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Decadenza&Dintorni: «Siamo l’esercito (clericale) del selfie» tra migranti e spilline

18 Febbraio 2019/1 Commento/in Attualità/da Padre Ivano

visita il blog personale di Padre Ivano

— Attualità ecclesiale —

DECADENZA&DINTORNI: «SIAMO L’ESERCITO (CLERICALE) DEL SELFIE» TRA MIGRANTI E SPILLINE … 

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Il 16 febbraio sul sito di Avvenire compare la seguente notizia: «Migranti. Il selfie del Papa con la spilla “Apriamo i porti!”». Dinanzi a quell’annuncio ed a quelle immagini qualcuno ha fatto giustamente notare che oggi, tra tante cose da aprire, il Vangelo ha la priorità, specialmente in certe curie, conventi, monasteri o seminari …

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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L’esercito del selfie –  un palcoscenico sul quale i preti non dovrebbero trovarsi a loro agio [per aprire cliccare sull’immagine]

Come sacerdote trovo sempre difficile da applicare un passo del Vangelo di Matteo:

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«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» [Mt 6,1-3].

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Si sa: l’uomo è vanaglorioso e come tale trova sempre grande difficoltà ad operare gratuitamente. E il sacerdote resta, fino a non facile prova contraria, un uomo con tutti i suoi difetti. Praticando il bene c’è sempre la tentazione di un tornaconto personale, anche quando non c’è una ricompensa monetaria, il guadagno si può sempre lucrare in fama, in prestigio, in visibilità e, naturalmente, in like.

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Possiamo forse sprecare tanto ben di Dio? Certo che no. Così oggi, noi preti, non cerchiamo più anime da salvare ma like da collezionare. Presto detto: abbiamo compiuta un’azione di carità? Ecco pronta la foto su Instagram! Un politico che detesto ha espresso un parere? Non indugio a castigarlo andando giù duro di Twitter! Individuo la foto di un prete in pianeta e manipolo? Ecco già pronto il commento sprezzante e sarcastico su Facebook o sul blog di turno!

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Roma, 25 gennaio 2019: Ivano Liguori e Ariel S. Levi di Gualdo, le immagini dove i sacerdoti si sentono a proprio naturale agio …

Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma la sostanza di fondo rimane sempre la stessa: siamo felici di aver praticato la nostra giustizia, quella che piace tanto al mondo. E per quanto mi dolga a dirlo, agendo a questo modo noi preti non siamo più pescatori di uomini, come il beato apostolo Pietro [cf. Mt 4, 19], ma pescatori di followers. Siamo davvero saturi di preti internettiani che ricercano visibilità: James Martin — noto apostolo del mondo arcobaleno e della Chiesa in uscita — Alex Zanotelli, Giorgio De Capitani, Mauro Leonardi e altri ancora che si arrampicano sulla scalata della notorietà, semmai per raggiungere la fama di vere e proprie star: Antonio Mazzi e Luigi Ciotti.

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Lungi il provare invidia o risentimento per questi confratelli, che in me suscitano solo sconforto, avendo scelto di percorrere uno stile sacerdotale non conforme ma molto comune al giorno d’oggi; uno stile che Gesù non condivide assolutamente, perché la platealità non rientra tra le caratteristiche del discepolo. Infatti, il far parlare di sé, non costituisce mai una scelta saggia [cf. Lc 6,26]. Il sacerdote, deve esercitarsi in una trasparenza dietro la quale deve manifestarsi Cristo; e questo genere di cammino di perfezione, richiede tutta una vita.

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I vecchi Florilegi di santità che venivano letti nei conventi durante i pasti del tempo quaresimale, custodivano una bella espressione: «Egualmente insensibile alle lodi e ai disprezzi». Perché questo è l’uomo illuminato da Dio, che si dimostra trasparente e insensibile a ciò che può costituire un merito o un demerito. Ciò non vuol dire disprezzare i doni o i carismi personali, anzi è più che mai  doveroso riconoscere che quanto posseggo non mi appartiene ma è grazia di Dio, quindi non posso vantarmene; il tutto è scritto e spiegato nella celebre parabola dei talenti [cf. Mt 25, 14-30]. Le stesse critiche non sono la parola definitiva di Dio sulla mia esistenza, quindi sono ininfluenti.

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Condivido il pensiero del Card. Robert Sarah quando dice:

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«Più siamo rivestiti di gloria e di onore, più siamo elevati in dignità, più siamo investiti di responsabilità pubbliche, di prestigio e di incarichi nel mondo, come laici, sacerdoti o vescovi, e più dobbiamo progredire nell’umiltà e coltivare con cura la dimensione sacra della nostra vita interiore cercando costantemente di vedere il volto di Dio nella preghiera, nell’orazione, nella contemplazione e nell’ascesi. Può succedere che un sacerdote buono e pio, una volta elevato alla dignità episcopale, cada rapidamente nella mediocrità e nella preoccupazione di avere successo negli affari del mondo. […] Manifesta nel suo essere e nelle sue opere una volontà di promozione, un desiderio di prestigio e una degradazione spirituale. Finisce per nuocere a se stesso e al gregge di cui lo Spirito Santo lo ha stabilito custode per pascere la Chiesa di Dio, che si è acquistata col sangue del proprio Figlio. Corriamo tutti il pericolo di essere monopolizzati dagli affari e dalle preoccupazioni del mondo se trascuriamo la vita interiore, la preghiera, l’orazione, lo stare ogni giorno faccia a faccia con Dio, l’ascesi necessaria a ogni contemplativo e a ogni persona che vuole vedere l’Eterno e vivere con Lui» [cf. Robert Sarah, La forza del silenzio, Cantagalli, 2017, pp. 35-36].

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Roma, 25 gennaio 2019: Ivano Liguori e Ariel S. Levi di Gualdo, le immagini dove i sacerdoti si sentono a proprio naturale agio …

Il 16 febbraio sul sito di Avvenire compare questa notizia: «Migranti. Il selfie del Papa con la spilla “Apriamo i porti!”» [vedere QUI]. Annuncio e immagini dinanzi alle quali qualcuno ha fatto giustamente notare che oggi, tra tante cose da aprire, il Vangelo ha la priorità, specialmente in certe curie, conventi, monasteri o seminari …

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La notizia è però un clickbait molto ben riuscito, il web impazzisce per certe cose ed il chef executive officer la fa da padrone, insomma: bel colpo Avvenire! Tralasciando il titolo a grande effetto, la notizia che segue riporta che don Nandino Capovilla si è avvicinato al Sommo Pontefice durante l’incontro sulle Migrazioni a Sacrofano e, tra saluti e baci, il Santo Padre ha notato la spilletta «Apriamo i porti!» in mano al sacerdote e, gradendo la cosa, si è prestato per fare un selfie con lui [cf. QUI, QUI, QUI, QUI].

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Chiedo scusa a tutti: temo di avere sicuramente bisogno di molta conversione, forse anche di un buon collirio per gli occhi, perché io non riesco proprio a cogliere un messaggio evangelico in tutto ciò. O meglio: il messaggio c’è, ed è evidente che c’è, però è politico e sociale. L’inizio di una giustizia umana che si vuole realizzare attraverso le logiche del mondo.

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Il sacerdote così commenta il selfie sul suo profilo Facebook:

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Saliamo sui tetti! Coraggiosamente papa Francesco non perde occasione, taglia corto con le esortazioni scontate. Si concede una foto che rilancia quell’apriamo i porti che sta unendo cittadini dal nord al sud del Paese e che per i cristiani è obbligo evangelico per essere liberi dalla paura. Da questo titolo del meeting nazionale della Chiesa italiana Francesco è partito per denunciare e rilanciare: “La paura è l’origine di ogni schiavitù e di ogni dittatura. Sulla paura del popolo cresce la violenza dei dittatori. Noi rinunciamo all’incontro con l’altro per erigere barriere: questo non è umano. Chi ha avuto la forza di vincere la paura oggi è invitato a salire sui tetti e invitare gli altri a fare altrettanto”.

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È vero: bisogna salire sui tetti, sono con te don Nandino, ma sui tetti io ci salgo per annunciare il Vangelo, la Parola di Dio. E detto questo posso informarti che non ho visto molte spilline nell’ospedale dove sono cappellano con su scritto «no aborto!», «viva l’obiezione di coscienza!». Neppure ho visto nelle parrocchie spille inneggianti la famiglia tradizionale, la fedeltà coniugale, la fedeltà al celibato sacerdotale, la difesa delle donne di strada, la tutela dei malati terminali e degli anziani allettati e via dicendo … ma l’elenco potrebbe ancora continuare. E quando eventi di questo genere accadono, sono sempre per mano di laici che vengono subito tacciati di tradizionalismo, di fascismo e di bigottismo. Forse, a differenza di noi preti, loro hanno ancora qualcosa di aperto … il cuore.

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Roma, 25 gennaio 2019: Ivano Liguori e Ariel S. Levi di Gualdo, le immagini dove i sacerdoti si sentono a proprio naturale agio

Noi preti abbiamo sempre più bisogno dei selfie per agire e trovare il coraggio, perché ormai il Vangelo non ci pungola più ed è lettera morta. Se per sbaglio lo citiamo, spesso accade che si tratta solo dell’edizione riveduta secondo l’interpretazione de Il Manifesto di Marx ed Engels o del sunto delle Tesi di Martin Lutero.

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Caro don Nandino, sono certo che nella tua comunità svolgi un servizio encomiabile, ma la prossima volta evita i selfie e la pubblicità, perché non sono necessari. Il tuo sacerdozio è già convincente così, senza queste cose, perché si basa sulla exousia [autorità, autorevolezza] di Cristo. È poi bene ricordare che quando San Giuseppe Cafasso passava tra i muratori, carcerati, condannati a morte e povera gente del suo tempo, dubito che ricercasse visibilità, tanto meno si lasciava inebriare dal sacro fuoco dell’entusiasmo che può scottare malamente.

