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La Comunione ai divorziati risposati: lectio magistralis di Giovanni Cavalcoli a Corrado Gnerre & C.

19 Ottobre 2015/27 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

LA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI: LECTIO MAGISTRALIS DI GIOVANNI CAVALCOLI A CORRADO GNERRE & C

L’impressione che a volte il Papa non si attenga al dato rivelato trasmesso dalla Sacra Tradizione, è sempre un’impressione falsa, che deve farci comprendere che con simile atteggiamento mentale si finisce col cadere sotto il rimprovero del Signore, fatto ai farisei di non ascoltare la Parola del Dio eterno, che non passa e non muta, ma di farsi schiavi di caduche e vane “tradizioni di uomini”

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Giovanni Cavalcoli foto ordine

l’accademico pontificio domenicano Giovanni Cavalcoli

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Rispondo alle recenti critiche a me rivolte dal Prof. Corrado Gnerre e pubblicate nei siti Corrispondenza Romana [cf. QUI], Riscossa cristiana [cf. QUI], Chiesa e Postconcilio [cf. QUI] e altri. Il lettore potrà leggere le critiche in tre punti nei suddetti siti. Qui pubblico le mie risposte punto per punto.

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Primo punto – Peccato e situazione di peccato

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I divorziati risposati, nel giudizio della Chiesa, sono in una posizione “irregolare” e per questo sono esclusi dai sacramenti. Ma il sostenere che con ciò siano in uno “stato di peccato grave” è un giudizio temerario, che non tiene conto di che cosa è il peccato e qual è il suo dinamismo nel concreto delle coscienze. Essi infatti possono in qualunque momento, con la grazia di Dio, pentirsi ed ottenere il perdono di Dio, anche senza il sacramento della penitenza.

Per chiarire la discussione, ritengo utile fare alcune premesse di teologia morale. Comincio allora col dire che la condotta umana cosciente è costituita da una successione di atti della volontà, ora buoni, ed abbiamo la buona azione, connessa alla virtù; ora cattivi, ed abbiamo la cattiva azione, ossia il peccato, connesso col vizio.

È in potere del nostro libero arbitrio operare un’alternanza, nel tempo, di buone azioni e di peccati. In questo dinamismo del nostro volere gioca l’azione della grazia divina, la quale ci sollecita al bene, ci sostiene nel compierlo e, quando commettiamo il male, ci muove a pentirci e a chiedere perdono a Dio, col proposito di non più peccare e di evitare le prossime occasioni del peccato. Infine, sulla base di questi presupposti, Dio ci perdona e ci ridona la grazia, nel caso l’avessimo perduta col peccato mortale.

Per avere un quadro completo dell’agire umano e del suo funzionamento, e poter quindi dare un giudizio o una valutazione circa la grave questione che stiamo trattando, dobbiamo tener conto anche di altri fattori, che concorrono, seppur in modo accidentale e occasionale alla formazione dell’atto umano o morale, buono o cattivo che sia. Si tratta di motivazioni, incentivi, spinte, stimoli, sollecitazioni o pressioni più o meno forti o persistenti, favorevoli o sfavorevoli all’atto buono o cattivo, che possono provenire o dall’interno o dall’esterno del soggetto agente, e che possono essere o non essere favoriti o causati dalla volontà dello stesso soggetto agente.

Stimoli interni sono i progetti, gli intenti, le idee, i desideri, l’immaginazione, le tendenze, le abitudini, gli interessi, le disposizioni e le passioni del soggetto. Stimoli esterni sono l’ambiente umano e fisico, gli stimoli e influssi ricevuti dagli altri, le occasioni di operare il bene o il male, che si presentano, cercate o non cercate, previste o non previste.

In particolare, per quanto riguarda il peccato, esistono le tentazioni, che vengono o dall’intimo o da incontri o frequentazioni o esperienze pericolose o dannose, da cattivi esempi o dalle seduzioni di peccatori, persone tentatrici, con le quali si convive o si deve o si è obbligati o costretti a convivere.

Se le occasioni di peccare sono frequenti ed inevitabili, la caduta che consegue è meno imputabile, considerando da una parte la spinta della passione e dall’altra la pressione esercitata sulla volontà dall’occasione di peccato. La nostra volontà ha una forza limitata. Il peccato si verifica solo quando, potendo resistere alla tentazione, non lo facciamo. Ma se la tentazione è troppo forte e la volontà non riesce a vincere la concupiscenza, la colpa diminuisce, perché diminuisce il volontario, che è fattore essenziale dell’atto morale, sia buono che cattivo. In questo caso non si pecca perché si è deliberatamente voluto peccare, ma perché le forze di resistenza, colte a volte alla sprovvista, non sono state sufficienti. Se qualcuno mi dà uno spintone e io casco per terra, mi si darà una colpa se son caduto a terra? L’istinto sessuale, soprattutto nei giovani ― dovremmo saperlo tutti ―, è una forza travolgente, alla quale in certi casi è impossibile resistere. Nemo ad impossibilia tenetur. Non possiamo essere incolpati di atti che abbiamo commesso per causa di forza maggiore.

Ricordiamoci anche di distinguere il peccato in senso oggettivo, ossia l’azione cattiva in se stessa, dalla condizione soggettiva dell’agente, nel cui atto può mancare la piena avvertenza o il deliberato consenso, sicché la sua coscienza, benché egli oggettivamente abbia fatto del male o un danno a terzi, potrebbe essere in parte o del tutto scusata.

A ciò si riferiva il Papa con quella famosa frase «Chi sono io per giudicare?». Sarebbe assurdo credere, come hanno fatto stoltamente alcuni, che con ciò il Papa abbia voluto relativizzare la legge morale; ma semplicemente si riferiva ad un caso particolare, da sempre noto ai moralisti.

Tutte queste premesse devono portarci a un’importante distinzione, che gioca immediatamente nella nostra discussione e cioè quella tra il peccato come atto volontario, protraibile o interrompibile nel tempo a volontà; e certe situazioni o condizioni pericolose, interiori o esterne, soggettive od oggettive, che spingono più o meno fortemente al peccato, ma non sono ancora peccato, perché la volontà, per quanto sollecitata, resta libera di decidere. Possiamo tuttavia chiamare “stato di peccato” un peccato o una colpa volontariamente protratta nel tempo, quello stato psichico e morale colpevole che chiamiamo “ostinazione” e la Bibbia chiama “cuore indurito”. Anche in tal caso, però, la volontà, mossa dalla grazia, può sempre, in linea di principio, interrompere questo stato, spezzare queste catene e tornare al bene, come avviene per esempio nelle conversioni.

Ciò che accade nel caso dei conviventi, è una cosa che si può verificare in tanti altri casi della vita, nei quali occorre distinguere il peccato dall’occasione di peccare. Il peccato possiamo toglierlo subito; l’occasione può restare, anche se non vogliamo.

Facciamo alcuni esempi. Un seminarista che abbia un insegnante rahneriano, è bene che resti in seminario, anche se è tentato di cadere nell’eresia; e si noti che l’eresia è un peccato mortale, peggio dell’adulterio [cf. Ariel S. Levi di Gualdo, QUI]. Un operaio che abbia un padrone sfruttatore, dovrà tenerselo, data la difficoltà di cambiare lavoro, anche se è tentato di bastonarlo. Un cittadino, vittima di un regime dittatoriale, sarebbe tentato di fare un attentato, giacché difficilmente è possibile emigrare all’estero. E così via.

Ma in tutti questi casi occorre resistere, anche se la tentazione al peccato è forte. E se si cede, ci sono delle scusanti o delle attenuanti. Quando uno non ne può più, cede. Questo avviene nel sesso, ma anche in molti altri casi. E che facciamo? Li mandiamo all’inferno? O forse che la grazia di Dio può qualcosa? O forse che il Sinodo può darci qualche consiglio?

In questi casi e in questo senso non sarei del tutto contrario a parlare di “situazione peccaminosa”, a patto però che si distingua sempre da una parte lo stato volontario di peccato, che è possibile, benché non necessario e che quindi può essere sempre interrotto in qualunque momento e, dall’altra, da un contesto o da una situazione oggettiva durevole, insuperabile o di forza maggiore, dalla quale il soggetto, almeno al momento, non riesce a liberarsi, anche volendo.

La cosa da tener presente è che, anche in un’unione illegittima, non è affatto detto che i due siano sempre e necessariamente in uno stato di peccato mortale (“situazione peccaminosa” o “condizione di peccato”) e non possano essere toccati dalla grazia, come a dire che di per sé non possano essere atti a ricevere la Comunione, senza commettere sacrilegio.

Credere che la semplice occasione di peccare porti di necessità al peccato, è un errore gravissimo, offensivo della dignità umana dello stesso peccatore, il quale conserva il libero arbitrio, benché indebolito dal peccato originale. Se allora per “situazione peccaminosa” si intende la suddetta tesi, ebbene, come ho già detto, non esiste una “situazione peccaminosa”, perchè invece il peccato è la messa in pratica di un libero giudizio, questo sì peccaminoso; è un atto categoriale volontario e cosciente, ripetibile, anzi ripetitivo e, per quanto grave, sempre perdonabile o cancellabile da Dio, quale che sia la situazione nella quale si pecca.

La situazione, che è una circostanza dell’atto, non costituisce l’atto come tale nella sua sostanza, ma è solo una modalità accidentale o un’occasione dell’azione umana, buona o cattiva che sia. Ma non è la vera causa, che è solo la cattiva volontà. Quindi la sostanza del peccato, cioè la cosa che oggettivamente e sostanzialmente vien fatta, è indipendente dalle situazioni e dalle occasioni. Si può compiere un peccato in situazioni che inducono al bene; e si può compiere un atto di virtù, laddove la situazione ci spingerebbe a peccare. Che io compia un gesto di carità in uno stato d’animo di gioia, perchè ho superato un esame, o di sofferenza, perché è morta mia madre, il valore morale del gesto è sempre lo stesso.

Una delle eresie di Lutero condannate dal Concilio di Trento, fu proprio quella di credere che la concupiscenza, che è l’inevitabile ed invincibile tendenza permanente a peccare, presente in tutti noi, coincidesse con un inesistente stato permanente ed inevitabile di peccato.

La concezione del peccato come “situazione” è de-responsabilizzante. Salvo i nostri stati interiori, le situazioni nelle quali agiamo, solitamente non le determiniamo noi, ma ci sono date e non possiamo cambiarle. Qui siamo in una visione sul tipo di quella di Rousseau, che scarica le nostre colpe sulla società. Oltre a ciò, la detta concezione sembra riflettere la visione rahneriana, che rifiuta di considerare il peccato come atto categoriale, sostituendolo con una inesistente ed insostenibile “opzione fondamentale atematica”. Ma queste idee sono state condannate da San Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis Splendor.

Se la Chiesa esclude attualmente i conviventi dalla Santa Comunione, non è perché essa supponga che essi sono sempre in peccato, ma solo per una misura pastorale, che vuol essere: primo, un richiamo alla loro coscienza; secondo, il rispetto dovuto ai sacramenti; terzo, evitare lo scandalo e il turbamento dei fedeli. Ma di per sé non è impossibile che essi si accostino alla Comunione in stato di grazia. Il che è come dire che, nonostante la situazione sia irregolare, essi possono vivere in grazia, benché ciò sia certo per loro difficile.

Se quindi la Chiesa un domani dovesse concedere loro la Santa Comunione, ciò non vorrebbe affatto dire che la Chiesa – cosa impensabile – compia un attentato contro la sostanza dei sacramenti, ma semplicemente che usa della sua facoltà di legiferare e mutar leggi per una migliore recezione dei sacramenti. La Chiesa tiene provvidamente a che anche i divorziati risposati vivano in grazia di Dio, nonostante la loro situazione. D’altra parte, se la disciplina attuale resta immutata, io non avrei problemi, perché nella mia lunga esperienza di confessore e guida delle anime, sono sempre riuscito a rasserenare queste persone, semplicemente ricordando loro che comunque esse possono percorrere un personale cammino penitenziale ed essere quindi in grazia, anche se non possono accedere ai sacramenti.

C’è oggi una fissazione eccessiva e superstiziosa sul voler fare per forza la Comunione, come se si trattasse di una rivendicazione sindacale, magari trascurando la confessione, mentre la Chiesa da tempo ha prescritto per queste coppie che possono fare la Comunione spirituale alla Santa Messa.

D’altra parte, se la disciplina attuale dovesse essere allargata o mitigata, non vedo proprio perché, come temono alcuni, che non sanno distinguere il dogma dalla pastorale, ciò dovrebbe costituire un attentato ai Sacramenti. La pastorale mette in pratica il dogma e non lo contraddice. Tra dogma e pastorale c’è un rapporto simile a quello che esiste tra il ritmo biologico dell’organismo e due differenti metodi di cura della salute. Il medico non può fissare la cura senza compromettere la salute del paziente?

La Chiesa fa discendere la pastorale dal dogma, in quanto nel dogma vi sono leggi divine intangibili e immutabili, che devono essere applicate nella vita. Molti e mutevoli sono i modi con i quali le leggi divine possono essere applicate dalla Chiesa, la quale invece interpreta e rispetta sempre ed infallibilmente l’immutabilità del dogma.

Quindi è assurdo credere o temere, come fanno i lefevriani, vittime di un rigido legalismo, che la Chiesa o il Papa, quando emana o cambia una legge, possa disattendere o mutare il dogma. Questa sarebbe invece la speranza dei modernisti, che, col pretesto della “misericordia” più per sé che per gli altri, vogliono scuotere il giogo di Cristo, ma essi si illudono, perché dimenticano le parole di Cristo: «cielo e terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» [cf. Mt 24, 32-35].

Se poi il convivente, per cattive abitudini o scelte sbagliate precedenti o per vari gravi motivi od ostacoli indipendenti dalla sua volontà, prigioniero del vizio, non riesce a liberarsi dalla situazione nella quale si trova e a venirne fuori, se pecca di lussuria, è in parte scusato e la colpa diminuisce. In questi soggetti la coscienza può ottundersi, cosicché essi non trovano più la forza di rialzarsi e di correggersi, facilmente adagiandosi in una perversa e fatalistica rassegnazione. Eppure la Chiesa, madre premurosa di condurre tutti alla salvezza, non si arrende, ma può e deve curarsi anche di questi casi difficili e quasi disperati. Ecco il lavoro del Sinodo.

La Chiesa sa quello che fa soprattutto in questa delicata materia della disciplina dei sacramenti. Essa sa come guarire le anime dal peccato e mantenerle in salute. Spetta dunque a lei di stabilire le norme per la conservazione e il rispetto di quelle meravigliose medicine dello spirito, che sono i sacramenti, nonché per loro degna e fruttuosa celebrazione, amministrazione e recezione, ordinando la condotta del ministro e quella del fedele, secondo i tempi, i luoghi e le circostanze, affnchè detta condotta sia conforme a una degna prassi sacramentale.

Dobbiamo fidarci delle disposizioni giuridiche, liturgiche e pastorali della Chiesa, nella certezza che la Sposa di Cristo, pur tra i suoi limiti umani, non potrà mai venir meno alla fedeltà al suo Sposo e ai suoi comandamenti, per quanto diverse ed anche in contrasto tra di loro, nel tempo e nello spazio, possano essere le sue leggi, che comunque interpreteranno ed applicheranno sempre la volontà del Signore.

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Secondo punto – Difficoltà relative all’interruzione del rapporto

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È chiaro che stiamo parlando di una convivenza illegittima. Io però ho parlato di “situazioni peccaminose” e non di “condizioni di peccato”, le quali non sono la stessa cosa. Come ho respinto la prima espressione nel senso che ho precisato, sarei disposto invece ad accettare la seconda, nel senso di “condizioni di vita che inducono al peccato”. Ma allora anche qui non c’è ancora in gioco il peccato. Come ho detto per la situazione, così devo dire per la condizione: esse non possono essere qualificate come “peccaminose”, perché non sono peccati, ma sono circostanze del peccato, come ho spiegato sopra.

Non costituiscono la sostanza del peccato ma una proprietà aggiunta accidentale, che può mancare, senza che la specie del peccato muti. Anche due legittimi sposi possono commettere un peccato di lussuria. Così, per tornare al nostro caso, l’unione illegittima non conduce necessariamente di per sé all’atto del peccato, pur costituendo una situazione o condizione, che induce a peccare ed è sorta dal peccato.

Certo, allora, che convivere è un atto di volontà. Ma il peccare dei conviventi, per quanto pecchino, non è necessariamente coestensivo al loro convivere. Non è che tutto il loro vivere sia peccato. Possono benissimo possedere buone qualità per altri versi, qualità che essi possono e debbono valorizzare, senza per questo peccare nel merito. Se lui è ingegnere e lei è infermiera, non possono forse far del bene sotto questi aspetti? È vero che le opere buone fatte in stato di peccato mortale non valgono per la salvezza. Ma sarebbe giudizio gravemente temerario e crudele pensare che questi esseri umani, redenti dal sangue di Cristo, siano in un continuo ed irrimediabile stato di peccato mortale, a meno che non si lascino. E la grazia divina che ci sta a fare?

Il loro convivere, infatti, nonostante l’oggettiva irregolarità della loro posizione, può comportare anche, almeno in certi momenti, l’intervento e la presenza della grazia. Dipende dai due peccare o non peccare, in forza del libero arbitrio. Solo i dannati dell’inferno sono in uno stato continuo ed irrimediabile di peccato. Supponendo quindi quanto ho detto, non è detto che i due vivano necessariamente e in continuazione nel peccato, quasi fossero anime dannate, per il semplice fatto che la loro è un’unione illegittima.

Questa unione peccaminosa, certo, è la loro situazione o condizione di vita. Ma la situazione non fa da sé ancora il peccato, il quale non nasce dalla situazione, ma dalla volontà, volontà che può cambiare, mentre la situazione può restare la stessa. Il permanere di una situazione o condizione di vita, dalla quale, per ipotesi, non si può uscire e che comporta una continua tentazione al peccato, non vuol dire che in molti casi i due non possano, con la grazia di Dio, vincere la tentazione o, sempre con la grazia d Dio, risorgere dal peccato.

Interrompere la relazione sarebbe certo cosa buona e doverosa, ma cs non è sempre possibile a causa di ostacoli e di situazioni oggettivi di vario genere, ai quali ho già accennato nell’intervista [cf. QUI]. Ma è chiaro che se la cosa è possibile, va fatta.

