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L’operato del Demonio nella storia dell’uomo: la tentazione come battaglia quotidiana

3 Luglio 2024/in Attualità/da Padre Gabriele

L’OPERATO DEL DEMONIO NELLA STORIA DELL’UOMO: LA TENTAZIONE COME BATTAGLIA QUOTIDIANA

Ora la possessione diabolica, di cui fu accusato perfino il Signore Gesù è un’azione straordinaria, rarissima, di cui la Chiesa per la sua certificazione segue un procedimento e delle norme severe. Ma l’azione ordinaria, quotidiana, del Demonio è la tentazione che arriva a colpire l’uomo sia nel corpo che nella psiche.

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

 

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Tempo fa ho dedicato un articolo alla figura del Demonio, dopo che in Sicilia, nel febbraio di quest’anno, è stato compiuto un efferato delitto dove l’uccisore, per spiegare il suo gesto insano, si nascondeva dietro il motivo che in casa sua, nei suoi familiari, ci fosse questa oscura presenza (QUI).

Ho continuato a riflettervi sopra e trovo sia prudente oltre che ragionevole aggiungere alcune parole sulla tentazione, che appare come la via ordinaria attraverso la quale Satana agisce fra gli uomini, ponendo inciampi, in virtù del suo essere lui per primo disobbediente e mentitore. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 395, questi viene definito come uno spirito dotato di una potenza limitata:

«La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l’edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni – di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica – per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell’uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell’attività diabolica è un grande mistero, ma «noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rm 8,28)».

Ritengo sia giusto tornare a riflettere sul significato della tentazione, perché tale argomento sembra sparito dall’orizzonte della vita cristiana, anzi, talvolta, si cerca di sminuire la responsabilità personale in ordine al peccato. Quante volte abbiamo sentito pronunciare, a mo di burla, la celebre frase di Oscar Wilde: «Il modo migliore per liberarsi di una tentazione, è cedervi». Oppure di una nota frase di Gesù nel Vangelo si mantiene solo la prima parte: «Neanch’io ti condanno»; dimenticando che il testo prosegue con: «va’ e d’ora in poi non peccare più». O quando nel frasario quotidiano, a scusa di particolari peccati si suol dire: «La carne è debole».

Solo per accenno, avendo citato il celebre scrittore Oscar Wilde, vorrei ricordare che, nonostante i suoi trascorsi, le molte avventure omosessuali, egli mori da cattolico, dopo aver ricevuto da un sacerdote il Battesimo, l’assoluzione dai peccati in articulo mortis e l’estrema unzione. Nella celebre lettera De profundis indirizzata a un suo amante, Oscar Wilde non smette un attimo di rimproverarsi le debolezze dimostrate in ogni occasione e pronuncia la frase: «Il Cattolicesimo è la sola religione in cui valga la pena di morire».

Sempre per allentare la responsabilità personale nel peccare, a volte si arriva, in ambito religioso, a dare l’intera colpa al Diavolo. Oppure si ricorre, fuori dall’orizzonte di fede, ai processi psicologici per cui l’essere umano, siccome è tale, soggetto a pulsioni e desideri che spesso risalgono all’infanzia, è esente dal peccato; egli può autoassolversi senza intermediari, arrivando perfino alla rimozione della colpa stessa, in barba ad ogni etica della responsabilità. Cosa questa nella quale è pioniera la Psicoanalisi freudiana.

Comprendere cosa sia la tentazione vuol dire capire proprio questa umana fragilità. In un contesto religioso e specificatamente cristiano, vediamo che questa umanità soggetta a caducità non è stata condannata da Dio, ma anzi, assunta da Verbo, la seconda persona della Santa Trinità, tanto che nel Credo si professa che Egli è: «Vero Dio e vero Uomo». Sappiamo infatti che Gesù stesso subì l’attacco della tentazione e portò la parola del perdono e della misericordia a tutti, lasciando la libertà all’uomo di poter anche disattendere questa proposta a proprio discapito.

Affrontare la tentazione per noi esseri umani vuol dire intraprendere una guerra che combattiamo di frequente. E ci viene incontro proprio l’esempio del Cristo che ingaggiò col Demonio una battaglia finale. Secondo il racconto dei Sinottici, alla manifestazione pubblica della messianicità di Gesù nel battesimo fa immediatamente seguito il conflitto con il Demonio, il cui apice è raggiunto dalla versione lucana della seconda tentazione:

«E, conducendolo in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni dell’ecumene; e gli disse il Diavolo: “Ti darò tutta questa potenza e la loro gloria, perché a me è stata rimessa ed io la do a chi voglio; se tu dunque ti prostri davanti a me, sarà tutta tua”» (Lc 4, 5-6).

È una sfida mortale. Gesù non può contestare l’affermazione di potere del Demonio, ma vi oppone la fede in un’altra potenza. A chi più tardi, facendo eco alle parole del demonio, lo accuserà di essere lui stesso un indemoniato, risponderà:

«Ma se è con il dito di Dio che io scaccio i demoni, allora è giunto a voi il regno di Dio» (Lc 11, 20).

Ora la possessione diabolica, di cui fu accusato perfino il Signore Gesù è un’azione straordinaria, rarissima, di cui la Chiesa per la sua certificazione segue un procedimento e delle norme severe. Ma l’azione ordinaria, quotidiana, del Demonio è la tentazione che arriva a colpire l’uomo sia nel corpo che nella psiche.

Come affermava il Catechismo su menzionato, per i disegni misteriosi di Dio, questa attività tentatrice seppur limitata, pure è permessa, evidentemente per un fine superiore. Potremmo dire, per il bene delle anime. La dinamica psicologica e spirituale della tentazione ha come fine il rovesciamento del reale rapporto fra noi e Dio. Il demonio facendoci apparire come buone cose che invece non lo sono, inducendoci al peccato, tenta di allontanarci dal Dio vivo e vero mettendo davanti ai nostri occhi realtà appetibili che sono in verità poveri idoli.

Queste dinamiche demoniache della tentazione le possiamo rintracciare nel primo libro biblico della Genesi. È lì che troviamo narrata la madre di ogni tentazione, nel capitolo terzo dell’opera. Il testo ci mostra come si muove una tentazione che va a scapito dell’uomo e del suo originario rapporto col Creatore.

Innanzitutto la tentazione, nel suo primo movimento, si frappone fra l’uomo e il progetto di Dio su di lui, fino a corromperlo.

«Il serpente […] disse alla donna: “È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”» (Gen 3, 1).

Il tentatore si insinua così nel rapporto fra la creatura ed il Creatore, iniziando a porre dei dubbi sotto forma di domanda in un contesto di dialogo. Avviene qui il primo cedimento, il tranello nel quale cade Eva, perché risponde. Tutti gli autori spirituali, sulla scorta del testo biblico, avvisano che non bisogna dialogare col demonio, bensì tacitarlo, impedendo che inneschi un eventuale sospetto. L’unica voce che dobbiamo ascoltare è quella di Dio.

La prossima mossa, o secondo movimento di ogni tentazione, consiste nello stravolgimento morale di un bene, facendolo percepire come l’opposto:

«Il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”» (Gen 3, 4-5).

Una volta aperta una porta per il dialogo il Demonio non solo subdolamente si insinua e pone dubbi su Dio come pochi, ma stravolge il Suo insegnamento pervertendolo. È la fine della moralità e della ricerca del vero bene: far sembrare una scelta errata, un peccato, come la cosa più buona e ragionevole. Giunti a questo punto, come si può non cadere? Anzi tutto avviene con facilità. Perché il peccato ci è presentato come la via più vera e utile, salvo poi scoprire che invece è insidiosa e soprattutto ci allontana da Dio:

«Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò»(Gen 3,6).

Come si nota, uscire poi dal tunnel della tentazione, una volta imboccato, è difficile se non impossibile. Eppure all’inizio dicevamo che non siamo soggetti senza libertà e responsabilità. Anche se beni indispensabili vengono minati da una minaccia come quella demoniaca, abbiamo la capacità, se non il dovere, di opporci. I Santi ed i maestri dello spirito ci hanno indicato alcuni mezzi i quali, se non ci fanno evitare di essere tentati, ci fortificano, ci donano quegli anticorpi che ci rendono quasi inattaccabili. Accennavo prima a non dare spazio al dialogo col demonio, che può essere, per esempio, interiore, nei nostri pensieri; e per fare questo occorre essere vigilanti.

La preghiera, sull’esempio di Gesù, aiuta molto nel non cadere nella tentazione. Essa ci allena alla vigilanza e ci prepara alle future difficoltà e lotte col demonio. Ma a volte è necessario anche fuggire dalla tentazione, come davanti ad un pericolo che ci sovrasta o che non possiamo controllare, un fuoco che divampa. I detti dei padri del deserto sono pieni di esempi di questo genere, quando erano tentati sulla loro fede genuina o sulla castità che avevano scelto. C’è un bellissimo quadro di Matthias Grünewald, conservato a Colmar in Francia, dove si vede il padre del deserto, Sant’Antonio abate, stiracchiato e assalito da ogni lato da bestie che rappresentano i demoni con le loro tentazioni. Ma non cede o demorde. Il resoconto delle battaglie di Sant’Antonio abate contro il demonio ci viene narrato in questi termini dal vescovo Atanasio di Alessandria che scrisse, avendolo conosciuto in vita, una biografia del santo anacoreta:

«Il posto sembrò esser sconquassato da un terremoto, ed i demoni, quasi abbattessero le quattro mura del ricovero sembravano penetrare attraverso esse, ed apparire in forma di bestie e di cose striscianti. Il posto si riempì improvvisamente di forme di leoni, orsi, leopardi, tori, serpenti, aspidi, scorpioni, ed ognuna di esse si muoveva in accordo alla sua natura».

Si è giustamente osservato che le prediche sui demoni costituiscono

«… un grandioso esempio di psicologia cristiana, in cui le intemperanze umane vengono descritte sotto forma di demoni richiamati dagli abissi dell’inconscio, una sorta di Freud ante litteram con la potenza di Dostoevskij.» (Louis Goosen, Dizionario dei santi, Mondadori, 2000).

Da quanto detto finora risulta evidente che, essendo l’umanità fragile, è facile per noi cedere al peccato in conseguenza di una tentazione. Eppure sappiamo da tutta la rivelazione che non possiamo essere tentati oltre le nostre capacità, che Dio è la nostra forza in qualsiasi circostanza. E se pure cadiamo, Dio ama l’uomo pentito e lo accoglie sempre nella sua grande bontà, come ci insegnano le parabole della misericordia che leggiamo nel Vangelo. Tanto che Gesù stesso ci chiede di imitarlo nel perdono del prossimo e di convertirci.

Cedere alla tentazione ed accettare passivamente il peccato non appare solo come un atto grave di irresponsabilità e immoralità; direi anche che è un atto contro la bellezza e il valore della dignità e libertà che Dio stesso ci ha donato. La sua grazia ed il suo amore, che ci ha rivelato nel corso della storia della salvezza e sommamente nel Cristo Signore nostro ci spingono a liberarci dai lacci della tentazione per vivere abitualmente nella virtù.

In una prossima puntata potremo analizzare meglio l’equipaggiamento dell’uomo virtuoso e quali armi abbiamo da Dio per combattere gli assalti demoniaci. Intanto, per smorzare un po’ i toni seriosi, vi lascio con un consiglio di lettura, il bel libro di C.S. Lewis, Le lettere di berlicche. Questo libro è un racconto satirico in forma epistolare in cui un diavolo anziano, «sua potente Abissale Sublimità il Sottosegretario Berlicche», istruisce suo nipote Malacoda, un giovane diavolo apprendista tentatore. Berlicche consiglia Malacoda su come assicurare la dannazione dell’anima di un giovane essere umano a lui assegnato, indicato come il «paziente», mentre Dio è il «Nemico». Così afferma saggiamente, nella premessa, il Lewis:

«Ci sono due errori uguali ed opposti nei quali la nostra razza può cadere a riguardo dei diavoli. Uno è non credere alla loro esistenza. L’altro è crederci, e nutrire un eccessivo e insano interesse in essi. Loro stessi sono ugualmente compiaciuti da ambedue gli errori e salutano un materialista o un mago con lo stesso piacere».

Santa Maria Novella in Firenze, 3 luglio 2024

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Aldo Moro al mare in giacca e cravatta, vescovi e preti in mutande, noi “preti rigidi” chiamati “farisei” e “formalisti” se osiamo fare richiamo alla dignità sacerdotale

27 Giugno 2024/in Attualità/da Padre Ariel

ALDO MORO AL MARE IN GIACCA E CRAVATTA, VESCOVI E PRETI IN MUTANDE, NOI “PRETI RIGIDI” CHIAMATI “FARISEI” E “FORMALISTI” SE OSIAMO FARE RICHIAMI ALLA DIGNITÀ SACERDOTALE

«Quando andavamo in spiaggia, papà indossava sempre la giacca e quando gli chiedevo una spiegazione lui mi rispondeva che essendo un rappresentante del popolo italiano doveva essere sempre dignitoso e presentabile».

 

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

PDF  articolo formato stampa

 

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In questi giorni di calura estiva mi è capitata tra le mani la foto di un nostro statista italiano del Novecento, Aldo Moro, ritratto assieme alla figlia mentre passeggiava sulla spiaggia in giacca e cravatta. La figlia Agnese ricorda:

«Quando andavamo in spiaggia, papà indossava sempre la giacca e quando gli chiedevo una spiegazione lui mi rispondeva che essendo un rappresentante del popolo italiano doveva essere sempre dignitoso e presentabile» (cfr. QUI, QUI).

Foto 1963: Aldo Moro (1916-1978) con la figlia Agnese (1952) a passeggio sulla spiaggia in piena estate

A quei confratelli che non trovando di meglio si rivolgono a me come direttore spirituale o come confessore, sovente ripeto:

«Ciascuno di noi, forse senza neppure rendersene conto, ha come propri modelli quei sacerdoti conosciuti nei delicati anni della fanciullezza».