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Il tuo servizio sacerdotale è prezioso, svolgilo pertanto annunciando Cristo, se lo farai scoprirai che le persone ti cercheranno non perché sei un giusto secondo il pensiero del mondo, ma perché hanno incontrato un ministro di Dio che accoglie, riconcilia, sfama con l’Eucaristia, insegna a pregare e a piegare le ginocchia davanti a una maestà superiore a quella dei social network: il Santissimo Sacramento.

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Cagliari, 18 febbraio 2019

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L’ESERCITO DEL SELFIE
[ Tagagi & Ketra ]
Hai presente la luna il sabato sera 
Intendo quella vera, intendo quella vera
Hai presente le stelle, le torri gemelle 
Quelle che non esistono più ,quelle che non esistono più
E se ti parlo di calcio 
E se ti suono un po’ il banjo 
Dici che sono depresso, che non sto nel contesto, che profumo di marcio 
Ma se ti porto nel bosco 
Mi dici portami in centro 
Perché lì non c’è campo, poi vai fuori di testa come l’ultima volta
Siamo l’esercito del selfie 
Di chi si abbronza con l’iPhone 
Ma non abbiamo più contatti 
Soltanto like a un altro post 
Ma tu mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi in carne ed ossa 
Mi manchi nella lista 
Delle cose che non ho, che non ho, che non ho
Hai presente la notte del sabato sera 
Intendo quella nera, intendo quella nera
Hai presente la gente che corre in mutande 
Dici che non esistono più, dici che non esistono più 
E se ti parlo di sesso 
Carta forbice o sasso 
Dici che sono depresso, che non sto nel contesto, che profumo di marcio 
Ma se ti porto nel parco 
Mi dici portami in centro 
Perché lì non c’è campo, poi vai fuori di testa come l’ultima volta
Siamo l’esercito del selfie 
Di chi si abbronza con l’iPhone 
Ma non abbiamo più contatti 
Soltanto like a un altro post 
Ma tu mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi in carne ed ossa (mi manchi in carne ed ossa) 
Mi manchi nella lista (mi manchi nella lista) 
Delle cose che non ho, che non ho, che non ho (che non ho)
Siamo l’esercito del selfie 
Di chi si abbronza con l’iPhone 
Ma non abbiamo più contatti 
Soltanto like a un altro post 
Ma tu mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi in carne ed ossa (mi manchi in carne ed ossa) 
Mi manchi nella lista (mi manchi nella lista) 
Delle cose che non ho, che non ho, che non ho (che non ho)
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[Compositori: Alessandro Merli / Fabio Clemente / Tommaso Paradiso]

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ivano https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ivano2019-02-18 14:11:122021-04-20 18:28:28Decadenza&Dintorni: «Siamo l’esercito (clericale) del selfie» tra migranti e spilline

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». XXVII giornata mondiale del malato

11 Febbraio 2019/in Attualità, Pastorale Sanitaria/da Padre Ivano

visita il blog personale di Padre Ivano

— Pastorale sanitaria —

«GRATUITAMENTE AVETE RICEVUTO, GRATUITAMENTE DATE». XXVII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

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Guardando all’esempio della Santa Madre Teresa di Calcutta, motivo ispiratore della Giornata Mondiale del Malato in quest’anno che si celebrerà solennemente a Calcutta, l’assistenza all’infermo può essere efficace solo se prima pieghiamo le ginocchia e impariamo a dialogare adoranti davanti al Santissimo Sacramento. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa
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Santa Teresa di Calcutta

Il tema della XXVIIª Giornata del Malato di quest’anno è incentrato sulla gratuità e sulla logica del dono, seguendo il riferimento evangelico del Vangelo di San Matteo [cf. 10, 8]. Nel suo messaggio di saluto il Santo Padre sottolinea come il dono della vita implichi il riconoscimento della gratuità e che la stessa cura e tutela della vita umana nel tempo della malattia si può svolgere solo nella donazione totalizzante della propria persona a somiglianza del Buon Samaritano [testo ufficiale, QUI]. Tale suggerimento del Pontefice ci permette di poter ampliare il discorso attraverso alcune riflessioni molto importanti.

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I

IL PRIMATO DEL DIO DELLA VITA

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Santa Teresa di Calcutta

Anzitutto, riconoscere la vita come dono significa riconoscerne il vero donatore che è Dio. San Giacomo, nella sua lettera, ci dice che «ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre» [cf. Gc 1,17], questo primo riferimento ci mostra bene come Dio, in quanto vero padre, è anche vero autore del dono della vita. Infatti, l’atto creativo di Dio, è legato intimamente alla sua paternità e tale atto non può essere compreso senza questa categoria. Il Dio di Gesù Cristo non assomiglia per nulla al freddo demiurgo presentato da Platone nel Timeo; non è neanche l’artefice dell’universo dei culti gnostici o il distaccato grande orologiaio tanto caro all’Illuminismo. L’atto creatore di Dio è un atto paterno ed egli crea comunicando se stesso, la sua paternità [cf. At 17,28].

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Da queste prime considerazione, è facile affermare come la vita implichi, per essere generata, di una figura paterna e materna — sebbene oggi quest’evidenza stia attraversando una crisi profonda —. La Sacra Scrittura, molto saggiamente, insegna che Dio si rende conoscibile all’uomo sia come padre che come madre [cf. Ef 3,14; Is 49,14-15].

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Il primato paterno di Dio su ogni vita, interpella l’uomo a diventarne il custode [cf. Gn 2,15; 4,9] e a tutelarla di fronte alla cultura dello scarto, della violenza e dell’indifferenza che è frutto dell’individualismo e della frammentazione sociale contemporanea.

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Santa Teresa di Calcutta

Il dialogo che il Santo Padre sottolinea esser necessario come presupposto del dono, non deve ridursi solo alla dimensione orizzontale della fraternità tra gli uomini, ma anzitutto deve raggiungere il verticalismo dell’incontro con Dio. È quindi necessario sollevare la testa verso il Signore per poter essere sicuri di vedere l’uomo per ciò che è, e così condurlo a salvezza.

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Il mistero dell’incarnazione è proprio l’esempio di come la relazione verticale divina si umilia per raggiungere l’orizzontalità della natura umana bisognosa di guarigione e risurrezione [cf. Fil 2,7]. Sicché il dialogo è fecondo, solo se accettiamo la sfida del dialogo con Dio e l’accoglienza del Verbo di Dio fatto uomo, che ci rivela la definitiva paternità di Dio datore di una vita in abbondanza [cf Gv 10,10]. Senza il dialogo con il Signore, il confronto tra gli uomini rischia di fermarsi all’utopia, all’ideologia politica, alla demagogia, alla logica dell’utilitarismo e del mercato, alla strategia aziendale, alle nuove dottrine etiche spersonalizzanti; e oggi purtroppo l’ambito della sanità paga lo scotto di questa tipologia di “pacati” e “fraterni confronti”.

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II

LA CHIESA, GREMBO MATERNO DEL DIALOGO E DELLA CURA

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Santa Teresa di Calcutta

È nella Chiesa che si attua il riconoscimento di quella fraternità che ci viene concessa nell’essere figli attraverso il Figlio. Se Cristo non si fosse fatto solidale con l’uomo fino al dono totale di sé, la condizione umana sarebbe stata caratterizzata da tante individualità smarrite e frammentate [cf. Mc 6,34]. È nella Chiesa che lo Spirito Santo — che è Signore e dà la vita — educa i figli di Dio all’unità e alla reciproca assistenza [cf At 4,32] e gli abilità a partecipare del dono della vita come rapporto fecondo con Dio e come collaborazione alla sua paternità. È ancora nella Chiesa che troviamo il grembo materno che ha nel fonte battesimale il luogo liturgico in cui gustiamo una nuova fraternità che risplende della dignità dei figli beneamati dal Padre [cf. Mc 1,11].

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La Chiesa, davanti al mondo, diventa perciò il vessillo di quell’amore prioritario e misericordioso che si rende concreto solo nell’obbedienza al comando del Figlio di Dio e nostro fratello Gesù Cristo: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» [Mt 28,18-20].

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Il mandato di Cristo, alla fine del primo Vangelo, lungi dall’essere propaganda al proselitismo, è garanzia di una continua assistenza fraterna alla Chiesa, è dono di grazia che dispone il cristiano a lasciarsi salvare e guarire imparando la docilità alla volontà di Dio che in Maria — Salus Infirmorum — ha il suo esempio più fulgido e sicuro.

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Cagliari, 11 febbraio 2019

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ivano https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ivano2019-02-11 02:30:392021-04-20 18:51:35«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». XXVII giornata mondiale del malato

«Non sia turbato il vostro cuore» [Gv 14,1]. Dai proclami sulla “Chiesa in uscita” al proclama del manifesto della fede del Cardinale Gerhard Ludwig Müller

10 Febbraio 2019/4 Commenti/in Attualità/da Redazione
— gli ospiti illustri de L’Isola di Patmos —

«NON SIA TURBATO IL VOSTRO CUORE» [GV 14,1]. DAI PROCLAMI SULLA “CHIESA IN USCITA” AL PROCLAMA DEL MANIFESTO DELLA FEDE DEL CARDINALE GERHARD LUDWIG MÜLLER

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Molti si chiedono oggi per quale motivo la Chiesa esista ancora se gli stessi vescovi preferiscono agire da politici piuttosto che da maestri della fede proclamare il Vangelo. Lo sguardo non deve soffermarsi su questioni secondarie, ma è più che mai necessario che la Chiesa si assuma il suo compito proprio. Ogni essere umano ha un’anima immortale, che alla sua morte si separa dal corpo, però con la speranza della risurrezione dei morti. La morte rende definitiva la decisione dell’uomo a favore o contro Dio. Tutti devono affrontare il giudizio personale subito dopo la morte.

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Autore
Redazione dell’Isola di Patmos

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… un futuro lontano o molto vicino?

