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Comprendo la Cina Comunista e il suo timore verso il Cattolicesimo, non comprendo invece le ragioni dell’accordo fantasma della Santa Sede col Governo di Pechino

29 Settembre 2018/3 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— Chiesa nel mondo: saggio breve di un prete che ama la Cina e il suo Popolo —

COMPRENDO LA CINA COMUNISTA E IL SUO TIMORE VERSO IL CATTOLICESIMO, NON COMPRENDO INVECE LE RAGIONI DELL’ACCORDO FANTASMA DELLA SANTA SEDE COL GOVERNO DI PECHINO

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il Cristianesimo è divenuto elemento di aggregazione e di unità, senza però impedire, come forse pensava l’Imperatore Costantino, la disgregazione dell’Impero, anzi sotto certi aspetti favorendola. Sicché, il potere politico che cercò di rinsaldarsi usando come elemento di unità ed unificazione il Cristianesimo, credendo di poter in tal senso ed a tal fine assorbire il Cristianesimo, è stato invece assorbito dal Cristianesimo, che è sopravvissuto all’Impero Romano mantenendo al proprio interno tradizioni, usi e costumi romani totalmente cristianizzati. Ecco cosa spaventa il Governo Comunista della Cina, ed hanno ragione, sul piano politico, a essere spaventati, quindi ad agire di conseguenza. È la Santa Sede che forse non ha capito la ragione di queste paure..

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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Roma 2010 – il Padre Ariel S. Levi di Gualdo alla Via Crucis al Colosseo in ricordo dei Beati Martiri Cristiani, assieme a uno dei diversi confratelli cinesi coi quali ha vissuto a contatto nella Capitale

Da tempo desideravo spender due parole sulla questione cinese, ma ho evitato di farlo perché molti sono ormai gli auto-eletti esperti che sugli organi di stampa cattolici, per seguire con la pletora di siti e blog cattolici, ci donano preziose perle di saggezza. I commentatori più accreditati si limitano a pubblicare veline a loro passate da qualche addetto della Segreteria di Stato, dando così continuità all’interno della Chiesa Cattolica a quello che era il rapporto tra l’organo ufficiale del Partito Comunista, il quotidiano Правда [in italiano Pravda], e il Soviet di Mosca. Peraltro, nella lingua russa, Правда vuol dire Verità. E ciò fa sorridere, come oggi fa sorridere il nome del quotidiano dei vescovi d’Italia: Avvenire. Dato che di questo passo, l’avvenire della Chiesa pellegrina sulla terra, a breve non sarà purtroppo tra i più edificanti.

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Ho conosciuto negli anni eminenti studiosi, inclusi diversi missionari, che pur avendo studiato per decenni il fenomeno cinese ed avendo vissuto in quel grande Paese, quando nominavano la Cina erano pervasi da una sorta di sacro timore, poiché consapevoli della sua complessità storico-sociale e della sua antica e gloriosa cultura. Soprattutto, sin dalla mia formazione al sacerdozio, ho conosciuto e vissuto a stretto contatto a Roma con diversi cinesi; e posso garantire ai nostri Lettori che per il “poco” che dalle loro vite vissute posso avere appreso, forse ho appreso qualche cosa in più rispetto ai velinari della Pravda Pontificia, ai quali qualche monsignorino della Segreteria di Stato, che in Cina non ci ha mai messo piede, ha passato qualche velina affinché scrivessero che il Venerabile Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, cinese d’antica stirpe, ottantasei anni d’età e già Arcivescovo di Hong Kong, è  solo un vecchio rabbioso prevenuto contro il governo ateo-comunista di quel Paese. Parola di velinari, il tutto su impulso di qualche curiale, che forse ha avuto modo di conoscer molto meglio e molto più a fondo la Cina, semmai spulciando sulle carte della Segreteria di Stato di Sua Santità.

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Se un uomo venerabile come il Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, contrario da sempre a ogni genere di cedimento da parte della Santa Sede al Governo della Cina, afferma «Stanno dando il gregge in pasto ai lupi» e che ciò è un incredibile tradimento», ed infine aggiungendo: «La firma di un accordo con il regime ateo di Pechino mina la credibilità del Papa» [Reuters, servizio QUI], qualcuno, vuol porsi per caso perlomeno delle domande? Il problema è che la Chiesa del superficiale, dell’approssimativo, ma soprattutto dell’emotivo, del dialogo al di sopra di tutto costasse pure distruggere tutto, da tempo ha cessato di ascoltare gli esperti; e dopo averli più o meno bonariamente liquidati, ha deciso di andare … dove ti porta il cuoricino soggettivo che batte.

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Sorridiamo quindi con tenerezza sia sui velinari da sacro palazzo sia su coloro che si improvvisano esperti su questo antico e complesso gigante, tal è la Cina, parlando della quale l’umiltà è da sempre lo strumento prìncipe usato dai suoi veri e grandi studiosi, che semmai, alla tenera età di ottant’anni, dopo mezzo secolo di studi ad essa dedicati, col candore tipico dei veri conoscitori ti dicono: «Dopo mezzo secolo di studi approfonditi, ho imparato qualche cosa della Cina, della sua storia e della sua antica cultura … ma, beninteso: solo qualche cosa!».

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UN PICCOLO CAFFÈ STORICO SULLA GRANDE CINA

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Roma, 2010 – Il Padre Ariel S. Levi di Gualdo con un confratello cinese

Le prime cronache storiche scritte della Cina affondano le antiche radici nella dinastia Shang risalente agli anni 1.800-1100 a.C. Mentre alla dinastia Zhou, che occuperà la scena per oltre dodici secoli di storia, tra l’anno 1.500 e l’anno 250 circa a.C. risalgono invece i primi caratteri di scrittura impressi sugli ossi oracolari, pezzi di osso o di gusci di animali sui quali erano incisi dei dipinti e delle iscrizioni che nella attuale forma evoluta corrispondono ai caratteri di scrittura cinesi oggi in uso. A questo potremmo aggiungere che, a livello tecnico e architettonico, nella grande Cina furono realizzate opere che sia in precisione sia in grandezza, ma sotto molti aspetti anche in perfezione e bellezza, superano le grandi opere degli egizi, dei greci e dei romani. Si pensi solo alla Grande Muraglia cinese, la cui costruzione prende avvio nel V secolo a.C. Tra l’altro, nel 2009 il dipartimento di archeologia del Governo Cinese rendeva noto che la Grande Muraglia non era lunga, come si credeva, 8.800 chilometri, ma 21.196,18 chilometri. In ogni caso sappiamo da sempre che la Cina ha realizzato la più grande opera architettonica e ingegneristica della storia dell’intera umanità. E, detto questo, chi vuole intendere intenda …

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L’Occidente è oggi prodotto del poco che resta della cultura greco-romana, per seguire con la cultura cristiana. Le basi sulle quali si svilupperà nel corso dei secoli il diritto e la politica hanno le loro fondamentali basi nella filosofia di Platone, Socrate e Aristotele; e come epoca storica, siamo tra il IV e III secolo a.C. La Cina comincia invece ad avere uno sviluppo filosofico a partire dal VII e VI secolo a.C. attraverso il confucianesimo, il moismo ed il cosiddetto legalismo, pensieri dai quali prenderà vita una struttura giuridica e politica del tutto diversa, rispetto a quella dell’Occidente.

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Il diritto cinese è antico di 4.000 anni e sin dai tempi più remoti erano soliti codificare le proprie leggi per scritto. Per la cultura cinese, la legge, è un precetto assoluto ed un modello rigido di comportamento. Per quanto riguarda la legge e la sua applicazione, andrebbe anzitutto tenuto conto che il diritto cinese non ha certo assimilato quelli che sono i principi del Cristianesimo trasfusi poi in epoca post-costantiniana nel diritto romano, dove prende forma il concetto di punizione comunque mirata al recupero del reo condannato. Per quanto oggi certe cose siano di difficile comprensione se analizzate con criteri di analisi contemporanea, attraverso la stessa pena di morte era data la possibilità al condannato di espiare la colpa del proprio delitto, quindi di tornare ad uno stato di purezza attraverso una pena capitale che era appunto espiativa, applicata non per vendetta punitiva, ma come atto di misericordia mirato alla salvaguardia della salute eterna dell’anima del condannato.

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Nella cultura giuridica cinese, certi concetti sono del tutto estranei: la condanna, qualunque essa sia, è un’azione puramente e decisamente punitiva inflitta per un delitto commesso. Solo in epoca maoista prenderanno vita, per motivi puramente socio-politici, degli elementi di per sé estranei alla cultura cinese, per esempio la pubblica sconfessione degli errori e la rieducazione. Si tratta però di elementi che nulla hanno da spartire col diritto romano-cristiano, ma col marxismo modulato ad uso del regime cinese durante la rivoluzione maoista.

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Solo questo potrebbe bastare per delineare due culture che nascono, prendono forma e si sviluppano attraverso i secoli su fondamenta del tutto diverse; ma soprattutto che parlano due linguaggi completamente diversi, generando di conseguenza un diverso sentire ed un diverso vivere.

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Quella occidentale-europea, è una società decadente ammalata di odio verso se stessa e verso le proprie origini. E quelle dell’Europa — con tutto il debito rispetto per la numerosa rappresentanza di gay e lesbiche che strepitano nel Parlamento di Strasburgo — sono origini eminentemente cristiane, non origini LGBT. Non a caso, l’idea di Europa, ed il suo stesso nome, nasce nell’ambito monastico, a partire dall’VIII secolo, dopo la caduta dell’Impero Romano.

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Se l’Europa è un vecchio continente sempre meno identitario preso a combattere con la negazione stessa delle proprie radici, quella cinese è invece una società che vive un’ascesa segnata da un continuo sviluppo, ma soprattutto è una società molto radicata nelle proprie antiche e nobili origini. E ciò detto sorge sùbito la prima domanda: una Chiesa Cattolica figlia di un’Europa morente che nega se stessa, afflitta al proprio interno da una crisi morale senza precedenti storici, con potenti lobby gay-lesbo che attraverso la totale sovversione del diritto naturale rivendicano il diritto “sacrosanto” alla distruzione della nostra civiltà; un’Europa che da mezzo secolo è stata indebolita da una crisi del principio interno di autorità dal quale ha preso poi vita la distruzione dell’autorità stessa … come può, questo genere di Europa, pensare di poter dialogare e trattare con una cultura come quella cinese? O qualcuno riesce a immaginare un grande Gay Pride a Pechino, con i soliti burloni mascherati semmai da Xi Jinping, il severo Presidente della Repubblica Popolare Cinese, raffigurato sotto forma di coniglietta rosa ricoperta di pajettes? O bisogna per caso spiegare che per una cosa del genere, in Cina, si è condannati a morte nel giro massimo di quarantotto ore dopo essere stati bastonati su una pubblica piazza? In Cina il Governo considera l’omosessualità «un segno esplicito della “decadenza borghese Occidentale». A questo si aggiunga che il Governo della Cina, ai genitori che richiedono di poter adottare un bimbo cinese, impone di essere uniti in matrimonio rigorosamente eterosessuale e proibisce la concessione dell’adozione di bimbi alle coppie LGBT. La legislazione della Repubblica Popolare Cinese definisce il matrimonio come unione unicamente tra un uomo e una donna e non riconosce alcuna legittimità alle coppie omosessuali [III sessione del V Congresso Nazionale del Popolo, 10 settembre 1980]. Molto restrittiva anche la legislazione sul cambio di sesso, che per legge non può avvenire prima dei vent’anni e dopo accurate perizie mediche che ne certifichino la assoluta necessità. Rarissimi quindi in Cina sono i cambi di sesso, mediante interventi chirurgici e relative cure ormonali. Detto questo, qualcuno pensa di poter dire al Governo della Cina: … chi sei tu, per giudicare dei gay e per impedire loro di realizzare il diritto al loro amore, ed a coronarlo con l’adozione di un bimbo, o col suo acquisto da un utero in affitto?

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Gli orientali in generale, i cinesi in particolare, non concepiscono neppure che l’autorità ed il principio di autorità possa essere scisso dalla autorevolezza di chi l’autorità la esercita. E qui sorge la seconda domanda: i Mago Merlino della Segreteria di Stato di Sua Santità, con buona pace delle veline pubblicate dai giornalisti della Pravda Pontificia, proprio mentre la struttura ecclesiastica si trova a vivere la sua più profonda crisi di autorevolezza a livello planetario, come pensano di trattare con chi sul principio di autorevolezza fonda invece ogni genere di rapporto sociale, politico ed economico?

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Il sistema cinese forma e pone ai propri vertici dei fuoriclasse quasi sempre formati sin da bambini in modo molto meticoloso e severo, per poter poi ricoprire certi ruoli. E nell’esercizio di certi ruoli, nella cultura cinese non si applica il bonario principio che errare humanum est, bensì l’opposto: in certi ruoli è impossibile sbagliare, specie quando un errore comprometterebbe — anche se ciò avvenisse in modo lieve — l’immagine della autorevolezza e l’onore del proprio Paese. Ciò per ribadire che parlando della Cina in ascesa il cui impianto socio-filosofico è di radice confuciana, quindi dell’Europa decadente il cui impianto socio-filosofico, seppure dalla stessa sprezzato e rinnegato, è di radice greco-romana e cristiana, noi poniamo a confronto due mondi e due società del tutto antitetiche, soprattutto per quanto riguarda il concetto stesso di uomo, società, diritto e diritti. Un solo esempio: nella cultura europea, non solo cristiana, ma anche in quella laica che risente di quella radice cristiana che pure rinnega, il perdono e la clemenza sono di fatto segni di civile superiorità; prova n’è il fatto che quasi in tutti i sistemi costituzionali e giuridici è previsto l’atto di clemenza da parte del Capo dello Stato per i condannati anche per gravi reati contro lo Stato stesso. Diversamente, nella cultura sociale e politica cinese, il perdono e la clemenza possono essere segno di inaudita debolezza che svigorirebbe in certe particolari situazioni l’autorità e l’autorevolezza dell’intero sistema sociale, politico e giuridico, in modo particolare per quelli che sono considerati i reati contro il Popolo e lo Stato. E, detto questo, non induca in inganno il modo in cui tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del Novecento fu modulata dal regime di Mao Zedong la sconfessione pubblica degli errori contro il Popolo e lo Stato, quindi la rieducazione di quelli che noi chiameremo “pentiti”. Tutto ciò avvenne infatti al solo scopo di poterli trasformare nei più attivi propagandisti del Regime Comunista, rinati dall’errore e quindi divenuti testimoni della verità. Un caso eclatante in tal senso? Quello dell’ultimo Imperatore della Cina Pu Yi, internato nel 1950 in un istituto di rieducazione per criminali di guerra, dal quale fu scarcerato nel 1959. Una volta rieducato e divenuto fedele e rispettoso al Regime Comunista, lavorò come funzionario addetto alla collezione e classificazione del materiale storico e come giardiniere del parco botanico di Pechino, fino alla sua morte avvenuta nel 1967 [cf. Pu Yi, Sono stato imperatore, a cura di Francesco Saba Sardi. Milano, Ed. italiana Bompiani, 1987].

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Passiamo ad un altro esempio esaustivo: si  pensi a quella che fu il 28 agosto del 2008 la inaugurazione delle olimpiadi a Pechino. Il mondo intero rimase sbalordito da quelle scenografie e dai movimenti sincronizzati di migliaia di figuranti che dettero prova di che cosa sia quel genere di perfezione che non ammette errori. Ma soprattutto, dietro a quelle scenografie uniche e sino a oggi irripetibili per qualsiasi altro popolo del mondo, è racchiuso un elemento socio-culturale che costituisce un altro fondamento di quella cultura: i concetti di popolo, stato e nazione sono al di sopra del singolo. Nella società europea è invece l’individuo al di sopra di tutto, mentre in quella cinese, al di sopra di tutto, c’è il concetto e l’identità di popolo. E qui sorge la quarta domanda: una Chiesa Cattolica ridotta ad una vecchia fattrice che partorisce piccoli topolini, all’interno della quale la qualità ed il talento sono penalizzati con ferocia distruttiva, dove i mediocri giunti al potere ormai da un trentennio impongono delle categorie di autentici sotto-mediocri come propri collaboratori e poi successori — il tutto  sulla base del principio che dei polli che razzolano nel pollaio non possono certo circondarsi di aquile reali —, come può pensare di trattare con dei soggetti che sono stati selezionati, cresciuti e formati per essere invece degli autentici fuoriclasse di elevato talento? Quando i cinesi si mettono in gioco, ma soprattutto, quando a qualsiasi titolo è in gioco la dignità e l’onore del loro Paese, devono solo e di rigore eccellere; e riescono sempre ad eccellere in tutto, figli come sono di una cultura che mai, ed in particolare in certe posizioni e ruoli, non ammette errori e meno che mai forme di mediocrità.

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Un esempio per ancor meglio chiarire: una volta un sacerdote cinese della Chiesa clandestina giunto da pochi giorni a Roma, dopo che avevo tentato di rivolgermi a lui salutandolo in inglese, poi in francese, mentre io mi domandavo dentro di me quale lingua egli parlasse oltre al cinese, questi mi si rivolse così: «Veneràbilis Fràter, gràtias et pàx tibi. Ego sum sacèrdos Sìnicus. Non loquor itàlico sermone. Tàmen, sènex epìscopus sìnicus, qui loquitur làtino sermone, me  latìnum docuit» [Venerabile Fratello, grazia e pace a te. Io sono un sacerdote cinese. Non parlo l’italiano. Però, gli anziani vescovi cinesi che parlano la lingua latina, mi hanno insegnato a parlare il latino]. Detto questo non voglio essere irriverente, ma sarei tentato di invitare chicchessia a entrare nell’aula della Conferenza Episcopale Italiana, quindi a rivolgersi in latino ad un po’ di vescovi a caso, soprattutto a quelli di ultima generazione che si atteggiano a intellettuali sopraffini, per poi vedere che cosa accade, ma soprattutto per appurare che cosa capiscono …

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Chiarito il concetto di non erranza che vige a certi livelli sociali e istituzionali nella cultura cinese, possiamo aggiungere infine un’ultima domanda, rivolta sia ai Mago Merlino della Segreteria di Stato di Sua Santità sia ai velinari che pubblicano amenità, vale a dire la seguente: la Segreteria di Stato di Sua Santità, nella quale assieme agli incapaci brulicano persone che se sbagliano rimangono impunite ai loro posti, oppure peggio, se sbagliano non ammetterebbero mai il loro errore, specie se il loro grado gerarchico è particolarmente alto, costasse pure punire degli innocenti pur di difendere i colpevoli di gravi danni … ebbene, come possono pensare che si possa trattare con persone che a certi livelli pubblici e istituzionali non ammettono errore, sino a considerarlo un danno imperdonabile e un immane disonore, posto che nella cultura socio-politica cinese non prevale la difesa del singolo, ma la massima tutela dell’onore del corpo istituzionale unitario?

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Nell’attuale momento storico, la Chiesa non ha né la forza né i diplomatici idonei per poter interloquire col Governo della Cina, per dialogare col quale occorrerebbero figure di ecclesiastici in grado anzitutto di colpirli con la loro grande autorità e soprattutto con la loro grande autorevolezza. E noi oggi, mentre vaghiamo da uno scandalo grottesco all’altro, personaggi simili, da dove pensiamo di tirarli fuori?

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IMMAGINE PUBBLICA, CONCETTO DI FORMA E SOSTANZA NELLA CULTURA CINESE

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… questo è un ministro del governo del Capo della Chiesa Cattolica – perché tale sul piano politico è considerato un cardinale da qualsiasi autorità governativa internazionale – impegnato a illustrare le lavatrici e gli stendi-biancheria al Romano Pontefice, il tutto sotto le vigili riprese di un cameraman, a chiara prova, semmai ve ne fosse bisogno, che questa scenetta non s’intendeva affatto lasciarla nella sfera privata, ma renderla proprio pubblica …

Giacché viviamo nel mondo della immagine, proviamo allora a dare due immagini del tutto diverse, anche se oggi molti, troppi, non vogliono accettare l’idea che la forma, a suo modo, concorre a fare la sostanza, o perlomeno a metterla nella giusta luce. Omettendo volutamente di indicare la persona ed anche l’anno, cosicché neppure attraverso la data si risalga al personaggio, ricordo, anni fa, un documentario di approfondimento nel quale era ripresa una assemblea plenaria presso le Nazioni Unite. Con sgomento notai il rappresentate della Santa Sede, che presso il Palazzo di Vetro ha un seggio come osservatore permanente. Il rappresentante della Santa Sede era vestito con uno sciatto clergyman che lasciava trasparire il lucido sdrucito dalla televisione, con i capelli mal pettinati, della forfora bianca visibile sulle spalle dalle inquadrature in primo piano, ed un’aria alquanto goffa. Poco dopo fu inquadrato — non so se per caso o apposta — il rappresentante della Repubblica Popolare Cinese accompagnato da due collaboratori. Tutti e tre con un portamento da autentici prìncipi delle loro più antiche dinastie storiche, vestiti d’alta sartoria, pettinati, rasati e tirati a lucido meglio e forse più di tre attori di Hollywood durante la grande notte degli Oscar. Dinanzi al cinese, per il quale forma e sostanza sono inscindibili e che non concepisce neppure che in assenza di adeguata forma possa esservi alcuna sostanza, quale impressione poteva fare, quello sciatto soggetto che rappresentava la Santa Sede all’O.N.U? Poi, se detto questo precisiamo che all’epoca del fatto testé narrato, tutto sommato non ce la passavamo ancòra male come oggi, penso che sia detto tutto, o perlomeno si è detto tutto quello che si doveva dire. Specie considerando che oggi, una delegazione cinese che giungesse col proprio stile ufficiale presso la Città del Vaticano, entrando od uscendo dalle mura leonine potrebbe incrociare il Cardinal barista che esce col termos, un sacchetto di plastica, le maniche della camicia tirate sopra i gomiti, per portare il caffè serale ai barboni sotto il Colonnato di Bernini.

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… questo è invece un ministro del Governo della Repubblica Popolare Cinese, S.E. Wang Yi, titolare del dicastero degli affari esteri dal 2013 al 2018, oggi Consigliere di Stato, pare discenda dalla dinastia dell’ultimo Imperatore della Cina. Si prega notare se in una occasione pubblica ufficiale, tra “una lavatrice ed uno stenditoio”, ha un solo capello fuori posto …

Senza rispetto per la figura e l’età, i giornalisti della Pravda Pontificia hanno instillato veleno sul Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, che oltre a esser cinese, dopo esser stato Arcivescovo di Hong Kong, a ottantasei anni si presume conosca la Cina più di certi velinari e lor padroncini. Eppure su di lui abbiamo letto critiche velate che l’hanno dipinto come un senile testardo. Nessuno ha messo a fuoco che questo Cardinale che si dichiara nemico di un governo ateo, dai membri di quel governo comunista è riconosciuto come una autentica autorità. Perché questa è un’altra caratteristica della socio-psicologia cinese: riconoscere il profondo valore del nemico. E il Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun è un nemico rispettato e profondamente onorato da quel governo ateo-comunista col quale egli, inutilmente, ha ribadito che la Santa Sede non doveva trattare, o che perlomeno non avrebbe dovuto trattare in fretta ed a tutti i costi, perché quelli della grande Cina sono sempre e di prassi tempi molto lenti.

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IL GOVERNO CINESE HA TUTTE LE STORICHE RAGIONI PER TEMERE IL CATTOLICESIMO

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Roma 2009 – ricordi fraterni …

Veniamo al cuore del problema: noi che presumiamo di trattar coi cinesi e di stilare accordi con loro, non conosciamo né la cultura cinese né la Cina, mentre i cinesi degli alti vertici governativi, selezionati sin da bimbi, cresciuti e formati per diventare delle aquile reali, non dei polli, conoscono invece noi; assieme a noi conoscono il Cristianesimo, più di quanto si possa immaginare.

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Anzitutto, nel Cattolicesimo, diversamente dalle varie altre comunità cristiane facenti capo al Movimento Protestante, che come sappiamo non è un fenomeno unitario, altrettanto vale per l’Islam, il Governo Comunista cinese vede una forza che dipende da una potenza straniera; cosa questa inaccettabile per un impianto socio-culturale e politico come quello cinese. E partendo da questa paura, proviamo adesso ad analizzare la comprensibile e fondamentale paura che il Governo della Cina ha del Cristianesimo, ma soprattutto del Cattolicesimo, perché se vogliamo fare una analisi seria e imparziale, dobbiamo ammettere che si tratta di una paura del tutto comprensibile e soprattutto storicamente fondata. Nella storia, il Cristianesimo, ha creato un effetto aggregante che ha prodotto però successivamente un effetto disgregante, in molti casi assorbente. Caso più eclatante della storia è la caduta dell’Impero Romano. Nel morente Impero, a partire dall’epoca costantiniana, il Cristianesimo è divenuto elemento di aggregazione e di unità, senza però impedire, come forse pensava l’Imperatore Costantino, la disgregazione dell’Impero, anzi sotto certi aspetti favorendola. Sicché, il potere politico che cercò di rinsaldarsi usando come elemento di unità ed unificazione il Cristianesimo, credendo di poter in tal senso ed a tal fine assorbire il Cristianesimo, è stato invece assorbito dal Cristianesimo, che è sopravvissuto all’impero mantenendo al proprio interno tradizioni, usi e costumi romani totalmente cristianizzati. Se poi dall’antichità vogliamo passare alla modernità, basti citare il caso della Polonia d’inizi anni Settanta del Novecento, nella quale il Cristianesimo, a livello aggregativo, ha costituito non solo un fronte contro il regime comunista, ma tramite effetto domino ha originato il suo successivo sgretolamento in tutti i Paesi dell’ex blocco sovietico.

