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La splendida intervista del Cardinale Gerhard Ludwig Müller e lo squallido silenzio indifferente della stampa “cattolica” di regime ridotta ormai ai tamburini della Pravda sovietica e di TeleKabul

24 Novembre 2018/1 Commento/in Attualità/da Redazione

— attualità ecclesiale —

LA SPLENDIDA INTERVISTA DEL CARDINALE GERHARD LUDWIG MÜLLER E LO SQUALLIDO SILENZIO INDIFFERENTE DELLA STAMPA “CATTOLICA” DI REGIME RIDOTTA ORMAI AI TAMBURINI DELLA PRAVDA SOVIETICA E DI TELEKABUL

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«Il primato del Papa è indebolito dai cortigiani e dai carrieristi alla corte papale — gli stessi di cui parlò già nel XVI secolo il noto teologo Melchior Cano — e non da chi consiglia il Papa con competenza e responsabilità».

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Autore
Redazione dell’Isola di Patmos

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due giganti della Baviera

Analizzando in che misura la stampa “cattolica” di regime somigli oggi a quella dei regimi dell’ex blocco sovietico in periodo di piena guerra fredda, si ricava l’impressione d’aver compiuto un triste salto all’indietro. Infatti, una clamorosa intervista come quella rilasciata dal Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Gerhard L. Müller, può essere fatta passare sotto silenzio solo adottando la stessa indifferenza con la quale i figli di papà rivoluzionar-comunisti del Sessantotto tacquero indifferenti quando durante la famosa Primavera i carri armati sovietici invasero Praga.

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Per molte di queste persone, sebbene iscritte da molti anni all’Albo dei giornalisti professionisti, non esiste più neppure il diritto-dovere di cronaca. E, se proprio debbono esercitarlo per lanciare un po’ di fumo negli occhi, si limitano a dissertare sulle ossa umane rinvenute sotto il pavimento della casa del portiere annessa alla nunziatura apostolica in Italia [cf. QUI], ben guardandosi dal disquisire su tutti gli scheletri che gli armadi della Domus Sanctae Marthae non riescono più neppure e contenere. Mentre per quell’augusta casa seguitano ad aggirarsi personaggi come Mons. Giovanni Battista Ricca, poiché il Dominus è talmente umile, ma talmente umile, che se sbaglia anche in modo imprudente e grossolano nello scegliere le persone, mai ammetterebbe di avere sbagliato, il tutto, ovviamente, per questioni di profonda umiltà.

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Proponiamo ai nostri Lettori l’intervista che il Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede ha rilasciato a LifeSite [testo originale QUI], gentilmente offerta in traduzione italiana dal giornalista Marco Tosatti sul suo blog personale Stilum Curiae.

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LifeSite — I vescovi americani hanno appena chiuso la loro assemblea autunnale a Baltimora, nel corso della quale è stato loro impedito di votare una risoluzione su una strategia riguardante il coinvolgimento episcopale nei casi di abuso sessuale — chi ha commesso gli abusi e chi ha omesso di prendere misure o ha insabbiato —, perché il Vaticano ha detto loro di fare così. Le nuove linee guida avrebbero previsto un codice di condotta e l’istituzione di un organismo di sorveglianza diretto da laici e incaricato di indagare sui vescovi accusati di condotte inappropriate. Molti cattolici in America attendevano iniziative concrete, e ora sono indignati. Pensa che la decisione sia stata saggia o crede invece che ai vescovi Americani si sarebbe dovuto consentire di adottare la loro strategie nazionali e istituire la commissione, così come hanno potuto fare i vescovi francesi il mese passato?

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Cardinale Gerhard Ludwig Müller — È necessario operare una netta distinzione, da un lato i crimini in materia di sessualità e le indagini condotte dalla giustizia secolare – di fronte alla quale tutti i cittadini sono uguali, perciò una legge valida solo per la Chiesa Cattolica rappresenterebbe una contraddizione nei sistemi legislativi degli stati democratici moderni – dall’altro i procedimenti canonici per il clero con i quali l’autorità ecclesiastica determina le sanzioni da comminarsi in caso di condotte che contraddicano diametralmente l’etica del consacrato. Il vescovo esercita su ogni religioso all’interno della sua diocesi una giurisdizione canonica che in alcuni casi speciali è condivisa con la Congregazione per la Fede a Roma, la quale a sua volta opera in forza dell’autorità pontificia. Se un vescovo non adempie alle proprie responsabilità, può essere chiamato a rispondere davanti al Papa. Le conferenze episcopali possono quindi stabilire linee guida che divengono strumenti preziosi nelle mani dei vescovi, quando nelle rispettive diocesi devono prevenire o perseguire. In mezzo a questa crisi americana dobbiamo mantenerci lucidi. Non ne usciremo certo adottando regole che consentono il linciaggio e favoriscano un clima di sospetto diffuso verso l’intero episcopato “romano”. Non credo sia una soluzione quella di lasciare il controllo ai laici con la spiegazione che i vescovi — come qualcuno crede — non siano in grado di provvedere con le proprie forze. Non supereremo le mancanze rovesciando la costituzione gerarchico-sacramentale della Chiesa. Caterina da Siena si rivolse con candore e instancabilmente alle coscienze dei Papi e dei vescovi, ma non ne prese il posto. Questa è la differenza con Lutero, a causa del quale soffriamo ancora la divisione della cristianità. Sarebbe importante se la conferenza episcopale americana si assumesse le proprie responsabilità con indipendenza e autonomia. I vescovi non sono impiegati soggetti alle direttive del Papa e non sono nemmeno, diversamente dall’esercito, generali chiamati a obbedienza assoluta verso il comando supremo. Piuttosto sono chiamati a farsi carico, insieme al successore di Pietro, quali pastori nominati da Cristo medesimo, della responsabilità della Chiesa Universale. Però si attendono che Roma sia al servizio dell’unità nella Fede e nella comunione dei Sacramenti. Questo è il momento di unire le forze per superare la crisi, piuttosto che di favorire polarizzazioni e compromessi, così che a Roma non ci sia rancore verso i vescovi americani e in America la gente non sia arrabbiata con Roma.

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— Una parte importante della discussione nel corso dell’incontro della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti d’America è stata dedicata ancora allo scandalo McCarrick; come è stato possibile che qualcuno come McCarrick abbia potuto salire i vertici della Chiesa Cattolica americana ed essere in grado di influenzare a tal punto Roma. Qual è il suo pensiero sul caso McCarrick e cosa dovrebbe imparare la Chiesa dall’esistenza di questa rete di omertà che ha circondato un uomo il quale, praticando l’omosessualità, seducendo seminaristi che dipendevano dalla sua autorità inducendoli quindi nel peccato e, soprattutto, abusando di minori, ha condotto un vita costantemente opposta alle leggi della Chiesa?

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Io non lo conosco quindi desidero astenermi dal giudicare. Mi auguro vi sia presto un processo canonico alla Congregazione per la dottrina della fede che faccia luce sui crimini sessuali commessi con giovani seminaristi. Quando ero Prefetto di questo Dicastero [2012-2017] nessuno mi ha mai riferito di questo problema, probabilmente per il timore di una reazione troppo “rigida” da parte mia. Il fatto che McCarrick, insieme alla sua cerchia e a una rete omosessuale, sia stato capace di portare scompiglio nella chiesa con metodi analoghi a quelli mafiosi, è connesso alla sottovalutazione del grado di depravazione morale che gli atti omosessuali tra adulti provocano. Se a Roma qualcuno avesse sentito riferire anche solo sospetti, avrebbe dovuto indagare e valutare la fondatezza della accuse, impedendo che McCarrick fosse promosso all’episcopato di una diocesi importante come Washington, evitando altresì di nominarlo cardinale della Santa Romana Chiesa. E poiché erano anche state pagate somme sottobanco [per evitare scandali n.d.t.] — ammettendo così la responsabilità di crimini con giovani uomini — ogni persona ragionevole si chiede come una tale persona possa essere stata consigliere del Papa nella nomina dei vescovi. Non so se questo corrisponda al vero, certo sarebbe necessario fare chiarezza. Un mercenario che aiuta a cercare buoni pastori per la chiesa del Signore — questo è incomprensibile. In questo caso, la Chiesa dovrebbe riferire pubblicamente sui fatti e sui legami tra i soggetti coinvolti, così come sul grado di consapevolezza da parte delle autorità ecclesiastiche; si potrebbe al tempo stesso pensare a un’ammissione di responsabilità per avere valutato in modo inadeguato persone e situazioni.

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— Nel corso degli ultimi cinque anni lei ha mai avuto notizia di casi nei quali all’allora Cardinale McCarrick fosse stata data ampia fiducia e incarichi in specifiche missioni da parte del Papa o del Vaticano?

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Come ho detto, io non ero informato di nulla. La Congregazione per la dottrina della fede era responsabile solo per i casi di abusi su minori, non per gli adulti, quasi che i reati in materia di sessualità commessi dal clero con un altro consacrato o con un laico non fossero anch’essi gravi violazioni della Fede e della santità dei Sacramenti. Ho sempre sottolineato come anche gli atti omosessuali compiuti da religiosi non possano mai essere tollerati; la morale sessuale della Chiesa non può essere relativizzata dall’accettazione secolare dell’omosessualità. Si deve poi distinguere tra la condotta peccaminosa occasionale, il reato e una vita trascorsa in un continuo stato di peccato.

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Uno degli aspetti problematici del caso McCarrick è che già nel 2005 e nel 2007 vi furono accordi legali con alcune vittime, ma l’Arcidiocesi di Newark — allora sotto l’arcivescovo John J. Myers — non informò il pubblico e nemmeno i propri sacerdoti. Trattenne quindi informazioni essenziali per coloro i quali lavorano ancora con McCarrick e si fidavano di lui. Lo stesso fece il Cardinale Joseph Tobin quando, nel 2017, divenne arcivescovo di Newark. Per quanto mi risulta né Myers né Tobin si sono scusati per le omissioni e per avere tradito la fiducia dei loro sacerdoti. Pensa che l’arcidiocesi avrebbe dovuto rendere pubblici gli accordi legali, specialmente dopo il 2002 quando la Carta di Dallas aveva chiamato a una maggiore trasparenza?

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In altri tempi, si credeva di poter risolvere casi complessi sommessamente e con discrezione. In questo modo il responsabile era messo in condizione di poter continuare ad abusare della fiducia del suo vescovo. Nella situazione odierna, i cattolici e il pubblico hanno il diritto morale di conoscere questi fatti. Non si tratta di accusare qualcuno, ma di imparare da questi errori.

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un problema di questa portata può essere risolto adottando nuove linee guida oppure è necessaria nella Chiesa una profonda conversione dei cuori?

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L’origine di questa crisi va individuata nella secolarizzazione della Chiesa e nella riduzione del sacerdote al ruolo di un funzionario. In ultima analisi è l’ateismo che si è diffuso nella Chiesa. Questo spirito malvagio dice che la Rivelazione riguardo a Fede e morale deve essere adattata al mondo, indipendentemente da Dio, così che Egli non possa più interferire in una vita condotta secondo le proprie voglie e i propri bisogni. Solo il 5% dei responsabili sono stati valutati come pedofili patologici. La gran parte di loro, a causa della propria immoralità, ha scientemente calpestato il sesto comandamento rifiutando in modo blasfemo la Santa Volontà di Dio.

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Cosa pensa dell’idea di istituire nuove norme canoniche che prevedano la scomunica dei preti colpevoli di abusi?

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La scomunica è una sanzione coercitiva che viene rimossa non appena il responsabile si pente. Nel caso di gravi abusi e di offese alla Fede e all’unità della Chiesa, dovrebbe essere decisa la riduzione permanente allo stato laicale, vale a dire la proibizione permanente di esercitare il sacerdozio.

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Il vecchio codice di diritto canonico del 1917 prevedeva pene chiare nei confronti dei preti coinvolti in abusi e anche dei preti omosessuali attivi. Queste sanzioni concrete sono in gran parte state rimosse dal codice nel 1983, che ora è meno preciso e non menziona nemmeno esplicitamente gli atti omosessuali. Alla luce della grave crisi originata dagli abusi, pensa che la Chiesa dovrebbe tornare a un sistema più rigoroso di sanzioni per tali casi?

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Si è trattato di un errore disastroso. Contatti sessuali tra persone dello stesso sesso contraddicono direttamente e completamente il senso e lo scopo della sessualità come stabilita sin dalla creazione. Sono il segno di istinti e desideri disordinati, della relazione interrotta tra l’uomo e il suo Creatore con la caduta nel peccato originale. Il prete celibe e il prete coniugato nel rito orientale devono essere i modelli per il gregge, al tempo stesso esempio della redenzione che coinvolge anche il corpo e le passioni fisiche. La donazione di sé, agape, fisica e spirituale a una persona del sesso opposto, e non il selvaggio desiderio di soddisfacimento, sono il senso e lo scopo della sessualità. Questo conduce alle responsabilità verso i familiari e i figli che Dio ci dona.

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Nel corso del recente incontro di Baltimora, il Cardinale Blase Cupich ha affermato che bisogna «distinguere» tra atti consensuali tra adulti e l’abuso dei minori, sottintendendo così che i rapporti omosessuali dei preti con altri adulti non sarebbero un problema importante. Cosa risponde a questo tipo di impostazione?

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Si può distinguere tutto – anche considerare se stessi dei grandi intellettuali –  ma non un peccato grave che esclude la persona dal Regno di Dio, almeno non può distinguerlo un vescovo che è vincolato al dovere di difendere la verità del Vangelo e non di esibire lo spirito dei tempi. Sembra essere giunto il tempo «in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» [cf. II Tim 4, 3].

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Nel suo lavoro di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ha avuto modo di visionare numerosi casi di abusi da parte di religiosi. È vero che la maggioranza delle vittime in questi casi sono adolescenti maschi?

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Oltre l’80% delle vittime di questi reati sono adolescenti di sesso maschile. Non si può concludere però che la maggioranza dei preti siano inclini alla fornicazione omosessuale, piuttosto che la maggioranza dei colpevoli hanno cercato, nel profondo disordine delle loro passioni, vittime di sesso maschile. Le statistiche del crimine ci dicono che la maggior parte dei responsabili nei casi di abusi sessuali sono gli stessi parenti delle vittime, persino genitori con i loro figli. Da questo non possiamo dedurre che la maggior parte dei padri siano inclini a commettere questi crimini. Dobbiamo sempre essere attenti a non generalizzare partendo da casi concreti, per non cadere nello tentazione dello slogan o del pregiudizio anticlericali.

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Se questa è la situazione — e lo studio sugli abusi sessuali condotto in Germania o il John Jay Report, riferiscono di numeri simili — la Chiesa non dovrebbe affrontare direttamente il problema della presenza di preti omosessuali?

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Dal mio punto di vista, non esistono uomini o preti omosessuali. Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina. Ma ci possono essere maschio e femmina con passioni disordinate. L’unione sessuale ha un posto solo nel matrimonio tra un uomo e una donna. Fuori c’è solo fornicazione e abuso della sessualità, sia con persone del sesso opposto che nella innaturale esacerbazione del peccato con persone dello stesso sesso. Solo chi ha imparato a controllarsi soddisfa i requisiti per l’ordinazione sacerdotale [cf. I Tim 3, 1-7].

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Al momento sembra esserci un problema nella Chiesa, all’interno della quale manca persino il consenso sul fatto che i preti omosessuali attivi abbiano una gran parte di responsabilità nella crisi legata agli abusi. Persino alcuni documenti vaticani parlano di «pedofilia», o di «clericalismo» come problemi principali. Il giornalista italiano Andrea Tornielli è arrivato a dire che McCarrick non aveva rapporti omosessuali, ma che esercitava il proprio potere sugli altri. Intanto abbiamo chi, come Padre James Martin, S.J, viaggia per il mondo — anche invitato al meeting mondiale delle famiglie in Irlanda — a promuovere l’idea di «Cattolici-LGBT» pretendendo addirittura di teorizzare l’omosessualità di alcuni santi. Questo per dire che è presente una forte spinta nella Chiesa che porta a minimizzare il carattere peccaminoso delle relazioni tra persone delle stesso sesso. Lei condivide e se condivide, come pensa si potrebbe — e dovrebbe — porre rimedio?

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Questa è la parte della crisi le cui cause nessuno vuole vedere, nascondendole con l’aiuto della retorica propagandata dalla lobby omosessualista. La fornicazione con adolescenti e adulti è peccato mortale e nessun potere umano sulla terra può dichiararla moralmente neutra. Questa è l’opera del demonio – contro la quale Papa Francesco spesso ci mette in guardia – dichiarare buono il peccato. «Alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, sedotti dall’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza» [cf. I Tim 4,1]. È infatti assurdo che improvvisamente le autorità ecclesiastiche utilizzino tipici slogan anticlericali giacobini, nazisti e comunisti per attaccare sacerdoti ordinati nel Sacramento. I preti sono investiti dell’autorità di proclamare il Vangelo e amministrare i Sacramenti di Grazia. Se qualcuno abusa della propria giurisdizione per raggiungere obiettivi egoistici, quel qualcuno non è eccessivamente clericale, al contrario, è anticlericale perché nega a Cristo la possibilità di operare attraverso di lui. L’abuso sessuale da parte del clero deve quindi chiamarsi anticlericale in massimo grado. Però è ovvio — e potrebbe essere negato solo da chi vuol essere cieco — che i peccati contro il sesto comandamento del Decalogo originano da inclinazioni disordinate quindi sono peccati di fornicazione che escludono dal Regno di Dio almeno fino a quando non vi sia pentimento ed espiazione, e non vi sia il fermo intendimento di evitare tali peccati nel futuro. Il tentativo di offuscare queste cose è un segno negativo di secolarizzazione della Chiesa. Si pensa come il mondo, non secondo la volontà di Dio.