Ci sono fatti e situazioni in cui si ha la chiara percezione che non tanto siamo invecchiati, ma che siamo considerati vecchi da coloro che hanno trasformato la Chiesa visibile in un teatrino del burlesque.

Quando ero fanciullo andavo per due settimane a una colonia estiva organizzata dalla parrocchia e gestita dalle suore. Non avrei avuto bisogno di andare alla colonia per recarmi al mare, dove i miei familiari avevano delle residenze estive. Più volte mi recai anche con mia nonna materna sulle coste francesi in soggiorno estivo presso sua sorella. I miei genitori mi mandavano a quelle colonie marine, poi in seguito a quelle montane sopra l’Aquila, affinché trascorressi dei periodi di tempo con i miei coetanei.

Nel mese di agosto, all’inizio della colonia marina, tra le 10 e le 11 del mattino giungeva in visita inaugurale il vescovo della diocesi accompagnato dal parroco e dal suo segretario. Bambino di dieci anni che ero ― parliamo quindi di cinquant’anni fa ― tutt’oggi ricordo il vescovo con la sua talare filettata di rosso violaceo e gli altri due presbiteri con quella nera. All’epoca in Italia, l’uso delle talari bianche, era consentito solamente da Napoli in giù. Dopo il saluto rivolto a noi bambini ― come usava all’epoca e come per molti di noi seguita a usare tutt’oggi ―, a uno a uno andammo a baciare la mano destra al vescovo. Quando fu il turno mio, dopo avere baciata la mano al vescovo guardai lui e gli altri due preti e gli domandai se non avessero caldo. Il vescovo sorrise assieme agli altri due e mi rispose:  

«Sì abbiamo caldo, molto! Se però un giorno ti capiterà di vedere un pastore in mezzo al gregge delle sue pecore, noterai che è sempre vestito da pastore, in estate e in inverno. Le pecore il proprio pastore lo riconoscono anche per com’è vestito. Pure il lupo che cerca di aggredire le pecore, se riconosce il pastore sta lontano e non si avvicina».

Da allora è trascorso mezzo secolo esatto, eppure ricordo sempre, non solo le parole, ma persino il tono di voce di quel vescovo, morto ormai da trentacinque anni all’età di novant’anni. Oggi invece, taluni vescovi e preti new generation, dinanzi a racconti di questo genere sorridono, ti lanciano uno sguardo misto a tenerezza e pena, poi, come si dice ai poveri nostalgici, rispondono: «Ma cosa vai a pensare e rinvangare, erano altri tempi!». Siamo sicuri che la dignità e il decoro sacerdotale siano roba di altri tempi?

Nei giorni addietro a Roma si moriva di caldo, tra Borgo Santo Spirito, Borgo Pio e Via della Conciliazione era perlopiù un andirivieni di preti con le camicie a mezze maniche scollacciate, per non parlare delle suorine con le t-shirt bianche che lasciano intravedere i lacci del reggiseno in trasparenza, ed alle quali verrebbe da domandare perché portino il velo in testa, in quelle tenute sarebbe meglio andare senza. Volendo, con il caldo, potrebbero fare a meno anche del reggiseno, se le tette non gli arrivassero all’ombelico. Poi ci sono gli immancabili vescovi con la camicia scollacciata a mezze maniche e la croce pettorale dentro il taschino, affinché il pezzo di catenella lasciata in vista dia l’immagine del “potere” tramite quella che una volta si chiamava “croce pettorale”, oggi si chiama invece “croce panzorale”, perché non sta più sul petto ma pendente sulla panza, oppure “croce tascorale”, perché riposta dentro il taschino della camicia.

Percorrendo Borgo Pio, in direzione di una traversa che si trova poco prima della fine, ben tre gruppi di persone hanno fermato me, il “prete rigido” con la talare addosso, malgrado il caldo; e mi hanno chiesto la benedizione alcuni latinoamericani, altri due gruppetti di persone se potevo benedirgli degli oggetti religiosi appena acquistati. Come di prassi ho benedetto le persone e gli oggetti. Tra questi un giovane mi ha chiesto se non avessi caldo. Gli ho risposto che da sempre soffro molto il caldo e che stavo andando proprio alla lavanderia a ritirare le mie due talari bianche di lino leggero che avevo portato a lavare e che avrei indossato se quel caldo fosse continuato o peggio aumentato. Detto questo ho chiarito:

«Il decoro e la dignità sacerdotale si può manifestare sia vestiti sia mezzi nudi con due stracci sporchi addosso. I nostri vescovi e sacerdoti martiri, morti nei campi di concentramento nazisti o nei gulag comunisti, non erano forse rivestiti anch’essi di grande dignità? Ma siccome noi non siamo né dentro i campi di concentramento né dentro i gulag, è bene stare vestiti dal collo alle caviglie, anche quando fa caldo».

Ho usato altre parole, rispetto a quelle che usò quel vescovo con me mezzo secolo fa, ma la sostanza era quella e l’effetto prodotto penso sia stato lo stesso. Da buon prete “rigido” nessuno mi ha mai visto girare in pantaloncini corti, figurarsi entrare dentro le chiese per celebrare la Santa Messa in quelle condizioni. Nessuno mi ha mai visto al mare in costume da bagno in mezzo alla gente, le pochissime volte che durante l’estate ci vado, all’incirca tre o quattro volte, mi reco in posti isolati e spopolati dove non conosco nessuno e dove nessuno conosce me. Questioni di … rigidità.

O come dicono alcuni cari detrattori ai quali sto particolarmente simpatico e che vagano tranquillamente in braghe di tela dopo avere fatto sei o sette anni di fantastica formazione nel santissimo seminario:

«Non prestategli attenzione, lui non fa testo, non ha fatto nemmeno il seminario, è un rigido!».

Alla prova dei fatti è il caso di dire: «Grazie a Dio!», semmai ricordando a questi lacunosi in storia della Chiesa, oltre che in dottrina cattolica, che il seminario non lo fecero neppure Giovanni Paolo II, Paolo VI e prima di loro neanche Pio XII, quest’ultimo spacciato per allievo dell’Almo Collegio Capranica, dove però stette solo due o tre mesi, giusto per poter dire che era passato per il corridoio di un seminario romano prima di essere ordinato presbitero e catapultato il giorno dopo alla Pontificia Accademia Ecclesiastica. Il privilegio di non avere fatto il seminario non mi concederà certo di diventare Sommo Pontefice, spero però possa concedermi di santificarmi.

Sicuramente, il santissimo seminario, lo ha fatto il Vescovo di Vallo della Lucania, fotografato sorridente in mutande e messo sulla pagina social della sua Diocesi con tanto di goliardica maglietta indosso dell’8X1000 (cfr. QUI), a riguardo del quale qualcuno si domanda pure: come mai da anni, questo gettito a noi destinato dai contribuenti italiani, non è più neppure in calo, ma in caduta libera? Può essere che dipenda da mancanza di rigidità e dalle formazioni eccelse date nei nostri santissimi seminari ai nostri vescovi e preti new generation?

Siccome secondo il meglio del peggio del clericalese ― proprio quello che si impara nei santissimi seminari ―, la tecnica consolidata è quella di rovesciare i fatti e dare poi addosso a chi ha rivolto critiche del tutto legittime, conoscendo certe psicologie pretesche faccio presente che la pronta replica circa il fatto che la foto sarebbe stata rubata da qualcuno e poi pubblicata, non regge; soprattutto perché è stata pubblicata in un primo tempo sulla pagina social della Diocesi con tanto di messaggio ufficiale e poco dopo rimossa. La domanda è infatti a monte e va ben oltre la foto in sé: un vescovo di sessant’anni in condizioni fisiche tutt’altro che toniche e sportive, con abbondanza di pancia e grasso superfluo addosso, è opportuno che faccia il giovincello scendendo nel campo di calcio? A questa domanda pertinente ne segue poi una seconda: i giovani e meno giovani di oggi, sempre più poveri di Cristo e analfabeti in materia di dottrina e di fede, il Vescovo, lo preferiscono in cattedra a insegnare e trasmettere quelle verità di fede ormai perdute, oppure a fare le partite di calcio in una sorta di patetica riedizione delle vecchie e divertenti partite tra scapoli e ammogliati?

 

Dall’Isola di Patmos, 28 giugno 2024

 

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Vergogne del sacerdozio crescono e si moltiplicano

24 Giugno 2024/2 Commenti/in Attualità/da Redazione

VERGOGNE DEL SACERDOZIO CRESCONO E SI MOLTIPLICANO

Le spiegazioni a questa vignetta che con due pennellate irride Gesù Cristo e gli Apostoli, non dovrebbe fornirle il presbitero veronese Giovanni Berti, ma chi ha l’obbligo di vigilare sulla corretta ortodossia dei preti.

— Tristi e brevi  —

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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PDF  articolo formato stampa 

 

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Dinanzi a questa irridente vignetta, vorremo che quanti sono preposti a vigilare sulla retta dottrina dei preti — e pare che questi preposti si chiamino vescovi, termine derivante dal greco ἐπίσκοπος, che significa vigilante / colui che sorveglia — ci illuminassero su come dobbiamo interpretare certi passi del Beato Apostolo Paolo. Nell’eventualità, è opportuno cancellarli dalle Sacre Scritture? O potrebbe essere sufficiente evitare di dire «Parola di Dio» al termine della proclamazione di certi passi, spiegando ai Christi Fideles che l’Apostolo era in grave errore? Scrive infatti Paolo:

«Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura; similmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri commettendo uomini con uomini atti infami, ricevendo in loro stessi la meritata ricompensa del proprio traviamento» (Rm 1, 24-27).

E ancora:

«O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio» (I Cor 6, 9-10).

Sarà inoltre opportuno, sempre alla luce della illuminante vignetta di Giovanni Berti in arte Gioba, cancellare anche questo passo dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

«L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni (cfr. Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10), la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati” (Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana, 8: AAS 68 (1976) 85). Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati […] Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione» (nn. 2357-2358)

Siamo sicuri che Gesù Cristo, a quelli che praticavano «l’altra sponda» abbia detto «… ma va bene così, eh, eh …» e che un presbitero possa diffondere questo messaggio irridente nella totale indifferente di chi dovrebbe vigilare sull’ortodossia dottrinale e morale dei preti?

 

dall’Isola di Patmos, 24 giugno 2024

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2024-06-24 15:22:562024-06-24 15:49:55Vergogne del sacerdozio crescono e si moltiplicano

La logica di Alessandro Minutella: «Gli altri fanno peggio». Forse sì, però sono scaltri e stanno zitti

21 Giugno 2024/in Attualità/da Redazione

LA LOGICA DI ALESSANDRO MINUTELLA: «GLI ALTRI FANNO PEGGIO». FORSE SÌ, PERÒ SONO SCALTRI E STANNO ZITTI

Se un avversario subisce una disfatta gioirne non è cristiano, affondare un colpo non è umano. Neppure elargire giudizi morali è opportuno, non spetta a noi farlo, mentre le sentenze date in via definitiva sono di pertinenza dei tribunali, non degli umori dei social media o di chicchessia. Minutella merita umano rispetto proprio perché ha subìto una solenne disfatta, ma altrettanto umano rispetto meriterebbero anche quelle persone semplici e ingenue che si sono messe al suo seguito e che da giorni sta rassicurando con racconti surreali, presentando loro un’altra realtà.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

 

 

 

 

 

 

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PDF  articolo formato stampa

 

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La struttura di Piccola Nazaret fondata da Alessandro Minutella, presbitero panormitano incorso in scomunica per eresia e scisma, poi dimesso dallo stato clericale, dopo due sentenze del Tribunale amministrativo Regionale della Sicilia per irregolarità edilizie, una del 2023 (vedere QUI) e una del 2024 (vedere QUI), è stata acquisita dal patrimonio del Comune di Carini come disposto dal decreto esecutivo (vedere QUI).

«Si stanno accanendo contro di noi per due archi che sono stati chiusi, roba di appena 20 metri quadrati» (Alessandro Minutella da “Santi e Caffè” del 21.06.2024, ore 9:15, Canale YouTube di Radio Domina Nostra). Nella foto: gli «appena 20 metri quadrati» ripresi con il satellite nel maggio 2024. 

Se un avversario subisce una disfatta gioirne non è cristiano, affondare un colpo non è umano. Neppure elargire giudizi morali è opportuno, non spetta a noi farlo, mentre le sentenze date in via definitiva sono di pertinenza dei tribunali, non degli umori dei social media o di chicchessia. Minutella merita umano rispetto proprio perché ha subìto una solenne disfatta, ma altrettanto umano rispetto lo meriterebbero anche quelle persone semplici e ingenue che si sono messe al suo seguito e che da giorni sta rassicurando con racconti surreali, presentando loro un’altra realtà. Motivo per il quale, basandoci rigorosamente sui fatti oggettivi e atti, non su interpretazioni soggettive, riteniamo doveroso offrire una fedele sintesi dell’accaduto, nella totale aderenza a quanto narrato dalle sentenze motivate emesse dal Tribunale Amministrativo Regionale della Sicilia.

Su un terreno nel Comune di Carini (Palermo) è concessa licenza nel 2007 per realizzare un piccolo stabile rurale a uso agricolo. Appena iniziati i lavori il Minutella ordinò agli operai di modificare il progetto e quello che avrebbe dovuto essere un piccolo fabbricato a uso agricolo diventa una cappella di circa 180 metri quadrati. Quando in seguito a segnalazione i Vigili urbani vanno a verificare se stava costruendo in conformità alla licenza edilizia concessa, scoprono tutta una serie di irregolarità e un primo processo di cementificazione effettuata. A quel punto è emessa un’ordinanza che gli ingiunge di procedere all’immediato ripristino dello stato originario in conformità al progetto approvato e alla concessione edilizia concessa. In questo servizio fotografico del 2013 è documentato il processo di cementificazione dell’area rurale.

