Lo Spirito Santo in Gesù: Maestro spirituale nel cammino di Quaresima

LO SPIRITO SANTO IN GESÚ: MAESTRO SPIRITUALE NEL CAMMINO DI QUARESIMA

Nel cammino quaresimale giungiamo dal deserto fino al Calvario, e da questo luogo di consumazione del cuore di Cristo per gli uomini, si passa a quella consumazione charis-matica che è missione e compito per la vita della Chiesa.

— Attualità pastorale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Nella prima Domenica di Quaresima si legge tradizionalmente la pericope evangelica delle tentazioni di Gesù nel deserto.

I tre Vangeli sinottici, compreso il più sintetico Marco, concordano nel sottolineare una cosa importante e cioè che Gesù viene sospinto nel deserto dallo Spirito, per essere tentato dal diavolo. Questa vicenda rappresenta un momento forte che qualifica l’identità di Gesù, poiché Egli, pieno di Spirito Santo, inaugurerà di li a poco l’anno di grazia giubilare (cfr. Lc 4,18-19), mentre le Sue opere realizzeranno la buona novella che libera e guarisce quei poveri che trepidanti attendono il Regno di Dio. Ma non può esserci anno di grazia – non c’è vero giubileo – senza il fermo proponimento di porre fine al regno di satana e delle sue opere. In Gesù Cristo questa promessa si compie (cfr. Lc 10,18), è nel suo Battesimo al Giordano che prende avvio la vittoria sul male, che avrà un primo momento di combattimento nell’agone del deserto e culminerà poi sul Golgota in quel tempo fissato (cfr. Lc 4,13) che è káiros di salvezza per ogni uomo.

Come già anticipato, la cornice narrativa determina anche la chiave di lettura interpretativa di quel passo delle tentazioni. Esso si colloca dopo il battesimo al Giordano, nel momento della teofania del Padre per mezzo della quale Egli riconosce solennemente il Figlio, il Messia e il profeta ricolmo del fuoco dello Spirito Santo. Non è esegeticamente ardito vedere qui un passaggio di testimone tra Giovanni il Battista – colui è il profeta di fuoco (cfr. Mt 11,14; 17,12; Sir 48,1)– e Gesù, colui che possiede la pienezza del fuoco dello Spirito Santo. Questo Spirito effuso sul Cristo rimarrà stabilmente su di Lui e, come i Vangeli ricordano, per ben tre volte durante la sua vita terrena consacra la Sua vita ed il ministero pubblico.

La prima volta nel grembo della Vergine Maria, primo altare sul quale Gesù viene unto dallo Spirito Santo (cfr. Mt 1,20); la seconda unzione è appunto quella nel fiume Giordano; la terza avverrà sulla croce, dove Cristo, morendo dona lo Spirito Santo al mondo (cfr. Gv 19,30). E quell’ ultimo sospiro sarà preludio all’effusione dello Spirito Santo che comunicherà agli apostoli nella domenica di Pasqua (cfr. Gv 20,21-22).

Soffermandoci sulla seconda unzione o consacrazione pneumatologica di Gesù al Giordano, notiamo come Egli, in quella circostanza, unisce a sé solidarmente tutta la stirpe umana, di cui ne condivide la natura, le gioie, le speranze e le sofferenze. Nell’abbraccio dello Spirito Santo con Gesù si rivela la Sua profonda identità che, poi, attraverso i sacramenti, verrà comunicata dalla Chiesa agli uomini e che la teologia paolina esprime così nella lettera ai Galati: «Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!» (Gal 4,6). Uno Spirito donato, dunque, per riconoscere il Padre e il Figlio Suo Gesù, Signore e Salvatore nostro, che svolge anche l’azione di condurre a Gesù gli uomini, affinché siano uniti a Lui nell’immersione pasquale di morte e risurrezione.

Nel battesimo al Giordano Gesù si fa solidale con noi cosicché tutti veniamo presentati al Padre in quanto figli nel Figlio, pur riconoscendoci ancora bisognosi di conversione e – cosa importante – tutti, attraverso l’umanità di Gesù, riceviamo quell’unzione dello Spirito Santo che ci permette di affrontare le tentazioni del maligno e di superarle, il che rappresenta, per i cristiani il primo importante passo del cammino battesimale, nella conversione e nella libera scelta.

Infatti lo Spirito Santo nel deserto mette l’umanità di Cristo di fronte al male perché possa combatterlo e scegliere nella libertà di Figlio di permanere nell’obbedienza al Padre. Allo stesso modo lo Spirito Santo agisce in noi, manifestandoci lo scandalo del mistero di iniquità che può essere vinto soltanto permanendo nell’obbedienza a Dio, radicati nell’unica sua parola: «sta scritto, è stato detto» (cfr. Lc 4,4. 8.12). Non è più tempo per l’uomo, come accadde ai progenitori in Eden, di nascondersi a causa del peccato o della sconcertante devastazione che esso provoca nella vita, ma per mezzo dello Spirito egli è chiamato ad agire, ad impugnare la spada (cfr. Ef 6,17) e a dare guerra al maligno che è già stato respinto nell’umanità di Cristo.

La Quaresima diviene in tal modo, anno per anno, un cammino di consapevolezza spirituale sempre maggiore e ogni volta diverso. Un cammino di ascolto del maestro interiore – lo Spirito Santo – che invoglia l’uomo a «vedere», potremmo anzi dire, a fare esperienza di Lui: «Venite, vedete le opere del Signore» (cfr. Sal 46, 9). E quali sono le opere che lo Spirito Santo, come Signore, compie? Sono quelle stesse opere che vediamo realizzarsi nella vita terrena di Gesù e che egli ripropone a coloro che intendono seguirlo: venerazione e contemplazione del Padre, annientamento di sé stessi e dono di sé agli uomini.

La Quaresima si presta a questa triplice dinamica affinché, sotto la guida attenta dello Spirito Santo, non ci sia più spazio per l’emotività disordinata o per rivelazioni apocalittiche, poiché tutto conduce a una conformazione della propria vita a quella di Cristo che solo lo Spirito è in grado di operare in pienezza nell’uomo. Vediamo come ciò avviene, attraverso tre movimenti.

Il primo movimento corrisponde a un moto ascensionale, il che significa fissare lo sguardo non sulla propria miseria di peccatore, ma sollevare gli occhi verso Dio che è Padre. Ciò ci permette di contemplare la Sua opera redentiva nel Figlio Gesù: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (cfr. Gv 6, 29). Il centro dell’esistenza, ciò che dà senso e ferma speranza al cammino spesso difficile della vita dell’uomo è la fede in Gesù, l’incontro con Cristo. Non si tratta di seguire un’idea, un progetto, ma di incontrare Gesù come una Persona viva, di lasciarsi coinvolgere totalmente da Lui e dal suo Vangelo. Per questo Gesù invita a non fermarsi ad un piano puramente umano, ma ad aprirsi all’orizzonte di Dio, quello della fede. Egli esige quest’unica opera: accogliere il piano di Dio, cioè «credere a colui che egli ha mandato» (cf. Benedetto XVI, Angelus, Castel Gandolfo, 5 agosto 2012).

Il secondo movimento è un moto abissale, esso coincide con la realtà della croce. Significa portare quel giogo che ci fa piccoli, che quotidianamente ridimensiona il nostro io e ci permette di rinunciare al dominio sul fratello e sulle cose, scansando l’egoistica ossessione del possesso, mettendo la propria persona al servizio, ovvero volgendosi di preferenza a coloro che non hanno possibilità alcuna di ricambiare (cfr. Lc 14,13-14).

Il terzo movimento è un moto orizzontale, esso coincide con quel «fino alla fine» di Gv 13,1, che Gesù mette in atto dapprima nel Cenacolo con gli apostoli, ma poi realizza compiutamente per tutti sul Calvario. Lì Gesù fa pieno dono di sé agli uomini. Così come lo Spirito Santo lo aveva sospinto nel deserto, quasi per necessità salvifica, ora Gli fa salire l’erta del Calvario dove avverrà l’ultimo, definitivo e necessario combattimento contro il maligno; mentre intanto questi propone la sua messianicità alternativa che contraddice il disegno del Padre: «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!» (cfr. Mt 27,40); «Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi sé stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto”. Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”» (cfr. Lc 23,35-37). Questo moto orizzontale non ha primariamente un significato filantropico o solidaristico come lo si potrebbe frettolosamente intendere, ma è una lucida richiesta di consumazione del proprio cuore per l’altro. È il compimento definitivo che giunge perfino al perdono dei nemici. Lì la tentazione demoniaca non può arrivare, lì c’è solo e soltanto l’opera dello Spirito Santo che trasforma l’intimo dell’uomo fino alla consumazione per l’altro, così come Cristo ha fatto. Il Consummatum est di Cristo è l’inizio di ogni operazione charis-matica del cristiano e della Chiesa; per questo l’amore trova la sua fonte nella terza persona della Trinità che prende stabilmente dimora nella creatura (cfr. Rm 8,9).

Per concludere, nel cammino quaresimale giungiamo dal deserto fino al Calvario, e da questo luogo di consumazione del cuore di Cristo per gli uomini, si passa a quella consumazione charis-matica che è missione e compito per la vita della Chiesa. Sottolineando quei tre movimenti su ricordati, a cui l’uomo, seguendo Cristo, cerca di conformarsi per vocazione, abbiamo delineato un percorso spirituale e un cammino missionario, di annuncio, di autenticità cristiana e battesimale, per coloro che hanno ricevuto l’effusione dello Spirito Santo e che vivono la vita cristiana sotto il segno della Pentecoste. Questo è divenuto vero per i cristiani fin da subito, appena dopo la morte, la risurrezione e ascensione al cielo di Cristo. Lo Spirito Santo effonde con magnanimità su tutta la Chiesa doni e carismi, come testimoniano il Vangelo di Marco e le lettere paoline. Lo stesso libro degli Atti degli Apostoli è una sinfonia pneumatologica dell’opera dello Spirito nella vita della Chiesa delle origini, che poi proseguirà nei secoli successivi nei quali, stupefatti, assisteremo alla nascita di inaspettati doni: il martirio, la santità degli anacoreti, la dottrina dei grandi dottori, la carità ecclesiale, la vita sacramentale e orante; essi lasciano intravedere ovunque la firma dello Spirito Santo quale maestro interiore. La Quaresima è un cammino in compagnia dello Spirito Santo, è la realizzazione di quel sogno di diventare simili a Dio ottenuto non nella disobbedienza e con il peccato, come per i progenitori, ma nella mediazione di Cristo: Egli è il solo che può condurre l’uomo al Padre.

Sanluri, 16 aprile 2025

 

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L’ultima del Senatore Dario Franceschini: «Il cognome paterno è una tradizione patriarcale» …

L’ULTIMA DEL SENATORE DARIO FRANCESCHINI: «IL COGNOME PATERNO È UNA TRADIZIONE PATRIARCALE»

Se vogliamo un pensiero per così dire “di sinistra”, bisogna tornare indietro al finire degli anni Sessanta del Novecento, aprire una enciclica scritta da Paolo VI nel 1967 intitolata Populorum Progressio, leggerla con attenzione e imparare quel che dovrebbe essere realmente il progresso dei popoli basato sul buon senso umano e cristiano, non sulla cieca ideologia.

— Attualità —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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La proposta di legge del Senatore Dario Franceschini che prevede la possibilità di attribuire automaticamente il cognome materno ai neonati ha generato un acceso dibattito pubblico, con voci e commenti contrastanti. Proposta da lui definita come

«un risarcimento per una ingiustizia secolare che ha avuto non solo un valore simbolico, ma è stata una delle fonti culturali e sociali delle disuguaglianze di genere» (cfr. QUI)

I Sostenitori della proposta la vedono come un adattamento legislativo e sociale necessario che segue i cambiamenti costitutivi delle famiglie, affinché vi sia maggiore parità di genere e sia eliminata l’usanza del cognome paterno, considerata “tradizione patriarcale”. A questo modo sarebbe dato un ruolo maggiore alle madri a livello sociale, con maggiore libertà di scelta del cognome da trasmettere ai figli da parte dei genitori, promuovendo una visione più equilibrata e reale del concetto più ampio di famiglia rispetto a quello considerato troppo restrittivo della cosiddetta “famiglia non tradizionale”. La proposta non esclude la possibilità per i genitori di scegliere congiuntamente il cognome, inclusa l’opzione del doppio cognome.

I critici della proposta sostengono che essa rischia di creare confusione sull’identità familiare, influenzare la percezione del rapporto coi genitori e relativa figliolanza, producendo divisioni all’interno delle famiglie in caso di disaccordo tra i genitori per la scelta del cognome.

Per i giuristi e gli esperti esistono innegabili problematiche sulla proposta riguardo la complessità burocratica che potrebbe derivare dall’applicazione della legge, come ad esempio le difficoltà nella gestione dei documenti e delle pratiche amministrative. A tal proposito la Suprema Corte Costituzionale ha già dato delle indicazioni per il superamento del cognome prettamente paterno, in cui possono rientrare le fattispecie e le casistiche a cui è mirata la proposta.

È difficile prevedere con precisione quanti neonati riceverebbero il cognome materno in seguito all’approvazione della legge, senza dati specifici sulle preferenze dei genitori, qualsiasi calcolo sarebbe approssimativo ma comunque indicativo. Analizzando alcuni dati dell’ente nazionale di statistica (cfr. QUI), si evince che:

– La natalità in Italia è in costante calo, nel 2023, i nati residenti in Italia sono stati 379.000, segnando un nuovo minimo storico con un calo di 14.000 unità rispetto al 2022 (-3,6%);
– Le madri sole, o le cosiddette famiglie “monogenitoriali”, hanno statistiche ancora molto approssimative per il campione così ridotto, tuttavia, i nuclei famigliari in cui la madre è il genitore unico è aumentato come conseguenza dei divorzi, separazioni e scelte singolari di maternità;
– I “monogenitori”, ossia padri e madri soli, tra il 2011 e il 2021 hanno registrato un aumento del 44%: le madri sole sono aumentate del 35,5%, mentre i padri soli si sono incrementati attestandosi all’85%.

Questa proposta di legge sarebbe interessante per i nuclei “monogenitoriali” che secondo i dati ISTAT sarebbero in crescita e che comprendono le famiglie sensibile alle questioni di parità di genere, le famiglie con genitori non sposati in cui la scelta del cognome può essere più complessa, in questo e altri casi la proposta semplificherebbe il processo di assegnazione del cognome. È estremamente difficile calcolare con precisione quante famiglie sceglierebbero effettivamente di utilizzare il cognome materno, ma potrebbe arrivare anche al 10-20% delle famiglie, ciò rappresenterebbe un numero significativo di individui che non devono essere esclusi.

La scelta politica della sinistra, negli ultimi anni potrebbe essere considerata progressista, ma volendo anche una forma di lotta radicale per il riconoscimento civile e l’adeguamento giuridico e sociale verso i gruppi minoritari. Secondo quello che dicono gli attuali esponenti politici nei loro discorsi ideologici fatti sulle televisioni e nei comizi sulle piazze, questi gruppi, ostracizzati o condannati nel corso della storia, oggi devono ricevere il proprio pieno riconoscimento all’interno della società, se la società stessa vuole essere veramente civile. Questo abbandono della sinistra verso l’ideale della lotta di classe o contro certi sistemi economici in cui l’operario o il membro della classe proletaria era strumentalizzato come elemento di propaganda, non è più così importante e rilevante, come lo è la lotta per questi gruppi minoritari, o per dirla in altri termini: dalle lotte operaie di piazza con le sfilate dei metalmeccanici in tuta, siamo passati al gay pride con gli uomini arcobalenati vestiti come grottesche fatine in tacchi e calze a rete.

È una scelta ideologica, quella dei post-comunisti, che appare oggi più in contradizione con un mondo nel quale la difesa dei deboli, all’interno di poteri economici-cannibali, è favorita nelle sue tragiche diseguaglianze tra le classi proprio dalle Sinistre internazionali, quelle che ieri urlavano “peace and love” e che oggi urlano al riarmo dell’Europa, con in testa la Germania, che a suo tempo non fu disarmata propriamente per caso.

Il transfert freudiano su certe minoranze privilegiate come i cisgender e chi non vuole accettare e adeguarsi a ruoli e schemi “tradizionali” sociali, sembra una sorta di “aggiornamento della lotta di classe” o, meglio una sua parodia, affinché si possa rivoluzionare i concetti basilari della cultura che a poco a poco riescono a “educare” le nuove generazioni, oltre al popolo obbligato a sua volta a cambiare la società alla propria radice. La scelta comunque ideologica, anche se rivendica una maggiore inclusione e tolleranza, troppo spesso mette in risalto la esclusività di questi gruppi minoritari a discapito della maggioranza della popolazione. Sono segmenti statisticamente inferiori che vengono salvati e protetti dalla “massa” quasi come una nuova sorta di “fascio” superiore diverso e accogliente. Tema complesso, questo, sul quale ha scritto un saggio lungimirante un nostro autore, Francesco Mangiacapra, nella sua opera Il golpe del politicamente corretto – Quando le minoranze divengono dittatura.

La nuova lotta degli esponenti di sinistra non solo dimentica il popolo, come provano i fatti, ma con inconsapevole vena comica usa quella dialettica in cui sono presentate le politiche degli avversari come “retorica di pancia”, o come “bieco populismo”, fomentati da talk show che alimentano il vittimismo, le pose da perseguitati e il bisogno di un riscatto vendicativo, anziché la ricerca della giustizia retributiva e dei beni di ogni individuo al di sopra di loro personali piaceri egoistici o egocentrici. 

Se vogliamo un pensiero per così dire “di sinistra”, bisogna tornare indietro al finire degli anni Sessanta del Novecento, aprire una enciclica scritta da Paolo VI nel 1967 intitolata Populorum Progressio, leggerla con attenzione e imparare quel che dovrebbe essere realmente il progresso dei popoli basato sul buon senso umano e cristiano, non sulla cieca ideologia.

dall’Isola di Patmos, 9 aprile 2025

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Sempre a proposito di Silere non Possum: dal “hombre vertical” ai “piglianculo” e “quaquaraquà” di Leonardo Sciascia

SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA

Siccome viene riferito che il Sig. Marco Perfetti abbia iniziato un percorso di formazione nel seminario de La Spezia, poi presso la Comunità Nuovi Orizzonti di Genova, poi un paio d’anni nel seminario di Massa Carrara dove riferiscono d’averlo accompagnato alla porta; siccome riferiscono che avrebbe tentato un avvicinamento ad Assisi, dove all’epoca era guardiano del Sacro Convento il futuro Cardinale Mauro Gambetti, attualmente Arciprete della Papale Arcibasilica di San Pietro, oggetto da due anni di decine di articoli di insulti violenti; siccome riferiscono che avrebbe tentato di avvicinarsi ad alcune istituzioni tradizionaliste e ad alcune comunità monastiche, dal momento che però egli lo nega, forse andrebbe chiarito: tra gli ecclesiastici e i formatori di seminario di tre diverse diocesi e il diretto interessato, chi dice il vero e chi dice il falso?

 

 

 

 

 

 

 

 

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Siamo molto lontani dal 1898 quando Leone XIII, venne ripreso con una cinepresa mentre accavallava le gambe. Immagini che finirono perfino in luoghi poco consoni o addirittura lascivi, tanto che il Vaticano fu costretto a rompere i rapporti con gli americani che avevano realizzato quelle riprese e li instaurarono con i fratelli Calcina e i Lumière.

Più recentemente forse alcuni ricordano che nel 2015 venne sospeso l’accredito a un vaticanista di lungo corso del calibro di Sandro Magister, reo d’aver rotto l’embargo sulla tanto attesa enciclica di Papa Francesco «Laudato sì», anticipandone stralci, qualche giorno prima dell’uscita, su L’Espresso.

Tutto questo sembra preistoria rispetto all’attuale panorama che, grazie alla diffusione dei social, vede un proliferare di personaggi accreditarsi come autorevoli conoscitori delle cose vaticane e della vita della Chiesa o dei suoi rappresentanti. Caso eclatante il blog Silere non Possum, che nei propri social indica come luogo di “residenza” lo Stato della Città del Vaticano, con il suo blogghettaro che in suoi video e articoli ripete con gran sicumera: «… noi in Vaticano … qua in Vaticano …». Insomma: una barzelletta, se dietro non vi fosse la tragedia.

I social, come sappiamo e sperimentiamo, sono strumenti favolosi se usati bene, ma possono essere altrettanto deleteri se usati in modo pessimo, per colpire qualcuno, persona o istituzione, o per delegittimare o portare discredito. Usati senza controllo di verifica o possibilità di ragionata replica, possono portare a conseguenze pericolose, o perlomeno fastidiose. Non è da ora che suona l’allarme a causa di coloro che usano questi mezzi per diffondere fake news o distorcere la realtà dei fatti per i propri fini. Se costoro sono colti sul vivo o fatti oggetto di risposte argomentate e provate, son capaci di rivoltarsi piccati, negare o, peggio, usare un vecchio metodo invalso presso le istituzioni antiche come la Chiesa Cattolica: il ricorso alla lettera delatoria. È un espediente tipico dei subdoli, che non sapendo rispondere alle argomentazioni, si rivolgono al superiore di chi si vuole colpire, al capo che sta sopra, oppure, se si tratta di un sacerdote, perfino a tutto il presbiterio a cui quel chierico è legato da affetto, oltre che per incardinazione. Esattamente come ha fatto pochi giorni fa Marco Perfetti, inviando una lettera delirante trasbordante veleno indirizzata a tutti i membri del presbitèrio della Diocesi cui appartiene Padre Ariel S. Levi di Gualdo, la quarta in ordine di serie, dal novembre 2023 a oggi.

Lo scopo di questo viscido velenoso è di colpire basso, non importa la persona, la sua dignità e neanche quel che ha scritto per contraddire notizie errate. Ciò che si vuole raggiungere è il maggior discredito possibile, usando perfino quei toni ecclesiastici melensi e untuosi che vorrebbero far passare la sporca operazione per qualcosa di sano, giusto, provvidenziale nei riguardi di quel Presbitèrio, di quell’Ordine storico o di quella congregazione religiosa guardati con commiserazione per annoverare cotante persone che osano contraddire i novelli paladini della comunicazione (sic!) vaticana ed ecclesiale, coloro che si definiscono come quelli che Tacer non possono, salvo celarsi però dietro il più vile anonimato.

Non solo Padre Ariel, che della rivista è direttore responsabile e figura fra i fondatori assieme al compianto Antonio Livi, ultimo filosofo e teologo della Scuola Romana, e al teologo domenicano Giovanni Cavalcoli, tutt’oggi membro del comitato scientifico delle Edizioni L’Isola di Patmos, tutti i redattori della rivista L’Isola di Patmos sono stati fatti oggetto recentemente del trattamento appena descritto. In particolare la cosa potrebbe essere passata sotto silenzio e simili soggetti neanche presi in considerazione, seguendo l’adagio di un personaggio immaginario, il celebre Cetto La Qualunque, impersonato dall’attore Antonio Albanese: «Non ti sputo se no ti profumo!». Ma siccome i Padri redattori de L’Isola di Patmos hanno sempre avuto avanti agli occhi il bene dei propri lettori e a seguire l’onestà intellettuale, si trovano costretti a parlare perfino di queste fastidiose facezie, cosa di cui farebbero molto volentieri a meno.