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Al recente sinodo della gioventù a Roma si sono potute sentire voci dello stesso tenore. Lo instrumentum Laboris ha usato per la prima volta il termine LGBT, mentre il documento finale ha sottolineato la necessità di accogliere nella Chiesa rifiutando verso di loro ogni forma di discriminazione nei loro confronti. Questo genere di affermazioni non potrebbe minare la pratica costante della Chiesa di non consentire di impiegare omosessuali attivi per esempio nel ruolo di insegnanti in chiese cattoliche?

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L’ideologia LGBT è basata su una falsa antropologia che nega Dio come Creatore. Poiché essa è essenzialmente atea o al più sfiora appena il concetto cristiano di Dio, non può avere posto nei documenti della Chiesa. Questo è un esempio dell’influenza strisciante dell’ateismo nella Chiesa, responsabile da oltre mezzo secolo della grave crisi. Sfortunatamente esso continua a operare nella pensiero di alcuni pastori i quali, nel loro ingenuo convincimento di essere moderni, non si accorgono del veleno che essi stessi assumono ogni giorno e finiscono con l’offrire agli altri.

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Possiamo affermare oggi che tra le gerarchie della Chiesa cattolica esista una potente lobby gay ?

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Questo non lo so poiché queste persone con me non si espongono. Ma può essere che si siano sentiti compiaciuti nel sapermi lontano dalla Congregazione e dai casi di crimini sessuali specialmente con giovani adolescenti maschi.

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Recentemente lei ha rivelato che nel corso del suo mandato alla Congregazione per la dottrina della fede il Papa aveva istituito una commissione che avrebbe dovuto fornire consigli alla Congregazione su possibili sanzioni contro preti coinvolti in abusi. La commissione, però, era incline a un atteggiamento più morbido nei confronti dei preti coinvolti, diversamente da lei che avrebbe desiderato imporre, nei casi più gravi, la riduzione allo stato laicale, per esempio il caso del Reverendo Mauro Inzoli. Lo scorso anno — quando lei fu rimosso dalla sua carica alla Congregazione per la dottrina della fede — la rivista dei Gesuiti America rivelò che «un certo numero di cardinali aveva chiesto a Francesco di sollevare il Cardinal Müller dall’incarico perché in numerose occasioni aveva manifestato discordanza, o si era distaccato, dalle posizione del Papa ed essi vedevano in questo un indebolimento dell’ufficio e del magistero papale». Vede una possibile relazione tra i criteri severi da lei adottati nell’affrontare i casi di abusi commessi da religiosi e il gruppo di cardinali vicino al Papa che avrebbero desiderato un approccio più morbido? Se non è questo il caso, affermerebbe ancora di essere stato rimosso a causa della sua difesa ferma dell’ortodossia?

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Il primato del Papa è indebolito dai cortigiani a dei carrieristi alla corte papale — gli stessi di cui parlò già nel XVI secolo il noto teologo Melchior Cano — e non da chi consiglia il Papa con competenza e responsabilità. Se è vero che un gruppo di cardinali mi ha accusato davanti al Papa sulla base delle mie idee differenti, allora la Chiesa si trova in una situazione non buona. Se fossero stati uomini coraggiosi e retti, avrebbero parlato direttamente con me; avrebbero poi dovuto sapere che in quanto vescovo e cardinale, sono chiamato a presentare l’insegnamento della Fede cattolica, non a giustificare le varie opinioni private di un Papa. La sua autorità si estende sulla Fede rivelata della Chiesa Cattolica e non comprende le opinioni teologiche personali o dei suoi consiglieri. Forse mi si potrà accusare di interpretare Amoris Laetitia in chiave ortodossa, ma non possono affermare che io abbia deviato dalla dottrina Cattolica. Si aggiunga l’irritazione che si prova nel vedere persone prive di formazione teologica elevate al rango episcopale, le quali ritenendo di dover manifestare gratitudine al Papa manifestano un genere di sottomissione puerile. Forse avrebbero potuto scorrere le pagine del mio libro Il Papa, missione e mandato, la cui traduzione in italiano e inglese è in corso d’opera.  Allora si potrebbe discuterne a un livello adeguato. Il magistero dei vescovi e del Papa è sottoposto alla Parola di Dio come si trova nelle Sacre Scritture e nella Tradizione, e deve essere al Suo servizio. Non è cattolico credere che il Papa sia una persona che riceve la Rivelazione direttamente dallo Spirito Santo, e che può interpretarla in base ai suoi desideri mentre il resto dei fedeli devono seguirlo ciecamente e in silenzio. Amoris Laetitia deve assolutamente concordare con la Rivelazione, non dobbiamo essere noi a dover concordare con Amoris Laetitia, quantomeno non nelle interpretazioni eretiche che contraddicono la Parola di Dio. Sanzionare coloro i quali insistono su un’interpretazione ortodossa dell’enciclica come di qualsiasi altro documento magisteriale del Papa, sarebbe un abuso di potere.” Solo chi si trova in stato di Grazia può ricevere fruttuosamente la Santa Comunione. Questa verità rivelata non può essere sovvertita da nessuna potenza terrena e nessun cattolico potrà mai credere il contrario o essere costretto ad accettare il contrario.

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In retrospettiva, nel suo ruolo di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede a quali delle innovazioni proposte alla Chiesa si è opposto con più forza? Quale parte della sua testimonianza ha contributo maggiormente alla sua rimozione e al modo in cui essa è avvenuta, senza cioè che le fosse offerta una posizione alternativa all’interno del Vaticano?

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Non mi sono opposto ad alcuna innovazione o riforma. Perché riforma significa rinnovamento in Cristo, non adattamento al mondo. Le ragioni del mancato rinnovo del mio mandato non mi sono mai state comunicate. Questo è insolito perché normalmente il Papa conferma tutti i Prefetti nelle loro posizioni. Non conosco ragioni possibili che potrebbero essere ipotizzate senza cadere nel ridicolo. In fondo non si può credere, contrariamente a quanto ha creduto Papa Benedetto, che Müller manchi di sufficiente preparazione teologica, che non sia ortodosso, o sia negligente  nel perseguire i crimini contro la fede in caso di abusi sessuali. Per questo si preferisce tacere e lasciare ai media di orientamento liberale e progressista il compito di commentare malevolmente.

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Attualmente alcuni osservatori confrontano la sua rimozione dall’importante posizione in Vaticano — certamente dovuta anche alle sua rispettosa resistenza riguardo ad Amoris Laetitia — con il trattamento accondiscendente ricevuto da altri come il Cardinale e McCarrick. Ancora oggi non è stato ridotto allo stato laicale, nonostante la sua condotta criminale. Sembra quindi che coloro i quali hanno tentato di preservare l’insegnamento cattolico su famiglia e matrimonio così come è stato trasmesso sono messi da parte, mentre coloro i quali sono a favore di innovazioni in questo campo della morale, sono trattati con mitezza o addirittura promossi, si pensi al Cardinal Cupich e Padre James Martin. Ha un commento su questo?

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Chiunque può formarsi un’idea sui criteri secondo i quali alcuni sono promossi e protetti, mentre altri sono combattuti ed eliminati.

 

 

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Sempre nel merito di questa  apparente soppressione dei religiosi ortodossi e la promozione di rappresenti progressisti, Padre Ansgar Wucherpfennig S.J. ha appena ricevuto dal Vaticano il permesso di ritornare alla posizione di rettore della facoltà gesuita di Francoforte, nonostante egli sostenga e promuova l’ordinazione della donne e la benedizione per le coppie dello stesso sesso. Gli è stato persino chiesto di pubblicare i suoi articoli a riguardo. Come valuta questo ulteriore sviluppo?

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Questo è un esempio di come le autorità della Chiesa di Roma stiano danneggiando se stesse e di come la chiara competenza ed esperienza della Congregazione per la dottrina della fede sia messa da parte. Se questo sacerdote ritiene che la benedizione delle relazioni omosessuali sia il risultato della sviluppo della dottrina, e continua il suo lavoro in questa direzione, siamo di fronte a null’altro che alla presenza di un pensiero ateo nella Cristianità. Egli non nega l’esistenza di Dio sul piano teorico, ma lo rinnega in quanto fonte della morale, presentando alla stregua di una benedizione ciò che invece agli occhi di Dio è peccato. Il fatto che il Sacramento del Sacro Ordine possa essere riservato solo alle persone di sesso maschile non è il risultato di circostanze culturali o di una legislazione della Chiesa positiva quindi modificabile. Esso è fondato nella natura di istituzione divina del Sacramento, così come la natura del Sacramento del matrimonio richiede la differenza tra i due sessi.

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Dal suo punto di vista, ritiene che la Chiesa Cattolica sia prossima a raggiungere il controllo della questione legata agli abusi adeguato e coerente, e abbia trovato le soluzioni giuste? Altrimenti quale pensa sia stato il maggior ostacolo al sostanziale miglioramento della situazione? Come può la Chiesa tornare a rappresentare un’istituzione credibile agli occhi delle famiglie cattoliche?

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L’intera Chiesa, con i suoi sacerdoti e vescovi, deve compiacere Dio più dell’uomo. La nostra salvezza  è l’obbedienza nella Fede.

 

Pubblicato da L’Isola di Patmos, 24 novembre 2018

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Dalle partite di calcio al Santo Vangelo: il comandamento più difficile è quello di amare i propri nemici

17 Novembre 2018/in Attualità/da Padre Gabriele

— catechesi & pastorale —

DALLE PARTITE DI CALCIO AL SANTO VANGELO: IL COMANDAMENTO PIÙ DIFFICILE È QUELLO DI AMARE I PROPRI NEMICI

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I nemici che dobbiamo amare, possono essere i terroristi dell’Isis, i massoni, i mafiosi o i falsi progressisti. Tanto per citarne qualcuno. Un nemico che è una persona ma che sprigiona una violenza, ideologica e fisica, contro il nostro essere fedeli alla Chiesa di Gesù Cristo.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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tefferugli degli hooligans

Nel Vangelo di San Matteo troviamo il celebre monito che ci esorta ad amare i nostri nemici:

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«… avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» [Mt 5, 43-48].

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Prima di diventare frate ho sempre avuto diversi hobby di natura artistica e sportiva. Da sempre ho amato il calcio e l’ho anche praticato fino a quando non sono entrato nell’Ordine dei Predicatori. Ricordo un episodio legato al mondo del calcio, che mi ha molto stupito. Avvenne durante una partita di un campionato di Serie B.

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Le tifoserie di Ternana e Perugia, data la vicinanza geografica, ordinariamente non si amano. Quando le loro squadre si incontrano, i rispettivi supporters generano sempre incidenti e tafferugli e c’è bisogno delle forze dell’ordine per evitare il peggio. Durante una di queste partite, ci furono degli scontri. Un tifoso perugino si trovò riverso a terra, pronto per essere linciato dagli avversari. Ma in quel momento giunse una ragazza ternana che lo abbracciò e gli mise al collo una sciarpa della propria squadra. In questo modo, salvò l’avversario dal prendere tante botte. Non si seppero mai i nomi dei protagonisti di questa storia. Eppure, questo episodio, mi portò a riflettere sul tema dell’amore dei nemici.

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Anche il brano che ho scelto di meditare oggi su L’Isola di Patmos torna su questo tema: Amate i vostri nemici! Per me, esso rappresenta il nucleo centrale del messaggio di Gesù sull’amore. La richiesta che il Signore esprime nei confronti dei suoi ascoltatori sembra veramente impossibile. Infatti, il greco evangelico esprime questo amore con ἀγάπαω [agapao], che assurge a verbo tipico dell’amore del Cristianesimo. Un amore, cioè, che porta a donare tutto sé stesso al servizio del prossimo.

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In questo passaggio del Vangelo di San Matteo, la agapé [ἀγάπη] è portata alle sue massime conseguenze. Occorre però stare attenti alla distinzione che il Nuovo Testamento pone nei confronti del termine nemico. C’è infatti il temibile Nemico di cui parla San Paolo: il Diavolo. Vari sono i riferimenti che San Paolo fa al Diavolo, uno di questi in una delle lettere indirizzata al discepolo Timoteo, proprio laddove illustra quelli che devono essere i requisiti del vescovo [cf. I Tm 3,6].

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È impossibile pregare e donarsi per il Diavolo. Gesù non chiede di donarci per lui. Il Diavolo sin dal momento della sua creazione ha fatto una professione eterna di disobbedienza a Dio ed a tutto il creato. Stupende sono le parole del Faust di Marlowe, in cui Mefistofele, un diavolo, afferma:

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«Sono lo spirito che nega continuamente: ho ragione; perché quello che sussiste è degno di essere distrutto: e sarebbe stato pur meglio che nessuna cosa fosse mai uscita ad esistenza. Or dunque tutto ciò che voi uomini dite peccato, distruzione, quel che in somma chiamate male, è mio  elemento speciale».

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Il Diavolo odia profondamente e continua a odiare in primo luogo tutto il creato. E in primo luogo noi, religiosi. Ci odia perché vede nella nostra professione d’obbedienza a Dio una opposizione diretta a lui. Il Diavolo, che è il grande divisore, continua e continuerà a istigare le sue suggestioni degeneri: il relativismo, i totalitarismi, il modernismo, il falso progressismo … tanto per citarne alcuni. Ma, accanto al Diavolo, vi sono altri nemici: gli uomini. A questi uomini-nemici si riferisce il Signore quando ci chiede di amarli. Così, se si decide di amare, occorre amare tutta l’umanità.

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L’amore che Cristo chiede a noi, sua Chiesa, è un amore universale. Non è quindi un caso se la Chiesa di Cristo si chiama Chiesa Cattolica, ossia: universale. Ricordiamo per inciso che il termine “cattolica” deriva dal greco κατα ολων [kata olon], una categoria neoplatonica del filosofo Plotino che con essa indica «secondo il tutto». Questa definizione non era di tipo spaziale-geografico ma di tipo qualitativo. Infatti, per i primi grandi Padri della Chiesa, essere o divenire cattolici voleva dire che «nulla è umano».

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Nella dimensione cristiano cattolica è quindi necessario amare i propri nemici ed essere al di sopra di una delle mode del tempo attuale: la moda della vendetta. O anche un’altra delle mode che purtroppo ha infettato alcuni cattolici che si riferiscono di altri cattolici come nemici usando verso di questi espressioni come «li aspettiamo al varco, preghiamo Dio che muoiano presto» e “delicatezze” simili … 

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Siamo nella Chiesa Cattolica o nel Colosseo come gladiatori? È forse questo l’atteggiamento che Gesù ci ha chiesto e continua a chiederci di avere? Pertanto, i nemici che dobbiamo amare, possono essere i guerriglieri dell’Isis, i massoni, i mafiosi o i falsi progressisti. Tanto per citarne qualcuno. Un nemico che è una persona ma che sprigiona una violenza, ideologica e fisica, contro il nostro essere fedeli alla Chiesa di Gesù Cristo.

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Com’è possibile amarli? Solo con uno sguardo sub specie aeternitatis è possibile cogliere con pienezza l’insegnamento di Cristo. Gesù ci dice amate i vostri nemici e sarete figli di Dio, e sarete perfetti.

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Nella nostra offerta incessante di preghiera per loro, proveremo a convertirli, a renderci figli di Dio per loro. Figli di Dio per quelli che ci odiano. Essere perfetti come il Padre nostro nei cieli, implica mostrare Dio sul proprio volto al nemico, come stanno facendo i martiri di oggi. Allo stesso tempo significa accogliere ciò che Dio sta permettendo nell’azione del nostro nemico. Basti pensare agli effetti cruenti della Passione. I centurioni provocano violenza e morte su Gesù. Gesù lo permette e allo stesso tempo si dona a loro. L’effetto è la stessa redenzione di quei romani pagani.

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Se davvero allora vogliamo essere, con la grazia di Dio, suoi consacrati, ed un giorno futuri sacerdoti, non possiamo esimerci dal comandamento dell’amore per i nemici. Davvero allora saremo sale della terra [cf. Mt 5, 13-16] ogni atto di inimicizia si schiuderà in un’unica preghiera universale verso il Dio morto sulla croce per amore.

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È nella nostra essenza di frati domenicani, essere infine croce da cui sgorga amore. Altrimenti, la prostrazione a croce che abbiamo fatto il giorno della nostra professione, rischia di essere solamente un’azione teatrale. Uno splendido atto scenico. Saremo stati perfetti attori, che detta in greco equivale a perfetti ipocriti [dal greco ὑποκριτής, hypokritēs, deriva la parola attore].

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A ognuno di noi sta di scegliere se aver professato da hypokritēs o da veri figli di Dio e, per quanto mi riguarda, da figli di San Domenico, consacrati per Cristo nei diversi stati di vita.

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 Gesù dolce, Gesù amore! [cf. Santa Caterina da Siena]

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Roma, 17 novembre 2018

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2021/09/padre-Gabriele-piccola.png?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Gabriele https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Gabriele2018-11-17 17:44:082021-09-30 21:17:30Dalle partite di calcio al Santo Vangelo: il comandamento più difficile è quello di amare i propri nemici

Cambia il Padre Nostro per volere del Sommo Pontefice, mentre c’è chi prega che il Padre Nostro cambi lo stile di governo del Sommo Pontefice

17 Novembre 2018/16 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— attualità ecclesiale —

CAMBIA IL PADRE NOSTRO PER VOLERE DEL SOMMO PONTEFICE, MENTRE C’È CHI PREGA CHE IL PADRE NOSTRO CAMBI LO STILE DI GOVERNO DEL SOMMO PONTEFICE

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Dinanzi ad una decadenza morale e dottrinale senza precedenti come quella che stiamo vivendo, pare che qualcuno non abbia trovato di meglio da fare che usare una parola del Pater Noster e l’apertura del Gloria come delle armi di dissuasione di massa …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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…merita sempre avere un buon dizionario

La Conferenza Episcopale Italiana ha stabilito — ovviamente nella piena, totale, collegiale e sinodale libertà dei figli di Dio —, la modifica della Preghiera del Padre Nostro nella nuova edizione del Messale Romano [cf. QUI], dove la frase «non indurci in tentazione» diventa «non abbandonarci alla tentazione». Volendo, avrebbero potuto usare l’espressione «e non esporci alla tentazione», però, alla “esposizione” in uso presso le Comunità Evangeliche Valdesi, hanno preferito una espressione di “abbandono”, forse valutando che mai, come in questa nostra epoca, ci siamo abbandonati a noi stessi. La sostanza resta però la stessa: i Cattolici, come i Protestanti, hanno mutata un’espressione che affonda le proprie radici nei testi più antichi, come tra poco vedremo. E i primi, come i secondi, hanno entrambi rivendicato: il ritorno alle autentiche origini dei testi.

