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Amoris Laetitia. Il fondamento della indissolubilità del matrimonio

4 Maggio 2016/3 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

AMORIS LÆTITIA. IL FONDAMENTO DELLA INDISSOLUBILITÀ DEL MATRIMONIO

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La nullità del matrimonio quasi sempre emerge in modo drammatico dopo un certo tempo, più o meno lungo, possono passare anche anni ed esserci di mezzo dei figli, anche se ci è sposati in chiesa, e si è trattato di un matrimonio celebrato con grande solennità: tappeto rosso dall’ingresso della chiesa fino all’altare riccamente addobbato, mazzi di fiori esotici, lungo tutti i banchi della chiesa, fotografi e cine-operatori, folla entusiasta e commossa di gente della buona società, abbondante offerta al parroco. Eppure si è trattato di una semplice messa in scena. Nonostante la solenne Messa cantata e solenne benedizione, la grazia può esser scesa, ma non certo la grazia del matrimonio, dato che mancava la materia adatta. Il povero parroco, attorniato da concelebranti, si è preso, come dicono i romani, una bella buggeratura [o detta in romanesco: s’è pijato ‘na sola].

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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PDF articolo formato stampa

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papa firma

Il Sommo Pontefice firma la esortazione post-sinodale Amoris Laetitia

Uno degli scopi che si prefisse Gesù Cristo nel suo insegnamento e nella sua opera fu quello di presentare, ripristinare e promuovere il piano originario divino sull’uomo, descritto nel Genesi, indicandolo come modello della condotta umana, compatibilmente alla condizione di natura decaduta dopo il peccato originale.

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Non si è trattato di un ripristino pieno e totale dello stato di innocenza, ma soltanto di alcuni elementi, che Cristo ha prospettato come realizzabili, col soccorso della sua grazia e mediante un’opportuna disciplina, in questa vita mortale, indebolita dal peccato, alcuni elementi di quella felice condizione originaria.

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“Indissolubilità del matrimonio” non vuol dire che di fatto il vincolo non possa essere sciolto, altrimenti non esisterebbe il divorzio. Indissolubilità vuol dire che non deve essere sciolto, ossia che non esiste un diritto a sciogliere il vincolo. Quindi, questo atto non può mai essere un bene. Infatti, è volontà di Dio che l’uomo si unisca alla sua donna, in modo tale che i due non son più due, ma una sola carne. Però non si crea un’unione che di fatto non possa essere spezzata, come invece è l’unione infrangibile che esiste per esempio tra il colore di un vaso e il vaso stesso, oppure l’unione che esiste tra l’anima e le sue facoltà. Uomo e donna sono fatti per unirsi tra loro, ma dipende dalla loro volontà attuare e mantenere questa unione. Dio vuole che siano uniti per sempre; ma a loro è possibile disobbedire a questa volontà e dividersi. Non devono mai sciogliere il vincolo; ma dipende da loro rispettarlo, conservarlo, mantenerlo; oppure spezzarlo, infrangerlo o scioglierlo, ossia dividersi. È chiaro che, se restano uniti, fanno la volontà di Dio; se si dividono, peccano.

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Qual è il motivo per il quale marito e moglie devono restare uniti per sempre in un amore unico, esclusivo, incomunicabile ad altri o non partecipabile o condivisibile da altri? Dio non dice “si unirà a una donna qualsiasi o a più donne”, ma “alla sua donna”.

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Perché Dio non permette l’amore di gruppo o la poligamia o l’amore occasionale o part-time o l’avvicendarsi delle donne? La volontà di Dio lascia invece intendere che ad ogni uomo deve corrispondere quella data donna e non altre, e viceversa. È un po’ come il fatto che ad ogni serratura occorre quella data chiave e non altre o a chi ha difetti di vista, occorrono quei dati occhiali e non altri.

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Col peccato originale questo piano divino si è offuscato nella mente degli uomini, la loro volontà ha cominciato a tendere al peccato, mentre le loro forze hanno cominciato ad essere insufficienti per realizzare questo alto ideale.

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Nell’Antico Testamento, Dio, con la legge di Mosè, mostra una certa tolleranza, permettendo la poligamia e il divorzio, soprattutto in alcuni personaggi importanti, patriarchi e sovrani. Ma con la Nuova Alleanza, stipulata da Cristo, Dio vuole che, in Cristo e con la grazia di Cristo, venga ristabilito il progetto primitivo, almeno nelle sue linee fondamentali, necessarie ad una conveniente riproduzione della specie umana.

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Cristo in tal modo istituisce il matrimonio come sacramento di salvezza e di santificazione. Si tratta sempre dello stesso vincolo coniugale naturale, già rivelato nel Genesi, nella sua unità, indissolubilità, esclusività e fecondità, ma purificato, arricchito, elevato e rafforzato dalla grazia soprannaturale, in modo tale che gli sposi, nonostante le loro debolezze e la loro peccaminosità, possano essere in grado, con l’aiuto di Dio, di esser fedeli al loro amore per tutta la vita e superare prove, difficoltà e tentazioni, assolvendo agli obblighi del matrimonio e della famiglia.

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Con l’istituzione di Cristo, la fedeltà e l’indissolubilità del vincolo per tutta la vita diventa di nuovo un obbligo per tutti. Adesso, però, Dio permette alcune condizioni di vita che rendono impossibile il pieno ripristino del matrimonio edenico. La prima di queste condizioni è l’esistenza della morte.

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Ciò consente la liceità delle seconde nozze. Questo fatto è connesso a sua volta alla seconda condizione, ossia che nella vita presente questa perfetta reciprocità è molto rara. Avviene allora, che le seconde nozze sono rese possibili e si giustificano con la suddetta possibilità assai rara dell’esistenza delle cosiddette “anime gemelle”, ossia di una perfetta corrispondenza o reciprocità, insostituibile ed esclusiva tra questo dato uomo e quella data donna.

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Nella vita presente, l’espressione la “sua donna” resta valida, ma perde di rigore e determinatezza.  L’esatta corrispondenza edenica resta solo un sogno o un’illusione per molti, i quali però sono chiamati ad accontentarsi di qualcosa di meno, che non rende comunque impossibile una fedeltà fino alla morte.

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Molti invece oggi purtroppo concepiscono il prender moglie come l’acquisto di un’auto o di un computer, per cui, se trovano un prodotto migliore, sono portati a lasciare il vecchio per il nuovo. Questa difficoltà a trovare il compagno adatto può giungere fino al punto che il soggetto resta solo. D’altra parte, Cristo introduce anche l’ideale della vita religiosa, che comporta la rinuncia al matrimonio. Ciò non vuol dire che nel regime della Nuova Alleanza non continui a valere il principio della reciprocità uomo-donna e della “sua donna”. È da notare, infatti, che, nel Genesi, Dio non dice «si unirà a sua moglie», ma «alla sua donna». Infatti il termine usato qui è ishà, che significa appunto “donna”, mentre per dire “moglie”, l’ebraico ha balàh.

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Queste parole del Genesi, come è noto, sono riprese da Cristo nel Vangelo di Matteo [cf. 19,5]. Ma qui, siccome il greco ha gynè, sia per dire donna che per dire moglie, il testo greco non rende esattamente quello ebraico. Tuttavia, siccome nel passo di Matteo Cristo parla del matrimonio, è giusto rendere gynè con “moglie”. Comunque sia, dal Genesi risulta che la reciprocità od unione o comunione uomo-donna, come la si voglia chiamare, non si riduce al rapporto marito-moglie, ma è un valore più ampio, che tocca l’essere umano come tale, e può e deve riguardare ogni essere umano, uomo o donna, laico o e religioso che sia.

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L’indissolubilità del matrimonio suppone che Dio crea ogni uomo ed ogni donna con una sua propria, precisa, inconfondibile ed immutabile identità, che resta immutata e immutabile nel tempo fino all’eternità. Se però nello stato edenico l’individuazione e il riconoscimento di questa identità non faceva alcuna difficoltà, nello stato presente di natura decaduta, questo discernimento diventa difficile, e richiede una speciale capacità intuitiva o introspettiva, che la fenomenologia husserliana chiama Einfühlung [1], parola che in italiano si traduce con “empatia” o “entropatia”. Nella gnoseologia del Beato Duns Scoto si ammette similmente la possibilità di cogliere la haecceitas di quella data singola persona.

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È chiaro che ben pochi possono valersi di simili metodi filosofici, mentre invece la vocazione al matrimonio è la vocazione della stragrande maggioranza della popolazione. Si deve dunque ammettere un metodo più semplice, che consenta a due giovani che si piacciono, di poter capire se sono fatti per unirsi in matrimonio. Per sapere questo, bisogna che entrambi si accorgano della suddetta reciprocità, ossia devono capire oggettivamente e gustare nell’intimo l’identità sostanziale l’uno dell’altro, il valore della sua persona, le doti del carattere, senza ignorare i difetti, andando al di là delle apparenze, oltre agli aspetti caduchi, superficiali e quelle che possono o potranno essere evenienze accidentali, per cogliere la sostanza della sua personalità. È questa la base sulla quale fondare un patto e stringere un vincolo indissolubile.

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Circa questa questione dell’identità immutabile della persona, da più di tre secoli, abbiamo a che fare con l’obiezione, che viene dall’empirismo inglese, soprattutto da Locke, seguìto poi da Hume, il quale, esagerando la parte dell’esperienza nella conoscenza umana, e trascurando di coltivare l’attività intellettuale, perde di vista questo nucleo sostanziale immutabile della persona, che sta a fondamento e ragion d’essere di ogni forma di contratto o pattuizione umana, che si intendono stabiliti per sempre.

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In queste visioni della realtà e quindi anche della persona umana non si danno verità definitive e assolutamente certe, ma ogni teoria o legge può sempre esser cambiata al sorgere di nuove esperienze. Le mutazioni accidentali invadono tutto il campo della conoscenza, per cui una cosa o una persona non viene definita con la pretesa di coglierne l’identità, l’essenza, la sostanza, o la haecceitas, come se essa si trovasse nascosta dietro gli accidenti o i fenomeni sensibili.

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La sostanza, secondo gli empiristi, non è altro che la collezione unitaria degli accidenti, che non rimandano ad altro che a se stessi, gli uni agli altri, in modo reciproco. La persona è come una nuvola del cielo o una goccia d’acqua o una fiamma: non c’è da distinguere una sostanza immutabile da accidenti mutevoli, ma tutto muta ed evolve, anche se la nuvola o la goccia o la fiamma può essere la stessa. Da ciò si capisce bene che, con questa concezione della persona, qualunque promessa vien fatta o qualunque impegno vien preso, e qui ovviamente cade la promessa di fedeltà coniugale, tutto ciò implica sempre la riserva di mantenere i patti, finché non capiterà qualcosa di previsto o imprevisto, che motivi il loro scioglimento o annullamento.

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Viceversa, una volta che i due si accorgono di esser fatti l’uno per l’altro, in vista della fondazione di una famiglia, sorge spontanea nel loro cuore la volontà di stare assieme per tutta la vita, appunto con l’intento di realizzare questo proposito [2]. Questa volontà fonda e condiziona la verità o validità del patto o vincolo coniugale, dà per cui, se ci si sposa per motivi diversi o contrari a questa volontà, che fonda, giustifica, garantisce e costituisce l’essenza del patto matrimoniale, tale patto non esiste, è invalido, è nullo. Similmente, sarebbe nulla un’ordinazione sacerdotale basata su di un concetto falso del sacerdozio, come è per esempio quello di Rahner.

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La nullità del matrimonio quasi sempre emerge in modo drammatico dopo un certo tempo, più o meno lungo, possono passare anche anni ed esserci di mezzo dei figli, anche se ci è sposati in chiesa, e si è trattato di un matrimonio celebrato con grande solennità: tappeto rosso dall’ingresso della chiesa fino all’altare riccamente addobbato, mazzi di fiori esotici, lungo tutti i banchi della chiesa, fotografi e cine-operatori, folla entusiasta e commossa di gente della buona società, abbondante offerta al parroco. Eppure si è trattato di una semplice messa in scena. Nonostante la solenne Messa cantata e solenne benedizione, la grazia può esser scesa, ma non certo la grazia del matrimonio, dato che mancava la materia adatta. Il povero parroco, attorniato da concelebranti, si è preso, come dicono i romani, una bella buggeratura [o detta in romanesco: s’è pijato ‘na sola].

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Non è escluso che la coppia, accortasi della nullità del matrimonio, riesca, tutto sommato, ad andare avanti, soprattutto per amore dei figli. È bene che lo faccia. Ben altra cosa invece è il divorzio. Esso è una grave disobbedienza alla volontà di Dio, volontà che resta intatta e immutata, benché disattesa dai due. In tal senso il matrimonio è indissolubile. I due possono essere infedeli, ma Dio resta fedele e dà ad essi modo di pentirsi e di tornare assieme. Il divorzio è dunque il dividere ciò che Dio ha unito e che vuole che sia unito. Il divorzio è peccato grave contro la giustizia e la carità in chi, uno dei due o entrambi, pur avendo contratto un matrimonio valido, è infedele al patto sacro celebrato davanti a Dio e alla Chiesa. Certo, se i due regolarmente sposati, non ce la fanno più a vivere assieme, è bene che si separino. Tuttavia, resta valido il vincolo davanti a Dio e alla Chiesa, e non possono contrarre nuove nozze. Viceversa, se due si piacciono, non è questo un motivo sufficiente per andare a vivere assieme, soprattutto se sono legati a un matrimonio valido precedente. È possibile che questo sia nullo e che adesso abbiano incontrato il vero amore. Ma per mettersi in regola davanti a Dio, alla Chiesa e alla loro coscienza di cattolici, devono prima ottenere la dichiarazione di nullità, e poi potranno contrarre nuove nozze benedette da Dio.

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Quanto ai matrimoni misti, bisogna fare attenzione. Ci sono casi, per esempio, di unioni fra un cristiano e un musulmano, che non danno preoccupazioni. Si sta però verificando in altri casi, sembra più numerosi, che la parte musulmana vuol costringere quella cristiana a farsi musulmana. In questo caso, se la parte cristiana avverte che è messa in pericolo la sua fede, può ritenersi sciolta dal vincolo coniugale. Questoi caso fu già contemplato da San Paolo [cf. I Cor 7, 12-15], e perciò si  chiama “privilegio paolino” ed è stato recepito nel Diritto Canonico [Can.1143, §1].

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La Chiesa dunque distingue quattro casi, nei quali i due possono lasciarsi: tre leciti e doverosi e uno illecito. Casi nei quali devono lasciarsi: 

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1. Concubinaggio (convivenza more uxorio tra due non sposati); 

2. privilegio paolino; 

3. matrimonio nullo. Caso a parte, che sarebbe il quarto, è invece il caso del divorzio.

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Occorre fare attenzione a non confondere: annullamento, scioglimento e divorzio. Annullamento o dichiarazione di nullità è la sentenza del tribunale ecclesiastico, che dichiara che un vero vincolo non c’è mai stato, nonostante la pregressa convivenza e l’eventuale presenza di figli. Lo scioglimento è l’effetto della misericordia divina, la quale vuol proteggere il fedele o la fedele, benché il vincolo fosse valido. Il divorzio invece è la rottura di un vincolo valido. Stando così le cose, nel matrimonio valido e vero, i due si promettono reciprocamente di esser fedeli per tutta la vita a questo patto d’amore, che è il patto coniugale, in forza del quale essi diventano marito e moglie. Nel momento di questa decisione, Dio li unisce per sempre e li benedice con la sua grazia. Essi si uniscono coscientemente, volontariamente e liberamente. Ma questo stesso atto della loro volontà è adempimento della volontà di Dio, Che li ha voluti unire dall’eternità e per l’eternità ha progettato il loro matrimonio.  Purtroppo oggi, con la mentalità storicista ed evoluzionista che si è insinuata anche in ambienti cattolici, pochi riflettono sulla grandezza di questo amore, chiamato ad essere un amore eterno e addirittura, come sacramento, un amore salvifico, una via di salvezza.

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Molti ironizzano su ciò e lo credono una bella utopia, se non un inganno, guardando allo spettacolo desolante di tante separazioni, di tanti tradimenti, di tante delusioni, di tanti divorzi, di tanti amori estinti, di tante unioni fallite, di tante famiglie distrutte. Ma anche superato questo ostacolo e confutato l’empirismo, col mostrare come l’intelletto non possa fare a meno dell’idea di sostanza [3], sorgono altri problemi. Infatti, ancora tutto questo non è sufficiente per guardare con sicurezza e serenità al futuro, senza temere delusioni o brutte sorprese, per il fatto che, anche ammessa la possibilità di cogliere l’essenza dell’altro, l’indissolubilità del matrimonio non è la semplice fedeltà ad un dato fisso ed immutabile, quale può essere l’essenza della mia persona e di quella dell’altro, ma la fedeltà all’impegno quotidiano di entrambi, che si suppone continuativo, coerente e perseverate nel tempo per tutta la vita.

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Ora, sappiamo tutti quanti mutamenti avvengono nella nostra condotta. Come ci si può impegnare per tutta la vita con una persona che magari adesso è buona, ma poi diventa cattiva? E se mi tradirà? E se mi avesse nascosto certe cose cattive? E se avesse avuto un cattivo passato che può tornare? Domande angosciose, quando si ama una persona.

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La terza delle condizioni, proprie della natura decaduta, è la concupiscenza, ossia il fatto che il desiderio o impulso sessuale non è più conseguenza dell’amore e incentivo all’amore, non è più donazione di sé e disponibilità all’altro, non è più un far gioire l’altro e un gioire per il dono che l’altro fa di sé, ma è in gioventù brama incontrollata e godimento e sfruttamento egoistico dell’altro, mentre nell’anzianità e nella malattia il desiderio si illanguidisce nella frigidità e addirittura nella ripugnanza. Nella gioventù dev’essere frenato; nell’anzianità dev’essere potenziato.

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San Paolo, con la sua famosa teoria del matrimonio come remedium concupiscentiae [cf. I Cor 7,9] ha evidentemente sott’occhio solo i bollori della gioventù e non la debolezza dell’anzianità. Si ha l’impressione che egli non consideri cosa buona l’atto sessuale, per cui diventa scusabile e tollerabile nel matrimonio: «è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non possono vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere» [vv.8-9]. Ma tutto ciò sembra sottendere in Paolo una dissociazione per non dire una contrapposizione fra amore ed unione sessuale. Purtroppo non ci si è accorti per molti secoli che qui Paolo non riflette autenticamente la visione del Genesi e neanche quella evangelica, dove l’essere “una sola carne” è visto come qualcosa di buono, sia in se stesso [Gen 2], sia in rapporto alla procreazione [Gen 1].

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Soltanto nel secolo scorso il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, ha soppresso questo dualismo insegnando invece il nesso tra l’amore coniugale e l’unione sessuale con queste parole: “Questo amore è espresso e reso perfetto in maniera tutta particolare dall’esercizio degli atti, che sono propri del matrimonio; ne consegue che gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità, sono onorevoli e degni e, compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione, che essi significano ed arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudine gli sposi stessi” [n.49].

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Il Beato Paolo VI ha ripreso questo insegnamento nell’enciclica Humanae vitae [n.11], e San Giovanni Paolo II lo ha ulteriormente sviluppato, come ricorda l’attuale Pontefice nell’Esortazione Amoris laetitia, quando afferma che «nelle sue catechesi sulla teologia del corpo umano, San Giovanni Paolo II ha insegnato che la corporeità sessuata è “non soltanto sorgente di fecondità e di procreazione”, ma possiede “la capacità di esprimere l’amore: quell’amore appunto, nel quale l’uomo-persona diventa dono”» [n.152].

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Se l’uomo non riesce a dominare l’istinto sessuale prima o fuori o dopo il matrimonio, non ci riuscirà neanche nel matrimonio. Il rimedio alla concupiscenza non è il matrimonio, ma è l’educazione all’autocontrollo. Se si cerca il matrimonio per soddisfare la concupiscenza, si resta schiavi dell’istinto, si scarseggia nella lucidità mentale, nella forza della volontà e nel senso di responsabilità, che sono necessari per mantenere la fedeltà coniugale e si mette in pericolo la tenuta del vincolo matrimoniale. Oppure, non ci si accontenta della propria moglie, ma si cercano altre occasioni per soddisfarsi, soprattutto quando l’avvenenza della sposa sfiorisce con l’avanzare dell’età. L’atto sessuale nel matrimonio dev’essere libero atto d’amore e non lo sfogo di una passione, che non si riesce a trattenere. Questo è il modo giusto per conservare la fedeltà. Ma l’indissolubilità del matrimonio si giustifica anche col fatto che l’educazione della prole richiede una presenza premurosa dei genitori, che non ha mai termine, e risulta normalmente dalla collaborazione reciproca dei genitori. Si sa come il pensare ai figli è un forte incentivo alla fedeltà coniugale. Inoltre, l’anzianità vissuta assieme nel reciproco aiuto è anch’essa un poderoso fattore di fedeltà ad un unico amore.

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A questo punto allora vediamo come una fedeltà coniugale seriamente pensata e veramente vissuta non può prescindere da un rapporto con Dio. Per questo, presso tutti i popoli, il rito del matrimonio è sempre un rito sacro. Dovevamo arrivare alla nostra società secolarizzata, per ridurre il rito del matrimonio o il contratto matrimoniale ad una profana cerimonia in Comune, come se si trattasse di stipulare un contratto d’affitto o di registrare un passaggio di proprietà. Ma purtroppo vediamo come spesso anche i matrimoni religiosi entrano in crisi. Si stanno moltiplicando i matrimoni nulli.

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La crisi dei matrimoni dipende, fondamentalmente, a mio giudizio, da una crisi della fede tra i credenti. Non si avverte più l’importanza, l’altezza e l’arduità dei valori e degli elementi che ho esposto sopra. Si considera il matrimonio non come una realtà trascendente, che dipende sì da noi, ma soprattutto dalla grazia divina. Si vede il matrimonio come un qualunque contratto terreno, in potere delle nostre decisioni, come pensò erroneamente Lutero, quando negò la sacramentalità del matrimonio.

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Se si medita seriamente sul valore dell’indissolubilità del matrimonio, come ho cercato di proporre in questo articolo, ci si accorge subito che non è possibile affrontare l’impresa senza affidarsi a Dio e contare sulla sua grazia.

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Un fenomeno che oggi fa riflettere è quello di quei divorziati risposati, che vorrebbero fare la Comunione e, stando anche all’Esortazione Amoris laetitia, non ne hanno il permesso. Alcuni vorrebbero confessarsi. Vien fatto di chiedersi: ma nella condizione irregolare e scandalosa, nella quale si trovano, cosa li spinge a desiderare i sacramenti? Possono essere pentiti o almeno uno dei due, ma non aver modo di interrompere la loro relazione. E d’altra parte, è possibile che non ce la facciano a vivere come fratello e sorella. Il Santo Padre ha detto che possono essere in grazia. Dunque non si sono dimenticati di Dio e della Chiesa. E Dio e la Chiesa non si sono dimenticato di loro.

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Varazze, 4 maggio 2016

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NOTE

[1] Vedi lo studio di Edth Stein, Il problema dell’empatia, pp. 157-158, Edizioni Studium, Roma, 1985.

[2] Parlando del matrimonio tra San Giuseppe e la Madonna, San Tommaso dà questa notevole definizione: «la forma del matrimonio consiste in una certa indivisibile congiunzione degli animi, per la quale i coniugi sono tenuti a mantenersi indivisibilmente fedeli l’uno all’altro», Summa Theologiae, III, q.29, a.2.

