Ancora sui “divorziati risposati”, il terzo round con Antonio Livi

ANCORA SUI “DIVORZIATI RISPOSATI”, IL TERZO ROUND CON ANTONIO LIVI
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La Chiesa non dice da nessuna parte che queste persone siano costantemente prive della grazia di Dio, ossia in peccato mortale. Anzi, già il permesso attuale che esse hanno di fare la Comunione spirituale, suppone che esse possano essere in grazia, giacchè, come si potrebbe pensare di fare la Comunione spirituale in uno stato di peccato mortale?

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Monsignor Antonio Livi mi ha rivolto nuove obiezioni sul suo sito Unione Apostolica Fides et Ratio [vedere QUI, QUI]; sito al quale potete accedere anche dalla home-page dell’Isola di Patmos scorrendo sulla destra sotto la voce “pubblicazioni e associazioni”. Ad esse rispondo. Le obiezioni sono numerate. A ciascuna faccio seguire la mia risposta.

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1. La Chiesa considera giustamente queste persone come in “stato di peccato”, ossia in una situazione oggettiva che li priva della grazia di Dio e che non consente loro di ricevere l’assoluzione sacramentale se non dopo aver mostrato al confessore segni concreti di conversione (pentimento interiore e riparazione esteriore), il che consentirebbe loro di tornare a uno“stato di grazia” e di potersi accostare alla Comunione.

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La Chiesa non dice da nessuna parte che queste persone siano costantemente prive della grazia di Dio, ossia in peccato mortale. Anzi, già il permesso attuale che esse hanno di fare la Comunione spirituale, suppone che esse possano essere in grazia, giacchè, come si potrebbe pensare di fare la Comunione spirituale in uno stato di peccato mortale?

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2. l teologo domenicano non vuol prendere atto della distinzione (che io gli ho già ricordato) tra “fattispecie” (evento ipotetico considerato in astratto) e “fatto” (evento concreto che può essere oggetto di esperienza soggettiva e intersoggettiva). Se egli avesse tenuto conto di questa logica distinzione, non continuerebbe ad accusare di “giudizi temerari” chi, come me, si limita a ricordare che, in base alla dottrina del Magistero, i battezzati che hanno divorziato e hanno istituito una pubblica convivenza adulterina sono oggettivamente (quanto all’oggetto morale dell’azione libera e responsabile) in stato di peccato mortale.

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Tutto quello che possiamo e dobbiamo dire o sapere in base alla dottrina della Chiesa, è che i due si trovano in uno stato di vita illecito, irregolare, assai pericoloso per le loro anime e sono di scandalo ai fedeli. Ma tra il sapere questo e il sostenere che essi si trovano incessantemente ed inesorabilmente in uno stato di colpa mortale, ci corre molto e sarebbe, come si dice in logica, una conseguenza più ampia delle premesse. Bisogna infatti distinguere lo stato di vita di una persona dagli atti morali di questa persona, ovvero dallo stato della volontà di questa persona. Lo stato di vita resta; la volontà può mutare da un momento all’altro dal bene al male e dal male al bene. Uno stato di vita può favorire od ostacolare il peccato o la grazia, ma non può causarli, perchè il peccato è causato dalla cattiva volontà, mentre la buona azione è causata dalla buona volontà mossa dall’azione divina della grazia, quella che i teologi hanno chiamato “premozione fisica”. Così, uno che si trova nello stato di divorziato risposato, può essere in grazia, mentre uno che ha abbracciato lo stato di Certosino, può essere in peccato mortale.

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3. Cavalcoli restringe indebitamente la fattispecie dello “stato di peccato” alla convivenza more uxorio (oggettivamente adulterina) tra persone che hanno divorziato dal legittimo coniuge. Con questa indebita restrizione della materia egli non tiene conto di tutte le altre gravissime responsabilità morali cui ho prima accennato, e poi finge di ignorare che la responsabilità morale è personale: non esiste una responsabilità di coppia, e quindi non esiste nemmeno la possibilità (prospettata, come abbiamo visto, dall’arcivescovo di Ancona) di “assolvere” la coppia come un unico soggetto morale.

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Purtroppo Antonio Livi mi fa dire quello che non ho detto. Primo, non ho mai detto che i due si limitino a compiere solo peccati contro la castità, ma, al contrario, ho accennato alla possibilità che compiano anche altri peccati. Secondo, non ho mai parlato di una “responsabilità di coppia”, perchè so benissimo che ognuno ha la sua responsabilità. Così uno dei due potrebbe essere in grazia e l’altro in peccato.

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4. Cavalcoli, che negli ultimi tempi, nella sua polemica contro i “lefebvriani” ha preteso che siano considerati «infallibili» gli insegnamenti del Vaticano II, che pure ha voluto presentarsi come un Concilio non-dogmatico (“pastorale”), adesso pretende che siano considerati «infallibili» anche tutti gli insegnamenti contenuti nel magistero ordinario, non dogmatico, ma meramente “pastorale”, di questo Papa. Allo stesso tempo, per giustificare i cambiamenti “disciplinari” (ma tali da implicare una radicale riforma dottrinale) che egli suppone e presuppone che il Papa voglia introdurre nella prassi pastorale sulla famiglia, Cavalcoli pretende che sia considerato meramente “pastorale”, e quindi riformabile, il magistero di san Giovanni Paolo II sul matrimonio: magistero che invece è indubbiamente dogmatico nelle intenzioni e nella materia, essendo questa già definita in termini teologico-morali irriformabili dalla Scrittura e dal Concilio di Trento. Si tratta insomma della legge di Dio, interpretata autorevolmente e proposta infallibilmente dalla Chiesa. Ciò nonostante, Cavalcoli, per quanto riguarda il sacramento del matrimonio e l’accesso ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia da parte di quei fedeli che vivono nel concubinato e non vogliono cambiare il loro stato di vita, insiste a dire che la Chiesa può e deve cambiare questa legge, considerandola di indole meramente “disciplinare”, quindi accidentale e provvisoria, quando invece si presenta come fondamentale e perenne.

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A seguito di quanto dichiarato dai Papi del postconcilio, dobbiamo invece dire anzitutto che il Vaticano II non è stato solo pastorale, ma anche dottrinale. E se per “infallibile” si intende semplicemente che le dottrine — si badi: le dottrine, non le direttive pastorali — del Concilio non contengono errori, che saranno sempre vere, e che non possono essere sbagliate nè adesso né in futuro, ebbene non vedo che problema ci sia a dire che sono infallibili, nel senso ovvio e corrente della parola, ossia “che non possono sbagliare”, anche se non ci sono nuove definizioni dogmatiche dichiaratamente infallibili. In secondo luogo, ho già spiegato sia sull’Isola di Patmos che in altre sedi che San Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio si è limitato semplicemente a ricordare, giustificare e raccomandare la legge ecclesiastica vigente, senza porre la questione se essa può essere mutata.

Ho già dimostrato in precedenti interventi sull’Isola di Patmos e altrove, che la norma attuale, per quanto conforme con la legge divina, non discende da essa in modo necessario ed unico, ma ne è un’applicazione pastorale tra altre possibili. Per questo, la Chiesa, in forza del suo potere giurisdizionale (il “potere delle chiavi”), per motivi che sta a lei giudicare, può mutarla.

Qui non c’è in gioco, come dice Antonio Livi, l’ “interpretazione”, ma l’applicazione della legge divina, la quale, nell’ampiezza delle sue possibili applicazioni, può ammetterne altre, diverse da quella attuale. Certo che l’interpretazione della legge divina è una questione dogmatica. E qui è chiaro che la verità è una sola. Ma qui invece si tratta di una questione pratica: come fare in modo che i sacramenti, nel rispetto della loro immutabile essenza, possano portare il massimo frutto di grazia possibile? Qui si aprono diverse soluzioni possibili. E qui si misura la sapienza pastorale della Chiesa.

In terzo luogo, vorrei chiedere ad Antonio Livi dov’è che io avrei dichiarato “infallibili” tutti gli insegnamenti del presente Pontefice. Semmai lo ho difeso da chi lo accusa di eresia. Ma questo penso di avere il diritto e il dovere di farlo.

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5. Cavalcoli si fa scudo delle pretesa intenzione di Papa Francesco di procedere in questa direzione.

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Al contrario, ho sempre detto che non presumo affatto di sapere ciò che il Santo Padre deciderà. Ho detto e dimostrato semplicemente che, se egli ritiene bene di concedere i sacramenti ai divorziati risposati, in casi speciali e a ben precise condizioni, ha la facoltà ed è libero di farlo, senza che lo si debba accusare, come fanno alcuni esaltati, di eresia.

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6. Cavalcoli vuole che la nuova disciplina sacramentale preveda che “in foro interno” si possa autorizzare un fedele a fare la Comunione «anche se non ha potuto ottenere l’assoluzione», proprio con la mancanza dei requisiti della vera contrizione e proposito di uscire dalla situazione illegittima. Di questi requisiti, come ho detto, è giudice il sacerdote confessore, il quale opera nel foro interno, ossia durante il colloquio al confessionale. Ma può egli, allo stesso tempo, negare al fedele l’assoluzione sacramentale – per oggettiva mancanza dei requisiti stabiliti dalla legge divina ed ecclesiastica sul sacramento della Penitenza – e “autorizzarlo” a fare ugualmente la Comunione in quanto soggettivamente convinto che tale penitente sia stato assolto da Dio “direttamente”, ossia per via extrasacramentale?

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Se il penitente si trova solo in stato di peccato veniale, non è privo della grazia. Per cui, dopo essersi purificato dai peccati con atti penitenziali personali, può fare la Comunione, anche senza confessarsi prima. Ma, come ho detto, è chiaro che, se il Papa concede ai due i sacramenti, anche costoro, se sono caduti in peccato mortale, dovranno confessarsi prima della Comunione, come fanno tutti gli altri fedeli.
Bisogna ricordare inoltre la dottrina della Chiesa, secondo la quale anche chi fosse caduto in peccato mortale e al momento non ha la possibilità di confessarsi, è perdonato da Dio in forza di un atto di contrizione o dolore perfetto, nella prospettiva di accedere al sacramento appena possibile e se sarà possibile.

