«In fin dei conti hanno solo ucciso un ragazzino ebreo». In questa società dove tutto scorre velocemente, qualcuno ricorda Willy Monteiro ucciso a Colleferro dopo avere testimoniato

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(19.08.1963), presbitero e teologo. Dirige dal 2014 la rivista di teologia ecclesiale L’Isola di Patmos

—  Attualità ecclesiale —

«IN FIN DEI CONTI HANNO SOLO UCCISO UN RAGAZZINO EBREO». IN QUESTA SOCIETÀ DOVE TUTTO SCORRE VELOCEMENTE, QUALCUNO RICORDA WILLY MONTEIRO UCCISO A COLLEFERRO DOPO AVERE TESTIMONIATA LA CRISTIANA AMICIZIA?

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«In fin dei conti hanno solo ucciso un extracomunitario». Oggi, 27 gennaio, giornata dedicata alla memoria della Shoah, questa frase ricorda un triste episodio di poco antecedente lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando nella strada di una provincia tedesca un camion investì e uccise un bambino. La risposta fu simile a quella dei familiari dei fratelli Bianchi: «… in fondo era solo un ragazzino ebreo». Verrebbe ragionevolmente da dire: da allora sono trascorsi otto decenni, ma poco purtroppo sembra essere cambiato nel cuore fetido di certi uomini.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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La località di Colleferro, dove all’età di 21 anni è morto Willy Monteiro Duarte tra la notte del 5 e 6 settembre 2020, dista cinquanta chilometri da Nettuno, dove all’età di 12 anni morì Maria Teresa Goretti il 6 luglio 1902.  

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Maria e Willy muoiono vittime della violenza, entrambi. Maria è uccisa da Alessandro Serenelli [1882-1970], che colto da impeto di follia tenta di violentarla. Willy muore per cercare di difendere un amico da due violenti pericolosi molto noti nella zona, che tenta di invitare con buon senso a miti consigli. Dopo essere caduto a terra Willy è colpito ripetutamente a calci dai due aggressori, i fratelli Gabriele e Marco Bianchi [cfr. QUI]. I soccorritori, giunti poco dopo, non riescono a far giungere il giovane Willy vivo in ospedale.

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Willy, figlio di due capoverdiani, nato e cresciuto in Italia, era un giovane solare amato da tutti. Le persone di Colleferro lo ricordano attivo e impegnato nella Azione Cattolica e dedito al calcio presso la locale squadra di Paliano. Dopo essersi diplomato alla Scuola alberghiera aveva iniziato a lavorare in un ristorante della zona.

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Il Vescovo della Diocesi di Velletri, Vincenzo Apicella, commentò a caldo:

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«Siamo tutti corresponsabili […] seduti su una polveriera che può esplodere da un momento all’altro […] L’ennesimo atto di feroce e assurda violenza, cui non possiamo rassegnarci. Willy è stato ucciso a calci e pugni durante una rissa di cui non conosciamo i motivi e a cui era molto probabilmente estraneo […] da dove provengono i virus della prepotenza, della violenza, della vigliaccheria, del disprezzo della vita, della stupidità che generano queste tragedie e gettano nella disperazione intere famiglie e comunità? Sì, siamo quotidianamente seduti su una polveriera, che può esplodere improvvisamente e di cui non abbiamo consapevolezza».

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La notizia di cronaca di Willy Monteiro e del suo omicidio a Colleferro colpì molto l’opinione pubblica in quella prima settimana di settembre del 2020 e, tutti coloro che si sono trovati a seguire la notizia, me incluso, sono rimasti scossi dalla violenza con cui il ragazzo ventenne è stato travolto.

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Questa violenza atroce perpetrata dai fratelli Bianchi, attualmente carcerati in attesa di giudizio, è stata a tal punto evidente e documentata che il loro difensore rinunciò il 22 settembre a presentare appello e richiedere la loro scarcerazione [cfr. QUI]. Durissimo il parere dato dal giudice per le indagini preliminari che nel confermare la misura cautelare per i due fratelli Bianchi e per Mario Pincarelli, nel decreto di custodia cautelare dichiara la loro «manifestata incapacità di resistere agli impulsi violenti» [cfr. QUI, QUI]. Si tratta della consuetudo delinquendi, espressione con la quale è definita nel diritto penale la pericolosità sociale caratterizzata dalla spiccata attitudine acquisita dal soggetto nel commettere reati in modo abituale. Il diritto penale prevede due specie di abitualità: quella presunta e quella appurata dal giudice, come in questo caso.

