La grande disputa della samaritana al pozzo d’acqua con Gesù

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA GRANDE DISPUTA DELLA SAMARITANA AL POZZO D’ACQUA CON GESÙ

«Il gioco sa innalzarsi a vette di bellezza e di santità che la serietà non aggiunge» (L. Huizinga, Homo ludens)

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Quando ero piccino, secoli fa, si faceva un gioco che si chiamava ruba bandiera. Due contendenti, una volta chiamati da chi deteneva appesa fra le dita una bandiera, di solito un fazzoletto o un panno, correvano verso di lui e dovevano portare via la bandiera senza farsi toccare dall’altro. Ora, fra le regole, c’era quella che potevi con le mani superare la linea di mezzo per esser svelto a toccare l’altro, lo potevi incrociare con lo sguardo e provocarlo con le finte, ma mai e poi mai potevi oltrepassare coi piedi la linea mediana che serviva da confine fra le due squadre, pena la perdita del punto e la disapprovazione generale.

Chissà perché mi è tornato in mente questo vecchio gioco da campo estivo dovendo commentare la pagina evangelica della odierna domenica. Forse perché si parla di chi, contravvenendo regole e opportunità oltrepassò i confini. E allora giochiamo; ecco la pagina evangelica.

«In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!”. Egli rispose: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”. Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: “Signore, aiutami!”. Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. “È vero, Signore” – disse la donna –, “eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Allora Gesù le replicò: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita» [Mt 15, 21-28].

Tutta la pericope è uno splendido gioco delle parti. Matteo scrive che Gesù partì da un luogo, in greco abbiamo «uscì di là». Da dove e da cosa si è allontanato? Dalla cittadina di Genezaret dove aveva avuto un vivace scontro con i farisei e la loro contorta e interessata interpretazione della Legge mosaica. Ma aveva avuto anche a che fare con l’incomprensione dei suoi stessi discepoli. Dei primi dirà: «Lasciateli stare! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» Ai secondi sconsolato affermerà: «Neanche voi siete ancora capaci di comprendere?» [Mt. 15,14].

Uscito da questa situazione geografica e dialogica si spostò verso una zona di confine, dalle parti delle cittadine di Tiro e Sidone.  Il Vangelo non dice che attraversò il confine per calcare terra fenicia, perciò pagana, ma che si diresse verso di essa. È invece una donna che passò il confine ― in greco abbiamo lo stesso aoristo usato per Gesù che “uscì” da Genesaret ― per avvicinarsi a Lui con una richiesta. Questa cosa è importante perché nel brano evangelico Matteo mette in bocca a Gesù la frase: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele», mentre altrove aveva detto ai suoi discepoli inviandoli in missione «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele» [Mt 10,5-6].  Matteo si premura di specificare che Gesù non si trova in territorio pagano, ma ancora in terra d’Israele e incontra questa donna che, lei sì, ha varcato i confini del suo territorio di provenienza. Tutto questo contribuisce a preparare un racconto in cui Gesù appare guidato da un senso di appartenenza giudaica molto rigorosa, perfino intransigente.

Chi è questa donna che grida dietro a Gesù? Matteo la definisce cananea. Descrivere qui la complessa vicenda storica, sociale e religiosa dei territori e delle popolazioni che fanno riferimento a Canaan eccede lo scopo di questo commento. Basti dire che la menzione di cananea serve all’evangelista per esprimere la distanza fra questa donna e Gesù, facendo in un secondo rivivere l’antica inimicizia tra i Israele e le popolazioni cananee. Con una semplice annotazione Matteo ci fa sentire il peso di una storia e di una tradizione che incapsula i due personaggi dentro stretti confini. Teniamo anche presente il racconto che Marco fa dello stesso episodio, dove si compiace nell’offrire ulteriori dettagli: «Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia» [Mc 7, 26]. Queste due specificazioni di Marco moltiplicano gli elementi di diversità della donna e rendono particolarmente intrigante l’incontro tra il galileo Gesù e questa donna. Oltre alla differenza di genere e al fatto di essere straniera, va forse messa in conto una differenza di condizione socio-economica. Secondo Theissen[1] la donna appartiene al ceto elevato e benestante di greci urbanizzati viventi nella zona di confine di Tiro e della Galilea con cui erano in conflitto i contadini poveri giudei il cui lavoro agricolo serviva anche a sostentare gli abitanti della città[2]. La redazione marciana suggerisce che si debba mettere in conto forse anche una distanza morale: il termine sirofenicio aveva, nella satira latina, la valenza di persona poco raccomandabile[3]. E infine, o prima di tutto, Marco pone in risalto la differenza linguistica: «era di lingua greca». Ellenís (greca) indica l’appartenenza linguistico-culturale, mentre syrophoiníkissa designa la stirpe e la religiosità pagana. Costoro si parlano: in quale lingua? Chi parla la lingua dell’altro? Gesù parla il greco? O la donna parla l’aramaico? In ogni caso, ci deve essere stato il reciproco adeguarsi alla lingua dell’altro, la fatica dell’uscire dalla lingua madre per esprimersi nella lingua accessibile all’altro. Tutti questi particolari, alcuni veri, altri probabili, servono a descrivere tutto ciò che separava la donna da Gesù, la sua alterità, diremmo oggi, rispetto al Nazareno, perfino nella possibilità di capirsi tramite una lingua. Eppure questa donna userà un codice che Gesù conosceva bene e che ha incontrato più volte, quello del bisogno, verso cui il Signore provava una profonda compassione. Ma qui il tutto viene declinato in modo molto originale ed interessante anche per noi che ascoltiamo oggi questo Vangelo.

La donna porta all’attenzione di Gesù la situazione della figlia malata, lo fa gridando. Più avanti nel Vangelo sarà un padre che parlerà in modo accorato a Gesù del figlio molto sofferente[4]. Ambedue chiedono al Signore «Pietà» (Ἐλέησόν με). Un’espressione che troviamo nei Salmi e in Matteo sulla bocca di due ciechi  [cfr. Mt 9, 27] e di altri due ciechi [Mt 20, 30-31] Ambedue le scene, della madre cananea e del suddetto padre, trasmettono particolare emotività e pathos poiché si tratta di figli ammalati; in questo modo anche i lettori si collocano spontaneamente dalla parte di chi rivolge una pressante richiesta di aiuto e ne comprendono l’insistenza che rasenta il fastidio.

Nella redazione matteana che si differenzia da quella marciana, viene descritto un lungo iter che ci fa rendere palpabile la scena, quasi se ne fossimo dentro. Dapprima Gesù si chiude in un silenzio duro ed ostinato [cfr. Mt 15,23], poi da una secca risposta ai discepoli dal tenore teologico: «Non sono stato mandato che alle pecore disperse della casa di Israele» [cfr. Mt 15,24], infine rivolge una dura risposta alla donna personalmente [cfr. Mt 15,26], che pure si era rivolta a lui con titoli messianici: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide».

Così la donna riceve per tre volte un «no» da parte di Gesù, nonostante la sollecitazione dei discepoli che volevano togliersi il fastidio: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». In tal modo il gioco delle parti si accende, salendo di livello, quello ecclesiale e teologico. Davvero, come diceva Gregorio Magno, il Vangelo «dum narrat textum prodit mysterium» – «mentre propone il testo rivela il mistero» e ancora «ab historia in mysterium surgit» –  «dalla storia si innalza al mistero»[5].

La risposta di Gesù ai discepoli descrive i confini entro i quali si colloca la sua missione, lasciando intendere che la decisione viene dall’alto, da Dio. L’opera salvifica e messianica che nella tradizione biblica era definita come «il raduno dei dispersi»[6] [cfr. Is 27, 12-13] riguarda, nell’intenzione e nelle parole di Gesù soltanto Israele: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Una risposta teologica che appare come un freno e un ostacolo insormontabile, poiché c’è di mezzo il mandato messianico che Gesù accoglie da Dio e che fa suo fino alle conseguenze più estreme. Ma la donna che in precedenza aveva già passato un limite, quello geografico, mossa dal bisogno e dal dolore per la figlia che aveva partorito col suo corpo di madre, sbarra ora la via a Gesù ponendo il suo stesso corpo come un confine: «Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: “Signore, aiutami!». La soluzione che ci apre al mistero, come dicevo poco fa, è nelle parole stesse di Gesù che di primo acchito appaiono dure e insensibili: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cani domestici» [Mt 15,26]. All’epoca di Gesù la separazione tra «figli» e «cani» era la distinzione che separava i membri del popolo d’Israele dai gentili. Qualcosa dunque si comincia a delineare e a capire. La distanza fra Israele e i pagani era enorme sotto molti punti di vista e appariva incolmabile. Ed è stato anche il primo grande problema della Chiesa primitiva risolto a Gerusalemme [cfr. At 15] se non dopo conflitti, punti di vista differenti e scontri fra cui quello più eclatante scoppiò fra Paolo e Pietro: «Ma quando Cefa venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto» [cfr. Gal 2, 11]. E Matteo ha fra i suoi lettori discepoli che ormai provengono sia dal giudaismo che dal paganesimo.

Gesù con le sue parole lascia intendere che c’è un piano salvifico che non è dato stravolgere, ma una situazione nuova si pone e non si può scavalcare, perché il corpo della donna straniera, cananea, di lingua greca è lì davanti ed è ineludibile, come il fatto che i pagani in epoca pasquale si facevano battezzare e credevano in Gesù risorto. Ora è proprio Gesù che definisce i pagani, in quanto israelita, come dei «kynaria – kynária», ovvero dei cani domestici, non quindi dei cani randagi che vanno ovunque, anche a cibarsi di cose impure vietate. Sono quelli che stanno nella medesima casa che abitano i figli che sono gli eredi. Marco nel suo Vangelo fa dire a Gesù: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini» [Mc 7, 27]. C’è un prima che va rispettato, c’è un volere divino espresso dal «non è bene», ma i cagnolini sono lì ormai, nella stessa casa dei figli.

La risposta della donna è grandiosa e bellissima, perché entrando nell’ottica di Gesù mostra di aver capito la sua intenzione e il volere di Dio che lo ha inviato ed esplicita con le sue parole quanto esso sia più grande di quel che si pensi, poiché nella stessa casa, che ormai è la Chiesa pasquale, di Matteo, di Paolo e anche la nostra, c’è posto per tutti. Disse la donna: «È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Nelle sue parole lo stesso progetto messianico può esser visto non più solo temporalmente ― c’è un prima e un dopo ― ma anche spazialmente poiché c’è un’unica casa ove si trova una mensa dove la salvezza è giunta ed è offerta a tutti, anche per coloro che pareva non ne avessero diritto.

«”Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita».

Il commento redazionale dell’evangelista è oltremodo consolatorio poiché scioglie ogni nodo narrativo ed emotivo rivelando che la figlia è risanata. Qualche commentatore a volte dice: ecco, la donna ha forzato la mano di Gesù. Per usare la metafora iniziale del gioco: “ha rubato”; è lei che ha compiuto il miracolo. Non lo credo perché, con questa escamotage, tradiremmo il Vangelo e il suo condurci verso il mistero più profondo nel quale anche noi siamo coinvolti, quello cioè della fede in Gesù: «Donna, grande è la tua fede!». È questa fiducia che permette di vedere cose nuove o di guardarle diversamente e Gesù le vede con noi. Un mistero che dota la Chiesa di capacità ermeneutica del tempo che vive, soprattutto il nostro che sembra assumere una distanza da essa, mentre probabilmente, come la cananea, chiede una parola nuova, chiede aiuto e accoglienza.

In questo senso appare illuminante l’opera di un’altra donna, la Madre di Gesù, che alle nozze di Cana, a dispetto di quel che a volte si sente ancora predicare, non forzò la mano di Gesù perché compisse il segno del vino buono fino alla fine. Bensì lo rese possibile, perché Gesù trovò una nuova comunità, appena nascente, simboleggiata dalla Madre e dai discepoli compresenti alle nozze, che lei precedeva ed accompagnava nel cammino di fede. Ella, come la donna cananea, presentò una situazione e un bisogno: «Non hanno più vino» [Gv 2, 3]. Così Gesù manifestò a Cana la sua gloria perché trovò una comunità che, seppure in fede iniziale, fu disponibile e accogliente verso la novità espressa dal dono del vino: «E i suoi discepoli iniziarono a credere in lui»[7]. La donna cananea, pagana, così distante e diversa da Gesù, portata dal bisogno, travalicò il tempo salvifico anticipandolo, prefigurando una comunità aperta e capace di accogliere anche chi viene da lontano. Davvero grande è la sua fede.

