Il Pietro di Roberto Benigni: il primato dell’amore fragile
/in Attualità/da Padre SimoneIL PIETRO DI ROBERTO BENIGNI: IL PRIMATO DELL’AMORE FRAGILE
È il cammino di un uomo che sapeva dire solo “ti voglio bene” e che, attraverso la grazia e il dolore, impara a dire “Ti amo” — non più con le parole, ma con la sua croce.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Simone Pifizzi
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L’interpretazione Pietro un uomo nel vento presentata ieri sera ai Giardini Vaticani da Roberto Benigni, non ha tardato a richiamare alla mente la lezione della fenomenologia francese contemporanea. Jean-Luc Marion ci avverte che la Rivelazione non è un oggetto da dominare, ma un “fenomeno saturo”, un evento che eccede la nostra capacità di comprensione. Il rischio dell’esegeta moderno è trasformare il testo in un idolo: uno specchio che riflette più la propria creatività che il volto di Dio[1]. Eppure, con questo monologo accade qualcosa di sorprendente. Se nei Dieci Comandamenti Benigni rischiava talvolta di far prevalere il proprio estro sul testo, qui compie un passaggio decisivo: quello che Paul Ricoeur chiama la “seconda ingenuità”[2]. Benigni non usa più il testo, ma si lascia usare dal testo. Abbiamo quindi assistito al trionfo del testo sull’interprete, come se Benigni fosse diventato, per la prima volta in modo pieno, servo inutile della Parola: non propone immagini, ma le riceve. Non impone un colore, ma si lascia colorare. Il risultato è un Pietro “totalmente condivisibile” perché non è il Pietro del mito, bensì il Pietro della storia della salvezza: fragile, contraddittorio, amato.
Hans Urs von Balthasar ha mostrato come la bellezza teologica di Cristo risieda nella kenosis: lo svuotamento. Pietro è il primo a entrarvi, ma lo fa “alla maniera dell’uomo”: inciampando, sbagliando, ritornando sempre[3]. Ogni sua grandezza è seguita da una caduta: confessa la divinità di Cristo a Cesarea di Filippo («Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»: Mt 16,16); subito dopo viene chiamato “Satana” («Va’ dietro a me, Satana! Sei per me di scandalo»: Mt 16,23); promette fedeltà assoluta nell’Ultima Cena («Darò la mia vita per te»: Gv 13,37); poche ore dopo rinnega il Maestro («Non lo conosco»: Mt 26,72-74).
Roberto Benigni non attenua queste contraddizioni: le usa come chiave di lettura. Pietro è l’icona della Chiesa che non predica sé stessa, ma Cristo, proprio perché sa di non essere Cristo. La roccia di cui narra l’Evangelista Matteo (cfr. 16,18) non è la volontà di Simone, ma la fede di Pietro: una fede impastata di debolezza.
Il punto più alto dell’interpretazione — colto da Benigni con finezza teologica — è il dialogo di tratto dal Capitolo 21 del Vangelo di Giovanni nel quale Gesù domanda: «Simone di Giovanni, mi ami (agapas-me)?». Risponde Pietro: «Signore, ti voglio bene (philo-se)». Pietro non è capace dell’amore totale: offre quello che ha, non quello che non ha. A quel punto Cristo scende al suo livello, ma lo fa per elevarlo.
La storia si compie sulla Croce: lì Pietro passa finalmente da phileo a agape. È la “grazia a caro prezzo” di Bonhoeffer: si diventa ciò che si è chiamati a essere attraverso la ferita, non attraverso il trionfo.
Il vero primato di Pietro è questo: trasformare un amore fragile in un amore totale. Non è diventato il primo Papa perché era il migliore, ma perché era il più perdonato. L’episodio del Quo Vadis e la crocifissione a testa in giù non sono folclore: sono la firma della sua vocazione. L’Eucaristia ricevuta e la lavanda dei piedi subita germogliano anni dopo, nel dono totale della vita. Pietro insegna che l’amore cristiano non è un punto di partenza ma un punto di arrivo.
È il cammino di un uomo che sapeva dire solo “ti voglio bene” e che, attraverso la grazia e il dolore, impara a dire “Ti amo” — non più con le parole, ma con la sua croce.
Firenze, 11 dicembre 2025
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NOTE
[1] Cfr. J.L. Marion, Étant donné. Essai d’une phénoménologie de la donation, Paris 1997, passim: il concetto di «fenomeno saturo» descrive la Rivelazione come evento che eccede ogni presa dell’io, sottraendosi alla logica dell’idolo.
[2] Cfr. Paul Ricoeur, Finitudine e colpa. II. La simbolica del male, trad. it. Brescia 1970; oppure Il conflitto delle interpretazioni (1969), dove Ricoeur descrive la “seconda ingenuità” come il recupero del senso dopo la critica.
[3] Cfr. Hans Urs von Balthasar, Gloria. Una estetica teologica, vol. I: La percezione della forma, trad. it., Milano, Jaca Book 1975 (orig. Herrlichkeit, I: Schau der Gestalt, Einsiedeln 1961), in particolare sulla kenosi come rivelazione della forma divina nella debolezza.
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Marco Perfetti, alias “Silere non possum”: il Grillo colto e la Zanzara che si crede un’aquila reale
/in Attualità/da Padre Ariel
MARCO PERFETTI, ALIAS SILERE NON POSSUM: IL GRILLO COLTO E LA ZANZARA CHE SI CREDE UN’AQUILA REALE
Rendo pubblica una memoria difensiva necessaria contro un ronzio digitale che pretenderebbe di colpirne uno per spaventarne cento.
— attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Nel variegato zoo digitale abita una creatura singolare: Marco Perfetti, noto come Mr. Silere non possum. Un personaggio che si autoproclama esperto di cose vaticane e paladino della verità, mentre passa le giornate a insultare i membri del Dicastero per le Comunicazioni, accusati di ogni peggiore nefandezza; a pubblicare documenti riservati sottratti illecitamente da non si sa quali scrivanie del Vicariato di Roma, senza potersi avvalere né del diritto di cronaca né della tutela delle fonti; a insultare giornaliste professioniste di lungo corso, sino ad arrivare a irridere pubblicamente la loro forma fisica; a prendere di mira il Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, pubblicando sui social una fotografia manipolata facendola apparire come una servetta domestica; a conferire titolo di «megere» a vescovi e cardinali e via dicendo…

Di recente se l’è presa di petto con il teologo Andrea Grillo (vedere video QUI), con il quale si potrebbe essere persino in disaccordo totale, rispetto a certe sue posizioni assunte, per esempio nella materia dei sacri ordini da conferire alle donne, ma che merita il rispetto dovuto a una persona preparata e di indubbia cultura, oltre a essere un docente veramente dotato per la didattica (vedere video qui).
Perfetti ama vantarsi del fatto che “nessuno lo ha mai querelato”, ergo ciò che dico è giusto. Certo: difficilmente ci si mette a perdere tempo e danaro in spese legali con chi anzitutto non ha nulla da perdere a livello patrimoniale e che, per profondità intellettuale e maturità emotiva, ricorda un bambino che gioca con i fiammiferi nella sala giochi dell’asilo. È bene sorvegliarlo per sicurezza, indubbiamente, ma non certo mettersi a disputare sul serio con lui.
Alcuni mesi fa Mr. Silere ebbe la brillante idea di chiedere alla Questura di Roma la mia ammonizione per aver risposto alle sue solite aggressioni camuffate da moralismo digitale. Sono stato convocato e informato della richiesta avanzata, alla quale ho replicato depositando una memoria difensiva che ricostruisce con precisione fatti, circostanze e metodo del personaggio.
Ora, considerando che Mr. Silere non ha esitato a pubblicare atti riservati sottratti illegalmente dagli uffici di curia da qualche suo sodale, trovo legittimo pubblicare la mia memoria, che non contiene documenti rubati, ma solo fatti verificabili, assieme a un atto pubblico reperibile in rete: la sentenza della Corte di Cassazione che nel 2022 ha respinto per la terza volta un ricorso dello stesso Perfetti contro i suoi genitori, da lui citati in giudizio e trascinati nei tribunali, dove Mr. Silere ha perduto in tutti e tre i gradi di giudizio.
Questo è il profilo del moralizzatore digitale che rivendica libera licenza all’insulto pretendendo però di ammonire chiunque osi smentirlo.
Se dopo la lettura qualcuno si domandasse perché mai un sacerdote e un teologo debba perdere tempo a rispondere a un tale personaggio, la risposta è semplice: per lo stesso motivo per cui si mette la zanzariera d’estate. Non perché la zanzara sia importante, ma perché il suo ronzio diventa molesto.
dall’Isola di Patmos, 10 dicembre 2025
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RIFERIMENTO

ALLA QUESTURA DI ROMA
PREMESSA
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Il giorno 17 settembre 2025 la Polizia Giudiziaria della Questura di Roma notificava al sottoscritto Stefano Ariel Levi di Gualdo, sacerdote cattolico, residente a Roma in via XXXXXXXXXXXXXXXXX, una richiesta di ammonizione su istanza del Sig. Marco Perfetti, alla quale si replica con la presente:
MEMORIA DIFENSIVA
Il Sig. Perfetti, attraverso il suo blog Silere non possum, ha ripetutamente insultato alti prelati, prefetti di dicasteri della Santa Sede, laici in servizio presso la Curia romana, vescovi diocesani e vari sacerdoti che, come il sottoscritto, lo hanno più volte pubblicamente smentito o redarguito. I miei interventi di risposta sono stati sempre formulati senza ricorrere all’insulto personale, ma esercitando il legittimo diritto di critica, a volte con repliche decise, altre volte ironiche, ma sempre entro i limiti del consentito e del rispetto della persona o dell’avversario.
Il Sig. Perfetti, anche alla luce della richiesta di ammonizione avanzata nei miei confronti, sembra invece convinto di possedere una sorta di licenza all’insulto — talora anche violento e reiterato — sentendosi forse immune da qualunque critica e giungendo a presentarsi come vittima ogni volta che qualcuno osa contraddirlo.
SULLE ACCUSE DI OFFESE VERBALI
Il Sig. Perfetti lamenta di essere stato da me definito «viscido velenoso», «soggetto molesto», «velenosa macchietta».
Chiariamo: non si possono estrapolare singole parole o frasi da contesti polemici articolati, nati a seguito di suoi attacchi rivolti a persone e istituzioni della Chiesa e non certo per mia provocazione. È infatti all’interno di questi contesti che sono maturate alcune mie repliche di tono comprensibilmente critico.
L’ESTRAPOLAZIONE DI PAROLE
Estrapolare parole dai loro contesti può comportare grandi problematicità e, volendo, in certi casi, anche grande disonestà intellettuale.
Esempio esaustivo: nell’Antico Testamento il Salmo n. 52 recita: «Lo stolto pensa: “Dio non esiste”». È una frase breve ma densa di significato che si articola all’interno di un preciso e complesso testo storico-narrativo. Se procediamo però con una estrapolazione “selvaggia” si potrebbe affermare che la Bibbia è un testo che promuove l’ateismo, dato che in essa si afferma: «Dio non esiste».
La totale alterazione del testo, falsato e snaturato, è quindi evidente. Esempio questo col quale si è inteso chiarire che quanto il Sig. Perfetti lamenta è frutto di palesi estrapolazioni.
I CONTINUI ATTACCHI AL CARDINALE MAURO GAMBETTI

il Cardinale Mauro Gambetti, Arciprete della Papale Basilica di San Pietro, è uno dei diversi personaggi eminenti messi alla pubblica berlina dagli articoli di Silere non possum. Gli articoli pubblicati contro di lui nel corso degli ultimi due anni ammontano a 67, tutti raccolti sotto il suo nome, come da riferimento che sotto segue:
In questi 67 articoli il Cardinale è indicato come «bugiardo», «incompetente e incapace», colpevole — a suo dire — di avere assunto nella Basilica Papale «amici senza arte né parte», di averla trasformata «in una macchina per fare soldi» a beneficio delle sue consorterie. L’intera raccolta degli articoli è reperibile a questo link:
👉 https://www.silerenonpossum.com/it/tag/mauro-gambetti/
Gli articoli visionabili che costituiscono chiara prova del modo di esprimersi del Sig. Perfetti sono decine, per questo mi limito a citarne uno come campione, dove il Cardinale è accusato pubblicamente di essere «un bugiardo» che «commette abusi spirituali e di coscienza»:
👉https://www.silerenonpossum.com/it/lebugiedimaurogambetti-odcastefalsenarrazioni/
Chiarimento necessario: quanti non hanno dimestichezza con i nostri ambienti ecclesiastici potrebbero ignorare che quella di abusare delle coscienze è una delle peggiori accuse che si possa rivolgere a un ecclesiastico, perché tra i delictis gravioribus (i delitti gravi racchiusi nel Codice di Diritto Canonico) peggiore dell’abuso di coscienza vi sono solo la pubblica apostasia dalla fede e il crimine immane della pedofilia.
I CONTINUI E VIOLENTI ATTACCHI AL DICASTERO PER LE COMUNICAZIONI
istituzione della Santa Sede presa di mira dal Sig. Perfetti è il Dicastero per le Comunicazioni, diretto dal Dott. Paolo Ruffini (Prefetto), dal Dott. Andrea Tornielli (Direttore dei Media Vaticani), dal Dott. Matteo Bruni (Direttore della Sala Stampa Vaticana e portavoce ufficiale del Sommo Pontefice), tutti indicati, da due anni a questa parte, dal Sig. Perfetti, come «analfabeti», «incapaci», «ignoranti», «incompetenti», «lautamente pagati per fare danni» nonché «ridicoli» come afferma in apertura di questo video (vedere qui).
In una cartella a parte allego una raccolta di 25 articoli, particolarmente aggressivi, pubblicati su Silere non possum al fine di chiarire e fornire prova alla competente Autorità preposta degli oggettivi livelli di violenza verbale con la quale il Sig. Perfetti ha aggredito, insultato e pubblicamente irriso queste persone preposte a dirigere il Dicastero per le Comunicazioni, sino a giungere ad abbinare i loro nomi con richiami ad associazioni mafiose, corruzione e favoritismi illeciti.
LA MILLANTATA DOMICILIAZIONE IN VATICANO
Nei propri canali social il Sig. Perfetti indica come domiciliazione lo Stato della Città del Vaticano.

Considerate le ottime relazioni istituzionali tra le Forze dell’Ordine italiane e quelle dello Stato della Città del Vaticano, suppongo che a cotesta Questura basterebbe una semplice telefonata al Comando della Gendarmeria Vaticana per appurare che il Sig. Perfetti, lungi dall’essere domiciliato in Vaticano con il proprio blog e i propri social, non può entrare neppure all’interno del suo territorio, perché dichiarato persona non gradita in seguito agli insulti che da anni pubblica a getto continuo nei riguardi di persone e istituzioni della Santa Sede.
Dalle stilettate del Sig. Perfetti pochi si sono salvati, tra i vari presi di mira non sono mancati neppure i militi della Gendarmeria Vaticana, accusati anch’essi di essere professionalmente incapaci e incompetenti, come si evince da questo articolo:
👉https://silerenonpossum.com/it/shock-in-vaticano-chi-e-entrato-nello-stato-senza-autorizzazione/
A ciò si aggiunga che in numerosi suoi video diffusi in rete il Sig. Perfetti — che, come spiegato, non può neppure avvicinarsi al territorio vaticano — esordisce affermando: «perché qua in Vaticano… noi in Vaticano…», millantando così presso persone semplici e disinformate di avere frequentazioni interne e conoscenze istituzionali ai più alti livelli.
I vari video qui richiamati sono visionabili a questo link:
👉 https://www.youtube.com/channel/UCvZuSj27wROODKZajlMUSvA
LA FALSA ACCUSA DI AVERE RESO PUBBLICO IL SUO DOMICILIO DI RESIDENZA
All’accusa a me rivolta di avere pubblicato sulla piattaforma Facebook l’indirizzo di domicilio e di residenza del Sig. Perfetti, replico e smentisco con fermezza: non so dove egli risieda, né mai mi è interessato saperlo.
Sono invece a conoscenza che diversi avvocati si sono trovati in difficoltà a reperirlo, avendo ricevuto incarico per procedere con querele a suo carico, inclusi diversi giornalisti, tra i quali cito XXXXXXXXXXXXXX, vaticanista de XXXXXXXXXXX, seguita da vari altri colleghi.
Sempre in via confidenziale mi è stato anche riferito da alcuni diretti interessati che di recente, lo studio dell’Avv. XXXXXXXXXXXXXXXXXX ha ricevuto mandato per procedere con querela a suo carico. Come però già accaduto ad altri studi legali in precedenza, anche questo ha avuto difficoltà a fargli notificare gli atti perché il Sig. Perfetti non risulta reperibile.
Questo ha indotto diversi avvocati a rivolgersi ai competenti uffici con richiesta motivata per reperire un suo indirizzo, presso il quale — sempre a quanto riferito dai diretti interessati — non è risultata neppure un’abitazione privata, ma una serie di magazzini-deposito e la sede di un Centro di Assistenza Fiscale (CAF).

