GLI ESERCIZI ALLA CURIA ROMANA. DAI PREDICATORI AI BECCHINI: IL FUNERALE DELL’OMILETICA
[In appendice: un’omelia del Padre Ariel agli adolescenti]
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È gravissimo che a supporto delle proprie oggettive eterodossie il Predicatore abusi degli straordinarî paradigmi cristologici quali ad esempio l’episodio della prostituta perdonata [Cf. Lc 7, 36-48] o dell’adultera [cf. Gv 7,53-8,11], per mutare il tutto in altro, per liberare l’uomo ormai psicanalizzato dal complesso del peccato. Proprio come in precedenza ebbe più volte a fare il suo celebre confratello Davide Maria Turoldo, insigne e celebrata firma del quotidiano Il Manifesto del Partito Comunista, nel quale per anni scrisse editoriali destinati a piacere ai comunisti radicali ed a confondere, se non a volte a umiliare, il sentimento dei cattolici.
Si narra che il Doctor Angelicus San Tommaso d’Aquino, quando si ritrovava tra le mani manoscritti contenenti concetti filosofici o teologici errati, senza sprecare alcun commento, vi disegnava di lato la testa di un asino.
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l’asino va’ dove vuole il padrone
Nella mia Maremma toscana natia, un proverbio della saggezza popolare recita «L’asino va’ dove vuole il padrone», ed ancora: «L’asino si lega dove vuole il padrone».
Gli esercizi spirituali alla Curia Romana in corso di predicazione a cura del Padre Ermes Ronchi, illustre membro del turoldiano Ordine dei Servi di Maria, alla prova dei fatti è un atto di adulazione al padrone dell’asino legato – o legatosi – dove il padrone vuole.
Inutile ricordare che il Signore Gesù afferma: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» [cf. Gv 15,15]. Tema questo già trattato in uno dei miei articoli passati [cf. QUI].
Non ho intenzione di fare una legittima critica approfondita e tutta rigorosamente teologica rivolta alle numerose affermazioni audaci del Predicatore, perché sono davvero tante, a partire dall’Antico Testamento sino ai Vangeli. “Lodevole” il panegirico su Adamo ed Eva, che «credono» e «non credono», proprio come se ad essere allegorico fosse non solo il racconto, ma anche l’intero contenuto. Domanda: come possono Adamo ed Eva credere o non credere a ciò che vedono, posto che Dio ce l’hanno davanti agli occhi? [cf. QUI]. Ben altro è infatti il problema di fondo di queste due prime creature fatte a immagine e somiglianza di Dio, che è il volersi fare simili a Dio, per “prescindere” poi da Dio. E dalla loro libera e determinata ribellione nasce la rottura dell’armonia perfetta che corrompe l’umanità intera e che rende l’uomo mortale e corruttibile. Tutto questo è noto anche come peccato originale. E il peccato originale è una realtà che nasce da un atto e da un fatto reale, merita insegnarlo al Predicatore, visto che non ne parla proprio, forse perché non lo sa. Il peccato originale non è un’invenzione di Sant’Agostino, come affermano molti, né una «paura che raffigura i timori mitico-ancestrali dell’uomo», come soleva dire Karl Rahner. il Predicatore spiega che Adamo ed Eva provano «paura», anche se ad essere precisi andrebbe detto che, più che «paura», provano timore e vergogna. Ma non è questo il problema, bensì il fatto che il Predicatore non spiega l’origine di questo timore e vergogna, ma soprattutto che cosa ne consegue per loro e per tutta l’umanità. E questo è molto grave, perché è la base di partenza dell’idea totalmente errata che il predicatore ha del peccato e che di conseguenza affiora in tutta la sua predicazione, che di fatto, senza facile pena di smentita, è una predicazione eterodossa, tenuta dinanzi al Sommo Pontefice ed ai membri della Curia Romana.
il sorriso accattivante dell’asino conquistatore
Senza cadere nel più temibile dei peccati capitali, che è la superbia, in tutta onestà cristiana affermo che io, nello svolgimento del mio ministero di predicatore, gli esercizi spirituali alla Curia Roma non li avrei predicati meglio, ma molto meglio, partendo anzitutto dalla consapevolezza che Gesù Cristo mi chiama «amico» [cf. Gv 15, 9-17] e che lui solo è il mio unico «Padrone». Un padrone che peraltro non vuole la mia compiacente piaggeria, ma la mia fede e il mio amore. E l’una e l’altro passano attraverso l’esercizio del dono della libertà dei figli di Dio.
Mi limito quindi a due esempi,giusto per rendere l’idea: anzitutto il fatto che, nella seconda giornata di esercizi spirituali, il Predicatore afferma: «mi aiuta una frase di Bonhoeffer». E procede quindi a ruota con la relativa citazione [cf. QUI].
Chiariamo subito la cosa:quello del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer è un pensiero altamente ereticale, già lo spiegai in passato dettagliando in un mio articolo come questo pensatore stava alla base della formazione dell’attuale Vescovo Segretario della Conferenza Episcopale Italiana[cf.QUI], un altro «asino» ― in senso puramente figurato, per la santa carità di Dio! ― «legato dove vuole il Padrone». Mi si potrebbe obiettare che anche in un eretico come Bonhoeffer, può esserci del buono; cosa questa che in sé è giusta e vera. Come però c’insegna il nostro sapiente maestro domenicano Giovanni Cavalcoli attraverso le sue critiche ai teologismi di Karl Rahner: «L’eresia più pericolosa è quella attraverso la quale, vero e giusto, finiscono cosparsi di errori dottrinali e infarciti di eterodossie».
l’arte della comunicazione …
Volendo, posso chiarire il tutto con uno di quegli esempi che mandano letteralmente fuori dai gangheri certi inguaribili clericali. L’esempio è il seguente: anche nel famoso porno-attore Rocco Siffredi – celebre non per il suo volto ma per altre parti anatomiche del suo corpo – c’è del buono. Più volte lo abbiamo visto commuoversi teneramente in diretta televisiva, mentre rispondendo all’intervistatore parlava della propria amata moglie e dei propri amati figli col candore di un San Luigi Gonzaga, spiegando che per lui la famiglia non è semplicemente importante, bensì proprio tutto. Pur malgrado, io non lo proporrei mai, né mai lo userei come modello di paterno amore familiare nella predicazione degli esercizi spirituali alle Carmelitane scalze. Sebbene comunque io ritenga cosa più grave usare l’eretico Bonhoeffer come esempio e paradigma per esprimere concetti di “alta spiritualità” alla presenza del Sommo Pontefice e dei membri della sua Curia, più o meno “sbracati” con dei clergyman sciatti indosso, di quelli sui quali è applicato un francobollo di plastica bianco al centro della camicetta, in uno sfoggio di croci pettorali di ferro penzolanti sulle pance. Ed a chi mi rispondesse: «Ma quali quisquilie vai ad osservare e cercare?», replicherei che tra poco, nel Vangelo della Passione, leggeremo l’episodio nel quale i soldati romani, ritrovandosi tra le mani la preziosa veste di Gesù, ben se ne guardarono dal farla in pezzi ed usarne gli stracci per pulire le loro lance e armature, come solitamente facevano coi miserabili vestimenti dei condannati alla crocifissione. Trattandosi infatti di un capo molto prezioso, tessuto interamente da cima a fondo in stoffa pregiata, quel pezzo di alta sartoria se lo giocarono a dadi [cf. Mt 27, 33-36]. Questo per dire che i vestimenti dimessi e sciatti dei membri della Curia Romana, legati come asini dove vuole il Padrone, potrebbero essere invece a malapena venduti nel mercatino dell’usato di Porta Portese.
nella società contemporanea è importante avere una espressione accattivante un mezzo sorriso sornione e il mondo oggi è tuo
Molto peggioè contenuto nella quinta meditazione del Predicatore, che speditamente procede in una profonda e grave adulterazione del messaggio del Vangelo. Ogni predicatore, infatti, nel delicato ministero dell’annuncio della Parola del Verbo di Dio, deve tenere conto della totalità del testo in tutta la sua profonda interezza. I taglia e cuci a diverso uso e consumo operati sul Vangelo da quanti desiderano dare ad esso un altro senso mutandolo in tal modo in tutt’altro messaggio, vanno lasciati agli ultra laicisti od ai «Cari Fratelli Massoni» del Cardinale Gianfranco Ravasi [cf. QUI, QUI]. E la gravità teologica che nasce a monte da una errata capacità di esegesi e da una grave adulterazione del messaggio, nella specifica predicazione si regge su questo: viene affermato – giustamente – che «Gesù non è un moralista», come invece lo sono i farisei. Nulla da dire, se il tutto non fosse usato per far dire al Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo ciò che il Verbo di Dio Incarnato non ha mai detto, visto e considerato che Gesù, una morale, ce l’ha eccome, al punto da spiegarci in modo chiaro e inequivocabile: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» [cf Mt 5, 17-20].
un mezzo sorriso sornione e il mondo oggi è tuo
Trovo inquietanteche oggi, persino all’interno della Chiesa, dei lemmi come “dogma”, “dogmatico”, “morale” … siano usati in accezione negativa. Nessun presbitero infatti, neppure il più incolto dei curati di campagna d’una volta ― oggi equiparabile in preparazione a un odierno dottore in sacra teologia ―, per manifestare dissenso su una data cosa, avrebbe replicato al proprio interlocutore: «Ma quanto sei dogmatico … ah, tutti questi inutili dogmatismi!».
Sarebbe pertanto bene chiarire al Predicatore che non essere «moralisti», nell’accezione negativa o farisaica del termine, non vuol dire però essere privi del senso di peccato o del concetto di bene e di male, ossia di senso morale, affogando tutto quanto nella corrente e imperante melassa di una confusa misericordia e di un altrettanto confuso amore. Il modo in cui il Predicatore parla infatti di peccato è a dir poco ― oserei dire ― raccapricciante, ma soprattutto non cattolico.
È gravissimo che a supporto delle proprie oggettive eterodossie il Predicatore abusi degli straordinarî paradigmi cristologici quali ad esempio l’episodio della prostituta perdonata [Cf. Lc 7, 36-48] o dell’adultera [cf. Gv 7,53-8,11], per mutare il tutto in altro, per liberare l’uomo ormai psicanalizzato dal “complesso del peccato”. Proprio come in precedenza ebbe più volte a fare il suo celebre confratello Davide Maria Turoldo, insigne e celebrata firma del quotidiano Il Manifesto del Partito Comunista, nel quale per anni scrisse editoriali destinati a piacere ai comunisti radicali ed a confondere, se non a volte ad umiliare, il sentimento dei cattolici. E si badi bene che ho detto: dei cattolici, non dei catto-farisei.
esercizi spirituali alla Curia Romana, Quaresima 2016
Traboccante forme di non meglio precisata tenerezza,il Predicatore non si è soffermato su un elemento imprescindibile sul quale si fonda la divina azione di grazia di Cristo Signore, ossia il fatto che la prostituta, anzitutto e avanti a tutto, è pentita. Dinanzi a Cristo Dio ella si inginocchia umile e penitente «bagnando i suoi piedi con le lacrime e asciugandoli poi con i suoi capelli» [Cf. Lc 7, 36-48]. Non era affatto fiera e orgogliosa del proprio mestiere e del proprio conseguente agire, né del suo peccato, né della sua vita di peccato né del suo stato di peccato. Questa è la base di partenza sulla quale viene edificata l’azione del Cristo che la accoglie, la protegge e la perdona, congedandola con la frase: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!». Che è una vera e propria assoluzione dai peccati data da Cristo sommo ed eterno sacerdote dell’universo. Per altro verso invece l’adultera, anch’essa perdonata perché pentita, è congedata con un preciso ammonimento, di cui però non v’è traccia alcuna nei vaniloqui del Predicatore che forse, proprio come il padrone dell’asino, ha deciso di essere più “tenero” e “misericordioso” di Cristo stesso. Per questo dico vaniloqui, tutti e di rigore giocati sull’emotivo, sul sentimentale da ballo di murga argentina e, soprattutto, sul politicamente corretto. E il monito amorevole, ed al tempo stesso severo del Signore Gesù è il seguente: «… va’ e d’ora in poi non peccare più» [Cf Gv 7,11]. Lo stesso monito col quale oggi i confessori possono congedare il penitente dopo la santa assoluzione sacramentale. E questo monito è il suggello che completa l’azione della grazia divina, in assenza del quale, il messaggio cristologico, finisce con l’essere mutato in altro. Pertanto, togliendo l’elemento iniziale del pentimento dal peccato sul quale si muove l’azione del perdono di Cristo, ed infine il fondamentale suggello finale, si metterà in scena una perfetta falsificazione del Vangelo. E se questo avviene direttamente dinanzi al Sommo Pontefice ed ai membri della Curia Romana, voi capite bene cosa il tutto voglia dire: vuol dire che da tempo siamo ormai in “felice” marcia sul carro funebre.
[particolare della foto precedente] il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede durante gli esercizi alla Curia Romana, con una espressione che in sé dice tutto …
Adesso capisco come mai, seduto in prima fila tra i presenti, spicca il volto sconsolato di quel grande e ortodosso teologo ratzingeriano del Cardinale Gerhard Ludwig Müller, che a onore del vero ritengo sia uno tra i migliori Prefetti della Congregazione per la dottrina della fede avuti dalla Chiesa nel corso degli ultimi cinquant’anni.
Ormai, tra eretici citati in gloria e discorsi costruiti su sociologismi e teologismi diffusi come metastasi dai cancri disseminati per il corpo della Chiesa da certi autori della Nouvelle Thèologiè, a predicare alla moribonda Curia Romana non chiamano più neppure i predicatori, ma direttamente i becchini, cosa sinceramente del tutto coerente col “nuovo corso”, a tratti desolante, o perlomeno ambiguo e dottrinalmente confondente.
E mentre l’insigne becchino-predicatore dava come sin qui sintetizzato il meglio di sé, questa mattina, su invito di un anziano parroco, io ricevevo da Dio la grazia di predicare a circa 300 studenti delle scuole medie inferiori, in età compresa tra gli 11 ed i 14 anni. E nel farlo, lungi dal sentirmi un becchino, mi sentivo uno specialista del reparto di terapia intensiva, animato dallo scopo di tenere in qualche modo viva la fede, o perlomeno le domande sulla fede, in coloro che domani, sui cadaveri di tutti questi poveri morti oggi in trionfale marcia sul carro funebre, potranno essere i Christi fideles del futuro. Questo il motivo per il quale lascio di buon grado al Padre Ermes Ronchi la predicazione ai morti, mentre io, da parte mia, sono da sempre impegnato a predicare ai vivi.
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dall’Isola di Patmos, 9 marzo 2016
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LITURGIA DELLA PAROLA DEL GIORNO [vedere qui] OMELIA AGLI STUDENTI DELLE SCUOLE MEDIE INFERIORI
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[…] imparate ad accogliere Dio che si comunica a voi, ed imparate a comunicare con l’amore e la misericordia di Dio, di quel Dio che è «lento all’ira e grande nell’amore». Ma pur essendo il suo amore un fuoco che brucia in eterno, ciò non vuol dire che sia privo di ira verso chi sceglie il male a tutti i costi e costi quel che costi, anziché scegliere quella sua infinita misericordia
la sacrestia, quella silenziosa anticamera del paradiso …
Il Salmo che abbiamo letto è intervallato da un responsorio che assieme abbiamo ripetuto: «Misericordioso e pietoso è il Signore». Per comprendere veramente, quindi per accogliere gli altri e per trasmettere noi stessi per ciò che realmente siamo, ossia per comunicare coi nostri simili, è necessario l’uso della parola. Ma questo uso richiede, a sua volta, la vera e reale conoscenza delle parole, quindi l’uso appropriato e corretto delle parole stesse.
Come voi ben sapete,la moderna tecnologia dovrebbe esservi utile per comunicare meglio tra di voi e col mondo che vi circonda, mentre invece purtroppo, proprio la tecnologia vi toglie spesso la possibilità di comunicare le vostre emozioni e sensazioni. Provate a pensarci, ma soprattutto interrogatevi sul perché oggi, che pure siamo dotati di tutti i migliori mezzi comunicazione, i giovani hanno enormi difficoltà a comunicare le loro emozioni, sensazioni, sentimenti?
la sacrestia, quella silenziosa anticamera del paradiso …
Forse le persone dell’età mia [io ho 52 anni] sotto questo aspetto erano più avvantaggiate di voi. Per esempio, questa vostra è anche l’età dei primi grandi amori. E credetemi lo so cosa questo voglia dire, perché all’età vostra io mi innamoravo mediamente due volte al mese; ed i miei erano sempre amori folli, come lo sono di solito a 12/13 anni. A quel punto si creava il naturale problema della comunicazione: io, adolescente tal ero, dovevo trovare il modo, l’espressione del volto, le parole giuste per dire a quella compagna di scuola che mi ero innamorato di lei. E tutto si giocava sulla comunicazione, con una consapevolezza: se non si riesce a comunicare i nostri sentimenti all’altra persona, i nostri sentimenti possono non essere capiti, quindi non essere accolti; e chi nutre sentimenti d’amore desidera essere accolto, ricambiato, quindi amato. A quel punto cosa accadeva? Più o meno questo: siccome uno degli elementi della comunicazione sono anche i cosiddetti espedienti intesi come colpi d’ingegno che fabbricano le cose in modo tale da far sembrare che tutto sia accaduto casualmente, accadeva quindi per caso che la ragazzina usciva dalla palestra della scuola per tornare in classe e … ma guarda caso, trovava me dietro l’angolo del corridoi che stava arrivando, ovviamente in modo casuale. E in modo altrettanto casuale avevo stampata in faccia un’aria da cupido trasognante, o se preferite da pesce lesso. E con una voce cosparsa di miele dicevo: «Buongiorno, ma guarda chi si vede». Come dire: eh, che scherzi fa il caso! E putacaso la incontravo di nuovo – sempre per caso, s’intende – all’uscita della scuola. Dopodiché, poteva forse mancare una telefonata nel pomeriggio, dovuta ad una situazione di emergenza dovuta al caso fortuito, in questo caso a una dimenticanza del tipo: «Non trovo il diario e non ricordo le pagine che l’insegnante di storia ci ha dato da studiare». E da quel pretesto nasceva una conversazione di quaranta minuti. E finalmente mio padre riusciva a telefonare a casa per chiedere a mia madre un’informazione urgente, sbottando: «Ho provato venti volte a chiamare ma era sempre occupato». E mia madre ribatteva: «Porta pazienza, tuo figlio s’è follemente innamorato un’altra volta!».
la sacrestia, quella silenziosa anticamera del paradiso …
Ora voi capite che tra questo naturale, umano e affettivo “comunicare” fatto di gesti, sguardi, parole e anche di pretesti studiati in modo ingegnoso, ed un whatsapp o un sms sul quale a distanza viene scritto: “TVB”, che mi pare voglia dire ti voglio bene, c’è parecchia differenza. Figlioli cari: non possiamo comunicare a botte di “TVB” e di faccine sorridenti o tristi, né possiamo comunicare spedendo immagini di pollici alzati di approvazione o abbassati di disapprovazioni, perché le relazioni umane non si fanno con tre parole sgrammaticate sparate con wathsapp, o con l’immagine di un cuoricino inviata via sms. Le relazioni umane sono la nostra concreta realtà presente e la nostra reale prospettiva futura, in una vita che deve essere viva e reale, non virtuale. Per questo la vostra vita deve essere fatta di relazione vere, non di cuoricini mandati a pochi metri di distanza con un sms senza guardare neppure in faccia la persona che il cuore vero ve lo fa battere. E queste relazioni umane si fondano sulla comunicazione. Pertanto cercate d’imparare a guardare il compagno o la compagna negli occhi e provare a dirgli «ti voglio bene», anziché mandargli un cuoricino col telefonino da dieci metri di distanza.
la sacrestia, quella silenziosa anticamera del paradiso …
Dio, quello che una volta veniva definito nel catechismo con una frase tanto breve quanto efficace: «Dio è l’essere perfettissimo creatore del cielo e della terra», racchiude nel proprio essere eterno anche la perfezione della comunicazione; perché in modo molto efficace Dio si è rivelato e comunicato all’uomo sin dall’inizio dei tempi. Pensate in che modo originale Dio si rivela a Mosè: lo fece richiamando la sua attenzione attraverso un roveto ardente che bruciava dinanzi ai suoi occhi ma che non si consumava [cf Es 3:1-4:17]. Se però ci pensate bene, il segno di quel roveto che brucia senza consumarsi racchiude anche un altro significato. Infatti, il fuoco che brucia ma che mai si consuma, è segno dell’amore eterno e inestinguibile di Dio.
