Sui “divorziati risposati”. Il potere conferito da Cristo a Pietro di “legare” e di “sciogliere”

SUI “DIVORZIATI RISPOSATI“. IL POTERE CONFERITO DA CRISTO A PIETRO DI «LEGARE» E DI «SCIOGLIERE»

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Esistono casi di sacerdoti che senza cessare di essere tali ricevono la dispensa dall’esercizio attivo del sacro ministero e la dimissione dallo stato clericale, ottenuta la quale possono anche sposarsi e ricevere il Sacramento del matrimonio. In altri tempi ciò non era possibile né previsto dalle discipline ecclesiastiche, anzi era proprio impensabile.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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«A te [Pietro] darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» [Mt. 16,19]

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Ariel evangeliario

Ariel S. Levi di Gualdo che porta in processione l’Evangeliario durante una solenne celebrazione presieduta da un Vescovo

Nel 2011, in una sperduta cappella di campagna fuori Roma celebrai alle 7 del mattino di un lunedì le nozze di un uomo che in modo improprio potrebbe essere definito “ex prete“, per non parlare del termine popolare dispregiativo di “spretato“. Alla sacra celebrazione non erano presenti né amici né parenti, solo quattro testimoni e la bimba di cinque anni della coppia, nata da questa relazione clandestina due anni prima che il sacerdote — all’epoca parroco — avanzasse richiesta di rinuncia all’esercizio del sacro ministero sacerdotale, spinto in tal senso da me, appena divenuto suo confessore, in modo deciso e anche pressante.

Sorvolo sul modo “indecente nel quale ho visto nel corso degli anni diversi vescovi gestire situazioni più o meno analoghe. Prendo allora un esempio tra i tanti, quello del classico sacerdote mal formato, proveniente da una situazione di disagio e di povertà di un paese in via di sviluppo, ordinato ad appena 24 anni in Italia da uno dei nostri vescovi privo di aspiranti alla vita sacerdotale e per questo particolarmente “affamato di preti”. Tra una scappatella e l’altra il giovane prete finisce con l’instaurare una relazione stabile con una sua parrocchiana, che rimane appresso incinta e dà alla luce una creatura. La preoccupazione dell’allora vescovo diocesano, in seguito del suo successore, fu quella di allontanare il prete mandandolo in giro per il mondo, con risultati tutt’altro che positivi, perché se il prete non è stato “generato” prima, difficilmente può esserlo dopo, specie dinanzi al sopraggiungere di certi guai sempre parecchio difficili da gestire. Intanto, l’amante del sacerdote, si reca dal Vescovo e lo informa che la creatura venuta alla luce è di un suo prete e che lei ha bisogno dei necessari mezzi economici per mantenerla e crescerla. Appurato attraverso esame del DNA che la creatura era veramente del prete, la Diocesi se ne fece discretamente carico; spero non attraverso i fondi dell’Otto per Mille versato dai nostri fedeli per il sostentamento della Chiesa e dei suoi sacerdoti, non per quello delle amanti e della prole di taluni presbìteri. Se infatti qualcuno doveva provvedere di propria tasca a riparare i danni di quel prete, questi era il vescovo che lo aveva ordinato, che in quanto a riempirsi le tasche non c’era andato tra l’altro piano nel far man bassa. Il nuovo vescovo si accorda col vescovo di un’altra diocesi distante centinaia di chilometri e sistema il prete altrove. Perché questo è spesso il “prudente” e “sapiente” agire di molti nostri vescovi: non affrontare il problema alla radice ma “risolverlo” spostando il prete problematico da una parte all’altra. Tutt’altra storia rispetto al modo in cui io, mosso da diversa misericordia e comprensione, ma anche agendo su severi imperativi di coscienza, nella mia veste di confessore imposi al confratello poc’anzi narrato di lasciare quanto prima l’esercizio del sacro ministero sacerdotale e di assumersi tutte le sue responsabilità di genitore. Grazie a Dio io non sono però un vescovo “sapiente” e soprattutto “prudente” che parla dei supremi e intangibili valori politici della famiglia e dei figli in casa degli altri, salvo fare però disastri in casa propria.

Questi due esempi diversi per far notare come a volte la Chiesa risolva le situazioni di alcuni di coloro che sono stati segnati col carattere indelebile ed eterno del Sacro ordine sacerdotale, presupposto del quale è anche la solenne promessa di mantenersi celibi. Ma, al di là del celibato, resta il fatto che questo sacro ordine imprime un nuovo carattere dal quale ne consegue una trasformazione ontologica. E sia chiaro per inciso che il celibato non è, come certi pseudo-studiosi vanno cianciando da tempo in giro, una «mera legge ecclesiastica codificata solo dal Concilio di Trento» (!?), perché il celibato è una tradizione che affonda le proprie radici sin dalla prima epoca apostolica. Il primo esempio di celibato, o il farsi «eunuchi per il regno dei cieli» [cf. Mt 19, 11-12], ci viene dato da Verbo di Dio Incarnato. È vero che diversi degli apostoli, fatta eccezione per i giovani, erano sposati, ma è anche vero che per seguire il Signore Gesù lasciarono le proprie famiglie, le proprie ricchezze e il proprio passato; non a caso la svolta radicale di diversi di questi Apostoli fu segnata anche dal cambio del loro stesso nome, a partire da Pietro e Paolo, nati rispettivamente Shimon e Shaul. Coloro che come l’Apostolo Giovanni non erano sposati, non si sposarono mai. È vero che in passato, nei primi secoli di vita della Chiesa, c’erano sacerdoti detti impropriamente “sposati”, ma si dimentica che per ricevere il sacro ordine dovevano seguire l’esempio dei Beati Apostoli: «lasciato tutto lo seguirono» [cf. Lc 5, 1-11]. Quindi, questi uomini sposati, per divenire sacerdoti lasciavano le proprie famiglie, purché esse fossero munite dei necessari mezzi di sostentamento. E per ricevere il sacro ordine l’uomo sposato, oltre a lasciare la propria famiglia, doveva avere il consenso dato liberamente dalla moglie; proprio come avviene oggi quando la Chiesa ordina diaconi permanenti degli uomini sposati.

Esistono però casi di sacerdoti che senza cessar d’essere tali ricevono la dispensa dall’esercizio attivo del sacro ministero e la dimissione dallo stato clericale, ottenuta la quale possono anche sposarsi e ricevere il Sacramento del matrimonio. In altri tempi ciò non era possibile né previsto dalle discipline ecclesiastiche, anzi era proprio impensabile, perché solo uno era il modo per dimettere un sacerdote dall’esercizio del sacro ministero: la scomunica irrogata dall’Autorità Ecclesiastica per ragioni connesse a gravissimi motivi di ordine morale e dottrinale; e ai sacerdoti scomunicati e dimessi dallo stato clericale, in passato non era consentito sposarsi, a volte neppure civilmente. L’articolo n. 5 del testo del vecchio Concordato stipulato tra Stato e Chiesa nel 1929 [cf. QUI] prevedeva in accordo con l’Autorità Civile alcune limitazioni che parlano da se stesse e che sono proprio frutto di questo antico retaggio:

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«Nessun ecclesiastico può essere assunto o rimanere in un impiego od ufficio dello Stato italiano o di enti pubblici dipendenti dal medesimo senza il nulla osta dell’Ordinario diocesano. La revoca del nulla osta priva l’ecclesiastico della capacità di continuare ad esercitare l’impiego o l’ufficio assunto. In ogni caso i sacerdoti apostati o irretiti da censura non potranno essere assunti né conservati in un insegnamento, in un ufficio od in un impiego, nei quali siano a contatto immediato col pubblico».

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È presto detto quale misera fine era riservata a quei sacerdoti che abbandonavano il ministero senza avere alle loro spalle una famiglia in grado di sostenerli, o se con premeditato calcolo non avevano prima sottratto alle parrocchie a loro affidate il necessario danaro per potersi sostenere, sempre ammesso che fossero stati parroci o rettori di chiese dove circolava danaro. Questo il motivo per il quale in passato le situazioni di concubinato dei chierici erano in parte conosciute e in parte tollerate, perché un presbìtero non più in grado di sostenere gli impegni assunti attraverso la sacra ordinazione, o viveva in uno stato di grave irregolarità, oppure si sarebbe condannato alla morte civile e ad una vita miserabile, anche perché in certe situazioni passate di cosiddetto cesaropapismo, alla dura scomunica che avrebbe colpito il sacerdote fuggitivo avrebbe fatto seguito la durezza politica ancora maggiore del braccio secolare.

Qualcuno potrebbe obbiettare che il Sacramento dell’Ordine e il Sacramento del Matrimonio sono due Sacramenti diversi regolati come tali da due diverse discipline, ed è vero, basti solo pensare che il primo, imprime un carattere indelebile ed eterno che comporta una trasformazione ontologica; il secondo non imprime invece un nuovo carattere e non è eterno perché dura per tutta la durata della vita degli sposi.

Se secondo le discipline attuali un uomo sposato, con moglie e figli, non può essere ordinato sacerdote poiché privo del requisito dello stato celibatario, viceversa un sacerdote non può ricevere il Sacramento del Matrimonio, perché “non compatibile” — sempre secondo le attuali discipline canoniche — col Sacramento dell’Ordine, salvo dispensa data dalla Sede Apostolica e come tale regolamentata da precise leggi ecclesiastiche, l’ultima in ordine di serie la Costituzione Apostolica Anglicanorum Coetibus del Sommo Pontefice Benedetto XVI [cf. QUI]. Esistono infatti casi rari e molto particolari che come tali richiedono sempre di essere trattati a sé. Proprio quel concetto che oggi spaventa tanto certi rigoristi e legalisti quando viene fatto cenno al fatto che non esiste la casistica monolitica de “i divorziati risposati“, perché spesso, ciascuna di queste situazioni umane, è una situazione tutta quanta a sé, non trattabile come tale secondo gli schemi rigidi e ben definiti del “Codice della strada”. O come di recente ho risposto ad un nostro lettore: «Dinanzi a certi problemi, non si può installare l’autovelox e poi dire: il limite era 130, tu stavi andando a 140, quindi sei in torto, ti prendi la multa, la paghi e chiusa la questione. Nella morale cattolica e nella disciplina dei Sacramenti, le cose non funzionano propriamente così; e se così qualcuno pretende di farle funzionare, in tal caso va applicata la saggia massima che qualsiasi rigorismo applicato con rigore matematico rende disumana e immorale la morale e la legge».

Cos’è accaduto quando qualche sacerdote fuggitivo ha contratto matrimonio religioso cattolico senza avere ricevuto la prevista dispensa e nascondendo il proprio status di chierico? Il matrimonio è stato dichiarato invalido, come invalide sono state dichiarate le sacre ordinazioni sacerdotali ed episcopali di uomini sposati fatte da qualche vescovo uscito dalla Comunione ecclesiale, come nel recente caso di Emmanuel Milingo, già Arcivescovo di Lusaka; e ciò al di là della validità delle sue potestà apostoliche. Merita infatti ricordare che questo anziano vescovo scomunicato per le sue svariate “stravaganze”, rimane comunque un vescovo dotato di tutte le potestà sacramentali proprie dell’episcopato; potestà il cui esercizio gli è stato interdetto prima con la sospensione a divinis e poi con la scomunica, ma la sacramentale pienezza del sacerdozio apostolico ricevuta rimane un sigillo indelebile che nessuno gli può togliere.

La sacramentaria è da sempre uno dei rami più complessi e delicati delle discipline dogmatiche e chiunque desideri essere serio non si lancia in certi temi portando a suffragio delle proprie opinioni peregrine stralci del Catechismo e brandelli male intesi estrapolati dal Magistero della Chiesa, a partire dal pluri citato n. 84 della Familiaris consortio, meno che mai citando come verbum Dei articoli di giornalisti aventi come supremo merito un ferreo spirito “anti-bergogliano“, che li ha fatti ormai sprofondare nel più penoso e pietoso sedevacantismo, a difesa non si sa bene di quale fede e di quale Chiesa [cf. articolo di Giovanni Cavalcoli, QUI].

L’accademico pontificio Giovanni Cavalcoli, con tutta la sua autorevolezza, io con autorevolezza parecchio minore, abbiamo scritto e parlato di queste tematiche di straordinaria delicatezza dottrinale e disciplinare dalle colonne dell’Isola di Patmos, ottenendo due diversi risultati: le persone predisposte all’ascolto, hanno ragionato e trovato spesso risposta ai loro quesiti. Le persone chiuse all’ascolto, quindi alla possibilità di qualsiasi discussione, ci hanno invece bollati come eretici, modernisti e traditori, salvo poi lanciarsi in autentici sproloqui derivanti da una “fede” mutata in ideologia politica, o presumendo di poter praticare agevolmente dei “terreni minati” così delicati da spaventare anche teologi valenti ed esperti, ma non particolarmente addentro a queste specifiche e delicate questioni. E proprio dinanzi a complessi temi dottrinali e giuridici così delicati, lo stesso Pietro ha reputato opportuno convocare un apposito Sinodo sulla Famiglia, per ascoltare il parere di una congrua rappresentanza dell’episcopato mondiale.

In un’assemblea conciliare o sinodale, come da settimane vanno ripetendo i Padri dell’Isola di Patmos su queste colonne, devono essere vagliate ed esaminate tutte le possibilità, persino le più assurde; persino quelle rasenti l’eresia, perché discutere non vuol dire affatto “sancire”,”stabilire”, “modificare”, “negare” o “cancellare” in alcun modo delle discipline, meno che mai intaccare il dogma o la sostanza dei Sacramenti.

Noto invece con profondo e autentico dolore che un esercito di laici in vena di puri scontri politici portati avanti dietro falsi pretesti dottrinali, si muovono con incredibile sicumera come elefanti dentro una vetrina di cristalli, lanciando moniti, lezioni e richiami ai Vescovi, ma soprattutto al Romano Pontefice. Perché quando in uno scritto vergato da due stolte auto-elettesi supremi difensori della vera fede, si legge «Il Papa deve imparare che …» quindi «se non ha imparato è bene che impari», purtroppo il discorso è tristemente chiuso nel microcosmo di tutte le loro stoltezze pseudo-teologiche e psuedo-dottrinali. Non chiuso da me o da chicchessia, ma chiuso dalla volontà di persone che in nome di una non meglio precisata “fede” si rifiutano di ragionare, non cogliendo così il basilare elemento filosofico e metafisico di fides et ratio, ed appresso vantandosi pure di non voler usare alcuna ratio e anteponendo la frase: «Su questo non si discute!». E detta in termini sia teologici sia pastorali, il tutto costituisce una pericolosa chiusura alle azioni della grazia di Dio.

Cari cattolici e cattoliche in vena di scontri politici su pretesti dottrinali, vi rendete conto che se molti dei Padri riuniti a Nicea e appresso negli altri grandi concilî dogmatici della Chiesa, avessero detto: «Su questo non si discute!», agendo pertanto di conseguenza, oggi noi non avremmo, non dico l’evoluzione della disciplina dei Sacramenti avuta nel corso dei secoli, non avremmo manco avuta la corretta percezione dell’Incarnazione del Verbo, della natura umana e divina di Cristo Dio [ipostasi]? Ma c’è di più: non saremmo nemmeno cristiani, bensì solo una “sètta eretica” di ebreo-gesuani sviluppatasi nell’antica Giudea e poi diffusasi in giro per il mondo.

Di recente ho scritto un lungo articolo nel quale indico quelli che a mio parere sono certi difetti umani dell’uomo Jorge Mario Bergoglio [cf. QUI],  ma ribadendo che certi suoi difetti umani non intaccano in alcun modo quelle che per mistero di grazia sono le sue potestà di Romano Pontefice, di roccia sulla quale Cristo ha edificato la sua Chiesa, dando ad esso una gravosa funzione vicaria legata a uno degli elementi fondanti del depositum fidei. A Pietro, il Verbo di Dio ha dato potere di «legare» e di «sciogliere» [cf. Mt 16, 13-20], pertanto il problema non dovrebbe essere la ipotesi stolta, oltre che impossibile, del Sommo Pontefice che cade in eresia o in apostasia dalla fede; il problema dovrebbe essere invece la docilità delle pecore verso il Pastore, assieme alla certezza di fede che per quanto difettoso il Pastore possa essere, in certi suoi atti di magistero e di governo gode di una speciale assistenza dello Spirito Santo. Il problema dovrebbe esser quindi il rifuggire l’eresia da parte di certe pecore pompate da certi teologi rigoristi che non distinguono il dogma dalle leggi umane e dalle loro stesse opinioni, la sostanza inalterabile dei Sacramenti dalla disciplina dei Sacramenti ripetutamente modificata nel corso dei secoli. Sono quindi certi teologi e certe pecorelle smarrite che rischiano seriamente di scivolare in un’eresia generata peraltro dal primo dei peccati capitali, perché pensare superbamente di poter sindacare ciò che eventualmente Pietro potrà decidere di «legare» o di «sciogliere», oppure cosa lasciare legato e cosa non sciogliere mai, è in sé e di per sé empietà, ed a volte anche eresia, perché neppure l’opinione di un concilio ecumenico è superiore alla volontà e alle decisioni di Pietro, alla cui volontà e decisione l’assemblea conciliare o sinodale deve sempre sottostare, ed oggi, il nostro Pietro, è il Santo Padre Francesco.

È pertanto cosa penosa e stolta che certi rigoristi scrivano trionfanti: «Quella “frase ambigua” è passata al Sionodo per un solo voto!». E si noti bene, ad attaccarsi a “voti” e “maggioranze” sono proprio i rigoristi, quelli che in pectore risognano le glorie del vecchio Stato Pontificio, la tiara, la sedia gestatoria ed i flaubelli, il connubio trono e altare, ma pur malgrado ignorantemente dimentichi che Pietro ascolta chi vuole e se vuole, decidendo a prescindere dai voti e dalle maggioranze, perché lui ha una speciale grazia di stato derivante da un potere vicario che ad esso perviene da Cristo Dio in persona, non dai voti di maggioranza o di minoranza delle assemblee. Il Santo Padre potrebbe alzarsi domani mattina, prendere un tale che passa per la strada e consacrarlo vescovo e conferire poi la dignità cardinalizia a Sor Romoletto che vende cicoria in Campo dei Fiori. Potrebbe canonizzare seduta stante la defunta Sora Lella, ex venditrice di arachidi in Trastevere, senza seguire alcuna delle procedure fissate dal Codice di Diritto Canonico e senza chiedere conto alcuno alla Congregazione per le cause dei santi. E nessuno potrebbe invalidare il suo operato, perché il tutto rientra in quelle sue potestà non soggette come tali a sindacato alcuno. Ma tutto questo, i rigoristi, sembrano esserselo dimenticato.

