laicos) deben conocer para evitar actitudes y métodos que no corresponden a la auténtica obra de Cristo Señor, modelo para todo aquel que ejerce el ministerio de liberación de la acción extraordinaria del Maligno [7]”.

El exorcismo es un ministerio pastoral de misericordia y consolación, esta es la referencia basilar para poder comprenderlo correctamente. Si bien, es un sacramental y no un sacramento – dado el particular sujeto personal que se aborda –, no debe ser considerado a la ligera sino con seriedad, conciencia y madurez humana y cristiana, tanto por parte de los pastores como de los fieles laicos.

He hablado de seriedad, de conciencia y de madurez para subrayar que no se juega ni se bromea con el diablo, ni tampoco se puede instrumentalizar para los propios beneficios: favorecerse de un beneficio económico o para obtener una cierta ganancia y visibilidad a nivel social y eclesial. Dicho esto, sólo me centraré en algunos puntos que deseo reiterar y que la nota de la A.I.E. aclara y expresa de modo más puntual de lo podría hacerlo en estas líneas.

1. Obediencia a la Iglesia y al Ordinario diocesano

La convicción de ser presidiado por el Demonio, a menudo impulsa a las personas a buscar frenéticamente a quienes son por nombramiento exorcistas o a quienes se han autoproclamado como tales. La Iglesia en su sabiduría pide ante todo, un discernimiento serio que normalmente pasa a través del propio párroco, del confesor o de un sacerdote de referencia, a quien concierne hacer un diagnóstico inicial y reunir todos los elementos útiles para poder, si es el caso, remitir al exorcista designado o sugerir un camino serio de conversión unido a la práctica sacramental de obras de caridad concretas y eficaces.

Se me permita hacer una comparación con la sistema sanitario asistencial: equivale a cuando un médico general envía el paciente a un especialista para realizar análisis más específicos. Sólo cuando existe una sospecha fundada de una patología se debe afrontar de manera diferente por un colega especializado, de lo contrario es una pérdida de tiempo y las soluciones se deben centrar en otros análisis y campos. Si es cierto esto respecto al cuidado de la salud física, cuánto más lo debe ser el discurso sobre el cuidado del alma y del camino bautismal.

En tal caso, es sólo la Iglesia la que nombra y hace discernimiento sobre los sacerdotes idóneos para desempeñar este gran ministerio, asi como sobre el caso específico de la persona que pide ayuda espiritual en este sentido. Nunca se improvisa o se propone como exorcistas, curanderos y liberadores. Otra cosa fundamental es que no existen laicos (ni siquiera los diáconos temporales o permanentes) autorizados por la Iglesia para realizar exorcismos. Incluso las llamadas oraciones de liberación o sanación, deben hacerse con sabiduría y oportunidad bajo el acompañamiento de un sacerdote capacitado y siguiendo las normas que la Iglesia ya ha establecido. Salir de estos criterios significa situarse en el terreno de la desobediencia a la Iglesia, a la cual el Demonio siempre empuja al hombre como en pasado empujó a nuestros Progenitores a la desobediencia hacia Dios (ver Génesis 3).

2. Superstición y reiteración de fórmulas

A menudo el deseo de ahuyentar al Demonio lleva a caer en el pecado de superstición y se insinua también en el mundo católico, entre laicos como consagrados. Por ejemplo: se comienza la búsqueda del exorcista más “potente” (incluso fuera de la propia diócesis o región) como si se tratase de una virtud personal y no de la obra del Espíritu Santo que actúa en el ministro ordenado en nombre de la Iglesia. Se coleccionan compulsivamente sacramentales que deberían alejar más eficazmente las malas influencias, como crucifijos, medallas, velas, imágenes, sal, agua y aceite.

Se multiplican las oraciones de liberación que no han obtenido ninguna aprobación eclesiástica y que a menudo, vienen mutadas de ambientes no católicos; o vienen confeccionadas durante la función por el “sensitivo” o por el presunto laico carismático de turno. O incluso, las oraciones oficiales y las fórmulas aprobadas se reiteran compulsivamente con la esperanza de que la simple recitación a lo largo del tiempo sea suficiente para lograr el beneficio. Y frecuentemente se eligen como si fueran tendencias de los índices bursátiles las novenas y súplicas más adecuadas contra el Demonio: la Virgen que desata los nudos es buena, San Pio da Pietrelcina es el más fuerte, Santa Rita no es mala, San Espedito a veces fracasa mientras que San Vicinio sólo funciona si eres de la región Emilia-Romaña. Incluso, en relación a las Santas Misas se corre el riesgo de caer en la superstición por la continua instrumentalización profanadora en pedir la liberación. Se piensa que basta con mandar al sacerdote a oficiar la misa sin necesidad de participar personalmente, se cree que es el número de celebraciones encargadas, como si la cantidad fuera el criterio preeminente para la liberación. Un mecanismo similar sobre la cantidad de misas se encuentra en algunos libros devocionales en referimiento a las almas del Purgatorio, pero eso es otra cuestión.

3. “Encuentro y Convención de Liberación” en hoteles

Desde hace algunos años se ha generalizado que supuestos “sensitivos” y laicos carismáticos organizan encuentros de oración en ubicaciones laicas como son los hoteles con estrellas (al menos 4). Esto de por sí debería generar desaprobación en los fieles católicos de sano juicio que se ven desviados de los contextos eclesiales sin ninguna motivación. Una cosa es organizar un evento para millones y millones de personas como ocurre en los jubileos y los eventos nacionales, otra cosa es organizar para cincuenta o cien personas. En lugar de hoteles, ¿no se podría optar por un espacioso salón parroquial o una casa religiosa – que cada día están más vacías y desiertas – permaneciendo así dentro de los límites de la normalidad eclesial? Pero el presunto “sensitivo” o el carismático saben muy bien que al hacerlo así se mantienen alejados de los ojos y oídos de los pastores y puede decir y hacer libremente lo que quiera. De esta forma, se anuncia el paquete all inclusive con 80 o 100 euros al día: inscripción al curso, pase para la función, habitación individual, alimentos incluidos con cocina Michelin, y se tiene la garantía de quedar un poco liberado del maligno y ser purificado en el árbol genealógico. En definitiva antes la gente iba al spa, ahora a los fines de semana con exorcismo que van de moda.

4. Venta de libros y manuales de dudosa ortodoxia

Todavía hoy en día, el Diablo sigue siendo un producto de marketing desde que en 1973 se estrenó la película El exorcista de William Friedkin basado en la novela homónima de William Peter Blatty; el Diablo prácticamente no ha experimentado momentos de crisis. Podemos decir que se puede ganar usando el Diablo… e incluso se puede ganar razonablemente bien.

Y si alguna vez el Diablo era propiedad privada de la masonería, de los satanistas y de los círculos ocultistas; desde hace más de treinta años se ha convertido en un producto pop del que todos pueden usar o abusar según la propia necesidad. En efecto, son precisamente los laicos, no siempre cristianos, a encontrar en el “producto diablo” una mina de la cual sacar notoriedad y afirmación. La televisión fue la primera en saber lucrar con el tema: no sólo con películas, sino también con especiales, documentales, investigaciones que se cruzan con noticias del crimen y política; en definitiva, el Diablo es como la sal y la pimienta en una receta, “lo justo suficiente” para dar ese toque extra al plato y provocar elogios. Quizás sea en lo editorial donde el tema del diablo ha encontrado una nueva y perpetua juventud. La bibliografía al respecto es sumamente ilimitada y entre los autores realmente se puede encontrar de todo: se inicia con la convertida de Medjugorje, al ex adepto de una secta, pasando por el sacerdote que sin haber sido nombrado exorcista celebra conferencias sobre el demonio, terminando con el que se atribuye el título de demonólogo sin tener las mínimas competencias académicas o práctico-pastorales del caso. No pueden faltar los supuestos psíquicos o carismáticos que tratan sobre el Diablo y preparan recetas para liberar las influencias del mal, obviamente es necesario comprar sus libros. Muy peligrosos son aquellos que se sienten investidos por legado espiritual de algún exorcista famoso defunto – ¡es recomdable si murió en “olor” de santidad! – para luego presumir de legados espirituales y transmigraciones de carismas adjunto al título de perfecto libertador.

Cuando era niño en los años 1980, en Italia sólo oíamos hablar del Diablo por boca del Padre Gabriele Amorth y de Monseñor Corrado Balducci, este último conocido como demonólogo pero quien en su vida nunca vio un exorcismo real y que relató algunas imprecisiones teológicas en su libro Il Diavolo. Al menos ellos eran sacerdotes honestos, conscientes de su papel y obedientes a la Iglesia. Hoy en día todo el mundo sabe escribir sobre el Diablo, especialmente aquellos que no deberían escribir nada.

En conclusión, sigue siendo cierto que es mejor y prudente hablar poco del Diablo y con referencias precisas a la Palabra de Dios, a la Revelación y al Magisterio. ¿Y sabeis por qué? Porque nuestra fe nunca se ha fundamentado – ni nunca lo estará – en el Diablo sino en Cristo y su resurrección que vence las obras del Diablo: el pecado y la muerte. Si al menos entendiéramos esto ya no tendríamos la angustia de la demonopatía con la sensación de estar atormentados por el Diablo. Mucho más importante y agotador es crearse una conciencia profunda que se desee vivir constantemente ante la presencia de Cristo y de su Espíritu. Esto es lo que nos dice el bienaventurado apóstol Santiago en su carta. Nos pide que seamos sumisos a Dios: esto es lo que nos permite resistir al Diablo y escapar de sus obras y trampas. Seguramente hay pocos exorcistas en la Iglesia hoy en día, de seguro muchos de nuestros obispos no estan dispuestos a nombrarlos y prefieren nombrar presidentes de la Cáritas diocesana, utilizar recursos para las políticas sociales y de bienestar, pero luego se pueden encontrar a pocos kilómetros de la curia diocesana con el weekend exorcistico a cien euros al día del presunto exorcista, carismático o vidente famoso sin ni siquiera soltar un suspiro. Y aunque el Obispo diocesano fuera consciente del evento, no le daría el peso adecuado: ojo que no ve, corazón pastoral que no siente. Lamentablemente el Diablo ciertas cosas las deja hacer, y cuando alguna vez lo hace, todo sale a la luz, tal y como sucede con ciertas cosas tan antiguas como el mundo que se hacen pero no se dicen y como les encantaba cantarlas a un conocido cuarteto musical italiano:

«Se hace, pero no se dice, se hace, pero no se dice y quien lo hizo calla, lo niega y es mentiroso y nunca te dice la verdad».

Sanluri, 07 de febrero de 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Sporcizia nei locali pubblici tra sesso e teologia della mutanda – Dirty in public places between sex and theology of the underpant – Suciedad en lugares públicos entre sexo y la teología del calzóncillo

(English text after the Italian / texto español posterior al engles)

SPORCIZIA NEI LOCALI PUBBLICI TRA SESSO E TEOLOGIA DELLA MUTANDA

Noi preti dobbiamo essere di necessità tutti puttane che cercano di darsi a tutti, gratis et amor Dei, senza chiedere neppure la marchetta. Per questo sono solito dire, in modo serio e per nulla scherzoso, anzi con coerente spirito teologico, che, se non avessi fatto il prete, sicuramente avrei fatto la puttana. Ho scelto però di fare l’uno e l’altro: il prete e la puttana, per amor di Dio.

— Attualità ecclesiale —

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La Polizia di Stato preposta al controllo dei laboratori dei locali pubblici in cui si confezionano alimenti, un paio di settimane fa ha posto i sigilli a una nota pasticceria nel cuore del centro storico di Catania.

Il video che documenta lo stato dei locali è solo un archetipo necessario per parlare della disastrosa psicologia dei giustificatori a tutti i costi e costi quel che costi, pronti per questo ad affermare:

«… è vero, questo video è stato girato dalla Polizia di Stato nel pieno centro di Catania, nel salotto buono della città, ma una cosa del genere poteva accadere anche al Nord!».

Apro parentesi con un inciso: la teoria del “poteva essere” mi ricorda certi militanti della Sinistra radical chic italiana che vivono all’insegna del politically correct più onirico. Quelli, per intendersi, con i superattici ai Parioli e le ville a Capalbio, che dinanzi a una ragazza stuprata da una banda di immigrati clandestini nordafricani si affrettano a spiegare, in giro per i vari talk show televisivi, che avrebbe potuto essere stuprata anche da un gruppo di italiani. Sicuramente, alla vittima dello stupro destinato quasi sempre a lasciare segni traumatici indelebili con tutte le implicazioni reattive più complesse a livello psicologico e comportamentale, l’idea che i suoi stupratori avrebbero potuto essere anche italiani, le sarà di grande conforto, ma più che altro di preziosa utilità per superare un evento traumatico difficile da superare. Chiudo l’inciso e torno al tema in questione.

Che questo video ritragga il laboratorio di uno storico bar del centro di Catania e non del centro di Bolzano o Belluno, dove le norme igienico-sanitarie sono ben superiori e molto più rispettate che in certe zone della Sicilia, è un dato incontrovertibile, a prescindere della teoria giustificativa “sarebbe potuto succedere altrove”.

Passiamo dalla questione igienico-sanitaria a quella dottrinale-morale, perché siamo stati proprio noi preti che per generazioni abbiamo ossessionato gli adolescenti, come se tutto il mistero del male andasse rigorosamente e unicamente dalla vita in giù. Chi si è mai premurato di insegnare che un laboratorio come quello qui rappresentato è un’esaltazione del peccato mortale molto più della masturbazione di un adolescente in preda a tempeste ormonali? E non insorgano, certi bigotti laici, come già più volte accaduto, per insegnare al sottoscritto sacerdote che sono due cose diverse, dimostrando così di non sapere quanto possano essere gravi quei peccati contro la carità, che secondo loro sarebbero però altra cosa, rispetto al peccato mortalissimo di autoerotismo adolescenziale e cadute varie nel sesto comandamento, che ricordiamo è preceduto da altri cinque e poi seguito da altri quattro, sebbene non interessino a queste persone che si palesano rigorose solamente per tutto ciò che riguarda la sfera della sessualità.

Che sulla sessualità umana abbiamo esagerato oltre misura, lo scrivevo già quindici anni fa (vedere QUI), imperante la rigorosa morale di Giovanni Paolo II, quando il Santo Padre Francesco era ancora lontano da venire. Oggi, le cose che affermavo quasi vent’anni fa, le dice il Santo Padre, spesso persino in toni ironici, mentre a me, all’epoca, vigendo la grande moralofobia giovanpaolista, fu cantato a chiare note: «Vacci piano con questi discorsi, o rischi di non diventare prete». Replicai: «Certo, perché avanti a tutto e sopra a tutto va sempre la teologia della mutanda, vero?».

A cinque chilometri di distanza dal Palazzo Apostolico, il Santo Padre “santo subito!”, aveva l’immane disastro umano e morale del laboratorio di pasticceria dei Legionari di Cristo, presentati bene all’esterno come le vetrine di questa pasticceria del centro storico di Catania, salvo nascondere all’interno tutte le peggiori schifezze di Marcial Maciel Degollado e dei suoi fedelissimi complici. Essendo però, il Santo Padre e i suoi, troppo impegnati con la teologia della mutanda, certi laboratori non erano ispezionati, anche se tutti ne conoscevano esistenza e sporcizia interna.

Quando in tempi record, con un’imprudenza che pagheremo a breve dinanzi alla storia a prezzo sicuramente molto elevato, Giovanni Paolo II fu beatificato e poi canonizzato, proprio mentre tra beatificazione e canonizzazione era scoperto il laboratorio di pasticceria della Legione di Cristo e del suo fondatore, coloro che avevano deciso di avere a tutti i costi il santo subito dichiararono: «Il Santo Padre non era stato informato, anzi è stato ingannato». A prescindere dal fatto che informato lo fu più volte e pure nei dettagli più pericolosi e scabrosi, come documento in un mio libro (vedere QUI), pur ammesso non fosse stato informato e anzi ingannato, a maggior ragione resta da chiarire: chi non lo ha informato, ma soprattutto chi lo avrebbe ingannato? Perché l’inganno ― fatti salvi i casi di auto-inganno ―, comporta di necessità la sussistenza di un ingannatore. Dunque chi, ingannò Giovanni Paolo II? Domanda questa alla quale nessuno intende però rispondere.

Questi sono i nostri laboratori di pasticceria ecclesiali ed ecclesiastici, mentre, senza pudore e ritegno non avevamo di meglio da fare che dissertare sulla teologia della mutanda, inizio e centro dell’interno mistero del male. E oggi, in giro per i social media, dobbiamo leggere le assurdità di un esercito di laici cattolici, bigotti oltre ogni limite dell’umana decenza, che affermano senza pena di ridicolo che la Vergine Maria, a Fatima, alla piccola Giacinta Marto, rivelò che molte anime erano dannate per i peccati di lussuria, facendole vedere le anime dannate dei lussuriosi nell’inferno.

Dio ci liberi dai bigotti cattolici impegnati e militanti, perché solo la loro perversione e le loro ossessioni sessuali possono giungere a credere e poi diffondere come verità e dato certo la assurda diceria che la Vergine Maria, madre per antonomasia, grande pedagoga e sede dell’umana delicatezza, si sia messa a parlare di lussuria e lussuriosi a una bambina analfabeta di nove anni nata e cresciuta in una delle province più isolate, povere e retrograde del Portogallo d’inizi Novecento.

La teologia della mutanda non è mai piaciuta ai preti vissuti da sempre a contatto col materiale umano, consapevoli di essere peccatori che per ineffabile mistero di grazia hanno ricevuto mandato da Cristo Dio di assolvere dai peccati i peccatori secondo il ministero della Chiesa:

«Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23)

La teologia della mutanda piace terribilmente a certi laici cattolici da social media, dietro ai quali si celano spesso madri e padri frustrati e falliti che hanno figli e figlie pluri-divorziati e conviventi, o delle nipoti adolescenti che viaggiano con il materasso legato fisso sulla schiena per essere già pronte all’uso. Ma d’altronde è una storia vecchia quanto nota e risaputa: tutte quante puttane, ma solo e di rigore le figlie degli altri, non certo le proprie.

