«Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità»… E il Verbo si fece carne

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«QUANDO AVRAI ELIMINATO L’IMPOSSIBILE, CIÒ CHE RIMANE, ANCHE SE POCO PROBABILE, DEVE ESSERE LA VERITÀ» … E IL VERBO SI FECE CARNE

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Sherlock Holmes, acuto investigatore, risolve i casi più intricati e misteriosi di assassinio, scoprendo con arguta sagacia l’omicida. Questo personaggio, è così in grado di rivelarci qualcosa di nascosto, portando alla luce ciò che non è subito visibile. Egli ha come proprio motto: «Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità» … E il Verbo si fece carne.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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Buon Natale a tutti voi!

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Shelock Holmes, vignetta d’epoca

Anche quest’anno abbiamo la gioia di vivere insieme questa solennità del Signore. La nascita di Gesù, Figlio di Dio, è uno dei principali misteri della nostra fede, sintetizzato nel Vangelo di Giovanni appena proclamato [vedere testo, QUI]. Proviamo ad addentrarci in questo grande mistero a partire da un’opera letteraria.

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Tutti conosciamo il personaggio letterario Sherlock Holmes, nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle nel secolo scorso nel romanzo Uno Studio in Rosso. Holmes, investigatore privato londinese, è accompagnato dall’amico medico, il dottor Watson. Holmes, acuto investigatore, risolve i casi più intricati e misteriosi  di assassinio, scoprendo con arguta sagacia l’omicida. Questo personaggio, è così è in grado di rivelarci qualcosa di nascosto, portando alla luce ciò che non è subito visibile. Egli ha come proprio motto: «Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità».

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Con la sua nascita e venuta al mondo, Gesù bambino aiuta tutti noi ad entrare nella luce del mistero di Dio; con questa sua missione, che in teologia è chiamata missione visibile della Trinità, ci aiuta ad eliminare l’impossibile ed a trovare quella verità che, a prima vista, può sembrare persino poco probabile.

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Il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato poco fa ci aiuta dunque a cogliere il grande mistero. Per comprenderlo, bisogna partire dalla fine del brano:

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«Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» [cf. v. 18]. 

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Il desiderio forte che ci rende uomini in uno stato più elevato consiste nel vedere, conoscere e scoprire. Perciò il desiderio di conoscere e scoprire Dio è quello più alto in assoluto. È una scintilla di umanità che vuole diventare fuoco. Questo ce lo permette il Figlio unigenito, Gesù, che è Dio insieme al Padre seppure distinto da Lui. Gesù esaudisce il nostro desiderio più profondo di aprirci alla verità e all’amore più grande. Ciò è possibile perché ci ha donato, in questo Natale tutto sé stesso: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia» [cf. v. 16].

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Diventando uomo, Gesù accoglie tutta l’umanità e tutto l’uomo senza eccezione e senza condizioni: questa è la sua pienezza. L’averci accolto incondizionatamente ha permesso una cascata di amore e accoglienza: questa cascata è la Sua grazia che, innanzitutto, noi riceviamo nei sacramenti.

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Tramite la grazia che apre la nostra conoscenza profonda di Dio, possiamo esseri certi che

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« Il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria […]» [cf. v. 16].

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Nella cultura attuale questo sembra davvero improbabile e inaccettabile. Perché il Verbo che è Dio, spirituale e invisibile, farsi carne [dal greco σάρξ, sarx]? Perché Dio è amore e vuole chiamarci ad un’intimità e tenerezza profonda con Lui, sino a permettere il miracolo di assumere la natura umana ed un corpo vero, reale e fisico. Esattamente come una gocciolina d’acqua viene assunta in una più ampia parte di vino, così natura umana e divina esistono insieme in Gesù. Fra poco vedrete questo mistero della duplice natura, mostrato nella liturgia quando io stesso, adempiendo alla mia funzione di diacono, mescolerò nel calice insieme al vino con qualche gocciolina d’acqua, seguita dalle sommesse parole:

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«L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione, con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana».

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Perciò ora che sappiamo che Gesù ci ha rivelato Dio, ci ha spalancato le porte della grazia e ci ha permesso di contemplare la gloria della sua bellissima duplice natura, con occhi scintillanti di felicità e serenità possiamo dire con fede: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» [cf. v. 1].

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Il Verbo, dal greco λόγος, logos [Parola] è Dio stesso: è la seconda persona della Trinità, Gesù Cristo ed è intimamente unito al Padre, e vuole trasportarci alla intima unione con la Trinità stessa e dunque ad essere piccola Trinità anche noi.

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Questo mistero, dall’alto della sua intangibilità, ora scende nella concretezza della vita quotidiana: adesso che tornerete a casa per radunarvi assieme con chi più amate per il pranzo di Natale, chiediamo al Signore la forza e la determinazione di essere testimoni di fronte ai nostri parenti e amici dell’amore di Gesù che oggi nasce. Affinché noi stessi, una volta ricevuto Gesù nella comunione eucaristica e uniti in Lui, possiamo condurre anche i più lontani alla grotta di Betlemme. Affinché anche noi tramandiamo la purezza, la bellezza e la verità con cui viviamo la fede cattolica.

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Così sia.

 

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Roma, 25 dicembre 2018

Natività del Signore

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
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Cari Lettori, aiutate i veri profughi: quelli che vivono su L’Isola di Patmos, giovanneo luogo dell’ultima rivelazione, dove la verità ci farà liberi

CARI LETTORI, AIUTATE I VERI PROFUGHI: QUELLI CHE VIVONO SU L’ISOLA DI PATMOS, GIOVANNEO LUOGO DELL’ULTIMA RIVELAZIONE, DOVE LA VERITÀ CI FARA LIBERI

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Se una volta al mese, un buon numero di Lettori decidesse di offrirci una pizza, un cappuccino e un cornetto, od anche e solo un caffè, il nostro lavoro potrebbe procedere serenamente senza dover vivere spesso con l’ansia del … «Speriamo di farcela!».

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Cari Lettori,

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il Padre Ariel sulla neve, che prima o poi si «disigilla» …

la nostra fede ci insegna che nella notte buia apparve una stella che guidò i pastori verso il mistero del Verbo Incarnato [cf. Mt 2, 9]. Sappiamo anche che la neve è destinata a sciogliersi al sole, dinanzi al quale il gelo cede al tepore. Scrive Dante Alighieri nel XXXIII Canto del Paradiso che si apre con la Preghiera di San Bernardo alla Beata Vergine Maria:

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Così la neve al sol si disigilla; 
così al vento ne le foglie levi 
si perdea la sentenza di Sibilla.

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Nel linguaggio di Dante, che pur poetando in “lingua volgare” rimane aderente alla etimologia latina, il termine «disigillare» non significa sciogliere, ma significa: perdere la propria forma.

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Seguendo la stella di Dio come i pastori, in questa notte gelida e buia che avvolge la Chiesa, noi camminiamo verso quel sole vivo che è Cristo, dinanzi al quale questa neve sarà infine disigillata e la sua forma innaturale e nociva dispersa.

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Con l’anno nuovo L’Isola di Patmos entra nel suo quinto anno di vita, che sarà compiuto il 20 ottobre 2019. Facendo un bilancio possiamo dire che i risultati sono stati a dir poco sorprendenti: nel corso degli ultimi tre anni abbiamo totalizzato quasi trenta milioni di visite. La nostra media oscilla tra le 800.000 e le 900.000 visite al mese per una media di circa 30.000 visite giornaliere. Non abbiamo mai conosciuto un momento di flessione, il grafico segna solo un progressivo aumento. Se vogliamo potremmo chiamare il tutto successo, a noi piace però chiamarlo grazia di Dio.

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Agli inizi del nuovo anno, dopo le feste saranno apportate alcune modifiche alla home-page ed inserita una pagina recante l’indicazione «note legali e amministrative», all’interno della quale saranno contenuti tutti i relativi dati. Infatti, il 30 novembre 2018 abbiamo costituito le Edizioni L’Isola di Patmos attraverso la forma legale della pia associazione. Allo stesso tempo L’Isola di Patmos è divenuta una rivista con regolare iscrizione presso L’Ordine dei Giornalisti ed il registro della stampa del Tribunale.

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Tutto ciò ha comportato notevoli spese che hanno implicato le spettanze del notaio e del consulente commerciale, più tutta una serie di relative tasse versate all’Agenzia delle Entrate, all’Ordine dei Giornalisti, al Tribunale, ecc …

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Non avendone i mezzi, tutte queste spese sono state sostenute da mia madre e da mio fratello, che hanno voluto contribuire a questa nostra opera apostolica, che vi ricordo non va certo a beneficio loro, ma di tutti voi che sempre più numerosi ci seguite e che potete beneficiare dei frutti del nostro lavoro, o se preferite: della nostra vita spesa interamente per il Popolo di Dio e per la diffusione della fides catholica.

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Più volte, numerose persone, di fronte a certi nostri scritti ci hanno domandato: «Chi vi da il coraggio?». Non pochi altri ci hanno domandato: «Non temete che ve la faranno pagare?». Ebbene, il coraggio è null’altro che quell’aiuto che ci viene dal Signore che ha fatto cielo e terra [cf. Sal 120], mentre, per quanto riguarda il tributo che spesso è stato fatto ampiamente pagare, forse è meglio stendere un velo pietoso e procedere oltre …

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L’Isola di Patmos può esprimersi con piena libertà e nella legittima libertà dei figli di Dio, invitando chi ci segue a conoscere la verità, nella piena consapevolezza che la verità ci farà liberi [cf. Gv 8, 32], semplicemente perché non è alle dipendenze di nessun potentato, ma solo alle dipendenze di Cristo e della sua Santa Chiesa. E la libertà dei figli di Dio, per poter essere veramente esercitata, obbliga a non essere iscritti sul libro paga di nessun censorio prepotente. Infatti, noi non prendiamo soldi né dai Cavalieri di Colombo, né dal Principe del Liechtenstein, amorevolmente sollecitati dalla Segreteria di Stato a riversare generose somme di danaro su soggetti che non sono reputati leali servitori della verità, bensì solo reputati umoralmente graditi, se non addirittura premiati per il modo in cui nascondono o adulterano la verità. O, detta in altri termini: avrebbe mai potuto, San Giovanni Battista proteggere le condotte di vita di Erode Antipa, in cambio delle sue generose sovvenzioni profuse sulla sua opera di predicazione? In fondo, questo tiranno era solo convivente con la moglie di suo fratello ed aveva una passione erotica del tutto malsana per la nipotina Salomé. Volendo si sarebbe potuto fargli fare, con misericordioso spirito di amore e letizia, anche un blando percorso penitenziale per poi riammetterlo ai Sacramenti assieme alla propria concubina ed alla sua deliziosa nipotina, come non esiterebbero ad affermare coloro che pigliano soldi dai Cavalieri di Colombo e dal Principe del Liechtenstein dietro amorevole sollecitazione della Segreteria di Stato, presso la quale sono operosi gli arrotini che affilano la lama necessaria per il taglio della testa del Battista.

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Sappiamo però quanto il Battista non la pensasse così, infatti finì con la testa tagliata deposta su di un vassoio, perché il suo senso di misericordia si reggeva tutto quanto sulla verità e sulla giustizia.

Per questo noi abbiamo sempre camminato sul filo del rasoio, con tutti i disagi economici del caso, pur avendocela sin oggi fatta, seppur sempre pel cosiddetto rotto della cuffia, beneficiando unicamente delle offerte dei Lettori e delle offerte dagli stessi a me date per la celebrazione delle Sante Messe di suffragio per i defunti, interamente utilizzate per le spese de L’Isola di Patmos, sempre con rigorosa indicazione pubblica delle offerte ricevute e relativo bilancio su quanto ricevuto redatto alla fine di ogni anno [cf. QUI].

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Facevamo questo conto: se solamente cinquanta Lettori ci versassero agli inizi dell’anno 2019 l’importo di 120 euro, corrispondenti a 10 euro al mese, sarebbero interamente coperte le spese di circa 6.000 euro necessari al mantenimento del sito che ospita questa rivista. Purtroppo invece, coloro che nel 2018 hanno fatta questa sottoscrizione sono solo 12 Lettori, per un importo totale raccolto pari a 2.520 euro, di cui 1.200 versati da una singola Lettrice che predispose un versamento mensile di 100 euro.

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Alle porte di questo Santo Natale, invitiamo soprattutto coloro che ci scrivono per manifestare apprezzamento per la nostra opera e per la nostra lealtà alla Chiesa di Cristo ed alla fides catholica, a rendere questo apprezzamento concreto offrendoci il loro sostegno economico. Infatti, se solo coloro che ci contattano per ringraziarci, per mostrarci apprezzamento e stimolarci, ci versassero solo pochi euro, noi non dovremmo correre, ed a volte pure con una certa paura, sul filo del rasoio, né io dovrei ricorrere alla generosità dei miei familiari per avere quel danaro necessario per lavorare gratis et amor Dei a beneficio dei tanti che ci dicono e che ci scrivono «bravi!». Perché con mille «bravi» non si pagano i servizi di abbonamento del sito e le altre spese — che ripeto ammontano a 6.000 euro all’anno —, mentre, con un solo euro dato da mille persone, qualche cosa invece si paga, se i mille che ci dicono «bravi!» ci mandassero solo un euro di offerta a sostegno della nostra opera.

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Invitiamo i più affezionati e volenterosi a voler disporre un versamento mensile secondo le proprie generose possibilità tramite l’efficace e sicuro sistema Paypal che si trova a fondo di pagina, chi invece preferisce può farlo anche tramite conto corrente. Se infatti una volta al mese, un buon numero di Lettori decidesse di offrirci una pizza, un cappuccino ed un cornetto, od anche e solo un caffè, il nostro lavoro potrebbe procedere serenamente senza dover vivere spesso con l’ansia del … «Speriamo di farcela!».

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Il tutto mentre Giovanni Battista strilla nel deserto, mentre l’erotica Salomé danza per obnubilare il tiranno e mentre i camerieri di Erode lucidano il vassoio sul quale deporre la sua testa, già abbondantemente tagliata col generoso contributo finanziario del Principe del Liechtenstein e dei Cavalieri di Colombo, il tutto a lode e gloria di Cristo Dio!

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Possa Dio avere pietà per tutti coloro che, in virtù dei quattrini e della partecipazione al potere, assistono, o peggio partecipano attivamente a favorire il degrado della Santa Sposa di Cristo gettata sul marciapiede.