Che Padre Ariel usi toni forti non data da oggi. Viene scritto che usa parolacce. Io non ne sono capace, però sono sicuro che siano tutte presenti nei dizionari della lingua italiana e sulla Treccani e che hanno fatto la fortuna di scrittori facondi come Aldo Busi che scrisse nel 1994 Cazzi e canguri (pochissimi i canguri) o Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, edito nientemeno che da Mondadori. E che dire del Prof. Vittorio Sgarbi, a cui va il nostro pensiero in questo momento di sua difficoltà fisica e psichica, che della parolaccia ne ha fatto un emblema. Ma se vogliamo prendere gli ecclesiastici che facevano intelligente uso del turpiloquio, non per volgarità, ma per sana pedagogia, basti ricordare Benedetto XIV, al secolo Prospero Lambertini, che parlando intercalava dicendo «cazzo!» ogni tre parole.

Poc’anzi ho citato apposta Aldo Busi perché una delle accuse rivolte in quel modo subdolo a Padre Ariel è che lui pensa sempre ai gay e alla conseguente lobby diffusa nella Chiesa, come se la conoscesse a menadito e anzi ne facesse parte. Non sa forse, il povero scrittor di lettere, che Padre Ariel ne discettava già dal 2011 (vedere QUI) con l’intento di mettere in guardia i responsabili ecclesiastici da quella deriva? Un po’ diverso da chi ― poverino ― invece di confrontarsi, preferisce riversare veleno presso Ordinari Diocesani e Superiori su religiosi e sacerdoti, mentre sul proprio blog si aprono le porte ad affermazioni sul rapporto fra Bibbia e omosessualità di questo genere:

«Leggendo con attenzione questi testi, quindi, non c’è nulla contro l’omosessualità».

Non c’è nulla? Allora perché poi, nello stesso testo, viene visto con favore un fantomatico rapporto omosessuale fra un centurione e il suo servo guarito da Gesù? Leggo infatti sulla pagina di Silere non Possum parole che non sarebbero mai uscite neppure come fantasiose ipotesi dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli:

«Non è sconveniente pensarlo. Pensate se fosse davvero così, dovremmo spiegare ai blog psico repressi (sic!) che Gesù ha fatto l’elogio più grande proprio a un omosessuale. Ma questo non dovrebbe stupirci. I riferimenti potrebbero essere molti, ci sono anche espressioni greche che specificano determinate tipologie di amore anche in riferimento ai discepoli e Gesù stesso, fra Lazzaro e Gesù, ecc… Si tratta però, come sempre, di voler cercare delle risposte nella Scrittura che non ci vengono offerte, non sono necessarie. È come se volessimo sapere, leggendo l’episodio delle nozze di Cana, come era vestita la sposa. La Scrittura non lo dice. Non ci importa» (QUI).

Che dire? Volendo potremmo richiamare alla mente Paolo Poli, che a proposito delle rivendicazioni assurde di certi stizzosi e inaciditi affermava:

«I gay potrebbero avere la possibilità di esprimere una propria unicità e diversità nel senso più vero del termine. Invece no, vogliono giocare a marito e moglie e avere il permesso del Papa per potersi inculare!» (Dall’intervista a GayTv del 17 dicembre 2003)

Ho citato poi Sgarbi non a caso. Perché, se vero che ha fatto della parolaccia e dell’epiteto «capra» dei cavalli di battaglia, almeno all’inizio di carriera pubblica, le sue molto veementi uscite sono sempre state esplicitate in ottimo italiano. La qual cosa non si può dire di chi, con l’intento di spargere fango, scrive le suddette letterine, che bisogna reperire scavando fra errori di ortografia e di sintassi. Già, perché ci sono anche quelli. E da questo si capisce ― perlomeno noi che siamo professionisti della scrittura ― che gli articoli pubblicati dal capocomico di Silere non Possum sono rimaneggiati da un bravo correttore prima della pubblicazione, mentre le impetuose letterine emotive mandate senza previa correzione, sono invece lo specchio di quella che è la reale cultura e sintassi del loro autore: un perfetto asino a livello grammaticale.

Padre Ariel usa parole forti e non si sottrae alla polemica, ma lo fa apertamente, con ragionamenti che seguono una logica e che pure possono essere controbattuti, poiché rimangono opinioni, ancorché basate su una prassi della Chiesa difficilmente oppugnabile, perché a fondamento dei suoi dibattiti, soprattutto di quelli polemici, pone sempre la dottrina e la morale cattolica. Anche sulla rivista o sulla sua pagina Facebook si può rispondere e dire la propria, Padre Ariel consente infatti da sempre, a chiunque, non solo di controbattere, ma persino di insultarlo. La qual cosa non si può fare invece sui siti di chi preferisce, perché punto sul vivo delle proprie incoerenze o falsità, scrivere lettere di dileggio. Se sulla rivista — da Padre Ariel o da altri Padri redattori — si è preso talvolta di mira Tizio o Caio, prete o vescovo che sia, lo si è fatto sempre nel rispetto della persona e del ruolo. Lo stesso non si può dire di chi scrive letterine di rammarico e poi si erge a formatore della vita spirituale e sacerdotale dei preti, salvo poi irriderli, insolentirli e redarguirli, però sempre senza possibilità di lasciare spazio a commenti o risposte.

Si scrivono lettere cattive ai vescovi sui preti o ai superiori religiosi perché seguono o scrivono sulla rivista L’Isola di Patmos affinché vengano allertati o redarguiti o perfino dimessi dallo stato clericale (sic!), poi si fanno articoli o post nei quali si rimproverano i vescovi che non proteggono abbastanza i propri preti. Per non parlare delle ingiurie sparse a destra e a manca, per la lettura delle quali rimando al nostro recente articolo sulla sartina che dà lezioni a Giorgio Armani (QUI), alla quale potremmo unire anche un’altra figura paradigmatica: la Bella Lavanderina.

In quanto monaco eremita potrei citare qualche migliaio di espressioni di santi padri spirituali che invitano a rifuggire la maldicenza, l’astio e la delazione, oltre a passi del Nuovo testamento che invitano al rispetto, in particolare di chi riveste un compito di autorità.

Mi auguro che chi riceva tali lettere, Ordinario diocesano, Padre superiore, presbitero o semplice laico che sia, indichi alle stesse la via inesorabile del cestino. Oppure chiami a raccolta il proprio sacerdote o religioso e dopo aver ricevuto le debite spiegazioni risponda al mittente con un bel: «Abbiamo altro a cui pensare e cose più importanti da realizzare».

In una delle sue quattro lettere inviate a tutti i membri del presbiterio di Padre Ariel, quella del 3 novembre 2023, Marco Perfetti afferma:

«Basti pensare alle considerazioni che il di Gualdo fa sul sottoscritto in merito a un non mai verificatosi allontanamento da alcun seminario e istituto religioso».

Siccome viene riferito che il Sig. Marco Perfetti abbia iniziato un percorso di formazione nel seminario de La Spezia, poi presso la Comunità Nuovi Orizzonti di Genova — la stessa da lui oggi accusata di esercitare «abusi sulle coscienze» —, poi un paio d’anni nel seminario di Massa Carrara dove riferiscono d’averlo accompagnato alla porta; siccome riferiscono che avrebbe tentato un avvicinamento ad Assisi, dove all’epoca era guardiano del Sacro Convento il futuro Cardinale Mauro Gambetti, attualmente Arciprete della Papale Arcibasilica di San Pietro, oggetto da due anni di decine di articoli di insulti violenti, 57 in totale per l’esattezza; siccome riferiscono che avrebbe tentato di avvicinarsi ad alcune istituzioni tradizionaliste e ad alcune comunità monastiche, dal momento che però egli lo nega, forse andrebbe chiarito: tra gli ecclesiastici e i formatori di seminario di tre diverse diocesi e il diretto interessato, chi dice il vero e chi il falso? La domanda, rivolta al diretto interessato, è semplice e serena, non vìola alcuna sua sfera intima, se però non fossi stato chiaro allora la ripeto: chi dice il vero e chi dice il falso?

Per finire porto una personale testimonianza. Qualche mese fa sono stato invitato a pranzo da un Parroco che voleva celebrare un anniversario con la sua famiglia. In quel frangente era presente anche Padre Ariel e invitò anche lui, anzi insistette perché fosse presente. Il Parroco, come si fa fra amici, ne fece parola a un confratello, fra l’altro responsabile della sua zona pastorale. Questa persona, nonostante non fosse invitata, sentito che c’era Padre Ariel fece il diavolo a quattro per esserci. Non solo, fece di tutto per sedergli accanto e poterci parlare, disinteressandosi quasi completamente del resto della tavolata che pure era numerosa. Questo per dire che un conto son le maldicenze ― per l’esito delle quali si rimanda al celebre apologo di San Filippo Neri e le calunnie della donna che era andata a confessarsi da lui ― e altra cosa è invece la stima riservata a un prete conosciuto che si è speso e si spende da anni per sostenere con ogni mezzo sacerdoti in qualsiasi situazione si trovino.

Questa è la differenza che corre, per dirla con gli spagnoli, fra un hombre vertical e chi ― mi si perdoni ―, sceglie altre figure geometriche per posizionarsi, tipo l’angolo piatto o retto. E poiché di parolacce si è trattato, a questo proposito torna sempre utile la distinzione, rimasta classica, di Leonardo Sciascia nel suo libro Il giorno della civetta, che mette sulle labbra del mafioso, don Mariano Arena. Così si rivolge al capitano dei carabinieri Bellodi che si era permesso di eseguire una perquisizione presso la sua casa:

«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…».

Lascio valutare al lettore chi è l’uomo che ti affronta a viso aperto e chi il piglianculo quaquaraquà di sciasciana memoria che manda velenose letterine denigratorie a Vescovi, Superiori religiosi e a interi presbitéri, insegnando a Giorgio Armani come si tagliano le giacche da uomo.

Dall’Eremo, 29 marzo 2025

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I nostri precedenti articoli sulla Banda della Sileriana:

– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ”  (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

–  29 marzo 2025  — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA  CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI

– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

 

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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Preghiera a Sant’Agnese: la Santa che fa ricrescere i capelli

PREGHIERA A SANT’AGNESE: LA SANTA CHE FA RICRESCERE I CAPELLI

«Splendida Agnese, giovinetta che nuda sfidasti il martirio protetta contro il carnefice dal tuo coraggio e dalla tua fede e protetta dai tuoi folti capelli dagli sguardi degli empi: intercedi perché il Signore dia equilibrio e sollievo alla sofferenza di coloro che invece perdono la chioma ed aiuta noi che cerchiamo di alleggerirne l’ansia […]».

Il cogitatorio di Ipazia

Autore Ipazia Gatta Romana

Autore
Ipazia Gatta Romana

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In occasione dell’arrivo di una ennesima lettera amorosa, ho scoperto una Santa alla quale possono rivolgersi coloro che soffrono di perdita dei capelli, eletta protettrice dei medici tricologi che curano le calvizie. Ne ignoravo l’esistenza, per questo ho deciso di applicare il sapiente motto agostiniano silere non possum (cfr. Sacti Augustini, Serm. 88, trad. “non posso tacere”), perché avendo scoperto che dietro certi miracoli c’è lei, è necessario gridarlo dai tetti (cfr. Mt 10,26). Si tratta, ovviamente, di Sant’Agnese, di cui ci parla proprio il sito ufficiale dei medici tricologi.

Le foto esplicative usate per illustrare i miracoli tricologici di Sant’Agnese sono immagini pubbliche prese da internet dove sono reperibili e visibili da chiunque

Di origini nobili, appartenente alla gens Clodia, subì il martirio in giovanissima età, appena 12 anni, durante la persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano. Diverse e contrastanti sono le notizie relative alla sua vita e al suo martirio. Secondo alcune fonti, il figlio del prefetto di Roma si era invaghito di Agnese ma venne rifiutato, avendo lei fatto voto di castità a Gesù. A quel punto il padre del giovane le impose la clausura fra le vestali consacrate alla dea Vesta, protettrice di Roma, ma lei si rifiutò e venne rinchiusa in un postribolo nel quale, però, nessuno osò toccarla tranne un uomo che, secondo la tradizione religiosa, venne accecato da un angelo bianco e che, in seguito, riacquistò la vista proprio per intercessione di Agnese, che per questo motivo fu accusata di magia e condannata al rogo.

Si narra che le fiamme si divisero sotto il suo corpo senza sfiorarlo e che i suoi capelli crebbero improvvisamente andando a coprire la sua nudità. A seguito di tale miracolo fu trafitta da un colpo di spada alla gola, modalità con cui venivano uccisi gli agnelli, motivo per il quale spesso la Santa viene rappresentata insieme a questo animale. Il suo corpo venne sepolto in quella che oggi è conosciuta come Catacomba di S. Agnese mentre il suo cranio si trova esposto in una cappella nella chiesa di S. Agnese in Agone.

Esiste anche una preghiera da recitare alla Santa protettrice dei tricologi e di chi soffre di perdita di capelli:

«Splendida Agnese, giovinetta che nuda sfidasti il martirio protetta contro il carnefice dal tuo coraggio e dalla tua fede e protetta dai tuoi folti capelli dagli sguardi degli empi: intercedi perché il Signore dia equilibrio e sollievo alla sofferenza di coloro che invece perdono la chioma ed aiuta noi che cerchiamo di alleggerirne l’ansia. Signore, con l’intercessione di Santa Agnese che ci fu data come Protettrice, rendici capaci di assumere gli impegni del lavoro quotidiano e facci riconoscere in ogni momento i segni del tuo Spirito. Amen».

Fonte: QUI.

Avendo scoperta la fautrice di certi miracoli, potevo forse tacere l’esistenza di questa Santa Protettrice? No, perché come direbbe il Santo Padre e dottore della Chiesa: «silere non possum»  (cfr. Sacti Augustini, Serm. 88)

dall’Isola di Patmos, 28 marzo 2025

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Cesare Ragazzi

 

 

 

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Preghiera di liberazione e guarigione. Quale confine invalicabile separa la teologia e la pastorale dal pericolo di cadere nelle pratiche magiche? – Prayer of liberation and healing. What imprescable boundary separates theology and pastoral care from the daner of falling into magical practices? –

(English text after the Italian / texto español posterior al engles)

PREGHIERA DI LIBERAZIONE E GUARIGIONE. QUALE CONFINE INVALICABILE SEPARA LA TEOLOGIA E LA PASTORALE DAL PERICOLO DI CADERE NELLE PRATICHE MAGICHE?

«Avvalendosi dei magici uffici di certi sciamani carismatici, non solo saranno liberati i defunti di tutto l’albero genealogico dei richiedenti, ma anche quelli che devono sempre venire al mondo. Infatti, grazie alla potenza del liberatore peregrinante da un hotel all’altro, i posteri non avranno più bisogno neppure del battesimo, perché, una volta ricevuta l’imposizione delle mani da un fulminato nel cervello, nasceranno direttamente senza peccato originale»

— Attualità pastorale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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A fronte dei miei due ultimi articoli sulle possibili derive di una modalità di intendere l’esorcismo, unita alla concezione che vede il diavolo come un prodotto di marketing e di lucro (vedi QUI e QUI), ho creduto opportuno scriverne un terzo che avrà come oggetto la Preghiera di Liberazione.

Desidero chiarire che i miei piccoli contributi sono un nulla rispetto ai lavori ben più completi ed esaustivi di dotti demonologi come Mons. Renzo Lavatori o Padre José Antonio Fortea.

Come non ricordare esorcisti particolarmente esperti come il Padre Moreno Fiori O.P. e il Padre Raffaele Talmelli S.P., entrambi hanno lasciato una floridissima bibliografia sulle demonopatie. Non possiamo dimenticare, tra l’altro, tutti gli altri sacerdoti esorcisti che svolgono il loro ministero nella fatica e che sono maestri affidabili in cui trovare una guida. Considerando che alcuni di essi hanno scritto diversi libri e articoli su questi temi, invito il lettore a una ricerca bibliografica mirata con cui è possibile accrescere la conoscenza di questi argomenti. A fronte di questo, il mio articolo ne costituisce solo un piccolo omaggio e un ringraziamento.

Prima di definire con precisione la Preghiera di Liberazione, bisogna anzitutto stabilirne i confini e gli ambiti di competenza. Anzitutto, tale preghiera non è un esorcismo ma è una preghiera di intercessione con la quale ci si rivolge a Dio, alla Madonna o ai Santi per chiedere la liberazione di una persona sofferente a causa dei mali provocati dall’influenza del maligno. Con questa definizione escludiamo fin da subito i casi conclamati di reale possessione diabolica, che esistono ma sono rarissimi, ed i casi di influssi diabolici come le ossessioni e le vessazioni che devono richiedere una particolare cura da parte del sacerdote esorcista, congiunta a un approccio multidisciplinare del caso.

Per essere ancora più precisi riassumiamo quanto la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede ha stabilito fin dal 29 settembre 1985 nella Lettera agli Ordinari riguardante le norme sugli esorcismi (cfr. QUI) e applichiamo quanto detto alla Preghiera di Liberazione:

– Nella Preghiera di Liberazione non è mai consentito, anche quando non si tratti di possessione diabolica rivolgersi direttamente al Demonio.

– Solo l’esorcista si può rivolgere direttamente al Demonio, intimandogli, in nome della Chiesa, di andarsene.

– I laici non possono, anche se si tratta di Preghiere di Liberazione, usare le formule dell’esorcismo, compresa quella pubblicata dal Papa Leone XIII, né usare parte di detta preghiera.

– L’esorcismo può essere esercitato solo da un sacerdote appositamente autorizzato dall’Ordinario del luogo (cfr. Codice di Diritto Canonico, 1166; 1172).

Definendo ancor meglio le Preghiere di Liberazione è necessario specificare che possono essere recitate da chiunque intenda chiedere al Signore per sé o per gli altri la guarigione e la liberazione dal male, sulla scorta dell’invocazione contenuta già nella preghiera del Padre Nostro che recita «liberaci dal male», ovvero liberaci dal Maligno.

Chiedere a Dio di difenderci dal Maligno significa affermare una duplice verità: la difesa dal peccato che è l’opera principale del maligno e la difesa dalle conseguenze del peccato, i cui frutti sono rappresentati dalle innumerevoli infermità e fragilità spirituali e corporali di cui l’uomo ha fatto esperienze già fin dopo la sua creazione. Teologicamente è più corretto vedere la liberazione e la guarigione come aspetti della stessa realtà di lotta al peccato, su cui Gesù, il Figlio dell’Uomo, ha il pieno potere (cfr. Mc 2,1-12).

Nel documento intitolato Istruzione circa le preghiere per ottenere da Dio la guarigione, La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, nelle disposizioni disciplinari stabilisce:

«Ad ogni fedele è lecito elevare a Dio preghiere per ottenere la guarigione. Quando tuttavia queste si svolgono in chiesa o in altro luogo sacro, è conveniente che esse siano guidate da un ministro ordinato» (cfr. art. 1).

In base a una corretta visione teologica di comprensione del peccato e delle sue conseguenze, ogni fedele ha la possibilità di invocare Dio per la liberazione e la guarigione dai suoi mali, nonché chiedere ai fratelli preghiere per questa intenzione. Sia che questi mali abbiano interessato lo spirito o il corpo, con un sapiente affidamento a Cristo medico celeste, i fedeli utilizzino tutti i rimedi che la grazia e la scienza umana mettono a disposizione per poter lenire quanto più possibile tali sofferenze. Di conseguenza, nel discernimento tra i diversi mali e le possibili cure, il fedele potrà ricorrere al sacerdote, al medico o ad altro specialista in base alla sua reale situazione di infermità, senza escludere che tutte queste figure possano lavorare in comunione per addivenire a una risoluzione felice del problema. Ricordiamo, a tal proposito, uno dei capisaldi della pastorale sanitaria che dice che dove non è possibile guarire è sempre possibile e doveroso curare.

Le Preghiere di Liberazione e di guarigione vanno opportunamente formulate in un contesto di piena fedeltà al deposito della fede della Chiesa Cattolica, in comunione con il Magistero, in obbedienza ai sacri pastori e con la ferma attenzione a non scivolare mai verso forme deviate e ambigue che potrebbero ingenerare equivoci o incomprensioni, come indica l’ultimo documento della Congregazione per la dottrina della Fede già citato.

Solo inserendo la liberazione dentro un cammino sacramentale possiamo poi procedere a interrogarci su quando sia opportuno ricorrere alle cosiddette Preghiere di Liberazione. Ho già avuto modo di spiegare che il cammino di liberazione e di lotta contro il Demonio è molto complesso e inizia con il Sacramento del battesimo, in quel cammino quotidiano di conversione e di cambiamento di mentalità che costituisce la base solida di una vita nuova nello Spirito Santo, in cui a immagine del Figlio, lo Spirito Santo viene effuso nel nostro animo e la voce del Padre ci riconosce come figli amati (cfr. Mt 3,17; Mc 1,11; Lc 3,22). Risorti come creature nuove dalle acque del battesimo, anche noi veniamo condotti nel deserto per affrontare il combattimento a tu per tu contro lo spirito del male. In Cristo abbiamo già la vittoria, la sua umanità divina rafforza la nostra umanità; il suo divino Spirito e lo stesso nostro spirito che ci è stato dato e con il quale possiamo dire ogni volta che siamo tentati: «Vattene Satana!» (cfr. Mt 4,10).

Dal Sacramento del battesimo passiamo al Sacramento della confessione con il quale lo Spirito Santo parla a noi come al figlio prodigo e ci invita a tornare alla casa paterna per essere rivestiti di quella dignità filiale che abbiamo perduto con il peccato (cfr. Lc 15,17-20). È proprio del peccato, infatti, spingere l’uomo all’allontanamento da Dio, fino a convincerlo che il Padre è l’elemento di ostacolo per una felicità piena e una realizzazione liberante. Nel momento in cui l’uomo con i propri concreti atti storici e con i propri peccati attuali apre volontariamente la porta del suo cuore all’azione ordinaria del maligno, ecco che si consuma il peccato. E il peccato trascina al peccato, con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio, da cui poi ne derivano le inclinazioni perverse che ottenebrando la coscienza alterandola e conducendo l’uomo ad una incapacità di valutazione e di scelta tra bene e il male (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1865).

Certi peccati attuali con i conseguenti vizi derivati, comportano una chiara responsabilità personale dell’uomo ― l’interrogativo divino per la colpa dei progenitori e per l’omicidio di Abele è abbastanza eloquente: «Che hai fatto?» (cfr. Gn 3,13; 4,10) ― una colpa evidente, che può essere recuperata solo e soltanto nel momento in cui viene sciolta con il potere delle chiavi che Gesù ha dato a Pietro (cf. Mt 16,18-19) e che in foro sacramentale è rappresentato dall’assoluzione. Se facciamo bene attenzione siamo davanti alla celebrazione di un vero e proprio esorcismo, al supremo atto di liberazione dell’uomo, che non è solamente una liberazione invocata, ma oggettivamente realizzata nella realtà.

Il percorso sacramentale che dal battesimo conduce alla confessione culmina con l’Eucaristia e la Santa Messa. Infatti, il cammino di liberazione non si ferma ma prosegue in modo specialissimo nell’Eucaristia, in quel divino banchetto della Santa Messa in cui si realizza la presenza vera, reale e sostanziale del nostro Redentore. Nel suo vero Corpo, nel suo vero Sangue, nella sua vera anima e nella sua divinità egli continua a sconfiggere il potere del maligno ― il peccato e la morte ― e con la sua stessa persona vince colui che è l’incarnazione stessa della “non-persona” e conduce l’uomo verso una spersonalizzazione umana e divina[1].

