In morte della madre: la mamma del sacerdote è sempre la mamma di tutti i sacerdoti
/in Attualità/da RedazioneIN MORTE DELLA MADRE: LA MAMMA DEL SACERDOTE È SEMPRE LA MAMMA DI TUTTI I SACERDOTI
Un’antica tradizione cristiana narra che quando la madre di un prete si presenta dinanzi al cospetto dell’Altissimo, Egli le domanderà: «Io ti ho dato la vita, tu che cosa mi hai dato?». La madre risponderà: «Io ti ho donato mio figlio come tuo sacerdote». E l’Altissimo le spalancherà le porte del Paradiso.
Autore
Redazione de L’Isola di Patmos
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Ieri è morta Enrica, madre del nostro confratello Simone Pifizzi, redattore liturgista de L’Isola di Patmos.

La famiglia Pifizzi: a sinistra Claudio, a destra Simone, al centro i due genitori
I funerali si svolgeranno domani nella Chiesa Parrocchiale del Sacro Cuore in Firenze, in via Capo di Mondo 60, alle ore 15:30. Tutti i Padri de L’Isola di Patmos si stringono con fede e affetto al confratello Simone. I Padri Ariel S. Levi di Gualdo, che si trova a Roma, e Gabriele Giordano M. Scardocci, che risiede al Convento di Santa Maria Novella in Firenze, saranno presenti alle esequie anche per i Confratelli redattori Ivano Liguori, Teodoro Beccia, il Monaco Eremita e per il presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos Jorge Facio Lince, ai quali è impossibile raggiungere domani il Capoluogo toscano.
dall’Isola di Patmos, 16 settembre 2024
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È vero che tutti chiedono, ma noi Padri de L’Isola di Patmos siamo fuori dubbio speciali. Sapete che tra poco è il nostro compleanno?
/in Attualità/da RedazioneÈ VERO CHE TUTTI CHIEDONO, MA NOI PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS SIAMO FUORI DUBBIO SPECIALI. SAPETE CHE TRA POCO È IL NOSTRO COMPLEANNO?
Il 19 ottobre 2014 la nostra webmaster caricava sulla piattaforma il sito della rivista L’Isola di Patmos che il 20 ottobre era aperto in rete, da allora a seguire non abbiamo mai conosciuto flessione ma solo continua crescita di visite.
Autore
Redazione de L’Isola di Patmos
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quando il 20 ottobre 2014 esordì in rete L’Isola di Patmos, fondata dal compianto accademico della Scuola Romana Antonio Livi, dall’accademico pontificio Giovanni Cavalcoli e dal teologo Ariel S. Levi di Gualdo, alcuni dissero che non avremmo avuto più di un anno di vita. E infatti così sarebbe stato, se a causa dell’alto numero di visite non avessimo provveduto con la nostra webmaster e il nostro social manager a spostare nemmeno due anni dopo il sito di questa rivista su un server dedicato, che sommato a tutte le altre spese comporta per la nostra Redazione una spesa di 5.200 euro all’anno.

L’Isola di Patmos è portata avanti da una Redazione composta da sei presbiteri specializzati nelle varie scienze teologiche, liturgiche e giuridiche, più quattro collaboratori. Ha pubblicato sino a oggi 948 articoli e totalizzato oltre 500.000.000 di visite. Nel 2018 sono nate le Edizioni L’Isola di Patmos che sino a oggi hanno pubblicato e distribuito 25 libri.
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Il popolo che noi stessi abbiamo rinunciato da tempo a educare con la nostra autorità e autorevolezza dette una lezione dicendo «Basta!» all’Arcivescovo di Brindisi
/1 Commento/in Attualità/da Monaco EremitaE IL POPOLO CHE NOI STESSI ABBIAMO RINUNCIATO DA TEMPO A EDUCARE CON LA NOSTRA AUTORITÀ E AUTOREVOLEZZA DETTE UNA LEZIONE DICENDO «BASTA!» ALL’ARCIVESCOVO DI BRINDISI
Sulla durata eccessiva delle omelie si è detto molto e, come sopra ricordato, è intervenuto anche il Papa. A proposito, a sproposito? È una cosa che deve dire il Papa? Personalmente penso di no e otto minuti mi sembrano un letto di Procuste, ma lo sappiamo, Lui è fatto così.

Autore
Monaco Eremita
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Non tenendo conto o forse non ricordando il suggerimento dato dal Sommo Pontefice circa le omelie che non devono durare più di otto minuti[1] (QUI), l’Arcivescovo di Brindisi-Ostuni, S.E. Mons. Giovanni Intini, nei giorni scorsi ha pensato bene di aggiungere agli otto ben altri dieci minuti, in occasione dei festeggiamenti dei Santi patroni di Brindisi, San Lorenzo e San Teodoro d’Amasea. Erano previsti gli interventi del sindaco, durato guarda caso proprio otto minuti, e dell’arcivescovo. Ma le lamentele per la lunghezza del discorso, circa diciotto minuti, interrompono più volte le parole del presule brindisino. I borbotti della folla, provenienti dalla scalinata Virgilio e dal lungomare di Brindisi, sono diventati dei «Basta!» (QUI). E questi sono stati accompagnati da applausi ironici e qualche altro suono. L’Arcivescovo ha terminato l’intervento senza dare alcun segno di disturbo e, come da programma, è iniziato l’attesissimo spettacolo pirotecnico seguito dalla processione.