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Quando si parla del Cattolicesimo in Cina, si menzionano subito, solo e quasi sempre i Gesuiti, che vi giunsero alla metà del Cinquecento. Purtroppo si tratta però di un grossolano errore storico, perché i primi a portare il Vangelo in Cina furono attorno al 1246 i Frati Francescani, due secoli e mezzo prima della nascita della Compagnia di Gesù di Sant’Ignazio di Loyola. Tanto che, quando dopo il 1260 i Fratelli Polo giunsero come mercanti e furono infine ricevuti a corte dal Gran Khan, che si trovava nella odierna Pechino, si sentirono chiedere dal sovrano «notizie sul Pontefice Romano e sulle condizioni della Chiesa Romana e delle usanze dei latini». Figura determinante fu alcuni decenni dopo quella del Francescano Giovanni da Montercorvino, che riuscì a conquistare la fiducia del Gran Khan e ad iniziare una vera e propria evangelizzazione. Fu così che il Sommo Pontefice Clemente V rispose alle richieste di Frate Giovanni, che chiedeva di poter organizzare delle circoscrizioni ecclesiastiche, inviando in Cina un altro gruppo di Frati Francescani, assieme a sette vescovi. Il gruppo di vescovi e religiosi giunse in Cina attorno al 1310, dopo diversi anni di viaggio. I vescovi avevano ricevuto ordine dal Sommo Pontefice di procedere alla consacrazione episcopale di Frate Giovanni, che fu il primo vescovo consacrato in Cina ed il primo Arcivescovo di Pechino [cf. AA.VV. I Francescani in Cina. 800 anni di storia. Ed. Porziuncola, 2001, un estratto è disponibile QUI]. Insomma … con buona pace della venerata memoria del gesuita Matteo Ricci [Macerata 1552 – Pechino 1610], i gesuiti sono giunti oltre due secoli e mezzo dopo. E volendo — sempre per essere storicamente onesti — possiamo dire che giunsero non ultimo per fare anche danni, oltre all’indubbio bene da essi operato. E passando con un salto di secoli alla modernità, non possiamo certo omettere di ricordare che il principale sviluppo del Cattolicesimo in Cina tra fine Settecento e inizi Ottocento, è sì dovuto anche ai Gesuiti, ma bisogna precisare che i missionari gesuiti giunsero al seguito dei francesi e tutti loro, per la maggiore, erano di nazionalità francese. La Francia, in Cina, aveva infatti numerosi consolati per motivi di carattere prevalentemente economico; ed attorno a questi consolati sorsero le comunità e le attività dei Gesuiti francesi. Potendo poi disporre per le proprie attività di notevoli risorse economiche, nel 1903 aprirono l’Università Aurora, nella attuale Shanghai, che cessò di essere un ateneo cattolico nel 1953. In seguito fu aperta nel 1905 l’Università Fudan e nel 1926 la prestigiosa Università Fu Jen di Pechino, oggi con sede a Taiwan. Scopo di queste istituzioni, in particolare dell’Università di Pechino, era di formare le future classi dirigenti della Cina, il tutto in epoche nelle quali i Gesuiti non mostravano ancòra alcun sintomo di desiderare «una Chiesa povera per i poveri».

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Già in precedenza i Gesuiti, dai missionari Francescani e Domenicani erano stati accusati di lassismo, di ricerca del potere e del prestigio, ma soprattutto di favorire l’idolatria ed il cosiddetto Culto degli Antenati. I Gesuiti provarono a giustificarsi replicando che per loro, le offerte poste davanti alle Tavolette degli Antenati, non avevano alcuna valenza rituale religiosa. Affatto persuaso dalle loro giustificazioni, nel 1645 il Sommo Pontefice Innocenzo X — a dir poco inconsapevole con chi avesse a che fare e quindi cosa avrebbe prodotto — condannò queste usanze come incompatibili col Cristianesimo. L’Imperatore si sentì oltraggiato da siffatta intromissione imperiosa negli affari cinesi, mentre prendeva così vita la “disputa sui riti”.

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Nel 1704 il Sommo Pontefice Clemente XI rincarò la dose emanando un decreto di condanna sulla pratica dei riti confuciani ed il Culto degli Antenati, inviando un legato pontificio affinché vigilasse sulla sua applicazione. L’Imperatore, già perplesso per le lotte e le rivalità tra i membri dei vari Ordini Religiosi presenti sul suo territorio, si sentì profondamente offeso per il decreto pontificio ed il modo in cui era stata stabilita la vigilanza sulla sua applicazione, il tutto seguìto un decennio dopo dalla Bolla Ex illa Die del 1715 nella quale si imponeva ai missionari il giuramento di rinuncia alla diffusione e alla pratica di certi riti superstiziosi. L’Imperatore replicò attraverso i propri ambasciatori: «Che cosa direbbe il Pontefice di Roma, se l’Imperatore della Cina si permettesse di giudicare e di riformare le cerimonie della Sede Apostolica?». E nel 1717 proibì nell’Impero il proselitismo cristiano e la predicazione del Vangelo. È presto detto: se da una parte, tra i membri della Compagnia di Gesù missionari in Cina, c’era una casta di Gesuiti che si comportavano come mandarini e che ricoprivano anche pubblici ruoli politico-amministrativi, dall’altra c’erano missionari Domenicani che, affetti per altro verso da miopia non meno grave, anzi forse persino peggiore, pensavano di poter scatenare dispute teologiche e di poter lanciare accuse di eresia, proprio come se si trovassero in qualche Paese cosiddetto cattolico dell’Europa dell’epoca. E, ben presto, il grave danno fu, producendo effetti non facilmente riparabili fino ai giorni nostri …

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Detto questo bisogna chiarire, sempre per dovere storico e politico, che fu in seguito all’opera dei Gesuiti giunti appresso ai francesi, che cominciò a prendere forma l’idea che il Cattolicesimo era la longa manus di una potenza straniera. E bisogna altresì ricordare che i primi ad accusare i preti stranieri, ed in particolare proprio i Gesuiti, furono i preti cinesi, non ultimo per il fatto che più volte, i missionari della Compagnia di Gesù che gestivano numerosi vicariati apostolici, fecero ostruzionismo a Roma per la nomina di vescovi locali, quindi per l’erezione canonica delle diocesi, affermando che non si trattava di soggetti idonei, mentre la verità era ch’essi non volevano perdere la loro giurisdizione su questi vicariati, come invece sarebbe avvenuto se fosse stata eretta una diocesi e nominato un vescovo, ed in particolare se il vescovo fosse stato un presbìtero del luogo. Inutile dire che situazioni simili, negli stessi anni, od a pochi decenni di distanza a seguire, sempre per opera dei Gesuiti, presero vita nei territori di evangelizzazione dell’attuale Continente latino-americano, con altrettanti missionari Domenicani e Francescani che a un polo opposto della terra, ma allo stesso identico modo, accusavano i Gesuiti di operare commistioni tra i vecchi riti del luogo ed il Cristianesimo, il cosiddetto sincretismo religioso.

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Quando esplose la Grande Rivoluzione Culturale che portò poi al potere Mao Zedong, la ragione per procedere, nell’ipotesi migliore, alla espulsione di tutti i missionari stranieri dalla Cina, era quindi già bella e confezionata da circa due o tre secoli: i missionari ed i preti stranieri erano gli emissari ed i servi del potere borghese, capitalista ed imperialista dell’Occidente. A quel punto, i missionari che ebbero la meglio, ripararono a Hong Kong e nelle Filippine, altri, compresi soprattutto coloro che non intendevano abbandonare i fedeli senza sacerdoti e assistenza pastorale e sacramentale, finirono invece nelle prigioni, dove nello spazio di pochi metri erano stipate numerose persone, tanto che per poter dormire un po’ la notte era necessario fare dei turni e distendersi un po’ ciascuno. Le sofferenze di questi missionari furono terribili, perché, a quanto ci è dato sapere, nessuno di loro accettò di essere sottoposto a programmi di rieducazione per divenire dei devoti fedeli al Regime Maoista. Programmi che furono invece accettati da diversi preti cinesi, incarcerati con l’accusa di avere servito potenze straniere. A tal proposito si noti però che nell’accettazione dei programmi di rieducazione alla fedeltà verso il regime, i preti cinesi furono indotti non dal desiderio di salvare se stessi e la propria vita, ma quella dei loro familiari. Infatti, i membri del clero secolare e regolare che si trovavano missionari in Cina durante gli sconvolgimenti della Grande Rivoluzione Culturale, i propri familiari li avevano nei vari Paesi dell’Occidente, mentre i preti cinesi incarcerati, prima di essere uccisi, avrebbero dovuto assistere all’uccisione dei loro genitori, fratelli, sorelle e nipoti, poi sarebbero stati infine giustiziati loro.

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Sotto il Governo di Mao Zedong, è approvata nel 1954 la nuova Costituzione della Repubblica Popolare Cinese nella quale è stabilito il controllo del Partito Comunista su qualsiasi genere di attività organizzata. Prevedendo ciò che questo avrebbe comportato, il Sommo Pontefice Pio XII pubblicò poco dopo l’enciclica Ad Sinarum Gentes, condannando la creazione di una Chiesa Cattolica divisa da Roma. Per inciso: il testo di questa enciclica, che è un autentico capolavoro di pastorale ed al tempo stesso di diplomazia, dovrebbero leggerlo, ma leggerlo proprio in ginocchio, sia gli odierni velinari della Pravda Pontificia, sia i loro padroncini della Segreteria di Stato che li istruiscono nella pubblicazione delle loro perle di saggezza [vedere testo dell’enciclica, QUI] …

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… la risposta fu che l’anno successivo, una delle più grandi diocesi del Paese, quella di Shanghai, governata dall’Arcivescovo Ignazio Kung Pin Mei, fu in breve devastata. Alla fine del 1954 i missionari stranieri ancora presenti sul territorio, inclusi due vescovi, risultavano appena sedici, tra di essi quattordici in prigione. Nel 1957 furono chiuse le ultime istituzioni religiose cattoliche e creata dal Regime Comunista la Chiesa Patriottica distaccata da Roma totalmente sottomessa allo Stato. Paradigma di questa persecuzione fu la tragica sorte inflitta ai Monaci della Certosa di Nostra Signora della Consolazione, nel distretto di Pechino, situata a circa 180 chilometri dalla Capitale. La certosa fu assaltata più volte da bande comuniste negli anni Quaranta del Novecento ed infine data alle fiamme nel 1957. I monaci furono catturati, legati mani e piedi con fili di ferro e obbligati a compiere marce forzate sotto le temperature invernali. Gran parte di loro perse la vita durante questi tragitti forzati, mentre i pochi sopravvissuti, dopo essere stati sottoposti alla gran farsa dei cosiddetti processi popolari maoisti, messi a morte per essersi rifiutati di abiurare ed essere sottoposti a processi di rieducazione [cf. James T. Myers, Nemici senza fucile – La Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese, cit. pagg. 31 e ss. testo leggibile QUI].

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Bisogna poi notare che a livello mondiale, una Chiesa Cattolica Patriottica, ha preso vita solamente in Cina; in varie altre parti del mondo, diversi regimi, hanno tentato di compiere analoghe operazioni, ma senza mai riuscirvi. Perché ciò è stato invece possibile in Cina? Ciò è stato possibile in virtù della forte avversione che i cinesi hanno a livello socio-culturale verso gli stranieri. Ciò non vuol dire che il cinese non sia ospitale, tutt’altro! Il cinese ha un senso molto profondo dell’ospitalità e dell’accoglienza dello straniero, ed è anche ben disposto e lieto, di collaborare con lo straniero, purché esso rispetti profondamente la antica e nobile cultura cinese e non osi tentare d’inserire all’interno della sua società elementi ad essa del tutto estranei. Ovviamente, questo creò da sùbito enormi problemi per la evangelizzazione. Alcuni dicono però, in toni più o meno trionfali, che «ad avere successo furono solo i Gesuiti». Sempre per essere onesti bisogna replicare che se per successo dei Gesuiti, s’intende il sincretismo religioso, o la filosofia confuciana miscelata alla filosofia cristiana e viceversa, in tal caso, stiamo allora parlando del più grande insuccesso nel quale possa cadere qualsiasi opera missionaria di evangelizzazione, sempre con buona pace della venerata memoria di Matteo Ricci.

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IL COMUNISMO CINESE NON SI ANALIZZA CON CRITERI OCCIDENTALI

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Roma, 2009 – fraterni ricordi …

La Cina Comunista non può essere capita se applichiamo al Comunismo cinese categorie occidentali. Bisogna allora chiarire un elemento fondamentale: il Comunismo della Cina è cosa a sé, trattandosi di un Comunismo cinesizzato inserito in una cultura che non nasce da radici greco-romano-cristiane ma da radici confuciane. Quello Sovietico e quello Cinese hanno come comune base solo il colore rosso delle bandiere comuniste. Un esempio esauriente: la Chiesa Cattolica fu duramente perseguitata nell’Unione Sovietica, sempre sulla base del principio ch’essa faceva capo a una potenza straniera. Meno perseguitata fu la Chiesa Ortodossa di Russia, seppure anch’essa sottoposta a persecuzioni e restrizioni. Detto questo basti ricordare — sempre per tracciare la differenza che corre tra questi due diversi Comunismi —, che poco dopo la caduta del Regime Sovietico fu scoperto che, quasi tutti i membri del Partito Comunista, a partire da quelli di più alto rango, erano battezzati, avevano fatto battezzare i figli ed in segreto avevano celebrato il matrimonio religioso. E per il battesimo dei loro figli, gli alti dirigenti del Soviet non s’erano neppure accontentati di un Pope, li avevano fatti battezzare da qualche Metropolita, se non direttamente, ai livelli davvero più alti, personalmente da Sua Beatitudine il Patriarca di Mosca.

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Detto questo, credo non vi sia altro da aggiungere per quanto riguarda la sostanziale differenza che corre tra un Regime Comunista nato dalla Rivoluzione d’Ottobre nella Grande Russia Cristiana, ed il Regime Comunista nato dalla Grande Rivoluzione Culturale nella antica e nobile Cina confuciana.

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In Cina il Comunismo, seppur oggi del tutto trasformato, rimane saldo come sistema di governo; e per paradossale possa apparire, specie se affermato da me, dovremmo pure auspicarci che questo sistema di governo regga il più a lungo possibile, trasformandosi in modo molto lento e graduale. Semplice il motivo di questo auspicio: in Cina esistono centinaia di etnie diverse che nutrono forme di odio atavico le une verso le altre. Il Regime Comunista costituisce deterrente e soprattutto freno allo scoppio di feroci lotte e guerre intestine. A livello di comparazione potremmo usare la ex Jugoslavia, nella quale erano presenti diverse etnie animate da feroce odio le une verso le altre, ma tenute a bada dal regime di Josif Broz, detto Maresciallo Tito. Abbiamo poi visto che cosa di brutale è accaduto nel cuore dell’Europa, al tramonto di questo regime; le mattanze che in quegli anni furono consumate, erano talmente violente che la stampa internazionale riportava e descriveva i fatti, ma evitava di pubblicare le fotografie che ritraevano morti avvenute con una violenza inaudita. Qualcuno riesce forse a immaginare, o peggio ad auspicare, semmai in nome dei princìpi occidentali di democrazia — come se il feticcio della decadente democrazia occidentale fosse sempre applicabile ovunque ed a tutte le culture —, un caso Jugoslavia moltiplicato alla potenza di mille?

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DA UN “ACCORDO FANTASMA” AL PROBLEMA DEI MARTIRI E DEI PERSEGUITATI

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un dipinto inviato a Roma da Pechino da un presbìtero cinese al Padre Ariel S. Levi di Gualdo nel giorno della sua sacra ordinazione sacerdotale

Al contrario dei velinari della Pravda Pontificia e dei tuttologi che imperversano dalla carta stampata alla rete telematica, io non ho risposte da dare ma solo quesiti da porre. Partiamo dal primo: in un momento nel quale il Governo Comunista della Cina ha irrigidito le restrizioni verso i cattolici, sino a impedire l’accesso alle chiese ai minori di diciotto anni [cf. servizio QUI], ed in un momento nel quale la Chiesa Cattolica, a livello planetario, versa in stato di decadenza e profonda crisi di credibilità, come si è potuti giungere a un accordo? Anche perché sino a oggi, di questo “accordo fantasma”, a parte commenti e successivi discorsi di garanzia, non si conoscono però i contenuti, si sono solo seguite sui giornali notizie vaghe. Come dare quindi torto al Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun che lamenta: «Il comunicato, tanto atteso, della Santa Sede è un capolavoro di creatività nel dire niente con tante parole»? [cf. servizio, QUI]. Noi non sappiamo infatti che cosa pensa il Governo cinese di questo accordo, né sappiamo che cosa ne pensa la cosiddetta Chiesa patriottica, meno che mai che cosa ne pensa la Chiesa clandestina da sempre fedele a Roma a prezzo di sangue.

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Tutto ciò che noi al momento sappiamo è che c’è stato un accordo con il Governo della Cina di cui non si conoscono i contenuti. In pratica come se nel 1929, per porre fine alla Questione Romana, fossero stati firmati i Patti Lateranensi tra la Santa Sede e l’allora Regno d’Italia, senza che però nessuno conoscesse i contenuti di quei patti, le modalità della loro applicazione e quindi tutti gli impegni e le possibili conseguenze per i due contraenti che li avevano sottoscritti. Ma soprattutto: quanti sono stati i vescovi della Chiesa patriottica legittimati dopo questo accordo? Quanti sono rimasti esclusi invece dalla legittimazione, ad esempio per gravi motivi, a partire da quei vescovi che hanno amanti e figli? O forse, per non irritare il Regime Comunista, saranno legittimati anche loro, semmai prima ancòra degli altri? E quelli che fossero nel caso esclusi dalla legittimazione, lo saranno perché, ma soprattutto per volontà di chi? Come funzionerà, dopo questo “accordo fantasma” il meccanismo della nomina dei vescovi? Qualcuno pensa davvero che il Governo della Cina, dopo questo “accordo fantasma”, concederà libertà ai vescovi per l’esercizio del loro sacro ministero ed altrettanta libertà ai fedeli? Per caso, dopo questo «storico accordo» di «portata epocale», come lo hanno definito certi velinari della Pradva Pontificia, è stato per caso revocato dal Governo il divieto di accesso nelle chiese ai minori di diciotto anni, con tanto di proibizione e svolgere qualsiasi attività pastorale con i giovani? Ma soprattutto: era mai accaduto, nella bi-millenaria storia della Chiesa, che qualcuno facesse accordi con i persecutori mentre le persecuzioni erano in corso? Risulta per caso a qualcuno che il Pontefice Marcellino [296-304], quando l’Imperatore Diocleziano scatenò l’ultima grande persecuzione verso i cristiani, corse ad accordarsi con lui? Le cose non andarono in tal senso, stando alle cronache che narrano il martirio di Marcellino, avvenuto il 25 ottobre dell’anno 304, per decapitazione, eseguita su ordine dell’Imperatore Diocleziano. Il suo successore, il Pontefice Marcello I, dovette affrontare la questione dei cosiddetti lapsi, coloro che durante la persecuzione rinnegarono la fede in Cristo e che chiesero di essere riammessi alla Chiesa. Marcello I pretese per la loro ammissione un percorso di penitenza, che non tutti però accettarono, al punto che fu lui, alla fine, ad essere condannato all’esilio, come apprendiamo dalla epigrafe redatta dal Pontefice Damaso I per la sua tomba:

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«Pastore vero, perché manifestò ai lapsi l’obbligo che essi avevano di espiare il loro rinnegamento con le lacrime della penitenza, fu considerato da quei miserabili come un terribile nemico. Di qui il furore, l’odio, la discordia, la sedizione e la morte. A causa del delitto di uno che anche durante la pace rinnegò Cristo, Marcello fu deportato, vittima della crudeltà di un tiranno».

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Io non sono un velinaro e tanto meno un tuttologo, quindi non ho risposte da dare, perché a profondersi in risposte e spiegazioni su ciò che non si conosce, possono provvedere solo i velinari della Pravda Pontificia; ma sono risposte basate di fatto sul niente. Dio non voglia che qualcuno, pur di porsi una medaglietta di latta sul petto nella Roma decadente, abbia giocato in modo maldestro coi fedeli perseguitati e coi vescovi che hanno trascorso gran parte della propria vita in carcere od ai lavori forzati; perché sono dei martiri ai quali non si possono dire quattro parole di circostanza, mentre loro, per una vita intera, hanno pagata la propria fedeltà a Roma ed al Papato.

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Comunque vediamo adesso se sulla base di un accordo reso fantasma dal fatto che non se ne conoscono i contenuti, si cercherà di tirarsi fuori da questo impiccio dicendo: quel che solo conta è l’unità. Senza spiegare però cosa questa unità molto soggettiva e molto poco corrispondente ai princìpi di unità contenuti nel Santo Vangelo ha comportato in prezzo da pagare, considerato che la merce acquistata non è chiara, ed è sconosciuto il prezzo per essa pagato, ma soprattutto quello da pagare nel vicino futuro. Dio non voglia che questo prezzo pagato per una medaglietta di latta sia stato pagato sulla pelle dei martiri e dei cattolici perseguitati della Cina, ai quali tra l’altro, se non si vorrà gravemente irritare la suscettibilità del Governo Comunista ed ateo, non si potrà neppure rivolgersi a loro chiamandoli “martiri” e “perseguitati”, perché sarebbe appunto gravemente offensivo verso i persecutori con i quali si è stilato un accordo mentre le persecuzioni sono sempre in corso.

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Nell’èra moderna, la Santa Sede ha firmato più accordi di intesa e reciproco riconoscimento con Paesi di cultura non solo, non cattolica, ma di cultura proprio non cristiana. Basti andare a vedere con quanti Paesi la Santa Sede ha relazioni diplomatiche. Dall’anno 2007 la Santa Sede ha relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti. La Santa Sede ha relazioni diplomatiche con la Turchia, Paese nel quale fu Nunzio Apostolico il futuro Giovanni XXIII; con l’Iran, l’Iraq, l’Egitto, la Tunisia, il Marocco, la Libia, l’Algeria. La Santa sede ha persino relazioni diplomatiche con il Turkmenistan, dove risiedono appena cinquecento cattolici. Ebbene, noi che non siamo menti sottili e specialisti in alta diplomazia come invece lo sono i migliori elementi della Segreteria di Stato di Sua Santità, ci domandiamo: posto che la Santa Sede ha relazioni diplomatiche anche con Paesi nei quali vige come legge dello Stato la Sharija e dove il proselitismo da parte di altre religioni è vietato e perseguito dalla legge, come si può dialogare, ma soprattutto stabilire accordi di qualsiasi genere essi siano se, il primo passo, non è quello del reciproco riconoscimento? Perché tutti i Paesi poc’anzi citati, riconoscono la Santa Sede come capo della Comunità Cattolica mondiale, al punto da avere stabilito con essa relazioni diplomatiche.

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Insomma: io posso dialogare, cosa che peraltro ho fatto anche spesso, con persone non solo non cattoliche, ma con persone non cristiane né legate ad alcun titolo ad alcuna radice culturale cristiana, purché però, questi miei interlocutori, riconoscano anzitutto il diritto alla mia esistenza.

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Detto questo mi domando e poi domando di conseguenza: come si può dialogare e stabilire accordi con chi a monte non riconosce il diritto alla tua esistenza, o che al limite, riconoscendo la tua esistenza, ti considera un pericolo da tenere quanto più e quanto meglio sotto controllo? Perché è con questo genere di persone che la Santa Sede, temo, abbia stabilito un “accordo fantasma”. Sono certo però che i velinari della Pravda Pontificia non esiteranno a chiarire anche questo non lieve dilemma, diamogli solo il tempo di ricevere una velina dai sacri palazzi, ed avremo delle chiarificatrici perle di saggezza, costasse pure spingersi oltre i confini della realtà, ma soprattutto oltre il sangue sparso dai martiri e dai perseguitati, posto che in Cina, le persecuzioni verso i cattolici fedeli a Roma, sono tutt’altro che terminate. E non poniamoci neppure il dilemma, del tutto retorico, di quanto invece, Roma, di questi martiri perseguitati si sia dimostrata autentica e fedele madre …

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In postilla finale vi spiego perché io nutro profondo rispetto per il Governo Comunista della Cina, mentre invece non nutro alcun rispetto per certe Madame che popolano e devastano la Santa Sede, quelle, per intendersi, che i velinari della Pravda Pontificia non vedono, insensibili come sono alle persecuzioni della Chiesa e del clero che veramente soffre. Ebbene, i Comunisti della Cina, non solo hanno un’antica e nobile dignità, ma nobilitano anche i perseguitati ed i martiri. Sicché per me sarebbe un vero onore, essere perseguitato come prete da dei persecutori così altamente onorevoli e nobili, finire nelle loro patrie galere se non peggio ancòra; e tra le due parti, persino nella ferocia, ci sarebbe un mutuo rispetto reciproco tra persecutore e perseguitato. Quale rispetto dovrei invece nutrire, per quei due o tre monsignorini finocchi protetti da qualche cardinale sodomita, che sentendosi dinanzi a me scoperti, ti perseguitano per tutta la vita con una vera e propria ferocia da isteria mestruale? Spero che qualche velinaro della Pravda Pontificia riferisca il tutto agli amici della Segreteria di Stato — che pure mi leggono da sempre con attenzione — e soprattutto all’Augusto Inquilino della Domus Sancthae Marthae, la cui sensibilità ed alto senso della giustizia, pare esaurirsi tutto quanto con i gelati mandati in omaggio ai poveri ed ai migranti di Roma, inclusi i presunti profughi, peraltro fuggiti seduta stante appena giunti al centro di accoglienza della Conferenza Episcopale Italiana a Rocca di Papa [cf. cronaca, QUI, QUI, QUI]. Il tutto, ovviamente, corredato di ampi servizi fotografici e giornalistici, affinché la carità faccia rumore e notizia, oltre che provocazione politica verso l’attuale Governo della Repubblica Italiana [cf. cronaca, QUI].