Penso sia utile sapere che il nuovo Messale Romano nella sezione “Messe e orazioni per varie necessità” annovera diversi formulari specifici per la celebrazione della Santa Messa che hanno come oggetto i malati e i moribondi (nn. 45-46) per poi passare a tutte quelle situazioni spirituali di varia necessità che potrebbero essere conseguenza dell’intervento dello spirito del male e del peccato radicato e indurito (n. 48 sez. A-B-C).

Tenendo ben presente questa visione sacramentale di liberazione che abbraccia i primi tre sacramenti del settenario, mi permetto di prendere in prestito un pensiero del Cardinale Mauro Piacenza:

«I Sacramenti educano continuamente alla lotta: soprattutto i Sacramenti reiterabili, quelli che non imprimono il carattere e che si possono celebrare molte volte nella vita, significano ed indicano, in maniera piena, la dimensione “agonistica” ― di agone ― della lotta contro il male».

Proprio questo è il punto focale dell’interrogativo che ci siamo posti all’inizio di questo paragrafo: quanto è risolutivo ricorrere subito alle Preghiere di Liberazione se non si è inseriti con costanza dentro un cammino sacramentale? Senza un habitus sacramentale preventivo occorre evitare le Preghiere di Liberazione, specie se non se ne avverta l’effettiva utilità, senza una certa preparazione da parte di chi intercede sulla persona e senza una preventiva e robusta preparazione di chi le riceve.

È necessario chiarire come l’efficacia dei sacramentali (Esorcismo o Preghiera di Liberazione) nei fedeli dipende dalla loro vita sacramentale. Sono i Sacramenti che imprimono la forza liberante e risanatrice ai sacramentali, i quali si inseriscono dentro quella fede affermata e vissuta giornalmente dai fedeli. Non ha caso nella Santa Messa, nei Riti di Comunione, il sacerdote prima dello scambio della pace dice:

«Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen».

È la fede che il Signore cerca da noi, quella fede ricevuta nel battesimo, rafforzata nel riconoscimento dei nostri peccati e dall’esercizio della carità vicendevole, nutrita e accresciuta dal Corpo e Sangue di Cristo. Senza fede o in mancanza di essa non c’è alcun tipo di liberazione o di guarigione, solo palliativi superstiziosi che spesso provocano più danni che benefici all’anima e al corpo. E in questa visione superstiziosa possiamo far cadere anche le cose sante, come l’uso dei sacramentali e la devozione ai santi.

Quando parliamo di Preghiere di Liberazione rischiamo di perderci all’interno di una varietà di forme e di contenuti veramente diversificati, è quindi del tutto consequenziale chiedersi: quali Preghiere di Liberazione fare? Le raccolte di tali preghiere imporrebbero un ordine che è anzitutto di carattere teologico. Infatti, la struttura di queste preghiere è quanto mai varia e spesso è difficile risalirne all’esatta origine: si va da quelle apparentemente cattoliche, a quelle dal sapore devozionale legate a qualche mistico o santo, a quelle dallo stile orientaleggiante che strizzano l’occhio al mondo greco fino ad arrivare alle preghiere di alcune comunità cristiane riformate (basti citare la pratica di liberazione, di purificazione e di guarigione dell’albero genealogico di Kenneth McAll) per finire poi a formulari dal sapore palesemente esoterico.

L’assenza di un canone mai trascritto costituisce il problema più evidente da cui deriva la mancanza di una raccolta canonica approvata cui poter attingere. Questa è forse una delle cose che più favorisce la possibilità di ricorrere all’improvvisazione selvaggia. Certamente i sacerdoti hanno la possibilità di ricorrere al Benedizionale che dona innumerevoli spunti, ma il campo della lotta contro il demonio e le sue influenze è talmente specifico che richiederebbe qualche attenzione in più, così da evitare la ricerca morbosa dello scongiuro e dell’invocazione più risolutiva anche a costo di valicare il confine dall’ortodossia e dell’ortoprassi.

La Preghiera di Liberazione si delinea come una preghiera invocativa che attiene all’ambito dei sacramentali. Questo impone di dover verificare in essa almeno due criteri:

– che sia approvata dalla competente autorità ecclesiastica;

– che abbia nella sua composizione una costruzione dogmatica e liturgica ben precisa che non lasci margini di confusione o di fraintendimento.

Nel Direttorio su pietà popolare e liturgia, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti stabilisce:

«Pur redatti con linguaggio, per così dire, meno rigoroso rispetto alle preghiere della Liturgia, i testi di preghiere e formule di devozione devono trarre ispirazione dalle pagine della Sacra Scrittura, della Liturgia, dei Padri e del Magistero, concordare con la fede della Chiesa. I testi stabili e pubblici di preghiere e atti di pietà devono recare l’approvazione dell’Ordinario del luogo» (cfr. documento integrale QUI).

La Preghiera di Liberazione necessita di essere una preghiera approvata dalla Chiesa proprio per la delicatezza della materia trattata, racchiudendo di necessità al proprio interno quel corpus di fede creduta e professata che ben sintetizza quel principio teologico per cui la lex orandi è lex credendi e viceversa. Sebbene le Preghiere di Liberazione non siano delle preghiere liturgiche vera e proprie, che constano di un ambito celebrativo e liturgico specifico, questo non esime da una composizione meno accurata dei testi e dei contenuti.

Ma veniamo allo specifico. Nei miei due precedenti articoli, ho già avuto modo di argomentare sulla preghiera del Padre Nostro che il Signore stesso ha insegnato ai suoi discepoli (cfr. Mt 6,9-13; Lc 11,1-4) e come tale, si prefigura non solo come prima Preghiera di Liberazione ma anzitutto come preghiere per eccellenza. Esclusa questa, sappiamo che nel nuovo Rituale degli Esorcismi è contenuta, in II appendice (nn. 1-10), una sezione di preghiere a uso privato dei fedeli che si trovano a dover lottare contro il potere delle tenebre. Tale elenco si può ben considerare come un elenco ufficiale e approvato di preghiere da farsi privatamente e che interessano tutti coloro che sperimentano un’azione del demonio che va oltre l’azione ordinaria. È lecito pensare, dunque, che la ratio ispiratrice di queste preghiere non riguardi soltanto coloro che sono già sottoposti all’esorcismo maggiore ma soprattutto chi si trova a sperimentare un particolare assalto diretto del maligno.

Volendoci sbilanciare nell’interpretazione, possiamo supporre che la mens di tali preghiere nel rituale non riguardi solamente il singolo fedele ma anche quella collettività più ampia che si trova a percorrere le vie di questo nostro mondo segnato dalla ferita del peccato e dal fomite della concupiscenza. Utile in tal senso è stilare una casistica essenziale che potrebbe suggerire il ricorso a una Preghiera di Liberazione, così come la Chiesa ha sempre fatto in molte preghiere litaniche che si concludono con l’invocazione: libera nos domine. Pensiamo ad esempio:

1) alla bestemmia frequente e reiterata;

2) ai sentimenti d’odio, di rancore, di distruzione e di disperazione;

3) all’indurimento nel peccato grave e nel radicamento a compiere il male;

4) ai conflitti dilanianti nelle famiglie;

5) alle situazioni di guerre e di calamità naturali ed epidemiologiche;

6) a quelle situazioni di immoralità diffusa, di profanazione e scandali che riguardano anche la vita pubblica di un paese o di una nazione;

7) alla gestione malevola e deturpante delle relazioni umane e tra i popoli;

8) alle persecuzioni contro la Chiesa e i cristiani a motivo della fede in Cristo;

9) all’attentato all’integrità della vita umana debole e indifesa.

La casistica potrebbe anche essere molto più diversificata, ma il ricorso a un preciso e maturo discernimento accompagnato dalla Chiesa diventa la scelta migliore per imparare a distinguere l’origine dalla causa[2]. Perché, se è vero che determinate situazioni non hanno sempre il Demonio come causa diretta è altresì vero che all’origine di tali mali c’è sempre la sua azione ingannatrice e corrompente.

Elencando le Preghiere di Liberazione ufficiali e approvate, per completezza argomentativa credo sia degna di nota la Preghiera Universale che la Chiesa eleva a Dio nel giorno del Venerdì Santo. La decima intenzione, dedicata a tutti i tribolati, recita così:

«Preghiamo, fratelli carissimi, Dio Padre onnipotente, perché liberi il mondo da ogni disordine: allontani le malattie, scacci la fame, renda libertà ai prigionieri, giustizia agli oppressi, conceda sicurezza a chi viaggia, il ritorno ai lontani da casa, la salute agli ammalati, ai morenti la salvezza eterna.
Dio onnipotente ed eterno, conforto degli afflitti, sostegno dei tribolati, ascolta il grido dell’umanità sofferente, perché tutti si rallegrino di avere ricevuto nelle loro necessità il soccorso della tua misericordia. Per Cristo nostro Signore» (Prece X, Per i tribolati).

Questa supplica elevata nel giorno in cui la Chiesa ricorda la Passione del Signore, ha una chiara valenza di Preghiera di Liberazione. Infatti, si chiede a Dio che tutti i mali e le situazioni di fragilità e di pericolo per gli uomini vengano ad essere allontanati, per conseguire la vittoria contro colui che all’origine di ogni male e peccato. Pur facendo parte della liturgia ufficiale del Venerdì Santo, nulla vieta a un fedele di recitarla privatamente e di chiedere a Dio per sé e per gli altri l’aiuto nelle varie situazioni di tribolazione.

Eccoci infine giunti al problema degli abusi pastorali nelle Preghiere di Liberazione. Nell’istruzione circa le preghiere per ottenere da Dio la guarigione, la Congregazione esige che tali preghiere si svolgano preferibilmente in chiesa o in altro luogo sacro e che siano guidate da un ministro ordinato. A differenza dell’esorcismo che richiede obbligatoriamente la presenza di un presbitero, le Preghiere di Liberazione, così come le abbiamo intese in questo articolo, possono essere guidate anche da un diacono. Ma anticipo subito che tale scelta impone una certa prudenza e delle garanzie per i motivi che spiegherò più avanti.

La presenza del ministro ordinato non è semplicemente importante ma proprio imprescindibile per guidare la preghiera attualizzando quel mandato che Cristo ha conferito a coloro che ha inviato a due a due per liberare e guarire (cfr. Lc 10,1-20). Pertanto, non possono essere promosse preghiere pubbliche guidate da fedeli laici, i quali dovranno ben guardarsi dall’imporre le mani o compiere dei gesti riservati ai ministri ordinati, restando nei limiti e i nei termini previsti dalle precise disposizioni dettate dalla Chiesa (cfr. CEI, Benedizionale, Roma, 1992, 18).

Guarigione e liberazione sono unite in un medesimo sguardo teologico, come chiarisce la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede e come è nostro dovere sacerdotale e pastorale ricordare, perché è solo il Signore «colui che libera da ogni male» (cfr. Sap 16,8) e in tale azione di grazia le sofferenze che accompagnano la malattia sono anche oggetto del profondo desiderio dell’uomo di una liberazione totale che interessa non solo la componente corporale ma anche quella psichica e spirituale (cfr. art. 1).

La Congregazione ha una volontà normativa riferita a quelle circostanze di preghiera pubblica, tralasciando la sfera della vita di preghiera privata del fedele, sapendo che a ogni battezzato è chiesto di pregare Dio per i vivi e per i defunti e per la propria e altrui conversione. Per quanto riguarda la scelta del luogo, il contesto sacro rafforza la volontà di rimanere uniti alla Chiesa e ai suoi pastori, inoltre realizza pastoralmente quanto il Signore raccomanda nella parabola del buon Samaritano (cfr. Lc 10,25-37) in cui il malcapitato viandante viene alloggiato nella locanda-ospedale che rappresenta la Chiesa. L’immagine dei briganti è fortemente simbolica e possiede un senso spirituale che è stato descritto dai Padri della Chiesa, i quali hanno saputo scorgere l’operato del Diavolo e dei suoi Angeli che spogliano l’uomo della veste dell’immortalità e lo percuotono a morte con l’arma del peccato fino a privarlo della vita di grazia.

Tutti gli altri luoghi pubblici che non siano una chiesa, una cappella o un oratorio sono di per sé inadatti, dovrebbe essere superfluo ribadirlo, ma è bene farlo alla luce della chiara e precisa disciplina della Chiesa, non certo delle proprie opinioni personali. Così come sono inadatti alcuni canali e vie di comunicazione come telefoni, cellulari, webcam et similia. Purtroppo, si sono verificati dei casi, e continuano a verificarsi, in cui si sono fatti esorcismi al telefono, Preghiere di Liberazione alla radio o con l’utilizzo dei vari mezzi di comunicazione, per non parlare dei tours esorcistici e liberatori organizzati in giro per gli alberghi italiani nei fine settimana con tanto di pacchetti promozionali che offrono liberazioni, guarigioni, conversioni oppure, come direbbe qualche confratello tanto navigato quanto ormai disincantato:

«Avvalendosi dei magici uffici di certi sciamani carismatici, non solo saranno liberati i defunti di tutto l’albero genealogico dei richiedenti, ma anche quelli che devono sempre venire al mondo. Infatti, grazie alla potenza del liberatore peregrinante da un hotel all’altro, i posteri non avranno più bisogno neppure del battesimo, perché, una volta ricevuta l’imposizione delle mani da un fulminato nel cervello, nasceranno direttamente senza peccato originale».

Una situazione pastorale che merita attenzione è quella relativa a coloro che sono realmente preda dello Spirito del Male ma la cui situazione di possessione, ossessione o vessazione non si è ancora palesata chiaramente. Non è raro il caso in cui, a seguito di incontri di preghiera di guarigione o di liberazione, lo Spirito Maligno possa manifestarsi d’improvviso, in quanto costretto dalla potenza della preghiera unita alla fede dell’assemblea orante. Spesso non c’è nemmeno il bisogno di una Preghiera di Liberazione particolare ma basta la semplice Preghiera di Lode o un’invocazione dello Spirito Santo per trovarsi in una situazione simile a quella accaduta a Gesù nella sinagoga di Cafarnao (cfr. Mc 1, 21-28; Lc 4, 31-37).

La gestione simili manifestazioni comporta prudenza e fortezza d’animo, unita alla fede in Cristo e all’obbedienza alla Chiesa. Bisogna domandarsi seriamente se per tali incontri pubblici di preghiera non debba esserci la presenza preventiva di un esorcista formalmente nominato e autorizzato, che ha nome di Cristo e della Chiesa può lecitamente intervenire. Ricordiamo che affrontare lo Spirito Maligno senza essere esorcisti, senza essere un ministro ordinato e con la propria condizione di fragilità è decisamente poco saggio. L’uomo non ha nessun potere sui demoni e la sproporzione è quella che intercorre tra una creatura angelica e una creatura umana. È vero che la storia della Chiesa ricorda uomini che hanno saputo compiere esorcismi e liberazioni, ma tale realtà è determinata dalla loro particolare santità di vita e da una speciale assistenza della provvidenza divina, mi piace ricordare Sant’Antonio abate, San Benedetto da Norcia, San Francesco d’Assisi, Santa Chiara d’Assisi, San Salvatore da Horta. Tutti costoro non erano sacerdoti e non avevano ricevuto la nomina di esorcista ma la loro vita risplendeva di quella santità a cui nessun demonio poteva resistere. Stesso discorso lo si può fare per San Pio da Pietrelcina, il quale ha combattuto tutta la sua vita contro il Demonio, pur non avendo mai ricevuto dal Vescovo diocesano e dal suo Ministro provinciale l’autorizzazione al ministero di esorcista.

Per concludere: è cura della Chiesa tutelare la privacy di coloro che vivono manifestazioni spirituali di influenza malefica con un accompagnamento sollecito e scevro da indebite spettacolarizzazioni. Si devono tenere in giusto conto tutte quelle situazioni di protezione per questi fratelli sofferenti in modo che la loro liberazione avvenga all’interno di un contesto riservato. Per questo motivo si eviti di portare questi fratelli sofferenti nei vari tour di liberazione, esponendoli al pubblico per rendere testimonianze che hanno spesso il sapore di campagne pubblicitarie mirate ad accrescere la “fama” e l’egocentrismo del carismatico guaritore o liberatore, anziché cercare una stabilità attraverso un sacerdote che inizi l’accompagnamento. A questo è utile unire un gruppo di preghiera che possa aiutare nella battaglia spirituale elevando a Dio ferventi intercessioni. Così come avviene in alcune pratiche della psicoterapia, il percorso di liberazione e di guarigione deve mirare a rendere l’uomo nuovamente autonomo e padrone di sé. Il terapeuta non deve legare alla sua persona il paziente, così il sacerdote non deve legare alla sua persona o al suo carisma il fedele costringendolo a un percorso infinito di Preghiere di Liberazione. Se dopo un congruo periodo di tempo non si vedono miglioramenti tangibili, se non si ha acquisito un habitus sacramentale serio, se non ci sono evidenze particolari, allora è meglio interrompere queste preghiere e iniziare un discernimento umano e spirituale più approfondito.

In ogni caso il problema rimane nei secoli lo stesso, senza avere mai perduto attualità, lo mise chiaramente in luce a suo tempo il Beato Apostolo Paolo scrivendo al suo discepolo Timoteo:

«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero» (II Tm 4, 1-5).

Sanluri, 25 marzo 2025

NOTE

[1] Per un maggiore approfondimento di quanto detto in questo paragrafo si rimanda all’intervento del Cardinale Mauro Piacenza: Esorcismo e sacramenti, in occasione del XI Corso di base sull’Esorcismo a cura del GRIS Nazionale in collaborazione con l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum in Roma e l’Associazione Internazionale Esorcisti. 4 aprile 2016 giovedì 15 settembre 2016.

[2] A questo elenco si aggiunga quanto William Bleiziffer dice nel suo contributo: Esorcismo ed esorcista nella disciplina canonica della Chiesa, in STUDIA UNIVERSITAS BABEŞ-BOLYAI, Demonologia oggi: fondamenti teologici e aspetti pratici, 2019, p.154 nota 42.

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PRAYER OF LIBERATION AND HEALING. WHAT IMPRESCABLE BOUNDARY SEPARATES THEOLOGY AND PASTORAL CARE FROM THE DANGER OF FALLING INTO MAGICAL PRACTICES?

«By using the magical offices of certain charismatic shamans, not only will the deceased of the entire family tree of the applicants be liberated, but also those who must always come into the world. In fact, thanks to the power of the liberator wandering from one hotel to another, posterity will no longer even need baptism, because, once they have received the imposition of hands from a lightning-struck person in the brain, they will be born directly without original sin».

— Pastoral actuality —

 

Author
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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In light of my last two articles on the possible consequences of a way of understanding exorcism, combined with the concept that sees the Devil as a product of marketing and profit (see QUI, QUI), I thought it appropriate to write a third that will have as its subject the Prayer of Liberation.

I would like to clarify that my small contributions are nothing compared to the much more complete and exhaustive works of learned demonologists such as Mgr. Renzo Lavatori or Father José Antonio Fortea.

How can we not remember particularly expert exorcists such as the italians Father Moreno Fiori O.P. and Father Raffaele Talmelli S.P., both of whom have left a flourishing bibliography on demonopathies. We cannot forget, among other things, all the other exorcist priests who carry out their ministry in hardship and who are reliable teachers in whom to find guidance. Considering that some of them have written several books and articles on these topics, I invite the reader to do a targeted bibliographical research with which it is possible to increase the knowledge of these topics. In light of this, my article is only a small tribute and a thank you.

Before precisely defining the Prayer of Liberation, we must first establish its boundaries and areas of competence. First of all, this prayer is not an exorcism but a prayer of intercession with which one turns to God, the Madonna or the Saints to ask for the liberation of a person suffering from the evils caused by the influence of the evil one. With this definition we immediately exclude the clear cases of real diabolical possession, which exist but are very rare; and the cases of diabolical influences such as obsessions and vexations that must require special care on the part of the exorcist priest, combined with a multidisciplinary approach to the case. To be even more precise, let us summarize what the Sacred Congregation for the Doctrine of the Faith has established since September 29, 1985 in the Letter to Ordinaries regarding the norms on exorcisms (see HERE) and let us apply what has been said to the Prayer of Liberation:

– In the Prayer of Liberation, it is never permitted, even when it is not a question of diabolical possession, to address the Demon directly.

– Only the exorcist can address the Demon directly, ordering him, in the name of the Church, to leave.

– Lay people cannot, even when it is a question of Prayers of Liberation, use the formulas of exorcism, including that published by Pope Leo XIII, nor use part of said prayer.

– Exorcism can only be practiced by a priest specifically authorized by the Ordinary of the place (cf. Code of Canon Law, 1166; 1172).

– In further defining the Prayers of Liberation, it is necessary to specify that they can be recited by anyone who intends to ask the Lord for healing and deliverance from evil for themselves or for others, on the basis of the invocation already contained in the prayer of the Our Father which says «deliver us from evil», or deliver us from the Evil One.

Asking God to defend us from the Evil One means affirming a twofold truth: the defense from sin, which is the principal work of the Evil One, and the defense from the consequences of sin, the fruits of which are represented by the innumerable spiritual and physical infirmities and frailties that man has experienced since after his creation. Theologically, it is more correct to see liberation and healing as aspects of the same reality of the fight against sin, over which Jesus, the Son of Man, has full power (cf. Mk 2, 1-12).

In the document entitled Instruction on prayers to obtain healing from God, the Sacred Congregation for the Doctrine of the Faith, in the disciplinary provisions establishes:

«”People are called to joy. Nevertheless each day they experience many forms of suffering and pain”. Therefore, the Lord, in his promises of redemption, announces the joy of the heart that comes from liberation from sufferings (cf. Is 30:29; 35:10; Bar 4:29). Indeed, he is the one «who delivers from every Evil» (Wis 16:8). Among the different forms of suffering, those which accompany illness are continually present in human history. They are also the object of man’s deep desire to be delivered from every Evil» (Official document SEE).

The Prayer of Liberation needs to be a prayer approved by the Church precisely because of the delicacy of the subject matter, necessarily containing within itself that corpus of faith believed and professed that well summarizes that theological principle for which the lex orandi is lex credendi. Although the Prayers of Liberation are not liturgical prayers in the true sense, consisting of a specific celebratory and liturgical context, this does not exempt from a less accurate composition of the texts and contents.

But let’s get to the specifics. In my two previous articles, I have already had the opportunity to argue about the prayer of the Our Father that the Lord himself taught to his disciples (cf. Mt 6,9-13; Lk 11,1-4) and as such, it is prefigured not only as the first Prayer of Liberation but above all as prayers par excellence. Excluding this, we know that in the new Ritual of Exorcisms there is contained, in Appendix II (nn. 1-10), a section of prayers for the private use of the faithful who find themselves having to fight against the power of darkness. This list can well be considered as an official and approved list of prayers to be said privately and which concern all those who experience an action of the devil that goes beyond ordinary action. It is legitimate to think, therefore, that the inspiring ratio of these prayers does not concern only those who are already subjected to major exorcism but above all those who find themselves experiencing a particular direct assault of the Evil one.

If we want to enter into interpretation, we can assume that the mens of such prayers in the ritual does not only concern the individual believer but also that wider community that finds itself walking the paths of this world of ours marked by the wound of sin and the fomite of concupiscence. It is useful in this sense to draw up an essential case study that could suggest the use of a Prayer of Liberation, as the Church has always done in many litanic prayers that end with the invocation: libera nos domine. Let us think for example:

1) frequent and repeated blasphemy;
2) feelings of hatred, resentment, destruction and despair;
3) hardening in grave sin and in the rootedness to do evil;
4) tearing conflicts in families;
5) situations of war and natural and epidemiological disasters;
6) to those situations of widespread immorality, profanation and scandals that also affect the public life of a country or a nation;
7) to the malevolent and disfiguring management of human relations and between peoples;
8) to persecutions against the Church and Christians because of their faith in Christ;
9) to attacks on the integrity of weak and defenseless human life.

