L’ultima del Senatore Dario Franceschini: «Il cognome paterno è una tradizione patriarcale» …
/1 Commento/in Attualità/da Jorge Facio LinceL’ULTIMA DEL SENATORE DARIO FRANCESCHINI: «IL COGNOME PATERNO È UNA TRADIZIONE PATRIARCALE»
Se vogliamo un pensiero per così dire “di sinistra”, bisogna tornare indietro al finire degli anni Sessanta del Novecento, aprire una enciclica scritta da Paolo VI nel 1967 intitolata Populorum Progressio, leggerla con attenzione e imparare quel che dovrebbe essere realmente il progresso dei popoli basato sul buon senso umano e cristiano, non sulla cieca ideologia.
— Attualità —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos
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La proposta di legge del Senatore Dario Franceschini che prevede la possibilità di attribuire automaticamente il cognome materno ai neonati ha generato un acceso dibattito pubblico, con voci e commenti contrastanti. Proposta da lui definita come
«un risarcimento per una ingiustizia secolare che ha avuto non solo un valore simbolico, ma è stata una delle fonti culturali e sociali delle disuguaglianze di genere» (cfr. QUI)

I Sostenitori della proposta la vedono come un adattamento legislativo e sociale necessario che segue i cambiamenti costitutivi delle famiglie, affinché vi sia maggiore parità di genere e sia eliminata l’usanza del cognome paterno, considerata “tradizione patriarcale”. A questo modo sarebbe dato un ruolo maggiore alle madri a livello sociale, con maggiore libertà di scelta del cognome da trasmettere ai figli da parte dei genitori, promuovendo una visione più equilibrata e reale del concetto più ampio di famiglia rispetto a quello considerato troppo restrittivo della cosiddetta “famiglia non tradizionale”. La proposta non esclude la possibilità per i genitori di scegliere congiuntamente il cognome, inclusa l’opzione del doppio cognome.
I critici della proposta sostengono che essa rischia di creare confusione sull’identità familiare, influenzare la percezione del rapporto coi genitori e relativa figliolanza, producendo divisioni all’interno delle famiglie in caso di disaccordo tra i genitori per la scelta del cognome.
Per i giuristi e gli esperti esistono innegabili problematiche sulla proposta riguardo la complessità burocratica che potrebbe derivare dall’applicazione della legge, come ad esempio le difficoltà nella gestione dei documenti e delle pratiche amministrative. A tal proposito la Suprema Corte Costituzionale ha già dato delle indicazioni per il superamento del cognome prettamente paterno, in cui possono rientrare le fattispecie e le casistiche a cui è mirata la proposta.
È difficile prevedere con precisione quanti neonati riceverebbero il cognome materno in seguito all’approvazione della legge, senza dati specifici sulle preferenze dei genitori, qualsiasi calcolo sarebbe approssimativo ma comunque indicativo. Analizzando alcuni dati dell’ente nazionale di statistica (cfr. QUI), si evince che:
– La natalità in Italia è in costante calo, nel 2023, i nati residenti in Italia sono stati 379.000, segnando un nuovo minimo storico con un calo di 14.000 unità rispetto al 2022 (-3,6%);
– Le madri sole, o le cosiddette famiglie “monogenitoriali”, hanno statistiche ancora molto approssimative per il campione così ridotto, tuttavia, i nuclei famigliari in cui la madre è il genitore unico è aumentato come conseguenza dei divorzi, separazioni e scelte singolari di maternità;
– I “monogenitori”, ossia padri e madri soli, tra il 2011 e il 2021 hanno registrato un aumento del 44%: le madri sole sono aumentate del 35,5%, mentre i padri soli si sono incrementati attestandosi all’85%.
Questa proposta di legge sarebbe interessante per i nuclei “monogenitoriali” che secondo i dati ISTAT sarebbero in crescita e che comprendono le famiglie sensibile alle questioni di parità di genere, le famiglie con genitori non sposati in cui la scelta del cognome può essere più complessa, in questo e altri casi la proposta semplificherebbe il processo di assegnazione del cognome. È estremamente difficile calcolare con precisione quante famiglie sceglierebbero effettivamente di utilizzare il cognome materno, ma potrebbe arrivare anche al 10-20% delle famiglie, ciò rappresenterebbe un numero significativo di individui che non devono essere esclusi.
La scelta politica della sinistra, negli ultimi anni potrebbe essere considerata progressista, ma volendo anche una forma di lotta radicale per il riconoscimento civile e l’adeguamento giuridico e sociale verso i gruppi minoritari. Secondo quello che dicono gli attuali esponenti politici nei loro discorsi ideologici fatti sulle televisioni e nei comizi sulle piazze, questi gruppi, ostracizzati o condannati nel corso della storia, oggi devono ricevere il proprio pieno riconoscimento all’interno della società, se la società stessa vuole essere veramente civile. Questo abbandono della sinistra verso l’ideale della lotta di classe o contro certi sistemi economici in cui l’operario o il membro della classe proletaria era strumentalizzato come elemento di propaganda, non è più così importante e rilevante, come lo è la lotta per questi gruppi minoritari, o per dirla in altri termini: dalle lotte operaie di piazza con le sfilate dei metalmeccanici in tuta, siamo passati al gay pride con gli uomini arcobalenati vestiti come grottesche fatine in tacchi e calze a rete.
È una scelta ideologica, quella dei post-comunisti, che appare oggi più in contradizione con un mondo nel quale la difesa dei deboli, all’interno di poteri economici-cannibali, è favorita nelle sue tragiche diseguaglianze tra le classi proprio dalle Sinistre internazionali, quelle che ieri urlavano “peace and love” e che oggi urlano al riarmo dell’Europa, con in testa la Germania, che a suo tempo non fu disarmata propriamente per caso.
Il transfert freudiano su certe minoranze privilegiate come i cisgender e chi non vuole accettare e adeguarsi a ruoli e schemi “tradizionali” sociali, sembra una sorta di “aggiornamento della lotta di classe” o, meglio una sua parodia, affinché si possa rivoluzionare i concetti basilari della cultura che a poco a poco riescono a “educare” le nuove generazioni, oltre al popolo obbligato a sua volta a cambiare la società alla propria radice. La scelta comunque ideologica, anche se rivendica una maggiore inclusione e tolleranza, troppo spesso mette in risalto la esclusività di questi gruppi minoritari a discapito della maggioranza della popolazione. Sono segmenti statisticamente inferiori che vengono salvati e protetti dalla “massa” quasi come una nuova sorta di “fascio” superiore diverso e accogliente. Tema complesso, questo, sul quale ha scritto un saggio lungimirante un nostro autore, Francesco Mangiacapra, nella sua opera Il golpe del politicamente corretto – Quando le minoranze divengono dittatura.
La nuova lotta degli esponenti di sinistra non solo dimentica il popolo, come provano i fatti, ma con inconsapevole vena comica usa quella dialettica in cui sono presentate le politiche degli avversari come “retorica di pancia”, o come “bieco populismo”, fomentati da talk show che alimentano il vittimismo, le pose da perseguitati e il bisogno di un riscatto vendicativo, anziché la ricerca della giustizia retributiva e dei beni di ogni individuo al di sopra di loro personali piaceri egoistici o egocentrici.
Se vogliamo un pensiero per così dire “di sinistra”, bisogna tornare indietro al finire degli anni Sessanta del Novecento, aprire una enciclica scritta da Paolo VI nel 1967 intitolata Populorum Progressio, leggerla con attenzione e imparare quel che dovrebbe essere realmente il progresso dei popoli basato sul buon senso umano e cristiano, non sulla cieca ideologia.
dall’Isola di Patmos, 9 aprile 2025
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Sempre a proposito di Silere non Possum: dal “hombre vertical” ai “piglianculo” e “quaquaraquà” di Leonardo Sciascia
/in Attualità/da Monaco EremitaSEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA
Siccome viene riferito che il Sig. Marco Perfetti abbia iniziato un percorso di formazione nel seminario de La Spezia, poi presso la Comunità Nuovi Orizzonti di Genova, poi un paio d’anni nel seminario di Massa Carrara dove riferiscono d’averlo accompagnato alla porta; siccome riferiscono che avrebbe tentato un avvicinamento ad Assisi, dove all’epoca era guardiano del Sacro Convento il futuro Cardinale Mauro Gambetti, attualmente Arciprete della Papale Arcibasilica di San Pietro, oggetto da due anni di decine di articoli di insulti violenti; siccome riferiscono che avrebbe tentato di avvicinarsi ad alcune istituzioni tradizionaliste e ad alcune comunità monastiche, dal momento che però egli lo nega, forse andrebbe chiarito: tra gli ecclesiastici e i formatori di seminario di tre diverse diocesi e il diretto interessato, chi dice il vero e chi dice il falso?

Autore
Monaco Eremita
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Siamo molto lontani dal 1898 quando Leone XIII, venne ripreso con una cinepresa mentre accavallava le gambe. Immagini che finirono perfino in luoghi poco consoni o addirittura lascivi, tanto che il Vaticano fu costretto a rompere i rapporti con gli americani che avevano realizzato quelle riprese e li instaurarono con i fratelli Calcina e i Lumière.

