Preghiera di liberazione e guarigione. Quale confine invalicabile separa la teologia e la pastorale dal pericolo di cadere nelle pratiche magiche? – Prayer of liberation and healing. What imprescable boundary separates theology and pastoral care from the daner of falling into magical practices? –

(English text after the Italian / texto español posterior al engles)

PREGHIERA DI LIBERAZIONE E GUARIGIONE. QUALE CONFINE INVALICABILE SEPARA LA TEOLOGIA E LA PASTORALE DAL PERICOLO DI CADERE NELLE PRATICHE MAGICHE?

«Avvalendosi dei magici uffici di certi sciamani carismatici, non solo saranno liberati i defunti di tutto l’albero genealogico dei richiedenti, ma anche quelli che devono sempre venire al mondo. Infatti, grazie alla potenza del liberatore peregrinante da un hotel all’altro, i posteri non avranno più bisogno neppure del battesimo, perché, una volta ricevuta l’imposizione delle mani da un fulminato nel cervello, nasceranno direttamente senza peccato originale»

— Attualità pastorale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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A fronte dei miei due ultimi articoli sulle possibili derive di una modalità di intendere l’esorcismo, unita alla concezione che vede il diavolo come un prodotto di marketing e di lucro (vedi QUI e QUI), ho creduto opportuno scriverne un terzo che avrà come oggetto la Preghiera di Liberazione.

Desidero chiarire che i miei piccoli contributi sono un nulla rispetto ai lavori ben più completi ed esaustivi di dotti demonologi come Mons. Renzo Lavatori o Padre José Antonio Fortea.

Come non ricordare esorcisti particolarmente esperti come il Padre Moreno Fiori O.P. e il Padre Raffaele Talmelli S.P., entrambi hanno lasciato una floridissima bibliografia sulle demonopatie. Non possiamo dimenticare, tra l’altro, tutti gli altri sacerdoti esorcisti che svolgono il loro ministero nella fatica e che sono maestri affidabili in cui trovare una guida. Considerando che alcuni di essi hanno scritto diversi libri e articoli su questi temi, invito il lettore a una ricerca bibliografica mirata con cui è possibile accrescere la conoscenza di questi argomenti. A fronte di questo, il mio articolo ne costituisce solo un piccolo omaggio e un ringraziamento.

Prima di definire con precisione la Preghiera di Liberazione, bisogna anzitutto stabilirne i confini e gli ambiti di competenza. Anzitutto, tale preghiera non è un esorcismo ma è una preghiera di intercessione con la quale ci si rivolge a Dio, alla Madonna o ai Santi per chiedere la liberazione di una persona sofferente a causa dei mali provocati dall’influenza del maligno. Con questa definizione escludiamo fin da subito i casi conclamati di reale possessione diabolica, che esistono ma sono rarissimi, ed i casi di influssi diabolici come le ossessioni e le vessazioni che devono richiedere una particolare cura da parte del sacerdote esorcista, congiunta a un approccio multidisciplinare del caso.

Per essere ancora più precisi riassumiamo quanto la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede ha stabilito fin dal 29 settembre 1985 nella Lettera agli Ordinari riguardante le norme sugli esorcismi (cfr. QUI) e applichiamo quanto detto alla Preghiera di Liberazione:

– Nella Preghiera di Liberazione non è mai consentito, anche quando non si tratti di possessione diabolica rivolgersi direttamente al Demonio.

– Solo l’esorcista si può rivolgere direttamente al Demonio, intimandogli, in nome della Chiesa, di andarsene.

– I laici non possono, anche se si tratta di Preghiere di Liberazione, usare le formule dell’esorcismo, compresa quella pubblicata dal Papa Leone XIII, né usare parte di detta preghiera.

– L’esorcismo può essere esercitato solo da un sacerdote appositamente autorizzato dall’Ordinario del luogo (cfr. Codice di Diritto Canonico, 1166; 1172).

Definendo ancor meglio le Preghiere di Liberazione è necessario specificare che possono essere recitate da chiunque intenda chiedere al Signore per sé o per gli altri la guarigione e la liberazione dal male, sulla scorta dell’invocazione contenuta già nella preghiera del Padre Nostro che recita «liberaci dal male», ovvero liberaci dal Maligno.

Chiedere a Dio di difenderci dal Maligno significa affermare una duplice verità: la difesa dal peccato che è l’opera principale del maligno e la difesa dalle conseguenze del peccato, i cui frutti sono rappresentati dalle innumerevoli infermità e fragilità spirituali e corporali di cui l’uomo ha fatto esperienze già fin dopo la sua creazione. Teologicamente è più corretto vedere la liberazione e la guarigione come aspetti della stessa realtà di lotta al peccato, su cui Gesù, il Figlio dell’Uomo, ha il pieno potere (cfr. Mc 2,1-12).

Nel documento intitolato Istruzione circa le preghiere per ottenere da Dio la guarigione, La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, nelle disposizioni disciplinari stabilisce:

«Ad ogni fedele è lecito elevare a Dio preghiere per ottenere la guarigione. Quando tuttavia queste si svolgono in chiesa o in altro luogo sacro, è conveniente che esse siano guidate da un ministro ordinato» (cfr. art. 1).

In base a una corretta visione teologica di comprensione del peccato e delle sue conseguenze, ogni fedele ha la possibilità di invocare Dio per la liberazione e la guarigione dai suoi mali, nonché chiedere ai fratelli preghiere per questa intenzione. Sia che questi mali abbiano interessato lo spirito o il corpo, con un sapiente affidamento a Cristo medico celeste, i fedeli utilizzino tutti i rimedi che la grazia e la scienza umana mettono a disposizione per poter lenire quanto più possibile tali sofferenze. Di conseguenza, nel discernimento tra i diversi mali e le possibili cure, il fedele potrà ricorrere al sacerdote, al medico o ad altro specialista in base alla sua reale situazione di infermità, senza escludere che tutte queste figure possano lavorare in comunione per addivenire a una risoluzione felice del problema. Ricordiamo, a tal proposito, uno dei capisaldi della pastorale sanitaria che dice che dove non è possibile guarire è sempre possibile e doveroso curare.

Le Preghiere di Liberazione e di guarigione vanno opportunamente formulate in un contesto di piena fedeltà al deposito della fede della Chiesa Cattolica, in comunione con il Magistero, in obbedienza ai sacri pastori e con la ferma attenzione a non scivolare mai verso forme deviate e ambigue che potrebbero ingenerare equivoci o incomprensioni, come indica l’ultimo documento della Congregazione per la dottrina della Fede già citato.

Solo inserendo la liberazione dentro un cammino sacramentale possiamo poi procedere a interrogarci su quando sia opportuno ricorrere alle cosiddette Preghiere di Liberazione. Ho già avuto modo di spiegare che il cammino di liberazione e di lotta contro il Demonio è molto complesso e inizia con il Sacramento del battesimo, in quel cammino quotidiano di conversione e di cambiamento di mentalità che costituisce la base solida di una vita nuova nello Spirito Santo, in cui a immagine del Figlio, lo Spirito Santo viene effuso nel nostro animo e la voce del Padre ci riconosce come figli amati (cfr. Mt 3,17; Mc 1,11; Lc 3,22). Risorti come creature nuove dalle acque del battesimo, anche noi veniamo condotti nel deserto per affrontare il combattimento a tu per tu contro lo spirito del male. In Cristo abbiamo già la vittoria, la sua umanità divina rafforza la nostra umanità; il suo divino Spirito e lo stesso nostro spirito che ci è stato dato e con il quale possiamo dire ogni volta che siamo tentati: «Vattene Satana!» (cfr. Mt 4,10).

Dal Sacramento del battesimo passiamo al Sacramento della confessione con il quale lo Spirito Santo parla a noi come al figlio prodigo e ci invita a tornare alla casa paterna per essere rivestiti di quella dignità filiale che abbiamo perduto con il peccato (cfr. Lc 15,17-20). È proprio del peccato, infatti, spingere l’uomo all’allontanamento da Dio, fino a convincerlo che il Padre è l’elemento di ostacolo per una felicità piena e una realizzazione liberante. Nel momento in cui l’uomo con i propri concreti atti storici e con i propri peccati attuali apre volontariamente la porta del suo cuore all’azione ordinaria del maligno, ecco che si consuma il peccato. E il peccato trascina al peccato, con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio, da cui poi ne derivano le inclinazioni perverse che ottenebrando la coscienza alterandola e conducendo l’uomo ad una incapacità di valutazione e di scelta tra bene e il male (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1865).

Certi peccati attuali con i conseguenti vizi derivati, comportano una chiara responsabilità personale dell’uomo ― l’interrogativo divino per la colpa dei progenitori e per l’omicidio di Abele è abbastanza eloquente: «Che hai fatto?» (cfr. Gn 3,13; 4,10) ― una colpa evidente, che può essere recuperata solo e soltanto nel momento in cui viene sciolta con il potere delle chiavi che Gesù ha dato a Pietro (cf. Mt 16,18-19) e che in foro sacramentale è rappresentato dall’assoluzione. Se facciamo bene attenzione siamo davanti alla celebrazione di un vero e proprio esorcismo, al supremo atto di liberazione dell’uomo, che non è solamente una liberazione invocata, ma oggettivamente realizzata nella realtà.

Il percorso sacramentale che dal battesimo conduce alla confessione culmina con l’Eucaristia e la Santa Messa. Infatti, il cammino di liberazione non si ferma ma prosegue in modo specialissimo nell’Eucaristia, in quel divino banchetto della Santa Messa in cui si realizza la presenza vera, reale e sostanziale del nostro Redentore. Nel suo vero Corpo, nel suo vero Sangue, nella sua vera anima e nella sua divinità egli continua a sconfiggere il potere del maligno ― il peccato e la morte ― e con la sua stessa persona vince colui che è l’incarnazione stessa della “non-persona” e conduce l’uomo verso una spersonalizzazione umana e divina[1].

Penso sia utile sapere che il nuovo Messale Romano nella sezione “Messe e orazioni per varie necessità” annovera diversi formulari specifici per la celebrazione della Santa Messa che hanno come oggetto i malati e i moribondi (nn. 45-46) per poi passare a tutte quelle situazioni spirituali di varia necessità che potrebbero essere conseguenza dell’intervento dello spirito del male e del peccato radicato e indurito (n. 48 sez. A-B-C).

Tenendo ben presente questa visione sacramentale di liberazione che abbraccia i primi tre sacramenti del settenario, mi permetto di prendere in prestito un pensiero del Cardinale Mauro Piacenza:

«I Sacramenti educano continuamente alla lotta: soprattutto i Sacramenti reiterabili, quelli che non imprimono il carattere e che si possono celebrare molte volte nella vita, significano ed indicano, in maniera piena, la dimensione “agonistica” ― di agone ― della lotta contro il male».

Proprio questo è il punto focale dell’interrogativo che ci siamo posti all’inizio di questo paragrafo: quanto è risolutivo ricorrere subito alle Preghiere di Liberazione se non si è inseriti con costanza dentro un cammino sacramentale? Senza un habitus sacramentale preventivo occorre evitare le Preghiere di Liberazione, specie se non se ne avverta l’effettiva utilità, senza una certa preparazione da parte di chi intercede sulla persona e senza una preventiva e robusta preparazione di chi le riceve.

È necessario chiarire come l’efficacia dei sacramentali (Esorcismo o Preghiera di Liberazione) nei fedeli dipende dalla loro vita sacramentale. Sono i Sacramenti che imprimono la forza liberante e risanatrice ai sacramentali, i quali si inseriscono dentro quella fede affermata e vissuta giornalmente dai fedeli. Non ha caso nella Santa Messa, nei Riti di Comunione, il sacerdote prima dello scambio della pace dice:

«Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen».

È la fede che il Signore cerca da noi, quella fede ricevuta nel battesimo, rafforzata nel riconoscimento dei nostri peccati e dall’esercizio della carità vicendevole, nutrita e accresciuta dal Corpo e Sangue di Cristo. Senza fede o in mancanza di essa non c’è alcun tipo di liberazione o di guarigione, solo palliativi superstiziosi che spesso provocano più danni che benefici all’anima e al corpo. E in questa visione superstiziosa possiamo far cadere anche le cose sante, come l’uso dei sacramentali e la devozione ai santi.

Quando parliamo di Preghiere di Liberazione rischiamo di perderci all’interno di una varietà di forme e di contenuti veramente diversificati, è quindi del tutto consequenziale chiedersi: quali Preghiere di Liberazione fare? Le raccolte di tali preghiere imporrebbero un ordine che è anzitutto di carattere teologico. Infatti, la struttura di queste preghiere è quanto mai varia e spesso è difficile risalirne all’esatta origine: si va da quelle apparentemente cattoliche, a quelle dal sapore devozionale legate a qualche mistico o santo, a quelle dallo stile orientaleggiante che strizzano l’occhio al mondo greco fino ad arrivare alle preghiere di alcune comunità cristiane riformate (basti citare la pratica di liberazione, di purificazione e di guarigione dell’albero genealogico di Kenneth McAll) per finire poi a formulari dal sapore palesemente esoterico.

L’assenza di un canone mai trascritto costituisce il problema più evidente da cui deriva la mancanza di una raccolta canonica approvata cui poter attingere. Questa è forse una delle cose che più favorisce la possibilità di ricorrere all’improvvisazione selvaggia. Certamente i sacerdoti hanno la possibilità di ricorrere al Benedizionale che dona innumerevoli spunti, ma il campo della lotta contro il demonio e le sue influenze è talmente specifico che richiederebbe qualche attenzione in più, così da evitare la ricerca morbosa dello scongiuro e dell’invocazione più risolutiva anche a costo di valicare il confine dall’ortodossia e dell’ortoprassi.

La Preghiera di Liberazione si delinea come una preghiera invocativa che attiene all’ambito dei sacramentali. Questo impone di dover verificare in essa almeno due criteri:

– che sia approvata dalla competente autorità ecclesiastica;

– che abbia nella sua composizione una costruzione dogmatica e liturgica ben precisa che non lasci margini di confusione o di fraintendimento.

Nel Direttorio su pietà popolare e liturgia, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti stabilisce:

«Pur redatti con linguaggio, per così dire, meno rigoroso rispetto alle preghiere della Liturgia, i testi di preghiere e formule di devozione devono trarre ispirazione dalle pagine della Sacra Scrittura, della Liturgia, dei Padri e del Magistero, concordare con la fede della Chiesa. I testi stabili e pubblici di preghiere e atti di pietà devono recare l’approvazione dell’Ordinario del luogo» (cfr. documento integrale QUI).

La Preghiera di Liberazione necessita di essere una preghiera approvata dalla Chiesa proprio per la delicatezza della materia trattata, racchiudendo di necessità al proprio interno quel corpus di fede creduta e professata che ben sintetizza quel principio teologico per cui la lex orandi è lex credendi e viceversa. Sebbene le Preghiere di Liberazione non siano delle preghiere liturgiche vera e proprie, che constano di un ambito celebrativo e liturgico specifico, questo non esime da una composizione meno accurata dei testi e dei contenuti.

Ma veniamo allo specifico. Nei miei due precedenti articoli, ho già avuto modo di argomentare sulla preghiera del Padre Nostro che il Signore stesso ha insegnato ai suoi discepoli (cfr. Mt 6,9-13; Lc 11,1-4) e come tale, si prefigura non solo come prima Preghiera di Liberazione ma anzitutto come preghiere per eccellenza. Esclusa questa, sappiamo che nel nuovo Rituale degli Esorcismi è contenuta, in II appendice (nn. 1-10), una sezione di preghiere a uso privato dei fedeli che si trovano a dover lottare contro il potere delle tenebre. Tale elenco si può ben considerare come un elenco ufficiale e approvato di preghiere da farsi privatamente e che interessano tutti coloro che sperimentano un’azione del demonio che va oltre l’azione ordinaria. È lecito pensare, dunque, che la ratio ispiratrice di queste preghiere non riguardi soltanto coloro che sono già sottoposti all’esorcismo maggiore ma soprattutto chi si trova a sperimentare un particolare assalto diretto del maligno.

Volendoci sbilanciare nell’interpretazione, possiamo supporre che la mens di tali preghiere nel rituale non riguardi solamente il singolo fedele ma anche quella collettività più ampia che si trova a percorrere le vie di questo nostro mondo segnato dalla ferita del peccato e dal fomite della concupiscenza. Utile in tal senso è stilare una casistica essenziale che potrebbe suggerire il ricorso a una Preghiera di Liberazione, così come la Chiesa ha sempre fatto in molte preghiere litaniche che si concludono con l’invocazione: libera nos domine. Pensiamo ad esempio:

1) alla bestemmia frequente e reiterata;

2) ai sentimenti d’odio, di rancore, di distruzione e di disperazione;

3) all’indurimento nel peccato grave e nel radicamento a compiere il male;

4) ai conflitti dilanianti nelle famiglie;

5) alle situazioni di guerre e di calamità naturali ed epidemiologiche;

6) a quelle situazioni di immoralità diffusa, di profanazione e scandali che riguardano anche la vita pubblica di un paese o di una nazione;

7) alla gestione malevola e deturpante delle relazioni umane e tra i popoli;

8) alle persecuzioni contro la Chiesa e i cristiani a motivo della fede in Cristo;

9) all’attentato all’integrità della vita umana debole e indifesa.

La casistica potrebbe anche essere molto più diversificata, ma il ricorso a un preciso e maturo discernimento accompagnato dalla Chiesa diventa la scelta migliore per imparare a distinguere l’origine dalla causa[2]. Perché, se è vero che determinate situazioni non hanno sempre il Demonio come causa diretta è altresì vero che all’origine di tali mali c’è sempre la sua azione ingannatrice e corrompente.

Elencando le Preghiere di Liberazione ufficiali e approvate, per completezza argomentativa credo sia degna di nota la Preghiera Universale che la Chiesa eleva a Dio nel giorno del Venerdì Santo. La decima intenzione, dedicata a tutti i tribolati, recita così:

«Preghiamo, fratelli carissimi, Dio Padre onnipotente, perché liberi il mondo da ogni disordine: allontani le malattie, scacci la fame, renda libertà ai prigionieri, giustizia agli oppressi, conceda sicurezza a chi viaggia, il ritorno ai lontani da casa, la salute agli ammalati, ai morenti la salvezza eterna.
Dio onnipotente ed eterno, conforto degli afflitti, sostegno dei tribolati, ascolta il grido dell’umanità sofferente, perché tutti si rallegrino di avere ricevuto nelle loro necessità il soccorso della tua misericordia. Per Cristo nostro Signore» (Prece X, Per i tribolati).

Questa supplica elevata nel giorno in cui la Chiesa ricorda la Passione del Signore, ha una chiara valenza di Preghiera di Liberazione. Infatti, si chiede a Dio che tutti i mali e le situazioni di fragilità e di pericolo per gli uomini vengano ad essere allontanati, per conseguire la vittoria contro colui che all’origine di ogni male e peccato. Pur facendo parte della liturgia ufficiale del Venerdì Santo, nulla vieta a un fedele di recitarla privatamente e di chiedere a Dio per sé e per gli altri l’aiuto nelle varie situazioni di tribolazione.

Eccoci infine giunti al problema degli abusi pastorali nelle Preghiere di Liberazione. Nell’istruzione circa le preghiere per ottenere da Dio la guarigione, la Congregazione esige che tali preghiere si svolgano preferibilmente in chiesa o in altro luogo sacro e che siano guidate da un ministro ordinato. A differenza dell’esorcismo che richiede obbligatoriamente la presenza di un presbitero, le Preghiere di Liberazione, così come le abbiamo intese in questo articolo, possono essere guidate anche da un diacono. Ma anticipo subito che tale scelta impone una certa prudenza e delle garanzie per i motivi che spiegherò più avanti.

La presenza del ministro ordinato non è semplicemente importante ma proprio imprescindibile per guidare la preghiera attualizzando quel mandato che Cristo ha conferito a coloro che ha inviato a due a due per liberare e guarire (cfr. Lc 10,1-20). Pertanto, non possono essere promosse preghiere pubbliche guidate da fedeli laici, i quali dovranno ben guardarsi dall’imporre le mani o compiere dei gesti riservati ai ministri ordinati, restando nei limiti e i nei termini previsti dalle precise disposizioni dettate dalla Chiesa (cfr. CEI, Benedizionale, Roma, 1992, 18).

Guarigione e liberazione sono unite in un medesimo sguardo teologico, come chiarisce la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede e come è nostro dovere sacerdotale e pastorale ricordare, perché è solo il Signore «colui che libera da ogni male» (cfr. Sap 16,8) e in tale azione di grazia le sofferenze che accompagnano la malattia sono anche oggetto del profondo desiderio dell’uomo di una liberazione totale che interessa non solo la componente corporale ma anche quella psichica e spirituale (cfr. art. 1).

La Congregazione ha una volontà normativa riferita a quelle circostanze di preghiera pubblica, tralasciando la sfera della vita di preghiera privata del fedele, sapendo che a ogni battezzato è chiesto di pregare Dio per i vivi e per i defunti e per la propria e altrui conversione. Per quanto riguarda la scelta del luogo, il contesto sacro rafforza la volontà di rimanere uniti alla Chiesa e ai suoi pastori, inoltre realizza pastoralmente quanto il Signore raccomanda nella parabola del buon Samaritano (cfr. Lc 10,25-37) in cui il malcapitato viandante viene alloggiato nella locanda-ospedale che rappresenta la Chiesa. L’immagine dei briganti è fortemente simbolica e possiede un senso spirituale che è stato descritto dai Padri della Chiesa, i quali hanno saputo scorgere l’operato del Diavolo e dei suoi Angeli che spogliano l’uomo della veste dell’immortalità e lo percuotono a morte con l’arma del peccato fino a privarlo della vita di grazia.

Tutti gli altri luoghi pubblici che non siano una chiesa, una cappella o un oratorio sono di per sé inadatti, dovrebbe essere superfluo ribadirlo, ma è bene farlo alla luce della chiara e precisa disciplina della Chiesa, non certo delle proprie opinioni personali. Così come sono inadatti alcuni canali e vie di comunicazione come telefoni, cellulari, webcam et similia. Purtroppo, si sono verificati dei casi, e continuano a verificarsi, in cui si sono fatti esorcismi al telefono, Preghiere di Liberazione alla radio o con l’utilizzo dei vari mezzi di comunicazione, per non parlare dei tours esorcistici e liberatori organizzati in giro per gli alberghi italiani nei fine settimana con tanto di pacchetti promozionali che offrono liberazioni, guarigioni, conversioni oppure, come direbbe qualche confratello tanto navigato quanto ormai disincantato:

«Avvalendosi dei magici uffici di certi sciamani carismatici, non solo saranno liberati i defunti di tutto l’albero genealogico dei richiedenti, ma anche quelli che devono sempre venire al mondo. Infatti, grazie alla potenza del liberatore peregrinante da un hotel all’altro, i posteri non avranno più bisogno neppure del battesimo, perché, una volta ricevuta l’imposizione delle mani da un fulminato nel cervello, nasceranno direttamente senza peccato originale».

Una situazione pastorale che merita attenzione è quella relativa a coloro che sono realmente preda dello Spirito del Male ma la cui situazione di possessione, ossessione o vessazione non si è ancora palesata chiaramente. Non è raro il caso in cui, a seguito di incontri di preghiera di guarigione o di liberazione, lo Spirito Maligno possa manifestarsi d’improvviso, in quanto costretto dalla potenza della preghiera unita alla fede dell’assemblea orante. Spesso non c’è nemmeno il bisogno di una Preghiera di Liberazione particolare ma basta la semplice Preghiera di Lode o un’invocazione dello Spirito Santo per trovarsi in una situazione simile a quella accaduta a Gesù nella sinagoga di Cafarnao (cfr. Mc 1, 21-28; Lc 4, 31-37).

La gestione simili manifestazioni comporta prudenza e fortezza d’animo, unita alla fede in Cristo e all’obbedienza alla Chiesa. Bisogna domandarsi seriamente se per tali incontri pubblici di preghiera non debba esserci la presenza preventiva di un esorcista formalmente nominato e autorizzato, che ha nome di Cristo e della Chiesa può lecitamente intervenire. Ricordiamo che affrontare lo Spirito Maligno senza essere esorcisti, senza essere un ministro ordinato e con la propria condizione di fragilità è decisamente poco saggio. L’uomo non ha nessun potere sui demoni e la sproporzione è quella che intercorre tra una creatura angelica e una creatura umana. È vero che la storia della Chiesa ricorda uomini che hanno saputo compiere esorcismi e liberazioni, ma tale realtà è determinata dalla loro particolare santità di vita e da una speciale assistenza della provvidenza divina, mi piace ricordare Sant’Antonio abate, San Benedetto da Norcia, San Francesco d’Assisi, Santa Chiara d’Assisi, San Salvatore da Horta. Tutti costoro non erano sacerdoti e non avevano ricevuto la nomina di esorcista ma la loro vita risplendeva di quella santità a cui nessun demonio poteva resistere. Stesso discorso lo si può fare per San Pio da Pietrelcina, il quale ha combattuto tutta la sua vita contro il Demonio, pur non avendo mai ricevuto dal Vescovo diocesano e dal suo Ministro provinciale l’autorizzazione al ministero di esorcista.

Per concludere: è cura della Chiesa tutelare la privacy di coloro che vivono manifestazioni spirituali di influenza malefica con un accompagnamento sollecito e scevro da indebite spettacolarizzazioni. Si devono tenere in giusto conto tutte quelle situazioni di protezione per questi fratelli sofferenti in modo che la loro liberazione avvenga all’interno di un contesto riservato. Per questo motivo si eviti di portare questi fratelli sofferenti nei vari tour di liberazione, esponendoli al pubblico per rendere testimonianze che hanno spesso il sapore di campagne pubblicitarie mirate ad accrescere la “fama” e l’egocentrismo del carismatico guaritore o liberatore, anziché cercare una stabilità attraverso un sacerdote che inizi l’accompagnamento. A questo è utile unire un gruppo di preghiera che possa aiutare nella battaglia spirituale elevando a Dio ferventi intercessioni. Così come avviene in alcune pratiche della psicoterapia, il percorso di liberazione e di guarigione deve mirare a rendere l’uomo nuovamente autonomo e padrone di sé. Il terapeuta non deve legare alla sua persona il paziente, così il sacerdote non deve legare alla sua persona o al suo carisma il fedele costringendolo a un percorso infinito di Preghiere di Liberazione. Se dopo un congruo periodo di tempo non si vedono miglioramenti tangibili, se non si ha acquisito un habitus sacramentale serio, se non ci sono evidenze particolari, allora è meglio interrompere queste preghiere e iniziare un discernimento umano e spirituale più approfondito.

In ogni caso il problema rimane nei secoli lo stesso, senza avere mai perduto attualità, lo mise chiaramente in luce a suo tempo il Beato Apostolo Paolo scrivendo al suo discepolo Timoteo:

«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero» (II Tm 4, 1-5).

Sanluri, 25 marzo 2025

NOTE

[1] Per un maggiore approfondimento di quanto detto in questo paragrafo si rimanda all’intervento del Cardinale Mauro Piacenza: Esorcismo e sacramenti, in occasione del XI Corso di base sull’Esorcismo a cura del GRIS Nazionale in collaborazione con l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum in Roma e l’Associazione Internazionale Esorcisti. 4 aprile 2016 giovedì 15 settembre 2016.

[2] A questo elenco si aggiunga quanto William Bleiziffer dice nel suo contributo: Esorcismo ed esorcista nella disciplina canonica della Chiesa, in STUDIA UNIVERSITAS BABEŞ-BOLYAI, Demonologia oggi: fondamenti teologici e aspetti pratici, 2019, p.154 nota 42.

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PRAYER OF LIBERATION AND HEALING. WHAT IMPRESCABLE BOUNDARY SEPARATES THEOLOGY AND PASTORAL CARE FROM THE DANGER OF FALLING INTO MAGICAL PRACTICES?

«By using the magical offices of certain charismatic shamans, not only will the deceased of the entire family tree of the applicants be liberated, but also those who must always come into the world. In fact, thanks to the power of the liberator wandering from one hotel to another, posterity will no longer even need baptism, because, once they have received the imposition of hands from a lightning-struck person in the brain, they will be born directly without original sin».

— Pastoral actuality —

 

Author
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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In light of my last two articles on the possible consequences of a way of understanding exorcism, combined with the concept that sees the Devil as a product of marketing and profit (see QUI, QUI), I thought it appropriate to write a third that will have as its subject the Prayer of Liberation.

I would like to clarify that my small contributions are nothing compared to the much more complete and exhaustive works of learned demonologists such as Mgr. Renzo Lavatori or Father José Antonio Fortea.

How can we not remember particularly expert exorcists such as the italians Father Moreno Fiori O.P. and Father Raffaele Talmelli S.P., both of whom have left a flourishing bibliography on demonopathies. We cannot forget, among other things, all the other exorcist priests who carry out their ministry in hardship and who are reliable teachers in whom to find guidance. Considering that some of them have written several books and articles on these topics, I invite the reader to do a targeted bibliographical research with which it is possible to increase the knowledge of these topics. In light of this, my article is only a small tribute and a thank you.

Before precisely defining the Prayer of Liberation, we must first establish its boundaries and areas of competence. First of all, this prayer is not an exorcism but a prayer of intercession with which one turns to God, the Madonna or the Saints to ask for the liberation of a person suffering from the evils caused by the influence of the evil one. With this definition we immediately exclude the clear cases of real diabolical possession, which exist but are very rare; and the cases of diabolical influences such as obsessions and vexations that must require special care on the part of the exorcist priest, combined with a multidisciplinary approach to the case. To be even more precise, let us summarize what the Sacred Congregation for the Doctrine of the Faith has established since September 29, 1985 in the Letter to Ordinaries regarding the norms on exorcisms (see HERE) and let us apply what has been said to the Prayer of Liberation:

– In the Prayer of Liberation, it is never permitted, even when it is not a question of diabolical possession, to address the Demon directly.

– Only the exorcist can address the Demon directly, ordering him, in the name of the Church, to leave.

– Lay people cannot, even when it is a question of Prayers of Liberation, use the formulas of exorcism, including that published by Pope Leo XIII, nor use part of said prayer.

– Exorcism can only be practiced by a priest specifically authorized by the Ordinary of the place (cf. Code of Canon Law, 1166; 1172).

– In further defining the Prayers of Liberation, it is necessary to specify that they can be recited by anyone who intends to ask the Lord for healing and deliverance from evil for themselves or for others, on the basis of the invocation already contained in the prayer of the Our Father which says «deliver us from evil», or deliver us from the Evil One.

Asking God to defend us from the Evil One means affirming a twofold truth: the defense from sin, which is the principal work of the Evil One, and the defense from the consequences of sin, the fruits of which are represented by the innumerable spiritual and physical infirmities and frailties that man has experienced since after his creation. Theologically, it is more correct to see liberation and healing as aspects of the same reality of the fight against sin, over which Jesus, the Son of Man, has full power (cf. Mk 2, 1-12).

In the document entitled Instruction on prayers to obtain healing from God, the Sacred Congregation for the Doctrine of the Faith, in the disciplinary provisions establishes:

«”People are called to joy. Nevertheless each day they experience many forms of suffering and pain”. Therefore, the Lord, in his promises of redemption, announces the joy of the heart that comes from liberation from sufferings (cf. Is 30:29; 35:10; Bar 4:29). Indeed, he is the one «who delivers from every Evil» (Wis 16:8). Among the different forms of suffering, those which accompany illness are continually present in human history. They are also the object of man’s deep desire to be delivered from every Evil» (Official document SEE).

The Prayer of Liberation needs to be a prayer approved by the Church precisely because of the delicacy of the subject matter, necessarily containing within itself that corpus of faith believed and professed that well summarizes that theological principle for which the lex orandi is lex credendi. Although the Prayers of Liberation are not liturgical prayers in the true sense, consisting of a specific celebratory and liturgical context, this does not exempt from a less accurate composition of the texts and contents.

But let’s get to the specifics. In my two previous articles, I have already had the opportunity to argue about the prayer of the Our Father that the Lord himself taught to his disciples (cf. Mt 6,9-13; Lk 11,1-4) and as such, it is prefigured not only as the first Prayer of Liberation but above all as prayers par excellence. Excluding this, we know that in the new Ritual of Exorcisms there is contained, in Appendix II (nn. 1-10), a section of prayers for the private use of the faithful who find themselves having to fight against the power of darkness. This list can well be considered as an official and approved list of prayers to be said privately and which concern all those who experience an action of the devil that goes beyond ordinary action. It is legitimate to think, therefore, that the inspiring ratio of these prayers does not concern only those who are already subjected to major exorcism but above all those who find themselves experiencing a particular direct assault of the Evil one.

If we want to enter into interpretation, we can assume that the mens of such prayers in the ritual does not only concern the individual believer but also that wider community that finds itself walking the paths of this world of ours marked by the wound of sin and the fomite of concupiscence. It is useful in this sense to draw up an essential case study that could suggest the use of a Prayer of Liberation, as the Church has always done in many litanic prayers that end with the invocation: libera nos domine. Let us think for example:

1) frequent and repeated blasphemy;
2) feelings of hatred, resentment, destruction and despair;
3) hardening in grave sin and in the rootedness to do evil;
4) tearing conflicts in families;
5) situations of war and natural and epidemiological disasters;
6) to those situations of widespread immorality, profanation and scandals that also affect the public life of a country or a nation;
7) to the malevolent and disfiguring management of human relations and between peoples;
8) to persecutions against the Church and Christians because of their faith in Christ;
9) to attacks on the integrity of weak and defenseless human life.

The casistic could also be much more diversified, but the use of a precise and mature discernment accompanied by the Church becomes the best choice to learn to distinguish the origin from the cause. Because, if it is true that certain situations do not always have the Devil as a direct cause, it is also true that at the origin of such evils there is always his deceptive and corrupting action.

Listing the official and approved Liberation Prayers, for completeness of argument I believe that the Universal Prayer that the Church raises to God on Good Friday is worthy of note. The tenth intention, dedicated to all the troubled, reads as follows:

Let us pray, dearest brothers, to God the Father almighty, that he may free the world from every disorder: that he may remove disease, banish hunger, give freedom to prisoners, justice to the oppressed, grant safety to those who travel, the return of those far from home, health to the sick, eternal salvation to the dying. Almighty and eternal God, comfort of the afflicted, support of the troubled, hear the cry of suffering humanity, that all may rejoice in having received in their needs the help of your mercy. Through Christ our Lord (Prayer X, For the troubled).

This supplication, raised on the day in which the Church remembers the Passion of the Lord, has a clear value of a Prayer of Liberation. In fact, it asks God that all evils and situations of fragility and danger for men be removed, to achieve victory against the one who is at the origin of all evil and sin. Although it is part of the official liturgy of Good Friday, nothing prevents a believer from reciting it privately and asking God for help for himself and for others in various situations of tribulation.