Per quanto riguarda poi la questione dell’educazione dei figli, sollevata da Gnerre, è evidente che la nuova coppia ha un dovere primario nei confronti dei figli, eventualmente nati dalla nuova unione, mentre la nuova coppia dovrà interessarsi, per quanto è possibile e conveniente, stando alle disposizioni della legge civile e possibilmente sotto una guida spirituale, anche di eventuali figli nati nel precedente matrimonio e di altri avuti da un nuovo eventuale legame contratto con altri dal coniuge precedente.

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Terzo punto – Il Papa, custode della Tradizione

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Ripeto che la voce autentica ed ufficiale della Tradizione apostolica non è altro che il Magistero vivente della Chiesa di oggi, erede, custode e depositaria della Tradizione degli apostoli. Il Magistero della Chiesa lungo i secoli, a cominciare dai Santi Padri, specialmente nei Concili ecumenici, è sempre testimone autentico della Tradizione. Papa Francesco è quindi oggi il testimone guida della Tradizione, ne é l’interprete definitivo ed autentico.

Certamente che nei secoli la Tradizione è stata messa per iscritto. E la stessa Sacra Scrittura, in fondo, non è altro che Tradizione orale, predicazione messa per scritto. In tal senso la Tradizione, nata dall’aver udito la stessa parola uscita dalle labbra del Salvatore, è più importante della Scrittura. Cristo non ha detto agli apostoli “scrivete”, ma “predicate”, benché nel mettere per iscritto abbiano avuto un’ottima idea.

È chiaro infatti che la Bibbia è un libro sacro. Ma esso è interpretato dalla Chiesa, depositaria della Tradizione apostolica. Lutero, allora, con la sua ribellione al Papa e col suo attaccamento feticistico e presuntuoso a un libro stampato da Guttenberg, ha perduto di vista la vera origine della Parola di Dio.

Ma resta sempre che la Sacra Tradizione, per sua essenza è orale, è il Magistero apostolico vivente; ed in ciò si differenzia dalla Scrittura. La voce attuale dei nostri pastori, sotto la guida del Papa, è la voce della Tradizione, che poi viene regolarmente messa per iscritto negli Atti della Sede Apostolica.

Certamente il Papa nel suo insegnamento sulle verità di fede si basa sulla Tradizione, la quale, in questo senso, è la regola dello stesso insegnamento pontificio. Ma il giudicare o il sapere in ultima istanza se il Papa si attiene o no alla Tradizione, spetta solamente al Papa stesso. Cristo non ha affidato ad altri che agli apostoli la sua parola, ordinando loro di insegnare al mondo fino alla fine dei secoli ciò che aveva insegnato a loro.

Nessun altro dunque al di fuori del Successore di Pietro è il custode supremo ed infallibile della Tradizione. Ribadisco quindi che la pretesa di alcuni cattolici di conoscere la Tradizione meglio del Papa, così da poterlo cogliere in fallo quando sbaglia, non ha nessun senso, ma assomiglia piuttosto all’atteggiamento di quei farisei che volevano cogliere in fallo il Signore nei suoi discorsi.

Noi possiamo discernere quando il Papa parla in nome della Tradizione e quando no. Certo anche a noi è possibile conoscere i documenti della Tradizione e verificare la fedeltà del Papa ad essi. Ma anche quando il Papa parla al di fuori della Tradizione, non parla mai contro di essa.

L’impressione che a volte il Papa non si attenga al dato rivelato trasmesso dalla Sacra Tradizione, è sempre un’impressione falsa, che deve farci comprendere che con simile atteggiamento mentale si finisce col cadere sotto il rimprovero del Signore, fatto ai farisei di non ascoltare la Parola del Dio eterno, che non passa e non muta, ma di farsi schiavi di caduche e vane “tradizioni di uomini”:

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[…] così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: «Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» [cf. Is 29,13]. Poi riunita la folla disse: «Ascoltate e intendete! Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!». Allora i discepoli gli si accostarono per dirgli: «Sai che i farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole?». Ed egli rispose: «Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata. Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» [Mt. 15, 7-14].

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Varazze, 18 ottobre 2015

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Cattolici e sessuofobia: «La verginità degli eretici è più impura dell’adulterio»

19 Ottobre 2015/28 Commenti/in Attualità, Tutte/da Padre Ariel

CATTOLICI E SESSUOFOBIA: «LA VERGINITÀ DEGLI ERETICI È PIÙ IMPURA DELL’ADULTERIO»

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Certi cattolici cupi molto simili ai sadducei ed ai farisei, di fondo sono cresciuti con un’idea di Cristo morto ma non risorto, con un’idea della sessualità tutta quanta manichea; sono fissi su concetti di arido legalismo e intrisi di pelagianesimo, ed analogamente a Lutero hanno problemi seri sul concetto paolino della predestinazione, quindi sulla teologia della giustificazione che rischiano spesso di ridurre ad un’idea tutta quanta calvinista, seppure sotto forma di rigorismo morale cattolico.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Ariel S. Levi di Gualdo

Ariel S. Levi di Gualdo

Poco dopo l’uscita dell’intervista a Giovanni Cavalcoli fatta dal vaticanista de La Stampa Andrea Tornielli [cf. QUI] si è scatenata una ridda di polemiche seguite da pesanti accuse rivolte al teologo domenicano; accuse alle quali io non rispondo nello specifico, perché lo ha fatto in modo magistrale il diretto interessato, che non ha bisogno delle mie “difese d’ufficio” [cf. QUI].

Devo fare però un’amara constatazione e ribadire un concetto affermato negli ultimi mesi: prendendo a pretesto il Sinodo sulla famiglia un’armata di farisei seguita a mutare il Sesto comandamento nel peccato dei peccati, come se in esso risiedesse l’intero mistero del male. E pur di supportare le loro teorie peregrine, sono pronti “politicamente” a tutto, persino ad elevare i Vescovi africani come vessillo in difesa dell’ortodossia della famiglia [cf. QUI, QUI, ecc.]. Cosa questa che rende davvero patetici certi “politicanti” che estrapolano ciò che solo a loro interessa fingendo di non sapere che diversi di questi paladini della difesa dei valori non negoziabili, della famiglia e del sacro matrimonio; questi difensori della vera dottrina che hanno tuonato contro l’adulterio e il concubinato, sono più volte risultati padri di diversi figli sparsi per il mondo, cosa che la Santa Sede sa da sempre; e nello specifico lo sanno quelli della Congregazione de propaganda fide, il cui problema principale, quando si tratta di eleggere un nuovo vescovo in qualche diocesi del Continente Nero, è di riuscire a selezionare un candidato che non abbia concubine e figli sparsi in giro, impresa tutt’altro che facile.

O per chiarire meglio con un esempio concreto: a Roma, sul finire del 2009 trascorsi due giornate assieme all’arcivescovo di una grande diocesi dell’Africa che mi chiese aiuto per la lettura del messale latino del Beato Paolo VI. Pochi giorni dopo sarebbe infatti andato in udienza privata dal Santo Padre Benedetto XVI, avrebbe concelebrato con lui e si sarebbe poi intrattenuto a colloquio durante la colazione. L’arcivescovo aveva appreso che il Santo Padre usava nella propria cappella privata questo messale e voleva rinfrescare la sua lettura del latino. Prima di andare, a me e ad un altro sacerdote, disse: «Voglio rivelarvi perché ho chiesto udienza al Santo Padre. Vedete, la mia è una diocesi molto estesa ma povera, nella quale abbiamo un grande problema: siamo totalmente privi dei necessari mezzi per sostenere tutti i bambini che sono stati messi al mondo dai nostri preti in giro per i villaggi. E noi, verso queste creature, abbiamo come Chiesa degli obblighi morali e non possiamo lasciarli abbandonati per le strade. Per questo vado dal Santo Padre: a chiedergli un aiuto economico». E concluse dicendo: «E spero che il Santo Padre, visto che quelli della Congregazione de propaganda fide non mi hanno ascoltato, accetti la mia richiesta e rimuova il mio vescovo ausiliare, che ha tre concubine e non so neppure quanti figli nati in giro».

A incentivare la perversione del sesso inteso come peccato dei peccati, ch’è in sé cosa molto più peccaminosa dell’adulterio o delle convivenze dei divorziati risposati, sono dei laici senza umanità cristiana sostenuti da qualche teologo specializzato a tirare il sasso, ritirare la mano e istigare personaggi alquanto digiuni di teologia ― e per questo facilmente manipolabili ― ad “armarsi e partire”. E questo, nel mio linguaggio, si chiama viltà, tipica a volte dei presbìteri che hanno trascorso la propria vita a speculare sulle nuvole dei massimi sistemi dell’intelletto soggettivo, sino a sprofondare nella autentica madre di tutte le eresie: sostituire l’ “io” del proprio pensiero pensato a “Dio”, che non è più, attraverso il Mistero dell’Incarnazione del Verbo, l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro intero umanesimo, ma il pretesto sul quale edificare il proprio omocentrismo intellettuale. E fu proprio Giovanni Cavalcoli a donarci sulle colonne di questa rivista telematica uno straordinario articolo dedicato alla Apologia della superbia [Cf. QUI], quel peccato da me indicato più volte come regina e diabolica auriga dei Sette peccati capitali; un peccato — la superbia — che nella lista occupa non a caso il primo posto e che come tale è da temere più della lussuria, che non è affatto né la regina né l’auriga dei Sette peccati capitali, per questo è collocata al quarto posto nella cronologia del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Certi cattolici cupi molto simili ai sadducei e ai farisei, di fondo sono cresciuti con un’idea di Cristo morto ma non risorto, con un’idea della sessualità tutta quanta manichea; sono fissi su concetti di arido legalismo e intrisi di pelagianesimo, ed analogamente a Lutero hanno problemi seri sul concetto paolino della predestinazione, quindi sulla teologia della giustificazione che rischiano spesso di ridurre ad un’idea tutta quanta calvinista, seppure sotto forma di rigorismo morale cattolico.

Se dinanzi ad articolate tematiche pastorali con implicazioni teologiche e dottrinarie molto complesse certi personaggi dovrebbero tacere, non altro per quel pudore derivante da una mancanza oggettiva di profonda conoscenza; qualche teologo di riferimento che dietro le quinte li carica dovrebbe avere maggior pudore e non aprire proprio bocca, a meno che non sia in grado di dimostrare di avere fatto veramente il prete per tutta la vita. E per prete non s’intende essersi diviso tra aule accademiche, sale di conferenza e biblioteche, perché pastoralmente parlando fare il prete non vuol dire avere celebrato una Santa Messa al giorno, ma avere trascorso molto tempo dentro i confessionali, avere preso su di sé i dolori e i disagi di singoli e d’intere famiglie, avere frequentato i reparti di oncologia degli ospedali, essere entrati e usciti dalle carceri dove dei giovani appena ventenni, per una “bravata” o peggio per una “follia”, si sono presi una condanna a vent’anni per omicidio; e via dicendo. 

Vivendo il sottoscritto la dimensione pastorale, pur dedicandomi agli approfondimenti ed alle speculazioni teologiche, non accetto lezioni di pastorale ragionieristica da certi personaggi che sono, ripeto, delle figure eminentemente politiche; come non accetto certi teatrini inscenati dai presbìteri di pura accademia che al contrario di me non vanno a guardare in faccia una giovane ammalata di tumore in fase terminale, ad amministrarle l’unzione degli infermi, a celebrare la Santa Messa a casa sua perché non può uscire dalle mura domestiche al cui interno sta attendendo la morte da un giorno all’altro, ed alla quale non è possibile offrire come consolazione qualche lezioncina di buona epistemologia in alternativa agli anti-dolorifici a base di morfina-solfato. Per non parlare poi del fatto che questa povera e giovane ammalata ha la “colpa immane” di essere sposata con un divorziato. Però, vista la gravità irreversibile della malattia, non potendo avere peccaminosissimi rapporti sessuali, lei e il marito divorziato risposato, possono ritenersi più o meno a posto a livello morale? Ciò che infatti solo conta in modo imprescindibile e “assolutamente” inderogabile per certi legalisti è che non ci sia di mezzo il peccato dei peccati: il sesso. Anche se, a livello di morale epistemica non è stato ancora chiarito se il peccato è rappresentato dal membro che penetra nella vagina oppure se è da considerare peccato solo l’orgasmo, perché in questo secondo caso potremmo stabilire che la penetrazione genitale è concessa, a patto però che non vi sia eiaculazione, ma soprattutto che non vi sia da parte di entrambi alcun piacere, perché da certi moralisti resi immorali dalla loro insita disumanità, c’è da aspettarsi questo e molto altro ancora, capaci come sono a creare da una parte degli onirici manuali impossibili di etica sessuale, dall’altra di negare il mistero stesso della creazione dell’uomo, perché in fondo sono sempre loro, sempre gli stessi incorreggibili:

Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito! [cf. Lc. 11,46]

E proprio in queste settimane dell’anno liturgico abbiamo letto nella feria il Vangelo di San Luca, dove sono riportate le diatribe e le critiche di Gesù con i farisei; se leggiamo bene quelle righe sembra di ritrovarci di fronte alla disumanità di certi personaggi olezzanti legalismi, dinanzi alle motivazioni dei quali torna a mente la saggia massima di un grande Padre della Chiesa, San Gregorio di Nissa, il quale affermava che «La verginità degli eretici è più impura dell’adulterio», ed è un’impurità che tramite la via di rigurgiti pelagiani porta infine all’ateismo clericale, all’ateismo della bestia religiosa, un ateismo inteso come negazione del mistero del Verbo di Dio Incarnato distrutto nel peggiore dei modi: attraverso la sua riduzione ad un fenomeno meramente speculativo e legalistico.

Con uno zelo da fare invidia al codice della strada della Repubblica Federale Tedesca, chi ragiona in questi termini afferma che i divorziati risposati devono vivere come fratello e sorella, in perfetta castità; perché naturalmente – va da sé – l’intero mistero del male risiede, come sin qui spiegato, nella sessualità. Chi si lascia andare ad affermazioni così decise e così tragicamente leggere perde anzitutto di vista il fatto che la castità non è una stoica rinuncia sostenibile con le sole forze della volontà umana — e ciò penso proprio di poterlo dire per esperienza concreta diretta —, ma un dono di grazia. E chi ha studiato in modo approfondito il De natura et gratia di Sant’Agostino, che costituisce un grande dibattito contro quel Pelagio che potremmo a suo modo considerare il padre precursore dei volontaristi, sa di che cosa stiamo parlando. Pertanto, una coppia di sposi che fosse chiusa all’azione di grazia ma che applicasse con scrupolo e zelo tutte le regole morali, dai metodi naturali sino alla perfetta continenza, potrebbe risultare in tutto e per tutto peggiore di una coppia di concubini che, pur vivendo nel peccato, consapevoli anzitutto del proprio peccato, sono mossi però da un senso di apertura verso se stessi e verso il prossimo. È proprio di fronte a queste persone che il Signore Gesù ammonisce:

In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli [cf. Mt. 21, 31-32].

Se noi concentriamo invece tutto quanto sulla genitalità come molti stanno facendo in questo dibattito ed anche in modi rasenti l’ossessione, si rischia di scivolare nella impura verginità degli eretici. O come scrisse Blaise Pascal nei suoi pensieri riguardo certe monache: «Caste come angeli, superbe come demoni».

E io, come uomo e come prete, dovrei forse prendere lezioni da quel certo signore che tuona contro i divorziati risposati e contro l’adulterio sbraitando: la Santa Comunione ai divorziati risposati no, giammai, no, altrimenti sarà infine scisma? Il tutto con appresso il teologo di fiducia che dinanzi a certe evidenze di oggettiva immoralità sospende però per incanto ogni genere di giudizio e battendo anche i piedi a terra afferma che «queste sono altre questioni» e che «nostro compito è parlare di teologia e non di questioni socio-politiche»? Mi si faccia dunque capire: se si osa sfiorare la vita altamente immorale di certi danarosi e munifici potenti, quelle sono faccende «socio-politiche» che «non riguardano i teologi», il dovere dei quali, ed in specie sul piano del rigore morale, è forse quello di prendere invece a legnate solo i deboli che non possono profondere sulle nostre opere e fondazioni fiumi di danaro?

Piaccia o non piaccia, rimane un dato di fatto che certe istituzioni di moralisti duri e puri sono tenute in piedi con i soldi donati dalle estreme destre americane formate da soggetti che – i più morali in assoluto – sono sposati perlomeno un paio di volte e se la spassano appresso con ragazze di vent’anni più giovani di loro. O vogliamo davvero relegare nelle questioni prive di interesse teologico-pastorale, ma soprattutto d’interesse morale, il fatto che questi personaggi, tra una gozzoviglia e l’altra, si rechino poi con l’alabarda cavalleresca in mano e con la lacrima all’occhio alle Sante Messe in rito antico, per tuonare tra un oremus e l’altro contro l’adulterio, il concubinato e la Comunione ai divorziati risposati, come se tutto ciò fossero lussi che non possono essere concessi ai comuni mortali dal basso reddito, ma solo ai grandi dissoluti con i conti a nove zeri, dinanzi ai quali da una parte si prende, dall’altra non si vedono neppure quei peccati che gridano davvero vendetta al cospetto di Dio, sino ad affermare che «certe questioni non riguardano i teologi» e sentendosi ciò malgrado con la coscienza epistemica ed aletica in perfetto ordine?

Giovanni Cavalcoli, che come uomo, sacerdote, confessore e teologo ha la purezza di un angelo, dinanzi ai peccati legati al Sesto comandamento tratta da sempre i peccatori con grande umanità, senza mai lanciare verso di loro le brucianti saette dei giudizi morali impietosi. Io che provengo invece da un’altra esperienza e che nella vita precedente al sacerdozio ho percorso la dimensione affettiva e sessuale in lungo e in largo, dinanzi alla confessione di peccati molto più leggeri di quelli che a suo tempo commettevo io, rifletto sempre con gioia sulla grazia, trovandomi oggi per ineffabile mistero ad assolvere mediante il ministero della Chiesa i peccatori, sui quali profondo come devoto instrumentum Dei cristologica tenerezza e misericordia. 