A un certo punto della storia dell’uomo, ecco che il Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili, torna a comunicarsi ed a rendersi vivo e presente in un modo che supera ogni umana fantasia: Dio si fa uomo, presentandosi dinanzi a noi con un corpo, un volto, una voce, quella di Gesù Cristo. A quel punto, dal roveto ardente che brucia e che rappresenta l’amore inestinguibile di Dio per l’uomo, si passa a Gesù Cristo, il Verbo di Dio fatto uomo, che come agnello immolato lava il mondo dal peccato bruciando per amore dell’umanità sulla croce, per riscattare col fuoco vivo della sua passione l’umanità intera dal peccato. E ancora una volta, quello di Dio grande e misericordioso, è un fuoco d’amore che brucia e che mai si consuma.
arrivo dei giovani scolari in chiesa
Dinanzi all’insegnamento di un Dioche si comunica in modo così straordinario all’uomo, possiamo noi trasmetterci umanità, sentimento, amore, con un freddo cuoricino spedito via sms?
Quando il salmista, cantando la misericordia di Dio, ci annuncia che «Il Signore è vicino a chiunque lo invoca» [Sal 144, 3] con quelle parole vuol dire questo: il Signore, che si comunica e che si rivela all’uomo attraverso numerosi segni, desidera che l’uomo comunichi con lui.
arrivo dei giovani scolari in chiesa
E Cristo Signore, prima di morire e risorgere dai morti, prima di salire al cielo dove oggi siede alla destra del Padre, ci ha lasciato un altro grande dono: l’Eucaristia. E nel grande mistero dell’Eucaristia, il Signore Gesù è veramente vivo e presente tra noi attraverso i segni del pane e del vino che divengono suo corpo e suo sangue vivo. Sotto le specie consacrate del pane e del vino, Cristo stesso, vivente e glorioso, è infatti presente in maniera vera, reale e sostanziale, il suo Corpo e Sangue con la sua anima e divinità [cf. CCC, 1413].
Tutti questi doni di Dio Padre che continua a comunicarsi all’uomo sono racchiusi in una sola parola: Misericordia. Quella «misericordia di Dio» che come canta il salmista «si espande a tutte le sue creature» [Sal 144, 1].
la Sacra Celebrazione Eucaristica
Attenzione però,il salmista, cantando la divina Misericordia, ci avvisa anche che Dio è «lento all’ira e grande nell’amore». E voi capite bene che essere «lenti», non vuol dire essere «privi di ira». Voi tutti che avete ricevuto i Sacramenti di grazia, che avete fatto la Prima Comunione e molti di voi anche la Cresima, quando recitate la professione di fede – il Credo – assieme a tutta l’assemblea del Popolo di Dio affermate che Cristo «giorno tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti».
Non sfidiamo quindi l’amore di Dioe la sua infinita misericordia, perché Dio è anche divino giudice, al quale un giorno tutti noi – io per primo molto più di voi – dovremo rendere conto delle nostre azioni.
Nel Vangelo del beato apostolo Giovanni che abbiamo letto [cf. 5, 17-30], Cristo Signore afferma: «Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora […] in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno».
un ricordo con alcuni giovani scolari
Per questo vi dico: imparate ad accogliere Dio che si comunica a voi, ed imparate a comunicare con l’amore e la misericordia di Dio, di quel Dio che è «lento all’ira e grande nell’amore». Ma pur essendo il suo amore un fuoco che brucia in eterno, ciò non vuol dire che sia privo di ira verso chi sceglie il male a tutti i costi e costi quel che costi, anziché scegliere quella sua infinita misericordia che parte dal roveto ardente di Mosè che brucia e che non si consuma, per giungere sino al Figlio Unigenito di Dio, Cristo Signore, che per amore dell’umanità brucia e consuma la propria passione sulla croce per la salvezza dell’umanità. E il terzo giorno è risuscitato secondo le scritture, nel mistero di quella Pasqua che tra poco vivremo nel ricordo di Cristo Signore, che per noi e morto e che per noi è risorto. E sul grande mistero del Cristo risorto che vince la morte, si regge l’intero grande mistero della nostra fede: Cristo Dio, l’Agnello Vittorioso, che vince la morte e che ci chiama tutti alla vita nel suo Regno che non avrà fine. Questi, i sentimenti cristiani con i quali vi esorto a vivere tra poco il grande mistero della Pasqua di risurrezione.
Sia lodato Gesù Cristo!
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2016-03-10 12:29:262016-04-17 19:15:14Gli esercizi alla Curia Romana. Dai predicatori ai becchini: il funerale dell’omiletica
INTERVISTA ALL’ARCIVESCOVO GUIDO POZZO: «A CHE PUNTO È IL DIALOGO CON I LEFEBVRIANI?»
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«[…] la Fraternità Sacerdotale San Pio X rimane ancora in una posizione irregolare, perché non ha ricevuto il riconoscimento canonico da parte della Santa Sede. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, i suoi ministri non esercitano in modo legittimo il ministero e la celebrazione dei sacramenti»
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Autore Redazione dell’Isola di Patmos
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Eccellenza, nel 2009 papa Benedetto XVI ha rimesso la scomunica alla Fraternità San Pio X. Ciò significa che ora sono di nuovo in comunione con Roma?
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l’Arcivescovo Guido Pozzo, Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei
Con la remissione da parte di Benedetto XVI della censura della scomunica ai Vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X (2009), essi non sono più soggetti a questa grave punizione ecclesiastica. Con tale provvedimento tuttavia la Fraternità Sacerdotale San Pio X rimane ancora in una posizione irregolare, perché non ha ricevuto il riconoscimento canonico da parte della Santa Sede. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, i suoi ministri non esercitano in modo legittimo il ministero e la celebrazione dei sacramenti [NdR. cf. QUI, QUI]. Secondo la formula adoperata dall’allora Cardinale Bergoglio a Buenos Aires e confermata da Papa Francesco alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, i membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X sono cattolici in cammino verso la piena comunione con la Santa Sede. Questa piena comunione si avrà quando vi sarà il riconoscimento canonico della Fraternità.
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Quali passi sono stati fatti dalla Santa Sede in questi sette anni per favorire il riavvicinamento della Fraternità San Pio X?
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l’Arcivescovo Guido Pozzo
A seguito della remissione della scomunica nel 2009, sono stati avviati una serie di incontri di carattere dottrinale tra esperti nominati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, cui è strettamente legata la Pontificia Commissione Ecclesia Dei dopo il Motu proprio di Benedetto XVI Ecclesiae unitatem [2009. NdR cf. QUI], ed esperti della Fraternità Sacerdotale San Pio X per discutere e confrontarsi sui principali problemi dottrinali che sono alla base della controversia con la Santa Sede: il rapporto tra Tradizione e Magistero, la questione dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso, della libertà religiosa e della riforma liturgica, nel contesto dell’insegnamento del Concilio Vaticano II.
Tale confronto, durato circa due anni, ha consentito di chiarire le rispettive posizioni teologiche in materia, di mettere in luce i punti di convergenza e di divergenza.
l’Arcivescovo Guido Pozzo,durante una celebrazione in “rito antico”
Negli anni successivi i colloqui dottrinali sono proseguiti con alcune iniziative mirate all’approfondimento e alla precisazione delle tematiche in discussione. Nello stesso tempo i contatti tra i Superiori della Commissione Ecclesia Dei e il Superiore e altri esponenti della Fraternità Sacerdotale San Pio X hanno favorito lo sviluppo di un clima di fiducia e di rispetto reciproci, che deve essere alla base di un processo di riavvicinamento. Occorre superare le diffidenze e gli irrigidimenti che sono comprensibili dopo tanti anni di frattura, ma che possono essere gradualmente dissipati se l’atteggiamento reciproco cambia e se le divergenze non vengono considerate come muri invalicabili, ma come punti di discussione che meritano di essere approfonditi e sviluppati verso una chiarificazione utile alla Chiesa intera. Ora siamo in una fase che ritengo costruttiva e orientata a raggiungere la auspicata riconciliazione. Il gesto di Papa Francesco di concedere ai fedeli cattolici di ricevere validamente e lecitamente il sacramento della riconciliazione e dell’unzione degli infermi dai vescovi e sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X nel corso dell’Anno Santo della Misericordia [NdR. Cf. QUI] è chiaramente il segno della volontà del Santo Padre di favorire il cammino verso il pieno e stabile riconoscimento canonico.
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Quali sono gli ostacoli che ancora si frappongono alla definitiva riconciliazione?
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l’Arcivescovo Guido Pozzo durante un celebrazione in “rito antico” a Trieste, Parrocchia della Vergine del Rosario
Distinguerei due livelli. Il livello propriamente dottrinale, che riguarda alcune divergenze circa singoli temi proposti dal Concilio Vaticano II e dal Magistero post-conciliare, relativi all’ecumenismo, al rapporto tra il Cristianesimo e le religioni del mondo, alla libertà religiosa soprattutto nel rapporto tra Chiesa e Stato, ad alcuni aspetti della riforma liturgica. Il livello dell’atteggiamento mentale e psicologico, che deve passare da una posizione di scontro polemico e antagonista, ad una posizione di ascolto e di reciproco rispetto, di stima e di fiducia, come deve essere tra membri dello stesso Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Occorre lavorare su entrambi questi due livelli. Penso che il cammino di riavvicinamento intrapreso abbia dato qualche frutto, soprattutto per questo cambiamento di atteggiamento da entrambe le parti e vale la pena proseguire su questa linea.
l’Arcivescovo Guido Pozzo, durante una celebrazione al Santuário da Divina Maternidade (Portogallo)
Anche sulla questione del Concilio Vaticano II, penso che la Fraternità Sacerdotale San Pio X debba riflettere sulla distinzione, che è a mio avviso fondamentale e assolutamente dirimente, tra la mens autentica del Vaticano II, la sua intentio docendi, come risulta dagli Atti ufficiali del Concilio, e ciò che chiamerei il “paraconcilio”, cioè l’insieme di orientamenti teologici e di atteggiamenti pratici, che accompagnarono il corso del Concilio stesso, pretendendo poi di coprirsi con il suo nome, e che nell’opinione pubblica, grazie anche all’influsso dei mass media, si sono sovrapposti spesso al vero pensiero del Concilio. Spesso nella discussione con la Fraternità Sacerdotale San Pio X, l’opposizione non è al Concilio, ma allo “spirito del Concilio”, che si avvale di alcune espressioni o formulazioni dei documenti conciliari per aprire la strada a interpretazioni e posizioni che sono lontane e talvolta strumentalizzano il vero pensiero conciliare. Anche per quanto concerne la critica lefebvriana sulla libertà religiosa, al fondo della discussione a me pare che la posizione della Fraternità Sacerdotale San Pio X sia caratterizzata dalla difesa della dottrina tradizionale cattolica contro il laicismo agnostico dello Stato e contro il secolarismo e relativismo ideologico e non contro il diritto della persona a non essere coartata né impedita dallo Stato nell’esercizio della professione di fede religiosa. Si tratta comunque di temi che potranno essere oggetto di approfondimento e di chiarificazione anche dopo la piena riconciliazione. Ciò che appare essenziale è ritrovare una piena convergenza su ciò che è necessario per essere in piena comunione con la Sede Apostolica, e cioè sull’integrità della Professione di Fede cattolica, sul vincolo dei sacramenti e sull’accettazione del Supremo Magistero della Chiesa.
l’Arcivescovo Guido Pozzo
Il Magistero, che non è al di sopra della Parola di Dio scritta e trasmessa, ma la serve, è l’interprete autentico anche dei testi precedenti del Magistero, incluso quelli del Concilio Vaticano II, nella luce della perenne Tradizione, che progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo, non però con una novità contraria (che sarebbe negare il dogma cattolico), ma con una migliore intelligenza del deposito della fede, sempre nella stessa dottrina, nello stesso senso e nella medesima sentenza [in eodem scilicet dogmate, eodem sensu et eademque sententia, cf. Concilio Vaticano I, Const. Dogm. Dei Filius, 4]. Credo che su questi punti la convergenza con la Fraternità Sacerdotale San Pio X sia non solo possibile, ma doverosa. Tutto ciò non pregiudica la possibilità e la legittimità di discutere e approfondire altre questioni particolari, cui accennavo sopra, che non riguardano materia di fede, ma piuttosto orientamenti pastorali e giudizi di carattere prudenziale, e non dogmatico, su cui è possibile avere anche differenti punti di vista. Non si tratta quindi di ignorare o addomesticare le differenze su alcuni aspetti della vita pastorale della Chiesa, ma si tratta di tenere presente che nel Concilio Vaticano II vi sono documenti dottrinali, che intendono riproporre verità di fede già definite o verità di dottrina cattolica [es. Cost. dogm. Dei Verbum, Cost. dogm. Lumen gentium], e vi sono documenti che intendono suggerire indicazioni o orientamenti per l’agire pratico, cioè per la vita pastorale come applicazione della dottrina [Dich. Nostra Aetate, Decreto Unitatis Redintegratio, Dich. Dignitatis humanae]. L’adesione agli insegnamenti del Magistero varia a seconda del grado di autorità e della categoria di verità propria dei documenti magisteriali. Non mi risulta che la Fraternità Sacerdotale San Pio X abbia negato dottrine di fede o verità di dottrina cattolica insegnate dal Magistero. I rilievi critici riguardano invece affermazioni o indicazioni concernenti la rinnovata cura pastorale nei rapporti ecumenici e con le altre religioni e alcune questioni di ordine prudenziale nel rapporto Chiesa e società, Chiesa e Stato. Sulla riforma liturgica, mi limito a menzionare una dichiarazione che Mons. Lefebvre scrisse a Papa Giovanni Paolo II in una lettera dell’8 marzo 1980: «quanto alla messa del Novus Ordo, malgrado tutte le riserve che si devono fare al riguardo, io non ho mai affermato che essa sia invalida o eretica». Quindi le riserve al rito del Novus Ordo, che non sono ovviamente da sottovalutare, non si riferiscono né alla validità della celebrazione del sacramento né alla retta fede cattolica. Sarà pertanto opportuno proseguire nella discussione e nella chiarificazione di tali riserve.
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In occasione dell’Anno della Misericordia è arrivato un gesto distensivo da parte di papa Francesco: i fedeli cattolici potranno ricevere il sacramento della riconciliazione anche da parte di sacerdoti appartenenti alla Fraternità. Cosa comporta questo provvedimento? Ritiene che questo gesto possa concretamente riaprire un dialogo che, da qualche tempo, sembrava essersi arenato?
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l’Arcivescovo Guido Pozzo in Piazza San Pietro durante la festa di Sant’Antonio Abate [17 gennaio 2014]
Come ho detto sopra, il dialogo con la Fraternità Sacerdotale San Pio X non si è mai arenato. Si è piuttosto deciso che esso continuasse in una forma meno ufficiale e formale, per dare spazio e tempo ad una maturazione dei rapporti nella linea dell’atteggiamento di fiducia e di ascolto reciproco per favorire un clima di relazioni più idoneo ove collocare anche il momento della discussione teologica e dottrinale. Il Santo Padre ha incoraggiato la Pontificia Commissione Ecclesia Dei fin dall’inizio del suo pontificato a perseguire questo stile nei rapporti e nel confronto con la Fraternità Sacerdotale San Pio X. In questo contesto il gesto distensivo e magnanimo di Papa Francesco nella circostanza dell’Anno della Misericordia ha indubbiamente contribuito a rasserenare ulteriormente lo stato dei rapporti con la Fraternità, mostrando che la Santa Sede ha a cuore il riavvicinamento e la riconciliazione, che dovrà avere anche un rivestimento canonico. Spero e mi auguro che lo stesso sentimento e la stessa volontà siano condivisi anche dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X.
Questa intervista curata da Luca Marcolivio è stata rilasciata da S.E. Mons. Guido Pozzo all’Agenzia Zenit il 28 febbraio 2016 [cf. QUI]
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RIMANDIAMO AI SEGUENTI DOCUMENTI RIPORTATI IN PASSATO NELLA APPENDICE DI QUESTO NOSTRO ARTICOLO SULL’ISOLA DI PATMOS [VEDEREQUI]
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– «Lettre de S.S. Paul VI à Mgr Marcel Lefebvre», 29 juin 1975 [testo QUI]
– Lettera Apostolica di S.S. Paolo VI, «Nuova ammonizione a S.E. Mons. Marcel Lefebvre», 8 settembre 1975 [testo, QUI]
– S.S. Paolo VI, «Lettera a Mons. Marcel Lefebvre», 15 agosto 1976 [testo QUI]
– Discorso di S.S. Paolo VI «Sulla dolorosa vicenda di Mons. Marcello Lefebvre», 1° settembre 1976 [testo QUI]
– «Lettera Apostolica Ecclesia Dei» del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II in forma di motu proprio, 2 luglio 1988 [testo QUI].
– Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, nota esplicativa «Sulla scomunica per scisma in cui incorrono gli aderenti al movimento del Vescovo Marcel Lefebvre», 24 agosto 1996 [testoQUI].
– Congregazione per i Vescovi: «Decreto di remissione della scomunica latae sententiae ai Vescovi della Fraternità di San Pio X», 21 gennaio 2009 [testo QUI]
– «Nota della Segreteria di Stato circa i quattro Vescovi della Fraternità di San Pio X», 4 febbraio 2009 [testo QUI]
– Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica ai 4 Vescovi consacrati dall’ Arcivescovo Lefebvre [testo, 10 marzo 2009 QUI].
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Aquila-reale.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2016-03-06 15:06:492021-04-20 23:45:32Intervista all’Arcivescovo Guido Pozzo: “A che punto è il dialogo con i lefebvriani?”
PEDOFILIA: «IL CASO SPOTLIGHT» È UNA OTTIMA RAFFIGURAZIONE FILMICA DELLA PIAGA DELL’OMERTÀ CLERICALE
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“Il caso di Spotlight” è un film che merita apprezzamento per il modo in cui il regista e gli attori hanno rappresentato il cuore di questo doloroso problema, costituito da quell’omertà clericale che da sempre caratterizza e avvolge sia i peggiori casi di pedofilia sia i vari disordini sessuali manifestati da non pochi membri del nostro clero secolare e regolare. E adesso ve lo spiego io sulla mia vita vissuta e sulla mia pelle, che cosa comporta per un prete violare l’omertà clericale, visto che i prezzi li ho pagati tutti, uno per uno …
Un lettore affezionato mi ha segnalato due articoli sulla Nuova Bussola Quotidiana, firmati uno da Massimo Introvigne [cf. QUI] e uno da Stefano Magni [cf. QUI]. L’oggetto di questi due articoli è la pellicola “Il caso di Spotlight”, premiato film-denuncia sui casi di pedofilia che scossero l’Arcidiocesi di Boston e la Chiesa Cattolica in più angoli del mondo [cf. trailer italiano, QUI].
I due autori che sulla Bussola Quotidiana hanno firmato i loro articoli, trattano il problema con quella correttezza giornalistica che alle volte può indurre a cadere nel parziale e nel superficiale. Né Massimo Introvigne, che illustra un problema molto complesso attraverso la sua nota preparazione sociologica; né Stefano Magni, che nel suo ottimo articolo avrebbe potuto a mio parere evitare di definire l’opera come «film ideologico», no sono neppure sfiorati da quella parziale e imperante superficialità che oggi pare farla da padrona.
Io che certi problemi li ho toccati con mano e che mi ci sono ritrovato invischiato pagandone infine un caro prezzo, affermo che questo film, lungi dall’essere “ideologico”, è privo anzitutto di qualsiasi “scena forte” tesa a toccare il sentimento degli spettatori per suscitare in essi sprezzo verso la Chiesa Cattolica; dei sentimenti diversamente suscitati da ben altri film, per esempio “Schegge di paura” [USA, 1996, QUI], “Angeli ribelli” [Irlanda, 2003, QUI], “Magdalene” [2002, UK, QUI], etc ..
“Il caso di Spotlight”, a parte alcune imprecisioni dovute alla vasta complessità e gravità di un tema non facile da trattare, merita apprezzamento per il modo in cui il regista e gli attori hanno rappresentato il cuore di questo doloroso problema, costituito da quell’omertà clericale che da sempre caratterizza e avvolge sia i peggiori casi di pedofilia sia i vari disordini sessuali manifestati da non pochi membri del nostro clero secolare e regolare.
E adesso ve lo spiego io sulla mia vita vissuta e sulla mia pelle, che cosa comporta per un prete violare l’omertà clericale, visto che appunto i prezzi li ho pagati tutti, uno per uno …
Il limite che da anni riscontro nei molti che “presumono” di poter parlare di certi temi che toccano e scuotono a volte il nostro intero sistema ecclesiastico, è dato dalla scarsa propensione spesso mostrata da esponenti più o meno autorevoli del mondo cattolico a prendere il toro per le corna, anche perché tutti sappiamo che si può correre il rischio di essere infilzati, quindi meglio rimanere sugli spalti dell’arena a urlare per il torero o per il toro. O per meglio dire: se ha la meglio il torero, si grida “Viva il torero!”, se ha la meglio il toro, si grida “Viva il toro!”.
