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L’inizio del ministero petrino di Leone XIV e il disincanto di un vecchio prete che spera ma non s’illude — The beginning of the petrine ministry of Leo XIV and the disenchantment of an old priest who hopes but is not deluded

18 Maggio 2025/2 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

(English text after the Italian)

L’INIZIO DEL MINISTERO PETRINO DI LEONE XIV E IL DISINCANTO DI UN VECCHIO PRETE CHE SPERA MA NON S’ILLUDE

Dio benedica il Romano Pontefice, visto che in questa condizione di disastro potrebbe fare poco o niente. Però, dinanzi a una situazione disperata come la nostra, averci provato anche senza riuscirci, costituirà già merito di grazia e salvezza, attraverso la gloria del cristologico fallimento, perché il futuro e la lenta e dolorosa rinascita della Chiesa si giocherà tutta sulla ricerca dell’unità. Dunque: buon fallimento, Beatissimo Padre Leone XIV.

— Attualità ecclesiale —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa – PDF article print format

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Davanti a un Romano Pontefice che si presenta dignitoso, a una liturgia pontificale decorosa come non se ne vedevano da un decennio, a una piazza San Pietro gremita, dopo anni di trionfi di piazze e chiese sempre più vuote, tra i tripudi di giubilo dei laicisti delle sinistre internazionali che inneggiavano al “papa rivoluzionario”, all’udire un Romano Pontefice che parla misurando con cura le parole attraverso discorsi elaborati su contenuti dottrinali e teologici, quantomeno, dovrebbe indurmi a gioire con entusiasmo. Sì, posso anche rallegrarmi, ma non riesco a gioire, né ad essere entusiasta.

Il Santo Padre Leone XIV eredita la situazione incancrenita di una Chiesa che ristagna in una condizione di decadenza irreversibile e che da tempo ha superato la soglia del non ritorno, lo vado dicendo e scrivendo da 15 anni (cfr. QUI e QUI). Beninteso, più che poco, le parole mie contano niente. Figurarsi, abbiamo perduto l’abitudine di ascoltare la parola di Dio, dopo averne fatto ciò che volevamo, tra manipolazioni e surreali esegesi di comodo, cosa potrà contar mai il pensiero di un Signor Niente e di un Signor Nessuno come me? A maggior ragione mi sento di dire: se il Santo Padre riuscirà a fare solo qualche cosa, ciò non sarà molto, ma moltissimo.

Un uomo solo non può cambiare le cose, neppure Francesco d’Assisi ci riuscì, anche per questo sul finir della vita andava nascondendosi alla Verna. E poco dopo, Bonaventura da Bagnoregio, eliminate le precedenti cronache e biografie redatte da Tommaso da Celano, provvide a inventare una leggenda aurea a uso ecclesiale, politico e sociale, tanto complicata era la figura del vero Francesco, quello reale (cfr. rimando a questo articolo QUI). Questo a riprova del fatto che non vogliamo i Santi, che sono figure quasi sempre complesse, non facili da leggere, spesso provocanti e persino irritanti; vogliamo i santini da candela a uso del fitto esercito dei fedeli beoti, quelli tutti cuoricini che noi preti ci siamo sempre guardati dall’educare come si converrebbe in virtù della missione a noi affidata da Cristo. Se infatti avessimo educato e formato i fedeli, questi avrebbero finito col vedere anzitutto i nostri difetti, le nostre gravi contraddizioni, comprendendo che noi preti siamo la versione aggiornata e peggiorata degli antichi farisei dinanzi ai quali Cristo esortava i devoti credenti a fare quel che insegnavano, non quel che facevano nel loro vissuto quotidiano (cfr. Mt 23, 1-10), rimproverandoli di caricare sulla spalle delle persone dei pesi insopportabili che non avrebbero mai toccato neppure con un dito (cfr. Lc 11,46).

La macchina della Chiesa non funziona più da decenni, il motore è usurato. Le vipere rimarranno al loro posto, già si sono riciclate saltando nel giro di pochi giorni sul carro del nuovo vincitore. Toccare o rimuovere in tempi brevi eserciti di prelati che hanno mutato la curia romana in una associazione clericale a delinquere di stampo mafioso, sarebbe imprudente e pericoloso. Qualsiasi cambiamento richiede attenta riflessione, prudenza e tempo, soprattutto oggi che il Santo Padre non può fare affidamento su elementi di valore coi quali lavorare. Il suo Predecessore ha piazzato in tutti i posti chiave della curia romana ruffiani e delatori, nell’ipotesi migliore soggetti mediocri, gravati quasi sempre da problematicità morali, tanto da essere per questo ricattabili e controllabili in un sistema ormai perverso e pervertitore, quindi gestibili e all’occorrenza utilizzabili per fare del male al prossimo e diffondere le metastasi del male in tutto il corpo ecclesiale.

Il livello della formazione dei sacerdoti si è abbassato negli ultimi anni a livelli orribili, nei seminari abbiamo cresciuto generazioni di preti svezzati col latte in polvere delle emotività dei cuoricini, nutrendoli poi con gli omogenizzati dei sociologismi. Infimi, i livelli dottrinali, teologici e pastorali. Orami è pressoché prassi udire preti che durante le omelie riescono a mettere in croce tre micidiali eresie nell’arco dei primi minuti, senza neppure rendersene conto.

Cerco di esercitare la virtù teologale della speranza (I Cor 13.13), guardandomi però dal confonderla con l’illusione. Alle soglie dei 62 anni d’età sono un vecchio prete disilluso, sempre più ritirato e distante da tutti i giri e i circoli ecclesiali ed ecclesiastici che nel corso degli anni mi hanno recato il peggior male con diabolica malizia. Più volte ho dovuto difendermi da false accuse legate a fatti mai avvenuti, a gesta mai compiute, a cose mai dette e neppure mai pensate. Seguiterò a difendermi finché ne avrò voglia e forza, soprattutto finché ne varrà la pena, perché a volte non merita neppure difendersi dal falso.

Sono disilluso totalmente, pur seguitando a sperare, perché ho fede. È infatti con la fede e la speranza che si può esercitare la virtù della carità. Non so se sono realista in modo oggettivo o se i miei dolori e le tante umiliazioni patite nel corso dell’intera vita sacerdotale rendono viziata la mia analisi su ciò che pure è reale e incontrovertibile, questo lo dirà il tempo. La disillusione è la malattia più grave che si incontra nella stagione della vecchiaia, è un morbo così grave da essere definito cronico come disturbo, quindi incurabile. Dobbiamo accettare serenamente il tutto prendendo dalla vecchiaia, tra i vari elementi belli che ci può dare, l’accettazione di quei nostri limiti personali che talvolta la vita ci mette dinanzi assieme ai nostri fallimenti. 

Verrebbe da invidiare i cuoricini emotivi palpitanti con la loro “fede” fatta di stelline, di efebici Cristi androgini photoshoppati e di madonnine languide che vagano logorroiche per il mondo a distribuire messaggi e segreti tremebondi ai vari sedicenti veggenti. Invece, io che ho vissuto 38 anni nel mondo secolare prima di iniziare la formazione al sacerdozio e diventare prete a 46 anni, pur avendo viaggiato e incontrato uomini e donne delle più diverse culture e società, non ho memoria d’aver conosciuto in alcun dove dei soggetti cattivi, crudeli e malvagi come quelli che ho conosciuto nella Chiesa all’interno del clero cattolico. Mai, nella mia vita secolare, ho conosciuto esseri umani che fossero cattivi, vigliacchi, bugiardi e traditori come certi preti, che non sono affatto pochi, come qualche scandalizzata anima pia si affretterebbe a ribattere accusandomi di indugiare in tremende generalizzazioni. E più si sale nella scala gerarchica più la cattiveria, la vigliaccheria, la menzogna e il tradimento aumentano di livello quando si giunge a vescovi e cardinali.

Leone XIV non è Mago Merlino, in mano tiene all’occorrenza la ferula, o bastone pastorale, non la bacchetta magica. Cercherà di fare e, sicuramente, farà, ma non potrà fare più di tanto in questa Chiesa non più ridotta neppure a puttana, per usare l’espressione del Santo vescovo e dottore della Chiesa Ambrogio che la definì «casta meretrix», ossia «santa e puttana». Oggi la Chiesa è ridotta a un circolo grottesco di checche acide, cattive e incattivite alla massima potenza, drogate di potere e piazzate in tutte le stanze di comando, a partire dalla curia romana ubicata nella nazione con la più alta percentuale di gay di tutto il mondo: lo Stato della Città del Vaticano.

Dinanzi al mistero di Cristo e della sofferenza umana bisogna interrogarsi a fondo in che cosa consisterebbe la vita eterna, se non nel recupero di tutto ciò che abbiamo dimenticato, considerato inutile o perduto nella nostra vita terrena secondo il principio della ricapitolazione:

«[…] il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1, 1-10).

In poche pagine ho scritto il manifesto del mio fallimento consumato come uomo e come prete, sentendomi in ciò associato a quello di Cristo non accolto (cfr. Gv 1,11) tradito (cfr. Lc 22,48) e abbandonato (cfr. Mt 26,56). E tale sarebbe rimasto il Cristo: un clamoroso fallito, se non fosse intervenuta la sua risurrezione, alla quale tutti noi falliti cristologici siamo stati resi partecipi. È infatti la risurrezione del Cristo e la nostra risurrezione in Cristo a cambiare la prospettiva del fallimento e mutarlo in una tappa di passaggio, in un grande momento di grazia, in una porta di accesso alla vita eterna.

Dio benedica il Romano Pontefice, visto che in questa condizione di disastro potrebbe fare poco o niente. Però, dinanzi a una situazione disperata come la nostra, averci provato anche senza riuscirci, costituirà già merito di grazia e salvezza, attraverso la gloria del cristologico fallimento, perché la lenta e dolorosa rinascita della Chiesa si giocherà tutta sulla ricerca dell’unità (cfr. QUI). Dunque: buon fallimento, Beatissimo Padre Leone XIV.

Dall’Isola di Patmos, 18 maggio 2025

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THE BEGINNING OF THE PETRINE MINISTRY OF LEO XIV AND THE DISENCHANTMENT OF AN OLD PRIEST WHO HOPES BUT IS NOT DELUDED

God bless the Roman Pontiff, since in this condition of disaster he could do little or nothing. However, in the face of a desperate situation like ours, having tried even without succeeding will already constitute a merit of grace and salvation, through the glory of Christological failure, because the slow and painful rebirth of the Church will be played out entirely on the search for unity. Therefore: happy failure, Most Blessed Father Leo XIV.

— Attualità ecclesiale —

Author
Ariel S. Levi di Gualdo

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Before a Roman Pontiff who presents himself with dignity, before a decorous pontifical liturgy like we haven’t seen in a decade, before a crowded St. Peter’s Square, after years of triumphs of increasingly empty squares and churches, amid the jubilation of the secularists of the international left who praised the “revolutionary pope,” hearing a Roman Pontiff who speaks carefully measuring his words through speeches elaborated on doctrinal and theological content, at the very least, should induce me to rejoice with enthusiasm. Yes, I can also rejoice, but I cannot rejoice, nor be enthusiastic.

The Holy Father Leo XIV inherits the cancerous situation of a Church that is stagnant in a condition of irreversible decadence that has long since passed the threshold of no return, I have been saying and writing for 15 years (see HERE and HERE). Of course, more than a little, my words count for nothing. Imagine, we have lost the habit of listening to the word of God, after having done what we wanted with it, between manipulations and surreal exegeses of convenience, what could the thought of a Mr. Nothing and a Mr. Nobody like me count for? All the more reason I feel like saying: if the Holy Father manages to do just a little, it will not be much, but a lot.

One man alone cannot change things, not even Francis of Assisi succeeded, which is also why he hid at the end of his life at La Verna. And shortly after, Bonaventura da Bagnoregio, having eliminated the previous chronicles and biographies written by Tommaso da Celano, proceeded to invent a golden legend for ecclesiastical, political and social use, so complicated was the figure of the true Francis, the real one. This proves the fact that we do not want Saints, who are almost always complex figures, not easy to read, often provocative and even irritating; we want candle holy cards for the dense army of the faithful childish, that we priests have always been careful not to educate as would be appropriate by virtue of the mission entrusted to us by Christ. If in fact we had educated and trained the faithful, they would have ended up seeing first of all our defects, our serious contradictions, understanding that we priests are the updated and worsened version of the ancient Pharisees before whom Christ exhorted devout believers to do what they taught, not what they did in their daily lives (see Mt 23:1-10), reproaching them for placing unbearable burdens on people’s shoulders that they would never have touched even with a finger (see Lk 11:46).

The Church machine has not worked for decades, the engine is worn out. The vipers will remain in place, they have already recycled themselves by jumping on the bandwagon of the new winner in a matter of days. Touching or removing in a short time armies of prelates who have transformed the Roman Curia into a mafia-style clerical criminal association would be imprudent and dangerous. Any change requires careful reflection, prudence and time, especially today when the Holy Father cannot rely on valuable elements with which to work. His Predecessor has placed in all the key positions of the Roman Curia sycophants and informers, in the best case mediocre subjects, almost always burdened by moral problems, so much so that they are therefore blackmailable and controllable in a system that is now perverse and perverting, therefore manageable and, if necessary, usable to harm others and spread the metastases of evil throughout the ecclesial body.