Giunti alla grazia per vie diverse: il Padre Giovanni tramite la purezza angelica, io attraverso la conoscenza approfondita di certi peccati, viviamo entrambi il perenne incanto della grazia di Dio. Questo il motivo per il quale ogni giorno, in noi, non si rinnova certo il concetto del summum ius summa iniuria  [il sommo diritto è somma ingiustizia] ma l’incanto del mistero pasquale: «O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem» [O felice colpa che ci fece meritare un tale e così grande Redentore]. È in questo che risiede la differenza sostanziale e formale che corre tra i piccoli farisei resi spietati nel cuore per la loro chiusura omocentrica alla grazia, i pastori in cura d’anime e gli uomini di Dio resi puri di cuore nella misura in cui hanno accolto e fatto fruttare dentro di sé quei doni di grazia che li ha proiettati in un essere e divenire tutto incentrato in una dimensione cristocentrica, all’interno della quale albergano sentimenti come l’amore, la pietà e la misericordia.

dall’Isola di Patmos, 19 ottobre 2015

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2015-10-19 13:34:102025-03-23 17:13:41Cattolici e sessuofobia: «La verginità degli eretici è più impura dell’adulterio»

«La comunione ai risposati non tocca la dottrina ma la disciplina»

16 Ottobre 2015/9 Commenti/in Attualità/da Redazione

«LA COMUNIONE AI RISPOSATI NON TOCCA LA DOTTRINA MA LA DISCIPLINA»

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Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

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Andrea Tornielli

il giornalista e scrittore Andrea Tornielli, vaticanista del quotidiano La Stampa

Il vaticanista de La Stampa Andrea Tornielli pubblica oggi su Vatican Insider l’intervista fatta a uno dei Padri dell’Isola di Patmos. Rispondendo alle sue domande il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli chiarisce uno dei problemi oggetto di dibattito e di accesa polemica soprattutto al di fuori del Sinodo sulla Famiglia.

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Per leggere l’intervista cliccare QUI

 

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Aquila-reale.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2015-10-16 13:08:402021-04-21 00:53:14«La comunione ai risposati non tocca la dottrina ma la disciplina»

La problematica pastorale dei divorziati risposati

13 Ottobre 2015/29 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

LA PROBLEMATICA PASTORALE DEI DIVORZIATI RISPOSATI

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In questo frangente così grave per la vita della Chiesa e della società, occorre evitare i due estremismi contrapposti, il primo, di una piccola ma mordace minoranza, dell’ultra tradizionalismo, col suo allarmismo catastrofista e il suo legalismo rigorista, che teme che il Papa possa allontanarsi dal Vangelo o dalla Tradizione, se non lo ha già fatto; e il secondo, ben più diffuso ed arrogante, quello dei modernisti, spiriti mondani, relativisti impenitenti, predicatori del buonismo misercordista, che vorrebbero strumentalizzare il Papa con false adulazioni.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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sinodo dei vescovi 1

Celebrazione dei Padri Sinodali nella Papale Arcibasilica di San Pietro

.Siamo in attesa delle decisioni del Santo Padre in base alle proposte del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia, che tratterà, tra gli altri temi, anche quello dei divorziati risposati. Ci attendiamo da questa assemblea dei nostri pastori, illuminanti ed incoraggianti direttive ai fini di un rafforzamento dell’istituto familiare alla luce della fede, così da aiutare le famiglie a vivere meglio e con maggior convinzione il dono ricevuto da Dio, difese dalle insidie e dalle tentazioni che vengono dal mondo contemporaneo.

sinodo pastorale

pregevole modello medioevale di bastone pastorale

Tra le questioni da affrontare ci sarà quella di elaborare per i pastori e per tutti coloro che hanno a cuore il valore della famiglia, una nuova metodologia pastorale ed educativa, atta a chiarire le idee e i comportamenti contrari al bene della famiglia, e quindi a correggere fraternamente ed aiutare generosamente quelle coppie, che, o per cattiva volontà o per ignoranza o cattiva educazione o per cattivi esempi o influssi subìti o per difficoltà oggettive, non osservano in vari modi e misure in questo settore fondamentale della vita cristiana, i comandi del Vangelo e le leggi della Chiesa. Infatti non ci sono soltanto, come si suol dire, le famiglie “ferite”, bisognose di comprensione, aiuto e misericordia, ma anche le famiglie che feriscono, che danno il cattivo esempio, che turbano o che scandalizzano, famiglie o coppie che gettano lo scompiglio o provocano sofferenze, conflitti e guai in altre famiglie o in altre coppie, magari sedotte dal mondo o vittime di idee sbagliate o ribelli alle norme dell’etica familiare, famiglie malsane o corrotte, che purtroppo tendono a corrompere quelle sane, mentre invece deve avvenire l’inverso e cioè che le sane guariscano le malate.

Occorre assolutamente invertire quella tendenza nefasta e dissolvente, che da decenni si sta diffondendo nella Chiesa e nella società, per la quale diminuiscono i matrimoni legittimi e normali, aumentano i divorzi, le separazioni e i matrimoni nulli ed aumentano le unioni illegali o irregolari, aumentano le famiglie divise o in crisi, con danni enormi all’educazione dei figli, e diminuiscono quelle unite e serene e dedite al bene della Chiesa e della società.

Un tema delicato da affrontare sarà anche quello di una qualche regolamentazione delle cosiddette “convivenze”, altrimenti chiamate “unioni civili”, nonché quello ancor più delicato della convivenza di coppie omosessuali. Ma qui accantono questi temi per fermarmi solo a quello dei divorziati risposati o conviventi.

sinodo papa francesco

il Sommo Pontefice Francesco all’apertura della seconda sessione del Sinodo sulla famiglia

Sotto questa categoria ormai entrata nell’uso possiamo e dobbiamo mettere, per maggior precisione, anche quelle coppie che hanno avviato una nuova unione, con o senza matrimonio civile, con o senza divorzio dal precedente matrimonio ecclesiastico, ma rimaste legate al legittimo coniuge sul piano sacramentale. D’altra parte è chiaro che, quali che saranno le decisioni del Santo Padre, i timori di alcuni che egli metta in forse l’indissolubilità del matrimonio e quindi ammetta il divorzio con seconde nozze non hanno alcun senso. Di una cosa dobbiamo essere ben convinti: che il Sinodo manterrà, confermerà e rafforzerà, come sempre ha fatto e farà la Chiesa, i valori assoluti, perenni ed irrinunciabili, morali e dogmatici, fondati sulla legge naturale e divina, mentre si riserva di mutare, se lo ritiene opportuno, nel campo della pastorale, ossia della legge ecclesiastica e del diritto canonico, come per esempio, ed è questo il caso, nella disciplina — non nella sostanza! — dei sacramenti (Matrimonio ed Eucaristia). Il giudizio del Santo Padre non sarà infallibile né immutabile, e tuttavia sarà consono alle attuali circostanze, perché non sarà di tipo dottrinale sulla verità di fede. Sarà invece semplicemente un giudizio prudenziale, dove la Chiesa può sbagliare e quindi riformarsi e correggersi — casi rarissimi — e mutare, ma che comunque va fiduciosamente accolto e messo in pratica con religioso ossequio della volontà.

Se quindi la Chiesa elaborerà una nuova legislazione pastorale per le coppie di cui parliamo, ciò evidentemente non vorrà dire che essa ammetterà, come alcuni allarmisti di poca fede temono, la possibilità dello scioglimento del precedente legittimo legame sacramentale, né che possa, per queste coppie, come alcuni vanno fantasticando, istituire una specie di nuovo “matrimonio”, magari di seconda classe. È possibile invece che venga riconosciuto un certo tipo di “unione civile” in accordo con lo Stato.

lezione di diritto canonico

codice miniato raffigurante una lezione di diritto canonico

Alcuni, specie degli ambienti canonistici, ritengono che l’attuale legislazione (esclusione dai sacramenti) sia così strettamente legata al diritto divino sul matrimonio, che la Chiesa non potrebbe mutarla, senza offendere lo stesso diritto divino. Pertanto, auspicano con tutte le forze la conservazione delle norme attuali, quasi scongiurando il Pontefice che mantenga immutata l’attuale legislazione. A costoro bisogna rispondere che, benchè ovviamente l’attuale diritto ecclesiastico in materia sia un’applicazione del diritto divino, non c’è tra i due una connessione logicamente necessaria, come di conseguenza a premessa, o come se si trattasse di un sillogismo deduttivo. In realtà, salvo restando il diritto divino, ed anzi, in vista di una sua migliore applicazione, secondo le necessità e le opportunità di oggi, è facoltà della Chiesa apportare modifiche al diritto canonico secondo il suo prudente, benchè non irrevocabile o irreformabile giudizio.

divorzio 2

“torta di divorzio” …

Quello che semmai c’è da temere non è cosa dirà il Papa, ma quale sarà la reazione dei modernisti al certamente riaffermato valore dell’indissolubilità del matrimonio da parte del Sinodo. Infatti costoro, infetti da una mentalità storicistica e relativista, fraintendendo l’ecumenismo, il pluralismo, la libertà di coscienza e il dialogo interculturale ed interreligioso, hanno assunto la mentalità indifferentista e liberale degli Stati moderni, per cui ritengono che il ribadire da parte della Chiesa l’indissolubilità come valore universale ed immutabile, obbligatorio per tutti, sia segno di uno spirito non evangelico, non “conciliare” e non pastorale, ma dottrinario, impositivo ed illiberale vecchio stile, che non rispetta le diverse scelte di ciascuno, dettate dalla propria coscienza.

Ciò che costoro rimproverano alla Chiesa è di privilegiare irragionevolmente, con mentalità superata, una particolare unione fra due persone – l’unione indissolubile fra uomo e donna – su tutte le altre, comprese quelle omosessuali, mentre invece a loro avviso tutte le scelte sono lecite e buone e vanno messe sullo stesso piano come scelte di coscienza.

divorzio 3

“torta di divorzio“

È evidente che la Chiesa, pur andando incontro alle situazioni che lo richiedono, non accetterà mai simile soggettivismo e relativismo, che dimentica i gradi di dignità e di perfezione dell’amore umano e soprattutto finisce per legittimare il peccato con la scusa della scelta di coscienza o della misericordia.

Per una buona discussione sull’argomento, è necessario richiamare alla mente alcune cose riguardanti la nozione del peccato e della sua cancellazione grazie al perdono divino. Occorre cioè innanzitutto distinguere il peccato come atto dall’inclinazione al peccato, chiamata dal Concilio di Trento “concupiscenza” (Denz.1515). Alcuni confondono le due cose.

inclinazione

il problema della inclinazione …

L’inclinazione è infatti un dato di fatto psicologico inevitabile e permanente per tutta la vita terrena ed è uno stato presente in tutti, anche nei Santi, esclusa, s‘intende, la Beata Vergine Maria, indipendentemente dalla volontà, in quanto conseguenza del peccato originale. Il peccato, invece, in senso proprio, è un atto cattivo — mala actio, lo chiamava Cicerone — cosciente e libero (“piena avvertenza e deliberato consenso”), frutto della volontà. Infatti, la volontà, che si presume normalmente buona, ogni tanto, per vari motivi, si perverte e diventa cattiva.

Maria Maddalena

Simone Pignoni, Maria Maddalena, sec. XVII

Potere del nostro libero arbitrio, soccorso dalla grazia, è quello di correggere la nostra stessa volontà, capace di raddrizzare se stessa col pentimento, rimettendo se stessa sul buon cammino. Questa è la conversione, favorita dal sacramento della penitenza. Il peccato, dunque, è un “incidente di percorso”, che però non va preso alla leggera con la scusa della divina misericordia, ma va e può essere rimediato ogni volta. Peccassimo anche “settanta volte sette” al giorno, Dio è sempre pronto a perdonarci, ma noi dobbiamo fare la nostra parte con serietà e senso di responsabilità.

L’atto del peccato può protrarsi o durare nel tempo o per sua natura o perché volontariamente mantenuto in essere, per cui da atto si trasforma in stato, ma allora è meglio parlare di “colpa”, per la quale si determina un vero e proprio stato: l’essere colpevole. Il peccato, come è causato da un atto del volere, così, compiuto l’atto peccaminoso, ha termine l’atto del peccato. Resta la colpa, che è uno stato di turbamento interiore e di opposizione o di inimicizia con Dio, più o meno rilevante, che sta alla volontà del soggetto conservare con l’ostinazione, fino all’ “indurimento del cuore” o annullare, per l’intervento della grazia, col pentimento e grazie a un “cuore contrito”.

Sant Agostino

il Vescovo Agostino Santo Dottore della Chiesa, che dalla dissolutezza giunse alla santità …

Quindi non esistono situazioni intrinsecamente peccaminose come alcuni credono, o uno stato intrinsecamente peccaminoso. Esistono invece situazioni, più o meno permanenti, pericolose o pericolosissime, vere e proprie tentazioni, nelle quali è molto facile o quasi inevitabile il peccare, perché il soggetto si trova in un’occasione immediata, evitabile o inevitabile, che può essere colpevolmente o incolpevolmente permanente, di peccato. Ma il soggetto, almeno in linea di principio, resta sempre libero di cedere o non cedere alla tentazione. Se la tentazione è troppo forte, la colpa diminuisce, soprattutto se la volontà è debole. La colpa aumenta, invece, se c’è una vera volontà deliberata ed una piena avvertenza, e la cattiva passione o concupiscenza è facilmente vincibile. Ma il peccato resta in causa, se in precedenza il soggetto non ha avuto l’avvertenza o la prudenza, potendolo, di evitare l’occasione.

Santa Margherita da Cortona

Santa Margherita da Cortona, patrona delle prostitute pentite [G. Lanfranco, Estasi di Santa Margherita, Firenze, Palazzo Pitti]

È chiaro che l’adulterio resta sempre, almeno per la materia, intrinsece malum, peccato mortale, così come è impensabile il venir meno dell’indissolubilità del matrimonio. Gli sforzi di certi moralisti o pastori di trovare del positivo nelle unioni adulterine o concubinarie, non ovviamente in quanto tali, ma in quanto coinvolgono persone, che mantengono la dignità della persona e possono per altri aspetti possedere alte qualità, di per sé non sono vani o disonesti, ma sono segni di saggezza pastorale. Certamente anche un’opera buona, ma non compiuta in stato di grazia, non è salvifica. Ma chi giudica dall’esterno (solo Dio conosce il cuore) deve comunque saper riconoscere l’opera buona o la buona qualità e magari puntare su di esse per esortare il peccatore al pentimento. È evidente infatti che, a parte il peccato che la coppia commette, essa, per altri aspetti, può possedere dei valori, che devono essere riconosciuti ed incrementati, se non altro come contrappeso alla situazione irregolare. Ma è altrettanto chiaro che non si deve trarre da questi valori pretesto per diminuire o addirittura scusare o coonestare il peccato.

Grave equivoco proprio di alcuni quello di confondere il peccato con l’imperfezione e dare una parvenza di legittimità o tollerabilità al peccato riconducendolo alla categoria dell’imperfezione. La disonestà di simile operazione appare evidente, se noi riflettiamo che, mentre l’imperfetto è già un bene, seppur minore e che va migliorato, il peccato appartiene alla sfera del male, a meno che non siamo così folli da confondere il bene col male.

coppie di fatto 2

ombre e luci sulle convivenze …

Sulle convivenze vi sono ombre e luci, perché neppure queste unioni, come alcuni pensano, sono assimilabili alle condizioni dei non-cattolici previste dai decreti conciliari. Si tratta infatti in questo caso di cristiani, che non rispettano per istituzione e motivi storici la morale cattolica. Possono essere benissimo in buona fede. E quindi il caso è ben differente. Nel nostro caso, invece, si suppone che abbiamo dei cattolici, che conoscono il loro dovere. La Chiesa non pretende invece giustamente che gli acattolici pratichino tout court la morale cattolica. Sarebbe questa una forma di indiscreto integralismo. La Chiesa certo spera nell’ingresso di questi fratelli, col soccorso della grazia, nella sua piena comunione, ma nel frattempo e per adesso essa saggiamente non chiede altro ad essi che l’esercizio dell’ecumenismo secondo la loro coscienza. Invece chiede ai peccatori, soprattutto quelli viventi nel suo seno, che si convertano, anche se essa sa attendere i “tempi di Dio” e, all’occorrenza, anche scusare.

divorziati risposati

Divorziati risposati: esistono strade possibili?