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Il Padre della Chiesa Tertulliano [Cartagine 155 – Cartagine 227], spiega che il Padre Nostro, la Preghiera che il Verbo di Dio stesso ci ha insegnato [cf. Mt 11, 1] «è la sintesi di tutto il Vangelo». Questa affermazione dovrebbe indurre quanto meno all’uso della totale cautela nel toccare anche un solo sospiro di questo testo.

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Per quanto riguarda la frase “incriminata” che recita: «et ne nos inducas in tentationem» [e non ci indurre in tentazione], nel discorso n. 57 dedicato al Passo del Beato Evangelista Matteo [cf. Mt 6, 9-13], il Santo Dottore della Chiesa Agostino Vescovo d’Ippona è molto chiaro ed esaustivo nello spiegare che Dio non può compiere il male, però permette che esso operi attraverso Satana e con lui gli Angeli caduti che lo realizzano. Certo, Dio non tenta nessuno verso il peccato, però permette che le forze del male inducano i cristiani a cadere in esso. Tutto questo, è racchiuso nel principio stesso della creazione, presupposto fondante della quale sono la libertà ed il libero arbitrio dell’uomo. Altrettanto illuminante commento al Pater Noster ed alla frase “incriminata” ci è stato donato dal Santo Dottore della Chiesa Tommaso d’Aquino, che ricalcando in buona parte l’Ipponate afferma: 

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«Dio induce forse al male, quando ci fa dire “non ci indurre in tentazione”? Rispondi che si dice che Dio induce al male nel senso che Egli lo permette, giacché a causa dei suoi numerosi peccati precedenti sottrae l’uomo alla grazia, venuta meno la quale cade nel peccato» [ San Tommaso d’Aquino, Commento al Padre nostro, 6].

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…merita sempre avere un buon dizionario

Prima dell’Ipponate e dell’Aquinate, un altro Padre della Chiesa, il Santo Vescovo Cipriano di Cartagine [Cartagine 210 – Cartagine 258], spiega che Dio può dare il potere al Demonio in due modi: per il nostro castigo, se abbiamo peccato, oppure per la nostra glorificazione, se invece accettiamo la prova. E questo, spiega il Santo Vescovo e Dottore [cf. Patrologia latina del Migne – Vol. IV Cyprianus carthaginensis De oratione dominica], fu ad esempio il caso di Giobbe: «Ecco, tutto quanto gli appartiene io te lo consegno; solo non portare la mano su di lui» [Gb 12, 1]. Il Signore stesso, nel momento della sua passione, dice: «Non avresti su di me nessun potere se non ti fosse stato dato dall’alto» [cf. Gv 19, 11]. Quando dunque preghiamo per non entrare in tentazione, ci ricordiamo della nostra debolezza, affinché nessuno si consideri con compiacenza, nessuno si inorgoglisca con insolenza, nessuno si attribuisca la gloria della sua fedeltà o della sua passione, allorché il Signore stesso ci insegna l’umiltà quando dice: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è ardente, ma la carne è debole» [Mc 14, 38].

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Un altro grande Padre della Chiesa, Origene [Alessandria 185 – Tiro 254], per commentare il «et ne nos inducas in tentazionem» parte dal Beato Apostolo Paolo che scrivendo agli abitanti di Corinto afferma:

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«Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» [ I Cor 10, 13].

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Chiarisce così Origene:

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«Che significa dunque il comando del Salvatore di pregare a non indurci in tentazione, dal momento che Dio stesso quasi ci tenta? Dice infatti Giuditta, rivolgendosi non soltanto agli anziani del suo popolo, ma a tutti quelli che avrebbero letto queste parole: “Ricordatevi di quanto operò con Abramo e quanto tentò Isacco e tutto quello che accadde a Giacobbe che pasceva in Mesopotamia di Siria il gregge di Laban, fratello di sua madre; poiché non come purificò costoro per provare il loro cuore, Colui — il Signore — che flagella per emendarli quelli che gli si avvicinano, castigherà anche noi”. Anche Davide, quando dice: “Molte sono le afflizioni dei giusti”, conferma che questo è vero per tutti i giusti. L’Apostolo, a sua volta, negli Atti dice “perché attraverso molte tribolazioni dobbiamo entrare nel regno di Dio” [At 14, 22]» [Origene, Commento al Padre Nostro].

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Non è comunque da escludere che in un vicino futuro, una squadra di esegeti provveda quanto prima a cambiare anche la pagina del Vangelo del Beato Evangelista Matteo che narra del Demonio che tenta l’uomo Gesù nel deserto [cf. Mt 4, 1-11], dove il Divino Figlio non si è rivolto al Divino Padre domandando: «E non abbandonarmi alla tentazione», posto che il Creatore permise che Satana lo inducesse in tentazione.

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Dovranno poi intervenire i biblisti per riscrivere e attualizzare anche vari passi biblici secondo le direttiva della nuova gestione e secondo la «rivoluzione epocale» in corso, visto che Dio ci mette alla prova e ci rafforza permettendo che noi fossimo tentati. Non possiamo infatti dimenticare che l’uomo è immerso nelle tentazioni sin dalla sua caduta con la conseguente entrata nella scena del mondo e dell’umanità del peccato originale. Leggiamo infatti nei testi vetero testamentari: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione» [Sir 2,1]. Ma soprattutto è bene ricordare che la Chiesa, in documenti non certo sospetti, giacché si tratta di una delle costituzioni del Concilio Vaticano II, da molti ritenuto il concilio dei concili, ricorda che la tentazione è legata al valore di quella libertà che nell’uomo è il «segno altissimo dell’immagine divina» [Gaudium et spes, 8].

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Un altro testo da correggere è sicuramente quello della Lettera agli Ebrei laddove l’Autore, riprendendo la letteratura dei Salmi, spiega in che modo gli stessi uomini osarono di tentare Dio:

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non indurite i vostri cuori
come nel giorno della ribellione,
il giorno della tentazione nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova,
pur avendo visto per quarant’anni le mie opere [Eb 3, 8-9].

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Proviamo allora ad andare alla fonti più antiche, perché da mezzo secolo a questa parte siamo spettatori e vittime delle gesta e delle varie «rivoluzioni» di coloro che vogliono tornare alle origini. Più volte ho spiegato nei miei scritti che certi teologi, col pretesto di origini che in verità non sono mai esistite nella storia antica, vogliono invece imporre il proprio pensiero moderno. Ma se di origini vogliamo parlare, allora basterà dire che la Preghiera del Padre Nostro, nell’antico ed originario testo aramaico, recita:

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…merita sempre avere un buon dizionario

La frase “incriminata” proclama alla lettera testuali parole: «e non portarci in tentazione».

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Quando dall’originale testo il Pater Noster fu tradotto dall’aramaico al greco, per evitare di caricare la frase con una lunga perifrasi è usato soltanto un verbo che significa “indurre” o “far entrare”:

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E se il greco non è un’opinione, la frase “incriminata” tradotta alla lettera recita proprio: «Non ci indurre in tentazione». Da questi due testi nasce la terza traduzione, quella latina, del tutto aderente e fedele al testo originale greco:

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Pater Noster qui es in cælis: 

sanctificetur nomen tuum;

adveniat regnum tuum;

fiat voluntas tua, 

sicut in cælo, et in terra.

Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;

et dimítte nobis debita nostra, 

sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;

et ne nos inducas in tentationem,

sed libera nos a malo.

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…merita sempre avere un buon dizionario

Agli amanti dei ritorni alle origini va ricordato che la frase “incriminata” «Non ci indurre in tentazione», deriva dal greco εἰσενέγκῃς, da cui la fedele traduzione latina inducas, che nella lingua italiana è altrettanto fedelmente tradotta con indurre. Detto questo è d’obbligo e di rigore chiedersi: si rendono conto gli amanti del ritorno alle autentiche origini, che, stando così le cose, questo “errore” oggi finalmente corretto, risale ai tempi delle prima epoca apostolica?

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Se i testi patristici conosciuti da secoli sono quelli tutt’oggi noti, se le lingue antiche e le loro traduzioni fedeli sono quelle che sono, ecco allora che ciascuno, senza essere indotto ad alcuna tentazione, può trarre da se stesso le proprie conclusioni, dato che in nome di un non meglio precisato ritorno alle origini si è alterato quell’originale che è tale sin dalle aramaiche e greche origini più remote, ed è tale prima del latino e molto prima delle attuali lingue moderne.

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…merita sempre avere un buon dizionario

Il problema che forse si cela dietro a questa ennesima querelle, temo che abbia poco di teologico e molto di socio-politico, il tutto con delle strategie più o meno limpide. O per meglio spiegare il problema: la Chiesa Cattolica sta vivendo il periodo forse più tragico della propria intera storia. Siamo in un clima di grande decadenza dottrinale dal quale ha preso vita una profonda crisi morale, perché la crisi morale, nella Chiesa nasce sempre da una crisi dottrinale. Non occorre ricordare che ormai non passa giorno, senza che qualche vescovo o prete non salti agli onori delle cronache per scandali quasi sempre molto gravi. La decadenza e la crisi morale, dal Collegio Sacerdotale ha finito per infettare il Collegio Episcopale, ed appresso il Collegio Cardinalizio. La nostra crisi di credibilità spazia ormai tra il tragico ed il comico-grottesco. È quindi singolare che in un momento senza precedenti storici come quello che stiamo vivendo, non si trovi di meglio da fare che ritoccare le parole del Pater Noster e del Gloria.

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Questa vicenda ricorda la storia del dittatore Saddam Hussein accusato di nascondere arsenali d’armi di distruzione di massa. Quelle armi non furono mai trovate, però, con tutte le implicazioni politico-economiche che ne seguirono, si sono avute due guerre nel Golfo che hanno destabilizzato gli assetti politici ed economici. Così, poco dopo, si cominciò a parlare di … armi di dissuasione di massa.

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Dinanzi ad una decadenza morale e dottrinale senza precedenti come quella che stiamo vivendo, pare che taluni non abbiano trovato di meglio da fare che usare una parola del Pater Noster e l’apertura del Gloria come delle armi di dissuasione di massa, convinti e sicuri che nessuno avrebbe mai capito e scoperto il loro gioco …

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καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν

et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo.

E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

Amen !

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dall’Isola di Patmos, 16 novembre 2018

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Una spiegazione al «non ci indurre in tentazione» del teologo domenicano Giuseppe Barzaghi [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

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Riflessione sull’onestà morale del linguaggio: la Chiesa ha da sempre una propria lingua chiara e precisa

11 Novembre 2018/in Attualità/da Padre Giovanni

RIFLESSIONE SULL’ONESTÀ MORALE DEL LINGUAGGIO: LA CHIESA HA DA SEMPRE UNA PROPRIA LINGUA CHIARA E PRECISA

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La Chiesa, con lavorìo di secoli, grazie alle opere della teologia scolastica che hanno approfondito la dottrina della fede, ha elaborato un vocabolario tecnico della teologia e della dottrina cattolica, confluito in alcune delle formule dogmatiche. Questo vocabolario, per la sua perfezione, perspicuità e precisione, in linea di massima non conviene mutarlo.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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immagini, comunicazione e linguaggio …

La Chiesa è una societas che ha un suo preciso linguaggio. Il linguaggio è questione molto delicata che impegna in modo serissimo il prestigio, l’onestà e la credibilità dei pastori, dei teologi e dei predicatori del Vangelo. Quando infatti si tratta della Parola di Dio, della Scrittura, della Tradizione, del dogma, della dottrina, della predicazione, della cultura cattolica, della formazione, dell’opera evangelizzatrice e missionaria, della pratica sacramentaria e liturgica, dell’esegesi biblica, della critica teologica e della formazione morale e teologica del clero, in gioco è la salus animarum, pertanto è sacro dovere di usare un linguaggio assolutamente chiaro, limpido e onesto, tale da evitare strumentalizzazioni, equivoci o fraintendimenti, un linguaggio esente da qualunque piaggeria o compromissione nei confronti del linguaggio mondano. 

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Con tutto ciò non si può di certo evitare il problema ermeneutico, se è vero che esso si pone anche per interpretare le stesse parole luminose e misteriose di Cristo, Luce del mondo. Ma ecco che qui è essenziale l’opera del Magistero, col suo proprio linguaggio. A tal riguardo è quindi da deplorare la banalizzazione, per non dire la corruzione di questo linguaggio in documenti attuali della Chiesa a causa dell’inserimento scriteriato nel linguaggio ecclesiale, nell’ambito della dottrina e della pastorale, di parole ad esso estranee, tratte dalla mentalità mondana,  quindi fuorvianti, o quanto meno ambigue ed improprie.

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Si tratta di un fraintendimento del rinnovamento del linguaggio ecclesiale promosso dal Concilio Vaticano II. Ciò precisando che il Concilio si fece giustamente promotore di un aggiornamento ed ammodernamento del linguaggio ecclesiale, al fine di renderlo più comprensibile e più attraente per gli uomini del nostro tempo, onde veicolare più efficacemente le immutabili verità della fede e renderle più credibili, superando e abbandonando certe espressioni, formule, linguaggi e modi dire ritenuti sorpassati e antiquati, o non più comprensibili o accettabili dall’uomo d’oggi. Lo stesso linguaggio del Concilio è ispirato a questo principio e si sforza di metterlo in pratica. Così molte espressioni nuove, prese dal linguaggio corrente moderno, sono indubbiamente indovinate ed hanno avuto un meritato successo.

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Occorre però tener presente che un linguaggio può essere più o meno perfetto, più o meno appropriato, più o meno adatto ad esprimere ciò che si deve comunicare. La Chiesa, con lavorìo di secoli, grazie alle opere della teologia scolastica che hanno approfondito la dottrina della fede, ha elaborato un vocabolario tecnico della teologia e della dottrina cattolica, confluito in alcune delle formule dogmatiche. Questo vocabolario, per la sua perfezione, perspicuità e precisione, in linea di massima non conviene mutarlo, se non con somma prudenza e per gravi motivi, evitando col pretesto di facilitare la comprensione del contenuto di fede, riconoscendo comunque che tutto sommato, i modi del linguaggio, non sono immutabili, ma evolvono per vari motivi culturali, sociali e psicologici nel corso della storia.

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Purtroppo, a un certo punto si è verificato un grave equivoco che, col pretesto di mutare ed aggiornare il linguaggio, si è finito in molti casi per mutare e deformare o abolire certi concetti della fede, cadendo in quello che fu già l’errore modernista condannato dal Santo Pontefice Pio X. Caso noto ed esemplare di questo equivoco è la posizione di Edward Schillebeeckx [1], il quale confonde il concetto di fede col linguaggio, sicché, mutando il linguaggio, viene a mutare il concetto.

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Edward Schillebeeckx ha ragione nel sostenere che il dato di fede si può concepire ed esprimere in diversi tipi di linguaggio e secondo diversi «modelli interpretativi» e che una data formula dogmatica divenuta meno espressiva, può essere in  qualche modo mutata, al fine di esprimere meglio il medesimo dato di fede in quel dato tempo e in quella data cultura. Ma il guaio è che per Schillebeeckx il dato rivelato o di fede non è contenuto nel concetto dogmatico, che per lui è mutevole e relativo, ma in una cosiddetta «esperienza atematica pre-concettuale», della quale il concetto dogmatico non sarebbe che un’opinabile, passeggera e soggettiva interpretazione, fosse pure la dottrina della Chiesa.

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L’errore di Schillebeeckx è quello di credere che il concetto sia una forma di linguaggio, per cui, come si può significare una medesima cosa con linguaggi diversi, egli crede che sia possibile e doveroso significare il medesimo dato rivelato o mistero di fede con concetti diversi. Ma questo è falso, perché ogni concetto rappresenta quella data cosa e ad un cosa corrisponde solo il suo concetto, per cui, cambiando il concetto, la  cosa non può essere stessa, ma cambia.

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Ma veniamo alla proposta del Concilio, che prescrive sì un nuovo linguaggio per esprimere e spiegare le medesime immutabili verità di fede, ma non muta i concetti della fede, che possono continuare ad essere espressi in concetti scolastici, come avevano fatto i Concili precedenti. Il Concilio, pertanto, usa un linguaggio moderno; ma è chiaro che nel sottofondo c’è il tradizionale linguaggio scolastico, che ogni tanto emerge, tanto che il Concilio arriva addirittura a raccomandare, com’è noto, il pensiero di San Tommaso d’Aquino.

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Il Concilio propone quindi un linguaggio che sintetizza quello scolastico con quello moderno. Raccoglie i vantaggi che provengono dall’uno e dall’altro: l’autorevolezza, la dignità, la formalità, l’esattezza, la precisione, la specificità e la sottigliezza del linguaggio scolastico e l’odierna comprensibilità; la popolarità, la facilità, l’immediatezza, la duttilità, l’efficacia e la pastoralità del linguaggio moderno.

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Il compito che oggi si impone alla predicazione ecclesiale è quello di mantenere questo metodo proposto dal Concilio, senza cedere: da una parte, alla tentazione di tornare ad uno scolasticismo inutilmente sottile e lontano dal modo di pensare e di esprimersi del nostro tempo; dall’altra, senza cedere alla tentazione di abbandonare la Scolastica, lasciandosi infettare da quei modi espressivi moderni che risentono degli errori della modernità, o meglio del Modernismo.