The level of priestly training has dropped to horrible levels in recent years, in seminaries we have raised generations of priests weaned on the powdered milk of the emotions of little hearts, then nourished with the homogenized baby food of sociologisms. The doctrinal, theological and pastoral levels are very low. It is now almost common practice to hear priests who during homilies manage to enunciate three heresies in the space of the first few minutes, without even realizing it.

I try to exercise the theological virtue of hope (I Cor 13.13), but I am careful not to confuse it with illusion. On the threshold of 62 years of age I am an old disillusioned priest, increasingly withdrawn and distant from all the ecclesiastical and ecclesiastical circles and circles that over the years have brought me the worst harm with diabolical malice. I have had to defend myself several times from false accusations related to facts that never happened, to deeds never done, to things never said or even thought. I will continue to defend myself as long as I have the will and strength, especially as long as it is worth it, because sometimes it is not even worth defending oneself from falsehood.

I am totally disillusioned, even though I continue to hope, because I have faith. It is in fact with faith and hope that one can exercise the virtue of charity. I do not know if I am objectively realistic or if my pains and the many humiliations suffered throughout my entire priestly life make my analysis of what is real and incontrovertible flawed, time will tell. Disillusionment is the most serious illness encountered in old age, it is such a serious disease that it is defined as chronic disorder, therefore incurable. We must serenely accept everything, taking from old age, among the various beautiful elements that it can give us, the acceptance of our personal limits that life sometimes puts before us together with our failures.

One would envy the emotional hearts and  their “faith” made of little stars, of ephebic androgynous photoshopped Christs and of languid Madonnas who wander chattering around the world distributing messages and secrets to the various self-styled seers. Instead, I who lived 38 years in the secular world before beginning my training for the priesthood and becoming a priest at 46, despite having traveled and met men and women from the most diverse cultures and societies, I have no memory of having met anywhere such bad, cruel and wicked individuals as those I have met in the Church within the Catholic clergy. Never, in my secular life, have I met human beings who were bad, cowardly, liars and traitors like certain priests, who are not at all few, as some scandalized pious soul would hasten to retort accusing me of indulging in terrible generalizations. And the higher you go up the hierarchical ladder, the more wickedness, cowardice, lies and betrayal increase when you reach bishops and cardinals.

Leo XIV is not Merlin Magician, in his hand he holds the “ferula”, or pastoral staff, not the magic wand. He will try to do and, certainly, he will do, but he will not be able to do much in this Church no longer even reduced to a whore, to use the expression of the Holy Bishop and Doctor of the Church Ambrose who defined it as “casta meretrix”, or “holy and whore”. Today the Church is reduced to a gay circle grotesque; an army of evil and vengeful gays to the maximum power, drugged with power and placed in all the rooms of command, starting from the Roman Curia located in the nation with the highest percentage of gays in the world: the Vatican City State.

Faced with the mystery of Christ and human suffering, we must ask ourselves what eternal life would consist of, if not in the recovery of everything we have forgotten, considered useless or lost in our earthly life according to the principle of recapitulation:

«to be put into effect when the times reach their fulfillment to bring unity to all things in heaven and on earth under Christ» (Eph 1, 1-10).

In a few words I have written the manifesto of my failure as a man and as a priest, feeling associated in this with that of Christ who was not welcomed (see Jh 1:11), betrayed (see Lk 22:48) and abandoned (see Mt 26:56). And Christ would have remained such: a resounding failure, if his resurrection had not intervened, in which all of us Christological failures, have been made participants. It is in fact the resurrection of Christ and our resurrection in Christ that changes the perspective of failure and transforms it into a stage of transition, into a great moment of grace, into a door of access to eternal life.

God bless the Roman Pontiff, since in this condition of disaster he could do little or nothing. However, in the face of a desperate situation like ours, having tried even without succeeding will already constitute a merit of grace and salvation, through the glory of Christological failure, because the slow and painful rebirth of the Church will be played out entirely on the search for unity. Therefore: happy failure, Most Blessed Father Leo XIV.

From the Isle of Patmos, May 18, 2025

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Più che «Buonasera» e «Buon pranzo» avevamo bisogno di un leone che ci ricordasse di «Accettare Cristo senza condizioni»

12 Maggio 2025/2 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano

PIÙ CHE «BUONASERA» E «BUON PRANZO» AVEVAMO BISOGNO DI UN LEONE CHE CI RICORDASSE DI «ACCETTARE CRISTO SENZA CONDIZIONI»

Papa Leone nella sua prima omelia ci ha già ricordato che dobbiamo accettare Cristo senza condizioni, sebbene questa verità venga ritenuta dal mondo e dai potenti una cosa assurda, essa resta l’unica maniera per camminare da cristiani e per corrispondere al ministero petrino che da Pietro giunge fino a noi oggi.

— Attualità pastorale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Il Sacro Collegio Cardinalizio ha dato da pochi giorni alla Chiesa un nuovo Pontefice: Leone XIV. Da cattolici e consacrati, vogliamo e speriamo che questa gravosa scelta sia stata — se non proprio guidata — almeno ispirata dallo Spirito Santo in quella maniera misteriosa con cui Dio è capace di orientare il mondo e gli eventi, anche quelli che palesemente sembrano negare la sua azione e presenza.

In un mio recente articolo (cfr. QUI) ho già avuto modo di spiegare il ruolo dello Spirito Santo dentro il grande rito del Conclave, certamente l’azione dello Spirito di Dio resta il più delle volte misteriosa all’uomo e quindi è difficile voler avere la pretesa di un controllo e scandagliare tutte le sottigliezze che lo Spirito Santo intesse nella vita di noi uomini, compresa quella permissione all’errore e finanche al peccato che per l’uomo diventa l’occasione per riscoprire la grazia divina.

Come non ricordare, a questo proposito, proprio l’apostolo Pietro nel momento del suo rinnegamento, un momento di grande tragicità e infedeltà, a fronte di tutte quelle esperienze di fede che Pietro ha avuto modo di vedere stando con Gesù nei tre anni di vita pubblica. In che modo Pietro sa ripagare il Maestro dopo aver spergiurato amore e fedeltà? Con quelle parole pesanti come il piombo: «Non lo conosco». E se Pietro tenta di disconoscere Cristo, Cristo però conosce bene Pietro e il suo cuore e per questo per lui prega e lo invita preventivamente sulla strada del ritorno:

«Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32).

Di questi due versetti del Vangelo di Luca l’invito alla conversione e al ritorno dell’apostolo è fondamentale. Gesù sembra quasi dire a Pietro che il suo compito di guida nella fede e di capo del collegio apostolico e della Chiesa non può prescindere dalla capacità di una continua conversione e di un ritorno in sé stesso in cui c’è lo stesso Cristo ad attenderlo. Come non vedere in ciò quello sguardo penetrante di Cristo a Pietro dopo il suo rinnegamento. Quello sguardo pieno di misericordia che penetra nell’anima, «in interiore homine», dove Pietro riconosce finalmente la verità nella Verità. E la verità è che Pietro è tale solo quando sa essere «Kephas» che nel suo significato originale che i nostri fratelli cristiani orientali sanno dare — più di quello che noi occidentali siamo soliti interpretare — significa pietra instabile e traballante. Tu Pietro sei pietra instabile finché non trovi la stabilità in Cristo che è pietra d’angolo, finché non ti fidi del suo comando a gettare le reti quando è giorno pieno e a quello di pascere le sue pecorelle, finché non ti ricordi che Cristo ti chiede di amarlo e tu puoi solo offrirgli il tuo povero bene.

Avendo davanti agli occhi della fede la persona del Beato apostolo Pietro, possiamo lecitamente domandarci che Papa sarà Leone XIV? Personalmente non desidero altro che egli sia un annunciare di Cristo risorto e che riproponga ogni giorno al mondo la fede pasquale. Questa è la cosa più urgente oggi nella Chiesa e nel mondo. I problemi ci sono, le riforme sono necessarie, la pace è un grido da invocare sempre, il dialogo, l’accoglienza e le relazioni politiche e internazionali sono buone cose ma senza la solidità di Cristo pietra d’angolo nulla di tutto questo salva e restituisce all’uomo la speranza. In questa danza della libertà umana, dovrà scomparire l’uomo Robert Francis Prevost, per lasciare finalmente il posto al Pontefice Leone XIV, il quale con fatica e sofferenza dovrà rendersi trasparente affinché in lui Cristo si manifesti.

Da fedeli cristiani siamo chiamati ad abbandonare da subito le colorate tifoserie papolatriche del “mi piace”, “non mi piace” che equiparano il Santo Padre a un leader politico o a un influencer con le proprie ideologie e i propri entourage di potere. Tutte queste cose non possono reggere alla prova della fede dell’apostolo Pietro che confessa:

«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69).

Papa Leone nella sua prima omelia (cfr. nostro articolo QUI) ci ha già ricordato che dobbiamo accettare Cristo senza condizioni, sebbene questa verità venga ritenuta dal mondo e dai potenti una cosa assurda, essa resta l’unica maniera per camminare da cristiani e per corrispondere al ministero petrino che da Pietro giunge fino a noi oggi.

Altra cosa da evitare e da non sperare è quella di rendere Papa Leone XIV un emulo dei pontificati precedenti, lui non è un Francesco, un Benedetto, un Giovanni Paolo II: lui è Leone. Vivere di nostalgia, con la testa rivolta al passato, fino a farsi venire il torcicollo non appartiene ai cristiani. La nostalgia è il terreno fertile in cui nascono le divisive fazioni dei tradizionalisti, dei progressisti, dei sedevacantisti e di altri patologici modi di essere e di sentire che si contrappongono e soffocano la vera fede pasquale.

Assistere in questi giorni ai vari tentativi di tirare per la mozzetta il Papa per portarlo dalla propria parte — ecclesiale e politica — è uno spettacolo disdicevole e puerile. Il tempo saprà darci il polso di questo nuovo pontificato in cui lo Spirito Santo — così come quella simpatica famigliola di gabbiani che hanno fatto il nido vicino al comignolo della Sistina — starà a vigilare affinché la barca della Chiesa non venga definitivamente affondata dai marosi.

Sanluri, 12 maggio 2025

 

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La partita fondamentale del futuro e del nuovo papato si gioca sull’unità della Chiesa

12 Maggio 2025/in Attualità/da Antonio Caragliu - giurista

LA PARTITA FONDAMENTALE DEL FUTURO E DEL NUOVO PAPATO SI GIOCA SULL’UNITÀ DELLA CHIESA

Significativamente la storica Lucetta Scaraffia rileva l’impossibilità, dopo 12 anni di pontificato, di cogliere un’eredità di Papa Francesco, che non sia quella della mera confusione. 

— Gli Autori ospiti de L’Isola di Patmos —

Autore
Antonio Caragliu
avvocato

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PDF  articolo formato stampa

 

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L’info-intrattenimento dei mass-media, dopo i pronostici del toto-nomine papale, si concentra ora nel determinare i caratteri della personalità vincente: Leone XIV.

il Sommo Pontefice Leone XIV in visita pastorale nella regione delle Ande peruviane all’epoca in cui era Vescovo di Chiclayo

Continuerà le riforme del predecessore? Confermerà le sue aperture? Come porterà a termine il percorso sinodale? É moderato? È progressista? È un po’ l’uno e un po’ l’altro? È misericordioso con i migranti? Andrà d’accordo con Donald Trump? A simili interrogativi seguono per lo più affermazioni che suonano come slogan, funzionali a segnare un’appartenenza di schieramento più che una visione sostanziale, spiritualmente significativa.

In particolare, si perde di vista, a mio avviso, la partita fondamentale che si presenta al Papa: l’unità della Chiesa. La questione esatta è: quale unità? Ovvero, come deve essere concepita questa unità? Come deve essere interpretata? Come deve essere declinata?

Il Cardinale Giovanni Battista Re, nell’omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice del 7 maggio, aveva dichiarato:

«L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo».

Comunione nelle diversità: ma quando le diversità minacciano la comunione? E quando, invece, è un’indebita uniformità a minacciare la ricchezza delle legittime diversità? Re fa riferimento alla «piena fedeltà al Vangelo»: è questo il criterio dirimente. Ma, in verità, la questione, più che risolversi, sembra spostarsi: come determinare, infatti, la «piena fedeltà al Vangelo»?

Si tratta dello stesso tema che aveva affrontato il Cardinale Ratzinger nell’omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice del 18 aprile 2005. In questa omelia, che segnerà il programma del pontificato di Benedetto XVI, Ratzinger aveva determinato con precisione il criterio dell’unità: la verità, la cui dimensione ultima è lo stesso Figlio di Dio, misura del vero umanesimo. E con coraggio aveva calato il significato di un simile criterio nel contesto ideologico del relativismo dominante. Senza elusioni e infingimenti. Con onestà intellettuale.

Con il pontificato di Francesco, invece, si è imposto un differente paradigma di unità ecclesiale: un paradigma gesuitico.

