Zucchero e «Lo spirito nel buio» dove brilla la luce inestinguibile di Cristo Redentore

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

ZUCCHERO E LO «SPIRITO NEL BUIO» DOVE BRILLA LA LUCE INESTINGUIBILE DI CRISTO REDENTORE 

Nella festa della Presentazione del Signore, detta la Candelora, si accendono delle candele. Queste candele, le nostre candele permettono alla piccolissima fiammella di accendere il buio nel mondo. Di mostrare il nostro spirito nel buio, perché acceso dallo spirito d’amore di Gesù offerto al tempio. 

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

in questa festa della Presentazione del Signore [testi della Liturgia della Parola, QUI], passava per le radio una canzone del cantautore italiano Zucchero, intitolata Spirito nel buio. L’autore ha un desiderio: che il mondo sia effuso di una luce d’amore. Infatti il testo della canzone dice esplicitamente: «Vorrei vedere tutto il mondo in festa che accende spirito nel buio».

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Nella festa della Presentazione del Signore, detta la Candelora, si accendono delle candele. Queste candele, le nostre candele permettono alla piccolissima fiammella di accendere il buio nel mondo. Di mostrare il nostro spirito nel buio, perché acceso dallo spirito d’amore di Gesù offerto al tempio.

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Cerchiamo di meditare su questa festa, partendo dal testo vetero-testamentario del Profeta Malachia:

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«Ecco io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me […] Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai» [Ml 3, 2].

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In questa profezia Malachia descrive il messaggero di Dio con due immagini: il fuoco e la lisciva, che si usava come detergente per sbiancare i panni. Entrambi questi due elementi, richiamano la purificazione e il tornare puliti dopo essere sporchi. Questo messaggero non può essere allora un angelo, che non è chiamato a purificare, disinfettare e a lavare. Malachia annuncia già Cristo, chiamato per questo compito così importante: offrirsi per la nostra purificazione.

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Questo è un richiamo a purificare allora le nostre vite, le nostre abitudini, soprattutto il nostro modo di vivere la fede. Purifichiamo la nostra vita dagli idoli che, senza farsi vedere, ne hanno occupato il centro.

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Per giungere a questo prendiamo consapevolezza che Dio stesso si prende cura di noi, come ci spiega l’Autore della Lettera agli Ebrei:

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«Cristo infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura» [Eb 2, 16]

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In un certo senso, possiamo stare tranquilli di questa protezione continua del Signore. Anche di fronte agli eventi difficili e terribili della Storia, che sfuggono al nostro controllo e alla nostra responsabilità, possiamo solo metterci sotto la sua ala protettiva.

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Penso anche a questi giorni, per esempio riguardo le notizie sul Coronavirus, che per quanto esagerate, mostrano da parte di buona fetta della popolazione mondiale un senso di smarrimento. Lasciamo che sia il Signore a proteggerci, con l’aiuto degli scienziati e dei medici: senza paura.

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Infatti la festa di Gesù che é presentato al tempio è sintetizzato in questo: Gesù è offerto al Padre, consacrato del padre per liberarci dal peccato e da tutte le inquietudini conseguenti, come ci illustrano le parole del saggio e anziano Simeone che li benedisse e a Maria sua madre disse:

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«Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» [Lc 2, 34].

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Gesù è chiamato ed è offerto al Tempio, di cui Egli diviene centro e fondamento. Infatti, nel suo essere offerto e presentato al Tempio, si pone come definitivo Luogo dove incontrare Dio. Ecco perché Gesù è segno di contraddizione e caduta per molti: perché i farisei erano legati ai loro schemi rituali e alle pratiche del Tempio, che però avevano perso la loro caratteristica di essere riti per mettere in comunione con Dio. Gesù è invece colui che svela i pensieri di molti cuori: svela la contraddizione di una religione bigotta e ripetitiva rispetto invece a Dio che ci chiede una adesione di fede autentica, viva e responsabile.

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La fede non diventi dunque per tutti noi abitudine e ripetizione meccanica: questa sarebbe davvero una contraddizione per tutti noi. Ravviviamo invece la fede, offrendoci tutti noi al tempio con Gesù, vivendola con forza nel quotidiano.

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Charles Baudelaire, sebbene annoverato dalla critica letteraria nel gruppo dei cosiddetti “poeti maledetti”, lungi dall’essere privo di profondità, scrive: «Vola via lontano da questi morbosi miasmi; va’ a purificarti nell’aria superiore, e bevi, come un puro e divino liquore, il chiaro fuoco che riempie i limpidi spazi»

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Il Signore ci doni sempre il desiderio di dissetarci del suo vino consacrato, per far entrare gli spazi della sua Eternità nella nostra vita offerta a Lui.

Così sia.

Roma, 2 febbraio 2020

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Padre Gabriele

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Dalla luce delle Olimpiadi all’eterna luce salvifica di Gesù Cristo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

DALLA LUCE DELLE OLIMPIADI ALL’ETERNA LUCE SALVIFICA DI GESÙ CRISTO

«Giorno e notte, un fuoco divino ci spinge ad aprire la via. Su vieni! Guardiamo nell’Aperto, cerchiamo qualcosa di proprio, sebbene sia ancora lontano».

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

accensione della fiaccola olimpica, Atene 2018

ogni quattro anni si ripete l’evento sportivo delle Olimpiadi. La prossima estate avremo giochi olimpici Tokyo. Ricordo le prime Olimpiadi che vidi in televisione, Atlanta 1996. Ricordo che in quei quattro anni di preparazione alle olimpiadi è portata da un tedoforo la fiaccola olimpica: nelle antiche olimpiadi quel fuoco indica la continua presenza del dio principale: per i greci Zeus. La fiaccola è anche simbolo di calore e luce che rischiara e mostra la presenza di Dio. Questo richiama il senso della luce, la luce generata dal Dio Trinitario in cui noi crediamo e sappiamo essere il Dio vero e vivente.

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La liturgia di questa II domenica del tempo ordinario (vedere testo della Liturgia della Parola, QUI), nella prima lettura vetero testamentaria ci offre questo brano:

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«Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,3.5-6).

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Il profeta Isaia ascolta la voce del Signore, Adonai. E ascolta verso sé stesso una promessa grandissima: essere luce per tutte le nazioni. Il richiamo alle estremità indica che il messaggio di Dio è un messaggio universale e non racchiuso solo ad Israele. Ma essere luce delle nazioni vuol dire portare rivelazione e vita. Un dare alla luce in modo spirituale, è generare alla vita in Dio.

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Anche noi come Isaia possiamo un po’ fare questo: essere portatori della luce divina. Essere cristofori della fiaccola dell’amore divino. Specialmente andando a risolvere questioni personali oscure: schiarendo con verità e carità quei nuclei di divisione per farli diventare comunione.

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Sappiamo allora di attingere la luce direttamente dalla sua Fonte Originaria: Gesù Cristo, l’eterno Figlio del Padre. Il primo ad accorgersi di questo è proprio il Battista, che nel Vangelo infatti dice:

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«Il Battista disse “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (Gv 1,29-34).