Più che una «Chiesa in uscita», a volte la nostra Santa Madre pare una «Chiesa in liquidazione» a saldi di fine stagione.

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I Padri de L’Isola di Patmos, accomunati dalla profonda stima che tutti nutrono verso il Cardinale Gerhard Ludwig Müller, sono rimasti anzitutto colpiti da un’espressione che per loro è un lamento scambiato da tempo e con sempre maggior frequenza tra confratelli che svolgono il sacro ministero sacerdotale, nell’adempimento del quale si sono più volte rammaricati scambiandosi proprio quella frase che spicca sin dalle prime righe del testo scritto dal Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede: «Oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede».

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Coloro che nella cosiddetta «Chiesa ospedale da campo» ci vivono, svolgendo spesso servizio d’emergenza al pronto soccorso dove giungono i casi più disparati e spesso anche più gravi, devono fronteggiarsi tutti i giorni con un numero sempre più elevato di fedeli che non conoscono più i fondamenti della fede cattolica, che non hanno alcuna giusta percezione dei Sacramenti di grazia, che da anni non si confessano e che non sanno confessarsi, che non conoscono le preghiere. Ma soprattutto, ogni giorno, si devono confrontare con fedeli che in numero terribilmente elevato parlano e vivono il peggiore linguaggio di questo mondo con totale disinvoltura. Aborto: «Beh, una ragazzina di sedici anni che ha un incidente di percorso, può forse diventare mamma a quell’età?». Vita e malattia: «Perché non dare una dolce e dignitosa morte ad una persona che soffre per una malattia incurabile, serve forse a qualche cosa farla soffrire inutilmente?». Vita affettiva: «Siamo stati noi genitori, i primi a raccomandare ai nostri figli, prima di sposarsi, di andare a convivere per qualche anno, affinché sperimentassero se veramente stanno bene assieme, o forse il matrimonio deve essere un salto nel buio?».

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Questi, come tanti fedeli che ragionano così sui diversi aspetti morali e spirituali, sono persone che in genere non si confessano, perché affermano anzitutto di non avere peccati da confessare, però vanno a ricevere la Santa Comunione, senza avere la conoscenza e la chiara percezione di che cosa veramente e realmente sia la Santissima Eucaristia.

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Solo queste poche parole introduttive sono sufficienti per chiarire quanto i Padri de L’Isola di Patmos abbiano accolto e tanto apprezzato questo scritto contenente le parole che da tempo si vanno ripetendo tra di loro con grande pena e rammarico: oggi è necessario ripartire da una parte con le missioni per una nuova evangelizzazione delle nostre popolazioni, dall’altra con i fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica.

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il Cardinale Gerhard Ludwig Müller

Dinanzi a una sempre più diffusa confusione nell’insegnamento della fede, molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica mi hanno invitato a dare pubblica testimonianza verso la Verità della rivelazione. È compito proprio dei pastori guidare gli uomini loro affidati sulla via della salvezza, e ciò può avvenire solamente se tale via è conosciuta e se loro per primi la percorrono. A proposito ammoniva l’Apostolo:

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«A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto» (1 Cor 15,3).

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Oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede, con un pericolo crescente di non trovare più il cammino che porta alla vita eterna. Tuttavia, compito proprio della Chiesa rimane quello di condurre gli uomini verso Gesù Cristo, luce delle genti [vedi LG 1]. In questa situazione, ci si chiede come trovare il giusto orientamento. Secondo Giovanni Paolo II, il Catechismo della Chiesa Cattolica rappresenta una «norma sicura per l’insegnamento della fede» [Fidei Depositum IV]. Esso è stato scritto allo scopo di rafforzare i fratelli e le sorelle nella fede, una fede messa duramente alla prova dalla «dittatura del relativismo».

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I

DIO UNO E TRINO, RIVELATO IN GESÙ CRISTO

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L’epitome della fede di tutti i cristiani risiede nella confessione della Santissima Trinità. Siamo diventati discepoli di Gesù, figli e amici di Dio, attraverso il battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. La differenza delle tre persone nell’unità divina [254] segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell’immagine dell’uomo rispetto alle altre religioni. Riconosciuto Gesù Cristo, i fantasmi scompaiono. Egli è vero Dio e vero uomo, incarnato nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Il Verbo fatto carne, il Figlio di Dio è l’unico Salvatore del mondo [679] e l’unico mediatore tra Dio e gli uomini [846]. Per questo, la prima lettera di Giovanni si riferisce a colui che nega la sua divinità come all’anticristo [1 Gv 2, 22], poiché Gesù Cristo, Figlio di Dio, dall’eternità è un unico essere con Dio, suo Padre [663]. È con chiara determinazione che occorre affrontare la ricomparsa di antiche eresie che in Gesù Cristo vedevano solo una brava persona, un fratello e un amico, un profeta e un esempio di vita morale. Egli è prima di tutto la Parola che era con Dio ed è Dio, il Figlio del Padre, che ha preso la nostra natura umana per redimerci e che verrà a giudicare i vivi e i morti. Lui solo adoriamo in unità con il Padre e lo Spirito Santo come unico e vero Dio [691].

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II

LA CHIESA

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Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come segno visibile e strumento di salvezza, che sussiste nella Chiesa cattolica [816]. Diede alla sua Chiesa, che «è nata dal cuore trafitto di Cristo morto sulla croce»[766], una struttura sacramentale che rimarrà fino al pieno compimento del Regno [765]. Cristo, capo, e i credenti come membra del corpo sono una mistica persona [795], per questo motivo la chiesa è santa, poiché Cristo, unico mediatore, l’ha costituita sulla terra come organismo visibile e continuamente la sostiene [771]. Attraverso di essa l’opera redentrice di Cristo diventa presente nel tempo e nello spazio con la celebrazione dei Santissimi Sacramenti, soprattutto nel Sacrificio Eucaristico, la Santa Messa [1330]. La Chiesa trasmette con l’autorità di Cristo la divina rivelazione, «che si estende a tutti gli elementi di dottrina, ivi compresa la morale, senza i quali le verità salvifiche della fede non possono essere custodite, esposte o osservate» [2035].

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III

L’ORDINE SACRAMENTALE

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La Chiesa è in Gesù Cristo il sacramento universale della salvezza [776]. Essa non riflette sé stessa ma la luce di Cristo, che splende sul suo volto, e ciò può avvenire solo quando il punto di riferimento non è l’opinione della maggioranza né lo spirito dei tempi, ma piuttosto la Verità rivelata in Gesù Cristo, che ha affidato alla Chiesa cattolica la pienezza di grazia e di verità [819]: Egli stesso è presente nei sacramenti della Chiesa.

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La Chiesa non è un’associazione creata dall’uomo, la cui struttura può essere modificata dai suoi membri a proprio piacimento: essa è di origine divina. «È Cristo stesso l’origine del ministero nella Chiesa. Egli l’ha istituita, le ha dato autorità e missione, orientamento e fine» [874]. Ancora oggi è valido l’ammonimento dell’Apostolo secondo cui maledetto è chiunque proclami un altro Vangelo, «anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo» [Gal 1,8]. La mediazione della fede è inscindibilmente legata alla credibilità umana dei suoi annunziatori: essi, in alcuni casi, hanno abbandonato quanti erano stati loro affidati, turbandoli e danneggiando gravemente la loro fede. Per loro si realizza la parola della Scrittura: «Non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci» [2 Tim 4,3-4].

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Compito del Magistero della Chiesa nei riguardi del popolo di Dio è quello di «]salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti» affinché possa «professare senza errore l’autentica fede» [890]. Questo è particolarmente vero per quanto riguarda i sette sacramenti. La Santissima Eucaristia è «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» [1324]. Il sacrificio eucaristico, in cui Cristo ci coinvolge nel suo sacrificio della croce, è finalizzato alla più intima unione con Lui [1382]. Per questo la Sacra Scrittura ammonisce riguardo alle condizioni per ricevere la santa Comunione: «chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore» [1Cor 11, 27], dunque «chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione» [1385]. Dalla logica interna del sacramento si capisce che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevono la santa Eucaristia fruttuosamente [1457], perché in tal modo essa non li conduce alla salvezza. Metterlo in evidenza corrisponde a un’opera di misericordia spirituale.

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Il riconoscimento dei peccati nella santa confessione almeno una volta all’anno è uno dei precetti della Chiesa [2042]. Quando i credenti non confessano più i loro peccati ricevendone l’assoluzione, si rende vana la salvezza portata da Cristo, Egli infatti si è fatto uomo per redimerci dai nostri peccati. Il potere del perdono, che il Risorto ha conferito agli Apostoli e ai loro successori nell’Episcopato e nel Sacerdozio, rimette i peccati gravi e veniali commessi dopo il Battesimo. L’attuale pratica della confessione evidenzia come la coscienza dei credenti non sia oggi sufficientemente formata. La misericordia di Dio ci è data, affinché adempiamo i suoi comandamenti per conformaci alla sua santa volontà e non per evitare la chiamata alla conversione [1458].

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«È il sacerdote che continua l’opera di redenzione sulla terra» [1589]. L’ordinazione, che conferisce al sacerdote «un potere sacro» [1592], è insostituibile perché attraverso di essa Gesù diventa sacramentalmente presente nella sua azione salvifica. I sacerdoti scelgono volontariamente il celibato come «segno di questa vita nuova» [1579]. Si tratta della donazione di sé stesso al servizio di Cristo e del Suo Regno che viene. Al fine di conferire validamente l’ordinazione nei tre gradi di questo sacramento, la Chiesa si riconosce vincolata alla scelta compiuta dal Signore stesso, «per questo motivo l’ordinazione delle donne non è possibile» [1577]. A tale riguardo, parlare di una discriminazione della donna dimostra chiaramente una erronea comprensione di questo sacramento, che non riguarda un potere terreno ma la rappresentazione di Cristo, lo Sposo della Chiesa.