Tutt’oggi taluni mi rimproverano di essere stato «irriverente» nei riguardi del Cardinale Raymond Leonard Burke. Sinceramente, più che irriverente sono stato severo, perché un porporato che si presta a essere strumentalizzato da certi circoli di “alabardieri tradizionalisti” che lanciano critiche inaccettabili all’operato del Sommo Pontefice, verso il quale mettono in scena persino illogici processi alle sue intenzioni, non è né prudente né sapiente; e come tale e in quanto tale non merita d’esser preso sul serio, ma solo d’esser preso allegramente, assieme a tutti i suoi sostenitori ed i suoi ricchi benefattori dell’ultra destra americana che urlano «all’eresia, all’eresia!», «allo scisma, allo scisma!». Non giriamo quindi le carte sul tavolo mutando gli offensori di professione in vergini vilipese, perché sono loro, scritto dietro scritto e conferenza dietro conferenza a mancare gravemente di rispetto alla Somma Autorità del Principe degli Apostoli, non sono certo io a mancare di rispetto a un Cardinale che lasciandosi invitare, intervistare ed elevare a vessillo dell’opposizione verso un Sommo Pontefice che starebbe niente meno «guidando la Chiesa verso la deriva dottrinale» — ed il tutto senza mai una sua chiara smentita in proposito riguardo certa gente che a tal fine lo usa in opposizione al Santo Padre —, si palesa di fatto per quello che è: un imprudente irresponsabile.

 che .

Ubi Petrus, ibi Ecclesia.

Amen!

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Sui “divorziati risposati”. Nuova nota dei Padri dell’Isola di Patmos

SUI DIVORZIATI RISPOSATI. NUOVA NOTA DEI PADRI DELL’ISOLA DI PATMOS

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Il timore di alcuni, che se il Santo Padre dovesse concedere la Comunione ai divorziati risposati compirebbe un attentato all’indissolubilità del matrimonio, non ha alcun fondamento dogmatico; ed in questo modo viene confusa la legge civile con la legge ecclesiastica.

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Giovanni Cavalcoli, OP

Ariel S. Levi di Gualdo

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Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli [Mosè] scrisse per voi questa norma. Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto» [Mc. 10, 5-9]

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giovanni scrivania

Giovanni Cavalcoli, OP

Un punto che bisogna mettere in luce e sul quale forse non abbiamo insistito abbastanza nelle risposte e nei contradditori, è che l’espressione “divorziati risposati”, ormai entrata nell’uso, è un’espressione sbagliata dal punto di vista della morale cattolica, presa com’è dal linguaggio della legge civile, che ammette il divorzio, mentre sappiamo bene come il Vangelo lo proibisce.

Senza voler respingere questa espressione, cosa ormai impossibile, per illuminare tuttavia veramente alla luce della morale cattolica la questione, noi cattolici dovremmo dire, secondo il linguaggio tradizionale della Chiesa, che si tratta di adùlteri concubini. Se quindi essi hanno sciolto il precedente matrimonio dal punto di vista civile, e se questo matrimonio fu un Sacramento, è chiaro che tale matrimonio, se è valido, resta valido.

Il timore di alcuni, che se il Santo Padre dovesse concedere la Comunione ai divorziati risposati compirebbe quindi un attentato all’indissolubilità del matrimonio, non ha alcun fondamento dogmatico; ed in questo modo viene confusa la legge civile con la legge ecclesiastica.

L’eventuale concessione della Comunione, non supporrebbe affatto da parte della Chiesa che il precedente matrimonio religioso sia da considerarsi sciolto, anche se c’è stato il divorzio civile, mentre resta sempre validissimo per l’eternità, se è stato un autentico sacramento.

Ariel conferenza

Ariel S. Levi di Gualdo

È dunque questo il vero quadro nel quale, secondo la morale cattolica, va collocata in modo conveniente e fruttuoso questa grave questione dei divorziati risposati. Chi pertanto sostiene l’opportunità che sia loro concessa la Comunione, deve dimostrare che tale concessione non solo non comporta né suppone nessun vulnus, sacrilegio o pregiudizio nei confronti della validità del precedente matrimonio, ma che può armonizzarsi, nonostante tutto, con un conveniente rispetto di questo legame precedente, sì da trarre proprio da questo passato impegno, ormai non più praticabile, per quanto ciò possa apparire paradossale, forza per vivere in grazia la nuova convivenza.

Ciò che infatti può connettere e creare continuità tra l’unione di prima e quella attuale, per quanto oggettivamente in contrasto fra loro, è la coscienza, come si suppone, di essere vissuti in grazia nella precedente unione e di vivere in grazia in quella nuova, nonostante il passato peccato di adulterio, che però adesso si suppone perdonato da Dio.

La Chiesa potrebbe imporre ai conviventi l’obbligo di mantenere, se è possibile, buoni rapporti col coniuge precedente, di sostenerlo economicamente, se ha bisogno e, se è possibile, di prendersi cura di eventuali figli avuti nel precedente matrimonio.

Nel nuovo legame i risposati dovranno mantenere un ricordo oggettivo, sereno e amichevole del coniuge precedente, pronti a perdonare i torti ricevuti, anche se il coniuge conserva sentimenti ostili e non perdona.

Dunque nessuna damnatio memoriae; al contrario, anche se ciò può costare al loro orgoglio o al loro comprensibile risentimento, i due dovranno sempre ricordare a Dio il precedente coniuge e ringraziare Dio per tutto il bene e i doni da Dio ricevuti nel precedente matrimonio. Dovranno anche ricordare con gratitudine a Dio tutto il bene che si sono voluti, magari per lunghi anni, tutti gli eventi felici e tutte le esperienze positive.

Infatti, anche se gli uomini hanno tentato di dividere con vane e posticce “leggi civili” ciò che Dio aveva unito, il sacro vincolo liberamente contratto dalla coppia davanti a Dio al momento della celebrazione del sacramento, è assolutamente indissolubile, perchè nessuno può separare ciò che Dio ha voluto unire per l’eternità, tanto che i coniugi che si sono separati, per esser degni del premio celeste, devono sperare di riconciliarsi e ricongiungersi in cielo per sempre, rinnovando i sacri impegni calpestati in questo mondo.

Stoltissima, scandalosa, vergognosa, sapiens haeresim e indegna del nome cristiano è stata pertanto la proposta, in occasione del Sinodo, del teologo Giovanni Cereti, il quale ha osato fondare l’ammissione della coppia ai sacramenti su una da lui supposta facoltà della coppia di «annullare il segno sacramentale del matrimonio», una volta da lei constatata l’impossibilità di mantenere l’unione. Al contrario, è proprio in nome del rispetto della dignità dei sacramenti come mezzi ordinari di salvezza, che la Chiesa maternamente e provvidamente opera sempre tutto il possibile per assicurare la possibilità di salvezza anche nelle situazioni umane più degradate e disordinate, consapevole del fatto che Dio estende la sua misericordia ben al di là della limitata benchè preziosa prassi sacramentale della Chiesa.

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Dall’Isola di Patmos, 2 novembre 2015

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“Disputationes theologicae” – Replica di Giovanni Cavalcoli alla critica di Antonio Livi

DISPUTATIONES THEOLOGICAE – REPLICA DI GIOVANNI CAVALCOLI ALLA CRITICA DI ANTONIO LIVI

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Ho detto e ripetuto in più occasioni che non sappiamo che cosa il Santo Padre deciderà e che dobbiamo essere disponibili sia al mantenimento della legge attuale che a qualche suo mutamento. Diciamo ai conservatori che la legge attuale non è intoccabile ed agli innovatori che il dogma non è mutevole. Come avviene nel mistero dell’Incarnazione, così avviene nella morale cristiana e della famiglia: dobbiamo calare l’eterno nel temporale, senza eternizzare il temporale e senza temporalizzare l’eterno.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Giovanni Cavalcoli breviario

l’accademico pontificio Giovanni Cavalcoli

.Monsignor Antonio Livi ha pubblicato sul sito Unione apostolica Fides et Ratio [cf. QUI] un articolo dal titolo «In difesa della verità cattolica sul matrimonio», nel quale mi rivolge molte obiezioni. L’articolo è stato riportato anche dall’agenzia stampa Corrispondenza Romana [cf. QUI] e dalla rivista telematica Riscossa Cristiana [cf. QUI], e da vari altri siti e blog, diversi dei quali si sono limitati a riportare solo le critiche a me rivolte, guardandosi però dal riportare i miei testi pubblicati con le mie risposte date, tutte quante disponibili sull’Isola di Patmos, alla quale accedono ogni giorni migliaia di visitatori, e ciò mi lascia supporre che molti lettori sono andati sicuramente a leggere quel che io ho scritto realmente.

Esaminiamo dunque le quaestiones sollevate da Antonio Livi e diamo a ciascuna di esse risposta.

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1. Io ho subito replicato sostenendo che la considerazione pastorale e canonica dei divorziati risposati come di fedeli tenuti a uscire dal loro “stato di peccato” non può essere considerata contraria al Magistero e dunque teologicamente infondata.

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Ho già spiegato altrove che cosa si può intendere per “stato di peccato”. Comunque lo ripeto. Se per “stato di peccato” si intende che i conviventi, in forza della sola e semplice situazione, nella quale si trovano, sono permanentemente e necessariamente, ventiquattr’ore su ventiquattro su privi della grazia di Dio, come fossero anime dannate dell’inferno, quasi con la pretesa di scrutare l’intimo delle coscienze noto solo a Dio, ebbene, non c’è dubbio che questo sarebbe un giudizio temerario. Se invece con la detta espressione si intende la situazione stabile, che può essere indipendente dalla volontà dei due, nella quale essi sono portati facilmente a peccare, l’espressione può essere accettabile, però può apparire equivoca e può condurre a intenderla nel primo significato. Meglio parlare di “situazione pericolosa”, oppure usare il termine giuridico di “unione irregolare” o quello morale di “illecita” [cf. doc. CEI, 1979, su La pastorale matrimoniale dei divorziati risposati e di quanti vivono in situazioni irregolari o difficili, QUI, QUI].

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2. Secondo Cavalcoli, «il peccato è solo un singolo atto» che si esaurisce nel momento in cui viene commesso e non dà origine a uno “stato” o condizione permanente dell’anima: ma questa è una teoria infondata.

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Non ho mai detto che il peccato non dia origine a uno stato o condizione permanente nell’anima. Sostengo proprio il contrario, ossia quel che sostiene Antonio Livi. Ho detto semplicemente che il peccato non va confuso con la situazione conseguente al peccato stesso, situazione di colpa, che può essere più o meno durevole. I conviventi infatti possono e devono far cessare volontariamente in qualunque momento tale situazione interiore col pentimento, mentre si può dare l’impossibilità di interrompere la convivenza. Di fatto però uno dei due si può pentire e l’altro no.

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3. C’è una illogicità semantica contenuta nella definizione di peccato come «atto voluto, evitabile e vincibile» (perché quello che deve essere “vincibile” non è l’atto volontario, ma la passione disordinata che spinge ad esso il soggetto).

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La volontà non deve sempre e solo vincere la passione, ma anche se stessa negli atti che si esauriscono all’interno della stessa volontà e non comportano un rapporto con la passione. La volontà può essere cattiva in se stessa, senza rapporto con le passioni. In tal caso, la volontà deve vincere se stessa. Per esempio, un’intenzione ereticale, risiede esclusivamente nella volontà. Questa, per tornare all’intenzione ortodossa, deve vincere ed annullare quell’intenzione della volontà stessa.

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4. Cavalcoli pensa di poter poi affermare che le norme ivi contenute – a cominciare da quella per cui i divorziati risposati sono esclusi dalla comunione eucaristica – sono solo una possibile applicazione pastorale tra le tante possibili, il che rende perfettamente plausibile – dice lui – auspicare che effettivamente vengano adottate altre norme completamente diverse.

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Cristo ci comanda di nutrici del Suo corpo. Questa è legge divina. Ma ci sono tanti modi per poterla o non poterla applicare. Egli infatti ha affidato a Pietro [Mt 16, 19] il compito di regolamentare, determinare o stabilire in dettaglio chi, come, quando, dove, in quali circostanze, a quali condizioni e perché consentire o proibire alle varie categorie di fedeli l’accesso alla Comunione eucaristica. Non vedo che cosa ci sia di strano in questa prassi, che la Chiesa adotta da sempre a sua discrezione per mandato stesso del Signore.

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5. Cavalcoli ritiene perfettamente compatibile con il dogma una nuova legge in base alla quale, anche quando il perdono sacramentale è negato (perché il penitente non ha potuto manifestare al ministro della Penitenza la sua sincera ed efficace decisione di uscire dallo stato di peccato), il fedele può accedere alla Comunione se Dio lo perdona in altro modo. Ma come fa una legge della Chiesa a prevedere il verificarsi di questo evento di grazia? La Chiesa, a qualsiasi livello, non può mai venire a conoscenza di quando e come si può verificare la giustificazione del peccatore nel segreto della sua coscienza e in un modo extrasacramentale. Se la Chiesa, consapevole dei suoi limiti, nella nuova legge proposta da Cavalcoli, prescrivesse semplicemente al fedele di regolarsi secondo coscienza, in pratica si tornerebbe alla legge canonica tradizionale, sulla base di quanto stabilito dal Concilio di Trento: per accedere alla Comunione il fedele deve essere certo in coscienza di non essere in peccato mortale.

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La legge o meglio la concessione o permesso che può essere auspicato della Comunione ai divorziati risposati in casi speciali, lascia al fedele di riconoscere se egli si trova nello stato di grazia necessario per accedere alla Comunione. È ovvio che vale sempre quel precetto del Concilio di Trento, dato che si fonda addirittura sulle parole di San Paolo. Solo che nel nostro caso la Chiesa potrebbe permettere ai divorziati risposati di verificare ogni volta essi stessi, come deve fare ogni buon fedele, se sono o non sono nelle condizioni interiori adatte per poter fare la Comunione. A questo punto, è chiaro che la Chiesa potrebbe e dovrebbe conceder loro anche la confessione sacramentale.

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6. Ma come fa – allo stato attuale – un divorziato risposato ad avere la certezza che Dio gli ha concesso nel segreto della sua coscienza quel perdono e quel ritorno alla grazia che la Chiesa di Dio gli ha negato in sede di celebrazione del sacramento della Penitenza, in quanto mancano le condizioni richieste per dimostrare un autentico pentimento?

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Se la Chiesa nega ai divorziati risposati i Sacramenti, essa non ha potere sulla grazia extrasacramentale, che Dio riserva solo ai disegni misteriosi della sua misericordia. Non occorre che il divorziato risposato mostri al confessore il pentimento: basta che li manifesti a Dio. Tuttavia, nel caso che la Chiesa concedesse la Comunione, dovrebbe concedere anche la Confessione.

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7. Molti teologi (con i quali sembra concordare Cavalcoli) prospettano quello che il documento finale del Sinodo denomina, in maniera peraltro assai vaga, «accompagnamento e discernimento». Ma anche qui: che tipo di discernimento extrasacramentale può avere un sacerdote che funge da consigliere spirituale, un parroco o il vescovo della diocesi? E sulla base di quali conoscenze dell’azione della grazia nell’anima di quel singolo penitente e in base a quali strumenti di discernimento essi possono autorizzare il fedele ad accostarsi alla Comunione?

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È necessario e sufficiente che il sacerdote controlli se il soggetto è pentito, se vuol correggersi, se vuol migliorarsi, se segue le sue direttive, se vuol far penitenza, se partecipa alla vita ecclesiale e civile, se cura il lavoro, la famiglia e gli amici. Può quindi proporgli un cammino spirituale ad hoc, che utilizzi i doni che Dio gli ha dato e le sue qualità umane al servizio del prossimo e della Chiesa. Quanto al vescovo, può eventualmente approntare un prontuario che, applicando le leggi generali della Chiesa per queste situazioni, offra direttive e consigli, soprattutto per i casi più difficili, ai confessori, alle guide spirituali, ai docenti, agli educatori, alle parrocchie, alle famiglie, agli istituti della diocesi su come condursi con queste persone, come accogliere il loro contributo umano e di fede, come aiutarle e correggerle fraternamente.

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8. Quello che non è assolutamente possibile è proprio ciò che Cavalcoli pensa si debba fare e sia prevedibile che si faccia, ossia stabilire che alcune autorità locali (vescovo, parroco, cappellano) possano giudicare “da fuori” che una persona che non è in grado di ricevere l’assoluzione sacramentale è di nuovo in “stato di grazia” (e quindi può accostarsi alla Comunione) per via di un atto intimo di pentimento (che sarebbe però inefficace, ossia non tale da poter ottenere l’assoluzione sacramentale) ed una grazia assolutoria di tipo extrasacramentale.

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Il confessore ha d’ufficio la facoltà di discernere e giudicare se nel penitente esiste o no la buona volontà, in base al modo di accusarsi dei peccati ed ai segni che dà di pentimento e di fiducia nella misericordia divina. E il penitente stesso, illuminato dalla sua fede, dopo un opportuno esame di coscienza, in base alla testimonianza della buona coscienza, è qualificato a dichiarare a chiunque con parresia la propria innocenza davanti a Dio, rimettendosi, sull’esempio dell’Apostolo, al giudizio divino, che scruta i cuori. Quanto al pentimento, esso è efficace, anche senza l’assoluzione sacramentale, perché provvede Dio a perdonarlo. Si auspica pertanto che la Chiesa conceda anche la confessione sacramentale.

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9. Il discorso di Cavalcoli non va d’accordo con la logica. La legge della Chiesa che riguarda lo “stato di grazia” per essere ammessi alla Comunione fa appello al discernimento del soggetto stesso che è tenuto all’esame di coscienza (eventualmente, con il prudente consiglio del confessore “in foro interno”), come già stabilito dal Concilio di Trento quando insegna che il fedele deve discernere da sé, in coscienza, se si trova o no in peccato mortale. Ciò significa che, logicamente, una legge morale umana rinuncia a prevedere tutte le fattispecie dei casi concreti in cui un soggetto può avere la certezza di non essere tenuto a osservarla. Pertanto, se la nuova prassi pastorale chiesta da alcuni padri del Sinodo (e da padre Cavalcoli) si configura come una legge che preveda espressamente determinate fattispecie di eccezione alla regola, allora non si può parlare di una diversa applicazione possibile del medesimo criterio teologico della legge precedente. Insomma, la verità è che con questa proposta la Familiaris consortio viene abolita, in quanto la sua dottrina esplicita è sostanzialmente contraddetta da un’altra dottrina, sia pure implicita. L’andare ripetendo, come fa Cavalcoli, che si tratta solo di una diversa applicazione prudenziale di una medesima dottrina alla prassi è un mero artificio retorico.

