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“Beati noi” che pur non avendo visto abbiamo creduto a Cristo vero Dio e vero uomo

6 Aprile 2024/in Omiletica/da Monaco Eremita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

“BEATI NOI” CHE PUR NON AVENDO VISTO ABBIAMO CREDUTO A CRISTO VERO DIO E VERO UOMO

Ciò che viene rimproverato a Tommaso non è di aver visto Gesù. Il rimprovero cade piuttosto sul fatto che all’inizio Tommaso si è chiuso e non ha dato credito alla testimonianza di coloro che gli dicevano di aver visto il Signore vivo. Sarebbe stato meglio per lui dare un credito iniziale ai suoi amici, nell’attesa di rifare di persona l’esperienza che loro avevano già fatto. Invece Tommaso ha quasi preteso di dettare lui le condizioni della fede.

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AutoreMonaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il brano di questa Seconda Domenica di Pasqua, o detta anche della Divina Misericordia, è l’ultimo dei componimenti narrativi che terminano con la «prima» finale del Vangelo di Giovanni (vv. 30-31) e sono divisibili in quattro piccoli quadri: Maria Maddalena che si reca al sepolcro; dopo di che sono Pietro e l’altro discepolo che vanno alla tomba; quindi Maria Maddalena incontra il Signore e crede sia il giardiniere; infine, l’ultimo quadro, vede come protagonisti i discepoli e Tommaso.

Incredulità di San Tommaso, opera di Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Bildegalerie

Il testo evangelico è il seguente:

«La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,19-31).

Anche un lettore disattento si accorge che in questo testo sono assemblate così tante tematiche che sarebbe veramente pretenzioso raccoglierle in un unico e breve commento. Si pensi all’indicazione temporale, quel primo giorno della settimana che scandirà per sempre la memoria liturgica della Risurrezione di Gesù per i cristiani. Ci sono poi i tre doni della pace, della missione e del perdono che scaturiscono dal Risorto che sta «in mezzo» ai discepoli e ne provano gioia. Si pensi al tema del «vedere» che diviene sinonimo di credere, nella sequenza che ha come protagonista Tommaso.

C’è anche il dono dello Spirito da parte di Gesù. Il modo in cui il Quarto Vangelo ne parla è unico in tutto il Nuovo Testamento. Solo Giovanni, infatti, e solo qui al versetto 22, dice che Gesù «soffiò» sui discepoli. Viene usato un verbo, emphysao, «insufflare, alitare», utilizzato per la prima volta nel libro della Genesi, durante il racconto della creazione dell’uomo. Tutta la realtà creata, si racconta lì, viene dalla parola di Dio, ma per fare l’uomo questa non basta: Dio deve alitare dentro le sue narici. A guardar bene, però, l’azione di Gesù non è solo quella di «soffiare sopra», ma indica anche il «respirare» di Gesù: perché Egli è di nuovo vivo! È la prova che non è un fantasma e infatti a lui non basta mostrare le mani e il costato: Gesù respira. Questo verbo emphysao si trova ancora altre volte nella Bibbia, ad esempio in 1Re 17,21 e in Ez 37,9. Nel testo di Ezechiele il popolo può risorgere solo se lo Spirito dai quattro venti viene a «soffiare» la vita sui morti.

Emerge dall’uso veterotestamentario del nostro verbo una costante che si può riallacciare al racconto di Giovanni. Questi «proclama simbolicamente che, proprio come nella prima creazione Dio alitò nell’uomo uno spirito vitale, così adesso, nel momento della nuova creazione, Gesù alita il suo proprio Spirito Santo nei discepoli, dando loro la vita eterna. Nel simbolismo battesimale di Giovanni 3,5, ai lettori del Vangelo viene detto che da acqua e Spirito essi nascono come figli di Dio; la scena presente serve da battesimo per gli immediati discepoli di Gesù e da pegno di nascita divina per tutti i credenti del futuro, rappresentati dai discepoli. C’è poco da meravigliarsi che l’usanza di alitare sopra le persone da battezzare sia entrata nel rito del battesimo. Ora essi sono veramente fratelli di Gesù e possono chiamare suo Padre loro Padre (20,17). Il dono dello Spirito è l’acme finale delle relazioni personali fra Gesù e i suoi discepoli» (R. Brown).