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Quale santa invidia provo per i cinesi perseguitati perché fedeli alla Chiesa di Roma, mentre io, uscendo di casa per recarmi a fare spesa, rischio di ritrovarmi con un moccioso di dodici o tredici anni che vedendo passare una tonaca nera ti strilla alle spalle due bestemmie contro la Vergine Maria! Nelle province di Pechino non ti strillano dietro, semmai ti arrestano alle due di notte mentre celebri furtivamente la Santa Messa per un gruppo di fedeli. E ciò è molto più dignitoso, sia per chi arresta sia per chi è arrestato. Anche per questo la Cina è una grande potenza, mentre l’Europa, che ormai è la madre del tutto è lecito e concesso al di là del bene e del male, è solo un povero Continente alla totale disfatta politica, sociale, culturale, morale e religiosa [cf. QUI, QUI, QUI ecc ..].

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Dio benedica la Grande Cina ed il suo nobile Popolo !

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dall’Isola di Patmos, 29 settembre 2018

Festa dei Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele

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Lettera dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò: «So in chi ho creduto»

28 Settembre 2018/in Attualità/da Redazione

LETTERA DELL’ARCIVESCOVO CARLO MARIA VIGANÒ: «SO IN CHI HO CREDUTO»

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Né il Papa, né alcuno dei cardinali a Roma hanno negato i fatti che io ho affermato nella mia testimonianza. Il detto Qui tacet consentit si applica sicuramente in questo caso, perché se volessero negare la mia testimonianza, non hanno che farlo, e fornire i documenti in supporto della loro negazione. Come è possibile non concludere che la ragione per cui non forniscono i documenti è perché essi sanno che i documenti confermerebbero la mia testimonianza?

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Carlo Maria Viganò
Arcivescovo tit. di Ulpiana
Nunzio Apostolico

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Scio Cui credidi – So in Chi ho creduto [II Tim. 1, 12]

All’inizio di questo mio scritto desidero innanzitutto ringraziare e rendere gloria a Dio Padre per ogni situazione e prova che ha disposto e che vorrà disporre per me durante la mia vita. Come ogni battezzato, come sacerdote e vescovo della santa Chiesa, sposa di Cristo, sono chiamato a rendere testimonianza alla verità. Per il dono dello Spirito che mi sostiene con gioia nella strada che sono chiamato a percorrere, intendo farlo fino alla fine dei miei giorni. Il nostro unico Signore ha rivolto anche a me l’invito: «Seguimi!», ed intendo seguirlo con l’aiuto della sua grazia fino alla fine dei miei giorni.

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«Finché avrò vita, canterò al Signore,

finché esisto, voglio inneggiare a Dio.

A Lui sia gradito il mio canto;

In Lui sarà la mia gioia».

[Sal. 103, 33-34]

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È trascorso ormai un mese da quando ho reso la mia testimonianza, unicamente per il bene della Chiesa, di quanto avvenuto nell’udienza con Papa Francesco il 23 giugno 2013 e al riguardo di certe questioni che mi è stato dato di conoscere negli incarichi che mi furono affidati in Segreteria di Stato e a Washington, con relazione a coloro che si sono resi responsabili di aver coperto i crimini commessi dal già Arcivescovo di quella Capitale.

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La decisione di rivelare quei fatti è stata per me la più sofferta e grave che abbia mai preso in tutta la mia vita. La presi dopo lunga riflessione e preghiera, durante mesi di profonda sofferenza e angoscia, in un crescendo di continue notizie di terribili eventi, con migliaia di vittime innocenti distrutte, di vocazioni e di giovani vite sacerdotali e religiose sconvolte. Il silenzio dei pastori che avrebbero potuto porvi rimedio, e prevenire nuove vittime, diventava sempre più insostenibile, un crimine devastante per la Chiesa. Ben consapevole delle enormi conseguenze che la mia testimonianza avrebbe potuto avere, perché quello che stavo per rivelare coinvolgeva lo stesso successore di Pietro, ciò nonostante scelsi di parlare per proteggere la Chiesa e dichiaro con chiara coscienza davanti a Dio che la mia testimonianza è vera. Cristo è morto per la Chiesa, e Pietro, Servus servorum Dei, è il primo chiamato a servire la sposa di Cristo.

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Certo, alcuni dei fatti che stavo per rivelare erano coperti dal secreto pontificio che avevo promesso di osservare e che ho fedelmente osservato fin dall’inizio del mio servizio alla Santa Sede. Ma la finalità del secreto, anche di quello pontificio, è di proteggere la Chiesa dai suoi nemici, non di coprire e diventare complici di crimini commessi da alcuni suoi membri. Io ero stato testimone, non per mia scelta, di fatti sconvolgenti, e come sta scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica [par. 2491], il sigillo del segreto non è vincolante quando la custodia del segreto dovesse causare danni molto gravi ed evitabili soltanto mediante la divulgazione della verità. Solo il sigillo del segreto sacramentale avrebbe potuto giustificare il mio silenzio.

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Né il Papa, né alcuno dei cardinali a Roma hanno negato i fatti che io ho affermato nella mia testimonianza. Il detto Qui tacet consentit si applica sicuramente in questo caso, perché se volessero negare la mia testimonianza, non hanno che farlo, e fornire i documenti in supporto della loro negazione. Come è possibile non concludere che la ragione per cui non forniscono i documenti è perché essi sanno che i documenti confermerebbero la mia testimonianza?

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Il centro della mia testimonianza è che almeno dal 23 giugno 2013 il Papa ha saputo da me quanto perverso e diabolico fosse McCarrick nei suoi intenti e nel suo agire, e invece di prendere nei suoi confronti quei provvedimenti che ogni buon pastore avrebbe preso, il Papa fece di McCarrick uno dei suoi principali agenti di governo della Chiesa, per gli Stati Uniti, la Curia e perfino per la Cina, come con grande sconcerto e preoccupazione per quella Chiesa martire stiamo vedendo in questi giorni.

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Ora, la risposta del Papa alla mia testimonianza è stata: «Io non dirò una parola!» Salvo poi, contraddicendo se stesso, paragonare il suo silenzio a quello di Gesù a Nazareth davanti a Pilato e paragonare me al grande accusatore, Satana, che semina scandalo e divisione nella Chiesa, ma senza mai pronunciare il mio nome. Se avesse detto: «Viganò ha mentito» avrebbe contestato la mia credibilità e cercato di accreditare la sua. Così facendo però avrebbe accresciuto la richiesta da parte del popolo di Dio e del mondo dei documenti necessari per determinare chi dei due avesse detto la verità. Egli ha invece posto in essere una sottile calunnia contro di me, calunnia da lui stesso tanto spesso condannata persino con la gravità di un assassinio. Per di più, lo ha fatto ripetutamente, nel contesto della celebrazione del sacramento più sacro, l’Eucaristia, in cui non si corre il rischio di essere contestati come davanti ai giornalisti. Quando ha parlato ai giornalisti, ha chiesto loro di esercitare la loro professione con maturità e di tirare le loro conclusioni. Ma come possono i giornalisti scoprire e conoscere la verità se quelli che sono direttamente implicati si rifiutano di rispondere ad ogni domanda o di rilasciare qualsiasi documento? La non volontà del Papa di rispondere alle mie accuse e la sua sordità agli appelli dei fedeli ad essere responsabile non è assolutamente compatibile con la sua richiesta di trasparenza e di essere costruttori di ponti e non di muri.

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Ma c’è di più: l’aver coperto McCarrick non sembra essere stato certamente un errore isolato da parte del Papa. Molti altri casi sono stati recentemente documentati dalla stampa, mostrando che Papa Francesco ha difeso preti omosessuali che hanno commesso gravi abusi sessuali contro minori o adulti. Incluso il suo ruolo nel caso del Padre Julio Grassi a Buenos Aires Ndr, QUI] l’aver reinstallato Padre Mauro Inzoli [Ndr. QUI], dopo che Papa Benedetto lo aveva rimosso dal ministero sacerdotale — fino al momento in cui è stato messo in carcere, e allora a questo punto Papa Francesco lo ha ridotto allo stato laicale —, e per aver fermato le indagini per accuse di abusi sessuali contro il Cardinale Cormac Murphy O’Connor.

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Nel frattempo, una delegazione della United States Conference of Catholic Bishops, guidata dal suo presidente, il Cardinale Di Nardo, è andata a Roma per chiedere un’indagine del Vaticano su McCarrick. Il Cardinale Di Nardo e gli altri prelati devono dire alla Chiesa in America e nel mondo: il Papa si è rifiutato di svolgere un’indagine in Vaticano sui crimini di McCarrick e dei responsabili di averli coperti? I fedeli hanno diritto di saperlo.

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Vorrei fare un appello speciale al Cardinale Marc Ouellet, perché con lui come nunzio ho sempre lavorato in grande sintonia e ho sempre avuto grande stima e affetto nei suoi confronti. Ricorderà quando, ormai terminata la mia missione a Washington, mi ricevette la sera nel suo appartamento a Roma per una lunga conversazione. All’inizio del pontificato di Papa Francesco aveva mantenuto la sua dignità, come aveva dimostrato con coraggio quando era Arcivescovo di Québec. Poi, invece, quando il suo lavoro come prefetto della Congregazione per i vescovi è stato virtualmente compromesso perché la presentazione per le nomine vescovili da due “amici” omosessuali del suo dicastero passava direttamente al Papa, bypassando il cardinale, ha ceduto. Un suo lungo articolo su L’Osservatore Romano, in cui si è schierato a favore degli aspetti più controversi dell’Amoris Laetitia, ha rappresentato la sua resa.

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Eminenza, prima che io partissi per Washington, lei mi parlò delle sanzioni di Papa Benedetto nei confronti di McCarrick. Lei ha a sua completa disposizione i documenti più importanti che incriminano McCarrick e molti in curia che li hanno coperti. Eminenza, le chiedo caldamente di voler rendere testimonianza alla verità!

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In fine, desidero incoraggiarvi, cari fedeli, fratelli e sorelle in Cristo: non scoraggiatevi mai! Fate vostro l’atto di fede e di completa fiducia in Cristo Gesù, nostro Salvatore, di San Paolo nella sua seconda Lettera a Timoteo, Scio Cui credidi, che ho scelto come mio motto episcopale. Questo è un tempo di penitenza, di conversione, di grazia, per preparare la Chiesa, sposa dell’Agnello, ad essere pronta e vincere con Maria la battaglia contro il drago infernale.

Scio Cui credidi [2 Tim. 1, 12]

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In Te, Gesù, mio unico Signore, ripongo tutta mia fiducia. «Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum» [Rom. 8, 28].

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Come ricordo per la mia ordinazione episcopale, conferitami da San Giovanni Paolo II il 26 aprile 1992, avevo scelto un’immaginetta presa da un mosaico della basilica di San Marco, a Venezia. Essa riproduce il miracolo della tempesta sedata. Mi aveva colpito il fatto che nella barca di Pietro, sballottata dalle acque, la figura di Gesù è riprodotta due volte. A prua Gesù dorme profondamente, mentre Pietro dietro di lui cerca di svegliarlo: «Maestro, non t’importa che moriamo?». Mentre gli apostoli, atterriti, guardano ciascuno in una direzione diversa e non si avvedono che Gesù è ritto in piedi dietro di loro, benedicente, ben al comando della barca. “Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: taci, calmati […] Poi disse loro: perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» [Mc. 4, 38-40].

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La scena è quanto mai attuale per ritrarre la tremenda bufera che sta attraversando in questo momento la Chiesa, ma con una differenza sostanziale: il successore di Pietro non solo non vede il Signore a poppa che ha sicuramente il pieno controllo della barca, ma nemmeno intende svegliare il Gesù dormiente a prua.

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Cristo è forse diventato invisibile al suo vicario? È tentato forse di improvvisarsi come sostituto del nostro unico Maestro e Signore? Il Signore è ben saldo al comando della barca!

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Cristo, Verità, possa essere sempre luce nel nostro cammino!

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29 settembre 2018

Festa di San Michele, Arcangelo

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+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo tit. di Ulpiana

Nunzio Apostolico

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Autore
Redazione dell’Isola di Patmos

Il Romano Pontefice potrebbe decidere di non rispondere né di smentire direttamente, potrebbe avere ragioni per agire in tal senso; ragioni che in tal caso rimarrebbero insindacabili. Sua Santità dispone però di una Segreteria di Stato e della sua Terza Sezione per il personale in servizio diplomatico, della Congregazione per i Vescovi e del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, infine di una Sala Stampa della Santa Sede. Non mancano gli organi ufficiali che potrebbero rispondere: «S.E. Mons. Carlo Maria Viganò mente e mentendo reca grave affronto al Pontefice regnante e scandalo al Popolo di Dio». In questo modo, con una semplice e breve frase, numerosi Vescovi, Sacerdoti e devoti Christi Fideles amareggiati e addolorati potrebbero essere finalmente rasserenati.

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dall’Isola di Patmos, 28 settembre 2018

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2018/09/vigan%C3%B2-piccola-e1538089617337.jpg?fit=150%2C146&ssl=1 146 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2018-09-28 02:48:452021-04-20 19:01:40Lettera dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò: «So in chi ho creduto»

La scomunica come rimedio all’eresia

24 Settembre 2018/1 Commento/in Attualità/da Padre Giovanni

— attualità ecclesiale —

LA SCOMUNICA COME RIMEDIO ALL’ERESIA  

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L’appartenere o non appartenere alla Chiesa, il restare o uscire dalla Chiesa non sono cose così semplici. Certo, possono esistere forme di separazione netta e totale, come la perdita della fede con l’apostasia. Ma solitamente esistono diversi gradi di separazione e quindi di scomunica. Bisogna anche vedere che idea uno si fa della Chiesa e dell’appartenenza alla Chiesa o della comunione ecclesiale. Uno può essere convinto di appartenere pienamente alla Chiesa e invece vi appartiene solo parzialmente, come per esempio i protestanti o i modernisti.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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foto Alinari 1950 – i Frati Domenicani, durante la Festa della Fiorita a Firenze, depongono un omaggio sul luogo dove fu impiccato e bruciato Girolamo Savonarola

San Paolo Apostolo ammonisce: «Se qualcuno vi predica un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema!» [Gal 1,9].

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In ogni comunità il presidente ha il potere e il dovere di proteggere con opportuni interventi correttivi o coercitivi la comunità da membri che le recano disturbo o ne mettono in pericolo il buon ordine e la pace. Questo principio di giustizia vale anche per la Chiesa, come recita il Codice di Diritto Canonico: «La Chiesa ha il diritto nativo e proprio di costringere con sanzioni penali i fedeli che hanno commesso delitti» [can. 1311].

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Sin dai primissimi tempi della Chiesa gli apostoli, riprendendo la tradizione della sinagoga, che espelleva gli indisciplinati, i facinorosi e gli apostati, esercitarono il potere giudiziario contro i delitti gravi, come testimonia l’episodio di Anania e Saffìra [cf. At 5, 1-11]. Così San Paolo espelle dalla comunità l’incestuoso [cf. I Cor 5,8]. Per condannare gli erranti, egli usa un termine greco: anàthema, corrispondente all’ebraico chèrem, che significa “maledetto” e quindi “scomunicato”. Così egli avverte: «Se qualcuno non ama il Signore, sia anàthema!» [I Cor 16,22]. E: «Se qualcuno vi predica un Vangelo diverso, sia anàthema» [Gal 1.8]. Gesù stesso più volte lancia maledizioni. E infatti, sin dai primi secoli i Concili dichiarano anàthema, ossia scomunicati coloro che sostengono gli errori condannati.

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San Tommaso d’Aquino spiega l’origine del concetto di anàthema e quindi di scomunica. Dice l’Aquinate: « anàthema è voce greca composta di anà, che significa ‘sopra’ e thesis, che significa ‘posizione’, così da chiamare ‘anàtema’ ‘ciò-che-è-posto-in-alto’, perché quando veniva catturato come preda qualcosa che non si voleva mettere in uso degli uomini, lo si sospendeva nel tempio, sicché è invalsa fino ad oggi l’abitudine che quelle cose che sono separate dall’uso comune degli uomini, venivano chiamate “anàtemi”, come vediamo nel Libro della Genesi: «Sia questa città anàtema [1] e sia votato al Signore tutto ciò che si trova in essa” [Gs 6,17]» [2].

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Da qui, nei Concili Ecumenici, l’usatissima formula anàthema sit, che apparirà per l’ultima volta nel Concilio Vaticano I, mentre è assente nel Concilio Vaticano II, il che chiaramente non vuol dire che il Concilio non condanni degli errori, sostenendo i quali si incorre nella scomunica. L’odierna scomunica è ciò che la Chiesa in passato ha chiamato anàtema, ossia maledizione: un verdetto di condanna di un errore o di un errante, pronunciato dall’autorità con l’irrogazione di una pena e l’espulsione o allontanamento del  dissidente o del criminale dalla comunità.

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“Maledire” in questo contesto biblico significa “dir-male”, ma non nel senso della maldicenza, bensì nel senso di dichiarare in giudizio che qualcuno ha sparlato o fatto del male e quindi merita di essere punito, merita un male di pena. In tal senso la Bibbia dice che Dio maledice i malvagi e Cristo al Giudizio Universale allontana da se i reprobi [cf. Mt 25,41]. La maledizione può colpire l’azione malvagia, ma può colpire anche la persona che ha commesso quell’azione. È vero che tanto il Vangelo [cf. Lc 6,28], quanto San Paolo raccomandano di non maledire [cf. Rm 12,14]. Ma queste proibizioni colpiscono chi maledice gli innocenti, così come è proibito uccidere l’innocente, ma non il criminale. Diversamente, la Chiesa non avrebbe anatematizzato per secoli e millenni eretici e scismatici. E se oggi non sentiamo o leggiamo più i Papi maledire gli eretici, non possiamo ignorare che solo di recente la Chiesa ha abbandonato questo linguaggio, che essa ha usato tranquillamente per tanto tempo, ma che oggi, nell’attuale clima di ecumenismo e di dialogo inter-religioso, effettivamente ci metterebbe in imbarazzo. Oggi infatti a noi pare che il maledire sia suscitato dall’odio. Ma non è necessariamente così. Inteso nel senso giuridico, è atto di giustizia. E se la parola è stata abbandonata dal Magistero della Chiesa, resta il termine equivalente di “scomunica”. Ora, la comunione, l’unità, la pace, la carità reciproca e la concordia nella Chiesa nascono dalla comune accettazione da parte di tutti i fedeli delle medesime verità di fede e della medesima disciplina insegnate dal Magistero della Chiesa sotto la guida del Sommo Pontefice. Si capisce allora che l’eretico merita di essere scomunicato. La Chiesa è una comunità unita, coordinata e concorde nell’amore reciproco dallo Spirito Santo, il quale sostiene il Papa nel compito di fondar la comunione fraterna e con Dio sulla verità della Parola di Dio da tutti accolta. Tuttavia, col permesso di Dio, all’interno della Chiesa terrena, lavora il Demonio, col suo seguito di «figli del diavolo» [I Gv 3, 10]. Ciò fa sì che nella Chiesa nascano e si diffondano eresie, per cui l’autorità ecclesiastica è obbligata ad intervenire per mettere in guardia i fedeli e fermare la diffusione dell’errore. Così avvenne, per esempio, col fenomeno del modernismo all’epoca di San Pio X ed alcuni teologi, come per esempio Ernesto Buonaiuti, Alfred Loisy, George Tyrrell, Romolo Murri ed altri.    

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Succede infatti ogni tanto che il Demonio persuada e spinga astutamente e perfidamente alcuni fratelli imprudenti, ambiziosi e incauti, che possono essere anche pastori, a falsare il concetto di Chiesa e a lavorare per dividerla, profanarla e distruggerla, agendo in modo insidioso e coperto, con vani e speciosi pretesti di riforma o di conservazione, per non farsi scoprire e sedurre più facilmente.

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Questi falsi cattolici, sedotti da Satana, rivelano apertamente i loro piani perversi e sovversivi, per esempio massonici o atei, solo a quegli allocchi o sciagurati che, dopo averli per bene imboniti, magari con meschine adulazioni o scintillanti promesse, sanno di avere ormai alleati o in pugno nell’opera satanica intrapresa, mentre mantengono il segreto o sanno ben mascherarsi davanti ai veri fedeli. In tal senso il Diritto canonico mette in guardia contro le «associazioni che complottano contro la Chiesa» [can. 1374].

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Dopo avere tessuto le loro trame, gli eretici e gli scismatici emergono improvvisamente dalle tenebre e colpiscono di sorpresa, come dice il Salmo: «Affilano la loro lingua come spada, scagliano come frecce parole amare per colpire di nascosto l’innocente; lo colpiscono di sorpresa e non hanno timore. Si ostinano nel fare il male; si accordano per nascondere tranelli» [Sal 64 3-6]. «Il misero soccombe all’orgoglio dell’empio e cade nelle insidie tramate» [Sal 9, 23]. Può trattarsi di gruppi di potere e di pressione nascosti all’interno della Chiesa e dello stesso ceto dei vescovi o dei cardinali, i quali all’apparenza sembrano rispettosi dell’autorità pontificia. Ma all’occhio esperto, come a quello del buon medico, bastano pochi segni o sintomi per intravedere il marcio che c’è sotto la bella apparenza, come quei sepolcri imbiancati dei quali parla il Signore. Si tratta di quel «nemico» [Mt 13, 25-36], del quale parla il Vangelo, che di nascosto nel campo di grano ha seminato la zizzania. Al riguardo, Gesù raccomanda di lasciar crescere assieme grano e zizzania, per timore che, togliendo questa, venga tolto anche quello. Si deve attendere, Egli dice, il giorno del Signore, quando Egli svelando i segreti dei cuori, farà giustizia. Ora, è chiaro che qui Gesù si riferisce al giudizio divino alla fine del mondo, giudizio definitivo ed inappellabile, che fissa il destino ultimo di tutti noi. Ma ciò non impedisce affatto a Gesù di affidare un potere giudiziario ai pastori della Chiesa, in primis a Pietro, quando gli ordina di pascere le sue pecorelle. E’ chiaro altresì che questo potere, limitato e fallibile, fa riferimento solo al foro esterno e non pretende di scrutare l’intimo delle coscienze, che solo Dio conosce. Tuttavia, a questo potere, funzionale al mantenimento del buon ordine della pace nella Chiesa, è assegnato da Cristo il diritto e il dovere di fissare per tutti le condizioni e i gradi di appartenenza alla Chiesa, per cui non gli è proibito, nelle dovute circostanze e per validi motivi, di escludere dalla comunione ecclesiale – ecco la scomunica – coloro che se ne rendessero indegni o per le loro false idee o per la loro cattiva condotta.

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LA SCOMUNICA ESCLUDE DALLA COMUNIONE ECCLESIALE

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La scomunica è un decreto dell’autorità, Papa o Vescovo, col quale il prelato, al fine di correggere — pene medicinali o censure, titolo IV, capitolo I — o di proteggere la comunità — pene espiatorie, capitolo II —, irroga delle pene che isolano in vari modi lo scomunicato dalla comunità e gli limitano la possibilità di aver rapporti con essa o di influire su di essa, perché tale attività è considerata pericolosa o comunque riprovevole. Tali pene possono essere, a mo’ di esempio: o il trasferimento ad altra residenza, l’esilio, o la dimissione da un ufficio o la proibizione di lasciare il domicilio o la proibizione dell’attività pubblicistica o dell’amministrazione o della recezione dei sacramenti, fino alla riduzione allo stato laicale per i chierici o all’espulsione dall’istituto per i religiosi.

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Lo scisma e l’eresia di per sé sono peccati mortali. Essi sono puniti a norma di legge canonica. È possibile che questi criminali sfuggano alla giustizia della Chiesa, ma non sfuggono al giudizio di Dio. Ogni fedele deve saper riconoscere lo scismatico e l’eretico, senza aspettare la sentenza della Chiesa, perché deve difendersi da queste tentazioni diaboliche. Per questo la Scrittura dà diversi avvertimenti.

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Nella condanna per eresia la Chiesa è infallibile e non si smentisce mai. Invece nello scomunicare la Chiesa può sbagliare o può togliere la scomunica. Questo perché nella questione dell’eresia c’è un gioco la verità di fede, che non muta e in questo campo il Sommo Pontefice ha ricevuto espressa promessa da Cristo di non errare. Invece la scomunica può essere legata alla condotta dello scomunicato, che può correggersi, per cui essa può essere tolta. Resta comunque che l’effetto della scomunica, che può essere anche ingiusta, illecita o invalida, non tocca per nulla lo stato dell’anima dello scomunicato davanti a Dio, stato che potrebbe essere di peccato mortale —  e di per sé lo scisma e l’eresia sono peccato mortale —, ma potrebbe essere anche uno stato di grazia, in quanto lo scomunicato è incolpato ingiustamente. Per questo, la potestà ecclesiastica, come disse fieramente Girolamo Savonarola al suo carnefice salendo al patibolo, può escludere dalla Chiesa terrena, ma non da quella celeste.

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C’è da dire inoltre che l’appartenenza alla Chiesa e per conseguenza la comunione ecclesiale e l’esclusione da essa —  ossia la scomunica —  non è un atto semplice della volontà, col quale essa può accogliere o rifiutare in toto una proposta o un’ingiunzione che le viene fatta, come sarebbe quella di restare in una stanza, oppure quella di uscirne.