[3] Cf M. D.Philippe, Essai de Philosophie – L’etre – Recherche d’une philosophie première – I, Téqui, Paris 1972, chap.III; T.Tyn, Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis, a cura di G. Cavalcoli, Edizioni Fede&Cultura, Verona, 2009.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2016-05-04 15:16:132021-04-20 23:41:00Amoris Laetitia. Il fondamento della indissolubilità del matrimonio

Amoris Laetitia. Siate casti, però pagate le tasse, perché il pagamento delle tasse è un vero dogma di fede

25 Aprile 2016/39 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

AMORIS LÆTITIA. SIATE CASTI, PERÒ PAGATE LE TASSE, PERCHÉ IL PAGAMENTO DELLE TASSE E UN VERO DOGMA DI FEDE

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È facile e comodo entrare nelle camere da letto altrui col dito puntato a sentenziare come nuovo dogma di fede «purché vivano come fratello e sorella». Ma voi, ipocriti di sempre, che «filtrate il moscerino» nelle camere da letto altrui e poi «vi ingoiate il cammello» [cf. Mt 23,24] siete pronti ad accettare, fare vostro e diffondere come indiscutibile dogma di fede: «Date a Cesare quel che è di Cesare», quindi pagare le tasse senza fiatare, ma soprattutto senza azzardarvi a dire che sono alte e che non sono giuste?

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Caro Padre Ariel.

Nella Chiesa è avvenuto un esproprio proletario! Se infatti ho capito bene dalle parole del lettore che firma il proprio commento al suo articolo come “nonsonobigotto”, un nome che è un programma, in pratica accadrebbe questo: la Gerarchia tradisce, allora dal popolo, contro ogni idea gerarchica, lo “Spirito Santo” susciterebbe sacche di resistenza composte di umilissimi canonisti e teologi improvvisati che saprebbero soverchiare i traditori scelti da Cristo e che con una rivoluzione bolscevica riporterebbero la fede nella Chiesa, anzi la rifonderebbero ex novo come la intendono loro, cioè Dio… Eccezionale! Siamo solo alla distruzione ideologica e teologica dell’intero Magistero della Chiesa, ma gli umilissimi teologi che tutti i giorni attaccano il Papa ne sanno una più del diavolo e allora… quindi, avanti popolo: alla riscossa!

Giorgio M.G. Locatelli

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papa firma

Il Sommo Pontefice Francesco firma la esortazione post-sinodale Amoris laetitia

Con il suo quesito il nostro Lettore centra un problema che affonda le sue radici a fine anni Ottanta inizi anni Novanta e che si sviluppa all’interno della Chiesa grazie al meglio del peggio del post-concilio. E quando io dico meglio del peggio del post-concilio, non intendo il Concilio Ecumenico Vaticano II, tutt’altro: mi riferisco infatti al peggiore dei tradimenti che s’è consumato su questo grande concilio della Chiesa da parte di tutti coloro che, muovendosi sul pericoloso pretesto della interpretazione dei suoi testi e del suo spirito, hanno finito col dare vita a quel concilio egomenico dei teologi che mai è stato celebrato e che mai è stato scritto dai Padri della Chiesa.

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Questi soggetti che chiamerò teologastri traditori del concilio, hanno creato una grande confusione su quelle che nella Chiesa sono le funzioni dei laici partecipi al sacerdozio comune dei battezzati attraverso il Sacramento del Battesimo, ed i chierici, scelti per mistero di grazia e istituiti attraverso il Sacramento dell’Ordine e unici partecipi al sacerdozio ministeriale di Cristo, oltre che legittimi depositari del munus docendi, un munus che nessun laico, neppure un laico insignito di un dottorato teologico, può esercitare con la auctoritas e la gratia con il quale può e deve esercitarlo il sacerdote rivestito del munus santificandi. Questa immane confusione ha creato situazioni oggi ormai ingestibili, grazie al grido da “collettivo sindacale” o da “collettivo di sinistra” riassunto nel devastante slogan: «Più dialogo, più collegialità, più democrazia nella Chiesa». Grido al quale si aggiunge di conseguenza lo slogan: «Più spazio ai laici nella Chiesa».

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Sulla base di questa premessa, a dare vita a una situazione che oggi appare ormai incontrollata e incontrollabile – come si può appurare di blog in blog, dove anche l’ultimo dei laici che ha spulciato il Catechismo si sente un teologo e un canonista sopraffino, tanto da ritenersi in diritto di contestare dal Romano Pontefice sino all’ultimo presbìtero dell’orbe catholica – hanno concorso due diversi fattori che unendosi assieme hanno creato gli effetti esplosivi che può creare l’unione del potassio con lo zolfo: la caduta del Muro di Berlino e la incontrollata presa di campo di certi movimenti laicali sotto il Pontificato di Giovanni Paolo II, in particolare Neocatecumenali e Carismatici.

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Procediamo per ordine, a partire da quel nutrito esercito di persone che dagli anni Settanta, per seguire durante tutto il corso degli anni Ottanta, sono appartenuti alla grande “chiesa messianica comunista”. Mi riferisco ai figli della “immaginazione al potere”, del “vietato vietare”, convinti che nel “paradiso proletario” della “santa madre Unione Sovietica” risplendesse il “sol dell’avvenire”. Mi riferisco a coloro che, ideologici e molto più ciechi del cieco di Gerico [cf. Mc 10, 51-52], quando i carri armati russi invasero nell’agosto del 1968 Praga, senza proferire favella e lungi dal condannare quell’azione, si limitarono a spostare silenziosi la loro insopprimibile necessità di “messianica ideologia” nella Cina del macellatore Mao Zedong. Caduto anche il mito cinese, eccoli trasmigrare in massa verso la esotica Cuba del dittatore Fidel Castro, trasformando in un “dolce Cristo” quell’essere abietto e sanguinario di Ernesto Guevara, soprannominato non a caso dai boliviani el cerdo [il maiale], per indicare quanto fosse sporco fuori e sporco dentro.

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Nel novembre del 1989 il Comunismo collassa implodendo su se stesso, evento storico sancito dalle immagini della caduta del Muro di Berlino. A quel punto, questo esercito di orfani ideologici senza più patria e messia, sbalzati dall’Europa alla Cina sino alla caraibica Cuba, si ritrovano dinanzi a quella che il loro beneamato Sigmund Freud chiamerebbe la “elaborazione del lutto”. Il problema è che questi soggetti non hanno affatto elaborato il lutto, ma ancora una volta hanno proceduto – sempre usando un termine freudiano – con un processo di traslazione. Ecco quindi che per paradosso, la Chiesa Cattolica, sino a ieri loro acerrima nemica, coi suoi Paolo VI sbeffeggiati sul giornale satirico della sinistra radicale Il Male e col suo Giovanni Paolo II accusato sino a poco prima dagli stessi di anacronismo e di cieco anticomunismo ideologico di matrice catto-reazionaria, è divenuta – e ripeto: per paradosso e non per fede – il loro punto di rifugio, la loro ultima spiaggia.

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Questa orda barbarica di ex ideologi, non sono entrati o rientrati nella Chiesa attraverso un cammino di fede e di purificazione per giungere così alla trasformazione, tutt’altro! Vi sono entrati a gamba tesa portandovi se stessi tal quali erano, sino a creare al suo interno un processo di trasformazione molto negativo. Il tutto sotto gli occhi del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II che purtroppo, alla prova dei fatti, questo problema pare non l’abbia proprio percepito. Dubito infatti che questo Santo Pontefice, durante certe sue adunanze oceaniche, abbia mai compreso che ad acclamarlo come un leader erano gli stessi che sino a poco prima, nel solito modo ma soprattutto con lo stesso spirito, avevano acclamato il Soviet di Mosca, poi Mao Zedong, poi Castro ed Ernesto Guevara. E se ad acclamarlo non erano per età i diretti protagonisti interessati, erano i loro figli nati e cresciuti in questo spirito e divenuti prima da giovani e poi in età adulta peggiori dei loro stessi genitori.

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Questi soggetti, che hanno bisogno di “strutture forti” che esercitino su di loro una pressione psicologica sia singola sia collettiva, dove potevano confluire? Ma è presto detto: come i maiali narrati dal Vangelo che si gettano dalla rupe [cf. Lc 8, 26-37], sono confluiti nei Neocatecumenali e nei Carismatici, all’interno dei quali esiste un leader, una guida forte che esercita pressioni dietro il pretesto del collettivismo chiamato adesso comunitarismo; o della democrazia chiamata adesso partecipazione dei laici, o collegialità.

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La sempre meno vigilante e cieca Autorità Ecclesiastica, non ha mai voluto vagliare quanti alti fossero in numero gli sconsolati orfanelli cresciuti tra le fila del Partito Comunista, o peggio assai di Lotta Continua e di Democrazia Proletaria, che oggi, ultra sessantenni, sono celebrati e indiscussi mega-catechisti del Cammino Neocatecumenale, i quali lungi dall’essere stati davvero convertiti e trasformati, hanno solo cambiata bandiera mantenendo lo stesso spirito di fondo, a partire dallo spirito repressivo e coercitivo nei confronti di coloro che oggi non chiamano più come ieri “sporchi fascisti”, li chiamano “chiusi allo Spirito Santo”, o più semplicemente “sotto influsso diabolico”. Cambia lo stile ma identica resta la sostanza: la demonizzazione e possibilmente la distruzione di chiunque non la pensi come loro. A tal proposito rimando al dotto articolo del mio sapiente collaboratore Jorge A. Facio Lince sul comunismo gramsciano [cf. QUI].

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Duole davvero che un esperto conoscitore della ideologia comunista come il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, non si sia mai accorto della pericolosa situazione che si andava creando in seno alla Chiesa. Ma d’altronde, i Neocatecumenali, avevano adottati stili di comportamento che al futuro Santo Pontefice erano particolarmente cari: anzitutto la famiglia e i figli, quindi l’ossequio alla morale sessuale. E ciò non lo ha indotto a interrogarsi su che cosa di molto negativo, a livello ecclesiale, vi fosse in questa sètta nella quale, da una parte si sfornavano i figli e si promuoveva la morale sessuale tanto cara a Giovanni Paolo II, ma dall’altra si creava una chiesa dentro la Chiesa, una comunità dentro la comunità ecclesiale, insomma: una vera e propria sètta para-cattolica.

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È vero, i Neocatecumenali facevano della sacra liturgia e dell’Eucaristia ciò che volevano e come volevano; facevano immane confusione tra sacerdozio comune dei battezzati e sacerdozio ministeriale di Cristo, proclamando ai quattro venti che tutti eravamo sacerdoti; avevano un catechismo parallelo e andavano in missione per il mondo ad annunciare il “sacro verbo” del Signor Kiko Arguello … però, facevano figli e condannavano la contraccezione ed il lassismo promuovendo la morale sessuale. E mentre questo avveniva, nessuno dei soloni della Santa Sede si domandava: ma il centro, il cuore e il motore della vita della Chiesa, è quella Eucaristia scempiata dagli arbitri dei neocatecumenali sino a rasentare la blasfemia e la profanazione, oppure la proibizione morale all’uso di pillole anticoncezionali e di preservativi? Insomma: il Verbo si è fatto carne, o il Verbo si è fatto contro i contraccettivi?

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Se il Movimento Neocatecumenale, anziché promuovere la morale sessuale e familiare per così dire “più rigida”, avesse promosso invece un certo lassismo, Giovanni Paolo II non avrebbe esitato un istante a dichiararli “fuori legge” ed a spazzarli via con un colpo di ramazza. Ma siccome, seppur a prezzo dei loro scempi eucaristici, dei loro immani abusi liturgici e di una male intesa e promossa concezione del sacerdozio, i Neocatecumenali difendevano la famiglia e la morale sessuale, se la sono passata liscia sempre e comunque, ed in specie sotto il lungo pontificato di Giovanni Paolo II.

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A chiunque volesse lanciarmi l’accusa: «Come osi criticare un Santo?». Rispondo che io non ho mai criticato il sommo magistero di questo Santo Pontefice, l’ho sempre promosso e tutt’oggi continuo a promuoverlo. E chiunque voglia approfondire il discorso teologico e dottrinario circa il fatto che i Santi, pur essendo tali e come tali modello di eroiche virtù, non sono perfetti, può andare a leggere, nell’archivio dell’Isola di Patmos, un mio vecchio articolo intitolato: «I Santi antipatici, Pontefici inclusi» [cf. QUI].

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I risultati di tutto questo sono stati la progressiva laicizzazione dei chierici e la pericolosa clericalizzazione dei laici, con conseguenze devastanti sul piano pastorale. Proverò adesso a spiegarmi con degli esempi: nelle nostre chiese il presbitèrio era circoscritto dalla balaustra, funzione della quale era quella di delimitare e indicare lo spazio del cosiddetto sancta sanctorum. A questa balaustra i fedeli si inginocchiavano per ricevere la Santissima Eucaristia. E ciò avveniva in quei tempi non poi così lontani nei quali a nessuno sarebbe mai passato per la mente di ricevere l’Eucaristia seduto sulla sedia al proprio posto secondo le arbitrarie e irriverenti disposizioni dettate dai Signori Laici Kiko Arguello e Carmen Hernandez. E ciò detto è necessaria adesso una premessa: nessun documento del Concilio Vaticano II, a partire dalla Sacrosanctum concilium ha mai stabilito che le balaustre, ed in specie quelle di chiese storiche monumentali, altrettanto gli altari coram Deo [rivolti a oriente] fossero abbattute, come invece hanno fatto i preti, o come hanno fatto gli stessi vescovi, perpetrando spesso scempi immani al patrimonio storico e artistico, sulla base dell’errato principio che la balaustra era un «vecchio segno di divisione» tra i fedeli e il sacerdote. Certe affermazioni e spiegazioni, seppure provenienti talvolta da vescovi e preti, sono false e fuorvianti, posto che la balaustra era un segno di sacro rispetto, ed aveva una precisa funzione teologica e pastorale tutta quanta legata a quel sacro timor di Dio di cui oggi non si parla più; e non se ne parla più da quando i teologastri hanno preso a confondere il sacro timore con la paura del Padre. E finalmente abbiamo superato, sia a livello liturgico, sia a livello teologico il … complesso di Edipo.

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Il presbiterio è così divenuto la passerella dei laici “partecipi” e “attivi”, con una preponderante e spesso prepotente presenza di donne che si arrogano diritti e prerogative che non competono a loro in particolare come ai laici uomini.

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Inizialmente molti sacerdoti hanno accolto con favore certe pericolose intromissioni che andavano a toccare la sfera della liturgia e di quella pastorale strettamente connessa alla figura sacerdotale. E gettate “finalmente” alle ortiche le loro dignitose e austere vesti talari, confusi ormai in jeans e maglione come laici tra i laici, i preti potevano finalmente aprire le porte a tutti quei peggiori sconfinamenti di campo del laicato che rendevano inizialmente i presbiteri più liberi di dedicarsi all’attivismo politico, alle confabulazioni sociologiche, alla figura del prete uomo come tutti in mezzo a tutti senza differenze e barriere … insomma: lasciare i preti molto più liberi di farsi gli affari propri.

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Una volta, chi andava a portare l’Eucaristia agli ammalati? Ovvio, il parroco. Neppure il diacono, sebbene ne avesse facoltà, sempre e di rigore il parroco. Oggi, invece, chi ci va? Ma ovvio: la “pia donna” ministro straordinario della Comunione, alla quale molti parroci sono costretti a chiedere per favore la chiave del tabernacolo. E chi era il primo a insegnare il catechismo ai bambini, o se non poteva tenere da solo tutti i corsi di catechismo, a controllare e istruire i catechisti? Ma ovvio: il parroco. E chi erano, coloro che venivano incaricati come catechisti? Gli incaricati erano uomini e donne, quasi sempre anziani, riconosciuti modelli di cristiana virtù, spesso e volentieri maestri, maestre e insegnanti cattolici in pensione che con tutta la loro esperienza didattica svolgevano questo prezioso servizio nelle nostre parrocchie. Oggi, chi capita invece di trovare come catechiste … e ripeto: avanti a tutto e soprattutto come “catechiste”? Ma ovvio, spesso capita di trovare delle femmine fatali ventenni, non di rado con minigonna, pantaloni a vita bassa e bacino scoperto, con le zeppe da 15 centimetri ai piedi e via dicendo. Ma soprattutto, oggi, insegnano i parroci catechismo? Certo che no, una media di 9 su 10 non lo fanno, perché sono impegnati in … – udite, udite! – attività pastorali! Insomma: sono diffusi a macchia d’olio e numerosi oltre misura e decenza parroci che non hanno tempo di portare la Comunione agli ammalati, non hanno tempo di confessare, meno che mai di fare direzioni spirituali, non hanno tempo per insegnare catechismo … e tutto questo perché – e di nuovo ripeto: udite, udite! – … perché impegnati in attività pastorali. Personalmente, se fossi un vescovo – e va da sé che questo mio è un esempio puramente accademico –, quindi venissi a scoprire che miei presbìteri incaricati come parroci non portano l’Eucaristia agli ammalati, non confessano, non fanno direzioni spirituali, non insegnano catechismo, il tutto perché impegnati in … attività pastorali, li chiamerei ed esigerei essere informato seduta stante quali sono queste importantissime attività pastorali del tutto superiori a quelle che non svolgono o che peggio delegano talvolta a dei laici e a delle laiche; e se non mi dessero spiegazioni più che plausibili, credo che li suonerei come si suonano le zampogne a Natale.

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Più i preti si sono ritirati dal loro terreno per dedicarsi ad attività tutt’altro che pastorali, dall’attivismo sociale e politico alla tutela dell’ambiente, più i laici, ma soprattutto le agguerrite laiche, hanno invaso campi che sono di per sé terreno pastorale del sacerdote. E se ieri, dinanzi a un teologo qualificato, neppure i preti, talvolta persino gli stessi vescovi non osavano proferire gemito, avanti l’autentica saggezza di un teologo anziano veramente sapiente, oggi capita invece che persino il campione degli ignoranti del nostro laicato alzi il pugno in aria e batta i piedi a terra per muovere contestazioni umorali senza né capo né coda al grido di … «io non sono d’accordo, perché io penso che …», ergo et eziandio «è giusto e corretto quel che penso, quel che sento io».

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Tutto questo è logica conseguenza del fatto che, mentre il prete in jeans e maglione partecipa alla riunione del consiglio comunale dove si parla del problema dei profughi o dell’inquinamento ambientale, le pie donne vanno a portare l’Eucaristia agli ammalati, insegnano catechismo senza controllo alcuno, dispongono della chiesa parrocchiale come a loro più aggrada, stabiliscono di loro motu proprio regole liturgiche e via dicendo. E se dinanzi a questa presa di campo il parroco non si adegua, ecco che i laici, ed in particolare le laiche, gli rendono la vita impossibile e del tutto invivibile. Se poi, dinanzi a simili parroci, entrano in parrocchia i Neocatecumenali, a quel punto il sacerdote assume ruolo di mero “consacratore di ostie”, ed una volta terminata la celebrazione eucaristica il suo posto è di stare seduto in rispettoso silenzio accanto al mega-catechista kikiano sceso il giorno prima dalle impalcature sulle quali ha fatto per tutta la vita il muratore, ed il quale lancia uno appresso all’altro strafalcioni e spesso vere e proprie eresie in materia di dottrina e di fede, specie nell’ambito della pneumatologia. Guai però a dirgli qualche cosa. Primo, perché ti risponderà che tu sei ostile allo Spirito, secondo, perché ti dirà che quel che conta è avere lo Spirito, terzo, perché è lo Spirito che dà la vera conoscenza, non lo studio, non la cultura teologica.

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Questa arroganza sempre più intollerabile – e che io, come presbitero, non ho mai tollerato e non intendo tollerare nell’esercizio del mio sacro ministero – è un elemento che accomuna sia i cosiddetti tradizionalisti sia i cosiddetti progressisti. I primi, promuovono raccolte di firme referendarie contro un provvedimento preso personalmente dal Sommo Pontefice, il quale come ho spiegato nel mio precedente articolo non è soggetto ad umano sindacato alcuno [cf. QUI]; i secondi, oltrepassate le balaustre e relegato con un calcio al culo il prete tra tutti, come uno tra tutti, hanno proclamato – in nome di un concilio mai celebrato e di un movimentismo malato ma comunque tollerato da Giovanni Paolo II – che tutti siamo sacerdoti.

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Quell’esercito di canonisti e di teologi improvvisati ai quali fa riferimento il nostro acuto lettore Giorgio M.G. Locatelli, sono il prodotto di una situazione ecclesiale ed ecclesiastica ormai totalmente degenerata. Sono il prodotto dei figli della “immaginazione al potere” e del “vietato vietare” che dopo la caduta del Muro di Berlino non sono mai riusciti ad elaborare il lutto e che hanno trasferito nella Chiesa, tramite processo di traslazione, il peggio delle loro ideologie, il peggio del loro messianismo post-comunista. Tutto questo con un problema di non poco conto: non si sono convertiti al cattolicesimo, ma hanno tentato e tutt’oggi tentano di convertire il cattolicesimo all’ideologia messianica comunista di cui sono rimasti orfani e dalla quale non si sono mai distaccati; ideologia trasferita a livello educativo sui loro figli, che risultano oggi peggio ancora dei loro genitori. E questo spirito deleterio e pericoloso, ha trovato il proprio focolaio in certi movimenti, in modo del tutto particolare nel Cammino Neocatecumenale.

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La discussione sui divorziati risposati verte tutta su un problema di fondo: il sesso. Se infatti non vi fosse stato di mezzo il sesso, tutte le polemiche pre-sinodali e post-sinodali non vi sarebbero state, mai!

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Il problema è che questo esercito di poveri squilibrati e squilibrate, non riescono a cogliere e capire un elemento essenziale sia del vivere cristiano sia del mistero della salvezza: noi saremo giudicati da Dio sulla carità, indicata non a caso dal Beato Apostolo Paolo come la più importante delle virtù teologali in un passo dell’epistolario paolino che è il cuore della teologia cattolica, da sempre conosciuto come Inno alla Carità, dov’egli ci raccomanda:

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Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità! [I Cor 13, 1-13]

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A quelli che il Santo Padre indica a giusta ragione come moderni farisei, pelagiani, amanti del legalismo, o di quella che io chiamo la morale disumana che in quanto tale non può essere mai morale cattolica, sfugge un problema di fondo: esistono molti peccati gravi, anzi gravissimi, molto più gravi dei peccati variamente legati al sesso o al cosiddetto vizio capitale delle lussuria, che vanno tutti e di rigore dalla cintura in su. Ma per loro, invece, esistono solo i peccati che vanno dalla cintura in giù. Siamo insomma di fronte a persone che con la sessualità umana hanno un cattivo rapporto, verso il sesso hanno invece una vera e propria ossessione.

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Come persona celibe e vincolata per libera scelta di vita alla castità, sono stato ripetutamente assalito da terribile orticaria tutte le volte che dei Signori Laici, con una leggerezza nauseabonda ed una sicumera intollerabile, hanno pronunciato come un dogma di fede la frase: «I divorziati risposati? Purché vivano come fratello e sorella, perché allora, in tal caso, possono …». E ogni volta che di questi tempi sento pronunciare la frase «come fratello e sorella», mi si scoglie l’adrenalina nel sangue, tanto sono memore come pastore in cura di anime, come confessore e come direttore spirituale, quanti drammi vivono certe famiglie. Ma soprattutto conosco, frequento e ho rapporti giornalieri con divorziati risposati che hanno sempre garantito ai loro figli la migliore educazione cattolica, all’interno di famiglie autenticamente cristiane, nelle quali uno dei due coniugi è semmai divorziato e risposato civilmente in seconde nozze. Uno spirito cristiano che purtroppo non si trova invece in molte famiglie cosiddette regolari nelle quali, quando il figlio torna a casa dal catechismo, i genitori si divertono a dirgli tra lazzi e sprezzi l’esatto contrario di quel ch’è stato spiegato loro in parrocchia, istruendoli sin da bimbi a capire che «i preti e tutti coloro che stanno attorno ai preti, raccontano da sempre un sacco di bischerate». Questa frase virgolettata mi fu riferita tre anni fa, durante la confessione, da un adolescente che tre giorni dopo avrebbe ricevuto il Sacramento della Cresima nel Duomo di San Gimignano, presso il quale mi trovavo proprio per confessare i prossimi cresimandi.

