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Montecarlo e il giovane Papa cucinato dalla suora – Montecarlo and the young Pope cooked by the nun – Montecarlo y el joven Papa cocinado por la monja

31 Marzo 2026/in Attualità/da Monaco Eremita

Italiano, english, español

 

MONTECARLO E IL GIOVANE PAPA CUCINATO DALLA SUORA

Il Principato di Monaco, che da sempre ha un rapporto privilegiato con la Santa Sede, possiede un seggio all’ONU, mentre il Vaticano è solo un osservatore. Forse certi dialoghi o incontri si fanno perché possono avere, anche se silenziosamente e con i piedi felpati, perfino altri risvolti che non solleticano il populismo? Vallo a spiegare a quelli dal commento facile sui social.

Autore Monaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

 

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Quando ero un giovane di belle speranze l’unica ad accorgersene era una bravissima suora che ha trascorso gran parte della sua vita religiosa a sfamare studenti di filosofia e teologia, con la sua cucina. La religiosa prospettava per me un futuro da Papa. Un’eventualità non solo remota, ma appartenente al regno dell’impossibile. Per di più, se vediamo cosa vuol dire fare oggi il Papa al tempo di internet e dei social media, una carriera di quel genere sarebbe piuttosto da sconsigliare che auspicare. I giornali o le agenzie danno notizia di qualcosa che il Papa ha detto o fatto? Apriti cielo. Piovono subito commenti, critiche e confronti. C’è qualcuno che si premura di verificare le notizie o di vagliarle? Figuriamoci. Se è già stata ruminata e predisposta affinché venga letta, casomai anticipata da qualche titoletto acchiappa likes, come si dice, il gioco è fatto. Tanto domani è un altro giorno e quella sarà una notizia ormai vecchia. Nel frattempo, continua inarrestabile lo scorrere di un analfabetismo che non tralascia nessuno, perfino un successore di San Pietro.

Prendiamo ad esempio il recente viaggio del Santo Padre nel Principato di Monaco, il secondo. Ma come, un Papa che va nel regno dei ricchi, del lusso ostentato e dell’evasione fiscale? Con subito dietro l’angolo il confronto stridente con Francesco che, il suo primo viaggio, lo fece invece a Lampedusa. Ma se pensate che anche quel viaggio non fosse stato esente da critiche vi sbagliate. Solo che ora il confronto torna utile e vi cadono anche i buoni cristiani, dimentichi di quel Tale che un tempo fu apostrofato mangione e beone, amico delle prostitute e dei pubblicani, che non disdegnava di farsi aiutare da Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode (Mt 11,18-19; Lc 8,3).

E se il Papa fosse andato apposta a Monaco proprio a ricordare ciò che il Vangelo dice a coloro che hanno più degli altri? Facile dirlo a Lampedusa, provate a dirlo davanti a chi i soldi li ha, eccome; col rischio di sentirsi rispondere quel che gli ateniesi dissero a Paolo dandogli una pacca sulla spalla: «Su questo ti sentiremo un’altra volta» (At 17, 32). Tolto il fatto, non secondario, che nel Principato di Monaco esiste una comunità cattolica che da sempre ha un rapporto privilegiato con la Santa Sede, possiede un seggio all’ONU, mentre il Vaticano è solo un osservatore. Forse certi dialoghi o incontri si fanno perché possono avere, anche se silenziosamente e con i piedi felpati, perfino altri risvolti che non solleticano il populismo? Vallo a spiegare a quelli dal commento facile sui social. Essi non hanno tempo di leggere cosa il Papa ha detto a Monaco al Principe Alberto II, quando ha ricordato che i paesi del «Mediterraneo (sono) oggi minacciati da un diffuso clima di chiusura e autosufficienza». Che abitare in un posto d’élite, ancorché composito «rappresenta per alcuni un privilegio e per tutti una specifica chiamata a interrogarsi sul proprio posto nel mondo. Agli occhi di Dio, nulla si riceve invano! Come Gesù lascia intendere nella parabola dei talenti, quanto ci è stato affidato non va sepolto sottoterra, ma messo in circolo e moltiplicato nell’orizzonte del Regno di Dio.

Tale orizzonte è più ampio di quello privato e non riguarda un mondo utopico: il Regno di Dio, cui Gesù ha consacrato la vita, è vicino, perché viene in mezzo a noi e scuote le configurazioni ingiuste del potere, le strutture di peccato che scavano abissi tra poveri e ricchi, fra privilegiati e scartati, fra amici e nemici. Ogni talento, ogni opportunità, ogni bene posto nelle nostre mani ha una destinazione universale, un’intrinseca esigenza di essere non trattenuto, ma ridistribuito, perché la vita di tutti sia migliore. Per questo Gesù ci ha insegnato a pregare: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» (Mt 6,11); e nel medesimo tempo dice: «Cercate, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). Questa logica di libertà e di condivisione è al fondamento della parabola del giudizio universale, che ha i poveri al centro: il Cristo giudice, che siede in trono, si identifica con ciascuno di loro (cfr Mt 25,31-46). Chi vuol intendere non dovrebbe far molta fatica. Alla comunità cattolica ha ricordato:

«Cristo […] centro dinamico, cuore della nostra fede […] Il suo tratto compassionevole e misericordioso lo rende “avvocato” a difesa dei poveri e dei peccatori, non certo per assecondare il male, ma per liberarli dall’oppressione e dalla schiavitù e renderli figli di Dio e fratelli tra di loro. Non è un caso che i gesti compiuti da Gesù non si limitano alla guarigione fisica o spirituale della persona, ma comprendono anche una dimensione sociale e politica importante: la persona guarita viene reintegrata, in tutta la sua dignità, nella comunità umana e religiosa dalla quale, spesso proprio per la sua condizione di malattia o di peccato, era stata esclusa. Questa comunione è il segno per eccellenza della Chiesa, chiamata ad essere nel mondo riflesso dell’amore di Dio che non fa preferenze di persone (cfr At 10,34). In questo senso, vorrei dire che la vostra Chiesa, qui nel Principato di Monaco, possiede una grande ricchezza: essere un luogo, una realtà nella quale tutti trovano accoglienza e ospitalità, in quella mescolanza sociale e culturale che è un vostro tratto tipico. Il Principato di Monaco, infatti, è un piccolo Stato abitato però in modo variegato da monegaschi, francesi, italiani e persone di tante altre nazionalità. Un piccolo Stato cosmopolita, in cui alla varietà delle provenienze si associano anche altre differenze di tipo socioeconomico. Nella Chiesa, tali differenze non diventano mai occasione di divisione in classi sociali ma, al contrario, tutti sono accolti in quanto persone e figli di Dio, e tutti sono destinatari di un dono di grazia che incoraggia la comunione, la fraternità e l’amore vicendevole. Questo è il dono che proviene da Cristo, nostro avvocato presso il Padre. Infatti, tutti siamo stati battezzati in Lui e, perciò, afferma San Paolo, “non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”». (Gal 3,28) (cfr. discorso ufficiale nel video, qui).

Poi c’è stato anche l’incontro coi giovani che tralascio perché quel che ho riportato mi basta a sottolineare che perfino il ministero petrino è attraversato dalla crisi che avvolge l’odierna comunicazione e che quanti si affidano ai titoli già impostati, tralasciano la fatica pur bella di approfondire e di sapere.

C’è poi un ultimo aspetto. Le parole sono come semi, per germogliare hanno bisogno di tempo. Nella Chiesa parecchio. Quando Benedetto XV nel pieno svolgimento del primo conflitto mondiale definì quella guerra: «inutile strage»; quell’espressione, com’ebbe a dire uno storico, «rimase, e sollevò una tempesta». Fu osteggiata da tutti, accolta con indifferenza dalla stampa, dai politici e perfino tacciata di fiaccare le truppe al fronte. Oggi la riconosciamo come la definizione più calzante di un evento tragico e giustamente consegnata alla storia. Senza quell’affermazione un altro Papa, Paolo VI, non avrebbe potuto pronunciare nel consesso dell’Onu l’altrettanto famoso grido: «Mai più la guerra, mai più la guerra!». Oggi è normale pensare ai pontefici come uomini di pace.

Ho iniziato accennando alla buona cucina di una suora. Nello stesso periodo, qualche giorno prima che iniziasse il conclave che lo avrebbe eletto, fui mandato — lo confesso, senza averne gran voglia — a servire Messa al Cardinale Albino Luciani, presso la Chiesa di San Marco in Piazza Venezia a Roma. Eravamo due accoliti, il rettore della chiesa e quattro gatti di fedeli. Dopo la Messa, in sagrestia, non sapendo che dire me ne uscii: «Eminenza, auguri». Lui mi guardò bonario e poi disse: «Sai come si dice al mio paese?». Io: «no…». E lui me lo disse in dialetto e poi me lo tradusse: «Con questa pasta non si fanno gli gnocchi».

Si vede che da lassù qualcuno sa cucinare meglio di noi. È che nella Chiesa le parole sono come alcuni alimenti: preferiscono la cottura lenta e prolungata, perché poi possano essere gustate in tutte le loro fasce aromatiche. Noi oggi ci nutriamo di fast food, anche nelle notizie che scorriamo sui nostri smartphone. È il nostro tempo e non ci si può far niente. Forse solo ricordare quel Tale che ho nominato prima, quello che si faceva aiutare economicamente dalle donne. Una volta raccontò che la Parola del Regno di Dio è come un seme che cade su diversi terreni, alcuni parecchio refrattari, altri più ben disposti. E lì dà frutto. Il Seminatore divino non si cura tanto del terreno, ma del frutto sì, all’occorrenza, della buona cucina pure.

Dall’Eremo, 30 marzo 2026

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MONTECARLO AND THE YOUNG POPE COOKED BY THE NUN

The Principality of Monaco, which has always maintained a privileged relationship with the Holy See, holds a seat at the United Nations, while the Vatican is only an observer. Perhaps certain dialogues or meetings take place because they may have, even if silently and with soft steps, further implications that do not lend themselves to populist appeal? Try explaining that to those who are quick to comment on social media.

 

Autore Monaco Eremita

Author
Monaco Eremita 

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When I was a young man full of promise, the only one who seemed to notice was a very good nun who spent a large part of her religious life feeding students of philosophy and theology with her cooking. The religious sister envisaged for me a future as Pope. An eventuality not only remote, but belonging to the realm of the impossible. Moreover, if we consider what it means today to be Pope in the age of the internet and social media, such a career would be more to be discouraged than desired. Do newspapers or agencies report something that the Pope has said or done? All hell breaks loose. Comments, criticisms, and comparisons immediately pour down. Is there anyone who takes the trouble to verify the news or to examine it? Hardly. If it has already been chewed over and prepared so that it can be read, perhaps preceded by some catchy headline designed to attract likes, as they say, the game is done. After all, tomorrow is another day and that will already be old news. Meanwhile, the relentless flow of an illiteracy that spares no one continues, not even a successor of Saint Peter.

Let us take as an example the recent journey of the Holy Father to the Principality of Monaco, the second. What then, a Pope who goes to the realm of the rich, of ostentatious luxury and of tax evasion? With, just around the corner, the striking comparison with Francis who, on his first journey, went instead to Lampedusa. But if you think that even that journey was not without criticism, you are mistaken. It is only that now the comparison proves useful, and even good Christians fall into it, forgetful of that One who was once called a glutton and a drunkard, a friend of prostitutes and tax collectors, who did not disdain to be assisted by Joanna, the wife of Chuza, steward of Herod (Mt 11:18–19; Lk 8:3).

What if the Pope had gone to Monaco precisely to remind those who have more than others of what the Gospel says to them? It is easy to say it in Lampedusa; try saying it in front of those who truly have money, and plenty of it, at the risk of hearing the very words that the Athenians addressed to Paul, patting him on the shoulder: “We will hear you again about this” (Acts 17:32). Leaving aside the not insignificant fact that in the Principality of Monaco there exists a Catholic community which has always maintained a privileged relationship with the Holy See, it holds a seat at the United Nations, while the Vatican is only an observer. Perhaps certain dialogues or meetings take place because they may have, even if silently and with soft steps, further implications that do not lend themselves to populist appeal? Try explaining that to those who are quick to comment on social media. They do not have the time to read what the Pope said in Monaco to Prince Albert II, when he recalled that the countries of the “Mediterranean (are) today threatened by a widespread climate of closure and self-sufficiency”. That living in an elite place, albeit a composite one, “represents for some a privilege and for all a specific calling to question their place in the world. In the eyes of God, nothing is received in vain! As Jesus suggests in the parable of the talents, what has been entrusted to us must not be buried underground, but set in motion and multiplied within the horizon of the Kingdom of God.”

That horizon is broader than the private one and does not concern a utopian world: the Kingdom of God, to which Jesus devoted his life, is near, because it comes among us and shakes the unjust configurations of power, the structures of sin that dig abysses between the poor and the rich, between the privileged and the discarded, between friends and enemies. Every talent, every opportunity, every good placed in our hands has a universal destination, an intrinsic requirement not to be withheld, but to be redistributed, so that the life of all may be better. For this reason Jesus taught us to pray: “Give us this day our daily bread” (Mt 6:11); and at the same time he says: “Seek first the Kingdom of God and his righteousness” (Mt 6:33). This logic of freedom and sharing is at the foundation of the parable of the Last Judgment, which places the poor at the center: Christ the judge, who sits on the throne, identifies himself with each one of them (cf. Mt 25:31–46). Whoever wishes to understand should not find it too difficult. To the Catholic community he recalled:

“Christ […] the dynamic center, the heart of our faith […] His compassionate and merciful disposition makes him an ‘advocate’ in defense of the poor and of sinners, certainly not in order to condone evil, but to free them from oppression and slavery and to make them children of God and brothers and sisters among themselves. It is no coincidence that the actions performed by Jesus are not limited to the physical or spiritual healing of the person, but also include an important social and political dimension: the person who is healed is reintegrated, in all his dignity, into the human and religious community from which, often precisely because of his condition of illness or sin, he had been excluded. This communion is the preeminent sign of the Church, which is called to be in the world a reflection of the love of God who shows no partiality (cf. Acts 10:34). In this sense, I would like to say that your Church, here in the Principality of Monaco, possesses a great richness: being a place, a reality in which all find welcome and hospitality, in that social and cultural mixture which is a characteristic of yours. The Principality of Monaco, in fact, is a small State, yet inhabited in a varied way by Monegasques, French, Italians and people of many other nationalities. A small cosmopolitan State, in which to the variety of origins are also joined other differences of a socio-economic kind. In the Church, such differences never become an occasion for division into social classes; on the contrary, all are welcomed as persons and as children of God, and all are recipients of a gift of grace that fosters communion, fraternity and mutual love. This is the gift that comes from Christ, our advocate before the Father. Indeed, we have all been baptized in Him and therefore, as Saint Paul affirms, ‘there is neither Jew nor Greek; there is neither slave nor free; there is neither male nor female, for you are all one in Christ Jesus’” (Gal 3:28) (cf. official address in the video by Vatican News, here).

Then there was also the meeting with the young people, which I omit because what I have reported is enough for me to underline that even the Petrine ministry is traversed by the crisis that envelops contemporary communication, and that those who rely on pre-packaged headlines neglect the effort — though a beautiful one — of going deeper and of knowing.

There is then one last aspect. Words are like seeds; in order to germinate they need time. In the Church, quite a lot of it. When Benedict XV, in the midst of the First World War, defined that war as an “useless slaughter”, that expression, as a historian put it, “remained, and stirred up a storm”. It was opposed by everyone, received with indifference by the press and by politicians, and even accused of weakening the troops at the front. Today we recognize it as the most fitting definition of a tragic event, rightly consigned to history. Without that statement, another Pope, Paul VI, would not have been able to pronounce, in the assembly of the United Nations, the equally famous cry: “No more war, never again war!”. Today it is normal to think of the pontiffs as men of peace.

I began by mentioning the good cooking of a nun. In that same period, a few days before the conclave that would elect him began, I was sent — I confess, not very willingly — to serve Mass for Cardinal Albino Luciani at the Church of San Marco in Piazza Venezia in Rome. There were two of us altar servers, the rector of the church, and a mere handful of faithful. After Mass, in the sacristy, not knowing what to say, I blurted out: “Your Eminence, my best wishes.” He looked at me kindly and then said: “Do you know how we say it in my village?” I replied: “No…”. And he told me in dialect and then translated it: “With this dough, you can’t make gnocchi.”

It would seem that someone up there knows how to cook better than we do. The point is that in the Church words are like certain foods: they prefer slow and prolonged cooking, so that they may then be savored in all their aromatic layers. Today we feed on fast food, even in the news we scroll through on our smartphones. It is our time, and there is nothing to be done about it. Perhaps only to recall that One I mentioned earlier, the one who allowed himself to be supported financially by women. Once he said that the Word of the Kingdom of God is like a seed that falls on different kinds of soil, some rather resistant, others more receptive. And there it bears fruit. The divine Sower is not so concerned with the soil, but with the fruit — and, when needed, with good cooking as well.

From the Hermitage, 30 March 2026

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MONTECARLO Y EL JOVEN PAPA COCINADO POR LA MONJA

El Principado de Mónaco, que desde siempre mantiene una relación privilegiada con la Santa Sede, posee un escaño en la ONU, mientras que el Vaticano es solo un observador. ¿Quizá ciertos diálogos o encuentros se realizan porque pueden tener, aunque sea silenciosamente y con pasos felpados, incluso otros alcances que no halagan el populismo? Ve a explicárselo a los que comentan con facilidad en las redes sociales

Autore Monaco Eremita

Autor
Monaco Eremita 

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Cuando era un joven lleno de esperanzas, la única que parecía darse cuenta era una buenísima monja que pasó gran parte de su vida religiosa alimentando a estudiantes de filosofía y teología con su cocina. La religiosa auguraba para mí un futuro como Papa. Una eventualidad no solo remota, sino perteneciente al reino de lo imposible. Además, si consideramos lo que significa hoy ser Papa en tiempos de internet y de las redes sociales, una carrera de ese tipo sería más bien para desaconsejar que para desear. ¿Los periódicos o las agencias informan de algo que el Papa ha dicho o hecho? Se arma el cielo. Inmediatamente llueven comentarios, críticas y comparaciones. ¿Hay alguien que se tome la molestia de verificar las noticias o de examinarlas? Ni pensarlo. Si ya ha sido rumiada y preparada para ser leída, quizá precedida por algún titular atrapalikes, como se suele decir, el juego está hecho. Total, mañana es otro día y esa será ya una noticia vieja. Mientras tanto, continúa imparable el fluir de un analfabetismo que no deja fuera a nadie, ni siquiera a un sucesor de San Pedro.

Tomemos como ejemplo el reciente viaje del Santo Padre al Principado de Mónaco, el segundo. Pero ¿cómo es posible?, ¿un Papa que va al reino de los ricos, del lujo ostentoso y de la evasión fiscal? Con, inmediatamente a la vuelta de la esquina, la comparación estridente con Francisco, quien, en su primer viaje, fue en cambio a Lampedusa. Pero si pensáis que tampoco aquel viaje estuvo exento de críticas, os equivocáis. Solo que ahora la comparación resulta útil, y en ella caen incluso los buenos cristianos, olvidadizos de Aquel que en otro tiempo fue llamado comilón y bebedor, amigo de prostitutas y publicanos, que no desdeñaba dejarse ayudar por Juana, mujer de Cusa, administrador de Herodes (Mt 11,18-19; Lc 8,3).

¿Qué pasaría si el Papa hubiera ido precisamente a Mónaco para recordar lo que el Evangelio dice a quienes tienen más que los demás? Fácil decirlo en Lampedusa; intentad decirlo delante de quienes tienen dinero, y mucho; con el riesgo de oírse responder lo mismo que los atenienses dijeron a Pablo, dándole una palmada en el hombro: «Sobre esto ya te oiremos otra vez» (Hch 17,32). Dejando de lado el hecho, no secundario, de que en el Principado de Mónaco existe una comunidad católica que desde siempre mantiene una relación privilegiada con la Santa Sede, posee un escaño en la ONU, mientras que el Vaticano es solo un observador. ¿Quizá ciertos diálogos o encuentros se realizan porque pueden tener, aunque sea silenciosamente y con pasos felpados, incluso otros alcances que no halagan el populismo? Ve a explicárselo a quienes comentan con facilidad en las redes sociales. Ellos no tienen tiempo de leer lo que el Papa dijo en Mónaco al Príncipe Alberto II, cuando recordó que los países del «Mediterráneo (están) hoy amenazados por un clima generalizado de cerrazón y autosuficiencia». Que vivir en un lugar de élite, aunque compuesto, «representa para algunos un privilegio y para todos una llamada específica a interrogarse sobre su propio lugar en el mundo. A los ojos de Dios, nada se recibe en vano. Como deja entender Jesús en la parábola de los talentos, lo que se nos ha confiado no debe ser enterrado bajo tierra, sino puesto en circulación y multiplicado en el horizonte del Reino de Dios.

Ese horizonte es más amplio que el privado y no se refiere a un mundo utópico: el Reino de Dios, al que Jesús ha consagrado su vida, está cerca, porque viene en medio de nosotros y sacude las configuraciones injustas del poder, las estructuras de pecado que abren abismos entre pobres y ricos, entre privilegiados y descartados, entre amigos y enemigos. Cada talento, cada oportunidad, cada bien puesto en nuestras manos tiene un destino universal, una exigencia intrínseca de no ser retenido, sino redistribuido, para que la vida de todos sea mejor. Por eso Jesús nos ha enseñado a orar: «Danos hoy nuestro pan de cada día» (Mt 6,11); y al mismo tiempo dice: «Buscad, ante todo, el Reino de Dios y su justicia» (Mt 6,33). Esta lógica de libertad y de compartir está en la base de la parábola del juicio universal, que tiene a los pobres en el centro: Cristo juez, que se sienta en el trono, se identifica con cada uno de ellos (cf. Mt 25,31-46). Quien quiera entender no debería encontrar mucha dificultad. A la comunidad católica recordó:

«Cristo […] centro dinámico, corazón de nuestra fe […] Su rasgo compasivo y misericordioso lo convierte en “abogado” en defensa de los pobres y de los pecadores, ciertamente no para secundar el mal, sino para liberarlos de la opresión y de la esclavitud y hacerlos hijos de Dios y hermanos entre sí. No es casual que los gestos realizados por Jesús no se limiten a la curación física o espiritual de la persona, sino que comprendan también una dimensión social y política importante: la persona curada es reintegrada, en toda su dignidad, en la comunidad humana y religiosa de la cual, a menudo precisamente por su condición de enfermedad o de pecado, había sido excluida. Esta comunión es el signo por excelencia de la Iglesia, llamada a ser en el mundo reflejo del amor de Dios que no hace acepción de personas (cf. Hch 10,34). En este sentido, quisiera decir que vuestra Iglesia, aquí en el Principado de Mónaco, posee una gran riqueza: ser un lugar, una realidad en la que todos encuentran acogida y hospitalidad, en esa mezcla social y cultural que es un rasgo típico vuestro. El Principado de Mónaco, en efecto, es un pequeño Estado habitado, sin embargo, de manera variada por monegascos, franceses, italianos y personas de muchas otras nacionalidades. Un pequeño Estado cosmopolita, en el que a la variedad de procedencias se suman también otras diferencias de tipo socioeconómico. En la Iglesia, tales diferencias nunca se convierten en ocasión de división en clases sociales, sino que, al contrario, todos son acogidos en cuanto personas e hijos de Dios, y todos son destinatarios de un don de gracia que fomenta la comunión, la fraternidad y el amor mutuo. Este es el don que proviene de Cristo, nuestro abogado ante el Padre. En efecto, todos hemos sido bautizados en Él y, por tanto, afirma san Pablo, “no hay judío ni griego; no hay esclavo ni libre; no hay hombre ni mujer, porque todos vosotros sois uno en Cristo Jesús”». (Gal 3,28) (cf. discurso oficial en el video, aquí).

Luego hubo también el encuentro con los jóvenes, que omito porque lo que he referido me basta para subrayar que incluso el ministerio petrino está atravesado por la crisis que envuelve la comunicación actual y que quienes se apoyan en titulares ya prefabricados descuidan el esfuerzo —aunque hermoso— de profundizar y de conocer.

Hay además un último aspecto. Las palabras son como semillas: para germinar necesitan tiempo. En la Iglesia, bastante. Cuando Benedicto XV, en pleno desarrollo de la Primera Guerra Mundial, definió aquella guerra como «inútil matanza», esa expresión, como dijo un historiador, «permaneció y levantó una tormenta». Fue combatida por todos, acogida con indiferencia por la prensa y por los políticos, e incluso acusada de debilitar a las tropas en el frente. Hoy la reconocemos como la definición más acertada de un acontecimiento trágico, justamente consignada a la historia. Sin esa afirmación, otro Papa, Pablo VI, no habría podido pronunciar en el seno de la ONU el igualmente célebre grito: «¡Nunca más la guerra, nunca más la guerra!». Hoy es normal pensar en los pontífices como hombres de paz.

Comencé aludiendo a la buena cocina de una monja. En ese mismo período, unos días antes de que comenzara el cónclave que lo elegiría, fui enviado — lo confieso, sin demasiadas ganas — a servir Misa al cardenal Albino Luciani, en la iglesia de San Marco en Piazza Venezia, en Roma. Éramos dos acólitos, el rector de la iglesia y cuatro gatos de fieles. Después de la Misa, en la sacristía, sin saber qué decir, solté: «Eminencia, felicidades». Él me miró con benevolencia y luego dijo: «¿Sabes cómo se dice en mi pueblo?». Yo: «no…». Y me lo dijo en dialecto y luego me lo tradujo: «Con esta masa no se hacen los ñoquis».

Se ve que allá arriba alguien sabe cocinar mejor que nosotros. Es que en la Iglesia las palabras son como ciertos alimentos: prefieren la cocción lenta y prolongada, para que luego puedan ser saboreadas en todas sus notas aromáticas. Hoy nos alimentamos de comida rápida, también en las noticias que recorremos en nuestros smartphones. Es nuestro tiempo y no se puede hacer nada al respecto. Quizá solo recordar a Aquel que he mencionado antes, aquel que se dejaba ayudar económicamente por las mujeres. Una vez dijo que la Palabra del Reino de Dios es como una semilla que cae en distintos terrenos, algunos bastante refractarios, otros más bien dispuestos. Y allí da fruto. El Sembrador divino no se preocupa tanto del terreno, sino del fruto sí, y, cuando hace falta, también de la buena cocina.

Dall’Eremo, 30 marzo 2026

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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Però Il Santo Padre, primo tra i servi inutili, potrebbe anche pagarmi i diritti d’autore – However, the Holy Father, first among useless servants, could also pay me copyright fees – El Santo Padre, primero entre los siervos inútiles, podría pagarme también los derechos de autor

26 Marzo 2026/in Attualità/da Padre Ariel

Italian, English, Español

 

PERÒ IL SANTO PADRE, PRIMO TRA I SERVI INUTILI, POTREBBE ANCHE PAGARMI I DIRITTI D’AUTORE

Abbiamo allevato generazioni di preti che, anziché servire la Chiesa per essere niente e nessuno, se ne sono serviti per divenire ed essere qualcosa e qualcuno. Solo Dio può leggere le coscienze e Lui solo sa quanti, oggi, tra i marmi dei sacri palazzi, sperino di diventare cardinali al prossimo concistoro anziché santi. Eppure, per diventare santi, occorre farsi inutili, non diventare cardinali: perché con una porpora ottenuta male e usata peggio si rischia di arrivare all’Inferno in business class.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF articolo formato stampa – Article print format – Articulo en formato impreso

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Nel corso della mia inutile esistenza di prete, è capitato più volte, con il Santo Padre Francesco di benedetta memoria e con il Pontefice regnante Leone XIV, di avere espresso concetti — alcuni dei quali irritarono sul momento persino qualche anima candida — che in seguito, ad anni o mesi di distanza, sono stati sviluppati e inseriti in testi del magistero o in discorsi pontifici. Nulla di eccezionale: siamo e rimaniamo comunque «servi inutili». Frase quest’ultima tratta dal Vangelo, sulla quale improntai l’omelia, il 15 settembre 2025, alle esequie del Nunzio Apostolico Adriano Bernardini, indicandolo come «servo inutile» (vedere qui).

