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I tumori più terribili e difficili da guarire sono le malattie che ci impediscono di essere testimoni di Cristo [IIª riflessione: La tiepidezza]

5 Febbraio 2019/in Attualità, Pastorale Sanitaria/da Padre Ivano

visita il blog personale di Padre Ivano

— Pastorale sanitaria —

I TUMORI PIÙ TERRIBILI E DIFFICILI DA GUARIRE SONO LE MALATTIE CHE CI IMPEDISCONO DI ESSERE TESTIMONI DI CRISTO 

[ IIª RIFLESSIONE: La tiepidezza ]

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Molte comunità ecclesiali sono infestate da questo tipo di malattia: la tiepidezza. Tutto viene contaminato da questo morbo: le relazioni fraterne, la vita affettiva, l’aspetto economico, la scelta e l’elezione degli animatori della comunità, la vita liturgica, la carità … 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

 

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PDF  articolo formato stampa
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Fragilità, opera della pittrice romana Anna Boschini, tratta dal catalogo d’arte Mondadori, 2019 [cf. Vitarte Galeria, QUI]

Sfido i lettori de L’Isola di Patmos a non aver mai udito nell’ambiente ecclesiale — includendo gruppi di laici, comunità religiose, sacerdoti o ambienti curiali — l’espressione: «si è sempre fatto così».

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Questa frase, lungi dal voler salvaguardare la Tradizione — quella vera, non i tradizionalismi — è in realtà il pericolo più grande per la maturazione di una comunità ecclesiale. Dietro il «si è sempre fatto così», si nasconde il tranello che impedisce al cristiano di essere autentico testimone del Signore risorto.

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Ecco allora fare il suo ingresso la seconda malattia spirituale: la Tiepidezza. Si arriva a contrarre questa patologia quando prendiamo l’abitudine di fare le cose del Signore per routine. Così come insegnano i vecchi manuali di spiritualità, la tiepidezza può riguardare tutti sia gli incipienti che i perfetti.

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Sembra strano, ma spesso possiamo scoprirci tiepidi proprio dopo aver conquistato un sufficiente grado di fervore e di unione con il Signore. Infatti, la chiusura alla grazia o alle ispirazioni dello Spirito Santo, si caratterizzano come elementi pericolosi che trascinano verso la tiepidezza; così come la cristallizzazione in una fede che soddisfa  una visione solo prettamente umana. In questo caso, il compiacimento di una fede artificiosa prende il sopravvento sul «vino nuovo» (cf. Mc 2, 22) che il Signore vuole versare con abbondanza nella mia vita e mi vedrò imprigionato a ripetere lo stesso schema che prosciugherà la vitalità del Vangelo, conducendomi all’appiattimento spirituale.

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Volendo azzardare una definizione di tiepidezza possiamo dire che: è il culto ripetitivo verso l’opera dell’uomo che si oppone alla virtù di religione che consiste in una prontezza d’animo verso Dio. E la Parola di Dio è chiara, circa la condanna della tiepidezza e la condanna dell’uomo tiepido:

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«Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (cf. Ap 3,14-16).

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Dopo la tempesta, opera della pittrice romana Anna Boschini

Molte comunità ecclesiali sono infestate da questo tipo di malattia e tutto viene contaminato da questo morbo: le relazioni fraterne, la vita affettiva, l’aspetto economico, la scelta e l’elezione degli animatori della comunità, la vita liturgica, la carità … Spesso, davanti a un giusto richiamo davanti a questo stile di vita soporifero, ci si giustifica dicendo: «Che male faccio? Le mie preghiere cerco di recitarle, la messa domenicale più o meno la seguo, che altro devo fare?». Quello che manca in queste persone e in queste comunità è una santa inquietudine a conoscere Gesù ed a farlo amare.

 

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La tiepidezza si riconosce da diversi sintomi, vediamone insieme qualcuno: il primo sintomo, è la normalizzazione. Oggi si ha la tendenza a normalizzare tutto e quindi a giustificare ogni cosa. Ad esempio il peccato. Normalizzare il peccato significa riconoscere che tale ferita all’amore di Dio, poiché viene compiuta da molti e con una certa frequenza, perde la propria problematicità. Oppure si tende a normalizzare gli atti peccaminosi minimizzandoli: «ho commesso dei peccatucci, ho avuto una passioncella, ho mantenuto dei vizietti».

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Sfida, opera della pittrice romana Anna Boschini

Il tiepido tende a normalizzare e a ridurre il più possibile la realtà che lo circonda con l’illusione di portare serenità e misericordia. Si auto-convince che non c’è più nulla da migliorare nella propria vita perché – in fondo – ha raggiunto uno stabile equilibrio rassicurante. Tuttavia, Gesù nel Vangelo non loda i tiepidi ma domanda l’innalzamento del livello del discepolato verso una giustizia potenziata dalla grazia santificante:

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«Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» [cf. Mt 5,20].

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Il terzo sintomo della tiepidezza è il dubbio, figlio della tiepidezza, il quale l’uomo tiepido ha una grande propensione a dubitare – non perché sia uno scettico convinto – ma perché il dubbio gli permette di non prendere una posizione netta sulla fede e nel rapporto con Dio. Spesso è solito ripete frasi come queste: «Io penso di essere credente ma ho da sempre molti dubbi di fede irrisolti», e malgrado si attui in lui un buon accompagnamento che tenda a dirimere certe problematicità, i dubbi persistono ancorati alla volontà della persona. Al ché come Mosè, il tiepido che dubita, è impossibilitato ad entrare nella Terra Promessa in cui si realizza pienamente la relazione con Dio [cf. Dt 32,48-52]. Esso si accontenta di vedere le realtà spirituali da lontano. C’è una sostanziale differenza però, ciò che per Mosè diventa motivo di vergogna e sottolinea una certa incompletezza alla propria vocazione; nel tiepido il dubbio si concepisce come  sollievo che lo sgrava, ancora una volta, dal problema di Dio.

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Incontro alla libertà, opera della pittrice romana Anna Boschini

Quarto sintomo della tiepidezza è il libero sfogo della concupiscenza. L’uomo che è immerso nella tiepidezza, perde ben presto il riferimento alla persona di Dio, la capacità di rinunziare a se stesso e lo status di uomo nuovo che San  Paolo invoca per l’uomo che è stato redento da Cristo [cf. Mt 16,24; Mc 8,34; Lc 9,23; Ef 4,24]. Con la proliferazione nell’animo di vari disordini che rendono la natura umana lontana dalla grazia, il tiepido si trova schiavo della concupiscenza che lui stesso ha contribuito a nutrire. Ecco dunque che la concupiscenza conduce così alla maturazione di alcuni frutti molto pericolosi – i sette vizi capitali – che conducono verso disordini morali sempre maggiori, tanto da rovinare la bellezza dell’uomo creato da Dio. In questo modo la concupiscenza porta l’uomo a regredire verso una condizione che lo rende schiavo del proprio istinto e delle proprie passioni.

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Nel passato i santi padri del monachesimo Evagrio Pontico, Giovanni Damasceno, Gregorio di Nissa, Antonio Abate poiché espertissimi delle profondità dell’animo umano, avevano elaborato diverse modalità per combattere i vizi capitali, oltre alla costante vigilanza del cuore, era necessaria l’evangelizzazione della coscienza, dei pensieri e dei sentimenti.

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Con questo secondo contributo che ha cercato di analizzare la malattia spirituale della tiepidezza, si vuole mettere in guardia i cristiani affinché ci sia sempre una costante progressione nel cammino di conoscenza del Signore, poiché come insegna giustamente Sant’Agostino, il non avanzare sulla via di Dio significa tornare indietro. E poiché il desiderio di Dio è la santità per tutti i suoi figli [cf 1Ts 4,3], non possiamo che combattere il morbo della tiepidezza che ammantandosi al giorno d’oggi di buonismo e di tolleranza miete molte vittime nel campo della Chiesa.

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[fine della IIª meditazione]

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Cagliari, 5 febbraio 2019

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I tumori più terribili e difficili da guarire sono le malattie che ci impediscono di essere testimoni di Cristo [Iª La tristezza]

20 Gennaio 2019/7 Commenti/in Attualità, Pastorale Sanitaria/da Padre Ivano

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— Pastorale sanitaria —

I TUMORI PIÙ TERRIBILI E DIFFICILI DA GUARIRE SONO LE MALATTIE CHE CI IMPEDISCONO DI ESSERE TESTIMONI DI CRISTO

[ Iª La tristezza ]

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Mi colpisce sempre vedere dei cristiani tristi, mi ha sempre colpito. Allo stesso modo mi colpisce vedere sacerdoti e religiosi musoni. Questo perché è una contraddizione palese in coloro che dovrebbero annunciare la Pasqua. Quando celebro la Santa Messa, quando guido un momento di preghiera oppure quando semplicemente entro in una chiesa, mi piace soffermarmi ad osservare le persone. Le osservo perché anch’io, ho bisogno di incoraggiamento da coloro che vivono una fede forte e hanno un rapporto intimo con Dio. E mentre sovente osservo, ecco … i musi lunghi!

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

 

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PDF  articolo formato stampa

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pagliaccio triste …

Con questo nuovo articolo darò avvio ad un ciclo di riflessioni sulle malattie spirituali più pericolose per la vita di un cristiano. Come sempre desidero citare la Parola di Dio, prendendo come spunto un brano evangelico che ho avuto modo di citare anche altre volte nei miei scritti sulla nostra Isola di Patmos:

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«Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» [cf. Lc 24,13-16].