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«Dice il peccatore: “Dio è misericordia”. Ecco un inganno comune del Diavolo verso i peccatori, per cui molti rischiano di dannarsi. Scrive un dotto autore: “Ne manda più all’Inferno la misericordia di Dio, che non la sua giustizia”. Infatti, questi miserabili, confidando temerariamente nella misericordia non cessano di peccare, così si perdono. Iddio è misericordia, chi lo nega? Si, è misericordioso, però è anche giusto, per ciò castiga chi continua ad offenderlo. Egli usa misericordia, ma a chi lo teme» [Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo e dottore della Chiesa, in Pagine Alfonsiane sulla Misericordia, n. 105: Il paradosso della misericordia].

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A tutti voi, un felice Natale.

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dall’Isola di Partmos, 21 dicembre 2018

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Il penoso presepe del settimanale Fanghiglia Cristiana: e per le famiglie d’italiani che dormono in macchina, che posto c’è? Ridotti gli sprechi con la eliminazione dei bidet dagli alloggi papali

— il cogitatorio di Ipazia  —

IL PENOSO PRESEPE DEL SETTIMANALE FANGHIGLIA CRISTIANA: E PER LE FAMIGLIE D’ITALIANI CHE DORMONO IN MACCHINA, CHE POSTO C’È? RIDOTTI GLI SPRECHI CON LA ELIMINAZIONE DEI BIDET DAGLI ALLOGGI PAPALI

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Per ridurre tutto all’essenziale ed evitare inutili sprechi, sembra siano stati aboliti i bidet con Motu proprio summorum pontificum dagli alloggi papali […] d’artronne, come se po’, na ‘a Chiesa povera pe’ li poveri, spreca’ acqua preziosa pe’ lavasse er culo, quanno ner monno esisteno bambini che moiono de sete pe’ mancanza d’acqua?

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Autore
Ipazia gatta romana

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Rapsodia della fede. Una meditazione su musica, canto e teologia: l’essere umano come riverbero di gloria

catechesi & pastorale —

RAPSODIA DELLA FEDE. UNA MEDITAZIONE SU MUSICA, CANTO E TEOLOGIA: L’ESSERE UMANO COME RIVERBERO DI GLORIA.

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Come insegna la bellissima immagine platonica presente nel dialogo Ione : coltivare la tradizione musicale liturgica significa essere i rapsodi dell’amore divino incarnato e vivo sulla terra. Significa farsi sempre di più voce di Dio per l’uomo.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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il Graduale Triplex, Hebdomada Tertia Adventus

Canto e musica sono una espressione spontaneamente umana e naturale. Dalla semplice esperienza quotidiana notiamo come i nostri giorni sono allietati dalla presenza di canzoni che diventano colonne sonore della routine quotidiana. Le radio, le televisioni, i lettori di musica mp3 e persino i telefoni cellulari Samsung ed Iphone, oggi sono veicoli di questa musica che ci accompagna; che esprime i nostri sentimenti, le nostre gioie, paure e anche desideri. Scriveva il letterato francese Marcel Proust:

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«La musica è l’esempio unico di ciò che si sarebbe potuta dire — se non ci fosse stata l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee — la comunicazione delle anime»  [La prigioniera].

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Ammetto francamente di non avere mai imparato l’arte della musica se non quando sono entrato in convento, perché proprio da quando ho cominciato la vita conventuale, c’è stata un’esperienza nuova che nella mia vita non avevo mai sperimentato. Modi di pregare ne conosciamo e ne mettiamo in pratica molti, eppure per me, il modo di pregare del tutto nuovo, entrando nell’Ordine dei Frati Predicatori, è stata la preghiera espressa nel canto, in modo particolare nel canto gregoriano. Non che non avessi mai cantato prima d’ora. Anzi, quand’ero nella mia parrocchia provavo i canti della messa fra chitarre, bonghi, cembali e volendo anche un po’ di organo. Ma lì, la mia voce, si assottigliava fino a nascondersi dietro ai cantori “professionisti”.

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Un sabato di metà inverno, noi postulanti ci trovavamo in chiesa. Silenzio, solitudine e tanta concentrazione. Dopo le prove delle varie antifone e di qualche sequenza, la voce comincia a venire meno. Siamo un po’ stanchi. A questo punto però, prima di andare via, ci avviciniamo alla statua della Madonna del Rosario, che col suo sguardo sereno e materno accoglie i pellegrini dallo stanco incedere quotidiano. A quel punto propose uno di noi:

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«Perché non la salutiamo come si deve?».

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Gabriele Giordano Scardocci, O.P. con il diapason

Fu così che abbracciati, cuore solo e anima sola, guardando Maria con tanto affetto intonammo l’ode Ave Regina Caelorum. E credo fu la prima volta che dentro di me non ebbi paura di stonare. Fu la prima volta che dentro di me pensai come Bach: Soli Deo Gloria! Fino a che qualcuno commentò qualcun altro sorridendo:

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«Avrà gradito!»

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Il canto e la musica, sono dunque un fenomeno puramente umano; un fenomeno bello e affascinante. Il Signore, avendo redento l’intera umanità ed elevata ad uno stato di grazia, ha elevato anche il canto e la musica dell’uomo per essere veicolo di preghiera; essi allora divengono uno specialissimo strumento di relazione e intimità con Dio. Vediamo in che modo …

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Sin dalle liturgie dell’Antico Israele, il Popolo Ebraico celebra la sua alleanza con Dio mediante canti e inni ispirati, un esempio su tutti:

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«Ecco coloro ai quali Davide affidò la direzione del canto nel tempio dopo che l’arca aveva trovato una sistemazione. Essi esercitarono l’ufficio di cantori davanti alla Dimora della tenda del convegno finché Salomone non costruì il tempio in Gerusalemme. Nel servizio si attenevano alla regola fissata per loro» [1].

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Il primo dato biblico è la presenza del canto anche nel Popolo Ebraico. In questo passo si sottolinea la presenza di cantori ufficiali voluti da Dio nell’attesa che Salomone concluda il tempio in Gerusalemme. E da questo proponiamo dunque una prima fonte di riflessione: il ruolo di cantori assolve non solo a un’istanza tipica dell’uomo in quanto essere vivente pensante e romantico. L’essere “cantore” rientra nella stessa Antica alleanza del Signore in cui è prevista una cerchia di bravi esecutori di brani liturgici. La celebrazione del mistero di Dio richiede, quindi, un’elevazione dell’anima che arde della presenza misterica di Dio. Questa elevazione, è possibile grazie al mezzo della musica e del canto. Ecco dunque il primo ruolo del canto: essere veicolo di elevazione alla presenza di Dio.

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il Graduale Triplex

Già da ora siamo certi che il canto è quell’aliante trascendente che permette di unirci a Dio in uno slancio di puro amore. Analisi questa sulla quale sembra concordare un discorso tenuto dal Sommo Pontefice Benedetto XVI nel luglio 2015:

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«Che cos’è in realtà la musica? Da dove viene e a cosa tende? Penso si possano localizzare tre “luoghi” da cui scaturisce la musica. Una sua prima scaturigine è l’esperienza dell’amore. Quando gli uomini furono afferrati dall’amore, si schiuse loro un’altra dimensione dell’essere, una nuova grandezza e ampiezza della realtà. Ed essa spinse anche a esprimersi in modo nuovo. La poesia, il canto e la musica in genere sono nati da questo essere colpiti, da questo schiudersi di una nuova dimensione della vita» [Cf. testo, QUI].

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Consideriamo ora due concordanze bibliche neotestamentarie. Alla fine dell’Ultima Cena, due evangelisti si soffermano su un dettaglio non secondario:

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«E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» [2].

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Il canto che gli Apostoli e Gesù eseguono — un inno tipico della tradizione ebraica — qui fa da preludio ai drammatici eventi della Passione di Gesù Cristo. Ma allo stesso tempo l’inno citato dai Vangeli sinottici è inserito all’interno della Nuova ed Eterna Alleanza Eucaristica che Dio opera mediante la gloriosa opera di Cristo, con l’umanità. Il legame musica, sofferenza e gloria di Dio, si fa così forte: proprio nel momento della sofferenza profonda, Gesù canta insieme agli apostoli.

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Noteremo di nuovo insieme al Sommo Pontefice Benedetto XVI:

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«Una seconda origine della musica è l’esperienza della tristezza, l’essere toccati dalla morte, dal dolore e dagli abissi dell’esistenza. Anche in questo caso si schiudono, in direzione opposta, nuove dimensioni della realtà che non possono più trovare risposta nei soli discorsi». [Cf. testo, QUI]

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Frati Domenicani nel coro conventuale

Il canto qui eseguito è così uno speciale segno che vuole mostrare, col suo linguaggio composto di suoni, armonie e melodie, la gloria del Dio Cristo che, soffrendo, offre la sua vita per la redenzione [3]

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Ecco il secondo ruolo del canto: esso è dunque mezzo per mostrare la gloria a Dio, dirgli un grazie gioioso per averci donato la redenzione. È in questo senso che anche il Sommo Pontefice Francesco ha sottolineato recentemente questo ruolo nel suo recente Discorso ai partecipanti al III incontro internazionale delle corali in Vaticano il 24 novembre 2018, riproponendo la tematica in una sfumatura eucaristica:

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«La vostra musica e il vostro canto sono un vero strumento di evangelizzazione nella misura in cui voi vi rendete testimoni della profondità della Parola di Dio che tocca il cuore delle persone, e permettete una celebrazione dei sacramenti, in particolare della santa Eucaristia, che fa percepire la bellezza del Paradiso» [Cf. testo, QUI].

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Un’ultima riflessione che propongo, si spinge invece a concentrarsi non solo sul momento e sul luogo redentivo in cui viene eseguito l’inno, ma anche su chi lo esegue. Abbiamo detto: Gesù insieme gli apostoli. Ogni apostolo ha eseguito quell’inno con una propria tonalità e melodia, ed al tempo stesso lo ha eseguito con tutto sé stesso, dando il meglio di sé a Dio e unendosi così con Dio. Dunque, con linguaggio post pentecostale, diremo che tramite il canto gli apostoli si sono santificati. E così anche noi, quando facciamo lo stesso.

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Il terzo ruolo del canto, quello di essere segno della nostra santificazione e unione con Dio, ci porta a concludere con queste parole del Sommo Pontefice Benedetto XVI :

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«Infine, il terzo luogo d’origine della musica è l’incontro con il divino, che sin dall’inizio è parte di ciò che definisce l’umano. A maggior ragione è qui che è presente il totalmente altro e il totalmente grande che suscita nell’uomo nuovi modi di esprimersi. Forse è possibile affermare che in realtà anche negli altri due ambiti – l’amore e la morte – il mistero divino ci tocca e, in questo senso, è l’essere toccati da Dio che complessivamente costituisce l’origine della musica» [Cf. testo, QUI].

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un gruppo di Frati Domenicani nella basilica romana di Santa Maria sopra Minerva

Nella nostra tradizione domenicana non dobbiamo mai svalutare o dimenticare l’importanza del canto corale. Basti solo ricordare il motivo per il quale è stato istituito il canto del Salve Regina — e la contemporanea processione — dal Beato Giordano di Sassonia, che succedette alla guida dell’Ordine dei Frati Predicatori dopo San Domenico di Guzmàn. Infatti, il Diavolo continuava a tormentare i frati, ed allora essi si unirono nel coro mariano per eccellenza per porsi sotto il manto protettivo della Beata Vergine Maria. Per questo oggi più che mai necessario riprendere la nostra tradizione musicale e liturgica. Affinché i nostri cuori ardano come quelli del Santo Padre Domenico e, da futuri predicatori, potremmo così incendiare tutto il mondo con la Parola di Dio, Armonia Celestiale di quinte parallele che formano il coro della Chiesa Cattolica.

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Il canto è espressione più forte e vivida delle corde dell’anima, che come una chitarra strimpellata con maestria, eleva i suoi accordi d’amore al Signore. La sinfonia ha la sua chiave nel Si che diciamo all’inizio di ogni nostra scelta vocazionale, mentre il resto del pentagramma ce lo suggerisce Gesù stesso. Noi, che invece eseguiamo, siamo dal canto nostro strumenti scordati e voci stonate, non facciamo altro che lasciarci arpeggiare da Lui. L’elevazione del canto ci porta allora ad Altezze d’Amore che finora non avevamo mai pensato neanche di sfiorare. Quando poi riscendiamo sulla terra, abbiamo così ricevuto un tesoro inestimabile. Più saliamo con la voce cantante verso Dio, più possiamo penetrare i cuori degli uomini con la voce predicante. È adesso che realizziamo, con la nostra carità operativa, il mistero della Chiesa Congregante. Il riverbero, che viene a crearsi quando incrociamo le voci con due accordi diversi come in un canto per quinte parallele, genera un effetto sonoro che fa letteralmente esplodere i cuori di chi è presente alla Santa Messa. È il riverbero della Gloria, il riverbero come profusione di un affetto fortissimo. Con il Sant Padre Francesco mi sento invece di concludere:

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«La musica, dunque, sia uno strumento di unità per rendere efficace il Vangelo nel mondo di oggi, attraverso la bellezza che ancora affascina e rende possibile credere affidandosi all’amore del Padre» [Cf. testo, QUI].

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Per ciò, come insegna la bellissima immagine platonica presente nel dialogo Ione : coltivare la tradizione musicale liturgica significa essere i rapsodi dell’amore divino incarnato e vivo sulla terra. Significa farsi sempre di più voce di Dio per l’uomo.

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«Gesù dolce, Gesù amore» [Santa Caterina da Siena]

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Roma, 18 dicembre 2018

III Settimana di Avvento

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[1] Cr: 6, 16-17

[2] Mt 26:30; Mc 14: 26.

[3] Catechismo della Chiesa Cattolica 1156 «La tradizione musicale di tutta la Chiesa costituisce un tesoro di inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrale della Liturgia solenne» [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 112]. La composizione e il canto dei Salmi ispirati, frequentemente accompagnati da strumenti musicali, sono già strettamente legati alle celebrazioni liturgiche dell’Antica Alleanza. La Chiesa continua e sviluppa questa tradizione: Intrattenetevi «a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore» (Ef 5,19) [Cf Col 3,16-17]. «Chi canta prega due volte» [Cf. Sant’Agostino, Enarratio in Psalmos, 72, 1]. Ricordiamo altri due documenti del magistero pontificio a proposito della musica: Musicae Sacra Disciplina, Pio XII – enciclica 25 dicembre 1955. Musica Sacra San Paolo VI – istruzione 5 marzo 1967

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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«Io sono il Signore, colui che ti guarisce». La vita cristiana è un percorso terapeutico alla luce dell’obbedienza alla Parola

— pastorale sanitaria —

«IO SONO IL SIGNORE, COLUI CHE TI GUARISCE». LA VITA CRISTIANA È UN PERCORSO TERAPEUTICO ALLA LUCE DELL’OBBEDIENZA ALLA PAROLA.