Il cammino di fede unisce assieme mistero e paradosso, come riassume la celebre espressione contenuta nella Lettera agli Ebrei: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1). In questa affermazione, che a uno sguardo puramente razionale appare contraddittoria, è racchiusa la struttura stessa della fede: essa non si fonda sull’evidenza, ma su ciò che eccede l’evidenza; non dimostra ciò che si vede, ma rende certo ciò che non si vede. Non è forse paradossale essere chiamati alla realizzazione proprio mediante la consapevolezza della nostra inutilità? E tuttavia è proprio questo il punto: la fede non conferma le categorie della logica comune, ma le oltrepassa, introducendo l’uomo in un ordine nel quale ciò che appare nulla diventa luogo dell’azione di Dio:

«quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10).

Il primo tra noi servi inutili è Leone XIV, chiamato anche servus servorum Dei (servo dei servi di Dio). Titolo pontificio assunto — lo rammentiamo per inciso — da Gregorio Magno attorno al 595, allo scopo, primo e non certo ultimo, di dare una stoccata al Patriarca di Costantinopoli, Giovanni IV detto il Digiunatore, che si era attribuito il titolo di «ecumenico» (universale), duramente contestato da Gregorio Magno nelle sue Epistolae (cfr. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).

In fondo, che cosa vuol dire diventare ed essere preti? Vuol dire essere niente e nessuno a servizio di tutti, per giungere poi al termine della propria esistenza nella speranza di poter dire in coscienza: ho cercato di fare il mio dovere. Ma queste cose, nei santissimi seminari olezzanti sociologismi e psicologismi, purtroppo non le insegnano da tempo. Anche per questo abbiamo allevato generazioni di preti che, anziché servire la Chiesa per essere niente e nessuno, se ne sono serviti per divenire ed essere qualcosa e qualcuno. Solo Dio può leggere le coscienze e Lui solo sa quanti, oggi, tra i marmi dei sacri palazzi, sperino di diventare cardinali al prossimo concistoro anziché santi. Eppure, per diventare santi, occorre farsi inutili, non diventare cardinali: perché con una porpora ottenuta male e usata peggio si rischia di arrivare all’Inferno in business class.

È notizia di ieri che il Servo Inutile Leone XIV abbia pronunciato un discorso che a me suona ovvio, sebbene oggi, purtroppo, a non essere accolta e compresa sia proprio la più palese ovvietà. Il Santo Padre ha ricordato ai Vescovi francesi riuniti a Lourdes il nostro inderogabile obbligo di pensare alle vittime della pedofilia ma, al tempo stesso, di usare misericordia per i preti colpevoli di questo immane crimine:

«continuare a manifestare l’attenzione della Chiesa verso le vittime e la misericordia di Dio verso tutti. È bene che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali» (Vatican News, qui).

Dopo il mio libro dedicato alla spiegazione storico-teologica della professione di fede, Credo per capire – Viaggio nella professione di fede, uscito il 15 novembre 2025, è seguito, il 29 gennaio, un mio secondo libro: La libertà negata – Teologia cattolica e dittatura del conformismo occidentale. In questo secondo libro affronto anche il delicato tema trattato dal Santo Padre, che ho poi ripreso in un mio articolo del 16 novembre 2025 (vedere qui). Su questo delicatissimo argomento articolai un discorso che qui di seguito riporto per intero:

Purtroppo, negli ultimi anni, anche all’interno della Chiesa si è talvolta ceduto alla medesima logica mondana, assumendo espressioni e criteri propri delle piazze mosse da emotività forcaiola. Dopo i gravi scandali che hanno coinvolto e spesso travolto vari membri del nostro clero — scandali che il diritto canonico definisce propriamente delicta graviora — si è cominciato a usare, persino ai più alti livelli, una formula che suona come un insulto alla fede cristiana: «tolleranza zero». Un simile linguaggio, mutuato dal lessico politico e mediatico, rivela una mentalità estranea al Vangelo e alla tradizione penitenziale della Chiesa. È ovvio che dinanzi a certi crimini — come gli abusi sessuali su minori — l’autore debba essere immediatamente neutralizzato e posto nella condizione di non nuocere più, quindi sottoposto a una pena giusta, proporzionata e, secondo la dottrina canonica, medicinale, ossia orientata al suo recupero e alla sua conversione. Per questo l’espressione «tolleranza zero» risulta aberrante sul piano dottrinale e pastorale, perché non appartiene al linguaggio della Chiesa, ma a quello delle campagne populiste che puntano e giocano sugli umori di pancia delle masse.

Dichiarando che ad avere bisogno del medico sono i malati e non i sani (cfr. Mt 9, 12), Gesù ci indica e affida una precisa missione, non ci invita alla «tolleranza zero».

Dinanzi a queste nuove tendenze emerge un paradossale corto circuito morale: le stesse coscienze che per anni hanno nascosto la sporcizia sotto i tappeti con rara e omertosa malizia clericale, oggi si mostrano zelanti nel proclamare pubblicamente la loro severità, quasi a purificarsi davanti al mondo. Si colpiscono talvolta gli innocenti o i semplicemente sospettati per dimostrare rigore, mentre i veri colpevoli — in altri tempi protetti — restano spesso impuniti e, talvolta, promossi ai più alti vertici ecclesiali ed ecclesiastici, perché è proprio lì che li troviamo tutti «per giudicare i vivi e i morti», quasi come se il loro regno ― quello della falsità e dell’ipocrisia ― «non avrà fine», in una sorta di Credo al contrario. Tutto questo viene presentato come prova di una «nuova Chiesa» che avrebbe finalmente abbracciato la politica della fermezza. E la tanto decantata misericordia, che fine ha fatto? Se andiamo a vedere scopriremo che per poter beneficiare della misericordia pare sia necessario essere neri che commettono violenze nelle zone più centrali delle città, comprese aggressioni alle stesse Forze dell’Ordine, pur malgrado prontamente giustificati che non commettono delitti perché violenti e propensi a delinquere, ma a causa della società rigorosamente colpevole di non averli adeguatamente accolti e integrati. Chiediamoci: quale credibilità può avere un annuncio evangelico che predica la misericordia solo per certe “categorie protette” e nello stesso tempo adotta la logica della cosiddetta «tolleranza zero» per chi, al proprio interno, ha gravemente sbagliato? È qui che si manifesta l’esito più drammatico della secolarizzazione interna: la Chiesa che per compiacere il mondo rinuncia al linguaggio della redenzione per assumere quello della vendetta forcaiola, mostrandosi misericordiosa solo con ciò che corrisponde alle tendenze sociali del politicamente corretto (precedente articolo intero qui).

Ragionevolmente, potrei anche reclamare i diritti d’autore al Santo Padre; ma sono modesto e mi accontento di molto meno: mi basterebbe che certi soggetti, clericali e laici, tanto attivi quanto incontrollati, funzionali a un preciso sistema e tollerati all’interno della sua stessa casa, lasciassero in pace questo servo inutile, che desidera solo poter dire alla fine della propria esistenza: ho fatto quanto dovevo fare.

Dall’Isola di Patmos, 26 marzo 2026

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HOWEVER, THE HOLY FATHER, FIRST AMONG USELESS SERVANTS, COULD ALSO PAY ME COPYRIGHT FEES

We have formed generations of priests who, instead of serving the Church in order to be nothing and nobody, have used her in order to become something and someone. Only God can read consciences, and He alone knows how many, today, among the marbles of the sacred palaces, hope to become cardinals at the next consistory rather than saints. Yet, to become saints one must make oneself useless, not become a cardinal: because with a purple obtained badly and used even worse, one risks arriving in Hell in business class.

— Contemporary ecclesial affairs—

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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In the course of my useless existence as a priest, it has happened several times, both with the Holy Father Francis of blessed memory and with the reigning Pontiff Leo XIV, that I expressed concepts — some of which initially irritated even certain candid souls — which were later developed and incorporated into magisterial texts or papal discourses. Nothing exceptional: we are and remain «useless servants». This expression is taken from the Gospel, and it was precisely on it that I based my homily on 15 September 2025 at the funeral of the Apostolic Nuncio Adriano Bernardini, referring to him as a «useless servant» (see here).

The journey of faith unites mystery and paradox, as summarized in the well-known expression contained in the Letter to the Hebrews: «Faith is the substance of things hoped for, the evidence of things not seen» (Heb 11:1). In this affirmation, which appears contradictory to a purely rational gaze, lies the very structure of faith: it is not grounded in evidence, but in what exceeds evidence; it does not demonstrate what is seen, but makes certain what is not seen. Is it not paradoxical to be called to fulfillment precisely through the awareness of our uselessness? And yet this is precisely the point: faith does not confirm the categories of common logic, but surpasses them, introducing man into an order in which what appears to be nothing becomes the place of God’s action:

«when you have done all that you were commanded, say: “We are useless servants; we have done what we were obliged to do”» (Lk 17:10).

The first among us useless servants is Leo XIV, also called servus servorum Dei (servant of the servants of God). This papal title was assumed — let it be recalled in passing — by Gregory the Great around 595, primarily, though not exclusively, as a rebuke to the Patriarch of Constantinople, John IV known as the Faster, who had attributed to himself the title «ecumenical», strongly contested by Gregory the Great in his Epistolae (cf. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).

Ultimately, what does it mean to become and to be a priest? It means to be nothing and nobody in the service of all, so as to arrive at the end of one’s existence with the hope of being able to say in conscience: I have tried to do my duty. But these things, in the most “holy” seminaries reeking of sociologism and psychologism, have not been taught for a long time. For this reason as well, we have formed generations of priests who, instead of serving the Church in order to be nothing and nobody, have used her in order to become something and someone. Only God can read consciences, and He alone knows how many, today, among the marbles of the sacred palaces, hope to become cardinals at the next consistory rather than saints. Yet, to become saints one must make oneself useless, not become a cardinal: because with a purple obtained badly and used even worse, one risks arriving in Hell in business class.

It is news of yesterday that the Useless Servant Leo XIV delivered a discourse which to me sounds obvious, although today, unfortunately, it is precisely the most evident obviousness that is neither received nor understood. The Holy Father reminded the French bishops gathered in Lourdes of our inescapable duty to think of the victims of pedophilia and, at the same time, to exercise mercy toward priests guilty of this immense crime:

«continue to show the Church’s attention toward the victims and the mercy of God toward all. It is good that priests guilty of abuse are not excluded from this mercy and are the object of your pastoral reflections» (Vatican News, here).

After my book dedicated to the historical-theological explanation of the profession of faith, Credo per capire – Journey into the Profession of Faith, published on 15 November 2025, a second book followed on 29 January: La libertà negata – Catholic Theology and the Dictatorship of Western Conformism. In this second book I also address the delicate topic treated by the Holy Father, which I had already taken up in an article dated 16 November 2025 (see here). On this very delicate subject I developed a reflection which I reproduce here in full:

Unfortunately, in recent years, even within the Church there has at times been a yielding to this same worldly logic, adopting expressions and criteria proper to squares moved by a lynch-mob emotionality. After the grave scandals that have involved — and often overwhelmed various members of our clergy — scandals that canon law properly defines as delicta graviora, a formula has begun to be used, even at the highest levels, which sounds like an insult to the Christian faith: “zero tolerance.” Such language, borrowed from the political and media lexicon, reveals a mentality foreign to the Gospel and to the Church’s penitential tradition. It is obvious that in the face of certain crimes — such as sexual abuse of minors — the perpetrator must be immediately neutralised and placed in the condition of no longer being able to cause harm, and therefore subjected to a punishment that is just, proportionate and, according to canonical doctrine, medicinal, that is, directed to his recovery and conversion. For this reason, the expression “zero tolerance” is aberrant on the doctrinal and pastoral plane, because it does not belong to the language of the Church, but to that of populist campaigns that aim at and play upon the gut instincts of the masses.

By declaring that it is the sick and not the healthy who are in need of a physician (cf. Mt 9:12), Jesus indicates and entrusts to us a precise mission; He does not invite us to “zero tolerance.”

Before these new tendencies, a paradoxical moral short circuit emerges: the very same consciences that for years have hidden the filth under the carpets with rare and conspiratorial clerical malice now show themselves zealous in publicly proclaiming their severity, as though purifying themselves before the world. At times the innocent, or the merely suspected, are struck down in order to demonstrate rigour, while the true guilty — once protected — often remain unpunished and, at times, are promoted to the highest ecclesial and ecclesiastical positions, for it is precisely there that we find them all, “to judge the living and the dead,” almost as though their kingdom — the kingdom of falsehood and hypocrisy — “will have no end,” in a kind of inverted Creed. All this is presented as proof of a “new Church” that would at last have embraced the politics of firmness.

And what of the much-vaunted mercy, what has become of it? If we look closely, we shall discover that, in order to be able to benefit from mercy, it seems necessary to be black people who commit acts of violence in the most central areas of the cities, including assaults against the very Forces of Order, yet who are promptly justified, not because they do not commit crimes, but because, being violent and inclined to delinquency, it is said that they act on account of a society strictly guilty of not having adequately welcomed and integrated them.

Let us ask ourselves: what credibility can a Gospel proclamation have that preaches mercy only for certain “protected categories” and at the same time adopts the logic of so-called “zero tolerance” towards those who, within its own ranks, have gravely erred? It is here that the most dramatic outcome of internal secularisation is manifested: the Church which, in order to please the world, renounces the language of redemption to assume that of lynch-mob vengeance, showing herself merciful only with that which corresponds to the social tendencies of political correctness.

Reasonably, I could also claim copyright from the Holy Father; but I am modest and content myself with much less: it would suffice for me that certain subjects, clerical and lay, as active as they are uncontrolled, functional to a precise system and tolerated within his very house, would leave this useless servant in peace, who desires only to be able to say, at the end of his existence: I have done what I had to do.

From the Island of Patmos, 26 March 2026

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EL SANTO PADRE, PRIMERO ENTRE LOS SIERVOS INÚTILES, PODRÍA PAGARME TAMBIÉN LOS DERECHOS DE AUTOR

Hemos formado generaciones de sacerdotes que, en lugar de servir a la Iglesia para ser nada y nadie, se han servido de ella para convertirse en algo y en alguien. Solo Dios puede leer las conciencias, y solo Él sabe cuántos, hoy, entre los mármoles de los palacios sagrados, esperan convertirse en cardenales en el próximo consistorio en lugar de santos. Y, sin embargo, para llegar a ser santos es necesario hacerse inútiles, no convertirse en cardenales: porque con una púrpura obtenida mal y utilizada peor, se corre el riesgo de llegar al Infierno en business class.

— Actualidad eclesial —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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A lo largo de mi inútil existencia como sacerdote, ha sucedido en varias ocasiones, tanto con el Santo Padre Francisco de bendita memoria como con el Pontífice reinante León XIV, que he expresado conceptos — algunos de los cuales irritaron en su momento incluso a ciertas almas cándidas — que posteriormente han sido desarrollados e incorporados en textos del magisterio o en discursos pontificios. Nada extraordinario: somos y seguimos siendo «siervos inútiles». Esta expresión procede del Evangelio, y precisamente sobre ella basé mi homilía del 15 de septiembre de 2025 en las exequias del Nuncio Apostólico Adriano Bernardini, refiriéndome a él como «siervo inútil» (véase aquí).

El camino de la fe une misterio y paradoja, como resume la célebre expresión contenida en la Carta a los Hebreos: «La fe es fundamento de lo que se espera y prueba de lo que no se ve» (Hb 11,1). En esta afirmación, que a una mirada puramente racional aparece contradictoria, se encierra la propia estructura de la fe: no se fundamenta en la evidencia, sino en aquello que excede la evidencia; no demuestra lo que se ve, sino que hace cierto lo que no se ve. ¿No es acaso paradójico ser llamados a la realización precisamente mediante la conciencia de nuestra inutilidad? Y, sin embargo, este es precisamente el punto: la fe no confirma las categorías de la lógica común, sino que las sobrepasa, introduciendo al hombre en un orden en el que lo que parece nada se convierte en lugar de la acción de Dios:

«cuando hayáis hecho todo lo que se os ha mandado, decid: “Somos siervos inútiles; hemos hecho lo que debíamos hacer”» (Lc 17,10).

El primero entre nosotros los siervos inútiles es León XIV, también llamado servus servorum Dei (siervo de los siervos de Dios). Este título pontificio fue asumido — conviene recordarlo — por Gregorio Magno hacia el año 595, principalmente, aunque no exclusivamente, como una corrección dirigida al Patriarca de Constantinopla, Juan IV llamado el Ayunador, quien se había atribuido el título de «ecuménico», fuertemente contestado por Gregorio Magno en sus Epistolae (cf. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).

En el fondo, ¿qué significa llegar a ser y ser sacerdote? Significa ser nada y nadie al servicio de todos, para poder llegar al final de la propia existencia con la esperanza de poder decir en conciencia: he intentado cumplir con mi deber. Pero estas cosas, en los santísimos seminarios impregnados de sociologismos y psicologismos, lamentablemente ya no se enseñan desde hace tiempo. Por eso también hemos formado generaciones de sacerdotes que, en lugar de servir a la Iglesia para ser nada y nadie, se han servido de ella para convertirse en algo y en alguien. Solo Dios puede leer las conciencias, y solo Él sabe cuántos, hoy, entre los mármoles de los palacios sagrados, esperan convertirse en cardenales en el próximo consistorio en lugar de santos. Y, sin embargo, para llegar a ser santos es necesario hacerse inútiles, no convertirse en cardenales: porque con una púrpura obtenida mal y utilizada peor, se corre el riesgo de llegar al Infierno en business class.
Es noticia de ayer que el Siervo Inútil León XIV ha pronunciado un discurso que a mí me resulta evidente, aunque hoy, lamentablemente, es precisamente la evidencia más clara la que no es acogida ni comprendida. El Santo Padre ha recordado a los obispos franceses reunidos en Lourdes nuestro deber ineludible de pensar en las víctimas de la pedofilia y, al mismo tiempo, de ejercer misericordia hacia los sacerdotes culpables de este inmenso crimen:

«Seguir manifestando la atención de la Iglesia hacia las víctimas y la misericordia de Dios hacia todos. Es bueno que los sacerdotes culpables de abusos no sean excluidos de esta misericordia y sean objeto de vuestras reflexiones pastorales» (Vatican News, aquí).

Tras mi libro dedicado a la explicación histórico-teológica de la profesión de fe, Credo per capire – Viaje en la profesión de fe, publicado el 15 de noviembre de 2025, el 29 de enero siguió un segundo libro: La libertad negada – Teología católica y dictadura del conformismo occidental. En este segundo libro abordo también el delicado tema tratado por el Santo Padre, que ya había retomado en un artículo del 16 de noviembre de 2025 (véase aquí). Sobre este delicadísimo tema desarrollé una reflexión que reproduzco a continuación íntegramente:

Por desgracia, en los últimos años, también dentro de la Iglesia se ha cedido a veces a la misma lógica mundana, adoptando expresiones y criterios propios de las plazas movidas por la emotividad de linchamiento. Tras los graves escándalos que han implicado y a menudo arrasado a varios miembros de nuestro clero — escándalos que el derecho canónico define propiamente como delictis gravioribus —, se ha comenzado a usar, incluso en los más altos niveles, una fórmula que suena como un insulto a la fe cristiana: «tolerancia cero». Un lenguaje semejante, tomado del léxico político y mediático, revela una mentalidad ajena al Evangelio y a la tradición penitencial de la Iglesia. Es obvio que ante ciertos crímenes —como los abusos sexuales a menores — el autor debe ser inmediatamente neutralizado y puesto en la condición de no poder hacer más daño, y por tanto sometido a una pena justa, proporcionada y, según la doctrina canónica, medicinal, es decir, orientada a su recuperación y conversión. Por ello, la expresión «tolerancia cero» resulta aberrante en el plano doctrinal y pastoral, porque no pertenece al lenguaje de la Iglesia, sino al de las campañas populistas que apuntan y juegan con las vísceras de las masas.

Al declarar que quienes necesitan del médico son los enfermos y no los sanos (cf. Mt 9,12), Jesús nos indica y confía una misión precisa, no nos invita a la «tolerancia cero».

Ante estas nuevas tendencias surge un paradójico cortocircuito moral: las mismas conciencias que durante años han escondido la suciedad bajo las alfombras con rara y omertosa malicia clerical hoy se muestran celosas al proclamar públicamente su severidad, casi como para purificarse ante el mundo. A veces se golpea a los inocentes o a los simplemente sospechosos para demostrar rigor, mientras que los verdaderos culpables — en otros tiempos protegidos — suelen quedar impunes y, en ocasiones, son promovidos a los más altos vértices eclesiales y eclesiásticos, porque es precisamente allí donde los encontramos a todos, «para juzgar a vivos y muertos», casi como si su reino — el de la falsedad y de la hipocresía — «no tuviera fin», en una suerte de Credo al revés. Todo esto se presenta como prueba de una «nueva Iglesia» que habría abrazado por fin la política de la firmeza.

¿Y la tan decantada misericordia, qué hasido de ella? Si vamos a ver, descubriremos que para poder beneficiarse de la misericordia parece necesario ser negros que cometen violencias en las zonas más céntricas de las ciudades, incluidas agresiones a las mismas Fuerzas del Orden, y sin embargo prontamente justificados, no porque no cometan delitos, sino porque, siendo violentos y propensos a delinquir, se afirma que la culpa recae en una sociedad rigurosamente culpable de no haberlos acogidos e integrados adecuadamente. Preguntémonos: ¿qué credibilidad puede tener un anuncio evangélico que predica la misericordia solo para ciertas “categorías protegidas” y al mismo tiempo adopta la lógica de la llamada «tolerancia cero» para quienes, en su propio seno, han errado gravemente? Aquí se manifiesta el resultado más dramático de la secularización interna: la Iglesia que, para complacer al mundo, renuncia al lenguaje de la redención para asumir el de la venganza de los linchamientos, mostrándose misericordiosa solo con aquello que corresponde a las tendencias sociales de lo políticamente correcto.

Razonablemente, podría incluso reclamar los derechos de autor al Santo Padre; pero soy modesto y me conformo con mucho menos: me bastaría con que ciertos sujetos, clericales y laicos, tan activos como incontrolados, funcionales a un sistema preciso y tolerados dentro de su propia casa, dejaran en paz a este siervo inútil, que solo desea poder decir, al final de su existencia: he hecho lo que debía hacer.

Desde la Isla de Patmos, 26 de marzo de 2026

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Le varie sfaccettatura del benedire – The various facets of blessing – Las diversas facetas de la bendición

19 Marzo 2026/in Attualità/da Monaco Eremita

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LE VARIE SFACCETTATURE DEL BENEDIRE

La Chiesa può dare la benedizione, pur fra mille distinguo, anche a chi vive situazioni eccezionali, particolari o irregolari. In particolare se queste persone sono battezzate in comunione con la Chiesa, anche se vivono una situazione vitale che la Chiesa reputa errata.

Autore Monaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

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La Dichiarazione Fiducia Supplicans, risalente a dicembre 2023, riguardava la possibilità di benedire le coppie irregolari e perfino dello stesso sesso.

Monica Bellucci nel ruolo di Maddalena (The Passion, 2004)

La ricezione della stessa, sul subito, deve aver suscitato nell’episcopato risposte contrastanti se già a gennaio dell’anno successivo il Dicastero per la Dottrina della Fede ha sentito la necessità di emanare un comunicato stampa con delle precisazioni circa il carattere semplice, informale e pastorale delle suddette benedizioni, senza creare confusione con la dottrina riguardante il matrimonio e le normali benedizioni liturgiche ritualizzate. Nel medesimo contesto si faceva accenno alla possibilità di una graduale accettazione della Dichiarazione o addirittura ad una sua non ricezione nei casi più delicati e difficili. Tuttavia, se ne caldeggiava il valore, in quanto possibilità di rimanere in ascolto delle richieste che sorgono dai fedeli e di offrire ad essi una catechesi appropriata a riguardo.

Sul finire poi di un articolo comparso su questa nostra rivista, in cui si trattava il tema dell’omosessualità e la Bibbia (Qui), veniva auspicato che il cammino della riflessione su queste tematiche non fosse abbandonato. Col presente scritto, pur nella sua brevità e inadeguatezza dell’autore, vorrei portare avanti il compito, rispondendo alla domanda se sia giusto dare un bene spirituale della Chiesa, come può essere la benedizione, anche a chi vive in situazione che potremmo definire particolare, che costituisce eccezione, se proprio si vuole evitare il ricorrente termine che fa cenno alla irregolarità, a partire o estendendo ciò che la Chiesa fa già in altre situazioni.

Nel Codice di Diritto Canonico della Chiesa Cattolica si parla del tema dell’intercomunione coi fratelli separati, in particolare il canone 844 affronta l’argomento che riguarda l’amministrazione dei Sacramenti da parte di un ministro della Chiesa ai fedeli che non hanno la comunione piena con la chiesa cattolica, la cosiddetta communicatio in sacris. Il testo prende in considerazione due categorie di cristiani non cattolici: i «membri delle Chiese orientali» (§ 3) e gli «altri cristiani», cioè gli appartenenti alle Confessioni cristiane occidentali, ovvero quelle che esistono in occidente a partire dal tempo della Riforma (§ 4). Per entrambe le categorie di cristiani il testo codiciale afferma che «i ministri cattolici amministrano lecitamente i sacramenti della penitenza, della Eucaristia e dell’unzione degli infermi» (§§ 3-4). Di ambedue le categorie di cristiani il medesimo canone ribadisce che «non hanno comunione piena con la Chiesa Cattolica» (§§ 3-4); il che significa — detto positivamente — che questi cristiani sono con la Chiesa Cattolica in comunione vera, anche se non piena (cfr. soprattutto Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).

Più in particolare il canone 844, § 4 esige che per l’amministrazione dei Sacramenti da parte della Chiesa Cattolica ai cristiani non cattolici appartenenti alle Confessioni occidentali debba sussistere una necessità grave e urgente. Tuttavia, l’enciclica Ut unum sint, al numero 46 parla anche dell’esistenza di «casi particolari» e Ecclesia de Eucharistia, al numero 45, accenna pure a «circostanze speciali». Siccome il Codice di diritto canonico dipende in modo essenziale dal Concilio Vaticano II, non si può non far cenno a quello che è il testo più importante su questo argomento, e cioè Unitatis redintegratio, al nr. 8, che così si esprime: «La intercomunione (nei Sacramenti, n.d.r.) dipende soprattutto da due principi: dalla manifestazione dell’unità della Chiesa e dalla partecipazione ai mezzi della grazia». La manifestazione dell’unità per lo più vieta la intercomunione. La partecipazione della grazia, la gratia procuranda, talvolta la raccomanda. Naturalmente il primo principio serve a salvaguardare la comunione ecclesiale e che perciò venga evitato il pericolo di errore o di indifferentismo, come se amministrare i Sacramenti ai cattolici e a coloro che non lo sono fosse la medesima cosa, perché tale non è, senza pena di equivoco. Ritenere quindi che non esiste differenza fra essere o non essere in comunione con la Chiesa Cattolica porterebbe a disorientamento e scandalo. D’altro canto — e richiamo qui le parole del Cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente emerito del Pontificio consiglio per i testi giuridici —:

«Il secondo principio richiama la necessità di conferire la grazia da parte della Chiesa Cattolica non in un modo qualsiasi, bensì in modo specifico attraverso l’amministrazione dei Sacramenti. E ciò vale non soltanto per i cristiani cattolici, bensì per tutti i battezzati, anche per i non cattolici. Questo il grande insegnamento affermato con chiarezza e convinzione dal grande testo del Vaticano II. Rendiamoci ben conto: i cristiani non cattolici hanno la necessità spirituale di ricevere il conferimento della grazia attraverso l’amministrazione dei Sacramenti. Hanno quindi la necessità spirituale di ricevere i Sacramenti. Possiamo anche dire che i cristiani non cattolici hanno il diritto di ricevere i Sacramenti. E la Chiesa cattolica ha il dovere di amministrare i Sacramenti a questi cristiani. Tutto ciò possiamo ritenere come semplice determinazione del principio della gratia procuranda, dove si noti il gerundio come segno di necessità» (a cura di Andrea Tornielli, Qui).