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Giovanni, dice il brano evangelico, vede Gesù venire verso di Lui. Vede un raggio di sole diverso rispetto a quello che era solito vedere nel deserto assolato. Cioè vede in Gesù quella luce speciale, l’esplosione divina dello Spirito Santo. Così il Battista può vedere e riconoscere la filiazione divina di Gesù. Dio si rivela allora in Cristo: la luce è quella verità definitiva, luce eterna che non finirà mai nel buio.

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Proviamo allora a ricordalo nei momenti della nostra oscurità: a cercare quella Luce divina, che rischiara e può darci consolazione. Anche quando la tenebra sembra profonda. Attingere a quella luce, significa rispondere ad una chiamata, ad una missione che è dall’eternità scritta nei nostri cuori. Lo spiega San Paolo:

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«Paolo, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù» (1Cor 1,1-3).

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C’è una santificazione originaria, un primo raggio di luce nella nostra vita: quando siamo stati concepiti sin da subito il Signore per noi ha da sempre avuto un progetto radioso e lucente. La chiamata alla santità, è chiamata ad essere luce per il mondo. Questo avviene anche nello stato di vita in cui viviamo. Avviene sul posto di lavoro e persino nei momenti di relax. Se rimaniamo legati alla luce centrale, che ci ha santificato appena concepiti, continuiamo ad ardere del Suo Amore e a santificare tutto il mondo.

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Scriveva il poeta Friedrich Hölderlin:

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«Giorno e notte, un fuoco divino ci spinge ad aprire la via. Su vieni! Guardiamo nell’Aperto, cerchiamo qualcosa di proprio, sebbene sia ancora lontano».

Il Signore ci doni sempre più la Sua Luce, per brillare in tutta la nostra lucentezza, in tutta la nostra unicità e sacralità: per saper ardere come tizzoni ardenti ed essere quel fuoco sacro che si apre sull’Infinito.

Così sia.

Roma, 19 gennaio 2020

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Dalla penosa croce appendi-abito del politicamente corretto, al mistero salvifico del Verbo di Dio fatto uomo per la salvezza del mondo che oggi precipita verso l’abisso

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

— omiletica —

DALLA PENOSA CROCE APPENDI-ABITO DEL POLITICAMENTE CORRETTO, AL MISTERO SALVIFICO DEL VERBO DI DIO FATTO UOMO PER LA SALVEZZA DEL MONDO CHE OGGI PRECIPITA VERSO L’ABISSO 

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… e oggi, questa terribile vanità mondana che mira a piacere al mondo, ha svuotato il mistero del Verbo di Dio fatto uomo, per riempirlo di altro: di barconi di migranti, di ciambelle di salvataggio, o di giubbotti salvagente attaccati sulla croce di Cristo. È l’emblema della peggiore sciatteria della Chiesa visibile contemporanea: la croce ridotta ad appendi-abito, dinanzi a cori esultanti di persone che non entrano nelle nostre chiese neppure per Natale e per Pasqua, ma che plaudono gaudenti dinanzi alla nostra auto-distruzione, mentre la povera sposa di Cristo sta annegando, non nelle acque del Mare Mediterraneo, sta annegando nel ridicolo, nel grottesco della sciatteria, senza che nessuno si curi di lanciarle neppure una misera ciambella di salvataggio, forse perché colpevole di non essere musulmana, sicché può anche tranquillamente affogare, sotto gli applausi di un mondo che odia sempre di più tutto ciò che è veramente e autenticamente cristiano.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Puer natus est, Alleluia !

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per secoli, sulla croce, l’unica cosa che la tradizione cristiana ha appeso, è stato solo il sudario di Cristo Dio

Lux in tenebris lucet. La luce splende nelle tenebre, è la luce del Verbo incarnato narrata nella poetica di questo monumentale prologo al Vangelo di Giovanni [vedere testo della Liturgia della Parola, QUI]. Volendo potremmo aggiungere: la luce splende nelle tenebre in modo particolare in questo nostro mondo nel quale dobbiamo essere animati dalla più cristiana e operosa speranza, mentre siamo sottoposti alla più grande, difficile e temibile di tutte le prove: la grande prova della fede.

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Da diversi anni siamo spettatori silenti e impotenti protagonisti di mutamenti radicali generati da una condizione di grande crisi che investe a livello mondiale la morale, l’etica, la politica, l’economia, la comunità ecclesiale ed ecclesiastica che della crisi morale ed etica rischia di essere un paradigma. E proprio in questa situazione di grande crisi e decadenza dovremmo accogliere la luce che irrompe nelle tenebre attraverso l’incarnazione del Verbo di Dio, accogliendolo come nostro principio e fine ultimo.

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Il Verbo è stato annunciato nei tempi dalle parole di dolore, amore e speranza dei profeti; dalla voce del Battista, che all’alba della sua irruzione nella storia dell’umanità levò la voce dal deserto per rompere i deserti dell’animo umano. Il Verbo è parola viva ed eterna, ma è anche silenzio, perché nel nostro rumore mondano che tutto divora nell’indifferenza per meglio ingoiarci nel Grande Nulla, il Verbo tace nella misura che l’uomo non concede al suo amore eterno alcuno spazio per abitare in mezzo a noi, neppure un albergo di fortuna; neppure una mangiatoia in cui giacere dentro una stalla.

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Per rivelarsi il Verbo ha bisogno di quel luogo privilegiato che è il silenzio, per potersi manifestare e comunicare all’uomo che è oggetto del suo amore e suo soggetto amato.

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Gli antichi israeliti erano così intimoriti dal tetragramma dell’alfabeto ebraico che componeva il nome di Dio, che nessuno doveva osare pronunciarlo, solo il Kohen Gadol, il Sommo Sacerdote, chiuso nel Sancta Sanctorum del Tempio di Gerusalemme, a testa bassa col capo coperto, dopo essersi lungamente purificato lo pronunciava sommessamente una volta all’anno per il Yom Kippur, il gran giorno dell’espiazione.

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Impariamo a considerare il Natale come nome ineffabile di Dio, perché durante questa festa il Verbo di Dio si incarna in un uomo e viene ad abitare in mezzo a noi nella persona fisica di Gesù di Nazareth, aprendo ai nostri orizzonti il mistero del vero Dio e vero uomo. Fuggiamo dunque la gran bestemmia del Natale profanato, svuotato del Verbo e riempito d’altro, in un proliferare di presepi costruiti dall’Ufficio Supremo del Politicamente Corretto su barconi e ciambelle di salvataggio, con la Beata Vergine Maria ed il Beato Patriarca Giuseppe rivestiti di un salvagente. Riappropriamoci del Mistero del Natale, che è l’irruzione di Dio in carne e ossa nella storia dell’umanità, attraverso quel Gesù che noi adoriamo nella mangiatoia di Betlemme nella quale l’intera umanità è rinata ed è chiamata a rinascere, per giungere al suo apice con la pietra divelta del sepolcro vuoto del Cristo, col quale l’intera umanità è risorta ed è chiamata a risorgere. Adoriamolo nell’Eucaristia, suo memoriale vivo e santo, dono della sua presenza reale tra di noi, nostro sostegno e nostro cibo di vita eterna. Adoriamolo, perché Lui solo è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro intero umanesimo. Soltanto così potremo aprire le porte del cuore per esprimere in modo pertinente e coerente: Buon Natale … il Natale del Dio che si è fatto come noi per invitarci a farci come Lui, in Lui e per Lui.