Quanto ai divorziati risposati, essi si trovano in una situazione certamente irregolare e offensiva del precedente matrimonio, supposto valido. Si tratta di una situazione che costituisce per loro un’occasione immediata e permanente di peccato mortale. Di fatto si può immaginare che essi commettano spesso questi peccati. Data questa situazione scandalosa, la Chiesa tuttora opportunamente non concede loro i sacramenti della confessione e della comunione. Tuttavia, la Chiesa, come è noto, a suo tempo ha dato alcune disposizioni per favorire la loro partecipazione, benchè imperfetta, alla vita ecclesiale. Essi non sono scomunicati e se riescono ad astenersi dai rapporti sessuali, sono ammessi ai Sacramenti. In ogni caso, è bene che essi partecipino alla Messa e, se sono in grazia, cosa difficile ma non impossibile, possono fare la comunione spirituale. Benchè infatti vivano in una situazione che oggettivamente li spinge fortemente al peccato, non siamo autorizzati, come pensano alcuni, a credere che i due vivano permanentemente ed inevitabilmente in uno stato di peccato o colpa mortale, privi della grazia, quasi fossero anime dannate, perché invece, in forza del libero arbitrio, hanno sempre la possibilità, quando lo vogliono, di pentirsi ogni volta che peccano e di formulare ogni volta il proposito di fare il possibile per correggersi, compatibilmente alla situazione nella quale si trovano, e quindi di riacquistare la grazia perduta, sicchè, se dovessero morire, possono salvarsi. Anche se non possono accedere al Sacramento della penitenza, possono comunque ricevere da Dio direttamente la grazia del perdono.

marito violento

non sempre è possibile e a volte nemmeno opportuno tornare alla situazione precedente la separazione …

Se possono tornare al coniuge precedente, devono farlo. Ma vi possono essere casi nei quali è praticamente impossibile, anche con tutta la buona volontà, realizzare un simile buon proposito, per l’esistenza di ostacoli insormontabili sopravvenuti, o dati oggettivi, dai quali non possono prescindere. È dar prova di un semplicismo imprudente il sentenziare categoricamente, in questi casi, come fanno alcuni: “devono tornare a come erano prima!”. Sarebbe assurdo peraltro credere che essi, pur non riuscendo o non potendo liberarsi da una situazione ineliminabile, siano comunque in uno stato di peccato mortale. Nessuno può essere in colpa contro la sua volontà o costretto o necessitato a peccare. Un atto che siamo costretti a fare può esser peccato esteriormente, ma l’anima rimane innocente, come per esempio l’atto di una donna violentata da un uomo senza il consenso di lei. Sarebbe poi addirittura blasfemo credere che Dio possa permettere situazioni o condizioni, dalle quali non si riesce a liberarsi e che tuttavia conducono inevitabilmente al peccato, sì da meritare la perdizione eterna.

coppia felice

molte le situazioni da valutare …

Una di queste situazioni irrimediabili senza colpa possono essere le seguenti: il coniuge di prima si è risposato con un altro e magari ha avuto figli da quest’altro. Oppure la nuova coppia ha figli ed è legata da gravi obblighi, vincoli o interessi civili, legali od economici.  In questi casi, i due, anche non volendo, si trovano davanti all’occasione inevitabile del peccato. Si badi: all’occasione, non al peccato stesso. L’occasione non è ancora il peccato. L’occasione può essere inevitabile; il peccato può essere evitato. L’occasione o tentazione non è necessariamente cercata e può essere imprevista o non voluta. Alcuni si confessano delle tentazioni, ma sbagliano. Anche Sant’Antonio nel deserto ha avuto le tentazioni, ma ha resistito. Si pecca quando si cede volontariamente alla tentazione. Il peccato è per essenza un atto voluto. Stando così le cose e nell’ipotesi di un non pieno consenso al peccato, sotto la spinta quasi irresistibile della passione, è possibile anzi che la colpa si abbassi da mortale a veniale. Se poi l’impulso passionale fa perdere addirittura la libertà, la colpa può esser totalmente assente, anche se l’atto è oggettivamente peccato (per la materia), come in certi casi di suicidio o di panico o di malattia mentale.

formatori

bisogna tornare a formarsi per formare …

Questa grave problematica costituisce un forte richiamo ai pastori, ai moralisti, agli educatori e ai fedeli ad un maggiore e più convinto impegno nella promozione e nella tutela dei valori “non negoziabili” del vero significato della sessualità, del retto rapporto tra uomo e donna, del matrimonio e della famiglia, in una visuale più attenta alle singole situazioni problematiche, ai loro lati positivi e negativi, onde dare a ciascuna situazione quella soluzione e quell’orientamento, che nascono dal Vangelo e dalla legge naturale, nella giustizia e nella misericordia, in piena comunione con la Chiesa.

urla 1

mordenti urla …

In questo frangente così grave per la vita della Chiesa e della società, occorre evitare i due estremismi contrapposti, il primo, di una piccola ma mordace minoranza, dell’ultra tradizionalismo, col suo allarmismo catastrofista e il suo legalismo rigorista, che teme che il Papa possa allontanarsi dal Vangelo o dalla Tradizione, se non lo ha già fatto; e il secondo, ben più diffuso ed arrogante, quello dei modernisti, spiriti mondani, relativisti impenitenti, predicatori del buonismo misercordista, che vorrebbero strumentalizzare il Papa con false adulazioni.

farisei e sadducei

Gesù tra i sadducei ed i farisei

Per i primi, il Papa è un sorvegliato speciale; per i secondi, è il buon amicone, il permissivista che accontenta tutte le loro voglie. I primi predicano una falsa giustizia, i secondi una falsa misericordia. Ma l’una e l’altra vanno bene solo se stanno assieme.

Anche oggi esistono i farisei e i sadducei. Gesù, pur offrendo a tutti la salvezza, non sta nè con gli uni né con gli altri, ma solo con la volontà del Padre, che Egli ha affidato agli apostoli sotto la guida di Pietro, da far conoscere al mondo.

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Varazze, 13 ottobre 2015

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«Sono gay». Il coming-out di Monsignor Krzysztof Charamsa, tra l’urlo dei farisei e l’accidia clericale suicida

12 Ottobre 2015/11 Commenti/in Attualità, Tutte/da Padre Ariel

«SONO GAY». IL COMING-OUT DI MONSIGNOR KRZYSZTOF CHARAMSA, TRA L’URLO DEI FARISEI E L’ACCIDIA CLERICALE SUICIDA

 

Monsignor Kryzstof Charamsa, teologo che stimo e di cui conservo ottimo ricordo, se n’è andato col suo “fidanzato”, gli altri sono invece rimasti ai propri posti e presto diventeranno vescovi e cardinali nella Chiesa di Cristo svuotata di fede e da essi ridotta sempre più ad una lobby mafiosa retta su criteri pornocratici di ricatto e di omertà.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Monsignor Kryzstof Olaf Charamsa, 43 anni, teologo di riconosciuto spessore, professore al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e alla Pontificia Università Gregoriana, officiale della Congregazione per la dottrina della fede e segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale.

Al contrario di molti altri o di gran parte delle praeficae di certi blog cattolici, penso di poter parlare di Monsignor Kryzstof Charamsa con una certa cognizione, perché l’ho conosciuto; fu infatti mio docente all’epoca in cui frequentavo i corsi di licenza specialistica in teologia dogmatica. In quegli stessi anni ebbi “l’onore” di avere come docente anche Padre Thomas Williams, che per esilarante ironia della sorte era docente di teologia morale [vedere QUI, QUI]. Dico “esilarante” perché oggi Williams — avuta la dispensa dal sacerdozio e la dimissione dallo stato clericale — è sposato con la figlia dell’ex ambasciatore americano presso la Santa Sede, dalla quale aveva già avuto in segreto due figli [cf. QUI]. E mentre questo pio Legionario di Cristo se la spassava su “diplomatici talami vaticani” [cf. QUI]; mentre i suoi figlioletti crescevano sani e belli, dalla sua cattedra presso l’integerrimo Pontificio Ateneo Regina Apostolorum ― di cui fu decano di teologia poco più che trentenne ― tuonava verso i peccati contro la morale sessuale. Williams era infatti un moralista duro e puro, pronto a lanciare fulmini e saette morali e bioetiche su un preservativo ed a minacciare i poveri giovani religiosi della Legione, obbligati in modo coattivo ad averlo come confessore, di arrostire tra le fiamme dell’Inferno; perché quella sarebbe stata la loro fine, casomai si fossero sfiorati il membro virile in preda a tempeste ormonali giovanili anche e solo in stato di semi-incoscienza durante il dormiveglia … Con alcuni sacerdoti e religiosi, ex sventurati penitenti obbligati di questo zelante ex Legionario di Cristo, ho dovuto lavorare alcuni anni in foro interno e in foro esterno, pregando e sperando che la grazia di Dio, pure per il tramite di un asino come me, sanasse le profonde ferite recate alle loro anime da questo essere scellerato, disumano e soprattutto strutturalmente ipocrita, degno ramo marcio del diabolico tronco marcito di Marcial Maciel Degollado [cf. QUI].

Thomas Williams

il Legionario di Cristo Thomas Williams, già decano di teologia del Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e docente in teologia morale ed esperto di bioetica

Spero che di simili vicende il Prof. Roberto de Mattei ― e con lui tutti coloro che in questi giorni hanno trattato con estrema durezza Charamsa su Corrispondenza Romana e altrove ― non abbia perduto ricordo, incluse le conferenze da lui tenute assieme all’integerrimo moralista e bioeticista Thomas Williams [vedere QUI]. Dal canto mio non ho invece problema alcuno ad affermare di avere sempre giudicato Williams un mediocre inetto messo da altrettanti inetti Legionari di Cristo a insegnare teologia senza che prima avesse compreso i fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica; e di avere molto stimato invece Charamsa per il teologo di valore che era e che malgrado tutto rimane. Ebbene domando: cos’ha da dirci al presente de Mattei su Williams e su Charamsa, a parte la sua invocazione per il secondo del mitico e … attuale Liber Gomorrhianus edito agli inizi dell’XI secolo [vedere QUI]?

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Monsignor Kryzstof Charamsa, alle spalle il suo compagno Eduard Planas

E se il blog Avanti Popolo alla Riscossa fa tosto eco a trombetta nello straccio di vesti [vedere QUI, QUI, QUI] io preferisco procedere con la tenerezza dell’affetto verso un confratello che ha commesso un errore reso ulteriormente grave dalla sua formazione teologica, di fronte alla quale è impossibile invocare l’ignoranza e tanto meno l’ignoranza inevitabile. E la mia tenerezza nasce da quelle pagine del Vangelo nel quale il Verbo di Dio invita il giovane ricco ad abbandonare le sue ricchezze per seguirlo [Mc 10, 17-27]. Ora, chi pensa che Cristo si riferisse ai beni materiali si sbaglia, mostrando in tal senso d’aver capito poco questo brano evangelico, perché le vere ricchezze negative che limitano la sequela Christi e delle quali dobbiamo liberarci sono quelle riassunte nei Sette peccati capitali. Di questo racconto colpisce la frase: «Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò […]». Questa è la tenerezza: lasciarsi penetrare dallo sguardo di quel Dio che un giorno, tutti, saremo chiamati a guardare a faccia a faccia, anche per sottostare al suo giudizio, che sarà misericordioso anche se il suo verdetto fosse la nostra condanna alla dannazione eterna.

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il ritorno del figliol prodigo nella casa del padre

Questo il motivo per il quale è bene chiarire dal pulpito di quali praeficae farisee provengono gli stracci di vesti sul caso di Monsignor Charamsa. Analizzando infatti il suo gesto, il quesito doloroso e provocatorio che più avanti porrò sarà il seguente: con questo coming-out ha dato scandalo oppure ha evitato di continuare a vivere nello scandalo? Io credo che nessuno dei tanti laiconi corsi subito a sparare a raffica su ciò che di rigore mostrano puntualmente di non conoscere, sia riuscito a fare un’analisi corretta, perché oltre a non avere i necessari elementi per valutare un caso in sé e di per sé molto grave, sono privi di un altro presupposto fondamentale: l’anima sacerdotale. L’anima di un sacerdote può essere infatti compresa e, con la grazia di Dio penetrata, solo dall’anima di un altro sacerdote mosso come tale da una consapevolezza che non sfiora invece certi laiconi all’arrembaggio: Kryzstof Charamsa ha ricevuto per divino sacramento un carattere indelebile ed eterno e come tale sarà sacerdote per sempre secondo l’antico ordine di Melchisedech, a prescindere dalle sue scelte e dalla sua condotta di vita. Sono consapevole che questo mio confratello ha compiuto un gesto che profana e tradisce il Sacro Ordine Sacerdotale, ma proprio per questo non cesserò mai di pregare e di sperare nel suo ritorno, affinché il Padre possa uccidere il vitello grasso e fare grande festa. E che nessun altro fratello osi fare alcuna obiezione dinanzi alla misericordiosa accoglienza del Padre [cf. Parabola del figlio prodigo: Lc 15, 23].

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Monsignor Kryzstof Charamsa

Dire a posteriori «lo immaginavo» … potrebbe quasi avere il sapore della saccenza, ma non è così, perché del caro e stimato Kryzstof Charamsa io ricordo lo sguardo lucente ma al tempo stesso triste e non chiaro, tipico della persona che cerca di celare il disagio di quella sofferenza sulla quale ha tanto scritto e parlato nelle sue lezioni, al punto da essere indicato come teologo della sofferenza, alla quale più volte ha dedicato dotti seminari e lavori scientifici [vedere QUI]. Mi formai così l’idea che questo giovane teologo molto competente e amabile nascondeva nel mistero della sofferenza umana il proprio disagio e il segreto della sofferenza sua. Un disagio e una segreta sofferenza che istintivamente ricollegai alla sfera emotivo-affettiva, perché al contrario di questo mio confratello divenuto sacerdote ad appena 24 anni, io non ero entrato in un seminario in tenera età, ed ho avuto modo di sviluppare un certo istinto prima di divenire presbìtero in età adulta, salvo e immune da quella “falsa libertà” che pervade i seminari, dove all’apparenza si parla di tutto, ma dove lo spirito repressivo ed auto-repressivo è oggi di gran lunga peggiore sotto molti aspetti di quello che vigeva in gran parte dei seminari pre-conciliari, dai quali vuoi per repressione vuoi per oculata selezione, uscivano fuori degli uomini e non delle donnette. E se a volte, nei presbitèri diocesani, sorgeva qualche problema o scoppiava qualche scandalo, ciò era dovuto al fatto che ogni tanto qualche presbìtero fuggiva con l’amante, ma con l’amante donna. Sfido infatti chiunque a portare un solo singolo caso di un presbitero fuggito col “fidanzato” prima degli anni Settanta.

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Monsignor Kryzstof Charamsa

I moderni farisei che invocano il Liber Gomorrhianus dall’alto empireo della Vera&Pura traditio, omettono però di dare all’opinione pubblica corrette informazioni su Monsignor Charamsa, perché se lo facessero rischierebbero di darsi la zappa sui piedi. Andrebbe infatti precisato che prima del suo coming-out è stato sempre un teologo di ortodossa dottrina formatosi secondo i migliori criteri della scolastica classica, fine studioso dell’Aquinate e raffinato metafisico; non a caso una delle sue principali opere è edita dalle Edizioni Studio Domenicano [vedere QUI]. Gli studenti che ebbero modo di seguire i suoi corsi nel Pontificio Ateneo Regina Apostolorum ricordano sempre con quale precisione e serietà abbia messo in guardia nel corso degli anni i futuri teologi dalle vecchie eresie, che come dei virus si trasformano nel tempo mantenendo però integra la loro pericolosa sostanza. E ricordano altresì, i suoi ex studenti, quanto fosse preciso e deciso nella critica rivolta agli esponenti della Nouvelle Thèologie; ricordano come nelle sue lezioni ponesse l’accento sugli errori ed i pericoli insiti nel pensiero di Karl Rahner. In modo prezioso egli trasmetteva insegnamenti anti-modernisti e anti-rahneriani. Un vero modello di teologo appartenente al mondo della sana traditio catholica, non un affiliato all’area dei modernisti o dei cosiddetti “progressisti”, tutt’altro: un loro nemico giurato.

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Thomas Williams dopo la dimissione dallo stato clericale

Il direttore di Corrispondenza Romana, che pure frequenta da tanti anni il grande campus dei Legionari di Cristo nel quale si trovano il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e l’Università Europea di Roma, non può fingere di non avere conosciuto questo teologo di sana e ortodossa dottrina, ed assieme a lui non può fingere di non avere conosciuto il moralista duro e puro Thomas Williams, anch’esso d’impostazione tradizionalista, che però se la faceva in segreto con le figlie degli ambasciatori dalle quali sfornava figli e col quale io ebbi una discussione pubblica nel 2008, quando di fronte alle sue affermazione esasperanti sulla masturbazione dissi che il suo rigore non corrispondeva affatto a quanto di ragionevole e umano era stato scritto con buon senso comune e scientifico nel Catechismo della Chiesa Cattolica [Cf. n. 2352, QUI]. Sino a destare infine il suo scandalo per questa mia testuale affermazione: «Se un adolescente che non sia San Luigi Gonzaga benedetto da Dio con particolari grazie non avesse mai fatto ricorso alla masturbazione, qualora ne fossi messo a conoscenza inviterei i genitori a portarlo quanto prima dal neurologo, perché probabilmente c’è in lui qualche cosa di veramente grave che non funziona. Se invece un giovane adulto, od un adulto, vivesse la propria sessualità attraverso la masturbazione, oltre a mettermi a sua disposizione come direttore spirituale lo inviterei a fare quattro chiacchiere con un bravo psicoterapeuta, perché ciò denoterebbe che in lui, a livello emotivo ed affettivo, ma soprattutto a livello di maturità umana, c’è qualche cosa che non funziona proprio» …

… poi, che i Legionari di Cristo, per costruire questo grande campus in zona Aurelia a Roma abbiano pagato 18 tangenti ad altrettanti funzionari pubblici corrotti, questa è tutt’altra faccenda morale, perché ciò che solo conta è di non masturbarsi e di non usare preservativi.

Padre Javier Garcia, L.C.

Considerata l’affermazione molto grave appena fatta, metto le mani avanti ed a scanso di inutili querele che si ritorcerebbero contro eventuali querelanti improvvidi, preciso che ad affermare l’avvenuto pagamento di 18 tangenti ad altrettanti funzionari pubblici corrotti fu uno dei maggiorenti di allora della Legione di Cristo, il piccolo e stolto Padre Javier Garçia, che nel 2009, dinanzi a 27 sacerdoti, durante un pranzo nella Casa Sacerdotale di Castel di Guido, rivolgendosi a me e all’altro italiano presente in quella struttura internazionale disse dinanzi ad un’intera platea di testimoni queste parole molto esaustive circa il livello diabolico a cui può giungere l’immoralità di certi moralisti: «Voi in Italia avete un sistema davvero strano. Da noi, in Messico, non è così, basta pagare una sola persona che quella provvede a sistemare tutto; mentre invece, in Italia, bisogna pagare i diversi funzionari uno per uno, perché ciascuno vuole la sua fetta di torta».

tangenti

... quegli ambiti nei quali taluni non applicano affatto il rigore della teologia morale dura e pura …

Dopo avere affermato questo, non in privato ma sulle pubbliche colonne di una rivista telematica che ha superato in appena un anno 1.500.000 di visite, sarei quasi tentato di sperare in una querela da parte di persone che da una parte corrompevano i funzionari pubblici col pagamento di tangenti, dall’altra facevano dormire gli adolescenti del loro seminario minore nei dormitori con le luci soffuse accese, le mani fuori dalle coperte ed i formatori che a turno li controllavano passeggiando per tutta la notte, onde evitare che si fossero toccati là dove moralmente risiede l’intero mistero del male, che nasce e che si sviluppa tutto quanto tra preservativi e masturbazioni, non certo attraverso la corruzione dei funzionari pubblici tramite il pagamento di 18 tangenti. Il tutto, và da sé, mentre i loro sacerdoti ingravidavano le figlie degli ambasciatori in privato e si stracciavano poi le vesti in pubblico per un rapporto sessuale pre-matrimoniale consumato da chi — pur sbagliando — non aveva comunque mai promesso solennemente di mantenersi celibe e casto. E detto questo evito di entrare nel merito dell’intenso legame avuto dai Legionari di Cristo con un altro loro beniamino: l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, le cui vicende giudiziarie sono ben note all’opinione pubblica. Semmai, sui legami di Fazio col campus dei Legionari di Cristo potremmo provare a chiedere qualche informazione al Prof. Roberto de Mattei che in quella struttura insegna sin dalla sua fondazione e dove tutt’oggi è coordinatore del corso di laurea in Scienze Storiche, sempre ammesso che non sia troppo impegnato a promuovere sull’Agenzia Stampa Corrispondenza Romana il mitico Liber Gomorrhianus, cosa quest’ultima che potrebbe richiedere un impegno estenuante, sino a indurlo a sorvolare comprensibilmente su altre cose, forse moralmente meno rilevanti?