La prima sentenza del TAR del 2017 (vedere QUI), a seguire quella del 2018 (vedere QUI), fotografa e dettaglia in tutti i particolari questa situazione. Anziché proporre appello Minutella cambia però le carte in tavola e d’improvviso il terreno risulta essere non più suo ma di altra proprietà. Si torna così di nuovo al TAR, che sentenzia che non è certo il cambio di intestatari a sanare il tutto. Frattanto, alle vecchie difformità già contestate, si sono aggiunti il pozzo d’acqua “miracolosa”, la piscina della “aspirante Lourdes sicula”, un’ulteriore colata di cemento per realizzare all’esterno la cosiddetta cappella del Volto Santo di Manoppello, muri e cementificazioni sparse in ogni dove visibili e documentate dalle immagini riprese via satellite prima e dopo la realizzazione delle cementificazioni. Tutte queste opere sono state dichiarate abusive, sebbene l’interessato tenti di negare nei propri video l’evidenza dei fatti, presentandosi in veste di vittima perseguitata.

Minutella afferma da settimane nei suoi pubblici video che questo «accanimento persecutorio» scatenato nei suoi riguardi e verso «un’opera voluta dalla Madonna» si baserebbe su «piccolissime difformità», indicando ora una finestra, ora un paio di archi chiusi. Più volte ha precisato che le costruzioni realizzate in quest’area sono di legno e come tali smontabili (vedere suoi video QUI, QUI, QUI, etc..), omettendo però di precisare che sono state erette su di un terreno agricolo sopra basi cementificate con un massetto di 20 cm. successivamente piastrellato, con relativi impianti elettrici e idrici tutt’altro che regolari e conformi alle normative di sicurezza. A suo dire queste sarebbero piccole cose insignificanti realizzate in zone nelle quali ― ironizza ― l’abusivismo trionfa ovunque, vale a dire: gli altri fanno cose peggiori (vedere suoi video QUI, QUI, QUI, etc..). 

La difformità urbanistica non dipende da «due archi chiusi» ma dal fatto che nel piano regolatore questo terreno a uso agricolo non era destinato a edificio di culto. Peraltro, per poter costruire una chiesa ― che si tratti di una cappella o di un edificio adibito in ogni caso al culto ―, a trattare con le autorità amministrative non può essere un prete dimesso dallo stato clericale dichiarato con sentenza della suprema autorità ecclesiastica non più membro del clero e della Chiesa Cattolica, ma solo l’ordinario diocesano del luogo peculiare, secondo le leggi che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa a norma del Concordato del 1929 revisionato nel 1984. Pertanto, un qualsiasi soggetto che dalla sera alla mattina ritenesse opportuno dichiarare che l’attuale è una «falsa Chiesa Cattolica governata da un falso Papa» e che loro, denominati «piccolo resto», sono invece la vera Chiesa Cattolica, non ha titolo giuridico per chiedere e trattare con i competenti organi amministrativi l’erezione di luoghi di culto, non costituendo lui e i suoi associati né un ente religioso di diritto pubblico né una associazione di culto riconosciuta dallo Stato. Questo il motivo per il quale S.E. Mons. Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale, nella cui giurisdizione canonica rientrava la cittadina di Carini, con un pubblico decreto del 17 settembre 2015 definì «illecite» le attività del Minutella e «sospette di manipolare le coscienze dei semplici», oltre che «illegittima la costruzione della cosiddetta “cappella” in un terreno di proprietà privata, perché priva della necessaria licenza ecclesiastica» (vedere testo del decreto QUI).

Affermare e lamentare: «Danno spazio a tutti, agli Ebrei, ai Protestanti, ai Mormoni, ai Buddisti … ma non a noi!» è una posa vittimistica irrazionale. Queste associazioni religiose che di tanto in tanto cita sono tutti culti riconosciuti, a partire dall’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche d’Italia), altrettanto le varie aggregazioni cristiane non-cattoliche come la FCEI (Federazione Chiese Evangeliche Italiane) o la Sacra Diocesi Ortodossa d’Italia, per seguire con le aggregazioni non cristiane come l’UBI (Unione Buddisti Italiani) e altre varie che con lo Stato hanno stipulato precisi accordi ottenendo relativi riconoscimenti e tutela come culti ed enti religiosi di diritto pubblico.

I fatti dimostrano che più volte Minutella ha tentato di ottenere concessioni impossibili da concedere ai sensi di Legge ― come per esempio l’erezione di luoghi di culto ― ponendosi in modo aggressivo e irridente verso i pubblici amministratori e le autorità ecclesiastiche del luogo. Così accadde quando nel 2022, trovandosi di passaggio a Trebaseleghe (Padova), territorio canonico della Diocesi di Treviso, colto da ispirazione decise di fondare nel Triveneto il Piccolo Tabor, acquistando su due piedi per 200.000 euro lo stabile di una ex palestra che necessitava di essere interamente ristrutturata. E dopo avere effettuato l’acquisto si rese conto che questo stabile invenduto da otto anni sul mercato era interamente ricoperto da un tetto in eternit, lo smaltimento del quale è costato ― per sua pubblica e ripetuta ammissione ― 60.000 euro (vedere video QUI).

Pochi giorni dopo il suo arrivo a Trebaseleghe già pubblicava sul suo canale YouTube video giornalieri dove insolentiva tutti i Vescovi del Triveneto (vedere video QUI), a partire dal Patriarca di Venezia, per seguire con gli Amministratori del locale Comune, che non potevano concedere il cambio di destinazione d’uso di uno stabile da palestra a luogo di culto, per i motivi legali già spiegati poc’anzi (vedere video QUI). Per non parlare dell’opportunità e della prudenza, oltre alla conoscenza della storia e della società di zone che tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta hanno sempre costituito la grande roccaforte della vecchia Lega Nord, intrisa di tutte le sue prevenzioni — accettabili o non accettabili che fossero — verso il Meridione d’Italia; e dove forse non aspettavano trepidanti l’arrivo di un siciliano esuberante che irridesse i vescovi della regione e i pubblici amministratori locali.

Vedendo il bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno bisogna prendere in considerazione quando Minutella lamenta che sui terreni confinanti ci sono case che non hanno realizzato abusi, ma che sono proprio costruzioni interamente abusive (vedere video QUI). Poi di seguito ironizza: «Altrove abusi e irregolarità non ci sono … no, è tutto regolare, specie qua in Sicilia!». Più volte ha anche narrato che quando i Vigili urbani si recarono a fare vari sopralluoghi, se ne stavano con le spalle voltate verso le costruzioni limitrofe gravate da altrettanti, se non peggiori abusi edilizi (vedere video QUI). 

Chiunque abbia conosciuto e visitato la Sicilia ha potuto vedere, soprattutto in certe zone costiere, delle irregolarità edilizie e degli abusi che in altre parti del nostro Paese, non sono solo impossibile da realizzare, ma sono proprio impossibili da pensare. La differenza che corre tra certi soggetti e il Minutella è che loro, sapendo di avere commesso irregolarità e abusi, stanno zitti, non vanno ad attaccare tutto e tutti in giro per il globo terracqueo. Così funzionano le cose ― in modo sicuramente sbagliato ― all’interno di un Paese come il nostro, che sa essere all’occorrenza corrotto e corruttore da Trieste sino a Porto Palo di Capo Passero, località nota anche come “ultimo sasso siciliano d’Italia”, molto più vicino a Malta che non a Roma.

 

dall’Isola di Patmos, 21 giugno 2024

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2024-06-21 22:00:432024-06-25 20:32:51La logica di Alessandro Minutella: «Gli altri fanno peggio». Forse sì, però sono scaltri e stanno zitti

Una nota di Padre Ariel sul sito Silere non possum: «Molesto come un riccio di mare dentro le mutande»

31 Maggio 2024/in Attualità/da Padre Ariel

UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE»

Questo soggetto ha vergato pagine e pagine e distribuito decine di video sui social media nei quali cerca disperatamente di legittimare ciò che mai potrà essere legittimato nella Chiesa Cattolica: le tendenze omosessuali e la pratica dell’omosessualità all’interno del clero, sino ad affermare ripetutamente che le tendenze sessuali e la loro sottintesa pratica riguarderebbero solo la vita privata dei chierici (!?). Una affermazione del tutto illogica nonché aberrante sul piano jus-canonistico, se vogliamo parlare di quel Diritto Canonico a lui tanto caro.

(in fondo: tutti gli articoli)

 

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

PDF  nota formato stampa

 

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Non è ironia, men che mai sfottò, ma comprensione autentica e vera carità cristiana. Anche se questo sito riesce a essere molesto quanto un riccio di mare dentro le mutande, noi Padri della rivista L’Isola di Patmos capiamo il suo capocomico ― o forse tragicomico ― provando cristiana tenerezza verso di lui, perché siamo pastori in cura d’anime e teologi che fanno teologia, storia della Chiesa, morale cattolica e diritto pregando.

 

Silere non Possum, collegamento all’articolo QUI

Questo soggetto ha vergato pagine e pagine e distribuito decine di video sui social media nei quali cerca disperatamente di legittimare ciò che mai potrà essere legittimato nella Chiesa Cattolica: le tendenze omosessuali e la pratica dell’omosessualità all’interno del clero, sino ad affermare ripetutamente che le tendenze sessuali e la loro sottintesa pratica riguarderebbero solo la vita privata dei chierici (!?). Una affermazione del tutto illogica, nonché aberrante sul piano jus-canonistico, se vogliamo parlare di quel Diritto Canonico a lui tanto caro (vedere nostro articolo di ieri, QUI).

Capiamo quanto sia frustrante essere cacciati persino dall’ostello della Caritas e vedere al tempo stesso altri, che sono come te, diventare preti, fare carriera, infiocchettarsi e continuare a esercitare gusti e attività del tutto legittime nel mondo secolare, ma che non potranno mai essere legittime e compatibili col sacerdozio e l’esercizio del sacro ministero sacerdotale nel mondo ecclesiale.

Marco Felipe Perfetti è un cieco invidioso e crede che la sua invidia sia giustizia, mentre invece è uno tra i più gravi peccati capitali. Speriamo che un giorno se ne renda conto, possibilmente quando non sarà troppo tardi. Se poi vuole correggersi e intraprendere un serio cammino di crescita spirituale, i miei Confratelli e io siamo sin d’ora a sua completa disposizione.

Dall’Isola di Patmos, 31 maggio 2024

 

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I nostri precedenti articoli sulla Banda della Sileriana:

– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ”  (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

–  29 marzo 2025  — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA  CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2024-05-31 14:16:292025-08-17 23:15:20Una nota di Padre Ariel sul sito Silere non possum: «Molesto come un riccio di mare dentro le mutande»

Le «finocchie perse» di Paolo Poli, la «frociaggine» del Santo Padre Francesco e i vescovi-finocchi di nuova generazione

30 Maggio 2024/in Attualità/da Redazione

LE «FINOCCHIE PERSE» DI PAOLO POLI, LA «FROCIAGGINE» DEL SANTO PADRE FRANCESCO E CERTI VESCOVI-FINOCCHI DI NUOVA GENERAZIONE

Il Santo Padre Francesco non ha sbagliato a dire che la frociaggine nei seminari non è accettabile, perché non lo è, né mai potrà esserlo. Ha però sbagliato a promuovere all’episcopato diversi gay friendly, se non peggio alcuni froci fatti e rifiniti che sotto il suo augusto pontificato sono finiti con una mitria in testa e un pastorale in mano. E oggi, uno o alcuni di questi lo hanno tradito, riportando all’esterno un discorso privato espresso liberamente come quando si parla in modo intimo e riservato tra fratelli.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

 

 

 

 

 

 

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Dopo l’espressione circa la «frociaggine», ha preso a circolare notizia sui social media che all’Assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Italiana erano presenti dei giornalisti e che il Sommo Pontefice Francesco ha impedito egli stesso che fosse dato l’extra omnes. Dopodiché, alla loro presenza, avrebbe parlato a ruota libera, al premeditato scopo di creare un caso mediatico (!?).

La notizia è falsa: nessun giornalista, neppure quelli di Avvenire e di Sat2000, neppure quelli dei media vaticani erano presenti.

A notizia diffusa alcuni Vescovi, tra gli oltre duecento presuli italiani presenti in assemblea, senza violare alcuna riservatezza ci hanno precisato che al termine di quel colloquio strettamente riservato tra il Vescovo di Roma e i Vescovi d’Italia, il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, S.E. il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo metropolita di Bologna, ha preso parola precisando che quanto era stato detto doveva rimanere strettamente riservato e non uscire da quell’aula, dove nessun estraneo era presente, meno che mai giornalisti.

Ma veniamo di nuovo alla «frociaggine», tema al quale abbiamo già dedicato due articoli: uno del Padre Ariel S. Levi di Gualdo e uno del Padre Ivano Liguori, prima di intervenire nuovamente con questo nostro redazionale dei Padri de L’Isola di Patmos.

Sui social media impazza di tutto, anche chi grida Tacer non posso! Frase ispirata a Sant’Agostino che spiega il passo dei due ciechi narrati nel Santo Vangelo (cfr. Mt 20, 30-34) che vedendo passare Gesù si misero a urlare:

«Timeo enim Iesum transeuntem et manentem et ideo silere non possum» (Sant’Agostino, Sermone n. 88).

Considerati certi promoter dell’omosessualismo all’interno della Chiesa, forse sarebbe meglio passare dall’agostiniano al dantesco, mettendosi a battere sul motto: «Un bel tacer non fu mai scritto». Noto proverbio italiano che significa in qual preziosa misura la bellezza del saper tacere al momento opportuno non è mai stata lodata a sufficienza. Espressione attribuita a Dante e rielaborata poi nel XVII secolo dal poeta veneziano Iacopo Badoer.

