Dovremmo riflettere maggiormente sul peccato del perdere tempo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DOVREMMO RIFLETTERE MAGGIORMENTE SUL PECCATO DEL PERDERE TEMPO

Comunque si voglia intenderli, poiché ogni racconto parabolico è aperto a una pluralità di interpretazioni, i talenti rimarranno un dono gratuito che non si tiene per sé, né si nasconde, ma va fatto moltiplicare. Rivelano che Dio, più che un padrone si dimostra Padre verso noi figli e fa nel corso del tempo molte di queste grazie a ognuno di noi e alle nostre comunità.

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Un dono può esser offerto con mille motivazioni, anche non nobili a volte. Ma ha dalla sua una caratteristica inconfondibile: rivela l’identità di chi offre e di chi lo riceve. Il Vangelo di questa Domenica presenta un Donatore molto speciale, il quale non elargisce un solo singolo dono, bensì ogni suo bene. Leggiamo:

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: «Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. «Bene, servo buono e fedele ― gli disse il suo padrone ―, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. «Bene, servo buono e fedele ― gli disse il suo padrone ―, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: «Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». (Mt 25,14-30).

Il brano evangelico di questa domenica aggiunge una specificazione al significato della vigilanza che già era stato presentato nella parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Lì vigilare significava essere previdenti, essere pronti, preparati, dotarsi del necessario mettendo in conto una lunga attesa. Ora, nella parabola dei talenti, la vigilanza viene specificata come attenzione e responsabilità nel quotidiano e declinata come fedeltà nelle piccole cose («sei stato fedele nel poco»: Mt 25,21.23).

Innanzitutto ricordiamo quale funzione abbia la parabola. Tale forma comunicativa prevede spesso l’uso di un linguaggio iperbolico, un’ambientazione paradossale, con volute esagerazioni che possono anche arrivare a scandalizzare per la violenza che vi è implicata. Ci colpisce, qui, la punizione del servo malvagio. Ma sorprende anche il finale che, come spesso accade nei racconti fittizi parabolici, presenta un vero e proprio colpo di scena: il talento viene tolto a chi ne ha solo uno e dato a chi già ne ha molti. Nel lettore sorge la domanda: che padrone è colui che si permette di umiliare in tal modo un suo servo, che in fondo ha agito prudentemente?

Si diceva che la vigilanza non riguarda solo l’attesa escatologica ma investe in pieno il rapporto con il quotidiano, con le sue realtà di ogni giorno. La parabola di Matteo, che ha un parallelo un po’ differente e più complesso con Luca 19,11-27, è certamente inserita in un contesto escatologico ― il v.30 la situa nell’orizzonte del giudizio finale: «Il servo inutile gettatelo nelle tenebre, là sarà pianto e stridor di denti» ― ma questo non fa che ribadire che tale giudizio finale lo si prepara qui e ora, nell’oggi della storia, cosa che si mostrerà in tutta la sua evidenza nella parabola del giudizio universale (Mt 25,31-46) domenica prossima. Là apparirà chiaramente l’autorità escatologica dei piccoli e dei poveri. Il giudizio finale si baserà sulle azioni di carità e di giustizia compiute in loro favore oppure omesse. Il quotidiano si rivela così come il luogo escatologico per eccellenza, perché è il tempo che ci è dato. Così la parabola dopo la ripartizione dei talenti[1] in modo personalizzato, commisurata con le capacità dei riceventi, si dispiega fra il «subito» (v.15) di coloro che li fanno fruttare e il dopo «molto tempo» (v.19) del ritorno del padrone. Del resto non appare importante, almeno in questo racconto, la quantità dei doni ricevuti, poiché i due servi operosi, nonostante abbiano ricevuto talenti in misura diversa, percepiranno però la stessa ricompensa. Importante piuttosto è il tempo la cui durata fa emergere la verità delle persone, dei loro comportamenti, della loro tenuta e della loro responsabilità. Il trascorrere del tempo è rivelatore; infatti i primi due servi hanno saputo cogliere subito che esso era il primo grande dono di cui potevano usufruire e non lo sprecarono gettandolo via.

Dovremmo riflettere maggiormente sul peccato del perdere tempo. Se il terzo servo avesse riflettuto su questo ne avrebbe approfittato, perché alla fine la ricompensa sarebbe stata la medesima dei primi due servi che avevano ricevuto di più. Ma come si diceva più sopra il dono è, al pari del tempo impiegato, rivelativo dei personaggi di questa parabola. Così il donatore, anche se Gesù lo cela inizialmente dietro un anonimo uomo (v.14), è chiaramente Dio che infatti più avanti verrà chiamato ‘Signore’ (Kyrie,  Κύριε dei v.20.22.24). Solo Lui è capace di fare dono di ogni cosa sua [2], in maniera preveniente e inaspettata soprattutto verso dei destinatari che per quanto intraprendenti sono pur sempre dei servi. Alcuni padri della chiesa hanno voluto vedere dietro al dono dei talenti quello della Parola di Dio, in ricordo della parabola del buon seme che porta frutto a secondo del terreno che trova. Ireneo di Lione, morto nel 202 d.C., vi vide il dono della vita, accordato da Dio agli uomini. Comunque si voglia intenderli, poiché ogni racconto parabolico è aperto a una pluralità di interpretazioni, i talenti rimarranno un dono gratuito che non si tiene per sé, né si nasconde, ma va fatto moltiplicare. Rivelano che Dio, più che un padrone si dimostra Padre verso noi figli e fa nel corso del tempo molte di queste grazie a ognuno di noi e alle nostre comunità. La capacità di riconoscerle e di farle fruttare è la qualità dei servi non pavidi che sanno correre anche dei rischi.

Il punto della parabola però non è di natura economica, cioè nella capacità di trarre profitti dall’investimento di un capitale, perché la ricompensa, in tale senso, avrebbe dovuta essere commisurata al merito e alla grandezza del patrimonio accumulato. Esso invece è incentrato sull’agire istantaneo e sul non rimanere inerti nel tempo che viene concesso. Tenendo conto che il padrone-Signore tornerà e chiederà ragione («ponit rationem» traduce la Vulgata) di come avranno agito i servi. Essi scopriranno che ai suoi occhi ciò che contava era la bontà e la fedeltà nell’agire e quel che sembrava tanto in verità era molto poco rispetto alla ricompensa: «Bene, servo buono e fedele ― gli disse il suo padrone ―, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone».

La parabola diviene così un invito ai discepoli e alle comunità a non rimanere immobili e incantati davanti alle difficoltà dei tempi che corrono, pronti invece ad agire in ogni momento, consapevoli dei doni ricevuti e che questo che ci è dato è il tempo propizio. Le sfide che esso pone e le mutate condizioni culturali non dovrebbero impaurirci o farci rimanere contenti solo di quello che già si fa oppure inebriati da un attivismo solo fine a se stesso. La parabola chiede ai cristiani consapevolezza, responsabilità, audacia e soprattutto creatività, tutte realtà condensate nelle parole: essere buoni e fedeli.

Infine ci chiedevamo prima perché il padrone, protagonista della parabola, trattò così male il terzo servo. Ciò che colpisce in questa vicenda è proprio l’idea che il servo si era fatta di lui. Mentre i primi due servi non hanno avuto bisogno di riflettere su questo, quasi fosse automatico per loro che se il padrone ti da un dono esso vada subito fatto fruttare, l’altro servo invece elabora una sua idea, potremmo dire una sua teologia, che ne blocca l’azione, perché a dominarla è l’idea di paura. Intrappolato in questa immagine che egli ha del padrone, quella di un uomo duro e pretenzioso, pur avendo nella sua disponibilità il dono grande di un talento non riesce a fidarsi di lui. È questo sarà il suo vero dramma.

Il suo non agire verrà giudicato in modo parallelo al buono e fedele, però come malvagio e pigro. Se avesse almeno aperto un conto di deposito ne avrebbe riscosso gli interessi attivi, ma preferì seppellire il suo dono e per questo, quando non ci sarà più tempo per agire, al momento del giudizio, verrà consegnato al pianto e allo stridere dei denti, un’espressione biblica che indica il fallimento della propria vita[3].

La fede che opera è importante nel vocabolario del primo Vangelo. Gesù parla della fede di coloro che credono in lui per poter essere guariti, quella del centurione (8,10), del paralitico (9,2), della donna emorroissa (9,22), dei due ciechi (9,29), della Cananea (15,28), e incita i suoi, mai criticati perché hanno «poca fede», ad averne di più (cfr. 6,30).

La nostra parabola potrebbe dunque voler dire qualcosa sul credere o non credere in Dio nel tempo intermedio che separa dal giudizio. Il terzo servo, malvagio, non ha più fede, l’ha persa col tempo: si è dimenticato che quanto gli era stato affidato doveva essere investito perché portasse frutto per il padrone, ma anche a suo favore: è divenuto perciò inutile (v.30). Che la parabola tratti del dono della fede, si può indirettamente evincere anche da un altro testo del Nuovo Testamento, dove San Paolo dice che questo dono è misteriosamente personalizzato, proprio come nella parabola che racconta Gesù:

«Per la grazia che mi è stata data, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto conviene, ma valutatevi in modo saggio e giusto, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato» (Rm 12,3).

Per concludere potremmo chiederci: Quale visione abbiamo di Dio? Quella vendicativa, esigente e dura che incute paura o quella liberante, positiva che ci fa agire nella fiducia e nel non timore, come l’ha vissuta e ci ha insegnato Gesù?

Dall’Eremo, 19 novembre 2023

 

NOTE

1 Il talento, che significava anche «ciò che è pesato, era un’unità di peso di circa 30-40 kg. corrispondente a seimila denari. Poiché un denaro, secondo quanto Matteo stesso spiega in 20,2 (Matteo è molto preciso nell’uso delle monete, e nel suo vangelo ne sono elencate diversi tipi), è il corrispettivo della paga per un giorno di lavoro, si intende qui una somma ingente data in gestione ai servi

2 Nella parabola dei vignaioli omicidi Egli non si perita di mandare anche suo Figlio (Mt 21,37)

3 «Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti» (Mt 13,47-50).

 

 

 

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L’amore che nasce dalla carità è il fondamento del Cristianesimo

Omiletica dei Padri de  L’Isola di Patmos

L’AMORE CHE NASCE DALLA CARITÀ È IL FONDAMENTO DEL CRISTIANESIMO

Gesù ci insegna che non esiste un amore verso Dio che sia grandissimo, devoto ed autentico, e che non diventi amore verso il nostro prossimo. Un amore di carità che sia dunque agire secondo opere concrete e reali, per aiutare anche l’altro a crescere nella santità. Perciò come dicevano i provenzali, nell’amore o si cresce o si diminuisce.

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari lettori de L’Isola di Patmos,

«È evidente: l’Amore cresce o diminuisce e mai rimane uguale”. Questa bellissima frase troviamo in un antico Codice D’Amore Provenzale. In questa massima è raccolta una delle leggi fondamentali dell’amore che è la crescita continua nella donazione di sé all’altro e a Dio. L’amore è esperienza comune che tutti nella nostra vita abbiamo provato almeno una volta. Il fondamento, perciò, del nostro amore umano, quale amore di carità e di tenerezza è sempre l’amore di Dio che essendo eterno, chiede di amare di un amore eterno anche a noi.