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Il buon pastore si sforza da una parte di rendersi comprensibile al popolo con modi espressivi a lui familiari ed esempi adatti ai contenuti di fede da trasmettere, mentre si prende cura di educare il popolo alla comprensione ed alla familiarità con quei termini scolastici che maggiormente la Chiesa usa per la spiegazione del dogma e della Parola di Dio.

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Varazze, 11 novembre 2018

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NOTE

[1] Cf il mio articolo Il criterio di verità in Schillebeeckx, in Sacra Doctrina, 2, 1984, pp.188-205; Voce EDWARD SCHILLEBEECKX, nel DIZIONARIO ELEMENTARE DEL PENSIERO PERICOLOSO, Istituto di Apologetica, Milano, 2016; EDWARD SCHILLEBEECKX. UN CONFRATELLO ACCUSA, Edizioni Chorabooks di Aurelio Porfiri, Hong Kong 2016.

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Le trovate dell’ultimo Sinodo: incaricare le mignotte di dare la patente di castità alle monache di clausura?

6 Novembre 2018/9 Commenti/in Attualità/da Ipazia

— il cogitatorio di Ipazia —

LE TROVATE DELL’ULTIMO SINODO: INCARICARE LE MIGNOTTE DI DARE LA PATENTE DI CASTITÀ ALLE MONACHE DI CLAUSURA?

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Nel corso dell’ultimo Sinodo, pare che i giovani si siano mostrati a tal punto  turbati per le attività di informazione e di critica di certi siti e blog, tanto da chiedere la istituzione di un apposito ufficio che certifichi i siti cattolici, dando quindi ad essi patente di autentica cattolicità.

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Autore
Ipazia gatta romana

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Per entrare nel negozio-librario cliccare sulla copertina

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Nella ricorrenza dei defunti, una riflessione sulla Chiesa Cattolica come pellegrina di speranza

2 Novembre 2018/12 Commenti/in Attualità/da Padre Gabriele

— catechesi & pastorale —

NELLA RICORRENZA DEI DEFUNTI, UNA RIFLESSIONE SULLA CHIESA CATTOLICA COME PELLEGRINA DI SPERANZA

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Il punto di incontro fra la Chiesa terrena pellegrinante, noi mortali, e la Chiesa  Celeste trionfante costituita dai Santi in Paradiso, è la Chiesa purgante, cioè le   anime del Purgatorio che si stanno preparando alla visione beatifica. Proprio per questo possiamo approfondire e vedere qual è il rapporto fra la Chiesa e la Morte.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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L’Isola di Patmos è lieta di presentare ai Lettori un suo nuovo Autore, il teologo romano Gabriele Giordano Scardocci, dell’Ordine dei Frati Predicatori, giovane confratello del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli e co-fondatore di questa nostra rivista telematica. Padre Gabriele, valente maestro di catechesi, è particolarmente sensibile alle tematiche teologiche calate nella concretezza dell’apostolato e della realtà pastorale.

Ricordo sempre una forte esperienza apostolica a Napoli. Ero novizio: presso i quartieri spagnoli, in una casa di suore, noi fraticelli ci trovavamo con dei bambini per il dopo scuola. In uno dei primi incontri, uno dei piccoli accuditi delle suore, uno dei più bravi e diligenti a scuola, quel giorno non riusciva a concentrarsi. D’un tratto, col suo affettuoso accento napoletano, mi disse guardandomi negli occhi:

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«Frate, l’altro giorno mio nonno è morto».

«Mi dispiace».

«Ma adesso secondo te dove sta? È stato tanto buono con me».

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Questa fu una delle domande più belle sentite che il mio piccolo discepolo potesse farmi. Come fece quel bambino romano a Papa Francesco che replicò:

«Tuo nonno secondo me, se é stato buono sta in Paradiso!»

Risposi io sperante.

Prosegue il piccolo bimbo napoletano:

«Ma secondo te, lui vede quello che io faccio?»

risposi un po’ affrettatamente:

«Chi è con Gesù in cielo, vede tutti quelli a cui vuole bene».

Il piccolo sorrise, guardò di lato e non disse nulla. Poi, mentre con un po’ di fatica riprendeva il proprio quadernino disse:

«Speriamo sia contento che vado bene a scuola!»

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Su questo episodio pregai e meditai molto. Ricordo ancora il nome e tutta la situazione familiare di quel bambino. Dopo sei anni ancora quel tema mi ricorda che è anche importante riflettere, pregare e studiare il tema della Chiesa nella sua indole terrena e anche celeste, e col suo fine specifico: la meta oltre terrena ed escatologica.

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Anche in questi momenti di forte sofferenza per la Chiesa, ritengo che tornare su queste tematiche possa aiutare il popolo di Dio a riscoprire tutta la bellezza e spiritualità della nostra fede. Queste riflessioni inoltre possono essere una proposta di riflessione anche per offrire un panorama completo rispetto alla generazione del nichilismo attivo, così come l’ha definita Umberto Galimberti. Infatti, secondo questo filosofo e psicologo, la generazione del nichilismo attivo si contrappone a quella del nichilismo passivo. La prima è una piccola percentuale di chi «non misconosce e non rimuove l’atmosfera pesante del nichilismo senza scopo e senza perché, ma non si rassegna e si promuove in tutte le direzioni nel tentativo molto determinato di non spegnere i propri sogni». [1]

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Dunque accoglieremo l’idea galimbertiana che sussiste una generazione capace di portare avanti ideali e valori tendenti a superare il nichilismo classico e la mancanza di senso. Ma vorremmo anche aggiungere che a questi valori, il cattolicesimo, propone i valori di speranza e di vita eterna. Questi tendono a creare una forte tensione antropologica che a partire dalla esperienza di un vissuto concreto immanente, porti l’uomo a trascendersi per orientare il proprio senso in una condizione meta storica ed escatologica.

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LA MORTE E LA CHIESA

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La Chiesa terrena o visibile, anche detta pellegrinante, ha una sua indole escatologica: cioè tende al Regno di Dio e a formare la Chiesa Celeste. Questo è il suo fine ultimo. La Lumen Gentium ribadisce nel capitolo VII che la Chiesa ha questa indole escatologica. Il Concilio Vaticano II non si è espresso moltissimo su questo: il capitolo in effetti è abbastanza breve. Allo stesso tempo però il tema è enorme e proficuo di riflessioni teologiche. Come vedremo a breve, già nel Medio Evo, San Giuliano di Toledo [642 – 690], compose il Prognosticum Futuri Sæculi, primo trattato di escatologia sistematica in cui sfatò tabù ed errori escatologici tipici del suo tempo. Fu lavoro teologico critico, perlopiù di ispirazione patristico-agostiniana. Proprio come San Giuliano demitizzò queste realtà, possiamo fare lo stesso con la Chiesa. Il dato dogmatico che la comunità cristiana abbia indole escatologica, non l’ha esclusa dall’uso di immagini letterarie per descrivere quelle ultraterrene. Queste realtà rimangono vere mentre le immagini — per esempio demoni col tridente, angeli con la tunica celeste, il Flegetonte, Orfeo ed Euridice e via dicendo — sono appunto immagini che evocano in noi questa realtà.

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Questo stesso discorso di conoscenza teologica certa ma ancora in progresso si può applicare a tutta la materia teologica. Per ciò anche la teoria di Karl Rahner, il Grund Axion, per cui Dio si rivela totalmente nella sua manifestazione [2], solleva molte problematiche trinitarie e cristologiche: per quanto in Cristo, vero Dio e vero Uomo, Dio davvero si è rivelato, tuttavia noi non conosciamo completamente Dio. Dunque le definizioni dogmatiche conciliari ci danno qualche piccola rivelazione — ripeto di nuovo —, vera e credibile, però l’intera realtà trinitaria ci sfugge. L’espressione videbimur totu Deo, sed non totaliter forse si può applicare anche allo stato di vita escatologico. Ecco perché l’escatologia è sempre stata molto sobria e “avara” di definizioni. Tutto questo d’altro lato apre il campo allo studio e alla ricerca teologica che aiuta la Chiesa nel suo cammino di ricerca e vita secondo l’insegnamento del Dio Uomo Gesù Cristo.

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Il Magistero in ogni caso si è espresso non troppo tempo fa in tema di escatologia. Un primo documento è quello del 1979: Lettera su alcune questioni concernenti l’escatologia [cf. testo QUI]. Citando il paragrafo 7 osserviamo che né Scrittura né Tradizione offrono luci sufficienti per la rappresentazione dell’al di là. Solo i poeti ed letterati — si pensi al solo Dante Alighieri —, ed un poco la liturgia, provano a descrivere qualche caratteristica escatologica. Mentre i teologi rifiutarono l’idea che la teologia escatologica fosse un reportage sull’al di là; si cercò invece di purificare la teologia dalle immagine favolistiche, come già detto. Perciò tutte le trattazioni teologiche hanno per base i concili e il Credo, e possono essere assemblati o rivisitati in maniera sistematica col fine di far crescere un senso escatologico nel popolo di Dio. In effetti, un cristianesimo che non sia escatologico, non è cristianesimo. Perché la Chiesa ha una meta escatologica: la Chiesa attuale, terrena o visibile, si concluderà e giungerà il Regno di Dio. Possiamo dire sin da ora che il punto di incontro fra la Chiesa terrena pellegrinante, noi, e la Chiesa Celeste trionfante, i Santi in Paradiso, è la Chiesa purgante, cioè le anime del Purgatorio che si stanno preparando alla visione beatifica. Proprio per questo possiamo dunque approfondire e vedere qual è il rapporto fra la Chiesa e la Morte.

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UN PO’ DI MAGISTERO E DI CATECHISMO SUL TEMA DELLA MORTE

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Il Catechismo della Chiesa Cattolica offre diversi spunti per la meditazione su questi temi. Innanzitutto da esso sappiamo che «La morte è il termine della vita terrena» [n. 1007] e inoltre che «La morte è conseguenza del peccato, e non era dunque un fenomeno previsto ordinariamente nella creazione» [n. 1008]. Ma la Morte non ha l’ultima parola perché Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» [Fil 1, 22]. Qui sta la novità essenziale della morte cristiana: mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente «morto con Cristo», per vivere di una vita nuova; e se noi moriamo nella grazia di Cristo, la morte fisica consuma questo «morire con Cristo» e compie così la nostra incorporazione a lui nel suo atto redentore [n. 1010]. Quindi la morte stessa è trasformata perché Gesù ha subito la morte, in quanto uomo come noi. Cristo assunse su di sé la morte e la trasformò in modo totale. La morte di Gesù allora è stato il modo con cui Dio ci chiamò presso Cristo stesso. Quindi se moriamo in Cristo, riviviamo con Cristo: cioè obbediamo con Cristo al progetto di Dio e in tale obbedienza risorgeremo. Potremo quasi dire che la morte è uno dei “contatti intimi” con Dio stesso. Tuttavia solo alla luce del mistero pasquale si dischiude il senso cristiano della morte: c’è un esilio del corpo [Cf. II Cor 5,8] mentre l’anima va ad abitare presso Dio. Dopo l’avvenuta morte, l’uomo emette la sua decisione finale: si auto esclude o auto include alla presenza di Dio. Questo è l’ultimo atto, per usare una terminologia di Hans Urs von Balthasar, che spesso ricorreva nelle proprie esposizioni a delle efficaci figure tipiche del teatro greco [3].

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Proprio in questo momento delicatissimo, in cui l’uomo entra nella eternità, ecco che subentra la Chiesa: «La Chiesa ci incoraggia a prepararci all’ora della nostra morte a chiedere alla Madre di Dio di intercedere per noi “nell’ora della nostra morte” [Ave Maria] e ad affidarci a San Giuseppe, patrono della buona morte» [n. 1014]. Con i termini buona morte  si intende che la Chiesa prega affinché ognuno di noi muoia in stato di grazia.

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SAN GIULIANO DI TOLEDO E L’ESCATOLOGIA ECCLESIOLOGICA

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San Giuliano di Toledo anche lui ha voluto descrivere questo legame tra Chiesa e Morte, ed in particolare tra Chiesa Terrena, Purgante, Celeste. L’autore spagnolo introduce il tema della escatologia ecclesiologica per la prima volta nella sua storia nel suo trattato Prognosticum Futuri Saeculi.

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Innanzitutto Giuliano parla del cosiddetto Rimedio dei Morti [Lib. I. Cap. XXII], cioè della possibilità di suffragio per i morti, commentando il secondo libro dei Maccabei. Qui mostra che i Leviti offrono suffragi per i morti, dopo alcune impurità: è il Sacrificio del הכיפורים יום [Yom ha-Kippurim, giorno degli espiatori]. È già presente la possibilità che i morti migliorino la loro condizione di purganti. Inoltre, è una consolazione per chi rimane vivo, sapere di dare sollievo per i cari defunti. Giuliano parla della attuazione della dannazione dei dannati. [4] Per questo si può già parlare, in questo secolo, di sussistenza dell’anima: secondo Giuliano infatti, le anime purganti sono purificate attraverso il fuoco. Mentre le anime dei Beati vanno a Cristo nei cieli. Ecco dunque che l’anima separata dal corpo sussiste. [5] Ne ricaviamo certamente che l’anima ha una propria attività: in effetti, secondo il teologo di Toledo, i beati non vedono subito in modo totale Dio: si attende la resurrezione dei corpi: lo vedranno più perfettamente solo dopo. Le anime hanno cioè il desiderio di ricongiungersi col loro corpo. Dopo la discesa di Cristo agli inferi, le anime vanno subito in cielo. [6] Mentre le anime dei peccatori vanno subito all’inferno [7] e qui vi permangono in eterno.[8] Ora Giuliano può ribadire la propria posizione sull’anima post mortem. Egli, riprendendo Gregorio Magno, sostiene che l’anima dopo la separazione dal corpo mantiene comunque la sua sensibilità e non è dormiente. L’anima possiede una somiglianza col corpo morto: proprio per questo sente il riposo e i tormenti. [9] Riprendendo un po’ uno dei loci classici della teologia medievale, Giuliano sostiene che post mortem ci sia un fuoco purificatore [purgatorium ignem]. [10] Già nell’opera paleocristiana Ποιμὴν τοῦ Ἑρμᾶ [Il Pastore di Erma] risalente agli inizi del II secolo, è esposta la teologia del Purgatorio. Così le anime dei morti subiscono tale fuoco durante lo Stato intermedio, cioè prima del giudizio finale.  Dunque secondo il teologo di Toledo, la morte carnale fa già parte della Tribolazione che prevede il fuoco purificatore. [11] Ecco ora un punto che tratteremo sistematicamente a breve, e che già il nostro autore introduce: infatti Giuliano ritiene che i beati, se essi pregano per la salvezza dei loro cari viventi: vivono la comunione dei santi. [12] Forse la ricerca teologica sinora portata avanti giunge in Giuliano a domandarsi interrogativi estremi: ad esempio se i beati si rattristino o abbiano gioia per i cari viventi. [13] Certo è anche confortevole la certezza in Giuliano che, tutti coloro che sono già beati — e qui si fa menzione dei Patriarchi ed Apostoli —, aspettano che noi li raggiungiamo e si rattristano per i nostri errori e peccati. [14]

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Tutti questi passi ci portano a concludere che non c’è escatologia senza ecclesiologia: la Chiesa è estensione della missione redentrice e salvifica di Cristo, compiuta nella potenza dello Spirito Santo. Per ciò la Chiesa è il raduno dei credenti che cammina in vista della consumazione finale e universale cioè la Parusia o Ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Dunque ancora una volta con Giuliano confermiamo pure la dimensione verticale–trascendente della Chiesa: la Chiesa è fase iniziatica e irreversibile.

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Come anche ha scritto Yves Congar: «Dio si è come “vincolato” alla Chiesa, e la Chiesa è organo diffusore della salvezza, tramite i sacramenti che diffondono e attualizzano la Parola di Dio: entrambi vivificano la vita del credente».

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LA CHIESA COME POPOLO DI SPERANZA VERSO LA VITA ETERNA: LA CHIESA PELLEGRINA E LA VIRTÙ DI SPERANZA

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Anche il Concilio Vaticano II si è occupato di questa tensione escatologica della Chiesa, volendo a nostro avviso liberare il campo da idee errate che purtroppo però, sulla scia del Sessantotto e dei preti operai avrebbero comunque preso piede successivamente, quasi a voler trasformare la Chiesa in una realtà solo terrena, mai tendente al bene sovrannaturale.

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Il documento conciliare Lumen Gentium si occupa di questi temi al capitolo VII, intitolato proprio «L’indole escatologica della Chiesa». Il capitolo è composto da quattro paragrafi. Nel numero 48 ricordiamo che, tutto il genere umano ha una vocazione escatologica; la Chiesa trova il suo compimento proprio nella gloria celeste finale, e dunque accompagna l’uomo verso il suo perfezionamento. [15] La Chiesa fondata da Cristo come suo corpo apostolico, al quale ha donato il suo spirito vivificatore [16], è pensata per essere «sacramento universale di salvezza». Questa salvezza è già cominciata in Cristo, insieme con la Chiesa possiamo raggiungerla, mediante la fede, l’esercizio della carità e la virtù di speranza che pian piano e giorno dopo giorno ci porta fino alla vita eterna [17]. Ecco innanzitutto una prima certezza: la Chiesa è in cammino verso uno stato diverso rispetto a quello attuale. La Chiesa ci aiuta a sperare di passare dal temporaneo, dal momentaneo fino all’eterno. Tutto ciò che ci distrae dall’esercizio delle virtù cardinali e dalla vita sacramentale e dunque che ci fa camminare verso l’Eterno va assolutamente evitato e tolto di mezzo: «Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna» [Mc 9,47].