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Varazze, 11 novembre 2015

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NOTA

Questo articolo è stato redatto dal teologo domenicano Giovanni Cavalcoli pochi giorni dopo l’uscita dell’articolo critico di Mons. Antonio Livi. Lo pubblichiamo solo adesso perché per una settimana il Padre Ariel S. Levi di Gualdo è stato impegnato nella predicazione degli esercizi spirituali al clero, mentre io, che in quei giorni mi trovavo con lui per assisterlo, non ho potuto a mia volta provvedere. Ultimato quell’impegno, abbiamo trattato vari argomenti legati a Cristianesimo e Islam in seguito agli attentati di Parigi. Questo il motivo per il quale abbiamo pubblicato questo articolo-risposta redatto l’11 novembre con diversi giorni di ritardo.

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Jorge A. Facio Lince

segretario di redazione

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Lo smarrimento del linguaggio teologico nell’arte sacra

– Arte&Fede –

LO SMARRIMENTO DEL LINGUAGGIO TEOLOGICO NELL’ARTE SACRA

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Quando la Chiesa cominciò a perdere nel XIX secolo la propria influenza sulle arti, l’artista fu inevitabilmente costretto a dedicarsi a forme artistiche più ristrette di natura effimera, quasi trascurando tutto ciò che per secoli era stato espressione del patrimonio della fede.

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Autore Licia Oddo *

Autore
Licia Oddo *

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Per troppi anni abbiamo dovuto subire le stravaganze e le pazzie di molte nullità nazionali e straniere; per troppi decenni abbiamo trasformato la vera arte in una moda effimera e vuota di ogni significato, tutto ciò solo per correre dietro a certe mode di oltre oceano, solo per apparire aggiornati, moderni di avanguardia.

Quirino De Ieso [Benevento 1926 – Noto 2006]

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Quirino De Ieso, il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio e della sua passione e morte, 2005

Le vicende artistiche del Novecento hanno inevitabilmente contrito il concetto di arte contribuendo spesso a infonderle un significato dissacrante della rappresentazione, perché scevro da ogni credibilità in quei valori umani e cristiani che un tempo ne decretarono il successo mediante il mecenatismo della Chiesa Cattolica ed il sensus fidei che animava gli artisti.

Quando la Chiesa cominciò a perdere nel XIX secolo la propria influenza sulle arti, l’artista fu inevitabilmente costretto a dedicarsi a forme artistiche più ristrette di natura effimera, quasi trascurando tutto ciò che per secoli era stato espressione del patrimonio della fede. Lo stile artistico del Novecento, pur essendo profondamente rivoluzionario è pur tuttavia detentore di quei cardini che hanno contrassegnato la storia dell’arte nei secoli, ne risentì molto. Del resto l’arte [1] ha sempre mostrato il medesimo processo evolutivo. Il nuovo è presto vecchio [2], l’innovazione diventa tradizione ed il presente diventa passato ma quest’ultimo è pur necessario a quello, che lo segue nel tempo per una prospettiva futura: muta la forma, alla base di ogni vicenda, come di ogni estetica.

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IL BATTESIMO DI GESU - CM. - 50 X 100

Quirino De Ieso, Battesimo di Gesù al fiume Giordano, 1995

A tutti noi è evidente che la nostra società, già da parecchi anni, si sta evolvendo verso la amoralità, non ultimo attraverso la distruzione delle proprie stesse radici cristiane, che sono anche patrimonio d’arte. Cosa è auspicabile dunque per provocare un’inversione di tendenza e frenare la caduta dei valori umani strappando al pericolo della superficialità la rappresentazione artistica che del sacro è la più fedele interprete? Per rispondere a questo quesito nel quale il pittorico diviene espressione di fede e l’arte una manifestazione del trascendente metafisico, è di gran lunga interessante lo studio, frutto della contemplazione dell’opera del pittore contemporaneo postumo Quirino De Ieso, nelle cui tele egli traduce il mistero dell’universale, ed il teologico in pittorico [3]. Secondo l’opinione di De Ieso, è pur evidente che l’arte presenta mille volti, dal sacro al profano, ma è pur vero che è il «concetto stesso di arte» che ha una derivazione squisitamente spirituale, divina, è una delle manifestazioni umane più devota dell’amore dell’uomo nei confronti del suo Creatore. Egli interpreta la Verità nell’aspetto spirituale e sacro, ma indagata all’interno del nostro animo, perché, come afferma il maestro: «il mistero dell’Arte è quello stesso dell’Universo, nell’una e nell’altro sono presenti la verità e l’amore cristiani». Nel momento in cui l’artista raggiunge la consapevolezza di tale Verità, solo allora il suo lavoro può elevarsi a dignità di opera d’arte, dando vita al capolavoro.

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Gesu pescatore di uomini particolare cappella funeraria Noto

Quirino De Ieso, Gesù che dice ai suoi discepoli «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini» [Mc 1, 14-20], particolare di una cappella funeraria di Noto, 1995-1996

De Ieso sostiene che solo una ricerca interiore è in grado di produrre un simile miracolo. Tale ricerca sta proprio nel mondo dell’Arte, la musica, la poesia, la pittura, la scultura. Arte dunque come ricerca interiore. Si pensi in tal senso al modo in cui Dante Alighieri traduce in rima poetica ed immagini, nel XXXIII Canto del Paradiso, i misteri della fede esposti da San Tommaso d’Aquino nella sua Summa Theologiae; immagini che in seguito, Sandro Botticelli, raffigurerà attraverso i suoi celebri disegni illustrativi della Divina Commedia [cf. QUI]. Ma è pur vero che molti valori determinanti per la nostra società sono stati svuotati del loro contenuto reale, contaminati da effimere grandezze, calpestati da una progressiva involuzione etica. E se l’Arte si riduce a tele vuote, bruciacchiate, tagliuzzate, a tele semplicemente imbrattate di colore, a pietre levigate solo dalle acque dei fiumi, a lamiere contorte e arrugginite, allora l’Arte è morta? No di certo. Per fortuna, ad ogni caduta segue sempre una risalita; pertanto, prima o poi, l’Arte autentica, intrisa di sentimento passionale, morale, sociale, cultuale, che morta non è, ritornerà a trionfare e, ancora una volta ci condurrà sulla via della bellezza, della purezza, della gioia e dell’amore.

Nelle opere di questo artista si percepisce quell’indagine spirituale che egli traduce in vere e proprie rappresentazioni mistiche, sia astratte, sia retinate (tecnica quest’ultima di sua mera invenzione) frutto delle sue meditazioni e che sfociano in una vera e propria dissertazione filosofica del significato della parola Arte, proferendo persino un attacco diretto nei confronti dell’arte contemporanea.

In questi anni gli interessi dei singoli e l’avidità dei traguardi economici hanno fatto dimenticare alla civiltà i suoi reali obiettivi per mostrarsi degna di essere definita tale. La fiducia nell’operato senza pregiudizi, la solidarietà del gruppo in funzione del raggiungimento di comuni traguardi, l’etica di una condotta scevra da ogni contaminazione egoistica sono stati sostituiti dal puro superficialismo della semplice apparenza, quale surrogato per rimpiazzare la realtà e condurre al risultato di distruzione di massa, addivenendo così ad una terra inquinata da non potere garantire la sopravvivenza dei suoi abitanti e negare la speranza del domani ai posteri. Commenta il maestro:

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«Per troppi anni abbiamo cercato la novità a tutti i costi, come se ciò fosse il fine principale dell’arte; e non abbiamo capito che la novità, l’originalità non sono conquiste che vengono dall’esterno ma dal nostro interiore, dal nostro cuore e dalla nostra mente; esse sono conquiste che si ottengono solo attraverso un lavoro serio, continuo, sofferto, lungamente meditato. Solo così si può arrivare a conquistare un linguaggio personalissimo ed efficace, sempre frutto, oltre che di talento, anche di lunghi anni di durissimo lavoro, durante i quali l’artista scava nel suo animo e si confronta col mondo esterno e con i problemi della società in cui egli vive».

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IL MISTERO DELLA CROCIFISSIONE DE IESO

Quirino De Ieso, Il mistero della crocifissione, 2001

Per rendere evidenti simili concetti non si può prescindere dai mezzi tecnici che della rappresentazione iconografica sono la più efficace espressione, quali la pittura o la scultura. In effetti secondo l’autorevole parere di questo grande maestro dell’epoca contemporanea, nella nozione di arte si dovrebbero distinguere due sensi o percezioni: uno generico o comune, ed uno puro o spirituale.

Fino a oggi nessun autore ha compiuto una netta distinzione delle due percezioni attribuendovi separatamente i dovuti significati specifici, ma ha mostrato l’arte come il frutto di questa combinazione, senza riflettere a ciò che vi sia dietro veramente. È risaputo infatti che tutti gli autori sono d’accordo nello stabilire che “Arte” significhi genericamente: lavoro dell’uomo risultante da studio, dalla pratica e dall’ingegno nel conseguire un determinato effetto; il complesso delle regole o precetti necessari a quello: astuzia; finezza; capacità di sapersi regolare per arrivare ad uno scopo, e tutto diventa quindi sinonimo di professione, mestiere, ufficio esaurendosi a tale definizione. Da queste prime interpretazioni si evince che mentre per il primo senso (generico) è abbastanza evidente per tutti un significato, non lo è così per il secondo (spirituale), o meglio quest’ultimo sembra non essere tanto comprensibile a tutti, ma solo a pochi, a coloro che appartengono a quella schiera di eletti capaci di leggere e di leggersi dentro. “Arte” intesa in senso puro e spirituale significa:

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«elevazione dell’anima a Dio, contemplazione della grandezza e della potenza di Dio chiaramente visibile nella meravigliosa Natura che ci circonda; ricerca della bellezza Divina nei suoi diversi aspetti trasfusi in tutto il creato; ricerca dell’armonia della perfezione del Signore nella sua opera; ricerca dell’Ordine della “Verità” universali; punto di contatto tra la materia e lo spirito, anello che congiunge gli uomini al Padre e alla Madre Celesti».