Questo caposaldo è racchiuso nel Vangelo di questa XXX Domenica del Tempo Ordinario, dove viene enunciata la legge fondamentale del Cristianesimo. Una vera e propria rivoluzione copernicana all’interno dell’Ebraismo e del mondo greco- romano. Una novità assoluta dove il centro di tutto è il rapporto d’amore fra Dio e l’uomo.

Ancora una volta troviamo i farisei tutti uniti a tenere conciliabolo contro Gesù Cristo. La settimana scorsa gli è andata male, quando avevano mandato gli erodiani per provare a metterlo contro i romani. Questa volta inviano un dottore della Legge, un esperto che gli pone una domanda trappola. Quali 613 precetti ebraici (halakà) ritieni più importante, secondo la gerarchia ebraica? Anche questa è una domanda a trabocchetto, secondo la fallacia della falsa dicotomia. Fra i 613 precetti esisteva infatti una gerarchia e importanza.  Al di là di ricordare o meno questa scala gerarchica ― che per Gesù era semplice ― la trappola consisteva nell’ascoltare la risposta di Gesù, qualsiasi sarebbe stata la risposta, ribattere che il precetto citato era invece quello meno importante. In tal modo, si voleva screditare e mostrare l’assenza di legame di Gesù con la tradizione ebraica e con Dio. Gesù ancora una volta si disimpegna da questa trappola argomentativa. E sfrutta la situazione per offrire il centro e il nucleo centrale dell’insegnamento del cristianesimo. Gesù risponde:

«”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

La novità consiste innanzitutto nella formulazione di questi due precetti. Il primo è preso da Deuteronomio 6,5 ed è legato insieme alla legge di Santità che troviamo in Levitico 19,18. Ecco allora il legame inscindibile fra l’amore per Dio e per il prossimo già presente e prefigurato nell’Antico Testamento e viene poi così esplicitato e annunciato da Gesù. Questa risposta rompe qualsiasi contro-risposta. Ed è una risposta ancora valida per noi oggi.

Gesù ci insegna che non esiste un amore verso Dio che sia grandissimo, devoto ed autentico, e che non diventi amore verso il nostro prossimo. Un amore di carità che sia dunque agire secondo opere concrete e reali, per aiutare anche l’altro a crescere nella santità. Perciò come dicevano i provenzali, nell’amore o si cresce o si diminuisce. Si cresce nell’amore verso Dio perché le opere di misericordia alimentano continuamente la nostra scelta di fede che è una relazione con il Tu eterno di Dio, perennemente innamorato della sua creazione e dunque della umanità. Al contempo, amare di carità è scegliere di impegnarsi responsabilmente nella Chiesa, perché tutti gli altri credenti possano incontrare Cristo tramite noi. Se si smette di amare, anche la nostra vita e la nostra gioia, a poco a poco si affievoliscono. Così anche la nostra persona diviene sempre più chiusa in sé stessa. Gesù ci chiede di mettere in circolo il nostro amore autentico e tenero.

Chiediamo al Signore la forza e il coraggio di aziono generose e misericordiose, per crescere tutti uniti nel sentiero di santità che porta alla vita eterna.

Così sia.

Santa Maria Novella in Firenze, 29 ottobre 2023

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«Amerai il tuo prossimo come te stesso». Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti»

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«AMERAI IL TUO PROSSIMO COME TE STESSO» DA QUESTI DUE COMANDAMENTI DIPENDONO TUTTA LA LEGGE E I PROFETI

Gesù andò subito oltre con la sorprendente novità che non ha riscontri nella letteratura giudaica antica: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Egli, risalendo alla volontà del Legislatore, discerne che amore di Dio e del prossimo stanno in una relazione inscindibile tra loro: l’uno non sussiste senza l’altro.

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Nel lezionario, tralasciata la discussione con i sadducei a proposito della risurrezione, si giunge, col vangelo di questa XXX Domenica del tempo ordinario, ad una nuova diatriba che si apre con Gesù interrogato dai suoi avversari, ma, ancora una volta, per metterlo alla prova.

«In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». (Mt 22,34-40)

Sono gli ultimi giorni di Gesù nella città santa di Gerusalemme, prima dell’arresto e della passione, ed egli sa che il cerchio intorno a sé si sta stringendo sempre più. Nella nostra pagina di Vangelo entrano di nuovo in scena i farisei, e tra loro un dottore della Legge, un teologo diremmo noi, un esperto delle sante Scritture, che nuovamente si rivolge a lui chiamandolo: Rabbi (Maestro, διδάσκαλε). Infatti non si era mai vista una cosa del genere, che un carpentiere si fosse messo in testa di insegnare e dare consigli sulla Torah, su come si onori Dio, su cosa sia lecito e cosa proibito. La cosa non era ben vista come attestò Ben Sira al principio del terzo secolo a.C: «Chi è libero dalla fatica diventerà saggio»1; e nei Vangeli non si parla mai di una scuola esegetica di Gesù. Le sorprendenti interpretazioni della Torah, che gli permettono di contrastare le insidie dialettiche degli avversari, non verranno replicate dai suoi discepoli. Se Gesù viene chiamato rabbi (maestro) è per la sua autorità e per la capacità di approfondire la Scrittura in modo creativo. Non è però il genere d’insegnante che formi allievi, per trasmettere loro i propri metodi esegetici. Mentre nel giudaismo rabbinico, che si affermerà dopo la distruzione del secondo Tempio nel 70, l’allievo è destinato a sostituire e, se possibile, a superare in sapienza il maestro, i discepoli di Gesù rimarranno per sempre tali, senza la possibilità di emularlo in campo intellettuale.

Proprio i rabbini avevano individuato nella Legge, la Torah, oltre le dieci parole (Es 20,2-17), ben 613 precetti, per cui la domanda posta a Gesù sembra pertinente e verteva sulla semplificazione: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Era un argomento dibattuto come testimonia questa risposta rabbinica: «Rabbi Simlaj disse:

«Sul monte Sinai a Mosè sono stati enunciati 613 comandamenti: 365 negativi, corrispondenti al numero dei giorni dell’anno solare, e 248 positivi, corrispondenti al numero degli organi del corpo umano… Poi venne David, che ridusse questi comandamenti a 11, come sta scritto [nel Sal 15]… Poi venne Isaia che li ridusse a 6, come sta scritto [in Is 33,15-16]… Poi venne Michea che li ridusse a 3, come sta scritto: «Che cosa ti chiede il Signore, se di non praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio? » (Mi 6,8) … Poi venne ancora Isaia e li ridusse a 2, come sta scritto: «Così dice il Signore: Osservate il diritto e praticate la giustizia» (Is 56,1) … Infine venne Abacuc e ridusse i comandamenti a uno solo, come sta scritto: «Il giusto vivrà per la sua fede» (Ab 2,4)» (Talmud babilonese, Makkot, 24a).

Gesù rispose ponendo in evidenza, ancora una volta, la sua capacità di far riferimento a ciò che è fondamentale e proponendo a seguire una sorprendente novità, legando un secondo comandamento al principale, dichiarandoli simili e facendo di ambedue una corda sulla quale sta in equilibrio tutta la struttura dei rimanenti comandi, anzi l’intero complesso della Parola di Dio. Se da essa si distaccano cadono a terra. Questo è il senso del verbo kremamai ― κρέμαμαι ― del verso v.40, ovvero essere appeso, sospeso, penzolare; che è stato reso con dipendere: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Dove trovò Gesù il fondamento per giustificare la grandezza del primo comandamento? Nella preghiera, nella fattispecie quella dello Shemà (Ascolta) che apriva e chiudeva la giornata dell’ebreo religioso e in particolare quella di shabbat, il sabato:

«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita e con tutta la tua mente» (Dt 6,4-5). E chiosò: «Questo è il grande e primo comandamento».

Poi Gesù andò subito oltre con la sorprendente novità che non ha riscontri nella letteratura giudaica antica: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Lv 19,18). Egli, risalendo alla volontà del Legislatore, discerne che amore di Dio e del prossimo stanno in una relazione inscindibile tra loro: l’uno non sussiste senza l’altro. Il comando di amare il prossimo è, nel Vangelo di Matteo, il testo veterotestamentario più citato: si trova anche in Mt 5,43 e 19,19. Significa che Gesù aveva insistito su questo precetto, ma anche che per Matteo era particolarmente necessario ricordarlo ai credenti in Cristo, quando questi non verranno più capiti ed accolti dalla loro stessa gente; purtroppo, anche dai loro stessi fratelli ebrei.

Non a caso nel nostro testo il secondo comandamento è definito pari ― ὁμοία ― al primo, con la stessa importanza e lo stesso peso, mentre l’evangelista Luca li unisce addirittura in un solo grande comandamento: «Amerai il Signore Dio tuo… e il prossimo tuo» (Lc 10,27). Gesù compie così un’audace e decisiva innovazione, e lo fa con l’autorità di chi sa che non si può amare Dio senza amare le persone.

L’amore essendo un sentimento umano non si può dire che rappresenti un proprium del cristiano, lo è invece la fede in Gesù, il Cristo, Figlio del Padre che si è rivelato. E al cuore di questo processo c’è la manifestazione di Dio come amore. Come tutti sanno gli autori del Nuovo Testamento che hanno esplorato la profondità di questo mistero sono Paolo e Giovanni. Proprio quest’ultimo, in una sua lettera affermerà che «Dio è amore» (1Gv 4,8.16) e che «ci ha amati per primo» (1Gv 4,19). San Paolo ci farà dono dell’inno alla carità (1Cor 13). Tutte queste parole rivolte in prima istanza ai discepoli di Gesù di ogni tempo, sono ormai il segno distintivo di chi crede in lui, tanto da far affermare allo stesso Giovanni: «Se uno dice: Io amo Dio e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1Gv 4,20-21). E questo perché il riferimento sarà sempre a Gesù che pose se stesso come termine di paragone: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35); ovvero quell’amore che mette in pratica “il comandamento nuovo”, cioè ultimo e definitivo, da lui lasciatoci: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 13,34; 15,12).

Per tornare all’esempio della corda sospesa il cristiano si troverà sempre a camminare su questa via sottile evitando di non sporgersi troppo da un lato perdendo l’equilibrio dell’altro. L’amore verso Dio e verso il prossimo si mantiene in costante equilibrio e l’uno e l’altro non costituiscono l’emblema di una stagione. Anche se adesso, nella Chiesa, si pone l’accento maggiormente sulla solidarietà e sull’accoglienza dei poveri e dei miseri, il cristiano sarà sempre un “uomo per tutte le stagioni”2. E secondo l’insegnamento di Gesù ci sarà sempre qualcuno che percorrendo la non sorvegliata scesa che da Gerusalemme porta a Gerico potrà correre il rischio di ritrovarsi mezzo morto: l’amore compassionevole sarà la risposta (Lc 10,25-37).