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Nella venerazione del nome di Dio si esprime la volontà dell’uomo a sperimentare la sua presenza salvatrice e risanatrice. Ecco perché sia nell’Antico Testamento sia nell’opera di Gesù nel Vangelo la guarigione è conseguente a un ascolto obbediente della Parola che salva

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

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Miracolo della guarigione del cieco, narrato nel Vangelo di Giovanni: 9, 1-41

Oggi si fa un gran parlare di guarigione e metodi che conducono alla guarigione di diversi mali. Non è raro imbattersi in turlupinatori che millantano doti da guaritori a scapito di poveri ammalati che combattono con infermità gravi e invalidanti. C’è poi anche un certo mondo pseudo spirituale che dispone di un vasto arsenale di energie ed entità spiritiche che sono evocate per porre in essere guarigioni e risanamenti. Coloro che si sottomettono alla loro influenza e autorità, finiscono in un fitto ginepraio che presenta tutta una serie di terapie alternative che sono però slegate dal principio di causalità e conducono con molta sicurezza verso un sistema tecnico che sfocia nella mentalità magica e nel superstizioso [cf. Jacques Ellul, The Technological Society, 1954; Il sistema tecnico, 1977]. 

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DIO HA UN NOME CHE GUARISCE

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miracolo della guarigione del paralitico alla piscina di Betsaida, narrato nel Vangelo di Giovanni: 5, 1-18.

Per il fedele cristiano il discorso è assai diverso. Infatti, parlare di guarigione e di risanamento non è nient’altro che riconoscere la potestà di Dio sul mondo, quindi sulle leggi naturali che lo governano, ed esprimere così la sua autorità di creatore esercitata liberamente a beneficio di tutti i suoi figli:

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«Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!» [cf. Ap 1,8]

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A questo proposito, voglio citare un passo del libro dell’Esodo che recita:

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«Se tu darai ascolto alla voce del Signore, tuo Dio, e farai ciò che è retto ai suoi occhi, se tu presterai orecchio ai suoi ordini e osserverai tutte le sue leggi, io non t’infliggerò nessuna delle infermità che ho inflitto agli Egiziani, perché io sono il Signore, colui che ti guarisce!» [cf. Es 15,26].

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La cosa che colpisce maggiormente in questo versetto è il nome di Dio che viene presentato in virtù di una chiara azione terapeutica di risanamento: «io sono colui che ti guarisce!»

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La terapeuticità del nome divino sottende un ascolto attento che conduce a un cammino di santità ben chiaro. Il riferimento alle infermità dell’Egitto attesta la conseguenza di una vita malsana che ha ripudiato Dio e si è staccata da lui. Dio non è solo il trascendente, il numinoso, l’onnipotente, l’esistente, ma è colui che si rende conoscibile e comunicabile proprio trasmettendo il suo nome. Egli dice infatti a Mosè nel roveto ardente:

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«Io sono colui che sono!» [cf. Es 3,14].

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che non è solo l’espressione indicante un mistero — nel senso teologico del termine — ma anzitutto garanzia di una presenza che accompagna il Popolo di Israele e che protegge da ogni sciagura e libera da ogni male [cf. Sal 20,2; Pr 18,8]. Dio, comunicando il suo nome, realizza salvezza [cf. Sal 124,8], garantendo così la salute a coloro che si rivestono di questo nome:

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«Fece uscire il suo popolo […], fra le tribù non c’era alcun infermo» [cf. Sal 105, 37].

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Dobbiamo però rifuggire decisamente dall’uso magico del nome di Dio! Nel linguaggio della Sacra Scrittura il nome ha un rapporto intimo con la realtà significata, non solo si usa per designare la persona ma per esprime tutta la personalità, sicché possiamo dire che il nome  manifesta il cuore, il destino che quella persona è chiamato a compiere: il nome realizza la vocazione.

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La persona di Dio è inscindibilmente legata all’Alleanza sancita con i Padri del Popolo di Israele. Dio è anzitutto il dio di un popolo, di una nazione che si lega a lui con profondi vincoli di amore e fedeltà:

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«Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione» [ cf. Es. 3,15].

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L’Alleanza con il Popolo di Israele che trova in Abramo, Isacco e Giacobbe gli interlocutori privilegiati di un rapporto di amore e fedeltà ci spingono a comprendere che solo nell’obbedienza a Dio — e quindi nell’ascolto attivo della sua Parola — l’Alleanza si compie, la salvezza trova concretezza e la salute diventa manifestazione di un cammino di grazia che ricrea l’uomo a partire da un rapporto nuovo con il suo Signore.

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L’obbedienza alla Parola e l’ascolto della stessa — nella pienezza dei tempi — si specificano con l’incarnazione di Gesù Cristo, Parola fatta carne [cf. Gv 1,3]. Dio attraverso l’opera del Figlio, ricrea l’uomo ristabilendo nel suo cuore un patto nuovo [cf. Ger 31,33], non più basato sulla debolezza dei Padri d’Israele ma sulla docile volontà del Figlio che si rende obbediente e risoluto alla volontà del Padre fino alla morte e alla morte di croce [cf. Fil 2,8].

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L’OBBEDIENZA ALLA PAROLA FATTA CARNE È PRINCIPIO DI OGNI RISANAMENTO NELLO SPIRITO

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miracolo della risurrezione di Lazzaro, narrato nel Vangelo di Giovanni: 11, 1-45

Nella venerazione del nome di Dio si esprime la volontà dell’uomo a sperimentare la sua presenza salvatrice e risanatrice. Ecco perché sia nell’Antico Testamento sia nell’opera di Gesù nel Vangelo la guarigione è conseguente a un ascolto obbediente della Parola che salva [cf. Sal 81, 12-16].

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Nel suo ministero pubblico Gesù annuncia il Regno di Dio, questo diventa il momento favorevole in cui la Parola proclamata diventa anche farmaco. Infatti molte delle guarigioni compiute da Gesù avvengono nella cornice della predicazione [cf. Mc 1, 29-32; Mc 1, 40-45; Mc 2,1-12; Mc 3, 1-6; Mt 9, 14-31; Lc 13, 10-17]. La Parola di Dio — così come all’origine della creazione — è generatrice di una condizione di ordine e di salute laddove il caos del peccato e della disobbedienza umana hanno causato infermità e morte.  Allo stesso modo, nella comunità cristiana post pasquale, l’obbedienza alla Parola è sottolineata dalla presenza ordinatrice dello Spirito Santo che scende con abbondanza sopra gli apostoli il giorno di Pentecoste e conferisce loro autorevolezza nel predicare e potenza di risanamento fisico e spirituale. Dice a tal proposito il Cabasilas:

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«Chi ha il dono di […] guarire gli infermi […] lo ha ricevuto dal myron» [cf. Nicola Cabasilas, La vita in Cristo, 3, 2].

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Ossia: dal sacro olio del Crisma che è segno liturgico e veicolo dell’effusione dello Spirito Santo conferita ai sacri ministri. In virtù della sacra ordinazione e della intima conformazione a Cristo, i Pastori della Chiesa non solo sono costituiti maestri autorevoli di fede ma anche medici esperti con il dovere di curare le pecore inferme del proprio gregge [cf. Ez 34,4].

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La comunità apostolica post pasquale è comunità carismatica nel senso pieno del termine poiché proclamando nella predicazione che Dio opera salvezza nel Cristo risorto [cf. At 3] conferma con il carisma delle guarigioni la missione di nuova comunità ecclesiale illuminata dalla grazia, obbediente alla Parola e sempre rinnovata dall’azione vivificante dello Spirito Santo [cf At 2, 42 ss]. La Chiesa, perciò, memore di questa storia di salvezza è chiamata ogni giorno a predicare e a guarire.

         

Questo discorso lo ritroviamo affrontato dai Padri della Chiesa con il concetto teologico di rifusione ontologica, cioè di quella trasformazione di tutto l’uomo attraverso l’azione della grazia divina  che avviene — come per la Vergine Maria — in un cuore obbediente e disponibile all’azione dello Spirito Santo.

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Le virtù teologali che lo Spirito di Dio infonde in noi nel battesimo, realizzano un risanamento continuo e progressivo della nostra umanità: la fede ci guarisce perché libera l’uomo dall’angoscia dell’esistenza trasformandosi in fiducia [cf. Giovanni Crisostomo, Homilia in 1 Tm. 1,2,3; e Agostino, Enarrationes in Psalmos, 118,18,3]; la speranza ci guarisce dall’ansia della morte e anticipa un destino di immortalità in vista della risurrezione dei corpi che già opera in noi nei segni sacramentali; la carità è il grande medicamento offerto da Cristo, che guarisce ogni male e ogni dolore [cf. Barsanufio di Gaza, Lettera 62].

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VUOI ESSERE GUARITO?

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miracolo della guarigione del figlio unico della vedova, narrato nel Vangelo di Luca: 7, 11-17.

La domanda che apre questo III paragrafo appare quasi scontata, ma non è così. Anzitutto poiché essendo una domanda presente nel Vangelo non possiamo liquidarla come semplice e banale. Essa viene pronunziata, quasi come sferzata, da Gesù stesso nei riguardi del paralitico infermo alla piscina di Betzaetà [cf. Gv 5,6]. Infine perché tale domanda intende verificare il desiderio reale del malato di guarire, lasciando lavorare nella sua persona la grazia dello Spirito Santo.

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Nel Vangelo vediamo come diverse volte Gesù interroga il malato sulla volontà di voler essere collaboratore di Dio nel suo risanamento. Questa domanda interpella fondamentalmente la fede: «credi tu questo?» [cf. Gv 11,25]; «la tua fede ti ha guarito … salvato» [cf. Mt 9,22; Mt 15,28; Mc 5,34; Mc 10,52; Lc 18,42]. Avere fede per l’uomo biblico significa sostanzialmente credere nella fedeltà divina. L’avvento stesso del Messia è preceduto da promesse in cui Dio espone la sua credibilità realizzando definitivamente ciò che in diversi modi attraverso i tempi aveva annunciato  per mezzo dei profeti.

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Il cammino terapeutico di guarigione, che vediamo narrato dagli evangelisti e che resta valido anche per noi oggi, è possibile attraverso tre passi: il primo, è l’accettazione della propria condizione personale — di infermità o di peccato — alla luce del progetto salvifico di Dio [cf. Lc 7,36-50; Lc 18,13; Lc 18,39]. Il secondo, è la illimitata fiducia nella grazia divina e la volontà a collaborare con essa [cf. Mt 8,5-13; Mt 15,21-28]. Il terzo, è il concreto desiderio di conversione e di rottura definitiva con il peccato in tutti gli ambiti della propria vita [cf. Gv 4,16-19.29; 5,14; 8,11].

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Il cammino che conduce alla guarigione può esser poi più o meno veloce, istantaneo o a tappe [cf. Mc 8,22-26; Lc 17,11-19] ma quello che lo definisce è sempre l’obbedienza dell’infermo alla Parola proclamata e insegnata che diventa terreno fertile dentro il quale nasce una nuova esistenza risanata. Poiché l’uomo è un essere complesso, il suo risanamento è sempre duplice: Gesù guarendo il corpo risana l’anima e perdonando il peccato restituisce vigore al corpo [cf. Mc 2,1-12].

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IL FINE DELLA GUARIGIONE È LA SEQUELA CHRISTI.

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miracolo della guarigione del servo del centurione, narrato nel Vangelo di Luca: 7, 1-10

L’uomo divenuto obbediente alla Parola e che è stato da essa risanato è pronto per essere apostolo del Regno, affinché le opere di Dio vengano proclamate al mondo intero. Prendiamo come esempio questo passo evangelico:

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«In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni [cf. Lc 8, 1-3].

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La guarigione ristabilisce l’uomo perché esso diventi il testimone del Regno e perché l’umanità si accorga che esiste un Dio che mantiene le promesse. Consapevolizzarsi in quest’ottica è fondamentale, perché l’evento cristologico assume tutta la concretezza della vita vissuta. Un conto è seguire una dottrina filosofica bella e accattivante, altro è donarsi per una ideologia che si considera vincente, altro ancora è testimoniare con la propria vita e con le proprie ferite che Cristo ha fatto irruzione nella mia quotidianità è mi ha trasformato toccando le mie fragilità fisiche e spirituali.

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Come abbiamo avuto modo di vedere con l’aiuto dei Padri della Chiesa, assistiamo a una trasformazione dell’essere dell’uomo che non ha eguali. Il seguito di Gesù — includendo anche la comunità apostolica — è sostanzialmente composto da discepoli risanati, da persone ferite a cui è stata fatta grazia e che hanno trovato la forza di annunciare la gioia della guarigione: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te» [cf. Mc 5,19ss]. Solo la gratuità della Parola e dell’insegnamento di Cristo può attivare la riconoscenza che si esprime nel dono di sé al Signore.

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L’uomo donato a Dio, così come capirà bene il beato apostolo Pietro, è capace di amare anche con la debolezza, l’imperfezione e l’infermità [cf. Gv 21,15ss], e se apparentemente alcune guarigioni appaiono come parziali, esse rimandano alla grande guarigione escatologica che avverrà alla fine dei tempi, perché solo lì, in Paradiso, sanità e santità coincideranno nel mistero del Cristo crocifisso e risorto.

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Cagliari, 17 dicembre 2018

III Settimana di Avvento

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È DISPONIBILE IL LIBRO DELLE SANTE MESSE DE L’ISOLA DI PATMOS, QUI

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Può un Romano Pontefice legittimamente eletto e Successore legittimo del Beato Apostolo Pietro essere privo della grazia di stato ?

— attualità ecclesiale —

PUÒ UN ROMANO PONTEFICE LEGITTIMAMENTE ELETTO E SUCCESSORE LEGITTIMO DEL BEATO APOSTOLO PIETRO ESSERE PRIVO DELLA GRAZIA DI STATO ?

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Cari e numerosi Lettori: io non vi prenderò mai in giro, perché «Dio vi ha affidati a me», ed un padre non può né mai deve prendere in giro i figli che domandano conforto, aiuto e sostegno nella prova, pur di non affrontare gli spettri dei Dèmoni che ci volteggiano attorno e che ci spaventano moltissimo in questa notte buia.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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la statua di San Pietro Apostolo nella omonima arcibasilica vaticana

In questo momento dovremmo far tesoro delle parole del Cardinale Charles Journet [1891-1975] che nella sua opera Eglise du Verbe Incarné  spiega: 

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«L’assioma “dov’è il Papa lì è la Chiesa”, vale quando il Papa si comporta come Papa e Capo della Chiesa; in caso contrario, né La Chiesa è in lui, né lui è nella Chiesa».

