Ipazia gatta romana a colloquio con il corvo di Enzo Bianchi, oggi partecipante al Sinodo per indicare ai giovani la via, la verità e la vita …

— il cogitatorio di Ipazia —

IPAZIA GATTA ROMANA A COLLOQUIO CON IL CORVO DI ENZO BIANCHI, OGGI PARTECIPANTE AL SINODO PER INDICARE AI GIOVANI LA VIA, LA VERITÀ E LA VITA …

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[…] sono un corvo, come credo che di fatto lo sia Enzo Bianchi, pur non avendo le penne. Il nostro suono è simile, anche lui come me quando parla gracchia. Entrambi giriamo per il mondo alla ricerca di qualche perla o gioiello da rubare. Io cerco e rubo i gioielli e le perle materiali, lui ruba invece quelli delle anime che lo ascoltano dopo aver già rubato le perle ed i gioielli del Cristianesimo e della Chiesa Cattolica.

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Autore
Ipazia gatta romana

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Il Sinodo dei Giovani: Enzo Bianchi e il peccato originale nel quadro di una dissoluzione

—  attualità ecclesiale — 

IL SINODO DEI GIOVANI: ENZO BIANCHI E IL PECCATO ORIGINALE NEL QUADRO DI UNA DISSOLUZIONE

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Chi oggi vuol parlare ai giovani in modo credibile, ma soprattutto chi intende tutelarli dall’opera del Demonio che tra il Novecento ed il Nuovo Millennio pare essersi scatenato in tutti gli àmbiti ed a tutti i livelli, dovrebbe anzitutto invitarli a fuggire le inside del peccato, non certo ad inserire l’acronimo LBGT nell’Instrumentum Laboris del Sinodo, per vedere come sistemare certe nuovo “edificanti” tendenze.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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Enzo Bianchi in visita dal Sommo Pontefice Francesco I

Poteva mancare il Priore emerito di Bose, Sua Beatitudine Enzo Bianchi, al Sinodo dei Giovani? Il tempo di terminare la predicazione degli esercizi spirituali al clero ad Ars [cf. articolo QUI], ed eccolo giungere a donar preziose perle come partecipante al Sinodo. E siccome siamo in piena èra di cosiddetta «rivoluzione epocale», egli spiega anzitutto ai giornalisti che in questo Sinodo «c’è una grande libertà di intervento che nei sinodi precedenti io non ho sperimentato» [cf. QUI]. Ovviamente Sua Beatitudine omette di precisare che questa “libertà” rammenta molto il periodo del terrore di Robespierre durante la Rivoluzione Francese, visto che tutti coloro che hanno sollevato a vario titolo libere obiezioni, o sono stati destituiti dai loro uffici di curia, o dimessi senza motivo, o lasciati al loro posto ma totalmente esautorati dall’esercizio delle loro funzioni, oppure morti di crepacuore, come il compianto Cardinale Carlo Caffarra [cf. nostri articoli, QUIQUI].

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Forse, Sua Beatitudine, ignora che nel mondo, i crimini e le ingiustizie peggiori, paradossalmente sono state realizzate proprio in nome dei pretesti di libertà. Ne rimane emblema la nobildonna Marie-Jeanne Roland de la Platière, che salendo la scale verso la ghigliottina disse: «Oh Liberté, que de crimes on commet en ton nom!» [Oh, libertà, quanti crimini che si commettono nel tuo nome!].

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Chi oggi vuol parlare ai giovani in modo credibile, ma soprattutto chi intende tutelarli dall’opera del Demonio che tra il Novecento ed il Nuovo Millennio pare essersi scatenato in tutti gli àmbiti ed a tutti i livelli, dovrebbe anzitutto invitarli a fuggire le inside del peccato, non certo ad inserire l’acronimo LBGT nell’Instrumentum Laboris del Sinodo, per vedere come sistemare certe nuove “edificanti” tendenze [cf. nostro articolo QUI]. Ovviamente, nulla di tutto questo può essere realizzato, quando a parlare ai giovani viene invitata appunto Sua Beatitudine, che non solo è specializzato a sorvolare sul peccato, perché andando più a fondo ancora e partendo dalla radice, Enzo Bianchi finisce col negare, attraverso le sue fumose interpretazioni, lo stesso peccato originale. A quel punto, tutto diviene più o meno lecito al di là del bene e del male. E poi si pretende di parlare ai giovani? Perché ai giovani non va offerto né un Vangelo annacquato, né una via agevole, stando almeno a quanto ci ha detto Gesù Cristo:

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«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Vediamo adesso qual è il concetto di peccato originale in questo soggetto invitato al Sinodo dopo avere appena terminato di predicare ai preti …

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Tutto il senso del cristianesimo poggia sulla dottrina del peccato originale. Se questa dottrina è falsata, tutto il cristianesimo crolla. Infatti, il cristianesimo, è forza divina di salvezza dal peccato originale e dalle sue conseguenze e ritorno dell’umanità alla condizione felice precedente al peccato, con l’aggiunta di una superiore condizione, quella dei «figli di Dio», «uomini spirituali», ad immagine del Figlio Gesù Cristo.

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L’opera redentrice di Cristo consiste essenzialmente nel liberare l’umanità dalla colpa originale e dalle sue conseguenze: nel guarire le ferite, togliere la condanna del peccato, la concupiscenza, la sofferenza, la morte e la schiavitù a Satana, dando soddisfazione col sacrificio della croce al Padre per i nostri peccati, riconciliandoci tra di noi e col Padre ed ottenendoci la sua misericordia e il suo perdono, e donandoci la legge e la grazia dello Spirito Santo, che ci rende figli di Dio, eredi della vita eterna.

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È chiaro allora che è impossibile capire ed apprezzare la grandezza della misericordia del Padre, che per misericordia ci manda il Figlio innocente a morire sulla croce propter nos et propter nostram salutem, per noi peccatori, debitori insolventi, se non si capisce l’immensa gravità e pervasività del peccato originale, origine di tutti i nostri peccati e della miseria, nella quale, per giusto giudizio del Padre, esso ha gettato l’intera umanità.

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Cristo è il Medico divino, che conosce bene i nostri mali, sa interpretare i nostri disturbi, ce ne mostra le cause e le conseguenze e ci insegna come guardarcene, nonché il modo e i mezzi per giungere alla guarigione. Gesù è venuto apposta per insegnarci e rivelarci, attraverso la Chiesa, meglio e al di là di qualunque filosofia, qual è l’origine del male che affligge l’intera umanità ab immemorabili, male del quale da sola non solo non riesce a liberarsi, ma del quale non riesce neppure a comprenderne pienamente la natura e a farne la diagnosi.

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È dunque falsissimo quello che dice Bianchi, che la Chiesa non sappia qual è l’origine e il perché del male, perché, se così fosse, non avrebbe modo di eliminarlo, cosa assolutamente falsa, perché verrebbe a vanificare l’opera della redenzione e renderebbe nullo l’intero cristianesimo, o tutt’al più lo renderebbe un filantropismo al livello della massoneria o dello gnosticismo, dove Gesù Cristo è niente più che un profeta o un grande benefattore dell’umanità, un premio Nobel, che, per sostenere la causa della giustizia e degli oppressi, resta saldo contro gli oppositori fino alla morte.

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La massima manifestazione della misericordia divina è certamente il perdono gratuito dei peccati, ma, secondo il piano del Padre, spiegato dal dogma della Chiesa [1], questo piano prevede che noi collaboriamo con le nostre sofferenze, penitenze ed opere buone in grazia, all’opera sacerdotale [2] e cultuale riparatrice ed espiatrice di Gesù Cristo crocifisso, dono appunto della misericordia del Padre grazie alla quale espiamo i nostri peccati e rendiamo soddisfazione al Padre, offeso dal peccato, riconciliandoci con Lui in Cristo e nella Chiesa mediante i sacramenti. Così la salvezza non è solo dono della grazia, ma anche nostra conquista e premio grazie al merito [3] soprannaturale delle buone opere. Negando il valore dei meriti, Bianchi cade nella medesima eresia di Lutero.

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Bianchi non comprende che la dottrina, insegnata dal Concilio di Trento [Denz. 1511, 1522, 1529], per la quale il Padre, sdegnato e offeso per il peccato dell’uomo, esige riparazione, e a tal fine manda il Figlio ad offrirsi in sacrificio sulla croce per il riscatto dai nostri peccati, non è per nulla una falsa interpretazione, ormai superata, dell’opera del Padre e del Figlio, come se si trattasse di un Padre crudele e di un Figlio succube dal padre-padrone, ma è dogma immutabile della fede [4]. Invece si tratta di dottrina biblica e dogmatica, che ci fa comprendere l’immensa misericordia ed ammirevole giustizia del Padre, che ci dona il Figlio per la salvezza di noi peccatori, glorificando il Figlio insieme con noi, i quali a nostra volta, nello Spirito Santo, glorifichiamo in Cristo il Padre [Gv 17]. E in questa sacra e divina circolarità di una reciproca glorificazione si riassume tutto il mistero della liturgia cristiana, fons et culmen totius vitae christianae, mistero che si dissolve nella concezione di Bianchi.

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La dottrina del peccato originale, come tutte le verità rivelate, non è di facile interpretazione ed offre forti difficoltà alla nostra ragione. Inoltre essa emerge solo da un sapiente collegamento di passi della Scrittura, che vanno dal famoso racconto genesiaco, al libro di Giobbe, a San Paolo, all’Apocalisse, tra di loro assai distanti, il cui nesso non è immediatamente visibile. Inoltre, questa dottrina, proprio perché fondamentale, stantis et cadentis christianismi, si dirama ed ha agganci con tutte le altre verità morali della divina Rivelazione, financo con quelle teoretiche, sicché uno che volesse esporre questa dottrina in tutti i suoi rapporti con le altre verità di fede, dovrebbe prendere in considerazione tutto l’insieme del Credo cristiano. Infatti, anche la percezione e la contemplazione di una verità così puramente speculativa come è il dogma trinitario, è resa possibile, in fin dei conti, dal fatto che noi ci siamo liberati dalla colpa originale, accogliendo la grazia della redenzione offertaci da Cristo.

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Questa dottrina non risulta da una semplice esegesi biblica, ma è lentamente maturata nella storia ed è stata esplicitata e precisata nei secoli con l’apporto dei Padri, dei Dottori e dei Santi, sotto la guida del Magistero della Chiesa, soprattutto nel Concilio di Orange del 529 [Denz. 371-372], e nei grandi Concili Lateranense IV e di Trento, nei quali ha assunto una forma dogmatica definitiva, che da allora non è più stata ulteriormente approfondita, neppure dal Concilio Vaticano II, che si limita ad assumere la dottrina tradizionale. Questa dottrina è oggi affidata al Catechismo della Chiesa Cattolica [nn. 396-406]. Nel contempo il dato rivelato che essa esprime sollecita i teologi a sempre nuovi chiarimenti ed approfondimenti e li spinge a porsi sempre nuove domande, che conducono a una sempre migliore conoscenza della Parola di Dio.

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I progressi dell’esegesi storico-critica, soprattutto a partire dal secolo XIX, sono stati di grande aiuto alla Chiesa per correggere certe ingenuità popolari, chiarire il genere letterario del racconto genesiaco, la storia della sua redazione, i rapporti dell’agiografo con culture coeve extra-bibliche, per separare il nucleo storico e teologico dal rivestimento simbolico e mitologico, per superare una visione cosmologica evidentemente superata dal progresso scientifico moderno, soprattutto in relazione ai dati della teoria dell’evoluzione. Hanno giovato alla comprensione del dogma del peccato originale anche i progressi filosofico-teologici compiuti a partire dal secolo XIX, soprattutto con la rinascita tomista promossa da Leone XIII, i progressi della metafisica concernenti la natura del bene e del male, della teologia naturale riguardanti la creazione del mondo, i progressi dell’antropologia circa la natura dell’uomo e della donna, i progressi della psicologia e della teologia morale sulla natura del libero arbitrio, della responsabilità, della coscienza, del peccato, della colpa e della grazia.

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L’oscurità del dato biblico, l’apparente ingenuità del racconto genesiaco — una coppia posta in un giardino di delizie tentata da un serpente di mangiare un frutto proibito — , il suo apparente contrasto con i dati della scienza sull’origine dell’uomo [5] e la sua apparente assurdità, una colpa che si trasmette per generazione biologica o di un Dio buono, che però permette il male, tutte queste difficoltà sono state occasione perché da sempre la dottrina del peccato originale sia stata fraintesa, derisa, falsificata o rifiutata in vari modi.

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LA CONCEZIONE DI BIANCHI E IL PENSIERO DELLA CHIESA

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In questo articolo esaminiamo la posizione di Enzo Bianchi. Egli si considera «cattolico» e dichiara di esporre la visione che oggi la Chiesa ha del peccato originale, dando ad intendere che essa non accetterebbe più quel che troviamo esposto nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Vorremmo allora chiedere a Enzo Bianchi di quale «Chiesa» parla, dato che non è quella del Catechismo. In realtà Bianchi non espone affatto la dottrina della vera Chiesa, ma di una falsa Chiesa, che è quella dei modernisti.

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Sul peccato originale Bianchi presenta una concezione che, come ho detto, spaccia per dottrina della Chiesa, ma che in realtà, come si può verificare facilmente consultando il Catechismo, è esattamente l’opposto di quella insegnata dalla Chiesa e pertanto è del tutto falsa. Egli comincia col deridere il racconto genesiaco come fosse una favola da bambini:

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«Inutile dire che la Bibbia non dice da dove veniva il male. Spero che nessuno di voi ricordi questa storiella raccontata che ci raccontavano tutti che ci sarebbe stato un angelo che si è rivoltato a Dio, Dio lo ha precipitato e questo è diventato il diavolo, il diavolo ci tenta, il mondo era bello, era dorato, si passeggiava dal mattino al tramonto. Anzi il tramonto non veniva mai perché non c’era la tenebra. Poi quei due poverini di Adamo ed Eva han fatto quella cosa e la paghiamo noi dopo non so per quanti milioni di anni»[cf. Enzo Bianchi, QUI]. 

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E spiega:

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«ma quando si dice peccato originale oggi la Chiesa, attenzione su questo, non intende il peccato commesso alle origini e che poi ha causato per sempre un disastro, ma il peccato che sta all’origini di ciascuno di noi, della nostra esistenza, della nostra libertà e della nostra facoltà di decisione; questo è il male»[cf. Enzo Bianchi, QUI]. 

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«nessun peccato originale nel senso di un peccato commesso all’inizio. Questo la Chiesa cattolica non lo dice più. Ma il peccato originale che abita in ogni uomo emerge ogni volta che entriamo in contatto, in comunicazione o in relazione con le cose. Di fronte a un albero simbolo di tutte le cose, l’uomo e la donna si sentono tentati»[cf. Enzo Bianchi, QUI]. 

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«La Chiesa non è più su queste posizioni. La Chiesa non legge più il peccato originale nella preistoria degli uomini. Questo è ormai una sciocchezza. Più nessuno osa dire questo. Ma il peccato originale viene letto come il peccato che sta nelle fibre di ogni uomo che viene al mondo»[cf. Enzo Bianchi, QUI].

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Al contrario, il Catechismo presenta il peccato originale proprio come peccato commesso da una coppia umana realmente esistita, capostipite di tutta la specie umana, creata da Dio a sua immagine e somiglianza, ribellatasi alla proibizione divina di sostituirsi a Lui nel decidere del bene del male [nn.396-399] [6]. Il peccato originale, quindi, non è affatto un peccato che è alle origini della nostra esistenza personale, come fosse un atto nostro, ma è all’origine dell’umanità.

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Il peccato originale non è il primo peccato che commettiamo nella nostra storia personale, giunti all’età di ragione. Il racconto biblico non è, come credono anche Karl Rahner e il Cardinale Gianfranco Ravasi, un «mito eziologico», per spiegare con un rimando al passato ciò che avviene nel presente. La colpa del peccato originale, nella quale nasciamo, non è una colpa nostra, ma una colpa che abbiamo ereditato dai progenitori. Come infatti potrebbe essere una colpa nostra, se alla nascita ancora non siamo giunti all’età di ragione?

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Secondo il dogma della Chiesa, che chiarisce la dottrina di San Paolo, la colpa del peccato originale non è solo una colpa personale propria dei progenitori, ma è colpa collettiva dell’intera umanità, colpa che, una volta commessa dai progenitori, si trasmette per generazione all’intera umanità nata da Adamo, per cui ognuno di noi, tranne la Beata Vergine Maria, esente dalla colpa originale, è concepito dalla madre affetto e macchiato da questa colpa originaria ed ereditaria, indipendentemente dalla volontà del singolo, ancora incapace di intendere e di volere, colpa dalla quale lo libera il Battesimo.

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E se è vero che Cristo non parla mai con precisione del fine, dell’effetto e del motivo del Battesimo, se non per dire che purifica dal peccato ed assicura la salvezza, e non accenna mai al peccato originale, il fatto stesso che ordini di battezzare ogni uomo, è l’implicita ammissione dell’esistenza in ciascuno di noi della colpa originale, colpa che appunto viene tolta dal Battesimo.

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La trasmissione della colpa originale, che coinvolge e infetta l’intera umanità, suppone una concezione corporativa della natura umana, quasi fosse non una semplice collezione di persone, ma un unico soggetto o un’unica persona [7], una “super-persona” composta di persone, senza con ciò escludere affatto la singolarità, l’autonomia e la responsabilità delle singole persone fisiche.

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Questa concezione dell’umanità appare chiaramente nel pensiero paolino relativo sia all’umanità peccatrice a seguito del peccato originale [«in Adamo tutti abbiamo peccato»], [Rm 5,12] [8] e sia nella sua concezione dell’umanità santa, ossia della Chiesa come «Corpo mistico» del Signore, «Sposa di Cristo». Per questo San Tommaso d’Aquino spiega che il peccato originale non è tanto il peccato di quell’individuo, quanto piuttosto è peccato della natura umana, peccatum naturae, come se dicessimo che se uno pecca con la mano, è lui stesso che pecca [9]. Così, per quanto riguarda la colpa originale in Tizio e Caio è la stessa umanità a peccare in loro. Oppure — Tommaso fa un altro paragone — noi diciamo che un corso d’acqua è inquinato perché viene inquinato alla sorgente. Certo, si tratta di semplici paragoni, che, per quanto facciano luce, non possono togliere l’oscurità del mistero. Il fatto storico del peccato originale è un puro dato della divina Rivelazione. La ragione arriva a comprendere l’essenza del male di colpa e di pena, capisce che questa è conseguenza di quella; capisce che l’esistenza del male non è necessaria, ma è un qualcosa di accidentale e contingente.

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Partendo dal suo falso presupposto, si capisce allora come Bianchi non riesce a spiegare come mai tutti noi, pur nascendo buoni, in quanto creati da Dio, e dotati del potere di scegliere tra il bene e il male, diventiamo ineluttabilmente cattivi; e non trovando una soluzione, addebita alla Bibbia un errore che è soltanto suo.

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Bianchi dunque confonde qui evidentemente due cose. Un conto è il peccato originale, peccato dei progenitori, che tocca le nostre origini e la cui colpa si diffonde in tutta l’umanità. E un conto è la nostra innata inclinazione a peccare, — la concupiscenza — che è conseguenza del peccato originale. Bianchi afferma così che la Chiesa avrebbe abbandonato come fosse una «sciocchezza» e una «mancanza d’intelligenza imperdonabile», il racconto della creazione di Adamo nel paradiso terrestre, dotati di doni preternaturali, felici, immortali ed innocenti, in comunione con Dio. Dice:

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«La Chiesa non legge più il peccato originale nella preistoria degli uomini. Questo è ormai una sciocchezza. Più nessuno osa dire questo. Ma il peccato originale viene letto come il peccato che sta nelle fibre di ogni uomo che viene al mondo. Se voi volete è quell’incapacità di operare sempre il bene. Il male a un certo punto entra in noi» [cf. Enzo Bianchi, QUI].

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Ma basta consultare ciò che il Catechismo insegna per accertarsi della falsità delle parole di Bianchi. Dice infatti il Catechismo riferendosi al peccato dei progenitori:

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«L’uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell’uomo [cf Rm 5,19]. In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà» [n. 397].

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Inoltre, a causa della sua negazione della storicità del peccato originale, Bianchi finisce per concepire la tendenza umana al male non come conseguenza della caduta originaria, ma come intrinseca alla stessa natura umana, con gravissime conseguenze per quanto riguarda il male dell’uomo e nell’uomo, perché, se questo è naturale, diventerà bene, giacché bene è ciò che è secondo natura. Ne segue allora una conseguenza orribile e cioè che il peccato diventa buona azione e la buona azione diventa peccato. Non si distingue più ciò che è secondo natura da ciò che è contro natura. Da qui probabilmente l’eccessiva indulgenza di Bianchi nei confronti della sodomia.

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Dice Bianchi:

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«il racconto che tutti conosciamo e che l’uomo e che la donna. L’umanità nella sua dualità nel mettersi in rapporto con le cose, nel vivere nell’esistenza. Mostra di scegliere il male e di non scegliere il bene. Non leggete quel racconto come se fosse l’origine della nostra storia. Sarebbe davvero una mancanza d’intelligenza imperdonabile. Il racconto della Genesi ci vuol dire la realtà dell’uomo, di ogni uomo che viene al mondo, di ogni donna che viene al mondo. Si trova in un mondo in cui c’è già il male. C’è già il serpente, che precede l’uomo. Esso era già là. C’era già il male. E l’uomo nella sua vita vi consente e sceglie il male» [cf. Enzo Bianchi, QUI].

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Per Bianchi, come abbiamo già visto, la tendenza al peccato non è propria della natura umana decaduta da uno stato primitivo d’innocenza, ma è insita nella stessa natura umana. Ma se il male è naturalmente nell’uomo, allora il male è naturale e non è più male. Dunque, pensare che Cristo ci liberi dal male è un’illusione o una stortura. Per Bianchi la presenza della morte e le ostilità della natura non sono conseguenze o castigo di un peccato che abbiamo commesso alle origini, perché il male c’era già prima del peccato. Dice:

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«Con la conoscenza delle scienze che abbiamo, sappiamo che prima dell’uomo il male regnava nella natura già prima: il lupo mangiava l’agnello. Già prima, la catena della vita andava avanti attraverso la morte di alcuni perché altri vivessero. Non c’è stata una introduzione del male da parte nostra. Il male c’era. E certamente il male ci precedeva: il serpente, Satana, il diavolo e poi le denominazioni sono molte. Ma il male c’era» [cf. Enzo Bianchi, QUI].

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Rispondiamo dicendo che è vero che il male c’era già a causa del peccato dell’angelo ed è vero che la morte dei viventi infra-umani ha preceduto storicamente la comparsa dell’uomo sulla terra. Questo secondo dato risulta dalla scienza, mentre il primo è un dato della Rivelazione. Dalla Scrittura infatti sappiamo che il male ha avuto origine dalla ribellione di alcuni angeli a Dio [Ap 12, 7-9]. Ma per quanto riguarda la morte dei viventi infra-umani, essa è naturale; infatti è presente già nell’Eden. Non è conseguenza del peccato dell’uomo. I viventi infra-umani servono al nutrimento dell’uomo.

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Invece, per quanto riguarda la nostra morte, la Rivelazione insegna che essa è conseguenza del peccato originale, benché anch’essa di per sé sarebbe naturale [10]. Ma, come insegna il Concilio di Trento [Denz, 1511], nell’Eden possedevamo una grazia di immortalità, che abbiamo perduto col peccato. Infatti, i progenitori nell’Eden erano immortali. Ed inoltre, secondo la Rivelazione, la morte, dalla quale Cristo ci salva, trae la sua prima origine dal peccato dell’angelo [Sap 2,24] [11] all’inizio della creazione.

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Da considerare inoltre che Pio XII nell’enciclica Humani Generis del 1950 [Denz. 3897] ribadisce che occorre ammettere l’esistenza storica di una coppia, dalla quale tutta l’umanità ha avuto origine, altrimenti sarebbe stata impossibile la trasmissione della colpa originale a tutta l’umanità, cosa che rientra nel dogma del peccato originale.

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Come dice infatti il Catechismo:

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«Adamo ci ha trasmesso un peccato, dal quale tutti nasciamo contaminati» [n,403]. «Tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo, così come tutti sono coinvolti nella giustizia di Cristo» [n.404]. S.Paolo fa capire chiaramente che, se non ci fosse stato Adamo col suo peccato, non ci sarebbe stato Cristo, perché Cristo ripara il peccato di Adamo [Rm 5, 12-20]. «Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta. Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione a tutta l’umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali. Per questo, il peccato originale è chiamato “peccato” in un modo analogico: è un peccato contratto e non un peccato commesso, uno stato e non un atto» ⦋ibid.⦌. Esso non è rimesso con un atto cosciente del soggetto, come se questi ne fosse responsabile, ma semplicemente ricevendo la grazia del Battesimo, conferibile anche a un neonato» [ibid.].

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Bianchi riconosce che Dio non può volere il peccato, ossia il male di colpa; ma è carente laddove si tratta delle punizioni o dei castighi divini, nei quali Dio infligge un giusta pena. In nome della misericordia, Bianchi non vuole ammettere la giustizia punitiva, che gli sembra una crudeltà indegna del Dio Amore. Indubbiamente il castigo del peccato è propriamente il male che il peccatore si tira addosso col suo peccato.

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Tuttavia, sappiamo come la Bibbia parli francamente di «castigo» divino, senza che ciò debba giudicarsi il segno di una teologia arcaica o superata, perché la severità si trova anche nel Dio di Cristo. Dunque ciò non può che far riferimento alla logica e necessaria conseguenza del peccato, che turba l’ordine posto da Dio stesso nelle cose, benché Dio, nella sua bontà abbia in certi casi la possibilità di sospendere o annullare la pena.

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IL PROBLEMA DEL MALE [12]

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La questione del peccato originale è certamente legata al problema della natura e dell’origine del male, giacché peccare è fare il male. E il male di pena è conseguenza del peccato. Bianchi si pone più volte la seconda questione, dichiarando peraltro falsamente, come abbiamo visto, che la Bibbia non dà una risposta, quando invece esiste già una risposta, per quanto imperfetta, fornita dalla filosofia, benché ovviamente non all’altezza della risposta che viene dalla Scrittura.

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Ma la grave lacuna di Bianchi è quella di non dirci che cosa è il male, male di pena e male di colpa. Anzi si nota come egli abbia un concetto sbagliato del male, quando afferma che il serpente genesiaco è il «male». Niente affatto. Il serpente, come egli dovrebbe sapere, è il simbolo di una creatura spirituale malvagia, creata prima dell’uomo, ossia del demonio, come ha chiaramente insegnato il Concilio Lateranense IV del 1215 ⦋Denz. 800⦌.

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Bianchi, con questo grave fraintendimento, dimostra dunque di ipostatizzare o sostanzializzare il male, cadendo esattamente in quel manicheismo, che egli dichiara di voler evitare. In tal modo e congiuntamente nega che il peccato dell’uomo tragga la sua occasione dal peccato dell’angelo, rifiutando, lo abbiamo visto, come sciocca favola questa verità di fede, che pure è insegnata da quel Concilio [ibid.], verità estremamente illuminante ed utile per il nostro cammino di salvezza, perché ci istruisce sul nostro dovere di vigilare e di guardarci dalle insidie, dalle illusioni, dagli attacchi, dagli inganni e dalle tentazioni del demonio, senza temere le sue minacce, né lasciarci confondere dalle sue accuse e dai suoi rimproveri, che ci insinuano falsi sensi di colpa, e senza cedere alle sue lusinghe e seduzioni, che ci induriscono nel peccato, ci accecano nella superbia e nell’orgoglio, e senza lasciarci turbare dai suoi spaventi, che vogliono gettarci nella disperazione.

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La gravissima questione del male, per poter essere affrontata seriamente, con speranza di successo, senza restare nel buio, richiede, come già ci insegna Aristotele, il ricorso alla metafisica, perché essa tocca la questione dell’essere e del non-essere, della posizione e della negazione-privazione, temi specifici della metafisica. Ora purtroppo Bianchi dimostra di essere in fatto di metafisica completamente digiuno. E qui sta la causa dei suoi gravi errori circa la questione del male.

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Così la suddetta maldestra sostanzializzazione o reificazione del male operata da Enzo Bianchi, lo getta in una gravissima difficoltà, della quale sembra non accorgersi, la stessa difficoltà per non dire assurdità del manicheismo, e cioè che, se il male è una sostanza, non vi è ad esso rimedio. Infatti è possibile rimediare al male, proprio perché esso non è una sostanza e non esiste necessariamente, ma è accidentale e precisamente una privazione [13], una mancanza di bene o di entità, alla quale si può rimediare apponendo il bene mancante. Certo, un soggetto o una sostanza dannosa può essere distrutta o impedita di nuocere. L’assassino può essere giustiziato. Ma il male, dal quale allora ci si libera, non è il soggetto come tale, in senso ontologico, ma il danno compiuto dal soggetto.

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Il male rientra nel non-essere, benché sia concepito come fosse essere, ad instar entis [ens rationis]. Il che ovviamente non vuol dire che il male non sia nulla o che non esista o sia solo apparente o un fatto soggettivo e non abbia influsso sul reale [14]. Tutt’altro. Tremenda è la potenza mortifera e distruttiva del male. Ma essa lo è appunto come negazione, e più precisamente come privazione di essere. Ma se il male, come sembra credere Bianchi, è una sostanza, se esiste o sussiste in sé e non in un soggetto, non è più male, ma bene. Occorre infatti ricordare che la sostanza in sé, ontologicamente, è buona. Non esistono sostanze cattive per essenza. Di cattivo in essa non può esserci che la sua azione, ma non il suo essere. Una sostanza può essere nociva, ma in se stessa, in quanto ente, è buona. Ens et bonum convertuntur, secondo il noto principio trascendentale.

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Già la filosofia, sul piano fisico e morale, confermata dalla Rivelazione cristiana, benché assai meno perfettamente della Rivelazione, ci dice che cosa è il male, quale ne è la causa e quali ne sono gli effetti. Ci dice anche come toglierlo. Cristo, sul piano soprannaturale della fede e della vita della grazia, è il Medico divino, che, mediante la sua Chiesa, ci dice che malattia abbiamo, come ce la siamo presa e cosa dobbiamo fare per guarire.

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Se Dio avesse voluto, poteva creare un mondo libero dal male. Poteva impedire all’angelo di peccare. Poteva impedire ad Adamo ed Eva di peccare. Se avessero peccato, poteva perdonarli subito, senza che il male si estendesse a tutta l’umanità. Perché non lo ha fatto?

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Questo è il mistero impenetrabile, nascosto nell’infinità della sapienza, della bontà e della libertà divine, mistero non “rivelabile” a noi per la sua trascendenza. Esiste il motivo per il quale Dio ha voluto permettere l’esistenza del male, benché Egli sia innocente, perché Egli non fa nulla senza ragione. Ma lo sa solo Lui. Fidiamoci [15]Il grande ed incomprensibile mistero, pertanto, non è propriamente che cosa è il male, da dove viene, cosa produce e come si toglie — su questi punti Bianchi mostra una riprovevole ignoranza e disprezzo per la divina Rivelazione —, ma è perché Dio permette il male, quando, se avesse voluto, avrebbe potuto creare un mondo senza il male. Tuttavia, il male non esiste necessariamente col creato, ma esistono solo le condizioni di possibilità dell’esistenza del male, che sono date dall’esistenza del libero arbitrio della creatura.

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Il male non potrebbe assolutamente esistere se esistesse Dio solo, perché il male è legato all’esistenza del creato. Infatti Dio è assolutamente buono e perciò non può né compiere, né subire il male, che suppone invece un agente o paziente finito, ossia la creatura. La finitezza però non è male; è solo proprietà di un bene finito. Tuttavia, la finitezza è la condizione della possibilità che un soggetto spirituale compia o subisca il male. Infatti il male è la carenza di un bene dovuto ad un soggetto passibile, che, come tale, non può che essere finito, perché solo il finito può essere privato del suo bene o attivamente, perché fa il male o passivamente, perché subisce il male.

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Chi infatti subisce il male deve essere finito, perché solo il finito può essere privato del suo bene. Ma anche l’attore del male deve essere finito, perché solo l’agente finito può essere difettoso nell’agire, ossia privare il paziente del suo bene. Il male può essere o fatto – nocumento – o patito – dolore.

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L’atto dannoso, che procura nel paziente un male di pena, può essere volontario, e allora abbiamo il peccato, male di colpa; per esempio un adulterio o un furto; o può essere involontario — umano o animale — e allora abbiamo il semplice nocumento; per esempio il leone che uccide la gazzella. Tuttavia, se l’uomo che fa il male, pecca, ossia disobbedisce alla legge morale, il leone che uccide la gazzella obbedisce alla legge della sua natura.

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Mentre per l’uomo la morte è conseguenza e castigo del suo peccato, per il leone la morte è conseguenza della sua natura. Il male non può che trarre origine da una creatura capace di disobbedire a Dio sommo Bene, quindi dotata di libero arbitrio. Infatti, tutte le creature infra-umane non fanno che obbedire alle leggi divine, che sono sempre buone.

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Se una zanzara vi punge, non lamentatevi, perché non fa altro che il suo dovere, benché nessuno vi proibisca di ucciderla. Semmai si può dire che nell’Eden le zanzare avevano rispetto per l’uomo. L’ostilità della natura contro l’uomo non è infatti intrinseca alla natura stessa, come sembra supporre Bianchi, ma è conseguenza del peccato originale [Gen 3,17-18]. Dio non ha creato una natura cattiva, ma essa da madre è diventata «matrigna» in punizione del peccato originale.

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Il male dunque non è una sostanza, non è un assoluto, tanto meno è una divinità, ma è una semplice accidentale mancanza di bene, alla quale si potrebbe rimediare con l’apporto del bene mancante. Il male esiste perché c’è il bene, che viene reso difettoso dal male. Invece, il bene di per sé potrebbe esistere anche senza il male. Il male esiste perché c’è un soggetto nel quale si trova. Se il soggetto si corrompe, anche il male scompare. Se un tale muore di cancro, il cancro scompare, ma solo perché quel tale è morto. Già la ragione filosofica sa quindi che in linea di principio il male potrebbe essere tolto e vinto. Il male è effetto di una causa, per cui, tolta la causa, si potrebbe eliminare il male.