Negli anniho approfondito il complesso problema del gaysmo dentro la Chiesa e nel farlo non ho mai guardato in faccia nessuno, pagandone sino a oggi le conseguenze. Cosa che non hanno invece mai pagato certi laici cattolici impegnati e militanti, presi a gridare assecondo il vento che tira nell’arena per “il torero” o per “il toro”. Questi cattolici impegnati e militanti, seppure avvisati in modo dettagliato, ben se ne guardarono dal sollevare all’epoca mezza voce in mia difesa, quando all’interno della mia Chiesa venivo passato dentro il tritacarne dai peggiori ecclesiastici omertosi per avere osato proferire il vero e per avere denunciato all’Autorità Ecclesiastica certe situazioni intollerabili. N’è prova il fatto che per due anni, nella Diocesi del Vescovo di Roma — che non è governata dal Vescovo di Roma ma dal suo Vicario Generale — celebrai la Santa Messa nelle Catacombe di Priscilla [2011-2013], assistito dal mio prezioso allievo e collaboratore, unica persona presente. Nel mentre, coloro che avrebbero potuto spendere due parole in mia difesa, non dico fossero latitanti, erano semplicemente impegnati nel politicamente corretto, tutti presi a ossequiare i loro padroni per i quali erano impegnati a guidare come dei devoti padroncini i furgoni-merce messi a loro disposizione.
Su certi argomenti penso di poter parlare con sufficiente autorevolezza perché sospiro dietro sospiro, tutto ciò che ho detto e tutte le denunce che all’epoca presentai al Vicariato di Roma, alla Congregazione per il Clero e alla Segreteria di Stato, le ho pagate bastonata dietro bastonata, cattiveria dietro cattiverie, ostracismo dietro ostracismo.
la solitudine, spesso compagna del prete …
Non so quanti laici cattolici che ogni sera rientrano a casa loro senza che alcuno li scalfisca, possano parlare con la mia cognizione di causa, che a fine giornata rimanevo invece nella mia casa, che è la Ecclesia intesa anche come mondo ecclesiastico, avvolto dalla cupezza di quella omertà clericale imperante i cui nefasti risultati sono ormai dettagliati nelle motivazioni di sentenza date da numerosi tribunali sparsi in giro per il mondo. Sentenze tutt’altro che inique e lungi dall’esser mosse da sentimenti anti-cattolici, basti considerare che sulle parole di quelle sentenze è stata poi celebrata la penosa liturgia dei mea culpa da parte di quegli stessi ecclesiastici che sino a poco prima avevano redarguito, minacciato e ostracizzato i pochi preti che con coraggio avevano segnalato fatti, situazioni e, soprattutto, quei soggetti ad alto rischio protetti da intere cordate di potenti prelati. E certe persone, nella fattispecie gli omosessuali ecclesiastici per un verso, i pedofili per altro verso, hanno sempre avuto, dentro il mondo ecclesiastico, eserciti di protettori, ma soprattutto di solerti e spesso potenti “copertori”.
E chiunque paghi il prezzo da me pagato, per quanto bastonato a sangue, è però libero, ed essendo libero non ho debiti da pagare, perché il “segreto” di quella cristologica libertà che se realmente conosciuta ci farà liberi [cf. Gv 8, 32] si fonda sulla mancanza di qualsiasi aspirazione di carriera e beneficio ecclesiastico; checché ne dicano certi carrieristi, che non potendomi definire “uomo libero”, mi hanno semmai definito … “uomo pericoloso”, oppure “mina vagante” (!?). Anche per questo motivo io non ho creditori vestiti di rosso che bussano alla mia porta per presentarmi le cambiali in scadenza da pagare, o che mi ricordano i prestiti ottenuti, o semmai le donazioni o le regalie a me elargite sotto forma di sistemazioni, prebende e privilegi ecclesiastici, visto che a me hanno donato solo copiose sberle; e le sberle — come ben sappiamo — sono sempre gratuite, ottengono la grazia all’anima che le riceve e conducono spesso verso l’Inferno quella di chi le elargisce con gratuita o calcolata cattiveria, in sommo sprezzo a quella evangelica verità che ci farà liberi.
Ariel S. Levi di Gualdo. E Satana si fece Trino. Relativismo, indivdualismo, disubbidienza. Analisi sulla Chiesa del terzo millennio. Edito nel 2011 ed a breve in ristampa
Nel 2011, in un mio libro attualmente in ristampa,analizzai in profondità il problema della omosessualizzazione della Chiesa ed il numero di sacerdoti gay sempre più alto, indicandone le ragioni, le origini scatenanti ed anche i possibili rimedi, anche se con questi risultati: non un solo vescovo e cardinale, di quelli che in seguito mi avvicinarono, mi dette torto per ciò che avevo scritto e per il modo chiaro in cui lo avevo scritto. Tutt’altro, collezionai complimenti a volte persino imbarazzanti, dentro le chiuse stanze private dei vari sacri palazzi. E fatta unicamente eccezione per un anziano arcivescovo titolare, che mi accolse sul finire del 2011 prendendosi paterna cura della mia formazione permanente al sacerdozio, nessuno, di questi alti prelati laudatori in privato, mosse mezzo dito per me, mentre un esercito di mediocri monsignorini incattiviti cercava di aggredirmi come un branco di iene inferocite.
I fatti sono fatti e restano tali, ma soprattutto documentati. E l’Autorità Ecclesiastica, a partire da quella romana, lo sa bene, in che modo io sono aduso documentare i fatti; e anche in che modo non parli mai senza prove.
Predicando alle sabbie del deserto e alle canne mosse dal vento ho parlato inutilmente di un golpe omosessualista all’interno della Chiesa [vedere QUI]. Inutilmente ho spiegato che la lobby dei gay non si limita a puntare in alto, perché da tempo è ormai giunta in alto. Sono infatti anni che i gay ecclesiastici ed i loro gay friendly incidono sulle nomine episcopali di candidati più o meno appartenenti alla gaia “pia confraternita”, ed una volta divenuti vescovi cominciano per prima cosa a piazzare i propri fedeli amici nei posti chiave delle diocesi, in molte delle quali imperano gay più o meno palesi in tutte quante le cosiddette stanze dei bottoni, con accesso immediato ai bottoni di attivazione del lancio di missili terra-aria sui buoni preti, o sui pochi che sopravvivono in certe diocesi nelle quali, chi ha la sventura di partecipare in esse ad una assemblea del clero, potrebbe avere a volte l’impressione d’essere finito per sbaglio in una succursale del gay village.
uno spaccato del nuovo stile religioso, dinanzi al quale San Pio da Pietrelcina avrebbe fatto sicuramente salti di gioia …
Come mai è accaduto tutto questo? Il problema nasce a monte agli inizi degli anni Settanta, quando nella stagione del post-concilio si passò dal precedente rigore, forse eccessivo, al lassismo reattivo. E così, in una società in piena trasformazione e con la cosiddetta “liberazione sessuale” ormai imperante, i seminari si andarono svuotando, di più ancora i noviziati e gli studentati delle famiglie religiose e degli stessi ordini storici. Fu a quel punto che molti vescovi e superiori maggiori delle famiglie religiose spalancarono le porte e consentirono l’accesso alla formazione al sacerdozio e alla vita religiosa a soggetti che mai, in precedenza, sarebbero stati ammessi in un seminario o in un noviziato. E quando si creano dei covi di vipere, accade che le vipere si riproducano tra di loro e alla buona occorrenza tutte assieme mordano e tentino di avvelenare chiunque cerchi in qualche modo di colpirle.
Se quarant’anni fa era ragionevole dire che il problema nascesse a monte dalla formazione dei futuri nuovi presbiteri e religiosi, oggi, a degenerazione completamente avvenuta, è invece ragionevole dire — ma nessuno purtroppo lo dice — che il problema nasce tutto dall’episcopato. Come infatti spiegai in quel mio libro del 2011: «Coloro che negli anni Settanta capeggiavano all’interno dei seminari la gaia confraternita, oggi ce li ritroviamo vescovi, ed appena divenuti tali, per prima cosa hanno piazzato in tutti i ruoli di rilievo e portato avanti nella scala gerarchica o nella cosiddetta carriera ecclesiastica dei soggetti affini a loro». Questa è la drammatica radice di quel problema che indico ormai da anni, ma purtroppo inutilmente, perché nessuno dentro la Chiesa ha voluto prestare ancora ascolto alle mie parole, soprattutto quando l’evidenza dei fatti mi dava piena ragione.
Spiego anche, sempre in quella mia opera, che l’omosessualità fisica, quella concretamente praticata, è solo la punta estrema di una omosessualità ormai radicalizzata che in sé è molto peggiore e nociva: quella omosessualità psicologica andata ormai al potere ed in virtù della quale è stata infine omosessualizzata la Chiesa. E oggi ci ritroviamo non di rado dinanzi a preti, ma soprattutto dinanzi a vescovi e “uomini” in delicate posizioni di autorità che a volte ragionano con la stizza delle psicologie femminili affette da un loro tipico disturbo, che è l’isteria, parola il cui significato dice tutto, visto che l’etimo greco di questo lemma [ὕστερον, hysteron] vuol dire utero.
il palazzo del Vicariato di Roma
Ma veniamo ai fatti rigorosamente documentati, visto che certi documenti e relazioni le consegnai a mio rischio e pericolo alle seguenti Autorità Ecclesiastiche: all’allora Vescovo ausiliare del settore centro della Diocesi di Roma S.E. Mons. Ernesto Mandara, uomo di cui conservo il vivo e amabile ricordo; all’allora Prefetto della Congregazione per il clero, Cardinale Mauro Piacenza, per mano dell’allora mio Vescovo. E ancora: al Cardinale Giuseppe Bertello, ex Nunzio apostolico in Italia, carica all’epoca vacante, nominato Governatore della Città del Vaticano, al quale andai a consegnare il mio testo nel suo nuovo ufficio presso la Santa Sede con preghiera di far avere quella mia relazione all’allora Segretario di Stato Cardinale Tarcisio Bertone, perché in gioco era l’immagine della Diocesi di Roma, ossia la Chiesa particolare di quel Sommo Pontefice che su certi temi e problemi si era già espresso in modo deciso e severo attraverso più locuzioni e documenti, pertanto era opportuno evitare che proprio nella sua Diocesi, a sua insaputa ed a causa del mal governo altrui, scoppiassero certi scandali.
In due mie diverse relazioni stilate a inizio 2011 venivano indicati vari casi, a partire da quello del rettore di una antica e prestigiosa basilica romana che da anni manteneva un giro di giovani marchettari, cosa peraltro che da anni tutti sapevano: lo sapeva il Cardinale Agostino Vallini, lo sapeva il suo predecessore al Vicariato di Roma Cardinale Camillo Ruini, lo sapeva il Prelato segretario dell’epoca presso il Vicariato, Mons. Mauro Parmeggiani, promosso in seguito Vescovo di Tivoli; lo sapeva l’allora Arcivescovo castrense Angelo Bagnasco, in seguito promosso Arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che per ragioni d’ufficio frequentò per diversi anni quella basilica durante il suo ministero apostolico presso le Forze Armate, per seguire con tanti altri silenziosi prelati, tutti variamente maestri di quella somma “prudenza” che porta talvolta a vedere e al tempo stesso a non agire. Quale fu, infatti, la reazione del Cardinale Mauro Piacenza, quando all’epoca l’allora mio vescovo gli consegnò a mano quella mia relazione? Ne prese atto e rispose che la situazione incresciosa di quella basilica era a loro da tempo nota. E poco dopo, il vescovo latore della mia relazione — che con tutti i suoi pregi e difetti è sempre stato però un vero credente e soprattutto un uomo dotato di morale senso etico e che nei limiti delle sue possibilità cercò di proteggermi da quella grave ingiustizia —, uscì dal palazzo della Congregazione per il clero dicendomi: «Andiamo bene, li abbiamo informati di ciò che già sapevano!». E aggiunse: «Ma ciò che è peggio è che non facciano niente».
scorcio della chiesa metropolitana di Santa Teresa a Roma
In una di quelle due relazioniindicavo anche il delicato problema dei Carmelitani della Parrocchia di Santa Teresa, dai quali anni dopo scoppiò uno scandalo dai risvolti infernali [cf. QUI, QUI, QUI,QUI]. Appena però nominai i Carmelitani, il prelato mio interlocutore si rabbuiò e mi disse: «Molla sùbito la pezza! I Carmelitani sono nelle grazie del Cardinale Agostino Vallini che ha voluto promuoverne uno, suo notorio pupillo, anch’esso come lui canonista, prima alla carica di vescovo ausiliare di Napoli, poi a quella di Vescovo di Aquino-Sora-Pontecorvo. E ti dirò: sta cercando di portarselo al Vicariato come arcivescovo vicegerente». E così, in effetti, avvenne poco dopo nel 2012, quando il Carmelitano S.E. Mons. Filippo Iannone fu eletto a quell’incarico, affinché “l’organico dirigente” del Vicariato fosse completo nel suo quadro di timorosi e ossequiosi “segretarietti” e “subalterni“, non certo di confratelli nell’episcopato chiamati a collaborare in perfetta comunione per il bene della Diocesi del Vescovo di Roma con il suo Vicario Generale. È infatti noto che certi caporioni vogliono attorno a sé dei subalterni, non dei confratelli vescovi, tanto meno delle menti che ragionano; e li vogliono tali nella proporzione in cui sono inconsciamente consapevoli di essere dei clamorosi mediocri che devono proprio per questo cercare di brillare in ogni modo e con ogni mezzo di luce propria.
Dopo un colloquio tanto riservato quanto drammaticoavuto con due alti funzionari della Digos di Roma agli inizi del 2012, fui messo a conoscenza della “vita spericolata” condotta dall’allora Arciabate di Montecassino, Dom Pietro Vittorelli, la cui palese gayezza l’avrebbe vista e percepita persino un cieco, fuorché la buona Autorità Ecclesiastica, caduta letteralmente dalle nuvole quando fu infine reso pubblico che questo indegno successore luciferino di San Benedetto da Norcia era un tossicodipendente impenitente ed altrettanto gay impenitente che manteneva la propria bella vita ed i servizi dei suoi costosi prostituti gay coi soldi sottratti alla Caritas della Diocesi a lui affidata. Inutile ricordare oggi — benché per dovere lo ricordi comunque — a che cosa hanno portato tutti questi casi da me segnalati con anni di anticipo, grazie al non agire delle informatissime Autorità Ecclesiastiche, che se messe dinanzi a certe loro responsabilità di azione, prima che certi fattacci si mutassero in scandali pubblici, non è raro che si irritino nei confronti di chi gli segnala certe cose, facendola semmai pagare a caro prezzo al malcapitato, proprio come accadde al sottoscritto.
questo grande ristoro dell’anima …
A parte certe informazioni a me riferite in via del tutto riservata da vari esponenti delle Forze dell’Ordine che frequentavano la basilica romana nella quale all’epoca prestavo servizio, prima di procedere oltre devo per inciso chiarire in che modo sono venuto a conoscenza di certi fatti …
… a partire da poche settimane dopo la mia sacra ordinazione sacerdotale cominciai a essere confessore e direttore spirituale di un numero sempre più crescente di sacerdoti, religiosi, seminaristi secolari e religiosi in formazione, i quali più volte, in foro interno e in foro esterno, prostrati in condizioni di profonda sofferenza interiore o di vero e proprio choc mi riferirono le situazioni gravissime che si ritrovavano a vivere ed a subìre. Siccome non tutti si nasce leoni o aquile, diversi di questi confratelli e diversi seminaristi e religiosi, non sapendo come agire o semplicemente come rivolgersi ai propri superiori e rimanere illesi, mi liberarono dall’inviolabile sigillo sacramentale della confessione e dopo avermi svincolato mi fornirono dettagli, prove e documenti, autorizzando me a segnalare i casi ed a parlare con la competente Autorità Ecclesiastica. Pensate, tra i vari documenti da me consegnati figura persino una ludica raccolta fotografica completa nella quale, i seminaristi di un prestigioso collegio romano, non avevano trovato di meglio da fare che festeggiare il Natale proponendosi come “mignotte” a un baccanale di Bacco e Cerere, ideando poi un servizio fotografico nel quale si erano foto-montati su immagini di nudi e seminudi femminili in coppia con i loro formatori, su figure di donne coi seni prosperosi e via dicendo a seguire. Questa istituzione ha ovviamente un nome, peraltro pure prestigioso, si chiama Almo Collegio Capranica, fucina di molti vescovi e cardinali italiani, specie di diversi dei nostri attuali peggiori, i quali tutti assieme, come una sorta di “loggia segreta”, proteggono all’occorrenza questo almo collegio, all’interno del quale è avvenuto di tutto e di più, con sgomento della stessa Segreteria di Stato alla quale appartiene la sua giurisdizione e dalla quale, oltre allo sgomento per fatti da tempo conosciuti, ci si attenderebbero quei provvedimenti ancora lontani da venire; a meno che dall’organico della Segreteria di Stato non si proceda prima a licenziare gli affiliati alla seletta “loggia segreta” del Capranica [cf. Corrispondenza Romana,QUI].
Ecco dunque illustrato il motivo per il quale, chi di dovere, mi ha sempre trattato con cautela, sapendo che quando parlo od affermo certe cose, non lo faccio mai a vanvera, né per sentito dire né per quel devastante «pare … sembra … si dice …» che affiora invece puntuale sulla bocca di quei clericali che desiderano con tutto il cuore impallinare in ogni modo qualcuno. Io parlo per abitudine sempre e solo sulla base di prove provate e documentate.
un ben poco edificante scorcio di filmato tratto dal servizio “Le notti brave dei preti gay”
A quanto sinora narrato unisco anche un precedente risalente alla fine del 2009, all’epoca che vivevo in una casa sacerdotale internazionale su Colle Aventino. In quel periodo accadde che da quel colle venni a conoscenza di ciò che avveniva “a valle”, cioè al Testaccio, dove un numero preoccupante di preti frequentavano in abiti borghesi i vari locali gay. Cosa del tutto comprensibile che questi preti gay passassero inosservati, perché pare che i monsignorini del Vicariato fossero troppo impegnati a fare battute su di me quando osai presentarmi in più occasioni nei loro uffici con la vesta talare indosso, recepita come se quel mio vestimento ecclesiastico rappresentasse chissà quale oltraggio alla altrui lesa maestà clericale; o meglio alla maestà di coloro che, anziché ridere sulla mia talare ― che di prassi io indosso e porto sempre tutti i giorni ―, forse avrebbero dovuto curarsi dei non pochi preti che in jeans e t-shirt andavano a “palpare l’uccello” in mezzo alle gambe ai cubisti che danzavano seminudi nei locali gay del Testaccio.
Quando segnalai l’andirivieni di preti in questi locali gay, in toni rasenti la minaccia mafiosa mi fu fatto chiaramente capire che se volevo vivere bene a Roma, dovevo imparare a farmi gli affari miei; e in tal senso fui invitato a fare mia ed a vivere quella perniciosa omertà clericale così ben raffigurata dal regista e dagli attori de “Il caso di Spotlight”. Trascorso meno di un anno, mentre nell’estate del 2010 mi trovavo in Germania per studi di approfondimento, fui raggiunto telefonicamente da un mio familiare che mi disse: «Puoi procurarti il settimanale Panorama?». E mi spiegò: «A partire dalla copertina in poi ci troverai scritto tutto quello che tu hai segnalato per tempo ma inutilmente all’Autorità Ecclesiastica». E il titolo sulla copertina era il seguente: «Le notti brave dei preti gay» [vedere QUI]. Cuore del servizio erano i resoconti, corredati di filmati dei festini gay nei locali del Testaccio ai quali partecipavano vari preti, uno dei quali osò persino celebrare al mattino la Santa Messa nel salotto dell’appartamento nel quale s’era dato ai baccanali sodomitici col suo amico occasionale, presente anch’esso alla sacra celebrazione [vedere filmati QUI].
la triste copertina del settimanale Panorama che nel luglio 2010 pubblicò il servizio di Carmelo Abbate corredato poi di video filmati tutt’oggi visibili in rete
Dinanzi a simili evidenze, pensate che l’Autorità Ecclesiastica mi abbia convocato e detto: “… prendiamo atto che avevi ragione e che con anticipo ci avevi indicato il vero, indicandoci persone e situazioni scabrose, ma purtroppo noi non abbiamo agito”? Giammai! Ed è stato proprio perché avevo ragione, in quanto ci avevo visto giusto, che sono stato sottoposto più volte ad angherie dai caporioni dell’esercito degli omertosi che mi hanno giudicato reo di negata omertà clericale. Perché come potete ben capire, l’importante è che la Chiesa domandi perdono agli ebrei, ai musulmani, ai luterani, ai pentecostali, agli indigeni … insomma: a tutti, meno che ai propri devoti sacerdoti, che a loro serio pericolo hanno rischiato all’occorrenza il tutto e per tutto, pur di cercare in qualche modo di difenderla.