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IV

LA LEGGE MORALE

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Fede e vita sono inseparabili, poiché la fede senza le opere compiute nel Signore è morta [1815]. La legge morale è opera della sapienza divina e conduce l’uomo alla beatitudine promessa [1950]. Di conseguenza, la «Legge divina e naturale mostra all’uomo la via da seguire per compiere il bene e raggiungere il proprio fine» [1955]. La sua osservanza è necessaria a tutte le persone di buona volontà per conseguire la salvezza eterna. Infatti colui che muore in peccato mortale senza pentimento rimarrà per sempre separato da Dio [1033]. Ciò comporta delle conseguenze pratiche nella vita dei cristiani, tra le quali è opportuno richiamare quelle oggi più frequentemente trascurate: [cfr 2270-2283; 2350-2381]. La legge morale non è un peso ma fa parte di quella verità liberatrice [cfr Gv 8,32] attraverso la quale il cristiano percorre la via della salvezza e non deve essere relativizzata.

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V

LA VITA ETERNA

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Molti si chiedono oggi per quale motivo la Chiesa esista ancora se gli stessi vescovi preferiscono agire da politici piuttosto che da maestri della fede proclamare il Vangelo. Lo sguardo non deve soffermarsi su questioni secondarie, ma è più che mai necessario che la Chiesa si assuma il suo compito proprio. Ogni essere umano ha un’anima immortale, che alla sua morte si separa dal corpo, però con la speranza della risurrezione dei morti [366]. La morte rende definitiva la decisione dell’uomo a favore o contro Dio. Tutti devono affrontare il giudizio personale subito dopo la morte [1021]: o sarà necessaria ancora una purificazione oppure l’uomo andrà direttamente verso la beatitudine celeste e gli sarà permesso di contemplare Dio faccia a faccia. Esiste però anche la terribile possibilità che una persona, fino alla fine, resti in contraddizione con Dio: rifiutando definitivamente il Suo amore, essa «si dannerà immediatamente per sempre» [1022]. «Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi» [1847]. L’eternità della punizione dell’inferno è una realtà terribile, che — secondo la testimonianza della Sacra Scrittura — riguarda tutti coloro che «muoiono in stato di peccato mortale» [1035]. Il cristiano attraversa la porta stretta, «perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano» [Mt 7,13].

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Tacere su queste e altre verità di fede oppure insegnare il contrario è il peggiore inganno contro cui il Catechismo ammonisce vigorosamente. Ciò rappresenta l’ultima prova della Chiesa, ovvero «una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia della verità» [675]. È l’inganno dell’Anticristo, che viene «con tutte le seduzioni dell’iniquità, a danno di quelli che vanno in rovina perché non accolsero l’amore della verità per essere salvati» [2Ts 2,10].

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APPELLO

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Come lavoratori nella vigna del Signore, noi tutti abbiamo la responsabilità di ricordare queste verità fondamentali aggrappandoci a ciò che noi stessi abbiamo ricevuto. Vogliamo dare coraggio per percorrere la via di Gesù Cristo con determinazione, così da ottenere la vita eterna seguendo i Suoi comandamenti [2075].

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Chiediamo al Signore di farci conoscere quanto è grande il dono della fede cattolica, attraverso il quale si apre la porta alla vita eterna. «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» [Mc 8,38]. Pertanto ci impegniamo a rafforzare la fede confessando la verità che è Gesù Cristo stesso.

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L’avvertimento che Paolo, l’apostolo di Gesù Cristo, da al suo collaboratore e successore Timoteo è rivolto in modo particolare a noi, vescovi e sacerdoti. Egli scriveva:

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 «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» [2 Tm 4,1-5].

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Possa Maria, Madre di Dio, implorarci la grazia di aggrapparci alla confessione della verità di Gesù Cristo senza vacillare. Uniti nella fede e nella preghiera,

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+Gerhard Cardinale Müller
Prefetto della Congregazione

per la dottrina della fede

dal 2012 al 2017

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/02/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2019-02-10 03:37:222021-04-20 18:51:24«Non sia turbato il vostro cuore» [Gv 14,1]. Dai proclami sulla “Chiesa in uscita” al proclama del manifesto della fede del Cardinale Gerhard Ludwig Müller

L’epicità della tradizione, che non è estetica né ideologia, ma forza viva con cui la Chiesa rende partecipe tutto il mondo del messaggio di Cristo

7 Febbraio 2019/2 Commenti/in Attualità/da Padre Gabriele

il blog personale di Padre Gabriele

L’EPICITÀ DELLA TRADIZIONE, CHE NON È  ESTETICA NÉ IDEOLOGIA, MA FORZA VIVA CON CUI LA CHIESA RENDE PARTECIPE TUTTO IL MONDO DEL MESSAGGIO DI CRISTO

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A noi rimane una responsabilità importante; non stravolgiamo il senso della Tradizione: essa non si può né distruggere ideologicamente né altrettanto ideologicamente sventolare come bandiera. Siamo cattolici, figli della Tradizione e figli della Chiesa, servitori di Gesù Cristo. Questo è quello che ho sempre creduto, amato e difeso della Tradizione.

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

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La conversione di San Paolo, Caravaggio, collezione Odescalchi

Se vogliamo parlare della tradizione, o di ciò che veramente essa è nel lessico cristiano, bisogna partire dalle Lettere Apostoliche Paoline:

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Carissimi, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga [I Cor 11, 23 – 26].

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Quello di San Paolo, è ciò che sul piano compositivo ed espressivo potremmo chiamare “racconto epico”. E l’epica — per ricordare il vero senso etimologico della parola —, non è il racconto di “fiabe” o “fantasie”, ma è un genere espressivo di tipo elevato, poetico o letterario, che narra una storia reale.

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la caduta di San Paolo lungo la via di Damasco, Caravaggio, opera conservata nella chiesa romana di Santa Maria del Popolo

Per questo spesso mi emoziono quando ascolto storie epiche. Amo la letteratura, il teatro e il cinema proprio per questo motivo. In quarta ginnasio ho amato i versi eterni dell’Iliade, dell’assedio della città di Troia. In quel caso la grecità classica ha tramandato a voce anche lo scontro violento fra Achille, iracondo, ed Ettore. Al cinema, mi sono commosso dinanzi l’amore fraterno di Raymond e Charlie Babbit, interpretati da Dustin Hoffman e Tom Cruise, nell’indimenticabile Rainman – L’uomo della Pioggia. A teatro mi hanno dato gioia, le argomentazioni scaltre dell’innamorato Ernest in Import of being Ernest.  Le “epopee” di guerrieri, fratelli e uomini col cuore che battono sono doni che porterò sempre con me.

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L’epicità è uno dei mille motivi per cui ho aderito e continuo ad aderire alla fede in Cristo e per cui sono entrato nell’Ordine dei Frati Predicatori. La fede in Gesù Cristo, nel suo annuncio essenziale, dice epicità: annuncia cioè l’amore di un Dio talmente grande per l’umanità decaduta e sofferente tanto da morire in croce per redimerla. Ma l’epicità del cristianesimo è sottolineata da San Paolo all’inizio del brano che ho voluto citare. L’epicità si racchiude nella coppia verbale «ho ricevuto […] ho trasmesso».

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San Paolo parla in effetti di un tradere, una Tradizione. Cioè un dato che, oltre i secoli, ininterrottamente viene comunicato e giunge sino a noi: questo dato è l’annuncio essenziale di Cristo. Anche la liturgia, notiamo, si sofferma sulla Tradizione. Nel Canone Romano possiamo ascoltare infatti questa frase:

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«[…] et ómnibus orthodóxis, atque cathólicæ, et apostólicæ fidei cultóribus [E con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica trasmessa dagli apostoli».

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il martirio di San Paolo, opera di Mattia Preti [XVII sec.]

Diverse volte, anche forse nei momenti più bislacchi e meno opportuni, ho meditato su questo passaggio del canone romano. È di nuovo il messale a sottolineare l’epicità e l’amore di tutti quelli che si sono prodigati nel custodire e donarci integro quell’annuncio. Dunque ripenso con gioia a coloro che nella mia vita hanno custodito e trasmesso il messaggio di Gesù: in primis le mie due nonne. Davvero mi hanno donato un deposito della fede inestimabile.

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La Tradizione è la danza trinitaria che volteggia sul mondo. È la forza viva, unitamente alla Sacra Scrittura, con cui la Chiesa rende partecipe tutto il mondo del messaggio di Cristo. Un messaggio, insegna la Lettera a Diogneto, che non è inventato tramite una riflessione filosofica. Quel messaggio è essenzialmente l’Incontro con Gesù Risorto.

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Trasmettere, essere parte della Tradizione significa in ultima istanza far incontrare al povero e al bisognoso, materiale come spirituale, il volto di Dio che lo ama e lo custodisce.

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A noi rimane una responsabilità importante; non stravolgiamo il senso della Tradizione: essa non si può né distruggere ideologicamente né altrettanto ideologicamente sventolare come bandiera. Siamo cattolici, figli della Tradizione e figli della Chiesa, servitori di Gesù Cristo. Questo è quello che ho sempre creduto, amato e difeso della Tradizione. Provo allora a fare un passo avanti.

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interno della tomba di San Paolo, nella omonima basilica romana maggiore di San Paolo fuori le mura

Il padre Yves Congar [1904-1995], nel 1975 ha scritto:

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«La tradizione (è) tutt’altra cosa che una affermazione meccanica e ripetitiva del passato: essa è la presenza attiva di un principio a tutta la sua storia».

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Siamo noi stessi chiamati ad entrare nella dinamica della Tradizione, come chierici, laici e religiosi. Chiamati ad essere presenza viva con la Tradizione. Anche l’ordine a cui appartengo, l’Ordine dei Predicatori fondato da San Domenico di Guzman, è nato dalla sete della verità che gli uomini del XIII secolo anelavano affannosamente; quel Medio Evo che, desertificato da catari e valdesi, implorava ai nostri confratelli: «Portate l’acqua dissetante della fede cattolica».