Certe cose le vedo e le vivo in modo diverso: noi preti dobbiamo essere di necessità tutti puttane che cercano di darsi a tutti, gratis et amor Dei, senza chiedere neppure la marchetta. Per questo sono solito dire, in modo serio e per nulla scherzoso, anzi con coerente spirito teologico, che, se non avessi fatto il prete, sicuramente avrei fatto la puttana. Ho scelto però di fare l’uno e l’altro: il prete e la puttana.

Dall’Isola di Patmos, 4 febbraio 2025

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DIRTY IN PUBLIC PLACES BETWEEN SEX AND THEOLOGY OF THE UNDERPANT

We priests must necessarily all be whores who try to give ourselves to everyone, freely and for the love of God, without even asking for compensation for the service offered. This is why I said, seriously and not at all jokingly, but rather with a coherent theological spirit, that if I hadn’t become a priest, I would have become a whore. But I chose to do both: the priest and the whore, for love of God.

— Attualità ecclesiale —

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The Italian State Police in charge of controlling the laboratories of public places where food is packaged, a couple of weeks ago sealed a well-known pastry shop in the heart of Catania’s historic center.

The video documenting the state of the premises is just a necessary archetype to talk about the disastrous psychology of justifiers at all costs, ready to justifier:

«… it’s true, this video was shot by the State Police in the very center of Catania, in the city’s good living room of this sicylian city, but such a thing could have happened also in North Italy!»

I open with a digression: the “it could have been” theory reminds me of certain militants of the Italian radical chic left who live in the name of the most dreamlike political correctness. Those, to be precise, with super-apartments in the rich residential neighborhoods of Rome and villas in the most exclusive areas of Tuscany, who, faced with a girl raped by a gang of illegal North African immigrants, are quick to explain in various television talk shows that the girl could have ended up raped even by a group of Italians. Surely, for the victim of a rape always destined to leave indelible traumatic marks with complex psychological and behavioral implications, the idea that her rapists could also have been Italians will be of great comfort, but more than anything else of precious usefulness to overcome a traumatic event that is difficult to overcome. I’ll close this parentheses and get back to the topic at hand.

That this video portrays the laboratory of a historic bar in the center of Catania and not in the center of Bolzano or Belluno, where hygiene and health standards are far superior and much more respected than in certain areas of Sicily, is an incontrovertible fact, regardless of the justifying theory “it could have happened elsewhere”.

Let’s move from the hygienic-health issue to the doctrinal-moral one, because it was we priests who for generations have obsessed adolescents, as if the whole mystery of evil went strictly and exclusively from the waist down. Who has ever bothered to teach that a workshop like the one represented in this video is a much more glorification of mortal sin than the masturbation of a teenager in the throes of hormonal storms? And let not these secular bigots rise up, as has already happened several times, to teach the undersigned priest that they are two different things, thus demonstrating that they do not know how serious those sins against charity can be, which to them however would be something different, compared to the the very mortal sin of adolescent autoeroticism and various falls in the sixth commandment, which we remember is preceded by five others and then followed by four others, although they are not of interest to these people rigorous only in everyhing that concerns the sexuality sphere.

That we have exaggerated beyond measure on human sexuality, I already wrote fifteen years ago (see HERE), when John Paul II’s strict morality prevailed, when the Holy Father Francis very far from reaching Rome. Today, the things I was saying almost twenty years ago are said by the Holy Father, often even in ironic tones, while I, at the time, with the great moralphobia in force under the pontificate of John Paul II, was told in clear terms: «Go easy with these speeches, or you risk not becoming a priest». I replied: «Sure, because before everything and above everything goes the theology of the underpant».

In Rome, five kilometers away from the Apostolic Palace, the Holy Father “saint immediately!”, had the immense human and moral disaster of the Legionaries of Christ’s “pastry”, which looked as good on the outside as the shop windows of this pastry in the old city centre of Catania, except that it hid inside all the worst rubbish of Marcial Maciel Degollado and his faithful accomplices. Being us, however, too busy with the theology of the underpant, certain workshops were not inspected, even though everyone knew of their existence and their dirty interior.

When in record time, with an imprudence that we will soon pay dearly before history, John Paul II was beatified and then canonized, between his beatification and his canonization the confectionery laboratory of the Legion of Christ and its founder was discovered. Those who had decided to have John Paul II declared a saint at all costs, immediately justified this fact by saying: «The Holy Father had not been informed, is was deceived». In reality, the Holy Father was informed several times and even in the most dangerous and scandalous details, as documented in one of my books (see HERE). However, if he really had not been informed and had been deceived, this would be one more reason to clarify: who did not inform him, but above all who deceived him? Because deception – except in cases of self-deception – necessarily implies the existence of a deceiver. So who deceived John Paul II? This is a question that no one intends to answer.

These are our laboratories of ecclesial and ecclesiastical pastry, while, without shame or restraint, we had nothing better to do than discuss the underpant theology, the principle and center of the entire mystery of evil. And today, in the sea of social media, we must read the absurdities of an army of lay Catholics, bigots beyond all limits of human decency, who affirm without penalty of ridicule that the Virgin Mary, in Fatima, to little Jacinta Marto, baby of only nine-year-old, said that many souls were damned for the sins of lust, making her see damned souls of the lustful in hell.

God deliver us from committed and militant Catholic bigots! Only people obsessed with human sexuality can believe and spread the absurd rumor according to which the Virgin Mary, mother par excellence, great pedagogue and seat of human delicacy, talking about lust and lustfuls to a little girl born and raised in one of the most isolated, poor and retrograde of Portugal by beginning of the 20th century.

The underpant theology has never pleased priests who have always lived in contact with human matter, aware of being sinners who by an ineffable mystery of grace have received from Christ God the mandate to absolve sinners from their sins according to the ministry of Church:

«When He had said this, He breathed on them and said, “Receive the Holy Spirit. If you forgive anyone his sins, they are forgiven; if you withhold forgiveness from anyone, it is withheld”» (Jhon 20, 22-23)

The underpant theology is terribly widespreadwith some lay Catholics on social media, behind which often hide frustrated and failed mothers and fathers who have multi-divorced and cohabiting sons and daughters, or teenage grandchildren who travel with the mattress tied firmly to their backs to be ready for use. But then again it’s an old and well-known story: all whores, but only other people’s daughters, not their own.

I see and experience certain things differently: we priests must necessarily all be whores who try to give ourselves to everyone, freely and for the love of God, without even asking for compensation for the service offered. This is why I said, seriously and not at all jokingly, but rather with a coherent theological spirit, that if I hadn’t become a priest, I would have become a whore. But I chose to do both: the priest and the whore, for love of God.

From the Island of Patmos, 4 February 2025

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SUCIEDAD EN LUGARES PÚBLICOS ENTRE SEXO Y LA TEOLOGÍA DE LOS CALZÓNCILLOS 

Los sacerdotes debemos necesariamente ser todos putas que tratamos de darnos a todos gratuitamente y por amor de Dios, sin ni siquiera pedir una compensación por el servicio. Por eso suelo decir de manera seria y nada de broma, incluso con un espíritu teológico coherente, que si no hubiera sido sacerdote, hubiera sido una puta. Sin embargo, elegí ser ambas cosas: el sacerdote y la puta, por amor de Dios.

— Attualità ecclesiale —

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La Policía Estatal italiana, encargada de controlar los talleres y las cocinas de los lugares públicos donde se envasan alimentos, cerró hace un par de semanas una reconocida pastelería en pleno centro histórico de la ciudad siciliana de Catania.

El vídeo que documenta el estado del local es sólo un arquetipo necesario para hablar de la desastrosa psicología de los justificadores de a toda costa, a cualquier precio, y dispuestos a decir:

«…si es cierto que este vídeo fue registrado por la Policía Estatal en el centro de Catania, ¡pero algo así también se podría encontrar al Norte de Italia!»

Abro una paréntesis para hacer una digresión: la teoría del “podría haber sido” me recuerda a ciertos militantes de la izquierda radical-chic italiana que viven en nombre de la corrección política más onírica. Aquellos que obviamente son de los penthouse en los barrios residenciales de Roma y de las villas en las zonas más exclusivas de la región Toscana. Y quienes ante una chica violada por una banda de norteafricanos se apresuran a explicar en distintos programas televisivos: que la muchacha también podía haber sido violada por una banda de italianos. Sin duda alguna, la víctima de una violación casi siempre está destinada a conservar marcas traumáticas imborrables con implicaciones reactivas muy complejas a nivel psicológico y conductual. La idea de que sus violadores también podían haber sido italianos sería de gran consuelo para ella, sobre todo de preciosa utilidad para superar el acontecimiento traumático y difícil de superar. Cierro esta paréntesis y vuelvo al tema en cuestión.

Que el vídeo muestre el laboratorio de un bar histórico en el centro de la ciudad de Catania, y no en el centro de ciudades como Bolzano o Belluno donde las normas de higiene y salud son mucho más estrictas y mucho más respetadas que en ciertas zonas de Sicilia, es un hecho incontrovertible, al margen de la teoría justificadora de: “también podría suceder en otros lugares”.

Del tema higiénico-sanitario pasemos al doctrinal-moral, porque nosotros mismos los sacerdotes, quienes por generaciones hemos obsesionado a los adolescentes en sus movimientos íntimos con las manos; como si todo el misterio del mal fuese de rigor y unicamente de la cintura para abajo. ¿Quién se ha prodigado en enseñar que un laboratorio como el registrado por el vídeo, es una exaltación del pecado mortal más que la misma masturbación de un adolescente en medio de sus tormentas hormonales? Y los fanáticos laicos que no se alcen y repliquen como ya ocurrió en pasado, enseñando al sacerdote que escribe, que son dos cosas totalmente distintas; demostrando con esto, de no saber cuán graves pueden llegar a ser los pecados contra la caridad. Según ellos, serían otra cosa comparado con el super pecado mortal del autoerotismo adolescente y de las caídas en el sexto mandamiento, que recordemos es precedido por otros cinco y seguido por otros cuatro mandamientos; aunque esto no interese a estas personas que sólo son rigurosas en todo lo que concierne a la esfera de la sexualidad.

Que sobre la sexualidad hemos exagerado más allá de todo límite, lo escribí hace quince años (ver AQUÍ), cuando prevalecía la moral rigurosa de Juan Pablo II y el Santo Padre Francisco aún estaba lejos por venir. Hoy las cosas que afirmé hace casi veinte años, las dice el Santo Padre y a menudo en tono irónico. Mientras que a mí en ese entonces con la gran moralofobia de Juan Pablo II me dijeron en tonos claros: «Deja de hablar así, o corres el riesgo de no ser ordenado sacerdote». Repliqué entonces diciendo: «Es cierto, porque por encima de todo y ante todo está la teología de los calzoncillos».

A cinco kilómetros del Palacio Apostólico, el Santo Padre “¡santo inmediatamente!”, tuvo el enorme desastre humano y moral del “laboratorio de pastelería” de los Legionarios de Cristo, presentados excelentemente en el exterior como los escaparates de la pastelería del centro histórico de Catania, salvo esconder por dentro todas las peores basuras de Marcial Maciel Degollado y de sus leales cómplices. Pero el Santo Padre y sus colaboradores estuvieron demasiados ocupados con la teología de los calzoncillos, mientras que ciertos laboratorios no eran inspeccionados aunque todos conocían su existencia y su suciedad interna.

Cuando en tiempo récord y con una imprudencia que dentro de poco pagaremos ante la historia con un precio muy alto, Juan Pablo II fue beatificado y luego canonizado. Y eso que durante su beatificación y canonización se descubrió el laboratorio de la Legión de Cristo y de su fundador; por ello, los que habían decidido obtener inmediatamente el santo a toda costa declararon: «El Santo Padre no había sido informado, al contrario había sido engañado». Independientemente del hecho de que informado fue en varias ocasiones e incluso con detalles peligrosos y escabrosos como lo he documentado en uno de mis libros (ver AQUÍ) incluso, suponiendo que no hubiera sido informado sino por el contrario engañado, con mayor razón se debe aclarar: ¿quién no lo habría informado pero sobre todo, quién lo habría engañado? Porque el engaño – salvo en los casos de autoengaño – implica necesariamente la existencia de un engañador. Por lo tanto, ¿quién engañó a Juan Pablo II? Ésta es una pregunta a la que nadie pretende responder.

Estos son nuestros talleres de pastelería ecclesial y eclesiástica, mientras que sin pudor ni freno no teníamos nada mejor que hacer que discutir sobre la teología de los calzoncillos, principio y centro de todo el mistero del mal. Y hoy en las redes sociales, tenemos que leer los absurdos de un ejército de católicos laicos, fánaticos más allá de todos los límites de una humana decencia, quienes afirman sin pena de ridículo: que la Virgen María en Fátima reveló a la pequeña partorcita Giacinta Marto que muchas almas fueron condenadas por los pecados de la lujuria, haciéndo ver las almas condenadas de los lujuriosos en el infierno.

Dios nos libre de los fanáticos católicos comprometidos y militantes, porque sólo sus perversiones y obsesiones sexuales pueden llegar a creer y difundir el absurdo rumor de que la Virgen María, madre por excelencia, gran pedagoga y sede de la delicadeza umana, habló de lujuria y de gente lujuriosa a una niña analfabeta de nueve años nacida y criada en una de las provincias más aisladas, pobres y retrógradas del Portugal de principios del siglo XX.

La teología de los calzoncillos nunca ha agradado a los sacerdotes que desde siempre han vivido a estrecho contacto con la materia humana, conscientes de ser pecadores y que por un inefable misterio de gracia, han recibido el mandato de Cristo Dios de absolver a los pecadores de sus pecados según el ministerio de la Iglesia:

Reciban el Espíritu Santo. A quienes ustedes perdonen los pecados, les quedarán perdonados; y a quienes no se los perdonen, les quedarán sin perdonar. (Jn, 20,22-23)

La teología de los calzoncillos gusta terriblemente a ciertos laicos católicos en las redes sociales, detrás de las cuales se esconden a menudo, madres y padres frustrados y fracasados que tienen hijos e hijas multidivorciados y convivientes, o sobrinas adolescentes que viajan con el colchón firmemente atado a la espalda, listo para su uso. Pero por otro lado, es una historia vieja y conocida: todas putas, pero sólo las hijas de los otros y  ciertamente no las propias.

Yo veo y experimento algunas cosas de manera diferente: los sacerdotes debemos necesariamente ser todos putas que tratamos de darnos a todos, gratuitamente y por amor de Dios, sin ni siquiera pedir una compensación por el servicio. Por eso suelo decir, de manera seria y nada broma, incluso con un espíritu teológico coherente, que si no hubiera sido sacerdote, hubiera sido una puta. Sin embargo, elegí ser ambas cosas: el sacerdote y la puta, por amor de Dios.

Desde La Isla de Patmos, 4 de febrero de 2025

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La visibile Chiesa delle toppe oltrepassa su una sedia a rotelle la Porta Santa della decadenza irreversibile (Italian, english, español)

(English text after the Italian / texto español posterior al ingles)

 

LA CHIESA DELLE TOPPE OLTREPASSA SU UNA SEDIA A ROTELLE LA PORTA SANTA DELLA DECADENZA IRREVERSIBILE

Questo Giubileo sarà un fallimento sul versante spirituale ed economico, perché è stata aperta una Porta Santa, non tanto su ciò che non siamo più, peggio! Abbiamo aperto la Porta Santa su quel che siamo diventati attraverso un’inversione di paradigma: la Chiesa di venticinque anni fa, nonostante fosse già gravemente ammalata, cercava di sforzarsi d’aprire, di spalancare le porte a Cristo; quella d’oggi, degente nel reparto per malati terminali oncologici, ha cercato d’aprire, di spalancare le porte al mondo.

—Attualità ecclesiale—

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Nell’esperienza dell’uomo e nella vita della Chiesa niente accade per caso, semmai siamo noi sempre più incapaci a leggere i segni. E così, a distanza di venticinque anni l’uno dall’altro, due Sommi Pontefici hanno aperto la Porta dell’Anno Santo, giungendo innanzi a essa col peso dell’anzianità e delle loro invalidanti malattie.

Nel Natale del 1999, la Chiesa visibile guidata da Giovanni Paolo II giunse gravemente malata dinanzi alla Porta Santa. Ne fu plastico paradigma questo Pontefice debilitato dal morbo di Parkinson, che aiutato da un cerimoniere rivestito con una dignitosa veste ecclesiastica, volle inginocchiarsi in ogni caso, sebbene con evidente difficoltà e grande sofferenza fisica. Mai accettò di derogare alle genuflessioni, specie dinanzi alla Santissima Eucaristia. Per la solenne occasione il Santo Padre era parato con un mantum che precede di secoli la nascita della Christianitas. Un parato noto nell’antica religio pagana romana come pluviale, usato dal Pontifex Maximus per ripararsi dalla pioggia, quando dall’alto del Pons Sublicio, ubicato tra gli attuali rioni Trastevere e Testaccio, all’altezza di Porta Portese, studiava i movimenti delle acque e il volo degli uccelli per interpretare il volere degli dèi.

Per il solenne evento giubilare del 2000 il Santo Padre indossò un piviale sul quale furono mosse molte critiche. Quel parato, confezionato a Prato, era stato tessuto con colori molto accesi: rosso, blu e oro, simboli presenti nella natura e nella dimensione spirituale umana. Il rosso tende a simboleggiare la vita e la forza; il blu l’unione tra cielo e terra; il giallo la divinità.

Riflettendoci a posteriori, quel gioco di colori fu come l’ultima esplosione di luce prima del sopraggiungere del grigio cupo che oggi ci avvolge e che non è imputabile né a lui né ai Sommi Pontefici che lo hanno succeduto dal 2005 a seguire, perché la crisi della Chiesa inizia da lontano. Basterebbe una minima conoscenza della storia — in questo mondo che coi ricordi giunge appena a ieri, dato che non arriva neppure a ieri l’altro — per comprendere che i germi della crisi originante la decadenza ecclesiale ed ecclesiastica, oggi sfrontatamente visibile, erano già presenti a cavallo tra i pontificati di Leone XIII e Pio X, tra fine Ottocento e inizi Novecento.