Here we finally come to the problem of pastoral abuses in the Prayers of Liberation. In the instruction on prayers to obtain healing from God, the Congregation requires that such prayers preferably take place in a church or another sacred place and that they be led by an ordained minister. Unlike exorcism, which requires the mandatory presence of a priest, the Prayers of Liberation, as we have understood them in this article, can also be led by a deacon. But I must immediately point out that this choice requires a certain amount of caution and guarantees for reasons I will explain later.

The presence of the ordained minister is not simply important but absolutely essential to guide prayer by actualizing that mandate that Christ conferred to those he sent two by two to free and heal (cf. Luke 10, 1-20). Therefore, public prayers led by lay faithful cannot be promoted, who must be careful not to lay on hands or perform gestures reserved for ordained ministers, remaining within the limits and terms established by the precise provisions dictated by the Church (Benedictional, Rome, 1992, 18).

Healing and liberation are united in the same theological vision, as the Sacred Congregation for the Doctrine of the Faith clarifies and as it is our priestly and pastoral duty to remember, because it is only the Lord «who frees from every Evil» (cf. Wis 16, 8) and in this act of grace the sufferings that accompany illness are also the object of man’s profound desire for a total liberation that concerns not only the physical component but also the psychic and spiritual one (cf. art. 1).

The Congregation has a normative will referring to those circumstances of public prayer, leaving aside the sphere of the private prayer life of the faithful, knowing that every baptized person is asked to pray to God for the living and the dead and for their own and others’ conversion. As regards the choice of place, the sacred context strengthens the will to remain united to the Church and its pastors, and also pastorally realizes what the Lord recommends in the parable of the Good Samaritan (see Lk 10:25-37) in which the unfortunate traveler is lodged in the inn-hospital that represents the Church. The image of the robbers is strongly symbolic and has a spiritual meaning that has been described by the Fathers of the Church, who were able to discern the work of the Devil and his Angels who strip man of the garment of immortality and strike him to death with the weapon of sin until they deprive him of the life of grace.

All other public places that are not a church, a chapel or an oratory are in themselves unsuitable, it should be superfluous to repeat it, but it is good to do so in light of the clear and precise discipline of the Church, certainly not of one’s personal opinions. Just as some channels and means of communication are unsuitable such as telephones, cell phones, webcams and the like. Unfortunately, cases have occurred, and continue to occur, in which exorcisms have been performed over the telephone, Liberation Prayers on the radio or with the use of various means of communication, not to mention the exorcism and liberation tours organized around hotels on weekends with promotional packages offering liberation, healing, conversion, or, as some experienced but now disenchanted confrere would say:

«By making use of the magical services of certain charismatic shamans, not only will the deceased of the entire family tree of the applicants be liberated, but also those who must always come into the world. In fact, thanks to the power of the liberator wandering from one hotel to another, posterity will no longer even need baptism, because, once they have received the imposition of hands by charismatic layman struck by lightning in the brain, they will be born directly without original sin».

A pastoral situation that deserves attention is that of those who are truly prey to the Spirit of Evil but whose situation of possession, obsession or harassment has not yet clearly revealed itself. It is not uncommon for the case in which, following prayer meetings for healing or liberation, the Evil Spirit can suddenly manifest itself, as forced by the power of prayer united with the faith of the praying assembly. Often there is not even the need for a particular Prayer of Liberation but a simple Prayer of Praise or an invocation of the Holy Spirit is enough to find oneself in a situation similar to that which happened to Jesus in the synagogue of Capernaum (see Mk 1:21-28; Lk 4:31-37).

The management of such manifestations requires prudence and fortitude, combined with faith in Christ and obedience to the Church. We must seriously ask ourselves whether such public prayer meetings should not require the prior presence of a formally appointed and authorized exorcist, who has the name of Christ and the Church and can lawfully intervene. Let us remember that facing the Evil Spirit without being exorcists, without being an ordained minister and with one’s own condition of fragility is decidedly unwise. Man has no power over demons and the disproportion is that which exists between an angelic creature and a human creature. It is true that the history of the Church remembers men who were able to perform exorcisms and liberations, but this reality is determined by their particular holiness of life and by a special assistance of divine providence, I like to remember Saint Anthony the Abbot, Saint Benedict of Norcia, Saint Francis of Assisi, Saint Clare of Assisi, Saint Savior of Horta. All of these were not priests and had not received the appointment of exorcist but their lives shone with that sanctity that no demon could resist. The same can be said for Saint Pio of Pietrelcina, who fought all his life against the Devil, despite never having received authorization for the ministry of exorcist from the diocesan Bishop and his Provincial Minister.

In conclusion: it is the Church’s duty to protect the privacy of those who experience spiritual manifestations of evil influence with prompt accompaniment free from undue sensationalism. All those situations of protection for these suffering brothers must be taken into due consideration so that their liberation occurs within a private context. For this reason, one should avoid taking these suffering brothers on various liberation tours, exposing them to the public to give testimonies that often have the flavor of advertising campaigns aimed at increasing the “fame” and egocentrism of the charismatic healer or liberator, rather than seeking stability through a priest who begins the accompaniment. It is useful to combine this with a prayer group that can help in the spiritual battle by raising fervent intercessions to God. As happens in some practices of psychotherapy, the path of liberation and healing must aim to make man autonomous and master of himself again. The therapist must not bind the patient to his person, just as the priest must not bind the faithful to his person or his charisma by forcing them to an endless path of Liberation Prayers. If after a suitable period of time there are no tangible improvements, if one has not acquired a serious sacramental habitus, if there is no particular evidence, then it is better to interrupt these prayers and begin a more in-depth human and spiritual discernment.

In any case, the problem has remained the same throughout the centuries, without ever having lost its relevance, as was clearly highlighted in his time by the Blessed Apostle Paul when he wrote to his disciple Timothy:

«For the time will come when people will not tolerate sound doctrine but, following their own desires and insatiable curiosity, will accumulate teachers and will stop listening to the truth and will be diverted to myths. But you, be self-possessed in all circumstances; put up with hardship; perform the work of an evangelist; fulfill your ministry» (II Th 4, 3-4).

Sanluri, 25 March 2025

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ORACIÓN DE LIBERACIÓN Y SANACIÓN. ¿CUÁL ES EL LÍMITE INVALICABLE QUE SEPARA LA TEOLOGÍA Y LA PASTORAL DEL PELIGRO DE CAER EN PRÁCTICAS MÁGICAS?

«Al hacer uso de los oficios mágicos de ciertos chamanes carismáticos, no sólo se liberarán los difuntos de todo el árbol genealógico, sino también aquellos que deberán venir al mundo. De hecho, gracias al poder del libertador que vaga de un hotel a otro, la posteridad ya ni siquiera necesitará del bautismo, porque, una vez que hayan recibido esta imposición de las manos de alguien golpeado en el cerebro, nacerán directamente sin pecado original».

— Actualidad pastoral —

 

Autor
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Teniendo en cuenta mis dos últimos artículos sobre las posibles derivas de una forma de entender el exorcismo, combinados con el concepto que ve al Diablo como un producto de marketing y de lucro (ver AQUI y AQUI), he creído oportuno escribir un tercero que tendrá como objeto la Oración de la Liberación. quiero aclarar que mis pequeñas aportaciones no son nada comparadas con los trabajos mucho más completos y exhaustivos de eruditos demonólogos como del italiano como Monseñor Renzo Lavatori o del padre José Antonio Fortea.

¿Cómo no recordar a exorcistas especialmente expertos como el Padre Moreno Fiori O.P. y el padre Raffaele Talmelli S.P., ambos han dejado una bibliografía muy rica sobre las demonopatías. No podemos olvidar, entre otras cosas, todos los demás sacerdotes exorcistas que desempeñan su ministerio con dificultad y que son maestros fiables en los que encontrar orientación. Considerando que algunos de ellos han escrito varios libros y artículos sobre estos temas, invito al lector a realizar una búsqueda bibliográfica con la que sea posible incrementar el conocimiento sobre estos temas. En vista de esto, mi artículo es sólo un pequeño homenaje y un agradecimiento.

Antes de definir con precisión la Oración de Liberación, debemos establecer sus límites y áreas de competencia. En primer lugar, esta oración no es un exorcismo sino una oración de intercesión con la que se dirige a Dios, a la Virgen o a los Santos para pedir la liberación de una persona que sufre males causados por la influencia del Maligno. Con esta definición excluimos inmediatamente los casos de una posesión diabólica real, que existen pero son muy raros, y los casos de influencias diabólicas como obsesiones y dolencias que deben requerir cuidados especiales por parte del sacerdote exorcista, combinados con una evaluación multidisciplinaria para cada caso.

Para ser aún más precisos, resumamos lo que la Sagrada Congregación para la Doctrina de la Fe ha establecido el 29 de septiembre de 1985 en La Carta a los Ordinarios sobre las normas relativas a los exorcismos (ver AQUÌ) y apliquémoslo a la Oración de Liberación:

– En la Oración de Liberación nunca está permitido, incluso cuando no se trate de posesión diabólica, dirigirse directamente al Diablo.
– Sólo el exorcista puede dirigirse directamente al Diablo, ordenándole, en nombre de la Iglesia, que se vaya.
– Los laicos no pueden, aunque sean Oraciones de Liberación, utilizar las fórmulas de exorcismo, incluyendo la realizada por el Papa León XIII, ni utilizar parte de dicha oración.
– El exorcismo sólo puede ser realizado por un sacerdote específicamente autorizado por el Ordinario del lugar (ver Código de Derecho Canónico, cann. 1166; 1172).

Para definir aún mejor las Oraciones de Liberación, es necesario precisar que pueden ser recitadas por cualquier persona que pretenda pedir al Señor la curación y la liberación del mal para sí o para los demás, basándose en la invocación ya contenida en la oración del Padre Nuestro que dice «líbranos del mal», o líbranos del Maligno.

Pedir a Dios que nos defienda del Maligno significa afirmar una doble verdad: la defensa del pecado, que es la obra principal del Maligno, y la defensa de las consecuencias del pecado, cuyos frutos están representados por las innumerables enfermedades y flaquezas espirituales y corporales que el hombre ya ha experimentado desde su creación. Teológicamente es más correcto ver la liberación y la curación como aspectos de una misma realidad de lucha contra el pecado, sobre la cual Jesús, el Hijo del Hombre, tiene pleno poder (cf. Mc 2,1-12).

En el documento titulado Instrucción sobre las oraciones para obtener la curación de Dios, la Sagrada Congregación para la Doctrina de la Fe establece en sus disposiciones disciplinarias:

«Cada uno de los fieles es libre de elevar oraciones a Dios para obtener la curación. Cuando éstas se realizan en la Iglesia o en otro lugar sagrado, es conveniente que sean guiadas por un sacerdote o un diácono» (cf. AQUI)

Partiendo de una correcta visión teológica de comprensión del pecado y sus consecuencias, todo creyente tiene la posibilidad de invocar a Dios para la liberación y curación de sus males, así como pedir a sus hermanos oraciones por esta intención. Ya sea que estos males hayan afectado al espíritu o al cuerpo, con una sabia confianza en Cristo médico celestial, los fieles deben utilizar todos los remedios que la gracia y la ciencia humana ponen a disposición para poder aliviar en lo posible tales sufrimientos. En consecuencia, al discernir entre las diferentes dolencias y sus posibles curas, los fieles podrán recurrir a un sacerdote, a un médico u otro especialista en función de su situación actual de enfermedad, sin excluir que todas estas figuras puedan trabajar en comunión para alcanzar una feliz resolución del problema. En este sentido, recordemos una de las piedras angulares de la pastoral de la salud que dice que donde no es posible sanar, siempre es posible y necesario curar.

Las Oraciones de liberación y de curación deben formularse adecuadamente en un contexto de plena fidelidad al depósito de la fe de la Iglesia católica, en comunión con el Magisterio, en obediencia a los sagrados pastores y con firme atención de no caer en formas desviadas y ambiguas que puedan generar equívocos o malentendidos, como se indica en el último documento de la Congregación para la Doctrina de la Fe ya citado.

Sólo incluyendo la liberación en un camino sacramental podremos entonces proceder a preguntarnos cuándo es apropiado recurrir a las llamadas Oraciones de Liberación. Ya he tenido oportunidad de explicar que el camino de liberación y lucha contra el Diablo es muy complejo y comienza con el Sacramento del bautismo, en ese camino diario de conversión y cambio de mentalidad que constituye la base sólida de una vida nueva en el Espíritu Santo, en el que a imagen del Hijo, el Espíritu Santo se derrama en nuestra alma y la voz del Padre nos reconoce como hijos amados (cf. Mt 3,17; Mc 1,11; Lc 3,22). Resucitados como nuevas criaturas en las aguas del bautismo, somos igualmente conducidos al desierto para afrontar en batalla cara a cara, al espíritu del mal. En Cristo ya tenemos la victoria, su divina humanidad fortalece nuestra humanidad; su divino Espíritu es el mismo espíritu que se nos ha sido dado y con el que podemos decir cada vez que somos tentados: «¡Vete, Satanás!» (cf. Mt 4,10).

Del Sacramento del Bautismo pasemos al Sacramento de la Confesión en el que el Espíritu Santo nos habla como al hijo pródigo y nos invita a regresar al hogar paterno para revestirnos de esa dignidad filial que hemos perdido por el pecado (ver Lc 15,17-20). De hecho, es precisamente el pecado el que aleja al hombre de Dios, hasta el punto de convencerlo de que el Padre es un obstáculo para la felicidad plena y la plenitud liberadora. En el momento en que el hombre, con sus actos históricos concretos y con sus pecados actuales, abre voluntariamente la puerta de su corazón a la acción ordinaria del maligno, el pecado queda consumado. Y el pecado arrastra al pecado, la repetición de los mismos actos genera el vicio, del que derivan inclinaciones perversas que oscurecen la conciencia, la alteran y llevan al hombre a la incapacidad de evaluar y elegir entre el bien y el mal (cf. Catecismo de la Iglesia Católica, n. 1865).

El camino sacramental que lleva del bautismo a la confesión culmina con la Eucaristía y la Santa Misa. De hecho, el camino de la liberación no se detiene sino que continúa de manera muy especial en la Eucaristía, en ese banquete divino de la Santa Misa en el que se realiza la presencia verdadera, real y sustancial de nuestro Redentor. En su verdadero Cuerpo, en su verdadera Sangre, en su verdadera alma y en su divinidad sigue venciendo el poder del maligno ― pecado y muerte ― y con su propia persona vence a quien es la encarnación misma de la “no persona” y conduce al hombre hacia una despersonalización humana y divina.

Ciertos pecados actuales, con los consiguientes vicios, entrañan una clara responsabilidad personal del hombre ― el interrogativo divino por la culpa de los progenitores y por el asesinato de Abel es bien elocuente: «¿Qué has hecho?» (cf. Gn 3,13; 4,10) ―, una culpa evidente, que sólo y únicamente puede ser recuperada en el momento en que es desatada con el poder de las llaves que Jesús entregó a Pedro (cf. Mt 16,18-19) y que en el foro sacramental se representa con la absolución. Si prestamos atención, estamos ante la celebración de un verdadero exorcismo, el acto supremo de liberación del hombre, que no es sólo una liberación invocada, sino objetivamente realizada en la realidad.

Creo que es útil saber que el nuevo Misal Romano en el apartado “Misa y oraciones para las diversas necesidades” incluye varias formas específicas para la celebración de la Santa Misa que tienen por objeto los enfermos y moribundos (n. 45-46) para luego pasa a todas aquellas situaciones espirituales de necesidades diversas que podrían ser consecuencia de la intervención del espíritu del mal y del pecado arraigado y endurecido (n. 48 apartado A-B-C).

Teniendo presente esta visión sacramental de la liberación que abarca los tres primeros sacramentos del septenario, me permito tomar prestado un pensamiento del cardenal Mauro Piacenza:

«Los Sacramentos educan continuamente a la lucha: sobre todo los Sacramentos repetibles, aquellos que no imprimen carácter y que pueden celebrarse muchas veces en la vida, significan e indican plenamente la dimensión “agonística” ― de agonal― de la lucha contra el mal».

Este es precisamente este el punto focal del interrogativo que nos hacíamos al inicio de este párrafo: ¿qué tan decisivo es recurrir inmediatamente a las Oraciones de Liberación si no se es parte consistente de un camino sacramental? Sin un habitus sacramental preventivo es necesario evitar las Oraciones de Liberación, especialmente si no se siente su utilidad real, sin una cierta preparación por parte de quien intercede sobre la persona y sin una preparación preventiva y robusta por parte de quien las recibe.

Es necesario aclarar cómo la eficacia de los sacramentales (Exorcismo u Oración de Liberación) en los fieles depende de su vida sacramental. Son los Sacramentos los que imparten la fuerza liberadora y curativa a los sacramentales, que se insertan en esa fe afirmada y vivida diariamente por los fieles. No es casualidad que en la Santa Misa, en el Rito de la Comunión, el sacerdote antes del intercambio de la paz diga:

«Señor Jesucristo, que dijiste a tus apóstoles: “La paz os dejo, mi paz os doy”, no mires nuestros pecados, sino la fe de tu Iglesia, y conforme a tu palabra, concédele la paz y la unidad. Tú que vives y reinas por los siglos de los siglos. Amén”.

Es la fe que el Señor busca en nosotros, esa fe recibida en el bautismo, fortalecida en el reconocimiento de nuestros pecados y en el ejercicio de la caridad mutua, nutrida y aumentada por el Cuerpo y la Sangre de Cristo. Sin fe o falta de ella no hay ningún tipo de liberación o curación, sólo paliativos supersticiosos que muchas veces causan más daño que bien al alma y al cuerpo. Y en esta visión supersticiosa también podemos incluir las cosas santas, como el uso de los sacramentales y la devoción a los santos.

Cuando hablamos de Oraciones de Liberación corremos el riesgo de perdernos en una variedad de formas y contenidos verdaderamente diversos, por lo que es completamente consecuente preguntarnos: ¿qué Oraciones de Liberación hacer? Las colecciones de tales oraciones impondrían un orden que es ante todo de carácter teológico. De hecho, la estructura de estas oraciones es extremadamente variada y a menudo resulta difícil rastrear su origen exacto: van desde aquellas aparentemente católicas, pasando por aquellas con un sabor devocional vinculado a algún místico o santo, o aquellas de estilo oriental que hacen un guiño al mundo griego y se incluyen las oraciones de algunas comunidades cristianas reformadas (basta mencionar la práctica de liberación, purificación y curación del árbol genealógico de Kenneth McAll) para terminar con las fórmulas con sabor claramente esotérico.

La ausencia de un canon transcrito constituye el problema más evidente, y de esto deriva la ausencia de una colección canónica aprobada sobre la cual basarse. Ésta es una de las cosas que más favorece la posibilidad de recurrir a una improvisación salvaje. Ciertamente los sacerdotes tienen la posibilidad de recurrir al Libro de Bendiciones que ofrece innumerables indicaciones, pero el campo de lucha contra el diablo y sus influencias es tan específico que requiere una mayor atención a fin de evitar la búsqueda morbosa de la suplica y la invocación más decisiva, aún a costa de traspasar la frontera entre ortodoxia y ortopraxis.

La Oración de la Liberación se delinea como una oración invocativa que pertenece a la esfera de los sacramentales. Esto hace necesario verificar al menos dos criterios en ella:

– que sea aprobado por la autoridad eclesiástica competente;
– que tenga en su composición una construcción dogmática y litúrgica muy precisa que no deja lugar a confusiones o malentendidos.

En el Directorio sobre la piedad popular y Liturgica, la Congregación para el Culto Divino y la Disciplina de los Sacramentos establece:

«Aunque redactados con un lenguaje, por así decirlo, menos riguroso que para las oraciones de la Liturgia, los textos de las oraciones y fórmulas de devoción deben encontrar su inspiración en las páginas de la Sagrada Escritura, en la Liturgia, de los Padres y del Magisterio, y estar concordados con la fe de la Iglesia. Los textos estables y públicos de oraciones y de actos de piedad deben llevar la aprobación del Ordinario del lugar» (Documento integral AQUI: Introducion, 16).

La Oración de Liberación necesita ser una oración aprobada por la Iglesia precisamente por la delicadeza del tema, que necesariamente abarca en sí ese corpus de fe creída y profesada que bien resume aquel principio teológico según el cual la “lex orandi” es “lex credendi” y viceversa. Aunque Las Oraciones de Liberación no son oraciones litúrgicas propiamente dichas, por pertenecer un contexto celebrativo y litúrgico específico, esto no las exime de una composición menos precisa en los textos y contenidos.

Pero vayamos a lo concreto. En mis dos artículos anteriores ya tuve oportunidad de argumentar sobre la oración del Padre Nuestro que el mismo Señor enseñó a sus discípulos (cf. Mt 6,9-13; Lc 11,1-4) y como tal, está prefigurada no sólo como la primera Oración de Liberación sino sobre todo como oraciones por excelencia. Aparte de esto, sabemos que el nuevo Ritual de los Exorcismos contiene, en el Anexo II (núms. 1-10), una sección de oraciones para uso privado de los fieles que se ven obligados a luchar contra el poder de las tinieblas. Esta lista bien puede considerarse como una lista oficial y aprobada de oraciones que se deben decir en privado y que conciernen a todos aquellos que experimentan una acción del Diablo que va más allá de la acción ordinaria. Es razonable pensar, por tanto, que la ratio inspiradora de estas oraciones no concierne sólo a quienes ya están sometidos al exorcismo mayor, sino sobre todo a quienes se encuentran experimentando un particular ataque directo del Maligno.

Queriendo desequilibrarnos en la interpretación, podemos suponer que la mens de tales oraciones en el ritual no concierne sólo al creyente individual sino también a esa comunidad más amplia que se encuentra recorriendo los caminos de este mundo nuestro marcado por la herida del pecado y el combustible de la concupiscencia. En este sentido, es útil trazar una casuística esencial que pueda sugerir el recurso a una Oración de Liberación, como siempre ha hecho la Iglesia en muchas oraciones de letanías que concluyen con la invocación: libera nos Domine. Pensemos por ejemplo:

1) a la blasfemia frecuente y repetida;
2) al sentimientos de odio, resentimiento, destrucción y desesperación;
3) al endurecimiento en el pecado grave y el radicalización arraigada en hacer el mal;
4) a los conflictos devastadores en las familias;
5) a las situaciones de guerra y desastres naturales y epidemiológicos;
6) a aquellas situaciones de inmoralidad generalizada, profanación y escándalos que afectan también a la vida pública de un país o nación;
7) a la gestión malévola y desfigurante de las relaciones humanas y entre los pueblos;
8) a las persecuciones contra la Iglesia y los cristianos a causa de su fe en Cristo;
9) al atentado a la integridad de la vida humana débil e indefensa.

La casuística también podrían ser mucho más diversificada, pero el uso de un discernimiento preciso y maduro acompañado de la Iglesia se convierte en la mejor opción para aprender a distinguir el origen de la causa. Porque, si es cierto que determinadas situaciones no siempre tienen como causa directa al Diablo, también lo es que en el origen de tales males siempre está su acción engañosa y corruptora.

Enumerando las Oraciones de Liberación oficiales y aprobadas, en aras de la integridad argumentativa, creo que la Oración Universal que la Iglesia eleva a Dios el Viernes Santo es digna de mención. La décima intención, dedicada a todos los que están atribulados, dice lo siguiente:

«Oremos, queridos hermanos, a Dios Padre todopoderoso, para que libre al mundo de todos sus errores, aleje las enfermedades, alimente a los que tienen hambre, libere a los encarcelados y haga justicia a los oprimidos, concede seguridad a los que viajan, un buen retorno a los que se hallan lejos del hogar, la salud a los enfermos y la salvación a los moribundos.

Dios todopoderoso y eterno, consuelo de los afligidos y fortaleza de los que sufren, escucha a los que te invocan en su tribulación, para que todos experimenten en sus necesidades la alegría de tu misericordia. Por Jesucristo, nuestro Señor. Por Cristo nuestro Señor» (Oración X, Por los atribulados).

Esta súplica elevada el día en que la Iglesia recuerda la Pasión del Señor tiene un claro valor de Oración de Liberación. De hecho, pedimos a Dios que sean eliminados todos los males y situaciones de fragilidad y peligro para los hombres, para alcanzar la victoria contra aquel que está en el origen de todo mal y pecado. Aunque forma parte de la liturgia oficial del Viernes Santo, nada impide que un creyente lo recite en privado y pida ayuda a Dios en diversas situaciones de tribulación para sí mismo y para los demás.

Por último, llegamos finalmente al problema del abuso pastoral en las Oraciones de Liberación. En la instrucción sobre las oraciones para obtener la curación de Dios, la Congregación requiere que dichas oraciones se realicen preferentemente en la iglesia u otro lugar sagrado y que sean dirigidas por un ministro ordenado. A diferencia del exorcismo que requiere obligatoriamente la presencia de un sacerdote, las Oraciones de Liberación, tal como las hemos entendido en este artículo, también pueden ser dirigidas por un diácono. Pero anticipo enseguida que esta elección impone cierta prudencia y garantías por las razones que explicaré más adelante.

La presencia del ministro ordenado no es simplemente importante sino precisamente indispensable para dirigir la oración, realizando el mandato que Cristo dio a aquellos a quienes envió de dos en dos para liberar y sanar (cf. Lc 10,1-20). Por tanto, no se pueden promover oraciones públicas dirigidas por fieles laicos, quienes deben tener cuidado de no imponer manos ni hacer gestos reservados a los ministros ordenados, manteniéndose dentro de los límites y plazos establecidos por las disposiciones precisas dictadas por la Iglesia (cf. Benedizionale, Roma, 1992, 18).

Curación y liberación están unidas en una misma perspectiva teológica, como aclara la Sagrada Congregación para la Doctrina de la Fe y como es nuestro deber sacerdotal y pastoral recordar, porque es sólo el Señor «quien libera de todo mal» (cf. Sab 16,8) y en esta acción de la gracia los sufrimientos que acompañan a la enfermedad son también objeto del profundo deseo del hombre de una liberación total que afecta no sólo al componente corporal sino también al psíquico y espiritual (cf. art. 1).

La Congregación tiene una voluntad normativa referida a a esas circunstancias de la oración pública, dejando fuera el ámbito de la vida de oración privada de los fieles, sabiendo que todo bautizado está llamado a que ruegue a Dios por los vivos y los difuntos y por la conversión propia y ajena. En cuanto a la elección del lugar, el contexto sagrado refuerza el deseo de permanecer unidos a la Iglesia y a sus pastores, además implementa pastoralmente lo que el Señor recomienda en la parábola del buen samaritano (cf. Lc 10,25-37), en la que el infortunado viajero es alojado en la posada-hospital que representa a la Iglesia. La imagen de los bandidos es altamente simbólica y tiene un significado espiritual que fue descrito por los Padres de la Iglesia, quienes pudieron ver la obra del Diablo y sus Ángeles que despojan al hombre del manto de la inmortalidad y lo golpean con el arma del pecado hasta privarlo de la vida de la gracia.

Todos los demás lugares públicos que no sean una iglesia, una capilla o un oratorio son en sí mismos inadecuados; sería superfluo reiterarlo, pero es bueno hacerlo a la luz de la disciplina clara y precisa de la Iglesia, y ciertamente no de las opiniones personales. Así como algunos canales y vías de comunicación como teléfonos, móviles, cámaras web y similares no son adecuados. Desgraciadamente, se han producido y se siguen produciendo casos en los que los exorcismos se han llevado a cabo por teléfono, las Oraciones de Liberación por la radio o mediante el uso de diversos medios de comunicación, por no hablar de las giras de exorcismos y de liberación organizadas en los hoteles italianos los fines de semana con paquetes promocionales que ofrecen la liberación, la curación, la conversión o, como dirían un cohermano experimentados y ahora mucho desencantados:

«Al hacer uso de los oficios mágicos de ciertos chamanes carismáticos, no sólo se liberarán los difuntos de todo el árbol genealógico, sino también aquellos que deberán venir al mundo. De hecho, gracias al poder del libertador que vaga de un hotel a otro, la posteridad ya ni siquiera necesitará el bautismo, porque, una vez que hayan recibido la imposición de manos de alguien golpeado en el cerebro, nacerán directamente sin pecado original».

Una situación pastoral que merece atención es la relativa a aquellos que son verdaderamente presas del Espíritu del Mal pero cuya situación de posesión, obsesión o vejación que aún no se ha manifestado. No es raro que, tras reuniones de oración por la curación o liberación, el Espíritu Maligno pueda manifestarse súbitamente, al verse forzado por el poder de la oración combinado con la fe de la asamblea orante. A menudo ni siquiera es necesaria una determinada oración de liberación, sino que basta una simple oración de alabanza o una invocación del Espíritu Santo para encontrarse en una situación similar a la que le sucedió a Jesús en la sinagoga de Cafarnaúm (cf. Mc 1, 21-28; Lc 4, 31-37).

Gestionar acontecimientos similares implica prudencia y fortaleza, combinadas con fe en Cristo y obediencia a la Iglesia. Debemos preguntarnos seriamente si en tales reuniones públicas de oración no debería existir la presencia preventiva de un exorcista formalmente designado y autorizado, que en nombre de Cristo y de la Iglesia pueda intervenir legalmente. Recordemos que afrontar el Espíritu del Mal sin ser exorcista, sin ser ministro ordenado y con la propia condición frágil es decididamente imprudente. El hombre no tiene poder sobre los demonios y la desproporción es la que existe entre una criatura angelical y una criatura humana. Es cierto que la historia de la Iglesia recuerda a hombres que supieron realizar exorcismos y liberaciones, pero esta realidad está determinada por su particular santidad de vida y por una especial asistencia de la divina providencia; me gusta recordar a San Antonio Abad, a San Benito de Nursia, a San Francisco de Asís, a Santa Clara de Asís, a San Salvador de Horta. Todos ellos no eran sacerdotes y no habían recibido el nombramiento de exorcistas pero sus vidas brillaban con esa santidad a la que ningún demonio podía resistir. Lo mismo puede decirse de San Pío de Pietrelcina, que luchó contra el diablo toda su vida, a pesar de no haber recibido nunca autorización para el ministerio de exorcista por parte del obispo diocesano y de su ministro provincial.

Para concluir: es responsabilidad de la Iglesia proteger la privacidad de aquellos que experimentan manifestaciones espirituales de influencia maligna con un acompañamiento rápido y libre de espectacularización indebida. Todas aquellas situaciones de protección de estos hermanos sufrientes deben ser tenidas en cuenta para que su liberación se produzca en un contexto confidencial. Por esta razón, debemos evitar llevar a estos hermanos que sufren a diversas giras de liberación, exponiéndolos al público para dar testimonios que a menudo tienen sabor a campañas publicitarias destinadas a aumentar la “fama” y el egocentrismo del carismático sanador o libertador, en lugar de buscar la estabilidad a través de un sacerdote que inicia el acompañamiento. Para ello es útil unirse a un grupo de oración que pueda ayudar en la batalla espiritual elevando fervientes intercesiones a Dios. Como sucede en algunas prácticas de psicoterapia, el camino de liberación y curación debe tener como objetivo volver a hacer al hombre autónomo y dueño de sí mismo. El terapeuta no debe atar al paciente a su persona, así como el sacerdote no debe atar al creyente a su persona ni a su carisma, obligándolo a recorrer un camino infinito de Oraciones de Liberación. Si después de un tiempo adecuado no se observan mejoras tangibles, si no se ha adquirido un habitus sacramental serio, si no hay pruebas particulares, entonces es mejor interrumpir estas oraciones y comenzar un discernimiento humano y espiritual más profundo.

En cualquier caso, el problema sigue siendo el mismo a lo largo de los siglos, sin haber perdido nunca su actualidad, como claramente destacó en su tiempo el beato apóstol Pablo escribiendo a su discípulo Timoteo:

«Porque vendrá tiempo cuando no soportarán la sana doctrina, sino que teniendo comezón de oídos, se amontanarán maestros conforme a sus propias concupiscencias; y apartarán de la verdad el oído y se volverán a las fábulas. Pero tú, sé sobrio en todo soporta las aflicciones, haz obra de evangelisa, cumple tu ministerio» (II Tim 4, 1-5).

Sanluri, 25 de Marzo 2025

 

 

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Benedetto XVI e Dario Argento. Il Santo Padre Francesco rimanga sulla Cattedra di Pietro e ci eviti un altro trauma ― Benedict XVI and the film-director Dario Argento. May the Holy Father Francis avoid us another trauma

(Italian, English)

 

BENEDETTO XVI E DARIO ARGENTO. IL SANTO PADRE FRANCESCO RIMANGA SULLA CATTEDRA DI PIETRO E CI EVITI UN ALTRO TRAUMA

Se il Santo Padre Francesco, con un atto personalissimo, legittimo e non soggetto a discussione e accettazione da parte di alcuna autorità ― non esistendo nella Chiesa e nel mondo autorità superiore alla sua ― dovesse decidere di fare atto di rinuncia, aggraverebbe il nostro trauma e darebbe vita a una disastrosa consuetudine: il papato come un prodotto con data di scadenza.

— Attualità ecclesiale —

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È sempre importante spiegare il significato delle parole, anche quando potrebbe apparire superfluo.

Nel linguaggio corrente, parlato e scritto, certi termini hanno perduto non solo il loro etimo originario, addirittura vengono usati in accezione negativa. Cosa questa che avviene persino all’interno della Chiesa, dove sempre più spesso capita di udire ecclesiastici affermare che necessitiamo di «meno dogmi e più Chiesa di base», lamentando «forme di eccessivo attaccamento alla dottrina», oppure esponendo al pubblico ludibrio un prete o un teologo definito con sprezzo «tridentino».

Riguardo il concetto «meno dogmi più Chiesa di base», è necessario chiarire che, se così fosse, i primi a sbagliare sarebbero stati i Padri del Concilio di Nicea del 325, seguito pochi decenni dopo dal Concilio di Costantinopoli del 381. La loro ossessione verso i dogmi fu infatti così forte sino a dar vita al Simbolo di Fede noto come Niceno-Costantinopolitano, un concentrato di dogmi cristologici e trinitari che ci ostiniamo a recitare ogni domenica nel Credo, attraverso il quale, oltre a non comprendere la «Chiesa di base», si rigetta persino il pluralismo e il relativismo religioso affermando in modo arrogante: «Credo la Chiesa una, santa cattolica e apostolica. Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati». Un vero e proprio esclusivismo non includente che grida vendetta al cielo!

La nostra, lungi dall’esser «di base», è però l’esatto opposto: una Chiesa di vertice per sua natura fondativa. Cristo stesso mise al suo vertice Simone detto Pietro, dal quale tutto procede con effetto a cascata, dall’alto verso il basso (cfr. Mt 16, 13-20).