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Questo desiderio profondo non si è fermato alla Media Aetas. Ha superato i secoli ed è giunto fino ad oggi. Perciò tutti noi, non solo i frati domenicani, oggi continuiamo a predicare e trasmettere l’integrità della dottrina e a sforzarci di viverla ogni istante, nonostante i nostri peccati e le nostre debolezze. Ripensando alla benedizione matrimoniale, si attuerà negli sposi la richiesta del celebrante: «Padre santo, concedi a questi tuoi figli che, uniti davanti a te come sposi, comunicano alla tua mensa, di partecipare insieme con gioia al banchetto del cielo». Ripensando alla professione religiosa e alla ordinazione sacerdotale si attuerà la formula: «E Dio che ha iniziato in te questa opera, la porti a compimento». Diventiamo tutti quanti umili ferventi cattolici, carichi di santa Tradizione, e il compimento del capolavoro di Dio si attuerà in noi.

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«Gesù dolce, Gesù amore» [Santa Caterina da Siena]

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Roma, 7 febbraio 2019

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2021/09/padre-Gabriele-piccola.png?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Gabriele https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Gabriele2019-02-07 20:05:472021-09-30 21:14:07L’epicità della tradizione, che non è estetica né ideologia, ma forza viva con cui la Chiesa rende partecipe tutto il mondo del messaggio di Cristo

I tumori più terribili e difficili da guarire sono le malattie che ci impediscono di essere testimoni di Cristo [IIª riflessione: La tiepidezza]

5 Febbraio 2019/in Attualità, Pastorale Sanitaria/da Padre Ivano

visita il blog personale di Padre Ivano

— Pastorale sanitaria —

I TUMORI PIÙ TERRIBILI E DIFFICILI DA GUARIRE SONO LE MALATTIE CHE CI IMPEDISCONO DI ESSERE TESTIMONI DI CRISTO 

[ IIª RIFLESSIONE: La tiepidezza ]

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Molte comunità ecclesiali sono infestate da questo tipo di malattia: la tiepidezza. Tutto viene contaminato da questo morbo: le relazioni fraterne, la vita affettiva, l’aspetto economico, la scelta e l’elezione degli animatori della comunità, la vita liturgica, la carità … 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

 

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PDF  articolo formato stampa
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Fragilità, opera della pittrice romana Anna Boschini, tratta dal catalogo d’arte Mondadori, 2019 [cf. Vitarte Galeria, QUI]

Sfido i lettori de L’Isola di Patmos a non aver mai udito nell’ambiente ecclesiale — includendo gruppi di laici, comunità religiose, sacerdoti o ambienti curiali — l’espressione: «si è sempre fatto così».

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Questa frase, lungi dal voler salvaguardare la Tradizione — quella vera, non i tradizionalismi — è in realtà il pericolo più grande per la maturazione di una comunità ecclesiale. Dietro il «si è sempre fatto così», si nasconde il tranello che impedisce al cristiano di essere autentico testimone del Signore risorto.

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Ecco allora fare il suo ingresso la seconda malattia spirituale: la Tiepidezza. Si arriva a contrarre questa patologia quando prendiamo l’abitudine di fare le cose del Signore per routine. Così come insegnano i vecchi manuali di spiritualità, la tiepidezza può riguardare tutti sia gli incipienti che i perfetti.

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Sembra strano, ma spesso possiamo scoprirci tiepidi proprio dopo aver conquistato un sufficiente grado di fervore e di unione con il Signore. Infatti, la chiusura alla grazia o alle ispirazioni dello Spirito Santo, si caratterizzano come elementi pericolosi che trascinano verso la tiepidezza; così come la cristallizzazione in una fede che soddisfa  una visione solo prettamente umana. In questo caso, il compiacimento di una fede artificiosa prende il sopravvento sul «vino nuovo» (cf. Mc 2, 22) che il Signore vuole versare con abbondanza nella mia vita e mi vedrò imprigionato a ripetere lo stesso schema che prosciugherà la vitalità del Vangelo, conducendomi all’appiattimento spirituale.

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Volendo azzardare una definizione di tiepidezza possiamo dire che: è il culto ripetitivo verso l’opera dell’uomo che si oppone alla virtù di religione che consiste in una prontezza d’animo verso Dio. E la Parola di Dio è chiara, circa la condanna della tiepidezza e la condanna dell’uomo tiepido:

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«Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (cf. Ap 3,14-16).

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Dopo la tempesta, opera della pittrice romana Anna Boschini

Molte comunità ecclesiali sono infestate da questo tipo di malattia e tutto viene contaminato da questo morbo: le relazioni fraterne, la vita affettiva, l’aspetto economico, la scelta e l’elezione degli animatori della comunità, la vita liturgica, la carità … Spesso, davanti a un giusto richiamo davanti a questo stile di vita soporifero, ci si giustifica dicendo: «Che male faccio? Le mie preghiere cerco di recitarle, la messa domenicale più o meno la seguo, che altro devo fare?». Quello che manca in queste persone e in queste comunità è una santa inquietudine a conoscere Gesù ed a farlo amare.

 

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La tiepidezza si riconosce da diversi sintomi, vediamone insieme qualcuno: il primo sintomo, è la normalizzazione. Oggi si ha la tendenza a normalizzare tutto e quindi a giustificare ogni cosa. Ad esempio il peccato. Normalizzare il peccato significa riconoscere che tale ferita all’amore di Dio, poiché viene compiuta da molti e con una certa frequenza, perde la propria problematicità. Oppure si tende a normalizzare gli atti peccaminosi minimizzandoli: «ho commesso dei peccatucci, ho avuto una passioncella, ho mantenuto dei vizietti».

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Sfida, opera della pittrice romana Anna Boschini

Il tiepido tende a normalizzare e a ridurre il più possibile la realtà che lo circonda con l’illusione di portare serenità e misericordia. Si auto-convince che non c’è più nulla da migliorare nella propria vita perché – in fondo – ha raggiunto uno stabile equilibrio rassicurante. Tuttavia, Gesù nel Vangelo non loda i tiepidi ma domanda l’innalzamento del livello del discepolato verso una giustizia potenziata dalla grazia santificante:

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«Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» [cf. Mt 5,20].

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Il terzo sintomo della tiepidezza è il dubbio, figlio della tiepidezza, il quale l’uomo tiepido ha una grande propensione a dubitare – non perché sia uno scettico convinto – ma perché il dubbio gli permette di non prendere una posizione netta sulla fede e nel rapporto con Dio. Spesso è solito ripete frasi come queste: «Io penso di essere credente ma ho da sempre molti dubbi di fede irrisolti», e malgrado si attui in lui un buon accompagnamento che tenda a dirimere certe problematicità, i dubbi persistono ancorati alla volontà della persona. Al ché come Mosè, il tiepido che dubita, è impossibilitato ad entrare nella Terra Promessa in cui si realizza pienamente la relazione con Dio [cf. Dt 32,48-52]. Esso si accontenta di vedere le realtà spirituali da lontano. C’è una sostanziale differenza però, ciò che per Mosè diventa motivo di vergogna e sottolinea una certa incompletezza alla propria vocazione; nel tiepido il dubbio si concepisce come  sollievo che lo sgrava, ancora una volta, dal problema di Dio.

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Incontro alla libertà, opera della pittrice romana Anna Boschini

Quarto sintomo della tiepidezza è il libero sfogo della concupiscenza. L’uomo che è immerso nella tiepidezza, perde ben presto il riferimento alla persona di Dio, la capacità di rinunziare a se stesso e lo status di uomo nuovo che San  Paolo invoca per l’uomo che è stato redento da Cristo [cf. Mt 16,24; Mc 8,34; Lc 9,23; Ef 4,24]. Con la proliferazione nell’animo di vari disordini che rendono la natura umana lontana dalla grazia, il tiepido si trova schiavo della concupiscenza che lui stesso ha contribuito a nutrire. Ecco dunque che la concupiscenza conduce così alla maturazione di alcuni frutti molto pericolosi – i sette vizi capitali – che conducono verso disordini morali sempre maggiori, tanto da rovinare la bellezza dell’uomo creato da Dio. In questo modo la concupiscenza porta l’uomo a regredire verso una condizione che lo rende schiavo del proprio istinto e delle proprie passioni.

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Nel passato i santi padri del monachesimo Evagrio Pontico, Giovanni Damasceno, Gregorio di Nissa, Antonio Abate poiché espertissimi delle profondità dell’animo umano, avevano elaborato diverse modalità per combattere i vizi capitali, oltre alla costante vigilanza del cuore, era necessaria l’evangelizzazione della coscienza, dei pensieri e dei sentimenti.

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Con questo secondo contributo che ha cercato di analizzare la malattia spirituale della tiepidezza, si vuole mettere in guardia i cristiani affinché ci sia sempre una costante progressione nel cammino di conoscenza del Signore, poiché come insegna giustamente Sant’Agostino, il non avanzare sulla via di Dio significa tornare indietro. E poiché il desiderio di Dio è la santità per tutti i suoi figli [cf 1Ts 4,3], non possiamo che combattere il morbo della tiepidezza che ammantandosi al giorno d’oggi di buonismo e di tolleranza miete molte vittime nel campo della Chiesa.