Il giorno dopo, in Chiesa durante il solenne Pontificale, il Vescovo, che evidentemente male aveva digerito la cosa ha pensato bene di non tenere l’Omelia, anzi di tenerne una brevissima di questo tenore:
«Per non stancare anche voi stasera come ho stancato gli ascoltatori di ieri sera e non vorrei che qualcun altro gridasse basta, ho pensato stasera di tacere. Accogliamo nel silenzio la parola di Dio che è stata seminata nei nostri cuori» (QUI).
Per la sua silenziosa protesta ha incassato, manco a dirlo, la solidarietà di una frazione politica, però, insomma, Eccellenza, possibile che una notte intera non sia bastata a superare una cosa così modesta? Non era forse l’occasione per riderci sopra e casomai lanciare un breve, incisivo e costruttivo messaggio ai contestatori, visto che la cosa era ormai finita sui giornali e quindi risaputa? È andata così. In fondo all’Arcivescovo di Otranto Stefano Pendinelli andò molto peggio: fu sgozzato dai turchi che attese seduto sulla sua cattedra episcopale assieme ai devoti fedeli radunati attorno a lui nella chiesa cattedrale nel lontano 11 agosto del 1480, trasformata dagli infedeli in un orribile mattatoio (cfr. I Martiri di Otranto).
L’Arcivescovo Giovanni Intini non è stato il primo contestato della storia e neanche il più famoso. Tutti ricordiamo che addirittura l’Apostolo Paolo pensando bene di approfittare delle circostanze e trovandosi in un luogo autorevole come l’Areopago di Atene si lanciò in un discorso con un altisonante incipit: «Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi». Ma tutti conosciamo come andò a finire appena Paolo introdusse il tema centrale del Cristianesimo, cioè la Risurrezione di Cristo: «Su questo ti sentiremo un’altra volta» (At 17). Un flop diremmo oggi, povero Apostolo. Ma non è che il giorno dopo San Paolo si perse d’animo. Anzi partì e si recò a Corinto senza mai smettere di porgere la parola del suo Vangelo.
Tutti coloro che hanno a che fare con l’annuncio cristiano sanno di dover mettere in conto la contestazione o il fastidio di una parte. In questi tempi nei quali corre l’obbligo di dire la propria sui social, anche e forse soprattutto se non si conosce la materia, è quasi un refrain che appena vengono riportate le parole di qualche ecclesiastico ci sia chi commenta: «ah ma la pedofilia?»; «Le ricchezze del Vaticano?» … O il più classico: «Accoglieteli voi che avete le strutture»; se casomai si parla di migranti. Se vi capita la notizia sui social che ha riguardato l’Arcivescovo di Brindisi vedete che da questa regola non si scantona, alcuni lo difendono, altri lo criticano, molti ridono, fanno battute e non manca qualche bestemmia.
Ma non vuol dire che bisogna prendersela, forse un tantino sul momento, e men che meno tacere. A volte l’arma dell’ironia, a saperla usare, diventa più efficace del silenzio e apre possibilità di dialogo.
Sulla durata eccessiva delle omelie si è detto molto e, come sopra ricordato, è intervenuto anche il Papa. A proposito, a sproposito? È una cosa che deve dire il Papa? Personalmente penso di no e otto minuti mi sembrano un letto di Procuste, ma lo sappiamo, Lui è fatto così.
Ricordo un fatto simpatico a cui ho assistito più di una volta. In una parrocchia di campagna dove sono stato la stima per il «Signor Curato» era radicata: guai a chi toccava il prete. Ma succedeva che anche lui potesse a volte dilungarsi nelle omelie. C’era in parrocchia un coltivatore diretto, non di elevata cultura, ma di solida saggezza, che non perdeva una Messa nonostante gli impegni. Si metteva di lato, lungo la navata e qualche volta, per fortuna rare, se la predica diventava eccessivamente lunga o ripetitiva, lo faceva notare alzandosi in piedi. Nessuna offesa o sgarbo, solo un segnale di amicizia, poiché voleva molto bene al Parroco, e lui, capendo, arrivava velocemente alla conclusione.
Non è che uno vuol insegnare il Credo agli Apostoli, come si suol dire, e ancora meno dare consigli a un Arcivescovo. Ma se proprio dovesse ricapitare e, ahimè, ricapiterà, sarebbe meglio non prendersela più di tanto per una contestazione. Sappiamo bene che ci sono in giro dei cavalieri difensori della fede che in occasioni ghiotte come questa ci si buttano a capofitto. Ma con quale risultato? Di inasprire gli animi e con la scusa di difendere una parte finire per allargare il fossato che divide? È un po’ difficile dire come bisogna comportarsi in tali circostanze, l’episodio dell’Arcivescovo di Brindisi ci insegna che le emozioni son difficili da arginare o tenere a freno. Ricordiamo sempre, però, che ogni occasione, buona o cattiva che sia, avversa o propizia, è buona per offrire la parola del Vangelo, per non tacere il fatto cristiano. Ce lo ricordano ancora dopo tanti secoli proprio i primi Apostoli, San Paolo che abbiamo su ricordato, che non si perse d’animo e Pietro che nella sua lettera scrisse:
«Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non sgomentatevi per paura di loro e non turbatevi, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,14-15).