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La ragione sa inoltre che Dio, nella sua infinita bontà, non può aver voluto il male e che quindi esso dev’essere stato causato da una colpa originaria della creatura, forse dell’uomo. Platone ha pensato che ci troviamo adesso nelle tenebre e nell’ingiustizia a causa di una caduta avvenuta in passato da uno stato felice, nel quale contemplavamo la verità e il bene. Di questa colpa ancestrale abbiamo sentore, secondo Platone, per il fatto che adesso nasciamo con un’inclinazione irresistibile a peccare, esser soggetti alla sofferenza. Una cosa del genere non è normale: si dovrebbe nascere buoni e felici. Deve dunque — ipotizza Platone — essere capitata, all’origine dell’umanità, una tragedia, per cui essa è precipitata nell’attuale stato di cecità, di miseria e di malizia.

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La divina Rivelazione riprende, chiarisce e corregge l’antica visione pagana, mostrandoci meglio la natura e la gravità di questa caduta primitiva, nonché le sue conseguenze. Ma soprattutto — e sta qui l’elemento maggiormente rivelativo — la Scrittura, nell’interpretazione della Chiesa, dà all’umanità in Cristo i mezzi e i modi per liberarsi dalla sua ancestrale miseria e dalla tendenza al male, per ritrovare il piano originario della creazione, elevato dalla prospettiva cristiana della figliolanza divina.

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La sofferenza, da conseguenza del peccato originale viene trasfigurata da Cristo in strumento di espiazione e in via di salvezza. Da ripugnante diventa amabile. Non certo amabile per se stessa, ma per amore di Cristo. Da condanna diventa risposta d’amore all’amore di Colui che ha dato Se stesso per liberarci dalla sofferenza e dal peccato. Essa resta sempre un male che va combattuto. E tuttavia non va respinta con qualunque mezzo, ma, all’occasione va accolta per amore di Cristo come via per farci santi. Solo il peccato dev’essere respinto in modo assoluto, giacché, come dice un inno liturgico, «i chiodi della croce, benché duri, sono dolci».

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Questo è ciò che pensa e che annuncia Sua Beatitudine il Priore emerito di Bose Enzo Bianchi, che appena terminata la sua predicazione al clero mondiale ad Ars, si è precipitato a Roma, per parlare ai giovani, quindi per partecipare al primo “sinodo della libertà”, a ben considerare che, com’egli stesso afferma: «c’è una grande libertà di intervento che nei sinodi precedenti io non ho sperimentato» [cf. QUI]. Però, in questo clima di “libertà” come mai s’era visto prima, egli non ci narra che fine hanno fatto, quelli che la pensano diversamente …

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… «Oh Liberté, que de crimes on commet en ton nom!». Oh, libertà, quanti crimini che si commettono nel tuo nome! [Marie-Jeanne Roland de la Platière: 1734-1793].

Questa, è la fine che hanno fatto!

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Varazze, 19 ottobre 2018

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NOTE

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[1] Lo illustro nel mio libro Il mistero della Redenzione, Edizioni ESD, Bologna 2004.

[2] Cf. C.V.Héris, Il mistero di Cristo, Editrice Morcelliana, Brescia 1938.

[3]La dottrina del merito, negata da Bianchi sulla scia di Lutero, è dogmaticamente insegnata dal Concilio di Trento [Denz.1545-1550].

[4] Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica [nn.166-172].

[5] M.-J. Nicolas, Evoluzionismo e cristianesimo. Da Teilhard de Chardin a S.Tommaso d’Aquino, Editrice Massimo, Milano 1978.

[6] Cf. S.Giovanni Paolo II, Io credo. Catechesi del mercoledì a cura di Sandro Maggiolini, Edizioni Piemme, 1988, vol.IV, nn.4-5.

[7] Cf. Heribert Muehlen, Una Mystica Persona, Editrice Città Nuova, Roma 1968.

[8] Cf. il mio libro Il mistero della redenzione, Edizioni ESD, Bologna 2004, pp.29-56.

[9] De Malo, q.4,a.6; In II Sent., Dist.31, q.1,a,1.

[10] S. Pio V nel 1567 condannò Michele Baio, il quale sosteneva che l’immortalità era dovuta allo stato d’innocenza [Denz. 1921,1926, 1978].

[11] Cf. C. Journet-J,Maritain, Philippe de la Trinité, Le péché de l’ange. Peccabilité, nature et surnature, Beauchesne, Paris 1961.

[12] Cf. S.Tommaso, Il male. Questioni disputate, a cura di G.Cavalcoli e R.Coggi, vol.VI, Edizioni ESD, Bologna 2002; C.Journet, Il male. Saggio teologico, Borla Editore, Torino 1963.

[13] La steresis, della quale parlava Aristotele.

[14] Luigi Pareyson, nell’affermare giustamente cha il male esiste, resta intrappolato in una inadeguata concezione dell’esistere, per cui finisce col sostenere che il male è una realtà, cadendo anche lui nel manicheismo o quanto meno nella dialettica hegeliana del male presente anche in Dio, benché poi Pareyson cerchi di rimediare col dire che Dio ha «vinto il male in Se stesso». Tuttavia Pareyson ha almeno il merito di aver capito che la questione del male è anzitutto una questione metafisica, mentre il «cattolico maturo» bultmanniano di Enzo Bianchi vive ancora nel mondo delle favole. Cf il libro di Pareyson, peraltro bello e profondo, Ontologia della libertà. Il male e la sofferenza, Casa Editrice Einaudi, Torino 2000.

[15] Cf. J.Maritain, Dieu et la permission du mal, Paris 1963.

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The Synod of the young. the Church, after the Shoah of the catholic world, will be judged to the new Process of Nuremberg, where cardinals and bishops will reply to the judges: “I only obeyed the higher orders”.

—  ecclesial news  —

THE SYNOD OF THE YOUNG. THE CHURCH, AFTER THE SHOAH OF THE CATHOLIC WORLD, WILL BE JUDGED TO THE NEW PROCESS OF NUREMBERG, WHERE CARDINALS AND BISHOPS WILL REPLY TO THE JUDGES: “I ONLY OBEYED THE HIGHER ORDERS”.

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In the most inappropriate historical-ecclesial moment, a Youth Synod is taking place, while the visible Church, after the Holocaust of Catholicism, is about to end up in the Nuremberg court, which will issue a sentence that will remain written in history. In the course of this process, the culprits who brought the Church into the court of justice before the eyes of the world will be judged for committing great crimes against the Church, the mystical body of Christ [cf. Col 1, 12-20]. And as happened seventy years ago with the Nazi leaders, we will hear cardinals and bishops, respond to the judges: “I only obeyed the higher orders”.

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article in the original Italian version

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PDF  article print format

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Author
Ariel S. Levi di Gualdo
Italian presbyter

The impression one has is that the synods are probably set up as the Assembly of Deputies of the Soviet Union, or as it is now the Parliament of North Korea. We admit that we can also discuss within the synods, as happened during the Synod on the family. Naturally, that we proceed to discuss, the synods are celebrated precisely for this purpose. What is the purpose of the discussions, however, when in the final document, previously, we have seen the approval of what the Synod Fathers have rejected decisively and with a broad threshold? In fact, if the Court of Miracles, as I call it, or the Magic Circle, as Cardinal Gerhard Ludwig Müller calls it, already has a ready and approved program, what is the usefulness of synods? Perhaps saving the appearance of collegiality in the same way that the young dictator of North Korea, Kim Jong, wants to have a semblance of parliamentary democracy? And what happened to the dissidents of Korea, maybe they ended up tied on the missiles and then launched during the experimental tests?

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We come to the agenda of the Court of Miracles or the Magic Circle : the Youth Synod will have to serve, as already amply demonstrated, to offer some recognition to the LBGT lobby. And although the youth representatives have never used or mentioned this acronym in their programmatic documents, the mention was made by His Eminence Cardinal Lorenzo Baldisserri, without neglecting to express himself in an imprecise and contradictory way, which in some way is tantamount to lying [see HERE]

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The use of the acronym LGBT, which means: lesbian, gay, bisexual and transsexual, is first of all a question of form and law, which later could have implications in the doctrine and the magisterium. Let’s try to understand: if in the work Gai Institutionum Commentarii — which has nothing to do with gays, but with the famous jurist Gaius who compiled his comments the year 180 a.C. — the problem of oral sex had been inserted according to the jurisprudence of the principality of Augustus, dating back to 30 b.C., this erotic practice would then have a legal status in the system of Roman law. However, considering that the problem of oral sex does not exist in the law, it can not be inserted as a legal institution, even applying other laws in the most extensive form. And it does not exist because, in the law, there is no such thing as the legal institution of oral coitus. Jurisprudence can not treat or regulate what for the law does not exist. That’s why in any kind of juridical system, both in Roman law and in common law, the use of words and terms is always very delicate, because the law, long before punishment, which is only the final act, aims to recognize , establish and then adjust. And a term inserted into juridical language automatically becomes a juridic term.

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To this must be added, as an example, a fact that few in the visible Church of today can deny: in many Catholic theological institutes, when we speak of the Most Holy Eucharist, the theologies and terminologies drawn from Lutheran lexicon, are increasingly used; for example, the Lutheran terminology of consubstantiation. If in some Roman Pontifical universities one dares to refer to scholasticism and Thomism, then to the theological term of transubstantiation, one risks being derided or indicated as pre-conciliar (!?). And the mockers, whose prerogative is the most stupid ignorance, will continue to ignore that one of the two Supreme Pontiffs of the Second Vatican Council, the one who managed it, has brought forward and then closed, the Blessed Pontiff Paul VI, that soon will also be canonized, he defined as opportune and not replaceable this theological term of transubstantiation [Encyclical Mysterium Fidei, nr. 47, text HERE]. Or perhaps we must deduce that Blessed Pontiff Paul VI was actually a pre-conciliar? As I have written several times: in the visible Church of today the decrees of beatification and canonization of the Roman Pontiffs are signed with one hand, with the other the documents that strike, or in some cases annul, their supreme magisterium.

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Today we live in a visible Church where we can define the term of transubstantiation as scholastic-archaeological, then reject it in the halls of the pontifical universities. However, at the same time, we can insert ecclesiastical lexical terms such as LBGT, with the risk that this acronym luciferian assumed by the vocabulary of the Magisterium of the Church. And all this, cannot disconcert only the Cardinal Lorenzo Baldisseri, with all the coryphaeum of journalists Pravda Pontifical, for which never, as «at the time of this epochal revolution», things had gone so well. The facts show that things, at the height of the Pontifical Russian Revolution, are so good that the churches are increasingly empty, the disappointed faithful, the depressed clergy and the missing vocations. The abandonment of the priesthood has never been as numerous as in the last five years of the history of the Church, even if the Congregation for the Clergy is silent on the statistical, because it is presided over by another friend of the Court of Miracles, or Magic Circle.

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His Eminence Cardinal Charles Joseph Chaput, Metropolitan Archbishop of Philadelphia

Thanks be to God, His Excellency Mons. Charles Chaput, Metropolitan Archbishop of Philadelphia, made his voice heard and recalled the importance of using correct words [cf. chronicle: HERE, HERE], because at the level of Catholic doctrine, substance is linked to words. And this should be known by all those who have studied, even in a non-exhaustive way, the first great dogmatic councils of the Church, where, to define the nature of Christ God, we have resorted to precise terms modulated by terminology of Greeks philosophers, such as concept of ὑπόστασις [hypostasis or hypostatic nature].

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Someone, to define today — and therefore clarify — the various forms of exercise of human sexuality, since “male and female God created them” [Gen 1, 26-27], perhaps wants to insert into the ecclesial lexicon terms such as LGBT, thus giving life to a new quatripostatic human nature: to the lesbian nature, gay, bisexual and transsexual?

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The Synod on the family has left a divided and disoriented Church, as well as several deaths due to sudden infarcts in the ranks of the Lord’s vineyard. And after the attempt to erase adultery, today the Synod of Youth has opened up, which seems to want to legitimize the various practices of sexual expression, without clarifying — as Archbishop Charles Chaput laments holyly — that LGBT Catholics cannot exist, and the Church cannot legitimize their existence. With another paradoxical example, we can ask: can a subject be defined as Catholic-atheist and claim, as atheist, his full membership in Catholicism? Yes, he can do it exactly to the extent that, a one transsexual proud of his transsexualism, he can call himself a catholic-transsexual and claim full right of citizenship in the body of the Catholic Church and claim full legitimacy of all his demands. Because if the enthusiastic singers of the «epochal revolution» had not noticed it, is completely new figure of Catholicism is born: the Catholic atheists. And these atheistic Catholics have a diabolical prerogative: to persecute the faithful believers fiercely.

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Of the Archbishop by Philadelphia we invite you to read the article «Charity, clarity, and their opposite» [article, HERE]

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We will see how this Synod will end, but above all we will see if, as in the previous one, what will be rejected by the Synodal Fathers will then end in the final document, if anything hidden, once again, in some ambiguous expression or footnote, which is equivalent to saying … “I am intelligent, you are stupids!”. But what counts is listening to everyone, giving the impression of being synodal, collegial and above all democratic, just like the Korean dictator Kim Jong, who first calls the puppet Parliament of North Korea, then does exactly what he wants.

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After this Synod, opened with the insertion of the LGBT quatripostatic dogma, not required by anyone in the Instrumentum Laboris, in 2019 the Amazonic Synod, will also open, for to discuss the granting of the priesthood to married men. Attention,  everything only … ad experimentum. Meanwhile, in the Diocese of Rome, even if the fact has not made any news, the general rehearsals are already underway: a few days ago he was appointed “parish priest” of a metropolitan parish — of course: ad experimentum — a permanent deacon, arrived in canonical with his wife and four children. And this family nucleus, from the official page of the Deacons of Rome, which is also a filial of the Neocatechumenal Movement, has been indicated as … «diaconal family» (!?) [Cf. service: HERE]. Having said this, I would like to know: can the members of my family, who have a presbyter in their family, be called the “presbyteral family”? And my mother and my brother can be called “presbyteral mother” and “presbyteral brother”. Obviously extending the title to my “presbyteral sister-in-law” and to my “presbyteral nephew”? And perhaps we want to forget my cat, which would have the title of “presbyteral cat”? Needless to say that the speech would be really long, because those who do not know the story is condemned to repeat it in a pejorative form. It is worth remembering, even if briefly and rapidly, that the diaconate, now called permanent, fell into disuse as an autonomous order and became a step in the process of presbyteral ordination. In fact, in Rome, between the eighth and tenth centuries, the deacons had acquired a pre-eminent role. The deacons were at the head of the main churches and did not even want to be ordained presbyters, because then, from these prestigious churches, they became directly bishops. The permanent diaconate will thus be restored only after a thousand years, by the Second Vatican Council. And note that not all the dioceses of the world have ordained permanent deacons, who are absent, for example, in most African countries, in order not to generate confusion among Catholic populations; and especially where, for anthropological and cultural reasons, the rules relating to the chastity of celibacy by priests are not always applied. In the heart of Europe, in Poland, the first two permanent deacons were ordained only four decades after the Second Vatican Council, in 2009.

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Married priests have always existed in the Eastern Catholic clergy, but they could exercise their ministry only in the dioceses belonging to their rite; a rite regulated, among other things, also by the Code of Canon Law of the Eastern Churches. However, since great general tests are under way, many of these priests and their families have been received in various Italian dioceses, beginning with the Archdiocese of Perugia, whose archbishop is not a bishop among many, but the president of Episcopal Conference of Italy. Faced with this, I limit myself to asking: in the event of disputes involving a married priest, what right will be applied, the Latin or that of the Eastern Churches? Obviously I know well that the canon law has been replaced by pure free will, which then turns into authentic arrogance that comes to life from the lack of any rule, but the rhetorical question sounds good, and even if it is useless, I do the same. Regarding the possible incardination in the dioceses of the Latin rite, as may happen, the incardination of married priests of the Eastern rite, specifically Latinized, since they are useful for the general tests under way, which aim to please the Head and the circle of his most trusted advisors? All this could be explained by His Eminence Cardinal Gualtiero Bassetti, who is metropolitan archbishop of Perugia and president of the Italian bishops, and which houses two married priests in his diocese, to anticipate the decisions of the Synod of the Amazon, which we remember: the decisions have already been taken before the opening of the Synod [service HERE].

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Having said this, a question arises: for the region of the Amazon, an experiment is asked to consecrate priests married men, because there is lack of clergy. In Rome, instead, for to entrust a parish to a permanent deacon, what a dramatic lack of clergy there is? Because looking at the diocesan yearbook we find that the metropolitan parishes are 332. The Roman presbytery has 1,256 presbyteries, to which are added 2,929 presbyters of other dioceses residing in Rome. To these secular priests, 5,317 members of the regular clergy (the presbyters of the various religious orders) and 87 other priests belonging to various personal prelatures are added [Official Yearbook of the Diocese of Rome: HERE]. In Rome there are therefore a total of about 9,580 presbyters, among Roman presbyters, presbyters residing in the diocese and presbyters of various religious families. The Diocese of Rome has about 2,350,000 baptized. If we divide the number of Catholic faithful with the number we will have this result: one priest for every 250 faithful. And all this in a Rome with increasingly empty churches. It is also good to specify that the territory of the Diocese of Rome is limited only to the Capital of Italy, because out of the city, in the Municipality of Rome, arise the suffragan dioceses. Question: was it therefore necessary, as an exotic experiment, to entrust a parish to a permanent deacon in the Mother and Mother Church of all the Catholic Churches? Therefore we note that while the Synod of Youth is being celebrated, the general rehearsals for the Amazon, from which the married priests will have to go out, ad experimentum, are already underway, because everything has already been established. I repeat: only ad experimentum and after convening the Pontifical Parliament of North Korea, where presumably dissidents end up on the heads of missiles fired during military exercises. Things are worse in Rome than in North Korea, never in the history of the Church has mercy made so many victims! A new term has also been born, not easily translatable: “i misericordiati“. And this term “misericordiati” rhymes with “giustiziati“, the sentenceds to death.

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If Cardinal Gerhard L. Müller, in a recent long interview with Raymond Arroyo, has returned to various topics: on the speech of the evil friends who surround the Roman Pontiff, who were sought by him with the lantern of Diogenes; therefore on the argument that His Excellency Monsignor Carlo Maria Viganò, did not say anything other than the truth [cf. HERE, HERE], this happened because the former Prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith is a true man of God. Add to what the Cardinal Gerhard Ludwig Müller, at the anthropological level, contains in himself the strength of the Teutonic barbarian, in the noblest sense of the term. In fact, we remember that when the barbarians descended from northern Europe while the Roman empire was in agony, they found the holders of power, drunk and made up by women, engaged in playing inside the alcoves with young men [cf. my previous article, HERE]. Or, in other words: the Romans, during the decadence of the Empire, lived a LBGT lifestyle that had long absorbed the S.P.Q.R. lifestyle, an acronym that once summarized the concept and foundation of Senatus Populus Quirites Romani and later Senatus PopulusQue Romanus [Senate of the Roman People]. The difference, as I have often emphasized, was that the barbarians, struck by the virile temperament of the great Fathers of the Church, in that climate of total decadence, they were converted, in mass, to Christianity. In today’s Rome, the new barbarians, from whom should they be conquered to Christianity? Perhaps by four homosexuals clinging like polyps to the throne, to which all in all they are very useful, being the most devoted ruffians, the most interested servants, the most efficient spies, as well as easily managed and manipulated by the sovereign, who knows, one after the other , all the rotten corpses that remain locked up in their graves? And their tombs are very different from those of the ancient Pharisees [cf. Mt 23, 27-32], because the tombs of the Pharisees were at least well painted on the outside.

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I am afraid that no one has analyzed the historical relationship that links the psychology of Cardinal Gerhard Ludwig Müller to the history of his native country, which is Germany. Today the situation of the visible Church is comparable to the defeat of Germany in 1945, with Adolf Hitler locked up in the bunker of Berlin, along with the restricted court of his faithful, while faced with the defeat, the German army continued to fight, up to enlist teenagers of sixteen. To deceive the German people, word spread that the Great Secret Weapon would soon be completed and used. In the same way, today, the main propagandists of Pontifical Pravda, not so much defend the indefensible — which can also be understandable and even justifiable on a human and psychological level — but show total insensitivity, while knowing all the details of the lives of many saints priests who have been totally marginalized and ruined, for not having accepted to become accomplices of a diabolical system of corruption, preferring to go to great suffering, without betraying the Church of Christ and coming to terms with evil. And this makes some Italian journalists of Pravda Pontifical, unscrupulous men, real criminals deprived of basic Christian sentiments. So it is good to inform these people that the bridge over the river now overflows with patients spectators who await the passage of their bodies dragged by the current, when with an ease that would scandalize even the lowest level whores, after the next conclave, like chameleons they will change skin color. The is that instead they will not have to change color, they will have to change jobs, because in the face of every sigh, all the writings with which they have sustained the untenable and defended the indefensible, to the detriment of the truth and the innocent affected and injured, will be taken and thrown publicly on their faces. These journalists of Pontifical Pravda have not even hesitated to falsify facts and news. They spread false news and concealed the truth to the detriment of the victims and the suffering of many holy priests. They “licked the ass” of the executioners, showing total indifference towards the victims affected and persecuted within the Church, of whom they knew very well the stories and the great sufferings. And all this, it is not simply inhumane, because it is really satanic. And the devil can never be allowed to enter through the window again, having thrown it out the door; and if by chance the Devil asks for forgiveness by pretending to be repentant, one must absolutely not believe him, because he is the Supreme Prince of Lies and deception.

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After Adolf Hitler’s death, Germany was hit by a wave of suicides; whole families committed suicide. The most common phrase that ran between the good Germans  which we remember were many — was: «I’m ashamed to be German». I have already heard this kind of phrase in private from bishops and presbyters many times: «Faced with this situation, I am ashamed to belong to this Church», implying that this shame is entirely linked to the ecclesial and ecclesiastical structure of this visible Church, certainly not to the mystery of the Church, which is the mystical Body of Christ.

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As we know, from the Berlin bunker, we then moved on to the Nuremberg trial, where the main Nazi leaders were judged and condemned on the charred body of the Führer, but above all on the ruins of Germany. And many of the Nazi leaders were sentenced to death in that trial. Seventy-three years after the last great world war, the New Church of Mercy has removed the more remote and exceptional hypothesis of the death penalty from the Catechism. Therefore, if tomorrow something similar to the Nuremberg trial were to happen, we will be “merciful” to those responsible for the death of millions and millions of people, and we will entrust them to social services [cf. our previous articles: HERE, HERE, HERE].

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The Nuremberg trial is about to be repeated in the Church. Tomorrow, sooner or later, on the disastrous ruins of destruction, while bishops and priests will tell the world «I am ashamed to belong to this Church», we will see before the judges an army of cardinals and bishops who will try to justify themselves by saying: «I only obeyed higher orders!». While the journalists of the former Pontifical Pravda, who can no longer recycle themselves, will say on their side: «We have only written what we have been ordered to write!». Then the judges will ask: «Your Excellency … Your Eminence … Monsignor … but you realize that your obedience to the higher orders has covered the perpetrators of serious crimes and has seriously affected the innocent, subjected to every kind of suffering and anguish?» At that point the answer will be: «But I was bound by the pontifical secret!».

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The death of Christ the Lord, in its substance, is renewed, and over time it is proposed in different ways. Not by chance, his glorious body, after the resurrection, still lives with the signs of passion. So today Christ died again on the cross because bishops and cardinals have «obeyed the higher orders», and when in the day of their judgment, God will ask them: «why did not you act in defense of the Church and of the People of God?». They will answer: «But I was bound by pontifical secrecy!».

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It’s just a matter of little time. We let this monster give the last dangerous and deadly blows, because soon we will be in the great hall of Nuremberg, to listen to those directly responsible for the Holocaust of the Catholic Church that they say«I have only obeyed the higher orders!». And we, precisely because of profound and authentic mercy, will guarantee them the expiatory grace of the gallows. Because we who today are suffering, anguished and persecuted in our home, we are the salvation and the future of the Church of Christ, of the pilgrim Church on earth. And no one will ever prevent us from fulfilling our mission for Christ, with Christ and in Christ. Because the church is of Christ, it is not of Peter, who is the Vicar of Christ, not his Successor. And the power given to Peter is not at all total and absolute as some would have us believe, indeed: it is a very vincolated power. The power of Peter is strictly vincolated to the deposit of the Catholic faith, of Tradition and of doctrine. Peter is not the absolute master of the Church, on the contrary: he is his first and faithful servant, called to guard the truth and to confirm his brothers in faith [cf. Lk 22, 31-34]. Peter’s mission, is not to convene the “democratic” Parliament of North Korea. Peter’s mission is not to confuse the People of God, using ambiguous and unclear words, because Christ teaches us: «But let your statement be, “Yes, yes” or “No, no”; anything beyond these is of Evil» [cf. Mt 5, 37].

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In the Holy Gospels, everything is very clear, no any “sly” has ever inserted ambiguous small footnotes. Having said this, it is still necessary to clarify: it is true, no priest, bishop or cardinal is obliged to be a hero. But for a priest, a bishop or a cardinal, it is certainly not a great human and Christian honor to be a rabbit who, opposite the judgment of history, replies: «I only obeyed the higher orders».

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Rome, 7 October 2018

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I apologize to the Readers if there were errors in my English translation.

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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Comprendo la Cina Comunista e il suo timore verso il Cattolicesimo, non comprendo invece le ragioni dell’accordo fantasma della Santa Sede col Governo di Pechino

— Chiesa nel mondo: saggio breve di un prete che ama la Cina e il suo Popolo —

COMPRENDO LA CINA COMUNISTA E IL SUO TIMORE VERSO IL CATTOLICESIMO, NON COMPRENDO INVECE LE RAGIONI DELL’ACCORDO FANTASMA DELLA SANTA SEDE COL GOVERNO DI PECHINO

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il Cristianesimo è divenuto elemento di aggregazione e di unità, senza però impedire, come forse pensava l’Imperatore Costantino, la disgregazione dell’Impero, anzi sotto certi aspetti favorendola. Sicché, il potere politico che cercò di rinsaldarsi usando come elemento di unità ed unificazione il Cristianesimo, credendo di poter in tal senso ed a tal fine assorbire il Cristianesimo, è stato invece assorbito dal Cristianesimo, che è sopravvissuto all’Impero Romano mantenendo al proprio interno tradizioni, usi e costumi romani totalmente cristianizzati. Ecco cosa spaventa il Governo Comunista della Cina, ed hanno ragione, sul piano politico, a essere spaventati, quindi ad agire di conseguenza. È la Santa Sede che forse non ha capito la ragione di queste paure..

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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Roma 2010 – il Padre Ariel S. Levi di Gualdo alla Via Crucis al Colosseo in ricordo dei Beati Martiri Cristiani, assieme a uno dei diversi confratelli cinesi coi quali ha vissuto a contatto nella Capitale

Da tempo desideravo spender due parole sulla questione cinese, ma ho evitato di farlo perché molti sono ormai gli auto-eletti esperti che sugli organi di stampa cattolici, per seguire con la pletora di siti e blog cattolici, ci donano preziose perle di saggezza. I commentatori più accreditati si limitano a pubblicare veline a loro passate da qualche addetto della Segreteria di Stato, dando così continuità all’interno della Chiesa Cattolica a quello che era il rapporto tra l’organo ufficiale del Partito Comunista, il quotidiano Правда [in italiano Pravda], e il Soviet di Mosca. Peraltro, nella lingua russa, Правда vuol dire Verità. E ciò fa sorridere, come oggi fa sorridere il nome del quotidiano dei vescovi d’Italia: Avvenire. Dato che di questo passo, l’avvenire della Chiesa pellegrina sulla terra, a breve non sarà purtroppo tra i più edificanti.

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Ho conosciuto negli anni eminenti studiosi, inclusi diversi missionari, che pur avendo studiato per decenni il fenomeno cinese ed avendo vissuto in quel grande Paese, quando nominavano la Cina erano pervasi da una sorta di sacro timore, poiché consapevoli della sua complessità storico-sociale e della sua antica e gloriosa cultura. Soprattutto, sin dalla mia formazione al sacerdozio, ho conosciuto e vissuto a stretto contatto a Roma con diversi cinesi; e posso garantire ai nostri Lettori che per il “poco” che dalle loro vite vissute posso avere appreso, forse ho appreso qualche cosa in più rispetto ai velinari della Pravda Pontificia, ai quali qualche monsignorino della Segreteria di Stato, che in Cina non ci ha mai messo piede, ha passato qualche velina affinché scrivessero che il Venerabile Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, cinese d’antica stirpe, ottantasei anni d’età e già Arcivescovo di Hong Kong, è  solo un vecchio rabbioso prevenuto contro il governo ateo-comunista di quel Paese. Parola di velinari, il tutto su impulso di qualche curiale, che forse ha avuto modo di conoscer molto meglio e molto più a fondo la Cina, semmai spulciando sulle carte della Segreteria di Stato di Sua Santità.

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Se un uomo venerabile come il Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, contrario da sempre a ogni genere di cedimento da parte della Santa Sede al Governo della Cina, afferma «Stanno dando il gregge in pasto ai lupi» e che ciò è un incredibile tradimento», ed infine aggiungendo: «La firma di un accordo con il regime ateo di Pechino mina la credibilità del Papa» [Reuters, servizio QUI], qualcuno, vuol porsi per caso perlomeno delle domande? Il problema è che la Chiesa del superficiale, dell’approssimativo, ma soprattutto dell’emotivo, del dialogo al di sopra di tutto costasse pure distruggere tutto, da tempo ha cessato di ascoltare gli esperti; e dopo averli più o meno bonariamente liquidati, ha deciso di andare … dove ti porta il cuoricino soggettivo che batte.

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Sorridiamo quindi con tenerezza sia sui velinari da sacro palazzo sia su coloro che si improvvisano esperti su questo antico e complesso gigante, tal è la Cina, parlando della quale l’umiltà è da sempre lo strumento prìncipe usato dai suoi veri e grandi studiosi, che semmai, alla tenera età di ottant’anni, dopo mezzo secolo di studi ad essa dedicati, col candore tipico dei veri conoscitori ti dicono: «Dopo mezzo secolo di studi approfonditi, ho imparato qualche cosa della Cina, della sua storia e della sua antica cultura … ma, beninteso: solo qualche cosa!».

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UN PICCOLO CAFFÈ STORICO SULLA GRANDE CINA

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Roma, 2010 – Il Padre Ariel S. Levi di Gualdo con un confratello cinese

Le prime cronache storiche scritte della Cina affondano le antiche radici nella dinastia Shang risalente agli anni 1.800-1100 a.C. Mentre alla dinastia Zhou, che occuperà la scena per oltre dodici secoli di storia, tra l’anno 1.500 e l’anno 250 circa a.C. risalgono invece i primi caratteri di scrittura impressi sugli ossi oracolari, pezzi di osso o di gusci di animali sui quali erano incisi dei dipinti e delle iscrizioni che nella attuale forma evoluta corrispondono ai caratteri di scrittura cinesi oggi in uso. A questo potremmo aggiungere che, a livello tecnico e architettonico, nella grande Cina furono realizzate opere che sia in precisione sia in grandezza, ma sotto molti aspetti anche in perfezione e bellezza, superano le grandi opere degli egizi, dei greci e dei romani. Si pensi solo alla Grande Muraglia cinese, la cui costruzione prende avvio nel V secolo a.C. Tra l’altro, nel 2009 il dipartimento di archeologia del Governo Cinese rendeva noto che la Grande Muraglia non era lunga, come si credeva, 8.800 chilometri, ma 21.196,18 chilometri. In ogni caso sappiamo da sempre che la Cina ha realizzato la più grande opera architettonica e ingegneristica della storia dell’intera umanità. E, detto questo, chi vuole intendere intenda …

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L’Occidente è oggi prodotto del poco che resta della cultura greco-romana, per seguire con la cultura cristiana. Le basi sulle quali si svilupperà nel corso dei secoli il diritto e la politica hanno le loro fondamentali basi nella filosofia di Platone, Socrate e Aristotele; e come epoca storica, siamo tra il IV e III secolo a.C. La Cina comincia invece ad avere uno sviluppo filosofico a partire dal VII e VI secolo a.C. attraverso il confucianesimo, il moismo ed il cosiddetto legalismo, pensieri dai quali prenderà vita una struttura giuridica e politica del tutto diversa, rispetto a quella dell’Occidente.

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Il diritto cinese è antico di 4.000 anni e sin dai tempi più remoti erano soliti codificare le proprie leggi per scritto. Per la cultura cinese, la legge, è un precetto assoluto ed un modello rigido di comportamento. Per quanto riguarda la legge e la sua applicazione, andrebbe anzitutto tenuto conto che il diritto cinese non ha certo assimilato quelli che sono i principi del Cristianesimo trasfusi poi in epoca post-costantiniana nel diritto romano, dove prende forma il concetto di punizione comunque mirata al recupero del reo condannato. Per quanto oggi certe cose siano di difficile comprensione se analizzate con criteri di analisi contemporanea, attraverso la stessa pena di morte era data la possibilità al condannato di espiare la colpa del proprio delitto, quindi di tornare ad uno stato di purezza attraverso una pena capitale che era appunto espiativa, applicata non per vendetta punitiva, ma come atto di misericordia mirato alla salvaguardia della salute eterna dell’anima del condannato.

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Nella cultura giuridica cinese, certi concetti sono del tutto estranei: la condanna, qualunque essa sia, è un’azione puramente e decisamente punitiva inflitta per un delitto commesso. Solo in epoca maoista prenderanno vita, per motivi puramente socio-politici, degli elementi di per sé estranei alla cultura cinese, per esempio la pubblica sconfessione degli errori e la rieducazione. Si tratta però di elementi che nulla hanno da spartire col diritto romano-cristiano, ma col marxismo modulato ad uso del regime cinese durante la rivoluzione maoista.