Eppoi, parliamoci chiaramente,perché, specie in questo clima di soffocante mediocrità ecclesiastica, se io avessi accettato le regole omertose del gioco e tutto ciò ch’esso comporta, non solo sarei già diventato titolare di una cattedra in una università pontificia, non solo avrei avuto ben altro genere di sistemazione, non solo sarei stato immesso negli àmbiti della cosiddetta più prestigiosa carriera ecclesiastica … di più ancora: forse, dopo un breve periodo di anni, mi sarei persino ritrovano a “pavoneggiarmi” con la mitria in testa e il pastorale in mano in mezzo a un esercito di vescovi che vedono ma non vedono, che sanno ma che fingono di non sapere, che chinano il capo dinanzi ai prepotenti e che bastonano i deboli, che non di rado puniscono le vittime e difendono i carnefici. E la mia è stata — ritengo da sempre —, la scelta giusta, perché non ho mai puntato all’immediato presente, ma all’eterno, vale a dire alla salvezza della mia anima che aspira a raggiungere la visione beatifica nel mistero trinitario del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, al quale intendo guidare anche molti altri Christi fideles come pastore in cura d’anime. E per puntare all’Eterno bisogna scegliere di necessità la croce, senza la quale non c’è risurrezione.
Quando nel 2009 dissi a un membro della Congregazione per la dottrina della fede che il giovane Mons. Krzysztof Charamsa, persona amabile e bravo teologo dogmatico, era palesemente gay [cf. QUI]; quando spiegai che nei suoi studi sulla “teologia” della “sofferenza umana” [cf. QUI] avevo individuato celato dietro le righe il disagio proveniente a monte da un suo stato interiore umano-affettivo riconducibile sicuramente alla sua sessualità, ecco che per tutta risposta, questo autorevole membro, incontrando appresso l’allora mio Vescovo, lamentò che io vedevo omosessuali dovunque e che ero ossessionato dagli omosessuali nella Chiesa. Anche in quel caso, l’allora mio Vescovo, anziché rimproverarmi mi disse: «Il problema, non è che gli omosessuali li veda tu, il problema è che invece non li veda lui!».
Domanda a posteriori a dir poco lecita:dopo il pubblico coming-out di Mons. Charamsa, giunto in giovane età alla prestigiosa carica di segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale, che cosa dovrebbe dirmi, oggi, questo allora membro della Congregazione per la dottrina della fede, promosso in seguito anche vescovo per la sua “lungimiranza” estrospettiva?
Trovo davvero impressionante che questi prelati e prelatoni, seppure consapevoli di avere sbagliato, di avere rimproverato in passato uno che aveva ragione solo perché diceva e indicava loro il vero; che sebbene consapevoli che di fatto io avevo visto giusto mentre loro di fatto no, per nessuna ragione al mondo ammetterebbero mai di essersi sbagliati, al costo di negare persino l’evidenza dei fatti. O forse perché sono troppo impegnati nella penosa “liturgia” delle scuse presentate e rivolte da Santa Madre Chiesa agli ebrei, ai musulmani, ai luterani, ai pentecostali, agli indigeni … insomma: a tutti ― come dicevo poc’anzi ― meno che ai propri devoti sacerdoti?
immagine del protagonista del giovane Tdazio nella trasposizione cinematografia di Morte a Venezia di Luchino Visconti, che accentua in modo magistrale la efebofilia contenuta nelle pagine di Thomas Mann
E chiudo questa lunga “litania” con l’ultima in ordine di serie: mesi fa, previa diretta conoscenza della persona, della situazione e dei fatti, informai un vescovo toscano che un giovane uomo andava tenuto prudentemente a distanza dal contatto con gli adolescenti negli ambiti parrocchiali, perché affetto da comprovati istinti efebofili. Indirizzai presso un rispettabile presbitero di quella diocesi, dotato di esperienza psicologica, un docente di mia conoscenza ad accompagnare presso di lui uno degli ex adolescenti palpeggiati in passato da questo personaggio, mosso da un rapporto tutto da definire con la fede e la Chiesa, entrambe vissute in una sorta di dimensione estetico-decadente dal sapore di “Morte a Venezia” di Thomas Mann. Ovviamente scrissi una dettagliata informativa a questo vescovo, il quale, quando nel maggio del 2015 lo incrociai presso la plenaria della Conferenza Episcopale Italiana ― dove mi ero recato per salutare alcuni prelati e incontrare altri che mi volevano parlare ―, in risposta alla mia lettera-relazione replicò che lui non era un magistrato e che se avevo qualche cosa da denunciare dovevo rivolgermi non a lui ma alla magistratura. E pochi mesi dopo, questo vescovo, non trovò di meglio da fare che dare prova della propria massima scelleratezza ammettendo questo efebofilo, cultore del bello e dell’estetica liturgico-musicale, nel proprio seminario.
Inutile a dirsi: se questo soggetto divenisse per nostra somma disgrazia prete, ed una volta prete palpeggiasse un adolescente, io prenderò immediatamente la mia relazione inviata a suo tempo, i testimoni mandati a rendere testimonianza privata a quel vescovo e, senza alcuna esitazione, mi rivolgerò alla magistratura, ma non per denunciare l’efebofilo colto sul fatto, ma il vescovo. E nel mio esposto preciserò che non solo costui non mi ha prestato ascolto quando lo avvisai per tempo con dovizia di prove, ma che dopo essere stato informato di tutto punto sul soggetto ad altissimo rischio, reputò cosa buona e giusta ammetterlo nel proprio seminario. E vedremo, specie con i tempi che corrono oggi, con che faccia questo vescovo dirà ai magistrati che non sapeva niente; o con quale spirito oserà sostenere dinanzi ai giudici che lui non è un magistrato e che quindi, non essendo tale, non aveva alcun dovere e obbligo di vigilare sulla diocesi a lui affidata, al punto tale da ammettere senza problema una volpe dentro il pollaio, sebbene di ciò fosse stato avvisato per anticipo e con tutti i dettagli del caso.
l’Arciprete della Papale Basilica di San Pietro, Cardinale Angelo Comastri, impone le ceneri sul capo del Sommo Pontefice Benedetto XVI
Che la Chiesa abbia emanato documenti in materia è fuori dubbio, come è fuori dubbio che il Venerabile Pontefice Benedetto XVI scrisse una memorabile Lettera pastorale ai cattolici dell’Irlanda [cf. QUI], da me considerata uno tra i più importanti atti del suo apostolico ministero pastorale e per questo più volte riportata nel mio saggio già precedentemente citato. Documento nel quale, il Sommo Pontefice allora regnante, spiegò come e in quale pericolosa misura molti vescovi non abbiano tenuto conto, ed in che modo seguitino a non tenere conto di quelle esortazioni, proseguendo imperterriti ad ammettere nei loro seminari sempre più vuoti dei veri e propri eserciti di asessuati — nell’ipotesi migliore —, se non peggio delle persone che palesano una evidente carenza di testosterone maschile e che ricercano nell’apparato estetico, ed in specie estetico-liturgico o estetico-ecclesiastico, il loro punto di rifugio, di sfogo e purtroppo anche di sicura carriera, che di prassi e di rigore fanno, perché se da una parte mirano a riscattarsi, dall’altra mirano all’esercizio del potere sugli altri attraverso ruoli di gran rilievo.
Nel corso degli ultimi anni non è mancata su certi gravi temi né la lungimiranza dei Sommi Pontefici né i documenti che danno precise direttive, come quello nel quale si esorta alla non ammissione nei seminari delle persone con tendenze omosessuali [cf. QUI]. Il problema è che quando un “sistema di governo” si trova a essere infettato proprio da queste persone ormai finite inserite nei ruoli chiave di comando, la conseguenza può essere questa: io finisco per due anni a celebrare la Santa Messa sine populo nelle Catacombe assistito dal mio allievo e collaboratore, mentre non pochi “vescovi-madama” che agiscono con l’umoralità tipica delle donne in menopausa, non trovano di meglio da fare che prendere uno dei propri prediletti gay e nominarlo direttamente rettore del seminario, altro che … non ammissione nei seminari delle persone con tendenze omosessuali! Purtroppo, in non pochi seminari e noviziati religiosi, i primi gay sono risultati essere proprio i formatori. E se non si vuol credere a me, che allora si creda alle sentenze date dai tribunali penali in vari paesi dell’Europa, inclusa l’Italia, sulla base di fatti e prove di una vergogna e di uno squallore tale da deturpare la povera Chiesa di Cristo col lancio delle peggiori sostanze organiche sul suo volto.
Quali soluzioni indicai,nelle pagine di quel mio studio? Anzitutto la soluzione ovvia: con autorità, severità e coraggio, alle vipere andava tagliata la testa. Questo scrivevo nel 2011, salvo vedere diverse di queste vipere diventare uno dietro l’altro vescovi nei successivi anni.
asessuati di tutto il mondo: unitevi!
Come mai giudico non sbagliato ma devastante, che tutt’oggi vi siano ecclesiastici che seguitano a pensare che se uno ha tendenze omosessuali, ciò che conta è che non eserciti fisicamente la propria omosessualità? Giudico questo sbagliato perché, la morale cattolica, troppo a lungo si è incentrata solo sulla dimensione fisico-sessuale e poco su quella psicologica, dimenticando che il sesso e la sessualità è anzitutto una questione mentale, un abito mentale. E come ho affermato in passato, seguito tutt’oggi a ribadire che l’omosessuale represso, colui che non dà alcun genere di sfogo fisico ai propri impulsi sessuali, è da sempre più pericoloso di quello che perlomeno si sfoga in rapporti sessuali con altri uomini. Il represso, da me anche definito come “omosessuale psichico”, è più pericoloso perché vive in una dimensione di cattività e di sempre maggiore incattivimento che trova principalmente sfogo in tre cose: nel perverso piacere a lui derivante dal recare male agli altri, nella brama di potere e nello sfrenato carrierismo, nell’attaccamento ai soldi ed ai beni materiali. Queste persone sono inoltre ricattabili, facilmente manipolabili dai loro “benefattori”, pronti a tradire ed a violare la segretezza, se devono in tal modo rendere grazie o beneficiare i propri padrini, o più semplicemente proteggere uno dei membri della loro gaia confraternita. Per questo ribadisco: gli “omosessuali psichici” che si sono auto-repressi sono peggiori, perché in modo peggiore sfogano la propria repressione in danno della Chiesa e spesso dei preti buoni è sani, che da sempre sono le loro vittime preferite, sotto gli occhi sempre più impotenti dei vescovi e delle autorità ecclesiastiche.
quando dopo mezzanotte gli adolescenti danzano seminudi sui cubi delle discoteche gay, in questo caso non è lecito parlare né di adolescenti né tanto meno di pedofili, anzi bisogna proclamare il “sacro dogma” di “fede” che Gay è Bello. Se però un prete palpeggia un giovane marchettaro di 17 anni e undici mesi, è invece un pericoloso pedofilo.
Nella nostra società schizofrenica dove domina l’ideologia gender, la Chiesa sta mostrando una desolante debolezza e inadeguatezza. Per esempio: come mai, ogni volta che giornali, siti e blog della potente Lobby Gay ci sbattono in faccia gli immancabili “preti pedofili”, nessuno ha il coraggio di replicare che la maggior parte dei presunti preti pedofili, lungi dall’esser tali, in verità sono preti omosessuali, meritevoli come tali di tutte le migliori protezioni e tutele da parte di quella onnipotente madre socio-politico-economica nota come Lobby Gay?
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Quando si tratta di noi preti, accade infatti per incanto che i gay affetti da “puri” e “meravigliosi“ istinti omosessuali, meritevoli come tali di tutela e in caso contrario di accuse d’omofobia gridate verso chiunque osi dissentire, diventano putacaso dei pedofili. Un arcano, questo, che adesso vi spiegherò io, visto che la tremebonda autorità ecclesiastica non lo ha ancora spiegato, pur avendo a disposizione una caterva di riviste cattoliche, agenzie stampa e uffici per le comunicazioni sociali. Rasserenatevi comunque, cari cattolici, perché grazie a Dio c’è L’Isola di Patmos, giovanneo luogo dell’ultima rivelazione, con i suoi agguerriti Padri che non hanno padrini e padroni all’infuori di Nostro Signore Gesù Cristo.
Montecassino, la storica abbazia dell’Occidente fondata da San Benedetto da Norcia nel VII secolo.
La verità è che i preti si screditano in due principali modi, o meglio con le due famigerate “esse”: sesso e soldi. Beninteso: come clero, negli ultimi anni abbiamo dato il peggio di noi stessi in scandali patrimoniali ed a sfondo sessuale. Basti tornare al paradigma dell’Arciabate di Montecassino, che a quanto sino ad oggi appurato è arrivato a spendere in capricci, ed in specie in capricci di carattere sessuale, 36.000 euro in un solo mese. Prima di proseguire apro però la dolente parentesi che l’Autorità Ecclesiastica s’è guardata dall’aprire: quale genere di rapporto “malato” intercorreva tra il precedente Arciabate di Montecassino, Dom Bernardo D’Onorio [1983-2007], promosso in seguito Arcivescovo di Gaeta [2007], ed il suo successore Dom Pietro Vittorelli [2007-2013]? Perché a volere il Vittorelli prima responsabile della formazione dei monaci come maestro dei novizi e animatore vocazionale ― sempre per tornare al discorso delle volpi poste a guardia dei pollai ― appresso come suo segretario particolare, fu proprio l’allora Arciabate Bernando D’Onorio. Pertanto domando: è legittimo chiedersi dove mai avesse gli occhi e con essi la sapienza e la cristiana prudenza, quell’asessuato psichico dell’Arciabate Bernardo D’Onorio, nel porre in simili ruoli delicati una persona dalla evidente sessualità disordinata come Pietro Vittorelli? E mentre un asessuato passava il proprio pastorale ad un sessuato disordinato, in quali faccende erano affaccendate le Autorità della Santa Sede, alle quali spetta la accettazione e poi la conferma della nomina dell’Arciabate di Montecassino? Perché, come potete ben vedere, certi drammi nascono da una diabolica catena che nessuno s’è preso ancora cura di interrompere, perché per farlo sarebbe necessario andare contro intere cordate di amici degli amici degli amici … E chi ha elementi ragionevoli per smentirmi, che mi smentisca, all’occorrenza anche a colpi di querele, non vedo l’ora di riceverne almeno una! E qualora qualche Autorità Ecclesiastica sollevasse un sospiro su quanto sin qui da me affermato, semmai accusandomi di “irriverenza” e di “inopportunità”, a mia difesa chiamerò una squadra di periti urologi, andrologi e psicologi. E dopo ch’essi avranno periziato che il D’onorio, padre partoriente del mostro Vittorelli, sprizza in realtà virile testosterone maschile da tutti i pori della pelle, io mi genufletterò a chiedere pubblicamente perdono, mi ritirerò a vita privata e non scriverò più neppure un articolo, anzi non scriverò più manco il mio nome. E se proprio sarò obbligato a firmare lo farò con una “X” al fermo scopo di non scrivere, a riprova che un vero uomo e un vero prete — se proprio non vuole e non può essere omertoso — allora è bene che non scriva neppure, perché deve essere sordo, cieco, muto e anche analfabeta.
Nichi Vendola con il compagno Ed Testa testimonial della XX edizione del Gay Pride romano [cf.QUI]
Sui giornali ultra laicisti, sui siti e sui blog della potente Lobby Gay, chiunque può leggere le parole di fuoco scritte sull’Arciabate di Montecassino Pietro Vittorelli, riguardo il quale, agli ultra liberisti, agli omosessualisti e agli ideologi del gender che lo hanno additato alla pubblica gogna, manca però un passaggio fondamentale che in malafede ignorano: il Vittorelli non era né un pedofilo né un pericoloso bancarottiere, ma semplicemente un omosessuale impenitente, che posto in un ruolo di governo, o se preferiamo di potere, ha usato mezzi e danaro per spassarsela in giro per il mondo con giovanotti pagati un tanto a centimetro, in base alla lunghezza ed alla circonferenza del loro membro virile. Esattamente come fanno da sempre buona parte dei gay che, avendo soldi a disposizione, possono permettersi capricci pagandoli all’occorrenza con viaggi, con vestiti firmati, con soggiorni in hotels a cinque stelle … il tutto un tanto a centimetro, calcolato sia per la lunghezza sia per la circonferenza del membro virile del loro ganzo di turno. Se poi alla fine gli gira, certi gay si prendono anche un utero in affitto, pagano una donna semmai bisognosa e si fabbricano un bimbo giocattolo ad uso e consumo del loro incontenibile egoismo satanico. E sinceramente, per me, fare questo e promuovere il tutto come “diritto”, è cosa molto peggiore del sottrarre ― come ha fatto il Vittorelli ― soldi alla Caritas per pagarsi i marchettari, con buona pace del neo-papà-gay Nichi Vendola appena ritornato alle porte dei sessant’anni da una fabbrica americana di bambini con il suo compagno che a sua volta potrebbe essere suo figlio. Perché dinanzi a questa gente, non dico sarei pronto a riabilitare l’ex Arciabate di Montecassino, ma sicuramente a considerare, in debita proporzione, quanto la sua colpa sia minore. Ben maggiore è infatti la colpa di una Gianna Nannini, di un Elton John e di un Nichi Vendola che si fabbricano bambini a proprio uso e consumo. Mentre infatti il marchettaro adulto è libero e consenziente nei propri mercimoni con prelati e preti altrettanto adulti e consenzienti, un bimbo o una bimba posti in simili disumane condizioni, non sono né liberi né consenzienti di scegliere simili aberrazioni destinate a segnare tutta la loro esistenza in modo negativo e profondamente traumatico.
Le Iene di Italia Uno, ormai specializzate nella caccia al prete
Domanda: se questo e altro ancora è lecito a tutti i danarosi omosessualiche sulla toccante musica di Sir Elton John strepitano “gay è bello”, perché mai non dovrebbe essere altrettanto per l’ex Arciabate di Montecassino? Mi stupisco quindi che proprio le Lobby Gay non lo abbiano protetto, né che abbiano scritto che tutto sommato è stato un grande a spassarsela come ha potuto, esattamente come sono abituati a fare i ricchi lobbisti gay.
Anziché averli protetti come omosessuali sulla base del genderista “dogma” di “fede” che “gay è bello”, proprio i lobbisti gay hanno invece letteralmente massacrato nel tempo svariati ecclesiastici, usando spesso anche il braccio armato delle Iene di Italia Uno, che sono andate a scovarli e filmarli di nascosto uno per uno. E sono quelle stesse Iene che al tempo stesso proteggono la cultura del gender, i matrimoni tra coppie dello stesso sesso ed il loro “diritto” ad adottare o fabbricarsi e comprarsi dei bambini.
Ebbene io sfido chiunquea trovarmi un membro della comunità scientifica, nell’ambito specialistico della neurologia, della neuropsicologia, della psichiatria e della psicologia clinica, disposto a sostenere che un adulto che abbia oggi un rapporto sessuale con un ragazzo consenziente di 16/17 anni, che semmai si prostituisce già da tre o quattro anni e che a 10/11 anni aveva interi archivi di film porno collezionati nel suo computer e nel suo telefono cellulare, sia un pericoloso pedofilo. Credo infatti che nessun membro della comunità scientifica asserirà mai una cosa del genere, specie sapendo a quali livelli di conoscenza e di degenerazione sessuale sono già giunti molti nostri giovani all’età di 13/14 anni.