Usare il termine «tridentino» come un insulto, denota una mancanza di cultura cattolica preoccupante, basterebbe conoscere i rudimenti della storia per sapere in quali condizioni di decadenza era sprofondata la Chiesa tra il XV e il XVI secolo e quale degrado morale affliggeva il clero, assieme all’ignoranza. L’opera di questo grande concilio fu straordinaria sotto tutti gli aspetti dottrinali, giuridici, pastorali, formativi, disciplinari e morali.

Nella pudibonda società del politicamente corretto esistono vari termini svuotati del proprio significato e riempiti d’altro, per poi essere usati in accezione dispregiativa e offensiva. Ma ecco un esempio davvero eclatante. Se usando Office365 digitiamo la parola “gesuita” e cerchiamo i sinonimi, il programma di scrittura indica i seguenti sinonimici: «ipocrita, fariseo, farisea, simulatore, simulatrice». Invece, se digitiamo la parola “ebreo” e cerchiamo i sinonimi, lo stesso programma indicherà questi sinonimici: «ebraico, giudaico». E qui va ricordato che nei dizionari tedeschi degli anni Trenta del Novecento, come sinonimi della parola “ebreo” erano indicati questi termini: «heuchlerisch, Pharisäer, Simulator» (ipocrita, fariseo, simulatore). E con ciò dobbiamo prendere atto che i moderni nazisti del XXI secolo hanno trasferito su altri oggetti le loro vecchie sinonimie odiose: dagli ebrei, che in quanto tali sono figli di un Dio maggiore, oggi intoccabili, le stesse terminologie sono state trasferite sui gesuiti che, essendo figli di un dio parecchio minore, sono toccabili e possono essere insultati allo stesso modo in cui i nazisti degli anni Trenta del Novecento insultavano gli ebrei.

Per comunicare occorre un linguaggio, princípio che può suonare pressoché scontato ma che tale non è affatto, molte sono le persone che, pur parlando la stessa lingua, alle parole danno un significato completamente diverso. Questo ci obbliga a chiarire e spiegare il significato delle parole che s’intendono usare. Esempio: alla parola “castigo” do un significato teologico legato alla sua corretta etimologia derivante dai termini latini castus e ăgere da cui nasce la parola castigare, che significa “rendere puro” o “purificare”. Nulla a che vedere con azioni punitive o vendicative, nel lessico biblico e teologico il castigo è un’azione di grazia della misericordia divina, ossia un atto d’amore, perché, come sta scritto nel Libro di Tobia:

«Benedetto Dio che vive in eterno
il suo regno dura per tutti i secoli;
Egli castiga e usa misericordia,
fa scendere negli abissi della terra,
fa risalire dalla Grande Perdizione
e nulla sfugge alla sua mano» (Tb 13, 2).

La parola tràuma, derivante dal greco τραῦμα (-ατος), che alla lettera significa “ferita”, comincia a essere usata nella letteratura medica attorno al 1650, in quella psicologica a partire dal 1889 grazie principalmente alle ricerche del neuropatologo viennese Sigmund Freud. Diverse sono le forme di trauma inteso nel suo più aderente significato di “ferita”. Certamente, le forme più gravi, non sono legate alle ferite fisiche, ma a quelle psicologiche, a quelle spirituali. E noi siamo stati ampiamenti traumatizzati dal Sommo Pontefice Benedetto XVI che ci ha resi spettatori e protagonisti di un evento storico che molto raramente la Chiesa ha conosciuto: la rinuncia di un Romano Pontefice.

Mediante usi errati delle parole l’atto di rinuncia al pontificato ha preso presto il nome improprio e fuorviante di «dimissioni». Dato che ciò non bastava, Benedetto XVI rincarò la dose lanciando l’espressione tragicamente infelice di «papa emerito». Il modo insolito, sotto molti aspetti stravagante, attraverso il quale è avvenuto ed è stato ufficializzato questo legittimo atto di rinuncia, ha dato lavoro ai complottisti sparsi per tutto l’orbe terracqueo, fomentando le teorie folli di alcuni poveri preti fuori equilibrio e di qualche cantante lirico di scarso successo che si è messo a giocare al Dan Brown de noartri dando alle stampe un improbabile Codice Ratzinger, ribattezzato prontamente dal sottoscritto Codice Katzinger.

Il Sommo Pontefice Francesco, ricoverato presso il Policlinico romano Agostino Gemelli, si è ritrovato più volte tra la vita e la morte nel corso delle ultime quattro settimane. Attualmente pare sia fuori pericolo e dopo un mese circa gli specialisti hanno sciolto la prognosi. Se il Santo Padre uscirà e farà ritorno presso la sua residenza in Vaticano, sarà un uomo anziano molto fragile e profondamente indebolito, con problemi di deambulazione e difficoltà nel respirare e parlare, propenso ad affaticarsi al minimo sforzo fisico, bisognevole di essere monitorato e curato in modo costante.

Per governare la Chiesa può bastare che un Romano Pontefice sia semplicemente in vita, anche se impossibilitato a muoversi e a dire poche parole sottovoce, ad apparire in pubblico e a ricevere persone. Per recare invece dei traumi può bastare mettere in atto quel che Benedetto XVI portò sulla scena della nostra storia nel febbraio del 2013, non tanto col suo legittimo e valido atto di rinuncia, ma con le modalità scelte, risultate alla prova dei fatti: infelici, fuorvianti e imprudenti.

I detrattori del Sommo Pontefice Francesco si stracciano tutt’oggi le vesti per la effige della famigerata Pachamama fatta entrare in Vaticano nell’agosto del 2020 durante il Sinodo sull’Amazzonia. Forse sarebbe più opportuno e coerente rammaricarsi per la eccentricità di Benedetto XVI che in Vaticano fece entrare il regista Dario Argento, donandoci un film dell’horror intitolato non a caso Trauma, con una sceneggiatura interamente costruita su pensieri deliranti che andavano dalle «dimissioni» ai «papi emeriti», dal «papato attivo e papato contemplativo» sino al «papato allargato» (!?) … D’altronde, ognuno tortura, sgozza e sparge sangue sul proprio set cinematografico come meglio può. Poi, se entra in ballo la perversa psicologia del romanticismo tedesco decadente, a quel punto i limiti si perdono e i freni inibitori pure. Con la differenza, però, che quella del Maestro Argento è finzione, quella di Benedetto XVI è stata nostra tragica realtà ecclesiale.

Se con un atto personalissimo, legittimo e non soggetto a discussione e accettazione da parte di alcuna autorità ― non esistendo nella Chiesa e nel mondo autorità superiore alla sua ― il Santo Padre Francesco dovesse decidere di fare atto di rinuncia, aggraverebbe il nostro trauma e darebbe vita a una disastrosa consuetudine: il papato come un prodotto con data di scadenza. Prego e spero che questo non avvenga e che rimanga sulla cattedra del Beato Apostolo Pietro sino alla morte, perché il Dario Argento portato sulla scena da Benedetto XVI, ci è bastato e avanzato per i prossimi cinquecento anni.

Dall’Isola di Patmos, 19 marzo 2025

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BENEDICT XVI AND THE FILM-DIRECTOR DARIO ARGENTO. MAY THE HOLY FATHER FRANCIS AVOID US ANOTHER TRAUMA

If the Holy Father Francis, with a very personal act, legitimate and not subject to discussion and acceptance by any authority – there being no authority superior to his in the Church and world – were to decide to make free and unquestionable act of renunciation, he would aggravate our trauma and give rise to a disastrous custom: the papacy as one product with expiration date.

— Ecclesial actuality —

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It is always important to explain the meaning of words, even when it might seem superfluous.

In current language, spoken and written, certain terms have lost not only their original etymology, but are used in a negative sense. This is that happens even within the Church, where often we hear ecclesiastics affirm that we need «less dogmas and more basic Church», lamenting «excessive attachment to doctrine», or exposing to ridicule a priest or a theologian scornfully defined as «Tridentine».

Regarding the concept of «less dogmas, more church of basic», it is necessary to clarify that, if this were the case, the first to err were the Fathers of the Council of Nicaea in the year 325, followed a few decades later by the Council of Constantinople in the year 381. Their obsession with dogma was in fact so strong that it gave birth to the Symbol of Faith known as the Nicene-Constantinopolitan, a concentration of Christological and Trinitarian dogmas that we insist on reciting every Sunday in the Creed, through which, in addition to not understanding the «church of basic», we even reject pluralism and religious relativism by arrogantly stating: «I believe in one, holy, catholic and apostolic Church. I profess one baptism for the forgiveness of sins». Horror! A true non-inclusive exclusivism that cries out to heaven for vengeance!

Ours Church, is’nt “of basic”, is the opposite: for very nature foundative is Church of vertex. Christ himself placed at its vertex Simon called Peter, from whom everything proceeds with a cascade effect, from the top to the bottom (Mt 16, 13-20).

Using the term “Tridentine” as an insult, denotes lack of Catholic culture, it would be enough to know the rudiments of history to know into what conditions of decadence the Church had sunk between the 15th and 16th centuries and what moral degradation afflicted the clergy, together with ignorance. The work of this great council was extraordinary in all doctrinal, juridical, pastoral, formative, disciplinary and moral aspects.

In the prudish society of political correctness, there are various terms emptied of their meaning and filled with something else, used in a derogatory and offensive sense. But here is a example. If we use Office365 to type the word “Jesuit” and look for synonyms, the writing program indicates the following synonyms: «hypocrite, Pharisee, simulator». Instead, if we type the word “Jew” and look for synonyms, the program indicate these synonyms: «Jewish, Judaic». And here it should be remembered that in the German dictionaries of the 1930s, the following terms were used as synonyms of the word “Jew”: «heuchlerisch, Pharisäer, Simulator» (hypocrite, Pharisee, simulator). The modern Nazis of the 21st century have transferred their old hateful synonyms to other subjects: from the Jews, who as such are children of a greater God, today untouchable, the same terminologies have been transferred to the Jesuits who, being children of a much lesser God, are touchable and can be insulted in the same way in which the Nazis of the 1930s insulted the Jews.

To communicate, you need a language, a principle that may sound almost obvious but is not at all, many people, even though they speak the same language, give words a completely different meaning. This forces us to explain the meaning of the words that are intended to be used. For example: to the word “punishment” I give a theological meaning linked to its correct etymology deriving from the Latin terms “castus” and “ăgere” from which the word castigare comes, which means “to make pure” or “to purify”. Nothing to do with or vengeful actions, in the biblical and theological lexicon punishment is an act of grace of divine mercy, an act of love, because, as it is written in the Book of Tobit:

«For he afflicts and shows mercy,
casts down to the depths of Hades,
brings up from the great abyss.
Give thanks to him, you Israelites,
in the presence of the nations,
for though he has scattered you among them,
even there recount his greatness» (Tb 13, 2).

The word tràuma, derived from the Greek τραῦμα (-ατος), which means “wound”, began to be used in medical literature around 1650, in psychological literature starting in 1889, thanks mainly to the research of the Viennese neuropathologist Sigmund Freud. There are different forms of trauma understood in its most adherent meaning of “wound”. Certainly, the most serious forms are not linked to physical wounds, but to psychological, spiritual ones. We have been extensively traumatized by the Supreme Pontiff Benedict XVI who made us spectators and protagonists of a historical event that the Church has very rarely known: the renunce of a Roman Pontiff.

Through incorrect uses of words, the act of renunce from the pontificate soon took the improper and misleading name of «dimissions». Since this was not enough, Benedict XVI doubled the dose by launching the unfortunate expression of «pope emeritus». The unusual, and in many ways bizarre, way in which this legitimate act of renunciation occurred has given work to conspiracy theorists all over the globe, fomenting the crazy theories of some poor, unbalanced priests and some fantasists who have started playing at being the Dan Brown of the situation.

The Supreme Pontiff Francis, hospitalized at the Agostino Gemelli Polyclinic in Rome, has found himself between life and death several times over the last four weeks. In the present time appears to be out of danger and after about a month the specialists have loose the prognosis. If the Holy Father leaves and returns to his residence in the Vatican, he will be and profoundly weakened elderly man, with walking problems and difficulty breathing and speaking, prone to fatigue at the slightest physical effort, in need of constant monitoring and care.

To govern the Church, it may be enough for a Roman Pontiff simply to be alive, even if unable to move and say a few words in a whisper, to appear in public and receive people. To cause trauma, however, it may be enough to implement what Benedict XVI brought to the stage of our history in February 2013, not so much with his legitimate and valid act of renunciation, but with the methods chosen, which proved to be unfortunate, misleading and imprudent when put to the test.

The detractors of the Supreme Pontiff Francis are still tearing their clothes over the effigy of the Pachamama brought into the Vatican in August 2020 during the Synod on the Amazon. Perhaps it would be more appropriate and coherent cry tears for the eccentricity by Benedict XVI who brought the famous Italian director Dario Argento into the Vatican, giving us a horror film not coincidentally entitled Trauma, with a screenplay entirely built on delusional thoughts that ranged from «resignations» to «popes emeritus», from the «active papacy and contemplative papacy» to the «extended papacy» (!?) … After all, everyone tortures, slaughters and sheds blood on their own film set as best they can. Then, if the perverse psychology of decadent German romanticism comes into play, at that point the limits are lost and so are the inhibitions. With the difference: that of film-director Dario Argento is fiction by horror films, that of Benedict XVI was our tragic ecclesial reality.

If the Holy Father Francis, with a very personal act, legitimate and not subject to discussion and acceptance by any authority – there being no authority superior to his in the Church and world – were to decide to make free and unquestionable act of renunciation, he would aggravate our trauma and give rise to a disastrous custom: the papacy as one product with expiration date. I pray and hope that this does not happen and that he remains on the chair of the Blessed Apostle Peter until his death, because the Dario Argento brought to the scene by Benedict XVI has been more than enough for the next five hundred years.

From The Island of Patmos, March 19, 2025

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E se al prossimo conclave tornasse in voga la simonia? – What if the simony return again at the next conclave?

(English text after the Italian)

E SE AL PROSSIMO CONCLAVE TORNASSE IN VOGA LA SIMONIA?

Allo stato attuale i poveri tanto esaltati in questo pontificato sono stati lasciati ostaggio dei capricci dei ricchi come mai lo erano stati prima, dopo aver dato vita a un Collegio di cardinali elettori che non rappresentano le varie voci, le opinioni e le posizioni più diverse che hanno sempre arricchito la Chiesa al proprio interno, ma una voce univoca, monocorde.

— Attualità ecclesiale —

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Ognuno ha il proprio stile, singolo o collettivo. Nel primo, come nel secondo caso, può essere spontaneo, oppure studiato a tavolino. I Padri de L’Isola di Patmos, nel corso dei loro dieci anni di attività pubblicistica, a partire dall’ottobre 2014, più volte per opportunità, altre per virtù di prudenza, hanno rinunciato a trattare certi temi emergenti legati alla Chiesa e al Papato, essendo anzitutto presbiteri; redattori e pubblicisti a seguire, ma avanti a tutto presbiteri. Certi temi possono richiedere di essere non tanto taciuti, o peggio nascosti, ma trattati quando si hanno maggiori elementi conoscitivi che possano portare a un veritiero, equo ed equilibrato giudizio.

Perché non scrivete nulla sulla salute del Santo Padre, ci hanno chiesto più lettori? Sì, in effetti sono ormai due settimane che il Sommo Pontefice Francesco si trova ricoverato al Policlinico Agostino Gemelli e su di lui e il suo stato di salute non abbiamo emesso sospiro da queste nostre colonne. E sulla base di che cosa avremmo dovuto farlo, forse basandoci sui bollettini medici giornalieri, dando a seguire fiato alle trombe delle interpretazioni e delle ipotesi, incluse le più assurde, che suscitano però quel malsano prurito che per i social media è come il lievito nei croissants?

Quando un Sommo Pontefice è gravemente malato, parlare della successione è inevitabile. Chi lo fa con competenza e delicatezza, chi invece con incompetenza e mancanza di rispetto per la sua Augusta Persona. A questi secondi basterebbe solo domandare di chi è successore il nuovo Romano Pontefice, se di quello morto prima di lui, oppure del Beato Apostolo Pietro, cogliendo così il livello della loro preparazione. Qualcuno ha lamentato che parlare di conclave è mancanza di rispetto e riguardo verso un Sommo Pontefice blandamente definito dai bollettini medici in condizioni ora «gravi» ora «stazionarie», il tutto alternato a vari piccoli miglioramenti o peggioramenti. La verità è che il Sommo Pontefice è un malato terminale che sta concludendo la propria vita e la prognosi riservata sarà sciolta dopo che il cardinale camerlengo reciterà la solenne frase: «Vere Papa mortuus est», poi si rivolgerà al suo cadavere chiamandolo col suo nome di battesimo: Jorge Mario. Ciò a significare che il papato, essendo un ufficio e non il grado estremo del Sacramento dell’Ordine, una volta acquisito per via giuridica, non certo per via sacramentale, con la morte cessa. Contrariamente al sacerdozio, acquisito per via sacramentale, che ci rende sacerdoti per l’eternità: «Tu es sacerdos in aeternum» (Sal 110,4).

All’epoca in cui morì nel lontano agosto 1990, mio padre aveva 34 anni in meno dell’attuale Pontefice regnante. Oggi, in Italia, l’età media del maschio italiano è pari a 84 anni; in Argentina, quella del maschio argentino, è pari a 74 anni. Morendo all’età tutt’altro che tenera di 88 anni compiuti, dopo avere già superata di quattro anni la media italiana e di quattordici quella argentina, si potrebbe dire molto serenamente che il Santo Padre non sarà stato certamente strappato in modo crudele dalle amorose braccia della balia. Accennavo per inciso alla prematura morte del mio genitore avvenuta nel giro di un anno per un tumore metastatizzato non diagnosticato in tempo e per questo impossibile da curare, per narrare che mentre versava in stato terminale non gli ho mai augurato di proseguire a vivere, ma pregai la misericordia di Dio che se lo prendesse prima possibile. Oggi, in certe circostanze, pur senza augurare la morte a nessuno, proseguo a pregare Dio affinché certi sofferenti siano portati presto nella Casa del Divino Padre, senza mai dimenticare il valore salvifico della sofferenza umana, di cui parlò nel proprio magistero il Santo Pontefice Giovanni Paolo II nella sua Lettera apostolica Salvifici Doloris, che si apre con le parole del Beato Apostolo Paolo:

«Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa”» (Col 1, 14).

Coloro che dichiarano di pregare per la salute e la guarigione del Santo Padre, invitando a fare altrettanto, o vivono nel mondo dell’irreale o pensano che dinanzi a un anziano morente, tanto più un Romano Pontefice, vadano applicate regole di galateo che sanno di patetico, se non forse di ridicolo. Bisogna pregare sì, ma affinché Dio conceda al Santo Padre la grazia di una serena morte, limitando le sue sofferenze fisiche, umane e spirituali. Con il complesso e grave stato patologico che lo affligge, inclusa una assenza ormai totale di difese immunitarie, la sua esposizione pubblica sarebbe impossibile, altrettanto problematico ricevere persone che potrebbero essere veicolo di trasmissione di micro batteri. Se rimanesse in vita per altri mesi, tornerebbe alla Domus Sancthae Marthae in condizioni di tale debilitazione fisica per le quali sarebbe necessario allestire presso quella residenza uno spazio simil-ospedaliero col costante controllo di una equipe di specialisti presenti giorno e notte. Tutto questo, è forse augurabile a un uomo come il Pontefice regnante per il quale l’isolamento e la mancanza di libero contatto con le persone sarebbe qualche cosa di insopportabile e insostenibile? Questo per rispondere a tutti quei romantici che pregano per la salute ormai perduta del Santo Padre e per la sua impossibile guarigione.

Pensare in questo momento a un prossimo conclave, non è caduta di stile ma semplice ovvietà. E quando le porte della Cappella Sistina si chiuderanno, la Chiesa dovrà fare i conti coi vari problemi lasciati in eredità da questo pontificato, che rimane giudicabile nel complesso solo dalla storia, forse anche tra molti anni. Il Sommo Pontefice Francesco è stato eletto dopo un atto di rinuncia da parte del suo predecessore, evento raro risultato per tutti noi traumatico, soprattutto per le infelici modalità scelte a suo tempo da Benedetto XVI, con tanto di stravagante invenzione del «papato emerito», o di termini svianti come «papato allargato», «papato attivo e papato contemplativo» …

Quello del Santo Padre Francesco è un pontificato che si colloca in un contesto sociale e geopolitico di grande decadenza a livello planetario, con una scristianizzazione dell’Europa che ha raggiunto già da un ventennio livelli irreversibili. Altrove si è invece consumata una emorragia di fedeli in quelli che una volta erano i due polmoni coi quali il Cattolicesimo respirava: l’America Latina e l’Africa. Quello di Francesco è stato un pontificato carico di problematicità, fatto di ambiguità e mancanza di chiarezza, non sono neppure mancate forme di dispotismo messe in atto nel disprezzo totale delle leggi e delle regole ecclesiastiche. Negare che questo Pontefice lascerà una Chiesa confusa, divisa e litigiosa a causa di processi aperti su tutti i fronti, basati sull’insolito principio che «l’importante è aprire i processi» senza però concluderli e portarli a pieno compimento, vuol dire negare la più palese evidenza dei fatti. Però, Chi ci dice che tra svariati anni non si dovrà rendere grazie al pontificato di Francesco per aver preservata e salvata la Chiesa da problemi e danni che senza il suo agire, non comprensibile sul momento, sarebbero stati maggiori, o persino irreparabili? Francesco è un uomo complicato che si inserisce come tale in un momento storico molto complicato, qualsiasi giudizio dato al presente su di lui e sul suo pontificato potrebbe risultare del tutto sbagliato domani. Certe espressioni o decisioni giudicate come eccentriche ― e di fatto lo sono ―, in che modo del tutto diverso potrebbero apparire domani? Non sarebbe la prima volta che certi uomini, non compresi sul momento nel loro agire, sono stati celebrati successivamente come personalità che erano avanti di decenni rispetto al tempo presente in cui vissero. Ecco perché talvolta, proprio quando si è perplessi, disorientati e sofferenti per certi atteggiamenti ambigui e non facili neppure da decifrare, pur esercitando il legittimo senso critico merita sospendere prudenzialmente il giudizio.

Uno dei gravi problemi che questo pontificato lascerà al prossimo conclave è dato dal fatto che i Cardinali elettori non si conoscono tra di loro. L’ultimo concistoro segreto si svolse nel 2015. Chiariamo: il concistoro è l’assemblea dei cardinali convocata dal Romano Pontefice e può essere segreto, pubblico, semi-pubblico (vedere QUI). Viene chiamato “segreto” quello al quale partecipano solo i cardinali riuniti per discutere in forma privata, ossia segreta, con il Sommo Pontefice, riguardo le varie problematiche della Chiesa e del suo governo. Oggi, al grave problema dei cardinali che non si conoscono tra loro, se ne aggiunge un altro ignoto ai laicisti della sinistra internazionale che magnificano la Chiesa povera per i poveri, tanto li eccita la povertà nelle case e sulla pelle degli altri, elogiando questo pontificato che avrebbe nominato decine di cardinali «provenienti dalle periferie del mondo» e «dai paesi più poveri». Sorvoliamo sulla scarsa formazione dottrinale e teologica da parte di svariati di questi sant’uomini provenienti da quelle situazioni privilegiate per le quali oggi si può meritare una porpora cardinalizia: «le periferie» … «i paesi poveri»… Diversi di questi cardinali sono vescovi di Paesi dove la presenza dei cattolici non può essere definita neppure una piccola minoranza: nell’Isola di Tonga, di cui è vescovo il Cardinale Soane Patita Paini Mafi, i cattolici battezzati sono circa 10.000. Fu creato cardinale nel 2020, all’età di appena 46 anni, Giorgio Marengo, vicario apostolico della Mongolia, dove i cattolici contano 1.200 battezzati su 3.300.000 abitanti. Questi cardinali elettori, emblema della «Chiesa povera per i poveri» delle varie «periferie esistenziali», governano chiese locali che possono sopravvivere e vivere in contesti di grande disagio e autentica povertà grazie alle donazioni che pervengono loro da ricche Chiese locali, o da grandi fondazioni dipendenti o legate alle stesse. Per intendersi: una singola parrocchia austriaca, tedesca, australiana, canadese, nordamericana … può mantenere una diocesi intera in certi Paesi poveri del Latino America, dell’Asia e dell’Africa, dove il rapporto tra l’Euro e il Dollaro e la loro moneta nazionale è totalmente sproporzionato in valore di acquisto.

Domani, nella Cappella Sistina, un gruppo di cardinali provenienti da questi Paesi, rigorosamente scelti tra gli esponenti del cosiddetto progressismo più avanzato, con delicata disinvoltura faranno capire che i cordoni della borsa li reggono loro, lasciando a decine di cardinali “povero-periferico-esistenziali” la scelta obbligata giocata sulla sopravvivenza di Chiese locali che possono vivere solo grazie ad aiuti esterni. Certo, una volta questa si chiamava simonia, oggi si chiama invece «Chiesa povera per i poveri».

Allo stato attuale i poveri tanto esaltati in questo pontificato sono stati lasciati ostaggio dei capricci dei ricchi come mai lo erano stati prima, dopo aver dato vita a un Collegio di cardinali elettori che non rappresentano le varie voci, le opinioni e le posizioni più diverse che hanno sempre arricchito la Chiesa al proprio interno, ma una voce univoca, monocorde. E tra i vari danni perpetrati, questo risulterà forse il peggiore, perché grava come una ipoteca pesante come il piombo sul prossimo conclave. Ciò con buona pace della Chiesa povera, che dentro la Cappella Sistina strozzerà i poveri coi cordoni della borsa dei ricchi più progressisti e più ideologizzati.

Dall’Isola di Patmos, 2 marzo 2025

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WHAT IF THE SIMONY RETURN AGAIN AT THE NEXT CONCLAVE?

At present the poor so exalted in this pontificate have been left hostage to the whims of the rich as they had never been before, after having given life to a College of cardinal electors who do not represent the various and noumerous voices, opinions and positions that have always enriched the Church internally, but a single, monotonous voice.

— Ecclesial actuality —

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Everyone has their own style, individual or collective. In the first, as in the second case, it can be spontaneous, or studied on the table. The Fathers of this magazine The Island of Patmos , during ten years of journalistic activity, starting from October 2014, several times due to opportunity, other times due to the virtue of prudence, have renounced dealing with emerging themes linked to the Church and the Papacy, being first and foremost presbyters ; editors and publicists to follow, but presbyters ahead of everything. Certain topics may require to be dealt with when there is greater knowledge that can lead to a truthful, fair and balanced judgement.

Why don’t you write anything about the health of the Holy Father, several readers have asked us? Yes, in fact the Supreme Pontiff Francis has been hospitalized at the Agostino Gemelli Polyclinic for two weeks now and we have not uttered a sigh about him and his state of health in these columns of ours. And on the basis of what should we have done it, perhaps based on the daily medical bulletins, followed by interpretations and hypotheses, including the most absurd ones, which however arouse that unhealthy itch which for social media is like yeast in croissants?

When a Supreme Pontiff is seriously ill, talking about succession is inevitable. Some do it with competence and delicacy, some with incompetence and lack of respect for his August Person. These latter it would be enough ask, whose successor’s the new Roman Pontiff is: of the one who died before him, or of the Blessed Apostle Peter? Thus grasping the level of their preparation. Someone has complained that talking about a conclave is a lack of respect towards a Supreme Pontiff blandly defined by medical bulletins as being in sometimes “serious” and sometimes “stationary” conditions, all alternating with various small improvements or worsening. The truth is that the Supreme Pontiff is a terminally ill patient who is ending his life and the reserved prognosis will be dissolved after the cardinal chamberlain recites the solemn phrase: «Vere Papa mortuus est» (The Pope is truly dead), then he will address his corpse by calling it by his baptismal name: Jorge Mario. This because the papacy, being an office, not the extreme degree of the Sacrament of Orders, once acquired by juridical means, not by sacramental means, ceases with death. Contrary to the priesthood, acquired through the Sacrament, which makes us priests for eternity: «Tu es sacerdos in aeternum» (you are a priest forever) (Ps 110,4).

Way back in August 1990 my father died, he was 34 years younger than the current reigning Pontiff. Today, in Italy, the average age of the Italian male is 84 years; in Argentina, that of the Argentine male, is 74 years. Dying at the age of 88, after having already exceeded the Italian average by four years and the Argentine average by fourteen, one could say very serenely that the Holy Father will not be cruelly torn from the loving arms of the nanny. I mentioned the premature death of my parent which occurred within a year due to a metastasized tumor that was not diagnosed in time and therefore impossible to cure, to narrate that while he was in a terminal state I did not wish him to continue living, but I prayed to God’s mercy that he would take him as soon as possible. Today, in certain circumstances, without wishing death on anyone, I continue to pray to God that certain sufferers may be brought quickly to the House of the Divine Father, without ever forgetting the salvific value of human suffering, which the Holy Pontiff John Paul II spoke about in his magisterium in his Apostolic Letter Salvifici Doloris, which opens with the words of the Blessed Apostle Paul:

«In my flesh I complete what is lacking in Christ’s afflictions for the sake of his body, that is, the Church» (Col 1, 14).

Those who invite prayer for the health and healing of the Holy Father live in the world of the unreal. We must pray, yes, but so that God grants the Holy Father the grace of a peaceful death, limiting his physical, human and spiritual suffering. With the complex and serious pathological state that afflicts him, including a now total absence of immune defenses, his public exposure would be impossible, and it would be equally problematic to welcome people who could be a vehicle for the transmission of micro bacteria. If he remains alive for a few more months and returns to the Vatican, to the Domus Sancthae Marthae, his conditions of physical debilitation will be so serious that it will be necessary to set up a hospital-type space in that residence with the constant presence of a team of specialists present day and night. Is all this perhaps desirable for a man like the reigning Pontiff for whom isolation and the lack of free contact with people would be something absolutely unbearable and unsustainable? This is to respond to all those romantics who pray for the now lost health of the Holy Father and for his impossible recovery.

Thinking at this moment about an upcoming conclave is not a fall in style but simple obviousness. And when the doors of the Sistine Chapel close, the Church will have to deal with the various problems left as a legacy by this pontificate, which remains judgeable, overall, only by history, perhaps even many years from now. The Supreme Pontiff Francis was elected after an act of renunciation by his predecessor, a rare event and a traumatic for all of us, especially due to the unfortunate methods chosen at the time by Benedict XVI, complete with the extravagant invention of the «emeritus papacy», or misleading terms such as «enlarged papacy», «active papacy and contemplative papacy» (!?)…

That of the Holy Father Francis is a pontificate that takes place in a social and geopolitical context of great decadence on a global level, with a de-Christianization of Europe that has already reached irreversible levels for twenty years. Elsewhere a hemorrhage of faithful has taken place in what were once the two lungs with which Catholicism breathed: Latin America and Africa.

Francis’ pontificate was full of problems, ambiguities and lack of clarity, there were also forms of despotism in total contempt of ecclesiastical laws and rules. To deny that this Pontiff will leave a confused, divided and quarrelsome Church due to trials open on all fronts, based on the unusual principle that «the important thing is to open the trials», without however concluding them and bringing them to full completion, is to deny the clearest evidence of the facts. However, who tells us that in several years we will not have to thank the pontificate of Francis for having preserved and saved the Church from problems and damage which without his actions, not understandable at the time, would have been greater, or even irreparable? Francis is a complicated man who fits into a very complicated historical moment, any judgment given in the present about him and his pontificate, could be completely wrong tomorrow.

It would not be the first time that certain men, not understood at the time in their actions, were later celebrated as extraordinary personalities who were decades ahead of the present time in which they lived. This is why sometimes, precisely when one is perplexed, disoriented and grieve for certain ambiguous attitudes and not even easy to decipher, despite exercising legitimate critical sense, is necessary and prudently suspending judgement..

One of the serious problems this pontificate will leave for the next conclave is this: tthe cardinal electors do not know each other. The last secret consistory took place in 2015. Let’s clarify: the consistory is the assembly of cardinals convened by the Roman Pontiff and can be secret, public, semi-public. What is called “secret” is that in which only the cardinals gathered to discuss in a private, i.e. secret, form with the Supreme Pontiff participate, regarding the various problems of the Church and its government. Today, to the serious problem of the cardinals who do not know each other, there is another one unknown to the secularists of the international left who glorify «the poor Church for the poor», so much does poverty in the homes and on the lives of others excites them, praising this pontificate which has appointed dozens of cardinals «coming from the peripheries of the world» and «from the poorest countries».

Let us not dwell the poor doctrinal and theological training of several of these holy men coming from those privileged situations for which today they can deserve a cardinal’s purple: «the suburbs» … «the poor countries». Several of these cardinals are bishops of countries where the presence of Catholics cannot be defined as even a small minority: on the island of Tonga, of which Cardinal Soane Patita Paini Mafi is bishop, there are around 10,000 baptized Catholics. Giorgio Marengo, apostolic vicar of Mongolia, where Catholics number 1,200 baptized out of 3,300,000 inhabitants, was created cardinal in 2020, at the age of just 46. These cardinal electors, emblem of the «poor Church for the poor» of the various «existential peripheries», govern local churches that can survive and live in contexts of great hardship and authentic poverty thanks to the donations that come to them from rich local churches, or from large foundations on linked to them. To be clear: a single Austrian, German, Australian, Canadian or North American parish can maintain an entire diocese in certain poor countries in Latin America, Asia and Africa, where the relationship between the Euro and the Dollar and their national currency is totally disproportionate in terms of purchase value.

Tomorrow, in the Sistine Chapel, a group of cardinals from these countries, rigorously chosen by Holy Father among the exponents of the so-called most advanced progressivism, will with delicate ease make it clear that they hold the purse strings, leaving dozens of “poor-peripheral-existential” cardinals the forced choice based on the survival of their local churches that can only live thanks to external aid. Of course, once this was called simony, today it is instead called «poor church for the poor».

At present the poor so exalted in this pontificate have been left hostage to the whims of the rich as they had never been before, after having given life to a College of cardinal electors who do not represent the various and noumerous voices, opinions and positions that have always enriched the Church internally, but a single, monotonous voice. And among the various damages perpetrated, this will perhaps be the worst, because it weighs like a lead-heavy mortgage on the next conclave. With all due respect to the poor Church, which inside the Sistine Chapel will strangle the poor, with the purse strings by rich most progressive and ideologicalized.

From The Island of Patmos, March 2, 2025

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Riscoprire la bellezza della vita di grazia attraverso l’opera del Beato Angelico

RISCOPRIRE LA BELLEZZA DELLA VITA DI GRAZIA ATTRAVERSO L’OPERA DEL BEATO ANGELICO

La festa del Beato Angelico ricorda che ogni uomo, illuminato dalla grazia, pur chiamato a camminare su sentieri scoscesi, riscopre continuamente la propria natura di capolavoro divino. La creazione, sebbene deturpata dal peccato e dalle difficoltà della vita, è sempre il luogo dove il chiaroscuro dell’esistenza umana si intreccia con l’amore vero e profondo.