Anche Sant’Agostino sembra pensarla così:

«Enunciando i due precetti dell’amore, il Signore non ti raccomanda prima l’amore del prossimo e poi l’amore di Dio, ma mette prima Dio e poi il prossimo. Ma siccome Dio ancora non lo vedi, meriterai di vederlo amando il prossimo. Ama dunque il prossimo, e mira dentro di te la fonte da cui scaturisce l’amore del prossimo: ci vedrai, in quanto ti è possibile, Dio. Comincia dunque con l’amare il prossimo. Spezza il tuo pane con chi ha fame, e porta in casa tua chi è senza tetto; se vedi un ignudo, vestilo, e non disprezzare chi è della tua carne. Facendo così, che cosa succederà? Allora sì che quale aurora eromperà la tua luce (Is 58,7-8)La tua luce è il tuo Dio. Egli è per te luce mattutina, perché viene a te dopo la notte di questo mondo. Egli non sorge né tramonta, risplende sempre… Amando il prossimo e interessandoti di lui, tu camminerai. Quale cammino farai, se non quello che conduce al Signore Iddio, a colui che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo lo abbiamo sempre con noi. Porta dunque colui assieme al quale cammini, per giungere a Colui con il quale desideri rimanere per sempre»3.

dall’Eremo, 29 ottobre 2023

NOTE

1 [Contadini, fabbri, vasai, e tutti i lavoratori manuali che si affaticano giorno e notte per un compenso] «Senza di loro non si costruisce una città, nessuno potrebbe soggiornarvi o circolarvi. Ma essi non sono ricercati per il consiglio del popolo nell’assemblea non hanno un posto speciale, non siedono sul seggio del giudice e non conoscono le disposizioni della legge. Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto,
non compaiono tra gli autori di proverbi, ma essi consolidano la costruzione del mondo,e il mestiere che fanno è la loro preghiera» (Sir 38,24. 33-34)

2 Sylvester R. S., The “Man for All Seasons” Again: Robert Whittington’s Verses to Sir Thomas More, Huntington Library Quarterly, Vol. 26, nr 2,1963, pp. 147-154. 

3 Agostino d’Ippona, Commento al Vangelo di san Giovanni, Omelia 17, 7-9 (vedere QUI

 

 

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti

Omiletica dei Padri de  L’Isola di Patmos

A VOI SARÀ TOLTO IL REGNO DI DIO E SARÀ DATO A UN POPOLO CHE NE PRODUCA I FRUTTI

Oggi il Nuovo Popolo di Dio siamo tutti noi, cioè noi uniti nel Suo Battesimo, a cui Dio chiede di portare frutti, dunque diventare fecondi. In tal modo ciascuno di noi diventa custode e protettore di quella vigna, che è la nostra Chiesa Cattolica e la Chiesa locale in cui siamo attivi.

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari lettori de L’Isola di Patmos,

siamo tutti nati e cresciuti all’interno di una nazione e una città. Questo essere insieme ad altri ha costruito un po’ la nostra identità. Siamo diventati “Io” grazie anche a molti “Tu”, nostri concittadini. Siamo poi stati battezzati e così inseriti all’interno di una comunità ecclesiale particolare e in generale, figli della Chiesa Cattolica. Siamo stati così affidati a una comunità particolare, una Chiesa locale costituita innanzitutto dalla nostra famiglia. Oggi siamo adulti, ci viene chiesto di essere coloro che costruiscono e custodiscono la Chiesa. Questa è la sintesi del Vangelo di oggi.

I vignaioli omicidi, catechismo francese illustrato del XX sec.

Ancora una volta Gesù decide di proporre questo insegnamento in parabole. Così racconta una parabola un po’ violenta, se vogliamo. Il padrone di un terreno consegna la propria vigna a dei contadini perché la coltivino e portino frutto. Giunto il momento di ritirare il raccolto, invia diversi servi: prima pochi, poi molti. Questi vengono uccisi. Infine viene ucciso l’ultimo inviato, cioè il figlio del padrone.

A questo punto Gesù dialoga con gli anziani e i capi del popolo circa la sorte di questi contadini.  Essi gli offrono una risposta che sembra chiara: al ritorno dello stesso padrone, i contadini omicidi verranno puniti e uccisi. Citando il salmo 118, celeberrimo, Gesù offre loro la risposta definitiva:

«Io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti»

La risposta di Gesù è fortissima: non saranno più solo i capi del popolo ebraico e i sacerdoti a mantenere l’alleanza con Dio. Ci sarà un nuovo regno di Dio, una nuova vigna, dunque un nuovo popolo di Dio che sarà fecondo e porterà frutti.

Gesù viene dunque a gettare le basi della Sua Chiesa, che riceverà e manterrà l’ultima ed Eterna Alleanza, il Nuovo ed Eterno Patto fra Dio e l’uomo. Dunque un Nuovo Popolo di Dio, che non coinciderà esclusivamente con i circoncisi.

Infatti, oggi il Nuovo Popolo di Dio siamo tutti noi, cioè noi uniti nel Suo Battesimo, a cui Dio chiede di portare frutti, dunque diventare fecondi. In tal modo ciascuno di noi diventa custode e protettore di quella vigna, che è la nostra Chiesa Cattolica e la Chiesa locale in cui siamo attivi. Questa fecondità si realizza in diversi modi: innanzitutto con la pratica della carità e delle opere di misericordia spirituali e materiali. Anche l’esercizio delle virtù teologali e cardinali, con gli altri e in comunione con Dio, è un altro modo di essere fecondi. Perché la fecondità e fruttuosità è donare la grazia dell’amicizia e dell’amore di Dio agli altri. La bellezza della nostra fede ci chiede poi di donare questa grazia secondo una fecondità che è originale e tutta propria: dunque tutti noi diventiamo fruttuosi perché chiamati con la nostra bellezza ed unicità. Questa è una via bellissima con cui Dio ci chiede di essere parte della Chiesa: né dominanti né passivi ma fruttuosi. Aperti al progetto di Dio ma senza per questo diventare robot.

Come scriveva John Stuart Mill: «Tutte le cose buone che esistono sono frutto dell’originalità».

Chiediamo al Signore di diventare quel nuovo popolo di Dio in grado di entrare nella preghiera silenziosa, ascoltare la voce del Tu Eterno di Dio, e portare questa voce in un mondo che cerca l’amore senza fine.

Così sia

Santa Maria Novella in Firenze, 8 ottobre 2023

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Dall’homo Sapiens ai contadini assassini nella vigna del Signore

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DALL’HOMO SAPIENS AI CONTADINI ASSASSINI NELLA VIGNA DEL SIGNORE

I nostri antenati sapiens quando iniziarono a domesticare quelle specie animali e quei pochi semi che ancora ritroviamo sulla nostra tavola non potevano immaginare il particolare legame che si sarebbe creato fra l’uomo e la coltivazione della vite. Un rapporto che sa di alleanza e perciò di passione, di cura e perfino di amore. Ricordo i contadini che ho conosciuto, quando volevano esprimere la fatica del loro specifico lavoro dicevano: «La terra è bassa!». Perché non solo ti devi chinare verso di essa, ma anche assecondarla e lavorarla con grande fatica.

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Gli storici dell’evoluzione dicono che il passaggio all’agricoltura per la nostra specie ebbe inizio in un periodo che va dal 9500 all’8500 a.C. in una regione collinosa situata tra la Turchia sudorientale, l’Iran occidentale e il Vicino Oriente. Prese il via lentamente e in un’area geografica piuttosto ristretta. Il frumento e le capre furono domesticati approssimativamente intorno al 9000 a.C.; piselli e lenticchie intorno all’8000 a.C.; gli ulivi nel 5000 a.C.; i cavalli nel 4000 a.C.; e la vite nel 3500 a.C. Proprio del terreno che dalla vite prenderà  nome di vigna parlerà Gesù nel brano evangelico di questa ventisettesima domenica del tempo ordinario

«In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi»? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» (Mt 21,33-43).

I nostri antenati sapiens quando iniziarono a domesticare quelle specie animali e quei pochi semi che ancora ritroviamo sulla nostra tavola non potevano immaginare il particolare legame che si sarebbe creato fra l’uomo e la coltivazione della vite. Un rapporto che sa di alleanza e perciò di passione, di cura e perfino di amore. Ricordo i contadini che ho conosciuto, quando volevano esprimere la fatica del loro specifico lavoro dicevano: «La terra è bassa!». Perché non solo ti devi chinare verso di essa, ma anche assecondarla e lavorarla con grande fatica. Quando invece iniziavano a parlare della vigna e del vino che avevano spillato il discorso cambiava, il ricordo della fatica e della dedizione sparivano: apparivano ripagati, diventavano orgogliosi del frutto della vite ricavato e perciò gelosi della loro vigna. È possibile che questa esperienza primordiale abbia ispirato gli autori biblici, in particolare i profeti, quando cantarono in più occasioni lo speciale legame fra l’agricoltore e la vigna in quanto allegoria dell’alleanza fra Dio e il suo popolo Israele. Il brano indubbiamente più famoso è quello riportato nella prima lettura di questa domenica tratto dal profeta Isaia:

«Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi. E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?» (Is 5,1-4).

Così quando Gesù iniziò a raccontare gli ascoltatori intesero istantaneamente di cosa stesse parlando a differenza nostra che quella immediatezza l’abbiamo persa e necessitiamo di molte spiegazioni. Infatti la comprensione della parabola detta “dei vignaioli omicidi” ha rappresentato un momento significativo nella storia dell’esegesi cristiana. C’è stato un tempo, non molto distante dal nostro, in cui si è pensato che il versetto  «Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» costituisse una vera punizione per Israele e un attacco da parte di Gesù al giudaismo, cosicché la Chiesa non fosse da considerarsi come un nuovo Israele subentrato al vecchio, ma quello vero1, come l’aveva pensato Dio fin dall’inizio. Ma in tutto il Vangelo di Matteo quest’attacco non si evince e così quella interpretazione è oggi ritenuta obsoleta. Come pure l’idea discendente dalla precedente che Israele in quanto popolo fosse stato rifiutato da Dio. Certo Gesù stava parlando nel tempio rivolgendosi agli anziani e ai capi dei sacerdoti e le sue parole riportavano la pesante punizione causata dal rifiuto degli emissari del padrone della vigna. Essi erano quegli inviati di cui parlerà in Mt 23,34: «Perciò ecco, io mando a voi profeti, sapienti e scribi: di questi, alcuni li ucciderete e crocifiggerete, altri li flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città». Soprattutto Gesù annunciò l’uccisione del figlio. Ma si stava rivolgendo ai leader religiosi, quelli che chiamerà guide cieche (cfr. Mt 23,16) e poiché ora la parabola è presente  nel Vangelo quelle parole varranno sempre per la Chiesa ed i suoi responsabili. In particolare la vigna  che è l’Israele santo di Dio, il popolo eletto,  non sarà incendiata o devastata come la città di cui si parlerà nella parabola seguente (Mt 22,7) ma anzi è lì pronta per dare frutti buoni; solo, non saranno gli attuali vignaioli a coglierli: la vigna, il popolo dell’alleanza, verrà affidata ad altri contadini. Perciò tutte le parabole di Gesù e questa in particolare vanno considerate come opere aperte. Rinchiuderle dentro un’unica interpretazione, come un letto di Procuste, farebbe loro torto perché il valore sta nell’inquietudine che continueranno a suscitare, unita alle domande che incalzeranno la fede dei discepoli e la loro sequela, affinché siano continuamente spronate.