Più recentemente forse alcuni ricordano che nel 2015 venne sospeso l’accredito a un vaticanista di lungo corso del calibro di Sandro Magister, reo d’aver rotto l’embargo sulla tanto attesa enciclica di Papa Francesco «Laudato sì», anticipandone stralci, qualche giorno prima dell’uscita, su L’Espresso.
Tutto questo sembra preistoria rispetto all’attuale panorama che, grazie alla diffusione dei social, vede un proliferare di personaggi accreditarsi come autorevoli conoscitori delle cose vaticane e della vita della Chiesa o dei suoi rappresentanti. Caso eclatante il blog Silere non Possum, che nei propri social indica come luogo di “residenza” lo Stato della Città del Vaticano, con il suo blogghettaro che in suoi video e articoli ripete con gran sicumera: «… noi in Vaticano … qua in Vaticano …». Insomma: una barzelletta, se dietro non vi fosse la tragedia.
I social, come sappiamo e sperimentiamo, sono strumenti favolosi se usati bene, ma possono essere altrettanto deleteri se usati in modo pessimo, per colpire qualcuno, persona o istituzione, o per delegittimare o portare discredito. Usati senza controllo di verifica o possibilità di ragionata replica, possono portare a conseguenze pericolose, o perlomeno fastidiose. Non è da ora che suona l’allarme a causa di coloro che usano questi mezzi per diffondere fake news o distorcere la realtà dei fatti per i propri fini. Se costoro sono colti sul vivo o fatti oggetto di risposte argomentate e provate, son capaci di rivoltarsi piccati, negare o, peggio, usare un vecchio metodo invalso presso le istituzioni antiche come la Chiesa Cattolica: il ricorso alla lettera delatoria. È un espediente tipico dei subdoli, che non sapendo rispondere alle argomentazioni, si rivolgono al superiore di chi si vuole colpire, al capo che sta sopra, oppure, se si tratta di un sacerdote, perfino a tutto il presbiterio a cui quel chierico è legato da affetto, oltre che per incardinazione. Esattamente come ha fatto pochi giorni fa Marco Perfetti, inviando una lettera delirante trasbordante veleno indirizzata a tutti i membri del presbitèrio della Diocesi cui appartiene Padre Ariel S. Levi di Gualdo, la quarta in ordine di serie, dal novembre 2023 a oggi.
Lo scopo di questo viscido velenoso è di colpire basso, non importa la persona, la sua dignità e neanche quel che ha scritto per contraddire notizie errate. Ciò che si vuole raggiungere è il maggior discredito possibile, usando perfino quei toni ecclesiastici melensi e untuosi che vorrebbero far passare la sporca operazione per qualcosa di sano, giusto, provvidenziale nei riguardi di quel Presbitèrio, di quell’Ordine storico o di quella congregazione religiosa guardati con commiserazione per annoverare cotante persone che osano contraddire i novelli paladini della comunicazione (sic!) vaticana ed ecclesiale, coloro che si definiscono come quelli che Tacer non possono, salvo celarsi però dietro il più vile anonimato.
Non solo Padre Ariel, che della rivista è direttore responsabile e figura fra i fondatori assieme al compianto Antonio Livi, ultimo filosofo e teologo della Scuola Romana, e al teologo domenicano Giovanni Cavalcoli, tutt’oggi membro del comitato scientifico delle Edizioni L’Isola di Patmos, tutti i redattori della rivista L’Isola di Patmos sono stati fatti oggetto recentemente del trattamento appena descritto. In particolare la cosa potrebbe essere passata sotto silenzio e simili soggetti neanche presi in considerazione, seguendo l’adagio di un personaggio immaginario, il celebre Cetto La Qualunque, impersonato dall’attore Antonio Albanese: «Non ti sputo se no ti profumo!». Ma siccome i Padri redattori de L’Isola di Patmos hanno sempre avuto avanti agli occhi il bene dei propri lettori e a seguire l’onestà intellettuale, si trovano costretti a parlare perfino di queste fastidiose facezie, cosa di cui farebbero molto volentieri a meno.
Che Padre Ariel usi toni forti non data da oggi. Viene scritto che usa parolacce. Io non ne sono capace, però sono sicuro che siano tutte presenti nei dizionari della lingua italiana e sulla Treccani e che hanno fatto la fortuna di scrittori facondi come Aldo Busi che scrisse nel 1994 Cazzi e canguri (pochissimi i canguri) o Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, edito nientemeno che da Mondadori. E che dire del Prof. Vittorio Sgarbi, a cui va il nostro pensiero in questo momento di sua difficoltà fisica e psichica, che della parolaccia ne ha fatto un emblema. Ma se vogliamo prendere gli ecclesiastici che facevano intelligente uso del turpiloquio, non per volgarità, ma per sana pedagogia, basti ricordare Benedetto XIV, al secolo Prospero Lambertini, che parlando intercalava dicendo «cazzo!» ogni tre parole.
Poc’anzi ho citato apposta Aldo Busi perché una delle accuse rivolte in quel modo subdolo a Padre Ariel è che lui pensa sempre ai gay e alla conseguente lobby diffusa nella Chiesa, come se la conoscesse a menadito e anzi ne facesse parte. Non sa forse, il povero scrittor di lettere, che Padre Ariel ne discettava già dal 2011 (vedere QUI) con l’intento di mettere in guardia i responsabili ecclesiastici da quella deriva? Un po’ diverso da chi ― poverino ― invece di confrontarsi, preferisce riversare veleno presso Ordinari Diocesani e Superiori su religiosi e sacerdoti, mentre sul proprio blog si aprono le porte ad affermazioni sul rapporto fra Bibbia e omosessualità di questo genere:
«Leggendo con attenzione questi testi, quindi, non c’è nulla contro l’omosessualità».
Non c’è nulla? Allora perché poi, nello stesso testo, viene visto con favore un fantomatico rapporto omosessuale fra un centurione e il suo servo guarito da Gesù? Leggo infatti sulla pagina di Silere non Possum parole che non sarebbero mai uscite neppure come fantasiose ipotesi dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli:
«Non è sconveniente pensarlo. Pensate se fosse davvero così, dovremmo spiegare ai blog psico repressi (sic!) che Gesù ha fatto l’elogio più grande proprio a un omosessuale. Ma questo non dovrebbe stupirci. I riferimenti potrebbero essere molti, ci sono anche espressioni greche che specificano determinate tipologie di amore anche in riferimento ai discepoli e Gesù stesso, fra Lazzaro e Gesù, ecc… Si tratta però, come sempre, di voler cercare delle risposte nella Scrittura che non ci vengono offerte, non sono necessarie. È come se volessimo sapere, leggendo l’episodio delle nozze di Cana, come era vestita la sposa. La Scrittura non lo dice. Non ci importa» (QUI).
Che dire? Volendo potremmo richiamare alla mente Paolo Poli, che a proposito delle rivendicazioni assurde di certi stizzosi e inaciditi affermava:
«I gay potrebbero avere la possibilità di esprimere una propria unicità e diversità nel senso più vero del termine. Invece no, vogliono giocare a marito e moglie e avere il permesso del Papa per potersi inculare!» (Dall’intervista a GayTv del 17 dicembre 2003)
Ho citato poi Sgarbi non a caso. Perché, se vero che ha fatto della parolaccia e dell’epiteto «capra» dei cavalli di battaglia, almeno all’inizio di carriera pubblica, le sue molto veementi uscite sono sempre state esplicitate in ottimo italiano. La qual cosa non si può dire di chi, con l’intento di spargere fango, scrive le suddette letterine, che bisogna reperire scavando fra errori di ortografia e di sintassi. Già, perché ci sono anche quelli. E da questo si capisce ― perlomeno noi che siamo professionisti della scrittura ― che gli articoli pubblicati dal capocomico di Silere non Possum sono rimaneggiati da un bravo correttore prima della pubblicazione, mentre le impetuose letterine emotive mandate senza previa correzione, sono invece lo specchio di quella che è la reale cultura e sintassi del loro autore: un perfetto asino a livello grammaticale.
Padre Ariel usa parole forti e non si sottrae alla polemica, ma lo fa apertamente, con ragionamenti che seguono una logica e che pure possono essere controbattuti, poiché rimangono opinioni, ancorché basate su una prassi della Chiesa difficilmente oppugnabile, perché a fondamento dei suoi dibattiti, soprattutto di quelli polemici, pone sempre la dottrina e la morale cattolica. Anche sulla rivista o sulla sua pagina Facebook si può rispondere e dire la propria, Padre Ariel consente infatti da sempre, a chiunque, non solo di controbattere, ma persino di insultarlo. La qual cosa non si può fare invece sui siti di chi preferisce, perché punto sul vivo delle proprie incoerenze o falsità, scrivere lettere di dileggio. Se sulla rivista — da Padre Ariel o da altri Padri redattori — si è preso talvolta di mira Tizio o Caio, prete o vescovo che sia, lo si è fatto sempre nel rispetto della persona e del ruolo. Lo stesso non si può dire di chi scrive letterine di rammarico e poi si erge a formatore della vita spirituale e sacerdotale dei preti, salvo poi irriderli, insolentirli e redarguirli, però sempre senza possibilità di lasciare spazio a commenti o risposte.
Si scrivono lettere cattive ai vescovi sui preti o ai superiori religiosi perché seguono o scrivono sulla rivista L’Isola di Patmos affinché vengano allertati o redarguiti o perfino dimessi dallo stato clericale (sic!), poi si fanno articoli o post nei quali si rimproverano i vescovi che non proteggono abbastanza i propri preti. Per non parlare delle ingiurie sparse a destra e a manca, per la lettura delle quali rimando al nostro recente articolo sulla sartina che dà lezioni a Giorgio Armani (QUI), alla quale potremmo unire anche un’altra figura paradigmatica: la Bella Lavanderina.
In quanto monaco eremita potrei citare qualche migliaio di espressioni di santi padri spirituali che invitano a rifuggire la maldicenza, l’astio e la delazione, oltre a passi del Nuovo testamento che invitano al rispetto, in particolare di chi riveste un compito di autorità.
Mi auguro che chi riceva tali lettere, Ordinario diocesano, Padre superiore, presbitero o semplice laico che sia, indichi alle stesse la via inesorabile del cestino. Oppure chiami a raccolta il proprio sacerdote o religioso e dopo aver ricevuto le debite spiegazioni risponda al mittente con un bel: «Abbiamo altro a cui pensare e cose più importanti da realizzare».
In una delle sue quattro lettere inviate a tutti i membri del presbiterio di Padre Ariel, quella del 3 novembre 2023, Marco Perfetti afferma:
«Basti pensare alle considerazioni che il di Gualdo fa sul sottoscritto in merito a un non mai verificatosi allontanamento da alcun seminario e istituto religioso».
Siccome viene riferito che il Sig. Marco Perfetti abbia iniziato un percorso di formazione nel seminario de La Spezia, poi presso la Comunità Nuovi Orizzonti di Genova — la stessa da lui oggi accusata di esercitare «abusi sulle coscienze» —, poi un paio d’anni nel seminario di Massa Carrara dove riferiscono d’averlo accompagnato alla porta; siccome riferiscono che avrebbe tentato un avvicinamento ad Assisi, dove all’epoca era guardiano del Sacro Convento il futuro Cardinale Mauro Gambetti, attualmente Arciprete della Papale Arcibasilica di San Pietro, oggetto da due anni di decine di articoli di insulti violenti, 57 in totale per l’esattezza; siccome riferiscono che avrebbe tentato di avvicinarsi ad alcune istituzioni tradizionaliste e ad alcune comunità monastiche, dal momento che però egli lo nega, forse andrebbe chiarito: tra gli ecclesiastici e i formatori di seminario di tre diverse diocesi e il diretto interessato, chi dice il vero e chi il falso? La domanda, rivolta al diretto interessato, è semplice e serena, non vìola alcuna sua sfera intima, se però non fossi stato chiaro allora la ripeto: chi dice il vero e chi dice il falso?
Per finire porto una personale testimonianza. Qualche mese fa sono stato invitato a pranzo da un Parroco che voleva celebrare un anniversario con la sua famiglia. In quel frangente era presente anche Padre Ariel e invitò anche lui, anzi insistette perché fosse presente. Il Parroco, come si fa fra amici, ne fece parola a un confratello, fra l’altro responsabile della sua zona pastorale. Questa persona, nonostante non fosse invitata, sentito che c’era Padre Ariel fece il diavolo a quattro per esserci. Non solo, fece di tutto per sedergli accanto e poterci parlare, disinteressandosi quasi completamente del resto della tavolata che pure era numerosa. Questo per dire che un conto son le maldicenze ― per l’esito delle quali si rimanda al celebre apologo di San Filippo Neri e le calunnie della donna che era andata a confessarsi da lui ― e altra cosa è invece la stima riservata a un prete conosciuto che si è speso e si spende da anni per sostenere con ogni mezzo sacerdoti in qualsiasi situazione si trovino.
Questa è la differenza che corre, per dirla con gli spagnoli, fra un hombre vertical e chi ― mi si perdoni ―, sceglie altre figure geometriche per posizionarsi, tipo l’angolo piatto o retto. E poiché di parolacce si è trattato, a questo proposito torna sempre utile la distinzione, rimasta classica, di Leonardo Sciascia nel suo libro Il giorno della civetta, che mette sulle labbra del mafioso, don Mariano Arena. Così si rivolge al capitano dei carabinieri Bellodi che si era permesso di eseguire una perquisizione presso la sua casa:
«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…».
Lascio valutare al lettore chi è l’uomo che ti affronta a viso aperto e chi il piglianculo quaquaraquà di sciasciana memoria che manda velenose letterine denigratorie a Vescovi, Superiori religiosi e a interi presbitéri, insegnando a Giorgio Armani come si tagliano le giacche da uomo.
Dall’Eremo, 29 marzo 2025
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I nostri precedenti articoli sulla Banda della Sileriana:
– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ” (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 29 marzo 2025 — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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Preghiera a Sant’Agnese: la Santa che fa ricrescere i capelli
/in Attualità/da IpaziaPREGHIERA A SANT’AGNESE: LA SANTA CHE FA RICRESCERE I CAPELLI
«Splendida Agnese, giovinetta che nuda sfidasti il martirio protetta contro il carnefice dal tuo coraggio e dalla tua fede e protetta dai tuoi folti capelli dagli sguardi degli empi: intercedi perché il Signore dia equilibrio e sollievo alla sofferenza di coloro che invece perdono la chioma ed aiuta noi che cerchiamo di alleggerirne l’ansia […]».
– Il cogitatorio di Ipazia –