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L’eventuale nuova legge non dovrebbe prevedere “tutte le fattispecie dei casi concreti in cui un soggetto può avere la certezza di non essere tenuto a osservarla”. Sarebbe una cosa effettivamente impossibile. E neppure dovrebbe “prevedere espressamente determinate fattispecie di eccezione alla regola”. La nuova legge, invece, potrebbe mantenere quella attuale dell’esclusione dai sacramenti, limitandosi a dare alcuni esempi di massima di possibili casi di eccezione alla legge, ma in una forma meramente indicativa, non precettiva, senza pretendere di esaurire tutti i casi possibili, ma dando spazio all’opera di prudente discernimento del confessore o del vescovo. Se una legge ecclesiastica ne contraddice un’altra, non c’è da allarmarsi. Si potrebbero indicare mille esempi di ciò nella storia della legislazione ecclesiastica. Si pensi solo alla proibizione fatta alla donna per millenni di servire all’altare, proibizione che è stata superata col concedere alla donna di proclamare le Letture della Messa o di distribuire la Comunione ai fedeli. Quindi non c’è da scandalizzarsi o da fare un dramma, se su questo punto la Familiaris consortio verrà mutata. Quante leggi la riforma attuata dal Concilio Vaticano II ha abolito o mutato, trattandosi di leggi ecclesiastiche e non divine. Ho già trattato della differenza tra questi due generi di leggi in recenti articoli sull’Isola di Patmos [cf. QUI, QUI, QUI], per cui non ci torno più sopra.

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10. La dottrina di Cavalcoli è erronea: consiste infatti nell’attribuire al Magistero la conoscenza a priori di casi nei quali la grazia divina supplisce in via straordinaria all’azione salvifica da essa garantita in via ordinaria mediante l’amministrazione dei sacramenti. Ma è proprio questa via ordinaria l’unica che il Magistero possa conoscere perché sa – non per scienza umana né per rivelazione privata ma solo per rivelazione pubblica – che Cristo glie l’ha affidata nell’istituire la sua Chiesa. Una nuova legge morale che abolisca l’indissolubilità?

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Neanche per sogno. Che cosa c’entra l’indissolubilità? Non si tratta, lo ripeto per l’ennesima volta, di “legge morale”, la quale, in quanto contenuta nella divina Rivelazione, è per noi cristiani legge divina: ma di legge della Chiesa, che in fin dei conti, per quanto dettata da somma prudenza e discendente dal dogma, resta pur sempre una legge positiva umana, mutevole come tutte le leggi umane. “Attribuire al Magistero la conoscenza a priori di casi nei quali la grazia divina supplisce in via straordinaria all’azione salvifica da essa garantita in via ordinaria mediante l’amministrazione dei sacramenti, una conoscenza a priori di casi nei quali la grazia divina supplisce in via straordinaria all’azione salvifica da essa garantita in via ordinaria mediante l’amministrazione dei sacramenti”? Non si tratta assolutamente di questo, come ho già detto, non si tratta di programmare la libertà dello Spirito Santo, ma di mettere in atto una prudenza duttile e soprannaturale, nonchè una carità illuminata, degne del cuore di Cristo, che ci mettano in ascolto dei bisogni delle anime e ci facciano valutare con saggio discernimento la diversità dei casi e delle situazioni, al fine di calare in essi la legge del Vangelo e il profumo della vita eterna.

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11. Cavalcoli fa intendere che le intenzioni di papa Francesco sono chiare e vincolanti, nel senso di desiderare proprio quello che lui va proponendo con tanta foga dialettica, ossia una norma “disciplinare” che rimette ai vescovi la facoltà di valutare “in foro interno” l’opportunità di concedere, caso per caso, l’accesso alla Comunione dei divorziati risposati. Il teologo domenicano non ne fa menzione, ma dovrebbe sapere che nel dibattito sulla famiglia in occasione del Sinodo molti avanzato la proposta di una nuova legge ecclesiastica che, sulla base di una nuova dottrina, abolisca la Familiaris consortio e con essa il principio dell’indissolubilità del matrimonio.

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Ho detto e ripetuto in più occasioni che non sappiamo che cosa il Santo Padre deciderà e che dobbiamo essere disponibili sia al mantenimento della legge attuale che a qualche suo mutamento. Diciamo ai conservatori che la legge attuale non è intoccabile ed agli innovatori che il dogma non è mutevole. Come avviene nel mistero dell’Incarnazione, così avviene nella morale cristiana e della famiglia: dobbiamo calare l’eterno nel temporale, senza eternizzare il temporale e senza temporalizzare l’eterno.

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Varazze, 29 ottobre 2015

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Sinodo sulla famiglia: “dunque le cose sono cambiate”? No, ce lo spiega l’Arcivescovo Luigi Negri

SINODO SULLA FAMIGLIA: «DUNQUE LE COSE SONO CAMBIATE»? NO, CE LO SPIEGA L’ARCIVESCOVO LUIGI NEGRI.

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[…] l’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio Luigi Negri, ha espresso in poche righe, in modo breve ma chiaro, quella che è la situazione attuale e la linea che tutti i Vescovi ed i loro Sacerdoti sono tenuti per adesso a seguire.

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Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

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Cari Lettori.

Luigi Negri 3

l’Arcivescovo Luigi Negri durante una celebrazione con il suo presbiterio

Dopo le ultime discussioni portate avanti dai Padri dell‘Isola di Patmos inerenti tematiche legate al Sinodo sulla famiglia, discussioni fatte anche di ipotesi e opinioni, scopo delle quali è rafforzare il deposito della fede, non certo indebolirlo, i Padri hanno dovuto rispondere a molte domande, notando anzitutto che non poche persone pongono quesiti ai quali essi hanno già risposto nei loro articoli in modo anche dettagliato. Ora, nessuno pretende che chicchessia legga scritti talvolta anche molto articolati, certo però sarebbe bene evitare di sollevare questioni basandosi su un titolo e un sottotitolo, specie quando si tratta di tematiche dottrinali parecchio complesse …

In questi giorni i Padri, nell’esercizio del loro sacro ministero sacerdotale, si sono ritrovati a dover ribadire a certi divorziati risposati che non potevano accedere alla Santa Comunione. Qualcuno ha replicato: «… ma i giornali hanno scritto»! E variamente essi hanno replicato che la Chiesa non ha mai scritto, tanto meno sancito ciò che invece hanno scritto e “sancito” certi giornali che non sono l’Autorità della Chiesa, né sono investiti dell’Autorità di cui è investito solo il Sommo Pontefice, al quale compete la stesura della Esortazione Apostolica post sinodale, nella quale potrà tenere o non tenere conto di quanto espresso dall’assemblea dei Padri Sinodali, dettando nuove norme e discipline, oppure lasciando inalterate quelle in vigore.

Luigi Negri 4

S.E. Mons. Luigi Negri durante la festa per i suoi 10 anni di episcopato

Mentre i Padri stavano per rispondere in proposito, la redazione dell’Isola di Patmos si è imbattuta in una lettera scritta dall’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio Luigi Negri, che ha espresso in poche righe, in modo breve e chiaro, quella che è la situazione attuale e la linea che tutti i Vescovi ed i loro Sacerdoti sono tenuti per adesso a seguire, posto che — come afferma il Presule ferrarese —, certe facoltà esulano al momento non solo dal potere suo ma da quello di qualsiasi vescovo.

Come risposta ai quesiti di vari lettori, i Padri dell’Isola di Patmos hanno scelto di usare il messaggio inviato dall’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio al suo Clero, al cui interno è racchiuso quello che avrebbero risposto ai numerosi quesiti a loro rivolti in tal senso.

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stemma Luigi Negri

 Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
Abate di Pomposa

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Carissimi sacerdoti e fedeli della Diocesi di Ferrara-Comacchio.

per non farci condizionare da letture affrettate e spesso infondate circa gli esiti del recente Sinodo sulla famiglia, mi sento in dovere di intervenire per chiarire che il Sinodo è un organo esclusivamente consultivo, i cui lavori si sono conclusi con la presentazione a Papa Francesco di un documento che raccoglie le posizioni emerse e condivise dai padri sinodali.
Soltanto il Papa può, e in modo assolutamente autonomo, decidere se ad una o ad alcune di queste posizioni, potranno seguire indicazioni operative e normative. Restiamo quindi fiduciosamente in attesa delle decisioni che il Santo Padre vorrà o dovrà prendere.
In quel momento — e solo in esso, attraverso i modi opportuni — le decisioni del Papa in merito ai vari problemi che sono contenuti nel documento diventeranno operative; e la nostra Chiesa, abituata ad obbedire, obbedirà senza alcun problema, ed in modo assolutamente incondizionato, come abbiamo sempre fatto fino all’ultima richiesta del Santo Padre sull’ospitalità ai rifugiati.
Fino ad allora, perciò, non muta nulla ed in particolare è fatto divieto di concedere la comunione ai divorziati risposati [tranne i casi già ammessi dalla prassi cattolica*], con i quali certamente si deve intrattenere un cammino di dialogo e di recupero della propria identità; cammino che, al momento, non può avere come esito l’ammissione alla comunione eucaristica perché è una responsabilità che eccede quella dell’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio.
Ogni iniziativa presa in disaccordo con questa mia disposizione sarebbe chiaramente illegittima e dunque illecita, e non potrebbe non essere sanzionata.
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+ Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa
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Testo ufficiale con le note di richiamo QUI

 

Stanno buggerando il Santo Padre: proteggiamo Pietro! I peggiori gattopardi trasformisti stanno giungendo in pauperistica gloria all’episcopato

STANNO BUGGERANDO IL SANTO PADRE: PROTEGGIAMO PIETRO! I PEGGIORI GATTOPARDI  TRASFORMISTI STANNO GIUNGENDO IN PAUPERISTICA GLORIA ALL’EPISCOPATO

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Il Santo Padre Francesco ha dato da subito delle precise e chiare direttive per la selezione dei nuovi vescovi ch’egli vuole corrispondenti a certi “schemi”, con tutto il rischio che questo può comportare, visto e considerato che un vescovo non deve essere conforme alla “moda” di uno schema, ma alla grazia di Dio ed alle azioni che da essa promanano. Ma c’è di più: il Prìncipe degli Apostoli non è mai stato incaricato da Cristo di creare dei duplicati a sua immagine e somiglianza, bensì ad esaltare in Cristo il mistero della nostra immagine e somiglianza con Dio. E per capire queste ovvietà, non occorre affatto essere un papa teologo, basta solo del semplice e basilare buon senso pastorale. Il problema, quindi, dovrebbe essere quello di dare buoni vescovi alla Chiesa; che siano buoni come li vuole Cristo, non come “li voglio io”. Che corrispondano a precisi schemi di grazia divina, non certo a quelle mode tanto ben raffigurate da Severino Boezio: «Le forme esteriori sono come i fiori di campo, che appassiscono e mutano col cambio di stagione».

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Può un presbìtero lanciare un severo monito ai vescovi che sono rivestiti della pienezza di quel sacerdozio apostolico che egli non ha? Si, per imperativo di coscienza può e deve farlo, se i vescovi si palesano codardi. Il Beato Apostolo Paolo protesse ad Antiochia il Beato Apostolo Pietro da quelle sue limitatezze e fragilità che stavano generardo seri rischi per l’intera Chiesa di Cristo [Gal 2, 11-14]. Ogni vescovo che pur percependo il pericolo non protegge Pietro, anche a danno e scapito di sé stesso, preferendo rifugiarsi nelle pavide omissioni e nel conformismo del quieto vivere, reca immane danno alla Chiesa e compromette la salute eterna della propria anima. Perché se tanto ci è stato dato da Dio, tanto dovremo in proporzione rispondere a Dio per ciò che Egli ci ha dato. E oggi noi ci ritrovamo ad essere nelle mani di vescovi ripiegati sempre più nella calcolata codardia.

Ariel S. Levi di Gualdo

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Un lettore mi ha chiesto se ero affetto da spirito borderline, ed a tal proposito ha affermato: «Tu passi dalla critica al Sommo Pontefice alla sua difesa a oltranza e viceversa». Gli ho spiegato che proprio questo elemento costituisce in sé negazione dello spirito borderline. Anche per questo i Padri dell’Isola di Patmos hanno spesso chiarito che quando il Romano Pontefice si esprime come dottore privato, quando parla in modo estemporaneo, o quando compie scelte puramente “amministrative”, può essere oggetto del nostro sindacato, purché la nostra legittima critica sia mossa – come più volte ha spiegato Giovanni Cavalcoli in diversi suoi articoli teologici [cf. QUI, QUI] – da profondo rispetto e venerazione verso la sua sacra persona. Quando invece egli agisce e si esprime come supremo custode del depositum fidei, o quando di propria autorità – motu proprio Summorum Pontificum – stabilisce nuove discipline o indirizzi pastorali, in tal caso non può essere soggetto a sindacato alcuno; e verso certi suoi provvedimenti non è contemplato e previsto nessun genere di appello [cf. CIC, can. 333 §3], ivi incluse le azione “referendarie” con tanto di raccolta di firme, come hanno fatto di recente certi cattolici di cui non ricordo il nome.

Il discorso della infallibilità del Romano Pontefice è chiarito in modo magistrale e magisteriale in un documento di San Giovanni Paolo II nel quale si specificano i tre diversi gradi della infallibilità [cf. Lettera apostolica Ad tuendam fidem, QUI].

Alzheimer cafe

il Padre Ariel frequenta l’Alzheimer Cafe e poi non ricorda le cose …

Che sulle colonne di questa nostra rivista telematica si sia sempre difesa la sacra persona, il magistero ed i provvedimenti del Sommo Pontefice, ciò non vuol dire che il tutto ci abbia indotti a smarrire la percezione degli oggettivi difetti umani dell’uomo Jorge Mario Bergoglio. Non siamo infatti come quei papisti più papisti dello stesso Papa, né come quei soggetti che come veri e propri cecchini appostati sui tetti sono pronti ad aprire il fuoco su ogni gesto e sospiro del legittimo Successore di Pietro e Capo supremo del Collegio Apostolico, sino a fraintendere volutamente ciò che di per sé non avrebbe motivo alcuno di essere frainteso; perché le forme di sprezzo che certi pseudo-cattolici facenti capo a circoli cosiddetti “tradizionalisti” manifestano pubblicamente verso il Santo Padre Francesco, non sono ad alcun titolo e sotto alcuna forma accettabili. Purtroppo, a causa di amnesia dovuta al morbo di Alzheimer che mi sta devastando, non ricordo il nome di questi circoli e dei loro patroni, ma nulla aggiunge e nulla toglie al senso di quanto vado sostenendo.

cardinale Bergoglio

l’Arcivescovo di Buenos Aires, prima della sua elezione al sacro soglio

Già in passato ho lamentato che a mio parere l’uomo Jorge Mario Bergoglio è sicuramente gravato da tutti i pregiudizi anti-romani tipici di certe psicologie ecclesiastiche che si sono formate nell’America Latina degli anni Settanta; e il mio parere rimane in tutto e per tutto sempre opinabile. Il problema è però di non lieve conto al momento in cui quest’uomo non è più l’Arcivescovo di Buenos Aires, ma il Romano Pontefice; chiamato “romano” non per una delimitazione locale, né per chissà quali “glorie” e “fasti imperiali” del passato, ma perché Roma è da sempre simbolo e paradigma della universalità cattolica, come sotto diversi ma simili aspetti lo è Gerusalemme. Il tutto con buona pace di certe psicologie argentine, convinte che il Paradiso terrestre era in Argentina e che lì, in verità, furono creati Adamo ed Eva. Molti sono infatti gli argentini convinti che il Verbo Incarnato nacque nell’antica Giudea solo per disguidi tecnici, tutti dovuti al fatto che il Creatore non colse l’espressione di gradimento del Figlio generato non creato della stessa sostanza del Padre, che avrebbe voluto venire alla luce a Buenos Aires, non a Betlemme.

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alfonso maria de liguori

immagine pittorica del Santo dottore della Chiesa Alfonso Maria de’ Liguori

Da diversi anni a questa parte sentiamo ripetere la frase: «Bisogna ripartire da …». E ciascuno indica un fondamentale punto dal quale ripartire: la cultura, la dottrina, la pastorale, il concilio … e via dicendo. Personalmente è dal 2008 che ― forse sbagliando? ― insisto scrivendo e affermando che è necessario ripartire dai Vescovi per poi ripartire dai preti. Per avere dei buoni preti è infatti indispensabile avere dei buoni vescovi; in caso contrario non si può ripartire da niente.

Nel XVII secolo Alfonso Maria de’ Liguori, Vescovo di Sant’Agata de’ Goti, futuro santo e dottore della Chiesa, espresse parole molto severe facendo delle dure analisi sulla disastrata situazione dell’episcopato del Regno borbonico, dove sovente le diocesi erano affidate a vescovi mediocri e arroganti che si comportavano come alti notabili, anziché come pastori in cura d’anime. Lamentele che diverse nella forma ma simili nella sostanza riaffiorano nel XIX secolo dalle labbra e dalla penna del Beato Antonio Rosmini, che indicò il modo in cui l’origine di alcune delle principali piaghe della Chiesa derivasse dall’episcopato e da una mancanza di adeguata formazione data dai vescovi ai loro futuri sacerdoti, od ai loro sacerdoti.

bruno bozzetto

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Per capire certe scelte e modi di agire del Santo Padre bisogna calarsi nella mentalità latinoamericana, facendo però una debita premessa: dicendo America Latina si corre il rischio di dire tutto e niente. Affermare poi: “i latinoamericani” e abbozzare delle analisi, è fuorviante. Sarebbe come dire: “gli europei”, o “gli africani”, confondendo in tal modo le caratteristiche psicologiche frammentate e complesse di certi contesti sociali. Esempio: l’Italia si trova in Europa come vi si trovano la Germania e l’Olanda, quindi sono europei gli italiani, i tedeschi e gli olandesi. Detto questo prendiamo due “europei”: il napoletano-tipo e un abitante della Città di Hannover, nel Nord della Germania. Mettiamoli tutti e due fermi al semaforo rosso di una strada, mentre dall’altra parte sembra non giunga nessuno; e vediamo quale diversa europeità dimostreranno il cittadino europeo di Napoli e il cittadino europeo di Hannover. Il primo, pur di passare col rosso e farla franca ― essendo in parte furbo e in parte anarcoide ―, sarebbe disposto anche a fare il ferro da stiro sopra sua madre; il secondo, col rosso, non passerebbe mai neppure se dall’altra parte della strada vi fosse sua madre presa a colpi di spranga da un gruppo di immigrati turchi; aspetterebbe il verde per poi precipitarsi su di loro.

bruno bozzetto italia vs europa

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A tutto questo vanno uniti quei meccanismi istintivi tipici radicati nella struttura antropologica di questi diversi soggetti: se nella Capitale della Baviera un pedone si avvicina alle strisce pedonali, le macchine si fermano all’istante, ed a nessun automobilista passerà mai per la mente di suonare il clacson dietro a colui che ha osato fermarsi per far attraversare le persone. A Roma, gli automobilisti, accelerano per non far passare i pedoni sulle strisce pedonali; e se un automobilista osa fermarsi, da dietro gli altri lo strombazzano col clacson.