The casistic could also be much more diversified, but the use of a precise and mature discernment accompanied by the Church becomes the best choice to learn to distinguish the origin from the cause. Because, if it is true that certain situations do not always have the Devil as a direct cause, it is also true that at the origin of such evils there is always his deceptive and corrupting action.

Listing the official and approved Liberation Prayers, for completeness of argument I believe that the Universal Prayer that the Church raises to God on Good Friday is worthy of note. The tenth intention, dedicated to all the troubled, reads as follows:

Let us pray, dearest brothers, to God the Father almighty, that he may free the world from every disorder: that he may remove disease, banish hunger, give freedom to prisoners, justice to the oppressed, grant safety to those who travel, the return of those far from home, health to the sick, eternal salvation to the dying. Almighty and eternal God, comfort of the afflicted, support of the troubled, hear the cry of suffering humanity, that all may rejoice in having received in their needs the help of your mercy. Through Christ our Lord (Prayer X, For the troubled).

This supplication, raised on the day in which the Church remembers the Passion of the Lord, has a clear value of a Prayer of Liberation. In fact, it asks God that all evils and situations of fragility and danger for men be removed, to achieve victory against the one who is at the origin of all evil and sin. Although it is part of the official liturgy of Good Friday, nothing prevents a believer from reciting it privately and asking God for help for himself and for others in various situations of tribulation.

Here we finally come to the problem of pastoral abuses in the Prayers of Liberation. In the instruction on prayers to obtain healing from God, the Congregation requires that such prayers preferably take place in a church or another sacred place and that they be led by an ordained minister. Unlike exorcism, which requires the mandatory presence of a priest, the Prayers of Liberation, as we have understood them in this article, can also be led by a deacon. But I must immediately point out that this choice requires a certain amount of caution and guarantees for reasons I will explain later.

The presence of the ordained minister is not simply important but absolutely essential to guide prayer by actualizing that mandate that Christ conferred to those he sent two by two to free and heal (cf. Luke 10, 1-20). Therefore, public prayers led by lay faithful cannot be promoted, who must be careful not to lay on hands or perform gestures reserved for ordained ministers, remaining within the limits and terms established by the precise provisions dictated by the Church (Benedictional, Rome, 1992, 18).

Healing and liberation are united in the same theological vision, as the Sacred Congregation for the Doctrine of the Faith clarifies and as it is our priestly and pastoral duty to remember, because it is only the Lord «who frees from every Evil» (cf. Wis 16, 8) and in this act of grace the sufferings that accompany illness are also the object of man’s profound desire for a total liberation that concerns not only the physical component but also the psychic and spiritual one (cf. art. 1).

The Congregation has a normative will referring to those circumstances of public prayer, leaving aside the sphere of the private prayer life of the faithful, knowing that every baptized person is asked to pray to God for the living and the dead and for their own and others’ conversion. As regards the choice of place, the sacred context strengthens the will to remain united to the Church and its pastors, and also pastorally realizes what the Lord recommends in the parable of the Good Samaritan (see Lk 10:25-37) in which the unfortunate traveler is lodged in the inn-hospital that represents the Church. The image of the robbers is strongly symbolic and has a spiritual meaning that has been described by the Fathers of the Church, who were able to discern the work of the Devil and his Angels who strip man of the garment of immortality and strike him to death with the weapon of sin until they deprive him of the life of grace.

All other public places that are not a church, a chapel or an oratory are in themselves unsuitable, it should be superfluous to repeat it, but it is good to do so in light of the clear and precise discipline of the Church, certainly not of one’s personal opinions. Just as some channels and means of communication are unsuitable such as telephones, cell phones, webcams and the like. Unfortunately, cases have occurred, and continue to occur, in which exorcisms have been performed over the telephone, Liberation Prayers on the radio or with the use of various means of communication, not to mention the exorcism and liberation tours organized around hotels on weekends with promotional packages offering liberation, healing, conversion, or, as some experienced but now disenchanted confrere would say:

«By making use of the magical services of certain charismatic shamans, not only will the deceased of the entire family tree of the applicants be liberated, but also those who must always come into the world. In fact, thanks to the power of the liberator wandering from one hotel to another, posterity will no longer even need baptism, because, once they have received the imposition of hands by charismatic layman struck by lightning in the brain, they will be born directly without original sin».

A pastoral situation that deserves attention is that of those who are truly prey to the Spirit of Evil but whose situation of possession, obsession or harassment has not yet clearly revealed itself. It is not uncommon for the case in which, following prayer meetings for healing or liberation, the Evil Spirit can suddenly manifest itself, as forced by the power of prayer united with the faith of the praying assembly. Often there is not even the need for a particular Prayer of Liberation but a simple Prayer of Praise or an invocation of the Holy Spirit is enough to find oneself in a situation similar to that which happened to Jesus in the synagogue of Capernaum (see Mk 1:21-28; Lk 4:31-37).

The management of such manifestations requires prudence and fortitude, combined with faith in Christ and obedience to the Church. We must seriously ask ourselves whether such public prayer meetings should not require the prior presence of a formally appointed and authorized exorcist, who has the name of Christ and the Church and can lawfully intervene. Let us remember that facing the Evil Spirit without being exorcists, without being an ordained minister and with one’s own condition of fragility is decidedly unwise. Man has no power over demons and the disproportion is that which exists between an angelic creature and a human creature. It is true that the history of the Church remembers men who were able to perform exorcisms and liberations, but this reality is determined by their particular holiness of life and by a special assistance of divine providence, I like to remember Saint Anthony the Abbot, Saint Benedict of Norcia, Saint Francis of Assisi, Saint Clare of Assisi, Saint Savior of Horta. All of these were not priests and had not received the appointment of exorcist but their lives shone with that sanctity that no demon could resist. The same can be said for Saint Pio of Pietrelcina, who fought all his life against the Devil, despite never having received authorization for the ministry of exorcist from the diocesan Bishop and his Provincial Minister.

In conclusion: it is the Church’s duty to protect the privacy of those who experience spiritual manifestations of evil influence with prompt accompaniment free from undue sensationalism. All those situations of protection for these suffering brothers must be taken into due consideration so that their liberation occurs within a private context. For this reason, one should avoid taking these suffering brothers on various liberation tours, exposing them to the public to give testimonies that often have the flavor of advertising campaigns aimed at increasing the “fame” and egocentrism of the charismatic healer or liberator, rather than seeking stability through a priest who begins the accompaniment. It is useful to combine this with a prayer group that can help in the spiritual battle by raising fervent intercessions to God. As happens in some practices of psychotherapy, the path of liberation and healing must aim to make man autonomous and master of himself again. The therapist must not bind the patient to his person, just as the priest must not bind the faithful to his person or his charisma by forcing them to an endless path of Liberation Prayers. If after a suitable period of time there are no tangible improvements, if one has not acquired a serious sacramental habitus, if there is no particular evidence, then it is better to interrupt these prayers and begin a more in-depth human and spiritual discernment.

In any case, the problem has remained the same throughout the centuries, without ever having lost its relevance, as was clearly highlighted in his time by the Blessed Apostle Paul when he wrote to his disciple Timothy:

«For the time will come when people will not tolerate sound doctrine but, following their own desires and insatiable curiosity, will accumulate teachers and will stop listening to the truth and will be diverted to myths. But you, be self-possessed in all circumstances; put up with hardship; perform the work of an evangelist; fulfill your ministry» (II Th 4, 3-4).

Sanluri, 25 March 2025

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ORACIÓN DE LIBERACIÓN Y SANACIÓN. ¿CUÁL ES EL LÍMITE INVALICABLE QUE SEPARA LA TEOLOGÍA Y LA PASTORAL DEL PELIGRO DE CAER EN PRÁCTICAS MÁGICAS?

«Al hacer uso de los oficios mágicos de ciertos chamanes carismáticos, no sólo se liberarán los difuntos de todo el árbol genealógico, sino también aquellos que deberán venir al mundo. De hecho, gracias al poder del libertador que vaga de un hotel a otro, la posteridad ya ni siquiera necesitará del bautismo, porque, una vez que hayan recibido esta imposición de las manos de alguien golpeado en el cerebro, nacerán directamente sin pecado original».

— Actualidad pastoral —

 

Autor
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Teniendo en cuenta mis dos últimos artículos sobre las posibles derivas de una forma de entender el exorcismo, combinados con el concepto que ve al Diablo como un producto de marketing y de lucro (ver AQUI y AQUI), he creído oportuno escribir un tercero que tendrá como objeto la Oración de la Liberación. quiero aclarar que mis pequeñas aportaciones no son nada comparadas con los trabajos mucho más completos y exhaustivos de eruditos demonólogos como del italiano como Monseñor Renzo Lavatori o del padre José Antonio Fortea.

¿Cómo no recordar a exorcistas especialmente expertos como el Padre Moreno Fiori O.P. y el padre Raffaele Talmelli S.P., ambos han dejado una bibliografía muy rica sobre las demonopatías. No podemos olvidar, entre otras cosas, todos los demás sacerdotes exorcistas que desempeñan su ministerio con dificultad y que son maestros fiables en los que encontrar orientación. Considerando que algunos de ellos han escrito varios libros y artículos sobre estos temas, invito al lector a realizar una búsqueda bibliográfica con la que sea posible incrementar el conocimiento sobre estos temas. En vista de esto, mi artículo es sólo un pequeño homenaje y un agradecimiento.

Antes de definir con precisión la Oración de Liberación, debemos establecer sus límites y áreas de competencia. En primer lugar, esta oración no es un exorcismo sino una oración de intercesión con la que se dirige a Dios, a la Virgen o a los Santos para pedir la liberación de una persona que sufre males causados por la influencia del Maligno. Con esta definición excluimos inmediatamente los casos de una posesión diabólica real, que existen pero son muy raros, y los casos de influencias diabólicas como obsesiones y dolencias que deben requerir cuidados especiales por parte del sacerdote exorcista, combinados con una evaluación multidisciplinaria para cada caso.

Para ser aún más precisos, resumamos lo que la Sagrada Congregación para la Doctrina de la Fe ha establecido el 29 de septiembre de 1985 en La Carta a los Ordinarios sobre las normas relativas a los exorcismos (ver AQUÌ) y apliquémoslo a la Oración de Liberación:

– En la Oración de Liberación nunca está permitido, incluso cuando no se trate de posesión diabólica, dirigirse directamente al Diablo.
– Sólo el exorcista puede dirigirse directamente al Diablo, ordenándole, en nombre de la Iglesia, que se vaya.
– Los laicos no pueden, aunque sean Oraciones de Liberación, utilizar las fórmulas de exorcismo, incluyendo la realizada por el Papa León XIII, ni utilizar parte de dicha oración.
– El exorcismo sólo puede ser realizado por un sacerdote específicamente autorizado por el Ordinario del lugar (ver Código de Derecho Canónico, cann. 1166; 1172).

Para definir aún mejor las Oraciones de Liberación, es necesario precisar que pueden ser recitadas por cualquier persona que pretenda pedir al Señor la curación y la liberación del mal para sí o para los demás, basándose en la invocación ya contenida en la oración del Padre Nuestro que dice «líbranos del mal», o líbranos del Maligno.

Pedir a Dios que nos defienda del Maligno significa afirmar una doble verdad: la defensa del pecado, que es la obra principal del Maligno, y la defensa de las consecuencias del pecado, cuyos frutos están representados por las innumerables enfermedades y flaquezas espirituales y corporales que el hombre ya ha experimentado desde su creación. Teológicamente es más correcto ver la liberación y la curación como aspectos de una misma realidad de lucha contra el pecado, sobre la cual Jesús, el Hijo del Hombre, tiene pleno poder (cf. Mc 2,1-12).

En el documento titulado Instrucción sobre las oraciones para obtener la curación de Dios, la Sagrada Congregación para la Doctrina de la Fe establece en sus disposiciones disciplinarias:

«Cada uno de los fieles es libre de elevar oraciones a Dios para obtener la curación. Cuando éstas se realizan en la Iglesia o en otro lugar sagrado, es conveniente que sean guiadas por un sacerdote o un diácono» (cf. AQUI)

Partiendo de una correcta visión teológica de comprensión del pecado y sus consecuencias, todo creyente tiene la posibilidad de invocar a Dios para la liberación y curación de sus males, así como pedir a sus hermanos oraciones por esta intención. Ya sea que estos males hayan afectado al espíritu o al cuerpo, con una sabia confianza en Cristo médico celestial, los fieles deben utilizar todos los remedios que la gracia y la ciencia humana ponen a disposición para poder aliviar en lo posible tales sufrimientos. En consecuencia, al discernir entre las diferentes dolencias y sus posibles curas, los fieles podrán recurrir a un sacerdote, a un médico u otro especialista en función de su situación actual de enfermedad, sin excluir que todas estas figuras puedan trabajar en comunión para alcanzar una feliz resolución del problema. En este sentido, recordemos una de las piedras angulares de la pastoral de la salud que dice que donde no es posible sanar, siempre es posible y necesario curar.

Las Oraciones de liberación y de curación deben formularse adecuadamente en un contexto de plena fidelidad al depósito de la fe de la Iglesia católica, en comunión con el Magisterio, en obediencia a los sagrados pastores y con firme atención de no caer en formas desviadas y ambiguas que puedan generar equívocos o malentendidos, como se indica en el último documento de la Congregación para la Doctrina de la Fe ya citado.

Sólo incluyendo la liberación en un camino sacramental podremos entonces proceder a preguntarnos cuándo es apropiado recurrir a las llamadas Oraciones de Liberación. Ya he tenido oportunidad de explicar que el camino de liberación y lucha contra el Diablo es muy complejo y comienza con el Sacramento del bautismo, en ese camino diario de conversión y cambio de mentalidad que constituye la base sólida de una vida nueva en el Espíritu Santo, en el que a imagen del Hijo, el Espíritu Santo se derrama en nuestra alma y la voz del Padre nos reconoce como hijos amados (cf. Mt 3,17; Mc 1,11; Lc 3,22). Resucitados como nuevas criaturas en las aguas del bautismo, somos igualmente conducidos al desierto para afrontar en batalla cara a cara, al espíritu del mal. En Cristo ya tenemos la victoria, su divina humanidad fortalece nuestra humanidad; su divino Espíritu es el mismo espíritu que se nos ha sido dado y con el que podemos decir cada vez que somos tentados: «¡Vete, Satanás!» (cf. Mt 4,10).

Del Sacramento del Bautismo pasemos al Sacramento de la Confesión en el que el Espíritu Santo nos habla como al hijo pródigo y nos invita a regresar al hogar paterno para revestirnos de esa dignidad filial que hemos perdido por el pecado (ver Lc 15,17-20). De hecho, es precisamente el pecado el que aleja al hombre de Dios, hasta el punto de convencerlo de que el Padre es un obstáculo para la felicidad plena y la plenitud liberadora. En el momento en que el hombre, con sus actos históricos concretos y con sus pecados actuales, abre voluntariamente la puerta de su corazón a la acción ordinaria del maligno, el pecado queda consumado. Y el pecado arrastra al pecado, la repetición de los mismos actos genera el vicio, del que derivan inclinaciones perversas que oscurecen la conciencia, la alteran y llevan al hombre a la incapacidad de evaluar y elegir entre el bien y el mal (cf. Catecismo de la Iglesia Católica, n. 1865).

El camino sacramental que lleva del bautismo a la confesión culmina con la Eucaristía y la Santa Misa. De hecho, el camino de la liberación no se detiene sino que continúa de manera muy especial en la Eucaristía, en ese banquete divino de la Santa Misa en el que se realiza la presencia verdadera, real y sustancial de nuestro Redentor. En su verdadero Cuerpo, en su verdadera Sangre, en su verdadera alma y en su divinidad sigue venciendo el poder del maligno ― pecado y muerte ― y con su propia persona vence a quien es la encarnación misma de la “no persona” y conduce al hombre hacia una despersonalización humana y divina.

Ciertos pecados actuales, con los consiguientes vicios, entrañan una clara responsabilidad personal del hombre ― el interrogativo divino por la culpa de los progenitores y por el asesinato de Abel es bien elocuente: «¿Qué has hecho?» (cf. Gn 3,13; 4,10) ―, una culpa evidente, que sólo y únicamente puede ser recuperada en el momento en que es desatada con el poder de las llaves que Jesús entregó a Pedro (cf. Mt 16,18-19) y que en el foro sacramental se representa con la absolución. Si prestamos atención, estamos ante la celebración de un verdadero exorcismo, el acto supremo de liberación del hombre, que no es sólo una liberación invocada, sino objetivamente realizada en la realidad.

Creo que es útil saber que el nuevo Misal Romano en el apartado “Misa y oraciones para las diversas necesidades” incluye varias formas específicas para la celebración de la Santa Misa que tienen por objeto los enfermos y moribundos (n. 45-46) para luego pasa a todas aquellas situaciones espirituales de necesidades diversas que podrían ser consecuencia de la intervención del espíritu del mal y del pecado arraigado y endurecido (n. 48 apartado A-B-C).

Teniendo presente esta visión sacramental de la liberación que abarca los tres primeros sacramentos del septenario, me permito tomar prestado un pensamiento del cardenal Mauro Piacenza:

«Los Sacramentos educan continuamente a la lucha: sobre todo los Sacramentos repetibles, aquellos que no imprimen carácter y que pueden celebrarse muchas veces en la vida, significan e indican plenamente la dimensión “agonística” ― de agonal― de la lucha contra el mal».

Este es precisamente este el punto focal del interrogativo que nos hacíamos al inicio de este párrafo: ¿qué tan decisivo es recurrir inmediatamente a las Oraciones de Liberación si no se es parte consistente de un camino sacramental? Sin un habitus sacramental preventivo es necesario evitar las Oraciones de Liberación, especialmente si no se siente su utilidad real, sin una cierta preparación por parte de quien intercede sobre la persona y sin una preparación preventiva y robusta por parte de quien las recibe.

Es necesario aclarar cómo la eficacia de los sacramentales (Exorcismo u Oración de Liberación) en los fieles depende de su vida sacramental. Son los Sacramentos los que imparten la fuerza liberadora y curativa a los sacramentales, que se insertan en esa fe afirmada y vivida diariamente por los fieles. No es casualidad que en la Santa Misa, en el Rito de la Comunión, el sacerdote antes del intercambio de la paz diga:

«Señor Jesucristo, que dijiste a tus apóstoles: “La paz os dejo, mi paz os doy”, no mires nuestros pecados, sino la fe de tu Iglesia, y conforme a tu palabra, concédele la paz y la unidad. Tú que vives y reinas por los siglos de los siglos. Amén”.

Es la fe que el Señor busca en nosotros, esa fe recibida en el bautismo, fortalecida en el reconocimiento de nuestros pecados y en el ejercicio de la caridad mutua, nutrida y aumentada por el Cuerpo y la Sangre de Cristo. Sin fe o falta de ella no hay ningún tipo de liberación o curación, sólo paliativos supersticiosos que muchas veces causan más daño que bien al alma y al cuerpo. Y en esta visión supersticiosa también podemos incluir las cosas santas, como el uso de los sacramentales y la devoción a los santos.

Cuando hablamos de Oraciones de Liberación corremos el riesgo de perdernos en una variedad de formas y contenidos verdaderamente diversos, por lo que es completamente consecuente preguntarnos: ¿qué Oraciones de Liberación hacer? Las colecciones de tales oraciones impondrían un orden que es ante todo de carácter teológico. De hecho, la estructura de estas oraciones es extremadamente variada y a menudo resulta difícil rastrear su origen exacto: van desde aquellas aparentemente católicas, pasando por aquellas con un sabor devocional vinculado a algún místico o santo, o aquellas de estilo oriental que hacen un guiño al mundo griego y se incluyen las oraciones de algunas comunidades cristianas reformadas (basta mencionar la práctica de liberación, purificación y curación del árbol genealógico de Kenneth McAll) para terminar con las fórmulas con sabor claramente esotérico.

La ausencia de un canon transcrito constituye el problema más evidente, y de esto deriva la ausencia de una colección canónica aprobada sobre la cual basarse. Ésta es una de las cosas que más favorece la posibilidad de recurrir a una improvisación salvaje. Ciertamente los sacerdotes tienen la posibilidad de recurrir al Libro de Bendiciones que ofrece innumerables indicaciones, pero el campo de lucha contra el diablo y sus influencias es tan específico que requiere una mayor atención a fin de evitar la búsqueda morbosa de la suplica y la invocación más decisiva, aún a costa de traspasar la frontera entre ortodoxia y ortopraxis.

La Oración de la Liberación se delinea como una oración invocativa que pertenece a la esfera de los sacramentales. Esto hace necesario verificar al menos dos criterios en ella:

– que sea aprobado por la autoridad eclesiástica competente;
– que tenga en su composición una construcción dogmática y litúrgica muy precisa que no deja lugar a confusiones o malentendidos.

En el Directorio sobre la piedad popular y Liturgica, la Congregación para el Culto Divino y la Disciplina de los Sacramentos establece:

«Aunque redactados con un lenguaje, por así decirlo, menos riguroso que para las oraciones de la Liturgia, los textos de las oraciones y fórmulas de devoción deben encontrar su inspiración en las páginas de la Sagrada Escritura, en la Liturgia, de los Padres y del Magisterio, y estar concordados con la fe de la Iglesia. Los textos estables y públicos de oraciones y de actos de piedad deben llevar la aprobación del Ordinario del lugar» (Documento integral AQUI: Introducion, 16).

La Oración de Liberación necesita ser una oración aprobada por la Iglesia precisamente por la delicadeza del tema, que necesariamente abarca en sí ese corpus de fe creída y profesada que bien resume aquel principio teológico según el cual la “lex orandi” es “lex credendi” y viceversa. Aunque Las Oraciones de Liberación no son oraciones litúrgicas propiamente dichas, por pertenecer un contexto celebrativo y litúrgico específico, esto no las exime de una composición menos precisa en los textos y contenidos.

Pero vayamos a lo concreto. En mis dos artículos anteriores ya tuve oportunidad de argumentar sobre la oración del Padre Nuestro que el mismo Señor enseñó a sus discípulos (cf. Mt 6,9-13; Lc 11,1-4) y como tal, está prefigurada no sólo como la primera Oración de Liberación sino sobre todo como oraciones por excelencia. Aparte de esto, sabemos que el nuevo Ritual de los Exorcismos contiene, en el Anexo II (núms. 1-10), una sección de oraciones para uso privado de los fieles que se ven obligados a luchar contra el poder de las tinieblas. Esta lista bien puede considerarse como una lista oficial y aprobada de oraciones que se deben decir en privado y que conciernen a todos aquellos que experimentan una acción del Diablo que va más allá de la acción ordinaria. Es razonable pensar, por tanto, que la ratio inspiradora de estas oraciones no concierne sólo a quienes ya están sometidos al exorcismo mayor, sino sobre todo a quienes se encuentran experimentando un particular ataque directo del Maligno.