Se con Giovanni Paolo II la malattia premeva davanti alla porta, col Sommo Pontefice Francesco la Chiesa visibile l’ha oltrepassata imboccando un valico di non-ritorno, spinta sopra a una sedia a rotelle dall’ombra di un prete smagrito rivestito con un paio di pantaloni, anziché con una dignitosa veste ecclesiastica. Quella di Giovanni Paolo II, pur essendo una Chiesa in crisi già da decenni, si inginocchiava sempre dinanzi al Corpo e al Sangue di Cristo, lottando contro l’aggravamento ancorché ineluttabile della malattia. Quella di Francesco non s’inginocchia davanti al Corpo e al Sangue di Cristo, perché ormai gravemente malata in modo irreversibile. Però s’inginocchia a lavare e baciare i piedi a galeotti e prostitute alla Missa in Coena Domini, disprezzando la ricchezza dei nostri gloriosi luoghi di culto, che non sono il frutto di fasti principeschi, come qualche incolto potrebbe pensare, ma della fede dei credenti e dell’opera dei più grandi artisti che con essi hanno voluto rendere onore a Dio, offrendo il meglio e tributando il massimo che si potesse tributare al Divino Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. È per questo che su molti edifici ecclesiastici campeggia scolpita l’abbreviazione D.O.M, che significa: Deus Optimus Maximus. Se però da una parte si manifesta disprezzo per ciò che non si conosce, dall’altra non si esita a esaltare le carceri, dentro le quali si finisce per avere commesso dei crimini, salvo casi di innocenti ingiustamente condannati per errori giudiziari, o nei casi delle carceri dei regimi dittatoriali anti-democratici. Sebbene alcuni non lo ricordino, o non abbiano proprio presente questa realtà incontrovertibile, vale la pena ricordar loro che in galera ci finiscono i delinquenti.

Quanti si trovano all’interno delle carceri possono essere recuperati alla società, dopo un percorso di rieducazione, non esaltati come fossero devoti fedeli delle moderne cattedrali, o non meglio precisate vittime della cattiva società, colpevole di non averli compresi a fondo. Se sono lì dentro qualcuno, fuori, spesso più di uno, a volte persino famiglie intere, per loro causa hanno pianto. Sarebbe per ciò bene ricordare che il perdono è tale se va di pari passo con la pena inflitta dalla giustizia, che sul piano spirituale agisce come una purificazione del condannato, trasformando il carcere in una azione di quella grazia divina che prima forma e poi trasforma l’uomo attraverso l’espiazione di quelli che le leggi dello Stato indicano come reati, la dottrina cattolica come peccati. Nell’uno e nell’altro caso, sia per quanto riguarda i reati sia per quanto riguarda i peccati, gli Stati laici d’impronta liberal-democratica, come la Chiesa dal canto proprio, offrono in modo diverso, ma sostanzialmente simile, la possibilità di espiare, che implica di per sé quel recupero che cancella la colpa derivante dal crimine o peccato commesso. Questo è l’apostolato nelle carceri, il resto è solo surreale e dannosa ideologia, tra sciacquate di piedi e “giubilei galeotti” di un Sommo Pontefice che giunge dinanzi alla Porta Santa nella Papale arcibasilica di San Pietro facendosi spingere sulla sedia a rotelle da un pretino emaciato in pantaloni, perché in quel caso è impossibilitato ad alzarsi e camminare. Però s’alza in piedi e cammina per oltrepassare la Porta Santa aperta nel carcere di Rebibbia, paragonandolo a una basilica (cfr. video QUI). Qualcuno vuole ricordare al Santo Padre che a Roma abbiamo basiliche costruite sul sangue dei martiri cristiani uccisi in odium fidei e che il titolo basilicale non è particolarmente adatto per una cappella carceraria? E proprio qui risuonano alla mente le parole del Salmista:

Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?
Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?
Fino a quando nell’anima mia proverò affanni,
tristezza nel cuore ogni momento?
Fino a quando su di me trionferà il nemico?

Guarda, rispondimi, Signore mio Dio,
conserva la luce ai miei occhi,
perché non mi sorprenda il sonno della morte,
perché il mio nemico non dica: «L’ho vinto!»
e non esultino i miei avversari quando vacillo (Salmo 13, 2-5).

Il Giubileo, anche chiamato Anno Santo, ha una grande portata di carattere spirituale che investe la vita dell’intera Chiesa universale. Il cuore di questo evento è il Sacramento della Penitenza per la remissione dei peccati e delle pene per i peccati. La sua istituzione si perde nella notte dei tempi ed è legata all’esperienza dell’antico Popolo d’Israele. Il sito ufficiale della Santa Sede mette a disposizione un excursus storico che consiglio di leggere (cfr. Cos’è il Giubileo). È così preciso e ben fatto da rendere superflue ulteriori spiegazioni, perché dal mio canto non potrei che ripetere quanto in esso contenuto e spiegato.

Adesso vorrei passare dalla sfera spirituale a quella finanziaria, premettendo che in certe mie personali convinzioni spero di sbagliare e di doverne far pubblica ammenda nei mesi che seguiranno. Temo infatti che questo Giubileo sarà un fallimento sul versante spirituale ed economico, perché è stata aperta una Porta Santa, non tanto su ciò che non siamo più, peggio! Abbiamo aperto la Porta Santa su quel che siamo diventati attraverso un’inversione di paradigma: la Chiesa di venticinque anni fa, nonostante fosse già gravemente ammalata, cercava di sforzarsi d’aprire, di spalancare le porte a Cristo (cfr. QUI); quella d’oggi, degente nel reparto per malati terminali oncologici, ha cercato d’aprire, di spalancare le porte al mondo. E come spesso ho avuto modo di ricordare in questi ultimi anni, il compito che Cristo Dio ci ha affidato per divina missione non è quello di compiacere il mondo, ma di contrastarlo:

«Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Gv 15, 19).

Spesso le immagini possono riassumere un intero stato di cose senza ricorrere alle parole. Per esempio: che dire della episcopessa protestante seduta nei posti d’onore con gli esponenti delle varie religioni? Ma noi siamo includenti! Per questo, pur di escludere tutto ciò che è cattolico, di necessità dobbiamo includere tutto ciò che cattolico non è … beninteso, il tutto espresso col debito rispetto umano per quella Signora presente in tribuna d’onore come “vescova” nella Papale arcibasilica di San Pietro, senza che nessuno dei soloni clericali si rendesse conto che a questo modo si corre il rischio di lasciar passare un messaggio di normalizzazione e approvazione, posto che una donna non può auto-definirsi “vescovo” e che nessuno, sul versante cattolico, la può in qualche modo riconoscere come tale, anche se appartenente a una religione cristiana non cattolica nata dall’eresia e dallo scisma di Martin Lutero, che ricordiamo fu un eretico, non un riformatore.

Lutero non produsse affatto alcuna riforma, quella la fecero i Padri al Concilio di Trento, lui lacerò la Chiesa di Cristo con un terribile scisma, che tale rimane tutt’oggi, con buona pace delle episcope in tribuna d’onore all’apertura dell’Anno Santo sopra la tomba dell’Apostolo Pietro nella totale indifferenza del clericalismo includente.

Dicevamo del discorso economico … per il Giubileo del 2000 fu varato il decreto legge del 23 ottobre 1996, n. 551, recante «Misure urgenti per il Grande Giubileo del 2000», poi convertito nella legge del 23 dicembre 1996, n. 651. A quell’evento s’incominciò a lavorare anni prima, previo varo di apposite leggi, ma soprattutto fu stanziata una somma di danaro astronomica: 3.500 miliardi delle vecchie lire, corrispondenti nella odierna moneta a un miliardo e ottocento milioni di euro. Anche in questo caso rimando al sito ufficiale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, dove il tutto si trova documentato e dettagliato (cfr. QUI). Ciò detto va ricordato che il presidente dei vescovi italiani dell’epoca era il Cardinale Camillo Ruini, dotato di rare capacità politiche, con un esercito di vescovi al suo seguito che non erano ancóra le odierne caricature che gareggiano tra di loro a chi porta al collo la croce di legno più umile e povera, fatta possibilmente col materiale di una barca affondata al largo di Lampedusa sopra la quale i trafficanti di esseri umani trasportavano dei poveri clandestini disperati, incluse spesso donne e bambini.

Quella degli anni che precedettero il Giubileo del 2000 era un’altra Chiesa, un altro episcopato, un altro pontificato … ma soprattutto un’altra società e un altro assetto geopolitico nazionale e internazionale. Ma ecco un esempio esaustivo in grado di chiarire il tutto: all’epoca, in Italia, se prima delle elezioni amministrative qualche vescovo diocesano manifestava malumore per uno o alcuni candidati particolarmente polemici o aggressivi, questi provvedevano a correggere il tiro e abbassare i toni nel corso della campagna elettorale. Ma c’è di più: quando nel giugno del 2005 ci fu il referendum in Italia sulla procreazione assistita, il Cardinale Camillo Ruini invitò espressamente gli italiani a non andare a votare. Risultato: tre italiani su quattro non si recarono alle urne e il referendum risultò un fiasco (cfr. QUI). Il fatto che personalmente apprezzi e riconosca certe evidenti e indubbie qualità del Cardinale Camillo Ruini, rammaricandomi che oggi, figure della sua alta levatura, purtroppo non ne abbiamo più, nulla toglie al fatto che mai mi sarei auspicato di averlo come mio vescovo diocesano. Tutt’oggi proseguo infatti a considerarlo, sul piano umano e spirituale, come «un freddo osso secco rivestito di velluto», tale ebbi a definirlo, con sua scarsa gioia, alcuni anni fa, incurante da parte mia di quanto sia notoriamente permaloso, oltre che privo di senso dell’umorismo.

Con tutt’altri uomini e tutt’altro genere di Chiesa, in occasione del grande evento giubilare del 2000, Roma fu rifatta nuova. Ciò nell’interesse dello Stato, che recuperò con alti introiti e interessi sia economici che d’immagine quanto investito, ma anche della Chiesa, che grazie agli ingenti fondi stanziati per quell’evento straordinario poté approfittarne per mettere mano alla gran parte delle proprie strutture, molte delle quali versavano già da anni in pessime condizioni. E qui va ricordato che Roma, già all’epoca, brulicava di istituti religiosi, gran parte dei quali costruiti dopo il Concordato stipulato nel febbraio 1929 tra il Regno d’Italia e la Santa Sede. Opere perlopiù erette negli anni Trenta del Novecento, in una vera e propria gara tra gli Ordini storici e le varie Congregazioni religiose, maschili e femminili, a chi costruiva gli istituti più grandi. Alle porte del Terzo Millennio, con un drastico calo di natalità iniziato sul finire degli anni Sessanta del Novecento, certe scuole cattoliche, asili per l’infanzia e istituti vari per l’assistenza, non avevano più motivo di esistere, trattandosi perlopiù di strutture faraoniche. Va poi considerato che nel 1978 fu approvata quella grandissima conquista sociale della legge sull’aborto, grazie alla quale sparirono anche gli orfanotrofi, di cui non c’era più bisogno, dato che i figli potevano essere ammazzati prima di nascere. Per non parlare delle numerose curie e case generalizie dei vari Ordini e Congregazioni maschili e femminili, quasi sempre con noviziati o studentati teologici al loro interno, che le portavano ad avere, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, comunità che giungevano a contare cento o duecento religiosi, tra quelli che avevano professato i voti solenni e i giovani professi semplici in formazione.

Nella Roma d’inizi anni Settanta era impossibile non incontrare ovunque, lungo i corsi delle vie urbane, preti e suore, frati e monache. Poi c’erano i giovani seminaristi e gli studenti di teologia dei vari seminari e collegi romani nazionali e internazionali, che quando si recavano a passeggio formavano file di decine e decine di giovani chierici. Presto detto: il calo delle natalità e la crisi inesorabile delle vocazioni avevano ridotto nei decenni successivi, gran parte di queste grandi strutture, a essere abitate non più da cento o duecento, ma da sei o sette anziani religiosi o religiose, con gli stabili che versavano ormai in stato di semi-fatiscenza, con impianti obsoleti e fuori da ogni normativa di legge in materia di sicurezza. Fu così che in occasione del Giubileo del 2000, non solo furono ristrutturati gran parte di questi istituti, perché fu deciso di metterli in qualche modo a reddito, riservando una piccola ala a religiosi e religiose ridotti ormai numericamente ai minimi termini e mutando il grosso degli stabili in case d’accoglienza, di fatto in alberghi, perché tali sono oggi la gran parte di questi istituti. Fu un’operazione lungimirante, grazie alla quale gli stabili di molti istituti furono salvati e messi in condizione di produrre il necessario danaro per sostenersi.

Purtroppo preti, frati e suore, sono capaci — e lo sono veramente come pochi — a gettar via danaro in spese inutili, talora persino in opere dannose da cui poi derivano grandi perdite, senza avere la capacità di rendersi conto che certe strutture richiedono grandi cure e attente manutenzioni. E così, venticinque anni fa, dopo essere stati tolti da guai molto seri, dinanzi a problemi legati ai loro grandi stabili che non erano in grado né di restaurare, né di conservare in modo adeguato, né di conformare alle normative di legge in materia di sicurezza, non hanno trovato di meglio da fare che lasciarli ritornare in stato di semi-fatiscenza nei successivi venticinque anni, non tutti, ma buona parte sì. Questa è quella che sono solito chiamare “psicologia della toppa clericale”. Presto svelato il significato di questa definizione: una struttura necessita di un intervento di manutenzione ordinaria? Perché mai spendere soldi, basta lasciar correre, semmai dicendo, con tutto il cinismo tipico e a tratti unico di preti, frati e suore: «Non vale la pena farsi inutilmente del sangue amaro, ci penseranno poi quelli che verranno dopo». A quel punto, tutti gli interventi di manutenzione ordinaria omessi nel corso degli anni, finiranno col mutarsi in serie esigenze di manutenzione straordinaria, che però costa parecchio. A quel punto, la nota lungimiranza pretesca-fratesca-suoresca incomincia ad attaccare delle toppe a destra e a sinistra, spendendo semmai cifre esorbitanti nella convinzione di risparmiare, perché pochi come preti, frati e suore sono così idioti nel farsi fregare soldi, se non sono stati adeguatamente formati alla concreta vita pratica con i piedi ben piantati per terra. Detto e fatto: i muri sono stati imbiancati l’ultima volta vent’anni fa? Gli infissi interni ed esterni, i condizionatori e i termosifoni, i sanitari installati sul finire degli anni Novanta del Novecento e via a seguire, sui quali non si è mai provveduto a interventi di necessaria manutenzione ordinaria, oggi stanno cadendo a pezzi? Nessun problema, ci si attacca una toppa, semmai — manco a dirsi! — facendosi fare i lavori da persone che, per cambiare dei banali filtri ai condizionatori, fanno pagare all’inesperienza pretesca-fratesca-suoresca più di quanto costerebbero degli impianti di ultima generazione a basso consumo e ad alto risparmio energetico.

Giacché molti sarebbero gli esempi mi limiterò a uno soltanto: lo scorso anno ebbi modo di ritrovarmi in un istituto di suore mentre dei tinteggiatori stavano imbiancando le stanze della loro casa-albergo. Vedendoli miscelare pitture anonime dentro i secchi con abbondante acqua e sentendo un odore alquanto sgradevole che sapeva tutto quanto di sostanze chimico-tossiche, chiesi: «Che marca di pittura ecologica state usando?». Dopodiché, girando per i corridoi, notai un tripudio di sbavature non solo sui muri, ma pure sugli infissi, sui battiscopa e persino sugli estintori sporcati con colate di vernice. Presi il capomastro e gli dissi: «Se lei, in casa mia, avesse fatto una cosa del genere, non la facevo uscire dalla porta ma dalla finestra, guardandomi bene dal darle il becco di un solo quattrino». La sera, la madre superiora, mi affrontò irritata dicendomi di non disturbare più i loro lavoratori. Le risposi: «Delle persone che vi hanno collocato gli scarichi dell’acqua dei condizionatori dentro i box delle docce delle camere da letto degli ospiti e che non contenti vi hanno eliminato persino la messa a terra dall’impianto elettrico, non meritano di essere chiamati lavoratori ma delinquenti, mentre voi dimostrate di essere soltanto delle povere incapaci a gestire il cospicuo patrimonio di cui la vostra congregazione ha la grazia di poter beneficiare».

Una sedia a rotelle spinta da un emaciato prete in pantaloni ha inaugurato quello che ragionevolmente potremmo definire “Il Giubileo della toppa” messa sulla nostra irreversibile decadenza spirituale e finanziaria, di cui sono paradigma le nostre piazze e le nostre chiese sempre più vuote. O qualcuno dimentica forse che il 24 dicembre 1999 non era solo gremita Piazza San Pietro, perché la calca di persone arrivava fino a Castel Sant’Angelo e al Lungotevere? Qualcuno vuole fare i conti con il fatto tanto evidente quanto triste che il 24 dicembre 2024, come mostra la foto che accompagna questo articolo, la stessa piazza era completamente vuota al centro e che nei quattro quadrati di sedie poste sotto la scalinata del sagrato, sono visibili tanti posti vuoti?