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Quirino De Ieso Il mistero della crocifissione, La Vergine Maria con Maddalena e l’Apostolo Giovanni sotto la croce, 2003

L’arte nasce col mistero della creazione dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio [cf. Gen 1,26]. Nell’uomo il Creatore infonde quel naturale spirito creativo che a poco a poco diverrà arte espressiva nelle sue varie forme. Da quel momento l’Arte nelle sue diverse manifestazioni è stata sempre la più intima compagna dell’uomo per se stesso ma anche per il suo rapporto con Dio, e lo sarà certamente fino all’eskaton, quando Dio darà vita a nuovi cieli e nuova terra.

L’uomo non si accontentò di cercare lo spirituale e mettersi in contatto con esso solo attraverso l’espressione figurativa ossia la rappresentazione iconografica del suo pensiero, cercò di arrivare ad esso anche con un mezzo più rapido: verbalmente, cioè con la preghiera intesa come strumento e mezzo di comunione con Dio, ed anch’essa arte, nelle sue varie forme espressive poetiche e musicali. Certo, la preghiera dei primi uomini non era comunque quella concepita da noi, poiché il loro modo di vedere e di pensare di uomini antichissimi era ben diverso dal nostro, ma non per questo dobbiamo pensare che la loro preghiera e il loro concetto di soprannaturale fossero sentiti con calore e sincerità minori di come li sentiamo oggi, perché lo spirito e il desiderio di elevazione e di slancio mistico verso una dimensione metafisica che alberga nell’animo umano è da sempre vivo, ma è certamente cambiato il modo di manifestarlo attraverso i secoli, rischiando talvolta di perdersi strada facendo.

È nota ai più, la lunga strada che l’arte ha percorso con le sue parabole ascendenti e discendenti. Ad ogni periodo di maggiore splendore è seguito sempre un periodo di declino. Ci si chiede: perché ci sono stati questi alti e bassi in campo artistico? Non si deve certo pensare ad una più o meno scarsa intelligenza dell’uomo come spesso la maggior parte dei critici di tutti i tempi ci ha voluto dimostrare con le loro più o meno profonde osservazioni. La vera ragione che secondo De Ieso ha sempre causato alti e bassi è di tutt’altra natura, è introspettiva. È risaputo infatti che in tutti i tempi gli artisti hanno sempre cercato un mezzo o una maniera efficacissima per astrarre la realtà delle cose e della natura, per far comprendere agli spettatori il contenuto delle loro opere, o meglio per mettere in rapido contatto lo spirito del contemplatore con lo stato d’animo contenuto nelle loro opere [4].

Crocifissione, 1954

Quirino De Ieso, il Cristo crocifisso in mezzo ai due ladroni, opera giovanile, 1954

Solo quando gli artisti riuscivano a trovare questo mezzo efficace di astrazione, l’arte si avviava per quella strada che l’avrebbe condotta alle più alte vette, ossia alle più sublimi realizzazioni artistiche. Solo dal dialogo interiore attraverso una netta introspezione dell’artista con se stesso elevando il suo spirito a Dio, poteva accadere questo. Quando questa maniera di astrarre fu sfruttata al massimo, gli artisti successivi per non ripetere la stessa strada dei loro predecessori furono costretti a cambiar via. Per fare ciò, dovevano trovare una nuova maniera di “astrarre” e che nello stesso tempo fosse altrettanto efficace quanto quella già universalmente accettata. Purtroppo, cercando al di fuori del loro essere, gli artisti sono riusciti a catturare quello che la realtà triste di questi ultimi scampoli di progresso tecnologico offre loro, restando mediocri e paralizzati nella rappresentazione, che non è scaturita dallo spirito di cui l’uomo è portavoce, ossia dalla consapevolezza dell’esistenza del divino, ma piuttosto dalla vuota esteriorità che prima di tutto è spesso vile apparenza senza sostanza.

Arte è prima di tutto esperienza di vita e come tale si sviluppa unitamente alle emozioni, al percorso sociale, culturale ma soprattutto spirituale che l’uomo-artista compie nella sua esistenza. Essa è indubbiamente fenomeno sociale ed espressione della vita stessa, cambia col mutare della società e delle esperienze dell’uomo. Ma in questo continuo “divenire” l’arte deve pur mantenere lo spirito essenziale della sua essenza, attraverso quella serie di interrogativi esistenziali che l’individuo si pone, e che non è il linguaggio dei segni che si modifica a seconda delle varie epoche, almeno non è solo quello, ma piuttosto è linguaggio universale, catechetico. Numerose sono infatti le pitture ― in particolare gli affreschi impressi in molte nelle chiese tra il XIII e XVI secolo ― che sono vere e proprie tavole illustrative del catechismo per il Popolo di Dio; basti citare, tra le numerose, quelle del Duomo di San Gimignano [vedere QUI].

Quirino 1

Quirino De Ieso, Il mistero della risurrezione del Cristo, 1996

La “Verità” pura nell’universo, nel suo duplice aspetto, materiale e spirituale, ma anche catechetico, si esprime attraverso l’arte, ancella della comunicazione universale e da secoli posta a servizio del divino, del sacro, attraverso un travagliato cammino per il raggiungimento di una catarsi dell’interiorità dal vizio, dal disordine morale per arrivare al recupero dei valori etici, obiettivi preposti e perduti a causa dell’esteriorità con cui oggi gli artisti si approcciano ad essa senza guardarsi dentro, secondo il monito evangelico: «Il regno di Dio è dentro di voi» [cf. Lc 17,21]. In questa interiorità alberga il seme di grazia della Verità, quindi lo spirito essenza della vera arte, quella capace di percepire il divino e manifestarlo attraverso i messaggi espressivi propri delle arti.

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Quirino De Ieso, La discesa dello Spirito Santo nel cenacolo sopra gli Apostoli e la Vergine Maria a Pentecoste. Affresco centrale, Chiesa del Sacro Cuore in Noto, 1999.

Particolarmente vicino alla teologia paolina, Quirino De Ieso soleva dire che senza la vittoria dell’uomo su se stesso (a causa della mancata analisi introspettiva) vi sarà la sconfitta universale, con l’infelice prospettiva di diventare l’uomo “dinosauro” del duemila, ossia specie destinata all’estinzione. Ma l’uomo, il solo granello pensante dell’universo, quali strade può percorrere per ritrovare se stesso? Solo dalla personale ricerca interiore può scaturire la nuova forza vitale capace di ricollocarlo al primo posto della scala degli esseri viventi. Chi prevale? La bestia o l’angelo, il compiacimento o il rimpianto, la concretezza o la fantasia, la dόxa o il logos, la fede o la scienza, la realtà o l’illusione, la vittoria o la sconfitta? Dove collochiamo il nostro io: in un turbine senza fine, oppure in un sereno romantico scorcio della nostra terra? Chi domina il nostro pensiero: incubi nati da antichi tormenti, o speranze di felici orizzonti? Ed è così che dall’intreccio di una rete intessuta con ardua impresa l’Altissimo scruta l’uomo in trepidante attesa nella risposta alla ricerca e scoperta della Verità.

Sia che ci scopriamo prosecutori di primordiali istinti, sia che ci valutiamo figli di una Creatura celestiale naufragata in un mondo dominato da discutibili passioni in seguito alla cacciata dell’uomo dal Paradiso terrestre [cf. Gen 3, 23-24], scopriremo comunque che la ricerca interiore che vivifica il mondo dell’Arte ci guida in una affascinante avventura nella Natura che ci circonda, e di cui facciamo parte integrante come il vento, i fiumi, le stelle, il sole, mirabili opere di Dio che, nonostante il rifiuto dell’uomo corrotto nella propria primordiale essenza dal peccato originale e abbandonato spesso alla grettezza prevaricante delle sue passioni, non ha mai cessato di venirci incontro e di amarci nel corso dell’intera storia della nostra esperienza umana, sino all’incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo [cf. Gv. 1,1].

Il doppio interrogativo che De Ieso pone ed impone attraverso le sue opere ai suoi interlocutori sull’uomo e sulla Natura quale opera del Creato, non è dunque una fredda interrogazione filosofica, ma la domanda viva ed assillante di chi vuole additare i grandi problemi dell’oggi e collaborare nei rimedi per la salvezza dell’umanità e del suo naturale ambiente, mediante l’espressione più raffinata della produzione umana che è l’arte, testimonianza materiale ed immateriale avente valore storico di civiltà quale carta di identità di un popolo, procedente al recupero affannoso di quell’identità smarrita e forse perduta per sempre, dopo che l’uomo uscì dall’antico Giardino di Eden, verso il quale è stato nuovamente ricondotto dal Cristo Redentore, fattosi nuovo Adamo, perché «come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» [cf. I Cor 15,22].

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* storica dell’arte

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Per leggere la recensione tratta dalla rivista Le Sicilie cliccare sotto

Licia Oddo – Jorge A Facio Lince: «QUIRINO DE IESO TRA ARTE E KOINÉ»

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NOTE

[1] C.Vicari, Come l’800 fu la premessa all’arte contemporanea, in l’Arte italiana nella seconda metà del XX sec.: Tradizione e Avanguardia, Piacenza, 1980, p.5
[2] Ossani Silipo, Carattere Generale dell’Arte tra il nuovo e l’antico, in l’Arte italiana nella seconda metà del XX sec.: Tradizione e Avanguardia, Piacenza, 1980, p. 21
[3] Ariel S. Levi di Gualdo, Le Sicilie, pag. 96 [cf. QUI]
[4] Tale interpretazione è quella che nella comprensione dell’opera d’arte di Panofsky,corrisponde ad una terza ed ultima fase che fornisce il significato intrinseco dell’opera stessa: l’analisi iconologica. Coglie al di là dei motivi e al di là delle storie i valori simbolici, valutandone le tendenze politiche, religiose, filosofiche e sociali sia nella personalità dell’artista che nell’epoca in cui egli vive.