Queriendo desequilibrarnos en la interpretación, podemos suponer que la mens de tales oraciones en el ritual no concierne sólo al creyente individual sino también a esa comunidad más amplia que se encuentra recorriendo los caminos de este mundo nuestro marcado por la herida del pecado y el combustible de la concupiscencia. En este sentido, es útil trazar una casuística esencial que pueda sugerir el recurso a una Oración de Liberación, como siempre ha hecho la Iglesia en muchas oraciones de letanías que concluyen con la invocación: libera nos Domine. Pensemos por ejemplo:

1) a la blasfemia frecuente y repetida;
2) al sentimientos de odio, resentimiento, destrucción y desesperación;
3) al endurecimiento en el pecado grave y el radicalización arraigada en hacer el mal;
4) a los conflictos devastadores en las familias;
5) a las situaciones de guerra y desastres naturales y epidemiológicos;
6) a aquellas situaciones de inmoralidad generalizada, profanación y escándalos que afectan también a la vida pública de un país o nación;
7) a la gestión malévola y desfigurante de las relaciones humanas y entre los pueblos;
8) a las persecuciones contra la Iglesia y los cristianos a causa de su fe en Cristo;
9) al atentado a la integridad de la vida humana débil e indefensa.

La casuística también podrían ser mucho más diversificada, pero el uso de un discernimiento preciso y maduro acompañado de la Iglesia se convierte en la mejor opción para aprender a distinguir el origen de la causa. Porque, si es cierto que determinadas situaciones no siempre tienen como causa directa al Diablo, también lo es que en el origen de tales males siempre está su acción engañosa y corruptora.

Enumerando las Oraciones de Liberación oficiales y aprobadas, en aras de la integridad argumentativa, creo que la Oración Universal que la Iglesia eleva a Dios el Viernes Santo es digna de mención. La décima intención, dedicada a todos los que están atribulados, dice lo siguiente:

«Oremos, queridos hermanos, a Dios Padre todopoderoso, para que libre al mundo de todos sus errores, aleje las enfermedades, alimente a los que tienen hambre, libere a los encarcelados y haga justicia a los oprimidos, concede seguridad a los que viajan, un buen retorno a los que se hallan lejos del hogar, la salud a los enfermos y la salvación a los moribundos.

Dios todopoderoso y eterno, consuelo de los afligidos y fortaleza de los que sufren, escucha a los que te invocan en su tribulación, para que todos experimenten en sus necesidades la alegría de tu misericordia. Por Jesucristo, nuestro Señor. Por Cristo nuestro Señor» (Oración X, Por los atribulados).

Esta súplica elevada el día en que la Iglesia recuerda la Pasión del Señor tiene un claro valor de Oración de Liberación. De hecho, pedimos a Dios que sean eliminados todos los males y situaciones de fragilidad y peligro para los hombres, para alcanzar la victoria contra aquel que está en el origen de todo mal y pecado. Aunque forma parte de la liturgia oficial del Viernes Santo, nada impide que un creyente lo recite en privado y pida ayuda a Dios en diversas situaciones de tribulación para sí mismo y para los demás.

Por último, llegamos finalmente al problema del abuso pastoral en las Oraciones de Liberación. En la instrucción sobre las oraciones para obtener la curación de Dios, la Congregación requiere que dichas oraciones se realicen preferentemente en la iglesia u otro lugar sagrado y que sean dirigidas por un ministro ordenado. A diferencia del exorcismo que requiere obligatoriamente la presencia de un sacerdote, las Oraciones de Liberación, tal como las hemos entendido en este artículo, también pueden ser dirigidas por un diácono. Pero anticipo enseguida que esta elección impone cierta prudencia y garantías por las razones que explicaré más adelante.

La presencia del ministro ordenado no es simplemente importante sino precisamente indispensable para dirigir la oración, realizando el mandato que Cristo dio a aquellos a quienes envió de dos en dos para liberar y sanar (cf. Lc 10,1-20). Por tanto, no se pueden promover oraciones públicas dirigidas por fieles laicos, quienes deben tener cuidado de no imponer manos ni hacer gestos reservados a los ministros ordenados, manteniéndose dentro de los límites y plazos establecidos por las disposiciones precisas dictadas por la Iglesia (cf. Benedizionale, Roma, 1992, 18).

Curación y liberación están unidas en una misma perspectiva teológica, como aclara la Sagrada Congregación para la Doctrina de la Fe y como es nuestro deber sacerdotal y pastoral recordar, porque es sólo el Señor «quien libera de todo mal» (cf. Sab 16,8) y en esta acción de la gracia los sufrimientos que acompañan a la enfermedad son también objeto del profundo deseo del hombre de una liberación total que afecta no sólo al componente corporal sino también al psíquico y espiritual (cf. art. 1).

La Congregación tiene una voluntad normativa referida a a esas circunstancias de la oración pública, dejando fuera el ámbito de la vida de oración privada de los fieles, sabiendo que todo bautizado está llamado a que ruegue a Dios por los vivos y los difuntos y por la conversión propia y ajena. En cuanto a la elección del lugar, el contexto sagrado refuerza el deseo de permanecer unidos a la Iglesia y a sus pastores, además implementa pastoralmente lo que el Señor recomienda en la parábola del buen samaritano (cf. Lc 10,25-37), en la que el infortunado viajero es alojado en la posada-hospital que representa a la Iglesia. La imagen de los bandidos es altamente simbólica y tiene un significado espiritual que fue descrito por los Padres de la Iglesia, quienes pudieron ver la obra del Diablo y sus Ángeles que despojan al hombre del manto de la inmortalidad y lo golpean con el arma del pecado hasta privarlo de la vida de la gracia.

Todos los demás lugares públicos que no sean una iglesia, una capilla o un oratorio son en sí mismos inadecuados; sería superfluo reiterarlo, pero es bueno hacerlo a la luz de la disciplina clara y precisa de la Iglesia, y ciertamente no de las opiniones personales. Así como algunos canales y vías de comunicación como teléfonos, móviles, cámaras web y similares no son adecuados. Desgraciadamente, se han producido y se siguen produciendo casos en los que los exorcismos se han llevado a cabo por teléfono, las Oraciones de Liberación por la radio o mediante el uso de diversos medios de comunicación, por no hablar de las giras de exorcismos y de liberación organizadas en los hoteles italianos los fines de semana con paquetes promocionales que ofrecen la liberación, la curación, la conversión o, como dirían un cohermano experimentados y ahora mucho desencantados:

«Al hacer uso de los oficios mágicos de ciertos chamanes carismáticos, no sólo se liberarán los difuntos de todo el árbol genealógico, sino también aquellos que deberán venir al mundo. De hecho, gracias al poder del libertador que vaga de un hotel a otro, la posteridad ya ni siquiera necesitará el bautismo, porque, una vez que hayan recibido la imposición de manos de alguien golpeado en el cerebro, nacerán directamente sin pecado original».

Una situación pastoral que merece atención es la relativa a aquellos que son verdaderamente presas del Espíritu del Mal pero cuya situación de posesión, obsesión o vejación que aún no se ha manifestado. No es raro que, tras reuniones de oración por la curación o liberación, el Espíritu Maligno pueda manifestarse súbitamente, al verse forzado por el poder de la oración combinado con la fe de la asamblea orante. A menudo ni siquiera es necesaria una determinada oración de liberación, sino que basta una simple oración de alabanza o una invocación del Espíritu Santo para encontrarse en una situación similar a la que le sucedió a Jesús en la sinagoga de Cafarnaúm (cf. Mc 1, 21-28; Lc 4, 31-37).

Gestionar acontecimientos similares implica prudencia y fortaleza, combinadas con fe en Cristo y obediencia a la Iglesia. Debemos preguntarnos seriamente si en tales reuniones públicas de oración no debería existir la presencia preventiva de un exorcista formalmente designado y autorizado, que en nombre de Cristo y de la Iglesia pueda intervenir legalmente. Recordemos que afrontar el Espíritu del Mal sin ser exorcista, sin ser ministro ordenado y con la propia condición frágil es decididamente imprudente. El hombre no tiene poder sobre los demonios y la desproporción es la que existe entre una criatura angelical y una criatura humana. Es cierto que la historia de la Iglesia recuerda a hombres que supieron realizar exorcismos y liberaciones, pero esta realidad está determinada por su particular santidad de vida y por una especial asistencia de la divina providencia; me gusta recordar a San Antonio Abad, a San Benito de Nursia, a San Francisco de Asís, a Santa Clara de Asís, a San Salvador de Horta. Todos ellos no eran sacerdotes y no habían recibido el nombramiento de exorcistas pero sus vidas brillaban con esa santidad a la que ningún demonio podía resistir. Lo mismo puede decirse de San Pío de Pietrelcina, que luchó contra el diablo toda su vida, a pesar de no haber recibido nunca autorización para el ministerio de exorcista por parte del obispo diocesano y de su ministro provincial.

Para concluir: es responsabilidad de la Iglesia proteger la privacidad de aquellos que experimentan manifestaciones espirituales de influencia maligna con un acompañamiento rápido y libre de espectacularización indebida. Todas aquellas situaciones de protección de estos hermanos sufrientes deben ser tenidas en cuenta para que su liberación se produzca en un contexto confidencial. Por esta razón, debemos evitar llevar a estos hermanos que sufren a diversas giras de liberación, exponiéndolos al público para dar testimonios que a menudo tienen sabor a campañas publicitarias destinadas a aumentar la “fama” y el egocentrismo del carismático sanador o libertador, en lugar de buscar la estabilidad a través de un sacerdote que inicia el acompañamiento. Para ello es útil unirse a un grupo de oración que pueda ayudar en la batalla espiritual elevando fervientes intercesiones a Dios. Como sucede en algunas prácticas de psicoterapia, el camino de liberación y curación debe tener como objetivo volver a hacer al hombre autónomo y dueño de sí mismo. El terapeuta no debe atar al paciente a su persona, así como el sacerdote no debe atar al creyente a su persona ni a su carisma, obligándolo a recorrer un camino infinito de Oraciones de Liberación. Si después de un tiempo adecuado no se observan mejoras tangibles, si no se ha adquirido un habitus sacramental serio, si no hay pruebas particulares, entonces es mejor interrumpir estas oraciones y comenzar un discernimiento humano y espiritual más profundo.

En cualquier caso, el problema sigue siendo el mismo a lo largo de los siglos, sin haber perdido nunca su actualidad, como claramente destacó en su tiempo el beato apóstol Pablo escribiendo a su discípulo Timoteo:

«Porque vendrá tiempo cuando no soportarán la sana doctrina, sino que teniendo comezón de oídos, se amontanarán maestros conforme a sus propias concupiscencias; y apartarán de la verdad el oído y se volverán a las fábulas. Pero tú, sé sobrio en todo soporta las aflicciones, haz obra de evangelisa, cumple tu ministerio» (II Tim 4, 1-5).

Sanluri, 25 de Marzo 2025

 

 

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Benedetto XVI e Dario Argento. Il Santo Padre Francesco rimanga sulla Cattedra di Pietro e ci eviti un altro trauma ― Benedict XVI and the film-director Dario Argento. May the Holy Father Francis avoid us another trauma

(Italian, English)

 

BENEDETTO XVI E DARIO ARGENTO. IL SANTO PADRE FRANCESCO RIMANGA SULLA CATTEDRA DI PIETRO E CI EVITI UN ALTRO TRAUMA

Se il Santo Padre Francesco, con un atto personalissimo, legittimo e non soggetto a discussione e accettazione da parte di alcuna autorità ― non esistendo nella Chiesa e nel mondo autorità superiore alla sua ― dovesse decidere di fare atto di rinuncia, aggraverebbe il nostro trauma e darebbe vita a una disastrosa consuetudine: il papato come un prodotto con data di scadenza.

— Attualità ecclesiale —

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È sempre importante spiegare il significato delle parole, anche quando potrebbe apparire superfluo.

Nel linguaggio corrente, parlato e scritto, certi termini hanno perduto non solo il loro etimo originario, addirittura vengono usati in accezione negativa. Cosa questa che avviene persino all’interno della Chiesa, dove sempre più spesso capita di udire ecclesiastici affermare che necessitiamo di «meno dogmi e più Chiesa di base», lamentando «forme di eccessivo attaccamento alla dottrina», oppure esponendo al pubblico ludibrio un prete o un teologo definito con sprezzo «tridentino».

Riguardo il concetto «meno dogmi più Chiesa di base», è necessario chiarire che, se così fosse, i primi a sbagliare sarebbero stati i Padri del Concilio di Nicea del 325, seguito pochi decenni dopo dal Concilio di Costantinopoli del 381. La loro ossessione verso i dogmi fu infatti così forte sino a dar vita al Simbolo di Fede noto come Niceno-Costantinopolitano, un concentrato di dogmi cristologici e trinitari che ci ostiniamo a recitare ogni domenica nel Credo, attraverso il quale, oltre a non comprendere la «Chiesa di base», si rigetta persino il pluralismo e il relativismo religioso affermando in modo arrogante: «Credo la Chiesa una, santa cattolica e apostolica. Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati». Un vero e proprio esclusivismo non includente che grida vendetta al cielo!

La nostra, lungi dall’esser «di base», è però l’esatto opposto: una Chiesa di vertice per sua natura fondativa. Cristo stesso mise al suo vertice Simone detto Pietro, dal quale tutto procede con effetto a cascata, dall’alto verso il basso (cfr. Mt 16, 13-20).

Usare il termine «tridentino» come un insulto, denota una mancanza di cultura cattolica preoccupante, basterebbe conoscere i rudimenti della storia per sapere in quali condizioni di decadenza era sprofondata la Chiesa tra il XV e il XVI secolo e quale degrado morale affliggeva il clero, assieme all’ignoranza. L’opera di questo grande concilio fu straordinaria sotto tutti gli aspetti dottrinali, giuridici, pastorali, formativi, disciplinari e morali.

Nella pudibonda società del politicamente corretto esistono vari termini svuotati del proprio significato e riempiti d’altro, per poi essere usati in accezione dispregiativa e offensiva. Ma ecco un esempio davvero eclatante. Se usando Office365 digitiamo la parola “gesuita” e cerchiamo i sinonimi, il programma di scrittura indica i seguenti sinonimici: «ipocrita, fariseo, farisea, simulatore, simulatrice». Invece, se digitiamo la parola “ebreo” e cerchiamo i sinonimi, lo stesso programma indicherà questi sinonimici: «ebraico, giudaico». E qui va ricordato che nei dizionari tedeschi degli anni Trenta del Novecento, come sinonimi della parola “ebreo” erano indicati questi termini: «heuchlerisch, Pharisäer, Simulator» (ipocrita, fariseo, simulatore). E con ciò dobbiamo prendere atto che i moderni nazisti del XXI secolo hanno trasferito su altri oggetti le loro vecchie sinonimie odiose: dagli ebrei, che in quanto tali sono figli di un Dio maggiore, oggi intoccabili, le stesse terminologie sono state trasferite sui gesuiti che, essendo figli di un dio parecchio minore, sono toccabili e possono essere insultati allo stesso modo in cui i nazisti degli anni Trenta del Novecento insultavano gli ebrei.

Per comunicare occorre un linguaggio, princípio che può suonare pressoché scontato ma che tale non è affatto, molte sono le persone che, pur parlando la stessa lingua, alle parole danno un significato completamente diverso. Questo ci obbliga a chiarire e spiegare il significato delle parole che s’intendono usare. Esempio: alla parola “castigo” do un significato teologico legato alla sua corretta etimologia derivante dai termini latini castus e ăgere da cui nasce la parola castigare, che significa “rendere puro” o “purificare”. Nulla a che vedere con azioni punitive o vendicative, nel lessico biblico e teologico il castigo è un’azione di grazia della misericordia divina, ossia un atto d’amore, perché, come sta scritto nel Libro di Tobia:

«Benedetto Dio che vive in eterno
il suo regno dura per tutti i secoli;
Egli castiga e usa misericordia,
fa scendere negli abissi della terra,
fa risalire dalla Grande Perdizione
e nulla sfugge alla sua mano» (Tb 13, 2).

La parola tràuma, derivante dal greco τραῦμα (-ατος), che alla lettera significa “ferita”, comincia a essere usata nella letteratura medica attorno al 1650, in quella psicologica a partire dal 1889 grazie principalmente alle ricerche del neuropatologo viennese Sigmund Freud. Diverse sono le forme di trauma inteso nel suo più aderente significato di “ferita”. Certamente, le forme più gravi, non sono legate alle ferite fisiche, ma a quelle psicologiche, a quelle spirituali. E noi siamo stati ampiamenti traumatizzati dal Sommo Pontefice Benedetto XVI che ci ha resi spettatori e protagonisti di un evento storico che molto raramente la Chiesa ha conosciuto: la rinuncia di un Romano Pontefice.

Mediante usi errati delle parole l’atto di rinuncia al pontificato ha preso presto il nome improprio e fuorviante di «dimissioni». Dato che ciò non bastava, Benedetto XVI rincarò la dose lanciando l’espressione tragicamente infelice di «papa emerito». Il modo insolito, sotto molti aspetti stravagante, attraverso il quale è avvenuto ed è stato ufficializzato questo legittimo atto di rinuncia, ha dato lavoro ai complottisti sparsi per tutto l’orbe terracqueo, fomentando le teorie folli di alcuni poveri preti fuori equilibrio e di qualche cantante lirico di scarso successo che si è messo a giocare al Dan Brown de noartri dando alle stampe un improbabile Codice Ratzinger, ribattezzato prontamente dal sottoscritto Codice Katzinger.

Il Sommo Pontefice Francesco, ricoverato presso il Policlinico romano Agostino Gemelli, si è ritrovato più volte tra la vita e la morte nel corso delle ultime quattro settimane. Attualmente pare sia fuori pericolo e dopo un mese circa gli specialisti hanno sciolto la prognosi. Se il Santo Padre uscirà e farà ritorno presso la sua residenza in Vaticano, sarà un uomo anziano molto fragile e profondamente indebolito, con problemi di deambulazione e difficoltà nel respirare e parlare, propenso ad affaticarsi al minimo sforzo fisico, bisognevole di essere monitorato e curato in modo costante.

Per governare la Chiesa può bastare che un Romano Pontefice sia semplicemente in vita, anche se impossibilitato a muoversi e a dire poche parole sottovoce, ad apparire in pubblico e a ricevere persone. Per recare invece dei traumi può bastare mettere in atto quel che Benedetto XVI portò sulla scena della nostra storia nel febbraio del 2013, non tanto col suo legittimo e valido atto di rinuncia, ma con le modalità scelte, risultate alla prova dei fatti: infelici, fuorvianti e imprudenti.

I detrattori del Sommo Pontefice Francesco si stracciano tutt’oggi le vesti per la effige della famigerata Pachamama fatta entrare in Vaticano nell’agosto del 2020 durante il Sinodo sull’Amazzonia. Forse sarebbe più opportuno e coerente rammaricarsi per la eccentricità di Benedetto XVI che in Vaticano fece entrare il regista Dario Argento, donandoci un film dell’horror intitolato non a caso Trauma, con una sceneggiatura interamente costruita su pensieri deliranti che andavano dalle «dimissioni» ai «papi emeriti», dal «papato attivo e papato contemplativo» sino al «papato allargato» (!?) … D’altronde, ognuno tortura, sgozza e sparge sangue sul proprio set cinematografico come meglio può. Poi, se entra in ballo la perversa psicologia del romanticismo tedesco decadente, a quel punto i limiti si perdono e i freni inibitori pure. Con la differenza, però, che quella del Maestro Argento è finzione, quella di Benedetto XVI è stata nostra tragica realtà ecclesiale.

Se con un atto personalissimo, legittimo e non soggetto a discussione e accettazione da parte di alcuna autorità ― non esistendo nella Chiesa e nel mondo autorità superiore alla sua ― il Santo Padre Francesco dovesse decidere di fare atto di rinuncia, aggraverebbe il nostro trauma e darebbe vita a una disastrosa consuetudine: il papato come un prodotto con data di scadenza. Prego e spero che questo non avvenga e che rimanga sulla cattedra del Beato Apostolo Pietro sino alla morte, perché il Dario Argento portato sulla scena da Benedetto XVI, ci è bastato e avanzato per i prossimi cinquecento anni.

Dall’Isola di Patmos, 19 marzo 2025

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BENEDICT XVI AND THE FILM-DIRECTOR DARIO ARGENTO. MAY THE HOLY FATHER FRANCIS AVOID US ANOTHER TRAUMA

If the Holy Father Francis, with a very personal act, legitimate and not subject to discussion and acceptance by any authority – there being no authority superior to his in the Church and world – were to decide to make free and unquestionable act of renunciation, he would aggravate our trauma and give rise to a disastrous custom: the papacy as one product with expiration date.

— Ecclesial actuality —

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It is always important to explain the meaning of words, even when it might seem superfluous.

In current language, spoken and written, certain terms have lost not only their original etymology, but are used in a negative sense. This is that happens even within the Church, where often we hear ecclesiastics affirm that we need «less dogmas and more basic Church», lamenting «excessive attachment to doctrine», or exposing to ridicule a priest or a theologian scornfully defined as «Tridentine».

Regarding the concept of «less dogmas, more church of basic», it is necessary to clarify that, if this were the case, the first to err were the Fathers of the Council of Nicaea in the year 325, followed a few decades later by the Council of Constantinople in the year 381. Their obsession with dogma was in fact so strong that it gave birth to the Symbol of Faith known as the Nicene-Constantinopolitan, a concentration of Christological and Trinitarian dogmas that we insist on reciting every Sunday in the Creed, through which, in addition to not understanding the «church of basic», we even reject pluralism and religious relativism by arrogantly stating: «I believe in one, holy, catholic and apostolic Church. I profess one baptism for the forgiveness of sins». Horror! A true non-inclusive exclusivism that cries out to heaven for vengeance!

Ours Church, is’nt “of basic”, is the opposite: for very nature foundative is Church of vertex. Christ himself placed at its vertex Simon called Peter, from whom everything proceeds with a cascade effect, from the top to the bottom (Mt 16, 13-20).

Using the term “Tridentine” as an insult, denotes lack of Catholic culture, it would be enough to know the rudiments of history to know into what conditions of decadence the Church had sunk between the 15th and 16th centuries and what moral degradation afflicted the clergy, together with ignorance. The work of this great council was extraordinary in all doctrinal, juridical, pastoral, formative, disciplinary and moral aspects.

In the prudish society of political correctness, there are various terms emptied of their meaning and filled with something else, used in a derogatory and offensive sense. But here is a example. If we use Office365 to type the word “Jesuit” and look for synonyms, the writing program indicates the following synonyms: «hypocrite, Pharisee, simulator». Instead, if we type the word “Jew” and look for synonyms, the program indicate these synonyms: «Jewish, Judaic». And here it should be remembered that in the German dictionaries of the 1930s, the following terms were used as synonyms of the word “Jew”: «heuchlerisch, Pharisäer, Simulator» (hypocrite, Pharisee, simulator). The modern Nazis of the 21st century have transferred their old hateful synonyms to other subjects: from the Jews, who as such are children of a greater God, today untouchable, the same terminologies have been transferred to the Jesuits who, being children of a much lesser God, are touchable and can be insulted in the same way in which the Nazis of the 1930s insulted the Jews.

To communicate, you need a language, a principle that may sound almost obvious but is not at all, many people, even though they speak the same language, give words a completely different meaning. This forces us to explain the meaning of the words that are intended to be used. For example: to the word “punishment” I give a theological meaning linked to its correct etymology deriving from the Latin terms “castus” and “ăgere” from which the word castigare comes, which means “to make pure” or “to purify”. Nothing to do with or vengeful actions, in the biblical and theological lexicon punishment is an act of grace of divine mercy, an act of love, because, as it is written in the Book of Tobit:

«For he afflicts and shows mercy,
casts down to the depths of Hades,
brings up from the great abyss.
Give thanks to him, you Israelites,
in the presence of the nations,
for though he has scattered you among them,
even there recount his greatness» (Tb 13, 2).