La domanda conclusiva è di rigore: un devoto cattolico, per quale motivo dovrebbe partire dall’Australia o dal Perù per muoversi in viaggio verso Roma? Forse per sentire un anziano Pontefice che quando apre bocca parla di poveri e migranti, di migranti e poveri, di poveri e migranti …? Come se il Verbo di Dio fosse venuto in questo mondo solo per parlare e prendersi cura dei poveri delle favelas e di quelli delle Villas de las miserias (Villaggi della miseria)? E quelli che non hanno il grande privilegio di essere poveri, sono anch’essi figli di Dio, oppure no? E che cosa troverebbe a Roma il pellegrino giubilante? Troverebbe i barboni accampati sotto il colonnato del Bernini; troverebbe Borgo Santo Spirito e Borgo Pio, rispettivamente alla sinistra e alla destra del Vaticano e di Piazza San Pietro, dove il mattino presto i commercianti sono costretti a lanciare secchi di varechina per cercare di togliere l’odore acido di urina che penetra le narici in modo nauseabondo. E dove dovrebbe alloggiare il pellegrino giubilante? Forse dalle suorine o dai fraticelli che dopo il Giubileo del 2000, una volta avute le loro strutture rifatte gratis dallo “Zio Paperone” della Repubblica Italiana, non si sono mai posti il problema di rinnovare letti e materassi o di rifare i sanitari; di riprendere gli intonaci e tinteggiare le pareti; che per colazione ti offrono latte liofilizzato e polveri di surrogati da fare invidia ai prodotti messi in commercio durante il periodo in cui il vecchio regime fascista proclamò l’autarchia, in seguito alla quale non era più possibile usare prodotti di importazione estera, a partire dal caffè? Sorvoliamo sulla pessima qualità dei cibi, in queste case che offrono anche il servizio dei pasti. Soprattutto sorvoliamo sulle suore indiane e filippine prese dai loro Paesi e portate nelle case religiose di Roma e poste sotto la direzione di una suora italiana ottantenne come manovalanza pari a donne di servizio, alle quali ci si deve rivolgere in inglese, perché pur vivendo in Italia da dieci anni non sono in grado di comprendere e parlare l’italiano. Sorvoliamo e stendiamo un velo pietoso su tutto questo e su tutto ciò che di peggio ancóra circola per certe case …

Sul finire, come non accennare ai personaggi esotici che sempre più spesso capita di trovare a lavoro nelle case di accoglienza, soprattutto delle suore, che variano dalle ragazze con la pancia scoperta ai ragazzi che sfoggiano tre campanelle alle orecchie, il piercing e i tatuaggi in bella vista? Della serie: vogliamo ospitare i pellegrini in case religiose di accoglienza, oppure in succursali malriuscite del celebre circolo gay del Muccassassina di Roma? Come mai alla Santa Sede, attenta talora persino alle futilità, non è ancora passato per la mente di mandare in giro degli ispettori per verificare se certe case gestite da religiosi e religiose, o da loro preposti laici, hanno veramente tutti i requisiti necessari per fare cosiddetta accoglienza religiosa in modo dignitoso?

Avere aperto la Porta Santa nel carcere di Rebibbia è stata cosa opportuna e a suo modo lungimirante, essendo il luogo più adatto dove molti di noi dovrebbero stare, ed anche per lungo tempo, dopo avere attentato al corpo mistico di Cristo che è la Chiesa (cfr. Col 1,18), sul quale oggi si attaccano sopra toppe di giorno in giorno, che però non possono arrestare e men che mai sanare le metastasi maligne messe in circolo nel suo organismo da decenni e decenni, senza che di esse possa essere incolpato questo pontificato, che non ne è responsabile, pur avendo fatto il suo, senza tirarsi indietro quando ai danni già ampiamente esistenti da svariati decenni, ha deciso di sommarne altri, tanto originali quanto gravi.

«Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8)

 

dall’Isola di Patmos, 31 dicembre 2024

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THE CHURCH OF THE PATCHES PASSES THE HOLY DOOR OF IRREVERSIBLE DECADENCE ON A WHEELCHAIR

This Jubilee will be a failure on the spiritual and economic front, because a Holy Door opened, not so much on what we are not longer, worse! On what we have become through a paradigm inversion: the Church of twenty-five years ago, despite al-ready being seriously ill, tried to open, to throw open the doors to Christ; the Church’s today, a patient in the ward for terminal-ly patients, has tried to open, to throw open the doors to the world.

 

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In the experience of man and in the life of the Church nothing happens by chance, if anything we are increasingly incapable of reading the signs. And so, twenty-five years apart from each other, two Supreme Pontiffs opened the Door of the Holy Year, both with the weight of their seniority and their disabling illnesses.

At Christmas 1999, the visible Church led by John Paul II appeared seriously ill in front of the Holy Door. This Pontiff, debilitated by Parkinson’s disease, was a clear example of this: aided by a master of ceremonies, dressed in a dignified ecclesiastical robe, he still wanted to kneel, albeit with obvious difficulty and great physical suffering. The Holy Father never agreed to give up genuflections, especially before the Holy Eucharist. For the solemn occasion the Holy Father was dressed in a cloak that precedes the birth of Christianity by centuries. A cloak known in the ancient Roman pagan religion as a “pluviale”, used by the Pontifex Maximus, starting from the 6th century BC, to protect himself from the rain, when from the top of the Pons Sublicio, located between the current Roman districts of Trastevere and Testaccio, to the height of Porta Portese, he studied the movements of water and the flight of birds to interpret the will of the gods.

For the solemn jubilee event of 2000 the Holy Father wore a cope which received much criticism. That liturgical vestment, made in the italian city of Prato, was woven with very bright colors: red, blue and gold, symbols present in nature and in the human spiritual dimension. The red tends to symbolize life and strength; the blue the union between sky and earth; the yellow the divinity.

If we reflect on it in the present, that play of colors was like the last explosion of light before the arrival of the dark-gray that envelops us today and which cannot be attributed either to him or to the Supreme Pontiffs who succeeded him from 2005 onwards, because the crisis of the Church begins from afar. A minimal knowledge of history would be enough — in this world which with memories barely reaches yesterday, given that it doesn’t even reach the day before yesterday — to understand that the seeds of the crisis ecclesiasial and ecclesiastical decadence, visible today, were already present between the pontificates of Leo XIII and Pius X, between the end nineteenth century and the beginning twentieth century.

If with John Paul II the disease pressed in front of the door, with the Supreme Pontiff Francis the visible Church has gone beyond it, entering a point of no return, pushed on a wheelchair by the shadow of a gaunt priest dressed in a pair of trousers, rather than with a dignified ecclesiastical robe. That of John Paul II, despite being a Church in crisis for decades, always tried to kneel before the Body and Blood of Christ, trying not to become irreversibly ill. Francis’s does not kneel before the Body and Blood of Christ, because she is now seriously and irreversibly ill. However, he kneels down to wash and kiss the feet of convicts and prostitutes at the Missa in Coena Domini (Mass of the Lord’s Supper), despising the richness of our glorious places of worship, which are not the fruit of princely splendor, as some uneducated people might think, but of faith of believers and of the work of the greatest artists who with wanted to honor God offering the best and the maximum that could be paid to the Divine Creator of heaven and earth, of all visible and invisible things. This is why the abbreviation D.O.M, which means: Deus Optimus Maximus (to God we always offer the best and the maximum), carved on many ecclesiastical buildings. However, if on the one hand there is contempt for what is not known, on the other there is no hesitation in glorifying prisons, in which one ends up having committed crimes, except in cases of innocent people unjustly convicted due to judicial errors, or in the cases of the prisons of anti-democratic dictatorial regimes. Although some do not remember it, or are not aware of this incontrovertible reality, it is worth reminding them that criminals end up in prison.

Those inside prisons must be recovered, not exalted as if they were devoted builders of modern cathedrals, or unspecified victims of the bad society guilty of not having fully understood them. If one is in there, you need to remember that outside, someone, often more than one, sometimes even entire families, have cried of cause him. It would therefore be good to remember that forgiveness is such if it goes hand in hand with the punishment inflicted by justice, which on a spiritual level acts as a purification of the condemned, transforming prison into an action of that divine grace which first forms and then transforms the man through the expiation of those that human law indicates as crimes, Catholic doctrine as sins. In both cases, both as regards crimes and as regards sins, secular states with a liberal-democratic imprint, like the Church for its part, offer the possibility of atoning in a different but essentially similar way, which it implies that healing which erases the guilt deriving from the crime or sin committed. This is the apostolate in prisons, the rest is just surreal and harmful ideology, between eccentric foot-washing to prisoners and prostitutes in the Missa in Coena Domini, and the ‘prison jubilees’ of a Supreme Pontiff who arrives before the Holy Door of the Papal Archbasilica of St Peter’s in a wheelchair pushed by an emaciated priest in trousers, because he cannot get up and walk; yet he gets up and walks two days later to cross the Holy Door opened in Rome’s Rebibbia prison, where he compares the prison chapel to a basilica (see video HERE). Does anyone want to remind the Holy Father that in Rome we have basilicas built on the blood of Christian martyrs killed in hatred of the faith (in odium fidei) and that, for this reason, the title of basilica is not appropriate for a prison chapel? And right here the words of the Psalmist come to mind: 

How long must I take counsel in my soul and have sorrow in my heart all the day?
How long shall my enemy be exalted over me?

Consider and answer me, O Lord my God; light up my eyes,
lest I sleep the sleep of death,
lest my enemy say, “I have prevailed over him,”
lest my foes rejoice because I am shaken.

But I have trusted in your steadfast love;
my heart shall rejoice in your salvation (Psalm 13, 2-5).

The Jubilee, also called the Holy Year, has a great spiritual significance that affects the life of the entire universal Church. Heart of this event is the Sacrament of Penance for the remission of sins and cancellation of the sentence. Its institution is lost in the mists of time and is linked to the experience of the ancient People of Israel. The official website of the Holy See provides a historical excursus that I recommend reading (see: What is the Jubilee). It is so precise and well done that further explanations are superfluous, because for my part I could only repeat what is contained and explained in it.

Now I would like to move from the spiritual to the financial sphere, starting from the assumption that I hope to be wrong in some of my personal beliefs, and to publicly ask for forgiveness for them in the following months. I fear that this Jubilee will be a failure on the spiritual and economic front, because a Holy Door has been opened, not so much on what we are no longer, worse! We have opened the Holy Door on what we have become through a paradigm inversion: the Church of twenty-five years ago, despite already being seriously ill, tried to force itself to open, to throw open the doors to Christ (see HERE); the Church of today is in the ward for terminally ill cancer patients, because has tried to open, to throw open the doors to the world. And as I have often had the opportunity to remember in recent years, the task that Christ God has entrusted to us by divine mission is not to please the world, but to oppose it:

«If you were of the world, you would be loved by the world: but because you are not of the world, but I have taken you out of the world, you are hated by the world» (John 15:19).

Often images can summarize an entire state of affairs without resorting to words. For example: the Protestant woman bishop in places of honor among the exponents of the various religions. But let’s be inclusive! In fact, to exclude everything that is Catholic, it is necessary to necessarily include everything that is not Catholic… All expressed with due human respect for that Lady present as “bishop” in the Pontifical Archbasilica of St. Peter. The leaders ecclesiastics don’t realize that in this way they risk transmitting a message of normalization and approval, given that a woman cannot define herself as a “bishop” and that no one on the Catholic side can in any way recognize her as such. It should not be forgotten that this Lady belongs to a non-Catholic Christian religion born in the 16th century from the heresy and schism of Martin Luther, who we remember was a heretic, not a reformer.

Luther did not produce any reforms. The true and only reform was made by the Fathers of the Council of Trent. Luther tore apart the Church of Christ with a terrible schism, which remains so even today, with all due respect to the Protestant women-bishops welcomed into places of honor for the opening of the Holy Year on the tomb of the apostle Peter. All this in total indifference of inclusive clericalism.

But let’s get to the economic question. For the Jubilee of 2000, work in Rome had begun years earlier. Specific laws have also been approved: Legislative Decree 23 October 1996, n. 551, containing «Urgent measures for the Great Jubilee of 2000», later converted into law 23 December 1996, n. 651. Above all, an astronomical sum of money was allocated: 3,500 billion of the old lire, corresponding in today’s money to one billion and eight hundred million euros (approximately 1,878,000,000.00 USD). Also in this case I refer you to the official website of the Ministry of Infrastructure and Transport of the Italian Republic, where everything is documented and detailed (see HERE). Having said this, it should be remembered that the president of the Italian bishops of the time was His Eminence the Cardinal Camillo Ruini, endowed with rare political skills, with an army of bishops following him who were not caricatures like today’s bishops, who compete between of them to those who carry on their chest the humblest and poorest wooden cross, made with the material of a sunken boat off the sicilian coast of Lampedusa isla on which human traffickers transported poor desperate illegal immigrants, including women and innocents children.

That of the years preceding the Jubilee of 2000 was another Church, another episcopate, another pontificate… but above all another society and another national and international geopolitical structure. But here is an exhaustive example capable of clarifying everything: at the time, in Italy, if before the administrative elections some diocesan bishop expressed discontent towards a particularly polemical or aggressive candidate, immediately the candidate corrected his tone during the electoral campaign. But there’s more: when the referendum on assisted procreation was held in Italy in June 2005, Cardinal Camillo Ruini expressly invited Italians not to go and vote. Result: three out of four Italians did not go to the polls and the referendum was a flop (see HERE). The fact that I appreciate and recognize certain undoubted qualities of Cardinal Camillo Ruini, stating that today, unfortunately, we no longer have figures of his high level, does not take anything away from the fact that I would never have hoped to have him as my diocesan bishop. Even today, on a human and spiritual level, I continue to consider it “a cold and dry bone covered in velvet”. This is how I defined him, to his scant joy, a few years ago, without caring how notoriously touchy and humorless the Cardinal is.

With completely different men and a completely different kind of Church, on the occasion of the great Jubilee event of 2000, Rome was remade new. This was in the interest of the State, which recovered what it had invested with high revenues and both economic and image interests, but also of the Church, which thanks to the huge funds allocated for that extraordinary event was able to take advantage of renovate most of its structures, many of which had already been in terrible conditions for years. And here it should be remembered that Rome, already at the time, was teeming with religious institutes, most of which were built after the Concordat stipulated in February 1929 between the Kingdom of Italy and the Holy See (in 1929, after the fall of the Papal State and the conquest of Rome in September 1870, the Kingdom of Italy recognized the Vatican City as an independent sovereign state governed by the Roman Pontiff). Works mostly erected in the 1930s, in a real competition between the historical Orders and the various religious Congregations, male and female, to see who built the largest institutes. At the gates of the Third Millennium, with a drastic decline in the birth rate that began at the end of the 1960s, certain Catholic schools, nursery schools and various care institutions no longer had any reason to exist, as they were mostly pharaonic structures. It should also be considered that in 1978, in Italy, the “great social conquest” of the law on abortion was approved, thanks to which orphanages also disappeared, for which no longer any need, given that children could be killed before they were born. Not to mention the numerous general houses of the various male and female Orders and Congregations, with novitiates or theological school within them, which led them to have, between the fifties and sixties, communities that numbered one hundred or two hundred religious, among those who had professed solemn vows and the young simply professed people in training.

In Rome, at the beginning of the seventies, it was impossible not to encounter priests, friars and nuns everywhere along the urban streets. Then there were the young seminarians and theology students from the various national and international Roman seminaries and colleges, who when they went for a walk formed lines of dozens and dozens of young clerics. In simple words: the decline in the birth rate and the inexorable crisis of vocations had reduced the majority of these large structures in the following decades to being inhabited no longer by one hundred or two hundred, but by six or seven elderly men and women religious, residing in buildings which were now in semi-degraded state, with obsolete systems and outside of any legal regulations regarding safety. So it was that on the occasion of the Jubilee of 2000, not only were a large part of these institutes renovated, but it was decided to make them profitable in some way, reserving a small wing for men and women religious, now reduced to a few members, and all the rest used for holiday home, in fact in hotels, because this is what most of these institutions are today: low-cost hotels. It was a far-sighted operation, thanks to which the buildings of many institutions were saved and made capable of producing the money necessary for their maintenance.

Unfortunately, priests, friars and nuns are capable — and they really are like few others — of wasting money on useless expenses, sometimes even on harmful works which then lead to great losses, without having the ability to realize that certain structures require a lot of care and maintenance. And so, the well-known sapience of priests, friars and nuns begins to attach patches left and right, spending exorbitant amounts in the belief of saving money, because few like priests, friars and nuns are so idiotic as to let themselves be robbed, if they have not been adequately trained in concrete practical life with their feet firmly planted on the ground. All said and done: were the walls, last painted twenty years ago? The internal and external fixtures, the air conditioners and radiators, the sanitar elements dilapidated and broken today fixtures, on which the necessary routine maintenance, has never been carried out they were installed in the late 90s? No problem, just apply a patch, entrusting the repairs to people who, to change banal filters on air conditioners, make the inexperience of priests, friars and nuns pay more than what the new latest generation air conditioners with low consumption and high energy savings would cost.

Since there are many examples, I will limit myself to just one: last year I had the opportunity to find myself in a nuns institute while some painters were painting the rooms of their house-hotel. Seeing them mixing anonymous paints in buckets with plenty of water, and smelling a rather unpleasant odor that smelled entirely of toxic chemical substances, I asked: “What brand of ecological paint are you using?”. Then, walking around the corridors, I noticed a riot of smudges not only on the walls, but also on the fixtures, on the skirting boards and even on the fire extinguishers dirtied with paint flows. I took the foreman and told him: “If you had done something like this in my house, I wouldn’t have let you out through the door but through the window, being careful not to give you a single penny.” In the evening, the mother superior confronted me irritably and told me not to disturb their workers anymore. I replied to her: «The people who placed the water drains from the air conditioners inside the shower cubicles of the guest bedrooms and who, not satisfied, even eliminated the earthing from the electrical system, do not deserve to be called workers but criminals, while you nuns demonstrate that you are womens incapable of managing the considerable patrimony from which your congregation has the grace of being able to benefit”.

A wheelchair pushed by an emaciated priest in trousers inaugurates what we might reasonably call “The Jubilee of patch” focused on our irreversible spiritual and economic decadence, of which our increasingly empty squares and churches are a paradigm. On 24 December 1999, the square of St. Peter’s, was not only packed, because the crowd of people reached as far as Castel Sant’Angelo. Same way, it is equally evident that on December 24, 2024 (as shown in the photo accompanying this article), the same square was completely empty in the central part, and in the four squares of chairs placed under the churchyard, several empty seats are visible.