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Quirino Di Ieso

una delle ultime immagini del pittore Quirino De Ieso, 2006

 

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Islamismo e il mistero cristologico: Cristo ha promesso che le porte degli inferi non prevarranno sulla Chiesa, non ha detto che non crollerà l’Europa

ISLAMISMO E IL MISTERO CRISTOLOGICO: CRISTO HA PROMESSO CHE LE PORTE DEGLI INFERI NON PREVARRANNO SULLA CHIESA, NON HA DETTO CHE NON CROLLERÀ L’EUROPA

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Sempre resta vera la promessa di Cristo che portae inferi non praevalebunt. Cristo però non ha detto che non crollerà l’Europa, ma che non sarà distrutta la Chiesa. Non sono la stessa cosa. Oggi l’Europa rischia di presentare all’Islam il quadro di una civiltà in disfacimento morale e culturale, che, avendo dimenticato le sue radici cristiane e la solidità della sapienza greco-romana, è tornata a costumi barbari e pagani dissolventi, peggiori di quelli che precedettero la sua conversione a Cristo.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Per aprire l’articolo cliccare sotto

Giovanni Cavalcoli, OP – ISLAMISMO E IL MISTERO CRISTOLOGICO

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Delicata ma magistrale strigliata del Santo Padre alla Conferenza Episcopale Tedesca

DELICATA MA MAGISTRALE STRIGLIATA DEL SANTO PADRE ALLA CONFERENZA EPISCOPALE TEDESCA

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Il Santo Padre riserva molte belle sorprese, basterebbe solo ascoltare o leggere ciò che sovente afferma, in questo clima spesso schizofrenico nel quale non pochi giornalisti e blogger sempre più al di là del comune buon senso cattolico, hanno deciso di puntare come cecchini su ogni sospiro del Successore di Pietro. E questo fa male anzitutto a loro e alle loro anime, quindi alla Chiesa edificata da Cristo sulla roccia di Pietro.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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conferenza episcopale tedesca 2

Il Cardinale Reinhard Marx Arcivescovo Metropolita di München e Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca durante il saluto rivolto al Santo Padre nel corso della visita ad limina apostolorum [foto, l’Osservatore Romano]

Il 28 ottobre scrissi un articolo in cui commentavo lo standard delle nuove nomine episcopali, manifestando in esso inquietudine. Più che provocatorio il titolo era drammatico: «Stanno buggerando il Santo Padre: proteggiamo Pietro! I peggiori gattopardi trasformisti stanno giungendo in pauperistica gloria all’episcopato» [vedere QUI]. Già in precedenza ne avevo scritto un altro il 30 luglio intitolato: «Vescovi, mode e consigli per i nuovi carrieristi: siate poveri, sciatti e periferico esistenziali» [vedere QUI]. Prima ancora il 18 maggio un altro intitolato: «Cristo non ci vuole ruffiani e cortigiani, infatti non ci chiama “servi” ma “amici“» [vedere QUI].

Lamentando che in Italia si stavano eleggendo nelle diocesi, in modo spesso acritico attraverso scelte non sempre felici, vescovi provenienti da “periferie esistenziali” vere o presunte, Sul finire del lungo articolo del 28 ottobre sollevavo un preciso quesito:

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[…] Viene infine da domandarsi se i figli della Chiesa italiana sono, in quanto tali, figli di un dio minore. Per esempio rispetto ai tedeschi. Come mai, in Germania, contrariamente a quanto sta accadendo in Italia, non vengono imposti e moltiplicati certi tipi di vescovi corrispondenti a quei “criteri pastorali” amabilmente “imposti” dal Santo Padre Francesco? E se parliamo di spirito principesco o ancor più di spirito feudale, pur con tutto il loro romanofobo progressismo del caso, ben sappiamo quanto i tedeschi superino in ciò di gran lunga gli italiani; e non entriamo neppure nel discorso della sfacciata ricchezza della Chiesa tedesca, o del gettito fiscale di cui beneficia, a confronto del quale l’Otto per Mille italiano è poco più che un obolo.

Forse i tedeschi sono considerati dalla psicologia argentina dell’uomo Jorge Mario Bergoglio dei figli di un dio maggiore, perché a nessuno è ancora passato per la testa di imporre in una diocesi della Germania un parroco proveniente dalle “periferie esistenziali” che abbia trascorso il suo ministero, per davvero o per finta, a servire i pasti agli immigrati, od a fare pastorale di evangelizzazione tra le prostitute di Amburgo. E infatti, i vescovi tedeschi seguitano tutt’oggi ad avere biglietti da visita che si aprono in quattro facciate per poter contenere al loro interno tutti i titoli accademici specialistici, i dottorati, la lunga sequela di master post-dottorato, le loro pubblicazioni scientifiche e via dicendo […]  [articolo integrale QUI]

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conferenza episcopale tedesca

i membri della Conferenza Episcopale Tedesca con il Santo Padre durante la visita ad limina apostolorum [foto, L’Osservatore Romano]

Proprio in virtù di ciò che scrissi in questo articolo devo segnalare con estremo piacere che il Santo Padre Francesco, con un pugno di ferro rivestito da guanto di velluto, oggi si è rivolto in modo deciso e senza nulla lesinare ai membri della Conferenza Episcopale Tedesca in visita ad limina apostolorum.

Questo per ribadire che il Santo Padre riserva molte belle sorprese, basterebbe ascoltare o leggere ciò che sovente afferma, in questo clima spesso schizofrenico dove non pochi giornalisti e blogger sempre più al di là d’ogni comune buon senso cattolico, hanno deciso di puntare come cecchini su ogni sospiro del Successore di Pietro. E questo fa male anzitutto a loro e alle loro anime, quindi alla Chiesa edificata da Cristo sulla roccia di Pietro [cf. Mt 16, 13-20].

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cliccare sotto per aprire il testo del discorso

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DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AGLI ECC.MI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DELLA REPUBBLICA FEDERALE DI GERMANIA
IN VISITA “AD LIMINA APOSTOLORUM

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Il Santo Padre Francesco in visita dai luterani e la commemorazione della Cena del Signore

IL SANTO PADRE FRANCESCO IN VISITA DAI LUTERANI E LA COMMEMORAZIONE DELLA CENA DEL SIGNORE

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Il poter commemorare assieme, cattolici e luterani la Cena del Signore, è certo una cosa bella e sommamente desiderabile. Ma se per adesso non siamo d’accordo su ciò che fa e che dice il presidente o ministro dell’assemblea, e su ciò che Cristo fa avvenire in quel momento, che senso può avere un’assemblea come quella che alcuni chiamano con grave leggerezza «intercomunione»?

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Il 15 novembre 2015, ad una domanda sulla Comunione Eucaristica a lui rivolta da una Signora durante l’incontro informale presso la Comunità luterana evangelica di Roma, il Santo Padre Francesco ha risposto: «Alla domanda sul condividere la Cena del Signore non è facile per me risponderle, soprattutto davanti a un teologo come il cardinale Kasper! Ho paura! Io penso che il Signore ci ha detto quando ha dato questo mandato: «Fate questo in memoria di me». E quando condividiamo la Cena del Signore, ricordiamo e imitiamo, facciamo la stessa cosa che ha fatto il Signore Gesù. E la Cena del Signore ci sarà, il banchetto finale nella Nuova Gerusalemme ci sarà, ma questa sarà l’ultima. Invece nel cammino, mi domando – e non so come rispondere, ma la sua domanda la faccio mia – io mi domando: condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme? Lascio la domanda ai teologi, a quelli che capiscono».

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Papa visita luterani

15.11.2015, il Santo Padre Francesco in visita alla Comunità luterana evangelica di Roma. Cliccando sopra l’immagine è possibile aprire i filmati video del Centro Televisivo Vaticano

Il Santo Padre ha fatto visita il 15 novembre scorso alla Comunità luterana evangelica di Roma [vedere video, QUI] ed ha accennato al significato per noi cristiani della commemorazione rituale dell’Ultima Cena del Signore, sollecitando i presenti ad un approfondimento e chiarimento delle parole del Signore pronunciate sul pane e sul vino, e formulando la speranza che un giorno tutti i cristiani, superate le attuali divisioni, possano, sulla base degli attuali valori comuni, a partire dal Battesimo, ricordare e vivere in perfetta e piena comunione tra di loro questo evento fondamentale della vita di Cristo e per conseguenza della nostra salvezza.

Trattandosi di un incontro ecumenico occasionale ed informale, il Papa ovviamente non ha neppure accennato al dogma cattolico dell’Eucaristia, circa il quale sono tuttora in atto la discussione, la trattativa e la ricerca ecumenica ufficiali degli esperti, nella quale il Papa non ha voluto entrare. Egli si è limitato a ricordare che noi cattolici concordiamo con i luterani nel riconoscere che nel momento in cui il ministro del servizio liturgico ripete le parole del Signore sul pane e sul vino narrate dai Vangeli, la fede di tutti noi cristiani è che Gesù Cristo glorioso è realmente presente nella comunità celebrante con l’offerta della sua grazia.