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Solo questo potrebbe bastare per delineare due culture che nascono, prendono forma e si sviluppano attraverso i secoli su fondamenta del tutto diverse; ma soprattutto che parlano due linguaggi completamente diversi, generando di conseguenza un diverso sentire ed un diverso vivere.

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Quella occidentale-europea, è una società decadente ammalata di odio verso se stessa e verso le proprie origini. E quelle dell’Europa — con tutto il debito rispetto per la numerosa rappresentanza di gay e lesbiche che strepitano nel Parlamento di Strasburgo — sono origini eminentemente cristiane, non origini LGBT. Non a caso, l’idea di Europa, ed il suo stesso nome, nasce nell’ambito monastico, a partire dall’VIII secolo, dopo la caduta dell’Impero Romano.

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Se l’Europa è un vecchio continente sempre meno identitario preso a combattere con la negazione stessa delle proprie radici, quella cinese è invece una società che vive un’ascesa segnata da un continuo sviluppo, ma soprattutto è una società molto radicata nelle proprie antiche e nobili origini. E ciò detto sorge sùbito la prima domanda: una Chiesa Cattolica figlia di un’Europa morente che nega se stessa, afflitta al proprio interno da una crisi morale senza precedenti storici, con potenti lobby gay-lesbo che attraverso la totale sovversione del diritto naturale rivendicano il diritto “sacrosanto” alla distruzione della nostra civiltà; un’Europa che da mezzo secolo è stata indebolita da una crisi del principio interno di autorità dal quale ha preso poi vita la distruzione dell’autorità stessa … come può, questo genere di Europa, pensare di poter dialogare e trattare con una cultura come quella cinese? O qualcuno riesce a immaginare un grande Gay Pride a Pechino, con i soliti burloni mascherati semmai da Xi Jinping, il severo Presidente della Repubblica Popolare Cinese, raffigurato sotto forma di coniglietta rosa ricoperta di pajettes? O bisogna per caso spiegare che per una cosa del genere, in Cina, si è condannati a morte nel giro massimo di quarantotto ore dopo essere stati bastonati su una pubblica piazza? In Cina il Governo considera l’omosessualità «un segno esplicito della “decadenza borghese Occidentale». A questo si aggiunga che il Governo della Cina, ai genitori che richiedono di poter adottare un bimbo cinese, impone di essere uniti in matrimonio rigorosamente eterosessuale e proibisce la concessione dell’adozione di bimbi alle coppie LGBT. La legislazione della Repubblica Popolare Cinese definisce il matrimonio come unione unicamente tra un uomo e una donna e non riconosce alcuna legittimità alle coppie omosessuali [III sessione del V Congresso Nazionale del Popolo, 10 settembre 1980]. Molto restrittiva anche la legislazione sul cambio di sesso, che per legge non può avvenire prima dei vent’anni e dopo accurate perizie mediche che ne certifichino la assoluta necessità. Rarissimi quindi in Cina sono i cambi di sesso, mediante interventi chirurgici e relative cure ormonali. Detto questo, qualcuno pensa di poter dire al Governo della Cina: … chi sei tu, per giudicare dei gay e per impedire loro di realizzare il diritto al loro amore, ed a coronarlo con l’adozione di un bimbo, o col suo acquisto da un utero in affitto?

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Gli orientali in generale, i cinesi in particolare, non concepiscono neppure che l’autorità ed il principio di autorità possa essere scisso dalla autorevolezza di chi l’autorità la esercita. E qui sorge la seconda domanda: i Mago Merlino della Segreteria di Stato di Sua Santità, con buona pace delle veline pubblicate dai giornalisti della Pravda Pontificia, proprio mentre la struttura ecclesiastica si trova a vivere la sua più profonda crisi di autorevolezza a livello planetario, come pensano di trattare con chi sul principio di autorevolezza fonda invece ogni genere di rapporto sociale, politico ed economico?

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Il sistema cinese forma e pone ai propri vertici dei fuoriclasse quasi sempre formati sin da bambini in modo molto meticoloso e severo, per poter poi ricoprire certi ruoli. E nell’esercizio di certi ruoli, nella cultura cinese non si applica il bonario principio che errare humanum est, bensì l’opposto: in certi ruoli è impossibile sbagliare, specie quando un errore comprometterebbe — anche se ciò avvenisse in modo lieve — l’immagine della autorevolezza e l’onore del proprio Paese. Ciò per ribadire che parlando della Cina in ascesa il cui impianto socio-filosofico è di radice confuciana, quindi dell’Europa decadente il cui impianto socio-filosofico, seppure dalla stessa sprezzato e rinnegato, è di radice greco-romana e cristiana, noi poniamo a confronto due mondi e due società del tutto antitetiche, soprattutto per quanto riguarda il concetto stesso di uomo, società, diritto e diritti. Un solo esempio: nella cultura europea, non solo cristiana, ma anche in quella laica che risente di quella radice cristiana che pure rinnega, il perdono e la clemenza sono di fatto segni di civile superiorità; prova n’è il fatto che quasi in tutti i sistemi costituzionali e giuridici è previsto l’atto di clemenza da parte del Capo dello Stato per i condannati anche per gravi reati contro lo Stato stesso. Diversamente, nella cultura sociale e politica cinese, il perdono e la clemenza possono essere segno di inaudita debolezza che svigorirebbe in certe particolari situazioni l’autorità e l’autorevolezza dell’intero sistema sociale, politico e giuridico, in modo particolare per quelli che sono considerati i reati contro il Popolo e lo Stato. E, detto questo, non induca in inganno il modo in cui tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del Novecento fu modulata dal regime di Mao Zedong la sconfessione pubblica degli errori contro il Popolo e lo Stato, quindi la rieducazione di quelli che noi chiameremo “pentiti”. Tutto ciò avvenne infatti al solo scopo di poterli trasformare nei più attivi propagandisti del Regime Comunista, rinati dall’errore e quindi divenuti testimoni della verità. Un caso eclatante in tal senso? Quello dell’ultimo Imperatore della Cina Pu Yi, internato nel 1950 in un istituto di rieducazione per criminali di guerra, dal quale fu scarcerato nel 1959. Una volta rieducato e divenuto fedele e rispettoso al Regime Comunista, lavorò come funzionario addetto alla collezione e classificazione del materiale storico e come giardiniere del parco botanico di Pechino, fino alla sua morte avvenuta nel 1967 [cf. Pu Yi, Sono stato imperatore, a cura di Francesco Saba Sardi. Milano, Ed. italiana Bompiani, 1987].

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Passiamo ad un altro esempio esaustivo: si  pensi a quella che fu il 28 agosto del 2008 la inaugurazione delle olimpiadi a Pechino. Il mondo intero rimase sbalordito da quelle scenografie e dai movimenti sincronizzati di migliaia di figuranti che dettero prova di che cosa sia quel genere di perfezione che non ammette errori. Ma soprattutto, dietro a quelle scenografie uniche e sino a oggi irripetibili per qualsiasi altro popolo del mondo, è racchiuso un elemento socio-culturale che costituisce un altro fondamento di quella cultura: i concetti di popolo, stato e nazione sono al di sopra del singolo. Nella società europea è invece l’individuo al di sopra di tutto, mentre in quella cinese, al di sopra di tutto, c’è il concetto e l’identità di popolo. E qui sorge la quarta domanda: una Chiesa Cattolica ridotta ad una vecchia fattrice che partorisce piccoli topolini, all’interno della quale la qualità ed il talento sono penalizzati con ferocia distruttiva, dove i mediocri giunti al potere ormai da un trentennio impongono delle categorie di autentici sotto-mediocri come propri collaboratori e poi successori — il tutto  sulla base del principio che dei polli che razzolano nel pollaio non possono certo circondarsi di aquile reali —, come può pensare di trattare con dei soggetti che sono stati selezionati, cresciuti e formati per essere invece degli autentici fuoriclasse di elevato talento? Quando i cinesi si mettono in gioco, ma soprattutto, quando a qualsiasi titolo è in gioco la dignità e l’onore del loro Paese, devono solo e di rigore eccellere; e riescono sempre ad eccellere in tutto, figli come sono di una cultura che mai, ed in particolare in certe posizioni e ruoli, non ammette errori e meno che mai forme di mediocrità.

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Un esempio per ancor meglio chiarire: una volta un sacerdote cinese della Chiesa clandestina giunto da pochi giorni a Roma, dopo che avevo tentato di rivolgermi a lui salutandolo in inglese, poi in francese, mentre io mi domandavo dentro di me quale lingua egli parlasse oltre al cinese, questi mi si rivolse così: «Veneràbilis Fràter, gràtias et pàx tibi. Ego sum sacèrdos Sìnicus. Non loquor itàlico sermone. Tàmen, sènex epìscopus sìnicus, qui loquitur làtino sermone, me  latìnum docuit» [Venerabile Fratello, grazia e pace a te. Io sono un sacerdote cinese. Non parlo l’italiano. Però, gli anziani vescovi cinesi che parlano la lingua latina, mi hanno insegnato a parlare il latino]. Detto questo non voglio essere irriverente, ma sarei tentato di invitare chicchessia a entrare nell’aula della Conferenza Episcopale Italiana, quindi a rivolgersi in latino ad un po’ di vescovi a caso, soprattutto a quelli di ultima generazione che si atteggiano a intellettuali sopraffini, per poi vedere che cosa accade, ma soprattutto per appurare che cosa capiscono …

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Chiarito il concetto di non erranza che vige a certi livelli sociali e istituzionali nella cultura cinese, possiamo aggiungere infine un’ultima domanda, rivolta sia ai Mago Merlino della Segreteria di Stato di Sua Santità sia ai velinari che pubblicano amenità, vale a dire la seguente: la Segreteria di Stato di Sua Santità, nella quale assieme agli incapaci brulicano persone che se sbagliano rimangono impunite ai loro posti, oppure peggio, se sbagliano non ammetterebbero mai il loro errore, specie se il loro grado gerarchico è particolarmente alto, costasse pure punire degli innocenti pur di difendere i colpevoli di gravi danni … ebbene, come possono pensare che si possa trattare con persone che a certi livelli pubblici e istituzionali non ammettono errore, sino a considerarlo un danno imperdonabile e un immane disonore, posto che nella cultura socio-politica cinese non prevale la difesa del singolo, ma la massima tutela dell’onore del corpo istituzionale unitario?

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Nell’attuale momento storico, la Chiesa non ha né la forza né i diplomatici idonei per poter interloquire col Governo della Cina, per dialogare col quale occorrerebbero figure di ecclesiastici in grado anzitutto di colpirli con la loro grande autorità e soprattutto con la loro grande autorevolezza. E noi oggi, mentre vaghiamo da uno scandalo grottesco all’altro, personaggi simili, da dove pensiamo di tirarli fuori?

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IMMAGINE PUBBLICA, CONCETTO DI FORMA E SOSTANZA NELLA CULTURA CINESE

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… questo è un ministro del governo del Capo della Chiesa Cattolica – perché tale sul piano politico è considerato un cardinale da qualsiasi autorità governativa internazionale – impegnato a illustrare le lavatrici e gli stendi-biancheria al Romano Pontefice, il tutto sotto le vigili riprese di un cameraman, a chiara prova, semmai ve ne fosse bisogno, che questa scenetta non s’intendeva affatto lasciarla nella sfera privata, ma renderla proprio pubblica …

Giacché viviamo nel mondo della immagine, proviamo allora a dare due immagini del tutto diverse, anche se oggi molti, troppi, non vogliono accettare l’idea che la forma, a suo modo, concorre a fare la sostanza, o perlomeno a metterla nella giusta luce. Omettendo volutamente di indicare la persona ed anche l’anno, cosicché neppure attraverso la data si risalga al personaggio, ricordo, anni fa, un documentario di approfondimento nel quale era ripresa una assemblea plenaria presso le Nazioni Unite. Con sgomento notai il rappresentate della Santa Sede, che presso il Palazzo di Vetro ha un seggio come osservatore permanente. Il rappresentante della Santa Sede era vestito con uno sciatto clergyman che lasciava trasparire il lucido sdrucito dalla televisione, con i capelli mal pettinati, della forfora bianca visibile sulle spalle dalle inquadrature in primo piano, ed un’aria alquanto goffa. Poco dopo fu inquadrato — non so se per caso o apposta — il rappresentante della Repubblica Popolare Cinese accompagnato da due collaboratori. Tutti e tre con un portamento da autentici prìncipi delle loro più antiche dinastie storiche, vestiti d’alta sartoria, pettinati, rasati e tirati a lucido meglio e forse più di tre attori di Hollywood durante la grande notte degli Oscar. Dinanzi al cinese, per il quale forma e sostanza sono inscindibili e che non concepisce neppure che in assenza di adeguata forma possa esservi alcuna sostanza, quale impressione poteva fare, quello sciatto soggetto che rappresentava la Santa Sede all’O.N.U? Poi, se detto questo precisiamo che all’epoca del fatto testé narrato, tutto sommato non ce la passavamo ancòra male come oggi, penso che sia detto tutto, o perlomeno si è detto tutto quello che si doveva dire. Specie considerando che oggi, una delegazione cinese che giungesse col proprio stile ufficiale presso la Città del Vaticano, entrando od uscendo dalle mura leonine potrebbe incrociare il Cardinal barista che esce col termos, un sacchetto di plastica, le maniche della camicia tirate sopra i gomiti, per portare il caffè serale ai barboni sotto il Colonnato di Bernini.

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… questo è invece un ministro del Governo della Repubblica Popolare Cinese, S.E. Wang Yi, titolare del dicastero degli affari esteri dal 2013 al 2018, oggi Consigliere di Stato, pare discenda dalla dinastia dell’ultimo Imperatore della Cina. Si prega notare se in una occasione pubblica ufficiale, tra “una lavatrice ed uno stenditoio”, ha un solo capello fuori posto …

Senza rispetto per la figura e l’età, i giornalisti della Pravda Pontificia hanno instillato veleno sul Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, che oltre a esser cinese, dopo esser stato Arcivescovo di Hong Kong, a ottantasei anni si presume conosca la Cina più di certi velinari e lor padroncini. Eppure su di lui abbiamo letto critiche velate che l’hanno dipinto come un senile testardo. Nessuno ha messo a fuoco che questo Cardinale che si dichiara nemico di un governo ateo, dai membri di quel governo comunista è riconosciuto come una autentica autorità. Perché questa è un’altra caratteristica della socio-psicologia cinese: riconoscere il profondo valore del nemico. E il Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun è un nemico rispettato e profondamente onorato da quel governo ateo-comunista col quale egli, inutilmente, ha ribadito che la Santa Sede non doveva trattare, o che perlomeno non avrebbe dovuto trattare in fretta ed a tutti i costi, perché quelli della grande Cina sono sempre e di prassi tempi molto lenti.

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IL GOVERNO CINESE HA TUTTE LE STORICHE RAGIONI PER TEMERE IL CATTOLICESIMO

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Roma 2009 – ricordi fraterni …

Veniamo al cuore del problema: noi che presumiamo di trattar coi cinesi e di stilare accordi con loro, non conosciamo né la cultura cinese né la Cina, mentre i cinesi degli alti vertici governativi, selezionati sin da bimbi, cresciuti e formati per diventare delle aquile reali, non dei polli, conoscono invece noi; assieme a noi conoscono il Cristianesimo, più di quanto si possa immaginare.

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Anzitutto, nel Cattolicesimo, diversamente dalle varie altre comunità cristiane facenti capo al Movimento Protestante, che come sappiamo non è un fenomeno unitario, altrettanto vale per l’Islam, il Governo Comunista cinese vede una forza che dipende da una potenza straniera; cosa questa inaccettabile per un impianto socio-culturale e politico come quello cinese. E partendo da questa paura, proviamo adesso ad analizzare la comprensibile e fondamentale paura che il Governo della Cina ha del Cristianesimo, ma soprattutto del Cattolicesimo, perché se vogliamo fare una analisi seria e imparziale, dobbiamo ammettere che si tratta di una paura del tutto comprensibile e soprattutto storicamente fondata. Nella storia, il Cristianesimo, ha creato un effetto aggregante che ha prodotto però successivamente un effetto disgregante, in molti casi assorbente. Caso più eclatante della storia è la caduta dell’Impero Romano. Nel morente Impero, a partire dall’epoca costantiniana, il Cristianesimo è divenuto elemento di aggregazione e di unità, senza però impedire, come forse pensava l’Imperatore Costantino, la disgregazione dell’Impero, anzi sotto certi aspetti favorendola. Sicché, il potere politico che cercò di rinsaldarsi usando come elemento di unità ed unificazione il Cristianesimo, credendo di poter in tal senso ed a tal fine assorbire il Cristianesimo, è stato invece assorbito dal Cristianesimo, che è sopravvissuto all’impero mantenendo al proprio interno tradizioni, usi e costumi romani totalmente cristianizzati. Se poi dall’antichità vogliamo passare alla modernità, basti citare il caso della Polonia d’inizi anni Settanta del Novecento, nella quale il Cristianesimo, a livello aggregativo, ha costituito non solo un fronte contro il regime comunista, ma tramite effetto domino ha originato il suo successivo sgretolamento in tutti i Paesi dell’ex blocco sovietico.

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Quando si parla del Cattolicesimo in Cina, si menzionano subito, solo e quasi sempre i Gesuiti, che vi giunsero alla metà del Cinquecento. Purtroppo si tratta però di un grossolano errore storico, perché i primi a portare il Vangelo in Cina furono attorno al 1246 i Frati Francescani, due secoli e mezzo prima della nascita della Compagnia di Gesù di Sant’Ignazio di Loyola. Tanto che, quando dopo il 1260 i Fratelli Polo giunsero come mercanti e furono infine ricevuti a corte dal Gran Khan, che si trovava nella odierna Pechino, si sentirono chiedere dal sovrano «notizie sul Pontefice Romano e sulle condizioni della Chiesa Romana e delle usanze dei latini». Figura determinante fu alcuni decenni dopo quella del Francescano Giovanni da Montercorvino, che riuscì a conquistare la fiducia del Gran Khan e ad iniziare una vera e propria evangelizzazione. Fu così che il Sommo Pontefice Clemente V rispose alle richieste di Frate Giovanni, che chiedeva di poter organizzare delle circoscrizioni ecclesiastiche, inviando in Cina un altro gruppo di Frati Francescani, assieme a sette vescovi. Il gruppo di vescovi e religiosi giunse in Cina attorno al 1310, dopo diversi anni di viaggio. I vescovi avevano ricevuto ordine dal Sommo Pontefice di procedere alla consacrazione episcopale di Frate Giovanni, che fu il primo vescovo consacrato in Cina ed il primo Arcivescovo di Pechino [cf. AA.VV. I Francescani in Cina. 800 anni di storia. Ed. Porziuncola, 2001, un estratto è disponibile QUI]. Insomma … con buona pace della venerata memoria del gesuita Matteo Ricci [Macerata 1552 – Pechino 1610], i gesuiti sono giunti oltre due secoli e mezzo dopo. E volendo — sempre per essere storicamente onesti — possiamo dire che giunsero non ultimo per fare anche danni, oltre all’indubbio bene da essi operato. E passando con un salto di secoli alla modernità, non possiamo certo omettere di ricordare che il principale sviluppo del Cattolicesimo in Cina tra fine Settecento e inizi Ottocento, è sì dovuto anche ai Gesuiti, ma bisogna precisare che i missionari gesuiti giunsero al seguito dei francesi e tutti loro, per la maggiore, erano di nazionalità francese. La Francia, in Cina, aveva infatti numerosi consolati per motivi di carattere prevalentemente economico; ed attorno a questi consolati sorsero le comunità e le attività dei Gesuiti francesi. Potendo poi disporre per le proprie attività di notevoli risorse economiche, nel 1903 aprirono l’Università Aurora, nella attuale Shanghai, che cessò di essere un ateneo cattolico nel 1953. In seguito fu aperta nel 1905 l’Università Fudan e nel 1926 la prestigiosa Università Fu Jen di Pechino, oggi con sede a Taiwan. Scopo di queste istituzioni, in particolare dell’Università di Pechino, era di formare le future classi dirigenti della Cina, il tutto in epoche nelle quali i Gesuiti non mostravano ancòra alcun sintomo di desiderare «una Chiesa povera per i poveri».

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Già in precedenza i Gesuiti, dai missionari Francescani e Domenicani erano stati accusati di lassismo, di ricerca del potere e del prestigio, ma soprattutto di favorire l’idolatria ed il cosiddetto Culto degli Antenati. I Gesuiti provarono a giustificarsi replicando che per loro, le offerte poste davanti alle Tavolette degli Antenati, non avevano alcuna valenza rituale religiosa. Affatto persuaso dalle loro giustificazioni, nel 1645 il Sommo Pontefice Innocenzo X — a dir poco inconsapevole con chi avesse a che fare e quindi cosa avrebbe prodotto — condannò queste usanze come incompatibili col Cristianesimo. L’Imperatore si sentì oltraggiato da siffatta intromissione imperiosa negli affari cinesi, mentre prendeva così vita la “disputa sui riti”.

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Nel 1704 il Sommo Pontefice Clemente XI rincarò la dose emanando un decreto di condanna sulla pratica dei riti confuciani ed il Culto degli Antenati, inviando un legato pontificio affinché vigilasse sulla sua applicazione. L’Imperatore, già perplesso per le lotte e le rivalità tra i membri dei vari Ordini Religiosi presenti sul suo territorio, si sentì profondamente offeso per il decreto pontificio ed il modo in cui era stata stabilita la vigilanza sulla sua applicazione, il tutto seguìto un decennio dopo dalla Bolla Ex illa Die del 1715 nella quale si imponeva ai missionari il giuramento di rinuncia alla diffusione e alla pratica di certi riti superstiziosi. L’Imperatore replicò attraverso i propri ambasciatori: «Che cosa direbbe il Pontefice di Roma, se l’Imperatore della Cina si permettesse di giudicare e di riformare le cerimonie della Sede Apostolica?». E nel 1717 proibì nell’Impero il proselitismo cristiano e la predicazione del Vangelo. È presto detto: se da una parte, tra i membri della Compagnia di Gesù missionari in Cina, c’era una casta di Gesuiti che si comportavano come mandarini e che ricoprivano anche pubblici ruoli politico-amministrativi, dall’altra c’erano missionari Domenicani che, affetti per altro verso da miopia non meno grave, anzi forse persino peggiore, pensavano di poter scatenare dispute teologiche e di poter lanciare accuse di eresia, proprio come se si trovassero in qualche Paese cosiddetto cattolico dell’Europa dell’epoca. E, ben presto, il grave danno fu, producendo effetti non facilmente riparabili fino ai giorni nostri …

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Detto questo bisogna chiarire, sempre per dovere storico e politico, che fu in seguito all’opera dei Gesuiti giunti appresso ai francesi, che cominciò a prendere forma l’idea che il Cattolicesimo era la longa manus di una potenza straniera. E bisogna altresì ricordare che i primi ad accusare i preti stranieri, ed in particolare proprio i Gesuiti, furono i preti cinesi, non ultimo per il fatto che più volte, i missionari della Compagnia di Gesù che gestivano numerosi vicariati apostolici, fecero ostruzionismo a Roma per la nomina di vescovi locali, quindi per l’erezione canonica delle diocesi, affermando che non si trattava di soggetti idonei, mentre la verità era ch’essi non volevano perdere la loro giurisdizione su questi vicariati, come invece sarebbe avvenuto se fosse stata eretta una diocesi e nominato un vescovo, ed in particolare se il vescovo fosse stato un presbìtero del luogo. Inutile dire che situazioni simili, negli stessi anni, od a pochi decenni di distanza a seguire, sempre per opera dei Gesuiti, presero vita nei territori di evangelizzazione dell’attuale Continente latino-americano, con altrettanti missionari Domenicani e Francescani che a un polo opposto della terra, ma allo stesso identico modo, accusavano i Gesuiti di operare commistioni tra i vecchi riti del luogo ed il Cristianesimo, il cosiddetto sincretismo religioso.

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Quando esplose la Grande Rivoluzione Culturale che portò poi al potere Mao Zedong, la ragione per procedere, nell’ipotesi migliore, alla espulsione di tutti i missionari stranieri dalla Cina, era quindi già bella e confezionata da circa due o tre secoli: i missionari ed i preti stranieri erano gli emissari ed i servi del potere borghese, capitalista ed imperialista dell’Occidente. A quel punto, i missionari che ebbero la meglio, ripararono a Hong Kong e nelle Filippine, altri, compresi soprattutto coloro che non intendevano abbandonare i fedeli senza sacerdoti e assistenza pastorale e sacramentale, finirono invece nelle prigioni, dove nello spazio di pochi metri erano stipate numerose persone, tanto che per poter dormire un po’ la notte era necessario fare dei turni e distendersi un po’ ciascuno. Le sofferenze di questi missionari furono terribili, perché, a quanto ci è dato sapere, nessuno di loro accettò di essere sottoposto a programmi di rieducazione per divenire dei devoti fedeli al Regime Maoista. Programmi che furono invece accettati da diversi preti cinesi, incarcerati con l’accusa di avere servito potenze straniere. A tal proposito si noti però che nell’accettazione dei programmi di rieducazione alla fedeltà verso il regime, i preti cinesi furono indotti non dal desiderio di salvare se stessi e la propria vita, ma quella dei loro familiari. Infatti, i membri del clero secolare e regolare che si trovavano missionari in Cina durante gli sconvolgimenti della Grande Rivoluzione Culturale, i propri familiari li avevano nei vari Paesi dell’Occidente, mentre i preti cinesi incarcerati, prima di essere uccisi, avrebbero dovuto assistere all’uccisione dei loro genitori, fratelli, sorelle e nipoti, poi sarebbero stati infine giustiziati loro.

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Sotto il Governo di Mao Zedong, è approvata nel 1954 la nuova Costituzione della Repubblica Popolare Cinese nella quale è stabilito il controllo del Partito Comunista su qualsiasi genere di attività organizzata. Prevedendo ciò che questo avrebbe comportato, il Sommo Pontefice Pio XII pubblicò poco dopo l’enciclica Ad Sinarum Gentes, condannando la creazione di una Chiesa Cattolica divisa da Roma. Per inciso: il testo di questa enciclica, che è un autentico capolavoro di pastorale ed al tempo stesso di diplomazia, dovrebbero leggerlo, ma leggerlo proprio in ginocchio, sia gli odierni velinari della Pravda Pontificia, sia i loro padroncini della Segreteria di Stato che li istruiscono nella pubblicazione delle loro perle di saggezza [vedere testo dell’enciclica, QUI] …

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… la risposta fu che l’anno successivo, una delle più grandi diocesi del Paese, quella di Shanghai, governata dall’Arcivescovo Ignazio Kung Pin Mei, fu in breve devastata. Alla fine del 1954 i missionari stranieri ancora presenti sul territorio, inclusi due vescovi, risultavano appena sedici, tra di essi quattordici in prigione. Nel 1957 furono chiuse le ultime istituzioni religiose cattoliche e creata dal Regime Comunista la Chiesa Patriottica distaccata da Roma totalmente sottomessa allo Stato. Paradigma di questa persecuzione fu la tragica sorte inflitta ai Monaci della Certosa di Nostra Signora della Consolazione, nel distretto di Pechino, situata a circa 180 chilometri dalla Capitale. La certosa fu assaltata più volte da bande comuniste negli anni Quaranta del Novecento ed infine data alle fiamme nel 1957. I monaci furono catturati, legati mani e piedi con fili di ferro e obbligati a compiere marce forzate sotto le temperature invernali. Gran parte di loro perse la vita durante questi tragitti forzati, mentre i pochi sopravvissuti, dopo essere stati sottoposti alla gran farsa dei cosiddetti processi popolari maoisti, messi a morte per essersi rifiutati di abiurare ed essere sottoposti a processi di rieducazione [cf. James T. Myers, Nemici senza fucile – La Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese, cit. pagg. 31 e ss. testo leggibile QUI].

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Bisogna poi notare che a livello mondiale, una Chiesa Cattolica Patriottica, ha preso vita solamente in Cina; in varie altre parti del mondo, diversi regimi, hanno tentato di compiere analoghe operazioni, ma senza mai riuscirvi. Perché ciò è stato invece possibile in Cina? Ciò è stato possibile in virtù della forte avversione che i cinesi hanno a livello socio-culturale verso gli stranieri. Ciò non vuol dire che il cinese non sia ospitale, tutt’altro! Il cinese ha un senso molto profondo dell’ospitalità e dell’accoglienza dello straniero, ed è anche ben disposto e lieto, di collaborare con lo straniero, purché esso rispetti profondamente la antica e nobile cultura cinese e non osi tentare d’inserire all’interno della sua società elementi ad essa del tutto estranei. Ovviamente, questo creò da sùbito enormi problemi per la evangelizzazione. Alcuni dicono però, in toni più o meno trionfali, che «ad avere successo furono solo i Gesuiti». Sempre per essere onesti bisogna replicare che se per successo dei Gesuiti, s’intende il sincretismo religioso, o la filosofia confuciana miscelata alla filosofia cristiana e viceversa, in tal caso, stiamo allora parlando del più grande insuccesso nel quale possa cadere qualsiasi opera missionaria di evangelizzazione, sempre con buona pace della venerata memoria di Matteo Ricci.

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IL COMUNISMO CINESE NON SI ANALIZZA CON CRITERI OCCIDENTALI

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Roma, 2009 – fraterni ricordi …

La Cina Comunista non può essere capita se applichiamo al Comunismo cinese categorie occidentali. Bisogna allora chiarire un elemento fondamentale: il Comunismo della Cina è cosa a sé, trattandosi di un Comunismo cinesizzato inserito in una cultura che non nasce da radici greco-romano-cristiane ma da radici confuciane. Quello Sovietico e quello Cinese hanno come comune base solo il colore rosso delle bandiere comuniste. Un esempio esauriente: la Chiesa Cattolica fu duramente perseguitata nell’Unione Sovietica, sempre sulla base del principio ch’essa faceva capo a una potenza straniera. Meno perseguitata fu la Chiesa Ortodossa di Russia, seppure anch’essa sottoposta a persecuzioni e restrizioni. Detto questo basti ricordare — sempre per tracciare la differenza che corre tra questi due diversi Comunismi —, che poco dopo la caduta del Regime Sovietico fu scoperto che, quasi tutti i membri del Partito Comunista, a partire da quelli di più alto rango, erano battezzati, avevano fatto battezzare i figli ed in segreto avevano celebrato il matrimonio religioso. E per il battesimo dei loro figli, gli alti dirigenti del Soviet non s’erano neppure accontentati di un Pope, li avevano fatti battezzare da qualche Metropolita, se non direttamente, ai livelli davvero più alti, personalmente da Sua Beatitudine il Patriarca di Mosca.

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Detto questo, credo non vi sia altro da aggiungere per quanto riguarda la sostanziale differenza che corre tra un Regime Comunista nato dalla Rivoluzione d’Ottobre nella Grande Russia Cristiana, ed il Regime Comunista nato dalla Grande Rivoluzione Culturale nella antica e nobile Cina confuciana.

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In Cina il Comunismo, seppur oggi del tutto trasformato, rimane saldo come sistema di governo; e per paradossale possa apparire, specie se affermato da me, dovremmo pure auspicarci che questo sistema di governo regga il più a lungo possibile, trasformandosi in modo molto lento e graduale. Semplice il motivo di questo auspicio: in Cina esistono centinaia di etnie diverse che nutrono forme di odio atavico le une verso le altre. Il Regime Comunista costituisce deterrente e soprattutto freno allo scoppio di feroci lotte e guerre intestine. A livello di comparazione potremmo usare la ex Jugoslavia, nella quale erano presenti diverse etnie animate da feroce odio le une verso le altre, ma tenute a bada dal regime di Josif Broz, detto Maresciallo Tito. Abbiamo poi visto che cosa di brutale è accaduto nel cuore dell’Europa, al tramonto di questo regime; le mattanze che in quegli anni furono consumate, erano talmente violente che la stampa internazionale riportava e descriveva i fatti, ma evitava di pubblicare le fotografie che ritraevano morti avvenute con una violenza inaudita. Qualcuno riesce forse a immaginare, o peggio ad auspicare, semmai in nome dei princìpi occidentali di democrazia — come se il feticcio della decadente democrazia occidentale fosse sempre applicabile ovunque ed a tutte le culture —, un caso Jugoslavia moltiplicato alla potenza di mille?

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DA UN “ACCORDO FANTASMA” AL PROBLEMA DEI MARTIRI E DEI PERSEGUITATI

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un dipinto inviato a Roma da Pechino da un presbìtero cinese al Padre Ariel S. Levi di Gualdo nel giorno della sua sacra ordinazione sacerdotale

Al contrario dei velinari della Pravda Pontificia e dei tuttologi che imperversano dalla carta stampata alla rete telematica, io non ho risposte da dare ma solo quesiti da porre. Partiamo dal primo: in un momento nel quale il Governo Comunista della Cina ha irrigidito le restrizioni verso i cattolici, sino a impedire l’accesso alle chiese ai minori di diciotto anni [cf. servizio QUI], ed in un momento nel quale la Chiesa Cattolica, a livello planetario, versa in stato di decadenza e profonda crisi di credibilità, come si è potuti giungere a un accordo? Anche perché sino a oggi, di questo “accordo fantasma”, a parte commenti e successivi discorsi di garanzia, non si conoscono però i contenuti, si sono solo seguite sui giornali notizie vaghe. Come dare quindi torto al Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun che lamenta: «Il comunicato, tanto atteso, della Santa Sede è un capolavoro di creatività nel dire niente con tante parole»? [cf. servizio, QUI]. Noi non sappiamo infatti che cosa pensa il Governo cinese di questo accordo, né sappiamo che cosa ne pensa la cosiddetta Chiesa patriottica, meno che mai che cosa ne pensa la Chiesa clandestina da sempre fedele a Roma a prezzo di sangue.