Portando fino in fondo il ragionamento, alla domanda se una coppia di coniugi, uno cattolico e l’altro non in comunione piena con la Chiesa, partecipando insieme alla Santa Messa desiderino anche ricevere l’Eucarestia, questo possa considerarsi una eccezionalità, se ciò corrisponde ad un bisogno spirituale dei coniugi che altrimenti vivrebbero quel momento da separati o non lo vivrebbero affatto, astenendosene; l’esperto Presule così risponde:

«Qualora il ministro cattolico amministrasse la santa Comunione al coniuge non cattolico, tutti potrebbero ragionevolmente ritenere che tale concessione è determinata dalla giusta necessità di non separare una coppia di coniugi, specie in un momento così speciale come la partecipazione al sacramento dell’Eucaristia. Tutto ciò può, comunque, essere sempre richiamato mediante una catechesi esplicativa data alla comunità dei fedeli anche in modo ricorrente».

Non voglio dilungarmi ancora troppo su questo argomento, anche perché il focus, come accennato inizialmente, è un altro. Si potrebbero dire tante altre cose perché l’argomento è ancora studiato e approfondito e non ho accennato, proprio per non dilungarmi, alle condizioni previe o alle disposizioni spirituali e d’animo che devono esser presenti in chi, pur non in comunione piena la Chiesa può, in casi specifici ed eccezionali, ricevere da un ministro cattolico i sacramenti della grazia. È inoltre evidente che tutto ciò appartiene a un ambito rigorosamente disciplinato dal diritto della Chiesa e non può in alcun modo essere confuso con forme di indiscriminata intercomunione o, peggio, con celebrazioni eucaristiche che prescindano dalla piena comunione ecclesiale e dalla validità del ministero sacerdotale. Proprio perché si tratta di materia delicata, il richiamo ai casi eccezionali non deve mai essere assunto come criterio ordinario, ma come conferma del fatto che la Chiesa, pur custodendo con fermezza il significato dei suoi beni spirituali, non cessa di interrogarsi sul modo di procurarli, nei casi consentiti, per la salvezza di tutte le anime.

Come si può immaginare, tutto questo ragionamento che dal Concilio è approdato poi nel Codice, nasce sia dalla riflessione teologica sui beni spirituali della Chiesa che di per sé stessi vogliono essere profusi in abbondanza e difficilmente si possono negare a chi con fiducia, rispetto e buona disposizione li chiede, sia dal non poter negare che le situazioni umane che le persone vivono in questo mondo sono molteplici e variegate. E la Chiesa, che custodisce i tesori della grazia divina, non può che interrogarsi su questo.

Tornando quindi all’argomento che ha dato inizio a questo scritto, la risposta non può che essere positiva. La Chiesa può dare la benedizione, pur fra mille distinguo, anche a chi vive situazioni eccezionali, particolari o irregolari. In particolare se queste persone sono battezzate in comunione con la Chiesa, anche se vivono una situazione vitale che la Chiesa reputa errata. Se essi possono, alle debite condizioni, ricevere i Sacramenti come tutti gli altri battezzati e, lo abbiamo visto, lo possono perfino coloro che appartengono ad altra confessione impossibilitati a rivolgersi ai propri ministri, perché non anche una semplice benedizione che servirebbe soltanto a ribadire quello che la Chiesa fa da sempre: rigettare il peccato, ma accogliere e amare il peccatore, come il Signore ha insegnato? Resta però necessario precisare che una simile benedizione non potrebbe mai essere rettamente intesa come conferma, ratifica o legittimazione della condizione oggettiva in cui tali persone si trovano. Se così fosse, si tradirebbe tanto il significato della benedizione quanto la verità stessa della pastorale ecclesiale. La Chiesa, infatti, può benedire la persona che chiede aiuto a Dio, non il peccato in quanto tale, né la pretesa che una situazione contraria alla sua dottrina venga per ciò stesso riconosciuta come moralmente buona o ecclesialmente legittima. Proprio per questo la benedizione, se richiesta con fede e umiltà, conserva il suo significato solo se rimane gesto di invocazione, di affidamento e di accompagnamento, mai di consacrazione implicita di una condizione di vita.

Come a suo tempo ha specificato il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede nel comunicato stampa su richiamato, lo scopo della Dichiarazione che, occorre ammetterlo, qualcuno ha mal digerito, era quello di mettere in risalto il valore della benedizione per la Chiesa, al fine di arrivare ad una «comprensione più ampia delle benedizioni e la proposta di accrescere le benedizioni pastorali, che non esigono le medesime condizioni delle benedizioni in un contesto liturgico o rituale».

Non vivendo più ormai da molto tempo in un contesto cristianizzato, la Chiesa incontrerà sempre più spesso situazioni non regolari secondo la dottrina. Essa potrà arroccarsi su una posizione difensiva e trincerarsi semplicemente dietro la dottrina che riconosce l’illiceità di alcune umane condizioni, ma questo non direbbe nulla di nuovo in proposito. Oppure, seguendo l’esempio del suo Maestro, potrà riconoscere che una relazione è errata, eppure conserva dentro di essa elementi positivi che non si possono negare e dunque perché non versare su queste situazioni «l’olio della consolazione e il vino della speranza», anche una semplice informale benedizione ove richiesta con fiducia? Anche qui, tuttavia, il discernimento rimane decisivo: una cosa è soccorrere pastoralmente persone che, pur in una condizione oggettivamente disordinate o irregolare, chiedono un aiuto spirituale senza rivendicare alcuna legittimazione; altra cosa sarebbe avallare, anche solo indirettamente, la pretesa che l’accoglienza ecclesiale coincida con il riconoscimento del loro stato come conforme al Vangelo. La misericordia della Chiesa non consiste nell’oscurare la verità, ma nell’accompagnare le persone verso di essa con pazienza, senza respingere e umiliare nessuno, ma al tempo stesso senza falsare nulla.

Ecco qui, dunque, un piccolo contributo alla riflessione che non ha alcuna pretesa, mosso solo da quello spirito che sta dietro all’invito di Gesù ad essere un discepolo «simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Proprio per questo, il compito della Chiesa non è né chiudere la porta della grazia a chi la domanda con sincera fiducia, né confondere la misericordia con la legittimazione di ciò che resta contrario al Vangelo, ma custodire insieme verità e carità, affinché ogni gesto pastorale sia autentico aiuto per le persone e mai occasione di equivoco circa la dottrina. Tutto questo, senza mai perdere di vista l’essenza stessa della missione a noi affidata da Cristo con delle precise parole:

«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 12-13).

Dall’Eremo, 19 marzo 2026

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THE VARIOUS FACETS OF BLESSING

The Church can grant a blessing, albeit with many distinctions, even to those who live in exceptional, particular or irregular situations. Especially if these persons are baptized in communion with the Church, even if they live in a life situation that the Church considers erroneous.

Autore Monaco Eremita

Author
Monaco Eremita 

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The Declaration Fiducia Supplicans, issued in December 2023, concerned the possibility of blessing irregular couples and even same-sex couples. Its reception, at least initially, must have elicited contrasting responses within the episcopate, if already in January of the following year the Dicastery for the Doctrine of the Faith felt the need to issue a press release with clarifications regarding the simple, informal and pastoral character of such blessings, so as not to create confusion with the doctrine concerning marriage and with the ordinary ritual liturgical blessings. In the same context, reference was made to the possibility of a gradual acceptance of the Declaration or even to its non-reception in the most delicate and difficult cases. Nevertheless, its value was encouraged, as a way of remaining attentive to the requests arising from the faithful and of offering them an appropriate catechesis on the matter.

Toward the end of an article published in this same journal, which dealt with the theme of homosexuality and the Bible (Here), the hope was expressed that the path of reflection on these themes would not be abandoned. With the present text, despite its brevity and the inadequacy of its author, I would like to continue this task by responding to the question of whether it is right to grant a spiritual good of the Church, such as a blessing, even to those who live in a situation that we might define as particular — an exception, if one wishes to avoid the recurring term that refers to irregularity — starting from, or extending, what the Church already does in other situations.

In the Code of Canon Law of the Catholic Church the question of intercommunion with separated brethren is addressed; in particular, canon 844 deals with the administration of the Sacraments by a minister of the Church to the faithful who are not in full communion with the Catholic Church, the so-called communicatio in sacris. The text considers two categories of non-Catholic Christians: the “members of the Eastern Churches” (§ 3) and “other Christians,” that is, those belonging to Western Christian confessions, namely those existing in the West since the time of the Reformation (§ 4). For both categories the canonical text states that “Catholic ministers administer licitly the sacraments of penance, the Eucharist and the anointing of the sick” (§§ 3–4). Concerning both categories the same canon reiterates that they “are not in full communion with the Catholic Church” (§§ 3–4); which means — stated positively — that these Christians are in a true, though not full, communion with the Catholic Church (cf. especially Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).

More specifically, canon 844 § 4 requires that for the administration of the Sacraments by the Catholic Church to non-Catholic Christians belonging to Western confessions there must be a grave and urgent necessity. However, the encyclical Ut unum sint, in no. 46, also speaks of the existence of “particular cases,” and Ecclesia de Eucharistia, in no. 45, likewise refers to “special circumstances.” Since the Code of Canon Law depends essentially on the Second Vatican Council, one cannot fail to mention what is the most important text on this subject, namely Unitatis redintegratio, no. 8, which states: “The sharing in the Sacraments (communicatio in sacris) depends chiefly on two principles: the manifestation of the unity of the Church and the sharing in the means of grace.” The manifestation of unity generally forbids intercommunion. The sharing in grace, the gratia procuranda, sometimes recommends it. Naturally, the first principle serves to safeguard ecclesial communion and to avoid the danger of error or indifferentism, as if administering the Sacraments to Catholics and to those who are not were the same thing, which it is not, without giving rise to misunderstanding. To maintain that there is no difference between being or not being in communion with the Catholic Church would lead to confusion and scandal. On the other hand — and I recall here the words of Cardinal Coccopalmerio, emeritus president of the Pontifical Council for Legislative Texts —:

“The second principle recalls the necessity for the Catholic Church to confer grace not in just any way, but in a specific way through the administration of the Sacraments. And this applies not only to Catholic Christians, but to all the baptized, including non-Catholics. This is the great teaching affirmed with clarity and conviction by the great texts of Vatican II. Let us be fully aware: non-Catholic Christians have a spiritual need to receive the conferral of grace through the administration of the Sacraments. They therefore have a spiritual need to receive the Sacraments. We can also say that non-Catholic Christians have the right to receive the Sacraments. And the Catholic Church has the duty to administer the Sacraments to these Christians. All this can be understood as a concrete application of the principle of gratia procuranda, note the gerund, which indicates necessity” (edited by Andrea Tornielli, here).

Carrying the reasoning through to its conclusion, one may ask whether a married couple, one Catholic and the other not in full communion with the Church, participating together in Holy Mass and desiring also to receive the Eucharist, might constitute an exceptional case — if this corresponds to a spiritual need of the spouses, who would otherwise experience that moment as separated or would not experience it at all, abstaining from it. The expert prelate responds as follows:

“If the Catholic minister were to administer Holy Communion to the non-Catholic spouse, everyone could reasonably consider that such a concession is determined by the just necessity of not separating a married couple, especially at such a special moment as participation in the sacrament of the Eucharist. All this can, in any case, always be clarified through an explanatory catechesis offered to the community of the faithful, even on a recurring basis.”

I do not wish to dwell too long on this topic, also because the focus, as mentioned at the beginning, is another. Much more could be said, since the matter is still being studied and deepened, and I have not mentioned — precisely in order not to prolong the discussion — the prior conditions or the spiritual dispositions that must be present in those who, although not in full communion with the Church, may in specific and exceptional cases receive from a Catholic minister the sacraments of grace. It is also evident that all this belongs to a sphere rigorously regulated by the law of the Church and cannot in any way be confused with forms of indiscriminate intercommunion or, worse, with Eucharistic celebrations that disregard full ecclesial communion and the validity of the priestly ministry. Precisely because this is a delicate matter, reference to exceptional cases must never be taken as an ordinary criterion, but as confirmation that the Church, while firmly safeguarding the meaning of her spiritual goods, does not cease to question how to provide them, where permitted, for the salvation of all souls.

As one can imagine, all this reasoning — which from the Council has found its way into the Code — arises both from theological reflection on the spiritual goods of the Church, which by their nature are meant to be poured out abundantly and can hardly be denied to those who request them with trust, respect and proper disposition, and from the recognition that the human situations people experience in this world are manifold and varied. And the Church, which safeguards the treasures of divine grace, cannot but reflect on this.

Returning therefore to the question that gave rise to this text, the answer can only be affirmative. The Church can grant a blessing, albeit with many distinctions, even to those who live in exceptional, particular or irregular situations. Especially if these persons are baptized in communion with the Church, even if they live in a life situation that the Church considers erroneous. If they can, under the proper conditions, receive the Sacraments like all the other baptized — and, as we have seen, even those belonging to another confession can do so when they are unable to turn to their own ministers — why not also a simple blessing, which would serve only to reaffirm what the Church has always done: reject sin but welcome and love the sinner, as the Lord has taught?

It remains necessary, however, to clarify that such a blessing could never rightly be understood as a confirmation, ratification or legitimation of the objective condition in which such persons find themselves. If that were the case, both the meaning of the blessing and the truth of ecclesial pastoral care would be betrayed. The Church, in fact, can bless the person who asks God for help, not sin as such, nor the claim that a situation contrary to her doctrine should thereby be recognized as morally good or ecclesially legitimate. Precisely for this reason the blessing, if requested with faith and humility, preserves its meaning only if it remains an act of invocation, of entrustment and of accompaniment, never of implicit consecration of a state of life.

As was specified at the time by the Prefect of the Dicastery for the Doctrine of the Faith in the above-mentioned press release, the purpose of the Declaration — which, it must be admitted, some have found difficult to accept — was to highlight the value of blessing for the Church, in order to arrive at “a broader understanding of blessings and the proposal to increase pastoral blessings, which do not require the same conditions as blessings in a liturgical or ritual context.”

Since we no longer live in a Christianized context, the Church will increasingly encounter situations that are not regular according to doctrine. She may take refuge in a defensive position and simply entrench herself behind doctrine, which recognizes the unlawfulness of certain human conditions, but this would say nothing new. Or, following the example of her Master, she may acknowledge that a relationship is erroneous and yet contains within itself positive elements that cannot be denied, and therefore why not pour upon these situations “the oil of consolation and the wine of hope,” even a simple informal blessing when requested with trust?

Here too, however, discernment remains decisive: one thing is to offer pastoral assistance to persons who, though in an objectively disordered or irregular condition, ask for spiritual help without claiming any form of legitimation; another would be to endorse, even indirectly, the claim that ecclesial welcome coincides with recognizing their condition as in conformity with the Gospel. The Church’s mercy does not consist in obscuring the truth, but in accompanying persons toward it with patience, without rejecting or humiliating anyone, while at the same time falsifying nothing.

Here, then, is a small contribution to a reflection that makes no claim to completeness, moved only by that spirit which lies behind Jesus’ invitation to be a disciple “like a householder who brings out of his treasure what is new and what is old” (Mt 13:52). Precisely for this reason, the task of the Church is neither to close the door of grace to those who ask for it with sincere trust, nor to confuse mercy with the legitimation of what remains contrary to the Gospel, but to safeguard together truth and charity, so that every pastoral act may be a genuine help to persons and never an occasion for misunderstanding concerning doctrine. All this without ever losing sight of the very essence of the mission entrusted to us by Christ in these precise words:

“Those who are well have no need of a physician, but those who are sick. Go and learn what this means: I desire mercy, and not sacrifice. For I have not come to call the righteous, but sinners” (Mt 9:12–13).

From the Hermitage, March 19, 2026

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LAS DIVERSAS FACETAS DE LA BENDICIÓN

La Iglesia puede dar la bendición, aunque con muchas distinciones, también a quienes viven situaciones excepcionales, particulares o irregulares. En particular si estas personas están bautizadas en comunión con la Iglesia, aunque vivan una situación de vida que la Iglesia considera errónea.

Autore Monaco Eremita

Autor
Monaco Eremita 

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La Declaración Fiducia Supplicans, de diciembre de 2023, se refería a la posibilidad de bendecir a parejas irregulares e incluso del mismo sexo. Su recepción, en un primer momento, debió suscitar respuestas contrastantes en el episcopado, si ya en enero del año siguiente el Dicasterio para la Doctrina de la Fe sintió la necesidad de emitir un comunicado con precisiones acerca del carácter sencillo, informal y pastoral de dichas bendiciones, sin crear confusión con la doctrina relativa al matrimonio ni con las bendiciones litúrgicas ritualizadas. En el mismo contexto se hacía referencia a la posibilidad de una aceptación gradual de la Declaración o incluso a su no recepción en los casos más delicados y difíciles. Sin embargo, se subrayaba su valor, en cuanto posibilidad de permanecer atentos a las peticiones que surgen de los fieles y de ofrecerles una catequesis adecuada al respecto.

Hacia el final de un artículo publicado en esta misma revista, en el que se trataba el tema de la homosexualidad y la Biblia (Aquí), se expresaba el deseo de que el camino de reflexión sobre estas cuestiones no fuera abandonado. Con el presente escrito, a pesar de su brevedad y de la insuficiencia de su autor, quisiera continuar esta tarea, respondiendo a la pregunta de si es justo conceder un bien espiritual de la Iglesia, como puede ser la bendición, también a quienes viven en una situación que podríamos definir como particular, que constituye una excepción — si se quiere evitar el término recurrente que alude a la irregularidad — partiendo de lo que la Iglesia ya hace en otras situaciones o extendiéndolo.

En el Código de Derecho Canónico de la Iglesia Católica se trata el tema de la intercomunión con los hermanos separados; en particular, el canon 844 aborda la cuestión de la administración de los Sacramentos por parte de un ministro de la Iglesia a los fieles que no están en plena comunión con la Iglesia católica, la llamada communicatio in sacris. El texto considera dos categorías de cristianos no católicos: los «miembros de las Iglesias orientales» (§ 3) y «los demás cristianos», es decir, los pertenecientes a las confesiones cristianas occidentales, aquellas que existen en Occidente desde el tiempo de la Reforma (§ 4). Para ambas categorías el texto canónico afirma que «los ministros católicos administran lícitamente los sacramentos de la penitencia, de la Eucaristía y de la unción de los enfermos» (§§ 3-4). De ambas categorías el mismo canon reafirma que «no están en plena comunión con la Iglesia católica» (§§ 3-4); lo cual significa — dicho positivamente — que estos cristianos están en verdadera comunión con la Iglesia católica, aunque no plena (cf. especialmente Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).

Más en particular, el canon 844 § 4 exige que, para la administración de los Sacramentos por parte de la Iglesia católica a cristianos no católicos pertenecientes a las confesiones occidentales, debe existir una necesidad grave y urgente. Sin embargo, la encíclica Ut unum sint, en el número 46, habla también de la existencia de «casos particulares», y Ecclesia de Eucharistia, en el número 45, alude igualmente a «circunstancias especiales». Dado que el Código de Derecho Canónico depende esencialmente del Concilio Vaticano II, no se puede dejar de mencionar el texto más importante sobre este tema, es decir, Unitatis redintegratio, n. 8, que así se expresa: «La intercomunión (en los Sacramentos) depende sobre todo de dos principios: de la manifestación de la unidad de la Iglesia y de la participación en los medios de la gracia». La manifestación de la unidad por lo general prohíbe la intercomunión. La participación en la gracia, la gratia procuranda, a veces la recomienda.

Naturalmente, el primer principio sirve para salvaguardar la comunión eclesial y evitar el peligro de error o de indiferentismo, como si administrar los Sacramentos a los católicos y a quienes no lo son fuese lo mismo, lo cual no es, sin riesgo de equívoco. Sostener que no existe diferencia entre estar o no en comunión con la Iglesia católica conduciría a desorientación y escándalo. Por otra parte — y retomo aquí las palabras del cardenal Coccopalmerio, presidente emérito del Pontificio Consejo para los Textos Legislativos —:

«El segundo principio recuerda la necesidad de conferir la gracia por parte de la Iglesia católica no de cualquier modo, sino de manera específica mediante la administración de los Sacramentos. Y esto vale no sólo para los cristianos católicos, sino para todos los bautizados, también para los no católicos. Ésta es la gran enseñanza afirmada con claridad y convicción por el gran texto del Vaticano II. Seamos plenamente conscientes: los cristianos no católicos tienen la necesidad espiritual de recibir la gracia mediante la administración de los Sacramentos. Tienen, por tanto, la necesidad espiritual de recibir los Sacramentos. Podemos decir también que los cristianos no católicos tienen el derecho de recibir los Sacramentos. Y la Iglesia católica tiene el deber de administrarlos a estos cristianos. Todo esto puede considerarse como una concreta determinación del principio de la gratia procuranda, obsérvese el gerundio como signo de necesidad» (editado por Andrea Tornielli, aquí).

Llevando el razonamiento hasta sus últimas consecuencias, ante la pregunta de si una pareja de esposos, uno católico y el otro no en plena comunión con la Iglesia, participando juntos en la Santa Misa y deseando también recibir la Eucaristía, puede constituir un caso excepcional — si ello responde a una necesidad espiritual de los esposos que de otro modo vivirían ese momento separados o no lo vivirían en absoluto —, el experto prelado responde así:

«Si el ministro católico administrara la sagrada Comunión al cónyuge no católico, todos podrían razonablemente considerar que tal concesión está determinada por la justa necesidad de no separar a una pareja de esposos, especialmente en un momento tan especial como la participación en el sacramento de la Eucaristía. Todo esto puede, en cualquier caso, ser siempre aclarado mediante una catequesis explicativa ofrecida a la comunidad de los fieles, incluso de manera recurrente».

No quiero extenderme demasiado sobre este tema, también porque el foco, como se ha indicado al inicio, es otro. Se podrían decir muchas otras cosas, ya que la cuestión sigue siendo objeto de estudio y profundización, y no he mencionado — precisamente para no alargar — las condiciones previas o las disposiciones espirituales que deben estar presentes en quien, aun no estando en plena comunión con la Iglesia, puede, en casos específicos y excepcionales, recibir de un ministro católico los sacramentos de la gracia. Es además evidente que todo esto pertenece a un ámbito rigurosamente regulado por el derecho de la Iglesia y no puede en modo alguno confundirse con formas de intercomunión indiscriminada o, peor aún, con celebraciones eucarísticas que prescindan de la plena comunión eclesial y de la validez del ministerio sacerdotal. Precisamente porque se trata de una materia delicada, la referencia a los casos excepcionales no debe ser asumida nunca como criterio ordinario, sino como confirmación de que la Iglesia, aun custodiando con firmeza el significado de sus bienes espirituales, no deja de preguntarse cómo procurarlos, en los casos permitidos, para la salvación de todas las almas.

Como se puede imaginar, todo este razonamiento — que desde el Concilio ha pasado al Código — nace tanto de la reflexión teológica sobre los bienes espirituales de la Iglesia, que por su propia naturaleza quieren ser derramados en abundancia y difícilmente pueden negarse a quien los pide con confianza, respeto y buena disposición, como del hecho de que las situaciones humanas que las personas viven en este mundo son múltiples y variadas. Y la Iglesia, que custodia los tesoros de la gracia divina, no puede sino interrogarse sobre ello.

Volviendo, por tanto, al tema que ha dado origen a este escrito, la respuesta no puede sino ser afirmativa. La Iglesia puede dar la bendición, aunque con muchas distinciones, también a quienes viven situaciones excepcionales, particulares o irregulares. En particular si estas personas están bautizadas en comunión con la Iglesia, aunque vivan una situación de vida que la Iglesia considera errónea. Si pueden, en las debidas condiciones, recibir los Sacramentos como todos los demás bautizados — y, como hemos visto, incluso quienes pertenecen a otra confesión pueden hacerlo cuando no pueden recurrir a sus propios ministros —, ¿por qué no también una simple bendición, que sólo serviría para reafirmar lo que la Iglesia ha hecho siempre: rechazar el pecado, pero acoger y amar al pecador, como el Señor ha enseñado?

Sin embargo, es necesario precisar que una bendición de este tipo nunca podría entenderse correctamente como confirmación, ratificación o legitimación de la condición objetiva en la que tales personas se encuentran. Si así fuera, se traicionaría tanto el significado de la bendición como la verdad misma de la pastoral eclesial. La Iglesia puede bendecir a la persona que pide ayuda a Dios, no el pecado en cuanto tal, ni la pretensión de que una situación contraria a su doctrina sea reconocida como moralmente buena o eclesialmente legítima. Precisamente por ello, la bendición, si se pide con fe y humildad, conserva su significado sólo si permanece como gesto de invocación, de confianza y de acompañamiento, nunca como una consagración implícita de una condición de vida.

Como en su momento especificó el prefecto del Dicasterio para la Doctrina de la Fe en el citado comunicado, el objetivo de la Declaración — que, hay que admitirlo, algunos han digerido mal — era poner de relieve el valor de la bendición para la Iglesia, con el fin de llegar a una «comprensión más amplia de las bendiciones y la propuesta de incrementar las bendiciones pastorales, que no exigen las mismas condiciones que las bendiciones en un contexto litúrgico o ritual».

Al no vivir ya desde hace tiempo en un contexto cristianizado, la Iglesia se encontrará cada vez más con situaciones no conformes a la doctrina. Podrá atrincherarse en una posición defensiva y limitarse a refugiarse detrás de la doctrina que reconoce la ilicitud de ciertas condiciones humanas, pero esto no diría nada nuevo. O bien, siguiendo el ejemplo de su Maestro, podrá reconocer que una relación es errónea y, sin embargo, contiene en su interior elementos positivos que no se pueden negar, y entonces ¿por qué no derramar sobre estas situaciones «el aceite de la consolación y el vino de la esperanza», incluso con una simple bendición informal, si se solicita con confianza?

También aquí, sin embargo, el discernimiento sigue siendo decisivo: una cosa es acompañar pastoralmente a personas que, aun en una condición objetivamente desordenada o irregular, piden ayuda espiritual sin pretender legitimación alguna; otra cosa sería avalar, siquiera indirectamente, la pretensión de que la acogida eclesial coincida con el reconocimiento de su estado como conforme al Evangelio. La misericordia de la Iglesia no consiste en oscurecer la verdad, sino en acompañar a las personas hacia ella con paciencia, sin rechazar ni humillar a nadie, pero al mismo tiempo sin falsear nada.