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Al versetto 16 è evidente una certa cecità del cuore e della mente, ciò vuol dire che vi è qualcosa in questi due discepoli che gli impedisce di riconoscere il Signore risorto. Esistono infatti alcune patologie dell’anima che ci separano da Cristo e che ci impediscono di fare nostra la novità del Vangelo affinché questo trasformi la nostra vita e quella degli altri. È quindi in questi termini che desidero presentare la prima malattia spirituale: la Tristezza.

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Mi colpisce sempre vedere dei cristiani tristi, mi ha sempre colpito. Allo stesso modo mi colpisce vedere sacerdoti e religiosi musoni. Questo perché è una contraddizione palese in coloro che dovrebbero annunciare la Pasqua. Quando celebro la Santa Messa, quando guido un momento di preghiera oppure quando semplicemente entro in una chiesa, mi piace soffermarmi ad osservare le persone. Le osservo perché anch’io, ho bisogno di incoraggiamento da coloro che vivono una fede forte e hanno un rapporto intimo con Dio. E mentre sovente osservo, ecco … i musi lunghi!

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pagliaccio triste …

Cerchiamo anzitutto di capire una cosa: questo genere di tristezza non è data dai rovesci della vita che inevitabilmente tutti ci ritroviamo a sostenere. La tristezza di cui parlo, è quella mista a rassegnazione, è una tristezza che spesso è disperazione, depressione, staticità, arrendevolezza che – per quanto vogliamo maschere con aria mistica e affettata santità – affiora sempre a galla.

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Il cristiano non può che definirsi se non in seno alla gioia, è stato creato per la gioia e la stessa redenzione operata da Cristo – sebbene accompagnata dalla inevitabile tragedia della Passione – non si conclude con il Venerdì Santo ma con la Domenica di Risurrezione espressione della gioia che vince sulla morte. La viva rappresentazione della gioia di Cristo e dei discepoli, ossia dei primi cristiani, emerge dal Vangelo di San Giovanni Apostolo, indicato dai grandi Padri della Chiesa e dagli esegeti, anche come «Il Vangelo della gioia».

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Il segno più credibile di un cristiano dovrebbe essere proprio quello della gioia, l’intima gioia di vivere di Dio e della sua compagnia; l’intima gioia di poter presentare al Padre ogni istante della nostra giornata e avere la certezza di sentirci amati, compresi, perdonati e guariti intimamente. Per questo mi piace citare spesso un passo delle omelie per il Natale di san Leone Magno papa che dice: «Riconosci o cristiano la tua dignità». Cioè siamo chiamati a ri-conoscerci nuovamente, a prendere coscienza della nostra identità, a capire nuovamente chi siamo come credenti. Ogni vita cristiana – quindi anche la mia e la tua – è vita in cui Cristo vive, opera, ama, prega, spera, soffre, si affida al Padre.

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pagliaccio triste …

La vita cristiana è vita di comunione in cui la relazione con Gesù è presente: ecco la mia dignità, ecco la mia gioia! Al contrario, facendo invece spazio alla tristezza, metto in ombra la presenza di Gesù che vive in me e vado avanti spesso con le sole mie forze che verifico essere inadeguate. Inoltre, questo atteggiamento di melanconia spirituale viene rafforzato da espressioni come queste: «Siamo nati per soffrire !», «Non valgo a nulla, cosa posso mai fare di buono?», «Io sono zero, Dio è tutto», «Siamo nelle mani di Dio, non possiamo farci più nulla», «Merito di soffrire a causa dei miei peccati, Dio giustamente mi punisce». Tutti questi modi di pensarsi “cristiani”, pongono una seria caparra sulla gioia che Dio vuole per i suoi figli, che Cristo ci ha meritato con la sua risurrezione e che lo Spirito Santo continuamente riversa nei nostri cuori come dono gratuito.

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Tale situazione d’ombra è spesso il risultato derivante dalla nostra bassa autostima spirituale e di una pessima o assente formazione spirituale e catechetica. Mi spiego meglio …

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… l’autostima spirituale è la consapevolezza del valore che ciascuno attribuisce a se stesso in relazione alla persona di Dio, l’atteggiamento che ognuno ha nei propri confronti come persona amata, accettata e valorizzata da Dio. Questa autostima spirituale in parte dipende da noi e dalla nostra esperienza di Dio, in parte dipende da coloro che ci hanno educato alla fede affinché potessimo sentirci cristiani amati e degni di valore. Avere una bassa autostima spirituale è anche indice dell’immagine di Dio che ci siamo coltivati. Possiamo percepire Dio come un contabile, colui che segna sul taccuino i nostri errori e difetti pronto a farci pagare il conto. Possiamo percepire Dio come il dittatore che ci priva della gioia e ci chiede solo sacrifici, possiamo farci l’idea di Dio come simbolo dell’efficienza che vuole tutti perfettivi senza la possibilità di sbagliare o manifestare debolezze. Oppure abbiamo sperimentato l’idea di Dio come truffatore che promette tutto e mantiene niente, o l’idea del Dio giudice vendicativo che si diverte a punire e castigare l’uomo per manifestare la sua forza.

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pagliaccio triste …

Tutte queste immagini di Dio sono indicative del modo patologico con cui ci percepiamo cristiani e il modo che abbiamo di vivere lo stile del Vangelo all’interno delle nostre comunità religiose. E con questi presupposti si crea il pericolo serio di una problematica autostima spirituale.

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Può capitare che come cristiani tendiamo a non considerare gli aspetti positivi della nostra vita, negando o non vedendo il bene che Dio opera in noi. Ci sembra più naturale considerare i lati negativi e piangere sconsolati sulle nostre miserie. Anche una certa educazione religiosa, guidata da un falso e deviato concetto di umiltà, ci ha condotti a sentirci in colpa ogni qual volta parliamo delle nostre qualità e di quello che di bello e santo stiamo vivendo nel rapporto con Dio.

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La confessio laudis, cioè la manifestazione delle cose belle – e quindi della gioia – che il Signore compie nella mia vita è indispensabile per far tramontare una volta per tutte la tristezza. Ecco perché durante la confessione sacramentale, prima ancora dell’accusa dei peccati, è necessario manifestare al sacerdote le realtà gioiose di cui devo rendere grazie a Dio.

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La Sacra Scrittura e l’antropologia cristiana più autentica ci dicono che l’uomo non è un essere negativo, perduto e sconsolato. Esiste un ottimismo ben radicato che vede positivamente l’uomo e questo deriva proprio dall’unione con Dio che dona bellezza, conforto, dignità e fa risplendere continuamente il volto del Figlio su ogni realtà creata. L’uomo è creato non solo nel bene e nell’amore infinito di Dio ma è strutturato come realtà molto buona [cf. Gn 1,31] e come realtà positiva che ha il suo modello in Gesù Signore del mondo [cf. Col 1,16-17]. Neanche la prima disobbedienza [cf. Gn 3] riesce ad intaccare la stima e l’amore che Dio prova per l’uomo, tanto da continuare a valutare la sua creatura con un personale atto d’amore e di cura. Per questo motivo, all’apice del dramma del peccato originale, l’uomo riceve ugualmente una promessa di redenzione e gli viene donato un nuovo abito che possa ridargli dignità e valore [cf. Gn 3,15; 21].

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pagliaccio triste …

Nella storia del popolo di Israele Dio assiste sempre l’uomo affinché nulla sminuisca il suo valore, la sua certezza di essere amato. Né l’arroganza del faraone d’Egitto, né la fame e la sete del deserto, né la malattia, l’ostinazione e la mormorazione riescono a convincere Dio a rigettare e disistimare l’uomo creato molto buono. Non sono le cose esterne – buone o cattive – che determinano il nostro valore di cristiani, non è quello che la gente dice di me che mi rende cristiano migliore o peggiore, è il valore che ho per Dio che mi rende amabile.

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Sulla scia di questo pensiero, lo psicologo James Bugental afferma che la nostra vera identità non sta all’esterno di noi stessi, non deve essere ricercata nelle conferme esterne, nelle sicurezze esterne. La nostra vera identità, il nostro tesoro lo possiamo trovare scavando nel campo della nostra anima, nell’intimo di noi stessi: luogo in cui Dio prende dimora e si rivela nella gioia.

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È in questo sacrario che posso trovare l’immagine originaria che Dio ha pensato per me, la parola originaria che Dio ha pronunciata nel crearmi e che è capace di dare senso e gioia a tutta una vita, anche a quella più rovinata e apparentemente inutile.

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[fine della Iª meditazione]

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Cagliari, 20 gennaio 2019

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Ridi, pagliaccio !

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«Mamma ho perso l’aereo». La Sacra Famiglia in viaggio verso la gloria sul racconto del Vangelo Lucano

6 Gennaio 2019/in Attualità/da Padre Gabriele

— catechesi & pastorale —

«MAMMA HO PERSO L’AEREO». LA SACRA FAMIGLIA IN VIAGGIO VERSO LA GLORIA SUL RACCONTO DEL VANGELO LUCANO

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«Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» Questo smarrimento è una occasione per Gesù di mostrare la sua personalità. L’episodio mi ricorda un vecchio film di Natale, Mamma ho perso l’aereo del 1990. Un giovanissimo Macaulay Culkin interpreta il piccolo Kevin, accidentalmente dimenticato a casa dai genitori prima di un viaggio a Parigi […]

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

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l’allora piccolo Macaulay Culkin

In questi giorni che ci hanno guidati dal mistero del Natale a quello della Epifania, possiamo soffermarci un po’ sulle narrazioni storiche che il Vangelo lucano ci offre sulla Sacra Famiglia.