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Ma in questo cammino, non siamo soli. Infatti il paragrafo 49 di Lumen Gentium descrive una comunione profonda fra la Chiesa pellegrinante, cioè ognuno di noi viandanti su questa terra, e la Chiesa celeste, cioè coloro che sono già defunti e sono nella fase di purificazione o di beatitudine [18]. Fra noi però non c’è una partizione eterogenea: la nostra unione, nella fede in Cristo, non si è mai spezzata [19], anzi siamo ancora più uniti nel cammino di perfezionamento in particolare con la Chiesa che si purifica. In effetti, ancora oggi, durante le Sante Messe offriamo suffragi per le anime dei nostri cari defunti [20]; quando invece veneriamo specialmente Maria, gli Apostoli, i Santi Angeli, e tutti i Santi di Dio, anch’essi sono uniti a noi in Cristo [21]. Questo davvero può essere confortante: ogni morte e perdita di un amico e di un caro è uno shock che genera un lutto molto lungo e difficoltoso da   elaborare a livello psicologico. Solo con il tempo e l’aiuto della grazia si può riuscire a trovare un senso profondo a questo passaggio obbligato. Difficile, se non dunque impossibile, di nuovo, è pensare alla Chiesa solo come milizia terrena che non si occupa di questa guida verso la certezza della presenza dei cari defunti mediante la fede; la carità che poi operiamo verso di essi, ogni volta che offriamo un suffragio per loro, e la speranza un giorno di rincontrarci tutti insieme, nella domenica senza tramonto in Gesù risorto che riluce nei nostri cuori.

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Dunque l’Eucarestia è quel luogo dove realmente possiamo essere in comunione con le anime dei cari defunti e dei santi, nel momento più importante di tutta la nostra esperienza di credenti. Ogni volta che infatti partecipiamo alla Santa Messa « [in essa] la virtù dello Spirito Santo agisce su di noi mediante i segni sacramentali, in fraterna esultanza cantiamo le lodi della divina Maestà tutti» [22]. Mi sembra il passaggio più bello e importante, con cui concludere queste mie riflessioni. Così come abbiamo visto nel primo paragrafo che l’atto conclusivo di unione fra Dio e l’uomo, in punto di morte, necessita per forza di cose della presenza della Chiesa, dunque anche tutti i nostri momenti di perfezionamento e di cammino di santità come essa stessa presenza di comunione in Gesù Cristo. Come ha scritto il padre Sergio Stancati, il soggetto finale della nostra comunione è Gesù Cristo stesso in quanto ἔσχατος [éskatos].  Con éskatos s’intende il modo in cui  in Cristo, che è il soggetto nel quale il fine ultimo del mondo e dell’uomo si è già compiuto, è già iniziato il nuovo assoluto della nuova creazione [23].

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Roma, 2 novembre 2018

Commemorazione di tutti i defunti

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Dei nostri Fratelli, antico canto popolare dei defunti per il suffragio delle Anime del Purgatorio. Coro di Santa Maria della Misericordia – Lastra a Signa di Firenze [testo dell’inno QUI]

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NOTE

[1] U. Galimberti, La parola ai giovani – Dialogo con la generazione del Nichilismo Attivo.

[2] K. Rahner, La Trinità.

[3] H. U. Von Balthassar, Teodrammatica L’ultimo atto.

[4] Si veda Giuliano di Toledo, Prognosticum futuri saeculi, Il preannuncio del mondo che verrà, EDI, Napoli 2012, Introduz., Traduz. e commento teologico di T. Stancati, O.P.

[5] Ibidem, Lib. II, Cap. VIII.

[6] Lib. II, Cap X.

[7] Lib. II, Cap. XIII.

[8] Lib. II, Cap. XIV.

[9] Lib. II, Cap. XV. Erroneamente Giuliano attribuisce a Cassiano una riflessione di Gregorio Magno, cfr. Moralia in Job, VIII, xv.

[10] LIb. II, Cap. XIX.

[11]Lib. II, Cap. XXI.

[12]Lib. II, Cap.  XXVI.

[13] Lib. II, Cap. XXVII.

[14] Lib. II, Cap. XXVIII.

[15] Lg 48, 1.

[16] Lg 48, 2.

[17] Lg 48, 3.

[18] LG 49, 1.

[19] LG 49, 2 – 3.

[20] LG 50, 1.

[21]LG 50, 2.

[22]LG 50,3.

[23] S. Stancati, escatologia morte e resurrezione, EDI.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2021/09/padre-Gabriele-piccola.png?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Gabriele https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Gabriele2018-11-02 21:20:472021-09-30 21:17:01Nella ricorrenza dei defunti, una riflessione sulla Chiesa Cattolica come pellegrina di speranza

L’Arcivescovo di Palermo perseguitato dalle Iene? Ha voluto la bicicletta, adesso deve pedalare

20 Ottobre 2018/12 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— attualità ecclesiale —

L’ARCIVESCOVO DI PALERMO PERSEGUITATO DALLE IENE? VOLEVA LA BICICLETTA, ADESSO DEVE PEDALARE

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[…] ho provato però una certa tristezza nel vedere nel filmato l’Arcivescovo di Palermo fuggire via di corsa più volte, perché in quel momento mi sono tornati alla mente diversi santi vescovi, alcuni dei quali martiri della fede, che con una dignità mirabile, si sono fatti trovare seduti sulla loro cattedra episcopale, direttamente sulla quale furono sgozzati dai musulmani

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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S.E. Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo, inseguito dalle Iene delle reti televisive Mediaset [cliccare sull’immagine per aprire il video]

Le Iene dell’omonimo programma televisivo vanno sempre prese con le pinze. Pertanto, sulla vicenda circa il presunto mal trattamento dei dipendenti di una fondazione dell’Arcidiocesi di Palermo, non possiamo esprimere giudizi che spettano alla magistratura, nello specifico al giudice del lavoro. Se le Iene sollevano un caso, ciò non autorizza nessuno a emetter giudizi di sentenza. Sappiamo che certe questioni sono di prassi sempre complesse.

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Corrado Lorefice, opera dedicata alle figure di Giuseppe Dossetti e Giacomo Lercaro: La Chiesa povera e dei poveri nella prospettiva del Concilio Vaticano II

Può essere però che S.E. Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo e Primate di Sicilia, si stia accingendo a prendere una salutare lezione di vita che lo renderà sicuramente un pastore in cura d’anime molto migliore, giungendo forse alla sua vecchiaia come un vero e proprio santo vescovo. E la lezione è la seguente: fare il Vescovo nel 2018 è difficilissimo. Parlando poi come coetaneo dell’Arcivescovo panormitano, dal quale mi differenziano appena dieci mesi d’età, posso dire che se a me, presbìtero senza alcuna pregressa esperienza di ministero episcopale, a cinquantadue anni avessero prospettata la nomina ad Arcivescovo Metropolita di Palermo, mi sarei rifiutato in modo categorico di accettare, perché conosco anzitutto i miei limiti e perché non occorre particolare scienza per capire che stiamo parlando di una tra le più grandi e soprattutto difficili sedi episcopali d’Italia; e Palermo, una così detta sede difficile, lo è storicamente, da sempre. In tempi recenti dovrebbe essere fin troppo emblematica la storia del Cardinale Francesco Carpino [Palazzolo Acreide 1905 – Roma 1993], eletto alla cattedra arcivescovile di Palermo nel 1967 ed alla quale fece atto di rinuncia tre anni dopo nel 1970, dando come motivazione ufficiale che l’Arcidiocesi aveva problemi pastorali molto difficili per i quali era necessario un arcivescovo più giovane che potesse abbozzare dei programmi a lungo termine …

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… nel rifiutare la nomina a quella sede, mi sarei anche premurato di dare all’Autorità Ecclesiastica un consiglio non richiesto: inviare a Palermo un vescovo che avesse già acquisita e maturata una certa esperienza nel sacro ministero episcopale, dando buona prova di sé nel governo pastorale. Come però ripeto, io ho il senso dei miei limiti e soprattutto il senso delle proporzioni.

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il 29 aprile 2016 fu celebrato nella Cattedrale panormitana il Giubileo degli Sportivi, in occasione del quale fu donata all’Arcivescovo Metropolita un pallone ed una bicicletta con la quale fece un giro sul presbitèrio

Chi avesse accettato senza far simili valutazioni, oggi dovrebbe applicare il saggio detto popolare: «Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!». Oppure chiarire che la nomina alla complessa e delicata sede arcivescovile di Palermo non gli è stata offerta, ma imposta per obbedienza. Cosa più impossibile che rara, perché se uno risponde che non se la sente o che non si reputa all’altezza del gravoso compito, nessuna Autorità Ecclesiastica imporrà mai l’obbedienza.

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S.E. Mons. Corrado Lorefice è autore di diversi libri nei quali si parla dei poveri e si anela una Chiesa povera per i poveri. Cosa questa che mi induce ad una grande fiducia nei suoi confronti e soprattutto a stimolare i lavoratori che pare abbiano aperto un contenzioso con la diocesi, ad avere profonda fiducia nel loro Arcivescovo, che per sensibilità e per formazione è molto sensibile ai poveri ed alla povertà, come provano i suoi libri; e questa profonda sensibilità gli impedirà sicuramente, in coscienza pastorale, di lasciar finire in stato di disagio e povertà dei lavoratori con le loro rispettive famiglie.

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uno dei testi dedicati alla povertà ed alla Chiesa povera per i poveri di S.E. Mons. Corrado Lorefice

Ripeto: nessuno può entrare nel merito di una questione che dovrà essere valutata e giudicata nelle appropriate sedi, non certo dalle Iene, che hanno anzitutto mancato gravemente di rispetto e di educazione andando a cercare l’Arcivescovo nella sua chiesa cattedrale durante un pubblico incontro, o peggio disturbandolo durante una processione religiosa. Ciò che solo posso dire è di avere provato una certa tristezza nel vedere nel filmato l’Arcivescovo di Palermo fuggire via di corsa più volte, perché in quel momento mi sono tornati alla mente diversi santi vescovi, alcuni dei quali martiri della fede, che con una dignità mirabile si sono fatti trovare seduti sulla loro cattedra episcopale, direttamente sulla quale furono sgozzati da quei musulmani appartenenti a quella religione di pace e amore di cui tempo fa narrava l’Augusto Pontefice, quantunque delicatamente e prontamente smentito dall’islamologo gesuita Samir Khalil Samir [cf. QUI]. Tra i diversi vescovi martiri ricordiamo la bella figura dell’Arcivescovo di Otranto, martirizzato dai musulmani nel 1480 [cf. QUI], del quale la cronaca narra:

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il volto di una Chiesa povera

«l’arcivescovo Stefano, dopo che per tutto il giorno precedente aveva rincuorato la popolazione col Sacramento dell’Eucaristia, salì dalla cripta della cattedrale nel coro e lì, martire della fede in Cristo ed insignito dai paramenti sacerdotali, fu sgozzato sulla sua cattedra episcopale dai turchi, quando vi fecero irruzione» [cf. Antonio de Ferrari, in De situ Japigiae].

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Ciò equivale a dire: una volta avuta la bicicletta, hanno pedalato fino al Paradiso molto meglio di come avrebbero fatto due ciclisti professionisti come Gino Bartali e Fausto Coppi. Ma come sappiamo, erano altri tempi. All’epoca, sulla bicicletta, ci venivano messi solo gli agonisti professionisti, mentre oggi, una bicicletta, è una cortesia clericale che non si nega a nessuno …

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«Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze» [Salmo 131].

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dall’Isola di Patmos, 20 ottobre 2018

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Ipazia gatta romana a colloquio con il corvo di Enzo Bianchi, oggi partecipante al Sinodo per indicare ai giovani la via, la verità e la vita …

20 Ottobre 2018/in Attualità/da Ipazia

— il cogitatorio di Ipazia —

IPAZIA GATTA ROMANA A COLLOQUIO CON IL CORVO DI ENZO BIANCHI, OGGI PARTECIPANTE AL SINODO PER INDICARE AI GIOVANI LA VIA, LA VERITÀ E LA VITA …

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[…] sono un corvo, come credo che di fatto lo sia Enzo Bianchi, pur non avendo le penne. Il nostro suono è simile, anche lui come me quando parla gracchia. Entrambi giriamo per il mondo alla ricerca di qualche perla o gioiello da rubare. Io cerco e rubo i gioielli e le perle materiali, lui ruba invece quelli delle anime che lo ascoltano dopo aver già rubato le perle ed i gioielli del Cristianesimo e della Chiesa Cattolica.

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Autore
Ipazia gatta romana

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Per entrare nel negozio-librario cliccare sulla copertina

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Il Sinodo dei Giovani: Enzo Bianchi e il peccato originale nel quadro di una dissoluzione

20 Ottobre 2018/4 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

—  attualità ecclesiale — 

IL SINODO DEI GIOVANI: ENZO BIANCHI E IL PECCATO ORIGINALE NEL QUADRO DI UNA DISSOLUZIONE

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Chi oggi vuol parlare ai giovani in modo credibile, ma soprattutto chi intende tutelarli dall’opera del Demonio che tra il Novecento ed il Nuovo Millennio pare essersi scatenato in tutti gli àmbiti ed a tutti i livelli, dovrebbe anzitutto invitarli a fuggire le inside del peccato, non certo ad inserire l’acronimo LBGT nell’Instrumentum Laboris del Sinodo, per vedere come sistemare certe nuovo “edificanti” tendenze.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Enzo Bianchi in visita dal Sommo Pontefice Francesco I

Poteva mancare il Priore emerito di Bose, Sua Beatitudine Enzo Bianchi, al Sinodo dei Giovani? Il tempo di terminare la predicazione degli esercizi spirituali al clero ad Ars [cf. articolo QUI], ed eccolo giungere a donar preziose perle come partecipante al Sinodo. E siccome siamo in piena èra di cosiddetta «rivoluzione epocale», egli spiega anzitutto ai giornalisti che in questo Sinodo «c’è una grande libertà di intervento che nei sinodi precedenti io non ho sperimentato» [cf. QUI]. Ovviamente Sua Beatitudine omette di precisare che questa “libertà” rammenta molto il periodo del terrore di Robespierre durante la Rivoluzione Francese, visto che tutti coloro che hanno sollevato a vario titolo libere obiezioni, o sono stati destituiti dai loro uffici di curia, o dimessi senza motivo, o lasciati al loro posto ma totalmente esautorati dall’esercizio delle loro funzioni, oppure morti di crepacuore, come il compianto Cardinale Carlo Caffarra [cf. nostri articoli, QUI, QUI].

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Forse, Sua Beatitudine, ignora che nel mondo, i crimini e le ingiustizie peggiori, paradossalmente sono state realizzate proprio in nome dei pretesti di libertà. Ne rimane emblema la nobildonna Marie-Jeanne Roland de la Platière, che salendo la scale verso la ghigliottina disse: «Oh Liberté, que de crimes on commet en ton nom!» [Oh, libertà, quanti crimini che si commettono nel tuo nome!].

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Chi oggi vuol parlare ai giovani in modo credibile, ma soprattutto chi intende tutelarli dall’opera del Demonio che tra il Novecento ed il Nuovo Millennio pare essersi scatenato in tutti gli àmbiti ed a tutti i livelli, dovrebbe anzitutto invitarli a fuggire le inside del peccato, non certo ad inserire l’acronimo LBGT nell’Instrumentum Laboris del Sinodo, per vedere come sistemare certe nuove “edificanti” tendenze [cf. nostro articolo QUI]. Ovviamente, nulla di tutto questo può essere realizzato, quando a parlare ai giovani viene invitata appunto Sua Beatitudine, che non solo è specializzato a sorvolare sul peccato, perché andando più a fondo ancora e partendo dalla radice, Enzo Bianchi finisce col negare, attraverso le sue fumose interpretazioni, lo stesso peccato originale. A quel punto, tutto diviene più o meno lecito al di là del bene e del male. E poi si pretende di parlare ai giovani? Perché ai giovani non va offerto né un Vangelo annacquato, né una via agevole, stando almeno a quanto ci ha detto Gesù Cristo:

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«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Vediamo adesso qual è il concetto di peccato originale in questo soggetto invitato al Sinodo dopo avere appena terminato di predicare ai preti …

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Tutto il senso del cristianesimo poggia sulla dottrina del peccato originale. Se questa dottrina è falsata, tutto il cristianesimo crolla. Infatti, il cristianesimo, è forza divina di salvezza dal peccato originale e dalle sue conseguenze e ritorno dell’umanità alla condizione felice precedente al peccato, con l’aggiunta di una superiore condizione, quella dei «figli di Dio», «uomini spirituali», ad immagine del Figlio Gesù Cristo.

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L’opera redentrice di Cristo consiste essenzialmente nel liberare l’umanità dalla colpa originale e dalle sue conseguenze: nel guarire le ferite, togliere la condanna del peccato, la concupiscenza, la sofferenza, la morte e la schiavitù a Satana, dando soddisfazione col sacrificio della croce al Padre per i nostri peccati, riconciliandoci tra di noi e col Padre ed ottenendoci la sua misericordia e il suo perdono, e donandoci la legge e la grazia dello Spirito Santo, che ci rende figli di Dio, eredi della vita eterna.

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È chiaro allora che è impossibile capire ed apprezzare la grandezza della misericordia del Padre, che per misericordia ci manda il Figlio innocente a morire sulla croce propter nos et propter nostram salutem, per noi peccatori, debitori insolventi, se non si capisce l’immensa gravità e pervasività del peccato originale, origine di tutti i nostri peccati e della miseria, nella quale, per giusto giudizio del Padre, esso ha gettato l’intera umanità.

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Cristo è il Medico divino, che conosce bene i nostri mali, sa interpretare i nostri disturbi, ce ne mostra le cause e le conseguenze e ci insegna come guardarcene, nonché il modo e i mezzi per giungere alla guarigione. Gesù è venuto apposta per insegnarci e rivelarci, attraverso la Chiesa, meglio e al di là di qualunque filosofia, qual è l’origine del male che affligge l’intera umanità ab immemorabili, male del quale da sola non solo non riesce a liberarsi, ma del quale non riesce neppure a comprenderne pienamente la natura e a farne la diagnosi.