The word tràuma, derived from the Greek τραῦμα (-ατος), which means “wound”, began to be used in medical literature around 1650, in psychological literature starting in 1889, thanks mainly to the research of the Viennese neuropathologist Sigmund Freud. There are different forms of trauma understood in its most adherent meaning of “wound”. Certainly, the most serious forms are not linked to physical wounds, but to psychological, spiritual ones. We have been extensively traumatized by the Supreme Pontiff Benedict XVI who made us spectators and protagonists of a historical event that the Church has very rarely known: the renunce of a Roman Pontiff.

Through incorrect uses of words, the act of renunce from the pontificate soon took the improper and misleading name of «dimissions». Since this was not enough, Benedict XVI doubled the dose by launching the unfortunate expression of «pope emeritus». The unusual, and in many ways bizarre, way in which this legitimate act of renunciation occurred has given work to conspiracy theorists all over the globe, fomenting the crazy theories of some poor, unbalanced priests and some fantasists who have started playing at being the Dan Brown of the situation.

The Supreme Pontiff Francis, hospitalized at the Agostino Gemelli Polyclinic in Rome, has found himself between life and death several times over the last four weeks. In the present time appears to be out of danger and after about a month the specialists have loose the prognosis. If the Holy Father leaves and returns to his residence in the Vatican, he will be and profoundly weakened elderly man, with walking problems and difficulty breathing and speaking, prone to fatigue at the slightest physical effort, in need of constant monitoring and care.

To govern the Church, it may be enough for a Roman Pontiff simply to be alive, even if unable to move and say a few words in a whisper, to appear in public and receive people. To cause trauma, however, it may be enough to implement what Benedict XVI brought to the stage of our history in February 2013, not so much with his legitimate and valid act of renunciation, but with the methods chosen, which proved to be unfortunate, misleading and imprudent when put to the test.

The detractors of the Supreme Pontiff Francis are still tearing their clothes over the effigy of the Pachamama brought into the Vatican in August 2020 during the Synod on the Amazon. Perhaps it would be more appropriate and coherent cry tears for the eccentricity by Benedict XVI who brought the famous Italian director Dario Argento into the Vatican, giving us a horror film not coincidentally entitled Trauma, with a screenplay entirely built on delusional thoughts that ranged from «resignations» to «popes emeritus», from the «active papacy and contemplative papacy» to the «extended papacy» (!?) … After all, everyone tortures, slaughters and sheds blood on their own film set as best they can. Then, if the perverse psychology of decadent German romanticism comes into play, at that point the limits are lost and so are the inhibitions. With the difference: that of film-director Dario Argento is fiction by horror films, that of Benedict XVI was our tragic ecclesial reality.

If the Holy Father Francis, with a very personal act, legitimate and not subject to discussion and acceptance by any authority – there being no authority superior to his in the Church and world – were to decide to make free and unquestionable act of renunciation, he would aggravate our trauma and give rise to a disastrous custom: the papacy as one product with expiration date. I pray and hope that this does not happen and that he remains on the chair of the Blessed Apostle Peter until his death, because the Dario Argento brought to the scene by Benedict XVI has been more than enough for the next five hundred years.

From The Island of Patmos, March 19, 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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E se al prossimo conclave tornasse in voga la simonia? – What if the simony return again at the next conclave?

(English text after the Italian)

E SE AL PROSSIMO CONCLAVE TORNASSE IN VOGA LA SIMONIA?

Allo stato attuale i poveri tanto esaltati in questo pontificato sono stati lasciati ostaggio dei capricci dei ricchi come mai lo erano stati prima, dopo aver dato vita a un Collegio di cardinali elettori che non rappresentano le varie voci, le opinioni e le posizioni più diverse che hanno sempre arricchito la Chiesa al proprio interno, ma una voce univoca, monocorde.

— Attualità ecclesiale —

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PDF  articolo formato stampa – PDF article print format

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Ognuno ha il proprio stile, singolo o collettivo. Nel primo, come nel secondo caso, può essere spontaneo, oppure studiato a tavolino. I Padri de L’Isola di Patmos, nel corso dei loro dieci anni di attività pubblicistica, a partire dall’ottobre 2014, più volte per opportunità, altre per virtù di prudenza, hanno rinunciato a trattare certi temi emergenti legati alla Chiesa e al Papato, essendo anzitutto presbiteri; redattori e pubblicisti a seguire, ma avanti a tutto presbiteri. Certi temi possono richiedere di essere non tanto taciuti, o peggio nascosti, ma trattati quando si hanno maggiori elementi conoscitivi che possano portare a un veritiero, equo ed equilibrato giudizio.

Perché non scrivete nulla sulla salute del Santo Padre, ci hanno chiesto più lettori? Sì, in effetti sono ormai due settimane che il Sommo Pontefice Francesco si trova ricoverato al Policlinico Agostino Gemelli e su di lui e il suo stato di salute non abbiamo emesso sospiro da queste nostre colonne. E sulla base di che cosa avremmo dovuto farlo, forse basandoci sui bollettini medici giornalieri, dando a seguire fiato alle trombe delle interpretazioni e delle ipotesi, incluse le più assurde, che suscitano però quel malsano prurito che per i social media è come il lievito nei croissants?

Quando un Sommo Pontefice è gravemente malato, parlare della successione è inevitabile. Chi lo fa con competenza e delicatezza, chi invece con incompetenza e mancanza di rispetto per la sua Augusta Persona. A questi secondi basterebbe solo domandare di chi è successore il nuovo Romano Pontefice, se di quello morto prima di lui, oppure del Beato Apostolo Pietro, cogliendo così il livello della loro preparazione. Qualcuno ha lamentato che parlare di conclave è mancanza di rispetto e riguardo verso un Sommo Pontefice blandamente definito dai bollettini medici in condizioni ora «gravi» ora «stazionarie», il tutto alternato a vari piccoli miglioramenti o peggioramenti. La verità è che il Sommo Pontefice è un malato terminale che sta concludendo la propria vita e la prognosi riservata sarà sciolta dopo che il cardinale camerlengo reciterà la solenne frase: «Vere Papa mortuus est», poi si rivolgerà al suo cadavere chiamandolo col suo nome di battesimo: Jorge Mario. Ciò a significare che il papato, essendo un ufficio e non il grado estremo del Sacramento dell’Ordine, una volta acquisito per via giuridica, non certo per via sacramentale, con la morte cessa. Contrariamente al sacerdozio, acquisito per via sacramentale, che ci rende sacerdoti per l’eternità: «Tu es sacerdos in aeternum» (Sal 110,4).

All’epoca in cui morì nel lontano agosto 1990, mio padre aveva 34 anni in meno dell’attuale Pontefice regnante. Oggi, in Italia, l’età media del maschio italiano è pari a 84 anni; in Argentina, quella del maschio argentino, è pari a 74 anni. Morendo all’età tutt’altro che tenera di 88 anni compiuti, dopo avere già superata di quattro anni la media italiana e di quattordici quella argentina, si potrebbe dire molto serenamente che il Santo Padre non sarà stato certamente strappato in modo crudele dalle amorose braccia della balia. Accennavo per inciso alla prematura morte del mio genitore avvenuta nel giro di un anno per un tumore metastatizzato non diagnosticato in tempo e per questo impossibile da curare, per narrare che mentre versava in stato terminale non gli ho mai augurato di proseguire a vivere, ma pregai la misericordia di Dio che se lo prendesse prima possibile. Oggi, in certe circostanze, pur senza augurare la morte a nessuno, proseguo a pregare Dio affinché certi sofferenti siano portati presto nella Casa del Divino Padre, senza mai dimenticare il valore salvifico della sofferenza umana, di cui parlò nel proprio magistero il Santo Pontefice Giovanni Paolo II nella sua Lettera apostolica Salvifici Doloris, che si apre con le parole del Beato Apostolo Paolo:

«Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa”» (Col 1, 14).

Coloro che dichiarano di pregare per la salute e la guarigione del Santo Padre, invitando a fare altrettanto, o vivono nel mondo dell’irreale o pensano che dinanzi a un anziano morente, tanto più un Romano Pontefice, vadano applicate regole di galateo che sanno di patetico, se non forse di ridicolo. Bisogna pregare sì, ma affinché Dio conceda al Santo Padre la grazia di una serena morte, limitando le sue sofferenze fisiche, umane e spirituali. Con il complesso e grave stato patologico che lo affligge, inclusa una assenza ormai totale di difese immunitarie, la sua esposizione pubblica sarebbe impossibile, altrettanto problematico ricevere persone che potrebbero essere veicolo di trasmissione di micro batteri. Se rimanesse in vita per altri mesi, tornerebbe alla Domus Sancthae Marthae in condizioni di tale debilitazione fisica per le quali sarebbe necessario allestire presso quella residenza uno spazio simil-ospedaliero col costante controllo di una equipe di specialisti presenti giorno e notte. Tutto questo, è forse augurabile a un uomo come il Pontefice regnante per il quale l’isolamento e la mancanza di libero contatto con le persone sarebbe qualche cosa di insopportabile e insostenibile? Questo per rispondere a tutti quei romantici che pregano per la salute ormai perduta del Santo Padre e per la sua impossibile guarigione.

Pensare in questo momento a un prossimo conclave, non è caduta di stile ma semplice ovvietà. E quando le porte della Cappella Sistina si chiuderanno, la Chiesa dovrà fare i conti coi vari problemi lasciati in eredità da questo pontificato, che rimane giudicabile nel complesso solo dalla storia, forse anche tra molti anni. Il Sommo Pontefice Francesco è stato eletto dopo un atto di rinuncia da parte del suo predecessore, evento raro risultato per tutti noi traumatico, soprattutto per le infelici modalità scelte a suo tempo da Benedetto XVI, con tanto di stravagante invenzione del «papato emerito», o di termini svianti come «papato allargato», «papato attivo e papato contemplativo» …

Quello del Santo Padre Francesco è un pontificato che si colloca in un contesto sociale e geopolitico di grande decadenza a livello planetario, con una scristianizzazione dell’Europa che ha raggiunto già da un ventennio livelli irreversibili. Altrove si è invece consumata una emorragia di fedeli in quelli che una volta erano i due polmoni coi quali il Cattolicesimo respirava: l’America Latina e l’Africa. Quello di Francesco è stato un pontificato carico di problematicità, fatto di ambiguità e mancanza di chiarezza, non sono neppure mancate forme di dispotismo messe in atto nel disprezzo totale delle leggi e delle regole ecclesiastiche. Negare che questo Pontefice lascerà una Chiesa confusa, divisa e litigiosa a causa di processi aperti su tutti i fronti, basati sull’insolito principio che «l’importante è aprire i processi» senza però concluderli e portarli a pieno compimento, vuol dire negare la più palese evidenza dei fatti. Però, Chi ci dice che tra svariati anni non si dovrà rendere grazie al pontificato di Francesco per aver preservata e salvata la Chiesa da problemi e danni che senza il suo agire, non comprensibile sul momento, sarebbero stati maggiori, o persino irreparabili? Francesco è un uomo complicato che si inserisce come tale in un momento storico molto complicato, qualsiasi giudizio dato al presente su di lui e sul suo pontificato potrebbe risultare del tutto sbagliato domani. Certe espressioni o decisioni giudicate come eccentriche ― e di fatto lo sono ―, in che modo del tutto diverso potrebbero apparire domani? Non sarebbe la prima volta che certi uomini, non compresi sul momento nel loro agire, sono stati celebrati successivamente come personalità che erano avanti di decenni rispetto al tempo presente in cui vissero. Ecco perché talvolta, proprio quando si è perplessi, disorientati e sofferenti per certi atteggiamenti ambigui e non facili neppure da decifrare, pur esercitando il legittimo senso critico merita sospendere prudenzialmente il giudizio.

Uno dei gravi problemi che questo pontificato lascerà al prossimo conclave è dato dal fatto che i Cardinali elettori non si conoscono tra di loro. L’ultimo concistoro segreto si svolse nel 2015. Chiariamo: il concistoro è l’assemblea dei cardinali convocata dal Romano Pontefice e può essere segreto, pubblico, semi-pubblico (vedere QUI). Viene chiamato “segreto” quello al quale partecipano solo i cardinali riuniti per discutere in forma privata, ossia segreta, con il Sommo Pontefice, riguardo le varie problematiche della Chiesa e del suo governo. Oggi, al grave problema dei cardinali che non si conoscono tra loro, se ne aggiunge un altro ignoto ai laicisti della sinistra internazionale che magnificano la Chiesa povera per i poveri, tanto li eccita la povertà nelle case e sulla pelle degli altri, elogiando questo pontificato che avrebbe nominato decine di cardinali «provenienti dalle periferie del mondo» e «dai paesi più poveri». Sorvoliamo sulla scarsa formazione dottrinale e teologica da parte di svariati di questi sant’uomini provenienti da quelle situazioni privilegiate per le quali oggi si può meritare una porpora cardinalizia: «le periferie» … «i paesi poveri»… Diversi di questi cardinali sono vescovi di Paesi dove la presenza dei cattolici non può essere definita neppure una piccola minoranza: nell’Isola di Tonga, di cui è vescovo il Cardinale Soane Patita Paini Mafi, i cattolici battezzati sono circa 10.000. Fu creato cardinale nel 2020, all’età di appena 46 anni, Giorgio Marengo, vicario apostolico della Mongolia, dove i cattolici contano 1.200 battezzati su 3.300.000 abitanti. Questi cardinali elettori, emblema della «Chiesa povera per i poveri» delle varie «periferie esistenziali», governano chiese locali che possono sopravvivere e vivere in contesti di grande disagio e autentica povertà grazie alle donazioni che pervengono loro da ricche Chiese locali, o da grandi fondazioni dipendenti o legate alle stesse. Per intendersi: una singola parrocchia austriaca, tedesca, australiana, canadese, nordamericana … può mantenere una diocesi intera in certi Paesi poveri del Latino America, dell’Asia e dell’Africa, dove il rapporto tra l’Euro e il Dollaro e la loro moneta nazionale è totalmente sproporzionato in valore di acquisto.

Domani, nella Cappella Sistina, un gruppo di cardinali provenienti da questi Paesi, rigorosamente scelti tra gli esponenti del cosiddetto progressismo più avanzato, con delicata disinvoltura faranno capire che i cordoni della borsa li reggono loro, lasciando a decine di cardinali “povero-periferico-esistenziali” la scelta obbligata giocata sulla sopravvivenza di Chiese locali che possono vivere solo grazie ad aiuti esterni. Certo, una volta questa si chiamava simonia, oggi si chiama invece «Chiesa povera per i poveri».

Allo stato attuale i poveri tanto esaltati in questo pontificato sono stati lasciati ostaggio dei capricci dei ricchi come mai lo erano stati prima, dopo aver dato vita a un Collegio di cardinali elettori che non rappresentano le varie voci, le opinioni e le posizioni più diverse che hanno sempre arricchito la Chiesa al proprio interno, ma una voce univoca, monocorde. E tra i vari danni perpetrati, questo risulterà forse il peggiore, perché grava come una ipoteca pesante come il piombo sul prossimo conclave. Ciò con buona pace della Chiesa povera, che dentro la Cappella Sistina strozzerà i poveri coi cordoni della borsa dei ricchi più progressisti e più ideologizzati.

Dall’Isola di Patmos, 2 marzo 2025

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WHAT IF THE SIMONY RETURN AGAIN AT THE NEXT CONCLAVE?

At present the poor so exalted in this pontificate have been left hostage to the whims of the rich as they had never been before, after having given life to a College of cardinal electors who do not represent the various and noumerous voices, opinions and positions that have always enriched the Church internally, but a single, monotonous voice.

— Ecclesial actuality —

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Everyone has their own style, individual or collective. In the first, as in the second case, it can be spontaneous, or studied on the table. The Fathers of this magazine The Island of Patmos , during ten years of journalistic activity, starting from October 2014, several times due to opportunity, other times due to the virtue of prudence, have renounced dealing with emerging themes linked to the Church and the Papacy, being first and foremost presbyters ; editors and publicists to follow, but presbyters ahead of everything. Certain topics may require to be dealt with when there is greater knowledge that can lead to a truthful, fair and balanced judgement.

Why don’t you write anything about the health of the Holy Father, several readers have asked us? Yes, in fact the Supreme Pontiff Francis has been hospitalized at the Agostino Gemelli Polyclinic for two weeks now and we have not uttered a sigh about him and his state of health in these columns of ours. And on the basis of what should we have done it, perhaps based on the daily medical bulletins, followed by interpretations and hypotheses, including the most absurd ones, which however arouse that unhealthy itch which for social media is like yeast in croissants?

When a Supreme Pontiff is seriously ill, talking about succession is inevitable. Some do it with competence and delicacy, some with incompetence and lack of respect for his August Person. These latter it would be enough ask, whose successor’s the new Roman Pontiff is: of the one who died before him, or of the Blessed Apostle Peter? Thus grasping the level of their preparation. Someone has complained that talking about a conclave is a lack of respect towards a Supreme Pontiff blandly defined by medical bulletins as being in sometimes “serious” and sometimes “stationary” conditions, all alternating with various small improvements or worsening. The truth is that the Supreme Pontiff is a terminally ill patient who is ending his life and the reserved prognosis will be dissolved after the cardinal chamberlain recites the solemn phrase: «Vere Papa mortuus est» (The Pope is truly dead), then he will address his corpse by calling it by his baptismal name: Jorge Mario. This because the papacy, being an office, not the extreme degree of the Sacrament of Orders, once acquired by juridical means, not by sacramental means, ceases with death. Contrary to the priesthood, acquired through the Sacrament, which makes us priests for eternity: «Tu es sacerdos in aeternum» (you are a priest forever) (Ps 110,4).

Way back in August 1990 my father died, he was 34 years younger than the current reigning Pontiff. Today, in Italy, the average age of the Italian male is 84 years; in Argentina, that of the Argentine male, is 74 years. Dying at the age of 88, after having already exceeded the Italian average by four years and the Argentine average by fourteen, one could say very serenely that the Holy Father will not be cruelly torn from the loving arms of the nanny. I mentioned the premature death of my parent which occurred within a year due to a metastasized tumor that was not diagnosed in time and therefore impossible to cure, to narrate that while he was in a terminal state I did not wish him to continue living, but I prayed to God’s mercy that he would take him as soon as possible. Today, in certain circumstances, without wishing death on anyone, I continue to pray to God that certain sufferers may be brought quickly to the House of the Divine Father, without ever forgetting the salvific value of human suffering, which the Holy Pontiff John Paul II spoke about in his magisterium in his Apostolic Letter Salvifici Doloris, which opens with the words of the Blessed Apostle Paul:

«In my flesh I complete what is lacking in Christ’s afflictions for the sake of his body, that is, the Church» (Col 1, 14).

Those who invite prayer for the health and healing of the Holy Father live in the world of the unreal. We must pray, yes, but so that God grants the Holy Father the grace of a peaceful death, limiting his physical, human and spiritual suffering. With the complex and serious pathological state that afflicts him, including a now total absence of immune defenses, his public exposure would be impossible, and it would be equally problematic to welcome people who could be a vehicle for the transmission of micro bacteria. If he remains alive for a few more months and returns to the Vatican, to the Domus Sancthae Marthae, his conditions of physical debilitation will be so serious that it will be necessary to set up a hospital-type space in that residence with the constant presence of a team of specialists present day and night. Is all this perhaps desirable for a man like the reigning Pontiff for whom isolation and the lack of free contact with people would be something absolutely unbearable and unsustainable? This is to respond to all those romantics who pray for the now lost health of the Holy Father and for his impossible recovery.

Thinking at this moment about an upcoming conclave is not a fall in style but simple obviousness. And when the doors of the Sistine Chapel close, the Church will have to deal with the various problems left as a legacy by this pontificate, which remains judgeable, overall, only by history, perhaps even many years from now. The Supreme Pontiff Francis was elected after an act of renunciation by his predecessor, a rare event and a traumatic for all of us, especially due to the unfortunate methods chosen at the time by Benedict XVI, complete with the extravagant invention of the «emeritus papacy», or misleading terms such as «enlarged papacy», «active papacy and contemplative papacy» (!?)…

That of the Holy Father Francis is a pontificate that takes place in a social and geopolitical context of great decadence on a global level, with a de-Christianization of Europe that has already reached irreversible levels for twenty years. Elsewhere a hemorrhage of faithful has taken place in what were once the two lungs with which Catholicism breathed: Latin America and Africa.

Francis’ pontificate was full of problems, ambiguities and lack of clarity, there were also forms of despotism in total contempt of ecclesiastical laws and rules. To deny that this Pontiff will leave a confused, divided and quarrelsome Church due to trials open on all fronts, based on the unusual principle that «the important thing is to open the trials», without however concluding them and bringing them to full completion, is to deny the clearest evidence of the facts. However, who tells us that in several years we will not have to thank the pontificate of Francis for having preserved and saved the Church from problems and damage which without his actions, not understandable at the time, would have been greater, or even irreparable? Francis is a complicated man who fits into a very complicated historical moment, any judgment given in the present about him and his pontificate, could be completely wrong tomorrow.

It would not be the first time that certain men, not understood at the time in their actions, were later celebrated as extraordinary personalities who were decades ahead of the present time in which they lived. This is why sometimes, precisely when one is perplexed, disoriented and grieve for certain ambiguous attitudes and not even easy to decipher, despite exercising legitimate critical sense, is necessary and prudently suspending judgement..

One of the serious problems this pontificate will leave for the next conclave is this: tthe cardinal electors do not know each other. The last secret consistory took place in 2015. Let’s clarify: the consistory is the assembly of cardinals convened by the Roman Pontiff and can be secret, public, semi-public. What is called “secret” is that in which only the cardinals gathered to discuss in a private, i.e. secret, form with the Supreme Pontiff participate, regarding the various problems of the Church and its government. Today, to the serious problem of the cardinals who do not know each other, there is another one unknown to the secularists of the international left who glorify «the poor Church for the poor», so much does poverty in the homes and on the lives of others excites them, praising this pontificate which has appointed dozens of cardinals «coming from the peripheries of the world» and «from the poorest countries».

Let us not dwell the poor doctrinal and theological training of several of these holy men coming from those privileged situations for which today they can deserve a cardinal’s purple: «the suburbs» … «the poor countries». Several of these cardinals are bishops of countries where the presence of Catholics cannot be defined as even a small minority: on the island of Tonga, of which Cardinal Soane Patita Paini Mafi is bishop, there are around 10,000 baptized Catholics. Giorgio Marengo, apostolic vicar of Mongolia, where Catholics number 1,200 baptized out of 3,300,000 inhabitants, was created cardinal in 2020, at the age of just 46. These cardinal electors, emblem of the «poor Church for the poor» of the various «existential peripheries», govern local churches that can survive and live in contexts of great hardship and authentic poverty thanks to the donations that come to them from rich local churches, or from large foundations on linked to them. To be clear: a single Austrian, German, Australian, Canadian or North American parish can maintain an entire diocese in certain poor countries in Latin America, Asia and Africa, where the relationship between the Euro and the Dollar and their national currency is totally disproportionate in terms of purchase value.

Tomorrow, in the Sistine Chapel, a group of cardinals from these countries, rigorously chosen by Holy Father among the exponents of the so-called most advanced progressivism, will with delicate ease make it clear that they hold the purse strings, leaving dozens of “poor-peripheral-existential” cardinals the forced choice based on the survival of their local churches that can only live thanks to external aid. Of course, once this was called simony, today it is instead called «poor church for the poor».