Autore
Ipazia Gatta Romana
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In occasione dell’arrivo di una ennesima lettera amorosa, ho scoperto una Santa alla quale possono rivolgersi coloro che soffrono di perdita dei capelli, eletta protettrice dei medici tricologi che curano le calvizie. Ne ignoravo l’esistenza, per questo ho deciso di applicare il sapiente motto agostiniano silere non possum (cfr. Sacti Augustini, Serm. 88, trad. “non posso tacere”), perché avendo scoperto che dietro certi miracoli c’è lei, è necessario gridarlo dai tetti (cfr. Mt 10,26). Si tratta, ovviamente, di Sant’Agnese, di cui ci parla proprio il sito ufficiale dei medici tricologi.

Le foto esplicative usate per illustrare i miracoli tricologici di Sant’Agnese sono immagini pubbliche prese da internet dove sono reperibili e visibili da chiunque
Di origini nobili, appartenente alla gens Clodia, subì il martirio in giovanissima età, appena 12 anni, durante la persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano. Diverse e contrastanti sono le notizie relative alla sua vita e al suo martirio. Secondo alcune fonti, il figlio del prefetto di Roma si era invaghito di Agnese ma venne rifiutato, avendo lei fatto voto di castità a Gesù. A quel punto il padre del giovane le impose la clausura fra le vestali consacrate alla dea Vesta, protettrice di Roma, ma lei si rifiutò e venne rinchiusa in un postribolo nel quale, però, nessuno osò toccarla tranne un uomo che, secondo la tradizione religiosa, venne accecato da un angelo bianco e che, in seguito, riacquistò la vista proprio per intercessione di Agnese, che per questo motivo fu accusata di magia e condannata al rogo.
Si narra che le fiamme si divisero sotto il suo corpo senza sfiorarlo e che i suoi capelli crebbero improvvisamente andando a coprire la sua nudità. A seguito di tale miracolo fu trafitta da un colpo di spada alla gola, modalità con cui venivano uccisi gli agnelli, motivo per il quale spesso la Santa viene rappresentata insieme a questo animale. Il suo corpo venne sepolto in quella che oggi è conosciuta come Catacomba di S. Agnese mentre il suo cranio si trova esposto in una cappella nella chiesa di S. Agnese in Agone.
Esiste anche una preghiera da recitare alla Santa protettrice dei tricologi e di chi soffre di perdita di capelli:
«Splendida Agnese, giovinetta che nuda sfidasti il martirio protetta contro il carnefice dal tuo coraggio e dalla tua fede e protetta dai tuoi folti capelli dagli sguardi degli empi: intercedi perché il Signore dia equilibrio e sollievo alla sofferenza di coloro che invece perdono la chioma ed aiuta noi che cerchiamo di alleggerirne l’ansia. Signore, con l’intercessione di Santa Agnese che ci fu data come Protettrice, rendici capaci di assumere gli impegni del lavoro quotidiano e facci riconoscere in ogni momento i segni del tuo Spirito. Amen».
Fonte: QUI.
Avendo scoperta la fautrice di certi miracoli, potevo forse tacere l’esistenza di questa Santa Protettrice? No, perché come direbbe il Santo Padre e dottore della Chiesa: «silere non possum» (cfr. Sacti Augustini, Serm. 88)
dall’Isola di Patmos, 28 marzo 2025
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Preghiera di liberazione e guarigione. Quale confine invalicabile separa la teologia e la pastorale dal pericolo di cadere nelle pratiche magiche? – Prayer of liberation and healing. What imprescable boundary separates theology and pastoral care from the daner of falling into magical practices? –
/in Attualità/da Padre IvanoBenedetto XVI e Dario Argento. Il Santo Padre Francesco rimanga sulla Cattedra di Pietro e ci eviti un altro trauma ― Benedict XVI and the film-director Dario Argento. May the Holy Father Francis avoid us another trauma
/4 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel(Italian, English)
BENEDETTO XVI E DARIO ARGENTO. IL SANTO PADRE FRANCESCO RIMANGA SULLA CATTEDRA DI PIETRO E CI EVITI UN ALTRO TRAUMA
Se il Santo Padre Francesco, con un atto personalissimo, legittimo e non soggetto a discussione e accettazione da parte di alcuna autorità ― non esistendo nella Chiesa e nel mondo autorità superiore alla sua ― dovesse decidere di fare atto di rinuncia, aggraverebbe il nostro trauma e darebbe vita a una disastrosa consuetudine: il papato come un prodotto con data di scadenza.
— Attualità ecclesiale —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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È sempre importante spiegare il significato delle parole, anche quando potrebbe apparire superfluo.

Nel linguaggio corrente, parlato e scritto, certi termini hanno perduto non solo il loro etimo originario, addirittura vengono usati in accezione negativa. Cosa questa che avviene persino all’interno della Chiesa, dove sempre più spesso capita di udire ecclesiastici affermare che necessitiamo di «meno dogmi e più Chiesa di base», lamentando «forme di eccessivo attaccamento alla dottrina», oppure esponendo al pubblico ludibrio un prete o un teologo definito con sprezzo «tridentino».
Riguardo il concetto «meno dogmi più Chiesa di base», è necessario chiarire che, se così fosse, i primi a sbagliare sarebbero stati i Padri del Concilio di Nicea del 325, seguito pochi decenni dopo dal Concilio di Costantinopoli del 381. La loro ossessione verso i dogmi fu infatti così forte sino a dar vita al Simbolo di Fede noto come Niceno-Costantinopolitano, un concentrato di dogmi cristologici e trinitari che ci ostiniamo a recitare ogni domenica nel Credo, attraverso il quale, oltre a non comprendere la «Chiesa di base», si rigetta persino il pluralismo e il relativismo religioso affermando in modo arrogante: «Credo la Chiesa una, santa cattolica e apostolica. Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati». Un vero e proprio esclusivismo non includente che grida vendetta al cielo!
La nostra, lungi dall’esser «di base», è però l’esatto opposto: una Chiesa di vertice per sua natura fondativa. Cristo stesso mise al suo vertice Simone detto Pietro, dal quale tutto procede con effetto a cascata, dall’alto verso il basso (cfr. Mt 16, 13-20).
Usare il termine «tridentino» come un insulto, denota una mancanza di cultura cattolica preoccupante, basterebbe conoscere i rudimenti della storia per sapere in quali condizioni di decadenza era sprofondata la Chiesa tra il XV e il XVI secolo e quale degrado morale affliggeva il clero, assieme all’ignoranza. L’opera di questo grande concilio fu straordinaria sotto tutti gli aspetti dottrinali, giuridici, pastorali, formativi, disciplinari e morali.
Nella pudibonda società del politicamente corretto esistono vari termini svuotati del proprio significato e riempiti d’altro, per poi essere usati in accezione dispregiativa e offensiva. Ma ecco un esempio davvero eclatante. Se usando Office365 digitiamo la parola “gesuita” e cerchiamo i sinonimi, il programma di scrittura indica i seguenti sinonimici: «ipocrita, fariseo, farisea, simulatore, simulatrice». Invece, se digitiamo la parola “ebreo” e cerchiamo i sinonimi, lo stesso programma indicherà questi sinonimici: «ebraico, giudaico». E qui va ricordato che nei dizionari tedeschi degli anni Trenta del Novecento, come sinonimi della parola “ebreo” erano indicati questi termini: «heuchlerisch, Pharisäer, Simulator» (ipocrita, fariseo, simulatore). E con ciò dobbiamo prendere atto che i moderni nazisti del XXI secolo hanno trasferito su altri oggetti le loro vecchie sinonimie odiose: dagli ebrei, che in quanto tali sono figli di un Dio maggiore, oggi intoccabili, le stesse terminologie sono state trasferite sui gesuiti che, essendo figli di un dio parecchio minore, sono toccabili e possono essere insultati allo stesso modo in cui i nazisti degli anni Trenta del Novecento insultavano gli ebrei.