Questa verità di fede da tutti condivisa, ha fatto capire chiaramente il Papa, è una delle basi del dialogo e del confronto che, sotto l’assistenza dello Spirito Santo, in una carità sincera e spirito di riconciliazione nella diversità, deve condurre all’unità escatologica di un unico gregge sotto un solo pastore.

papa visita luterani 1

Il discorso del Santo Padre presso la Comunità evangelica luterana

Come tutti sappiamo, Lutero, opponendosi alla interpretazione dogmatica tradizionale della Chiesa, negò che Cristo, dopo le parole «questo è il mio corpo», intendesse dire che ciò, che aveva tra le mani non era più pane, benché mantenesse le sembianze del pane, ma era appunto realmente e sostanzialmente il suo corpo. Lutero credette che questa fosse una falsa interpretazione e che fino ad allora la Chiesa si fosse sbagliata. Per questo, egli pensò di aver trovato la verità, interpretando le parole di Cristo nel senso che Egli sarebbe presente nel pane, come se avesse detto: «Io sono in questo pane», formulando così il concetto di presenza «in-con-e-sotto le specie del pane e del vino». Tuttavia, ciò non corrisponde affatto a ciò che veramente e testualmente ha detto Gesù.

celebrazione eucaristica

il Memoriale vivo e santo

Neppure Gesù, con la parola «questo» Neppure Gesù, con la parola «questo» [τοῦτο, in greco (da οὗτος, αὕτη, τοῦτο, “questo”), che corrisponde al latino hoc], ha inteso dire «questo pane», perché si tratta di un neutro, ossia «questa cosa», «questa sostanza» in senso generico, così che possa riferirsi indifferentemente o congiuntamente al pane e al corpo, perché è il momento nel quale il pane si sta transustanziando nel corpo. D’altra parte, è impossibile che Gesù abbia inteso dire: «questo pane è il mio corpo», perché sarebbe un’assurdità: nessuna cosa può essere una data cosa e simultaneamente essere un’altra cosa. Ogni cosa ha la sua identità ed esclude tutte le altre diverse da lei. Invece a Lutero sembrò assurdo che il pane si convertisse nella sostanza del corpo di Cristo conservando gli accidenti o sembianze o “specie” proprie del pane. Infatti, egli non tenne conto del fatto che tra gli accidenti e la sostanza dell’ente creato esiste una distinzione reale, e quindi una separabilità di principio, per cui, anche se di fatto in natura non succede mai che esistano accidenti senza la loro sostanza o una sostanza senza i suoi accidenti, se egli avesse tenuto presente la suddetta separabilità, non avrebbe avuto difficoltà a restar fedele al dogma e si sarebbe reso conto che non era la Chiesa a sbagliare, ma era lui.

papa messa

celebrazione eucaristica del Santo Padre Francesco

Ora, l’ecumenismo va indubbiamente alla ricerca di ciò che noi cattolici abbiamo in comune con i luterani. Tuttavia, noi cattolici non possiamo accontentarci e fermarci, come crede erroneamente Rahner [1], alle constatazioni delle verità, sia pur belle e consolanti, risultanti o derivanti degli accordi ecumenici, quasi che con ciò i nostri doveri verso i fratelli luterani e i loro verso Cristo e verso di noi sino finiti, come se non ci fosse per noi cattolici altro da fare e l’unità fosse già conseguita, ma, sulla base dei valori comuni, noi cattolici dobbiamo trovare con loro e a loro servizio, le vie, i tempi, i luoghi, i modi e i metodi caritatevoli, prudenti, umili, fermi, perseveranti, pazienti, persuasivi, per condurli e prepararli gradatamente a ritrovare le verità perdute e tra queste c’è la giusta interpretazione dell’istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio, e quindi quella della Messa nell’Ultima Cena da parte del Signore.

papa messa 2

celebrazione eucaristica del Santo Padre Francesco

Il poter commemorare assieme, cattolici e luterani la Cena del Signore, è certo una cosa bella e sommamente desiderabile. Ma se per adesso non siamo d’accordo su ciò che fa e che dice il presidente o ministro dell’assemblea, e su ciò che Cristo fa avvenire in quel momento, che senso può avere un’assemblea come quella che alcuni chiamano con grave leggerezza «intercomunione»? Quale comunione dove c’è la divisione? Uniamoci laddove possiamo essere uniti, ossia dove abbiamo la stessa fede. Se uno ritiene falso ciò che l’altro crede vero e viceversa, che senso può avere riunirsi su di una simile base? Si può fare comunione su di una data cosa, quando ci si accusa a vicenda di essere nel falso proprio in rifermento a quella cosa, ossia sulla base del disaccordo su qual è la verità di fede in gioco o sul senso delle parole di Cristo? Accordiamoci per adesso dove è possibile farlo. Non forziamo le cose. Pretendere di più, sarebbe finzione o commedia, alla fine, offensiva di quel Cristo, che tutti amiamo. Abituiamoci ad attendere, mentre operiamo il possibile. «Sopportiamoci a vicenda con amore» [cf. Ef 4,2].

sentiero

in cammino lungo i sentieri dello Spirito …

Non precorriamo i tempi, avanziamo laddove il cammino si apre, nella «diversità riconciliata», nella testimonianza e nella ricerca della verità, in quel grado di comunione, che per adesso ci è consentito, nel rispetto, nel perdono e nella correzione reciproci, dandoci alle opere della giustizia e della carità, soprattutto l’attenzione ai poveri, ai bisognosi e ai sofferenti, senza ristagni, ma anche senza fretta, senza illusioni, ma anche senza perderci d’animo, dediti alla preghiera e chiedendo luce alla Parola di Dio.
Questi sono i suggerimenti, gli stimoli e gli spunti che ci vengono o ci possono venire dalle parole del Santo Padre. Accogliamoli con fiducia, e facciamoli fruttare, aperti agli impulsi imprevedibili e corroboranti dello Spirito Santo.

Varazze, 17 novembre 2015

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[1] Rahner espone la sua tesi nel libro Unione delle Chiese. Possibilità reale, Editrice Morcelliana, Brescia 1986.

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2. ARCHIVIO Ariel S. Levi di Gualdo – certificati della sacra ordinazione sacerdotale

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ARCHIVIO DOCUMENTI

(allegati alla biografia di Ariel S. Levi di Gualdo)

certificati della sacra ordinazione di Ariel S. Levi di Gualdo e mandato all’esercizio del sacro ministero 

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Vicariato di Roma, 4 maggio 2010 – Certificato di ordinazione sacerdotale di Ariel S. Levi di Gualdo, firmato dall’allora Arcivescovo vicegerente S.E. Mons. Luigi Moretti

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2 maggio 2010, documento noto come Celebret con il quale il Vescovo Diocesano conferisce al presbitero le facoltà che egli ritiene opportune e che fu all’epoca redatto in tre lingue avendo già concordato col Vescovo spostamenti e soggiorni in vari Paesi europei per motivi pastorali e di studio

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2 maggio 2010 – conferimento del ministero di esorcista

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IL RIFIUTO DISTRUTTIVO DELLE RADICI CRISTIANE DELL’EUROPA. IL FILOSOFO ROCCO BUTTIGLIONE INQUISITO DA UNA INTEGRALISTA OMOSESSUALISTA AL PARLAMENTO EUROPEO

IL RIFIUTO DISTRUTTIVO DELLE RADICI CRISTIANE DELL’EUROPA. IL FILOSOFO ROCCO BUTTIGLIONE INQUISITO DA UNA INTEGRALISTA OMOSESSUALISTA AL PARLAMENTO EUROPEO

 

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Oggi più che mai, in un mondo e in una Chiesa senza memoria, troppo presa a esaltare i “preti di strada” à la page, veri o presunti, si dimenticano, o peggio non si conoscono alcuni tra i più importanti documenti del magistero contemporaneo. Per andare alla radice del problema degli attentati terroristici a Parigi basterebbe prendere visione di un testo del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, che se letto oggi apparirà come una tragica profezia, come una vera e propria cronaca di una morte annunciata. Si tratta dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa del 2003, di cui consiglio vivamente la lettura, perchè si tratta di un testo scritto dodici anni fa nel quale è purtroppo racchiuso il nostro presente [cf. documento integrale, QUI].

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PER ACQUISTARE IL LIBRO CLICCARE: QUI

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Sui “divorziati risposati”. L’Eucaristia, il peccato e la coscienza. Risposta a Padre Riccardo Barile

SUI “DIVORZIATI RISPOSATI “. L’EUCARISTIA, IL PECCATO E LA COSCIENZA. RISPOSTA A PADRE RICCARDO BARILE

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Il noto liturgista domenicano Padre Riccardo Barile ha pubblicato il 29 ottobre scorso sulla rivista telematica La Nuova Bussola Quotidiana [cf. QUI] un articolo con questo stesso titolo, nel quale mi rivolge alcune critiche, alle quali rispondo di seguito. Le sue obiezioni sono un corsivo. Le mie risposte e i miei passi che egli cita sono in tondo.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Il noto liturgista domenicano Padre Riccardo Barile ha pubblicato il 29 ottobre scorso sulla rivista telematica La Nuova Bussola Quotidiana [cf. QUI] un articolo con questo stesso titolo, nel quale mi rivolge alcune critiche, alle quali rispondo di seguito. Le sue obiezioni sono un corsivo. Le mie risposte e i miei passi che egli cita sono in tondo.

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1. «Per un cattolico è assolutamente impensabile che un Sinodo sotto la presidenza del Papa possa compiere un attentato alla sostanza di qualunque sacramento» (nel nostro caso del Matrimonio e dell’Eucaristia concedendo la comunione ai divorziati risposati). No, è pensabile perché il Sinodo non è infallibile: deve solo dare consigli al Papa. D’altra parte ci furono oscillazioni dottrinali nei papi Liberio († 366), Onorio I († 638), Giovanni XXII († 1334), peraltro rientrate presto attraverso il successivo Magistero della Chiesa, che è la «casa di Dio, colonna e sostegno della verità» (1Tm 3,15). Certo, il presupposto è che ciò capiti rarissimamente ― di fatto con il Sinodo non è capitato! ―, ma non è “assolutamente impensabile”.

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È impensabile che un intero Sinodo mondiale dei Vescovi, sotto la presidenza del Romano Pontefice possa cadere nell’eresia. Questo potrà accadere per qualche vescovo o qualche cardinale, ma non per il Sinodo come tale, rappresentante dell’intera Chiesa, che, come tale, non può errare nella fede.