Ho trovato una significativa illustrazione di questo paradigma in una conversazione del giornalista Ross Douthat con il padre gesuita James Martin S.J. circa l’eredità del papato appena concluso (vedere video-intervista del 26.04.2025 QUI). Douthat evidenzia come il carattere drammatico del pontificato di Francesco sia stato determinato dalla spinta a cambiare l’insegnamento e la pratica della Chiesa su una serie di questioni difficili e controverse, come la possibilità per i cattolici divorziati e risposati di accedere alla comunione eucaristica, la possibilità per le donne di diventare diaconi o addirittura sacerdoti, la possibilità di benedire coppie dello stesso sesso. Fino a che punto Francesco si è spinto su tali questioni? Martin, in prima battuta, afferma che questo genere di temi «scottanti» avevano per il Papa un carattere secondario rispetto alla proclamazione del Vangelo. In seconda battuta, afferma che Francesco «è andato fin dove ha potuto». A tal proposito racconta come il Papa, in un suo incontro personale del 23 ottobre 2024 come delegato del sinodo, fosse preoccupato della «unità della Chiesa» a causa delle «resistenze» provenienti dall’Africa subsahariana, dall’Europa orientale e persino dagli Stati Uniti. «E ha ripetuto più volte che l’unità è più importante di questi conflitti. Quindi penso che abbia cercato di aprire la porta alla discussione su alcuni di questi problemi senza rompere la chiesa».

A ben vedere ciò che caratterizza il resoconto di Martin circa le preoccupazioni di Francesco è il particolare rapporto tra unità ecclesiale e verità. Apparentemente nel suo discorso sembra non operare un concetto vincolante di verità. Ma in realtà una verità viene fatta valere. Una verità che sembra non vincolare, ma che conferisce una direzione. Una verità implicita, data per presupposta, che prende posizione per un’indefinita apertura circa le questioni controverse proposte. Una verità criticamente non tematizzata, teologicamente emancipata, priva cioè di un serio confronto con il dato biblico, ridotto tutt’al più a un generico riferimento alla misericordia. È una verità non vincolante? Non proprio. È una verità criticamente disimpegnata ma politicamente vincolante, che, non a caso, affronta le posizioni diverse (e logicamente incompatibili) come «resistenze».

In una dimensione simile non vi è spazio per un dialogo autentico, ma semmai per una mediazione, per un accomodamento. Come se in gioco ci fossero delle forze e degli interessi. L’unità ecclesiale, quindi, non si fonda sulla verità. Non si fonda, per riprendere le parole di Ratzinger, sul «Figlio di Dio, misura del vero umanesimo». L’unità è una composizione di forze, in ultimo, fondata sul potere supremo del Papa, il cui ruolo vicariale si stempera, per far risaltare invece la sua personalità.

Alla luce di questo paradigma gesuitico dell’unità ecclesiale si spiega il carattere autoritario e contraddittorio del papato gesuita, rilevato sovente dagli osservatori più sensibili. Nella prospettiva di una simile concezione dell’unità ecclesiale, infatti, le contraddizioni non fanno problema: possono convivere. Anche se le contraddizioni provengono dallo stesso Papa: non è la verità a fare l’unità, ma il suo potere supremo. Il prezzo di questa impostazione è stato, tuttavia, molto salato. Significativamente la storica Lucetta Scaraffia rileva l’impossibilità, dopo 12 anni di pontificato, di cogliere un’eredità di Papa Francesco, che non sia quella della mera confusione. O, tutt’al più, della promozione di alcune politiche, molto, troppo dettagliate, in tema di immigrazione di massa e di economia politica che, invece, avrebbero richiesto il riconoscimento di un sano pluralismo di posizioni.

In definitiva, il nuovo corso del papato di Leone XIV sarà determinato dal modo in cui egli interpreterà, alla luce della lezione di questi ultimi 12 anni, l’unità ecclesiale e il suo rapporto con la verità. Il suo motto episcopale «In Illo uno unum» e la sua formazione agostiniana fanno ben sperare. Che Dio ce l’abbia mandata buona.

Trieste, 12 maggio 2025

 

 

 

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La prima omelia di Leone XIV è stata una armonica continuità con la tradizione della Chiesa

11 Maggio 2025/1 Commento/in Attualità/da Padre Teodoro

LA PRIMA OMELIA DI LEONE XIV È STATA UNA ARMONICA CONTINUITÀ CON LA TRADIZIONE DELLA CHIESA

Urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco. Questo è il mondo che ci è affidato […]

– Attualità ecclesiale –

Autore Teodoro Beccia

Autore
Teodoro Beccia

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PDF  articolo formato stampa

 

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Potrebbe apparire presuntuoso mettersi a commentare l’omelia del Sommo Pontefice Leone XIV, pronunciata nella sua prima vera apparizione pubblica, la Santa Messa Pro Ecclesia celebrata con i Cardinali che hanno partecipato al conclave della sua elezione.

il Sommo Pontefice Leone XIV al suo primo affaccio alla loggia centrale della Papale Arcibasilica di San Pietro

Oppure potrebbe essere semplicemente bello valorizzare questo primo atto del nuovo Vescovo di Roma, immaginando, senza scostarci troppo dal vero, che queste parole che egli ha pronunciato a commento del Vangelo siano effettivamente sortite dal suo cuore, siano proprio sue, meditate nel breve spazio di tempo concessogli fra l’impatto dell’elezione, l’emozione della presentazione al pubblico ed al mondo e questo primo impegno pubblico. Esse, come vedremo, sembrano proprio un programma per la Chiesa che ha iniziato a presiedere, la cifra entro la quale vorrà muoversi e anche in che maniera sente di esservi coinvolto.

Rimandando a una lettura personale della bella omelia papale (QUI), voglio solo sottolinearne tre aspetti.

Il primo e più importante è il richiamo al Cristo. Potrebbe sembrare ridondante sottolinearlo: di chi dovrebbe parlare un Pontefice se non di Gesù? Ma il fatto che subito ne abbia accennato, al primo apparire dalla loggia centrale della basilica di San Pietro e ora qui nella sua prima omelia, è significativo. Egli ha affermato che le parole di Pietro ricordate nel Vangelo «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16)  esprimono «in sintesi il patrimonio che da duemila anni la Chiesa, attraverso la successione apostolica, custodisce, approfondisce e trasmette. Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre». Leone XIV si pone, così, in continuità con la tradizione della Chiesa, così come hanno fatto i suoi recenti predecessori. Giovanni Paolo II col suo: «Aprite, anzi spalancate le porta e a Cristo»; proferite proprio nella sua prima omelia. Papa Benedetto che ha scandagliato il mistero del Signore con la sua intelligenza e ha insegnato alla Chiesa a riconoscerlo e Papa Francesco che ci ha aiutato a scorgere il suo volto in tutti, soprattutto i più poveri. E di Cristo Papa Leone traccia l’identikit:

«per rendersi vicino e accessibile agli uomini, si è rivelato a noi negli occhi fiduciosi di un bambino, nella mente vivace di un giovane, nei lineamenti maturi di un uomo (Gaudium et spes, 22), fino ad apparire ai suoi, dopo la risurrezione, con il suo corpo glorioso. Ci ha mostrato così un modello di umanità santa che tutti possiamo imitare, insieme alla promessa di un destino eterno che invece supera ogni nostro limite e capacità».

Il secondo aspetto che mi preme sottolineare dell’omelia papale è proprio il richiamo alla santità. Egli la vede come un dono, ma anche come cammino di trasformazione personale e comunitaria. Santità che supera meriti e limiti perché anticipa la nostra nascita (cfr. Ger 1,5) e grazie alla rinascita battesimale ci conduce e ci rende partecipi della missione del Cristo. Un compito che coinvolge il Papa in prima persona e poi tutta la Chiesa: «città posta sul monte (cfr Ap 21,10), arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo. E ciò non tanto grazie alla magnificenza delle sue strutture o per la grandiosità delle sue costruzioni…, quanto attraverso la santità dei suoi membri, di quel «popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (1Pt 2,9).

Infine, un terzo motivo mi piace appuntare dell’omelia del Santo Padre: il confronto con il mondo, compreso quello ecclesiale dei credenti. Dice il Papa:

«Non è una questione banale, anzi riguarda un aspetto importante del nostro ministero: la realtà in cui viviamo, con i suoi limiti e le sue potenzialità, le sue domande e le sue convinzioni».

Come avvenne ai tempi del Signore le risposte alla sua domanda, «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», apparivano incomplete e monche, così anche oggi il mondo spesso fraintende il messaggio cristiano per eccesso di sufficienza o tracotanza.  Eppure, afferma il Papa:

«proprio per questo… urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco. Questo è il mondo che ci è affidato, nel quale, come tante volte ci ha insegnato Papa Francesco, siamo chiamati a testimoniare la fede gioiosa in Gesù Salvatore. Perciò, anche per noi, è essenziale ripetere: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16).

Come abbiamo letto egli richiama il tema della missione, cosa che aveva fatto anche la sera prima, affacciandosi dalla loggia principale della basilica vaticana (QUI).

Ma la missione si rivolge anche verso i credenti, poiché possono correre il rischio di adattare il Vangelo e l’immagine di Cristo alle proprie personali visioni. Queste le parole del Pontefice: «Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto».

Nelle ultime battute dell’omelia il Santo Padre ricorda l’importanza del rapporto personale col Cristo, nell’impegno di un quotidiano cammino di conversione e richiama tutta la Chiesa a vivere l’appartenenza al Signore portandone a tutti la Buona Notizia.

Da ultimo il Santo Padre parla di sé. Lo fa citando la Lettera ai Romani del Padre apostolico Ignazio di Antiochia, per definire il suo compito e ruolo di Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamato a presiedere nella carità la chiesa universale. E sempre riportando le parole di Sant’Ignazio:

«Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo» (Lettera ai Romani, IV, 1).

Conclude il suo intervento omiletico così:  

«Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo — e così avvenne —, ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato (cfr Gv 3,30), spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo. Dio mi dia questa grazia, oggi e sempre, con l’aiuto della tenerissima intercessione di Maria Madre della Chiesa».

L’omelia termina così come era iniziata, col rimando a Cristo. Vale la pena ricordare le citazioni usate da Papa Leone in questo suo intervento liturgico. La Lettera di Sant’Ignazio di Antiochia ai Romani, sopra rammentata, nove rimandi a brani del Nuovo Testamento e a uno solo del Vecchio. Ci sono poi due citazioni del Concilio, tratte dai due documenti che parlano della Chiesa: la Lumen Gentium e la Gaudium et Spes.

Un intervento, si diceva all’inizio, che parrebbe programmatico, lasciando dunque sperare in un proseguo che potrebbe essere proficuo per la Chiesa. Credo che il Papa non si aspetti solo l’attesa, ma anche il sostengo della preghiera e la fattiva collaborazione dei credenti.

Velletri di Roma, 11 maggio 2025

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«Noi in Vaticano, qua in Vaticano…». Gli asini sileriani in cattedra e le ragadi anali

11 Maggio 2025/in Attualità/da Padre Ariel

«NOI IN VATICANO, QUA IN VATICANO…». GLI ASINI SILERIANI IN CATTEDRA E LE RAGADI ANALI

Mister Silere non Possum è come una maestrina con la bacchetta in mano a caccia del minimo errore altrui, che si siede su vaso e, sebbene seduta, sbaglia mira e la fa fuori, salvo dar poi degli ignoranti e degli incompetenti agli altri […]

— Attualità —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Più molesto delle lacerazioni alla mucosa anale causata dalle ragadi, Mister Silere non Possum e i suoi anonimi blogghettari, alias «noi in Vaticano, qua in Vaticano…», nelle ultime settimane hanno dato il meglio di loro stessi nel distribuire patenti di «incompetenti, ignoranti, analfabeti, ladri di stipendi…» e via a seguire [cfr. QUI].

Bersagli privilegiati dei loro incessanti attacchi sono Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per le comunicazioni, Andrea Tornielli, direttore dei media vaticani, Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede.

Non è la prima volta che la maestrina dispensatrice d’insulti si siede poi sul water, sbaglia mira e la fa tutta fuori, come in questo caso:

«Robert Francis Prevost, ora Papa Leone XIV, ha compiuto un gesto che esprime la sua devozione al santo Vescovo di Ippona, Agostino, fondatore dell’ordine al quale si era consacrato» [cfr. QUI].

Sant’Agostino, al secolo Aurelio di Tagaste, vissuto tra 354 e il 430, come vescovo favorì la fraternità e forme di vita comune tra i membri del clero in quanto servi di Dio, ma non fondò mai alcun ordine religioso. Agli inizi dell’anno Mille circolavano già da tempo tre regole attribuite a Sant’Agostino: la Regula consensoria, la Regula ante omnia fratres carissimi, la Regula ad servos Dei, nessuna delle quali è stata riconosciuta autentica, piuttosto ricavate da vari scritti e sermoni dell’Ipponate. Queste “antiche regole” sono dunque autentiche quanto possono esserlo le opere dello pseudo-Dionigi areopagita o la Donazione Costantiniana. Gli agostiniani, denominatisi tali in quanto ispirati alla spiritualità e alla teologia agostiniana e non certo perché Sant’Agostino fondò un ordine, nascono canonicamente nel 1244, otto secoli dopo la morte del Santo vescovo e dottore della Chiesa, in seguito all’unione in un’unica fraternitas di Eremiti sparsi per la Tuscia; unione promossa dal Cardinale Riccardo Annibaldi della Molara, con approvazione del Sommo Pontefice Innocenzo IV sancita con la bolla Incumbit nobis del 16 dicembre 1243. Solo allora si comincerà a parlare di Ordine Agostiniano, nel 1244.