Buona domenica a tutti.

dall’Eremo, 20 agosto 2023

 

NOTE

[1] Gerd Theissen, L’ombra del Nazareno, Claudiana, 2014.

[2] Marco riferendosi al letto dove giaceva la figlia malata della donna parla di kliné (κλίνη), un vero letto e non un semplice povero giaciglio (Mc 7, 30).

[3] La regione sirofenicia fu instituita da Settimio Severo nel 194 d.C. Nella ottava satira Giovenale parla dei sirofenici come titolari di taverne. In particolare ne descrive uno effeminato, avaro, ebreo (cfr Giovenale, Satire, Feltrinelli, 2013).

[4] Mt 17, 14- 15: «Si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: “Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua”».

[5] Gregorio Magno, Omelia su Ezechiele I, 6, 3.

[6] «Avverrà che, in quel giorno, il Signore batterà le spighe, dal Fiume al torrente d’Egitto, e voi sarete raccolti uno a uno, Israeliti. Avverrà che in quel giorno suonerà il grande corno, verranno gli sperduti nella terra d’Assiria e i dispersi nella terra d’Egitto. Essi si prostreranno al Signore sul monte santo, a Gerusalemme».

[7] Gv 2, 11 episteusan ἐπίστευσαν – è un aoristo ingressivo: iniziarono a credere.

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San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Forse è opportuno ricordare che a metà di questo mese non si festeggia “San Ferragosto” ma la solennità dell’assunzione al cielo della Vergine Maria

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

FORSE È OPPORTUNO RICORDARE CHE A METÀ DI QUESTO MESE NON SI FESTEGGIA “SAN FERRAGOSTO” MA LA SOLENNITÀ DELL’ASSUNZIONE AL CIELO DELLA VERGINE MARIA 

Nei primi secoli, infatti, man mano che la divinità di Gesù smetteva di essere messa in discussione dagli eretici, la Chiesa si occupò del problema opposto: affermare la verità della sua Incarnazione. È in questo contesto che la figura di Maria divenne cruciale e importante, perché la sua disponibilità la legava indissolubilmente al figlio, al Figlio di Dio che si fece carne, nella carne di Lei.

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Dopo Benedetto XVI così compìto nei modi e misurato nelle parole più di uno è rimasto sorpreso da alcune frasi, soprattutto quelle proferite di getto dal Sommo Pontefice Francesco, suo successore. Che pure, bisogna dirlo, sono maggiormente ricordate dalle persone semplici che probabilmente non ne rammentano neanche una dei predecessori. Fra queste ce n’è una che ha ripetuto più volte e sulla quale immagino ci sia il consenso di tutti, ovvero che stiamo vivendo una «terza guerra mondiale a pezzi»[1]. Uno di questi «pezzi», il conflitto in Ucraina, ci riguarda più da vicino poiché provoca ogni giorno da tempo distruzione e morti e per il fatto che dal punto di vista del rapporto fra le Chiese ha causato allontanamenti, divisioni e discordie per i quali occorreranno anni e anni di cammino di ricucitura.

Per tal motivo è così significativo che la Festa della Assunzione[2] come la chiama la Chiesa cattolica o della Dormizione come viene definita nelle Chiese d’Oriente venga celebrata liturgicamente da tutte queste comunità lo stesso giorno del 15 di Agosto. Per l’intero mese così canta di gioia la Chiesa d’Oriente nella liturgia:

«Nella tua maternità sei rimasta vergine, nella tua dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio. Sei stata trasferita alla vita, tu che sei la Madre della Vita e riscatti le nostre anime dalla morte con la tua intercessione»[3].

La convinzione che il corpo di Maria, la Vergine madre, non abbia subito la corruzione del sepolcro risale alle prime comunità giudeo-cristiane. Il nucleo più antico (II-III secolo) dell’apocrifo detto Dormitio Mariae contiene infatti già la narrazione, fantasiosa quanto al racconto ma univoca quanto al contenuto, del trasporto di Maria al cielo. E a Gerusalemme, è noto, esisteva una tradizione ininterrotta riguardo al luogo della sepoltura (o della temporanea deposizione) del corpo della Vergine in quella tomba del Getsemani sulla quale, verso la fine del IV secolo, l’imperatore Teodosio I fece costruire una chiesa. Proprio dalla celebrazione che il 15 Agosto si teneva in questo antico centro di culto mariano fu ripresa la data della festa della Dormizione di Maria estesa nel IV secolo a tutto l’oriente cristiano[4]

Sia i testi occidentali, da Gregorio di Tours (538 ca.- 594) a Pio XII che adottò la precisione terminologica richiesta da un pronunciamento dogmatico, che le antiche opere dei Padri della Chiesa, su tutti quelli di Giovanni Damasceno (676 ca.- 749) con i suoi ripetuti “era conveniente”[5], esplicitano il contenuto di fede di questa festa mariana e si rifanno al tema della vita. Una vita incorruttibile di cui la Theotòkos è immagine privilegiata e da qui il simbolismo della luce che pervade sia le rappresentazioni artistiche in occidente (da Tiziano a Tintoretto e Guido Reni), che le immagini iconografiche bizantine; sia la trama dei testi liturgici, che le preghiere di invocazione in oriente, come questa molto antica che recita:

«Maria, ti preghiamo, Maria luce e madre della luce, Maria vita e madre degli apostoli, Maria lampada d’oro che porti la vera lampada, Maria nostra regina, supplica tuo Figlio»[6] .

Naturalmente oltre la tradizione che risale al tempo delle Chiese unite è la sacra Scrittura, e i racconti evangelici in particolare, la fonte a cui attingere il motivo di tanta attenzione data a Maria, la Madre del Signore. Se oggi noi celebriamo il transito di Maria presso Dio è perché Lei stessa ha declamato il passaggio di Dio nella sua esistenza, come espresso nel brano evangelico di oggi [cfr. Lc 1, 39-56]. In risposta al saluto di Elisabetta Maria pronuncia le parole del Magnificat, che distolgono l’attenzione da lei e la fanno volgere totalmente al Signore. Non lei ha fatto nulla, ma il Signore ha fatto tutto: questo è il significato basilare del Magnificat. Questo inno, infatti, celebra il Dio che in Maria ha fatto tutto perché la vicenda di Maria ha Dio come soggetto. E il fare di Dio in Maria viene da Lei definito come uno sguardo: «Il Signore ha guardato la piccolezza della sua serva» [Lc 1,48]. Questo sguardo divino si posò su di lei fin dal momento preparatorio, trasformandola attraverso la grazia[7], perché divenisse la Madre del Verbo incarnato e l’accompagnerà per tutta la vita, fin sotto la croce dove riceverà la nuova maternità sulla Chiesa nascente e oltre.

Un oltre che Maria già intravede nel brano del Magnificat quando elenca le opere di Dio che si dipanano di generazione in generazione a favore degli umili e degli affamati, mentre i potenti, i ricchi e i superbi già sazi verranno adeguati a differenza dei piccoli che saranno innalzati mentre i potenti, i ricchi e i superbi già sazi verranno deprezzati. Un dramma che, come insegnerà Gesù annunciando il Regno di Dio non avviene nei cieli, ma qui: è storia, è vita nel mondo, vissuta nella carne che nasce e che un giorno morirà. Maria dentro questa storia diviene una protagonista fin dal momento della chiamata, sarà l’amica e modello di chi vorrà percorrere un cammino autentico di fede.

Forse è per questo che solo la Vergine Maria e nessun altro personaggio, in occidente, ha avuto così tante rappresentazioni artistiche che la raffigurano vicina all’esperienza quotidiana degli uomini e delle donne. Quando è stata dipinta con gli abiti propri di un particolare periodo storico, su sfondi che riproducevano la vita di quel tempo, sotto architetture di una specifica epoca, in contesti i più disparati. Dalla Vergine delle rocce di Leonardo, alla Madonna sontuosa di Piero della Francesca, dalla Maria popolana, addirittura una prostituta annegata nel Tevere a cui si ispirò Michelangelo Merisi detto Caravaggio, per seguire con la Vergine con le braccia spalancate dei tanti misteri napoletani, sotto un tempio romano diroccato. Maria ha potuto rivestire i panni della donna di ogni periodo perché Lei più di tutti fu protagonista del mistero grande dell’incarnazione nel quale

«trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro [cfr. Rm 5, 14], e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo Amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione…  Poiché in Lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche a nostro beneficio innalzata a una dignità sublime. Con la sua incarnazione, infatti, il Figlio stesso di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomoHa lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, Egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato»[8] [Gaudium et spes].

Nei primi secoli, infatti, man mano che la divinità di Gesù smetteva di essere messa in discussione dagli eretici, la Chiesa si occupò del problema opposto: affermare la verità della sua Incarnazione. È in questo contesto che la figura di Maria divenne cruciale e importante, perché la sua disponibilità la legava indissolubilmente al figlio, al Figlio di Dio che si fece carne, nella carne di Lei. «E il verbo si fece carne» dice il Vangelo secondo Giovanni [Gv 1, 14] e gli fa eco Paolo nella lettera ai Galati: «Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» [Gal 4, 4-5].

È per questo che nelle chiese quasi subito si iniziò a dire che la carne di Maria dopo aver dato vita al Figlio di Dio non poteva subire l’affronto della corruzione. E se non poteva, la sua collocazione naturale era presso il Figlio dove da lì poteva diventare “di speranza fontana vivace”[9].

«No, tu non sei soltanto come Elia ‘salita verso il cielo’, tu non sei stata come Paolo, trasportata fino al ‘terzo cielo’, ma sei giunta fino al trono regale del tuo Figlio, nella visione diretta, nella gioia, e stai accanto a Lui con grande e indicibile sicurezza… Benedizione per il mondo, santificazione per tutto l’universo; sollievo nella pena, consolazione nel pianto, guarigione nella malattia, porto nella tempesta. Per i peccatori perdono, per gli afflitti incoraggiamento benevolo, per tutti coloro che ti invocano soccorso sempre pronto»[10] (San Giovanni Damasceno).

Questo è il cammino di Maria che anticipa quello di ogni figlio adottato nel Figlio come ha detto Paolo nelle parole su riportate.

Ci sono due icone della tradizione bizantina che ci raccontano molto della festa odierna. La prima è quella dell’incontro fra Maria e sua cugina Elisabetta, che poi è l’episodio che prelude al Magnificat riportato nel Vangelo di questa solennità. In alcune di queste icone le due donne, la sterile e la vergine, si abbracciano strette e i volti vanno a toccarsi quasi che l’occhio dell’una confini con quello dell’altra. Si tratta di un vero incontro fraterno di cui tanto abbiamo bisogno in questo tempo di conflitti e divisioni. Quell’abbraccio e quella fusione di sguardi delle due donne rivela lo scambio del dono che ciascuna ha ricevuto, è una nuova pentecoste nella quale ciascuna riconosce l’altra nella sua peculiarità, nella sua chiamata senza rivalità o gelosie.

L’altra icona è quella propria della Dormitio Mariae che irradia grande speranza e pace. Ho sempre pensato che sarebbe bello, per esempio, collocarla in chiesa durante la celebrazione delle esequie cristiane. Perché in questi tempi di morte ospedalizzata e privatizzata, guardare una scena dove si vede che al momento del trapasso non siamo soli è di grande consolazione. La Vergine è stata dipinta distesa col suo manto che ricorda quello della natività. Pietro si trova a capo del letto e Paolo ai piedi, mentre Giovanni posa la testa sul cuscino come l’aveva posata sul petto di Gesù. Tutti gli apostoli sono chini su di lei così pure qualche vescovo della Chiesa primitiva e il popolo cristiano: non manca nessuno. Nell’antichità i morti scendevano nelle regioni inferiori o venivano traghettati verso di esse. Entravano comunque in una condizione oscura, umbratile. Se guardiamo l’icona possiamo vedere che l’insieme è una barca, uno scafo che non va verso regioni oscure, ma verso la luce.