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La giustizia penale adesso farà il suo corso attraverso la ricostruzione dei fatti, i lavori dei periti e poi l’iter processuale. Ma non vorrei fermarmi solo alla violenza. Perché è vero che c’è stato un male che si è incarnato rendendosi reale e materiale. Ma prima di tutto questo c’è l’atto di coraggio di un ragazzo ventenne con tanti sogni e desideri che avrebbero potuto e buona parte realizzarsi nella sua vita. Un atto di coraggio e di amore di Willy che ha voluto difendere il suo amico ― Federico ― da quel male tanto assurdo. E così ha donato la sua vita a lui. Questo ci è di grande testimonianza. Willy Monteiro, consapevole o meno di questo, è stato davvero colui che ci ha mostrato, nel suo dono di sé, in che modo Dio ci ha amato fino alla fine.

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Vorrei ripercorrere la triste vicenda che ha avuto il suo tragico epilogo mortale a Colleferro provando a entrare nell’ottica del dono dell’amore di Dio, riflettendo a tal fine sul Vangelo di Giovanni, che descrive un momento particolare degli ultimi giorni di Nostro Signore. Gli ultimi momenti, come in ogni storia, come in ogni vita, sono sempre quelli che si ricordano di più. Se prendiamo l’intero brano di Giovanni 13 possiamo dividerlo in due grandi sezioni: la prima che va dai versetti 1-4 in cui si descrivono i pensieri, le riflessioni, insomma l’intimità del pensiero di Gesù:

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«Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto» [Gv 13, 1-4].

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Qui innanzitutto sappiamo che Gesù conosce (eidos) perché vede nel cuore del Padre e nel cuore di Giuda; dunque conosce sia il pensiero del Padre cioè il massimo di amore, verità, accoglienza. E conosce anche il pensiero di Giuda: il massimo di odio, falsità e fragilità. Gesù è vero uomo e vero Dio nella unione ipostatica: perciò conosce perfettamente l’uomo e Dio. Allora, proprio in quel momento, sapendo che Giuda è l’espressione, la testimonianza di quanto l’uomo può essere fragile e debole, a causa del peccato, decide di amare fino alla fine. Amare fino alle estreme conseguenze. Gesù risponde all’odio, all’egoismo, alla chiusura in sé stessi con amore, apertura e accoglienza. Ecco allora il contrasto, che Gesù coglie fra il pensiero del Padre e il pensiero di Giuda.

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A quel punto si toglie il mantello, letteralmente i vestiti. Questo richiama l’inno paolino in cui sappiamo che Gesù pur essendo Dio spogliò sé stesso assumendo la condizione di servo [cfr. II Fil 1, 7-8]. Questo spogliarsi di Gesù è allora prendere il panno, il grembiule del servizio per chinarsi e servire anche quel Giuda che ha l’inferno nel cuore. Un atto tremendo, pieno d’amore che è il primo momento di un ultimo atto d’amore: l’amore più grande.

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Da qui allora comincia la seconda sezione: dai pensieri di Gesù alle sue azioni concrete.

«Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”. Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo”. Gli disse Pietro: “te con me”. Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!”. Soggiunse Gesù: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti”. Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: “Non tutti siete puri”. Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”» [Gv 13, 5-15].

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Questi versetti descrivono tanti piccoli gesti pieni di significati: ne propongo giusto alcuni, perché analizzarli tutti nella loro integrità sarebbe complesso. Il lavaggio dei piedi ha due sensi: innanzitutto colui che si mette in pellegrinaggio; colui che cammina sulla strada di Dio. Al tempo stesso, in Isaia si parla di quanto sono belli i piedi dei messaggeri di Dio [cfr. Is 52, 7]. Ecco allora che lavare i piedi è preparare gli apostoli ed essere pellegrini e missionari del messaggio di Cristo. Essere allora profeti messaggeri di un messaggio più grande. Pietro però si rifiuta: non riesce ancora ad entrare nell’ottica trinitaria; nell’ottica che Gesù è Dio. Quel Dio che non immagina e che si è costruito in tutt’altro modo. Pietro non riesce ad accettare che Dio, Adonai possa lavargli i piedi: possa rialzare l’uomo dalle sue sporcizie, impurità, debolezze e peccati. Difficile per il suo orgoglio ammettere un Dio umile.