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È dunque falsissimo quello che dice Bianchi, che la Chiesa non sappia qual è l’origine e il perché del male, perché, se così fosse, non avrebbe modo di eliminarlo, cosa assolutamente falsa, perché verrebbe a vanificare l’opera della redenzione e renderebbe nullo l’intero cristianesimo, o tutt’al più lo renderebbe un filantropismo al livello della massoneria o dello gnosticismo, dove Gesù Cristo è niente più che un profeta o un grande benefattore dell’umanità, un premio Nobel, che, per sostenere la causa della giustizia e degli oppressi, resta saldo contro gli oppositori fino alla morte.

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La massima manifestazione della misericordia divina è certamente il perdono gratuito dei peccati, ma, secondo il piano del Padre, spiegato dal dogma della Chiesa [1], questo piano prevede che noi collaboriamo con le nostre sofferenze, penitenze ed opere buone in grazia, all’opera sacerdotale [2] e cultuale riparatrice ed espiatrice di Gesù Cristo crocifisso, dono appunto della misericordia del Padre grazie alla quale espiamo i nostri peccati e rendiamo soddisfazione al Padre, offeso dal peccato, riconciliandoci con Lui in Cristo e nella Chiesa mediante i sacramenti. Così la salvezza non è solo dono della grazia, ma anche nostra conquista e premio grazie al merito [3] soprannaturale delle buone opere. Negando il valore dei meriti, Bianchi cade nella medesima eresia di Lutero.

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Bianchi non comprende che la dottrina, insegnata dal Concilio di Trento [Denz. 1511, 1522, 1529], per la quale il Padre, sdegnato e offeso per il peccato dell’uomo, esige riparazione, e a tal fine manda il Figlio ad offrirsi in sacrificio sulla croce per il riscatto dai nostri peccati, non è per nulla una falsa interpretazione, ormai superata, dell’opera del Padre e del Figlio, come se si trattasse di un Padre crudele e di un Figlio succube dal padre-padrone, ma è dogma immutabile della fede [4]. Invece si tratta di dottrina biblica e dogmatica, che ci fa comprendere l’immensa misericordia ed ammirevole giustizia del Padre, che ci dona il Figlio per la salvezza di noi peccatori, glorificando il Figlio insieme con noi, i quali a nostra volta, nello Spirito Santo, glorifichiamo in Cristo il Padre [Gv 17]. E in questa sacra e divina circolarità di una reciproca glorificazione si riassume tutto il mistero della liturgia cristiana, fons et culmen totius vitae christianae, mistero che si dissolve nella concezione di Bianchi.

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La dottrina del peccato originale, come tutte le verità rivelate, non è di facile interpretazione ed offre forti difficoltà alla nostra ragione. Inoltre essa emerge solo da un sapiente collegamento di passi della Scrittura, che vanno dal famoso racconto genesiaco, al libro di Giobbe, a San Paolo, all’Apocalisse, tra di loro assai distanti, il cui nesso non è immediatamente visibile. Inoltre, questa dottrina, proprio perché fondamentale, stantis et cadentis christianismi, si dirama ed ha agganci con tutte le altre verità morali della divina Rivelazione, financo con quelle teoretiche, sicché uno che volesse esporre questa dottrina in tutti i suoi rapporti con le altre verità di fede, dovrebbe prendere in considerazione tutto l’insieme del Credo cristiano. Infatti, anche la percezione e la contemplazione di una verità così puramente speculativa come è il dogma trinitario, è resa possibile, in fin dei conti, dal fatto che noi ci siamo liberati dalla colpa originale, accogliendo la grazia della redenzione offertaci da Cristo.

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Questa dottrina non risulta da una semplice esegesi biblica, ma è lentamente maturata nella storia ed è stata esplicitata e precisata nei secoli con l’apporto dei Padri, dei Dottori e dei Santi, sotto la guida del Magistero della Chiesa, soprattutto nel Concilio di Orange del 529 [Denz. 371-372], e nei grandi Concili Lateranense IV e di Trento, nei quali ha assunto una forma dogmatica definitiva, che da allora non è più stata ulteriormente approfondita, neppure dal Concilio Vaticano II, che si limita ad assumere la dottrina tradizionale. Questa dottrina è oggi affidata al Catechismo della Chiesa Cattolica [nn. 396-406]. Nel contempo il dato rivelato che essa esprime sollecita i teologi a sempre nuovi chiarimenti ed approfondimenti e li spinge a porsi sempre nuove domande, che conducono a una sempre migliore conoscenza della Parola di Dio.

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I progressi dell’esegesi storico-critica, soprattutto a partire dal secolo XIX, sono stati di grande aiuto alla Chiesa per correggere certe ingenuità popolari, chiarire il genere letterario del racconto genesiaco, la storia della sua redazione, i rapporti dell’agiografo con culture coeve extra-bibliche, per separare il nucleo storico e teologico dal rivestimento simbolico e mitologico, per superare una visione cosmologica evidentemente superata dal progresso scientifico moderno, soprattutto in relazione ai dati della teoria dell’evoluzione. Hanno giovato alla comprensione del dogma del peccato originale anche i progressi filosofico-teologici compiuti a partire dal secolo XIX, soprattutto con la rinascita tomista promossa da Leone XIII, i progressi della metafisica concernenti la natura del bene e del male, della teologia naturale riguardanti la creazione del mondo, i progressi dell’antropologia circa la natura dell’uomo e della donna, i progressi della psicologia e della teologia morale sulla natura del libero arbitrio, della responsabilità, della coscienza, del peccato, della colpa e della grazia.

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L’oscurità del dato biblico, l’apparente ingenuità del racconto genesiaco — una coppia posta in un giardino di delizie tentata da un serpente di mangiare un frutto proibito — , il suo apparente contrasto con i dati della scienza sull’origine dell’uomo [5] e la sua apparente assurdità, una colpa che si trasmette per generazione biologica o di un Dio buono, che però permette il male, tutte queste difficoltà sono state occasione perché da sempre la dottrina del peccato originale sia stata fraintesa, derisa, falsificata o rifiutata in vari modi.

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LA CONCEZIONE DI BIANCHI E IL PENSIERO DELLA CHIESA

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In questo articolo esaminiamo la posizione di Enzo Bianchi. Egli si considera «cattolico» e dichiara di esporre la visione che oggi la Chiesa ha del peccato originale, dando ad intendere che essa non accetterebbe più quel che troviamo esposto nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Vorremmo allora chiedere a Enzo Bianchi di quale «Chiesa» parla, dato che non è quella del Catechismo. In realtà Bianchi non espone affatto la dottrina della vera Chiesa, ma di una falsa Chiesa, che è quella dei modernisti.

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Sul peccato originale Bianchi presenta una concezione che, come ho detto, spaccia per dottrina della Chiesa, ma che in realtà, come si può verificare facilmente consultando il Catechismo, è esattamente l’opposto di quella insegnata dalla Chiesa e pertanto è del tutto falsa. Egli comincia col deridere il racconto genesiaco come fosse una favola da bambini:

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«Inutile dire che la Bibbia non dice da dove veniva il male. Spero che nessuno di voi ricordi questa storiella raccontata che ci raccontavano tutti che ci sarebbe stato un angelo che si è rivoltato a Dio, Dio lo ha precipitato e questo è diventato il diavolo, il diavolo ci tenta, il mondo era bello, era dorato, si passeggiava dal mattino al tramonto. Anzi il tramonto non veniva mai perché non c’era la tenebra. Poi quei due poverini di Adamo ed Eva han fatto quella cosa e la paghiamo noi dopo non so per quanti milioni di anni»[cf. Enzo Bianchi, QUI]. 

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E spiega:

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«ma quando si dice peccato originale oggi la Chiesa, attenzione su questo, non intende il peccato commesso alle origini e che poi ha causato per sempre un disastro, ma il peccato che sta all’origini di ciascuno di noi, della nostra esistenza, della nostra libertà e della nostra facoltà di decisione; questo è il male»[cf. Enzo Bianchi, QUI]. 

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«nessun peccato originale nel senso di un peccato commesso all’inizio. Questo la Chiesa cattolica non lo dice più. Ma il peccato originale che abita in ogni uomo emerge ogni volta che entriamo in contatto, in comunicazione o in relazione con le cose. Di fronte a un albero simbolo di tutte le cose, l’uomo e la donna si sentono tentati»[cf. Enzo Bianchi, QUI]. 

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«La Chiesa non è più su queste posizioni. La Chiesa non legge più il peccato originale nella preistoria degli uomini. Questo è ormai una sciocchezza. Più nessuno osa dire questo. Ma il peccato originale viene letto come il peccato che sta nelle fibre di ogni uomo che viene al mondo»[cf. Enzo Bianchi, QUI].

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Al contrario, il Catechismo presenta il peccato originale proprio come peccato commesso da una coppia umana realmente esistita, capostipite di tutta la specie umana, creata da Dio a sua immagine e somiglianza, ribellatasi alla proibizione divina di sostituirsi a Lui nel decidere del bene del male [nn.396-399] [6]. Il peccato originale, quindi, non è affatto un peccato che è alle origini della nostra esistenza personale, come fosse un atto nostro, ma è all’origine dell’umanità.

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Il peccato originale non è il primo peccato che commettiamo nella nostra storia personale, giunti all’età di ragione. Il racconto biblico non è, come credono anche Karl Rahner e il Cardinale Gianfranco Ravasi, un «mito eziologico», per spiegare con un rimando al passato ciò che avviene nel presente. La colpa del peccato originale, nella quale nasciamo, non è una colpa nostra, ma una colpa che abbiamo ereditato dai progenitori. Come infatti potrebbe essere una colpa nostra, se alla nascita ancora non siamo giunti all’età di ragione?

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Secondo il dogma della Chiesa, che chiarisce la dottrina di San Paolo, la colpa del peccato originale non è solo una colpa personale propria dei progenitori, ma è colpa collettiva dell’intera umanità, colpa che, una volta commessa dai progenitori, si trasmette per generazione all’intera umanità nata da Adamo, per cui ognuno di noi, tranne la Beata Vergine Maria, esente dalla colpa originale, è concepito dalla madre affetto e macchiato da questa colpa originaria ed ereditaria, indipendentemente dalla volontà del singolo, ancora incapace di intendere e di volere, colpa dalla quale lo libera il Battesimo.

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E se è vero che Cristo non parla mai con precisione del fine, dell’effetto e del motivo del Battesimo, se non per dire che purifica dal peccato ed assicura la salvezza, e non accenna mai al peccato originale, il fatto stesso che ordini di battezzare ogni uomo, è l’implicita ammissione dell’esistenza in ciascuno di noi della colpa originale, colpa che appunto viene tolta dal Battesimo.

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La trasmissione della colpa originale, che coinvolge e infetta l’intera umanità, suppone una concezione corporativa della natura umana, quasi fosse non una semplice collezione di persone, ma un unico soggetto o un’unica persona [7], una “super-persona” composta di persone, senza con ciò escludere affatto la singolarità, l’autonomia e la responsabilità delle singole persone fisiche.

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Questa concezione dell’umanità appare chiaramente nel pensiero paolino relativo sia all’umanità peccatrice a seguito del peccato originale [«in Adamo tutti abbiamo peccato»], [Rm 5,12] [8] e sia nella sua concezione dell’umanità santa, ossia della Chiesa come «Corpo mistico» del Signore, «Sposa di Cristo». Per questo San Tommaso d’Aquino spiega che il peccato originale non è tanto il peccato di quell’individuo, quanto piuttosto è peccato della natura umana, peccatum naturae, come se dicessimo che se uno pecca con la mano, è lui stesso che pecca [9]. Così, per quanto riguarda la colpa originale in Tizio e Caio è la stessa umanità a peccare in loro. Oppure — Tommaso fa un altro paragone — noi diciamo che un corso d’acqua è inquinato perché viene inquinato alla sorgente. Certo, si tratta di semplici paragoni, che, per quanto facciano luce, non possono togliere l’oscurità del mistero. Il fatto storico del peccato originale è un puro dato della divina Rivelazione. La ragione arriva a comprendere l’essenza del male di colpa e di pena, capisce che questa è conseguenza di quella; capisce che l’esistenza del male non è necessaria, ma è un qualcosa di accidentale e contingente.

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Partendo dal suo falso presupposto, si capisce allora come Bianchi non riesce a spiegare come mai tutti noi, pur nascendo buoni, in quanto creati da Dio, e dotati del potere di scegliere tra il bene e il male, diventiamo ineluttabilmente cattivi; e non trovando una soluzione, addebita alla Bibbia un errore che è soltanto suo.

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Bianchi dunque confonde qui evidentemente due cose. Un conto è il peccato originale, peccato dei progenitori, che tocca le nostre origini e la cui colpa si diffonde in tutta l’umanità. E un conto è la nostra innata inclinazione a peccare, — la concupiscenza — che è conseguenza del peccato originale. Bianchi afferma così che la Chiesa avrebbe abbandonato come fosse una «sciocchezza» e una «mancanza d’intelligenza imperdonabile», il racconto della creazione di Adamo nel paradiso terrestre, dotati di doni preternaturali, felici, immortali ed innocenti, in comunione con Dio. Dice:

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«La Chiesa non legge più il peccato originale nella preistoria degli uomini. Questo è ormai una sciocchezza. Più nessuno osa dire questo. Ma il peccato originale viene letto come il peccato che sta nelle fibre di ogni uomo che viene al mondo. Se voi volete è quell’incapacità di operare sempre il bene. Il male a un certo punto entra in noi» [cf. Enzo Bianchi, QUI].

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Ma basta consultare ciò che il Catechismo insegna per accertarsi della falsità delle parole di Bianchi. Dice infatti il Catechismo riferendosi al peccato dei progenitori:

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«L’uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell’uomo [cf Rm 5,19]. In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà» [n. 397].

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Inoltre, a causa della sua negazione della storicità del peccato originale, Bianchi finisce per concepire la tendenza umana al male non come conseguenza della caduta originaria, ma come intrinseca alla stessa natura umana, con gravissime conseguenze per quanto riguarda il male dell’uomo e nell’uomo, perché, se questo è naturale, diventerà bene, giacché bene è ciò che è secondo natura. Ne segue allora una conseguenza orribile e cioè che il peccato diventa buona azione e la buona azione diventa peccato. Non si distingue più ciò che è secondo natura da ciò che è contro natura. Da qui probabilmente l’eccessiva indulgenza di Bianchi nei confronti della sodomia.

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Dice Bianchi:

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«il racconto che tutti conosciamo e che l’uomo e che la donna. L’umanità nella sua dualità nel mettersi in rapporto con le cose, nel vivere nell’esistenza. Mostra di scegliere il male e di non scegliere il bene. Non leggete quel racconto come se fosse l’origine della nostra storia. Sarebbe davvero una mancanza d’intelligenza imperdonabile. Il racconto della Genesi ci vuol dire la realtà dell’uomo, di ogni uomo che viene al mondo, di ogni donna che viene al mondo. Si trova in un mondo in cui c’è già il male. C’è già il serpente, che precede l’uomo. Esso era già là. C’era già il male. E l’uomo nella sua vita vi consente e sceglie il male» [cf. Enzo Bianchi, QUI].

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Per Bianchi, come abbiamo già visto, la tendenza al peccato non è propria della natura umana decaduta da uno stato primitivo d’innocenza, ma è insita nella stessa natura umana. Ma se il male è naturalmente nell’uomo, allora il male è naturale e non è più male. Dunque, pensare che Cristo ci liberi dal male è un’illusione o una stortura. Per Bianchi la presenza della morte e le ostilità della natura non sono conseguenze o castigo di un peccato che abbiamo commesso alle origini, perché il male c’era già prima del peccato. Dice:

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«Con la conoscenza delle scienze che abbiamo, sappiamo che prima dell’uomo il male regnava nella natura già prima: il lupo mangiava l’agnello. Già prima, la catena della vita andava avanti attraverso la morte di alcuni perché altri vivessero. Non c’è stata una introduzione del male da parte nostra. Il male c’era. E certamente il male ci precedeva: il serpente, Satana, il diavolo e poi le denominazioni sono molte. Ma il male c’era» [cf. Enzo Bianchi, QUI].

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Rispondiamo dicendo che è vero che il male c’era già a causa del peccato dell’angelo ed è vero che la morte dei viventi infra-umani ha preceduto storicamente la comparsa dell’uomo sulla terra. Questo secondo dato risulta dalla scienza, mentre il primo è un dato della Rivelazione. Dalla Scrittura infatti sappiamo che il male ha avuto origine dalla ribellione di alcuni angeli a Dio [Ap 12, 7-9]. Ma per quanto riguarda la morte dei viventi infra-umani, essa è naturale; infatti è presente già nell’Eden. Non è conseguenza del peccato dell’uomo. I viventi infra-umani servono al nutrimento dell’uomo.

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Invece, per quanto riguarda la nostra morte, la Rivelazione insegna che essa è conseguenza del peccato originale, benché anch’essa di per sé sarebbe naturale [10]. Ma, come insegna il Concilio di Trento [Denz, 1511], nell’Eden possedevamo una grazia di immortalità, che abbiamo perduto col peccato. Infatti, i progenitori nell’Eden erano immortali. Ed inoltre, secondo la Rivelazione, la morte, dalla quale Cristo ci salva, trae la sua prima origine dal peccato dell’angelo [Sap 2,24] [11] all’inizio della creazione.

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Da considerare inoltre che Pio XII nell’enciclica Humani Generis del 1950 [Denz. 3897] ribadisce che occorre ammettere l’esistenza storica di una coppia, dalla quale tutta l’umanità ha avuto origine, altrimenti sarebbe stata impossibile la trasmissione della colpa originale a tutta l’umanità, cosa che rientra nel dogma del peccato originale.