Al di là di questi diversi comportamenti sociali vi sono però anche altri risvolti: se a Roma un pedone attraversa fuori dalle strisce pedonali, o se passa sulle strisce col semaforo rosso, istintivamente l’automobilista frena e lo evita, poi semmai tira fuori la testa dal finestrino e usando il rituale romano dei sacramentali gli benedice il padre, la madre, i fratelli, le sorelle e tutti quanti i suoi morti. Se a Monaco di Baviera un pedone fa una cosa del genere, istintivamente l’automobilista non frena e gli va’ diritto addosso; e dopo averlo steso sotto le ruote intenta causa per chiedere i danni, perché la persona investita è finita sotto le sue ruote perché aveva torto e colpendo col proprio corpo la carrozzeria della sua automobile gli ha recato un danno per il quale, il conducente, esige adesso il dovuto risarcimento.

papa squadra san lorenzo

vignetta sul Santo Padre Francesco, notorio tifoso della squadra di calcio argentina del San Lorenzo. Per vedere le foto delle vignette riportata dall’Avvenire, cliccare QUI

Questi esempi per cercare di chiarire che parole come Africa, America Latina, Europa, indicano di fatto solo delle estensioni geografiche, o degli interi continenti all’interno dei quali vi sono Paesi molto diversi gli uni dagli altri, abitati da popolazioni con caratteristiche opposte a quelle dei loro vicini e dei loro lontani. Questo per giungere a dire che il pessimo carattere degli argentini, la loro testardaggine congenita, il loro essere degli indomiti e stravaganti argentinocentrici, costituiscono da sempre degli elementi sociali-caratteriali che li rendono per questo oggetto delle ironie delle altre popolazioni dell’America Latina. E certe caratteristiche tipiche della psicologia del suo popolo, l’uomo Jorge Mario Bergoglio le sintetizza tutte; a partire dal fatto che non si può gestire una delicata dimensione di universalità rimanendo ancorati a schemi di provincialismo argentinocentrico; né ci si possono immaginare villas de las miserias o favelas laddove queste non ci sono, comportandosi però di conseguenza come se esistessero realmente, perché tutt’altre sono le miserie e le povertà dell’Italia o dei Paesi europei in generale.

passaporto papa

Il rinnovo del passaporto argentino da parte del Romano Pontefice, che peraltro e non ultimo è anche Capo di uno Stato sovrano, la Città del Vaticano.

Anche se qualcuno potrebbe obiettare che era altro mondo, storia e tempi, resta il fatto che quando il Venerabile Pontefice Pio XII, che pure incarnava la romanità; o quando l’italianissimo Beato Pontefice Paolo VI si rivolgevano in saluti o discorsi ufficiali ai cattolici italiani, usavano espressioni di questo genere: «Il Signore benedica il vostro amato Paese … in questa occasione rivolgiamo un particolare pensiero agli abitanti di questo vostro Paese». Fu solamente San Giovanni Paolo II, nato e cresciuto nella Polonia, che proprio perché “non italiano” si rivolgeva al nostro Paese dicendo «l’Italia», o usando un paio di volte, agli inizi del suo pontificato ― proprio perché “straniero” ―, l’espressione «la nostra Italia». Né al Servo di Dio Pio XII né a San Giovanni XXIII, né al Beato Paolo VI né a Giovanni Paolo I passò mai per la mente di rinnovare, da Sommi Pontefici, il passaporto italiano, né a San Giovanni Paolo II quello polacco, né a Benedetto XVI quello della Repubblica Federale Tedesca. Il rinnovo del passaporto della Repubblica Argentina da parte del Sommo Pontefice Francesco — che, inutile ricordarlo, è anche un Sovrano Capo di Stato —, è un gesto da analizzare entro gli schemi comportamentali delle cosiddette argentinate tipiche della psicologia degli argentinocentrici.

papa omelia santa marta

il Santo Padre durante una delle sue omelia presso la Domus Sactae Martae, nel corso delle quali ha rivolto numerosi profondi pensieri e preziose indicazioni pastorali, se la stampa laicista, con i suoi taglia&cuci, non avesse più volte messo sulla sua bocca cosa mai dette, o frasi estrapolate da ben più complessi pensieri

Sul Santo Padre si potrebbero narrare vari apologhi, a partire dalle sonore bastonate date all’episcopato e al clero. Bastonate che potrebbero essere espressione di autentica e preziosa carità, se fossero elargite con la chiarezza e la fermezza con le quali le elargì nel 1935 il Venerabile Pontefice Pio XI, di cui consiglio la lettura della splendida e attuale enciclica dedicata al ministero sacerdotale: Ad catholici sacerdotii [cf. QUI]. Ciò che invece notiamo nel Santo Padre Francesco è talvolta una tendenza a esprimersi e agire sugli impulsi della pasione argentina. Cito un esempio tra i tanti riguardante una questione sulla quale scrissi lo scorso anno [cf. mio precedente articolo, QUI], dopo che il Santo Padre ebbe data l’ennesima bastonata al clero con questa frase espressa durante una delle sue omelie mattutine a Santa Marta:

«Quante volte vediamo che entrando in una chiesa ancora oggi c’è lì la lista dei prezzi: per il battesimo, la benedizione, le intenzioni per la messa. E il popolo si scandalizza» [cf. Radio Vaticana, QUI].

pastori evangelici ricchi

Una «Chiesa povera per i poveri»? Ma chi la pensa a questo modo dovrebbe evitare di andare ad abbracciare i ricchi pastori evangelici che della ricchezza fanno il proprio status symbol. Per aprire il video cliccare QUI

Il Santo Padre, come dimostra il testo della sua omelia, applica all’Italia criteri che non sono nostri, anzi ci sono proprio estranei. E infatti, nella seconda parte, egli si rifà alla sua esperienza in Argentina. A parte questo: la cosa che molto ha colpito il clero al quale quella sberla era destinata, è stato il modo in cui il Santo Padre se ne andò poi a Caserta per visitare, abbracciare e domandare persino perdono ai pentecostali [cf. QUI], i cui pastori hanno sì dei veri e propri tariffari, oltre a riscuotere le decime dai propri fedeli. E siccome le decime sono pagate in proporzione al reddito, è presto detto quanto i “buoni pastori” corteggino i ricchi e quanta poca corte facciano invece ai poveri di quelle villas de las miserias che tanto piacciono al Santo Padre. E quando si presentano a predicare presso qualche loro comunità, lungi dall’arrivare rivestiti di un sacco col bastone del pellegrino in mano, sfoggiano automobili, abiti e accessori particolarmente lussuosi, indicando anche attraverso il loro aspetto esteriore che alla stregua delle stars di successo sono molto apprezzati, di conseguenza ben pagati per il loro talento oratorio; diversi di essi giungono persino con il proprio aereo privato. Molti i pastori pentecostali che, mescolando Dio e Mammona, affermano persino che «il portafoglio è l’apri scatola del cuore» [cf. QUI]. A maggior ragione è lecito domandarsi: era necessario prendere a sberle i preti e andare poi ad abbracciare i pastori-imprenditori pentecostali che giungono a predicare all’interno di teatri affittati per migliaia di euro, dopo avere parcheggiato all’ingresso la loro Mercedes e gesticolando sul palco davanti al pubblico coi Rolex d’oro al polso ed i vestiti di Giorgio Armani indosso? Qualcuno ha per caso informato il Santo Padre che certi pastori pentecostali, in Italia, per una predica a suon di grida “alleluja” e … “un applauso allo Spirito Santo! “, al termine dei loro sproloqui ereticali pneumatologici se ne escono dopo un’ora con un assegno di 5.000 euro in tasca?

soldati ebrei di mussolini

Il libro di Giovanni Cecini dedicato alla storiografia dei militari israeliti nel periodo fascista. Per leggere la recensione storica cliccare QUI

Era proprio necessario profondersi in scuse per delle responsabilità persecutorie che i cattolici italiani non hanno affatto verso i pentecostali, visto che tali responsabilità ce l’ha il regime fascista? Qualcuno potrebbe obiettare che alcuni dei persecutori erano stati battezzati nella Chiesa Cattolica; e questo basta forse a rendere la Chiesa ed i cattolici corresponsabili? Perché con la stessa logica dovremmo allora ricordare che il potestà fascista di Ferrara, Renzo Ravenna, era un ebreo, il quale come tale era stato circonciso da bambino, ed al tempo stesso era anche presidente della locale Comunità ebraica. Come era ebreo il vice capo generale della polizia di Stato sotto il regime fascista, Dante Almansi, già prefetto fascista, il quale era anche presidente delle Comunità Israelitiche d’Italia. Furono ben 250 gli ebrei italiani che parteciparono con Benito Mussolini alla Marcia su Roma e numerosi altri ebrei italiani erano fedeli fascisti della prima ora. Ciò malgrado non mi risulta che il Gran Rabbino di Roma abbia mai chiesto scusa agli ebrei per i diversi ebrei altamente compromessi a livello istituzionale col regime fascista; e ciò per un ovvio dato di fatto: l’Unione delle Comunità Ebraiche d’Italia e gli ebrei italiani, non hanno alcuna responsabilità storica per le infami persecuzioni subite dal 1938 in poi, proprio come non ne abbiamo noi cattolici per le azioni persecutorie dei fascisti verso i pentecostali. Questo per ribadire che non ci si può lanciare in certe “avventure emotive” stile pampero senza prima avere conosciuta e assimilata una profonda conoscenza della complessa storia d’Italia. Era quindi proprio necessario abbracciare e profondere scuse ai ricchi maggiorenti della sètta pentecostale, quando non pochi parroci italiani che si sono visti elargire quella sberla dal Santo Padre, hanno poi serie difficoltà a pagare la bolletta della luce della chiesa, spesso pagata dai loro anziani genitori coi soldi tirati fuori dalle loro modeste pensioni?

Erbe Amare - copertina

il libro di Ariel S, Levi di Gualdo: Erbe amare, il secolo del sionismo, edito nel 2006 ed a breve in ristampa con una nuova casa editrice

Per dei figli, dover riconoscere le limitatezze del proprio padre, non è mai cosa piacevole, ma a volte è cosa necessaria proprio per confermare a se stessi ed agli altri che comunque, malgrado tutto e al di là di tutto, egli è il nostro legittimo padre e che in quanto tale merita il nostro più profondo rispetto; e che comunque, per quanto gravato anche da limiti e da spirito imprudente — come del resto, ancora più di lui, lo era Pietro scelto personalmente dal Signore Gesù —, al momento opportuno, «una volta ravveduto», egli «confermerà» sempre e nel modo migliore «i fratelli nella fede» [cf Lc. 22, 31-34].

La Chiesa non può essere governata con schemi standard simili a quelli delle mode, ma soprattutto non può essere governata con le passioni nazional popolari tipiche dei caudillos. Nel mio precedente articolo già richiamato [cf. QUI] parlavo con tutta la preoccupazione del caso della nuova “moda” attraverso la quale oggi sono selezionati i vescovi, presupposto dei quali è quello di essere stati — davvero o per finzione — a servizio dei poveri e degli emarginati, di avere frequentato i centri per immigrati e visitato i campi Rom. Anche su questo ebbi a scrivere con un tocco di addolorata ironia [cf. QUI], perché leggere le “schede” di presentazione dei nuovi vescovi, se non fosse tragico indurrebbe al sorriso. Prendiamo come esempio una sola di queste “schede”, perché al suo interno sono contenuti quegli elementi chiave che si ripetono da due anni a questa parte nelle “schede” di tutti i nuovi vescovi, o perlomeno di nove su dieci:

«[…] Peculiare la sua attenzione ai poveri, sottolineata dal Cardinale Vallini, che ha ricordato le visite ad alcuni campi rom in cui don Lojudice l’ha accompagnato in questi anni: una realtà di “frontiera” che il vescovo eletto aveva scelto di seguire alcuni anni fa insieme ad un gruppo di alunni del Seminario Romano Maggiore, dove è stato padre spirituale dal 2005 al 2014. Un segno di riconoscimento di Papa Francesco “per l’impegno di carità della diocesi – ha detto il cardinale – portato avanti dalla Caritas, dalle parrocchie, dalle associazioni” » [cf. QUI].

Il Cardinale Crescenzo Sepe mostra dall'altare del Duomo di Nap

 … «Difficile, prendere in giro chi si prende in giro da solo» – Il Padre Ariel fotomontato sull’immagine del Cardinale Crescenzio Sepe che regge l’ampolla di San Gennaro; foto diffusa in occasione del memorabile “pesce d’aprile“, quando l’Isola di Pamos annunciò la sua nomina a Vescovo titolare di Laodicea Combusta [vedere QUI, QUI]

Una scheda di questo genere, che corrisponde ormai agli schemi di un copione standard, accompagna anche le recenti nomine dei vescovi di due sedi molto particolari: Bologna e Palermo. Evito di riassumere i vari testi di questo copione profusi su questi due nuovi neo-eletti, perché chiunque può mettersi a girare per Internet e leggere le presentazioni fatte non tanto dai giornali della stampa laicista, che lascia sempre il tempo che trova, ma dai comunicati ufficiali della Santa Sede, delle Diocesi, delle Associazioni cattoliche e via dicendo. I curriculum dei nuovi vescovi sono un tripudio di poveri, immigrati, Rom, disagiati di vario genere … ma soprattutto contengono delle autentiche esaltazioni della povertà sociale; come se la povertà fosse il supremo valore, anziché uno stato di disagio e una sofferenza dalla quale uscire e aiutare ad uscire chi davvero vi versa. Per non parlare dell’ovvio principio di senso comune: non tutti i poveri in quando tali sono buoni, perché la povertà non è un presupposto della bontà, tutt’altro. Spesso i poveri, a causa della loro situazione di povertà, sono resi da essa aggressivi e cattivi, a volte persino malvagi. Cosa questa che non affermo per sentito dire, ma per esperienza pastorale, perché pur non essendo nato e cresciuto nelle “periferie esistenziali”, ho avuto a che fare ― e non una volta per caso, tanto per dare di ciò notizia in un curriculum ― con situazioni nelle quali, bimbi di sei o sette anni appena, erano già stati resi dal loro ambiente di provenienza e di nascita dei delinquenti fatti, finiti e rifiniti, vittime di degradi umani e morali inenarrabili. E quanti di costoro, a diciotto anni e un giorno, sono andato poi a visitare nelle carceri! Ma su tutto questo preferisco non approfondire troppo il discorso, perché se al tutto aggiungessi pure la dichiarazione che sono stato “allievo” del Beato Pino Puglisi — semmai per averlo intravisto due volte, come in realtà lo hanno intravisto molti dei suoi sbandierati “allievi”, vescovi inclusi — o che sono un prete particolarmente stimato da quel demagogo populista di Don Luigi Ciotti … ecco, coi tempi di follia clerical-trasformistica che corrono oggi, si darebbero subito da fare a pensionare il Cardinale Crescenzio Sepe per eleggere me Arcivescovo di Napoli al posto suo.

pastorale di legno

gli attuali modelli francescaneggianti di bastoni pastorali dei nuovi vescovi-gattopardi della Chiesa povera per i poveri, prodotti ormai non più da abili artigiani e orafi di vecchio mestiere, ma direttamente dai falegnami

Mai come in questi ultimi tempi s’erano viste simile cadute di dignità umana e sacerdotale, il tutto riferito a quei preti che fino a ieri supplicavano i loro vescovi di sistemarli in un ufficio di curia, o di mandarli in una università pontificia per prendere un titolo di dottorato, per aggiungere così un tassello al lasciapassare verso l’episcopato. Oggi, questi stessi soggetti, supplicano i vescovi di mandarli in parrocchie “esistenziali” difficili, dove prodigarsi nell’apertura di centri di accoglienza per immigrati e mense per i poveri, perché la Chiesa di Cristo non è la Chiesa di tutti gli uomini di buona volontà, è «la Chiesa dei poveri per i poveri». E quando mai si erano visti preti che, dopo avere fatte carte false per avere una cattedra d’insegnamento in uno studio teologico, dopo avere trattato per anni i vecchi parroci con la puzza sotto il naso tipica di chi ti lascia intendere “io sono un intellettuale e tu un povero parroco ignorante”, mollano d’improvviso tutto per andare a fare i parroci in qualche «periferia esistenziale»?

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caronte

«Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando “Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo» [Dante, Inferno, canto III].