Tutti gli sguardi dei presenti convergono in basso verso il corpo di Maria disteso orizzontalmente a significare la natura umana. Ora ci aspetteremmo, come dice il dogma, che Maria salisse al cielo. Invece qui è il cielo che scende e sulla linea orizzontale della Vergine appare in linea verticale e centrale la figura del Cristo che occupa la scena, sul cui volto si leggono la forza e la determinazione del Risorto, di colui che ha vinto la morte e tiene in mano una bambina. Mentre la figura orizzontale rappresenta la natura umana adagiata su un manto, la bambina sarebbe l’anima di Maria. Un incontro, dunque, fra visibile e invisibile. Lo spazio orizzontale del sonno/morte viene intercettato da una verticale di luce a formare una croce.

Il punto dove le assi della croce si incontrano è la vita e la luce portate dalla figura del Cristo. Anche la raggiera che lo circonda indica il movimento di risalita del Figlio venuto a prendere sua Madre. Con un’atipica torsione del corpo a destra, verso la testa di sua madre, il Risorto prende fra le braccia l’anima di lei e la sorregge poiché è lui che effettua il passaggio da questa vita all’altra.

Ma la cosa bella è che Gesù tiene in braccio l’anima di sua madre con la stessa tenerezza con la quale lei teneva in braccio lui da bambino. I gesti che la Madre faceva al Figlio, il Figlio ora li ricorda e li strappa alla morte. Abbiamo visto la Madre tenere tra le braccia il Figlio, adesso la situazione è rovesciata ed è il Figlio che porta in braccio Maria. Solo l’amore rende eterne le cose. Cristo risorto porta i segni dei chiodi a indicare che è veramente lui, assunto dall’amore del Padre non poteva rimanere in balia del sepolcro. Così il corpo di Maria che a motivo della maternità è stato tutto in funzione dell’amore non può essere lasciato in balia della putrefazione. Questa festa dell’assunzione è una festa dell’amore e solo gli amanti la possono capire perché loro sanno che ogni gesto di amore sarà ricordato per sempre.

Buona Festa dell’Assunzione a tutti.

dall’Eremo, 15 agosto 2023

 

NOTE

[1] Guerra mondiale a pezzi, vedere in L’Osservatore Romano.

[2] Il Dogma in occidente fu promulgato da Pio XII con la costituzione  Munificentissimus Deus il 1 Novembre 1950.

[3] Tropario t.1 dei grandi Vespri della festa della Dormizione.

[4] Bagatti B., Alle origini della Chiesa, LEV, Roma, 1981, p.75.

[5] San Giovanni Damasceno, In Dormitionem, I, PG 96:«Era conveniente che colei che nel parto aveva conservato integra la sua verginità conservasse integro da corruzione il suo corpo dopo la morte. Era conveniente che colei che aveva portato nel seno il Creatore fatto bambino abitasse nella dimora divina. Era conveniente che la Sposa di Dio entrasse nella casa celeste. Era conveniente che colei che aveva visto il proprio figlio sulla Croce, ricevendo nel corpo il dolore che le era stato risparmiato nel parto, lo contemplasse seduto alla destra del Padre. Era conveniente che la Madre di Dio possedesse ciò che le era dovuto a motivo di suo figlio e che fosse onorata da tutte le creature quale Madre e schiava di Dio».

[6] Bagatti B., La chiesa primitiva apocrifa, Roma, 1981, pg 75

[7] de La Potterie I., Κεχαριτωμένη en Lc 1,28 Étude exégétique et théologique, Biblica, Vol. 68, No. 4 (1987), p. 377.382

[8] Gaudium et spes n. 22; S. Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, nr 8.

[9] Dante, Paradiso, Canto XXXIII, 12

[10] op. cit PL 96, 717 AB.

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San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Con la sua assunzione al cielo la Vergine Maria è configurata al mistero del Cristo risorto

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica dei Padri de L’Isola di Patmos

CON LA SUA ASSUNZIONE AL CIELO LA VERGINE MARIA È CONFIGURATA AL MISTERO DEL CRISTO RISORTO

L’Assunta è «una festa che propone alla Chiesa e all’umanità l’immagine e il consolante documento dell’avverarsi della speranza finale: che tale piena glorificazione è il destino di quanti Cristo ha fatto fratelli, avendo con loro in comune il sangue e la carne»

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Autore
Simone Pifizzi

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Il 15 agosto, nel cuore dell’estate, mentre la maggior parte delle persone affollano i luoghi di villeggiatura per le vacanze, la Chiesa celebra una delle più belle e significative solennità mariane. Così il Santo Pontefice Paolo VI ne parlava:

«La solennità del 15 agosto celebra la gloriosa Assunzione di Maria al cielo; è, questa, la festa del suo destino di pienezza e di beatitudine, della glorificazione della sua anima immacolata e del suo corpo verginale, della sua perfetta configurazione a Cristo risorto; una festa che propone alla Chiesa e all’umanità l’immagine e il consolante documento dell’avverarsi della speranza finale: che tale piena glorificazione è il destino di quanti Cristo ha fatto fratelli, avendo con loro in comune il sangue e la carne (cfr. Eb 2,14; Gal 4,4)». [San Paolo VI, Esortazione Apostolica Marialis Cultus, 2 febbraio 1974, n. 6].

Il Cardinale Silvano Piovanelli, Arcivescovo metropolita di Firenze, dipinto olio su tela di V. Stankho (2011)

Il Venerabile Pontefice Pio XII, nella Costituzione apostolica Munificentissimus Deus (1950) scrive:

«I santi padri e i grandi dottori nelle omelie e nei discorsi, rivolti al popolo in occasione della festa odierna, parlavano della Assunzione della Madre di Dio come di una dottrina già viva nella coscienza dei fedeli e da essi già professata; ne spiegavano ampiamente il significato; ne precisavano e ne approfondivano il contenuto, ne mostravano le grandi ragioni teologiche. Essi mettevano particolarmente in evidenza che oggetto della festa non era unicamente il fatto che le spoglie mortali della Beata Vergine Maria fossero state preservate dalla corruzione, ma anche il suo trionfo sulla morte e la sua celeste glorificazione, perché la madre ricopiasse il modello, imitasse cioè il suo Figlio unico, Cristo Gesù […] Tutte queste considerazioni e motivazioni dei santi padri, come pure quelle dei teologi sul medesimo tema, hanno come ultimo fondamento la Sacra Scrittura. Effettivamente la Bibbia ci presenta la santa Madre di Dio strettamente unita al suo Figlio divino e sempre a lui solidale e compartecipe della sua condizione».

Questa antica testimonianza liturgica fu esplicitata e solennemente proclamata dogma di fede da Pio XII il 1° novembre 1950. A seguire il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa, si riconfermava questa dottrina dicendo:

«L’Immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria con il suo corpo e con la sua anima, e dal Signore esaltata come la Regina dell’universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, il Signore dei dominanti, il vincitore del peccato e della morte» (n. 59).

Il filosofo danese Søren Kierkegaard, più di un secolo e mezzo fa, scattava un impietoso fotogramma di ciò che sembra essere diventata la nostra società: una grande nave da crociera i cui passeggeri hanno dimenticato la meta del loro viaggio e neanche si curano delle comunicazioni sulla rotta date dal capitano, ma sono molto più occupati alle informazioni sul menù del giorno fornite con pedante insistenza dallo chef di bordo.

Alla luce di tante inchieste socio-culturali, la nostra società appare proprio così: schiacciata sul presente, dimentica dell’eternità e con orizzonti sempre più ristretti. Abbiamo cancellato dal nostro vocabolario aggettivi come “duraturo”, “permanente”, “definitivo”. Aveva visto lungo il filosofo quando diceva: «la cosa di cui ha più bisogno il tempo presente è l’eterno». La festa dell’Assunta diventa allora – in questo senso – una boccata di aria fresca che ci viene offerta dall’Eterno per disintossicarci dagli stupefacenti dell’effimero, del provvisorio, del “mordi e fuggi” e ci fa respirare l’aria pura per cui è fatto il nostro cuore: l’aria del cielo.

Nel prefazio proprio di questa festa mariana si prega così:

«Oggi la Vergine Maria, madre di Cristo e Madre nostra è assunta nella gloria del cielo».

Che cosa ha significato questo evento per Maria? La prima lettura – tratta dal libro dell’Apocalisse – ci presenta una «donna vestita di sole» che dà alla luce un bambino. Contro di lei si avventa un «enorme drago rosso» che con ferocia e voracità è pronto a divorare il bambino appena nato; ma questo viene rapito in cielo, mentre la donna trova riparo nel deserto e così si compie «la salvezza del nostro Dio e la potenza del suo Cristo». Nel simbolismo apocalittico, la donna rappresenta la Chiesa, il popolo di Dio che genera il Cristo, asceso definitivamente alla gloria del cielo con la Resurrezione. Contro Cristo, il drago ― il «serpente antico» ― sfoga la sua violenza più feroce e sadica, ma non riesce nel suo intento maligno; allora deve ripiegare sulla terra per inseguire la Chiesa e i suoi figli, ma neanche questo tentativo gli riuscirà. Anche se in questo testo non si parla direttamente di Maria, la liturgia ci propone questo brano per descriverci la Madre di Dio, nella quale la Chiesa riconosce la sua immagine più alta, il gioiello più splendido e prezioso.

Il Vangelo della solennità dell’Assunta ci presenta Maria ― incinta per opera dello Spirito Santo del Figlio di Dio ― che si reca in visita alla cugina Elisabetta, anch’essa miracolosamente feconda. In questa pagina evangelica ci viene donato ― oltre il Magnificat ― il vero motivo della grandezza di Maria e della sua beatitudine, ovvero la sua fede. Elisabetta la saluta con l’elogio più bello e più significativo che sia stato rivolto a Maria e che si potrebbe ― più fedelmente ― tradurre così: «Beata colei che ha creduto: ciò che le è stato detto, si compirà».

La fede è il cuore della vita di Maria. Non è la candida illusione di un buonismo ingenuo che pensa alla vita come una nave che scivola tranquilla verso il porto della felicità. Maria sa che sulla storia pesa la brutalità dei prepotenti, la boria sfacciata dei ricchi, la sfrenata arroganza dei superbi. Per i credenti, la salvezza non avviene senza l’esperienza della lotta e della persecuzione. Ma Dio ― Maria lo crede e lo canta ― non lascia soli i suoi figli, ma li soccorre con premura misericordiosa, rovesciando i criteri della storia scritta dagli uomini («ha rovesciato i potenti dai troni … ha disperso i superbi … ha rimandato i ricchi a mani vuote»).

Il Magnificat lascia intravedere il senso compiuto della vicenda di Maria: se la misericordia di Dio è il vero motore della storia, se è l’amore di Dio che avvolge per sempre tutta l’umanità, allora «non poteva conoscere la corruzione del sepolcro colei che ha generato il Signore della vita» (Prefazio). Non poteva finire sotto un cumulo di terra una donna come Maria che, concependo l’umanità del Figlio di Dio, aveva il cielo incorporato nel suo grembo. Ma tutto questo non riguarda solo Maria. Le «grandi cose» fatte il lei ci toccano nel profondo e in maniera irreversibile; parlano alla nostra vita e ricordano alla nostra memoria corta e svagata la meta che ci attende: la casa del Padre.

Guardando a Maria e confrontando alla sua luce la nostra vita comprendiamo che noi su questa terra non siamo dei vagabondi, con tanti affanni, con qualche momento di piacere raro e inusuale, alle prese con gusto amaro del dolore; e non siamo neanche i giocosi naviganti di una nave da crociera che un destino avverso tenta di guastare a tutti i modi e che alla fine si interrompe con un irreparabile e fatale naufragio. Come quella di Maria, la nostra vita è un pellegrinaggio, certamente incerto e faticoso e talvolta anche sofferto e penoso… una «valle di lacrime». Sì, ma costantemente accompagnato dal Signore Gesù che con noi cammina «tutti i giorni fino alla fine del mondo». È un pellegrinaggio che ha una meta sicura, l’incontro con quel Padre che tergerà le lacrime dei suoi figli affinché non ci sia più né pianto, né lutto, né lamento, né dolore.

Dio Padre fa risplendere «per il suo popolo», pellegrino sulla terra, un segno di consolazione di sicura speranza” (Prefazio); un segno che ha il volto di Maria, la pienamente beata perché ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore.