Lecco, lussureggiante città sulle Alpi
A Roma c’è un ospedale che cura malattie infettive anche legate all’apparato sessuale. Ora io invito chiunque a fare quattro chiacchiere con gli specialisti di questo ospedale, che è il San Gallicano, perché sarà loro premura spiegare quanti adolescenti di ambo i sessi in fascia d’età compresa tra i 14 ed i 16 anni giungono con gravi infezioni per avere praticato cosucce amene che, come noto e risaputo, sono proprio … “tipiche” della “prima adolescenza”, per esempio i rapporti cosiddetti anali, i rapporti cosiddetti orali, i rapporti cosiddetti di gruppo dove basta una sola persona infetta per trasmettere l’infezione a tutti, od il contatto della bocca e della lingua con la vagina e con l’orifizio anale … e via dicendo …
Per salvarmi dalla disapprovazione di quei pochi soggetti pronti a manifestare scandalo dinanzi a certi dettagli legati alla sfera sessuale forniti da un prete, chiarisco e preciso che volendo essere capito da tutti in certi miei scritti, indirizzati al grande pubblico e non solo ai teologi o agli specialisti, mettermi a sfoggiare latinismi clinici, che pure conosco, per indicare l’esistenza di precise realtà, sarebbe cosa non opportuna, se non rasente il ridicolo e soprattutto quello spirito pudibondo che non va mai confuso col valore umano, sociale e cristiano del pudore. Se infatti dei ragazzini e delle ragazzine di 14 anni finiscono con gravi infezioni al San Gallicano perché una ragazzina già navigata ha trasmesso una infezione alla bocca di un coetaneo che gli ha cacciato la lingua nella vagina e nell’orifizio anale, capite bene che è inutile usare eufemismi. E se questo accade, credo sia urgente porsi qualche serio quesito, specie poi se uno di questi adolescenti si lascia palpeggiare ben volentieri da un prete in cambio dell’Ipad nuovo, che volendo possiamo e dobbiamo anche chiamare perverso e pervertito, che dobbiamo isolare, condannare e sospendere dall’esercizio del sacro ministero, sempre però indicandolo col suo vero nome, che è quello di “omosessuale”, non quello di “pedofilo”, al massimo possiamo indicarlo come efebofilo. E come omosessuale, o come efebofilo, questo prete, secondo le tendenze contemporanee, andrebbe anche tutelato e se attaccato protetto con una levata di scudi da parte della Lobby Gay al grido di “omofobo, omofobo!” diretto verso chiunque osi mettere in discussione i suoi legittimi gusti sessuali.
il Cardinale Agostino Vallini, tratto da un frammento del filmato intervista di SIR
Dal ludico discorso sugli orifizi e dalle malattie infettive dei minori più navigati di quanto non lo fossero i cinquantenni di mezzo secolo fa, vorrei concludere passando ad una risposta data dal Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, Cardinale Agostino Vallini, riguardo il quale rimando alle immagini video in cui egli risponde, nella propria veste di Presidente della Conferenza Episcopale del Lazio, riguardo le prodezze dell’ex Arciabate di Montecassino, che come tale fu per diversi anni membro della Conferenza Episcopale Italiana e quindi della locale Conferenza Episcopale del Lazio. Il Cardinale Vallini, noto anche come il più grande canonista del mondo, dinanzi alle gesta del Vittorelli, facendo uso di un linguaggio tipico dei politicanti e non dei pastori in cura d’anime, riferendosi unicamente a degli illeciti patrimoniali ha dichiarato che se la magistratura riscontrerà gli elementi per procedere con una condanna, in tal caso la Chiesa di Cassino si costituirà parte civile attraverso una azione risarcitoria (!?) [cf. filmato con intervista QUI]. Insomma: erano anni che il Vittorelli conduceva una vita non consona, che frequentava i più discussi salotti romani, che si assentava come e quando voleva dall’abbazia, che faceva vacanze lussuose; ma soprattutto era palese a chiunque che le sue pose ed il suo modo di porgersi erano più simili alle movenze di una principessa capricciosa anziché ad un uomo formatosi nel rigore del chiostro monastico, ma soprattutto ad un uomo. E nonostante tutto questo, qualcuno vuol farci credere che nessuno sapeva … che nessuno si era mai accorto di niente?
i messaggi whatsapp scambiati dell’Arciabate di Montecassino con i suoi marchettari: «io faccio tutto quello che mi pare» … «io vado a cerca’ cazzi». Ma di questa vita dissoluta nessuno sapeva niente …
Avrei pure un’altra domanda da rivolgere a quanti oggi si stracciano le vesti perché a loro dire non sapevano niente. Questa la domanda: gli agenti della squadra anti-narcotici, quanto tempo prima dello scoppio dello scandalo, fecero trapelare in modo discreto alle Autorità Ecclesiastiche che questa principessa-prelato usava droghe? Perché in via del tutto informale e riservatissima, con me alcuni addetti della anti-narcotici, si consultarono agli inizi del 2012, trovandosi a trattare il delicatissimo caso di questo prelato alquanto in vista che tra l’altro acquistava illecitamente e deteneva altrettanto illecitamente sostanze stupefacenti quali ecstasy, cocaina e crack. E oltre a fare niente, cosa fece l’Autorità Ecclesiastica, seppure informata? Forse cominciò a preparare il rito dello straccio delle vesti e dell’addolorato “non sapevamo”, da usare nel giorno in cui sarebbe scoppiato l’inevitabile scandalo pubblico, come prova il video qui riprodotto dal quale sprizza tutta l’immane sofferenza del Presidente della Conferenza Episcopale del Lazio, primo in testa a tutti nel … non sapere niente? [cf. filmato con intervista QUI]
Sinceramente, sul piano della morale cattolica e del Diritto Canonico, l’appropriazione e lo sperpero dei soldi, nel caso di specie testé richiamato è solo la conseguenza di disordini molto più gravi e tutti quanti riassunti nella vita dissoluta del Vittorelli, che con atteggiamenti ed espressioni tali da nauseare persino il dissacrante Marchese de Sade, nelle telefonate e nei numerosi messaggi intercettati attraverso i quali comunicava con i marchettari gay suoi fornitori di servizi sessuali più o meno forti, soleva definire la droga, il sesso e il vizio come “Paradiso”. Naturalmente mai nessun tribunale italiano condannerà l’ex Arciabate di Montecassino per avere praticato in lungo e in largo l’omosessualità, né per l’uso personale di droghe, né per avere avuto attorno a sé una corte di giovanotti, né per avere ricercato nei siti gay giovanotti adulti e consenzienti che fossero particolarmente dotati in mezzo alle gambe, perché nulla di tutto questo è perseguito ed è perseguibile dal Codice di Diritto Penale.
immagine della Papale Basilica di San Pietro avvolta da una insolita nebbia
Ecco quindi la mia domanda precisa e per nulla nebulosa rivolta al più grande canonista del mondo: non è che per caso, in attesa della sentenza del tribunale penale italiano, il tribunale ecclesiastico, nel foro delle sue competenze, avrebbe già dovuto agire e procedere da tempo attraverso severissime pene canoniche erogate a carico di questo indegno ecclesiastico finito per somma disgrazia dell’intera cattolicità a capo e guida della storica abbazia madre dell’Occidente? E una volta erogate queste pene canoniche, non sarebbe stato opportuno darne pubblica notizia, per chiarire in che modo e all’occorrenza con quale severità la Chiesa cala la misericordiosa scure su certi suoi figli indegni e forieri di immani scandali pubblici? Nulla di tutto questo è però avvenuto, perché il Cardinale Vallini, che a quanto pare sembra essere emblema dell’iper-garantismo giuridico e che forse s’è scoperto d’improvviso più liberale di Cavour, più garibaldino di Garibaldi e più repubblicano di Mazzini, del tutto dimentico di essere stato per anni anche Presidente del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, dichiara e precisa di essere in attesa del … giudizio del tribunale penale dello Stato affinché sia poi valutato come agire (!?).
Ecco, io spero che nessuno, nelle alte sfere politiche e amministrative della Repubblica Italiana, scopra che in casa nostra abbiamo un canonista di tal fatta, perché potrebbero “rubarcelo” per nominarlo prima Presidente della Suprema Corte di Cassazione e poi appresso senatore a vita.
Detto questo adesso capite, cari lettori e lettrici dell’Isola di Patmos, a chi siamo in mano da anni e anni? Siamo in mano a delle biciclette che si mettono sulla pista dell’autodromo di Monza nella sicura convinzione di poter correre come delle Ferrari. Siamo in mano a persone avviluppate dalla più desolante mediocrità ma al tempo stesso convinte che il Popolo di Dio sia composto da villici beoti del contado incapaci di capire e cogliere la immane gravità dei loro giri di parole, come appunto il più grande canonista del mondo che asserisce di attendere la sentenza di condanna dello Stato — riguardo reati a sfondo patrimoniale — per poi vedere eventualmente come procedere a carico di un prelato che ha gestito la propria vita come s’essa fosse stata un lupanare dell’antica Pompei; un vivere comprovato che però, se non sarà dichiarato tale dal tribunale dello Stato, nulla potest il tribunale ecclesiastico?
Dieci ragazze, copertina di vecchio un 45 giri di Lucio Battisti
Poste queste premesse,io potrei tranquillamente prendere e mettere in atto la canzone di Lucio Battisti che motteggia «Dieci ragazze per me, posson bastare» [cf. QUI]. E nessuno potrebbe dirmi niente e meno che mai sanzionarmi canonicamente, perché se dinanzi al Vittorelli che s’è ripassato giovanotti in lungo e in largo, il Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, Presidente della Conferenza Episcopale del Lazio, oltre che più grande canonista del mondo e già Presidente del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, dichiara di attendere di sapere dalla sentenza del tribunale penale italiano se vi sono figure di reato di rilievo squisitamente patrimoniale per poi eventualmente agire, sorvolando su una vita improntata su una immoralità che ha veramente del satanico; ciò premesso capite bene che io posso spassarmela senza alcun problema morale con dieci ragazze, che come diceva il Battisti «posson bastare». Il tutto senza che alcuna legge ecclesiastica mi persegua canonicamente, a meno che il tribunale penale italiano non stabilisca che per un prete, spassarsela con dieci ragazze, è reato; ma non credo che lo stabilisca mai, semmai potrebbero darmi un diploma di benemerenza e forse la cittadinanza onoraria del luogo in cui il fattaccio s’è svolto, qualora dimostrassi di averle rette e rallegrate tutte quante.
Memore che a certi caporioni nessun Caso Spotlight insegna niente e che tutt’oggi pretendono di seguitare a stracciarsi le vesti al falso grido addolorato del “non sapevamo”, auguro nell’anno giubilare al più grande canonista del mondo di poter terminare quanto prima il proprio mandato come Vicario Generale di Sua Santità, dedicando il tempo di vita che la grazia di Dio deciderà di concedergli, a chiedere perdono a Cristo per i danni da lui recati alla Chiesa, in particolare alla Chiesa del Vescovo di Roma, al quale forse qualcuno, dalla sua efficiente Segreteria di Stato, farebbe bene a stampare e portare questo mio scritto, perché sin quando ai Vallini ed ai loro adulanti scagnozzi in carriera si permetterà di bastonare i preti come me, i danni che di conseguenza ne deriveranno alla Chiesa saranno sempre più incalcolabili e irreversibili.
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dall’Isola di Patmos, 3 marzo 2016
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Autore Redazione dell’Isola di Patmos
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Appendice postuma [7 marzo 2016]
SEGNALIAMO CON PIACERE UN ARTICOLO COMPARSO SU SIR (SERVIZIO INFORMAZIONE RELIGIOSA) ALCUNI GIORNI DOPO LA PUBBLICAZIONE DI QUESTO NOSTRO ARTICOLO DI ARIEL S. LEVI di GUALDO
Vi ringraziamo per averci offerto il vostro prezioso sostegno grazie al quale possiamo provvedere alle spese di gestione dell’Isola di Patmos per l’anno 2016. Di tanto in tanto vi preghiamo di ricordarvi di noi e del nostro lavoro scientifico e pastorale che, come avete in concreto dimostrato, merita il vostro sostegno economico..
E di ciò vi siamo profondamente grati.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2016-03-03 15:50:442021-08-26 13:29:21Pedofilia: “Il caso Spotlight” è una ottima raffigurazione filmica della piaga dell’omertà clericale
LE IENE A RADIO MARIA. UN FRATERNO RIMPROVERO A PADRE LIVIO FANZAGA: «IO LE AVREI PRESE A LEGNATE»
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I cattolici non devono prendere sberle, tanto meno da certe Iene “svampite” che invocano surreali precetti evangelici mai scritti, strepitando come “vergini” vilipese con vocette da capponi castrati se i cattolici osano non sorbirsi i loro sberleffi e insulti in silenzio ed a capo chino. Non devono prendere sberle, i cattolici, perché le guance sono solamente due e da tempo sono state ormai esaurite. Per questo affermo che in quella situazione, le “buone” Iene, da me sarebbero state prese a legnate; ed il tutto — va da sé — con uno spirito pedagogico per il quale sicuramente, dal Paradiso, avrei ricevuto l’esultate plauso di due santi pedagoghi come Filippo Neri e Giovanni Bosco, per quel mio agire mosso da sincera e autentica carità cristiana verso il prossimo.
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Autore Ariel S. Levi di Gualdo
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Al Venerabile Fratello nel Sacerdozio
Padre Livio Fanzaga
Direttore di Radio Maria
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Padre Ariel S. Levi di Gualdo, già cintura nera di karate, in una veste un po’ diversa rispetto al consueto abito talare che indossa sempre tutti i giorni
Ti scrivo in duplice veste: in quella di sacerdote tuo confratello in Cristo, in quella di persona che per svariati anni si è dedicata nella sua gioventù alle arti marziali; passione che, ammetto, mi è rimasta tutt’oggi.
Di questa passione— o se vogliamo arte — da quando sono prete non ho mai parlato in pubblico, lo faccio adesso per la prima volta. Anche perché ogni tanto, quando posso, approfitto dello sport per stare coi giovani, trasmettendo loro quel che imparai a suo tempo di questa bella disciplina che non serve ad aggredire ma ad auto-controllarsi; un mezzo efficace come tanti altri per avvicinarli anche al Vangelo.
Il mio modello non è il karateta Bruce Lee, ma Nostro Signore Gesù Cristo nel cortile del tempio che caccia via i mercanti a colpi di frustra [cf. Mc 11, 15-19. Mt 21, 12-17. Lc 19, 45-48].
La differenzache corre tra i mercanti del tempio e le Iene dell’emittente televisiva Italia Uno è data dal fatto che i mercanti, commerciavano attraverso cose di per sé pulite, erano loro che le rendevano sporche; mentre le Iene, che di pulito non conoscono niente, sarebbero capaci a sporcare con la loro morbosa sozzura interiore anche il celestiale manto della Madre di Dio, certi in tal modo di fare sia scalpore sia notizia.
Lo svolazzante Mauro Casciari,che ha tentato di raggiungerti negli uffici della tua Radio agghindato con un ameno look da cosiddetta “svampita“, è indubbiamente dotato di un tasso di testosterone maschile proporzionalmente basso quanto il suo quoziente intellettivo. E così, quando Mister Lustrino ha cominciato a strepitare con una voce in falsetto simile a quella di un cappone castrato: «Mi dispiace che mia nonna vi abbia dato offerte, quando vi guarderà rimarrà sconvolta!», il tuo paziente collaboratore, che ha tentato di portarli fuori dall’area della vostra proprietà privata — eccedendo a mio parere in buone maniere — con la lodevole sapienza dell’uomo avanti con l’età ha risposto: «Io sono convinto che sua nonna prega per lei». E Dio solo sa, quanti rosari avrà sgranato questa cara nonna per cotanto nipote “svampita”, semmai per non aver potuto coronare il proprio sogno di diventare per suo tramite bisnonna?
Quello che con amabile fraternità mi sento di rimproverare a te ed ai tuoi collaboratori, è il fatto che Mister Lustrino sia andato via sulle sue gambe. Posso dirti infatti che se in quello stesso frangente fossi stato presente io, molto probabilmente sarebbe andato via sopra la lettiga dell’autoambulanza verso il reparto di traumatologia ortopedica del più vicino ospedale.
Sia chiaro: non sono aggressivoetanto meno violento. Questo mio è un discorso squisitamente teologico: ogni cosa a suo tempo ed ogni gesto deve essere sempre proporzionato secondo il momento opportuno, con prudenza e sapienza. E talvolta, due sonore sberle, possono essere l’atto più perfetto di carità cristiana e di divina misericordia, risultando una medicina salutare per il vivere presente ed il divenire futuro della persona che le riceve come sana e utile lezione di vita.
Non sempresi può condurre alla ragione e riportare sulla retta via gli smarriti porgendo l’altra guancia [Lc 6, 29], ce lo insegna Cristo Signore, che quando fu schiaffeggiato non porse l’altra guancia, come avrebbero invece preteso le Iene che, non conoscendo affatto il Vangelo, hanno pensato di poter andare a prendere a sberle i poveri “cattolici trogloditi” di Radio Maria, nella ferma certezza che i cristiani, a loro errato pensare, dovrebbero comunque porgere sempre e di rigore l’altra guancia. Mentre in realtà non è così, dato che tutt’altra storia narra il Vangelo:
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Allora il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? [Gv 18, 19-23].
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Non dimentichiamo che all’occorrenza, dinanzi a certe Iene dell’epoca, che come quelle di Italia Uno non cercavano affatto risposte, ma attraverso le loro domande tendenziose miravano solo a seminare inganno e fare del male, Cristo Signore, anziché rispondere, si mise a scrivere con il dito sulla sabbia, ce lo narra lo splendido Vangelo dell’Adultera pentita:
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Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo,gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?».Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra [Gv 8, 1-11].
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In tutt’altro frangente e situazione,laddove non era invece proprio il caso di soprassedere, Cristo Signore fece delle fruste con le proprie stesse mani e con esse menò frustrate ai mercanti nel tempio.
I cattolici non devono prendere sberle,tanto meno dalle Iene “svampite” che invocano surreali precetti evangelici mai scritti, strepitando come “vergini” vilipese con vocette da capponi castrati se i cattolici osano non sorbirsi i loro sberleffi e insulti in silenzio ed a capo chino. Non devono prendere sberle, i cattolici, perché le guance sono solamente due e da tempo sono state ormai esaurite. Per questo affermo che in quella situazione, le “buone” Iene, da me sarebbero state prese a legnate; ed il tutto — va da sé — con uno spirito pedagogico per il quale, sicuramente, dal Paradiso avrei ricevuto l’esultante plauso di due santi pedagoghi come Filippo Neri e Giovanni Bosco, per quel mio agire mosso da sincera e autentica carità cristiana verso il prossimo.
Ti auguro ogni benee grazia dal Signore Gesù per il tuo prezioso apostolato, con la viva preghiera che la Beata Vergine Maria possa intercedere sempre per voi.
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PRESSO GLI STUDI DI RADIO MARIA NESSUNO È STATO AGGREDITO E PERCOSSO, NEPPURE LE INTOLLERANTI E INTOLLERABILI IENE DI ITALIA UNO, COME DIMOSTRA IL FILMATO INTEGRALE MESSO PUBBLICAMENTE A DISPOSIZIONE DELL’EMITTENTE RADIO CATTOLICA
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Una nota di Padre Giovanni Cavalcoli, OP
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Carissimo Padre Ariel.
Mi compiaccio vivamente per il tuo tempestivo, efficace ed energico intervento sulla nostra Isola di Patmos contro il gesto osceno ed offensivo recentemente perpetrato da uno sciagurato e scriteriato personaggio, in spregio alla autorevole, meritoria e popolarissima emittente cattolica Radio Maria, nella persona del suo degnissimo Direttore Padre Livio Fanzaga.
Condivido pienamente il tuo giusto sdegno e la tua sferzante ironia contro empi rappresentanti di una generazione corrotta e perversa, vergogna dell’Italia e degrado della civiltà, i quali, privi della più elementare coscienza morale e del rispetto dei diritti altrui, tronfi per i loro abominevoli peccati, schiavi della carne, e accecati dall’odio per chi coraggiosamente e paternamente ricorda loro i sacri doveri verso Dio, meritano questo trattamento e anche di più, come ci insegnano Gesù Cristo e i Santi, che li avvertono della condanna eterna che li attende, se, consci e inorriditi per la loro colpa, non si pentiranno, rinsaviti, invocando sinceramente la divina misericordia e facendo la dovuta penitenza.
dalle ore 01,01 del 17 febbraio alle ore 15,51 del 18 febbraio,
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2016-02-17 01:01:542016-02-18 16:00:39Le iene a Radio Maria. Un fraterno rimprovero a Padre Livio Fanzaga: “io le avrei prese a legnate”
Vedere il Sommo Pontefice lavare e baciare i piedi a delle donne, inclusa una donna non cristiana, mi ha profondamente ferito come sacerdote consapevole del fatto che Cristo Signore, tra i Dodici, non ha mai inserito alcuna donna; anche perché se avesse voluto inserirne qualcuna, forse la prima sarebbe stata sicuramente sua madre, l’Immacolata Concezione.
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Autore Ariel S. Levi di Gualdo
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Caro Padre Ariel.
Domanda lapidaria: che cosa ne pensi del cambio del Rito della Settimana Santa riguardo il fatto che la “lavanda dei piedi” sarà possibile a farsi anche alle donne? Secondo te perché, ed a qual scopo, questi rivoluzionari cambiamenti ? [NdR, cf. QUI,QUI]
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2016-01-25 03:24:052023-01-07 23:38:37Dalla lavanda dei piedi alla lavata di testa
RIFLESSIONI SUL FONDAMENTALISMO: «I MODERNISTI TENTANO DI PRESENTARE IL SOMMO PONTEFICE COME SE FOSSE UNO DI LORO»
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Con il Papa attuale i modernisti hanno cambiato tattica. Avendo visto che gli insulti e gli scherni non servono a correggere i Papi, adesso essi ricorrono ad un’altrettanto sfacciata adulazione, per presentare il Papa come uno di loro, approfittando di alcuni suoi gesti, atti o parole, che possono prestarsi all’equivoco o essere male interpretati, mentre il Papa non pare premurarsi di togliere i malintesi, sicché le cattive interpretazioni vengono subito diffuse in tutto il mondo […] Secondo me, il Santo Padre è troppo severo verso i tradizionalisti e troppo indulgente verso i modernisti. In tal modo manca di quella imparzialità, che gli si addice come fulcro della comunione ecclesiale […]
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Autore Giovanni Cavalcoli OP
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Ogni tanto nella letteratura e nella pubblicistica cattolica compare ancor oggi il rilievo o l’accusa di “fondamentalismo”, come difetto morale o religioso, oltre che metodo esegetico sorpassato. Tale accusa viene lanciata solitamente contro ambienti arretrati e stagnanti, da parte di quei cattolici, che vogliono esser avanzati e fedeli alla Chiesa del nostro tempo.