Gesù iniziò il racconto dicendo che c’era un uomo, un proprietario ― il termine oikodespotes (οἰκοδεσπότης) può significare anche un padre di famiglia, infatti la Vulgata tradusse: Homo erat pater familias ― che piantò una vigna e la dotò di tutto il necessario, quindi l’affidò a dei vignaioli e partì. Il verbo apodemeo (ἀποδημέω da cui ἀπεδήμησεν del v.33) indica qualcuno che va fuori della patria, all’estero, allontanandosi dalla propria abitazione. Quest’uomo partì portando con se il pensiero e il ricordo della vigna, così quando venne il tempo dei frutti mandò dei servi a richiederli, ma furono brutalmente trattati dagli affidatari. Evidentemente si erano convinti nell’animo che il padrone essendosene andato si fosse anche scordato della vigna e che questa ormai fosse loro, così se l’erano accaparrata sostituendosi al vero proprietario. Ma in fondo questi rivendicava solo i frutti, non stava pretendendo la proprietà. Con una pazienza che parrà incredibile se non fosse ascritta a Dio egli inviò di nuovo servi in numero maggiore e pure questi subirono la stessa sorte dei precedenti. I lettori del Vangelo che a questo punto già sentiranno montare la rabbia per il sopruso, speranzosi di vedere il ristabilimento della giustizia anche con l’uso della forza, si troveranno impreparati e spiazzati nel leggere che il padre starà per mettere a repentaglio la vita del suo proprio figlio. Ma il proprietario della vigna, ormai lo sappiamo, è un padre fuori dell’ordinario, come dirà la preghiera di colletta di questa domenica: Egli aggiunge «quello che la preghiera non osa sperare».  Così non mandò altri emissari come rappresentanti, ma inviò direttamente suo figlio mosso da un’intima speranza: «Avranno rispetto per mio figlio!».

Sappiamo come le cose andarono a finire, è inutile ripeterlo. Il particolare dell’omicidio compiuto al di fuori della vigna rimase scolpito nella memoria degli autori del nuovo testamento e così lo menzionarono quando si trattò di raccontare la morte di Gesù (cfr. Mc 15,20; Mt 27,31, Eb 13,12) oppure quella di Stefano (cfr. At 7,58). Il figlio espulso dalla vigna fu il segno tangibile del rifiuto della volontà divina e della sostituzione che quei contadini vollero perseguire: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!».

Le successive parole di Gesù introdotte dalla domanda circa la sorte di quei vignaioli omicidi si prenderanno tutta l’attenzione e, come abbiamo più su riportato, anche quella della futura esegesi, facendo passare sotto silenzio un particolare non di poco conto a cui Gesù aveva accennato e che potrebbe rappresentare invece il cuore della parabola, quello che illuminandola le dà senso, ancor più della stessa eliminazione e sostituzione dei vignaioli malvagi. Questo particolare fa riferimento al pensiero del padrone della vigna che si aspettava rispetto verso il figlio inviato. Il verbo entrepo, εντρέπω del v. 37 nella forma attiva significa mutare, cambiare, tornare di senno e in quella passiva, come sta nel Vangelo: commuoversi, portare rispetto, esitare. La Vulgata scelse aver timore e riportò: “Verebuntur filium meum“. In qualsiasi modo si voglia tradurre quel desiderio esplicitato, è chiaro che il padrone della vigna non si attendeva la morte violenta del figlio. Quello era il suo sogno, il sogno di Dio. Nel Vangelo di Matteo già Giuseppe e poi i Magi (cfr. Mt 1,20; 2,12-13) prestando ascolto a un sogno poterono salvare Gesù. Avevano così compiuto la volontà di Dio. Cosa sarebbe accaduto se Pilato avesse ascoltato il sogno della moglie (cfr. Mt 27,19) narrato nel racconto della passione: egli avrebbe risparmiato Gesù dalla condanna? Quella frase della parabola, apparentemente innocente, mette in crisi alcune facili e inappropriate teologie della redenzione. In essa vi leggiamo non solo la speranza che Israele si converta, ma anche che il figlio venga risparmiato.

Naturalmente senza dimenticare che per tre volte Gesù mostrerà di salire volontariamente, liberamente e consapevolmente a Gerusalemme (cfr. Mt 16,21-23), dove vi avrebbe incontrato la morte che accetterà ancora più decisamente nel Getsemani: «avvenga la tua volontà» (Mt 26,42). Addirittura Matteo rilesse la sua consegna alla luce delle Scritture: «Tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti» (Mt 26,56). Non si potrebbe però pensare, sempre nella logica del racconto matteano, che il progetto iniziale non fosse questo, quanto piuttosto quello di cui parlerà lo stesso Gesù  ― in verità dopo tutti e tre gli annunci della passione ― accennando a una palingenesi (cfr. Mt 19,282 e 25,31-46); che egli avrebbe voluto far avanzare restaurando l’Israele di Dio? Quando il piano però cominciò a deteriorarsi, allora Gesù, come il figlio della parabola, mostrerà di amare tanto la sua vigna al punto di morire per essa. Ci torna in mente il commento di Sant’Ambrogio:  «Salve, vigna meritevole di un custode così grande: ti ha consacrato non il sangue del solo Nabot ma quello di innumerevoli profeti, e anzi quello, tanto più prezioso, versato dal Signore»3. La parabola, dunque, che insistette sulla misericordia del padrone, lasciò emergere anche sullo sfondo l’offerta gratuita del figlio.

Questa parabola risuona certamente come un giudizio di Dio, non però sul popolo d’Israele, ma su quei capi del popolo che hanno rigettato e condannato Gesù. Matteo, infatti, registrerà subito dopo la loro reazione; cercarono di catturarlo ma ebbero paura della folla e per questo rimandarono di qualche giorno il loro piano, attendendo una situazione più propizia (nella notte e nel Getsemani, dove non ci sarà la folla dei suoi seguaci; cfr. Mt 26,47-56). Avevano infatti compreso che quella parabola individuava proprio in loro i vignaioli omicidi. Ma la parabola dice che questo sarà pure il giudizio sulla Chiesa, soprattutto sui suoi capi. La vigna è stata tolta a quei capi di Israele e data una nuova collettività umana (éthnos, senza articolo del v.43): la comunità dei poveri nello spirito, dei miti che, secondo la promessa del Signore, erediteranno la terra (cf. Mt 5,5; Sal 37,11), a quel popolo umile e povero costituito erede per sempre dal Signore (cf. Sof 3,12-13; Is 60,21; Ger 30,3).

È molto importante sul piano teologico capire che la funzione della forma matteana della parabola non è quella di esaltare il cristianesimo rispetto al giudaismo, ma piuttosto di lasciare aperta la risposta alla rinnovata offerta di riconciliazione fatta dal Cristo innalzato. In un certo senso, la Chiesa si trova in una posizione analoga a quella d’Israele. In un altro senso, tuttavia, essa ha già fatto esperienza del miracoloso intervento di Dio. La pietra scartata costituisce ora la testata d’angolo. Sarà questa generazione di cristiani ad accogliere il regno di Dio e a produrre frutti di giustizia, oppure esso le sarà tolto per essere affidato ad un’altra? Il già citato Ambrogio di Milano vedeva che il pericolo di incorrere nel castigo è per tutti, anche per i cristiani: «Il vignaiolo è senza alcun dubbio il Padre onnipotente, la vite è Cristo, e noi siamo i tralci: ma se non portiamo frutto in Cristo veniamo recisi dalla falce del coltivatore eterno»4. Detto questo, è chiaro che la parabola è cristologica e teologica. Il figlio del padrone della vigna è caratterizzato con quegli attributi, come l’idea dell’eredità, che sono tipici del linguaggio di Gesù quando voleva parlare di sé e del suo rapporto col padre; la sua morte fuori delle mura della città ovviamente ricorderà la fine del Messia. Ma la parabola dice molto anche a proposito del Padre: il suo giudizio, stranamente, tarda ad arrivare; Dio è rappresentato addirittura come fin troppo paziente. Qualsiasi ascoltatore del racconto, ai tempi di Gesù, sarebbe rimasto colpito da quella che potrebbe sembrare una debolezza di carattere. Quel Dio invece sa aspettare e continua a sperare in un cambiamento dei suoi vignaioli che potrebbero addirittura «rispettare suo figlio» (cfr. Mt 21,37). Diversamente da quanto facciamo noi Dio non si lascia demoralizzare da un rifiuto, insiste nella sua proposta di salvezza, Egli non vuole mai la morte del peccatore, ma che questi si converta e viva.

Vorrei concludere ricordando che la pregnanza di questa parabola fu colta in modo particolare da Benedetto XVI, in un momento che immaginiamo fu carico di emozione e di grande timore per lui. Dalla loggia della Basilica di San Pietro la sera della sua elezione così parlò di se stesso:

«Hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere»5.

Buona domenica a tutti. 

dall’Eremo, 8 ottobre 2023 

 

 

 

1 Trilling W., Il vero Israele. Studi sulla teologia del Vangelo di Matteo, Piemme, 1992

2 «E Gesù disse loro: “«In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele”».

3 Sant’Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca, Città Nuova 1978.

4 Sant’Ambrogio, op. cit.

5 Vedere:  https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/april/documents/hf_ben-xvi_spe_20050419_first-speech.html

 

 

Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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Quel gioco non sempre comprensibile dei primi e degli ultimi nel Signore

Omiletica dei Padri de  L’Isola di Patmos

QUEL GIOCO NON SEMPRE COMPRENSIBILE DEI PRIMI E DEGLI ULTIMI NEL SIGNORE

«Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al più presto».

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari lettori dell’Isola di Patmos,

ci sono storie di conversione che fanno comprendere la bellezza di essere cattolici inducendoci a capire il senso del diventare operai nella vigna del Signore. Dio ci chiama in qualsiasi momento della vita: da bambini, da adulti e persino in punto di morte. Non molti sanno che uno di questi operai nella vigna fu proprio Oscar Wilde che si convertì in tarda età al Cattolicesimo, battezzandosi e ricevendo il viatico. L’autore irlandese pochi giorni prima di morire dichiarò al giornale Daily Chronicle:

«Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al più presto».

Con la parabola degli operai dell’ultima ora racchiusa nel Vangelo di oggi Gesù viene a insegnarci questo. Tutti, nel grande mistero dell’amore di Dio, siamo chiamati e Lui conosce il giorno e l’ora della nostra risposta. Gesù racconta quindi una parabola che all’inizio può essere “fastidiosa”. Perché troviamo degli operai che vengono assunti a inizio giornata e altri invece solo all’ultima ora. Il padrone degli operai risponde però a muso duro a coloro che erano arrivati là per protestare:

«Io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Nella narrazione simbolica, quel padrone è proprio Dio che ha un concetto di primo e ultimo diverso del nostro. In effetti, la frase di Gesù circa gli ultimi e i primi è stata lungamente evocata, perché dislocata al di fuori del contesto della parabola. Dio, dunque, annuncia con una notizia bella e sconvolgente: Egli capovolge i nostri parametri umani: tutti siamo chiamati ad amare, a renderci santi e a santificare gli altri. Ciascuno di noi è operaio nella vigna, cioè nella Chiesa Cattolica, secondo talenti e doni che Lui stesso ci ha offerto.