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Sono stanco di dibattere inutilmente con coloro che in modo deciso e assoluto negano di prendere solo in vaga considerazione l’ipotesi che un Sommo Pontefice possa essere chiuso alle azioni di grazia dello Spirito Santo, su di lui riversate con indubbia abbondanza, ma che in lui ed attraverso di lui possono operare solo se egli accetta i doni di grazia e li mette a frutto. Ecco allora che questi soggetti si arrampicano sugli specchi del loro totale rifiuto, ed a questo problema reagiscono confermando e sostenendo come dei juke box a gettone la cantilena … «Si, però il Sommo Pontefice non può mai errare quando si pronuncia in materia di dottrina e di fede, è dogma, dogma, dogma!».

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Domanda molto seria: ma è la grazia di Dio che parla e agisce attraverso di lui, od è invece lui che agisce a prescindere dalla grazia, giacché essendo magicamente non defettibile in materia di dottrina e di fede, può esprimersi infallibilmente anche se chiuso alla grazia e fuori dalla grazia santificante di Dio? Perché in tal caso non siamo né dinanzi alla metafisica né dinanzi alla dogmatica, ma dinanzi alla magia. È infatti la magia che in sé e di per sé è totalmente irrazionale, mentre la dogmatica ed il dogma non sono affatto irrazionali, si edificano su principi razionali, per quant’è vero che il Verbo s’è fatto carne, non s’è fatto pensiero vaporoso, si è fatto fisicamente e razionalmente carne.

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Dinanzi a queste forme di chiusura al ragionamento che sono la conseguenza della fuga dalla realtà da parte di tutti coloro che presumono di avere sempre una decisa risposta logica per tutto, salvo rinchiudersi in quattro formule protettive quando di risposte da dare al momento non ve ne sono, torno a ripetere che non siamo nell’ambito né della metafisica né in quello della dogmatica, ma nell’ambito della magia, se non peggio dello gnosticismo. Come può infatti lo Spirito Santo, attraverso le sue azioni di grazia, annullare la volontà o la non volontà dell’uomo, vale a dire la sua libertà ed il suo libero arbitrio, per sdoppiarlo a proprio piacimento e renderlo così all’occorrenza totalmente indefettibile, qualora la sua natura non fosse liberamente aperta alla grazia di Dio? Perché se ciò avvenisse, in tal caso Dio entrerebbe in contraddizione con il mistero della creazione e quindi con sé stesso per opera dello Spirito Santo, ed in tal caso il nostro Dio sarebbe un dio magico, un dio gnostico. Il tutto sempre per tornare alle grandi menti speculative che di fronte a problemi sino a pochi anni prima inimmaginabili, ma purtroppo oggi reali, anziché speculare veramente si rinchiudono dentro la gabbia delle loro quattro formule dogmatiche ribadendo decisi e inamovibili dinanzi alla tragica evidenza dei fatti: «… è indefettibile, non può errare, è dogma, dogma, dogma!» …

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… e qui merita ricordare che i dogmi non sono gabbie per uomini che rivendicano a un certo punto il diritto a non ragionare, ma sono il cuore più profondamente ragionato del mistero della fede, perlomeno stando ad un grande maestro della scolastica, Sant’Anselmo d’Aosta, che afferma in che misura «la fede richieda l’intelletto e l’intelletto la fede» [Fides quaerens intellectum. In Prosl., Proemio], ed ancora: «Credo per comprendere, comprendo per credere» [credo ut intelligam, intelligo ut credam]. E questi due sono i fondamenti portanti della filosofia scolastica, la quale mai, a proprio fondamento, ha posta la magia.

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Ebbene confesso che di questi ragionamenti sono stanco. Sono stanco di coloro che dinanzi ad un incendio in una biblioteca di testi sacri destinati ad andare perduti per sempre, si precipiterebbero a salvare il libro Iota Unum di Romano Amerio mentre il Santo Vangelo brucia. Come del resto sono un po’ stanco in generale, tanto da chiedermi con una certa frequenza: merita seguitare a speculare, analizzare e scrivere, oppure sarebbe più opportuno rinchiudersi per tutta la vita che mi resta in una certosa con voto di assoluto silenzio, dedicandomi alla preghiera e alla penitenza sino alla morte? Nel mese di agosto, pochi giorni dopo il compimento del mio 55° compleanno, mentre il tempo scorre veloce mi sono proposto più che mai di lavorare ad impiegare bene tutto il tempo di questa vita che mi separa dalla morte, né intendo sprecarlo per difendere l’indifendibile o per salvare l’insalvabile, meno che mai per esporre la mia dignità umana e sacerdotale al pubblico ridicolo pur di cercare nei documenti del Sommo Pontefice Francesco I ciò che egli non ha mai detto e scritto, tirando fuori a tutti i costi da essi il buono che semmai non c’è, attraverso artifici interpretativi che hanno invero del patetico, perché non gli si può mettere sulla bocca quel che di buono non ha detto dopo avere fatto il processo alle sue più profonde intenzioni …

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… e dinanzi all’indifendibile le soluzioni sono tre: i rimproveri e le denunce di San Giovanni Battista, il quale come sappiamo perse la testa; la analisi speculativa della situazione per ciò che è, non invece per ciò che vorremmo che fosse; il completo ritiro dal mondo e il voto di totale silenzio per tutta la vita. Sono tre modi diversi ma tutti efficaci per operare al meglio in questa situazione disastrosa e irreversibile. Per adesso io ho scelto la prima soluzione, il modello Giovanni Battista, ma potrei anche decidere di scegliere la terza, con efficacia forse persino maggiore.

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Il problema, non è infatti lieve: come possiamo, noi, interpretare colui che dovrebbe essere il custode e l’autentico interprete della fede? O duole proprio molto a certe menti dover accettare ed ammettere che il custode della “magica infallibilità”, da cinque anni a questa parte ha dimostrato con le sue deliberate e per nulla involontarie ambiguità, di aver fatto esplodere nella Chiesa il relativismo teologico e morale, assieme allo sconcerto e alla divisione, come mai prima s’era visto nella Chiesa visibile? Possibile che tra i soloni della grande teologia, non ce ne sia uno solo che si ponga un quesito, semmai destinato a rimanere senza risposta, vale a dire questo: potrebbe verificarsi un caso nel quale un Sommo Pontefice, chiuso alle azioni della grazia santificante dello Spirito Santo, finisca col risultare privo della grazia di stato che è propria del suo alto ufficio, semmai con tutte le conseguenze che oggi abbiamo sotto gli occhi, il tutto a prescindere dalla sua legittima elezione e dal ruolo da egli altrettanto legittimamente occupato?

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E con questo è presto detto, cari e numerosi Lettori: io non vi prenderò mai in giro, perché «Dio vi ha affidati a me», ed un padre non può né mai deve prendere in giro i figli che domandano conforto, aiuto e sostegno nella prova, pur di non affrontare gli spettri dei Dèmoni che ci volteggiano attorno e che ci spaventano moltissimo in questa notte buia.

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In questo momento la nostra salvezza è racchiusa nella virtù teologale della speranza, sulla quale scrissi abbondantemente nel 2014 [vedere QUI]. La speranza è la grande virtù mediana che lega assieme fede e carità. E siccome io sono stato istituito a servizio del Popolo di Dio ed immesso col sacerdozio nella paternità universale, a questo Santo Popolo intendo offrire la via della speranza, mai però la via dell’illusione, proprio perché sono un sacerdote di Cristo, non uno spacciatore di acidi allucinogeni, ma soprattutto perché considero quello di Dio un Popolo Santo, non un popolo bue al quale dare una carezza e un’aspirina mentre un cancro in fase terminale corrode da tempo il nostro corpo ecclesiale ed ecclesiastico, mentre la Chiesa visibile è già nell’anticamera di un obitorio ridotto per l’occasione ad un circo equestre di pagliacci, nani e ballerine.

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Volete sapere che cosa ha sempre salvato il mio sacerdozio? Forse la scolastica, che ho studiata e approfondita; forse la metafisica, che ho studiata e approfondita; forse San Tommaso d’Aquino, che ho studiato e approfondito? Ebbene, il mio sacerdozio non è stato salvato da questi “mezzi” efficaci, ma pur sempre mezzi. È stato salvato dal mio profondo amore per la Chiesa Corpo Mistico, di cui Cristo è Capo e noi membra vive; è stato salvato dall’amore per quella Chiesa che è opera divina nata dall’amore del Cuore Divino. È con questa consapevolezza che tutti i giorni sollevo il Corpo e il Sangue di Cristo sull’altare acclamando:

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Per ipsum, et cum ipso, et in ipso

est tibi, Deo Patri omnipotenti,

in unitate Spiritus Sancti,

omnis honor et gloria

per omnia saecula saeculorum.

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O qualcuno pensa forse che io avrei dato un solo giorno della mia preziosa vita a questa povera mignotta di Chiesa visibile che oggi abbiamo sotto gli occhi, devastante opera tutta quanta puramente umana di nani, ballerine e buffoni in carriera alla Corte dei Miracoli del grande Re Nudo ?

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dall’Isola di Patmos, 16 dicembre 2018

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Questo articolo è solo l’ultima parte rivisitata di un articolo molto più articolato pubblicato il 10 settembre 2018 e che potete trovare nel nostro archivio sotto il titolo: «Dinanzi ad una Chiesa visibile affetta da una decadenza dottrinale e morale irreversibile, è necessario aprire quanto prima la banca del seme» [il testo è leggibile QUI]

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A.A.A. Cappellano ospedaliero cercasi, pregasi astenersi: inabili al lavoro, disoccupati in cerca d’impiego e problematici di varia fatta

— pastorale sanitaria —

A.A.A. CAPPELLANO OSPEDALIERO CERCASI, PREGASI ASTENERSI: INABILI AL LAVORO, DISOCCUPATI IN CERCA D’IMPEGO E PROBLEMATICI DI VARIA FATTA

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e così scegliemmo di andare in giro per l’ospedale mantenendo il nostro abito religioso per poter essere subito riconosciuti, tra tanti camici bianchi, come Frati Minori Cappuccini. E, debbo dire: la cosa funzionò. Dopo qualche tempo, nell’ospedale, si accorsero che i due tizi vestiti di marrone, con cingolo attorno ai fianchi, sandali ai piedi e barba, erano i nuovi cappellani.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Cagliari, Chiesa di Santa Lucia: Santa Caterina di Labouré che distribuisce la medaglia miracolosa [opera di Aurelio Galleppini]

Vorrei cercare di far chiarezza sull’identità del cappellano ospedaliero, perché per strano che possa sembrare, in effetti mi sono accorto che alla prova dei fatti, tra le diverse figure pastorali all’interno della Chiesa, è un essere quasi mitologico.

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Anzitutto è necessario chiarire l’aspetto canonico e pastorale: il cappellano è un sacerdote scelto dal vescovo per la cura pastorale di quella porzione di Popolo di Dio che si trova a vivere il tempo della malattia presso una struttura sanitaria, per esempio un ospedale, una clinica, o presso una residenza sanitaria assistita geriatrica.

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Già questa prima definizione permette di fare alcune considerazioni particolari: il luogo d’azione del cappellano non è la chiesa parrocchiale o conventuale, bensì un luogo di cura dove lui svolge una funzione di operatore specializzato insieme ad altre figure. Capire questo è fondamentale perché, all’interno della struttura sanitaria, il cappellano non è il padrone, neppure il rappresentante giuridico, come avviene invece nel caso del parroco. Nei concreti fatti, è quindi uno dei tanti. Comprendere questo aspetto, è cosa fondamentale.

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Spesso, lo spirito di vanità di noi appartenenti al clero, non digerisce questa sfumatura che mal si adatta al sacerdote, né ciò aiuta certo a creare occasioni in cui Dio si possa rivelare in un ministero tanto delicato come quello ospedaliero, perché è indubbio che il sacerdote sia un uomo, senza però mai dimenticare che egli è — ed è chiamato ad essere — un uomo consegnato a Dio, che nel cappellano ed attraverso il cappellano agisce per mezzo di una dinamica di ordinarietà e nascondimento che a me piace accostare biblicamente al periodo della giovinezza di Gesù a Nazareth.

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Cagliari: Chiesa di Santa Lucia: Le martiri di Arras uccise in odium fidei durante la rivoluzione francese [opera di Aurelio Galeppini]

Il luogo in cui il cappellano opera è l’ospedale, la clinica, l’hospice, la residenza sanitaria assistita. Tutti luoghi non consacrati dal profumato olio del Crisma che il vescovo usa per consacrare a Dio un luogo adibito al culto. Per questo motivo oggi, il cappellano, opera all’interno di un luogo di cura che assume connotazioni fortemente laiche. Possiamo pertanto anche dimenticare le vecchie pellicole in bianco e nero degli anni Cinquanta del Novecento, nelle quale si vedevano le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli con i loro cappelloni bianchi inamidati, intente a suonare la campanella nei reparti per annunziare l’arrivo del sacerdote recante il Santissimo Sacramento. Nulla di questo avviene oggi in queste strutture, all’interno delle quali il cappellano è presenza silenziosa, spesso confusa tra le diverse figure professionali del mondo della salute.

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Detto questo apro adesso una piccola divagazione: al mio arrivo all’Ospedale Brotzu di Cagliari, nel 2013, sbrigate le pratiche dell’assunzione ci fu proposto l’utilizzo del camice bianco: quello comune a tutti gli operatori sanitari. Dopo qualche istante di riflessione, io ed il mio confratello, decidemmo di rifiutare la proposta, semplicemente per non aumentare il divario di anonimato ed uniformità che il camice bianco conferisce. Così, scegliemmo di andare in giro per l’ospedale mantenendo il nostro abito religioso, soprattutto per poter essere subito riconosciuti tra tanti camici bianchi come Frati Minori Cappuccini. E, debbo dire: la cosa funzionò. Dopo qualche tempo, nell’ospedale si accorsero che i due tizi vestiti di marrone, con cingolo attorno ai fianchi, sandali ai piedi e barba, erano i nuovi cappellani.

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Adesso desidero condividere coi Lettori de L’Isola di Patmos qualche altra interessante considerazione: nelle strutture sanitarie, il cappellano, giorno dopo giorno ha il compito di guadagnarsi un diritto di cittadinanza. O per meglio chiarire: se il ruolo del cappellano — fino ad oggi — è ancora riconosciuto dalla Legge, la persona che ricopre tale ruolo ha necessità di farsi conoscere, quindi deve necessariamente attuare una socialità nella comunità sanitaria in cui opera.