Sono a conoscenza del tutto perché due avvocati, avendo letto alcuni miei articoli di smentita su notizie false e tendenziose diffuse dal Sig. Perfetti, mi contattarono per chiedermi se sapessi dove risiedeva. Risposi che non avevo idea in quale luogo d’Italia vivesse e tanto meno a quale indirizzo.
Quanto il Sig. Perfetti lamenta circa la diffusione del suo indirizzo da parte mia è dunque una falsità alla quale si accompagna poi l’accusa vittimistica secondo cui, per mia causa, egli avrebbe dovuto persino «modificare le proprie abitudini di vita» (!).
Alla sua comprovata irreperibilità per la notifica degli atti giudiziari si aggiunga che, nel blog Silere non possum, è indicata via Scalia 10/B (Roma) come “sede” della “redazione”. Anche in questo caso non si trova però alcun ufficio redazionale o sede del blog presso quell’indirizzo.
LA FALSA ACCUSA DI APPARTENENZA A UNA “LOBBY OMOSESSUALISTA”
Il Sig. Perfetti lamenta che lo avrei accusato di «appartenere a una lobby omosessualista».
Una premessa chiara e doverosa: le tendenze, le abitudini e le preferenze sessuali del Sig. Perfetti (o di chiunque altro) rientrano nel pieno e legittimo esercizio delle libertà personali, all’occorrenza anche tutelate dalla Legge.
Ciò non toglie, tuttavia, che — come sacerdote e teologo — possa esprimere, con piena legittimità, delle profonde riserve circa la totale inopportunità di ammettere al sacerdozio persone con radicate tendenze omosessuali. Non si tratta di opinioni personali, ma di un principio sancito dalla dottrina cattolica e ribadito nei documenti ufficiali della Chiesa.
La ragione è chiara: l’ambiente ecclesiastico è un contesto interamente maschile e per chi liberamente si vota al celibato e alla castità, l’ammissione di soggetti con inclinazioni omosessuali rappresenta una situazione non idonea né allo stato sacerdotale né a chi ne condivide la vita comunitaria. In altre parole: escludere l’omosessuale dal sacerdozio vuol dire tutelare anzitutto l’omosessuale stesso per primo.
Non ho mai attaccato singoli omosessuali né discriminato le cosiddette comunità LGBT. Semmai ho rivolto critiche politiche, legittime e motivate, a certe associazioni che intendono imporre la loro agenda culturale e legislativa.
A tale riguardo ricordo che sono autore di un libro scritto “a quattro mani” con il teologo cappuccino Padre Ivano Liguori, nel quale contestammo il disegno di legge proposto dall’On. Alessandro Zan in materia di omotransfobia. In quel testo, rilevammo il grave rischio di trasformare in reato il diritto di opinione e di critica; un rischio che fu denunciato con forza anche da autorevoli personalità dichiaratamente omosessuali, come il Senatore Tommaso Cerno, già presidente nazionale dell’Arcigay e oggi giornalista e direttore responsabile de Il Tempo.
Quanto alla questione della “vita privata”, ho più volte smentito il Sig. Perfetti, che nei suoi articoli e video ha affermato che eventuali tendenze omosessuali dei candidati al sacerdozio o di sacerdoti già ordinati riguarderebbero soltanto la loro sfera privata e non sarebbero sindacabili (video qui).
Per confutare questa tesi fuorviante, ricorro a un esempio chiaro: anche un magistrato ha una vita privata e ha diritto ad averla, ma non potrebbe certo condannare un pericoloso mafioso al carcere di massima sicurezza la mattina e la sera, nella sua “vita privata”, andare a cena con capi clan della Camorra. Lo stesso principio si applica al sacerdote: egli non cessa mai di essere tale, né nel pubblico né nel privato, né può vivere in contraddizione con il proprio stato clericale, sia nel pubblico sia nel privato.
Ogni volta che ho richiamato questo elementare principio ecclesiale e morale, il Sig. Perfetti ha cercato di ribaltare la questione, insinuando accuse di “discriminazione di genere” nei miei confronti.
IL PROBLEMA DELL’OMOSESSUALITÀ E IL CASO DI PADRE AMEDEO CENCINI
Il Sig. Perfetti non è nuovo a imbastire vicende artificiose, finalizzate a colpire persone a lui non gradite. Per farlo, spesso, ricorre a temi oggi particolarmente sensibili e delicati, come la questione dell’omosessualità o della diversità di genere.
Un caso emblematico è quello del Padre Amedeo Cencini, sacerdote della Congregazione Canossiana e stimato specialista in psicologia, formatore e autore di numerosi saggi di rilevanza teologica e pastorale. Il 23 marzo 2021 il Sig. Perfetti inoltrò una segnalazione formale all’Ordine degli Psicologi del Veneto, contestando alcuni articoli e conferenze del sacerdote giudicati da lui «offensivi per gli omosessuali» (video qui, qui).
La Commissione di vigilanza dell’Ordine regionale, attenendosi alle procedure previste, aprì il fascicolo, ascoltò le parti e convocò sia l’accusante (Perfetti) sia l’accusato (Cencini). Al termine dell’istruttoria, in data 18 luglio 2021, pronunciò questa sentenza: «Non si sono ravvisate ipotesi di violazione del Codice Deontologico». Il procedimento venne quindi archiviato definitivamente il 22 novembre 2021.
L’episodio ricevette eco sulla stampa e un noto settimanale cattolico diede conto della vicenda, sottolineando come l’accusa fosse stata giudicata inconsistente e infondata. Nello stesso articolo fu riportata anche la reazione del Sig. Perfetti, che, vedendosi dare torto, arrivò ad affermare:
«L’Italia è una Repubblica che non conosce cosa sia la giustizia […] un Paese che fa sostanzialmente ridere».
Link alla fonte:
👉 https://www.settimananews.it/vita-consacrata/fra-critica-insulto-silere-non-possum/
Questa dichiarazione, di per sé eloquente, conferma ancora una volta il suo atteggiamento costante: quando non ottiene ragione, ricorre a toni scomposti e delegittimanti verso le singole persone, le istituzioni, la magistratura, gli organi professionali, gli enti ecclesiastici e via dicendo.
Ecco, dunque, il modello ricorrente: accuse temerarie e pretestuose, spese in gran parte su temi sensibili (omosessualità, abusi di coscienza, ecc.), che poi si risolvono in archiviazioni, ma dopo avere causato stress, danni d’immagine e perdite di tempo alle persone prese di mira.
UNA PERSONALITÀ PROBLEMATICA CHE CITA IN GIUDIZIO I PROPRI GENITORI
Le evidenti problematicità comportamentali e caratteriali del Sig. Perfetti risultano confermate in modo plastico da una sentenza della Suprema Corte di cassazione, la n. 23132/2022 del 28 giugno 2022.
Dalla lettura integrale della motivazione emerge infatti un quadro chiaro e inequivocabile della sua indole fortemente litigiosa. Il Sig. Perfetti arrivò infatti a citare in giudizio i suoi stessi genitori, trascinandoli in un processo civile nel quale ottenne esito sfavorevole già in primo grado. Non pago, propose appello: anche in secondo grado i giudici confermarono l’infondatezza della sua pretesa. A quel punto, nonostante due pronunce contrarie, ricorse in Cassazione, dove fu ribadito e integralmente confermato nel giudizio di legittimità quanto già stabilito nei due giudizi di merito.
Il risultato finale è che il Sig. Perfetti perse in tutti e tre i gradi di giudizio, rivelando così la temerarietà della causa intentata contro i propri stessi genitori.
Questa sentenza non è un documento riservato, al contrario è un atto pubblico reperibile liberamente in rete. È sufficiente digitare «Marco Perfetti denunce» sul motore di ricerca Google, dove appare tra le varie voci questo link:

Cliccando sul collegamento si apre il documento PDF contenente la motivazione completa della sentenza, con nome e cognome del ricorrente chiaramente leggibili sul motore di ricerca, come nell’immagine fotografica della pagine di Google qui riprodotta.
Qualora il Sig. Perfetti dovesse ritenere leso il proprio diritto alla riservatezza o altro, potrà sempre rivolgersi direttamente a Google e chiedere la rimozione o l’oscuramento del documento. Non può invece attribuire al sottoscritto la responsabilità di fare richiamo tra queste righe a ciò che è di pubblico dominio e reperibile da chiunque in rete.
Questa vicenda processuale, che vede un figlio portare i genitori fino all’ultimo grado di giudizio per poi uscire sempre sconfitto, è indicativa del livello di conflittualità personale che caratterizza il Sig. Perfetti e che trova riflesso anche nei suoi rapporti con altri individui e istituzioni.
IL BLOG «SILERE NON POSSUM»: IL TRIONFO DELL’ANONIMATO E IL CASO DELLA DIOCESI DI ASCOLI PICENO
Alla luce di quanto sin qui documentato, appare evidente come il blog Silere non possum, gestito dal Sig. Perfetti, rappresenti un luogo comunicativo avvelenato e avvelenante. Ciò che lo contraddistingue non è solo il tono violento, offensivo e diffamatorio, ma anche un’aggravante particolarmente significativa: la sistematica pubblicazione di articoli anonimi.
Su tale blog, infatti, scrivono soggetti che non hanno il coraggio di esporsi con il proprio nome e cognome, sottraendosi così alla responsabilità personale di ciò che dichiarano e diffondono. Questo modus operandi è tanto più grave in quanto le accuse e gli attacchi anonimi sono spesso diretti a persone e istituzioni ecclesiastiche, con il chiaro intento di delegittimarle senza che l’accusatore assuma alcuna responsabilità pubblica.
Non si tratta di una mia semplice opinione: anche la Curia Vescovile della Diocesi di Ascoli Piceno ha ritenuto necessario intervenire di recente a tutela del proprio Vescovo, S.E. Mons. Giampiero Palmieri, ripetutamente bersaglio di attacchi sul blog Silere non possum, riguardo al quale la Curia lamenta con parole inequivocabili in una nota ufficiale:
«[…] un blog di notizie nemmeno registrato come testata giornalistica che fa principalmente gossip, anche ecclesiastico, per alimentare la sua bolla di lettori. Ricordiamo che in questo blog molti articoli non riportano il nome di chi scrive i pezzi… e che quindi, oggettivamente, non viene allo scoperto».
L’intero testo della nota è consultabile al seguente indirizzo:
👉https://www.diocesiascoli.it/la-posizione-della-diocesi-sulla-questione-di-cronache-picene/
Questa presa di posizione ufficiale conferma che non solo singole persone, ma persino intere istituzioni ecclesiastiche sono state costrette a denunciare pubblicamente l’inattendibilità e l’irresponsabilità del blog diretto dal Sig. Perfetti, sottolineando come esso si nutra di gossip e accuse anonime, lontanissime dai criteri di una corretta e seria informazione. Il tutto con i risultati ormai consolidati: il Sig. Perfetti ha minacciato di denunciare la Diocesi «per affermazioni false e diffamatorie»:
IL GESTORE DI UN BLOG DI ANONIMI CHIEDE DI AMMONIRE UN DIRETTORE RESPONSABILE DI UNA RIVISTA REGOLARMENTE REGISTRATA
Contrariamente al Sig. Perfetti, gestore di un blog di gossip in salsa clericale fondato su articoli anonimi e privo di qualsiasi riconoscimento giuridico, il sottoscritto può qualificarsi come direttore responsabile di una rivista a tutti gli effetti di legge, essendo iscritto come tale all’Ordine dei Giornalisti del Lazio e versando allo stesso i tributi annuali previsti.
La rivista L’Isola di Patmos, da me fondata nel 2014 insieme ai teologi e sacerdoti Antonio Livi e Giovanni Cavalcoli, è oggi composta da una redazione di otto sacerdoti, tutti pienamente identificabili, i quali firmano i propri articoli con nome e cognome. Ciascun redattore è inoltre presentato pubblicamente nella pagina ufficiale della rivista, dove sono disponibili schede biografiche e curricoli.
La rivista è regolarmente iscritta sia al Registro Stampa del Tribunale di Roma sia al Registro delle Riviste specializzate dell’Ordine dei Giornalisti. Questo comporta che, oltre a esercitare l’attività pubblicistica a norma di legge, in qualità di direttore responsabile posso appellarmi al diritto di cronaca, alla protezione della fonte e a tutte quelle garanzie previste dall’ordinamento giuridico per una testata giornalistica ufficialmente riconosciuta.
Nulla di tutto ciò può essere invece attribuito a un blog come Silere non possum, che non è né una testata registrata né dispone di un direttore responsabile. Nonostante ciò, sotto la voce “chi siamo”, il Sig. Perfetti lo presenta in questi termini:

👉 https://silerenonpossum.com/it/chi-siamo/
Queste dichiarazioni autocelebrative contrastano con l’evidenza: un blog gestito da un singolo, popolato da autori anonimi e privo di riconoscimento giuridico non può in alcun modo vantare la credibilità e le tutele che appartengono alle testate giornalistiche registrate.
In tal senso, il paradosso è evidente: un direttore responsabile iscritto all’Ordine dei Giornalisti viene sottoposto a una richiesta di ammonizione da parte del Sig. Perfetti, responsabile di un blog che lancia insulti a raffica su chicchessia mediante la diffusione di scritti pubblicati da anonimi e che attraverso questi stessi continua a diffondere contenuti diffamatori senza che i responsabili se ne assumano la minima responsabilità pubblica né legale, pur affermando «in un contesto in cui il giornalismo rischia di perdere di credibilità».
CONCLUSIONI
Concludo questa memoria richiamando un dato storico-politico. Durante il ventennio fascista era adottata una tecnica socio-pedagogica riassunta dalla nota frase: «Colpirne uno per educarne cento», talvolta parafrasata in maniera ancor più dura: «Spaventarne uno per ridurne al silenzio cento».
Temo che questo sia il probabile vero movente dell’ennesima azione intrapresa dal Sig. Perfetti: tentare di colpire una persona pubblicamente esposta — un sacerdote e un direttore responsabile di una testata — per intimorire e scoraggiare altri dall’opporsi al suo stile polemico e aggressivo.
Ma oggi, grazie ai nostri grandi Padri Costituenti, noi siamo cittadini e consociati della Repubblica Italiana, uno Stato di diritto fondato su principi democratici, dove simili logiche non hanno e non possono avere cittadinanza.
Per tale motivo respingo fermamente le accuse infondate che mi sono state rivolte, dimostrando — con i documenti e le prove allegate — la sistematicità dell’azione diffamatoria condotta dal Sig. Perfetti. Ciò che viene qui chiesto non è un privilegio personale, ma la tutela del principio di verità e giustizia che deve guidare l’operato di chiunque eserciti la libertà di espressione, specialmente se tale libertà si intreccia con il dovere di corretta informazione.
Resto pertanto a disposizione dell’Autorità competente, confidando che le valutazioni vengano compiute non alla luce di accuse false, o estrapolate e distorte, ma dei fatti oggettivi e documentati qui esposti.
Roma, lì 6 ottobre 2025
Ariel S. Levi di Gualdo, presbitero
Direttore responsabile della rivista L’Isola di Patmos
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I nostri precedenti articoli (2023-2026):
– 28 giugno 2026 — SILERE NON POSSUM E L’ARCOBALENO COME CAVALLO DI TROIA. QUANDO LA LOTTA AGLI ABUSI DIVENTA IL PRETESTO PER RISCRIVERE LA MORALE CATTOLICA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 giugno 2026 — Comunicato: L’ISOLA DI PATMOS OGGETTO DI RIPETUTE SEGNALAZIONI INFONDATE (per aprire l’articolo cliccare QUI)
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/1 Commento/in Attualità, Theologica/da Padre GabrieleItalian, english, español
IL TEMPO PERDUTO E IL PRESENTE ETERNO: AGOSTINO PER L’UOMO CONTEMPORANEO AFFAMATO DI TEMPO
Il passato non è più, il futuro non è ancora. Sembrerebbe esistere solo il presente. Ma anche il presente è problematico. Se avesse una durata, sarebbe divisibile in un prima e un dopo, dunque i non sarebbe più presente. Il presente, per essere tale, deve essere un istante senza estensione, un punto di fuga tra ciò che non è più e ciò che non è ancora. Ma come può qualcosa che non ha durata costituire la realtà del tempo?
— Theologica —

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.
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La società contemporanea vive una relazione schizofrenica con il tempo. Da un lato, esso è il bene più prezioso, una risorsa perennemente scarsa.