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Il Beato Angelico, al secolo Giovanni da Fiesole, fu un frate domenicano che visse la sua vita religiosa fra il tormento e l’estasi. Attraverso questo scritto vorrei condividere qualche pensiero su questo confratello domenicano famoso in tutto il mondo per la sua arte e la sua fede.

Per illustrare la vita, le opere e lo stile pittorico dell’Angelico mi sono avvalso dei preziosi consigli dei confratelli domenicani Suor Paola Gobbo e fra Manuel Russo. Partiamo dunque dalla vita: Giovanni da Fiesole nacque negli ultimi anni del XIV secolo, tra il 1395 e l’inizio del 1400, a Vicchio, un paese del Mugello, oggi in provincia di Firenze. Fin da giovane, uno dei suoi doni più evidenti fu la pittura. Per seguire questo talento, decise di lasciare la sua casa. Si sa con certezza che si trasferì a Firenze per il suo apprendistato. Gli esperti sostengono che il suo maestro fu Lorenzo Monaco, un camaldolese dell’abbazia fiorentina di Santa Maria degli Angeli. La sua permanenza presso il Monaco durò fino al 1417. Com’era tipico delle botteghe dell’epoca, nei primi anni Giovanni imparò l’arte della miniatura, della tavola e dell’affresco, a seconda delle commissioni del maestro. Il maestro si occupava delle parti più importanti delle opere, lasciando quelle secondarie ai suoi garzoni, che avevano anche il compito di preparare i materiali e macinare i pigmenti. In questo modo, i discepoli imparavano il mestiere osservando e praticando.

Durante il periodo di apprendistato, la composizione delle opere seguiva norme rigorose stabilite dalla tradizione iconografica di origine bizantina. La gerarchia stabiliva la dimensione dei personaggi in proporzione alla loro dignità, con il posto centrale riservato a Cristo. Anche l’ambiente scenico, il numero e il ruolo dei personaggi, i loro atteggiamenti erano tutti fissati. Gli artisti utilizzavano schemi tradizionali, come se avessero un manuale pronto all’uso che indicava le modalità e i soggetti da dipingere. Anche il colore, fondamentale per il suo valore espressivo e iconografico, era soggetto a notevoli limitazioni. Ad esempio, il fondo oro delle tavole impediva un’ambientazione naturalistica e i colori delle vesti erano fissati: il giallo indicava Pietro, il rosso e il blu indicavano Maria, il blu e il rosso indicavano Cristo.

In questo contesto, il genio artistico si esprimeva attraverso una rigida normativa, ma con piena libertà creativa. Il rischio era alto, poiché le opere potevano essere rifiutate dai committenti non pronti a tali innovazioni, oppure potevano procurare fama, proprio perché la novità attraeva e affascinava. Questa fu la lezione più importante che Giovanni imparò nella bottega del Monaco. Quest’ultimo aveva attinto dai maestri del passato, come Duccio da Buoninsegna, Simone Martini, i fratelli Lorenzetti, Cimabue e Giotto. L’arte di Giovanni Monaco si collocava nel passaggio tra il Gotico e l’Umanesimo rinascimentale, imparando dai grandi del passato ad «andare oltre» la tradizione e studiando le innovazioni del suo tempo.

Il primo documento riguardante il Beato Angelico è datato 1417 e riguarda la sua iscrizione alla Compagnia di San Nicolò, presso la chiesa del Carmine a Firenze, segno di un cammino spirituale intrapreso. In questo documento è riconosciuto come «dipintore”. A quella data, grazie a una glossa postuma che riporta la dicitura: «feciesi frate di santo Domenicho», sappiamo che era ancora laico. Entrò nel convento domenicano riformato di Fiesole tra il 1420 e il 1422, aderendo all’Ordine dei Predicatori. Vi ritroveremo, qualche anno dopo, anche il fratello Benedetto, miniaturista.

Due erano i conventi domenicani a Firenze: Santa Maria Novella e San Domenico a Fiesole. Del primo si trova scritto che non veniva concesso il sacerdozio agli artisti perché considerati lavoratori servili. Beato Angelico entrò invece a pieno titolo nel convento fiesolano. La formazione religiosa ebbe un peso determinante nella vita e nell’arte di fra Giovanni. Alla professione religiosa, egli si trovò davanti a un bivio: diventare frate converso, diremmo oggi un fratello laico, la qual cosa gli avrebbe assicurato maggiore libertà nel lavoro, oppure frate chierico. Scelse, con i suoi superiori, la seconda strada, probabilmente perché lo giudicarono in grado di essere autentico frate, sacerdote e predicatore attraverso l’arte. Di questo dobbiamo ringraziare sant’Antonino da Firenze, che intravide il genio dell’Angelico e permise che si sviluppasse e portasse frutto.

Nelle sue opere troviamo predominanti questi temi: la centralità di Cristo, la conoscenza della Sacra Scrittura, il magistero della Chiesa, l’adesione alla teologia tomista, l’esemplarità dei santi e l’attenzione alle richieste e attese del popolo, e infine la semplicità delle sue creazioni. Tra le numerose commissioni che Angelico ricevette, vi fu quella del suo priore Sant’Antonino, che volle realizzare nel convento degli osservanti di San Marco una serie di pitture murali. I lavori cominciarono nel 1437 e, tra il 1439 e il 1445, Beato Angelico dipinse ad affresco 54 composizioni con oltre 320 figure umane.

All’interno di un convento erano lecite, anzi richieste, le immagini sacre a corredo delle sale comuni, del dormitorio e delle celle. Erano proibite le immagini non sacre ed esclusi i materiali preziosi. Per questo fra Giovanni scelse la tecnica dell’affresco, i cui materiali compositivi sono semplici, umili, naturali: calce, sabbia, terre. La bellezza di queste pitture murali è che si trovano nei luoghi pensati dall’artista. Questo è un vantaggio per noi perché possiamo cogliere il pensiero dell’Angelico, che li ha realizzati in quei precisi luoghi secondo un progetto e un messaggio ben chiaro nella sua mente. Ad esempio, fuori dall’ingresso della foresteria del convento dipinse Cristo pellegrino accolto da due frati. Nel noviziato primeggiano le figure di Cristo crocifisso, sostegno di chi entrava nella vita religiosa e invito a riconoscere e unirsi all’amore. Tutto era pensato per richiamare la mente dei frati al divino, il divino che abita l’umano. Era una sorta di aiuto per mantenere quel clima contemplativo e di profondo ascolto che abitava le case domenicane.

Vediamo brevemente l’opera pittorica dell’Angelico. Ci viene trasmesso dal Vasari che egli:

«Non avrebbe mai messo mano ai pennelli senza prima aver fatto orazione. Non fece mai crocifisso che non si bagnasse le gote di lacrime».

Questo ci dice quanto fosse mistica l’anima del Beato Angelico e quanto la sua arte scaturisse da una profonda contemplazione, da un’esperienza che diventa messaggio. Alcuni autori ci riferiscono che dipingesse in stato di estasi. Non è ovviamente l’estasi che pensiamo noi, ma qualcosa di simile ad un «rapimento»; l’essere cioè totalmente immersi, in ciò che si sta facendo e pensando, con somma dedizione, ponendo tutte le nostre facoltà a quel servizio. L’Angelico era immerso nel Mistero che intendeva celebrare con la sua arte lì dove trovava quel centro vitale dove Dio abita e parla al cuore.

Scrive Paola Mancinelli: «La creazione artistica è sempre evento di verità e di gratuità nonché possibilità di dare forma umilmente al mistero dell’essere dopo averne ricevuta la chiamata come sete di bellezza» (cfr. Lo stupore del bello, Oristampa, Firenze, 2008). È un attendere, concepire e partorire un’intuizione, un’immagine che quasi all’improvviso si genera nella nostra mente, davanti ai nostri occhi. Certi che ciò che produrremo sarà solo un riflesso di quella Bellezza che è balenata nel nostro spirito.

Quanto all’altro aspetto delle lacrime che ci indica ricordava il Vasari, esse sono espressione di amore, di dolore, di coinvolgimento per cui l’Angelico ne era mosso fin nelle fibre più profonde della sua anima. Se è vero che «la lingua parla dell’abbondanza del cuore», ciò vale anche per l’espressione artistica, per mezzo della quale fra Giovanni mostrava tutto il suo mondo interiore. Non possiamo scindere l’uomo dall’artista, l’uomo dal consacrato, questa unità che non è separabile.

Il Beato Angelico seppe attingere dalla «gratia gratum facens» (la grazia che ci rende graditi), un dono che illumina il cammino dell’umanità, guidandola ci attraverso le sfide e le oscurità della vita. Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica:

«La nostra giustificazione viene dalla grazia di Dio. La grazia è il favore, il soccorso gratuito che Dio ci dà perché rispondiamo al suo invito: diventare figli di Dio, figli adottivi, partecipi della natura divina, della vita eterna. La grazia è una partecipazione alla vita di Dio; ci introduce nell’intimità della vita trinitaria. Mediante il Battesimo il cristiano partecipa alla grazia di Cristo, Capo del suo corpo. Come “figlio adottivo”, egli può ora chiamare Dio “Padre”, in unione con il Figlio unigenito. Riceve la vita dello Spirito che infonde in lui la carità e forma la Chiesa. Questa vocazione alla vita eterna è soprannaturale. Dipende interamente dall’iniziativa gratuita di Dio, poiché egli solo può rivelarsi e donare se stesso. Supera le capacità dell’intelligenza e le forze della volontà dell’uomo, come di ogni creatura» (cfr. CCC 1996, 1997, 1998).

Gesù Cristo, con il suo sacrificio, ci ha donato «grazia su grazia» (Gv 1,16), un flusso continuo di amore e redenzione che manifesta la gloria divina. Ecco perché il Beato Angelico, con la sua arte, continua a parlare ai nostri cuori, offrendo un cammino di bellezza e luce che risplende nei momenti più bui. La sua festa, oggi, assume un significato ancora più profondo, specialmente in un’epoca segnata dalla guerra, la divisione e l’isolamento prodotto perfino dai social, quando invece la rinascita spirituale e la bellezza, compresa quella artistica, sono essenziali per l’intera umanità.

La grazia di Dio è concetto e insieme realtà che esprime e rappresenta realmente l’amore incondizionato e il favore divino che ci viene offerto senza merito. Questa grazia rende presente la gloria di Dio, visibile attraverso le opere di Cristo e dei suoi seguaci.

Il Beato Angelico, con la sua arte, ha saputo catturare questa gloria, trasferendo nelle sue opere la grazia divina con rappresentazioni che parlano direttamente all’anima. Le sue opere, come «L’Annunciazione» e «Il Giudizio Universale», sono testimonianze visive di quella grazia, e ci chiamano invitandoci a riflettere sulla nostra relazione con il divino.

In tempi di crisi come i nostri la bellezza assume un ruolo fondamentale per la nostra rinascita spirituale e morale, quella della riscoperta del Bene del Bello. Scriveva Hans Urs Von Balthasar:

«In un mondo senza bellezza, in un mondo che non ne è forse privo, ma che non è più in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto; e l’uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non deve piuttosto preferire il male» (cfr. Gloria 1 – Percezione della Forma, Jaca Book, Milano, 2012, 18).

Il Beato Angelico, col suo essere artista, ha mostrato come la bellezza possa essere un veicolo di grazia e redenzione. Perfino la luce che illumina i suoi dipinti è simbolo della luce divina che guida i nostri passi, anche nei momenti più oscuri.

La festa del Beato Angelico ricorda che ogni uomo, illuminato dalla grazia, pur chiamato a camminare su sentieri scoscesi, riscopre continuamente la propria natura di capolavoro divino. La creazione, sebbene deturpata dal peccato e dalle difficoltà della vita, è sempre il luogo dove il chiaroscuro dell’esistenza umana si intreccia con l’amore vero e profondo. Il Beato Angelico, con la sua arte, ci invita a vedere oltre le apparenze, a scoprire la bellezza nascosta in ogni angolo della nostra vita.

Gli artisti, come il Beato Angelico, hanno il dono di trascinarci oltre l’immanenza, oltre i cammini della razionalità pura e della teoresi. La loro arte ci porta fra il tormento e l’estasi, facendoci vivere esperienze che vanno al di là del semplice vedere. La bellezza, in questo senso, diventa una via di conoscenza e di esperienza del divino. È un cammino che ci invita a lasciarci trasformare dalla grazia, a vedere il mondo con occhi nuovi, illuminati dalla luce della fede.

In conclusione, il percorso di luce tramite la grazia è un viaggio che tutti siamo chiamati a fare. Il Beato Angelico, ci offre una guida preziosa in questo cammino, mostrandoci come la bellezza e la luce possano illuminare i nostri sentieri più oscuri. La sua festa, oggi, ci invita a riscoprire la nostra natura di capolavori divini, a lasciarci trasformare dalla grazia e a camminare con fiducia verso la gloria. Questa celebrazione può essere un momento di rinascita per tutti noi, specialmente per gli artisti che, con la loro opera, continuano a portare luce e speranza nel mondo.

La speranza, che è anche il tema guida del presente giubileo, come ci ricorda la e la Sacra Scrittura, quando viene da Dio è sempre fondata e non confonde. La Speranza come l’arte e il bello che ne è il necessario corollario è armonica, integrale e proporzionata. Affinché tutti diventiamo belli e speranzosi, riscopriamo l’arte del Beato Angelico che ci raffigurò la bellezza e l’unicità di Cristo.

 

Santa Maria Novella in Firenze, 18 febbraio 2025

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L’antico animale intelligente e la nuova intelligenza artificiale

L’ANTICO ANIMALE INTELLIGENTE  E LA NUOVA INTELLIGENZA ARTIFICIALE 

Sono queste le occasioni in cui l’uomo ha dimostrato la propria intelligenza, non certo imponendosi come l’animale più forte, o veloce, o abile, ma mostrandosi capace a gestire uno strumento superiore con la sua intelligenza adattabile, esercitando quella sua capacità con la quale da sempre ha saputo adattarsi a quei numerosi cambiamenti storici che si chiamano oggi mutamenti tecnologici.

— Attualità —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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In questi giorni una delle tematiche più presente nei telegiornali e nei social media si sta centrando sulle IA (Intelligenze Artificiali) e le sue implicazioni positive, ma soprattutto negative, specialmente con il vertice che si sta celebrando a Parigi: AI Action Summit.

È opportuno partire da due premesse importanti: ognuno di questi sistemi è in definitiva uno strumento nelle mani dell’uomo e per questo rispecchia con un potenziamento inimmaginabile al giorno d’oggi le stesse ricerche e forma di pensare e di agire dell’uomo. Dunque è l’uomo stesso che può indirizzare lo strumento per aiutare e migliorare il progresso, la scienza e la stessa vita umana, come può usare questo strumento per i peggiori incubi mai vissuti nella storia.

Il concetto stesso di Intelligenza deve essere chiarito: i sistemi per la loro potenza e velocità posso raggiungere calcoli e operazioni che l’essere umano singolarmente o in gruppo non riuscirebbe a raggiungere facilmente, ma sono finora operazioni settoriali e specifiche; mentre la singolarità dell’Intelligenza umana si contraddistingue per la creatività e simultaneità nell’operare multiple funzioni e tematiche. La paura non è tanto su dove possano arrivare come strumenti i sistemi delle Intelligenze artificiali, ma a che punto sta giungendo la pigrizia, la malavoglia, l’ignoranza e l’inattività a cui le persone stanno arrivando nel quotidiano, privilegiando lo svago in un mondo sempre più vanesio e superficiale, anziché cercare di sviluppare al meglio le proprie qualità, doni e capacità.

Oggi la vita stessa è strutturata per essere vissuta in forma passiva, nella modalità zombi o “amebe”, pur avendo a portata di mano l’accesso a un’informazione illimitata e con una tale vasta gamma di strumenti tecnici e tecnologi con i quali si potrebbero operare delle meraviglie.

L’intelligenza artificiale sta trasformando rapidamente la società e il mondo del lavoro, tanto che il suo sviluppo e la sua diffusione sollevano importanti questioni etiche, sociali ed economiche. Mentre l’Europa porta avanti come strategia un quadro teoretico di approccio regolamentare e incentrato sull’uomo, specialmente alla tutela dei diritti fondamentali, gli Stati Uniti e l’Asia, in modo particolare la Cina, hanno scelto invece un approccio pragmatico ed economico dove hanno lasciato carta bianca per l’innovazione e la concorrenza. C’è stato un investimento massiccio sulla ricerca e lo sviluppo dell’IA da parte dei governi con l’unico obiettivo di raggiungere la leadership mondiale nel settore.

Una delle principali preoccupazioni sulle IA è il suo potenziale impatto nel mondo del lavoro: l’automazione dei processi produttivi porterebbero a un aumento della disoccupazione e della disuguaglianza sociale, soprattutto nei settori manifatturieri, agricoli, di commercio e dei servizi.

L’altra questione importante è l’impatto ecologico, i modelli di IA sono complessi e richiedono enormi quantità di energia, con un conseguente impatto significativo sull’ambiente. L’utilizzo diffuso di dispositivi intelligenti e la produzione di grandi quantità di dati sollevano anche preoccupazioni per il consumo di risorse naturali e la gestione dei rifiuti elettronici. Esiste, assieme alle due preoccupazioni appena indicate, anche il pericolo della perdita di controllo sulle IA e la conseguente paura dello sviluppo di capacità che possano superare il controllo umano e generare delle conseguenze imprevedibili per la società. Altrettanta paura genera il pericolo dell’uso improprio delle IA per scopi dannosi, come la creazione di armi autonome o la manipolazione dell’opinione pubblica.

Le IA hanno un impatto immediato e devastante nelle diverse generazioni della società, specialmente i più anziani, che sono molto più vulnerabili, oltre che indifesi e spesso incapaci a cogliere il pericolo quando si trovano coinvolti in truffe , furti e inganni ai quali non sono preparati, non avendo ricevuto da nessuno una adeguata informazione, oggi più che mai impellente, sui pericoli che si possono correre.

Se l’IA come potente tecnologia offre grandi opportunità, al tempo stesso comporta anche dei grandi interrogativi. Per un verso appare indispensabile un dialogo aperto che tenga conto dei benefici potenziali come dei rischi per i lavoratori e per l’ambiente, affinché il suo sviluppo e utilizzo sia etico e sostenibile e mirato al bene dell’umanità. Però, come si sa, quando di mezzo ci sono i soldi è difficile avere una solida garanzia sulla operatività del progetto, e tutto potrebbe rimanere nell’ideale ambito delle belle parole.

Le IA a livello lavorativo non porteranno all’abolizione del lavoro umano se si accetta la trasformazione profonda del mercato del lavoro che si sta già realizzando, è per ciò fondamentale investire in istruzione e formazione per preparare i lavoratori a coesistere con le IA come in passato fece l’uomo con l’arrivo della macchina a vapore o dell’automobile; perché sono queste le occasioni in cui l’uomo ha dimostrato la propria intelligenza, non certo imponendosi come l’animale più forte, o veloce, o abile, ma mostrandosi capace a gestire uno strumento superiore con la sua intelligenza adattabile, esercitando quella sua capacità con la quale da sempre ha saputo adattarsi a quei numerosi cambiamenti storici che si chiamano oggi mutamenti tecnologici, reinventando nuove attività e sviluppando nuove competenze.

 

dall’Isola di Patmos, 15 febbraio 2025

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Quando il Diavolo ci mette la coda, tra esorcismi e narcisismi … – When the Devil puts his tail on us, between exorcisms and narcissisms …

(English text after the Italian)

 

QUANDO IL DIAVOLO CI METTE LA CODA, TRA ESORCISMI E NARCISISMI…

L’esorcismo maggiore è la terapia di elezione per combattere il Maligno? E ancora: l’azione del Maligno è sempre e solo quella straordinaria o non è molto più subdola e insidiosa l’azione ordinaria? Per rispondere a queste domande facciamo alcune ulteriori precisazioni …

— Attualità pastorale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Forse un chiarimento è dovuto, perché come era prevedibile, il mio articolo del 7 febbraio scorso (vedere QUI) ha suscitato in alcuni lettori “storture di naso”, tanto da arrivare a interpretare il mio scritto come un attacco (personale?) a tutte quelle anime belle che quotidianamente combattono contro il Demonio.

Insomma, ci mancava solo il frate cappuccino guastafeste a ostacolare l’esercito di quei guerrieri della luce che con Capitan Gesù – che non stà lassù ma stà quaggiù con la bandiera in mano – colgono i diavoli in flagrante come cantava il buon Angelo Branduardi (vedi QUI).

Reputo il mio scritto estremamente chiaro tanto da far da corollario alla bellissima nota dell’Associazione Internazionale degli Esorcisti (vedi QUI) a cui non si può certamente addossare la colpa di essere un gruppo di faziosi e di facinorosi esaltati. E di demonologia e relativo sacramentale dell’esorcismo, due Padri di questa nostra Isola di Patmos qualche cosa forse ne sanno. Sia io che Padre Ariel S. Levi di Gualdo facemmo entrambi la formazione per l’istruzione a questo delicato ministero, nel solito anno 2009 e presso la stessa istituzione accademico-ecclesiastica. Determinati allarmi bisogna pure darli, bisogna mettere in guardia i fedeli cristiani da certe derive così come erano soliti fare i profeti nell’antico Israele con il popolo dalla dura cervice: «Ascoltino o non ascoltino – perché sono una genìa di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro» (cf. Ez 2,2-5). Certe cose bisogna dirle e basta.

Reputo che il sacerdote oggi debba riscoprire il suo ruolo di profeta, di colui che parla a nome di Dio, cosa sempre più rara in una comunità ecclesiale dove il personalismo clerical-religioso è diventato ipertrofico. Fare il profeta comporta delle immancabili fatiche, delle incomprensioni, una scomodità difficile da accettare ma necessaria, fino a proclamare – fin dall’alto dei tetti (cf. Lc 12,3) – anche quello che i più non vorrebbero sentirsi dire. E tutto questo senza velature di giudizi temerari ma con quella parresia profetica che troviamo tra le pieghe della responsabilità pastorale che dobbiamo al popolo di Dio a noi affidato con la sacra ordinazione.

Detto questo desidero tornare ulteriormente su alcune questioni note, talmente note, che sono puntualmente ignorate, disattese e a buon bisogno furbescamente manipolate.

1. Che cosa è un esorcismo?

È l’invocazione del nome di Dio fatta al fine di allontanare il demonio da una persona, da un animale, da un luogo o da una cosa. Quando si fa in nome della Chiesa, da parte di un ministro legittimamente incaricato e secondo i riti previsti nei libri liturgici approvati, l’esorcismo si chiama pubblico ed ha il valore proprio dei sacramentali. In caso contrario, si tratta di una pratica privata. Gli esorcismi pubblici si dividono in semplici e solenni o maggiori. In questo articolo non mi soffermerò ad analizzare gli esorcismi semplici che hanno fatto parte di alcuni riti di benedizione compresi nel capitolo IX del vecchio Rituale Romanum o quelli inerenti a precisi percorsi e tappe del cammino di catecumenato e del battesimo dei bambini e soprattutto degli adulti.

Chiarito questo, sono detti solenni o maggiori gli esorcismi pubblici previsti per i casi di ossessione o di possessione diabolica, ovvero nei casi in cui il demonio, operando dall’esterno, impedisce in modo permanente le azioni dell’individuo o nei casi in cui Satana opera attraverso l’organismo dell’individuo agendo dall’interno del corpo della persona posseduta, esercitando un dominio più o meno pieno.

La preghiera di esorcismo più cercata da certuni fedeli demonopatici è, manco a dirlo, l’esorcismo solenne. Il bisogno è talmente forte che anche alcune presunte preghiere di liberazione hanno la struttura di veri e propri esorcismi solenni, con tanto di formula invocativa e imperativa. Come ho più volte avuto modo di dire, si ricerca l’esorcista più forzuto o il carismatico più talentuoso che possieda la formula di comando più efficace contro il demonio per risolvere in maniera definitiva tutti i problemi. C’è da sorridere amaramente perché nel gergo quotidiano spesso sentiamo parlare di bravura o meno di un esorcista o di un carismatico. Tale distinzione lessicale non ha alcuna ragion d’essere da un punto di vista teologico–spirituale, non si tratta di usare le skill proprie di un chierico fantasy di D&D ma tutto parte dall’autorità di Cristo che agisce nella persona dell’esorcista e che Dio Padre accoglie ed esaudisce in vista del bene ultimo dell’anima.

A questo punto del discorso è di rigore un interrogativo: l’esorcismo maggiore è la terapia di elezione per combattere il Maligno? E ancora: l’azione del Maligno è sempre e solo quella straordinaria o non è molto più subdola e insidiosa l’azione ordinaria? Per rispondere a queste domande facciamo alcune ulteriori precisazioni, già menzionate nel mio precedente articolo del 7 febbraio.

2. Battesimo e Confessione per combattere il Demonio

Bisognerebbe anzitutto ricordare che la prima forma di lotta al Demonio è la vita battesimale, quella vita nuova nello Spirito che si nutre di un cambiamento radicale di mentalità ovvero la metànoia (dal greco μετανοεῖν – metanoein), da cui deriva il termine italiano di conversione. La metànoia sancisce un passaggio dalla mentalità soggetta al peccato e alla concupiscenza – di cui Satana è principe e artefice; origine e causa (cf. Gv 12,31; Ef 2,2; 2Cor 4,4; 1Gv 5,19) – a quella dello Spirito Santo in cui regna il Signore risorto (cf. Col 1,13; Rm 6,14; 8,2). Questo cambiamento di registro – di mente e di cuore – è già di per sé un cammino di liberazione potente in quanto Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi (cf. Gal 5,1). Nel percorso di catecumenato tale libertà gioiosa che Cristo ha guadagnato per noi è contrapposta alla schiavitù del peccato che il demonio non smette mai di suscitare nell’uomo con le sue trame in dispregio a Dio (cf. Rito per l’Iniziazione Cristiana degli Adulti nn. 78; 113; 156; 164; 171; 178; 255; 339; 372; 377; 379; 381 si tratta delle diverse orazioni che definiamo come esorcismi semplici. Sarebbe utile la loro analisi da un punto di vista sia liturgico che sacramentale per evidenziare la tensione alla metànoia e alla vita nuova che il catecumeno ottiene con l’immersione nella Pasqua di Cristo).

Sempre restando in tema battesimale, come non annoverare la preghiera del Padre Nostro che ci è stata consegnata solennemente nel battesimo e che domanda a Dio la liberazione dal maligno. Il Padre Nostro è la preghiera dei figli ma costituisce anche la prima formula invocativa semplice di liberazione dal potere del maligno. La preghiera del Padre Nostro è liturgicamente posta a coronamento conclusivo del rito del Battesimo (cf. Rito del Battesimo dei bambini n. 76 e Rito per l’Iniziazione Cristiana degli Adulti nn. 188-189), e questo per esprimere la tensione verso una conversione quotidiana in cui tutti i giorni il fedele battezzato chiede a Dio di essere liberato dal maligno per poter partecipare il più degnamente possibile di quella figliolanza di figlio nel Figlio.

Altra doverosa puntualizzazione. La lotta al Demonio si concretizza con una buona pratica sacramentale in cui la confessione costituisce l’arma di elezione più efficace ed eloquente di qualunque altra preghiera di esorcismo. Riconoscere e rinunciare alle opere del demonio nella mia vita personale diventa fondamentale per allontanare Satana. Se riesco a fare questo, riconosco l’azione vitale dello Spirito Santo che agisce e che mi convince quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio (cf. Gv 16,8-9). Nella maggioranza dei casi basta un bravo sacerdote confessore per risolvere quello che per trascuratezza potrebbe richiedere poi molto più tempo, con il rischio non remoto di aprire la porta all’azione straordinaria del demonio, secondo quello che già l’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica prevede: «il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male» (cf. n. 1865 e sulla realtà del peccato cf. i nn. 1846-1876).

Ribadire frequentemente questo insegnamento della Chiesa non significa assolutamente buttare via il bambino con l’acqua sporca, demonizzando l’esorcismo. Al contrario, così facendo si intende dare una giusta collocazione a un sacramentale, contestualizzandolo dentro un cammino di fede matura e realista che tutti siamo chiamati a compiere, anche con fatica. Rinunciare a Satana non è mai stato un compito facile ed immediato.

3. L’esorcista non è una Guest star

Altra puntualizzazione sull’esorcismo maggiore riguarda colui che ne è il ministro per eccellenza. Il canone 1172 del Codice di Diritto Canonico dichiara che nessuno può proferire legittimamente esorcismi sugli ossessi se non ha ottenuto dall’Ordinario del luogo una speciale ed espressa licenza (§ 1). Tale licenza deve essere concessa dall’Ordinario del luogo solo al sacerdote distinto per pietà, scienza, prudenza e integrità di vita (§ 2). Le stesse cose sono ribadite dalla “Lettera agli Ordinari riguardante le norme sugli esorcismi” della Congregazione per la Dottrina della Fede del 29 settembre 1985 (vedi QUI) e dal rituale del “Rito degli Esorcismi e Preghiere per circostanza particolari”, in vigore dal 31 marzo 2002.

Quindi in base a quanto stabilito della Chiesa perché un soggetto possa proferire esorcismi solenni in modo legittimo è necessario:

a) che si tratti solo e soltanto di un presbitero.

b) che tale presbitero designato abbia la licenza, conferita in modo personale e diretta ed espressa da parte dell’Ordinario del luogo. Il conferimento di tale facoltà deve quindi apparire chiaramente dal decreto vescovile. La licenza non può essere considerata tacita o presunta. Può essere implicita solo se connessa all’ufficio di esorcista.

c) in casi particolari per l’esercizio del ministero dell’esorcismo al di fuori dalla propria diocesi è necessaria la decisione e il giudizio dell’Ordinario del luogo che ne deve essere prontamente informato compiendo un debito discernimento.

L’azione ministeriale del sacerdote esorcista è mite ed umile, egli è il minus-ter è il più piccolo rispetto a Colui che è Signore e Salvatore. Nessun sacerdote può intraprendere il combattimento contro lo spirito demoniaco da solo, nessun laico o presunto carismatico o sensitivo può avere una propria autorità sui demoni. Tale autorità è stata conferita da Cristo agli apostoli (cf. Lc 9,1) e ai discepoli che credono in lui (cf. Mc 16,17; Lc 10,19) e che dalla Chiesa sono stati costituiti e mandati come ministri di liberazione e di consolazione.

4. Incontri e weekend di liberazione e di guarigione, basta un po’ di trasparenza

Ho già spiegato nel mio precedente articolo del pericolo costituito da questi raduni paralleli nella vita della Chiesa, che assomigliano tanto a delle adunate sediziose. Raduni gestiti da laici senza alcuna autorizzazione e competenza che costituiscono un disordine per il cammino di fede dei fedeli. Quello che forse ancora molti non sanno è che in diverse diocesi d’Italia sono state emanate norme stringenti riguardo a questo tipo di manifestazioni et similia. Ne è un esempio la Conferenza Episcopale Siciliana (vedi QUI), la Conferenza Episcopale Piemontese (vedi QUI); una nota in tal senso del vescovo di Trieste: «Vedevo Satana cadere dal cielo…» (vedi QUI); e l’ottimo vademecum della diocesi di Brescia che comprende anche diverse norme inerenti al ministero dell’esorcistato (vedi QUI).

Ribadisco che le riunioni di preghiera e di formazione cristiana devono essere svolte in ambienti ecclesiali, fatto salvo per quelle convocazioni nazionali che muovono migliaia di persone e che devono garantire ben precisi criteri di sicurezza e di gestibilità che non è sempre possibile avere nei contesti ecclesiali ufficiali. Sarebbe buona norma, non di galateo ma di obbedienza alla Chiesa, mettere il vescovo diocesano al corrente di questi incontri. Informare per tempo l’Ordinario del luogo con lettera ufficiale sulla tipologia di incontro, sul tema trattato, sui relatori che vi interverranno e sulle attività contestualmente svolte. E solo quando si è ricevuto da lui il placet, insieme alla sua paterna benedizione si può procedere. Mettere i vescovi davanti al fatto compiuto, ricorda tanto il modus operandi della fuitina degli anni passati con cui si costringevano i genitori riottosi ad accondiscendere al matrimonio dei propri figli. Personalmente ritengo che tutto debba essere documentato per risultare trasparente in vista del bene che si vuole arrecare alle anime, sapendo che il diavolo tende a nascondere e a nascondersi il più possibile. Sarebbe opportuno leggere in queste assemblee la lettera di approvazione del vescovo per partecipare più pienamente di quella comunione ecclesiale che ha nel vescovo diocesano il suo centro. Purtroppo, la realtà dei fatti è di ben altro genere e i vescovi si trovano a mettere in guardia da questi incontri il clero e il popolo di Dio riscuotendo il medesimo successo delle grida contro i bravi di manzoniana memoria. Ma c’è di più se il soggetto organizzatore di tali incontri è di un’altra diocesi, basta indagare un po’ per scoprire che tali personaggi – sia chierici che laici – sono considerati ingestibili da tempo immemore e difficilmente recuperabili se non con sanzioni canoniche e il ricorso ai dicasteri competenti.

5. Editoria sul diavolo: esiste ancora l’approvazione ecclesiastica?

Se giriamo tra le più comuni librerie cattoliche, spesso ci dobbiamo rassegnare a non trovare il requisito della cattolicità, alcune volte neanche quello della cristianità. Ma questo aprirebbe un capitolo che è meglio chiudere subito. Trattando del diavolo e degli esorcismi è ormai assodato che questo argomento nell’editoria ha saputo trovare una sua perpetua giovinezza, in altri termini diciamo che c’è un buon mercato. Pur congratulandoci con coloro che riescono a vivere con queste pubblicazioni – bisogna pur mangiare – non posso non muovere una critica costruttiva. Trattando tematiche specificatamente teologiche, gli autori di queste opere di demonologia, di pastorale degli esorcismi o di preghiere di liberazione, dovrebbero munirsi di un nulla osta dalla competente autorità ecclesiastica. Questo cosa significa? Non è certamente del permesso di pubblicare o meno un libro quello di cui stiamo parlando ma della garanzia che quello che si pubblica non entri in contrasto con la fede, la morale, il magistero e la disciplina della Chiesa. Significa avere la tranquillità d’animo di operare in continuità di intenti con quanto la Chiesa crede e vive riguardo al suo insegnamento. Anche in quest’ambito risultano molto rari i lavori editoriali in tema demonologico approvati dalla competente autorità ecclesiastica, anzi spesso basta considerare la sola casa editrice con cui si pubblicano certi volumi per avere già una panoramica più che soddisfacente sulla distanza da qualunque forma di cattolicità e di cristianità quanto invece a una certa assonanza all’esoterismo cristianizzato.