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A maggior ragione io sacerdote e pastore in cura d’anime, per mistero di grazia dispensatore dei Sacramenti, mai mi sono permesso e mai mi permetterò di puntare il dito verso certe “coppie irregolari” pronunciando la farisaica sentenza: «Purché viviate da fratello e sorella», tanto sono consapevole, come confessore e direttore spirituale, che i peggiori peccati contro la carità, vanno quasi tutti e di rigore dalla cintura in su e sono commessi da molte persone che vivono situazioni matrimoniali e familiari di fatto e di diritto del tutto conformi e regolari alle leggi canoniche.

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La mancanza di delicatezza di questi neo-farisei che sentenziano dall’empireo della loro colossale ignoranza teologica e canonica in nome di una dura legge che è la legge umana loro e non la legge divina di Cristo, è per me fonte di dolore e imbarazzo, specie quand’è unita alla presunzione di reputarsi e di sentirsi per questo dei veri e autentici cattolici, dei difensori dell’unica e vera fede.

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Ma portiamo adesso la cosa sul piano strettamente teologico. Gli indomiti sostenitori del “dogma” «purché vivano come fratello e sorella», si rifanno ad una dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi [cf. QUI] che non essendo affatto un atto solenne del magistero infallibile ho per questo discussa e legittimamente confutata nel mio precedente articolo [cf. QUI]. Affermazione nella quale è usata come supporto un’espressione paolina che costituisce una enunciazione di principio generale, rivolta come tale al peccato, genericamente, non invece a un preciso singolo peccato:

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Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna [1 Cor 11, 27-29]

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Dove, il Beato Apostolo fa espresso riferimento ad adulteri e concubini? Egli si riferisce al peccato, forse potrebbe persino rivolgersi a quei numerosi peccati che vanno dalla cintura in su, posto che per l’Apostolo, la regina delle virtù, è la carità; e la carità è variamente legata anche alla sessualità umana, indubbiamente, ma non certo e non solo alla sessualità umana.

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Posto che questi difensori della vera e sola verità, per elevare a dottrina immutabile della Chiesa, o meglio di vero e proprio dogma di fede una legge ecclesiastica positiva, usano come supporto una affermazione di principio generale del Beato Apostolo Paolo, ritengo che tutti costoro, vale a dire teologi improvvisati e canonisti dell’ultima ora che di blog in blog stanno dibattendo con spietata durezza di cuore su vicende che toccano un tema molto delicato come la famiglia, offrano adesso una risposta tutta quanta teologica e giuridica alla quaestio che ora porrò a tutti quanti loro.

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Adottando il loro stesso principio, farò adesso riferimento non ad una affermazione generica come quella del Beato Apostolo Paolo, ma ad una affermazione chiara e precisa rivolta ad un fatto altrettanto chiaro e preciso, pronunciata non da un Apostolo, ma dal Verbo di Dio Incarnato, da Nostro Signore Gesù Cristo, il quale così si esprime:

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Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono [Mt 22, 15-22].

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È presto detto: se l’Apostolo Paolo non afferma che concubini e adulteri non devono accedere all’Eucaristia, a meno che non vivano come fratello e sorella, in questo chiaro e preciso brano del Vangelo il Verbo di Dio risponde affermando che a Cesare vanno pagate le tasse, il che implica un chiaro monito: non è lecito non pagare le tasse.

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Chiunque abbia studiato la Sacra Scrittura con tutto ciò ch’essa comporta in conoscenze antropologiche e storiche, sa che cosa volesse dire pagare le tasse nell’antica Giudea. Tra le province romane la Giudea era la più tartassata, i tributi erano altissimi; e coloro che non pagavano i tributi, a volte dovevano soggiacere a delle pene che non andavano per il sottile. Nell’ipotesi migliore gli evasori erano fustigati a sangue, altre pagavano direttamente con la vita, ed al fine “pedagogico” di spaventare gli altri evasori erano condannati di tanto in tanto alla pena della crocifissione.

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Nell’antica Giudea, non arrivavano gli agenti della Guardia di Finanza per stilar verbali e fare multe che spesso, ai giorni nostri, più sono alte e più non vengono pagate. Tutti conosciamo evasori condannati ma da subito a piede libero che ci sfrecciano accanto con le loro autovetture da centomila euro. Ma in Giudea non era così: le tasse non solo erano alte, erano proprio inique; non a caso i giudei chiamavano i romani “affamatori del Popolo”. 

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Ora voi capite, amanti della morale dura e pura, inamovibili elargitori di sentenze persino verso gli atti dottrinari del Romano Pontefice, nonché assertori del dogma di fede «purché vivano come fratello e sorella», che dinanzi al monito «date a Cesare quel che è di Cesare», noi siamo di fronte ad una vera e propria espressione dogmatica della fede perenne e immutabile, legge divina allo stato puro, non certo di fronte ad una norma di principio riguardante il peccato espressa in linea generale da un Apostolo, perché qui siamo di fronte ad un dogma chiaro e preciso che non ammette discussioni, ed il dogma è il seguente: «Pagare le tasse allo Stato».

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Già sento a distanza le vostre voci, cari teologi improvvisati e canonisti inamovibili sulla pelle degli altri, ed assieme alle vostre voci odo tutte le vostre ragioni e giustificazioni, che a una a una posso anticiparvi: «Non si possono pagare le tasse a uno Stato la cui tassazione in certi settori arriva al 50%, perché quelle non sono tasse, quello è un furto … è una rapina, come ebbe a dire il Servo di Dio Silvio Berlusconi, per gli amici bunga-bunga, quand’era presidente del consiglio dei ministri». Per seguire poi con la giustificazione basata sul principio che “l’altro e peggiore”, sempre e di rigore, quindi avanti con la litania circa il fatto che «…con le tasse noi siamo obbligati a pagare stipendi e pensioni d’oro ai politici … i loro privilegi … le loro auto blu … mentre i poveri pensionati con le pensioni minime muoiono di fame … mentre le famiglie oneste hanno difficoltà a pagare le bollette della luce e del gas …». Ovviamente nessuno di voi, guarderà al positivo delle tasse, per esempio il servizio sanitario nazionale gratuito per tutti, le scuole gratuite per tutti, numerose garanzie di assistenza e via dicendo … no. Dovendovi giustificare elencherete solo le cose negative e se proprio dovrete ammettere che il diritto alla salute e allo studio è gratuito e garantito a tutti, a quel punto seguiterete a giustificarvi dicendo: «Si, però la sanità nazionale fa schifo e le scuole pure» … Eh, quanto vi conosco bene, farisei di ieri e di oggi!

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Signori miei: il dogma è dogma e Cristo Dio è chiaro, preciso e deciso nel dire che a Cesare, le tasse, si pagano e basta. Cristo sapeva benissimo come i maggiorenti del potere romano in Giudea gozzovigliassero e si dessero alla bella vita, mentre i poveri giudei erano spesso affamati; il Verbo di Dio lo sapeva, ma pur sapendolo proclamò questo dogma di fede: «Pagare le tasse allo Stato». E questo dogma è legge divina perenne e immutabile.

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A questa banda di ipocriti, che dietro il paravento di un non meglio precisato cattolicesimo svuotato di carità e infarcito dei peggiori legalismi, stanno rendendo così pessimo servizio alla Chiesa e alla fede, replico quindi con le stesse parole di Cristo Dio:

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Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: «Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» [cf. Mt 15, 5-9].

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È facile e comodo entrare nelle camere da letto altrui col dito puntato a sentenziare come nuovo dogma di fede «purché vivano come fratello e sorella». Ma voi, ipocriti di sempre, che «filtrate il moscerino» nelle camere da letto altrui e poi «vi ingoiate il cammello» [cf. Mt 23,24], siete pronti ad accettare, fare vostro e diffondere come indiscutibile dogma di fede: «Date a Cesare quel che è di Cesare», quindi pagare le tasse senza fiatare, ma soprattutto senza azzardarvi a dire che sono alte e che non sono giuste?

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Perché vedete, per me, moralmente parlando, uno “zelante” cattolico regolarmente sposato con sua moglie, che non usa mezzi contraccettivi e che si attiene alle prescrizione della morale sessuale, il quale fa poi lavorare in nero nella propria azienda venti lavoratori sottopagati, gran parte dei quali giovani che non possono sposarsi e mettere su famiglia, perché non sanno se il mese successivo avranno ancora il lavoro … per me, moralmente parlando, questo grandissimo peccatore commette un peccato molto peggiore di una coppia di coniugi irregolari che non vivono come fratello e sorella, che vivono una situazione indubbiamente irregolare, ma che all’interno della loro “peccaminosa” camera da letto non giocano affatto per i propri scopi di lucro e di egoismo sulla vita altrui sfruttando nel peggiore dei modi il bisogno di lavoro di venti persone, con tutti i relativi disagi estesi anche alle famiglie di questi venti lavoratori.

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E chi ha questioni da sollevare su di me, sia come presbìtero sia come teologo, prenda e mandi pure questo mio testo alla Congregazione per la dottrina della fede, affinché sia da essa esaminata la sua ortodossia teologica e la sua piena conformità alla morale cattolica. E se in questo mio parlare vi fossero errori dottrinari presentati e diffusi da un presbìtero chiamato a custodire e diffondere la fede nel Popolo di Dio ed a tutelare e salvaguardare il patrimonio morale della Chiesa, state certi che quel Dicastero non mancherà di chiedere al mio vescovo che provveda a chiudermi la bocca e ad irrogarmi, se il caso lo richiede, tutte le meritate sanzioni canoniche, anche perché ho dissertato su quello che per molti rappresenta l’origine e il centro dell’intero mistero del male: il sesso e la sessualità umana. Non per nulla, il Beato Apostolo Paolo, in un passo dell’epistolario paolino che è il cuore della teologia cattolica, da sempre conosciuto come Inno alla Continenza Sessuale, ci raccomanda:

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Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la continenza sessuale; ma di tutte più grande è la continenza sessuale! Nella quale tutti vivranno come fratelli e sorelle, pure se ciò dovesse comportare l’estinzione della specie umana. Ma la “morale” dei moralisti disumani sarà salva, e la loro idea di sesso angelico non avrà mai fine.

 

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2016-04-25 03:04:132016-05-04 15:18:32Amoris Laetitia. Siate casti, però pagate le tasse, perché il pagamento delle tasse è un vero dogma di fede

Amoris Laetitia, la “teologia dell’assegno in bianco”: il potere delle chiavi non è sindacabile, salvo cadere in eresia

22 Aprile 2016/40 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

AMORIS LÆTITIA, LA “TEOLOGIA DELL’ASSEGNO IN BIANCO”: IL POTERE DELLE CHIAVI NON È SINDACABILE, SALVO CADERE IN ERESIA

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Con il «tu es Petrus» Cristo ha firmato al proprio legittimo vicario istituito sulla terra un assegno in bianco. Si è limitato solo a firmarlo con il proprio nome e cognome, che sull’assegno risulta: Verbum Domini. E su questo assegno, dopo avervi impressa la firma, ci ha scritta sopra solamente la data di emissione, non vi ha scritta invece alcuna data di scadenza; ma soprattutto non vi ha scritto alcun importo, l’importo lo ha lasciato tutto quanto a Pietro ed ai suoi successori, perché presso la banca di emissione vi è una copertura illimitata.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano» [II Gal 20, 21]

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papa firma

Il Sommo Pontefice Francesco firma la esortazione post-sinodale Amoris laetitia

Nella mia ultima lectio, alla quale rimando tutti coloro che abbiano tempo e voglia di ascoltare anche le spiegazioni degli altri [cf. QUI, QUI], oltre al proprio “io dico”, “io penso”, “io ho letto, quindi “io so …”, si spiega una deriva inquietante della fede contemporanea: l’emotività. Ciò che per molti infatti conta è ciò che “io penso”, ciò che “io sento”. Questo atteggiamento oggettivamente malato verso la fede e con la fede stessa, porta a scivolare in varie vecchie eresie, dal pelagianesimo al panteismo. E per poco che possa valere la mia esperienza pastorale di presbitero e la mia esperienza di teologo, basandomi su entrambe affermo che mai, come nel nostro presente, s’era assistito a un rigurgito di tutte le peggiori eresie; che non sono solo quelle racchiuse nel Modernismo definito dal Santo Pontefice Pio X come la sintesi di tutte le eresie [cf. QUI], ma anche quelle racchiuse nel pensare e nell’esprimersi di coloro che oggi, in nome di una non meglio precisata difesa della traditio catholica, invitano pubblicamente a sprezzare colui che di questa traditio è supremo custode: il Romano Pontefice.

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Chiunque voglia analizzare con lucida obiettività certe dinamiche sociali, che dal pensiero liquido ci stanno ormai portando verso il pensiero vaporoso, potrà notare in che modo i duellanti in lizza, siano essi cosiddetti tradizionalisti o cosiddetti progressisti, cosiddetti moralisti o cosiddetti lassisti, antepongano alla base della dissertazione l’ego sum. E più cercano di imporre le ragioni ideologiche del proprio “io” in nome di “Dio”, più si sentono custodi della sola, unica e pura interpretazione dell’autentico corretto. Insomma, talvolta ho l’impressione di vivere in una comunità ecclesiale schizofrenica in cui molti cristiani non sembrano essere mai stati neppure sfiorati dal monito paolino:

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«Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano» [II Gal 20, 21].

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Nel De veritate il Doctor Angelicus afferma: «Tu non possiedi la Verità, ma è la Verità che possiede te». Ma soprattutto, molti di questi devoti guerrieri della ideologia iocentrica che partecipano alla celebrazione del Sacrificio Eucaristico, memoriale vivo e santo della passione, morte e risurrezione di Cristo, potrebbero dimenticare la dossologia finale della Preghiera Eucaristica:

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Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te Dio Padre Onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli».

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Riportiamo anche il testo latino in ossequio a coloro per i quali, in assenza del sacro latinorum, ogni fonte liturgica è sospetta se non peggio “infetta”:

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Per ipsum, et cum ipso, et in ipso, est  tibi Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria, in omnia saecula saeculorum.

…

Qualcuno dei numerosi teologi, ecclesiologi e canonisti improvvisati, che spuntano di blog in blog come fiori di campo dopo la pioggia, confondendo spesso il nostro buon Popolo di Dio sempre più disorientato, quando emanano e diffondono certi pareri e sentenze – che se non fossero tragiche sarebbero comiche –, si sono mai interrogati sul vero significato di questa dossologia? Perché alla base di questa dossologia c’è – e non certo ultimo – anche il mistero di Pietro, colui che per volontà divina unisce e regge tutte le membra vive del Corpo di Cristo che è la Chiesa [cf. I Col, 18]. E senza Pietro, con il quale davanti al Popolo di Dio, con il Popolo di Dio e per il Popolo di Dio ci siamo dichiarati «in comunione» pronunciando il suo nome pontificio appena poche righe avanti nel Canone, non esiste comunione, pertanto, chi non è in piena comunione con Pietro, non può acclamare, recepire e partecipare al «Per ipsum, et cum ipso, et in ipso …». E chiunque abbia l’ardire di smentirmi su certe palesi verità della fede cattolica, che lo faccia con argomentazioni rigorosamente teologiche, perché non ne posso veramente più di quell’emotivo quanto devastante “io penso” … “io sento” … che sta seminando sconcerto e zizzania tra i nostri Christi fideles fin troppo smarriti e confusi.

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Riguardo Pietro, il capitolo III della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, così recita al n. 22:

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Il collegio o corpo episcopale non ha però autorità, se non lo si concepisce unito al Pontefice romano, successore di Pietro, quale suo capo, e senza pregiudizio per la sua potestà di primato su tutti, sia pastori che fedeli. Infatti il Romano Pontefice, in forza del suo Ufficio, cioè di Vicario di Cristo e Pastore di tutta la Chiesa, ha su questa una potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente. D’altra parte, l’ordine dei vescovi, il quale succede al collegio degli apostoli nel magistero e nel governo pastorale, anzi, nel quale si perpetua il corpo apostolico, è anch’esso insieme col suo capo il romano Pontefice, e mai senza questo capo, il soggetto di una suprema e piena potestà su tutta la Chiesa [63] sebbene tale potestà non possa essere esercitata se non col consenso del romano Pontefice. Il Signore ha posto solo Simone come pietra e clavigero della Chiesa [cfr. Mt 16,18-19], e lo ha costituito pastore di tutto il suo gregge [fr. Gv 21,15 ss]; ma l’ufficio di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro [cfr. Mt 16,19], è noto essere stato pure concesso al collegio degli apostoli, congiunto col suo capo [cfr. Mt 18,18; 28,16-20] [64]. Questo collegio, in quanto composto da molti, esprime la varietà e l’universalità del popolo di Dio; in quanto poi è raccolto sotto un solo capo, significa l’unità del gregge di Cristo. In esso i vescovi, rispettando fedelmente il primato e la preminenza del loro capo, esercitano la propria potestà per il bene dei loro fedeli, anzi di tutta la Chiesa, mente lo Spirito Santo costantemente consolida la sua struttura organica e la sua concordia. La suprema potestà che questo collegio possiede su tutta la Chiesa, è esercitata in modo solenne nel Concilio ecumenico. Mai può esserci Concilio ecumenico, che come tale non sia confermato o almeno accettato dal successore di Pietro; ed è prerogativa del romano Pontefice convocare questi Concili, presiederli e confermarli [65]. La stessa potestà collegiale insieme col Papa può essere esercitata dai vescovi sparsi per il mondo, purché il capo del collegio li chiami ad agire collegialmente, o almeno approvi o liberamente accetti l’azione congiunta dei vescovi dispersi, così da risultare un vero atto collegiale.

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Questa costituzione dogmatica, lascia forse spazio a possibili dubbi, circa il “potere delle chiavi” conferito da Cristo Dio a Pietro, sul quale Egli ha eretta la sua Chiesa? E oggi, Pietro, è il Sommo Pontefice Francesco, che come essere umano non è meno defettibile e inadeguato di quanto mostrò di esserlo il Principe degli Apostoli, forse scelto dal Verbo di Dio in persona anche per provare la nostra fede nei secoli; o per mostrarci in che modo la sua Divina Potenza può operare anche attraverso le inadeguatezze dell’uomo, incluse quelle dei Suo Vicario.

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Quello della chiavi è un potere in sé e di per sé indiscutibile per il semplice fatto che nessuno, per grado e facoltà, può porlo in discussione. Pertanto a nessuno è dato regolamentare o cercare di regolamentare questo potere strutturato su uno dei dogmi fondanti della nostra fede:

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«[…] e io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» [cf. Mt 16, 17-19].

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Siccome viviamo in un clima di schizofrenia nel quale anche l’ultimo dei blogghettari non esita a salire sulla propria istituita cattedra teologica internetica  per bollare come eretici dei teologi veri e seri, pur di non ammettere che è lui a non aver capito i fondamenti della dottrina cattolica, è quindi di rigore rivolgere una precisa domanda a questi nuovi innamorati del legalismo che sentenziano “o è nero o è bianco”. E la domanda è la seguente: in quale preciso brano della Sacra Scrittura Cristo Dio detta a Pietro schemi e regole canoniche riguardo il legare e lo sciogliere? Dove, Cristo Dio, indica e stabilisce che cosa di preciso Pietro può legare e sciogliere, o cosa invece non può né legare né sciogliere? Cristo Dio riveste Pietro di una funzioni vicaria legata tutta quanta al mistero divino e quindi conferisce a lui un potere assoluto legato al concetto dogmatico di assolutezza fondante della fede. Pertanto dico, di conseguenza domando: dinanzi a tutto questo, esistono davvero cattolici veri o presunti, pubblicisti e opinionisti auto-elettisi veri interpreti della dottrina e del dogma, che intendono sul serio sindacare su come Pietro possa e debba esercitare un mandato unito ad un simile potere assoluto e fondante a lui conferito da Cristo Dio?

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Proviamo a chiarire il tutto: con il «tu es Petrus» Cristo ha firmato al proprio legittimo vicario istituito sulla terra un assegno in bianco, che si è limitato a firmare col proprio nome e cognome, che sull’assegno risulta: Verbum Domini. E su questo assegno, dopo avervi impressa la firma Verbum Domini, ci ha scritta sopra solamente la data di emissione, non vi ha scritta invece alcuna data di scadenza; ma soprattutto non vi ha scritto alcun importo, l’importo lo ha lasciato tutto quanto a Pietro ed ai suoi successori, perché presso la banca di emissione vi è una copertura illimitata.

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Ebbene ditemi, amanti del legalismo, del Vangelo da usare come corpo contundente anziché come medicina per la cura e la redenzione dell’uomo, nonché indomiti assertori del “o nero o bianco”: la data di scadenza e l’importo, volete forse mettercelo voi, sopra al divino assegno? Volete veramente fare voi ciò che Cristo Dio non ha fatto? Perché, casomai nessuno ve lo avesse ancora spiegato, in tal caso mi premuro di spiegarvelo io: presumere di potersi sostituire in questo modo a Dio, è cosa empia e blasfema.

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A quel punto, gli amanti del legalismo, del Vangelo da usare come corpo contundente anziché come medicina per la cura e la redenzione dell’uomo, nonché indomiti assertori del “o nero o bianco”, tirano fuori l’ipotesi del “papa eretico” e la possibilità che questi possa cadere in apostasia, quindi essere destituito. Citano e diffondono messaggi catastrofici, pubblicano libri che raspano nel confuso e nel torbido, fanno continui richiami a rivelazioni private, molte delle quali riconosciute dalla Chiesa, ma di rigore usate fuori contesto per tirare acqua al mulino delle loro tesi deliranti e per sostenere in modo più o meno sottile, ma a volte anche con aperta sfrontatezza, che Jorge Mario Bergoglio è l’emissario dell’Anticristo, l’accolito di Satana che sta procedendo a distruggere la dottrina. A questi delirî rispondo con tutta la serena ovvietà dottrinaria del caso: quella del Papa eretico e apostata è una ipotesi meramente canonica; ipotesi che nella storia della Chiesa non si è mai verificata, tanto meno con conseguente destituzione del Romano Pontefice.

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Per quanto poi riguarda le rivelazioni private, a partire da quelle riconosciute dalla Chiesa, le quali vanno sempre contestualizzate e mai de-contestualizzate per scopi soggettivi talora persino malvagi e perversi, ai loro autori e diffusori sia chiara una cosa supportata da un dato inconfutabile: le rivelazioni private non sono dogma di fede, mentre invece, «Tu es Petrus», si, è un dogma di fede fondante della Chiesa.