Lo sanno tutti che il Sinodo ha il compito di consigliare il Papa, ma questo non vuol dir niente. Lo consiglia non contro il dogma, ma sulla base del dogma e per applicare il dogma nella pastorale, nella formazione di nuove leggi e nell’amministrazione dei sacramenti. Potrà dare consigli sbagliati, che starà al Papa correggere. Ma non può errare nel dogma.

Quanto all’esempio dei tre Papi, in un serio trattato di apologetica si trova la soluzione di questi casi effettivamente non facili. Qui possiamo dire brevemente che questi Papi hanno effettivamente avuto qualche espressione ambigua o eterodossa. Ma risulta dalla storia che essi in quelle circostanze non esercitarono o liberamente (Liberio) o convenientemente (Onorio) o intenzionalmente (Giovanni XXII) il ministero petrino di maestri della fede. Il primo, perché abbattuto da una prostrazione morale, il secondo per trascuratezza, il terzo agì come dottore privato. I Papi posteriori chiarirono l’avvenuto e proclamarono la retta dottrina.

Ereticale può essere un conciliabolo contro il Papa e comunque un sinodo da lui non autorizzato, come fu per esempio il famoso sinodo di Pistoia del 1786, quasi a preludere la tempesta che si sarebbe scatenata contro la Chiesa e il Papa pochi anni dopo con la Rivoluzione Francese.

Di non piena ortodossia sono i sinodi delle Chiese ortodosse separate da Roma. Non danno piena garanzia di ortodossia i sinodi della Chiesa anglicana, indetti indipendentemente dal Sommo Pontefice. Possono essere ereticali le assemblee dei luterani, dei valdesi e di tutte le sette protestanti, non soggette alla guida del Successore di Pietro.

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2. «La disciplina dei sacramenti è un potere legislativo che Cristo ha affidato alla Chiesa», per cui «il concedere o non concedere la comunione entra nel potere della pastorale della Chiesa e nelle norme della liturgia». Dunque se «la Chiesa non può mutare la legge divina che istituisce e regola la sostanza dei sacramenti, può mutare le leggi da lei emanate», nel nostro caso «l’attuale regolamento sui divorziati risposati». Naturalmente bisognerà spiegare a tanti poveretti e poverette che per secoli e con sacrificio e sino a oggi hanno obbedito a queste norme, che si è trattato solo di determinazioni transitorie, le quali ora cambiano. Cioè bisognerà prenderli in giro. Ma per fortuna non è così. Infatti, se è vero che vi sono nei sacramenti determinazioni di consuetudine ecclesiastica di per sé modificabili, il Magistero soprattutto recente ha legato la norma della non comunione ai divorziati.

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Non si tratta di prendere in giro nessuno, ma di spiegare ai fedeli la differenza tra la legge divina e la legge ecclesiastica. Ripeto che non esiste nessun legame necessario o dogmatico, ma solo di convenienza, quindi solubile, tra il sacramento dell’Eucaristia e il divieto della Comunione ai divorziati risposati, benché si tratti di una tradizione millenaria. Non è Sacra Tradizione, ma è appunto soltanto una “consuetudine ecclesiastica”, come tale mutevole.

Il fatto stesso che al Sinodo sia emersa questa proposta, vuol dire che è ammissibile, altrimenti il Papa l’avrebbe esclusa. Come mai non è emersa una proposta ispirata all’Islamismo, magari in nome del dialogo interreligioso, di concedere quattro mogli?

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3. Seguendo il n. 84 della Familiaris consortio (22.11.1981) di Giovanni Paolo II, l’esortazione post sinodale Sacramentum caritatis (22.2.2007) ha confermato che la prassi di non ammettere alla comunione i conviventi e i divorziati risposati praticanti una attiva vita sessuale è «fondata sulla Sacra Scrittura (cf Mc 10,2.12)» e motivata dal fatto che «il vincolo coniugale è intrinsecamente connesso all’unità eucaristica tra Cristo sposo e la Chiesa sposa (cf Ef 5,31-32)», per cui la condizione dei divorziati risposati contraddice oggettivamente «quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nell’Eucaristia» (nn. 27, 29). Dunque, dato il fondamento nella Scrittura e data la motivazione simbolica determinante, come si fa a parlare di una legge solo ecclesiastica e liturgica modificabile? E poi, se si trattasse solo di una legge ecclesiastica, perché fermarsi ai divorziati risposati? Perché non ammettere all’Eucaristia ortodossi e protestanti?

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Non c’è dubbio che la prassi attuale sia fondata sulla Scrittura, ma non come una deduzione dottrinale o dogmatica o teologica è fondata sul dato rivelato, bensì solo come lo è una prassi liturgica o sacramentale stabilita dal potere delle chiavi, ossia dal potere legislativo o giurisdizionale della Chiesa. Invece, una deduzione o esplicitazione dogmatica fatta dal Magistero della Chiesa, è fatta con procedimento logico rigoroso e necessario, e quindi con un nesso indissolubile, sulla base della Parola di Dio o partendo da premesse rivelate o da un dogma più fondamentale. Il negare questo nesso andrebbe contro il principio di non-contraddizione, cosa che non accade affatto quando la Chiesa muta una sua legge. Tutt’al più potrà essere una decisione imprudente.

Per esempio, il Concilio Lateranense del 649 deduce il dogma delle due volontà in Cristo dal dogma delle due nature di Cristo definite nel Concilio di Calcedonia del 451. Non sono possibili conclusioni diverse da quella tratta dal Concilio Lateranense. Infatti, le deduzioni dogmatiche partono bensì da premesse di fede; ma per giungere alla conclusione, seguono le regole della logica, per la quale da una sola premessa speculativa non può che seguire una sola conclusione parimenti speculativa, perché qui siamo nell’ordine delle essenze, le quali non possono essere diverse da quello che sono, ossia non possono perdere i lori caratteri essenziali, senza annullare se stesse.

Invece, quando la Chiesa entra nel campo della pastorale, abbandona la considerazione astratta, per quanto sacrosanta, delle essenze speculative dogmatiche immutabili, per entrare, sempre alla luce del dogma, nel campo complesso del concreto e del variare delle circostanze, dove non si tratta di dare delle definizioni, come avviene in campo dottrinale, ma di prendere delle decisioni pratiche.

Così, le deduzioni o applicazioni pratiche, sulla base della libera scelta, ammettono una molteplicità di conclusioni diverse, derivanti da un unico principio, che resta il medesimo. E questo perché, mentre la teoria, partendo da una premessa formale ed astratta, procede inflessibilmente per determinismo logico su di un unico binario, la prassi, scendendo da un unico principio attivo, che è la volontà, si apre a ventaglio su di una molteplicità di scelte. E mentre le conclusioni speculative e dogmatiche, una volta che sono fissate e ben fondate, come case costruite sulla roccia, non possono cambiare, quelle pratiche, invece, per il verificarsi di situazioni nuove, possono e devono mutare, sempre secondo quanto il principio dogmatico richiede.

La Chiesa non può mutare la sostanza o essenza dei sacramenti. Qui si esercita la sua funzione magisteriale infallibile. Essa però ha anche il compito di amministrare i sacramenti e di farli fruttare con saggezza, in modo tale, che essi producano il massimo di grazia possibile in ordine alla salvezza delle anime. Un conto è il sacramento come tale, istituito da Cristo: questo è legge divina e mistero di fede, immutabile e intangibile, assolutamente obbligatorio, pena la dannazione eterna. E un conto è l’uso dei sacramenti, ossia la pastorale sacramentaria, affidata da Cristo alla Chiesa. L’essenza dei sacramenti è oggetto della dogmatica e della teologia speculativa. L’uso dei sacramenti è regolato dalle leggi della Chiesa, dalla liturgia, dalla pastorale e del diritto canonico. Qui esiste il cambiamento, il miglioramento, la riforma e il rinnovamento. La Chiesa può curare la salvezza delle anime sia concedendo che negando il sacramento. Non ci si deve fissare su di una sola possibilità e vedere invece quale possibilità serve meglio, in una data situazione, alla salvezza.

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4. Se si trattasse solo di una legge ecclesiastica, perché fermarsi ai divorziati risposati? Perché non ammettere all’Eucaristia ortodossi e protestanti?

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Si suppone che i divorziati risposati siano cattolici e quindi credano nel valore sacramentale del matrimonio e dell’Eucaristia, condizione indispensabile per poterne fruire. Ora, è noto che i protestanti non credono al valore di questi due sacramenti. Per cui è incongruo paragonare la loro posizione in merito a quella dei divorziati risposati cattolici. Quanto agli ortodossi, che invece accettano i sacramenti, la Chiesa potrebbe stabilire una convenzione con loro nei matrimoni misti per risolvere la questione.

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5. «Non esistono “condizioni peccaminose”, perché il peccato è un atto, non è una condizione, né è uno stato permanente». Certo il peccato è un atto e non si prolunga indefinitamente nel tempo — per fortuna! —; esiste però un «comportamento esterno gravemente, manifestamente e “stabilmente” contrario alla norma morale», di fronte al quale la Chiesa «non può non sentirsi chiamata in causa», interdicendo la partecipazione ai sacramenti (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia /17.4.2003/, n. 37; cf anche Can. 915). Così è per le persone delle quali si parla, ovviamente senza con ciò escluderle dalla partecipazione alla vita della Chiesa, anzi. Ma il nostro teologo sembra ignorare questa dimensione.

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È vero che il comportamento dei divorziati risposati, per quanto riguarda la loro convivenza, è un «comportamento esterno gravemente, manifestamente e “stabilmente” contrario alla norma morale». Certamente la Chiesa è fortemente preoccupata e dispiaciuta per tale comportamento, che mette in pericolo le anime dei conviventi e crea scandalo tra i fedeli. Ma essa è soprattutto preoccupata di indicar loro, se non possono interrompere la convivenza, come e con quali mezzi, umani e divini, giuridici o morali, possono mantenersi in grazia, nonostante il peccato, eventualmente o probabilmente frequente. La proposta emersa al Sinodo, presso alcuni Padri, di concedere la Comunione, va inquadrata in questo ambito di considerazioni.