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Tutto ciò che noi al momento sappiamo è che c’è stato un accordo con il Governo della Cina di cui non si conoscono i contenuti. In pratica come se nel 1929, per porre fine alla Questione Romana, fossero stati firmati i Patti Lateranensi tra la Santa Sede e l’allora Regno d’Italia, senza che però nessuno conoscesse i contenuti di quei patti, le modalità della loro applicazione e quindi tutti gli impegni e le possibili conseguenze per i due contraenti che li avevano sottoscritti. Ma soprattutto: quanti sono stati i vescovi della Chiesa patriottica legittimati dopo questo accordo? Quanti sono rimasti esclusi invece dalla legittimazione, ad esempio per gravi motivi, a partire da quei vescovi che hanno amanti e figli? O forse, per non irritare il Regime Comunista, saranno legittimati anche loro, semmai prima ancòra degli altri? E quelli che fossero nel caso esclusi dalla legittimazione, lo saranno perché, ma soprattutto per volontà di chi? Come funzionerà, dopo questo “accordo fantasma” il meccanismo della nomina dei vescovi? Qualcuno pensa davvero che il Governo della Cina, dopo questo “accordo fantasma”, concederà libertà ai vescovi per l’esercizio del loro sacro ministero ed altrettanta libertà ai fedeli? Per caso, dopo questo «storico accordo» di «portata epocale», come lo hanno definito certi velinari della Pradva Pontificia, è stato per caso revocato dal Governo il divieto di accesso nelle chiese ai minori di diciotto anni, con tanto di proibizione e svolgere qualsiasi attività pastorale con i giovani? Ma soprattutto: era mai accaduto, nella bi-millenaria storia della Chiesa, che qualcuno facesse accordi con i persecutori mentre le persecuzioni erano in corso? Risulta per caso a qualcuno che il Pontefice Marcellino [296-304], quando l’Imperatore Diocleziano scatenò l’ultima grande persecuzione verso i cristiani, corse ad accordarsi con lui? Le cose non andarono in tal senso, stando alle cronache che narrano il martirio di Marcellino, avvenuto il 25 ottobre dell’anno 304, per decapitazione, eseguita su ordine dell’Imperatore Diocleziano. Il suo successore, il Pontefice Marcello I, dovette affrontare la questione dei cosiddetti lapsi, coloro che durante la persecuzione rinnegarono la fede in Cristo e che chiesero di essere riammessi alla Chiesa. Marcello I pretese per la loro ammissione un percorso di penitenza, che non tutti però accettarono, al punto che fu lui, alla fine, ad essere condannato all’esilio, come apprendiamo dalla epigrafe redatta dal Pontefice Damaso I per la sua tomba:

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«Pastore vero, perché manifestò ai lapsi l’obbligo che essi avevano di espiare il loro rinnegamento con le lacrime della penitenza, fu considerato da quei miserabili come un terribile nemico. Di qui il furore, l’odio, la discordia, la sedizione e la morte. A causa del delitto di uno che anche durante la pace rinnegò Cristo, Marcello fu deportato, vittima della crudeltà di un tiranno».

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Io non sono un velinaro e tanto meno un tuttologo, quindi non ho risposte da dare, perché a profondersi in risposte e spiegazioni su ciò che non si conosce, possono provvedere solo i velinari della Pravda Pontificia; ma sono risposte basate di fatto sul niente. Dio non voglia che qualcuno, pur di porsi una medaglietta di latta sul petto nella Roma decadente, abbia giocato in modo maldestro coi fedeli perseguitati e coi vescovi che hanno trascorso gran parte della propria vita in carcere od ai lavori forzati; perché sono dei martiri ai quali non si possono dire quattro parole di circostanza, mentre loro, per una vita intera, hanno pagata la propria fedeltà a Roma ed al Papato.

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Comunque vediamo adesso se sulla base di un accordo reso fantasma dal fatto che non se ne conoscono i contenuti, si cercherà di tirarsi fuori da questo impiccio dicendo: quel che solo conta è l’unità. Senza spiegare però cosa questa unità molto soggettiva e molto poco corrispondente ai princìpi di unità contenuti nel Santo Vangelo ha comportato in prezzo da pagare, considerato che la merce acquistata non è chiara, ed è sconosciuto il prezzo per essa pagato, ma soprattutto quello da pagare nel vicino futuro. Dio non voglia che questo prezzo pagato per una medaglietta di latta sia stato pagato sulla pelle dei martiri e dei cattolici perseguitati della Cina, ai quali tra l’altro, se non si vorrà gravemente irritare la suscettibilità del Governo Comunista ed ateo, non si potrà neppure rivolgersi a loro chiamandoli “martiri” e “perseguitati”, perché sarebbe appunto gravemente offensivo verso i persecutori con i quali si è stilato un accordo mentre le persecuzioni sono sempre in corso.

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Nell’èra moderna, la Santa Sede ha firmato più accordi di intesa e reciproco riconoscimento con Paesi di cultura non solo, non cattolica, ma di cultura proprio non cristiana. Basti andare a vedere con quanti Paesi la Santa Sede ha relazioni diplomatiche. Dall’anno 2007 la Santa Sede ha relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti. La Santa Sede ha relazioni diplomatiche con la Turchia, Paese nel quale fu Nunzio Apostolico il futuro Giovanni XXIII; con l’Iran, l’Iraq, l’Egitto, la Tunisia, il Marocco, la Libia, l’Algeria. La Santa sede ha persino relazioni diplomatiche con il Turkmenistan, dove risiedono appena cinquecento cattolici. Ebbene, noi che non siamo menti sottili e specialisti in alta diplomazia come invece lo sono i migliori elementi della Segreteria di Stato di Sua Santità, ci domandiamo: posto che la Santa Sede ha relazioni diplomatiche anche con Paesi nei quali vige come legge dello Stato la Sharija e dove il proselitismo da parte di altre religioni è vietato e perseguito dalla legge, come si può dialogare, ma soprattutto stabilire accordi di qualsiasi genere essi siano se, il primo passo, non è quello del reciproco riconoscimento? Perché tutti i Paesi poc’anzi citati, riconoscono la Santa Sede come capo della Comunità Cattolica mondiale, al punto da avere stabilito con essa relazioni diplomatiche.

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Insomma: io posso dialogare, cosa che peraltro ho fatto anche spesso, con persone non solo non cattoliche, ma con persone non cristiane né legate ad alcun titolo ad alcuna radice culturale cristiana, purché però, questi miei interlocutori, riconoscano anzitutto il diritto alla mia esistenza.

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Detto questo mi domando e poi domando di conseguenza: come si può dialogare e stabilire accordi con chi a monte non riconosce il diritto alla tua esistenza, o che al limite, riconoscendo la tua esistenza, ti considera un pericolo da tenere quanto più e quanto meglio sotto controllo? Perché è con questo genere di persone che la Santa Sede, temo, abbia stabilito un “accordo fantasma”. Sono certo però che i velinari della Pravda Pontificia non esiteranno a chiarire anche questo non lieve dilemma, diamogli solo il tempo di ricevere una velina dai sacri palazzi, ed avremo delle chiarificatrici perle di saggezza, costasse pure spingersi oltre i confini della realtà, ma soprattutto oltre il sangue sparso dai martiri e dai perseguitati, posto che in Cina, le persecuzioni verso i cattolici fedeli a Roma, sono tutt’altro che terminate. E non poniamoci neppure il dilemma, del tutto retorico, di quanto invece, Roma, di questi martiri perseguitati si sia dimostrata autentica e fedele madre …

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In postilla finale vi spiego perché io nutro profondo rispetto per il Governo Comunista della Cina, mentre invece non nutro alcun rispetto per certe Madame che popolano e devastano la Santa Sede, quelle, per intendersi, che i velinari della Pravda Pontificia non vedono, insensibili come sono alle persecuzioni della Chiesa e del clero che veramente soffre. Ebbene, i Comunisti della Cina, non solo hanno un’antica e nobile dignità, ma nobilitano anche i perseguitati ed i martiri. Sicché per me sarebbe un vero onore, essere perseguitato come prete da dei persecutori così altamente onorevoli e nobili, finire nelle loro patrie galere se non peggio ancòra; e tra le due parti, persino nella ferocia, ci sarebbe un mutuo rispetto reciproco tra persecutore e perseguitato. Quale rispetto dovrei invece nutrire, per quei due o tre monsignorini finocchi protetti da qualche cardinale sodomita, che sentendosi dinanzi a me scoperti, ti perseguitano per tutta la vita con una vera e propria ferocia da isteria mestruale? Spero che qualche velinaro della Pravda Pontificia riferisca il tutto agli amici della Segreteria di Stato — che pure mi leggono da sempre con attenzione — e soprattutto all’Augusto Inquilino della Domus Sancthae Marthae, la cui sensibilità ed alto senso della giustizia, pare esaurirsi tutto quanto con i gelati mandati in omaggio ai poveri ed ai migranti di Roma, inclusi i presunti profughi, peraltro fuggiti seduta stante appena giunti al centro di accoglienza della Conferenza Episcopale Italiana a Rocca di Papa [cf. cronaca, QUI, QUI, QUI]. Il tutto, ovviamente, corredato di ampi servizi fotografici e giornalistici, affinché la carità faccia rumore e notizia, oltre che provocazione politica verso l’attuale Governo della Repubblica Italiana [cf. cronaca, QUI].

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Quale santa invidia provo per i cinesi perseguitati perché fedeli alla Chiesa di Roma, mentre io, uscendo di casa per recarmi a fare spesa, rischio di ritrovarmi con un moccioso di dodici o tredici anni che vedendo passare una tonaca nera ti strilla alle spalle due bestemmie contro la Vergine Maria! Nelle province di Pechino non ti strillano dietro, semmai ti arrestano alle due di notte mentre celebri furtivamente la Santa Messa per un gruppo di fedeli. E ciò è molto più dignitoso, sia per chi arresta sia per chi è arrestato. Anche per questo la Cina è una grande potenza, mentre l’Europa, che ormai è la madre del tutto è lecito e concesso al di là del bene e del male, è solo un povero Continente alla totale disfatta politica, sociale, culturale, morale e religiosa [cf. QUI, QUI, QUI ecc ..].

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Dio benedica la Grande Cina ed il suo nobile Popolo !

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dall’Isola di Patmos, 29 settembre 2018

Festa dei Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele

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Lettera dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò: «So in chi ho creduto»

LETTERA DELL’ARCIVESCOVO CARLO MARIA VIGANÒ: «SO IN CHI HO CREDUTO»

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Né il Papa, né alcuno dei cardinali a Roma hanno negato i fatti che io ho affermato nella mia testimonianza. Il detto Qui tacet consentit si applica sicuramente in questo caso, perché se volessero negare la mia testimonianza, non hanno che farlo, e fornire i documenti in supporto della loro negazione. Come è possibile non concludere che la ragione per cui non forniscono i documenti è perché essi sanno che i documenti confermerebbero la mia testimonianza?

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Carlo Maria Viganò
Arcivescovo tit. di Ulpiana
Nunzio Apostolico

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Scio Cui credidi – So in Chi ho creduto [II Tim. 1, 12]

All’inizio di questo mio scritto desidero innanzitutto ringraziare e rendere gloria a Dio Padre per ogni situazione e prova che ha disposto e che vorrà disporre per me durante la mia vita. Come ogni battezzato, come sacerdote e vescovo della santa Chiesa, sposa di Cristo, sono chiamato a rendere testimonianza alla verità. Per il dono dello Spirito che mi sostiene con gioia nella strada che sono chiamato a percorrere, intendo farlo fino alla fine dei miei giorni. Il nostro unico Signore ha rivolto anche a me l’invito: «Seguimi!», ed intendo seguirlo con l’aiuto della sua grazia fino alla fine dei miei giorni.

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«Finché avrò vita, canterò al Signore,

finché esisto, voglio inneggiare a Dio.

A Lui sia gradito il mio canto;

In Lui sarà la mia gioia».

[Sal. 103, 33-34]

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È trascorso ormai un mese da quando ho reso la mia testimonianza, unicamente per il bene della Chiesa, di quanto avvenuto nell’udienza con Papa Francesco il 23 giugno 2013 e al riguardo di certe questioni che mi è stato dato di conoscere negli incarichi che mi furono affidati in Segreteria di Stato e a Washington, con relazione a coloro che si sono resi responsabili di aver coperto i crimini commessi dal già Arcivescovo di quella Capitale.

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La decisione di rivelare quei fatti è stata per me la più sofferta e grave che abbia mai preso in tutta la mia vita. La presi dopo lunga riflessione e preghiera, durante mesi di profonda sofferenza e angoscia, in un crescendo di continue notizie di terribili eventi, con migliaia di vittime innocenti distrutte, di vocazioni e di giovani vite sacerdotali e religiose sconvolte. Il silenzio dei pastori che avrebbero potuto porvi rimedio, e prevenire nuove vittime, diventava sempre più insostenibile, un crimine devastante per la Chiesa. Ben consapevole delle enormi conseguenze che la mia testimonianza avrebbe potuto avere, perché quello che stavo per rivelare coinvolgeva lo stesso successore di Pietro, ciò nonostante scelsi di parlare per proteggere la Chiesa e dichiaro con chiara coscienza davanti a Dio che la mia testimonianza è vera. Cristo è morto per la Chiesa, e Pietro, Servus servorum Dei, è il primo chiamato a servire la sposa di Cristo.

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Certo, alcuni dei fatti che stavo per rivelare erano coperti dal secreto pontificio che avevo promesso di osservare e che ho fedelmente osservato fin dall’inizio del mio servizio alla Santa Sede. Ma la finalità del secreto, anche di quello pontificio, è di proteggere la Chiesa dai suoi nemici, non di coprire e diventare complici di crimini commessi da alcuni suoi membri. Io ero stato testimone, non per mia scelta, di fatti sconvolgenti, e come sta scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica [par. 2491], il sigillo del segreto non è vincolante quando la custodia del segreto dovesse causare danni molto gravi ed evitabili soltanto mediante la divulgazione della verità. Solo il sigillo del segreto sacramentale avrebbe potuto giustificare il mio silenzio.

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Né il Papa, né alcuno dei cardinali a Roma hanno negato i fatti che io ho affermato nella mia testimonianza. Il detto Qui tacet consentit si applica sicuramente in questo caso, perché se volessero negare la mia testimonianza, non hanno che farlo, e fornire i documenti in supporto della loro negazione. Come è possibile non concludere che la ragione per cui non forniscono i documenti è perché essi sanno che i documenti confermerebbero la mia testimonianza?

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Il centro della mia testimonianza è che almeno dal 23 giugno 2013 il Papa ha saputo da me quanto perverso e diabolico fosse McCarrick nei suoi intenti e nel suo agire, e invece di prendere nei suoi confronti quei provvedimenti che ogni buon pastore avrebbe preso, il Papa fece di McCarrick uno dei suoi principali agenti di governo della Chiesa, per gli Stati Uniti, la Curia e perfino per la Cina, come con grande sconcerto e preoccupazione per quella Chiesa martire stiamo vedendo in questi giorni.

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Ora, la risposta del Papa alla mia testimonianza è stata: «Io non dirò una parola!» Salvo poi, contraddicendo se stesso, paragonare il suo silenzio a quello di Gesù a Nazareth davanti a Pilato e paragonare me al grande accusatore, Satana, che semina scandalo e divisione nella Chiesa, ma senza mai pronunciare il mio nome. Se avesse detto: «Viganò ha mentito» avrebbe contestato la mia credibilità e cercato di accreditare la sua. Così facendo però avrebbe accresciuto la richiesta da parte del popolo di Dio e del mondo dei documenti necessari per determinare chi dei due avesse detto la verità. Egli ha invece posto in essere una sottile calunnia contro di me, calunnia da lui stesso tanto spesso condannata persino con la gravità di un assassinio. Per di più, lo ha fatto ripetutamente, nel contesto della celebrazione del sacramento più sacro, l’Eucaristia, in cui non si corre il rischio di essere contestati come davanti ai giornalisti. Quando ha parlato ai giornalisti, ha chiesto loro di esercitare la loro professione con maturità e di tirare le loro conclusioni. Ma come possono i giornalisti scoprire e conoscere la verità se quelli che sono direttamente implicati si rifiutano di rispondere ad ogni domanda o di rilasciare qualsiasi documento? La non volontà del Papa di rispondere alle mie accuse e la sua sordità agli appelli dei fedeli ad essere responsabile non è assolutamente compatibile con la sua richiesta di trasparenza e di essere costruttori di ponti e non di muri.

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Ma c’è di più: l’aver coperto McCarrick non sembra essere stato certamente un errore isolato da parte del Papa. Molti altri casi sono stati recentemente documentati dalla stampa, mostrando che Papa Francesco ha difeso preti omosessuali che hanno commesso gravi abusi sessuali contro minori o adulti. Incluso il suo ruolo nel caso del Padre Julio Grassi a Buenos Aires Ndr, QUI] l’aver reinstallato Padre Mauro Inzoli [Ndr. QUI], dopo che Papa Benedetto lo aveva rimosso dal ministero sacerdotale — fino al momento in cui è stato messo in carcere, e allora a questo punto Papa Francesco lo ha ridotto allo stato laicale —, e per aver fermato le indagini per accuse di abusi sessuali contro il Cardinale Cormac Murphy O’Connor.

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Nel frattempo, una delegazione della United States Conference of Catholic Bishops, guidata dal suo presidente, il Cardinale Di Nardo, è andata a Roma per chiedere un’indagine del Vaticano su McCarrick. Il Cardinale Di Nardo e gli altri prelati devono dire alla Chiesa in America e nel mondo: il Papa si è rifiutato di svolgere un’indagine in Vaticano sui crimini di McCarrick e dei responsabili di averli coperti? I fedeli hanno diritto di saperlo.

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Vorrei fare un appello speciale al Cardinale Marc Ouellet, perché con lui come nunzio ho sempre lavorato in grande sintonia e ho sempre avuto grande stima e affetto nei suoi confronti. Ricorderà quando, ormai terminata la mia missione a Washington, mi ricevette la sera nel suo appartamento a Roma per una lunga conversazione. All’inizio del pontificato di Papa Francesco aveva mantenuto la sua dignità, come aveva dimostrato con coraggio quando era Arcivescovo di Québec. Poi, invece, quando il suo lavoro come prefetto della Congregazione per i vescovi è stato virtualmente compromesso perché la presentazione per le nomine vescovili da due “amici” omosessuali del suo dicastero passava direttamente al Papa, bypassando il cardinale, ha ceduto. Un suo lungo articolo su L’Osservatore Romano, in cui si è schierato a favore degli aspetti più controversi dell’Amoris Laetitia, ha rappresentato la sua resa.

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Eminenza, prima che io partissi per Washington, lei mi parlò delle sanzioni di Papa Benedetto nei confronti di McCarrick. Lei ha a sua completa disposizione i documenti più importanti che incriminano McCarrick e molti in curia che li hanno coperti. Eminenza, le chiedo caldamente di voler rendere testimonianza alla verità!

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In fine, desidero incoraggiarvi, cari fedeli, fratelli e sorelle in Cristo: non scoraggiatevi mai! Fate vostro l’atto di fede e di completa fiducia in Cristo Gesù, nostro Salvatore, di San Paolo nella sua seconda Lettera a Timoteo, Scio Cui credidi, che ho scelto come mio motto episcopale. Questo è un tempo di penitenza, di conversione, di grazia, per preparare la Chiesa, sposa dell’Agnello, ad essere pronta e vincere con Maria la battaglia contro il drago infernale.

Scio Cui credidi [2 Tim. 1, 12]

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In Te, Gesù, mio unico Signore, ripongo tutta mia fiducia. «Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum» [Rom. 8, 28].

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Come ricordo per la mia ordinazione episcopale, conferitami da San Giovanni Paolo II il 26 aprile 1992, avevo scelto un’immaginetta presa da un mosaico della basilica di San Marco, a Venezia. Essa riproduce il miracolo della tempesta sedata. Mi aveva colpito il fatto che nella barca di Pietro, sballottata dalle acque, la figura di Gesù è riprodotta due volte. A prua Gesù dorme profondamente, mentre Pietro dietro di lui cerca di svegliarlo: «Maestro, non t’importa che moriamo?». Mentre gli apostoli, atterriti, guardano ciascuno in una direzione diversa e non si avvedono che Gesù è ritto in piedi dietro di loro, benedicente, ben al comando della barca. “Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: taci, calmati […] Poi disse loro: perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» [Mc. 4, 38-40].

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La scena è quanto mai attuale per ritrarre la tremenda bufera che sta attraversando in questo momento la Chiesa, ma con una differenza sostanziale: il successore di Pietro non solo non vede il Signore a poppa che ha sicuramente il pieno controllo della barca, ma nemmeno intende svegliare il Gesù dormiente a prua.

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Cristo è forse diventato invisibile al suo vicario? È tentato forse di improvvisarsi come sostituto del nostro unico Maestro e Signore? Il Signore è ben saldo al comando della barca!

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Cristo, Verità, possa essere sempre luce nel nostro cammino!

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29 settembre 2018

Festa di San Michele, Arcangelo

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+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo tit. di Ulpiana

Nunzio Apostolico

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Autore
Redazione dell’Isola di Patmos

Il Romano Pontefice potrebbe decidere di non rispondere né di smentire direttamente, potrebbe avere ragioni per agire in tal senso; ragioni che in tal caso rimarrebbero insindacabili. Sua Santità dispone però di una Segreteria di Stato e della sua Terza Sezione per il personale in servizio diplomatico, della Congregazione per i Vescovi e del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, infine di una Sala Stampa della Santa Sede. Non mancano gli organi ufficiali che potrebbero rispondere: «S.E. Mons. Carlo Maria Viganò mente e mentendo reca grave affronto al Pontefice regnante e scandalo al Popolo di Dio». In questo modo, con una semplice e breve frase, numerosi Vescovi, Sacerdoti e devoti Christi Fideles amareggiati e addolorati potrebbero essere finalmente rasserenati.

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dall’Isola di Patmos, 28 settembre 2018

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La scomunica come rimedio all’eresia

— attualità ecclesiale —

LA SCOMUNICA COME RIMEDIO ALL’ERESIA  

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L’appartenere o non appartenere alla Chiesa, il restare o uscire dalla Chiesa non sono cose così semplici. Certo, possono esistere forme di separazione netta e totale, come la perdita della fede con l’apostasia. Ma solitamente esistono diversi gradi di separazione e quindi di scomunica. Bisogna anche vedere che idea uno si fa della Chiesa e dell’appartenenza alla Chiesa o della comunione ecclesiale. Uno può essere convinto di appartenere pienamente alla Chiesa e invece vi appartiene solo parzialmente, come per esempio i protestanti o i modernisti.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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foto Alinari 1950 – i Frati Domenicani, durante la Festa della Fiorita a Firenze, depongono un omaggio sul luogo dove fu impiccato e bruciato Girolamo Savonarola

San Paolo Apostolo ammonisce: «Se qualcuno vi predica un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema!» [Gal 1,9].

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In ogni comunità il presidente ha il potere e il dovere di proteggere con opportuni interventi correttivi o coercitivi la comunità da membri che le recano disturbo o ne mettono in pericolo il buon ordine e la pace. Questo principio di giustizia vale anche per la Chiesa, come recita il Codice di Diritto Canonico: «La Chiesa ha il diritto nativo e proprio di costringere con sanzioni penali i fedeli che hanno commesso delitti» [can. 1311].

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Sin dai primissimi tempi della Chiesa gli apostoli, riprendendo la tradizione della sinagoga, che espelleva gli indisciplinati, i facinorosi e gli apostati, esercitarono il potere giudiziario contro i delitti gravi, come testimonia l’episodio di Anania e Saffìra [cf. At 5, 1-11]. Così San Paolo espelle dalla comunità l’incestuoso [cf. I Cor 5,8]. Per condannare gli erranti, egli usa un termine greco: anàthema, corrispondente all’ebraico chèrem, che significa “maledetto” e quindi “scomunicato”. Così egli avverte: «Se qualcuno non ama il Signore, sia anàthema!» [I Cor 16,22]. E: «Se qualcuno vi predica un Vangelo diverso, sia anàthema» [Gal 1.8]. Gesù stesso più volte lancia maledizioni. E infatti, sin dai primi secoli i Concili dichiarano anàthema, ossia scomunicati coloro che sostengono gli errori condannati.

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San Tommaso d’Aquino spiega l’origine del concetto di anàthema e quindi di scomunica. Dice l’Aquinate: « anàthema è voce greca composta di anà, che significa ‘sopra’ e thesis, che significa ‘posizione’, così da chiamare ‘anàtema’ ‘ciò-che-è-posto-in-alto’, perché quando veniva catturato come preda qualcosa che non si voleva mettere in uso degli uomini, lo si sospendeva nel tempio, sicché è invalsa fino ad oggi l’abitudine che quelle cose che sono separate dall’uso comune degli uomini, venivano chiamate “anàtemi”, come vediamo nel Libro della Genesi: «Sia questa città anàtema [1] e sia votato al Signore tutto ciò che si trova in essa” [Gs 6,17]» [2].

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Da qui, nei Concili Ecumenici, l’usatissima formula anàthema sit, che apparirà per l’ultima volta nel Concilio Vaticano I, mentre è assente nel Concilio Vaticano II, il che chiaramente non vuol dire che il Concilio non condanni degli errori, sostenendo i quali si incorre nella scomunica. L’odierna scomunica è ciò che la Chiesa in passato ha chiamato anàtema, ossia maledizione: un verdetto di condanna di un errore o di un errante, pronunciato dall’autorità con l’irrogazione di una pena e l’espulsione o allontanamento del  dissidente o del criminale dalla comunità.

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“Maledire” in questo contesto biblico significa “dir-male”, ma non nel senso della maldicenza, bensì nel senso di dichiarare in giudizio che qualcuno ha sparlato o fatto del male e quindi merita di essere punito, merita un male di pena. In tal senso la Bibbia dice che Dio maledice i malvagi e Cristo al Giudizio Universale allontana da se i reprobi [cf. Mt 25,41]. La maledizione può colpire l’azione malvagia, ma può colpire anche la persona che ha commesso quell’azione. È vero che tanto il Vangelo [cf. Lc 6,28], quanto San Paolo raccomandano di non maledire [cf. Rm 12,14]. Ma queste proibizioni colpiscono chi maledice gli innocenti, così come è proibito uccidere l’innocente, ma non il criminale. Diversamente, la Chiesa non avrebbe anatematizzato per secoli e millenni eretici e scismatici. E se oggi non sentiamo o leggiamo più i Papi maledire gli eretici, non possiamo ignorare che solo di recente la Chiesa ha abbandonato questo linguaggio, che essa ha usato tranquillamente per tanto tempo, ma che oggi, nell’attuale clima di ecumenismo e di dialogo inter-religioso, effettivamente ci metterebbe in imbarazzo. Oggi infatti a noi pare che il maledire sia suscitato dall’odio. Ma non è necessariamente così. Inteso nel senso giuridico, è atto di giustizia. E se la parola è stata abbandonata dal Magistero della Chiesa, resta il termine equivalente di “scomunica”. Ora, la comunione, l’unità, la pace, la carità reciproca e la concordia nella Chiesa nascono dalla comune accettazione da parte di tutti i fedeli delle medesime verità di fede e della medesima disciplina insegnate dal Magistero della Chiesa sotto la guida del Sommo Pontefice. Si capisce allora che l’eretico merita di essere scomunicato. La Chiesa è una comunità unita, coordinata e concorde nell’amore reciproco dallo Spirito Santo, il quale sostiene il Papa nel compito di fondar la comunione fraterna e con Dio sulla verità della Parola di Dio da tutti accolta. Tuttavia, col permesso di Dio, all’interno della Chiesa terrena, lavora il Demonio, col suo seguito di «figli del diavolo» [I Gv 3, 10]. Ciò fa sì che nella Chiesa nascano e si diffondano eresie, per cui l’autorità ecclesiastica è obbligata ad intervenire per mettere in guardia i fedeli e fermare la diffusione dell’errore. Così avvenne, per esempio, col fenomeno del modernismo all’epoca di San Pio X ed alcuni teologi, come per esempio Ernesto Buonaiuti, Alfred Loisy, George Tyrrell, Romolo Murri ed altri.    

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Succede infatti ogni tanto che il Demonio persuada e spinga astutamente e perfidamente alcuni fratelli imprudenti, ambiziosi e incauti, che possono essere anche pastori, a falsare il concetto di Chiesa e a lavorare per dividerla, profanarla e distruggerla, agendo in modo insidioso e coperto, con vani e speciosi pretesti di riforma o di conservazione, per non farsi scoprire e sedurre più facilmente.

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Questi falsi cattolici, sedotti da Satana, rivelano apertamente i loro piani perversi e sovversivi, per esempio massonici o atei, solo a quegli allocchi o sciagurati che, dopo averli per bene imboniti, magari con meschine adulazioni o scintillanti promesse, sanno di avere ormai alleati o in pugno nell’opera satanica intrapresa, mentre mantengono il segreto o sanno ben mascherarsi davanti ai veri fedeli. In tal senso il Diritto canonico mette in guardia contro le «associazioni che complottano contro la Chiesa» [can. 1374].

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Dopo avere tessuto le loro trame, gli eretici e gli scismatici emergono improvvisamente dalle tenebre e colpiscono di sorpresa, come dice il Salmo: «Affilano la loro lingua come spada, scagliano come frecce parole amare per colpire di nascosto l’innocente; lo colpiscono di sorpresa e non hanno timore. Si ostinano nel fare il male; si accordano per nascondere tranelli» [Sal 64 3-6]. «Il misero soccombe all’orgoglio dell’empio e cade nelle insidie tramate» [Sal 9, 23]. Può trattarsi di gruppi di potere e di pressione nascosti all’interno della Chiesa e dello stesso ceto dei vescovi o dei cardinali, i quali all’apparenza sembrano rispettosi dell’autorità pontificia. Ma all’occhio esperto, come a quello del buon medico, bastano pochi segni o sintomi per intravedere il marcio che c’è sotto la bella apparenza, come quei sepolcri imbiancati dei quali parla il Signore. Si tratta di quel «nemico» [Mt 13, 25-36], del quale parla il Vangelo, che di nascosto nel campo di grano ha seminato la zizzania. Al riguardo, Gesù raccomanda di lasciar crescere assieme grano e zizzania, per timore che, togliendo questa, venga tolto anche quello. Si deve attendere, Egli dice, il giorno del Signore, quando Egli svelando i segreti dei cuori, farà giustizia. Ora, è chiaro che qui Gesù si riferisce al giudizio divino alla fine del mondo, giudizio definitivo ed inappellabile, che fissa il destino ultimo di tutti noi. Ma ciò non impedisce affatto a Gesù di affidare un potere giudiziario ai pastori della Chiesa, in primis a Pietro, quando gli ordina di pascere le sue pecorelle. E’ chiaro altresì che questo potere, limitato e fallibile, fa riferimento solo al foro esterno e non pretende di scrutare l’intimo delle coscienze, che solo Dio conosce. Tuttavia, a questo potere, funzionale al mantenimento del buon ordine della pace nella Chiesa, è assegnato da Cristo il diritto e il dovere di fissare per tutti le condizioni e i gradi di appartenenza alla Chiesa, per cui non gli è proibito, nelle dovute circostanze e per validi motivi, di escludere dalla comunione ecclesiale – ecco la scomunica – coloro che se ne rendessero indegni o per le loro false idee o per la loro cattiva condotta.

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LA SCOMUNICA ESCLUDE DALLA COMUNIONE ECCLESIALE

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La scomunica è un decreto dell’autorità, Papa o Vescovo, col quale il prelato, al fine di correggere — pene medicinali o censure, titolo IV, capitolo I — o di proteggere la comunità — pene espiatorie, capitolo II —, irroga delle pene che isolano in vari modi lo scomunicato dalla comunità e gli limitano la possibilità di aver rapporti con essa o di influire su di essa, perché tale attività è considerata pericolosa o comunque riprovevole. Tali pene possono essere, a mo’ di esempio: o il trasferimento ad altra residenza, l’esilio, o la dimissione da un ufficio o la proibizione di lasciare il domicilio o la proibizione dell’attività pubblicistica o dell’amministrazione o della recezione dei sacramenti, fino alla riduzione allo stato laicale per i chierici o all’espulsione dall’istituto per i religiosi.

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Lo scisma e l’eresia di per sé sono peccati mortali. Essi sono puniti a norma di legge canonica. È possibile che questi criminali sfuggano alla giustizia della Chiesa, ma non sfuggono al giudizio di Dio. Ogni fedele deve saper riconoscere lo scismatico e l’eretico, senza aspettare la sentenza della Chiesa, perché deve difendersi da queste tentazioni diaboliche. Per questo la Scrittura dà diversi avvertimenti.

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Nella condanna per eresia la Chiesa è infallibile e non si smentisce mai. Invece nello scomunicare la Chiesa può sbagliare o può togliere la scomunica. Questo perché nella questione dell’eresia c’è un gioco la verità di fede, che non muta e in questo campo il Sommo Pontefice ha ricevuto espressa promessa da Cristo di non errare. Invece la scomunica può essere legata alla condotta dello scomunicato, che può correggersi, per cui essa può essere tolta. Resta comunque che l’effetto della scomunica, che può essere anche ingiusta, illecita o invalida, non tocca per nulla lo stato dell’anima dello scomunicato davanti a Dio, stato che potrebbe essere di peccato mortale —  e di per sé lo scisma e l’eresia sono peccato mortale —, ma potrebbe essere anche uno stato di grazia, in quanto lo scomunicato è incolpato ingiustamente. Per questo, la potestà ecclesiastica, come disse fieramente Girolamo Savonarola al suo carnefice salendo al patibolo, può escludere dalla Chiesa terrena, ma non da quella celeste.

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C’è da dire inoltre che l’appartenenza alla Chiesa e per conseguenza la comunione ecclesiale e l’esclusione da essa —  ossia la scomunica —  non è un atto semplice della volontà, col quale essa può accogliere o rifiutare in toto una proposta o un’ingiunzione che le viene fatta, come sarebbe quella di restare in una stanza, oppure quella di uscirne.