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Molti di coloro che attaccano l’indubbiamente defettibile, lacunoso, spesso anche improvvido e imprudente uomo Jorge Mario Bergoglio, si mostrano drammaticamente carenti della capacità di fare una distinzione fondamentale sul piano dottrinale: fino a quando si tratta di rivolgere critiche al cosiddetto “dottore privato”, od a scelte di ordinario ministero pastorale, od a scelte amministrative del Santo Padre, fatto salvo il devoto rispetto e l’ossequio sempre e dovuto alla sua sacra persona, il tutto è lecito, anzi a volte persino auspicabile. Io stesso l’ho fatto più e più volte, incluso quando l’Augusto Pontefice ha cambiato il rito della lavanda dei piedi, replicandogli per tutta risposta con una «lavata di testa» [cf. QUI]. Altrettanto ho fatto vedendo moltiplicarsi per le diocesi come nuovi vescovi eletti dei compiacenti duplicati del Regnante Pontefice, tutti quanti col “povero” sulla bocca e la “periferia esistenziale” nel cu…ore [cf. QUI, QUI, QUI, QUI, ecc..]. Non è però lecito muovere contestazioni sulle espressioni dottrinarie del Romano Pontefice, anche se – e ciò lo dico per assurdo – fossero sbagliate, perché nessuno, inclusi eventuali santi sulla terra, ha per superiore potestas facoltà di correggere un suo errore. E ciò detto prego di non citarmi a sproposito i duri rimproveri rivolti ai Sommi Pontefici da San Bernardo di Chiaravalle o da Santa Caterina da Siena, perché l’uno e l’altra non hanno mai mosso contestazioni alle loro scelte dottrinarie. Infatti, ed in specie Caterina da Siena, con le sue invettive rivolte verso la corte pontificia di Avignone, lanciò devoti richiami ai pontefici su questioni puramente politiche e pastorali, ma non certo dottrinarie.   

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Il Romano Pontefice ha un potere che a lui non perviene da una assemblea di Cardinali, tanto meno da una assemblea popolare; il suo potere gli perviene direttamente da Cristo Dio, quindi si tratta di un potere che non è soggetto, come indica il canone, a sindacato alcuno [cf. CIC, can. 1404]. Questo il motivo per il quale in passato ho mosso dure contestazioni a certi circoli cattolici che reagirono ad un provvedimento preso dal Sommo Pontefice e riguardante i Frati Francescani dell’Immacolata, mettendo in atto la penosa sceneggiata di una raccolta di firme, stile referendum popolare, dichiarandosi da una parte i paladini della pura e vera traditio catholica, ma ignorando dall’altra il dato sia dottrinale sia giuridico che verso i provvedimenti del Romano Pontefice non è contemplato alcun appello [cf. CIC, can. 333§3], perché nessuno può sindacare l’operato del supremo custode della fede, del clavigero.

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A chi mi ha domandato in modo secco: «Tu daresti l’Eucaristia ai divorziati risposati?». Ho risposto: «No. E non solo non gliela do, ma presto anche attenzione al fatto che non si presentino a riceverla. Se però il Romano Pontefice stabilisse diversamente – cosa che, come abbiamo visto, grazie a Dio non ha fatto – io non posso e non devo negarla, perché non stabilisco io la disciplina dei Sacramenti; perché non sono io munito da Cristo Dio del potere di legare e di sciogliere».

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Questo il motivo per il quale nel mio precedente articolo [cf. QUI] ho mosso critiche allo stile e al linguaggio della Amoris laetitia che a mio parere è infelice e infarcito di sociologismi, alla sua logorroica lunghezza … alla sua vaghezza a tratti pericolosa perché come tale foriera di chissà quali male interpretazioni da parte di certi specialisti della alterazione dei testi … ma senza entrare neppure indirettamente – come chiunque può constatare in quel mio scritto – nel discorso strettamente dottrinario, perché le dottrine si applicano e basta, non si discutono, tanto meno sulla base del soggettivo e umorale “io penso“, “io ritengo” perché “io sento“…

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Trovo quindi drammatico il fatto che proprio quanti accusano il Sommo Pontefice Francesco di avere de-sacralizzato il papato, siano poi gli stessi che, sprezzanti il dogma di fede e il magistero perenne della Chiesa, pretendano di sindacare in merito a sue prerogative insindacabili citando a sproposito il dogma e citando ancora più a sproposito il magistero perenne della Chiesa, tentando pedestremente di ritorcere pateticamente il tutto contro colui che ne è legittimo depositario senza pena di discussione e senza possibilità di sindacato da parte di alcuno, a partire da certi agguerriti e improvvidi Signori Laici.

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Il mio confratello sacerdote e teologo Giovanni Cavalcoli non ha certo bisogno delle mie difese d’ufficio, ma essendo in parte suo confratello, in parte suo discepolo, non posso nascondere la mia comprensibile irritazione, nel leggere in giro per la rete telematica accuse di eresia e di tradimento rivolte a questo insigne teologo domenicano da svariate persone, in modo particolare da un agguerrito gineceo di passionarie, una delle quali lo ha persino accusato di essere rahneriano, proprio lui che alla critica dei pericolosi e perniciosi teologismi di Karl Rahner ha dedicato tre decenni di approfonditi studi dopo avere raccolto anche l’eredità e il lavoro svolto già in precedenza dal Servo di Dio Tomas Tyn. Se il diretto interessato ride su tutto questo col suo tipico gusto da romagnolo, io non riesco invece ad ironizzarvi più di tanto, perché la cosa tocca un mio venerato confratello ed un mio amato maestro.

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Inutile dire che le accuse rivolte in questi giorni al teologo domenicano si basano tutte e di rigore sulla mancanza di cultura teologica tipica delle persone che presumono prima di sapere, poi di discettare negli ambiti da sempre più delicati della dogmatica, che sono appunto quelli della dogmatica sacramentaria, infine di dare dell’eretico ad un insigne accademico pontificio, che mi chiama poi divertito per dirmi: «Sai, mi hanno dato dell’eretico!». E si mette a ridere mentre io commento: «All’Inferno ti metteranno sicuramente nel fondo, vicino a Lucifero, perché ormai, col Principe delle Tenebre, pare che per certuni tu sia ormai divenuto culo&camicia».

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Siccome allo studio della dogmatica sacramentaria ho dedicato anni della mia vita; siccome la mia formazione teologica non è quella del pollo internetico o della gallinella impazzita che razzolando di blog in blog raccoglie pillole di stoltezza per poi mutarle in unica e solida verità, credo di poter dire con la dovuta scienza teologica che le discipline dei Sacramenti hanno subito non solo numerose riforme, ma delle riforme davvero radicali. Molti sarebbero gli esempi, mi limiterò dunque ad alcuni, a partire dalla confessione, l’attuale Sacramento della penitenza e della riconciliazione, che per diversi secoli fu consentito amministrare una sola volta nella vita e mai più. Infatti, come in genere quasi tutti i Sacramenti, la confessione non era ripetibile. Per non parlare poi della complessità del Sacramento dell’ordine sacro, che è uno, ma diviso oggi in tre gradi. La cosa si complica ulteriormente se consideriamo che questo Sacramento istituito in una unica soluzione da Cristo Dio, ed oggi diviso al proprio interno in tre gradi, racchiude due ordini che sono di diversa istituzione: il sacerdozio, che è di istituzione divina, ed il diaconato, che invece è di istituzione apostolica [cf. At 6, 1-5]. Faccio anche notare che mentre la istituzione del sacerdozio fatta da Dio Incarnato è narrata nel Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, la istituzione dei primi sette diaconi è invece narrata negli Atti degli Apostoli ed è avvenuta dopo la morte, risurrezione e ascensione al cielo del Verbo di Dio.

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E ancora: nel corso dei secoli furono istituiti quelli che prima della riforma del Concilio Vaticano II erano gli ordini divisi tra di loro in maggiori e minori. E per secoli si discusse, senza trovare risposta, se tra i sette ordini il suddiaconato andasse considerato un ordine minore o un ordine maggiore. Quesito al quale non fu mai data risposta. A suo modo rispose il Beato Paolo VI, che assieme ad altri ordini lo abolì e chiuse in tal modo il discorso sostituendo gli ordini minori con i ministeri del lettorato e dell’accolitato.

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E per rimanere sul discorso dell’Ordine Sacro: sappiamo che l’unico amministratore di questo Sacramento è il Vescovo, il solo che può consacrare sacerdoti e ordinare diaconi. Eppure, nel corso dei secoli, vi furono varie eccezioni, per esempio il privilegio concesso agli abati cistercensi non rivestiti della dignità episcopale di ordinare diaconi, o la facoltà data ad alcuni sacerdoti di consacrare dei sacerdoti in situazioni e condizioni eccezionalmente particolari. In questo caso la domanda non è di poco conto: come può, colui che non è rivestito della pienezza del sacerdozio, consacrare un sacerdote? C’è un’ipotesi non poi così peregrina di certi maestri della scolastica i quali sostennero che ogni sacerdote, in quanto tale, ha la pienezza del sacerdozio, ma questa pienezza viene in esso ridotta affinché nella sua totalità sacramentale e soprattutto giurisdizionale possa essere esercitata solo dal vescovo.

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Questi pochi e brevi accenni fatti alla dogmatica sacramentaria e alla disciplina dei Sacramenti, dovrebbero bastare ai paladini del “o nero o bianco”, per capire che persino i migliori teologi tremano da sempre quando devono muoversi sul complesso e complicato terreno della disciplina dei Sacramenti. E allora perché mai certe persone, passionarie in testa a tutti, non vogliono proprio esercitare quella umana e cristiana umiltà che le porti, non dico a tacere, ma perlomeno a cercare di imparare tutto ciò che in modo evidente mostrano di non sapere?

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Le accuse rivolte al teologo domenicano circa le sue presunte defezioni dalla ortodossia cattolica sono supportate dai suoi critici su quell’assurdo che deriva dalla loro incapacità di non capire. Padre Giovanni Cavalcoli, commentando la esortazione post-sinodale Amoris laetitia ha scritto la seguente frase rigorosamente non compresa che ha fatto urlare alcuni all’eretico palese e manifesto:

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La norma che proibisce ai divorziati risposati di accedere alla Santa Comunione, è una norma che dipende dal potere delle chiavi, ossia è una legge ecclesiastica, che non discende dalla legge divina in modo univoco, necessario e senza alternative, come fosse una deduzione sillogistica, quasi che, come credono alcuni, un’eventuale modifica, abolizione o mitigazione dell’attuale disciplina introdotte un domani dal Papa, recassero pregiudizio od offesa alla legge divina e alla dignità cristiana del matrimonio. Al contrario, tutto ciò rientra nelle facoltà del Sommo Pontefice come supremo Pastore della Chiesa. Se non ha ritenuto di dover far ciò, lasciando immutata la legge di San Giovanni Paolo II, vuol dire che ha avuto delle buone ragioni per farlo, e noi, da buoni cattolici, accogliamo docilmente e fiduciosamente le decisioni del Vicario di Cristo [cf. QUI].

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E per mostrare l’eresia del teologo domenicano ormai filo-modernista e novello rahneriano, i teologi fai-da-te, ma in specie le teologhesse passionarie, procededono con copia-incolla internetici anteponendo la Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi circa l’ammissibilità alla Santa Comunione dei divorziati risposati, la quale recita:

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La proibizione fatta nel citato canone, per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l’ambito delle leggi ecclesiastiche positive: queste non possono indurre cambiamenti legislativi che si oppongano alla dottrina della Chiesa. Il testo scritturistico cui si rifà sempre la tradizione ecclesiale è quello di San Paolo: «Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11, 27-29) (3) [cf. QUI].

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Questo testo, pubblicato nell’’Osservatore Romano del 7 luglio 2000, applica anche ai divorziati risposati il can. 915 del Codice di Diritto Canonico, il quale esclude dalla Comunione eucaristica coloro che «perseverano ostinatamente in peccato grave manifesto» [in manifesto gravi peccato obstinate perseverantes].

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A questo punto è di rigore una domanda rivolta ai maestri del rigore legale e del “o è nero è e bianco”: il Beato Apostolo Paolo, dove si riferisce ai concubini o agli adulteri? Perché se le cose devono essere “o nere o bianche”, allora bisogna basarsi su un richiamo ben preciso e chiaro che in questo caso, però, il Beato Apostolo non fa.

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Partiamo dal dato di fatto che a molti sfugge: il Beato Apostolo Paolo solleva una questione di principio e con essa detta una norma di condotta che ha come oggetto il peccato in sé e di per sé, non uno specifico peccato, né tanto meno indirizza questa espressione a concubini e adulteri. E chiunque legga con cura il testo paolino e dica poi diversamente, o è un cieco o più semplicemente un ideologo, ma non un teologo, al limite può essere un canonista maldestro che si lancia in marcia sul terreno minato di quella disciplina dei Sacramenti strettamente connessa alla dogmatica sacramentaria.

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Nessuno ha mai negato – non lo ha fatto il teologo domenicano e non l’ho fatto io – che la applicazione richiamata in questa Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi circa l’ammissibilità alla Santa Comunione dei divorziati risposati è fuori di dubbio sensata. Non sono infatti pochi i casi nei quali si palesa questa perversa perseveranza. In tal caso la coppia, oltre a dare scandalo per trovarsi in uno stato o condizione di vita, detto “irregolare”, in aperta contraddizione coi dettami cristiani dell’etica coniugale, nell’ipotesi non appare assolutamente dar segni di avere intenzione di pentirsi e di cessare di peccare, per cui la supposizione è che viva in uno stato continuo di colpa mortale, priva della grazia.

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Resta però sempre il fatto che se il peccato ha una manifestazione esterna, dedurre da questa manifestazione uno stato interiore o soggettivo di colpa permanente, è sempre cosa ardua, anche se non sempre impossibile. In particolare è arduo il giudizio sulla ostinazione perseverante, perché non si può sapere dal di fuori. Lo sanno solo gli interessati e lo sa Dio, il quale solo può leggere l’intimo del cuore e la profonda coscienza dell’uomo. Il caso previsto quindi da questa Dichiarazione è oggettivamente inverificabile, per cui ha fatto bene il Sommo Pontefice a citare le attenuanti, senza per questo respingere in modo assoluto la possibilità di dare un giudizio circa l’ostinazione perseverante, che non viene annullata e che in alcun modo viene meno sia come principio sia come possibilità.

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Il teologo domenicano ed io riconosciamo e concordiamo entrambi sul fatto che è sufficiente la manifestazione esterna del peccato, per giustificare la prassi dell’esclusione dalla Comunione, senza la pretesa di giudicare in foro interno, che non è facoltà del diritto canonico, con buona pace dei canonisti o di coloro che confondono la teologia dogmatica con il diritto e viceversa.

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Quello che però lascia perplessi nella Dichiarazione è la citazione del monito del Beato Apostolo Paolo circa il sacrilegio che commetterebbe chi si accostasse alla Comunione in stato di peccato mortale [1 Cor 11, 27-29], quasi a voler insinuare che tutti i divorziati risposati siano da catalogare come ostinatamente perseveranti in uno stato di peccato mortale, sulla base del freddo e cristianamente inaccettabile principio: due divorziati risposati sono dei concubini e come tali in stato permanente di peccato mortale, ed il tutto perché “o è nero o è bianco”, punto e basta!

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Punto e basta? Ma quando mai la morale cattolica, ieri come oggi, ha insegnato ai confessori a comportarsi così? Tutt’altro, la buona morale ha sempre insegnato e tutt’oggi insegna che esistono peccati che “tecnicamente” sono in sé e di per sé peccati mortali, ma sebbene tali, assecondo le persone, le situazioni, le circostanze … possono ridursi sino a veri e propri peccati veniali. Come confessore mi sono ritrovato ad assolvere dei penitenti e delle penitenti da peccati mortali gravissimi; in tre diverse occasioni ho dovuto inviare i penitenti alla Penitenzieria Apostolica, trovandomi dinanzi a dei peccati riservati alla Santa Sede. Alcune volte, con la facoltà prevista e concessa, ho assolto anche da peccati riservati al vescovo, per esempio dal peccato di aborto, trovandomi talora dinanzi a donne la cui colpa era molto attenuata. Per citare a mo’ di esempio un caso: una ragazza giovane, molto semplice, proveniente da modestissima estrazione sociale, priva di cultura e anche di maturità, con candore davvero disarmante mi spiegò che lei, praticando l’aborto, aveva operato per il bene del nascituro, n’era prova il fatto che erano stati i medici a consigliarle di abortire, per il suo bene. E se un dottore, per il tuo bene, ti dice che devi abortire, si fa quello che dice lui, perché «lui è il dottore, io invece sono solo una povera ignorante». E in questa penitente erano assenti consapevolezza e deliberato consenso riguardo ciò che aveva fatto, tutt’altro, ella era certa di avere agito seguendo il consiglio opportuno dato da dei saggi dinanzi ai quali non si discute, si ubbidisce. Del tutto diverso il caso di quelle donne che invece hanno abortito per futili motivi, sebbene perfettamente consapevoli di che cosa è l’aborto e di che cosa sia la vita; donne che di prassi ho sempre incontrato due o tre volte per lunghi colloqui e adeguate catechesi, prima di dar loro l’assoluzione, rigorosamente negata – e preciso: solo in due casi nel corso del mio intero ministero sacerdotale – a due donne che invece di mostrare autentico pentimento, si ostinavano a voler giustificare in sede di confessione sacramentale la legittimità di fondo del crimine compiuto verso il mistero ed il dono della vita umana.

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Questi logici e teologici principi di giudizio, che non fanno parte delle Chiesa bergogliana di oggi, ma della Chiesa del Cristo di sempre, sono indicati e spiegati dal Sommo Pontefice ai numeri 301 e 302 della Amoris laetitia, dove si indicano i fattori che attenuano o diminuiscono la colpa, la quale, da mortale, può abbassarsi al livello di veniale.

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L’Amoris laetitia non esclude la possibilità di dare un giudizio circa l’ostinazione perseverante, preferisce però parlare di un caso diverso, nel quale i due «possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre» [n.299]. «Per questo, non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare”, vivono in uno stato di peccato mortale, privi della grazia santificante» [n.301].

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Al n.1 della Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi, si afferma poi: «La proibizione fatta nel citato canone, per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l’ambito delle leggi ecclesiastiche positive: queste non possono indurre cambiamenti legislativi che si oppongano alla dottrina della Chiesa». E qui – posto che i teologi dogmatici dovrebbero fare i teologi dogmatici ed i canonisti dovrebbero fare invece i canonisti e non i tuttologi –, si nota una assimilazione del tutto indebita del già citato canone alla legge divina, quasi godesse della medesima autorità. Che il canone derivi dalla legge divina, non si può mettere in discussione. Attenzione però: se deriva, vuol dire che è al di sotto; cosa quest’ultima che non è un sofisma, né un arrampicarsi sugli specchi, è pura logica teologica. D’altra parte, il diritto canonico, per sua essenza, oltre a recepire leggi divine, non fa che raccogliere le leggi positive della Chiesa, come espressione del potere delle chiavi o potere giurisdizionale.

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Al di sopra delle leggi canoniche, che sono le leggi positive della Chiesa – a parte la legge naturale, che qui adesso non c’entra – non c’è altro che il diritto divino o legge divina. Quindi, dire che una legge canonica «trascende la legge positiva» è attribuirle un’autorità divina, il che evidentemente non si può dire, perché in tal caso non ci resta che fare la battuta … Beh, se è scritto sul Codice di Diritto Canonico dai canonisti, allora neppure Domineddio può farci niente!

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La norma dell’esclusione dei divorziati risposati dalla comunione eucaristica non suppone quindi lo stato di colpa individuale, ma ha una finalità pedagogica e simbolica. Pedagogica, per evitare lo scandalo dei fedeli; simbolica, perché c’è una contraddizione fra la Eucaristia, che significa unità, rispetto a quello che di fatto è invece lo stato di divorziati, che significa invece divisione, quindi rottura della comunione.

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Il Regnante Pontefice ha scelto di mantenere la norma stabilita dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II al n. 84 della Familiaris consortio, cosa questa che rallegra, teologicamente parlando, sia il Padre Giovanni Cavalcoli sia me, però, dopo averla riconfermata, procede con una giusta e necessaria distinzione tra la legge divina e le leggi della Chiesa, per esempio per quanto riguarda l’Eucaristia. Questa è stata istituita da Gesù Cristo ed è legge divina immutabile, con buona pace dei canonisti. La disciplina e l’amministrazione del Sacramento dell’Eucaristia spetta alla legislazione ecclesiastica, sotto la presidenza del Sommo Pontefice, il quale ha facoltà di legiferare e di mutare leggi [cf. nota 351].

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Agendo a questo modo il Sommo Pontefice ha sanato un testo giuridico a mio parere non particolarmente felice come la Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi emanata nel 2000. Un testo al quale ciechi e sordi, blogghettari e passionarie d’assalto che strepitano “o è nero o è bianco”, sono giunti a conferire rango di dogma di fede, pur mettendo però al tempo stesso in discussione – ed abbiamo pure visto con quale aggressivo sprezzo – un dogma vero e proprio: l’autorità di Pietro, depositario del potere delle chiavi.

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E valendosi del proprio potere giurisdizionale sovrano, il Sommo Pontefice allenta il legame troppo stretto che questa Dichiarazione pone tra la norma canonica dell’esclusione e la legge divina, assimilando troppo quella a questa. Il Sommo Pontefice mostra la possibilità di attenuanti e insegna che i divorziati risposati possono essere in grazia. Infine mostra il rischio che la Dichiarazione corre di attribuire ai divorziati risposati uno stato di peccato mortale permanente, deducendolo troppo affrettatamente dal permanere del loro stato di vita irregolare.

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Così si è espresso colui che ha ricevuto il potere delle chiavi, depositario di una auctoritas che a lui perviene dal Verbo di Dio che gli ha firmato a suo tempo un assegno con la sola data di emissione, senza imprimere in esso né l’importo né la data di scadenza. E questo testé enunciato è un mistero della fede racchiuso in un dogma fondante della Chiesa: «tu es Petrus». E ciò con buona pace di chi si ostina a negare i dogmi fondamentali e fondanti della Chiesa, per dare però rango di dogma indiscutibile a delle disposizioni canoniche formulate male e scritte peggio da canonisti entrati a gamba tesa in questioni che implicano profonde e complesse tematiche dottrinarie, o come dice il Beato Apostolo Paolo: «infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano» [II Gal 20, 21]. E per i Padri dell’Isola di Patmos, Cristo non è certo morto invano, con buona pace di chi strepita “o è nero o è bianco”.

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Post scriptum

Viste le mie note bramosie di carriera, volevo dire a quelli della Congregazione per la dottrina della fede: se presso il vostro Dicastero non siete troppo impegnati ad assumere monsignorini gai, i quali poi vi fuggono nei Paesi Baschi col loro fidanzato urlando col peperoncino al culo «gay è bello!», qualora il posto fosse sempre vacante potreste chiamare me come segretario aggiunto alla Commissione Teologica Internazionale, a meno che non intendiate discriminarmi in quanto reo di essere cattolico, ortodosso e soprattutto eterosessuale.

Ovviamente è una presa in giro voluta e dovuta, questa mia. Voi prendetela come meglio vi pare, ma intanto prendetevela e tenetevela, perché ve la meritate, in saecula saeculorum, amen!

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NOTE

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[59] Cf. EUSEBIO, Hist. Eccl., V, 24, 10: GCS II, 1, p. 495; ed. BARDY, Sources Chrét., II, p. 69. DIONIGI, in EUSEBIO, ib. VII, 5, 2: GCS II, 2, p. 638s; BARDY, II, p. 168s.

[60] Sugli antichi Concili cf. EUSEBIO, Hist. Eccl. V, 23-24; GCS II, 1, p. 488ss; BARDY, II, p. 66ss e passim. CONC. DI NICEA, can. 5: COD p. 7

[61] Cf. TERTULLIANO, De Ieiunio, 13: PL 2, 972B; CSEL 20, p. 292, lin. 13-16.

[62] Cf. S. CIPRIANO, Epist. 56, 3: HARTEL IIIB, p. 650; BAYARD, p. 154.

[63] Cf. la relazione ufficiale ZINELLI al CONC. VAT I: MANSI 52, 1109C.