La pia leggenda — ma di pia leggenda appunto si tratta — che fa risalire le origini dell’Ordine a Sant’Agostino, è quindi attendibile quanto la tesi peregrina dei fautori della neoscolastica decadente che per giustificare la filosofia di Aristotele posta da San Tommaso d’Aquino alla base speculativa del suo pensiero, giunsero a inventarsi che il filosofo di Stagira non era pagano come si pensava, perché aveva percepito e intuito Cristo quattro secoli prima l’incarnazione del Verbo di Dio (!?).

All’amico di vecchia data Andrea Tornielli, a Paolo Ruffini e a Matteo Bruni, ho rivolto una domanda molto personale: in che modo orinate? Hanno risposto di farlo in piedi davanti al water. In tal posizione può essere che, malgrado la migliore attenzione, qualche piccola goccia esca fuori senza volere, quando si gestisce una macchina mediatica internazionale complessa che con tempi frenetici pubblica in decine di lingue notizie che si susseguono veloci, rendendo talora inevitabile l’errore umano, la svista, o la notizia stessa che, una volta data, può richiedere di essere integrata o corretta. Invece, una maestrina con la bacchetta in mano a caccia del minimo errore altrui, che si siede sul water e, sebbene seduta, sbaglia mira e la fa fuori, salvo dar poi agli altri degli ignoranti, degli incompetenti e persino dei soggetti che abusano del titolo di teologi senza a suo dire esserlo, difficilmente è giustificabile; non lo è lei e non lo sono gli avvelenati che insultano a raffica sul suo blog senza metterci la propria faccia e il proprio nome, nascosti, come tutti i vigliacchi, dietro l’anonimato.

Dall’Isola di Patmos, 10 maggio 2025

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I nostri precedenti articoli:

–  31 marzo 2025  — L’ULTIMA PERLA DI SILERE NON POSSUM: «LA RESPONSABILITÀ DELL’ORDINARIO SUI PRETI INCARDINATI»? ALLORA FATE CACCIARE FUORI I SOLDI A CARDINALI E VESCOVI: DA ANGELO SCOLA A SEGUIRE ... (per aprire l’articolo cliccare QUI)

–  29 marzo 2025  — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)

–  21 marzo 2025  — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA  CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2025-05-11 10:59:232026-06-21 20:22:21«Noi in Vaticano, qua in Vaticano…». Gli asini sileriani in cattedra e le ragadi anali

Se a qualcuno prude, che si gratti e taccia, anziché fare pruriginosi gossip sul Conclave —  If anyone itches, let him scratch himself and keep quiet, rather than gossip about the Conclave

6 Maggio 2025/in Attualità/da Padre Ariel

(English text after the Italian)

SE A QUALCUNO PRUDE, CHE SI GRATTI E TACCIA, ANZICHÈ FARE PRURIGINOSI GOSSIP SUL CONCLAVE

La Chiesa, disorientata e smarrita, vive in uno stato di decadenza irreversibile, da tempo abbiamo superata la soglia del non-ritorno. La Chiesa di oggi non è più nel Getsemani, neppure in croce sul Calvario, sta vivendo il momento a suo modo più drammatico: quel silenzio che pare quasi una assenza totale di Dio.

— Attualità ecclesiale —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Diversi Lettori hanno scritto alla nostra redazione per chiedere come mai non abbiamo scritto niente sulla Sede Vacante e sul Conclave ormai alle porte. 

 

La Chiesa, disorientata e smarrita, vive in uno stato di decadenza irreversibile, da tempo abbiamo superata la soglia del non-ritorno. La Chiesa di oggi non è più nel Getsemani, neppure in croce sul Calvario, sta vivendo il momento a suo modo più drammatico: quel silenzio che pare quasi una assenza totale di Dio. Uno spazio di tempo che va dal calar del sole del Venerdì Santo alla Domenica di Risurrezione. Tra la chiusura del sepolcro e il sepolcro vuoto del Risorto si sperimenta una sorta di divino vuoto, dinanzi al quale l’unica cosa opportuna è quel silenzio che non può essere compreso e vissuto se non attraverso la fede, la speranza e la carità.

Tutti sanno parlare, specie a sproposito, pochi tacere e vivere quel grande silenzio che ci conduce alla risurrezione. C’è chi non può tacere e gioca al gossip del toto-papa in una dimensione tutta quanta mondana, chi invece comprende l’importanza del tacere, in una dimensione tutta quanta mistagogica.

Posso quindi solo riproporre, a seguire, quanto già scritto nella seconda parte di un mio articolo pubblicato il 2 marzo, mentre l’Augusto Pontefice defunto era ricoverato al Policlinico Agostino Gemelli di Roma tra la vita e la morte: «E se al prossimo conclave tornasse in voga la simonia?» (cfr. QUI).

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Ognuno ha il proprio stile, singolo o collettivo. Nel primo, come nel secondo caso, può essere spontaneo, oppure studiato a tavolino. I Padri de L’Isola di Patmos, nel corso dei loro dieci anni di attività pubblicistica, a partire dall’ottobre 2014, più volte per opportunità, altre per virtù di prudenza, hanno rinunciato a trattare certi temi emergenti legati alla Chiesa e al Papato, essendo anzitutto presbiteri; redattori e pubblicisti a seguire, ma avanti a tutto presbiteri. Certi temi possono richiedere di essere non tanto taciuti, o peggio nascosti, ma trattati quando si hanno maggiori elementi conoscitivi che possano portare a un veritiero, equo ed equilibrato giudizio.

Quando le porte della Cappella Sistina si chiuderanno, la Chiesa dovrà fare i conti coi vari problemi lasciati in eredità da questo pontificato, che rimane giudicabile nel complesso solo dalla storia, forse anche tra molti anni. Il Sommo Pontefice Francesco è stato eletto dopo un atto di rinuncia da parte del suo predecessore, evento raro risultato per tutti noi traumatico, soprattutto per le infelici modalità scelte a suo tempo da Benedetto XVI, con tanto di stravagante invenzione del «papato emerito», o di termini svianti come «papato allargato», «papato attivo e papato contemplativo» …

Quello del Santo Padre Francesco è un pontificato che si colloca in un contesto sociale e geopolitico di grande decadenza a livello planetario, con una scristianizzazione dell’Europa che ha raggiunto già da un ventennio livelli irreversibili. Altrove si è invece consumata una emorragia di fedeli in quelli che una volta erano i due polmoni coi quali il Cattolicesimo respirava: l’America Latina e l’Africa. Quello di Francesco è stato un pontificato carico di problematicità, fatto di ambiguità e mancanza di chiarezza, non sono neppure mancate forme di dispotismo messe in atto nel disprezzo totale delle leggi e delle regole ecclesiastiche. Negare che questo Pontefice lascerà una Chiesa confusa, divisa e litigiosa a causa di processi aperti su tutti i fronti, basati sull’insolito principio che «l’importante è aprire i processi» senza però concluderli e portarli a pieno compimento, vuol dire negare la più palese evidenza dei fatti. Però, Chi ci dice che tra svariati anni non si dovrà rendere grazie al pontificato di Francesco per aver preservata e salvata la Chiesa da problemi e danni che senza il suo agire, non comprensibile sul momento, sarebbero stati maggiori, o persino irreparabili? Francesco è un uomo complicato che si inserisce come tale in un momento storico molto complicato, qualsiasi giudizio dato al presente su di lui e sul suo pontificato potrebbe risultare del tutto sbagliato domani. Certe espressioni o decisioni giudicate come eccentriche ― e di fatto lo sono ―, in che modo del tutto diverso potrebbero apparire domani? Non sarebbe la prima volta che certi uomini, non compresi sul momento nel loro agire, sono stati celebrati successivamente come personalità che erano avanti di decenni rispetto al tempo presente in cui vissero. Ecco perché talvolta, proprio quando si è perplessi, disorientati e sofferenti per certi atteggiamenti ambigui e non facili neppure da decifrare, pur esercitando il legittimo senso critico merita sospendere prudenzialmente il giudizio.

Uno dei gravi problemi che questo pontificato lascerà al prossimo conclave è dato dal fatto che i Cardinali elettori non si conoscono tra di loro. L’ultimo concistoro segreto si svolse nel 2015. Chiariamo: il concistoro è l’assemblea dei cardinali convocata dal Romano Pontefice e può essere segreto, pubblico, semi-pubblico (vedere QUI). Viene chiamato “segreto” quello al quale partecipano solo i cardinali riuniti per discutere in forma privata, ossia segreta, con il Sommo Pontefice, riguardo le varie problematiche della Chiesa e del suo governo. Oggi, al grave problema dei cardinali che non si conoscono tra loro, se ne aggiunge un altro ignoto ai laicisti della sinistra internazionale che magnificano la Chiesa povera per i poveri, tanto li eccita la povertà nelle case e sulla pelle degli altri, elogiando questo pontificato che avrebbe nominato decine di cardinali «provenienti dalle periferie del mondo» e «dai paesi più poveri». Sorvoliamo sulla scarsa formazione dottrinale e teologica da parte di svariati di questi sant’uomini provenienti da quelle situazioni privilegiate per le quali oggi si può meritare una porpora cardinalizia: «le periferie» … «i paesi poveri»… Diversi di questi cardinali sono vescovi di Paesi dove la presenza dei cattolici non può essere definita neppure una piccola minoranza: nell’Isola di Tonga, di cui è vescovo il Cardinale Soane Patita Paini Mafi, i cattolici battezzati sono circa 10.000. Fu creato cardinale nel 2020, all’età di appena 46 anni, Giorgio Marengo, vicario apostolico della Mongolia, dove i cattolici contano 1.200 battezzati su 3.300.000 abitanti. Questi cardinali elettori, emblema della «Chiesa povera per i poveri» delle varie «periferie esistenziali», governano chiese locali che possono sopravvivere e vivere in contesti di grande disagio e autentica povertà grazie alle donazioni che pervengono loro da ricche Chiese locali, o da grandi fondazioni dipendenti o legate alle stesse. Per intendersi: una singola parrocchia austriaca, tedesca, australiana, canadese, nordamericana … può mantenere da sola una diocesi intera in certi Paesi poveri del Latino America, dell’Asia e dell’Africa, dove il rapporto tra l’Euro e il Dollaro e la loro moneta nazionale è totalmente sproporzionato in valore di acquisto.

Domani, nella Cappella Sistina, un gruppo di cardinali provenienti da questi Paesi, rigorosamente scelti tra gli esponenti del cosiddetto progressismo più avanzato, con delicata disinvoltura faranno capire che i cordoni della borsa li reggono loro, lasciando a decine di cardinali “povero-periferico-esistenziali” la scelta obbligata giocata sulla sopravvivenza di Chiese locali che possono vivere solo grazie ad aiuti esterni. Certo, una volta questa si chiamava simonia, oggi si chiama invece «Chiesa povera per i poveri».

Allo stato attuale i poveri tanto esaltati in questo pontificato sono stati lasciati ostaggio dei capricci dei ricchi come mai lo erano stati prima, dopo aver dato vita a un Collegio di cardinali elettori che non rappresentano le varie voci, le opinioni e le posizioni più diverse che hanno sempre arricchito la Chiesa al proprio interno, ma una voce univoca, monocorde e, non ultimo: ruffiana. E tra i vari danni perpetrati, questo risulterà forse il peggiore, perché grava come una ipoteca pesante come il piombo sul prossimo conclave. Ciò con buona pace della Chiesa povera, che dentro la Cappella Sistina strozzerà i poveri coi cordoni della borsa dei ricchi più progressisti e più ideologizzati. E qualcuno l’ha persino chiamata «Chiesa povera per i poveri».

Dall’Isola di Patmos, 5 maggio 2025

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IF ANYONE ITCHES, LET HIM SCRATCH HIMSELF AND KEEP QUIET, RATHER THAN GOSSIP ABOUT THE CONCLAVE

The Church, disoriented and lost, lives in a state of irreversible decadence, we have long since passed the threshold of no return. The Church of today is no longer in Gethsemane, not even on the cross on Calvary, it is living the most dramatic moment in its way: that silence that seems almost a total absence of God.

— Ecclesial actuality —

Author
Ariel S. Levi di Gualdo

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Several Readers have written to our editorial staff asking why we have not written anything about the Sede Vacante and the Conclave now upon us.

The Church, disoriented and lost, lives in a state of irreversible decadence, we have long since passed the threshold of no return. The Church of today is no longer in Gethsemane, not even on the cross on Calvary, it is living the most dramatic moment in its way: that silence that seems almost a total absence of God. A space of time that goes from sunset on Good Friday to Easter Sunday. Between the closing of the tomb and the empty tomb of the Risen One, a sort of divine emptiness is experienced, before which the only appropriate thing is that silence that cannot be understood and lived except through faith, hope and charity.

Everyone knows how to speak, especially inappropriately, few know how to keep quiet and live that great silence that leads us to the resurrection. There are those who cannot remain silent and gossip by playing predictions about the future pope, in a completely worldly dimension, and those who understand the importance of remaining silent, in a completely mystagogical dimension.