He aquí, pues, una pequeña contribución a la reflexión que no tiene ninguna pretensión, movida sólo por aquel espíritu que está detrás de la invitación de Jesús a ser un discípulo «semejante a un dueño de casa que saca de su tesoro cosas nuevas y cosas antiguas» (Mt 13,52). Precisamente por eso, la tarea de la Iglesia no es ni cerrar la puerta de la gracia a quien la pide con sincera confianza, ni confundir la misericordia con la legitimación de lo que sigue siendo contrario al Evangelio, sino custodiar conjuntamente la verdad y la caridad, para que cada gesto pastoral sea una ayuda auténtica para las personas y nunca ocasión de equívoco acerca de la doctrina. Todo esto, sin perder nunca de vista la esencia misma de la misión que Cristo nos ha confiado con palabras precisas:

«No tienen necesidad de médico los sanos, sino los enfermos. Id, pues, y aprended qué significa: Misericordia quiero y no sacrificio. Porque no he venido a llamar a los justos, sino a los pecadores» (Mt 9,12-13).

Desde el Eremo, 19 de marzo de 2026

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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Cordoglio per la morte dell’Abate Ugo Gianluigi Tagni

16 Febbraio 2026/in Attualità/da Padre Ariel

CORDOGLIO PER LA MORTE DELL’ABATE UGO GIANLUIGI TAGNI

E tornato alla casa del Padre il Rev.mo Dom Ugo Gianluigi Tagni, dell’Ordine Cistercense, Abate emerito dell’Abbazia di Casamari

– Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos –

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos 

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I Padri de L’Isola di Patmos si uniscono in fraterno cordoglio alla famiglia dei Monaci Cistercensi per la morte del Rev.mo Dom Ugo Gianluigi Tagni, Abate emerito dell’Abbazia di Casamari, uomo di qualità umane e spirituali tanto grandi quanto rare.

Le esequie funebri si svolgeranno domani, 17 febbraio, alle ore 15:00, nella chiesa abbaziale di Casamari.

 

(Nella foto: l’Abate Ugo Gianluigi Tagni e Padre Ariel S. Levi di Gualdo)

Affidiamo la sua anima all’Intercessione della Mater Dei con la Preghiera di San Bernardo alla Beata Vergine Maria.

Roma, 16 febbraio 2026

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2026-02-16 22:41:242026-02-17 09:19:54Cordoglio per la morte dell’Abate Ugo Gianluigi Tagni

Il caso “Don Rava”: tra colpevolisti e innocentisti e quel sintomo di un malessere ecclesiale che non si vuole ancora riconoscere

10 Febbraio 2026/in Attualità/da Padre Ivano

IL «CASO DON RAVA»: TRA COLPEVOLISTI E INNOCENTISTI E QUEL SINTOMO DI UN MALESSERE ECCLESIALE CHE NON SI VUOLE ANCORA RICONOSCERE

Il primo nodo da sciogliere è la scelta di uomini che sappiano essere veramente formatori e non «deformatori», su questo punto è necessario che l’asticella della pretesa e del desiderio si mantenga ben alta, senza scendere a compromessi.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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In questo periodo numerosi sono stati gli scritti che hanno interessato il web sulla vicenda dell’abbandono del ministero sacerdotale di don Alberto Ravagnani.

Fernando Botero, Il riposo del prete, anno 1977

Personalmente quello che mi ha creato più fastidio — e lo dico sia come sacerdote ma anche come fedele cristiano — è che, ancora una volta, le persone hanno reagito percependo tutta quanta l’intera vicenda reagendo “di pancia”. Assumendo una dialettica da tifoseria da stadio risulta impossibile leggere in profondità e rilevare l’evidente emergenza educativa, pedagogica, teologica ed ecclesiale che vi è sottesa. Il che significa — statene certi — che passati alcuni mesi, tutto cadrà nell’oblio e si ricercherà un nuovo scoop scandalistico dietro cui correre. Di don Alberto Ravagnani si potrà dire quanto don Abbondio del Manzoni disse di Carneade: «Chi era costui?», e questo non prima di aver esaurito tutte le possibili ospitate televisive e giornalistiche che utilizzeranno il caso di questo giovane uomo per i loro pruriti editoriali e per lanciare l’ennesimo attacco al sacerdozio, al celibato e alla Chiesa.

Se tutto questo non fosse già abbastanza triste, ci siamo dovuti pure sorbire i vari post e video di confratelli sacerdoti «à la page» che si sono stracciati le vesti per l’eccessiva severità contro cui le persone hanno reagito davanti al «caso don Rava». Una difesa d’ufficio del tutto fuori luogo che ha più il retrogusto di un meccanismo di difesa psicologico che del reale interessamento verso una persona in crisi e bisognosa di aiuto. Quello che invece è interessante conoscere, per una lettura realistica e onesta della vicenda, è che don Alberto ha incassato con gli interessi il prezzo di una visibilità mediatica coltivata per anni come prete influencer, e questo sia nel bene come nel male.

Nel 2026 la maggior parte delle persone è consapevole che la consacrazione di un individuo a personaggio pubblico attraverso l’uso e il linguaggio dei social media apre la porta a una cascata di eventi e di conseguenze del tutto imprevedibili, tra cui il fatto che il web concede il diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. Cito a proposito Umberto Eco in questa lettura sul fenomeno dei social perché evidentemente tale lettura appare confermata dal caso in questione. Quello che pare strano è che proprio un sacerdote che ha scelto di evangelizzare i giovani attraverso l’uso dei media non abbia fatto questo tipo di riflessioni, compresi i vari avvocati d’ufficio che si sono dati da fare per spegnere le fiamme dell’incendio mediatico attorno a don Alberto di cui noi Padri de L’Isola di Patmos continuiamo ad affermare una sostanziale buona fede unita a una immaturità umana e spirituale. Purtroppo, la sola buona fede non basta e non salva.

Ad una attenta riflessione, l’intera vicenda appare evidentemente troppo sbilanciata perché il caro don Alberto da tanto tempo aveva dismesso le fattezze interiori del sacerdote per rivestire quelle del solo influencer e tale sproporzione di intenti e di immagine ha dato poi i suoi frutti spersonalizzandolo e orientandolo ad aspirare altri orizzonti per lui considerati più consoni e desiderabili, al limite del rinnegamento. Lo stesso bisogno di una maggiore libertà è stato il chiaro sintomo di un ministero sacerdotale percepito in modo costringente ed è lì che qualcuno avrebbe dovuto esercitare una previa responsabilità paterna e pastorale, una sorveglianza fatta di carità e di verità che i nostri padri avevano riassunto col termine greco ἐπίσκοπος (episcopos) derivante da epí (sopra) e skopéō (osservare/guardare), ossia “colui che controlla”. Avere il coraggio di guardare questo giovane uomo prima, invece che agire diplomaticamente dopo, con comunicati richiedenti rispetto, silenzio e preghiera. Tutte cose buone se non puzzassero di ipocrisia clericale lontano un miglio. Perché è evidente che se l’epilogo dell’intera vicenda “don Rava” è stato l’abbandono del ministero, con annessa pubblicazione di un libro/confessione, non ci vuole molto acume per capire che i buoi dalla stalla erano già fuggiti da diverso tempo, almeno da un anno.

Per amore della verità, bisogna ugualmente rigettare i commenti sprezzanti al limite dell’offesa personale che molti hanno riversato contro don Alberto in modo del tutto gratuito e maligno. Al di là delle simpatie personali e della condivisione o meno della sua attività, nessuno può così impunemente giudicare. Le sue frequentazioni in palestra o i selfie in discoteca possono averlo fatto passare forse un po’ troppo per “fighetto” ma il giudizio è stato sproporzionato perché risuonato come una sentenza senza possibilità di appello: «tu non sei degno di essere sacerdote!».

Ci sarebbe tanto da dire riguardo a questa pletora di forcaioli colpevolisti — tutti di rigore eminentemente cattolici, apostolici e mariani — che non perdono occasione di rimbrottare i sacerdoti perché il loro modo di essere o di presentarsi non corrisponde ai “canoni sacerdotali” che queste menti eccelse pensano che un sacerdote debba avere, quando poi alla prova dei fatti si dimostrano del tutto incapaci di raddrizzare il proprio cuore, la propria famiglia e i propri figli. Ma poi quali sono questi desiderabili canoni di perfezione che tali corifei dell’ortodossia sacerdotale propongono per un clero al di sopra di ogni sospetto? Ne cito solo alcuni, tra quelli più ricorrenti: il primo è che il sacerdote non può essere di bell’aspetto, di rigore deve essere bruttino e sciatto e possibilmente sovrappeso perché altrimenti è uno spreco che si sia fatto prete. Se è bello e si cura è una colpa perché c’è senza dubbio qualcosa da nascondere perché non è concepibile che un bell’uomo rimanga casto. A questo proposito mi limito a ricordare le maldicenti valutazioni estetiche su S.E. Mons. Georg Gänswein e sul suo essere oggettivamente un bell’uomo (vedi qui, qui, qui, qui).  Successivamente il sacerdote non può coltivare una vita pubblica, una vita fatta di interessi, di aspirazioni, di maturazione e miglioramento personale e spirituale, così come serbare nel cuore sogni e ideali da realizzare. Il sacerdote di contro dovrebbe essere un recluso deluso, stare tra le quattro mura della sacrestia o della canonica, avere una vita scialba, piatta, senza aspirazioni, possibilmente sempre relegato in posti dove non possa destare sospetti, senza aspirare a nulla perché il desiderio è un male demoniaco in quanto: «tu hai fatto una scelta che ti preclude una vita normale». Potremmo aggiungere tante altre cose ma mi limito a queste che sono le valutazioni più comuni che serpeggiano anche tra le navate e i banchi delle nostre chiese.

 A tal proposito cerchiamo di fare memoria di quelle parole del beato apostolo Paolo che dice:

«tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre» (Col 3,17).

Paolo non dice cosa fare, ma come farlo. Badiamo bene come l’apostolo non ne fa una questione morale ma di identità battesimale tesa alla lode e al rendimento di grazia: compiere ogni parola e azione con l’autorità, lo spirito e la carità di Cristo, vivendo come ambasciatori del Suo regno, questo è lo stile di vita non solo del cristiano ma anche di ogni sacerdote.

Tutto questo è possibile solo dentro una Chiesa che riesce ad essere matura e responsabile, che percepisce il contatto con il popolo di Dio e con i propri confratelli sacerdoti come una ricchezza e non come un pericolo, senza dimenticare che la conformazione alla croce di Cristo con le sue immancabili prove esisterà sempre e non esiste una assicurazione sul ministero che preservi da tutte le incomprensioni, i problemi e le critiche.

Veniamo perciò al punto cruciale, al problema di una sana e matura responsabilità ecclesiale sulla formazione dei futuri sacerdoti e sull’accompagnamento dei sacerdoti che da almeno trent’anni a questa parte sembra essere del tutto inefficace quando non deleteria.  

Il primo nodo da sciogliere è la scelta di uomini che sappiano essere veramente formatori e non «deformatori», su questo punto è necessario che l’asticella della pretesa e del desiderio si mantenga ben alta, senza scendere a compromessi. Sia in seminario che nelle case di formazione religiosa, c’è bisogno di persone strutturate in prima persona, che sappiano “costruire” un sacerdote o un religioso come un tutto armonico attraverso una formazione olistica — permettetemi questo termine — che sia rispettosa dell’umanità e della spiritualità; del corpo e dell’anima del candidato. In questo senso mi sono già espresso tempo fa con un articolo (vedi qui) riguardante quell’estetica divina del Figlio dell’Uomo come modello di ogni umanità ben proporzionata.

Senza questa pretesa si cade immancabilmente dentro una spiritualità bigotta e fideistica, che mortifica l’umano e non farà crescere sanamente il futuro ministro di Dio o religioso. Sono numerosi i casi — di cui si parla ancora troppo poco — di sacerdoti e religiosi caduti in pericolose depressioni e derive lesive del corpo e dell’anima perché fondamentalmente scontenti dalla loro vita e abbandonati a sé stessi. Mortificati come persone dai propri superiori gerarchici e da coloro che dovrebbero dimostrarsi i “fratelli”, sperimentano le peggiori dinamiche abusanti da regime totalitario nel silenzio di quei luoghi che sarebbero nati per essere degli avamposti del Paradiso e che invece finiscono per rilevarsi peggio del più assurdo Purgatorio.  

La priorità è formare i formatori. Naturalmente quando parliamo di formazione dei formatori non possiamo solamente pensare alla sola preparazione accademica-specialistica, ma di una formazione di cuore, sapienziale ed esperienziale che renda il formatore l’immagine di quel “guaritore ferito” capace di formare e di guarire gli altri perché consapevole delle proprie ferite consegnate a Dio e alla Chiesa. In questa consegna vedo molto l’azione dello Spirito Santo come maestro interiore e primo educatore di ogni formatore che si rispetti. La tentazione di cercare rettori e maestri di formazione senza macchia e senza peccato rischia di condurre al fanatismo, così come ugualmente accontentarsi del primo arrivato solo perché sembra “tanto buono” e quindi inoffensivo è altrettanto disastroso.

Il secondo nodo da sciogliere è quello dell’accompagnamento permanente del sacerdote, così come anche del religioso. Non può restare ancora in piedi l’idea che un giovane, dopo l’ordinazione sacerdotale sia abbandonato a sé stesso e si debba gestire come meglio creda solo perché ha concluso l’iter di formazione iniziale e teologica. Un modo di intendere il ministero del presbitero, chiavi in mano, dove poi uno diventa arbitro e giudice della propria vita e ministero senza alcun controllo. E questo diventa praticamente impossibile da gestire se non si è stati formati prima ma deformati, ed è ancora più improbabile all’interno di una vita ministeriale che porterà immancabili sfide e prove faticose che non potranno essere affrontate e superate (non vinte!) con la sola formazione seminariale o di quella ricevuta nella casa religiosa del proprio ordine o congregazione.

Il sacerdote non può e non deve essere lasciato solo dal proprio vescovo o superiore gerarchico, questo è il primo dovere di una paternità responsabile ancora trascurata nella Chiesa che scaturisce da quel gesto di mettere le proprie mani in quelle del vescovo: «Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?». Tale promessa non costituisce un atto tra vassallo e sovrano. L’obbedienza può essere filiale e rispettosa solo quando la paternità diventa premurosa e costante, altrimenti si passa dall’«I care!» (mi interessi), al «me ne frego!» (per me sei un problema). Siamo onesti, quanti sacerdoti non guardano più in faccia il loro vescovo perché si sentono abbandonati o traditi? O che dire di certi vescovi che vedono nei loro sacerdoti solo un problema da neutralizzare il più presto possibile? Che imbarazzo tangibile si può toccare durante certe Messe crismali del Giovedì Santo. Stessa cosa possiamo riscontrare anche nella vita religiosa con l’aggravante che la vita religiosa insistendo maggiormente dentro una dinamica fraterna e di mutuo aiuto, rischia di lacerare la carismaticità della forma di vita che si è assunta con la professione religiosa.

Questi sono i presupposti che generano i più frequenti abbandoni del ministero sacerdotale o le richieste di uscita dagli ordini religiosi. Sono sempre nella colpa coloro che lasciano? Personalmente credo di no, ma sempre sono delle vittime. Ci sarebbe tanto da dire a riguardo ma credo che la cosa più sapiente in questi casi sia notare che tali epiloghi rappresentino il segno più evidente di un ingranaggio difettoso che deve essere il prima possibile aggiustato. E una tale responsabilità ricade su tutti, nessuno escluso.

Sanluri, 10 febbraio 2026

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I Proci di Itaca e l’epopea della Sfranta che tacer non può

8 Febbraio 2026/in Attualità/da Ipazia

I PROCI DI ITACA E L’EPOPEA DELLA SFRANTA CHE TACER NON PUÒ

Gli unici coi quali la Sfranta non se la prende mai sono i proci, che ricordiamo sono i circa cento nobili di Itaca che nell’Odissea di Omero corteggiano insistentemente Penelope durante l’assenza di Ulisse, ma che nella moderna versione clerical-rainbow corteggiano invece Ulisse e ignorano del tutto Penelope. 

— Il cogitatorio di Ipazia—

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Autore Ipazia Gatta Romana

Autore
Ipazia Gatta Romana

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La lobby clerical-rainbow si preserva evitando l’esposizione diretta. Non agisce apertamente, non si assume la responsabilità delle decisioni più controverse. Preferisce operare per interposta persona, servendosi di soggetti che fungono da schermo, da esecutori, da strumenti sacrificabili. Sono i classici uomini di paglia e gli utili idioti: figure incaricate di fare ciò che i lobbisti decidono, una volta instillata in loro l’illusione di contare, di appartenere al potere clericale e di poterne trarre qualche riconoscimento. Ecco un saggio di quanto testé detto nell’immagine che sotto segue:

Foto: composizione grafica contenente estratti testuali riprodotti senza indicazione di autore e di fonte, come nello Sfranta’s style.

Nel mondo clericale, tali soggetti sono spesso laici clericalizzati che godono, proprio in quanto tali, di una libertà operativa che altri non possono permettersi. Sono loro a intervenire là dove i clerics-rainbow non intendono — o non possono — esporsi direttamente: delegittimano, offendono, segnalano, accusano, danno corso a procedimenti privi di reale fondamento, consapevoli che non produrranno alcun esito concreto. Ciò che conta non è vincere, ma compiere azioni di disturbo, intimidire. Questo è l’obiettivo.

Agiscono convinti di contare e di avere un peso all’interno della struttura di potere clericale; in realtà vengono utilizzati proprio perché sostituibili, esposti e sacrificabili. Ridotti a meri strumenti esecutivi, sono destinati ad assorbire l’urto delle azioni più oscure, quelle con cui i clerical-rainbow che li pilotano non intendono sporcarsi le mani. Pensano di dirigere, mentre in realtà sono diretti, alla maniera dei peggiori servi subordinati.

Questa modalità di azione non è episodica, ma strutturale. I clerics-rainbow conservano così una distanza di sicurezza: non firmano, non parlano, non appaiono. A esporsi è sempre l’utile idiota, al quale viene demandato il lavoro sporco. È il medesimo meccanismo che si riscontra in ogni organizzazione che intenda esercitare controllo senza assumersene apertamente il peso morale e giuridico. La responsabilità resta invisibile; l’azione, invece, è concretissima.

Accanto a questa prima categoria, ne emerge una seconda, più aggressiva e pericolosa: quella che il compianto Paolo Poli soleva chiamare, con impareggiabile precisione teatrale, le “sfrante”.

Clericalizzata alla massima potenza e caratterizzata da una militanza aspra, vendicativa e talora apertamente violenta sul piano relazionale, la Sfranta, anziché costruirsi un presente dignitoso per un futuro maturo, preferisce passare le giornate ad aggredire sui propri social chiunque decida sul momento: oggi i membri della Associazione Nazionale Magistrati da lei definiti «peggiori dei delinquenti» nonché «associazione paramafiosa», domani il Ministro della Giustizia accusato di essere «colluso» e «pagliaccio», segue un noto magistrato indicato come «pregiudicato» e «più criminale di tutti gli altri», dopodomani lancia fiamme sui membri di un dicastero della Santa Sede indicati come «analfabeti» e «idioti», il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti definito «volgare scaricatore di porto», uno tra i più noti giornalisti e conduttori televisivi italiani bollato come «il più vomitevole» e «bullo represso», per seguire con gli idraulici, i meccanici, le parrucchiere unisex … nessuno si salva dalla Sfranta.

ecc… ecc …

Gli unici coi quali la Sfranta non se la prende mai sono i proci, che ricordiamo sono i circa cento nobili di Itaca che nell’Odissea di Omero corteggiano insistentemente Penelope durante l’assenza di Ulisse, ma che nella moderna versione clerical-rainbow corteggiano invece Ulisse e ignorano del tutto Penelope. 

A cascata seguono segnalazioni mirabolanti: esposti all’Ordine degli Psicologi contro una delle più note criminologhe italiane; minacce di querela a una diocesi che osò smentire ufficialmente la Sfranta con un pubblico comunicato della curia dopo che aveva offeso ripetutamente il vescovo in vari articoli; inviti a firmare una protesta ufficiale per destituire dalla cattedra un teologo di riconosciuta preparazione e innegabili qualità didattiche …

La Sfranta non si limita a fungere da strumento passivo del sistema, ma ne diventa attrice attiva, mossa dal frenetico obiettivo di sdoganare e legittimare the fantastic rainbow world all’interno della Chiesa. E se qualcuno si oppone all’ingresso di questo Rainbow Trojan Horse dentro le mura della Civitas Dei, l’accusa è pronta e il critico bollato come «soggetto affettivamente irrisolto». La Sfranta agisce come una vera avanguardia del sistema: dice e scrive, tramite blog e social media, ciò che certi clerical-rainbow non possono permettersi di affermare pubblicamente; colpisce coloro che questi ultimi non possono attaccare direttamente; esercita una pressione costante attraverso accuse, insinuazioni, segnalazioni alle autorità ecclesiastiche, lettere, esposti, campagne di delegittimazione. Guai però a smentirla, o a reagire alle sue raffiche di insulti, non sia mai! Seduta stante si proclama immediatamente vittima urlando alla discriminazione, secondo gli schemi ormai noti e consolidati della Sfranta’s logic.

La “forza” della Sfranta risiede nell’assenza pressoché totale di vincoli. Non risponde ad alcuna autorità ecclesiastica, non rischia sanzioni canoniche, non paga alcun prezzo istituzionale. Agisce, di fatto, in una zona griga di sostanziale impunità, che rende inefficace ogni tentativo di reazione giuridica proporzionata. Per questo risulta molto utile a certe frange di clerical-rainbow che se ne servono mantenendo una posizione apparentemente neutra: perché è lei a esporsi, a parlare, a scrivere, a segnalare; i pupari restano nel totale anonimato. 

I clerical-rainbow che governano questo sistema raramente compaiono in prima linea. Osservano, proteggono, orientano, lasciando che sia la Sfranta ad agire e metterci la faccia, nel tentativo disperato di delegittimare sacerdoti e teologi ostili a questa Rainbow Pious Brotherhood. È in questo contesto che una Sfranta priva di qualsiasi mandato formale si trasforma in promotrice di “segnalazioni” motivate da un presunto zelo per il bene della Chiesa. Oltre agli scritti diffonde anche video nei quali sospira, singhiozza e si abbandona a mossettine che ricordano la sorella meno dotata della satirica Rita da Cascia impersonata dal già citato grandissimo Paolo Poli.

Nessuna accusa esplicita, nessuna prova concreta: solo allusioni, sospetti, frasi lasciate cadere con apparente discrezione, nella speranza che, a forza di ripetere palesi falsità ripetutamente smentite come tali, queste finiscano per essere percepite come vere, passando infine come tali.

È all’interno di questo ambiente opaco che la Rainbow Pious Brotherhood trova le condizioni ideali per consolidarsi e riprodursi, rimanendo anonima e mandando all’attacco una Sfranta che cammina sul filo del rasoio, bordando insulti e facendo audaci allusioni a comportamenti che vengono indicati come penalmente rilevanti senza mai nominare apertamente il soggetto preso di mira, ma facendo capire a tutti chi sia questo innominato che, poco dopo, incomincia a ricevere numerosi messaggi di lettori e amici che lo avvisano «la Sfranta se l’è presa di nuovo con te».

In tal senso, la Sfranta ha fatto scuola. Tanto che ho deciso di imitarla con la stessa identica tecnica: non l’ho nominata, proprio come lei non nomina, spesso, quelli che prende pesantemente di mira.

E adesso vi saluto, devo correre a prestare assistenza a Penelope, profondamente depressa da quando i proci di Itaca si sono messi a sventolare the flag rainbow e a corteggiare Ulisse ignorando totalmente lei. Anche i proci di Itaca hanno fatto ormai un onesto coming-out, o come diceva Sant’Agostino in un suo celebre sermone: «Silere non possum (non posso tacere)» (Serm. 88, 14, 13, PL). Così, hanno deciso di non silere (non tacere) e di corteggiare apertamente Ulisse.

Dall’Isola dei Proci, 8 febbraio 2026

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I nostri precedenti articoli (2023-2026):

– 28 giugno 2026 — SILERE NON POSSUM E L’ARCOBALENO COME CAVALLO DI TROIA. QUANDO LA LOTTA AGLI ABUSI DIVENTA IL PRETESTO PER RISCRIVERE LA MORALE CATTOLICA (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 22 giugno 2026 — Comunicato: L’ISOLA DI PATMOS OGGETTO DI RIPETUTE SEGNALAZIONI INFONDATE (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 11 giugno 2026 — MARCO PERFETTI: DIRE A ME CHE SONO UN PROBLEMATICO È OVVIO COME DIRE CHE LA MADDALENA FACEVA LA PROSTITUTA (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 5 maggio 2026 — ESTONIA, UNA TERRA PROMESSA, UN MONDO DIVERSO … E UNA CATTIVERIA QUOTIDIANA DI CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 30 aprile 2026 — SILERE NON POSSUM: IL GIORNO IN CUI IL DIRITTO PENALE SCOPRÌ DI ESSERE NATO IN SACRESTIA (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 27 aprile 2026 — CUR IN HOC CASU “SILERE POSSUM”? (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 31 marzo 2026 — IL NARCISISTA MALIGNO E L’USO DI BLOG E SOCIAL PER ARRECARE DANNO ALLA CHIESA E AI SUOI FEDELI SERVITORI (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 21 marzo 2026 — L’ABATE DI SOLESMES E L’ILLUSIONE DI SINTESI LITURGICA: TRA SOGGETTIVISMO E CONFUSIONE DOTTRINALE (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 28 febbraio 2026 — SILERE NON POSSUM. UNO STRAORDINARIO MARCO PERFETTI TRA DISINVOLTO DIRITTO CANONICO E «SCANDALO AL SOLE»: L’AUGUSTO DEFUNTO DISSE CHE L’OMOSESSUALITÀ È PECCATO (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 16 febbraio 2026 — DONNE, DIRITTO E TEOLOGIA USATI COME SLOGAN DAL BLOG SILERE NON POSSUM (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 8 febbraio 2026 — I PROCI DI ITACA E L’EPOPEA DELLA SFRANTA CHE TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 10 dicembre 2025 — MARCO PERFETTI, ALIAS SILERE NON POSSUM: IL GRILLO COLTO E LA ZANZARA CHE SI CREDE UN’AQUILA REALE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 6 settembre 2025 — IL POTENTISSIMO SILERE NON POSSUM STA FACENDO TREMARE GOOGLE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ” (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

–  29 marzo 2025 — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

 

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Alberto Ravagnani. I preti in crisi sono la conseguenza della crisi dell’autorità ecclesiastica

1 Febbraio 2026/in Attualità/da Padre Ivano

ALBERTO RAVAGNANI. I PRETI IN CRISI SONO LO CONSEGUENZA DELLA CRISI DELL’AUTORITA ECCLESIASTICA

Le crisi non sono mai delle situazioni improvvise ma hanno un inizio, uno sviluppo e maturano nel tempo e nel tempo danno segni e sintomi che è possibile vedere, interpretare e correggere. Quando non lo si fa si è colpevoli davanti a Dio per un figlio che si perde, per un figlio che ha donato tutta la sua vita a una Chiesa che sperava madre e invece è stata matrigna.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Ieri sera, mentre ero di ritorno dall’ordinazione sacerdotale di un confratello cappuccino presso la cattedrale di Oristano, mi è giunta la notizia dell’abbandono del sacerdozio da parte di Alberto Ravagnani, presbitero ambrosiano (cfr. Qui).