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Nei momenti di silenzio di questa sacra liturgia, prostrandoci durante la Preghiera Eucaristica sulle parole dell’Ultima Cena che renderanno il pane e il vino corpo e sangue vivo di Cristo, cerchiamo di cogliere il mistero e divenirne intimi partecipi, consapevoli che in silenzio il Verbo s’incarna e nel silenzio il Verbo ci parla. Prostriamoci con le ginocchia a terra, perché «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi» [Fil 2, 10]. Non facciamo come coloro che dinanzi al Corpo e al Sangue vivo di Cristo hanno problemi all’anca, che però funziona a meraviglia per inginocchiarsi con scatto atletico dinanzi alla nuova “verità di fede”, o al nuovo “dogma del migrante” a cui sciacquare i piedi dinanzi ai giornalisti di regime che plaudono alla «nuova Chiesa» della «rivoluzione epocale», improntata su quella «misericordia» che concede la grazia della ghigliottina a chiunque osi proferire un legittimo, rispettoso e pacato sospiro di dissenso verso tutto ciò che può essere oggettivamente sbagliato e fuorviante.

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Il Gesù della storia, che col Natale entra nella nostra esperienza umana in carne e ossa, non è neppure un tenero simbolo a uso e consumo umano e commerciale delle varie tradizioni popolari o familiari, è il supremo mistero di Dio fatto uomo in Gesù che attraverso il mistero dell’Incarnazione comincia il suo percorso terreno deposto nella mangiatoia di una stalla e terminandolo deposto sul legno di una croce, per esplodere poco dopo come il Cristo della fede che rovescia la pietra del sepolcro, rendendoci per vocazione tutti partecipi della sua risurrezione.

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A questo siamo chiamati attraverso l’esperienza cristiana: ad incarnarci, a vivere, a morire ed a risorgere nel Cristo, perché Dio è giunto a farsi come noi affinché noi, proiettati nel mistero della sua grazia, ci facessimo come lui.

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Questo è il deposito della nostra fede, il resto è solo moderno paganesimo, nuova idolatria mirata a piacere e compiacere quel mondo sempre più anti-cristico al quale dovremmo cercare in ogni modo di non piacere. E noi, chiamati a servire e assistere il Popolo di Dio come sacerdoti, dobbiamo combattere sia il nuovo paganesimo sia il mondo sempre più anti-cristico, portando in modo amorevole e deciso il vero annuncio attraverso la vera pastorale evangelica, che non è certo l’odierna pastorale nevrotico-ossessiva del povero o del profugo vero o presunto, ma cristologica concretezza di vita vissuta. Non possiamo soprassedere, né peggio giustificare certe deviazioni come espressioni di fede, anzi siamo tenuti a chiamarle con il loro vero nome: veleno della fede.

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In nessuna pagina del Vangelo sta scritto che bisogna compiacere i vezzi ed i vizi del mondo, o peggio tacere sui suoi gravi peccati, perché il Verbo di Dio si è incarnato per divenire poi agnello sacrificale che lava con il sangue del proprio sacrificio sulla croce il peccato del mondo, ma soprattutto dopo averci avvisati:

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«Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, perciò il mondo vi odia» [Gv 15, 18-19].

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Quale terribile giudizio e meritato castigo, molti di noi pastori in cura d’anime riceveranno dal Divino Giudice, per avere lasciato in pasto alla paganitas il Popolo che Dio ci ha affidato, per essere andati a braccetto con i Démoni, per avere invitato e accolto il lupo dentro l’ovile e bastonato al tempo stesso le pecore che hanno osato gridare: «Attenti al lupo!». Perché anche in questo eravamo stati avvisati: 

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«Guai ai pastori che distruggono e disperdono
il gregge del mio pascolo!», dice il Signore.
Perciò così parla il Signore, Dio d’Israele,
riguardo ai pastori che pascolano il mio popolo:
«Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate,
e non ne avete avuto cura;
ecco, io vi punirò, per la malvagità delle vostre azioni»,
dice il Signore.
«Raccoglierò il rimanente delle mie pecore
da tutti i paesi dove le ho scacciate,
le ricondurrò ai loro pascoli,
saranno feconde e si moltiplicheranno.
Costituirò su di loro dei pastori che le porteranno al pascolo,
ed esse non avranno più paura né spavento,
e non ne mancherà nessuna», dice il Signore [Ger 23, 1-4].

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E ancora:

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«Profeti e sacerdoti sono empi,
nella mia casa stessa ho trovato la loro malvagità»,
dice il Signore .
«Perciò la loro via sarà per loro come luoghi sdrucciolevoli in mezzo alle tenebre;
essi vi saranno spinti e cadranno;
poiché io farò venire su di loro la calamità,
l’anno in cui li visiterò», dice il Signore [Ger 23, 11-12].

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Il tutto suggellato dalle parole di Cristo Dio che ammonisce:

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«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

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Inutile a ricordarsi, sebbene lo faccia: a noi suoi sacerdoti, Dio ha affidato quanto ha di più prezioso: ci ha affidata la cura, la custodia e il governo pastorale del suo gregge, del suo Popolo Santo.

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Il Vangelo del Beato Evangelista Luca proclamato poche ore fa alla Messa della Santa Notte, narra in brevi parole con l’evento della nascita il modo scelto da Dio per rivelarsi nel Gesù della storia. Seguendo le parole di questo passo potremmo parlare del divino pudore di Dio che viene alla luce e che si manifesta agli uomini che attendevano il Messia, il Salvatore, quasi come se volesse nascondersi nell’atto stesso in cui si manifestava. È un aspetto che ci porta a riflettere sulla sfida sempre aperta delle sue divine intenzioni, della sua divina pedagogia.

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Forse il Signore, davanti alla sua rivelazione visibile, fisica e corporea, desiderava invitare gli uomini a non sentirsi esonerati dal dovere di ricercarlo, come i pastori che accorrono, come i magi che seguendo la luce di una stella giungono a portargli doni preziosi, senza alcuna paura di offendere la futura “idolatria del povero”. Forse, il Signore, il Salvatore nato in una stalla, voleva che questa nostra ricerca del suo essere eterno e del suo divenire tra di noi, ci obbligasse a piegare il nostro egocentrismo sulle vie dell’umiltà, che non è certo una posa a collo torto, ma la vera dignità dell’essere veri cristiani.

Contemplare l’umiltà di Dio Incarnato che giace in fasce dentro la mangiatoia di una stalla è un invito a penetrare il senso vero e profondo di quella virtù cristiana che è l’umiltà autentica, nostra strada maestra per correggere l’ostacolo principale che ci sbarra la via al nostro vero incontro col Cristo Salvatore: l’orgoglio che ci impedisce un rapporto con lui e un rapporto con gli altri. E dall’orgoglio si può guarire solo partendo dalla divina umiltà del bimbo Gesù nella stalla di Betlemme, per seguirlo sulla Via Dolorosa fino al Golgota, infine risorgere con quel Cristo della fede che fece dire a San Paolo: «Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me» [Gal 2, 20].