[64] Cf. CONC. VAT I, Schema della Cost. dogm. II De Ecclesia Christi, c. 4:[176][176]NSI 53, 310. Cf. la relazione KLEUTGEN sullo Schema riformato: MANSI 53,321B-322B e la dichiarazione ZINELLI: MANSI 52, 1110A. Vedi anche S. LEONE M., Serm. 4,3: PL 54, 151A.

[65] Cf. CIC, can. 222 e 227 [nel nuovo Codice can. 338].

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2016-04-22 16:54:192016-04-25 03:06:30Amoris Laetitia, la “teologia dell’assegno in bianco”: il potere delle chiavi non è sindacabile, salvo cadere in eresia

Amoris laetitia, il documento del Santo Padre Francesco sul Sinodo della famiglia

17 Aprile 2016/23 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

AMORIS LÆTITIA, IL DOCUMENTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO SUL SINODO DELLA FAMIGLIA

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Questa esortazione ribadisce le verità fondamentali di ragione e di fede, che riguardano il matrimonio e la famiglia, ne delinea le caratteristiche, le finalità e le proprietà così come le ha volute il Creatore, il Quale, mediante la missione e l’opera di Cristo, ha concesso alla Chiesa e alla società civile di legiferare con più precisione in materia, a seconda dei tempi e dei luoghi, tenendo conto della fragilità e peccaminosità umana conseguente al peccato originale, al fine di assicurare il più possibile alla famiglia il massimo dell’esercizio delle virtù, soprattutto della carità, che sboccia nella laetitia amoris.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Cari Lettori.

vorremmo introdurvi nell’antico meccanismo speculativo delle dissertazioni teologiche, che non sono fatte di «io penso», «io dico», perché la teologia non è ideologica ricerca delle ragioni del proprio io, ma umile ricerca e annuncio degli arcani misteri di Dio. Questo il motivo per il quale è stato richiesto a Padre Giovanni Cavalcoli un articolo in cui evidenziare tutti gli aspetti positivi dell’Esortazione post-sinodale; e il nostro Padre anziano dell’Isola di Patmos ha provveduto in tal senso. Il tutto per offrire un quadro variegato attraverso più scritti redatti da sacerdoti e teologi diversi, introducendo i lettori in quelle che sono le dissertazioni teologiche riassumibili a loro modo con questo esempio: una volta, in ambito speculativo, a me fu chiesto di redigere uno studio nel quale porre in risalto tutti gli “aspetti positivi” del pensiero di Lutero; e ciò mi fu chiesto sapendo quanto fossi avverso al suo pensiero. A un altro mio confratello, che considerava invece con molta morbidezza questo eresiarca, fu chiesto uno studio nel quale porre in luce tutti gli aspetti negativi dello stesso Lutero. Questi preziosi esercizi, che avevano come scopo di salvare i teologi dalla ideologia e dall’egocentrismo, oggi sono caduti in disuso, coi risultati spesso prodotti al presente da non pochi teologi chiusi nella difesa del proprio iocentrismo sostituito da tempo al Diocentrismo.

Ariel S. Levi di Gualdo

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Amoris Laetitia 6

firma della esortazione post-sinodale Amoris laetitia

L’Esortazione post-sinodale Amoris Laetitia di Papa Francesco è una summa dottrinale e pastorale della famiglia cristiana, una sintesi ricca, completa e ben ordinata dell’attuale pensiero della Chiesa sull’argomento. Essa ribadisce le verità fondamentali di ragione e di fede, che riguardano il matrimonio e la famiglia, ne delinea le caratteristiche, le finalità e le proprietà così come le ha volute il Creatore, il Quale, mediante la missione e l’opera di Cristo, ha concesso alla Chiesa e alla società civile di legiferare con più precisione in materia, a seconda dei tempi e dei luoghi, tenendo conto della fragilità e peccaminosità umana conseguente al peccato originale, al fine di assicurare il più possibile alla famiglia il massimo dell’esercizio delle virtù, soprattutto della carità, che sboccia nella laetitia amoris.

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Il Papa mette altresì a confronto la vera e sana concezione della famiglia con certe idee, abitudini e pratiche aberranti e malsane, che contrastano col piano del Creatore, la giusta concezione dell’uomo e della donna, la retta ragion pratica, il progetto di Cristo, le leggi della Chiesa, il bene della società civile, il progresso umano e la stessa vera felicità della coppia, impedendo la laetitia amoris. Tuttavia, prima di entrare a trattare dei temi morali, pastorali, psicologici, educativi, culturali, ecclesiali, civili, giuridici e spirituali, che toccano la famiglia, il Papa ha la felice idea di prendere l’abbrivio da molto lontano, ossia dai fondamenti assoluti, inviolabili ed immutabili, metafisici, teologici ed antropologici di tutta la trattazione, senza dei quali le mancherebbero le ragioni di fondo, la consistenza teoretica e l’orientamento essenziale.

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amoris laetitia la allegria dell amor

Amoris laetitia

Il Sommo Pontefice infatti sa benissimo che, per scoprire e mettere in luce le cause profonde dei mali, che oggi affliggono la famiglia, per porvi rimedio e per correggere le idee sbagliate e i cattivi comportamenti ed abitudini, che la corrompono e la distruggono, è urgentemente necessario recuperare la concezione realistica della conoscenza [1], per così poter andare con sicurezza ed oggettività alle radici della visione stessa della realtà, della concezione dell’uomo, di Dio e del creato, così come ci viene insegnato dalla Sacra Scrittura, dalla Tradizione ecclesiale e dalla sana filosofia.

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amoris laetitia 3

Amoris laetitia

All’inizio del documento, il Santo Padre ci avverte solennemente con le seguenti parole, quasi a darci la chiave di accesso e il criterio per apprenderne il giusto senso e allontanare qualunque strumentalizzazione: «Non cadiamo nel peccato di pretendere di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Il creato ci precede e dev’essere ricevuto come dono. Al tempo stesso, siamo chiamati a custodire la nostra umanità, e ciò significa anzitutto accettarla e rispettarla come è stata creata» (n.56).

In poche, dense righe, da meditare a lungo e far fruttare, abbiamo una sintesi di metafisica, di teologia, di antropologia, di gnoseologia e di morale. Il Papa infatti ricorda quello che è stato il peccato originale e che è il peccato dell’ateismo e del panteismo contemporanei: pretendere di sostituirci al Creatore. O l’uomo che si fa Dio e si identifica con Lui o l’uomo che nega Dio e si mette al suo posto. Disgrazia gravissima nell’uno come nell’altro caso.

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In tal caso, l’uomo non ammette un essere, un reale come presupposto del suo pensiero, una realtà presupposta, che lo preceda, realtà, che quindi non ha creato lui, ma l’ha creata Dio. Non ammette questo, per non ammettere un Dio creatore, trascendente, Che ha creato anche l’uomo. No. L’uomo pretende che l’essere si identifichi col suo pensiero e sia quindi sia effetto del suo pensiero, rubando a Dio la sua prerogativa, per la quale in Lui e solo in Lui, Essere e Pensiero sussistenti, il reale è causato e voluto dall’ideale, nel caso, dal Logos divino.

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Amoris laetitia

Dunque, ci spiega il Papa, l’uomo che si ritiene “onnipotente”, non si considera creatura, ma come creatore di se stesso. Non riceve da nessun Dio alcun dono, perché fa tutto da sé, basta a se stesso, decide tutto lui, anche i termini della natura umana, che non è un dato fisso, oggettivo, universale e immutabile, stabilito da Dio, ma che invece egli può plasmare e mutare soggettivamente come vuole. E quindi sta a lui stabilire la legge morale. Non ha alcun Dio da ringraziare, o al quale chiedere aiuto o perdono o misericordia, giacché egli, essendo legge a se stesso, non deve render conto a nessuno, ma è in grado di risolvere da sé tutti i suoi problemi.

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Le conseguenze in morale di questi errori, in particolare nel campo dell’antropologia sessuale, sono chiare. La distinzione uomo-donna non è intoccabile, né è stabilita da Dio, ma è un semplice dato di fatto contingente, che non esclude, ma anzi ammette la possibilità di forme diverse di sessualità, creata dall’uomo. Ecco la teoria del gender.

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Amoris Laetitia 7

Amoris laetitia

Il Papa invece ricorda che la legge morale naturale è stabilita da Dio ed è quindi inviolabile. Nella fattispecie del matrimonio, esso è di per sé un valore naturale, elevato da Cristo alla dignità di sacramento. La Chiesa e lo Stato, ciascuno nel suo ordine, hanno facoltà, diritto e dovere di legiferare, disciplinare e regolare in materia, ma sempre in applicazione delle leggi divine. Queste sono immutabili, mentre le leggi umane, sia della Chiesa che dello Stato, possono mutare.

Il Papa giunge a precisare la natura della guida morale e pastorale delle azioni umane, che non può accontentarsi dell’astrattezza della legge o della norma, ma suppone una lettura attenta delle circostanze, della varietà dei casi e delle situazioni, così da poter determinare od ordinare, con prudenza, giustizia e carità, l’atto particolare o concreto da compiere.

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Tra i molti temi trattati, desidero fermarmi su due questioni, che ormai da molti anni stanno polarizzando l’attenzione della Chiesa, dei vescovi, dei moralisti, delle famiglie e dello stesso mondo laico: la prima, se sia opportuno o meno che la Chiesa conceda la Comunione eucaristica ai divorziati risposati. E la seconda, il giudizio morale da dare alle unioni stabili di persone omosessuali. Il Santo Padre, ai nn. 243 e 298, parla delle condizioni umane e morali delle coppie del primo caso, ma non entra nella questione. Il che vuol dire evidentemente che egli conferma le disposizioni di San Giovanni Paolo II contenute al n. 84 dell’enciclica Familiaris consortio.

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Amoris Laetitia 8

Amoris laetitia

Il Papa ha preferito insistere, in quei numeri ed altri, sia nel presentare modalità, forme e circostanze diverse di quelle coppie, sia nel dare indicazioni ai pastori, vescovi e sacerdoti, e alle stesse famiglie regolari, sul modo di aiutare ed accompagnare con saggio discernimento queste coppie, in un cammino di conversione, penitenza e crescita morale, dedicandosi alle opere buone ed all’educazione dei figli, nel servizio alla Chiesa e alla società, sforzandosi di vivere in grazia di Dio, precisando che, benché non scomunicate, non sono in piena comunione con  la Chiesa.

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Il Papa precisa che queste coppie, benché collocate in uno stato di vita irregolare, possono tuttavia e devono mantenersi in grazia e ricevere da Dio il perdono dei peccati, benché ciò non avvenga mediante il sacramento della penitenza, che a loro non è concesso, ma semplicemente grazie alla presenza efficace e diretta della misericordia di Dio.

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Amoris laetitia

Egli quindi risponde alla difficoltà sollevata da coloro che sostengono che, trovandosi essi in uno stato di vita che spinge al peccato, non possono essere in grazia. Uno stato di vita, spiega il Papa, può essere pericoloso, ma questo non vuol dire che chi vive in esso non possa essere in grazia e, d’altra parte, proprio la spinta al peccato fa sì che la colpa diminuisca, giacché nessuno è tenuto a compiere un atto che supera le proprie forze.

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La norma che proibisce ai divorziati risposati di accedere alla Santa Comunione, è una norma che dipende dal potere delle chiavi, ossia è una legge ecclesiastica, che non discende dalla legge divina in modo univoco, necessario e senza alternative, come fosse una deduzione sillogistica, quasicchè, come credono alcuni, un’eventuale modifica, abolizione o mitigazione dell’attuale disciplina introdotte un domani dal Papa, recassero pregiudizio od offesa alla legge divina e alla dignità cristiana del matrimonio. Al contrario, tutto ciò rientra nelle facoltà del Sommo Pontefice come supremo Pastore della Chiesa. Se non ha ritenuto di dover far ciò, lasciando immutata la legge di San Giovanni Paolo II, vuol dire che ha avuto delle buone ragioni per farlo, e noi, da buoni cattolici, accogliamo docilmente e fiduciosamente le decisioni del Vicario di Cristo.

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Passiamo adesso alla seconda questione. Dice il Santo Padre:

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251. Nel corso del dibattito sulla dignità e la missione della famiglia, i Padri sinodali hanno osservato che «circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia»; ed è inaccettabile «che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso [278].

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292. Il matrimonio cristiano, riflesso dell’unione tra Cristo e la sua Chiesa, si realizza pienamente nell’unione tra un uomo e una donna, che si donano reciprocamente in un amore esclusivo e nella libera fedeltà, si appartengono fino alla morte e si aprono alla trasmissione della vita, consacrati dal sacramento che conferisce loro la grazia per costituirsi come Chiesa domestica e fermento di vita nuova per la società. Altre forme di unione contraddicono radicalmente questo ideale, mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale e analogo. I Padri sinodali hanno affermato che la Chiesa non manca di valorizzare gli elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più al suo insegnamento sul matrimonio [314].

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Amoris Laetitia 10

Amoris laetitia

Qui non ci sono commenti da fare, tanto il testo è chiaro. Quello che possiamo auspicare è che tra società civile e Chiesa possa sorgere, in questa delicata materia, una fruttuosa collaborazione ed accettazione reciproche, fra il punto di vista dello Stato e quello espresso qui dai Padri sinodali col consenso del Papa.

Lo Stato, da una parte, deve rendersi conto del suo dovere, nel suo stesso interesse, di impedire l’aggravarsi di questo fenomeno sociale, che, all’evidenza più palmare, porterebbe, a lungo andare, non dico all’estinzione della Chiesa, alla quale Cristo ha promesso l’eternità, ma a danni gravissimi al consorzio umano e al buon ordine dello Stato.

Quanto alla Chiesa, dal canto suo, è oggi più che mai chiamata ad annunciare il Vangelo della famiglia, non come il residuo di un passato da conservare per forza, o un modello di vita monocromo e monolitico da imporre a tutti, e neppure come una unione contingente, lasciata al capriccio dei singoli, ma come libera e creativa comunità d’amore, che, nella società e nella Chiesa, opera per il bene di entrambi in amoris laetitia.

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[1] Vedi il mio studio La dipendenza dell’idea dalla realtà nell’Evangelii gaudium di Papa Francesco, in Pontificia Accademia Theologica, 2014/2, pp. 287-316 [testo, QUI]

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2016-04-17 18:39:302021-04-20 23:42:24Amoris laetitia, il documento del Santo Padre Francesco sul Sinodo della famiglia

Amoris laetitia, “salutare autocritica”

17 Aprile 2016/11 Commenti/in Attualità, Tutte/da Redazione

– Angolo dei Confratelli Ospiti dell’Isola di Patmos –

AMORIS LÆTITIA, «SALUTARE AUTOCRITICA»

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È possibile che, via via che passano gli anni, le esortazioni apostoliche post-sinodali diventino sempre più prolisse? È possibile che non si riesca a sintetizzare in poche proposizioni i risultati delle discussioni dei Padri? La concisione, in genere, si sposa bene con l’efficacia e l’incisività: quando ci si dilunga oltre il necessario per trasmettere un determinato messaggio, il più delle volte significa che le idee non erano molto chiare.

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Giovanni Scalese, CRSP

Giovanni Scalese, CRSP *

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Canova eros e psiche

Eros e psiche, opera di Antonio Canova

Mi è stato sollecitato un intervento sulla esortazione apostolica Amoris laetitia. I lettori che mi seguono ab initio [cf. QUI] sanno che non mi piace molto commentare i documenti pontifici. Scrissi in altra occasione: «Le sentenze non si discutono, si applicano». In questa circostanza, pertanto, anziché entrare nel merito della esortazione, preferirei soffermarmi principalmente su alcuni aspetti procedurali, anche se sarà inevitabile fare dei riferimenti ai contenuti.

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Il documento ci invita a essere umili e realisti e a fare una «salutare autocritica» [n.36]. Credo che tale atteggiamento non debba essere rivolto solo verso la Chiesa del passato e la sua prassi pastorale, ma, per essere autentico, debba estendersi a 360° e quindi anche alla Chiesa odierna. Vorrei pertanto fare alcune domande, non con spirito polemico, ma come semplice invito alla riflessione.

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amoris laetitia

l’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia

È corretto tornare su questioni che erano state già affrontate in tempi relativamente recenti (il precedente Sinodo sulla famiglia risale al 1980), senza che nel frattempo la situazione fosse radicalmente mutata? È vero che in questi trentacinque anni ci sono state non poche novità, che non erano state allora affrontate (p. es., la fecondazione assistita, la maternità surrogata, la teoria del gender, le unioni omosessuali, la stepchild adoption, ecc.); ma è altrettanto vero che tali tematiche non sono state al centro dei lavori degli ultimi Sinodi e sono toccate solo in parte e di sfuggita nell’esortazione apostolica. L’attenzione sembrava rivolta esclusivamente su una questione che era stata già ampiamente dibattuta e definita: l’accesso ai sacramenti da parte dei divorziati risposati civilmente. La questione era stata autorevolmente risolta nell’esortazione apostolica Familiaris consortio (n. 84); il suo insegnamento era stato poi ripreso dal atechismo della Chiesa cattolica (n. 1650) e ribadito dalla Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 14 settembre 1994 e dalla Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i testi legislativi del 24 giugno 2000. Mi rendo perfettamente conto che Amoris laetitia sfugge a questa logica dottrinale-giuridica, per porsi su un piano squisitamente pastorale; chiedo solo: è corretto rimettere in discussione un insegnamento ormai praticamente definitivo?

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il Santo Padre Francesco con il Cardinale Carlo Caffarra, oggi Arcivescovo emerito di Bologna, considerato uno tra i più grandi esperti dei problemi sulla famiglia

È corretta la procedura seguita per affrontare questo tema? Prima il Concistoro straordinario nel febbraio 2014; poi l’assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi nell’ottobre dello stesso anno; successivamente, la emanazione dei due motu proprio sulle cause di nullità matrimoniale nell’agosto 2015; quindi l’assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi nell’ottobre immediatamente successivo; infine l’esortazione apostolica post-sinodale appena pubblicata. Finora non si era mai vista una simile procedura: non era sufficiente un’unica assemblea sinodale, debitamente preparata? Era proprio necessario questo “martellamento” durato due anni? A qual fine? Senza contare poi le anomalie registrate lungo il cammino: la segretezza della relazione al Concistoro e del dibattito sinodale; la relazione post disceptationem del Sinodo 2014, che non rifletteva i risultati del dibattito; la relazione finale del medesimo Sinodo, che riprendeva tematiche che non erano state approvate dai Padri; la lettera riservata dei tredici cardinali all’inizio del Sinodo 2015, denunciata pubblicamente come “cospirazione”; ecc.: sono cose normali?

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sinodo dei vescovi seduta

una seduta del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia

È corretto insinuare determinate soluzioni pastorali, che non erano state accolte dai Padri sinodali (e pertanto non potevano essere riprese nel testo dell’esortazione), nelle note del documento? È corretto mettere in discussione in un documento del magistero l’insegnamento di un documento precedente con la seguente formula: «molti … rilevano» [nota 329)] “Molti” chi? “Rilevano” a che titolo? Inoltre, quale tipo di adesione richiede la nota 351, che ammette una possibilità in aperto contrasto con con l’insegnamento e la prassi ininterrotta della Chiesa, basandosi su argomenti che erano stati già presi in considerazione e giudicati insufficienti a giustificare una deroga a quell’insegnamento e a quella prassi [cf. la Lettera della Congregazione della Dottrina della fede del 14 settembre 1994, in particolare il n.5: «Tale prassi di non ammettere i divorziati risposati all’Eucaristia], presentata [da Familiaris consortio] come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni»]?

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assemblea dei fedeli

assemblea dei fedeli

Non ci si dovrebbe preoccupare, quando si pubblica un documento, di che cosa arriverà ai fedeli? In Evangelii gaudium si poneva, giustamente, il problema della comunicazione del messaggio evangelico [n.41)] in Amoris laetitia si ammonisce di «evitare il grave rischio di messaggi sbagliati» [n.300]. Il fatto che nei giorni successivi all’uscita dell’esortazione siano stati pubblicati commenti contrastanti fra loro non dovrebbe far riflettere? Non sarà che il linguaggio usato non fosse sufficientemente chiaro? È possibile che sullo stesso documento ci sia chi afferma che non cambia nulla e chi lo considera rivoluzionario? Se una affermazione fosse chiara, non se ne dovrebbero poter dare contemporaneamente due interpretazioni opposte. La confusione provocata non dovrebbe essere un campanello d’allarme? In Amoris laetitia non si ignora il problema: «Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione» [n.308], ma poi, con Evangelii gaudium [n.45)], si risponde che è preferibile una Chiesa che «non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada». Si è tentati addirittura di pensare che la confusione venga intenzionalmente ricercata, perché in essa agirebbe lo Spirito e in essa Dio va ricercato. Personalmente preferisco credere, con San Paolo, che «Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» [1 Cor 14:33].

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libri

le vecchie, amate e belle scaffalature dei libri …

È possibile che, via via che passano gli anni, le esortazioni apostoliche post-sinodali diventino sempre più prolisse? È possibile che non si riesca a sintetizzare in poche proposizioni i risultati delle discussioni dei Padri? La concisione, in genere, si sposa bene con l’efficacia e l’incisività: quando ci si dilunga oltre il necessario per trasmettere un determinato messaggio, il più delle volte significa che le idee non erano molto chiare. Senza contare che, elaborando documenti eccessivamente lunghi, si rischia di scoraggiare anche i più volenterosi a intraprenderne la lettura e li si costringe ad accontentarsi dei sunti, solitamente parziali e di parte, che ne fanno i mezzi di informazione.

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psicoterapia

«… cominci a narrarmi la sua infanzia»

È proprio necessario che i documenti pontifici si trasformino in trattati di psicologia, pedagogia, teologia morale, pastorale, spiritualità? È questo il compito del magistero della Chiesa? Prima si afferma che «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero» [n.3] poi, di fatto, ci si pronuncia su ogni aspetto e si rischia addirittura di cadere in quella “casuistica insopportabile”, che pure, a parole, si dice di deprecare [n.304]. Al magistero spetta il compito di interpretare la parola di Dio [Dei Verbum, n.10; Catechismo della Chiesa cattolica, n.85], definire le verità della fede, custodire e interpretare la legge morale, non solo evangelica, ma anche naturale [Humanae vitae, n.4]. Il resto — la spiegazione, l’approfondimento, le applicazioni pratiche, ecc. — è sempre stato lasciato ai teologi, ai confessori, ai maestri di spirito, alla coscienza ben formata dei singoli fedeli. Un’esortazione apostolica, destinata a tutti i fedeli, non può, a mio parere, diventare un manuale per confessori.

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astrattezza

il problema dell’astrattezza …

È giusto insistere sull’astrattezza della dottrina [nn. 22; 36; 59; 201; 312], contrapponendola al discernimento e all’accompagnamento pastorale, quasi non ci fosse possibilità di convivenza fra le due realtà? Che la dottrina sia astratta, non mette conto di sottolinearlo: lo è per natura; come la prassi, di per sé, è pratica. Ma ciò non significa che nella vita umana non ci sia bisogno dell’una e dell’altra: la prassi deriva sempre da una teoria, basti pensare che in Amoris laetitia si ripete per ben due volte, ai nn. 3 e 261, un principio filosofico — e pertanto astratto — che era stato già enunciato in Evangelii gaudium ai nn. 222-225: «Il tempo è superiore allo spazio». Ragion per cui è importante che la prassi, per essere buona (“ortoprassi”), sia ispirata da una dottrina vera (“ortodossia”); in caso contrario, una dottrina errata genererebbe inevitabilmente una prassi cattiva. Disprezzare la dottrina non giova a nulla, serve solo a privare la prassi del suo fondamento, della luce che dovrebbe guidarla. Non ci si accorge, inoltre, che il parlare della prassi non si identifica con la prassi stessa, ma costituisce solo una teoria della prassi? E la teoria della prassi è pur sempre una teoria, altrettanto astratta quanto la dottrina a cui si vuole contrapporre la prassi.