The last question is obligatory: why should a devout Catholic leave Australia or Peru to go to Rome? Perhaps for hear an elderly Pontiff who, when he opens his mouth, speaks only of poor and migrants, of migrants and poor, of poor and migrants…? As if the Verb of God had come into this world only to speak and care for the poor of the “favelas” and “Villas de las miserias” (Villages of misery)? And those who do not have the great privilege of being poor, are they also sons of God, or not? And what would the jubilant pilgrim find in Rome? The clochards under Bernini’s colonnade; Borgo Santo Spirito and Borgo Pio, respectively to the left and right of the Vatican and St. Peter’s Square, where early in the morning traders are forced to throw buckets of bleach to try to remove the acidic smell of urine that penetrates the nostrils nauseatingly? And where should the jubilant pilgrim lodge? Perhaps by the nuns or friars who after the Jubilee of 2000, once they had their religiouse homes renovated free of charge by the “Uncle Scrooge” of the Italian Republic, never asked themselves the problem of renewing beds and mattresses or redoing the bathroom fixtures; restore the plaster and paint the walls; that they offer freeze-dried milk and substitute powders for breakfast that rival the products put on the market during the period in which the old fascist regime proclaimed autarky, following which it was no longer possible to use products imported, starting with coffee? Better not even to mention the very poor quality of the food they offer in these houses where they also serve meals. Better to ignore, for Christian charity’s sake, the problem of the Indian and Filipino nuns taken from their countries and brought to the religious houses in Rome, placed under the direction of an eighty-year-old Italian nun and used as serving women, who, despite living in Italy for ten years, are unable to understand and speak Italian. Let us overlook and draw a veil over all this and all the worst that circulates in certain homes…

Finally, how can we not mention the exotic characters that we working in this religious houses, especially in those of nuns, who vary from girls with bare bellies to boys who show off three earrings in their ears, piercings and tattoos view? But do we want to host pilgrims in religious homes, or in failed branches of a gay village? Why has it not yet occurred to the Holy See to send around inspectors to verify whether certain houses managed by men and women religious, or by their lay preposed, really have all the necessary requirements to do so-called religious reception in a dignified way?

Having opened the Holy Door in the Roman prison of Rebibbia was appropriate and in its own way farsighted, being the most suitable place where many of us should be, and also for a long time, after having launched an attack on the mystical body of Christ which is the Church (Colossians 1,18), on which attached day after day patches that cannot stop, much less cure, the malignant metastases that have been circulating in his body for decades and decades. A state of affairs for which this pontificate is certainly not responsible, despite having done its part, without holding back when, to the damage that has already largely existed for several decades, it decided to add others, as original as they are serious.

«But when the Son of Man comes, will he find faith on earth?» (Luke 18, 8)

 

From the Island of Patmos, 28 December 2024

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LA IGLESIA DE LOS PARCHES PASA EN SILLA DE RUEDAS LA PUERTA SANTA DE LA DECADENCIA IRREVERSIBLE

Este Jubileo será un fracaso en lo espiritual y lo económico, porque se ha abierto una Puerta Santa, no tanto sobre lo que ya no somos, ¡peor! Hemos abierto la Puerta Santa sobre lo que hemos llegado a convertirnos a través de una inversión de paradigmas: la Iglesia de hace veinticinco años, a pesar de estar ya gravemente enferma, trataba de esforzarse por abrir, de abrir de par en par las puertas a Cristo; la Iglesia de hoy, postrada como un paciente en la sala de enfermos terminales oncológicos ha tratado abrir de par en par las puertas al mundo.

 

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En la experiencia del hombre y en la vida de la Iglesia nada sucede por casualidad, si acaso somos nosotros cada vez más incapaces de leer ciertos signos. Y así, a veinticinco años de diferencia, dos Sumos Pontífices abrieron la Puerta del Año Santo, presentándose ante ella con el peso de la vejez y de sus enfermedades invalidantes.

En la Navidad de 1999, la Iglesia visible guiada por Su Santidad Juan Pablo II llegó gravemente enferma ante la Puerta Santa. Este Pontífice, debilitado por la enfermedad de Parkinson, fue un ejemplo plástico de ello: ayudado por un maestro de ceremonias vestido con un digna veste eclesiástica, quien quiso, en todo caso, arrodillarse aunque con evidentes dificultades y gran sufrimiento físico. Él nunca aceptó hacer excepciones con las genuflexiones, especialmente ante la Santísima Eucaristía. Para la solemne ocasión, el Santo Padre vistió un mantum que precede en siglos el nacimiento de la Christianitas. Un manto conocido en la antigua religión pagana romana como “pluvial”, utilizado por el Pontifex Maximus para resguardarse de la lluvia, cuando desde lo alto del Pons Sublicio, situado entre los actuales barrios de Trastevere y Testaccio, a la altura de Porta Portese, estudiaba los movimientos de las aguas y el vuelo de los pájaros para interpretar la voluntad de los dioses.

Para el solemne evento jubilar del año 2000, el Santo Padre vistió una capa sobre la que se hicieron muchas críticas. Aquella vestidura, confeccionada en Prato, había sido tejida en colores muy vivos: rojo, azul y dorado, símbolos presentes en la naturaleza y en la dimensión espiritual humana. El rojo suele simbolizar la vida y la fuerza; el azul, la unión del cielo y la tierra; el dorado, la divinidad.

Si lo reflexionamos en retrospectiva, aquel juego de colores fue como la última explosión de luz antes de la llegada de la grisura sombría que hoy nos envuelve; y que no es imputable ni a él, ni a los Sumos Pontífices que le sucedieron a partir de 2005; porque la crisis de la Iglesia comienza hace mucho tiempo. Un mínimo conocimiento de la historia bastaría — en este mundo con recuerdos que apenas llega hasta ayer, puesto que ni siquiera se alcanza el anteayer — para comprender que los gérmenes de la crisis que originó la decadencia eclesial y eclesiástica, descaradamente visible hoy en día, ya eran presentes entre los pontificados de León XIII y Pío X, a finales del siglo XIX y principios del siglo XX.

Si con Juan Pablo II la enfermedad presionaba ante la puerta, con el Sumo Pontífice Francisco la Iglesia visible cruzó un punto de no retorno, empujada sobre una silla de ruedas por la sombra de un sacerdote demacrado vestido con un par de pantalones, en lugar de una veste eclesiástica digna. La de Juan Pablo II, a pesar de ser una Iglesia en crisis desde hace décadas, siempre trató de arrodillarse ante el Cuerpo y la Sangre de Cristo, intentando no enfermar irreversiblemente. La Iglesia de Francisco no se arrodilla ante el Cuerpo y la Sangre de Cristo, porque ahora está grave e irreversiblemente enferma. Sin embargo, se arrodilla para lavar y besar los pies de los presos y de las prostitutas en la Missa in Coena Domini, despreciando la riqueza de nuestros gloriosos lugares de culto, que no son fruto del esplendor principesco — como algunas personas sin cultura podrían pensar — sino de la fe de los creyentes y de la obra de los más grandes artistas que quisieron honrar a Dios, ofreciendo lo mejor rindiendo el más alto homenaje que se podía ofrecer al Divino Creador del cielo y de la tierra, de todos cosas visibles e invisibles. Por eso la abreviatura D.O.M, que significa: Deus Optimus Maximus, está esculpida en muchos edificios eclesiásticos. Si por un lado se desprecia lo que no se sabe por otro lado, no se duda en exaltar las cárceles, dentro de las que se termina por haber cometido delitos, salvo el caso de inocentes condenados injustamente por errores judiciales. Aunque algunos no lo recuerden, o no sean realmente conscientes de esta incontrovertible realidad, conviene recordarles que los delincuentes acaban en la cárcel.

Los que están dentro de las cárceles deben ser recuperados, no exaltados como si fueran devotos fieles de las catedrales modernas, o víctimas no especificadas de una mala sociedad, culpable de no haberlos comprendido plenamente. Si están ahí adentro alguien, afuera, a menudo más de uno, y a veces incluso familias enteras, han llorado por su causa. Por tanto, sería bueno recordar que el perdón es tal si va de la mano de la pena infligida por la justicia, que en el plano espiritual actúa como una purificación del condenado, transformando la prisión en una acción de esa gracia divina que primero forma y luego transforma al hombre mediante la expiación de aquellos que la ley humana señala como delitos, y la doctrina católica como pecados. En ambos casos, tanto en lo que se refiere a los delitos como a los pecados, los Estados laicos de impronta democrático-liberal, como la Iglesia por su parte, ofrecen de manera diferente, pero sustancialmente similar, la posibilidad de expiar, lo que implica en sí mismo esa recuperación que borra la culpa derivada del delito o pecado cometido. Esto es el apostolado en las cárceles, el resto es ideología surrealista y dañina, entre lavada de pies y “jubileos de los prisioneros” de un Sumo Pontífice que llega ante la Puerta Santa de la Archibasílica Papal de San Pedro empujado en una silla de ruedas por un sacerdote demacrado en pantalones, porque en ese caso está imposibilitado a levantarse y caminar. Pero se levanta y camina hasta abrir la Puerta Santa en la prisión romana de Rebibbia, comparándola con una basílica (cfr. video QUI).

¿Alguien quiere recordarle al Santo Padre que en Roma tenemos basílicas construidas sobre el sangre de mártires cristianos asesinados con crueldad en odium fidei (en odio a la fe católica) y que el título de basílica no es particularmente adecuado para la capilla de una prisión? Y es aquí donde me vienen a la mente las palabras del salmista:

¿Hasta cuándo sentiré angustia en mi alma y tristeza en mi corazón, día tras día? ¿Hasta cuándo mi enemigo triunfará a costa mía?
Señor, Dios mío, mírame y respóndeme! Ilumina mis ojos para que no me duerma con los muertos,
y no diga mi enemigo que acabó conmigo, ni mis adversarios se alegren al verme vacilar.
En cuanto a mí, confío en tu bondad; conoceré la alegría de tu salvación y cantaré al Señor que me ha tratado bien (Salmo 13, 2-5).

El Jubileo, también llamado Año Santo, tiene un gran significado espiritual que afecta la vida de toda la Iglesia universal. El corazón de este evento es el Sacramento de la Penitencia para la remisión de los pecados y de las penas por los pecados. Su institución se pierde en la noche de los tiempos y está ligada a la experiencia del antiguo Pueblo de Israel. El sitio web oficial de la Santa Sede ofrece un recorrido histórico que recomiendo leer (ver: ¿Qué es el Jubileo?). Es un texto tan preciso y bien hecho que sobran más explicaciones, por mi parte sólo podría repetir lo contenido y explicado en él.

Ahora quisiera pasar de la esfera espiritual a la financiera, partiendo de la premisa de que espero equivocarme en ciertas convicciones personales y tener que enmendarlas públicamente en los próximos meses. Temo que este Jubileo será un fracaso en lo espiritual y lo económico, porque se ha abierto una Puerta Santa, no tanto sobre lo que ya no somos, ¡peor! Hemos abierto la Puerta Santa sobre lo que hemos llegado a convertirnos a través de una inversión de paradigma: la Iglesia de hace veinticinco años, a pesar de estar ya gravemente enferma, trataba de esforzarse por abrir, de abrir de par en par las puertas a Cristo (ver AQUÍ); la Iglesia de hoy, postrada como paciente en la sala de enfermos terminales oncológicos, ha tratado abrir, de abrir de par en par las puertas al mundo. Y como a menudo he tenido oportunidad de recordar en estos últimos años, la tarea que Cristo Dios nos ha encomendado por misión divina no es agradar al mundo, sino oponernos a él:

«Si ustedes fueran del mundo, el mundo los amaría como cosa suya. Pero como no son del mundo, sino que yo los elegí y los saqué de él, él mundo los odia» (Juan 15,19).

A menudo las imágenes pueden resumir todo un estado de cosas sin recurrir a las palabras. Por ejemplo: ¿qué decir con la episcopesa protestante sentada en los asientos de honor junto con representantes de diferentes religiones? ¡Pero es que somos inclusivos! Por lo tanto, para excluir todo lo que es católico, debemos incluir necesariamente todo lo que no es católico… por supuesto, todo obviamente expresado con el debido respeto humano hacia la Señora presente en el podio como “obispo” en la Archibasílica Papal de San Pedro, sin que ninguno de los solones clericales se dé cuenta que así corremos el riesgo de dejar pasar un mensaje de normalización y aprobación, porque una mujer no puede auto-definirse como “obispa” y nadie, del lado católico, de ninguna manera puede reconocerla como tal, ni siquiera si pertenece a una religión cristiana no católica nacida de la herejía y cisma de Martín Lutero, que recordamos: era un hereje y no era un reformador.

Lutero no produjo, de hecho, alguna reforma; la única reforma verdadera fue llevada a cabo por los Padres en el Concilio de Trento. Lutero desgarró la Iglesia de Cristo con un cisma terrible, que permanece tal cual hasta el día de hoy, con el debido respeto a las obispas en tribuna de honor a la inauguración del Año Santo, sobre la tumba del apóstol Pedro, con la total indiferencia del clericalismo inclusivo.

Hablebamos del discurso económico… para el Jubileo del 2000, se aprobó el Decreto ley del 23 de octubre de 1996, n. 551, que contiene «Medidas urgentes para el Gran Jubileo del 2000», posteriormente convertido en ley del 23 de diciembre de 1996, n. 651. Los trabajos para este acontecimiento comenzaron años atrás, tras la aprobación de leyes específicas, pero sobre todo con la atribución de la suma astronómica de dinero: 3.500 mil millones de las antiguas liras, que en la moneda actual equivalen a mil ochocientos millones de euros. También en este caso remito a la web oficial del Ministerio de Infraestructuras y Transportes, donde está todo documentado y detallado (ver AQUÍ). Dicho esto, hay que recordar que el presidente de los obispos italianos de esa época era Su Eminencia el Cardenal Camillo Ruini, dotado de raras habilidades políticas, seguido por un ejército de obispos que aún no eran como las actuales caricaturas, que compiten entre sí para ver quién lleva en el pecho la cruz de madera más humilde y pobre, posiblemente hecha con material de un barco hundido frente a la costa de la isla siciliana Lampedusa; barcos sobre los cuales traficantes de personas transportan a pobres inmigrantes ilegales y desesperados, entre los que a menudo hay mujeres y niños.

La de los años que precedieron al Jubileo del 2000 era otra Iglesia, otro episcopado, otro pontificado… pero sobre todo, otra sociedad y otra estructura geopolítica nacional e internacional. He aquí un ejemplo exhaustivo capaz de aclarar todo: en aquel periodo en Italia, si antes de las elecciones administrativas algún obispo diocesano manifestaba su descontento hacia uno o varios candidatos particularmente polémicos o agresivos, éstos tomaban medidas para corregir el objetivo y bajar el tono durante el curso de sus campañas electorales; pero hay más: cuando en junio de 2005 hubo un referéndum en Italia sobre la procreación asistida, el Cardenal Camillo Ruini invitó expresamente a los italianos a no ir a votar. Resultado: tres de cada cuatro italianos no acudieron a las urnas y el referéndum fue un fiasco (ver AQUÍ). El hecho de apreciar y reconocer personalmente ciertas cualidades evidentes e indudables del Cardenal Camillo Ruini, lamentando que hoy en día figuras de su alta talla, por desgracia ya no tenemos, no quita nada al hecho de que nunca lo hubiera deseado tener como obispo diocesano. De hecho aún hoy sigo considerándolo, a nivel humano y espiritual, como “un hueso frío y seco cubierto de terciopelo”, como lo definí, para su poca alegría, hace algunos años sin reparar, por mi parte, de cuanto sea notoriamente susceptible fuera de carecer de sentido del humor.

Con todo otro tipo de hombres y todo otro tipo de Iglesia completamente diferente, en ocasión del gran acontecimiento jubilar del año 2000, Roma se rehizo nueva. Fue también interés del Estado, que recuperó cuanto había invertido con altos ingresos e intereses tanto económicos como de imagen, como lo hizo la Iglesia, que gracias a los enormes fondos destinados a aquel extraordinario acontecimiento supo aprovechar para renovar la mayoría de sus estructuras, muchas de las cuales ya se encontraban en pésimas condiciones desde hacía años. Y aquí hay que recordar que Roma, ya entonces estaba repleta de institutos religiosos, la mayoría de los cuales fueron construidos después del Concordato estipulado en febrero de 1929 entre el Reino de Italia y la Santa Sede (en el 1929, después de la caída del Estado Pontificio y la toma de Roma en el septiembre 1870; el Reino de Italia reconoció a la Ciudad del Vaticano como un estado soberano independiente gobernado por el Romano Pontifice). Obras erigidas en su mayor parte en los años 1930, en una auténtica competencia entre las Órdenes históricas y las distintas Congregaciones religiosas, masculinas y femeninas, para ver quién construía los institutos más grandes. A las puertas del Tercer Milenio, con un drástico descenso de la tasa de natalidad iniciado a finales de los años 1960, ciertas escuelas católicas, guarderías y diversas instituciones de asistencia ya no tenían razón de existir, pues eran en su mayoría estructuras faraónicas. También hay que considerar que en el 1978 se aprobó en Italia el “gran logro social” de la ley sobre el aborto, gracias a la cual desaparecieron los orfanatos, ya no necesarios, dado que se podía matar a los niños antes de nacer. Por no hablar de las numerosas curias y casas generales de las distintas Órdenes y Congregaciones masculinas y femeninas, casi siempre con noviciados o estudiantados de teología en su interior, lo que llevó a tener, entre los años cincuenta y sesenta, comunidades que sumaban cien o doscientos religiosos, entre los que habían profesado votos solemnes y los jóvenes profesos simples en formación.

En la Roma de principio de los años setenta, era imposible no encontrar sacerdotes, frailes y monjas por todas partes a lo largo de las vías urbanas. También estaban los jóvenes seminaristas y estudiantes de teología de los distintos seminarios y colegios romanos nacionales e internacionales, que cuando salían a pasear formaban filas de decenas y decenas de jóvenes clérigos. En pocas palabras: la disminución de las tasas de natalidad y la crisis inexorable de las vocaciones habían reducido en las décadas siguientes la mayoría de estas grandes estructuras a estar habitadas no ya por cien o doscientos, sino por seis o siete religiosos y religiosas ancianos, con edificios que ahora se encontraban en un estado semi-ruinoso, con sistemas obsoletos y fuera de toda normativa legal en materia de seguridad. Así que, con ocasión del Jubileo del año 2000, no sólo se renovaron gran parte de estos institutos, sino que se decidió rentabilizarlos de alguna manera: reservando una pequeña ala para religiosos y religiosas, ahora numéricamente reducida a un mínimo y trasformando el grueso de los edificios en albergues, de hecho en hoteles, porque eso es lo que son hoy la mayoría de estas instituciones. Fue una operación con visión de futuro, gracias a la cual se salvaron los edificios de muchos institutos y se les permitió producir el dinero necesario para sostenerse.