Concludendo mi auguro che questo mio ulteriore articolo sia considerato per quello che realmente è, una riflessione accorata su un fenomeno molto complesso e delicato come la pratica esorcistica e la demonologia. Tanto ancora ci sarebbe da dire e non è escluso che possa tornare sull’argomento. Per il momento nessuno si senta attaccato o compromesso nel suo lavoro ma anzi incoraggiato a vivere sempre di più nella luce della verità che tutto rende nitido, in attesa di quel trionfo definitivo di Cristo sul demonio alla fine dei tempi.

Sanluri, 11 febbraio 2025

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WHEN THE DEVIL PUTS HIS TAIL ON US, BETWEEN EXORCISMS AND NARCISSISMS…

Is major exorcism the therapy of choice to fight the Evil One? Is the action of the Evil One always and only the extraordinary one or isn’t the ordinary action much more subtle and insidious? To answer these questions let’s make some further clarifications…

— Pastoral actuality —

 

Author
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Perhaps a clarification is due, because as expected, my article of February 7th (see HERE) has raised doubts in some readers, so much so that they have come to interpret my writing as an attack on those beautiful souls who fight against the Devil on a daily basis.

All we needed was the Capuchin friar to hinder the army of those warriors of light who with Captain Jesus – who is not up there but down here with the flag in his hand – catch the devils red-handed as the Italian sing Angelo Branduardi sang (see HERE).

My writing extremely clear, and conform y to the optimal note from the International Association of Exorcists (see HERE) which certainly cannot be blamed for being a group of exalted partisans. Two Fathers of this island of Patmos know something about demonology and the related sacramental of exorcism. Father Ariel S. Levi of Gualdo and I both underwent training for this delicate ministry in the year 2009 at the same academic-ecclesiastical institution. Certain alarms must also be given, the Christian faithful must be warned against certain deviations as the prophets in ancient Israel: “Whether they listen or not – because they are a rebellious race – they will at least know that a prophet is among them” (cf. Ezekiel 2,2-5). Some things just have to be said.

I believe that the priest today must rediscover his role as a prophet who speaks in the name of God, which is increasingly rare in an ecclesial community where clerical-religious personalism has become hypertrophic. The prophetic mission involves inevitable hardships, misunderstandings, an inconvenience that is difficult to accept but necessary, to the point of proclaiming from the rooftops (cf. Luke 12, 3) even what most people would not like to hear. And all this without veils of rash judgments but with that prophetic parrhesia contained in the pastoral responsibilities that we must exercise towards the people that God has entrusted to us through sacred priestly ordination.

Having said this, I would like to return further to some issues that are so well known that they are regularly ignored or cunningly manipulated.

1. What is an exorcism?

It is the invocation of the name of God made to ward off the Devil from a person, an animal, a place or a thing. When it is carried out in the name of the Church, by an authorized minister according to the rites provided for in the approved liturgical books, the exorcism is called public and has the value of sacramentals. Otherwise is a private practice. Public exorcisms are divided into simple and solemn or major. I will not stop to analyze the simple exorcisms that were part of some blessing rites contained in chapter IX of the old Rituale Romanum or those inherent to specific paths and stages of the catechumenate journey and the baptism of children and especially of adults.

The public exorcisms foreseen for cases of obsession or diabolical possession are called solemn or major, or in cases in which the Devil, operating from the outside, permanently prevents the individual’s actions or in cases in which Satan operates through the individual’s organism, acting from within the body of the possessed person, exercising more or less full dominion.

The exorcism prayer most sought after by demonopathic issolemn exorcism. The need is so strong that even some alleged prayers of liberation have the structure of solemn exorcisms with an invocativ and imperative formula. Thas I have often had the opportunity to say, we are looking for the “strongest” exorcist or the charismatic person who possesses the most effective command formula against the Devil to definitively resolve all problems. We have to smile bitterly because in everyday jargon we often hear people talk about the skill or otherwise of an exorcist or a charismatic person. This distinction has no reason to exist from a theological-spiritual point of view, it is not a question of using the skills of a D&D fantasy cleric but everything starts from the authority of Christ who acts in the person of the exorcist and who God the Father welcomes and grants in view of the ultimate good of the soul.

At this point a question is necessary: is major exorcism the therapy of choice to fight the Evil One? Is the action of the Evil One always and only the extraordinary one or isn’t the ordinary action much more subtle and insidious? To answer these questions we make some further clarifications, already mentioned in my previous article of February 7th.

2. Baptism and Confession to fight the Devil

It should be remembered that the first form of fight against the Devil is baptismal life, that new life in the Spirit which is nourished by a radical change of mentality or metanoia (from the Greek μετανοεῖν – metanoein), from which the term “conversion” derives. The Metanoia marks a transition from a mentality subject to sin and concupiscence – of which Satan is the prince and creator; origin and cause (cf. Jn 12.31; Eph 2.2; 2Cor 4.4; 1Jn 5.19) – to that of the Holy Spirit in whom the risen Lord reigns (cf. Col 1.13; Rm 6.14; 8.2). This change of register – of mind and heart – is already in itself a powerful path of liberation as Christ has freed us so that we remain free (cf. Gal 5.1). In the catechumenate path, this joyful freedom in Christ contrast with the slavery of sin that the Devil never ceases to arouse in man with his plots in contempt of God (cf. Rite for the Christian Initiation of Adults nos. 78; 113; 156; 164; 171; 178; 255; 339; 372; 377; 379; 381 these are the different prayers that we define as simple exorcisms. Their analysis from both a liturgical and sacramental point of view would be useful to highlight the tension towards boredom and new life that the catechumen obtains with immersion in Christ’s Easter).

Still remaining on the baptismal theme, how can we not include the prayer of the “Our Father” which was solemnly given to us in baptism and which asks God for liberation from the Evil one. It is the prayer of the sons which also constitutes the first simple dedicatory formula for liberation from the power of theEvil one. The prayer of the Our Father is liturgically placed as the final culmination of the rite of Baptism (cf. Rite of the Baptism of children n. 76 and Rite for the Christian Initiation of Adults n. 188-189), and this to express the tension towards a daily conversion in which every day the baptized believer asks God to be freed from the Evil One in order to be able to participate as worthily as possible in that sonship in the Divin Son.

Another necessary clarification. The fight against the Devil takes place with good sacramental practice in which confession constitutes the most effective and eloquent weapon of choice than any other exorcism prayer. Recognizing and renouncing the works of the Devil in my personal life becomes fundamental to ward off Satan. If I manage to do this, I recognize the vital action of the Holy Spirit who acts and convinces me regarding sin, justice and judgment (cf. Jh 16.8-9). In the majority of cases, a good priest confessor is enough to resolve what could take much longer due to negligence, with the not remote risk of opening the door to the extraordinary action of the Devil, according to what the teaching of the Catechism of the Catholic Church already foresees: «sin leads to sin; with the repetition of the same acts it generates vice. The result is perverse inclinations that darken the conscience and alter the concrete evaluation of good and evil” (cf. n. 1865 and on the reality of sin cf. n. 1846-1876).

Frequently reiterating this teaching of the Church absolutely does not mean debasing exorcism. On the contrary, we intend to give a right place to a sacramental, contextualising it within a journey of mature and realistic faith that we are all called to undertake, even with difficulty. Giving up Satan has never been an easy and immediate task.

3. The Exorcist is not a Guest Star

Another major clarification on exorcism concerns the one who is its minister par excellence. Canon 1172 of the Code of Canon Law declares that no one can legitimately perform exorcisms on the possessed if he has not obtained a special and express license from the local Ordinary (§ 1). This license must be granted by the local Ordinary only to a priest distinguished for piety, knowledge, prudence and integrity of life (§ 2). The same things are reiterated by the “Letter to the Ordinaries regarding the rules on exorcisms” of the Congregation for the Doctrine of the Faith of 29 September 1985 (see HERE) and by the ritual of the Rite of Exorcisms and Prayers for particular circumstances, in force since 31 March 2002.

Therefore, according to what has been established by the Church, for a person to be able to perform solemn exorcisms in a legitimate way it is necessary:

a) only and exclusively a presbyter.

b) that this designated presbyter has the license conferred by the local Ordinary. The conferral of this faculty must therefore appear clearly from the bishop’s decree. The license cannot be considered tacit or presumed. It can only be implied if connected to the office of exorcist.

c) in particular cases, for the exercise of the ministry of exorcism outside one’s own diocese, the decision and judgment of the local Ordinary is necessary, who must be promptly informed by carrying out due discernment.

The ministerial action of the exorcist priest is meek and humble, he is the smallest compared to He who is Lord and Savior. No priest can undertake the fight against the demonic spirit alone, no layman or supposedly charismatic or sensitive person can have his own authority over demons. This authority was conferred by Christ on the Apostles (cf. Luke 9.1) and on the disciples who believe in him (cf. Mk 16.17; Lk 10.19) and who were established and sent by the Church as ministers of liberation and consolation.

4. Meetings and weekends of liberation and healing, all it takes is a little transparency

I have already explained in my previous article the danger posed by these parallel gatherings in the life of the Church, which look so much like seditious gatherings. Gatherings managed by lay people without any authorization and competence which constitute a disorder for the faith journey of the faithful. What perhaps many still don’t know is that stringent regulations regarding this type of demonstration have been issued in various dioceses of our nation. An example of this is the Sicilian Episcopal Conference (see HERE), the Piedmont Episcopal Conference (see HERE); a note to this effect from the bishop of Trieste: «I saw Satan fall from heaven…» (see HERE); and the excellent handbook of the diocese of Brescia which also includes various regulations on the ministry of the exorcist (see HERE).

5. Publishing about the devil: does ecclesiastical approval still exist?

In Catholic bookstores we often no longer the Catholicity, sometimes not even Christianity. But this would open a chapter that is better closed immediately. When dealing with the Devil and exorcisms this topic in publishing has been able to find its perpetual youth, in other words let’s say that there is a good market. While we congratulate those who manage to survivewith these publications – you have to eat – I cannot help but offer constructive criticism. Dealing with specifically theological themes, the authors of these works of demonology, pastoral care of exorcisms or liberation prayers should obtain authorization from the competent ecclesiastical authority. What does this mean? What we are talking about is certainly not the permission to publish or not a book but the guarantee that what is published does not conflict with the faith, morality, magisterium and discipline of the Church. It means having the tranquility of mind to operate in continuity of intent with what the Church believes and lives regarding its teaching. Even in this area, editorial works on a demonological theme approved by the competent ecclesiastical authority are very rare; indeed, it is often enough to consider the single publishing house with which certain volumes are published to already have a more than satisfactory overview of the distance from any form of Catholicity and Christianity, but rather a certain assonance with Christianized esotericism.

In conclusion, I hope that this second article of mine is considered for what it really is: a serious reflection on a complex and delicate phenomenon such as exorcism and demonology. There is much more to say and it is not excluded that he could return to the topic. For the moment, no one should feel attacked in their work but encouraged to live more and more in the light of the truth that makes everything clear, awaiting that definitive triumph of Christ over the Devil at the end of time.

Sanluri, 11 February 2025

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Si dice che il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi: per alcuni è senz’altro garanzia di guadagno e di visibilità narcisistica – It is said that the Devil makes the pans but not the lids: for some it is definitely a guarantee of earnings and narcissistic visibility – Se dice que el Diablo hace la olla pero no la tapa: para algunos es garantía economica y visibilidad narcisistica

(English text after the Italian / texto español posterior al engles)

 

SI DICE CHE IL DIAVOLO FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI: PER ALCUNI È SENZ’ALTRO GARANZIA DI GUADAGNO E DI VISIBILITÀ NARCISISTICA

Sul Diavolo è meglio e prudente parlarne poco e con precisi riferimenti alla Parola di Dio, alla Rivelazione e al Magistero. E sapete perché? Perché la nostra fede non è mai stata fondata ― e mai lo sarà ― sul Diavolo ma su Cristo e sulla sua risurrezione che vince le opere del Diavolo: il peccato e la morte. Se si capisse almeno questo non si avrebbe più l’angoscia della demonopatia con la sensazione di essere attanagliati dal Diavolo.

— Attualità pastorale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Il 6 gennaio dell’anno appena iniziato, nella solennità dell’Epifania del Signore, L’Associazione Internazionale degli Esorcisti (A.I.E.) ha pubblicato una nota che invito tutti i nostri lettori a leggere con attenzione (QUI), il cui titolo è abbastanza chiaro: «Nota su alcuni aspetti del ministero degli esorcismi». 

La nota non ha intenzione alcuna di ribadire l’ovvio in materia di esorcismi e di disciplina ecclesiale in tal senso, ma i suoi obiettivi sono altri e riguardano solo alcuni aspetti particolari. Vi si legge:

«Con questa nota si intende offrire dei chiarimenti necessari al fine di ben operare nell’elargizione della divina Misericordia tramite il Ministero dell’esorcismo. Non saranno qui ripresentati i criteri per stabilire le condizioni di attuazione dell’Esorcismo Maggiore né tantomeno le Linee Guida di questo delicato Ministero [6], ma verranno semplicemente offerte delle osservazioni su alcune prassi pastorali le quali, invece di rendere un servizio al corpo piagato del Cristo, ne aumentano la sofferenza e provocano disorientamento, osservazioni che i fedeli (chierici, consacrati e laici) è auspicabile possano conoscere al fine di evitare atteggiamenti e modalità non rispondenti all’autentico operare del Cristo Signore, modello per chiunque eserciti il ministero di liberazione dall’azione straordinaria del Maligno [7]».

L’esorcismo è un ministero pastorale di misericordia e di consolazione, questo è il riferimento base per poterlo rettamente intendere. Sebbene si tratti di un sacramentale e non di un sacramento ― dato il particolare soggetto personale affrontato ―, non deve essere considerato con leggerezza ma altresì con grande serietà, coscienza e maturità umana e cristiana, sia dai pastori che dai fedeli laici.

Ho parlato di serietà, di coscienza e maturità per sottolineare che con il demonio non si gioca e non si scherza ma neanche lo si può strumentalizzare per i propri fini: ad esempio per favorire un rendimento economico o per ottenere un certo guadagno e visibilità a livello sociale ed ecclesiale. Detto questo, mi soffermo solo su alcuni punti che desidero ribadire e che la nota dell’A.I.E. chiarisce ed esprime in modo molto puntuale di quanto riuscirò a fare io in queste righe.

1. Obbedienza alla Chiesa e all’Ordinario diocesano

La convinzione di essere preda del Demonio spinge spesso le persone ad andare alla ricerca spasmodica di coloro che sono di fatto esorcisti o di coloro che si sono autonominati tali sul campo. La Chiesa nella sua saggezza chiede anzitutto un discernimento serio e questo normalmente passa attraverso il proprio parroco, il proprio confessore o un sacerdote di riferimento a cui spetta fare una prima diagnosi per poi raccogliere tutti gli elementi utili per poter, nel caso, inviare all’esorcista nominato oppure suggerire alla persona un serio cammino di conversione, unita a una pratica sacramentale seria con opere di carità concrete e fattive.

Mi sia permesso il paragone sanitario, è come quando il medico di base invia il proprio assistito dallo specialista per successivi approfondimenti. Solo quando c’è il fondato sospetto di una patologia che deve essere affrontata diversamente da un collega che è specializzato in quella materia, si richiede la visita specialistica, altrimenti è tempo perso e le soluzioni devono vertere su altre analisi e campi. Se questo è vero nella pratica della cura fisica, quanto più questo discorso diventa vero nella cura dell’anima e del cammino battesimale.

In questo caso è solamente la Chiesa che nomina e fa discernimento sui sacerdoti adatti ad operare questo grande ministero, così come sul caso specifico della persona che chiede un aiuto spirituale in tal senso. Mai ci si improvvisa e mai ci si propone esorcisti, guaritori e liberatori. Altra cosa fondamentale è che non esistono laici (neanche i diaconi transeunti e permanenti possono) autorizzati dalla Chiesa a compiere esorcismi. Anche le cosiddette preghiere di liberazione o di guarigione devono essere fatte con saggezza e opportunità sotto l’accompagnamento di un sacerdote preparato e seguendo le norme che la Chiesa ha già stabilito. Uscire al di fuori di questi criteri significa mettersi sul terreno della disobbedienza alla Chiesa a cui il Demonio spinge sempre l’uomo, così come un tempo spinse i nostri Progenitori alla disobbedienza verso Dio (cfr. Gn 3).

2. Superstizione e reiterazione delle formule

Spesso la voglia di scacciare il Demonio fa cadere nel peccato di superstizione che si insinua anche nel mondo cattolico, sia dalla parte dei laici che dei consacrati. Ad esempio, ci si mette alla ricerca dell’esorcista più “potente” (anche fuori dalla propria diocesi o regione) così come se si trattasse di una virtù propria e non dell’opera dello Spirito Santo che agisce nel ministro ordinato a nome della Chiesa. Si collezionano compulsivamente sacramentali che dovrebbero allontanare più efficacemente di altri le influenze maligne come crocifissi, medaglie, candele, immagini o il sale, l’acqua e l’olio.

Si moltiplicano le preghiere di liberazione che non hanno avuto alcuna approvazione ecclesiastica e che spesso vengono mutuate da ambienti extra cattolici o confezionate sul momento dal “sensitivo” o dal presunto carismatico laico di turno. Oppure si reiterano compulsivamente anche le preghiere ufficiali e formule approvate con la speranza che la semplice recita protratta nel tempo basti ad operare il beneficio. E spesso ci troviamo davanti all’andamento degli indici di borsa in riferimento alle novene e alle suppliche più adatte contro il Demonio: la Madonna che scioglie i nodi va bene, San Pio da Pietrelcina è il più forte, Santa Rita non è male, Sant’Espedito qualche volta fallisce mentre San Vicinio funziona solo se sei emiliano o romagnolo. Anche nell’accostarsi alle Sante Messe c’è il rischio di cadere nella superstizione con un susseguirsi di strumentalizzazioni dissacranti per chiedere la liberazione. Si pensa che basti comandare al solo sacerdote di officiare una messa senza la necessità di parteciparvi in prima persona e ci si lega al numero di celebrazioni comandate, come se la quantità fosse il criterio preminente per la liberazione. Un meccanismo simile, legato alle messe, si trova in alcuni libri devozionali in riferimento alle anime del purgatorio, ma questo è un altro discorso.

3. “Meeting e Convention di liberazione” in hotel

Da qualche anno è invalso l’uso dei presunti “sensitivi” e carismatici laici di organizzare incontri di preghiera in location laiche, come ad esempio gli hotel stellati (almeno 4 stelle). Già questo dovrebbe fare storcere parecchio il naso ai fedeli cattolici sani di mente che si vedono dirottare fuori da contesti ecclesiali senza la minima motivazione. Un conto è organizzare un evento per milioni e milioni di persone, così come avviene per gli eventi giubilari e nazionali, un conto è organizzare per cinquanta o cento persone. Invece degli hotel non si potrebbe optare per un capiente salone parrocchiale o di una casa religiosa ― che oggigiorno sono sempre più vuote e disertate ― così da restare dentro il recinto della normalità ecclesiale? Ma il presunto “sensitivo” e carismatico sa benissimo che così facendo resta lontano dagli occhi e dalle orecchie dei pastori e può dire e fare con libertà tutto quello che vuole. Così facendo viene pubblicizzato il pacchetto all inclusiv che con 80 o 100 euro al giorno, più l’iscrizione al corso e il pass, unendo la camera singola, la pensione completa e la cucina stellata si ha la garanzia di essere un po’ liberati dal maligno e di essere purificati nel proprio albero genealogico. Insomma, prima si andava alle terme ora va di moda il weekend esorcistico.

4. Vendita di libri e manuali di dubbia ortodossia

Oggi il Diavolo continua a essere un prodotto di marketing, fin dal lontano 1973 quando uscì il film L’esorcista di William Friedkin tratto dall’omonimo romanzo di William Peter Blatty, il Diavolo non ha conosciuto praticamente momenti di crisi. Possiamo dire che con il Diavolo si campa … e si campa anche discretamente bene. E se un tempo il Diavolo era proprietà privata della massoneria, dei satanisti e dei circoli occultisti ermetici, da più di trent’anni è diventato un prodotto pop che tutti posso usare o abusare a seconda del bisogno. Anzi sono proprio i laici, non sempre cristiani, a trovare nel “prodotto diavolo” una miniera da cui trarre notorietà e affermazione. La televisione è stata la prima a saper lucrare sul tema: non solo film, ma speciali, documentari, inchieste che si incrociano con la cronaca nera e con la politica, insomma il Diavolo è come il sale e il pepe in una ricetta, è sufficiente il “quanto basta” per rendere quel tocco in più di gradevolezza al piatto da suscitare i complimenti. Ma è forse nell’editoria che il tema del diavolo ha saputo trovare una nuova e perpetua giovinezza. La bibliografia a riguardo è quanto mai sconfinata e tra gli autori si può trovare veramente di tutto. Si inizia dalla convertita medjugorjana, all’ex adepta di una setta, per passare poi al sacerdote praticone che senza mai essere stato nominato esorcista tiene conferenze sul demonio, per finire con quello che si attribuisce la qualifica di demonologo senza averne le minime competenze accademiche o pratico-pastorali del caso. Non possono mancare poi i sempreverdi, i presunti sensitivi o carismatici che questionano sul Demonio e confezionano ricette per liberarsi dalle influenze del male, ovviamente bisogna comprare i loro libri. Molto pericolosi sono coloro che si sentono investiti dall’eredità spirituale di qualche noto esorcista ormai defunto ― mi raccomando che sia defunto! ― per fregiarsi poi di tutta una serie di eredità spirituali e di trasmigrazioni di carismi con annesso il canone del perfetto liberatore.

Quando ero un bambino, negli anni ’80, di Diavolo in Italia se ne sentiva parlare solo da Padre Gabriele Amorth e da Mons. Corrado Balducci, quest’ultimo detto demonologo ma che in vita sua non vide mai un vero esorcismo e che nel suo libro Il Diavolo riportò anche alcune inesattezze teologiche. Ma almeno con loro avevamo a che fare con dei sacerdoti onesti che avevano ben presente il loro ruolo ed erano obbedienti alla Chiesa. Oggi a scrivere sul Diavolo sono buoni tutti, specialmente quelli che dovrebbero farne a meno.

Concludendo, resta sempre vero il fatto che sul Diavolo è meglio e prudente parlarne poco e con precisi riferimenti alla Parola di Dio, alla Rivelazione e al Magistero. E sapete perché? Perché la nostra fede non è mai stata fondata ― e mai lo sarà ― sul Diavolo ma su Cristo e sulla sua risurrezione che vince le opere del Diavolo: il peccato e la morte. Se si capisse almeno questo non si avrebbe più l’angoscia della demonopatia con la sensazione di essere attanagliati dal Diavolo. Molto più importante e faticoso è crearsi una coscienza profonda che desideri vivere costantemente alla presenza di Cristo e del suo Spirito. Ma questo è quanto già il beato apostolo Giacomo ci dice nella sua lettera. Ci chiede di essere sottomessi a Dio: è questo che permette di resistere al Diavolo e di fuggire dalle sue opere e insidie. Sicuramente ci sono pochi esorcisti nella Chiesa di oggi, sicuramente molti dei nostri vescovi non sono spesso propensi a nominarne e preferiscono nominare invece presidenti di Caritas diocesana e a impiegare risorse per le politiche sociali e assistenziali, salvo poi trovarsi a pochi chilometri dalla propria curia diocesana il weekend esorcistico a cento euro al giorno del presunto esorcista, carismatico o sensitivo di grido e non fare minimamente un sospiro. E sì, perché anche nel caso in cui il vescovo diocesano fosse pure a conoscenza della cosa non gli darebbe il giusto peso: occhio non vede, cuore pastorale non duole. Purtroppo, il Diavolo certe cose ce le lascia pure fare e quando si fanno mai tutto viene allo scoperto, così come accade per certe cose vecchie quanto il mondo che si fanno ma non si dicono e come amava cantare un noto quartetto musicale italiano

«Si fa, ma non si dice, si fa, ma non si dice e chi l’ha fatto tace, lo nega e fa’ il mendace e non ti dice mai la verità».

Sanluri, 07 febbraio 2025

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IT IS SAID THAT THE DEVIL MAKES THE PANS BUT NOT THE LIDS: FOR SOME IT IS DEFINITELY A GUARANTEE OF EARNINGS AND NARCISSISTIC VISIBILITY

— Pastoral actuality —

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Author
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

 

On January 6 of the year that has just begun, on the solemnity of the Epiphany of the Lord, the International Association of Exorcists (A.I.E.) published a note that I invite all our readers to read carefully (HERE), the title of which is quite clear: «Note on some aspects of the ministry of exorcisms».

The note has no intention of reiterating the obvious regarding exorcisms and ecclesial discipline in this sense, but its objectives are different and concern only some particular aspects. It reads:

«With this note we intend to offer the necessary clarifications in order to operate well in the provision of divine Mercy through the Ministry of Exorcism. The criteria for establishing the conditions of implementation of the Major Exorcism nor the Guidelines of this delicate Ministry [6] will not be presented here again, but observations will simply be offered on some pastoral practices which, instead of rendering a service to the wounded body of Christ, increase its suffering and cause disorientation, observations that the faithful (clerics, consecrated and lay people) should be able to know in order to avoid attitudes and methods that do not correspond to the authentic working of the Lord Christ, model for anyone who exercises the ministry of liberation from the extraordinary action of the Evil One [7]».

Exorcism is a pastoral ministry of mercy and consolation, this is the basic reference for being able to correctly understand it. Although it is a sacramental and not a sacrament – given the particular personal subject addressed –, it must not be considered lightly but also with great seriousness, conscience and human and Christian maturity, both by pastors and lay faithful.

I spoke of seriousness, conscience and maturity to underline that one cannot play or joke with the devil, but neither can one exploit him for one’s own ends: for example to favor an economic return or to obtain a certain gain and visibility on a social and ecclesial level. Having said this, I will only focus on some points that I would like to reiterate and that the A.I.E. note. clarifies and expresses in a very punctual way what I will be able to do in these lines.

1. Obedience to the Church and the Diocesan Ordinary

The belief of being prey to the Devil often pushes people to go in frantic search for those who are in fact exorcists or those who have self-appointed themselves as such in the field. The Church in its wisdom first of all asks for serious discernment and this normally passes through one’s parish priest, one’s confessor or a reference priest who is responsible for making an initial diagnosis and then gathering all the useful elements to be able, if necessary, to send to the appointed exorcist or to suggest to the person a serious path of conversion, combined with a serious sacramental practice with concrete and effective works of charity.

Allow me to make a healthcare comparison, it’s like when a general practitioner sends his patient to a specialist for further in-depth analysis. Only when there is a well-founded suspicion of a pathology that must be addressed differently from a colleague who specializes in that subject is a specialist visit required, otherwise it is a waste of time and the solutions must focus on other analyzes and fields. If this is true in the practice of physical care, how much more true does this discourse become in the care of the soul and the baptismal walking.

2. Superstition and reiteration of formulas

Often the desire to banish the Devil leads one to fall into the sin of superstition which also creeps into the Catholic world, both among lay people and consecrated people. For example, we start looking for the most “powerful” exorcist (even outside our own diocese or region) as if it were a specific virtue and not the work of the Holy Spirit who acts in the ordained minister on behalf of the Church. Sacramentals are compulsively collected which should ward off evil influences such as crucifixes, medals, candles, images or salt, water and oil more effectively than others.

Prayers for liberation are multiplying which have not had any ecclesiastical approval and which are often borrowed from non-Catholic environments or packaged on the spot by the “sensitive” or the presumed charismatic lay person on duty. Or even official prayers and approved formulas are compulsively reiterated with the hope that the simple recitation over time is enough to bring about the benefit. And we often find ourselves faced with the trend of stock market indices in reference to the most suitable novenas and supplications against the Devil: the Madonna who unties knots is good, San Pio da Pietrelcina is the strongest, Santa Rita is not bad, Sant’Espedito sometimes fails while San Vicinio only works if you are from Emilia Romagna Region. Even when approaching Holy Masses there is the risk of falling into superstition with a succession of desecrating exploitations to ask for liberation. It is thought that it is enough to command the priest alone to officiate a mass without the need to participate personally and it is linked to the number of celebrations commanded, as if quantity were the pre-eminent criterion for liberation. A similar mechanism, linked to masses, is found in some devotional books in reference to the souls in Purgatory, but that is another matter.

3. “Liberations Meetings and Conventions” in the hotel

For some years now, the practice of supposedly “sensitiv” and charismatic lay people to organize prayer meetings in secular locations, such as starred hotels (at least 4 stars) has become widespread. This alone should make sane Catholic faithful turn up their noses a lot as they see themselves diverted away from ecclesial contexts without the slightest motivation. It’s one thing to organize an event for millions and millions of people, as happens with jubilee and national events, but it’s another thing to organize it for fifty or a hundred people. Instead of hotels, couldn’t we opt for a large parish hall or a religious house – which nowadays are increasingly empty and deserted – so as to remain within the confines of ecclesial normality? But the supposedly “sensitive” and charismatic person knows very well that by doing so he stays away from the eyes and ears of the shepherds and can freely say and do whatever he wants. In doing so, the all-inclusive package is advertised which with 80 or 100 euros per day, plus course registration and the pass, combining the single room, full board and starred cuisine you have the guarantee of being somewhat freed from the Evil one and of being purified in your family tree. In short, before people went to the spa, now exorcism weekends are in fashion.

4. Sale of books and manuals of dubious orthodoxy

Today the Devil continues to be a marketing product, ever since 1973 when the film “The Exorcist” by William Friedkin based on the novel of the same name by William Peter Blatty was released, the Devil has experienced practically no moments of crisis. We can say that you can live with the Devil… and you can even live reasonably well. And if once the Devil was the private property of Freemasonry, Satanists and hermetic occultist circles, for more than thirty years it has become a pop product that everyone can use or abuse as needed. Indeed, it is precisely the lay people, not always Christians, who find in the “devil product” a mine from which to draw notoriety and affirmation. Television was the first to know how to make money on the topic: not only films, but specials, documentaries, investigations that intersect with crime news and politics, in short, the Devil is like salt and pepper in a recipe, “just enough” is enough to give that extra touch of pleasantness to the dish to elicit compliments. But it is perhaps in publishing that the theme of the Devil has found a new and perpetual youth. The bibliography in this regard is extremely boundless and among the authors you can truly find everything. We start from the Medjugorjan convert, to the former follower of a sect, and then move on to the priest who without ever having been appointed an exorcist holds conferences on the devil, ending with the one who attributes himself the qualification of demonologist without having the minimum academic or practical-pastoral skills of the case. Then there are the evergreens, the alleged sensitives or charismatics who question the Devil and prepare recipes to free oneself from the influences of evil, obviously you have to buy their books. Very dangerous are those who feel invested by the spiritual legacy of some well-known exorcist now deceased! – I recommend that he is deceased! – to then boast a whole series of spiritual legacies and transmigrations of charisms with the attached canon of the perfect liberator.

When I was a child, in the 1980s, in Italy we only heard about the Devil from Father Gabriele Amorth and Monsignor Corrado Balducci, the latter known as a demonologist but who in his life never saw a real exorcism and who also reported some theological inaccuracies in his book “The Devil”. But at least with them we were dealing with honest priests who were well aware of their role and were obedient to the Church. Today everyone is good at writing about the Devil, especially those who should do without it.

In conclusion, the fact remains true that it is better and prudent to talk little about the Devil and with precise references to the Word of God, to Revelation and to the Church’s Magisterium. And do you know why? Because our faith has never been founded – and never will be – on the Devil but on Christ and his resurrection which overcomes the works of the Devil: sin and death. If we understood at least this we would no longer have the anguish of demonopathy with the sensation of being gripped by the Devil. Much more important and tiring is creating a deep conscience that desires to live constantly in the presence of Christ and his Spirit. But this is what the blessed apostle James already tells us in his letter. He asks us to be submissive to God: this is what allows us to resist the Devil and escape from his works and snares. Surely there are few exorcists in the Church today, certainly many of our bishops are not often inclined to appoint any and prefer instead to appoint presidents of diocesan Caritas and to use resources for social and welfare policies, only to then find themselves a few kilometers from their diocesan curia on the weekend exorcism at one hundred euros a day of the alleged exorcist, charismatic or the famous sensitive and not even heave a sigh. And yes, because even if the diocesan bishop were aware of the matter, he would not give it the right weight: the eye does not see, the pastoral heart does not grieve.

Unfortunately, the Devil even lets us do certain things and when they are done everything comes out in the open, just as happens with certain things as old as the world that are done but not said and as a well-known Italian musical quartet loved to sing:

«It is done, but it is not said, it is done, but it is not said and whoever did it remains silent, denies it and is a liar and never tells you the truth».

Sanluri, 07 February 2025

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SE DICE QUE EL DIABLO HACE LA OLLA PERO NO LA TAPA: PARA ALGUNOS ES GARANTÍA ECONOMICA Y VISIBILIDAD NARCISISTICA

Sigue siendo cierto que es mejor y prudente hablar poco del Diablo y con referencias precisas a la Palabra de Dios, a la Revelación y al Magisterio. ¿Y sabeis por qué? Porque nuestra fe nunca se ha fundamentado – ni nunca lo estará – en el Diablo sino en Cristo y su resurrección que vence las obras del Diablo: el pecado y la muerte. Si al menos entendiéramos esto ya no tendríamos la angustia de la demonopatía con la sensación de estar atormentados por el Diablo.

— Actualidad Pastoral —

Autor
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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En la solemnidad de la Epifanía del Señor, la Asociación Internacional de Exorcistas (A.I.E.) publicó una nota que invito a leer atentamente a todos nuestros lectores (aquí), y cuyo título es bastante claro: «Nota sobre algunos aspectos del ministerio de los exorcismos».

La nota no pretende reiterar lo obvio sobre los exorcismos y la disciplina eclesial, sus objetivos son diferentes y se refieren sólo a algunos aspectos particulares. Se lee:

«Con esta nota pretendemos ofrecer las aclaraciones necesarias para operar la donación de la Misericordia divina a través del Ministerio del Exorcismo. No se presentarán nuevamente los criterios para establecer las condiciones necesarias para la realización del Exorcismo Mayor, ni las directrices para este delicado Ministerio[6]; sino que simplemente se ofrecerán observaciones sobre algunas prácticas pastorales que, en lugar de prestar ayudar al cuerpo plagato de Cristo, aumentan su sufrimiento y provocan desorientación. Observaciones que los fieles (clérigos, consagrados y laicos) deben conocer para evitar actitudes y métodos que no corresponden a la auténtica obra de Cristo Señor, modelo para todo aquel que ejerce el ministerio de liberación de la acción extraordinaria del Maligno [7]”.