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I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme [cf. Lc 2, 41 – 45].

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Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte [ cf. Lc 2, 47]. Al vederlo restarono stupìti, e sua madre gli disse:

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«”Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose loro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio”? Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» [cf. Lc 2, 48-52].

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Cerchiamo dunque di chiarire questo viaggio: per onorare le tradizioni ebraiche, la santa famiglia va in viaggio verso Gerusalemme. Gesù è dodicenne. La Sacra Famiglia compie dunque due viaggi: da Nazareth a Gerusalemme. Da Gerusalemme Nazareth. Ecco dunque una caratteristica applicabile anche alla famiglia oggi.

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I due viaggi ci mostrano come la famiglia è una realtà dinamica. Non è fissa nei suoi luoghi, nelle sue abitudini, nelle sue certezze aride. La famiglia è il luogo del dinamismo: un dinamismo legato alla tradizione, secondo la nostra fede. Questo legame fra tradizione e famiglia, permette di farci vedere come il nucleo coniugale è un luogo dove è possibile alimentare lo stupore della fede: una fede ad un tempo sempre antica e sempre nuova.  Dove le tradizioni sono il luogo dove affondare le proprie radici e iniziare a costruire la propria identità.

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Proprio per questo Gesù, può rispondere tranquillamente: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» [Lc 2, 49]. Questo smarrimento è una occasione per Gesù di mostrare la sua personalità. L’episodio mi ricorda un vecchio film di Natale, Mamma ho perso l’aereo del 1990. Un giovanissimo Macaulay Culkin interpreta il piccolo Kevin, accidentalmente dimenticato a casa dai genitori prima di un viaggio a Parigi. Fra risate, imprevisti e gag comiche, Kevin difenderà con le unghie e coi denti la propria casa dal tentativo di furto di due maldestri ladri. Kevin ha dunque capito che nel suo piccolo aveva un ruolo importante: difendere i suoi affetti e i suoi ricordi più intimi da chi voleva sottrarglieli e porre violenza su essi.

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Gesù, è fra i maestri e i dottori della Legge, in maniera piena interrogava e discuteva con loro con una intelligenza acuta e per la chiarezza delle risposte. Oserei dire, che Gesù sa dare risposte sintetiche alle domande dei dottori e sui loro interrogativi riguardanti la Torah e il Talmud. Sintetico implica una brevità e capacità di concisione, ma che al tempo stesso non sia superficialità: la risposta sintetica è intelligente quando sa esprimere il tutto in un frammento. Sa dire la profondità dei misteri divini in poche e chiare parole. Gesù risponde dunque che si occupa delle cose del Padre suo: si occupa della sua missione di portatore della verità di Dio e si prepara così alla equivalente missione di redenzione che avverrà anni dopo.

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All’interno della sua famiglia, Gesù ha maturato la sua identità e missione. Ecco perché il suo viaggio con la Sacra Famiglia è stato un viaggio verso la gloria. Dalla notte di Natale da poco festeggiata, sino alla Passione e Resurrezione che celebreremo a Pasqua, Gesù cammina sempre con la comunità familiare in una crescita di età, sapienza e grazia.

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Ecco perché anche per noi le nostre famiglie sono la cellula innanzitutto del nostro sviluppo umano e personale: quel luogo dove scopriamo la nostra identità, i nostri difetti e pregi. Dove impariamo ad onorare la Sacra Scrittura, la Tradizione e il Magistero della Chiesa come aiuti dello sviluppo del nostro personale fermento sacro: cioè di noi stessi nella scoperta della nostra vocazione, sacerdotale, religiosa o matrimoniale.

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In questi giorni tra Natale e l’Epifania nei quali abbiamo celebrato anche la festa della Sacra Famiglia, ringraziamo il Signore per i doni che ci ha voluto recare tramite i nostri genitori; e tramite tutti coloro che hanno reso il servizio di pedagoghi nello sviluppo esistenziale, umano e spirituale delle nostre vocazioni.

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Roma, 6 gennaio 2019

Epifania del Signore Gesù

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«Gesù dolce, Gesù amore» [Santa Caterina da Siena]

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Redazione dell’Isola di Patmos

Segnaliamo ai Lettori de L’Isola di Patmos un interessante articolo del nostro autore domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci pubblicato in questi giorni di festa sul sito della Provincia Domenicana Romana di Santa Caterina da Siena e dedicato a «I profeti: seminatori dei misteri di Dio» [vedere testo, QUI]

 

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La Lega Santa Felina in difesa della tradizione del presepe dall’ideologia del politicamente corretto e del … “famolo strano”!

29 Dicembre 2018/in Attualità/da Ipazia

— il cogitatorio di Ipazia  —

LA LEGA SANTA FELINA IN DIFESA DELLA TRADIZIONE DEL PRESEPE DALL’IDEOLOGIA DEL POLITICAMENTE CORRETTO E DEL … FAMOLO STRANO !

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A spingere alla istituzione di questa Lega Santa Felina è stato anche uno sventato attentato presso l’aeroporto romano di Fiumicino, quando un gatto siriano appartenente al gruppo terroristico Gattisis  ha tentato di lanciarsi sul presepe allestito dall’Associazione degli operatori di volo al grido di «Miao akbar ! ».

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Autore Ipazia Gatta Romana

Autore
Ipazia Gatta Romana

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Attraverso la Via di Emmaus delle corsie dell’ospedale: il Cappellano come discepolo e compagno di viaggio nella malattia

28 Dicembre 2018/in Attualità, Pastorale Sanitaria/da Padre Ivano

— pastorale sanitaria —

ATTRAVERSO LA VIA DI EMMAUS DELLE CORSIE DELL’OSPEDALE: IL CAPPELLANO COME DISCEPOLO E COMPAGNO DI VIAGGIO NELLA MALATTIA

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… nella parabola del Buon Samaritano, è chiaro il riferimento a Gesù come colui che si prende cura dell’uomo bastonato dai briganti e versa sulle sue ferite olio e vino simboli della grazia sacramentale che da Cristo scaturisce con abbondanza e potenza. L’uomo maltrattato dai briganti è preso in carico da Gesù affinché passi dalla condizione di moribondo a quella di risorto.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Ivano Liguori, Ofm. Capp. in visita al reparto di pediatria dell’Ospedale Brotzu di Cagliari con i folletti e Babbo Natale

Il fatto che «soli si muore» ci guida a capire, attraverso l’esperienza quotidiana, che nella vita tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci affianchi e insieme a noi condivida i momenti spensierati e di prova. La constatazione divina di Genesi 2,18 «Non è bene che l’uomo sia solo», a mio parere non si deve leggere solo come riferimento dell’unione sponsale tra uomo e donna, ma come imperativo alla socialità e alla comunione. L’uomo è chiamato a fare esperienza di Dio solo nella comunione con il fratello. Il mistero stesso della Trinità, è mistero di comunione, non esiste in Dio solitudine.

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Nel momento della prova e della malattia la dinamica dell’essere con è essenziale affinché si verifichi un vero accompagnamento che sia di supporto e di stimolo per non sentirsi soli e per gustare così la provvidenza di Dio che mette al nostro fianco qualcuno che ci ama. Già la sapienza del salmista ci fa cantare: «Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme» [cf Sal 133,1].

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Due sono gli episodi del Vangelo che meglio di altri incarnano il dovere di prossimità del cristiano verso l’uomo sofferente nel corpo e nell’anima: la parabola del Buon Samaritano [cf. Lc 10,23-37] ed il racconto dei Discepoli di Emmaus [cf. Lc 24,13-35]. In questi brani evangelici l’evangelista Luca, maestro di tenerezza e di compassione, rivela l’amore preferenziale di Cristo per l’uomo infermo. Da qui nasce lo stimolo al coraggio di non passare oltre.

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foto ricordo dopo la Santa Messa di Natale nel reparto di pediatria

Nella parabola del Buon Samaritano è chiaro il riferimento a Gesù come colui che si prende cura dell’uomo bastonato dai briganti e versa sulle sue ferite olio e vino simboli della grazia sacramentale, che da Cristo scaturisce con abbondanza e potenza. L’uomo maltrattato dai briganti è preso in carico da Gesù affinché passi dalla condizione di moribondo a quella di risorto. La figura dell’uomo bastonato sulla strada, esprime con vividezza:

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«la ferita inguaribile da cui siamo stati colpiti […] e che solo il Signore poteva guarire. È per questo che egli è venuto di persona, perché nessuno degli anziani, né la Legge, né i profeti, erano capaci di porvi rimedio. Solo lui, venendo, ha guarito questa inguaribile ferita dell’anima» [cf. Macario il Grande, Omelie, (Coll. II), XXX, 8].

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Gesù buon samaritano compie un passaggio di stato nella vita di ogni uomo: dall’orizzontalismo dell’infermità al verticalismo della nuova vita [cf. Lc 4,38-39]. Gesù è colui che risana e guarisce poiché è il Signore. La potestà del Risorto e la sua signoria si manifestano attraverso una nuova creazione che si compie nell’uomo attraverso un passaggio dalla condizione di infermità alla condizione di salute che diventa attestazione di salvezza e quindi di risurrezione.

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Natale nel reparto di pediatria

Davanti all’azione risanante di Gesù, si avverte la necessità di essere collaboratori di una cura che si esprime nel tempo e che viene portata avanti grazie all’opera del padrone della locanda a cui viene affidato il compito di custodire e proseguire il lavoro di risanamento iniziato da Cristo. Così,  nella cura e nell’assistenza degli infermi, la figura del cappellano ospedaliero incarna colui al quale Gesù affida la custodia del moribondo, obbedendo al mandato di aver cura di lui, mutandolo in ministro dell’annuncio pasquale che Gesù è risorto e che è il Signore [cf. At 3,1-16], da questo annuncio scaturisce la potenza della guarigione.