Desgraciadamente, sacerdotes, frailes y monjas son capaces ― y realmente lo son como pocos ― en despilfarrar el dinero en gastos inútiles, a veces incluso en obras perjudiciales que luego provocan grandes pérdidas, sin darse cuenta de que determinadas estructuras requieren mucho cuidado y un esmerado mantenimiento. Y así, hace veinticinco años después de haber sido salvados de problemas muy graves, relacionados a sus grandes edificios que no habían podido restaurar, ni conservar adecuadamente, ni de adecuar a las normas legales en materia de seguridad; no encontraron nada mejor que hacer que dejarlos volver a su estado de semi-ruinoso a lo largo de los veinticinco años siguientes, no todos, pero buena parte de ellos sí. Esto es lo que suelo llamar “psicología del parche clerical”. Y es fácil revelar el significado de esta definición: ¿una estructura requiere un mantenimiento rutinario? Para qué gastar dinero, basta dejarlo así, y por si acaso, decir con todo el cinismo típico y a veces único de curas, frailes y monjas: “No vale la pena hacerse inutilmente la sangre amarga, ya se ocuparan los que vendrán después”. A este punto, todas las intervenciones de mantenimiento ordinario omitidas a lo largo de los años acaban convirtiéndose en serias necesidades de mantenimiento extraordinario, que sin embargo cuestan mucho. No hay problema, le pondremos un parche, confiando el trabajo a personas que, para cambiar los banales filtros de los aires acondicionados, harán que por la inexperiencia de sacerdotes, frailes y monjas se paguen más que lo que se pagan en los sistemas de última generación, de bajo consumo y alto ahorro de energía.

Como son muchos los ejemplos me limitaré a uno solo: el año pasado tuve la oportunidad de encontrarme en un instituto de monjas mientras pintores pintaban las habitaciones de su casa-hotel. Al verlos mezclar pinturas anónimas en baldes con abundante agua y oler un olor bastante desagradable que olía a sustancias químicas tóxicas pregunté: “¿Qué marca de pintura ecológica están usando?”. Luego, mientras caminaba por los pasillos, me di cuenta de una avalancha de manchas no sólo en las paredes, sino también en los muebles, en los zócalos e incluso en los extintores sucios con gotas de pintura. Agarré al capataz y le dije: «Si hubieras hecho algo así en mi casa, no te habría dejado salir por la puerta sino por la ventana, cuidándome de no darte ni un centavo». En la noche, la madre superiora irritada me dijo que no molestara más los trabajadores. Le respondí: «Las personas que han colocado los desagües del agua de los aparatos de aire acondicionado dentro de las duchas de las habitaciones de huéspedes y no satisfechos con eso, han incluso eliminado las tomas del sistema eléctrico, no merecen ser llamados trabajadores sino delincuentes. Mientras vos monjas demostráis que sois incapaces de gestionar el considerable patrimonio del que vuestra congregación tiene la gracia de poder beneficiarse».

Una silla de ruedas empujada por un sacerdote demacrado y en pantalones inauguró lo que razonablemente podríamos definir como “El Jubileo del parche” centrado en nuestra irreversible decadencia espiritual y financiera, de la que nuestras plazas e iglesias cada vez más vacías son un paradigma. ¿O tal vez alguien olvida que el 24 de diciembre de 1999 la Plaza de San Pedro estaba tan llena de gente que la multitud de fieles llegaba hasta el Castillo Sant’Angelo y el Lungotevere? Alguien quiere abordar el hecho tan evidente como triste de que el 24 de diciembre de 2024, como muestra la foto que acompaña a este artículo, la misma plaza estaba completamente vacía en el centro y que en los cuatro cuadrados de sillas colocadas bajo los escalones de la basilica se ven tantos asientos vacíos.

Una última pregunta es de rigor: ¿por qué un católico devoto dejaría Australia o Perú para viajar a Roma? ¿Para escuchar un anciano Pontífice que, cuando abre la boca, habla de pobres e inmigrantes, de inmigrantes y pobres, de pobres e inmigrantes…? ¿Como si el Verbo de Dios hubiera venido a este mundo sólo para hablar y cuidar los pobres de las favelas y de las Villas de la miseria? ¿Y los que no tienen el gran privilegio de ser pobres, son también hijos de Dios, o no? ¿Y qué encontraría el jubiloso peregrino en Roma? Encontraría a los vagabundos acampados bajo la columnata de Bernini; encontraría Borgo Santo Spirito y Borgo Pio, respectivamente a la izquierda y a la derecha del Vaticano y de la Plaza de San Pedro, donde a primera hora de la mañana los comerciantes se ven obligados a arrojar cubos de lejía para intentar eliminar el olor agrio de la orina que penetra las fosas nasales. de manera nauseabunda. ¿Y dónde debería alojarse el jubiloso peregrino? Quizás donde las monjas o frailes que después del Jubileo del 2000, una vez que el tío McPato o Scrooge McDuck de la República Italiana renovó gratuitamente sus estructuras, nunca se plantearon el problema de renovar camas y colchones o rehacer los sanitarios; restaurar el yeso y pintar las paredes; que ofrecen para el desayuno leche liofilizada y sustitutos en polvo que rivalizan con los productos comercializados durante el período en el que el antiguo régimen fascista proclamó la autarquía, tras la cual ya no era posible utilizar productos importados del extranjero, empezando por el café? Pasemos por alto la pésima calidad de los alimentos que esas casas ofrecen como servicio de comidas. Sobre todo, ignoremos la triste realidad de las monjas indias y filipinas sacadas de sus países, llevadas a las casas religiosas de Roma y puestas bajo la dirección de una monja italiana de ochenta años como mujeres del servicio domestico, a quienes hay que dirigirse en inglés, porque aunque hayan vivido en Italia durante diez años, no entienden ni hablan italiano. Pasemos por alto y corramos un tupido velo compasivo sobre todo esto y todo lo peor que circula en ciertas casas…

Y por último, ¿cómo no mencionar a los exóticos personajes que cada vez más encontramos trabajando en estas casas de recepción religiosa, especialmente en las casas de las monjas, que varían desde chicas con el vientre desnudo hasta chicos que lucen tres pendientes en las orejas, piercings y tatuajes en vista? De la serie: ¿queremos acoger a los peregrinos en casas religiosas de hospitalidad, o queremos transformar las casas religiosas en fallidas sucursales de un gay village? ¿Cómo es posible que la Santa Sede, incluso atenta a veces a las trivialidades, no se les haya pasado por la cabeza enviar inspectores para verificar si determinadas casas gestionadas por religiosos y religiosas, o por sus supervisores laicos, reúnen realmente todos los requisitos necesarios para las recepción religiosa de manera digna?

Haber abierto apertura de la Puerta Santa en la prisión romana de Rebibbia fue oportuna y previsora a su manera, siendo el lugar más apropiado donde muchos de nosotros deberíamos estar e incluso por mucho tiempo, después de haber atentado al Cuerpo místico de Cristo que es la Iglesia (Colosenses 1,18). Un Cuerpo Santo sobre el que hoy se colocan, día tras día, parches que no pueden detener, ni mucho menos curar, las metástasis malignas que lo atacan desde hace décadas. Las metástasis no fueron provocadas por este pontificado, que no es responsable de las mismas, a pesar de haber hecho su parte sin detener los daños que ya existían desde hacía varias décadas, decidió en cambio añadir otros, tan originales, como igualmente graves.

«Pero, cuando el Hijo del hombre venga, ¿encontrará la fe sobre la tierra?» (Lucas 18,8)

 

Desde la Isla de Patmos, 31 de diciembre de 2024

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Possiamo fare un Natale senza il festeggiato?

POSSIAMO FARE UN NATALE SENZA IL FESTEGGIATO?

Cristo Gesù Signore nostro, che in questo giorno ricordiamo incarnato nella nostra umanità e storia, manifesta il mistero fontale di tutti i misteri cristiani che sono in ordine alla nostra salvezza. 

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

 

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Il Natale è fra le festività più amate e celebrate nel mondo, perché universalmente considerata come un momento di gioia, di riunione familiare e di condivisione.

Le città in ogni parte del globo si illuminano di decorazioni scintillanti, i mercatini di Natale pullulano dei prodotti tipici di questo periodo e le case si riempiono del profumo dei piatti tradizionali. Ma si può celebrare questa Solennità, specificatamente cristiana, senza far accenno al motivo della festa? E’ vero che il Natale crea un’atmosfera magica, ma possiamo accontentarci solo di questa o di far prevalere la componente commerciale, senza ricordare il perché di questa occasione, ovvero senza invitare alla festa Colui che ne è la ragione e il motivo di tanta gioia e pace desiderata ed invocata?

Possiamo far Natale senza il Festeggiato, Cristo Gesù Signore nostro, che proprio in questo giorno ricordiamo incarnato nella nostra umanità e storia, manifestando così il mistero fontale di tutti i misteri cristiani che sono in ordine alla nostra salvezza? È proprio questo il messaggio angelico recato ai pastori nella notte santa di Natale:

«Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11).

Non può bastare e soddisfarci un Natale solo «consumato» nella festa o nei piatti, ancorché questo si faccia in famiglia o con gli amici. Anzi proprio la preparazione di questi ultimi, delle leccornie di ogni genere che riempiono le nostre tavole natalizie, del panettone o del pandoro, tradizionali dolci italiani del periodo, che dividono gli schieramenti degli amanti vuoi dell’uno o dell’altro, ci rimandano alla lentezza, a quella cura che richiede tempo e dedizione, rispetto della tradizione e della pazienza.

Così anche la nostra fede ha bisogno di altrettanta passione e cura, soprattutto quando si pone davanti al mistero tutto da adorare del Natale di Gesù. Esso non può essere adombrato dall’aspetto commerciale, dalla frenesia dello shopping natalizio alla ricerca del regalo perfetto per le persone che ci sono care. Nulla può oscurare il messaggio di amore, speranza e redenzione che il Natale porta con sé. Eppure anche le preparazioni, se fatte con amore, con la dovuta attenzione al loro significato, possono aiutarci a mantenere vivo questo aspetto importante della fede cristiana che corrisponde all’Incarnazione del Verbo divino.

Riscoprire lo spirito autentico del Natale anche attraverso le cose che si fanno in questo periodo, in famiglia o nella comunità cristiana, accantonando lo spirito solo mondano della festa per vivere ogni occasione con profonda fede e sincero amore fra noi e verso il Signore che nasce a Betlemme. Fare cose semplici insieme, come preparare i cibi che andranno sulla tavola, avere cura dei particolari per far si che tutti si sentano accolti e amati. Non dimenticando la condivisione con chi è più povero o sfortunato, perché proprio in questa circostanza possiamo rivalutare e dare pregnanza alla virtù della carità, poiché proprio per amore Cristo è nato per noi. E poi leggere storie di Natale, fra tutte i Vangeli della natività, che ci fanno comprendere il fine ed il significato di questo mistero; e partecipare alla Messa di Natale per comprendere attraverso l’azione liturgica e la preghiera quanto il Signore ci abbia amato venendo fra noi.

Quanto è prezioso, a tal fine, la presenza in casa e ovviamente in Chiesa, di un presepe. Diffuso in tutto il mondo, proprio da noi è nato, grazie al genio religioso di San Francesco che nel 1223 realizzò il primo presepe vivente a Greccio. Ogni figura del presepio ed i simboli in esso nascosto hanno un significato profondo di fede e di cultura: contribuiscono a raccontare la storia della nascita del Bambino Gesù.

Bello sarebbe, come avviene per esempio nelle famiglie religiose ebraiche in occasione di Pesach, che anche nelle famiglie cristiane, di fronte al Presepe si raccontasse ai più piccoli il perché di quelle figure, di quelle pose e di come il dono dell’eterno Padre fatto all’umanità, Gesù Bambino luce che porta al mondo la salvezza, sia passato attraverso la disponibilità di alcune persone, in particolare Giuseppe e la Vergine Maria.

Maria è la Madre che cogliamo nell’atteggiamento di amore e dedizione: richiamano la sua fede che si abbandonò al volere divino. San Giuseppe, col suo bastone, è il giusto silenzioso e pieno di forza, posto a protezione della famiglia di Nazareth, figura di una Chiesa di la da venire. Subito dopo i pastori, che si trovano nelle vicinanze di Betlemme, simbolo di umiltà e semplicità. Primi a ricevere l’annuncio della nascita di Gesù e primi ad accostarsi al mistero: anticipano la futura chiamata delle genti, fra le quali spiccheranno i gli umili e semplici.

E come non menzionare i Magi, che arrivano da lontano guidati dalla stella. Portano doni preziosi: oro, incenso e mirra, che ci aiutano a meditare in anticipo sulla regalità, sulla divinità e perfino sulla futura sofferenza di Gesù. Anche la presenza dei Magi nel presepio sottolinea l’universalità del messaggio cristiano, che abbraccia ogni popolo e cultura. Gli angeli poi, che sovrastano la scena della Natività, annunciano la buona novella della nascita del Signore. Essi cantano: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore», portando un messaggio di gioia e speranza. La stella infine, che guida i Magi fino alla mangiatoia, simbolo della luce divina e della grazia che illumina il cammino dell’umanità verso la salvezza. Perfino gli animali presenti nel presepio hanno una loro rilevanza spirituale. Il bue e l’asinello, spesso raffigurati accanto alla mangiatoia, rappresentano la pazienza e la laboriosità. Secondo la tradizione riscaldarono con il loro fiato il Bambino Gesù, indicando così la semplicità e la generosità della natura.

Il presepe e ogni aspetto legato al santo Natale, per banale che sia, ha un suo senso a cui possiamo dare il giusto valore col fine di aiutarci a comprendere il Natale oggi, nonostante siano passati circa 2024 anni da quell’Evento. Anche le cose della tradizione possono sposarsi con le innovazioni della modernità e ciò che è apparentemente antico in verità ha una validità che non tramonta. Così il Natale non appare come una festa di solo consumo o di luci, ma veicola un messaggio profondo e bello, carico di speranza per gli uomini e per il creato intero, che non tramonta mai e che non scade col passare del tempo. Dio ci ama e rimane con noi, per questo ha mandato il Suo Figlio Gesù, nato per noi.

 

Santa Maria Novella in Firenze, 25 dicembre 2024

Dies Natalis Domini

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Dallo spirito del mondo allo Spirito Santo. La necessaria santificazione dei sacerdoti è certezza di santificazione anche per i fedeli laici

DALLO SPIRITO DEL MONDO ALLO SPIRITO SANTO. LA NECESSARIA SANTIFICAZIONE DEI SACERDOTI È CERTEZZA DI SANTIFICAZIONE ANCHE PER I FEDELI LAICI – Quando lo spirito del mondo viene preferito allo Spirito Santo, avviene un trasmutamento nella vita del sacerdote e la sua santificazione non è più opera della presenza dell’amore agapico ma di quell’amore erotico...

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Forse neppure la Vergine Maria elaborò il lutto per la morte del figlio, può esserci riuscita la madre di Carlo Acutis?

FORSE NEPPURE LA VERGINE MARIA ELABORÒ IL LUTTO PER LA MORTE DEL FIGLIO, PUÒ ESSERCI RIUSCITA LA MAMMA DI CARLO ACUTIS?

La mamma di Carlo Acutis se ne va girando a fare conferenze sul figlio santo morto a 15 anni nel 2006 per una leucemia fulminante. Siamo alla tragicommedia? Certo che no, siamo solo alla comprensibile tragedia di una madre che ha scelto un modo insolito per cercare di elaborare il lutto del figlio.

—Attualità ecclesiale—

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Debbo eterna riconoscenza ai miei due principali formatori: Peter Gumpel S.J. (Hannover 1923 – †Roma, 2022) e Paolo Molinari, S.J (Torino 1924 – †Roma 2014) che per mezzo secolo diressero la postulazione generale della Compagnia di Gesù e che mi istruirono anche alla postulazione delle cause dei Santi. Non parliamo di tempi remoti, ma di un’epoca in cui non andavano ancóra di moda le cosiddette “postulatrici-vamp” laureate utriusque iuris alla Pontificia Università Lateranense, che cambiano compagni alla stessa maniera in cui cambiano i vestiti griffati e che assieme ai “manager postulatori”, anch’essi laici, sono capaci a spillare cifre da capogiro alle suorine di qualche congregazione in agonia, ma dotata di cospicuo patrimonio, che ignare di essere ormai alla porta d’ingresso del centro di cremazione, che affiderà in breve le loro ceneri alla storia, a tutti i costi vogliono beata o santa la fondatrice.

il teologo e storico del dogma Peter Gumpel, S.J. (1923 – 2022)

Mi trovavo all’indimenticabile terzo piano della curia generalizia della Compagnia di Gesù, al civico 4 di Borgo Santo Spirito, dove credo d’aver preso alcune delle decisioni più fondamentali della mia vita, a partire dalla più importante: diventare prete. Correva il mese di settembre dell’anno 2011, stavo aiutando Padre Peter Gumpel in alcuni lavori legati a certi documenti della causa di beatificazione di Pio XII, quando durante una pausa mi narrò che grandi furono le riserve da parte di diversi esperti per la beatificazione, poi a seguire per la canonizzazione di Maria Goretti, perché erano sempre in vita familiari diretti: fratelli e sorelle, ma soprattutto la madre Assunta. A tal guisa Padre Peter mi narrò:

«Benché la cosa non sia nota, prima di procedere alla beatificazione, avvenuta 45 anni dopo la morte della martire — non sei anni dopo come oggi si usa fare con i Romani Pontefici —, fu richiesta alla madre, ai fratelli e alle sorelle la promessa che avrebbero condotto una vita riservata e non avrebbero mai fatto racconti e rese pubbliche testimonianze sulla figlia e la sorella, perché quanto c’era da dire aveva provveduto a dirlo la Chiesa e se qualcosa fosse stato necessario aggiungere o integrare, avrebbe provveduto sempre la Chiesa stessa».