«Nel ventre suo si raccese l’amore» recita l’inizio del XXXIII canto del Paradiso di Dante che si apre con la Lode di San Bernardo alla Vergine Maria, posta alla testa di coloro che sono stati rigenerati dal medesimo amore e alla fine riceveranno la vita in Cristo, dopo che egli avrà annientato l’ultimo nemico, la morte (cfr. II lettura).

Non siamo quindi destinati a penare tutta la vita per ritrovarci alla fine magari con un cospicuo conto in banca, una macchina di lusso, una bella casa ma con la prospettiva di andare a marcire nei pochi centimetri cubi di un gelido loculo al cimitero, Siamo destinati a condividere la gloria di Maria, perché anche noi ― per grazia ― siamo simili a lei: figli con il cielo incorporato nel nostro DNA spirituale. Perciò ci rivolgiamo a lei perché, mentre si dipana il nostro pellegrinaggio terreno, rivolga a noi i suoi occhi misericordiosi, ci rischiari la strada, ci ricordi la meta e ci mostri, dopo questo esilio, Gesù il frutto benedetto del suo grembo.

Per un moto del cuore e per un bisogno di doverosa, struggente e grata memoria, vorrei concludere questa meditazione con le parole del Vescovo che mi ha ordinato presbitero, il Cardinale Silvano Piovanelli, autentico innamorato della Madonna. Il Cardinale concludeva tutte le sue splendide omelie con un accenno mariano che per noi, allora giovani seminaristi in servizio alla Cattedrale, era il segno che l’omelia stava per finire e dovevamo prepararci per l’offertorio! Così il Cardinale si rivolgeva ai fedeli in Cattedrale il 15 agosto del 1995:

«Le parole del tuo canto, o Maria, risuonarono dinanzi ad Elisabetta sulla montagna di Giuda. Oggi risuonano in questa Cattedrale a te consacrata, nelle innumerevoli chiese dedicate al tuo nome e dovunque si raccoglie la comunità cristiana. Risuonano soprattutto in quel santuario intimo che è il cuore di tante donne e di tanti uomini e nella coscienza profonda dei popoli poveri e sconfitti che custodiscono a tutti i costi la speranza. Tu, Maria, hai intonato un canto che cresce nel corso della storia, perché è il canto dell’umanità redenta. Noi vogliamo cantarlo con te. (…) Il canto al Vangelo proclama: “Maria è assunta in cielo; esultano le schiere degli angeli”. Se gli angeli esultano, noi abbiamo motivo di esultare di più; essi la onorano come Regina, noi la veneriamo come Madre; essi la guardano come Colei che li ha raggiunti nella gloria, noi come Colei che ci chiama a raggiungerla nella gioia, desiderosa com’è di portare a termine il compito che Dio le ha affidato dall’alto della croce. Rallegriamoci tutti nel Signore. Amen».

Firenze, 15 agosto 2023

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I Padri dell’Isola di Patmos

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La Chiesa come barca sulla tempesta è una attualità e realtà già raffigurata da Cristo stesso che ci fornì la soluzione della fede

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA CHIESA COME BARCA SULLA TEMPESTA È UNA ATTUALITÀ E REALTÀ GIÀ RAFFIGURATA DA CRISTO STESSO CHE CI FORNÌ LA SOLUZIONE DELLA FEDE

Gesù aveva già tentato di prendere una barca per andare in un posto e lì isolarsi, dopo aver saputo della fine violenta del Battista, ma il tentativo venne frustrato dall’accorrere della gente per la quale provò compassione

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Esistono fin dai tempi antichi molte rappresentazioni artistiche della barca come immagine della Chiesa, di cui si narra nella pagina evangelica di questa domenica. Ma non esistono, almeno a me non constano, raffigurazioni di Gesù che si ritira da solo a pregare. Salvo il caso del Getsemani, preludio della sua passione. Forse perché è più difficile rendere visibile artisticamente un’esperienza interiore, spirituale e privata. Eppure nel Vangelo i due momenti stanno insieme, chi ha composto questa pagina ha voluto che l’uno non si reggesse senza l’altro. Eccola:

«Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”» [Mt 14, 22-33].

Rembrandt Harmenszoon van Rijn, Cristo nella tempesta sul mare di Galilea

Gesù aveva già tentato di prendere una barca per andare in un posto e lì isolarsi, dopo aver saputo della fine violenta del Battista [Mt 14,12], ma il tentativo venne frustrato dall’accorrere della gente per la quale provò compassione. Non solo, davanti alla fame delle persone e all’impotenza dei discepoli[1] compì il gesto della moltiplicazione dei pani. Un atto che fu frainteso, stante anche la tradizione giovannea che dice:

«Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo […] “In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”» [Gv 6, 15-26].

Questo preambolo probabilmente spiega il rigo iniziale: «E subito costrinse i discepoli a salire su una barca». Non conosciamo le intenzioni nascoste di Gesù e possiamo fare solo ipotesi. Forse l’azione frettolosa unita alla costrizione dei discepoli a salire sulla barca aveva lo scopo di sottrarre lui e il gruppo che lo seguiva dallo snaturamento del significato teologico del gesto che aveva compiuto sui pani e, come attesta Giovanni, al fraintendimento del tipo di messianismo che Gesù intendeva e nel quale i discepoli potevano crogiolarsi. O forse perché effettivamente sentì l’urgenza di stare solo, su un luogo elevato a pregare. Per l’evangelista Matteo il monte è un luogo significativo. Grazie a lui il discorso delle beatitudini prende il nome di Discorso della Montagna. Su un monte Gesù si trasfigurò e su un’altura ormai risorto consegnò ai discepoli il mandato missionario [cfr. Mt 28, 16-20]. In questo caso è il luogo della solitudine e della preghiera. Gesù, nel capitolo sei di Matteo, aveva messo in guardia dalla preghiera ipocrita di chi vuol farsi vedere, preferendo quella nascosta, nel segreto della stanza [cfr. Mt 6, 5-6] e che soprattutto fosse rivolta a Dio chiamandolo nella forma intima e personale di “Padre”. Poco più avanti insegnò la preghiera comunitaria del Padre nostro che tutti conosciamo. Ciò che possiamo dire è che Gesù cercava questo rapporto personale, da solo a solo, con Dio, non uno qualsiasi, ma con il Padre suo. Nella preghiera sappiamo che Gesù, anche grazie ad altre tradizioni evangeliche, percepisse vivissima la sua coscienza filiale.

Ma c’è di più. Matteo dice che Gesù rimase staccato dai discepoli, invisibile dai suoi mentre intanto scendeva la sera e il buio. La barca coi discepoli a bordo aveva già guadagnato miglia da terra e il vento contrario la sballottava, rendendo la situazione precaria e pericolosa. È evidentemente una descrizione della situazione della Chiesa nel periodo post pasquale. L’episodio che ora si svolge ― Il cammino di Gesù sulle acque [Mt 14,24-33] ― riveste infatti una dimensione simbolica: il testo è metafora del cammino della Chiesa nella storia, nel tempo tra la Pasqua e la parusia. Gesù è in alto, sul monte, a pregare [cfr. Mt 14,23]: ovvero, è il Risorto che sta alla destra di Dio nei cieli e intercede per i suoi che sono nel mondo. Proprio questo importante rivestimento teologico e simbolico ha fatto dire anche a studiosi moderati[2] che l’episodio avesse poco o nullo valore storico. La qual cosa non toglie significato a un’esperienza che travalica il tempo e giunge fino a noi. Ovvero quella di una Chiesa che si muove su un elemento non stabile, con l’oscurità che impedisce di vedere i contorni, il vento che designa le contrarietà insite in ogni epoca, le onde che provocano turbamenti e nausea. Infine Pietro che se in altre circostanze ha espresso una fede forte e matura, qui manifesta una fiducia titubante e debole. E soprattutto in tutti l’incapacità di vedere il Signore che provoca sconvolgimento interiore e paura.

Matteo descrive la scena collocandola sul più ampio fondale del racconto dell’Esodo e della traversata del Mar Rosso, per significare che quello che i discepoli stanno facendo è un approdo verso la salvezza. Come già  nell’esodo dall’Egitto, anche ora i protagonisti sono in grave difficoltà e preda della paura. La presenza di Gesù che cammina sulle acque è evidente richiamo al Dio che ha salvato il suo popolo e che ha dominato le acque del mare:

«Sul mare la tua via [o Dio], i tuoi sentieri sulle grandi acque, ma le tue orme non furono riconosciute» [Sal 77,20]; «Così dice il Signore che aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti» [Is 43,16].

In particolare, il nostro testo contiene rimandi al capitolo quattordicesimo dell’Esodo in cui si narra il passaggio del mare. Se Gesù avanza verso i discepoli alla «quarta veglia della notte» ― ετάρτῃ δὲ φυλακῇ τῆς νυκτὸς [Mt 14,25], il momento della salvezza per i figli d’Israele, quando Dio mette in rotta gli inseguitori egiziani, scocca «alla veglia del mattino» [Es 14,24]. Per i figli d’Israele, il passaggio non è solo geografico, ma è anche passaggio liberatorio dalla paura [Es 14,10-13] al timore del Signore [Es 14,31]; è passaggio dal «vedere» l’avvicinarsi degli inseguitori [Es 14,10] al vedere la mano potente con cui il Signore li aveva salvati [Es 14,31]. La presenza del vento forte accomuna ancora i due racconti [Es 14,21; Mt 14,24]. Gesù si presenta ai discepoli dicendo «Sono io» [Mt 14,27], con un’espressione che corrisponde al Nome di Dio rivelato nell’Esodo: «Io sono». Insomma, siamo di fronte al cammino della Chiesa, cammino pasquale, cammino di salvezza, ma di una salvezza che non è così facilmente discernibile perché frammista a situazioni di contraddizione e sofferenza.

A questo punto sarebbe forte la tentazione di applicare questa narrazione alle vicende attuali della Chiesa. Ma chi conosce un po’ la storia sa benissimo che non è mai esistito un periodo tranquillo e pacifico per essa e che oggi non è più difficile che in altri momenti. Né che Pietro è più o meno fedele oggi che in altre epoche storiche, anzi. Il Concilio ha maturato una visione della Chiesa che la definisce così:

«(Essa) è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano»[3].

Quindi una realtà umana che conserva tutte le sue fragilità a cui è stata accordata la grazia della chiamata e della missione. E allora, se la Chiesa incontrerà sempre difficoltà, se onde e venti ne sballotteranno per tre veglie notturne la barca, qual è il dramma vero nel quale essa potrà incappare e dal quale sarà difficile uscirne se non attraverso una chiave particolare? È il dramma di ritenere Gesù, il Signore, un fantasma! «E sconvolti dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura».

Per questo scrivevo all’inizio che le due scene che compongono l’odierna pagina evangelica vanno a designare un unico quadro e sono inscindibili. Come giustamente notò Origene[4] Gesù quasi obbliga i discepoli a traversare il mare della storia, con tutte le difficoltà e le vicissitudini che questo comporta, quasi separandosi da loro, ritornando al Padre. Possiamo immaginare le difficoltà che essi ebbero dopo la morte di Gesù, al sentire che era Risorto, nel riconoscerlo vivo e vincitore della morte. Matteo lo segnala nell’ultimo capitolo prima del congedo: «Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono» [Mt 28, 17]. Però è a questi discepoli di poca fede che assicurerà una presenza costante, di natura diversa che la precedente, ma ugualmente efficace: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» [Mt 28, 20].

Egli, dunque, non si è separato da noi, come temevano quei discepoli sulla barca tremolante e lo stesso Pietro che disse: «se sei tu»; ma il necessario ritorno al Padre, simboleggiato dal suo salire sul monte da solo a pregarlo, è avvenuto perché Dio potesse essere “tutto in tutti” e l’amore di Lui e la sua salvezza, potessero essere riconosciuti nella Chiesa che diventa da ora in poi sacramento di unione col Signore e di unità degli esseri umani come diceva il Concilio.