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Nel ministero di consolazione e di cura che viene svolto in ospedale, il cappellano è chiamato a imitare gli atteggiamenti del Buon Samaritano che vede l’infermo ma non passa oltre. Nel medesimo tempo, il cappellano è anche ministro di diaconia nella misura in cui è capace di assumere e progettare realtà concrete di assistenza nel tempo della malattia di tanti uomini poveri e disagiati. 

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Possiamo dire allora che il ministero ospedaliero verso gli infermi è un servizio missionario, che nell’annuncio, nella cura e nell’accudimento edifica la Chiesa volto di Cristo tra i sofferenti. Ecco allora che il compito di cura e di compassione si coniuga nell’accompagnamento dello sfiduciato, dell’uomo senza speranza, perciò infermo nell’anima.

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Natale nel reparto di pediatria

Alla luce della prossimità e dell’impulso al cammino comune, l‘episodio del Vangelo di Luca dei Discepoli di Emmaus ci mostra Gesù che si rende compagno di viaggio dell’uomo che ha perso la speranza e la gioia. Infatti la malattia, la paura della morte e la solitudine, distruggono la gioia nell’uomo, così come mettono a dura prova la fede. Domande come: «perché proprio a me?» e «dove è Dio in tutto questo?» provano l’infermo e la sua famiglia e richiedono una risposta che non può mai essere scontata o facilona. Allora, contemporaneamente al prendersi cura del malato, c’è bisogno di un camminare insieme con lui, aprire il suo cuore al messaggio gioioso di Pasqua: Dio è vincitore della morte, della malattia, della solitudine dell’uomo.

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Natale lungo la Via di Emmaus dell’ospedale …

L’annuncio della Parola di Dio, la vicinanza umana del cappellano e della comunità cristiana che visita di frequente l’infermo, realizzano quel miracolo della inclusione e dell’accompagnamento che predispone poi l’infermo a dismettere il volto triste della delusione e della tristezza per vestire l’esultanza e la riconoscenza in Gesù vivo. Per questo il camminare vicino al malato all’interno della realtà ospedaliera significa attuare con costanza e spirito missionario la visita quotidiana ai reparti di degenza, l’incontro con le famiglie dei malati, la cura sacramentale delle anime inferme.

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Il cappellano è chiamato per dovere di giustizia a incontrare il malato, non solo per obbedire al comando di Cristo [cf. Mt 25,36], ma per farsi viaggiatore con lui dentro la malattia, amico che asciuga le lacrime e riempie un vuoto, profeta che annuncia che Dio è fedele e realizza le sue promesse.

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i discepoli lungo la Via di Emmaus [vedere testo lucano QUI].

Cristo Signore, attraverso la mediazione umana e sacramentale del sacerdote cappellano, spezza ancòra il pane della Parola e dell’Eucaristia affinché i ciechi riacquistino la vista, gli zoppi camminino, i lebbrosi siano purificati, i sordi  tornino ad udire, i morti siano richiamati alla vita, i poveri siano immersi nella buona novella del Regno [cf. Lc 7,22].

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Un ministero di questo tipo è senza dubbio faticoso, lento e meticoloso e si presta a condivide la stessa pazienza divina, affinché l’uomo malato nel corpo e nello spirito sia, giorno dopo giorno, curato e amato affinché possa raggiungere la salute e la salvezza che sono condizioni normali per ogni figlio di Dio.

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Cagliari, 28 dicembre 2018

Nell’Ottava di Natale

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È DISPONIBILE IL LIBRO DELLE SANTE MESSE DE L’ISOLA DI PATMOS, QUI

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«Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità»… E il Verbo si fece carne

25 Dicembre 2018/in Attualità, Omiletica/da Padre Gabriele

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«QUANDO AVRAI ELIMINATO L’IMPOSSIBILE, CIÒ CHE RIMANE, ANCHE SE POCO PROBABILE, DEVE ESSERE LA VERITÀ» … E IL VERBO SI FECE CARNE

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Sherlock Holmes, acuto investigatore, risolve i casi più intricati e misteriosi di assassinio, scoprendo con arguta sagacia l’omicida. Questo personaggio, è così in grado di rivelarci qualcosa di nascosto, portando alla luce ciò che non è subito visibile. Egli ha come proprio motto: «Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità» … E il Verbo si fece carne.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Buon Natale a tutti voi!

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Shelock Holmes, vignetta d’epoca

Anche quest’anno abbiamo la gioia di vivere insieme questa solennità del Signore. La nascita di Gesù, Figlio di Dio, è uno dei principali misteri della nostra fede, sintetizzato nel Vangelo di Giovanni appena proclamato [vedere testo, QUI]. Proviamo ad addentrarci in questo grande mistero a partire da un’opera letteraria.

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Tutti conosciamo il personaggio letterario Sherlock Holmes, nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle nel secolo scorso nel romanzo Uno Studio in Rosso. Holmes, investigatore privato londinese, è accompagnato dall’amico medico, il dottor Watson. Holmes, acuto investigatore, risolve i casi più intricati e misteriosi  di assassinio, scoprendo con arguta sagacia l’omicida. Questo personaggio, è così è in grado di rivelarci qualcosa di nascosto, portando alla luce ciò che non è subito visibile. Egli ha come proprio motto: «Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità».

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Con la sua nascita e venuta al mondo, Gesù bambino aiuta tutti noi ad entrare nella luce del mistero di Dio; con questa sua missione, che in teologia è chiamata missione visibile della Trinità, ci aiuta ad eliminare l’impossibile ed a trovare quella verità che, a prima vista, può sembrare persino poco probabile.

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Il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato poco fa ci aiuta dunque a cogliere il grande mistero. Per comprenderlo, bisogna partire dalla fine del brano:

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«Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» [cf. v. 18]. 

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Il desiderio forte che ci rende uomini in uno stato più elevato consiste nel vedere, conoscere e scoprire. Perciò il desiderio di conoscere e scoprire Dio è quello più alto in assoluto. È una scintilla di umanità che vuole diventare fuoco. Questo ce lo permette il Figlio unigenito, Gesù, che è Dio insieme al Padre seppure distinto da Lui. Gesù esaudisce il nostro desiderio più profondo di aprirci alla verità e all’amore più grande. Ciò è possibile perché ci ha donato, in questo Natale tutto sé stesso: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia» [cf. v. 16].

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Diventando uomo, Gesù accoglie tutta l’umanità e tutto l’uomo senza eccezione e senza condizioni: questa è la sua pienezza. L’averci accolto incondizionatamente ha permesso una cascata di amore e accoglienza: questa cascata è la Sua grazia che, innanzitutto, noi riceviamo nei sacramenti.

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Tramite la grazia che apre la nostra conoscenza profonda di Dio, possiamo esseri certi che

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« Il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria […]» [cf. v. 16].

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Nella cultura attuale questo sembra davvero improbabile e inaccettabile. Perché il Verbo che è Dio, spirituale e invisibile, farsi carne [dal greco σάρξ, sarx]? Perché Dio è amore e vuole chiamarci ad un’intimità e tenerezza profonda con Lui, sino a permettere il miracolo di assumere la natura umana ed un corpo vero, reale e fisico. Esattamente come una gocciolina d’acqua viene assunta in una più ampia parte di vino, così natura umana e divina esistono insieme in Gesù. Fra poco vedrete questo mistero della duplice natura, mostrato nella liturgia quando io stesso, adempiendo alla mia funzione di diacono, mescolerò nel calice insieme al vino con qualche gocciolina d’acqua, seguita dalle sommesse parole:

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«L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione, con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana».

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Perciò ora che sappiamo che Gesù ci ha rivelato Dio, ci ha spalancato le porte della grazia e ci ha permesso di contemplare la gloria della sua bellissima duplice natura, con occhi scintillanti di felicità e serenità possiamo dire con fede: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» [cf. v. 1].

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Il Verbo, dal greco λόγος, logos [Parola] è Dio stesso: è la seconda persona della Trinità, Gesù Cristo ed è intimamente unito al Padre, e vuole trasportarci alla intima unione con la Trinità stessa e dunque ad essere piccola Trinità anche noi.

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Questo mistero, dall’alto della sua intangibilità, ora scende nella concretezza della vita quotidiana: adesso che tornerete a casa per radunarvi assieme con chi più amate per il pranzo di Natale, chiediamo al Signore la forza e la determinazione di essere testimoni di fronte ai nostri parenti e amici dell’amore di Gesù che oggi nasce. Affinché noi stessi, una volta ricevuto Gesù nella comunione eucaristica e uniti in Lui, possiamo condurre anche i più lontani alla grotta di Betlemme. Affinché anche noi tramandiamo la purezza, la bellezza e la verità con cui viviamo la fede cattolica.

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Così sia.

 

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Roma, 25 dicembre 2018

Natività del Signore

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Cari Lettori, aiutate i veri profughi: quelli che vivono su L’Isola di Patmos, giovanneo luogo dell’ultima rivelazione, dove la verità ci farà liberi

21 Dicembre 2018/in Attualità/da Padre Ariel

CARI LETTORI, AIUTATE I VERI PROFUGHI: QUELLI CHE VIVONO SU L’ISOLA DI PATMOS, GIOVANNEO LUOGO DELL’ULTIMA RIVELAZIONE, DOVE LA VERITÀ CI FARA LIBERI

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Se una volta al mese, un buon numero di Lettori decidesse di offrirci una pizza, un cappuccino e un cornetto, od anche e solo un caffè, il nostro lavoro potrebbe procedere serenamente senza dover vivere spesso con l’ansia del … «Speriamo di farcela!».