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Dio nasce nascosto e talvolta si nasconde affinché l’uomo possa cercarlo attraverso l’istinto libero e liberante di quell’amore che quando è perfetto caccia via ogni paura, come insegna il Beato Apostolo Giovanni in un altro passo del suo Vangelo [Cf. Gv 4, 18]. Perché Dio non si nasconde mai dietro le grandi cose che spesso tanto ci affascinano, ma dietro ai piccoli particolari che spesso ci lasciano del tutto indifferenti; Dio non lo troviamo e non lo incontriamo, in ciò che al mondo piace, ma in tutto ciò che il mondo rigetta e odia.

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Il modo in cui si può cercare e trovare Dio celato in una stalla, ce lo ricorda uno dei più grandi convertiti della storia, che con la sua esperienza ci invita tutti alla conversione. Questo maestro è Aurelio di Tagaste, meglio noto come Sant’Agostino Vescovo di Ippona, divenuto in seguito santo e Dottore della Chiesa: «Amore pètitur, amore quaèritur, amore pulsàtur, amore revelàtur» con l’amore si domanda, con l’amore si cerca, con l’amore si bussa, con l’amore si rivela.

Solo in questo modo possiamo entrare nella vera stalla di Betlemme, che è la stalla della fede e del mistero divino; quindi capire qualche cosa del Natale; per vivere il Natale nella fede in Gesù Cristo nostro Dio, Signore e Salvatore. Il resto — come diceva nel lontano Cinquecento quel grande pedagogo di San Filippo Neri prendendo spunto dal Libro di Qoelet — è solo vanità, nient’altro che vanità di vanità [cf. Qo 1,2]. E oggi, questa terribile vanità mondana che mira a piacere al mondo, ha svuotato il mistero del Verbo di Dio fatto uomo, per riempirlo di altro: di barconi di migranti, di ciambelle di salvataggio, o di giubbotti salvagente attaccati sulla croce di Cristo. È l’emblema della peggiore sciatteria della Chiesa visibile contemporanea: la croce ridotta ad appendi-abito, dinanzi a cori esultanti di persone che non entrano nelle nostre chiese neppure per Natale e per Pasqua, ma che plaudono gaudenti alla nostra auto-distruzione, mentre la povera sposa di Cristo sta annegando, non nelle acque del Mare Mediterraneo, sta annegando nel ridicolo, nel grottesco della sciatteria, senza che nessuno si curi di lanciarle neppure una misera ciambella di salvataggio, forse perché colpevole di non essere musulmana, sicché può anche tranquillamente affogare, sotto gli applausi di un mondo che odia sempre di più tutto ciò che è veramente e autenticamente cristiano. E noi, indegni sacerdoti, oggi genuflessi al mondo come delle miserabili prostitute dinanzi al cliente, di questo annegamento siamo i responsabili. E di ciò dovremo un giorno rendere conto al Verbo di Dio che severo ci ricorderà:

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«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

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Et homo factus est, alleluja!

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dall’Isola di Patmos, 25 dicembre 2019

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Cari Lettori,

nel mese di dicembre è entrato in distribuzione il mio nuovo libro Nada te turbe, un’opera di spiritualità sul martirio scritta in forma di romanzo storico e ambientata in un’epoca di feroce persecuzione della Chiesa. Ritengo che potrebbe edificare e aiutare molte persone, soprattutto in questo momento. Per questo vi invito ad acquistarlo presso il nostro negozio [vedere QUI] ma soprattutto a leggerlo.

 

 

 

 

 

 

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Il Natale è la festa della tenerezza di Dio fatto uomo venuto ad abitare in mezzo a noi

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

IL NATALE È LA FESTA DELLA TENEREZZA DI DIO FATTO UOMO VENUTO AD ABITARE IN MEZZO A NOI

Il Natale è la festa dell’Incarnazione, della gloria di ciascuno di noi nel Signore. Noi siamo quel sogno che Gesù bambino sta facendo dormiente fra le braccia di Maria. Proviamo a crederci con fede certa e coroniamo il sogno trinitario su ciascuno di noi: il Verbo si è fatto carne, realmente, venendo ad abitare in mezzo a noi, veramente, in carne e ossa, con il suo spirito e la sua divinità. 

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

Salvador Dalì: Natività, la Beata Vergine Maria di Guadalupe

Buon Natale a tutti! E che il Signore scaldi il nostro cuore col suo calore e la sua gioia di bambino. La Liturgia della Parola di questa Santa Notte ci offre un brano profetico, una Lettera dell’Apostolo Paolo ed una pagina del Vangelo lucano che narra la nascita del Verbo di Dio fatto uomo, il redentore [testi della Liturgia della Parola: QUI].

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Tutti nella vita abbiamo aspettato e assistito alla nascita di un nipote, di un cugino, di un figlio. Ecco allora che il Natale ci è per questo festa familiare: la festa della tenerezza di Dio che si è fatto uomo. C’è però qualcosa di più, come scriveva Jean Paul Sartre a proposito dell’amore:

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«L’innamorato vuole essere “tutto il mondo” per l’innamorato vuol dire che si pone a lato del mondo».

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Il piccolo bambino della mangiatoia è tutto il nostro mondo dunque: colui che dà senso e orientamento alle nostre notti. Vediamo perché, leggendo anzitutto le parole profetiche di Isaia:

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«Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando /e ogni mantello intriso di sangue /saranno bruciati, dati in pasto al fuoco. / Perché un bambino è nato per noi, /ci è stato dato un figlio. / Sulle sue spalle è il potere».

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Si nota un contrasto evidente costruito da Isaia fra il soldato che ha potere e difesa nel rimbombo, nella violenza, nel sangue, nel fuoco, ed il bambino annunciato che è indifeso, vulnerabile, tenero e privo di forza. L’annunciato è Gesù, che ha il potere dell’amore agapico. Il bambino dunque si mostrerà nudo, così com’è veramente: cioè mostrerà all’uomo chi è davvero l’uomo. Cioè l’essere vivente creato a immagine di Dio, nella sua corporeità e fragilità e che attende la grazia di Dio per essere santo. Il bambino annunciato da Isaia è Gesù che ci mostra che noi viviamo fra il tormento della vulnerabilità e la grazia divina.  Questo è anche annunciato da San Paolo nella sua Lettera a Tito:

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«Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà».

Il racconto della nascita di Gesù stringe davvero il cuore e ci offre un altro grande annuncio. Per capirlo meglio dividiamo il testo in tre momenti. A partire dal primo momento nel quale San Luca ci narra:

«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città».

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L’Evangelista Luca mostra che Dio entra nel mondo in Gesù, in un dato momento storico, perché Dio, che è nella Storia, si è reso visibile in una sua missione storica e visibile, riscontrabile oggettivamente e testimoniabile a tutti. Dio dunque non agisce in teoria: non rimane nei cieli, ma si fa vicino, concreto accanto a noi. Questi ci introduce al secondo momento:

«Mentre [Giuseppe e Maria] si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio». 

Davvero struggente. Mi domando come sia possibile non trovare un luogo per permettere il parto di una mamma, non so come sia stato possibile per gli uomini del tempo. Maria E Giuseppe però non si scoraggiano, ed alla fine Gesù nasce, avvolto dalle fasce umane di Maria, avvolto dall’amore di Giuseppe.  Dio si lascia avvolgere dalle nostre fasce. Da questo passiamo al terzo momento:

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«Un angelo del Signore si presentò a [dei pastori] la gloria del Signore li avvolse di luce. [..] l’angelo disse loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”».