La nostra vita è scandita da agende fitte, scadenze incalzanti e dalla sensazione opprimente di «non avere mai tempo». L’efficienza, la velocità, l’ottimizzazione di ogni istante sono diventati i nuovi imperativi categorici di un’umanità che corre affannosamente, ansiosamente spesso senza conoscere la meta. L’uomo oggi è affamato di tempo, una fame che sembra oggi sempre di più prendere spazio nell’anima e nello spirito. Infatti, spesso proprio la fame di tempo colpisce visibilmente i più fragili, con le tante sindromi d’ansia generalizzate, gli attacchi di panico e altre patologie mentali. Paradossalmente, dall’altro lato, questo tempo così agognato e misurato ci sfugge, si dissolve in una sequela di impegni che lasciano un senso di vuoto, di incompiutezza. Nell’era della connessione istantanea, siamo sempre più disconnessi dal presente, proiettati verso un futuro che non arriva mai o ancorati a un passato che non si può cambiare. Siamo ricchi di istanti, ma poveri di tempo vissuto.
Questa esperienza di frammentazione e di angoscia è stata lucidamente analizzata dal filosofo Martin Heidegger, quasi un secolo fa. Per il filosofo tedesco, l’esistenza umana (il Dasein, l’esser-ci) è intrinsecamente temporale. L’uomo non «ha» il tempo, ma «è» tempo. La nostra esistenza è un «essere-per-la-morte», una continua proiezione verso il futuro, consapevoli di essere persone finite, limitate e non eterne. Il tempo autentico, per Heidegger, non è la sequenza omogenea di istanti misurata dall’orologio (chiamato il tempo «volgare»), ma l’apertura alle tre dimensioni dell’esistenza: il futuro (il progetto), il passato (l’essere-gettato) e il presente (la de-iezione nel mondo). L’angoscia di fronte alla morte e alle proprie limitazioni, quindi, non è un sentimento negativo da fuggire, ma la condizione che può rivelarci la possibilità di una vita autentica, in cui l’uomo si appropria della propria temporalità e del proprio destino finito[1].
Sebbene profonda, questa analisi rimane tuttavia orizzontale, confinata nell’immanenza di un’esistenza che termina con la morte. L’orizzonte è il nulla. È qui che la riflessione cristiana, e, in particolare, il genio di Sant’Agostino d’Ippona, apre una prospettiva radicalmente diversa: verticale, trascendente[2]. Agostino non si limita a descrivere l’esperienza del tempo, ma la interroga fino a farla diventare una via per interrogare Dio. In questa interrogazione, scopre che la soluzione all’enigma del tempo non si trova nel tempo stesso, ma al di fuori di esso, nell’Eternità che lo fonda e lo redime.
Nel Libro XI delle sue Confessioni, Agostino affronta con disarmante onestà una domanda apparentemente ingenua, ma teologicamente esplosiva: «Quid faciebat Deus, antequam faceret caelum et terram?» (Cosa faceva Dio prima di creare il cielo e la terra?)[3]. La domanda presuppone un «prima» della creazione, un tempo in cui Dio sarebbe esistito in una sorta di ozio, aspettando il momento giusto per agire. La risposta di Agostino è una rivoluzione concettuale che smantella alla radice questo presupposto. Egli non risponde eludendo la domanda con una battuta («Preparava l’inferno per chi indaga misteri troppo alti», come suggerivano alcuni), ma la demolisce dall’interno. Non esiste un «prima» della creazione, perché il tempo stesso è una creatura. Dio non ha creato il mondo nel tempo, ma con il tempo: «Tu sei l’artefice di tutti i tempi», scrive il dottore D’Ippona[4]. Prima della creazione, semplicemente, non c’era tempo.
Questa intuizione apre la via alla comprensione della natura dell’eternità divina. L’eternità non è un tempo infinitamente esteso, un «sempre» che si prolunga senza fine nel passato e nel futuro. Questa sarebbe una concezione ancora “temporale» dell’eternità. L’eternità di Dio è l’assenza totale di successione, la pienezza perfetta e simultanea di una vita senza fine. Per usare un’immagine classica della teologia, Dio è un Nunc stans, un «eterno presente»[5]. In Lui non c’è passato (memoria) né futuro (attesa), ma solo l’atto puro e immutabile del Suo Essere. «I tuoi anni sono un solo giorno», dice Agostino rivolgendosi a Dio, «e il tuo giorno non è ogni giorno, ma oggi, perché il tuo oggi non cede il passo al domani e non succede all’ieri. Il tuo oggi è l’eternità»[6].
La dottrina cattolica ha formalizzato questo concetto definendo l’eternità come uno degli attributi divini, uno degli elementi che compone il «dna» di Dio. Dio è immutabile, assolutamente perfetto e semplice. La successione temporale implica un cambiamento, un passaggio dalla potenza all’atto, che è inconcepibile in Colui che è «Atto Puro», come insegna San Tommaso d’Aquino[7]. Pertanto, ogni tentativo di applicare a Dio le nostre categorie temporali, che sono categorie di noi uomini che siamo nel tempo, è destinato a fallire. Egli è il Signore del tempo proprio perché non ne è prigioniero.
«Che cos’è dunque il tempo?». Una volta stabilita la «extraterritorialità» di Dio rispetto al tempo, Agostino si trova di fronte al secondo, e forse più arduo, problema: definire la natura del tempo stesso. È qui che emerge il celebre paradosso che ha affascinato generazioni di pensatori: «Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio» (Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so)[8] . Questa affermazione non è una dichiarazione di ignoranza ed agnosticismo, ma il punto di partenza di una profonda indagine spirituale e fenomenologica. Agostino sperimenta la realtà del tempo, la vive, la misura, eppure non riesce a racchiuderla in un concetto. Inizia allora un processo di smontaggio delle convinzioni comuni del proprio secolo. Il tempo è forse il movimento dei corpi celesti, del sole, della luna e delle stelle? No, risponde, perché anche se i cieli si fermassero, un vaso di vasaio continuerebbe a girare, e noi misureremmo il suo movimento nel tempo. Il tempo, quindi, non è il movimento in sé, ma la misura del movimento. Ma come possiamo misurare qualcosa di così inafferrabile?
Il passato non è più, il futuro non è ancora. Sembrerebbe esistere solo il presente. Ma anche il presente è problematico. Se avesse una durata, sarebbe divisibile in un prima e un dopo, dunque i non sarebbe più presente. Il presente, per essere tale, deve essere un istante senza estensione, un punto di fuga tra ciò che non è più e ciò che non è ancora. Ma come può qualcosa che non ha durata costituire la realtà del tempo?
La soluzione agostiniana è tanto geniale quanto introspettiva. Dopo aver cercato il tempo nel mondo esterno, nei cieli e negli oggetti, Agostino lo trova all’interno, nell’anima dell’uomo. Il tempo non ha una consistenza ontologica fuori di noi; la sua realtà è psicologica. È una distentio animi, una «distensione» o «dilatazione» dell’anima. Come funziona? Vediamo …
L’anima umana ha tre facoltà che corrispondono alle tre dimensioni del tempo:
- La memoria (memoria): Attraverso di essa, l’anima rende presente ciò che è passato. Il passato non esiste più in re, ma esiste nell’anima come ricordo attuale.
- L’attesa (expectatio): Attraverso di essa, l’anima anticipa e rende presente ciò che non è ancora. Il futuro non esiste ancora, ma esiste nell’anima come aspettativa presente.
- L’attenzione (attentio o contuitus): Attraverso di essa, l’anima si concentra sull’istante presente, che è il punto in cui l’attesa si trasforma in memoria.
Quando cantiamo una canzone, spiega Agostino con un esempio bellissimo, la nostra anima è «distesa». L’intera canzone è presente nell’attesa prima di iniziare; man mano che le parole vengono pronunciate, esse passano dall’attesa all’attenzione e infine si depositano nella memoria. L’azione si svolge nel presente, ma è resa possibile da questa continua «distensione” dell’anima tra il futuro (che si accorcia) e il passato (che si allunga)[9].Il tempo, dunque, è la misura di questa impressione che le cose lasciano nell’anima e che l’anima stessa produce.
La speculazione agostiniana, pur essendo di altissimo livello filosofico e teologico, non è un semplice esercizio intellettuale. Essa offre a tutti noi oggi una chiave per redimere la propria esperienza del tempo e per vivere in modo più autentico e spiritualmente fecondo. Offro tre riflessioni dunque che scaturiscono dalla prospettiva agostiniana.
La nostra vita quotidiana è dominata dal Chronos, il tempo quantitativo, sequenziale, misurato dall’orologio. È il tempo dell’efficienza, della produttività, dell’ansia, dicevamo all’inizio. La riflessione di Agostino ci invita a scoprire il Kairòs, il tempo qualitativo, il «momento favorevole», l’istante carico di significato in cui l’eternità interseca la nostra storia. Se Dio è un «eterno presente», allora ogni nostro presente, ogni «adesso», è il luogo privilegiato dell’incontro con Lui. L’insegnamento agostiniano ci esorta a santificare il presente, a viverlo con attentio, con piena consapevolezza. Invece di fuggire costantemente nel futuro dei nostri progetti o nel passato dei nostri rimpianti, siamo chiamati a trovare Dio nell’ordinarietà del momento presente: nella preghiera, nel lavoro, nelle relazioni, nel servizio. È l’invito a vivere la spiritualità dell’«attimo presente», cara a tanti maestri di vita interiore.
C’è un luogo e un tempo in cui il Kairos irrompe nel Chronos in modo supremo: la Sacra Liturgia, e in particolare la celebrazione dell’Eucaristia. Durante la Messa, il tempo della Chiesa si connette all’eterno presente di Dio. Il sacrificio di Cristo, avvenuto una volta per tutte nella storia (ephapax), non viene «ripetuto», ma «ri-presentato», reso sacramentalmente presente sull’altare[10] Passato, presente e futuro convergono: facciamo memoria della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo (passato), celebriamo la Sua presenza reale in mezzo a noi (presente) e anticipiamo la gloria del Suo ritorno e il banchetto eterno (futuro)[11]. La Liturgia è la grande scuola che ci educa a vivere il tempo in modo nuovo, non più come una fuga inesorabile verso la morte, ma come un pellegrinaggio pieno di speranza verso la pienezza della vita nell’eternità di Dio.
Infine, la concezione del tempo come distentio animi ci offre una profonda consolazione. La «distensione» dell’anima tra memoria e attesa, che per l’uomo senza fede può essere fonte di angoscia (il peso del passato, l’incertezza del futuro), per il cristiano diventa lo spazio della fede, della speranza e della carità. La memoria non è solo ricordo dei nostri fallimenti, ma è soprattutto memoria salutis, ricordo delle meraviglie che Dio ha operato nella storia della salvezza e nella nostra vita personale. È il fondamento della nostra fede. L’attesa non è l’ansia per un futuro ignoto, ma la speranza certa dell’incontro definitivo con Cristo, la beata visione promessa ai puri di cuore. E l’attenzione al presente diventa lo spazio della carità, dell’amore concreto a Dio e al prossimo, l’unico atto che «resta» per l’eternità (1 Cor 13,13).
La nostra vita si muove, come in un respiro spirituale, tra il ricordo grato della grazia ricevuta e l’attesa fiduciosa della gloria promessa. In questo modo, l’uomo agostiniano non è schiacciato dal tempo, ma lo abita come una tenda provvisoria, con il cuore già proiettato verso la patria celeste, dove Dio sarà «tutto in tutti» e dove il tempo si dissolverà nell’unico, eterno e beatificante oggi di Dio.
Santa Maria Novella, in Firenze, 12 novembre 2025
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NOTE
[1] M. Heidegger, Essere e Tempo,1927. In particolare, le sezioni dedicate all’analitica esistenziale della temporalità: Prima sezione § 27; Seconda Sezione. §§ 46-53; Seconda Sezione §§ 54-60 e §§ 65-69.
[2] Un tema così importante e sentito dalla cultura contemporanea che in questi giorni l’attore Alessandro Preziosi sta portando in giro per l’Italia uno spettacolo su Agostino e il tempo (QUI).
[3]Agostino d’Ippona, Le Confessioni, XI, 12, 14. «Che cosa faceva Dio prima di creare il cielo e la terra?»
[4] Ibid., XI, 13, 15.
[5] La definizione classica dell’eternità si trova in Boezio, De consolatione philosophiae, V, 6: «Aeternitas est interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio» («L’eternità è il possesso intero, simultaneo e perfetto di una vita interminabile»). Questa definizione è stata fatta propria da tutta la teologia scolastica.
[6]Le Confessioni, XI, 13, 16.
[7] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Ia, q. 9 («L’immutabilità di Dio») e q. 10 («L’eternità di Dio»).
[8]Le Confessioni, XI, 14, 17.«Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so»
[9] Le Confessioni, XI, 28, 38.
[10] Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1085, 1362-1367.
[11] Il termine ephapax (ἐφάπαξ) è una parola greca che si trova nel Nuovo Testamento, cruciale per comprendere la natura unica e definitiva del sacrificio di Cristo. La fonte principale di questo termineè la Lettera agli Ebrei. Questo scritto del Nuovo Testamento costruisce un lungo e profondo parallelo tra il sacerdozio levitico dell’Antico Testamento e il sommo sacerdozio di Cristo. I passi più significativi sono i seguenti:
- Ebrei 7, 27: Parlando di Cristo come sommo sacerdote, l’autore dice che Egli «non ha bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto infatti una volta per tutte (ephapax), offrendo se stesso». Qui si sottolinea che, a differenza dei sacerdoti ebraici che dovevano ripetere continuamente i sacrifici, il sacrificio di Cristo è unico e definitivo.
- Ebrei 9, 12: «[Cristo] entrò una volta per sempre (ephapax) nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna». Il versetto evidenzia che l’efficacia del sacrificio di Cristo non è temporanea, ma eterna.
- Ebrei 10, 10: «Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre (ephapax)». Qui si collega direttamente la nostra santificazione a questo evento unico e irripetibile.
Il concetto si trova anche in altri passi del Nuovo Testamento, come nella Lettera ai Romani (6, 10), dove San Paolo, parlando della morte e risurrezione di Cristo, dice: «Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per sempre (ephapax)».
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THE LOST TIME AND THE ETERNAL PRESENT: AUGUSTINE FOR THE CONTEMPORARY MAN STARVED OF TIME
The past no longer exists; the future is not yet. It would seem, then, that only the present exists. But even the present is problematic. If it had duration, it would be divisible into a before and an after — and thus it would no longer be the present. The present, to be what it is, must be an instant without extension, a vanishing point between what is no more and what is not yet. But how can that which has no duration constitute the reality of time?
— Theologica —