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Le Figlie della Carità ieri l’altro –  immagine della Beata Giuseppina Nicoli [1863-1924]

Non è mia intenzione fare prediche, tuttavia debbo dire che l’identità del cappellano è insita nel suo essere sacerdote. Solo il sacerdote può essere cappellano [cf. can. 564 del Codice di Diritto Canonico]. A ragion veduta, al cappellano è per ciò richiesto uno stile confacente alla sua identità, una socialità che manifesti la sua donazione a Dio. E questo debbo precisarlo a chiare lettere, perché spesso accade che il cappellano sia invece identificato come una sorta di assistente sociale, come uno psicologo o come un amico confidente di tutti. E se da un certo punto di vista ciò è la conseguenza di una tipologia di laicismo sempre più dilagante che tende a rimodellare quello che gli è estraneo, d’altro canto è necessario vigilare affinché il sacerdote non eserciti la sua identità snaturandola, sino ad assumere altre identità più accattivanti che risultino ben accette alla modernità per un verso, allo spirito di laicismo per altro verso.

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Nei luoghi di cura, il sacerdote cappellano è profeta che parla a nome di Dio perché capace di ascoltarlo. È l’angelo del Getsemani che consola il morente e lo riconcilia con Dio [cf. Lc 22, 43]. È custode della misericordia e della giustizia affinché il Regno di Dio si realizzi tra le corsie di tanti malati e deboli, e padre e maestro per guidare e istruire gli uomini al Vangelo che è buona notizia per tutti.

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le Figlie della Carità ieri –  immagine di Madre Suzanne Guillemin, Superiora Generale dal 1962 al 1968

Davanti a questa identità sacerdotale si inserisce la variegata opera di Dio che, nel creare ogni uomo, elargisce a ciascuno doni personali caratteristici, arricchendo così il sacerdozio ministeriale con carismi propri a servizio del popolo di Dio e della Chiesa.

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Desidero infine mettere in risalto una nota critica che riguarda la figura del cappellano ospedaliero e di un certo stile di fare Pastorale Sanitaria. Da quel poco che ho scritto sulla figura del sacerdote chiamato a ricoprire l’incarico di cappellano in una struttura sanitaria, si evince come questi debba essere un elemento di buona qualità o, perlomeno, non problematico. Purtroppo, il dato oggettivo che deriva dai fatti come dalle esperienze, non sempre è invece questo. Infatti, in un momento storico nel quale la Chiesa soffre di una sempre più crescente penuria di sacerdoti a fronte di molto lavoro da compiere, l’area pastorale della sanità è spesso discriminata. I nostri pastori preferiscono impiegare i loro migliori sacerdoti nelle parrocchie, nella pastorale familiare, nella formazione catechetica dei giovani, nella accoglienza degli emarginati e via dicendo. Si tratta di una scelta che si può anche capire, non però condividere.

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Cristo non ha mai fatto una hit parade nel proprio ministero, ma tutti gli uomini che venivano a Lui erano degni della Sua attenzione e tutti ricevevano aiuto e salvezza.

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le Figlie della Carità oggi – incontro di formazione per religiose

Alcuni esempi di cattiva pastorale sanitaria che implica la figura del cappellano. Partiamo dal primo caso: nominare cappellano un sacerdote anziano e malato poiché non più in grado di reggere il ritmo parrocchiale che richiede di per sé dinamicità, equivale a pensare che l’ospedale possa fornirgli una pronta assistenza per i suoi malanni. Per seguire col secondo caso: nominare cappellano un sacerdote che in assenza di una consona collocazione parrocchiale è costretto per obbedienza dal suo vescovo a stare in ospedale, ma ciò col rischio che questo soggetto finisca presto per rivelarsi insofferente alla malattia e alla morte, sino a non sopportare l’odore del disinfettante o la vista del sangue, diventando ben presto un latitante difficilmente raggiungibile, eccezione fatta per il giorno 27 del mese, quando ritira lo stipendio dall’Ente Ospedaliero. Il terzo caso, forse il più triste, è quello dell’ospedale visto da alcuni vescovi come luogo d’esilio, una sorta di nuova Isola di Sant’Elena per i sacerdoti disobbedienti e turbolenti che finiscono per questo collocati tra i malati, come una sorta di punizione.

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In questi tre diversi casi, come sarà possibile vivere e praticare nella pastorale sanitaria il ministero sacerdotale attraverso la concretezza dell’amorevole invito rivolto da Cristo Signore che ci esorta: «Ero malato e mi avete visitato» [cf. Mt 25, 36], nella piena consapevolezza che «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» ? [cf. Mt 25, 40].

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Cagliari, 8 dicembre 2018

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

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È DISPONIBILE IL LIBRO DELLE SANTE MESSE DE L’ISOLA DI PATMOS, QUI

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Gesù Cristo nel sofferente. La teologia pastorale sanitaria narrata da chi vive la dimensione della malattia e della disabilità nella quotidiana esperienza di vita sacerdotale

— pastorale sanitaria —

GESÙ CRISTO NEL SOFFERENTE. LA TEOLOGIA PASTORALE SANITARIA NARRATA DA CHI VIVE LA DIMENSIONE DELLA MALATTIA E DELLA DISABILITÀ NELLA QUOTIDIANA ESPERIENZA DI VITA SACERDOTALE

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La malattia ha il vantaggio di ridimensionare l’orgoglio dell’uomo e la debolezza fisica induce ad essere sostenuto dagli altri nelle pratiche corporali, anche in quelle più intime. Purtroppo, esiste la remota possibilità che il sacerdote malato – così come Cristo nell’Orto degli Ulivi – conosca l’abbandono dei confratelli e dei familiari in fuga davanti alla desolazione che la malattia comporta.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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San Leopoldo Mandic, riconosciuto dall’Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana come protettore degli ammalati di tumore [cf. QUI]

Inizio a collaborare con L’Isola di Patmos con una riflessione sul ministero più bello e delicato nella vita di un sacerdote: la cura pastorale degli infermi. Questo articolo è tratto da un incontro coi seminaristi del Pontificio Seminario Regionale Sardo, dove mi sono intrattenuto con un gruppo di futuri sacerdoti in un momento di dialogo, rifuggendo la tentazione di condurre una lezione di teologia pastorale.

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Voglio chiarire da subito cosa significhi «si opera bene solo se si crede bene», un concetto di estrema importanza che riguarda ogni tipologia di pastorale. Spesso ed erroneamente, la pastorale è identificata con la sola prassi; quasi fosse una realtà pratica chiamata a realizzare il solo “operare”. Vista in questi termini, la pastorale sembra quasi la naturale antagonista della teologia dogmatica, vista come la realtà statica della verità. In realtà, è invece necessario fare uno sforzo di logica e comprendere che per poter “operare bene” è necessario “credere bene”. La stessa cosa viene vissuta nel campo della divina liturgia, in cui celebriamo nei riti e nei segni quello che crediamo fermamente nel cuore [cf. Rm 10,10]. In forza di ciò, non posso pretendere di operare una buona pastorale – qualunque essa sia – senza partire dalla solidità del dato rivelato e dal magistero della Chiesa. È necessario coniugare la verità al fare, la fede alle opere, l’essere alla prassi, affinché la teologia pastorale divenga:

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«presenza e azione della Chiesa finalizzata all’evangelizzazione del mondo […] attraverso l’attualizzazione della presenza liberatrice, sanante, e salvatrice di Cristo, nella potenza dello Spirito Santo» [cf. Brusco – Pintor, Sulle orme di Cristo medico, EDB, Bologna 1999, p.37].

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San Leopoldo Mandic

La pastorale così correttamente intesa, mi trasforma in un cercatore di Dio, di quel Dio che sempre entra in dialogo con gli uomini per farsi conoscere intimamente e che nella pienezza dei tempi si comunica pienamente attraverso il Figlio parola di Verità [cf. Eb 1,1-2]. La pastorale è l’annuncio gioioso che Dio abita il tempo dell’uomo e in questo contesto, in modo gratuito e definitivo, opera la salvezza. E in questo tempo di grazia in cui l’uomo cerca Dio, si viene guidati dallo Spirito Santo a comunicare alle fonti della salvezza, che sono i Sacramenti; a vivere relazioni trasfiguranti all’interno della Chiesa comunità dei credenti; a testimoniare e proclamare che ogni uomo dal battesimo appartiene a Cristo risorto tanto da essere da lui assimilato, secondo le belle parole che troviamo nelle Confessioni di Sant’ Agostino:

«Non sarai tu che assimilerai me a te, ma io che assimilerò te a me» [cf. S. Agostino, “Confessioni”, VII, 10].

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Poste in essere queste considerazioni, la teologia pastorale è la più pura presa di coscienza dell’azione di Dio nell’identità di fede – già espressa dalla teologia dogmatica – che la Chiesa propone all’uomo che vuole incontrare Dio. La pastorale non è il contenitore di strategie accattivanti per annunciare Cristo o guadagnare discepoli, ma comunicazione del depositum fidei nel cuore di un’umanità che sull’esempio del beato Pietro apostolo proclama:

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«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» [cf. Gv 6,68-69].

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Proprio per questo affermiamo che la pastorale è un cammino di fede e di conoscenza di Cristo.

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UNA PASTORALE DEI SOFFERENTI PER INCONTRARE IL “SOFFERENTE”

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San Leopoldo Mandic

Chiarito a grandi linee il discorso sulla pastorale nel suo rapporto alla verità rivelata, passiamo ad analizzare ora la cura pastorale dei fratelli infermi e sofferenti. Da sempre, questa è una tipologia di attività tipicamente cristiana, in quanto Cristo ha identificato la sua persona con l’infermo [cf. Mt 25,36ss] e nel momento della sua passione si è fatto carico non solo dei peccati, ma  di ogni sofferenza fisica [cf. Is 53,4]. Il suo corpo santissimo e il suo sangue preziosissimo che noi adoriamo nel  pane e nel vino costituisce sacramentum cioè segno sacro, velo di una presenza reale; similmente nel corpo sofferente del malato Cristo è velato ma presente nel segno di colui che soffre per la sua infermità. A questo proposito, si narra che Pascal alla fine della sua vita, non potendo ricevere il santo viatico a causa di un male allo stomaco che avrebbe comportato il pericolo di profanare l’eucaristia, chiese di poter ricevere il Signore attraverso il segno-presenza dei poveri malati dell’ospedale degli incurabili.

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Per noi sacerdoti e per i futuri sacerdoti, la cura pastorale del malato è prosecuzione naturale della celebrazione eucaristica dove abbiamo avuto la possibilità di incontrare e farci adoratori e ascoltatori di Cristo sull’esempio di Maria di Bethania, per poi diventarne suoi miti servitori come Marta. Per questo mi sento di affermare – senza timore di smentita –  che il sacerdote che nella sua giornata non visita e serve gli infermi sofferenti, svilisce seriamente il sacrificio eucaristico che celebra. Purtroppo nel dialogo fraterno con diversi confratelli sacerdoti e parroci, ho maturato la sensazione di come la visita agli infermi stia diventando uno tra i doveri sacerdotali più trascurato e dimenticato. E quanto ho appena detto trova solida testimonianza nell’esperienza dei santi. Il beato San Francesco d’Assisi fece esperienza sacramentale di Cristo redentore proprio nel segno del malato di lebbra che incontra sul suo cammino:

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«Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo» [cf. S. Francesco d’Assisi, “Testamento” 1-3, FF. 110].

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San Leopoldo Mandic

Prima ancora dell’incontro e del dialogo con il Crocifisso di San Damiano, Francesco d’Assisi è folgorato da Cristo attraverso il segno della malattia del fratello lebbroso [cf. 1Cel17, FF. 348; 3Comp11, FF. 1407-1408]. Così, seguendo l’esempio del suo fondatore, la prima fraternità francescana scelse di stare con i malati di lebbra e di servirli come immedesimazione a coloro che nella malattia, causa di marginalità, sono imago Christi.

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Prima ancora della scelta pauperistica, San Francesco sceglie come via di riavvicinamento a Cristo la categoria di infermi più spaventosi del suo tempo: i lebbrosi [cf. Manselli, San Francesco d’Assisi, Ed. San Paolo, pp. 109-110].

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LA CURA DEL SOFFERENTE È CAUSA DI CONVERSIONE PER IL SACERDOTE

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Attraverso l’esempio di San Francesco che incontrando il lebbroso si converte, voglio ora sottolineare come questa tipologia di pastorale è condotta non solo in vista di una dinamica assistenziale ministeriale verso i sofferenti, ma come occasione di grazia e conversione personale per la persona del sacerdote.

         

San Leopoldo Mandic

Visitare l’infermo, ripropone l’ineludibile certezza della condizione di fragilità della nostra natura umana contratta con il peccato originale. Devo tener presente che, nel trascorrere del tempo e delle stagioni, un domani la condizione di infermità sarà anche la mia. Nell’esperienza come cappellano ospedaliero, mi sono occupato diverse volte dell’assistenza di confratelli ammalati ricoverati che hanno sperimentato nella propria carne quello che nel tempo della loro giovinezza vivevano solo indirettamente attraverso la pratica pastorale. In tale condizione di debolezza e di infermità, le insegne sacerdotali esteriori e le bardature cerimoniali che spesso nutrono la vana gloria restano mute e vengono meno. Nel sacerdote malato, si rende presente con tutta la crudezza del realismo una spogliazione necessaria che rende fulgida l’immedesimazione a Cristo sacerdote e vittima [cf. Fil 2,7; Mt 27,35]. A seconda della gravità della malattia e delle condizioni di accudimento personali, il sacerdote malato specchia la propria immagine in quella del Servo sofferente di JHWH:

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«Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto» [cf. Is 53,2].

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La malattia ha il vantaggio di ridimensionare l’orgoglio dell’uomo e la debolezza fisica induce ad essere sostenuto dagli altri nelle pratiche corporali, anche in quelle più intime. Purtroppo, esiste la remota possibilità che il sacerdote malato – così come Cristo nell’Orto degli Ulivi – conosca l’abbandono dei confratelli e dei familiari in fuga davanti alla desolazione che la malattia comporta. Eventualità questa che potrebbe riguardare ogni ammalato. Ma è nel sacerdote che assume un valore particolarmente identitario con Cristo in virtù della sacra ordinazione. A questo proposito, basta ricordare gli episodi di infermità che hanno toccato la lunga vita di Giovanni Paolo II per capire il ruolo conformante a Cristo che la malattia assume nella persona del sacerdote malato.

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San Leopoldo Mandic

Il sacerdote infermo, a volte non è più in grado di offrire il pane e il vino ma solo la sua persona al Padre. Dio accetta questo sacrificio in unione a quello di Cristo in vista di una purificazione personale e per la redenzione del mondo. Non già dunque come realtà cruenta che ricerca il dolore per il dolore così da estinguere la coppa dell’ira della divinità [cf. René Girard, Il capro espiatorio].