Per questo motivo affermo che il Santo Padre, passionale e forse non poco ingenuo, pare non prestare alcuna attenzione al fatto che dei marpioni di un pelo molto più antico di quello che può essere il suo “furbo” pelo argentino, che a confronto del loro è però un “pelo da latte”, lo stanno letteralmente buggerando, fingendo di compiacerlo e di fare ciò che vuole lui, al solo scopo di ottenere ciò che invece vogliono loro. Tutti noi che viviamo nella Chiesa del reale, non del sentimentale o peggio dell’ideologico, siamo testimoni e spettatori del fatto che oggi, certi nuovi carrieristi, cambiato vento e indossata con disinvoltura una nuova gabbana, ostentano di provenire da famiglie contadine, mentre in verità provengono da famiglie di imprenditori agricoli che guadagnano abitualmente in un solo giorno quel che un impiegato di banca prende di stipendio in un mese. Deposti dentro gli armadi delle loro abitazioni private i dignitosi vestiari e rinchiusi a doppia mandata dentro quelli delle sacrestie i paramenti più belli di cui sono dotate le nostre chiese, vanno girando più sciatti che dimessi, ed i loro paramenti liturgici sono un trionfo di straccetti acrilici dozzinali. Le croci pettorali ed i nuovi bastoni pastorali dei nuovi vescovi della Chiesa povera per i poveri non sono più prodotti da bravi artigiani e orafi con decenni, a volte con secoli di tradizione nella manifattura degli articoli liturgici; sono prodotti direttamente dai falegnami, perché la nuova “moda ecclesiastica” — Cardinale di Lampedusa docet — impone oggi croci pettorali e bastoni pastorali di legno. E mentre i devoti fedeli soffrono veramente e profondamente nel vedere i propri vescovi ridotti alla sciatteria pauperistica spesso più ridicola, coloro che in chiesa non ci vanno neppure per Natale e per Pasqua e che manco conoscono le prime cinque parole del “Credo”, magnificano invece la semplicità e la povertà del vescovo alla mano, proseguendo ovviamente a non andare in chiesa neppure per Natale e per Pasqua, però … «Ah, è un vescovo umile e povero, proprio come Papa Francesco!».

il Santo Padre Francesco riceve l’imposizione delle ceneri nella basilica domenicana di Sant’Alessio all’Aventino

In una bella esortazione rivolta ai membri del Comitato di coordinamento del Celam, il Consiglio episcopale Latinoamericano, il Santo Padre affermò: «Il vescovo sia un pastore vicino alla gente, non spadroneggi né abbia la psicologia del prìncipe, ma ami la povertà esteriore e interiore» [cf. QUI]. La povertà, evangelicamente intesa, che sotto certi aspetti è parente stretta dello spirito di penitenza, non è però esteriore, ma tutta interiore, stando a quanto afferma Cristo Dio: «Quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» [cf. Mt 6, 17-18].

abito da cardinale

abito corale cardinalizio

La recente storia dell’episcopato italiano è ricca anche di figure straordinarie di vescovi che in pubblico, sino alla loro estrema vecchiaia, si sono sempre presentati con la sobria dignità dei prìncipi della Chiesa; hanno vestito sempre abiti di stoffe pregiate e usato i migliori paramenti nelle loro chiese cattedrali. Solamente dopo la loro morte s’è scoperto che ogni soldo che entrava dentro le loro tasche usciva poco dopo per entrare in quelle delle famiglie più disagiate. E alla loro morte, le loro salme, sono state rivestite coi loro migliori abiti e paramenti, ed essi erano tutto ciò che a loro restava, perché nella loro cassa completamente vuota non avevano lasciato neppure il danaro per le spese del proprio funerale. Potremo dire altrettanto, in un vicino futuro, di quella classe di nuovi vescovi che da una parte sono rivestiti di acrilici dozzinali, che gareggiano nello sfoggio della croce pettorale di legno più “umile”, ma che al tempo stesso si preparano il super attico o il pregiato rustico in campagna nel quale ritirarsi a quieta vita da vescovi emeriti? Conosco personalmente un vescovo che è un trionfo di paramenti sacri da mercatino dell’usato, che procede col pastorale di legno, la croce pettorale di legno al collo, che non vuole essere chiamato “Eccellenza” ma “Padre”, il quale di recente ha regalato 10.000 euro di paghetta al proprio sfaticato nipote che, alla tenera età di 32 anni, dopo otto anni di fuori-corso si è infine laureato. E qui è il caso di dire: … e detto ciò mi fermo senza procedere oltre con altri esempi penosi legati a quegli odierni vescovi corrispondenti esteriormente agli stili pastorali del Santo Padre Francesco.

mano vescovo

quando ci si inchinava con devozione a baciare la mano alla pienezza del sacerdozio apostolico dei nostri vescovi, anziché battergli le mani sulle spalle e accoglierli a suon di schitarrate al canto «sei uno di noi» …

Il Santo Padre Francesco ha dato da subito delle precise e chiare direttive per la selezione dei nuovi vescovi ch’egli vuole corrispondenti a certi “schemi”, con tutto il rischio che questo può comportare, visto e considerato che un vescovo non deve essere conforme alla “moda” di uno schema, ma alla grazia di Dio e alle azioni che da essa promanano. Ma c’è di più: il Prìncipe degli Apostoli non è mai stato incaricato da Cristo di creare dei duplicati a sua immagine e somiglianza, bensì ad esaltare in Cristo il mistero della nostra immagine e somiglianza con Dio. E per capire queste ovvietà, non occorre affatto essere un papa teologo, basta solo del semplice e basilare buon senso pastorale. Il problema, quindi, dovrebbe essere quello di dare buoni vescovi alla Chiesa; che siano buoni come li vuole Cristo, non come “li voglio io”. Che corrispondano a precisi schemi di grazia divina, non certo a quelle mode tanto ben raffigurate da Severino Boezio: «Le forme esteriori sono come i fiori di campo, che appassiscono e mutano al cambio di stagione».

croce tau

gli attuali modelli francescaneggianti di croci pettorali dei nuovi vescovi-gattopardi della Chiesa povera per i poveri, prodotti ormai non più da abili orafi di vecchio mestiere, ma direttamente dai falegnami

Attraverso questa nuova infornata di “Vescovi poveri per i poveri ”, il Santo Padre vuole indubbiamente lanciare un messaggio alla Chiesa italiana che a suo parere merita forse una lezione del tutto particolare. Ciò che al Santo Padre va’ riconosciuto è la sua ammirevole audacia e lo spirito del generale condottiero pronto a governare e all’occorrenza a imporsi, come poi del resto dovrebbe essere. Temo però che gli sfugga un elemento che un giorno potrebbe risultare anche fatale: gli italiani ― noti anche come gattopardi, non solo in Sicilia ma in tutta la nostra penisola ―, sono molto più antichi e smaliziati degli argentini; e la Chiesa italiana precede di secoli e secoli la nascita della stessa Compagnia di Gesù. O come dissi anni fa a un giovane sacerdote argentino convinto di poter imparare il tedesco in poche settimane: «Vedi, caro Confratello, il tedesco è una lingua che per la sua struttura e per la sua pronuncia, merita perlomeno un minimo di riverente timore». E ovviamente, da buon argentinocentrico, non imparò mai il tedesco, ma non per colpa sua, la colpa risultò poi esser tutta quanta della lingua tedesca.

chiesa tedesca soldi

nessuno ha ancora informato il Santo Padre che quella tedesca è da sempre considerata la Chiesa più ricca del mondo?

La psicologia ecclesiastica italiana merita forse anch’essa ― non dico “riverente timore” ― ma totale prudenza, perché sia come popolo, sia per costumi sociali, politici ed ecclesiastici, noi siamo i maestri indiscussi dei voltagabbana e dei trasformisti; siamo gli imbattibili specializzati a cantare sulle note della stessa banda i più disparati inni politici diversi, perché siamo anticamente e pericolosamente italiani. E forse, qualcuno, si è già messo in testa che a raggirare un “giovane” e appassionato argentino sia tutto sommato un gioco da ragazzi; un gioco, per l’appunto, all’italiana.

Viene infine da domandarsi se i figli della Chiesa italiana sono, in quanto tali, figli di un dio minore. Per esempio rispetto ai tedeschi. Come mai, in Germania, contrariamente a quanto sta accadendo in Italia, non vengono imposti e moltiplicati certi tipi di vescovi corrispondenti a quei “criteri pastorali” amabilmente “imposti” dal Santo Padre Francesco? E se parliamo di spirito principesco o ancor più di spirito feudale, pur con tutto il loro romanofobo progressismo del caso, ben sappiamo quanto i tedeschi superino in ciò di gran lunga gli italiani; e non entriamo neppure nel discorso della sfacciata ricchezza della Chiesa tedesca, o del gettito fiscale di cui beneficia, a confronto del quale l’Otto per Mille italiano è poco più che un obolo.

cardinali tedeschi

un gruppo di cardinali tedeschi, al centro l’Arcivescovo Metropolita di Monaco di Baviera

Forse i tedeschi sono considerati dalla psicologia argentina dell’uomo Jorge Mario Bergoglio dei figli di un dio maggiore, perché a nessuno è ancora passato per la testa di imporre in una diocesi della Germania un parroco proveniente dalle “periferie esistenziali” che abbia trascorso il suo ministero, per davvero o per finta, a servire i pasti agli immigrati, od a fare pastorale di evangelizzazione tra le prostitute di Amburgo. E infatti, i vescovi tedeschi seguitano tutt’oggi ad avere biglietti da visita che si aprono in quattro facciate per poter contenere al loro interno tutti i titoli accademici specialistici, i dottorati, la lunga sequela di master post-dottorato, le loro pubblicazioni scientifiche e via dicendo. Da questo ne dobbiamo dedurre che certi criteri del Santo Padre, come quello che segue riportato, siano applicabili solo ai figli del dio minore, là dove egli indica i criteri di selezione dei nuovi vescovi:

«È un gran teologo, una grande testa: che vada all’università, dove farà tanto bene! Pastori! Ne abbiamo bisogno! Che siano, padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; che amino la povertà, interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità e austerità di vita, che non abbiano una psicologia da prìncipi, che non siano ambiziosi, che non ricerchino l’episcopato» [cf. QUI].

bastone e carota

all’episcopato italiano il bastone a quello tedesco la carota …

Insomma, ai tedeschi la carota agli italiani il bastone, posto che è un errore sia l’una sia l’altro, ma soprattutto, l’errore di fondo, sta nella valutazione: i tedeschi, nel corso del tempo, hanno perso tutte le guerre, per questo stanno tentando di vincere la “guerra economica” sulla pelle dell’Europa, che alla fine non vinceranno, perché la perdita fa parte del loro antico desiderio incoscio collettivo di “espiazione”. Gli italiani, alla resa dei conti, le guerre le hanno vinte anche quando hanno apparentemente perso, saltando come atleti insuperabili da un carro all’altro, oggi con la croce d’oro al collo, domani con quella di legno, perché la pasión de fuego dei vari Bergoglio, arriva, brucia e passa, ma la romanità cattolica e papista e l’italianità cristiana rimane, con tutto il più sincero rispetto per … Don’t cry for me Argentina, non piangere per me Argentina [cf. video di Evita Peron, QUI].

Ecco che cosa vuol dire, ed ecco quale sostanziale differenza corre tra l’essere un vecchio italiano ed essere invece un giovane argentino, sicuro in buona fede e con le migliori intenzioni di poter inaugurare dalla sera alla mattina, sulla tomba del Principe degli Apostoli, custodita da due millenni dalla Chiesa italiana per la Chiesa universale, una Chiesa da telenovela sentimental-pauperista, dove per esigenze di regia, accettate da molti attori per puro tornaconto personale, persino i ricchi fingono di essere poveri per compiacere il nuovo regista. O per dirla in altri termini: persino per un Sommo Pontefice può essere molto rischioso giocare coi vecchi e pericolosi gattopardi italici. Che allora il Santo Padre Francesco impari perlomeno dalla storia più recente, quella del suo predecessore, il quale conosceva bene i pericolosi gattopardi, dato che dentro la curia romana c’è vissuto per quasi mezzo secolo; e pur malgrado, il doloroso epilogo è stato quel che è stato …

papa e ciotti

Il Santo Padre e Don Luigi Ciotti – Qualcuno dica al Santo Padre di tenersi lontano da questi soggetti. E se proprio ci tiene a dargli la mano, che gliela dia in faccia per sottrarli al proprio indomabile ego e richiamarli ai loro autentici doveri sacerdotali [cf. QUI]

Essere ascoltati o farsi ascoltare da una testa antropologicamente dura come quella dell’uomo Jorge Mario Bergoglio non è cosa facile e può comportare seri rischi. Se però il Sommo Pontefice viene buggerato a questo modo sotto i nostri occhi, forse sarebbe il caso di provare almeno ad avvertirlo. Per esempio mettendolo in guardia che le anime pie che gli hanno appena confezionato i vescovi per due importanti sedi italiane, Palermo e Bologna, da una parte lo hanno obnubilato con mirabili racconti su due candidati modello che incarnano l’idea di Chiesa povera per i poveri, conformi come tali al suo desiderio di rivoluzione, ma, al tempo stesso, gli hanno però fatto passare sotto il naso due elementi che si sono formati secondo gli schemi del “migliore” progressismo catto-comunista dei dossettiani, o dei radical-chic della Comunità di Sant’Egidio che giungono con la Porsche Cayenne a servire i pasti ai poveri. Due neo vescovi cresciuti da teologi di discutibile dottrina del calibro di Giuseppe Ruggieri, allevati a pane&Rahner e infarciti del meglio del peggio degli autori della Nouvelle théologie. E questi vescovi, domani, favoriranno la nomina di vescovi tali e quali a loro; dei soggetti che senza ritegno e pudore si sono già messi in lista e quindi lanciati nel loro sfrenato corteggiamento. Per questo affermo: coloro che sono vicini al Santo Padre e gli possono parlare ed esprimere opinioni, non avvertendolo di questi suoi pericolosi errori di valutazione e di scelta, non spiegandogli quali nomine i gattopardi lo stanno inducendo a fare dietro la lusinga del candidato ideale in quanto dedito anima e cuore ai poveri, finiscono col cadere nel grave peccato di omissione, recando grave danno alla Chiesa e un danno assai maggiore alla propria anima immortale, visto che di questi tempi, le strade dell’Inferno, rischiano d’esser lastricate di vescovi, di cardinali e di preti “poveri per i poveri” che si sono furbescamente lanciati nella carriera ecclesiastica in modo parecchio più spregiudicato di quanto accadeva in precedenza, essendo ancor più mediocri e ancor meno cattolici di quelli che li hanno preceduti.

Diceva uno dei personaggi de Il Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Detto questo aggiungo: si può essere Sommi Pontefici, si può essere argentini furbi veri o presunti, si può essere gesuiti col serpeggiante complesso dell’avere una marcia di scaltrezza in più rispetto agli altri, si può essere tutto ciò che si vuole, ma per difendersi dai pericolosi e antichi gattopardi, bisogna conoscerli e saperli combattere con le armi della santa prudenza e della santa sapienza attraverso l’apertura incessante ai doni della grazia di Dio, altrimenti un giorno, voltandosi attorno, si scopre d’improvviso d’essere stati rinchiusi a chiave dentro una gabbia, senza neppure sapere come sia stato possibile finirci dentro.

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gattopardi

Il gattopardo, opera del letterato italiano Giuseppe Tomasi di Lampedusa

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Divorziati risposati? La parola spetta adesso a Pietro, sul quale Cristo ha edificato la sua Chiesa

DIVORZIATI RISPOSATI? LA PAROLA SPETTA ADESSO A PIETRO, SUL QUALE CRISTO HA EDIFICATO LA SUA CHIESA

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Dal discorso del Sommo Pontefice Francesco: « […] Mentre seguivo i lavori del Sinodo, mi sono chiesto: che cosa significherà per la Chiesa concludere questo Sinodo dedicato alla famiglia? Significa anche aver spogliato i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite. Significa aver cercato di aprire gli orizzonti per superare ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive, per difendere e per diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la bellezza della Novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile. Nel cammino di questo Sinodo le opinioni diverse che si sono espresse liberamente – e purtroppo talvolta con metodi non del tutto benevoli – hanno certamente arricchito e animato il dialogo, offrendo un’immagine viva di una Chiesa che non usa “moduli preconfezionati”, ma che attinge dalla fonte inesauribile della sua fede acqua viva per dissetare i cuori inariditi ».

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Avvenire 24.10.15 - 4

Avvenire del 24.10.2015, il servizio dedicato a Giovanni Cavalcoli dal quotidiano dei Vescovi italiani

Nel corso degli ultimi dieci giorni, il Padre Giovanni Cavalcoli ed io abbiamo disquisito su alcune delle tematiche più scottanti in fase di discussione al Sinodo sulla famiglia, basta scorrere i nostri ultimi articoli per trovare tutte queste recenti disquisizioni.

Se non fossimo uomini di fede e non vivessimo il sacerdozio e la speculazione teologia come un servizio, oggi potremmo rallegrarci con l’infelice frase: «Avevamo ragione!». Cadendo in tal modo nell’errore da noi criticato attraverso l’accusa rivolta a coloro che hanno tentato di “dogmatizzare” le proprie opinioni sul pretesto della presunta difesa delle verità di fede. 

Noi non abbiamo alcuna ragione, perché nessuno ha ragione, nessuno ha vinto e nessuno ha perso. Chiunque difenda la verità dall’errore non segna la vittoria propria, ma la vittoria di Cristo. L’unica vittoria è stata infatti quella del Corpo della Chiesa, che attraverso il Collegio dei Padri Vescovi riuniti in sinodo ha fatto prevalere, nell’ossequio e nell’obbedienza alla fede, il pastorale senso comune.

Sia però chiaro: al momento non è accaduto niente e nessuna disciplina è stata modificata. Il Santo Padre dovrà scrivere la Esortazione Apostolica post sinodale, che è un atto suo, personale, nel quale potrà o non potrà tenere conto della relazione finale e di quanto emerso dalle discussioni dei Padri Sinodali. Per il momento, la disciplina alla quale attenersi, è quella sino a oggi dettata dalla Chiesa, senza alcuna alterazione.

A smuovere i cuori di certi farisei rinchiusi nel microcosmo dei loro legalismi cervellotici, non c’è riuscito neppure il Verbo di Dio fatto uomo, quindi non ci riusciranno certo i Padri dell’Isola di Patmos, che desiderano però rivolgere a costoro un supplice invito al sensus fidei : «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato» [cf. Mc 2,27-28]. In queste parole e in quelle che seguono è spiegato tutto ciò che ogni pio cristiano dovrebbe sapere:

«Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini » [cf. Mt 15, 7-9].

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DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A CONCLUSIONE DEI LAVORI DELLA
XIV ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI

QUI

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I divorziati risposati e quei teologi che strumentalizzano la “Familiaris consortio” di San Giovanni Paolo II

I DIVORZIATI RISPOSATI E QUEI TEOLOGI CHE STRUMENTALIZZANO LA FAMILIARIS CONSORTIO DI SAN GIOVANNI PAOLO II

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La Familiaris consortio, appunto perché tocca solo il foro esterno, non sfiora neppure la questione in esame, caratteristica del foro interno, ossia della condizione o dello stato o del dinamismo interiore della volontà dei conviventi e lascia quindi aperta la porta alla legittimità della discussione in atto nel Sinodo, se, in certi casi gravi, ben precisati e circostanziati, con forti scusanti, i divorziati possano o non possono accedere ai Sacramenti.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Ariel S. Levi di Gualdo in compagnia del cane da guardia di una casa religiosa di Castel Gandolfo. Egli nutre particolare affetto per i vecchi Domini canes di pura razza, che da sempre è in grado di distinguere dai moderni chihuahua isterici …

Nota introduttiva  I Padri dell’Isola di Patmos non fanno “polemica”, ma il loro “mestiere”: diffondere e  difendere la dottrina e il Magistero della Chiesa. Nell’affrontare gli ultimi temi trattati su queste nostre colonne telematiche, Giovanni Cavalcoli ed io ci siamo trovati a essere attaccati da laici intransigenti e sedicenti cattolici che mostrano inquietante propensione a confondere la politica con la teologia, i quali ci hanno bordato accuse di eresia, incluso l’essere eretici modernisti e diffusori di dottrine moderniste. E come tutti gli addetti ai lavori sanno, il modernismo, secondo la definizione oggi più che mai attuale del Santo Pontefice Pio X, non è una semplice eresia, ma la sintesi di tutte le eresie. Appresso hanno fatto seguito articoli firmati dall’utile testa di legno che ha speso il proprio nome per sostenere motivazioni ad esso fornite da un teologo, il quale poteva procedere in prima persona nell’esporre teorie legittime, che però costituiscono contraddizioni in termini nell’ambito delle discipline dogmatiche, di quelle morali e del sentire pastorale impresso nei principali documenti degli ultimi cinque decenni di magistero. Che dire poi del rigore “morale” usato in modo tutto politico su temi variamente legati alla delicata sfera della sessualità umana, per opera di soggetti che non mostrano interesse a tenere in considerazione i princìpi di umanità ed i criteri fondanti della carità cristiana, specie di fronte a situazione di sofferenza umana che reclamano sempre attenzione e rispetto, oltre alla ricerca di soluzioni che competono al sapiente ministero della Chiesa, non alle supposte pretese di chi urla più forte nel tentativo di mutare in dottrine dogmatiche le cieche opinioni del proprio “io“. A inquietarci non poco sono stati scritti e interventi intrisi di rigore farisaico dai quali emerge lo spirito di un’eresia antica ma sempre insidiosa: il manicheismo. Ecco il motivo di questa nuova risposta data da Giovanni Cavalcoli, che non chiama per nome il suo interlocutore per il rispetto ch’egli intende tributare alla libera scelta di chi ha deciso di presentarsi attraverso dei prestanome anziché in prima persona. Personalmente colgo l’occasione per rendere grazia a Dio per avermi donato il privilegio dell’amicizia di un galantuomo sapiente come Giovanni Cavalcoli, al quale sono legato in divina parentela fraterna dal Sangue Redentore di Cristo Signore attraverso il Sacro Ordine Sacerdotale.