Dall’Eremo, 4 settembre 2024
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[1] «L’omelia non deve andare oltre gli otto minuti, perché dopo con il tempo si perde l’attenzione e la gente si addormenta, e ha ragione. Un’omelia deve essere così»
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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)
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Ai Confratelli Presbiteri: come difendersi da certi Vescovi new generation, specie dall’invasione dei puglièni?
/in Attualità/da Padre ArielAI CONFRATELLI PRESBITERI: COME DIFENDERSI DA CERTI VESCOVI NEW GENERATION, SPECIE DALL’INVASIONE DEI PUGLIÈNI?
Esiste il senso delle proporzioni che va sempre applicato mediante l’esercizio di quella sapienza che i giuristi romani chiamavano aequitas, poi trasferita di sana pianta nel Diritto Canonico Romano. Cosa vuol dire aequitas e come si applica? Presto detto: se ai membri del Senato Romano è concesso di insultare e di stuprare la moglie di Cesare, senza che Cesare e suoi preposti reagiscano in alcun modo, non si può applicare poi il massimo rigore stroncando le gambe a chi si è permesso di rispondere male a una servetta preposta alle pulizie del calidarium delle Terme di Diocleziano.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Ormai l’Italia è piena di vescovi ― o per meglio dire di episcopetti ― tutti molto sociali, con un occhio strizzato al PD e l’altro agli attivisti LGBT. E tutti, come dischi rotti, pronunciano precise parole d’ordine: «Chiesa in uscita … rompere gli schemi … sporcarsi le mani …», ma soprattutto «poveri e migranti … migranti e poveri …».
Poi ci sono anche quelli che ti si rivoltano dicendo: «Come osi chiamarmi Eccellenza? Non siamo mica più in epoca rinascimentale, non vedi che porto al collo la crocetta di legno e che sono un oriundo della terra del santissimo Tonino Bello? Chiamami Don Checco, perché forse non lo sai, ma io sono un episcopetto uscito dalla scuola di Checco Zalone. In fondo appartengo alla specie dei puglièni, mezzi apùlei e mezzi alièni, oggi in gran voga. Perché se non sei puglièno, divendare episcopo new generation in Italia non è facile, ma neppure nunzio apostolico, accademico o officiale della Curia Romana». Anche perché i vescovi, sebbene non siano santi, pare che li facciano direttamente presso il Dicastero delle Cause dei Santi, dove oggi alberga un celebre prefetto puglièno, mezzo apùleo e mezzo alièno.
Ebbene, cari Confratelli, tutte queste immagini grottesche che circolano sui social media, raffiguranti preti grotteschi la cui esistenza è dovuta a vescovi più grotteschi di loro, mettetele da parte, in un archivio, tutte quante. Poi, la prima volta che l’episcopetto di turno che in pubblico parla continuamente di «più dialogo, più democrazia nella Chiesa… occorre sinodalità e conversazione nello Spirito …», vi chiamerà a rapporto dentro una chiusa stanza più autoritario e dispotico di Pol Pot e del coreano Kim Jong, semmai per rimproverarvi di essere troppo cattolici, che oggi vuol dire essere “rigidi” e “cupi”, fategliele vedere tutte quante queste immagini e questi filmati: dal prete col baffo, l’orecchino e gli occhiali da sole durante le sacre liturgie, a tutti gli altri che sembrano concorrere tra di loro a chi fa la cazzata più grossa, ma soprattutto la più dissacrante …
Se l’episcopetto oserà fare un sospiro, ricordategli che esiste il senso delle proporzioni che va sempre applicato mediante l’esercizio di quella sapienza che i giuristi romani chiamavano aequitas, poi trasferita di sana pianta nel Diritto Canonico Romano. Cosa vuol dire aequitas e come si applica? Presto detto: se ai membri del Senato Romano è concesso di insultare e di stuprare la moglie di Cesare, senza che Cesare e suoi preposti reagiscano in alcun modo, non si può applicare poi il massimo rigore stroncando le gambe a chi si è permesso di rispondere male a una servetta preposta alle pulizie del calidarium delle Terme di Diocleziano. E se gli episcopetti dovessero insistere, pur contro l’evidenza dei fatti, come sono capaci a fare, avendo ormai perduto assieme al pudore anche il senso della vergogna, sapete bene dove mandarli, perché in discussione non è la loro autorità, che resta indiscussa, ma la loro intelligenza, sulla quale si può e si deve discutere. Anche un vescovo, fatta salva la sua auctoritas apostolica, può essere un perfetto cretino. E oggi, di vescovi cretini, ne abbiamo a un tasso di inflazione da fare invidia alla moneta argentina al massimo storico della sua svalutazione.
dall’Isola di Patmos, 4 settembre 2024
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Noi credenti dobbiamo evitare di entrare dentro le chiese storiche per tutelare la nostra fede e il nostro senso del sacro?
/in Attualità/da Padre ArielNOI CREDENTI DOBBIAMO EVITARE DI ENTRARE DENTRO LE CHIESE STORICHE PER TUTELARE LA NOSTRA FEDE E IL NOSTRO SENSO INNATO DEL SACRO?