La ricompensa finale sarà poi uguale per tutti: la sua amicizia e compagnia eterna in Paradiso. Dunque, non esiste una diversa modalità di “pensionamento” per l’operaio nella vigna. Il bambino catecumeno martirizzato, il grande lavoratore della carità, il poeta maledetto convertito in vecchiaia, tutti quanti riceviamo come meta finale la Vita Eterna in Dio. Il grande mistero di Dio da accogliere è questo: Dio ci chiede un amore gratuito che non pretende e non reclama, ma si offre spontaneamente. Perché il primo ad offrirsi senza pretendere nulla in cambio è stato Gesù sulla croce.

A noi sta semplicemente di accogliere la chiamata e di mettere un po’ di buona volontà. Dio stesso con la sua grazia ci accompagnerà nel nostro essere vignaioli operanti e fecondi per Dio e il prossimo. La differenza del tempo che intercorre fra chiamata e risposta all’amore di Dio, non toglie nulla alla nostra felicità, sia che rispondiamo da piccoli o da adulti, se la nostra risposta è autentica, meditata e vera in Dio è sempre fonte di massima gioia per noi. Dunque, essere primi in Dio non è essere primi nella logica del mondo. Invece, vuol dire agire con umiltà nello stato vocazionale in cui siamo, decentrando i nostri egoismo e superficialità, ponendo al centro il Signore: in quel decentrarci, Lui ci renderà una gloria ed una soddisfazione massima.

Chiediamo al Signore di diventare buoni come Lui, interiorizzando l’umiltà e la disponibilità ad accogliere un Progetto d’Amore più grande, per diventare giorno dopo giorno testimoni credenti e credibili della Misericordia senza fine.

Così sia!

Santa Maria Novella in Firenze, 24 settembre 2023

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Quello spirito di matrice comunista del Padrone della Vigna del Signore

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

QUELLO SPIRITO PROLETARIO DI MATRICE COMUNISTA DEL PADRONE DELLA VIGNA DEL SIGNORE  

Il Vangelo di questa domenica piacerà ai comunisti, almeno ai duri e puri se ancora ce ne sono. Quelli del lavorare tutti ma lavorare meno. I problemi semmai sorgeranno alla fine quando si scoprirà che la paga sarà la stessa per tutti. Agli altri la parabola farà venire il mal di pancia, tanto insensato e ingiusto apparirà il comportamento del padrone della vigna.

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Il Vangelo di questa domenica piacerà ai comunisti, almeno ai duri e puri se ancora ce ne sono. Quelli del lavorare tutti ma lavorare meno. I problemi semmai sorgeranno alla fine quando si scoprirà che la paga sarà la stessa per tutti. Agli altri la parabola farà venire il mal di pancia, tanto insensato e ingiusto apparirà il comportamento del padrone della vigna. A parte queste mie battute da quattro soldi cosa dice Gesù? Leggiamolo.

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”» (Mt 20,1-16).

Innanzitutto bisogna dire che questo racconto parabolico è proprio di Matteo, non si trova cioè negli altri Vangeli. Sembra sia stato utilizzato dall’Evangelista per distaccarsi un attimo dalla trama di Marco e farlo diventare una spiegazione di quanto stava scrivendo in questa sezione della sua opera. Occorre anche premettere che la parabola ha avuto una storia interpretativa variegata. Da chi vi ha letto la storia della salvezza e della elezione dagli inizi delle vicende bibliche (Adamo, Abramo, Mosè) fino a Gesù a chi vi ha colto una allegoria della vita umana e cristiana per cui anche chi sarà chiamato alla fine della vita potrà salvarsi, né più né meno di chi rispose prontamente fin da giovane. L’esegesi moderna vi ha visto una metafora della giustificazione del comportamento di Gesù di fronte ai suoi detrattori che lo accusavano di prediligere o far comunella coi peccatori e gli esclusi che così diventavano i primi del Regno dei cieli. Vi è però un’altra ermeneutica percorribile sulla base di ciò a cui si è accennato e cioè che Matteo volesse con questa parabola rispondere ad alcune dinamiche sorte già nel primitivo gruppo dei seguaci di Gesù e che si sarebbero ripresentate nelle comunità cristiane a cui il Vangelo sarà rivolto.

Non a caso il brano evangelico sopra riportato inizia, nel testo greco, con la preposizione gar – γάρ, che significa ‘infatti’1, come a dire che adesso si andrà a spiegare quanto precedentemente era stato riportato. Ciò che precede immediatamente è la frase che ritroveremo quasi identica al termine del brano di questa domenica: «Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi» (Mt 19,30). Questa espressione di Gesù era a sua volta collegata a una domanda di Pietro: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?», a cui Gesù rispose che avrebbe ricevuto insieme al potere di giudicare, anche il centuplo e la vita eterna, ma sempre tenendo conto tuttavia della possibile interscambiabilità fra i primi e gli ultimi. Poco prima aveva anche affermato: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».

Abbiamo dunque un antefatto al brano di questa domenica che corrisponde alla domanda di ricompensa sulle labbra di Pietro. Ora, come nei film che ripropongono una saga, oltre al prequel abbiamo anche un sequel. Perché successivamente (Mt 20,17-19), subito dopo la parabola, Gesù annuncerà per la terza volta la sua passione, morte e risurrezione. Di fronte a un tale solenne annuncio, con grande sconcerto per il lettore, Matteo riporterà appena dopo (vv. 20-24) che due discepoli fratelli, figli di Zebedeo, faranno questa richiesta a Gesù per bocca della loro mamma: «Dì che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno»; provocando la reazione sdegnata del resto del gruppo. Se prima avevamo dunque con Pietro una richiesta di ricompensa, qui ne abbiamo una di rivendicazione di merito con la quale si pretendevano i primi posti. Notiamo che a far queste richieste, salvo Andrea fratello di Pietro, sono i primissimi discepoli chiamati da Gesù (Mt 4,18-22)! Comprendiamo perché Matteo, staccandosi da Marco, abbia voluto aggiungere qualcosa proveniente da una sua fonte. Forse la misura era colma o forse era consapevole che i diritti di prelazione, il carrierismo o il guadagno e i privilegi saranno tentazioni che aggrediranno sempre i discepoli di Gesù nella Chiesa e per sempre s’intende anche oggi. La parabola allora sarà la risposta di Gesù a queste logiche squisitamente umane e un richiamo al fondamento a cui tutto è possibile, che non fa torto perché buono e un invito alla comunità a trarne le conseguenze di vita cristiana autentica.

Il racconto parabolico procede con la scansione di alcune ore del giorno a cominciare dalle prime luci dell’alba, fino alla sera verso l’undicesima ora, le diciassette del pomeriggio, quando mancherà un’ora sola per staccare dal lavoro. Il proprietario di una vigna che aveva bisogno di lavoratori uscì una prima volta prestissimo e si accordò con alcuni operai per un denaro al giorno. Poi si fece vivo di nuovo alle nove, l’ora terza, e ne chiamò altri dicendo loro che avrebbe dato loro il giusto. A questo punto entra in scena la percezione e l’attesa del lettore che comincerà a fantasticare su quanto ammonterà questo giusto. Esso sarà come è ragionevole immaginare commisurato con le effettive ore di lavoro? Ma il padrone della vigna è ben strano perché uscirà di nuovo a mezzogiorno e poi alle tre, sorpreso di trovare lavoratori inoperosi chiamerà anche loro. Infine, a un’ora dalla chiusura della giornata lavorativa, alle cinque del pomeriggio, quando ormai era inutile — chi chiama operai per farli lavorare un’ora sola? — uscirà nuovamente e dirà: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna». È chiaro che Gesù sta parlando non di un imprenditore sprovveduto o impazzito, ma di Dio che nella sua grande libertà chiama chiunque in qualsiasi momento senza badare alla necessità lavorativa o al compenso, ma mosso dal solo desiderio che le persone facciano parte di questa opera. La sua volontà è che ognuno abbia la possibilità di stare e lavorare nella sua vigna allegoria del popolo di Dio, piantagione amata, come attestato più di una volta nella Bibbia: «Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle» (Is 5,1); «In quel giorno la vigna sarà deliziosa: cantàtela! Io, il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che la si danneggi, ne ho cura notte e giorno» (Is 27, 2-3); «La mia vigna, proprio la mia, mi sta davanti» (Cantico 8,12a).

La seconda parte della parabola si svolgerà quasi al tramonto come prevedeva la legge nel Deuteronomio: «Darai all’operaio il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole» (Dt 24,15). Il rilascio della paga secondo l’ordine impartito dal padrone avvenne iniziando dagli ultimi operai chiamati, un rimando forse a quel «gli ultimi saranno primi» (Mt 19,30) della fine del capitolo precedente il nostro. L’aspettativa che, avevamo su detto, prendeva il lettore ora coinvolgerà gli stessi ‘primi’ operai poiché vedendo consegnare un denaro agli ultimi arrivati si attenderanno di ricevere più del pattuito. Quando però finalmente prenderanno il loro spettante si accorgeranno che sarà il medesimo che era stato consegnato agli operai chiamati da ultimi e qui partirà il risentimento e il mugugno: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo» (v.12). Nelle parole risentite degli operai chiamati fin dall’alba che potrebbero essere i discepoli di Gesù menzionati sopra, ma anche chiunque nella Chiesa si senta meritevole di qualche privilegio, si coglie tutto il fastidio verso ciò che ha appena fatto il padrone. Dicono infatti: noi non siamo pari a loro, mentre tu «pares illos nobis fecisti» — come traduce la Vulgata il v 12, in greco ἴσους ⸂αὐτοὺς ἡμῖν⸃ ἐποίησας — che è più graffiante del ‘li hai trattati come noi’; questa uguaglianza è intollerabile.

La risposta del padrone della vigna a colui che sembra essere una sorta di rappresentante sindacale ribadirà per prima cosa che egli è stato rispettoso del contratto, poiché un denaro al giorno era stato loro pattuito e quindi in lui non v’è stata ingiustizia, ma aggiunse anche che ciò che lo aveva mosso era una bontà che mirava direttamente al bene delle persone senza badare a calcoli di tempo o di denaro: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?» (v.15). L’azione del padrone, dietro la quale agli occhi di Gesù si nasconde quella di Dio, apparve agli operai della prima ora ingiusta, non conforme alla norma mondana, scandalosa, finanche il lettore l’ha percepita così, fastidiosa e spiazzante. L’evangelista Matteo nelle parole del padrone della vigna definisce il lavoratore scontento e invidioso come qualcuno che abbia un ‘occhio cattivo, perverso’, contrapposto a chi agisce perché buono. L’espressione «tu sei invidioso» è la traduzione del greco: Il tuo occhio è malvagio (O ofthalmos su poneros estin ὁ ὀφθαλμός σου πονηρός ἐστιν). L’organo della visione di questi lavoratori, forse affaticato dalle ore di lavoro — ponos (πόνος) in greco è la fatica, il lavoro — aveva perso di vista la bontà di Dio verso tutti. Egli affermerà: Io sono buono (ego agatos eimi, ἐγὼ ἀγαθός εἰμι).