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Cari Lettori,

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il Padre Ariel sulla neve, che prima o poi si «disigilla» …

la nostra fede ci insegna che nella notte buia apparve una stella che guidò i pastori verso il mistero del Verbo Incarnato [cf. Mt 2, 9]. Sappiamo anche che la neve è destinata a sciogliersi al sole, dinanzi al quale il gelo cede al tepore. Scrive Dante Alighieri nel XXXIII Canto del Paradiso che si apre con la Preghiera di San Bernardo alla Beata Vergine Maria:

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Così la neve al sol si disigilla; 
così al vento ne le foglie levi 
si perdea la sentenza di Sibilla.

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Nel linguaggio di Dante, che pur poetando in “lingua volgare” rimane aderente alla etimologia latina, il termine «disigillare» non significa sciogliere, ma significa: perdere la propria forma.

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Seguendo la stella di Dio come i pastori, in questa notte gelida e buia che avvolge la Chiesa, noi camminiamo verso quel sole vivo che è Cristo, dinanzi al quale questa neve sarà infine disigillata e la sua forma innaturale e nociva dispersa.

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Con l’anno nuovo L’Isola di Patmos entra nel suo quinto anno di vita, che sarà compiuto il 20 ottobre 2019. Facendo un bilancio possiamo dire che i risultati sono stati a dir poco sorprendenti: nel corso degli ultimi tre anni abbiamo totalizzato quasi trenta milioni di visite. La nostra media oscilla tra le 800.000 e le 900.000 visite al mese per una media di circa 30.000 visite giornaliere. Non abbiamo mai conosciuto un momento di flessione, il grafico segna solo un progressivo aumento. Se vogliamo potremmo chiamare il tutto successo, a noi piace però chiamarlo grazia di Dio.

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Agli inizi del nuovo anno, dopo le feste saranno apportate alcune modifiche alla home-page ed inserita una pagina recante l’indicazione «note legali e amministrative», all’interno della quale saranno contenuti tutti i relativi dati. Infatti, il 30 novembre 2018 abbiamo costituito le Edizioni L’Isola di Patmos attraverso la forma legale della pia associazione. Allo stesso tempo L’Isola di Patmos è divenuta una rivista con regolare iscrizione presso L’Ordine dei Giornalisti ed il registro della stampa del Tribunale.

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Tutto ciò ha comportato notevoli spese che hanno implicato le spettanze del notaio e del consulente commerciale, più tutta una serie di relative tasse versate all’Agenzia delle Entrate, all’Ordine dei Giornalisti, al Tribunale, ecc …

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Non avendone i mezzi, tutte queste spese sono state sostenute da mia madre e da mio fratello, che hanno voluto contribuire a questa nostra opera apostolica, che vi ricordo non va certo a beneficio loro, ma di tutti voi che sempre più numerosi ci seguite e che potete beneficiare dei frutti del nostro lavoro, o se preferite: della nostra vita spesa interamente per il Popolo di Dio e per la diffusione della fides catholica.

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Più volte, numerose persone, di fronte a certi nostri scritti ci hanno domandato: «Chi vi da il coraggio?». Non pochi altri ci hanno domandato: «Non temete che ve la faranno pagare?». Ebbene, il coraggio è null’altro che quell’aiuto che ci viene dal Signore che ha fatto cielo e terra [cf. Sal 120], mentre, per quanto riguarda il tributo che spesso è stato fatto ampiamente pagare, forse è meglio stendere un velo pietoso e procedere oltre …

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L’Isola di Patmos può esprimersi con piena libertà e nella legittima libertà dei figli di Dio, invitando chi ci segue a conoscere la verità, nella piena consapevolezza che la verità ci farà liberi [cf. Gv 8, 32], semplicemente perché non è alle dipendenze di nessun potentato, ma solo alle dipendenze di Cristo e della sua Santa Chiesa. E la libertà dei figli di Dio, per poter essere veramente esercitata, obbliga a non essere iscritti sul libro paga di nessun censorio prepotente. Infatti, noi non prendiamo soldi né dai Cavalieri di Colombo, né dal Principe del Liechtenstein, amorevolmente sollecitati dalla Segreteria di Stato a riversare generose somme di danaro su soggetti che non sono reputati leali servitori della verità, bensì solo reputati umoralmente graditi, se non addirittura premiati per il modo in cui nascondono o adulterano la verità. O, detta in altri termini: avrebbe mai potuto, San Giovanni Battista proteggere le condotte di vita di Erode Antipa, in cambio delle sue generose sovvenzioni profuse sulla sua opera di predicazione? In fondo, questo tiranno era solo convivente con la moglie di suo fratello ed aveva una passione erotica del tutto malsana per la nipotina Salomé. Volendo si sarebbe potuto fargli fare, con misericordioso spirito di amore e letizia, anche un blando percorso penitenziale per poi riammetterlo ai Sacramenti assieme alla propria concubina ed alla sua deliziosa nipotina, come non esiterebbero ad affermare coloro che pigliano soldi dai Cavalieri di Colombo e dal Principe del Liechtenstein dietro amorevole sollecitazione della Segreteria di Stato, presso la quale sono operosi gli arrotini che affilano la lama necessaria per il taglio della testa del Battista.

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Sappiamo però quanto il Battista non la pensasse così, infatti finì con la testa tagliata deposta su di un vassoio, perché il suo senso di misericordia si reggeva tutto quanto sulla verità e sulla giustizia.

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Per questo noi abbiamo sempre camminato sul filo del rasoio, con tutti i disagi economici del caso, pur avendocela sin oggi fatta, seppur sempre pel cosiddetto rotto della cuffia, beneficiando unicamente delle offerte dei Lettori e delle offerte dagli stessi a me date per la celebrazione delle Sante Messe di suffragio per i defunti, interamente utilizzate per le spese de L’Isola di Patmos, sempre con rigorosa indicazione pubblica delle offerte ricevute e relativo bilancio su quanto ricevuto redatto alla fine di ogni anno [cf. QUI].

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Facevamo questo conto: se solamente cinquanta Lettori ci versassero agli inizi dell’anno 2019 l’importo di 120 euro, corrispondenti a 10 euro al mese, sarebbero interamente coperte le spese di circa 6.000 euro necessari al mantenimento del sito che ospita questa rivista. Purtroppo invece, coloro che nel 2018 hanno fatta questa sottoscrizione sono solo 12 Lettori, per un importo totale raccolto pari a 2.520 euro, di cui 1.200 versati da una singola Lettrice che predispose un versamento mensile di 100 euro.

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Alle porte di questo Santo Natale, invitiamo soprattutto coloro che ci scrivono per manifestare apprezzamento per la nostra opera e per la nostra lealtà alla Chiesa di Cristo ed alla fides catholica, a rendere questo apprezzamento concreto offrendoci il loro sostegno economico. Infatti, se solo coloro che ci contattano per ringraziarci, per mostrarci apprezzamento e stimolarci, ci versassero solo pochi euro, noi non dovremmo correre, ed a volte pure con una certa paura, sul filo del rasoio, né io dovrei ricorrere alla generosità dei miei familiari per avere quel danaro necessario per lavorare gratis et amor Dei a beneficio dei tanti che ci dicono e che ci scrivono «bravi!». Perché con mille «bravi» non si pagano i servizi di abbonamento del sito e le altre spese — che ripeto ammontano a 6.000 euro all’anno —, mentre, con un solo euro dato da mille persone, qualche cosa invece si paga, se i mille che ci dicono «bravi!» ci mandassero solo un euro di offerta a sostegno della nostra opera.

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Invitiamo i più affezionati e volenterosi a voler disporre un versamento mensile secondo le proprie generose possibilità tramite l’efficace e sicuro sistema Paypal che si trova a fondo di pagina, chi invece preferisce può farlo anche tramite conto corrente. Se infatti una volta al mese, un buon numero di Lettori decidesse di offrirci una pizza, un cappuccino ed un cornetto, od anche e solo un caffè, il nostro lavoro potrebbe procedere serenamente senza dover vivere spesso con l’ansia del … «Speriamo di farcela!».

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Il tutto mentre Giovanni Battista strilla nel deserto, mentre l’erotica Salomé danza per obnubilare il tiranno e mentre i camerieri di Erode lucidano il vassoio sul quale deporre la sua testa, già abbondantemente tagliata col generoso contributo finanziario del Principe del Liechtenstein e dei Cavalieri di Colombo, il tutto a lode e gloria di Cristo Dio!

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Possa Dio avere pietà per tutti coloro che, in virtù dei quattrini e della partecipazione al potere, assistono, o peggio partecipano attivamente a favorire il degrado della Santa Sposa di Cristo gettata sul marciapiede.

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«Dice il peccatore: “Dio è misericordia”. Ecco un inganno comune del Diavolo verso i peccatori, per cui molti rischiano di dannarsi. Scrive un dotto autore: “Ne manda più all’Inferno la misericordia di Dio, che non la sua giustizia”. Infatti, questi miserabili, confidando temerariamente nella misericordia non cessano di peccare, così si perdono. Iddio è misericordia, chi lo nega? Si, è misericordioso, però è anche giusto, per ciò castiga chi continua ad offenderlo. Egli usa misericordia, ma a chi lo teme» [Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo e dottore della Chiesa, in Pagine Alfonsiane sulla Misericordia, n. 105: Il paradosso della misericordia].