Se un credente, per di più un prete ― anche se oggi essere prete non implica essere credente, ne abbiamo a bizzeffe di preti che sono dei perfetti atei devoti al nuovo potere clericale, tutti impegnati nel sociale ― si rifiuta di entrare dentro le chiese storiche, qualche domanda i vescovi se la dovrebbero porre, se non fossero a loro volta impegnati a fare i capo-operatori sociali.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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In questo mese di agosto ho trascorso dieci giorni al fresco, sui monti d’Abruzzo. Tra non molto “al fresco” ci finirò nel senso letterale del termine: in galera. O per dirla col Cardinale Francis George (1937 – †2015), sul quale ci rende testimonianza anche il Cardinale Angelo Comastri:
«Penso di morire nel mio letto ma il mio successore ho paura che morirà in prigione. E il successore ancora ho paura che morirà fucilato, perché difendiamo la famiglia, perché diciamo che la famiglia è formata da un uomo e da una donna e che la vita deve nascere da un padre e da una madre. Saremo perseguitati per questo» (dall’omelia del 4 agosto 2024, QUI).
Anche se molti non ne sono consapevoli, il nostro destino è segnato. Altri, che invece ne sono consapevoli, amoreggiano con questo nostro mondo immondo cercando di piacergli, nella speranza di ottenere le sue grazie ed essere graziati al momento opportuno.
Da anni evito di entrare nelle chiese storiche, a partire da quelle di Roma, memore delle dissacrazioni alle quali i credenti sono costretti ad assistere per opera dell’assalto dei moderni lanzichenecchi (cfr. Sacco di Roma del 1527). E così, quando ritrovandomi con persone in giro per la nostra Capitale mi è stato più volte proposto di entrare con loro in alcune di queste chiese, senza esitare ho risposto: «Andate voi, io vi aspetto fuori».
Prima di ripartire dai freschi monti mi sono recato nelle vicine Marche, ad Ascoli Piceno, per visitare quell’autentico gioiello urbano, questa volta entrando dentro la Chiesa Cattedrale, coi risultati visibili dal video che ho girato col mio telefono cellulare. Posso narrarne una sola, perché penso basti e avanzi: entrando nella cappella del Santissimo Sacramento mi sono inginocchiato alla balaustra davanti al tabernacolo, alle mie spalle una voce femminile esordisce così a basso tono: «…e quello lì che cazzo fa in ginocchio davanti a quel mobile?». Mi volto e vedo a pochi metri di distanza da me tre ragazzine di tredici, quattordici anni circa, in pantaloncini-mutanda-inguinali, intente a osservarmi da dietro come fossi stato David Bowie nel film di fantascienza L’uomo che cadde sulla terra.
Se un credente, per di più un prete ― anche se oggi essere prete non implica essere credente, ne abbiamo a bizzeffe di preti che sono dei perfetti atei devoti al nuovo potere clericale, tutti impegnati nel sociale ― si rifiuta di entrare dentro le chiese storiche, qualche domanda i vescovi se la dovrebbero porre, se non fossero a loro volta impegnati a fare i capo-operatori sociali.
Non entro dentro le chiese storiche ridotte a musei visitati da persone sempre più irriverenti e volutamente sprezzanti tutto ciò che è sacro, perché non sono disposto a vedere ragazze che non indossano neppure più pantaloncini corti detti shorts, ormai entrano nei luoghi di culto vestendo delle vere e proprie mutande, quelle che una volta si chiamavano culottes e che costituivano la biancheria intima femminile indossata sotto i vestiti. Oggi le culottes hanno invece assunto rango di vestiti e con esse si entra nelle chiese, con tanto di reggiseni detti top che lasciano la pancia scoperta in bella vista.
Non entro dentro le chiese storiche perché molte donne e ragazzine che con certi loro atteggiamenti provocano volutamente e intenzionalmente, non desiderano di meglio che qualche prete irritato dai loro atteggiamenti oltraggiosi verso la sacralità del luogo apra bocca per redarguirle; questo vogliono e cercano, per poi scatenare pubbliche polemiche sui social media o dare vita a un vero e proprio caso mediatico.
Se osassi redarguire qualcuna di queste porno-visitatrici, per assurdo che sembri finirei redarguito io dalla competente autorità ecclesiastica, non essendo né il vescovo di quella diocesi né il parroco né il rettore di quella chiesa. Anche perché, se dentro una chiesa cattedrale si entra in mutande, chi di fatto lo permette è anzitutto il vescovo.
In occasione del tradizionale Palio ho commentato giorni fa sulla mia pagina social — in modo volutamente colorito — l’immagine di diverse ragazze entrate urlanti e sguaiate dentro la cattedrale metropolitana di Siena vestite non tanto in modo indecente, ma proprio mezze nude. Il filmato qui riportato mostra in primo piano le donzelle che attraversano la navata centrale in mutande a pancia scoperta.
Ovviamente mi sono dovuto sorbire le ire e gli insulti del più gretto provincialismo senesota formato da contradaioli che se fermati e interrogati non saprebbero recitare il Padre Nostro dall’inizio alla fine; soggetti che rimarrebbero ammutoliti dinanzi alla domanda: riesci a dirmi le prime cinque parole del Credo? Questo esercito social di persone che non sanno neppure da quale punto preciso del loro corpo partire per farsi il segno della croce, ha difeso a spada tratta queste spudorate dando del «volgare» e della «vergogna di prete a me» per avere osato — a loro dire — emettere un sospiro sul “sacro dogma” del Palio, di cui a me non interessa niente, come avevo spiegato in modo chiaro. Ciò che solo a me interessa è che delle giovani donne prive di comune senso del pudore non siano fatte entrare urlanti dentro una storica chiesa cattedrale in mutande a pancia scoperta, neppure se ha vinto la loro cosiddetta Contrada, di cui a me, come a qualsiasi altro figlio della orbe catholica, ripeto, non può interessar di meno, perché il rispetto del luogo sacro è di gran lunga superiore ai tradizionali ludi pagani del Palio di Siena.