Così giungiamo all’ultimo atto, a quella chiave o, visto il contesto, quella vela che permette di percorrere la traghettata senza paura, cioè la fede. Ce lo insegna l’episodio di Pietro che voleva camminare sulle acque come Gesù, ma sprovvisto di fede piena. Una tentazione pericolosa che può cogliere ogni stagione della vita della Chiesa, forse anche l’attuale. Quella di svuotare Cristo, di renderlo un fantasma o un ectoplasma ― Phanstasma estin, Φάντασμά ἐστιν ― mentre la Chiesa è intenta in altre cose, affaccendata in chissà quale opera preziosa o in qualche sistemazione delle sue strutture. Il Vangelo, come giustamente nota Origene, non dice che Pietro non avesse fede, ma che ne aveva poca[5]. Anche Elia, narra il primo libro dei Re nella prima lettura di questa domenica, condivide con Pietro una situazione di pericolo di vita. Dio gli passa accanto, ma non sarà presente nelle realtà rumorose ed eclatanti, come nel massacro dei profeti di Baal, bensì in una “sottile voce silenziosa” (Qol demamah daqqah דַקָּֽה דְּמָמָ֥ה ק֖וֹל)[6].

Il rimprovero di Gesù a Pietro, il suo stendere la mano e afferrarlo sono tutte azioni sacramentali che diverranno esemplari per la Chiesa. Gesù, infatti, non rimprovera Pietro affinché resti semi affogato nell’inadeguatezza, ma perché, attraverso questo momento veritativo, divenga consapevole della situazione in cui si trova e la mano di Gesù che lo afferra è un gesto di salvezza, guarigione e cambiamento, parabola di ciò che la Chiesa fa coi sacramenti che moltiplicano nel tempo l’amore e la grazia del Signore. 

La presenza di Gesù, colta attraverso la fede, sottile voce silenziosa, è fondamentale perché la barca che è la Chiesa ritrovi la sua tranquillità e i discepoli finalmente riconoscono la pienezza della forma divina del Signore, non più visto come un fantasma: «Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”».

Chiudo con una frase di un famoso libro di Dietrich Bonhoeffer:

«Il sì e l’amen sono il terreno sicuro sul quale poggiamo. Perdiamo continuamente di vista in questo tempo sconvolto la ragione per la quale merita vivere. Ci è consentito vivere continuamente vicino a Dio e in sua presenza e allora non c’è più niente di impossibile per noi non essendoci niente di impossibile per Dio. Nessuna potenza terrena può toccarci senza il volere di Dio e la miseria e il pericolo ci portano più vicino a Dio»[7].

Buona domenica a tutti!

dall’Eremo, 13 agosto 2023

 

NOTE

[1] «Ma Gesù disse loro: “Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare”. Gli risposero: “Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”. Ed egli disse: “Portatemeli qui”» (Mt 14, 16-18).

[2] John Paul Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, Volume 2, Mentore, messaggio e miracoli, 2002

[3] Lumen Gentium 1.

[4] «Può dunque darsi, ritornando al testo, che i discepoli sentendosi a disagio lontani da Gesù, non possano separarsi da lui neppure per caso, perché vogliono rimanere con lui; ma lui, giudicando che debbano avere la prova dei flutti e del vento contrario, che non ci sarebbe stato se fossero stati con Gesù, impone loro l’obbligo di staccarsi da lui e di salire sulla barca” (Origene, Commento al Vangelo di Matteo, Citta Nuova, 1998, pg. 215.

[5] Op. cit. Pg 218.

[6] 1Re 19, 12. La Bibbia Cei traduce: «il sussurro di una brezza leggera». Il testo masoretico ha: «Una voce sottile silenziosa».

[7] Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa, San Paolo, 2015.

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San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).

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Contro il vento del mondo, in fuga dalla incredulità che ci fa annegare

Omiletica dei Padri de  L’Isola di Patmos

CONTRO IL VENTO DEL MONDO, IN FUGA DALLA INCREDULITÀ CHE CI FA ANNEGARE

La fede infatti «è un atto personale: è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela». Dunque è una risposta che diamo a Dio e che certi giorni può essere più certa ed altri più insicura.

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari Lettori dell’Isola di Patmos,

ogni persona divenuta nostra amica si conosce sempre guardandola in viso, vedendo il suo sguardo. Poi sentendo le sue parole, nasce in noi una iniziale simpatia che può essere confermata tramite i gesti che esprime per noi, divenendo così amico. Nel bene e nel male, chi siamo e chi è il prossimo viene sempre testimoniato dai nostri gesti e parole. Questo accade anche nel Vangelo di oggi, in cui Gesù si fa riconoscere nella filiazione divina proprio a partire dalle sue azioni.

Nelle ultime settimane abbiamo ascoltato diversi discorsi in parabole del Signore. In questa XIX Domenica del tempo ordinario troviamo un episodio accaduto in mezzo al mare. Ecco il passaggio: dal discorso all’azione di Gesù. Perché Dio accompagna sempre ogni Sua Parola verso di noi con un gesto e un segno concreto.

In questo passo del Vangelo Gesù chiede agli Apostoli di salire sulla loro barca, che poco dopo si trova in mezzo a una tempesta e costretta a navigare contro vento. Questa situazione vissuta dagli Apostoli possiamo un po’ accostarla a noi oggi. Tradizionalmente, la barca, i Padri della Chiesa l’hanno sempre interpretata come il simbolo della Chiesa, il vascello di Cristo che ci fa navigare nelle acque del mondo. Anche oggi la Chiesa è nella tempesta col vento che le soffia contro, immersa in una società contemporanea contraria a qualsiasi invito o qualsiasi valore della nostra fede. La Chiesa, composta da tutti che la formiamo, clero, religiosi e laici, si muove in acque tempestose contro il vento delle mode materialiste.

Anche noi come credenti ci troviamo in questa condizione nelle situazioni più concrete: in famiglia, sul lavoro, con gli amici. Ancoriamoci alla forza e alla grazia di Gesù che davvero può aiutarci a essere testimoni credibili e credenti. Il Signore stesso porge un segno ai suoi Apostoli, per incoraggiarli ad andare avanti e perseverare anche navigando in tempesta e controvento. Vuole dare un segno per testimoniare che egli è il Figlio di Dio. Per questo si mette a camminare sulle acque, mostrando che le acque che avversano la barca gli sono sottomesse. Vuole mostrare agli Apostoli che affidandosi veramente a Lui con fede profonda, riusciranno a calmare quella tempesta. Questa la reazione degli apostoli:

«Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”»[Mt 14,22-33].

Pietro decide di camminare sulle acque, ma affonda, rischia di annegare. Così Gesù, rapidamente, lo raggiunge e gli mostra la sua incredulità che lo ha spinto a non affidarsi a Lui. Lo prende per mano e non lo fa annegare. Poi risale sulla barca con Pietro e, finalmente, la tempesta cessa. Solo in questo momento gli Apostoli lo riconoscono come Figlio di Dio.

Quelle di Gesù sono parole rivolte a tutti noi, spesso increduli e aridi, incapaci di affidarci a Lui. Anche noi credenti possiamo vivere questi momenti di aridità, li hanno vissuti anche molti santi e mistici, basti pensare alla “notte oscura della spirito” vissuta per quarant’anni da San Giovanni della Croce.

Troppo spesso vogliamo fare da soli a prescindere dalla grazia, o senza la grazia, come dice il Santo Padre, rischiando così di cadere nel pelagianesimo, quella eresia del V secolo che pretendeva che l’uomo si salvasse e facesse cose buone con sue sole forze. Al contrario, con parole che sento dolci e comprensive, Gesù dice a noi, come a Pietro, di avere una fede semplice e di affidarci a Lui. Impieghiamo la nostra responsabilità, la nostra virtù, doniamo a Gesù una fede vera e Lui saprà trasformare ogni momento della nostra vita in un capolavoro, dove bloccheremo tutte le tempeste spirituali ed esistenziali.

Gesù oggi ci esorta a prendere coscienza della nostra incredulità, per fare il passo di uscirne fuori, per fuggire da questa poca fede e dire anche noi «Davvero tu sei il Figlio di Dio e sei Signore della mia vita».

Chiediamo al Signore la grazia della fede viva e operante nell’amore, per poter guardare con occhi contemplativi e pieni di sapienza tutto il mondo, affinché il mondo ci possa restituire il progetto e lo sguardo D’Amore che Dio ha per tutti noi.

Così sia.

Santa Maria Novella in Firenze, 13 agosto 2023

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Le parabole non bastano mai, perché non passano e parlano all’eterno

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LE PARABOLE NON BASTANO MAI, PERCHÈ NON PASSANO E PARLANO ALL’ETERNO

«C’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare»

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Come un pittore che terminata l’opera appone la sua firma a lato del quadro, così Matteo, con una frase, sigla la pagina del Vangelo dove ha raffigurato, in forma narrativa, le parabole di Gesù, un intero discorso dedicato al Regno di Dio:

«Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» [Mt 13, 52].

Matteo il pubblicano [Mt 9,9] è divenuto ormai lo scriba sapiente che ha veduto compiersi in Gesù l’opera di reinterpretazione dell’antico deposito della fede, portando alla luce realtà nuove e inaspettate. Perciò invita i suoi lettori e i discepoli a diventare quei proprietari che non tengono solo per sé la ricchezza della novità insospettata del Regno, ma sanno anche offrirla generosamente.

L’abbondanza sulla bocca di Gesù delle parabole che descrivono il Regno di Dio non deve sorprendere, come pure la moltiplicazione di metafore, simboli e immagini. Perché esse vanno a comporre una realtà che continuamente eccede e supera ogni umana misura, pur rispettandola. Il Regno essendo appunto di Dio non è possibile circoscriverlo o rinchiuderlo in un’unica formula. Le diverse parabole sulla bocca di Gesù esprimono la complessità e la polisemia di questa nuova realtà teologica e chi le ha raccolte, come sarà per i Vangeli che sono quattro e non uno solo[1], ha sentito che ponendole una accanto all’altra, tutte insieme, avessero qualcosa di importante da dire riguardo al Regno di Dio che Gesù inaugura, spiega e rende presente.

Ma ecco finalmente la pagina evangelica di questa XVII domenica del tempo per annum:

«In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?”. Gli risposero: “Sì”. Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”».

L’ultima parabola è di tenore escatologico e la sua collocazione alla fine diviene importante poiché apre una finestra su come Gesù si poneva rispetto al mondo. La rete da pesca altrove, per esempio nell’ultimo capitolo del quarto Vangelo[2], simboleggiava ormai la missione della Chiesa e la necessità che tradizioni diverse — in quel caso la sinottica e quella giovannea — rimanessero unite perché quella era l’intenzione del Signore che aveva invitato i discepoli a pescare[3]. In questa circostanza la rete che viene tirata in barca è metafora del giudizio finale poiché si parla esplicitamente di “fine del mondo” o della storia.

Permettetemi di fare a questo punto una piccola digressione che spero non ecceda i limiti di questo commento al Vangelo domenicale. E ormai assodato che la predicazione di Gesù fosse improntata a una visione escatologica. Almeno da quando Albert Schweitzer agli inizi del ‘900 in un celebre libro pose fine all’esegesi liberale e alla prima tappa della ricerca sul Gesù storico affermando che lo stesso non poteva che essere pensato se non escatologicamente[4].

Nella sua predicazione Gesù si spinse oltre il pensiero dell’apocalittica giudaica che prevedeva un immaginifico evento futuro. Per lui esso è una realtà che è già oggetto di esperienza, un evento attuale in cui è ricapitolata la totalità della storia. il Regno di Dio in quanto tale, cioè il pieno dispiegamento della sua sovranità redentrice, non si è ancora realizzato, ma il tempo della fine è giunto e dunque, propriamente parlando, non c’è più sviluppo storico, bensì ricapitolazione di tutta la storia chiamata a giudizio. In Gesù e nella sua predicazione avviene come un processo di condensazione per cui il tempo si fa brevissimo. “Il tempo è compiuto ed è vicino il Regno di Dio: convertitevi, e credete nell’evangelo” [Mc 1, 14-15]. Ciò che qui viene annunciata è l’ora (il kairós) del compimento definitivo, l’avvento promesso del Regno, la grande svolta del mondo inaugurata da Gesù di cui sta per compiersi l’ultimo atto con la sua parusia. E il discepolo vive nel tempo condensato che va dalla risurrezione alla parusia. Per questo ora, a differenza dell’escatologia giudaica, occorre “fede nell’evangelo”, cioè in Gesù Cristo, nel Messia, che è presente come colui che è venuto e che viene[5].