Quando si dibatteva sul Disegno di legge Zan, che dietro il pretesto della cosiddetta omotransfobia mirava di fatto a perseguire il reato di opinione, i nostri autori Ariel S. Levi di Gualdo e Ivano Liguori dettero alle stampe un libro intitolato Dal Prozan al Prozac, dedicato alla memoria del grande attore di teatro italiano Paolo Poli, che di Padre Ariel fu caro e affezionato amico. Nella copertina di quel libro campeggia una foto di scena di Paolo Poli e nella quarta (si chiama quarta il retro della copertina), è riportata questa sua frase all’apparenza scurrile, ma incisiva e veritiera:

«Vedo molta omologazione, un appiattimento della propria individualità, anche nell’apparire: tutti vestiti uguali in uno stereotipo pseudo-maschile, logicamente etero. I gay potrebbero avere la possibilità di esprimere una propria unicità e diversità nel senso più vero del termine. Invece no, vogliono giocare a marito e moglie e avere il permesso del Papa per potersi inculare! Ma dai! Lasciamo stare» (Paolo Poli, 17 dicembre 2003).

Il grande Paolo Poli che di se stesso diceva «sono omosessuale nel mio DNA», non usava il termine “gay” ma quello di finocchi, se non peggio di «finocchie sfrante» o di «languide checche perse», aveva individuato già vent’anni fa il problema di certi odierni cattolici sessualmente confusi che «Vogliono giocare a marito e moglie e avere il permesso del Papa per potersi inculare». Aggiungiamo noi tra queste nostre righe: non solo, rivendicano pure il diritto a diventare preti e a scatenare la frociaggine dentro i nostri seminari. Mentre, quanti tacer non possono, manco si rendono conto di sprofondare nel più grottesco ridicolo, quando celandosi dietro parole come «formazione» ed «educazione alla affettività», giungono ad affermare che le tendenze sessuali non possono influire sulla valutazione dei sacerdoti o dei candidati al sacerdozio, perché sono cose che riguardano le loro vite private (!?).

Ma proprio questo è il dilemma: un prete può forse rivendicare di avere una vita privata in cui manifesta nel privato l’esatto contrario di ciò che a un ministro in sacris è richiesto? Anche i magistrati hanno una loro vita privata, ma non possono condannare al mattino un trafficante di droga per poi la sera, nella loro intimità, sniffare cocaina, giustificando il tutto col fatto che tirano coca in casa loro, non sullo scranno del tribunale penale tra una pubblica udienza e l’altra. Anche i militi della Guardia di Finanza hanno una loro vita privata, ma non possono multare i commercianti che omettono di fare gli scontrini fiscali per poi dedicarsi nella loro vita privata all’evasione fiscale. Indubbiamente anche i preti hanno una loro vita privata, ma non possono predicare le cristiane virtù in pubblico e prenderlo poi nel culo nella loro vita privata. Sono delle tali ovvietà, queste, dinanzi alle quali è proprio il caso di dire che … Tacer non possiamo.

Un prete non può essere affetto da frociaggine, perché di per sé è cosa peggiore, sul piano morale e spirituale, della pratica attiva dell’omosessualità. Infatti il Sommo Pontefice Francesco se l’è presa con quella frociaggine psicologica e comportamentale che rappresenta un atteggiamento e uno stile di vita incompatibile col sacerdozio, la vita religiosa e le stesse strutture ecclesiastiche. Non se l’è presa coi froci il Santo Padre, tanto meno coi singoli froci, verso i quali ha sempre mostrato ― come del resto tutti noi ― premura e accoglienza. Ce lo impone la dottrina cattolica (cfr. Catechismo nn. 2357-2359) che ci invita ad accogliere, non certo a discriminare in alcun modo gli omosessuali; dottrina che precede di oltre trent’anni il Disegno di Legge Zan, col quale non si mirava a far sì che i froci venissero rispettati, ma che i più politicizzati e ideologizzati potessero avere uno strumento legale per perseguire le opinioni libere e del tutto legittime di chiunque osa non pensarla come loro. Per seguire coi froci-cattolici-confusi che dietro pretesti di educazione all’affettività e alla tutela della vita privata, nei concreti fatti «vorrebbero avere il permesso del Papa per potersi inculare», sempre per parafrasare Paolo Poli che, fosse stato oggi in vita, avrebbe pubblicamente plaudito al Santo Padre Francesco. Proprio perché, omosessuale a tutto campo tal era, la frociaggine non l’ha mai sopportata.

Qualche Vescovo ha tradito il Santo Padre allo scopo di metterlo in imbarazzo, creando un caso mediatico ed esponendolo a dure critiche e attacchi. Il singolo Vescovo, o il clubbino dei Vescovi che hanno fatto questo, è costituito da quei puffetti androgini caricaturali che nelle loro diocesi fanno i piacioni con le associazioni LGBT. Sono quelli ― come scriveva a suo tempo Padre Ariel nel suo libro E Satana si fece trino  pubblicato nel 2011 ―, che «ieri capeggiavano all’interno dei seminari la pia confraternita dei gay, oggi ce li ritroviamo Vescovi».

Il Santo Padre Francesco non ha sbagliato a dire che la frociaggine nei seminari non è accettabile, perché non lo è, né mai potrà esserlo. Ha però sbagliato a promuovere all’episcopato diversi gay friendly, se non peggio alcuni froci fatti e rifiniti che sotto il suo augusto pontificato sono finiti con una mitria in testa e un pastorale in mano. E oggi, uno o alcuni di questi lo hanno tradito, riportando all’esterno un discorso privato espresso liberamente come quando si parla in modo intimo e riservato tra fratelli. Ecco perché nei seminari non è bene ammettere i froci, perché poi diffondono il peggio della frociaggine all’interno della Chiesa e delle sue strutture ecclesiastiche e religiose. E oggi, non pochi froci che fomentano la frociaggine, ce li ritroviamo vescovi. Il Sommo Pontefice Francesco si ponga quindi, di fronte a questo grave problema, qualche seria domanda.

 

dall’Isola di Patmos, 30 maggio 2024

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N.B.

In questo articolo abbiamo fatto uso, volutamente e scientemente, non solo dei termini usualmente usati da Paolo Poli, ma di tutti quei termini quali «froci», «froce», «finocchi», «finocchie» … ecc … che sono usati abitualmente negli ambienti e nei circoli gay, inclusi i circoli LGBT, compreso quel termine «frociaggine» che tanto ha scandalizzato certi attivisti, i quali ne fanno però da sempre uso in modo persino dispregiativo nei riguardi di altri gay o associazioni gay, cosa che non ha fatto invece il Sommo Pontefice Francesco, né in questa né in qualsiasi altra occasione nel corso dei suoi dieci anni di pontificato. Sia ben chiaro.

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La frase più manipolata di questo pontificato: «Chi sono io per giudicare un gay?»

29 Maggio 2024/in Attualità/da Padre Ivano

LA FRASE PIÙ MANIPOLATA DI QUESTO PONTIFICATO: «CHI SONO IO PER GIUDICARE UN GAY?»

A distanza di anni, a partire da certi pseudo-cattolici avvelenati, dobbiamo seguitare a leggere queste asserzioni scandalizzate: «… il Papa ha affermato: chi sono io per giudicare un gay?». Per poi accusarlo di seguito d’aver sdoganato quello che per la morale cattolica rimane un disordine morale. È infatti proprio il Catechismo al quale il Santo Padre ha fatto richiamo che al n. 2357 chiarisce: «Gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati».

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Il «chi sono io per giudicare un gay» è una frase che ha una premessa alla quale segue una precisazione, poi un’espressione in linea con la dottrina cattolica e una ulteriore precisazione conclusiva con richiamo al Catechismo della Chiesa Cattolica.

Anche se abbiamo a disposizione Internet e tutti possono andare a cercare e leggere i discorsi ufficiali corredati quasi sempre anche di documenti video, disponibili e accessibili sul sito della Santa Sede, l’esercito di analfabeti funzionali o digitali si limita con ostinata caparbietà a basarsi sul sentito dire e sulle mezze frasi riportate di blog in blog.

Consapevole che a ben poco varrà chiarirlo, lo faccio ugualmente: il Santo Padre ha premesso: «… le lobby, tutte, non sono buone». E come premessa non è cosa di poco conto, perché si sta riferendo alle potenti e ideologizzate lobby LGBT, anche se non le nomina, ma lo lascia chiaramente capire.

Dopo questa premessa passa a una precisazione inequivocabile: «… se uno è gay e cerca il Signore …». Non si parla, quindi, di un fantomatico gay in quanto tale, ma di un gay «…che cerca il Signore…». Dopo la premessa e la precisazione un ulteriore chiarimento «… e ha buona volontà…». A questo punto il Santo Padre fa un’affermazione che sul piano della dottrina della fede cattolica è un’ovvietà: «… chi sono io per giudicare?».

Dico ovvia perché Dio solo può leggere e giudicare la coscienza di un uomo, nessuno di noi può, perché anche volendo non sarebbe in grado di farlo. Espresso il tutto il Santo Padre conclude: «Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo, ma dice: “Non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in società”». 

Adesso leggiamo la frase intera con la quale il 28 luglio 2013 il Santo Padre rispose alla giornalista brasiliana Ilze Scamparini, corrispondente dall’Italia e dal Vaticano per Rede Globo, scatenando le tifoserie LGBT e facendo gridare allo scandalo quei cattolici ottusi ai quali il non capire sembrava far comodo più che mai:

«[…] Lei parlava della lobby gay. Mah! Si scrive tanto della lobby gay. Io ancora non ho trovato chi mi dia la carta d’identità in Vaticano con “gay”. Dicono che ce ne sono. Credo che quando uno si trova con una persona così, deve distinguere il fatto di essere una persona gay, dal fatto di fare una lobby, perché le lobby, tutte non sono buone. Quello è cattivo. Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo, ma dice: “Non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in società” […]». (testo ufficiale, QUI).

Il n. 2358 del Catechismo della Chiesa Cattolica, al quale il Santo Padre si richiama, recita:

«Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione».

A distanza di anni, a partire da certi pseudo-cattolici avvelenati, dobbiamo seguitare a leggere queste asserzioni scandalizzate: «… il Papa ha affermato: chi sono io per giudicare un gay?». Per poi accusarlo di seguito d’aver sdoganato quello che per la morale cattolica rimane un disordine morale. È infatti proprio il Catechismo al quale il Santo Padre ha fatto richiamo che al n. 2357 chiarisce: «Gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». Cosa questa che implica, nell’intero contesto dei numeri 2357-2358, una netta distinzione tra il peccato, da respingere sempre e comunque, ed il peccatore, da accogliere sempre e comunque.

Bisognerebbe sempre evitare di prendere per buone le cose riportate di blog in blog. Eppure, coloro che se ne guardano bene dall’andare a leggere i discorsi e i documenti ufficiali, quasi sempre con allegati filmati, disponibili e alla portata di tutti, costituiscono un penoso e pietoso esercito sempre più fitto, col quale spesso, noi sacerdoti e teologi, dobbiamo sperimentare il grande fallimento dell’impotenza, dinanzi a chi, in modo ostinato, non vuole ascoltare ragioni, perché … «ma sui social ho letto che …».

 

Sanluri 29 maggio 2024

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ivano https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ivano2024-05-29 17:20:042024-05-29 21:39:23La frase più manipolata di questo pontificato: «Chi sono io per giudicare un gay?»

Santità, è dal 2011 che testimonio e lamento che «Nella Chiesa è scoppiato un nubifrocio universale». Se oggi avete deciso di usare miei stili e frasari, perlomeno pagatemi i diritti d’autore

28 Maggio 2024/in Attualità/da Padre Ariel

SANTITÀ, È DAL 2011 CHE TESTIMONIO E LAMENTO CHE «NELLA CHIESA È SCOPPIATO UN NUBIFROCIO UNIVERSALE». SE OGGI AVETE DECISO DI USARE MIEI STILI E FRASARI, PERLOMENO PAGATEMI I DIRITTI D’AUTORE

A tutti gli episcopetti che ieri, non potendo negare l’evidente problema da me sollevato sulla venefica lobby gay all’interno della Chiesa, si attaccarono alla forma sino a darmi del blasfemo, oggi ho una domanda molto seria da rivolgere, questa: il Romano Pontefice che parla di «frociaggine» è un blasfemo oppure, molto più semplicemente, si è finalmente scoperto a distanza di un decennio che il suo ghost-writer sono io?

 

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

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In un mio libro del 2011, intitolato E Satana si fece trino, tutt’oggi distribuito dalle nostre Edizioni L’Isola di Patmos, al paragrafo V del Capitolo Secondo tratto questo delicato tema:

«Preti gay e carrieristi puniti ed estromessi? macché: fanno lobby e sono scaldati come serpi in seno dando vita alla pornocrazia clericale».

Nella narrativa di questo capitolo feci uso di un’espressione per la quale alcuni vescovi con gli uteri particolarmente sensibili ― e per questo facili a essere assaliti da prurito ― lamentarono all’allora mio Vescovo, il defunto Luigi Negri di benedetta memoria, che andavo corretto e rimproverato per avere fatto ricorso alla blasfemia. Accadde infatti che questo mio buon Presule di allora, appena giunto alla plenaria della Conferenza Episcopale Italiana del 2012, durante la prima pausa disponibile fu assalito dalle geremiadi di diversi suoi fratelli Vescovi, quelli che per inciso, tanto per intendersi, del «nubifrocio» erano i diretti responsabili, nonché colpevoli dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini. La frase giudicata blasfema era la seguente:

«In questa nuova dimensione ecclesiale altamente de-virilizzata, pare che nella Chiesa sia veramente scoppiato un nubifrocio universale»

A distanza di tredici anni il Sommo Pontefice Francesco, durante l’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Italiana di questo mese di maggio 2024, parlando a porte chiuse con i Vescovi, perfettamente consapevole che la cosa sarebbe stata riportata ai giornalisti nel giro di poche ore ― sicuramente da qualche presule che si era sentito punto nel vivo ― ha lamentato che «Nei seminari c’è troppa frociaggine». Invitando i Vescovi a non ammettere nei nostri disastrati seminari ― che da anni e anni io lamento essere delle vere e proprie succursali dei gay village ― persone con tendenze omosessuali. Facendo presente e precisando in un altro discorso a porte chiuse fatto agli stessi Vescovi nel maggio del 2018:

«Se c’è un dubbio di omosessualità meglio non far entrare in seminario» (cfr. QUI).