I can therefore only repeat, below, what I have already written in the second part of an article of mine published on March 2, while the deceased August Pontiff was hospitalized at the Policlinico Agostino Gemelli in Rome between life and death: «And if simony were to come back into fashion at the next conclave?» (See HERE)

Everyone has their own style, individual or collective. In the first, as in the second case, it can be spontaneous, or studied on the table. The Fathers of this magazine The Island of Patmos , during ten years of journalistic activity, starting from October 2014, several times due to opportunity, other times due to the virtue of prudence, have renounced dealing with emerging themes linked to the Church and the Papacy, being first and foremost presbyters ; editors and publicists to follow, but presbyters ahead of everything. Certain topics may require to be dealt with when there is greater knowledge that can lead to a truthful, fair and balanced judgement.

 

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When the doors of the Sistine Chapel close, the Church will have to deal with the various problems left as a legacy by this pontificate, which remains judgeable, overall, only by history, perhaps even many years from now. The Supreme Pontiff Francis was elected after an act of renunciation by his predecessor, a rare event and a traumatic for all of us, especially due to the unfortunate methods chosen at the time by Benedict XVI, complete with the extravagant invention of the «emeritus papacy», or misleading terms such as «enlarged papacy», «active papacy and contemplative papacy» (!?)…

That of the Holy Father Francis is a pontificate that takes place in a social and geopolitical context of great decadence on a global level, with a de-Christianization of Europe that has already reached irreversible levels for twenty years. Elsewhere a hemorrhage of faithful has taken place in what were once the two lungs with which Catholicism breathed: Latin America and Africa.

Francis’ pontificate was full of problems, ambiguities and lack of clarity, there were also forms of despotism in total contempt of ecclesiastical laws and rules. To deny that this Pontiff will leave a confused, divided and quarrelsome Church due to trials open on all fronts, based on the unusual principle that «the important thing is to open the trials», without however concluding them and bringing them to full completion, is to deny the clearest evidence of the facts. However, who tells us that in several years we will not have to thank the pontificate of Francis for having preserved and saved the Church from problems and damage which without his actions, not understandable at the time, would have been greater, or even irreparable? Francis is a complicated man who fits into a very complicated historical moment, any judgment given in the present about him and his pontificate, could be completely wrong tomorrow.

It would not be the first time that certain men, not understood at the time in their actions, were later celebrated as extraordinary personalities who were decades ahead of the present time in which they lived. This is why sometimes, precisely when one is perplexed, disoriented and grieve for certain ambiguous attitudes and not even easy to decipher, despite exercising legitimate critical sense, is necessary and prudently suspending judgement..

One of the serious problems this pontificate will leave for the next conclave is this: tthe cardinal electors do not know each other. The last secret consistory took place in 2015. Let’s clarify: the consistory is the assembly of cardinals convened by the Roman Pontiff and can be secret, public, semi-public. What is called “secret” is that in which only the cardinals gathered to discuss in a private, i.e. secret, form with the Supreme Pontiff participate, regarding the various problems of the Church and its government. Today, to the serious problem of the cardinals who do not know each other, there is another one unknown to the secularists of the international left who glorify «the poor Church for the poor», so much does poverty in the homes and on the lives of others excites them, praising this pontificate which has appointed dozens of cardinals «coming from the peripheries of the world» and «from the poorest countries».

Let us not dwell the poor doctrinal and theological training of several of these holy men coming from those privileged situations for which today they can deserve a cardinal’s purple: «the suburbs» … «the poor countries». Several of these cardinals are bishops of countries where the presence of Catholics cannot be defined as even a small minority: on the island of Tonga, of which Cardinal Soane Patita Paini Mafi is bishop, there are around 10,000 baptized Catholics. Giorgio Marengo, apostolic vicar of Mongolia, where Catholics number 1,200 baptized out of 3,300,000 inhabitants, was created cardinal in 2020, at the age of just 46. These cardinal electors, emblem of the «poor Church for the poor» of the various «existential peripheries», govern local churches that can survive and live in contexts of great hardship and authentic poverty thanks to the donations that come to them from rich local churches, or from large foundations on linked to them. To be clear: a single Austrian, German, Australian, Canadian or North American parish can maintain an entire diocese in certain poor countries in Latin America, Asia and Africa, where the relationship between the Euro and the Dollar and their national currency is totally disproportionate in terms of purchase value.

Tomorrow, in the Sistine Chapel, a group of cardinals from these countries, rigorously chosen by Holy Father among the exponents of the so-called most advanced progressivism, will with delicate ease make it clear that they hold the purse strings, leaving dozens of “poor-peripheral-existential” cardinals the forced choice based on the survival of their local churches that can only live thanks to external aid. Of course, once this was called simony, today it is instead called «poor church for the poor».

At present the poor so exalted in this pontificate have been left hostage to the whims of the rich as they had never been before, after having given life to a College of cardinal electors who do not represent the various and noumerous voices, opinions and positions that have always enriched the Church internally, but a single, monotonous voice. And among the various damages perpetrated, this will perhaps be the worst, because it weighs like a lead-heavy mortgage on the next conclave. With all due respect to the poor Church, which inside the Sistine Chapel will strangle the poor, with the purse strings by rich most progressive and ideologicalized.

From The Island of Patmos, May 5, 2025

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2025-05-06 12:54:332025-08-03 15:38:45Se a qualcuno prude, che si gratti e taccia, anziché fare pruriginosi gossip sul Conclave —  If anyone itches, let him scratch himself and keep quiet, rather than gossip about the Conclave

Lo Spirito Santo, il conclave e l’elezione del Romano Pontefice Vescovo di Roma – The Holy Spirit, the conclave and the election of the Roman Pontiff Bishop of Rome

1 Maggio 2025/2 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano

(English text after the Italian)

 

LO SPIRITO SANTO, IL CONCLAVE E L’ELEZIONE DEL ROMANO PONTEFICE VESCOVO DI ROMA

Un animale da soma non può ambire a diventare un cavallo da corsa. La grazia perfeziona la natura che sussiste nell’uomo, ma non può snaturarla, perché non va oltre la natura che non c’è, così insegna la sapienza di San Tommaso d’Aquino.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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PDF articolo formato stampa – PDF article print format 

 

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In tempo di Sede Vacante, la febbre del Conclave contagia un po’ tutti: sia credenti che non credenti si guardano bene dal seguire il prudente protocollo di una “vigile attesa” e tutti si lanciano in pronostici che rispecchiano per lo più i propri desideri personali per tratteggiare il profilo del prossimo Vicario di Cristo.

Tra le varie tifoserie come non annoverare i romantici, coloro che insistono nel sostenere che il nuovo Papa sarà eletto dallo Spirito Santo in persona. Detta così, questo concetto vuol dire poco o nulla, se non per una certa coloritura fideista. Eppure, se andiamo più nel profondo del pensiero di queste anime semplici scopriremo che questa idea suona come una sorta di polizza assicurativa che dovrebbe mettere in sicurezza i cardinali elettori e il Popolo di Dio da situazioni incresciose o imbarazzanti. Per carità, una posizione legittima che però non tiene affatto conto delle dinamiche con cui realmente lo Spirito Santo agisce nella storia dell’uomo, così come ha agito nella vita del Signore Gesù e della Chiesa nei suoi duemila anni.

Esempio: se prendiamo la Genealogia dei Vangeli, possiamo forse dire che dentro quella storia di quei nomi fatta di vicende specifiche l’azione dello Spirito Santo si è fatta sempre presente? Il mio vecchio professore di morale fondamentale — scaltro gesuita della vecchia Compagnia di Gesù — avrebbe risposto: «Sì e no». Avrebbe detto sì per il fatto che la risultante della Genealogia e la persona di Gesù nato da Maria, no per il fatto che tra quelle persone citate che hanno costruito l’impalcatura storica, relazionale e familiare che ha permesso l’incarnazione del Verbo dobbiamo rilevare numerose e abbondanti fragilità e resistenze alla grazia che non sono affatto nuove nella storia dell’uomo.

Qualcuno potrebbe obiettare sbrigativamente, «Beh, vabbè, l’importante è il risultato finale», questo è vero finché parliamo di Cristo e finché prendiamo lui come ultimo riferimento, ma quando c’è l’uomo questo è ancora vero? Per scendere ancora più in profondità, dopo l’Ascensione del Signore, termina il tempo terreno del Risorto e inizia il tempo della Chiesa, in cui sono gli uomini, apostoli e discepoli di Cristo, a portare avanti un deposito che gli è stato affidato dal Maestro. Il libro degli Atti degli Apostoli ci mostra più volte che l’andamento della Chiesa non è sempre stato pacifico e privo di problemi, anche dopo la Pentecoste e il dono dello Spirito Santo. E nel tempo, la situazione non è cambiata di molto. Dobbiamo essere onesti nel considerare lo Spirito Santo non come un severo precettore che conduce obtorto collo il proprio discepolo a forza di sberle ma come un saggio e prudente pedagogo che lascia molto spazio e libertà al suo discepolo stando sempre a pochi passi da lui, permettendo anche le salutari e immancabili cadute.

Questo che significa in soldoni? Significa che — come disse il Cardinale Joseph Ratzinger nel 1997 — lo Spirito Santo non interviene con il suo dito di fuoco in Cappella Sistina indicando il candidato per il quale si debba votare, ma interviene nella mente dei cardinali con un discreto discernimento umano e storico orientato a scegliere il candidato che si dibatte tra le sponde del “peggio” e del “leggermente meno peggio”. Al di là della battutaccia, la storia della Chiesa insegna che tra i vari Vicari di Cristo non tutti sono risultati dei fuoriclasse e dei pii, anzi. Alcuni hanno fatto molti danni — è innegabile — ma allo stesso tempo hanno saputo dare alla Chiesa anche qualcosa di buono nei tempi in cui sono vissuti e hanno esercitato il ministero petrino, in questo certamente possiamo vedere l’azione dello Spirito Santo, in quel po’ di bene che non è stato del tutto rovinato da personalità ingombranti e da interferenze sociali e politiche insieme a simpatie e alleanze umane.

Questa è proprio l’elasticità che lo Spirito Santo esercita nella Chiesa senza privare l’uomo della sua libertà e senza coartarlo al bene. Accanto allo Spirito Santo — diciamolo una buona volta — è presente anche l’anti-spirito che fa prendere tante cantonate e risiede nella testardaggine dell’uomo che vuole fare di testa propria relegando lo Spirito Santo al solo momento del canto del Veni Creator Spiritus.

Attribuire allo Spirito Santo tutto quello che accade dentro a un Conclave o durante una celebrazione di un Sinodo o di un Capitolo sarebbe pura superstizione e ingenuità. Dobbiamo osare ed essere sufficientemente smaliziati nel riconoscere che l’anti-spirito lavora mesi prima per orientare le sorti di un evento, poco importa se si tratti di un Conclave o di una riunione di condominio.

La speranza che tutti nutriamo è che lo Spirito Santo possa parlare al cuore dei cardinali facendo risplendere la Verità e insieme infondendo il coraggio di un cambiamento o l’inizio di un nuovo passo di marcia. Un treno ad alta velocità non può essere fermato di botto, ha bisogno di tempo e di spazio di manovra. Così è nella Chiesa, c’è sempre bisogno di una inversione di rotta e di una conversione ma nulla può avvenire all’improvviso o dopo un Conclave. Spesso, è la storia che ce lo dice, i danni fatti da alcuni Papi hanno necessitato anni per essere riparati, altre volte decenni, talora, per porvi rimedio, è stato necessario convocare un concilio ecumenico. O forse vogliamo dimenticare che sia il IV Concilio Lateranense sia il Concilio di Trento, furono anche la conseguenza di diversi Pontefici non particolarmente raccomandabili susseguitisi tra vicende politiche poco edificanti, lotte di potere, intrallazzi finanziari e simonia?

Il 7 maggio il Conclave avrà inizio, la materia umana dentro la quale sarà scelto il prossimo Vicario di Cristo è rappresentata da collegio cardinalizio fatto, come nel caso della Genealogia, di uomini che poco sanno tra di loro, fragili e alcune volte refrattari alla grazia. Questo non deve essere motivo di scoraggiamento, ma solo di sano realismo. Un animale da soma non può ambire a diventare un cavallo da corsa. La grazia perfeziona la natura che sussiste nell’uomo, ma non può snaturarla, perché non va oltre la natura che non c’è, così insegna la sapienza di San Tommaso d’Aquino: «Gratia non tollit naturam sed eam perficit» (Summa Theologiae, I, I, 8 ad 2). Lo Spirito Santo non è la bacchetta magica che detta automaticamente e insindacabilmente le scelte giuste ma è l’osservatore attento del dialogo dell’uomo con Dio, è lì a supportare questo dialogo per il bene della Chiesa e per la salvezza dell’uomo. Ma quando l’uomo si estromette dal suo accompagnamento ecco che sperimentiamo tutti i disagi di scelte destabilizzanti e divisive. In questo caso — come diceva il Cardinale Joseph Ratzinger — l’unica sicurezza che lo Spirito Santo offre è che tra le varie cadute e testardaggini dell’uomo e della Chiesa il tutto non venga totalmente e irreparabilmente rovinato.

Insomma, lo Spirito Santo ci deve ancora mettere na’ pezza, noi confidiamo in questo con la sapienza del popolo romano, col quale concordiamo quando dice che «morto un Papa se ne fa sempre un altro». Questo è incoraggiante, questo desideriamo e insieme speriamo che il prossimo Romano Pontefice Vescovo di Roma sia donato da Dio, non tollerato per accordi umani, né inflitto come il risultato dell’anti-spirito.