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S.E. Mons. Mario Oliveri, Vescovo emerito di Albenga

D’altronde stiamo parlando di cattolici da regime sovietico, paragonabili in tutto e per  tutto agli ideologi dei vecchi partiti comunisti europei, che quando i carri armati invasero nell’agosto del 1968 la città di Praga, tacquero. Come con sovietica ideologia hanno taciuto di recente gli affiliati alle “logge” dei “tradizionalisti” duri e puri dinanzi ad un altro innegabile dato di fatto: la diocesi italiana più impestata di preti omosessuali e di scandali ad essi connessi, era quella retta dal beniamino del mondo tradizionalista italiano: S.E. Mons. Mario Oliveri, i cui pontificali nella Cattedrale di Albenga erano tutti quanti un tripudio di mitrie gemmate, paramenti barocchi, latinorum e … tanti preti e seminaristi sculettanti attorno a lui come delle fanciulle languide colte dai torpori delle prime mestruazioni.

Signori, come diceva Amleto: «C’è del marcio in Danimarca!». Sottinteso: in tutta. E chi pensa che la santità e la moralità albergano solo dove c’è il rigore apparente, il latino liturgico ed il bel canto gregoriano, non ha capito proprio niente; ma c’è di peggio: non vuol proprio capire niente, perché l’ideologia che lo acceca glielo impedisce. E l’ideologia, qualunque essa sia, è da sempre la nemica peggiore della fede.

Di recente sono stato rimproverato da uno dei miei critici per avere trattato in modo “teologicamente sconclusionato” il Prof. de Mattei in uno dei miei articoli incentrato sulla famiglia ed il Sinodo dei Vescovi attualmente in corso [vedere QUI]. Peccato che anche in questo caso, a stracciarsi le vesti sul mio spirito “teologicamente sconclusionato” sia stato un soggetto che ha trascorso la sua vita a molestare le studentesse in una università pontificia; ragazze e donne tutte sane, vegete e dotate di buona memoria. Però l’inopportuno sarei invece io che, nell’esercizio delle mie funzioni sacerdotali, non ne ho mai molestata una di donne, né dentro né fuori dalle mie funzioni. E quando semmai qualcuna ha tentato di molestare me, ho risposto con garbo che se avessi voluto accettare certe gradevoli “molestie” non dovevo fare altro che restare dov’ero, senza alcun bisogno di diventare prete …

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quello che Monsignor Charamsa poteva e doveva evitare …

… ma torniamo al caso Charamsa, un confratello al quale non cesserò mai ― oggi più che mai ― di volere bene. In modo pertinente e forse ineccepibile si potrebbe dire che l’agire di Monsignor Charamsa è stato un agire dettato da Satana in persona. In qual altro modo potremmo infatti definire un teologo colto, ortodosso, competente e raffinato che rivolge accuse alla Santa Chiesa e alla Sposa di Cristo sfoggiando nella sua verve critica un frasario da fare invidia ai peggiori ideologi del gender e dell’omosessualismo? I peggiori teologi eretici, Hans Küng degna creatura di Karl Rahner, od i teologi più marxisteggianti della liberazione, non hanno mai affermato nulla di simile; ed erano e sono, teologicamente parlando, degli eretici palesi e manifesti, oltre che pericolosi; mentre Monsignor Charamsa, teologicamente e dottrinalmente parlando, non lo era e non lo è, perché il suo è un grave problema perlopiù morale. E indubbiamente immorale — oltre che lesivo alla dignità di tutti noi membri del Sacro Ordine Sacerdotale — è stato vedere in giro per le televisioni del mondo questo nostro confratello vestito da prete che palpeggiava il suo “fidanzato”, che si stringeva a lui e che reclinava il proprio capo sul suo petto come se si fosse trattato del giovane Apostolo Giovanni con il Signore Gesù.

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«La moderna incapacità a leggere i segni» – la celebre immagine del fulmine che colpisce la cupola di San Pietro dopo l’annuncio della abdicazione dal sacro soglio del Sommo Pontefice Benedetto XVI

Per la mia profonda conoscenza di certe vicende ecclesiastiche ed i complessi rapporti che come confessore e direttore spirituale ho da anni con numerosi preti, spesso anche in gravi difficoltà, usando in questo caso anche la mia modesta formazione fatta a suo tempo per l’abilitazione al ministero di esorcista, ritengo di poter dire che Monsignor Charamsa non è stato vittima diretta di Satana ma vittima indiretta dei suoi grandi accoliti. Ed i suoi grandi accoliti sono coloro che dirigono come vescovi le principali diocesi del mondo; sono molti alti prelati della curia romana e non pochi membri del Collegio Cardinalizio. Monsignor Charamsa è solo la conseguenza di ciò che in un mio libro del 2011 [E Satana si fece Trino, a breve in ristampa con altra società editrice], indicai come il dramma della omosessualizzazione della Chiesa. E urlando nei deserti come un piccolo Giovanni Battista da quattro soldi, tale sono io, ho inutilmente spiegato e ripetuto che un esercito sempre più numeroso di gay si è insediato in tutti i posti chiave della Chiesa, tenendo in mano attraverso le peggiori armi di ricatto intere diocesi; tenendo in ostaggio i loro rispettivi vescovi, ridotti spesso a dei pupazzi con la loro bella mitria in testa e il loro pastorale lucente in mano, ma non in grado di governare molte Chiese particolari ormai perdute, perché totalmente frocizzate in seguito a quello che in modo ironico ma pertinente ebbi a definire in quel mio libro come un nubifrocio universale scoppiato sulla povera Chiesa di Cristo.

 

La potente lobby gay che imperversa dentro la Chiesa ha più volte costretto Benedetto XVI a nominare vescovi dei soggetti che mai egli avrebbe nominato; ad elevare alla dignità cardinalizia taluni soggetti più simili a delle soubrette attempate che a degli uomini; gente che non ispira proprio il ricordo dei Principi della Chiesa ai quali è richiesto come primo presupposto non solo una anatomica maschilità fisica, ma soprattutto una adeguata maschilità psicologica.

La potente lobby gay lava le peggiori “fedine penali” di preti in carriera o in corsa verso l’episcopato noti per le loro condotte immorali sin da quand’erano seminaristi; fa sparire segnalazioni fatte alle autorità ecclesiastiche dai pochi sacerdoti ai quali è rimasto un barlume di coraggio, minaccia in modo coercitivo chi mostra dissenso verso le loro consorterie. La lobby gay impedisce che uomini sani e motivati siano ordinati sacerdoti, perché tutt’oggi gran parte dei seminari italiani sono impestati da imbarazzanti effeminati con le vocette stridule e le movenze esangui, in particolare nel Meridione d’Italia, dove se un gay non è bello, quindi non può volare a Roma, Bologna o Milano dove troverebbe subito un ricco cinquantenne omosessuale che lo manterrebbe di tutto punto, come alternativa ecco che entra in seminario, diventa prete e cerca di fare carriera. Non è infatti un caso che i gay che entrano nei seminari sono sempre brutti e fisicamente non gradevoli, perché altrimenti avrebbero preso altre strade e intrapreso tutt’altre carriere. In tutti i miei anni di ministero sacerdotale ed in quelli della mia pregressa formazione al sacerdozio, l’unico gay atletico e di bell’aspetto che ho conosciuto, in mezzo a un esercito sempre più numeroso di preti omosessuali, è stato solo e unicamente Monsignor Charamsa. Forse ve ne saranno altri, ma pur avendo vissuto perlopiù a Roma in ambienti ecclesiastici e sacerdotali internazionali, di omosessuali attraenti ho conosciuto solo lui.

Cristo redentore rio

«La moderna incapacità a leggere i segni» – un fulmine colpisce la mano destra del Cristo Redentore a Rio de Janeiro e ne danneggia il pollice. Per oltre un millennio, prima della introduzione del “gran segno di croce”, la benedizione era data o imponendo le mani o tracciando un segno sulla fronte col pollice destro.

Io non sono affetto da sessuocentrismo né sono uno che misura singoli e situazioni attraverso gli schemi sessuocentrici di Sigmund Freud, ma come uomo che mai ha negato d’aver vissuto nella sua vita pregressa anche una dimensione sentimentale e sessuale e d’aver conosciuto il disordine del libertinaggio e la convivenza con donne, non posso eludere l’elemento fondamentale di quella sessualità umana che fu tra l’altro uno dei principali elementi che concorse alla decadenza della società romana. Quando infatti fu perduta la virilità, a mano a mano prese campo e si diffuse l’omosessualismo ai più alti livelli sociali e politici. Infine scesero dal Nord dell’Europa i barbari che erano maschi a tutto tondo e … e per dirla in modo reale e senza pudibondi eufemismi clericali: i barbari giunsero col membro virile eretto e la spada affilata in mano cogliendo di sorpresa i “maschi” romani sprofondati nel baratro dei peggiori frocismi e che truccati da donne erano intenti a darsi alle orge coi giovani nelle alcove …

Sacco di Roma JN Sylvestre 1890

il “Sacco di Roma” per opera dei visigoti nell’anno 410

… e così i barbari misero in ginocchio ciò che rimaneva del decadente Impero Romano, col loro membro eretto e la loro spada affilata.

In questo momento sta accadendo a livello ecclesiale la stessa cosa in forma peggiore e con una sostanziale differenza: i barbari si convertirono al Cristianesimo, ed anche grazie a loro la Cristianità fu salva e si diffuse tra le stesse popolazioni barbariche. E da che cosa furono colpiti i barbari? Cosa li spinse alla conversione? Presto detto: la loro conversione è legata a figure straordinarie di vescovi, presbìteri e monaci ai quali i barbari riconobbero tempra virile, coraggio, autorevolezza, quindi autorità. Ebbene immaginiamo i barbari oggi: quali reazioni avrebbero dinanzi a figure di vescovi ibridi e androgini, che a mezza voce parlano ma non parlano, non dicono si e non dicono no, ma soprattutto sempre più circondati da preti sculettanti che parlano con voci in falsetto? Provate a immaginare la reazione dei barbari …

Gianfranco Ravasi

il Cardinale Gianfranco Ravasi

… chi sarebbe in grado oggi, come nel 452, di fermare Attila detto “il flagello di Dio“, armato solo della propria grande autorevolezza, come lo era il Santo Pontefice Leone Magno? Forse il Cardinale Gianfranco Ravasi che intima al Re degli Unni: «Caro Fratello, non ti arrabbiare, anzi, vieni mio ospite presso il Cortile dei Gentili, che ne parliamo assieme». Forse Attila, dopo una sonora risata gli risponderebbe: «Dolcezza, pensi forse di essere sul set degli studi televisivi di Canale5? Guarda che io sono reale, ma se la cosa non ti è chiara allora sappi che io ammazzo sul serio!». 

roberto marchesini

lo psicologo Roberto Marchesini

Già anni fa parlavo della omosessualizzazione della Chiesa con tutto ciò che ne consegue, tema approfondito in seguito con lo psicologo Roberto Marchesini al quale lamentai un vero e proprio golpe omosessualista in corso [cf. QUI]. Dio solo sa quanto io soffra nel vedere certe cadute nel ridicolo, perché basta partecipare a un incontro del clero in qualsiasi diocesi per rendersi conto di quanto basso sia, se non a volte inesistente, il livello di testosterone che corre tra i presbiteri ed i vescovi, sino a giungere a vere e proprie figure grottesche di preti; o ad assemblee del clero che sembrano dei veri e propri raduni promossi dal Gay Village.

Magari fossero scatenate delle nuove persecuzioni contro la Chiesa, perché il sangue dei martiri l’ha sempre purificata e rivitalizzata, cosa questa che hanno imparato nel tempo i nostri nemici, il Demonio in testa a tutti che, fatto tesoro della lezione, se ne guarda bene dal farci un buon servizio del genere, ben altro è infatti il suo servizio: servendosi delle peggiori gesta degli uomini di Chiesa ridotti spesso a figure in bilico tra caricaturale e grottesco, sta rovesciando su di noi il ridicolo, neppure il disprezzo, ma il ridicolo.

Oggi, la Chiesa attaccata dall’interno è stata anzitutto svirilizzata; si sono create potenti cordate di mezzi uomini piazzati nei posti di maggior rilievo, resi deboli dalla loro smidollatezza congenita e gestibili attraverso la loro ricattabilità. E questi mezzi uomini selezionano a loro volta uomini più “mezzi” ancora di loro che siano come tali deboli e ricattabili, quindi intruppabili. Altro che “sangue dei martiri”!

santagata

il tripudio pagano della festa di Sant’Agata a Catania, notoriamente gestito dalle cosche mafiose

Ci si rivolga una domanda, o meglio se la rivolgano i vescovi italiani o ciò che resta dell’episcopato italiano: perché da Napoli in giù la Dottrina Sociale della Chiesa non trova applicazione; perché non è stata sviluppata la cultura degli oratori e delle grandi aggregazioni cattoliche? E per aggregazioni cattoliche non s’intendono quei quattro mezzi esaltati disgreganti dei Neocatecumenali o dei Carismatici, ma ben altro genere di aggregazioni aggreganti. Perché tutto tende invece a limitarsi ad una fede paganeggiante fatta di tradizioni popolari, processioni e celebrazioni di Santi e Sante che ricordano in tutto i baccanali greci, i quali a suo tempo si concludevano con la grande orgia tra fiumi di vino, mentre oggi si concludono coi fuochi artificiali, quale raffigurazione simulata degli orgasmi orgiastici? Perché nessuno si cura del fatto che l’immane scandalo della festa di Sant’Agata a Catania è totalmente in mano alla potente mafia catanese [vedere QUI]? Ebbene ve lo spiego io il perché di tutto questo: perché nel Meridione d’Italia — fatte salve le singole eccezioni dei buoni preti, che sono sempre di meno e sempre più vessati da un sistema ecclesiastico corrotto e corruttore — c’è il clero moralmente più scandaloso, scadente, impiegatizio e pigro del nostro Paese. Infatti, le associazioni mafiose: Camorra, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita e Cosa Nostra, non vogliono disturbi sul loro territorio. Pertanto non gradiscono la presenza e l’operato di antagonisti capaci di strappargli di mano la giovane manovalanza, educando i giovani ad una cultura non mafiosa, cosa questa che richiederebbe la tempra e la virilità di preti che siano anzitutto dei maschi decisi e capaci come tali di incutere rispetto e sacro timore. Ecco allora che le mafie hanno insinuato un sistema mafioso anche all’interno delle Chiese locali, dove molti vescovi si comportano di fatto come fossero dei capi clan, circondati spesso da preti caricaturali e ricattabili. Inevitabile quindi che certe Chiese locali siano anzitutto riempite di preti omosessuali, dentro gli armadi dei quali si trova in schifo di tutto e di più. Questo rende le Chiese particolari del Meridione d’Italia deboli e sottomesse alla criminalità organizzata, che esercita sui vescovi un grande potere di ricatto, perché qualora non stessero al loro posto come i mafiosi vogliono, questi tirerebbero fuori scandali morali e patrimoniali così gravi dinanzi ai quali si finirebbe col dover ammettere che la realtà oggettiva di certi vescovi, preti e diocesi supera davvero l’umana fantasia.

tempesta sedata

Gesù dorme nella barca di Pietro sul mare in tempesta [Mc. 4, 35-41]

Nel corso degli anni, a Roma, quante suppliche sono giunte, con tutte le più dettagliate e gravi spiegazioni del caso, circa l’urgenza di nominare come vescovi diocesani da Napoli in giù dei sacerdoti privi di qualsiasi legame di nascita, parentale e sociale con il luogo; che non si siano formati nei seminari e negli studi teologici locali? Per tutta risposta, non solo Roma si è mostrata sorda, molto peggio: alcuni dei più ricattabili preti-signorina sono stati promossi all’episcopato ed eletti vescovi di numerose di queste Chiese particolari, all’interno delle quali hanno seguitato ad incrementare e proteggere a più non posso il frocismo ecclesiastico.

La Chiesa sopravviverà com’è scritto nel deposito della nostra fede, ma questa sopravvivenza non può essere scissa dal chiaro monito: «E quando il figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?» [cf. Lc. 18,8]. Il Figlio dell’Uomo potrebbe anche trovare il guscio di una Chiesa totalmente svuotata di fede, con piccoli nuclei reietti e perseguitati al suo interno, che hanno cercato di mantenere integra a smisurato prezzo personale la fede degli Apostoli.

caduta libera

siamo in caduta libera, irreversibile e senza paracadute …

Siamo in caduta libera irreversibile, in fase di sgretolamento avanzato e con una emorragia di fedeli come mai s’era vista prima in certi continenti. E siccome come cristiano e sacerdote sono chiamato al realismo e non certo all’idealismo di matrice tedesca — posto che Cristo è morto e risorto realisticamente, non idealisticamente — di una cosa propendo a essere certo, anche se in questo caso non è opportuno parlare di “certezze”: tra non molti anni, la Chiesa come per secoli l’abbiamo concepita a livello ecclesiastico non esisterà più [cf. mio precedente articolo, QUI]. La Chiesa sopravviverà e seguiterà a vivere sino alla fine dei tempi, ma diverrà “altro”, perché sono ormai cinquant’anni che la Chiesa di Cristo si sta trasformando in “altro”; e questa non è un’opinione ma un dato di fatto che io accetto, mentre altri no, a partire dai membri del Collegio Episcopale, perché infarciti del meglio del peggio di certi devastanti teologismi novecenteschi di matrice idealista tedesca, che li rende appunto malati di quell’idealismo che li porta a non capire quel realismo tutto quanto basato sulla carne del Risorto che è salito al cielo con impressi sul suo corpo glorioso i segni indelebili della passione.

Monsignor Kryzstof Charamsa è venuto allo scoperto, ma al contrario di ciò che molti pensano, io ritengo che abbia dato uno scandalo di minore portata rispetto a coloro che hanno ridotto la Chiesa ad una sorta di gineceo per capponi castrati, pronti a distruggere in gruppo il maschio se non lo possono avere, possedere, gestire e ridurre ad un loro giocattolo. E se non possono distruggere quell’essere non facilmente controllabile che è il maschio, allora lo emarginano totalmente, affinché nel clero possano trionfare checche e checchine dive e divine assetate di fascette rosse, di posti al sole e di prebende, soggetti pronti ad essere sottomessi ai potenti come delle geishe e prepotenti oltre ogni misura con i deboli e gli indifesi. Questi sono i veri accoliti di Satana, non Monsignor Charamsa.