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Bologna-chiesa-del-Baraccano-anni-50 giuseppe savini

Bologna, Chiesa del Baraccano, anni ’50 [foto di Giuseppe Savini]

Descrivere la Chiesa del passato come una Chiesa esclusivamente interessata alla purezza della dottrina e indifferente ai problemi reali delle persone, non è forse una caricatura che non corrisponde in alcun modo alla realtà storica? Arrivare al punto di usare certe espressioni [n. 49: «Invece di offrire la forza risanatrice della grazia e la luce del Vangelo, alcuni vogliono “indottrinare” il Vangelo, trasformarlo in “pietre morte da scagliare contro gli altri”»; n. 305: «Un pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa “per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite”»] è non solo offensivo, ma falso e ingeneroso verso quanto la Chiesa ha fatto e continua a fare, pur fra mille contraddizioni e infedeltà, per la salvezza delle anime. Nella Chiesa il discernimento e l’accompagnamento pastorale, magari chiamati con nomi diversi e senza fare troppe teorizzazioni, ci sono sempre stati; solo che finora ciascuno faceva il suo mestiere: il magistero insegnava la dottrina, i teologi l’approfondivano, i confessori e i direttori spirituali l’applicavano ai singoli casi. Oggi invece sembrerebbe che nessuno riesca più a distinguere la specificità del proprio ruolo.

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Trasformare le esigenze della vita cristiana in “ideali” [nn. 34; 36; 38; 119; 157; 230; 292; 298; 303; 307; 308] non significa — davvero in questo caso — trasformare il cristianesimo in qualcosa di astratto, peggio, in una filosofia, se non addirittura in una ideologia? Non significa forse dimenticare che la parola di Dio è viva ed efficace [Eb 4:12], che la verità rivelata è una “verità che salva” [Dei Verbum, n. 7; Gaudium et spes, n. 28], che il vangelo «è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» [Rm 1:16], che «Dio non comanda l’impossibile; ma, quando comanda, ti ammonisce di fare quello che puoi e di chiedere quello che non puoi, e ti aiuta perché tu possa farlo» [Concilio di Trento, Decreto sulla giustificazione, c. 11; cf Agostino, De natura et gratia, 43, 50]?

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ministero pastorale

la pastorale non può prescindere dalla dottrina e viceversa …

Siamo sicuri che la “conversione pastorale” [Evangelii gaudium, n. 25], che si richiede alla Chiesa odierna, sia un bene per essa? Ho l’impressione che alla base di tale conversione ci sia un equivoco di fondo, già presente al momento dell’indizione del Concilio Vaticano II e giunto fino ai nostri giorni: pensare che non sia più necessario che la Chiesa oggi si prenda cura della dottrina, essendo già essa sufficientemente chiara, conosciuta e accettata da tutti, e che ci si debba preoccupare solo della prassi pastorale. Ma siamo proprio sicuri che la dottrina sia oggi così chiara, che non necessiti di ulteriori approfondimenti e di essere difesa da interpretazioni erronee? Siamo proprio certi che tutti, oggi, conoscano la dottrina cristiana? Non basta rispondere a queste domande dicendo che c’è il Catechismo della Chiesa cattolica: primo, perché non è scontato che tutti lo conoscano; secondo, perché, quand’anche fosse conosciuto, non è detto che sia da tutti condiviso. Se è vero che «la misericordia non esclude la giustizia e la verità, ma anzitutto dobbiamo dire che la misericordia è la pienezza della giustizia e la manifestazione piú luminosa della verità di Dio» [Amoris laetitia, n. 311], è altrettanto vero che «non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo, è eminente forma di carità verso le anime» [Humanae vitae, n. 29; cf Familiaris consortio, n. 33;Reconciliatio et paenitentia, n. 34; Veritatis splendor, n. 95]. E il servizio che il magistero deve offrire alla Chiesa è, innanzi tutto, il servizio della verità [Catechismo della Chiesa cattolica, n. 890]; proprio insegnando la verità che salva il magistero assume un atteggiamento pastorale e “misericordioso” verso le anime. Solo quando il magistero avrà adempiuto a questo suo compito primario, gli operatori pastorali potranno, a loro volta, formare le coscienze, fare opera di discernimento e accompagnare le anime nel loro cammino di vita cristiana.

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* Giovanni Scalese [Roma, 1955] è sacerdote e teologo dell’Ordine dei Chierici Regolari di San Paolo (Padri Barnabiti).

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.,Senza peli sulla lingua

Pensieri in libertà di un Querciolino errante,

di Giovanni Scalese

[edito il 14 aprile 2016]

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grafica e foto a cura della redazione dell’Isola di Pamos

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2016/04/Giovanni-Scalese-miniatura.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2016-04-17 12:40:172021-04-20 23:42:43Amoris laetitia, “salutare autocritica”

L’arte al servizio della fede: il mistero della crocifissione

11 Aprile 2016/2 Commenti/in Attualità/da Licia Oddo

Arte&fede

L’ARTE AL SERVIZIO DELLA FEDE: IL MISTERO DELLA CROCIFISSIONE

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I primi cristiani declinarono l’iconografia della croce, considerata come pena capitale per i furfanti e i malfattori; non a caso, il simbolo del primo cristianesimo delle origini era un pesce stilizzato. Tra l’altro il Crocifisso era qualcosa che lo stesso San Paolo definiva «scandalo e stoltezza». Infatti, la croce, era per i cristiani segno con cui venivano svergognati e derisi.

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Autore Licia Oddo *

Autore
Licia Oddo *

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michelangelo bozzetto

Michelangelo, bozzetto di una crocifissione

Il simbolo per antonomasia della fede cristiana è senza dubbio il mistero della morte di Cristo in croce, che lo stesso cristiano rileva ogni qualvolta si raccoglie in preghiera. Epilogo drammatico della missione terrena di Gesù ma anche una nuova alleanza con gli uomini espressa nel sacrificio cristologico, di quel supplizio chiamato Via Crucis contemplato nei Vangeli della passione, la Crocifissione diventa altresì l’iconografia più rappresentativa e speculativa della storia, sino ai nostri giorni, ed è il messaggio cristiano di natura catechetica alle masse.

La Croce quale peculiarità cristiana, rappresenta il binomio del bene e del male, da una parte il simbolo a cui si spinge la malvagità umana come strumento di tortura che giunga alla morte, simboleggiando la cieca violenza che irrompe nel cuore dell’uomo, ma, d’altro canto, essa mostra la resistenza e la forza del bene: sulla croce, infatti, nonostante l’inaudita violenza che gli viene inflitta ingiustamente, Gesù non risponde al male col male. E invocando il perdono per i suoi carnefici, vince il male, mettendovi fine: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno» [cf. Lc 23,43]. San Paolo esprime questo duplice aspetto della croce in una frase topica: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» [cf. Rm 5,20]. Ed in effetti la giustizia divina, è in verità una giustizia riparatrice e non vendicativa; una giustizia che restaura e, per di più, perviene alla grazia [cf. dal sito della diocesi di Padova: “La Croce nell’arte” A. Fossion].  

I primi cristiani tuttavia declinarono l’iconografia della croce, considerata come pena capitale per i furfanti e i malfattori; non a caso, il simbolo del primo cristianesimo delle origini era un pesce stilizzato. Tra l’altro il Crocifisso era qualcosa che lo stesso San Paolo definiva «scandalo e stoltezza» [cf. 1 Cor 1,23]: infatti la croce era per i cristiani segno con cui venivano svergognati e derisi.

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crocifissione di san Pietro di carlo giuseppe ratti

Carlo Giuseppe Ratti, crocifissione di San Pietro

Bisogna anche fare una valutazione di carattere socio-giuridico. Nel diritto penale romano, la pena alla crocifissione era considerata una condanna a tal punto infamante che non poteva essere inflitta ai cittadini romani, neppure a quanti si fossero macchiati dei crimini più efferati e gravi. Il tutto è a suo modo sintetizzato nella morte dei due Santi Apostoli Pietro e Paolo. Pietro il galileo, che era abitante di una colonia romana, fu messo a morte attraverso la crocifissione sul Colle Vaticano; Paolo, che invece era cittadino Romano, originario di Tarso nell’attuale Turchia, anch’esso morto martire a Roma, fu giustiziato attraverso decapitazione alle Acque Salvie, sulla Via Laurentina, dove oggi sorge il complesso dell’Abbazia delle Tre Fontane.

All’inizio della vita della Ecclesia compare l’utilizzo del simbolo del “Chi–ro” [o Chrismon] già noto ai più perché le due lettere sono le iniziali della parola ‘Χριστός’ [Khristòs], l’appellativo di Gesù, che in greco significa “unto” e traduce l’ebraico “messia”.

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labaro costantiniano

bassorilievo marmoreo raffigurante il labaro costantiniano

Solo con l’epoca costantiniana, dopo il concilio di Nicea celebrato nell’anno 325, appaiono le prime raffigurazioni esplicite di Cristo, talvolta con la croce in pugno. Ma è il monogramma costantiniano il primo utilizzo pubblico della croce. Nel 312, secondo quanto racconta lo storico Eusebio nella Vita Constantini: la notte prima della battaglia contro Massenzio, l’imperatore Costantino I ha la visione di una croce luminosa con su scritto “In hoc signo vinces”. L’imperatore fece così stampare il simbolo cristologico, il cosiddetto labaro costantiniano, della croce sugli scudi dei soldati romani che, poco dopo, vinsero la famosa battaglia di Ponte Milvio.

Alla fine del secolo IV si assiste allo sviluppo del culto della Croce e delle reliquie. Nello stesso periodo si procede alla rappresentazione iconografica della etimasia, il trono vuoto con la croce gemmata, un cuscino sul quale è posto il mantello da giudice (riferimento al giudizio divino), un libro chiuso (il Libro della Legge), e gli strumenti della Passione simbolo della presenza del Cristo assente fino a quando non apparirà con la seconda venuta per il Giudizio Universale. Il IV secolo segna la diffusione del messaggio cristiano attraverso la decorazione musiva del trionfo pasquale di Cristo delle zone absidali e delle pareti delle navate laterali delle grandi basiliche romane quali vittoria del cristianesimo sulle altre religioni politeiste e quindi pagane (mosaico di Santa Pudenziana del 390).

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croce di mastro guglielmo

Mastro Guglielmo, Cristo Trionfante, Cattedrale di Sarzana

A questo punto è doverosa una considerazione di carattere iconografico i cui riflessi iconologici possono ricondursi alla osservazione preliminare della doppia accezione della croce. Mi riferisco al carattere vittorioso della croce del bene sul male nota con la prima apparizione di quest’ultima che vede il Christus Triumphans.  Il Cristo è in posizione frontale con la testa eretta e gli occhi aperti, vivo sulla croce e ritratto come trionfatore sulla morte, attorniato da scene tratte dalla Passione, e poteva altresì presentare agli estremi dei bracci della croce figurine di contorno, successivamente la Vergine e San Giovanni evangelista in posizione di compianto. Talvolta si incontrano anche i simboli degli evangelisti e, nel braccio superiore la cimasa, un Cristo in maestà. Tra gli esempi più antichi di Crocifisso triumphans si annoverano la Croce di Mastro Guglielmo nel Duomo di Sarzana, la Croce di San Damiano nella chiesa di Santa Chiara ad Assisi e la croce di un anonimo maestro pisano nel Museo Nazionale di San Matteo a Pisa. È con il periodo relativo alle rinascenze carolingia ed ottoniana, che si verifica l’inizio di una nuova iconografia del Cristo morto detto (Christus Patiens) nel X sec.; questa volta gli occhi sono chiusi e l’espressione è sofferente, ad indicare l’umanità di fondo di Cristo. In età Romanica prima e soprattutto nel Gotico poi, sotto l’influsso dei “mistici” assistiamo alla crescita dell’attenzione anatomica. La diffusione di questa iconografia avviene per opera degli Ordini Mendicanti domenicani e francescani secondo i quali il Crocifisso assume un ruolo centrale, quale vessillo della passio e quindi del sangue e del dolore. L’iconografia assume toni più forti o drammatici con i Crocifissi di Cimabue e di Giotto. La Croce ispirata alla scuola della spiritualità francescana del Cristo patiens evidenzia il tema della passione rispetto a quello della gloria e per questo i suoi colori sono il nero, il bianco e il rosso, colori che rappresentano la morte, la pura innocenza, il sangue e, appunto, la passione, attraverso l’intensificazione delle piaghe e del sangue dalla corona di spine, evidenziando così l’aspetto malvagio dello strumento di tortura praticato dai romani. Negli scomparti laterali della croce sono narrate per immagini la passione e la resurrezione.

Negli affreschi è possibile ravvisare il tema della Crocifissione attraverso l’ostentazione del dramma alle folle, il dolore lancinante di Maria, la Maddalena, il Pianto degli Angeli etc…

beato angelico crocifissione

Beato Angelico, crocifissione

Il Rinascimento italiano quale espressione del naturalismo antropologico evidenzia la produzione delle grandi pale d’altare e viene evidenziato col Cristo, l’uomo virtuoso, perfetto, anche un ideale di umanesimo cristiano [cf. i Crocifissi dell’Angelico]. Si arriva così alla celebrazione del Cristo eroe, con i pittori della prima metà del cinquecento. La grande Crocefissione del Beato Angelico, conservata nella Sala capitolare del convento domenicano di San Marco a Firenze, presenta un’iconografia innovativa, poiché al posto dei personaggi consueti presenti al Calvario mostra tutta una serie di santi, vissuti nelle epoche e nei luoghi più disparati, secondo un complesso sistema allegorico che adombra vari significati. Si tratta di una raffigurazione mistica, invece della consueta scena narrativa, assimilabile a opere come il Compianto della Croce al Tempio, sempre dell’Angelico. Ciò che descrive l’immagine è il significato salvifico dell’evento: la Redenzione.

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Antonello da Messina, Crocifissione

La Crocifissione [1475] di Antonello da Messina è un esempio di quegli elementi anatomici e prospettici tipici del periodo. La tipologia iconografica rimanda a esempi fiamminghi, anche nel trattamento del paesaggio, che sfuma dolcemente in lontananza nei colori azzurrini delle colline avvolte dalla foschia. La linea intensa delle acque del lago isola maggiormente la figura del Cristo, con un cerchio formato dalla Vergine e da San Giovanni.

Il dramma della croce viene tradotto in immagine nei disegni di Michelangelo, e verrà ripreso con un’iconografia diversa, quella della Pietà che vede la Vergine disperata con in braccio il figlio cadavere nonché quello della deposizione ove significativa é la Pala Baglioni di Raffaello detta Deposizione Borghese. L’iconografia assume toni più teatrali e vivaci nell’epoca Manierista, col Pontormo.

Il Concilio di Trento contribuirà in maniera evidente al rilancio dell’arte cattolica in funzione propagandistica, proselitista, e morale tramite gli ordini religiosi. Le chiese si riempiono di effetti scenografici senza precedenti e lo stucco simula la cornice dipinta, i grandi altari sembrano realizzati su piani ascendenti, come il monte Calvario, con la Croce al centro. In pittura si alternerà il gusto e la preferenza ad artisti più legati al realismo caravaggesco o al classicismo, come gli spagnoli Rubens e Velazquez. Si procederà alla realizzazione di crocifissi agonizzanti, molto intensi e commoventi, come nell’arte pittorica di Guido Reni; crocifissi che sembrano interpretare il passo evangelico: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?», che Matteo mette al centro della sua presentazione apocalittica [Mt 27,46].

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Alla fine del settecento e l’inizio dell’ottocento è la tradizione che vince su tutto, si veda Francisco Goya, che finisce per esaltarla in un bellissimo Cristo che emerge radioso da uno sfondo cupo dominato totalmente dalle tenebre. L’impianto del corpo di Cristo, levigato e senza ferite, denuncia uno stile classicheggiante e accademico molto lontano dalla sensibilità del Goya più tardo: il suo Cristo crocifisso fu infatti dipinto nel 1780 come prova d’ingresso alla Real Accademia di San Fernando per compiacere gli accademici abbarbicati nella tradizione.

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crocifissione degas

Edgar Degas, Crocifissione

Altra grande novità si verifica alla fine dell’ottocento con gli artisti legati all’Impressionismo.

L’iconografia della Passione e della crocifissione permise a Degas di sperimentare il suo impressionismo in chiave religiosa, con copie degli artisti del passato. Il risultato fu una versione in cui la classicheggiante durezza dello stile del Mantegna cede il posto ad un aspetto fascinoso e diluito, dove il colore elimina dettagli e concretezza a cose e persone per lasciarvi solo l’energia, seppur tragica della morte, del dolore. Interessato poco al dettaglio folcloristico, che riporta in vita antichi usi e costumi, Degas non vede altro che colore per fondere lo spazio con i soggetti. La crocifissione impressionista diventa così la visione più completa e a noi comprensibile del dramma universale, simbolo iconografico della speranza.

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cristo giallo

Paul Gauguin, Crocifissione

Qualche decennio più avanti l’espressionismo vede nell’opera di Gauguin una singolare rappresentazione: il Cristo Giallo. Rappresenta Gesù crocifisso, ma con una trasposizione di luogo e di tempo, infatti Gauguin lo ambienta nel suo tempo e nella sua terra francese della Bretagna. Le donne indossano i tipici costumi bretoni e sullo sfondo si notano le case con i tetti aguzzi, anch’essi tipicamente bretoni. Il quadro è tagliato in due, le linee di Gesù sono più angolari e spigolose e ricordano i quadri medievali, mentre per il resto dominano linee curve. L’opera è composta da contorni netti e c’è un’assenza di ombra, è bidimensionale con colori irreali. La figura di Gesù è magra e nel paesaggio sullo sfondo spiccano gli alberi rossi che ricordano il suo sangue, che non mette invece sul suo corpo. Per il corpo di Cristo e il suo colore particolare, Gauguin s’ispirò ad un crocifisso, tuttora in loco, esposto nella Cappella di Tremalo, non lontano da Pont-Aven, in Bretagna. Ciò ad indicare che il tema cristiano del martirio per antonomasia, così come l’artista lo traspone nel tempo e nello spazio resta e resterà sempre attuale.

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Il Golgota - 1956 olio su tavola - cm. 80x120

Quirino de Ieso, Il golgota (1956)

Nel Novecento l’arte si divincola dalla propaganda ecclesiastica e concretizza nel mistero della crocifissione sul male dell’umanità e dell’inizio del secolo: le malattie nevrotiche tipiche del nuovo progresso tecnologico ed industriale, le guerre mondiali, lo sterminio nazista. Un grande contributo all’iconografia della Croce è quello di Chagall con la sua rilettura biblica della storia, in cui il Cristo è lo stereotipo del sacrificio violento. Tra gli altri artisti spiccano le creazioni autorevoli di Picasso, Guttuso, e Dalì.

«Il mistero della Crocifissione» che da il titolo ad alcune opere, rivive nella produzione sacra del maestro Quirino De Ieso, dagli anni cinquanta sino all’epoca odierna. Il Golgota, opera cubista recensita dallo stesso Pablo Picasso nel 1961, è un’opera in cui il colore degli oli e la linea segnano più che il soggetto umano il valore simbolico ricco del sacrificio cristologico. Il Golgota trasmette l’atmosfera carica di dolore, rievocata nel calore delle varie tonalità di un rosso sfaccettato, rappresentazione dell’ultimo istante della passione di Cristo, che precede l’oscurità dell’ora più infausta, esaltata in una prospettiva tridimensionale che colpisce lo spettatore attraverso la forma geometrica. Ciò che risalta all’occhio del contemplatore è però la differenza di colore dei due ladroni, colui che chiese a Gesù di ricordarsi di lui nel Regno dei Cieli, per questo raffigurato in bianco come il Salvatore.

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La croce di Manhattan - 2001 olio su tela - cm. 60 x 100 Edito Cam Mondadori n. 51

Quirino de Ieso, La croce di Manhattan (2001)

Ma l’arte è la più significativa e manifesta espressione della società, in particolar modo della Chiesa e quello che va sottolineato in questa breve storia della iconografia della croce è un’opera del maestro De Ieso, di cui, la sottoscritta ne è la curatrice, in cui il Calvario di Cristo è ripercorso a distanza di cinquant’anni nell’opera “La Croce di Manathan targata 2001. Il parallelismo ai fatti che hanno riscritto la storia solo un quindicennio or sono, rivissuto nel martirio di Cristo è di gran lunga attuale più che mai ai fatti accaduti sino a qualche giorno fa a causa del nuovo clima di terrore che sta invadendo il mondo. La goccia di sangue versata sulla croce duemila anni addietro, si rinnova nel sacrificio di tutte le persone che sono state immolate nel luogo definito “Punto zero” che come il monte Calvario è il luogo ove è terminato il martirio e si è accesa la speme fiduciosa nel futuro per un mondo migliore. La croce rappresenta il patto con gli uomini presenti nelle quattro figure contemplanti, le personificazioni della teologia, letteratura, scienza, e arte, a cui hanno attentato i figli dei demoni della nuova era, mentre uno stuolo di ghirigori inesplicabili, dai colori accesi, evoca l’attesa misteriosa nella salvezza, come embrioni relativi alle nuove generazioni future, ad indicare che nulla è perduto. In questa speme, che gli artisti di tutti i tempi hanno rappresentato nei modi e nei luoghi più singolari, si cela il messaggio di Cristo, che attraverso il supplizio della crocifissione a causa del male più incondizionato ricevuto dall’uomo, ha restituito bene chiedendo ed ottenendo da Dio Padre il perdono dell’umanità.

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* storica dell’arte

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Licia Oddo – Jorge A Facio Lince QUIRINO DE IESO TRA ARTE E KOINE

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“E bomba o non bomba noi arriveremo a Roma”: Nunzio Galantino conversa su Dio con Dario Fo

24 Marzo 2016/1 Commento/in Attualità/da Padre Giovanni

«E BOMBA O NON BOMBA NOI ARRIVEREMO A ROMA» NUNZIO GALANTINO CONVERSA SU DIO CON DARIO FO

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Il discorso di Fo è assurdo e blasfemo e non vedo in che consisterebbe questa «grande religiosità» che Nunzio Galantino, con evidente piaggeria, attribuisce a Fo.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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nunzio galantino 1

S.E. Mons. Nunzio Galantino, Segretario generale della C.E.I.

S.E. Mons. Nunzio Galantino, Segretario Generale della C.E.I, ha iniziato sul quotidiano Sole 24 Ore della Domenica una rubrica intitolata Abitare nelle parole, la quale si propone di trattare del significato di alcune parole-chiave della moderna cultura riguardante il rapporto io col mondo. Egli ha iniziato con la parola Dio facendo riferimento al pensiero di Dario Fo, l’Articolo integrale è leggibile QUI.

Ho estratto dallo scritto di Nunzio Galantino alcune affermazioni, qui riportate in rosso, a ciascuna delle quali desidero fare un commento.

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Dio è una parola paradosso. Per alcuni c’è solo il termine e non c’è il soggetto corrispondente, per altri c’è il soggetto corrispondente ma non va nominato e secondo altri ancora il Dio di Mosè non tollerava di essere rappresentato.

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 E Galantino che ne pensa? Non si pronuncia.

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Dio è parola di massima creatività […] Dio è il principale protagonista della visibilità […] Con la parola Dio, e con la realtà alla quale essa rimanda, possiamo permettere alla nostra mente di viaggiare in ampi spazi e di fare esperienze straordinariamente cariche di vita, sia partendo dalla parola e aprendoci alla fantasia, sia partendo dall’immagine e poi ricollegandoci alle parole.