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Come dice infatti il Catechismo:

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«Adamo ci ha trasmesso un peccato, dal quale tutti nasciamo contaminati» [n,403]. «Tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo, così come tutti sono coinvolti nella giustizia di Cristo» [n.404]. S.Paolo fa capire chiaramente che, se non ci fosse stato Adamo col suo peccato, non ci sarebbe stato Cristo, perché Cristo ripara il peccato di Adamo [Rm 5, 12-20]. «Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta. Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione a tutta l’umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali. Per questo, il peccato originale è chiamato “peccato” in un modo analogico: è un peccato contratto e non un peccato commesso, uno stato e non un atto» ⦋ibid.⦌. Esso non è rimesso con un atto cosciente del soggetto, come se questi ne fosse responsabile, ma semplicemente ricevendo la grazia del Battesimo, conferibile anche a un neonato» [ibid.].

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Bianchi riconosce che Dio non può volere il peccato, ossia il male di colpa; ma è carente laddove si tratta delle punizioni o dei castighi divini, nei quali Dio infligge un giusta pena. In nome della misericordia, Bianchi non vuole ammettere la giustizia punitiva, che gli sembra una crudeltà indegna del Dio Amore. Indubbiamente il castigo del peccato è propriamente il male che il peccatore si tira addosso col suo peccato.

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Tuttavia, sappiamo come la Bibbia parli francamente di «castigo» divino, senza che ciò debba giudicarsi il segno di una teologia arcaica o superata, perché la severità si trova anche nel Dio di Cristo. Dunque ciò non può che far riferimento alla logica e necessaria conseguenza del peccato, che turba l’ordine posto da Dio stesso nelle cose, benché Dio, nella sua bontà abbia in certi casi la possibilità di sospendere o annullare la pena.

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IL PROBLEMA DEL MALE [12]

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La questione del peccato originale è certamente legata al problema della natura e dell’origine del male, giacché peccare è fare il male. E il male di pena è conseguenza del peccato. Bianchi si pone più volte la seconda questione, dichiarando peraltro falsamente, come abbiamo visto, che la Bibbia non dà una risposta, quando invece esiste già una risposta, per quanto imperfetta, fornita dalla filosofia, benché ovviamente non all’altezza della risposta che viene dalla Scrittura.

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Ma la grave lacuna di Bianchi è quella di non dirci che cosa è il male, male di pena e male di colpa. Anzi si nota come egli abbia un concetto sbagliato del male, quando afferma che il serpente genesiaco è il «male». Niente affatto. Il serpente, come egli dovrebbe sapere, è il simbolo di una creatura spirituale malvagia, creata prima dell’uomo, ossia del demonio, come ha chiaramente insegnato il Concilio Lateranense IV del 1215 ⦋Denz. 800⦌.

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Bianchi, con questo grave fraintendimento, dimostra dunque di ipostatizzare o sostanzializzare il male, cadendo esattamente in quel manicheismo, che egli dichiara di voler evitare. In tal modo e congiuntamente nega che il peccato dell’uomo tragga la sua occasione dal peccato dell’angelo, rifiutando, lo abbiamo visto, come sciocca favola questa verità di fede, che pure è insegnata da quel Concilio [ibid.], verità estremamente illuminante ed utile per il nostro cammino di salvezza, perché ci istruisce sul nostro dovere di vigilare e di guardarci dalle insidie, dalle illusioni, dagli attacchi, dagli inganni e dalle tentazioni del demonio, senza temere le sue minacce, né lasciarci confondere dalle sue accuse e dai suoi rimproveri, che ci insinuano falsi sensi di colpa, e senza cedere alle sue lusinghe e seduzioni, che ci induriscono nel peccato, ci accecano nella superbia e nell’orgoglio, e senza lasciarci turbare dai suoi spaventi, che vogliono gettarci nella disperazione.

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La gravissima questione del male, per poter essere affrontata seriamente, con speranza di successo, senza restare nel buio, richiede, come già ci insegna Aristotele, il ricorso alla metafisica, perché essa tocca la questione dell’essere e del non-essere, della posizione e della negazione-privazione, temi specifici della metafisica. Ora purtroppo Bianchi dimostra di essere in fatto di metafisica completamente digiuno. E qui sta la causa dei suoi gravi errori circa la questione del male.

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Così la suddetta maldestra sostanzializzazione o reificazione del male operata da Enzo Bianchi, lo getta in una gravissima difficoltà, della quale sembra non accorgersi, la stessa difficoltà per non dire assurdità del manicheismo, e cioè che, se il male è una sostanza, non vi è ad esso rimedio. Infatti è possibile rimediare al male, proprio perché esso non è una sostanza e non esiste necessariamente, ma è accidentale e precisamente una privazione [13], una mancanza di bene o di entità, alla quale si può rimediare apponendo il bene mancante. Certo, un soggetto o una sostanza dannosa può essere distrutta o impedita di nuocere. L’assassino può essere giustiziato. Ma il male, dal quale allora ci si libera, non è il soggetto come tale, in senso ontologico, ma il danno compiuto dal soggetto.

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Il male rientra nel non-essere, benché sia concepito come fosse essere, ad instar entis [ens rationis]. Il che ovviamente non vuol dire che il male non sia nulla o che non esista o sia solo apparente o un fatto soggettivo e non abbia influsso sul reale [14]. Tutt’altro. Tremenda è la potenza mortifera e distruttiva del male. Ma essa lo è appunto come negazione, e più precisamente come privazione di essere. Ma se il male, come sembra credere Bianchi, è una sostanza, se esiste o sussiste in sé e non in un soggetto, non è più male, ma bene. Occorre infatti ricordare che la sostanza in sé, ontologicamente, è buona. Non esistono sostanze cattive per essenza. Di cattivo in essa non può esserci che la sua azione, ma non il suo essere. Una sostanza può essere nociva, ma in se stessa, in quanto ente, è buona. Ens et bonum convertuntur, secondo il noto principio trascendentale.

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Già la filosofia, sul piano fisico e morale, confermata dalla Rivelazione cristiana, benché assai meno perfettamente della Rivelazione, ci dice che cosa è il male, quale ne è la causa e quali ne sono gli effetti. Ci dice anche come toglierlo. Cristo, sul piano soprannaturale della fede e della vita della grazia, è il Medico divino, che, mediante la sua Chiesa, ci dice che malattia abbiamo, come ce la siamo presa e cosa dobbiamo fare per guarire.

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Se Dio avesse voluto, poteva creare un mondo libero dal male. Poteva impedire all’angelo di peccare. Poteva impedire ad Adamo ed Eva di peccare. Se avessero peccato, poteva perdonarli subito, senza che il male si estendesse a tutta l’umanità. Perché non lo ha fatto?

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Questo è il mistero impenetrabile, nascosto nell’infinità della sapienza, della bontà e della libertà divine, mistero non “rivelabile” a noi per la sua trascendenza. Esiste il motivo per il quale Dio ha voluto permettere l’esistenza del male, benché Egli sia innocente, perché Egli non fa nulla senza ragione. Ma lo sa solo Lui. Fidiamoci [15]. Il grande ed incomprensibile mistero, pertanto, non è propriamente che cosa è il male, da dove viene, cosa produce e come si toglie — su questi punti Bianchi mostra una riprovevole ignoranza e disprezzo per la divina Rivelazione —, ma è perché Dio permette il male, quando, se avesse voluto, avrebbe potuto creare un mondo senza il male. Tuttavia, il male non esiste necessariamente col creato, ma esistono solo le condizioni di possibilità dell’esistenza del male, che sono date dall’esistenza del libero arbitrio della creatura.

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Il male non potrebbe assolutamente esistere se esistesse Dio solo, perché il male è legato all’esistenza del creato. Infatti Dio è assolutamente buono e perciò non può né compiere, né subire il male, che suppone invece un agente o paziente finito, ossia la creatura. La finitezza però non è male; è solo proprietà di un bene finito. Tuttavia, la finitezza è la condizione della possibilità che un soggetto spirituale compia o subisca il male. Infatti il male è la carenza di un bene dovuto ad un soggetto passibile, che, come tale, non può che essere finito, perché solo il finito può essere privato del suo bene o attivamente, perché fa il male o passivamente, perché subisce il male.

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Chi infatti subisce il male deve essere finito, perché solo il finito può essere privato del suo bene. Ma anche l’attore del male deve essere finito, perché solo l’agente finito può essere difettoso nell’agire, ossia privare il paziente del suo bene. Il male può essere o fatto – nocumento – o patito – dolore.

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L’atto dannoso, che procura nel paziente un male di pena, può essere volontario, e allora abbiamo il peccato, male di colpa; per esempio un adulterio o un furto; o può essere involontario — umano o animale — e allora abbiamo il semplice nocumento; per esempio il leone che uccide la gazzella. Tuttavia, se l’uomo che fa il male, pecca, ossia disobbedisce alla legge morale, il leone che uccide la gazzella obbedisce alla legge della sua natura.

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Mentre per l’uomo la morte è conseguenza e castigo del suo peccato, per il leone la morte è conseguenza della sua natura. Il male non può che trarre origine da una creatura capace di disobbedire a Dio sommo Bene, quindi dotata di libero arbitrio. Infatti, tutte le creature infra-umane non fanno che obbedire alle leggi divine, che sono sempre buone.

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Se una zanzara vi punge, non lamentatevi, perché non fa altro che il suo dovere, benché nessuno vi proibisca di ucciderla. Semmai si può dire che nell’Eden le zanzare avevano rispetto per l’uomo. L’ostilità della natura contro l’uomo non è infatti intrinseca alla natura stessa, come sembra supporre Bianchi, ma è conseguenza del peccato originale [Gen 3,17-18]. Dio non ha creato una natura cattiva, ma essa da madre è diventata «matrigna» in punizione del peccato originale.

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Il male dunque non è una sostanza, non è un assoluto, tanto meno è una divinità, ma è una semplice accidentale mancanza di bene, alla quale si potrebbe rimediare con l’apporto del bene mancante. Il male esiste perché c’è il bene, che viene reso difettoso dal male. Invece, il bene di per sé potrebbe esistere anche senza il male. Il male esiste perché c’è un soggetto nel quale si trova. Se il soggetto si corrompe, anche il male scompare. Se un tale muore di cancro, il cancro scompare, ma solo perché quel tale è morto. Già la ragione filosofica sa quindi che in linea di principio il male potrebbe essere tolto e vinto. Il male è effetto di una causa, per cui, tolta la causa, si potrebbe eliminare il male.

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La ragione sa inoltre che Dio, nella sua infinita bontà, non può aver voluto il male e che quindi esso dev’essere stato causato da una colpa originaria della creatura, forse dell’uomo. Platone ha pensato che ci troviamo adesso nelle tenebre e nell’ingiustizia a causa di una caduta avvenuta in passato da uno stato felice, nel quale contemplavamo la verità e il bene. Di questa colpa ancestrale abbiamo sentore, secondo Platone, per il fatto che adesso nasciamo con un’inclinazione irresistibile a peccare, esser soggetti alla sofferenza. Una cosa del genere non è normale: si dovrebbe nascere buoni e felici. Deve dunque — ipotizza Platone — essere capitata, all’origine dell’umanità, una tragedia, per cui essa è precipitata nell’attuale stato di cecità, di miseria e di malizia.

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La divina Rivelazione riprende, chiarisce e corregge l’antica visione pagana, mostrandoci meglio la natura e la gravità di questa caduta primitiva, nonché le sue conseguenze. Ma soprattutto — e sta qui l’elemento maggiormente rivelativo — la Scrittura, nell’interpretazione della Chiesa, dà all’umanità in Cristo i mezzi e i modi per liberarsi dalla sua ancestrale miseria e dalla tendenza al male, per ritrovare il piano originario della creazione, elevato dalla prospettiva cristiana della figliolanza divina.

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La sofferenza, da conseguenza del peccato originale viene trasfigurata da Cristo in strumento di espiazione e in via di salvezza. Da ripugnante diventa amabile. Non certo amabile per se stessa, ma per amore di Cristo. Da condanna diventa risposta d’amore all’amore di Colui che ha dato Se stesso per liberarci dalla sofferenza e dal peccato. Essa resta sempre un male che va combattuto. E tuttavia non va respinta con qualunque mezzo, ma, all’occasione va accolta per amore di Cristo come via per farci santi. Solo il peccato dev’essere respinto in modo assoluto, giacché, come dice un inno liturgico, «i chiodi della croce, benché duri, sono dolci».

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Questo è ciò che pensa e che annuncia Sua Beatitudine il Priore emerito di Bose Enzo Bianchi, che appena terminata la sua predicazione al clero mondiale ad Ars, si è precipitato a Roma, per parlare ai giovani, quindi per partecipare al primo “sinodo della libertà”, a ben considerare che, com’egli stesso afferma: «c’è una grande libertà di intervento che nei sinodi precedenti io non ho sperimentato» [cf. QUI]. Però, in questo clima di “libertà” come mai s’era visto prima, egli non ci narra che fine hanno fatto, quelli che la pensano diversamente …

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… «Oh Liberté, que de crimes on commet en ton nom!». Oh, libertà, quanti crimini che si commettono nel tuo nome! [Marie-Jeanne Roland de la Platière: 1734-1793].

Questa, è la fine che hanno fatto!

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Varazze, 19 ottobre 2018

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NOTE

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[1] Lo illustro nel mio libro Il mistero della Redenzione, Edizioni ESD, Bologna 2004.

[2] Cf. C.V.Héris, Il mistero di Cristo, Editrice Morcelliana, Brescia 1938.

[3]La dottrina del merito, negata da Bianchi sulla scia di Lutero, è dogmaticamente insegnata dal Concilio di Trento [Denz.1545-1550].

[4] Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica [nn.166-172].

[5] M.-J. Nicolas, Evoluzionismo e cristianesimo. Da Teilhard de Chardin a S.Tommaso d’Aquino, Editrice Massimo, Milano 1978.

[6] Cf. S.Giovanni Paolo II, Io credo. Catechesi del mercoledì a cura di Sandro Maggiolini, Edizioni Piemme, 1988, vol.IV, nn.4-5.

[7] Cf. Heribert Muehlen, Una Mystica Persona, Editrice Città Nuova, Roma 1968.

[8] Cf. il mio libro Il mistero della redenzione, Edizioni ESD, Bologna 2004, pp.29-56.

[9] De Malo, q.4,a.6; In II Sent., Dist.31, q.1,a,1.

[10] S. Pio V nel 1567 condannò Michele Baio, il quale sosteneva che l’immortalità era dovuta allo stato d’innocenza [Denz. 1921,1926, 1978].

[11] Cf. C. Journet-J,Maritain, Philippe de la Trinité, Le péché de l’ange. Peccabilité, nature et surnature, Beauchesne, Paris 1961.

[12] Cf. S.Tommaso, Il male. Questioni disputate, a cura di G.Cavalcoli e R.Coggi, vol.VI, Edizioni ESD, Bologna 2002; C.Journet, Il male. Saggio teologico, Borla Editore, Torino 1963.

[13] La steresis, della quale parlava Aristotele.

[14] Luigi Pareyson, nell’affermare giustamente cha il male esiste, resta intrappolato in una inadeguata concezione dell’esistere, per cui finisce col sostenere che il male è una realtà, cadendo anche lui nel manicheismo o quanto meno nella dialettica hegeliana del male presente anche in Dio, benché poi Pareyson cerchi di rimediare col dire che Dio ha «vinto il male in Se stesso». Tuttavia Pareyson ha almeno il merito di aver capito che la questione del male è anzitutto una questione metafisica, mentre il «cattolico maturo» bultmanniano di Enzo Bianchi vive ancora nel mondo delle favole. Cf il libro di Pareyson, peraltro bello e profondo, Ontologia della libertà. Il male e la sofferenza, Casa Editrice Einaudi, Torino 2000.

[15] Cf. J.Maritain, Dieu et la permission du mal, Paris 1963.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2018-10-20 13:30:312021-04-20 19:02:08Il Sinodo dei Giovani: Enzo Bianchi e il peccato originale nel quadro di una dissoluzione

The Synod of the young. the Church, after the Shoah of the catholic world, will be judged to the new Process of Nuremberg, where cardinals and bishops will reply to the judges: “I only obeyed the higher orders”.

7 Ottobre 2018/in Attualità/da Padre Ariel

—  ecclesial news  —

THE SYNOD OF THE YOUNG. THE CHURCH, AFTER THE SHOAH OF THE CATHOLIC WORLD, WILL BE JUDGED TO THE NEW PROCESS OF NUREMBERG, WHERE CARDINALS AND BISHOPS WILL REPLY TO THE JUDGES: “I ONLY OBEYED THE HIGHER ORDERS”.

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In the most inappropriate historical-ecclesial moment, a Youth Synod is taking place, while the visible Church, after the Holocaust of Catholicism, is about to end up in the Nuremberg court, which will issue a sentence that will remain written in history. In the course of this process, the culprits who brought the Church into the court of justice before the eyes of the world will be judged for committing great crimes against the Church, the mystical body of Christ [cf. Col 1, 12-20]. And as happened seventy years ago with the Nazi leaders, we will hear cardinals and bishops, respond to the judges: “I only obeyed the higher orders”.

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article in the original Italian version

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PDF  article print format

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Author
Ariel S. Levi di Gualdo
Italian presbyter

The impression one has is that the synods are probably set up as the Assembly of Deputies of the Soviet Union, or as it is now the Parliament of North Korea. We admit that we can also discuss within the synods, as happened during the Synod on the family. Naturally, that we proceed to discuss, the synods are celebrated precisely for this purpose. What is the purpose of the discussions, however, when in the final document, previously, we have seen the approval of what the Synod Fathers have rejected decisively and with a broad threshold? In fact, if the Court of Miracles, as I call it, or the Magic Circle, as Cardinal Gerhard Ludwig Müller calls it, already has a ready and approved program, what is the usefulness of synods? Perhaps saving the appearance of collegiality in the same way that the young dictator of North Korea, Kim Jong, wants to have a semblance of parliamentary democracy? And what happened to the dissidents of Korea, maybe they ended up tied on the missiles and then launched during the experimental tests?