Ariel S. Levi di Gualdo

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Giovanni Cavalcoli in coro 2

l’accademico pontificio Giovanni Cavalcoli nel coro del convento dei Domini canes

Caro Confratello.

Rispondo alle tue obiezioni alle mie idee sulla questione dei divorziati risposati. Tu mi addebiti «la falsa teoria secondo la quale la considerazione pastorale e canonica dei divorziati risposati come di fedeli tenuti a uscire dal loro «stato di peccato» sarebbe un errore teologico e un «giudizio temerario». Tu sai benissimo che quella non è una mia opinione ma la dottrina di san Giovanni Paolo II ― Familiaris consortio e Veritatis splendor ―, per di più riguardante il foro esterno e non la coscienza dei singoli (ossia, il foro interno, dove la guida e il consiglio sono affidati alla prudenza del confessore), in linea peraltro con la tradizionale dottrina circa lo “stato di grazia” (e del suo contrario, riscontrabile anche recentemente negli studi di teologia morale di teologi e Pastori come il Cardinale Carlo Caffarra, che tu ben conosci.

Rispondo col dirti che vedo chiaramente che tu mi ha frainteso e dovresti accorgertene anche tu. Infatti, se tu leggi bene che cosa ho scritto, come anche i miei recenti interventi sull’Isola di Patmos, quello che io definisco «giudizio temerario», non è affatto «la considerazione pastorale e canonica dei divorziati risposati come di fedeli tenuti a uscire dal loro “stato di peccato”», ma bensì la pretesa da parte di alcuni di ritenere che certi conviventi, che per il momento non possono uscire dal loro stato illegittimo e irregolare, si trovino necessariamente in uno stato permanente, inespiabile ed insopprimibile di colpa mortale, quasi che fossero privi del libero arbitrio e la grazia perdonante non esistesse. Questo è un giudizio allucinante di chi non sa né che cosa è il libero arbitrio né che cosa è la grazia. Infatti, l’incentivo al peccato non è ancora il peccato. L’incentivo può essere non voluto, inevitabile ed invincibile. Il peccato è invece un atto voluto, evitabile e vincibile. Altrimenti, facciamo come Lutero, che confondeva la concupiscenza, che è solo tendenza a peccare o desiderio di peccare, col peccato, cadendo con ciò sotto la netta condanna del Concilio di Trento.

Da questa eresia di Lutero sorge tanto il rigorismo che il lassismo. Infatti, come si sa, la concupiscenza è invincibile. Che si dice allora? Si possono fare cose: o accusare farisaicamente ed implacabilmente di peccato a tempo pieno, come fosse un’anima dannata, chi, per questo semplice fatto, è sotto lo stimolo della concupiscenza. Oppure ci si scusa ipocritamente dal peccare, perché si dice: «Non sono io a peccare, ma è la concupiscenza che mi fa peccare. Quindi io non ho colpa e posso continuare a peccare. Dio è buono e mi perdona sempre».

I conviventi certamente sono tenuti, se possono, a interrompere la loro relazione, che costituisce per loro una tentazione forte e continua al peccato. Ma non sempre questa interruzione è possibile, anche nonostante ogni buon volere, e questo per cause di forza maggiore ed anche per ragionevoli motivi, come è noto in certi casi particolari intricati e complessi, dove occorre tener conto di dati oggettivi ineliminabili, per esempio la presenza di figli od obblighi civili o vantaggi economici o il convivente ammalato. In tal caso i due si trovano in uno stato di vita che certo permane, ma questo non vuol dire che si trovino necessariamente in uno «stato di peccato» permanente, se con questa espressione intendiamo il rimanere prolungatamente e volontariamente nella colpa. Infatti, in forza del liberto arbitrio e dell’azione della grazia, essi possono in qualunque momento e in qualunque situazione o condizione, interiore o esteriore, attuale o abituale, ambientale o psicologica, giuridica o morale, anche molto sfavorevole, annullare la colpa e tornare in grazia, senza che ciò richieda un’impossibile interruzione della convivenza e senza la pratica del sacramento della penitenza, che è stato loro negato. Dio, infatti, come tu sai bene, può dare la grazia anche senza i Sacramenti.

La Familiaris consortio, appunto perché tocca solo il foro esterno, non sfiora neppure la questione in esame, caratteristica del foro interno, ossia della condizione o dello stato o del dinamismo interiore della volontà dei conviventi e lascia quindi aperta la porta alla legittimità della discussione in atto nel Sinodo, se, in certi casi gravi, ben precisati e circostanziati, con forti scusanti, i divorziati possano o non possono accedere ai Sacramenti.

Giovanni Paolo II si limita a ribadire la norma vigente, espressione di un’antichissima tradizione, sia pur corredandola di alti motivi teologici. Ma trattandosi di norma certo fondata sul dogma, ma non necessariamente connessa con esso, questo insegnamento del Papa non è da considerarsi immutabile, come non lo sono generalmente le norme positive, giuridiche e pastorali della Chiesa, senza che ciò comporti un insulto al dogma sul quale si basano. Infatti, un medesimo principio morale può avere diverse applicazioni. Non sarebbe saggio né prudente attaccarsi ostinatamente ad una sola delle possibili applicazioni, per il semplice fatto che essa si fonda su di un valore assoluto, il quale, viceversa, ammette una pluralità di diverse applicazioni, salvo restando il principio.

Ora, il timore di alcuni che un mutamento della disciplina vigente possa intaccare il dogma, è infondato, perché l’attuale normativa non è così connessa al dogma come fosse la conclusione di un sillogismo dimostrativo, dove la premessa sarebbe il dogma; ma la detta normativa ha solo una connessione di convenienza col dogma, tale da ammettere anche altre possibili conclusioni. Similmente, dal proposto di vivere cristianamente ― valore assoluto ed irrinunciabile ― non discende necessariamente soltanto la vita laicale, come credeva Lutero, ma può scaturire anche la scelta sacerdotale o religiosa.

Così in teologia, tu me lo insegni, il teologo, quando spiega un dogma, non adduce ragioni necessarie del contenuto dogmatico, perché il dogma non si può dimostrare razionalmente, ma avanza motivi di convenienza, che rendono il dogma conciliabile con la ragione, e che ammettono altre possibili spiegazioni. Se invece il dogma si potesse dimostrare razionalmente, non esisterebbe altro che una sola conclusione dimostrativa ― la verità è una sola ―, mentre ogni altra sarebbe falsa. Quindi ci sono consentiti ed anzi possono essere utili la discussione e il contradditorio, ma nel rispetto reciproco delle nostre opinioni, ed evitiamo per ciò di assolutizzare la nostra personale opinione facendola passare per “dottrina della Chiesa”, come se quella contraria fosse contro il dogma. Altrimenti, se il Papa deciderà che si conceda la Comunione ai divorziati risposati, che diremo? Che il Papa è eretico? Che è cambiata la dottrina della Chiesa?

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Varazze, 23 ottobre 2015

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cliccando sopra al logo di inBlu Radio, potete aprire e ascoltare l’intervista radiofonica fatta a Giovanni Cavalcoli il 22.10.2015

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IN BLU LOGO

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Sui divorziati risposati. Continua la discussione: replica di Giovanni Cavalcoli alla risposta di Corrado Gnerre

SUI DIVORZIATI RISPOSATI. CONTINUA LA DISCUSSIONE: REPLICA DI GIOVANNI CAVALCOLI ALLA RISPOSTA DI CORRADO GNERRE

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Viene oggi molto citato il n. 84 della Esortazione Apostolica Familiaris consortio di San Giovanni Paolo II, nel quale il Papa esprime la condizione della irregolarità dei divorziati risposati, in foro esterno o, come egli si e esprime, “oggettivamente”; ma il Santo Pontefice si guarda bene dal dire che essi sarebbero, soggettivamente o in foro interno, in un continuo stato di peccato mortale, perchè, questo, come ho già detto, sarebbe un giudizio temerario, che pretende scrutare l’intimo delle coscienze e le segrete operazioni della grazia. In secondo luogo, questo insegnamento del Santo Pontefice non va preso come fosse una dottrina di fede immutabile, ma solo come disposizione pastorale, come tale mutevole, per quanto di antichissima tradizione. Ma non si tratta di Sacra Tradizione, essa sola depositaria del dato rivelato, bensì solo di tradizione canonica. dagli anni nei quali questa Esortazione apostolica è stata scritta, la questione dei divorziati risposati si è alquanto estesa, complicata e aggravata, tanto che l’attuale Pontefice ha deciso di riprenderla in esame per vedere se mantenere l’attuale disciplina, oppure adottare soluzioni diverse dal passato.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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[Per leggere l’articolo del Prof. Corrado Gnerre, confutato negli otto punti che  seguono, cliccare QUI]

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l’accademico pontificio domenicano Giovanni Cavalcoli

Il prof. Riccardo Gnerre è nuovamente intervenuto contro di me sulla rivista telematica Riscossa Cristiana riguardo il tema della problematica morale e giuridica attinente ai divorziati risposati [cf. articolo,  QUI]. Credo che la nostra discussione possa offrire un modesto ma sincero contributo e forse un aiuto alle ben più autorevoli discussioni in atto dei Padri sinodali. Ma, trattandosi di gravi argomenti di comune interesse, credo che non sia male che noi due, comuni fedeli, esprimiamo il nostro parere in una dialettica costruttiva. Vediamo dunque le principali e più significative critiche ed obiezioni che mi fa il prof. Gnerre.

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1. Davvero ritenere che i divorziati risposati siano in uno stato di peccato grave è “giudizio temerario”?

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Rispondo: è un giudizio temerario, se si ritiene che essi siano necessariamente e continuamente in uno stato di colpa o di peccato, sì da essere permanentemente ed irrimediabilmente, ventiquattr’ore su ventiquattro privi della grazia, sicchè se dovessero morire dovrebbero precipitare nell’inferno.

Non è però questo il pensiero della Conferenza Episcopale Italiana la quale, già nel 1979, emanò un importante documento «Pastorale delle situazioni matrimoniali non regolari» [cf. QUI], nel quale si danno istruzioni, ancor oggi assai utili, sulla condotta cristiana, che queste coppie possono praticare. Dal che si deduce facilmente che esse possono essere in grazia e quindi non sono in uno stato continuo di peccato mortale. Infatti, si dice, per esempio, che i due possono fare la “Comunione spirituale”. Se avessero un peccato mortale sulla coscienza, potrebbero mai farla?

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2. Gnerre mi fa dire che io sosterrei che uno possa essere indotto suo malgrado a peccare. Infatti mi obietta dicendo che, se questo fosse vero, “Ognuno potrebbe addurre situazioni che lo avrebbero spinto, suo malgrado, a peccare: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato il frutto, e io ho mangiato!» [Gn, 3]. Adamo cerca di discolparsi inutilmente”.

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Ma io ho detto esattamente il contrario. Ho detto che il peccato è un atto libero e volontario, per cui non esiste un “peccare malgrado se stessi”. Certo, io posso fare un’azione oggettivamente cattiva, ma, se la compio involontariamente o perchè coatto o per inavvertenza o senza deliberato consenso, l’azione non mi può essere imputata a colpa, almeno davanti a Dio. Diverso è invece il caso di Adamo, paradigma di colui che ha peccato veramente e volontariamente e, in modo sleale, vuol scaricare la colpa sugli altri; benchè sia vero che Adamo è stato indotto in tentazione da Eva. Ma un conto è subire una tentazione e un conto è cedere volontariamente alla tentazione. Io invece mi riferivo al caso nel quale, come per esempio certi conviventi, in situazioni oggettive insormontabili, peccano certamente, ma hanno delle attenuanti, per il fatto che, per ipotesi, si trovano ogni giorno davanti all’occasione frequente, impellente ed inevitabile di cadere. Per questo, anche un peccato di per sè mortale per la sua materia, ma con attenuanti soggettive — mancanza di piena deliberazione a causa della violenza della passione —, può abbassarsi a livello di colpa veniale.

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3. I conviventi, dice Gnerre, hanno «l’obbligo di togliersi dalla condizione peccaminosa, altrimenti si corre il rischio di “mettere alla prova” Dio».

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L’obbligo c’è, ma se ci sono le possibilità effettive ed oggettive di interrompere il rapporto. Ma esistono casi complessi e complicati nei quali la separazione non è possibile — almeno momentaneamente — anche con tutta la buona volontà della coppia, che potrebbe anche essersi pentita della nuova unione, ma non sa come venirne fuori. In questi casi l’occasione di peccare è inevitabile ed ineliminabile, per cui, se è vero che l’occasione non è la causa propria, ma solo incentivo o stimolo esterno a peccare, e se è vero che la causa vera del peccato è solo la cattiva volontà, resta vero che valgono le attenuanti di cui al numero precedente. E se i due dovessero cadere nel peccato mortale, possono essere perdonati da Dio, anche senza il Sacramento della penitenza. È chiaro che però ogni volta che peccano, per rialzarsi, devono fare il proposito di non più peccare, nonostante il permanere supposto involontario o di forza maggiore della situazione, la quale spinge a peccare. Essa però non va mai detta «peccaminosa», bensì pericolosa. Ricordiamoci sempre che nessuna situazione è peccaminosa o colpevole in sé, ma che però può costituire occasione di peccato o tentazione al peccato. Se poi in certi casi la situazione può essere evitata, deve essere evitata.

La tentazione di Dio è un’altra cosa. Essa comporta il porsi volontario nell’occasione o il trascurare di fare il possibile per evitare il peccato, con la pretesa di godere della protezione divina o di scampare comunque al pericolo. Dio non ci può soccorrere se ci gettiamo volontariamente nel precipizio.

Il caso di certi conviventi è diverso. L’ipotesi è che non abbiano la possibilità di evitare l’occasione o la tentazione. Per questo, quando essa giunge, facilmente cadono nel peccato, ma la colpa diminuisce, in quanto si suppone che la volontà ceda alla violenza della passione. Se poi la colpa si abbassa al livello del peccato veniale, essi lo possono togliere con semplici pratiche penitenziali personali, ottenendo il perdono direttamente da Dio.

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4. “Due conviventi non mutando vita, dimostrano che la loro intenzione di non peccare è inesistente”.

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Si danno casi nei quali, almeno momentaneamente, è impossibile interrompere la convivenza, il che comporta l’esistenza di occasioni e tentazioni inevitabili e forse irresistibili di peccare. Ne conseguiranno peccati frequenti, più o meno gravi. Ma se la loro condizione di vita esternamente e giuridicamente è irregolare ed illegittima, ed è obbiettivamente riprovevole, che ne sappiamo poi noi di ciò che la grazia può operare nelle loro coscienze? È vero che la buona intenzione si dimostra coi fatti. Ma è anche vero che se ci si trova in una situazione come quella di certi conviventi, dalla quale sul momento è impossibile uscire, chi impedisce loro di rinnovare continuamente e sinceramente, con ogni sforzo, le buone intenzioni e i buoni propositi, nonostante le frequenti cadute?

Per verificare la bontà di un’intenzione non dobbiamo chiedere al prossimo azioni che sono al di sopra delle loro forze. Due conviventi obbligati a restare conviventi possono ugualmente compiere atti di buona volontà e quindi non essere affatto esclusi dalla divina misericordia, magari ancora di più di un coppia di sposi che vivono in una posizione regolare. Che ne sappiamo delle intenzioni dei cuori? Che ne sappiamo delle differenze e dei contrasti che possono sorgere tra le due coscienze? Che ne sappiamo della violenza con la quale certe spinte al male contrastano la buona intenzione e la buona volontà del soggetto? E se la buona intenzione non riesce ad esprimersi all’esterno, forse che Dio non la vede e non la premia? E che ne sappiamo di ciò che la grazia opera nelle anime?

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5. «Prendiamo la Confessione. Questa, perché sia valida ha bisogno di alcune condizioni, fra cui l’essere sinceramente pentiti e il proposito di non peccare più. Nel proposito entra in gioco anche il comportamento futuro. Se ho rubato e sono convinto che una determinata occasione mi ha spinto a farlo, ho l’obbligo morale di evitare quella occasione prossima di peccato. Lo stesso vale se convivo con una donna come se fosse mia moglie non essendo questa mia moglie Lo ripeto: da un punto di vista formale il ragionamento di padre Cavalcoli potrebbe anche avere valore, ma non da quello sostanziale e intenzionale. Ecco perché Gesù dice le parole che ho citato prima: “Se si guarda una donna desiderandola …”».

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Nessuno impedisce ai conviventi di rinnovare continuamente il proposito di non più peccare ogni volta che peccano. È vero che nell’ Atto di dolore in confessionale esprimiamo al confessore tale proposito. Ma ciò non impedisce che la settimana dopo ricadiamo nello stesso peccato, almeno veniale, senza che ciò comporti alcuna recidività o leggerezza o ipocrisia, ma solo per la debolezza della natura umana. Il che non vuol dire che non esistano e non debbano esistere processi di guarigione, ma essi richiedono il loro tempo e il confessore deve saper attendere. Inoltre, il proposito dev’essere proporzionato alle proprie forze e alle proprie possibilità, compatibilmente alla condizione di vita nella quale ci si trova e dalla quale non si può uscire.