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[fine della IIª meditazione]

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Cagliari, 5 febbraio 2019

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ivano https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ivano2019-02-05 14:05:522021-04-20 18:47:37I tumori più terribili e difficili da guarire sono le malattie che ci impediscono di essere testimoni di Cristo [IIª riflessione: La tiepidezza]

I tumori più terribili e difficili da guarire sono le malattie che ci impediscono di essere testimoni di Cristo [Iª La tristezza]

20 Gennaio 2019/7 Commenti/in Attualità, Pastorale Sanitaria/da Padre Ivano

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I TUMORI PIÙ TERRIBILI E DIFFICILI DA GUARIRE SONO LE MALATTIE CHE CI IMPEDISCONO DI ESSERE TESTIMONI DI CRISTO

[ Iª La tristezza ]

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Mi colpisce sempre vedere dei cristiani tristi, mi ha sempre colpito. Allo stesso modo mi colpisce vedere sacerdoti e religiosi musoni. Questo perché è una contraddizione palese in coloro che dovrebbero annunciare la Pasqua. Quando celebro la Santa Messa, quando guido un momento di preghiera oppure quando semplicemente entro in una chiesa, mi piace soffermarmi ad osservare le persone. Le osservo perché anch’io, ho bisogno di incoraggiamento da coloro che vivono una fede forte e hanno un rapporto intimo con Dio. E mentre sovente osservo, ecco … i musi lunghi!

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

 

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pagliaccio triste …

Con questo nuovo articolo darò avvio ad un ciclo di riflessioni sulle malattie spirituali più pericolose per la vita di un cristiano. Come sempre desidero citare la Parola di Dio, prendendo come spunto un brano evangelico che ho avuto modo di citare anche altre volte nei miei scritti sulla nostra Isola di Patmos:

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«Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» [cf. Lc 24,13-16].

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Al versetto 16 è evidente una certa cecità del cuore e della mente, ciò vuol dire che vi è qualcosa in questi due discepoli che gli impedisce di riconoscere il Signore risorto. Esistono infatti alcune patologie dell’anima che ci separano da Cristo e che ci impediscono di fare nostra la novità del Vangelo affinché questo trasformi la nostra vita e quella degli altri. È quindi in questi termini che desidero presentare la prima malattia spirituale: la Tristezza.

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Mi colpisce sempre vedere dei cristiani tristi, mi ha sempre colpito. Allo stesso modo mi colpisce vedere sacerdoti e religiosi musoni. Questo perché è una contraddizione palese in coloro che dovrebbero annunciare la Pasqua. Quando celebro la Santa Messa, quando guido un momento di preghiera oppure quando semplicemente entro in una chiesa, mi piace soffermarmi ad osservare le persone. Le osservo perché anch’io, ho bisogno di incoraggiamento da coloro che vivono una fede forte e hanno un rapporto intimo con Dio. E mentre sovente osservo, ecco … i musi lunghi!

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pagliaccio triste …

Cerchiamo anzitutto di capire una cosa: questo genere di tristezza non è data dai rovesci della vita che inevitabilmente tutti ci ritroviamo a sostenere. La tristezza di cui parlo, è quella mista a rassegnazione, è una tristezza che spesso è disperazione, depressione, staticità, arrendevolezza che – per quanto vogliamo maschere con aria mistica e affettata santità – affiora sempre a galla.

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Il cristiano non può che definirsi se non in seno alla gioia, è stato creato per la gioia e la stessa redenzione operata da Cristo – sebbene accompagnata dalla inevitabile tragedia della Passione – non si conclude con il Venerdì Santo ma con la Domenica di Risurrezione espressione della gioia che vince sulla morte. La viva rappresentazione della gioia di Cristo e dei discepoli, ossia dei primi cristiani, emerge dal Vangelo di San Giovanni Apostolo, indicato dai grandi Padri della Chiesa e dagli esegeti, anche come «Il Vangelo della gioia».

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Il segno più credibile di un cristiano dovrebbe essere proprio quello della gioia, l’intima gioia di vivere di Dio e della sua compagnia; l’intima gioia di poter presentare al Padre ogni istante della nostra giornata e avere la certezza di sentirci amati, compresi, perdonati e guariti intimamente. Per questo mi piace citare spesso un passo delle omelie per il Natale di san Leone Magno papa che dice: «Riconosci o cristiano la tua dignità». Cioè siamo chiamati a ri-conoscerci nuovamente, a prendere coscienza della nostra identità, a capire nuovamente chi siamo come credenti. Ogni vita cristiana – quindi anche la mia e la tua – è vita in cui Cristo vive, opera, ama, prega, spera, soffre, si affida al Padre.

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pagliaccio triste …

La vita cristiana è vita di comunione in cui la relazione con Gesù è presente: ecco la mia dignità, ecco la mia gioia! Al contrario, facendo invece spazio alla tristezza, metto in ombra la presenza di Gesù che vive in me e vado avanti spesso con le sole mie forze che verifico essere inadeguate. Inoltre, questo atteggiamento di melanconia spirituale viene rafforzato da espressioni come queste: «Siamo nati per soffrire !», «Non valgo a nulla, cosa posso mai fare di buono?», «Io sono zero, Dio è tutto», «Siamo nelle mani di Dio, non possiamo farci più nulla», «Merito di soffrire a causa dei miei peccati, Dio giustamente mi punisce». Tutti questi modi di pensarsi “cristiani”, pongono una seria caparra sulla gioia che Dio vuole per i suoi figli, che Cristo ci ha meritato con la sua risurrezione e che lo Spirito Santo continuamente riversa nei nostri cuori come dono gratuito.

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Tale situazione d’ombra è spesso il risultato derivante dalla nostra bassa autostima spirituale e di una pessima o assente formazione spirituale e catechetica. Mi spiego meglio …

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… l’autostima spirituale è la consapevolezza del valore che ciascuno attribuisce a se stesso in relazione alla persona di Dio, l’atteggiamento che ognuno ha nei propri confronti come persona amata, accettata e valorizzata da Dio. Questa autostima spirituale in parte dipende da noi e dalla nostra esperienza di Dio, in parte dipende da coloro che ci hanno educato alla fede affinché potessimo sentirci cristiani amati e degni di valore. Avere una bassa autostima spirituale è anche indice dell’immagine di Dio che ci siamo coltivati. Possiamo percepire Dio come un contabile, colui che segna sul taccuino i nostri errori e difetti pronto a farci pagare il conto. Possiamo percepire Dio come il dittatore che ci priva della gioia e ci chiede solo sacrifici, possiamo farci l’idea di Dio come simbolo dell’efficienza che vuole tutti perfettivi senza la possibilità di sbagliare o manifestare debolezze. Oppure abbiamo sperimentato l’idea di Dio come truffatore che promette tutto e mantiene niente, o l’idea del Dio giudice vendicativo che si diverte a punire e castigare l’uomo per manifestare la sua forza.

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pagliaccio triste …

Tutte queste immagini di Dio sono indicative del modo patologico con cui ci percepiamo cristiani e il modo che abbiamo di vivere lo stile del Vangelo all’interno delle nostre comunità religiose. E con questi presupposti si crea il pericolo serio di una problematica autostima spirituale.

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Può capitare che come cristiani tendiamo a non considerare gli aspetti positivi della nostra vita, negando o non vedendo il bene che Dio opera in noi. Ci sembra più naturale considerare i lati negativi e piangere sconsolati sulle nostre miserie. Anche una certa educazione religiosa, guidata da un falso e deviato concetto di umiltà, ci ha condotti a sentirci in colpa ogni qual volta parliamo delle nostre qualità e di quello che di bello e santo stiamo vivendo nel rapporto con Dio.

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La confessio laudis, cioè la manifestazione delle cose belle – e quindi della gioia – che il Signore compie nella mia vita è indispensabile per far tramontare una volta per tutte la tristezza. Ecco perché durante la confessione sacramentale, prima ancora dell’accusa dei peccati, è necessario manifestare al sacerdote le realtà gioiose di cui devo rendere grazie a Dio.

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La Sacra Scrittura e l’antropologia cristiana più autentica ci dicono che l’uomo non è un essere negativo, perduto e sconsolato. Esiste un ottimismo ben radicato che vede positivamente l’uomo e questo deriva proprio dall’unione con Dio che dona bellezza, conforto, dignità e fa risplendere continuamente il volto del Figlio su ogni realtà creata. L’uomo è creato non solo nel bene e nell’amore infinito di Dio ma è strutturato come realtà molto buona [cf. Gn 1,31] e come realtà positiva che ha il suo modello in Gesù Signore del mondo [cf. Col 1,16-17]. Neanche la prima disobbedienza [cf. Gn 3] riesce ad intaccare la stima e l’amore che Dio prova per l’uomo, tanto da continuare a valutare la sua creatura con un personale atto d’amore e di cura. Per questo motivo, all’apice del dramma del peccato originale, l’uomo riceve ugualmente una promessa di redenzione e gli viene donato un nuovo abito che possa ridargli dignità e valore [cf. Gn 3,15; 21].

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pagliaccio triste …

Nella storia del popolo di Israele Dio assiste sempre l’uomo affinché nulla sminuisca il suo valore, la sua certezza di essere amato. Né l’arroganza del faraone d’Egitto, né la fame e la sete del deserto, né la malattia, l’ostinazione e la mormorazione riescono a convincere Dio a rigettare e disistimare l’uomo creato molto buono. Non sono le cose esterne – buone o cattive – che determinano il nostro valore di cristiani, non è quello che la gente dice di me che mi rende cristiano migliore o peggiore, è il valore che ho per Dio che mi rende amabile.

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Sulla scia di questo pensiero, lo psicologo James Bugental afferma che la nostra vera identità non sta all’esterno di noi stessi, non deve essere ricercata nelle conferme esterne, nelle sicurezze esterne. La nostra vera identità, il nostro tesoro lo possiamo trovare scavando nel campo della nostra anima, nell’intimo di noi stessi: luogo in cui Dio prende dimora e si rivela nella gioia.

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È in questo sacrario che posso trovare l’immagine originaria che Dio ha pensato per me, la parola originaria che Dio ha pronunciata nel crearmi e che è capace di dare senso e gioia a tutta una vita, anche a quella più rovinata e apparentemente inutile.

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[fine della Iª meditazione]

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Cagliari, 20 gennaio 2019

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Ridi, pagliaccio !