Per comunicare occorre un linguaggio, princípio che può suonare pressoché scontato ma che tale non è affatto, molte sono le persone che, pur parlando la stessa lingua, alle parole danno un significato completamente diverso. Questo ci obbliga a chiarire e spiegare il significato delle parole che s’intendono usare. Esempio: alla parola “castigo” do un significato teologico legato alla sua corretta etimologia derivante dai termini latini castus e ăgere da cui nasce la parola castigare, che significa “rendere puro” o “purificare”. Nulla a che vedere con azioni punitive o vendicative, nel lessico biblico e teologico il castigo è un’azione di grazia della misericordia divina, ossia un atto d’amore, perché, come sta scritto nel Libro di Tobia:
«Benedetto Dio che vive in eterno
il suo regno dura per tutti i secoli;
Egli castiga e usa misericordia,
fa scendere negli abissi della terra,
fa risalire dalla Grande Perdizione
e nulla sfugge alla sua mano» (Tb 13, 2).
La parola tràuma, derivante dal greco τραῦμα (-ατος), che alla lettera significa “ferita”, comincia a essere usata nella letteratura medica attorno al 1650, in quella psicologica a partire dal 1889 grazie principalmente alle ricerche del neuropatologo viennese Sigmund Freud. Diverse sono le forme di trauma inteso nel suo più aderente significato di “ferita”. Certamente, le forme più gravi, non sono legate alle ferite fisiche, ma a quelle psicologiche, a quelle spirituali. E noi siamo stati ampiamenti traumatizzati dal Sommo Pontefice Benedetto XVI che ci ha resi spettatori e protagonisti di un evento storico che molto raramente la Chiesa ha conosciuto: la rinuncia di un Romano Pontefice.
Mediante usi errati delle parole l’atto di rinuncia al pontificato ha preso presto il nome improprio e fuorviante di «dimissioni». Dato che ciò non bastava, Benedetto XVI rincarò la dose lanciando l’espressione tragicamente infelice di «papa emerito». Il modo insolito, sotto molti aspetti stravagante, attraverso il quale è avvenuto ed è stato ufficializzato questo legittimo atto di rinuncia, ha dato lavoro ai complottisti sparsi per tutto l’orbe terracqueo, fomentando le teorie folli di alcuni poveri preti fuori equilibrio e di qualche cantante lirico di scarso successo che si è messo a giocare al Dan Brown de noartri dando alle stampe un improbabile Codice Ratzinger, ribattezzato prontamente dal sottoscritto Codice Katzinger.
Il Sommo Pontefice Francesco, ricoverato presso il Policlinico romano Agostino Gemelli, si è ritrovato più volte tra la vita e la morte nel corso delle ultime quattro settimane. Attualmente pare sia fuori pericolo e dopo un mese circa gli specialisti hanno sciolto la prognosi. Se il Santo Padre uscirà e farà ritorno presso la sua residenza in Vaticano, sarà un uomo anziano molto fragile e profondamente indebolito, con problemi di deambulazione e difficoltà nel respirare e parlare, propenso ad affaticarsi al minimo sforzo fisico, bisognevole di essere monitorato e curato in modo costante.
Per governare la Chiesa può bastare che un Romano Pontefice sia semplicemente in vita, anche se impossibilitato a muoversi e a dire poche parole sottovoce, ad apparire in pubblico e a ricevere persone. Per recare invece dei traumi può bastare mettere in atto quel che Benedetto XVI portò sulla scena della nostra storia nel febbraio del 2013, non tanto col suo legittimo e valido atto di rinuncia, ma con le modalità scelte, risultate alla prova dei fatti: infelici, fuorvianti e imprudenti.
I detrattori del Sommo Pontefice Francesco si stracciano tutt’oggi le vesti per la effige della famigerata Pachamama fatta entrare in Vaticano nell’agosto del 2020 durante il Sinodo sull’Amazzonia. Forse sarebbe più opportuno e coerente rammaricarsi per la eccentricità di Benedetto XVI che in Vaticano fece entrare il regista Dario Argento, donandoci un film dell’horror intitolato non a caso Trauma, con una sceneggiatura interamente costruita su pensieri deliranti che andavano dalle «dimissioni» ai «papi emeriti», dal «papato attivo e papato contemplativo» sino al «papato allargato» (!?) … D’altronde, ognuno tortura, sgozza e sparge sangue sul proprio set cinematografico come meglio può. Poi, se entra in ballo la perversa psicologia del romanticismo tedesco decadente, a quel punto i limiti si perdono e i freni inibitori pure. Con la differenza, però, che quella del Maestro Argento è finzione, quella di Benedetto XVI è stata nostra tragica realtà ecclesiale.
Se con un atto personalissimo, legittimo e non soggetto a discussione e accettazione da parte di alcuna autorità ― non esistendo nella Chiesa e nel mondo autorità superiore alla sua ― il Santo Padre Francesco dovesse decidere di fare atto di rinuncia, aggraverebbe il nostro trauma e darebbe vita a una disastrosa consuetudine: il papato come un prodotto con data di scadenza. Prego e spero che questo non avvenga e che rimanga sulla cattedra del Beato Apostolo Pietro sino alla morte, perché il Dario Argento portato sulla scena da Benedetto XVI, ci è bastato e avanzato per i prossimi cinquecento anni.
Dall’Isola di Patmos, 19 marzo 2025
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BENEDICT XVI AND THE FILM-DIRECTOR DARIO ARGENTO. MAY THE HOLY FATHER FRANCIS AVOID US ANOTHER TRAUMA
If the Holy Father Francis, with a very personal act, legitimate and not subject to discussion and acceptance by any authority – there being no authority superior to his in the Church and world – were to decide to make free and unquestionable act of renunciation, he would aggravate our trauma and give rise to a disastrous custom: the papacy as one product with expiration date.
— Ecclesial actuality —

Author
Ariel S. Levi di Gualdo
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It is always important to explain the meaning of words, even when it might seem superfluous.

In current language, spoken and written, certain terms have lost not only their original etymology, but are used in a negative sense. This is that happens even within the Church, where often we hear ecclesiastics affirm that we need «less dogmas and more basic Church», lamenting «excessive attachment to doctrine», or exposing to ridicule a priest or a theologian scornfully defined as «Tridentine».
Regarding the concept of «less dogmas, more church of basic», it is necessary to clarify that, if this were the case, the first to err were the Fathers of the Council of Nicaea in the year 325, followed a few decades later by the Council of Constantinople in the year 381. Their obsession with dogma was in fact so strong that it gave birth to the Symbol of Faith known as the Nicene-Constantinopolitan, a concentration of Christological and Trinitarian dogmas that we insist on reciting every Sunday in the Creed, through which, in addition to not understanding the «church of basic», we even reject pluralism and religious relativism by arrogantly stating: «I believe in one, holy, catholic and apostolic Church. I profess one baptism for the forgiveness of sins». Horror! A true non-inclusive exclusivism that cries out to heaven for vengeance!
Ours Church, is’nt “of basic”, is the opposite: for very nature foundative is Church of vertex. Christ himself placed at its vertex Simon called Peter, from whom everything proceeds with a cascade effect, from the top to the bottom (Mt 16, 13-20).
Using the term “Tridentine” as an insult, denotes lack of Catholic culture, it would be enough to know the rudiments of history to know into what conditions of decadence the Church had sunk between the 15th and 16th centuries and what moral degradation afflicted the clergy, together with ignorance. The work of this great council was extraordinary in all doctrinal, juridical, pastoral, formative, disciplinary and moral aspects.
In the prudish society of political correctness, there are various terms emptied of their meaning and filled with something else, used in a derogatory and offensive sense. But here is a example. If we use Office365 to type the word “Jesuit” and look for synonyms, the writing program indicates the following synonyms: «hypocrite, Pharisee, simulator». Instead, if we type the word “Jew” and look for synonyms, the program indicate these synonyms: «Jewish, Judaic». And here it should be remembered that in the German dictionaries of the 1930s, the following terms were used as synonyms of the word “Jew”: «heuchlerisch, Pharisäer, Simulator» (hypocrite, Pharisee, simulator). The modern Nazis of the 21st century have transferred their old hateful synonyms to other subjects: from the Jews, who as such are children of a greater God, today untouchable, the same terminologies have been transferred to the Jesuits who, being children of a much lesser God, are touchable and can be insulted in the same way in which the Nazis of the 1930s insulted the Jews.

To communicate, you need a language, a principle that may sound almost obvious but is not at all, many people, even though they speak the same language, give words a completely different meaning. This forces us to explain the meaning of the words that are intended to be used. For example: to the word “punishment” I give a theological meaning linked to its correct etymology deriving from the Latin terms “castus” and “ăgere” from which the word castigare comes, which means “to make pure” or “to purify”. Nothing to do with or vengeful actions, in the biblical and theological lexicon punishment is an act of grace of divine mercy, an act of love, because, as it is written in the Book of Tobit:
«For he afflicts and shows mercy,
casts down to the depths of Hades,
brings up from the great abyss.
Give thanks to him, you Israelites,
in the presence of the nations,
for though he has scattered you among them,
even there recount his greatness» (Tb 13, 2).
The word tràuma, derived from the Greek τραῦμα (-ατος), which means “wound”, began to be used in medical literature around 1650, in psychological literature starting in 1889, thanks mainly to the research of the Viennese neuropathologist Sigmund Freud. There are different forms of trauma understood in its most adherent meaning of “wound”. Certainly, the most serious forms are not linked to physical wounds, but to psychological, spiritual ones. We have been extensively traumatized by the Supreme Pontiff Benedict XVI who made us spectators and protagonists of a historical event that the Church has very rarely known: the renunce of a Roman Pontiff.
Through incorrect uses of words, the act of renunce from the pontificate soon took the improper and misleading name of «dimissions». Since this was not enough, Benedict XVI doubled the dose by launching the unfortunate expression of «pope emeritus». The unusual, and in many ways bizarre, way in which this legitimate act of renunciation occurred has given work to conspiracy theorists all over the globe, fomenting the crazy theories of some poor, unbalanced priests and some fantasists who have started playing at being the Dan Brown of the situation.
The Supreme Pontiff Francis, hospitalized at the Agostino Gemelli Polyclinic in Rome, has found himself between life and death several times over the last four weeks. In the present time appears to be out of danger and after about a month the specialists have loose the prognosis. If the Holy Father leaves and returns to his residence in the Vatican, he will be and profoundly weakened elderly man, with walking problems and difficulty breathing and speaking, prone to fatigue at the slightest physical effort, in need of constant monitoring and care.
To govern the Church, it may be enough for a Roman Pontiff simply to be alive, even if unable to move and say a few words in a whisper, to appear in public and receive people. To cause trauma, however, it may be enough to implement what Benedict XVI brought to the stage of our history in February 2013, not so much with his legitimate and valid act of renunciation, but with the methods chosen, which proved to be unfortunate, misleading and imprudent when put to the test.
The detractors of the Supreme Pontiff Francis are still tearing their clothes over the effigy of the Pachamama brought into the Vatican in August 2020 during the Synod on the Amazon. Perhaps it would be more appropriate and coherent cry tears for the eccentricity by Benedict XVI who brought the famous Italian director Dario Argento into the Vatican, giving us a horror film not coincidentally entitled Trauma, with a screenplay entirely built on delusional thoughts that ranged from «resignations» to «popes emeritus», from the «active papacy and contemplative papacy» to the «extended papacy» (!?) … After all, everyone tortures, slaughters and sheds blood on their own film set as best they can. Then, if the perverse psychology of decadent German romanticism comes into play, at that point the limits are lost and so are the inhibitions. With the difference: that of film-director Dario Argento is fiction by horror films, that of Benedict XVI was our tragic ecclesial reality.
If the Holy Father Francis, with a very personal act, legitimate and not subject to discussion and acceptance by any authority – there being no authority superior to his in the Church and world – were to decide to make free and unquestionable act of renunciation, he would aggravate our trauma and give rise to a disastrous custom: the papacy as one product with expiration date. I pray and hope that this does not happen and that he remains on the chair of the Blessed Apostle Peter until his death, because the Dario Argento brought to the scene by Benedict XVI has been more than enough for the next five hundred years.
From The Island of Patmos, March 19, 2025
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E se al prossimo conclave tornasse in voga la simonia? – What if the simony return again at the next conclave?
/1 Commento/in Attualità/da Padre Ariel(English text after the Italian)
E SE AL PROSSIMO CONCLAVE TORNASSE IN VOGA LA SIMONIA?
Allo stato attuale i poveri tanto esaltati in questo pontificato sono stati lasciati ostaggio dei capricci dei ricchi come mai lo erano stati prima, dopo aver dato vita a un Collegio di cardinali elettori che non rappresentano le varie voci, le opinioni e le posizioni più diverse che hanno sempre arricchito la Chiesa al proprio interno, ma una voce univoca, monocorde.
— Attualità ecclesiale —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Ognuno ha il proprio stile, singolo o collettivo. Nel primo, come nel secondo caso, può essere spontaneo, oppure studiato a tavolino. I Padri de L’Isola di Patmos, nel corso dei loro dieci anni di attività pubblicistica, a partire dall’ottobre 2014, più volte per opportunità, altre per virtù di prudenza, hanno rinunciato a trattare certi temi emergenti legati alla Chiesa e al Papato, essendo anzitutto presbiteri; redattori e pubblicisti a seguire, ma avanti a tutto presbiteri. Certi temi possono richiedere di essere non tanto taciuti, o peggio nascosti, ma trattati quando si hanno maggiori elementi conoscitivi che possano portare a un veritiero, equo ed equilibrato giudizio.