Avevo ancora nelle orecchie quelle parole tremende del rito di ordinazione che il vescovo pronuncia davanti all’eletto: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore», quando nella stessa Chiesa di Dio un confratello sacerdote aveva preso la decisione di voltare pagina.

Come sempre, in situazioni come queste, non serve a nulla stracciarsi le vesti, non servono tanto meno i giudizi sulla persona che deve restare sacra e inviolabile. Mi sia però permesso un giudizio sulla situazione generale ecclesiale, sulla vita di noi sacerdoti e sulla Chiesa che sembra quasi che nel proseguo del tempo abbia dimenticato il suo ruolo di madre per rivestire quello di matrigna.

C’è una particolarità che è necessario tenere da conto. Il caso di don Alberto è del tutto diverso da quello degli ultimi sacerdoti influencer o social che, in ordine di tempo, hanno abbandonato il sacerdozio (non serve fare nomi). In questi era chiaramente evidente l’ideologia mascherata da Vangelo, molto più vicina al tesseramento del Partito Democratico o all’attivismo LGBT+ che a Gesù Cristo e al suo messaggio. Don Alberto in questo era diverso, lui credeva in quello che stava facendo, era un entusiasta e forse pensava realmente che tutto questo potesse bastare per fare bene il prete. Figlio di quella Milano da bere in cui la Chiesa ha sempre guardato avanti con scelte coraggiose, con quella determinazione e parresia tutta lombarda che è decisamente una qualità da apprezzare.

Don Alberto era, ed è sostanzialmente un bravo ragazzo, forse un po’ ingenuo e sprovveduto, data la relativa giovane età, per essere stato mandato allo sbaraglio nel grande oceano della pastorale giovanile in solitaria, senza la presenza di una persona più matura e di provata esperienza che potesse sostenerlo e accompagnarlo.

Da personaggio pubblico e influencer del mondo giovanile, don Alberto ha detto molto di sé nei suoi video, probabilmente anche più di quello che avrebbe voluto, senza accorgersene. Da diverso tempo, laici e sacerdoti si erano accorti che nel cuore di questo fratello sacerdote doveva essere accaduto qualcosa: sia il suo aspetto esteriore che le sue parole evidenziavano una ben chiara trasformazione che virava verso una emergenza che non è stata (volutamente?) riconosciuta e che doveva essere in tutti i modi sostenuta. Non faccio mistero che noi Padri de L’Isola di Patmos, nei nostri colloqui redazionali, più volte ci siamo espressi, ma questo già più di un anno fa, che il destino di questo confratello era segnato perché dalle sue immagini e discorsi si percepiva quella crisi che molti di noi conoscono bene, soprattutto Padre Ariel che si dedica da anni alla cura dei sacerdoti.

Per questo mi chiedo, dove erano coloro che avrebbero dovuto fare questo? E sia chiaro, non sto cercando colpevoli ma responsabili, persone che avrebbero dovuto saper rispondere davanti alla preziosità della vita di un uomo che stava chiedendo aiuto.

Prendo per buono il discernimento che i formatori di seminario di don Alberto avevano fatto su di lui, reputandolo idoneo al sacerdozio e presentandolo al vescovo diocesano. Viene spontaneo però domandarsi come mai di un epilogo così rapido, appena otto anni di sacerdozio. Perché a voler pensare male, si fa peccato lo so ma ci si indovina, e se al tempo del seminario è stato considerato idoneo pur non essendolo i suoi formatori dovranno rendere conto a Dio per la perdita di un figlio tanto caro. Perché i sacerdoti come don Alberto diventano la cattiva coscienza di tanti vescovi, rettori e formatori di seminario e di quella gerarchia che non è più capace di pascere il gregge di Dio che a loro è stato affidato. Su di loro cade come un macigno quell’interrogativo di Dio a Caino: «dov’è tuo fratello?» (cfr. Gn 4,9). La questione tremendamente seria che scuote le fondamenta della Chiesa gerarchica è questa, e la riassumo in una domanda: se non siamo capaci di curare i nostri sacerdoti, di proteggerli da sé stessi, di prendercene cura, di renderli robusti e veri uomini, come possiamo avere la pretesa di guidare i fedeli cristiani e la Chiesa di Cristo?

E parto proprio da quella parte del rito di ordinazione in cui si dice che noi sacerdoti dobbiamo conformare la nostra vita alla croce di Cristo. Questo è tutto il mistero del sacerdozio mettiamocelo bene in mente. Non è certamente un Club Méditerranée per scappati di casa che non sono riusciti a realizzarsi in altra maniera e che cercano una sistemazione a buon mercato. Questo è quanto i formatori dovrebbero insegnare e approfondire negli anni del seminario ma soprattutto dopo la sacra ordinazione perché è forse quello il momento più delicato dove il sacerdote si trova a camminare solo e non ha più nessuna protezione.

La croce di Cristo non è facile da accettare e da abbracciare, l’hanno scansata per primi gli Apostoli fuggendo dal Calvario, per accettare la croce abbiamo bisogno del fuoco della Pentecoste che ci rende stolti e ci dà il coraggio di predicare la conversione del mondo. Quel mondo che don Alberto ha cercato ingenuamente di piegare alle esigenze evangeliche — ricordate la collaborazione con Fedez e l’immancabile naufragio? — insieme allo sforzo di indorare la mondanità come novello alchimista per rendere il Vangelo più instagrammabile e accattivante per i giovani ma che questo epilogo rivela come la più grande vanità tra le vanità.

Un mio superiore un giorno mi ha detto, citando a suo dire Paolo VI, che noi siamo responsabili solo di coloro che rimangono e non di quelli che vanno via. Perdonatemi il francesismo ma queste cose le considero come delle enormi cazzate clericali. Anche se fosse vero che una tale espressione fosse uscita dalla bocca di un pontefice, in quali circostanze e contesti è da verificare, dobbiamo metterci in testa che ogni volta che un sacerdote lascia la Chiesa e abbandona il suo ministero è una sconfitta e un fallimento tremendo senza se e senza ma.

Davanti a una tragedia come l’abbandono sacerdotale a nulla valgono i comunicati ufficiali delle cancellerie vescovili in cui si chiede silenzio, rispetto e preghiera. Se noi preti fossimo genitori, davanti al fallimento o alla perdita di nostro figlio non reagiremmo in questo modo. Diciamola tutta: la carne che fa più male è quella che è attaccata all’osso e in tal senso don Alberto è a suo modo un sintono e una vittima. Un sintomo di una Chiesa gerarchica incapace di generare figli e di mantenerli se non come professionisti del sacro; e una vittima di coloro che dal balcone delle curie osservano e pensano che il Vangelo sia solo una questione di strategia di marketing e di emotività in attesa di intascare il successo sperato per poi dare una pacca sulla spalla al professionista del sacro di turno.     

Dalle colonne dell’Isola di Patmos più e più volte ci siamo espressi sulla necessità di curare la formazione umana e spirituale dei sacerdoti, ribadendo come le crisi non sono mai delle situazioni improvvise ma hanno un inizio, uno sviluppo e maturano nel tempo e nel tempo danno segni e sintomi che è possibile vedere, interpretare e correggere. Quando non lo si fa si è colpevoli davanti a Dio per un figlio che si perde, per un figlio che ha donato tutta la sua vita a una Chiesa che sperava madre e invece è stata matrigna.

Non so quale sarà l’avvenire di don Alberto, ma imploro il Signore che altri confratelli sacerdoti siano in grado di essere sostenuti e accompagnati per evitare una situazione come questa che non è motivo di orgoglio per la Chiesa di Dio e che ne sottolinea tutta la sua debolezza umana. Se non siamo capaci di gestire la grazia e i talenti che il Signore ci affida, e giusto che tutto ci sia tolto.  

È appena entrato in distribuzione oggi un libro di Ariel S. Levi di Gualdo, sotto il titolo La libertà negata, che fa seguito al precedente dedicato al Credo. Ve ne consiglio la lettura, perché tratta anche la drammaticità di queste problematiche.

Sanluri, 1° febbraio 2026

 

 

 

 

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I libri di Ivano Liguori, per accedere al negozio librario cliccare sulla copertina

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Il caso Fede&Cultura e l’importanza di non seguire una “teologia della emotività” che si oppone al Magistero della Chiesa

14 Gennaio 2026/in Attualità/da Padre Ariel

IL CASO FEDE & CULTURA E L’IMPORTANZA DI NON SEGUIRE  UNA “TEOLOGIA DELLA EMOTIVITÀ” CHE SI OPPONE AL MAGISTERO DELLA CHIESA

La teologia non si esercita per reazione emotiva, ma per argomentazione scientifica, tramite uso coerente di precise categorie speculative, con distinzione dei piani e rispetto dei livelli del discorso. Se mancano questi presupposti, non si ha una confutazione teologica, ma un intervento estraneo al campo stesso della teologia.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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In risposta al mio recente articolo L’insopprimibile fascino esercitato su certi laici dalla “teologia della mutanda”, il dott. Giovanni Zenone, direttore delle Edizioni Fede&Cultura ha diffuso un video di replica che qui inserisco.

È necessario anzitutto chiarire un punto di metodo: la teologia non si esercita per reazione emotiva, ma per argomentazione scientifica, tramite uso coerente di precise categorie speculative, con distinzione dei piani e rispetto dei livelli del discorso. Se mancano questi presupposti, non si ha una confutazione teologica, ma un intervento estraneo al campo stesso della teologia.

Il mio articolo avanzava una tesi precisa, articolata e verificabile (cfr Qui). Chiunque lo legga ed esamini poi il contenuto della replica del dott. Zenone, potrà constatare un dato oggettivo: le questioni da me sollevate non vengono affrontate nel loro merito, ma aggirate mediante uno spostamento del discorso su piani laterali, che non toccano l’argomentazione da me proposta, anzi: neppure la sfiorano.

Chiunque può verificare che nel testo contestato ho esplicitamente chiarito di intervenire in qualità di sacerdote, pastore in cura d’anime, confessore e direttore spirituale. La replica del dott. Zenone richiama invece genericamente il diritto dei laici a esprimersi eludendo però il punto centrale, senza tenere conto che il discorso non verteva sul diritto di parola o di critica, ma sull’esperienza ecclesiale specifica dalla quale trae origine la riflessione: il Sacramento della Penitenza e la direzione spirituale, dove ad operare sono i presbiteri, non i laici. È da questa prassi concreta, non da una costruzione teorica astratta, che il mio intervento prende avvio e si struttura. E su questo piano specifico, la replica risulta semplicemente non pertinente.

L’argomento secondo cui l’aver avuto sei figli lascia sottintendere una sorta di competenza superiore a quella dei sacerdoti in ambito morale e pastorale rientra in una tipologia argomentativa ben nota, storicamente utilizzata da ambienti laicisti e anticlericali per delegittimare il magistero e la parola del clero su questioni familiari e relazionali. Riproporre tale schema non rafforza il discorso, ma ne rivela la debolezza metodologica.

Vi è poi un punto centrale, che non ammette ambiguità. Il dott. Zenone ha pubblicamente contestato più volte, con toni duri e irrispettosi, il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede in relazione alla Nota dottrinale Mater Populi Fidelis, concernente l’inopportunità dell’uso del titolo di “corredentrice” riferito alla Beata Vergine Maria. Ora, il fatto determinante è il seguente: quel documento, approvato dal Sommo Pontefice che ne ha ordinata la pubblicazione, rientra nel Magistero autentico della Chiesa. Questo dato, di per sé, chiude il problema sul piano ecclesiale a ogni pretestuoso “diritto di critica”.

Replicare poi invocando la libertà di pensiero per respingere questo atto equivale a confondere deliberatamente il piano della ricerca teologica con quello dell’assenso dovuto al Magistero. La libertà teologica non autorizza la contestazione pubblica e sprezzante di un documento approvato dal Sommo Pontefice, né consente di porre sullo stesso piano opinioni personali e atti dell’autorità ecclesiale, salvo poi proclamarsi teologi, difensori della fede e formatori cattolici.

Il richiamo a santi, mistici o a singole affermazioni di Pontefici del passato non modifica questo quadro, perché la teologia cattolica ha sempre distinto:

– le espressioni devozionali o mistiche, che non vincolano ad alcun titolo la fede dei credenti;

– le affermazioni fatte dai Pontefici come dottori privati;

– gli atti del Magistero autentico, che richiedono invece adesione ecclesiale unita a filiale rispetto e devota obbedienza al Romano Pontefice e ai Vescovi.

È inoltre un dato storico incontestabile che San Giovanni Paolo II abbia sempre respinta la richiesta di definire il dogma di Maria corredentrice; che Benedetto XVI abbia evidenziato le difficoltà cristologiche poste dal termine stesso; che Francesco, così come infine Leone XIV, abbiano confermato tale orientamento, approvando la Nota dottrinale in questione. Di fronte a questo insieme coerente di dati, l’insistenza su citazioni isolate e decontestualizzate non costituisce argomentazione teologica, ma una selezione ideologica delle fonti, preceduta e accompagnata dalla loro manipolazione, previo approccio dilettantesco alla teologia e alla storia del dogma che sortisce, come effetto, quello di avvelenare le membra più semplici del Popolo di Dio, lo stesso che noi dobbiamo tutelare e proteggere per imperativo di coscienza, in quanto Sacerdoti di Cristo istituiti per insegnare, santificare e guidare.

Applicando lo stesso criterio di estrapolazione e manipolazione, si potrebbe contestare il dogma dell’Immacolata Concezione richiamando le riserve di San Tommaso d’Aquino, oppure rimettere in discussione l’attuale disciplina della Penitenza sulla base delle posizioni di Sant’Ambrogio e di San Gregorio Magno, maturate in un contesto storico radicalmente diverso, quando questo Sacramento non era ripetibile ed era amministrabile una sola volta nella vita e mai più. Sempre seguendo questa logica anti-teologica e anti-storica, si potrebbe smentire persino il Primo Concilio di Nicea, rifacendosi a ipotesi e opinioni espresse da diversi Santi Padri prima dell’anno 325.

È dunque immediatamente evidente l’inconsistenza di tale metodo che — tra santi e mistici, messaggi di Fatima e maldestre vite di Gesù romanzate da Maria Valtorta — ricondurrebbe il discorso nell’ambito del pietismo e del fideismo più desolante, realtà che nulla hanno a che spartire con la fede cattolica e con la speculazione teologica propriamente e scientificamente detta.

Dai video diffusi dal dott. Zenone emerge un approccio non propriamente corretto e non pienamente ortodosso alla teologia fondamentale: si rilevano forme manifeste di ostilità nei confronti del Magistero della Chiesa; ci si erge a difensori della “vera fede” e della “vera tradizione”, che tali gruppi pretenderebbero di tutelare di fronte a un operato di Pontefici e Vescovi da loro ritenuto dottrinalmente discutibile; il tutto viene mascherato sotto il richiamo alla libertà di pensiero e di opinione, che però, nei fatti, si risolve in prese di posizione ideologiche.

Il quadro si completa — e qui concludo — con una serie di altri video “altamente formativi”, distinti e successivi rispetto a quello oggetto di questa mia risposta, che si commentano da sé. Per citarne uno soltanto, tra i molti, basti pensare ad affermazioni di inaudita gravità quali ad esempio: «L’eresia è peggiore della pedofilia»

Si tratta di un’affermazione priva di ogni criterio logico e teologico, fondata su un accostamento improprio tra delle realtà radicalmente differenti sul piano ontologico e morale. Sono paragoni che, se proposti da chi si presenta come teologo, pedagogo e formatore cattolico, non possono essere liquidati come semplici ingenuità espressive, ma rivelano una grave carenza di prudenza e discernimento metodologico sul piano pedagogico e teologico.

Dall’Isola di Patmos, 14 gennaio 2026

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L’insopprimibile fascino esercitato su certi laici dalla “Teologia della Mutanda” – The irresistible fascination exerted on certain lay people by the “Theology of the Underwear” – El fascinante e irresistible atractivo que ejerce sobre ciertos laicos la “Teología de la Braga” – Die unwiderstehliche Faszination, die die „Unterwäsche-Theologie“ auf bestimmte Laien ausübt

12 Gennaio 2026/in Attualità/da Padre Ariel

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L’INSOPPRIMIBILE FASCINO ESERCITATO SU CERTI LAICI DALLA “TEOLOGIA DELLA MUTANDA”

È bene ricordare a questi laici — che da una parte stabiliscono «Fino a dove arrivare?» secondo la loro “teologia della mutanda” e che dall’altra sono protagonisti del pubblico disprezzo della legittima Autorità ecclesiastica —, che la contestazione sistematica, pubblica e sprezzante del Magistero della Chiesa costituisce un peccato ben più grave, più serio e più oggettivamente disordinato della fragilità affettiva di due giovani che vivono una relazione al di fuori del matrimonio.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF articolo formato stampa – Article print format – Articulo en formato impreso – Artikel im Druckformat

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Ogni epoca ecclesiale conosce le proprie deformazioni morali. Una delle più ricorrenti — perché apparentemente rassicurante — è quella che riduce la questione del bene e del male quasi esclusivamente alla sfera sessuale. Una riduzione che non nasce dalla serietà morale, ma da una semplificazione tanto rozza quanto fuorviante che finisce per tradire proprio ciò che pretende di difendere.

Nel dibattito ecclesiale contemporaneo, soprattutto in alcuni ambienti laicali legati a una non meglio precisata tradizione, si assiste a un fenomeno curioso e insieme preoccupante: l’emergere di una sorta di “teologia della mutanda”, nella quale il mistero del male viene sostanzialmente circoscritto a ciò che accade — o si presume accada — dalla cintura in giù. Tutto il resto può passare in secondo piano: la carità ferita, la giustizia calpestata, la verità manipolata, la coscienza violentata. L’importante è che la mutanda resti al suo posto, reale o simbolica che sia.

Moralismo e morale non sono la stessa cosa, è bene chiarirlo subito: non coincidono, anzi spesso si oppongono. Il moralismo è una caricatura della morale, perché si fonda su criteri rigidi, astratti e selettivi, mentre la morale cattolica si regge sulla carità, virtù teologale che non elimina la verità, ma la rende abitabile per l’uomo concreto, fragile e peccatore.

Il bigottismo, il puritanesimo nel senso peggiore del termine e il moralismo ossessivo sono realtà ben note, ma va detto con onestà che molto raramente nascono dal ministero sacerdotale vissuto santamente. Più spesso prendono forma in ambienti laicali autoreferenziali, nei quali la mancanza di esperienza pastorale reale viene compensata con una sicurezza dottrinale tanto inflessibile quanto astratta.

Non si tratta di difendere una categoria — quella dei sacerdoti — ma di constatare un dato di fatto: laici che non hanno mai ascoltato una coscienza ferita, che non hanno mai accompagnato un penitente reale, che non hanno mai portato il peso di certe delicate direzioni spirituali, difficilmente possiedono gli strumenti per giudicare con equilibrio la complessità del peccato umano. Malgrado ciò si lanciano su temi che toccano le sfere più intime e delicate degli animi umani, spesso anche in modo saccente, dando così ai laicisti un’immagine bizzarra della Cattolicità e aumentando i loro pregiudizi e i loro giudizi negativi sulla Chiesa Cattolica.

La gerarchia dei peccati è una verità spesso dimenticata. La tradizione morale cattolica ha sempre insegnato che non tutti i peccati hanno lo stesso peso. Esiste una gerarchia oggettiva del male, fondata sulla gravità della materia, sull’intenzionalità e sulle conseguenze. E in questa gerarchia, i peccati contro la carità, la giustizia e la verità occupano un posto ben più alto rispetto a molte colpe legate alla sfera sessuale.

Eppure, per i cultori della “teologia della mutanda”, questa distinzione sembra insopportabile. Meglio un peccato grave contro la carità, purché ben vestito, che una fragilità umana vissuta nella lotta e nella vergogna. Meglio l’ipocrisia rispettabile che la verità faticosa. Così, ciò che dovrebbe scandalizzare — l’odio, la menzogna, l’abuso di potere, la manipolazione delle coscienze — viene relativizzato, mentre ciò che riguarda l’intimità delle persone diventa il campo privilegiato di una sorveglianza ossessiva, tutta quanta tipica – ripeto – di certi laici bigotti, non dei preti.

La “teologia della mutanda” è un’ossessione che dice spesso più di chi giudica che di chi viene giudicato. L’ossessione maniacale alle camere da letto, ai centimetri, alle posture e alle intenzioni presunte rivela una difficoltà profonda ad abitare il proprio mondo interiore. È più facile misurare il peccato degli altri con il bilancino dell’orefice che fare i conti con la propria coscienza. Il sacerdote, invece, quando esercita seriamente il suo ministero, parte da un presupposto elementare e tutt’altro che teorico: tutti siamo peccatori, noi per primi chiamati ad assolvere i peccati. È questa consapevolezza che genera misericordia, non il lassismo; comprensione, non il relativismo. La misericordia cristiana non nasce da una minimizzazione del peccato, ma dalla conoscenza reale dell’uomo.

Non è un caso che il Vangelo riservi parole durissime non tanto ai peccatori manifesti, quanto a coloro che trasformano la legge in uno strumento di oppressione. Quel monito di Gesù, spesso dimenticato dai laici moralisti di professione, resta di una attualità sconcertante:

«Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!» (Lc 11,46).

È davanti a questa parola che ogni facile “teologia della mutanda” dovrebbe crollare. Perché il problema non è la difesa della morale, ma l’uso perverso della morale come strumento di controllo, di autoassoluzione e di superiorità spirituale.

Una morale che perde il contatto con la carità diventa ideologia. Una morale che seleziona i peccati in base alla propria ossessione smette di essere cristiana. Una morale che ignora la gerarchia del male finisce per proteggere i peccati più gravi e perseguitare quelli più visibili.

La “teologia della mutanda” non è segno di fedeltà alla dottrina, ma di una profonda incomprensione del Vangelo. Non difende la morale cattolica: la tradisce. E, paradossalmente, rende un pessimo servizio proprio a quella Chiesa che pretende di voler salvare.

Per concludere con un concreto esempio realmente incarnato: nei giorni scorsi ho avuto modo di raccogliere il dolore di un uomo che si è sentito tradito e abbandonato da un altro uomo che aveva amato — e che continuava ad amare — con il quale aveva intrecciato una relazione poi bruscamente interrotta. Un dolore vero, lacerante, che non aveva bisogno di lezioni, ma di ascolto. Ho forse pronunciato giudizi morali? Ho forse stilato una casistica di colpe o misurato quella relazione con il bilancino della morale astratta? Assolutamente no. Il mio compito sacerdotale, in quel momento, era accogliere un’anima ferita, raccoglierne il dolore, aiutarla — per quanto possibile — a non soccombere sotto il peso della delusione e dell’abbandono.

Non oso immaginare quale “lezione sulla purezza” avrebbe ricevuto quell’uomo se si fosse rivolto a certi zelanti animatori laicali che, con aria sorridente e linguaggio patinato, si propongono persino come formatori cattolici, salvo poi permettersi di insultare pubblicamente con insolenza il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e di contestarne ripetutamente i documenti ufficiali approvati dal Sommo Pontefice.

Infatti, lo stesso Signore che in video spiega ai giovani «Fino dove arrivare?» è il solito che con altrettanti video ha scaricato autobotti di fango contro il Cardinale Víctor Manuel Fernández per un documento approvato dal Sommo Pontefice — e dunque atto autentico del Magistero —, rinchiuso con i propri sodali nella logica di una Chiesa “a-modo-mio”, dove l’autorità è accettata solo quando conferma le loro ossessioni: dal Vetus Ordo Missae all’aberrazione teologica di Maria Corredentrice.

È bene allora ricordare a questi laici — che da una parte stabiliscono «Fino dove arrivare?» secondo la loro “teologia della mutanda” e che dall’altra sono protagonisti del pubblico disprezzo della legittima Autorità ecclesiastica —, che la contestazione sistematica, pubblica e sprezzante del Magistero della Chiesa costituisce un peccato ben più grave, più serio e più oggettivamente disordinato della fragilità affettiva di due giovani che vivono una relazione al di fuori del matrimonio. Lo affermo senza ambiguità da uomo, da sacerdote, da teologo, da confessore e da direttore spirituale. Perché sono un prete e, prima ancora, un peccatore. E di questo ringrazio Dio, come prima di me lo hanno ringraziato altri due grandi peccatori: San Paolo e Sant’Agostino.

Amen.

Dall’Isola di Patmos, 13 gennaio 2026

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THE IRRESISTIBLE FASCINATION EXERTED ON CERTAIN LAY PEOPLE BY THE “THEOLOGY OF THE UNDERWEAR”

It is therefore fitting to remind these lay people — who on the one hand establish “how far you may go” according to their theology of the underwear, and on the other hand make themselves protagonists of public contempt for legitimate ecclesial authority — that the systematic, public, and contemptuous contestation of the Magisterium of the Church constitutes a sin far more grave, more serious, and more objectively disordered than the affective fragility of two young people who live a relationship outside of marriage.

— Eclesial actuality —

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Author
Ariel S. Levi di Gualdo

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Every ecclesial age knows its own moral distortions. One of the most recurrent — precisely because it appears reassuring — is the tendency to reduce the question of good and evil almost exclusively to the sexual sphere. This reduction does not arise from moral seriousness, but from a simplification that is as crude as it is misleading, and which ultimately betrays precisely what it claims to defend.

In contemporary ecclesial debate, especially in certain lay environments loosely connected to an ill-defined notion of “tradition”, one observes a curious and at the same time troubling phenomenon: the emergence of a kind of “theology of the underwear”, in which the mystery of evil is essentially confined to what happens — or is presumed to happen — below the waist. Everything else may be relegated to the background: wounded charity, trampled justice, manipulated truth, violated conscience. What matters is that the underwear remains in place, whether real or symbolic.

Moralism and moral theology are not the same thing; this must be made clear at once. They do not coincide — indeed, they often stand in opposition. Moralism is a caricature of morality, because it is based on rigid, abstract and selective criteria, whereas Catholic moral teaching rests upon charity, the theological virtue that does not abolish truth but renders it habitable for the concrete, fragile and sinful human being.

Bigotry, puritanism in its worst sense, and obsessive moralism are well-known realities; yet it must be said honestly that they very rarely arise from a priestly ministry lived in a holy and authentic manner. Much more often they take shape in self-referential lay circles, where the lack of real pastoral experience is compensated by a doctrinal self-assurance that is as inflexible as it is abstract.

This is not a matter of defending a category — that of priests — but of acknowledging a simple fact: lay people who have never listened to a wounded conscience, who have never accompanied a real penitent, who have never borne the weight of delicate spiritual direction, can scarcely possess the tools required to judge with balance the complexity of human sin. Yet they rush headlong into issues that touch the most intimate and delicate spheres of the human soul, often in a pedantic manner, thus offering secularists a bizarre image of Catholicism and reinforcing their prejudices and negative judgments about the Catholic Church.

The hierarchy of sins is a truth that is often forgotten. Catholic moral tradition has always taught that not all sins carry the same weight. There exists an objective hierarchy of evil, grounded in the gravity of the matter, intentionality, and consequences. Within this hierarchy, sins against charity, justice, and truth occupy a far more serious place than many faults connected to the sexual sphere.

And yet, for the devotees of the “theology of the underwear”, this distinction appears intolerable. Better a grave sin against charity, provided it is well dressed, than a human fragility lived in struggle and shame. Better respectable hypocrisy than demanding truth. Thus, what ought truly to scandalize — hatred, lies, abuse of power, manipulation of consciences — is relativized, while everything concerning personal intimacy becomes the privileged field of an obsessive surveillance, entirely typical — I repeat — of certain bigoted lay people, not of priests.