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L’appartenere o non appartenere alla Chiesa, il restare o uscire dalla Chiesa non sono cose così semplici. Certo, possono esistere forme di separazione netta e totale, come la perdita della fede con l’apostasia. Ma solitamente esistono diversi gradi di separazione e quindi di scomunica. Bisogna anche vedere che idea uno si fa della Chiesa e dell’appartenenza alla Chiesa o della comunione ecclesiale. Uno può essere convinto di appartenere pienamente alla Chiesa e invece vi appartiene solo parzialmente, come per esempio i protestanti o i modernisti. Per questo, esistono solitamente gradi di appartenenza e gradi di esclusione o di separazione. Per questo, le scomuniche non sono tutte dello stesso peso o livello. Il tralcio può essere periclitante a vari livelli. Si può essere separati da certi valori, ma non da altri. Per converso, la comunione ecclesiale è il vertice di un’appartenenza che inizia da un grado minimo per salire al massimo. Qui ci soccorre l’immagine evangelica della vite e dei tralci. Un tralcio può essere parzialmente staccato dalla vite, ma riceve ancora la sua linfa. Così i fratelli separati godono di una certa comunione con la Chiesa cattolica, anche se questa comunione non è piena.

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Ogni fedele deve saper distinguere il grano dalla zizzania, deve saper giudicare da sé se un altro fratello, fosse teologo, vescovo o cardinale, è o non è in comunione con la Chiesa, e per conseguenza frequentarlo, se è in comunione; starsene alla larga, se non è in comunione. Ecco allora le direttive del Nuovo Testamento: «Tenetevi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata» [II Ts 3,6]. «Se qualcuno non obbedisce a quanto diciamo per lettera, prendete nota di lui e interrompete i rapporti» [v. 14]. «Sta lontano dall’eretico [airetikòn]» [Tt 3,10]. «Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, poiché chi lo saluta partecipa delle sue opere perverse» [II Gv 10-11]. Si tratta evidentemente di casi nei quali il dialogo è impossibile o sconveniente o pericoloso o inutile per i seguenti motivi: o perché l’eretico non accetta la correzione o perché tenta egli stesso di sedurci o perché ci tratta con disprezzo.

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Al fine di custodire e promuovere i valori teoretici e morali sui quali  si regge la compagine della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, dev’essere dunque somma cura di tutti i fedeli, ma soprattutto dei pastori e dei teologi sotto la supervisione e la direzione del Papa, aver cura che la sana dottrina del Vangelo sia da tutti rettamente interpretata, accolta, condivisa, diffusa e difesa contro le eresie, che sono appunto il rifiuto o la deformazione delle verità di fede. Il prelato, dunque, nella Chiesa, e innanzitutto il Sommo Pontefice, supremo custode dell’unità della Chiesa e fautore della comunione ecclesiale, hanno la facoltà di espellere dalla Chiesa, ossia di scomunicare, quei fedeli, i quali, o per il loro atteggiamento scismatico o per le loro idee ereticali o scandalose, falsificano la dottrina, disobbediscono al Sommo Pontefice o creano divisioni nella Chiesa.

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Ci sono fedeli che di fatto o per le loro idee o per loro condotta, sono fuori della Chiesa e contro la Chiesa, eppure vogliono restarvi per cambiarla con i loro errori. Capita in questi casi che il prelato ingenuo o connivente non li scomunichi, ma li lasci fare o addirittura li sostenga, oppure, che li inviti a predicare ai fedeli dentro le chiese. Viceversa ci sono vescovi, sacerdoti e fedeli in piena comunione con la Chiesa, della quale possono denunciare mali e scandali, che però, per il fatto di opporsi a pastori o teologi scismatici o eretici, vengono trattati da loro come se fossero scomunicati. Esiste dunque una differenza tra la scomunica ufficiale e l’esser di fatto fuori dell’apparato ecclesiastico.

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Qualunque cristiano può essere eretico, scismatico o scomunicato, all’infuori del Papa, che per assistenza divina è il supremo custode della verità evangelica e della comunione ecclesiale. Infatti l’esser scomunicato comporta la rottura con un superiore ecclesiastico o col Papa. Ma il Papa evidentemente non ha alcun superiore terreno al quale egli possa ribellarsi, se non Gesù Cristo. Ed inoltre c’è da notare che un Papa può essere un cattivo pastore della Chiesa, ma non può insegnare l’eresia. Per questo, il Codice pone tra i «delitti contro la religione e l’unità della Chiesa» [parte II, titolo I], «l’apostasia, l’eresia e lo scisma» [can. 1364], nonché la pubblicazione e diffusione della «bestemmia, dell’offesa ai buoni costumi, delle ingiurie, l’eccitamento all’odio o al disprezzo contro la religione o la Chiesa [can. 1369] e gli insegnamenti di dottrine condannate o dal Romano Pontefice o dal Concilio Ecumenico» [can. 1371], il che equivale al rifiuto o alla falsa interpretazione o falsificazione degli insegnamenti del Papa o del Concilio. Per questo il delitto di eresia merita la scomunica [cann. 1364, 1331].

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La scomunica può essere latae sententiae o ferendae sententiae. La prima scatta automaticamente al compimento dell’atto criminoso, per esempio percuotere la persona del Papa o abbracciare un’eresia per la quale sia già prevista scomunica. Latae sententiae vuol dire che la sentenza è già pronunciata. Ferendae sententiae invece vuol dire che occorre un processo, al termine del quale il giudice pronuncia la sentenza, per esempio per stabilire se una persona è o non è eretica.

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ESEMPI NOTEVOLI DI SCOMUNICA

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Un esempio recente, è quello dei quattro vescovi lefevriani, i quali, in un primo tempo scomunicati, sono poi stati successivamente liberati da Benedetto XVI. Invece chi appoggia la Messa vetus ordo — che peraltro in se stessa è lecita — ma rifiuta, come fece Lefebvre, la Messa novus ordo accusa di filo-luteranesimo, è scomunicato. La Messa novus ordo rappresenta infatti il momento massimo della comunione ecclesiale. Rifiutare tale Messa vuol dire quindi separarsi dalla comunione ecclesiale e per questo si è colpiti da scomunica.

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Famosa è rimasta la revoca reciproca della scomunica tra il Beato Paolo VI e il Patriarca Atenagora. Ci si domanda però che senso avesse avuto la scomunica nei confronti del Papa da parte del Patriarca Michele Cerulario nel 1054. Il Papa può scomunicare, ma non può essere scomunicato, perché non ha in terra nessun superiore dal quale possa separarsi. Il Papa infatti è il principio della comunione ecclesiastica, mentre il fedele è ciò che deriva da questo principio. Ora il principiato può separarsi dal principio, ma il principio non può separarsi da se stesso. Quindi il Patriarca di Costantinopoli, scomunicando il Papa, non ha fatto altro che separarsi dalla Chiesa. Paolo VI fece un gesto magnanimo revocando la scomunica ad Atenagora, ma il Patriarca, al di là della sua amicizia con Paolo VI,  fece un gesto obbiettivamente e giuridicamente nullo, come nulla era stata la sua scomunica. C’è inoltre da notare che la Chiesa può togliere la scomunica a eretici che restano eretici, come sono i nostri fratelli ortodossi, dato che con loro non è stata ancora risolta la vertenza sul Filioque. È evidente allora che questa loro reintegrazione comporta una comunione molto imperfetta, data la permanenza di carenze dottrinali.

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Nella storia ci sono state scomuniche che non solo non hanno sortito l’effetto sperato di indurre o stimolare lo scomunicato al pentimento, ma che hanno avuto l’effetto di provocarlo ancora di più all’odio contro il Papa e la Chiesa, come successe con la scomunica a Lutero di Papa Leone X e di San Pio V nei confronti della regina Elisabetta d’Inghilterra. Se lo scomunicato ha già un grosso seguito, egli è orgoglioso di ciò e se ne fa forte, per cui la scomunica lo inalbera e lo inasprisce maggiormente. Sono i santi, per esempio un San Pio da Pietrelcina, che si sottomettono anche a censure ingiuste. Ma gli eretici, potenti e facinorosi che sono scomunicati, facilmente fanno peggio. Per questo, soprattutto oggi che i modernisti sono molto potenti, i Papi rinunciano a scomunicarli.

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Quanto invece alla scomunica a chi professa la dottrina del comunismo ateo marxista, comminata da Pio XII, essa non è mai stata abolita, benché la Chiesa da allora non ne abbia fatto più cenno. Tuttavia, tale scomunica mantiene di fatto il suo valore, giacché è evidentemente impossibile che un ateo partecipi della comunione ecclesiale.

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Quanto all’appartenenza alla massoneria, un decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1984 avverte che chi è affiliato alla massoneria è in peccato mortale e non può fare la Comunione. Anche in questo caso il motivo della scomunica è evidente: la massoneria non riconosce il dogma della comunione dei santi.

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Per quanto riguarda la scomunica degli associati alla mafia, essa è motivata dal fatto che si tratta di associazione a delinquere finalizzata al furto e all’estorsione con ricorso all’assassinio e alla vendetta privata, per cui è evidente che un membro di tale associazione non può fruire della comunione ecclesiale. La stessa cosa vale per i modernisti, i quali, hanno un concetto di Chiesa incompatibile con quello proprio della Chiesa cattolica.

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I MOTIVI E I FINI DELLA SCOMUNICA

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Merita di essere scomunicato chi sparge eresie, turba, ferisce, offende o disorganizza la comunità, crea scandalo e divisioni tra i fedeli, disobbedisce all’autorità. Purtroppo però oggi in modo macroscopico — salvo a non voler vedere perché bloccati dalla paura o dal rispetto umano o perché al carro dei modernisti o perché parte in causa o perchè chiusi nei propri meschini interessi o perché affetti allocchismo dottrinale [3] — questi personaggi si moltiplicano, sono onorati e salgono ad alti posti, mentre coloro che sono veramente in comunione con la Chiesa vengono bastonati, umiliati o emarginati. Così gli scomunicabili non sono scomunicati e capita che chi è in comunione è scomunicato o quanto meno viene trattato come se fosse uno scomunicato. Una bella confusione ed ingiustizia, dove chi ci gode è il demonio, maestro dell’oscurantismo che conduce alla perdizione.

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Circa la questione delle specie della scomunica, dobbiamo porci tre quesiti: un primo quesito è quello di distinguere la scomunica giusta o lecita da quella ingiusta o illecita; un secondo è quello di distinguere la scomunica valida da quella invalida o nulla; e un terzo è quello di distinguere lo scomunicato dichiarato o ufficiale da quello effettivo o di fatto.

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La scomunica è giusta, quando il prelato interviene mosso dalla preoccupazione di salvaguardare la verità della fede, la comunione ecclesiale e di richiamare il ribelle all’obbedienza. A proposito della scomunica ingiusta, invece, San Tommaso d’Aquino dice che la scomunica può essere ingiusta o da parte dello scomunicante o da parte dello scomunicato. Nel primo caso essa ha effetto, cioè il soggetto viene ufficialmente scomunicato mediante pubblico decreto, benché non meriti tale provvedimento e semmai avrebbe meritato un decreto di lode.  Quindi la scomunica può essere ingiusta, in quanto motivata non dal rispetto per l’autorità superiore, come sarebbe il Magistero della Chiesa, o il timor di Dio o l’amore per la verità o per la Chiesa, ma dall’ignoranza, dall’odio o dall’invidia per lo scomunicato; oppure può essere ingiusta perché senza fondamento o motivo giuridico o dottrinale, ed anzi basata su accuse false e motivi o pretesti ereticali [4]. La prima è valida ma illecita; la seconda è invalida e nulla.

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Il prelato deve fare molta attenzione a comprendere e valutare i motivi che guidano il pensiero e l’azione del supposto dissidente o eretico, soprattutto se ha molto seguito, per non confondere un profeta con un ribelle, come successe col Savonarola o viceversa per non confondere un ribelle con un riformatore, come successe a  certi vescovi tedeschi nei confronti di Lutero, i quali, anziché condannare il cosiddetto “Riformatore”, passarono dalla parte di Lutero. Il prelato non sia precipitoso nel giudicare, non si lasci condizionare dal clima passionale e fazioso che solitamente si crea attorno a queste vicende, sia cauto nel valutare le accuse rivolte dall’ambiente al supposto reo e preferisca ascoltarlo e consultarlo direttamente. Se è il caso, istituisca un processo, per non rischiare di condannare un innocente o di assolvere un colpevole.

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Può capitare anche che una scomunica ingiusta sia irrogata da un prelato eretico, il quale può non essere ufficialmente scomunicato, per cui non è sostanzialmente ed effettivamente in comunione con la Chiesa, mentre il suddito ufficialmente scomunicato, in quanto ortodosso, resta di fatto in comunione con la Chiesa.

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È chiaro che un prelato che scomunichi in base a un falso concetto di Chiesa o di obbedienza o senza essere lui per primo ad esser sottomesso al superiore maggiore o al Romano Pontefice o alla Parola di Dio, scomunica invalidamente, per cui di per sé, tale scomunica, è nulla e non dovrebbe produrre effetto. Tuttavia, di fatto, l’azione di un prelato autoritario, influente, prepotente, sorretto da pari suoi o dai poteri mondani verso una persona onesta ma indifesa  può comunque produrre un effetto sociale deleterio, esercitando violenza sullo scomunicato e sui suoi discepoli, lo diffama presso la comunità e danneggia la comunità stessa così ingannata dalla falsa scomunica.

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San Tommaso d’Aquino insegna che in questi casi lo scomunicato può ricorrere ai superiori maggiori. Certo, se è il Papa che ha scomunicato ingiustamente, bisognerà sopportare con pazienza, evitando di assumere atteggiamenti vendicativi o rancorosi, che metterebbero senz’altro lo scomunicato, nel caso avesse ragione, dalla parte del torto. Se poi, come fu il caso di Lutero, il ribelle è scomunicato giustamente, è chiaro che un’eventuale contestazione da parte dello scomunicato, aggraverebbe maggiormente la sua colpa.

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Il fatto che una scomunica non abbia vizi di forma —  essere per esempio emanata dalla legittima autorità o entri nel merito —  non vuol dire necessariamente che essa sia giusta, opportuna, benefica, lecita. Essa può esser originata da  prepotenza o grave colpa nello scomunicante, come fu la scomunica del Savonarola da parte di Alessandro VI. Se poi la scomunica è infetta anche da vizi di forma, come per esempio essere effetto di un abuso di autorità o, come osserva San Tommaso d’Aquino, essere «non dovuta o perché la sentenza è contraria all’ordine giuridico» [5], oltre ad essere ingiusta nel contenuto e nei motivi, essa è del tutto nulla.

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Casi di questo genere oggi sono frequenti per il fatto che il modernismo si è diffuso tra i vescovi, per cui non solo è raro che un vescovo scomunichi un eretico, ma succede addirittura che fedeli ortodossi siano scomunicati da vescovi eretici. È chiaro che una scomunica motivata da una causa ereticale, essendo contraria alle norme della fede e del diritto, è nulla, per cui lo scomunicato in linea di principio potrebbe non tenerne conto. Sennonché, però, è possibile che in tal caso il prelato infierisca ancora di più, per cui allo scomunicato conviene rassegnarsi. Sotto questo punto di vista San Tommaso d’Aquino osserva che una scomunica può essere ingiusta e tuttavia sortire l’effetto punitivo [6], al quale lo scomunicato, nell’ipotesi, non ha mezzo per scampare o liberarsi, come invece ebbe la fortuna di poter fare San Giovanni della Croce, fuggendo dal carcere del convento.

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La scomunica ha un duplice scopo: primo, quello di essere una punizione esemplare e salutare; esemplare, per scoraggiare altri ad imitare lo scomunicato; salutare, ossia tale da indurre lo scomunicato alla resipiscenza, al pentimento e alla penitenza, onde possa correggersi ed essere reintegrato nella comunione ecclesiale. Per questo, non deve essere né eccessiva, né troppo mite, ma commisurata all’entità del danno causato a se stesso e alla Chiesa dallo scismatico o dall’eretico e alla qualità e quantità delle sue forze morali e della sua reputazione nella Chiesa, nonché dell’ascendente, della fama e del seguito che egli ha in essa. Non deve isolarlo troppo dalla comunità, in modo che non peggiori la sua ostilità ad essa e non abbia la tentazione di lasciarla del tutto, ma gli sia mantenuto in essa un certo grado di stima e di considerazione. Capita anzi che il dissidente sia oggetto di un’ostilità ingiusta ed esagerata da parte di certi fedeli o nemici troppo zelanti, maligni o di corto intelletto, per cui il prelato deve difendere e proteggere il dissidente anche  da essi.

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La scomunica non deve neppure lasciare allo scomunicato troppa libertà di azione e di movimento, né deve lasciarlo troppo inserito nella comunità, perché ciò gli consentirebbe di continuare a spargere le sue eresie e a fomentare la ribellione alla Chiesa. Le scomuniche troppo blande, e puramente formali, che non disturbano lo scomunicato più di tanto, perdono la loro efficacia deterrente ed educativa, vengono derise da lui e dai suoi seguaci e non sortiscono alcun effetto, se non quello di creare un martire agli occhi dei seguaci. Tale probabilmente sarà la scomunica dei mafiosi e tale, purtroppo, è stata la scomunica dei comunisti.

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Secondo scopo della scomunica è quello di far chiarezza nel senso di aiutare a discernere chi appartiene alla Chiesa e chi è fuori, è quello quindi di liberare la Chiesa da un agente pericoloso scoraggiando i fedeli dal volerlo seguire. Può capitare che la Chiesa in questi interventi sia troppo severa, come sembra essere accaduto nei casi di Pietro Valdo nel XII secolo, degli albigesi nel XIII secolo, di Jan Hus nel XV secolo e di Lutero. Essi non mancavano di qualche buona idea nel proporre una riforma della Chiesa, anche se certamente le loro eresie erano condannabili. Essi tuttavia contavano tra le loro fila anche persone in buona fede, per cui, se si avesse avuta maggior fiducia nel dialogo, forse si sarebbe evitata una dolorosa divisione che dura ancora dopo secoli.

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LA RICOSTRUZIONE DELLA COMUNIONE

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Paradigmatica è la parabola del figliol prodigo [Lc 15, 11-32]. Lo scomunicato non è tanto uno che è cacciato, ma è uno che se ne va. Il decreto di scomunica bene spesso non è altro che la presa d’atto addolorata e la triste notizia pubblica che il fratello ci ha lasciato e ci è diventato nemico. Nella scomunica non c’è tanto lo sdegno, quanto piuttosto il dolore e la speranza che il figlio perduto sia ritrovato. È lui che se ne è voluto andare. E se un fratello è cacciato, è perché già praticamente non era in comunione e disturbava la comunione. Dunque che cosa si attende la scomunica? Il ritorno del fratello, il suo pentimento, il suo ravvedimento. Come mai sono così rari i fenomeni della conversione? Forse la Chiesa finora non ha fatto abbastanza per recuperare questi fratelli, queste pecorelle smarrite. Si è usata troppa severità e troppo poca misericordia. Così almeno pensò San Giovanni XXIII nel volere e nell’indire il Concilio Vaticano II. Si è voluto trattenere il figliol prodigo con la forza, senza tentare di convincerlo di che cosa sarebbe andato incontro lasciando la casa paterna. Però, bisogna anche riconoscere francamente che in molti casi l’onestà e l’umiltà delle quali il figliol prodigo dà prova nella parabola lucana, accorgendosi del brutto affare che ha fatto lasciando la casa paterna, sono sempre state virtù rare. Quasi sempre gli eretici sembrano trovarsi bene nel mangiare le carrube dei porci, e se ne vantano, indorandole di speciosi orpelli, come fossero segno di libertà e di saggezza, ed anzi invitano altri a seguirli ed altri li seguono.

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Che cosa la Chiesa può fare in questi casi? Col Concilio Vaticano II essa ha deciso di imboccare una nuova via, che riduca al minimo l’uso della severità e quindi della scomunica e del temuto anàthema sit. Alcuni teologi hanno interpretato la scelta conciliare nel senso che il Concilio supporrebbe che tutti gli uomini, almeno inconsciamente, cercano Dio e sono in grazia; per cui l’annuncio del Vangelo non dovrebbe essere più proposto nei termini categorici e minacciosi di un aut-aut: come unica via di salvezza, rifiutando la quale si apre il baratro dell’inferno: o credi o non ti salvi; ma semplicemente come annuncio di una misericordia, della quale già tutti gli uomini di buona volontà sono oggetto, magari inconsciamente, quale che sia la religione alla quale appartengono. In questa visuale ottimistica, siccome tutti si salvano, ognuno è libero di seguire la propria religione. I contrasti dottrinali non avrebbero importanza. Il fatto determinante sarebbe che tutti sono oggetto della divina volontà salvifica. Tutti quindi, magari inconsciamente, appartengono alla Chiesa, che abbraccia tutte le religioni, nessuno escluso.

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Per i modernisti non possiamo dire, quindi, al luterano, all’ebreo o al musulmano: tu sei in errore. Egli infatti può sempre dirci: in errore lo sono per te, ma non nella mia religione. Si comprende allora come in questa visuale relativistica perde di senso o di interesse la scomunica. È chiaro che  una Chiesa che non si ritiene in possesso della verità assoluta, come la concepiscono i modernisti, non distingue più nettamente e definitivamente il dogma dell’eresia, per cui l’idea stessa della scomunica non per lei ha alcun significato. Essa si oppone quindi alla Chiesa del passato, detta da costoro pre-conciliare, che adesso appare impositiva e illiberale, irrispettosa del pluralismo, e della libertà di coscienza.

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Altri dicono: la severità e la minaccia dell’Inferno non è servita. Ma poi non sarà che in fin dei conti la misericordia divina raggiunge tutti e tutti si salvano? Rispettiamo le diversità, puntiamo sul dialogo e su ciò che ci unisce: i comuni interessi della pace e della giustizia. Va bene. Tuttavia, ci sono delle verità che toccano Dio o la salvezza, che non piacciono ai fratelli separati. E allora che facciamo? Alcuni, sono dell’idea che è bene tacerle e ammettere solo quelle verità nelle quali tutti concordiamo. Le altre le lasciamo facoltative alle singole confessioni. Ma non è questo il comando di Cristo. E difatti il Concilio ripropone il Vangelo a tutta l’umanità.

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Il Concilio, però, a differenza dei precedenti, consapevoli dell’irrimediabile tendenza umana al peccato, propria della natura decaduta, prevalentemente dedicati quindi alla lotta contro il mondo ed alla condanna degli errori e dei vizi, con i relativi castighi comminati ai disobbedienti, sembra animato dalla fiducia di poter edificare su questa terra la concordia generale dell’umanità attorno a Cristo [cf. Pacem in terris], nella fiducia di poter realizzare la collaborazione della Chiesa col mondo, di poter costruire un’umanità giusta, unita e pacifica, nella quale Chiesa e il mondo vanno d’accordo. Il mondo è visto come sostanzialmente disponibile ad accogliere il Vangelo, e la Chiesa sembra fiduciosa di poter conquistare tutto il mondo, perché tutto il mondo attende Cristo. E così il Concilio sembra minimizzare  la tendenza degli uomini alla malizia e al peccato —  quindi la necessità della coercizione e della disciplina —, conseguenti al peccato originale e ritenere che l’educazione, la testimonianza e la predicazione del Vangelo siano sufficienti a creare quaggiù un’umanità finalmente giusta, felice e  concorde.

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Eppure, l’Apocalisse, prevede che lo scontro della Chiesa col mondo —  la Donna e il Drago —  durerà fino alla Parusia, per cui la conclusione della storia non sarà la simbiosi della Chiesa col mondo e l’unificazione generale dell’umanità nella concordia e nella pace, ma bensì la vittoria di Cristo sulle potenze del male e la separazione finale del grano dalla zizzania, con la salvezza degli eletti e la dannazione di reprobi.

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Un’altra cosa da notare: fino al Vaticano II la Chiesa ha sempre tenuto a precisare la sua identità e ad opporsi al mondo. Da qui la facilità con la quale essa polemizzava col mondo, condannava gli errori del mondo e scomunicava chi cedeva alle seduzioni del mondo, in particolare del mondo moderno. Essa aveva molta cura per i suoi figli, ci teneva che fossero protetti dalle insidie del mondo e dagli errori  delle altre religioni, compresi i cristiani non-cattolici, mentre era severa verso il mondo, nel quale vedeva quasi solamente pericoli e corruzione. Se essa contattava il mondo, lo scopo era quello di convertirlo al Vangelo, secondo il comando di Cristo.

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Il Vaticano II ha indirizzato la Chiesa ad una maggiore apertura ai valori del mondo e delle altre confessioni religiose. Ciò ha portato ad un arricchimento e ad un miglioramento del costume, della teologia e della cultura cattolici, ma nel contempo è diminuita la cura di preservare la Chiesa dalla penetrazione in essa di dottrine erronee  o pericolose. Così è successo che, se da una parte la Chiesa ha assunto un atteggiamento più conciliante nei confronti del mondo, dall’altra sono sorti conflitti e corruzione al suo interno a causa della penetrazione degli errori e dei cattivi costumi del mondo, penetrazione non sufficientemente impedita dai pastori, i quali hanno molto diminuito l’uso della scomunica.

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Ciò che oggi si impone è una maggior cura nei pastori, a cominciare dal Papa, della buona formazione dei fedeli e degli stessi pastori, nel pacificare gli animi aspramente divisi da una sciagurata e incancrenita opposizione tra lefebvriani e modernisti, che si trascina da cinquant’anni, nel difendere la Chiesa dalla penetrazione di idee false o eterodosse e quindi nella ripresa moderata di un saggio e prudente uso dell’istituto della scomunica, senza affatto per questo rinunciare a quanto il Concilio ha prodotto nel rapporto della Chiesa col mondo moderno. È chiaro che occorre portare avanti l’opera dell’evangelizzazione; ma non c’è da illudersi che in un futuro lontano o vicino l’umanità si raccoglierà attorno alla Chiesa. E neppure c’è da sperare in una convivenza pacifica mondiale tra le religioni, come alcuni ipotizzano o auspicano.

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Al cristianesimo, per volere di Cristo, spetta il dominio del mondo. Le religioni devono essere sottomesse alla religione cristiana cattolica. Il cristianesimo non si adatta, per sua natura, ad essere una religione alla pari delle altre, come fosse un partito politico in un parlamento mondiale. Non confondiamo i rapporti civili fra le religioni con l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Non sono queste le cose previste dall’escatologia apocalittica. Il cristianesimo continuerà ad espandersi, ma sempre in lotta contro le forze di Satana. Sempre, nella Chiesa, si mescoleranno il grano e la zizzania, sempre essa dovrà purificarsi dal peccato ed espellere dal suo seno gli indegni, sempre sarà contrastata da nemici e sempre sarà perseguitata. Sempre avanzerà e si rinnoverà nella storia, e convertirà a Cristo i cuori, sempre accoglierà nuovi figli, e genererà nuovi santi, fino a che, in un momento noto solo a Dio, la Chiesa apparirà sconfitta ed avverrà la grande apostasia, prevista da San Paolo, che però precederà il Ritorno trionfale di Cristo glorioso.

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Varazze 24 settembre 2018

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NOTE

[1] “votata allo sterminio” (eb. cherem), nella trad. della CEI.

[2] Commento alle Lettere di S.Paolo, c.9, 3, lect.I, n.739, Edizioni Marietti,Torino-Roma 1953, p.134.

[3] Difetto spirituale riconducibile all’opportunismo, alla piaggeria e alla vigliaccheria, oggi diffuso tra i vescovi, per il quale essi, per ignoranza crassa o per rispetto umano o attaccamento al seggio episcopale, non si accorgono neppure di farsi prendere per il naso dagli eretici. Non solo fuggono davanti al lupo entrato nell’ovile, ma non si accorgono neppure della sua presenza affidando importanti uffici ecclesiastici a persone che dovrebbero essere scomunicate.

[4] Summa Theologiae, Suppl., q.21, a.4.

[5] Ibid.

[6] Summa Theologiae, Suppl., q.21, a.4.

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Sull’andamento della Chiesa terrena: «Non scoraggiamoci, ma non illudiamoci!»

La penna d’oca di Carlo Magno

 

 

 

SULL’ANDAMENTO DELLA CHIESA TERRENA: «NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI!»

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La crisi che drammaticamente si acutizza e aggrava nella Chiesa Cattolica non è una semplice e grottesca commedia di decine di finocchie rapaci e predatrici di adolescenti, nel peggiore dei casi, e di omosessuali ordinati al Santo Servizio di Dio e del Suo Popolo Santo, ma che nel loro dis-ordine esistenziale e comportamentale ben poco e ancor meno meritevole servizio hanno reso, in primis, alla loro anima, a Dio e alla Santa Chiesa […]

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Autore
Carlo Magno *

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«Non scoraggiamoci, ma non illudiamoci!». Fu questo il consolante incoraggiamento e, insieme il drammatico ammonimento che Agostino, Santo Vescovo e Dottore della Chiesa, rivolse in un suo celebre sermone ai cristiani di Ippona: «Non scoraggiamoci, un ladrone fu salvato! Non illudiamoci, un ladrone fu dannato!» [Sermo 232, 16]. Quindi salvezza e dannazione! Tertium non datur!

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In tempi di effimera e oppiacea “misericordia”, che appare sempre più nitidamente  come sinonimo di apostasia dal deposito della fede, dove non ci si affida più penitenti e confidenti all’infinito Amore che solo può il Sommo Amore.

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«Re celeste, Consolatore, Spirito della verità, ovunque presente e che tutto ricolma, scrigno dei beni e dispensatore di vita “, dinnanzi al quale invocare: “Trascura le mie iniquità, o Signore nato da una Vergine, e purifica il mio cuore, facendone un tempio del tuo corpo e del tuo sangue purissimo, non rigettarmi davanti al tuo volto, tu la cui misericordia non ha misura. Come oserò, io indegno, di avvicinarmi a te con coloro che ne sono degni, il mio vestito mi tradirà, perché non è un abito adatto a un convito di nozze, e attirerà una sentenza di condanna alla mia anima molto peccatrice. Signore, purifica la mia anima dalle sue sozzure, e salvami, quale amico degli uomini” [Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo, Tropari 5 e 6 del sabato sera].

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Viviamo in tempi nei quali si è confuso «l’avere Misericordia che appartiene propriamente a Dio», e dimentichi  che  Misericordia è il predicato stesso di Dio [cfr. Sant’Ireneo, Epistola 60]. Tempi segnati da un penoso compiacimento per fragilità e peccati, che invece d’essere combattuti e vinti, sono sic et simpliciter derubricati, dal nuovo e auto-proclamato salvator mundi di una presunta nuova chiesa delle periferie esistenziali. Un «ospedale da campo», dove l’Archiatra balbettante non osa neppure davanti a scandali fragorosi e nefasti, pronunciare il nome proprio del peccato, per non turbare il ricettario del politicamente corretto, del religiosamente corretto e dell’eroticamente corretto. Un «ospedale da campo» da cui, però, il vero Medico delle anime e dei corpi [cfr. Luca 5, 31-32] è stato, in realtà, cacciato, avendo Egli il pessimo vizio di diagnosticare il male e, persino, l’ardire d’indicarne la terapia.

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«Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» [Matteo 16, 23]; «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» [Matteo 23, 37-39].

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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La crisi che drammaticamente si acutizza e aggrava nella Chiesa Cattolica non è una semplice e grottesca commedia di decine di finocchie rapaci e predatrici di adolescenti, nel peggiore dei casi, e di omosessuali ordinati al Santo Servizio di Dio e del Suo Popolo Santo, ma che nel loro dis-ordine esistenziale e comportamentale ben poco e ancor meno meritevole servizio hanno reso, in primis, alla loro anima, a Dio e alla Santa Chiesa. Se così fosse, basterebbe al buon e Santo Popolo di Dio munirsi di ramazze, e nei casi più gravi anche di badili, o come invocano ormai a gran voce i sempre più numerosi cattolici statunitensi tenere ben sigillati i portamonete e svuotare le cassette dell’elemosine.

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Ben più grave e lacerante è lo stato attuale della Santa Chiesa di Dio, la cui crisi non si misura col metro dei presenti nelle chiese persino nel Giorno del Signore né coll’ammontare delle offerte. Le vere ragioni della crisi sono in una drammatica apostasia diffusa, propagandata, supinamente subita e non combattuta a ogni livello da troppo tempo; talora, persino mascherata e accettata come nuovo verbo di una nuova chiesa, ma che specialmente negli ultimi cinque anni ha accelerato e intensificato a dismisura la sua corsa, la sua bieca propaganda, il suo nefasto ardire e il suo letale impatto.

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Per impudico auto-compiacimento e malsano masochismo ci si è compiaciuti e beati del nichilismo imperante; si è applaudito al totalitarismo del pensiero debole, con i suoi canoni comportamentali non solo a-cristiani ma, persino, anti-cristiani e, soprattutto, anti-cattolici. Si è fatto a gara a “non giudicare”, non più solo il peccatore, ma anche il peccato; non certo per misericordiosa e sincera attitudine spirituale, ma per puro compiacimento d’auto-realizzazione mondana e per farsi accettare e amare dal mondo, dimentichi che:

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«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» [Giovanni 15,  18-19].

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Fra i Servi di Dio, e proprio a partire dal Servo dei Servi, si è infine giocato e si gioca a scimmiottare le nuove rock-star della società aperta, liquida, afflitta da una bulimia  senza scopo, nella quale tutto è relativo alla coscienza individuale e niente più è percepito come collettiva appartenenza al Mistero e sua essenziale condivisione. Una società, come scriveva Zygmunt Bauman, dove il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza [cfr. Zygmunt Bauman – Leonidas Donskis, Moral Blindness: The Loss of Sensitivity in Liquid Modernity, 2003].