Monsignor Krzysztof Charamsa ed il suo compagno alla partenza per la Spagna

Monsignor Kryzstof Charamsa è venuto allo scoperto perché è un uomo giovane e di bella presenza, con un fisico da atleta e da nuotatore, degli occhi celesti belli e luminosi. Un uomo al quale la vita, nel bene e purtroppo nel male, può concedere tutto ciò che non potrebbe invece concedere al fitto esercito di preti gay sgradevoli nell’aspetto e nel corpo, dotati di diabolica furbizia ma non d’intelligenza né di cultura e per questo abili dissimulatori che, come tutte le persone molto mediocri, o come tutti i gay incattiviti, possono fare carriera solo all’interno della Chiesa in questo nostro momento di decadente implosione. Carriere che l’Autorità Ecclesiastica continua in modo scellerato a concedere loro, nominandoli alle alte cariche accademiche, facendoli vescovi, inserendoli nella Curia Romana, nel servizio diplomatico della Santa Sede e via dicendo, perché come dissi anni fa allo psicologo Roberto Marchesini: «Hanno fatto un golpe!» [vedere QUI]. E aggiungo oggi: «E la vicenda dell’abdicazione al sacro soglio di Benedetto XVI ne è il tragico epilogo». O forse qualcuno pensa che i pesanti e terribili faldoni dell’inchiesta svolta su mandato del Predecessore del Regnante Pontefice ed affidata a quattro anziani cardinali, si sia dissolta nel nulla? No, quei faldoni oggi sono più pesanti, ed al loro interno sono contenuti fatti ed episodi dinanzi ai quali Satana sarebbe capace ad ammettere che neppure lui, pur con tutto il suo odio verso il Cristo, sarebbe riuscito a sfregiare la Chiesa come invece l’hanno sfregiata certi cardinali, vescovi e preti.

spazzatura in casa

spazzatura dentro casa nostra …

Il teologo Kryzstof Charamsa era uno dei nostri elementi migliori, ed è uscito dalla porta in modo eclatante per lasciare la casa al peggio che seguita ad albergarvi dentro; un ottimo elemento al quale nessun formatore e nessun confessore — al quale chissà quante volte avrà parlato delle proprie pulsioni sessuali verso il proprio stesso sesso — ha mai detto: «Sii pure te stesso, ma ti prego, non diventare prete». Frase questa che io ho ripetuto più volte, sino a poche settimane fa, a diversi candidati ai sacri ordini, salvo vederli poi ordinare nel corso del tempo dai loro rispettivi vescovi, incuranti dei danni immani che con quelle sacre ordinazioni avrebbero recato alla Chiesa.

stanislaw dziwisz

il Cardinale Stanisław Dziwisz

Questa è la nostra irreversibile situazione: Vescovi incapaci che non possono essere rimossi perché protetti dal potente cardinalone loro ex compagno presso la conventicola dell’Almo Collegio Capranica, o perché divenuti vescovi per volontà di qualche potente che non può certo avere sbagliato nella scelta, neppure dopo morto. Vescovi incapaci che a loro volta mettono dei perfetti incapaci a dirigere i loro seminari, all’interno dei quali si formano delle aggregazioni di gay, diversi dei quali spiccano poi il volo appena preti per gli uffici della Conferenza Episcopale Italiana, i Dicasteri della Santa Sede, la Pontificia Accademia Ecclesiastica … e come le vipere seguitano a riprodursi e proteggersi tra di loro ai più alti livelli, scavando la fossa attorno a chiunque gli si opponga e li chiami col loro nome.

Monsignor Kryzstof Charamsa ha sbagliato, ha tradito le sacre promesse sacerdotali ed ha messo in imbarazzo il gruppo sempre più esiguo dei suoi confratelli sani; ma ha avuto il coraggio di dirci in faccia a tutti quanti che lui era il prodotto di questa omosessualizzazione ecclesiastica che lo ha favorito in una veloce e folgorante carriera sin dalla sua giovane età, senza che nessuno, durante i suoi anni di formazione, si rendesse conto dell’ovvio prima che fosse consacrato sacerdote.

Quanti altri gay della potente cordata di omosessuali polacchi, evidenti all’occhio ma al tempo stesso nascosti, rimangono invece in servizio presso la Santa Sede, sotto la protezione del sempre potente Cardinale Stanisław Dziwisz, noto anche come “il grande lavatore di gay”, da lui forniti spesso di garanzie tali da fare invidia al candore di Santa Maria Goretti vergine e martire?

nunzio in santo domingo

S.E. Mons. Jozef Wesolowski, già nunzio apostolico a Santo Domingo, condannato per pedofilia e possesso di materiale pedo-pornografico e dimesso dallo stato clericale

Quanti membri della cordata dei gay polacchi sono stati promossi alla dignità episcopale? Perché se non erro, il primo nunzio apostolico accusato e riconosciuto colpevole di pedofilia nell’intera storia del servizio diplomatico della Santa Sede era putacaso proprio un polacco [vedere QUI, QUI]; il quale putacaso era nelle grazie del Cardinale Stanisław Dziwisz, sempre per parlare di questa nostra povera Chiesa dove tutti conoscono responsabili, mandanti ed esecutori ma dove nessuno taglia loro le teste, al limite si promuovono a diverso alto incarico, o incuranti dei danni che possono fare si lasciano sulle cattedre episcopali o presso i propri uffici fino al sopraggiunto limite di età. Oppure: tutti sanno che quel vescovo ausiliare è un soggetto problematico? E quale problema c’è: vediamo quale diocesi è vacante e nominiamolo subito a quella sede vescovile, così potrà essere rimosso da una parte per seguitare a fare danni molto peggiori altrove.

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Monsignor Krzysztof Charamsa

Monsignor Kryzstof Charamsa ci ha dimostrato di essere il frutto e il prodotto dei veri accoliti di Satana, coloro che stanno deturpando la Santa Sposa di Cristo, celandosi dietro a ragioni sempre e di rigore superiori di buona politica pastorale e di alta diplomazia ecclesiastica; ragioni di fronte alle quali ritengono legittimo sacrificare persino Cristo e tutti i Santi. E mentre tutti costoro finiranno all’Inferno accolti in trionfo da Satana in persona, Monsignor Kryzstof Charamsa finirà invece in Purgatorio a scontare la sua meritata pena, che non sarà però la dannazione eterna. Alla dannazione eterna si sono condannati coloro che hanno trasformato la Chiesa di Cristo in una succursale della Chiesa del Demonio, ivi inclusi i rettori di seminario, i direttori spirituali e tutti quei confessori incapaci ad esercitare con sapienza e coscienza i propri ministeri, che non hanno mai letta e percepita l’indole del giovane Kryzstof Charamsa dicendo lui: «Non diventare prete, perché se lo diventerai non potrai essere libero, non potrai mai essere te stesso, quindi ti voterai ad una inutile sofferenza». E non a caso, molti anni dopo, Monsignor Charamsa era conosciuto nell’ambito teologico specialistico come un giovane maestro della teologia della sofferenza.

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Monsignor Krzysztof Charamsa

A Monsignor Kryzstof Charamsa, pure nel grave errore commesso e nel danno lacerante recato alla Chiesa, va riconosciuto un “merito”: a un certo punto non è stato più a questo gioco, ha pubblicamente tradito il sacerdozio, ha abbracciato il suo “fidanzato” in conferenza stampa ed è partito in “luna di miele” per i Paesi Baschi, mentre tutti gli altri, ben più pericolosi di lui, rimangono invece ai loro posti a profanare in modo molto peggiore il Sacro Ordine Sacerdotale, a decidere che gli uomini sani non possano diventare preti e che i preti peggiori e moralmente più scadenti seguitino ad essere promossi alla dignità episcopale per la somma tutela delle ragioni politico-pastorali e diplomatico-ecclesiastiche che si sono create all’interno dell’ormai “sistema-mafioso-chiesa-cattolica”; un sistema al quale tutto è sacrificabile, incluso il Corpo Mistico di Cristo.

Monsignor Kryzstof Charamsa se n’è andato col suo “fidanzato”, gli altri — quelli molto peggiori di lui — sono invece rimasti ai propri posti e presto diventeranno vescovi e cardinali nella Chiesa di Cristo svuotata di fede e da essi ridotta sempre più ad una lobby mafiosa retta su criteri pornocratici strutturati su dinamiche diaboliche di ricatto e di omertà.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2015-10-12 23:20:022021-08-26 13:55:13«Sono gay». Il coming-out di Monsignor Krzysztof Charamsa, tra l’urlo dei farisei e l’accidia clericale suicida

Antonio Livi: «Enzo Bianchi, “l’umanista ateo” getta la maschera»

22 Settembre 2015/2 Commenti/in Attualità/da Redazione

ANTONIO LIVI: «ENZO BIANCHI, L’UMANISTA ATEO GETTA LA MASCHERA»

 

[…] Bianchi si è sempre comportato come Bruno Forte, Gianfranco Ravasi e tanti altri che di fronte alle mie critiche teologiche [cf. il mio trattato su Vera e falsa teologia] non tentano nemmeno di confutarle ma si accontentano di mostrarmi orgogliosamente le loro insegne episcopali o cardinalizie. A me non resta che pregare, mentre continuo a consigliare tutti di non prendere per magistero quello che Magistero assolutamente non è.

 

Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

 

 

vera e falsa teologia

L’opera di Antonio Livi: Vera e falsa teologia, è edita dalla Casa Editrice Leonardo da Vinci [vedere QUI, QUI]

Consigliamo ai lettori dell’Isola di Patmos la lettura di questo articolo di Antonio Livi pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana [vedere QUI].

Antonio Livi è stato uno dei soci fondatori di questa nostra rivista telematica con la quale da alcuni mesi non collabora più. Tra poco provvederemo a correggere la pagina dei “redattori” dove figura ancora la sua scheda, mentre il suo nome, con nostro piacere e onore, rimarrà sempre sulla home page iniziale a perenne ricordo di questa felice esperienza nata dalla nostra comune intesa.

La scelta di distacco di Antonio Livi non ha mai intaccato la fraternità sacerdotale che ci lega e la sincera stima nei suoi riguardi da parte dei Padri dell’Isola di Patmos, che in toto condividono i contenuti di questo suo articolo e che seguiteranno a sostenerlo in questa e in altre sue battaglie improntate sulla salvaguardia del dogma e della dottrina cattolica. Non a caso, tra non molto tempo, i tre soci fondatori dell’Isola di Patmos si ritroveranno tutti e tre assieme come relatori ad un convegno di studi.

 

Convegno di Roma 30 ottobre 2015

https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Aquila-reale.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2015-09-22 02:07:192021-04-21 00:54:21Antonio Livi: «Enzo Bianchi, “l’umanista ateo” getta la maschera»

Le vocazioni adulte al sacerdozio

20 Settembre 2015/3 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— Lettere dei lettori dell’Isola di Patmos —

LE VOCAZIONI ADULTE AL SACERDOZIO

 

[…] nella mia vita sacerdotale ho sempre finito col fare tutto ciò che non avrei voluto fare, cosa di cui ringrazio Dio. Questo mi ha insegnato anche a diffidare, ed in modo veramente molto profondo, di tutte quelle persone e di tutti quei preti ai quali Cristo, sempre e di rigore, chiede solo ed esclusivamente quello che vogliono loro, alcuni dei quali hanno persino l’empia sfrontatezza di vantarsi affermando in pubblico: «Gesù mi ha detto … Gesù mi ha chiesto …». Per non parlare di certi laici, in particolare di certi carismatici e neocatecumenali, che hanno invece uno Spirito Santo a proprio personale servizio che dice e che suggerisce loro – spesso anche contro la dottrina e le discipline liturgiche e canoniche della Chiesa – ciò che vogliono sentirsi dire e suggerire.

 

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Caro Padre.

Sono un terziario domenicano, e se non sono indiscreto vorrei domandarle: come mai non è diventato sacerdote nell’Ordine dei frati predicatori? Se la domanda è invasiva e indiscreta cancelli il tutto e non mi risponda. Auguri vivissimi per l’Isola di Patmos.

Andrea di Bernardo

Caro Andrea.

domenicani novizio

Un novizio veste l’abito dell’Ordine dei Frati Predicatori presso la sede del noviziato nazionale delle provincie domenicane italiane in Napoli

Come di certo capirà non è questa la sede per fare la storia della mia vocazione, anche perché il discorso è complesso. Numerose persone, sacerdoti inclusi, mi hanno chiesto di scrivere un libro sulla storia della mia vocazione, ma per adesso ho sempre desistito. Forse un giorno nella vecchiaia lo farò, in fondo non esiste cosa più pubblica di una vocazione, considerando ch’essa porta di per sé a quando di più pubblico possa esistere: l’esercizio del sacro ministero sacerdotale.

Non ho scelto l’Ordine dei Frati Predicatori né altri Ordini perché le vocazioni adulte: o fanno scelte radicali entrando in ordini claustrali di stretta osservanza, tipo Trappisti o Certosini, o in uno di quei pochissimi monasteri benedettini che pur nella decadenza irreversibile che ha colpito questa benemerita famiglia mantengono un certo rigore. L’esperienza m’insegna che gli adulti entrano di solito negli ordini di vita contemplativa o nel clero secolare, perché difficilmente possono essere formati alla vita religiosa, salvo grazie speciali.

Premesso che il seminario – sapientemente istituito dal Concilio di Trento – non rientra nei dogmi della fede cattolica, il mio vescovo, come in passato hanno fatto molti altri vescovi nell’esercizio delle loro legittime potestà, stabilì per me, che avevo compiuto 40 anni, un più idoneo iter formativo: a Roma fui affidato ad una casa sacerdotale, vivendo nella quale feci da una parte la formazione teologica, dall’altra la formazione al sacerdozio sotto la guida dei formatori scelti dal vescovo. Fu un’esperienza molto preziosa, perché ho avuto modo di vivere a contatto con 30/35 sacerdoti in fascia d’età compresa tra i 32 ed i 45 anni provenienti da tutti i continenti del mondo, acquisendo anzitutto una visione universale della Chiesa Cattolica e non certo una visione limitata all’orto attorno al campanile del paesello, visto che uno dei principali drammi che devasta da sempre il clero secolare è appunto il provincialismo.

Ritengo di avere fatto la scelta giusta, o come mi disse un pio monaco trappista: «Tu sei fatto per i fuochi d’artificio, non per il silenzio del chiostro. In te è innato il senso della preghiera, della meditazione e della contemplazione, ma come sostegno ai fuochi d’artificio che dovrai sparare». Tesi confermata di recente da un mio confratello sacerdote, anch’esso vocaziona adulta al sacerdozio, già medico psichiatra e oggi monaco, che con vena simpatica mi scrisse: «Tu sei nato per fare il cacciatore, io sono nato per fare il veterinario». Battuta dinanzi alla quale, un mio giovane confratello sacerdote replicò: «Tu non ti limiti solo a sbranare, perché dopo averlo fatto ti metti a saltellare festoso attorno ai brandelli, felice di avere fatto un buon servizio alla Chiesa».

In quella casa sacerdotale internazionale  c’era assieme a me un altro italiano ordinato diacono e poi presbitero del clero secolare a pochi mesi di distanza da me, all’età di 43 anni, oggi sacerdote missionario in una zona indigena di Panama. Un giorno, parlando tra di noi, scoprimmo che entrambi avevamo pensato a una scelta radicale: “uscire dal mondo” e “rinchiuderci” in un monastero di trappisti, ma anche a lui, in modo diverso ma simile, era stato detto: «tu hai la missionarietà nel cuore».

La formazione di un religioso, dall’ingresso nel postulandato all’ordinazione sacerdotale non dovrebbe a mio parere durare – ed infatti una volta in certi Ordini storici non durava – meno di 10/12 anni. Quando nel post-concilio Vaticano II certe famiglie religiose ridussero la formazione a 5/6 anni, i risultati più deleteri nel tempo successivo si sono visti tutti quanti. Per esempio: alcuni anni fa, guidando un gruppo di famiglie ad Assisi, dovetti tradurre e spiegare cosa significava la scritta in latino sopra la Porziuncola, la quale altro non era che l’indicazione della indulgenza riservata a quanti, pentiti e confessati, avessero varcato quella soglia. Nella basilica c’erano infatti quattro apatici e grassi fratacchioni messicani che non erano stati in grado di rispondere a questa banale domanda a loro rivolta dalle persone, segno che … et invenit in templo vendentes oves et boves et columbas, et nummularios sedentes [«ed entrando nel Tempio (Gesù) trovò gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco». Gv. 22,42]; e sappiamo anche bene quanto il Signore Gesù si arrabbiò dinanzi a quella scena penosa [cf. Gv. 2,13-25].

Ciò che io rimprovero a certe famiglie religiose ed a certi ordini storici è questo: ieri, le migliori vocazioni, se le prendevano loro, perché da loro entravano persone particolarmente colte e dotate per gli studi; presso di loro trovavano il proprio nucleo naturale le migliori menti speculative. In molti Ordini storici entravano anche i figli delle famiglie aristocratiche o delle famiglie più ricche, tanto che la “fortuna” di talune congregazioni monastiche deriva anche da certe vocazioni attraverso le quali conventi e monasteri acquisirono poi cospicui patrimoni in eredità alla morte dei genitori di certi monaci e frati, grazie ai quali poterono aprire molte case in giro per il mondo. Basti pensare all’attività missionaria intensa e produttiva portata avanti dai Frati Domenicani a partire dal XVI secolo. E quanto diverse nel tempo sono risultate le zone evangelizzate dai Domenicani e quelle evangelizzate dai Gesuiti, considerando a posteriori che in quelle evangelizzate dai Gesuiti si è sviluppato appresso di tutto, dalla Teologia della Liberazione ai preti-guerriglieri, dal sincretismo alla teologia indigenista. Per carità, i Domenicani hanno visto crescere nel loro seno uno tra i peggiori eretici del post-concilio, Edward Schillebeeckx, non mi risulta però che lo abbiamo esaltato come il teologo dei teologi o come il nuovo Tommaso d’Aquino, come invece hanno fatto i Gesuiti a livello “istituzionale” con un soggetto ben più pericoloso: Karl Rahner.