The “theology of the underwear” is an obsession that often reveals far more about those who judge than about those who are judged. A manic fixation on bedrooms, measurements, postures, and presumed intentions betrays a profound inability to inhabit one’s own interior world. It is easier to measure the sins of others with the goldsmith’s scale than to come to terms with one’s own conscience. The priest, on the other hand, when he exercises his ministry seriously, begins from an elementary and anything but theoretical premise: all of us are sinners — we who are first called to absolve sins. It is this awareness that gives rise to mercy, not laxity; understanding, not relativism. Christian mercy is not born from minimizing sin, but from a real knowledge of the human person.

It is no coincidence that the Gospel reserves its harshest words not so much for manifest sinners as for those who transform the law into an instrument of oppression. That warning of Jesus, so often forgotten by professional lay moralists, remains strikingly актуal:

“Woe also to you, lawyers, for you load people with burdens hard to bear, and you yourselves do not lift a finger to ease them!” (Lk 11:46)

It is before this word that every facile “theology of the underwear” ought to collapse. For the problem is not the defense of morality, but the perverse use of morality as an instrument of control, self-absolution, and spiritual superiority.

A morality that loses contact with charity becomes ideology. A morality that selects sins according to its own obsessions ceases to be Christian. A morality that ignores the hierarchy of evil ends up protecting the gravest sins and persecuting those that are merely more visible.

The “theology of the underwear” is not a sign of fidelity to doctrine, but of a profound misunderstanding of the Gospel. It does not defend Catholic morality; it betrays it. And, paradoxically, it renders a very poor service precisely to the Church it claims to want to save.

To conclude with a concrete and truly incarnated example: in recent days I had occasion to receive the pain of an excellent young man who felt betrayed and abandoned by another young man whom he had loved — and whom he continued to love — and with whom he had entered into a relationship that was then abruptly broken off. A real, lacerating pain, which did not require lessons, but listening. Did I pronounce moral judgments? Did I draw up a casuistry of faults or measure that relationship with the scales of abstract morality? Absolutely not. My priestly task at that moment was to welcome a wounded soul, to gather its pain, and to help it — insofar as possible — not to succumb beneath the weight of disappointment and abandonment.

I do not dare imagine what kind of “lesson on purity” that young man would have received had he turned to certain zealous lay animators who, with smiling faces and polished language, present themselves as Catholic formators, only then to permit themselves to publicly and insolently insult the Prefect of the Dicastery for the Doctrine of the Faith and to repeatedly contest official documents approved by the Supreme Pontiff.

The same individual who, in videos, explains to young people “how far you may go”, is the very one who, through other videos, has poured tanker loads of mud upon Cardinal Víctor Manuel Fernández for a document approved by the Supreme Pontiff — and therefore an authentic act of the Magisterium — enclosed together with his associates within the logic of a “Church my way”, in which authority is accepted only when it confirms their obsessions: from the Vetus Ordo Missae to the theological aberration of Mary Co-Redemptrix.

It is therefore fitting to remind these lay people — who on the one hand establish “how far you may go” according to their theology of the underwear, and on the other hand make themselves protagonists of public contempt for legitimate ecclesial authority — that the systematic, public, and contemptuous contestation of the Magisterium of the Church constitutes a sin far more grave, more serious, and more objectively disordered than the affective fragility of two young people who live a relationship outside of marriage.

I affirm this without ambiguity as a man, as a priest, as a theologian, as a confessor, and as a spiritual director. For I am a priest and, before that, a sinner. And for this I give thanks to God, as before me two other great sinners gave thanks: Saint Paul and Saint Augustine.

Amen.

From the Island of Patmos, 13 January 2026

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EL FASCINANTE E IRRESISTIBLE ATRACTIVO QUE EJERCE SOBRE CIERTOS LAICOS LA “TEOLOGÍA DE LA BRAGA”

Conviene, pues, recordar a estos laicos — que por un lado establecen «hasta dónde puedes llegar» según su teología de la braga y por otro se erigen en protagonistas del desprecio público de la legítima Autoridad eclesiástica — que la contestación sistemática, pública y despreciativa del Magisterio de la Iglesia constituye un pecado mucho más grave, más serio y más objetivamente desordenado que la fragilidad afectiva de dos jóvenes que viven una relación fuera del matrimonio.

— Actualidad eclesial —

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Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Toda época eclesial conoce sus propias deformaciones morales. Una de las más recurrentes — precisamente porque resulta tranquilizadora — es la que reduce la cuestión del bien y del mal casi exclusivamente al ámbito sexual. Se trata de una reducción que no nace de la seriedad moral, sino de una simplificación tan burda como engañosa, que termina traicionando precisamente aquello que pretende defender.

En el debate eclesial contemporáneo, especialmente en ciertos ambientes laicales vinculados a una tradición mal definida, se observa un fenómeno curioso y a la vez preocupante: el surgimiento de una especie de “teología de la braga”, en la cual el misterio del mal queda sustancialmente circunscrito a lo que ocurre — o se presume que ocurre — de la cintura para abajo. Todo lo demás puede quedar en segundo plano: la caridad herida, la justicia pisoteada, la verdad manipulada, la conciencia violentada. Lo importante es que la braga permanezca en su sitio, sea real o simbólica.

Moralismo y moral no son lo mismo; conviene aclararlo desde el inicio. No coinciden y, con frecuencia, se oponen. El moralismo es una caricatura de la moral, porque se apoya en criterios rígidos, abstractos y selectivos, mientras que la moral católica se funda en la caridad, virtud teologal que no elimina la verdad, sino que la hace habitable para el hombre concreto, frágil y pecador.

El beaterío, el puritanismo en su peor acepción y el moralismo obsesivo son realidades bien conocidas; pero debe decirse con honestidad que muy raramente nacen de un ministerio sacerdotal vivido santamente. Con mayor frecuencia toman forma en ambientes laicales autorreferenciales, en los que la falta de una experiencia pastoral real se compensa con una seguridad doctrinal tan inflexible como abstracta.

No se trata de defender una categoría — la de los sacerdotes — sino de constatar un hecho: laicos que jamás han escuchado una conciencia herida, que nunca han acompañado a un penitente real, que nunca han cargado con el peso de delicadas direcciones espirituales, difícilmente poseen los instrumentos necesarios para juzgar con equilibrio la complejidad del pecado humano. Y, sin embargo, se lanzan sobre temas que tocan las esferas más íntimas y delicadas del alma humana, a menudo con actitud pedante, ofreciendo así a los laicistas una imagen extravagante de la Catolicidad y alimentando sus prejuicios y juicios negativos sobre la Iglesia Católica.

La jerarquía de los pecados es una verdad a menudo olvidada. La tradición moral católica ha enseñado siempre que no todos los pecados tienen el mismo peso. Existe una jerarquía objetiva del mal, fundada en la gravedad de la materia, en la intencionalidad y en las consecuencias. Y dentro de esta jerarquía, los pecados contra la caridad, la justicia y la verdad ocupan un lugar mucho más grave que muchas culpas vinculadas al ámbito sexual.

Sin embargo, para los adeptos de la “teología de la braga”, esta distinción resulta insoportable. Mejor un pecado grave contra la caridad, siempre que esté bien vestido, que una fragilidad humana vivida en la lucha y en la vergüenza. Mejor la hipocresía respetable que la verdad exigente. Así, lo que debería escandalizar — el odio, la mentira, el abuso de poder, la manipulación de las conciencias — queda relativizado, mientras que todo lo que se refiere a la intimidad de las personas se convierte en el campo privilegiado de una vigilancia obsesiva, enteramente típica — repito — de ciertos laicos beatos, no de los sacerdotes.

La “teología de la braga” es una obsesión que a menudo dice más de quien juzga que de quien es juzgado. La fijación maníaca por los dormitorios, los centímetros, las posturas y las intenciones presuntas revela una profunda dificultad para habitar el propio mundo interior. Es más fácil medir el pecado ajeno con la balanza del orfebre que afrontar la propia conciencia. El sacerdote, en cambio, cuando ejerce seriamente su ministerio, parte de un presupuesto elemental y nada teórico: todos somos pecadores, empezando por nosotros, que somos los primeros llamados a absolver los pecados. Es esta conciencia la que genera misericordia, no laxitud; comprensión, no relativismo. La misericordia cristiana no nace de minimizar el pecado, sino del conocimiento real del hombre.

No es casualidad que el Evangelio reserve palabras durísimas no tanto para los pecadores manifiestos, cuanto para quienes transforman la ley en un instrumento de opresión. Aquella advertencia de Jesús, tan a menudo olvidada por los moralistas laicos de profesión, conserva una actualidad desconcertante:

«¡Ay también de vosotros, doctores de la ley, que cargáis a los hombres con pesos insoportables y vosotros no los tocáis ni con un dedo!» (Lc 11,46)

Es ante esta palabra que toda fácil “teología de la braga” debería derrumbarse. Porque el problema no es la defensa de la moral, sino el uso perverso de la moral como instrumento de control, de autoabsolución y de superioridad espiritual.

Una moral que pierde el contacto con la caridad se convierte en ideología. Una moral que selecciona los pecados según sus propias obsesiones deja de ser cristiana. Una moral que ignora la jerarquía del mal termina protegiendo los pecados más graves y persiguiendo los más visibles.

La “teología de la braga” no es signo de fidelidad a la doctrina, sino de una profunda incomprensión del Evangelio. No defiende la moral católica: la traiciona. Y, paradójicamente, presta un pésimo servicio precisamente a la Iglesia que pretende querer salvar.

Para concluir con un ejemplo concreto y verdaderamente encarnado: en días recientes tuve ocasión de acoger el dolor de un excelente joven que se sintió traicionado y abandonado por otro joven a quien había amado — y a quien seguía amando — y con quien había entablado una relación que luego se vio bruscamente interrumpida. Un dolor real, desgarrador, que no necesitaba lecciones, sino escucha. ¿Pronuncié acaso juicios morales? ¿Elaboré una casuística de culpas o medí aquella relación con la balanza de la moral abstracta? En absoluto. Mi tarea sacerdotal en ese momento consistía en acoger un alma herida, recoger su dolor y ayudarla — en la medida de lo posible — a no sucumbir bajo el peso de la decepción y del abandono.

No me atrevo a imaginar qué “lección sobre la pureza” habría recibido aquel joven si se hubiera dirigido a ciertos animadores laicales celosos que, con rostro sonriente y lenguaje pulido, se presentan como formadores católicos, para luego permitirse insultar públicamente con insolencia al Prefecto del Dicasterio para la Doctrina de la Fe y contestar reiteradamente documentos oficiales aprobados por el Sumo Pontífice.

El mismo personaje que en vídeos explica a los jóvenes «hasta dónde puedes llegar», es el mismo que, mediante otros vídeos, ha descargado auténticas cisternas de fango contra el cardenal Víctor Manuel Fernández por un documento aprobado por el Sumo Pontífice — y, por tanto, acto auténtico del Magisterio —, encerrado junto a sus adeptos en la lógica de una Iglesia “a mi manera”, donde la autoridad solo es aceptada cuando confirma sus obsesiones: desde el Vetus Ordo Missae hasta la aberración teológica de María Corredentora.

Conviene, pues, recordar a estos laicos — que por un lado establecen «hasta dónde puedes llegar» según su teología de la braga y por otro se erigen en protagonistas del desprecio público de la legítima Autoridad eclesiástica — que la contestación sistemática, pública y despreciativa del Magisterio de la Iglesia constituye un pecado mucho más grave, más serio y más objetivamente desordenado que la fragilidad afectiva de dos jóvenes que viven una relación fuera del matrimonio.

Lo afirmo sin ambigüedad como hombre, como sacerdote, como teólogo, como confesor y como director espiritual. Porque soy sacerdote y, antes aún, pecador. Y por ello doy gracias a Dios, como antes que yo dieron gracias otros dos grandes pecadores: san Pablo y san Agustín.

Amén.

Desde la Isla de Patmos, 13 de enero de 2026

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DIE UNWIDERSTEHLICHE FASZINATION, DIE DIE „UNTERWÄSCHEN-THEOLOGIE“ AUF BESTIMMTE LAIEN AUSÜBT

Es ist daher angebracht, diese Laien daran zu erinnern — die einerseits festlegen, „wie weit man gehen darf“ gemäß ihrer Unterwäsche-Theologie und andererseits als Protagonisten der öffentlichen Verachtung legitimer kirchlicher Autorität auftreten —, dass die systematische, öffentliche und verächtliche Anfechtung des kirchlichen Lehramtes eine weit schwerere, ernstere und objektiv ungeordnetere Sünde darstellt als die affektive Fragilität zweier junger Menschen, die außerhalb der Ehe in einer Beziehung leben.

— Kirchliche Aktualität —

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Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Jede kirchliche Epoche kennt ihre eigenen moralischen Verzerrungen. Eine der häufigsten — gerade weil sie scheinbar beruhigend wirkt — besteht darin, die Frage von Gut und Böse nahezu ausschließlich auf den Bereich der Sexualität zu reduzieren. Eine solche Reduktion entspringt jedoch nicht moralischer Ernsthaftigkeit, sondern einer ebenso groben wie irreführenden Vereinfachung, die am Ende gerade das verrät, was sie zu verteidigen vorgibt.

In der gegenwärtigen kirchlichen Debatte, insbesondere in bestimmten laiengeprägten Milieus, die sich auf eine nur vage definierte „Tradition“ berufen, lässt sich ein ebenso kurioses wie beunruhigendes Phänomen beobachten: das Aufkommen einer Art „Unterwäsche-Theologie“, in der das Geheimnis des Bösen im Wesentlichen auf das beschränkt wird, was — oder was vermeintlich — unterhalb der Gürtellinie geschieht. Alles Übrige kann in den Hintergrund treten: verletzte Nächstenliebe, mit Füßen getretene Gerechtigkeit, manipulierte Wahrheit, vergewaltigtes Gewissen. Entscheidend ist allein, dass die Unterwäsche an ihrem Platz bleibt — sei sie nun real oder symbolisch.

Moralismus und Moral sind nicht dasselbe; das muss von Anfang an klar gesagt werden. Sie fallen nicht zusammen, vielmehr stehen sie einander oft entgegen. Moralismus ist eine Karikatur der Moral, weil er auf rigiden, abstrakten und selektiven Kriterien beruht, während die katholische Moral in der Liebe gründet — jener theologischen Tugend, die die Wahrheit nicht aufhebt, sondern sie für den konkreten, fragilen und sündigen Menschen bewohnbar macht.

Bigotterie, Puritanismus im schlimmsten Sinn und obsessiver Moralismus sind wohlbekannte Erscheinungen. Ehrlicherweise muss jedoch gesagt werden, dass sie nur sehr selten aus einem heilig und authentisch gelebten priesterlichen Dienst hervorgehen. Weitaus häufiger entstehen sie in selbstreferenziellen laienhaften Kreisen, in denen der Mangel an wirklicher pastoraler Erfahrung durch eine ebenso unbeugsame wie abstrakte doktrinäre Selbstsicherheit kompensiert wird.

Es geht hier nicht darum, eine bestimmte Kategorie — die der Priester — zu verteidigen, sondern um die nüchterne Feststellung eines Sachverhalts: Laien, die niemals einer verwundeten Gewissensstimme zugehört haben, die nie einen wirklichen Büßer begleitet haben, die nie das Gewicht heikler geistlicher Begleitungen getragen haben, verfügen kaum über die nötigen Instrumente, um die Komplexität menschlicher Sünde ausgewogen zu beurteilen. Dennoch stürzen sie sich auf Themen, die die intimsten und verletzlichsten Bereiche der menschlichen Seele berühren — oft in belehrendem Ton — und liefern so den Laizisten ein bizarr verzerrtes Bild der Katholizität, während sie zugleich deren Vorurteile und negativen Urteile über die katholische Kirche verstärken.

Die Hierarchie der Sünden ist eine Wahrheit, die heute häufig vergessen wird. Die katholische Morallehre hat stets gelehrt, dass nicht alle Sünden dasselbe Gewicht haben. Es gibt eine objektive Hierarchie des Bösen, begründet in der Schwere der Materie, in der Intention und in den Folgen. Innerhalb dieser Ordnung nehmen die Sünden gegen die Liebe, die Gerechtigkeit und die Wahrheit einen weit schwereren Rang ein als viele Verfehlungen im sexuellen Bereich.

Für die Anhänger der „Unterwäsche-Theologie“ jedoch scheint diese Unterscheidung unerträglich zu sein. Lieber eine schwere Sünde gegen die Nächstenliebe, sofern sie gut gekleidet ist, als eine menschliche Fragilität, die in Kampf und Scham gelebt wird. Lieber respektable Heuchelei als mühsame Wahrheit. So wird das, was eigentlich skandalisieren müsste — Hass, Lüge, Machtmissbrauch, Manipulation der Gewissen — relativiert, während alles, was die persönliche Intimität betrifft, zum bevorzugten Feld einer obsessiven Überwachung wird, ganz typisch — ich wiederhole es — für bestimmte bigotte Laien, nicht für Priester.

Die „Unterwäsche-Theologie“ ist eine Obsession, die oft mehr über jene aussagt, die urteilen, als über jene, über die geurteilt wird. Die manische Fixierung auf Schlafzimmer, Zentimeter, Haltungen und vermeintliche Absichten verrät eine tiefe Unfähigkeit, den eigenen inneren Raum zu bewohnen. Es ist leichter, die Sünden anderer mit der Goldwaage zu messen, als sich der eigenen Gewissensprüfung zu stellen. Der Priester hingegen beginnt — sofern er seinen Dienst ernsthaft ausübt — von einer elementaren und alles andere als theoretischen Voraussetzung: Wir alle sind Sünder, und wir selbst sind die Ersten, die zur Lossprechung von Sünden berufen sind. Aus dieser Einsicht erwächst Barmherzigkeit, nicht Laxheit; Verständnis, nicht Relativismus. Christliche Barmherzigkeit entsteht nicht aus der Verharmlosung der Sünde, sondern aus einer realistischen Kenntnis des Menschen.

Es ist kein Zufall, dass das Evangelium seine schärfsten Worte nicht so sehr an offenkundige Sünder richtet, sondern an jene, die das Gesetz in ein Instrument der Unterdrückung verwandeln. Diese Mahnung Jesu, von berufsmäßigen laienhaften Moralisten so oft vergessen, besitzt eine erschreckende Aktualität:

„Weh auch euch, Gesetzeslehrern! Ihr ladet den Menschen Lasten auf, die sie kaum tragen können, selbst aber rührt ihr diese Lasten nicht einmal mit einem Finger an.“ (Lk 11,46)

Vor diesem Wort müsste jede oberflächliche „Unterwäsche-Theologie“ in sich zusammenbrechen. Denn das Problem ist nicht die Verteidigung der Moral, sondern der perverse Gebrauch der Moral als Instrument der Kontrolle, der Selbstrechtfertigung und der geistlichen Überlegenheit.

Eine Moral, die den Kontakt zur Liebe verliert, wird zur Ideologie. Eine Moral, die Sünden nach den eigenen Obsessionen auswählt, hört auf, christlich zu sein.
Eine Moral, die die Hierarchie des Bösen ignoriert, endet darin, die schwersten Sünden zu schützen und die sichtbareren zu verfolgen.

Die „Unterwäsche-Theologie“ ist kein Zeichen der Treue zur Lehre, sondern Ausdruck eines tiefgreifenden Missverständnisses des Evangeliums. Sie verteidigt die katholische Moral nicht — sie verrät sie. Und paradoxerweise erweist sie gerade jener Kirche, die sie zu retten vorgibt, einen schlechten Dienst.

Zum Schluss ein konkretes, wirklich inkarniertes Beispiel: In den vergangenen Tagen hatte ich Gelegenheit, den Schmerz eines ausgezeichneten jungen Mannes aufzunehmen, der sich von einem anderen jungen Mann, den er geliebt hatte — und den er weiterhin liebte —, verraten und verlassen fühlte; mit ihm hatte er eine Beziehung geführt, die plötzlich und abrupt beendet worden war. Ein wirklicher, zerreißender Schmerz, der keine Belehrungen brauchte, sondern Zuhören. Habe ich moralische Urteile gefällt? Habe ich eine Kasuistik der Schuld erstellt oder diese Beziehung mit dem Maßstab abstrakter Moral vermessen? Keineswegs. Meine priesterliche Aufgabe bestand in diesem Moment darin, eine verwundete Seele aufzunehmen, ihren Schmerz zu sammeln und ihr — soweit möglich — zu helfen, nicht unter dem Gewicht von Enttäuschung und Verlassenheit zusammenzubrechen.

Ich wage mir nicht vorzustellen, welche „Lehre über die Reinheit“ dieser junge Mann erhalten hätte, wenn er sich an gewisse eifrige laienhafte Animatoren gewandt hätte, die sich mit lächelndem Gesicht und geschniegelt-polierter Sprache als katholische Formatoren präsentieren, um sich dann zu erlauben, den Präfekten des Dikasteriums für die Glaubenslehre öffentlich und mit Unverschämtheit zu beleidigen und wiederholt offizielle, vom Heiligen Vater approbierte Dokumente anzufechten.

Dieselben Personen, die in Videos Jugendlichen erklären, „wie weit man gehen darf“, haben in anderen Videos regelrechte Schmutzlaster über Kardinal Víctor Manuel Fernández ausgekippt — wegen eines Dokuments, das vom Papst approbiert wurde und somit einen authentischen Akt des Lehramtes darstellt —, eingeschlossen mit ihren Gefährten in der Logik einer Kirche „nach meinem Geschmack“, in der Autorität nur dann akzeptiert wird, wenn sie die eigenen Obsessionen bestätigt: vom Vetus Ordo Missae bis hin zur theologischen Abirrung einer „Miterlöserschaft“ Mariens.

Es ist daher angebracht, diese Laien daran zu erinnern — die einerseits festlegen, „wie weit man gehen darf“ gemäß ihrer Unterwäsche-Theologie und andererseits als Protagonisten der öffentlichen Verachtung legitimer kirchlicher Autorität auftreten —, dass die systematische, öffentliche und verächtliche Anfechtung des kirchlichen Lehramtes eine weit schwerere, ernstere und objektiv ungeordnetere Sünde darstellt als die affektive Fragilität zweier junger Menschen, die außerhalb der Ehe in einer Beziehung leben.

Ich sage dies ohne jede Zweideutigkeit — als Mensch, als Priester, als Theologe, als Beichtvater und als geistlicher Begleiter. Denn ich bin Priester und davor ein Sünder. Und dafür danke ich Gott, wie vor mir zwei andere große Sünder Gott gedankt haben: der heilige Paulus und der heilige Augustinus. 

Amen.

Von der Insel Patmos, 13. Januar 2026

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La dignità della marginalità non vinta nel passaggio di un anno – The dignity of unconquered marginality in the passage from one year to another – La dignidad de la marginalidad no vencida en el paso de un año a otro – Die würde der nicht überwundenen marginalität im übergang von einem jahr zum anderen

31 Dicembre 2025/in Attualità/da Padre Ariel

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LA DIGNITÀ DELLA MARGINALITÀ NON VINTA NEL PASSAGGIO DI UN ANNO

La speranza cristiana non nasce dal fatto che le cose “andranno meglio”, né dal consenso raccolto o dai risultati ottenuti. Nasce dal sapere che la verità non è misurata dall’immediato, ma sarà giudicata nel tempo ultimo. È in questa fedeltà esposta al tempo e al giudizio — e non nel successo di una stagione — che si decide se una vita è stata semplicemente vissuta o realmente custodita come dono di Dio; se i talenti ricevuti sono stati fatti fruttare, oppure sepolti sottoterra.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa – Article print format – Articulo en formato impreso – Artikel im Druckformat 

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Alla fine dell’anno il mondo ama fare bilanci misurando risultati, successi e fallimenti. È un esercizio rassicurante, perché consente di giudicare la vita secondo criteri visibili e immediatamente verificabili, almeno in apparenza.

In un’ottica cristiana, però, non tutto ciò che è misurabile è vero, e ciò che decide davvero della qualità di un’esistenza spesso non coincide con ciò che appare riuscito agli occhi del mondo. Nel cammino della fede, non di rado, la vera realizzazione assume la forma di ciò che il mondo giudica insuccesso e fallimento. È la logica della croce, che l’Apostolo Paolo non attenua né rende accettabile:

«Noi invece predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1Cor 1,23).

Questa dimensione è vissuta da quanti si ritrovano progressivamente spinti ai margini per non avere tradito la propria coscienza né rinunciato alla verità. Non per una scelta ideologica, né per incapacità personale, ma per una crescente incompatibilità con prassi, linguaggi e criteri di funzionamento dei contesti ecclesiastici nei quali vivono e operano: sistemi che premiano l’adattamento, esigono silenzi opportuni e rendono marginale chi non si rende funzionale. Sotto certi aspetti, potremmo definirli così: gli scandalosi stolti della croce.

Gli stolti della croce generano scandalo rifiutando di piegare il linguaggio per rendere accettabile una decisione oggettivamente ingiusta. Si rifiutano di definire “pastorale” ciò che in realtà è semplice gestione opportunistica dei problemi; rigettano le logiche clericali antievangeliche di chi confonde la fedeltà al Vangelo con l’obbedienza a dinamiche di apparato. Non si prestano a coprire omissioni protratte nel tempo con formule ambigue, né accettano che la mollezza dei chierici venga giustificata con la carenza di clero, con l’urgenza organizzativa o con il richiamo a presunti equilibri da non turbare. Non si adattano a situazioni irregolari presentate come inevitabili, non accettano di essere messi a tacere per “non creare problemi”, né si rendono complici di cordate, protezioni reciproche e narrazioni rassicuranti costruite per occultare la verità.

In questi casi, la riduzione alla marginalità non è il risultato di un errore personale, ma l’effetto collaterale di una coerenza non negoziabile, letta quasi sempre come una sconfitta, come una prova di inadeguatezza o di incapacità relazionale. Non sempre però è così: talvolta è semplicemente il prezzo da pagare per non essersi adattati a un sistema che non tollera ciò che non può controllare o utilizzare. Questo meccanismo non è nuovo né esclusivo dell’ambito ecclesiale. È tipico di ogni struttura di potere chiusa, comprese le organizzazioni mafiose, che non colpiscono per prime chi trasgredisce la legge, ma chi non si rende funzionale: chi non si piega, chi non entra nel circuito delle dipendenze reciproche, chi non accetta il linguaggio, i silenzi e le complicità richieste. In questi sistemi, l’isolamento e la marginalizzazione non sono incidenti, ma strumenti deliberati di controllo.

Accettare una marginalità non vinta rientra nella sapienza della stoltezza della croce e non equivale a rifugiarsi in una nicchia risentita né a coltivare una spiritualità del fallimento. Molto concretamente significa riconoscere che non tutto ciò che è vero trova spazio nei canali ufficiali e che non ogni forma di invisibilità coincide con una perdita. È ciò che accade, ad esempio, a chi rinuncia a ruoli, incarichi o visibilità pur di non firmare documenti ufficiali nei quali una decisione ingiusta viene presentata come “scelta pastorale condivisa”. Accade a chi rifiuta di mascherare responsabilità reali dietro false formule diplomatiche, presentate come “santa prudenza” ma in realtà funzionali a una gestione opportunistica dei problemi. È la condizione di chi continua a lavorare seriamente senza essere promosso perché non appartiene a cordate influenti; di chi pensa e scrive senza essere invitato perché non è allineato alle narrazioni dominanti; di chi esercita responsabilità reali — formative, culturali, educative — senza incarichi ufficiali o appartenenze protettive, perché non accetta di barattare la libertà di giudizio con protezioni o riconoscimenti.