Ora, la nostra ipotesi è appunto quella di una coppia che, per motivi oggettivi gravi, di forza maggiore ed anche in parte ragionevoli, non può interrompere il rapporto. Certo, questo richiede il rinnovo continuo dei buoni propositi. Ma non dobbiamo credere che i due, per il semplice fatto di trovarsi in quella situazione, non possano formare propositi sinceri, che li aprono alla grazia di Dio.

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6. «I divorziati risposati non possono accedere all’Eucaristia perché la loro condizione è oggettivamente negativa. La Familiaris Consortio (n.84) [Ndr.  QUI] parla per i divorziati di condizione di vita che contraddice “oggettivamente” la verità naturale e cristiana sul matrimonio: “Sono essi (i divorziati risposati) a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”».

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Il Papa esprime qui la condizione della loro irregolarità, in foro esterno o, come egli si e esprime, “oggettivamente”; ma si guarda bene dal dire che essi sarebbero, soggettivamente o in foro interno, in un continuo stato di peccato mortale, perchè, questo, come ho già detto, sarebbe un giudizio temerario, che pretende scrutare l’intimo delle coscienze e le segrete operazioni della grazia. In secondo luogo, questo insegnamento del Santo Pontefice non va preso come fosse una dottrina di fede immutabile, ma solo come disposizione pastorale, come tale mutevole, per quanto di antichissima tradizione. Ma non si tratta di Sacra Tradizione, essa sola depositaria del dato rivelato, bensì solo di tradizione canonica. Infatti dagli anni nei quali questa Esortazione apostolica è stata scritta, la questione dei divorziati risposati si è alquanto estesa, complicata e aggravata, tanto che l’attuale Pontefice ha deciso di riprenderla in esame per vedere se mantenere l’attuale disciplina, oppure adottare soluzioni diverse dal passato. Per questo egli ha convocato il Sinodo. La questione mette un gioco due valori di fede, che sta alla Chiesa connettere con saggia pastoralità: da una parte, il rispetto ai sacramenti, mezzi immutabili di grazia e di salvezza, istituiti da Cristo; dall’altra, la cura delle anime, nutrite dalla grazia sacramentale, amministrata dalla Chiesa.

A seconda di dove pende, per così dire, la bilancia, la Chiesa può far prevalere il Sacramento; ed allora da qui scaturisce l’attuale disciplina; oppure può mettere in maggior rilievo la salus animarum; e allora l’attuale disciplina potrà essere mutata. Attendiamo le decisioni del Santo Padre, quali che siano, senza l’allarmismo di un gretto conservatorismo e senza la faciloneria dei modernisti.

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7. «Padre Cavalcoli cade nell’eresia di oggi: il peccato di per sé non esiste, va piuttosto considerato come un bene dimezzato. Padre Cavalcoli dovrebbe sapere che se esiste il bene assoluto, non esiste il male assoluto, ma non per questo il male non è e non resta male».

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Il prof. Gnerre mi attribuisce cose orribili che non ho mai detto, né si possono assolutamente ricavare dalle mie affermazioni. Come mai un simile accecamento? Che gli è successo? Egli crede di poter ricavare questo giudizio da queste mie parole: «Il peccare dei conviventi, per quanto pecchino, non è necessariamente coestensivo al loro convivere. Non è che tutto il loro vivere sia peccato. Possono benissimo possedere buone qualità per altri versi, qualità che essi possono e debbono valorizzare, senza per questo peccare nel merito».

Per quanto riguarda il «bene dimezzato», bisogna intendersi. Se io faccio solo la metà del mio dovere, certamente faccio peccato. Ma se io taglio a metà una mela, per mangiarla non faccio niente di male, Dimezzare un bene è peccato, se quel bene deve essere intero: se taglio a metà una persona umana, certamente faccio male, ossia peccato.

L’adulterio è un male, è un peccato, perché distrugge un matrimonio, sorgente della vita umana. Ma la nuova coppia che sorge dall’adulterio, una volta commesso questo peccato, non è detto che nel corso della vita seguente essa sia sempre in peccato, priva della grazia, anche se perdura uno stato di vita riprovevole. Infatti, i due possono pentirsi ad ogni peccato commesso e riacquistare ogni volta la grazia, anche se resta l’unione illegittima o riprovevole.

Forse il prof. Gnerre, col suo riferimento al buonismo, intendeva riferirsi alla teoria del peccato come “imperfezione”, escogitata dai modernisti da applicare ai conviventi sotto pretesto che i due posseggono delle qualità umane, per minimizzare le loro colpe. Invece l’imperfezione morale è ben distinta dal peccato, in quanto l’imperfezione è nella linea del bene, è un’azione sostanzialmente buona, anche se priva della sua pienezza, ma non per cattiva volontà dell’agente, bensì solo per i limiti della sua volontà. È quindi frutto della buona volontà. Il peccato, viceversa, è un atto malvagio, effetto della cattiva volontà. È un’imperfezione volontaria, è un dimezzamento volontario del bene dovuto.

Dunque, io direi che il peccato di per sé non esiste? Esiste il male assoluto? Dico semplicemente che i conviventi, come qualunque essere umano figlio di Adamo, mescolano le opere buone con le azioni cattive. Ho ricordato altresì che, se non si è in grazia, anche le opere buone non servono per la salvezza. Ho detto e ripetuto, inoltre, che il peccato è un atto cattivo volontario compiuto con avvertenza e deliberato consenso.

Dove trova qui il prof. Gnerre motivo delle sue accuse farneticanti contro di me? Lui piuttosto, con la sua teoria del peccato a tempo pieno — «situazione di peccato» — si avvicina orribilmente alla concezione manichea del male e manda inesorabilmente all’inferno i poveri peccatori ignorando l’opera della grazia; un serio problema, questo, indicato anche da Ariel S. Levi di Gualdo sin dal sottotitolo del suo ultimo tuonante articolo [cf. L’Isola di Patmos, QUI].

Per quanto poi concerne la questione del bene assoluto ed il male assoluto, quello che io ho sempre sostenuto è che esiste il bene assoluto e non esiste il male assoluto, perché, mentre il bene può essere totalmente libero dal male, il male non è altro che una carenza o una privazione di carattere accidentale, perché ha bisogno di una sostanza o un soggetto, al quale inerire. Il male totale, assoluto o sostanziale, quindi, non esiste, perchè, nel momento cui viene distrutta tutta la sostanza, il male annulla stesso.

Il peccato però non è un male che distrugge se stesso, come pensa Karl Rahner; infatti nel caso del peccato, il soggetto è l’anima, la quale, per quanto il peccato sia grave, non può essere distrutta da questo male, che resta nell’anima. Come si toglie questo male? È Dio stesso che lo toglie in Cristo, suscitando il pentimento o donando la grazia, e questo avviene anche nei divorziati risposati, anche se non hanno la possibilità di interrompere il loro rapporto.

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8. Dire che il Papa non può mai parlare contro la Tradizione, pur dovendone essere custode, significa di fatto ritenerlo infallibile su tutto. Graziano nel suo Decreto scrive del Papa: “A nemine est judicandus, nisi deprehenditur a fide devius”, che significa: “non deve essere giudicato da nessuno, a meno che non si allontani dalla fede.”

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Il Papa è infallibile come interprete della Tradizione, non in tutto? Chi lo ha mai sostenuto? Se il Papa parla della partita Milan-Inter, non è infallibile. Graziano fa un ragionamento ipotetico puramente formale e astratto, dove vale la conseguenza, non il conseguente. È come se io dicessi: se mi gettassi dal quinto piano, mi ucciderei. Ma non intendo affatto gettarmi dal quinto piano.

Il Papa, come Maestro della Fede, interprete supremo della verità salvifica immutabile, rivelataci da Cristo e contenuta nella Sacra Scrittura e nella Sacra Tradizione, come Vicario di Cristo nell’insegnarci la dottrina del Vangelo, i contenuti del dogma e della morale, le esigenze della legge divina e della legge naturale, anche se non pronuncia solennemente — cosa assai rara — una nuova definizione dogmatica, secondo le condizioni dell’infallibilità pontificia stabilite dal Concilio Vaticano I, nel suo insegnamento pubblico ordinario, orale o scritto, un’enciclica, un’esortazione o lettera apostolica, un motu proprio, un’udienza generale o un’omelia della Messa quotidiana o un discorso pubblico a chiunque o a qualunque livello o un’intervista a un giornalista o a personaggi di rilievo, fruisce del carisma di Pietro, al quale Cristo ha detto: «confirma fratres tuos» [«conferma i tuoi fratelli nella fede», cf. Lc 22,32] e quindi non si inganna e non ci inganna, non erra e non è fallibile, ma ci dice sempre con certezza il vero, che, se non è immediatamente verità di fede, è comunque connesso con la fede o discende dalla fede.

Il Papa invece non è infallibile ed anzi può sbagliare o ingannarsi o essere ingannato o peccare in tutto il resto, può essere ingiusto o imprudente nella sua condotta morale, nel prendere un provvedimento, nel governo della Chiesa, nell’emanare o abrogare o mutare una legge canonica o una norma liturgica, nell’esprimere un’opinione teologica, nei discorsi o comportamenti privati, nella scelta dei collaboratori, nella nomina o promozione o destituzione dei vescovi o dei prelati, nel trattare con le potenze politiche o nei giudizi politici. Può essere deposto o per indegnità o per incapacità o per gravissimi motivi che toccano il bene o la pace nella Chiesa, ma non può mai essere convinto di eresia, cosa che del resto non è mai successa. Egli stesso, come oggi ormai sappiamo bene, può fare atto di rinuncia al sacro ministero per gravi motivi, più o meno liberamente.

L’unica ipotesi valida del Papa eretico è il caso di manifesta demenza, cosa che peraltro non si è mai verificata, oppure di costrizione subìta, caso, quest’ultimo, che si è verificato; ma il Papa, tornato libero, ha annullato l’atto invalido, compiuto in stato di necessità.

È dunque un’idea vergognosissima ed inconcepibile quella di certi cattolici o sedicenti cattolici, i quali, falsi sostenitori della Tradizione, osano avanzare la possibilità del Papa “eretico”, con la trasparente intenzione di porre una base “giuridica”, per accusare l’attuale Pontefice, mentre alcuni arrivano all’audacia di accusarlo apertamente, prendendo occasione, un esempio tra i tanti, dalla sua decisione di permettere che al Sinodo si discuta la possibilità di ammettere alla Comunione i divorziati risposati, come se ciò costituisse un attentato alla “Tradizione” ed alla dignità dei Sacramenti.

Dall’altra parte abbiamo la più consistente e pericolosa fazione modernista, arrogante, scettica, liberale, soggettivista, storicista, evoluzionista e relativista, la quale, negatrice com’è di qualunque certezza o evidenza universale ed oggettiva – chiamata con disprezzo “astratta” – e quindi dell’immutabilità non solo del dogma, ma anche della verità di ragione, promuove, col pretesto del “progresso”, della “libertà”, della “misericordia” e della “modernità”, un mutamento della disciplina, non per adeguarla meglio al dogma o alla legge divina, onde attuarne una migliore applicazione, ma perchè non crede in nessun valore assoluto.

Spacciarsi per cattolici e non esserlo è una grave truffa o un’operazione puramente politica, molto peggio di chi pretende curare i malati, senza titolo adeguato. Il cattolico non è né uno che si incarica di vigilare sull’ortodossia del Papa, per controllare che sia fedele alla Tradizione, né uno che, credendo di avere il filo diretto con lo Spirito Santo o con la Bibbia, agisce secondo la sua coscienza soggettiva, in assoluta autonomia, come fosse il fichtiano “Io assoluto”, piaccia o non piaccia al Papa, che per lui è un credente alla pari di tutti gli altri, con le sue proprie discutibili ed anzi arretrate opinioni, come ebbe a dire il Cardinale Carlo Maria Martini, poco prima di morire, che «la Chiesa di Benedetto XVI è indietro di due secoli», e che per fortuna «oggi abbiamo grandi teologi come Rahner» [ Cf. sul Cardinale Carlo Maria Martini si rimanda ai nostri articoli passati: QUI, QUI].

Il cattolico si distingue tra tutti gli altri cristiani — e se ne vanta — proprio per la sua leale obbedienza al Papa, che non è l’obbedienza supina, ma quella di persone intelligenti e responsabili, che godono della libertà dei figli di Dio, e che quindi sanno quando il Papa dev’essere obbedito e quando può essere criticato, sulla base di criteri di discernimento che il Papa stesso fornisce, e non quelli che ci vengono da Mons. Marcel Lefebvre o da Hans Küng.

Anche se il Papa non fosse perfettamente imparziale tra i due partiti in lotta, non dobbiamo turbarci più di tanto: è una di quelle cose dove egli non è infallibile e può correggersi. Esprimiamo lealmente il nostro dissenso, laddove ci è consentito, ma guardiamo soprattutto in lui il Successore di Pietro. Siamogli vicini nella lotta e nella sofferenza, invochiamo per lui l’assistenza dello Spirito Santo e l’intercessione della Madonna, affinchè “si faccia un solo gregge con un solo pastore”.

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Varazze, 22 ottobre 2015

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Esercizi spirituali per il clero predicati da Ariel S. Levi di Gualdo

ESERCIZI SPIRITUALI PER IL CLERO PREDICATI DA ARIEL S. LEVI di GUALDO

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Gli esercizi si svolgeranno a Siracusa dal 9 al 13 novembre presso l’Opera Sacerdotale della Casa di Bethania.

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Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

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Ortigia, l’antico nuclero della Città greca di Siracusa

Informiamo Sacerdoti, Diaconi e Religiosi che dal 9 al 13 novembre il Padre Ariel S. Levi di Gualdo predicherà gli esercizi spirituali per il clero presso l’Opera Sacerdotale della Casa di Bethania.

Come spunto delle meditazioni dedicate al sacro ministero sacerdotale è stato scelto: «Ravviva il dono che è in te» [II Tm 1.6].

Nel corso degli esercizi il Padre Ariel sarà a completa disposizione dei Confratelli per i colloqui privati e le confessioni.

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un angolo del parco della Casa di Bethania

Gli esercizi si svolgeranno in una cornice favorevole al ritiro ed al raccoglimento. La Casa di Bethania, a pochi chilometri da Ortigia, nucleo dell’antica città greca di Siracusa, è ubicata in un posto isolato immerso nel verde di fronte al mare della riserva naturale del Plemmirio.

La Casa di Bethania è stata fondata dal Presbitero Francesco Maria Sortino e dedicata a Gesù Misericordia Infinita ed è gestita da sette Suore Ausiliare, alle quali è possibile rivolgersi per ogni genere di informazione ai seguenti recapiti:

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Ariel S. Levi di Gualdo durante una celebrazione con Francesco Maria Sortino, fondatore dell’Opera Sacerdotale di Bethania

Opera Sacerdotale di Bethania
Trav. Mallia, 20 – Loc. Contrada Isola
96100 Siracusa
Tel. 0931/721212 — 0931/723015
suoreausiliarie@vocedibethania.it

 

Siracusa è servita dall’areoporto di Catania che dista 56 km. Per il tratto autostradale Catania-Siracusa è disponibile anche il servizio pullman ed il servizio taxi, oltre al tratto ferroviario che collega Catania a Siracusa. Il tempo di percorrenza del tratto autostradale Catania-Siracusa è di circa 50 minuti.  

 

La Comunione ai divorziati risposati: lectio magistralis di Giovanni Cavalcoli a Corrado Gnerre & C.

LA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI: LECTIO MAGISTRALIS DI GIOVANNI CAVALCOLI A CORRADO GNERRE & C

L’impressione che a volte il Papa non si attenga al dato rivelato trasmesso dalla Sacra Tradizione, è sempre un’impressione falsa, che deve farci comprendere che con simile atteggiamento mentale si finisce col cadere sotto il rimprovero del Signore, fatto ai farisei di non ascoltare la Parola del Dio eterno, che non passa e non muta, ma di farsi schiavi di caduche e vane “tradizioni di uomini”

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Giovanni Cavalcoli foto ordine

l’accademico pontificio domenicano Giovanni Cavalcoli

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Rispondo alle recenti critiche a me rivolte dal Prof. Corrado Gnerre e pubblicate nei siti Corrispondenza Romana [cf. QUI], Riscossa cristiana [cf. QUI], Chiesa e Postconcilio [cf. QUI] e altri. Il lettore potrà leggere le critiche in tre punti nei suddetti siti. Qui pubblico le mie risposte punto per punto.

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Primo punto – Peccato e situazione di peccato

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I divorziati risposati, nel giudizio della Chiesa, sono in una posizione “irregolare” e per questo sono esclusi dai sacramenti. Ma il sostenere che con ciò siano in uno “stato di peccato grave” è un giudizio temerario, che non tiene conto di che cosa è il peccato e qual è il suo dinamismo nel concreto delle coscienze. Essi infatti possono in qualunque momento, con la grazia di Dio, pentirsi ed ottenere il perdono di Dio, anche senza il sacramento della penitenza.

Per chiarire la discussione, ritengo utile fare alcune premesse di teologia morale. Comincio allora col dire che la condotta umana cosciente è costituita da una successione di atti della volontà, ora buoni, ed abbiamo la buona azione, connessa alla virtù; ora cattivi, ed abbiamo la cattiva azione, ossia il peccato, connesso col vizio.

È in potere del nostro libero arbitrio operare un’alternanza, nel tempo, di buone azioni e di peccati. In questo dinamismo del nostro volere gioca l’azione della grazia divina, la quale ci sollecita al bene, ci sostiene nel compierlo e, quando commettiamo il male, ci muove a pentirci e a chiedere perdono a Dio, col proposito di non più peccare e di evitare le prossime occasioni del peccato. Infine, sulla base di questi presupposti, Dio ci perdona e ci ridona la grazia, nel caso l’avessimo perduta col peccato mortale.

Per avere un quadro completo dell’agire umano e del suo funzionamento, e poter quindi dare un giudizio o una valutazione circa la grave questione che stiamo trattando, dobbiamo tener conto anche di altri fattori, che concorrono, seppur in modo accidentale e occasionale alla formazione dell’atto umano o morale, buono o cattivo che sia. Si tratta di motivazioni, incentivi, spinte, stimoli, sollecitazioni o pressioni più o meno forti o persistenti, favorevoli o sfavorevoli all’atto buono o cattivo, che possono provenire o dall’interno o dall’esterno del soggetto agente, e che possono essere o non essere favoriti o causati dalla volontà dello stesso soggetto agente.

Stimoli interni sono i progetti, gli intenti, le idee, i desideri, l’immaginazione, le tendenze, le abitudini, gli interessi, le disposizioni e le passioni del soggetto. Stimoli esterni sono l’ambiente umano e fisico, gli stimoli e influssi ricevuti dagli altri, le occasioni di operare il bene o il male, che si presentano, cercate o non cercate, previste o non previste.