Vi è poi l’episodio di Tommaso che è importantissimo e non a caso ha segnato non solo un modo di tradurre il Vangelo, ma soprattutto la maniera di intendere la frase di Gesù a Tommaso, in particolare nel confronto fra i cattolici e i riformati. Notiamo subito che nell’originale greco il verbo è all’aoristo (πιστεύσαντες) e anche nella versione latina era messo al passato (crediderunt): «Tu hai creduto perché hai visto» ― dice Gesù a Tommaso ― «beati coloro che senza aver visto [ossia che senza aver visto me, direttamente] hanno creduto». E l’allusione non è ai fedeli che vengono dopo, che dovrebbero «credere senza vedere», ma agli apostoli e ai discepoli che per primi hanno riconosciuto che Gesù era risorto, pur nell’esiguità dei segni visibili che lo testimoniavano. In particolare il riferimento è a Giovanni, l’altro discepolo che con Pietro era corso al sepolcro per primo (Vangelo del giorno di Pasqua). Giovanni, entrato dopo Pietro, aveva visto degli indizi, la tomba vuota e le bende rimaste vuote del corpo di Gesù senza essere sciolte e, pur nell’esiguità di tali indizi, aveva cominciato a credere. La frase di Gesù «beati quelli che pur senza aver visto [me] hanno creduto» rinvia proprio al «vidit et credidit» riferito a Giovanni al momento del suo ingresso nel sepolcro vuoto. Riproponendo l’esempio di Giovanni a Tommaso, Gesù vuole dire che è ragionevole credere alla testimonianza di coloro che hanno visto dei segni, degli indizi della sua presenza viva. Non è dunque la richiesta di una fede cieca, ma la beatitudine promessa a coloro che in umiltà riconoscono la sua presenza a partire da segni anche esigui e danno credito alla parola di testimoni credibili. Ciò che viene rimproverato a Tommaso non è di aver visto Gesù. Il rimprovero cade piuttosto sul fatto che all’inizio Tommaso si è chiuso e non ha dato credito alla testimonianza di coloro che gli dicevano di aver visto il Signore vivo. Sarebbe stato meglio per lui dare un credito iniziale ai suoi amici, nell’attesa di rifare di persona l’esperienza che loro avevano già fatto. Invece Tommaso ha quasi preteso di dettare lui le condizioni della fede. Vi è un errore di traduzione nella versione della CEI. Quando Gesù sottopone le sue ferite alla prova empirica richiesta da Tommaso, accompagna questa offerta con un’esortazione: «E non diventare incredulo, ma diventa (γίνου) credente». Significa che Tommaso non è ancora né l’uno né l’altro. Non è ancora incredulo, ma non è nemmeno ancora un credente. La versione CEI, come molte altre, traduce invece: «E non essere incredulo, ma credente». Ora, nel testo originale, il verbo «diventare» suggerisce l’idea di dinamismo e di un cambiamento provocato dall’incontro col Signore vivo. Senza l’incontro con una realtà vivente non si può cominciare a credere. Solo dopo che ha visto Gesù vivo Tommaso può cominciare a diventare «credente». Invece la versione inesatta, che va per la maggiore, sostituendo il verbo essere al verbo diventare, elimina la percezione di tale movimento e sembra quasi sottintendere che la fede consista in una decisione da prendere a priori, un moto originario dello spirito umano. È un totale rovesciamento. Tommaso vede Gesù e sulla base di questa esperienza è invitato a rompere gli indugi e a diventare credente. Se al diventare si sostituisce l’essere, sembra quasi che a Tommaso sia richiesta una fede preliminare, che sola gli permetterebbe di «vedere» il Signore e accostarsi alle sue piaghe. Come vorrebbe l’idealismo, per cui è la fede a creare la realtà da credere, ma ciò è in contraddizione con tutto quello che insegnano le Scritture e la Tradizione della Chiesa. Le apparizioni a Maria di Magdala, ai discepoli e a Tommaso sono l’immagine normativa di un’esperienza che ogni credente è chiamato a fare nella Chiesa; come l’apostolo Giovanni, anche per noi il «vedere» può essere una via d’accesso al «credere». Proprio per questo continuiamo a leggere i racconti del Vangelo; per rifare l’esperienza di coloro che dal «vedere» sono passati al «credere»: si pensi alla contemplazione delle scene evangeliche e all’applicazione dei sensi a esse, secondo una lunga tradizione spirituale. Il Vangelo di Marco si chiude testimoniando che la predicazione degli apostoli non era solo un semplice racconto, ma era accompagnata da miracoli, affinché potessero confermare le loro parole con questi segni: «Allora essi partirono e annunciarono il Vangelo dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la parola con i segni che la accompagnavano» (Mc 16,20). Molti Padri della Chiesa, dall’occidentale Agostino fino all’orientale Atanasio, hanno insistito su questa permanenza dei segni visibili esteriori che accompagnano la predicazione, che non sono una concessione alla debolezza umana, ma sono connessi con la realtà stessa dell’incarnazione. Se Dio si è fatto uomo, risorto col suo vero corpo, rimane uomo per sempre e continua ad agire. Ora non vediamo il corpo glorioso del Risorto, ma possiamo vedere le opere e i segni che compie. «In manibus nostris codices, in oculis facta», dice Agostino: «nelle nostre mani i codici dei Vangeli, nei nostri occhi i fatti» (QUI). Mentre leggiamo i Vangeli, vediamo di nuovo i fatti che accadono. E Atanasio scrive nella Incarnazione del Verbo:

«Come, essendo invisibile, si conosce in base alle opere della creazione, così, una volta divenuto uomo, anche se non si vede nel corpo, dalle opere si può riconoscere che chi compie queste opere non è un uomo ma il Verbo di Dio. Se una volta morti non si è più capaci di far nulla ma la gratitudine per il defunto giunge fino alla tomba e poi cessa ― solo i vivi, infatti, agiscono e operano nei confronti degli altri uomini ― veda chi vuole e giudichi confessando la verità in base a ciò che si vede». Tutta la Tradizione conserva con fermezza il dato che la fede non si basa solo sull’ascolto, ma anche sull’esperienza di prove esteriori, come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, citando le definizioni dogmatiche del Concilio ecumenico Vaticano I: «Nondimeno, perché l’ossequio della nostra fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua rivelazione» (CCC, nr 156).

 

Dall’Eremo, 07 marzo 2024

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