A tutti gli episcopetti che ieri, non potendo negare l’evidente problema da me sollevato sulla venefica lobby gay all’interno della Chiesa, si attaccarono alla forma sino a darmi del blasfemo, oggi ho una domanda molto seria da rivolgere, questa: il Romano Pontefice che parla di «frociaggine», è un blasfemo oppure, molto più semplicemente, si è finalmente scoperto a distanza di un decennio che il suo ghost-writer sono io?

Riporto di seguito lo stralcio di quel V paragrafo tratto dal Capitolo Secondo della mia opera E Satana si fece trino, un libro scritto tra il 2008 e il 2010, pubblicato su suggerimento dell’allora mio Vescovo solamente alla fine del 2011.

Dall’Isola di Patmos 29 maggio 2024

 

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PRETI GAY E CARRIERISTI PUNITI ED ESTROMESSI? MACCHÉ: FANNO LOBBY E SONO SCALDATI COME SERPI IN SENO DANDO VITA ALLA PORNOCRAZIA CLERICALE

(E Satana si fece trino, Ariel S. Levi di Gualdo, Roma, 2011, Cap. II par. V)

Un corpo sporco che emana forte odore di sudore deve essere denudato e lavato accuratamente con acqua e sapone, al termine del lavaggio può essere cosparso di profumo; ma se sopra a un corpo sporco che emana forte odore di sudore si cosparge profumo, l’effetto sarà che il profumo frammisto al sudore finirà col farlo puzzare di più.

Coinvolto in argomenti legati a fatti dolorosi che affliggono e umiliano la Chiesa, sul finire il prelato mi ammonì:

«Il problema non è dire la verità ma come si dice».

Risposi:

«Gesù Cristo non morì per le verità che le autorità politiche e religiose volevano sentirsi dire, ma per quelle verità che non erano disposti a tollerare che fossero solo sospirate».

Quando non si può demolire la sostanza si tenta l’ultima disperata difesa cavillando sulla futile forma, per difendere al meglio il diritto alla cecità spirituale. Quando infatti non fu possibile rimproverare Gesù per avere guarito un cieco restituendo a lui la vista, si rimproverò con dure critiche per avere compiuto un miracolo di sabato, in un giorno nel quale non è consentito lavorare (cfr. Gv 5, 2-16).

O siamo forse, noi moderni cristiani, tanto diversi dai farisei dell’antica Giudea? Quando si parla di farisei tendiamo a farlo al passato, come se costoro fossero solo una delle molte sette ebraiche presenti nella Giudea dell’epoca; mentre invece il fariseo è un essere senza tempo e connotazione religiosa, è uno stile di vita che può radicarsi ovunque, in ogni tempo e cultura religiosa.

La brama di carriera, lungi dall’esser vezzo moderno, stando alle parole di San Paolo esisteva anche in epoca apostolica; già allora c’era chi aspirava all’episcopato, tanto che l’Apostolo esorta:

«È degno di fede quanto vi dico: se uno aspira all’episcopato, desidera un compito eccellente, ma bisogna che l’episcopo sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale e capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al danaro» (I Tm 3, 1-3).

Oggi la differenza sta nell’approccio di tipo erotico-psicologico. I carrieristi del passato erano virilmente mossi da motivazioni che nei concili dei primi secoli generavano accese battaglie dottrinali, nelle successive lotte politiche e religiose; degli animali sociali che credevano in qualche cosa che andava oltre loro stessi e la loro brama di carriera.

Per gli uomini del passato far carriera nel mondo ecclesiastico era un mezzo per vincere una battaglia, per imporre la loro dottrina, la loro politica sociale o economica.

Quello di oggi è un carrierismo che viene a galla in un mondo di ominicchi e quaquaraquà ripiegati sull’edonismo di una psicologia sociale giunta all’apice del narcisismo collettivo. Alla virilità dei maschi che ieri lottavano per le investiture e che erano disposti a giocarsi la vita e la salute dell’anima per riuscire a imporre ciò in cui credevano, si è andata sostituendo la mollezza androgina di una visione estetica dell’essere sociale e dell’apparire, anche attraverso un luogo privilegiato come la Chiesa, un set di riprese internazionali che può portare vescovi e presbiteri alle luci della ribalta dei mezzi di comunicazione di massa, o a stretto contatto col mondo della politica, della cultura e della economia pubblica e privata.

In questa nuova dimensione ecclesiale altamente devirilizzata, pare che nella Chiesa sia veramente scoppiato un nubifrocio universale, capitanato da un agguerrito esercito di monsignorini in carriera, amici degli amici degli amici … che ancora non sono stati sbattuti fuori dalla curia romana e che al suo interno proliferano per i buoni uffici di amici degli amici degli amici, allontanando o tenendo spesso lontano tutto ciò che di puro potrebbe entrarvi. Ma dovendo compiacere e piacere per raggiungere il fine di compiacere e piacere a se stessi, per intrinseca natura i carrieristi estetici non sono inclini a prendere decisioni, ciò implicherebbe il possesso psico-fisico e l’uso di quegli attributi maschili necessari ad assumersi responsabilità, che in ogni società comportano l’alto rischio di piacere a due uomini e rimanere sgraditi a duemila, di quando in quando per essere celebrati vent’anni dopo la dipartita come spiriti lungimiranti da venti milioni di uomini contro il parere negativo di due soli sciocchi ostinati.

I media hanno finito per snaturare la figura episcopale e nell’immaginario collettivo il vescovo è stato mutato in una specie di Regina Elisabetta, icona rappresentativa per francobolli, sterline e parate di Buckingham Palace. Parlano del vescovo come di un soggetto religioso preposto a “rappresentare la sua Chiesa”, a partire dal primo dei vescovi, il Sommo Pontefice, che “rappresenta la Chiesa Cattolica”. Cosa vera ma anche ambigua, se la mano calca su quei concetti di “rappresentanza” che hanno cancellato dalla memoria collettiva che il fatto che il vescovo è chiamato a governare la sua Chiesa, prima che esserne “rappresentante” religioso mero amministratore delegato, o peggio curatore fallimentare [1].

Oggi si è smarrita la figura pastorale e spirituale del padre apostolico che regge la famiglia, garantendo la protezione e la educazione dei figli e facendo sentire all’occorrenza anche il morso dell’autorità e della disciplina.

I vescovi reggono le Chiese particolari a loro affidate come vicari e legati di Cristo, col consiglio, la persuasione, l’esempio, ma anche con l’autorità e la sacra potestà, della quale però non si servono se non per edificare il proprio gregge nella verità e nella santità, ricordandosi che chi è più grande si deve fare come il più piccolo, e chi è il capo, come chi serve (cfr. Lc 22, 26-27).

Questa potestà, che personalmente esercitano in nome di Cristo, è propria, ordinaria e immediata, quantunque il suo esercizio sia in ultima istanza sottoposto alla suprema autorità della Chiesa e, entro certi limiti, in vista della utilità della Chiesa o dei fedeli, possa essere ristretto.

«In virtù di questa potestà i vescovi hanno il sacro diritto e davanti a Dio il dovere di dare leggi ai loro sudditi, di giudicare e regolare tutto quanto appartiene al culto e all’apostolato […][2] In forza di ciò, i Vescovi reggono le Chiese particolari a loro affidate, come vicari e delegati di Cristo, col consiglio, la persuasione, l’esempio, ma anche con l’autorità e la sacra potestà, della quale però non si servono se non per edificare il proprio gregge nella verità e nella santità» […][3].

Perdere tutto questo, vuol dire smarrire il senso spirituale e pastorale dell’episcopato nella Chiesa.

Nelle sue più importanti azioni liturgiche il vescovo è chiamato a procedere con la verga, il bastone pastorale, che è segno del suo governo spirituale e della sua virilità cristiana e psicologica.

A maggior ragione oggi viene da arrossire d’imbarazzo, quando certi cerimonieri estetici ricoprono i poveri vescovi con cascate di trine e merletti, che rammentano più le ammalianti biancherie intime femminili anziché i paramenti dei maschi Padri della Chiesa.

Il moderno carrierismo estetico e mediatico si regge su un elemento singolare: non è virile ma efebico, femmineo; nella migliore delle ipotesi asessuato, nella peggiore sfocia nel vero e proprio disordine sessuale per ovvie conseguenze del carattere.

Nel rapporto privo di equilibrio con la carriera ecclesiastica, esistono soggetti in numero tremendamente alto influenzati dal tipico istinto del narcisista omosessuale. E per la macchina della Chiesa non c’è peggiore ingolfamento delle subdole personalità dei gay repressi, finiti in considerevole numero come volpi nel pollaio in ruoli delicati dove si finisce «non per servire ma per servirsi»[4], non per piacere a Dio, ma per piacere agli altri e compiacere se stessi, anziché esercitare il potere di decidere secondo carità e giustizia ciò che quella cattedra episcopale o quell’ufficio di curia richiedono per il bene della Chiesa e dei suoi fedeli.

Nascondere la verità non giova a nessuno, specie a chi deve annunciarla al mondo.

Se davvero vogliamo affrontare sul serio questo problema molto drammatico, dobbiamo partire da un triste dato di fatto: oggi, all’interno del clero secolare e religioso maschile, il numero degli omosessuali è spaventosamente alto e si divide tra gay praticanti e gay repressi; i secondi più attivi dei primi nell’esercizio della loro logorante omosessualità psicologica. Gli omosessuali per carattere psichico repressi nel corpo, sono di gran lunga peggiori di coloro che praticano l’omosessualità fisica, causando da sempre all’interno della Chiesa dei danni talora enormi talora irreparabili, puntando sempre a piazzarsi nei posti più alti e nei ruoli-chiave di governo, per meglio rafforzare una lobby molto potente e solidale al suo interno, retta su criteri pornocratici.

Quello della pornocrazia[5] è un dramma che ferisce la Chiesa colpendola con affondi mortali. Termine recente di origine francese, pornocrazia indica una forma di governo caratterizzata dal nefasto influsso di cicisbei e prostitute sugli uomini preposti all’esercizio del potere. Alla lettera significa “governo delle prostitute”, o governo fondato in buona parte sui meccanismi tipici della prostituzione.

A caratterizzare la pornocrazia, non è tanto il baratto di favori sessuali con posizioni di privilegio, come nelle consuete relazioni tra potente e prostituta, perché questi rapporti di potere non sempre hanno avuto connotazioni di tipo sessuale, specie all’interno di certe sacche decadenti, che hanno costituito nei tempi passati e presenti orribili zavorre per la Chiesa, dove spesso il meccanismo, lungi dall’essere quello del tutto naturale della sessualità eterosessuale, si fonda sulla asessualità, o su puri meccanismi omosessuali, spesso più psicologici che fisici.

Nella pornocrazia clericale, l’omosessualità praticata a livello fisico è solo la punta estrema di un’omosessualità mentale radicalizzata e andata non di rado al potere.

Con l’esercizio del proprio influsso sull’uomo di potere la prostituta, o il gay-prostituto, non tanto riescono a esercitare in modo indiretto il loro personale potere, perché simili meccanismi di ruolo sono stati più volte esercitati in modo quasi istituzionale dalle legittime consorti dei sovrani, o dai loro vari amichetti-gay.

Quel che risulta particolarmente logorante nella Chiesa, più che nel potere civile laicista, è la capacità del prostituto di creare un proprio potere personale a volte quasi assoluto, che si sostituisce spesso all’autorità del potente e che non di rado sopravvive al potente stesso.

Si pensi per esempio al giovane ed efebico segretario dalle cui labbra il potente pendeva e che dopo avere influito sull’esercizio del potere del prelato – che era preposto a servire, non a pilotare colpendolo con le frecce di Cupido –, quando questi sta per ritirarsi dalla carica per sopraggiunti limiti di età, viene promosso vescovo prendendo il posto – in rango e dignità sacramentale – del suo padrone platonicamente innamorato[6].

L’uso del termine prostituto anziché prostituta, in una società al maschile come quella ecclesiastica non è casuale, considerando che nella Chiesa la pornocrazia tende ad avere come personaggi motore soggetti eminentemente maschili.

Quest’ultimo è il drammatico caso della potente lobby dei gay, che all’interno della Chiesa riesce da alcuni decenni a incidere e influire sull’apparato propulsore dell’intera Orbe cattolica: la promozione dei presbiteri all’episcopato.

Precedendo di molti secoli la classificazione degli uomini posta da Leonardo Sciascia sulla bocca al personaggio del suo romanzo, San Bernardo di Chiaravalle[7] che non è personaggio di fantasia ma uno straordinario santo e dottore della Chiesa, nel 1145 scrisse al suo discepolo Bernardo dei Paganelli, divenuto Sommo Pontefice col nome di Eugenio III, salutandone l’elezione al Soglio di Pietro con un Trattato buono per ogni Papa, attentamente adattato per lui. In questo scritto Bernardo non manca di far presente che attorno al Santo Padre non stanno affatto bene certi paggi melliflui e giovani zazzeruti a seguito di vescovi e cardinali.

Saggia esortazione rivolta a un neo eletto Pontefice nove secoli fa da un futuro santo e dottore della Chiesa.

Oggi qualcuno può dire che non eravamo stati avvisati con largo anticipo, riguardo ai danni che possono produrre certi paggi melliflui e giovani zazzeruti ai quali si riferisce San Bernardo di Chiaravalle?[8] O, se al linguaggio medioevale di questo Dottore della Chiesa, preferiamo quello letterario di Sciascia del XX secolo: «Piglianculo e quaquaraquà»?[9]

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NOTE

[1] Sul potere di governo del vescovo e il suo ministero: Christus Dominus, n. 8 e n. 11, Esortazione Apostolica Pastores Gregis, n. 42, n. 54, n. 55 e seguenti.

[2] Costituzione Dogmatica Sulla Chiesa Lumen Gentium, n. 27.

[3] Esortazione Apostolica Pastores Gregis, n. 43.