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L’appartenere o non appartenere alla Chiesa, il restare o uscire dalla Chiesa non sono cose così semplici. Certo, possono esistere forme di separazione netta e totale, come la perdita della fede con l’apostasia. Ma solitamente esistono diversi gradi di separazione e quindi di scomunica. Bisogna anche vedere che idea uno si fa della Chiesa e dell’appartenenza alla Chiesa o della comunione ecclesiale. Uno può essere convinto di appartenere pienamente alla Chiesa e invece vi appartiene solo parzialmente, come per esempio i protestanti o i modernisti. Per questo, esistono solitamente gradi di appartenenza e gradi di esclusione o di separazione. Per questo, le scomuniche non sono tutte dello stesso peso o livello. Il tralcio può essere periclitante a vari livelli. Si può essere separati da certi valori, ma non da altri. Per converso, la comunione ecclesiale è il vertice di un’appartenenza che inizia da un grado minimo per salire al massimo. Qui ci soccorre l’immagine evangelica della vite e dei tralci. Un tralcio può essere parzialmente staccato dalla vite, ma riceve ancora la sua linfa. Così i fratelli separati godono di una certa comunione con la Chiesa cattolica, anche se questa comunione non è piena.

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Ogni fedele deve saper distinguere il grano dalla zizzania, deve saper giudicare da sé se un altro fratello, fosse teologo, vescovo o cardinale, è o non è in comunione con la Chiesa, e per conseguenza frequentarlo, se è in comunione; starsene alla larga, se non è in comunione. Ecco allora le direttive del Nuovo Testamento: «Tenetevi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata» [II Ts 3,6]. «Se qualcuno non obbedisce a quanto diciamo per lettera, prendete nota di lui e interrompete i rapporti» [v. 14]. «Sta lontano dall’eretico [airetikòn]» [Tt 3,10]. «Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, poiché chi lo saluta partecipa delle sue opere perverse» [II Gv 10-11]. Si tratta evidentemente di casi nei quali il dialogo è impossibile o sconveniente o pericoloso o inutile per i seguenti motivi: o perché l’eretico non accetta la correzione o perché tenta egli stesso di sedurci o perché ci tratta con disprezzo.

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Al fine di custodire e promuovere i valori teoretici e morali sui quali  si regge la compagine della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, dev’essere dunque somma cura di tutti i fedeli, ma soprattutto dei pastori e dei teologi sotto la supervisione e la direzione del Papa, aver cura che la sana dottrina del Vangelo sia da tutti rettamente interpretata, accolta, condivisa, diffusa e difesa contro le eresie, che sono appunto il rifiuto o la deformazione delle verità di fede. Il prelato, dunque, nella Chiesa, e innanzitutto il Sommo Pontefice, supremo custode dell’unità della Chiesa e fautore della comunione ecclesiale, hanno la facoltà di espellere dalla Chiesa, ossia di scomunicare, quei fedeli, i quali, o per il loro atteggiamento scismatico o per le loro idee ereticali o scandalose, falsificano la dottrina, disobbediscono al Sommo Pontefice o creano divisioni nella Chiesa.

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Ci sono fedeli che di fatto o per le loro idee o per loro condotta, sono fuori della Chiesa e contro la Chiesa, eppure vogliono restarvi per cambiarla con i loro errori. Capita in questi casi che il prelato ingenuo o connivente non li scomunichi, ma li lasci fare o addirittura li sostenga, oppure, che li inviti a predicare ai fedeli dentro le chiese. Viceversa ci sono vescovi, sacerdoti e fedeli in piena comunione con la Chiesa, della quale possono denunciare mali e scandali, che però, per il fatto di opporsi a pastori o teologi scismatici o eretici, vengono trattati da loro come se fossero scomunicati. Esiste dunque una differenza tra la scomunica ufficiale e l’esser di fatto fuori dell’apparato ecclesiastico.

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Qualunque cristiano può essere eretico, scismatico o scomunicato, all’infuori del Papa, che per assistenza divina è il supremo custode della verità evangelica e della comunione ecclesiale. Infatti l’esser scomunicato comporta la rottura con un superiore ecclesiastico o col Papa. Ma il Papa evidentemente non ha alcun superiore terreno al quale egli possa ribellarsi, se non Gesù Cristo. Ed inoltre c’è da notare che un Papa può essere un cattivo pastore della Chiesa, ma non può insegnare l’eresia. Per questo, il Codice pone tra i «delitti contro la religione e l’unità della Chiesa» [parte II, titolo I], «l’apostasia, l’eresia e lo scisma» [can. 1364], nonché la pubblicazione e diffusione della «bestemmia, dell’offesa ai buoni costumi, delle ingiurie, l’eccitamento all’odio o al disprezzo contro la religione o la Chiesa [can. 1369] e gli insegnamenti di dottrine condannate o dal Romano Pontefice o dal Concilio Ecumenico» [can. 1371], il che equivale al rifiuto o alla falsa interpretazione o falsificazione degli insegnamenti del Papa o del Concilio. Per questo il delitto di eresia merita la scomunica [cann. 1364, 1331].

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La scomunica può essere latae sententiae o ferendae sententiae. La prima scatta automaticamente al compimento dell’atto criminoso, per esempio percuotere la persona del Papa o abbracciare un’eresia per la quale sia già prevista scomunica. Latae sententiae vuol dire che la sentenza è già pronunciata. Ferendae sententiae invece vuol dire che occorre un processo, al termine del quale il giudice pronuncia la sentenza, per esempio per stabilire se una persona è o non è eretica.

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ESEMPI NOTEVOLI DI SCOMUNICA

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Un esempio recente, è quello dei quattro vescovi lefevriani, i quali, in un primo tempo scomunicati, sono poi stati successivamente liberati da Benedetto XVI. Invece chi appoggia la Messa vetus ordo — che peraltro in se stessa è lecita — ma rifiuta, come fece Lefebvre, la Messa novus ordo accusa di filo-luteranesimo, è scomunicato. La Messa novus ordo rappresenta infatti il momento massimo della comunione ecclesiale. Rifiutare tale Messa vuol dire quindi separarsi dalla comunione ecclesiale e per questo si è colpiti da scomunica.

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Famosa è rimasta la revoca reciproca della scomunica tra il Beato Paolo VI e il Patriarca Atenagora. Ci si domanda però che senso avesse avuto la scomunica nei confronti del Papa da parte del Patriarca Michele Cerulario nel 1054. Il Papa può scomunicare, ma non può essere scomunicato, perché non ha in terra nessun superiore dal quale possa separarsi. Il Papa infatti è il principio della comunione ecclesiastica, mentre il fedele è ciò che deriva da questo principio. Ora il principiato può separarsi dal principio, ma il principio non può separarsi da se stesso. Quindi il Patriarca di Costantinopoli, scomunicando il Papa, non ha fatto altro che separarsi dalla Chiesa. Paolo VI fece un gesto magnanimo revocando la scomunica ad Atenagora, ma il Patriarca, al di là della sua amicizia con Paolo VI,  fece un gesto obbiettivamente e giuridicamente nullo, come nulla era stata la sua scomunica. C’è inoltre da notare che la Chiesa può togliere la scomunica a eretici che restano eretici, come sono i nostri fratelli ortodossi, dato che con loro non è stata ancora risolta la vertenza sul Filioque. È evidente allora che questa loro reintegrazione comporta una comunione molto imperfetta, data la permanenza di carenze dottrinali.

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Nella storia ci sono state scomuniche che non solo non hanno sortito l’effetto sperato di indurre o stimolare lo scomunicato al pentimento, ma che hanno avuto l’effetto di provocarlo ancora di più all’odio contro il Papa e la Chiesa, come successe con la scomunica a Lutero di Papa Leone X e di San Pio V nei confronti della regina Elisabetta d’Inghilterra. Se lo scomunicato ha già un grosso seguito, egli è orgoglioso di ciò e se ne fa forte, per cui la scomunica lo inalbera e lo inasprisce maggiormente. Sono i santi, per esempio un San Pio da Pietrelcina, che si sottomettono anche a censure ingiuste. Ma gli eretici, potenti e facinorosi che sono scomunicati, facilmente fanno peggio. Per questo, soprattutto oggi che i modernisti sono molto potenti, i Papi rinunciano a scomunicarli.

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Quanto invece alla scomunica a chi professa la dottrina del comunismo ateo marxista, comminata da Pio XII, essa non è mai stata abolita, benché la Chiesa da allora non ne abbia fatto più cenno. Tuttavia, tale scomunica mantiene di fatto il suo valore, giacché è evidentemente impossibile che un ateo partecipi della comunione ecclesiale.

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Quanto all’appartenenza alla massoneria, un decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1984 avverte che chi è affiliato alla massoneria è in peccato mortale e non può fare la Comunione. Anche in questo caso il motivo della scomunica è evidente: la massoneria non riconosce il dogma della comunione dei santi.

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Per quanto riguarda la scomunica degli associati alla mafia, essa è motivata dal fatto che si tratta di associazione a delinquere finalizzata al furto e all’estorsione con ricorso all’assassinio e alla vendetta privata, per cui è evidente che un membro di tale associazione non può fruire della comunione ecclesiale. La stessa cosa vale per i modernisti, i quali, hanno un concetto di Chiesa incompatibile con quello proprio della Chiesa cattolica.

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I MOTIVI E I FINI DELLA SCOMUNICA

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Merita di essere scomunicato chi sparge eresie, turba, ferisce, offende o disorganizza la comunità, crea scandalo e divisioni tra i fedeli, disobbedisce all’autorità. Purtroppo però oggi in modo macroscopico — salvo a non voler vedere perché bloccati dalla paura o dal rispetto umano o perché al carro dei modernisti o perché parte in causa o perchè chiusi nei propri meschini interessi o perché affetti allocchismo dottrinale [3] — questi personaggi si moltiplicano, sono onorati e salgono ad alti posti, mentre coloro che sono veramente in comunione con la Chiesa vengono bastonati, umiliati o emarginati. Così gli scomunicabili non sono scomunicati e capita che chi è in comunione è scomunicato o quanto meno viene trattato come se fosse uno scomunicato. Una bella confusione ed ingiustizia, dove chi ci gode è il demonio, maestro dell’oscurantismo che conduce alla perdizione.

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Circa la questione delle specie della scomunica, dobbiamo porci tre quesiti: un primo quesito è quello di distinguere la scomunica giusta o lecita da quella ingiusta o illecita; un secondo è quello di distinguere la scomunica valida da quella invalida o nulla; e un terzo è quello di distinguere lo scomunicato dichiarato o ufficiale da quello effettivo o di fatto.

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La scomunica è giusta, quando il prelato interviene mosso dalla preoccupazione di salvaguardare la verità della fede, la comunione ecclesiale e di richiamare il ribelle all’obbedienza. A proposito della scomunica ingiusta, invece, San Tommaso d’Aquino dice che la scomunica può essere ingiusta o da parte dello scomunicante o da parte dello scomunicato. Nel primo caso essa ha effetto, cioè il soggetto viene ufficialmente scomunicato mediante pubblico decreto, benché non meriti tale provvedimento e semmai avrebbe meritato un decreto di lode.  Quindi la scomunica può essere ingiusta, in quanto motivata non dal rispetto per l’autorità superiore, come sarebbe il Magistero della Chiesa, o il timor di Dio o l’amore per la verità o per la Chiesa, ma dall’ignoranza, dall’odio o dall’invidia per lo scomunicato; oppure può essere ingiusta perché senza fondamento o motivo giuridico o dottrinale, ed anzi basata su accuse false e motivi o pretesti ereticali [4]. La prima è valida ma illecita; la seconda è invalida e nulla.

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Il prelato deve fare molta attenzione a comprendere e valutare i motivi che guidano il pensiero e l’azione del supposto dissidente o eretico, soprattutto se ha molto seguito, per non confondere un profeta con un ribelle, come successe col Savonarola o viceversa per non confondere un ribelle con un riformatore, come successe a  certi vescovi tedeschi nei confronti di Lutero, i quali, anziché condannare il cosiddetto “Riformatore”, passarono dalla parte di Lutero. Il prelato non sia precipitoso nel giudicare, non si lasci condizionare dal clima passionale e fazioso che solitamente si crea attorno a queste vicende, sia cauto nel valutare le accuse rivolte dall’ambiente al supposto reo e preferisca ascoltarlo e consultarlo direttamente. Se è il caso, istituisca un processo, per non rischiare di condannare un innocente o di assolvere un colpevole.

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Può capitare anche che una scomunica ingiusta sia irrogata da un prelato eretico, il quale può non essere ufficialmente scomunicato, per cui non è sostanzialmente ed effettivamente in comunione con la Chiesa, mentre il suddito ufficialmente scomunicato, in quanto ortodosso, resta di fatto in comunione con la Chiesa.

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È chiaro che un prelato che scomunichi in base a un falso concetto di Chiesa o di obbedienza o senza essere lui per primo ad esser sottomesso al superiore maggiore o al Romano Pontefice o alla Parola di Dio, scomunica invalidamente, per cui di per sé, tale scomunica, è nulla e non dovrebbe produrre effetto. Tuttavia, di fatto, l’azione di un prelato autoritario, influente, prepotente, sorretto da pari suoi o dai poteri mondani verso una persona onesta ma indifesa  può comunque produrre un effetto sociale deleterio, esercitando violenza sullo scomunicato e sui suoi discepoli, lo diffama presso la comunità e danneggia la comunità stessa così ingannata dalla falsa scomunica.

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San Tommaso d’Aquino insegna che in questi casi lo scomunicato può ricorrere ai superiori maggiori. Certo, se è il Papa che ha scomunicato ingiustamente, bisognerà sopportare con pazienza, evitando di assumere atteggiamenti vendicativi o rancorosi, che metterebbero senz’altro lo scomunicato, nel caso avesse ragione, dalla parte del torto. Se poi, come fu il caso di Lutero, il ribelle è scomunicato giustamente, è chiaro che un’eventuale contestazione da parte dello scomunicato, aggraverebbe maggiormente la sua colpa.

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Il fatto che una scomunica non abbia vizi di forma —  essere per esempio emanata dalla legittima autorità o entri nel merito —  non vuol dire necessariamente che essa sia giusta, opportuna, benefica, lecita. Essa può esser originata da  prepotenza o grave colpa nello scomunicante, come fu la scomunica del Savonarola da parte di Alessandro VI. Se poi la scomunica è infetta anche da vizi di forma, come per esempio essere effetto di un abuso di autorità o, come osserva San Tommaso d’Aquino, essere «non dovuta o perché la sentenza è contraria all’ordine giuridico» [5], oltre ad essere ingiusta nel contenuto e nei motivi, essa è del tutto nulla.

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Casi di questo genere oggi sono frequenti per il fatto che il modernismo si è diffuso tra i vescovi, per cui non solo è raro che un vescovo scomunichi un eretico, ma succede addirittura che fedeli ortodossi siano scomunicati da vescovi eretici. È chiaro che una scomunica motivata da una causa ereticale, essendo contraria alle norme della fede e del diritto, è nulla, per cui lo scomunicato in linea di principio potrebbe non tenerne conto. Sennonché, però, è possibile che in tal caso il prelato infierisca ancora di più, per cui allo scomunicato conviene rassegnarsi. Sotto questo punto di vista San Tommaso d’Aquino osserva che una scomunica può essere ingiusta e tuttavia sortire l’effetto punitivo [6], al quale lo scomunicato, nell’ipotesi, non ha mezzo per scampare o liberarsi, come invece ebbe la fortuna di poter fare San Giovanni della Croce, fuggendo dal carcere del convento.

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La scomunica ha un duplice scopo: primo, quello di essere una punizione esemplare e salutare; esemplare, per scoraggiare altri ad imitare lo scomunicato; salutare, ossia tale da indurre lo scomunicato alla resipiscenza, al pentimento e alla penitenza, onde possa correggersi ed essere reintegrato nella comunione ecclesiale. Per questo, non deve essere né eccessiva, né troppo mite, ma commisurata all’entità del danno causato a se stesso e alla Chiesa dallo scismatico o dall’eretico e alla qualità e quantità delle sue forze morali e della sua reputazione nella Chiesa, nonché dell’ascendente, della fama e del seguito che egli ha in essa. Non deve isolarlo troppo dalla comunità, in modo che non peggiori la sua ostilità ad essa e non abbia la tentazione di lasciarla del tutto, ma gli sia mantenuto in essa un certo grado di stima e di considerazione. Capita anzi che il dissidente sia oggetto di un’ostilità ingiusta ed esagerata da parte di certi fedeli o nemici troppo zelanti, maligni o di corto intelletto, per cui il prelato deve difendere e proteggere il dissidente anche  da essi.

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La scomunica non deve neppure lasciare allo scomunicato troppa libertà di azione e di movimento, né deve lasciarlo troppo inserito nella comunità, perché ciò gli consentirebbe di continuare a spargere le sue eresie e a fomentare la ribellione alla Chiesa. Le scomuniche troppo blande, e puramente formali, che non disturbano lo scomunicato più di tanto, perdono la loro efficacia deterrente ed educativa, vengono derise da lui e dai suoi seguaci e non sortiscono alcun effetto, se non quello di creare un martire agli occhi dei seguaci. Tale probabilmente sarà la scomunica dei mafiosi e tale, purtroppo, è stata la scomunica dei comunisti.

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Secondo scopo della scomunica è quello di far chiarezza nel senso di aiutare a discernere chi appartiene alla Chiesa e chi è fuori, è quello quindi di liberare la Chiesa da un agente pericoloso scoraggiando i fedeli dal volerlo seguire. Può capitare che la Chiesa in questi interventi sia troppo severa, come sembra essere accaduto nei casi di Pietro Valdo nel XII secolo, degli albigesi nel XIII secolo, di Jan Hus nel XV secolo e di Lutero. Essi non mancavano di qualche buona idea nel proporre una riforma della Chiesa, anche se certamente le loro eresie erano condannabili. Essi tuttavia contavano tra le loro fila anche persone in buona fede, per cui, se si avesse avuta maggior fiducia nel dialogo, forse si sarebbe evitata una dolorosa divisione che dura ancora dopo secoli.

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LA RICOSTRUZIONE DELLA COMUNIONE

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Paradigmatica è la parabola del figliol prodigo [Lc 15, 11-32]. Lo scomunicato non è tanto uno che è cacciato, ma è uno che se ne va. Il decreto di scomunica bene spesso non è altro che la presa d’atto addolorata e la triste notizia pubblica che il fratello ci ha lasciato e ci è diventato nemico. Nella scomunica non c’è tanto lo sdegno, quanto piuttosto il dolore e la speranza che il figlio perduto sia ritrovato. È lui che se ne è voluto andare. E se un fratello è cacciato, è perché già praticamente non era in comunione e disturbava la comunione. Dunque che cosa si attende la scomunica? Il ritorno del fratello, il suo pentimento, il suo ravvedimento. Come mai sono così rari i fenomeni della conversione? Forse la Chiesa finora non ha fatto abbastanza per recuperare questi fratelli, queste pecorelle smarrite. Si è usata troppa severità e troppo poca misericordia. Così almeno pensò San Giovanni XXIII nel volere e nell’indire il Concilio Vaticano II. Si è voluto trattenere il figliol prodigo con la forza, senza tentare di convincerlo di che cosa sarebbe andato incontro lasciando la casa paterna. Però, bisogna anche riconoscere francamente che in molti casi l’onestà e l’umiltà delle quali il figliol prodigo dà prova nella parabola lucana, accorgendosi del brutto affare che ha fatto lasciando la casa paterna, sono sempre state virtù rare. Quasi sempre gli eretici sembrano trovarsi bene nel mangiare le carrube dei porci, e se ne vantano, indorandole di speciosi orpelli, come fossero segno di libertà e di saggezza, ed anzi invitano altri a seguirli ed altri li seguono.

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Che cosa la Chiesa può fare in questi casi? Col Concilio Vaticano II essa ha deciso di imboccare una nuova via, che riduca al minimo l’uso della severità e quindi della scomunica e del temuto anàthema sit. Alcuni teologi hanno interpretato la scelta conciliare nel senso che il Concilio supporrebbe che tutti gli uomini, almeno inconsciamente, cercano Dio e sono in grazia; per cui l’annuncio del Vangelo non dovrebbe essere più proposto nei termini categorici e minacciosi di un aut-aut: come unica via di salvezza, rifiutando la quale si apre il baratro dell’inferno: o credi o non ti salvi; ma semplicemente come annuncio di una misericordia, della quale già tutti gli uomini di buona volontà sono oggetto, magari inconsciamente, quale che sia la religione alla quale appartengono. In questa visuale ottimistica, siccome tutti si salvano, ognuno è libero di seguire la propria religione. I contrasti dottrinali non avrebbero importanza. Il fatto determinante sarebbe che tutti sono oggetto della divina volontà salvifica. Tutti quindi, magari inconsciamente, appartengono alla Chiesa, che abbraccia tutte le religioni, nessuno escluso.

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Per i modernisti non possiamo dire, quindi, al luterano, all’ebreo o al musulmano: tu sei in errore. Egli infatti può sempre dirci: in errore lo sono per te, ma non nella mia religione. Si comprende allora come in questa visuale relativistica perde di senso o di interesse la scomunica. È chiaro che  una Chiesa che non si ritiene in possesso della verità assoluta, come la concepiscono i modernisti, non distingue più nettamente e definitivamente il dogma dell’eresia, per cui l’idea stessa della scomunica non per lei ha alcun significato. Essa si oppone quindi alla Chiesa del passato, detta da costoro pre-conciliare, che adesso appare impositiva e illiberale, irrispettosa del pluralismo, e della libertà di coscienza.

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Altri dicono: la severità e la minaccia dell’Inferno non è servita. Ma poi non sarà che in fin dei conti la misericordia divina raggiunge tutti e tutti si salvano? Rispettiamo le diversità, puntiamo sul dialogo e su ciò che ci unisce: i comuni interessi della pace e della giustizia. Va bene. Tuttavia, ci sono delle verità che toccano Dio o la salvezza, che non piacciono ai fratelli separati. E allora che facciamo? Alcuni, sono dell’idea che è bene tacerle e ammettere solo quelle verità nelle quali tutti concordiamo. Le altre le lasciamo facoltative alle singole confessioni. Ma non è questo il comando di Cristo. E difatti il Concilio ripropone il Vangelo a tutta l’umanità.

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Il Concilio, però, a differenza dei precedenti, consapevoli dell’irrimediabile tendenza umana al peccato, propria della natura decaduta, prevalentemente dedicati quindi alla lotta contro il mondo ed alla condanna degli errori e dei vizi, con i relativi castighi comminati ai disobbedienti, sembra animato dalla fiducia di poter edificare su questa terra la concordia generale dell’umanità attorno a Cristo [cf. Pacem in terris], nella fiducia di poter realizzare la collaborazione della Chiesa col mondo, di poter costruire un’umanità giusta, unita e pacifica, nella quale Chiesa e il mondo vanno d’accordo. Il mondo è visto come sostanzialmente disponibile ad accogliere il Vangelo, e la Chiesa sembra fiduciosa di poter conquistare tutto il mondo, perché tutto il mondo attende Cristo. E così il Concilio sembra minimizzare  la tendenza degli uomini alla malizia e al peccato —  quindi la necessità della coercizione e della disciplina —, conseguenti al peccato originale e ritenere che l’educazione, la testimonianza e la predicazione del Vangelo siano sufficienti a creare quaggiù un’umanità finalmente giusta, felice e  concorde.

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Eppure, l’Apocalisse, prevede che lo scontro della Chiesa col mondo —  la Donna e il Drago —  durerà fino alla Parusia, per cui la conclusione della storia non sarà la simbiosi della Chiesa col mondo e l’unificazione generale dell’umanità nella concordia e nella pace, ma bensì la vittoria di Cristo sulle potenze del male e la separazione finale del grano dalla zizzania, con la salvezza degli eletti e la dannazione di reprobi.

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Un’altra cosa da notare: fino al Vaticano II la Chiesa ha sempre tenuto a precisare la sua identità e ad opporsi al mondo. Da qui la facilità con la quale essa polemizzava col mondo, condannava gli errori del mondo e scomunicava chi cedeva alle seduzioni del mondo, in particolare del mondo moderno. Essa aveva molta cura per i suoi figli, ci teneva che fossero protetti dalle insidie del mondo e dagli errori  delle altre religioni, compresi i cristiani non-cattolici, mentre era severa verso il mondo, nel quale vedeva quasi solamente pericoli e corruzione. Se essa contattava il mondo, lo scopo era quello di convertirlo al Vangelo, secondo il comando di Cristo.

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Il Vaticano II ha indirizzato la Chiesa ad una maggiore apertura ai valori del mondo e delle altre confessioni religiose. Ciò ha portato ad un arricchimento e ad un miglioramento del costume, della teologia e della cultura cattolici, ma nel contempo è diminuita la cura di preservare la Chiesa dalla penetrazione in essa di dottrine erronee  o pericolose. Così è successo che, se da una parte la Chiesa ha assunto un atteggiamento più conciliante nei confronti del mondo, dall’altra sono sorti conflitti e corruzione al suo interno a causa della penetrazione degli errori e dei cattivi costumi del mondo, penetrazione non sufficientemente impedita dai pastori, i quali hanno molto diminuito l’uso della scomunica.

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Ciò che oggi si impone è una maggior cura nei pastori, a cominciare dal Papa, della buona formazione dei fedeli e degli stessi pastori, nel pacificare gli animi aspramente divisi da una sciagurata e incancrenita opposizione tra lefebvriani e modernisti, che si trascina da cinquant’anni, nel difendere la Chiesa dalla penetrazione di idee false o eterodosse e quindi nella ripresa moderata di un saggio e prudente uso dell’istituto della scomunica, senza affatto per questo rinunciare a quanto il Concilio ha prodotto nel rapporto della Chiesa col mondo moderno. È chiaro che occorre portare avanti l’opera dell’evangelizzazione; ma non c’è da illudersi che in un futuro lontano o vicino l’umanità si raccoglierà attorno alla Chiesa. E neppure c’è da sperare in una convivenza pacifica mondiale tra le religioni, come alcuni ipotizzano o auspicano.