15 agosto 2024, ingresso trionfale delle donne in mutande dentro la Cattedrale metropolitana di Siena per festeggiare la contrada vincitrice del Palio
Ecco perché non entro dentro le chiese storiche, con buona pace dei nostri vescovi che dinanzi a queste scene dissacranti si sfogano più che mai parlando di poveri e migranti, di migranti e poveri, oltre che di «Chiesa in uscita».
Il problema è che dalle chiese stiamo uscendo noi credenti, noi preti stessi animati da fede e solido spirito sacerdotale, per lasciare spazio alle mutande delle sfacciate che con i perizoma in mezzo al culo rimirano nella storica cattedrale quella grande sedia posta in bella mostra sul presbiterio, a noi nota come cattedra episcopale, sulla quale sale una tantum uno dei numerosi tizi che cerca di piacere e compiacere le Sinistre internazionali parlando di poveri e migranti di migranti e poveri, mentre dentro la sua chiesa cattedrale si passeggia con le culottes o il filo del perizoma messo in mostra nel bel mezzo del culo sotto pantaloncini trasparenti. Per questo è molto coerente che il Santo Padre abbia lanciato a suo tempo l’eccitante slogan della «Chiesa in uscita», dalla quale i primi a uscire sono proprio i credenti, a tutela e salvaguardia della loro fede, semmai dietro consiglio di noi preti stessi rimasti ancóra cattolici.
Io sarò tra quelli che non moriranno nel proprio letto, sicuramente morirò in carcere, mentre quelli dopo di me, i pochi che avranno conservata la fede, moriranno fucilati in piazza per aver affermato che un bambino può nascere solo da un padre e da una madre, mentre i clericali piacioni della «Chiesa in uscita» domanderanno perdono a tutte le Sinistre internazionali per il rigore di certi cattolici indegni privi di spirito inclusivo incapaci di stare al passo coi tempi, proprio come quei vili ecclesiastici che per aver salva la pelle e mantenere i propri privilegi giurarono fedeltà sul testo ateo e anti-cristiano della Carta Costituzionale di Francia durante la Rivoluzione.
Il filo del perizoma certe donne lo portano in mezzo al culo quando vanno a visitare le chiese storiche; certi ecclesiastici, il perizoma, lo portano invece stampato sulle loro facce mentre governano e gestiscono la Chiesa in modo tale da dimostrare di giorno in giorno quanto si vergognino profondamente di Cristo, scusandosi col mondo per lui e per il suo eccessivo rigore impresso sulle pagine del Santo Vangelo che racchiude al proprio interno tutto ciò che non piace al mondo, per questo è fonte di imbarazzo sempre più crescente per il clericalismo accondiscendente che desidera piacere, compiacere e vivere sereno.
dall’Isola di Patmos, 21 agosto 2024
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Gli affreschi omoerotici realizzati dal Sodoma nell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore sono peggiori della parodia dell’ultima cena fatta da gay e trans all’apertura delle Olimpiadi in Francia
/in Attualità/da Padre ArielCari Cugini d’Oltralpe, stando così le cose, molto semplicemente, ridateci la Gioconda
/in Attualità/da Suor Anna MoniaQuando l’anfibologo onirico autore del “Codice Katzinger” s’occupava di “katz und matz” e cercava di stuzzicare i pruriti celebrando i vent’anni del Viagra …
/in Attualità/da Padre ArielQUANDO L’ANFIBOLOGO ONIRICO AUTORE DEL CODICE KATZINGER S’OCCUPAVA DI CATZ UND MATZ E CERCAVA DI STUZZICARE I PRURITI CELEBRANDO I VENT’ANNI DEL VIAGRA …
Bei tempi, quando tirava più un pelo di donna anziché il ridicolo Codice Katzinger di un personaggio patetico che pur di far notizia e cassetta non fa distinzione tra il ventennale del Viagra e i venti secoli di storia Papato!
— Sorridendo su ciò che non è serio ma vorrebbe esserlo —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Travolti dal caldo che in quest’estate ci avvolge, i Padri de L’Isola di Patmos hanno affidato alla mia penna il dono di un fresco sorriso col quale rendere omaggio ai nostri Lettori, ribadendo per inciso che come presbiteri noi siamo chiamati a essere persone serie e non seriose. Tra il serio e il serioso corre infatti la differenza che passa tra un uomo sincero e un uomo ipocrita.