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Ecco che a questo punto viene un meraviglioso scambio: Dio si era lasciato avvolgere dall’amore umano; e qui, i pastori, si lasciano avvolgere dalla luce dell’amore divino trasmesso dall’Angelo. Dunque l’uomo è spogliato dalle sue divisioni interne, dalle sue fragilità, dalle sue divisioni, dai suoi nuclei di peccato ed effuso di un amore più grande. Ognuno di noi a Natale è avvolto dalla luce di quest’Angelo. Ogni uomo di buona volontà, la Notte di Natale rientra in questo meraviglioso scambio e diviene il capolavoro di Dio. Crediamoci tutti stanotte: il Natale è la festa dell’Incarnazione, della gloria di ciascuno di noi nel Signore. Noi siamo quel sogno che Gesù bambino sta facendo dormiente fra le braccia di Maria. Proviamo a crederci con fede certa e coroniamo il sogno trinitario su ciascuno di noi: il Verbo si è fatto carne, realmente, venendo ad abitare in mezzo a noi, veramente, in carne e ossa, con il suo spirito e la sua divinità.

Così sia!

Roma, 24 dicembre 2019

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Il Re del Signore degli Anelli e il Re della croce Cristo Re dell’Universo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

IL RE DEL SIGNORE DEGLI ANELLI E IL RE DELLA CROCE CRISTO RE DELL’UNIVERSO  

Proprio perché si è donato totalmente, Gesù può portare il ladrone in Paradiso, nel suo regno.  E così, dall’evento della crocifissione, può portare ciascuno di noi in Paradiso; riflettiamo sul fatto che in origine abbiamo ricevuto la nostra vita per un atto di donazione libero e gratuito di Dio. E anche la libertà dal peccato ci è donata sempre gratuitamente e liberamente sulla croce. Perciò da questo momento in poi anche noi possiamo essere partecipi della regalità di Gesù. 

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

Il Signore degli anelli: «Il ritorno del Re»

recentemente è stata tradotta di nuovo la splendida opera di J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli. Per noi più giovani, tra i vari racconti è rimasto impresso Il Ritorno del Re, terzo libro della trilogia nel quale l’intrepido Aragorn Grampasso, dopo la splendida vittoria finale contro Sauron – la distruzione dell’anello da parte di Frodo – è incoronato re di Gondor. La storia di Aragorn ci richiama un regno fatato, in cui però il bene ha vinto definitivamente sul male e la morte. C’è dunque questo re che dopo una serie di peripezie è incoronato e finalmente glorificato.

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La festa di Cristo Re dell’Universo che oggi la Chiesa universale celebra, è innanzitutto del Signore, poi riguarda tutti noi. Leggiamo nella prima lettura vetero-testamentaria tratta dal II Libro di Samuele:  

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«Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re a Ebron, il re Davide concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d’Israele».

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Il popolo d’Israele stringe un‘alleanza con il Signore che, in precedenza, aveva detto a Davide di pascere il suo popolo. Dai libri storici sappiamo che Re Davide è a un tempo forte, ma con molte fragilità e cadute, anche molto gravi. Questo ricorda come anche noi siamo deboli, nonostante la grande fede che abbiamo nel Signore. Questo però non ci deve rendere tristi o disperati. Infatti il Signore Gesù stesso, prende la nostra forza, debolezza e fragilità e la unisce a Lui. Così facendo la eleva. Ci unisce dunque al suo trono, che è la croce, come ci narrano le parole del Vangelo di San Luca:

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«Il ladrone disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel Paradiso”».

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Il ladrone pentito riconosce la regalità di Gesù. La regalità fu proprio quella di sedersi sul legno della croce, e da lì fu reso sovrano: perché infatti si abbassò, pur rimanendo Dio, in una donazione totale a noi.

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Proprio perché si è donato totalmente, Gesù può portare il ladrone in Paradiso, nel suo regno.  E così, dall’evento della crocifissione, può portare ciascuno di noi in Paradiso. Riflettiamo: in origine abbiamo ricevuto la nostra vita per un atto di donazione libero e gratuito di Dio. E anche la libertà dal peccato ci è donata sempre gratuitamente e liberamente sulla croce. Perciò da questo momento in poi anche noi possiamo essere partecipi della regalità di Gesù.

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Siamo già col battesimo figli nel Figlio, vale a dire figli di Dio. Adesso possiamo diventare regnanti nell’unico Re.  Su questo ci dice qualcosa San Paolo Apostolo nell’inno di Colossesi:

«Fratelli, ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce».

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Questa partecipazione alla sorte dei santi, implica che noi diventiamo in Cristo re insieme a Lui. Questo accade ogni volta che ci doniamo totalmente a Dio e al prossimo. Quando dico donazione al prossimo penso alle opere di misericordia spirituali e corporali. È una donazione misericordiosa, che non pretende un tornaconto monetario o morale. Compiamo un’opera verso un povero di spirito, e il Signore ci dona la sua gioia e il suo amore come unica ricompensa. E in quel momento davvero gustiamo il regno di Dio.

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Ha scritto il filosofo francese Jean Luc Marion:

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«L’amore non si dona se non abbandonandosi, trasgredendo continuamente i limiti del proprio dono, sino a trapiantarsi fuori di sé».

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Signore aiutaci a uscire dalle piaghe dell’Io egoista e di trapiantarci nel tuo abbandono tenero ed affettuoso per donarti a te, alta eterna Trinità.

Così sia.

Roma, 24 novembre 2019

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Il più grande scippo della storia della Cristianità: il primo Santo canonizzato da Cristo in persona è stato un ladrone convertito al Sommo Re dell’Universo negli ultimi minuti di vita

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL PIÙ GRANDE SCIPPO DELLA STORIA DELLA CRISTIANITÀ: IL PRIMO SANTO CANONIZZATO DA CRISTO IN PERSONA È STATO UN LADRONE CONVERTITO AL SOMMO RE DELL’UNIVERSO NEGLI ULTIMI MINUTI DI VITA

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Di questo povero ladrone crocifisso non sappiamo molto, secondo la tradizione l’uomo si sarebbe chiamato Disma, però conosciamo di lui e con certezza la destinazione finale: il Paradiso. Inutile a dirsi, anche se è bene dirlo e ricordarlo: siamo davanti al primo santo canonizzato della storia della Chiesa, ed il tutto per opera di Cristo in persona, non della Congregazione delle cause dei santi, che giungerà solo secoli dopo.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Cristo e il Buon Ladrone, opera di Tiziano Vecellio (1477 – 1576)

Resto sempre commosso davanti a questa bella espressione del buon ladrone, che manifesta una fede veramente fuori dal comune: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» [Lc 23,42]. Egli si appella al Maestro utilizzando il nome proprio, è raro che nei Vangeli qualcuno si rivolga a Cristo in questo modo, e il fatto stesso si spiega con la consapevolezza che in Gesù si realizza un regno che non delude, capace di compiere una vera giustizia davanti al male del peccato.