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Ricordo molto bene le parole di un sacerdote anziano dopo avergli amministrato il sacramento degli infermi:

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«Riferisci al vescovo che offro tutto questo per i sacerdoti e i bisogni della Chiesa!».

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Già San Paolo aveva espresso questo concetto con le parole: «completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» [cf. Col 1,24]. Ecco come la malattia chiama a conversione, a rivedere le proprie priorità e posizioni personali, a verificare la propria vita così come l’oro è purificato e raffinato nel crogiolo [cf. Sir 2,4-5].

     

Guardando alla nostra debolezza di ministri di Dio, nel momento in cui soffriamo con Cristo non è più tempo di mettere le nostre mani tra quelle del vescovo come nel giorno dell’ordinazione sacerdotale ma in quelle stesse del Padre come segno di unione all’obbedienza del Figlio sulla croce. E ripetendo con San Bernardo diciamo:

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Non fu la morte di Cristo che piacque a Dio Padre, ma la sua volontà di morire spontaneamente per noi» [cf. San Bernardo di Chiaravalle, Epistola 90, De Errore Abelardi, 8,21-22 PL 182, 1070, «Non mors, sed voluta placuit sponte morientis»].

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Questa riflessione sulla malattia nella persona del sacerdote, non solo produce il proposito di una vera e concreta conversione, in quanto acuisce il desiderio di essere ben preparato ad affrontare l’infermità e la morte con le armi della fede. Ma anche rende presente come la malattia di coloro che serviamo come ministri, acquista un senso solo attraverso la sapienza della fede che troviamo espressa nelle scritture:

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«Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» [cf. Lc 13 2-5].

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LA SALUTE MESSIANICA È COMPITO CHE CRISTO CONSEGNA AL SACERDOTE.

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San Leopoldo Mandic

Il sacerdote che si occupa della cura pastorale degli infermi intraprende un cammino di guarigione insieme al fratello sofferente, che è il soggetto messianico a cui Gesù si rivolge all’inizio del suo ministero pubblico:

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«Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella» [cf. Lc 7,22].

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Siamo di fronte a un nuovo tipo di pastorale, Gesù opera una pastorale terapeutica, capace di coinvolgere gli uomini in un cammino di guarigione e di riavvicinamento a Dio proprio perché  richiede la conversione [cf. Mc 1,14-15]. Questo tipo di pastorale compie un salto che non è solo metodologico ma ontologico: si passa da una pastorale centrata solo sulla malattia ad una pastorale della salute che richiede il prendersi cura del malato. E Gesù non è forse il Salvatore, colui che ci si cura della salus e la realizza? San Pietro Crisologo esprime questo pensiero così:

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«Cristo è venuto a prendere le nostre infermità e a conferirci le sue virtù, a farsi carico dell’umano e a donarci il divino, ad accogliere le ingiurie e a rendere merito, a sopportare il fastidio e a restituire la salute. Il medico infatti che non si fa carico delle malattie non le sa curare e colui che non è malato con il malato non gli può dare la salute. [cf. S. Pietro Crisologo, Sermones,  PL 52, 50].

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Quando il cristianesimo parla di salvezza, usa la parola latina salus. Ogni domenica nel Credo diciamo propter nostram salútem, cioè per la nostra salvezza. La salute cristiana, quella che vediamo nei Vangeli è tale nel momento in cui Cristo mi strappa dall’infermità voluta dal diavolo – origine e causa di ogni peccato e male – e mi introduce dentro la guarigione pasquale ottenuta a prezzo del suo sangue. Dentro questa logica ogni guarigione e liberazione che ha Cristo come autore diviene momento pasquale dove l’opera del demonio è sconfitta e l’uomo è restituito in salute secondo il piano salvifico di Dio.

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San Leopoldo Mandic

L’agire terapeutico che Cristo compie nel suo ministero pubblico è anticipazione di quel ministero definitivo di salvezza e di salute che si realizza con la sua passione, morte e risurrezione. La pietà popolare ci viene incontro in questo ragionamento con la bella preghiera attribuita a Sant’Ignazio di Loyola: Anima ChristiAd un certo punto della preghiera l’orante si esprime così:

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«Sangue di Cristo, inebriami. Acqua del costato di Cristo, lavami».

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Siamo messi davanti a Gesù crocifisso sul Golgota, i soldati controllano i corpi dei condannati e secondo la prassi della crocifissione romana spezzano le gambe ai condannati per impedire una lenta agonia e anticiparne la morte, ma a Gesù questa sorte non spetta poiché è già morto, tanto che per sicurezza gli viene inferta una ferita al costato che versa sangue e acqua [cf. Gv 19,31-36]. Il lavacro che mi guarisce e mi strappa dal potere del diavolo è certamente quello battesimale figura dell’acqua che sgorga dal costato del redentore. Ma esiste un secondo lavacro, quello nel sangue di Cristo che il sacerdote amministra ogni volta che assolve i peccati.

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San Leopoldo Mandic

Il sangue e l’acqua sono così i due torrenti dove l’uomo può mondare tutta la sua vita e acquistare con la salvezza anche la guarigione. Interessante notare che del sangue di Cristo nella preghiera Anima Christi viene detto che inebria. A cosa allude l’autore? Non penso di sbagliare se interpretiamo queste parole in riferimento allo Spirito Santo, presenza discreta che inebria la vita dei credenti con lo stesso amore che unisce il Padre e il Figlio. Il sangue che Cristo ha versato è segno di obbedienza al Padre, segno dell’amore di fedeltà più alto che un figlio può manifestare al proprio genitore. Nel momento stesso in cui il sangue di Cristo mi purifica dai peccati, mi lava dalle colpe, vengo anche raggiunto dallo stesso amore che il Figlio ha per il Padre. Vengo riempito di Spirito Santo che mi dona la dolcezza inebriante della sua presenza vitale che mi rende la vita [cf. Ez 37,9]. Non per nulla l’apostolo Matteo dice che Gesù al momento della sua morte restituì lo spirito [cf. Mt 27,50]. A chi lo restituisce? Al Padre come totale consegna della sua persona e all’uomo come dimostrazione e insegnamento di un amore che si spinge fino alla fine [cf.  Gv 13,1]. Nel momento in cui Cristo mi salva con il suo sangue, mi concede anche la caparra del suo amore inebriante che è lo Spirito Santo, facendomi gustare la salvezza e il bene che Dio Padre mi vuole. Il sacerdote è reso da Gesù strumento di questa grazia per i fratelli, fino al dono totale della sua persona, del suo tempo e del suo ministero.

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Estrema unzione, oggi Sacramento dell’Unzione degli infermi [dipinto di Rogier van der Weyden, 1445]

Concludo citando il sacramento di guarigione che la Chiesa concede ai fratelli infermi. Questo sacramento è la sintesi mirabile della passione del Cristo e del suo amore offerto a ogni infermo. Nel ministero a favore degli infermi, il sacerdote è chiamato ad amministrare con sollecitudine il sacramento dell’Unzione dei malati. Sacramento che unisce il carattere terapeutico e salvifico dell’azione di Cristo sui corpi e sulle anime dei sofferenti. L’efficacia terapeutica e remissoria di questo sacramento sui mali del corpo e dello spirito comporta un lavacro spirituale che agisce sempre in virtù di quel sangue sgorgato dal costato aperto del redentore. L’imposizione delle mani del sacerdote sul capo del malato prima dell’unzione è il richiamo esplicito al dono dello Spirito Santo che in quel momento viene effuso come linimento all’uomo oppresso dalle sofferenze.

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La fedeltà del sacerdote a compiere questi gesti salvifici nel suo ministero, rendono presente l’azione salutare e salvifica di Cristo tra i fratelli. Il dovere-compito del sacerdote di donare la salvezza è identico a quello di Cristo. E se Gesù è venuto a donarci la vita in abbondanza [cf. Gv 10,10], lo stesso è chiamato a realizzare il sacerdote: donare la vita, non possederla; operare per una guarigione degli uomini, non per aumentarne le ferite.

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Cagliari, 4 dicembre 2018

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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Legittima difesa dalla Unione dei Cretini Confermati e Riconosciuti (U.C.C.R.)

— nota redazionale —

LEGITTIMA DIFESA DALLA UNIONE DEI CRETINI CONFERMATI E RICONOSCIUTI (U.C.C.R).

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In questa giungla telematica anche l’ultimo degli ignoranti, mettendo mano sulla tastiera di un computer dietro l’anonimato della rete, diviene un arrogante esperto di quelle discipline verso le quali noi, che pure abbiamo dedicato ad esse la vita e lunghi anni di studio, seguitiamo ad avere un approccio sempre basato sul sacro timore e sull’umile pudore, tanto ci sentiamo piccoli, limitati e profondamente inadeguati dinanzi ai grandi misteri della fede.

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Autore
Redazione dell’Isola di Patmos

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Marrucine Asini, manu sinistra
non belle uteris: in ioco atque vino
tollis lintea neglegentiorum.
Hoc salsum esse putas?

[Catullo, carme XII]

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U.C.C.R. Unione Cretini Confermati e Riconosciuti 

Mai il Padre Ariel S. Levi di Gualdo s’è irritato con chi l’ha criticato. La critica, che lui stesso esercita talora in modo severo, rientra nell’esercizio delle libertà garantite [Cost. art. 21]. Non rientra però nei diritti costituzionali il diritto alla falsità, come nel caso del blog casereccio denominato U.C.C.R, che vorrebbe indicare l’acronimo Unione Cristiani Cattolici Razionali, dove in uno scritto rigorosamente non firmato [cf. QUI] si afferma:

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«il preoccupante fenomeno dei preti mediatici che trovano nei social network la loro valvola di sfogo. Conosciamo bene i preti “progressisti” che combatterono aspramente Benedetto XVI dai loro blog, come don Giorgio De Capitani, don Paolo Farinella, don Aldo Antonelli, don Franco Barbero. Anche Papa Francesco ha i suoi nemici tra i preti-blogger, legati questa volta all’eresia del “tradizionalismo”: don Curzio Nitoglia, don Minutella (recentemente scomunicato), don Ariel Levi di Gualdo e i vari esponenti della Fraternità San Pio X. Un’eccezione in mezzo a tantissimi buoni pastori, ma un grosso problema a causa della visibilità loro donata dal web» [cf. QUI].

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Questo sproloquio, che peraltro annovera implicitamente il Padre Ariel S. Levi di Gualdo tra i cattivi pastori escludendolo di fatto dai «tantissimi buoni pastori», è inserito nel delicato contesto di quel rapporto ebraico-cristiano per dissertare sul quale sono richieste alte e profonde competenze bibliche, storiche e teologiche, non un gruppo che si definisce:

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«UCCR è solo un sito web, non ha sede, non ha statuto, non ha organico, non spaccia tessere e non batte cassa. Nasce il 2 febbraio 2011 come hobby di un gruppetto di universitari [cf. QUI] ai quali, in poco tempo, si uniscono altri amici conosciuti in rete».

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Per inciso, i burloni di questo blog casereccio che si definiscono niente meno che «Razionali», sorvolando sul fatto che ad esercitare il munus docendi ed il munus santificandi sono per Sacramento di grazia i cattivi pastori come Padre Ariel, dovrebbero spiegare in modo giust’appunto razionale in quali faccende sono invece affaccendati i «tantissimi buoni pastori» di loro conoscenza, a ben considerare che l’affluenza alla nostre chiese è in caduta libera, che la Santa Sposa di Cristo è oggi deturpata da una crisi morale e dottrinale senza precedenti storici, che i battesimi sono in vertiginoso calo assieme ai matrimoni ed ai Sacramenti della iniziazione cristiana, mentre sui confessionali sopravvissuti — ossia quelli che i «tantissimi buoni pastori» non hanno ancora messo in magazzino o venduti agli antiquari —, abbonda la polvere e crescono sopra le ragnatele. E lo sanno, questi razionali, qual è la Diocesi che detiene l’assoluto primato nazionale delle chiese vuote? Ebbene: è Roma. 

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Marrucine Asini, manu sinistra non belle uteris … [U.C.C.R. Unione Cretini Confermati e Riconosciuti]

Il gruppetto di universitari ed amici vari uniti nella rete, ignorano che il Padre Ariel S. Levi di Gualdo dette alle stampe 12 anni fa il libro Erbe Amare, il secolo del sionismo, in commercio per sei anni, diverse migliaia di copie vendute e considerato da studiosi di fama nazionale e internazionale una «pietra miliare sulla fenomenologia ebraica». In questo libro di 360 pagine con 520 note storico-scientifiche, la sezione centrale, pari a 120 pagine, è interamente dedicata alla figura di Pio XII, a cui riguardo l’Autore smonta con inconfutabili dati storici le polemiche ideologiche montate contro questo Sommo Pontefice da certi circoli ebraici che, come ampiamente dimostrato, sono risultati tutti quanti legati ai vari movimenti marxisti ed alle varie logge massoniche internazionali. Il libro è attualmente in fase di ristampa.

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Accomunare il Padre Ariel S. Levi di Gualdo ai membri della Fraternità di San Pio X o cosiddetti lefebvriani, è cosa invero grottesca. Infatti, questo presbìtero e teologo, ha ripetutamente indicato i lefebvriani come scismatici, di conseguenza come eretici, spiegando ripetutamente i loro errori, oltre a sollecitare in più occasioni i fedeli cattolici a non partecipare alle loro sacre celebrazioni ed a non ricevere da essi i Sacramenti, se non in caso di pericolo di vita, perché in questo caso persino un prete scomunicato e dimesso dallo stato clericale può amministrare validamente i Sacramenti [cann. 976; 986 §2; can. 883 n. 3].

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Marrucine Asini, manu sinistra non belle uteris … [U.C.C.R. Unione Cretini Confermati e Riconosciuti]

Riguardo il presbitero Alessandro Minutella, in un articolo addolorato firmato dai Padri de L’Isola di Patmos Ariel S. Levi di Gualdo e Padre Giovanni Cavalcoli [cf. QUI], i due teologi lo hanno pregato di ritornare sui propri passi. Poco dopo, Padre Ariel, non avendo ottenuto alcun effetto, lo ha amaramente indicato come un modello da non seguire, invitandolo a rinnovare la sua professione di obbedienza al Vescovo in comunione col Vescovo di Roma [cf. QUI].

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Indicare poi il Padre Ariel S. Levi di Gualdo come «nemico di Papa Francesco» nonché legato alla «eresia del tradizionalismo», denota due diverse forme di stoltezza: anzitutto non conoscere la devozione che questo presbìtero nutre verso il Successore di Pietro, quindi confondere la legittima critica rivolta a certe espressioni od a certe scelte pastorali del Romano Pontefice con quelli che invece sono i suoi atti di magistero, dinanzi ai quali ripetutamente, in quattro anni di attività pubblicista sulla rivista telematica L’Isola di Patmos, egli ha invitato alla dovuta obbedienza, perché «Se il Sommo Pontefice emana un motu proprio, il discorso è chiuso e non c’è proprio nulla su cui discutere, c’è solo da obbedire».