In questi casi, l’invisibilità non è il segno di un fallimento personale, ma una forma di protezione: preserva dalla logica dell’apparenza, sottrae al ricatto del consenso, impedisce di essere utilizzati come strumenti. Talvolta, col tempo, si rivela persino una grazia, non perché renda la vita più facile, ma perché consente di restare liberi, integri e non ricattabili. È la condizione di figure che appaiono relegate ai margini ma non distrutte, credute silenziate e invece rese, proprio per questo, più prolifiche. La Scrittura conosce bene questa dinamica. Mosè viene sottratto alla scena pubblica e condotto nel deserto di Madian prima di essere chiamato a liberare il popolo (cfr. Es 2,15; 3,1); Elia fugge nel deserto, desidera la morte, e proprio lì impara un ascolto che lo sottrae alla violenza del potere e al frastuono dell’azione (cfr. 1Re 19,1-18); Giovanni Battista non nasce né opera al centro, ma nel deserto, lontano dai circuiti religiosi ufficiali, e da lì prepara la via del Signore (cfr. Mt 3,1-3; Mc 1,2-4; Lc 3,1-4). Gesù stesso, prima di ogni parola pubblica e di ogni segno, viene sospinto dallo Spirito nel deserto, dove rifiuta esplicitamente il successo, l’efficacia immediata e il consenso delle folle (cfr. Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13).

Il deserto, nella tradizione biblica ed evangelica, non è il luogo dell’inutilità, ma della purificazione: non produce visibilità, ma libertà; non garantisce successo, ma verità. È in questo spazio che maturano figure irrilevanti in apparenza ma, di fatto, non ricattabili, generate da una fecondità che non dipende dal riconoscimento immediato, ma dalla fedeltà alla verità, dalla libertà interiore e dalla capacità di reggere il tempo senza esserne corrotti.

Se si guarda al Vangelo senza pietismi ansiosi né filtri devozionali, colpisce un dato elementare: Gesù non mostra alcuna ansia di stare al centro. Anzi, quando il centro si affolla, egli se ne sottrae con naturalezza. Predica alle folle (cfr. Mt 5–7; Mc 6,34), ma poi si ritira (cfr. Mc 1,35; Gv 6,15); compie segni (cfr. Mc 1,40-45; Mc 7,31-37), ma raccomanda il silenzio (cfr. Mc 1,44; Mc 8,26); attira discepoli, ma non trattiene chi se ne va (cfr. Gv 6,66-67). In termini attuali, potremmo dire che non cura il proprio “posizionamento”. Eppure nessuno, più di lui, ha inciso nella storia.

Se si assume questo sguardo evangelico, anche le Beatitudini cessano di essere un repertorio edificante da proclamare in occasioni solenni e tornano a essere ciò che sono nella loro realtà cristologica: un criterio di discernimento radicale. Esse non promettono successo, né visibilità, né approvazione; al contrario, descrivono una forma di felicità paradossale, incompatibile con la logica del consenso. I beati, nel Vangelo, non sono coloro che “ce l’hanno fatta”, ma coloro che non hanno barattato la verità con l’applauso (cfr. Mt 5,1-12).

Accanto alle Beatitudini, tuttavia, il Vangelo conserva con altrettanta chiarezza anche l’altra faccia della medaglia: i “guai”. Parole ruvide, poco citate e raramente commentate, forse perché disturbano una spiritualità accomodante. «Guai a voi quando tutti diranno bene di voi» (Lc 6,26): un monito che non sembra rivolto a peccatori scandalosi, ma a persone rispettabili, apprezzate, perfettamente integrate. È come se Gesù mettesse in guardia da una forma sottile di fallimento: quella di chi ottiene consenso al prezzo della propria libertà interiore.

Nel Vangelo il consenso non è mai un valore in sé. Anzi, quando diventa unanime, assume spesso i tratti di un equivoco collettivo. Le folle acclamano, salvo poi scomparire (cfr. Gv 6,14-15.66); i discepoli applaudono, salvo poi discutere su chi sia il più grande (cfr. Mc 9,33-34; Lc 22,24); i notabili riconoscono, salvo poi prendere le distanze per timore o convenienza (cfr. Gv 12,42-43). Gesù attraversa tutto questo senza mai farsene imprigionare. Non cerca l’opposizione, ma neppure la teme; non disprezza il riconoscimento, ma non lo insegue. Potremmo dire, con un sorriso appena accennato, che non scambia mai l’indice di gradimento con la misura della verità, perché l’indice di gradimento è nell’uomo, la verità è in Dio.

È in questo senso che il Vangelo esercita un’ironia tanto discreta quanto implacabile. Proprio coloro che presidiano il centro — i garanti dell’ordine, gli specialisti della correttezza, i professionisti del “si è sempre fatto così” — risultano spesso i meno attrezzati a riconoscere ciò che accade realmente. Mentre si discutono procedure, si redigono documenti e si invocano equilibri da non turbare, la fede prende forma altrove; mentre si sorveglia che nulla esca dal perimetro stabilito, la comprensione matura fuori scena; mentre si misura tutto in termini di consenso e opportunità, la verità passa per strade secondarie, senza chiedere permesso. Non perché ami i margini in quanto tali, ma perché — come il Vangelo mostra con una certa ostinazione — la verità non si lascia amministrare. E meno ancora si lascia certificare dal numero di consensi ottenuti o dalla tranquillità delle coscienze che riesce a preservare.

Accettare una marginalità non vinta, allora, non significa coltivare un gusto per l’opposizione né rifugiarsi in un atteggiamento polemico per principio. Significa, più semplicemente, smettere di misurare il valore di una vita — o di un ministero — in base all’approvazione ricevuta, agli incarichi ottenuti o al consenso raccolto, secondo quella logica che il secolo chiama, senza pudore, narcisismo ipertrofico. In termini concreti, significa non assumere come criterio decisivo il numero di inviti, di riconoscimenti o di attestazioni di stima, ma la rettitudine delle scelte compiute. Il Vangelo, del resto, non chiede di essere applauditi, ma di essere fedeli. E questa fedeltà, non di rado, si esercita lontano dal centro, dove si è meno esposti alle pressioni, più liberi di guardare la realtà per ciò che è e meno costretti a dire ciò che conviene.

La fine dell’anno è spesso caricata di attese sproporzionate. Si pretendono bilanci definitivi, giudizi conclusivi, parole capaci di sistemare tutto una volta per tutte. In realtà, per chi vive con un minimo di onestà interiore, questo tempo non serve a chiudere i conti, ma a smettere di barare: a non raccontarsi storie consolanti, a non confondere ciò che ha avuto successo con ciò che è stato giusto. Non è il momento di proclamare traguardi, ma di distinguere ciò che è essenziale da ciò che è superfluo, ciò che merita di essere custodito da ciò che può essere lasciato andare senza rimpianti.

C’è una libertà particolare che nasce proprio qui: quando si accetta che non tutto debba essere risolto, chiarito o riconosciuto. Alcune vicende restano aperte, alcune domande senza risposta, alcuni gravi torti senza riparazione. Ma non tutto ciò che rimane incompiuto è sterile. Talvolta è semplicemente affidato a un tempo che non coincide con il nostro. Questa consapevolezza, lungi dall’essere una resa, è una forma alta di realismo spirituale.

La “verità sobria” non è una disposizione interiore né un principio astratto: si riconosce dal prezzo che una persona è disposta a pagare per non smentire ciò che ha compreso come vero. Si manifesta quando si accetta di perdere occasioni, incarichi o protezioni pur di non ricorrere a giustificazioni linguistiche, a formule accomodanti o ad alibi morali che rendano presentabile ciò che non può esserlo in nessun caso: fingere che il male sia bene e usare questa menzogna come scudo contro chi tenta di chiamare il male con il suo nome.

In un contesto ecclesiale in oggettivo stato avanzato di decadenza, che misura le persone in base alla visibilità, all’adattabilità e all’utilità immediata, questa scelta ha conseguenze precise, talvolta persino devastanti. Significa continuare a svolgere il proprio ministero o servizio ecclesiale senza essere destinatari di nomine, di cariche onorifiche o di quei contentini con cui il potere lusinga e, insieme, assoggetta; senza essere coinvolti negli organismi decisionali della diocesi o delle istituzioni ecclesiali; senza rendersi disponibili a logiche di governo che esigono silenzi, adattamenti o compromessi ritenuti inammissibili, perché pagati a un prezzo che nessuna coscienza cristiana può accettare: il sacrificio della libertà dei figli di Dio, iscritta fin dall’origine nel mistero stesso della creazione dell’uomo. Significa, infine, accettare che il proprio contributo resti privo di gratificazioni e relegato ai margini, non perché inutile, ma perché non spendibile nei circuiti che contano; e tuttavia destinato, nel silenzio del deserto, a essere seme che porta frutto.

Perseverare, in questo senso, non è una forma di ostinazione né un atteggiamento identitario costruito per distinguersi. È la decisione di restare fedeli a ciò che si è riconosciuto come vero anche quando questa fedeltà comporta silenzio, perdita di ruolo e assenza di riconoscimento.

Nel passaggio da un anno all’altro non viene chiesto di fare bilanci consolatori, ma di guardare ciò che resta quando il tempo ha consumato illusioni, ruoli e giustificazioni. Restano le scelte compiute, le parole dette o taciute, le responsabilità assunte o evitate. È questo, e non altro, il materiale che attraversa il tempo.

La speranza cristiana non nasce dal fatto che le cose “andranno meglio”, né dal consenso raccolto o dai risultati ottenuti. Nasce dal sapere che la verità non è misurata dall’immediato, ma sarà giudicata nel tempo ultimo. È in questa fedeltà esposta al tempo e al giudizio — e non nel successo di una stagione — che si decide se una vita è stata semplicemente vissuta o realmente custodita come dono di Dio; se i talenti ricevuti sono stati fatti fruttare, oppure sepolti sottoterra.

Dall’Isola di Patmos, 31 dicembre 2025

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THE DIGNITY OF UNCONQUERED MARGINALITY IN THE PASSAGE FROM ONE YEAR TO ANOTHER

Christian hope does not arise from the fact that things “will get better”, nor from the consensus gathered or the results obtained. It arises from knowing that truth is not measured by the immediate, but will be judged in the ultimate time. It is in this fidelity exposed to time and to judgement — and not in the success of a season — that it is decided whether a life has been merely lived or truly safeguarded as a gift of God; whether the talents received have been made fruitful, or buried in the ground.

— Ecclesial actuality—

Author
Ariel S. Levi di Gualdo

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At the end of the year the world likes to take stock by measuring results, successes and failures. It is a reassuring exercise, because it allows life to be judged according to visible and immediately verifiable criteria — at least in appearance.

From a Christian perspective, however, not everything that can be measured is true, and what truly decides the quality of an existence often does not coincide with what appears successful in the eyes of the world. In the journey of faith, more often than not, genuine fulfilment takes the form of what the world judges to be failure and defeat. This is the logic of the cross, which the Apostle Paul neither softens nor renders acceptable:

“We proclaim Christ crucified, a stumbling block to Jews and foolishness to Gentiles” (1 Cor 1:23).

This dimension is lived by those who find themselves progressively pushed to the margins because they have not betrayed their conscience nor renounced the truth. Not out of ideological choice, nor because of personal inadequacy, but because of a growing incompatibility with the practices, language and operational criteria of the ecclesial contexts in which they live and work: systems that reward adaptation, demand convenient silences, and marginalise anyone who does not make himself functional. In some respects, we might define them thus: the scandalous fools of the cross.

The fools of the cross generate scandal by refusing to bend language so as to render acceptable a decision that is objectively unjust. They refuse to define as “pastoral” what is in reality nothing more than opportunistic management of problems; they reject anti-evangelical clerical logics that confuse fidelity to the Gospel with obedience to apparatus dynamics. They do not lend themselves to covering up omissions prolonged over time with ambiguous formulas, nor do they accept that clerical flaccidity be justified by a shortage of clergy, by organisational urgency, or by appeals to alleged balances that must not be disturbed. They do not adapt to irregular situations presented as inevitable; they do not accept being silenced “so as not to create problems”; nor do they make themselves accomplices of factions, mutual protections and reassuring narratives constructed to conceal the truth.

In such cases, reduction to marginality is not the result of personal error, but the collateral effect of a non-negotiable coherence, almost always read as defeat, as a sign of inadequacy or relational incapacity. Yet this is not always so: at times it is simply the price to be paid for not having adapted to a system that does not tolerate what it cannot control or exploit. This mechanism is neither new nor exclusive to the ecclesial sphere. It is typical of every closed power structure, including criminal organisations, which do not strike first those who break the law, but those who do not make themselves functional: those who do not bend, who do not enter the circuit of mutual dependencies, who do not accept the required language, silences and complicities. In such systems, isolation and marginalisation are not accidents, but deliberate instruments of control.

Accepting an unconquered marginality belongs to the wisdom of the foolishness of the cross and does not amount to retreating into a resentful niche or cultivating a spirituality of failure. Very concretely, it means recognising that not everything that is true finds space within official channels, and that not every form of invisibility coincides with loss. This is what happens, for example, to those who renounce roles, appointments or visibility rather than sign official documents in which an unjust decision is presented as a “shared pastoral choice”. It happens to those who refuse to mask real responsibilities behind false diplomatic formulas, presented as “holy prudence” but in fact functional to opportunistic management of problems. It is the condition of those who continue to work seriously without being promoted because they do not belong to influential factions; of those who think and write without being invited because they are not aligned with dominant narratives; of those who exercise real responsibilities — formative, cultural, educational — without official appointments or protective affiliations, because they refuse to barter freedom of judgement for protection or recognition.

In these cases, invisibility is not the sign of personal failure, but a form of protection: it preserves one from the logic of appearances, removes one from the blackmail of consensus, prevents one from being used as a tool. At times, over the long term, it even proves to be a grace—not because it makes life easier, but because it allows one to remain free, intact and not subject to blackmail. It is the condition of figures who appear relegated to the margins yet not destroyed, believed to be silenced and instead rendered, precisely for this reason, more prolific. Scripture knows this dynamic well. Moses is removed from the public stage and led into the desert of Midian before being called to liberate the people (cf. Exod 2:15; 3:1); Elijah flees into the desert, desires death, and precisely there learns a listening that removes him from the violence of power and the din of action (cf. 1 Kgs 19:1–18); John the Baptist is neither born nor operates at the centre, but in the desert, far from official religious circuits, and from there prepares the way of the Lord (cf. Matt 3:1–3; Mark 1:2–4; Luke 3:1–4). Jesus himself, before any public word or sign, is driven by the Spirit into the desert, where he explicitly rejects success, immediate effectiveness and the consensus of the crowds (cf. Matt 4:1–11; Mark 1:12–13; Luke 4:1–13).

The desert, in biblical and evangelical tradition, is not the place of uselessness, but of purification: it does not produce visibility, but freedom; it does not guarantee success, but truth. It is in this space that figures mature who are apparently irrelevant yet in fact not subject to blackmail, generated by a fruitfulness that does not depend on immediate recognition, but on fidelity to the truth, interior freedom and the capacity to endure time without being corrupted by it.

If one looks at the Gospel without anxious pieties or devotional filters, one elementary fact stands out: Jesus shows no anxiety about being at the centre. On the contrary, when the centre becomes crowded, he withdraws from it with ease. He preaches to the crowds (cf. Matt 5–7; Mark 6:34), but then he withdraws (cf. Mark 1:35; John 6:15); he performs signs (cf. Mark 1:40–45; Mark 7:31–37), but recommends silence (cf. Mark 1:44; Mark 8:26); he attracts disciples, but does not hold back those who leave (cf. John 6:66–67). In contemporary terms, one might say that he does not tend to his own “positioning”. And yet no one more than he has left a mark on history.

If one adopts this evangelical gaze, even the Beatitudes cease to be an edifying repertory to be proclaimed on solemn occasions and return to being what they are in their Christological reality: a radical criterion of discernment. They promise neither success, nor visibility, nor approval; on the contrary, they describe a paradoxical form of happiness, incompatible with the logic of consensus. In the Gospel, the blessed are not those who “have made it”, but those who have not bartered the truth for applause (cf. Matt 5:1–12).

Alongside the Beatitudes, however, the Gospel preserves with equal clarity the other side of the coin: the “woes”. Harsh words, little cited and rarely commented upon, perhaps because they disturb an accommodating spirituality. “Woe to you when all speak well of you” (Luke 6:26): a warning that does not seem addressed to scandalous sinners, but to respectable, appreciated, perfectly integrated people. It is as if Jesus were warning against a subtle form of failure: that of those who obtain consensus at the price of their own interior freedom.

In the Gospel, consensus is never a value in itself. Indeed, when it becomes unanimous, it often takes on the traits of a collective misunderstanding. The crowds acclaim, only to disappear (cf. John 6:14–15, 66); the disciples applaud, only to argue about who is the greatest (cf. Mark 9:33–34; Luke 22:24); the notables acknowledge, only to distance themselves out of fear or convenience (cf. John 12:42–43). Jesus passes through all of this without ever allowing himself to be imprisoned by it. He does not seek opposition, but neither does he fear it; he does not despise recognition, but he does not pursue it. One might say, with a faintly sketched smile, that he never confuses approval ratings with the measure of truth, because approval ratings are in human beings, whereas truth is in God.

It is in this sense that the Gospel exercises an irony that is as discreet as it is relentless. Precisely those who guard the centre — the guarantors of order, the specialists in correctness, the professionals of “this is how it has always been done” — often prove the least equipped to recognise what is actually taking place. While procedures are discussed, documents drafted and balances invoked that must not be disturbed, faith takes shape elsewhere; while vigilance ensures that nothing escapes the established perimeter, understanding matures offstage; while everything is measured in terms of consensus and opportunity, truth passes along secondary paths, without asking permission. Not because it loves the margins as such, but because — as the Gospel shows with a certain obstinacy — truth does not allow itself to be administered. Still less does it allow itself to be certified by the number of consents obtained or by the tranquillity of consciences it manages to preserve.

To accept an unconquered marginality, then, does not mean cultivating a taste for opposition or retreating into a polemical stance by principle. It means, more simply, ceasing to measure the value of a life — or of a ministry — by the approval received, the appointments obtained or the consensus gathered, according to that logic which the age, without embarrassment, calls hypertrophic narcissism. In concrete terms, it means not adopting as a decisive criterion the number of invitations, recognitions or attestations of esteem, but the rectitude of the choices made. The Gospel, after all, does not ask to be applauded, but to be faithful. And this fidelity is often exercised far from the centre, where one is less exposed to pressure, freer to look at reality for what it is, and less compelled to say what is convenient.

The end of the year is often burdened with disproportionate expectations. Definitive balances are demanded, conclusive judgements, words capable of putting everything in order once and for all. In reality, for anyone who lives with a minimum of interior honesty, this time serves not to close accounts, but to stop cheating: to cease telling oneself consoling stories, to stop confusing what has been successful with what has been just. It is not the moment to proclaim milestones, but to distinguish what is essential from what is superfluous, what deserves to be safeguarded from what can be let go without regret.

There is a particular freedom that is born precisely here: when one accepts that not everything must be resolved, clarified or recognised. Some events remain open, some questions unanswered, some grave wrongs unrepaired. Yet not everything that remains unfinished is sterile. At times it is simply entrusted to a time that does not coincide with our own. This awareness, far from being a surrender, is a high form of spiritual realism.

“Sober truth” is not an interior disposition nor an abstract principle: it is recognised by the price a person is willing to pay in order not to contradict what he has understood to be true. It manifests itself when one accepts the loss of opportunities, appointments or protections rather than resort to linguistic justifications, accommodating formulas or moral alibis that make presentable what can never be so in any case: pretending that evil is good and using this lie as a shield against those who attempt to call evil by its name.

In an ecclesial context in an objectively advanced state of decay, which measures people according to visibility, adaptability and immediate utility, this choice has precise, at times even devastating, consequences. It means continuing to exercise one’s ministry or ecclesial service without being the recipient of appointments, honorary offices or those petty concessions with which power both flatters and subjugates; without being involved in the decision-making bodies of the diocese or ecclesial institutions; without making oneself available to forms of governance that demand silences, adaptations or compromises deemed inadmissible because they are paid for at a price that no Christian conscience can accept: the sacrifice of the freedom of the children of God, inscribed from the beginning in the very mystery of the creation of the human being. It means, finally, accepting that one’s contribution remains without gratification and relegated to the margins, not because it is useless, but because it is not expendable in the circuits that count; and yet destined, in the silence of the desert, to be seed that bears fruit.

Persevering, in this sense, is not a form of obstinacy nor an identity posture constructed to distinguish oneself. It is the decision to remain faithful to what has been recognised as true even when this fidelity entails silence, loss of role and absence of recognition.

In the passage from one year to another, one is not asked to draw consoling balances, but to look at what remains when time has consumed illusions, roles and justifications. What remain are the choices made, the words spoken or left unsaid, the responsibilities assumed or avoided. This, and nothing else, is the material that passes through time.

Christian hope does not arise from the fact that things “will get better”, nor from the consensus gathered or the results obtained. It arises from knowing that truth is not measured by the immediate, but will be judged in the ultimate time. It is in this fidelity exposed to time and to judgement — and not in the success of a season — that it is decided whether a life has been merely lived or truly safeguarded as a gift of God; whether the talents received have been made fruitful, or buried in the ground.

From the Island of Patmos, 31 December 2025

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LA DIGNIDAD DE LA MARGINALIDAD NO VENCIDA EN EL PASO DE UN AÑO A OTRO

La esperanza cristiana no nace del hecho de que las cosas “irán mejor”, ni del consenso alcanzado o de los resultados obtenidos. Nace del saber que la verdad no se mide por lo inmediato, sino que será juzgada en el tiempo final. Es en esta fidelidad expuesta al tiempo y al juicio — y no al éxito de una temporada — donde se decide si una vida ha sido simplemente vivida o realmente apreciada como don de Dios; si los talentos recibidos se han hecho fructificar, o enterrados bajo tierra.

— Actualidad eclesial —

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Al final del año el mundo ama hacer balances midiendo resultados, éxitos y fracasos. Es un ejercicio tranquilizador, porque permite juzgar la vida según criterios visibles e inmediatamente verificables, al menos en apariencia.

Desde una perspectiva cristiana, sin embargo, no todo lo que es medible es verdadero,  y lo que realmente decide la calidad de una existencia muchas veces no coincide con lo que parece exitoso a los ojos del mundo. En el camino de la fe, no pocas veces la verdadera realización adopta la forma de lo que el mundo juzga como fracaso o insuceso. Es la lógica de la cruz, que el apóstol Pablo no atenúa ni hace aceptable:

«Nosotros, en cambio, predicamos a Cristo crucificado, escándalo para los judíos y necedad para los gentiles» (1 Cor 1,23).

Esta dimensión la experimentan quienes se ven progresivamente empujados a los márgenes por no haber traicionado la propia conciencia, ni haber renunciado a la verdad. No por elección ideológica, ni por incapacidad personal, sino por una creciente incompatibilidad con las prácticas, los lenguajes y los criterios de funcionamiento de los contextos eclesiales en los que viven y operan: sistemas que premian la adaptación, exigen silencios oportunos y vuelven marginal a quien no se hace funcional. Bajo ciertos aspectos, podríamos definirlos así: los necios escandalosos de la cruz.

Los necios de la cruz generan escándalo al negarse a torcer el lenguaje para hacer aceptable una decisión objetivamente injusta. Se niegan a definir como “pastoral” lo que en realidad es una simple gestión oportunista de los problemas; rechazan las lógicas clericales antievangélicas de quienes confunden la fidelidad al Evangelio con la obediencia a dinámicas del aparato. No se prestan a cubrir omisiones prolongadas en el tiempo con fórmulas ambiguas, ni aceptan que la blandura de los clérigos sea justificada con la escasez de clero, con la urgencia organizativa o con la apelación a supuestos equilibrios que no deben ser perturbados. No se adaptan a situaciones irregulares presentadas como inevitables. No aceptan ser silenciados “para no crear problemas”, ni se hacen cómplices de consorcios, protecciones recíprocas y narraciones tranquilizadoras construidas para ocultar la verdad.

En estos casos, la reducción a la marginalidad no es el resultado de un error personal, sino el efecto colateral de una coherencia no negociable, leída casi siempre como derrota, como prueba de inadecuación o de una incapacidad relacional. Sin embargo, no siempre es así: a veces es simplemente el precio que se paga por no haberse adaptado a un sistema que no tolera lo que no puede controlar o utilizar. Este mecanismo no es nuevo ni exclusivo del ámbito eclesial. Es propio de toda estructura de poder cerrada, incluidas las organizaciones mafiosas, que no golpean en primer lugar a quienes transgreden la ley, sino a quien no se hace funcional: a quien no se doblega, a quien no entra en el circuito de las dependencias recíprocas, a quien no acepta el lenguaje, los silencios y las complicidades exigidas. En estos sistemas, el aislamiento y la marginación no son accidentes, sino instrumentos deliberados de control.

Aceptar una marginalidad no vencida forma parte de la sabiduría de la necedad de la cruz y no equivale a refugiarse en una nicho resentido ni a cultivar una espiritualidad del fracaso. Muy concretamente, significa reconocer que no todo lo que es verdadero encuentra espacio en los canales oficiales y que no toda forma de invisibilidad coincide con una pérdida. Es lo que sucede, por ejemplo, a quienes renuncian a cargos, encargos o visibilidad con tal de no firmar documentos oficiales en los que una decisión injusta es presentada como “opción pastoral compartida”. Sucede a quienes se niegan a enmascarar responsabilidades reales tras falsas fórmulas diplomáticas, presentadas como “santa prudencia” pero en realidad funcionales a una gestión oportunista de los problemas. Es la condición de quienes siguen trabajando seriamente sin ser promovidos porque no pertenecen a camarillas influyentes; de quien piensa y escribe sin ser invitado porque no está alineado con las narrativas dominantes; de quien ejercen responsabilidades reales —formativas, culturales, educativas— sin cargos oficiales o membresías protectoras, porque no acepta cambiar la libertad de juicio por protecciones o reconocimientos.

En estos casos, la invisibilidad no es el signo de un fracaso personal, sino una forma de protección: preserva de la lógica de la apariencia, sustrae al chantaje del consenso, impide ser utilizados como instrumentos. A veces, con el paso del tiempo, se revela incluso como una gracia, no porque haga la vida más fácil, sino porque permite permanecer libres, íntegros y no chantajeables. Es la condición de figuras que parecen relegadas a los márgenes pero no destruidas, consideradas silenciadas y sin embargo, precisamente por ello, hechas más fecundas. La Escritura conoce bien esta dinámica. Moisés es apartado de la escena pública y conducido al desierto de Madián antes de ser llamado a liberar al pueblo (cf. Ex 2,15; 3,1); Elías huye al desierto, desea la muerte, y precisamente allí aprende la escucha que lo aleja de la violencia del poder y del estruendo de la acción (cf. 1 Re 19,1-18); Juan el Bautista no nace ni actúa en el centro, sino en el desierto, lejos de los circuitos religiosos oficiales, y desde allí prepara el camino del Señor (cf. Mt 3,1-3; Mc 1,2-4; Lc 3,1-4). El mismo Jesús, antes de toda palabra pública y de todo signo, es impulsado por el Espíritu al desierto, donde rechaza explícitamente el éxito, la eficacia inmediata y el consenso de las multitudes (cf. Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13).