Perché non scrivete nulla sulla salute del Santo Padre, ci hanno chiesto più lettori? Sì, in effetti sono ormai due settimane che il Sommo Pontefice Francesco si trova ricoverato al Policlinico Agostino Gemelli e su di lui e il suo stato di salute non abbiamo emesso sospiro da queste nostre colonne. E sulla base di che cosa avremmo dovuto farlo, forse basandoci sui bollettini medici giornalieri, dando a seguire fiato alle trombe delle interpretazioni e delle ipotesi, incluse le più assurde, che suscitano però quel malsano prurito che per i social media è come il lievito nei croissants?
Quando un Sommo Pontefice è gravemente malato, parlare della successione è inevitabile. Chi lo fa con competenza e delicatezza, chi invece con incompetenza e mancanza di rispetto per la sua Augusta Persona. A questi secondi basterebbe solo domandare di chi è successore il nuovo Romano Pontefice, se di quello morto prima di lui, oppure del Beato Apostolo Pietro, cogliendo così il livello della loro preparazione. Qualcuno ha lamentato che parlare di conclave è mancanza di rispetto e riguardo verso un Sommo Pontefice blandamente definito dai bollettini medici in condizioni ora «gravi» ora «stazionarie», il tutto alternato a vari piccoli miglioramenti o peggioramenti. La verità è che il Sommo Pontefice è un malato terminale che sta concludendo la propria vita e la prognosi riservata sarà sciolta dopo che il cardinale camerlengo reciterà la solenne frase: «Vere Papa mortuus est», poi si rivolgerà al suo cadavere chiamandolo col suo nome di battesimo: Jorge Mario. Ciò a significare che il papato, essendo un ufficio e non il grado estremo del Sacramento dell’Ordine, una volta acquisito per via giuridica, non certo per via sacramentale, con la morte cessa. Contrariamente al sacerdozio, acquisito per via sacramentale, che ci rende sacerdoti per l’eternità: «Tu es sacerdos in aeternum» (Sal 110,4).
All’epoca in cui morì nel lontano agosto 1990, mio padre aveva 34 anni in meno dell’attuale Pontefice regnante. Oggi, in Italia, l’età media del maschio italiano è pari a 84 anni; in Argentina, quella del maschio argentino, è pari a 74 anni. Morendo all’età tutt’altro che tenera di 88 anni compiuti, dopo avere già superata di quattro anni la media italiana e di quattordici quella argentina, si potrebbe dire molto serenamente che il Santo Padre non sarà stato certamente strappato in modo crudele dalle amorose braccia della balia. Accennavo per inciso alla prematura morte del mio genitore avvenuta nel giro di un anno per un tumore metastatizzato non diagnosticato in tempo e per questo impossibile da curare, per narrare che mentre versava in stato terminale non gli ho mai augurato di proseguire a vivere, ma pregai la misericordia di Dio che se lo prendesse prima possibile. Oggi, in certe circostanze, pur senza augurare la morte a nessuno, proseguo a pregare Dio affinché certi sofferenti siano portati presto nella Casa del Divino Padre, senza mai dimenticare il valore salvifico della sofferenza umana, di cui parlò nel proprio magistero il Santo Pontefice Giovanni Paolo II nella sua Lettera apostolica Salvifici Doloris, che si apre con le parole del Beato Apostolo Paolo:
«Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa”» (Col 1, 14).
Coloro che dichiarano di pregare per la salute e la guarigione del Santo Padre, invitando a fare altrettanto, o vivono nel mondo dell’irreale o pensano che dinanzi a un anziano morente, tanto più un Romano Pontefice, vadano applicate regole di galateo che sanno di patetico, se non forse di ridicolo. Bisogna pregare sì, ma affinché Dio conceda al Santo Padre la grazia di una serena morte, limitando le sue sofferenze fisiche, umane e spirituali. Con il complesso e grave stato patologico che lo affligge, inclusa una assenza ormai totale di difese immunitarie, la sua esposizione pubblica sarebbe impossibile, altrettanto problematico ricevere persone che potrebbero essere veicolo di trasmissione di micro batteri. Se rimanesse in vita per altri mesi, tornerebbe alla Domus Sancthae Marthae in condizioni di tale debilitazione fisica per le quali sarebbe necessario allestire presso quella residenza uno spazio simil-ospedaliero col costante controllo di una equipe di specialisti presenti giorno e notte. Tutto questo, è forse augurabile a un uomo come il Pontefice regnante per il quale l’isolamento e la mancanza di libero contatto con le persone sarebbe qualche cosa di insopportabile e insostenibile? Questo per rispondere a tutti quei romantici che pregano per la salute ormai perduta del Santo Padre e per la sua impossibile guarigione.
Pensare in questo momento a un prossimo conclave, non è caduta di stile ma semplice ovvietà. E quando le porte della Cappella Sistina si chiuderanno, la Chiesa dovrà fare i conti coi vari problemi lasciati in eredità da questo pontificato, che rimane giudicabile nel complesso solo dalla storia, forse anche tra molti anni. Il Sommo Pontefice Francesco è stato eletto dopo un atto di rinuncia da parte del suo predecessore, evento raro risultato per tutti noi traumatico, soprattutto per le infelici modalità scelte a suo tempo da Benedetto XVI, con tanto di stravagante invenzione del «papato emerito», o di termini svianti come «papato allargato», «papato attivo e papato contemplativo» …
Quello del Santo Padre Francesco è un pontificato che si colloca in un contesto sociale e geopolitico di grande decadenza a livello planetario, con una scristianizzazione dell’Europa che ha raggiunto già da un ventennio livelli irreversibili. Altrove si è invece consumata una emorragia di fedeli in quelli che una volta erano i due polmoni coi quali il Cattolicesimo respirava: l’America Latina e l’Africa. Quello di Francesco è stato un pontificato carico di problematicità, fatto di ambiguità e mancanza di chiarezza, non sono neppure mancate forme di dispotismo messe in atto nel disprezzo totale delle leggi e delle regole ecclesiastiche. Negare che questo Pontefice lascerà una Chiesa confusa, divisa e litigiosa a causa di processi aperti su tutti i fronti, basati sull’insolito principio che «l’importante è aprire i processi» senza però concluderli e portarli a pieno compimento, vuol dire negare la più palese evidenza dei fatti. Però, Chi ci dice che tra svariati anni non si dovrà rendere grazie al pontificato di Francesco per aver preservata e salvata la Chiesa da problemi e danni che senza il suo agire, non comprensibile sul momento, sarebbero stati maggiori, o persino irreparabili? Francesco è un uomo complicato che si inserisce come tale in un momento storico molto complicato, qualsiasi giudizio dato al presente su di lui e sul suo pontificato potrebbe risultare del tutto sbagliato domani. Certe espressioni o decisioni giudicate come eccentriche ― e di fatto lo sono ―, in che modo del tutto diverso potrebbero apparire domani? Non sarebbe la prima volta che certi uomini, non compresi sul momento nel loro agire, sono stati celebrati successivamente come personalità che erano avanti di decenni rispetto al tempo presente in cui vissero. Ecco perché talvolta, proprio quando si è perplessi, disorientati e sofferenti per certi atteggiamenti ambigui e non facili neppure da decifrare, pur esercitando il legittimo senso critico merita sospendere prudenzialmente il giudizio.
Uno dei gravi problemi che questo pontificato lascerà al prossimo conclave è dato dal fatto che i Cardinali elettori non si conoscono tra di loro. L’ultimo concistoro segreto si svolse nel 2015. Chiariamo: il concistoro è l’assemblea dei cardinali convocata dal Romano Pontefice e può essere segreto, pubblico, semi-pubblico (vedere QUI). Viene chiamato “segreto” quello al quale partecipano solo i cardinali riuniti per discutere in forma privata, ossia segreta, con il Sommo Pontefice, riguardo le varie problematiche della Chiesa e del suo governo. Oggi, al grave problema dei cardinali che non si conoscono tra loro, se ne aggiunge un altro ignoto ai laicisti della sinistra internazionale che magnificano la Chiesa povera per i poveri, tanto li eccita la povertà nelle case e sulla pelle degli altri, elogiando questo pontificato che avrebbe nominato decine di cardinali «provenienti dalle periferie del mondo» e «dai paesi più poveri». Sorvoliamo sulla scarsa formazione dottrinale e teologica da parte di svariati di questi sant’uomini provenienti da quelle situazioni privilegiate per le quali oggi si può meritare una porpora cardinalizia: «le periferie» … «i paesi poveri»… Diversi di questi cardinali sono vescovi di Paesi dove la presenza dei cattolici non può essere definita neppure una piccola minoranza: nell’Isola di Tonga, di cui è vescovo il Cardinale Soane Patita Paini Mafi, i cattolici battezzati sono circa 10.000. Fu creato cardinale nel 2020, all’età di appena 46 anni, Giorgio Marengo, vicario apostolico della Mongolia, dove i cattolici contano 1.200 battezzati su 3.300.000 abitanti. Questi cardinali elettori, emblema della «Chiesa povera per i poveri» delle varie «periferie esistenziali», governano chiese locali che possono sopravvivere e vivere in contesti di grande disagio e autentica povertà grazie alle donazioni che pervengono loro da ricche Chiese locali, o da grandi fondazioni dipendenti o legate alle stesse. Per intendersi: una singola parrocchia austriaca, tedesca, australiana, canadese, nordamericana … può mantenere una diocesi intera in certi Paesi poveri del Latino America, dell’Asia e dell’Africa, dove il rapporto tra l’Euro e il Dollaro e la loro moneta nazionale è totalmente sproporzionato in valore di acquisto.
Domani, nella Cappella Sistina, un gruppo di cardinali provenienti da questi Paesi, rigorosamente scelti tra gli esponenti del cosiddetto progressismo più avanzato, con delicata disinvoltura faranno capire che i cordoni della borsa li reggono loro, lasciando a decine di cardinali “povero-periferico-esistenziali” la scelta obbligata giocata sulla sopravvivenza di Chiese locali che possono vivere solo grazie ad aiuti esterni. Certo, una volta questa si chiamava simonia, oggi si chiama invece «Chiesa povera per i poveri».
Allo stato attuale i poveri tanto esaltati in questo pontificato sono stati lasciati ostaggio dei capricci dei ricchi come mai lo erano stati prima, dopo aver dato vita a un Collegio di cardinali elettori che non rappresentano le varie voci, le opinioni e le posizioni più diverse che hanno sempre arricchito la Chiesa al proprio interno, ma una voce univoca, monocorde. E tra i vari danni perpetrati, questo risulterà forse il peggiore, perché grava come una ipoteca pesante come il piombo sul prossimo conclave. Ciò con buona pace della Chiesa povera, che dentro la Cappella Sistina strozzerà i poveri coi cordoni della borsa dei ricchi più progressisti e più ideologizzati.
Dall’Isola di Patmos, 2 marzo 2025
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WHAT IF THE SIMONY RETURN AGAIN AT THE NEXT CONCLAVE?
At present the poor so exalted in this pontificate have been left hostage to the whims of the rich as they had never been before, after having given life to a College of cardinal electors who do not represent the various and noumerous voices, opinions and positions that have always enriched the Church internally, but a single, monotonous voice.
— Ecclesial actuality —