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In ciò risiede il vero significato della regalità di Cristo, egli non salva sé stesso alla maniera dei governanti umani, come pretende la folla gridando forsennatamente da sotto la croce, ma salva l’uomo che implora perdono e misericordia.

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Questo buon malfattore, attraverso la sua fede si affida totalmente a Dio, compie una vera appropriazione indebita, un salto d’audacia in Cristo Re così da riscattare totalmente la sua esistenza. Per questo brigante la salvezza inizia nell’oggi: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel Paradiso». Si tratta di un avverbio di tempo con valore teologico, quello scelto dall’evangelista Luca, che produce come per Zaccheo una salvezza nell’immediato [cf. Lc 19,1-10].

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Di questo povero ladrone crocifisso non sappiamo molto, secondo la tradizione l’uomo si sarebbe chiamato Disma, però conosciamo di lui e con certezza la destinazione finale: il Paradiso. Inutile a dirsi, anche se è bene dirlo e ricordarlo: siamo davanti al primo santo canonizzato della storia della Chiesa, ed il tutto per opera di Cristo in persona, non della Congregazione delle cause dei santi, che giungerà solo secoli dopo.

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Al termine dell’Anno Liturgico, la liturgia di questa domenica ci conduce a riflettere non tanto sulla fine della nostra esistenza quanto invece sul fine [vedere Liturgia della Parola, QUI]. In che modo facciamo regnare Gesù nella nostra esistenza? Nell’oggi terreno? In quale maniera la nostra vita diventa giusta?

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Sappiamo che con Gesù, affidandoci a Lui, noi possiamo essere realmente salvati anche se le nostre azioni sembrano condannarci, anche se il mondo in cui viviamo dice il contrario, anche quando la nostra storia personale sembra contraddirci.

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«Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno», è una bellissima preghiera da ripetere tutti i giorni, che equivale all’invocazione del pubblicano al tempio: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» [Lc 18,13]. Sono atti di fede che realizzano la regalità di Cristo che è venuto per distruggere le opere dell’accusatore dell’uomo [cf. Ap 12,10] ed immetterci all’interno di un regno di giustizia e di pace che, attraverso la misericordia, recupera ogni nostra dissonanza e infedeltà, sino ad aprirci le porte del suo Regno che non avrà fine, come recitiamo nella nostra professione di fede.  

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Laconi, 23 novembre 2019

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il blog personale di Padre Ivano

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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Dai sopravvissuti della cinematografia catastrofica al Regno di Cristo che non avrà fine

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

DAI SOPRAVVISSUTI DELLA CINEMATOGRAFIA CATASTROFICA AL REGNO DI CRISTO CHE NON AVRÀ FINE 

non ci agitiamo, né facciamoci prendere da ansie varie, noi non siamo Preppers o Survivalisti, siamo Christi fideles. Viviamo quindi con serenità il nostro lavoro e la nostra quotidianità, fermi e perseveranti nella fede, e davvero anche le difficoltà più grandi sapremo affrontarle certi della presenza di Gesù. 

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

I sopravvissuti (Survivors) serie televisiva britannica di ambientazione post apocalittica prodotta dalla BBC nel 1975. La trama si basa su uno scenario in cui il mondo intero è stato colpito da un’epidemia causata da un virus letale, al quale è scampato solo l’1% dell’intera popolazione mondiale.

nel secolo scorso si è affermato negli Stati uniti il movimento dei Preppers o Survivalisti. Questo movimento riunisce persone fermamente convinti di un’imminente catastrofe irreversibile di natura economica, bellica o ambientale: perciò si dicono pronte a sopravvivere alle peggiori condizioni esistenziali; si preparano alla “fine del mondo” conosciuto, ad esempio costruendo rifugi anti atomici in casa, facendo una raccolta perpetua di derrate alimentari o imponendosi un regime di frugalità. I preppers si preparano al peggio, ad un tempo della fine secondo una mentalità umana.

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Dobbiamo prepararci tutti a un momento in cui questo tempo avrà fine: ma dobbiamo farlo con la gioia dell’inizio. Dobbiamo prepararci all’incontro finale con Gesù, sapendo che lui è l’inizio di questo incontro.

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Le letture di questa XXXIII domenica del tempo ordinario [vedere Liturgia della Parola, QUI] di oggi ci offrono questa prospettiva, a partire dal Libro di Malachia nel quale leggiamo:

 .

«Sta per venire il giorno rovente come un forno. Tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà fino a non lasciar loro né radice né germoglio.  Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia».

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Il profeta Malachia distingue superbi e arroganti dai timorati di Dio, coloro cioè che vivono con una fede devota e vera. Per i primi, quando verrà il giorno del Signore, non ci sarà più possibilità di conversione e di ritorno indietro. Questo per Malachia è un richiamo agli ingiusti alla revisione della propria vita. Dio prende sul serio la nostra condotta: se ci allontaniamo da Lui peccando, non obbliga nessuno a pentirsi; liberamente invece ci aiuta a tornare in amicizia con Lui. Proviamo allora a pensare a quali sono quei peccati che spesso ripetiamo, e che sono diventati talmente abitudinari che neanche ci accorgiamo di compiere.

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Per giungere dunque con una fede viva e vera, è necessaria questa attenzione. Infatti verranno momenti di prova della nostra fede e della nostra vita. Nel Vangelo di oggi leggiamo:

 .

«Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, […] a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere».

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La coerenza fino alla fine della fede cattolica prevede, per lo stesso insegnamento di Gesù, persecuzioni e calunnie. Ma il Signore non ci lascia soli, tutt’altro: ci offrirà una parola ― stoma ― cioè un linguaggio in grado di rispondere alle false accuse. Allo stesso tempo ci offrirà il dono della sapienza, con il quale sapremo cogliere dov’è l’errore che viene proposto come verità assoluta dai nostri persecutori. Così con parola e sapienza di Gesù, potremo giungere all’Incontro con Lui con grande forza e personalità.

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San Paolo ci offre un ultimo consiglio su come vivere questo tempo di attesa:

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«Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità».

Dunque non ci agitiamo, né facciamoci prendere da ansie varie, noi non siamo Preppers o Survivalisti, siamo Christi fideles. Viviamo quindi con serenità il nostro lavoro e la nostra quotidianità, fermi e perseveranti nella fede, e davvero anche le difficoltà più grandi sapremo affrontarle certi della presenza di Gesù.

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Scriveva W. Goethe:

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«Come raggiungere un traguardo? Senza fretta ma senza sosta».

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Il Signore ci doni la tenacia di camminare senza sosta verso il traguardo definitivo e così, insieme a chi amiamo ritrovarci in Paradiso, per vivere la domenica senza tramonto nell’abbraccio trinitario.

Così sia.

Roma, 17 novembre 2019

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«Ogni maledetta domenica». Scaliamo le pareti dell’Inferno un centimetro alla volta, per poter vincere così la più ardua di tutte le partite della vita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

«OGNI MALEDETTA DOMENICA». SCALIAMO LE PARETI DELL’INFERNO UN CENTIMETRO ALLA VOLTA, PER POTER VINCERE COSÌ LA PIÙ ARDUA DI TUTTE LE PARTITE DELLA VITA 

Al Pacino interpreta l’allenatore di una squadra di football americano; prima di una partita difficilissima li sprona con un discorso bellissimo. In questo lungo discorso, invita i giocatori a scalare le pareti dell’Inferno un centimetro alla volta. Cioè a vincere la partita più ardua. Per riuscire nell’intento, li esorta a fare gioco di squadra: perché da soli non possono vincere. 