Oggi, alcuni Ordini storici, si sono ridotti ad accogliere i soggetti che noi sbattiamo fuori dai seminari e quasi sempre per motivi morali gravissimi; ed è presto detto che ce ne vuole, per essere sbattuti fuori da un seminario di oggi! Ciò che a diverse di queste famiglie religiose – benedettini e cistercensi in testa – rimane, è l’antica “puzza sotto il naso”, salvo avere però molte loro abbazie piene di “signorine” e di “disturbati mentali ” a vario livello. Non dimentichiamo infatti che “li boni monaci benedettini ”, grazie alla “mirabile” opera degli ultimi due Arciabati di Montecassino, hanno portato al collasso la grande abbazia dell’Occidente, ormai totalmente decaduta e ridotta ad un pugno di vecchi monaci. Ciò che infatti non riuscirono a fare i bombardieri americani che la rasero al suolo sul finire della Seconda Guerra Mondiale sono riusciti a farlo nelle più infauste stagioni del post-concilio Dom Bernardo d’Onofrio, premiato con la successiva elezione ad Arcivescovo di Gaeta; e Dom Pietro Vittorelli, già suo segretario particolare e appresso suo successore, sul quale il pudore impone di stendere un velo pietoso.

Nulla però m’impedisce di essere vicino a certe spiritualità, lo prova il fatto che appena ordinato diacono prestai i miei primi servizi presso i Domenicani a Sant’Alessio all’Aventino; e quando cominciai a predicare, il mio stile di predicazione era tutto quanto ispirato all’arte omiletica dei vecchi domenicani che avevo conosciuto da adolescente e che avevano lasciato in me un segno indelebile fungendo da mio modello di predicazione. Come però disse quel trappista, forse ero nato veramente per i «fuochi d’artificio», perché nell’economia della salvezza, nella Chiesa c’è bisogno anche degli addetti ai giochi pirotecnici.

Nella mia vita sacerdotale ho sempre finito col fare tutto ciò che non avrei voluto fare, cosa di cui ringrazio Dio. Questo mi ha insegnato anche a diffidare, ed in modo veramente molto profondo, di tutte quelle persone e di tutti quei preti ai quali Cristo, sempre e di rigore, chiede solo ed esclusivamente quello che vogliono loro, alcuni dei quali hanno persino l’empia sfrontatezza di vantarsi affermando in pubblico: «Gesù mi ha detto … Gesù mi ha chiesto …». Per non parlare di certi laici, in particolare di certi carismatici e neocatecumenali, che hanno invece uno Spirito Santo a proprio personale servizio che dice e che suggerisce loro – spesso anche contro la dottrina e le discipline liturgiche e canoniche della Chiesa – ciò che vogliono sentirsi dire e suggerire.

Una vocazione è veramente autentica nella misura in cui sono applicati e vissuti due princìpi: il principio «Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» [cf. Lc. 22, 42], ed il principio «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» [cf. II Gal. 20].

In assenza di questi due princìpi radicati nella persona consacrata col sacro ordine, che concorrono in modo determinante a imprimere il nostro carattere sacramentale indelebile, o siamo di fronte a una non-vocazione, o siamo dinanzi ad una vocazione fragile, o siamo di fronte ad uno di quei tanti soggetti che non per sua colpa, ma per grave responsabilità dei seminari e dei noviziati di oggi e dei pessimi formatori che spesso li popolano, non ha ricevuto una adeguata formazione. E chi non è stato formato in modo adeguato ma bensì infarcito di filosofismi, sociologismi e psicologismi, finisce sempre col mettere l’ “Io” avanti a “Dio“, tra confusioni e disordini del corpo e dell’anima.

Per quanto riguarda il resto, la mia vicinanza spirituale ai figli di San Domenico di Guzmàn penso sia palese, non solo perché lavoro assieme ad un insigne Domenicano, ma perché questo uomo di grande fede e sapienza rappresenta per me un modello di dottrina e di teologia a cui ispirarmi ed al quale attingere con sicurezza a piene mani; allo stesso modo nel quale attingo alla produzione di un altro grande Domenicano, Tomas Tyn, di benedetta memoria [1950 − †1990], morto in giovane età e dotato veramente di tutti quei germi che lo avrebbero portato negli anni successivi a divenire un autentico Tommaso d’Aquino del XX secolo.

https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2015-09-20 16:50:132015-09-21 01:28:09Le vocazioni adulte al sacerdozio

L’estate sta finendo e … “no tengo dinero”

19 Settembre 2015/1 Commento/in Attualità/da Redazione

L’ESTATE STA FINENDO E … NO TENGO DINERO

 

 

Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

 

 

Cari Lettori.

«L’estate sta finendo e un anno se ne va» diceva una canzonetta dei Fratelli Righeira autori anche di un’altra canzone molto più appropriata ai Padri dell’Isola di Patmos: «No tengo dinero » [vedere QUI].

Tra poco, nel mese di ottobre, a un anno dall’apertura dell’Isola di Patmos scadono i servizi a pagamento dei quali dobbiamo avvalerci per la gestione del sito di questa rivista telematica. Il sito dell’Isola di Patmos è infatti “pesante” per carico di dati e immagini, ma soprattutto il numero delle visite è molto alto, siamo infatti giunti a 1.500.000 visite in meno di un anno, cosa questa che richiede un server business a pagamento che consenta accessi illimitati all’alto numero di lettori, peraltro in giornaliero aumento.

Se potete offrirci qualche obolo attraverso il comodo e sicuro sistema Paypal che trovate alla sinistra della home page, vi saremo molto grati, perché con le vostre donazioni contribuirete alla sopravvivenza del servizio dei Padri che da sempre è del tutto gratuito, ma oltre alla loro gratuità non si può pensare ch’essi provvedano anche alle spese di gestione di un servizio attraverso il quale donano i frutti del proprio lavoro a chiunque voglia usufruirne.

Il Signore ve ne renda merito.

 

 

 

https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Aquila-reale.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2015-09-19 00:34:332021-04-21 00:54:39L’estate sta finendo e … “no tengo dinero”

I Santi “antipatici”, Pontefici inclusi …

18 Settembre 2015/11 Commenti/in Attualità, Tutte/da Padre Ariel

— Lettere dei lettori dell’Isola di Patmos —

I SANTI ANTIPATICI, PONTEFICI INCLUSI …

 

[…] se il Santo Padre Benedetto, uomo di gran dottrina e teologo raffinato, aveva un carattere tendenzialmente mite e debole, al punto da essere sottoposto ad un vero e proprio stillicidio nel corso del suo ultimo anno di pontificato; il Santo Padre Francesco, che conosce la dottrina e che per sua stessa e ripetuta ammissione non è un teologo, lungi dall’avere un carattere mite e debole ha invece lo spirito del condottiero, del generale e, tra un sorriso mediatico e l’altro, la sua autorità la sa esercitare ed imporre, eccome! In questo delicato momento storico alla Chiesa di Cristo forse serviva questo: un Pontefice che all’occorrenza sapesse imporre la propria autorità e sapesse all’occorrenza anche far piangere i superbi e gli arroganti anziché andarsene via piangendo dinanzi alle prepotenze dei superbi e degli arroganti.

 

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Caro Padre. Sto leggendo i suoi articoli da un po’ di tempo e devo dirle: su qualcosa mi trovo d’accordo su altro un po’ meno. Abbiamo assistito ad una dolorosissima rinuncia da parte di un grande papa che puzza più di clamorosa estromissione da parte di chi da sempre lo ha odiato. Lei lo definisce un debole per me era la punta di diamante del santo papa Giovanni Paolo II e ora mi impressiona la forza con cui porta la sua croce. Sinceramente mi rattrista paragonare la sua mitezza e determinazione all’arroganza del suo Successore che mi sembra sia sfatato un paladino di quella parte così detta progressista non che un esponente della Compagnia delle Indie come lei ha chiamato il suo Ordine [cf. QUI] intriso di potenti. Io so che lo Spirito Santo agisce ma non impone quindi in questa faccenda non è che Gli abbiamo chiuso la porta in faccia facendoci proprietari di ciò che non è nostro? Non sono un tradizionalista sono solo un cristiano cattolico un po’ addolorato e sconcertato. La ringrazio per l’attenzione e per la suo eventuale risposta.

Ermanno

Caro Ermanno.

La vocazione segue le dinamiche dell’innamoramento. Quando da adolescente mi innamoravo — cosa che accadeva di media ogni due settimane —, quella mia coetanea mi appariva come una dèa bellissima, ma che dico: perfetta! A quel punto, da uomo “adulto” ed “esperto” tal ero a 13 anni, preso a cantare e ballare «Ramaya Bokuko Ramaya abantu Ramaya Miranda Tumbala» [vedere QUI], andavo a chiedere consulenze a mio nonno, che aveva la capacità di prendermi persino sul serio — forse perché si chiamava Giordano Bruno? —, rimanendo impassibile dinanzi alle mie sparate, tipo: «Mi sono innamorato di Silva, la figlia della farmacista». E lui, serio: «Ma io avevo capito che Silvia era la figlia del fornaio». E io: «Si, avevi capito bene, perché anche la figlia del fornaio si chiama Silvia, ma quella era la ragazza di due cotte fa». E dopo la prima euforia la ragazzina cominciava ad apparirmi non più una dèa, ed anziché vedere in lei la perfezione cominciavo a vederne anche i difetti.

Quante volte mi capita di sorridere tra me e me, quando per i sacramentali o le assistenze liturgiche indosso la cotta bianca, oggi che sono felice sposo della Chiesa.

Dopo lo sbandamento neurotico dell’innamoramento vocazionale uno dei miei formatori — divenuto anch’esso sacerdote in età adulta —, mi rivolse un monito di cui feci subito tesoro e che oggi è per me oggetto di esortazione: «Non idealizzare mai le persone, perché idealizzando si possono creare degli idoli, finendo poi appresso delusi e non di rado arrabbiati col coltello stretto tra i denti».

Per evitare di cadere in simili sbandamenti e chiarire al tempo stesso certi dubbi del tutto legittimi, bisognerebbe avere anzitutto chiaro che cos’è la santità. I santi sono quelle figure per le quali tutti facciamo il tifo ma ai quali ben ci guardiamo dal somigliare, in particolare ai santi martiri. Quante sono le soubrette e gli attori di film demenziali che amano dichiararsi devoti di San Pio da Pietrelcina in giro per le televisioni o sulle colonne dei rotocalchi rosa, ai quali però non è mai passato per la mente di compiere il benché minimo sforzo per imitare nella loro vita il modello di fede e virtù cristiana di questo straordinario santo?

Ci sono grandi figure nella storia della Chiesa che mai nessuno ha canonizzato e che ispirano la mia profonda simpatia, ch’è un elemento umano soggettivo. Ci sono diversi santi, alcuni anche dottori della Chiesa, che mi fanno invece antipatia, taluni pure profonda; e l’antipatia, come la simpatia, è un elemento umano soggettivo e come tale all’occorrenza da controllare, perché da essa non si deve essere influenzati quando si è chiamati a formulare giudizi e soprattutto a compiere scelte riguardanti la vita della Chiesa o la vita di singole persone.

La riconosciuta santità si basa invece su un elemento oggettivo retto su un solenne pronunciamento del più alto magistero: la Chiesa ha canonizzato quell’uomo o quella donna — che a me possono stare antipatici — riconoscendo oggettivamente la eroicità delle loro virtù ed elevandoli quindi a modello di esempio per il Popolo di Dio. Questo elemento della oggettività è un dato per me inconfutabile che non ho mai negato, tutt’altro: lo riconosco, lo rispetto, lo seguo e lo trasmetto al Popolo di Dio. D’altronde la Chiesa non mi obbliga a chiedere di intercedere per me presso Dio a quei santi che soggettivamente ritengo “antipatici”. E se per un verso non nego di sentirmi molto più vicino alla spiritualità di San Domenico di Guzman e dei suoi Frati Domenicani, per altro verso non ho problema alcuno a dichiararmi indifferente alla figura di San Francesco d’Assisi e distante dai suoi Frati Francescani. Nutro particolare simpatia per San Filippo Neri e devozione per Sant’Ignazio di Loyola, pur ritenendomi libero di esprimere che gli attuali Gesuiti — da me epitetati Compagnia delle Indie —, poco hanno da spartire oggi con la Compagnia di Gesù ideata dal loro Fondatore, perché se tornassero a essere ciò che erano, anziché diffondere i veleni di Karl Rahner come fosse il novello Tommaso d’Aquino del XX secolo, avrebbero di nuovo i noviziati e gli studentati pieni, anzichè popolati da qualche sciamano africano o da giovani indiani che spesso si manifestano palesemente più buddisti che cristiani. E sorvoliamo sul genere di formazione attraverso la quale arrivava al sacerdozio un pio gesuita ieri e su quella con la quale invece vi giungono oggi certi mezzi buddisti e certi mezzi sciamani.

Il tutto è solo Cronaca di una morte annunciata, perché il 23 ottobre 1972 un insigne gesuita, il Cardinale Jean Danielou, rispondeva così a un intervistatore della Radio Vaticana sulla crisi della vita religiosa, in particolare della Compagnia di Gesù:

«La soluzione unica e urgente è fermare i falsi orientamenti presi in un certo numero di istituti. Occorre per questo fermare tutte le sperimentazioni e tutte le decisioni contrarie alle direttive del Concilio; mettere in guardia contro i libri, le riviste, i convegni in cui sono messe in circolo queste concezioni erronee; ripristinare nella loro integrità la pratica delle costituzioni con gli adattamenti chiesti dal Concilio. Là dove questo appare impossibile, mi sembra che non si può rifiutare ai religiosi che vogliono essere fedeli alle costituzioni del loro ordine e alle direttive del Vaticano II di costituire delle comunità distinte. I superiori religiosi sono tenuti a rispettare questo desiderio. Queste comunità devono essere autorizzate ad avere delle case di formazione. L’esperienza mostrerà se le vocazioni sono più numerose nelle case di stretta osservanza o nelle case di osservanza mitigata. Nel caso in cui i superiori si oppongano a queste richieste legittime, un ricorso al Sommo Pontefice è certamente autorizzato» [testo dell’intervista, QUI].

… E sulle ceneri della Compagnia di Gesù di Sant’Ignazio di Loyola, nacque da Padre Pedro Arrupe la nuova Compagnia delle Indie diretta oggi da Padre Adolfo Nicolás.

Altro elemento da chiarire è il fatto che al santo non è richiesta la perfezione. Non solo, infatti, ci sono stati santi che hanno percorso i peccati capitali in lungo e in largo, perché assieme ai peccati hanno commesso anche errori d’ogni sorta, prima di quella conversione che li ha portati a diveniri degli autentici modelli di virtù. Un argomento a parte meriterebbero quei santi che erano matti come cavalli da corsa, per citarne uno tra i tanti: San Giovanni di Dio, anch’esso come Sant’Ignazio di Loyola ex soldato e fondatore del benemerito ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli, che prende nome dal vezzo di quest’uomo di Dio che spesso, tra le risa delle persone, si metteva a sbraitare e gesticolare per le piazze ed i mercati urlando: «Fate del bene, fate bene, fratelli, a voi stessi!». Sottintendendo che facendo del bene al prossimo, ed in particolare agli ammalati, si faceva del bene anche a sé stessi, alla propria anima.

Gli ultimi Sommi Pontefici canonizzati e beatificati, erano lungi dall’essere perfetti: mi riferisco a San Giovanni XXIII, al Beato Paolo VI ed a San Giovanni Paolo II …
… certe ingenuità di Giovanni XXIII sono dati di fatto noti, come lo è il fatto che se l’introverso Paolo VI, anziché piagnucolare, avesse usato la sua apostolica autorità per richiamare e stroncare le gambe a certi teologi che seminavano pericolose eresie, oggi i loro figli ed i loro nipotini non avrebbero impestato la Chiesa intera di pensieri eterodossi. Né possiamo eludere il fatto che sotto l’ultimo decennio di pontificato di San Giovanni Paolo II, col Cardinale Giovanni Battista Re Prefetto della Congregazione per i Vescovi sono assurti all’episcopato alcuni dei peggiori vescovi mai avuti dalla Chiesa nel corso degli ultimi duecento anni di storia; e questa mia affermazione è un fatto supportato anche dalle sentenze penali di vari tribunali del mondo, da varie destituzioni più o meno silenziose, da tanti penosi promoveatur ut amoveatur, etc ...

Ciò vuol forse dire che sono stati canonizzati e beatificati degli uomini che non lo meritavano? O uomini privi della virtù fondamentale richiesta ad un santo, che è la prudenza?

Posto che senza macchia di peccato originale è nata solo la Beata Vergine Maria e che solo il Verbo di Dio fatto uomo non ha mai conosciuto il peccato, questi pontefici sono stati canonizzati e beatificati perché pur nella loro imperfezione umana, a fronte di un gravame apostolico dinanzi al quale, il primo a risultare a suo modo inadeguato fu proprio il prescelto personalmente da Cristo Dio, sono stati comunque modelli di eroica virtù. Analogamente a San Pietro anche questi suoi recenti Santi Successori hanno vissuto una vita esemplare in contesti sociali e politici talvolta difficilissimi, a volte impossibili da gestire, il Beato Paolo VI in particolare. E come sappiamo Pietro, dopo essere scappato impaurito [cf. Mt. 26, 47-56], dopo avere rinnegato il Signore per tre volte [cf. 26, 69-75], dopo essere stato a giusta ragione rimproverato da Paolo ad Antiochia [cf. Gal. 2,1-2.7-14], è morto versando il proprio sangue per Cristo e per la sua Chiesa; un sangue che lo rende eroico nella fede ma non certo perfetto in certe sue opinioni non corrette, in certe sue condotte di vita e in certe sue scelte.

Questa cristiana logica è quindi applicabile anche a Benedetto XVI, che nessuno di noi può ragionevolmente mutare né in un leone ruggente né in un guerriero, né in un idolo, pur con tutto l’affetto e la venerazione che io per primo nutro nei suoi riguardi.

Che Benedetto XVI abbia mostrato profonda debolezza e talora una mancanza totale di governo della Chiesa, costituisce un dato di fatto che nulla toglie alle sue virtù, alla sua santità di vita e alla sua stupenda teologia in base alla quale, unitamente alla sua apostolica autorità, avrebbe potuto condannare la diffusione dei pensieri ereticali di molti teologi — a partire da Karl Rahner — ed a proibire che i loro pensieri errati fossero usati come insegnamento addirittura obbligatorio sotto le sue papali finestre per tirare sù dei futuri preti che non hanno anzitutto un’idea chiara sul sacerdozio ministeriale, proprio perché infarciti delle gravi eresie rahneriane riguardo la concezione stessa del Sacro Ordine [rimando sull’argomento allo splendido articolo di Giovanni Cavalcoli, vedere  QUI].