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Che fare, dunque di una Chiesa Cattolica che proclama: «abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!» [Giovanni 16, 33], se non liquidarla, una volta e per sempre? Meglio ancora se la sua “liquefazione” avverrà per moto centrifugo e con solenne benedizione della Sua gerarchia! Ancor più, dai Suoi Pastori si gioca a minimizzare e, persino, ridicolizzare due millenni di riflessione filosofica e teologica, fatta non in segreti conciliabili di selezionati cardinali, ma nutrita di contemplazione e preghiera e fortificata dai milioni di martiri che l’hanno irrorata del sangue dai loro patiboli.

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Più che inginocchiarsi a Colui che «è stato esaltato e ha ricevuto un nome che al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra» [Filippesi 2, 9-10]; si è preferito e si sta ancora ostinatamente preferendo prostrarsi al politicamente corretto, al religiosamente corretto, all’eroticamente corretto, al sociologicamente corretto e ancor di più a tutto ciò che di irrazionale è, ma che non si può denunciare come tale per non dispiacere i veri padroni del caos, e goderne così la loro protezione mediatica.

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Più che rallegrarsi perché «i nostri nomi sono scritti in cielo» e per questo a chi crede è stato dato il potere «di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico» [Luca 10, 19-20]; si preferisce compiacersi perché qualche Pastore sfonda il video, o frequenta il bel mondo glamour del Metropolitan Museum di New York [Ndr. QUI] o  si affatica in opere di carità o pranza coi poveri, naturalmente sotto l’occhio vigile e attento di cameramen e giornalisti.

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Dietrich Bonhoeffer — senza entrare nel merito del suo complesso pensiero teologico — fu un teologo e pastore protestante che menò fino alla fine un duplice combattimento in nome della Fede. Contro la Comunità Protestante tedesca totalmente plagiata e asservita a quello Zeitgeist del politicamente corretto dominante del suo tempo, che nient’altro era che il Nazionalsocialismo. Persino, come ormai provano con certezza i documenti tedeschi de-secretati della Seconda Guerra Mondiale, contro il Nazismo stesso e contro il suo Fuhrer supremo, Aldolf Hitler, partecipando al complotto del fallito attentato del 20 luglio 1944. Per questo fu impiccato nudo dai nazisti nel campo di concentramento di Flossenburg all’alba del 9 aprile 1945, ed oggi, universalmente celebrato come martire della fede e della libertà contro una delle peggiori tirannidi dell’Europa moderna.

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In un suo celebre scritto del 1937, Bonhoeffer scriveva con profetica precognizione dei rischi mortali che, allora, correva la Comunità Protestante tedesca abbracciando biecamente il politicamente e il religiosamente corretto del suo tempo. Le medesime parole dovrebbero, oggi, servire per far rinsavire una Chiesa Cattolica su cui  incombe al presente un altrettanto Zeitgeist della nostra era non meno infetto,  fetido, pestifero, totalitario e, infine, esiziale che aleggiava nell’aria torbida del Terzo Reich.

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«La grazia a buon prezzo è il nemico mortale della nostra chie­sa. Noi oggi lottiamo per la grazia a caro prezzo. Grazia a buon prezzo è annunzio del perdono senza pentimento, è battesimo senza disciplina di comunità, è santa Cena senza confes­sione dei peccati, è assoluzione senza confessione personale. Grazia a buon prezzo è grazia senza che si segua Cristo, grazia senza Croce, grazia senza il Cristo vivente, incarnato» [Dietrich Bonhoeffer, Nachfolge, 2007, p. 24].

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Dovremmo allora domandarci: come mai vescovi e teologi cattolici che amano citare Bonhoeffer, o che cercano di citare questo illustre pensatore protestante ma non cattolico, sempre rigorosamente omettono di cogliere ciò che della sua acuta riflessione dovrebbe, oggi, far riflettere anche la Chiesa Cattolica?

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI!

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L’abbiamo messo nel conto fin dal giorno del nostro Santo Battesimo: «Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» [Giovanni 15, 19].

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Dall’alto dei loro seggi, potranno sempre schernirci come «cani selvaggi» cui opporre «miti silenzi», apparentemente ma viscidamente umili e francescani, invece oltremodo meschini effluvi e rutti di rabbia contro chi non si sottomette «al regno di questo mondo», che sempre presuppone potere e ricchezza! Potere e ricchezza di questo mondo, al quale tutto si svende pur di potere e possedere: i corpi, le anime, i cuori, le angosce, le speranze, e gli stessi frutti di grazia che sempre la Potenza del vero e  unico Salvator Mundi suscita nel Santo Popolo di Dio.

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Nella loro fiammante porpora, di fronte a uno scandalo sempre più montante, potranno sviarci dicendoci che ben altra agenda occupa la nuova pastorale misericordiante: «Il Papa ha un’agenda più vasta: la salvaguardia dell’ambienti, i migranti, …»? [Cfr. Cardinale Blase Cupich, intervista NBCC Chicago, 28 agosto 2018]. Fors’anche per farci dimenticare, ma ce ne guardiamo bene, che anche loro sono proprio fra i tanti nipotini di Uncle Ted: quelli che sono stati i più generosamente beneficati di potere e possesso in questi ultimi cinque anni.

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Per cercare di capire quanto sta avvenendo nella Santa Chiesa di Dio, nella sua dimensione storico-temporale, ancora una volta sarà bene ricorrere a Sant’Agostino. Commentando il Salmo 55, il Vescovo d’Ippona scriveva:

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«Se dovessimo entrare in una casa, osserveremmo la scritta che sta sul frontone per sapere di chi sia e da chi sia abitata. Così facendo, eviteremmo di entrare inopportunamente là dove non avremmo dovuto o di tornare indietro per timidezza quando invece fosse necessario procedere oltre» [Sant’Agostino, Enarratio in Psalmum 55, I,1].

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La casa cui si riferisce Sant’Agostino è nient’altro che la Santa Chiesa di Cristo, il cui titulum risplende sulla sua architrave e dimora indissolubilmente radicato nelle sue stesse mistiche fondamenta:

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«C’è una pietra su cui la casa trova solidità per le sue fondamenta, tanto da non temere la furia della tempesta. I fiumi — dice — si rovesciarono su quella casa, ed essa non cadde perché era fondata sopra la pietra. Orbene questa pietra è Cristo. E sotto il nome di David è raffigurato Cristo, del quale è stato detto: Egli nacque dalla discendenza di David secondo la carne» [Ibidem, I,3-4].

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Se lo stesso Cristo ne è il fondamento perché allora questa Santa Casa, più e più volte nella Storia umana e ai nostri giorni di nuovo, appare scossa al suo interno e diroccata nelle sue colonne portanti? Agostino, pure, sembra porsi questa domanda quando aggiunge:

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«Ma, siccome in un altro salmo sta scritto: Non manomettere l’iscrizione del titolo, Pilato rispose: Ciò che ho scritto, ho scritto. Come se dicesse: Non voglio alterare la verità, anche se voi preferite il falso. Orbene, poiché i giudei si sdegnarono e insistevano nella perversione dicendo: Noi non abbiamo altro re che Cesare, per questo si sono allontanati dai santi: proprio perché trovarono scandalo nel titolo. Si avvicinino ai santi! Si uniscano ai santi che riconoscono come re Cristo e desiderano possederlo. Siano, invece, allontanati dai santi coloro che, contraddicendo al titolo, hanno respinto Dio come re e hanno scelto come re un uomo» [Ibidem, II, 6-7].

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Sradicare il male, nella Santa Chiesa di Dio che  ormai non più «da qualche fessura» entra come «fumo di Satana nel tempio di Dio» [Paolo VI, Omelia, 29 giugno 1972], ma da porte e finestre spalancate da servili e reprobi ostiari richiede ai nostri giorni le stesso coraggio del Beato Antonio Rosmini, che non disdegnò indicare per nome e cognome le Cinque Piaghe della Santa Chiesa, che forse — nel frattempo — sono divenute ben più di cinque.

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Prima Piaga.

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L’arrendevolezza e l’asservimento della gerarchia ecclesiastica allo spirito del tempo e alla neo-ideologia totalitaria imperante. Il clero del Santo Popolo di Dio sembra aver dimenticato che il solo titulum che contraddistingue la Santa Chiesa di Dio è Cristo, pienezza della Rivelazione di Dio Uno e Trino, venuto e che verrà come segno di contraddizione: «Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione» [Luca 2, 34].

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Il Padrone della Casa è stato costituito da Dio stesso come seméion antilegómenon: come il segno e il titulum di Colui che è antitetico al discorso corrente:

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«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» [Matteo 10, 34-36].

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La Chiesa stessa o è seméion antilegómenon o abiura non tanto se stessa ma Cristo stesso e il suo Mistero di Redenzione e Salvezza!

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L’accettazione supina e subdola del Zeitgeist contemporaneo, cui — non il Santo Popolo di Dio — ma la gerarchia cattolica annuisce, con cui amoreggia compiacente, dal quale vilmente non si distingue, che spesso spudoratamente vezzeggia, le cui perfide menzogne incautamente non solo accoglie ma si prodiga a diffondere, è il vero legómenon contro cui la Santa Chiesa di Dio, anche oggi, è chiamata a essere antilegómenon sulla certezza di quella Pietra Scartata e divenuta testata d’angolo. «Che cos’è dunque ciò che è scritto: La pietra che i costruttori hanno scartata, è diventata testata d’angolo? Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e a chi cadrà addosso, lo stritolerà» [Luca 20, 17-18]. Per il Santo Popolo di Dio è venuto il tempo con determinazione di «guardarsi dal lievito» dei contemporanei farisei e con  umile coraggio di gridare dai tetti perché «non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto» [Luca 12, 2].

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Come non ricordare le parole, mai di più grande attualità quanto oggi, del Cardinale Joseph Ratzinger alla vigilia della sua elezione al Soglio di Pietro?

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«Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità» [Omelia in Missa pro Eligendo Pontifice, 18 aprile 2005].

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Seconda Piaga. La rinuncia a difendere la Verità antropologica.

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La Santa Chiesa di Dio, in ogni campo, ha cercato — sull’esempio di Cristo il cui giogo è dolce e il cui carico è leggero (cfr. Matteo 11, 30) — di accompagnare ed educare alla luce di una Verità che consacra il mistero dell’uomo e la complessità del mondo: «Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» [Giovanni, 17, 17-19].

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La Verità, prima ancora di essere un principio gnoseologico, ne è uno di carattere ontologico. Di questo principio nei secoli si è nutrita l’antropologia cristiana e cattolica, in particolare. Di fronte, al diffondersi rabbioso e inquietante delle ideologie totalitarie del gender, del nuovo nazi-fascismo LGBTQI+, e dell’impostura neo-dionisiaca del poli-amore, la Santa Chiesa di Dio ha per quieto vivere rinunciato a essere Mater et Magistra.

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Non ha saputo e non vuole vedere che qui in gioco non c’è una semplice eresia, ma l’assoluta comprensione dell’uomo creato da Dio! Qui non è in gioco un semplice scisma, ma l’inizio di un nuovo Totalitarismo pagano e criminale. Qui è in gioco l’umanità stessa e il suo futuro! Altro che ambiente e migranti! C’è ben poco da rallegrarsi! Se, persino, un filosofo della nuova sinistra hegeliana scrive:

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«In ogni caso il nuovo ordine mondiale mira a distruggere tutto ciò che non è affine al mercato. L’amore e la famiglia sono la prima forma di resistenza rispetto al mercato e al capitalismo deregolamentato. L’amore mira a durare in eterno e perché è altruistico e donativo, sottratto a ogni logica del calcolo e della crescita» [cfr. Diego Fusaro, Il nuovo ordine erotico. Elogio dell’amore e della famiglia, 2018, presentazione in: Affari Italiani, 13 settembre 2018].

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E prosegue nel denunciare giustamente:

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«L’eroticamente corretto come: la variante erotica e sentimentale del politicamente corretto. È tutto ciò che in qualche modo garantisce il nuovo ordine erotico e diffama ciò che non gli è affine. Sul piano politico tutto ciò che non è affine al nuovo ordine mondiale viene diffamato come fascista, populista, stalinista. Nell’ambito erotico invece viene diffamato come omofobo, reazionario, premoderno. Nella neolingua [Ndr. QUI], eroticamente corretto è una sorta di catechesi mondialista che impone un adattamento cosmopolita ai costumi del nuovo ordine erotico che dissolve la famiglia e il modello eterosessuale imponendo una specie di gay pride permanente con ridicolizzazione di tutto ciò che è connesso ai valori proletari e borghesi della famiglia etica. Il gay pride non è volto a difendere i diritti, sacrosanti tra l’altro, degli omosessuali ma a distruggere e ridicolizzare il vecchio modello familiare» [Ibidem].

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Ci sfugge, forse, che non uno dei Pastori del Santo Popolo di Dio abbia il coraggioso ardire di osare la verità per non essere tacciato di “giudicante”? Ci sfugge, fors’anche, che al contrario tanti Pastori si divertono a giocare col fuoco sui temi che possono implicare prima di tutto la mera salvezza antropologica delle future generazioni, ben al di là della loro appartenenza religiosa? Ci sfugge, forse e infine, l’ammonimento: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete» [Matteo 7,15-16]? E la messe dei loro frutti ben si vede in una fede resa stupidario dei luoghi comuni!

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Terza Piaga. Il mito e la retorica della Chiesa Povera.

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La tanta declamata Chiesa Povera, forse, mai prima d’oggi è stata tanto avida di denaro e potere. Le vicende che coinvolgono influenti cardinali e vescovi tedeschi e quelle che, infine, coinvolgono il deposto Cardinale Edgar McCarry e dei suoi non-deposti ma promossi “nipotini” molto hanno a che fare, per complicità cercate e immunità concesse, con scabrose vicende di finanziamenti cercati e bramati, concessi o rifiutati. Insieme, molte altre sono facilmente spiegabili con un sapienziale suggerimento: Cherchez l’argent!

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Gli araldi di questa neo-chiesa poverella, non a caso, sono due cardinali tedeschi: Walter Kasper e Reinhard Marx che di povero hanno solo quel che resta della morente Chiesa Cattolica tedesca e di ricco, invece, gli enormi proventi della Kirchensteuer: la tassa del nove per cento che i tedeschi cattolici devono pagare sul reddito lordo per essere ancora considerati tali. Una tassa che alla Chiesa Cattolica di Germania, già ricchissima di proprietà immobiliari e di quote societarie di primarie multinazionali, frutta all’incirca attorno ai dieci miliardi di euro all’anno.

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A Monaco e a Berlino si può prescindere da tutto l’arrugginito armamentario dei dogmi e della morale; si può prescindere dalla stessa fede per essere ammessi all’Eucarestia. Dal pagare no; questo, poi, mai! E per questo, dal 2012, i poverelli vescovi tedeschi hanno comminato la scomunica latæ sentantiæ con l’esclusione dai Sacramenti, dal funerale cattolico e da ogni altra attività ecclesiale a chi non paga. E tutto ciò con misericordiante uso del Diritto Canonico.

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Messe LGBTQI+, invece, sono benvenute; benedizioni di coppie omosessuali pure; Comunione Eucaristica ai protestanti altrettanto. Tutto e discutibile e discusso in nome della misericordiante accoglienza; purché paghi! Quindi dopo i copriletti si alzeranno anche i conti correnti, e scopriremo che certi tipi di attività sessuali hanno sempre come contraltare generose elargizioni finanziarie generosamente largite e vilmente accettate.

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Un giorno, forse, scopriremo quanto certi flussi finanziari hanno e stanno condizionando l’intera Santa Chiesa di Dio e il Papato. E sarà un Dies Iræ Dies Illa!

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Quarta Piaga. La neo-Chiesa dei Poveri.

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La tanto declamata Chiesa dei Poveri è, invece, caduta nella trappola di un tragico neo-temporalismo che sta sostituendo la Suprema Legge della Chiesa di Cristo: la salus animarum. Per quest’ultime — le anime —, tutto si è ridotto a una questione di personale coscienza nel giudizio fra il bene e il male, a una casistica del peggior moralismo ecclesiastico. Nell’ordine temporale, invece, si proclamano certezze indiscutibili, linee guida inflessibili, veri e propri manifesti politici, che se non fatti propri e applicati ciecamente provocano l’ibseniana iattura di essere additati a “Nemico del Popolo”, se non allo stesso Belzebù.

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«I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» [Giovanni 12, 8]; e questo richiamo del Salvatore non a caso era rivolto a Giuda Iscariota, il Traditore, che si premura Giovanni di precisare: «Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro» [Giovanni 12, 6]. I poveri sono, in questi anni, diventati quasi un brand pubblicitario che, Pastori e Prelati, usano a piacimento come mezzo di auto-promozione, ovviamente, con discrezione evangelica, a beneficio delle telecamere.

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Nella Santa Chiesa di Dio è tutto un delirante correre a procurarsi poveri, immigrati, e ogni categoria di umana miseria da esibire come biglietto di sollecita appartenenza alla neo-chiesa e da questa, ovviamente, riceverne prebende o onori. Si occulta la Croce del Cristo per esibire come nuovo trofeo le croci del mondo! Ben strano che al lassismo morale corrisponda l’oltranzismo politico, della neo-Chiesa Povera e dei Poveri, dimentica che quella morale, spirituale, intellettuale o addirittura la stessa ignoranza di essere così poveri da non conoscere il Verbo di Dio siano delle povertà assai più misere di quella materiale.

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Quinta Piaga. La neo-papolatria a ricerca di mercato.

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Il Santo Popolo di Dio ha sempre amato e immensamente onorato i suoi Pastori. Non ha, però, mai avuto bisogno di SuperPope, SuperCardinal o SuperBishop. La Santa Chiesa di Dio ha sempre avuto bisogno di conservare salda la fede, nella sua nobile interezza e nella sua obbediente osservanza. «Ubi Petrus, ibi et Ecclesia», esclamava Sant’Ambrogio [Expositio in Psalmos, 40], il quale faceva eco a Sant’Ireno che osservava: «Ubi Christus, ibi et Ecclesia» [Smirnesi, 8, 2].

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Sconcerta osservare come il Successore di quel Pietro, inchiodato anche lui a una croce come il Divino Maestro, ami essere pop e rock al contempo da piegare ogni testo della Scrittura al suo personalissimo messaggio propagandistico; da disprezzare così grandemente il Santo Popolo di Dio e preferirgli di gran lungo un neo-Pueblo mitico; e alla salvezza delle anime optare di gran lunga per un’improbabile salvezza dei corpi. Se qualcuno pretende di sviare sospetti e ragioni parlando di «clericalismo o elitismo» — forse confondendolo con l’etilismo — oggi più che mai è tempo di denunciare una nuova e ancor più pervicace forma di papolatria che inneggia non tanto all’Ufficio Petrino, come costituto da Cristo e della Tradizione, ma l’attuale occupante dell’Ufficio, insieme ai caudatari servili e ai meschini sicofanti di cui si circonda.     

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Sesta Piaga. L’abuso del potere ecclesiastico.

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Il legittimo esercizio del munus gubernandi nella Santa Chiesa di Dio non si è mai ispirato al Fuhrerprinzip né al decalogo de Las Leyes del Jefe. Nella sua Storia la Santa Chiesa di Dio ha sviluppato consuetudini, prassi, norme e procedimenti che, pur assicurando l’indivisibile unitarietà del depositum fidei, fossero in grado di accogliere sensibilità, doni, spiritualità e carismi i più  diversi. Negli ultimi cinque anni, la Legge del Taglione si è abbattuta su chiunque, laico o chierico, non si chinasse plaudente.

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C’è nell’attuale gestione della Santa Chiesa di Dio un tale di tasso di paura e timore, che in gran parte dei Vescovi e del Clero il livello di emulazione del grande capo, più per timore di ritorsioni che per convincimento, ha raggiunto livelli di vero e proprio inquinamento ambientale. Questa sola, forse, la grande catastrofe climatica che affligge la Santa Chiesa di Dio!

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Ormai è impossibile entrare in una Chiesa senza ascoltare Pastori servili scimmiottare il “Capo”, come lo chiamano i suoi confidenti; partecipare a una liturgia, senza dover ascoltare testi liturgici — e in particolare nella Preghiera Universale — veri e propri manifesti sociologici; prender parte alla Santa e Divina Liturgia senza subire l’umiliazione di una sciatteria e banalità, che l’attuale Pontificato ha reso Regula Aurea. L’abuso è quotidiano, sfacciato, prepotente, aggressivo e violento, dalla catechesi alla predicazione, dalla Liturgia alle dichiarazioni pubbliche!

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Settima Piaga. L’attentato al sensus fidei omnium fidelium.

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Si chiede ancora il grande Vescovo d’Ippona e Dottore della Chiesa Universale:

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«Che voti farete? che voti adempirete? Offrirete, forse, quegli animali che venivano offerti una volta sugli altari? Nulla di tutto questo! Devi trovare in te stesso la materia del voto che pronunzi e manterrai. Dallo scrigno del cuore offri l’incenso della lode; dal segreto della buona coscienza offri il sacrificio della fede. Ciò che offri, brucialo con la fiamma della carità. Non manchino in te i sacrifici di lode, che tu prometti e mantieni a Dio» [Ibidem, XIX, 52].

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Nel debordante chiacchiericcio ecclesiastico dei nostri tempi abbondano le categorie sociologiche e sono scomparse quelle di un’educazione umile ma fervente alla vita di preghiera, alla pratica sacramentale di una Liturgia fervente e degna, di una vera pietà popolare, di un costante accrescimento di quel sensus fidei communis che è il vero e imprescindibile tesoro, custodito nei millenni dal Santo Popolo di Dio. Eppure questo sentire comune della fede è stato nei secoli la vera e sola grande difesa, anche i tempi bui e tumultuosi, nel preservare la Fede, nel nutrire la Speranza e nell’alimentare la Carità.

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Ora, proprio questo sensus fidei communis si vuole ingannare, confondere e indebolire, senza comprendere che con esso anche la Carità e l’amore per il prossimo, che la Santa Chiesa di Dio ha sempre praticato nei secoli e che l’ha sempre vista artefice d’imprese mirabili per i poveri di ogni povertà, spariranno come una città sotto il monte e una lucerna posta sotto il moggio [cfr. Matteo 5, 14-15].

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Benché il suo corpo nudo sia stato appeso al cappio di un lurido patibolo del totalitarismo del secolo scorso, di fronte all’avanzare del nuovo totalitarismo ideologizzante e spudoratamente anti-cattolico, un martire protestante può forse ancora ammonirci e rincuorarci:

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«Grazia a caro prezzo è il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale l’uomo va e vende tutto ciò che ha, con gioia; la perla preziosa, per il cui acquisto il commerciante dà tutti i suoi beni; la signoria di Cristo, per la quale l’uomo si cava l’occhio che lo scandalizza, la chiamata di Gesù Cristo che spinge il discepolo a lasciare le sue reti e a seguirlo. Grazia a caro prezzo è l’evangelo che si deve sempre di nuovo cercare, il dono che si deve sempre di nuovo chiedere, la porta alla quale si deve sempre di nuovo pic­chiare. È a caro prezzo perché ci chiama a seguire, è grazia, perché chiama a seguire Gesù Cristo; è a caro prezzo, perché l’uomo l’acquista al prezzo della propria vita, è grazia perché proprio in questo modo gli dona la vita; è cara perché condanna il peccato, è grazia perché giustifica il peccatore. La grazia è a caro prezzo soprattutto perché è costata molto a Dio; a Dio è costata la vita del suo Figliolo […]. È soprattutto grazia, perché Dio non ha ritenuto troppo caro il suo Figlio per riscattare la no­stra vita, ma lo ha dato per noi. Grazia cara è l’incarnazione di Dio» [Dietrich Bonhoeffer, o.c., p. 25].

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Questo è il vero Bonhoeffer, un protestante, che però i teologi cattolici amanti dell’ecumenismo e del Protestantesimo, o non hanno letto o volutamente hanno dimenticato.

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da Aquisgrana a L’Isola di Patmos, 18 Settembre 2018

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* Sotto lo pseudonimo di Carlo Magno si cela un battezzato cattolico, giurista, politologo, filosofo, esperto di relazioni internazionali e diplomatiche che per lunghi anni ha ricoperto numerosi alti uffici in importanti organizzazioni internazionali inter-governative.  

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Conservazione e progresso

— attualità ecclesiale —

CONSERVAZIONE E PROGRESSO

Per risolvere l’attuale conflitto intra-ecclesiale fra modernisti e lefebvriani bisogna accordare fra di loro questi due fattori essenziali del dinamismo ecclesiale: conservazione e progresso.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Rileggendo alcuni testi delle meditazioni mattutine del Santo Padre nella cappella della Domus Sanctae Marthae, il 31 ottobre 2017 — come riferì l’articolista de L’Osservatore Romano del 1 novembre seguente —, il Papa si domanda, tra l’altro: I cristiani «credono davvero nella forza dello Spirito Santo» che è in loro? E hanno il coraggio di «gettare il seme», di mettersi in gioco, o si rifugiano in una «pastorale di conservazione», che non lascia che «il Regno di Dio cresca»? E risponde: «Tante volte noi vediamo che si preferisce una pastorale di conservazione» piuttosto che «lasciare che il Regno cresca».

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Ci permettiamo alcune osservazioni. Occorre distinguere conservazione da conservatorismo. Conservare diligentemente e, gelosamente e il sacro deposito della divina Rivelazione, senza accomodamenti, senza aggiungere e senza togliere [cf Gal 3,15; Ap 22,19] ed essergli fedele a costo della vita è dovere assoluto di ogni cattolico,  in primis dei vescovi e del Papa.

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Il conservatorismo, invece, al quale allude probabilmente il Papa, è una stolta ed inutile conservazione. È il conservare ciò che non serve più, è il restare attaccati o per miopia o per pigrizia o per paura o per interesse a idee, costumi, usanze, abitudini, tradizioni superati o abbandonati dalla Chiesa, è lo scambiare per modernismo il giusto progresso, il restare bloccati ad una data fase storica del cammino della Chiesa verso il Regno, è il chiudere l’occhio ai campi che già biondeggiano per la mietitura» [Gv 4,35]; è chiudere l’orecchio alla voce dello Spirito, che «rinnova la faccia della terra», che «rinnova la nostra mente» [Rm 12,2] e di giorno in giorno rinnova il nostro uomo interiore [cf II Cor 4,16]. Lo Spirito Santo spinge sì la Chiesa al progresso, ma nel senso indicato da quelle parole del Signore, che Egli ha la funzione di farci ricordare [Gv 14,26]e quindi di stimolarci a far fruttare.

Ammesso — lo vogliamo credere — che il Papa parli di conservatorismo e non di legittima conservazione, non sembra corrispondere a verità, come pare Papa Francesco voglia insinuare, che esista una vasta diffusione del conservatorismo, che pur esiste nei lefebvriani; ma  ciò che oggi maggiormente affligge e turba la Chiesa sono una ben più vasta diffusione del modernismo o di un falso progresso e o di un falsa interpretazione del rinnovamento promosso dal Concilio. E di questi mali il Papa non parla mai, tutto preso da un’esagerata e faziosa polemica contro il tradizionalismo, dove rischia di fare di tutte le erbe un fascio, prendendosela anche con quel sano tradizionalismo che, insieme con una sana conservazione, sono fattori essenziali della struttura e del progresso della Chiesa.

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Se Francesco vuol essere un riformatore della Santa Sede cominci dunque con l’allontanare o il fermare quei falsi collaboratori che sono infetti di modernismo e di rahnerismo, ed assuma collaboratori veramente leali e fedeli al Magistero pontificio e nemici non solo del lefebvrismo, ma anche del modernismo, sia pur aperti ai lati buoni degli uni e degli altri.

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Esiste comunque un certo ostinato, miope e presuntuoso conservatorismo che, sotto il pretesto della fedeltà alla Sacra Tradizione, accusa i Papi del post-concilio di disattenderla, e vorrebbe tornare al clima dottrinale e pastorale pre-conciliari, come se il Concilio Vaticano II non fosse avvenuto, dimenticando che, quando un Concilio compie un progresso dottrinale, come quasi sempre avviene, la Chiesa, maggiormente illuminata dal Vangelo e vinti certi errori, data l’infallibilità della sua dottrina, non torna più indietro, mentre può capitare che un nuovo Concilio corregga una prassi pastorale difettosa avviata da un Concilio precedente, o ripristini o recuperi certe pratiche pastorali abbandonate da quel Concilio, perché su questo piano, per il mutare delle contingenze storiche o per la fallibilità degli stessi uomini di Chiesa, essa può mutare o sbagliare e quindi può correggersi, dopo aver sperimentato le conseguenze dannose provocate dall’errore commesso.

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Così il Concilio, andando incontro ad un’esigenza del tempo nel quale fu celebrato, insiste molto sul rinnovamento della pastorale e dà in merito molte direttive, che toccano tutti gli aspetti della vita ecclesiale. Ma dopo cinquant’anni di applicazione di queste direttive, molti osservatori e pastori imparziali ed amanti della Chiesa ci hanno condotto ormai da anni a renderci chiaramente conto del fatto che la pastorale conciliare, per certi aspetti, ha bisogno di una correzione di rotta, che forse solo un nuovo Concilio o un grande Papa riformatore potranno attuare.

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Ciò non significa assolutamente che si debba tornare in toto alla pastorale del pre-concilio, ma significa mantenere le conquiste pastorali del post-concilio — per esempio un sano ecumenismo o il dialogo interreligioso —, purificandole da certi eccessi buonistici e troppo ottimistici nei confronti del mondo moderno, tanto che oggi, per la mancata vigilanza dei vescovi, assistiamo ad un impressionante ritorno di modernismo, molto peggiore e più insidioso di quello dei tempi di San Pio X, anche perché, mentre questo aveva attecchito soltanto nel basso clero e fra i teologi ed esegeti, quello infetta lo stesso corpo episcopale soprattutto nella sottile ad astuta forma del rahnerismo.  

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Tutti i buoni cattolici, fedeli e pastori, si sono ormai accorti di questa enorme truffa, tranne, chissà perché, gli stessi modernisti, i quali o cadono dalle nuvole o fanno finta di non sapere o restano sordi a richiami ed avvertimenti o ignorano sprezzantemente le accuse loro rivolte o le respingono sdegnati o, povere vittime calunniate, da ipocriti sopraffini, perseguitano i pochi coraggiosi che scoprono le loro trame.

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Il grande problema pastorale oggi, non è più quello che si imponeva cinquant’anni fa, come comandava il Concilio, di abbandonare una pastorale troppo conservatrice, anacronistica, statica, ripetitiva, troppo difensiva, sospettosa, timorosa, diffidente ed aggressiva nei confronti del mondo moderno, del resto mal conosciuto e a volte anche frainteso, per un rinnovato accostamento alla modernità benevolo, aperto, leale, sanamente critico, certo prudente come il serpente, ma anche semplice come la colomba, sapendo che il mondo riserva insidie, ma anche che il mondo creato da Dio offre molti valori da riconoscere, da salvare e da condurre a Cristo.

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Sulla via del rinnovamento, del divenire, del cambiamento, dello svecchiamento, dello sviluppo  e del progresso si è molto insistito e si è andati molto avanti in questi cinquant’anni, e certamente il vero progresso non ha mai termine; ma non sempre si è avanzati nella maniera giusta, e più che avanzare, in tanti casi, si è deviato o ci si è allontanati dal retto cammino e dalla fedeltà ai veri insegnamenti del Concilio; non sempre ci si à mossi con la dovuta intraprendenza, moderazione, cautela e saggezza, in obbedienza alla guida dei Pontefici o alla dottrina del Catechismo della Chiesa Cattolica, anzi cadendo molto spesso nella rete del  modernismo, che è un approccio ingannevole alla modernità, nella quale occorre distinguere il grano dal loglio, e invece  i modernisti hanno confuso l’uno con l’altro.

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Quello che allora oggi bisogna soprattutto fare per promuovere una sana, efficace ed equilibrata pastorale, adatta alle necessità dell’ora presente, diverse e per certi aspetti opposte alla situazione storica, che dovette affrontare e risolvere il Concilio, non è più tanto redarguire il conservatorismo, benché poi esso esista tuttora, ma è che il Papa si decida, alla buon ora, con franchezza e coraggio, incurante dell’eventuale starnazzare dei modernisti, a denunciare il modernismo dilagante, ben più pericoloso e dannoso del lefebvrismo o del conservatorismo, considerando gli immensi danni che il modernismo ha fatto in questi 50 anni. e sta facendo, sotto pretesto del rinnovamento conciliare, nella Chiesa e nella società. E qui faccio notare che fin dal 1966 il Maritain denunciò il grave pericolo del modernismo. E non è che il Maritain fosse precisamente un conservatore. Non si deve insistere in modo unilaterale sullo sviluppo lasciando in sordina la conservazione del deposito della fede. È l’inverso che bisogna fare, dopo cinquant’anni di retorica progressista, che ha finito per degenerare nel modernismo e in polemiche faziose contro la conservazione.

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Il vero futuro della Chiesa e dell’umanità

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Occorre piantarla una volta per tutte con un relativismo e storicismo di origine hegeliana, denunciati più volte da Papa Benedetto XVI sulla scia della condanna dell’evoluzionismo modernista fatta da San Pio X. Il divenire suppone l’essere. Il relativo ha senso solo in rapporto all’Assoluto e la storia ha un fine solo in rapporto all’Eterno. Occorre invece ritrovare i princìpi e i valori assoluti della ragione e della fede, oggi largamente dimenticati, trascurati, fraintesi, incompresi, disprezzati e derisi, tra coloro stessi che dovrebbero custodirli ed insegnarceli, vescovi compresi. Valori che invece sono sempre stati insegnati e sempre saranno insegnati per la salvezza dell’umanità, dalla sana filosofia, in quanto razionali, e dalla Chiesa, in quanto valori di fede. Occorre sapere con certezza quali sono questi valori di ragione e di fede, occorre sapere perchè sono questi e non altri, occorre distinguerli dalle opinioni soggettive e caduche. Occorre distinguere il dogmatismo e il fondamentalismo dalla certezza di fede e dalla certezza razionale.