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«Mamma ho perso l’aereo». La Sacra Famiglia in viaggio verso la gloria sul racconto del Vangelo Lucano

6 Gennaio 2019/in Attualità/da Padre Gabriele

— catechesi & pastorale —

«MAMMA HO PERSO L’AEREO». LA SACRA FAMIGLIA IN VIAGGIO VERSO LA GLORIA SUL RACCONTO DEL VANGELO LUCANO

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«Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» Questo smarrimento è una occasione per Gesù di mostrare la sua personalità. L’episodio mi ricorda un vecchio film di Natale, Mamma ho perso l’aereo del 1990. Un giovanissimo Macaulay Culkin interpreta il piccolo Kevin, accidentalmente dimenticato a casa dai genitori prima di un viaggio a Parigi […]

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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l’allora piccolo Macaulay Culkin

In questi giorni che ci hanno guidati dal mistero del Natale a quello della Epifania, possiamo soffermarci un po’ sulle narrazioni storiche che il Vangelo lucano ci offre sulla Sacra Famiglia.

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I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme [cf. Lc 2, 41 – 45].

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Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte [ cf. Lc 2, 47]. Al vederlo restarono stupìti, e sua madre gli disse:

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«”Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose loro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio”? Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» [cf. Lc 2, 48-52].

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Cerchiamo dunque di chiarire questo viaggio: per onorare le tradizioni ebraiche, la santa famiglia va in viaggio verso Gerusalemme. Gesù è dodicenne. La Sacra Famiglia compie dunque due viaggi: da Nazareth a Gerusalemme. Da Gerusalemme Nazareth. Ecco dunque una caratteristica applicabile anche alla famiglia oggi.

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I due viaggi ci mostrano come la famiglia è una realtà dinamica. Non è fissa nei suoi luoghi, nelle sue abitudini, nelle sue certezze aride. La famiglia è il luogo del dinamismo: un dinamismo legato alla tradizione, secondo la nostra fede. Questo legame fra tradizione e famiglia, permette di farci vedere come il nucleo coniugale è un luogo dove è possibile alimentare lo stupore della fede: una fede ad un tempo sempre antica e sempre nuova.  Dove le tradizioni sono il luogo dove affondare le proprie radici e iniziare a costruire la propria identità.

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Proprio per questo Gesù, può rispondere tranquillamente: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» [Lc 2, 49]. Questo smarrimento è una occasione per Gesù di mostrare la sua personalità. L’episodio mi ricorda un vecchio film di Natale, Mamma ho perso l’aereo del 1990. Un giovanissimo Macaulay Culkin interpreta il piccolo Kevin, accidentalmente dimenticato a casa dai genitori prima di un viaggio a Parigi. Fra risate, imprevisti e gag comiche, Kevin difenderà con le unghie e coi denti la propria casa dal tentativo di furto di due maldestri ladri. Kevin ha dunque capito che nel suo piccolo aveva un ruolo importante: difendere i suoi affetti e i suoi ricordi più intimi da chi voleva sottrarglieli e porre violenza su essi.

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Gesù, è fra i maestri e i dottori della Legge, in maniera piena interrogava e discuteva con loro con una intelligenza acuta e per la chiarezza delle risposte. Oserei dire, che Gesù sa dare risposte sintetiche alle domande dei dottori e sui loro interrogativi riguardanti la Torah e il Talmud. Sintetico implica una brevità e capacità di concisione, ma che al tempo stesso non sia superficialità: la risposta sintetica è intelligente quando sa esprimere il tutto in un frammento. Sa dire la profondità dei misteri divini in poche e chiare parole. Gesù risponde dunque che si occupa delle cose del Padre suo: si occupa della sua missione di portatore della verità di Dio e si prepara così alla equivalente missione di redenzione che avverrà anni dopo.

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All’interno della sua famiglia, Gesù ha maturato la sua identità e missione. Ecco perché il suo viaggio con la Sacra Famiglia è stato un viaggio verso la gloria. Dalla notte di Natale da poco festeggiata, sino alla Passione e Resurrezione che celebreremo a Pasqua, Gesù cammina sempre con la comunità familiare in una crescita di età, sapienza e grazia.

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Ecco perché anche per noi le nostre famiglie sono la cellula innanzitutto del nostro sviluppo umano e personale: quel luogo dove scopriamo la nostra identità, i nostri difetti e pregi. Dove impariamo ad onorare la Sacra Scrittura, la Tradizione e il Magistero della Chiesa come aiuti dello sviluppo del nostro personale fermento sacro: cioè di noi stessi nella scoperta della nostra vocazione, sacerdotale, religiosa o matrimoniale.

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In questi giorni tra Natale e l’Epifania nei quali abbiamo celebrato anche la festa della Sacra Famiglia, ringraziamo il Signore per i doni che ci ha voluto recare tramite i nostri genitori; e tramite tutti coloro che hanno reso il servizio di pedagoghi nello sviluppo esistenziale, umano e spirituale delle nostre vocazioni.

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Roma, 6 gennaio 2019

Epifania del Signore Gesù

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«Gesù dolce, Gesù amore» [Santa Caterina da Siena]

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Redazione dell’Isola di Patmos

Segnaliamo ai Lettori de L’Isola di Patmos un interessante articolo del nostro autore domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci pubblicato in questi giorni di festa sul sito della Provincia Domenicana Romana di Santa Caterina da Siena e dedicato a «I profeti: seminatori dei misteri di Dio» [vedere testo, QUI]

 

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La Lega Santa Felina in difesa della tradizione del presepe dall’ideologia del politicamente corretto e del … “famolo strano”!

29 Dicembre 2018/in Attualità/da Ipazia

— il cogitatorio di Ipazia  —

LA LEGA SANTA FELINA IN DIFESA DELLA TRADIZIONE DEL PRESEPE DALL’IDEOLOGIA DEL POLITICAMENTE CORRETTO E DEL … FAMOLO STRANO !

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A spingere alla istituzione di questa Lega Santa Felina è stato anche uno sventato attentato presso l’aeroporto romano di Fiumicino, quando un gatto siriano appartenente al gruppo terroristico Gattisis  ha tentato di lanciarsi sul presepe allestito dall’Associazione degli operatori di volo al grido di «Miao akbar ! ».

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Autore Ipazia Gatta Romana

Autore
Ipazia Gatta Romana

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Attraverso la Via di Emmaus delle corsie dell’ospedale: il Cappellano come discepolo e compagno di viaggio nella malattia

28 Dicembre 2018/in Attualità, Pastorale Sanitaria/da Padre Ivano

— pastorale sanitaria —

ATTRAVERSO LA VIA DI EMMAUS DELLE CORSIE DELL’OSPEDALE: IL CAPPELLANO COME DISCEPOLO E COMPAGNO DI VIAGGIO NELLA MALATTIA

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… nella parabola del Buon Samaritano, è chiaro il riferimento a Gesù come colui che si prende cura dell’uomo bastonato dai briganti e versa sulle sue ferite olio e vino simboli della grazia sacramentale che da Cristo scaturisce con abbondanza e potenza. L’uomo maltrattato dai briganti è preso in carico da Gesù affinché passi dalla condizione di moribondo a quella di risorto.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Ivano Liguori, Ofm. Capp. in visita al reparto di pediatria dell’Ospedale Brotzu di Cagliari con i folletti e Babbo Natale

Il fatto che «soli si muore» ci guida a capire, attraverso l’esperienza quotidiana, che nella vita tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci affianchi e insieme a noi condivida i momenti spensierati e di prova. La constatazione divina di Genesi 2,18 «Non è bene che l’uomo sia solo», a mio parere non si deve leggere solo come riferimento dell’unione sponsale tra uomo e donna, ma come imperativo alla socialità e alla comunione. L’uomo è chiamato a fare esperienza di Dio solo nella comunione con il fratello. Il mistero stesso della Trinità, è mistero di comunione, non esiste in Dio solitudine.

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Nel momento della prova e della malattia la dinamica dell’essere con è essenziale affinché si verifichi un vero accompagnamento che sia di supporto e di stimolo per non sentirsi soli e per gustare così la provvidenza di Dio che mette al nostro fianco qualcuno che ci ama. Già la sapienza del salmista ci fa cantare: «Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme» [cf Sal 133,1].

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Due sono gli episodi del Vangelo che meglio di altri incarnano il dovere di prossimità del cristiano verso l’uomo sofferente nel corpo e nell’anima: la parabola del Buon Samaritano [cf. Lc 10,23-37] ed il racconto dei Discepoli di Emmaus [cf. Lc 24,13-35]. In questi brani evangelici l’evangelista Luca, maestro di tenerezza e di compassione, rivela l’amore preferenziale di Cristo per l’uomo infermo. Da qui nasce lo stimolo al coraggio di non passare oltre.

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foto ricordo dopo la Santa Messa di Natale nel reparto di pediatria

Nella parabola del Buon Samaritano è chiaro il riferimento a Gesù come colui che si prende cura dell’uomo bastonato dai briganti e versa sulle sue ferite olio e vino simboli della grazia sacramentale, che da Cristo scaturisce con abbondanza e potenza. L’uomo maltrattato dai briganti è preso in carico da Gesù affinché passi dalla condizione di moribondo a quella di risorto. La figura dell’uomo bastonato sulla strada, esprime con vividezza:

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«la ferita inguaribile da cui siamo stati colpiti […] e che solo il Signore poteva guarire. È per questo che egli è venuto di persona, perché nessuno degli anziani, né la Legge, né i profeti, erano capaci di porvi rimedio. Solo lui, venendo, ha guarito questa inguaribile ferita dell’anima» [cf. Macario il Grande, Omelie, (Coll. II), XXX, 8].

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Gesù buon samaritano compie un passaggio di stato nella vita di ogni uomo: dall’orizzontalismo dell’infermità al verticalismo della nuova vita [cf. Lc 4,38-39]. Gesù è colui che risana e guarisce poiché è il Signore. La potestà del Risorto e la sua signoria si manifestano attraverso una nuova creazione che si compie nell’uomo attraverso un passaggio dalla condizione di infermità alla condizione di salute che diventa attestazione di salvezza e quindi di risurrezione.