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Cari fratelli e sorelle,

Locandina del film

le Letture di questa XXXII domenica del tempo ordinario [vedere Liturgia della Parola QUI], mi ricorda un bellissimo film sullo sport, intitolato Ogni maledetta domenica. Al Pacino interpreta l’allenatore di una squadra di football americano; prima di una partita difficilissima sprona i giocatori con un discorso bellissimo. In questo lungo discorso li invita a scalare le pareti dell’Inferno un centimetro alla volta, cioè a vincere la partita più ardua. Per riuscire nell’intento, li esorta a fare gioco di squadra: perché da soli non possono vincere. Nessuno può vincere solo.

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Questo esempio filmico introduce il tema di oggi. Nessuno vince da solo, nessuno si redime da solo. Concetto questo al quale ci introduce la lettura vetero testamentaria nella quale leggiamo:

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«È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita» [2Mac 7,1-2.9-14].

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Questo brano ci mostra la tenacia e la fedeltà dei fratelli Maccabei, che insieme resistono all’oppressione pagana, negando di cibarsi di pietanze proibite agli israeliti e così rendersi impuri davanti a Dio. Ecco che c’è il desiderio di rimanere santi e uniti a Dio. Notiamo che è ogni fratello parla a nome di tutti. I maccabei, con l’idea stessa di resurrezione delle membra, scandalizzano i greci, per i quali la carne è prigione del corpo e deve morire. Insieme, non solo non hanno paura di dire la verità, ma anche di morire per risorgere. Ciò indica anche una grande compattezza nel gruppo. Questa forza è moltiplicata da una comunione l’uno con l’altro e con Dio. Da ciò ci sembra giusto dire che si: verso la resurrezione si va con gli altri, mediante un cammino comunionale e comunitario nella verità.

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Per noi questo ci deve aiutare a generare legami di comunione. Uniti, con la fede in Gesù Cristo. Perché dove noi siamo riuniti nel suo nome, Lui è fra noi. Questo ricordiamolo anche nelle attività di difesa e protezione della vita, che non è un bene disponibile nelle mani dell’uomo. Allo stesso tempo allontaniamo le divisioni e generiamo quella comunione che porta alla resurrezione, come ascoltiamo nella lettura del Santo Vangelo lucano:

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«Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui» [Lc 20,27-38].

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Precedentemente Gesù ha spiegato che in Paradiso nulla appartiene a nessuno. La moglie vedova non sarà di nessuno dei diversi fratelli. E Cristo sarà con tutti noi, distinti da Lui, uniti con la Trinità in Lui. Questa unione tramite la vita eterna avviene tramite la resurrezione di cui Gesù è strumento. Così va inteso quel “per lui”: Gesù dona la salvezza perché Essendo il capo del corpo mistico trasmette la salvezza alle membra: cioè a noi tutti. Questa apertura alla salvezza avviene con una certezza: che la resurrezione non si attende in modo passivo ma mediante la vita di fede. Proprio perché il collante è e sarà Lui e lui è il centro della fede e dell’essere operativi tramite essa.

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Scrive allora San Paolo nella seconda lettura:

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«Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi» [2Ts 2,16-3,5].

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Paolo che scrive a una comunità, chiede a questa comunità di pregare per un’altra comunità, richiamando in tal senso il concetto di koinonia [dal greco: comunione]. E chiede di pregare perché la Parola si diffonda e affinché siano liberati dal male fondamentalmente. Questa liberazione avviene tramite l’unione dei cuori e nella corsa e glorificazione della parola del Signore. Dunque si corre tutte insieme, verso la vita eterna e glorificando il Signore nella vita morale delle virtù, nell’esercizio della carità e specialmente pregando e meditando la parola di Dio. Anche per noi, questo è un invito fortissimo a tornare su qualche versetto della parola di Dio ogni giorno, ruminarlo di continuo perché si generi una meditazione continua con il Dio Logos. Il sostegno reciproco nella Sua parola è mezzo necessario ed efficace, insieme ai sacramenti.

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Chiediamo al Signore ogni giorno la sua grazia ed essa unita alla nostra libertà, alla nostra unicità e sacralità possa renderci fiammelle unite nella luce di Cristo per il mondo caduto nel buio fitto della cultura della morte.

Così sia.

Roma, 10 novembre 2019

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Dalla giustizia resa ai “Promessi Sposi”, alla giusta preghiera rivolta a Dio Padre

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DALLA GIUSTIZIA RESA AI PROMESSI SPOSI, ALLA GIUSTA PREGHIERA RIVOLTA A DIO PADRE

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«Il pubblicano si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro [fariseo], tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» [Lc 18,14].

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Cari fratelli e sorelle,

La indimenticabile e compianta Anna Marchesini [1953-2016] con i compagni del trio Solenghi-Marchesini-Lopez, in una celebre edizione satirica de I Promessi Sposi degli anni Ottanta [cliccare sull’immagine per aprire il video]

ricordo con grande affetto e allegria uno dei personaggi secondari de I Promessi Sposi. Agnese, la mamma di Lucia Mondella, che consiglia a Lucia e Renzo di convolare alle desiderate nozze mediante l’espediente del matrimonio a sorpresa. Con questo consiglio umile e, nonostante tutto, pieno di saggezza, Agnese cerca di rendere giustizia ai promessi sposi e al progetto di Dio, fungendo in tal senso di esempio d’umiltà e devozione.

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Cerchiamo adesso di cogliere l’umiltà della preghiera nelle letture di questa XXX domenica del tempo Ordinario [vedere Liturgia della Parola, QUI]. Nella prima lettura tratta dall’Antico Testamento leggiamo:

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«Il Signore è giudice, e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso» [Sr 35,15].

 

L’Autore del libro sapienziale si rivolge al Popolo Ebraico, cercando di rompere uno schema mentale e di formalismo religioso di un’epoca nella quale alcuni pensavano che il povero e oppresso si fosse ridotto in tale stato per qualche colpa personale, ad esempio la superbia. Il concetto che se uno è povero, tale lo è per causa di sé stesso, lo ritroviamo in un certo pensiero calvinista, specie in quello sviluppatosi nella società liberalista degli Stati Uniti d’America a partire dal XVII secolo. Di tutt’altro avviso Siracide che afferma l’esatto contrario: il povero è invece ascoltato. Proprio perché sa elevare a Dio una parola di fedeltà con una povertà di cuore grandissima. Dunque sa pregare in modo più autentico.

Proviamo a pensare anche al nostro modo di pregare. Se siamo troppo formali oppure ripetiamo in modo abitudinario, chiediamo al Signore di aiutarci invece a vivere la preghiera con maggiore profondità e autenticità.

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Nella seconda lettura troviamo infatti la vicinanza del Signore per chi prega in modo più autentico e con un atto di abbandono nei suoi confronti:

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«Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato […] Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza» [2Tm 4, 16].