Author:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.
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Contemporary society lives in a schizophrenic relationship with time. On the one hand, time has become our most precious possession, an ever-scarce resource. Our lives are ruled by crowded schedules, relentless deadlines, and the oppressive sensation of “never having enough time.” Efficiency, speed, and the optimisation of every instant have become the new categorical imperatives of a humanity rushing breathlessly forward, often without even knowing its destination. Modern man is starved of time¹ — a hunger that increasingly devours the soul and the spirit. Indeed, this hunger for time visibly afflicts the most fragile among us, manifesting itself in the many forms of generalised anxiety, panic attacks, and other mental disorders.
Paradoxically, however, this time so longed for and so precisely measured constantly escapes us. It dissolves into a sequence of tasks and commitments that leave behind only a sense of emptiness and incompleteness. In the age of instant connection, we are increasingly disconnected from the present — projected towards a future that never seems to arrive, or chained to a past that cannot be changed. We are rich in moments, yet poor in lived time.
This experience of fragmentation and anguish was lucidly analysed almost a century ago by the philosopher Martin Heidegger². For the German thinker, human existence (Dasein, the “being-there”) is intrinsically temporal. Man does not “possess” time — he is time. Our existence is a “being-toward-death,” a continual projection towards the future, fully aware of our finitude, limitation, and non-eternity.
Authentic time, for Heidegger, is not the homogeneous sequence of instants measured by the clock — what he calls vulgar time — but rather the openness to the three dimensions of existence: the future (as project), the past (as thrownness), and the present (as being-in-the-world). The anxiety that arises before death and our own limitations is therefore not a negative feeling to be avoided, but the very condition that can reveal to us the possibility of an authentic life, in which man takes possession of his own temporality and his finite destiny.
Profound as it is, this analysis nevertheless remains horizontal — confined within the immanence of an existence that ends with death. Its horizon is the nothingness. It is precisely here that Christian thought, and above all the genius of Saint Augustine of Hippo, opens a radically different perspective: a vertical and transcendent one. Augustine does not merely describe the experience of time; he interrogates it until it becomes a path by which he interrogates God Himself. And in this questioning he discovers that the solution to the enigma of time is not to be found within time itself, but beyond it — in the Eternity that grounds and redeems it.
In Book XI of his Confessions, Augustine confronts with disarming honesty a question that seems naïve yet is theologically explosive: «Quid faciebat Deus, antequam faceret caelum et terram?» — “What was God doing before He created heaven and earth?”³. The question presupposes a before creation, a time in which God might have existed in a sort of divine idleness, waiting for the right moment to act. Augustine’s response is a conceptual revolution that dismantles this assumption at its very root. He does not evade the question with the witty remark attributed to some (“He was preparing hell for those who pry into mysteries too high for them”), but rather refutes it from within. There was no “before” creation, for time itself is a creature. God did not create the world in time but with time: “Thou art the maker of all times,” writes the Doctor of Hippo. Before creation, there simply was no time⁴.
This intuition opens the way to the understanding of the divine eternity. Eternity is not an infinitely extended duration — a “forever” stretching endlessly backward and forward. Such would still be a temporal notion of eternity. God’s eternity is the total absence of succession, the perfect and simultaneous fullness of life without end. To use a classical image of theology, God is a Nunc stans — an “eternal now”⁵. In Him there is neither past (memory) nor future (expectation), but only the pure and immutable act of His Being. “Thy years are one day,” says Augustine to God, “and Thy day is not every day, but today; for Thy today yields not to tomorrow, nor does it follow yesterday. Thy today is eternity”⁶.
Catholic doctrine has formalised this insight by defining eternity as one of the divine attributes — one of the essential elements that compose the very ‘DNA’ of God. God is immutable, absolutely perfect, and simple. Temporal succession implies change, a passage from potentiality to act, which is inconceivable in Him who is Pure Act, as taught by Saint Thomas Aquinas⁷.
Therefore, every attempt to apply our human temporal categories to God — categories that belong to us precisely because we are within time — is bound to fail. He is the Lord of time precisely because He is not its prisoner.
“What, then, is time?” Once Augustine has established God’s extraterritoriality in regard to time, he faces a second and perhaps even more arduous question: to define the nature of time itself. Here emerges the celebrated paradox that has fascinated generations of thinkers: «Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio». — “What, then, is time? If no one asks me, I know; if I wish to explain it to one who asks, I do not know”⁸. This statement is not a confession of ignorance or agnosticism, but the point of departure for a profound spiritual and phenomenological inquiry.
Augustine experiences the reality of time — he lives it, he measures it — and yet he cannot enclose it within a concept. Thus begins a process of dismantling the common assumptions of his age. Is time perhaps the movement of the heavenly bodies, of the sun, the moon, and the stars? No, he answers, for even if the heavens were to stand still, the potter’s wheel would continue to turn, and we would still measure its motion in time. Time, therefore, is not movement itself but the measure of movement. Yet how can we measure something so elusive?
The past no longer exists; the future is not yet. It would seem, then, that only the present exists. But even the present is problematic. If it had duration, it would be divisible into a before and an after — and thus it would no longer be the present. The present, to be what it is, must be an instant without extension, a vanishing point between what is no more and what is not yet. But how can that which has no duration constitute the reality of time?
Augustine’s solution is as ingenious as it is introspective. After seeking time in the external world — in the heavens and in material things — he finds it within, in the depths of the human soul. Time has no ontological substance outside ourselves; its reality is psychological. It is a distentio animi, a “stretching” or “distension” of the soul. The human soul possesses three faculties corresponding to the three dimensions of time: memory (memoria), by which the soul makes the past present; expectation (expectatio), by which the soul anticipates and makes present what is not yet; and attention (attentio or contuitus), by which the soul focuses on the present instant, the point at which expectation is transformed into memory.
When we sing a hymn, Augustine explains in a beautiful example, our soul is “stretched.” The entire song is present in expectation before it begins; as the words are sung, they pass from expectation to attention, and finally they rest in memory. The action unfolds in the present, yet it is made possible by this continuous “stretching” of the soul between the future (which shortens) and the past (which lengthens). Time, therefore, is the measure of this impression that things leave upon the soul — and that the soul itself impresses upon them⁹.
Although Augustine’s speculation reaches the highest levels of philosophical and theological depth, it is far from being a mere intellectual exercise. It offers, rather, to each of us today a key by which to redeem our own experience of time and to live in a way that is more authentic and spiritually fruitful. Three reflections arise, therefore, from the Augustinian perspective.
Our daily life is dominated by Chronos — quantitative time, sequential, measured by the clock. It is the time of efficiency, productivity, and anxiety, as we noted at the beginning. Augustine’s reflection invites us to rediscover Kairos — qualitative time, the “favourable moment,” the instant filled with meaning in which eternity intersects our history. If God is an “eternal present,” then every present moment, every now, becomes the privileged place of encounter with Him. Augustine’s teaching urges us to sanctify the present, to live it with attentio, with full awareness. Instead of constantly fleeing into the future of our projects or the past of our regrets, we are called to find God in the ordinariness of the present moment: in prayer, in work, in relationships, in service. It is the invitation to live the spirituality of the “present moment,” so dear to many masters of the interior life.
There is a place and a time where Kairos breaks into Chronos in its most supreme form: the Sacred Liturgy, and in particular the celebration of the Eucharist. During the Holy Mass, the time of the Church is joined to the eternal present of God. The Sacrifice of Christ — accomplished once for all in history (ephapax)¹¹ — is not “repeated” but “re-presented,” made sacramentally present upon the altar. Past, present, and future converge: we recall the Passion, Death, and Resurrection of Christ (past); we celebrate His real presence in our midst (present); and we anticipate the glory of His return and the eternal banquet (future)¹⁰. The Liturgy is the great school that teaches us to live time in a new way — no longer as a relentless flight towards death, but as a hopeful pilgrimage towards the fullness of life in God’s eternity.
Finally, the conception of time as distentio animi offers profound consolation. The “stretching” of the soul between memory and expectation — which for the man without faith may be a source of anguish (the weight of the past, the uncertainty of the future) — becomes for the Christian the very space of faith, hope, and charity. Memory is not merely the recollection of our failures; it is above all memoria salutis — the remembrance of the wonders that God has wrought in the history of salvation and in our personal lives. It is the foundation of our faith. Expectation is not the anxiety of an unknown future, but the sure hope of the definitive encounter with Christ, the beatific vision promised to the pure of heart. And attention to the present becomes the space of charity — of concrete love of God and neighbour — the one act that “abides” for eternity (1 Cor 13:13).
Our life thus moves, as in a spiritual breath, between the grateful remembrance of grace received and the confident expectation of the glory promised. In this way, the Augustinian man is not crushed by time but dwells within it as within a provisional tent, his heart already turned towards the heavenly homeland where God shall be “all in all” — and where time itself shall dissolve into the single, eternal, and beatifying today of God.
Santa Maria Novella, Florence, on the 12th of November, 2025
NOTES
- M. Heidegger, Sein und Zeit (Being and Time), 1927, especially the sections devoted to the existential analysis of temporality: First Division § 27; Second Division §§ 46-53; Second Division §§ 54-60 and §§ 65-69.
- This theme is so present in contemporary culture that it is even the subject of recent Italian stage performances on Augustine and time.
- Augustine of Hippo, Confessiones, XI, 12, 14: «Quid faciebat Deus, antequam faceret caelum et terram?»
- Ibid., XI, 13, 15.
- Boethius, De consolatione philosophiae, V, 6: «Aeternitas est interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio».
- Confessiones, XI, 13, 16.
- Thomas Aquinas, Summa Theologiae, I, q. 9 (“On the Immutability of God”) and q. 10 (“On the Eternity of God”).
- Confessiones, XI, 14, 17.
- Confessiones, XI, 28, 38.
- Catechism of the Catholic Church, nn. 1085, 1362-1367.
- On the term ephapax (ἐφάπαξ), see Hebrews 7:27; 9:12; 10:10; Romans 6:10 — indicating the definitive and unrepeatable character of Christ’s sacrifice, “once for all.”
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EL TIEMPO PERDIDO Y EL PRESENTE ETERNO: SAN AGUSTÍN PARA EL HOMBRE CONTEMPORÁNEO HAMBRIENTO DE TIEMPO
El pasado ya no es, el futuro todavía no es. Parecería existir sólo el presente. Pero incluso el presente es problemático. Si tuviera duración, sería divisible en un antes y un después, y dejaría de ser presente. El presente, para serlo, debe ser un instante sin extensión, un punto de fuga entre lo que ya no es y lo que aún no es. Pero ¿cómo puede algo sin duración constituir la realidad del tiempo?
— Theologica —