[4] Meditazione del Cardinale Joseph Ratzinger alla IX Stazione della Via Crucis, Colosseo di Roma, 25 marzo 2005. Benedetto XVI: Via Crucis 2005, Editrice Libreria Editrice Vaticana.

[5] Termine italiano coniato sul film di Catherine Breillat il cui titolo originale è Anatomie de l’enfer. Prod. Francia, 2004.

[6] N.d.A. all’edizione del 2019 — Fatto di cronaca così riportato dagli organi di stampa: «Nell’estate del 2017 la Gendarmeria Vaticana arresta Mons. Luigi Capozzi, di anni cinquanta, segretario del Cardinale Francesco Coccopalmerio e addetto di seconda classe presso il Pontificio consiglio per i testi legislativi, presieduto da questo porporato. Il fatto: nel suo appartamento collocato in Vaticano nel palazzo del Sant’Uffizio, Monsignore organizzava festini gay a base di droga, tanto da render poi necessario il suo ricovero nella clinica romana Pio XI per terapie di disintossicazione», cfr. Franca Giansoldati, Il Messaggero, 29 giugno 2017; Francesco Antonio Grana, Il Fatto Quotidiano, 5 luglio 2017; Redazionale, Libero, 7 luglio 2017; Domenico Gramazio, La Città di Salerno, 2 luglio 2017; Emanuele Barbieri, Corrispondenza Romana, 22 novembre 2017; Riccardo Cascioli, La Nuova Bussola Quotidiana, 4 dicembre 2017, etc..]. Rifacendosi a notizie a loro pervenute dall’interno della Santa Sede, i giornali precisano che Monsignore «era già stato proposto dal Cardinale per essere elevato alla dignità episcopale», Francesco Antonio Grana, Il fatto Quotidiano, 28 Giugno 2017. A oltre un anno dal fatto, i giornalisti Maike Hickson e John Henry Westen di LifeSiteNews lanciano una notizia poi riportata dal vaticanista Marco Tosatti, Stylum Curiae 11 ottobre 2018 e da Giuseppe Aloisi, Il Giornale, 11 ottobre 2018 e da vari organi di Stampa: «Il Cardinale Francesco Coccopalmerio […] era presente al party omosessuale a base di droga in cui ha fatto irruzione la polizia vaticana nell’estate del 2017 e in cui fu arrestato il suo segretario, Mons. Luigi Capozzi». A questa notizia risponde la sera stessa con un tweet il Cardinale Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, all’epoca dell’accaduto Sostituto della Segreteria di Stato: «La notizia è priva di fondamento. Fui io ad informare dell’arresto del sacerdote il Card. Coccopalmerio a fine giornata, non avendolo trovato, per un disguido, il mattino. Il prete non fu arrestato durante un fantomatico party, ma nel cortile della casa». Chiariamo il tutto: per oltre un anno il Cardinale Angelo Becciu ha permesso ai giornali di infangare un prete scrivendo senza mai essere smentiti che «l’arresto è avvenuto all’interno dell’appartamento durante un party gay a base droga», poi, trascorsi sedici mesi – quando in ballo è stato tirato un cardinale – l’ex sostituto alla Segreteria di Stato, con solerte tempismo e improvviso amore per la verità, informa con un tweet che l’arresto non avvenne «durante un fantomatico party» ma «nel cortile di casa» (!?) … «Il 29 agosto 2018 crolla il tetto della chiesa romana di San Giuseppe ai Falegnami», La Repubblica, 30 agosto 2018, il cui titolo è detenuto dal Cardinale Francesco Coccopalmerio. Dopo avere illustrata questa fedele cronologia non passibile di smentita, forse sarebbe bene tenere sotto stretto controllo, al fine di evitare altri crolli improvvisi, la necropoli etrusca maremmana di Roselle, di cui il Cardinale Angelo Becciu è Arcivescovo titolare, quindi il tetto della chiesa romana di San Lino, di cui egli detiene il titolo cardinalizio. 

[7] Monaco e poi Abate dell’Ordine Cistercense (Fontaine les Dijon 1090 – Ville sous la Ferté 1153). Fondò l’Abbazia di Clairvaux e altri monasteri, tra cui l’Abbazia di Chiaravalle in Italia. Canonizzato nel 1174, fu dichiarato Dottore della Chiesa nel 1830. Nel 1953 il Sommo Pontefice Pio XII volle dedicargli l’Enciclica: Doctor Mellifluus.

[8] N.d.A. all’edizione del 2019 – Quando nel 2009 scrivevo queste righe mi era sfuggita la seguente riflessione: forse, San Bernardo di Chiaravalle, indicando «paggi melliflui e giovani zazzeruti», vale a dire i gay presenti in certe corti ecclesiastiche dell’epoca, potrebbe essersi rifatto al Liber Gomorrhianus scritto alcuni decenni prima da San Pier Damiani (Ravenna 1007 – Faenza 1072), opera in cui supplica il Romano Pontefice di dimettere dal ministero sacerdotale ed episcopale i rei dei turpi peccati di omosessualità, efebofilia e pedofilia. Già all’epoca esisteva però una potente lobby gay, ed il Sommo Pontefice rispose che questi auspicati provvedimenti severi sarebbero stati presi solo in caso di recidiva.

[9] Leonardo Sciascia: Il Giorno della Civetta. Torino, 1960, Editrice Einaudi.

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Le disastrose nomine episcopali di una Chiesa che sprezza e distrugge il talento per far prevalere l’ideologia

5 Maggio 2024/in Attualità/da Padre Ariel

LE DISASTROSE NOMINE EPISCOPALI DI UNA CHIESA CHE SPREZZA E DISTRUGGE IL TALENTO PER FAR PREVALERE L’IDEOLOGIA 

Nel 1960, mentre negli Stati Uniti d’America c’era la segregazione razziale tra bianchi e neri, abolita solo 4 anni dopo dal Civil Rights Act, a Roma, il tanzaniano Laurean Rugambwa, neoeletto cardinale, vestito di rosso porpora con ermellino e cappa magna riceveva il baciamano a ginocchio flesso da parte dei membri della più antica nobiltà pontificia. Conosce il Santo Padre Francesco queste edificanti perle di storia legate a una curia romana che bacia la mano a un cardinale negro mentre negli Stati Uniti i negri non potevano neppure salire sui mezzi pubblici?

 

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

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Prendere parroci di consolidata esperienza e promuoverli all’episcopato non sarebbe di per sé cosa sbagliata, perché ciò di cui hanno vitale bisogno le numerose piccole, ma anche medie diocesi italiane è la figura di un vescovo con esperienza pastorale, che sappia trattare coi suoi presbiteri e accogliere e guidare la porzione di gregge del Popolo di Dio a lui affidato. Essere però parroco, o esserlo stato, non è affatto una garanzia, perché al vescovo è richiesta una particolare completezza che pochi parroci hanno, specie quelli che per giungere all’episcopato sono riuscito a cucirsi addosso il “fortunato” curriculum di «prete di frontiera» o «di periferia», imprescindibile e determinante sotto questo pontificato. Il Vescovo deve anzitutto saper governare i propri presbiteri con autorità e autorevolezza, confermandoli giorno dietro giorno nella fede (cfr. Lc 22, 31-34) quindi guidare in modo deciso e credibile il Popolo di Dio.

il Cardinale Laurean Rugambwa, foto d’archivio, Città del Vaticano,1960

I vescovi devono rifuggire dagli atteggiamenti degli smidollati che per accontentare tutti e non scontentare nessuno creano situazioni di paralisi auto-distruttiva, perché di fatto non governano la loro Chiesa particolare e lasciano che a governarla siano le prepotenze, i litigi e gli arbitrî dei preti divisi tra loro, dove a prevalere è solo l’arroganza dei più forti che nel tempo si sono piazzati nei posti giusti dopo aver collezionato le peggiori armi di ricatto. Preti che in certe diocesi, pur rappresentando un esiguo numero di tre o quattro elementi, hanno messo sotto scacco e ridotto al silenzio tre o quattro vescovi uno appresso all’altro, dopo aver fatto loro capire che avevano in mano strumenti di ricatto sia sul versante morale sia sul versante economico per far saltare in aria una diocesi intera, con tutte le implicazioni di carattere penale nel caso in cui certe notizie fossero giunte alle competenti autorità giudiziarie civili e penali. E non pochi vescovi italiani, in situazioni di questo tipo, sono rimasti col loro bel pastorale in mano usato unicamente come gingillo liturgico a fare di fatto niente, o meglio sì, a fare solo le comparse sulla scena del teatrino.

Il vescovo deve essere un maestro di dottrina. E qui si noti che non ho detto un teologo sopraffino, ma un maestro di dottrina, capace d’insegnare e imporre all’occorrenza il rispetto del Magistero della Chiesa qual supremo custode nella sua Chiesa particolare del depositum fidei. Considerate però le omelie registrate che sono state pronunciate sia per il loro insediamento in cattedra sia durante i primi atti di ministero episcopale da parte di diversi di questi vescovi provenienti da parrocchie-esistenziali-periferiche, la dottrina di diversi di loro non è poi così entusiasmante; e quando non si conosce bene e a fondo il depositum fidei, tutelarlo non è facile, anche se naturalmente nessuno pone limiti alla grazia dello Spirito Santo, che però è bene non sfidare sino ai livelli di certe infelici nomine.

Il vescovo deve essere anche un conoscitore di diritto e avere un naturale senso spiccato della giustizia. E qui si noti: non ho detto che debba essere un sopraffino dottore in diritto canonico ma una persona dotata del senso del diritto, perché se non lo è, scivolerà facilmente nel libero arbitrio, fabbrica di tutte le peggiori ingiustizie. Anche in questo caso, molte delle nuove leve, lasciano parecchio a desiderare pure in tal senso, pur essendo stati parroci periferico-esistenziali per tanti anni ed essersi presentati come paladini della Chiesa povera per i poveri che guarda ai profughi e ai Rom.

Il vescovo è sommo liturgo e dall’Eucaristia che celebra dipende la validità di tutte le Eucaristie celebrate nella sua Chiesa particolare. E anche in questo caso è bene sorvolare sul modo sciatto e approssimativo col quale taluni vescovi provenienti da parrocchie-esistenziali-periferiche, vere o presunte, sono stati ripresi per anni e anni da numerosi cineoperatori mentre celebravano liturgie sulle quali è bene stendere un velo pietoso.

Sia le mode, sia il conformismo, portano per vie diverse ma parallele tutte e due allo stesso disastro. Infatti, prima della moda conformista dei vescovi-parroci-periferico-esistenziali, abbiamo vissuto sia la moda dei vescovi-curiali con Giovanni Paolo II sia la moda dei vescovi-professori con Benedetto XVI. Questi secondi, perlopiù legati all’ultimo scorcio di pontificato di Giovanni Paolo II e al successivo pontificato di Benedetto XVI, che rendendosi conto di quanto all’interno della Chiesa il fermento degli errori dottrinari o delle eresie avesse fatto lievitare giganteschi panettoni, per porvi rimedio, anziché chiudere le fabbriche di panettoni, invece di togliere a certe pontificie università e pontifici atenei il titolo “pontificio”, si comincia a far nominare vescovi dei professori di teologia più o meno illustri, spesso proprio provenienti da queste stesse fabbriche di eresie, all’interno delle quali erano loro stessi i primi e più perniciosi diffusori. Purtroppo questi professori, alcuni dei quali teologi veri altri dei puri palloni gonfiati, nel corso del tempo hanno seminato in giro per le diocesi tanti e tali danni che in molti casi occorreranno decenni prima che vi si possa porre rimedio, specie quando questi gravi danni sono correlati alle ordinazioni sacerdotali di non pochi soggetti sbagliati che come tali non avrebbero mai dovuto diventare preti.

I problemi non si risolvono passando da una moda all’altra, lo ha già fatto la politica. O forse la Chiesa vuol ripetere gli errori dei politici? Qualcuno ricorda i tempi in cui dinanzi alla politica caduta ai minimi storici di credibilità, i partiti politici italiani tentarono di allettare gli elettori candidando attori, cantanti e calciatori nelle liste elettorali? A dire il vero fu candidata ed eletta anche una celebre pornostar. Vogliamo ripetere questi stessi errori nella Chiesa, pornostar incluse?

Il problema non è che per divenire vescovi sia necessario essere stati parroci, o professori di teologia, o addetti a mansioni di curia. Non è infatti il ruolo che rende santo l’uomo, ma l’uomo che santifica il ruolo che è stato chiamato a ricoprire. Un buon vescovo può uscir fuori da un parroco di periferia come da un luminare della teologia, da un addetto al servizio diplomatico come da un presbitero che ha servito la Chiesa in un ospedale specializzato nella cura di malati terminali, da un missionario che ha trascorso molti anni della sua vita nei villaggi più poveri del Congo come da un ricercatore che gran parte della sua vita l’ha trascorsa dentro gli archivi e le biblioteche storiche, perché è l’uomo che fa il buon vescovo, non lo specifico incarico ch’egli ha ricoperto. Contrariamente si rischia di ragionare e di assegnare episcopati sulla base di stereotipi ideologici, con i risultati desolanti che finiscono poi per brillare alla luce del sole oggi.

Parlando del dramma degli auto-candidati e della mafia clericale che li promuove, in un mio libro pubblicato agli inizi del 2011[1], parlando dell’episcopato e della nostra naturale vocazione alla santità, scritta nell’acqua del nostro battesimo, affermai che spetta alla Chiesa stabilire in che modo i consacrati nei tre gradi del Sacramento dell’Ordine debbano svolgere e prestare i propri grati e preziosi servizi; presupposto questo che sta a fondamento della natura del Sacramento dell’Ordine. È inammissibile che dei sacerdoti si propongano come candidati all’episcopato o che dei vescovi si propongano per delle grandi sedi metropolitane, per uffici della curia romana o per il titolo onorifico cardinalizio. Chiunque, in modo diretto o indiretto lo facesse, dovrebbe essere di rigore escluso da ogni possibilità di promozione. Nessuno è infatti promosso e consacrato vescovo per proprio prestigio personale ma per essere un servo fedele e devoto a servizio della Chiesa particolare a lui affidata, sempre tenendo a mente che Dio si è incarnato in Gesù non per essere servito ma per servire (cfr. Mt 20,28). Dovremmo pertanto lavorare per giungere un giorno a un importante risultato: un clero cattolico formato da sacerdoti secolari e regolari perfettamente consapevoli che essere vescovo di una grande e importante diocesi o essere parroco di una piccola parrocchia di campagna è ugualmente dignitoso e importante per la Chiesa, in seno alla quale il vescovo della grande diocesi e il parroco della piccola chiesa di campagna offrono ambedue un servizio indispensabile, accomunati dalla loro medesima natura di servi.