El desierto, en la tradición bíblica y evangélica, no es el lugar de la inutilidad, sino de la purificación: no produce visibilidad, sino libertad; no garantiza éxito, sino verdad. Es en este espacio donde maduran figuras aparentemente irrelevantes pero, que en realidad no son chantajeables, engendradas por una fecundidad que no depende del reconocimiento inmediato, sino de la fidelidad a la verdad, de la libertad interior y de la capacidad de sostener el tiempo sin dejarse corromper por él.

Si se mira al Evangelio sin pietismos ansiosos ni filtros devocionales, llama la atención un dato elemental: Jesús no muestra ninguna ansiedad por estar en el centro. Al contrario, cuando el centro se llenan de gente, se sustrae de él con naturalidad. Predica a las multitudes (cf. Mt 5–7; Mc 6,34), pero luego se retira (cf. Mc 1,35; Jn 6,15); realiza signos (cf. Mc 1,40-45; Mc 7,31-37), pero recomienda el silencio (cf. Mc 1,44; Mc 8,26); atrae discípulos, pero no retiene a quienes se marchan (cf. Jn 6,66-67). En términos actuales, podríamos decir que no le importa su propio “posicionamiento”. Sin embargo, nadie más que él ha tenido impactado en la historia.

Si se asume esta mirada evangélica, también las Bienaventuranzas dejan de ser un repertorio edificante que se proclama en ocasiones solemnes y vuelven a ser lo que son en su realidad cristológica: un criterio de discernimiento radical. No prometen éxito, ni visibilidad, ni aprobación; por el contrario, describen una forma de felicidad paradójica, incompatible con la lógica del consenso. Los bienaventurados, en el Evangelio, no son los que “lo han conseguido”, sino los que no han cambiado la verdad con el aplauso (cf. Mt 5,1-12).

Pero junto a las Bienaventuranzas, el Evangelio conserva con la igual claridad la otra cara de la moneda: los “ayes”. Palabras ásperas, poco citadas y raramente comentadas, quizá porque perturban una espiritualidad acomodaticia. «¡Ay de vosotros cuando todos hablen bien de vosotros!» (Lc 6,26): una advertencia que no parece dirigida a pecadores escandalosos, sino a personas respetables, apreciadas, perfectamente integradas. Es como si Jesús advirtiera contra una forma sutil de fracaso: la de quienes obtienen consenso al precio de su propia libertad interior.

En el Evangelio el consenso nunca es un valor en sí mismo. Más aún, cuando se vuelve unánime, suele asumir los rasgos de un equívoco colectivo. Las multitudes aclaman, para luego desaparecer (cf. Jn 6,14-15.66); los discípulos aplauden, para luego discutir sobre quién es el más grande (cf. Mc 9,33-34; Lc 22,24); los notables reconocen, para luego tomar distancia por miedo o conveniencia (cf. Jn 12,42-43). Jesús atraviesa todo esto sin dejarse jamás aprisionar por ello. No busca la oposición, pero tampoco la teme; no desprecia el reconocimiento, pero no lo persigue. Podríamos decir, con una sonrisa apenas esbozada, que nunca confunde el índice de aprobación con la medida de la verdad, porque el índice de aprobación está en el hombre, la verdad está en Dios.

Es en este sentido como el Evangelio ejerce una ironía tan discreta como implacable. Precisamente quienes custodian el centro — los garantes del orden, los especialistas de la corrección, los profesionales del “siempre se ha hecho así”— resultan a menudo los menos capacitados para reconocer lo que realmente sucede. Mientras se discuten procedimientos, se redactan documentos y se invocan equilibrios que no deben ser perturbados, la fe toma cuerpo en otra parte; mientras se vigila que nada salga del perímetro establecido, la comprensión madura fuera del escenario; mientras todo se mide en términos de consenso y oportunidad, la verdad pasa por caminos secundarios, sin pedir permiso. No porque ame los márgenes en cuanto tales, sino porque — como muestra el Evangelio con cierta obstinación — la verdad no se deja administrar. Y menos aún se deja certificar por el número de consensos obtenidos o por la tranquilidad de las conciencias que logra preservar.

Aceptar una marginalidad no vencida, entonces no significa cultivar un gusto por la oposición, ni refugiarse en una actitud polémica por principio. Significa, más sencillamente, dejar de medir el valor de una vida — o de un ministerio — según la aprobación recibida, los cargos obtenidos o el consenso reunido, según aquella lógica que el siglo llama, sin pudor, narcisismo hipertrofiado. En términos concretos, significa no asumir como criterio decisivo el número de invitaciones, de reconocimientos o de muestras de estima, sino la rectitud de las decisiones tomadas. El Evangelio, por lo demás, no pide ser aplaudido, sino ser fiel. Y esta fidelidad, no pocas veces, se ejerce lejos del centro, donde se está menos expuesto a las presiones, más libre para mirar la realidad tal como es y menos obligado a decir lo que conviene.

El final del año suele cargarse de expectativas desproporcionadas. Se exigen balances definitivos, juicios concluyentes, palabras capaces de arreglarlo todo de una vez por todas. En realidad, para quien vive con un mínimo de honestidad interior, este tiempo no sirve para cerrar cuentas, sino para dejar de engañarse: para no contarse historias consoladoras, para no confundir lo que ha tenido éxito con lo que ha sido justo. No es el momento de proclamar metas alcanzadas, sino de distinguir lo esencial de lo superfluo, lo que merece ser custodiado de lo que puede ser dejado ir sin arrepentimientos.

Hay una libertad particular que nace precisamente aquí: cuando se acepta que no todo deba ser resuelto, aclarado o reconocido. Algunas vicisitudes permanecen abiertas, algunas preguntas sin respuesta, algunas graves injusticias sin reparación. Pero no todo lo que queda inconcluso es estéril. A veces es simplemente confiado a un tiempo que no coincide con el nuestro. Esta conciencia, lejos de ser una rendición, es una forma elevada de realismo espiritual.

La “verdad sobria” no es una disposición interior ni un principio abstracto: se reconoce por el precio que una persona está dispuesta a pagar para no desmentir aquello que ha comprendido como verdadero. Se manifiesta cuando se acepta perder oportunidades, cargos o protecciones con tal de no recurrir a justificaciones lingüísticas, a fórmulas acomodaticias o a coartadas morales que hagan presentable lo que en ningún caso puede serlo: fingir que el mal es bien y usar esta mentira como escudo contra quienes intentan llamar al mal por su nombre.

En un contexto eclesial en un estado objetivamente avanzado de decadencia, que mide a las personas según la visibilidad, la adaptabilidad y la utilidad inmediata, esta elección tiene consecuencias precisas, a veces incluso devastadoras. Significa seguir ejerciendo el propio ministerio o servicio eclesial sin ser destinatarios de nombramientos, cargos honoríficos o de esas pequeñas concesiones con las que el poder halaga y, al mismo tiempo, somete; sin ser involucrados en los organismos decisorios de la diócesis o de las instituciones eclesiales; sin ponerse a disposición de lógicas de gobierno que exigen silencios, adaptaciones o compromisos considerados inadmisibles, porque se pagan a un precio que ninguna conciencia cristiana puede aceptar: el sacrificio de la libertad de los hijos de Dios, inscrita desde el origen en el mismo misterio de la creación del hombre. Significa, finalmente, aceptar que la propia contribución permanezca sin gratificaciones y relegada a los márgenes, no porque sea inútil, sino porque no es utilizable en los circuitos que cuentan; y, sin embargo, destinada, en el silencio del desierto, a ser semilla que da fruto.

Perseverar, en este sentido, no es una forma de obstinación ni una postura identitaria construida para distinguirse. Es la decisión de permanecer fieles a lo que se ha reconocido como verdadero incluso cuando esta fidelidad comporta silencio, pérdida de rol y ausencia de reconocimiento.

En el paso de un año a otro no se pide hacer balances consoladores, sino mirar lo que queda cuando el tiempo ha consumido ilusiones, roles y justificaciones. Quedan las decisiones tomadas, las palabras dichas o calladas, las responsabilidades asumidas o eludidas. Esto, y nada más, es el material que atraviesa el tiempo.

La esperanza cristiana no nace del hecho de que las cosas “irán mejor”, ni del consenso alcanzado o de los resultados obtenidos. Nace del saber que la verdad no se mide por lo inmediato, sino que será juzgada en el tiempo final. Es en esta fidelidad expuesta al tiempo y al juicio — y no en el éxito de una temporada — donde se decide si una vida ha sido simplemente vivida o realmente apreciada como don de Dios; si los talentos recibidos se han hecho fructificar, o enterrados bajo tierra.

Desde la Isla de Patmos, 31 de diciembre de 2025

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DIE WÜRDE DER NICHT ÜBERWUNDENEN MARGINALITÄT IM ÜBERGANG VON EINEM JAHR ZUM ANDEREN

Die christliche Hoffnung entspringt nicht der Erwartung, dass die Dinge „besser werden“, noch dem gesammelten Konsens oder den erzielten Ergebnissen. Sie entspringt dem Wissen, dass Wahrheit nicht am Unmittelbaren gemessen wird, sondern im letzten Gericht beurteilt werden wird. In dieser dem Zeitverlauf und dem Gericht ausgesetzten Treue — und nicht im Erfolg einer Saison — entscheidet sich, ob ein Leben bloß gelebt oder wirklich als Gabe Gottes bewahrt wurde; ob die empfangenen Talente fruchtbar gemacht oder in der Erde vergraben worden sind.

— Kirchliche Aktualität —

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Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Am Ende des Jahres neigt die Welt dazu, Bilanz zu ziehen, indem sie Ergebnisse, Erfolge und Misserfolge misst. Es ist eine beruhigende Übung, weil sie erlaubt, das Leben nach sichtbaren und scheinbar unmittelbar überprüfbaren Kriterien zu beurteilen.

Aus christlicher Perspektive jedoch ist nicht alles, was messbar ist, wahr, und das, was tatsächlich über die Qualität einer Existenz entscheidet, fällt oft nicht mit dem zusammen, was in den Augen der Welt als gelungen erscheint. Auf dem Weg des Glaubens nimmt wahre Erfüllung nicht selten die Gestalt dessen an, was die Welt als Scheitern und Misserfolg beurteilt. Das ist die Logik des Kreuzes, die der Apostel Paulus weder abschwächt noch akzeptabel macht:

„Wir dagegen verkünden Christus als den Gekreuzigten, für Juden ein Ärgernis, für Heiden eine Torheit“ (1 Kor 1,23).

Diese Dimension wird von jenen gelebt, die sich allmählich an den Rand gedrängt sehen, weil sie ihr Gewissen nicht verraten und auf die Wahrheit nicht verzichtet haben. Nicht aus ideologischer Entscheidung, nicht aus persönlicher Unfähigkeit, sondern aufgrund einer zunehmenden Unvereinbarkeit mit Praktiken, Sprachformen und Funktionskriterien der kirchlichen Kontexte, in denen sie leben und wirken: Systeme, die Anpassung belohnen, opportunes Schweigen verlangen und jene marginalisieren, die sich nicht funktionalisieren lassen. Unter einem bestimmten Gesichtspunkt könnte man sie so bezeichnen: die skandalösen Toren des Kreuzes.

Die Toren des Kreuzes erregen Anstoß, indem sie sich weigern, die Sprache zu beugen, um eine objektiv ungerechte Entscheidung akzeptabel erscheinen zu lassen. Sie verweigern es, als „pastoral“ zu bezeichnen, was in Wirklichkeit nichts anderes ist als opportunistisches Problemmangement; sie weisen antievangelikale klerikale Logiken zurück, die die Treue zum Evangelium mit dem Gehorsam gegenüber Apparatedynamiken verwechseln. Sie lassen sich nicht darauf ein, über lange Zeit hinweg bestehende Versäumnisse mit mehrdeutigen Formeln zu verdecken, noch akzeptieren sie, dass die Laxheit von Klerikern mit Priestermangel, organisatorischer Dringlichkeit oder mit dem Verweis auf angebliche Gleichgewichte gerechtfertigt wird, die nicht gestört werden dürften. Sie passen sich nicht an als unvermeidlich dargestellte irreguläre Situationen an, sie lassen sich nicht zum Schweigen bringen „um keine Probleme zu verursachen“, noch machen sie sich zu Komplizen von Seilschaften, gegenseitigen Schutzmechanismen und beruhigenden Erzählungen, die dazu dienen, die Wahrheit zu verdecken.

In solchen Fällen ist die Reduktion auf Marginalität nicht das Ergebnis eines persönlichen Fehlers, sondern die Nebenwirkung einer nicht verhandelbaren Kohärenz, die fast immer als Niederlage, als Zeichen von Unzulänglichkeit oder relationaler Unfähigkeit gelesen wird. Doch ist das nicht immer so: Manchmal ist es schlicht der Preis dafür, sich nicht an ein System angepasst zu haben, das nicht toleriert, was es weder kontrollieren noch verwerten kann. Dieser Mechanismus ist weder neu noch auf den kirchlichen Bereich beschränkt. Er ist typisch für jede geschlossene Machtstruktur, einschließlich krimineller Organisationen, die nicht zuerst jene treffen, die das Gesetz brechen, sondern jene, die sich nicht funktional machen lassen: jene, die sich nicht beugen, die nicht in den Kreislauf wechselseitiger Abhängigkeiten eintreten, die Sprache, Schweigen und geforderte Komplizenschaften nicht akzeptieren. In solchen Systemen sind Isolation und Marginalisierung keine Unfälle, sondern bewusste Instrumente der Kontrolle.

Eine nicht überwundene Marginalität anzunehmen gehört zur Weisheit der Torheit des Kreuzes und bedeutet weder, sich in eine ressentimentgeladene Nische zurückzuziehen, noch eine Spiritualität des Scheiterns zu kultivieren. Ganz konkret heißt das anzuerkennen, dass nicht alles Wahre in den offiziellen Kanälen Platz findet und dass nicht jede Form von Unsichtbarkeit mit Verlust gleichzusetzen ist. Das zeigt sich etwa bei jenen, die auf Rollen, Ämter oder Sichtbarkeit verzichten, um keine offiziellen Dokumente zu unterzeichnen, in denen eine ungerechte Entscheidung als „gemeinsam getragene pastorale Option“ dargestellt wird. Es zeigt sich bei denen, die sich weigern, reale Verantwortlichkeiten hinter falschen diplomatischen Formeln zu verbergen, die als „heilige Klugheit“ ausgegeben werden, in Wirklichkeit aber einer opportunistischen Problemverwaltung dienen. Es ist die Situation jener, die ernsthaft weiterarbeiten, ohne befördert zu werden, weil sie keiner einflussreichen Seilschaft angehören; jener, die denken und schreiben, ohne eingeladen zu werden, weil sie nicht mit den dominanten Narrativen übereinstimmen; jener, die reale Verantwortung tragen — in Bildung, Kultur und Erziehung — ohne offizielle Ämter oder schützende Zugehörigkeiten, weil sie nicht bereit sind, die Freiheit des Urteils gegen Schutz oder Anerkennung einzutauschen.

In diesen Fällen ist Unsichtbarkeit kein Zeichen persönlichen Scheiterns, sondern eine Form des Schutzes: Sie bewahrt vor der Logik des Scheins, entzieht dem Erpressungsdruck des Konsenses und verhindert, instrumentalisiert zu werden. Mitunter erweist sie sich im Lauf der Zeit sogar als Gnade — nicht weil sie das Leben leichter macht, sondern weil sie erlaubt, frei, integer und nicht erpressbar zu bleiben. Es ist die Situation von Gestalten, die an den Rand gedrängt erscheinen, ohne zerstört zu sein, für zum Schweigen gebracht gehalten werden und gerade dadurch fruchtbarer werden. Die Schrift kennt diese Dynamik gut. Mose wird der öffentlichen Bühne entzogen und in die Wüste Midians geführt, bevor er berufen wird, das Volk zu befreien (vgl. Ex 2,15; 3,1); Elija flieht in die Wüste, wünscht den Tod, und gerade dort lernt er ein Hören, das ihn der Gewalt der Macht und dem Lärm des Handelns entzieht (vgl. 1 Kön 19,1–18); Johannes der Täufer wird weder im Zentrum geboren noch wirkt er dort, sondern in der Wüste, fern der offiziellen religiösen Kreisläufe, und von dort bereitet er den Weg des Herrn (vgl. Mt 3,1–3; Mk 1,2–4; Lk 3,1–4). Jesus selbst wird, noch vor jedem öffentlichen Wort und jedem Zeichen, vom Geist in die Wüste getrieben, wo er ausdrücklich Erfolg, unmittelbare Wirksamkeit und den Beifall der Menge zurückweist (vgl. Mt 4,1–11; Mk 1,12–13; Lk 4,1–13).

Die Wüste ist in der biblischen und evangelischen Tradition nicht der Ort der Nutzlosigkeit, sondern der Reinigung: Sie erzeugt keine Sichtbarkeit, sondern Freiheit; sie garantiert keinen Erfolg, sondern Wahrheit. In diesem Raum reifen Gestalten heran, die äußerlich irrelevant erscheinen, tatsächlich aber nicht erpressbar sind, hervorgebracht von einer Fruchtbarkeit, die nicht von unmittelbarer Anerkennung abhängt, sondern von der Treue zur Wahrheit, von innerer Freiheit und von der Fähigkeit, der Zeit standzuhalten, ohne von ihr korrumpiert zu werden.

Betrachtet man das Evangelium ohne ängstliche Pietismen und ohne devotionalen Filter, fällt ein elementarer Befund auf: Jesus zeigt keinerlei Angst, im Zentrum zu stehen. Im Gegenteil: Wenn sich das Zentrum füllt, entzieht er sich ihm mit Selbstverständlichkeit. Er predigt zu den Volksmengen (vgl. Mt 5–7; Mk 6,34), zieht sich dann aber zurück (vgl. Mk 1,35; Joh 6,15); er wirkt Zeichen (vgl. Mk 1,40–45; Mk 7,31–37), empfiehlt jedoch das Schweigen (vgl. Mk 1,44; Mk 8,26); er zieht Jünger an, hält aber jene nicht fest, die weggehen (vgl. Joh 6,66–67). In heutiger Sprache könnte man sagen, er kümmert sich nicht um sein eigenes „Positioning“. Und doch hat niemand mehr als er die Geschichte geprägt.

Nimmt man diesen evangelischen Blick ein, hören auch die Seligpreisungen auf, ein erbauliches Repertoire für feierliche Anlässe zu sein, und werden wieder das, was sie in ihrer christologischen Realität sind: ein radikales Kriterium der Unterscheidung. Sie versprechen weder Erfolg noch Sichtbarkeit noch Zustimmung; vielmehr beschreiben sie eine paradoxe Form von Glück, die mit der Logik des Konsenses unvereinbar ist. Die Seligen im Evangelium sind nicht jene, die „es geschafft haben“, sondern jene, die die Wahrheit nicht gegen Beifall eingetauscht haben (vgl. Mt 5,1–12).

Neben den Seligpreisungen bewahrt das Evangelium jedoch mit derselben Klarheit auch die andere Seite der Medaille: die „Weherufe“. Harte Worte, wenig zitiert und selten kommentiert, vielleicht weil sie eine bequeme Spiritualität stören. „Weh euch, wenn euch alle Menschen loben“ (Lk 6,26): eine Mahnung, die sich nicht an skandalöse Sünder zu richten scheint, sondern an respektable, geschätzte, vollkommen integrierte Personen. Es ist, als würde Jesus vor einer subtilen Form des Scheiterns warnen: jener, bei der Konsens um den Preis der eigenen inneren Freiheit erkauft wird.

Im Evangelium ist Konsens niemals ein Wert an sich. Mehr noch: Wenn er einmütig wird, nimmt er häufig die Züge eines kollektiven Missverständnisses an. Die Volksmengen jubeln, um dann zu verschwinden (vgl. Joh 6,14–15.66); die Jünger applaudieren, um dann darüber zu streiten, wer der Größte sei (vgl. Mk 9,33–34; Lk 22,24); die Notablen erkennen an, um dann aus Angst oder Zweckmäßigkeit auf Distanz zu gehen (vgl. Joh 12,42–43). Jesus durchschreitet all dies, ohne sich je davon gefangen nehmen zu lassen. Er sucht die Opposition nicht, fürchtet sie aber auch nicht; er verachtet Anerkennung nicht, jagt ihr jedoch nicht nach. Man könnte mit einem kaum angedeuteten Lächeln sagen, dass er nie Zustimmungswerte mit dem Maß der Wahrheit verwechselt, denn Zustimmungswerte liegen im Menschen, die Wahrheit liegt in Gott.

In diesem Sinn übt das Evangelium eine ebenso diskrete wie unerbittliche Ironie aus. Gerade jene, die das Zentrum besetzen — die Garanten der Ordnung, die Spezialisten der Korrektheit, die Profis des „Das haben wir immer so gemacht“ — erweisen sich oft als die am wenigsten Befähigten, das tatsächlich Geschehende zu erkennen. Während man Verfahren diskutiert, Dokumente verfasst und Gleichgewichte beschwört, die nicht gestört werden dürfen, nimmt der Glaube anderswo Gestalt an; während man darauf achtet, dass nichts den festgelegten Rahmen verlässt, reift das Verständnis außerhalb der Bühne; während alles in Kategorien von Konsens und Opportunität gemessen wird, geht die Wahrheit Nebenwege, ohne um Erlaubnis zu bitten. Nicht weil sie die Ränder als solche liebt, sondern weil — wie das Evangelium mit einer gewissen Hartnäckigkeit zeigt — die Wahrheit sich nicht verwalten lässt. Und noch weniger lässt sie sich durch die Zahl der erzielten Zustimmungen oder durch die Ruhe der Gewissen zertifizieren, die man zu bewahren vermag.

Eine nicht überwundene Marginalität anzunehmen bedeutet also nicht, eine Vorliebe für Opposition zu kultivieren oder sich aus Prinzip in eine polemische Haltung zu flüchten. Es bedeutet vielmehr, aufzuhören, den Wert eines Lebens — oder eines Dienstes — nach der erhaltenen Zustimmung, den erlangten Ämtern oder dem gesammelten Konsens zu bemessen, gemäß jener Logik, die das Zeitalter ohne Scham hypertrophen Narzissmus nennt. Konkret heißt das, nicht die Zahl der Einladungen, der Anerkennungen oder der Wertschätzungen zum entscheidenden Kriterium zu machen, sondern die Redlichkeit der getroffenen Entscheidungen. Das Evangelium verlangt schließlich nicht, bejubelt zu werden, sondern treu zu sein. Und diese Treue wird nicht selten fern vom Zentrum gelebt, wo man weniger dem Druck ausgesetzt ist, freier die Wirklichkeit als das sehen kann, was sie ist, und weniger gezwungen ist, das zu sagen, was opportun erscheint.

Der Jahreswechsel ist oft mit unverhältnismäßigen Erwartungen aufgeladen. Man verlangt definitive Bilanzen, abschließende Urteile, Worte, die alles ein für alle Mal ordnen sollen. In Wirklichkeit dient diese Zeit für den, der mit einem Minimum an innerer Ehrlichkeit lebt, nicht dazu, Rechnungen zu schließen, sondern damit aufzuhören zu schummeln: sich keine tröstenden Geschichten mehr zu erzählen, nicht zu verwechseln, was Erfolg hatte, mit dem, was gerecht war. Es ist nicht der Moment, Etappensiege auszurufen, sondern das Wesentliche vom Überflüssigen zu unterscheiden, das zu Bewahrende von dem, was ohne Reue losgelassen werden kann.

Hier entsteht eine besondere Freiheit: wenn man akzeptiert, dass nicht alles gelöst, geklärt oder anerkannt werden muss. Manche Vorgänge bleiben offen, manche Fragen unbeantwortet, manche schweren Unrechtstaten ohne Wiedergutmachung. Doch nicht alles Unvollendete ist steril. Mitunter ist es schlicht einer Zeit anvertraut, die nicht mit der unseren zusammenfällt. Dieses Bewusstsein ist weit davon entfernt, eine Kapitulation zu sein; es ist eine hohe Form geistlichen Realismus.

Die „nüchterne Wahrheit“ ist weder eine innere Disposition noch ein abstraktes Prinzip: Man erkennt sie an dem Preis, den ein Mensch bereit ist zu zahlen, um dem nicht zu widersprechen, was er als wahr erkannt hat. Sie zeigt sich, wenn man bereit ist, Gelegenheiten, Ämter oder Schutz zu verlieren, statt auf sprachliche Rechtfertigungen, beschwichtigende Formeln oder moralische Alibis zurückzugreifen, die etwas präsentabel machen, was es unter keinen Umständen sein kann: so zu tun, als sei das Böse gut, und diese Lüge als Schild gegen jene zu benutzen, die versuchen, das Böse beim Namen zu nennen.

In einem kirchlichen Kontext, der sich objektiv in einem fortgeschrittenen Zustand des Verfalls befindet und Menschen nach Sichtbarkeit, Anpassungsfähigkeit und unmittelbarer Nützlichkeit bemisst, hat diese Entscheidung konkrete, mitunter sogar verheerende Konsequenzen. Sie bedeutet, den eigenen kirchlichen Dienst oder Auftrag weiter auszuüben, ohne Empfänger von Ernennungen, Ehrenämtern oder jener kleinen Zugeständnisse zu sein, mit denen Macht zugleich schmeichelt und unterwirft; ohne in die Entscheidungsgremien der Diözese oder kirchlicher Institutionen eingebunden zu werden; ohne sich Regierungslogiken zur Verfügung zu stellen, die Schweigen, Anpassung oder Kompromisse verlangen, die als unzulässig erachtet werden, weil sie zu einem Preis erkauft werden, den kein christliches Gewissen akzeptieren kann: dem Opfer der Freiheit der Kinder Gottes, die von Anfang an in das Geheimnis der Erschaffung des Menschen eingeschrieben ist. Sie bedeutet schließlich, zu akzeptieren, dass der eigene Beitrag ohne Gratifikationen bleibt und an den Rand gedrängt wird, nicht weil er nutzlos wäre, sondern weil er in den maßgeblichen Kreisläufen nicht verwertbar ist; und dennoch dazu bestimmt, in der Stille der Wüste ein Same zu sein, der Frucht bringt.

In diesem Sinn zu verharren ist weder eine Form von Starrsinn noch eine identitäre Pose, die zur Abgrenzung konstruiert wurde. Es ist die Entscheidung, dem treu zu bleiben, was man als wahr erkannt hat, auch wenn diese Treue Schweigen, Rollenverlust und mangelnde Anerkennung mit sich bringt.

Im Übergang von einem Jahr zum anderen wird nicht verlangt, tröstliche Bilanzen zu ziehen, sondern darauf zu schauen, was bleibt, wenn die Zeit Illusionen, Rollen und Rechtfertigungen aufgezehrt hat. Es bleiben die getroffenen Entscheidungen, die gesprochenen oder verschwiegenen Worte, die übernommenen oder vermiedenen Verantwortungen. Das ist — und nichts anderes — das Material, das die Zeit durchquert.

Die christliche Hoffnung entspringt nicht der Erwartung, dass die Dinge „besser werden“, noch dem gesammelten Konsens oder den erzielten Ergebnissen. Sie entspringt dem Wissen, dass Wahrheit nicht am Unmittelbaren gemessen wird, sondern im letzten Gericht beurteilt werden wird. In dieser dem Zeitverlauf und dem Gericht ausgesetzten Treue — und nicht im Erfolg einer Saison — entscheidet sich, ob ein Leben bloß gelebt oder wirklich als Gabe Gottes bewahrt wurde; ob die empfangenen Talente fruchtbar gemacht oder in der Erde vergraben worden sind.

Von der Insel Patmos, 31. Dezember 2025

 

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