Author
Ariel S. Levi di Gualdo
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Everyone has their own style, individual or collective. In the first, as in the second case, it can be spontaneous, or studied on the table. The Fathers of this magazine The Island of Patmos , during ten years of journalistic activity, starting from October 2014, several times due to opportunity, other times due to the virtue of prudence, have renounced dealing with emerging themes linked to the Church and the Papacy, being first and foremost presbyters ; editors and publicists to follow, but presbyters ahead of everything. Certain topics may require to be dealt with when there is greater knowledge that can lead to a truthful, fair and balanced judgement.

Why don’t you write anything about the health of the Holy Father, several readers have asked us? Yes, in fact the Supreme Pontiff Francis has been hospitalized at the Agostino Gemelli Polyclinic for two weeks now and we have not uttered a sigh about him and his state of health in these columns of ours. And on the basis of what should we have done it, perhaps based on the daily medical bulletins, followed by interpretations and hypotheses, including the most absurd ones, which however arouse that unhealthy itch which for social media is like yeast in croissants?
When a Supreme Pontiff is seriously ill, talking about succession is inevitable. Some do it with competence and delicacy, some with incompetence and lack of respect for his August Person. These latter it would be enough ask, whose successor’s the new Roman Pontiff is: of the one who died before him, or of the Blessed Apostle Peter? Thus grasping the level of their preparation. Someone has complained that talking about a conclave is a lack of respect towards a Supreme Pontiff blandly defined by medical bulletins as being in sometimes “serious” and sometimes “stationary” conditions, all alternating with various small improvements or worsening. The truth is that the Supreme Pontiff is a terminally ill patient who is ending his life and the reserved prognosis will be dissolved after the cardinal chamberlain recites the solemn phrase: «Vere Papa mortuus est» (The Pope is truly dead), then he will address his corpse by calling it by his baptismal name: Jorge Mario. This because the papacy, being an office, not the extreme degree of the Sacrament of Orders, once acquired by juridical means, not by sacramental means, ceases with death. Contrary to the priesthood, acquired through the Sacrament, which makes us priests for eternity: «Tu es sacerdos in aeternum» (you are a priest forever) (Ps 110,4).
Way back in August 1990 my father died, he was 34 years younger than the current reigning Pontiff. Today, in Italy, the average age of the Italian male is 84 years; in Argentina, that of the Argentine male, is 74 years. Dying at the age of 88, after having already exceeded the Italian average by four years and the Argentine average by fourteen, one could say very serenely that the Holy Father will not be cruelly torn from the loving arms of the nanny. I mentioned the premature death of my parent which occurred within a year due to a metastasized tumor that was not diagnosed in time and therefore impossible to cure, to narrate that while he was in a terminal state I did not wish him to continue living, but I prayed to God’s mercy that he would take him as soon as possible. Today, in certain circumstances, without wishing death on anyone, I continue to pray to God that certain sufferers may be brought quickly to the House of the Divine Father, without ever forgetting the salvific value of human suffering, which the Holy Pontiff John Paul II spoke about in his magisterium in his Apostolic Letter Salvifici Doloris, which opens with the words of the Blessed Apostle Paul:
«In my flesh I complete what is lacking in Christ’s afflictions for the sake of his body, that is, the Church» (Col 1, 14).
Those who invite prayer for the health and healing of the Holy Father live in the world of the unreal. We must pray, yes, but so that God grants the Holy Father the grace of a peaceful death, limiting his physical, human and spiritual suffering. With the complex and serious pathological state that afflicts him, including a now total absence of immune defenses, his public exposure would be impossible, and it would be equally problematic to welcome people who could be a vehicle for the transmission of micro bacteria. If he remains alive for a few more months and returns to the Vatican, to the Domus Sancthae Marthae, his conditions of physical debilitation will be so serious that it will be necessary to set up a hospital-type space in that residence with the constant presence of a team of specialists present day and night. Is all this perhaps desirable for a man like the reigning Pontiff for whom isolation and the lack of free contact with people would be something absolutely unbearable and unsustainable? This is to respond to all those romantics who pray for the now lost health of the Holy Father and for his impossible recovery.
Thinking at this moment about an upcoming conclave is not a fall in style but simple obviousness. And when the doors of the Sistine Chapel close, the Church will have to deal with the various problems left as a legacy by this pontificate, which remains judgeable, overall, only by history, perhaps even many years from now. The Supreme Pontiff Francis was elected after an act of renunciation by his predecessor, a rare event and a traumatic for all of us, especially due to the unfortunate methods chosen at the time by Benedict XVI, complete with the extravagant invention of the «emeritus papacy», or misleading terms such as «enlarged papacy», «active papacy and contemplative papacy» (!?)…
That of the Holy Father Francis is a pontificate that takes place in a social and geopolitical context of great decadence on a global level, with a de-Christianization of Europe that has already reached irreversible levels for twenty years. Elsewhere a hemorrhage of faithful has taken place in what were once the two lungs with which Catholicism breathed: Latin America and Africa.
Francis’ pontificate was full of problems, ambiguities and lack of clarity, there were also forms of despotism in total contempt of ecclesiastical laws and rules. To deny that this Pontiff will leave a confused, divided and quarrelsome Church due to trials open on all fronts, based on the unusual principle that «the important thing is to open the trials», without however concluding them and bringing them to full completion, is to deny the clearest evidence of the facts. However, who tells us that in several years we will not have to thank the pontificate of Francis for having preserved and saved the Church from problems and damage which without his actions, not understandable at the time, would have been greater, or even irreparable? Francis is a complicated man who fits into a very complicated historical moment, any judgment given in the present about him and his pontificate, could be completely wrong tomorrow.
It would not be the first time that certain men, not understood at the time in their actions, were later celebrated as extraordinary personalities who were decades ahead of the present time in which they lived. This is why sometimes, precisely when one is perplexed, disoriented and grieve for certain ambiguous attitudes and not even easy to decipher, despite exercising legitimate critical sense, is necessary and prudently suspending judgement..
One of the serious problems this pontificate will leave for the next conclave is this: tthe cardinal electors do not know each other. The last secret consistory took place in 2015. Let’s clarify: the consistory is the assembly of cardinals convened by the Roman Pontiff and can be secret, public, semi-public. What is called “secret” is that in which only the cardinals gathered to discuss in a private, i.e. secret, form with the Supreme Pontiff participate, regarding the various problems of the Church and its government. Today, to the serious problem of the cardinals who do not know each other, there is another one unknown to the secularists of the international left who glorify «the poor Church for the poor», so much does poverty in the homes and on the lives of others excites them, praising this pontificate which has appointed dozens of cardinals «coming from the peripheries of the world» and «from the poorest countries».
Let us not dwell the poor doctrinal and theological training of several of these holy men coming from those privileged situations for which today they can deserve a cardinal’s purple: «the suburbs» … «the poor countries». Several of these cardinals are bishops of countries where the presence of Catholics cannot be defined as even a small minority: on the island of Tonga, of which Cardinal Soane Patita Paini Mafi is bishop, there are around 10,000 baptized Catholics. Giorgio Marengo, apostolic vicar of Mongolia, where Catholics number 1,200 baptized out of 3,300,000 inhabitants, was created cardinal in 2020, at the age of just 46. These cardinal electors, emblem of the «poor Church for the poor» of the various «existential peripheries», govern local churches that can survive and live in contexts of great hardship and authentic poverty thanks to the donations that come to them from rich local churches, or from large foundations on linked to them. To be clear: a single Austrian, German, Australian, Canadian or North American parish can maintain an entire diocese in certain poor countries in Latin America, Asia and Africa, where the relationship between the Euro and the Dollar and their national currency is totally disproportionate in terms of purchase value.
Tomorrow, in the Sistine Chapel, a group of cardinals from these countries, rigorously chosen by Holy Father among the exponents of the so-called most advanced progressivism, will with delicate ease make it clear that they hold the purse strings, leaving dozens of “poor-peripheral-existential” cardinals the forced choice based on the survival of their local churches that can only live thanks to external aid. Of course, once this was called simony, today it is instead called «poor church for the poor».
At present the poor so exalted in this pontificate have been left hostage to the whims of the rich as they had never been before, after having given life to a College of cardinal electors who do not represent the various and noumerous voices, opinions and positions that have always enriched the Church internally, but a single, monotonous voice. And among the various damages perpetrated, this will perhaps be the worst, because it weighs like a lead-heavy mortgage on the next conclave. With all due respect to the poor Church, which inside the Sistine Chapel will strangle the poor, with the purse strings by rich most progressive and ideologicalized.
From The Island of Patmos, March 2, 2025
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Riscoprire la bellezza della vita di grazia attraverso l’opera del Beato Angelico
/in Attualità/da Padre GabrieleRISCOPRIRE LA BELLEZZA DELLA VITA DI GRAZIA ATTRAVERSO L’OPERA DEL BEATO ANGELICO
La festa del Beato Angelico ricorda che ogni uomo, illuminato dalla grazia, pur chiamato a camminare su sentieri scoscesi, riscopre continuamente la propria natura di capolavoro divino. La creazione, sebbene deturpata dal peccato e dalle difficoltà della vita, è sempre il luogo dove il chiaroscuro dell’esistenza umana si intreccia con l’amore vero e profondo.