“Il manganello dei modernisti” – Le foto delle opere qui riprodotte del pittore colombiano Ferdinando Botero [Medellin 1932], sono tratte dalla mostra svoltasi nel 2013 a Palazzo Venezia (Roma)
Questo termine viene usato anche dai modernisti, per denotare con disprezzo i cattolici fermi e saldi nelle loro convinzioni, battaglieri, attaccati al dogma e nemici delle eresie. Possono essere cattolici o più orientati verso la tradizione, come il Servo di Dio Tomas Tyn [cf. QUI], o più aperti al progresso, come Jacques Maritain. Sono oggetto di questi attacchi anche i discepoli dell’Arcivescovo Marcel Lefebvre.
Sulla bocca dei modernisti, capita così che anche i buoni cattolici vengano tacciati di fondamentalismo, e siano accomunati con i lefebvriani, perché gli uni e gli altri ammettono l’eternità e l’immutabilità della verità, a differenza dei modernisti, i quali, come già notava con sdegno San Pio X scrivendo:
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«Sono veramente ciechi e guide di ciechi, che, gonfi del superbo nome di scienza, vaneggiano fino al segno di pervertire l’eterno concetto di verità» [Pascendi Dominici Gregis, n.20].
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Del termine “fondamentalismo” si sono impossessati in tal modo modernisti, per opporsi non solo ai lefebvriani, ma anche a tutti i buoni cattolici, fedeli al Papa, al Concilio Vaticano II e al Magistero della Chiesa. Per il modernista l’accusa di fondamentalismo è infamante, squalificante ed è una condanna senza appello.
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… i modernisti sono giunti all’apice della aggressività, perché ormai insediati nei posti chiave del potere ecclesiastico [opera di Ferdinando Botero]
Si dialoga con l’ateo, col musulmano, col comunista, col mafioso, col massone, col buddista, ma non però con il fondamentalista. I modernisti non si sono peritati di accusare sfacciatamente di fondamentalismo anche i Papi del post-concilio, fino a un grande Papa e teologo progressista come Benedetto XVI, che però ci ha ricordato l’esistenza di « valori non negoziabili». Dunque ancora un fondamentalista.
Con il Papa attuale i modernisti hanno cambiato tattica. Avendo visto che gli insulti e gli scherni non servono a correggere i Papi, adesso essi ricorrono ad un’altrettanto sfacciata adulazione, per presentare il Papa come uno di loro, approfittando di alcuni suoi gesti, atti o parole, che possono prestarsi all’equivoco o essere male interpretati, mentre il Papa non pare premurarsi di togliere i malintesi, sicché le cattive interpretazioni vengono subito diffuse in tutto il mondo, con la conseguenza che si sta approfondendo il solco che divide modernisti dai lefebvriani.
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Fernando Botero, opera: “Il bagno del Vaticano”
Occorrerebbe che il Papa si adoperasse maggiormente per la riconciliazione nella Chiesa. Nessun altro all’infuori di lui ha da Dio la capacità, l’autorità e il potere sulla terra di ricomporre l’unità, salvaguardare l’unità, difendere l’unità, favorire e promuovere l’unità. Uno degli scopi del Concilio è stato quello di ricostruire la concordia tra i fratelli divisi e separati. Invece, dopo cinquant’anni di ecumenismo e di iniziative pastorali, non solo non si è ricomposta l’unità fra i cristiani, ma la Chiesa non è mai stata così divisa al suo interno. La concordia si trova sulla base dell’unità della fede in Cristo. Egli è la «pietra angolare» [Ef 2,20: I Pt 2, 6-7], la «roccia» [I Cor 10,4], il «fondamento» [II Tm 2,19], su cui occorre fondarsi [cf Col 2,7] ed occorre costruire.
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Sta dunque sommamente a Pietro [Mt 16, 18], ossia al Papa, «porre il fondamento» [I Cor 3,10-11], sicché i discepoli del Signore siano «fondati nella fede» [Col 1,23]. Spetta al Papa chiamare a sé, cioè a Cristo, i figli dispersi e gli uomini smarriti nelle ombre della morte. Nessuno può sostituirsi a lui. Infatti, «quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?» [Sal 11,2]. Se il Papa non interviene, chi può sostituirlo? Mons. Lefebvre? Lutero? Rahner?
Il Papa è anche il buon pastore che va in cerca delle pecorelle perdute, avendo compassione per le folle smarrite e senza pastore, conduce il gregge ad ubertosi pascoli e lo difende dai lupi. Come Vicario di Cristo, il Papa sta a fondamento della Chiesa, è punto d’appoggio fondamentale. Quando le fondamenta sono scosse, come oggi, dai poteri satanici; sta a lui, con la forza dello Spirito Santo, rafforzarle e difendere la Chiesa dalle potenze del male.
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Opera di Fernando Botero
Secondo me, il Santo Padre è troppo severo verso i tradizionalisti e troppo indulgente verso i modernisti. In tal modo manca di quella imparzialità, che gli si addice come fulcro della comunione ecclesiale, e che gli consentirebbe di operare efficacemente, come gli spetta, per un avvicinamento tra le due tendenze, collegando tra loro le qualità proprie di ciascuna: la tradizione dei tradizionalisti e il progresso dei modernisti. In tal modo si realizzerebbe, nell’unità cattolica, la felicissima formula di Benedetto XVI: «Progresso nella continuità».
“Fondamentalismo”, di per sé, è una bella parola, che significa amore per il fondamento. Un saldo e sicuro fondamento è molto importante nella vita e nel pensiero. Abbiamo bisogno di appoggiarci su di un fondamento. Tutti i grandi filosofi hanno sempre cercato il principio o il fondamento dell’essere, del pensiero e dell’agire. Tuttavia, bisogna che questo fondamento sia autentico e ben distinto da ciò che non lo è o non lo è più. Qui si pone un problema, legato all’origine storica del termine. Esso infatti designa originariamente una setta protestante americana, nata nel XIX secolo, la quale vedeva bensì nella Bibbia il fondamento rivelato della dottrina e della morale, il “fondamento della fede”, ma con un atteggiamento rigido, ingenuo, acritico e a-storico, portato a considerare come Parola di Dio e come princìpi morali assoluti, anche tante idee, istituzioni, usanze, leggi, superati; oppure nomi, fatti o racconti della Scrittura, privi di fondamento storico o di attendibilità scientifica.
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Opera di Fernando Botero
I fondamentalisti si rendevano conto che la Bibbia costituisce per la vita e la salvezza un valore fondamentale, universale, permanente, essenziale ed irrinunciabile. Questo essi cercavano nella Bibbia e, in fondo, a ragione. Ma esageravano nella assolutizzare anche tante forme espressive, modi di pensare, contesti storici, situazioni umane, sistemi politici, prassi giudiziarie, mentalità, usi locali, concezioni primitive, genealogie, tradizioni e pregiudizi popolari, forme artistiche, miti arcaici, notizie geografiche, simboli religiosi, che in realtà nulla avevano a che fare con la divina Rivelazione, ma erano solo il segno e l’impronta contingente e caduca dell’autore umano, del quale Dio si serviva per comunicare la sua Verità. Essi entrarono in polemica con quegli esegeti protestanti liberali e razionalisti, che usavano le nuove scienze bibliche per mettere in dubbio, relativizzare o negare quei dogmi cattolici, che Lutero aveva conservato, come la Trinità, l’Incarnazione, i miracoli di Cristo, la Redenzione espiatrice, l’esistenza del demonio, la risurrezione, la fine del mondo e il giudizio universale. La stessa esegesi cattolica del passato, si potrebbe dire sin dai primi secoli, non è andata esente, fino al Concilio Vaticano II, da questa tendenza, che oggi chiamiamo “fondamentalista”. Per questo tale modo di commentare la Scrittura era considerato “tradizionale” e, pertanto, intoccabile.
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Il fenomeno modernista dei tempi di San Pio X avanzò tra le sue istanze quella di un rinnovamento dell’esegesi biblica, che si ispirasse ai progressi compiuti dalle scienze bibliche in Germania nell’Ottocento. Ma il problema era che questi progressi erano utilizzati o nell’interesse del protestantesimo o per dar man forte al razionalismo; per cui i modernisti non seppero separare quei metodi esegetici dalle concezioni erronee, alle quali erano legati. Da qui la condanna della proposta modernista, da intendersi, però, non in quanto riferita alle nuove scienze bibliche, ma in quanto inficiata, come nota San Pio X, da una «critica agnostica, immanentista, evoluzionista» [cf. Pascendi Dominici Gregis, n.66].
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Opera di Fernando Botero
In questa situazione assai difficile ed intricata, si distinse, però, per iniziativa, coraggio, perseveranza e sapienza, il dotto e santo esegeta domenicano francese, il Servo di Dio Padre Marie-Joseph Lagrange, fondatore della Scuola Biblica di Gerusalemme. Egli prese a modello di commentatori della Bibbia i Padri, i Dottori e San Tommaso per l’aspetto spirituale e dogmatico, e i moderni metodi storico-critici, per l’aspetto scientifico. A lui dobbiamo così l’emendamento della proposta modernista, in modo da renderla compatibile con la dottrina della fede, cosicchè l’esegesi cattolica potè iniziare, in un non facile rapporto con la Commissione Biblica, fondata da San Pio X, una prudente assunzione dei metodi esegetici moderni, senza il rischio di incorrere negli errori. Tuttavia, solo col Concilio Vaticano II, in particolare nella Costituzione Dogmatica Dei Verbum, la Chiesa ha accolto pienamente il progetto del Padre Lagrange ed ha soddisfatto a quanto di accettabile c’era nell’istanza dei modernisti, evitando le contaminazioni protestanti e razionaliste. Nel contempo si è cominciato a chiamare “fondamentalismo” il permanere, da certe parti, della vecchia esegesi.
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In tal modo la Chiesa ha dimostrato ancora una volta la compatibilità della scienza con la fede. Per la verità, anche gli esegeti liberali, con il loro approccio scientifico alla Scrittura, volevano dimostrare la stessa cosa, contro lo stesso Lutero, notoriamente convinto che la ragione si opponga alla fede. Solo che i protestanti liberali erano infetti da una concezione kantiana, positivista e storicista della ragione e della scienza, e questa grave palla al piede li portò a misconoscere o a ignorare i fondamenti divini della fede, che stavano a cuore ai fondamentalisti, ma soprattutto alla stessa Chiesa Cattolica, ben più attrezzata dei fondamentalisti in fatto di tradizione, e di sapienza filosofica e teologica.
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Opera di Fernando Botero
Il fondamentalismo fu in fondo un richiamo alla Sacra Tradizione, in sé giusto. Ma, siccome non fu guidato e illuminato dal Magistero della Chiesa, supremo ed infallibile custode della Tradizione, finì in un conservatorismo bloccato e sterile. Il fondamentalismo è una forma di tradizionalismo diverso da quello lefevriano e da quello tyniano [Cf. G. Cavalcoli, Tomas Tyn. Un tradizionalista post conciliare, Fede&Cultura, Verona 2007]. Si tratta, sostanzialmente, di un movimento protestante, con i difetti caratteristici del protestantesimo. Viceversa, il lefebvrismo è un movimento cattolico, anche se ostile al Concilio Vaticano II e non in piena comunione con la Chiesa. Invece il tradizionalismo di Padre Tyn rispetta il senso giusto della tradizione con una piena obbedienza alle dottrine del Concilio Vaticano II.
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Opera di Fernando Botero
Altro fattore dello slancio,che sconfina nell’aggressività, del fondamentalismo, è un valore in sé autentico, ma impostato o vissuto male, e cioè è la convinzione ferrea che tutti devono abbracciare, per amore o per forza, la nostra fede, essendo quella vera. Questo principio è particolarmente accentuato nell’islam, meno evidente nell’induismo, nel buddismo e nell’ebraismo.
II cristianesimo, invece, accompagna saggiamente una articolata, delicata e accurata opera di persuasione con l’avvertimento caritatevole del castigo divino ultraterreno in caso di rifiuto. Per la sua sicumera e rigidezza, che tende al fanatismo, il fondamentalismo spinge, nella condotta verso gli avversari, ad atti di violenza e di intolleranza, che possono giungere, in casi estremi, per esempio nell’Islamismo, fino al terrorismo.
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Il fondamentalismo, purtroppo presente anche nella Chiesa, genera conseguenze incresciose nel campo morale, e nei rapporti e nella convivenza civile ed ecclesiale. Se da una parte mantiene indubbi valori fondamentali, come per esempio la pietà religiosa, l’amore alla Bibbia, la liturgia, l’onestà, la famiglia, l’impegno sociale e nel lavoro, però, dall’altra, essendo il fondamentalista convinto di avere sempre Dio con sé o dalla sua parte ― errore, questo, tipico del protestantesimo e di tutti gli eretici ―, è portato a sostenere le sue idee, magari puramente discutibili o addirittura sbagliate, sempre in modo assolutista, perentorio, aggressivo, senza ammette obiezioni e sordo ad ogni confutazione. Scambia la rigidezza per fedeltà alla verità e la duttilità per cedimento all’errore. Per lui il diverso non è un valore da rispettare, ma un nemico da combattere. Non accetta l’incertezza e vuol dar mostra sempre della massima sicurezza. Infatti è convinto che la sua parola coincida con la stessa Parola di Dio, così come nella Bibbia, col pretesto dell’inenarranza, non distingue la vera Parola di Dio dai limiti e dagli errori dell’agiografo. Egli è dalla parte del bene; chi lo contraddice è dalla parte del male. E siccome tra male e bene non c’è mediazione, finisce per disprezzare, come persone incoerenti, opportuniste e doppie, non solo l’avversario aperto, ossia il modernista, ma anche quelle persone benevole, pacifiche e sagge, che, sapendo che in medio stat virtus e rifiutando pertanto gli opposti estremismi, si mantengono, benché siano oggetto di disprezzo da parte delle estreme, in una posizione intermedia o di sintesi, come mediatori di pace, promotori di dialogo e di collegamenti, e fautori di conciliante equilibrio.
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Opera di Fernando Botero
Del resto, lo schema mentale del modernista è lo stesso, anche se di segno opposto; lui è dalla parte del bene; chiunque è antimodernista, sia col Concilio o contro il Concilio non importa, è dalla parte del male. Quindi, anche il modernista non riconosce tra lui e il lefebvrismo nessuna formazione ecclesiale mediatrice, fedele al Magistero, come è quella dei veri cattolici.
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A causa del rinascere del modernismo dopo il Concilio, il termine “fondamentalismo” ha cominciato ad avere due sensi: uno, per significare questo permanere della vecchia esegesi ed uno stantio tradizionalismo, duro e aggressivo. E questo è il linguaggio che troviamo nel Magistero. Questa accezione del termine la troviamo, per esempio, in un documento della Commissione Biblica del 1993, «L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa», il quale dedica un paragrafo al tema [pp. 62-65]. Si tratta, in sostanza, come è detto a p. 100, di una «confusione dell’umano col divino, per la quale si considerano come verità rivelata anche gli aspetti contingenti delle espressioni umane». Lo troviamo, per esempio, in queste parole del Papa nell’intervista del 30 novembre scorso rilasciata durante il volo che dall’Africa lo riportava a Roma:
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«Noi cattolici ne abbiamo alcuni, non alcuni, tanti, che credono di avere la verità assoluta e vanno avanti sporcando gli altri con la calunnia, con la diffamazione, e fanno male, fanno male. E questo lo dico perché è la mia Chiesa, anche noi, tutti! E si deve combattere. Il fondamentalismo religioso non è religioso. Perché? Perché manca Dio. È idolatrico, come è idolatrico il denaro. Fare politica nel senso di convincere questa gente che ha questa tendenza, è una politica che dobbiamo fare noi leader religiosi. Ma il fondamentalismo che finisce sempre in una tragedia o in reati, è una cosa cattiva, ma ce n’è un po’ in tutte le religioni».
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Opera di Fernando Botero
L’altro senso è quello che ho già spiegato, usato dai modernisti per attaccare l’anti-modernismo proprio sia dei cattolici che dei lefevriani. Da queste considerazioni vediamo come il termine “fondamentalismo” è divenuto ambiguo. Il senso nel quale lo usa il Papa non è quello usato dai modernisti, per attaccare cattolici e lefevriani. È possibile che i modernisti credano che il Papa usi il termine nel loro stesso senso. Poveri illusi! E non pensiamo con i lefevriani che il Papa sia un modernista. Mettiamoci il cuore in pace: è un Papa “cattolico”.
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Occorre quindi fare molta attenzione nell’uso del termine e nel discernere, quando lo sentiamo pronunciare da altri, per non prendere fischi per fiaschi in una tematica assai importante della nostra vita di fede ed ecclesiale.
Varazze, 19 gennaio 2016
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Speriamo e confidiamo nel vostro provvidenziale e indispensabile aiuto per raccogliere il necessario alle spese di gestione del sito dell’Isola di Patmos per l’anno 2016.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2016-01-20 16:27:042021-04-21 00:50:10Riflessioni sul fondamentalismo: “I modernisti tentano di presentare il Sommo Pontefice come se fosse uno di loro”
DALLE “SCAPPATELLE” DI GESÙ AL NATALE MUTATO DA SACRO MISTERO IN SENTIMENTALISMO SOCIALE
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Lungi dal fare una scappatella tipica degli adolescenti e chiedendo per essa, forse, persino scusa ai genitori, già a dodici anni Gesù manifesta uno stile di vita che richiede la nostra comprensione. Per comprendere è però necessario partire da un fondamentale dato di fede: Egli è il Verbo di Dio fatto uomo, non un ragazzino turbolento.
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Autore Ariel S. Levi di Gualdo
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I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme [Lc 2, 41-52. Testo intero QUI]
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Giuseppe e Maria raccolgono un profugo sulla barca. Presepe donato dal Sommo Pontefice Francesco a Lampedusa [vedereQUI, QUI]
Lungi dal fare una scappatellatipica degli adolescenti e chiedendo per essa, forse, persino scusa ai genitori [cf. QUI, min. 6,30], già a dodici anni Gesù manifesta uno stile di vita che richiede la nostra comprensione. Per comprendere è però necessario partire da un fondamentale dato di fede: Egli è il Verbo di Dio fatto uomo, non un ragazzino turbolento.
Nel mondo ebraico di cui Gesù è figlio devoto, all’inizio dell’adolescenza comincia l’età degli obblighi di Legge, il primo dei quali è quello di prestare ascolto al Signore, che ha la priorità assoluta su ogni altro ascolto; con buona pace degli uomini che, dopo avere ascoltato solo se stessi, scambiano infine la propria volontà per volontà di Dio, imponendola spesso come tale.
Come mai Gesù non dice nulla a Giuseppe e a Maria dell’obbedienza a Lui richiesta da parte del Padre? Forse perché essi devono sperimentare in questa circostanza un senso di angoscia, come se attraverso di essa Dio avesse voluto saggiare la loro fede. Ogni uomo sarà messo alla prova dal Signore, come recita il Salmista: «Il Signore mi ha provato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte» [Sal 118].
Una volta, sopra il Divino Infante, troneggiava nel presepe la scritta Gloria in excelsis Deo! Ma ecco che l’immancabile Don Vitaliano Della Sala l’ha sostituita così: “Ora sono profugo, perché non mi accogli?”[vedereQUI]
La domanda rivolta da Maria:«Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», non va letta come un rimprovero, neppure tenero, ma come una domanda che richiede una luce come risposta. Maria, che circa tredici anni prima aveva ricevuto l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele [Cf. Mt 1, 18-25. Lc 1,26-37] sa bene chi è suo Figlio, per questo domanda luce chiedendogli il motivo della sua scelta di rimanere in Gerusalemme. Gesù risponde alla tipica maniera dei Maestri della Legge, ossia con un domanda: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». E qui bisogna notare che nella cultura ebraica dell’epoca, solo coloro che erano rivestiti di autorità e autorevolezza, sapienza e scienza, potevano permettersi di rispondere con delle domande ad una domanda a loro posta, non certo un figlio adolescente a un quesito a lui rivolto da un genitore. E, comprendendo sia l’amore sia l’umana apprensione dei genitori, Gesù li invita a riflettere che il suo vivere e agire sarà sempre una espressione di compimento della «volontà del Padre mio» [Cf. mia meditazione sulla volontà del Padre, QUI]. Tra il Padre e Gesù Cristo non vi sono mediatori umani, c’è la consustanzialità, come recitiamo nella professione di fede, c’è il mistero del figlio generato non creato della stessa sostanza del Padre.