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Al cristianesimo, per volere di Cristo, spetta il dominio del mondo. Le religioni devono essere sottomesse alla religione cristiana cattolica. Il cristianesimo non si adatta, per sua natura, ad essere una religione alla pari delle altre, come fosse un partito politico in un parlamento mondiale. Non confondiamo i rapporti civili fra le religioni con l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Non sono queste le cose previste dall’escatologia apocalittica. Il cristianesimo continuerà ad espandersi, ma sempre in lotta contro le forze di Satana. Sempre, nella Chiesa, si mescoleranno il grano e la zizzania, sempre essa dovrà purificarsi dal peccato ed espellere dal suo seno gli indegni, sempre sarà contrastata da nemici e sempre sarà perseguitata. Sempre avanzerà e si rinnoverà nella storia, e convertirà a Cristo i cuori, sempre accoglierà nuovi figli, e genererà nuovi santi, fino a che, in un momento noto solo a Dio, la Chiesa apparirà sconfitta ed avverrà la grande apostasia, prevista da San Paolo, che però precederà il Ritorno trionfale di Cristo glorioso.

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Varazze 24 settembre 2018

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NOTE

[1] “votata allo sterminio” (eb. cherem), nella trad. della CEI.

[2] Commento alle Lettere di S.Paolo, c.9, 3, lect.I, n.739, Edizioni Marietti,Torino-Roma 1953, p.134.

[3] Difetto spirituale riconducibile all’opportunismo, alla piaggeria e alla vigliaccheria, oggi diffuso tra i vescovi, per il quale essi, per ignoranza crassa o per rispetto umano o attaccamento al seggio episcopale, non si accorgono neppure di farsi prendere per il naso dagli eretici. Non solo fuggono davanti al lupo entrato nell’ovile, ma non si accorgono neppure della sua presenza affidando importanti uffici ecclesiastici a persone che dovrebbero essere scomunicate.

[4] Summa Theologiae, Suppl., q.21, a.4.

[5] Ibid.

[6] Summa Theologiae, Suppl., q.21, a.4.

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Sull’andamento della Chiesa terrena: «Non scoraggiamoci, ma non illudiamoci!»

19 Settembre 2018/in Attualità/da Redazione

La penna d’oca di Carlo Magno

 

 

 

SULL’ANDAMENTO DELLA CHIESA TERRENA: «NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI!»

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La crisi che drammaticamente si acutizza e aggrava nella Chiesa Cattolica non è una semplice e grottesca commedia di decine di finocchie rapaci e predatrici di adolescenti, nel peggiore dei casi, e di omosessuali ordinati al Santo Servizio di Dio e del Suo Popolo Santo, ma che nel loro dis-ordine esistenziale e comportamentale ben poco e ancor meno meritevole servizio hanno reso, in primis, alla loro anima, a Dio e alla Santa Chiesa […]

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Autore
Carlo Magno *

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«Non scoraggiamoci, ma non illudiamoci!». Fu questo il consolante incoraggiamento e, insieme il drammatico ammonimento che Agostino, Santo Vescovo e Dottore della Chiesa, rivolse in un suo celebre sermone ai cristiani di Ippona: «Non scoraggiamoci, un ladrone fu salvato! Non illudiamoci, un ladrone fu dannato!» [Sermo 232, 16]. Quindi salvezza e dannazione! Tertium non datur!

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In tempi di effimera e oppiacea “misericordia”, che appare sempre più nitidamente  come sinonimo di apostasia dal deposito della fede, dove non ci si affida più penitenti e confidenti all’infinito Amore che solo può il Sommo Amore.

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«Re celeste, Consolatore, Spirito della verità, ovunque presente e che tutto ricolma, scrigno dei beni e dispensatore di vita “, dinnanzi al quale invocare: “Trascura le mie iniquità, o Signore nato da una Vergine, e purifica il mio cuore, facendone un tempio del tuo corpo e del tuo sangue purissimo, non rigettarmi davanti al tuo volto, tu la cui misericordia non ha misura. Come oserò, io indegno, di avvicinarmi a te con coloro che ne sono degni, il mio vestito mi tradirà, perché non è un abito adatto a un convito di nozze, e attirerà una sentenza di condanna alla mia anima molto peccatrice. Signore, purifica la mia anima dalle sue sozzure, e salvami, quale amico degli uomini” [Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo, Tropari 5 e 6 del sabato sera].

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Viviamo in tempi nei quali si è confuso «l’avere Misericordia che appartiene propriamente a Dio», e dimentichi  che  Misericordia è il predicato stesso di Dio [cfr. Sant’Ireneo, Epistola 60]. Tempi segnati da un penoso compiacimento per fragilità e peccati, che invece d’essere combattuti e vinti, sono sic et simpliciter derubricati, dal nuovo e auto-proclamato salvator mundi di una presunta nuova chiesa delle periferie esistenziali. Un «ospedale da campo», dove l’Archiatra balbettante non osa neppure davanti a scandali fragorosi e nefasti, pronunciare il nome proprio del peccato, per non turbare il ricettario del politicamente corretto, del religiosamente corretto e dell’eroticamente corretto. Un «ospedale da campo» da cui, però, il vero Medico delle anime e dei corpi [cfr. Luca 5, 31-32] è stato, in realtà, cacciato, avendo Egli il pessimo vizio di diagnosticare il male e, persino, l’ardire d’indicarne la terapia.

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«Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» [Matteo 16, 23]; «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» [Matteo 23, 37-39].

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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La crisi che drammaticamente si acutizza e aggrava nella Chiesa Cattolica non è una semplice e grottesca commedia di decine di finocchie rapaci e predatrici di adolescenti, nel peggiore dei casi, e di omosessuali ordinati al Santo Servizio di Dio e del Suo Popolo Santo, ma che nel loro dis-ordine esistenziale e comportamentale ben poco e ancor meno meritevole servizio hanno reso, in primis, alla loro anima, a Dio e alla Santa Chiesa. Se così fosse, basterebbe al buon e Santo Popolo di Dio munirsi di ramazze, e nei casi più gravi anche di badili, o come invocano ormai a gran voce i sempre più numerosi cattolici statunitensi tenere ben sigillati i portamonete e svuotare le cassette dell’elemosine.

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Ben più grave e lacerante è lo stato attuale della Santa Chiesa di Dio, la cui crisi non si misura col metro dei presenti nelle chiese persino nel Giorno del Signore né coll’ammontare delle offerte. Le vere ragioni della crisi sono in una drammatica apostasia diffusa, propagandata, supinamente subita e non combattuta a ogni livello da troppo tempo; talora, persino mascherata e accettata come nuovo verbo di una nuova chiesa, ma che specialmente negli ultimi cinque anni ha accelerato e intensificato a dismisura la sua corsa, la sua bieca propaganda, il suo nefasto ardire e il suo letale impatto.

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Per impudico auto-compiacimento e malsano masochismo ci si è compiaciuti e beati del nichilismo imperante; si è applaudito al totalitarismo del pensiero debole, con i suoi canoni comportamentali non solo a-cristiani ma, persino, anti-cristiani e, soprattutto, anti-cattolici. Si è fatto a gara a “non giudicare”, non più solo il peccatore, ma anche il peccato; non certo per misericordiosa e sincera attitudine spirituale, ma per puro compiacimento d’auto-realizzazione mondana e per farsi accettare e amare dal mondo, dimentichi che:

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«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» [Giovanni 15,  18-19].

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Fra i Servi di Dio, e proprio a partire dal Servo dei Servi, si è infine giocato e si gioca a scimmiottare le nuove rock-star della società aperta, liquida, afflitta da una bulimia  senza scopo, nella quale tutto è relativo alla coscienza individuale e niente più è percepito come collettiva appartenenza al Mistero e sua essenziale condivisione. Una società, come scriveva Zygmunt Bauman, dove il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza [cfr. Zygmunt Bauman – Leonidas Donskis, Moral Blindness: The Loss of Sensitivity in Liquid Modernity, 2003].

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Che fare, dunque di una Chiesa Cattolica che proclama: «abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!» [Giovanni 16, 33], se non liquidarla, una volta e per sempre? Meglio ancora se la sua “liquefazione” avverrà per moto centrifugo e con solenne benedizione della Sua gerarchia! Ancor più, dai Suoi Pastori si gioca a minimizzare e, persino, ridicolizzare due millenni di riflessione filosofica e teologica, fatta non in segreti conciliabili di selezionati cardinali, ma nutrita di contemplazione e preghiera e fortificata dai milioni di martiri che l’hanno irrorata del sangue dai loro patiboli.

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Più che inginocchiarsi a Colui che «è stato esaltato e ha ricevuto un nome che al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra» [Filippesi 2, 9-10]; si è preferito e si sta ancora ostinatamente preferendo prostrarsi al politicamente corretto, al religiosamente corretto, all’eroticamente corretto, al sociologicamente corretto e ancor di più a tutto ciò che di irrazionale è, ma che non si può denunciare come tale per non dispiacere i veri padroni del caos, e goderne così la loro protezione mediatica.

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Più che rallegrarsi perché «i nostri nomi sono scritti in cielo» e per questo a chi crede è stato dato il potere «di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico» [Luca 10, 19-20]; si preferisce compiacersi perché qualche Pastore sfonda il video, o frequenta il bel mondo glamour del Metropolitan Museum di New York [Ndr. QUI] o  si affatica in opere di carità o pranza coi poveri, naturalmente sotto l’occhio vigile e attento di cameramen e giornalisti.

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Dietrich Bonhoeffer — senza entrare nel merito del suo complesso pensiero teologico — fu un teologo e pastore protestante che menò fino alla fine un duplice combattimento in nome della Fede. Contro la Comunità Protestante tedesca totalmente plagiata e asservita a quello Zeitgeist del politicamente corretto dominante del suo tempo, che nient’altro era che il Nazionalsocialismo. Persino, come ormai provano con certezza i documenti tedeschi de-secretati della Seconda Guerra Mondiale, contro il Nazismo stesso e contro il suo Fuhrer supremo, Aldolf Hitler, partecipando al complotto del fallito attentato del 20 luglio 1944. Per questo fu impiccato nudo dai nazisti nel campo di concentramento di Flossenburg all’alba del 9 aprile 1945, ed oggi, universalmente celebrato come martire della fede e della libertà contro una delle peggiori tirannidi dell’Europa moderna.

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In un suo celebre scritto del 1937, Bonhoeffer scriveva con profetica precognizione dei rischi mortali che, allora, correva la Comunità Protestante tedesca abbracciando biecamente il politicamente e il religiosamente corretto del suo tempo. Le medesime parole dovrebbero, oggi, servire per far rinsavire una Chiesa Cattolica su cui  incombe al presente un altrettanto Zeitgeist della nostra era non meno infetto,  fetido, pestifero, totalitario e, infine, esiziale che aleggiava nell’aria torbida del Terzo Reich.

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«La grazia a buon prezzo è il nemico mortale della nostra chie­sa. Noi oggi lottiamo per la grazia a caro prezzo. Grazia a buon prezzo è annunzio del perdono senza pentimento, è battesimo senza disciplina di comunità, è santa Cena senza confes­sione dei peccati, è assoluzione senza confessione personale. Grazia a buon prezzo è grazia senza che si segua Cristo, grazia senza Croce, grazia senza il Cristo vivente, incarnato» [Dietrich Bonhoeffer, Nachfolge, 2007, p. 24].

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Dovremmo allora domandarci: come mai vescovi e teologi cattolici che amano citare Bonhoeffer, o che cercano di citare questo illustre pensatore protestante ma non cattolico, sempre rigorosamente omettono di cogliere ciò che della sua acuta riflessione dovrebbe, oggi, far riflettere anche la Chiesa Cattolica?

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI!

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L’abbiamo messo nel conto fin dal giorno del nostro Santo Battesimo: «Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» [Giovanni 15, 19].

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Dall’alto dei loro seggi, potranno sempre schernirci come «cani selvaggi» cui opporre «miti silenzi», apparentemente ma viscidamente umili e francescani, invece oltremodo meschini effluvi e rutti di rabbia contro chi non si sottomette «al regno di questo mondo», che sempre presuppone potere e ricchezza! Potere e ricchezza di questo mondo, al quale tutto si svende pur di potere e possedere: i corpi, le anime, i cuori, le angosce, le speranze, e gli stessi frutti di grazia che sempre la Potenza del vero e  unico Salvator Mundi suscita nel Santo Popolo di Dio.

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Nella loro fiammante porpora, di fronte a uno scandalo sempre più montante, potranno sviarci dicendoci che ben altra agenda occupa la nuova pastorale misericordiante: «Il Papa ha un’agenda più vasta: la salvaguardia dell’ambienti, i migranti, …»? [Cfr. Cardinale Blase Cupich, intervista NBCC Chicago, 28 agosto 2018]. Fors’anche per farci dimenticare, ma ce ne guardiamo bene, che anche loro sono proprio fra i tanti nipotini di Uncle Ted: quelli che sono stati i più generosamente beneficati di potere e possesso in questi ultimi cinque anni.

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Per cercare di capire quanto sta avvenendo nella Santa Chiesa di Dio, nella sua dimensione storico-temporale, ancora una volta sarà bene ricorrere a Sant’Agostino. Commentando il Salmo 55, il Vescovo d’Ippona scriveva:

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«Se dovessimo entrare in una casa, osserveremmo la scritta che sta sul frontone per sapere di chi sia e da chi sia abitata. Così facendo, eviteremmo di entrare inopportunamente là dove non avremmo dovuto o di tornare indietro per timidezza quando invece fosse necessario procedere oltre» [Sant’Agostino, Enarratio in Psalmum 55, I,1].

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La casa cui si riferisce Sant’Agostino è nient’altro che la Santa Chiesa di Cristo, il cui titulum risplende sulla sua architrave e dimora indissolubilmente radicato nelle sue stesse mistiche fondamenta:

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«C’è una pietra su cui la casa trova solidità per le sue fondamenta, tanto da non temere la furia della tempesta. I fiumi — dice — si rovesciarono su quella casa, ed essa non cadde perché era fondata sopra la pietra. Orbene questa pietra è Cristo. E sotto il nome di David è raffigurato Cristo, del quale è stato detto: Egli nacque dalla discendenza di David secondo la carne» [Ibidem, I,3-4].

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Se lo stesso Cristo ne è il fondamento perché allora questa Santa Casa, più e più volte nella Storia umana e ai nostri giorni di nuovo, appare scossa al suo interno e diroccata nelle sue colonne portanti? Agostino, pure, sembra porsi questa domanda quando aggiunge:

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«Ma, siccome in un altro salmo sta scritto: Non manomettere l’iscrizione del titolo, Pilato rispose: Ciò che ho scritto, ho scritto. Come se dicesse: Non voglio alterare la verità, anche se voi preferite il falso. Orbene, poiché i giudei si sdegnarono e insistevano nella perversione dicendo: Noi non abbiamo altro re che Cesare, per questo si sono allontanati dai santi: proprio perché trovarono scandalo nel titolo. Si avvicinino ai santi! Si uniscano ai santi che riconoscono come re Cristo e desiderano possederlo. Siano, invece, allontanati dai santi coloro che, contraddicendo al titolo, hanno respinto Dio come re e hanno scelto come re un uomo» [Ibidem, II, 6-7].

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Sradicare il male, nella Santa Chiesa di Dio che  ormai non più «da qualche fessura» entra come «fumo di Satana nel tempio di Dio» [Paolo VI, Omelia, 29 giugno 1972], ma da porte e finestre spalancate da servili e reprobi ostiari richiede ai nostri giorni le stesso coraggio del Beato Antonio Rosmini, che non disdegnò indicare per nome e cognome le Cinque Piaghe della Santa Chiesa, che forse — nel frattempo — sono divenute ben più di cinque.

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Prima Piaga.

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L’arrendevolezza e l’asservimento della gerarchia ecclesiastica allo spirito del tempo e alla neo-ideologia totalitaria imperante. Il clero del Santo Popolo di Dio sembra aver dimenticato che il solo titulum che contraddistingue la Santa Chiesa di Dio è Cristo, pienezza della Rivelazione di Dio Uno e Trino, venuto e che verrà come segno di contraddizione: «Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione» [Luca 2, 34].

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Il Padrone della Casa è stato costituito da Dio stesso come seméion antilegómenon: come il segno e il titulum di Colui che è antitetico al discorso corrente:

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«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» [Matteo 10, 34-36].

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La Chiesa stessa o è seméion antilegómenon o abiura non tanto se stessa ma Cristo stesso e il suo Mistero di Redenzione e Salvezza!

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L’accettazione supina e subdola del Zeitgeist contemporaneo, cui — non il Santo Popolo di Dio — ma la gerarchia cattolica annuisce, con cui amoreggia compiacente, dal quale vilmente non si distingue, che spesso spudoratamente vezzeggia, le cui perfide menzogne incautamente non solo accoglie ma si prodiga a diffondere, è il vero legómenon contro cui la Santa Chiesa di Dio, anche oggi, è chiamata a essere antilegómenon sulla certezza di quella Pietra Scartata e divenuta testata d’angolo. «Che cos’è dunque ciò che è scritto: La pietra che i costruttori hanno scartata, è diventata testata d’angolo? Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e a chi cadrà addosso, lo stritolerà» [Luca 20, 17-18]. Per il Santo Popolo di Dio è venuto il tempo con determinazione di «guardarsi dal lievito» dei contemporanei farisei e con  umile coraggio di gridare dai tetti perché «non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto» [Luca 12, 2].

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Come non ricordare le parole, mai di più grande attualità quanto oggi, del Cardinale Joseph Ratzinger alla vigilia della sua elezione al Soglio di Pietro?

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«Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità» [Omelia in Missa pro Eligendo Pontifice, 18 aprile 2005].

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Seconda Piaga. La rinuncia a difendere la Verità antropologica.

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La Santa Chiesa di Dio, in ogni campo, ha cercato — sull’esempio di Cristo il cui giogo è dolce e il cui carico è leggero (cfr. Matteo 11, 30) — di accompagnare ed educare alla luce di una Verità che consacra il mistero dell’uomo e la complessità del mondo: «Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» [Giovanni, 17, 17-19].

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La Verità, prima ancora di essere un principio gnoseologico, ne è uno di carattere ontologico. Di questo principio nei secoli si è nutrita l’antropologia cristiana e cattolica, in particolare. Di fronte, al diffondersi rabbioso e inquietante delle ideologie totalitarie del gender, del nuovo nazi-fascismo LGBTQI+, e dell’impostura neo-dionisiaca del poli-amore, la Santa Chiesa di Dio ha per quieto vivere rinunciato a essere Mater et Magistra.

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Non ha saputo e non vuole vedere che qui in gioco non c’è una semplice eresia, ma l’assoluta comprensione dell’uomo creato da Dio! Qui non è in gioco un semplice scisma, ma l’inizio di un nuovo Totalitarismo pagano e criminale. Qui è in gioco l’umanità stessa e il suo futuro! Altro che ambiente e migranti! C’è ben poco da rallegrarsi! Se, persino, un filosofo della nuova sinistra hegeliana scrive:

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«In ogni caso il nuovo ordine mondiale mira a distruggere tutto ciò che non è affine al mercato. L’amore e la famiglia sono la prima forma di resistenza rispetto al mercato e al capitalismo deregolamentato. L’amore mira a durare in eterno e perché è altruistico e donativo, sottratto a ogni logica del calcolo e della crescita» [cfr. Diego Fusaro, Il nuovo ordine erotico. Elogio dell’amore e della famiglia, 2018, presentazione in: Affari Italiani, 13 settembre 2018].

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E prosegue nel denunciare giustamente:

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«L’eroticamente corretto come: la variante erotica e sentimentale del politicamente corretto. È tutto ciò che in qualche modo garantisce il nuovo ordine erotico e diffama ciò che non gli è affine. Sul piano politico tutto ciò che non è affine al nuovo ordine mondiale viene diffamato come fascista, populista, stalinista. Nell’ambito erotico invece viene diffamato come omofobo, reazionario, premoderno. Nella neolingua [Ndr. QUI], eroticamente corretto è una sorta di catechesi mondialista che impone un adattamento cosmopolita ai costumi del nuovo ordine erotico che dissolve la famiglia e il modello eterosessuale imponendo una specie di gay pride permanente con ridicolizzazione di tutto ciò che è connesso ai valori proletari e borghesi della famiglia etica. Il gay pride non è volto a difendere i diritti, sacrosanti tra l’altro, degli omosessuali ma a distruggere e ridicolizzare il vecchio modello familiare» [Ibidem].

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Ci sfugge, forse, che non uno dei Pastori del Santo Popolo di Dio abbia il coraggioso ardire di osare la verità per non essere tacciato di “giudicante”? Ci sfugge, fors’anche, che al contrario tanti Pastori si divertono a giocare col fuoco sui temi che possono implicare prima di tutto la mera salvezza antropologica delle future generazioni, ben al di là della loro appartenenza religiosa? Ci sfugge, forse e infine, l’ammonimento: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete» [Matteo 7,15-16]? E la messe dei loro frutti ben si vede in una fede resa stupidario dei luoghi comuni!

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Terza Piaga. Il mito e la retorica della Chiesa Povera.

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La tanta declamata Chiesa Povera, forse, mai prima d’oggi è stata tanto avida di denaro e potere. Le vicende che coinvolgono influenti cardinali e vescovi tedeschi e quelle che, infine, coinvolgono il deposto Cardinale Edgar McCarry e dei suoi non-deposti ma promossi “nipotini” molto hanno a che fare, per complicità cercate e immunità concesse, con scabrose vicende di finanziamenti cercati e bramati, concessi o rifiutati. Insieme, molte altre sono facilmente spiegabili con un sapienziale suggerimento: Cherchez l’argent!

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Gli araldi di questa neo-chiesa poverella, non a caso, sono due cardinali tedeschi: Walter Kasper e Reinhard Marx che di povero hanno solo quel che resta della morente Chiesa Cattolica tedesca e di ricco, invece, gli enormi proventi della Kirchensteuer: la tassa del nove per cento che i tedeschi cattolici devono pagare sul reddito lordo per essere ancora considerati tali. Una tassa che alla Chiesa Cattolica di Germania, già ricchissima di proprietà immobiliari e di quote societarie di primarie multinazionali, frutta all’incirca attorno ai dieci miliardi di euro all’anno.

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A Monaco e a Berlino si può prescindere da tutto l’arrugginito armamentario dei dogmi e della morale; si può prescindere dalla stessa fede per essere ammessi all’Eucarestia. Dal pagare no; questo, poi, mai! E per questo, dal 2012, i poverelli vescovi tedeschi hanno comminato la scomunica latæ sentantiæ con l’esclusione dai Sacramenti, dal funerale cattolico e da ogni altra attività ecclesiale a chi non paga. E tutto ciò con misericordiante uso del Diritto Canonico.

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Messe LGBTQI+, invece, sono benvenute; benedizioni di coppie omosessuali pure; Comunione Eucaristica ai protestanti altrettanto. Tutto e discutibile e discusso in nome della misericordiante accoglienza; purché paghi! Quindi dopo i copriletti si alzeranno anche i conti correnti, e scopriremo che certi tipi di attività sessuali hanno sempre come contraltare generose elargizioni finanziarie generosamente largite e vilmente accettate.

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Un giorno, forse, scopriremo quanto certi flussi finanziari hanno e stanno condizionando l’intera Santa Chiesa di Dio e il Papato. E sarà un Dies Iræ Dies Illa!

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Quarta Piaga. La neo-Chiesa dei Poveri.

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La tanto declamata Chiesa dei Poveri è, invece, caduta nella trappola di un tragico neo-temporalismo che sta sostituendo la Suprema Legge della Chiesa di Cristo: la salus animarum. Per quest’ultime — le anime —, tutto si è ridotto a una questione di personale coscienza nel giudizio fra il bene e il male, a una casistica del peggior moralismo ecclesiastico. Nell’ordine temporale, invece, si proclamano certezze indiscutibili, linee guida inflessibili, veri e propri manifesti politici, che se non fatti propri e applicati ciecamente provocano l’ibseniana iattura di essere additati a “Nemico del Popolo”, se non allo stesso Belzebù.

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«I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» [Giovanni 12, 8]; e questo richiamo del Salvatore non a caso era rivolto a Giuda Iscariota, il Traditore, che si premura Giovanni di precisare: «Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro» [Giovanni 12, 6]. I poveri sono, in questi anni, diventati quasi un brand pubblicitario che, Pastori e Prelati, usano a piacimento come mezzo di auto-promozione, ovviamente, con discrezione evangelica, a beneficio delle telecamere.

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Nella Santa Chiesa di Dio è tutto un delirante correre a procurarsi poveri, immigrati, e ogni categoria di umana miseria da esibire come biglietto di sollecita appartenenza alla neo-chiesa e da questa, ovviamente, riceverne prebende o onori. Si occulta la Croce del Cristo per esibire come nuovo trofeo le croci del mondo! Ben strano che al lassismo morale corrisponda l’oltranzismo politico, della neo-Chiesa Povera e dei Poveri, dimentica che quella morale, spirituale, intellettuale o addirittura la stessa ignoranza di essere così poveri da non conoscere il Verbo di Dio siano delle povertà assai più misere di quella materiale.

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Quinta Piaga. La neo-papolatria a ricerca di mercato.

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Il Santo Popolo di Dio ha sempre amato e immensamente onorato i suoi Pastori. Non ha, però, mai avuto bisogno di SuperPope, SuperCardinal o SuperBishop. La Santa Chiesa di Dio ha sempre avuto bisogno di conservare salda la fede, nella sua nobile interezza e nella sua obbediente osservanza. «Ubi Petrus, ibi et Ecclesia», esclamava Sant’Ambrogio [Expositio in Psalmos, 40], il quale faceva eco a Sant’Ireno che osservava: «Ubi Christus, ibi et Ecclesia» [Smirnesi, 8, 2].