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Marrucine Asini, manu sinistra non belle uteris … [U.C.C.R. Unione Cretini Confermati e Riconosciuti]

Questi goliardici universitari che si palesano teologi, ecclesiologi e canonisti per hobby, si sono pertanto qualificati e squalificati con l’espressione «eresia del tradizionalismo», ignorando che i Santi Padri e Dottori della Chiesa, la traditio catholica l’hanno diffusa e difesa, alcuni sino allo spargimento del proprio sangue. Infatti, mutare la parola “tradizione” e “tradizionalismo” in accezione negativa sino ad usarla persino come sinonimo di eresia, equivale ad affermare autentiche assurdità, come quelli che usano in accezione negativa le parole “dogma” e “dogmatico”. Basterebbe infatti conoscere anche e solo superficialmente i documenti del Concilio Vaticano II per sapere quante volte i Padri della Chiesa riuniti in quella assise si richiamano e richiamano alla tradizione ed al rispetto della tradizione, variamente definita come «santa», come «sacra» e come «perenne».

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Poste queste premesse, i ragazzi del blog U.C.C.R rischiano di essere annoverati nella Unione dei Cretini Confermati e Riconosciuti, che vi preghiamo di prendere per ciò che sono, soprattutto per ciò che intellettualmente dimostrano di valere, in questa giungla telematica dove anche l’ultimo degli ignoranti, mettendo mano sulla tastiera di un computer dietro l’anonimato della rete, diviene un arrogante esperto di quelle discipline verso le quali noi, che pure abbiamo dedicato ad esse la vita e lunghi anni di studio, seguitiamo ad avere un approccio sempre basato sul sacro timore e sull’umile pudore, tanto ci sentiamo piccoli, limitati e profondamente inadeguati dinanzi ai grandi misteri della fede.

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dall’Isola di Patmos, 29 novembre 2018

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Si invitano infine gli “scienziati” del blog U.C.C.R. a smentire questa lectio sul piano prettamente e strettamente teologico, oppure a dichiarare in caso contrario che i Santi Vangeli e che i Beati Evangelisti hanno sbagliato

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La splendida intervista del Cardinale Gerhard Ludwig Müller e lo squallido silenzio indifferente della stampa “cattolica” di regime ridotta ormai ai tamburini della Pravda sovietica e di TeleKabul

— attualità ecclesiale —

LA SPLENDIDA INTERVISTA DEL CARDINALE GERHARD LUDWIG MÜLLER E LO SQUALLIDO SILENZIO INDIFFERENTE DELLA STAMPA “CATTOLICA” DI REGIME RIDOTTA ORMAI AI TAMBURINI DELLA PRAVDA SOVIETICA E DI TELEKABUL

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«Il primato del Papa è indebolito dai cortigiani e dai carrieristi alla corte papale — gli stessi di cui parlò già nel XVI secolo il noto teologo Melchior Cano — e non da chi consiglia il Papa con competenza e responsabilità».

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Autore
Redazione dell’Isola di Patmos

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due giganti della Baviera

Analizzando in che misura la stampa “cattolica” di regime somigli oggi a quella dei regimi dell’ex blocco sovietico in periodo di piena guerra fredda, si ricava l’impressione d’aver compiuto un triste salto all’indietro. Infatti, una clamorosa intervista come quella rilasciata dal Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Gerhard L. Müller, può essere fatta passare sotto silenzio solo adottando la stessa indifferenza con la quale i figli di papà rivoluzionar-comunisti del Sessantotto tacquero indifferenti quando durante la famosa Primavera i carri armati sovietici invasero Praga.

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Per molte di queste persone, sebbene iscritte da molti anni all’Albo dei giornalisti professionisti, non esiste più neppure il diritto-dovere di cronaca. E, se proprio debbono esercitarlo per lanciare un po’ di fumo negli occhi, si limitano a dissertare sulle ossa umane rinvenute sotto il pavimento della casa del portiere annessa alla nunziatura apostolica in Italia [cf. QUI], ben guardandosi dal disquisire su tutti gli scheletri che gli armadi della Domus Sanctae Marthae non riescono più neppure e contenere. Mentre per quell’augusta casa seguitano ad aggirarsi personaggi come Mons. Giovanni Battista Ricca, poiché il Dominus è talmente umile, ma talmente umile, che se sbaglia anche in modo imprudente e grossolano nello scegliere le persone, mai ammetterebbe di avere sbagliato, il tutto, ovviamente, per questioni di profonda umiltà.

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Proponiamo ai nostri Lettori l’intervista che il Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede ha rilasciato a LifeSite [testo originale QUI], gentilmente offerta in traduzione italiana dal giornalista Marco Tosatti sul suo blog personale Stilum Curiae.

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LifeSite — I vescovi americani hanno appena chiuso la loro assemblea autunnale a Baltimora, nel corso della quale è stato loro impedito di votare una risoluzione su una strategia riguardante il coinvolgimento episcopale nei casi di abuso sessuale — chi ha commesso gli abusi e chi ha omesso di prendere misure o ha insabbiato —, perché il Vaticano ha detto loro di fare così. Le nuove linee guida avrebbero previsto un codice di condotta e l’istituzione di un organismo di sorveglianza diretto da laici e incaricato di indagare sui vescovi accusati di condotte inappropriate. Molti cattolici in America attendevano iniziative concrete, e ora sono indignati. Pensa che la decisione sia stata saggia o crede invece che ai vescovi Americani si sarebbe dovuto consentire di adottare la loro strategie nazionali e istituire la commissione, così come hanno potuto fare i vescovi francesi il mese passato?

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Cardinale Gerhard Ludwig Müller — È necessario operare una netta distinzione, da un lato i crimini in materia di sessualità e le indagini condotte dalla giustizia secolare – di fronte alla quale tutti i cittadini sono uguali, perciò una legge valida solo per la Chiesa Cattolica rappresenterebbe una contraddizione nei sistemi legislativi degli stati democratici moderni – dall’altro i procedimenti canonici per il clero con i quali l’autorità ecclesiastica determina le sanzioni da comminarsi in caso di condotte che contraddicano diametralmente l’etica del consacrato. Il vescovo esercita su ogni religioso all’interno della sua diocesi una giurisdizione canonica che in alcuni casi speciali è condivisa con la Congregazione per la Fede a Roma, la quale a sua volta opera in forza dell’autorità pontificia. Se un vescovo non adempie alle proprie responsabilità, può essere chiamato a rispondere davanti al Papa. Le conferenze episcopali possono quindi stabilire linee guida che divengono strumenti preziosi nelle mani dei vescovi, quando nelle rispettive diocesi devono prevenire o perseguire. In mezzo a questa crisi americana dobbiamo mantenerci lucidi. Non ne usciremo certo adottando regole che consentono il linciaggio e favoriscano un clima di sospetto diffuso verso l’intero episcopato “romano”. Non credo sia una soluzione quella di lasciare il controllo ai laici con la spiegazione che i vescovi — come qualcuno crede — non siano in grado di provvedere con le proprie forze. Non supereremo le mancanze rovesciando la costituzione gerarchico-sacramentale della Chiesa. Caterina da Siena si rivolse con candore e instancabilmente alle coscienze dei Papi e dei vescovi, ma non ne prese il posto. Questa è la differenza con Lutero, a causa del quale soffriamo ancora la divisione della cristianità. Sarebbe importante se la conferenza episcopale americana si assumesse le proprie responsabilità con indipendenza e autonomia. I vescovi non sono impiegati soggetti alle direttive del Papa e non sono nemmeno, diversamente dall’esercito, generali chiamati a obbedienza assoluta verso il comando supremo. Piuttosto sono chiamati a farsi carico, insieme al successore di Pietro, quali pastori nominati da Cristo medesimo, della responsabilità della Chiesa Universale. Però si attendono che Roma sia al servizio dell’unità nella Fede e nella comunione dei Sacramenti. Questo è il momento di unire le forze per superare la crisi, piuttosto che di favorire polarizzazioni e compromessi, così che a Roma non ci sia rancore verso i vescovi americani e in America la gente non sia arrabbiata con Roma.

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— Una parte importante della discussione nel corso dell’incontro della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti d’America è stata dedicata ancora allo scandalo McCarrick; come è stato possibile che qualcuno come McCarrick abbia potuto salire i vertici della Chiesa Cattolica americana ed essere in grado di influenzare a tal punto Roma. Qual è il suo pensiero sul caso McCarrick e cosa dovrebbe imparare la Chiesa dall’esistenza di questa rete di omertà che ha circondato un uomo il quale, praticando l’omosessualità, seducendo seminaristi che dipendevano dalla sua autorità inducendoli quindi nel peccato e, soprattutto, abusando di minori, ha condotto un vita costantemente opposta alle leggi della Chiesa?

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Io non lo conosco quindi desidero astenermi dal giudicare. Mi auguro vi sia presto un processo canonico alla Congregazione per la dottrina della fede che faccia luce sui crimini sessuali commessi con giovani seminaristi. Quando ero Prefetto di questo Dicastero [2012-2017] nessuno mi ha mai riferito di questo problema, probabilmente per il timore di una reazione troppo “rigida” da parte mia. Il fatto che McCarrick, insieme alla sua cerchia e a una rete omosessuale, sia stato capace di portare scompiglio nella chiesa con metodi analoghi a quelli mafiosi, è connesso alla sottovalutazione del grado di depravazione morale che gli atti omosessuali tra adulti provocano. Se a Roma qualcuno avesse sentito riferire anche solo sospetti, avrebbe dovuto indagare e valutare la fondatezza della accuse, impedendo che McCarrick fosse promosso all’episcopato di una diocesi importante come Washington, evitando altresì di nominarlo cardinale della Santa Romana Chiesa. E poiché erano anche state pagate somme sottobanco [per evitare scandali n.d.t.] — ammettendo così la responsabilità di crimini con giovani uomini — ogni persona ragionevole si chiede come una tale persona possa essere stata consigliere del Papa nella nomina dei vescovi. Non so se questo corrisponda al vero, certo sarebbe necessario fare chiarezza. Un mercenario che aiuta a cercare buoni pastori per la chiesa del Signore — questo è incomprensibile. In questo caso, la Chiesa dovrebbe riferire pubblicamente sui fatti e sui legami tra i soggetti coinvolti, così come sul grado di consapevolezza da parte delle autorità ecclesiastiche; si potrebbe al tempo stesso pensare a un’ammissione di responsabilità per avere valutato in modo inadeguato persone e situazioni.

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— Nel corso degli ultimi cinque anni lei ha mai avuto notizia di casi nei quali all’allora Cardinale McCarrick fosse stata data ampia fiducia e incarichi in specifiche missioni da parte del Papa o del Vaticano?

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Come ho detto, io non ero informato di nulla. La Congregazione per la dottrina della fede era responsabile solo per i casi di abusi su minori, non per gli adulti, quasi che i reati in materia di sessualità commessi dal clero con un altro consacrato o con un laico non fossero anch’essi gravi violazioni della Fede e della santità dei Sacramenti. Ho sempre sottolineato come anche gli atti omosessuali compiuti da religiosi non possano mai essere tollerati; la morale sessuale della Chiesa non può essere relativizzata dall’accettazione secolare dell’omosessualità. Si deve poi distinguere tra la condotta peccaminosa occasionale, il reato e una vita trascorsa in un continuo stato di peccato.

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Uno degli aspetti problematici del caso McCarrick è che già nel 2005 e nel 2007 vi furono accordi legali con alcune vittime, ma l’Arcidiocesi di Newark — allora sotto l’arcivescovo John J. Myers — non informò il pubblico e nemmeno i propri sacerdoti. Trattenne quindi informazioni essenziali per coloro i quali lavorano ancora con McCarrick e si fidavano di lui. Lo stesso fece il Cardinale Joseph Tobin quando, nel 2017, divenne arcivescovo di Newark. Per quanto mi risulta né Myers né Tobin si sono scusati per le omissioni e per avere tradito la fiducia dei loro sacerdoti. Pensa che l’arcidiocesi avrebbe dovuto rendere pubblici gli accordi legali, specialmente dopo il 2002 quando la Carta di Dallas aveva chiamato a una maggiore trasparenza?

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In altri tempi, si credeva di poter risolvere casi complessi sommessamente e con discrezione. In questo modo il responsabile era messo in condizione di poter continuare ad abusare della fiducia del suo vescovo. Nella situazione odierna, i cattolici e il pubblico hanno il diritto morale di conoscere questi fatti. Non si tratta di accusare qualcuno, ma di imparare da questi errori.

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un problema di questa portata può essere risolto adottando nuove linee guida oppure è necessaria nella Chiesa una profonda conversione dei cuori?

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L’origine di questa crisi va individuata nella secolarizzazione della Chiesa e nella riduzione del sacerdote al ruolo di un funzionario. In ultima analisi è l’ateismo che si è diffuso nella Chiesa. Questo spirito malvagio dice che la Rivelazione riguardo a Fede e morale deve essere adattata al mondo, indipendentemente da Dio, così che Egli non possa più interferire in una vita condotta secondo le proprie voglie e i propri bisogni. Solo il 5% dei responsabili sono stati valutati come pedofili patologici. La gran parte di loro, a causa della propria immoralità, ha scientemente calpestato il sesto comandamento rifiutando in modo blasfemo la Santa Volontà di Dio.

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Cosa pensa dell’idea di istituire nuove norme canoniche che prevedano la scomunica dei preti colpevoli di abusi?

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La scomunica è una sanzione coercitiva che viene rimossa non appena il responsabile si pente. Nel caso di gravi abusi e di offese alla Fede e all’unità della Chiesa, dovrebbe essere decisa la riduzione permanente allo stato laicale, vale a dire la proibizione permanente di esercitare il sacerdozio.

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Il vecchio codice di diritto canonico del 1917 prevedeva pene chiare nei confronti dei preti coinvolti in abusi e anche dei preti omosessuali attivi. Queste sanzioni concrete sono in gran parte state rimosse dal codice nel 1983, che ora è meno preciso e non menziona nemmeno esplicitamente gli atti omosessuali. Alla luce della grave crisi originata dagli abusi, pensa che la Chiesa dovrebbe tornare a un sistema più rigoroso di sanzioni per tali casi?