El exorcismo es un ministerio pastoral de misericordia y consolación, esta es la referencia basilar para poder comprenderlo correctamente. Si bien, es un sacramental y no un sacramento – dado el particular sujeto personal que se aborda –, no debe ser considerado a la ligera sino con seriedad, conciencia y madurez humana y cristiana, tanto por parte de los pastores como de los fieles laicos.

He hablado de seriedad, de conciencia y de madurez para subrayar que no se juega ni se bromea con el diablo, ni tampoco se puede instrumentalizar para los propios beneficios: favorecerse de un beneficio económico o para obtener una cierta ganancia y visibilidad a nivel social y eclesial. Dicho esto, sólo me centraré en algunos puntos que deseo reiterar y que la nota de la A.I.E. aclara y expresa de modo más puntual de lo podría hacerlo en estas líneas.

1. Obediencia a la Iglesia y al Ordinario diocesano

La convicción de ser presidiado por el Demonio, a menudo impulsa a las personas a buscar frenéticamente a quienes son por nombramiento exorcistas o a quienes se han autoproclamado como tales. La Iglesia en su sabiduría pide ante todo, un discernimiento serio que normalmente pasa a través del propio párroco, del confesor o de un sacerdote de referencia, a quien concierne hacer un diagnóstico inicial y reunir todos los elementos útiles para poder, si es el caso, remitir al exorcista designado o sugerir un camino serio de conversión unido a la práctica sacramental de obras de caridad concretas y eficaces.

Se me permita hacer una comparación con la sistema sanitario asistencial: equivale a cuando un médico general envía el paciente a un especialista para realizar análisis más específicos. Sólo cuando existe una sospecha fundada de una patología se debe afrontar de manera diferente por un colega especializado, de lo contrario es una pérdida de tiempo y las soluciones se deben centrar en otros análisis y campos. Si es cierto esto respecto al cuidado de la salud física, cuánto más lo debe ser el discurso sobre el cuidado del alma y del camino bautismal.

En tal caso, es sólo la Iglesia la que nombra y hace discernimiento sobre los sacerdotes idóneos para desempeñar este gran ministerio, asi como sobre el caso específico de la persona que pide ayuda espiritual en este sentido. Nunca se improvisa o se propone como exorcistas, curanderos y liberadores. Otra cosa fundamental es que no existen laicos (ni siquiera los diáconos temporales o permanentes) autorizados por la Iglesia para realizar exorcismos. Incluso las llamadas oraciones de liberación o sanación, deben hacerse con sabiduría y oportunidad bajo el acompañamiento de un sacerdote capacitado y siguiendo las normas que la Iglesia ya ha establecido. Salir de estos criterios significa situarse en el terreno de la desobediencia a la Iglesia, a la cual el Demonio siempre empuja al hombre como en pasado empujó a nuestros Progenitores a la desobediencia hacia Dios (ver Génesis 3).

2. Superstición y reiteración de fórmulas

A menudo el deseo de ahuyentar al Demonio lleva a caer en el pecado de superstición y se insinua también en el mundo católico, entre laicos como consagrados. Por ejemplo: se comienza la búsqueda del exorcista más “potente” (incluso fuera de la propia diócesis o región) como si se tratase de una virtud personal y no de la obra del Espíritu Santo que actúa en el ministro ordenado en nombre de la Iglesia. Se coleccionan compulsivamente sacramentales que deberían alejar más eficazmente las malas influencias, como crucifijos, medallas, velas, imágenes, sal, agua y aceite.

Se multiplican las oraciones de liberación que no han obtenido ninguna aprobación eclesiástica y que a menudo, vienen mutadas de ambientes no católicos; o vienen confeccionadas durante la función por el “sensitivo” o por el presunto laico carismático de turno. O incluso, las oraciones oficiales y las fórmulas aprobadas se reiteran compulsivamente con la esperanza de que la simple recitación a lo largo del tiempo sea suficiente para lograr el beneficio. Y frecuentemente se eligen como si fueran tendencias de los índices bursátiles las novenas y súplicas más adecuadas contra el Demonio: la Virgen que desata los nudos es buena, San Pio da Pietrelcina es el más fuerte, Santa Rita no es mala, San Espedito a veces fracasa mientras que San Vicinio sólo funciona si eres de la región Emilia-Romaña. Incluso, en relación a las Santas Misas se corre el riesgo de caer en la superstición por la continua instrumentalización profanadora en pedir la liberación. Se piensa que basta con mandar al sacerdote a oficiar la misa sin necesidad de participar personalmente, se cree que es el número de celebraciones encargadas, como si la cantidad fuera el criterio preeminente para la liberación. Un mecanismo similar sobre la cantidad de misas se encuentra en algunos libros devocionales en referimiento a las almas del Purgatorio, pero eso es otra cuestión.

3. “Encuentro y Convención de Liberación” en hoteles

Desde hace algunos años se ha generalizado que supuestos “sensitivos” y laicos carismáticos organizan encuentros de oración en ubicaciones laicas como son los hoteles con estrellas (al menos 4). Esto de por sí debería generar desaprobación en los fieles católicos de sano juicio que se ven desviados de los contextos eclesiales sin ninguna motivación. Una cosa es organizar un evento para millones y millones de personas como ocurre en los jubileos y los eventos nacionales, otra cosa es organizar para cincuenta o cien personas. En lugar de hoteles, ¿no se podría optar por un espacioso salón parroquial o una casa religiosa – que cada día están más vacías y desiertas – permaneciendo así dentro de los límites de la normalidad eclesial? Pero el presunto “sensitivo” o el carismático saben muy bien que al hacerlo así se mantienen alejados de los ojos y oídos de los pastores y puede decir y hacer libremente lo que quiera. De esta forma, se anuncia el paquete all inclusive con 80 o 100 euros al día: inscripción al curso, pase para la función, habitación individual, alimentos incluidos con cocina Michelin, y se tiene la garantía de quedar un poco liberado del maligno y ser purificado en el árbol genealógico. En definitiva antes la gente iba al spa, ahora a los fines de semana con exorcismo que van de moda.

4. Venta de libros y manuales de dudosa ortodoxia

Todavía hoy en día, el Diablo sigue siendo un producto de marketing desde que en 1973 se estrenó la película El exorcista de William Friedkin basado en la novela homónima de William Peter Blatty; el Diablo prácticamente no ha experimentado momentos de crisis. Podemos decir que se puede ganar usando el Diablo… e incluso se puede ganar razonablemente bien.

Y si alguna vez el Diablo era propiedad privada de la masonería, de los satanistas y de los círculos ocultistas; desde hace más de treinta años se ha convertido en un producto pop del que todos pueden usar o abusar según la propia necesidad. En efecto, son precisamente los laicos, no siempre cristianos, a encontrar en el “producto diablo” una mina de la cual sacar notoriedad y afirmación. La televisión fue la primera en saber lucrar con el tema: no sólo con películas, sino también con especiales, documentales, investigaciones que se cruzan con noticias del crimen y política; en definitiva, el Diablo es como la sal y la pimienta en una receta, “lo justo suficiente” para dar ese toque extra al plato y provocar elogios. Quizás sea en lo editorial donde el tema del diablo ha encontrado una nueva y perpetua juventud. La bibliografía al respecto es sumamente ilimitada y entre los autores realmente se puede encontrar de todo: se inicia con la convertida de Medjugorje, al ex adepto de una secta, pasando por el sacerdote que sin haber sido nombrado exorcista celebra conferencias sobre el demonio, terminando con el que se atribuye el título de demonólogo sin tener las mínimas competencias académicas o práctico-pastorales del caso. No pueden faltar los supuestos psíquicos o carismáticos que tratan sobre el Diablo y preparan recetas para liberar las influencias del mal, obviamente es necesario comprar sus libros. Muy peligrosos son aquellos que se sienten investidos por legado espiritual de algún exorcista famoso defunto – ¡es recomdable si murió en “olor” de santidad! – para luego presumir de legados espirituales y transmigraciones de carismas adjunto al título de perfecto libertador.

Cuando era niño en los años 1980, en Italia sólo oíamos hablar del Diablo por boca del Padre Gabriele Amorth y de Monseñor Corrado Balducci, este último conocido como demonólogo pero quien en su vida nunca vio un exorcismo real y que relató algunas imprecisiones teológicas en su libro Il Diavolo. Al menos ellos eran sacerdotes honestos, conscientes de su papel y obedientes a la Iglesia. Hoy en día todo el mundo sabe escribir sobre el Diablo, especialmente aquellos que no deberían escribir nada.

En conclusión, sigue siendo cierto que es mejor y prudente hablar poco del Diablo y con referencias precisas a la Palabra de Dios, a la Revelación y al Magisterio. ¿Y sabeis por qué? Porque nuestra fe nunca se ha fundamentado – ni nunca lo estará – en el Diablo sino en Cristo y su resurrección que vence las obras del Diablo: el pecado y la muerte. Si al menos entendiéramos esto ya no tendríamos la angustia de la demonopatía con la sensación de estar atormentados por el Diablo. Mucho más importante y agotador es crearse una conciencia profunda que se desee vivir constantemente ante la presencia de Cristo y de su Espíritu. Esto es lo que nos dice el bienaventurado apóstol Santiago en su carta. Nos pide que seamos sumisos a Dios: esto es lo que nos permite resistir al Diablo y escapar de sus obras y trampas. Seguramente hay pocos exorcistas en la Iglesia hoy en día, de seguro muchos de nuestros obispos no estan dispuestos a nombrarlos y prefieren nombrar presidentes de la Cáritas diocesana, utilizar recursos para las políticas sociales y de bienestar, pero luego se pueden encontrar a pocos kilómetros de la curia diocesana con el weekend exorcistico a cien euros al día del presunto exorcista, carismático o vidente famoso sin ni siquiera soltar un suspiro. Y aunque el Obispo diocesano fuera consciente del evento, no le daría el peso adecuado: ojo que no ve, corazón pastoral que no siente. Lamentablemente el Diablo ciertas cosas las deja hacer, y cuando alguna vez lo hace, todo sale a la luz, tal y como sucede con ciertas cosas tan antiguas como el mundo que se hacen pero no se dicen y como les encantaba cantarlas a un conocido cuarteto musical italiano:

«Se hace, pero no se dice, se hace, pero no se dice y quien lo hizo calla, lo niega y es mentiroso y nunca te dice la verdad».

Sanluri, 07 de febrero de 2025

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Sporcizia nei locali pubblici tra sesso e teologia della mutanda – Dirty in public places between sex and theology of the underpant – Suciedad en lugares públicos entre sexo y la teología del calzóncillo

(English text after the Italian / texto español posterior al engles)

SPORCIZIA NEI LOCALI PUBBLICI TRA SESSO E TEOLOGIA DELLA MUTANDA

Noi preti dobbiamo essere di necessità tutti puttane che cercano di darsi a tutti, gratis et amor Dei, senza chiedere neppure la marchetta. Per questo sono solito dire, in modo serio e per nulla scherzoso, anzi con coerente spirito teologico, che, se non avessi fatto il prete, sicuramente avrei fatto la puttana. Ho scelto però di fare l’uno e l’altro: il prete e la puttana, per amor di Dio.

— Attualità ecclesiale —

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La Polizia di Stato preposta al controllo dei laboratori dei locali pubblici in cui si confezionano alimenti, un paio di settimane fa ha posto i sigilli a una nota pasticceria nel cuore del centro storico di Catania.

Il video che documenta lo stato dei locali è solo un archetipo necessario per parlare della disastrosa psicologia dei giustificatori a tutti i costi e costi quel che costi, pronti per questo ad affermare:

«… è vero, questo video è stato girato dalla Polizia di Stato nel pieno centro di Catania, nel salotto buono della città, ma una cosa del genere poteva accadere anche al Nord!».

Apro parentesi con un inciso: la teoria del “poteva essere” mi ricorda certi militanti della Sinistra radical chic italiana che vivono all’insegna del politically correct più onirico. Quelli, per intendersi, con i superattici ai Parioli e le ville a Capalbio, che dinanzi a una ragazza stuprata da una banda di immigrati clandestini nordafricani si affrettano a spiegare, in giro per i vari talk show televisivi, che avrebbe potuto essere stuprata anche da un gruppo di italiani. Sicuramente, alla vittima dello stupro destinato quasi sempre a lasciare segni traumatici indelebili con tutte le implicazioni reattive più complesse a livello psicologico e comportamentale, l’idea che i suoi stupratori avrebbero potuto essere anche italiani, le sarà di grande conforto, ma più che altro di preziosa utilità per superare un evento traumatico difficile da superare. Chiudo l’inciso e torno al tema in questione.

Che questo video ritragga il laboratorio di uno storico bar del centro di Catania e non del centro di Bolzano o Belluno, dove le norme igienico-sanitarie sono ben superiori e molto più rispettate che in certe zone della Sicilia, è un dato incontrovertibile, a prescindere della teoria giustificativa “sarebbe potuto succedere altrove”.

Passiamo dalla questione igienico-sanitaria a quella dottrinale-morale, perché siamo stati proprio noi preti che per generazioni abbiamo ossessionato gli adolescenti, come se tutto il mistero del male andasse rigorosamente e unicamente dalla vita in giù. Chi si è mai premurato di insegnare che un laboratorio come quello qui rappresentato è un’esaltazione del peccato mortale molto più della masturbazione di un adolescente in preda a tempeste ormonali? E non insorgano, certi bigotti laici, come già più volte accaduto, per insegnare al sottoscritto sacerdote che sono due cose diverse, dimostrando così di non sapere quanto possano essere gravi quei peccati contro la carità, che secondo loro sarebbero però altra cosa, rispetto al peccato mortalissimo di autoerotismo adolescenziale e cadute varie nel sesto comandamento, che ricordiamo è preceduto da altri cinque e poi seguito da altri quattro, sebbene non interessino a queste persone che si palesano rigorose solamente per tutto ciò che riguarda la sfera della sessualità.

Che sulla sessualità umana abbiamo esagerato oltre misura, lo scrivevo già quindici anni fa (vedere QUI), imperante la rigorosa morale di Giovanni Paolo II, quando il Santo Padre Francesco era ancora lontano da venire. Oggi, le cose che affermavo quasi vent’anni fa, le dice il Santo Padre, spesso persino in toni ironici, mentre a me, all’epoca, vigendo la grande moralofobia giovanpaolista, fu cantato a chiare note: «Vacci piano con questi discorsi, o rischi di non diventare prete». Replicai: «Certo, perché avanti a tutto e sopra a tutto va sempre la teologia della mutanda, vero?».

A cinque chilometri di distanza dal Palazzo Apostolico, il Santo Padre “santo subito!”, aveva l’immane disastro umano e morale del laboratorio di pasticceria dei Legionari di Cristo, presentati bene all’esterno come le vetrine di questa pasticceria del centro storico di Catania, salvo nascondere all’interno tutte le peggiori schifezze di Marcial Maciel Degollado e dei suoi fedelissimi complici. Essendo però, il Santo Padre e i suoi, troppo impegnati con la teologia della mutanda, certi laboratori non erano ispezionati, anche se tutti ne conoscevano esistenza e sporcizia interna.

Quando in tempi record, con un’imprudenza che pagheremo a breve dinanzi alla storia a prezzo sicuramente molto elevato, Giovanni Paolo II fu beatificato e poi canonizzato, proprio mentre tra beatificazione e canonizzazione era scoperto il laboratorio di pasticceria della Legione di Cristo e del suo fondatore, coloro che avevano deciso di avere a tutti i costi il santo subito dichiararono: «Il Santo Padre non era stato informato, anzi è stato ingannato». A prescindere dal fatto che informato lo fu più volte e pure nei dettagli più pericolosi e scabrosi, come documento in un mio libro (vedere QUI), pur ammesso non fosse stato informato e anzi ingannato, a maggior ragione resta da chiarire: chi non lo ha informato, ma soprattutto chi lo avrebbe ingannato? Perché l’inganno ― fatti salvi i casi di auto-inganno ―, comporta di necessità la sussistenza di un ingannatore. Dunque chi, ingannò Giovanni Paolo II? Domanda questa alla quale nessuno intende però rispondere.

Questi sono i nostri laboratori di pasticceria ecclesiali ed ecclesiastici, mentre, senza pudore e ritegno non avevamo di meglio da fare che dissertare sulla teologia della mutanda, inizio e centro dell’interno mistero del male. E oggi, in giro per i social media, dobbiamo leggere le assurdità di un esercito di laici cattolici, bigotti oltre ogni limite dell’umana decenza, che affermano senza pena di ridicolo che la Vergine Maria, a Fatima, alla piccola Giacinta Marto, rivelò che molte anime erano dannate per i peccati di lussuria, facendole vedere le anime dannate dei lussuriosi nell’inferno.

Dio ci liberi dai bigotti cattolici impegnati e militanti, perché solo la loro perversione e le loro ossessioni sessuali possono giungere a credere e poi diffondere come verità e dato certo la assurda diceria che la Vergine Maria, madre per antonomasia, grande pedagoga e sede dell’umana delicatezza, si sia messa a parlare di lussuria e lussuriosi a una bambina analfabeta di nove anni nata e cresciuta in una delle province più isolate, povere e retrograde del Portogallo d’inizi Novecento.

La teologia della mutanda non è mai piaciuta ai preti vissuti da sempre a contatto col materiale umano, consapevoli di essere peccatori che per ineffabile mistero di grazia hanno ricevuto mandato da Cristo Dio di assolvere dai peccati i peccatori secondo il ministero della Chiesa:

«Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23)

La teologia della mutanda piace terribilmente a certi laici cattolici da social media, dietro ai quali si celano spesso madri e padri frustrati e falliti che hanno figli e figlie pluri-divorziati e conviventi, o delle nipoti adolescenti che viaggiano con il materasso legato fisso sulla schiena per essere già pronte all’uso. Ma d’altronde è una storia vecchia quanto nota e risaputa: tutte quante puttane, ma solo e di rigore le figlie degli altri, non certo le proprie.

Certe cose le vedo e le vivo in modo diverso: noi preti dobbiamo essere di necessità tutti puttane che cercano di darsi a tutti, gratis et amor Dei, senza chiedere neppure la marchetta. Per questo sono solito dire, in modo serio e per nulla scherzoso, anzi con coerente spirito teologico, che, se non avessi fatto il prete, sicuramente avrei fatto la puttana. Ho scelto però di fare l’uno e l’altro: il prete e la puttana.

Dall’Isola di Patmos, 4 febbraio 2025

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DIRTY IN PUBLIC PLACES BETWEEN SEX AND THEOLOGY OF THE UNDERPANT

We priests must necessarily all be whores who try to give ourselves to everyone, freely and for the love of God, without even asking for compensation for the service offered. This is why I said, seriously and not at all jokingly, but rather with a coherent theological spirit, that if I hadn’t become a priest, I would have become a whore. But I chose to do both: the priest and the whore, for love of God.

— Attualità ecclesiale —

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The Italian State Police in charge of controlling the laboratories of public places where food is packaged, a couple of weeks ago sealed a well-known pastry shop in the heart of Catania’s historic center.

The video documenting the state of the premises is just a necessary archetype to talk about the disastrous psychology of justifiers at all costs, ready to justifier:

«… it’s true, this video was shot by the State Police in the very center of Catania, in the city’s good living room of this sicylian city, but such a thing could have happened also in North Italy!»

I open with a digression: the “it could have been” theory reminds me of certain militants of the Italian radical chic left who live in the name of the most dreamlike political correctness. Those, to be precise, with super-apartments in the rich residential neighborhoods of Rome and villas in the most exclusive areas of Tuscany, who, faced with a girl raped by a gang of illegal North African immigrants, are quick to explain in various television talk shows that the girl could have ended up raped even by a group of Italians. Surely, for the victim of a rape always destined to leave indelible traumatic marks with complex psychological and behavioral implications, the idea that her rapists could also have been Italians will be of great comfort, but more than anything else of precious usefulness to overcome a traumatic event that is difficult to overcome. I’ll close this parentheses and get back to the topic at hand.

That this video portrays the laboratory of a historic bar in the center of Catania and not in the center of Bolzano or Belluno, where hygiene and health standards are far superior and much more respected than in certain areas of Sicily, is an incontrovertible fact, regardless of the justifying theory “it could have happened elsewhere”.

Let’s move from the hygienic-health issue to the doctrinal-moral one, because it was we priests who for generations have obsessed adolescents, as if the whole mystery of evil went strictly and exclusively from the waist down. Who has ever bothered to teach that a workshop like the one represented in this video is a much more glorification of mortal sin than the masturbation of a teenager in the throes of hormonal storms? And let not these secular bigots rise up, as has already happened several times, to teach the undersigned priest that they are two different things, thus demonstrating that they do not know how serious those sins against charity can be, which to them however would be something different, compared to the the very mortal sin of adolescent autoeroticism and various falls in the sixth commandment, which we remember is preceded by five others and then followed by four others, although they are not of interest to these people rigorous only in everyhing that concerns the sexuality sphere.

That we have exaggerated beyond measure on human sexuality, I already wrote fifteen years ago (see HERE), when John Paul II’s strict morality prevailed, when the Holy Father Francis very far from reaching Rome. Today, the things I was saying almost twenty years ago are said by the Holy Father, often even in ironic tones, while I, at the time, with the great moralphobia in force under the pontificate of John Paul II, was told in clear terms: «Go easy with these speeches, or you risk not becoming a priest». I replied: «Sure, because before everything and above everything goes the theology of the underpant».

In Rome, five kilometers away from the Apostolic Palace, the Holy Father “saint immediately!”, had the immense human and moral disaster of the Legionaries of Christ’s “pastry”, which looked as good on the outside as the shop windows of this pastry in the old city centre of Catania, except that it hid inside all the worst rubbish of Marcial Maciel Degollado and his faithful accomplices. Being us, however, too busy with the theology of the underpant, certain workshops were not inspected, even though everyone knew of their existence and their dirty interior.

When in record time, with an imprudence that we will soon pay dearly before history, John Paul II was beatified and then canonized, between his beatification and his canonization the confectionery laboratory of the Legion of Christ and its founder was discovered. Those who had decided to have John Paul II declared a saint at all costs, immediately justified this fact by saying: «The Holy Father had not been informed, is was deceived». In reality, the Holy Father was informed several times and even in the most dangerous and scandalous details, as documented in one of my books (see HERE). However, if he really had not been informed and had been deceived, this would be one more reason to clarify: who did not inform him, but above all who deceived him? Because deception – except in cases of self-deception – necessarily implies the existence of a deceiver. So who deceived John Paul II? This is a question that no one intends to answer.

These are our laboratories of ecclesial and ecclesiastical pastry, while, without shame or restraint, we had nothing better to do than discuss the underpant theology, the principle and center of the entire mystery of evil. And today, in the sea of social media, we must read the absurdities of an army of lay Catholics, bigots beyond all limits of human decency, who affirm without penalty of ridicule that the Virgin Mary, in Fatima, to little Jacinta Marto, baby of only nine-year-old, said that many souls were damned for the sins of lust, making her see damned souls of the lustful in hell.

God deliver us from committed and militant Catholic bigots! Only people obsessed with human sexuality can believe and spread the absurd rumor according to which the Virgin Mary, mother par excellence, great pedagogue and seat of human delicacy, talking about lust and lustfuls to a little girl born and raised in one of the most isolated, poor and retrograde of Portugal by beginning of the 20th century.

The underpant theology has never pleased priests who have always lived in contact with human matter, aware of being sinners who by an ineffable mystery of grace have received from Christ God the mandate to absolve sinners from their sins according to the ministry of Church:

«When He had said this, He breathed on them and said, “Receive the Holy Spirit. If you forgive anyone his sins, they are forgiven; if you withhold forgiveness from anyone, it is withheld”» (Jhon 20, 22-23)

The underpant theology is terribly widespreadwith some lay Catholics on social media, behind which often hide frustrated and failed mothers and fathers who have multi-divorced and cohabiting sons and daughters, or teenage grandchildren who travel with the mattress tied firmly to their backs to be ready for use. But then again it’s an old and well-known story: all whores, but only other people’s daughters, not their own.

I see and experience certain things differently: we priests must necessarily all be whores who try to give ourselves to everyone, freely and for the love of God, without even asking for compensation for the service offered. This is why I said, seriously and not at all jokingly, but rather with a coherent theological spirit, that if I hadn’t become a priest, I would have become a whore. But I chose to do both: the priest and the whore, for love of God.

From the Island of Patmos, 4 February 2025

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SUCIEDAD EN LUGARES PÚBLICOS ENTRE SEXO Y LA TEOLOGÍA DE LOS CALZÓNCILLOS 

Los sacerdotes debemos necesariamente ser todos putas que tratamos de darnos a todos gratuitamente y por amor de Dios, sin ni siquiera pedir una compensación por el servicio. Por eso suelo decir de manera seria y nada de broma, incluso con un espíritu teológico coherente, que si no hubiera sido sacerdote, hubiera sido una puta. Sin embargo, elegí ser ambas cosas: el sacerdote y la puta, por amor de Dios.

— Attualità ecclesiale —

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La Policía Estatal italiana, encargada de controlar los talleres y las cocinas de los lugares públicos donde se envasan alimentos, cerró hace un par de semanas una reconocida pastelería en pleno centro histórico de la ciudad siciliana de Catania.

El vídeo que documenta el estado del local es sólo un arquetipo necesario para hablar de la desastrosa psicología de los justificadores de a toda costa, a cualquier precio, y dispuestos a decir:

«…si es cierto que este vídeo fue registrado por la Policía Estatal en el centro de Catania, ¡pero algo así también se podría encontrar al Norte de Italia!»

Abro una paréntesis para hacer una digresión: la teoría del “podría haber sido” me recuerda a ciertos militantes de la izquierda radical-chic italiana que viven en nombre de la corrección política más onírica. Aquellos que obviamente son de los penthouse en los barrios residenciales de Roma y de las villas en las zonas más exclusivas de la región Toscana. Y quienes ante una chica violada por una banda de norteafricanos se apresuran a explicar en distintos programas televisivos: que la muchacha también podía haber sido violada por una banda de italianos. Sin duda alguna, la víctima de una violación casi siempre está destinada a conservar marcas traumáticas imborrables con implicaciones reactivas muy complejas a nivel psicológico y conductual. La idea de que sus violadores también podían haber sido italianos sería de gran consuelo para ella, sobre todo de preciosa utilidad para superar el acontecimiento traumático y difícil de superar. Cierro esta paréntesis y vuelvo al tema en cuestión.

Que el vídeo muestre el laboratorio de un bar histórico en el centro de la ciudad de Catania, y no en el centro de ciudades como Bolzano o Belluno donde las normas de higiene y salud son mucho más estrictas y mucho más respetadas que en ciertas zonas de Sicilia, es un hecho incontrovertible, al margen de la teoría justificadora de: “también podría suceder en otros lugares”.

Del tema higiénico-sanitario pasemos al doctrinal-moral, porque nosotros mismos los sacerdotes, quienes por generaciones hemos obsesionado a los adolescentes en sus movimientos íntimos con las manos; como si todo el misterio del mal fuese de rigor y unicamente de la cintura para abajo. ¿Quién se ha prodigado en enseñar que un laboratorio como el registrado por el vídeo, es una exaltación del pecado mortal más que la misma masturbación de un adolescente en medio de sus tormentas hormonales? Y los fanáticos laicos que no se alcen y repliquen como ya ocurrió en pasado, enseñando al sacerdote que escribe, que son dos cosas totalmente distintas; demostrando con esto, de no saber cuán graves pueden llegar a ser los pecados contra la caridad. Según ellos, serían otra cosa comparado con el super pecado mortal del autoerotismo adolescente y de las caídas en el sexto mandamiento, que recordemos es precedido por otros cinco y seguido por otros cuatro mandamientos; aunque esto no interese a estas personas que sólo son rigurosas en todo lo que concierne a la esfera de la sexualidad.

Que sobre la sexualidad hemos exagerado más allá de todo límite, lo escribí hace quince años (ver AQUÍ), cuando prevalecía la moral rigurosa de Juan Pablo II y el Santo Padre Francisco aún estaba lejos por venir. Hoy las cosas que afirmé hace casi veinte años, las dice el Santo Padre y a menudo en tono irónico. Mientras que a mí en ese entonces con la gran moralofobia de Juan Pablo II me dijeron en tonos claros: «Deja de hablar así, o corres el riesgo de no ser ordenado sacerdote». Repliqué entonces diciendo: «Es cierto, porque por encima de todo y ante todo está la teología de los calzoncillos».

A cinco kilómetros del Palacio Apostólico, el Santo Padre “¡santo inmediatamente!”, tuvo el enorme desastre humano y moral del “laboratorio de pastelería” de los Legionarios de Cristo, presentados excelentemente en el exterior como los escaparates de la pastelería del centro histórico de Catania, salvo esconder por dentro todas las peores basuras de Marcial Maciel Degollado y de sus leales cómplices. Pero el Santo Padre y sus colaboradores estuvieron demasiados ocupados con la teología de los calzoncillos, mientras que ciertos laboratorios no eran inspeccionados aunque todos conocían su existencia y su suciedad interna.

Cuando en tiempo récord y con una imprudencia que dentro de poco pagaremos ante la historia con un precio muy alto, Juan Pablo II fue beatificado y luego canonizado. Y eso que durante su beatificación y canonización se descubrió el laboratorio de la Legión de Cristo y de su fundador; por ello, los que habían decidido obtener inmediatamente el santo a toda costa declararon: «El Santo Padre no había sido informado, al contrario había sido engañado». Independientemente del hecho de que informado fue en varias ocasiones e incluso con detalles peligrosos y escabrosos como lo he documentado en uno de mis libros (ver AQUÍ) incluso, suponiendo que no hubiera sido informado sino por el contrario engañado, con mayor razón se debe aclarar: ¿quién no lo habría informado pero sobre todo, quién lo habría engañado? Porque el engaño – salvo en los casos de autoengaño – implica necesariamente la existencia de un engañador. Por lo tanto, ¿quién engañó a Juan Pablo II? Ésta es una pregunta a la que nadie pretende responder.

Estos son nuestros talleres de pastelería ecclesial y eclesiástica, mientras que sin pudor ni freno no teníamos nada mejor que hacer que discutir sobre la teología de los calzoncillos, principio y centro de todo el mistero del mal. Y hoy en las redes sociales, tenemos que leer los absurdos de un ejército de católicos laicos, fánaticos más allá de todos los límites de una humana decencia, quienes afirman sin pena de ridículo: que la Virgen María en Fátima reveló a la pequeña partorcita Giacinta Marto que muchas almas fueron condenadas por los pecados de la lujuria, haciéndo ver las almas condenadas de los lujuriosos en el infierno.

Dios nos libre de los fanáticos católicos comprometidos y militantes, porque sólo sus perversiones y obsesiones sexuales pueden llegar a creer y difundir el absurdo rumor de que la Virgen María, madre por excelencia, gran pedagoga y sede de la delicadeza umana, habló de lujuria y de gente lujuriosa a una niña analfabeta de nueve años nacida y criada en una de las provincias más aisladas, pobres y retrógradas del Portugal de principios del siglo XX.

La teología de los calzoncillos nunca ha agradado a los sacerdotes que desde siempre han vivido a estrecho contacto con la materia humana, conscientes de ser pecadores y que por un inefable misterio de gracia, han recibido el mandato de Cristo Dios de absolver a los pecadores de sus pecados según el ministerio de la Iglesia:

Reciban el Espíritu Santo. A quienes ustedes perdonen los pecados, les quedarán perdonados; y a quienes no se los perdonen, les quedarán sin perdonar. (Jn, 20,22-23)

La teología de los calzoncillos gusta terriblemente a ciertos laicos católicos en las redes sociales, detrás de las cuales se esconden a menudo, madres y padres frustrados y fracasados que tienen hijos e hijas multidivorciados y convivientes, o sobrinas adolescentes que viajan con el colchón firmemente atado a la espalda, listo para su uso. Pero por otro lado, es una historia vieja y conocida: todas putas, pero sólo las hijas de los otros y  ciertamente no las propias.

Yo veo y experimento algunas cosas de manera diferente: los sacerdotes debemos necesariamente ser todos putas que tratamos de darnos a todos, gratuitamente y por amor de Dios, sin ni siquiera pedir una compensación por el servicio. Por eso suelo decir, de manera seria y nada broma, incluso con un espíritu teológico coherente, que si no hubiera sido sacerdote, hubiera sido una puta. Sin embargo, elegí ser ambas cosas: el sacerdote y la puta, por amor de Dios.

Desde La Isla de Patmos, 4 de febrero de 2025

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La visibile Chiesa delle toppe oltrepassa su una sedia a rotelle la Porta Santa della decadenza irreversibile (Italian, english, español)

(English text after the Italian / texto español posterior al ingles)

 

LA CHIESA DELLE TOPPE OLTREPASSA SU UNA SEDIA A ROTELLE LA PORTA SANTA DELLA DECADENZA IRREVERSIBILE

Questo Giubileo sarà un fallimento sul versante spirituale ed economico, perché è stata aperta una Porta Santa, non tanto su ciò che non siamo più, peggio! Abbiamo aperto la Porta Santa su quel che siamo diventati attraverso un’inversione di paradigma: la Chiesa di venticinque anni fa, nonostante fosse già gravemente ammalata, cercava di sforzarsi d’aprire, di spalancare le porte a Cristo; quella d’oggi, degente nel reparto per malati terminali oncologici, ha cercato d’aprire, di spalancare le porte al mondo.

—Attualità ecclesiale—

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Nell’esperienza dell’uomo e nella vita della Chiesa niente accade per caso, semmai siamo noi sempre più incapaci a leggere i segni. E così, a distanza di venticinque anni l’uno dall’altro, due Sommi Pontefici hanno aperto la Porta dell’Anno Santo, giungendo innanzi a essa col peso dell’anzianità e delle loro invalidanti malattie.

Nel Natale del 1999, la Chiesa visibile guidata da Giovanni Paolo II giunse gravemente malata dinanzi alla Porta Santa. Ne fu plastico paradigma questo Pontefice debilitato dal morbo di Parkinson, che aiutato da un cerimoniere rivestito con una dignitosa veste ecclesiastica, volle inginocchiarsi in ogni caso, sebbene con evidente difficoltà e grande sofferenza fisica. Mai accettò di derogare alle genuflessioni, specie dinanzi alla Santissima Eucaristia. Per la solenne occasione il Santo Padre era parato con un mantum che precede di secoli la nascita della Christianitas. Un parato noto nell’antica religio pagana romana come pluviale, usato dal Pontifex Maximus per ripararsi dalla pioggia, quando dall’alto del Pons Sublicio, ubicato tra gli attuali rioni Trastevere e Testaccio, all’altezza di Porta Portese, studiava i movimenti delle acque e il volo degli uccelli per interpretare il volere degli dèi.