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We come to the agenda of the Court of Miracles or the Magic Circle : the Youth Synod will have to serve, as already amply demonstrated, to offer some recognition to the LBGT lobby. And although the youth representatives have never used or mentioned this acronym in their programmatic documents, the mention was made by His Eminence Cardinal Lorenzo Baldisserri, without neglecting to express himself in an imprecise and contradictory way, which in some way is tantamount to lying [see HERE]

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The use of the acronym LGBT, which means: lesbian, gay, bisexual and transsexual, is first of all a question of form and law, which later could have implications in the doctrine and the magisterium. Let’s try to understand: if in the work Gai Institutionum Commentarii — which has nothing to do with gays, but with the famous jurist Gaius who compiled his comments the year 180 a.C. — the problem of oral sex had been inserted according to the jurisprudence of the principality of Augustus, dating back to 30 b.C., this erotic practice would then have a legal status in the system of Roman law. However, considering that the problem of oral sex does not exist in the law, it can not be inserted as a legal institution, even applying other laws in the most extensive form. And it does not exist because, in the law, there is no such thing as the legal institution of oral coitus. Jurisprudence can not treat or regulate what for the law does not exist. That’s why in any kind of juridical system, both in Roman law and in common law, the use of words and terms is always very delicate, because the law, long before punishment, which is only the final act, aims to recognize , establish and then adjust. And a term inserted into juridical language automatically becomes a juridic term.

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To this must be added, as an example, a fact that few in the visible Church of today can deny: in many Catholic theological institutes, when we speak of the Most Holy Eucharist, the theologies and terminologies drawn from Lutheran lexicon, are increasingly used; for example, the Lutheran terminology of consubstantiation. If in some Roman Pontifical universities one dares to refer to scholasticism and Thomism, then to the theological term of transubstantiation, one risks being derided or indicated as pre-conciliar (!?). And the mockers, whose prerogative is the most stupid ignorance, will continue to ignore that one of the two Supreme Pontiffs of the Second Vatican Council, the one who managed it, has brought forward and then closed, the Blessed Pontiff Paul VI, that soon will also be canonized, he defined as opportune and not replaceable this theological term of transubstantiation [Encyclical Mysterium Fidei, nr. 47, text HERE]. Or perhaps we must deduce that Blessed Pontiff Paul VI was actually a pre-conciliar? As I have written several times: in the visible Church of today the decrees of beatification and canonization of the Roman Pontiffs are signed with one hand, with the other the documents that strike, or in some cases annul, their supreme magisterium.

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Today we live in a visible Church where we can define the term of transubstantiation as scholastic-archaeological, then reject it in the halls of the pontifical universities. However, at the same time, we can insert ecclesiastical lexical terms such as LBGT, with the risk that this acronym luciferian assumed by the vocabulary of the Magisterium of the Church. And all this, cannot disconcert only the Cardinal Lorenzo Baldisseri, with all the coryphaeum of journalists Pravda Pontifical, for which never, as «at the time of this epochal revolution», things had gone so well. The facts show that things, at the height of the Pontifical Russian Revolution, are so good that the churches are increasingly empty, the disappointed faithful, the depressed clergy and the missing vocations. The abandonment of the priesthood has never been as numerous as in the last five years of the history of the Church, even if the Congregation for the Clergy is silent on the statistical, because it is presided over by another friend of the Court of Miracles, or Magic Circle.

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His Eminence Cardinal Charles Joseph Chaput, Metropolitan Archbishop of Philadelphia

Thanks be to God, His Excellency Mons. Charles Chaput, Metropolitan Archbishop of Philadelphia, made his voice heard and recalled the importance of using correct words [cf. chronicle: HERE, HERE], because at the level of Catholic doctrine, substance is linked to words. And this should be known by all those who have studied, even in a non-exhaustive way, the first great dogmatic councils of the Church, where, to define the nature of Christ God, we have resorted to precise terms modulated by terminology of Greeks philosophers, such as concept of ὑπόστασις [hypostasis or hypostatic nature].

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Someone, to define today — and therefore clarify — the various forms of exercise of human sexuality, since “male and female God created them” [Gen 1, 26-27], perhaps wants to insert into the ecclesial lexicon terms such as LGBT, thus giving life to a new quatripostatic human nature: to the lesbian nature, gay, bisexual and transsexual?

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The Synod on the family has left a divided and disoriented Church, as well as several deaths due to sudden infarcts in the ranks of the Lord’s vineyard. And after the attempt to erase adultery, today the Synod of Youth has opened up, which seems to want to legitimize the various practices of sexual expression, without clarifying — as Archbishop Charles Chaput laments holyly — that LGBT Catholics cannot exist, and the Church cannot legitimize their existence. With another paradoxical example, we can ask: can a subject be defined as Catholic-atheist and claim, as atheist, his full membership in Catholicism? Yes, he can do it exactly to the extent that, a one transsexual proud of his transsexualism, he can call himself a catholic-transsexual and claim full right of citizenship in the body of the Catholic Church and claim full legitimacy of all his demands. Because if the enthusiastic singers of the «epochal revolution» had not noticed it, is completely new figure of Catholicism is born: the Catholic atheists. And these atheistic Catholics have a diabolical prerogative: to persecute the faithful believers fiercely.

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Of the Archbishop by Philadelphia we invite you to read the article «Charity, clarity, and their opposite» [article, HERE]

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We will see how this Synod will end, but above all we will see if, as in the previous one, what will be rejected by the Synodal Fathers will then end in the final document, if anything hidden, once again, in some ambiguous expression or footnote, which is equivalent to saying … “I am intelligent, you are stupids!”. But what counts is listening to everyone, giving the impression of being synodal, collegial and above all democratic, just like the Korean dictator Kim Jong, who first calls the puppet Parliament of North Korea, then does exactly what he wants.

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After this Synod, opened with the insertion of the LGBT quatripostatic dogma, not required by anyone in the Instrumentum Laboris, in 2019 the Amazonic Synod, will also open, for to discuss the granting of the priesthood to married men. Attention,  everything only … ad experimentum. Meanwhile, in the Diocese of Rome, even if the fact has not made any news, the general rehearsals are already underway: a few days ago he was appointed “parish priest” of a metropolitan parish — of course: ad experimentum — a permanent deacon, arrived in canonical with his wife and four children. And this family nucleus, from the official page of the Deacons of Rome, which is also a filial of the Neocatechumenal Movement, has been indicated as … «diaconal family» (!?) [Cf. service: HERE]. Having said this, I would like to know: can the members of my family, who have a presbyter in their family, be called the “presbyteral family”? And my mother and my brother can be called “presbyteral mother” and “presbyteral brother”. Obviously extending the title to my “presbyteral sister-in-law” and to my “presbyteral nephew”? And perhaps we want to forget my cat, which would have the title of “presbyteral cat”? Needless to say that the speech would be really long, because those who do not know the story is condemned to repeat it in a pejorative form. It is worth remembering, even if briefly and rapidly, that the diaconate, now called permanent, fell into disuse as an autonomous order and became a step in the process of presbyteral ordination. In fact, in Rome, between the eighth and tenth centuries, the deacons had acquired a pre-eminent role. The deacons were at the head of the main churches and did not even want to be ordained presbyters, because then, from these prestigious churches, they became directly bishops. The permanent diaconate will thus be restored only after a thousand years, by the Second Vatican Council. And note that not all the dioceses of the world have ordained permanent deacons, who are absent, for example, in most African countries, in order not to generate confusion among Catholic populations; and especially where, for anthropological and cultural reasons, the rules relating to the chastity of celibacy by priests are not always applied. In the heart of Europe, in Poland, the first two permanent deacons were ordained only four decades after the Second Vatican Council, in 2009.

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Married priests have always existed in the Eastern Catholic clergy, but they could exercise their ministry only in the dioceses belonging to their rite; a rite regulated, among other things, also by the Code of Canon Law of the Eastern Churches. However, since great general tests are under way, many of these priests and their families have been received in various Italian dioceses, beginning with the Archdiocese of Perugia, whose archbishop is not a bishop among many, but the president of Episcopal Conference of Italy. Faced with this, I limit myself to asking: in the event of disputes involving a married priest, what right will be applied, the Latin or that of the Eastern Churches? Obviously I know well that the canon law has been replaced by pure free will, which then turns into authentic arrogance that comes to life from the lack of any rule, but the rhetorical question sounds good, and even if it is useless, I do the same. Regarding the possible incardination in the dioceses of the Latin rite, as may happen, the incardination of married priests of the Eastern rite, specifically Latinized, since they are useful for the general tests under way, which aim to please the Head and the circle of his most trusted advisors? All this could be explained by His Eminence Cardinal Gualtiero Bassetti, who is metropolitan archbishop of Perugia and president of the Italian bishops, and which houses two married priests in his diocese, to anticipate the decisions of the Synod of the Amazon, which we remember: the decisions have already been taken before the opening of the Synod [service HERE].

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Having said this, a question arises: for the region of the Amazon, an experiment is asked to consecrate priests married men, because there is lack of clergy. In Rome, instead, for to entrust a parish to a permanent deacon, what a dramatic lack of clergy there is? Because looking at the diocesan yearbook we find that the metropolitan parishes are 332. The Roman presbytery has 1,256 presbyteries, to which are added 2,929 presbyters of other dioceses residing in Rome. To these secular priests, 5,317 members of the regular clergy (the presbyters of the various religious orders) and 87 other priests belonging to various personal prelatures are added [Official Yearbook of the Diocese of Rome: HERE]. In Rome there are therefore a total of about 9,580 presbyters, among Roman presbyters, presbyters residing in the diocese and presbyters of various religious families. The Diocese of Rome has about 2,350,000 baptized. If we divide the number of Catholic faithful with the number we will have this result: one priest for every 250 faithful. And all this in a Rome with increasingly empty churches. It is also good to specify that the territory of the Diocese of Rome is limited only to the Capital of Italy, because out of the city, in the Municipality of Rome, arise the suffragan dioceses. Question: was it therefore necessary, as an exotic experiment, to entrust a parish to a permanent deacon in the Mother and Mother Church of all the Catholic Churches? Therefore we note that while the Synod of Youth is being celebrated, the general rehearsals for the Amazon, from which the married priests will have to go out, ad experimentum, are already underway, because everything has already been established. I repeat: only ad experimentum and after convening the Pontifical Parliament of North Korea, where presumably dissidents end up on the heads of missiles fired during military exercises. Things are worse in Rome than in North Korea, never in the history of the Church has mercy made so many victims! A new term has also been born, not easily translatable: “i misericordiati“. And this term “misericordiati” rhymes with “giustiziati“, the sentenceds to death.

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to open the video click on the image

If Cardinal Gerhard L. Müller, in a recent long interview with Raymond Arroyo, has returned to various topics: on the speech of the evil friends who surround the Roman Pontiff, who were sought by him with the lantern of Diogenes; therefore on the argument that His Excellency Monsignor Carlo Maria Viganò, did not say anything other than the truth [cf. HERE, HERE], this happened because the former Prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith is a true man of God. Add to what the Cardinal Gerhard Ludwig Müller, at the anthropological level, contains in himself the strength of the Teutonic barbarian, in the noblest sense of the term. In fact, we remember that when the barbarians descended from northern Europe while the Roman empire was in agony, they found the holders of power, drunk and made up by women, engaged in playing inside the alcoves with young men [cf. my previous article, HERE]. Or, in other words: the Romans, during the decadence of the Empire, lived a LBGT lifestyle that had long absorbed the S.P.Q.R. lifestyle, an acronym that once summarized the concept and foundation of Senatus Populus Quirites Romani and later Senatus PopulusQue Romanus [Senate of the Roman People]. The difference, as I have often emphasized, was that the barbarians, struck by the virile temperament of the great Fathers of the Church, in that climate of total decadence, they were converted, in mass, to Christianity. In today’s Rome, the new barbarians, from whom should they be conquered to Christianity? Perhaps by four homosexuals clinging like polyps to the throne, to which all in all they are very useful, being the most devoted ruffians, the most interested servants, the most efficient spies, as well as easily managed and manipulated by the sovereign, who knows, one after the other , all the rotten corpses that remain locked up in their graves? And their tombs are very different from those of the ancient Pharisees [cf. Mt 23, 27-32], because the tombs of the Pharisees were at least well painted on the outside.

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I am afraid that no one has analyzed the historical relationship that links the psychology of Cardinal Gerhard Ludwig Müller to the history of his native country, which is Germany. Today the situation of the visible Church is comparable to the defeat of Germany in 1945, with Adolf Hitler locked up in the bunker of Berlin, along with the restricted court of his faithful, while faced with the defeat, the German army continued to fight, up to enlist teenagers of sixteen. To deceive the German people, word spread that the Great Secret Weapon would soon be completed and used. In the same way, today, the main propagandists of Pontifical Pravda, not so much defend the indefensible — which can also be understandable and even justifiable on a human and psychological level — but show total insensitivity, while knowing all the details of the lives of many saints priests who have been totally marginalized and ruined, for not having accepted to become accomplices of a diabolical system of corruption, preferring to go to great suffering, without betraying the Church of Christ and coming to terms with evil. And this makes some Italian journalists of Pravda Pontifical, unscrupulous men, real criminals deprived of basic Christian sentiments. So it is good to inform these people that the bridge over the river now overflows with patients spectators who await the passage of their bodies dragged by the current, when with an ease that would scandalize even the lowest level whores, after the next conclave, like chameleons they will change skin color. The is that instead they will not have to change color, they will have to change jobs, because in the face of every sigh, all the writings with which they have sustained the untenable and defended the indefensible, to the detriment of the truth and the innocent affected and injured, will be taken and thrown publicly on their faces. These journalists of Pontifical Pravda have not even hesitated to falsify facts and news. They spread false news and concealed the truth to the detriment of the victims and the suffering of many holy priests. They “licked the ass” of the executioners, showing total indifference towards the victims affected and persecuted within the Church, of whom they knew very well the stories and the great sufferings. And all this, it is not simply inhumane, because it is really satanic. And the devil can never be allowed to enter through the window again, having thrown it out the door; and if by chance the Devil asks for forgiveness by pretending to be repentant, one must absolutely not believe him, because he is the Supreme Prince of Lies and deception.

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After Adolf Hitler’s death, Germany was hit by a wave of suicides; whole families committed suicide. The most common phrase that ran between the good Germans  which we remember were many — was: «I’m ashamed to be German». I have already heard this kind of phrase in private from bishops and presbyters many times: «Faced with this situation, I am ashamed to belong to this Church», implying that this shame is entirely linked to the ecclesial and ecclesiastical structure of this visible Church, certainly not to the mystery of the Church, which is the mystical Body of Christ.

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As we know, from the Berlin bunker, we then moved on to the Nuremberg trial, where the main Nazi leaders were judged and condemned on the charred body of the Führer, but above all on the ruins of Germany. And many of the Nazi leaders were sentenced to death in that trial. Seventy-three years after the last great world war, the New Church of Mercy has removed the more remote and exceptional hypothesis of the death penalty from the Catechism. Therefore, if tomorrow something similar to the Nuremberg trial were to happen, we will be “merciful” to those responsible for the death of millions and millions of people, and we will entrust them to social services [cf. our previous articles: HERE, HERE, HERE].

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The Nuremberg trial is about to be repeated in the Church. Tomorrow, sooner or later, on the disastrous ruins of destruction, while bishops and priests will tell the world «I am ashamed to belong to this Church», we will see before the judges an army of cardinals and bishops who will try to justify themselves by saying: «I only obeyed higher orders!». While the journalists of the former Pontifical Pravda, who can no longer recycle themselves, will say on their side: «We have only written what we have been ordered to write!». Then the judges will ask: «Your Excellency … Your Eminence … Monsignor … but you realize that your obedience to the higher orders has covered the perpetrators of serious crimes and has seriously affected the innocent, subjected to every kind of suffering and anguish?» At that point the answer will be: «But I was bound by the pontifical secret!».

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The death of Christ the Lord, in its substance, is renewed, and over time it is proposed in different ways. Not by chance, his glorious body, after the resurrection, still lives with the signs of passion. So today Christ died again on the cross because bishops and cardinals have «obeyed the higher orders», and when in the day of their judgment, God will ask them: «why did not you act in defense of the Church and of the People of God?». They will answer: «But I was bound by pontifical secrecy!».

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It’s just a matter of little time. We let this monster give the last dangerous and deadly blows, because soon we will be in the great hall of Nuremberg, to listen to those directly responsible for the Holocaust of the Catholic Church that they say: «I have only obeyed the higher orders!». And we, precisely because of profound and authentic mercy, will guarantee them the expiatory grace of the gallows. Because we who today are suffering, anguished and persecuted in our home, we are the salvation and the future of the Church of Christ, of the pilgrim Church on earth. And no one will ever prevent us from fulfilling our mission for Christ, with Christ and in Christ. Because the church is of Christ, it is not of Peter, who is the Vicar of Christ, not his Successor. And the power given to Peter is not at all total and absolute as some would have us believe, indeed: it is a very vincolated power. The power of Peter is strictly vincolated to the deposit of the Catholic faith, of Tradition and of doctrine. Peter is not the absolute master of the Church, on the contrary: he is his first and faithful servant, called to guard the truth and to confirm his brothers in faith [cf. Lk 22, 31-34]. Peter’s mission, is not to convene the “democratic” Parliament of North Korea. Peter’s mission is not to confuse the People of God, using ambiguous and unclear words, because Christ teaches us: «But let your statement be, “Yes, yes” or “No, no”; anything beyond these is of Evil» [cf. Mt 5, 37].

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In the Holy Gospels, everything is very clear, no any “sly” has ever inserted ambiguous small footnotes. Having said this, it is still necessary to clarify: it is true, no priest, bishop or cardinal is obliged to be a hero. But for a priest, a bishop or a cardinal, it is certainly not a great human and Christian honor to be a rabbit who, opposite the judgment of history, replies: «I only obeyed the higher orders».

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Rome, 7 October 2018

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I apologize to the Readers if there were errors in my English translation.

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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