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San Paolo ricorda la forza e la vicinanza di Dio nei momenti più duri e più depressivi del suo essere cristiano e predicatore di Gesù Cristo. Messo sotto accusa dagli ebrei per blasfemia e poi dai romani per aver disobbedito al comando di non annunciare il mistero di Gesù Risorto, Paolo ricorda a Timoteo che l’abbandono a Dio è avvenuto con un atto di umiltà. Questa umiltà gli ha permesso di sentire la prossimità e forza del Signore. Di questo ci dà l’insegnamento più grande Gesù nel Vangelo di San Luca dove leggiamo:

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«Il pubblicano si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro [fariseo], tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» [Lc 18,14].

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Se mettete a confronto le due preghiere, entrambe si rivolgono a Dio. Nel caso del fariseo, egli compie una preghiera ritualmente e liturgicamente perfetta, ringraziando Dio di non essere come il pubblicano. C’è una sorta di disprezzo che viene espresso, in modo neanche tanto nascosto, verso il pubblicano. Questa preghiera, perfetta stilisticamente, è assoluta inutile dal punto di vista contenutistico. Perché il fariseo non sa cogliere quei semi di bene che il Signore ha messo nel pubblicano, al di là delle ingiustizie che questi può aver effettivamente fatto. Il pubblicano invece si riconosce peccatore. Non si confronta con gli altri; non offre una preghiera ritualmente perfetta. Solo piccole parole, umili, ma piene di significato. Ecco perché, dice Gesù, il pubblicano sarà esaltato. Perché offre quel poco che ha, il suo essere uomo fragile e peccatore, al Signore. E in questa offerta vera e autentica il Signore può fare grandi cose.

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Questo è un invito anche per noi a non focalizzare troppo l’attenzione su noi stessi: di ringraziare il Signore per i talenti e i doni ricevuti, ma come humus fertile, umilmente offrirli a Dio. E in questa offerta di noi, Dio ci esalterà. Ci renderà suo fermento sacro in cui sbocciare di gioia.

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Scriveva il letterato e patriota italiano Niccolò Tommaseo:

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«Chi vuole specchiarsi in acqua limpida, conviene che si chini. Senza umiltà non si conoscono le anime pure».

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Il Signore doni l’umiltà di chinarci sui suoi misteri e sulle persone che ci manda, per essere specchi limpidi del suo amore trinitario.

Così sia.

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Roma, 27 ottobre 2019

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Dalla preghiera al terribile quesito: «Quando il figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede sulla terra?»

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DALLA PREGHIERA AL TERRIBILE QUESITO: «QUANDO IL FIGLIO DELL’UOMO TORNERÀ, TROVERÀ LA FEDE SULLA TERRA?»

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Nella vita ognuno di noi ha avuto od ha amicizie profonde, ed a seconda di quanto tempo abbiamo trascorso col nostro amico, di quello che abbiamo condiviso con lui, il nostro amore per lui o per lei accresce. Scriveva il filosofo Aristotele: «L’amicizia è un’anima che abita in due corpi, un cuore che abita in due anime».

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

Salvador Dalì: Ragazza alla finestra

in questa XXIX domenica del tempo ordinario la Liturgia ci offre notevoli spunti di riflessione [vedere Liturgia della Parola, QUI]. Nella vita ognuno di noi ha avuto, od ha, amicizie profonde e, a seconda di quanto tempo abbiamo trascorso col nostro amico, di quello che abbiamo condiviso con lui, il nostro amore per lui o per lei accresce. Scriveva il filosofo Aristotele:

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«L’amicizia è un’anima che abita in due corpi, un cuore che abita in due anime».

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Questo essere stati come una cosa sola è dunque reso possibile da un dialogo aperto e sincero che per noi credenti diviene possibile rendendoci una cosa sola con il Signore tramite il dialogo più vivo e fecondo: la preghiera. Proprio di questo ci parlano i brani di oggi. Partiamo quindi dalla prima lettura vetero-testamentaria:

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«Mosè disse a Giosuè: “Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio”» [Es 17,1]

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Il Popolo Ebraico è sostenuto da Mosè mentre combatte gli amaleciti, uno degli eserciti tra i più agguerriti e per questo parecchio duri da sconfiggere. Mosè è unito all’esercito giudaico, per il quale invoca Dio a loro sostegno.

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Per noi la preghiera indica dunque una unione con chi è nel combattimento spirituale, ma volendo anche in una fase di prova. Pregare può significare invocare continuamente la forza e il sostengo di Dio verso chi soffre e può essere una stanchezza morale, fisica, spirituale. La preghiera è dunque innanzitutto invocare Dio come sostegno per chi amiamo. È l’intercessione come quasi un mettersi in mezzo tra Dio e il popolo. Per questo Gesù stesso chiede ai suoi discepoli di non smettere mai di pregare, come di spiega il brano evangelico:

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«In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai» [Lc 18, 1].

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Nella parabola il Signore fa quindi vedere in che modo la vedova si rivolge di continuo al giudice che si stufa di sentirla recalcitrare, ed alla fine la esaudisce. Con questa immagine la provocazione di Gesù rivolta ai discepoli diviene evidente: il giudice che non ha rapporto con la vedova, non sa resistere alle continue lamentele. Il Signore che invece ha un rapporto intimo con noi, se chiediamo la cosa giusta mediante la preghiera, ci esaudirà. La preghiera incessante, ad un tempo ci insegna a chiedere al Signore, ma al tempo stesso ad imparare chiedere ciò che è necessario per noi.

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Quella domanda finale di Gesù: «Quando il figlio dell’uomo tornerà, troverà fede sulla terra» [Lc 18,1] mostra anche un legame fra fede e preghiera. La fede alimenta la preghiera e al tempo stesso la preghiera è alimentata dalla fede. Anche una fede morente o poco attiva tramite la preghiera ritrova vita, perché tutta la nostra vita di fede trova linfa nella preghiera e nei sacramenti.

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A questo punto vediamo allora in che modo pregare incessantemente. Lo dice San Paolo rivolgendosi a Timoteo: si prega incessantemente se preghiamo con la parola di Dio:

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«Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l’hai appreso e che fin dall’infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» [2 Tm 3, 14-16]

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La parola di Dio è ispirata da Dio e aiuta fare opere buone, in particolare le opere di carità che ci aiutano a diventare santi. Se noi preghiamo con la Parola di Dio, diviene un modo continuo di pregare. Esistono vari modi per pregare dunque con la parola di Dio, come ad esempio leggere un piccolo brano del Vangelo al giorno, prima di andare al lavoro. Oppure per fare una preghiera più lunga c’è la lectio divina, come lettura, meditazione, orazione e contemplazione della parola di Dio.

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Il teologo luterano tedesco Dietrich Bonhoeffer scriveva: «Pregare è prendere fiato presso Dio; pregare è affidarsi a Dio».

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Chiediamo al Signore di aiutarci a far sì la preghiera divenga giorno dopo giorno il nostro ossigeno vitale, e unita ai sacramenti, sia il polmone con cui respirare una vita di fede piena di gioia, soddisfazione e pienezza di sé.

Così sia.

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Roma, 19 ottobre 2019

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