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.
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Il Beato Angelico, al secolo Giovanni da Fiesole, fu un frate domenicano che visse la sua vita religiosa fra il tormento e l’estasi. Attraverso questo scritto vorrei condividere qualche pensiero su questo confratello domenicano famoso in tutto il mondo per la sua arte e la sua fede.
Per illustrare la vita, le opere e lo stile pittorico dell’Angelico mi sono avvalso dei preziosi consigli dei confratelli domenicani Suor Paola Gobbo e fra Manuel Russo. Partiamo dunque dalla vita: Giovanni da Fiesole nacque negli ultimi anni del XIV secolo, tra il 1395 e l’inizio del 1400, a Vicchio, un paese del Mugello, oggi in provincia di Firenze. Fin da giovane, uno dei suoi doni più evidenti fu la pittura. Per seguire questo talento, decise di lasciare la sua casa. Si sa con certezza che si trasferì a Firenze per il suo apprendistato. Gli esperti sostengono che il suo maestro fu Lorenzo Monaco, un camaldolese dell’abbazia fiorentina di Santa Maria degli Angeli. La sua permanenza presso il Monaco durò fino al 1417. Com’era tipico delle botteghe dell’epoca, nei primi anni Giovanni imparò l’arte della miniatura, della tavola e dell’affresco, a seconda delle commissioni del maestro. Il maestro si occupava delle parti più importanti delle opere, lasciando quelle secondarie ai suoi garzoni, che avevano anche il compito di preparare i materiali e macinare i pigmenti. In questo modo, i discepoli imparavano il mestiere osservando e praticando.
Durante il periodo di apprendistato, la composizione delle opere seguiva norme rigorose stabilite dalla tradizione iconografica di origine bizantina. La gerarchia stabiliva la dimensione dei personaggi in proporzione alla loro dignità, con il posto centrale riservato a Cristo. Anche l’ambiente scenico, il numero e il ruolo dei personaggi, i loro atteggiamenti erano tutti fissati. Gli artisti utilizzavano schemi tradizionali, come se avessero un manuale pronto all’uso che indicava le modalità e i soggetti da dipingere. Anche il colore, fondamentale per il suo valore espressivo e iconografico, era soggetto a notevoli limitazioni. Ad esempio, il fondo oro delle tavole impediva un’ambientazione naturalistica e i colori delle vesti erano fissati: il giallo indicava Pietro, il rosso e il blu indicavano Maria, il blu e il rosso indicavano Cristo.
In questo contesto, il genio artistico si esprimeva attraverso una rigida normativa, ma con piena libertà creativa. Il rischio era alto, poiché le opere potevano essere rifiutate dai committenti non pronti a tali innovazioni, oppure potevano procurare fama, proprio perché la novità attraeva e affascinava. Questa fu la lezione più importante che Giovanni imparò nella bottega del Monaco. Quest’ultimo aveva attinto dai maestri del passato, come Duccio da Buoninsegna, Simone Martini, i fratelli Lorenzetti, Cimabue e Giotto. L’arte di Giovanni Monaco si collocava nel passaggio tra il Gotico e l’Umanesimo rinascimentale, imparando dai grandi del passato ad «andare oltre» la tradizione e studiando le innovazioni del suo tempo.
Il primo documento riguardante il Beato Angelico è datato 1417 e riguarda la sua iscrizione alla Compagnia di San Nicolò, presso la chiesa del Carmine a Firenze, segno di un cammino spirituale intrapreso. In questo documento è riconosciuto come «dipintore”. A quella data, grazie a una glossa postuma che riporta la dicitura: «feciesi frate di santo Domenicho», sappiamo che era ancora laico. Entrò nel convento domenicano riformato di Fiesole tra il 1420 e il 1422, aderendo all’Ordine dei Predicatori. Vi ritroveremo, qualche anno dopo, anche il fratello Benedetto, miniaturista.
Due erano i conventi domenicani a Firenze: Santa Maria Novella e San Domenico a Fiesole. Del primo si trova scritto che non veniva concesso il sacerdozio agli artisti perché considerati lavoratori servili. Beato Angelico entrò invece a pieno titolo nel convento fiesolano. La formazione religiosa ebbe un peso determinante nella vita e nell’arte di fra Giovanni. Alla professione religiosa, egli si trovò davanti a un bivio: diventare frate converso, diremmo oggi un fratello laico, la qual cosa gli avrebbe assicurato maggiore libertà nel lavoro, oppure frate chierico. Scelse, con i suoi superiori, la seconda strada, probabilmente perché lo giudicarono in grado di essere autentico frate, sacerdote e predicatore attraverso l’arte. Di questo dobbiamo ringraziare sant’Antonino da Firenze, che intravide il genio dell’Angelico e permise che si sviluppasse e portasse frutto.
Nelle sue opere troviamo predominanti questi temi: la centralità di Cristo, la conoscenza della Sacra Scrittura, il magistero della Chiesa, l’adesione alla teologia tomista, l’esemplarità dei santi e l’attenzione alle richieste e attese del popolo, e infine la semplicità delle sue creazioni. Tra le numerose commissioni che Angelico ricevette, vi fu quella del suo priore Sant’Antonino, che volle realizzare nel convento degli osservanti di San Marco una serie di pitture murali. I lavori cominciarono nel 1437 e, tra il 1439 e il 1445, Beato Angelico dipinse ad affresco 54 composizioni con oltre 320 figure umane.
All’interno di un convento erano lecite, anzi richieste, le immagini sacre a corredo delle sale comuni, del dormitorio e delle celle. Erano proibite le immagini non sacre ed esclusi i materiali preziosi. Per questo fra Giovanni scelse la tecnica dell’affresco, i cui materiali compositivi sono semplici, umili, naturali: calce, sabbia, terre. La bellezza di queste pitture murali è che si trovano nei luoghi pensati dall’artista. Questo è un vantaggio per noi perché possiamo cogliere il pensiero dell’Angelico, che li ha realizzati in quei precisi luoghi secondo un progetto e un messaggio ben chiaro nella sua mente. Ad esempio, fuori dall’ingresso della foresteria del convento dipinse Cristo pellegrino accolto da due frati. Nel noviziato primeggiano le figure di Cristo crocifisso, sostegno di chi entrava nella vita religiosa e invito a riconoscere e unirsi all’amore. Tutto era pensato per richiamare la mente dei frati al divino, il divino che abita l’umano. Era una sorta di aiuto per mantenere quel clima contemplativo e di profondo ascolto che abitava le case domenicane.
Vediamo brevemente l’opera pittorica dell’Angelico. Ci viene trasmesso dal Vasari che egli:
«Non avrebbe mai messo mano ai pennelli senza prima aver fatto orazione. Non fece mai crocifisso che non si bagnasse le gote di lacrime».
Questo ci dice quanto fosse mistica l’anima del Beato Angelico e quanto la sua arte scaturisse da una profonda contemplazione, da un’esperienza che diventa messaggio. Alcuni autori ci riferiscono che dipingesse in stato di estasi. Non è ovviamente l’estasi che pensiamo noi, ma qualcosa di simile ad un «rapimento»; l’essere cioè totalmente immersi, in ciò che si sta facendo e pensando, con somma dedizione, ponendo tutte le nostre facoltà a quel servizio. L’Angelico era immerso nel Mistero che intendeva celebrare con la sua arte lì dove trovava quel centro vitale dove Dio abita e parla al cuore.
Scrive Paola Mancinelli: «La creazione artistica è sempre evento di verità e di gratuità nonché possibilità di dare forma umilmente al mistero dell’essere dopo averne ricevuta la chiamata come sete di bellezza» (cfr. Lo stupore del bello, Oristampa, Firenze, 2008). È un attendere, concepire e partorire un’intuizione, un’immagine che quasi all’improvviso si genera nella nostra mente, davanti ai nostri occhi. Certi che ciò che produrremo sarà solo un riflesso di quella Bellezza che è balenata nel nostro spirito.
Quanto all’altro aspetto delle lacrime che ci indica ricordava il Vasari, esse sono espressione di amore, di dolore, di coinvolgimento per cui l’Angelico ne era mosso fin nelle fibre più profonde della sua anima. Se è vero che «la lingua parla dell’abbondanza del cuore», ciò vale anche per l’espressione artistica, per mezzo della quale fra Giovanni mostrava tutto il suo mondo interiore. Non possiamo scindere l’uomo dall’artista, l’uomo dal consacrato, questa unità che non è separabile.
Il Beato Angelico seppe attingere dalla «gratia gratum facens» (la grazia che ci rende graditi), un dono che illumina il cammino dell’umanità, guidandola ci attraverso le sfide e le oscurità della vita. Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica:
«La nostra giustificazione viene dalla grazia di Dio. La grazia è il favore, il soccorso gratuito che Dio ci dà perché rispondiamo al suo invito: diventare figli di Dio, figli adottivi, partecipi della natura divina, della vita eterna. La grazia è una partecipazione alla vita di Dio; ci introduce nell’intimità della vita trinitaria. Mediante il Battesimo il cristiano partecipa alla grazia di Cristo, Capo del suo corpo. Come “figlio adottivo”, egli può ora chiamare Dio “Padre”, in unione con il Figlio unigenito. Riceve la vita dello Spirito che infonde in lui la carità e forma la Chiesa. Questa vocazione alla vita eterna è soprannaturale. Dipende interamente dall’iniziativa gratuita di Dio, poiché egli solo può rivelarsi e donare se stesso. Supera le capacità dell’intelligenza e le forze della volontà dell’uomo, come di ogni creatura» (cfr. CCC 1996, 1997, 1998).
Gesù Cristo, con il suo sacrificio, ci ha donato «grazia su grazia» (Gv 1,16), un flusso continuo di amore e redenzione che manifesta la gloria divina. Ecco perché il Beato Angelico, con la sua arte, continua a parlare ai nostri cuori, offrendo un cammino di bellezza e luce che risplende nei momenti più bui. La sua festa, oggi, assume un significato ancora più profondo, specialmente in un’epoca segnata dalla guerra, la divisione e l’isolamento prodotto perfino dai social, quando invece la rinascita spirituale e la bellezza, compresa quella artistica, sono essenziali per l’intera umanità.
La grazia di Dio è concetto e insieme realtà che esprime e rappresenta realmente l’amore incondizionato e il favore divino che ci viene offerto senza merito. Questa grazia rende presente la gloria di Dio, visibile attraverso le opere di Cristo e dei suoi seguaci.
Il Beato Angelico, con la sua arte, ha saputo catturare questa gloria, trasferendo nelle sue opere la grazia divina con rappresentazioni che parlano direttamente all’anima. Le sue opere, come «L’Annunciazione» e «Il Giudizio Universale», sono testimonianze visive di quella grazia, e ci chiamano invitandoci a riflettere sulla nostra relazione con il divino.
In tempi di crisi come i nostri la bellezza assume un ruolo fondamentale per la nostra rinascita spirituale e morale, quella della riscoperta del Bene del Bello. Scriveva Hans Urs Von Balthasar:
«In un mondo senza bellezza, in un mondo che non ne è forse privo, ma che non è più in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto; e l’uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non deve piuttosto preferire il male» (cfr. Gloria 1 – Percezione della Forma, Jaca Book, Milano, 2012, 18).
Il Beato Angelico, col suo essere artista, ha mostrato come la bellezza possa essere un veicolo di grazia e redenzione. Perfino la luce che illumina i suoi dipinti è simbolo della luce divina che guida i nostri passi, anche nei momenti più oscuri.
La festa del Beato Angelico ricorda che ogni uomo, illuminato dalla grazia, pur chiamato a camminare su sentieri scoscesi, riscopre continuamente la propria natura di capolavoro divino. La creazione, sebbene deturpata dal peccato e dalle difficoltà della vita, è sempre il luogo dove il chiaroscuro dell’esistenza umana si intreccia con l’amore vero e profondo. Il Beato Angelico, con la sua arte, ci invita a vedere oltre le apparenze, a scoprire la bellezza nascosta in ogni angolo della nostra vita.
Gli artisti, come il Beato Angelico, hanno il dono di trascinarci oltre l’immanenza, oltre i cammini della razionalità pura e della teoresi. La loro arte ci porta fra il tormento e l’estasi, facendoci vivere esperienze che vanno al di là del semplice vedere. La bellezza, in questo senso, diventa una via di conoscenza e di esperienza del divino. È un cammino che ci invita a lasciarci trasformare dalla grazia, a vedere il mondo con occhi nuovi, illuminati dalla luce della fede.
In conclusione, il percorso di luce tramite la grazia è un viaggio che tutti siamo chiamati a fare. Il Beato Angelico, ci offre una guida preziosa in questo cammino, mostrandoci come la bellezza e la luce possano illuminare i nostri sentieri più oscuri. La sua festa, oggi, ci invita a riscoprire la nostra natura di capolavori divini, a lasciarci trasformare dalla grazia e a camminare con fiducia verso la gloria. Questa celebrazione può essere un momento di rinascita per tutti noi, specialmente per gli artisti che, con la loro opera, continuano a portare luce e speranza nel mondo.
La speranza, che è anche il tema guida del presente giubileo, come ci ricorda la e la Sacra Scrittura, quando viene da Dio è sempre fondata e non confonde. La Speranza come l’arte e il bello che ne è il necessario corollario è armonica, integrale e proporzionata. Affinché tutti diventiamo belli e speranzosi, riscopriamo l’arte del Beato Angelico che ci raffigurò la bellezza e l’unicità di Cristo.
Santa Maria Novella in Firenze, 18 febbraio 2025
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L’antico animale intelligente e la nuova intelligenza artificiale
/in Attualità/da Jorge Facio LinceL’ANTICO ANIMALE INTELLIGENTE E LA NUOVA INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Sono queste le occasioni in cui l’uomo ha dimostrato la propria intelligenza, non certo imponendosi come l’animale più forte, o veloce, o abile, ma mostrandosi capace a gestire uno strumento superiore con la sua intelligenza adattabile, esercitando quella sua capacità con la quale da sempre ha saputo adattarsi a quei numerosi cambiamenti storici che si chiamano oggi mutamenti tecnologici.
— Attualità —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos
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In questi giorni una delle tematiche più presente nei telegiornali e nei social media si sta centrando sulle IA (Intelligenze Artificiali) e le sue implicazioni positive, ma soprattutto negative, specialmente con il vertice che si sta celebrando a Parigi: AI Action Summit.