Mamma Assunta, coi fratelli e le sorelle della famiglia Goretti, si attennero a quanto richiesto dall’Autorità Ecclesiastica e nessuno: giornalista, scrittore, studioso o semplice curioso ha mai carpito loro una parola oltre quanto narrato dalla Chiesa sulla vicenda della martire adolescente.

La mamma di Carlo Acutis se ne va girando a fare conferenze sul figlio santo morto a 15 anni nel 2006 per una leucemia fulminante, senza che nessuna Autorità Ecclesiastica l’abbia invitata alla massima discrezione, tutt’altro, la stimolano in tal senso! Siamo alla tragicommedia? Certo che no, siamo solo alla comprensibile tragedia di una madre che ha scelto un modo insolito per cercare di elaborare il lutto del figlio; un lutto che non potrà mai essere elaborato, soprattutto da parte di una madre, tanto innaturale è la perdita di un figlio per i genitori.

La prova di quanto testé affermato si trova impressa nel vocabolario: un figlio che perde i genitori è un orfano, una moglie che perde un marito è una vedova, un marito che perde la moglie è un vedovo. Un genitore che invece perde un figlio, che cos’è, con quale termine è definito? Sul vocabolario non esiste neppure un termine per definire un genitore che perde un figlio, con buona pace delle correnti di certa psicologia selvaggia che parlano della elaborazione del lutto per la morte del figlio.

Chissà, forse neppure la Beata Vergine Maria elaborò il lutto per la morte del figlio. Comprese i piani divini, acquisì la consapevolezza — non sappiamo quando e attraverso quale processo graduale nel corso del tempo — che il figlio da lei messo al mondo era il Verbo di Dio incarnato «generato non creato della stessa sostanza del Padre», che si offrì come agnello immolato per lavare i peccati del mondo.

L’elaborazione del lutto del figlio è però altra cosa, persino per la Beata Vergine Maria, che pur essendo madre del Dio incarnato morto e risorto, per quanto nata senza peccato originale e assunta in cielo dopo essersi assopita, era comunque una creatura creata, era umana, non divina. Così come creatura creata è la mamma di San Carlo Acutis, che non è l’Immacolata Concezione.  

 

dall’Isola di Patmos, 7 dicembre 2024

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La speranza Cristiana nella giustizia divina in Kafka e Van Tuan

LA SPERANZA CRISTIANA NELLA GIUSTIZIA DIVINA IN KAFKA E VAN THUAN

In un paese sotto una dittatura ― sia essa di un individuo, di un partito, di una religione, della burocrazia o della toga ― il sistema giudiziario non serve alla giustizia, ma al mantenimento del potere. Le leggi sono applicate in modo arbitrario, i processi lunghi e opachi e le decisioni spesso influenzate da interessi politici e personali, senza tenere conto dei desideri della popolazione.

— Riflessioni pastorali —

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Franz Kafka (1883-1924) è stato uno scrittore ceco di lingua tedesca le cui opere sono famose per aver rappresentato l’assurdità e l’alienazione della vita moderna.

Nonostante la sua salute fragile e i continui attacchi di tubercolosi, Kafka ebbe una prolifica produzione letteraria, anche se nel corso della sua vita pubblicò pochi lavori. Il suo amico Max Brod, contrariamente a quanto l’Autore aveva disposto, pubblicò postume le sue opere più importanti: come Il Processo, Il Castello e La Metamorfosi, consolidando Kafka come una delle figure più influenti della letteratura del XX secolo.

Il suo celebre romanzo Il processo è un viaggio nei meandri della burocrazia e l’oppressione di un oscuro sistema giudiziario kafkiano. Pubblicato postumo nel 1925, il libro è una critica rappresentazione dell’arbitrarietà e della disumanizzazione dei sistemi di potere. La storia inizia con Josef K., un rispettabile direttore di banca, che finisce inspiegabilmente arrestato in casa sua da due guardie, Franz e Willem, nel giorno del suo trentesimo compleanno. Nonostante il suo arresto, a Josef K. viene detto che può continuare la sua vita quotidiana ma dovrà comparire in tribunale per affrontare accuse non specificate.

Nel corso del romanzo Josef K. cerca di comprendere la natura delle accuse e il funzionamento del tribunale, ritrovandosi invischiato in un sistema giudiziario labirintico e opaco dove logica e giustizia sembrano assenti. Tutti gli sforzi per comprendere il processo sono costantemente vanificati dalla burocrazia e dalla mancanza di trasparenza. Nonostante tutti i suoi tentativi Josef K. non riesce a ottenere informazioni chiare né un aiuto efficace. Il tribunale resta un’entità lontana e incomprensibile dinanzi alla quale egli si sente sempre più impotente.

Le ultime parole del romanzo fanno eco al sentimento di rassegnazione e smarrimento del Protagonista: «Come un cane!». Queste parole suggeriscono la disumanizzazione e il degrado che ha subito durante tutto il processo. Il processo è un lavoro complesso che affronta temi come l’alienazione, la burocrazia oppressiva e l’impotenza dell’individuo di fronte a sistemi di potere inspiegabili. La narrazione illustra come la mancanza di trasparenza e arbitrarietà possa disumanizzare e distruggere vite umane.

In un paese sotto una dittatura ― sia essa di un individuo, di un partito, di una religione, della burocrazia o della toga ― il sistema giudiziario non serve alla giustizia, ma al mantenimento del potere. Le leggi sono applicate in modo arbitrario, i processi lunghi e opachi e le decisioni spesso influenzate da interessi politici e personali, senza tenere conto dei desideri della popolazione. Come in Il Processo, gli individui finiscono incolpati e puniti senza una chiara comprensione delle accuse contro di loro. La trasparenza è inesistente e i diritti fondamentali metodicamente violati con un semplice tratto di penna. Questo genere di regime crea un’atmosfera di paranoia e sfiducia, in cui la verità è manipolata e la libertà limitata con il pretesto dell’ordine e della sicurezza.

Tuttavia, in mezzo alla disperazione generata da tali sistemi, la speranza nella giustizia divina emerge come contrappunto. La giustizia divina rappresenta l’idea di un giudizio finale infallibile, dove tutte le ingiustizie terrene saranno corrette. Per coloro che soffrono sotto qualsiasi tipo di dittatura, questa speranza offre conforto e una forma di resistenza spirituale. La convinzione che, al di là dei fallimenti e delle corruzioni umane, esista una giustizia suprema e imparziale fornisce oggi un uno scopo vitale assieme a un senso di umana dignità.

Il cardinale François-Xavier Nguyễn Văn Thuận, nella sua opera Cinque pani e due pesci, offre uno sguardo ispiratore sulla speranza e sulla fede in mezzo alle avversità estreme. Ricordiamo che Van Thuan fu arrestato dal regime comunista in Vietnam e trascorse 13 anni in prigione, nove dei quali in isolamento. Durante questo periodo mantenne la sua fede e trovò modi creativi per continuare il suo ministero, inclusa la celebrazione clandestina dell’Eucaristia e la scrittura di messaggi di speranza.

In Cinque pani e due pesci, Van Thuan riflette sulla sua esperienza di sofferenza e sulla presenza di Dio nella sua vita. Sottolinea l’importanza della fede, della speranza e della carità, anche nelle circostanze più difficili. Sottolineando che la vera giustizia e la pace vengono da Dio e che, nonostante le ingiustizie terrene, la speranza nella giustizia divina offre consolazione e forza. Questa figura eroica ha testimoniato come la fede in Dio gli ha permesso di trovare la pace interiore e di resistere all’oppressione, pur mantenendo la speranza per un futuro migliore.

Pertanto, anche di fronte a situazioni di impotenza, come quella di Josef K. ne Il Processo, non possiamo scoraggiarci. La speranza cristiana della giustizia si realizzerà con l’adempimento delle benedizioni donateci da Dio. Pertanto, la fede nella giustizia divina non solo offre conforto, ma ispira anche una silenziosa resilienza e una speranza incrollabile per il presente:

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5,6).

 

Jundiaí, 30 novembre 2024

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A ESPERANÇA CRISTÃ NA JUSTIÇA DIVINA EM KAFKA EM VAN THUAN

Em um país sob uma ditadura ― seja de um indivíduo, de um partido, de uma religião, da burocracia ou da toga ― o sistema judicial não serve à justiça, mas à manutenção do poder. As leis são aplicadas de maneira arbitrária, os processos são longos e opacos, e as decisões são frequentemente influenciadas por interesses políticos e pessoais, sem levar em conta o desejo da população.

— Reflexões pastorais —

Autor
Eneas De Camargo Bête

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Franz Kafka (1883-1924) foi um escritor tcheco de língua alemã, cujas obras são célebres por retratar o absurdo e a alienação da vida moderna.

Apesar de sua saúde frágil e das crises constantes de tuberculose, Kafka escreveu intensamente, embora tenha publicado pouco em vida. Seu amigo Max Brod, contrariando a vontade de Kafka, publicou postumamente suas obras mais importantes, como O Processo, O Castelo e A Metamorfose, consolidando Kafka como uma das figuras mais influentes da literatura do século XX.

O Processo de Franz Kafka é um romance que explora a burocracia e a opressão de um sistema judicial obscuro e kafkiano. Publicado postumamente em 1925, o livro é uma crítica incisiva à arbitrariedade e à desumanização nos sistemas de poder. A história começa com Josef K., um respeitável gerente de banco, sendo inexplicavelmente preso em sua própria casa por dois guardas, Franz e Willem, no dia de seu 30º aniversário. Apesar da prisão, Josef K. é informado de que pode continuar sua vida cotidiana, mas deve se apresentar a um tribunal para enfrentar acusações não especificadas.

Ao longo do romance, Josef K. tenta compreender a natureza das acusações e o funcionamento do tribunal. Ele se depara com um sistema judicial labiríntico e opaco, onde a lógica e a justiça parecem ausentes. Seus esforços para entender o processo são constantemente frustrados pela burocracia e pela falta de transparência. Apesar de todas as suas tentativas, Josef K. não consegue obter informações claras ou assistência efetiva. O tribunal permanece uma entidade distante e incompreensível, e K. se sente cada vez mais impotente.

As últimas palavras do romance ecoam o sentimento de resignação e perplexidade de K.: «Como um cão!» Estas palavras sugerem a desumanização e a degradação que ele sofreu ao longo do processo. O Processo é uma obra complexa que aborda temas como a alienação, a burocracia opressiva e a impotência do indivíduo diante de sistemas de poder inexplicáveis. A narrativa ilustra como a falta de transparência e a arbitrariedade podem desumanizar e destruir vidas.

Em um país sob uma ditadura ― seja de um indivíduo, de um partido, de uma religião, da burocracia ou da toga ― o sistema judicial não serve à justiça, mas à manutenção do poder. As leis são aplicadas de maneira arbitrária, os processos são longos e opacos, e as decisões são frequentemente influenciadas por interesses políticos e pessoais, sem levar em conta o desejo da população. Como em O Processo, os indivíduos são culpabilizados e punidos sem um entendimento claro das acusações contra eles. A transparência é inexistente, e os direitos fundamentais são constantemente violados com uma canetada. Este tipo de regime cria uma atmosfera de paranoia e desconfiança, onde a verdade é manipulada e a liberdade é restringida sob o pretexto de ordem e segurança.

No entanto, em meio à desesperança gerada por tais sistemas, a esperança na justiça divina emerge como um contraponto. A justiça divina representa a ideia de um julgamento final e infalível, onde todas as injustiças terrenas serão corrigidas. Para aqueles que sofrem sob qualquer tipo de ditadura, esta esperança oferece um consolo e uma forma de resistência espiritual. A crença de que, além das falhas e corrupções humanas, existe uma justiça suprema e imparcial proporciona um sentido de propósito e dignidade vividos no hoje.

O Cardeal François-Xavier Nguyễn Văn Thuận, em sua obra Cinco Pães e Dois Peixes, oferece uma visão inspiradora sobre a esperança e a fé em meio à adversidade extrema. Van Thuan foi preso pelo regime comunista no Vietnã e passou 13 anos na prisão, sendo nove deles em isolamento. Durante esse tempo, ele manteve sua fé e encontrou maneiras criativas de continuar seu ministério, incluindo a celebração clandestina da Eucaristia e a escrita de mensagens de esperança.

Em Cinco Pães e Dois Peixes, Van Thuan reflete sobre sua experiência de sofrimento e a presença de Deus em sua vida. Ele enfatiza a importância da fé, da esperança e da caridade, mesmo nas circunstâncias mais difíceis. Van Thuan destaca que a verdadeira justiça e paz vêm de Deus e que, apesar das injustiças terrenas, a esperança na justiça divina oferece consolo e força. Ele escreve sobre como a fé em Deus permitiu-lhe encontrar paz interior e resistir à opressão, mantendo sempre a esperança em um futuro melhor.

Portanto, mesmo diante de situações de impotência, como a de Josef K. em O Processo, não podemos desanimar. A esperança cristã de justiça se dará com o cumprimento das bem-aventuranças realizadas por Deus a nós. Assim, a fé na justiça divina não só proporciona consolo, mas também inspira uma resiliência silenciosa e uma esperança inabalável para agora:

«Bem-aventurados aqueles que têm fome e sede de justiça, porque serão saciados» (Mt 5,6).

Jundiaì 30 de novembro de 2024

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Caro Tucho ti scrivo così mi distraggo un po’

CARO TUCHO TI SCRIVO, COSÌ MI DISTRAGGO UN PO’

Comunque a noi piace un sacco il parlare colloquiale, come fra amici di vecchia data, fa molto Un sacco bello. Anche perché dietro quell’italiano un po’ così, che si ritrova nei documenti ufficiali, percepiamo sempre quelle cadenze sudamericane che fanno subito «fiesta», o come cantava la compianta Raffaella Carrà: «Qué fantastica esta fiesta»

 

 

 

 

 

 

 

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Non ti dispiace, vero, se mi rivolgo a te così? È che avete sdoganato voi ― tu e il Grande Capo ― lo stile colloquiale fuori dagli schemi e dalla precisione a cui ci aveva abituato quell’altro. Quello, come si chiamava? Quello che se ne è andato prima del tempo dovuto. Comunque a noi piace un sacco il parlare colloquiale, come fra amici di vecchia data, anche perché fa molto Un sacco bello. Anche perché dietro quell’italiano un po’ così, che si ritrova nei documenti ufficiali, percepiamo sempre quelle cadenze sudamericane che fanno subito «fiesta», o come cantava la compianta Raffaella Carrà: Qué fantastica esta fiesta.

Ci ricordano anche Speedy Gonzalez quando gridava: «Arriba, Arriba!»; o il canto argentino: Muchachos, esta noche me emborracho.

È che abbiamo letto la tua lettera inviata al Sinodo sul lasciar perdere quella questione dell’ordinazione delle donne diacono. È il Gran Capo che ha detto che la cosa non è matura. Come le pere insomma o i kiwi. Va bene. Se lo dice lui si obbedisce.

Però che bella scusa hai messo all’inizio. Mi ricorda quando mi chiamavano all’interrogazione e non ero preparato. Credo di aver fatto morire mia nonna non so quante volte, povera donna! Però le ha portato bene, perché se ne è andata a una bella età. Come si fa a scrivere in un documento ufficiale diretto proprio a quel “Gruppo 5” che doveva dibattere la questione, che il coordinatore del gruppo, Il Segretario dottrinale del Dicastero per la Dottrina della Fede, era assente perché doveva andare dal medico? E siccome quelli si aspettavano te, allora avete mandato altre due persone ad appuntarsi le proposte. Suvvia. Non era meglio dire, come fai ora: Lasciate perdere. Avvisarli casomai il giorno prima: «Día libre mañana», come disse Ancelotti ai calciatori del Real Madrid il giorno che vinsero la Champion.

Comunque molto fighe anche le motivazioni del perché la cosa non si può fare. La prima. Siccome il ministero delle catechiste, proposto dal Gran Capo, i vescovi non l’hanno recepito, salvo pochissimi, allora le diaconesse non vanno bene. Una logica stringente. Come a dire: Siccome l’aspirina non cura il cancro, allora lasciamo perdere quei farmaci che guariscono questo male. Ottimo. Dici: Ma neanche i vescovi dell’Amazzonia lo han fatto, che si ritrovano donne e catechiste alla guida di comunità senza prete. Grazia al cavolo. Quelli chiedevano l’ordinazione degli sposati, che se ne fanno dell’aspirina, per tornare all’esempio.

La seconda pure è forte. L’accolitato per le donne è stato accolto in piccola misura nelle diocesi e spesso i preti sono i primi a non proporre nessuno. Altra logica che ti mette all’angolo. Quindi siccome un prodotto non si vende, o viene ostacolato da qualcuno, chiudiamo la fabbrica o mandiamo a quel paese un’altra filiera che invece potrebbe portare bei soldoni. Straordinario.

Però il clou si tocca nell’ultima motivazione che è veramente da Brivido felino. Soprattutto se si pensa che viene da uno che presiede un Dicastero della Santa Sede:

«Il diaconato per i maschi: in quante diocesi del mondo è stato accolto. E dove sono stati accolti, quante volte sono solo chierichetti ordinati?».

Ora, se fossi diacono permanente mi sentirei offeso, ma parecchio eh, che venga dal posto che occupi tu una caricatura così becera del diaconato. Allora, senti, posso dire che tutti i preti sono pedofili? Che voi in Vaticano fate la bella vita e che state nello Stato più ricco del mondo, come dicono i diffusori delle leggende nere? Certo che lo posso dire, perché questa è la logica che usi tu, Tucho, analogamente ai diffusori delle leggende nere.