Il giudizio su questo mondo certo avverrà alla fine, dice l’evangelo, ma il mondo stesso, nella predicazione di Gesù è entrato nella fase escatologica. Non si capirebbero altrimenti le esigenze radicali di Gesù rivolte ai discepoli e la sua lotta col maligno. Che non è lotta contro il mondo, ma contro colui che illude il mondo di poter essere autosufficiente, senza Dio e quindi di poter trovare senso solo in sé stesso e nelle sue realizzazioni. Contro questa potente illusione Gesù annuncia il Regno di Dio e contestualmente guarisce e risana e perfino fa risorgere dei morti.

Trovo illuminante questa affermazione sul cristiano che probabilmente uno come Frederick Nietzsche poteva controfirmare:

«Per questo, per questa sua coscienza nichilistica, la presenza del cristiano è insopportabile, e doppiamente insopportabile; perché nega significato alla radicale volontà di esserci e, dunque, nega la volontà di potenza, ma allo stesso tempo patisce in se stesso la passione del mondo. Egli non si sottrae all’aspirazione del mondo alla felicità, perché il Regno non è altro da questo mondo; e perciò egli vuole e si adopera per la felicità nell’ordine profano che continuamente trapassa, ma sa che nella felicità non è possibile permanere, poiché essa stessa aspira a trapassare. È il punto in cui il cuore si spezza: nella felicità estrema come nell’estremo dolore. Di questo  i Vangeli danno la rappresentazione sublime»[6].

Tutto questo preambolo che spero non sia stato prolisso mi serve per dire che le parabole di Gesù non sono affatto raccontini della buona notte, ma vanno prese tremendamente sul serio. E, tornando sui nostri binari, ci permette di capire le prime due parabole del Vangelo odierno. In entrambe due uomini trovano qualcosa di nuovo — poiché nelle parole e nei fatti di Gesù il Regno è il “novum” — e vendono tutto quello che hanno per farlo proprio[7]. Mentre il mercante è già uno scopritore di belle perle (καλοὺς μαργαρίταςkaloùs margarítas) e in questo senso è qualcuno che sta cercando qualcosa di straordinario e probabilmente di unico che manca alla sua collezione. Il primo, un uomo non ben identificato, invece, trova fortuitamente un tesoro. Forse per questo di lui viene sottolineata anche la gioia, perché il ritrovamento non se lo aspettava.  In tutti e due ciò che è centrale è il trovare ciò che finalmente basta alla loro vita e che preclude ad ogni ulteriore cercare. E’ a questo punto che mettono in vendita tutto quel che possiedono per acquistare ciò che hanno finalmente trovato. Essi devono aver compreso il valore unico e definitivo del Regno, ciò per cui val la pena rischiare tutto. Non c’è altro tempo da aspettare che questo o ulteriori tentennamenti, poiché questo è il tempo del compimento.

I due personaggi del Vangelo mettono così in atto un comportamento sapiente. Probabilmente è per questo che i curatori della Liturgia hanno accostato la pagina di Matteo alla vicenda del giovane Salomone che nella prima lettura di questa domenica cerca di ottenere da Dio «Un cuore docile» [1Re 3,9], ma riceve in contraccambio da Lui una perla ancor più preziosa, quella  di «un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te» e anche molto di più in ricchezze e gloria [1Re 2, 12-13].

A proposito della perla, Sant’Agostino, acutamente nota che il mercante cercava più perle, al plurale, e alla fine trova la singola perla per eccellenza che è Cristo, il Verbo in cui tutto si riassume:

«Quell’uomo, che cercava perle preziose, ne trova una veramente di gran pregio e, venduto tutto ciò che possedeva, la compra. Questo tale, dunque, nel ricercare uomini buoni con i quali vivere con profitto, ne incontra soprattutto uno che è senza alcun peccato: il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù. Forse anche egli era alla ricerca di precetti, osservando i quali potesse comportarsi bene con gli uomini, e incontrò l’amore del prossimo, nel quale da solo, al dire dell’Apostolo, sono contenuti tutti gli altri. Infatti non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza e ogni altro comandamento sono le singole perle che si riassumono in questa massima: Ama il prossimo tuo come te stesso. O, forse, si tratta di un uomo che è alla ricerca di concetti intellegibili e trova colui nel quale tutti sono contenuti, cioè il Verbo, che era in principio, era presso Dio ed era Dio: il Verbo luminoso per lo splendore della verità, stabile perché immutabile nella sua eternità e sotto ogni aspetto simile a se stesso per la bellezza della divinità: quel Verbo che quanti riescono a oltrepassare la copertura della carne identificano con Dio»[8].

Mi permetto di chiudere questo commento al Vangelo dell’odierna domenica riportando un apologo di M. Buber sul sognare di cercare e alla fine trovare. Poiché le parabole non bastano mai. 

«Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripetè per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin li dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: “E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch’io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra metà Jekel!”. E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata “Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel”. “Ricordati bene di questa storia — aggiungeva allora Rabbi Bunam — e cogli il messaggio che ti rivolge: c’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare”»[9].

Buona domenica a tutti!

dall’Eremo, 30 luglio 2023

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NOTE

[1] Il Vangelo quadriforme [cfr. Dei Verbum 18; Ireneo, Adv. Haer., III, 11, 8: PG 7, 885)

[2] Gv 21, 3.6.11

[3] «Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto… Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: “Signore, che cosa sarà di lui?”. Gesù gli rispose: “Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi”» (Gv 21, 20.22)

[4] Albert Schweitzer Storia della ricerca sulla vita di Gesù, Paideia, Brescia 1986, pp. 744 sgg.

[5] «Vieni Signore Gesù» (Ap 22, 20)

[6] Gaeta G., Il tempo della fine, Quodlibet, p. 96

[7] «Va’, vendi quanto possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi» (Mt 19,21)

[8] Sancti Aurelii Augustini, Quaestionum septendecim in Evangelium secundum Matthaeum liber unus, PL 35

[9] Martin Buber, Il cammino dell’uomo, Einaudi, 2023

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San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).

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Il mercante in cerca della perla del Regno di Dio

Omiletica dei Padri de  L’Isola di Patmos

IL MERCANTE IN CERCA DELLA PERLA DEL REGNO DI DIO

«Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra»

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

il tempo estivo può diventare un momento propizio per cercare di approfondire la nostra fede e i suoi contenuti. Esso è un periodo di libertà che è un tempo sacro in cui, come Dio, ci riposiamo. Per questo diventa un tempo in cui quel riposo può essere anche dedicato alle letture e alla preghiera. La nostra ricerca di Dio, del nostro stare con Lui non cessa mai di attuarsi. Scriveva il padre Henri De Lubac:

«La mente umana è così fatta che non può avere una verità e mantenerla, se non cercando e cercando sempre. Il riposo del pensiero equivale alla sua morte».

Nelle parabole di Gesù, che già da qualche domenica parlano del Regno, in questa XVII domenica del tempo ordinario ci si sofferma sulla ricerca continua del Regno. Una ricerca che per noi prosegue incessantemente. In effetti Gesù esprime tre parabole. Quella che mi sembra centrale è proprio quella del mercante e della perla di grande valore nella quale il Signore narra:

«Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra»

Gesù usa la similitudine del mercante. Una figura che doveva essere molto conosciuta al tempo dagli ascoltatori del Signore. Abbiamo innanzitutto un mercante che va in cerca. Un mercante che cerca è una persona molto attenta al territorio in cui sta cercando, ai movimenti degli altri cercatori e mercanti. È una persona che si è informata appunto prima di mettersi in viaggio, ha svolto ricerche sui luoghi dove cercare le perle prima di viaggiare.

Il mercante è la metafora del credente che coerentemente si pone alla ricerca di Dio. Noi cattolici abbiamo tre grandi “segnavia” sul sentiero della fede: la Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero. Queste sono le nostre fonti previe, con cui poi costruiamo il nostro atto di fede. Ognuno ha il suo personale sì al Signore, in cui costruisce la propria spiritualità e il suo modo di credere e vivere la fede.

Il mercante è in cerca delle perle. Fino a quando non trova la perla preziosa che poi decide di acquistare. Una perla che per gli ascoltatori del tempo è una pietra che ha un valore inestimabile, perché importata dall’India. Perciò il mercante è colui che va in cerca di diverse perle preziose e alla fine trova la perla, quella inestimabile per cui vende tutto.

Perché Gesù usa l’immagine della perla (margariten in greco)? La perla è immagine biblica che si trova in diversi passi. Ad esempio, nel Cantico dei Cantici (Ct 1,10) le perle sono i gioielli che l’Amata porta al collo. Mentre in Apocalisse, la perla è uno dei materiali con cui è costruita la nuova Gerusalemme (Ap 21,21).

La Perla che il credente cerca di acquistare è il regno di Dio. Questo regno di Dio se è assimilata alla perla di Cantico dei Cantici, potremo dire che è la Chiesa. Infatti, il Cantico tradizionalmente è ritenuto un dialogo di amore fra l’Amato che è Cristo e l’Amata che è la Chiesa. Se invece la perla è il materiale con cui è costruita la Gerusalemme Celeste, diremo che il Regno di Dio del quale appropriarsi in tutti i modi è il Paradiso.

Applicato il tutto a noi credenti che cerchiamo Dio, potremmo dire che la perla preziosa è raggiungere la vita Eterna in Paradiso, camminando nella Chiesa Cattolica, liberandoci da tutto ciò che ostacola la nostra fede. Così, anche le altre perle che sono di seconda mano, sono dunque quei beni sia materiali che spiritali che sembrano tali solo all’apparenza, ma che in realtà ci allontanano dalla comunione nella Chiesa Cattolica e con Dio, e che non ci fanno arrivare al Regno di Dio in Paradiso.

La metafora del mercante che vende tutto e va, infine mostra che il Signore ci pone su un cammino di fede in cui ci chiede di dare tutto per arrivare al regno, invita a sforzarci il più possibile di essere coerenti nella fede, mettersi in gioco sapendo che si perde tutto per guadagnare tutto (Fil 3, 8: R, Manes 211). Cioè che camminando sul sentiero verso il regno di Dio tutte le rinunce che avremmo fatto per arrivare in Paradiso, già da adesso saranno dei guadagni spirituali, un centuplo ottenuto con la grazia di Dio.

Chiediamo al Signore di essere mercanti sempre più desiderosi di ottenere le perle di Dio, per imparare ad amare tutto il mondo con la gioia di chi ha ricevuto il tesoro del cielo.

Così sia!

Santa Maria Novella in Firenze, 29 luglio 2023

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La patologia difensiva del «siamo solo noi» e la medicina curativa del Santo Vangelo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA PATOLOGIA DIFENSIVA DEL «SIAMO SOLO NOI» E LA MEDICINA CURATIVA DEL SANTO VANGELO

La patologia del “siamo solo noi” non è comparsa adesso ai nostri giorni, perché già Gesù, narra il Vangelo di Luca, fu costretto a rimproverare due apostoli, Giacomo e Giovanni, che, siccome il gruppo non era stato accolto dai samaritani, volevano invocare dal cielo fuoco e fiamme.

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La patologia del «siamo solo noi» non è comparsa adesso ai nostri giorni, perché già Gesù, narra il Vangelo di Luca, fu costretto a rimproverare due apostoli, Giacomo e Giovanni, che, siccome il gruppo non era stato accolto dai samaritani, volevano invocare dal cielo fuoco e fiamme.

Vasco Rossi in occasione della presentazione del film concerto Tutto in una notte, Live Kom 015′ a Milano, 14 marzo 2015. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

«Siamo solo noi» ripeteva Vasco Rossi in una sua vecchia hit [cfr. QUI] dove vi elencava situazioni nelle quali potevano riconoscersi quei suoi fans che condividevano i malesseri di una generazione di qualche tempo fa. Anche nella Chiesa, scossa dalle vicissitudini del mondo moderno, si è diffuso un certo qual malessere che potremmo definire del «Siamo solo noi». Esso compare tutte quelle volte che persone o gruppi di opinione manifestano scontento e lamentela, con la conseguenza di sentirsi come attaccati o assediati e perciò arroccati in posizione di difesa o in quella di appartenere alla sola élite capace di durare e comprendere ciò che convulsamente sta accadendo.