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Perciò ai versetti 12 – 15 Gesù si presenta come esempio, in greco paradigma o modello per tutti noi: siamo tutti chiamati a provare ad essere e ad agire come Lui. Gesù è il modello della vita cristiana perché è esempio di Carità ed Umiltà. E al tempo stesso è colui che dona la grazia all’uomo.

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In quella prima settimana di settembre del 2020 la notizia della tragica morte di Willy ha suscitato lo sdegno del momento per essere poi inghiottita nel grande nulla, nel mercato dell’informazione che necessita sempre di nuova adrenalina, di nuovo orrore, o per usare una espressione forte: di sangue fresco.

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Quello di Willy è un evento preceduto da diversi altri casi tragici, semmai diversi, ma caratterizzati da epiloghi mortali: la giovane Desirée Mariottini morta ad appena sedici anni per overdose di droga dopo essere stata abusata da più persone in uno stabile abbandonato nel quartiere romano di San Lorenzo [cfr. QUI], il giovane carabinieri Mario Cerciello Rega colpito con 11 coltellate a Trastevere dal giovane americano  Finnegan Lee Elder [cfr. QUI].

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E ogni volta abbiamo assistito al “rito” dello sgomento e della condanna popolare, ai fiori deposti sul luogo del delitto con orsacchiotti di peluche e cuoricini vari. E mentre velocemente l’adrenalina si disperdeva nel sangue, con essa si perdeva la memoria di certi fatti, in attesa, da lì a breve, che un’altra dose di adrenalina rinnovasse il “rito” dello sgomento, della condanna popolare, infine della dimenticanza: sangue fresco che sostituisce il ricordo perduto del sangue vecchio.

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La polveriera sulla quale siamo seduti è resa per questo particolarmente pericolosa dal fatto che dopo ogni esplosione dimentichiamo tutto, per poi tornare a sedere sulla stessa polveriera, sino all’esplosione successiva.

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Quando dopo mezzo secolo dalla sua morte Maria Goretti fu beatificata e poi canonizzata, alla solenne cerimonia nella Papale Arcibasilica di San Pietro era presente il suo assassino pentito e redento, che scontò per intero 27 anni di carcere e che morì quasi in fama di santità in un convento dei Frati Minori Capuccini delle Marche. La conversione dell’assassino toccato dalla grazia, fu a suo modo il più grande miracolo della giovane Maria Goretti.

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Potrebbe accadere qualche cosa di diverso ma simile ai due fratelli Bianchi che hanno ucciso Willy? La grazia e il perdono di Dio non conoscono limiti dinanzi al sincero pentimento e ravvedimento dell’uomo. Certo, la frase pronunciata dai familiari delle due belve sul cadavere di Willy non ancora sepolto lascia esterrefatti: «In fin dei conti cos’hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario» [cfr. QUI].

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Oggi, 27 gennaio, giornata dedicata alla memoria della Shoah, questa frase ricorda un triste episodio di poco antecedente lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando nella strada di una provincia tedesca un camion investì e uccise un bambino. La risposta fu simile a quella dei familiari dei fratelli Bianchi: «… in fondo era solo un ragazzino ebreo». Verrebbe ragionevolmente da dire: da allora sono trascorsi otto decenni, ma poco purtroppo sembra essere cambiato nel cuore fetido di certi uomini.

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Dalla frase dei familiari delle due belve si comprende che persino la grazia e il perdono di Dio hanno dei limiti, che non sono limiti di Dio, sia chiaro. Perché Dio è infinita grandezza che non conosce limitatezza. Sono i limiti posti tutti quanti dalla nostra libertà. Per questo, purtroppo, non dietro a tutte le giovani Maria, c’è sempre un Alessandro Serenelli. Ma questo non lo comprese a suo tempo Jean Jacques Rousseau, per il quale l’uomo nascerebbe buono e, se proprio sbaglia, la colpa non va ricercata in lui ma nella società che lo ha traviato. E Dio solo sa, dagli inizi del Settecento a oggi, a qual prezzo abbiamo pagato questo suo pensiero.

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Roma, 27 gennaio 2021

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