L’uomo italiano non è più quello di una volta, quando per una gonnella perdeva il lume della ragione. E dinanzi a certe situazioni attuali possiamo solo dire … bei tempi furono quelli! Oggi, il lume della ragione, molti lo perdono dietro a complotti o improbabili codici criptici di Sommi Pontefici che hanno fatto false rinunce al pontificato, per seguire con non meglio precisate anfibologie smerciate da qualche piazzista …
Anziché testosterone certi uomini italiani sprizzano fobie fantascientifiche, sovente pure di stampo pseudo-religioso. Non più quindi con la bava alla bocca come avveniva in passato, a parlare delle indimenticabili prestazioni da Mille e una Notte che offrirebbero a certe belle donne; oggi, con le bocche, sbavano concitati per parlare di munus e ministerium pontificio, eccitandosi molto più di quanto non si ecciterebbero dinanzi a una bellissima fotomodella messa sulla copertina di un mensile erotico.
E fu così che un certo giornalista ― la cui onestà intellettuale è pari a quella di una volpe che entra dentro un pollaio vestita da monaca carmelitana a predicare il digiuno penitenziale ―, ha capito che il saggio proverbio popolare si era tragicamente invertito. Dicevano infatti i nostri saggi anziani:
«Tira più un pelo di donna che un carro di buoi».
Ecco perché il nostro, in data 6 febbraio 2019, cercò di suscitar pruriti con l’apologia storica degli antenati del Viagra firmando sul quotidiano Il Secolo XIX questo articolo:
«Gli antenati del Viagra. Storia millenaria degli afrodisiaci, dagli antichi romani alle parole in chat» (vedere articolo QUI).
Può essere che lavorando a questo articolo abbia finito con lo scoprire che se il Viagra esiste è proprio perché il pelo di donna tira sempre di meno, il carro è sempre più stanco e i buoi che lo trainano sempre più cornuti. E come per magia ecco che decise di trasformarsi da improbabile storico della urologia e dell’andrologia in un canonista, ecclesiologo e storico della Chiesa più improbabile ancóra, confezionando un genere di pelo e di prurito che oggi tira più che mai, forse anche a livello compensativo, perché molti uomini sembrano supplire alla loro naturale carenza di libido eccitandosi con complotti incentrati su falsi papi che governano false chiese dopo che il loro predecessore aveva falsamente rinunciato al sacro soglio per inaugurare una fantastica “sede impedita” (!?).
A noi preti mancano terribilmente quegli uomini che si lasciavano tirare più da un pelo di donna che da un carro di buoi. Per noi confessori, poi, era un piacere e una grande azione di grazia assolvere un esercito di lussuriosi, dietro ai quali, bene non dimenticarlo mai, c’erano altrettante e numerose lussuriose, perché gli uomini non facevano da soli, in tal caso sarebbe stata solo masturbazione. Pertanto, quando certe donne piangenti, gementi e afflitte nel loro vittimismo parlano della piaga dei fedifraghi indicandoli come puttanieri, con la dovuta onestà dovrebbero ricordare e ammettere che dietro a ogni puttaniere c’è sempre e di necessità una puttaniera, a meno che, come dicevamo poc’anzi, l’uomo non faccia da solo, il tal caso non sarebbe però tradimento ma tutt’altra cosa e ben diversa pratica e attività sessuale.
Oggi, gli psico-impotenti nel cervello al seguito di cani idrofobi sciolti per Carini e di anfibologi autori di codici criptici da de-codificare, sono ben lungi dal venire a confessarsi, perché più fanno scempio immane della Chiesa e del Papato, più fingono di sentirsi nel giusto.
Bei tempi, quando tirava più un pelo di donna anziché il ridicolo Codice Katzinger di un personaggio patetico che pur di far notizia e cassetta non fa distinzione tra il ventennale del Viagra e i venti secoli di storia Papato!
Buona estate a tutti.
Dall’Isola di Patmos, 31 luglio 2024
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L’operato del Demonio nella storia dell’uomo: la tentazione come battaglia quotidiana
/in Attualità/da Padre GabrieleL’OPERATO DEL DEMONIO NELLA STORIA DELL’UOMO: LA TENTAZIONE COME BATTAGLIA QUOTIDIANA
Ora la possessione diabolica, di cui fu accusato perfino il Signore Gesù è un’azione straordinaria, rarissima, di cui la Chiesa per la sua certificazione segue un procedimento e delle norme severe. Ma l’azione ordinaria, quotidiana, del Demonio è la tentazione che arriva a colpire l’uomo sia nel corpo che nella psiche.

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.
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Tempo fa ho dedicato un articolo alla figura del Demonio, dopo che in Sicilia, nel febbraio di quest’anno, è stato compiuto un efferato delitto dove l’uccisore, per spiegare il suo gesto insano, si nascondeva dietro il motivo che in casa sua, nei suoi familiari, ci fosse questa oscura presenza (QUI).

Ho continuato a riflettervi sopra e trovo sia prudente oltre che ragionevole aggiungere alcune parole sulla tentazione, che appare come la via ordinaria attraverso la quale Satana agisce fra gli uomini, ponendo inciampi, in virtù del suo essere lui per primo disobbediente e mentitore. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 395, questi viene definito come uno spirito dotato di una potenza limitata:
«La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l’edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni – di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica – per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell’uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell’attività diabolica è un grande mistero, ma «noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rm 8,28)».
Ritengo sia giusto tornare a riflettere sul significato della tentazione, perché tale argomento sembra sparito dall’orizzonte della vita cristiana, anzi, talvolta, si cerca di sminuire la responsabilità personale in ordine al peccato. Quante volte abbiamo sentito pronunciare, a mo di burla, la celebre frase di Oscar Wilde: «Il modo migliore per liberarsi di una tentazione, è cedervi». Oppure di una nota frase di Gesù nel Vangelo si mantiene solo la prima parte: «Neanch’io ti condanno»; dimenticando che il testo prosegue con: «va’ e d’ora in poi non peccare più». O quando nel frasario quotidiano, a scusa di particolari peccati si suol dire: «La carne è debole».