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.
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La sociedad contemporánea vive una relación esquizofrénica con el tiempo. Por un lado, este se ha convertido en el bien más preciado, un recurso perpetuamente escaso. Nuestra vida está marcada por agendas saturadas, plazos apremiantes y la sensación opresiva de «no tener nunca tiempo». La eficiencia, la velocidad y la optimización de cada instante se han transformado en los nuevos imperativos categóricos de una humanidad que corre afanosamente, muchas veces sin conocer su meta. El hombre moderno está hambriento de tiempo², un hambre que cada vez más devora el alma y el espíritu. De hecho, esta hambre de tiempo golpea visiblemente a los más frágiles, manifestándose en las múltiples formas de ansiedad generalizada, ataques de pánico y otros trastornos mentales.
Paradójicamente, sin embargo, ese tiempo tan anhelado y tan minuciosamente medido se nos escapa. Se disuelve en una secuencia de compromisos que dejan tras de sí un sentimiento de vacío e incompletitud. En la era de la conexión instantánea, estamos cada vez más desconectados del presente: proyectados hacia un futuro que nunca llega o anclados en un pasado que no puede cambiarse. Somos ricos en instantes, pero pobres en tiempo vivido.
Esta experiencia de fragmentación y de angustia fue analizada con lucidez hace casi un siglo por el filósofo Martin Heidegger¹. Para el pensador alemán, la existencia humana (Dasein, el «ser-ahí») es intrínsecamente temporal. El hombre no «posee» el tiempo: él es tiempo. Nuestra existencia es un «ser-para-la-muerte», una continua proyección hacia el futuro, plenamente consciente de nuestra finitud, limitación y no eternidad.
El tiempo auténtico, para Heidegger, no es la secuencia homogénea de instantes medida por el reloj — lo que él llama el tiempo «vulgar» —, sino la apertura a las tres dimensiones de la existencia: el futuro (como proyecto), el pasado (como haber sido arrojado) y el presente (como estar-en-el-mundo). La angustia ante la muerte y las propias limitaciones no es, por tanto, un sentimiento negativo del que huir, sino la condición que puede revelarnos la posibilidad de una vida auténtica, en la que el hombre se apropia de su propia temporalidad y de su destino finito.
Por profunda que sea, esta reflexión permanece, sin embargo, en el plano horizontal, confinada en la inmanencia de una existencia que termina con la muerte. Su horizonte es la nada. Es precisamente aquí donde el pensamiento cristiano, y especialmente el genio de san Agustín de Hipona, abre una perspectiva radicalmente distinta: vertical y trascendente. Agustín no se limita a describir la experiencia del tiempo, sino que la interroga hasta convertirla en un camino para interrogar a Dios mismo. Y en esta búsqueda descubre que la solución al enigma del tiempo no se halla en el tiempo mismo, sino fuera de él: en la Eternidad que lo fundamenta y lo redime.
En el Libro XI de sus Confesiones, Agustín aborda con desarmante sinceridad una pregunta que parece ingenua, pero que es teológicamente explosiva: «Quid faciebat Deus, antequam faceret caelum et terram?» — «¿Qué hacía Dios antes de crear el cielo y la tierra?»³. La pregunta presupone un “antes” de la creación, un tiempo en el que Dios habría existido en una especie de ocio divino, esperando el momento oportuno para actuar. La respuesta de Agustín es una revolución conceptual que desmantela de raíz esa suposición. No evade la cuestión con la respuesta ingeniosa atribuida a algunos («Preparaba el infierno para quienes indagan en misterios demasiado altos»), sino que la refuta desde dentro. No existe un “antes” de la creación, porque el tiempo mismo es criatura. Dios no creó el mundo en el tiempo, sino con el tiempo: «Tú eres el artífice de todos los tiempos», escribe el Doctor de Hipona. Antes de la creación, simplemente, no había tiempo⁴.
Esta intuición abre el camino hacia la comprensión de la eternidad divina. La eternidad no es una duración infinitamente extendida — un «siempre» que se prolonga sin fin hacia el pasado y el futuro —. Tal sería todavía una concepción temporal de la eternidad. La eternidad de Dios es la ausencia total de sucesión, la plenitud perfecta y simultánea de una vida sin fin. Para usar una imagen clásica de la teología, Dios es un Nunc stans, un «presente eterno»⁵. En Él no hay pasado (memoria) ni futuro (expectativa), sino sólo el acto puro e inmutable de su Ser.
«Tus años son un solo día», dice Agustín a Dios, «y tu día no es cada día, sino el hoy; porque tu hoy no cede el paso al mañana ni sigue al ayer. Tu hoy es la eternidad»⁶. La doctrina católica ha formalizado esta intuición definiendo la eternidad como uno de los atributos divinos, uno de los elementos que componen el “ADN” de Dios. Dios es inmutable, absolutamente perfecto y simple. La sucesión temporal implica cambio, un paso de la potencia al acto, lo cual es inconcebible en Aquel que es Acto Puro, como enseña santo Tomás de Aquino⁷.
Por tanto, todo intento de aplicar a Dios nuestras categorías temporales — categorías propias de nosotros, que estamos en el tiempo — está destinado al fracaso. Él es el Señor del tiempo precisamente porque no es su prisionero.
«¿Qué es, pues, el tiempo?» Una vez establecida la extraterritorialidad de Dios respecto del tiempo, Agustín se enfrenta al segundo, y quizá más arduo, problema: definir la naturaleza del tiempo mismo. Aquí surge la célebre paradoja que ha fascinado a generaciones de pensadores: «Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio» — «¿Qué es, pues, el tiempo? Si nadie me lo pregunta, lo sé; si quiero explicárselo al que me lo pregunta, no lo sé»⁸. Esta afirmación no es una confesión de ignorancia o agnosticismo, sino el punto de partida de una profunda indagación espiritual y fenomenológica.
Agustín experimenta la realidad del tiempo: la vive, la mide, y sin embargo no logra encerrarla en un concepto. Así comienza un proceso de desmontaje de las convicciones comunes de su siglo. ¿Es el tiempo acaso el movimiento de los cuerpos celestes, del sol, la luna y las estrellas? No, responde, porque aun si los cielos se detuvieran, la rueda del alfarero seguiría girando, y mediríamos su movimiento en el tiempo. El tiempo, por tanto, no es el movimiento en sí, sino la medida del movimiento. Pero ¿cómo medir algo tan inasible?
El pasado ya no es, el futuro todavía no es. Parecería existir sólo el presente. Pero incluso el presente es problemático. Si tuviera duración, sería divisible en un antes y un después, y dejaría de ser presente. El presente, para serlo, debe ser un instante sin extensión, un punto de fuga entre lo que ya no es y lo que aún no es. Pero ¿cómo puede algo sin duración constituir la realidad del tiempo?
La solución agustiniana es tan genial como introspectiva. Después de buscar el tiempo en el mundo exterior, en los cielos y en los objetos, Agustín lo encuentra dentro, en el alma del hombre. El tiempo no tiene consistencia ontológica fuera de nosotros; su realidad es psicológica. Es una distentio animi, una «distensión» o «dilatación» del alma. El alma humana posee tres facultades que corresponden a las tres dimensiones del tiempo: la memoria (memoria), por la cual el alma hace presente lo pasado; la expectativa (expectatio), por la cual el alma anticipa y hace presente lo que aún no es; y la atención (attentio o contuitus), por la cual el alma se concentra en el instante presente, el punto en que la expectativa se transforma en memoria.
Cuando cantamos un himno, explica Agustín con un ejemplo bellísimo, nuestra alma está «extendida». Todo el canto está presente en la expectativa antes de comenzar; a medida que las palabras se pronuncian, pasan de la expectativa a la atención, y finalmente se depositan en la memoria. La acción se desarrolla en el presente, pero es posible gracias a esta continua «distensión» del alma entre el futuro (que se acorta) y el pasado (que se alarga). El tiempo, por tanto, es la medida de esta impresión que las cosas dejan en el alma y que el alma misma produce⁹.
Aunque la especulación agustiniana alcanza el más alto nivel filosófico y teológico, está lejos de ser un mero ejercicio intelectual. Ofrece, más bien, a cada uno de nosotros una clave para redimir la propia experiencia del tiempo y vivir de un modo más auténtico y espiritualmente fecundo. De la perspectiva agustiniana surgen, pues, tres reflexiones.
Nuestra vida cotidiana está dominada por el Chronos: el tiempo cuantitativo, secuencial, medido por el reloj. Es el tiempo de la eficiencia, la productividad y la ansiedad, como decíamos al comienzo. La reflexión agustiniana nos invita a descubrir el Kairós: el tiempo cualitativo, el «momento oportuno», el instante cargado de significado en el que la eternidad se cruza con nuestra historia. Si Dios es un «presente eterno», entonces cada presente, cada «ahora», se convierte en el lugar privilegiado del encuentro con Él. La enseñanza de Agustín nos exhorta a santificar el presente, a vivirlo con attentio, con plena conciencia. En lugar de huir constantemente hacia el futuro de nuestros proyectos o hacia el pasado de nuestros remordimientos, estamos llamados a encontrar a Dios en la cotidianidad del momento presente: en la oración, en el trabajo, en las relaciones, en el servicio. Es la invitación a vivir la espiritualidad del «instante presente», tan querida por muchos maestros de vida interior.
Hay un lugar y un tiempo en los que el Kairós irrumpe en el Chronos de modo supremo: la Sagrada Liturgia, y en particular la celebración de la Eucaristía. Durante la Santa Misa, el tiempo de la Iglesia se une al presente eterno de Dios. El Sacrificio de Cristo, cumplido una vez para siempre en la historia (ephapax)¹¹, no se «repite», sino que se «re-presenta», haciéndose sacramentalmente presente en el altar. Pasado, presente y futuro convergen: hacemos memoria de la Pasión, Muerte y Resurrección de Cristo (pasado); celebramos su presencia real en medio de nosotros (presente); y anticipamos la gloria de su retorno y el banquete eterno (futuro)¹⁰. La Liturgia es la gran escuela que nos enseña a vivir el tiempo de un modo nuevo: ya no como una huida inexorable hacia la muerte, sino como una peregrinación esperanzada hacia la plenitud de la vida en la eternidad de Dios.
Finalmente, la concepción del tiempo como distentio animi ofrece una profunda consolación. La «distensión» del alma entre la memoria y la expectativa — que para el hombre sin fe puede ser fuente de angustia (el peso del pasado, la incertidumbre del futuro)— se convierte para el cristiano en el espacio mismo de la fe, la esperanza y la caridad. La memoria no es sólo el recuerdo de nuestros fracasos, sino ante todo la memoria salutis: el recuerdo de las maravillas que Dios ha obrado en la historia de la salvación y en nuestra vida personal. Es el fundamento de nuestra fe. La expectativa no es la ansiedad por un futuro incierto, sino la esperanza segura del encuentro definitivo con Cristo, la visión beatífica prometida a los puros de corazón. Y la atención al presente se convierte en el espacio de la caridad, del amor concreto a Dios y al prójimo, el único acto que «permanece» para la eternidad (1 Cor 13,13).
Nuestra vida se mueve así, como en una respiración espiritual, entre el recuerdo agradecido de la gracia recibida y la espera confiada de la gloria prometida. De este modo, el hombre agustiniano no es aplastado por el tiempo, sino que lo habita como una tienda provisional, con el corazón ya orientado hacia la patria celestial, donde Dios será «todo en todos» y donde el tiempo se disolverá en el único, eterno y beatificante hoy de Dios.
Santa Maria Novella, Florencia, a 12 de noviembre de 2025
Notas
- M. Heidegger, Ser y tiempo, 1927, especialmente las secciones dedicadas al análisis existencial de la temporalidad: Primera sección § 27; Segunda sección §§ 46-53; Segunda sección §§ 54-60 y §§ 65-69.
- Tema tan presente en la cultura contemporánea que incluso ha sido objeto de representaciones teatrales en Italia sobre Agustín y el tiempo.
- San Agustín de Hipona, Confesiones, XI, 12, 14: «Quid faciebat Deus, antequam faceret caelum et terram?»
- Ibid., XI, 13, 15.
- Boecio, De consolatione philosophiae, V, 6: «Aeternitas est interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio».
- Confesiones, XI, 13, 16.
- Santo Tomás de Aquino, Summa Theologiae, I, q. 9 («Sobre la inmutabilidad de Dios») y q. 10 («Sobre la eternidad de Dios»).
- Confesiones, XI, 14, 17.
- Confesiones, XI, 28, 38.
- Catecismo de la Iglesia Católica, nn. 1085, 1362-1367.
- Sobre el término ephapax (ἐφάπαξ), véanse Hebreos 7,27; 9,12; 10,10; Romanos 6,10: indica el carácter único y definitivo del sacrificio de Cristo, «una vez para siempre».
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Questa definizione, rimasta a lungo silenziosa nei testi ufficiali, torna ora viva nella voce del Pontefice come segno di orientamento per la Chiesa e per l’Italia. Dopo anni di interpretazioni prevalentemente universali del papato, Leone XIV ha voluto rinnovare la dimensione originaria del suo ministero: il Sommo Pontefice è Vescovo di Roma e, proprio per questo, guida e padre delle Chiese d’Italia.
– Attualità ecclesiale –