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Occorre saper distinguere i valori immutabili, immortali ed incorruttibili da quelli che mutano e si corrompono. Occorre distinguere le verità immutabili e sovra-temporali da quelle mutabili e temporali, ciò che è vero oggi, è vero da sempre e sarà sempre vero — le verità filosofiche, morali teologiche — da ciò che è vero oggi e potrà non esserlo domani certe condizioni o realtà storiche o istituzioni giuridiche o politiche o ecclesiali.

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È con la ragione e con la fede che sappiamo cosa è di ragione e cosa è di fede. A questo punto abbiamo sotto i piedi non le sabbie mobili, ma la roccia sulla quale costruire la casa, il saldo terreno su cui poggiare  e camminare. Sappiamo quali sono i valori che non verranno mai meno. Sappiamo qual è il senso dell’esistenza e della vita. Sappiamo chi siamo, da dove veniamo e dove possiamo, vogliamo e dobbiamo andare. Sappiamo che Dio esiste. Sappiamo di chi fidarci. Sappiamo il perché del bene e del male. Sappiamo che non c’è via di mezzo tra il sì e il no. Conosciamo la nostra vocazione e il nostro dovere. Vediamo il nostro destino eterno e possiamo perseguirlo con speranza, costanza e coraggio, sapendo di non essere delusi. Sappiamo che potremo farcela. Sappiamo quali sono i valori e i beni, per i quali val la pena di sacrificare la nostra vita, sappiamo quali sono i valori sui quali non possiamo cedere, anche a costo della vita. Sappiamo cosa è il martirio. Sappiamo che possiamo vendere tutto, negoziare su tutto, trafficare tutto, all’infuori della nostra anima. Così compreremo Tutto. Sappiamo che è impossibile la salvezza senza questi valori, per cui sono questi i valori che garantiscono la salvezza. Se noi abbandoniamo la consegna che ci è stata data da Cristo, ritenendola superata o invecchiata o non più valida o non più attuale, per un futuro inventato da noi nell’idea che venga dallo Spirito Santo, non siamo degli innovatori, non  facciamo nessun vero progresso, ma siamo dei traditori, dei disertori e dei fedifraghi; non siamo più sotto la guida dello Spirito Santo, ma del demonio.

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Invece occorre che teniamo sempre davanti agli occhi del’intelletto e del cuore i valori  e i beni assoluti, perenni ed immutabili, la Parola di Dio che non passa — Verbum Domini manet in Aeternum — che illumina il nostro cammino, ci indica i nostri doveri, ci fa gustare la legge divina, infiamma il cuore, ci spinge alla santità — caritas Christi urget nos —, corregge i nostri errori, perdona i nostri peccati, conduce al vero progresso, fondato sulla verità divina conosciuta sempre meglio eodem sensu eademque sententia.

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Quanto all’appello alla ”Tradizione” per sapere cosa è di fede e cosa non lo è, di per sé non basta, ed è addirittura illecito ed empio, se si pretende di appellarsi direttamente e soggettivamente alla Tradizione, per contestare o contraddire o ”correggere” l’insegnamento dottrinale di un Papa o di un Concilio, dato che sono proprio loro i  custodi ed interpreti supremi e definitivi della Tradizione.  

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L’errore poi si aggrava, se tra i contenuti della Tradizione non si sa discernere quali sono quelli veramente permanenti, inviolabili ed insuperabili, e quali invece sono i contenuti vecchi e superati. La Tradizione non è questione di durata temporale, ma di valore intrinseco di verità, al di sopra del tempo, del contenuto della Tradizione. Occorre saper distinguere nella Tradizione ciò che è legato al tempo e alle contingenze storiche passeggere, da ciò che attiene essenzialmente l’Eterno e l’Assoluto, ossia alla volontà istituzionale di Cristo (“diritto divino”) — per esempio i sacramenti — che non può mai essere, né sarà mai mutato o abbandonato dalla Chiesa.

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Così non è sufficiente in ogni caso dire: «da 2000 anni» — ammesso che lo si sappia con certezza — «si è sempre pensato o fatto così», perché invece non è detto che si debba continuare a fare sempre così. Esiste un passato che è ormai passato morto e sepolto. Non avrebbe senso estrarre una salma dalla tomba come fosse il ripristino dei valori del passato. Ciò che è giustamente passato, è bene che resti passato, altrimenti sarebbe come voler far tornare quelle «cose passate» [II Cor 5,19], delle quali parla San Paolo. Meglio comunque una verità antica che un errore nuovo.

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Esistono del resto rispetto alla Tradizione novità assolute, mai prima esistite. Se però la Chiesa istituisce cose nuove ignote alla Tradizione precedente, come per esempio i ministeri femminili o il novus ordo Missae, questa non è una rottura con la Tradizione, ma vuol dire semplicemente che quelle cose erano contenute implicitamente nella Tradizione.

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Queste sono le linee della vera “svolta profetica”, della vera riforma che ci attendiamo da Papa Francesco. Certo egli non deve ascoltare i laudatores temporis acti, e fa bene ad arguirli, ma soprattutto non ascolti gli adulatori e i falsi amici, ma chi gli vuole veramente bene, chi lo esorta a congiungere dottrina e pastorale, conservazione e sviluppo, continuità e progresso, fedeltà e inventiva, anche se il vero amico può avere il tono del richiamo o rimprovero. Le ”rivoluzioni” populiste, scriteriate e a basso prezzo le lasci ai dittatorelli ambiziosi, panciuti e demagoghi  dell’Africa e dell’America Latina, senza abbassare la sua sacra dignità di Vicario di Cristo.

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Se il Papa vuole essere padre dei poveri, come appare chiaro dalle sue intenzioni, imiti il suo Signore Gesù Cristo e gli innumerevoli Santi padri dei poveri e lasci stare i Don Lorenzo Milani, i Fidel Castro o gli Helder Câmara. Di oppressi non ci sono solo gli immigrati. Invitiamo il Santo Padre ad esercitare la sua misericordia anche con gli oppressi dai modernisti, non abbia troppa confidenza con gli oppressori modernisti.

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È vero che i lefevriani parlano anche loro di ”modernisti”, ma essi stravolgono il senso del concetto, quando accusano di  ”modernismo” il Papato post-conciliare e le dottrine del Concilio, confondono il progresso col modernismo o Maritain con Rahner o confondono la Messa novus ordo con la Cena luterana. Prosegue più sotto il  giornalista: «La realtà, infatti, è che “il grano” — parole del Papa — “ha la potenza dentro, il lievito ha la potenza dentro”, e anche “la potenza del Regno di Dio viene da dentro; la forza viene da dentro, il crescere viene da dentro”».

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Non c’è dubbio circa la verità di quanto qui dice il Papa. Solo che l’immagine evangelica del chicco di grano non è l’unica immagine che Cristo propone della sua Parola. Non c’è dubbio che essa nel corso della storia, vien sempre meglio conosciuta dalla Chiesa in eodem sensu eademque sententia, come dice San Vincenzo di Lerino, con lo sviluppo della dogmatica ecclesiale.

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Per chiarire la questione della funzione conservatrice della pastorale ed evitare il conservatorismo, occorre rifarsi alle affermazioni o ai paragoni di Cristo, nei quali emerge la perennità, la stabilità, l’immutabilità, l’incorruttibilità, l’eternità della Parola di Dio, come quando, per esempio, essa viene paragonata a un .«tesoro» [cf.   ], a una «perla preziosa» [cf.  ], a una «dracma» [cf.  ] o a una «roccia» [cf.  ]. È una parola che «non passa» [cf.  ]. È una parola di «vita eterna» [cf.   ]. Le cose preziose vanno conservate con cura e gelosamente. È un principio di buon senso, che tutti capiscono. E quanto più allora va conservato intatto ed integro, ad ogni costo, senza cambiamenti, senza correzioni, senza aggiungere e senza togliere, anche se con continue spiegazioni, quel messaggio divino di salvezza, che ci assicura e ci promette la vita eterna.

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Certo, il messaggio evangelico non è come un cibo deperibile, che si corrompe, se non è ben custodito e conservato. Esso infatti non teme l’usura del tempo o gli agenti corrosivi. Non è fatto di materia corruttibile, ma è puro spirito immortale. È un tesoro che, se ben custodito «il ladro non può rubare e la tignola non può sfondare». Chi può corrompersi è il suo possessore, che è infedele, negligente e trascurato nel conservarlo e custodirlo e quindi può anche perderlo. Ecco l’apostasia. Può male concepirlo e può travisarlo. Ecco le eresie. Può male amministrarlo. Ecco il rispetto umano, l’accidia e le trascuratezze dei pastori.

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Prosegue l’articolista: «Allo stesso modo, ha spiegato Francesco, “se noi vogliamo conservare per noi il grano, sarà un grano solo. Se noi non mescoliamo con la vita, con la farina della vita, il lievito, rimarrà solo il lievito”». Qui il Papa tocca un aspetto del conservatorismo. Egli ovviamente non nega che bisogni conservare il grano: altrimenti, come si fa a donarlo? Possiamo donare ciò che abbiamo conservato con cura.  Ma, se sono valori da donare, e questo è proprio il caso della Parola di Dio, bisognerà pur donarli. Sono le stesse parole di Gesù: «Se il chicco di grano non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» [Lc 12,24].

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Come accordare conservazione e progresso

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Può progredire il vivente che ha una propria stabile identità. Infatti il vero progresso è il miglioramento delle condizioni e dell’attività del soggetto. Il che suppone ovviamente la conservazione del soggetto. È vero che la vita è movimento, è divenire, è mutamento. Ma perché sia vera vita dev’essere sviluppo o esplicazione nella giusta direzione del soggetto preesistente. Il progresso il movimento dev’essere sano, ossia ordinato e ben guidato e non patologico, disordinato o sconclusionato. Anche un pazzo furioso è pieno di movimento, ma nessuno gli invidia la sua condizione.

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Il soggetto che divide o muta negando la propria identità ossia cessando di conservare se stesso, avvia un movimento che non comporta progresso, ma dissoluzione o disintegrazione. È il processo che conduce alla morte. È vero che il morto non esercita più le attività vitali. Tuttavia la rigidità della morte non esclude affatto nel cadavere un divenire che è la sua dissoluzione. Dunque il puro e semplice divenire, il semplice cambiare o mutare non è un bene in se stesso. Ogni divenire ha una direzione.

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Non c’è da fidarsi di un divenire confuso e contraddittorio. Per verificare se si tratta di progresso e non di corruzione, bisogna vedere dove tende. Se tende al meglio è progresso; se tende al peggio è regresso. Occorre insomma sia il divenire, lo sviluppo o l’accrescimento o il miglioramento di un soggetto che si suppone mantiene in essere nella sua propria identità. Altrimenti, il divenire non è vita, ma morte, non è progresso, ma regresso, non evoluzione ma involuzione, non avanzamento ma retrocessione, non decadimento.

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La preoccupazione di conservare la propria identità supposta sana, è una preoccupazione più che legittima e doverosa, che nulla ha a che fare col conservatorismo e non so quale «chiusura all’altro». Essa manca in soggetti masochisti e d Essa corrisponde a quello che nel regno animale è l’istinto di conservazione, senza del quale quell’animale sarebbe presto distrutto dagli agenti contrari.

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Occorre che il Papa, quale sommo custode, fautore, garante e moderatore dell’unità, della concordia e della pace nella Chiesa, si assuma le proprie responsabilità. Deve porsi nella posizione di giudice imparziale che gli spetta, facendo capo ai princìpi universali della Chiesa, così che entrambe le parti  conflitto — lefevriani e modernisti — possano riconoscersi come cattoliche.

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Occorre, in secondo luogo, che riconosca la parte di verità e di giustizia — accennata in questo articolo —, presente e portata avanti da entrambe le parti. Le due parti, accostate l’una all’altra, combaciano perfettamente, come le due metà di una sfera spezzata, perché Dio le ha create appunto perché, unite, facciano una cosa sola, che è la stessa realtà della Chiesa.

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Il Papa deve fare ogni sforzo perché le due parti si avvicino e s’incontrino, superando vecchi rancori, odî. e diffidenze. Deve abbandonare la sua attuale propensione per i modernisti, altrimenti non può pretendere di suscitare la fiducia dei lefebvriani e i modernisti resteranno confermati nei loro errori e assumeranno un atteggiamento arrogante, il che non porterà a nessun risultato. Il Papa deve fare in modo che i lefebvriani si sentano compresi e apprezzati nelle loro buone ragioni, cosa che il Papa finora non ha fatto, cadendo anzi nel disprezzo e nell’insulto. Essi, però, da parte loro, devono sforzarsi di accogliere fiduciosamente tutte le dottrine del Concilio, come li ha esortati più volte Papa Benedetto XVI e, per conseguenza, il magistero pontificio seguente fino a Papa Francesco.

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Per quanto riguarda i modernisti, il Papa deve seguire lo stesso metodo applicato per i lefebvriani: riconoscere i lati buoni e correggere i difetti. Lato buono dei modernisti, che è sfuggito ai lefebvriani, che lo hanno frainteso, è l’attenzione al pensiero moderno e la volontà di ammodernamento e di progresso della Chiesa. Ma se per la Chiesa è relativamente facile rimediare agli errori dei lefebvriani, tutto sommato pochi di numero e abbastanza compatti un fatto di dottrine e di costumi, impresa gigantesca e al di sopra delle forze della Chiesa appare l’opera di correzione degli errori dei modernisti, sia perché essi sono sparsi per tutta la Chiesa, tra i pastori e tra i fedeli, e sia perché gli errori sono svariatissimi e toccano tutti i dogmi della fede. Volendo fare un paragone tratto dalla nettezza urbana, il far pulizia in campo lefebvriano sta al far  pulizia in campo modernisti, così come il far pulizia in una città svizzera sta al curare la nettezza urbana di Napoli.

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Tuttavia un punto di accordo tra il Papa, i lefebvriani e i modernisti si potrebbe trovare attorno al problema Rahner. Infatti, mentre i modernisti considerano Rahner il loro più grande teologo, i lefebvriani hanno acutamente individuato in Rahner il pericolo maggiore per la Chiesa di oggi. A questo punto il Papa — sarebbe ormai ora — dovrebbe decidersi con coraggio, succeda quel che succeda,  a condannare gli errori di Rahner, dando una giusta soddisfazione ai lefebvriani e a tutti gli amanti della verità e della Chiesa. Tuttavia le cose non sono così semplici, perché in realtà Rahner dette un contributo alle dottrine del Concilio. È a questo punto che i lefebvriani passano dalla parte del torto e quindi bisogna che il Papa li corregga, perché essi considerano come modernista il contributo rahneriano al Concilio. Da qui il loro rifiuto di tali dottrine considerate come moderniste, il che è falso, perché i lefebvriani interpretano quelle dottrine nel senso del modernismo rahneriano; e invece lì Rahner dette un contributo positivo, altrimenti esso non sarebbe stato approvato dal Concilio. Se il Papa riuscirà a mostrare ai lefebvriani e ai modernisti i punti sui quali s’incontrano tra di loro e se gli uni egli altri accetteranno le correzioni pontificie, la pace sarà fatta.

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Lo Spirito Santo e la Madonna sostengano il Papa nella sua missione di guida della Chiesa nella verità, nell’unità, nella santità, in un sano pluralismo e nella concordia, in una rinnovata evangelizzazione, che allarghi i confini della Chiesa visibile, vinca le forze ad essa ostili, converta le religioni a Cristo, riconduca i fratelli separati alla Santa Madre Chiesa, mostrando al mondo il volto di Dio giusto vindice degli umiliati, misericordioso consolatore degli afflitti, liberatore degli oppressi, vincitore del peccato e della morte.

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Varazze, 14 settembre  2018

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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Dalle donne cardinale all’apertura del processo di beatificazione della Serva di Dio Moana Pozzi. Colloqui in Borgo tra Ipazia e Brivido Cosmico

— il cogitatorio di Ipazia —

DALLE DONNE CARDINALE ALL’APERTURA DEL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE DELLA SERVA DI DIO MOANA POZZI. COLLOQUI IN BORGO TRA IPAZIA E BRIVIDO COSMICO

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Alla compianta Moana Pozzi dobbiamo assegnare anche un patronato, affinché pure i gruppi esigui delle minoranze perseguitate abbiano dei propri Santi e Sante Protettrici. Bisogna proporre la ormai Serva di Dio Moana Pozzi come co-patrona dei Sacerdoti assieme a San Giovanni Maria Vianney, affidando ad essa il patronato della minoranza dei sacerdoti eterosessuali.

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Autore
Ipazia gatta romana

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Dinanzi ad una Chiesa visibile affetta da una decadenza dottrinale e morale irreversibile, è necessario aprire quanto prima la banca del seme

— attualità ecclesiale —

DINANZI AD UNA CHIESA VISIBILE AFFETTA DA UNA DECADENZA DOTTRINALE E MORALE IRREVERSIBILE, È NECESSARIO APRIRE QUANTO PRIMA LA BANCA DEL SEME

In questo momento dovremmo far tesoro delle parole del Cardinale Charles Journet [1891-1975] che nella sua opera Eglise du Verbe Incarné  spiega: «L’assioma “dov’è il Papa lì è la Chiesa”, vale quando il Papa si comporta come Papa e Capo della Chiesa; in caso contrario, né la Chiesa è in lui, né lui è nella Chiesa» .

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Rembrandt, Cristo con gli Apostoli sulla barca in tempesta

Il problema è disastroso, partiamo stemperando l’aria con un po’ di umorismo …

… rispondendo a un Cardinale che voleva rincuorarlo ricordandogli che secondo la promessa di Gesù Cristo la barca di Pietro non sarebbe stata preda della tempesta e che alla fine sarebbe giunta in porto, il Beato Pontefice Pio IX rispose: «È vero, ma il Signore ha parlato e dato garanzia per quanto riguarda la barca, non per quanto riguarda l’equipaggio» [cf. G. Cionchi, Il Pio IX nascosto, Ed. Shalom, 2000. QUI]. E con questa battuta del Beato Pontefice Pio IX, che in privato era dotato di uno spirito di umorismo a tratti esilarante, passiamo all’aspetto sia mistagogico che tragico. È sì vero che Cristo stesso ha promesso che la Chiesa sopravvivrà sino al suo ritorno alla fine dei tempi, ma il Verbo di Dio ci lascia anche un chiaro quesito su cui riflettere:

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Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? [cf. Lc 18, 8]

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Con estrema chiarezza il Beato Apostolo Paolo scrive agli abitanti di Tessalonica facendo uso di linguaggi e immagini drammatiche:

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Vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e della nostra comunione con lui di non lasciarvi così facilmente confondere nel pensiero e turbare né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente, affinché nessuno v’inganni in qualche modo. Prima infatti dovrà venire l’apostata e dovrà essere rivelato l’uomo iniquo, il figlio della rovina, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto fino a sedere nel tempio di Dio, ostentandosi come Dio. Non ricordate che, mentre ero ancora tra voi, venivano dette queste cose? E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione affinché avvenga a suo tempo. Il mistero dell’iniquità è già in atto. Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga, finché esca di mezzo e allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con la luce della sua venuta, perché la presenza dell’empio avverrà nella potenza di Satana con ogni specie di portenti, di segni e prodigi di menzogna e con ogni sorta d’empio inganno per quelli che si perdono, perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi. Perciò Dio invierà loro una giustificazione dell’errore affinché credano alla menzogna e così siano giudicati tutti coloro che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità  [2Ts 2,1-3.13-17]

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Rivolgendosi poi al discepolo Timoteo, il Beato Apostolo seguita a scrivere:

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Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero [II Tm 4,1-8].

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Quando il Beato Apostolo Giovanni scrisse il testo dell’Apocalisse nell’Isola di Patmos, nel versetto in cui egli narra …

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«È caduta, è caduta Babilonia la grande, quella che ha abbeverato tutte le genti col vino del furore della sua fornicazione» [Ap 13, 8].

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… facendo uso di un’immagine vetero testamentaria si rivolge all’Impero Romano, quindi a Roma celata dietro «Babilonia la grande», il tutto per motivi che chiunque può capire. Motivi legati in parte alla sicurezza e in parte alla diffusione del testo, onde evitare la loro distruzione da parte dei romani che all’epoca nutrivano forti sospetti verso il movimento gesuano e la relativa diffusione del suo messaggio.

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Trascorsi ormai duemila anni, viene da affermare che mai come oggi quel riferimento all’antica Roma celata dietro l’immagine di Babilonia sia attuale, posto che da tempo Roma «ha abbeverato tutte le genti col vino del furore della sua fornicazione» [rimandiamo agli ultimi articoli: QUI, QUI, QUI, QUI, QUI].

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Non intendo neppure sfiorare il mondo delle rivelazioni private, quelle riconosciute dalla Chiesa, nelle quali si parla da diversi secoli della grande apostasia. Con tutto il rispetto per le rivelazioni private riconosciute dalla Chiesa, ricordo che queste non sono racchiuse nel deposito della fides catholica, dove invece sono racchiusi i Santi Vangeli, le Lettere Apostoliche ed il Libro dell’Apocalisse che ci parlano del Principe di questo mondo [cf. Gv Giovanni 12, 31; 14, 30; 16, 11], dell’anticristo [I Gv 2, 18; 2, 22; 4,3; Ap 1, 13-18] e della grande apostasia [cf. II Ts 2, 1-12]. Già nell’Antico Testamento il Profeta Zaccaria preannuncia la venuta del pastore stolto:

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«Io susciterò nel paese un pastore che non si curerà delle pecore che periscono, non cercherà le disperse, non guarirà le ferite, non nutrirà quelle che stanno in piedi, ma mangerà la carne delle grasse e strapperà loro persino le unghie» [Zc 11,16].      

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Ma soprattutto è il Verbo di Dio stesso a porci il tragico quesito: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? [cf. Lc 18, 8]». Questo il motivo per il quale da anni, sebbene inutilmente, vado ripetendo che il giorno del proprio ritorno: «Quanto tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti», Cristo potrebbe anche trovare il guscio di una Chiesa completamente svuotata del Divino Verbo e riempita di altro. E questo processo di svuotamento e riempimento è in atto da oltre mezzo secolo ed oggi si trova in fase ormai avanzata, ma soprattutto irreversibile.

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I CUGINI DI CAMPAGNA

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il quartetto pop de I Cugini di Campagna

Provo tenero affetto per tutti i teologi ed i laici che erigendosi a difesa della purezza della dottrina dinanzi a questo immane sfacelo, seguitano a battagliare inutilmente contro il Modernismo e la teologia di Karl Rahner, quasi come se facendolo ormai da quarant’anni fossero rimasti fossilizzati su questo, senza rendersi conto che l’uno, il Modernismo, l’altro, il cosiddetto rahnerismo, oggi non sono più il problema. A volte mi sembra d’aver a che fare col complesso pop de I Cugini di Campagna, che seppure invecchiati, ma sempre vestiti con gli stessi abiti di moda a inizi degli anni Settanta del Novecento e con le zeppe da venti centimetri ai piedi, seguitano a cantare: «Anima mia, torna a casa tua, ti aspetterò dovessi odiare queste mura» [cf. QUI, QUI]. Sono certo che infine la canteranno per l’ultima volta dentro un reparto di geriatria e poi dentro un centro oncologico per malati terminali, perché per tutta la vita hanno cantato quel motivo e fino alla fine della vita seguiteranno a cantarlo vestendo abiti della moda di fine anni Settanta e con le zeppe da venti centimetri ai piedi; abiti coi quali saranno infine deposti dentro la bara, mentre fuori da essa i membri del loro fans club canteranno in coro: «Anima mia, torna a casa tua, ti aspetterò dovessi odiare queste mura».

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Forse, i Cugini di Campagna di certa nostra teologia, pensano che se un giorno un Sommo Pontefice ordinasse alla Congregazione per la Dottrina della Fede di sconfessare di nuovo il Modernismo e di dichiarare eterodossa la teologia di Karl Rahner, il problema sarebbe davvero risolto? Pensare o sperare in questo vuol dire essere non solo al di là della ragione, ma proprio oltre i confini della realtà. E chi non riesce a percepire la realtà perché impegnato a vivere fossilizzato nelle realtà che si è creato, non dico faccia del male alla Chiesa, ma certo non concorre a risolvere i suoi problemi ed a farle del bene.

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Con buona pace di chi seguita a perdere tempo sia con i Modernisti sia con la teologia di Karl Rahner — perché questo hanno fatto tutta la vita e questo devono seguitare a fare —, ciò di cui bisogna invece prendere atto è che i primi ed i secondi erano anzitutto dei credenti. Proprio così: i Modernisti e Karl Rahner erano dei credenti come lo erano i grandi eresiarchi della storia Ario e Pelagio. Sappiamo bene quanto la loro fede fosse corrotta dall’errore, ma nessuno di loro ha mai agito per recare del male alla Chiesa, tutt’altro: erano convinti di fare il bene della Chiesa e soprattutto di essere nel giusto e quindi sentivano il dovere di coscienza di salvarla. O risulta a qualcuno che il Concilio di Nicea verso Ario, in seguito Sant’Agostino dibattendo contro Pelagio, abbiano rivolto loro accuse di essere persone senza fede? Basti poi citare il caso di Gioacchino da Fiore il cui pensiero eretico fu condannato nel 1215 dal IV Concilio Lateranense, che però non mise mai in dubbio né la sua fede né la sua personale santità di vita. Gioacchino da Fiore, che pure era uomo di profonda pietà e santità di vita, non fu mai beatificato perché speculando sul mistero trinitario era caduto — in modo sicuramente involontario —, in una precisa forma di eresia che prenderà poi nome di gioachimismo o millenarismo. Ma si trattava di altri tempi, oggi che infatti i tempi sono cambiati, ci si sta invece accingendo a beatificare il vescovo pugliese Tonino Bello, le cui eroiche virtù sono costituite dal fatto che era un grande impegnato nel sociale, senza tenere in alcun conto che questo suo impegno era costruito sulla demagogia, sul populismo ed il pauperismo, oltre che su di un pacifismo acritico e sentimentale totalmente scisso dalla morale e dalla dottrina cattolica. In verità il Bello è un autentico ricettacolo di eresie per la gran parte scritte, pubblicate, filmate e registrate, ossia documentate; nonché diffusore di una cristologia che parte da Cristo per giungere all’uomo e incentrarsi sull’uomo, di una ecclesiologia che in modo eufemistico potremmo definire ardìta e di una mariologia da lui confusa con la romantica poesie. Però parlava di poveri e di povertà ed era un grande impegnato nel sociale; e ciò fa forse di lui un autentico beato? E Gioacchino da Fiore, allora, quando lo beatifichiamo?

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Volendo c’è di più e di peggio: se per la prima volta nel corso della sua storia la Chiesa procedesse alla beatificazione e poi alla successiva canonizzazione del primo vescovo eterodosso, i grandi soloni della logica aristotelica e della metafisica, a quali ingegnosi artifici interpretativi pensano di ricorrere, considerando che una canonizzazione, diversamente da una beatificazione, implica un pronunciamento del magistero infallibile? Perché queste, purtroppo, sono le domande alle quali per la prima volta nella storia della Chiesa siamo oggi costretti a rispondere; e trovare certe risposte non è facile e  per nulla agevole da un punto di vista strettamente teologico e dogmatico. Eppure, prima o poi, si dovrà rispondere a questo come ad altri quesiti, sebbene io mi aspetti che qualcuno non esiterà ad affermare, in nome di quella logica capace a spingersi al di là di ogni logica, che se subentra un pronunciamento del magistero infallibile — mi riferisco alla ipotetica canonizzazione di Tonino Bello —, questo pronunciamento annullerà e cancellerà in modo retroattivo ogni eresia palese e manifesta del canonizzato, perché chi si sarà pronunciato non può errare, è infallibile, quindi gode di una assistenza del tutto speciale dello Spirito Santo … forse sino ad essere al di sopra dell’ordine stabilito da Dio e quindi di Dio stesso?

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La domanda è pertanto a dir poco logica: dinanzi a una realtà del genere, a che cosa servirebbe fare battaglia contro gli errori di Gioacchino da Fiore, nato e vissuto tra il XII e il XIII secolo? Servirebbe esattamente tanto e quanto oggi può servire far battaglia contro i Modernisti e Karl Rahner. Perché per certi teologi e pensatori, il problema di fondo non è quanto Karl Rahner avesse torto da un punto di vista dottrinale. Il problema, ma soprattutto il traguardo da raggiungere, è altro: io ho ragione e sono nel giusto a dire da una vita che Karl Rahner è nell’errore ed ha torto. Insomma: ho ragione io che ormai da quarantaquattro anni seguito a cantare in tutte le salse: «Anima mia, torna a casa tua, ti aspetterò dovessi odiare queste mura».

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Detto questo proseguo dicendo: gli anziani teologi sono liberi di seguitare a tuonare contro i Modernisti e contro Karl Rahner. E siccome, di certi soggetti, io conosco sia la testardaggine sia la misura in cui hanno finito con l’innamorarsi sia delle loro buone battaglie sia della loro idea di verità, evito di perdere tempo inutile a spiegar loro che il problema odierno della Chiesa non sono né le eresie dei Modernisti né le pericolose eterodossie di Karl Rahner, perché ben altro è il problema che loro non vogliono individuare e vedere.

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Oggi, all’interno della Chiesa viviamo la tragedia auto-distruttiva di una disgregazione del deposito della fede e del dogma derivanti dal pullulare di un numero molto elevato di vescovi e di presbiteri che sono di fatto dei perfetti atei, dei non credenti. Dinanzi al dato oggettivo e incontrovertibile di questo ateismo, non sarò certo io a perdere il mio tempo prezioso dimenandomi tra modernismo e rahnerismo, paralizzato in dispute che oggi non servono a niente, considerando che la vita Dio me l’ha data per impiegarla e non per sprecarla in modo acritico e testardo sino alla fine. Certo, i diretti interessati potrebbero dire che a questo siamo giunti anche grazie al modernismo ed al rahnerismo. Bene, ma seguitare a ripetere questo, a quale realistica e logica soluzione oggettiva può portare, se non a … «Anima mia, torna a casa tua, ti aspetterò dovessi odiare queste mura» ?

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IL SUPERAMENTO DEL PUNTO DI NON RITORNO GENERA LA IRREVERSIBILITÀ

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nelle grandi decadenze c’è sempre una soglia che delimita il punto di non ritorno

Questi lottatori contro il Modernismo e Karl Rahner che cosa vogliono: la sconfessione di quel Modernismo già sconfessato dal Santo Pontefice Pio X e dai suoi due Successori, quindi la sconfessione di Karl Rahner, o più semplicemente che sia riconosciuta la giustezza delle loro posizioni teologiche in contrapposizione critica a quelle di Karl Rahner? Possibile che certi soloni della logica e della metafisica, persi nel loro mondo onirico e convinti di vivere in esso la massima aderenza con il reale umano ed ecclesiale, non riescano a capire che cosa comporti una situazione incancrenita e irreversibile come quella che stiamo vivendo? Possibile non giungano a capire che quando la decadenza che investe periodicamente le società civili e religiose ha superato il cosiddetto limite di guardia, indietro non si torna, perché a quel punto il processo irreversibile e inarrestabile procede a prescindere dalla volontà più o meno buona delle persone stesse o del poco che di buono resta all’interno di una Chiesa ridotta a struttura di peccato, che produce al proprio interno il peccato e che poi lo diffonde all’esterno? Qualcuno si è mai posto il problema di quanto oggi la Chiesa visibile possa avere perduta la grazia santificante a causa di un meccanismo di diabolico rifiuto sviluppato al suo interno? E non mi si venga a narrare in modo improprio che la Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo, di cui egli è capo e noi membra vive [cf. Col 1, 18], perché lo so. E siccome lo so, colgo l’occasione per ricordare che  Il Corpo Mistico è l’unione di fedeli, costituita sulla pietra angolare che è il Verbo di Dio, guidata attraverso i secoli dal Romano Pontefice, che è bene ricordare trattasi del successore del Beato Apostolo Pietro, non del successore di Cristo, di cui è Vicario sulla terra, non successore sulla terra. Il Corpo Mistico non è solo una unione morale costituita dal comune proposito, come in una società terrena potrebbe esserlo quella che in linguaggio giuridico è indicata come “persona giuridica”, ma è un insieme di anime, unite da un vincolo vivo e vitale che è la vita di Dio, partecipata a ciascuna di esse per mezzo dei Sacramenti. Non si tratta quindi di unione acefala, oppure guidata dalla gerarchia, che sono i vescovi uniti al Romano Pontefice, bensì di una realtà che sovrasta ogni nostra aspettativa umana, di cui Gesù Cristo stesso è Capo di questo Corpo, mentre i fedeli uniti a Lui nel vincolo della divina grazia, sono le membra. È così un corpo reale, spirituale, che ha la sua base in Gesù Cristo e nella grazia santificante, le cui membra o sono già unite nella gloria della Gerusalemme celeste oppure lo sono nella certezza di fede del Paradiso. Se però dal capo di questo corpo visibile è escluso Cristo e se dal corpo visibile viene meno la grazia santificante, qualcuno intende per caso chiedersi che cosa ne sarà di questo corpo visibile? E vi prego, non venitemi a dire che la Chiesa visibile non può perdere la grazia santificante perché è di Cristo ed è assistita dallo Spirito Santo, perché con tutto rispetto mi troverei costretto a rispondere che io sono un presbìtero ed un teologo e che come tale e in quanto tale non posso ragionare con la illogicità dei maghi che leggono i fondi delle tazzine di caffè. O non è forse per caso già accaduto che Adamo ed Eva abbiano alterata dopo la creazione la perfetta armonia dell’intero creato, dopo avere negata e rifiutata l’azione di grazia santificante di Dio su di loro? [cf. Gen 3, 15]. Detto questo, qualcuno pensa per davvero, in nome della propria dogmatica surreale, che la Chiesa visibile non possa rigettare ed escludere la grazia santificante perché essendo la Chiesa di Cristo ed essendo governata dallo Spirito Santo, Dio Padre non lo permetterebbe mai? Pensare, rassicurarsi e rassicurare il Popolo di Dio trasmettendo cose del genere è veramente aberrante, nel senso etimologico del termine aberratio. Come si può solo ipotizzare che la Chiesa visibile non sarebbe mai lasciata libera da Dio di rifiutare la sua grazia santificante, se Adamo ed Eva furono lasciati liberi di ribellarsi al Creatore? E se neghiamo questo, allora possiamo tranquillamente passare per davvero dalla teologia dogmatica alla magica lettura dei fondi delle tazzine di caffè!