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Sconcerta osservare come il Successore di quel Pietro, inchiodato anche lui a una croce come il Divino Maestro, ami essere pop e rock al contempo da piegare ogni testo della Scrittura al suo personalissimo messaggio propagandistico; da disprezzare così grandemente il Santo Popolo di Dio e preferirgli di gran lungo un neo-Pueblo mitico; e alla salvezza delle anime optare di gran lunga per un’improbabile salvezza dei corpi. Se qualcuno pretende di sviare sospetti e ragioni parlando di «clericalismo o elitismo» — forse confondendolo con l’etilismo — oggi più che mai è tempo di denunciare una nuova e ancor più pervicace forma di papolatria che inneggia non tanto all’Ufficio Petrino, come costituto da Cristo e della Tradizione, ma l’attuale occupante dell’Ufficio, insieme ai caudatari servili e ai meschini sicofanti di cui si circonda.     

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Sesta Piaga. L’abuso del potere ecclesiastico.

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Il legittimo esercizio del munus gubernandi nella Santa Chiesa di Dio non si è mai ispirato al Fuhrerprinzip né al decalogo de Las Leyes del Jefe. Nella sua Storia la Santa Chiesa di Dio ha sviluppato consuetudini, prassi, norme e procedimenti che, pur assicurando l’indivisibile unitarietà del depositum fidei, fossero in grado di accogliere sensibilità, doni, spiritualità e carismi i più  diversi. Negli ultimi cinque anni, la Legge del Taglione si è abbattuta su chiunque, laico o chierico, non si chinasse plaudente.

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C’è nell’attuale gestione della Santa Chiesa di Dio un tale di tasso di paura e timore, che in gran parte dei Vescovi e del Clero il livello di emulazione del grande capo, più per timore di ritorsioni che per convincimento, ha raggiunto livelli di vero e proprio inquinamento ambientale. Questa sola, forse, la grande catastrofe climatica che affligge la Santa Chiesa di Dio!

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Ormai è impossibile entrare in una Chiesa senza ascoltare Pastori servili scimmiottare il “Capo”, come lo chiamano i suoi confidenti; partecipare a una liturgia, senza dover ascoltare testi liturgici — e in particolare nella Preghiera Universale — veri e propri manifesti sociologici; prender parte alla Santa e Divina Liturgia senza subire l’umiliazione di una sciatteria e banalità, che l’attuale Pontificato ha reso Regula Aurea. L’abuso è quotidiano, sfacciato, prepotente, aggressivo e violento, dalla catechesi alla predicazione, dalla Liturgia alle dichiarazioni pubbliche!

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Settima Piaga. L’attentato al sensus fidei omnium fidelium.

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Si chiede ancora il grande Vescovo d’Ippona e Dottore della Chiesa Universale:

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«Che voti farete? che voti adempirete? Offrirete, forse, quegli animali che venivano offerti una volta sugli altari? Nulla di tutto questo! Devi trovare in te stesso la materia del voto che pronunzi e manterrai. Dallo scrigno del cuore offri l’incenso della lode; dal segreto della buona coscienza offri il sacrificio della fede. Ciò che offri, brucialo con la fiamma della carità. Non manchino in te i sacrifici di lode, che tu prometti e mantieni a Dio» [Ibidem, XIX, 52].

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Nel debordante chiacchiericcio ecclesiastico dei nostri tempi abbondano le categorie sociologiche e sono scomparse quelle di un’educazione umile ma fervente alla vita di preghiera, alla pratica sacramentale di una Liturgia fervente e degna, di una vera pietà popolare, di un costante accrescimento di quel sensus fidei communis che è il vero e imprescindibile tesoro, custodito nei millenni dal Santo Popolo di Dio. Eppure questo sentire comune della fede è stato nei secoli la vera e sola grande difesa, anche i tempi bui e tumultuosi, nel preservare la Fede, nel nutrire la Speranza e nell’alimentare la Carità.

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Ora, proprio questo sensus fidei communis si vuole ingannare, confondere e indebolire, senza comprendere che con esso anche la Carità e l’amore per il prossimo, che la Santa Chiesa di Dio ha sempre praticato nei secoli e che l’ha sempre vista artefice d’imprese mirabili per i poveri di ogni povertà, spariranno come una città sotto il monte e una lucerna posta sotto il moggio [cfr. Matteo 5, 14-15].

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NON SCORAGGIAMOCI, MA NON ILLUDIAMOCI !

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Benché il suo corpo nudo sia stato appeso al cappio di un lurido patibolo del totalitarismo del secolo scorso, di fronte all’avanzare del nuovo totalitarismo ideologizzante e spudoratamente anti-cattolico, un martire protestante può forse ancora ammonirci e rincuorarci:

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«Grazia a caro prezzo è il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale l’uomo va e vende tutto ciò che ha, con gioia; la perla preziosa, per il cui acquisto il commerciante dà tutti i suoi beni; la signoria di Cristo, per la quale l’uomo si cava l’occhio che lo scandalizza, la chiamata di Gesù Cristo che spinge il discepolo a lasciare le sue reti e a seguirlo. Grazia a caro prezzo è l’evangelo che si deve sempre di nuovo cercare, il dono che si deve sempre di nuovo chiedere, la porta alla quale si deve sempre di nuovo pic­chiare. È a caro prezzo perché ci chiama a seguire, è grazia, perché chiama a seguire Gesù Cristo; è a caro prezzo, perché l’uomo l’acquista al prezzo della propria vita, è grazia perché proprio in questo modo gli dona la vita; è cara perché condanna il peccato, è grazia perché giustifica il peccatore. La grazia è a caro prezzo soprattutto perché è costata molto a Dio; a Dio è costata la vita del suo Figliolo […]. È soprattutto grazia, perché Dio non ha ritenuto troppo caro il suo Figlio per riscattare la no­stra vita, ma lo ha dato per noi. Grazia cara è l’incarnazione di Dio» [Dietrich Bonhoeffer, o.c., p. 25].

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Questo è il vero Bonhoeffer, un protestante, che però i teologi cattolici amanti dell’ecumenismo e del Protestantesimo, o non hanno letto o volutamente hanno dimenticato.

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da Aquisgrana a L’Isola di Patmos, 18 Settembre 2018

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* Sotto lo pseudonimo di Carlo Magno si cela un battezzato cattolico, giurista, politologo, filosofo, esperto di relazioni internazionali e diplomatiche che per lunghi anni ha ricoperto numerosi alti uffici in importanti organizzazioni internazionali inter-governative.  

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Conservazione e progresso

15 Settembre 2018/40 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

— attualità ecclesiale —

CONSERVAZIONE E PROGRESSO

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Per risolvere l’attuale conflitto intra-ecclesiale fra modernisti e lefebvriani bisogna accordare fra di loro questi due fattori essenziali del dinamismo ecclesiale: conservazione e progresso.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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Rileggendo alcuni testi delle meditazioni mattutine del Santo Padre nella cappella della Domus Sanctae Marthae, il 31 ottobre 2017 — come riferì l’articolista de L’Osservatore Romano del 1 novembre seguente —, il Papa si domanda, tra l’altro: I cristiani «credono davvero nella forza dello Spirito Santo» che è in loro? E hanno il coraggio di «gettare il seme», di mettersi in gioco, o si rifugiano in una «pastorale di conservazione», che non lascia che «il Regno di Dio cresca»? E risponde: «Tante volte noi vediamo che si preferisce una pastorale di conservazione» piuttosto che «lasciare che il Regno cresca».

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Ci permettiamo alcune osservazioni. Occorre distinguere conservazione da conservatorismo. Conservare diligentemente e, gelosamente e il sacro deposito della divina Rivelazione, senza accomodamenti, senza aggiungere e senza togliere [cf Gal 3,15; Ap 22,19] ed essergli fedele a costo della vita è dovere assoluto di ogni cattolico,  in primis dei vescovi e del Papa.

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Il conservatorismo, invece, al quale allude probabilmente il Papa, è una stolta ed inutile conservazione. È il conservare ciò che non serve più, è il restare attaccati o per miopia o per pigrizia o per paura o per interesse a idee, costumi, usanze, abitudini, tradizioni superati o abbandonati dalla Chiesa, è lo scambiare per modernismo il giusto progresso, il restare bloccati ad una data fase storica del cammino della Chiesa verso il Regno, è il chiudere l’occhio ai campi che già biondeggiano per la mietitura» [Gv 4,35]; è chiudere l’orecchio alla voce dello Spirito, che «rinnova la faccia della terra», che «rinnova la nostra mente» [Rm 12,2] e di giorno in giorno rinnova il nostro uomo interiore [cf II Cor 4,16]. Lo Spirito Santo spinge sì la Chiesa al progresso, ma nel senso indicato da quelle parole del Signore, che Egli ha la funzione di farci ricordare [Gv 14,26]e quindi di stimolarci a far fruttare.

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Ammesso — lo vogliamo credere — che il Papa parli di conservatorismo e non di legittima conservazione, non sembra corrispondere a verità, come pare Papa Francesco voglia insinuare, che esista una vasta diffusione del conservatorismo, che pur esiste nei lefebvriani; ma  ciò che oggi maggiormente affligge e turba la Chiesa sono una ben più vasta diffusione del modernismo o di un falso progresso e o di un falsa interpretazione del rinnovamento promosso dal Concilio. E di questi mali il Papa non parla mai, tutto preso da un’esagerata e faziosa polemica contro il tradizionalismo, dove rischia di fare di tutte le erbe un fascio, prendendosela anche con quel sano tradizionalismo che, insieme con una sana conservazione, sono fattori essenziali della struttura e del progresso della Chiesa.

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Se Francesco vuol essere un riformatore della Santa Sede cominci dunque con l’allontanare o il fermare quei falsi collaboratori che sono infetti di modernismo e di rahnerismo, ed assuma collaboratori veramente leali e fedeli al Magistero pontificio e nemici non solo del lefebvrismo, ma anche del modernismo, sia pur aperti ai lati buoni degli uni e degli altri.

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Esiste comunque un certo ostinato, miope e presuntuoso conservatorismo che, sotto il pretesto della fedeltà alla Sacra Tradizione, accusa i Papi del post-concilio di disattenderla, e vorrebbe tornare al clima dottrinale e pastorale pre-conciliari, come se il Concilio Vaticano II non fosse avvenuto, dimenticando che, quando un Concilio compie un progresso dottrinale, come quasi sempre avviene, la Chiesa, maggiormente illuminata dal Vangelo e vinti certi errori, data l’infallibilità della sua dottrina, non torna più indietro, mentre può capitare che un nuovo Concilio corregga una prassi pastorale difettosa avviata da un Concilio precedente, o ripristini o recuperi certe pratiche pastorali abbandonate da quel Concilio, perché su questo piano, per il mutare delle contingenze storiche o per la fallibilità degli stessi uomini di Chiesa, essa può mutare o sbagliare e quindi può correggersi, dopo aver sperimentato le conseguenze dannose provocate dall’errore commesso.

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Così il Concilio, andando incontro ad un’esigenza del tempo nel quale fu celebrato, insiste molto sul rinnovamento della pastorale e dà in merito molte direttive, che toccano tutti gli aspetti della vita ecclesiale. Ma dopo cinquant’anni di applicazione di queste direttive, molti osservatori e pastori imparziali ed amanti della Chiesa ci hanno condotto ormai da anni a renderci chiaramente conto del fatto che la pastorale conciliare, per certi aspetti, ha bisogno di una correzione di rotta, che forse solo un nuovo Concilio o un grande Papa riformatore potranno attuare.

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Ciò non significa assolutamente che si debba tornare in toto alla pastorale del pre-concilio, ma significa mantenere le conquiste pastorali del post-concilio — per esempio un sano ecumenismo o il dialogo interreligioso —, purificandole da certi eccessi buonistici e troppo ottimistici nei confronti del mondo moderno, tanto che oggi, per la mancata vigilanza dei vescovi, assistiamo ad un impressionante ritorno di modernismo, molto peggiore e più insidioso di quello dei tempi di San Pio X, anche perché, mentre questo aveva attecchito soltanto nel basso clero e fra i teologi ed esegeti, quello infetta lo stesso corpo episcopale soprattutto nella sottile ad astuta forma del rahnerismo.  

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Tutti i buoni cattolici, fedeli e pastori, si sono ormai accorti di questa enorme truffa, tranne, chissà perché, gli stessi modernisti, i quali o cadono dalle nuvole o fanno finta di non sapere o restano sordi a richiami ed avvertimenti o ignorano sprezzantemente le accuse loro rivolte o le respingono sdegnati o, povere vittime calunniate, da ipocriti sopraffini, perseguitano i pochi coraggiosi che scoprono le loro trame.

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Il grande problema pastorale oggi, non è più quello che si imponeva cinquant’anni fa, come comandava il Concilio, di abbandonare una pastorale troppo conservatrice, anacronistica, statica, ripetitiva, troppo difensiva, sospettosa, timorosa, diffidente ed aggressiva nei confronti del mondo moderno, del resto mal conosciuto e a volte anche frainteso, per un rinnovato accostamento alla modernità benevolo, aperto, leale, sanamente critico, certo prudente come il serpente, ma anche semplice come la colomba, sapendo che il mondo riserva insidie, ma anche che il mondo creato da Dio offre molti valori da riconoscere, da salvare e da condurre a Cristo.

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Sulla via del rinnovamento, del divenire, del cambiamento, dello svecchiamento, dello sviluppo  e del progresso si è molto insistito e si è andati molto avanti in questi cinquant’anni, e certamente il vero progresso non ha mai termine; ma non sempre si è avanzati nella maniera giusta, e più che avanzare, in tanti casi, si è deviato o ci si è allontanati dal retto cammino e dalla fedeltà ai veri insegnamenti del Concilio; non sempre ci si à mossi con la dovuta intraprendenza, moderazione, cautela e saggezza, in obbedienza alla guida dei Pontefici o alla dottrina del Catechismo della Chiesa Cattolica, anzi cadendo molto spesso nella rete del  modernismo, che è un approccio ingannevole alla modernità, nella quale occorre distinguere il grano dal loglio, e invece  i modernisti hanno confuso l’uno con l’altro.

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Quello che allora oggi bisogna soprattutto fare per promuovere una sana, efficace ed equilibrata pastorale, adatta alle necessità dell’ora presente, diverse e per certi aspetti opposte alla situazione storica, che dovette affrontare e risolvere il Concilio, non è più tanto redarguire il conservatorismo, benché poi esso esista tuttora, ma è che il Papa si decida, alla buon ora, con franchezza e coraggio, incurante dell’eventuale starnazzare dei modernisti, a denunciare il modernismo dilagante, ben più pericoloso e dannoso del lefebvrismo o del conservatorismo, considerando gli immensi danni che il modernismo ha fatto in questi 50 anni. e sta facendo, sotto pretesto del rinnovamento conciliare, nella Chiesa e nella società. E qui faccio notare che fin dal 1966 il Maritain denunciò il grave pericolo del modernismo. E non è che il Maritain fosse precisamente un conservatore. Non si deve insistere in modo unilaterale sullo sviluppo lasciando in sordina la conservazione del deposito della fede. È l’inverso che bisogna fare, dopo cinquant’anni di retorica progressista, che ha finito per degenerare nel modernismo e in polemiche faziose contro la conservazione.

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Il vero futuro della Chiesa e dell’umanità

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Occorre piantarla una volta per tutte con un relativismo e storicismo di origine hegeliana, denunciati più volte da Papa Benedetto XVI sulla scia della condanna dell’evoluzionismo modernista fatta da San Pio X. Il divenire suppone l’essere. Il relativo ha senso solo in rapporto all’Assoluto e la storia ha un fine solo in rapporto all’Eterno. Occorre invece ritrovare i princìpi e i valori assoluti della ragione e della fede, oggi largamente dimenticati, trascurati, fraintesi, incompresi, disprezzati e derisi, tra coloro stessi che dovrebbero custodirli ed insegnarceli, vescovi compresi. Valori che invece sono sempre stati insegnati e sempre saranno insegnati per la salvezza dell’umanità, dalla sana filosofia, in quanto razionali, e dalla Chiesa, in quanto valori di fede. Occorre sapere con certezza quali sono questi valori di ragione e di fede, occorre sapere perchè sono questi e non altri, occorre distinguerli dalle opinioni soggettive e caduche. Occorre distinguere il dogmatismo e il fondamentalismo dalla certezza di fede e dalla certezza razionale.

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Occorre saper distinguere i valori immutabili, immortali ed incorruttibili da quelli che mutano e si corrompono. Occorre distinguere le verità immutabili e sovra-temporali da quelle mutabili e temporali, ciò che è vero oggi, è vero da sempre e sarà sempre vero — le verità filosofiche, morali teologiche — da ciò che è vero oggi e potrà non esserlo domani certe condizioni o realtà storiche o istituzioni giuridiche o politiche o ecclesiali.

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È con la ragione e con la fede che sappiamo cosa è di ragione e cosa è di fede. A questo punto abbiamo sotto i piedi non le sabbie mobili, ma la roccia sulla quale costruire la casa, il saldo terreno su cui poggiare  e camminare. Sappiamo quali sono i valori che non verranno mai meno. Sappiamo qual è il senso dell’esistenza e della vita. Sappiamo chi siamo, da dove veniamo e dove possiamo, vogliamo e dobbiamo andare. Sappiamo che Dio esiste. Sappiamo di chi fidarci. Sappiamo il perché del bene e del male. Sappiamo che non c’è via di mezzo tra il sì e il no. Conosciamo la nostra vocazione e il nostro dovere. Vediamo il nostro destino eterno e possiamo perseguirlo con speranza, costanza e coraggio, sapendo di non essere delusi. Sappiamo che potremo farcela. Sappiamo quali sono i valori e i beni, per i quali val la pena di sacrificare la nostra vita, sappiamo quali sono i valori sui quali non possiamo cedere, anche a costo della vita. Sappiamo cosa è il martirio. Sappiamo che possiamo vendere tutto, negoziare su tutto, trafficare tutto, all’infuori della nostra anima. Così compreremo Tutto. Sappiamo che è impossibile la salvezza senza questi valori, per cui sono questi i valori che garantiscono la salvezza. Se noi abbandoniamo la consegna che ci è stata data da Cristo, ritenendola superata o invecchiata o non più valida o non più attuale, per un futuro inventato da noi nell’idea che venga dallo Spirito Santo, non siamo degli innovatori, non  facciamo nessun vero progresso, ma siamo dei traditori, dei disertori e dei fedifraghi; non siamo più sotto la guida dello Spirito Santo, ma del demonio.

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Invece occorre che teniamo sempre davanti agli occhi del’intelletto e del cuore i valori  e i beni assoluti, perenni ed immutabili, la Parola di Dio che non passa — Verbum Domini manet in Aeternum — che illumina il nostro cammino, ci indica i nostri doveri, ci fa gustare la legge divina, infiamma il cuore, ci spinge alla santità — caritas Christi urget nos —, corregge i nostri errori, perdona i nostri peccati, conduce al vero progresso, fondato sulla verità divina conosciuta sempre meglio eodem sensu eademque sententia.

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Quanto all’appello alla ”Tradizione” per sapere cosa è di fede e cosa non lo è, di per sé non basta, ed è addirittura illecito ed empio, se si pretende di appellarsi direttamente e soggettivamente alla Tradizione, per contestare o contraddire o ”correggere” l’insegnamento dottrinale di un Papa o di un Concilio, dato che sono proprio loro i  custodi ed interpreti supremi e definitivi della Tradizione.  

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L’errore poi si aggrava, se tra i contenuti della Tradizione non si sa discernere quali sono quelli veramente permanenti, inviolabili ed insuperabili, e quali invece sono i contenuti vecchi e superati. La Tradizione non è questione di durata temporale, ma di valore intrinseco di verità, al di sopra del tempo, del contenuto della Tradizione. Occorre saper distinguere nella Tradizione ciò che è legato al tempo e alle contingenze storiche passeggere, da ciò che attiene essenzialmente l’Eterno e l’Assoluto, ossia alla volontà istituzionale di Cristo (“diritto divino”) — per esempio i sacramenti — che non può mai essere, né sarà mai mutato o abbandonato dalla Chiesa.

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Così non è sufficiente in ogni caso dire: «da 2000 anni» — ammesso che lo si sappia con certezza — «si è sempre pensato o fatto così», perché invece non è detto che si debba continuare a fare sempre così. Esiste un passato che è ormai passato morto e sepolto. Non avrebbe senso estrarre una salma dalla tomba come fosse il ripristino dei valori del passato. Ciò che è giustamente passato, è bene che resti passato, altrimenti sarebbe come voler far tornare quelle «cose passate» [II Cor 5,19], delle quali parla San Paolo. Meglio comunque una verità antica che un errore nuovo.

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Esistono del resto rispetto alla Tradizione novità assolute, mai prima esistite. Se però la Chiesa istituisce cose nuove ignote alla Tradizione precedente, come per esempio i ministeri femminili o il novus ordo Missae, questa non è una rottura con la Tradizione, ma vuol dire semplicemente che quelle cose erano contenute implicitamente nella Tradizione.

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Queste sono le linee della vera “svolta profetica”, della vera riforma che ci attendiamo da Papa Francesco. Certo egli non deve ascoltare i laudatores temporis acti, e fa bene ad arguirli, ma soprattutto non ascolti gli adulatori e i falsi amici, ma chi gli vuole veramente bene, chi lo esorta a congiungere dottrina e pastorale, conservazione e sviluppo, continuità e progresso, fedeltà e inventiva, anche se il vero amico può avere il tono del richiamo o rimprovero. Le ”rivoluzioni” populiste, scriteriate e a basso prezzo le lasci ai dittatorelli ambiziosi, panciuti e demagoghi  dell’Africa e dell’America Latina, senza abbassare la sua sacra dignità di Vicario di Cristo.

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Se il Papa vuole essere padre dei poveri, come appare chiaro dalle sue intenzioni, imiti il suo Signore Gesù Cristo e gli innumerevoli Santi padri dei poveri e lasci stare i Don Lorenzo Milani, i Fidel Castro o gli Helder Câmara. Di oppressi non ci sono solo gli immigrati. Invitiamo il Santo Padre ad esercitare la sua misericordia anche con gli oppressi dai modernisti, non abbia troppa confidenza con gli oppressori modernisti.

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È vero che i lefevriani parlano anche loro di ”modernisti”, ma essi stravolgono il senso del concetto, quando accusano di  ”modernismo” il Papato post-conciliare e le dottrine del Concilio, confondono il progresso col modernismo o Maritain con Rahner o confondono la Messa novus ordo con la Cena luterana. Prosegue più sotto il  giornalista: «La realtà, infatti, è che “il grano” — parole del Papa — “ha la potenza dentro, il lievito ha la potenza dentro”, e anche “la potenza del Regno di Dio viene da dentro; la forza viene da dentro, il crescere viene da dentro”».

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Non c’è dubbio circa la verità di quanto qui dice il Papa. Solo che l’immagine evangelica del chicco di grano non è l’unica immagine che Cristo propone della sua Parola. Non c’è dubbio che essa nel corso della storia, vien sempre meglio conosciuta dalla Chiesa in eodem sensu eademque sententia, come dice San Vincenzo di Lerino, con lo sviluppo della dogmatica ecclesiale.

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Per chiarire la questione della funzione conservatrice della pastorale ed evitare il conservatorismo, occorre rifarsi alle affermazioni o ai paragoni di Cristo, nei quali emerge la perennità, la stabilità, l’immutabilità, l’incorruttibilità, l’eternità della Parola di Dio, come quando, per esempio, essa viene paragonata a un .«tesoro» [cf.   ], a una «perla preziosa» [cf.  ], a una «dracma» [cf.  ] o a una «roccia» [cf.  ]. È una parola che «non passa» [cf.  ]. È una parola di «vita eterna» [cf.   ]. Le cose preziose vanno conservate con cura e gelosamente. È un principio di buon senso, che tutti capiscono. E quanto più allora va conservato intatto ed integro, ad ogni costo, senza cambiamenti, senza correzioni, senza aggiungere e senza togliere, anche se con continue spiegazioni, quel messaggio divino di salvezza, che ci assicura e ci promette la vita eterna.

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Certo, il messaggio evangelico non è come un cibo deperibile, che si corrompe, se non è ben custodito e conservato. Esso infatti non teme l’usura del tempo o gli agenti corrosivi. Non è fatto di materia corruttibile, ma è puro spirito immortale. È un tesoro che, se ben custodito «il ladro non può rubare e la tignola non può sfondare». Chi può corrompersi è il suo possessore, che è infedele, negligente e trascurato nel conservarlo e custodirlo e quindi può anche perderlo. Ecco l’apostasia. Può male concepirlo e può travisarlo. Ecco le eresie. Può male amministrarlo. Ecco il rispetto umano, l’accidia e le trascuratezze dei pastori.

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Prosegue l’articolista: «Allo stesso modo, ha spiegato Francesco, “se noi vogliamo conservare per noi il grano, sarà un grano solo. Se noi non mescoliamo con la vita, con la farina della vita, il lievito, rimarrà solo il lievito”». Qui il Papa tocca un aspetto del conservatorismo. Egli ovviamente non nega che bisogni conservare il grano: altrimenti, come si fa a donarlo? Possiamo donare ciò che abbiamo conservato con cura.  Ma, se sono valori da donare, e questo è proprio il caso della Parola di Dio, bisognerà pur donarli. Sono le stesse parole di Gesù: «Se il chicco di grano non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» [Lc 12,24].

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Come accordare conservazione e progresso

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Può progredire il vivente che ha una propria stabile identità. Infatti il vero progresso è il miglioramento delle condizioni e dell’attività del soggetto. Il che suppone ovviamente la conservazione del soggetto. È vero che la vita è movimento, è divenire, è mutamento. Ma perché sia vera vita dev’essere sviluppo o esplicazione nella giusta direzione del soggetto preesistente. Il progresso il movimento dev’essere sano, ossia ordinato e ben guidato e non patologico, disordinato o sconclusionato. Anche un pazzo furioso è pieno di movimento, ma nessuno gli invidia la sua condizione.