Autore
Teodoro Beccia
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Tra le parole pronunciate dal Sommo Pontefice Leone XIV nel suo recente discorso al Quirinale, il 14 ottobre scorso, una in particolare ha risuonato con forza teologica e con intensità storica: «Come Vescovo di Roma e Primate d’Italia».
Questa definizione, rimasta a lungo silenziosa nei testi ufficiali, torna ora viva nella voce del Pontefice come segno di orientamento per la Chiesa e per l’Italia. Dopo anni di interpretazioni prevalentemente universali del papato, Leone XIV ha voluto rinnovare la dimensione originaria del suo ministero: il Sommo Pontefice è Vescovo di Roma e, proprio per questo, guida e padre delle Chiese d’Italia.
Il titolo di Primate d’Italia esprime la verità ecclesiologica che unisce la Chiesa universale alla sua radice concreta, riconducendo il primato di Pietro alla sorgente sacramentale e alla comunione delle Chiese locali (cfr. Lumen gentium, 22; Pastor aeternus, cap. II). Nella visione del Concilio Vaticano II, la funzione petrina non è mai disgiunta dalla dimensione episcopale e collegiale: il Vescovo di Roma, in quanto successore di Pietro, esercita una presidenza di carità e di unità (Lumen gentium, 23), la quale si radica nella sua stessa sede episcopale. In tal senso, il titolo di Primate d’Italia non rappresenta un privilegio di tipo giuridico, ma un segno teologico ed ecclesiale che manifesta l’intima connessione tra il primato universale del Romano Pontefice e la sua paternità sulle Chiese d’Italia. Come ricorda San Giovanni Paolo II, il ministero del Vescovo di Roma «è al servizio dell’unità di fede e di comunione della Chiesa» (Ut unum sint, 94), e proprio da questa comunione scaturisce la dimensione nazionale e locale della sua sollecitudine pastorale.
Nella gerarchia cattolica della Chiesa latina, agli inizi del secondo millennio, sono previsti anche vescovi primati, prelati che con quel titolo — soltanto onorifico — sono preposti alle diocesi più antiche e più importanti di Stati o di territori, senza prerogativa alcuna (cfr. Annuario Pontificio, ed. 2024). Il Vescovo di Roma è il Primate d’Italia: titolo antico, attuato nei secoli e tuttora vigente, sebbene con prerogative diverse che si sono succedute nel tempo.
Nel corso dei secoli altri vescovi nella Penisola hanno avuto il titolo onorifico di Primate: l’Arcivescovo metropolita di Pisa mantiene il titolo di Primate delle isole di Corsica e Sardegna, l’Arcivescovo metropolita di Cagliari porta il titolo di Primate di Sardegna, l’Arcivescovo metropolita di Palermo mantiene il titolo di Primate di Sicilia, e l’Arcivescovo metropolita di Salerno quello di Primate del Regno di Napoli (cfr. Annuario Pontificio, sez. “Sedi Metropolitane e Primaziali”).
Vario è stato l’ambito territoriale riferito al termine Italia: dall’Italia suburbicaria dei primi secoli cristiani, all’Italia gotica e longobarda, fino al Regnum Italicum incorporato nell’Impero romano-germanico, sostanzialmente costituito dall’Italia settentrionale e dallo Stato Pontificio. Questa primazia non riguardava i territori dell’ex patriarcato di Aquileia, né i territori facenti parte del Regnum Germanicum — l’attuale Trentino-Alto Adige, Trieste e l’Istria —, in seguito appartenuti all’Impero austriaco. Oggi la primazia d’Italia viene attuata su un territorio corrispondente a quello della Repubblica Italiana, della Repubblica di San Marino e dello Stato della Città del Vaticano (cfr. Annuario Pontificio, ed. 2024, sez. “Sedi Primaziali e Territori”).
La nozione di “Italia” applicata alla giurisdizione ecclesiastica non ha mai avuto un valore politico, ma un significato eminentemente pastorale e simbolico, connesso alla funzione unificante del Vescovo di Roma come centro di comunione tra le Chiese particolari della Penisola. Fin dall’epoca tardo-antica, infatti, la suburbicaria regio designava il territorio che, per antica consuetudine, riconosceva la diretta dipendenza dalla Sede romana (cfr. Liber Pontificalis, vol. I, ed. Duchesne). Nel corso dei secoli, pur mutando le circoscrizioni civili e gli assetti statali, la dimensione spirituale della primazia è rimasta costante, come espressione dell’unità ecclesiale e della tradizione apostolica della Penisola.
Nei duemila anni di Cristianesimo, i popoli della Penisola e lo stesso episcopato hanno costantemente guardato alla Sede Romana, sia in ambito ecclesiastico sia in quello civile. Nel 452 il Vescovo di Roma, Leone I, su richiesta dell’imperatore Valentiniano III, fece parte dell’ambasceria che si recò nell’Italia settentrionale per incontrare il re degli Unni Attila, nel tentativo di dissuaderlo dal procedere nella sua avanzata verso Roma (cfr. Prosper d’Aquitania, Chronicon, ad annum 452).
Sono i Papi di Roma che, nei secoli, sostengono i Comuni contro i poteri imperiali: il partito guelfo — e in particolare Carlo d’Angiò — diviene lo strumento del potere pontificio in tutta la Penisola. Il Romano Pontefice apparirà come l’amico dei Comuni, il protettore delle libertà italiche, contribuendo a dissolvere l’idea stessa di Impero inteso come detentore della piena sovranità, a favore di una sovranità diffusa e molteplice.
Il concetto di iurisdictio sarà espresso con chiarezza da Bartolo da Sassoferrato (1313-1357): essa non è intesa soltanto come potestas iuris dicendi, ma soprattutto come il complesso di poteri necessari al governo di un ordinamento che non si accentra nelle mani di una sola persona o ente (cfr. Bartolus de Saxoferrato, Tractatus de iurisdictione, in Opera omnia, Venetiis, 1588, vol. IX). In questa visione pluralistica del diritto, la Sede Apostolica rappresenta il principio di equilibrio e di giustizia tra le molteplici forme di sovranità che si sviluppano nella Penisola, ponendosi come garante dell’ordine e della libertà delle comunità cristiane.
Ancora nel XIX secolo, Vincenzo Gioberti propose l’ideale neo-guelfo e una confederazione degli Stati italiani sotto la presidenza del Romano Pontefice, delineando una visione nella quale l’autorità spirituale del Papa avrebbe dovuto fungere da principio d’unità morale e politica della Penisola (cfr. V. Gioberti, Del primato morale e civile degli Italiani, Bruxelles 1843, lib. II, cap. 5). In sintonia, anche Antonio Rosmini riconosceva nella Sede Apostolica il fondamento dell’ordine politico cristiano, pur distinguendo tra potere spirituale e potere temporale, in una prospettiva che intendeva sanare la frattura tra Chiesa e nazione (cfr. A. Rosmini, Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, Lugano 1848, Parte II, cap. 1).
Il titolo di Primate d’Italia, nell’età moderna, si riferiva dunque al Vescovo di Roma, sovrano di un vasto territorio e capo di uno Stato che si estendeva, come altri, nella Penisola. Il territorio della primazia, di conseguenza, non si identificava con quello di un solo Stato, ma si sovrapponeva alla pluralità delle giurisdizioni politiche dell’epoca. Se il Concordato di Worms (1122) aveva attribuito ai Papi di Roma la facoltà di confermare la nomina dei vescovi, in Italia — o meglio nel Regnum Italicum, comprendente l’Italia centro-settentrionale —, nel corso dei secoli la scelta dei vescovi venne concordata con i sovrani territoriali, secondo le consuetudini proprie degli Stati europei: o tramite presentazioni di terne, il primo dei quali era generalmente il prescelto, oppure con un’unica designazione da parte del principe titolare del diritto di patronato, come accadeva anche per il Regno di Sicilia (cfr. Bullarium Romanum, t. V, Roma 1739).
Il coinvolgimento dell’autorità statale determinava spesso un sostanziale equilibrio tra Stato e Chiesa, nel quale il riconoscimento delle rispettive sfere d’azione permetteva alla Sede Apostolica di mantenere la propria influenza sulle nomine episcopali, pur entro i confini dei concordati e dei privilegi sovrani.
In pienaepoca giurisdizionalista del secolo XVIII, nell’episcopato della Penisola non trovarono spazio né le rivendicazioni episcopaliste, né quelle gallicane o germaniche, nonostante alcuni principi italiani tentassero di assecondare, se non patrocinare, tali teorie (cfr. P. Prodi, Il giurisdizionalismo nella storia del pensiero politico italiano, Bologna 1968). In Toscana, l’ingerenza statale in materia religiosa raggiunse la sua piena attuazione sotto il granduca Pietro Leopoldo (1765-1790). Animato da sincero fervore religioso, il Granduca credette di compiere opera di vera devozione e pietà quando si adoperò per combattere gli abusi della disciplina ecclesiastica, le superstizioni, la corruzione e l’ignoranza del clero.
In un primo tempo nessuna protesta venne elevata dall’episcopato toscano, o perché vedeva l’inutilità di opporsi, o perché approvava quelle misure; forse anche perché, nell’episcopato toscano come nel clero, covava un’antipatia verso gli Ordini religiosi e si accettava volentieri una forma di autonomia dalla Santa Sede. Tuttavia, nel sinodo generale di Firenze del 1787, tutti i vescovi dello Stato — tranne Scipione de’ Ricci e altri due — respinsero tali riforme, riaffermando la fedeltà alla comunione con il Romano Pontefice e difendendo l’integrità della tradizione ecclesiastica (cfr. Acta Synodi Florentinae, 1787, arch. curiae Florentiae).
La Chiesa Cattolicaha sempre combattuto il formarsi di chiese nazionali, poiché tali tentativi risultano in aperto contrasto con la struttura stessa della comunione ecclesiale e con l’antica disciplina canonica. Già il can. XXXIV dei Canones Apostolorum — una raccolta risalente al IV secolo, attorno all’anno 380 — prescriveva un principio fondamentale di unità episcopale:
Episcopus gentium singularum scire convenit, quia inter eos primus habeatur, quem velut caput existiment et nihil amplius praeter eius consientiam gerant, quam illa sola singuli, quae paroeciae [in greco τῇ παροικίᾳ] propriae et villis quae sub ea sunt competant. Sed nec ille praeter omnium conscientiam faciat aliquid; sic enim unanimitas erit et glorificatur Deus per Christum in Spiritu Sancto (“Bisogna che i vescovi di ciascuna nazione sappiano chi tra di loro sia il primo e lo considerino come il loro capo, e non facciano nulla di importante senza il suo assenso; ciascuno si occuperà solo di ciò che riguarda la propria diocesi e i territori che da essa dipendono; ma anche colui che è primo non faccia nulla senza l’assenso di tutti: così regnerà la concordia e Dio sarà glorificato per Cristo nello Spirito Santo.”)
Questa norma, di sapore apostolico e di matrice sinodale, afferma il principio di unità nella collegialità, dove il primato non è dominio, ma servizio di comunione. Tale concezione, assunta e approfondita nella tradizione cattolica, ha trovato la sua piena espressione nella dottrina del primato romano. Come insegna Papa Leone XIII:
«la Chiesa di Cristo è una per natura, e come uno è Cristo, così uno deve essere il suo corpo, una la sua fede, una la sua dottrina, e uno il suo capo visibile, stabilito dal Redentore nella persona di Pietro» (Satis cognitum, 9).
Di conseguenza, ogni tentativo di fondare chiese particolari o nazionali indipendenti dalla Sede Apostolica è stato sempre respinto come contrario alla una, sancta, catholica et apostolica Ecclesia. La subordinazione del collegio episcopale al primato petrino costituisce infatti il vincolo di unità che garantisce la cattolicità della Chiesa e preserva le singole Chiese particolari dal rischio di isolamento o di deviazione dottrinale (cfr. Lumen gentium, 22; Christus Dominus, 4).
Il titolo di Primate, attribuito ad alcune sedi, era in realtà un mero titolo onorifico, al pari di quello di Patriarca conferito ad alcune sedi episcopali di rito latino (cfr. Codex Iuris Canonici, can. 438). Tale dignità, di natura esclusivamente cerimoniale, non comportava potestà giurisdizionale effettiva, né un’autorità diretta sulle altre diocesi di una determinata regione ecclesiastica. Il titolo aveva lo scopo di onorare la vetustà o la particolare rilevanza storica di una sede episcopale, secondo una prassi consolidata nel secondo millennio.
Diversa è invece la posizione e soprattutto le prerogative delle due sedi primaziali di Italia e Ungheria, che conservano una fisionomia giuridico-ecclesiale singolare all’interno della Chiesa latina. Secondo una tradizione secolare, il Principe-Primate d’Ungheria è rivestito sia di funzioni ecclesiastiche sia di compiti civili. Tra questi, il privilegio di incoronare il sovrano — privilegio esercitato l’ultima volta il 30 dicembre 1916 per l’incoronazione di re Carlo IV d’Asburgo da parte di S. E. Mons. János Csernoch, allora Arcivescovo di Esztergom — e di sostituirlo in caso di impedimento temporaneo (cfr. Acta Sanctae Sedis, vol. XLIX, 1917).
La primazia ungherese è attribuita alla sede arcivescovile di Esztergom (oggi Esztergom-Budapest), la cui antica dignità primaziale risale al secolo XI, quando re Stefano I ottenne dal Papa la fondazione della Chiesa nazionale ungherese sotto la protezione diretta della Sede Apostolica. L’Arcivescovo di Esztergom, come Primate d’Ungheria, gode di una posizione speciale su tutti i cattolici presenti nello Stato e di una potestà quasi-governativa sui vescovi e metropoliti, compresa la metropoli di Hajdúdorog per i fedeli ungheresi di rito bizantino. Presso di lui esiste un tribunale primaziale, da lui sempre presieduto, che giudica le cause in terza istanza: un privilegio fondato su una consuetudine immemorabile, più che su una norma giuridica espressa (cfr. Codex Iuris Canonici, can. 435; Annuario Pontificio, sez. “Sedi Primaziali”, ed. 2024). Egli è un cittadino ungherese, residente nello Stato, e spesso ricopre anche la carica di Presidente della Conferenza Episcopale Ungherese, esercitando una funzione di mediazione tra la Sede Apostolica e la Chiesa locale.
La primazia italiana, attribuita alla Sede Romana, possiede una configurazione del tutto particolare: il suo titolare, il Vescovo di Roma, può essere — e in effetti negli ultimi pontificati è stato — un cittadino non italiano. Egli è sovrano di uno Stato estero, lo Stato della Città del Vaticano, non facente parte dell’Unione Europea, e non appartiene alla Conferenza Episcopale Italiana, pur mantenendo su di essa un’autorità diretta. In virtù del suo titolo di Primate d’Italia, il Romano Pontefice nomina infatti il Presidente e il Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, come previsto dall’art. 4 §2 dello Statuto della CEI, che richiama espressamente «il particolare legame che unisce la Chiesa in Italia al Papa, Vescovo di Roma e Primate d’Italia» (cfr. Statuto della Conferenza Episcopale Italiana, approvato da Paolo VI il 2 luglio 1965, aggiornato nel 2014).
Questa singolare configurazione giuridica mostra come la primazia italiana, pur priva di struttura amministrativa autonoma, conservi una funzione ecclesiologica reale, quale espressione visibile del legame organico tra la Chiesa universale e le Chiese d’Italia. In ciò si manifesta la continuità del primato petrino nella sua duplice dimensione: universale, come servizio alla comunione di tutta la Chiesa, e locale, come paternità pastorale esercitata sul territorio italiano (Lumen gentium, 22–23).
Si delinea così un’apertura del finis Ecclesiae ai problemi d’ordine internazionale e mondiale, cosa che è anche riscontrabile in alcuni paragrafi del Catechismo della Chiesa Cattolica, dedicati ai diritti umani, alla solidarietà internazionale, al diritto alla libertà religiosa dei vari popoli, alla tutela degli emigranti e dei profughi, alla condanna dei regimi totalitari e alla promozione della pace. Ciò che poi è maggiormente rilevante è che l’invito, l’incitamento, della Chiesa a perficere bonum non è solamente ancorato alla salus aeterna, al raggiungimento del fine ultramondano, ma anche al contingente, alle necessità immanenti dell’uomo bisognoso di aiuto materiale.
In base alla rivendicata primazia e ai sensi dell’art. 26 del Trattato Lateranense, l’azione pastorale dello stesso Pontefice si attua in più regioni d’Italia, tramite visite in molte città e santuari, effettuate senza che queste si presentino come viaggi in Stati esteri. L’uso invalso di considerare il Papa di Roma come il primo Vescovo d’Italia fa sì che i fatti d’Italia siano spesso presenti nelle sue allocuzioni o discorsi. Sovente egli visita zone della Penisola dove si sono verificati eventi dolorosi, e la presenza del Papa è vista dalle popolazioni come doverosa, richiesta come segno di conforto e di aiuto. Rientra inoltre, nel senso lato della primazia, il ricevere delegazioni degli organismi statali italiani. In questa prospettiva, la figura del Romano Pontefice come Primate d’Italia assume il valore di un segno di comunione tra la Chiesa e la Nazione, nella linea della missione universale che egli esercita quale successore di Pietro. La dimensione nazionale della sua sollecitudine pastorale non si oppone, ma anzi si integra, con la missione cattolica della Sede Apostolica, perché il Papa è insieme Vescovo di Roma, Padre delle Chiese d’Italia e Pastore della Chiesa universale (Praedicate Evangelium, art. 2).
La triplice dimensione del suo ministero — diocesana, nazionale e universale — rende visibile quella unitas Ecclesiae che la fede professa e la storia testimonia. Così il titolo di Primate d’Italia, riemerso nella voce di Leone XIV, non appare come un residuo di onori passati, ma come un richiamo vivo alla responsabilità spirituale del Papato verso il popolo italiano, in continuità con la sua missione apostolica verso tutte le genti.
Velletri di Roma, 16 ottobre 2025
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Dal Professor Alessandro Barbero un San Francesco “sotto la crosta”. quando la santità si coniuga con la storia
/in Attualità/da Padre IvanoEsequie funebri del Nunzio Apostolico Adriano Bernardini. Omelia pronunciata da Padre Ariel S. Levi di Gualdo – Esequial Mass for Apostolic Nuncio Adriano Bernardini. Homily delivered by Father Ariel S. Levi di Gualdo –
/1 Commento/in Attualità/da Padre ArielItalian, english, español
ESEQUIE FUNEBRI DEL NUNZIO APOSTOLICO ADRIANO BERNARDINI. OMELIA PRONUNCIATA DA PADRE ARIEL S. LEVI DI GUALDO
Diocesi di San Marino-Montefeltro, Chiesa di Monastero di Piandimeleto, 15 settembre 2025 ore 15:00. Esequie funebri di S.E. Mons. Adriano Bernardini, Arcivescovo titolare di Faleri e Nunzio Apostolico.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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† Dal Vangelo secondo Giovanni (14, 1-6)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. lo vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: Vado a prepararvi un posto? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”».
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Venerabili Vescovi Domenico, pastore di questa nostra Chiesa particolare e Andrea, emerito, Confratelli amici e tutti voi carissimi qui presenti: «Grazia a voi e pace da Dio, nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo».
Ricevendo il 30 agosto la sacra unzione degli infermi Adriano Bernardini Arcivescovo titolare di Faleri e Nunzio Apostolico, mi sussurrò le parole del Vangelo di Giovanni: «Padre, è giunta l’ora» (Gv 17, 1-2). Per questo ho scelto di salutarlo con un’omelia tratta da questo Quarto Vangelo, dove l’Apostolo Pietro chiede a Gesù: «Signore, dove vai?». Gesù risponde a Pietro che non era ancora pronto: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Lo stesso aveva detto poco prima a tutti i discepoli: «Dove vado io, voi non potete venire» (Gv 13, 33-34).

Nella foto: S.E.R. Mons. Adriano Bernardini (13.08.1942 – †11.09.2025) e Padre Ariel S. Levi di Gualdo, suo segretario privato (2017-2025)
Sono frammenti che rivelano l’emozione per l’imminente distacco dal Divino Maestro. Forse è per questo che le parole del Vangelo appena proclamato si aprono con un invito di Gesù che diviene, oltre che promessa anche balsamo: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore».
Con le sue parole Gesù sta facendo della sua dipartita e del vuoto che lascia una occasione di rinascita per i suoi discepoli. Chiedendo loro fede, li spinge a trasformare la paura del nuovo e il terrore dell’abbandono nel coraggio di donarsi, appoggiandosi sul Signore che promette di andare a preparare un posto per loro. Egli vive la sua partenza in relazione con chi resta e mostra che non li sta abbandonando, ma sta inaugurando una diversa fase di relazione con loro. Il distacco è in vista di una nuova accoglienza basata su una precisa promessa: «Vi prenderò con me» (Gv 14,2-3).