La patologia del «Siamo solo noi» non è comparsa adesso ai nostri giorni, perché già Gesù, narra il Vangelo di Luca, fu costretto a rimproverare due apostoli, Giacomo e Giovanni, che, siccome il gruppo non era stato accolto dai samaritani, volevano invocare dal cielo fuoco e fiamme[1].

Per guarire da questa condizione il Vangelo di questa domenica ci offre un farmaco che dal nome sembra proprio una medicina: la makrothimia (μακροθυμῖα), cioè la pazienza. È un termine che in verità non c’è nel brano evangelico proclamato oggi, ma ne esprime il senso. Lo troviamo, invece, nella seconda lettera di Pietro dove l’apostolo afferma:

«Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è paziente ― μακροθυμεῖ makrothimei ― con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» [2Pt 3, 9].

Questo per indicare che già nella primissima generazione cristiana c’era il desiderio di forzare i tempi e di mettersi al posto di Colui per il quale «[…] un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno» [2Pt 3, 8]. Ma ecco la pagina evangelica di questa sedicesima domenica per annum (Mt 13, 24-43):

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”». Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Come già ho cercato di spiegare [cfr. mia precedente omelia]. Gesù amava parlare in parabole presentando realtà immediatamente comprensibili tratte dal mondo contadino o casalingo come in questa domenica. Contestualmente, usando metafore, metteva in scena situazioni paradossali affinché la stessa realtà potesse esser vista diversamente da come la si percepisce abitualmente. Essa viene da Lui rimodellata non solo al fine di presentare una nuova etica, ma soprattutto per raccontare cos’è il regno di Dio, realtà che sfugge a qualsiasi appropriazione o catalogazione. È il mondo di Dio che Gesù rivela e vive e che continuamente spiazza.

La prima parabola del buon grano e della zizzania[2] si differenzia da quella del seminatore ascoltata domenica scorsa perché mentre lì si trattava di semina e ricezione del terreno, qui si descrive insieme alla semina (v. 24), anche la crescita del seme, la sua fruttificazione (v. 26) e la mietitura (v. 30). Tuttavia i lettori a differenza dei servi del padrone sono avvertiti subito che qualcuno, approfittando dell’oscurità della notte, ha seminato zizzania nello stesso campo. La scoperta della zizzania, operata dai servi, porta questi ultimi a esprimere il loro stupore e il loro sconcerto al seminatore (v. 27). Nelle loro parole si può forse cogliere anche una punta di sospetto o un dubbio sulla semina, e dunque sul padrone stesso. Ma la risposta del seminatore mostra che la presenza della zizzania in mezzo al grano non è per niente sorprendente, non deve stupire o far gridare allo scandalo. E così anche la reazione del lettore viene orientata non tanto a interrogarsi sull’origine della zizzania, ma sul come comportarsi constatandone la presenza. Lo spiazzamento del lettore, come dei servi, avviene lì. Non sradicate la zizzania, che tra l’altro è anche simile al grano, ma lasciate che le due piante crescano insieme: si rischierebbe infatti di strappare anche quelle di grano. La zizzania andrà certamente separata dal grano, ma a suo tempo. Non ora. Ora è il tempo della pazienza. La pazienza è forza nei confronti di se stessi, è capacità di astenersi dall’intervenire dominando l’istinto che porterebbe immediatamente a “far pulizia”. Ma questo non è l’agire di Dio. Dio è paziente e longanime.

Quante volte gli uomini si sono interrogati sulla presenza del male nella storia umana o nella stessa singola vita di ognuno di noi. Perché se seminiamo il bene talvolta ci vengono restituite cattiverie? Chi è questo operatore notturno che come nemico geloso dei buoni frutti della vita fa in modo che nascano tante situazioni nelle quali inciampiamo come su erbacce indesiderate?

Anche nella comunità cristiana può esistere questa commistione fra buono e cattivo, fra giusti e ingiusti come fu già nella piccola comunità di quelli che seguivano Gesù: qualcuno lo tradì, un altro lo rinnegò e alcuni pavidi se la dettero a gambe levate.

Però il Figlio dell’Uomo, Gesù, insegna ai suoi ad avere pazienza comportandosi come figli del Regno finché non verrà il giudizio che liquefarà ogni scandalo e bruttura. Scomparso il fumo delle opere dell’avversario ridotte a nulla, finalmente splenderà solo la luce del giorno senza tramonto[3].

Ma fino ad allora siamo nel tempo della crescita del Regno di Dio la quale può incontrare mille ostacoli e difficoltà. Ecco allora perché è importante imparare la pazienza di Dio stupendamente raffigurata dal libro della Sapienza nella prima lettura di questa Liturgia della Parola:

«[…] Il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere, e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento» [Sap 12, 19-20].

La comunità dei credenti, la Chiesa, è il luogo dove si fa esperienza di questa indulgenza divina ed essa, a sua volta, la testimonia al mondo. Come è espresso in queste belle parole del Concilio:

«La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, umiltà e abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio. Intanto, mentre va lentamente crescendo, anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi col suo re nella gloria».[4]  

Nelle parole del Concilio viene detto esplicitamente che la Chiesa non è il Regno di Dio, ma vi anela mentre cammina nel tempo. Poiché essa stessa è composta di santi e peccatori bisognosi della pazienza e della misericordia divine. Mentre una pianta spunta per rimanere sé stessa, o grano buono o zizzania, le persone possono cambiare, tornare indietro, cadere e pure pentirsi. Una miriade di santi è lì a testimoniarlo e lo stesso apostolo Paolo più volte lo ricorda nelle sue lettere. Nella seconda lettura di questa Liturgia si spinge ad affermare che neanche «sappiamo come pregare in modo conveniente» se non intervenisse lo Spirito di Dio a intercedere per i santi. Questo ci mette al riparo dal sentirci non solo già arrivati, ma anche migliori di altri, i soli puri e santi desiderosi di estirpare già da ora quanti secondo noi sono simbolicamente zizzania.

Nelle altre due parabole che seguono quella del grano e della zizzania Gesù parla del Regno come fosse un seme che da piccolissime e umili origini inaspettatamente diventa un albero capace di accogliere vita nuova, simboleggiata dai nidi che vengono costruiti fra i suoi rami. Un’esperienza che la Chiesa che si rifaceva alla tradizione del Vangelo di Matteo già sperimentava, perché composta di persone provenienti sia dal giudaismo che dal paganesimo. Oppure ne parla come del lievito che fa crescere una gran quantità di farina. Tre misure sono quaranta chilogrammi! La Chiesa gioisce nel vedere questa opera divina e ne prova meraviglia. Allo stesso modo di Sara alla quale Abramo chiese di impastare la stessa quantità di farina per accogliere il Signore presso la quercia di Mamre[5]. Per questo la Chiesa, come a suo tempo Abramo e Sara, è chiamata alla fede nelle opere di Dio. Poco più oltre, infatti, nel Vangelo di Matteo Gesù dirà:

«Se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spostati da qui a là” ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile» [Mt 17, 20].

Possiamo a questo punto capire che il Regno che Gesù amava declinare in parabole è una realtà divina che sempre ci trascende. Una riserva di grazia, per usare parole di una teologia più matura, che ci insegna ad avere pazienza verso i peccatori, misericordia e fede in Dio fino al compimento del tempo quando opererà il giudizio escatologico.

In questa direzione vanno anche le due preghiere di colletta che possono usarsi in questa Liturgia. La prima più antica recita:

«Sii propizio a noi tuoi fedeli, o Signore, e donaci in abbondanza i tesori della tua grazia”.

La seconda più nuova ci fa pregare così:

«Ci sostengano sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore, perché la tua parola, seme e lievito del regno, fruttifichi in noi e ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova».

Buona domenica a tutti.

dall’Eremo, 23 luglio 2023

 

NOTE

[1] «…Entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Si voltò e li rimproverò».  (Lc 9, 51-55)

[2] Pianta graminacea (Lolium temulentum), che infesta i campi di cereali.

[3] «Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli». (Ap 22, 5)

[4] Lumen Gentium, 5.

[5] «Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: “Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce» (Gen 18,6).

 

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San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il cento, il sessanta, il trenta nel seme di Dio

Omiletica dei Padri de  L’Isola di Patmos

IL CENTO, IL SESSANTA, IL TRENTA NEL SEME SACRO DI DIO

La fede infatti «è un atto personale: è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela». Dunque è una risposta che diamo a Dio e che certi giorni può essere più certa ed altri più insicura.

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari lettori de L’Isola di Patmos,

il tempo estivo è tempo in cui spesso molti di noi vanno in vacanza, specialmente nelle mete di mare. Inconsapevolmente stiamo facendo una scelta evangelica. Infatti, il mare è descritto nel brano evangelico di questa XV Domenica del tempo ordinario quale luogo in cui Gesù espone e spiega la parabola del seminatore. Una parabola che è una piccola mappa per tutti noi: una piccola chiave di lettura della vita di fede. Il mare, dunque, è il luogo dove Gesù offre chiarezza per il nostro cammino di credenti. Potremmo dire con il poeta Rainer Maria Rilke:

«Quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare, e il mare li annega e li manda via con i suoi grandi suoni larghi, li purifica con il suo rumore, e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disorientato e confuso».

Il brano del Vangelo di oggi è composto per lo più da una parabola, una delle poche che Gesù decide di spiegare direttamente ai discepoli mentre invece rimane in forma di narrazione per tutti gli altri che lo ascoltano in riva al mare. Gesù usa le parabole. I discepoli gli domandano perché, Lui risponde:

«Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. […] Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono».

Sembra una risposta sibillina. Invece il Signore vuole far capire l’importanza della parabola.

Vorrei soffermarmi un momento sul perché. In effetti, la finalità delle parabole consiste nell’illuminare circa la natura del regno e di aprire alla comprensione di cose nuove, ad esempio su come agisce Dio. La parabola è un racconto basato sull’avvicinamento e la comparazione di due realtà, una reale e una fittizia che si richiamano ma non coincidono. Essa contiene metafore che fanno riferimento a una situazione “diversa” rispetto a quella narrata. In tal modo le parabole spingono gli uditori a un esercizio che richiede intelligenza, fantasia, elasticità mentale e capacità riflessiva. Insomma: richiede a tutti di trasferirsi idealmente nel racconto fittizio per tornare al reale con un’acquisizione nuova. Dunque le parabole selezionano realtà quotidiane come elemento di comparazione, e allo stesso tempo manifestando il loro limite per far emergere la “sporgenza” o “eccedenza” della realtà a cui rimandano. In tal modo esse operano un passaggio verso ciò che supera la mente umana e permettono agli uditori di esporsi personalmente a ”l’inedito” e “all’inaudito” di Dio. Diventano così rivelazioni “dell’atmosfera” amorevole e tenera di Dio e lo rendono in qualche modo più accessibile, conoscibile e attraente per chiunque le ascolti[1]

Ecco perché nella parabola del seminatore troviamo in controluce tutta la nostra vita di fede. Gesù spiega bene nei dettagli e offre una fenomenologia dei diversi credenti. Il seme seminato lungo la strada, potremmo dire che è il credente non praticante. Il seme seminato sul terreno sassoso è il credente che facilmente è preda dei facili entusiasmi, incostante nel tempo che spesso va in crisi, senza una scelta definitiva nella fede. Il seme seminato tra i rovi è il credente distratto tra le mille voci del mondo e della cultura attuale, mosso da buoni sentimenti e da una buona pratica di fede, ma che non riconosce poi facilmente i peccati e i vizi del tempo e così li asseconda. Infine, il seme seminato sul terreno buono che produce cento, sessanta e trenta è il credente che crede con convinzione forte e si sforza di essere coerente nella pratica della fede, ma date le sue fragilità non sempre riesce a dare il massimo. Gesù accetta però anche quei piccoli gesti di fede e carità attuati con tenerezza ed amore.

Tutti noi possiamo essere uno di questi credenti, dal meno fervoroso al più fervoroso. Direi anche che ciascuno di noi può avere delle fasi in cui passa dall’essere seme infecondo sulla strada a seme piantato sul terreno buono. Questi quattro semi descritti da Gesù possono rappresentare anche un momento della nostra vita di fede, in cui siamo più aridi o più convinti.

La fede infatti «è un atto personale: è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela» [cfr. CCC 166] Dunque è una risposta che diamo a Dio e che certi giorni può essere più certa ed altri più insicura. A noi di essere sempre pronti a ricevere la grazia per un atto di fede sempre più fermo.