Inoltre, la Chiesa è più preoccupata della situazione interiore delle anime, che del comportamento esterno, per quanto esso sia socialmente importante in foro esterno. Se non desse questo primato all’interiorità, cadrebbe nel farisaismo. È vero che la condotta esterna, in linea di massima, manifesta quella interna. Dai frutti si giudica l’albero. Ma non è sempre facile sapere se un atto oggettivamente cattivo o peccaminoso suppone la colpa nell’anima di chi lo ha commesso, o giudicare, come si dice, delle intenzioni.

È però possibile compiere un atto esterno in sè buono per il suo oggetto, ma con la malizia nel cuore o senza sincerità. Giuda ha dato un bacio a Cristo: ma con quale animo? Come pure è possibile che uno compia un atto oggettivamente cattivo, ma senza saperlo, e quindi egli resta privo di colpa davanti a Dio. Inoltre, occorre dare una valutazione complessiva della situazione della coppia, in tutti i suoi aspetti e non solo circa la sfera sessuale. Se infatti qui può esistere il peccato, in altri ambiti del loro vivere, i due possono avere buone qualità umane, civiche, educative, morali, lavorative, psicologiche, culturali, spirituali e religiose, delle quali si deve tener conto e sulle quali occorre far leva, per sopperire ai difetti morali della sfera sessuale.

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6. Un’annotazione sulla coscienza raschia però il fondo del barile: «Spesso mi vengono a trovare persone divorziate e risposate. La richiesta è sempre la stessa: perché non posso fare la comunione? Allora io invito questi fedeli a guardarsi dentro, a verificare la serenità della propria coscienza. Se in buona fede avvertono di essere in pace con se stesse, con le persone a cui vogliono bene e con Dio, dico loro di stare tranquille: hanno raggiunto, anche senza sacramenti, lo stato di grazia. Questo è un mistero bellissimo». Certo che, avendo il nostro teologo spiegato che «il problema dei divorziati risposati è che l’adulterio, con l’aggravante del concubinato, è peccato mortale», con premesse del genere non è tanto facile sentirsi la coscienza tranquilla …

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Io invito queste persone, a seconda delle loro diverse possibilità, a fare un cammino penitenziale, a chiedere perdono a Dio ogni volta che peccano, a chiedere l’aiuto divino, a rinnovare dopo ogni caduta il proposito di non più peccare, a cercare di evitare le occasioni, a lottare contro la tentazione, a non arrendersi né rassegnarsi alla sua forza, a controllare la fantasia, a custodire i sensi, ad aver chiarezza di idee sulla vera dignità del sesso e della famiglia, a esercitarsi nel dominio della passione e nella rinuncia necessaria, a tenersi in contatto con una guida spirituale, a frequentare la Chiesa e la Messa, a leggere la Scrittura e i buoni libri, a coltivare buone compagnie, a seguire gli insegnamenti della Chiesa, a darsi alle opere buone ed all’educazione dei figli, a dirottare l’attenzione e l’interesse verso obbiettivi leciti ed attraenti, a non perder la fiducia di potersi correggere e migliorare, a sopportarsi nella loro debolezza, a non perder la speranza di liberarsi dal peccato.
In sostanza, le informo che Dio può dare la grazia anche senza i sacramenti, per cui io non ho difficoltà ad applicare la normativa attuale, perchè vedo, che sapendo presentarla con carità e prudenza, queste persone si tranquillizzano, trovano pace e sono soddisfatte.

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7. Qui comunque casca l’asino, perché il Concilio di Trento, nel Decreto sulla giustificazione (13.1.1547), al capitolo IX scrive che: «Come nessun uomo religioso deve dubitare della misericordia di Dio, dei meriti di Cristo, del valore e dell’efficacia dei sacramenti, così ciascuno, riflettendo su se stesso, sulla propria debolezza e disordine, ha motivo di temere e paventare del suo stato di grazia (de sua gratia formidare et timere potest); infatti nessuno può sapere con certezza di fede, libera da ogni possibilità di errore, di avere ottenuto la grazia di Dio (cum nullus scire valeat … se gratiam Dei esse consecutum)» (D 1534).

Dunque, la valutazione di essere in grazia sarà una prudente e saggia probabilità che non può essere affidata alla sola riflessione della coscienza così come è descritto sopra. Perché se è vero che «il giudizio sullo stato di grazia … spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza» (Ecclesia de Eucharistia, n. 37), vige il dovere non solo di consultare la propria coscienza, ma di formarla. Giovanni Paolo II nella Veritatis splendor (6.8.1993) legge nelle parole di Gesù sull’occhio lucerna del corpo «un invito a formare la coscienza, a renderla oggetto di continua conversione alla verità e al bene … Un grande aiuto per la formazione della coscienza i cristiani l’hanno nella Chiesa e nel suo Magistero … la libertà della coscienza non è mai libertà “dalla” verità … il Magistero non porta alla coscienza cristiana verità ad essa estranee, bensì manifesta le verità che dovrebbe già possedere sviluppandole a partire dall’atto originario della fede» (n. 64).

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Non vedo perché debba cadere l’asino, dato che su tutto ciò sono d’accordo. Forse Padre Riccardo Barile mi hai frainteso.

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8. Se poi un prete incontra dei divorziati risposati che gli pongono delle domande, non può accontentarsi di rispondere: «Guardatevi dentro. La vostra coscienza è a posto? Allora siete a posto anche di fronte a Dio!». Un prete — un teologo emerito! — deve illuminare la coscienza e senza il timore di “entrare in camera da letto”. Nel Nuovo Testamento il Battista ha rimproverato Erode per ragioni matrimoniali (Mt 14,3-12; Mc 6,17-19; Lc 3,19-20); Gesù è intervenuto su matrimonio, divorzio e continenza (Mt 5,32; 19,1-12; Mc 10,1-12; Lc 16,18); gli scritti apostolici sono intervenuti su incesto (1Cor 5,1ss.), santità del matrimonio (Eb 3,4), relazioni anche intime tra i coniugi e morale domestica (1Cor 7,1-16; Ef 5,21-33; Fil 3,18-21; 1Pt 3,1-7), condizione delle vergini (1Cor 7,25ss.) e delle vedove (1Tm 5,11-14), proponendo non solo la parola autorevole del Signore, ma «un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e merita fiducia» o un «mio parere» perché «credo infatti di avere anch’io lo Spirito di Dio» (1Cor 7,25.40). Dopo aver ricevuto simili parole attualizzate all’oggi, la coscienza di conviventi “irregolari” non potrà sentirsi tranquilla e “in grazia”: piuttosto comincerà a sentirsi “nella verità”.

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Certamente si tratta di situazioni scabrose e pericolose, dove può esser facile peccare spesso e gravemente. Tuttavia, dato che Dio offre a tutti la grazia, dobbiamo pensare che anche per costoro ci sia la possibilità almeno intermittente di essere in grazia.

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9. Le proposte del teologo intervistato sembrano strade poco percorribili. Alla fine però, se possono sembrare normali evoluzioni e svolte del suo pensiero, è meno comprensibile come mai affermazioni del genere abbiano trovato ospitalità generosa e acritica su Avvenire. Non si può pensare a una distrazione, perché durante il Sinodo ciò che un giornale come Avvenire pubblica in argomento non può che essere attentamente vagliato. Bisogna dunque pensare a uno stile e a una scelta di parte abbastanza determinata, comportante disinvolte revisioni di un Magistero non solo antico, ma recente. Presupponendo poi una normale dose di prudenza (umana) per cui in genere non si rischia a vuoto, bisogna concludere che per ora chi opera tali scelte ha le spalle coperte. E a questo punto, sulle coperture e su quelli che ti aspettano per “farti fuori” quando qualcosa cambierà, viene in mente il consiglio dell’Imitazione di Cristo: «Non fare gran caso se uno è per te o contro di te, ma preoccupati piuttosto che Dio sia con te in tutto quel che fai» (II,2,1). Vero. Ma qui Dio da che parte sta?

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L’Avvenire, come è noto, è il quotidiano della CEI, supervisionato dalla Segreteria di Stato. La risposta alle perplessità di Padre Riccardo Barile è molto semplice: quanto sostengo non comporta nessuna “disinvolta revisione di un Magistero non solo antico, ma recente”, ma semplicemente presenta alcuni chiarimenti di teologia morale tradizionale, sulla quale mi sono basato per esporre alcune mie legittime opinioni, in piena sottomissione a quanto il Santo Padre deciderà per il bene della Chiesa.

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Varazze, 31 ottobre 2015

Sui “divorziati risposati”: lefebvriani, modernisti e … “E le stelle stanno a guardare” …

— Lettere dei lettori dell’Isola di Patmos —

SUI “DIVOZIATI RISPOSATI: LEFEBVRIANI, MODERNISTI E … «E LE STELLE STANNO A GUARDARE» …

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Il “problema dello scisma” è duplice ed esiste da 50 anni: c’è quello dei quattro gatti lefevriani, che però graffiano parecchio, ufficialmente scismatici; e quello non ufficiale, ma ben più grave, sfrontato ed arrogante, dei modernisti e dei rahneriani, altrimenti detti “buonisti” — ma guai a toccarli! —, sfacciati adulatori del Papa, e sono legione.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Reverendo Padre Giovanni Cavalcoli.

avevo già segnalato gli scritti sul tema di Padre Thomas Michelet, discorde nelle posizioni , ora Sandro Magister ne propone uno nuovo. «Sinodo discorde. Verso uno “scisma di fatto” nella Chiesa?» [cf. QUI]. Il teologo domenicano Thomas Michelet mette a nudo le ambiguità del testo sinodale. Che non ha fatto unità ma ha coperto le divisioni. Il conflitto tra “ermeneutica della continuità” ed “ermeneutica della rottura”. Il dilemma di Francesco …

Ettore

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Caro Lettore.