… e una barca carica di profughi approda anche nel presepe del Seminario di San Miniato [vedereQUI]
Maria presta ascolto anche se sul momento non comprende la risposta del Figlio. Forse la Beata Vergine Maria, l’Immacolata Concezione, colei che dallo Spirito Santo fu toccata attraverso un dono di grazia unico nella storia del genere umano, acquisirà comprensione piena solo sotto la croce, dove la sua anima è trafitta da una lancia, mentre la lancia di metallo del centurione squarcia il petto di suo figlio. Sotto la croce Maria non domanderà più, ascolta e fa la volontà del Padre che Gesù le manifesta, divenendo Madre dell’umanità, ed appresso, nella Pentecoste dello Spirito Santo, Madre della Chiesa che fonda il proprio essere ed esistere sul mistero della risurrezione del vero Dio e vero uomo, che oggi è il bimbo di Betlemme, domani il giovane appena adolescente che discute con i dottori nel tempio [cf. Lc 2, 41-45], poi il Gesù alle rive del fiume Giordano dinanzi Giovanni il Battista [cf. Mc 1,9-11. Mt 3,13-17. Lc 3,21-22]. Poi il Gesù che compie il miracolo del vino a Cana [cf. Gv 2,1-11], che risuscita dalla morte l’amico Lazzaro [cf. Gv 11, 1-44], che scaccia con virile severità i mercanti dal tempio [cf. Mc 11,15-19. Mt 21,12-17. Lc 19, 54-48. Gv 2, 12-25], che perdona la peccatrice pentita che stava per essere lapidata [cf. Gv 8, 1-11], che istituisce nell’ultima cena il sacerdozio e il mistero del suo corpo e del suo sangue [cf. Mt 26,20-30. Mc 14,17-26. Lc 22,14-39. Gv 13, 1-20], che si offre come agnello immolato per lavare il peccato dal mondo [cf. Gv 1,29]. Questo Gesù è il Verbo di Dio fatto uomo, il Cristo glorioso che oggi siede alla destra del Padre e che un giorno tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti [cf. Simbolo di fede]. Un mistero che prende vita a Natale e che si manifesta attraverso la vita pubblica del Signore Gesù che rivela in modo corporeo e fisico il mistero della sua divinità nella risurrezione e ascensione al cielo. Questo è il Cristo Dio che avremmo dovuto annunciare come mistero della fede in questi giorni, se il Natale, fuori, ma purtroppo anche dentro la Chiesa, non fosse stato mutato in altro: in festa della pace, della solidarietà, dell’incontro tra i popoli, della fratellanza, del dialogo tra uomini di diverse religioni e via dicendo …
… e chi più ne ha, più ne metta.
… negli scorsi giorni al Natale sono stati dati i titoli più disparati, mentre persino dalle cattedre di certi nostri vescovi, oggi tanto sociali e tanto di “periferia”, in pochi hanno annunciato il sublime mistero della incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo. Altro che la festa dei profughi, della legalità,della lotta contro le mafie!
Oggi, festa della Santa Famiglia, dovrei forse parlarvi della famiglia? Semmai della famiglia europea, o di quella della società occidentale in generale? Quale famiglia, dunque? Le famiglie delle convivenze di prova che costituiscono ormai l’ottavo “sacramento”, che è il “sacramento” del rifiuto delle assunzioni di responsabilità? Ma si, dai, proviamoci, così vediamo se và, in fondo, prima è bene provare a giocare al marito e alla moglie; come se il gioco alla irresponsabilità e alla mancata assunzione di responsabilità avesse mai maturato e fatto crescere qualcuno. O dovrei forse parlarvi della famiglia costituita a tal punto sull’amore e sulla fiducia che per prima cosa, gli sposi, firmano subito per la separazione dei beni? Ora, cerchiamo di capire: mica si sa come va a finire, perché un conto è giocare a fingere l’amore eterno, un conto dire sei la donna della mia vita, altra faccenda il correre invece certi rischi patrimoniali. E l’amore eterno verso la donna della propria vita per molti uomini finisce sempre dove comincia la pelle del loro portafoglio.
Poi ci sono le famiglie allungate, quelle allargate, quelle annacquate … ci sono persino le parodie luciferine della famiglia: le famiglie alternative, quelle gay-lesbo, quelle multisessuali-creativo-sessuali e via dicendo …
ciò che resta della famiglia europea?
La famiglia occidentale pare un cadavere dentro la bara che marcia verso il cimitero, con i maschietti sui tacchi a spillo mascherati da fatine appresso al carro funebre assieme alle lesbiche incattivite vestite da maschiacci, tutti quanti radunati in un grande gay-pride a suonare la marcia funebre al funerale della famiglia. Un po’ come il funerale del Natale sulle parole del canto “Tu scendi dalle stelle”, mutato anch’esso in marcia funebre, visto che dalle stelle pare sia disceso di tutto: l’amico dei poveri, l’amico dei profughi, l’uomo della pace, della solidarietà, del dialogo tra le religioni, di un non meglio precisato amore da telenovela sentimentale … tutto è disceso da queste benedette stelle, proprio di tutto, meno che il Verbo di Dio fatto uomo che su questa terra ha fondato per mistero di grazia una sola Chiesa affidata a Pietro [cf. Mt 16,14-18] la cui unica fede noi professiamo attraverso un solo battesimo.
E che la grazia di Dio assista in modo particolare noi preti ed i nostri vescovi, nella fiduciosa speranza che un giorno possa avere pietà di noi, sempre più colpevoli di spegnere la luce per “accendere” le tenebre del nulla; le tenebre di quella banale e demagogica stupidità che da sola si parla, da sola si risponde, di se stessa si compiace, convinta di essere il Divino Verbo, mentre giorno dietro giorno dimentica l’annuncio del Mistero del Verbo di Dio Incarnato.
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Testo tratto in parte dall’omelia del 27 dicembre 2015
Festa della Santa Famiglia
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2016-01-08 02:10:442016-01-08 10:35:52Dalle “scappatelle” di Gesù al Natale mutato da sacro mistero in sentimentalismo sociale
GESÙ TRA I DOTTORI NEL TEMPIO: «FIGLIO, PERCHÈ CI HAI FATTO QUESTO?»
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Una domanda che ci possiamo porre è come interpretare più precisamente, anche da un punto di vista psicologico, questo fermarsi di Gesù tra i dottori nel tempio. Che cosa può essere successo esattamente? E perché?
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Autore Giovanni Cavalcoli OP
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[…] Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» [Cf. Lc 2, 41-52. Testo interoQUI].
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Albrecht Durer, Gesù tra i dottori (1506)
Uno degli episodi della vita di Cristo di più difficile interpretazione, ma ricco di insegnamenti, è quello del suo colloquio con i dottori nel tempio di Gerusalemme, dopo essersi sottratto improvvisamente per ben tre giorni, senza preavvertire, alla custodia di Maria e di Giuseppe [Cf. Lc 2, 41-51]. Scomparso Gesù, la prima cosa che viene in mente a Maria e a Giuseppe è di cercare Gesù tra «i parenti e i conoscenti» [v.48]: un’idea di umano buon senso, ma che non è all’altezza di capire dove potesse essere veramente Gesù: a Gerusalemme, nel tempio! E di fatti, ecco che questa idea arriva, e Gesù è ritrovato. Dove infatti maggiormente Cristo può abitare se non nel tempio? Nel Tabernacolo della Santissima Eucaristia? Lì siamo certi di trovarlo. Se dunque scompare, lì andiamo a cercarlo.
Gesù trai i dottori. Milano, Sant’Ambrogio, Tesoro. Scuola del Bergognone
La prima domandache possiamo porci in questo problematico episodio a proposito della condotta apparentemente strana e conturbante di Gesù, è come mai Egli non ha pensato di avvertire i genitori che si sarebbe fermato a lungo – tre giorni – al tempio per intrattenersi con i dottori. Non possiamo supporre in Gesù una volontaria scorrettezza o alzata di testa nei confronti dei genitori, come potrebbe fare un qualunque ragazzo indisciplinato e sconsiderato. D’altra parte, le parole della Madre, «angosciata», sanno di rimprovero: «Figlio, perché ci hai fatto questo?» [v.48]. Tuttavia, sarà meglio interpretare questa domanda come ― direbbe Santa Caterina da Siena ― una semplice seppur “ansietata” richiesta di spiegazioni. La domanda, del resto, non nasce da sdegno, ma appunto da angoscia, sentimento naturalissimo, che prova una madre normale per la per prolungata assenza del figlio improvvisamente scomparso senza alcun avviso. Ella, conoscendolo come figlio buono, premuroso e obbediente, non pensa ad un atto sconsiderato di irriverenza verso i genitori, ma è portata a temere che gli sia successa una disgrazia. Non si può escludere, peraltro, nei genitori, un elemento di ansietà per il timore che al Figlio potesse essere capitata qualche disavventura.
Galleria degli Uffizi – Disputa di Gesù con i dottori del Tempio
La chiave interpretativa, che illumina il senso del misterioso episodio, come è da attendersi, è data dalla risposta di Gesù stesso in forma di contro-domande: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Anche queste parole a tutta prima sanno di rimprovero. Ma non è pensabile che Gesù rimproveri i suoi genitori. Semplicemente richiama alla loro memoria cose che con ogni probabilità aveva già detto loro e che avrebbero potuto ricordare al momento della sua scomparsa e durante la sua prolungata assenza. Cose delle quali però evidentemente si erano dimenticati. Quali cose? Probabilmente appunto l’avvertimento che sarebbe potuto accadere quello che poi è effettivamente è successo al pellegrinaggio a Gerusalemme. È come dunque se Gesù avesse detto loro: “Non dovevate cercarmi. Avreste dovuto ricordarvi che io devo occuparmi delle cose del Padre mio. Io non sono solo figlio dell’uomo, ma anche dell’Altissimo. Infatti, vi avevo preavvisato che sarebbe potuta accadere una cosa del genere. Dovevate attendere tranquillamente che io tornassi da solo, per conto mio”. Invece, con le parole «tuo padre e io ti cercavamo» [v.48], è evidente che Maria non ha in mente la paternità celeste del Figlio. Avverte in questo momento se stessa come mamma e sposa. È chiaro che qui per lei adesso «tuo padre» è Giuseppe. Ma Gesù in questo momento ignora questa paternità umana e ne invoca un’altra: quella che maggiormente gli interessa: «il Padre mio», ossa il Padre celeste. Maria e Giuseppe, che, ritrovando Gesù, si erano «stupìti» (v.48), adesso rimangono interdetti. Non capiscono.
Pintoricchio. Spello, Santa Maria Maggiore. Gesù fanciullo nel tempio disputa con i dottori
Questo episodiomostra con chiarezza come Maria e Giuseppe hanno fatto un cammino di fede, per il quale, pur sapendo che Gesù era il Figlio dell’Altissimo, solo gradualmente hanno imparato a scoprire il mistero del loro Figlio. Benché Maria avesse avuto dall’Angelo la rivelazione che Ella sarebbe stata Madre dell’Altissimo, qui non pare essere all’altezza della situazione. In tal modo Maria è al nostro fianco nei nostri passi incerti, tentennanti, deboli e dubbiosi; Ella, ci prende per mano e ci guida maternamente là dove Ella è ormai arrivata.
Dalle parole di Maria possiamo capire dunque che i genitori non hanno capito la spiegazione data da Gesù: «Ma essi non compresero le sue parole» [v.50]. Stiamo attenti che quel «non compresero» non significa «non ci capirono nulla», come potrebbe capitare a me se qualcuno mi parlasse in cinese o mi dicesse cose senza senso, dove non c’è nulla da capire. Queste parole invece si riferiscono al mistero della divina Figliolanza di Gesù: una verità certamente oscura, perché trascende i limiti della ragione umana; eppure, nel contempo, luce salvifica della ragione. Quindi quel «non capirono» non è l’atteggiamento dispiaciuto, scettico e infastidito, per non dire offeso, tipico di genitori davanti a scuse inconsistenti addotte da un figlio scapestrato, che si lancia in una scappatella da casa senza alcun preavviso o ragionevole motivo. Al contrario — e questo emerge esplicitamente dal comportamento di Maria — Ella, come ormai era sua abitudine davanti ai misteriosi e preziosi fatti del Figlio [2,19], «serbava tutte queste cose nel suo cuore» [v.51]. Maria è il modello della Chiesa, che, lungo la storia, conserva fedelmente il tesoro di verità e di grazia, che le ha affidato lo Sposo.
Gaspare Landi – Gesù disputa con i dottori nel Tempio. Palazzo Farnese
Come osserva Santa Edith Stein,grande indagatrice e maestra delle qualità della donna, è virtù tipicamente femminile la custodia delle cose e dei segreti propri dell’uomo che ama. Quando ella è fecondata, custodisce nel suo seno il germe ricevuto, fino a farlo diventare quell’essere umano, che un giorno darà alla luce. Analogamente a Maria, la Chiesa custodisce nella storia e spiega sempre meglio agli uomini i tesori della Parola di Dio. Ecco il progresso dogmatico.
In questo custodire nel cuore e meditare la Parola di Dio, Maria è il modello anche del teologo e dell’anima contemplativa, che si rinsalda nelle sue convinzioni di fede, le approfondisce, ricava nuove conclusioni, formula nuovi propositi e nel contempo rimane aperta, come dice il Santo Padre Francesco, alle «sorprese di Dio», che si possono in un primo momento scontrare con la nostra limitatezza, ma poi, davanti alla nostra fiduciosa accoglienza, manifestano la loro infinita sapienza.
Disputa di Gesù fra i Dottori del Tempio, Jacopo Robusti detto Tintoretto
Una domanda che ci possiamo porreè come interpretare più precisamente, anche da un punto di vista psicologico, questo fermarsi di Gesù tra i dottori nel tempio. Cosa può essere successo esattamente? E perché? Leggiamo: «lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte» [vv. 46-47].
Come avviene nei fenomeni mistici di alta intensità, Gesù nel tempio è stato probabilmente rapito dalla bellezza dei misteri di suo Padre e si è dimenticato persino dei suoi genitori e che passavano non solo le ore, ma i giorni. Che stima di Gesù per i dottori della legge! Quelli stessi, anche se probabilmente non le stesse persone, che un giorno pronunceranno la sua condanna. Allo stesso modo, il fascino divino di questo misterioso ragazzo deve aver colpito ed impressionato profondamente quei buoni, onesti e sapienti dottori, per cui al contatto reciproco tra queste anime sante ed innamorate di Dio, scoccò, se così posso esprimermi, una divina scintilla, che sprigionò un incendio mistico di divino amore. Si scatenò così una travolgente e irrefrenabile dialettica, una circolarità spirituale, per la quale Gesù e i dottori andavano a gara nello stimolarsi vicendevolmente nelle elevazioni celesti. Chi poteva più badare al tempo e alla realtà circostante?
Gesù tra i dottori del tempio – Giovanni Battista Beinaschi. Castello di Racconigi.
Gesù dava segni di un’intelligenza straordinaria e lo si può ben capire. Facciamo invece fatica a comprendere come Egli potesse fare delle domande ai dottori, Egli, Sapienza incarnata. Forse che già da allora li metteva alla prova, come avrebbe fatto in età adulta? O forse che proprio era desideroso di conoscere la loro opinione? O si dilettava di vedere in quelle menti elette un riflesso della divina sapienza? O forse che intendeva sollecitarli a riconoscere il Messia? Un cosa ci pare certa: che in questo sacro colloquio non emerge nulla di polemico come invece apparirà degli scontri di Gesù adulto con i farisei e dottori della legge.
Natività di Filippino Lippi da Prato (XV sec.)
Nella sobrietà di linguaggio del racconto lucano, quale meraviglioso esempio troviamo di dialogo spirituale ridotto all’essenziale: la domanda e la risposta! Volesse Dio che anche nei nostri dibattiti teologici e religiosi si respirasse questo clima di profonda comunione e ad un tempo di libera differenziazione nell’atmosfera arricchente, rasserenante, entusiasmante, pacificante e beatificante della verità! L’episodio misterioso, che ha messo alla prova Maria e Giuseppe, si conclude nella quotidiana normalità: Gesù “partì dunque con loro, tornò a Nazareth e stava loro sottomesso” [Lc 2,51]. Come un qualunque buon ragazzo obbediente in via di formazione, “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini” [ibid.].
La divinità torna a nascondersi dietro l’umanità, dopo che l’umanità è scomparsa davanti alla divinità, in una continua alternanza di momenti infinitamente distanti tra di loro, tanto da sembrare contradditori e incompatibili, un fenomeno unico in tutta l’umanità, caratteristico invece della persona e della vita terrena di Cristo. Anche nella nostra vita cristiana succede che Cristo improvvisamente ed inspiegabilmente si sottragga e sembri scomparire, senza che possiamo comprendere o immaginare dove Egli possa essere e quindi come cercarlo e come raggiungerlo, né sapere quando, come e dove riapparirà.
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Varazze, 27 dicembre 2015
Festa della Santa Famiglia
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2016-01-08 01:26:352021-04-21 00:51:07Gesù tra i dottori nel Tempio: “Figlio perché ci hai fatto questo?”
L’Isola di Patmos ha sempre camminato sul filo del rasoio, sino a oggi senza mai tagliarsi, preghiamo, speriamo e confidiamo che i nostri cari Lettori ci aiutino a non tagliarci …
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Autore Ariel S. Levi di Gualdo
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Le vocazioni adulte al sacerdozio portano ricchezza e utilità all’interno della Chiesa. Tutti i miei confratelli giunti al Sacro Ordine in età adulta, spesso si sono rivelati nella pratica pastorale molto attenti, avendo avuto una vita vissuta pregressa e tutte le esperienze che talvolta ne conseguono. Gli adulti che diventano sacerdoti, o sono ottimi presbìteri motivati nella fede, o sono degli immani disastri. Personalmente non ho mai conosciuto vie di mezzo né ho avuto mai modo di riscontrare nelle vocazioni adulte l’elemento della serena mediocrità: o sono aquile, o sono polli.
nel 2015 sono ordinati a Torino 5 nuovi diaconi in età compresa tra i 37 ed i 50 anni. Nella foto a sinistra Riccardo Florio [vedere servizio QUI, QUI, QUI]
Numerosi i santi nati da vocazioni adulte,basti citare due grandi educatori del XVI secolo: San Filippo Neri e Sant’Ignazio di Loyola, rispettivamente consacrati sacerdoti a 37 anni il primo ed a 46 anni il secondo.
Dalle vocazioni adulteemerge anche un’altra caratteristica: la mancanza di bramosia di conseguire posti di prestigio in seno alla Chiesa o di fare carriera nel mondo ecclesiastico o accademico. L’adulto divenuto sacerdote aveva infatti una vita già avviata e, tutto sommato, non pochi avrebbero avuto varie possibilità allettanti — taluni persino notevoli — di fare brillanti carriere nel mondo; non pochi le avevano pure cominciate con successo, prima di lasciare tutto e seguire Cristo attraverso una scelta di vita radicale.
un gruppo di uomini candidati al sacerdozio in età adulta [vedere servizioQUI]
Quanti provengono da simili esperienze, difficilmente andranno a scocciare il loro Vescovo per essere mandati alla Pontificia Accademia Ecclesiastica, altrettanto difficilmente si metteranno in lizza, od a fare guerra agli altri preti per essere nominati rettori della chiesa cattedrale, o vicari generali. A meno che qualche Vescovo scellerato affamato di preti non si metta ad accettare come candidati ai sacri ordini dei quarantenni che dopo una vita di fallimenti umani, professionali e sentimentali, non sapendo più dove battere la testa scelgono come ultima spiaggia il sacerdozio. Di solito, però, neppure un soggetto sapiente e prudente come il vescovo prenestino S.E. Mons. Domenico Sigalini, noto per aver dato il riconoscimento canonico diocesano persino a fantomatiche congregazione che paiono uscite fuori dai cartoni animati della Famiglia Simpson, accoglierebbe mai di simili soggetti, perché per loro stessa natura non sono formabili e soprattutto non sono gestibili, posto che formare e gestire un adulto è cosa parecchio difficile che richiedere sempre e di prassi dei formatori molto particolari, per non dire dei santi.
Ricordo sempre con vivo affetto uno dei miei primi formatori, anch’esso vocazione adulta al sacerdozio, che pur non avendo mai fatto un solo giorno di seminario — avendo avuto per la sua età altro genere di formazione al di fuori del seminario —, appena divenuto sacerdote fu nominato rettore del seminario arcivescovile della sua diocesi, dove per vent’anni svolse uno splendido ministero di cui tutt’oggi una Chiesa particolare intera conserva devoto ricordo [cf. QUI].
Pino Conforti, riceve il Sacro Ordine a Roma dal Santo Padre Francesco a 44 anni [servizio QUI, QUI, QUI]
Uno dei limiti che ho potuto riscontrare nelle vocazioni adulte è l’incapacità di chiedere soldi. E io che pure non sono mai arrossito nel corso della mia vita, manco dinanzi alle cose più imbarazzanti, di quelle che avrebbero potuto portare altri miei confratelli a stati di choc, ho provato invece tremore quando agli inizi del sacro ministero mi sono sentito rivolgere da alcuni fedeli quesiti del tipo: «Quanto devo lasciare per la celebrazione della Messa per i miei defunti?». E io: «Niente!». E detto ciò mi dileguavo imbarazzato.