Chiediamo al Signore di crescere nella fede, per diventare un seme di vita eterna, un fermento sacro per tutto il mondo, affinché possiamo donare il nostro trenta, sessanta, cento al mondo sempre più orfano di Dio.

Così sia!

Santa Maria Novella in Firenze, 16 luglio 2023

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NOTE

[1] Cfr R. Manes Vangelo secondo Matteo, Ancora, 2019, 197 – 198.

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Il Vangelo narra che il seminatore uscì a seminare, non ci dice però che fece ritorno

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL VANGELO NARRA CHE IL SEMINATORE USCÌ A SEMINARE, NON CI DICE PERÒ CHE FECE RITORNO

Un missionario italiano ucciso nel 1985 in Brasile soleva dire: «Il seminatore uscì a seminare, ma non dice che poi ritornò». E proseguiva: «Il destino del seme non sarà differente dal destino del seminatore».

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Un missionario italiano[1] ucciso nel 1985 in Brasile soleva dire: «Il seminatore uscì a seminare, ma non dice che poi ritornò». E proseguiva: «Il destino del seme non sarà differente dal destino del seminatore».

Seminatore al tramonto, Vincent Willem van Gogh

Questa frase molto concisa condensa il cuore del messaggio evangelico di questa XV Domenica del Tempo Ordinario. Il Vangelo (Mt 13, 1-23) che verrà proclamato nella Liturgia della Parola si apre, infatti, con uno degli incipit più conosciuti di tutti i Vangeli: «Il seminatore uscì a seminare». A questo collegamento potrete trovare il testo nella versione più lunga[2].

Il brano da inizio al discorso in parabole[3] terzo dei cinque grandi discorsi che Matteo mette sulla bocca di Gesù ed è strutturato in quattro parti. Una breve introduzione (vv. 1-3a), la parabola del seminatore (vv. 3b-9) e la sua spiegazione (vv. 18-23). Nel mezzo (vv. 10-17) si trova una breve pericope che affronta la questione metodologica: perché Gesù parla alle folle in parabole?

La parabola è il genere che Gesù prediligeva quando voleva presentare, nella forma del racconto, una verità nascosta a partire da situazioni, esempi e realtà che i suoi uditori potevano immediatamente comprendere. È divenuta così un modello pedagogico che travalicando il tempo conserva il suo valore ancora oggi che viviamo nell’epoca del disincanto. Un’epoca, la nostra, in cui il simbolico possiede un forte impatto e proprio a questo tende il parlare in parabole di Gesù: cogliere il significato nuovo ed inaspettato della realtà, presentata simbolicamente. Mettendo in scena contadini e vignaioli, re e servi, pescatori oppure pastori, una massaia o una donna che ha perso una moneta, tutte realtà familiari agli uditori, Gesù parlò a questo modo del Regno di Dio, addirittura senza nominare Dio.

Ma l’immediatezza e la semplicità della parabola non devono ingannare, poiché essa ha anche un valore paradossale. Tutti conoscono i paradossi del filosofo greco Zenone di Elea[4] – famoso quello di Achille e la tartaruga – che avevano lo scopo di confutare la molteplicità e il movimento. Gesù invece, con le parabole, pone in essere realtà paradossali per invitare uditori e lettori a cogliere un senso ulteriore, altro, rispetto a ciò che normalmente si vede, crede e vive. L’inaspettato con Gesù abita la vita quotidiana.

Nessuno infatti getta del seme prezioso ovunque se non nei solchi preparati, nessuno dopo aver seminato frumento non si preoccupa più del terreno e aspetta solo la mietitura. Chi lascerebbe un gregge intero per andare a ritrovare una sola pecora perduta? Come fa un granello piccolissimo a diventare grandissimo? Chi dà la stessa paga a tutti senza guardare le ore di lavoro a giornata? Solo Dio e lo si può scorgere nell’agire di Gesù mentre annuncia il suo Regno. In fondo le parabole hanno questo come scopo: sorprendere e spiazzare per aiutare a rimodellare la realtà, guardandola altrimenti, secondo una logica nuova, quella paradossale del Vangelo, che Gesù incarna. Egli infatti è la parabola vivente di Dio o, come ebbe a dire Massimo il Confessore: «Egli è simbolo di sé stesso»[5].

Nella parabola di questa domenica il seme è simbolo, secondo la spiegazione che ne da Gesù, della Parola di Dio, realtà teologica che va ascoltata e compresa. La vicenda paradossale è che finisce su vari terreni generando tutta una serie di reazioni. La Parola divina, infatti, come dice il profeta Isaia nell’odierna prima lettura «non ritornerà a me senza effetto» allo stesso modo della pioggia o della neve che vengono dal cielo. Ora Dio «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» aveva detto Gesù nel Discorso della Montagna (cfr. Mt 5, 45). La Parola di Dio, dunque, non è una realtà misterica rivolta ad iniziati, ma si compromette con le situazioni umane accettando anche l’insuccesso che, nella parabola, è grande, poiché su quattro terreni ben tre non produrranno frutti. Nella spiegazione che ne da Gesù, riprendendo le parole gravi del libro di Isaia[6], le persone che non ascolteranno la Parola non faranno altro che irrigidirsi nella loro situazione, non potranno cioè cambiare la loro realtà né aprirsi alla novità del Regno. Sono quelli che hanno mancanza di interiorità, i superficiali che si lasciano portar via il seme della Parola dalla prima cosa che arriva, come fosse un passero svolazzante. Sono quelli che mancano di perseveranza perché per loro la vita è come un sasso che forse difende dagli assalti esterni, ma neanche fa mettere radici alle cose buone e belle. Gli uomini dell’attimo li chiama il Vangelo (πρόσκαιρός, proskairos v. 21) che prendono fuoco al momento. La Parola l’ascoltano eccome, ma se c’è da durare tutto diventa faticoso. Non avendo radici di fronte alla prima difficoltà abbandonano. Ci sono poi quelli che pur avendo ascoltato poi preferiscono le sirene della vita dietro a ricchezze e mondanità e perciò le preoccupazioni e le ansie li avviluppano come rovi e spine che non lasciano filtrare la luce che permetterebbe alla Parola di emergere e permetter loro di guardare e vivere la vita diversamente.

Infine ci sono quelli che, per usare l’immagine della parabola, sono la minoranza del terreno buono che porta frutto a secondo delle possibilità. Sono coloro che non solo sanno ascoltare, ma sanno anche comprendere la Parola. Ovvero sanno mettere insieme (συνιείς, synieis v. 23) componendoli Parola e vita costantemente. Della Parola hanno una comprensione profonda, spirituale e vitale. Ma non è facile, perché il terreno potrebbe diventar duro e refrattario anche per loro, sassoso o riempirsi di spine e rovi infestanti. Ecco allora la necessità di una costante vigilanza e un lavoro spirituale perché da semplici “uditori della Parola”[7] essa divenga una realtà che cresca con loro. Come nella felicissima espressione di Gregorio Magno: «Textus crescit cum legenti»[8] (Il testo cresce con colui che lo legge).

Possiamo porci a questo punto due domande, chi da la forza affinché la Parola cresca e dove trovo questa forza? Alla prima domanda si può rispondere ricordando un’altra parabola del seme che troviamo stavolta nel quarto Vangelo: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». (Gv 12, 24). Gesù sta parlando della sua morte sulla croce. Il redattore del Vangelo, infatti, reagendo all’affermazione di Gesù: «E io quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» commenta: «Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire» (Gv 12, 32-33).

Gesù dunque si paragona a un seme inviato dal Padre nel cuore della terra — «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3, 16a) —  e tutto questo amore che Gesù ha rivelato nel corso della sua esistenza si condenserà e porterà il suo massimo frutto proprio nel momento del suo morire, sulla croce. Secondo Giovanni il primo frutto della morte di Gesù è lo Spirito[9] che come acqua scende dal suo corpo morto verso i credenti: la madre ed il discepolo amato.

Questo Spirito non solo ha risuscitato Gesù dai morti[10] ma è l’ermeneuta che svela il senso della Parola di verità che è Gesù. Le sue parole, infatti, sono spirito e vita (Gv 6, 63). È dunque ormai lo Spirito di Cristo che aiuta i credenti ad essere quel terreno fecondo che sa accogliere la Parola e la fa comprendere perché porti frutti buoni.

In questo senso, secondo le parole del missionario riportate all’inizio di questo testo, Gesù, che si è fatto seme di amore fino alla croce, per mezzo del suo Spirito non smette di seminare la Parola e mai farà ritorno. Questa azione costante è espressa dalle parole del salmo responsoriale della Liturgia che annuncia:

«Tu visiti la terra e la disseti,
la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque;
tu prepari il frumento per gli uomini.
Così prepari la terra:
ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli» (Sal 64).

Nel tempo della difficile gestazione che l’intera opera creata patisce, come ricorda Paolo nella odierna seconda lettura. E, infine, per rispondere alla seconda domanda, è nella liturgia eucaristica Che la Chiesa sperimenta al massimo grado questa azione di Gesù e dello Spirito. Quando Egli nel brano del Vangelo di questa domenica afferma: «Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano» (v. 16) non sta privilegiando alcuni escludendo altri. È vero, l’esperienza diretta e concreta che fecero i discepoli di incontrare l’umanità di Gesù fu unica e irripetibile tanto da far affermare a Giovanni nella sua prima lettera: «Quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita» (1Gv 1,1).

Ma questa umanità, ormai glorificata del Verbo la possiamo “toccare” ancora oggi quando durante l’azione sacramentale, grazie al medesimo Spirito[11] che agisce sulla parola e sulle offerte eucaristiche, ascoltiamo di nuovo quella Parola e ci nutriamo di Cristo. Questa grazia scende abbondante, oggi, qui e ora, sul terreno che è la nostra situazione vitale, in qualsiasi condizione esso si trovi al momento, nella speranza che tutto questo dono, che è l’amore del Padre in Gesù per mezzo dello Spirito non vada perduto, ma porti frutto a sua volta.

Buona domenica a tutti!

dall’Eremo, 15 luglio 2023

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NOTE

[1] Padre Ezechiele Ramin, comboniano missionario in Brasile, fu ucciso il 24 Luglio 1985 mentre difendeva i piccoli agricoltori e gli indios nel Mato Grosso. San Giovanni Paolo II lo definì «testimone della carità di Cristo» durante un Angelus

[2] La liturgia prevede anche una forma più breve.

[3] Mt 13, 1-52.

[4] Zenone di Elea (489 a.C. – 431 a.C.) è stato un filosofo greco antico presocratico della Magna Grecia e un membro della Scuola eleatica fondata da Parmenide. Aristotele lo definisce inventore della dialettica.

[5] «Il Signore […] è diventato precursore di se stesso; è diventato tipo e simbolo di se stesso. Simbolicamente fa conoscere se stesso attraverso se stesso. Cioè conduce tutta la creazione, partendo da se stesso in quanto si manifesta, ma per condurla a se stesso in quanto è insondabilmente nascosto» (Cantarella R., Mistagogia ed altri scritti, 1931).

[6] Is 6,9-10.

[7] Rahner K., Uditori della Parola, Borla, 1967.

[8] Bori P. C., L’interpretazione infinita, L’ermeneutica cristiana antica e le sue trasformazioni, 1988.

[9] «E, chinato il capo, consegnò lo spirito» (Gv 19, 30).

[10] «E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi» (Rom 8, 15).

[11] Il vescovo orientale Mons. Neofito Edelby, il 5 ottobre 1964, durante i lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II lasciò un segno importante pronunciando queste parole: «La Sacra Scrittura non è soltanto una norma scritta, piuttosto quasi consacrazione della Storia della salvezza sotto le specie della parola umana, inseparabile però dalla consacrazione eucaristica nella quale si ricapitola tutto il Corpo di Cristo […] Non si può separare la missione dello Spirito Santo dalla missione del Verbo Incarnato. È questo il primo principio teologico di qualsiasi interpretazione della Sacra Scrittura. E non si può dimenticare che, oltre alle scienze ausiliari di ogni genere, il fine ultimo dell’esegesi cristiana è la comprensione spirituale della Sacra Scrittura alla luce di Cristo risuscitato».

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San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).

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I Padri dell’Isola di Patmos

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