Che ci siano infiltrazioni modernistiche, filoprotestanti e rahneriane all’interno dell’episcopato e dello stesso collegio cardinalizio, sotto l’innocente e onorevole etichetta di “progressismo“, è ormai sempre più evidente, col suo irresponsabile buonismo e perdonismo, dove vien meno il senso del peccato e si cade in quella che il Concilio di Trento chiama “vana haereticorum fiducia“.

Ma, come se ciò non bastasse, quello che è circolato clandestinamente e trapelato al Sinodo, è anche un’infiltrazione lefevriana, apparsa chiara in un certo miope e duro conservatorismo, mascherato da zelo per l’ortodossia, e nella rigidezza farisaica, la quale, colpevolizzando i divorziati risposati quasi fossero anime dannate dell’inferno, si è assunta l’incarico di salvaguardare inflessiblimete la legge dell’esclusione dei divorziati risposati dai Sacramenti, quasi fosse un deposito della Sacra Tradizione, avvertendo altresì perentoriamente il Papa che, se un domani dovesse mutare questa legge, cadrebbe nell’eresia.

Queste losche idee in circolazione sotterranea o anche aperta, soprattutto fra teologi e teologastri improvvisati o prezzolati per l’occasione, naturalmente non vengono alla luce nella mozione finale del Sinodo, che non è affatto ambigua, ma è improntata a grande prudenza ed equilibrio, senza toccare esplicitamente, come era conveniente, il tema delicato, ma limitandosi saggiamenre ad offrire le basi dogmatiche, ecclesiologiche, morali e giuridiche, che serviranno al Santo Padre per entrare, se crede, nel merito e di prendere una eventuale decisione, che tutti attendiamo con fiducia, quale che essa sia. Mancando altresì la detta decisione, è chiaro che resta in vigore la legge attuale. Al riguardo, è esemplare la lettera dell’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio Mons. Negri alla sua diocesi, che abbiamo pubblicato in questi ultimi giorni [cf. QUI, QUI].

Quanto al problema dello scisma, esso è duplice ed esiste da 50 anni: c’è quello dei quattro gatti lefevriani, che però graffiano parecchio, ufficialmente scismatici; e quello non ufficiale, ma ben più grave, sfrontato ed arrogante, dei modernisti e dei rahneriani, altrimenti detti “buonisti” — ma guai a toccarli! —, sfacciati adulatori del Papa, e sono legione.

Non pare che il Papa sia in grado di padroneggiare la stuazione caotica: bastonando duramente i lefevriani, non ha fatto che attizzare il loro orgoglio e il loro odio contro di lui, sicchè oggi il Papa è accusato apertamente di eresia, cosa che non avveniva dai tempi di Lutero.

Quanto ai modernisti, che, dopo una scalata al potere che dura da decenni, si sono ormai impossessati di una grossa fetta del potere ecclesiastico, dovrebbero essere loro stessi a riconoscersi — come minimo — scismatici e a pentirsi, dovrebbero punire i loro complici, ma, accecati dal potere conseguìto e “prendendo gloria gli uni dagli altri”, sono evidentemente lontanissmi dal farlo, considerandosi, al contrario, la punta avanzata del progresso ecclesiale, e perseguitando gli ortodossi e i fedeli al Papa e al Magistero della Chiesa.

L’atteggiamento del Papa nei loro confronti fa venire in mente il famoso romanzo di Kronin: “E le stelle stanno a guardare”.

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Asini in cattedra e accuse di eresia: uno spaccato di certi nostri censori

— Lettere dei lettori dell’Isola di Patmos

ASINI IN CATTEDRA E ACCUSE DI ERESIA: UNO SPACCATO DI CERTI NOSTRI CENSORI

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Più Vescovi di varie diocesi italiane, in camera caritatis mi hanno confidato di avere serie difficoltà a dare incarico agli insegnanti di religione, motivando le loro difficoltà con frasi di questo genere: «Abbiamo un tale campionario da non sapere dove pescare, in un mare nel quale i pesci risultano spesso uno peggio dell’altro».

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

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Padre Ariel.

Non entro nel merito di quanto lei e Padre Giovanni Cavalcoli avete scritto di errato in questi ultimi tempi sul matrimonio in occasione della chiusura del sinodo sulla famiglia. Prendo solo il suo ultimo articolo tra le cui righe [Ndr. QUI] lei nega che il Sacramento del Matrimonio amministrato dal sacerdote agli sposi imprime in essi (gli sposi) un nuovo carattere sacerdotale indelebile ed eterno, e per questo indissolubile, e questa, se mi consente, è eresia bella e buona. Mi stupisco di come lei venga lasciato libero di seminare simili pensieri, glielo dico con spirito di correzione fraterna, come laico e come modesto insegnante di religione nelle scuole in ruolo da 7 anni, e come catechista parrocchiale da 15 anni. Lei  è un sacerdote, e per questo può avere particolare credito, inducendo più di altri nell’errore i semplici.

Lettera Firmata

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Caro Lettore.

Da anni prego affinché lo Stato ci venga in soccorso abolendo l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole della Repubblica Italiana. Sia chiaro: non lo dico a lei in questa mia risposta e in questo particolare contesto, perché è un’idea che vado ripetendo da tempo e che ho espresso senza timore anche a più Vescovi, inclusi un paio di autorevoli membri della Conferenza Episcopale Italiana.

Non si tratta di generalizzare né di fare di tutta l’erba un fascio, perché ho toccato purtroppo con mano il livello desolante che serpeggia tra gli insegnanti di questa materia; e ciò non in particolari località o regioni del nostro Paese, ma in tutto il nostro territorio nazionale; fatti salvi docenti adeguatamente preparati che sono però pochi e purtroppo sempre di meno.

Più Vescovi di varie diocesi italiane, in camera caritatis mi hanno confidato di avere serie difficoltà a dare incarico agli insegnanti di religione, motivando le loro difficoltà con frasi di questo genere: «Abbiamo un tale campionario da non sapere dove pescare, in un mare nel quale i pesci risultano spesso uno peggio dell’altro».

Dopo questa premessa rispondo alla sua affermazione, che parte con una accusa di “eresia” e si conclude con una “correzione fraterna”.

Non so dove abbia studiato teologia e soprattutto come l’abbia studiata, perché lei dimostra di ignorare in modo drammatico i basilari fondamenti della disciplina dei Sacramenti, senza sfiorare neppure i settori complessi e articolati della dogmatica sacramentaria.

Il matrimonio dei cristiani è un’unione soprannaturale per la quale viene costituito un solo sacerdozio domestico attraverso due battezzati, un uomo e una donna, che attraverso il battesimo — il quale imprime un carattere — hanno ricevuto il sacerdozio regale di Cristo, detto anche sacerdozio comune dei battezzati.

L’unione matrimoniale non costituisce un “sacerdozio nuovo”, perché il Sacramento del matrimonio non imprime un carattere, meno che mai indelebile ed eterno, essendo l’unione di due sacerdozî in uno che dura solo quanto dura l’unione, vale a dire per quanto dura la vita dei coniugi, quindi non implica una inseparabilità perpetua.

Lei confonde la disciplina del Sacramento del matrimonio con quella del Sacro Ordine che imprime invece un carattere indelebile ed eterno, perché coloro che sono stati resi partecipi del Sacerdozio Ministeriale di Cristo, tali rimangono per sempre, avendo acquisito per mistero di grazia una dignità che rende i Sacerdoti superiori agli stessi Angeli di Dio, i quali Angeli si fanno da parte dinanzi ai Sacerdoti.

Gravissima è poi la sua affermazione riguardante il Sacramento del matrimonio amministrato dal Sacerdote agli sposi, perché questo Sacramento non è amministrato dal Sacerdote. Nella Chiesa Cattolica i ministri del Sacramento sono gli sposi, quindi sono loro che se lo amministrano. Se invece lei appartiene alla Chiesa Cristiana Ortodossa, in tal caso il ministro del matrimonio è il Vescovo, che conferisce potestà ai suoi Sacerdoti di amministrare questo Sacramento.

Che nella Chiesa Cattolica i celebranti del matrimonio siano gli sposi è considerata dalla Chiesa Cristiana Ortodossa cosa «derivante dal giuridismo teologico medioevale che giunse a considerare il matrimonio con le categorie giuridiche del contratto». Infatti, secondo i sacramentalisti ortodossi: «Da questo nacque la logica conclusione di considerare come figure centrali i “contraenti”, mentre l’Autorità che presiede — Vescovo, Presbitero o Diacono — si limita solo a ratificare la benedizione della Chiesa». Questo il motivo per il quale nella Chiesa Ortodossa, i Diaconi, non possono officiare le nozze, non avendo potestas sacerdotale. Al di là delle legittime opinioni dei fratelli ortodossi dobbiamo riconoscere che, al fine di evitare “confusione”, nelle Chiese Cattoliche di rito orientale è proibito ai nostri Diaconi di celebrare riti matrimoniali, cosa invece concessa a quelli di rito latino, in quanto semplici “assistenti” degli sposi-celebranti.

Se pensa che i miei pensieri conformi alla dottrina e alla disciplina dei Sacramenti siano ereticali, in tal caso si rivolga senza indugio alla Congregazione per la Dottrina della Fede e al Vescovo avente giurisdizione canonica su di me, mentre io, per quanto invece riguarda ciò che di grave lei ha affermato in sua veste di insegnante di religione in ruolo da 7 anni, non mi rivolgerò affatto al suo Ordinario Diocesano, sapendo quanto sia tempo perso rivolgersi ai Vescovi per questioni dinanzi alle quali, malgrado la loro oggettiva gravità, la risposta pronta e da essi spesso data è la seguente: «E che cosa ci posso fare?».

Il Signore la benedica.