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Si è trattato di un errore disastroso. Contatti sessuali tra persone dello stesso sesso contraddicono direttamente e completamente il senso e lo scopo della sessualità come stabilita sin dalla creazione. Sono il segno di istinti e desideri disordinati, della relazione interrotta tra l’uomo e il suo Creatore con la caduta nel peccato originale. Il prete celibe e il prete coniugato nel rito orientale devono essere i modelli per il gregge, al tempo stesso esempio della redenzione che coinvolge anche il corpo e le passioni fisiche. La donazione di sé, agape, fisica e spirituale a una persona del sesso opposto, e non il selvaggio desiderio di soddisfacimento, sono il senso e lo scopo della sessualità. Questo conduce alle responsabilità verso i familiari e i figli che Dio ci dona.

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Nel corso del recente incontro di Baltimora, il Cardinale Blase Cupich ha affermato che bisogna «distinguere» tra atti consensuali tra adulti e l’abuso dei minori, sottintendendo così che i rapporti omosessuali dei preti con altri adulti non sarebbero un problema importante. Cosa risponde a questo tipo di impostazione?

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Si può distinguere tutto – anche considerare se stessi dei grandi intellettuali –  ma non un peccato grave che esclude la persona dal Regno di Dio, almeno non può distinguerlo un vescovo che è vincolato al dovere di difendere la verità del Vangelo e non di esibire lo spirito dei tempi. Sembra essere giunto il tempo «in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» [cf. II Tim 4, 3].

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Nel suo lavoro di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ha avuto modo di visionare numerosi casi di abusi da parte di religiosi. È vero che la maggioranza delle vittime in questi casi sono adolescenti maschi?

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Oltre l’80% delle vittime di questi reati sono adolescenti di sesso maschile. Non si può concludere però che la maggioranza dei preti siano inclini alla fornicazione omosessuale, piuttosto che la maggioranza dei colpevoli hanno cercato, nel profondo disordine delle loro passioni, vittime di sesso maschile. Le statistiche del crimine ci dicono che la maggior parte dei responsabili nei casi di abusi sessuali sono gli stessi parenti delle vittime, persino genitori con i loro figli. Da questo non possiamo dedurre che la maggior parte dei padri siano inclini a commettere questi crimini. Dobbiamo sempre essere attenti a non generalizzare partendo da casi concreti, per non cadere nello tentazione dello slogan o del pregiudizio anticlericali.

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Se questa è la situazione — e lo studio sugli abusi sessuali condotto in Germania o il John Jay Report, riferiscono di numeri simili — la Chiesa non dovrebbe affrontare direttamente il problema della presenza di preti omosessuali?

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Dal mio punto di vista, non esistono uomini o preti omosessuali. Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina. Ma ci possono essere maschio e femmina con passioni disordinate. L’unione sessuale ha un posto solo nel matrimonio tra un uomo e una donna. Fuori c’è solo fornicazione e abuso della sessualità, sia con persone del sesso opposto che nella innaturale esacerbazione del peccato con persone dello stesso sesso. Solo chi ha imparato a controllarsi soddisfa i requisiti per l’ordinazione sacerdotale [cf. I Tim 3, 1-7].

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Al momento sembra esserci un problema nella Chiesa, all’interno della quale manca persino il consenso sul fatto che i preti omosessuali attivi abbiano una gran parte di responsabilità nella crisi legata agli abusi. Persino alcuni documenti vaticani parlano di «pedofilia», o di «clericalismo» come problemi principali. Il giornalista italiano Andrea Tornielli è arrivato a dire che McCarrick non aveva rapporti omosessuali, ma che esercitava il proprio potere sugli altri. Intanto abbiamo chi, come Padre James Martin, S.J, viaggia per il mondo — anche invitato al meeting mondiale delle famiglie in Irlanda — a promuovere l’idea di «Cattolici-LGBT» pretendendo addirittura di teorizzare l’omosessualità di alcuni santi. Questo per dire che è presente una forte spinta nella Chiesa che porta a minimizzare il carattere peccaminoso delle relazioni tra persone delle stesso sesso. Lei condivide e se condivide, come pensa si potrebbe — e dovrebbe — porre rimedio?

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Questa è la parte della crisi le cui cause nessuno vuole vedere, nascondendole con l’aiuto della retorica propagandata dalla lobby omosessualista. La fornicazione con adolescenti e adulti è peccato mortale e nessun potere umano sulla terra può dichiararla moralmente neutra. Questa è l’opera del demonio – contro la quale Papa Francesco spesso ci mette in guardia – dichiarare buono il peccato. «Alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, sedotti dall’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza» [cf. I Tim 4,1]. È infatti assurdo che improvvisamente le autorità ecclesiastiche utilizzino tipici slogan anticlericali giacobini, nazisti e comunisti per attaccare sacerdoti ordinati nel Sacramento. I preti sono investiti dell’autorità di proclamare il Vangelo e amministrare i Sacramenti di Grazia. Se qualcuno abusa della propria giurisdizione per raggiungere obiettivi egoistici, quel qualcuno non è eccessivamente clericale, al contrario, è anticlericale perché nega a Cristo la possibilità di operare attraverso di lui. L’abuso sessuale da parte del clero deve quindi chiamarsi anticlericale in massimo grado. Però è ovvio — e potrebbe essere negato solo da chi vuol essere cieco — che i peccati contro il sesto comandamento del Decalogo originano da inclinazioni disordinate quindi sono peccati di fornicazione che escludono dal Regno di Dio almeno fino a quando non vi sia pentimento ed espiazione, e non vi sia il fermo intendimento di evitare tali peccati nel futuro. Il tentativo di offuscare queste cose è un segno negativo di secolarizzazione della Chiesa. Si pensa come il mondo, non secondo la volontà di Dio.

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Al recente sinodo della gioventù a Roma si sono potute sentire voci dello stesso tenore. Lo instrumentum Laboris ha usato per la prima volta il termine LGBT, mentre il documento finale ha sottolineato la necessità di accogliere nella Chiesa rifiutando verso di loro ogni forma di discriminazione nei loro confronti. Questo genere di affermazioni non potrebbe minare la pratica costante della Chiesa di non consentire di impiegare omosessuali attivi per esempio nel ruolo di insegnanti in chiese cattoliche?

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L’ideologia LGBT è basata su una falsa antropologia che nega Dio come Creatore. Poiché essa è essenzialmente atea o al più sfiora appena il concetto cristiano di Dio, non può avere posto nei documenti della Chiesa. Questo è un esempio dell’influenza strisciante dell’ateismo nella Chiesa, responsabile da oltre mezzo secolo della grave crisi. Sfortunatamente esso continua a operare nella pensiero di alcuni pastori i quali, nel loro ingenuo convincimento di essere moderni, non si accorgono del veleno che essi stessi assumono ogni giorno e finiscono con l’offrire agli altri.

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Possiamo affermare oggi che tra le gerarchie della Chiesa cattolica esista una potente lobby gay ?

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Questo non lo so poiché queste persone con me non si espongono. Ma può essere che si siano sentiti compiaciuti nel sapermi lontano dalla Congregazione e dai casi di crimini sessuali specialmente con giovani adolescenti maschi.

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Recentemente lei ha rivelato che nel corso del suo mandato alla Congregazione per la dottrina della fede il Papa aveva istituito una commissione che avrebbe dovuto fornire consigli alla Congregazione su possibili sanzioni contro preti coinvolti in abusi. La commissione, però, era incline a un atteggiamento più morbido nei confronti dei preti coinvolti, diversamente da lei che avrebbe desiderato imporre, nei casi più gravi, la riduzione allo stato laicale, per esempio il caso del Reverendo Mauro Inzoli. Lo scorso anno — quando lei fu rimosso dalla sua carica alla Congregazione per la dottrina della fede — la rivista dei Gesuiti America rivelò che «un certo numero di cardinali aveva chiesto a Francesco di sollevare il Cardinal Müller dall’incarico perché in numerose occasioni aveva manifestato discordanza, o si era distaccato, dalle posizione del Papa ed essi vedevano in questo un indebolimento dell’ufficio e del magistero papale». Vede una possibile relazione tra i criteri severi da lei adottati nell’affrontare i casi di abusi commessi da religiosi e il gruppo di cardinali vicino al Papa che avrebbero desiderato un approccio più morbido? Se non è questo il caso, affermerebbe ancora di essere stato rimosso a causa della sua difesa ferma dell’ortodossia?

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Il primato del Papa è indebolito dai cortigiani a dei carrieristi alla corte papale — gli stessi di cui parlò già nel XVI secolo il noto teologo Melchior Cano — e non da chi consiglia il Papa con competenza e responsabilità. Se è vero che un gruppo di cardinali mi ha accusato davanti al Papa sulla base delle mie idee differenti, allora la Chiesa si trova in una situazione non buona. Se fossero stati uomini coraggiosi e retti, avrebbero parlato direttamente con me; avrebbero poi dovuto sapere che in quanto vescovo e cardinale, sono chiamato a presentare l’insegnamento della Fede cattolica, non a giustificare le varie opinioni private di un Papa. La sua autorità si estende sulla Fede rivelata della Chiesa Cattolica e non comprende le opinioni teologiche personali o dei suoi consiglieri. Forse mi si potrà accusare di interpretare Amoris Laetitia in chiave ortodossa, ma non possono affermare che io abbia deviato dalla dottrina Cattolica. Si aggiunga l’irritazione che si prova nel vedere persone prive di formazione teologica elevate al rango episcopale, le quali ritenendo di dover manifestare gratitudine al Papa manifestano un genere di sottomissione puerile. Forse avrebbero potuto scorrere le pagine del mio libro Il Papa, missione e mandato, la cui traduzione in italiano e inglese è in corso d’opera.  Allora si potrebbe discuterne a un livello adeguato. Il magistero dei vescovi e del Papa è sottoposto alla Parola di Dio come si trova nelle Sacre Scritture e nella Tradizione, e deve essere al Suo servizio. Non è cattolico credere che il Papa sia una persona che riceve la Rivelazione direttamente dallo Spirito Santo, e che può interpretarla in base ai suoi desideri mentre il resto dei fedeli devono seguirlo ciecamente e in silenzio. Amoris Laetitia deve assolutamente concordare con la Rivelazione, non dobbiamo essere noi a dover concordare con Amoris Laetitia, quantomeno non nelle interpretazioni eretiche che contraddicono la Parola di Dio. Sanzionare coloro i quali insistono su un’interpretazione ortodossa dell’enciclica come di qualsiasi altro documento magisteriale del Papa, sarebbe un abuso di potere.” Solo chi si trova in stato di Grazia può ricevere fruttuosamente la Santa Comunione. Questa verità rivelata non può essere sovvertita da nessuna potenza terrena e nessun cattolico potrà mai credere il contrario o essere costretto ad accettare il contrario.

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In retrospettiva, nel suo ruolo di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede a quali delle innovazioni proposte alla Chiesa si è opposto con più forza? Quale parte della sua testimonianza ha contributo maggiormente alla sua rimozione e al modo in cui essa è avvenuta, senza cioè che le fosse offerta una posizione alternativa all’interno del Vaticano?

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Non mi sono opposto ad alcuna innovazione o riforma. Perché riforma significa rinnovamento in Cristo, non adattamento al mondo. Le ragioni del mancato rinnovo del mio mandato non mi sono mai state comunicate. Questo è insolito perché normalmente il Papa conferma tutti i Prefetti nelle loro posizioni. Non conosco ragioni possibili che potrebbero essere ipotizzate senza cadere nel ridicolo. In fondo non si può credere, contrariamente a quanto ha creduto Papa Benedetto, che Müller manchi di sufficiente preparazione teologica, che non sia ortodosso, o sia negligente  nel perseguire i crimini contro la fede in caso di abusi sessuali. Per questo si preferisce tacere e lasciare ai media di orientamento liberale e progressista il compito di commentare malevolmente.

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Attualmente alcuni osservatori confrontano la sua rimozione dall’importante posizione in Vaticano — certamente dovuta anche alle sua rispettosa resistenza riguardo ad Amoris Laetitia con il trattamento accondiscendente ricevuto da altri come il Cardinale e McCarrick. Ancora oggi non è stato ridotto allo stato laicale, nonostante la sua condotta criminale. Sembra quindi che coloro i quali hanno tentato di preservare l’insegnamento cattolico su famiglia e matrimonio così come è stato trasmesso sono messi da parte, mentre coloro i quali sono a favore di innovazioni in questo campo della morale, sono trattati con mitezza o addirittura promossi, si pensi al Cardinal Cupich e Padre James Martin. Ha un commento su questo?

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Chiunque può formarsi un’idea sui criteri secondo i quali alcuni sono promossi e protetti, mentre altri sono combattuti ed eliminati.

 

 

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Sempre nel merito di questa  apparente soppressione dei religiosi ortodossi e la promozione di rappresenti progressisti, Padre Ansgar Wucherpfennig S.J. ha appena ricevuto dal Vaticano il permesso di ritornare alla posizione di rettore della facoltà gesuita di Francoforte, nonostante egli sostenga e promuova l’ordinazione della donne e la benedizione per le coppie dello stesso sesso. Gli è stato persino chiesto di pubblicare i suoi articoli a riguardo. Come valuta questo ulteriore sviluppo?

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Questo è un esempio di come le autorità della Chiesa di Roma stiano danneggiando se stesse e di come la chiara competenza ed esperienza della Congregazione per la dottrina della fede sia messa da parte. Se questo sacerdote ritiene che la benedizione delle relazioni omosessuali sia il risultato della sviluppo della dottrina, e continua il suo lavoro in questa direzione, siamo di fronte a null’altro che alla presenza di un pensiero ateo nella Cristianità. Egli non nega l’esistenza di Dio sul piano teorico, ma lo rinnega in quanto fonte della morale, presentando alla stregua di una benedizione ciò che invece agli occhi di Dio è peccato. Il fatto che il Sacramento del Sacro Ordine possa essere riservato solo alle persone di sesso maschile non è il risultato di circostanze culturali o di una legislazione della Chiesa positiva quindi modificabile. Esso è fondato nella natura di istituzione divina del Sacramento, così come la natura del Sacramento del matrimonio richiede la differenza tra i due sessi.

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Dal suo punto di vista, ritiene che la Chiesa Cattolica sia prossima a raggiungere il controllo della questione legata agli abusi adeguato e coerente, e abbia trovato le soluzioni giuste? Altrimenti quale pensa sia stato il maggior ostacolo al sostanziale miglioramento della situazione? Come può la Chiesa tornare a rappresentare un’istituzione credibile agli occhi delle famiglie cattoliche?

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L’intera Chiesa, con i suoi sacerdoti e vescovi, deve compiacere Dio più dell’uomo. La nostra salvezza  è l’obbedienza nella Fede.

 

Pubblicato da L’Isola di Patmos, 24 novembre 2018

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