Il climax della parabola starà proprio in questa rivelazione: «Io sono buono». E poiché in Mt 19,17 2, pochi versetti prima, si diceva che «uno solo è buono», in riferimento a Dio, è evidente l’allusione teologica della nostra parabola. Qui emerge il proprio di questa metafora che intravede la fuoriuscita dalle logiche ferree di corrispondenza tra lavoro e paga, prestazione e retribuzione, e lascia scorgere un mondo segnato dalla liberalità e generosità, da rapporti regolati non solo dal diritto, ma anche dalla gratuità; non solo dal rigore del dovuto, ma anche dal gratuito inatteso. In cui non il merito è l’elemento che deve decidere della gerarchia delle persone, ma la bontà di Dio.

Concluderei con due citazioni. La prima è una breve frase molto nota, tratta da un testo che ha avuto una grande influenza, Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana3: «Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali». Scelgo questa frase che scrissero otto ragazzi di Barbiana con la supervisione del priore don Milani perché apparentemente sembra andare contro l’insegnamento della parabola. Secondo me ne è lo specchio perché fu proprio il background evangelico, insieme alla capacità di leggere la società e la cultura dell’epoca, che guidò quei ragazzi verso un nuovo concetto di merito e di giudizio all’interno dell’istituzione scolastica. Grazie al Vangelo per la prima volta gli ultimi sono stati visti e non più disprezzati o declassati. Se non ci fosse stato il Vangelo don Lorenzo non sarebbe mai andato casa per casa a togliere i ragazzi dalle stalle per portarli alla sua scuola.

L’altra citazione l’ho scelta per il respiro ecclesiale e per il senso di gioia e di fede che la pervade. È dello Pseudo-Giovanni Crisostomo:

«Chi ha lavorato fin dalla prima ora, riceva oggi il giusto salario; chi è venuto dopo la terza, renda grazie e sia in festa; chi è giunto dopo la sesta, non esiti: non subirà alcun danno; chi ha tardato fino alla nona, venga senza esitare; chi è giunto soltanto all’undicesima, non tema per il suo ritardo. Il Signore è generoso, accoglie l’ultimo come il primo, accorda il riposo a chi è giunto all’undicesima ora come a chi ha lavorato dalla prima. Fa misericordia all’ultimo come al primo, accorda il riposo a chi è giunto all’undicesima ora come a chi ha lavorato fin dalla prima»4.

dall’Eremo, 24 settembre 2023

 

 

NOTE

1 «Ὁμοία γάρ ἐστιν ἡ βασιλεία τῶν οὐρανῶν – Infatti il regno dei cieli è simile» (Mt21,1)

2 «Ed ecco, un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna? ». Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti».
3 La scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, 1990

4 Pseudo Giovanni Crisostomo, Con la morte ha sconfitto la morte. Omelia sulla Pasqua, LEV, 2019

 

 

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Il perdono non è un gioco a tempo ma una sfida cristologica all’infinito

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL PERDONO NON È UN GIOCO A TEMPO MA UNA SFIDA CRISTOLOGICA ALL’INFINITO

Negli ultimi decenni, soprattutto da quando la psicologia si è volgarizzata, il tema del perdono è uscito fuori dai confini del religioso e dai luoghi classici a esso deputato come poteva essere il confessionale, per approdare nel setting psicanalitico, dove vengono affrontati i conflitti che generano angoscia e turbamento. In quel contesto la persona carica di pesi insopportabili è invitata a rivalutare il perdono, spesso verso sé stessa, soprattutto quando l’altro da cui ha ricevuto un torto non è raggiungibile.

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Negli ultimi decenni, soprattutto da quando la psicologia si è volgarizzata, il tema del perdono è uscito fuori dai confini del religioso e dai luoghi classici a esso deputato come poteva essere il confessionale, per approdare nel setting psicanalitico, dove vengono affrontati i conflitti che generano angoscia e turbamento. In quel contesto la persona carica di pesi insopportabili è invitata a rivalutare il perdono, spesso verso sé stessa, soprattutto quando l’altro da cui ha ricevuto un torto non è raggiungibile.

La pagina evangelica di questa domenica ci offre la possibilità di guardare il perdono come lo intendeva Gesù il quale come spesso accade, attraverso parole nette e chiare, ci presenta una particolare prospettiva. Ecco il brano:

«In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”» (Mt 18,21-35).

Per cercare di capire la risposta di Gesù a Pietro dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Poiché il tempo se si tratta di perdono è importante. Occorre risalire la storia biblica fino alle generazioni successive ad Adamo ed Eva, in particolare a un discendente del tristemente famoso Caino di nome Lamec. Caino come è noto uccise il fratello Abele e temendo una rappresaglia  ricevette un’assicurazione da Dio che chi lo avesse toccato sarebbe incorso in  una vendetta pari a sette volte la stessa (Gen 4,15). Il testo della Genesi riporterà poco più avanti le parole di Lamec che fu un uomo più violento del trisnonno Caino, capace di uccidere per un nonnulla, della qual cosa se ne vantò con le mogli:

«Ada e Silla, ascoltate la mia voce; mogli di Lamec, porgete l’orecchio al mio dire. Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette» (Gen 4,23-24).

La richiesta di Pietro che era giocata sulla quantità accettabile, ampia e immaginiamo esagerata ― «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?» ― ricevette da Gesù una risposta basata invece sul tempo: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette», cioè sempre. Egli stabilì così una misura incommensurabile, perché come spiegherà nella successiva parabola ogni discepolo si troverà nella condizione di quel servo che non potrà restituire un debito inestinguibile, tanto era esorbitante. Nella versione lucana ― «Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai» (Lc 17,4b) ― anche se l’azione malevola era reiterata, almeno c’era un che di pentimento, ma nella domanda di Pietro in Matteo non compare: nessuna scusa, nessun pentimento. E Gesù rispondendo pose Pietro davanti ad una situazione incondizionata di una tale  unilateralità che potrà essere  accettata solo da quel discepolo che avrà compreso il perdono immenso ricevuto da Dio, attraverso Gesù. Egli attuò così il rovesciamento della vendetta numerata del libro della Genesi in favore di una liberazione dal passato coi suoi pesi che opprimono il cuore. La vendetta cantata da Lamec infatti è la diuturna riproposizione all’animo del passato che ha causato ferite, quel momento che non si può scordare di quando qualcuno commise il male contro di me e che fa rimontare nell’animo le emozioni della rabbia e della rivalsa, corrodendo tutto nell’intimo. A un occhio umano il male che è stato fatto può apparire non sanabile e neppure dimenticato, sempre ritorna. Per sgombrare il campo dico subito che qui non è a tema la giustizia che dirime una contesa o tenta di riparare un torto applicando la legge e neppure il fatto che si debba dimenticare il male che è stato compiuto. La risposta che Gesù restituisce a Pietro riguardo il peccato personale va semplicemente nella direzione opposta al passato diretta verso il futuro. Che si tratti di settanta volte sette o di settantasette nelle parole di Gesù è rovesciato il proposito beffardo di Lamec, così l’anima, svincolata dagli effetti perniciosi del rimanere ancorata al male passato, guadagnerà una nuova libertà. Il perdono illimitato, quando anche l’offensore non lo capisse, sarà infatti un bene soprattutto per l’offeso che si aprirà alla meraviglia di essere stato lui per primo graziato: si è sgravato di un grosso peso e debito, può guardare il futuro con leggerezza perché finalmente libero.

L’evangelista Matteo usò per la domanda di Pietro il verbo ἀφίημι (aphiemi) che la Vulgata tradusse con “dimittere” ― «Domine, quotiens peccabit in me frater meus, et dimittam ei? Usque septies?» ― Esso ha infatti come primo significato in greco quello di mandare via, lasciar andare, rimandare qualcuno libero e per estensione quello di rimettere qualcosa, per esempio una colpa o i peccati e quindi assolvere. Lo stesso verbo sarà usato da Gesù nel rimprovero al servo a cui era stato condonato un enorme debito, che però si era scagliato contro il suo sodale senza usare quella grandezza d’animo o pazienza (makrotimia μακροθυμία) (cfr. Mt 18,29)1 che era stata precedentemente usata a lui: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?»2. Paradossalmente con Gesù si ha un rovesciamento di prospettiva: non sono più io che ho subito un male a liberare l’altro perdonandolo illimitatamente, ma sono io che lasciando andare il peccato, mi libero di un peso che mi fa star male, io per primo ne beneficio. Io perdono perché sono stato perdonato. Si può dialogare con questi presupposti con la moderna psicologia? Penso proprio di sì e senza soggezioni e su questo mi fermo. Anzi aggiungo un’altra cosa, un accostamento che potrebbe apparire singolare. L’ultimo autore del quarto Vangelo raccontò la vicenda di Lazzaro morto (Gv 11), di Gesù che si attardò alquanto e poi il dialogo serrato con Marta e quindi di nuovo la domanda di Maria, in una tensione narrativa crescente perché Gesù voleva far entrare nella testa, o meglio desiderava che fosse accolto con fede che Egli era «la risurrezione e la vita», perché «chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno»3. Chi custodirà questa fede saprà che i morti non ‘saranno lasciati’ nel sepolcro. E infatti l’ultima parola che Gesù dirà ai discepoli astanti, ma non a Lazzaro, sarà: «Lasciatelo andare» (Aphete auton upageinἄφετε ⸀αὐτὸν ὑπάγειν, Solvite eum)4; lo stesso verbo usato in Matteo per il peccato perdonato. Congiungendo i due racconti si potrebbe dire che se non lasci andare il peccato, il male che ti è stato fatto, non sarai mai libero per davvero. Il peccato è la condizione mortifera, il perdono è la vita e la risurrezione in Gesù Cristo.

Nella parabola poi narrata da Gesù sul re che volendo regolare i suoi conti iniziò com’è normale da chi gli doveva di più è presentata la pietra di paragone di ogni perdono cristiano e la fonte a cui attingere per esser capaci della illimitatezza richiesta. Perché dietro la figura del re si cela quella di Dio Padre, l’unico capace di condonare così tanto, una cifra enorme, iperbolica. Diecimila talenti corrispondevano a cento milioni di denari tenendo conto che un denaro era più o meno la paga media giornaliera di un operaio: impossibile da rimborsare per un servo.  Ora il primo servo della parabola se avesse compreso il dono ricevuto avrebbe dovuto amare di più, secondo l’altra parabola che Gesù raccontò nel Vangelo di Luca (cfr. Lc 7, 41-43)5, ma non lo fece perché si accanì contro il suo compagno suscitando la tristezza negli altri e lo sdegno del re. Fissato come era sul quanto gli era stato rimesso perse di vista la grandezza di animo (makrotimia – μακροθυμία dei vv. 26) che aveva mosso un tal gesto e soprattutto la compassione viscerale (σπλαγχνίζομαιsplanchnízomai del v. 27) che corrisponde in molte occorrenze bibliche alla misericordia di Dio, un tratto quasi materno e il solo aspetto manifestabile di Lui come ricorda questo famoso brano di quando Mosè volle vedere Dio:

«Gli disse: “Mostrami la tua gloria!”. Rispose: “Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia”. Soggiunse: “Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”… “Il Signore passò davanti a lui, proclamando: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione”» (Es 33,18-20; 34,6-7).