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Il soggetto che divide o muta negando la propria identità ossia cessando di conservare se stesso, avvia un movimento che non comporta progresso, ma dissoluzione o disintegrazione. È il processo che conduce alla morte. È vero che il morto non esercita più le attività vitali. Tuttavia la rigidità della morte non esclude affatto nel cadavere un divenire che è la sua dissoluzione. Dunque il puro e semplice divenire, il semplice cambiare o mutare non è un bene in se stesso. Ogni divenire ha una direzione.

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Non c’è da fidarsi di un divenire confuso e contraddittorio. Per verificare se si tratta di progresso e non di corruzione, bisogna vedere dove tende. Se tende al meglio è progresso; se tende al peggio è regresso. Occorre insomma sia il divenire, lo sviluppo o l’accrescimento o il miglioramento di un soggetto che si suppone mantiene in essere nella sua propria identità. Altrimenti, il divenire non è vita, ma morte, non è progresso, ma regresso, non evoluzione ma involuzione, non avanzamento ma retrocessione, non decadimento.

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La preoccupazione di conservare la propria identità supposta sana, è una preoccupazione più che legittima e doverosa, che nulla ha a che fare col conservatorismo e non so quale «chiusura all’altro». Essa manca in soggetti masochisti e d Essa corrisponde a quello che nel regno animale è l’istinto di conservazione, senza del quale quell’animale sarebbe presto distrutto dagli agenti contrari.

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Occorre che il Papa, quale sommo custode, fautore, garante e moderatore dell’unità, della concordia e della pace nella Chiesa, si assuma le proprie responsabilità. Deve porsi nella posizione di giudice imparziale che gli spetta, facendo capo ai princìpi universali della Chiesa, così che entrambe le parti  conflitto — lefevriani e modernisti — possano riconoscersi come cattoliche.

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Occorre, in secondo luogo, che riconosca la parte di verità e di giustizia — accennata in questo articolo —, presente e portata avanti da entrambe le parti. Le due parti, accostate l’una all’altra, combaciano perfettamente, come le due metà di una sfera spezzata, perché Dio le ha create appunto perché, unite, facciano una cosa sola, che è la stessa realtà della Chiesa.

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Il Papa deve fare ogni sforzo perché le due parti si avvicino e s’incontrino, superando vecchi rancori, odî. e diffidenze. Deve abbandonare la sua attuale propensione per i modernisti, altrimenti non può pretendere di suscitare la fiducia dei lefebvriani e i modernisti resteranno confermati nei loro errori e assumeranno un atteggiamento arrogante, il che non porterà a nessun risultato. Il Papa deve fare in modo che i lefebvriani si sentano compresi e apprezzati nelle loro buone ragioni, cosa che il Papa finora non ha fatto, cadendo anzi nel disprezzo e nell’insulto. Essi, però, da parte loro, devono sforzarsi di accogliere fiduciosamente tutte le dottrine del Concilio, come li ha esortati più volte Papa Benedetto XVI e, per conseguenza, il magistero pontificio seguente fino a Papa Francesco.

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Per quanto riguarda i modernisti, il Papa deve seguire lo stesso metodo applicato per i lefebvriani: riconoscere i lati buoni e correggere i difetti. Lato buono dei modernisti, che è sfuggito ai lefebvriani, che lo hanno frainteso, è l’attenzione al pensiero moderno e la volontà di ammodernamento e di progresso della Chiesa. Ma se per la Chiesa è relativamente facile rimediare agli errori dei lefebvriani, tutto sommato pochi di numero e abbastanza compatti un fatto di dottrine e di costumi, impresa gigantesca e al di sopra delle forze della Chiesa appare l’opera di correzione degli errori dei modernisti, sia perché essi sono sparsi per tutta la Chiesa, tra i pastori e tra i fedeli, e sia perché gli errori sono svariatissimi e toccano tutti i dogmi della fede. Volendo fare un paragone tratto dalla nettezza urbana, il far pulizia in campo lefebvriano sta al far  pulizia in campo modernisti, così come il far pulizia in una città svizzera sta al curare la nettezza urbana di Napoli.

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Tuttavia un punto di accordo tra il Papa, i lefebvriani e i modernisti si potrebbe trovare attorno al problema Rahner. Infatti, mentre i modernisti considerano Rahner il loro più grande teologo, i lefebvriani hanno acutamente individuato in Rahner il pericolo maggiore per la Chiesa di oggi. A questo punto il Papa — sarebbe ormai ora — dovrebbe decidersi con coraggio, succeda quel che succeda,  a condannare gli errori di Rahner, dando una giusta soddisfazione ai lefebvriani e a tutti gli amanti della verità e della Chiesa. Tuttavia le cose non sono così semplici, perché in realtà Rahner dette un contributo alle dottrine del Concilio. È a questo punto che i lefebvriani passano dalla parte del torto e quindi bisogna che il Papa li corregga, perché essi considerano come modernista il contributo rahneriano al Concilio. Da qui il loro rifiuto di tali dottrine considerate come moderniste, il che è falso, perché i lefebvriani interpretano quelle dottrine nel senso del modernismo rahneriano; e invece lì Rahner dette un contributo positivo, altrimenti esso non sarebbe stato approvato dal Concilio. Se il Papa riuscirà a mostrare ai lefebvriani e ai modernisti i punti sui quali s’incontrano tra di loro e se gli uni egli altri accetteranno le correzioni pontificie, la pace sarà fatta.

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Lo Spirito Santo e la Madonna sostengano il Papa nella sua missione di guida della Chiesa nella verità, nell’unità, nella santità, in un sano pluralismo e nella concordia, in una rinnovata evangelizzazione, che allarghi i confini della Chiesa visibile, vinca le forze ad essa ostili, converta le religioni a Cristo, riconduca i fratelli separati alla Santa Madre Chiesa, mostrando al mondo il volto di Dio giusto vindice degli umiliati, misericordioso consolatore degli afflitti, liberatore degli oppressi, vincitore del peccato e della morte.

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Varazze, 14 settembre  2018

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Dalle donne cardinale all’apertura del processo di beatificazione della Serva di Dio Moana Pozzi. Colloqui in Borgo tra Ipazia e Brivido Cosmico

12 Settembre 2018/1 Commento/in Attualità/da Ipazia

— il cogitatorio di Ipazia —

DALLE DONNE CARDINALE ALL’APERTURA DEL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE DELLA SERVA DI DIO MOANA POZZI. COLLOQUI IN BORGO TRA IPAZIA E BRIVIDO COSMICO

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Alla compianta Moana Pozzi dobbiamo assegnare anche un patronato, affinché pure i gruppi esigui delle minoranze perseguitate abbiano dei propri Santi e Sante Protettrici. Bisogna proporre la ormai Serva di Dio Moana Pozzi come co-patrona dei Sacerdoti assieme a San Giovanni Maria Vianney, affidando ad essa il patronato della minoranza dei sacerdoti eterosessuali.

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Autore
Ipazia gatta romana

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Dinanzi ad una Chiesa visibile affetta da una decadenza dottrinale e morale irreversibile, è necessario aprire quanto prima la banca del seme

10 Settembre 2018/10 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— attualità ecclesiale —

DINANZI AD UNA CHIESA VISIBILE AFFETTA DA UNA DECADENZA DOTTRINALE E MORALE IRREVERSIBILE, È NECESSARIO APRIRE QUANTO PRIMA LA BANCA DEL SEME

In questo momento dovremmo far tesoro delle parole del Cardinale Charles Journet [1891-1975] che nella sua opera Eglise du Verbe Incarné  spiega: «L’assioma “dov’è il Papa lì è la Chiesa”, vale quando il Papa si comporta come Papa e Capo della Chiesa; in caso contrario, né la Chiesa è in lui, né lui è nella Chiesa» .

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Rembrandt, Cristo con gli Apostoli sulla barca in tempesta

Il problema è disastroso, partiamo stemperando l’aria con un po’ di umorismo …

… rispondendo a un Cardinale che voleva rincuorarlo ricordandogli che secondo la promessa di Gesù Cristo la barca di Pietro non sarebbe stata preda della tempesta e che alla fine sarebbe giunta in porto, il Beato Pontefice Pio IX rispose: «È vero, ma il Signore ha parlato e dato garanzia per quanto riguarda la barca, non per quanto riguarda l’equipaggio» [cf. G. Cionchi, Il Pio IX nascosto, Ed. Shalom, 2000. QUI]. E con questa battuta del Beato Pontefice Pio IX, che in privato era dotato di uno spirito di umorismo a tratti esilarante, passiamo all’aspetto sia mistagogico che tragico. È sì vero che Cristo stesso ha promesso che la Chiesa sopravvivrà sino al suo ritorno alla fine dei tempi, ma il Verbo di Dio ci lascia anche un chiaro quesito su cui riflettere:

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Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? [cf. Lc 18, 8]

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Con estrema chiarezza il Beato Apostolo Paolo scrive agli abitanti di Tessalonica facendo uso di linguaggi e immagini drammatiche:

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Vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e della nostra comunione con lui di non lasciarvi così facilmente confondere nel pensiero e turbare né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente, affinché nessuno v’inganni in qualche modo. Prima infatti dovrà venire l’apostata e dovrà essere rivelato l’uomo iniquo, il figlio della rovina, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto fino a sedere nel tempio di Dio, ostentandosi come Dio. Non ricordate che, mentre ero ancora tra voi, venivano dette queste cose? E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione affinché avvenga a suo tempo. Il mistero dell’iniquità è già in atto. Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga, finché esca di mezzo e allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con la luce della sua venuta, perché la presenza dell’empio avverrà nella potenza di Satana con ogni specie di portenti, di segni e prodigi di menzogna e con ogni sorta d’empio inganno per quelli che si perdono, perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi. Perciò Dio invierà loro una giustificazione dell’errore affinché credano alla menzogna e così siano giudicati tutti coloro che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità  [2Ts 2,1-3.13-17]

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Rivolgendosi poi al discepolo Timoteo, il Beato Apostolo seguita a scrivere:

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Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero [II Tm 4,1-8].

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Quando il Beato Apostolo Giovanni scrisse il testo dell’Apocalisse nell’Isola di Patmos, nel versetto in cui egli narra …

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«È caduta, è caduta Babilonia la grande, quella che ha abbeverato tutte le genti col vino del furore della sua fornicazione» [Ap 13, 8].

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… facendo uso di un’immagine vetero testamentaria si rivolge all’Impero Romano, quindi a Roma celata dietro «Babilonia la grande», il tutto per motivi che chiunque può capire. Motivi legati in parte alla sicurezza e in parte alla diffusione del testo, onde evitare la loro distruzione da parte dei romani che all’epoca nutrivano forti sospetti verso il movimento gesuano e la relativa diffusione del suo messaggio.

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Trascorsi ormai duemila anni, viene da affermare che mai come oggi quel riferimento all’antica Roma celata dietro l’immagine di Babilonia sia attuale, posto che da tempo Roma «ha abbeverato tutte le genti col vino del furore della sua fornicazione» [rimandiamo agli ultimi articoli: QUI, QUI, QUI, QUI, QUI].

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Non intendo neppure sfiorare il mondo delle rivelazioni private, quelle riconosciute dalla Chiesa, nelle quali si parla da diversi secoli della grande apostasia. Con tutto il rispetto per le rivelazioni private riconosciute dalla Chiesa, ricordo che queste non sono racchiuse nel deposito della fides catholica, dove invece sono racchiusi i Santi Vangeli, le Lettere Apostoliche ed il Libro dell’Apocalisse che ci parlano del Principe di questo mondo [cf. Gv Giovanni 12, 31; 14, 30; 16, 11], dell’anticristo [I Gv 2, 18; 2, 22; 4,3; Ap 1, 13-18] e della grande apostasia [cf. II Ts 2, 1-12]. Già nell’Antico Testamento il Profeta Zaccaria preannuncia la venuta del pastore stolto:

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«Io susciterò nel paese un pastore che non si curerà delle pecore che periscono, non cercherà le disperse, non guarirà le ferite, non nutrirà quelle che stanno in piedi, ma mangerà la carne delle grasse e strapperà loro persino le unghie» [Zc 11,16].      

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Ma soprattutto è il Verbo di Dio stesso a porci il tragico quesito: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? [cf. Lc 18, 8]». Questo il motivo per il quale da anni, sebbene inutilmente, vado ripetendo che il giorno del proprio ritorno: «Quanto tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti», Cristo potrebbe anche trovare il guscio di una Chiesa completamente svuotata del Divino Verbo e riempita di altro. E questo processo di svuotamento e riempimento è in atto da oltre mezzo secolo ed oggi si trova in fase ormai avanzata, ma soprattutto irreversibile.

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I CUGINI DI CAMPAGNA

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il quartetto pop de I Cugini di Campagna

Provo tenero affetto per tutti i teologi ed i laici che erigendosi a difesa della purezza della dottrina dinanzi a questo immane sfacelo, seguitano a battagliare inutilmente contro il Modernismo e la teologia di Karl Rahner, quasi come se facendolo ormai da quarant’anni fossero rimasti fossilizzati su questo, senza rendersi conto che l’uno, il Modernismo, l’altro, il cosiddetto rahnerismo, oggi non sono più il problema. A volte mi sembra d’aver a che fare col complesso pop de I Cugini di Campagna, che seppure invecchiati, ma sempre vestiti con gli stessi abiti di moda a inizi degli anni Settanta del Novecento e con le zeppe da venti centimetri ai piedi, seguitano a cantare: «Anima mia, torna a casa tua, ti aspetterò dovessi odiare queste mura» [cf. QUI, QUI]. Sono certo che infine la canteranno per l’ultima volta dentro un reparto di geriatria e poi dentro un centro oncologico per malati terminali, perché per tutta la vita hanno cantato quel motivo e fino alla fine della vita seguiteranno a cantarlo vestendo abiti della moda di fine anni Settanta e con le zeppe da venti centimetri ai piedi; abiti coi quali saranno infine deposti dentro la bara, mentre fuori da essa i membri del loro fans club canteranno in coro: «Anima mia, torna a casa tua, ti aspetterò dovessi odiare queste mura».

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Forse, i Cugini di Campagna di certa nostra teologia, pensano che se un giorno un Sommo Pontefice ordinasse alla Congregazione per la Dottrina della Fede di sconfessare di nuovo il Modernismo e di dichiarare eterodossa la teologia di Karl Rahner, il problema sarebbe davvero risolto? Pensare o sperare in questo vuol dire essere non solo al di là della ragione, ma proprio oltre i confini della realtà. E chi non riesce a percepire la realtà perché impegnato a vivere fossilizzato nelle realtà che si è creato, non dico faccia del male alla Chiesa, ma certo non concorre a risolvere i suoi problemi ed a farle del bene.

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Con buona pace di chi seguita a perdere tempo sia con i Modernisti sia con la teologia di Karl Rahner — perché questo hanno fatto tutta la vita e questo devono seguitare a fare —, ciò di cui bisogna invece prendere atto è che i primi ed i secondi erano anzitutto dei credenti. Proprio così: i Modernisti e Karl Rahner erano dei credenti come lo erano i grandi eresiarchi della storia Ario e Pelagio. Sappiamo bene quanto la loro fede fosse corrotta dall’errore, ma nessuno di loro ha mai agito per recare del male alla Chiesa, tutt’altro: erano convinti di fare il bene della Chiesa e soprattutto di essere nel giusto e quindi sentivano il dovere di coscienza di salvarla. O risulta a qualcuno che il Concilio di Nicea verso Ario, in seguito Sant’Agostino dibattendo contro Pelagio, abbiano rivolto loro accuse di essere persone senza fede? Basti poi citare il caso di Gioacchino da Fiore il cui pensiero eretico fu condannato nel 1215 dal IV Concilio Lateranense, che però non mise mai in dubbio né la sua fede né la sua personale santità di vita. Gioacchino da Fiore, che pure era uomo di profonda pietà e santità di vita, non fu mai beatificato perché speculando sul mistero trinitario era caduto — in modo sicuramente involontario —, in una precisa forma di eresia che prenderà poi nome di gioachimismo o millenarismo. Ma si trattava di altri tempi, oggi che infatti i tempi sono cambiati, ci si sta invece accingendo a beatificare il vescovo pugliese Tonino Bello, le cui eroiche virtù sono costituite dal fatto che era un grande impegnato nel sociale, senza tenere in alcun conto che questo suo impegno era costruito sulla demagogia, sul populismo ed il pauperismo, oltre che su di un pacifismo acritico e sentimentale totalmente scisso dalla morale e dalla dottrina cattolica. In verità il Bello è un autentico ricettacolo di eresie per la gran parte scritte, pubblicate, filmate e registrate, ossia documentate; nonché diffusore di una cristologia che parte da Cristo per giungere all’uomo e incentrarsi sull’uomo, di una ecclesiologia che in modo eufemistico potremmo definire ardìta e di una mariologia da lui confusa con la romantica poesie. Però parlava di poveri e di povertà ed era un grande impegnato nel sociale; e ciò fa forse di lui un autentico beato? E Gioacchino da Fiore, allora, quando lo beatifichiamo?

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Volendo c’è di più e di peggio: se per la prima volta nel corso della sua storia la Chiesa procedesse alla beatificazione e poi alla successiva canonizzazione del primo vescovo eterodosso, i grandi soloni della logica aristotelica e della metafisica, a quali ingegnosi artifici interpretativi pensano di ricorrere, considerando che una canonizzazione, diversamente da una beatificazione, implica un pronunciamento del magistero infallibile? Perché queste, purtroppo, sono le domande alle quali per la prima volta nella storia della Chiesa siamo oggi costretti a rispondere; e trovare certe risposte non è facile e  per nulla agevole da un punto di vista strettamente teologico e dogmatico. Eppure, prima o poi, si dovrà rispondere a questo come ad altri quesiti, sebbene io mi aspetti che qualcuno non esiterà ad affermare, in nome di quella logica capace a spingersi al di là di ogni logica, che se subentra un pronunciamento del magistero infallibile — mi riferisco alla ipotetica canonizzazione di Tonino Bello —, questo pronunciamento annullerà e cancellerà in modo retroattivo ogni eresia palese e manifesta del canonizzato, perché chi si sarà pronunciato non può errare, è infallibile, quindi gode di una assistenza del tutto speciale dello Spirito Santo … forse sino ad essere al di sopra dell’ordine stabilito da Dio e quindi di Dio stesso?

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La domanda è pertanto a dir poco logica: dinanzi a una realtà del genere, a che cosa servirebbe fare battaglia contro gli errori di Gioacchino da Fiore, nato e vissuto tra il XII e il XIII secolo? Servirebbe esattamente tanto e quanto oggi può servire far battaglia contro i Modernisti e Karl Rahner. Perché per certi teologi e pensatori, il problema di fondo non è quanto Karl Rahner avesse torto da un punto di vista dottrinale. Il problema, ma soprattutto il traguardo da raggiungere, è altro: io ho ragione e sono nel giusto a dire da una vita che Karl Rahner è nell’errore ed ha torto. Insomma: ho ragione io che ormai da quarantaquattro anni seguito a cantare in tutte le salse: «Anima mia, torna a casa tua, ti aspetterò dovessi odiare queste mura».

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Detto questo proseguo dicendo: gli anziani teologi sono liberi di seguitare a tuonare contro i Modernisti e contro Karl Rahner. E siccome, di certi soggetti, io conosco sia la testardaggine sia la misura in cui hanno finito con l’innamorarsi sia delle loro buone battaglie sia della loro idea di verità, evito di perdere tempo inutile a spiegar loro che il problema odierno della Chiesa non sono né le eresie dei Modernisti né le pericolose eterodossie di Karl Rahner, perché ben altro è il problema che loro non vogliono individuare e vedere.

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Oggi, all’interno della Chiesa viviamo la tragedia auto-distruttiva di una disgregazione del deposito della fede e del dogma derivanti dal pullulare di un numero molto elevato di vescovi e di presbiteri che sono di fatto dei perfetti atei, dei non credenti. Dinanzi al dato oggettivo e incontrovertibile di questo ateismo, non sarò certo io a perdere il mio tempo prezioso dimenandomi tra modernismo e rahnerismo, paralizzato in dispute che oggi non servono a niente, considerando che la vita Dio me l’ha data per impiegarla e non per sprecarla in modo acritico e testardo sino alla fine. Certo, i diretti interessati potrebbero dire che a questo siamo giunti anche grazie al modernismo ed al rahnerismo. Bene, ma seguitare a ripetere questo, a quale realistica e logica soluzione oggettiva può portare, se non a … «Anima mia, torna a casa tua, ti aspetterò dovessi odiare queste mura» ?

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IL SUPERAMENTO DEL PUNTO DI NON RITORNO GENERA LA IRREVERSIBILITÀ

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nelle grandi decadenze c’è sempre una soglia che delimita il punto di non ritorno

Questi lottatori contro il Modernismo e Karl Rahner che cosa vogliono: la sconfessione di quel Modernismo già sconfessato dal Santo Pontefice Pio X e dai suoi due Successori, quindi la sconfessione di Karl Rahner, o più semplicemente che sia riconosciuta la giustezza delle loro posizioni teologiche in contrapposizione critica a quelle di Karl Rahner? Possibile che certi soloni della logica e della metafisica, persi nel loro mondo onirico e convinti di vivere in esso la massima aderenza con il reale umano ed ecclesiale, non riescano a capire che cosa comporti una situazione incancrenita e irreversibile come quella che stiamo vivendo? Possibile non giungano a capire che quando la decadenza che investe periodicamente le società civili e religiose ha superato il cosiddetto limite di guardia, indietro non si torna, perché a quel punto il processo irreversibile e inarrestabile procede a prescindere dalla volontà più o meno buona delle persone stesse o del poco che di buono resta all’interno di una Chiesa ridotta a struttura di peccato, che produce al proprio interno il peccato e che poi lo diffonde all’esterno? Qualcuno si è mai posto il problema di quanto oggi la Chiesa visibile possa avere perduta la grazia santificante a causa di un meccanismo di diabolico rifiuto sviluppato al suo interno? E non mi si venga a narrare in modo improprio che la Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo, di cui egli è capo e noi membra vive [cf. Col 1, 18], perché lo so. E siccome lo so, colgo l’occasione per ricordare che  Il Corpo Mistico è l’unione di fedeli, costituita sulla pietra angolare che è il Verbo di Dio, guidata attraverso i secoli dal Romano Pontefice, che è bene ricordare trattasi del successore del Beato Apostolo Pietro, non del successore di Cristo, di cui è Vicario sulla terra, non successore sulla terra. Il Corpo Mistico non è solo una unione morale costituita dal comune proposito, come in una società terrena potrebbe esserlo quella che in linguaggio giuridico è indicata come “persona giuridica”, ma è un insieme di anime, unite da un vincolo vivo e vitale che è la vita di Dio, partecipata a ciascuna di esse per mezzo dei Sacramenti. Non si tratta quindi di unione acefala, oppure guidata dalla gerarchia, che sono i vescovi uniti al Romano Pontefice, bensì di una realtà che sovrasta ogni nostra aspettativa umana, di cui Gesù Cristo stesso è Capo di questo Corpo, mentre i fedeli uniti a Lui nel vincolo della divina grazia, sono le membra. È così un corpo reale, spirituale, che ha la sua base in Gesù Cristo e nella grazia santificante, le cui membra o sono già unite nella gloria della Gerusalemme celeste oppure lo sono nella certezza di fede del Paradiso. Se però dal capo di questo corpo visibile è escluso Cristo e se dal corpo visibile viene meno la grazia santificante, qualcuno intende per caso chiedersi che cosa ne sarà di questo corpo visibile? E vi prego, non venitemi a dire che la Chiesa visibile non può perdere la grazia santificante perché è di Cristo ed è assistita dallo Spirito Santo, perché con tutto rispetto mi troverei costretto a rispondere che io sono un presbìtero ed un teologo e che come tale e in quanto tale non posso ragionare con la illogicità dei maghi che leggono i fondi delle tazzine di caffè. O non è forse per caso già accaduto che Adamo ed Eva abbiano alterata dopo la creazione la perfetta armonia dell’intero creato, dopo avere negata e rifiutata l’azione di grazia santificante di Dio su di loro? [cf. Gen 3, 15]. Detto questo, qualcuno pensa per davvero, in nome della propria dogmatica surreale, che la Chiesa visibile non possa rigettare ed escludere la grazia santificante perché essendo la Chiesa di Cristo ed essendo governata dallo Spirito Santo, Dio Padre non lo permetterebbe mai? Pensare, rassicurarsi e rassicurare il Popolo di Dio trasmettendo cose del genere è veramente aberrante, nel senso etimologico del termine aberratio. Come si può solo ipotizzare che la Chiesa visibile non sarebbe mai lasciata libera da Dio di rifiutare la sua grazia santificante, se Adamo ed Eva furono lasciati liberi di ribellarsi al Creatore? E se neghiamo questo, allora possiamo tranquillamente passare per davvero dalla teologia dogmatica alla magica lettura dei fondi delle tazzine di caffè!