Solo per accenno, avendo citato il celebre scrittore Oscar Wilde, vorrei ricordare che, nonostante i suoi trascorsi, le molte avventure omosessuali, egli mori da cattolico, dopo aver ricevuto da un sacerdote il Battesimo, l’assoluzione dai peccati in articulo mortis e l’estrema unzione. Nella celebre lettera De profundis indirizzata a un suo amante, Oscar Wilde non smette un attimo di rimproverarsi le debolezze dimostrate in ogni occasione e pronuncia la frase: «Il Cattolicesimo è la sola religione in cui valga la pena di morire».
Sempre per allentare la responsabilità personale nel peccare, a volte si arriva, in ambito religioso, a dare l’intera colpa al Diavolo. Oppure si ricorre, fuori dall’orizzonte di fede, ai processi psicologici per cui l’essere umano, siccome è tale, soggetto a pulsioni e desideri che spesso risalgono all’infanzia, è esente dal peccato; egli può autoassolversi senza intermediari, arrivando perfino alla rimozione della colpa stessa, in barba ad ogni etica della responsabilità. Cosa questa nella quale è pioniera la Psicoanalisi freudiana.
Comprendere cosa sia la tentazione vuol dire capire proprio questa umana fragilità. In un contesto religioso e specificatamente cristiano, vediamo che questa umanità soggetta a caducità non è stata condannata da Dio, ma anzi, assunta da Verbo, la seconda persona della Santa Trinità, tanto che nel Credo si professa che Egli è: «Vero Dio e vero Uomo». Sappiamo infatti che Gesù stesso subì l’attacco della tentazione e portò la parola del perdono e della misericordia a tutti, lasciando la libertà all’uomo di poter anche disattendere questa proposta a proprio discapito.
Affrontare la tentazione per noi esseri umani vuol dire intraprendere una guerra che combattiamo di frequente. E ci viene incontro proprio l’esempio del Cristo che ingaggiò col Demonio una battaglia finale. Secondo il racconto dei Sinottici, alla manifestazione pubblica della messianicità di Gesù nel battesimo fa immediatamente seguito il conflitto con il Demonio, il cui apice è raggiunto dalla versione lucana della seconda tentazione:
«E, conducendolo in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni dell’ecumene; e gli disse il Diavolo: “Ti darò tutta questa potenza e la loro gloria, perché a me è stata rimessa ed io la do a chi voglio; se tu dunque ti prostri davanti a me, sarà tutta tua”» (Lc 4, 5-6).
È una sfida mortale. Gesù non può contestare l’affermazione di potere del Demonio, ma vi oppone la fede in un’altra potenza. A chi più tardi, facendo eco alle parole del demonio, lo accuserà di essere lui stesso un indemoniato, risponderà:
«Ma se è con il dito di Dio che io scaccio i demoni, allora è giunto a voi il regno di Dio» (Lc 11, 20).
Ora la possessione diabolica, di cui fu accusato perfino il Signore Gesù è un’azione straordinaria, rarissima, di cui la Chiesa per la sua certificazione segue un procedimento e delle norme severe. Ma l’azione ordinaria, quotidiana, del Demonio è la tentazione che arriva a colpire l’uomo sia nel corpo che nella psiche.
Come affermava il Catechismo su menzionato, per i disegni misteriosi di Dio, questa attività tentatrice seppur limitata, pure è permessa, evidentemente per un fine superiore. Potremmo dire, per il bene delle anime. La dinamica psicologica e spirituale della tentazione ha come fine il rovesciamento del reale rapporto fra noi e Dio. Il demonio facendoci apparire come buone cose che invece non lo sono, inducendoci al peccato, tenta di allontanarci dal Dio vivo e vero mettendo davanti ai nostri occhi realtà appetibili che sono in verità poveri idoli.
Queste dinamiche demoniache della tentazione le possiamo rintracciare nel primo libro biblico della Genesi. È lì che troviamo narrata la madre di ogni tentazione, nel capitolo terzo dell’opera. Il testo ci mostra come si muove una tentazione che va a scapito dell’uomo e del suo originario rapporto col Creatore.
Innanzitutto la tentazione, nel suo primo movimento, si frappone fra l’uomo e il progetto di Dio su di lui, fino a corromperlo.
«Il serpente […] disse alla donna: “È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”» (Gen 3, 1).
Il tentatore si insinua così nel rapporto fra la creatura ed il Creatore, iniziando a porre dei dubbi sotto forma di domanda in un contesto di dialogo. Avviene qui il primo cedimento, il tranello nel quale cade Eva, perché risponde. Tutti gli autori spirituali, sulla scorta del testo biblico, avvisano che non bisogna dialogare col demonio, bensì tacitarlo, impedendo che inneschi un eventuale sospetto. L’unica voce che dobbiamo ascoltare è quella di Dio.
La prossima mossa, o secondo movimento di ogni tentazione, consiste nello stravolgimento morale di un bene, facendolo percepire come l’opposto:
«Il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”» (Gen 3, 4-5).