Ecco allora rivelato il fondamento di ogni azione di perdono: l’essere stati perdonati. Il cristiano sa di essere stato perdonato dal Signore con una misericordia gratuita e preveniente, sa di aver beneficiato di una grazia insperata, per questo non può non usare misericordia a sua volta ai fratelli e alle sorelle, debitori verso di lui di molto meno. Alla fine, nella parabola, non è più questione di quante volte si deve dare il perdono, ma di riconoscere di essere stati perdonati e dunque di dover perdonare. Se uno non sa perdonare all’altro senza calcoli, senza guardare al numero di volte in cui ha concesso il perdono, e non sa farlo con tutto il cuore, allora non riconosce ciò che gli è stato fatto, il perdono di cui fu destinatario. Dio perdona gratuitamente, il suo amore non può essere meritato, ma occorre semplicemente accogliere il suo dono e, in una logica diffusiva, estendere agli altri il dono ricevuto. Comprendiamo così l’applicazione conclusiva fatta da Gesù. Le parole che egli pronuncia sono parallele e identiche nel contenuto, a quelle con cui chiosa la quinta domanda del Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12); l’unica da lui commentata.

«Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe (Mt 6,14-15). «Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello» (Mt 18,35).

Vorrei concludere con un piccolo aneddoto che ho vissuto in prima persona. In occasione dell’anno Santo del 2000 fra le molte iniziative imbastite nella comunità parrocchiale per vivere al meglio quell’evento vi fu anche quella di far sorgere nei tempi forti di Avvento e di Quaresima dei piccoli gruppi del Vangelo. La parrocchia non era grande, ma l’iniziativa piacque e circa venti gruppetti si crearono, ognuno più o meno di dieci, quindici persone. In pratica chi voleva, singolo o famiglia, per alcune sere apriva la propria casa e o invitava i vicini o questi arrivavano da sé, anche in base alla conoscenza e all’amicizia e per un paio di ore si rifletteva in gruppo su un brano del Vangelo appositamente preparato con una scheda esplicativa e delle preghiere finali. Poi ogni famiglia si sbizzarriva preparando anche dolcetti o cose da offrire, come è normale. Una sera che ancora ricordo toccò al brano clou dell’Anno Santo, la parabola del figliol prodigo o del Padre misericordioso, come si usa chiamare adesso. Per inciso aggiungo che c’era stato un pellegrinaggio alla scoperta della Russia cristiana e alcuni avevano potuto vedere nel museo dell’Ermitage il quadro di Rembrandt raffigurante la menzionata scena evangelica che campeggiava su tutti gli opuscoli delle diocesi e delle parrocchie. Così andai a uno di questi gruppetti pensando di camminare sul velluto, dopo cena, tutto tranquillo. Con mia grande sorpresa, quando venne il momento della discussione sul brano evangelico alcuni, soprattutto uomini, si mostrarono contrariati verso l’atteggiamento del padre della parabola. Per loro era inconcepibile che un padre riammettesse in casa il figlio minore che aveva sciupato tutto e che se ne uscisse di casa per tirar dentro pure quello maggiore. Io rimasi basito, quasi offeso. Perché questi non erano atei conclamati, ma gente di parrocchia e qualcuno anche con responsabilità. Ricordo la faccia di qualche brava pia donna, ormai tutte decedute, che mi mandavano occhiate per dire: risponda qualcosa. Ma io non aggiunsi nulla, un po’ perché colto di sorpresa e un po’ per intuizione.

Riflettendo poi sull’accaduto pensai che fosse stato giusto così e che l’intollerabilità di quella particolare parabola evangelica dovesse essere lasciata a quel modo, come un cibo difficile da digerire. In fondo, per accettarla, bisognava aver compreso che siamo stati raggiunti dalla grazia di Dio che è misericordia e perdono, una grazia avuta a ‘caro prezzo’. L’apostolo Paolo che l’aveva capito e sperimentato si adoperò con tutte le sue forze per renderlo fruibile a molti e così si espresse in un famoso passo della lettera ai romani:

«Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita» (Rom 5, 8-10).     

Forse chissà, se questo episodio, come tanti altri diversi, ma più o meno simili che ne seguirono, concorsero a farmi scoprire un giorno la vita eremitica?

Buona domenica a tutti!

Dall’Eremo, 16 settembre 2023

 

NOTE

[1] «Abbi pazienza con me e ti restituirò»

2 «Δοῦλε πονηρέ, πᾶσαν τὴν ὀφειλὴν ἐκείνην ἀφῆκά σοι –  Serve nequam, omne debitum illud dimisi tibi, quoniam rogasti me» (Mt 18, 32)

3 Gv 11, 25-26

4 Gv 11, 44

5 «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene»

 

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Perdonare non è buonismo ma segno della carità e delle giustizia divina

Omiletica dei Padri de  L’Isola di Patmos

PERDONARE NON È BUONISMO MA SEGNO DELLA CARITÀ E DELLA GIUSTIZIA DIVINA 

«Gli perdono di avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto, perché ho amato». Con queste parole Eleonora Duse detta “la musa”, riassume la sua tormentata relazione con Gabriele D’Annunzio, suo unico amore della vita, da un punto di vista laico ed umanistico.

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari Lettori dell’Isola di Patmos,

uno degli insegnamenti di Gesù più difficili da accogliere è quello sul perdono. Quando subiamo un torto, infatti, più facilmente ci ricordiamo della persona che lo ha commesso, generando una divisione e un distacco totale fra noi e lei. È un sentimento di rivalsa totalmente naturale. Per questo Gesù ci chiede di andare oltre. E c’è chi fa proprio questo insegnamento di Gesù. Ad esempio:

«Gli perdono di avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto, perché ho amato».

Con queste parole Eleonora Duse detta “la musa”, riassume la sua tormentata relazione con Gabriele D’Annunzio, suo unico amore della vita, da un punto di vista laico ed umanistico.

Il perdono è uno dei nuclei principali del Cristianesimo, come abbiamo visto nelle domeniche estive; il Signore spesso decide di offrire parabole per trasmettere concetti importante. La parabola del servo malvagio esplicita in forma di narrazione un bellissimo tema del messaggio gesuano. Ne troviamo la sintesi all’inizio del brano evangelico di oggi.

«Gesù rispose a Pietro: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”».

Il numero sette evocato da Gesù e portato alla sua massimizzazione (settanta volte sette) non è un numero casuale per la mentalità ebraica in cui Gesù viveva. Esso rappresenta infatti la pienezza, il settimo giorno in cui Dio si riposò, le sette aspersioni rituali con il sangue (Lv 4,6-17; 8,11; Nm 19,4; 2Re 5,10); l’immolazione di sette animali (Nm 28,11; Ez 45,23; Gb 42,8; 2Cor 29,21), i sette angeli (Tb 12,15); i sette occhi sulla pietra (Zc 3,9). Ma Gesù cita specialmente il sette e il settanta in riferimento al profeta Daniele (Dn 9,2-24), in cui sono citate settanta settimane. Semplificando possiamo dire che secondo il profeta queste settanta settimane termineranno nel giorno della salvezza, perché a suo modo, settanta volte sette, è un numero infinito. Ecco dunque che Gesù, in sintesi, afferma la presenza della pienezza della salvezza del Signore, tramite il perdono che Lui, il Dio-uomo, porge agli uomini.

La parabola del servo malvagio narra una situazione di ingiustizia: lo stesso servo a cui era stato perdonato un debito enorme ― praticamente impossibile da coprire in una vita per gli standard del tempo ― non offre lo stesso perdono per un debito minore, dinanzi al quale il padrone diventa severo di fronte a una mancanza di amore e giustizia verso il suo prossimo. Il centro della dinamica di perdono si racchiude in questo: imparare ad offrire un atto d’amore ad un altro peccatore. Esattamente come noi siamo perdonati e chiediamo a Dio il perdono, nel confessionale e quando recitiamo il Padre Nostro.

Perdonare è l’atto estremo di amore e il più difficile: perché scioglie il peccatore dalla rabbia e dalla tristezza che possiamo portargli in seguito a un peccato subìto, sciogliendo noi stessi dal ricordo di quei torti. Ed è per questo che è difficile perdonare: esso è un cammino spirituale ed esistenziale che richiede al contempo tempo, pazienza, preghiera e soprattutto la grazia del Signore. La Grazia, infatti, ci aiuta a imitare Gesù che perdona i suoi aguzzini mentre è sulla croce.

Chiediamo l’aiuto del Signore per imparare a essere peccatori che chiedono e che concedono perdono, chiediamo i sette doni dello Spirito, perché nell’accoglienza del prossimo possiamo scorgere il senso stesso dell’amore di carità ed amare sino alla fine.

Così sia!

Santa Maria Novella in Firenze, 16 settembre 2023

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Cosa significa realmente farsi piccoli per entrare nel Regno dei Cieli?

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

COSA SIGNIFICA REALMENTE FARSI PICCOLI PER ENTRARE NEL REGNO DEI CIELI? 

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano».

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.https://youtu.be/4fP7neCJapw

 

Un religioso che aveva un senso molto pratico delle cose e degli uomini mi ripeteva spesso che le società sono belle, in numero dispari, minore di tre. Il vecchio detto mirava a sottolineare che non appena le comunità si espandono di numero e in distribuzione territoriale subito nascono anche i problemi e, quindi, la necessità di ricavare regole per dirimerli o almeno arginarli. La pagina evangelica di questa domenica, che riporta alcuni detti di Gesù in tal senso, sembra infatti essere scaturita dalle difficoltà che si presentarono nelle comunità giudeo-cristiane sul finire del I secolo d.C. Ecco il brano evangelico:

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”» (Mt 18, 15-20).

Ci troviamo all’interno del capitolo diciotto del primo Vangelo che riporta il cosiddetto “discorso alla comunità” introdotto dal gesto di Gesù di collocare un bimbo al centro dei discepoli e chiedere loro di farsi piccoli come lui per diventare «il più grande nel regno dei cieli»1. Di seguito l’invito a non scandalizzare il piccolo bambino e a non disprezzarlo, pena una fine miserevole giù per la ‘Geenna’ dove si giacerà come un oggetto abbandonato in discarica, mentre lui, il piccolo, avrà sempre in alto un angelo che rimirerà il volto di Dio Padre.

La preoccupazione di Gesù nasce dalla consapevolezza che le comunità cristiane, così come fu per il primo nucleo dei suoi discepoli, saranno attraversate da dinamiche relazionali e di potere che potranno ingenerare scandali i quali screditeranno l’esperienza cristiana non solo agli occhi del mondo, ma riusciranno a  indebolire anche i rapporti  all’interno delle stesse; in particolare nei riguardi di coloro che Gesù chiama piccoli e deboli, che necessariamente accuseranno più di altri certi comportamenti. Per Gesù nessuno dovrebbe sperdersi, soprattutto chi è in posizione di minorità. Infatti prima del brano odierno narrò la breve parabola della pecora perduta:

«Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda»2.