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A tutti voi, un felice Natale.

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dall’Isola di Partmos, 21 dicembre 2018

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Il penoso presepe del settimanale Fanghiglia Cristiana: e per le famiglie d’italiani che dormono in macchina, che posto c’è? Ridotti gli sprechi con la eliminazione dei bidet dagli alloggi papali

19 Dicembre 2018/9 Commenti/in Attualità/da Ipazia

— il cogitatorio di Ipazia  —

IL PENOSO PRESEPE DEL SETTIMANALE FANGHIGLIA CRISTIANA: E PER LE FAMIGLIE D’ITALIANI CHE DORMONO IN MACCHINA, CHE POSTO C’È? RIDOTTI GLI SPRECHI CON LA ELIMINAZIONE DEI BIDET DAGLI ALLOGGI PAPALI

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Per ridurre tutto all’essenziale ed evitare inutili sprechi, sembra siano stati aboliti i bidet con Motu proprio summorum pontificum dagli alloggi papali […] d’artronne, come se po’, na ‘a Chiesa povera pe’ li poveri, spreca’ acqua preziosa pe’ lavasse er culo, quanno ner monno esisteno bambini che moiono de sete pe’ mancanza d’acqua?

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Autore
Ipazia gatta romana

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Per entrare nel negozio-librario cliccare sulla copertina

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Rapsodia della fede. Una meditazione su musica, canto e teologia: l’essere umano come riverbero di gloria

18 Dicembre 2018/1 Commento/in Attualità/da Padre Gabriele

— catechesi & pastorale —

RAPSODIA DELLA FEDE. UNA MEDITAZIONE SU MUSICA, CANTO E TEOLOGIA: L’ESSERE UMANO COME RIVERBERO DI GLORIA.

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Come insegna la bellissima immagine platonica presente nel dialogo Ione : coltivare la tradizione musicale liturgica significa essere i rapsodi dell’amore divino incarnato e vivo sulla terra. Significa farsi sempre di più voce di Dio per l’uomo.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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il Graduale Triplex, Hebdomada Tertia Adventus

Canto e musica sono una espressione spontaneamente umana e naturale. Dalla semplice esperienza quotidiana notiamo come i nostri giorni sono allietati dalla presenza di canzoni che diventano colonne sonore della routine quotidiana. Le radio, le televisioni, i lettori di musica mp3 e persino i telefoni cellulari Samsung ed Iphone, oggi sono veicoli di questa musica che ci accompagna; che esprime i nostri sentimenti, le nostre gioie, paure e anche desideri. Scriveva il letterato francese Marcel Proust:

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«La musica è l’esempio unico di ciò che si sarebbe potuta dire — se non ci fosse stata l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee — la comunicazione delle anime»  [La prigioniera].

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Ammetto francamente di non avere mai imparato l’arte della musica se non quando sono entrato in convento, perché proprio da quando ho cominciato la vita conventuale, c’è stata un’esperienza nuova che nella mia vita non avevo mai sperimentato. Modi di pregare ne conosciamo e ne mettiamo in pratica molti, eppure per me, il modo di pregare del tutto nuovo, entrando nell’Ordine dei Frati Predicatori, è stata la preghiera espressa nel canto, in modo particolare nel canto gregoriano. Non che non avessi mai cantato prima d’ora. Anzi, quand’ero nella mia parrocchia provavo i canti della messa fra chitarre, bonghi, cembali e volendo anche un po’ di organo. Ma lì, la mia voce, si assottigliava fino a nascondersi dietro ai cantori “professionisti”.

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Un sabato di metà inverno, noi postulanti ci trovavamo in chiesa. Silenzio, solitudine e tanta concentrazione. Dopo le prove delle varie antifone e di qualche sequenza, la voce comincia a venire meno. Siamo un po’ stanchi. A questo punto però, prima di andare via, ci avviciniamo alla statua della Madonna del Rosario, che col suo sguardo sereno e materno accoglie i pellegrini dallo stanco incedere quotidiano. A quel punto propose uno di noi:

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«Perché non la salutiamo come si deve?».

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Gabriele Giordano Scardocci, O.P. con il diapason

Fu così che abbracciati, cuore solo e anima sola, guardando Maria con tanto affetto intonammo l’ode Ave Regina Caelorum. E credo fu la prima volta che dentro di me non ebbi paura di stonare. Fu la prima volta che dentro di me pensai come Bach: Soli Deo Gloria! Fino a che qualcuno commentò qualcun altro sorridendo:

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«Avrà gradito!»

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Il canto e la musica, sono dunque un fenomeno puramente umano; un fenomeno bello e affascinante. Il Signore, avendo redento l’intera umanità ed elevata ad uno stato di grazia, ha elevato anche il canto e la musica dell’uomo per essere veicolo di preghiera; essi allora divengono uno specialissimo strumento di relazione e intimità con Dio. Vediamo in che modo …

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Sin dalle liturgie dell’Antico Israele, il Popolo Ebraico celebra la sua alleanza con Dio mediante canti e inni ispirati, un esempio su tutti:

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«Ecco coloro ai quali Davide affidò la direzione del canto nel tempio dopo che l’arca aveva trovato una sistemazione. Essi esercitarono l’ufficio di cantori davanti alla Dimora della tenda del convegno finché Salomone non costruì il tempio in Gerusalemme. Nel servizio si attenevano alla regola fissata per loro» [1].

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Il primo dato biblico è la presenza del canto anche nel Popolo Ebraico. In questo passo si sottolinea la presenza di cantori ufficiali voluti da Dio nell’attesa che Salomone concluda il tempio in Gerusalemme. E da questo proponiamo dunque una prima fonte di riflessione: il ruolo di cantori assolve non solo a un’istanza tipica dell’uomo in quanto essere vivente pensante e romantico. L’essere “cantore” rientra nella stessa Antica alleanza del Signore in cui è prevista una cerchia di bravi esecutori di brani liturgici. La celebrazione del mistero di Dio richiede, quindi, un’elevazione dell’anima che arde della presenza misterica di Dio. Questa elevazione, è possibile grazie al mezzo della musica e del canto. Ecco dunque il primo ruolo del canto: essere veicolo di elevazione alla presenza di Dio.

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il Graduale Triplex

Già da ora siamo certi che il canto è quell’aliante trascendente che permette di unirci a Dio in uno slancio di puro amore. Analisi questa sulla quale sembra concordare un discorso tenuto dal Sommo Pontefice Benedetto XVI nel luglio 2015:

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«Che cos’è in realtà la musica? Da dove viene e a cosa tende? Penso si possano localizzare tre “luoghi” da cui scaturisce la musica. Una sua prima scaturigine è l’esperienza dell’amore. Quando gli uomini furono afferrati dall’amore, si schiuse loro un’altra dimensione dell’essere, una nuova grandezza e ampiezza della realtà. Ed essa spinse anche a esprimersi in modo nuovo. La poesia, il canto e la musica in genere sono nati da questo essere colpiti, da questo schiudersi di una nuova dimensione della vita» [Cf. testo, QUI].

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Consideriamo ora due concordanze bibliche neotestamentarie. Alla fine dell’Ultima Cena, due evangelisti si soffermano su un dettaglio non secondario:

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«E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» [2].

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Il canto che gli Apostoli e Gesù eseguono — un inno tipico della tradizione ebraica — qui fa da preludio ai drammatici eventi della Passione di Gesù Cristo. Ma allo stesso tempo l’inno citato dai Vangeli sinottici è inserito all’interno della Nuova ed Eterna Alleanza Eucaristica che Dio opera mediante la gloriosa opera di Cristo, con l’umanità. Il legame musica, sofferenza e gloria di Dio, si fa così forte: proprio nel momento della sofferenza profonda, Gesù canta insieme agli apostoli.

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Noteremo di nuovo insieme al Sommo Pontefice Benedetto XVI:

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«Una seconda origine della musica è l’esperienza della tristezza, l’essere toccati dalla morte, dal dolore e dagli abissi dell’esistenza. Anche in questo caso si schiudono, in direzione opposta, nuove dimensioni della realtà che non possono più trovare risposta nei soli discorsi». [Cf. testo, QUI]

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Frati Domenicani nel coro conventuale

Il canto qui eseguito è così uno speciale segno che vuole mostrare, col suo linguaggio composto di suoni, armonie e melodie, la gloria del Dio Cristo che, soffrendo, offre la sua vita per la redenzione [3]. 

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Ecco il secondo ruolo del canto: esso è dunque mezzo per mostrare la gloria a Dio, dirgli un grazie gioioso per averci donato la redenzione. È in questo senso che anche il Sommo Pontefice Francesco ha sottolineato recentemente questo ruolo nel suo recente Discorso ai partecipanti al III incontro internazionale delle corali in Vaticano il 24 novembre 2018, riproponendo la tematica in una sfumatura eucaristica:

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«La vostra musica e il vostro canto sono un vero strumento di evangelizzazione nella misura in cui voi vi rendete testimoni della profondità della Parola di Dio che tocca il cuore delle persone, e permettete una celebrazione dei sacramenti, in particolare della santa Eucaristia, che fa percepire la bellezza del Paradiso» [Cf. testo, QUI].