Scusa eh, se te l’ho detta così diretta. Se te la prendi mi dispiace, ritiro tutto. Perché ne avrei anche sul Gran Capo. Eh sì. Tu dici che Lui avrebbe scelto che sulla questione deve continuare a lavorare la Commissione istituita nell’anno 2020. Quattro anni che «trabajan», cavolo. Quanto ci mettono? E sono in dodici, come gli Apostoli. Vabbè, si sa come vanno le cose là da voi. Quarant’anni per dire qualcosa su Medjugorje. A proposito, non è che quella Signora logorroica potrebbe dirci qualcosa di preciso su queste questioni, anche origliando alla porta del Principale? Invece che tutti ‘sti segreti da rivelare?

Comunque, quello che volevo darti è un suggerimento. La prossima volta invece di prenderci per scemi, diteci: «Si fa, oppure, non si fa». Casomai aggiungendo: «Perché è una cosa dura da far digerire a tutti». È meglio. Che non abbiamo tempo da perdere, neanche per illuderci.

Sempre tuo devotissimo, un caro saluto da un eremita preoccupato.

 

Dall’Eremo, 24 ottobre 2024

P.S.

Per coloro che leggeranno: lo scritto non è a favore delle donne diacono, né dei preti sposati. Sono tesi dibattute, no? Si interessa soltanto al modo di comunicare attualmente in vigore da quelle parti, in Vaticano. Vi prego: non fate i Tucho pure voi.

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Medjugorje e Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»

MEDJUGORJE E AGATHA CHRISTIE: «UN INDIZIO È UN INDIZIO, DUE INDIZI SONO UNA COINCIDENZA, MA TRE INDIZI FANNO UNA PROVA»

«I fedeli, per quanto riguarda il culto a Maria “Regina della pace”, sono “autorizzati a osservarlo con prudenza”, sebbene ciò non implichi l’approvazione del carattere soprannaturale del fenomeno in questione, con la nota che i credenti non sono obbligati a credervi. Che i sacerdoti di questa Diocesi, accettando e rispettando la decisione della Chiesa, sono liberi di essere d’accordo o in disaccordo con questa proposta spirituale» (Decreto del Vescovo di Mostar-Duvno, 19 settembre 2024).

 

 

 

 

 

 

 

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Che con l’avvento di Francesco, sia avvenuto nella Chiesa un cambiamento di paradigma, non è più un caso che necessita di prove. Non è ancora possibile, né prudente fare un bilancio del suo pontificato svolto fin qui, ma alcune cose si possono già dire. Che per esempio con l’attuale pontefice sia cambiato il modo di comunicare lo scrive perfino Padre Antonio Spadaro S.J., da subito suo fidato interprete, in un articolo apparso recentemente su La Repubblica:

«Francesco ha compreso che la comprensibilità non è la stessa cosa della chiarezza… L’uomo di oggi, più che di discorsi semplicemente “chiari”… ha bisogno di discorsi che siano credibili, portatori della complessità, delle situazioni, delle esperienze, della vita che a volte non è e non può essere così “chiara”. Il linguaggio chiaro è quello della norma. Se il pastore lo assume come modalità comunicativa finisce per confondersi e vestire i panni del legislatore e del giudice» (La Repubblica, 19.09.24, pg. 39).

Cosa c’è di peggio rispetto al mentire e ingannare il Popolo di Dio? La consapevolezza che si sta mentendo e ingannando il Popolo di Dio

Diceva la celebre scrittrice di libri gialli Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». Quindi non più le idee chiare e distinte, così care al suo ultimo predecessore, ma uno stile nuovo che sia attento alle complessità, alle situazioni e alle esperienze, dei singoli come delle comunità. Probabilmente è per questo che il Papa si è scelto come stretto collaboratore a capo del Dicastero per la Dottrina della Fede il Cardinale Victor Manuel Fernandez. Il quale in occasione dell’incarico ricevette dal Pontefice queste raccomandazioni, in una lettera che qui riportiamo nella versione spagnola perché non esiste una traduzione ufficiale della Santa Sede:

«El Dicasterio que presidirás, en otras épocas llegó a utilizar métodos inmorales. Fueron tiempos donde más que promover el saber teológico se perseguían posibles errores doctrinales. Lo que espero de vos es sin duda algo muy diferente… Es más, sabés que la Iglesia «necesita crecer en su interpretación de la Palabra revelada y en su comprensión de la verdad» sin que esto implique imponer un único modo de expresarla. Porque «las distintas líneas de pensamiento filosófico, teológico y pastoral, si se dejan armonizar por el Espíritu en el respeto y el amor, también pueden hacer crecer a la Iglesia». Este crecimiento armonioso preservará la doctrina cristiana más eficazmente que cualquier mecanismo de control. Es bueno que tu tarea exprese que la Iglesia «alienta el carisma de los teólogos y su esfuerzo por la investigación teológica” con tal que «no se contenten con una teología de escritorio», con «una lógica fría y dura que busca dominarlo todo». Siempre será cierto que la realidad es superior a la idea. En ese sentido, necesitamos que la Teología esté atenta a un criterio fundamental: considerar «inadecuada cualquier concepción teológica que en último término ponga en duda la omnipotencia de Dios y, en especial, su misericordia». Nos hace falta un pensamiento que sepa presentar de modo convincente un Dios que ama, que perdona, que salva, que libera, que promueve a las personas y las convoca al servicio fraterno» (cfr. testo QUI, corsivi e sottolineature mie).

Vaticano, 1 Julio 2023

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Da quel giorno il Cardinale non è venuto meno a questo affidamento e ciò si può facilmente riscontrare nelle note o nelle risposte date dal Dicastero presieduto. Fra queste ha fatto tanto scalpore la Nota sulla benedizione da potersi dare, a determinate condizioni, alle coppie irregolari o omosessuali e quella recentissima circa l’esperienza spirituale legata a Medjugorje, che ha creato un ampio dibattito nella comunità ecclesiale. Non si può tacciare il Cardinale Prefetto di esser venuto meno al suo mandato, del resto il suo orientamento è chiaro ed esplicitato in più occasioni, come quando ha affermato, in un incontro presso l’Università Lateranense nel febbraio di quest’anno:

«Una teologia per il Popolo di Dio è una teologia attenta alle dinamiche che questo popolo sta vivendo in questo momento storico, per aiutarlo ad interpretarle alla luce della fede, sia per purificarle sia per favorire tutto ciò che è positivo. Questo è tipico di ogni processo di inculturazione che includa entrambi gli aspetti. Si auspica, pertanto, che i teologi possano essere all’altezza di questa missione. Non si tratta certo di inventare una nuova Rivelazione, ma di far scaturire dalla sorgente inesauribile del Vangelo quello che meglio possa illuminare la vita del Popolo di Dio, quello che possa aiutare questo Popolo a vivere felice in mezzo ai limiti e alle difficoltà della vita. Infatti, nella lettera che il Papa mi ha scritto quando mi ha nominato Prefetto, ha detto che in fondo oggi si ha “bisogno di una teologia che sappia presentare in modo convincente un Dio che ama, che perdona, che salva, che libera, che promuove le persone e le chiama al servizio fraterno”» (QUI).

Sessant’anni fa e più si celebrava il Concilio Vaticano II. Come ebbe a dire il decano dei teologi italiani, Severino Dianich, esso rimise al centro della vita della Chiesa il tema dell’ermeneutica della fede. Da allora molte cose sono cambiate e le società e le culture profondamente trasformate. Le grandi spinte sociali, culturali e ideologiche che animavano il periodo del Concilio sono tramontate, alcune tragicamente, altre mutate e frazionate in mille rivoli. Soprattutto la perdita di grandi ideali e punti di riferimento comuni alle masse ha portato a una rivalutazione del sentimento religioso, del resto mai sopito o cancellato, come alcuni auspicavano. Ma anche all’interno di esso le medesime dinamiche che attraversano la società si sono riprodotte; tanto la perdita dell’identità comune, quanto il soggetto lasciato solo di fronte ai grandi problemi che affliggono l’esistenza e il mondo post moderno, hanno fatto risaltare le stesse nevrosi che si riscontrano altrove: angosce, spaesamento, depressioni, perdita del senso della propria vita. Così la ricerca di luoghi di apparizioni che diano conferme, di messaggi provenienti dall’alto che offrano rassicurazioni si sono moltiplicati, tanto da diventare un serio problema per la Chiesa. Il segnale più eclatante è il fenomeno religioso di Medjugorje sul quale la Chiesa non ha potuto più non intervenire con una parola autorevole, favorendo il cammino spirituale che lì si porta avanti, ma mettendo seri paletti sia ai messaggi che ai «presunti» veggenti, entrambi non riconosciuti in maniera palese e chiara. Ma se guardiamo gli ultimi documenti del Dicastero per la Dottrina della Fede prima della recente Nota sul fenomeno di Medjugorje, sono ben nove i testi che la precedono, per lo più risposte ai vescovi circa asserite apparizioni e messaggi provenienti dalla Vergine Maria, in diverse parti del mondo. Queste risposte sono state possibili dopo l’emanazione da parte dello stesso Dicastero delle «Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali» (QUI).

Ci vollero dodici anni per una prima dichiarazione per i fatti riferiti da Bernardette che permetteva l’afflusso di fedeli e la venerazione a Lourdes. Fatima ebbe una rilevanza quasi immediata; a soli due anni dagli eventi dichiarati dai pastorelli il vescovo locale, col beneplacito della Santa Sede, dichiarava:

«Degne di credenza, le visioni dei bambini pastori della Cova da Iria, avvenute nella parrocchia di Fátima, in questa diocesi, dal 13 maggio al 13 ottobre 1917».

Ma erano anche altri tempi e altri contesti. In Francia, al tempo dei fatti di Lourdes, l’imperatore Luigi Napoleone bloccava ogni accordo con la Chiesa oltre il concordato del 1801. In Portogallo i pastorelli furono incarcerati per due giorni per ordine dell’allora sindaco di Vila Nova. Al di là del contesto storico, potremo dire che le dichiarazioni della Santa Sede sui fatti di Lourdes e Fatima furono tempestive e riguardavano «fatti ritenuti straordinari».

Per i fatti di Medjugorje ci sono voluti oltre quarant’anni per la pubblicazione di una Nota che ha valorizzato più l’esperienza religiosa che i dati dei messaggi, definiti con estrema chiarezza “presunti”, come “presunte” sono state definite le apparizioni ma, soprattutto, “presunti” i sedicenti veggenti. Ora è proprio questo, l’esperienza religiosa, il dato che più risalta agli occhi di chi legge la Nota del Dicastero. Certo, i partigiani, talvolta dei veri e propri talebani, della vicenda religiosa e spirituale scaturite dalla località della Bosnia-Erzegovina, non se ne avvedranno e hanno già salutato la Nota come una vittoria, come un grande riconoscimento. Ma bisogna pur dirlo. Quello che la Nota introduce, come pure nei nove documenti che la precedono, sono due aspetti: quello della percezione personale di un fenomeno da una parte, e dall’altra del riconoscimento di un’esperienza religiosa anche se non pienamente fondata e chiara in tutti i suoi aspetti. È questo il nuovo paradigma che risalta. L’importanza data alla percezione del singolo, molto in sintonia con quello che la società moderna auspica, anche in più ambiti; e il valore dato all’esperienza che può addirittura condurre a buoni frutti al di là di una dottrina ambigua presente in taluni gruppi. La Nota chiede ai vari vescovi di vigilare sulle esperienze religiose dei singoli e dei gruppi; al tempo stesso, richiamando le norme, chiede di «apprezzare il valore pastorale e di promuovere pure la diffusione di questa proposta spirituale».

A mio avviso si tratta di una novità nella Chiesa, che ho definito appunto nuovo paradigma, del resto anticipato dai modi di fare e comunicare dell’attuale Sommo Pontefice e messo in pratica dai suoi più stretti e importanti collaboratori. Dove porterà tutto questo non è dato saperlo. È evidente che la Chiesa, allo stato attuale, è più propensa a governare questi processi affinché non deviino o si deteriorino, piuttosto che fermarli. È questa la raccomandazione data ai vescovi, cioè ai sorveglianti del Popolo di Dio. Il Vescovo di Monstar-Duvno, il diretto interessato ai fatti di Medjugorje, ha infatti emanato una sua nota successiva a quella della Santa Sede nella quale dopo una ripresa della stessa, dice chiaramente testuali parole:

«I fedeli, per quanto riguarda il culto a Maria “Regina della pace”, sono “autorizzati ad osservarlo con prudenza” (Norme, art. 22, §: cfr Benedetto XVI, Verbum Domini, n. 14), sebbene ciò non implichi l’approvazione del carattere soprannaturale del fenomeno in questione (cfr. Norme, art. 22, §2), con la nota che i credenti non sono obbligati a credervi. Che i sacerdoti di questa Diocesi, accettando e rispettando la decisione della Chiesa, sono liberi di essere d’accordo o in disaccordo con questa proposta spirituale» (QUI).

Come si può salutare un testo di questo genere definendolo una approvazione storica da parte della Santa Sede, come ha esultato, per citarne uno tra i tanti, Padre Livio Fanzaga, che dai microfoni di Radio Maria parla addirittura di «riconoscimento pieno» (cfr. QUI). Come si può? È una domanda.

Per inciso bisogna ricordare che tutti i vescovi che si sono succeduti in quella Diocesi a partire dall’inizio delle presunte apparizioni, non si sono limitati a essere scettici, hanno dichiarato false le apparizioni nel corso della storia e inattendibili i cosiddetti veggenti. Le presunte apparizioni furono dichiarate non autentiche da S.E. Mons. Pavao Zanic, Vescovo di Mostar-Duvno dal 1980 al 1993, cui succedette S.E. Mons. Ratko Peric dal 1983 al 2000, che nel suo libro Il trono della saggezza (Crkva na Kamenu, Mostar 1995), nel capitolo intitolato I criteri per la valutazione delle apparizioni dedica un paragrafo alle apparizioni di Medjugorje dove cerca di dimostrare che le apparizioni della Madonna non sono vere e che i presunti veggenti hanno mentito ripetutamente e da sùbito (cfr. pagg. 266-286).

Oggi siamo certamente in una fase di transizione, ormai lontani, come dicevamo, dai tempi conciliari, ma è anche cambiato rapidamente l’approccio rispetto ai precedenti magisteri dei Papi recenti. Per questo, forse, si deve guardare con qualche benevolenza i tentativi, a volte anche curiosi, eccentrici e goffi usati dal Papa e dai suoi collaboratori per divulgare questo nuovo corso? Solo un esempio. Il Cardinale Victor Manuel Fernandez nella conferenza stampa di presentazione della Nota ha dovuto per forza accennare alle difficoltà che alcuni «messaggi mariani» dati a Medjugorje ponevano. Ma per interpretarli positivamente, nonostante contenessero palesi inesattezze, anche dottrinarie, ha fatto riferimento ai testi di autori mistici come San Giovanni della Croce o Santa Teresa di Lisieux, i quali anch’essi riporterebbero a suo dire imprecisioni. Ora l’esperienza mistica è di per sé indicibile e con fatica si traduce in parole umane anche scritte. Ma si tratta pur sempre di autori umani che adoperano gli strumenti umani disponibili. Si può paragonare ciò ai presunti messaggi che verrebbero dall’alto, dalla Vergine Maria, dei quali i cosiddetti veggenti sono solo tramite? Che messaggi sarebbero se tali non sono e vanno decriptati? Questa è una fra le molte difficoltà sulle quali bisognerebbe interrogarsi seriamente.

La Chiesa ha scelto di operare in questo modo e probabilmente, più che governare i processi in atto, cerca di rincorrerli e arginarli come può, accettando che l’esperienza personale e una proposta religiosa possano diventare occasione di salvezza, per quanto da sorvegliare attentamente. Ma la Chiesa è chiamata anche a confrontarsi con altri aspetti che accompagnano la nostra società contemporanea, fra questi il progressivo allontanamento di essa dalla comunità ecclesiale, la scienza e le conseguenti tecnologie che regolano ormai le vite degli esseri umani, l’incalzare degli algoritmi e della cosiddetta intelligenza artificiale che scandiscono ormai le scelte dei singoli e dei gruppi sociali. Come risponderà la Chiesa a queste istanze, mentre appare ancora troppo ripiegata su sé stessa e i sui propri problemi interni? Forse con un doppio binario, uno per i semplici che ancora cercano visioni e domandano messaggi dall’alto e un altro con il quale cerca di dialogare e interagire con la società e i mondi contemporanei?

Sempre il succitato teologo italiano Severino Dianich recentemente ha strigliato i suoi confratelli e colleghi teologi tacciandoli di tradimento (cfr. QUI), perché incapaci di proferire una parola ficcante sui fatti che accadono nel mondo e sui processi culturali in atto. Le risposte di alcuni teologi che si sono sentiti colti sul vivo sono state o fuori contesto o troppo verbose. È certo che la Chiesa sta vivendo un travaglio, chissà se esso porterà a una trasformazione o a una nuova nascita, certamente diversa dalle precedenti a cui siamo da secoli abituati. Negli anni che seguirono il Concilio, mentre si diffondeva il movimento nato nel Maggio del 1968, il gesuita Michel de Certeaux, molto ascoltato nella laicissima Francia e che arrivò a dirigere gli studi della École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi parlava di «cristianesimo in frantumi» (QUI). Una espressione scomoda che allora non fu accettata, ma di cui oggi sentiamo gli effetti. Come sarà il Cristianesimo di domani? Non è dato sapere, perché è come chiedersi come sarà il mondo nel prossimo futuro, nel quale la Chiesa coi suoi membri sarà inserita. Certo, si spera che il Cristianesimo di domani non sia composto, stando a quanto purtroppo si palesa quello d’oggi, una aggregazione di fedeli fideisti alla morbosa ricerca di Madonne che appaiono in giro per il mondo preannunciando catastrofi e consegnando terrificanti segreti a sedicenti veggenti che spuntano ormai come fiori di campo dopo la pioggia. L’auspicio, almeno mio personale, è che smetta di guardare il proprio ombelico per ricominciare ad annunciare fiduciosa il Vangelo di Gesù Cristo, capace di formare cristiani solidi e tenaci «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15).

Dall’Eremo, 5 ottobre 2024

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