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Natale nel reparto di pediatria

Davanti all’azione risanante di Gesù, si avverte la necessità di essere collaboratori di una cura che si esprime nel tempo e che viene portata avanti grazie all’opera del padrone della locanda a cui viene affidato il compito di custodire e proseguire il lavoro di risanamento iniziato da Cristo. Così,  nella cura e nell’assistenza degli infermi, la figura del cappellano ospedaliero incarna colui al quale Gesù affida la custodia del moribondo, obbedendo al mandato di aver cura di lui, mutandolo in ministro dell’annuncio pasquale che Gesù è risorto e che è il Signore [cf. At 3,1-16], da questo annuncio scaturisce la potenza della guarigione.

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Nel ministero di consolazione e di cura che viene svolto in ospedale, il cappellano è chiamato a imitare gli atteggiamenti del Buon Samaritano che vede l’infermo ma non passa oltre. Nel medesimo tempo, il cappellano è anche ministro di diaconia nella misura in cui è capace di assumere e progettare realtà concrete di assistenza nel tempo della malattia di tanti uomini poveri e disagiati. 

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Possiamo dire allora che il ministero ospedaliero verso gli infermi è un servizio missionario, che nell’annuncio, nella cura e nell’accudimento edifica la Chiesa volto di Cristo tra i sofferenti. Ecco allora che il compito di cura e di compassione si coniuga nell’accompagnamento dello sfiduciato, dell’uomo senza speranza, perciò infermo nell’anima.

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Natale nel reparto di pediatria

Alla luce della prossimità e dell’impulso al cammino comune, l‘episodio del Vangelo di Luca dei Discepoli di Emmaus ci mostra Gesù che si rende compagno di viaggio dell’uomo che ha perso la speranza e la gioia. Infatti la malattia, la paura della morte e la solitudine, distruggono la gioia nell’uomo, così come mettono a dura prova la fede. Domande come: «perché proprio a me?» e «dove è Dio in tutto questo?» provano l’infermo e la sua famiglia e richiedono una risposta che non può mai essere scontata o facilona. Allora, contemporaneamente al prendersi cura del malato, c’è bisogno di un camminare insieme con lui, aprire il suo cuore al messaggio gioioso di Pasqua: Dio è vincitore della morte, della malattia, della solitudine dell’uomo.

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Natale lungo la Via di Emmaus dell’ospedale …

L’annuncio della Parola di Dio, la vicinanza umana del cappellano e della comunità cristiana che visita di frequente l’infermo, realizzano quel miracolo della inclusione e dell’accompagnamento che predispone poi l’infermo a dismettere il volto triste della delusione e della tristezza per vestire l’esultanza e la riconoscenza in Gesù vivo. Per questo il camminare vicino al malato all’interno della realtà ospedaliera significa attuare con costanza e spirito missionario la visita quotidiana ai reparti di degenza, l’incontro con le famiglie dei malati, la cura sacramentale delle anime inferme.

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Il cappellano è chiamato per dovere di giustizia a incontrare il malato, non solo per obbedire al comando di Cristo [cf. Mt 25,36], ma per farsi viaggiatore con lui dentro la malattia, amico che asciuga le lacrime e riempie un vuoto, profeta che annuncia che Dio è fedele e realizza le sue promesse.

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i discepoli lungo la Via di Emmaus [vedere testo lucano QUI].

Cristo Signore, attraverso la mediazione umana e sacramentale del sacerdote cappellano, spezza ancòra il pane della Parola e dell’Eucaristia affinché i ciechi riacquistino la vista, gli zoppi camminino, i lebbrosi siano purificati, i sordi  tornino ad udire, i morti siano richiamati alla vita, i poveri siano immersi nella buona novella del Regno [cf. Lc 7,22].

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Un ministero di questo tipo è senza dubbio faticoso, lento e meticoloso e si presta a condivide la stessa pazienza divina, affinché l’uomo malato nel corpo e nello spirito sia, giorno dopo giorno, curato e amato affinché possa raggiungere la salute e la salvezza che sono condizioni normali per ogni figlio di Dio.

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Cagliari, 28 dicembre 2018

Nell’Ottava di Natale

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È DISPONIBILE IL LIBRO DELLE SANTE MESSE DE L’ISOLA DI PATMOS, QUI

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ivano https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ivano2018-12-28 18:40:362021-04-27 18:47:49Attraverso la Via di Emmaus delle corsie dell’ospedale: il Cappellano come discepolo e compagno di viaggio nella malattia

«Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità»… E il Verbo si fece carne

25 Dicembre 2018/in Attualità, Omiletica/da Padre Gabriele

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«QUANDO AVRAI ELIMINATO L’IMPOSSIBILE, CIÒ CHE RIMANE, ANCHE SE POCO PROBABILE, DEVE ESSERE LA VERITÀ» … E IL VERBO SI FECE CARNE

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Sherlock Holmes, acuto investigatore, risolve i casi più intricati e misteriosi di assassinio, scoprendo con arguta sagacia l’omicida. Questo personaggio, è così in grado di rivelarci qualcosa di nascosto, portando alla luce ciò che non è subito visibile. Egli ha come proprio motto: «Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità» … E il Verbo si fece carne.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Buon Natale a tutti voi!

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Shelock Holmes, vignetta d’epoca

Anche quest’anno abbiamo la gioia di vivere insieme questa solennità del Signore. La nascita di Gesù, Figlio di Dio, è uno dei principali misteri della nostra fede, sintetizzato nel Vangelo di Giovanni appena proclamato [vedere testo, QUI]. Proviamo ad addentrarci in questo grande mistero a partire da un’opera letteraria.

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Tutti conosciamo il personaggio letterario Sherlock Holmes, nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle nel secolo scorso nel romanzo Uno Studio in Rosso. Holmes, investigatore privato londinese, è accompagnato dall’amico medico, il dottor Watson. Holmes, acuto investigatore, risolve i casi più intricati e misteriosi  di assassinio, scoprendo con arguta sagacia l’omicida. Questo personaggio, è così è in grado di rivelarci qualcosa di nascosto, portando alla luce ciò che non è subito visibile. Egli ha come proprio motto: «Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità».

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Con la sua nascita e venuta al mondo, Gesù bambino aiuta tutti noi ad entrare nella luce del mistero di Dio; con questa sua missione, che in teologia è chiamata missione visibile della Trinità, ci aiuta ad eliminare l’impossibile ed a trovare quella verità che, a prima vista, può sembrare persino poco probabile.

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Il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato poco fa ci aiuta dunque a cogliere il grande mistero. Per comprenderlo, bisogna partire dalla fine del brano:

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«Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» [cf. v. 18]. 

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Il desiderio forte che ci rende uomini in uno stato più elevato consiste nel vedere, conoscere e scoprire. Perciò il desiderio di conoscere e scoprire Dio è quello più alto in assoluto. È una scintilla di umanità che vuole diventare fuoco. Questo ce lo permette il Figlio unigenito, Gesù, che è Dio insieme al Padre seppure distinto da Lui. Gesù esaudisce il nostro desiderio più profondo di aprirci alla verità e all’amore più grande. Ciò è possibile perché ci ha donato, in questo Natale tutto sé stesso: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia» [cf. v. 16].

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Diventando uomo, Gesù accoglie tutta l’umanità e tutto l’uomo senza eccezione e senza condizioni: questa è la sua pienezza. L’averci accolto incondizionatamente ha permesso una cascata di amore e accoglienza: questa cascata è la Sua grazia che, innanzitutto, noi riceviamo nei sacramenti.

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Tramite la grazia che apre la nostra conoscenza profonda di Dio, possiamo esseri certi che

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« Il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria […]» [cf. v. 16].

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Nella cultura attuale questo sembra davvero improbabile e inaccettabile. Perché il Verbo che è Dio, spirituale e invisibile, farsi carne [dal greco σάρξ, sarx]? Perché Dio è amore e vuole chiamarci ad un’intimità e tenerezza profonda con Lui, sino a permettere il miracolo di assumere la natura umana ed un corpo vero, reale e fisico. Esattamente come una gocciolina d’acqua viene assunta in una più ampia parte di vino, così natura umana e divina esistono insieme in Gesù. Fra poco vedrete questo mistero della duplice natura, mostrato nella liturgia quando io stesso, adempiendo alla mia funzione di diacono, mescolerò nel calice insieme al vino con qualche gocciolina d’acqua, seguita dalle sommesse parole:

.

«L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione, con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana».

.

Perciò ora che sappiamo che Gesù ci ha rivelato Dio, ci ha spalancato le porte della grazia e ci ha permesso di contemplare la gloria della sua bellissima duplice natura, con occhi scintillanti di felicità e serenità possiamo dire con fede: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» [cf. v. 1].

.

Il Verbo, dal greco λόγος, logos [Parola] è Dio stesso: è la seconda persona della Trinità, Gesù Cristo ed è intimamente unito al Padre, e vuole trasportarci alla intima unione con la Trinità stessa e dunque ad essere piccola Trinità anche noi.

.

Questo mistero, dall’alto della sua intangibilità, ora scende nella concretezza della vita quotidiana: adesso che tornerete a casa per radunarvi assieme con chi più amate per il pranzo di Natale, chiediamo al Signore la forza e la determinazione di essere testimoni di fronte ai nostri parenti e amici dell’amore di Gesù che oggi nasce. Affinché noi stessi, una volta ricevuto Gesù nella comunione eucaristica e uniti in Lui, possiamo condurre anche i più lontani alla grotta di Betlemme. Affinché anche noi tramandiamo la purezza, la bellezza e la verità con cui viviamo la fede cattolica.

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Così sia.

 

.

Roma, 25 dicembre 2018

Natività del Signore

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