Chiunque abbia vissutoun periodo più o meno lungo della sua vita producendo attraverso il proprio lavoro o beneficiando dei beni suoi o della propria famiglia, non è abituato a chiedere quella che di fatto è l’elemosina. Per imparare l’arte della questua bisogna essere entrati in un seminario da giovani, essersi cibati alla mensa e abbeverati alle fonti sorgive del clericalismo; bisogna avere imparato a portare i jeans e le scarpe da ginnastica per dare l’illusione — non si sa bene a chi! — di non essere clericali. E ciò al contrario del sottoscritto che porta invece la sua veste talare tutti i giorni, non ultimo proprio per mostrare il suo viscerale anticlericalismo verso il peggio dei nuovi clericali, che sono appunto i pretini trendy in jeans e scarpe da ginnastica, detti anche “trasformisti” o “camaleonti”.
Luigi D’Arco (a destra) e Gino Calamai (a sinistra), ordinati sacerdoti a Prato alle rispettive età di 62 e 47 anni [servizio, QUI]
Quando mia madre mi ha chiesto cosa poteva regalarmi di utile le ho risposto: delle belle stoffe per farmi fare delle talari nuove da un bravo sarto. Non le ho detto: «Mi piacerebbero delle belle stoffe, però prendi quei soldi e dalli ai poveri», perchè per una madre cattolica un figlio prete è un dono unico e irripetibile, ed io che vivo anche a contatto coi poveri so bene quanto i poveri stessi, al contrario di Eugenio Scalfari e di tutta la casta dei radical-chic ultra-laicisti, che tanto bramano una Chiesa sciatta con le pezze al culo, il prete desiderano vederlo sempre ben messo e decoroso, perché è il loro prete; perché il prete è la loro comune ricchezza. E dico un prete, figurarsi pertanto il decoro che i poveri vorrebbero vedere sempre impresso in un Vescovo, o addirittura nel Romano Pontefice, specie in questi tempi tesi verso la pauperistica sciatteria.
Lorenzo Marazzani, ordinato sacerdote a Perugia all’età di 46 anni [serviziQUI, QUI]
La verità è che una Chiesa trasandata, su pretesti di presunta semplicità e di non meglio precisata povertà evangelica, la vogliono i fricchettoni che vivono nei più futili lussi sfarzosi, non la vogliono i poveri. Perché i poveri sono quelli di sempre: coloro che erano capaci ieri e che sono capaci tutt’oggi a portare in dono l’unico pezzetto d’oro che hanno per contribuire alla fusione di un prezioso calice; perché il povero non vuole che il Sangue di Cristo sia posto dentro un coccio di terracotta, a volerlo sono coloro che non credono al Sangue di Cristo e che si sono improvvisati falsi amici della Chiesa. Non a caso, Nostro Signore Gesù Cristo, come esempio da seguire ci offre l’obolo della povera vedova [cf. Mc 12, 41-44. Lc 21, 1-4], mentre come esempio da rifuggire ci offre il falso filantropismo per i poveri di Giuda Iscariota [cf. Gv 12, 1-11]. Questo è ciò che è scritto sul Vangelo, come dire: punto e basta.
Come avrete capito, i Padri dell’Isola di Patmossono troppo ecclesiali per essere clericali. Per questo il Padre Giovanni Cavalcoli veste sempre il nobile abito antico dei figli di San Domenico ed io la talare nera del clero secolare, sostituita da quella bianca in estate quando fa molto caldo, perché è un modo per mostrare che siamo mondo nel mondo, non dei “professionisti preti” più o meno mimetizzati nel mondo per piacere al mondo e per non disturbare il mondo, che all’occorrenza è nostro compito non solo scuotere ma anche disturbare.
Ariel S. Levi di Gualdo, ordinato sacerdote a Roma all’età di 45 anni
Spiegato l’impedimento “antropologico” dato a monte dalla mia incapacità a chiedere quattrini, proseguo col dirvi che per la seconda volta siamo giunti alle “colonne d’Ercole” ed abbiamo bisogno per il 2016 dei soldi necessari per andare avanti nel nostro lavoro, che come vi abbiamo sempre detto e ripetuto è tanto gratuito quanto gravoso, ed a fronte del nostro lavoro vi domandiamo solo di darci i mezzi per poter lavorare gratis per tutti voi.
Veniamo alla dolente nota spese:ribadendo che su internet nulla è gratis ma tutto a pagamento, se si vuole avvalersi dei necessari strumenti all’avanguardia. Per questo ci imbattiamo in spese inevitabili ad ogni cosiddetto angolo di via.
il server business ed i costi mensili/annuali[QUI]
Partiamo dal server, a proposito del quale mi scrisse un lettore: «Come sarebbe a dire avete bisogno di soldi per il server? Io per il mio blog pago solo 50 euro all’anno!». Replicai: «Non lo metto in dubbio. Ma il tuo blog, giornalmente, quante visite ha, oltre a quella di tua madre, di tua sorella, di tuo nonno che si diletta con l’internet e di alcuni tuoi amici?». Replica l’esperto quasi offeso: «Guarda, che io sono giunto anche a 100 visite al giorno!». E siccome pare appunto vigere il principio “siamo tutti grandi esperti”, gli spiegai che L’Isola di Patmos ha da tempo superato le 10.000 visite giornaliere e che alla data del 31 gennaio il numero totale dei visitatori per l’anno 2015 era pari a 4.321.800. Se però qualcuno conosce un server provider disposto a concederci un servizio a 50 euro all’anno che permetta al sito di questa nostra rivista telematica di reggere una tale mole di accessi — ossia un servizio per accessi illimitati con altrettanto archivio-dati illimitato — che ce lo faccia sapere, perché dopo essersi abbonati all’istante, i Padri dell’Isola di Patmos gli faranno visita per potergli dare un bacio sulla punta del naso in segno di riconoscenza per averci evitato di spendere 1.000 euro all’anno per il server-business sul quale di necessità siamo appoggiati, in cambio di un accesso illimitato di visitatori e altri preziosi e indispensabili servizi d’uso.
Per il lavoro che facciamo abbiamo bisogno di velocità sia in “entrata” sia in “uscita“, che equivale a dire: è indispensabile una linea che consenta di acquisire e di trasmettere dei “dati pesanti”. E questo comporta un abbonamento internet del tutto diverso da quello di una normale ADSL casalinga, per questo ci avvaliamo di uno di quei servizi forniti agli studi professionali ed alle aziende, il cui costo, nel nostro caso, è pari a 115 euro al mese (iva inclusa) per un totale annuo di 1.380 euro. E detto questo siamo a 2.380 euro solo per le spese di abbonamento al server e di abbonamento alla linea internet, pur restando naturalmente aperti ai consigli dei “grandi esperti” o di chiunque possa suggerirci — ma più che altro dimostrarci — che con una semplice chiavetta-internet esterna da ricaricare ogni tanto con 10 euro, è possibile fare il genere di lavoro che facciamo noi.
per lavorare in un certo modo, nulla su internet è gratis
Di necessità dobbiamo ricevere e trasmettere dati da computer che offrano la migliore tecnologia; e come sanno coloro che conoscono certi servizi, i programmi professionali sono costosi. Infatti, tra programmi grafici, editoriali, di montaggio filmati, di sicurezza e protezione del sistema, ecc.. ogni anno ci parte la “modica” cifra di 1.600 euro; e ciò solo perché abbiamo scelto l’acquisto per un anno di uso, perché l’acquisto definitivo di certi singoli programmi costa anche alcune migliaia di euro, ecc …
Per farsi breve:i nostri costi annui di gestione ammontano a 5.150 per lavorare su un internet nel quale a parere di taluni tutto sarebbe gratis.
Chi poi s’intende di grafica e impaginazione, capisce subito che gli articoli dell’Isola di Patmos potrebbero essere stampati in rivista cartacea, perché volendolo fare sarebbero già pronti per la stampa.
E ribadendo quanto il nostro sia un mondo di “grandi esperti”, non è mancata infine l’anima “pratica” che ci ha suggerito: «Non c’è bisogno di pagare tutti questi soldi, basta farsi craccare i programmi!». Ho risposto: «Stupendo! E se putacaso la Guardia di Finanza o chi di competenza trova programmi craccati, vale a dire “rubati”, sui computer di un prete e del suo collaboratore — o la Polizia Veterinaria trova sul computer di Ipazia gatta romana programmi pirata —, usati per mandare avanti una rivista telematica cattolica dove all’occorrenza non si fanno mancare colpi di scudiscio a chi rivendica il diritto all’immoralità e allo sprezzo delle leggi di Dio e degli uomini, mi spieghi che bella figura ci facciamo? Te lo dico io: la figura di quelli che predicano bene e razzolano molto male».
il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli
Come potete capire ciò di cui abbiamo bisogno non sono i consigli dati da “esperti” ai quali i consigli, specie quelli peregrini, non costano niente: ciò di cui abbiamo bisogno è del vostro aiuto per portare avanti la nostra opera, perché né il Padre Giovanni Cavalcoli, che come frate domenicano è privo di qualsiasi reddito personale, dipendendo interamente dalla sua comunità; né io come membro del clero secolare che vivo con 800 euro al mese di stipendio dell’Ente Sostentamento Clero, qualche offerta per le Sante Messe e il prezioso aiuto della mia famiglia, possiamo sostenere di tasca nostra dei simili costi per offrire un servizio gratuito erga omnes.
Per il 2015 la Provvidenza ci è venuta incontroattraverso di voi, siamo pertanto certi che anche per il 2016 la Provvidenza ci sosterrà, se come crediamo L’Isola di Patmos, giovanneo luogo dell’ultima rivelazione, è un servizio alla Chiesa ed ai suoi fedeli in un momento di delicata crisi ecclesiale e di tanto sbandamento tra le membra vive sempre più disorientate del Popolo di Dio.
cerchiamo di intenderci anche con un sorriso …
In concreto: tutte le volte che ci mandate messaggi del tipo «Che splendidi articoli … ah, che coraggio che avete! … quanto giovamento ho trovato nelle vostre parole … grazie alle vostre catechesi ho capito la natura del problema e la possibile soluzione …». Ebbene: assieme a queste parole che non costano niente, inviateci anche un’offerta, pure piccola, perché persino il poco sommato assieme è molto prezioso. Perché a dirla sincera e fino in fondo, non nascondiamo il comprensibile spavento per i costi di gestione che dovremo sostenere entro fine gennaio 2016; costi che al momento non siamo in grado di sostenere, avendo attualmente nella cassa del nostro conto Paypal 1.100 euro donati a fine 2015 da una nostra affezionata lettrice piemontese, da una lettrice etrusco-laziale, da un giovane dottore ricercatore romano che vive a Dublino, da un caro lettore milanese che assieme alla moglie mi ha chiesto di celebrare alcune Messe di suffragio per i suoi defunti e mandandomi due offerte che io ho versato sul conto dell’Isola di Patmos.
Nel corso del 2015, quando ci trovammo senza mezzi di sostentamento, una cara Lettrice piemontese ci inviò 2.000 euro per far fronte a tutte le spese necessarie; e grazie a lei potemmo continuare il nostro servizio, che speriamo di continuare anche per tutto il 2016.
Se volete potete inviarci un’offertaper il sostentamento dell’Isola di Patmos usando il comodo e sicuro servizio Paypal che potete trovare sul fondo di destra della home-page.
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Colgo l’occasione per rivolgere un augurio particolare ai Confratelli Sacerdoti dei quali ho usato le immagini pubbliche per accompagnare questo articolo dove si parla nella prima parte delle vocazioni adulte al sacerdozio. Non ho il piacere di conoscere nessuno di questi Confratelli, alcuni dei quali consacrati di recente nel Sacro Ordine Sacerdotale. A tutti loro rinnovo auguri di ogni grazia e benedizione da Cristo Signore agli inizi di questo nuovo anno.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2016-01-05 15:10:282016-01-06 13:40:32Dalle vocazioni adulte alla questua …
IN RICORDO DI PADRE TOMAS TYN, UN MODERNO GIGANTE DELLA FEDE
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[…] quello di Padre Tomas Tyn è stato un messaggio di verità come teologo e predicatore, nonchè di libertà come cristiano, il tutto scaturente da un cuore ardente di carità, che è il vincolo della perfezione. E un teologo santo è cosa rara nostri giorni, nei quali pullulano gli ambiziosi, i saccenti e gli impostori.
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Autore Giovanni Cavalcoli, OP
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immagine di Tomas Tyn
Il 1° gennaio 2016 ricorre il 26° anniversario della morte del Servo di Dio Padre Tomas Tyn, teologo domenicano di origine cèca, ma vissuto in Italia nel convento domenicano di Bologna dal 1972 al 1989, anno alla cui fine, colpito da un male incurabile, andò a terminare il suo cammino terreno a casa dei suoi genitori in Germania, a Neckargemünd, dove è sepolto e dove abitano la madre Ludmila e il fratello Paul.
Padre Tomas ci ha lasciato una testimonianza cristiana esemplare che, nei primi anni del 2000, grazie all’opera di Padre Svatos, ha indotto la Provincia Ceca dell’Ordine Domenicano a farsi promotrice della Causa di Beatificazione di Padre Tyn, aperta a Bologna nel 2006 dal Cardinale Carlo Caffarra, all’epoca Arcivescovo Metropolita della Città felsinea. La detta testimonianza, nel suo vertice eroico, è consistita nell’olocausto che il Servo di Dio fece della sua vita per la libertà della Chiesa nell’allora Cecoslovacchia da un regime tirannico ispirato al marxismo. Come è noto, il Servo di Dio morì proprio nei giorni nei quali il presidente Havel inaugurava il nuovo regime politico che instaurava la libertà religiosa e faceva cessare la persecuzione alla Chiesa.
il Cardinale Carlo Caffarra, all’epoca Arcivescovo Metropolita di Bologna, durante uno scambio di saluti con il Padre Giovanni Cavalcoli ed alcuni suoi confratelli domenicani al termine dell’apertura del processo di beatificazione
Il sacrificio di Padre Tomas fu il frutto maturo di una vita religiosa spesa in una instancabile, feconda, convinta e gioiosa operosità come religioso, sacerdote, predicatore, guida di anime, studioso, docente di filosofia e teologia nello Studio Teologico Domenicano di Bologna. Padre Tomas ci ha lasciato una splendida testimonianza dell’amore più grande: «Dare la propria vita per gli amici» [Gv 15,13].
Troviamo in Padre Tomas un altro dei segni della santità: la sua concentrazione e unificazione in Dio, su Cui tutto si fonda, in Cui tutto viene vissuto, da Cui tutto si riceve, a Cui tutto viene costantemente e coerentemente ordinato e finalizzato [1]. Anche Tomas avrebbe potuto ripetere con Santa Teresa d’Avila: Dios basta.
La vita di Tomas dà l’impressione non di un cammino, ma di una corsa verso Dio, tanta era la chiarezza con la quale vedeva la via da percorrere e lo slancio della sua forte volontà sostenuta dalla grazia [2]. E siccome vedeva con chiarezza la meta, sapeva mostrarla agli altri. Contemplata aliis tradere.
il Cardinale Carlo Caffarra durante l’apertura del processo di beatificazione di Tomas Tyn
È nota la saldezza delle sue convinzioni di fede e l’acutezza del suo occhio critico, per i quali non solo non si lasciava confondere da errori ed eresie, ma li sapeva scovare e confutare vigorosamente. Ciò non mancò di attirargli ostilità e derisioni da parte dei nemici della verità, umiliazioni e sofferenze che egli sopportava perdonando tutti, bastandogli consolazione della sua coscienza netta ed innocente, nonché la gratitudine dei buoni. Libero da qualunque forma di rispetto umano e solo attento alla sua missione di teologo e di sacerdote, non temeva di contrastare le mode del giorno, anche se seguite da vasti ambienti di allora.
La vita di ogni Santo ha il pregio incomparabile di essere, nelle forme e gradi più diversi, così unitaria, semplificata, coerente, raccolta, concentrata e sintetizzata attorno ad un unico sommo, affascinante e divino ideale, che la si può quasi riassumere in un solo messaggio, che fa il pregio, l’incisività e l’utilità caratteristica del Santo, per la salvezza delle anime e il bene della Chiesa, messaggio che offre la ragione di fondo e la causa della sua beatificazione. Qual è stato il messaggio di Padre Tomas? Un messaggio di verità come teologo e predicatore, nonchè di libertà come cristiano, il tutto scaturente da un cuore ardente di carità [3], che è il vincolo della perfezione. Un teologo santo è cosa rara nostri giorni, nei quali pullulano gli ambiziosi, i saccenti e gli impostori.
alcune immagini di Tomas Tyn distribuite dall’ufficio di postulazione
Si parla canonicamente e giuridicamente di “causa” di beatificazione, perché per proclamare Beato o Santo un uomo di Dio, la Chiesa esige giustamente una “causa”, un “perché” sufficientemente convincenti o probanti. Il devoto del santo, chi lo sostiene, l’“avvocato”, diciamo così, della sua causa, deve poter dimostrare davanti alla Chiesa e al popolo di Dio perché, per quale motivo, a qual fine o per quale utilità o qual vantaggio farlo Santo. Ebbene, questa “causa” è data dal messaggio del santo. Diciamo allora, completando il già detto, che ciò che ha creato, come recita il diritto canonico, la fama sanctitatis di Padre Tomas è stata la straordinaria coerenza in lui fra il pensiero e l’azione, tra la fede e la carità, l’intelletto e la volontà, il momento della verità e quello della libertà, il momento della coscienza e quello della legge, quello della grazia e quello del libero arbitrio.
il libro su Tomas Tyn di Giovanni Cavalcoli
Una cosa della quale oggi abbiamo estremo bisogno è la fondazione veritativa della virtù, la base metafisica della morale, il fondamento intellettuale, dottrinale e dogmatico della santità e della vita cristiana. La soluzione di tutti gli altri problemi, del rapporto tra ragione e fede, tra Dio e l’uomo, tra religione e scienza, tra corpo e anima, tra uomo e natura, tra persona e società, tra autorità e libertà, arte e morale, tradizione e progresso, Stato e Chiesa, giustizia e misericordia, e via dicendo.
Nel pensiero e nella vita di Padre Tomas, illuminati dal mistero trinitario, l’unità e l’armonia delle funzioni dello spirito, partendo dalla singola persona, unificata dalla sapienza dello Spirito Santo, si allargano a dimensioni comunitarie, ecclesiali e cosmiche, secondo il principio dell’analogia e della partecipazione, sotto il primato di Cristo, «capo del corpo, cioè della Chiesa, principio e primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose, perché piacque a Dio di far abitare in Lui ogni pienezza, e per mezzo di Lui riconciliare a Sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di Lui, le cose che stanno sulla terra e quelle dei cieli» [Col 1, 18-20].
la tomba di Tomas Tyn
Da questa visione di sintesi cosmica, sotto il primato di Cristo, fondata sulla metafisica di San Tommaso, sorge la virtù conciliatrice e riconciliatrice della spiritualità Tyniana, nel segno di Maria Regina della pace e vincitrice delle eresie, in piena filiale sottomissione al Successore di Pietro. In tal modo appare quanto questa spiritualità magnanima, impregnata dell’universalità del cattolicesimo, può essere oggi di giovamento nell’avvicinare e conciliare tra di loro le fazioni tuttora un lotta, all’interno della Chiesa, dei modernisti e dei lefevriani.
Chiediamo dunque all’intercessione del Servo di Dio, che ottenga quanto prima dal Padre Celeste ai suoi devoti sparsi nel mondo e in particolare nella sua amata Famiglia domenicana, la gioia di vederlo elevato all’onore degli altari.
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Varazze, 01 gennaio 2016 Solennità della Beata Vergine Maria Madre di Dio
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NOTE
[1] Sono splendidi i suoi corsi scolastici sul fine ultimo e sulla beatitudine
[2] Capolavori di teologia sono anche i suoi corsi sulla grazia.
[3] Ammirevoli anche i corsi scolastici sulla carità.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2016-01-01 22:31:172021-04-21 00:51:28In ricordo di Padre Tomas Tyn, un moderno gigante della fede
Babamın ikinci evliliğini yapmasıyla birlikte üvey kız kardeşe sahip oldum porno indir Yeni kız kardeşim tembelin teki porno izle ne okula gidiyor ne ders çalışıyor seks hikaye Bulduğu her fırsatta okulu ekiyor bedava porno aile bireyleri bu yüzden ona çok kızıyor brazzers porno Bugün evde kimsecikler yokken bahçede biraz spor yapayım dedim sex hikayeleri Şans eseri kız kardeşimi gördüm okula gitmemiş odasında saklanıyor rokettube Ona bağırdım ve zorla okula gitmesini sağladım türk porno Evden çıktığı vakit bahçede sporuma başladım porno Kısa bir süre sonra telefonuma evdeki alarmın devre dışı kaldığına dair bildirim geldi ensest hikayeler Karşımda çıplak durması ve tahrik edici konuşmalarıyla beni sekse ikna etti.
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