Una volta aperta una porta per il dialogo il Demonio non solo subdolamente si insinua e pone dubbi su Dio come pochi, ma stravolge il Suo insegnamento pervertendolo. È la fine della moralità e della ricerca del vero bene: far sembrare una scelta errata, un peccato, come la cosa più buona e ragionevole. Giunti a questo punto, come si può non cadere? Anzi tutto avviene con facilità. Perché il peccato ci è presentato come la via più vera e utile, salvo poi scoprire che invece è insidiosa e soprattutto ci allontana da Dio:
«Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò»(Gen 3,6).
Come si nota, uscire poi dal tunnel della tentazione, una volta imboccato, è difficile se non impossibile. Eppure all’inizio dicevamo che non siamo soggetti senza libertà e responsabilità. Anche se beni indispensabili vengono minati da una minaccia come quella demoniaca, abbiamo la capacità, se non il dovere, di opporci. I Santi ed i maestri dello spirito ci hanno indicato alcuni mezzi i quali, se non ci fanno evitare di essere tentati, ci fortificano, ci donano quegli anticorpi che ci rendono quasi inattaccabili. Accennavo prima a non dare spazio al dialogo col demonio, che può essere, per esempio, interiore, nei nostri pensieri; e per fare questo occorre essere vigilanti.
La preghiera, sull’esempio di Gesù, aiuta molto nel non cadere nella tentazione. Essa ci allena alla vigilanza e ci prepara alle future difficoltà e lotte col demonio. Ma a volte è necessario anche fuggire dalla tentazione, come davanti ad un pericolo che ci sovrasta o che non possiamo controllare, un fuoco che divampa. I detti dei padri del deserto sono pieni di esempi di questo genere, quando erano tentati sulla loro fede genuina o sulla castità che avevano scelto. C’è un bellissimo quadro di Matthias Grünewald, conservato a Colmar in Francia, dove si vede il padre del deserto, Sant’Antonio abate, stiracchiato e assalito da ogni lato da bestie che rappresentano i demoni con le loro tentazioni. Ma non cede o demorde. Il resoconto delle battaglie di Sant’Antonio abate contro il demonio ci viene narrato in questi termini dal vescovo Atanasio di Alessandria che scrisse, avendolo conosciuto in vita, una biografia del santo anacoreta:
«Il posto sembrò esser sconquassato da un terremoto, ed i demoni, quasi abbattessero le quattro mura del ricovero sembravano penetrare attraverso esse, ed apparire in forma di bestie e di cose striscianti. Il posto si riempì improvvisamente di forme di leoni, orsi, leopardi, tori, serpenti, aspidi, scorpioni, ed ognuna di esse si muoveva in accordo alla sua natura».
Si è giustamente osservato che le prediche sui demoni costituiscono
«… un grandioso esempio di psicologia cristiana, in cui le intemperanze umane vengono descritte sotto forma di demoni richiamati dagli abissi dell’inconscio, una sorta di Freud ante litteram con la potenza di Dostoevskij.» (Louis Goosen, Dizionario dei santi, Mondadori, 2000).
Da quanto detto finora risulta evidente che, essendo l’umanità fragile, è facile per noi cedere al peccato in conseguenza di una tentazione. Eppure sappiamo da tutta la rivelazione che non possiamo essere tentati oltre le nostre capacità, che Dio è la nostra forza in qualsiasi circostanza. E se pure cadiamo, Dio ama l’uomo pentito e lo accoglie sempre nella sua grande bontà, come ci insegnano le parabole della misericordia che leggiamo nel Vangelo. Tanto che Gesù stesso ci chiede di imitarlo nel perdono del prossimo e di convertirci.
Cedere alla tentazione ed accettare passivamente il peccato non appare solo come un atto grave di irresponsabilità e immoralità; direi anche che è un atto contro la bellezza e il valore della dignità e libertà che Dio stesso ci ha donato. La sua grazia ed il suo amore, che ci ha rivelato nel corso della storia della salvezza e sommamente nel Cristo Signore nostro ci spingono a liberarci dai lacci della tentazione per vivere abitualmente nella virtù.
In una prossima puntata potremo analizzare meglio l’equipaggiamento dell’uomo virtuoso e quali armi abbiamo da Dio per combattere gli assalti demoniaci. Intanto, per smorzare un po’ i toni seriosi, vi lascio con un consiglio di lettura, il bel libro di C.S. Lewis, Le lettere di berlicche. Questo libro è un racconto satirico in forma epistolare in cui un diavolo anziano, «sua potente Abissale Sublimità il Sottosegretario Berlicche», istruisce suo nipote Malacoda, un giovane diavolo apprendista tentatore. Berlicche consiglia Malacoda su come assicurare la dannazione dell’anima di un giovane essere umano a lui assegnato, indicato come il «paziente», mentre Dio è il «Nemico». Così afferma saggiamente, nella premessa, il Lewis:
«Ci sono due errori uguali ed opposti nei quali la nostra razza può cadere a riguardo dei diavoli. Uno è non credere alla loro esistenza. L’altro è crederci, e nutrire un eccessivo e insano interesse in essi. Loro stessi sono ugualmente compiaciuti da ambedue gli errori e salutano un materialista o un mago con lo stesso piacere».
Santa Maria Novella in Firenze, 3 luglio 2024
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Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»
(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma
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