Ecco, allora, di seguito una specie di road map del comportamento da seguire in caso si presenti la situazione del peccatore che arreca scandalo e divisione. Nelle parole di Gesù si coglie l’eco di esperienze concretamente vissute nelle comunità ferite da certi peccati, le quali interrogarono i capi delle stesse al fine di formulare indicazioni improntate alla gradualità, alla discrezione e al rispetto verso tutti. Ma anche a fermezza, come sottolineato dal ripetersi per ben cinque volte di proposizioni condizionali, nel breve spazio di tre versi: «Se tuo fratello; Se ti ascolterà; Se non ascolterà; Se non ascolterà costoro; Se non ascolterà neanche l’assemblea». Testimonianze di una riflessione ecclesiale sui casi concreti verificatisi e della nascita di una pratica disciplinare con regole e limiti volti a impedire la disgregazione della comunità e che certi episodi si ripetano. Questa esperienza ha fatto maturare una prassi da seguire nel caso si presentino queste situazioni:

«Va e ammoniscilo fra te e lui solo; Prendi con te una o due persone; Dillo alla comunità; Sia per te come il pagano e il pubblicano».

Si tratta con ogni evidenza di quei peccati che minano la comunione nella comunità cristiana, dunque di colpe pubbliche e non solamente interpersonali. Perché in questo caso, se si trattasse di un problema sorto fra due persone credenti, l’unica via da percorrere sarebbe quella del perdono senza misura:

«Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: ”Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”». (Mt 18, 21-22).

Ma nel caso di una colpa pubblica che arreca danno alla comunione, nonostante la parabola di Gesù sulla pecora perduta e l’insegnamento sul perdono, la strada da seguire, fatto tutto il possibile e con la comunità posta con le spalle al muro, potrà giungere anche alla scelta dolorosa della separazione. Ne abbiamo un ricordo nelle parole di San Paolo che di vita comunitaria se ne intendeva:

«Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità. Ma voi, fratelli, non stancatevi di fare il bene. Se qualcuno non obbedisce a quanto diciamo in questa lettera, prendete nota di lui e interrompete i rapporti, perché si vergogni; non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello»3.

E altrove:

«Vi esortiamo, fratelli: ammonite chi è indisciplinato, fate coraggio a chi è scoraggiato, sostenete chi è debole, siate magnanimi con tutti»4.

Come avviene dunque questa correzione fraterna se in una comunità un membro pecca («Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te ― Ἐὰν δὲ ἁμαρτήσῃ ⸂εἰς σὲ⸃ ὁ ἀδελφός σου»)? Nel testo greco troviamo il verbo ‘amartano – ἁμαρτάνω’ che ha il significato di errare, fallire e per estensione anche peccare e rendersi colpevole. Il v.15 contiene l’espressione ‘contro di te’ (εἰς σὲ), presente in molti testimoni del testo, ma assente in altri. A mio avviso, se teniamo per vero quanto detto sopra sulla differenza fra un peccato pubblico che mina la comunione ecclesiale e quello interpersonale, potrebbe trattarsi di un’aggiunta per armonizzare la presente frase con quella che Pietro rivolgerà a Gesù poco dopo e sopra riportata: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli?»; un effetto abbastanza frequente fra i copisti. Se un fratello peccherà, quale sarà allora l’iter da seguire per una correzione veramente cristiana? Il cammino sarà svolto in tre passaggi. Innanzitutto la correzione personale, «fra te e lui solo», poiché se il fratello ascolterà e si ravvedrà il problema sarà risolto senza l’imbarazzo di coinvolgere altri. Se questo ascolto non si attiverà sarà necessario il coinvolgimento di due o tre testimoni, come già prevedeva il Deuteronomio: «Un solo testimone non avrà valore contro alcuno»5. In questo modo verrà garantito sia il diritto della persona accusata che la solidità della testimonianza portata su ‘ogni parola’ (lett. pân rhêma; il testo CEI ha: ogni cosa). Si rimane ancora a livello del dialogo e della possibilità di spiegarsi, quando la presa di parola nella Chiesa dà la possibilità di presentare le proprie opinioni e aprirsi ad un ascolto reciproco. Ma se anche in questo caso l’ascolto decade allora “dillo alla Chiesa”. L’ultima istanza sarà la comunità ecclesiale, l’assemblea locale. La correzione dovrà a questo punto svolgersi nel contesto allargato dell’intera comunità. Però, sia nel rapporto a tu per tu, che davanti ad alcuni testimoni o di fronte all’assemblea, l’elemento discriminante della correzione rimarrà la relazione e la capacità di ascolto. In altre parole quella libertà interiore, con l’umiltà e l’apertura che riconoscono la bontà del rimprovero mosso e che porta a rinunciare a difendersi contrattaccando o negando e rimuovendo il rimprovero.

Purtroppo il fantasma dell’ego aleggia sempre sulle nostre personalità o sulle nostre relazioni impedendo il vero ascolto dell’anima, sia la personale che quella comunitaria. Coi suoi tranelli, che sono i pensieri egoici, eserciterà un blocco che impedirà la cura e l’ascolto di queste anime e cioè quel ‘ritornare bambini’ di cui parlava Gesù, come sopra ricordato.

È a questo punto che le strade della comunità e del peccatore potranno separarsi. Quando anche l’ultima istanza della sequenza di correzione incontrerà il non ascolto Gesù dirà: «sia per te come il pagano e il pubblicano» (Mt 18,17). È interessante notare che con questa formula di esclusione venga accordato alla comunità un potere, quello di sciogliere e legare, che in precedenza era stato affidato al singolo Pietro (Mt 16,19): sciogliere e legare significano perdonare e escludere, permettere e proibire. La comunità, l’assemblea ecclesiale, è dotata del potere di ammissione o di esclusione, dove la scomunica sarà l’ultima scelta (cf. 1Cor 5,4-5)6, mentre il vero grande potere sarà quello del perdono. La correzione fraterna infatti mentre è rivolta al peccatore perché ne riconosca il bene è al contempo dono dello Spirito7 per la stessa comunità che mai dovrà arrivare a odiare il fratello, ma continuare ad amarlo mentre svolge il servizio della verità:

«Non odierai il tuo fratello nel tuo cuore, ma correggerai apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato contro di lui» (Lv 19,17).

La letteratura neotestamentaria, che riporta per forza di cose queste situazioni, è piena di indicazioni volte a considerare il peccatore sempre come un fratello:

«Se qualcuno non obbedisce a quanto diciamo in questa lettera, prendete nota di lui e interrompete i rapporti, perché si vergogni; non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello» (2Tes 3, 15); «Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore lo salverà dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Gc 5, 19-20).

Nonostante la possibilità della separazione, ultima ratio, nelle parole di Gesù persiste uno spazio dove è possibile ancora ritrovarsi e cioè la preghiera rivolta al Padre. Riprendendo infatti il detto rabbinico «Quando due o tre sono insieme e tra loro risuonano le parole della Torah, allora la Shekinah, la Presenza di Dio, è in mezzo a loro» (Pirqé Abot 3,3), Gesù lo trasformò ponendo la sua persona come centro dell’incontro: «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». Nonostante la separazione sarà dunque sempre possibile pregare insieme per qualsiasi conflitto. Paolo stigmatizzerà l’uso dei corinti di rivolgersi ai tribunali pagani per risolvere contese e liti sorte fra i cristiani: «È già per voi una sconfitta avere liti tra voi!»8. Perché chi crede in Gesù risorto e possiede il suo Spirito troverà sempre in Lui un luogo di incontro (cfr. il verbo sunaghein – synághein del v. 20: riuniti nel mio nome) e nella preghiera al Padre l’accordo; quel ‘La’ che darà di nuovo inizio alla sinfonia della fraternità fra i credenti (cfr. il verbo accordarsi, sunfoneo – symphonéo al v. 19).

In tutti i commenti ai brani evangelici della domenica che fin qui ho prodotto per i Lettori de L’Isola di Patmos ho tenuto come leitmotif di fondo il tema della fede in Gesù. Perché mi sembrava necessario, soprattutto nell’epoca attuale della Chiesa, non dimenticare quanto sia preminente ― non maggiore ma in armonia con le opere della carità ― la fede in Cristo risorto che rappresenta il vero ‘specifico’ cristiano. Quella fede in Gesù che apre orizzonti di senso, ci rende pieni di visioni, diventa capacità ermeneutica del tempo che ci è dato di vivere. A volte rischia di scomparire dall’orizzonte della Chiesa quando essa si pensa più grande rispetto a Gesù che si fa piccolo, come quel bambino collocato in mezzo ai discepoli di cui ha parlato all’inizio l’odierna pagina del Vangelo. E alla fine della stessa Egli si metterà di nuovo al centro fra i discepoli che vorranno ritrovare con la preghiera l’armonia dopo le contese. Se non si perderà o occulterà questo centro si avrà modo di vivere l’autentica fraternità. Fratello (adelfos – ἀδελφός nel v. 15) è infatti il termine col quale il Vangelo chiama ogni membro della comunità che è la Chiesa: «Voi siete tutti fratelli… perché uno solo è il Padre vostro» (Mt. 23, 8-9). La fraternità è probabilmente l’altro ‘specifico’ cristiano che mi sembra dobbiamo oggi recuperare: nel sentire profondo di ognuno, nel vivere quotidiano, dentro i mondi incontrati ed abitati, nelle relazioni e nelle interazioni, perfino in quelle virtuali dove le polarizzazioni sono diventate acute e nelle assemblee liturgiche che sono punto di arrivo e di ripresa della vita cristiana. La fraternità fu il primo manifesto che balzò agli occhi di coloro che incontrarono i discepoli di Gesù e fu riconosciuto come un loro tratto distintivo più e più volte rammentato nelle testimonianze scritte:

«Dopo aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri» (1Pt 1, 22); «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35); «Siamo fratelli, invochiamo uno stesso Dio, crediamo in uno stesso Cristo, sentiamo lo stesso Vangelo, cantiamo gli stessi salmi, rispondiamo lo stesso Amen, ascoltiamo lo stesso Alleluia e celebriamo la stessa Pasqua» (Sant’Agostino)9.

Buona domenica a tutti!

dall’Eremo, 9 settembre 2023

 

NOTE

[1] Mt 18, 4

[2] Mt, 18, 12-14

[3] 2Tes, 3, 11-15

[4] 1Tes 5, 14

[5] Deut 19, 15: «Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni»

[6] «Nel nome del Signore nostro Gesù, essendo radunati voi e il mio spirito insieme alla potenza del Signore nostro Gesù, questo individuo venga consegnato a Satana a rovina della carne, affinché lo spirito possa essere salvato nel giorno del Signore»

[7] «Fratelli, se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che avete lo Spirito, correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu».(Gal 6, 1)

[8] 1Cor 6, 7

[9] Augustinus., En. in Ps. 54,16 (CCL 39, 668): «Fratres sumus, unum Deum invocamus, in unum Christum credimus, unum Evangelium audimus, unum Psalmum cantamus, unum Amen respondemus, unum Alleluia resonamus, unum Pascha celebramus»

 

San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).

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