Sanluri, 30 aprile 2025

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THE HOLY SPIRIT, THE CONCLAVE AND THE ELECTION OF THE ROMAN PONTIFF BISHOP OF ROME

A pack animal cannot aspire to become a racehorse. Grace perfects the nature that exists in man, but cannot denature it, because it does not go beyond the nature that does not exist, as the wisdom of St. Thomas Aquinas teaches.

— Ecclesial actuality —

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Author
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

 

In times of vacant see, the fever of the Conclave infects everyone: both believers and non-believers are careful not to follow the prudent protocol of “watchful waiting” and everyone launches into predictions that mostly reflect their own personal desires to outline the profile of the next Vicar of Christ.

Among the various fans, how can we not include the romantics, those who insist on maintaining that the new Pope will be elected by the Holy Spirit himself. Said in this way, this concept means little or nothing, if not for a certain fideistic coloration. Yet, if we delve deeper into the thinking of these simple souls, we will discover that this idea sounds like a sort of insurance policy that should protect the cardinal electors and the People of God from unpleasant or embarrassing situations. A legitimate position that however does not take into account the dynamics with which the Holy Spirit actually acts in the history of man, just as he acted in the life of the Lord Jesus and of the Church in its two thousand years.

Example: if we take the Genealogy of the Gospels, can we perhaps say that within that history of those names made up of specific events the action of the Holy Spirit has always been present? My old professor of fundamental morality — a shrewd Jesuit of the old school by Company of Jesus — would have answered: “Yes and no”. He would have said yes because the result of the Genealogy is the person of Jesus born of Mary, no because among those people cited who built the historical, relational and family scaffolding that allowed the incarnation of the Word we must note numerous and abundant fragilities and resistances to grace that are not at all new in the history of man.

Someone might hastily object, «Well, okay, the important thing is the final result», this is true as long as we talk about Christ and as long as we take him as the final reference, but when there is man is this still true? To go even deeper, after the Ascension of the Lord, the earthly time of the Risen One ends and the time of the Church begins, in which it is men, apostles and disciples of Christ, who carry forward a deposit that was entrusted to them by the Master. The book of the Acts of the Apostles shows us several times that the progress of the Church has not always been peaceful and free of problems, even after Pentecost and the gift of the Holy Spirit. And over time, the situation has not changed much. We must be honest in considering the Holy Spirit not as a severe tutor who reluctantly leads his disciple by force of slaps but as a wise and prudent pedagogue who leaves a lot of space and freedom to his disciple by always remaining a few steps away from him, even allowing for healthy and inevitable falls.

What does this mean in a nutshell? It means that — as Cardinal Joseph Ratzinger said in 1997 — the Holy Spirit does not intervene with his fiery finger in the Sistine Chapel indicating the candidate for whom one should vote, but intervenes in the minds of the cardinals with a discreet human and historical discernment aimed at choosing the candidate who is torn between the shores of “worse” and “slightly less worse”. Beyond the bad joke, the history of the Church teaches that among the various Vicars of Christ not all have been champions and pious, on the contrary. Some have done a lot of damage — it is undeniable — but at the same time they have also been able to give the Church something good in the times in which they lived and exercised the Petrine ministry, in this we can certainly see the action of the Holy Spirit, in that little bit of good that has not been completely ruined by cumbersome personalities and by social and political interference together with human sympathies and alliances.

This is the elasticity that the Holy Spirit exercises in the Church without depriving man of his freedom and without forcing him to do good. Alongside the Holy Spirit there is also the anti-spirit that causes so many blunders and resides in the stubbornness of man who wants to do things his own way, relegating the Holy Spirit to the sole moment of singing the Veni Creator Spiritus.

To attribute to the Holy Spirit everything that happens inside a Conclave or during a celebration of a Synod or a Chapter would be pure superstition and naivety. We must dare and be sufficiently shrewd to recognize that the anti-spirit works months in advance to direct the fate of an event, it matters little whether it is a Conclave or a condominium meeting.

The hope we all have is that the Holy Spirit can speak to the hearts of the cardinals, making the Truth shine and at the same time instilling the courage to change or begin a new step. A high-speed train cannot be stopped suddenly, it needs time and room to maneuver. So it is in the Church, there is always a need for a change of direction and a conversion but nothing can happen suddenly or after a Conclave. Often, history tells us, the damage done by some Popes has taken years to repair, other times decades, sometimes, to remedy it, it has been necessary to convene an ecumenical council. Or perhaps we want to forget that both the Fourth Lateran Council and the Council of Trent were also the consequence of several not particularly recommendable Pontiffs who followed one another amidst less than edifying political events, power struggles, financial intrigues and simony?

The Conclave will begin on May 7th. The human matter within which the next Vicar of Christ will be chosen is represented by the College of Cardinals made up, as in the case of the Genealogy, of men who know little about each other, fragile and sometimes refractory to grace. This should not be a reason for discouragement, but only for healthy realism. A pack animal cannot aspire to become a racehorse. Grace perfects the nature that exists in man, but cannot denature it, because it does not go beyond the nature that does not exist, as the wisdom of St. Thomas Aquinas teaches: «Gratia non tollit naturam sed eam perficit» (Summa Theologiae, I, I, 8 ad 2). The Holy Spirit is not the magic wand that automatically and unquestionably dictates the right choices but is the attentive observer of the dialogue of man with God, he is there to support this dialogue for the good of the Church and for the salvation of man. But when man separates himself from his accompaniment, we experience all the discomforts of destabilizing and divisive choices. In this case — as Cardinal Joseph Ratzinger said — the only security that the Holy Spirit offers is that among the various falls and stubbornness of man and the Church, everything will not be totally and irreparably ruined.

The Holy Spirit still has to patch us up, we trust in this with the wisdom of the Roman people, with whom we agree when they say that «when a Pope dies, another is always made». This is encouraging, this is what we desire and together we hope that the next Roman Pontiff Bishop of Rome will be given by God, not tolerated by human agreements, nor inflicted as the result of the anti-spirit.

Sanluri, April 30, 2025

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Lo Spirito Santo in Gesù: Maestro spirituale nel cammino di Quaresima

16 Aprile 2025/1 Commento/in Attualità/da Padre Ivano

LO SPIRITO SANTO IN GESÚ: MAESTRO SPIRITUALE NEL CAMMINO DI QUARESIMA

Nel cammino quaresimale giungiamo dal deserto fino al Calvario, e da questo luogo di consumazione del cuore di Cristo per gli uomini, si passa a quella consumazione charis-matica che è missione e compito per la vita della Chiesa.

— Attualità pastorale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Nella prima Domenica di Quaresima si legge tradizionalmente la pericope evangelica delle tentazioni di Gesù nel deserto.

I tre Vangeli sinottici, compreso il più sintetico Marco, concordano nel sottolineare una cosa importante e cioè che Gesù viene sospinto nel deserto dallo Spirito, per essere tentato dal diavolo. Questa vicenda rappresenta un momento forte che qualifica l’identità di Gesù, poiché Egli, pieno di Spirito Santo, inaugurerà di li a poco l’anno di grazia giubilare (cfr. Lc 4,18-19), mentre le Sue opere realizzeranno la buona novella che libera e guarisce quei poveri che trepidanti attendono il Regno di Dio. Ma non può esserci anno di grazia – non c’è vero giubileo – senza il fermo proponimento di porre fine al regno di satana e delle sue opere. In Gesù Cristo questa promessa si compie (cfr. Lc 10,18), è nel suo Battesimo al Giordano che prende avvio la vittoria sul male, che avrà un primo momento di combattimento nell’agone del deserto e culminerà poi sul Golgota in quel tempo fissato (cfr. Lc 4,13) che è káiros di salvezza per ogni uomo.

Come già anticipato, la cornice narrativa determina anche la chiave di lettura interpretativa di quel passo delle tentazioni. Esso si colloca dopo il battesimo al Giordano, nel momento della teofania del Padre per mezzo della quale Egli riconosce solennemente il Figlio, il Messia e il profeta ricolmo del fuoco dello Spirito Santo. Non è esegeticamente ardito vedere qui un passaggio di testimone tra Giovanni il Battista – colui è il profeta di fuoco (cfr. Mt 11,14; 17,12; Sir 48,1)– e Gesù, colui che possiede la pienezza del fuoco dello Spirito Santo. Questo Spirito effuso sul Cristo rimarrà stabilmente su di Lui e, come i Vangeli ricordano, per ben tre volte durante la sua vita terrena consacra la Sua vita ed il ministero pubblico.

La prima volta nel grembo della Vergine Maria, primo altare sul quale Gesù viene unto dallo Spirito Santo (cfr. Mt 1,20); la seconda unzione è appunto quella nel fiume Giordano; la terza avverrà sulla croce, dove Cristo, morendo dona lo Spirito Santo al mondo (cfr. Gv 19,30). E quell’ ultimo sospiro sarà preludio all’effusione dello Spirito Santo che comunicherà agli apostoli nella domenica di Pasqua (cfr. Gv 20,21-22).

Soffermandoci sulla seconda unzione o consacrazione pneumatologica di Gesù al Giordano, notiamo come Egli, in quella circostanza, unisce a sé solidarmente tutta la stirpe umana, di cui ne condivide la natura, le gioie, le speranze e le sofferenze. Nell’abbraccio dello Spirito Santo con Gesù si rivela la Sua profonda identità che, poi, attraverso i sacramenti, verrà comunicata dalla Chiesa agli uomini e che la teologia paolina esprime così nella lettera ai Galati: «Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!» (Gal 4,6). Uno Spirito donato, dunque, per riconoscere il Padre e il Figlio Suo Gesù, Signore e Salvatore nostro, che svolge anche l’azione di condurre a Gesù gli uomini, affinché siano uniti a Lui nell’immersione pasquale di morte e risurrezione.

Nel battesimo al Giordano Gesù si fa solidale con noi cosicché tutti veniamo presentati al Padre in quanto figli nel Figlio, pur riconoscendoci ancora bisognosi di conversione e – cosa importante – tutti, attraverso l’umanità di Gesù, riceviamo quell’unzione dello Spirito Santo che ci permette di affrontare le tentazioni del maligno e di superarle, il che rappresenta, per i cristiani il primo importante passo del cammino battesimale, nella conversione e nella libera scelta.

Infatti lo Spirito Santo nel deserto mette l’umanità di Cristo di fronte al male perché possa combatterlo e scegliere nella libertà di Figlio di permanere nell’obbedienza al Padre. Allo stesso modo lo Spirito Santo agisce in noi, manifestandoci lo scandalo del mistero di iniquità che può essere vinto soltanto permanendo nell’obbedienza a Dio, radicati nell’unica sua parola: «sta scritto, è stato detto» (cfr. Lc 4,4. 8.12). Non è più tempo per l’uomo, come accadde ai progenitori in Eden, di nascondersi a causa del peccato o della sconcertante devastazione che esso provoca nella vita, ma per mezzo dello Spirito egli è chiamato ad agire, ad impugnare la spada (cfr. Ef 6,17) e a dare guerra al maligno che è già stato respinto nell’umanità di Cristo.

La Quaresima diviene in tal modo, anno per anno, un cammino di consapevolezza spirituale sempre maggiore e ogni volta diverso. Un cammino di ascolto del maestro interiore – lo Spirito Santo – che invoglia l’uomo a «vedere», potremmo anzi dire, a fare esperienza di Lui: «Venite, vedete le opere del Signore» (cfr. Sal 46, 9). E quali sono le opere che lo Spirito Santo, come Signore, compie? Sono quelle stesse opere che vediamo realizzarsi nella vita terrena di Gesù e che egli ripropone a coloro che intendono seguirlo: venerazione e contemplazione del Padre, annientamento di sé stessi e dono di sé agli uomini.

La Quaresima si presta a questa triplice dinamica affinché, sotto la guida attenta dello Spirito Santo, non ci sia più spazio per l’emotività disordinata o per rivelazioni apocalittiche, poiché tutto conduce a una conformazione della propria vita a quella di Cristo che solo lo Spirito è in grado di operare in pienezza nell’uomo. Vediamo come ciò avviene, attraverso tre movimenti.

Il primo movimento corrisponde a un moto ascensionale, il che significa fissare lo sguardo non sulla propria miseria di peccatore, ma sollevare gli occhi verso Dio che è Padre. Ciò ci permette di contemplare la Sua opera redentiva nel Figlio Gesù: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (cfr. Gv 6, 29). Il centro dell’esistenza, ciò che dà senso e ferma speranza al cammino spesso difficile della vita dell’uomo è la fede in Gesù, l’incontro con Cristo. Non si tratta di seguire un’idea, un progetto, ma di incontrare Gesù come una Persona viva, di lasciarsi coinvolgere totalmente da Lui e dal suo Vangelo. Per questo Gesù invita a non fermarsi ad un piano puramente umano, ma ad aprirsi all’orizzonte di Dio, quello della fede. Egli esige quest’unica opera: accogliere il piano di Dio, cioè «credere a colui che egli ha mandato» (cf. Benedetto XVI, Angelus, Castel Gandolfo, 5 agosto 2012).