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E ADESSO CHE SIA DATA RISPOSTA AL MIO PARADIGMA DEL PARACADUTISTA

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se ci si lancia senza paracadute è fisicamente impossibile arrestarsi, risalire sull’aereo, indossare il paracadute e lanciarsi di nuovo …

Certi soggetti non esiterebbero a rivoluzionare le leggi della fisica in nome della loro soggettiva verità e della loro altrettanto soggettiva logica, ma il quesito che costoro dovrebbero porsi è in fondo molto pratico e anche molto semplice: per uno spaventoso errore al quale possono avere anche concorso sia i modernisti sia i rahneriani, oppure per una negligenza a dir poco assurda, è accaduto che un paracadutista si sia lanciato dall’aereo senza avere indossato il paracadute. E questa è la situazione attuale della Chiesa: un lancio dall’aereo senza paracadute. Ebbene, i grandi maestri della logica aristotelica, della scolastica e della metafisica, a questo punto dovrebbero portare le migliori argomentazioni per spiegare che questo paracadutista, precipitando verso il suolo da duemila metri di altezza, può comunque arrestarsi, risalire, provvedere a indossare il paracaduto e lanciarsi di nuovo. Se poi questi soloni della metafisica risponderanno che egli si è lanciato senza paracadute per colpa dei Modernisti e di Karl Rahner, io replicherò che ciò, fosse anche vero, ormai è cosa del tutto irrilevante, perché la causa andava individuata e annientata prima che costui si lanciasse. Se poi, peggio ancora, dinanzi al paracadutista che precipita senza paracadute, coloro che non possono mai essere privi di una risposta “logica” per tutto, si attaccassero a dire che c’è lo Spirito Santo, a quel punto io replicherò che lo Spirito Santo non è Mago Merlino, quindi li inviterò a spiegare in che modo la Terza Persona della Santissima Trinità, dinanzi ad un libero atto singolo o collettivo della volontà dell’uomo che comporta delle precise conseguenze, annullerà la sua libertà ed il suo libero arbitrio per riportarlo sull’aereo, fargli indossare il paracadute e poi lasciarlo di nuovo lanciare, dopo avere nel mentre sconfessato i modernisti ed i rahneriani, per causa dei quali egli si è lanciato senza paracadute. O detta in altri termini: sarebbe come se Dio Padre avesse annullato in Adamo ed Eva la libertà e il libero arbitrio per impedire loro di ribellarsi al Creatore e commettere così il peccato originale. Perché Dio non l’ha fatto? Tutto sommato avrebbe evitato che costoro trasmettessero poi a tutto il genere umano una natura corrotta a causa di un peccato che i loro discendenti non hanno commesso, ma che a causa loro hanno però contratto. Cosa sarebbe costato a Dio intervenire, sospendere per pochi minuti la loro libertà ed il loro libero arbitrio? Ebbene, domandiamoci perché Dio non l’ha fatto, se davvero vogliamo essere uomini di fede e di logica, anziché uomini di fideismo e di illogicità ammantati dietro le più alte speculazioni della scolastica e della metafisica. 

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Se da una parte conosciamo bene i problemi generati dal Modernismo e da Karl Rahner, al di là dei quali siamo oramai andati da tempo, conosciamo però anche bene la miopia di certe persone che presumono di avere sempre pronta una risposta logica per tutto, sino ad annegare dentro al bicchiere d’acqua della illogicità, costasse pure attaccarsi a veri e propri colpi di magia dello Spirito Santo, quindi ignorando i due fondamenti che stanno a supporto del mistero stesso della creazione dell’uomo: la libertà ed il libero arbitrio.

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LA SIFILIDE E L’AIDS SONO DUE MALATTIE DISTINTE: L’UNA NON È AFFATTO LA CONSEGUENZA DELL’ALTRA

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tra la sifilide e l’AIDS non c’è alcuna connessione, sono due malattie separate e distinte l’una dall’altra

Andiamoci poi cauti, benché io stesso lo abbia in parte fatto, nell’affermare che il Modernismo e Karl Rahner sono la conseguenza del lancio del paracadutista senza paracadute, perché la cosa non è per niente logico-consequenziale. O per dirla con un altro esempio: poniamo che negli Stati Uniti d’America scoppi una vera e propria epidemia di AIDS. In tal caso, mentre le persone infette moriranno senza possibilità di cure e di vaccini efficaci contro questo morbo, a che cosa gioverebbe ostinarsi a parlare delle prostitute spagnole che nel XVI secolo hanno infettato con la sifilide i marinai di Cristoforo Colombo, che poi la diffusero nelle Nuove Americhe tra popolazioni che non ebbero mai a conoscere certe malattie prima del loro arrivo? Eppure posso garantire che a nulla serve spiegare a questi soggetti che il problema oggettivo della modernità non è la sifilide ma l’AIDS. Ancora meno servirà spiegar loro che tra la sifilide e l’AIDS non c’è alcun legame clinico scientifico, non c’è alcuna connessione, perché quest’ultima malattia non nasce come conseguenza degenerativa della precedente, ma si sviluppa in modo del tutto autonomo. Tempo perso! Costoro seguiteranno imperterriti a citare i casi dei marinai di Cristoforo Colombo che nel XVI secolo diffusero la sifilide nelle Nuove Americhe, perché quello hanno studiato, scritto e spiegato per tutta la vita, quindi questo intendono seguitare imperterriti a scrivere e spiegare: la Sifilide. O se meglio preferiamo: «Anima mia, torna a casa tua, ti aspetterò dovessi odiare queste mura». E se proprio devono prendere atto che oggi, il problema vero e serio, non è la sifilide ma le persone che muoiono di AIDS, a quel punto, senza curarsi di cadere nella illogicità scientifica, pur di seguitare a parlare delle loro amate e irrinunciabili teorie sulla sifilide, affermeranno senza pena di ridicolo che l’AIDS è la logica conseguenza della sifilide. Se poi qualcuno, dinanzi a certe espressioni illogiche gli riderà dietro, loro si sentiranno confermati più che mai nelle loro idee e per tutta risposta replicheranno: per forza costui ride, perché è un pericoloso sifilitico e come tale si è sentito scoperto e punto nel vivo.

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RIPARTIRE OGGI DALLA LOGICA ARISTOTELICA, DALLA SCOLASTICA E DA SAN TOMMASO D’AQUINO? PENSARLO È IRRAZIONALITÀ ALLO STATO PURO

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benvenuti nel mondo dell’irrazionale …

In una Chiesa visibile nella quale l’umorale e l’emotivo hanno preso il posto dell’oggettivo e del razionale, dove la legge è disprezzata con conseguenti accuse di “legalismo farisaico” rivolte a quanti invocano la applicazione delle norme canoniche, dove si ride dichiarandosi affetti da orticaria dinanzi ai rigori della “vecchia dottrina”, dove persino vescovi e presbiteri hanno preso il vezzo di usare le parole “dogma” e “dogmatico” in accezione negativa per indicare con questi lemmi persone chiuse ed ottuse, io faccio i miei migliori auguri a tutti coloro che oggi, dinanzi ad una Chiesa visibile nella quale l’arroganza è stata eletta a legge in un clima di anarchia totale, presumono di poter applicare la logica aristotelica ed i criteri della vecchia e gloriosa scolastica. Credo che queste persone meritino i migliori complimenti, come li meriterebbe chiunque presuma con certezza e seria convinzione di poter leggere i testi originali in ebraico del Libro della Genesi ed  testi dei Santi Vangeli nell’originale greco ad un arrogante analfabeta posto in un ruolo di governo, che lungi dall’essere consapevole del proprio analfabetismo si sente al contrario persona di alta cultura e come tale autorizzato a disprezzare la conoscenza altrui, esercitando al peggio della coercizione tutta l’autorità di cui è rivestito. Ma come si può pensare solo per scherzo di ripartire da Aristotele, dalla scolastica e dall’Aquinate, quando ad imporre il loro studio dovrebbero essere degli sprezzanti ed arroganti analfabeti che non conoscono il Catechismo della Chiesa Cattolica e che oggi occupano tutti i massimi ruoli-chiave del potere ecclesiale ed ecclesiastico?

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Perdendo quindi deliberato e inutile tempo, certi teologi si ostinano a spiegare che bisogna ripartire dalla logica aristotelica e da San Tommaso d’Aquino, come hanno raccomandato taluni Sommi Pontefici e taluni documenti del magistero, ignorando che le raccomandazioni di quei Sommi Pontefici sono cadute nel vuoto e che quei documenti di magistero sono stati completamente accantonati. E di perdere tempo inutilmente io non me la sento, specie considerando che dell’impiego della vita che mi è stata data dovrò risponderne a Dio, che non mi risulta ami particolarmente le inutili perdite di tempo o lo spreco dei talenti da Lui elargiti [cf. Mt 25, 14-30; Lc 19, 12-27]. Così lascio di buon grado questi soggetti onirici dibattere ad una platea di arroganti analfabeti sotto le rovine della casa che cade a pezzi affermando con assoluta certezza che bisogna ripartire dalla logica aristotelica, dalla scolastica e da San Tommaso d’Aquino, come diversi Pontefici vissuti decenni e decenni fa hanno raccomandato attraverso vari documenti del loro magistero. E qui domando: questi sapienti scolastici e tomisti, non si sono forse accorti che per meglio accantonare e distruggere questi documenti di magistero, si è escogitato persino l’insolito e originale escamotage di beatificare e canonizzare i Sommi Pontefici loro autori, distruggendo però al tempo stesso il loro magistero? E se non è diabolico questo, sinceramente non so proprio che cosa lo sia. A chi poi nutrisse dubbi a tal proposito, basterebbe chiedere di riflettere su che cosa oggi rimane della Enciclica Fides et Ratio o della Esortazione Apostolica Familiaris Consortio del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, che veniva canonizzato proprio mentre dall’altra parte si facevano letteralmente in pezzi questi documenti a lui particolarmente cari. Per seguire con l’imminente Santo Pontefice Paolo VI, che da una parte sarà canonizzato e dall’altra sarà data a breve nuova lettura e interpretazione della sua Enciclica Humanae Vitae, il tutto avvalendosi di gente come S.E. Mons. Vincenzo Paglia …

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… comunque, in questo clima di irreversibile sfacelo basterà ripartire dalla logica aristotelica, dalla scolastica e da San Tommaso d’Aquino, aggiungendo al tutto la Santa Messa celebrata col Messale di San Pio V, affinché la caduta libera senza paracadute sia finalmente interrotta, il paracadutista che sta precipitando verso il suolo possa essere arrestato nell’aria, riportato sull’aereo dallo Spirito Santo calato nel ruolo di Mago Merlino, quindi indossare il paracadute e poi lanciarsi di nuovo recitando: « introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat juventutem meam ». Quando poi dopo questa operazione sarà infine giunto sano e salvo a terra, prima gli offriremo un caffè, poi, dopo che avrà bevuto, potremo anche passare ad una lettura metafisica del fondo della tazzina.

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QUEL SUPER CONCILIO VATICANO II NATO CON LA SINDROME DI PROGERIE SUL QUALE PERÒ NON SI PUÒ DISCUTERE, IN UNA CHIESA NELLA QUALE SI DISCUTE DA TEMPO PERSINO SUI DOGMI DELLA FEDE

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nella foto l’adolescente americano Samuel Berns, affetto dalla sindrome di Progerie [malattia dei “nati vecchi”], in una foto scattata all’età di 17 anni, poco prima che morisse [tratta da Il Corriere della Sera, QUI]

Dopo un processo di incubazione che prende avvio a partire da fine Ottocento inizi Novecento, sul finire degli anni Cinquanta del Novecento ha preso vita una mutazione radicale della Chiesa, nascosta inizialmente sotto pretesti di riforma e di aggiornamento. E qui sorge un altro problema: la incapacità da parte di diversi studiosi cattolici di distingue il Concilio Vaticano II dal post-concilio, senza con ciò voler negare che certi documenti di impianto molto ottimistico, espressi per di più con un linguaggio del tutto nuovo che risente molto dello stile del romanticismo tedesco decadente, abbiano poi favorita la confusione che si è sviluppata nel post-concilio [vedere mio precedente articolo, QUI]. Se poi vogliamo guardare a quelli che sono certi limiti oggettivi del Concilio Vaticano II, possiamo limitarci a dire che i suoi documenti sono nati affetti dalla sindrome di Progerie, la cosiddetta malattia dei “nati vecchi”. E tali sono perché non parlano al futuro, ma all’uomo di un presente che stava già morendo. Del tutto diverso fu invece il Concilio di Trento, scritto nel XVI secolo, fautore di riforme e non di rivoluzioni, che ha avuto la capacità di parlare un linguaggio chiaro agli uomini dei successivi cinque secoli di storia della Chiesa. E chi questo pensa di poterlo negare, che lo neghi pure, ma lo faccia a rigore logico, non a rigore soggettivo-emotivo-ideologico, in questa miseranda e devastata Chiesa visibile nella quale il termine tridentino — riferito al Concilio di Trento — è ormai comunemente usato da vescovi, presbìteri e teologi in accezione altamente negativa, principalmente per indicare persone retrograde e ottuse.

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Anche quest’ultimo discorso è del tutto inutile al presente, perché da tempo siamo ormai parecchio al di là degli stessi problemi del post-concilio, come da tempo siamo ormai parecchio al di là di gran parte dei documenti stessi del Concilio Vaticano II, che essendo stati ammantati di ideologia spacciata per ecclesiologia, rendono impossibile a chicchessia l’apertura di sereni dibattiti scientifici mirati a dimostrare e chiarire quanto ormai certi documenti, scritti per un uomo di cinquant’anni fa che già stava morendo all’epoca in cui essi venivano redatti, oggi sono null’altro che dei testi vecchi, privi di attualità e scarsamente efficaci per parlare all’uomo del terzo millennio. E dopo questo concilio dei concili la Chiesa è stata infine imbalsamata nelle ideologie soggettive basate sull’idea di un super concilio che scuole teologiche, gruppi di persone o singoli, si sono infine ritagliati secondo i propri interessi e piaceri, dando vita ciascuno al proprio personale concilio egomenico.

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Per caso, c’è stato qualche cosa che non ha funzionato? Sicuramente. E il tutto proprio a partire dallo stile del linguaggio adottato dal Concilio Vaticano II, i documenti del quale, a partire dalla Sacrosanctum Concilium, danno direttive ma non indicazioni precise, indicando semmai anche le pene per i trasgressori, quindi aprono le porte alle postume interpretazioni per la attuazione delle riforme. E quantunque per molti tutto vada bene e tutto sia andato bene, se noi prendiamo invece la prima delle riforme, che fu quella liturgica, alla prova dei fatti la realtà odierna è questa: se oggi entriamo in una delle nostre chiese, al presente sempre più vuote, troveremo dieci preti che celebrano il Sacrificio Eucaristico in dieci modi diversi. A questo si aggiungano anche i movimenti laicali che si sono creati delle liturgie proprie che sono un brulicare di abusi liturgici di ogni genere. Se poi nel 2004, a  quarant’anni di distanza dalla grande riforma liturgica, la Chiesta ha emanata la Istruzione Redemptionis Sacramentum [cf. QUI] nella quale si ricordano i fondamenti della Santissima Eucaristia, è evidente che qualche cosa, o forse molte cose, non sono andate poi così bene per il verso giusto.

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Questo qualche cosa che non ha funzionato bene e per il verso giusto, tra i vari nomi ne ha uno in particolare che racchiude in sé il grave e devastante problema: ermeneutica della discontinuità o della rottura, di cui come sappiamo sono potenti fautori i teologi della Scuola di Bologna, oggi grandi piazzatori di vescovi e di cardinali sotto questo Augusto Pontificato, dall’Europa sino alle Filippine. E quali sono le conseguenze di questa discontinuità o rottura? Molto semplice: tra pochi giorni un eretico conclamato, tale Enzo Bianchi, predicherà un ritiro spirituale mondiale al clero presso il Santuario di Ars, dove sono conservate le spoglie del Santo Patrono dei Sacerdoti, presente al grande evento anche il Prefetto della Congregazione per il Clero. E quando dei sacerdoti assieme al Prefetto della Congregazione per il Clero accorrono ad udire le perle di saggezza di un soggetto che semina da cinque decenni clamorose eresie, ben poco c’è da aggiungere, se non che presto risuoni la frase: «Tutto è compiuto» [Gv 19, 30].

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NOI CATTOLICI SUPERBI CHE NON ABBIAMO VOLUTO IMPARARE DALLE LEZIONI DELLA STORIA

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quei segni che ormai non siamo più capaci a leggere e interpretare: nel giorno in cui il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha fatto atto di rinuncia al sacro soglio, tre fulmini hanno colpito in successione la croce posta sulla palla della cupola dell’Arcibasilica di San Pietro, il terzo dei quali è stato fotografato e ripreso in video [cliccare sull’immagine per aprire il video]

Il problema reale è che da una struttura piramidale qualcuno ha smosso le pietre della base, causando il progressivo crollo della piramide dalle base sino alla punta. E mentre questo crollo è in atto, qualcuno sta seriamente dibattendo sulla urgente necessità di dichiarare quanto sia falsa la divinità di Anubi i cui affreschi realizzati in onore del suo culto si trovano in una delle sale interne della piramide. Insomma: sconfessiamo i Modernisti e Karl Rahner mentre tutta la piramide sta crollando, perché poi, con la loro condanna, a quel punto la piramide si rimonterà da se stessa dalla base sino alla punta estrema, perché la piramide è di Cristo ed è retta dallo Spirito Santo, quindi il Figlio e lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, provvederanno a quest’opera. E, come capite, dinanzi a chi la pensa a questo modo e dinanzi a chi ha degli approcci simili con la pneumatologia, siamo davvero alla metafisica trasformata in magia.

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Con una superbia che alla fine sarebbe stata inevitabilmente punita, noi cattolici ci siamo rifiutati di imparare dalle solenni lezioni della storia. Tutte le grandi civiltà antiche, dai sumeri agli assiro-babilonesi, dagli egizi ai greci sino alla caduta del grande impero romano, hanno innescato a un certo punto dei processi di decadenza irreversibili. E come ho spiegato col paradigma del paracadute, la decadenza è irreversibile quando supera il punto di non ritorno, quando ci si lancia dall’aereo senza paracadute; un fatto nato da un atto di più o meno libera scelta dinanzi al quale nessuno, neppure lo Spirito Santo, può intervenire sovvertendo tutte le leggi della fisica in soccorso dell’uomo libero e dotato di libero arbitrio.

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Tra non molto tempo, entro un ventennio al massimo, la Chiesa Cattolica come noi l’abbiamo conosciuta non esisterà più. Esisteranno piccoli nuclei sparsi per il mondo che avranno salvato i fondamenti del deposito della fede. Le grandi strutture ecclesiastiche saranno convertite in stabili destinati a tutt’altri usi, le gloriose e antiche chiese monumentali saranno musei, sale da concerto, centri di esposizione d’arte, o adibite a vari generi di attività profane. Se al Pontefice Regnante ne succedessero altri due o tre di simile o peggiore impostazione, presso la attuale Santa Sede troverà infine naturale dimora l’Unione Spirituale delle Chiese Socio Cristiane, scopo delle quali sarà di portare avanti attività mondane sociali, benefiche e filantropiche, il tutto con la benedizione della Società delle Nazioni Unite. I bambini delle scuole riceveranno qualche scarna notizia su un certo Gesù Cristo come oggi ricevono notizie sui faraoni egizi o sui primi re di Roma, con il discorso interamente incentrato sulla sua umanità e non sulla sua divinità. Ma soprattutto, di quella che fu la Chiesa Cattolica, sarà tramandato ai posteri il meglio del peggio delle leggende nere che la renderanno simile ad una delle più grandi associazioni di criminali esistite nel corso degli ultimi duemila anni di storia, fintanto che ella non si purificò da tutte le sue antiche brutture uniformandosi al mondo e seguendo le regole del mondo, divenendo la Chiesa dell’uomo per l’uomo che ha messo finalmente l’uomo al proprio centro.

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Qualcuno potrebbe dire che oggi occorrerebbe un nuove Gregorio o un nuovo Leone Magno. Chi però pensa questo, per usare l’immagine del cosiddetto transfert freudiano, trasferisce l’immagine di Mago Merlino al quale è stato ridotto spesso lo Spirito Santo, con l’immagine di un Sommo Pontefice che sia egli stesso un Mago Merlino. Infatti, in una situazione di totale e inarrestabile decadenza ecclesiale, morale, spirituale e dottrinale, che cosa mai potrebbe fare un Gregorio o un Leone Magno redivivo? Forse potrebbe governare la Chiesa con gli squallidi e immorali personaggi che brulicano numerosi tra i presbìteri, tra i vescovi e tra i cardinali? O forse potrebbe governarla e purificarla con un esercito di vescovi e presbiteri che per alto e inquietante numero sono omosessuali praticanti, come dimostrano inconfutabilmente i fatti, non certo le malevole supposizioni? È presto detto: nell’ipotesi migliore, un potenziale Gregorio o Leone Magno farebbero in breve la fine del Sommo Pontefice Celestino V.

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Ma per la santa carità: ci vogliamo rendere conto che tutta l’intera struttura ecclesiastica e gerarchia è ormai totalmente infetta dalla coda sino al capo?

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Bisogna quindi dare ragione a tutti coloro che sulla scia del nuovo corso urlano eccitati «indietro non si torna!». Hanno ragione, purtroppo. Io stesso debbo essere d’accordo con loro: «Indietro non si torna». Ma se però un coraggioso Sommo Pontefice che non so proprio dal cilindro di quale prestigiatore potrebbe essere tirato fuori, condannasse il Modernismo e Karl Rahner, ripristinasse gli studi della buona scolastica, della metafisica e del tomismo, tutto si risolverebbe per magico incanto. Sempre per tornare al paradigma del paracadute …

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LA BANCA DEL SEME

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quei segni che nessuno legge e interpreta più: Angelus il Piazza San Pietro, il Sommo Pontefice fa lanciare da due bimbi due colombe, che pochi istanti dopo vengono attaccate ed uccise da un corvo e da un gabbiano, mentre il Santo Padre congedava la folla augurando «buon pranzo» anziché congedarci con un «Sia lodato Gesù Cristo» [cliccare sull’immagine per aprire il video]

Mentre questo si sta realizzando, mentre dinanzi alla concretizzazione del disastro c’è chi non trova di meglio da fare che invocare condanne dei Modernisti e di Karl Rahner, in attesa che lo Spirito Santo, non più sotto forma di colomba o di lingue di fuoco ma appunto sotto forma di Mago Merlino, sistemi tutto con un colpo di magia, io penso sempre di più all’isola della Norvegia dove si trova l’istituto che conserva 84.000 campioni appartenenti a più di 60 generi e 600 specie di piante coltivate e specie selvatiche minacciate da “erosione genetica” o estinzione.

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Questo è il nostro compito: salvare i semi del Vangelo di Gesù Cristo Verbo di Dio incarnato, morto, risorto e asceso al cielo. Se infatti lo stabile di una chiesa prendesse a fuoco, il presbìtero che cosa deve fare immediatamente? Togliere il Santissimo Sacramento dal tabernacolo e mettersi in salvo col tesoro più prezioso. E se in una biblioteca di testi sacri scoppiasse un incendio e quei testi fossero destinati ad andare perduti per sempre, qual è il primo testo che si corre a salvare: il Santo Vangelo, oppure l’Etica nicomachea di Aristotele e la Summa Teologica di San Tommaso d’Aquino? Che cosa ce ne facciamo di Aristotele e di San Tommaso d’Aquino senza il Santo Vangelo?

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La Chiesa, anche se ridotta ai minimi termini e ad una sparuta minoranza di persone silenziose disseminate per il mondo, torni a germogliare in tutta la sua purezza, chissà mai tra quanti secoli. E forse sarà allora, che Cristo tornerà nella gloria per giudicare i vivi ed i morti: al momento della rinascita. Invece, se Cristo tornasse nella gloria per giudicare i vivi e i morti in questo momento di totale e decadente disgregazione, il suo giudizio sarebbe veramente terribile, proprio come Egli stesso ci ha detto:

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«In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città» [Mt 10, 15]. «Guai a te, Corazin, guai a te, Betsàida! Perché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti tra voi, già da tempo si sarebbero convertiti vestendo il sacco e coprendosi di cenere. Perciò nel giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? No, fino agli inferi sarai precipitata!» [Lc 10, 13-15].

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La misericordia di Dio si manifesta a questo modo, ed è una misericordia diversa dalla misericordia dei giorni nostri, svuotata di Dio e riempita dei peggiori capricci mondani dell’uomo. Proprio come il Vangelo, al quale facciamo dire di tutto, pur di nascondere ciò che dice, grazie ad una Chiesa visibile che ormai mostra al mondo di vergognarsi dei veri contenuti del Santo Vangelo, implorando perdono al mondo per i contenuti chiari, precisi e severi racchiusi nel Santo Vangelo e nelle Lettere Apostoliche. Bisogna pertanto puntare alla banca del seme, per la Chiesa che poi un giorno verrà, forse poco prima del ritorno di Cristo Signore alla fine dei tempi. E se noi salveremo i semi del Santo Vangelo, allora un giorno, forse tra alcuni secoli, rifiorirà anche la grande letteratura dei Santi Padri e Dottori della Chiesa.

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PUÒ UN ROMANO PONTEFICE LEGITTIMAMENTE ELETTO E SUCCESSORE LEGITTIMO DEL BEATO APOSTOLO PIETRO ESSERE PRIVO DELLA GRAZIA DI STATO ?

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In questo momento dovremmo far tesoro delle parole del Cardinale Charles Journet [1891-1975] che nella sua opera Eglise du Verbe Incarné  spiega: «L’assioma “dov’è il Papa lì è la Chiesa”, vale quando il Papa si comporta come Papa e Capo della Chiesa; in caso contrario, né La Chiesa è in lui, né lui è nella Chiesa» .

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Anche in questo caso sono stanco di dibattere inutilmente con coloro che in modo deciso e assoluto negano di prendere solo in vaga considerazione l’ipotesi che un Sommo Pontefice possa essere chiuso alle azioni di grazia dello Spirito Santo, su di lui riversate con indubbia abbondanza, ma che in lui ed attraverso di lui possono operare solo se egli accetta i doni di grazia e li mette a frutto. Ecco allora che questi soggetti si arrampicano sugli specchi del loro totale rifiuto, ed a questo problema reagiscono confermando e sostenendo come dei juke box a gettone la cantilena … «Si, però il Sommo Pontefice non può mai errare quando si pronuncia in materia di dottrina e di fede, è dogma, dogma, dogma!».

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Domanda rivolta ai grandi soloni della metafisica e della dogmatica: ma è la grazia di Dio che parla e agisce attraverso di lui, od è invece lui che agisce a prescindere dalla grazia, giacché essendo magicamente non defettibile in materia di dottrina e di fede, può esprimersi infallibilmente anche se chiuso alla grazia e fuori dalla grazia santificante di Dio? Perché in tal caso non siamo né dinanzi alla metafisica né dinanzi alla dogmatica, ma dinanzi alla magia. È infatti la magia che in sé e di per sé è totalmente irrazionale, mentre la dogmatica ed il dogma non sono affatto irrazionali, si edificano su principi razionali, per quant’è vero che il Verbo s’è fatto carne, non s’è fatto pensiero vaporoso.

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Dinanzi a queste forme di chiusura al ragionamento che sono la conseguenza della fuga dalla realtà da parte di tutti coloro che presumono di avere sempre una decisa risposta logica per tutto, salvo rinchiudersi in quattro formule protettive quando di risposte da dare al momento non ve ne sono, torno a ripetere che non siamo nell’ambito né della metafisica né in quello della dogmatica, ma nell’ambito della magia, se non peggio dello gnosticismo. Come può infatti lo Spirito Santo, attraverso le sue azioni di grazia, annullare la volontà o la non volontà dell’uomo, vale a dire la sua libertà ed il suo libero arbitrio, per sdoppiarlo a proprio piacimento e renderlo così all’occorrenza totalmente indefettibile, qualora la sua natura non fosse liberamente aperta alla grazia di Dio? Perché se ciò avvenisse, in tal caso Dio entrerebbe in contraddizione con il mistero della creazione e quindi con sé stesso per opera dello Spirito Santo, ed in tal caso il nostro Dio sarebbe un dio magico, un dio gnostico. Il tutto sempre per tornare alle grandi menti speculative che di fronte a problemi sino a pochi anni prima inimmaginabili, ma purtroppo oggi reali, anziché speculare veramente si rinchiudono dentro la gabbia delle loro quattro formule dogmatiche ribadendo decisi e inamovibili dinanzi alla tragica evidenza dei fatti: «… è indefettibile, non può errare, è dogma, dogma, dogma!». E qui merita ricordare che i dogmi non sono gabbie per uomini che rivendicano a un certo punto il diritto a non ragionare, ma sono il cuore più profondamente ragionato del mistero della fede, perlomeno stando ad un grande maestro della scolastica, Sant’Anselmo d’Aosta, che afferma in che misura «la fede richieda l’intelletto e l’intelletto la fede» [Fides quaerens intellectum. In Prosl., Proemio], ed ancora: «Credo per comprendere, comprendo per credere» [credo ut intelligam, intelligo ut credam]. E questi due sono i fondamenti portanti della filosofia scolastica, la quale mai, a proprio fondamento, ha posta la magia.

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Ebbene vi confesso che di questa gente sono stanco. Sono stanco di coloro che dinanzi ad un incendio in una biblioteca di testi sacri destinati ad andare perduti per sempre, si precipiterebbero a salvare il testo Iota Unum di Romano Amerio mentre il Santo Vangelo brucia. Come del resto sono un po’ stanco in generale, tanto da chiedermi con una certa frequenza: merita seguitare a speculare, analizzare e scrivere, oppure sarebbe più opportuno rinchiudersi per tutta la vita che mi resta in una certosa con voto di assoluto silenzio, dedicandomi alla preghiera e alla penitenza sino alla morte? Nel mese di agosto, pochi giorni dopo il compimento del mio 55° compleanno, mentre il tempo scorre mi sono proposto più che mai di lavorare ad impiegare bene tutto il tempo di questa vita che mi separa dalla morte, né intendo sprecarlo per difendere l’indifendibile o per salvare l’insalvabile, meno che mai per esporre la mia dignità umana e sacerdotale al pubblico ridicolo pur di cercare nei documenti del Sommo Pontefice Francesco I ciò che egli non ha mai detto e scritto, tirando fuori a tutti i costi da essi il buono che proprio non c’è, attraverso artifici interpretativi che hanno invero del patetico, perché non gli si può mettere sulla bocca quel che di buono non ha detto dopo avere fatto il processo alle sue più profonde intenzioni. Dinanzi all’indifendibile le soluzioni sono tre: i rimproveri e le denunce di San Giovanni Battista, il quale come sappiamo perse la testa; la analisi speculativa della situazione per ciò che è, non invece per ciò che vorremmo che fosse; il completo ritiro dal mondo e il voto di totale silenzio per tutta la vita. Sono tre modi diversi ma tutti efficaci per operare al meglio in questa situazione disastrosa e irreversibile. Per adesso io ho scelto la prima soluzione, il modello Giovanni Battista, ma potrei anche decidere di scegliere la terza, con efficacia forse persino maggiore.

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Il problema, non è infatti lieve: come possiamo, noi, interpretare colui che dovrebbe essere il custode e l’autentico interprete della fede? O duole proprio molto a certe menti dover accettare ed ammettere che il custode della “magica infallibilità”, da cinque anni a questa parte ha dimostrato con le sue deliberate e per nulla involontarie ambiguità, di aver fatto esplodere nella Chiesa il relativismo teologico e morale, assieme allo sconcerto e alla divisione, come mai prima s’era visto nella Chiesa visibile? Possibile che tra i soloni della grande teologia, non ce ne sia uno solo che si ponga un quesito, semmai destinato a rimanere senza risposta, vale a dire questo: potrebbe verificarsi un caso nel quale un Sommo Pontefice, chiuso alle azioni della grazia santificante dello Spirito Santo, finisca col risultare privo della grazia di stato che è propria del suo alto ufficio, semmai con tutte le conseguenze che oggi abbiamo sotto gli occhi, il tutto a prescindere dalla sua legittima elezione e dal ruolo da egli altrettanto legittimamente occupato?

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E con questo è presto detto, cari e numerosi Lettori, che su questo quesito si potrebbe giocare anche la sopravvivenza stessa de L’Isola di Patmos, posto che io non vi prenderò mai in giro, perché «Dio vi ha affidati a me», ed un padre non può né mai deve prendere in giro i figli che domandano conforto, aiuto e sostegno nella prova, pur di non affrontare gli spettri dei Dèmoni che ci volteggiano attorno e che ci spaventano moltissimo in questa notte buia.

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In questo momento la nostra salvezza è racchiusa nella virtù teologale della speranza, sulla quale scrissi abbondantemente nel 2014 [vedere QUI]. La speranza è la grande virtù mediana che lega assieme fede e carità. E siccome io sono stato istituito a servizio del Popolo di Dio ed immesso col sacerdozio nella paternità universale, a questo Santo Popolo intendo offrire la via della speranza, mai però la via dell’illusione, proprio perché sono un sacerdote di Cristo, non uno spacciatore di acidi allucinogeni, ma soprattutto perché considero quello di Dio un Popolo Santo, non un popolo bue al quale dare una carezza e un’aspirina mentre un cancro in fase terminale corrode da tempo il nostro corpo ecclesiale ed ecclesiastico, mentre la Chiesa visibile è già nell’anticamera di un obitorio ridotto per l’occasione ad un circo equestre di pagliacci, nani e ballerine.

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dal’Isola di Patmos, 9 settembre 2018

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