Nella Chiesa esiste la preziosa figura ispiratrice e l’alto esempio del Santo Vescovo Carlo Borromeo, ma esiste altrettanta preziosa figura ispiratrice di non minore e alto esempio: Giovanni Maria Vianney, eletto non a caso patrono dei sacerdoti. Nessuna mente savia avrebbe mai inviato Carlo Borromeo come parroco ad Ars e Giovanni Maria Vianney come vescovo a Milano; ma è appunto la Chiesa la unica, la sola a stabilire chi deve diventare vescovo di Milano e chi curato di Ars, per sviluppare al meglio la sua naturale vocazione alla santità e per preservare e salvare la fede nel Popolo di Dio.

Quando al buon senso subentrano però le mode o le strategie di mercato giocate su veri e propri slogan pubblicitari, il rischio che si corre è di mettere Giovanni Maria Vianney a fare il Vescovo di Milano e Carlo Borromeo a fare il curato ad Ars, con un triste risultato conseguente: né l’uno né l’altro diverranno santi. Il primo, non diventerà santo perché risulterà un soggetto inadeguato poiché non all’altezza di fare il Vescovo di Milano; il secondo, non diventerà santo perché risulterà un soggetto inadeguato poiché non all’altezza di fare il curato ad Ars, ed entrambi semineranno danni a non finire.

Nello stato in cui ci troviamo, è inutile cercare piccole, futili e clericali strategie, oggi mirate alla sfornata dei professori e dei curiali, domani a quella dei parroci che hanno preso in qualche modo su di sé – realmente o per abile burla – l’odore dei poveri e di quelle periferie esistenziali che sembrano andare oggi di moda. Ciascuna di queste scelte sono solo palliativi che portano al totale fallimento. Ciò che infatti pare non entrare dentro le teste sempre più piccole di certi ecclesiastici, è che per giungere a essere veramente perfetti nell’unità (cfr. Gv 17, 23) bisogna procedere all’occorrenza anche con divisioni drammatiche, memori che Cristo Signore è venuto anche per portare la spada e la guerra, non solo la pace intesa alla maniera degli onirici pacifisti ideologici (cfr. Mt 10,34), memori che prima o poi, al momento opportuno, il grano dovrà essere separato dalla gramigna, quando si avrà la certezza che per strappare la gramigna non sia sacrificata neppure una spiga di grano. Ciò non vuol dire: aumentiamo la gramigna affinché soffochi definitivamente il buon grano, come di questi tempi stiamo invece facendo (cfr. Mt 13, 24-30).

Le odierne mode impediscono a delle aquile reali di accedere a uffici ecclesiastici dove potrebbero rendere ottimi servizi alla Chiesa. Perché le mode sono sempre nocive, di qualunque genere esse siano, inclusa la ricerca odierna di parroci con trascorsi veri o presunti tra le Caritas, le baraccopoli e i campi Rom, perché ciò vuol dire che al presente, un uomo di Dio della straordinaria completezza umana, morale, teologica, giuridica e pastorale come Rafael Merry del Val, non solo non sarebbe mai divenuto cardinale, ma neppure vescovo e forse neppure prete, perché solo il suono del suo cognome farebbe storcere molti nasi che fingono di voler sentire unicamente l’odore delle pecore da prendere su se stessi, senza aver affatto capito quello che il Santo Padre Francesco voleva dire e trasmettere ai pastori in cura d’anime affermando di essere pastori con addosso l’odore delle pecore (cfr. QUI). Né mai avrebbe fatta alcuna strada un uomo come Giovanni Battista Montini, reo di provenire da una famiglia della vecchia e ricca borghesia lombarda[2]. Non indugiamo poi sulle infelici sorti che nella Chiesa modaiola di oggi sarebbero toccate a un soggetto come Eugenio Pacelli, sul quale meglio soprassedere per passare direttamente ad Angelo Giuseppe Roncalli, ma a quello vero, non al santino da iconografia popolare. Oggi come oggi, il futuro San Giovanni XXIII, giunto all’apice della carriera diplomatica come nunzio apostolico a Parigi, sarebbe mai diventato Patriarca di Venezia ― per di più ultra settantenne ―, dopo avere trascorso tutta la sua vita nel servizio diplomatico della Santa Sede? Certo che no, perché se fossero state applicate le logiche modaiole odierne sarebbe stato cercato sicuramente un parroco di qualche provincia veneta che tra il 1945 e il 1950 aveva arricchito il proprio curriculum dopo essersi dedicato ai profughi e agli orfani di guerra o per avere servito pasti ai senzatetto rimasti privi di casa dopo i bombardamenti degli Alleati sull’Italia.

Se presso certe sedi vescovili sono inviati di prassi vescovi che hanno già maturato esperienze pastorali in altre diocesi dove hanno data buona prova di governo, ci sarà un motivo, o no? Se alcune sedi arcivescovili italiane sono da secoli anche sedi cardinalizie, è perché vi sono antiche tradizioni legate alla storia e ai passati regni e principati della penisola italica; da questo si è consolidata una consuetudine che non è detto debba essere mantenuta. Regole e consuetudini possono essere infatti cambiate e, per farlo, Pietro non deve chiedere il permesso a nessuno. Al limite, se vuole, o se è dotato della necessaria umiltà per farlo, può chiedere consiglio a chi certi meccanismi storici ed ecclesiali può conoscerli anche meglio di lui; ma lui solo, rimane munito della piena potestas per agire come reputa più opportuno. Che quindi l’attuale Patriarca di Venezia non sia stato creato cardinale, forse al diretto interessato non interessa nulla, ma ai veneziani abituati ad avere da secoli un patriarca insignito anche del titolo onorifico cardinalizio interessa molto, tanto che questa mancata berretta rossa l’hanno vissuta come una umiliazione, alcuni persino come un affronto personale.

Capisco che il Santo Padre s’è dichiarato proveniente «dall’altra parte del mondo», ciò non vuol dire però cimentarsi nel fare stravaganze dell’altro mondo, perché è pacifico che alla Chiesa italiana, ai suoi vescovi e al suo clero, ma soprattutto alla sua storia bimillenaria, è dovuto perlomeno lo stesso rispetto che il Santo Padre mostra di avere per i profughi veri o presunti che sbarcano per una media talvolta di 700/800 al giorno in un Paese — il nostro — non in grado di contenere e assistere una tale fiumana di gente, perché stiamo parlando di circa 400.000/ 500.000 persone all’anno che giungono su un territorio ― quello italiano ― che non è certo esteso come l’Argentina.

Alla Chiesa italiana e alla sua storia è dovuto perlomeno lo stesso rispetto che il Santo Padre ha per gli abitanti dei campi Rom, i cui addetti all’industria dell’accattonaggio bestemmiano Cristo e tutti i santi lungo Via della Conciliazione, davanti alla Papale arcibasilica di San Pietro, dietro a chi osa non dargli soldi. Non è bello né buono, neppure per un Romano Pontefice, seppure avvolto da un’aura “liberista” alla quale credono solo coloro che dentro le chiese non ci entrano neppure per Natale e per Pasqua, lasciare intendere: “Io sono io e faccio quello che voglio”. Per noi è indubbio che tu sei Pietro, per i tuoi amici luterani o pentecostali non so’, ma per noi sì, tu sei Pietro. Pertanto, prima stabilisci regole precise, hai piena potestà per farlo. Prima abolisci usi e consuetudini, poi ti nomini cardinale chi vuoi e quando vuoi, evitando che una fetta di tuoi fedeli, che per secoli hanno avuto a capo della loro diocesi un vescovo sempre creato di prassi cardinale, debbano chiedersi che cosa hanno fatto di male alla Chiesa e al Santo Padre per ricevere da lui un simile schiaffo.

La Chiesa ha bisogno della propria saldezza e della propria stabilità, alla quale concorrono in parte anche tradizioni e consuetudini del tutto accidentali e contingenti che come tali sono mutevoli e possono essere abolite in qualsiasi momento dal Supremo Pastore. Credo però che la persona meno indicata per fare il pericoloso gioco alla destabilizzazione senza prima avere stabilito regole, sia il Successore del Principe degli Apostoli, anche perché prima o poi, il Popolo di Dio, che mai è stato scemo nell’intero corso della storia della salvezza, potrebbe cominciare a chiedersi: a qual pro’ tutto questo, ma soprattutto, a qual prezzo dobbiamo pagare le eccentriche gesta di questo soggetto che pare affetto da gran sete di originalità? E stando almeno alle nostre chiese sempre più vuote, più che dinanzi a fedeli che si pongono certe domande, siamo dinanzi a un esercito sempre più numeroso di fedeli a tal punto disamorati da non ritenere utile porsi neppure domande preferiscono disertare o abbandonare direttamente le chiese.

La Chiesa non può rinunciare a essere madre e maestra al di là del tempo, delle mode e delle ideologie, perché la grandezza della Chiesa è sempre stata quella di essere proprio madre e maestra. E una buona maestra, che è pure madre, anzitutto educa. Questo il motivo per il quale questa straordinaria madre che costituisce un corpo di cui capo è Cristo (cfr. Col 1, 18) non ha mai fatto distinzione di ceto, razza e nazione. Conosciamo tutti i difetti della nostra Chiesa, santa e peccatrice secondo l’antica definizione ambrosiana. Difetti storici che il sottoscritto conosce quanto basta per averli più volte stimmatizzati in ossequio al saggio monito del Sommo Pontefice Leone XIII che affermò:

«Lo storico della Chiesa metterà con maggior vigore in risalto la sua origine divina quanto più sarà stato leale nel non dissimulare minimamente le prove che le colpe dei suoi figli e qualche volta dei suoi stessi ministri hanno fatto subire a questa sposa di Cristo» (Discorso agli accademici di Francia, 8 settembre 1899).

Questa madre e maestra, al tempo stesso santa e peccatrice, persino nelle sue epoche più controverse e contrastate ha visto salire ai propri cosiddetti vertici numerosi uomini provenienti da famiglie molto semplici e modeste. Persino nelle sue epoche più controverse e contrastate riusciva a individuare il talento, anzi: lo ricercava proprio. Chi oggi afferma, con spirito tanto romanofobico quanto anti-storico, che sino a non molto tempo fa, per divenire vescovi e cardinali bisognava chiamarsi Borghese, Orsini, Colonna, Odescalchi, Chigi, Medici, Sforza … sbaglia e mente, o meglio non conosce proprio la storia della Chiesa. Le cronologie dei vescovi che si sono succeduti nelle nostre numerose diocesi italiane, annoverano molti nomi di uomini provenienti da famiglie poverissime, entrati nei seminari con i corredi donati loro da un povero parroco di campagna che aveva raccolto offerte tra fedeli altrettanto poveri.

Non si dimentichi che a succedere al Cardinale Rafael Merry del Val, che era un concentrato di sangue delle più antiche famiglie nobili d’Europa, fu il Cardinale Pietro Gasparri, che fu segretario di Stato sotto Benedetto XV e Pio XI, nonché firmatario dei Patti Lateranensi che posero fine alla lunga Questione Romana cominciata con la presa di Roma il 20 settembre 1870 e durata 59 lunghi anni sino al 1929. Pietro Gasparri, nato nelle Marche in un paesino di provincia, proveniva da una famiglia di contadini dediti alla pastorizia. Nella curia romana, dove neppure i Sommi Pontefici sono mai stati esenti dall’attribuzione di un soprannome, era soprannominato, non a caso, er pecoraro. Pietro Gasparri fu un canonista di rara raffinatezza e determinante il suo contributo per la stesura del Codice di Diritto Canonico del 1917. Da modesta famiglia proveniva il Santo Pontefice Pio X, che pure volle accanto a sé nel ruolo di Segretario di Stato il Cardinale Rafael Merry del Val. Da famiglia povera nacque il Cardinale Alfredo Ottaviani, in quel di Trastevere, dove suo padre lavorava come operaio presso un fornaio. Il Cardinale Giuseppe Siri era figlio di un bidello e di una portinaia. Ci fermiamo a questi pochi esempi perché lunga sarebbe la lista di uomini i cui nomi sono oggi inseriti nella storia della Chiesa, affatto segnati dai cognomi delle più potenti famiglie principesche europee.

Cosa dire poi che nel 1960, mentre negli Stati Uniti d’America c’era la segregazione razziale tra bianchi e negri, abolita solo 4 anni dopo dal Civil Rights Act, a Roma, il tanzaniano Laurean Rugambwa, neoeletto cardinale, vestito di rosso porpora con ermellino e cappa magna riceveva il baciamano a ginocchio flesso da parte dei membri della più antica nobiltà pontificia. Conosce il Santo Padre Francesco queste edificanti perle di storia legate a una curia romana che bacia la mano a un cardinale negro mentre negli Stati Uniti i negri non potevano neppure salire sui mezzi pubblici? È informato, il Santo Padre Francesco, che il suo Sommo Predecessore Benedetto XIV, al secolo Prospero Lambertini, nel 1741 non esitò a sfidare ― pur con tutti i rischi del caso ― le maggiori potenze europee, condannando senza appello la schiavitù e dichiarando illecita, pena l’immediata scomunica, la vendita e la riduzione degli indios in schiavitù? Condanna peraltro già erogata in precedenza dai suoi Sommi Predecessori Eugenio IV (1435), Paolo III (1537), Urbano VIII (1639), nessuno dei quali proveniva dalle «periferie esistenziali» né mai avevano svolto alcun apostolato nelle villas de las miserias.