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Non vedo che cosa c’entri Dio con la «creatività» e la «visibilità». Esse non appartengono alla teologia, ma alla poesia, o alla letteratura o alla pittura. Dice di non voler fare teologia. Ma, parlando di Dio, che cosa vuol fare, allora? San Paolo è molto chiaro. Dice: «Dalla creazione del mondo le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute» [cf. Rm 1,20]. Dio non è oggetto né della fantasia né dell’immaginazione, ma dell’intelletto. Altrimenti, come dice la Scrittura, abbiamo un idolo fatto dalle nostre mani.

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Un bambino avrebbe difficoltà a seguire il nostro discorso, perché lui sa che dietro la parola «mamma» c’è una mamma; ma dietro la parola Dio cosa c’è? Cosa dirgli? […] Spiegare a un bambino che può piovere anche da realtà invisibili, ma esistenti. Con un bambino proverei a cavarmela così.

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Dietro la parola “Dio” c’è Dio, perché anche la mente del fanciullo, in quanto capace di ragionare, può sapere che Dio esiste. A parte il fatto che comunque ci arriva da solo, bisogna aiutarlo nella applicazione del principio di causalità, come insegna il Libro della Sapienza: «Dalla bellezza e grandezza delle creature per analogia si conosce l’Autore» [cf. Sap 13,5].

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Dice Fo: «Dio Non c’è. Non esiste. Non ci credo… Però…». Secondo lui Dio è un gran falsario che si è inventato da sé, un genio della Storia, perché ha saputo creare la sua immagine. Un abile croupier. La sua anti-religiosità m’è parsa molto religiosa […] A Dio non basta mai l’amore degli altri, mentre Gesù fonda il suo sentimento sull’amore da dare e non da ricevere.

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Il discorso di Fo è assurdo e blasfemo. Dio di per sé è bontà e generosità infinite, ed è il Dio di Gesù Cristo. Se Cristo dona e non è un egoista, ciò dipende proprio dal fatto che è Dio Egli stesso. Non vedo in che consisterebbe questa «grande religiosità», che Galantino, con evidente piaggeria, attribuisce a Fo.

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Noi uomini abbiamo bisogno di trascendenza e per noi cristiani l’essenza dell’esistenza umana si trova nell’uscire da noi, nell’andare e nel sentirci proiettati oltre. Quello che qualcuno chiama “auto-trascendimento” non ci porta solo verso Dio […] Questa situazione appartiene anche a un ateo.

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È vero che abbiamo bisogno di trascendenza, ma non facciamo della confusione. Innanzitutto distinguiamo. Un conto è l’uscire da noi stessi, che è segno di socialità, e un conto è il “sentirci proiettati oltre”, che è un fenomeno psicologico, che può essere normale come patologico. Un conto è l’ulteriorità metafisica, morale o teologica, dalla quale si sente attratto l’uomo ragionevole, e un conto è l’ulteriorità emotiva, irrazionale e fantastica, che attira l’alienato mentale. E’ ovvio che è solo il primo tipo di ulteriorità che stimola l’affermazione di Dio.

Quanto all’autotrascendimento, anche qui bisogna distinguere. L’autotrascendimento, in generale, è un atto psicologico, col quale il soggetto supera intenzionalmente e volontariamente se stesso o va oltre se stesso. Lo spirito sale, si eleva, si innalza verso un vertice che sta oltre il proprio limite.

Questa elevazione dello spirito, però, è diversa nel caso che l’impulso venga dal basso o dall’alto, vale a dire o dall’uomo o da Dio. L’uomo può trascendersi o innalzarsi verso Dio o perché si lascia attrarre da Lui, in sottomissione a Lui, e allora abbiamo il transcende teipsum, del quale parla Sant’Agostino, o perché si innalza ergendosi contro Dio, in antagonismo con Dio. Nel primo caso abbiamo l’umiltà, che fruttifica nella religione; nel secondo caso abbiamo la superbia, che fruttifica nell’empietà e nell’ateismo. È chiaro che solo il primo tipo di trascendimento caratterizza, non l’esistenza cristiana come tale, ma la potenza o la facoltà del suo spirito, giacché l’identità dell’essere con l’agire c’è solo in Dio.

L’essenza dell’esistenza umana nella visione cristiana non si trova in nessun “uscire da noi, o nell’andare e nel sentirci proiettati oltre” o in quello che qualcuno chiama “auto-trascendimento”, ma consiste nell’essere, come dice il Concilio Vaticano II, «unità di anima e corpo»[1], creata «ad immagine di Dio, capace di conoscere ed amare il proprio Creatore»[2] e niente affatto «nell’uscire da noi, nell’andare e nel sentirci proiettati oltre. Quello che qualcuno chiama ‘auto-trascendimento’». Questi semmai sono potenze o possibili atti e non costitutivi dell’esistenza umana. Vorrei sapere dove Galantino ha pescato quella definizione dell’uomo. Non certo nella Scrittura o nel Magistero della Chiesa o in San Tommaso.

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Gesù chiede, pretende, l’amore difficile, illogico, paradossale.

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Gesù non pretende alcun amore «illogico», ma perfettamente conforme a ragione. L’amore illogico è peccaminoso, perché contrasterebbe col nostro dovere di agire secondo ragione. Gli esempi che porta Galantino o sono equivoci o si possono risolvere facilmente, ma qui non abbiamo lo spazio e poi si può sempre consultare un qualunque trattato di teologia morale.

Mi fermo solo sull’amore per il nemico. Non c’è nulla di illogico in questo amore, ovviamente ad intenderlo bene, e non come se Cristo ci comandasse di amare l’inimicizia del nostro nemico contro di noi; il che sarebbe esattamente un peccato da parte nostra. Si trova invece in questo comando una profonda saggezza, che dà serenità alla persona offesa, facilita la conciliazione e dispone l’avversario a più miti consigli, rendendolo disposto a chiedere perdono e ad essere perdonato.

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Varazze, 16 marzo 2016

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[1] Gaudium et spes, n. 14.

[2] Ibid., n. 12.

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E BOMBA O NON BOMBA NOI ARRIVEREMO A ROMA … E PURTROPPO CI SONO ARRIVATI !

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Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

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La Redazione dell’Isola di Patmos, coglie l’occasione per ricordare a S.E. Mons. Nunzio Galantino quale è da sempre il “lodevole” livello di «religiosità» dell’ateo Dario Fo: farsi beffa di Dio, di Cristo, del Vangelo e tutti i santi. Prendiamo atto però che il lungimirante Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, in tutto questo ravvisa comunque «grande religiosità». Domanda: la Congregazione per la dottrina della fede è sempre aperta e operativa, oppure è stato il primo dicastero della Santa Sede ad essere abolito dalla riforma della Curia Romana in vista di una prossima “nuova Chiesa” libera finalmente da tutti gli “inutili dogmatismi” che per troppi secoli l’hanno “oppressa“?

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LA GIULLARATA SUL VANGELO DELLA RISURREZIONE DI LAZZARO

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2016-03-24 15:27:212021-04-20 23:43:24“E bomba o non bomba noi arriveremo a Roma”: Nunzio Galantino conversa su Dio con Dario Fo

La Compagnia di Gesù nella Chiesa d’oggi: ascesa e caduta di un grande Ordine

24 Marzo 2016/4 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

LA COMPAGNIA DI GESÙ NELLA CHIESA D’OGGI: ASCESA E CADUTA DI UN GRANDE ORDINE

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[…] nella primavera del 1981 San Giovanni Paolo II, stanco di questa situazione esasperante ed irresolubile, che si trascinava dalla fine del Concilio, convocò in Vaticano un ristretto gruppo di Cardinali, tra i quali il Segretario di Stato Agostino Casaroli, per discutere della opportunità di sciogliere la Compagnia di Gesù. Metà dei Cardinali e il Papa stesso erano favorevoli; ma il Cardinale Casaroli convinse il Papa e il gruppo a rinunciare.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Per aprire l’articolo cliccare sotto

23.03.2016   Giovanni Cavalcoli OP –  LA COMPAGNIA DI GESÙ NELLA CHIESA D’OGGI: ASCESA E CADUTA DI UN GRANDE ORDINE

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2016-03-24 13:16:142021-04-20 23:44:10La Compagnia di Gesù nella Chiesa d’oggi: ascesa e caduta di un grande Ordine

Gli esercizi alla Curia Romana. Dai predicatori ai becchini: il funerale dell’omiletica

10 Marzo 2016/3 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

GLI ESERCIZI ALLA CURIA ROMANA. DAI PREDICATORI AI BECCHINI: IL FUNERALE DELL’OMILETICA

[In appendice: un’omelia del Padre Ariel agli adolescenti]

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È gravissimo che a supporto delle proprie oggettive eterodossie il Predicatore abusi degli straordinarî paradigmi cristologici quali ad esempio l’episodio della prostituta perdonata [Cf. Lc 7, 36-48] o dell’adultera [cf. Gv 7,53-8,11], per mutare il tutto in altro, per liberare l’uomo ormai psicanalizzato dal complesso del peccato. Proprio come in precedenza ebbe più volte a fare il suo celebre confratello Davide Maria Turoldo, insigne e celebrata firma del quotidiano Il Manifesto del Partito Comunista, nel quale per anni scrisse editoriali destinati a piacere ai comunisti radicali ed a confondere, se non a volte a umiliare, il sentimento dei cattolici.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Si narra che il Doctor Angelicus San Tommaso d’Aquino, quando si ritrovava tra le mani manoscritti contenenti concetti filosofici o teologici errati, senza sprecare alcun commento, vi disegnava di lato la testa di un asino.

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asino padrone

l’asino va’ dove vuole il padrone

Nella mia Maremma toscana natia, un proverbio della saggezza popolare recita «L’asino va’ dove vuole il padrone», ed ancora: «L’asino si lega dove vuole il padrone».

Gli esercizi spirituali alla Curia Romana in corso di predicazione a cura del Padre Ermes Ronchi, illustre membro del turoldiano Ordine dei Servi di Maria, alla prova dei fatti è un atto di adulazione al padrone dell’asino legato – o legatosi – dove il padrone vuole.

Inutile ricordare che il Signore Gesù afferma: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» [cf. Gv 15,15]. Tema questo già trattato in uno dei miei articoli passati [cf. QUI].

Non ho intenzione di fare una legittima critica approfondita e tutta rigorosamente teologica rivolta alle numerose affermazioni audaci del Predicatore, perché sono davvero tante, a partire dall’Antico Testamento sino ai Vangeli. “Lodevole” il panegirico su Adamo ed Eva, che «credono» e «non credono», proprio come se ad essere allegorico fosse non solo il racconto, ma anche l’intero contenuto. Domanda: come possono Adamo ed Eva credere o non credere a ciò che vedono, posto che Dio ce l’hanno davanti agli occhi? [cf. QUI]. Ben altro è infatti il problema di fondo di queste due prime creature fatte a immagine e somiglianza di Dio, che è il volersi fare simili a Dio, per “prescindere” poi da Dio. E dalla loro libera e determinata ribellione nasce la rottura dell’armonia perfetta che corrompe l’umanità intera e che rende l’uomo mortale e corruttibile. Tutto questo è noto anche come peccato originale. E il peccato originale è una realtà che nasce da un atto e da un fatto reale, merita insegnarlo al Predicatore, visto che non ne parla proprio, forse perché non lo sa. Il peccato originale non è un’invenzione di Sant’Agostino, come affermano molti, né una «paura che raffigura i timori mitico-ancestrali dell’uomo», come soleva dire Karl Rahner. il Predicatore spiega che Adamo ed Eva provano «paura», anche se ad essere precisi andrebbe detto che, più che «paura», provano timore e vergogna. Ma non è questo il problema, bensì il fatto che il Predicatore non spiega l’origine di questo timore e vergogna, ma soprattutto che cosa ne consegue per loro e per tutta l’umanità. E questo è molto grave, perché è la base di partenza dell’idea totalmente errata che il predicatore ha del peccato e che di conseguenza affiora in tutta la sua predicazione, che di fatto, senza facile pena di smentita, è una predicazione eterodossa, tenuta dinanzi al Sommo Pontefice ed ai membri della Curia Romana.

asino conquistatore

il sorriso accattivante dell’asino conquistatore

Senza cadere nel più temibile dei peccati capitali, che è la superbia, in tutta onestà cristiana affermo che io, nello svolgimento del mio ministero di predicatore, gli esercizi spirituali alla Curia Roma non li avrei predicati meglio, ma molto meglio, partendo anzitutto dalla consapevolezza che Gesù Cristo mi chiama «amico» [cf. Gv 15, 9-17] e che lui solo è il mio unico «Padrone». Un padrone che peraltro non vuole la mia compiacente piaggeria, ma la mia fede e il mio amore. E l’una e l’altro passano attraverso l’esercizio del dono della libertà dei figli di Dio.

Mi limito quindi a due esempi, giusto per rendere l’idea: anzitutto il fatto che, nella seconda giornata di esercizi spirituali, il Predicatore afferma: «mi aiuta una frase di Bonhoeffer». E procede quindi a ruota con la relativa citazione [cf. QUI].

Chiariamo subito la cosa: quello del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer è un pensiero altamente ereticale, già lo spiegai in passato dettagliando in un mio articolo come questo pensatore stava alla base della formazione dell’attuale Vescovo Segretario della Conferenza Episcopale Italiana [cf. QUI], un altro «asino» ― in senso puramente figurato, per la santa carità di Dio! ― «legato dove vuole il Padrone». Mi si potrebbe obiettare che anche in un eretico come Bonhoeffer, può esserci del buono; cosa questa che in sé è giusta e vera. Come però c’insegna il nostro sapiente maestro domenicano Giovanni Cavalcoli attraverso le sue critiche ai teologismi di Karl Rahner: «L’eresia più pericolosa è quella attraverso la quale, vero e giusto, finiscono cosparsi di errori dottrinali e infarciti di eterodossie».

asino comunicazione

l’arte della comunicazione …

Volendo, posso chiarire il tutto con uno di quegli esempi che mandano letteralmente fuori dai gangheri certi inguaribili clericali. L’esempio è il seguente: anche nel famoso porno-attore Rocco Siffredi – celebre non per il suo volto ma per altre parti anatomiche del suo corpo – c’è del buono. Più volte lo abbiamo visto commuoversi teneramente in diretta televisiva, mentre rispondendo all’intervistatore parlava della propria amata moglie e dei propri amati figli col candore di un San Luigi Gonzaga, spiegando che per lui la famiglia non è semplicemente importante, bensì proprio tutto. Pur malgrado, io non lo proporrei mai, né mai lo userei come modello di paterno amore familiare nella predicazione degli esercizi spirituali alle Carmelitane scalze. Sebbene comunque io ritenga cosa più grave usare l’eretico Bonhoeffer come esempio e paradigma per esprimere concetti di “alta spiritualità” alla presenza del Sommo Pontefice e dei membri della sua Curia, più o meno “sbracati” con dei clergyman sciatti indosso, di quelli sui quali è applicato un francobollo di plastica bianco al centro della camicetta, in uno sfoggio di croci pettorali di ferro penzolanti sulle pance. Ed a chi mi rispondesse: «Ma quali quisquilie vai ad osservare e cercare?», replicherei che tra poco, nel Vangelo della Passione, leggeremo l’episodio nel quale i soldati romani, ritrovandosi tra le mani la preziosa veste di Gesù, ben se ne guardarono dal farla in pezzi ed usarne gli stracci per pulire le loro lance e armature, come solitamente facevano coi miserabili vestimenti dei condannati alla crocifissione. Trattandosi infatti di un capo molto prezioso, tessuto interamente da cima a fondo in stoffa pregiata, quel pezzo di alta sartoria se lo giocarono a dadi [cf. Mt 27, 33-36]. Questo per dire che i vestimenti dimessi e sciatti dei membri della Curia Romana, legati come asini dove vuole il Padrone, potrebbero essere invece a malapena venduti nel mercatino dell’usato di Porta Portese.

asino accattivante

nella società contemporanea è importante avere una espressione accattivante un mezzo sorriso sornione e il mondo oggi è tuo

Molto peggio è contenuto nella quinta meditazione del Predicatore, che speditamente procede in una profonda e grave adulterazione del messaggio del Vangelo. Ogni predicatore, infatti, nel delicato ministero dell’annuncio della Parola del Verbo di Dio, deve tenere conto della totalità del testo in tutta la sua profonda interezza. I taglia e cuci a diverso uso e consumo operati sul Vangelo da quanti desiderano dare ad esso un altro senso mutandolo in tal modo in tutt’altro messaggio, vanno lasciati agli ultra laicisti od ai «Cari Fratelli Massoni» del Cardinale Gianfranco Ravasi [cf. QUI, QUI]. E la gravità teologica che nasce a monte da una errata capacità di esegesi e da una grave adulterazione del messaggio, nella specifica predicazione si regge su questo: viene affermato – giustamente – che «Gesù non è un moralista», come invece lo sono i farisei. Nulla da dire, se il tutto non fosse usato per far dire al Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo ciò che il Verbo di Dio Incarnato non ha mai detto, visto e considerato che Gesù, una morale, ce l’ha eccome, al punto da spiegarci in modo chiaro e inequivocabile: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» [cf Mt 5, 17-20].

sorriso sornione

un mezzo sorriso sornione e il mondo oggi è tuo

Trovo inquietante che oggi, persino all’interno della Chiesa, dei lemmi come “dogma”, “dogmatico”, “morale” … siano usati in accezione negativa. Nessun presbitero infatti, neppure il più incolto dei curati di campagna d’una volta ― oggi equiparabile in preparazione a un odierno dottore in sacra teologia ―, per manifestare dissenso su una data cosa, avrebbe replicato al proprio interlocutore: «Ma quanto sei dogmatico … ah, tutti questi inutili dogmatismi!».

Sarebbe pertanto bene chiarire al Predicatore che non essere «moralisti», nell’accezione negativa o farisaica del termine, non vuol dire però essere privi del senso di peccato o del concetto di bene e di male, ossia di senso morale, affogando tutto quanto nella corrente e imperante melassa di una confusa misericordia e di un altrettanto confuso amore. Il modo in cui il Predicatore parla infatti di peccato è a dir poco ― oserei dire ― raccapricciante, ma soprattutto non cattolico. 

È gravissimo che a supporto delle proprie oggettive eterodossie il Predicatore abusi degli straordinarî paradigmi cristologici quali ad esempio l’episodio della prostituta perdonata [Cf. Lc 7, 36-48] o dell’adultera [cf. Gv 7,53-8,11], per mutare il tutto in altro, per liberare l’uomo ormai psicanalizzato dal “complesso del peccato”. Proprio come in precedenza ebbe più volte a fare il suo celebre confratello Davide Maria Turoldo, insigne e celebrata firma del quotidiano Il Manifesto del Partito Comunista, nel quale per anni scrisse editoriali destinati a piacere ai comunisti radicali ed a confondere, se non a volte ad umiliare, il sentimento dei cattolici. E si badi bene che ho detto: dei cattolici, non dei catto-farisei.  

esercizi alla curia 1

esercizi spirituali alla Curia Romana, Quaresima 2016

Traboccante forme di non meglio precisata tenerezza, il Predicatore non si è soffermato su un elemento imprescindibile sul quale si fonda la divina azione di grazia di Cristo Signore, ossia il fatto che la prostituta, anzitutto e avanti a tutto, è pentita. Dinanzi a Cristo Dio ella si inginocchia umile e penitente «bagnando i suoi piedi con le lacrime e asciugandoli poi con i suoi capelli» [Cf. Lc 7, 36-48]. Non era affatto fiera e orgogliosa del proprio mestiere e del proprio conseguente agire, né del suo peccato, né della sua vita di peccato né del suo stato di peccato. Questa è la base di partenza sulla quale viene edificata l’azione del Cristo che la accoglie, la protegge e la perdona, congedandola con la frase: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!». Che è una vera e propria assoluzione dai peccati data da Cristo sommo ed eterno sacerdote dell’universo. Per altro verso invece l’adultera, anch’essa perdonata perché pentita, è congedata con un preciso ammonimento, di cui però non v’è traccia alcuna nei vaniloqui del Predicatore che forse, proprio come il padrone dell’asino, ha deciso di essere più “tenero” e “misericordioso” di Cristo stesso. Per questo dico vaniloqui, tutti e di rigore giocati sull’emotivo, sul sentimentale da ballo di murga argentina e, soprattutto, sul politicamente corretto. E il monito amorevole, ed al tempo stesso severo del Signore Gesù è il seguente: «… va’ e d’ora in poi non peccare più» [Cf  Gv 7,11]. Lo stesso monito col quale oggi i confessori possono congedare il penitente dopo la santa assoluzione sacramentale. E questo monito è il suggello che completa l’azione della grazia divina, in assenza del quale, il messaggio cristologico, finisce con l’essere mutato in altro. Pertanto, togliendo l’elemento iniziale del pentimento dal peccato sul quale si muove l’azione del perdono di Cristo, ed infine il fondamentale suggello finale, si metterà in scena una perfetta falsificazione del Vangelo. E se questo avviene direttamente dinanzi al Sommo Pontefice ed ai membri della Curia Romana, voi capite bene cosa il tutto voglia dire: vuol dire che da tempo siamo ormai in “felice” marcia sul carro funebre.

esercizi alla curia Muller

[particolare della foto precedente] il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede durante gli esercizi alla Curia Romana, con una espressione che in  sé dice tutto …

Adesso capisco come mai, seduto in prima fila tra i presenti, spicca il volto sconsolato di quel grande e ortodosso teologo ratzingeriano del Cardinale Gerhard Ludwig Müller, che a onore del vero ritengo sia uno tra i migliori Prefetti della Congregazione per la dottrina della fede avuti dalla Chiesa nel corso degli ultimi cinquant’anni.

Ormai, tra eretici citati in gloria e discorsi costruiti su sociologismi e teologismi diffusi come metastasi dai cancri disseminati per il corpo della Chiesa da certi autori della Nouvelle Thèologiè, a predicare alla moribonda Curia Romana non chiamano più neppure i predicatori, ma direttamente i becchini, cosa sinceramente del tutto coerente col “nuovo corso”, a tratti desolante, o perlomeno ambiguo e dottrinalmente confondente.

E mentre l’insigne becchino-predicatore dava come sin qui sintetizzato il meglio di sé, questa mattina, su invito di un anziano parroco, io ricevevo da Dio la grazia di predicare a circa 300 studenti delle scuole medie inferiori, in età compresa tra gli 11 ed i 14 anni. E nel farlo, lungi dal sentirmi un becchino, mi sentivo uno specialista del reparto di terapia intensiva, animato dallo scopo di tenere in qualche modo viva la fede, o perlomeno le domande sulla fede, in coloro che domani, sui cadaveri di tutti questi poveri morti oggi in trionfale marcia sul carro funebre, potranno essere i Christi fideles del futuro. Questo il motivo per il quale lascio di buon grado al Padre Ermes Ronchi la predicazione ai morti, mentre io, da parte mia, sono da sempre impegnato a predicare ai vivi.

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dall’Isola di Patmos, 9 marzo 2016

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LITURGIA DELLA PAROLA DEL GIORNO [vedere qui] OMELIA AGLI STUDENTI DELLE SCUOLE MEDIE INFERIORI

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[…] imparate ad accogliere Dio che si comunica a voi, ed imparate a comunicare con l’amore e la misericordia di Dio, di quel Dio che è «lento all’ira e grande nell’amore». Ma pur essendo il suo amore un fuoco che brucia in eterno, ciò non vuol dire che sia privo di ira verso chi sceglie il male a tutti i costi e costi quel che costi, anziché scegliere quella sua infinita misericordia

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Sia lodato Gesù Cristo! 

vestizione 1

la sacrestia, quella silenziosa anticamera del paradiso …

Il Salmo che abbiamo letto è intervallato da un responsorio che assieme abbiamo ripetuto: «Misericordioso e pietoso è il Signore». Per comprendere veramente, quindi per accogliere gli altri e per trasmettere noi stessi per ciò che realmente siamo, ossia per comunicare coi nostri simili, è necessario l’uso della parola. Ma questo uso richiede, a sua volta, la vera e reale conoscenza delle parole, quindi l’uso appropriato e corretto delle parole stesse.