In particolare, per quanto riguarda il peccato, esistono le tentazioni, che vengono o dall’intimo o da incontri o frequentazioni o esperienze pericolose o dannose, da cattivi esempi o dalle seduzioni di peccatori, persone tentatrici, con le quali si convive o si deve o si è obbligati o costretti a convivere.

Se le occasioni di peccare sono frequenti ed inevitabili, la caduta che consegue è meno imputabile, considerando da una parte la spinta della passione e dall’altra la pressione esercitata sulla volontà dall’occasione di peccato. La nostra volontà ha una forza limitata. Il peccato si verifica solo quando, potendo resistere alla tentazione, non lo facciamo. Ma se la tentazione è troppo forte e la volontà non riesce a vincere la concupiscenza, la colpa diminuisce, perché diminuisce il volontario, che è fattore essenziale dell’atto morale, sia buono che cattivo. In questo caso non si pecca perché si è deliberatamente voluto peccare, ma perché le forze di resistenza, colte a volte alla sprovvista, non sono state sufficienti. Se qualcuno mi dà uno spintone e io casco per terra, mi si darà una colpa se son caduto a terra? L’istinto sessuale, soprattutto nei giovani ― dovremmo saperlo tutti ―, è una forza travolgente, alla quale in certi casi è impossibile resistere. Nemo ad impossibilia tenetur. Non possiamo essere incolpati di atti che abbiamo commesso per causa di forza maggiore.

Ricordiamoci anche di distinguere il peccato in senso oggettivo, ossia l’azione cattiva in se stessa, dalla condizione soggettiva dell’agente, nel cui atto può mancare la piena avvertenza o il deliberato consenso, sicché la sua coscienza, benché egli oggettivamente abbia fatto del male o un danno a terzi, potrebbe essere in parte o del tutto scusata.

A ciò si riferiva il Papa con quella famosa frase «Chi sono io per giudicare?». Sarebbe assurdo credere, come hanno fatto stoltamente alcuni, che con ciò il Papa abbia voluto relativizzare la legge morale; ma semplicemente si riferiva ad un caso particolare, da sempre noto ai moralisti.

Tutte queste premesse devono portarci a un’importante distinzione, che gioca immediatamente nella nostra discussione e cioè quella tra il peccato come atto volontario, protraibile o interrompibile nel tempo a volontà; e certe situazioni o condizioni pericolose, interiori o esterne, soggettive od oggettive, che spingono più o meno fortemente al peccato, ma non sono ancora peccato, perché la volontà, per quanto sollecitata, resta libera di decidere. Possiamo tuttavia chiamare “stato di peccato” un peccato o una colpa volontariamente protratta nel tempo, quello stato psichico e morale colpevole che chiamiamo “ostinazione” e la Bibbia chiama “cuore indurito”. Anche in tal caso, però, la volontà, mossa dalla grazia, può sempre, in linea di principio, interrompere questo stato, spezzare queste catene e tornare al bene, come avviene per esempio nelle conversioni.

Ciò che accade nel caso dei conviventi, è una cosa che si può verificare in tanti altri casi della vita, nei quali occorre distinguere il peccato dall’occasione di peccare. Il peccato possiamo toglierlo subito; l’occasione può restare, anche se non vogliamo.

Facciamo alcuni esempi. Un seminarista che abbia un insegnante rahneriano, è bene che resti in seminario, anche se è tentato di cadere nell’eresia; e si noti che l’eresia è un peccato mortale, peggio dell’adulterio [cf. Ariel S. Levi di Gualdo, QUI]. Un operaio che abbia un padrone sfruttatore, dovrà tenerselo, data la difficoltà di cambiare lavoro, anche se è tentato di bastonarlo. Un cittadino, vittima di un regime dittatoriale, sarebbe tentato di fare un attentato, giacché difficilmente è possibile emigrare all’estero. E così via.

Ma in tutti questi casi occorre resistere, anche se la tentazione al peccato è forte. E se si cede, ci sono delle scusanti o delle attenuanti. Quando uno non ne può più, cede. Questo avviene nel sesso, ma anche in molti altri casi. E che facciamo? Li mandiamo all’inferno? O forse che la grazia di Dio può qualcosa? O forse che il Sinodo può darci qualche consiglio?

In questi casi e in questo senso non sarei del tutto contrario a parlare di “situazione peccaminosa”, a patto però che si distingua sempre da una parte lo stato volontario di peccato, che è possibile, benché non necessario e che quindi può essere sempre interrotto in qualunque momento e, dall’altra, da un contesto o da una situazione oggettiva durevole, insuperabile o di forza maggiore, dalla quale il soggetto, almeno al momento, non riesce a liberarsi, anche volendo.

La cosa da tener presente è che, anche in un’unione illegittima, non è affatto detto che i due siano sempre e necessariamente in uno stato di peccato mortale (“situazione peccaminosa” o “condizione di peccato”) e non possano essere toccati dalla grazia, come a dire che di per sé non possano essere atti a ricevere la Comunione, senza commettere sacrilegio.

Credere che la semplice occasione di peccare porti di necessità al peccato, è un errore gravissimo, offensivo della dignità umana dello stesso peccatore, il quale conserva il libero arbitrio, benché indebolito dal peccato originale. Se allora per “situazione peccaminosa” si intende la suddetta tesi, ebbene, come ho già detto, non esiste una “situazione peccaminosa”, perchè invece il peccato è la messa in pratica di un libero giudizio, questo sì peccaminoso; è un atto categoriale volontario e cosciente, ripetibile, anzi ripetitivo e, per quanto grave, sempre perdonabile o cancellabile da Dio, quale che sia la situazione nella quale si pecca.

La situazione, che è una circostanza dell’atto, non costituisce l’atto come tale nella sua sostanza, ma è solo una modalità accidentale o un’occasione dell’azione umana, buona o cattiva che sia. Ma non è la vera causa, che è solo la cattiva volontà. Quindi la sostanza del peccato, cioè la cosa che oggettivamente e sostanzialmente vien fatta, è indipendente dalle situazioni e dalle occasioni. Si può compiere un peccato in situazioni che inducono al bene; e si può compiere un atto di virtù, laddove la situazione ci spingerebbe a peccare. Che io compia un gesto di carità in uno stato d’animo di gioia, perchè ho superato un esame, o di sofferenza, perché è morta mia madre, il valore morale del gesto è sempre lo stesso.

Una delle eresie di Lutero condannate dal Concilio di Trento, fu proprio quella di credere che la concupiscenza, che è l’inevitabile ed invincibile tendenza permanente a peccare, presente in tutti noi, coincidesse con un inesistente stato permanente ed inevitabile di peccato.

La concezione del peccato come “situazione” è de-responsabilizzante. Salvo i nostri stati interiori, le situazioni nelle quali agiamo, solitamente non le determiniamo noi, ma ci sono date e non possiamo cambiarle. Qui siamo in una visione sul tipo di quella di Rousseau, che scarica le nostre colpe sulla società. Oltre a ciò, la detta concezione sembra riflettere la visione rahneriana, che rifiuta di considerare il peccato come atto categoriale, sostituendolo con una inesistente ed insostenibile “opzione fondamentale atematica”. Ma queste idee sono state condannate da San Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis Splendor.

Se la Chiesa esclude attualmente i conviventi dalla Santa Comunione, non è perché essa supponga che essi sono sempre in peccato, ma solo per una misura pastorale, che vuol essere: primo, un richiamo alla loro coscienza; secondo, il rispetto dovuto ai sacramenti; terzo, evitare lo scandalo e il turbamento dei fedeli. Ma di per sé non è impossibile che essi si accostino alla Comunione in stato di grazia. Il che è come dire che, nonostante la situazione sia irregolare, essi possono vivere in grazia, benché ciò sia certo per loro difficile.

Se quindi la Chiesa un domani dovesse concedere loro la Santa Comunione, ciò non vorrebbe affatto dire che la Chiesa – cosa impensabile – compia un attentato contro la sostanza dei sacramenti, ma semplicemente che usa della sua facoltà di legiferare e mutar leggi per una migliore recezione dei sacramenti. La Chiesa tiene provvidamente a che anche i divorziati risposati vivano in grazia di Dio, nonostante la loro situazione. D’altra parte, se la disciplina attuale resta immutata, io non avrei problemi, perché nella mia lunga esperienza di confessore e guida delle anime, sono sempre riuscito a rasserenare queste persone, semplicemente ricordando loro che comunque esse possono percorrere un personale cammino penitenziale ed essere quindi in grazia, anche se non possono accedere ai sacramenti.

C’è oggi una fissazione eccessiva e superstiziosa sul voler fare per forza la Comunione, come se si trattasse di una rivendicazione sindacale, magari trascurando la confessione, mentre la Chiesa da tempo ha prescritto per queste coppie che possono fare la Comunione spirituale alla Santa Messa.

D’altra parte, se la disciplina attuale dovesse essere allargata o mitigata, non vedo proprio perché, come temono alcuni, che non sanno distinguere il dogma dalla pastorale, ciò dovrebbe costituire un attentato ai Sacramenti. La pastorale mette in pratica il dogma e non lo contraddice. Tra dogma e pastorale c’è un rapporto simile a quello che esiste tra il ritmo biologico dell’organismo e due differenti metodi di cura della salute. Il medico non può fissare la cura senza compromettere la salute del paziente?

La Chiesa fa discendere la pastorale dal dogma, in quanto nel dogma vi sono leggi divine intangibili e immutabili, che devono essere applicate nella vita. Molti e mutevoli sono i modi con i quali le leggi divine possono essere applicate dalla Chiesa, la quale invece interpreta e rispetta sempre ed infallibilmente l’immutabilità del dogma.

Quindi è assurdo credere o temere, come fanno i lefevriani, vittime di un rigido legalismo, che la Chiesa o il Papa, quando emana o cambia una legge, possa disattendere o mutare il dogma. Questa sarebbe invece la speranza dei modernisti, che, col pretesto della “misericordia” più per sé che per gli altri, vogliono scuotere il giogo di Cristo, ma essi si illudono, perché dimenticano le parole di Cristo: «cielo e terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» [cf. Mt 24, 32-35].

Se poi il convivente, per cattive abitudini o scelte sbagliate precedenti o per vari gravi motivi od ostacoli indipendenti dalla sua volontà, prigioniero del vizio, non riesce a liberarsi dalla situazione nella quale si trova e a venirne fuori, se pecca di lussuria, è in parte scusato e la colpa diminuisce. In questi soggetti la coscienza può ottundersi, cosicché essi non trovano più la forza di rialzarsi e di correggersi, facilmente adagiandosi in una perversa e fatalistica rassegnazione. Eppure la Chiesa, madre premurosa di condurre tutti alla salvezza, non si arrende, ma può e deve curarsi anche di questi casi difficili e quasi disperati. Ecco il lavoro del Sinodo.

La Chiesa sa quello che fa soprattutto in questa delicata materia della disciplina dei sacramenti. Essa sa come guarire le anime dal peccato e mantenerle in salute. Spetta dunque a lei di stabilire le norme per la conservazione e il rispetto di quelle meravigliose medicine dello spirito, che sono i sacramenti, nonché per loro degna e fruttuosa celebrazione, amministrazione e recezione, ordinando la condotta del ministro e quella del fedele, secondo i tempi, i luoghi e le circostanze, affnchè detta condotta sia conforme a una degna prassi sacramentale.

Dobbiamo fidarci delle disposizioni giuridiche, liturgiche e pastorali della Chiesa, nella certezza che la Sposa di Cristo, pur tra i suoi limiti umani, non potrà mai venir meno alla fedeltà al suo Sposo e ai suoi comandamenti, per quanto diverse ed anche in contrasto tra di loro, nel tempo e nello spazio, possano essere le sue leggi, che comunque interpreteranno ed applicheranno sempre la volontà del Signore.

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Secondo punto – Difficoltà relative all’interruzione del rapporto

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È chiaro che stiamo parlando di una convivenza illegittima. Io però ho parlato di “situazioni peccaminose” e non di “condizioni di peccato”, le quali non sono la stessa cosa. Come ho respinto la prima espressione nel senso che ho precisato, sarei disposto invece ad accettare la seconda, nel senso di “condizioni di vita che inducono al peccato”. Ma allora anche qui non c’è ancora in gioco il peccato. Come ho detto per la situazione, così devo dire per la condizione: esse non possono essere qualificate come “peccaminose”, perché non sono peccati, ma sono circostanze del peccato, come ho spiegato sopra.

Non costituiscono la sostanza del peccato ma una proprietà aggiunta accidentale, che può mancare, senza che la specie del peccato muti. Anche due legittimi sposi possono commettere un peccato di lussuria. Così, per tornare al nostro caso, l’unione illegittima non conduce necessariamente di per sé all’atto del peccato, pur costituendo una situazione o condizione, che induce a peccare ed è sorta dal peccato.

Certo, allora, che convivere è un atto di volontà. Ma il peccare dei conviventi, per quanto pecchino, non è necessariamente coestensivo al loro convivere. Non è che tutto il loro vivere sia peccato. Possono benissimo possedere buone qualità per altri versi, qualità che essi possono e debbono valorizzare, senza per questo peccare nel merito. Se lui è ingegnere e lei è infermiera, non possono forse far del bene sotto questi aspetti? È vero che le opere buone fatte in stato di peccato mortale non valgono per la salvezza. Ma sarebbe giudizio gravemente temerario e crudele pensare che questi esseri umani, redenti dal sangue di Cristo, siano in un continuo ed irrimediabile stato di peccato mortale, a meno che non si lascino. E la grazia divina che ci sta a fare?

Il loro convivere, infatti, nonostante l’oggettiva irregolarità della loro posizione, può comportare anche, almeno in certi momenti, l’intervento e la presenza della grazia. Dipende dai due peccare o non peccare, in forza del libero arbitrio. Solo i dannati dell’inferno sono in uno stato continuo ed irrimediabile di peccato. Supponendo quindi quanto ho detto, non è detto che i due vivano necessariamente e in continuazione nel peccato, quasi fossero anime dannate, per il semplice fatto che la loro è un’unione illegittima.

Questa unione peccaminosa, certo, è la loro situazione o condizione di vita. Ma la situazione non fa da sé ancora il peccato, il quale non nasce dalla situazione, ma dalla volontà, volontà che può cambiare, mentre la situazione può restare la stessa. Il permanere di una situazione o condizione di vita, dalla quale, per ipotesi, non si può uscire e che comporta una continua tentazione al peccato, non vuol dire che in molti casi i due non possano, con la grazia di Dio, vincere la tentazione o, sempre con la grazia d Dio, risorgere dal peccato.

Interrompere la relazione sarebbe certo cosa buona e doverosa, ma cs non è sempre possibile a causa di ostacoli e di situazioni oggettivi di vario genere, ai quali ho già accennato nell’intervista [cf. QUI]. Ma è chiaro che se la cosa è possibile, va fatta.

Per quanto riguarda poi la questione dell’educazione dei figli, sollevata da Gnerre, è evidente che la nuova coppia ha un dovere primario nei confronti dei figli, eventualmente nati dalla nuova unione, mentre la nuova coppia dovrà interessarsi, per quanto è possibile e conveniente, stando alle disposizioni della legge civile e possibilmente sotto una guida spirituale, anche di eventuali figli nati nel precedente matrimonio e di altri avuti da un nuovo eventuale legame contratto con altri dal coniuge precedente.

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Terzo punto – Il Papa, custode della Tradizione

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Ripeto che la voce autentica ed ufficiale della Tradizione apostolica non è altro che il Magistero vivente della Chiesa di oggi, erede, custode e depositaria della Tradizione degli apostoli. Il Magistero della Chiesa lungo i secoli, a cominciare dai Santi Padri, specialmente nei Concili ecumenici, è sempre testimone autentico della Tradizione. Papa Francesco è quindi oggi il testimone guida della Tradizione, ne é l’interprete definitivo ed autentico.

Certamente che nei secoli la Tradizione è stata messa per iscritto. E la stessa Sacra Scrittura, in fondo, non è altro che Tradizione orale, predicazione messa per scritto. In tal senso la Tradizione, nata dall’aver udito la stessa parola uscita dalle labbra del Salvatore, è più importante della Scrittura. Cristo non ha detto agli apostoli “scrivete”, ma “predicate”, benché nel mettere per iscritto abbiano avuto un’ottima idea.

È chiaro infatti che la Bibbia è un libro sacro. Ma esso è interpretato dalla Chiesa, depositaria della Tradizione apostolica. Lutero, allora, con la sua ribellione al Papa e col suo attaccamento feticistico e presuntuoso a un libro stampato da Guttenberg, ha perduto di vista la vera origine della Parola di Dio.

Ma resta sempre che la Sacra Tradizione, per sua essenza è orale, è il Magistero apostolico vivente; ed in ciò si differenzia dalla Scrittura. La voce attuale dei nostri pastori, sotto la guida del Papa, è la voce della Tradizione, che poi viene regolarmente messa per iscritto negli Atti della Sede Apostolica.

Certamente il Papa nel suo insegnamento sulle verità di fede si basa sulla Tradizione, la quale, in questo senso, è la regola dello stesso insegnamento pontificio. Ma il giudicare o il sapere in ultima istanza se il Papa si attiene o no alla Tradizione, spetta solamente al Papa stesso. Cristo non ha affidato ad altri che agli apostoli la sua parola, ordinando loro di insegnare al mondo fino alla fine dei secoli ciò che aveva insegnato a loro.

Nessun altro dunque al di fuori del Successore di Pietro è il custode supremo ed infallibile della Tradizione. Ribadisco quindi che la pretesa di alcuni cattolici di conoscere la Tradizione meglio del Papa, così da poterlo cogliere in fallo quando sbaglia, non ha nessun senso, ma assomiglia piuttosto all’atteggiamento di quei farisei che volevano cogliere in fallo il Signore nei suoi discorsi.

Noi possiamo discernere quando il Papa parla in nome della Tradizione e quando no. Certo anche a noi è possibile conoscere i documenti della Tradizione e verificare la fedeltà del Papa ad essi. Ma anche quando il Papa parla al di fuori della Tradizione, non parla mai contro di essa.

L’impressione che a volte il Papa non si attenga al dato rivelato trasmesso dalla Sacra Tradizione, è sempre un’impressione falsa, che deve farci comprendere che con simile atteggiamento mentale si finisce col cadere sotto il rimprovero del Signore, fatto ai farisei di non ascoltare la Parola del Dio eterno, che non passa e non muta, ma di farsi schiavi di caduche e vane “tradizioni di uomini”:

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[…] così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: «Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» [cf. Is 29,13]. Poi riunita la folla disse: «Ascoltate e intendete! Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!». Allora i discepoli gli si accostarono per dirgli: «Sai che i farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole?». Ed egli rispose: «Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata. Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» [Mt. 15, 7-14].

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Varazze, 18 ottobre 2015

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