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Un’ultima riflessione che propongo, si spinge invece a concentrarsi non solo sul momento e sul luogo redentivo in cui viene eseguito l’inno, ma anche su chi lo esegue. Abbiamo detto: Gesù insieme gli apostoli. Ogni apostolo ha eseguito quell’inno con una propria tonalità e melodia, ed al tempo stesso lo ha eseguito con tutto sé stesso, dando il meglio di sé a Dio e unendosi così con Dio. Dunque, con linguaggio post pentecostale, diremo che tramite il canto gli apostoli si sono santificati. E così anche noi, quando facciamo lo stesso.

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Il terzo ruolo del canto, quello di essere segno della nostra santificazione e unione con Dio, ci porta a concludere con queste parole del Sommo Pontefice Benedetto XVI :

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«Infine, il terzo luogo d’origine della musica è l’incontro con il divino, che sin dall’inizio è parte di ciò che definisce l’umano. A maggior ragione è qui che è presente il totalmente altro e il totalmente grande che suscita nell’uomo nuovi modi di esprimersi. Forse è possibile affermare che in realtà anche negli altri due ambiti – l’amore e la morte – il mistero divino ci tocca e, in questo senso, è l’essere toccati da Dio che complessivamente costituisce l’origine della musica» [Cf. testo, QUI].

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un gruppo di Frati Domenicani nella basilica romana di Santa Maria sopra Minerva

Nella nostra tradizione domenicana non dobbiamo mai svalutare o dimenticare l’importanza del canto corale. Basti solo ricordare il motivo per il quale è stato istituito il canto del Salve Regina — e la contemporanea processione — dal Beato Giordano di Sassonia, che succedette alla guida dell’Ordine dei Frati Predicatori dopo San Domenico di Guzmàn. Infatti, il Diavolo continuava a tormentare i frati, ed allora essi si unirono nel coro mariano per eccellenza per porsi sotto il manto protettivo della Beata Vergine Maria. Per questo oggi più che mai necessario riprendere la nostra tradizione musicale e liturgica. Affinché i nostri cuori ardano come quelli del Santo Padre Domenico e, da futuri predicatori, potremmo così incendiare tutto il mondo con la Parola di Dio, Armonia Celestiale di quinte parallele che formano il coro della Chiesa Cattolica.

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Il canto è espressione più forte e vivida delle corde dell’anima, che come una chitarra strimpellata con maestria, eleva i suoi accordi d’amore al Signore. La sinfonia ha la sua chiave nel Si che diciamo all’inizio di ogni nostra scelta vocazionale, mentre il resto del pentagramma ce lo suggerisce Gesù stesso. Noi, che invece eseguiamo, siamo dal canto nostro strumenti scordati e voci stonate, non facciamo altro che lasciarci arpeggiare da Lui. L’elevazione del canto ci porta allora ad Altezze d’Amore che finora non avevamo mai pensato neanche di sfiorare. Quando poi riscendiamo sulla terra, abbiamo così ricevuto un tesoro inestimabile. Più saliamo con la voce cantante verso Dio, più possiamo penetrare i cuori degli uomini con la voce predicante. È adesso che realizziamo, con la nostra carità operativa, il mistero della Chiesa Congregante. Il riverbero, che viene a crearsi quando incrociamo le voci con due accordi diversi come in un canto per quinte parallele, genera un effetto sonoro che fa letteralmente esplodere i cuori di chi è presente alla Santa Messa. È il riverbero della Gloria, il riverbero come profusione di un affetto fortissimo. Con il Sant Padre Francesco mi sento invece di concludere:

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«La musica, dunque, sia uno strumento di unità per rendere efficace il Vangelo nel mondo di oggi, attraverso la bellezza che ancora affascina e rende possibile credere affidandosi all’amore del Padre» [Cf. testo, QUI].

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Per ciò, come insegna la bellissima immagine platonica presente nel dialogo Ione : coltivare la tradizione musicale liturgica significa essere i rapsodi dell’amore divino incarnato e vivo sulla terra. Significa farsi sempre di più voce di Dio per l’uomo.

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«Gesù dolce, Gesù amore» [Santa Caterina da Siena]

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Roma, 18 dicembre 2018

III Settimana di Avvento

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[1] Cr: 6, 16-17

[2] Mt 26:30; Mc 14: 26.

[3] Catechismo della Chiesa Cattolica 1156 «La tradizione musicale di tutta la Chiesa costituisce un tesoro di inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrale della Liturgia solenne» [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 112]. La composizione e il canto dei Salmi ispirati, frequentemente accompagnati da strumenti musicali, sono già strettamente legati alle celebrazioni liturgiche dell’Antica Alleanza. La Chiesa continua e sviluppa questa tradizione: Intrattenetevi «a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore» (Ef 5,19) [Cf Col 3,16-17]. «Chi canta prega due volte» [Cf. Sant’Agostino, Enarratio in Psalmos, 72, 1]. Ricordiamo altri due documenti del magistero pontificio a proposito della musica: Musicae Sacra Disciplina, Pio XII – enciclica 25 dicembre 1955. Musica Sacra San Paolo VI – istruzione 5 marzo 1967

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2021/09/padre-Gabriele-piccola.png?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Gabriele https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Gabriele2018-12-18 22:27:022021-09-30 21:16:31Rapsodia della fede. Una meditazione su musica, canto e teologia: l’essere umano come riverbero di gloria

«Io sono il Signore, colui che ti guarisce». La vita cristiana è un percorso terapeutico alla luce dell’obbedienza alla Parola

17 Dicembre 2018/1 Commento/in Attualità, Pastorale Sanitaria/da Padre Ivano

— pastorale sanitaria —

«IO SONO IL SIGNORE, COLUI CHE TI GUARISCE». LA VITA CRISTIANA È UN PERCORSO TERAPEUTICO ALLA LUCE DELL’OBBEDIENZA ALLA PAROLA.

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Nella venerazione del nome di Dio si esprime la volontà dell’uomo a sperimentare la sua presenza salvatrice e risanatrice. Ecco perché sia nell’Antico Testamento sia nell’opera di Gesù nel Vangelo la guarigione è conseguente a un ascolto obbediente della Parola che salva

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Miracolo della guarigione del cieco, narrato nel Vangelo di Giovanni: 9, 1-41

Oggi si fa un gran parlare di guarigione e metodi che conducono alla guarigione di diversi mali. Non è raro imbattersi in turlupinatori che millantano doti da guaritori a scapito di poveri ammalati che combattono con infermità gravi e invalidanti. C’è poi anche un certo mondo pseudo spirituale che dispone di un vasto arsenale di energie ed entità spiritiche che sono evocate per porre in essere guarigioni e risanamenti. Coloro che si sottomettono alla loro influenza e autorità, finiscono in un fitto ginepraio che presenta tutta una serie di terapie alternative che sono però slegate dal principio di causalità e conducono con molta sicurezza verso un sistema tecnico che sfocia nella mentalità magica e nel superstizioso [cf. Jacques Ellul, The Technological Society, 1954; Il sistema tecnico, 1977]. 

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DIO HA UN NOME CHE GUARISCE

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miracolo della guarigione del paralitico alla piscina di Betsaida, narrato nel Vangelo di Giovanni: 5, 1-18.

Per il fedele cristiano il discorso è assai diverso. Infatti, parlare di guarigione e di risanamento non è nient’altro che riconoscere la potestà di Dio sul mondo, quindi sulle leggi naturali che lo governano, ed esprimere così la sua autorità di creatore esercitata liberamente a beneficio di tutti i suoi figli:

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«Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!» [cf. Ap 1,8]

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A questo proposito, voglio citare un passo del libro dell’Esodo che recita:

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«Se tu darai ascolto alla voce del Signore, tuo Dio, e farai ciò che è retto ai suoi occhi, se tu presterai orecchio ai suoi ordini e osserverai tutte le sue leggi, io non t’infliggerò nessuna delle infermità che ho inflitto agli Egiziani, perché io sono il Signore, colui che ti guarisce!» [cf. Es 15,26].

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La cosa che colpisce maggiormente in questo versetto è il nome di Dio che viene presentato in virtù di una chiara azione terapeutica di risanamento: «io sono colui che ti guarisce!»

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La terapeuticità del nome divino sottende un ascolto attento che conduce a un cammino di santità ben chiaro. Il riferimento alle infermità dell’Egitto attesta la conseguenza di una vita malsana che ha ripudiato Dio e si è staccata da lui. Dio non è solo il trascendente, il numinoso, l’onnipotente, l’esistente, ma è colui che si rende conoscibile e comunicabile proprio trasmettendo il suo nome. Egli dice infatti a Mosè nel roveto ardente:

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«Io sono colui che sono!» [cf. Es 3,14].

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che non è solo l’espressione indicante un mistero — nel senso teologico del termine — ma anzitutto garanzia di una presenza che accompagna il Popolo di Israele e che protegge da ogni sciagura e libera da ogni male [cf. Sal 20,2; Pr 18,8]. Dio, comunicando il suo nome, realizza salvezza [cf. Sal 124,8], garantendo così la salute a coloro che si rivestono di questo nome:

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«Fece uscire il suo popolo […], fra le tribù non c’era alcun infermo» [cf. Sal 105, 37].

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Dobbiamo però rifuggire decisamente dall’uso magico del nome di Dio! Nel linguaggio della Sacra Scrittura il nome ha un rapporto intimo con la realtà significata, non solo si usa per designare la persona ma per esprime tutta la personalità, sicché possiamo dire che il nome  manifesta il cuore, il destino che quella persona è chiamato a compiere: il nome realizza la vocazione.

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La persona di Dio è inscindibilmente legata all’Alleanza sancita con i Padri del Popolo di Israele. Dio è anzitutto il dio di un popolo, di una nazione che si lega a lui con profondi vincoli di amore e fedeltà:

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«Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione» [ cf. Es. 3,15].