Il secondo movimento è un moto abissale, esso coincide con la realtà della croce. Significa portare quel giogo che ci fa piccoli, che quotidianamente ridimensiona il nostro io e ci permette di rinunciare al dominio sul fratello e sulle cose, scansando l’egoistica ossessione del possesso, mettendo la propria persona al servizio, ovvero volgendosi di preferenza a coloro che non hanno possibilità alcuna di ricambiare (cfr. Lc 14,13-14).

Il terzo movimento è un moto orizzontale, esso coincide con quel «fino alla fine» di Gv 13,1, che Gesù mette in atto dapprima nel Cenacolo con gli apostoli, ma poi realizza compiutamente per tutti sul Calvario. Lì Gesù fa pieno dono di sé agli uomini. Così come lo Spirito Santo lo aveva sospinto nel deserto, quasi per necessità salvifica, ora Gli fa salire l’erta del Calvario dove avverrà l’ultimo, definitivo e necessario combattimento contro il maligno; mentre intanto questi propone la sua messianicità alternativa che contraddice il disegno del Padre: «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!» (cfr. Mt 27,40); «Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi sé stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto”. Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”» (cfr. Lc 23,35-37). Questo moto orizzontale non ha primariamente un significato filantropico o solidaristico come lo si potrebbe frettolosamente intendere, ma è una lucida richiesta di consumazione del proprio cuore per l’altro. È il compimento definitivo che giunge perfino al perdono dei nemici. Lì la tentazione demoniaca non può arrivare, lì c’è solo e soltanto l’opera dello Spirito Santo che trasforma l’intimo dell’uomo fino alla consumazione per l’altro, così come Cristo ha fatto. Il Consummatum est di Cristo è l’inizio di ogni operazione charis-matica del cristiano e della Chiesa; per questo l’amore trova la sua fonte nella terza persona della Trinità che prende stabilmente dimora nella creatura (cfr. Rm 8,9).

Per concludere, nel cammino quaresimale giungiamo dal deserto fino al Calvario, e da questo luogo di consumazione del cuore di Cristo per gli uomini, si passa a quella consumazione charis-matica che è missione e compito per la vita della Chiesa. Sottolineando quei tre movimenti su ricordati, a cui l’uomo, seguendo Cristo, cerca di conformarsi per vocazione, abbiamo delineato un percorso spirituale e un cammino missionario, di annuncio, di autenticità cristiana e battesimale, per coloro che hanno ricevuto l’effusione dello Spirito Santo e che vivono la vita cristiana sotto il segno della Pentecoste. Questo è divenuto vero per i cristiani fin da subito, appena dopo la morte, la risurrezione e ascensione al cielo di Cristo. Lo Spirito Santo effonde con magnanimità su tutta la Chiesa doni e carismi, come testimoniano il Vangelo di Marco e le lettere paoline. Lo stesso libro degli Atti degli Apostoli è una sinfonia pneumatologica dell’opera dello Spirito nella vita della Chiesa delle origini, che poi proseguirà nei secoli successivi nei quali, stupefatti, assisteremo alla nascita di inaspettati doni: il martirio, la santità degli anacoreti, la dottrina dei grandi dottori, la carità ecclesiale, la vita sacramentale e orante; essi lasciano intravedere ovunque la firma dello Spirito Santo quale maestro interiore. La Quaresima è un cammino in compagnia dello Spirito Santo, è la realizzazione di quel sogno di diventare simili a Dio ottenuto non nella disobbedienza e con il peccato, come per i progenitori, ma nella mediazione di Cristo: Egli è il solo che può condurre l’uomo al Padre.

Sanluri, 16 aprile 2025

 

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L’ultima del Senatore Dario Franceschini: «Il cognome paterno è una tradizione patriarcale» …

8 Aprile 2025/1 Commento/in Attualità/da Jorge Facio Lince

L’ULTIMA DEL SENATORE DARIO FRANCESCHINI: «IL COGNOME PATERNO È UNA TRADIZIONE PATRIARCALE»

Se vogliamo un pensiero per così dire “di sinistra”, bisogna tornare indietro al finire degli anni Sessanta del Novecento, aprire una enciclica scritta da Paolo VI nel 1967 intitolata Populorum Progressio, leggerla con attenzione e imparare quel che dovrebbe essere realmente il progresso dei popoli basato sul buon senso umano e cristiano, non sulla cieca ideologia.

— Attualità —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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La proposta di legge del Senatore Dario Franceschini che prevede la possibilità di attribuire automaticamente il cognome materno ai neonati ha generato un acceso dibattito pubblico, con voci e commenti contrastanti. Proposta da lui definita come

«un risarcimento per una ingiustizia secolare che ha avuto non solo un valore simbolico, ma è stata una delle fonti culturali e sociali delle disuguaglianze di genere» (cfr. QUI)

I Sostenitori della proposta la vedono come un adattamento legislativo e sociale necessario che segue i cambiamenti costitutivi delle famiglie, affinché vi sia maggiore parità di genere e sia eliminata l’usanza del cognome paterno, considerata “tradizione patriarcale”. A questo modo sarebbe dato un ruolo maggiore alle madri a livello sociale, con maggiore libertà di scelta del cognome da trasmettere ai figli da parte dei genitori, promuovendo una visione più equilibrata e reale del concetto più ampio di famiglia rispetto a quello considerato troppo restrittivo della cosiddetta “famiglia non tradizionale”. La proposta non esclude la possibilità per i genitori di scegliere congiuntamente il cognome, inclusa l’opzione del doppio cognome.

I critici della proposta sostengono che essa rischia di creare confusione sull’identità familiare, influenzare la percezione del rapporto coi genitori e relativa figliolanza, producendo divisioni all’interno delle famiglie in caso di disaccordo tra i genitori per la scelta del cognome.

Per i giuristi e gli esperti esistono innegabili problematiche sulla proposta riguardo la complessità burocratica che potrebbe derivare dall’applicazione della legge, come ad esempio le difficoltà nella gestione dei documenti e delle pratiche amministrative. A tal proposito la Suprema Corte Costituzionale ha già dato delle indicazioni per il superamento del cognome prettamente paterno, in cui possono rientrare le fattispecie e le casistiche a cui è mirata la proposta.

È difficile prevedere con precisione quanti neonati riceverebbero il cognome materno in seguito all’approvazione della legge, senza dati specifici sulle preferenze dei genitori, qualsiasi calcolo sarebbe approssimativo ma comunque indicativo. Analizzando alcuni dati dell’ente nazionale di statistica (cfr. QUI), si evince che:

– La natalità in Italia è in costante calo, nel 2023, i nati residenti in Italia sono stati 379.000, segnando un nuovo minimo storico con un calo di 14.000 unità rispetto al 2022 (-3,6%);
– Le madri sole, o le cosiddette famiglie “monogenitoriali”, hanno statistiche ancora molto approssimative per il campione così ridotto, tuttavia, i nuclei famigliari in cui la madre è il genitore unico è aumentato come conseguenza dei divorzi, separazioni e scelte singolari di maternità;
– I “monogenitori”, ossia padri e madri soli, tra il 2011 e il 2021 hanno registrato un aumento del 44%: le madri sole sono aumentate del 35,5%, mentre i padri soli si sono incrementati attestandosi all’85%.

Questa proposta di legge sarebbe interessante per i nuclei “monogenitoriali” che secondo i dati ISTAT sarebbero in crescita e che comprendono le famiglie sensibile alle questioni di parità di genere, le famiglie con genitori non sposati in cui la scelta del cognome può essere più complessa, in questo e altri casi la proposta semplificherebbe il processo di assegnazione del cognome. È estremamente difficile calcolare con precisione quante famiglie sceglierebbero effettivamente di utilizzare il cognome materno, ma potrebbe arrivare anche al 10-20% delle famiglie, ciò rappresenterebbe un numero significativo di individui che non devono essere esclusi.

La scelta politica della sinistra, negli ultimi anni potrebbe essere considerata progressista, ma volendo anche una forma di lotta radicale per il riconoscimento civile e l’adeguamento giuridico e sociale verso i gruppi minoritari. Secondo quello che dicono gli attuali esponenti politici nei loro discorsi ideologici fatti sulle televisioni e nei comizi sulle piazze, questi gruppi, ostracizzati o condannati nel corso della storia, oggi devono ricevere il proprio pieno riconoscimento all’interno della società, se la società stessa vuole essere veramente civile. Questo abbandono della sinistra verso l’ideale della lotta di classe o contro certi sistemi economici in cui l’operario o il membro della classe proletaria era strumentalizzato come elemento di propaganda, non è più così importante e rilevante, come lo è la lotta per questi gruppi minoritari, o per dirla in altri termini: dalle lotte operaie di piazza con le sfilate dei metalmeccanici in tuta, siamo passati al gay pride con gli uomini arcobalenati vestiti come grottesche fatine in tacchi e calze a rete.

È una scelta ideologica, quella dei post-comunisti, che appare oggi più in contradizione con un mondo nel quale la difesa dei deboli, all’interno di poteri economici-cannibali, è favorita nelle sue tragiche diseguaglianze tra le classi proprio dalle Sinistre internazionali, quelle che ieri urlavano “peace and love” e che oggi urlano al riarmo dell’Europa, con in testa la Germania, che a suo tempo non fu disarmata propriamente per caso.

Il transfert freudiano su certe minoranze privilegiate come i cisgender e chi non vuole accettare e adeguarsi a ruoli e schemi “tradizionali” sociali, sembra una sorta di “aggiornamento della lotta di classe” o, meglio una sua parodia, affinché si possa rivoluzionare i concetti basilari della cultura che a poco a poco riescono a “educare” le nuove generazioni, oltre al popolo obbligato a sua volta a cambiare la società alla propria radice. La scelta comunque ideologica, anche se rivendica una maggiore inclusione e tolleranza, troppo spesso mette in risalto la esclusività di questi gruppi minoritari a discapito della maggioranza della popolazione. Sono segmenti statisticamente inferiori che vengono salvati e protetti dalla “massa” quasi come una nuova sorta di “fascio” superiore diverso e accogliente. Tema complesso, questo, sul quale ha scritto un saggio lungimirante un nostro autore, Francesco Mangiacapra, nella sua opera Il golpe del politicamente corretto – Quando le minoranze divengono dittatura.

La nuova lotta degli esponenti di sinistra non solo dimentica il popolo, come provano i fatti, ma con inconsapevole vena comica usa quella dialettica in cui sono presentate le politiche degli avversari come “retorica di pancia”, o come “bieco populismo”, fomentati da talk show che alimentano il vittimismo, le pose da perseguitati e il bisogno di un riscatto vendicativo, anziché la ricerca della giustizia retributiva e dei beni di ogni individuo al di sopra di loro personali piaceri egoistici o egocentrici. 

Se vogliamo un pensiero per così dire “di sinistra”, bisogna tornare indietro al finire degli anni Sessanta del Novecento, aprire una enciclica scritta da Paolo VI nel 1967 intitolata Populorum Progressio, leggerla con attenzione e imparare quel che dovrebbe essere realmente il progresso dei popoli basato sul buon senso umano e cristiano, non sulla cieca ideologia.

dall’Isola di Patmos, 9 aprile 2025

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Sempre a proposito di Silere non Possum: dal “hombre vertical” ai “piglianculo” e “quaquaraquà” di Leonardo Sciascia

29 Marzo 2025/in Attualità/da Monaco Eremita

SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA

Siccome viene riferito che il Sig. Marco Perfetti abbia iniziato un percorso di formazione nel seminario de La Spezia, poi presso la Comunità Nuovi Orizzonti di Genova, poi un paio d’anni nel seminario di Massa Carrara dove riferiscono d’averlo accompagnato alla porta; siccome riferiscono che avrebbe tentato un avvicinamento ad Assisi, dove all’epoca era guardiano del Sacro Convento il futuro Cardinale Mauro Gambetti, attualmente Arciprete della Papale Arcibasilica di San Pietro, oggetto da due anni di decine di articoli di insulti violenti; siccome riferiscono che avrebbe tentato di avvicinarsi ad alcune istituzioni tradizionaliste e ad alcune comunità monastiche, dal momento che però egli lo nega, forse andrebbe chiarito: tra gli ecclesiastici e i formatori di seminario di tre diverse diocesi e il diretto interessato, chi dice il vero e chi dice il falso?

 

AutoreMonaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

 

 

 

 

 

 

 

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Siamo molto lontani dal 1898 quando Leone XIII, venne ripreso con una cinepresa mentre accavallava le gambe. Immagini che finirono perfino in luoghi poco consoni o addirittura lascivi, tanto che il Vaticano fu costretto a rompere i rapporti con gli americani che avevano realizzato quelle riprese e li instaurarono con i fratelli Calcina e i Lumière.

Più recentemente forse alcuni ricordano che nel 2015 venne sospeso l’accredito a un vaticanista di lungo corso del calibro di Sandro Magister, reo d’aver rotto l’embargo sulla tanto attesa enciclica di Papa Francesco «Laudato sì», anticipandone stralci, qualche giorno prima dell’uscita, su L’Espresso.

Tutto questo sembra preistoria rispetto all’attuale panorama che, grazie alla diffusione dei social, vede un proliferare di personaggi accreditarsi come autorevoli conoscitori delle cose vaticane e della vita della Chiesa o dei suoi rappresentanti. Caso eclatante il blog Silere non Possum, che nei propri social indica come luogo di “residenza” lo Stato della Città del Vaticano, con il suo blogghettaro che in suoi video e articoli ripete con gran sicumera: «… noi in Vaticano … qua in Vaticano …». Insomma: una barzelletta, se dietro non vi fosse la tragedia.