In una circostanza difficile come questa è bello ritornare agli inizi, quando i discepoli, futuri apostoli, ebbero il primo contatto con Gesù e gli chiesero: «Rabbì, Maestro, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete».
“Rimanere” o “dimorare”, “venire” e “vedere” sono i verbi che soprattutto nel Vangelo di Giovanni descrivono il cammino di fede, l’approdo del discepolo e la risposta alla domanda di Pietro: «Dove vai, dove possiamo incontrarti e trovarti ancora?». Gesù dirà un giorno: «Rimanete nel mio amore, come il tralcio rimane nella vite, perché Io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Quello è il luogo dove dimoro, rimango e abito» (Gv 15,9-10).
Ecco il traguardo del discepolo per il quale non bisognerà attendere il transito della morte, perché è qui, ora, disponibile per tutti, perché Gesù si è fatto via. Non è una realtà futura che si rivelerà oltre questa vita per mezzo della morte, duro valico per chi lo deve oltrepassare e doloroso lascito per chi dovrà convivere con la memoria, ma essa è dono presente per chi «crede in lui» (Gv 14,12).
Non sia dunque turbato neppure il nostro cuore dinanzi al distacco, piuttosto prepariamoci fin d’ora a riconoscere il posto che a ciascuno di noi spetta nella dimora eterna che ci attende. Simile al posto del discepolo amato che reclinò il suo capo sul petto di Gesù nell’ultima cena. Questi era adagiato nel seno di Gesù (Gv 13,25), il quale, come dice il prologo giovanneo «è tornato nel seno del Padre ed ha aperto la via» (Gv 1,18), adesso «venuta la sua ora per passare da questo mondo al Padre (Gv 13,1) ci dice: «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

Per cercare di proporre le ragioni non facili, ma perseguibili e realizzabili del Santo Vangelo la Chiesa si serve da sempre di molti mezzi, compresa la diplomazia. Questo è il nunzio Apostolico: un portatore e annunciatore del Santo Vangelo chiamato a realizzare la pax Christi nel mondo. Ma proviamo a raffigurare il tutto con un esempio concreto: nell’ottobre 1962 il mondo sfiorò la Terza Guerra Mondiale con la “crisi di Cuba”. Ormai i due interlocutori, Nikita Kruscev e John Fitzgerald Kennedy non potevano più parlare né trattare, perché nessuno dei due era disposto a fare un passo indietro. Fu in quel momento tragico che intervenne il Santo Pontefice Giovanni XXIII che, bene ricordarlo, non era propriamente quel contadino sempliciotto che viene affigurato in certe iconografie popolari, proveniva dal mondo della diplomazia ed era stato un diplomatico anche raffinato, specie nel suo mandato come nunzio apostolico in Francia. I due interlocutori accolsero l’appello entrambi in contemporanea e le testate missilistiche in rotta verso Cuba tornarono indietro. Pochi mesi dopo, nell’aprile 1963, il Santo Pontefice pubblicò la sua enciclica Pacem in Terris. Il messaggio di pace del Vangelo prevalse grazie alla diplomazia pontificia. Oggi, i libri di storia contemporanea, narrano che quell’intervento diplomatico salvò l’umanità dal rischio di una Terza Guerra Mondiale.
Anziché recitare le litanie delle sue virtù accennerò a un suo difetto, per dimostrare come un servitore della Chiesa e del Papato può mutare un difetto in virtù attraverso le tre virtù di fede, speranza e carità (cfr. I Cor 13, 1-13), che non si reggono sulle emozioni, peggio sulle ideologie viscerali, ma sulla ragione. Fides quaerens intellectum e per inverso intellectus quaerens fidem, ovvero: la fede richiede la ragione e per inverso la ragione richiede la fede, come enunciò il padre della scolastica classica Sant’Anselmo d’Aosta rifacendosi a sua volta al pensiero del Santo Padre e dottore della Chiesa Agostino vescovo d’Ippona: credo ut intelligam e per inverso intelligo ut credam, ossia, credo per capire, capisco per credere. Sino a giungere al Santo Pontefice Giovanni Paolo II che riassunse questo rapporto tra ragione e fede nell’enciclica Fides et Ratio, fede e ragione.

Risoluto per temperamento, era capace a divenire inamovibile. Negli ultimi mesi di vita è stato indebolito dalla malattia, ma conservando il suo carattere peculiare. Un giorno, durante il suo ultimo ricovero nella casa di cura romana Villa del Rosario — dove per inciso è stato accudito in modo eccellente dai medici, dai paramedici e dalle suore —, prese a considerare giusta una cosa sbagliata che avrebbe potuto essere nociva per lui. Glielo dissi e, sulle prime, quasi si arrabbiò, ma lo placai ricordandogli la pagina del Vangelo in cui si narra del discorso in cui Gesù dice a Pietro: «”In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21, 18). Sorrise e rispose ironico: va bene, ti seguirò, però cerca di portarmi dove voglio andare io».
Alle persone dal carattere risoluto la Cristianità deve molto, basta pensare al passo degli Atti degli Apostoli dove si narra del Beato Apostolo Paolo che «discuteva con i greci» (traduzione: litigava con loro); «ma questi cercavano di ucciderlo» (traduzione: perché non lo sopportavano). «I fratelli, saputolo, lo condussero a Cesarea e di là lo mandarono a Tarso» (traduzione: cerchiamo di salvargli la vita in nome della neonata carità cristiana). E in chiusura la diplomatica conclusione di questa cronaca: «Così la Chiesa, per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria, aveva pace» (che tradotto significa: meno male che è partito) (At 9, 29-31). Eppure, quanto dobbiamo al carattere risoluto e non poco spigoloso del Beato Apostolo Paolo?

Ho onorato la sua volontà evitando beatificazioni per mezzo di racconti epici e biografie trionfali, come talora si è soliti fare ai funerali, cose da lui detestate, anche perché nessuno di noi conosce il giudizio di Dio, ma tutti sappiamo quanto sia grande la sua ricompensa per i suoi servi fedeli, perché solo gli uomini di fede forgiati dalle autentiche virtù riescono a mutare in servizio prezioso alla Chiesa persino i loro apparenti difetti; e in tal senso, da San Paolo a Sant’Agostino, la lista di questi uomini straordinari è molto lunga. A recare danni alla Chiesa non sono gli uomini resi risoluti dalla loro forza di carattere, ma coloro che non sanno dire sì quando è sì e no quando è no (Cfr. Mt 5, 37); sono i deboli fieri della propria debolezza velata di spiritualismi e misticismi, inconsapevoli che noi, nella sequela di Cristo, siamo chiamati a essere il sale, non lo zucchero della terra (cfr. Mt 5, 13-16). Infatti, quando fummo consacrati sacerdoti non ci fu regalato un pensiero sdolcinato, il Vescovo consacrante ci disse: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Il tutto basato sulle parole del Divino Maestro che ci ha ammoniti: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24-25).
Tutto questo egli ha cercato di comprenderlo, viverlo e trasmetterlo attraverso un modo particolare di annunciare e portare il Vangelo: la diplomazia ecclesiastica a servizio della Chiesa di Cristo e della Sede Apostolica.
La fonte della vera diplomazia ecclesiastica è tutta racchiusa sulle righe, dentro le righe e oltre le righe del Vangelo che, di secolo in secolo, sino al ritorno di Cristo alla fine dei tempi, non cesserà di mettere in luce le nostre miserie e le nostre ricchezze umane, i nostri limiti e le nostre grandezze, i nostri peccati e le nostre cristiane virtù. E di questi tempi, forse più che mai viene da dire col Beato Apostolo Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede» (II Tm 4,6). Perché non è facile conservare la fede, nemmeno dentro quella società umana che è la Chiesa visibile, definita «Santa e peccatrice» dal Santo vescovo Ambrogio, seguito secoli dopo dal Cardinale Joseph Ratzinger che meditando nel 2005 la nona stazione della Via Crucis lamentò: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!».