Temo che da alcuni decenni si siano frantumati equilibri delicati e antichi e che oggi si sia giunti all’apoteosi. Mai infatti, nel passato, un Rafael Merry del Val ha impedito a un sacerdote di riconosciuto talento di sedere con lui negli scranni del Collegio Cardinalizio, poiché reo di provenire da modeste origini. Quel che però si dovrebbe temere oggi è che numerosi Pietro Gasparri e Alfredo Ottaviani totalmente privi del grande talento e della grande pietà che caratterizzò questi uomini di Dio, ma ricolmi in compenso di ambizioni alle quali mai potrebbero aspirare nel mondo civile, possano impedire a un Merry del Val di diventare vescovo e cardinale, perché «non corrispondente a quelli che oggi sono i criteri e gli stili pastorali»  — da villas de las miserias — «del Santo Padre Francesco», con tutto l’immane danno che ne deriverebbe e che ne è già derivato alla Chiesa privata ormai da anni di tale fede, talento e rara intelligenza. 

Oggi La Chiesa non è più capace a educare e valorizzare i preziosi talenti donati da Dio a certi suoi figli. Non so se qualcuno rifletterà su tutto questo, in una Chiesa non più capace a cogliere il talento, a educare e per logica conseguenza a cogliere il talento e a mutare in autentici principi i Gasparri e gli Ottaviani, facendo di loro dei principi per nulla meno principi di un principe di nascita come Merry del Val. Temo che in questi tristi tempi, dove tanti uomini di Chiesa paiono drogati dall’immediato e dal vivere giorno dietro giorno senza pensare al futuro e a costruire per il futuro, in pochi faranno di simili riflessioni. Quando infatti da una parte si fanno i golpe e dall’altra si cede alle mode, per prima cosa si perde la libertà dei figli di Dio e si cerca con le peggiori coercizioni e i peggiori arbitrî di obbligare anche gli altri alla perdita di questo prezioso dono di grazia. E una Chiesa non più libera che barcolla tra esperimenti fallimentari e mode altrettanto fallimentari è destinata al collasso, a partire dal suo cuore: il Collegio degli Apostoli, nel quale reclutare un mediocre dietro l’altro affinché trionfi il golpe della mediocrità al potere. Mai come oggi è infatti risuonato il falso e fuorviante monito rivolto da Giuda:

«[…] Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”» (Gv 12, 3-8).

Assieme al pretesto dei poveri rischiamo di avere anche un esercito di Giuda, ladri e traditori, nonché ruffiani, pronti a usare i poveri come falso metro di misura e come nuovo pretesto di promozione per il loro tornaconto personale, mossi sempre da quelle insopprimibili ambizioni originate dalla regina madre di tutti peccati capitali: la superbia, che da sempre acceca, impedendo di percepire correttamente il presente e di costruire santamente il futuro a lode e gloria di Dio.

dall’Isola di Patmos, 5 maggio 2024

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NOTE

[1] Cfr.  Ariel S. Levi di Gualdo, E Satana si fece trino, Iª ed. Roma 2011, ristampa, Roma 2019, Edizioni L’Isola di Patmos.

[2] Cfr. Ariel S. Levi di Gualdo, Digressioni di un prete liberale, circa il vero curicculum di Giovanni Battista Montini, pag 61 e ss.. Roma 2023, Edizioni L’Isola di Patmos.

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«Qualcosa è cambiato». Da Jack Nicholson al Cardinale Matteo Maria Zuppi laurea honoris causa all’Università di Catania

14 Aprile 2024/in Attualità/da Padre Ariel

«QUALCOSA È CAMBIATO». DA JACK NICHOLSON AL CARDINALE MATTEO MARIA ZUPPI LAUREA HONORIS CAUSA ALL’UNIVERSITÀ DI CATANIA

«[…] Se non si accolgono anche le opinioni diverse, e magari pure le parole di dissenso, non si potrà avere un vero cambiamento. Oggi l’assemblea della CEI è un mortorio perché non ci sono più personaggi significativi; si potevano condividere o meno le posizioni di Siri o di Martini, ma i loro interventi erano importanti punti di riferimento. Oggi parlano solo i ruffiani, quelli che vogliono farsi vedere […]» (da una intervista all’Arcivescovo emerito di Pisa Alessandro Plotti, già vice presidente della CEI)

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

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All’interno della Chiesa d’oggi può capitare di sentirsi un po’ come sul set cinematografico del film, Qualcosa è cambiato, protagonista principale Jack Nicholson assieme a un amabile cagnetto. Per chi non lo avesse visto riassumiamo in breve: Melvin Udall, impersonato da Jack Nicholson, è un famoso scrittore di romanzi rosa, misantropo e affetto da nevrosi ossessivo-compulsive che attraverso un esilarante intreccio di fatti in cui finisce coinvolto assieme alla cameriera di un ristorante, a un pittore gay suo vicino di casa e al suo cagnolino di razza griffone di Bruxelles, giunge a una inaspettata quanto incredibile trasformazione che lo porta a diventare una persona persino tenera e amabile.

Dinanzi a certi fatti, dire che oggi Qualcosa è cambiato è riduttivo, perché siamo dinanzi a dei capovolgimenti così radicali da risultare difficili da interpretare. Come quando il 12 aprile è stata conferita dall’Università di Catania la laurea magistrale honoris causa in Global Politics and Euro-Mediterranean Relations a Sua Eminenza il Signor Cardinale Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo metropolita di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Ritengo irrilevante soffermarmi sui rapporti che sin da prima del 17 febbraio 1861 ― data che segnò la caduta del Regno Borbonico ― legano questa università alle storiche logge della Massoneria cittadina, come figura dai nomi di molti insigni accademici risultati membri della Libera Muratoria nell’arco di due secoli. A meno che i numerosi manifesti funebri con il loro nome e la sigla A:.G:.D:.G:.A:.D:.U:. (acronimo che indica: A Gloria del Grande Architetto Dell’Universo) appesi nella Città etnea nel corso degli ultimi decenni, non siano stati solo scherzi dei tipografi catanesi o delle redazioni de La Sicilia e de Il Giornale di Sicilia che avevano voglia di trastullarsi sulla pagina dei loro necrologi pubblicati a pagamento per commemorare i defunti.

Essere massoni non è disdicevole, né tanto meno reato, è lecita e legittima appartenenza a un’associazione storica; a meno che non si tratti di una Loggia deviata come la P2, che dalla Massoneria prende vita ma che della stessa non è affatto espressione, ma solo deviazione. Che poi l’affiliazione alle Logge sia incompatibile con l’appartenenza alla Chiesa Cattolica, questo è altro discorso ancóra, legato a quell’impianto in parte gnostico e in parte esoterico che rende la Massoneria incompatibile e inconciliabile con il Cattolicesimo.

Senza neppure soffermarci sull’anticlericalismo che serpeggia per storica tradizione nell’Università di Catania, essendo tutt’altri i nostri interessi, alcune precisazioni sono però di rigore. Partiamo dunque da un esempio davvero eclatante ormai fissato nelle cronache storiche: quando nel novembre del 2007 fu invitato dal Rettore Magnifico a inaugurare l’anno accademico all’Università La Sapienza di Roma, il Sommo Pontefice Benedetto XVI rinunciò a tenere una lectio magistralis inaugurale in seguito alle proteste di gruppi di studenti e docenti che insorsero al grido «l’università è laica!», mentre quelli di molte università italiane appoggiarono e sostennero la protesta, inclusa quella catanese.

Prima che iniziasse la odierna stagione dei giovani episcopi pecorecci ― non pochi dei quali sarebbero stati bocciati sino a pochi decenni fa a un esame di teologia fondamentale ―, in Italia avevamo diversi vescovi che erano grandi studiosi e uomini di profonda cultura, distribuiti in tutte quelle diverse aree che in un linguaggio giornalistico improprio, perché estraneo di per sé all’impianto stesso della Chiesa, sono indicati come tradizionalisti, conservatori, progressisti. O per dirla con le parole dell’Arcivescovo di Pisa Alessandro Plotti, che della Conferenza Episcopale Italiana fu vice-presidente:

«Se non si accolgono anche le opinioni diverse, e magari pure le parole di dissenso, non si potrà avere un vero cambiamento. Oggi l’assemblea della CEI è un mortorio perché non ci sono più personaggi significativi; si potevano condividere o meno le posizioni di Siri o di Martini, ma i loro interventi erano importanti punti di riferimento. Oggi parlano solo i ruffiani, quelli che vogliono farsi vedere; il tema pastorale viene buttato via con i gruppi di studio, che durano di fatto mezz’ora, e poi si parla soltanto di Otto per Mille e di soldi, cosa che si potrebbe fare benissimo per corrispondenza. E dire che, ad esempio, sulla famiglia ci sono problemi davvero grossi da affrontare e tutti cercano di capire quale orientamento prenderà la Chiesa» (cfr. intervista pubblicata in Jesus il 10 febbraio 2014, testo QUI).

Diversi di questi vescovi più volte, nel corso degli ultimi 30 anni, incluso lo stesso Alessandro Plotti che apparteneva alla cosiddetta area progressista, dovettero rinunciare a inviti presso strutture accademiche e università perché gli immancabili studenti agitatori, sobillati dietro le quinte da professori ex sessantottini fecero il diavolo a quattro (cfr. QUI). L’allora Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Camillo Ruini, fu contestato e fischiato a Siena il 24 settembre 2005 (cfr. QUI) perché «è il simbolo del conservatorismo, dell’attacco alla laicità dello Stato e della negazione dei diritti degli omosessuali», come riferì in conferenza stampa il rappresentante dei Giovani Comunisti di Siena (cfr. QUI).

Eppure non siamo di fronte a persone diverse, perché coloro che ieri sbarravano le porte al successore di quei Romani Pontefici che l’Università La Sapienza la fondarono facendo di essa un centro universale di cultura, scienza e ricerca nel corso dei secoli, sono gli stessi che oggi conferiscono lauree honoris causa al presidente della Conferenza Episcopale Italiana, non più fischiato e contestato come il suo predecessore accusato di essere un violatore della laicità dello Stato, ma accolto a pacche sulle spalle e chiamato in modo amicale «Don Matteo».

Più che chiedersi Qualcosa è cambiato, bisognerebbe chiedersi: chi è stato strumentalizzato e perché? E sarebbe di certo altresì necessario chiedersi: chi è così «ruffiano» ― per dirla con Alessandro Plotti ― da non capire neppure, per propria inevitabile e invincibile limitatezza, di essere strumentalizzato?

Proviamo ad andare dietro le quinte del teatrino, perché farlo non è poi così difficile: a Catania fu aperto il processo contro l’allora Ministro per gli affari interni Matteo Salvini, accusato di avere impedito a fine luglio 2019 lo sbarco di 116 immigrati clandestini dalla nave Gregoretti, fermata nel porto della Città di Augusta in provincia di Siracusa (cfr. QUI). Che sotto questo pontificato, quello dei migranti, sia un elemento che spazia tra nevrosi ossessiva e ideologia, è un fatto del tutto incontrovertibile. Come lo è il poco prudente coinvolgimento ― in parte verificato in parte ancóra da verificare ― che alcuni vescovi hanno avuto con un militante comunista come Luca Casarini, che andrebbe trattato con estrema cautela e soprattutto con la massima prudenza, non certo invitato al Sinodo dei Vescovi.

Traducendo dall’inglese all’italiano la laurea honoris causa conferita è in Politica globale e relazioni euro-mediterranee. Incredibile! A Pontefici e Vescovi di ieri si sbarravano le porte nelle università, o si contestavano a bordate di fischi quando si avvicinavano a istituzioni o fondazioni statali, perché a prescindere dalle loro tendenze, conservatrici o progressiste che fossero, dicevano comunque quel che il mondo non voleva sentirsi dire, dall’Arcivescovo metropolita di Genova Cardinale Giuseppe Siri all’Arcivescovo metropolita di Milano Carlo Maria Martini, diversamente, ma inquietati entrambi per le derive laiciste che stava prendendo la società europea, specie nel suo rifiuto a tratti persino odioso e violento del Cristianesimo. Oggi, che con il mondo si è deciso invece di puttaneggiare, attraverso molti nuovi vescovi variamente «ruffiani» e pecorecci, ecco che ai Presidenti delle Conferenze Episcopali Italiane si battono le mani sulle spalle, si chiamano «Don Matteo» e si conferiscono loro lauree honoris causa proprio su tematiche politiche ed euro-mediterranee riguardo le quali gli stessi premiatori reclamavano la testa di un Ministro delle Repubblica Italiana con fare più sanguinario di quello di Robespierre.

Anche se di fatto nulla è cambiato, in ogni caso noi non siamo idioti né intendiamo essere trattati come tali da un mondo che mostra di volerci bene nella misura che siamo disposti a vergognarci di Cristo, dimentichi che sta scritto:

«Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (Mc 8,38).

Imbarazzante e pericoloso come pochi risulterà oggi più che mai il Beato Apostolo Paolo:

«Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo! Vi dichiaro dunque, fratelli, che il Vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo» (Gal 1,10 e ss.).

Da questa società che sul modello e l’esempio della Francia vuole fissare sulla Carta d’Europa il “grande diritto universale all’aborto”, noi cattolici non ci dobbiamo aspettare né applausi né onorificenze. Se ci applaudono o ci premiano, è perché siamo i primi a rassicurare i figli del Principe di questo Mondo che in fondo «il Vangelo non è un distillato di verità», come affermò di recente il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana rispondendo a un intervistatore de Il Corriere della Sera (cfr. QUI, QUI). Volendo potrei suggerire a Sua Eminenza Reverendissima, per gli amici Don Matteo, anche un’altra espressione a effetto, pronunciando la quale finirebbe con l’essere in breve il secondo italiano nominato accademico di Francia dopo Maurizio Serra, ma preferisco tacere ed evitare di dare suggerimenti.

dall’Isola di Patmos, 14 aprile 2024

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