Da raffinato teologo qual era avrebbe potuto evitare, l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, di consacrare vescovo con le sue stesse mani un soggetto dalla cristologia a dir poco opinabile come Bruno Forte; avrebbe potuto evitare da Romano Pontefice di consacrare vescovo e poi creare cardinale un soggetto come Gianfranco Ravasi, che incarna la negazione vivente non solo della sana teologia di Benedetto XVI ma proprio dell’ortodossia della dottrina cattolica; avrebbe potuto impedire a molti scellerati vescovi italiani di mandare i loro seminaristi a fare i ritiri spirituali prima delle sacre ordinazioni presso il falso profeta e cattivo maestro Enzo Bianchi, perché tutto questo è autentica empietà … queste e altre ancora sono le devastanti opere avvenute sotto gli occhi di Benedetto XVI, perfettamente informato e al corrente di tutto. Delle oggettive “pecche” che nulla tolgono però alla sua santità di vita, alla sua alta teologia ed al suo splendido magistero pontificio. 

Detto questo aggiungo: se coloro che dalla rinuncia al sacro soglio seguitano a cimentarsi in teorie da libro giallo, cercassero invece di penetrare il mistero della Chiesa — cosa che però richiede il presupposto dell’umiltà e dell’ascolto — capirebbero che il Santo Padre Benedetto si è fatto volontariamente, spontaneamente e liberamente da parte perche non in grado di gestire una situazione di paralisi sviluppatasi come un tumore con metastasi diffuse nell’ultimo mezzo secolo di vita della Chiesa, a partire neppure da Giovanni XXIII, come blaterano gli accusatori del Concilio Vaticano II, perché i presupposti scatenanti già c’erano tutti quanti nell’ultimo scorcio di pontificato di Pio XII, che non a caso ritenne opportuno non nominare neppure un Segretario di Stato; ma detto questo soprassiedo perché non è possibile aprire un complesso tema nel tema. Mi limito solo a dire che le tante, le troppe Agatha Christie che entrano come carriarmati dentro la fabbrica di cristalli di Murano della storia della Chiesa contemporanea, dovrebbero valutare i danni e lo sconcerto che producono nel buon Popolo di Dio, pronto spesso a prenderli sul serio in quanto “seri” e “devoti” giornalisti o storici cattolici. Un “serio” e “devoto” giornalista cattolico non svende però la povera e deturpata sposa di Cristo per uno scoop, spacciando il sensazionalismo per inconfutabile verità; un “serio” e “devoto” storico non spaccia per verità le proprie ideologie soggettive, come tali tutte quante opinabili.

Se noi preti facessimo catechesi, se spiegassimo ai nostri fedeli i fondamenti della dottrina, della ecclesiologia, della sacramentaria, della storia della Chiesa e del diritto canonico — ma presupposto della trasmissione è però la conoscenza — eviteremmo di lasciarli in pasto alle quotidiane scempiaggini che scrivono molti vaticanisti caricati dai loro padroncini o come qualsivoglia dai serpentelli nascosti nell’anonimato della curia romana; giornalisti che molti nostri fedeli — non avendo adeguate risposte da parte di noi preti — prendono come Parola di Dio con tutto ciò che ne consegue.

E per rispondere strettamente nel merito a un quesito pertinente: ammettiamo che il Santo Padre Francesco, come dice il nostro caro lettore sia un «arrogante». Ammesso e non concesso che la grazia dello Spirito Santo è capace a tirare fuori la virtù persino dal vizio, domando: dopo che un uomo mite è stato divorato dai gestori di una discarica a cielo aperto che ha dato vita all’interno della Chiesa ad una sporcizia senza eguali che parte a monte dalla debolezza del Beato Paolo VI ereditata come patrimonio pressoché ingestibile da San Giovanni Paolo II, non era provvidenziale che ci fosse dato un “marpione gesuita” che sorride pubblicamente in piazza rimanendo simpatico a tutti ma che in privato a Santa Marta taglia le teste? E coloro che sono stati ghigliottinati non possono manco lamentarsi, perché se lo facessero finirebbero linciati dalla piazza popolata dai fans de … er papa piacone che s’è subito dichiarato «proveniente dall’altra parte del mondo», salvo avere l’astuta capacità di fare nei concreti fatti — e lo dico in forma positiva — cose dell’altro mondo.

Più che delle risposte ho dato degli spunti di riflessione, compresa l’azione di grazia dello Spirito Santo attraverso il Santo Padre Francesco, che come già affermai due anni fa al terzo mese del suo pontificato: «È enigmatico. Un pifferaio magico che sta portando tutti i topi allo scoperto» e che spero li conduca uno appresso all’altro a gettarsi nel fiume per il supremo bene della Chiesa. Sono sempre più convinto, infatti, che attraverso il Sinodo sulla famiglia li abbia tirati in trappola mettendoli nella condizione di venire tutti allo scoperto, cosa che alla resa dei conti comporterà che allo scoperto venga infine anche lui. E, come ho scritto in passato, il Santo Padre potrebbe correre il rischio di tornare ad indossare le scarpette rosse per ciò che esse significano realmente: il martirio di Pietro che coi piedi sanguinanti giunse sul Colle Vaticano per essere crocifisso a testa all’ingiù [vedere QUI]. A quel punto noi — che all’occorrenza lo abbiamo devotamente criticato — lo difenderemo e lo veglieremo sotto la croce col giovane Giovanni e la Beata Vergine Maria, mentre «tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono» [cf. Mt. 26,56], perché questa temo sia la fine, tutto sommato molto gloriosa, riservata al Santo Padre Francesco, al termine di questa luna di miele mediatica che è stata veramente troppo lunga e che neppure il più sagace e astuto dei vecchi Gesuiti può tirare a lungo più di tanto.

_________________________

L’ENIGMA DI PAPA FRANCESCO – intervista del giugno 2013 ad Ariel S. Levi di Gualdo

https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2015-09-18 17:44:512015-09-20 16:53:16I Santi “antipatici”, Pontefici inclusi …

Antonio Socci, il “motu proprio” e il problema della fede

16 Settembre 2015/18 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

ANTONIO SOCCI, IL “MOTU PROPRIO ” E IL PROBLEMA DELLA FEDE

 

La questione della fede viene esplicitamente citata nel documento del Sommo Pontefice perché nella situazione sociale odierna caratterizzata da un secolarismo e da una scristianizzazione che galoppano più dei puledri del Palio di Siena, l’elemento dell’ignoranza religiosa in progressivo aumento è tanta e tale, assieme alla superficiale leggerezza, che oggi ci troviamo costretti a chiarire ciò che per secoli è stato ovvio persino tra le persone più incolte. E oggi più che mai è davvero parecchio alto il rischio delle coppie che si sposano in chiesa senza vera fede nel Sacramento, perché non ci credono o perché fingono di crederci, o perché lo concepiscono male o per simulazione o per errore involontario.

 

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

Carissimo Antonio.

antonio socci

A un padre cristiano che ama non si perdona solo un piccolo errore, gli si perdonano errori commessi anche “settanta volte sette” [Uno dei libri dedicati da Antonio Socci alla figlia Caterina, vedere QUI]

Molti lettori mi hanno segnalato il tuo articolo [vedere QUI], ed in verità debbo dirti che se non lo commentassi rischierei di figurare parziale. L’umano affetto e l’immutata stima che nutro nei tuoi riguardi assieme alla mia simpatia non può infatti portarmi all’uso di due pesi e due misure, perché sarei pastoralmente e intellettualmente scorretto, se non peggio disonesto.

Tu sei un cattolico sincero e devoto, come lo è il Prof. Roberto de Mattei che tu citi nel tuo articolo e di cui io ho scritto di recente [vedere QUI]. Una indubbia sincerità d’intenti — la tua come quella di de Mattei — che non vi esenta però dall’errore di analisi e valutazione, come dall’errore non sono esente io, che posso commetterne anche di più gravi e produrre di conseguenza dei danni parecchio maggiori di quanti possa compierne qualsiasi laico. Pure i santi non sono stati esenti da errori, a volte persino da eresie, dalle quali poi si sono ovviamente emendati.

Riguardo il motu proprio del Sommo Pontefice Francesco [vedere QUI] tu scrivi che: «La carica di dinamite sta principalmente dall’articolo 14 delle “regole procedurali” dove si evoca la “mancanza di fede” dei nubendi come possibile causa di simulazione o errore nel consenso e quindi di nullità del matrimonio».

Vorrei garantirti che non si tratta di una «carica di dinamite». Infatti, il punto del tuo articolo attraverso il quale si evince che tu non riesci a cogliere la portata del problema in sé e di per sé, si regge sul riferimento che fai alle Regole Procedurali del Motu Proprio [Art. 14 § 1]. Temo infatti che tu non abbia colto la complessità dei motivi che stanno a monte e che hanno indotto il Sommo Pontefice a indicare come elementi per la trattazione della causa di nullità del matrimonio, per mezzo del processo più breve, secondo i canoni 1683-1687, anche «quella mancanza di fede che può generare la simulazione del consenso o l’errore che determina la volontà».

Purtroppo sbagli nel pensare che in passato la Chiesa “escludesse” la mancanza di fede dai motivi di nullità. Un’idea come questa tua è veramente assurda sul piano formale e sostanziale. E qui vorrei per inciso precisare che ho fatto uso del termine “assurdo” stricto sensu secondo il corretto etimo e non secondo l’uso per il quale questo lemma è impiegato nel linguaggio corrente. Per absurdus s’intende infatti, nel linguaggio filosofico e nella filosofia del diritto, un elemento od un pensiero che è contrario alla logica o alla ragione.

Se la Chiesa non parlava dell’elemento indispensabile della fede, era perché essa costituiva il primo presupposto dei requisiti minimi richiesti per la validità del Sacramento. Non ne parlava semplicemente perché, essendo il matrimonio un Sacramento, si supponeva, o si dava comunque per scontato che i nubendi avessero fede nel Sacramento stesso. O detta in altri termini: a chi mai sarebbe passato per la mente, ieri, di domandare a un candidato prossimo all’ordinazione sacerdotale se credeva veramente nel Mistero del Sacrificio Eucaristico? Purtroppo, come presbitero, posso testimoniarti che oggi, prima di ordinare sacerdoti certi soggetti che all’altare non andrebbero fatti avvicinare neppure come chierichetti, i vescovi dovrebbero appurare se conoscono e soprattutto se credono veramente alle fondamentali verità racchiuse nei dogmi della fede cattolica, cosa questa che richiede a monte il fatto che, ad essere stati formati nella corretta dottrina cattolica siano anzitutto i vescovi [vedere mio articolo sul Segretario Generale della CEI, QUI].

Proverò a chiarire il tutto con un altro esempio: nelle stupende campagne toscane dove lo scorso anno tu invitasti a pranzo me ed il mio collaboratore ― e dove spero di tornare presto a visitarti ― oggi vi sono antichi casolari che costano molto più di una casa ubicata nei centri storici cittadini. In questi casolari abitavano fino a meno di un secolo fa dei contadini molti dei quali sapevano a malapena leggere e scrivere. Con questo esempio vorrei offrirti una concreta idea di radicale trasformazione sociale e ambientale. Eppure, quei contadini, compresi soprattutto gli illetterati, sapevano molto bene che cosa fosse il matrimonio. Oggi, molti di coloro che hanno comprato le case dei vecchi contadini pagandole nel corso degli anni Novanta sino a dieci milioni delle vecchie lire a metro quadrato, semmai professionisti con le parcelle a sei zeri, o danarosi imprenditori, o ricchi stranieri … che cosa sia il matrimonio in alta percentuale non lo sanno proprio. Basterebbe andare da quella genderista di Gianna Nannini, nata in una ricca famiglia d’impreditori senesi, popstar celebre in tutto il mondo, laureata in lettere e via dicendo, chiedendole di spiegarci che cos’è il matrimonio; semmai, visto che ci siamo, di spiegarci pure che cos’è la famiglia, o il rapporto tra genitori e figli, o se è umano e giusto che una creatura sia privata di un padre e di una madre “sana” per essere cresciuta tra circoli di omosessuali e di lesbiche inacidite.

Spero di averti chiarito come mai la questione della fede viene esplicitamente citata nel documento del Sommo Pontefice: perché nella situazione sociale odierna caratterizzata da un secolarismo e da una scristianizzazione che galoppano più dei puledri del Palio di Siena, l’elemento dell’ignoranza religiosa in progressivo aumento è tanta e tale, assieme alla superficiale leggerezza, che oggi ci troviamo costretti a chiarire ciò che per secoli è stato ovvio persino tra le persone più incolte. E oggi più che mai è davvero parecchio alto il rischio delle coppie che si sposano in chiesa senza vera fede nel Sacramento, perché non ci credono o perché fingono di crederci, o perché lo concepiscono male o per simulazione o per errore involontario.

Questo il motivo per il quale nelle mie omelie insisto spesso su alcuni elementi fondamentali della fede, parlando del mistero del Verbo di Dio fatto uomo, chiarendo la natura ipostatica di Cristo vero Dio e vero Uomo. Parlando dell’Eucaristia e chiarendo ch’essa è mistero della presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino; quindi spiego che l’Eucaristia non è un’allegoria, una metafora, un simbolo della presenza spirituale di Cristo. Allo stesso modo spiego che la Santa Messa è il sacrificio vivo e santo della croce che si rinnova in modo incruento, ed invito a prestare anzitutto ascolto alle parole del celebrante quando nel canone pronuncia la parola “sacrificio”, o quando i fedeli stessi rispondono al sacerdote facendovi anch’essi riferimento: «Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio, a lode e gloria del Suo Nome e di tutta la Sua Santa Chiesa». Spiego che la Santa Messa, ossia il Sacrificio Eucaristico, non è una festa danzante o tamburellante, non è una mensa dove gli amici gioiosi fanno cena assieme; che l’altare non è il tavolo del disc jockey attorno al quale chiunque conosca tre accordi possa torturare l’intera assemblea con inopportune e fastidiose schitarrate. Recentemente ho usato un’esperienza di vita pastorale narrando durante un’omelia di quando sostituendo un parroco in una chiesa parrocchiale, appena giunto fui avvicinato da due catechiste in vena di darmi direttive su come celebrare, ignare che come celebrare me lo dice la Chiesa attraverso l’Ordinamento Generale del Messale Romano, non certo quelle pie donne da me ribattezzate inopportune pretesse nate dalla peggior confusione di ruoli prodotta dal peggio del post-concilio, il quale nulla ha da spartire con il Concilio Vaticano II. Le due mi dicono: «Lei non conosce la nostra parrocchia, così volevamo informarla che noi al centro della liturgia mettiamo i giovani». Le fulmino con uno sguardo di fuoco e rispondo: «Mi dispiace per voi e soprattutto mi rammarico per i vostri giovani, perché io al centro della liturgia metto Cristo, ed i giovani devono stare adoranti e genuflessi dinanzi a Lui, perché il centro è Suo, ed è un centro totale e totalizzante, perché Cristo è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro intero umanesimo» [Cf. Dichiarazione Dominus Jesus, vedere QUI, Istruzione Redemptionis Sacramentum, QUI].

Tra te e me ci sono solo pochi anni di differenza: tu sei nato nel 1959 e io nel 1963. Sicché ti domando: quando tra il 1967 e il 1968 tu facevi il catechismo per prepararti alla Prima Comunione, al termine della preparazione ricevuta, avevi la cosciente consapevolezza di che cosa saresti andato a ricevere? Certo che ce l’avevi, come l’avevo io che nel maggio del 1972 ricevetti la Prima Comunione in ginocchio alla balaustra ricoperta in superficie col lino bianco e col chierichetto che mi reggeva il piattello sotto il mento.

Ho citato tre elementi accidentali  o cosiddetti “accidenti esterni” – la genuflessione, la balaustra ricoperta con il lino, il piattello – che nella loro accidentalità contingente richiamano degli elementi di sacralità e di rispetto verso il sacro mistero oggi purtroppo perduti con tutto ciò che di triste e doloroso ne consegue, a partire dal modo in cui molti fedeli ricevono senza sacro rispetto e profonda reverenza il Corpo di Cristo; a partire dal modo sciatto in cui molti preti distribuiscono l’Eucaristia, demandandone spesso la distribuzione — senza alcuna oggettiva necessità — a laici più sciatti ancora di certi preti.

Tu ed io, come abbiamo ricevuto la prima confessione? In ginocchio dinanzi alla grata del confessionale, dentro al quale c’era il sacerdote che indossava la veste talare, la cotta bianca e la stola viola. O forse sarebbe stato pensabile che uno dei tanti odierni preti ye ye, col pantalone jeans e la camicia scollacciata a mezze maniche amministrasse le confessioni a delle giovani donne seduto in poltrona dentro l’ufficio parrocchiale con la porta chiusa, semmai rispondendo pure al telefono durante l’azione sacramentale? E detto questo non devo certo spiegare che non sono affatto un misogino, ma un sacerdote di Cristo al quale non passerebbe mai per la mente di stare seduto sulla poltrona di un ufficio a guardare in faccia un penitente intento a confessare i propri peccati per avere la grazia, la misericordia e il perdono di Dio; non lo farei mai con nessuno, specie con una donna, alla quale è dovuta da parte del sacerdote una delicatezza ed un rispetto del tutto particolare.

Adesso riesci a capire il motivo per il quale bisogna purtroppo spiegare anche l’ovvio, una volta appurato e preso tragico atto che ciò che per secoli è stato ovvio, oggi purtroppo non lo è più? E non solo bisogna spiegare l’ovvio ai laici, ma anche a tanti preti malformati piazzati dalla scelleratezza dei nostri vescovi nei posti spesso più delicati. Capisci, caro amico, che oggi, sotto gli occhi indifferenti dei nostri vescovi, a preti piazzati nelle più grandi parrocchie od a pavoneggiarsi negli uffici di curia, vediamo fare cose che fino a pochi decenni fa non sarebbero mai passate per la mente neppure al più ignorante dei curati di campagna, di quelli che, più che la teologia, avevano studiato il necessario catechismo a bastonate, ed ai quali dobbiamo oggi eterna riconoscenza se ancora abbiamo un Popolo di Fedeli, a partire da Giovanni Maria Vianney santo patrono di noi sacerdoti, che con non poche difficoltà leggeva più o meno bene il latino del Messale di San Pio V?

Affido nuovamente tua figlia Caterina alla Beata Vergine Maria al termine del giorno in cui la Chiesa universale ha celebrato la festa della Madonna Addolorata, onorato più che mai per la tua amicizia.

https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2015-09-16 02:21:412015-09-16 13:14:27Antonio Socci, il “motu proprio” e il problema della fede
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La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

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