Chi è questo prete salito sul pulpito a predicare in memoria di Adriano vescovo? Sono un servo inutile. Come infatti dice il Signore Gesù: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17, 10). Quale era il mio intimo rapporto con lui? Rispondo dicendo che nel Vangelo lucano si parla della grande riservatezza della Beata Vergine Maria che «da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19).
Scrive l’Apostolo agli abitanti di Corinto: «Dov’è, o morte, la tua vittoria?» (I Cor 15, 55). Riflettendo su questo passo sul finire della sua vita, il Sommo Pontefice Benedetto XVI commentò: «Non mi preparo alla fine ma a un incontro poiché la morte apre alla vita, a quella eterna, che non è un infinito doppione del tempo presente, ma qualcosa di completamente nuovo».
Buon viaggio nel «nuovo» buon viaggio «nell’eterno», Adriano vescovo, hai fatto quanto dovevi fare, come tutti noi «servi inutili», ne sono testimone come figlio, amico e fratello. Ogni 11 settembre, finché fisicamente potrò, verrò in questo luogo presso la Chiesa particolare di San Marino-Montefeltro, alla quale appartengo come presbitero ― benché non sia vissuto nel Montefeltro ma a Roma con te ―, per celebrare nel tuo luogo natale, oggi anche tuo luogo di sepoltura, una Santa Messa per l’anima immortale del padre, dell’amico e del fratello che sei stato per me.
Sia lodato Gesù Cristo!
Santa Maria del Mutino, loc. Monastero di Piandimeleto, 15 settembre 2025
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ESEQUIAL MASS FOR APOSTOLIC NUNCIO ADRIANO BERNARDINI. HOMILY DELIVERED BY FATHER ARIEL S. LEVI DI GUALDO
Diocese of San Marino-Montefeltro, Monastery Church of Piandimeleto, September 15, 2025, 3:00 PM. Esequial Mass for His Excellency Msgr. Adriano Bernardini, Titular Archbishop of Faleri and Apostolic Nuncio.
— Ecclesial actuality —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
† Gospel of John (14, 1-6)
«”Do not let your hearts be troubled. You have faith in God; have faith also in me. In my Father’s house there are many dwelling places. If there were not, would I have told you that I am going to prepare a place for you? And if I go and prepare a place for you, I will come back again and take you to myself, so that where I am you also may be. Where [I] am going you know the way”. Thomas said to him, “Master, we do not know where you are going; how can we know the way?” Jesus said to him, “I am the way and the truth and the life. No one comes to the Father except through me”».
Venerable Bishops Dominic, shepard of this particular Church, and Andrew, Bishops emeritus, Brother friends, and all of you dearly beloved present here: «Grace to you and peace from God our Father and the Lord Jesus Christ!».
Receiving the sacred anointing of the sick on August 30, Adriano Bernardini, Titular Archbishop of Faleri and Apostolic Nuncio, whispered to me the words of the Gospel of John: «Father, the hour has come» (Jn 17:1-2). For this reason, I chose to greet him with a homily taken from this Fourth Gospel, where the Apostle Peter asks Jesus: «Lord, where are you going? Jesus responds to Peter, who was not yet ready: “Where I am going, you cannot follow me now; you will follow me later”. He had said the same thing shortly before to all the disciples: “Where I am going, you cannot come”» (Jn 13:33-34).
These fragments reveal the emotion of the imminent separation from the Divine Master. Perhaps this is why the words of the Gospel just proclaimed open with an invitation from Jesus that becomes not only a promise but also a balm: «Do not let your hearts be troubled. Believe in God, believe also in me. In my Father’s house are many rooms».
With his words, Jesus is making his departure and the void it leaves an opportunity for rebirth for his disciples. By asking them for faith, he pushes them to transform their fear of the new and the terror of abandonment into the courage to give themselves, relying on the Lord who promises to go and prepare a place for them. He experiences his departure in relationship with those who remain and shows that he is not abandoning them, but is inaugurating a different phase of relationship with them. This separation is in preparation for a new welcome based on a specific promise: «I will take you to myself» (Jn 14:2-3).
In a difficult circumstance like this, it’s beautiful to return to the beginning, when the disciples, future apostles, first encountered Jesus and asked him: «Rabbi, Master, where are you staying?». He said to them: «Come and see».
«To remain» or «to abide», «to come» and «to see» are the verbs that, especially in the Gospel of John, describe the journey of faith, the disciple’s arrival, and the answer to Peter’s question: «Where are you going? Where can we meet you and find you again?» Jesus will one day say: «Remain in my love, as the branch remains in the vine, for I have kept my Father’s commandments and remain in his love. There is my dwelling place, where I remain and dwell» (Jn 15:9-10).
This is the disciple’s goal, for which there is no need to wait for the passing of death, because it is here, now, available to all, because Jesus has become the way. It is not a future reality that will be revealed beyond this life through death, a difficult passage for those who must cross it and a painful legacy for those who will have to live with the memory, but it is a present gift for those who «believe in him» (Jn 14:12).
Let not our hearts, then, be troubled by separation; rather, let us prepare ourselves from now to recognize the place that belongs to each of us in the eternal home that awaits us. Similar to the place of the beloved disciple who leaned his head on Jesus’ chest at the Last Supper. He was reclining in Jesus’ bosom (Jn 13:25), who, as the John prologue says, «has returned to the bosom of the Father and has opened the way» (Jn 1:18), now «when his hour has come to pass from this world to the Father» (Jn 13:1), he tells us: «No one comes to the Father except through me».
To try to propose the difficult, yet attainable and achievable, reasons for the Holy Gospel, the Church has always used many means, including diplomacy. This is the Apostolic Nuncio: a bearer and proclaimer of the Holy Gospel called to establish the Pax Christi in the world. But let’s try to illustrate this with a concrete example: in October 1962, the world came close to World War III with the “Cuban crisis”. By then, the two interlocutors, Nikita Khrushchev and John Fitzgerald Kennedy, could no longer speak or negotiate, because neither was willing to take a step back. It was at that tragic moment that the Holy Pontiff John XXIII intervened. It is worth remembering that he was not exactly the simpleton depicted in certain popular iconography; he came from the world of diplomacy and had been a refined diplomat, especially during his tenure as Apostolic Nuncio to France. Both sides simultaneously accepted the appeal, and the missile warheads headed toward Cuba were turned back. A few months later, in April 1963, the Holy Pontiff published his encyclical Pacem in Terris. The Gospel’s message of peace prevailed thanks to papal diplomacy. Today, contemporary history books tell us that this diplomatic intervention saved humanity from the risk of a Third World War.
Rather than reciting the litany of his virtues, I will mention one of his defects, to demonstrate how a servant of the Church and the Papacy can transform a defect into a virtue through the three virtues of faith, hope, and charity (cf. 1 Cor 13:1-13), which are not based on emotions, or worse, on visceral ideologies, but on reason. Fides quaerens intellectum and and vice versa intellectus quaerens fidem, or faith requires reason, and conversely, reason requires faith, as the father of classical scholasticism, Saint Anselm of Aosta, stated, in turn drawing on the thought of the Holy Father and Doctor of the Church, Augustine, Bishop of Hippo: credo ut intelligam and vice versa intelligo ut credam, or I believe in order to understand, I understand in order to believe. This culminated in the Holy Pontiff John Paul II, who summarized this relationship between reason and faith in the encyclical Fides et Ratio, Faith and Reason.
Resolute by temperament, he was capable of becoming immovable. In the last months of his life, he was weakened by illness, but retained his peculiar character. One day, during his final stay at the Roman nursing home Villa del Rosario — where, incidentally, he was excellently cared for by doctors, paramedics, and nuns — he began to consider a wrong thing that could have been harmful to him as right. I told him this, and at first he almost became angry, but I calmed him by reminding him of the Gospel passage recounting Jesus speech to Peter: «Truly, truly, I say to you, when you were younger, you girded yourself and walked where you wished; but when you grow old, you will stretch out your hands, and another will gird you and carry you where you do not wish to go» (Jn 21:18). He smiled and replied ironically: «All right, I will follow you, but try to take me where I want to go».
Christianity owes much to people of resolute character. Just think of the passage in the Acts of the Apostles where the Blessed Apostle Paul is described as «arguing with the Greeks» (translation: he argued with them); «but they sought to kill him» (translation: because they could not stand him). «When the brothers learned of this, they took him to Caesarea, and from there they sent him to Tarsus» (translation: we tried to save his life in the name of the nascent Christian charity). And finally, the diplomatic conclusion to this chronicle: «So the church throughout all Judea, Galilee, and Samaria had peace» (which translated means: thank goodness he left) (Acts 9:29-31). And yet, how much do we owe to the resolute and not a little rough-edged character of the Blessed Apostle Paul?
I have honored his will by avoiding beatifications through epic tales and triumphal biographies, as is sometimes customary at funerals, things he detested, also because none of us know God’s judgment, but we all know how great his reward is for his faithful servants, because only men of faith forged by authentic virtues are able to transform even their apparent defects into precious service to the Church; and in this sense, from Saint Paul to Saint Augustine, the list of these extraordinary men is very long. Those who harm the Church are not men made resolute by their strength of character, but those who cannot say yes when it is yes and no when it is no (cf. Mt 5:37); they are the weak, proud of their own weakness veiled in spiritualism and mysticism, unaware that we, in following Christ, are called to be the salt, not the sugar, of the earth (cf. Mt 5:13-16). In fact, when we were consecrated priests, we weren’t given a sentimental thought; the consecrating Bishop told us: «Realize what you will do, imitate what you will celebrate, conform your life to the mystery of the cross of Christ the Lord». All of this was based on the words of the Divine Master who admonished us: «If anyone would come after me, let him deny himself, take up his cross, and follow me» (Mt 16:24-25).
He sought to understand, live, and transmit all of this through a particular way of announcing and bringing the Gospel: ecclesiastical diplomacy in the service of the Church of Christ and the Apostolic See.
The source of true ecclesiastical diplomacy lies entirely inside and beyond the written lines of the Gospel, which, from century to century, until Christ’s return at the end of time, will never cease to highlight our human miseries and riches, our limitations and our greatness, our sins and our Christian virtues. And in these times, perhaps more than ever, we can say with the Blessed Apostle Paul: «have competed well; I have finished the race;f I have kept the faith» (2 Tim 4:7). Because it is not easy to maintain the faith, not even within that human society which is the visible Church, defined as “holy and sinful” by the Holy Bishop Ambrose, followed centuries later by Cardinal Joseph Ratzinger who, meditating on the ninth station of the Way of the Cross in 2005, lamented: «How much filth there is in the Church, and even among those who, in the priesthood, should belong completely to him!»
Who is this priest who ascended the pulpit to preach in memory of Bishop Hadrian? I am an unprofitable servant. As the Lord Jesus says: «When you have done all that you were commanded, say, “So should it be with you. When you have done all you have been commanded, say, “We are unprofitable servants; we have done what we were obliged to do”» (Lk 17:10). What was my intimate relationship with him? I answer by saying that the Gospel of Luke speaks of the great reserve of the Blessed Virgin Mary, who «And Mary kept all these things, reflecting on them in her heart» (Lk 2:19).
The Apostle writes to the people of Corinth: « Where, O death, is your victory?» (1 Cor 15:55). Reflecting on this passage at the end of his life, the Roman Pontiff Benedict XVI commented: «I am not preparing for the end but for an encounter, since death opens the way to life, to eternal life, which is not an infinite duplicate of the present time, but something completely new».
Have a good journey into the «new» world, and a good journey into the «eternal», Bishop Adriano. You have done what you had to do, like all of us «unprofitable servants». I bear witness to this as a son, friend, and brother. Every September 11th, as long as I am physically able, I will come to this place, to the particular Church of San Marino-Montefeltro, to which I belong as a priest — although I did not live in Montefeltro but in Rome with you — to celebrate in your birthplace, now also your burial place, a Holy Mass for the immortal soul of the father, friend, and brother you were to me.
Praised be Jesus Christ!
Santa Maria del Mutino, Monastero di Piandimeleto, 15 settembre 2025
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EXEQUIAS FÚNEBRES DEL NUNCIO APOSTÓLICO ADRIANO BERNARDINI. HOMILÍA PRONUNCIADA POR EL PADRE ARIEL S. LEVI DI GUALDO
Diócesis de San Marino-Montefeltro, Iglesia del Monasterio de Piandimeleto, 15 de septiembre de 2025. Exequias fúnebres de S.E. Mons. Adriano Bernardini, Arzobispo titular de Faleri y Nuncio Apostólico.
— Actualidad eclesial —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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†Del Evangelio según Juan (14, 1-6)
«En aquel tiempo, Jesús dijo a sus discípulos: “No se inquieten. Crean en Dios y crean también en mí. En la Casa de mi Padre hay muchas habitaciones; si no fuera así, se lo habría dicho a ustedes. Yo voy a prepararles un lugar. Y cuando haya ido y les haya preparado un lugar, volveré otra vez para llevarlos conmigo, a fin de que donde yo esté, estén también ustedes. Ya conocen el camino del lugar adonde voy”. Tomás le dijo: “Señor, no sabemos adónde vas. ¿Cómo vamos a conocer el camino?”.Jesús le respondió: “Yo soy el Camino, la Verdad y la Vida. Nadie va al Padre, sino por mí”».
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Venerables Obispos Domenico, pastor de esta nuestra Iglesia particular y Andrea pastor emérito, Cohermanos sacerdotes, amigos y todos estimados presentes: «Gracia y paz a vosotros de parte de Dios nuestro Padre y del Señor Jesucristo».
Recibiendo el 30 de agosto la unción de los enfermos Adriano Bernardini, Arzobispo titular de Faleri y Nuncio Apostólico, me susurró las palabras del Evangelio de Juan: «Padre, ha llegado la hora» (Jn 17, 1-2). Por eso he elegido despedirlo con una homilía extraída de este Cuarto Evangelio, donde el Apóstol Pedro pregunta a Jesús: «Señor, ¿adónde vas?». Jesús responde a Pedro que aún no estaba preparado: «Adonde yo voy, tú no puedes seguirme ahora; me seguirás más tarde». Lo mismo había dicho poco antes a todos los discípulos: «Adonde yo voy, vosotros no podéis venir» (Jn 13, 33-34)
Son fragmentos que revelan la emoción por la inminente separación del Divino Maestro. Quizás es por eso que las palabras del Evangelio recién proclamado se abren con una invitación de Jesús que se convierte, además de promesa, en bálsamo: «No se turbe vuestro corazón. Tened fe en Dios y tened fe también en mí. En la casa de mi Padre hay muchas moradas».
Con sus palabras Jesús está haciendo de su partida y del vacío que deja una ocasión de renacimiento para sus discípulos. Pidiéndoles fe, los impulsa a transformar el miedo hacia lo nuevo y el terror al abandono en valor para entregarse, apoyándose en el Señor que promete ir a preparar un lugar para ellos. Él vive su partida en relación con quien se queda y muestra que no lo está abandonando, sino que está inaugurando una fase diferente de relación con ellos. La separación es en vista de una nueva acogida basada en una promesa precisa: «Os tomaré conmigo» (Jn 14, 2-3).
En una circunstancia difícil como esta es bueno volver a los inicios, cuando los discípulos, futuros apóstoles, tuvieron el primer contacto con Jesús y le preguntaron: «Rabí, Maestro, ¿dónde moras?». Les dijo: «Venid y veréis».
“Permanecer” o “morar”, “venir” y “ver” son los verbos que sobretodo en el Evangelio de Juan describen el camino de fe, la llegada del discípulo y la respuesta a la pregunta de Pedro: «¿Adónde vas, dónde podemos encontrarte y hallarte de nuevo?». Jesús dirá un día: «Permaneced en mi amor, como el sarmiento permanece en la vid, porque yo he guardado los mandamientos de mi Padre y permanezco en su amor. Ese es el lugar donde habito, permanezco y moro» (Jn 15, 9-10).
He aquí la meta del discípulo para la cual no hay necesidad de esperar el tránsito de la muerte, porque está aquí, ahora, disponible para todos, porque Jesús se ha hecho camino. No es una realidad futura que se revelará más allá de esta vida a través de la muerte, un paso difícil para quien debe atraversarlo y un doloroso legado para quien deba convivir con el recuerdo, sino un regalo presente para quien «cree en él» (Jn 14, 12).
Que no sea pues turbado nuestro corazón ante la separación, sino preparémonos desde ahora a reconocer el lugar que a cada uno de nosotros corresponde en la morada eterna que nos aguarda. Que es similar al lugar del discípulo amado quien reclinó su cabeza en el pecho de Jesús en la última cena. Este estaba reclinado en el seno de Jesús (Jn 13, 25), el cual, como dice el prólogo joánico «ha vuelto al seno del Padre y ha abierto el camino» (Jn 1,18), ahora «habiendo llegado su hora de pasar de este mundo al Padre (Jn 13, 1) nos dice: «Nadie va al Padre sino por mí».
Para tratar de proponer las razones no fáciles, pero alcanzables y realizables del Santo Evangelio, la Iglesia se sirve desde siempre de muchos medios, incluida la diplomacia. Esto es el Nuncio Apostólico: un portador y anunciador del Santo Evangelio llamado a realizar la pax Christi en el mundo. Pero intentemos representar todo esto con un ejemplo concreto: en octubre de 1962 el mundo rozó la Tercera Guerra Mundial con la “crisis de Cuba”. Ya los dos interlocutores, Nikita Jrushchov y John Fitzgerald Kennedy no podían hablar ni negociar, porque ninguno de los dos estaba dispuesto a dar un paso atrás. Fue en ese momento trágico cuando intervino el Santo Pontífice Juan XXIII que, es bueno recordarlo, no era propiamente aquel simple campesino representado en ciertas iconografías populares. Provenía del mundo de la diplomacia y había sido un diplomático refinado, especialmente en su función como nuncio apostólico en Francia. Los dos interlocutores acogieron el llamamiento simultáneamente y las cabezas misilísticas en ruta hacia Cuba volvieron para atrás. Pocos meses después, en abril de 1963, el Santo Pontífice publicó su encíclica Pacem in Terris. El mensaje de paz del Evangelio prevaleció gracias a la diplomacia pontificia. Hoy, los libros de historia contemporánea narran que aquella intervención diplomática salvó a la humanidad del riesgo de una Tercera Guerra Mundial.
En lugar de recitar las letanías de las virtudes aludiré a un defecto suyo, para demostrar cómo un servidor de la Iglesia y del Papado puede mutar un defecto en virtud a través de las tres virtudes de fe, esperanza y caridad (cfr. I Cor 13, 1-13), las cuales no se sostienen sobre emociones, o peor aún sobre ideologías viscerales, sino sobre la razón. Fides quaerens intellectum e inversamente intellectus quaerens fidem, es decir: la fe requiere la razón e inversamente la razón requiere la fe, como enunció el padre de la escolástica clásica San Anselmo de Aosta remitiéndose a su vez al pensamiento del Santo Padre y doctor de la Iglesia Agustín obispo de Hipona: credo ut intelligam e inversamente intelligo ut credam, o sea, creo para entender, entiendo para creer. Y finalmente se llega al Santo Pontífice Juan Pablo II que resumió esta relación entre razón y fe en la encíclica Fides et Ratio, fe y razón.
Decidido por temperamento, era capaz de volverse inamovible. En los últimos meses de vida fue debilitado por la enfermedad, pero conservaba su carácter peculiar. Un día, durante su última estancia en la casa de cura romana Villa del Rosario — donde, por cierto, fue atendido de modo excelente por médicos, paramédicos y religiosas —, empezó a considerar correcta una cosa errónea que habría podido ser nociva para él. Se lo dije y, al principio, casi se enojó, pero lo calmé recordándole la página del Evangelio en la cual se narra el discurso en que Jesús dice a Pedro: «“En verdad, en verdad te digo: cuando eras más joven, te ceñías e ibas adonde querías; pero cuando seas viejo, extenderás tus manos, y otro te ceñirá y te llevará adonde no quieras”» (Jn 21, 18). Sonrió y respondió irónico: está bien, te seguiré, pero trata de llevarme adonde yo quiero ir».
A las personas de carácter decidido la Cristiandad debe mucho, basta pensar en el pasaje de los Hechos de los Apóstoles donde se narra que el Beato Apóstol Pablo «discutía con los griegos» (traducción: reñía con ellos); «pero estos buscaban matarlo» (traducción: porque no lo soportaban). «Los hermanos, al saberlo, lo condujeron a Cesarea y de allí lo enviaron a Tarso» (traducción: intentemos salvarle la vida en nombre de la naciente caridad cristiana). Y al cierre la diplomática conclusión de esta crónaca: «Así la Iglesia, por toda Judea, Galilea y Samaria, tenía paz» (que traducido significa: menos mal que se fue) (Hch 9, 29-31). Y sin embargo, ¿cuánto le debemos al carácter decidido y no poco espinoso del Beato Apóstol Pablo?
He honrado su voluntad evitando beatificaciones por medio de relatos épicos y biografías triunfales, como a veces se suele hacer en los funerales, cosas detestadas por él, también porque ninguno de nosotros conoce el juicio de Dios, pero todos sabemos cuán grande es su recompensa para sus siervos fieles, porque solo los hombres de fe forjados por las auténticas virtudes logran mutar en servicio precioso para la Iglesia incluso sus aparentes defectos; y en tal sentido, desde San Pablo hasta San Agustín, la lista de estos hombres extraordinarios es muy larga. No son los hombres decididos por su fuerza de carácter los que dañan a la Iglesia, sino aquellos que no saben decir sí cuando es sí y no cuando es no (Cfr. Mt 5, 37); son débiles orgullosos de su debilidad velada en espiritualismos y misticismos, inconscientes de que nosotros, en la secuela de Cristo, hemos sido llamados a ser la sal y no el azúcar de la tierra (cfr. Mt 5, 13-16). De hecho, cuando fuimos consagrados sacerdotes no se nos regaló un pensimiento empalagoso, el Obispo consagrante nos dijo: «Date cuenta de lo que harás, imita lo que celebrarás, conforma tu vida al misterio de la cruz de Cristo Señor». Todo ello, basado en las palabras del Divino Maestro que nos ha advertido: «Si alguno quiere venir en pos de mí, niéguese a sí mismo, tome su cruz y me siga» (Mt 16, 24-25).
Todo esto él ha buscado comprenderlo, vivirlo y transmitirlo a través de un modo particular de anunciar y llevar el Evangelio: la diplomacia eclesiástica al servicio de la Iglesia de Cristo y de la Sede Apostólica.
La fuente de la verdadera diplomacia eclesiástica está toda contenida en las líneas, dentro de las líneas y más allá de las líneas del Evangelio que, de siglo en siglo, hasta el retorno de Cristo al final de los tiempos, no cesará de poner en evidencia nuestras miserias y nuestras riquezas humanas, nuestros límites y nuestras grandezas, nuestros pecados y nuestras virtudes cristianas. Y en estos tiempos, quizás más que nunca, podemos decir con el Beato Apóstol Pablo: «He combatido el buen combate, he terminado mi carrera, he guardado la fe» (II Tim 4, 6). Porque no es fácil conservar la fe, ni siquiera dentro de aquella sociedad humana que es la Iglesia visible, definida «Santa y pecadora» por el Santo obispo Ambrosio, o siglos después, por el Cardenal Joseph Ratzinger quien meditando en 2005 la novena estación del Vía Crucis lamentó: «¡Cuánta suciedad hay en la Iglesia, y precisamente entre aquellos que, en el sacerdocio, deberían pertenecerle completamente!».
¿Quién es este sacerdote subido al púlpito a predicar en memoria de Adriano obispo? Soy un siervo inútil. Como de hecho dice el Señor Jesús: «“Cuando hayáis hecho todo lo que se os ha mandado, decid: “Somos siervos inútiles. Hemos hecho lo que debíamos hacer””» (Lc 17, 10). ¿Cuál era mi relación íntima con él? Respondo diciendo que en el Evangelio lucano se habla de la gran reserva de la Bienaventurada Virgen María que «por su parte, guardaba todas estas cosas meditándolas en su corazón» (Lc 2, 19).
Escribe el Apóstol a los habitantes de Corinto: «¿Dónde está, oh muerte, tu victoria?» (I Cor 15, 55). Reflexionando sobre este paso al final de su vida, el Sumo Pontífice Benedicto XVI comentó: «No me preparo para el final sino para un encuentro porque la muerte abre a la vida, a la vida eterna, que no es un infinito duplicado del tiempo presente, sino algo completamente nuevo».
Buen viaje hacia lo «nuevo» buen viaje «hacia lo eterno», Adriano obispo, has hecho cuanto debías hacer, como todos nosotros «siervos inútiles», de ello soy testigo como hijo, amigo y hermano. Cada 11 de septiembre, mientras físicamente me sea posible, vendré a este lugar bajo la jurisdicción de la Iglesia particular de San Marino-Montefeltro, a la cual pertenezco como presbítero — aunque no haya vivido en Montefeltro sino en Roma contigo —, para celebrar en tu lugar natal, ya hoy tu lugar de sepultura, una Santa Misa por el alma inmortal del padre, del amigo y del hermano que has sido para mí.
¡Alabado sea Jesucristo!
Santa Maria del Mutino, Monastero di Piandimeleto, 15 Septiembre 2025
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L’amaro caso del presbitero Paolo Zambaldi della Diocesi di Bolzano-Bressanone: cronaca di una morte annunciata
/in Attualità/da Padre IvanoIl sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»
(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma
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