At present the poor so exalted in this pontificate have been left hostage to the whims of the rich as they had never been before, after having given life to a College of cardinal electors who do not represent the various and noumerous voices, opinions and positions that have always enriched the Church internally, but a single, monotonous voice. And among the various damages perpetrated, this will perhaps be the worst, because it weighs like a lead-heavy mortgage on the next conclave. With all due respect to the poor Church, which inside the Sistine Chapel will strangle the poor, with the purse strings by rich most progressive and ideologicalized.

From The Island of Patmos, March 2, 2025

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Riscoprire la bellezza della vita di grazia attraverso l’opera del Beato Angelico

RISCOPRIRE LA BELLEZZA DELLA VITA DI GRAZIA ATTRAVERSO L’OPERA DEL BEATO ANGELICO

La festa del Beato Angelico ricorda che ogni uomo, illuminato dalla grazia, pur chiamato a camminare su sentieri scoscesi, riscopre continuamente la propria natura di capolavoro divino. La creazione, sebbene deturpata dal peccato e dalle difficoltà della vita, è sempre il luogo dove il chiaroscuro dell’esistenza umana si intreccia con l’amore vero e profondo.

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Il Beato Angelico, al secolo Giovanni da Fiesole, fu un frate domenicano che visse la sua vita religiosa fra il tormento e l’estasi. Attraverso questo scritto vorrei condividere qualche pensiero su questo confratello domenicano famoso in tutto il mondo per la sua arte e la sua fede.

Per illustrare la vita, le opere e lo stile pittorico dell’Angelico mi sono avvalso dei preziosi consigli dei confratelli domenicani Suor Paola Gobbo e fra Manuel Russo. Partiamo dunque dalla vita: Giovanni da Fiesole nacque negli ultimi anni del XIV secolo, tra il 1395 e l’inizio del 1400, a Vicchio, un paese del Mugello, oggi in provincia di Firenze. Fin da giovane, uno dei suoi doni più evidenti fu la pittura. Per seguire questo talento, decise di lasciare la sua casa. Si sa con certezza che si trasferì a Firenze per il suo apprendistato. Gli esperti sostengono che il suo maestro fu Lorenzo Monaco, un camaldolese dell’abbazia fiorentina di Santa Maria degli Angeli. La sua permanenza presso il Monaco durò fino al 1417. Com’era tipico delle botteghe dell’epoca, nei primi anni Giovanni imparò l’arte della miniatura, della tavola e dell’affresco, a seconda delle commissioni del maestro. Il maestro si occupava delle parti più importanti delle opere, lasciando quelle secondarie ai suoi garzoni, che avevano anche il compito di preparare i materiali e macinare i pigmenti. In questo modo, i discepoli imparavano il mestiere osservando e praticando.

Durante il periodo di apprendistato, la composizione delle opere seguiva norme rigorose stabilite dalla tradizione iconografica di origine bizantina. La gerarchia stabiliva la dimensione dei personaggi in proporzione alla loro dignità, con il posto centrale riservato a Cristo. Anche l’ambiente scenico, il numero e il ruolo dei personaggi, i loro atteggiamenti erano tutti fissati. Gli artisti utilizzavano schemi tradizionali, come se avessero un manuale pronto all’uso che indicava le modalità e i soggetti da dipingere. Anche il colore, fondamentale per il suo valore espressivo e iconografico, era soggetto a notevoli limitazioni. Ad esempio, il fondo oro delle tavole impediva un’ambientazione naturalistica e i colori delle vesti erano fissati: il giallo indicava Pietro, il rosso e il blu indicavano Maria, il blu e il rosso indicavano Cristo.

In questo contesto, il genio artistico si esprimeva attraverso una rigida normativa, ma con piena libertà creativa. Il rischio era alto, poiché le opere potevano essere rifiutate dai committenti non pronti a tali innovazioni, oppure potevano procurare fama, proprio perché la novità attraeva e affascinava. Questa fu la lezione più importante che Giovanni imparò nella bottega del Monaco. Quest’ultimo aveva attinto dai maestri del passato, come Duccio da Buoninsegna, Simone Martini, i fratelli Lorenzetti, Cimabue e Giotto. L’arte di Giovanni Monaco si collocava nel passaggio tra il Gotico e l’Umanesimo rinascimentale, imparando dai grandi del passato ad «andare oltre» la tradizione e studiando le innovazioni del suo tempo.

Il primo documento riguardante il Beato Angelico è datato 1417 e riguarda la sua iscrizione alla Compagnia di San Nicolò, presso la chiesa del Carmine a Firenze, segno di un cammino spirituale intrapreso. In questo documento è riconosciuto come «dipintore”. A quella data, grazie a una glossa postuma che riporta la dicitura: «feciesi frate di santo Domenicho», sappiamo che era ancora laico. Entrò nel convento domenicano riformato di Fiesole tra il 1420 e il 1422, aderendo all’Ordine dei Predicatori. Vi ritroveremo, qualche anno dopo, anche il fratello Benedetto, miniaturista.

Due erano i conventi domenicani a Firenze: Santa Maria Novella e San Domenico a Fiesole. Del primo si trova scritto che non veniva concesso il sacerdozio agli artisti perché considerati lavoratori servili. Beato Angelico entrò invece a pieno titolo nel convento fiesolano. La formazione religiosa ebbe un peso determinante nella vita e nell’arte di fra Giovanni. Alla professione religiosa, egli si trovò davanti a un bivio: diventare frate converso, diremmo oggi un fratello laico, la qual cosa gli avrebbe assicurato maggiore libertà nel lavoro, oppure frate chierico. Scelse, con i suoi superiori, la seconda strada, probabilmente perché lo giudicarono in grado di essere autentico frate, sacerdote e predicatore attraverso l’arte. Di questo dobbiamo ringraziare sant’Antonino da Firenze, che intravide il genio dell’Angelico e permise che si sviluppasse e portasse frutto.

Nelle sue opere troviamo predominanti questi temi: la centralità di Cristo, la conoscenza della Sacra Scrittura, il magistero della Chiesa, l’adesione alla teologia tomista, l’esemplarità dei santi e l’attenzione alle richieste e attese del popolo, e infine la semplicità delle sue creazioni. Tra le numerose commissioni che Angelico ricevette, vi fu quella del suo priore Sant’Antonino, che volle realizzare nel convento degli osservanti di San Marco una serie di pitture murali. I lavori cominciarono nel 1437 e, tra il 1439 e il 1445, Beato Angelico dipinse ad affresco 54 composizioni con oltre 320 figure umane.

All’interno di un convento erano lecite, anzi richieste, le immagini sacre a corredo delle sale comuni, del dormitorio e delle celle. Erano proibite le immagini non sacre ed esclusi i materiali preziosi. Per questo fra Giovanni scelse la tecnica dell’affresco, i cui materiali compositivi sono semplici, umili, naturali: calce, sabbia, terre. La bellezza di queste pitture murali è che si trovano nei luoghi pensati dall’artista. Questo è un vantaggio per noi perché possiamo cogliere il pensiero dell’Angelico, che li ha realizzati in quei precisi luoghi secondo un progetto e un messaggio ben chiaro nella sua mente. Ad esempio, fuori dall’ingresso della foresteria del convento dipinse Cristo pellegrino accolto da due frati. Nel noviziato primeggiano le figure di Cristo crocifisso, sostegno di chi entrava nella vita religiosa e invito a riconoscere e unirsi all’amore. Tutto era pensato per richiamare la mente dei frati al divino, il divino che abita l’umano. Era una sorta di aiuto per mantenere quel clima contemplativo e di profondo ascolto che abitava le case domenicane.

Vediamo brevemente l’opera pittorica dell’Angelico. Ci viene trasmesso dal Vasari che egli:

«Non avrebbe mai messo mano ai pennelli senza prima aver fatto orazione. Non fece mai crocifisso che non si bagnasse le gote di lacrime».

Questo ci dice quanto fosse mistica l’anima del Beato Angelico e quanto la sua arte scaturisse da una profonda contemplazione, da un’esperienza che diventa messaggio. Alcuni autori ci riferiscono che dipingesse in stato di estasi. Non è ovviamente l’estasi che pensiamo noi, ma qualcosa di simile ad un «rapimento»; l’essere cioè totalmente immersi, in ciò che si sta facendo e pensando, con somma dedizione, ponendo tutte le nostre facoltà a quel servizio. L’Angelico era immerso nel Mistero che intendeva celebrare con la sua arte lì dove trovava quel centro vitale dove Dio abita e parla al cuore.

Scrive Paola Mancinelli: «La creazione artistica è sempre evento di verità e di gratuità nonché possibilità di dare forma umilmente al mistero dell’essere dopo averne ricevuta la chiamata come sete di bellezza» (cfr. Lo stupore del bello, Oristampa, Firenze, 2008). È un attendere, concepire e partorire un’intuizione, un’immagine che quasi all’improvviso si genera nella nostra mente, davanti ai nostri occhi. Certi che ciò che produrremo sarà solo un riflesso di quella Bellezza che è balenata nel nostro spirito.

Quanto all’altro aspetto delle lacrime che ci indica ricordava il Vasari, esse sono espressione di amore, di dolore, di coinvolgimento per cui l’Angelico ne era mosso fin nelle fibre più profonde della sua anima. Se è vero che «la lingua parla dell’abbondanza del cuore», ciò vale anche per l’espressione artistica, per mezzo della quale fra Giovanni mostrava tutto il suo mondo interiore. Non possiamo scindere l’uomo dall’artista, l’uomo dal consacrato, questa unità che non è separabile.

Il Beato Angelico seppe attingere dalla «gratia gratum facens» (la grazia che ci rende graditi), un dono che illumina il cammino dell’umanità, guidandola ci attraverso le sfide e le oscurità della vita. Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica:

«La nostra giustificazione viene dalla grazia di Dio. La grazia è il favore, il soccorso gratuito che Dio ci dà perché rispondiamo al suo invito: diventare figli di Dio, figli adottivi, partecipi della natura divina, della vita eterna. La grazia è una partecipazione alla vita di Dio; ci introduce nell’intimità della vita trinitaria. Mediante il Battesimo il cristiano partecipa alla grazia di Cristo, Capo del suo corpo. Come “figlio adottivo”, egli può ora chiamare Dio “Padre”, in unione con il Figlio unigenito. Riceve la vita dello Spirito che infonde in lui la carità e forma la Chiesa. Questa vocazione alla vita eterna è soprannaturale. Dipende interamente dall’iniziativa gratuita di Dio, poiché egli solo può rivelarsi e donare se stesso. Supera le capacità dell’intelligenza e le forze della volontà dell’uomo, come di ogni creatura» (cfr. CCC 1996, 1997, 1998).

Gesù Cristo, con il suo sacrificio, ci ha donato «grazia su grazia» (Gv 1,16), un flusso continuo di amore e redenzione che manifesta la gloria divina. Ecco perché il Beato Angelico, con la sua arte, continua a parlare ai nostri cuori, offrendo un cammino di bellezza e luce che risplende nei momenti più bui. La sua festa, oggi, assume un significato ancora più profondo, specialmente in un’epoca segnata dalla guerra, la divisione e l’isolamento prodotto perfino dai social, quando invece la rinascita spirituale e la bellezza, compresa quella artistica, sono essenziali per l’intera umanità.

La grazia di Dio è concetto e insieme realtà che esprime e rappresenta realmente l’amore incondizionato e il favore divino che ci viene offerto senza merito. Questa grazia rende presente la gloria di Dio, visibile attraverso le opere di Cristo e dei suoi seguaci.

Il Beato Angelico, con la sua arte, ha saputo catturare questa gloria, trasferendo nelle sue opere la grazia divina con rappresentazioni che parlano direttamente all’anima. Le sue opere, come «L’Annunciazione» e «Il Giudizio Universale», sono testimonianze visive di quella grazia, e ci chiamano invitandoci a riflettere sulla nostra relazione con il divino.

In tempi di crisi come i nostri la bellezza assume un ruolo fondamentale per la nostra rinascita spirituale e morale, quella della riscoperta del Bene del Bello. Scriveva Hans Urs Von Balthasar:

«In un mondo senza bellezza, in un mondo che non ne è forse privo, ma che non è più in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto; e l’uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non deve piuttosto preferire il male» (cfr. Gloria 1 – Percezione della Forma, Jaca Book, Milano, 2012, 18).

Il Beato Angelico, col suo essere artista, ha mostrato come la bellezza possa essere un veicolo di grazia e redenzione. Perfino la luce che illumina i suoi dipinti è simbolo della luce divina che guida i nostri passi, anche nei momenti più oscuri.

La festa del Beato Angelico ricorda che ogni uomo, illuminato dalla grazia, pur chiamato a camminare su sentieri scoscesi, riscopre continuamente la propria natura di capolavoro divino. La creazione, sebbene deturpata dal peccato e dalle difficoltà della vita, è sempre il luogo dove il chiaroscuro dell’esistenza umana si intreccia con l’amore vero e profondo. Il Beato Angelico, con la sua arte, ci invita a vedere oltre le apparenze, a scoprire la bellezza nascosta in ogni angolo della nostra vita.

Gli artisti, come il Beato Angelico, hanno il dono di trascinarci oltre l’immanenza, oltre i cammini della razionalità pura e della teoresi. La loro arte ci porta fra il tormento e l’estasi, facendoci vivere esperienze che vanno al di là del semplice vedere. La bellezza, in questo senso, diventa una via di conoscenza e di esperienza del divino. È un cammino che ci invita a lasciarci trasformare dalla grazia, a vedere il mondo con occhi nuovi, illuminati dalla luce della fede.

In conclusione, il percorso di luce tramite la grazia è un viaggio che tutti siamo chiamati a fare. Il Beato Angelico, ci offre una guida preziosa in questo cammino, mostrandoci come la bellezza e la luce possano illuminare i nostri sentieri più oscuri. La sua festa, oggi, ci invita a riscoprire la nostra natura di capolavori divini, a lasciarci trasformare dalla grazia e a camminare con fiducia verso la gloria. Questa celebrazione può essere un momento di rinascita per tutti noi, specialmente per gli artisti che, con la loro opera, continuano a portare luce e speranza nel mondo.

La speranza, che è anche il tema guida del presente giubileo, come ci ricorda la e la Sacra Scrittura, quando viene da Dio è sempre fondata e non confonde. La Speranza come l’arte e il bello che ne è il necessario corollario è armonica, integrale e proporzionata. Affinché tutti diventiamo belli e speranzosi, riscopriamo l’arte del Beato Angelico che ci raffigurò la bellezza e l’unicità di Cristo.

 

Santa Maria Novella in Firenze, 18 febbraio 2025

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L’antico animale intelligente e la nuova intelligenza artificiale

L’ANTICO ANIMALE INTELLIGENTE  E LA NUOVA INTELLIGENZA ARTIFICIALE 

Sono queste le occasioni in cui l’uomo ha dimostrato la propria intelligenza, non certo imponendosi come l’animale più forte, o veloce, o abile, ma mostrandosi capace a gestire uno strumento superiore con la sua intelligenza adattabile, esercitando quella sua capacità con la quale da sempre ha saputo adattarsi a quei numerosi cambiamenti storici che si chiamano oggi mutamenti tecnologici.

— Attualità —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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In questi giorni una delle tematiche più presente nei telegiornali e nei social media si sta centrando sulle IA (Intelligenze Artificiali) e le sue implicazioni positive, ma soprattutto negative, specialmente con il vertice che si sta celebrando a Parigi: AI Action Summit.

È opportuno partire da due premesse importanti: ognuno di questi sistemi è in definitiva uno strumento nelle mani dell’uomo e per questo rispecchia con un potenziamento inimmaginabile al giorno d’oggi le stesse ricerche e forma di pensare e di agire dell’uomo. Dunque è l’uomo stesso che può indirizzare lo strumento per aiutare e migliorare il progresso, la scienza e la stessa vita umana, come può usare questo strumento per i peggiori incubi mai vissuti nella storia.

Il concetto stesso di Intelligenza deve essere chiarito: i sistemi per la loro potenza e velocità posso raggiungere calcoli e operazioni che l’essere umano singolarmente o in gruppo non riuscirebbe a raggiungere facilmente, ma sono finora operazioni settoriali e specifiche; mentre la singolarità dell’Intelligenza umana si contraddistingue per la creatività e simultaneità nell’operare multiple funzioni e tematiche. La paura non è tanto su dove possano arrivare come strumenti i sistemi delle Intelligenze artificiali, ma a che punto sta giungendo la pigrizia, la malavoglia, l’ignoranza e l’inattività a cui le persone stanno arrivando nel quotidiano, privilegiando lo svago in un mondo sempre più vanesio e superficiale, anziché cercare di sviluppare al meglio le proprie qualità, doni e capacità.

Oggi la vita stessa è strutturata per essere vissuta in forma passiva, nella modalità zombi o “amebe”, pur avendo a portata di mano l’accesso a un’informazione illimitata e con una tale vasta gamma di strumenti tecnici e tecnologi con i quali si potrebbero operare delle meraviglie.

L’intelligenza artificiale sta trasformando rapidamente la società e il mondo del lavoro, tanto che il suo sviluppo e la sua diffusione sollevano importanti questioni etiche, sociali ed economiche. Mentre l’Europa porta avanti come strategia un quadro teoretico di approccio regolamentare e incentrato sull’uomo, specialmente alla tutela dei diritti fondamentali, gli Stati Uniti e l’Asia, in modo particolare la Cina, hanno scelto invece un approccio pragmatico ed economico dove hanno lasciato carta bianca per l’innovazione e la concorrenza. C’è stato un investimento massiccio sulla ricerca e lo sviluppo dell’IA da parte dei governi con l’unico obiettivo di raggiungere la leadership mondiale nel settore.

Una delle principali preoccupazioni sulle IA è il suo potenziale impatto nel mondo del lavoro: l’automazione dei processi produttivi porterebbero a un aumento della disoccupazione e della disuguaglianza sociale, soprattutto nei settori manifatturieri, agricoli, di commercio e dei servizi.

L’altra questione importante è l’impatto ecologico, i modelli di IA sono complessi e richiedono enormi quantità di energia, con un conseguente impatto significativo sull’ambiente. L’utilizzo diffuso di dispositivi intelligenti e la produzione di grandi quantità di dati sollevano anche preoccupazioni per il consumo di risorse naturali e la gestione dei rifiuti elettronici. Esiste, assieme alle due preoccupazioni appena indicate, anche il pericolo della perdita di controllo sulle IA e la conseguente paura dello sviluppo di capacità che possano superare il controllo umano e generare delle conseguenze imprevedibili per la società. Altrettanta paura genera il pericolo dell’uso improprio delle IA per scopi dannosi, come la creazione di armi autonome o la manipolazione dell’opinione pubblica.

Le IA hanno un impatto immediato e devastante nelle diverse generazioni della società, specialmente i più anziani, che sono molto più vulnerabili, oltre che indifesi e spesso incapaci a cogliere il pericolo quando si trovano coinvolti in truffe , furti e inganni ai quali non sono preparati, non avendo ricevuto da nessuno una adeguata informazione, oggi più che mai impellente, sui pericoli che si possono correre.

Se l’IA come potente tecnologia offre grandi opportunità, al tempo stesso comporta anche dei grandi interrogativi. Per un verso appare indispensabile un dialogo aperto che tenga conto dei benefici potenziali come dei rischi per i lavoratori e per l’ambiente, affinché il suo sviluppo e utilizzo sia etico e sostenibile e mirato al bene dell’umanità. Però, come si sa, quando di mezzo ci sono i soldi è difficile avere una solida garanzia sulla operatività del progetto, e tutto potrebbe rimanere nell’ideale ambito delle belle parole.

Le IA a livello lavorativo non porteranno all’abolizione del lavoro umano se si accetta la trasformazione profonda del mercato del lavoro che si sta già realizzando, è per ciò fondamentale investire in istruzione e formazione per preparare i lavoratori a coesistere con le IA come in passato fece l’uomo con l’arrivo della macchina a vapore o dell’automobile; perché sono queste le occasioni in cui l’uomo ha dimostrato la propria intelligenza, non certo imponendosi come l’animale più forte, o veloce, o abile, ma mostrandosi capace a gestire uno strumento superiore con la sua intelligenza adattabile, esercitando quella sua capacità con la quale da sempre ha saputo adattarsi a quei numerosi cambiamenti storici che si chiamano oggi mutamenti tecnologici, reinventando nuove attività e sviluppando nuove competenze.

 

dall’Isola di Patmos, 15 febbraio 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Quando il Diavolo ci mette la coda, tra esorcismi e narcisismi … – When the Devil puts his tail on us, between exorcisms and narcissisms …

(English text after the Italian)

 

QUANDO IL DIAVOLO CI METTE LA CODA, TRA ESORCISMI E NARCISISMI…

L’esorcismo maggiore è la terapia di elezione per combattere il Maligno? E ancora: l’azione del Maligno è sempre e solo quella straordinaria o non è molto più subdola e insidiosa l’azione ordinaria? Per rispondere a queste domande facciamo alcune ulteriori precisazioni …

— Attualità pastorale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Forse un chiarimento è dovuto, perché come era prevedibile, il mio articolo del 7 febbraio scorso (vedere QUI) ha suscitato in alcuni lettori “storture di naso”, tanto da arrivare a interpretare il mio scritto come un attacco (personale?) a tutte quelle anime belle che quotidianamente combattono contro il Demonio.

Insomma, ci mancava solo il frate cappuccino guastafeste a ostacolare l’esercito di quei guerrieri della luce che con Capitan Gesù – che non stà lassù ma stà quaggiù con la bandiera in mano – colgono i diavoli in flagrante come cantava il buon Angelo Branduardi (vedi QUI).

Reputo il mio scritto estremamente chiaro tanto da far da corollario alla bellissima nota dell’Associazione Internazionale degli Esorcisti (vedi QUI) a cui non si può certamente addossare la colpa di essere un gruppo di faziosi e di facinorosi esaltati. E di demonologia e relativo sacramentale dell’esorcismo, due Padri di questa nostra Isola di Patmos qualche cosa forse ne sanno. Sia io che Padre Ariel S. Levi di Gualdo facemmo entrambi la formazione per l’istruzione a questo delicato ministero, nel solito anno 2009 e presso la stessa istituzione accademico-ecclesiastica. Determinati allarmi bisogna pure darli, bisogna mettere in guardia i fedeli cristiani da certe derive così come erano soliti fare i profeti nell’antico Israele con il popolo dalla dura cervice: «Ascoltino o non ascoltino – perché sono una genìa di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro» (cf. Ez 2,2-5). Certe cose bisogna dirle e basta.

Reputo che il sacerdote oggi debba riscoprire il suo ruolo di profeta, di colui che parla a nome di Dio, cosa sempre più rara in una comunità ecclesiale dove il personalismo clerical-religioso è diventato ipertrofico. Fare il profeta comporta delle immancabili fatiche, delle incomprensioni, una scomodità difficile da accettare ma necessaria, fino a proclamare – fin dall’alto dei tetti (cf. Lc 12,3) – anche quello che i più non vorrebbero sentirsi dire. E tutto questo senza velature di giudizi temerari ma con quella parresia profetica che troviamo tra le pieghe della responsabilità pastorale che dobbiamo al popolo di Dio a noi affidato con la sacra ordinazione.

Detto questo desidero tornare ulteriormente su alcune questioni note, talmente note, che sono puntualmente ignorate, disattese e a buon bisogno furbescamente manipolate.