È opportuno partire da due premesse importanti: ognuno di questi sistemi è in definitiva uno strumento nelle mani dell’uomo e per questo rispecchia con un potenziamento inimmaginabile al giorno d’oggi le stesse ricerche e forma di pensare e di agire dell’uomo. Dunque è l’uomo stesso che può indirizzare lo strumento per aiutare e migliorare il progresso, la scienza e la stessa vita umana, come può usare questo strumento per i peggiori incubi mai vissuti nella storia.
Il concetto stesso di Intelligenza deve essere chiarito: i sistemi per la loro potenza e velocità posso raggiungere calcoli e operazioni che l’essere umano singolarmente o in gruppo non riuscirebbe a raggiungere facilmente, ma sono finora operazioni settoriali e specifiche; mentre la singolarità dell’Intelligenza umana si contraddistingue per la creatività e simultaneità nell’operare multiple funzioni e tematiche. La paura non è tanto su dove possano arrivare come strumenti i sistemi delle Intelligenze artificiali, ma a che punto sta giungendo la pigrizia, la malavoglia, l’ignoranza e l’inattività a cui le persone stanno arrivando nel quotidiano, privilegiando lo svago in un mondo sempre più vanesio e superficiale, anziché cercare di sviluppare al meglio le proprie qualità, doni e capacità.
Oggi la vita stessa è strutturata per essere vissuta in forma passiva, nella modalità zombi o “amebe”, pur avendo a portata di mano l’accesso a un’informazione illimitata e con una tale vasta gamma di strumenti tecnici e tecnologi con i quali si potrebbero operare delle meraviglie.
L’intelligenza artificiale sta trasformando rapidamente la società e il mondo del lavoro, tanto che il suo sviluppo e la sua diffusione sollevano importanti questioni etiche, sociali ed economiche. Mentre l’Europa porta avanti come strategia un quadro teoretico di approccio regolamentare e incentrato sull’uomo, specialmente alla tutela dei diritti fondamentali, gli Stati Uniti e l’Asia, in modo particolare la Cina, hanno scelto invece un approccio pragmatico ed economico dove hanno lasciato carta bianca per l’innovazione e la concorrenza. C’è stato un investimento massiccio sulla ricerca e lo sviluppo dell’IA da parte dei governi con l’unico obiettivo di raggiungere la leadership mondiale nel settore.
Una delle principali preoccupazioni sulle IA è il suo potenziale impatto nel mondo del lavoro: l’automazione dei processi produttivi porterebbero a un aumento della disoccupazione e della disuguaglianza sociale, soprattutto nei settori manifatturieri, agricoli, di commercio e dei servizi.
L’altra questione importante è l’impatto ecologico, i modelli di IA sono complessi e richiedono enormi quantità di energia, con un conseguente impatto significativo sull’ambiente. L’utilizzo diffuso di dispositivi intelligenti e la produzione di grandi quantità di dati sollevano anche preoccupazioni per il consumo di risorse naturali e la gestione dei rifiuti elettronici. Esiste, assieme alle due preoccupazioni appena indicate, anche il pericolo della perdita di controllo sulle IA e la conseguente paura dello sviluppo di capacità che possano superare il controllo umano e generare delle conseguenze imprevedibili per la società. Altrettanta paura genera il pericolo dell’uso improprio delle IA per scopi dannosi, come la creazione di armi autonome o la manipolazione dell’opinione pubblica.
Le IA hanno un impatto immediato e devastante nelle diverse generazioni della società, specialmente i più anziani, che sono molto più vulnerabili, oltre che indifesi e spesso incapaci a cogliere il pericolo quando si trovano coinvolti in truffe , furti e inganni ai quali non sono preparati, non avendo ricevuto da nessuno una adeguata informazione, oggi più che mai impellente, sui pericoli che si possono correre.
Se l’IA come potente tecnologia offre grandi opportunità, al tempo stesso comporta anche dei grandi interrogativi. Per un verso appare indispensabile un dialogo aperto che tenga conto dei benefici potenziali come dei rischi per i lavoratori e per l’ambiente, affinché il suo sviluppo e utilizzo sia etico e sostenibile e mirato al bene dell’umanità. Però, come si sa, quando di mezzo ci sono i soldi è difficile avere una solida garanzia sulla operatività del progetto, e tutto potrebbe rimanere nell’ideale ambito delle belle parole.
Le IA a livello lavorativo non porteranno all’abolizione del lavoro umano se si accetta la trasformazione profonda del mercato del lavoro che si sta già realizzando, è per ciò fondamentale investire in istruzione e formazione per preparare i lavoratori a coesistere con le IA come in passato fece l’uomo con l’arrivo della macchina a vapore o dell’automobile; perché sono queste le occasioni in cui l’uomo ha dimostrato la propria intelligenza, non certo imponendosi come l’animale più forte, o veloce, o abile, ma mostrandosi capace a gestire uno strumento superiore con la sua intelligenza adattabile, esercitando quella sua capacità con la quale da sempre ha saputo adattarsi a quei numerosi cambiamenti storici che si chiamano oggi mutamenti tecnologici, reinventando nuove attività e sviluppando nuove competenze.
dall’Isola di Patmos, 15 febbraio 2025
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Quando il Diavolo ci mette la coda, tra esorcismi e narcisismi … – When the Devil puts his tail on us, between exorcisms and narcissisms …
/in Attualità/da Padre IvanoIl sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»
(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma
ratrice del sito di questa rivista:
MANUELA LUZZARDI