I social, come sappiamo e sperimentiamo, sono strumenti favolosi se usati bene, ma possono essere altrettanto deleteri se usati in modo pessimo, per colpire qualcuno, persona o istituzione, o per delegittimare o portare discredito. Usati senza controllo di verifica o possibilità di ragionata replica, possono portare a conseguenze pericolose, o perlomeno fastidiose. Non è da ora che suona l’allarme a causa di coloro che usano questi mezzi per diffondere fake news o distorcere la realtà dei fatti per i propri fini. Se costoro sono colti sul vivo o fatti oggetto di risposte argomentate e provate, son capaci di rivoltarsi piccati, negare o, peggio, usare un vecchio metodo invalso presso le istituzioni antiche come la Chiesa Cattolica: il ricorso alla lettera delatoria. È un espediente tipico dei subdoli, che non sapendo rispondere alle argomentazioni, si rivolgono al superiore di chi si vuole colpire, al capo che sta sopra, oppure, se si tratta di un sacerdote, perfino a tutto il presbiterio a cui quel chierico è legato da affetto, oltre che per incardinazione. Esattamente come ha fatto pochi giorni fa Marco Perfetti, inviando una lettera delirante trasbordante veleno indirizzata a tutti i membri del presbitèrio della Diocesi cui appartiene Padre Ariel S. Levi di Gualdo, la quarta in ordine di serie, dal novembre 2023 a oggi.

Lo scopo di questo viscido velenoso è di colpire basso, non importa la persona, la sua dignità e neanche quel che ha scritto per contraddire notizie errate. Ciò che si vuole raggiungere è il maggior discredito possibile, usando perfino quei toni ecclesiastici melensi e untuosi che vorrebbero far passare la sporca operazione per qualcosa di sano, giusto, provvidenziale nei riguardi di quel Presbitèrio, di quell’Ordine storico o di quella congregazione religiosa guardati con commiserazione per annoverare cotante persone che osano contraddire i novelli paladini della comunicazione (sic!) vaticana ed ecclesiale, coloro che si definiscono come quelli che Tacer non possono, salvo celarsi però dietro il più vile anonimato.

Non solo Padre Ariel, che della rivista è direttore responsabile e figura fra i fondatori assieme al compianto Antonio Livi, ultimo filosofo e teologo della Scuola Romana, e al teologo domenicano Giovanni Cavalcoli, tutt’oggi membro del comitato scientifico delle Edizioni L’Isola di Patmos, tutti i redattori della rivista L’Isola di Patmos sono stati fatti oggetto recentemente del trattamento appena descritto. In particolare la cosa potrebbe essere passata sotto silenzio e simili soggetti neanche presi in considerazione, seguendo l’adagio di un personaggio immaginario, il celebre Cetto La Qualunque, impersonato dall’attore Antonio Albanese: «Non ti sputo se no ti profumo!». Ma siccome i Padri redattori de L’Isola di Patmos hanno sempre avuto avanti agli occhi il bene dei propri lettori e a seguire l’onestà intellettuale, si trovano costretti a parlare perfino di queste fastidiose facezie, cosa di cui farebbero molto volentieri a meno.

Che Padre Ariel usi toni forti non data da oggi. Viene scritto che usa parolacce. Io non ne sono capace, però sono sicuro che siano tutte presenti nei dizionari della lingua italiana e sulla Treccani e che hanno fatto la fortuna di scrittori facondi come Aldo Busi che scrisse nel 1994 Cazzi e canguri (pochissimi i canguri) o Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, edito nientemeno che da Mondadori. E che dire del Prof. Vittorio Sgarbi, a cui va il nostro pensiero in questo momento di sua difficoltà fisica e psichica, che della parolaccia ne ha fatto un emblema. Ma se vogliamo prendere gli ecclesiastici che facevano intelligente uso del turpiloquio, non per volgarità, ma per sana pedagogia, basti ricordare Benedetto XIV, al secolo Prospero Lambertini, che parlando intercalava dicendo «cazzo!» ogni tre parole.

Poc’anzi ho citato apposta Aldo Busi perché una delle accuse rivolte in quel modo subdolo a Padre Ariel è che lui pensa sempre ai gay e alla conseguente lobby diffusa nella Chiesa, come se la conoscesse a menadito e anzi ne facesse parte. Non sa forse, il povero scrittor di lettere, che Padre Ariel ne discettava già dal 2011 (vedere QUI) con l’intento di mettere in guardia i responsabili ecclesiastici da quella deriva? Un po’ diverso da chi ― poverino ― invece di confrontarsi, preferisce riversare veleno presso Ordinari Diocesani e Superiori su religiosi e sacerdoti, mentre sul proprio blog si aprono le porte ad affermazioni sul rapporto fra Bibbia e omosessualità di questo genere:

«Leggendo con attenzione questi testi, quindi, non c’è nulla contro l’omosessualità».

Non c’è nulla? Allora perché poi, nello stesso testo, viene visto con favore un fantomatico rapporto omosessuale fra un centurione e il suo servo guarito da Gesù? Leggo infatti sulla pagina di Silere non Possum parole che non sarebbero mai uscite neppure come fantasiose ipotesi dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli:

«Non è sconveniente pensarlo. Pensate se fosse davvero così, dovremmo spiegare ai blog psico repressi (sic!) che Gesù ha fatto l’elogio più grande proprio a un omosessuale. Ma questo non dovrebbe stupirci. I riferimenti potrebbero essere molti, ci sono anche espressioni greche che specificano determinate tipologie di amore anche in riferimento ai discepoli e Gesù stesso, fra Lazzaro e Gesù, ecc… Si tratta però, come sempre, di voler cercare delle risposte nella Scrittura che non ci vengono offerte, non sono necessarie. È come se volessimo sapere, leggendo l’episodio delle nozze di Cana, come era vestita la sposa. La Scrittura non lo dice. Non ci importa» (QUI).

Che dire? Volendo potremmo richiamare alla mente Paolo Poli, che a proposito delle rivendicazioni assurde di certi stizzosi e inaciditi affermava:

«I gay potrebbero avere la possibilità di esprimere una propria unicità e diversità nel senso più vero del termine. Invece no, vogliono giocare a marito e moglie e avere il permesso del Papa per potersi inculare!» (Dall’intervista a GayTv del 17 dicembre 2003)

Ho citato poi Sgarbi non a caso. Perché, se vero che ha fatto della parolaccia e dell’epiteto «capra» dei cavalli di battaglia, almeno all’inizio di carriera pubblica, le sue molto veementi uscite sono sempre state esplicitate in ottimo italiano. La qual cosa non si può dire di chi, con l’intento di spargere fango, scrive le suddette letterine, che bisogna reperire scavando fra errori di ortografia e di sintassi. Già, perché ci sono anche quelli. E da questo si capisce ― perlomeno noi che siamo professionisti della scrittura ― che gli articoli pubblicati dal capocomico di Silere non Possum sono rimaneggiati da un bravo correttore prima della pubblicazione, mentre le impetuose letterine emotive mandate senza previa correzione, sono invece lo specchio di quella che è la reale cultura e sintassi del loro autore: un perfetto asino a livello grammaticale.

Padre Ariel usa parole forti e non si sottrae alla polemica, ma lo fa apertamente, con ragionamenti che seguono una logica e che pure possono essere controbattuti, poiché rimangono opinioni, ancorché basate su una prassi della Chiesa difficilmente oppugnabile, perché a fondamento dei suoi dibattiti, soprattutto di quelli polemici, pone sempre la dottrina e la morale cattolica. Anche sulla rivista o sulla sua pagina Facebook si può rispondere e dire la propria, Padre Ariel consente infatti da sempre, a chiunque, non solo di controbattere, ma persino di insultarlo. La qual cosa non si può fare invece sui siti di chi preferisce, perché punto sul vivo delle proprie incoerenze o falsità, scrivere lettere di dileggio. Se sulla rivista — da Padre Ariel o da altri Padri redattori — si è preso talvolta di mira Tizio o Caio, prete o vescovo che sia, lo si è fatto sempre nel rispetto della persona e del ruolo. Lo stesso non si può dire di chi scrive letterine di rammarico e poi si erge a formatore della vita spirituale e sacerdotale dei preti, salvo poi irriderli, insolentirli e redarguirli, però sempre senza possibilità di lasciare spazio a commenti o risposte.

Si scrivono lettere cattive ai vescovi sui preti o ai superiori religiosi perché seguono o scrivono sulla rivista L’Isola di Patmos affinché vengano allertati o redarguiti o perfino dimessi dallo stato clericale (sic!), poi si fanno articoli o post nei quali si rimproverano i vescovi che non proteggono abbastanza i propri preti. Per non parlare delle ingiurie sparse a destra e a manca, per la lettura delle quali rimando al nostro recente articolo sulla sartina che dà lezioni a Giorgio Armani (QUI), alla quale potremmo unire anche un’altra figura paradigmatica: la Bella Lavanderina.

In quanto monaco eremita potrei citare qualche migliaio di espressioni di santi padri spirituali che invitano a rifuggire la maldicenza, l’astio e la delazione, oltre a passi del Nuovo testamento che invitano al rispetto, in particolare di chi riveste un compito di autorità.

Mi auguro che chi riceva tali lettere, Ordinario diocesano, Padre superiore, presbitero o semplice laico che sia, indichi alle stesse la via inesorabile del cestino. Oppure chiami a raccolta il proprio sacerdote o religioso e dopo aver ricevuto le debite spiegazioni risponda al mittente con un bel: «Abbiamo altro a cui pensare e cose più importanti da realizzare».

In una delle sue quattro lettere inviate a tutti i membri del presbiterio di Padre Ariel, quella del 3 novembre 2023, Marco Perfetti afferma:

«Basti pensare alle considerazioni che il di Gualdo fa sul sottoscritto in merito a un non mai verificatosi allontanamento da alcun seminario e istituto religioso».

Siccome viene riferito che il Sig. Marco Perfetti abbia iniziato un percorso di formazione nel seminario de La Spezia, poi presso la Comunità Nuovi Orizzonti di Genova — la stessa da lui oggi accusata di esercitare «abusi sulle coscienze» —, poi un paio d’anni nel seminario di Massa Carrara dove riferiscono d’averlo accompagnato alla porta; siccome riferiscono che avrebbe tentato un avvicinamento ad Assisi, dove all’epoca era guardiano del Sacro Convento il futuro Cardinale Mauro Gambetti, attualmente Arciprete della Papale Arcibasilica di San Pietro, oggetto da due anni di decine di articoli di insulti violenti, 57 in totale per l’esattezza; siccome riferiscono che avrebbe tentato di avvicinarsi ad alcune istituzioni tradizionaliste e ad alcune comunità monastiche, dal momento che però egli lo nega, forse andrebbe chiarito: tra gli ecclesiastici e i formatori di seminario di tre diverse diocesi e il diretto interessato, chi dice il vero e chi il falso? La domanda, rivolta al diretto interessato, è semplice e serena, non vìola alcuna sua sfera intima, se però non fossi stato chiaro allora la ripeto: chi dice il vero e chi dice il falso?

Per finire porto una personale testimonianza. Qualche mese fa sono stato invitato a pranzo da un Parroco che voleva celebrare un anniversario con la sua famiglia. In quel frangente era presente anche Padre Ariel e invitò anche lui, anzi insistette perché fosse presente. Il Parroco, come si fa fra amici, ne fece parola a un confratello, fra l’altro responsabile della sua zona pastorale. Questa persona, nonostante non fosse invitata, sentito che c’era Padre Ariel fece il diavolo a quattro per esserci. Non solo, fece di tutto per sedergli accanto e poterci parlare, disinteressandosi quasi completamente del resto della tavolata che pure era numerosa. Questo per dire che un conto son le maldicenze ― per l’esito delle quali si rimanda al celebre apologo di San Filippo Neri e le calunnie della donna che era andata a confessarsi da lui ― e altra cosa è invece la stima riservata a un prete conosciuto che si è speso e si spende da anni per sostenere con ogni mezzo sacerdoti in qualsiasi situazione si trovino.

Questa è la differenza che corre, per dirla con gli spagnoli, fra un hombre vertical e chi ― mi si perdoni ―, sceglie altre figure geometriche per posizionarsi, tipo l’angolo piatto o retto. E poiché di parolacce si è trattato, a questo proposito torna sempre utile la distinzione, rimasta classica, di Leonardo Sciascia nel suo libro Il giorno della civetta, che mette sulle labbra del mafioso, don Mariano Arena. Così si rivolge al capitano dei carabinieri Bellodi che si era permesso di eseguire una perquisizione presso la sua casa:

«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…».

Lascio valutare al lettore chi è l’uomo che ti affronta a viso aperto e chi il piglianculo quaquaraquà di sciasciana memoria che manda velenose letterine denigratorie a Vescovi, Superiori religiosi e a interi presbitéri, insegnando a Giorgio Armani come si tagliano le giacche da uomo.

Dall’Eremo, 29 marzo 2025

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I nostri precedenti articoli sulla Banda della Sileriana:

– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ”  (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

–  29 marzo 2025  — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA  CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

 

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