Come voi ben sapete, la moderna tecnologia dovrebbe esservi utile per comunicare meglio tra di voi e col mondo che vi circonda, mentre invece purtroppo, proprio la tecnologia vi toglie spesso la possibilità di comunicare le vostre emozioni e sensazioni. Provate a pensarci, ma soprattutto interrogatevi sul perché oggi, che pure siamo dotati di tutti i migliori mezzi comunicazione, i giovani hanno enormi difficoltà a comunicare le loro emozioni, sensazioni, sentimenti?

vestizione 2

la sacrestia, quella silenziosa anticamera del paradiso …

Forse le persone dell’età mia [io ho 52 anni] sotto questo aspetto erano più avvantaggiate di voi. Per esempio, questa vostra è anche l’età dei primi grandi amori. E credetemi lo so cosa questo voglia dire, perché all’età vostra io mi innamoravo mediamente due volte al mese; ed i miei erano sempre amori folli, come lo sono di solito a 12/13 anni. A quel punto si creava il naturale problema della comunicazione: io, adolescente tal ero, dovevo trovare il modo, l’espressione del volto, le parole giuste per dire a quella compagna di scuola che mi ero innamorato di lei. E tutto si giocava sulla comunicazione, con una consapevolezza: se non si riesce a comunicare i nostri sentimenti all’altra persona, i nostri sentimenti possono non essere capiti, quindi non essere accolti; e chi nutre sentimenti d’amore desidera essere accolto, ricambiato, quindi amato. A quel punto cosa accadeva? Più o meno questo: siccome uno degli elementi della comunicazione sono anche i cosiddetti espedienti intesi come colpi d’ingegno che fabbricano le cose in modo tale da far sembrare che tutto sia accaduto casualmente, accadeva quindi per caso che la ragazzina usciva dalla palestra della scuola per tornare in classe e … ma guarda caso, trovava me dietro l’angolo del corridoi che stava arrivando, ovviamente in modo casuale. E in modo altrettanto casuale avevo stampata in faccia un’aria da cupido trasognante, o se preferite da pesce lesso. E con una voce cosparsa di miele dicevo: «Buongiorno, ma guarda chi si vede». Come dire: eh, che scherzi fa il caso! E putacaso la incontravo di nuovo – sempre per caso, s’intende – all’uscita della scuola. Dopodiché, poteva forse mancare una telefonata nel pomeriggio, dovuta ad una situazione di emergenza dovuta al caso fortuito, in questo caso a una dimenticanza del tipo: «Non trovo il diario e non ricordo le pagine che l’insegnante di storia ci ha dato da studiare». E da quel pretesto nasceva una conversazione di quaranta minuti. E finalmente mio padre riusciva a telefonare a casa per chiedere a mia madre un’informazione urgente, sbottando: «Ho provato venti volte a chiamare ma era sempre occupato». E mia madre ribatteva: «Porta pazienza, tuo figlio s’è follemente innamorato un’altra volta!».

vestizione 3

la sacrestia, quella silenziosa anticamera del paradiso …

Ora voi capite che tra questo naturale, umano e affettivo “comunicare” fatto di gesti, sguardi, parole e anche di pretesti studiati in modo ingegnoso, ed un whatsapp o un sms sul quale a distanza viene scritto: “TVB”, che mi pare voglia dire ti voglio bene, c’è parecchia differenza. Figlioli cari: non possiamo comunicare a botte di “TVB” e di faccine sorridenti o tristi, né possiamo comunicare spedendo immagini di pollici alzati di approvazione o abbassati di disapprovazioni, perché le relazioni umane non si fanno con tre parole sgrammaticate sparate con wathsapp, o con l’immagine di un cuoricino inviata via sms. Le relazioni umane sono la nostra concreta realtà presente e la nostra reale prospettiva futura, in una vita che deve essere viva e reale, non virtuale. Per questo la vostra vita deve essere fatta di relazione vere, non di cuoricini mandati a pochi metri di distanza con un sms senza guardare neppure in faccia la persona che il cuore vero ve lo fa battere. E queste relazioni umane si fondano sulla comunicazione. Pertanto cercate d’imparare a guardare il compagno o la compagna negli occhi e provare a dirgli «ti voglio bene», anziché mandargli un cuoricino col telefonino da dieci metri di distanza.

vestizione 4

la sacrestia, quella silenziosa anticamera del paradiso …

Dio, quello che una volta veniva definito nel catechismo con una frase tanto breve quanto efficace: «Dio è l’essere perfettissimo creatore del cielo e della terra», racchiude nel proprio essere eterno anche la perfezione della comunicazione; perché in modo molto efficace Dio si è rivelato e comunicato all’uomo sin dall’inizio dei tempi. Pensate in che modo originale Dio si rivela a Mosè: lo fece richiamando la sua attenzione attraverso un roveto ardente che bruciava dinanzi ai suoi occhi ma che non si consumava [cf Es 3:1-4:17]. Se però ci pensate bene, il segno di quel roveto che brucia senza consumarsi racchiude anche un altro significato. Infatti, il fuoco che brucia ma che mai si consuma, è segno dell’amore eterno e inestinguibile di Dio.

A un certo punto della storia dell’uomo, ecco che il Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili, torna a comunicarsi ed a rendersi vivo e presente in un modo che supera ogni umana fantasia: Dio si fa uomo, presentandosi dinanzi a noi con un corpo, un volto, una voce, quella di Gesù Cristo. A quel punto, dal roveto ardente che brucia e che rappresenta l’amore inestinguibile di Dio per l’uomo, si passa a Gesù Cristo, il Verbo di Dio fatto uomo, che come agnello immolato lava il mondo dal peccato bruciando per amore dell’umanità sulla croce, per riscattare col fuoco vivo della sua passione l’umanità intera dal peccato. E ancora una volta, quello di Dio grande e misericordioso, è un fuoco d’amore che brucia e che mai si consuma.

messa giovani 2

arrivo dei giovani scolari in chiesa

Dinanzi all’insegnamento di un Dio che si comunica in modo così straordinario all’uomo, possiamo noi trasmetterci umanità, sentimento, amore, con un freddo cuoricino spedito via sms?

Quando il salmista, cantando la misericordia di Dio, ci annuncia che «Il Signore è vicino a chiunque lo invoca» [Sal 144, 3] con quelle parole vuol dire questo: il Signore, che si comunica e che si rivela all’uomo attraverso numerosi segni, desidera che l’uomo comunichi con lui.

messa giovani 1

arrivo dei giovani scolari in chiesa

E Cristo Signore, prima di morire e risorgere dai morti, prima di salire al cielo dove oggi siede alla destra del Padre, ci ha lasciato un altro grande dono: l’Eucaristia. E nel grande mistero dell’Eucaristia, il Signore Gesù è veramente vivo e presente tra noi attraverso i segni del pane e del vino che divengono suo corpo e suo sangue vivo. Sotto le specie consacrate del pane e del vino, Cristo stesso, vivente e glorioso, è infatti presente in maniera vera, reale e sostanziale, il suo Corpo e Sangue con la sua anima e divinità [cf. CCC, 1413]. 

Tutti questi doni di Dio Padre che continua a comunicarsi all’uomo sono racchiusi in una sola parola: Misericordia. Quella «misericordia di Dio» che come canta il salmista «si espande a tutte le sue creature» [Sal 144, 1].

messa giovani 3

la Sacra Celebrazione Eucaristica

Attenzione però, il salmista, cantando la divina Misericordia, ci avvisa anche che Dio è «lento all’ira e grande nell’amore». E voi capite bene che essere «lenti», non vuol dire essere «privi di ira». Voi tutti che avete ricevuto i Sacramenti di grazia, che avete fatto la Prima Comunione e molti di voi anche la Cresima, quando recitate la professione di fede – il Credo – assieme a tutta l’assemblea del Popolo di Dio affermate che Cristo «giorno tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti».

Non sfidiamo quindi l’amore di Dio e la sua infinita misericordia, perché Dio è anche divino giudice, al quale un giorno tutti noi – io per primo molto più di voi – dovremo rendere conto delle nostre azioni.

Nel Vangelo del beato apostolo Giovanni che abbiamo letto [cf. 5, 17-30], Cristo Signore afferma: «Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora […] in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno».

Messa giovani 5

un ricordo con alcuni giovani scolari

Per questo vi dico: imparate ad accogliere Dio che si comunica a voi, ed imparate a comunicare con l’amore e la misericordia di Dio, di quel Dio che è «lento all’ira e grande nell’amore». Ma pur essendo il suo amore un fuoco che brucia in eterno, ciò non vuol dire che sia privo di ira verso chi sceglie il male a tutti i costi e costi quel che costi, anziché scegliere quella sua infinita misericordia che parte dal roveto ardente di Mosè che brucia e che non si consuma, per giungere sino al Figlio Unigenito di Dio, Cristo Signore, che per amore dell’umanità brucia e consuma la propria passione sulla croce per la salvezza dell’umanità. E il terzo giorno è risuscitato secondo le scritture, nel mistero di quella Pasqua che tra poco vivremo nel ricordo di Cristo Signore, che per noi e morto e che per noi è risorto. E sul grande mistero del Cristo risorto che vince la morte, si regge l’intero grande mistero della nostra fede: Cristo Dio, l’Agnello Vittorioso, che vince la morte e che ci chiama tutti alla vita nel suo Regno che non avrà fine. Questi, i sentimenti cristiani con i quali vi esorto a vivere tra poco il grande mistero della Pasqua di risurrezione.

Sia lodato Gesù Cristo!

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2016-03-10 12:29:262016-04-17 19:15:14Gli esercizi alla Curia Romana. Dai predicatori ai becchini: il funerale dell’omiletica

Intervista all’Arcivescovo Guido Pozzo: “A che punto è il dialogo con i lefebvriani?”

6 Marzo 2016/2 Commenti/in Attualità/da Redazione

INTERVISTA ALL’ARCIVESCOVO GUIDO POZZO: «A CHE PUNTO È IL DIALOGO CON I LEFEBVRIANI?»

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«[…] la Fraternità Sacerdotale San Pio X rimane ancora in una posizione irregolare, perché non ha ricevuto il riconoscimento canonico da parte della Santa Sede. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, i suoi ministri non esercitano in modo legittimo il ministero e la celebrazione dei sacramenti»

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Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

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Eccellenza, nel 2009 papa Benedetto XVI ha rimesso la scomunica alla Fraternità San Pio X. Ciò significa che ora sono di nuovo in comunione con Roma?

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guido pozzo 5

l’Arcivescovo Guido Pozzo, Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei

Con la remissione da parte di Benedetto XVI della censura della scomunica ai Vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X (2009), essi non sono più soggetti a questa grave punizione ecclesiastica. Con tale provvedimento tuttavia la Fraternità Sacerdotale San Pio X rimane ancora in una posizione irregolare, perché non ha ricevuto il riconoscimento canonico da parte della Santa Sede. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, i suoi ministri non esercitano in modo legittimo il ministero e la celebrazione dei sacramenti [NdR. cf. QUI, QUI]. Secondo la formula adoperata dall’allora Cardinale Bergoglio a Buenos Aires e confermata da Papa Francesco alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, i membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X sono cattolici in cammino verso la piena comunione con la Santa Sede. Questa piena comunione si avrà quando vi sarà il riconoscimento canonico della Fraternità.

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Quali passi sono stati fatti dalla Santa Sede in questi sette anni per favorire il riavvicinamento della Fraternità San Pio X?

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guido pozzo 3

l’Arcivescovo Guido Pozzo

A seguito della remissione della scomunica nel 2009, sono stati avviati una serie di incontri di carattere dottrinale tra esperti nominati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, cui è strettamente legata la Pontificia Commissione Ecclesia Dei dopo il Motu proprio di Benedetto XVI  Ecclesiae unitatem [2009. NdR cf. QUI], ed esperti della Fraternità Sacerdotale San Pio X per discutere e confrontarsi sui principali problemi dottrinali che sono alla base della controversia con la Santa Sede: il rapporto tra Tradizione e Magistero, la questione dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso, della libertà religiosa e della riforma liturgica, nel contesto dell’insegnamento del Concilio Vaticano II.

Tale confronto, durato circa due anni, ha consentito di chiarire le rispettive posizioni teologiche in materia, di mettere in luce i punti di convergenza e di divergenza.

guido pozzo 2

l’Arcivescovo Guido Pozzo,durante una celebrazione in “rito antico”

Negli anni successivi i colloqui dottrinali sono proseguiti con alcune iniziative mirate all’approfondimento e alla precisazione delle tematiche in discussione. Nello stesso tempo i contatti tra i Superiori della Commissione Ecclesia Dei e il Superiore e altri esponenti della Fraternità Sacerdotale San Pio X hanno favorito lo sviluppo di un clima di fiducia e di rispetto reciproci, che deve essere alla base di un processo di riavvicinamento. Occorre superare le diffidenze e gli irrigidimenti che sono comprensibili dopo tanti anni di frattura, ma che possono essere gradualmente dissipati se l’atteggiamento reciproco cambia e se le divergenze non vengono considerate come muri invalicabili, ma come punti di discussione che meritano di essere approfonditi e sviluppati verso una chiarificazione utile alla Chiesa intera. Ora siamo in una fase che ritengo costruttiva e orientata a raggiungere la auspicata riconciliazione. Il gesto di Papa Francesco di concedere ai fedeli cattolici di ricevere validamente e lecitamente il sacramento della riconciliazione e dell’unzione degli infermi dai vescovi e sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X nel corso dell’Anno Santo della Misericordia [NdR. Cf. QUI] è chiaramente il segno della volontà del Santo Padre di favorire il cammino verso il pieno e stabile riconoscimento canonico.

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Quali sono gli ostacoli che ancora si frappongono alla definitiva riconciliazione?

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Guido Pozzo messa in rito antico a trieste nella parrocchia della Madonna del Rosario

l’Arcivescovo Guido Pozzo durante un celebrazione in “rito antico” a Trieste, Parrocchia della Vergine del Rosario

Distinguerei due livelli. Il livello propriamente dottrinale, che riguarda alcune divergenze circa singoli temi proposti dal Concilio Vaticano II e dal Magistero post-conciliare, relativi all’ecumenismo, al rapporto tra il Cristianesimo e le religioni del mondo, alla libertà religiosa soprattutto nel rapporto tra Chiesa e Stato, ad alcuni aspetti della riforma liturgica. Il livello dell’atteggiamento mentale e psicologico, che deve passare da una posizione di scontro polemico e antagonista, ad una posizione di ascolto e di reciproco rispetto, di stima e di fiducia, come deve essere tra membri dello stesso Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Occorre lavorare su entrambi questi due livelli. Penso che il cammino di riavvicinamento intrapreso abbia dato qualche frutto, soprattutto per questo cambiamento di atteggiamento da entrambe le parti e vale la pena proseguire su questa linea.

Guido Pozzo Santuário da Divina Maternidade

l’Arcivescovo Guido Pozzo, durante una celebrazione al Santuário da Divina Maternidade (Portogallo)

Anche sulla questione del Concilio Vaticano II, penso che la Fraternità Sacerdotale San Pio X debba riflettere sulla distinzione, che è a mio avviso fondamentale e assolutamente dirimente, tra la mens autentica del Vaticano II, la sua intentio docendi, come risulta dagli Atti ufficiali del Concilio, e ciò che chiamerei il “paraconcilio”, cioè l’insieme di orientamenti teologici e di atteggiamenti pratici, che accompagnarono il corso del Concilio stesso, pretendendo poi di coprirsi con il suo nome, e che nell’opinione pubblica, grazie anche all’influsso dei mass media, si sono sovrapposti spesso al vero pensiero del Concilio. Spesso nella discussione con la Fraternità Sacerdotale San Pio X, l’opposizione non è al Concilio, ma allo “spirito del Concilio”, che si avvale di alcune espressioni o formulazioni dei documenti conciliari per aprire la strada a interpretazioni e posizioni che sono lontane e talvolta strumentalizzano il vero pensiero conciliare. Anche per quanto concerne la critica lefebvriana sulla libertà religiosa, al fondo della discussione a me pare che la posizione della Fraternità Sacerdotale San Pio X sia caratterizzata dalla difesa della dottrina tradizionale cattolica contro il laicismo agnostico dello Stato e contro il secolarismo e relativismo ideologico e non contro il diritto della persona a non essere coartata né impedita dallo Stato nell’esercizio della professione di fede religiosa. Si tratta comunque di temi che potranno essere oggetto di approfondimento e di chiarificazione anche dopo la piena riconciliazione. Ciò che appare essenziale è ritrovare una piena convergenza su ciò che è necessario per essere in piena comunione con la Sede Apostolica, e cioè sull’integrità della Professione di Fede cattolica, sul vincolo dei sacramenti e sull’accettazione del Supremo Magistero della Chiesa.

guido pozzo 4

l’Arcivescovo Guido Pozzo

Il Magistero, che non è al di sopra della Parola di Dio scritta e trasmessa, ma la serve, è l’interprete autentico anche dei testi precedenti del Magistero, incluso quelli del Concilio Vaticano II, nella luce della perenne Tradizione, che progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo, non però con una novità contraria (che sarebbe negare il dogma cattolico), ma con una migliore intelligenza del deposito della fede, sempre nella stessa dottrina, nello stesso senso e nella medesima sentenza [in eodem scilicet dogmate, eodem sensu et eademque sententia, cf. Concilio Vaticano I, Const. Dogm. Dei Filius, 4]. Credo che su questi punti la convergenza con la Fraternità Sacerdotale San Pio X sia non solo possibile, ma doverosa. Tutto ciò non pregiudica la possibilità e la legittimità di discutere e approfondire altre questioni particolari, cui accennavo sopra, che non riguardano materia di fede, ma piuttosto orientamenti pastorali e giudizi di carattere prudenziale, e non dogmatico, su cui è possibile avere anche differenti punti di vista. Non si tratta quindi di ignorare o addomesticare le differenze su alcuni aspetti della vita pastorale della Chiesa, ma si tratta di tenere presente che nel Concilio Vaticano II vi sono documenti dottrinali, che intendono riproporre verità di fede già definite o verità di dottrina cattolica [es. Cost. dogm. Dei Verbum, Cost. dogm. Lumen gentium], e vi sono documenti che intendono suggerire indicazioni o orientamenti per l’agire pratico, cioè per la vita pastorale come applicazione della dottrina [Dich. Nostra Aetate, Decreto Unitatis Redintegratio, Dich. Dignitatis humanae]. L’adesione agli insegnamenti del Magistero varia a seconda del grado di autorità e della categoria di verità propria dei documenti magisteriali. Non mi risulta che la Fraternità Sacerdotale San Pio X abbia negato dottrine di fede o verità di dottrina cattolica insegnate dal Magistero. I rilievi critici riguardano invece affermazioni o indicazioni concernenti la rinnovata cura pastorale nei rapporti ecumenici e con le altre religioni e alcune questioni di ordine prudenziale nel rapporto Chiesa e società, Chiesa e Stato. Sulla riforma liturgica, mi limito a menzionare una dichiarazione che Mons. Lefebvre scrisse a Papa Giovanni Paolo II in una lettera dell’8 marzo 1980: «quanto alla messa del Novus Ordo, malgrado tutte le riserve che si devono fare al riguardo, io non ho mai affermato che essa sia invalida o eretica». Quindi le riserve al rito del Novus Ordo, che non sono ovviamente da sottovalutare, non si riferiscono né alla validità della celebrazione del sacramento né alla retta fede cattolica. Sarà pertanto opportuno proseguire nella discussione e nella chiarificazione di tali riserve.

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In occasione dell’Anno della Misericordia è arrivato un gesto distensivo da parte di papa Francesco: i fedeli cattolici potranno ricevere il sacramento della riconciliazione anche da parte di sacerdoti appartenenti alla Fraternità. Cosa comporta questo provvedimento? Ritiene che questo gesto possa concretamente riaprire un dialogo che, da qualche tempo, sembrava essersi arenato?

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Guido Pozzo sant antonio abate san pietro 17 gennaio 2014

l’Arcivescovo Guido Pozzo in Piazza San Pietro durante la festa di Sant’Antonio Abate [17 gennaio 2014]

Come ho detto sopra, il dialogo con la Fraternità Sacerdotale San Pio X non si è mai arenato. Si è piuttosto deciso che esso continuasse in una forma meno ufficiale e formale, per dare spazio e tempo ad una maturazione dei rapporti nella linea dell’atteggiamento di fiducia e di ascolto reciproco per favorire un clima di relazioni più idoneo ove collocare anche il momento della discussione teologica e dottrinale. Il Santo Padre ha incoraggiato la Pontificia Commissione Ecclesia Dei fin dall’inizio del suo pontificato a perseguire questo stile nei rapporti e nel confronto con la Fraternità Sacerdotale San Pio X. In questo contesto il gesto distensivo e magnanimo di Papa Francesco nella circostanza dell’Anno della Misericordia ha indubbiamente contribuito a rasserenare ulteriormente lo stato dei rapporti con la Fraternità, mostrando che la Santa Sede ha a cuore il riavvicinamento e la riconciliazione, che dovrà avere anche un rivestimento canonico. Spero e mi auguro che lo stesso sentimento e la stessa volontà siano condivisi anche dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X.

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© Zenit

Questa intervista curata da Luca Marcolivio è stata rilasciata da S.E. Mons. Guido Pozzo all’Agenzia Zenit il 28 febbraio 2016  [cf. QUI]

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RIMANDIAMO AI SEGUENTI DOCUMENTI RIPORTATI IN PASSATO NELLA APPENDICE DI QUESTO NOSTRO ARTICOLO SULL’ISOLA DI PATMOS  [VEDERE QUI]

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– «Lettre de S.S. Paul VI à Mgr Marcel Lefebvre», 29 juin 1975 [testo QUI]

– Lettera Apostolica di S.S. Paolo VI, «Nuova ammonizione a S.E. Mons. Marcel Lefebvre», 8 settembre 1975 [testo, QUI]

– S.S. Paolo VI, «Lettera a Mons. Marcel Lefebvre», 15 agosto 1976 [testo QUI]

– Discorso di S.S. Paolo VI «Sulla dolorosa vicenda di Mons. Marcello Lefebvre», 1° settembre 1976 [testo QUI]

– «Lettera Apostolica Ecclesia Dei» del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II in forma di motu proprio, 2 luglio 1988 [testo QUI].

– Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, nota esplicativa «Sulla scomunica per scisma in cui incorrono gli aderenti al movimento del Vescovo Marcel Lefebvre», 24 agosto 1996 [testoQUI].

– Congregazione per i Vescovi: «Decreto di remissione della scomunica latae sententiae ai Vescovi della Fraternità di San Pio X», 21 gennaio 2009 [testo QUI]

– «Nota della Segreteria di Stato circa i quattro Vescovi della Fraternità di San Pio X», 4 febbraio 2009 [testo QUI]

– Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica ai 4 Vescovi consacrati dall’ Arcivescovo Lefebvre [testo, 10 marzo 2009 QUI].

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Aquila-reale.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2016-03-06 15:06:492021-04-20 23:45:32Intervista all’Arcivescovo Guido Pozzo: “A che punto è il dialogo con i lefebvriani?”
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