1. Che cosa è un esorcismo?

È l’invocazione del nome di Dio fatta al fine di allontanare il demonio da una persona, da un animale, da un luogo o da una cosa. Quando si fa in nome della Chiesa, da parte di un ministro legittimamente incaricato e secondo i riti previsti nei libri liturgici approvati, l’esorcismo si chiama pubblico ed ha il valore proprio dei sacramentali. In caso contrario, si tratta di una pratica privata. Gli esorcismi pubblici si dividono in semplici e solenni o maggiori. In questo articolo non mi soffermerò ad analizzare gli esorcismi semplici che hanno fatto parte di alcuni riti di benedizione compresi nel capitolo IX del vecchio Rituale Romanum o quelli inerenti a precisi percorsi e tappe del cammino di catecumenato e del battesimo dei bambini e soprattutto degli adulti.

Chiarito questo, sono detti solenni o maggiori gli esorcismi pubblici previsti per i casi di ossessione o di possessione diabolica, ovvero nei casi in cui il demonio, operando dall’esterno, impedisce in modo permanente le azioni dell’individuo o nei casi in cui Satana opera attraverso l’organismo dell’individuo agendo dall’interno del corpo della persona posseduta, esercitando un dominio più o meno pieno.

La preghiera di esorcismo più cercata da certuni fedeli demonopatici è, manco a dirlo, l’esorcismo solenne. Il bisogno è talmente forte che anche alcune presunte preghiere di liberazione hanno la struttura di veri e propri esorcismi solenni, con tanto di formula invocativa e imperativa. Come ho più volte avuto modo di dire, si ricerca l’esorcista più forzuto o il carismatico più talentuoso che possieda la formula di comando più efficace contro il demonio per risolvere in maniera definitiva tutti i problemi. C’è da sorridere amaramente perché nel gergo quotidiano spesso sentiamo parlare di bravura o meno di un esorcista o di un carismatico. Tale distinzione lessicale non ha alcuna ragion d’essere da un punto di vista teologico–spirituale, non si tratta di usare le skill proprie di un chierico fantasy di D&D ma tutto parte dall’autorità di Cristo che agisce nella persona dell’esorcista e che Dio Padre accoglie ed esaudisce in vista del bene ultimo dell’anima.

A questo punto del discorso è di rigore un interrogativo: l’esorcismo maggiore è la terapia di elezione per combattere il Maligno? E ancora: l’azione del Maligno è sempre e solo quella straordinaria o non è molto più subdola e insidiosa l’azione ordinaria? Per rispondere a queste domande facciamo alcune ulteriori precisazioni, già menzionate nel mio precedente articolo del 7 febbraio.

2. Battesimo e Confessione per combattere il Demonio

Bisognerebbe anzitutto ricordare che la prima forma di lotta al Demonio è la vita battesimale, quella vita nuova nello Spirito che si nutre di un cambiamento radicale di mentalità ovvero la metànoia (dal greco μετανοεῖν – metanoein), da cui deriva il termine italiano di conversione. La metànoia sancisce un passaggio dalla mentalità soggetta al peccato e alla concupiscenza – di cui Satana è principe e artefice; origine e causa (cf. Gv 12,31; Ef 2,2; 2Cor 4,4; 1Gv 5,19) – a quella dello Spirito Santo in cui regna il Signore risorto (cf. Col 1,13; Rm 6,14; 8,2). Questo cambiamento di registro – di mente e di cuore – è già di per sé un cammino di liberazione potente in quanto Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi (cf. Gal 5,1). Nel percorso di catecumenato tale libertà gioiosa che Cristo ha guadagnato per noi è contrapposta alla schiavitù del peccato che il demonio non smette mai di suscitare nell’uomo con le sue trame in dispregio a Dio (cf. Rito per l’Iniziazione Cristiana degli Adulti nn. 78; 113; 156; 164; 171; 178; 255; 339; 372; 377; 379; 381 si tratta delle diverse orazioni che definiamo come esorcismi semplici. Sarebbe utile la loro analisi da un punto di vista sia liturgico che sacramentale per evidenziare la tensione alla metànoia e alla vita nuova che il catecumeno ottiene con l’immersione nella Pasqua di Cristo).

Sempre restando in tema battesimale, come non annoverare la preghiera del Padre Nostro che ci è stata consegnata solennemente nel battesimo e che domanda a Dio la liberazione dal maligno. Il Padre Nostro è la preghiera dei figli ma costituisce anche la prima formula invocativa semplice di liberazione dal potere del maligno. La preghiera del Padre Nostro è liturgicamente posta a coronamento conclusivo del rito del Battesimo (cf. Rito del Battesimo dei bambini n. 76 e Rito per l’Iniziazione Cristiana degli Adulti nn. 188-189), e questo per esprimere la tensione verso una conversione quotidiana in cui tutti i giorni il fedele battezzato chiede a Dio di essere liberato dal maligno per poter partecipare il più degnamente possibile di quella figliolanza di figlio nel Figlio.

Altra doverosa puntualizzazione. La lotta al Demonio si concretizza con una buona pratica sacramentale in cui la confessione costituisce l’arma di elezione più efficace ed eloquente di qualunque altra preghiera di esorcismo. Riconoscere e rinunciare alle opere del demonio nella mia vita personale diventa fondamentale per allontanare Satana. Se riesco a fare questo, riconosco l’azione vitale dello Spirito Santo che agisce e che mi convince quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio (cf. Gv 16,8-9). Nella maggioranza dei casi basta un bravo sacerdote confessore per risolvere quello che per trascuratezza potrebbe richiedere poi molto più tempo, con il rischio non remoto di aprire la porta all’azione straordinaria del demonio, secondo quello che già l’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica prevede: «il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male» (cf. n. 1865 e sulla realtà del peccato cf. i nn. 1846-1876).

Ribadire frequentemente questo insegnamento della Chiesa non significa assolutamente buttare via il bambino con l’acqua sporca, demonizzando l’esorcismo. Al contrario, così facendo si intende dare una giusta collocazione a un sacramentale, contestualizzandolo dentro un cammino di fede matura e realista che tutti siamo chiamati a compiere, anche con fatica. Rinunciare a Satana non è mai stato un compito facile ed immediato.

3. L’esorcista non è una Guest star

Altra puntualizzazione sull’esorcismo maggiore riguarda colui che ne è il ministro per eccellenza. Il canone 1172 del Codice di Diritto Canonico dichiara che nessuno può proferire legittimamente esorcismi sugli ossessi se non ha ottenuto dall’Ordinario del luogo una speciale ed espressa licenza (§ 1). Tale licenza deve essere concessa dall’Ordinario del luogo solo al sacerdote distinto per pietà, scienza, prudenza e integrità di vita (§ 2). Le stesse cose sono ribadite dalla “Lettera agli Ordinari riguardante le norme sugli esorcismi” della Congregazione per la Dottrina della Fede del 29 settembre 1985 (vedi QUI) e dal rituale del “Rito degli Esorcismi e Preghiere per circostanza particolari”, in vigore dal 31 marzo 2002.

Quindi in base a quanto stabilito della Chiesa perché un soggetto possa proferire esorcismi solenni in modo legittimo è necessario:

a) che si tratti solo e soltanto di un presbitero.

b) che tale presbitero designato abbia la licenza, conferita in modo personale e diretta ed espressa da parte dell’Ordinario del luogo. Il conferimento di tale facoltà deve quindi apparire chiaramente dal decreto vescovile. La licenza non può essere considerata tacita o presunta. Può essere implicita solo se connessa all’ufficio di esorcista.

c) in casi particolari per l’esercizio del ministero dell’esorcismo al di fuori dalla propria diocesi è necessaria la decisione e il giudizio dell’Ordinario del luogo che ne deve essere prontamente informato compiendo un debito discernimento.

L’azione ministeriale del sacerdote esorcista è mite ed umile, egli è il minus-ter è il più piccolo rispetto a Colui che è Signore e Salvatore. Nessun sacerdote può intraprendere il combattimento contro lo spirito demoniaco da solo, nessun laico o presunto carismatico o sensitivo può avere una propria autorità sui demoni. Tale autorità è stata conferita da Cristo agli apostoli (cf. Lc 9,1) e ai discepoli che credono in lui (cf. Mc 16,17; Lc 10,19) e che dalla Chiesa sono stati costituiti e mandati come ministri di liberazione e di consolazione.

4. Incontri e weekend di liberazione e di guarigione, basta un po’ di trasparenza

Ho già spiegato nel mio precedente articolo del pericolo costituito da questi raduni paralleli nella vita della Chiesa, che assomigliano tanto a delle adunate sediziose. Raduni gestiti da laici senza alcuna autorizzazione e competenza che costituiscono un disordine per il cammino di fede dei fedeli. Quello che forse ancora molti non sanno è che in diverse diocesi d’Italia sono state emanate norme stringenti riguardo a questo tipo di manifestazioni et similia. Ne è un esempio la Conferenza Episcopale Siciliana (vedi QUI), la Conferenza Episcopale Piemontese (vedi QUI); una nota in tal senso del vescovo di Trieste: «Vedevo Satana cadere dal cielo…» (vedi QUI); e l’ottimo vademecum della diocesi di Brescia che comprende anche diverse norme inerenti al ministero dell’esorcistato (vedi QUI).

Ribadisco che le riunioni di preghiera e di formazione cristiana devono essere svolte in ambienti ecclesiali, fatto salvo per quelle convocazioni nazionali che muovono migliaia di persone e che devono garantire ben precisi criteri di sicurezza e di gestibilità che non è sempre possibile avere nei contesti ecclesiali ufficiali. Sarebbe buona norma, non di galateo ma di obbedienza alla Chiesa, mettere il vescovo diocesano al corrente di questi incontri. Informare per tempo l’Ordinario del luogo con lettera ufficiale sulla tipologia di incontro, sul tema trattato, sui relatori che vi interverranno e sulle attività contestualmente svolte. E solo quando si è ricevuto da lui il placet, insieme alla sua paterna benedizione si può procedere. Mettere i vescovi davanti al fatto compiuto, ricorda tanto il modus operandi della fuitina degli anni passati con cui si costringevano i genitori riottosi ad accondiscendere al matrimonio dei propri figli. Personalmente ritengo che tutto debba essere documentato per risultare trasparente in vista del bene che si vuole arrecare alle anime, sapendo che il diavolo tende a nascondere e a nascondersi il più possibile. Sarebbe opportuno leggere in queste assemblee la lettera di approvazione del vescovo per partecipare più pienamente di quella comunione ecclesiale che ha nel vescovo diocesano il suo centro. Purtroppo, la realtà dei fatti è di ben altro genere e i vescovi si trovano a mettere in guardia da questi incontri il clero e il popolo di Dio riscuotendo il medesimo successo delle grida contro i bravi di manzoniana memoria. Ma c’è di più se il soggetto organizzatore di tali incontri è di un’altra diocesi, basta indagare un po’ per scoprire che tali personaggi – sia chierici che laici – sono considerati ingestibili da tempo immemore e difficilmente recuperabili se non con sanzioni canoniche e il ricorso ai dicasteri competenti.

5. Editoria sul diavolo: esiste ancora l’approvazione ecclesiastica?

Se giriamo tra le più comuni librerie cattoliche, spesso ci dobbiamo rassegnare a non trovare il requisito della cattolicità, alcune volte neanche quello della cristianità. Ma questo aprirebbe un capitolo che è meglio chiudere subito. Trattando del diavolo e degli esorcismi è ormai assodato che questo argomento nell’editoria ha saputo trovare una sua perpetua giovinezza, in altri termini diciamo che c’è un buon mercato. Pur congratulandoci con coloro che riescono a vivere con queste pubblicazioni – bisogna pur mangiare – non posso non muovere una critica costruttiva. Trattando tematiche specificatamente teologiche, gli autori di queste opere di demonologia, di pastorale degli esorcismi o di preghiere di liberazione, dovrebbero munirsi di un nulla osta dalla competente autorità ecclesiastica. Questo cosa significa? Non è certamente del permesso di pubblicare o meno un libro quello di cui stiamo parlando ma della garanzia che quello che si pubblica non entri in contrasto con la fede, la morale, il magistero e la disciplina della Chiesa. Significa avere la tranquillità d’animo di operare in continuità di intenti con quanto la Chiesa crede e vive riguardo al suo insegnamento. Anche in quest’ambito risultano molto rari i lavori editoriali in tema demonologico approvati dalla competente autorità ecclesiastica, anzi spesso basta considerare la sola casa editrice con cui si pubblicano certi volumi per avere già una panoramica più che soddisfacente sulla distanza da qualunque forma di cattolicità e di cristianità quanto invece a una certa assonanza all’esoterismo cristianizzato.

Concludendo mi auguro che questo mio ulteriore articolo sia considerato per quello che realmente è, una riflessione accorata su un fenomeno molto complesso e delicato come la pratica esorcistica e la demonologia. Tanto ancora ci sarebbe da dire e non è escluso che possa tornare sull’argomento. Per il momento nessuno si senta attaccato o compromesso nel suo lavoro ma anzi incoraggiato a vivere sempre di più nella luce della verità che tutto rende nitido, in attesa di quel trionfo definitivo di Cristo sul demonio alla fine dei tempi.

Sanluri, 11 febbraio 2025

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WHEN THE DEVIL PUTS HIS TAIL ON US, BETWEEN EXORCISMS AND NARCISSISMS…

Is major exorcism the therapy of choice to fight the Evil One? Is the action of the Evil One always and only the extraordinary one or isn’t the ordinary action much more subtle and insidious? To answer these questions let’s make some further clarifications…

— Pastoral actuality —

 

Author
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Perhaps a clarification is due, because as expected, my article of February 7th (see HERE) has raised doubts in some readers, so much so that they have come to interpret my writing as an attack on those beautiful souls who fight against the Devil on a daily basis.

All we needed was the Capuchin friar to hinder the army of those warriors of light who with Captain Jesus – who is not up there but down here with the flag in his hand – catch the devils red-handed as the Italian sing Angelo Branduardi sang (see HERE).

My writing extremely clear, and conform y to the optimal note from the International Association of Exorcists (see HERE) which certainly cannot be blamed for being a group of exalted partisans. Two Fathers of this island of Patmos know something about demonology and the related sacramental of exorcism. Father Ariel S. Levi of Gualdo and I both underwent training for this delicate ministry in the year 2009 at the same academic-ecclesiastical institution. Certain alarms must also be given, the Christian faithful must be warned against certain deviations as the prophets in ancient Israel: “Whether they listen or not – because they are a rebellious race – they will at least know that a prophet is among them” (cf. Ezekiel 2,2-5). Some things just have to be said.

I believe that the priest today must rediscover his role as a prophet who speaks in the name of God, which is increasingly rare in an ecclesial community where clerical-religious personalism has become hypertrophic. The prophetic mission involves inevitable hardships, misunderstandings, an inconvenience that is difficult to accept but necessary, to the point of proclaiming from the rooftops (cf. Luke 12, 3) even what most people would not like to hear. And all this without veils of rash judgments but with that prophetic parrhesia contained in the pastoral responsibilities that we must exercise towards the people that God has entrusted to us through sacred priestly ordination.

Having said this, I would like to return further to some issues that are so well known that they are regularly ignored or cunningly manipulated.

1. What is an exorcism?

It is the invocation of the name of God made to ward off the Devil from a person, an animal, a place or a thing. When it is carried out in the name of the Church, by an authorized minister according to the rites provided for in the approved liturgical books, the exorcism is called public and has the value of sacramentals. Otherwise is a private practice. Public exorcisms are divided into simple and solemn or major. I will not stop to analyze the simple exorcisms that were part of some blessing rites contained in chapter IX of the old Rituale Romanum or those inherent to specific paths and stages of the catechumenate journey and the baptism of children and especially of adults.

The public exorcisms foreseen for cases of obsession or diabolical possession are called solemn or major, or in cases in which the Devil, operating from the outside, permanently prevents the individual’s actions or in cases in which Satan operates through the individual’s organism, acting from within the body of the possessed person, exercising more or less full dominion.

The exorcism prayer most sought after by demonopathic issolemn exorcism. The need is so strong that even some alleged prayers of liberation have the structure of solemn exorcisms with an invocativ and imperative formula. Thas I have often had the opportunity to say, we are looking for the “strongest” exorcist or the charismatic person who possesses the most effective command formula against the Devil to definitively resolve all problems. We have to smile bitterly because in everyday jargon we often hear people talk about the skill or otherwise of an exorcist or a charismatic person. This distinction has no reason to exist from a theological-spiritual point of view, it is not a question of using the skills of a D&D fantasy cleric but everything starts from the authority of Christ who acts in the person of the exorcist and who God the Father welcomes and grants in view of the ultimate good of the soul.

At this point a question is necessary: is major exorcism the therapy of choice to fight the Evil One? Is the action of the Evil One always and only the extraordinary one or isn’t the ordinary action much more subtle and insidious? To answer these questions we make some further clarifications, already mentioned in my previous article of February 7th.

2. Baptism and Confession to fight the Devil

It should be remembered that the first form of fight against the Devil is baptismal life, that new life in the Spirit which is nourished by a radical change of mentality or metanoia (from the Greek μετανοεῖν – metanoein), from which the term “conversion” derives. The Metanoia marks a transition from a mentality subject to sin and concupiscence – of which Satan is the prince and creator; origin and cause (cf. Jn 12.31; Eph 2.2; 2Cor 4.4; 1Jn 5.19) – to that of the Holy Spirit in whom the risen Lord reigns (cf. Col 1.13; Rm 6.14; 8.2). This change of register – of mind and heart – is already in itself a powerful path of liberation as Christ has freed us so that we remain free (cf. Gal 5.1). In the catechumenate path, this joyful freedom in Christ contrast with the slavery of sin that the Devil never ceases to arouse in man with his plots in contempt of God (cf. Rite for the Christian Initiation of Adults nos. 78; 113; 156; 164; 171; 178; 255; 339; 372; 377; 379; 381 these are the different prayers that we define as simple exorcisms. Their analysis from both a liturgical and sacramental point of view would be useful to highlight the tension towards boredom and new life that the catechumen obtains with immersion in Christ’s Easter).

Still remaining on the baptismal theme, how can we not include the prayer of the “Our Father” which was solemnly given to us in baptism and which asks God for liberation from the Evil one. It is the prayer of the sons which also constitutes the first simple dedicatory formula for liberation from the power of theEvil one. The prayer of the Our Father is liturgically placed as the final culmination of the rite of Baptism (cf. Rite of the Baptism of children n. 76 and Rite for the Christian Initiation of Adults n. 188-189), and this to express the tension towards a daily conversion in which every day the baptized believer asks God to be freed from the Evil One in order to be able to participate as worthily as possible in that sonship in the Divin Son.

Another necessary clarification. The fight against the Devil takes place with good sacramental practice in which confession constitutes the most effective and eloquent weapon of choice than any other exorcism prayer. Recognizing and renouncing the works of the Devil in my personal life becomes fundamental to ward off Satan. If I manage to do this, I recognize the vital action of the Holy Spirit who acts and convinces me regarding sin, justice and judgment (cf. Jh 16.8-9). In the majority of cases, a good priest confessor is enough to resolve what could take much longer due to negligence, with the not remote risk of opening the door to the extraordinary action of the Devil, according to what the teaching of the Catechism of the Catholic Church already foresees: «sin leads to sin; with the repetition of the same acts it generates vice. The result is perverse inclinations that darken the conscience and alter the concrete evaluation of good and evil” (cf. n. 1865 and on the reality of sin cf. n. 1846-1876).

Frequently reiterating this teaching of the Church absolutely does not mean debasing exorcism. On the contrary, we intend to give a right place to a sacramental, contextualising it within a journey of mature and realistic faith that we are all called to undertake, even with difficulty. Giving up Satan has never been an easy and immediate task.

3. The Exorcist is not a Guest Star

Another major clarification on exorcism concerns the one who is its minister par excellence. Canon 1172 of the Code of Canon Law declares that no one can legitimately perform exorcisms on the possessed if he has not obtained a special and express license from the local Ordinary (§ 1). This license must be granted by the local Ordinary only to a priest distinguished for piety, knowledge, prudence and integrity of life (§ 2). The same things are reiterated by the “Letter to the Ordinaries regarding the rules on exorcisms” of the Congregation for the Doctrine of the Faith of 29 September 1985 (see HERE) and by the ritual of the Rite of Exorcisms and Prayers for particular circumstances, in force since 31 March 2002.

Therefore, according to what has been established by the Church, for a person to be able to perform solemn exorcisms in a legitimate way it is necessary:

a) only and exclusively a presbyter.

b) that this designated presbyter has the license conferred by the local Ordinary. The conferral of this faculty must therefore appear clearly from the bishop’s decree. The license cannot be considered tacit or presumed. It can only be implied if connected to the office of exorcist.

c) in particular cases, for the exercise of the ministry of exorcism outside one’s own diocese, the decision and judgment of the local Ordinary is necessary, who must be promptly informed by carrying out due discernment.

The ministerial action of the exorcist priest is meek and humble, he is the smallest compared to He who is Lord and Savior. No priest can undertake the fight against the demonic spirit alone, no layman or supposedly charismatic or sensitive person can have his own authority over demons. This authority was conferred by Christ on the Apostles (cf. Luke 9.1) and on the disciples who believe in him (cf. Mk 16.17; Lk 10.19) and who were established and sent by the Church as ministers of liberation and consolation.

4. Meetings and weekends of liberation and healing, all it takes is a little transparency

I have already explained in my previous article the danger posed by these parallel gatherings in the life of the Church, which look so much like seditious gatherings. Gatherings managed by lay people without any authorization and competence which constitute a disorder for the faith journey of the faithful. What perhaps many still don’t know is that stringent regulations regarding this type of demonstration have been issued in various dioceses of our nation. An example of this is the Sicilian Episcopal Conference (see HERE), the Piedmont Episcopal Conference (see HERE); a note to this effect from the bishop of Trieste: «I saw Satan fall from heaven…» (see HERE); and the excellent handbook of the diocese of Brescia which also includes various regulations on the ministry of the exorcist (see HERE).

5. Publishing about the devil: does ecclesiastical approval still exist?

In Catholic bookstores we often no longer the Catholicity, sometimes not even Christianity. But this would open a chapter that is better closed immediately. When dealing with the Devil and exorcisms this topic in publishing has been able to find its perpetual youth, in other words let’s say that there is a good market. While we congratulate those who manage to survivewith these publications – you have to eat – I cannot help but offer constructive criticism. Dealing with specifically theological themes, the authors of these works of demonology, pastoral care of exorcisms or liberation prayers should obtain authorization from the competent ecclesiastical authority. What does this mean? What we are talking about is certainly not the permission to publish or not a book but the guarantee that what is published does not conflict with the faith, morality, magisterium and discipline of the Church. It means having the tranquility of mind to operate in continuity of intent with what the Church believes and lives regarding its teaching. Even in this area, editorial works on a demonological theme approved by the competent ecclesiastical authority are very rare; indeed, it is often enough to consider the single publishing house with which certain volumes are published to already have a more than satisfactory overview of the distance from any form of Catholicity and Christianity, but rather a certain assonance with Christianized esotericism.

In conclusion, I hope that this second article of mine is considered for what it really is: a serious reflection on a complex and delicate phenomenon such as exorcism and demonology. There is much more to say and it is not excluded that he could return to the topic. For the moment, no one should feel attacked in their work but encouraged to live more and more in the light of the truth that makes everything clear, awaiting that definitive triumph of Christ over the Devil at the end of time.

Sanluri, 11 February 2025

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