Per il solenne evento giubilare del 2000 il Santo Padre indossò un piviale sul quale furono mosse molte critiche. Quel parato, confezionato a Prato, era stato tessuto con colori molto accesi: rosso, blu e oro, simboli presenti nella natura e nella dimensione spirituale umana. Il rosso tende a simboleggiare la vita e la forza; il blu l’unione tra cielo e terra; il giallo la divinità.

Riflettendoci a posteriori, quel gioco di colori fu come l’ultima esplosione di luce prima del sopraggiungere del grigio cupo che oggi ci avvolge e che non è imputabile né a lui né ai Sommi Pontefici che lo hanno succeduto dal 2005 a seguire, perché la crisi della Chiesa inizia da lontano. Basterebbe una minima conoscenza della storia — in questo mondo che coi ricordi giunge appena a ieri, dato che non arriva neppure a ieri l’altro — per comprendere che i germi della crisi originante la decadenza ecclesiale ed ecclesiastica, oggi sfrontatamente visibile, erano già presenti a cavallo tra i pontificati di Leone XIII e Pio X, tra fine Ottocento e inizi Novecento.

Se con Giovanni Paolo II la malattia premeva davanti alla porta, col Sommo Pontefice Francesco la Chiesa visibile l’ha oltrepassata imboccando un valico di non-ritorno, spinta sopra a una sedia a rotelle dall’ombra di un prete smagrito rivestito con un paio di pantaloni, anziché con una dignitosa veste ecclesiastica. Quella di Giovanni Paolo II, pur essendo una Chiesa in crisi già da decenni, si inginocchiava sempre dinanzi al Corpo e al Sangue di Cristo, lottando contro l’aggravamento ancorché ineluttabile della malattia. Quella di Francesco non s’inginocchia davanti al Corpo e al Sangue di Cristo, perché ormai gravemente malata in modo irreversibile. Però s’inginocchia a lavare e baciare i piedi a galeotti e prostitute alla Missa in Coena Domini, disprezzando la ricchezza dei nostri gloriosi luoghi di culto, che non sono il frutto di fasti principeschi, come qualche incolto potrebbe pensare, ma della fede dei credenti e dell’opera dei più grandi artisti che con essi hanno voluto rendere onore a Dio, offrendo il meglio e tributando il massimo che si potesse tributare al Divino Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. È per questo che su molti edifici ecclesiastici campeggia scolpita l’abbreviazione D.O.M, che significa: Deus Optimus Maximus. Se però da una parte si manifesta disprezzo per ciò che non si conosce, dall’altra non si esita a esaltare le carceri, dentro le quali si finisce per avere commesso dei crimini, salvo casi di innocenti ingiustamente condannati per errori giudiziari, o nei casi delle carceri dei regimi dittatoriali anti-democratici. Sebbene alcuni non lo ricordino, o non abbiano proprio presente questa realtà incontrovertibile, vale la pena ricordar loro che in galera ci finiscono i delinquenti.

Quanti si trovano all’interno delle carceri possono essere recuperati alla società, dopo un percorso di rieducazione, non esaltati come fossero devoti fedeli delle moderne cattedrali, o non meglio precisate vittime della cattiva società, colpevole di non averli compresi a fondo. Se sono lì dentro qualcuno, fuori, spesso più di uno, a volte persino famiglie intere, per loro causa hanno pianto. Sarebbe per ciò bene ricordare che il perdono è tale se va di pari passo con la pena inflitta dalla giustizia, che sul piano spirituale agisce come una purificazione del condannato, trasformando il carcere in una azione di quella grazia divina che prima forma e poi trasforma l’uomo attraverso l’espiazione di quelli che le leggi dello Stato indicano come reati, la dottrina cattolica come peccati. Nell’uno e nell’altro caso, sia per quanto riguarda i reati sia per quanto riguarda i peccati, gli Stati laici d’impronta liberal-democratica, come la Chiesa dal canto proprio, offrono in modo diverso, ma sostanzialmente simile, la possibilità di espiare, che implica di per sé quel recupero che cancella la colpa derivante dal crimine o peccato commesso. Questo è l’apostolato nelle carceri, il resto è solo surreale e dannosa ideologia, tra sciacquate di piedi e “giubilei galeotti” di un Sommo Pontefice che giunge dinanzi alla Porta Santa nella Papale arcibasilica di San Pietro facendosi spingere sulla sedia a rotelle da un pretino emaciato in pantaloni, perché in quel caso è impossibilitato ad alzarsi e camminare. Però s’alza in piedi e cammina per oltrepassare la Porta Santa aperta nel carcere di Rebibbia, paragonandolo a una basilica (cfr. video QUI). Qualcuno vuole ricordare al Santo Padre che a Roma abbiamo basiliche costruite sul sangue dei martiri cristiani uccisi in odium fidei e che il titolo basilicale non è particolarmente adatto per una cappella carceraria? E proprio qui risuonano alla mente le parole del Salmista:

Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?
Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?
Fino a quando nell’anima mia proverò affanni,
tristezza nel cuore ogni momento?
Fino a quando su di me trionferà il nemico?

Guarda, rispondimi, Signore mio Dio,
conserva la luce ai miei occhi,
perché non mi sorprenda il sonno della morte,
perché il mio nemico non dica: «L’ho vinto!»
e non esultino i miei avversari quando vacillo (Salmo 13, 2-5).

Il Giubileo, anche chiamato Anno Santo, ha una grande portata di carattere spirituale che investe la vita dell’intera Chiesa universale. Il cuore di questo evento è il Sacramento della Penitenza per la remissione dei peccati e delle pene per i peccati. La sua istituzione si perde nella notte dei tempi ed è legata all’esperienza dell’antico Popolo d’Israele. Il sito ufficiale della Santa Sede mette a disposizione un excursus storico che consiglio di leggere (cfr. Cos’è il Giubileo). È così preciso e ben fatto da rendere superflue ulteriori spiegazioni, perché dal mio canto non potrei che ripetere quanto in esso contenuto e spiegato.

Adesso vorrei passare dalla sfera spirituale a quella finanziaria, premettendo che in certe mie personali convinzioni spero di sbagliare e di doverne far pubblica ammenda nei mesi che seguiranno. Temo infatti che questo Giubileo sarà un fallimento sul versante spirituale ed economico, perché è stata aperta una Porta Santa, non tanto su ciò che non siamo più, peggio! Abbiamo aperto la Porta Santa su quel che siamo diventati attraverso un’inversione di paradigma: la Chiesa di venticinque anni fa, nonostante fosse già gravemente ammalata, cercava di sforzarsi d’aprire, di spalancare le porte a Cristo (cfr. QUI); quella d’oggi, degente nel reparto per malati terminali oncologici, ha cercato d’aprire, di spalancare le porte al mondo. E come spesso ho avuto modo di ricordare in questi ultimi anni, il compito che Cristo Dio ci ha affidato per divina missione non è quello di compiacere il mondo, ma di contrastarlo:

«Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Gv 15, 19).

Spesso le immagini possono riassumere un intero stato di cose senza ricorrere alle parole. Per esempio: che dire della episcopessa protestante seduta nei posti d’onore con gli esponenti delle varie religioni? Ma noi siamo includenti! Per questo, pur di escludere tutto ciò che è cattolico, di necessità dobbiamo includere tutto ciò che cattolico non è … beninteso, il tutto espresso col debito rispetto umano per quella Signora presente in tribuna d’onore come “vescova” nella Papale arcibasilica di San Pietro, senza che nessuno dei soloni clericali si rendesse conto che a questo modo si corre il rischio di lasciar passare un messaggio di normalizzazione e approvazione, posto che una donna non può auto-definirsi “vescovo” e che nessuno, sul versante cattolico, la può in qualche modo riconoscere come tale, anche se appartenente a una religione cristiana non cattolica nata dall’eresia e dallo scisma di Martin Lutero, che ricordiamo fu un eretico, non un riformatore.

Lutero non produsse affatto alcuna riforma, quella la fecero i Padri al Concilio di Trento, lui lacerò la Chiesa di Cristo con un terribile scisma, che tale rimane tutt’oggi, con buona pace delle episcope in tribuna d’onore all’apertura dell’Anno Santo sopra la tomba dell’Apostolo Pietro nella totale indifferenza del clericalismo includente.

Dicevamo del discorso economico … per il Giubileo del 2000 fu varato il decreto legge del 23 ottobre 1996, n. 551, recante «Misure urgenti per il Grande Giubileo del 2000», poi convertito nella legge del 23 dicembre 1996, n. 651. A quell’evento s’incominciò a lavorare anni prima, previo varo di apposite leggi, ma soprattutto fu stanziata una somma di danaro astronomica: 3.500 miliardi delle vecchie lire, corrispondenti nella odierna moneta a un miliardo e ottocento milioni di euro. Anche in questo caso rimando al sito ufficiale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, dove il tutto si trova documentato e dettagliato (cfr. QUI). Ciò detto va ricordato che il presidente dei vescovi italiani dell’epoca era il Cardinale Camillo Ruini, dotato di rare capacità politiche, con un esercito di vescovi al suo seguito che non erano ancóra le odierne caricature che gareggiano tra di loro a chi porta al collo la croce di legno più umile e povera, fatta possibilmente col materiale di una barca affondata al largo di Lampedusa sopra la quale i trafficanti di esseri umani trasportavano dei poveri clandestini disperati, incluse spesso donne e bambini.

Quella degli anni che precedettero il Giubileo del 2000 era un’altra Chiesa, un altro episcopato, un altro pontificato … ma soprattutto un’altra società e un altro assetto geopolitico nazionale e internazionale. Ma ecco un esempio esaustivo in grado di chiarire il tutto: all’epoca, in Italia, se prima delle elezioni amministrative qualche vescovo diocesano manifestava malumore per uno o alcuni candidati particolarmente polemici o aggressivi, questi provvedevano a correggere il tiro e abbassare i toni nel corso della campagna elettorale. Ma c’è di più: quando nel giugno del 2005 ci fu il referendum in Italia sulla procreazione assistita, il Cardinale Camillo Ruini invitò espressamente gli italiani a non andare a votare. Risultato: tre italiani su quattro non si recarono alle urne e il referendum risultò un fiasco (cfr. QUI). Il fatto che personalmente apprezzi e riconosca certe evidenti e indubbie qualità del Cardinale Camillo Ruini, rammaricandomi che oggi, figure della sua alta levatura, purtroppo non ne abbiamo più, nulla toglie al fatto che mai mi sarei auspicato di averlo come mio vescovo diocesano. Tutt’oggi proseguo infatti a considerarlo, sul piano umano e spirituale, come «un freddo osso secco rivestito di velluto», tale ebbi a definirlo, con sua scarsa gioia, alcuni anni fa, incurante da parte mia di quanto sia notoriamente permaloso, oltre che privo di senso dell’umorismo.

Con tutt’altri uomini e tutt’altro genere di Chiesa, in occasione del grande evento giubilare del 2000, Roma fu rifatta nuova. Ciò nell’interesse dello Stato, che recuperò con alti introiti e interessi sia economici che d’immagine quanto investito, ma anche della Chiesa, che grazie agli ingenti fondi stanziati per quell’evento straordinario poté approfittarne per mettere mano alla gran parte delle proprie strutture, molte delle quali versavano già da anni in pessime condizioni. E qui va ricordato che Roma, già all’epoca, brulicava di istituti religiosi, gran parte dei quali costruiti dopo il Concordato stipulato nel febbraio 1929 tra il Regno d’Italia e la Santa Sede. Opere perlopiù erette negli anni Trenta del Novecento, in una vera e propria gara tra gli Ordini storici e le varie Congregazioni religiose, maschili e femminili, a chi costruiva gli istituti più grandi. Alle porte del Terzo Millennio, con un drastico calo di natalità iniziato sul finire degli anni Sessanta del Novecento, certe scuole cattoliche, asili per l’infanzia e istituti vari per l’assistenza, non avevano più motivo di esistere, trattandosi perlopiù di strutture faraoniche. Va poi considerato che nel 1978 fu approvata quella grandissima conquista sociale della legge sull’aborto, grazie alla quale sparirono anche gli orfanotrofi, di cui non c’era più bisogno, dato che i figli potevano essere ammazzati prima di nascere. Per non parlare delle numerose curie e case generalizie dei vari Ordini e Congregazioni maschili e femminili, quasi sempre con noviziati o studentati teologici al loro interno, che le portavano ad avere, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, comunità che giungevano a contare cento o duecento religiosi, tra quelli che avevano professato i voti solenni e i giovani professi semplici in formazione.

Nella Roma d’inizi anni Settanta era impossibile non incontrare ovunque, lungo i corsi delle vie urbane, preti e suore, frati e monache. Poi c’erano i giovani seminaristi e gli studenti di teologia dei vari seminari e collegi romani nazionali e internazionali, che quando si recavano a passeggio formavano file di decine e decine di giovani chierici. Presto detto: il calo delle natalità e la crisi inesorabile delle vocazioni avevano ridotto nei decenni successivi, gran parte di queste grandi strutture, a essere abitate non più da cento o duecento, ma da sei o sette anziani religiosi o religiose, con gli stabili che versavano ormai in stato di semi-fatiscenza, con impianti obsoleti e fuori da ogni normativa di legge in materia di sicurezza. Fu così che in occasione del Giubileo del 2000, non solo furono ristrutturati gran parte di questi istituti, perché fu deciso di metterli in qualche modo a reddito, riservando una piccola ala a religiosi e religiose ridotti ormai numericamente ai minimi termini e mutando il grosso degli stabili in case d’accoglienza, di fatto in alberghi, perché tali sono oggi la gran parte di questi istituti. Fu un’operazione lungimirante, grazie alla quale gli stabili di molti istituti furono salvati e messi in condizione di produrre il necessario danaro per sostenersi.

Purtroppo preti, frati e suore, sono capaci — e lo sono veramente come pochi — a gettar via danaro in spese inutili, talora persino in opere dannose da cui poi derivano grandi perdite, senza avere la capacità di rendersi conto che certe strutture richiedono grandi cure e attente manutenzioni. E così, venticinque anni fa, dopo essere stati tolti da guai molto seri, dinanzi a problemi legati ai loro grandi stabili che non erano in grado né di restaurare, né di conservare in modo adeguato, né di conformare alle normative di legge in materia di sicurezza, non hanno trovato di meglio da fare che lasciarli ritornare in stato di semi-fatiscenza nei successivi venticinque anni, non tutti, ma buona parte sì. Questa è quella che sono solito chiamare “psicologia della toppa clericale”. Presto svelato il significato di questa definizione: una struttura necessita di un intervento di manutenzione ordinaria? Perché mai spendere soldi, basta lasciar correre, semmai dicendo, con tutto il cinismo tipico e a tratti unico di preti, frati e suore: «Non vale la pena farsi inutilmente del sangue amaro, ci penseranno poi quelli che verranno dopo». A quel punto, tutti gli interventi di manutenzione ordinaria omessi nel corso degli anni, finiranno col mutarsi in serie esigenze di manutenzione straordinaria, che però costa parecchio. A quel punto, la nota lungimiranza pretesca-fratesca-suoresca incomincia ad attaccare delle toppe a destra e a sinistra, spendendo semmai cifre esorbitanti nella convinzione di risparmiare, perché pochi come preti, frati e suore sono così idioti nel farsi fregare soldi, se non sono stati adeguatamente formati alla concreta vita pratica con i piedi ben piantati per terra. Detto e fatto: i muri sono stati imbiancati l’ultima volta vent’anni fa? Gli infissi interni ed esterni, i condizionatori e i termosifoni, i sanitari installati sul finire degli anni Novanta del Novecento e via a seguire, sui quali non si è mai provveduto a interventi di necessaria manutenzione ordinaria, oggi stanno cadendo a pezzi? Nessun problema, ci si attacca una toppa, semmai — manco a dirsi! — facendosi fare i lavori da persone che, per cambiare dei banali filtri ai condizionatori, fanno pagare all’inesperienza pretesca-fratesca-suoresca più di quanto costerebbero degli impianti di ultima generazione a basso consumo e ad alto risparmio energetico.

Giacché molti sarebbero gli esempi mi limiterò a uno soltanto: lo scorso anno ebbi modo di ritrovarmi in un istituto di suore mentre dei tinteggiatori stavano imbiancando le stanze della loro casa-albergo. Vedendoli miscelare pitture anonime dentro i secchi con abbondante acqua e sentendo un odore alquanto sgradevole che sapeva tutto quanto di sostanze chimico-tossiche, chiesi: «Che marca di pittura ecologica state usando?». Dopodiché, girando per i corridoi, notai un tripudio di sbavature non solo sui muri, ma pure sugli infissi, sui battiscopa e persino sugli estintori sporcati con colate di vernice. Presi il capomastro e gli dissi: «Se lei, in casa mia, avesse fatto una cosa del genere, non la facevo uscire dalla porta ma dalla finestra, guardandomi bene dal darle il becco di un solo quattrino». La sera, la madre superiora, mi affrontò irritata dicendomi di non disturbare più i loro lavoratori. Le risposi: «Delle persone che vi hanno collocato gli scarichi dell’acqua dei condizionatori dentro i box delle docce delle camere da letto degli ospiti e che non contenti vi hanno eliminato persino la messa a terra dall’impianto elettrico, non meritano di essere chiamati lavoratori ma delinquenti, mentre voi dimostrate di essere soltanto delle povere incapaci a gestire il cospicuo patrimonio di cui la vostra congregazione ha la grazia di poter beneficiare».

Una sedia a rotelle spinta da un emaciato prete in pantaloni ha inaugurato quello che ragionevolmente potremmo definire “Il Giubileo della toppa” messa sulla nostra irreversibile decadenza spirituale e finanziaria, di cui sono paradigma le nostre piazze e le nostre chiese sempre più vuote. O qualcuno dimentica forse che il 24 dicembre 1999 non era solo gremita Piazza San Pietro, perché la calca di persone arrivava fino a Castel Sant’Angelo e al Lungotevere? Qualcuno vuole fare i conti con il fatto tanto evidente quanto triste che il 24 dicembre 2024, come mostra la foto che accompagna questo articolo, la stessa piazza era completamente vuota al centro e che nei quattro quadrati di sedie poste sotto la scalinata del sagrato, sono visibili tanti posti vuoti?

La domanda conclusiva è di rigore: un devoto cattolico, per quale motivo dovrebbe partire dall’Australia o dal Perù per muoversi in viaggio verso Roma? Forse per sentire un anziano Pontefice che quando apre bocca parla di poveri e migranti, di migranti e poveri, di poveri e migranti …? Come se il Verbo di Dio fosse venuto in questo mondo solo per parlare e prendersi cura dei poveri delle favelas e di quelli delle Villas de las miserias (Villaggi della miseria)? E quelli che non hanno il grande privilegio di essere poveri, sono anch’essi figli di Dio, oppure no? E che cosa troverebbe a Roma il pellegrino giubilante? Troverebbe i barboni accampati sotto il colonnato del Bernini; troverebbe Borgo Santo Spirito e Borgo Pio, rispettivamente alla sinistra e alla destra del Vaticano e di Piazza San Pietro, dove il mattino presto i commercianti sono costretti a lanciare secchi di varechina per cercare di togliere l’odore acido di urina che penetra le narici in modo nauseabondo. E dove dovrebbe alloggiare il pellegrino giubilante? Forse dalle suorine o dai fraticelli che dopo il Giubileo del 2000, una volta avute le loro strutture rifatte gratis dallo “Zio Paperone” della Repubblica Italiana, non si sono mai posti il problema di rinnovare letti e materassi o di rifare i sanitari; di riprendere gli intonaci e tinteggiare le pareti; che per colazione ti offrono latte liofilizzato e polveri di surrogati da fare invidia ai prodotti messi in commercio durante il periodo in cui il vecchio regime fascista proclamò l’autarchia, in seguito alla quale non era più possibile usare prodotti di importazione estera, a partire dal caffè? Sorvoliamo sulla pessima qualità dei cibi, in queste case che offrono anche il servizio dei pasti. Soprattutto sorvoliamo sulle suore indiane e filippine prese dai loro Paesi e portate nelle case religiose di Roma e poste sotto la direzione di una suora italiana ottantenne come manovalanza pari a donne di servizio, alle quali ci si deve rivolgere in inglese, perché pur vivendo in Italia da dieci anni non sono in grado di comprendere e parlare l’italiano. Sorvoliamo e stendiamo un velo pietoso su tutto questo e su tutto ciò che di peggio ancóra circola per certe case …

Sul finire, come non accennare ai personaggi esotici che sempre più spesso capita di trovare a lavoro nelle case di accoglienza, soprattutto delle suore, che variano dalle ragazze con la pancia scoperta ai ragazzi che sfoggiano tre campanelle alle orecchie, il piercing e i tatuaggi in bella vista? Della serie: vogliamo ospitare i pellegrini in case religiose di accoglienza, oppure in succursali malriuscite del celebre circolo gay del Muccassassina di Roma? Come mai alla Santa Sede, attenta talora persino alle futilità, non è ancora passato per la mente di mandare in giro degli ispettori per verificare se certe case gestite da religiosi e religiose, o da loro preposti laici, hanno veramente tutti i requisiti necessari per fare cosiddetta accoglienza religiosa in modo dignitoso?

Avere aperto la Porta Santa nel carcere di Rebibbia è stata cosa opportuna e a suo modo lungimirante, essendo il luogo più adatto dove molti di noi dovrebbero stare, ed anche per lungo tempo, dopo avere attentato al corpo mistico di Cristo che è la Chiesa (cfr. Col 1,18), sul quale oggi si attaccano sopra toppe di giorno in giorno, che però non possono arrestare e men che mai sanare le metastasi maligne messe in circolo nel suo organismo da decenni e decenni, senza che di esse possa essere incolpato questo pontificato, che non ne è responsabile, pur avendo fatto il suo, senza tirarsi indietro quando ai danni già ampiamente esistenti da svariati decenni, ha deciso di sommarne altri, tanto originali quanto gravi.

«Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8)

 

dall’Isola di Patmos, 31 dicembre 2024

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THE CHURCH OF THE PATCHES PASSES THE HOLY DOOR OF IRREVERSIBLE DECADENCE ON A WHEELCHAIR

This Jubilee will be a failure on the spiritual and economic front, because a Holy Door opened, not so much on what we are not longer, worse! On what we have become through a paradigm inversion: the Church of twenty-five years ago, despite al-ready being seriously ill, tried to open, to throw open the doors to Christ; the Church’s today, a patient in the ward for terminal-ly patients, has tried to open, to throw open the doors to the world.

 

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In the experience of man and in the life of the Church nothing happens by chance, if anything we are increasingly incapable of reading the signs. And so, twenty-five years apart from each other, two Supreme Pontiffs opened the Door of the Holy Year, both with the weight of their seniority and their disabling illnesses.

At Christmas 1999, the visible Church led by John Paul II appeared seriously ill in front of the Holy Door. This Pontiff, debilitated by Parkinson’s disease, was a clear example of this: aided by a master of ceremonies, dressed in a dignified ecclesiastical robe, he still wanted to kneel, albeit with obvious difficulty and great physical suffering. The Holy Father never agreed to give up genuflections, especially before the Holy Eucharist. For the solemn occasion the Holy Father was dressed in a cloak that precedes the birth of Christianity by centuries. A cloak known in the ancient Roman pagan religion as a “pluviale”, used by the Pontifex Maximus, starting from the 6th century BC, to protect himself from the rain, when from the top of the Pons Sublicio, located between the current Roman districts of Trastevere and Testaccio, to the height of Porta Portese, he studied the movements of water and the flight of birds to interpret the will of the gods.

For the solemn jubilee event of 2000 the Holy Father wore a cope which received much criticism. That liturgical vestment, made in the italian city of Prato, was woven with very bright colors: red, blue and gold, symbols present in nature and in the human spiritual dimension. The red tends to symbolize life and strength; the blue the union between sky and earth; the yellow the divinity.

If we reflect on it in the present, that play of colors was like the last explosion of light before the arrival of the dark-gray that envelops us today and which cannot be attributed either to him or to the Supreme Pontiffs who succeeded him from 2005 onwards, because the crisis of the Church begins from afar. A minimal knowledge of history would be enough — in this world which with memories barely reaches yesterday, given that it doesn’t even reach the day before yesterday — to understand that the seeds of the crisis ecclesiasial and ecclesiastical decadence, visible today, were already present between the pontificates of Leo XIII and Pius X, between the end nineteenth century and the beginning twentieth century.

If with John Paul II the disease pressed in front of the door, with the Supreme Pontiff Francis the visible Church has gone beyond it, entering a point of no return, pushed on a wheelchair by the shadow of a gaunt priest dressed in a pair of trousers, rather than with a dignified ecclesiastical robe. That of John Paul II, despite being a Church in crisis for decades, always tried to kneel before the Body and Blood of Christ, trying not to become irreversibly ill. Francis’s does not kneel before the Body and Blood of Christ, because she is now seriously and irreversibly ill. However, he kneels down to wash and kiss the feet of convicts and prostitutes at the Missa in Coena Domini (Mass of the Lord’s Supper), despising the richness of our glorious places of worship, which are not the fruit of princely splendor, as some uneducated people might think, but of faith of believers and of the work of the greatest artists who with wanted to honor God offering the best and the maximum that could be paid to the Divine Creator of heaven and earth, of all visible and invisible things. This is why the abbreviation D.O.M, which means: Deus Optimus Maximus (to God we always offer the best and the maximum), carved on many ecclesiastical buildings. However, if on the one hand there is contempt for what is not known, on the other there is no hesitation in glorifying prisons, in which one ends up having committed crimes, except in cases of innocent people unjustly convicted due to judicial errors, or in the cases of the prisons of anti-democratic dictatorial regimes. Although some do not remember it, or are not aware of this incontrovertible reality, it is worth reminding them that criminals end up in prison.

Those inside prisons must be recovered, not exalted as if they were devoted builders of modern cathedrals, or unspecified victims of the bad society guilty of not having fully understood them. If one is in there, you need to remember that outside, someone, often more than one, sometimes even entire families, have cried of cause him. It would therefore be good to remember that forgiveness is such if it goes hand in hand with the punishment inflicted by justice, which on a spiritual level acts as a purification of the condemned, transforming prison into an action of that divine grace which first forms and then transforms the man through the expiation of those that human law indicates as crimes, Catholic doctrine as sins. In both cases, both as regards crimes and as regards sins, secular states with a liberal-democratic imprint, like the Church for its part, offer the possibility of atoning in a different but essentially similar way, which it implies that healing which erases the guilt deriving from the crime or sin committed. This is the apostolate in prisons, the rest is just surreal and harmful ideology, between eccentric foot-washing to prisoners and prostitutes in the Missa in Coena Domini, and the ‘prison jubilees’ of a Supreme Pontiff who arrives before the Holy Door of the Papal Archbasilica of St Peter’s in a wheelchair pushed by an emaciated priest in trousers, because he cannot get up and walk; yet he gets up and walks two days later to cross the Holy Door opened in Rome’s Rebibbia prison, where he compares the prison chapel to a basilica (see video HERE). Does anyone want to remind the Holy Father that in Rome we have basilicas built on the blood of Christian martyrs killed in hatred of the faith (in odium fidei) and that, for this reason, the title of basilica is not appropriate for a prison chapel? And right here the words of the Psalmist come to mind: 

How long must I take counsel in my soul and have sorrow in my heart all the day?
How long shall my enemy be exalted over me?

Consider and answer me, O Lord my God; light up my eyes,
lest I sleep the sleep of death,
lest my enemy say, “I have prevailed over him,”
lest my foes rejoice because I am shaken.

But I have trusted in your steadfast love;
my heart shall rejoice in your salvation (Psalm 13, 2-5).

The Jubilee, also called the Holy Year, has a great spiritual significance that affects the life of the entire universal Church. Heart of this event is the Sacrament of Penance for the remission of sins and cancellation of the sentence. Its institution is lost in the mists of time and is linked to the experience of the ancient People of Israel. The official website of the Holy See provides a historical excursus that I recommend reading (see: What is the Jubilee). It is so precise and well done that further explanations are superfluous, because for my part I could only repeat what is contained and explained in it.

Now I would like to move from the spiritual to the financial sphere, starting from the assumption that I hope to be wrong in some of my personal beliefs, and to publicly ask for forgiveness for them in the following months. I fear that this Jubilee will be a failure on the spiritual and economic front, because a Holy Door has been opened, not so much on what we are no longer, worse! We have opened the Holy Door on what we have become through a paradigm inversion: the Church of twenty-five years ago, despite already being seriously ill, tried to force itself to open, to throw open the doors to Christ (see HERE); the Church of today is in the ward for terminally ill cancer patients, because has tried to open, to throw open the doors to the world. And as I have often had the opportunity to remember in recent years, the task that Christ God has entrusted to us by divine mission is not to please the world, but to oppose it:

«If you were of the world, you would be loved by the world: but because you are not of the world, but I have taken you out of the world, you are hated by the world» (John 15:19).

Often images can summarize an entire state of affairs without resorting to words. For example: the Protestant woman bishop in places of honor among the exponents of the various religions. But let’s be inclusive! In fact, to exclude everything that is Catholic, it is necessary to necessarily include everything that is not Catholic… All expressed with due human respect for that Lady present as “bishop” in the Pontifical Archbasilica of St. Peter. The leaders ecclesiastics don’t realize that in this way they risk transmitting a message of normalization and approval, given that a woman cannot define herself as a “bishop” and that no one on the Catholic side can in any way recognize her as such. It should not be forgotten that this Lady belongs to a non-Catholic Christian religion born in the 16th century from the heresy and schism of Martin Luther, who we remember was a heretic, not a reformer.

Luther did not produce any reforms. The true and only reform was made by the Fathers of the Council of Trent. Luther tore apart the Church of Christ with a terrible schism, which remains so even today, with all due respect to the Protestant women-bishops welcomed into places of honor for the opening of the Holy Year on the tomb of the apostle Peter. All this in total indifference of inclusive clericalism.

But let’s get to the economic question. For the Jubilee of 2000, work in Rome had begun years earlier. Specific laws have also been approved: Legislative Decree 23 October 1996, n. 551, containing «Urgent measures for the Great Jubilee of 2000», later converted into law 23 December 1996, n. 651. Above all, an astronomical sum of money was allocated: 3,500 billion of the old lire, corresponding in today’s money to one billion and eight hundred million euros (approximately 1,878,000,000.00 USD). Also in this case I refer you to the official website of the Ministry of Infrastructure and Transport of the Italian Republic, where everything is documented and detailed (see HERE). Having said this, it should be remembered that the president of the Italian bishops of the time was His Eminence the Cardinal Camillo Ruini, endowed with rare political skills, with an army of bishops following him who were not caricatures like today’s bishops, who compete between of them to those who carry on their chest the humblest and poorest wooden cross, made with the material of a sunken boat off the sicilian coast of Lampedusa isla on which human traffickers transported poor desperate illegal immigrants, including women and innocents children.

That of the years preceding the Jubilee of 2000 was another Church, another episcopate, another pontificate… but above all another society and another national and international geopolitical structure. But here is an exhaustive example capable of clarifying everything: at the time, in Italy, if before the administrative elections some diocesan bishop expressed discontent towards a particularly polemical or aggressive candidate, immediately the candidate corrected his tone during the electoral campaign. But there’s more: when the referendum on assisted procreation was held in Italy in June 2005, Cardinal Camillo Ruini expressly invited Italians not to go and vote. Result: three out of four Italians did not go to the polls and the referendum was a flop (see HERE). The fact that I appreciate and recognize certain undoubted qualities of Cardinal Camillo Ruini, stating that today, unfortunately, we no longer have figures of his high level, does not take anything away from the fact that I would never have hoped to have him as my diocesan bishop. Even today, on a human and spiritual level, I continue to consider it “a cold and dry bone covered in velvet”. This is how I defined him, to his scant joy, a few years ago, without caring how notoriously touchy and humorless the Cardinal is.

With completely different men and a completely different kind of Church, on the occasion of the great Jubilee event of 2000, Rome was remade new. This was in the interest of the State, which recovered what it had invested with high revenues and both economic and image interests, but also of the Church, which thanks to the huge funds allocated for that extraordinary event was able to take advantage of renovate most of its structures, many of which had already been in terrible conditions for years. And here it should be remembered that Rome, already at the time, was teeming with religious institutes, most of which were built after the Concordat stipulated in February 1929 between the Kingdom of Italy and the Holy See (in 1929, after the fall of the Papal State and the conquest of Rome in September 1870, the Kingdom of Italy recognized the Vatican City as an independent sovereign state governed by the Roman Pontiff). Works mostly erected in the 1930s, in a real competition between the historical Orders and the various religious Congregations, male and female, to see who built the largest institutes. At the gates of the Third Millennium, with a drastic decline in the birth rate that began at the end of the 1960s, certain Catholic schools, nursery schools and various care institutions no longer had any reason to exist, as they were mostly pharaonic structures. It should also be considered that in 1978, in Italy, the “great social conquest” of the law on abortion was approved, thanks to which orphanages also disappeared, for which no longer any need, given that children could be killed before they were born. Not to mention the numerous general houses of the various male and female Orders and Congregations, with novitiates or theological school within them, which led them to have, between the fifties and sixties, communities that numbered one hundred or two hundred religious, among those who had professed solemn vows and the young simply professed people in training.

In Rome, at the beginning of the seventies, it was impossible not to encounter priests, friars and nuns everywhere along the urban streets. Then there were the young seminarians and theology students from the various national and international Roman seminaries and colleges, who when they went for a walk formed lines of dozens and dozens of young clerics. In simple words: the decline in the birth rate and the inexorable crisis of vocations had reduced the majority of these large structures in the following decades to being inhabited no longer by one hundred or two hundred, but by six or seven elderly men and women religious, residing in buildings which were now in semi-degraded state, with obsolete systems and outside of any legal regulations regarding safety. So it was that on the occasion of the Jubilee of 2000, not only were a large part of these institutes renovated, but it was decided to make them profitable in some way, reserving a small wing for men and women religious, now reduced to a few members, and all the rest used for holiday home, in fact in hotels, because this is what most of these institutions are today: low-cost hotels. It was a far-sighted operation, thanks to which the buildings of many institutions were saved and made capable of producing the money necessary for their maintenance.

Unfortunately, priests, friars and nuns are capable — and they really are like few others — of wasting money on useless expenses, sometimes even on harmful works which then lead to great losses, without having the ability to realize that certain structures require a lot of care and maintenance. And so, the well-known sapience of priests, friars and nuns begins to attach patches left and right, spending exorbitant amounts in the belief of saving money, because few like priests, friars and nuns are so idiotic as to let themselves be robbed, if they have not been adequately trained in concrete practical life with their feet firmly planted on the ground. All said and done: were the walls, last painted twenty years ago? The internal and external fixtures, the air conditioners and radiators, the sanitar elements dilapidated and broken today fixtures, on which the necessary routine maintenance, has never been carried out they were installed in the late 90s? No problem, just apply a patch, entrusting the repairs to people who, to change banal filters on air conditioners, make the inexperience of priests, friars and nuns pay more than what the new latest generation air conditioners with low consumption and high energy savings would cost.