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L’Alleanza con il Popolo di Israele che trova in Abramo, Isacco e Giacobbe gli interlocutori privilegiati di un rapporto di amore e fedeltà ci spingono a comprendere che solo nell’obbedienza a Dio — e quindi nell’ascolto attivo della sua Parola — l’Alleanza si compie, la salvezza trova concretezza e la salute diventa manifestazione di un cammino di grazia che ricrea l’uomo a partire da un rapporto nuovo con il suo Signore.

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L’obbedienza alla Parola e l’ascolto della stessa — nella pienezza dei tempi — si specificano con l’incarnazione di Gesù Cristo, Parola fatta carne [cf. Gv 1,3]. Dio attraverso l’opera del Figlio, ricrea l’uomo ristabilendo nel suo cuore un patto nuovo [cf. Ger 31,33], non più basato sulla debolezza dei Padri d’Israele ma sulla docile volontà del Figlio che si rende obbediente e risoluto alla volontà del Padre fino alla morte e alla morte di croce [cf. Fil 2,8].

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L’OBBEDIENZA ALLA PAROLA FATTA CARNE È PRINCIPIO DI OGNI RISANAMENTO NELLO SPIRITO

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miracolo della risurrezione di Lazzaro, narrato nel Vangelo di Giovanni: 11, 1-45

Nella venerazione del nome di Dio si esprime la volontà dell’uomo a sperimentare la sua presenza salvatrice e risanatrice. Ecco perché sia nell’Antico Testamento sia nell’opera di Gesù nel Vangelo la guarigione è conseguente a un ascolto obbediente della Parola che salva [cf. Sal 81, 12-16].

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Nel suo ministero pubblico Gesù annuncia il Regno di Dio, questo diventa il momento favorevole in cui la Parola proclamata diventa anche farmaco. Infatti molte delle guarigioni compiute da Gesù avvengono nella cornice della predicazione [cf. Mc 1, 29-32; Mc 1, 40-45; Mc 2,1-12; Mc 3, 1-6; Mt 9, 14-31; Lc 13, 10-17]. La Parola di Dio — così come all’origine della creazione — è generatrice di una condizione di ordine e di salute laddove il caos del peccato e della disobbedienza umana hanno causato infermità e morte.  Allo stesso modo, nella comunità cristiana post pasquale, l’obbedienza alla Parola è sottolineata dalla presenza ordinatrice dello Spirito Santo che scende con abbondanza sopra gli apostoli il giorno di Pentecoste e conferisce loro autorevolezza nel predicare e potenza di risanamento fisico e spirituale. Dice a tal proposito il Cabasilas:

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«Chi ha il dono di […] guarire gli infermi […] lo ha ricevuto dal myron» [cf. Nicola Cabasilas, La vita in Cristo, 3, 2].

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Ossia: dal sacro olio del Crisma che è segno liturgico e veicolo dell’effusione dello Spirito Santo conferita ai sacri ministri. In virtù della sacra ordinazione e della intima conformazione a Cristo, i Pastori della Chiesa non solo sono costituiti maestri autorevoli di fede ma anche medici esperti con il dovere di curare le pecore inferme del proprio gregge [cf. Ez 34,4].

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La comunità apostolica post pasquale è comunità carismatica nel senso pieno del termine poiché proclamando nella predicazione che Dio opera salvezza nel Cristo risorto [cf. At 3] conferma con il carisma delle guarigioni la missione di nuova comunità ecclesiale illuminata dalla grazia, obbediente alla Parola e sempre rinnovata dall’azione vivificante dello Spirito Santo [cf At 2, 42 ss]. La Chiesa, perciò, memore di questa storia di salvezza è chiamata ogni giorno a predicare e a guarire.

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Questo discorso lo ritroviamo affrontato dai Padri della Chiesa con il concetto teologico di rifusione ontologica, cioè di quella trasformazione di tutto l’uomo attraverso l’azione della grazia divina  che avviene — come per la Vergine Maria — in un cuore obbediente e disponibile all’azione dello Spirito Santo.

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Le virtù teologali che lo Spirito di Dio infonde in noi nel battesimo, realizzano un risanamento continuo e progressivo della nostra umanità: la fede ci guarisce perché libera l’uomo dall’angoscia dell’esistenza trasformandosi in fiducia [cf. Giovanni Crisostomo, Homilia in 1 Tm. 1,2,3; e Agostino, Enarrationes in Psalmos, 118,18,3]; la speranza ci guarisce dall’ansia della morte e anticipa un destino di immortalità in vista della risurrezione dei corpi che già opera in noi nei segni sacramentali; la carità è il grande medicamento offerto da Cristo, che guarisce ogni male e ogni dolore [cf. Barsanufio di Gaza, Lettera 62].

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VUOI ESSERE GUARITO?

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miracolo della guarigione del figlio unico della vedova, narrato nel Vangelo di Luca: 7, 11-17.

La domanda che apre questo III paragrafo appare quasi scontata, ma non è così. Anzitutto poiché essendo una domanda presente nel Vangelo non possiamo liquidarla come semplice e banale. Essa viene pronunziata, quasi come sferzata, da Gesù stesso nei riguardi del paralitico infermo alla piscina di Betzaetà [cf. Gv 5,6]. Infine perché tale domanda intende verificare il desiderio reale del malato di guarire, lasciando lavorare nella sua persona la grazia dello Spirito Santo.

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Nel Vangelo vediamo come diverse volte Gesù interroga il malato sulla volontà di voler essere collaboratore di Dio nel suo risanamento. Questa domanda interpella fondamentalmente la fede: «credi tu questo?» [cf. Gv 11,25]; «la tua fede ti ha guarito … salvato» [cf. Mt 9,22; Mt 15,28; Mc 5,34; Mc 10,52; Lc 18,42]. Avere fede per l’uomo biblico significa sostanzialmente credere nella fedeltà divina. L’avvento stesso del Messia è preceduto da promesse in cui Dio espone la sua credibilità realizzando definitivamente ciò che in diversi modi attraverso i tempi aveva annunciato  per mezzo dei profeti.

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Il cammino terapeutico di guarigione, che vediamo narrato dagli evangelisti e che resta valido anche per noi oggi, è possibile attraverso tre passi: il primo, è l’accettazione della propria condizione personale — di infermità o di peccato — alla luce del progetto salvifico di Dio [cf. Lc 7,36-50; Lc 18,13; Lc 18,39]. Il secondo, è la illimitata fiducia nella grazia divina e la volontà a collaborare con essa [cf. Mt 8,5-13; Mt 15,21-28]. Il terzo, è il concreto desiderio di conversione e di rottura definitiva con il peccato in tutti gli ambiti della propria vita [cf. Gv 4,16-19.29; 5,14; 8,11].

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Il cammino che conduce alla guarigione può esser poi più o meno veloce, istantaneo o a tappe [cf. Mc 8,22-26; Lc 17,11-19] ma quello che lo definisce è sempre l’obbedienza dell’infermo alla Parola proclamata e insegnata che diventa terreno fertile dentro il quale nasce una nuova esistenza risanata. Poiché l’uomo è un essere complesso, il suo risanamento è sempre duplice: Gesù guarendo il corpo risana l’anima e perdonando il peccato restituisce vigore al corpo [cf. Mc 2,1-12].

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IL FINE DELLA GUARIGIONE È LA SEQUELA CHRISTI.

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miracolo della guarigione del servo del centurione, narrato nel Vangelo di Luca: 7, 1-10

L’uomo divenuto obbediente alla Parola e che è stato da essa risanato è pronto per essere apostolo del Regno, affinché le opere di Dio vengano proclamate al mondo intero. Prendiamo come esempio questo passo evangelico:

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«In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni [cf. Lc 8, 1-3].

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La guarigione ristabilisce l’uomo perché esso diventi il testimone del Regno e perché l’umanità si accorga che esiste un Dio che mantiene le promesse. Consapevolizzarsi in quest’ottica è fondamentale, perché l’evento cristologico assume tutta la concretezza della vita vissuta. Un conto è seguire una dottrina filosofica bella e accattivante, altro è donarsi per una ideologia che si considera vincente, altro ancora è testimoniare con la propria vita e con le proprie ferite che Cristo ha fatto irruzione nella mia quotidianità è mi ha trasformato toccando le mie fragilità fisiche e spirituali.

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Come abbiamo avuto modo di vedere con l’aiuto dei Padri della Chiesa, assistiamo a una trasformazione dell’essere dell’uomo che non ha eguali. Il seguito di Gesù — includendo anche la comunità apostolica — è sostanzialmente composto da discepoli risanati, da persone ferite a cui è stata fatta grazia e che hanno trovato la forza di annunciare la gioia della guarigione: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te» [cf. Mc 5,19ss]. Solo la gratuità della Parola e dell’insegnamento di Cristo può attivare la riconoscenza che si esprime nel dono di sé al Signore.

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L’uomo donato a Dio, così come capirà bene il beato apostolo Pietro, è capace di amare anche con la debolezza, l’imperfezione e l’infermità [cf. Gv 21,15ss], e se apparentemente alcune guarigioni appaiono come parziali, esse rimandano alla grande guarigione escatologica che avverrà alla fine dei tempi, perché solo lì, in Paradiso, sanità e santità coincideranno nel mistero del Cristo crocifisso e risorto.

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Cagliari, 17 dicembre 2018

III Settimana di Avvento

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«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»

(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

MANUELA LUZZARDI 

 

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