Since there are many examples, I will limit myself to just one: last year I had the opportunity to find myself in a nuns institute while some painters were painting the rooms of their house-hotel. Seeing them mixing anonymous paints in buckets with plenty of water, and smelling a rather unpleasant odor that smelled entirely of toxic chemical substances, I asked: “What brand of ecological paint are you using?”. Then, walking around the corridors, I noticed a riot of smudges not only on the walls, but also on the fixtures, on the skirting boards and even on the fire extinguishers dirtied with paint flows. I took the foreman and told him: “If you had done something like this in my house, I wouldn’t have let you out through the door but through the window, being careful not to give you a single penny.” In the evening, the mother superior confronted me irritably and told me not to disturb their workers anymore. I replied to her: «The people who placed the water drains from the air conditioners inside the shower cubicles of the guest bedrooms and who, not satisfied, even eliminated the earthing from the electrical system, do not deserve to be called workers but criminals, while you nuns demonstrate that you are womens incapable of managing the considerable patrimony from which your congregation has the grace of being able to benefit”.

A wheelchair pushed by an emaciated priest in trousers inaugurates what we might reasonably call “The Jubilee of patch” focused on our irreversible spiritual and economic decadence, of which our increasingly empty squares and churches are a paradigm. On 24 December 1999, the square of St. Peter’s, was not only packed, because the crowd of people reached as far as Castel Sant’Angelo. Same way, it is equally evident that on December 24, 2024 (as shown in the photo accompanying this article), the same square was completely empty in the central part, and in the four squares of chairs placed under the churchyard, several empty seats are visible.

The last question is obligatory: why should a devout Catholic leave Australia or Peru to go to Rome? Perhaps for hear an elderly Pontiff who, when he opens his mouth, speaks only of poor and migrants, of migrants and poor, of poor and migrants…? As if the Verb of God had come into this world only to speak and care for the poor of the “favelas” and “Villas de las miserias” (Villages of misery)? And those who do not have the great privilege of being poor, are they also sons of God, or not? And what would the jubilant pilgrim find in Rome? The clochards under Bernini’s colonnade; Borgo Santo Spirito and Borgo Pio, respectively to the left and right of the Vatican and St. Peter’s Square, where early in the morning traders are forced to throw buckets of bleach to try to remove the acidic smell of urine that penetrates the nostrils nauseatingly? And where should the jubilant pilgrim lodge? Perhaps by the nuns or friars who after the Jubilee of 2000, once they had their religiouse homes renovated free of charge by the “Uncle Scrooge” of the Italian Republic, never asked themselves the problem of renewing beds and mattresses or redoing the bathroom fixtures; restore the plaster and paint the walls; that they offer freeze-dried milk and substitute powders for breakfast that rival the products put on the market during the period in which the old fascist regime proclaimed autarky, following which it was no longer possible to use products imported, starting with coffee? Better not even to mention the very poor quality of the food they offer in these houses where they also serve meals. Better to ignore, for Christian charity’s sake, the problem of the Indian and Filipino nuns taken from their countries and brought to the religious houses in Rome, placed under the direction of an eighty-year-old Italian nun and used as serving women, who, despite living in Italy for ten years, are unable to understand and speak Italian. Let us overlook and draw a veil over all this and all the worst that circulates in certain homes…

Finally, how can we not mention the exotic characters that we working in this religious houses, especially in those of nuns, who vary from girls with bare bellies to boys who show off three earrings in their ears, piercings and tattoos view? But do we want to host pilgrims in religious homes, or in failed branches of a gay village? Why has it not yet occurred to the Holy See to send around inspectors to verify whether certain houses managed by men and women religious, or by their lay preposed, really have all the necessary requirements to do so-called religious reception in a dignified way?

Having opened the Holy Door in the Roman prison of Rebibbia was appropriate and in its own way farsighted, being the most suitable place where many of us should be, and also for a long time, after having launched an attack on the mystical body of Christ which is the Church (Colossians 1,18), on which attached day after day patches that cannot stop, much less cure, the malignant metastases that have been circulating in his body for decades and decades. A state of affairs for which this pontificate is certainly not responsible, despite having done its part, without holding back when, to the damage that has already largely existed for several decades, it decided to add others, as original as they are serious.

«But when the Son of Man comes, will he find faith on earth?» (Luke 18, 8)

 

From the Island of Patmos, 28 December 2024

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LA IGLESIA DE LOS PARCHES PASA EN SILLA DE RUEDAS LA PUERTA SANTA DE LA DECADENCIA IRREVERSIBLE

Este Jubileo será un fracaso en lo espiritual y lo económico, porque se ha abierto una Puerta Santa, no tanto sobre lo que ya no somos, ¡peor! Hemos abierto la Puerta Santa sobre lo que hemos llegado a convertirnos a través de una inversión de paradigmas: la Iglesia de hace veinticinco años, a pesar de estar ya gravemente enferma, trataba de esforzarse por abrir, de abrir de par en par las puertas a Cristo; la Iglesia de hoy, postrada como un paciente en la sala de enfermos terminales oncológicos ha tratado abrir de par en par las puertas al mundo.

 

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En la experiencia del hombre y en la vida de la Iglesia nada sucede por casualidad, si acaso somos nosotros cada vez más incapaces de leer ciertos signos. Y así, a veinticinco años de diferencia, dos Sumos Pontífices abrieron la Puerta del Año Santo, presentándose ante ella con el peso de la vejez y de sus enfermedades invalidantes.

En la Navidad de 1999, la Iglesia visible guiada por Su Santidad Juan Pablo II llegó gravemente enferma ante la Puerta Santa. Este Pontífice, debilitado por la enfermedad de Parkinson, fue un ejemplo plástico de ello: ayudado por un maestro de ceremonias vestido con un digna veste eclesiástica, quien quiso, en todo caso, arrodillarse aunque con evidentes dificultades y gran sufrimiento físico. Él nunca aceptó hacer excepciones con las genuflexiones, especialmente ante la Santísima Eucaristía. Para la solemne ocasión, el Santo Padre vistió un mantum que precede en siglos el nacimiento de la Christianitas. Un manto conocido en la antigua religión pagana romana como “pluvial”, utilizado por el Pontifex Maximus para resguardarse de la lluvia, cuando desde lo alto del Pons Sublicio, situado entre los actuales barrios de Trastevere y Testaccio, a la altura de Porta Portese, estudiaba los movimientos de las aguas y el vuelo de los pájaros para interpretar la voluntad de los dioses.

Para el solemne evento jubilar del año 2000, el Santo Padre vistió una capa sobre la que se hicieron muchas críticas. Aquella vestidura, confeccionada en Prato, había sido tejida en colores muy vivos: rojo, azul y dorado, símbolos presentes en la naturaleza y en la dimensión espiritual humana. El rojo suele simbolizar la vida y la fuerza; el azul, la unión del cielo y la tierra; el dorado, la divinidad.

Si lo reflexionamos en retrospectiva, aquel juego de colores fue como la última explosión de luz antes de la llegada de la grisura sombría que hoy nos envuelve; y que no es imputable ni a él, ni a los Sumos Pontífices que le sucedieron a partir de 2005; porque la crisis de la Iglesia comienza hace mucho tiempo. Un mínimo conocimiento de la historia bastaría — en este mundo con recuerdos que apenas llega hasta ayer, puesto que ni siquiera se alcanza el anteayer — para comprender que los gérmenes de la crisis que originó la decadencia eclesial y eclesiástica, descaradamente visible hoy en día, ya eran presentes entre los pontificados de León XIII y Pío X, a finales del siglo XIX y principios del siglo XX.

Si con Juan Pablo II la enfermedad presionaba ante la puerta, con el Sumo Pontífice Francisco la Iglesia visible cruzó un punto de no retorno, empujada sobre una silla de ruedas por la sombra de un sacerdote demacrado vestido con un par de pantalones, en lugar de una veste eclesiástica digna. La de Juan Pablo II, a pesar de ser una Iglesia en crisis desde hace décadas, siempre trató de arrodillarse ante el Cuerpo y la Sangre de Cristo, intentando no enfermar irreversiblemente. La Iglesia de Francisco no se arrodilla ante el Cuerpo y la Sangre de Cristo, porque ahora está grave e irreversiblemente enferma. Sin embargo, se arrodilla para lavar y besar los pies de los presos y de las prostitutas en la Missa in Coena Domini, despreciando la riqueza de nuestros gloriosos lugares de culto, que no son fruto del esplendor principesco — como algunas personas sin cultura podrían pensar — sino de la fe de los creyentes y de la obra de los más grandes artistas que quisieron honrar a Dios, ofreciendo lo mejor rindiendo el más alto homenaje que se podía ofrecer al Divino Creador del cielo y de la tierra, de todos cosas visibles e invisibles. Por eso la abreviatura D.O.M, que significa: Deus Optimus Maximus, está esculpida en muchos edificios eclesiásticos. Si por un lado se desprecia lo que no se sabe por otro lado, no se duda en exaltar las cárceles, dentro de las que se termina por haber cometido delitos, salvo el caso de inocentes condenados injustamente por errores judiciales. Aunque algunos no lo recuerden, o no sean realmente conscientes de esta incontrovertible realidad, conviene recordarles que los delincuentes acaban en la cárcel.

Los que están dentro de las cárceles deben ser recuperados, no exaltados como si fueran devotos fieles de las catedrales modernas, o víctimas no especificadas de una mala sociedad, culpable de no haberlos comprendido plenamente. Si están ahí adentro alguien, afuera, a menudo más de uno, y a veces incluso familias enteras, han llorado por su causa. Por tanto, sería bueno recordar que el perdón es tal si va de la mano de la pena infligida por la justicia, que en el plano espiritual actúa como una purificación del condenado, transformando la prisión en una acción de esa gracia divina que primero forma y luego transforma al hombre mediante la expiación de aquellos que la ley humana señala como delitos, y la doctrina católica como pecados. En ambos casos, tanto en lo que se refiere a los delitos como a los pecados, los Estados laicos de impronta democrático-liberal, como la Iglesia por su parte, ofrecen de manera diferente, pero sustancialmente similar, la posibilidad de expiar, lo que implica en sí mismo esa recuperación que borra la culpa derivada del delito o pecado cometido. Esto es el apostolado en las cárceles, el resto es ideología surrealista y dañina, entre lavada de pies y “jubileos de los prisioneros” de un Sumo Pontífice que llega ante la Puerta Santa de la Archibasílica Papal de San Pedro empujado en una silla de ruedas por un sacerdote demacrado en pantalones, porque en ese caso está imposibilitado a levantarse y caminar. Pero se levanta y camina hasta abrir la Puerta Santa en la prisión romana de Rebibbia, comparándola con una basílica (cfr. video QUI).

¿Alguien quiere recordarle al Santo Padre que en Roma tenemos basílicas construidas sobre el sangre de mártires cristianos asesinados con crueldad en odium fidei (en odio a la fe católica) y que el título de basílica no es particularmente adecuado para la capilla de una prisión? Y es aquí donde me vienen a la mente las palabras del salmista:

¿Hasta cuándo sentiré angustia en mi alma y tristeza en mi corazón, día tras día? ¿Hasta cuándo mi enemigo triunfará a costa mía?
Señor, Dios mío, mírame y respóndeme! Ilumina mis ojos para que no me duerma con los muertos,
y no diga mi enemigo que acabó conmigo, ni mis adversarios se alegren al verme vacilar.
En cuanto a mí, confío en tu bondad; conoceré la alegría de tu salvación y cantaré al Señor que me ha tratado bien (Salmo 13, 2-5).

El Jubileo, también llamado Año Santo, tiene un gran significado espiritual que afecta la vida de toda la Iglesia universal. El corazón de este evento es el Sacramento de la Penitencia para la remisión de los pecados y de las penas por los pecados. Su institución se pierde en la noche de los tiempos y está ligada a la experiencia del antiguo Pueblo de Israel. El sitio web oficial de la Santa Sede ofrece un recorrido histórico que recomiendo leer (ver: ¿Qué es el Jubileo?). Es un texto tan preciso y bien hecho que sobran más explicaciones, por mi parte sólo podría repetir lo contenido y explicado en él.

Ahora quisiera pasar de la esfera espiritual a la financiera, partiendo de la premisa de que espero equivocarme en ciertas convicciones personales y tener que enmendarlas públicamente en los próximos meses. Temo que este Jubileo será un fracaso en lo espiritual y lo económico, porque se ha abierto una Puerta Santa, no tanto sobre lo que ya no somos, ¡peor! Hemos abierto la Puerta Santa sobre lo que hemos llegado a convertirnos a través de una inversión de paradigma: la Iglesia de hace veinticinco años, a pesar de estar ya gravemente enferma, trataba de esforzarse por abrir, de abrir de par en par las puertas a Cristo (ver AQUÍ); la Iglesia de hoy, postrada como paciente en la sala de enfermos terminales oncológicos, ha tratado abrir, de abrir de par en par las puertas al mundo. Y como a menudo he tenido oportunidad de recordar en estos últimos años, la tarea que Cristo Dios nos ha encomendado por misión divina no es agradar al mundo, sino oponernos a él:

«Si ustedes fueran del mundo, el mundo los amaría como cosa suya. Pero como no son del mundo, sino que yo los elegí y los saqué de él, él mundo los odia» (Juan 15,19).

A menudo las imágenes pueden resumir todo un estado de cosas sin recurrir a las palabras. Por ejemplo: ¿qué decir con la episcopesa protestante sentada en los asientos de honor junto con representantes de diferentes religiones? ¡Pero es que somos inclusivos! Por lo tanto, para excluir todo lo que es católico, debemos incluir necesariamente todo lo que no es católico… por supuesto, todo obviamente expresado con el debido respeto humano hacia la Señora presente en el podio como “obispo” en la Archibasílica Papal de San Pedro, sin que ninguno de los solones clericales se dé cuenta que así corremos el riesgo de dejar pasar un mensaje de normalización y aprobación, porque una mujer no puede auto-definirse como “obispa” y nadie, del lado católico, de ninguna manera puede reconocerla como tal, ni siquiera si pertenece a una religión cristiana no católica nacida de la herejía y cisma de Martín Lutero, que recordamos: era un hereje y no era un reformador.

Lutero no produjo, de hecho, alguna reforma; la única reforma verdadera fue llevada a cabo por los Padres en el Concilio de Trento. Lutero desgarró la Iglesia de Cristo con un cisma terrible, que permanece tal cual hasta el día de hoy, con el debido respeto a las obispas en tribuna de honor a la inauguración del Año Santo, sobre la tumba del apóstol Pedro, con la total indiferencia del clericalismo inclusivo.

Hablebamos del discurso económico… para el Jubileo del 2000, se aprobó el Decreto ley del 23 de octubre de 1996, n. 551, que contiene «Medidas urgentes para el Gran Jubileo del 2000», posteriormente convertido en ley del 23 de diciembre de 1996, n. 651. Los trabajos para este acontecimiento comenzaron años atrás, tras la aprobación de leyes específicas, pero sobre todo con la atribución de la suma astronómica de dinero: 3.500 mil millones de las antiguas liras, que en la moneda actual equivalen a mil ochocientos millones de euros. También en este caso remito a la web oficial del Ministerio de Infraestructuras y Transportes, donde está todo documentado y detallado (ver AQUÍ). Dicho esto, hay que recordar que el presidente de los obispos italianos de esa época era Su Eminencia el Cardenal Camillo Ruini, dotado de raras habilidades políticas, seguido por un ejército de obispos que aún no eran como las actuales caricaturas, que compiten entre sí para ver quién lleva en el pecho la cruz de madera más humilde y pobre, posiblemente hecha con material de un barco hundido frente a la costa de la isla siciliana Lampedusa; barcos sobre los cuales traficantes de personas transportan a pobres inmigrantes ilegales y desesperados, entre los que a menudo hay mujeres y niños.

La de los años que precedieron al Jubileo del 2000 era otra Iglesia, otro episcopado, otro pontificado… pero sobre todo, otra sociedad y otra estructura geopolítica nacional e internacional. He aquí un ejemplo exhaustivo capaz de aclarar todo: en aquel periodo en Italia, si antes de las elecciones administrativas algún obispo diocesano manifestaba su descontento hacia uno o varios candidatos particularmente polémicos o agresivos, éstos tomaban medidas para corregir el objetivo y bajar el tono durante el curso de sus campañas electorales; pero hay más: cuando en junio de 2005 hubo un referéndum en Italia sobre la procreación asistida, el Cardenal Camillo Ruini invitó expresamente a los italianos a no ir a votar. Resultado: tres de cada cuatro italianos no acudieron a las urnas y el referéndum fue un fiasco (ver AQUÍ). El hecho de apreciar y reconocer personalmente ciertas cualidades evidentes e indudables del Cardenal Camillo Ruini, lamentando que hoy en día figuras de su alta talla, por desgracia ya no tenemos, no quita nada al hecho de que nunca lo hubiera deseado tener como obispo diocesano. De hecho aún hoy sigo considerándolo, a nivel humano y espiritual, como “un hueso frío y seco cubierto de terciopelo”, como lo definí, para su poca alegría, hace algunos años sin reparar, por mi parte, de cuanto sea notoriamente susceptible fuera de carecer de sentido del humor.

Con todo otro tipo de hombres y todo otro tipo de Iglesia completamente diferente, en ocasión del gran acontecimiento jubilar del año 2000, Roma se rehizo nueva. Fue también interés del Estado, que recuperó cuanto había invertido con altos ingresos e intereses tanto económicos como de imagen, como lo hizo la Iglesia, que gracias a los enormes fondos destinados a aquel extraordinario acontecimiento supo aprovechar para renovar la mayoría de sus estructuras, muchas de las cuales ya se encontraban en pésimas condiciones desde hacía años. Y aquí hay que recordar que Roma, ya entonces estaba repleta de institutos religiosos, la mayoría de los cuales fueron construidos después del Concordato estipulado en febrero de 1929 entre el Reino de Italia y la Santa Sede (en el 1929, después de la caída del Estado Pontificio y la toma de Roma en el septiembre 1870; el Reino de Italia reconoció a la Ciudad del Vaticano como un estado soberano independiente gobernado por el Romano Pontifice). Obras erigidas en su mayor parte en los años 1930, en una auténtica competencia entre las Órdenes históricas y las distintas Congregaciones religiosas, masculinas y femeninas, para ver quién construía los institutos más grandes. A las puertas del Tercer Milenio, con un drástico descenso de la tasa de natalidad iniciado a finales de los años 1960, ciertas escuelas católicas, guarderías y diversas instituciones de asistencia ya no tenían razón de existir, pues eran en su mayoría estructuras faraónicas. También hay que considerar que en el 1978 se aprobó en Italia el “gran logro social” de la ley sobre el aborto, gracias a la cual desaparecieron los orfanatos, ya no necesarios, dado que se podía matar a los niños antes de nacer. Por no hablar de las numerosas curias y casas generales de las distintas Órdenes y Congregaciones masculinas y femeninas, casi siempre con noviciados o estudiantados de teología en su interior, lo que llevó a tener, entre los años cincuenta y sesenta, comunidades que sumaban cien o doscientos religiosos, entre los que habían profesado votos solemnes y los jóvenes profesos simples en formación.

En la Roma de principio de los años setenta, era imposible no encontrar sacerdotes, frailes y monjas por todas partes a lo largo de las vías urbanas. También estaban los jóvenes seminaristas y estudiantes de teología de los distintos seminarios y colegios romanos nacionales e internacionales, que cuando salían a pasear formaban filas de decenas y decenas de jóvenes clérigos. En pocas palabras: la disminución de las tasas de natalidad y la crisis inexorable de las vocaciones habían reducido en las décadas siguientes la mayoría de estas grandes estructuras a estar habitadas no ya por cien o doscientos, sino por seis o siete religiosos y religiosas ancianos, con edificios que ahora se encontraban en un estado semi-ruinoso, con sistemas obsoletos y fuera de toda normativa legal en materia de seguridad. Así que, con ocasión del Jubileo del año 2000, no sólo se renovaron gran parte de estos institutos, sino que se decidió rentabilizarlos de alguna manera: reservando una pequeña ala para religiosos y religiosas, ahora numéricamente reducida a un mínimo y trasformando el grueso de los edificios en albergues, de hecho en hoteles, porque eso es lo que son hoy la mayoría de estas instituciones. Fue una operación con visión de futuro, gracias a la cual se salvaron los edificios de muchos institutos y se les permitió producir el dinero necesario para sostenerse.

Desgraciadamente, sacerdotes, frailes y monjas son capaces ― y realmente lo son como pocos ― en despilfarrar el dinero en gastos inútiles, a veces incluso en obras perjudiciales que luego provocan grandes pérdidas, sin darse cuenta de que determinadas estructuras requieren mucho cuidado y un esmerado mantenimiento. Y así, hace veinticinco años después de haber sido salvados de problemas muy graves, relacionados a sus grandes edificios que no habían podido restaurar, ni conservar adecuadamente, ni de adecuar a las normas legales en materia de seguridad; no encontraron nada mejor que hacer que dejarlos volver a su estado de semi-ruinoso a lo largo de los veinticinco años siguientes, no todos, pero buena parte de ellos sí. Esto es lo que suelo llamar “psicología del parche clerical”. Y es fácil revelar el significado de esta definición: ¿una estructura requiere un mantenimiento rutinario? Para qué gastar dinero, basta dejarlo así, y por si acaso, decir con todo el cinismo típico y a veces único de curas, frailes y monjas: “No vale la pena hacerse inutilmente la sangre amarga, ya se ocuparan los que vendrán después”. A este punto, todas las intervenciones de mantenimiento ordinario omitidas a lo largo de los años acaban convirtiéndose en serias necesidades de mantenimiento extraordinario, que sin embargo cuestan mucho. No hay problema, le pondremos un parche, confiando el trabajo a personas que, para cambiar los banales filtros de los aires acondicionados, harán que por la inexperiencia de sacerdotes, frailes y monjas se paguen más que lo que se pagan en los sistemas de última generación, de bajo consumo y alto ahorro de energía.

Como son muchos los ejemplos me limitaré a uno solo: el año pasado tuve la oportunidad de encontrarme en un instituto de monjas mientras pintores pintaban las habitaciones de su casa-hotel. Al verlos mezclar pinturas anónimas en baldes con abundante agua y oler un olor bastante desagradable que olía a sustancias químicas tóxicas pregunté: “¿Qué marca de pintura ecológica están usando?”. Luego, mientras caminaba por los pasillos, me di cuenta de una avalancha de manchas no sólo en las paredes, sino también en los muebles, en los zócalos e incluso en los extintores sucios con gotas de pintura. Agarré al capataz y le dije: «Si hubieras hecho algo así en mi casa, no te habría dejado salir por la puerta sino por la ventana, cuidándome de no darte ni un centavo». En la noche, la madre superiora irritada me dijo que no molestara más los trabajadores. Le respondí: «Las personas que han colocado los desagües del agua de los aparatos de aire acondicionado dentro de las duchas de las habitaciones de huéspedes y no satisfechos con eso, han incluso eliminado las tomas del sistema eléctrico, no merecen ser llamados trabajadores sino delincuentes. Mientras vos monjas demostráis que sois incapaces de gestionar el considerable patrimonio del que vuestra congregación tiene la gracia de poder beneficiarse».

Una silla de ruedas empujada por un sacerdote demacrado y en pantalones inauguró lo que razonablemente podríamos definir como “El Jubileo del parche” centrado en nuestra irreversible decadencia espiritual y financiera, de la que nuestras plazas e iglesias cada vez más vacías son un paradigma. ¿O tal vez alguien olvida que el 24 de diciembre de 1999 la Plaza de San Pedro estaba tan llena de gente que la multitud de fieles llegaba hasta el Castillo Sant’Angelo y el Lungotevere? Alguien quiere abordar el hecho tan evidente como triste de que el 24 de diciembre de 2024, como muestra la foto que acompaña a este artículo, la misma plaza estaba completamente vacía en el centro y que en los cuatro cuadrados de sillas colocadas bajo los escalones de la basilica se ven tantos asientos vacíos.

Una última pregunta es de rigor: ¿por qué un católico devoto dejaría Australia o Perú para viajar a Roma? ¿Para escuchar un anciano Pontífice que, cuando abre la boca, habla de pobres e inmigrantes, de inmigrantes y pobres, de pobres e inmigrantes…? ¿Como si el Verbo de Dios hubiera venido a este mundo sólo para hablar y cuidar los pobres de las favelas y de las Villas de la miseria? ¿Y los que no tienen el gran privilegio de ser pobres, son también hijos de Dios, o no? ¿Y qué encontraría el jubiloso peregrino en Roma? Encontraría a los vagabundos acampados bajo la columnata de Bernini; encontraría Borgo Santo Spirito y Borgo Pio, respectivamente a la izquierda y a la derecha del Vaticano y de la Plaza de San Pedro, donde a primera hora de la mañana los comerciantes se ven obligados a arrojar cubos de lejía para intentar eliminar el olor agrio de la orina que penetra las fosas nasales. de manera nauseabunda. ¿Y dónde debería alojarse el jubiloso peregrino? Quizás donde las monjas o frailes que después del Jubileo del 2000, una vez que el tío McPato o Scrooge McDuck de la República Italiana renovó gratuitamente sus estructuras, nunca se plantearon el problema de renovar camas y colchones o rehacer los sanitarios; restaurar el yeso y pintar las paredes; que ofrecen para el desayuno leche liofilizada y sustitutos en polvo que rivalizan con los productos comercializados durante el período en el que el antiguo régimen fascista proclamó la autarquía, tras la cual ya no era posible utilizar productos importados del extranjero, empezando por el café? Pasemos por alto la pésima calidad de los alimentos que esas casas ofrecen como servicio de comidas. Sobre todo, ignoremos la triste realidad de las monjas indias y filipinas sacadas de sus países, llevadas a las casas religiosas de Roma y puestas bajo la dirección de una monja italiana de ochenta años como mujeres del servicio domestico, a quienes hay que dirigirse en inglés, porque aunque hayan vivido en Italia durante diez años, no entienden ni hablan italiano. Pasemos por alto y corramos un tupido velo compasivo sobre todo esto y todo lo peor que circula en ciertas casas…

Y por último, ¿cómo no mencionar a los exóticos personajes que cada vez más encontramos trabajando en estas casas de recepción religiosa, especialmente en las casas de las monjas, que varían desde chicas con el vientre desnudo hasta chicos que lucen tres pendientes en las orejas, piercings y tatuajes en vista? De la serie: ¿queremos acoger a los peregrinos en casas religiosas de hospitalidad, o queremos transformar las casas religiosas en fallidas sucursales de un gay village? ¿Cómo es posible que la Santa Sede, incluso atenta a veces a las trivialidades, no se les haya pasado por la cabeza enviar inspectores para verificar si determinadas casas gestionadas por religiosos y religiosas, o por sus supervisores laicos, reúnen realmente todos los requisitos necesarios para las recepción religiosa de manera digna?

Haber abierto apertura de la Puerta Santa en la prisión romana de Rebibbia fue oportuna y previsora a su manera, siendo el lugar más apropiado donde muchos de nosotros deberíamos estar e incluso por mucho tiempo, después de haber atentado al Cuerpo místico de Cristo que es la Iglesia (Colosenses 1,18). Un Cuerpo Santo sobre el que hoy se colocan, día tras día, parches que no pueden detener, ni mucho menos curar, las metástasis malignas que lo atacan desde hace décadas. Las metástasis no fueron provocadas por este pontificado, que no es responsable de las mismas, a pesar de haber hecho su parte sin detener los daños que ya existían desde hacía varias décadas, decidió en cambio añadir otros, tan originales, como igualmente graves.

«Pero, cuando el Hijo del hombre venga, ¿encontrará la fe sobre la tierra?» (Lucas 18,8)

 

Desde la Isla de Patmos, 31 de diciembre de 2024

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Possiamo fare un Natale senza il festeggiato?

POSSIAMO FARE UN NATALE SENZA IL FESTEGGIATO?

Cristo Gesù Signore nostro, che in questo giorno ricordiamo incarnato nella nostra umanità e storia, manifesta il mistero fontale di tutti i misteri cristiani che sono in ordine alla nostra salvezza. 

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

 

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Il Natale è fra le festività più amate e celebrate nel mondo, perché universalmente considerata come un momento di gioia, di riunione familiare e di condivisione.

Le città in ogni parte del globo si illuminano di decorazioni scintillanti, i mercatini di Natale pullulano dei prodotti tipici di questo periodo e le case si riempiono del profumo dei piatti tradizionali. Ma si può celebrare questa Solennità, specificatamente cristiana, senza far accenno al motivo della festa? E’ vero che il Natale crea un’atmosfera magica, ma possiamo accontentarci solo di questa o di far prevalere la componente commerciale, senza ricordare il perché di questa occasione, ovvero senza invitare alla festa Colui che ne è la ragione e il motivo di tanta gioia e pace desiderata ed invocata?

Possiamo far Natale senza il Festeggiato, Cristo Gesù Signore nostro, che proprio in questo giorno ricordiamo incarnato nella nostra umanità e storia, manifestando così il mistero fontale di tutti i misteri cristiani che sono in ordine alla nostra salvezza? È proprio questo il messaggio angelico recato ai pastori nella notte santa di Natale:

«Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11).

Non può bastare e soddisfarci un Natale solo «consumato» nella festa o nei piatti, ancorché questo si faccia in famiglia o con gli amici. Anzi proprio la preparazione di questi ultimi, delle leccornie di ogni genere che riempiono le nostre tavole natalizie, del panettone o del pandoro, tradizionali dolci italiani del periodo, che dividono gli schieramenti degli amanti vuoi dell’uno o dell’altro, ci rimandano alla lentezza, a quella cura che richiede tempo e dedizione, rispetto della tradizione e della pazienza.

Così anche la nostra fede ha bisogno di altrettanta passione e cura, soprattutto quando si pone davanti al mistero tutto da adorare del Natale di Gesù. Esso non può essere adombrato dall’aspetto commerciale, dalla frenesia dello shopping natalizio alla ricerca del regalo perfetto per le persone che ci sono care. Nulla può oscurare il messaggio di amore, speranza e redenzione che il Natale porta con sé. Eppure anche le preparazioni, se fatte con amore, con la dovuta attenzione al loro significato, possono aiutarci a mantenere vivo questo aspetto importante della fede cristiana che corrisponde all’Incarnazione del Verbo divino.

Riscoprire lo spirito autentico del Natale anche attraverso le cose che si fanno in questo periodo, in famiglia o nella comunità cristiana, accantonando lo spirito solo mondano della festa per vivere ogni occasione con profonda fede e sincero amore fra noi e verso il Signore che nasce a Betlemme. Fare cose semplici insieme, come preparare i cibi che andranno sulla tavola, avere cura dei particolari per far si che tutti si sentano accolti e amati. Non dimenticando la condivisione con chi è più povero o sfortunato, perché proprio in questa circostanza possiamo rivalutare e dare pregnanza alla virtù della carità, poiché proprio per amore Cristo è nato per noi. E poi leggere storie di Natale, fra tutte i Vangeli della natività, che ci fanno comprendere il fine ed il significato di questo mistero; e partecipare alla Messa di Natale per comprendere attraverso l’azione liturgica e la preghiera quanto il Signore ci abbia amato venendo fra noi.

Quanto è prezioso, a tal fine, la presenza in casa e ovviamente in Chiesa, di un presepe. Diffuso in tutto il mondo, proprio da noi è nato, grazie al genio religioso di San Francesco che nel 1223 realizzò il primo presepe vivente a Greccio. Ogni figura del presepio ed i simboli in esso nascosto hanno un significato profondo di fede e di cultura: contribuiscono a raccontare la storia della nascita del Bambino Gesù.

Bello sarebbe, come avviene per esempio nelle famiglie religiose ebraiche in occasione di Pesach, che anche nelle famiglie cristiane, di fronte al Presepe si raccontasse ai più piccoli il perché di quelle figure, di quelle pose e di come il dono dell’eterno Padre fatto all’umanità, Gesù Bambino luce che porta al mondo la salvezza, sia passato attraverso la disponibilità di alcune persone, in particolare Giuseppe e la Vergine Maria.

Maria è la Madre che cogliamo nell’atteggiamento di amore e dedizione: richiamano la sua fede che si abbandonò al volere divino. San Giuseppe, col suo bastone, è il giusto silenzioso e pieno di forza, posto a protezione della famiglia di Nazareth, figura di una Chiesa di la da venire. Subito dopo i pastori, che si trovano nelle vicinanze di Betlemme, simbolo di umiltà e semplicità. Primi a ricevere l’annuncio della nascita di Gesù e primi ad accostarsi al mistero: anticipano la futura chiamata delle genti, fra le quali spiccheranno i gli umili e semplici.

E come non menzionare i Magi, che arrivano da lontano guidati dalla stella. Portano doni preziosi: oro, incenso e mirra, che ci aiutano a meditare in anticipo sulla regalità, sulla divinità e perfino sulla futura sofferenza di Gesù. Anche la presenza dei Magi nel presepio sottolinea l’universalità del messaggio cristiano, che abbraccia ogni popolo e cultura. Gli angeli poi, che sovrastano la scena della Natività, annunciano la buona novella della nascita del Signore. Essi cantano: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore», portando un messaggio di gioia e speranza. La stella infine, che guida i Magi fino alla mangiatoia, simbolo della luce divina e della grazia che illumina il cammino dell’umanità verso la salvezza. Perfino gli animali presenti nel presepio hanno una loro rilevanza spirituale. Il bue e l’asinello, spesso raffigurati accanto alla mangiatoia, rappresentano la pazienza e la laboriosità. Secondo la tradizione riscaldarono con il loro fiato il Bambino Gesù, indicando così la semplicità e la generosità della natura.

Il presepe e ogni aspetto legato al santo Natale, per banale che sia, ha un suo senso a cui possiamo dare il giusto valore col fine di aiutarci a comprendere il Natale oggi, nonostante siano passati circa 2024 anni da quell’Evento. Anche le cose della tradizione possono sposarsi con le innovazioni della modernità e ciò che è apparentemente antico in verità ha una validità che non tramonta. Così il Natale non appare come una festa di solo consumo o di luci, ma veicola un messaggio profondo e bello, carico di speranza per gli uomini e per il creato intero, che non tramonta mai e che non scade col passare del tempo. Dio ci ama e rimane con noi, per questo ha mandato il Suo Figlio Gesù, nato per noi.

 

Santa Maria Novella in Firenze, 25 dicembre 2024

Dies Natalis Domini

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