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E ADESSO CHE SIA DATA RISPOSTA AL MIO PARADIGMA DEL PARACADUTISTA

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se ci si lancia senza paracadute è fisicamente impossibile arrestarsi, risalire sull’aereo, indossare il paracadute e lanciarsi di nuovo …

Certi soggetti non esiterebbero a rivoluzionare le leggi della fisica in nome della loro soggettiva verità e della loro altrettanto soggettiva logica, ma il quesito che costoro dovrebbero porsi è in fondo molto pratico e anche molto semplice: per uno spaventoso errore al quale possono avere anche concorso sia i modernisti sia i rahneriani, oppure per una negligenza a dir poco assurda, è accaduto che un paracadutista si sia lanciato dall’aereo senza avere indossato il paracadute. E questa è la situazione attuale della Chiesa: un lancio dall’aereo senza paracadute. Ebbene, i grandi maestri della logica aristotelica, della scolastica e della metafisica, a questo punto dovrebbero portare le migliori argomentazioni per spiegare che questo paracadutista, precipitando verso il suolo da duemila metri di altezza, può comunque arrestarsi, risalire, provvedere a indossare il paracaduto e lanciarsi di nuovo. Se poi questi soloni della metafisica risponderanno che egli si è lanciato senza paracadute per colpa dei Modernisti e di Karl Rahner, io replicherò che ciò, fosse anche vero, ormai è cosa del tutto irrilevante, perché la causa andava individuata e annientata prima che costui si lanciasse. Se poi, peggio ancora, dinanzi al paracadutista che precipita senza paracadute, coloro che non possono mai essere privi di una risposta “logica” per tutto, si attaccassero a dire che c’è lo Spirito Santo, a quel punto io replicherò che lo Spirito Santo non è Mago Merlino, quindi li inviterò a spiegare in che modo la Terza Persona della Santissima Trinità, dinanzi ad un libero atto singolo o collettivo della volontà dell’uomo che comporta delle precise conseguenze, annullerà la sua libertà ed il suo libero arbitrio per riportarlo sull’aereo, fargli indossare il paracadute e poi lasciarlo di nuovo lanciare, dopo avere nel mentre sconfessato i modernisti ed i rahneriani, per causa dei quali egli si è lanciato senza paracadute. O detta in altri termini: sarebbe come se Dio Padre avesse annullato in Adamo ed Eva la libertà e il libero arbitrio per impedire loro di ribellarsi al Creatore e commettere così il peccato originale. Perché Dio non l’ha fatto? Tutto sommato avrebbe evitato che costoro trasmettessero poi a tutto il genere umano una natura corrotta a causa di un peccato che i loro discendenti non hanno commesso, ma che a causa loro hanno però contratto. Cosa sarebbe costato a Dio intervenire, sospendere per pochi minuti la loro libertà ed il loro libero arbitrio? Ebbene, domandiamoci perché Dio non l’ha fatto, se davvero vogliamo essere uomini di fede e di logica, anziché uomini di fideismo e di illogicità ammantati dietro le più alte speculazioni della scolastica e della metafisica. 

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Se da una parte conosciamo bene i problemi generati dal Modernismo e da Karl Rahner, al di là dei quali siamo oramai andati da tempo, conosciamo però anche bene la miopia di certe persone che presumono di avere sempre pronta una risposta logica per tutto, sino ad annegare dentro al bicchiere d’acqua della illogicità, costasse pure attaccarsi a veri e propri colpi di magia dello Spirito Santo, quindi ignorando i due fondamenti che stanno a supporto del mistero stesso della creazione dell’uomo: la libertà ed il libero arbitrio.

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LA SIFILIDE E L’AIDS SONO DUE MALATTIE DISTINTE: L’UNA NON È AFFATTO LA CONSEGUENZA DELL’ALTRA

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tra la sifilide e l’AIDS non c’è alcuna connessione, sono due malattie separate e distinte l’una dall’altra

Andiamoci poi cauti, benché io stesso lo abbia in parte fatto, nell’affermare che il Modernismo e Karl Rahner sono la conseguenza del lancio del paracadutista senza paracadute, perché la cosa non è per niente logico-consequenziale. O per dirla con un altro esempio: poniamo che negli Stati Uniti d’America scoppi una vera e propria epidemia di AIDS. In tal caso, mentre le persone infette moriranno senza possibilità di cure e di vaccini efficaci contro questo morbo, a che cosa gioverebbe ostinarsi a parlare delle prostitute spagnole che nel XVI secolo hanno infettato con la sifilide i marinai di Cristoforo Colombo, che poi la diffusero nelle Nuove Americhe tra popolazioni che non ebbero mai a conoscere certe malattie prima del loro arrivo? Eppure posso garantire che a nulla serve spiegare a questi soggetti che il problema oggettivo della modernità non è la sifilide ma l’AIDS. Ancora meno servirà spiegar loro che tra la sifilide e l’AIDS non c’è alcun legame clinico scientifico, non c’è alcuna connessione, perché quest’ultima malattia non nasce come conseguenza degenerativa della precedente, ma si sviluppa in modo del tutto autonomo. Tempo perso! Costoro seguiteranno imperterriti a citare i casi dei marinai di Cristoforo Colombo che nel XVI secolo diffusero la sifilide nelle Nuove Americhe, perché quello hanno studiato, scritto e spiegato per tutta la vita, quindi questo intendono seguitare imperterriti a scrivere e spiegare: la Sifilide. O se meglio preferiamo: «Anima mia, torna a casa tua, ti aspetterò dovessi odiare queste mura». E se proprio devono prendere atto che oggi, il problema vero e serio, non è la sifilide ma le persone che muoiono di AIDS, a quel punto, senza curarsi di cadere nella illogicità scientifica, pur di seguitare a parlare delle loro amate e irrinunciabili teorie sulla sifilide, affermeranno senza pena di ridicolo che l’AIDS è la logica conseguenza della sifilide. Se poi qualcuno, dinanzi a certe espressioni illogiche gli riderà dietro, loro si sentiranno confermati più che mai nelle loro idee e per tutta risposta replicheranno: per forza costui ride, perché è un pericoloso sifilitico e come tale si è sentito scoperto e punto nel vivo.

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RIPARTIRE OGGI DALLA LOGICA ARISTOTELICA, DALLA SCOLASTICA E DA SAN TOMMASO D’AQUINO? PENSARLO È IRRAZIONALITÀ ALLO STATO PURO

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benvenuti nel mondo dell’irrazionale …

In una Chiesa visibile nella quale l’umorale e l’emotivo hanno preso il posto dell’oggettivo e del razionale, dove la legge è disprezzata con conseguenti accuse di “legalismo farisaico” rivolte a quanti invocano la applicazione delle norme canoniche, dove si ride dichiarandosi affetti da orticaria dinanzi ai rigori della “vecchia dottrina”, dove persino vescovi e presbiteri hanno preso il vezzo di usare le parole “dogma” e “dogmatico” in accezione negativa per indicare con questi lemmi persone chiuse ed ottuse, io faccio i miei migliori auguri a tutti coloro che oggi, dinanzi ad una Chiesa visibile nella quale l’arroganza è stata eletta a legge in un clima di anarchia totale, presumono di poter applicare la logica aristotelica ed i criteri della vecchia e gloriosa scolastica. Credo che queste persone meritino i migliori complimenti, come li meriterebbe chiunque presuma con certezza e seria convinzione di poter leggere i testi originali in ebraico del Libro della Genesi ed  testi dei Santi Vangeli nell’originale greco ad un arrogante analfabeta posto in un ruolo di governo, che lungi dall’essere consapevole del proprio analfabetismo si sente al contrario persona di alta cultura e come tale autorizzato a disprezzare la conoscenza altrui, esercitando al peggio della coercizione tutta l’autorità di cui è rivestito. Ma come si può pensare solo per scherzo di ripartire da Aristotele, dalla scolastica e dall’Aquinate, quando ad imporre il loro studio dovrebbero essere degli sprezzanti ed arroganti analfabeti che non conoscono il Catechismo della Chiesa Cattolica e che oggi occupano tutti i massimi ruoli-chiave del potere ecclesiale ed ecclesiastico?

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Perdendo quindi deliberato e inutile tempo, certi teologi si ostinano a spiegare che bisogna ripartire dalla logica aristotelica e da San Tommaso d’Aquino, come hanno raccomandato taluni Sommi Pontefici e taluni documenti del magistero, ignorando che le raccomandazioni di quei Sommi Pontefici sono cadute nel vuoto e che quei documenti di magistero sono stati completamente accantonati. E di perdere tempo inutilmente io non me la sento, specie considerando che dell’impiego della vita che mi è stata data dovrò risponderne a Dio, che non mi risulta ami particolarmente le inutili perdite di tempo o lo spreco dei talenti da Lui elargiti [cf. Mt 25, 14-30; Lc 19, 12-27]. Così lascio di buon grado questi soggetti onirici dibattere ad una platea di arroganti analfabeti sotto le rovine della casa che cade a pezzi affermando con assoluta certezza che bisogna ripartire dalla logica aristotelica, dalla scolastica e da San Tommaso d’Aquino, come diversi Pontefici vissuti decenni e decenni fa hanno raccomandato attraverso vari documenti del loro magistero. E qui domando: questi sapienti scolastici e tomisti, non si sono forse accorti che per meglio accantonare e distruggere questi documenti di magistero, si è escogitato persino l’insolito e originale escamotage di beatificare e canonizzare i Sommi Pontefici loro autori, distruggendo però al tempo stesso il loro magistero? E se non è diabolico questo, sinceramente non so proprio che cosa lo sia. A chi poi nutrisse dubbi a tal proposito, basterebbe chiedere di riflettere su che cosa oggi rimane della Enciclica Fides et Ratio o della Esortazione Apostolica Familiaris Consortio del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, che veniva canonizzato proprio mentre dall’altra parte si facevano letteralmente in pezzi questi documenti a lui particolarmente cari. Per seguire con l’imminente Santo Pontefice Paolo VI, che da una parte sarà canonizzato e dall’altra sarà data a breve nuova lettura e interpretazione della sua Enciclica Humanae Vitae, il tutto avvalendosi di gente come S.E. Mons. Vincenzo Paglia …

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… comunque, in questo clima di irreversibile sfacelo basterà ripartire dalla logica aristotelica, dalla scolastica e da San Tommaso d’Aquino, aggiungendo al tutto la Santa Messa celebrata col Messale di San Pio V, affinché la caduta libera senza paracadute sia finalmente interrotta, il paracadutista che sta precipitando verso il suolo possa essere arrestato nell’aria, riportato sull’aereo dallo Spirito Santo calato nel ruolo di Mago Merlino, quindi indossare il paracadute e poi lanciarsi di nuovo recitando: « introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat juventutem meam ». Quando poi dopo questa operazione sarà infine giunto sano e salvo a terra, prima gli offriremo un caffè, poi, dopo che avrà bevuto, potremo anche passare ad una lettura metafisica del fondo della tazzina.

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QUEL SUPER CONCILIO VATICANO II NATO CON LA SINDROME DI PROGERIE SUL QUALE PERÒ NON SI PUÒ DISCUTERE, IN UNA CHIESA NELLA QUALE SI DISCUTE DA TEMPO PERSINO SUI DOGMI DELLA FEDE

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nella foto l’adolescente americano Samuel Berns, affetto dalla sindrome di Progerie [malattia dei “nati vecchi”], in una foto scattata all’età di 17 anni, poco prima che morisse [tratta da Il Corriere della Sera, QUI]

Dopo un processo di incubazione che prende avvio a partire da fine Ottocento inizi Novecento, sul finire degli anni Cinquanta del Novecento ha preso vita una mutazione radicale della Chiesa, nascosta inizialmente sotto pretesti di riforma e di aggiornamento. E qui sorge un altro problema: la incapacità da parte di diversi studiosi cattolici di distingue il Concilio Vaticano II dal post-concilio, senza con ciò voler negare che certi documenti di impianto molto ottimistico, espressi per di più con un linguaggio del tutto nuovo che risente molto dello stile del romanticismo tedesco decadente, abbiano poi favorita la confusione che si è sviluppata nel post-concilio [vedere mio precedente articolo, QUI]. Se poi vogliamo guardare a quelli che sono certi limiti oggettivi del Concilio Vaticano II, possiamo limitarci a dire che i suoi documenti sono nati affetti dalla sindrome di Progerie, la cosiddetta malattia dei “nati vecchi”. E tali sono perché non parlano al futuro, ma all’uomo di un presente che stava già morendo. Del tutto diverso fu invece il Concilio di Trento, scritto nel XVI secolo, fautore di riforme e non di rivoluzioni, che ha avuto la capacità di parlare un linguaggio chiaro agli uomini dei successivi cinque secoli di storia della Chiesa. E chi questo pensa di poterlo negare, che lo neghi pure, ma lo faccia a rigore logico, non a rigore soggettivo-emotivo-ideologico, in questa miseranda e devastata Chiesa visibile nella quale il termine tridentino — riferito al Concilio di Trento — è ormai comunemente usato da vescovi, presbìteri e teologi in accezione altamente negativa, principalmente per indicare persone retrograde e ottuse.

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Anche quest’ultimo discorso è del tutto inutile al presente, perché da tempo siamo ormai parecchio al di là degli stessi problemi del post-concilio, come da tempo siamo ormai parecchio al di là di gran parte dei documenti stessi del Concilio Vaticano II, che essendo stati ammantati di ideologia spacciata per ecclesiologia, rendono impossibile a chicchessia l’apertura di sereni dibattiti scientifici mirati a dimostrare e chiarire quanto ormai certi documenti, scritti per un uomo di cinquant’anni fa che già stava morendo all’epoca in cui essi venivano redatti, oggi sono null’altro che dei testi vecchi, privi di attualità e scarsamente efficaci per parlare all’uomo del terzo millennio. E dopo questo concilio dei concili la Chiesa è stata infine imbalsamata nelle ideologie soggettive basate sull’idea di un super concilio che scuole teologiche, gruppi di persone o singoli, si sono infine ritagliati secondo i propri interessi e piaceri, dando vita ciascuno al proprio personale concilio egomenico.

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Per caso, c’è stato qualche cosa che non ha funzionato? Sicuramente. E il tutto proprio a partire dallo stile del linguaggio adottato dal Concilio Vaticano II, i documenti del quale, a partire dalla Sacrosanctum Concilium, danno direttive ma non indicazioni precise, indicando semmai anche le pene per i trasgressori, quindi aprono le porte alle postume interpretazioni per la attuazione delle riforme. E quantunque per molti tutto vada bene e tutto sia andato bene, se noi prendiamo invece la prima delle riforme, che fu quella liturgica, alla prova dei fatti la realtà odierna è questa: se oggi entriamo in una delle nostre chiese, al presente sempre più vuote, troveremo dieci preti che celebrano il Sacrificio Eucaristico in dieci modi diversi. A questo si aggiungano anche i movimenti laicali che si sono creati delle liturgie proprie che sono un brulicare di abusi liturgici di ogni genere. Se poi nel 2004, a  quarant’anni di distanza dalla grande riforma liturgica, la Chiesta ha emanata la Istruzione Redemptionis Sacramentum [cf. QUI] nella quale si ricordano i fondamenti della Santissima Eucaristia, è evidente che qualche cosa, o forse molte cose, non sono andate poi così bene per il verso giusto.

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Questo qualche cosa che non ha funzionato bene e per il verso giusto, tra i vari nomi ne ha uno in particolare che racchiude in sé il grave e devastante problema: ermeneutica della discontinuità o della rottura, di cui come sappiamo sono potenti fautori i teologi della Scuola di Bologna, oggi grandi piazzatori di vescovi e di cardinali sotto questo Augusto Pontificato, dall’Europa sino alle Filippine. E quali sono le conseguenze di questa discontinuità o rottura? Molto semplice: tra pochi giorni un eretico conclamato, tale Enzo Bianchi, predicherà un ritiro spirituale mondiale al clero presso il Santuario di Ars, dove sono conservate le spoglie del Santo Patrono dei Sacerdoti, presente al grande evento anche il Prefetto della Congregazione per il Clero. E quando dei sacerdoti assieme al Prefetto della Congregazione per il Clero accorrono ad udire le perle di saggezza di un soggetto che semina da cinque decenni clamorose eresie, ben poco c’è da aggiungere, se non che presto risuoni la frase: «Tutto è compiuto» [Gv 19, 30].

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NOI CATTOLICI SUPERBI CHE NON ABBIAMO VOLUTO IMPARARE DALLE LEZIONI DELLA STORIA

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quei segni che ormai non siamo più capaci a leggere e interpretare: nel giorno in cui il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha fatto atto di rinuncia al sacro soglio, tre fulmini hanno colpito in successione la croce posta sulla palla della cupola dell’Arcibasilica di San Pietro, il terzo dei quali è stato fotografato e ripreso in video [cliccare sull’immagine per aprire il video]

Il problema reale è che da una struttura piramidale qualcuno ha smosso le pietre della base, causando il progressivo crollo della piramide dalle base sino alla punta. E mentre questo crollo è in atto, qualcuno sta seriamente dibattendo sulla urgente necessità di dichiarare quanto sia falsa la divinità di Anubi i cui affreschi realizzati in onore del suo culto si trovano in una delle sale interne della piramide. Insomma: sconfessiamo i Modernisti e Karl Rahner mentre tutta la piramide sta crollando, perché poi, con la loro condanna, a quel punto la piramide si rimonterà da se stessa dalla base sino alla punta estrema, perché la piramide è di Cristo ed è retta dallo Spirito Santo, quindi il Figlio e lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, provvederanno a quest’opera. E, come capite, dinanzi a chi la pensa a questo modo e dinanzi a chi ha degli approcci simili con la pneumatologia, siamo davvero alla metafisica trasformata in magia.

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Con una superbia che alla fine sarebbe stata inevitabilmente punita, noi cattolici ci siamo rifiutati di imparare dalle solenni lezioni della storia. Tutte le grandi civiltà antiche, dai sumeri agli assiro-babilonesi, dagli egizi ai greci sino alla caduta del grande impero romano, hanno innescato a un certo punto dei processi di decadenza irreversibili. E come ho spiegato col paradigma del paracadute, la decadenza è irreversibile quando supera il punto di non ritorno, quando ci si lancia dall’aereo senza paracadute; un fatto nato da un atto di più o meno libera scelta dinanzi al quale nessuno, neppure lo Spirito Santo, può intervenire sovvertendo tutte le leggi della fisica in soccorso dell’uomo libero e dotato di libero arbitrio.

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Tra non molto tempo, entro un ventennio al massimo, la Chiesa Cattolica come noi l’abbiamo conosciuta non esisterà più. Esisteranno piccoli nuclei sparsi per il mondo che avranno salvato i fondamenti del deposito della fede. Le grandi strutture ecclesiastiche saranno convertite in stabili destinati a tutt’altri usi, le gloriose e antiche chiese monumentali saranno musei, sale da concerto, centri di esposizione d’arte, o adibite a vari generi di attività profane. Se al Pontefice Regnante ne succedessero altri due o tre di simile o peggiore impostazione, presso la attuale Santa Sede troverà infine naturale dimora l’Unione Spirituale delle Chiese Socio Cristiane, scopo delle quali sarà di portare avanti attività mondane sociali, benefiche e filantropiche, il tutto con la benedizione della Società delle Nazioni Unite. I bambini delle scuole riceveranno qualche scarna notizia su un certo Gesù Cristo come oggi ricevono notizie sui faraoni egizi o sui primi re di Roma, con il discorso interamente incentrato sulla sua umanità e non sulla sua divinità. Ma soprattutto, di quella che fu la Chiesa Cattolica, sarà tramandato ai posteri il meglio del peggio delle leggende nere che la renderanno simile ad una delle più grandi associazioni di criminali esistite nel corso degli ultimi duemila anni di storia, fintanto che ella non si purificò da tutte le sue antiche brutture uniformandosi al mondo e seguendo le regole del mondo, divenendo la Chiesa dell’uomo per l’uomo che ha messo finalmente l’uomo al proprio centro.

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Qualcuno potrebbe dire che oggi occorrerebbe un nuove Gregorio o un nuovo Leone Magno. Chi però pensa questo, per usare l’immagine del cosiddetto transfert freudiano, trasferisce l’immagine di Mago Merlino al quale è stato ridotto spesso lo Spirito Santo, con l’immagine di un Sommo Pontefice che sia egli stesso un Mago Merlino. Infatti, in una situazione di totale e inarrestabile decadenza ecclesiale, morale, spirituale e dottrinale, che cosa mai potrebbe fare un Gregorio o un Leone Magno redivivo? Forse potrebbe governare la Chiesa con gli squallidi e immorali personaggi che brulicano numerosi tra i presbìteri, tra i vescovi e tra i cardinali? O forse potrebbe governarla e purificarla con un esercito di vescovi e presbiteri che per alto e inquietante numero sono omosessuali praticanti, come dimostrano inconfutabilmente i fatti, non certo le malevole supposizioni? È presto detto: nell’ipotesi migliore, un potenziale Gregorio o Leone Magno farebbero in breve la fine del Sommo Pontefice Celestino V.

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Ma per la santa carità: ci vogliamo rendere conto che tutta l’intera struttura ecclesiastica e gerarchia è ormai totalmente infetta dalla coda sino al capo?

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Bisogna quindi dare ragione a tutti coloro che sulla scia del nuovo corso urlano eccitati «indietro non si torna!». Hanno ragione, purtroppo. Io stesso debbo essere d’accordo con loro: «Indietro non si torna». Ma se però un coraggioso Sommo Pontefice che non so proprio dal cilindro di quale prestigiatore potrebbe essere tirato fuori, condannasse il Modernismo e Karl Rahner, ripristinasse gli studi della buona scolastica, della metafisica e del tomismo, tutto si risolverebbe per magico incanto. Sempre per tornare al paradigma del paracadute …

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LA BANCA DEL SEME

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quei segni che nessuno legge e interpreta più: Angelus il Piazza San Pietro, il Sommo Pontefice fa lanciare da due bimbi due colombe, che pochi istanti dopo vengono attaccate ed uccise da un corvo e da un gabbiano, mentre il Santo Padre congedava la folla augurando «buon pranzo» anziché congedarci con un «Sia lodato Gesù Cristo» [cliccare sull’immagine per aprire il video]

Mentre questo si sta realizzando, mentre dinanzi alla concretizzazione del disastro c’è chi non trova di meglio da fare che invocare condanne dei Modernisti e di Karl Rahner, in attesa che lo Spirito Santo, non più sotto forma di colomba o di lingue di fuoco ma appunto sotto forma di Mago Merlino, sistemi tutto con un colpo di magia, io penso sempre di più all’isola della Norvegia dove si trova l’istituto che conserva 84.000 campioni appartenenti a più di 60 generi e 600 specie di piante coltivate e specie selvatiche minacciate da “erosione genetica” o estinzione.

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Questo è il nostro compito: salvare i semi del Vangelo di Gesù Cristo Verbo di Dio incarnato, morto, risorto e asceso al cielo. Se infatti lo stabile di una chiesa prendesse a fuoco, il presbìtero che cosa deve fare immediatamente? Togliere il Santissimo Sacramento dal tabernacolo e mettersi in salvo col tesoro più prezioso. E se in una biblioteca di testi sacri scoppiasse un incendio e quei testi fossero destinati ad andare perduti per sempre, qual è il primo testo che si corre a salvare: il Santo Vangelo, oppure l’Etica nicomachea di Aristotele e la Summa Teologica di San Tommaso d’Aquino? Che cosa ce ne facciamo di Aristotele e di San Tommaso d’Aquino senza il Santo Vangelo?

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La Chiesa, anche se ridotta ai minimi termini e ad una sparuta minoranza di persone silenziose disseminate per il mondo, torni a germogliare in tutta la sua purezza, chissà mai tra quanti secoli. E forse sarà allora, che Cristo tornerà nella gloria per giudicare i vivi ed i morti: al momento della rinascita. Invece, se Cristo tornasse nella gloria per giudicare i vivi e i morti in questo momento di totale e decadente disgregazione, il suo giudizio sarebbe veramente terribile, proprio come Egli stesso ci ha detto:

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«In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città» [Mt 10, 15]. «Guai a te, Corazin, guai a te, Betsàida! Perché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti tra voi, già da tempo si sarebbero convertiti vestendo il sacco e coprendosi di cenere. Perciò nel giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? No, fino agli inferi sarai precipitata!» [Lc 10, 13-15].

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La misericordia di Dio si manifesta a questo modo, ed è una misericordia diversa dalla misericordia dei giorni nostri, svuotata di Dio e riempita dei peggiori capricci mondani dell’uomo. Proprio come il Vangelo, al quale facciamo dire di tutto, pur di nascondere ciò che dice, grazie ad una Chiesa visibile che ormai mostra al mondo di vergognarsi dei veri contenuti del Santo Vangelo, implorando perdono al mondo per i contenuti chiari, precisi e severi racchiusi nel Santo Vangelo e nelle Lettere Apostoliche. Bisogna pertanto puntare alla banca del seme, per la Chiesa che poi un giorno verrà, forse poco prima del ritorno di Cristo Signore alla fine dei tempi. E se noi salveremo i semi del Santo Vangelo, allora un giorno, forse tra alcuni secoli, rifiorirà anche la grande letteratura dei Santi Padri e Dottori della Chiesa.

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PUÒ UN ROMANO PONTEFICE LEGITTIMAMENTE ELETTO E SUCCESSORE LEGITTIMO DEL BEATO APOSTOLO PIETRO ESSERE PRIVO DELLA GRAZIA DI STATO ?

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In questo momento dovremmo far tesoro delle parole del Cardinale Charles Journet [1891-1975] che nella sua opera Eglise du Verbe Incarné  spiega: «L’assioma “dov’è il Papa lì è la Chiesa”, vale quando il Papa si comporta come Papa e Capo della Chiesa; in caso contrario, né La Chiesa è in lui, né lui è nella Chiesa» .

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Anche in questo caso sono stanco di dibattere inutilmente con coloro che in modo deciso e assoluto negano di prendere solo in vaga considerazione l’ipotesi che un Sommo Pontefice possa essere chiuso alle azioni di grazia dello Spirito Santo, su di lui riversate con indubbia abbondanza, ma che in lui ed attraverso di lui possono operare solo se egli accetta i doni di grazia e li mette a frutto. Ecco allora che questi soggetti si arrampicano sugli specchi del loro totale rifiuto, ed a questo problema reagiscono confermando e sostenendo come dei juke box a gettone la cantilena … «Si, però il Sommo Pontefice non può mai errare quando si pronuncia in materia di dottrina e di fede, è dogma, dogma, dogma!».

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Domanda rivolta ai grandi soloni della metafisica e della dogmatica: ma è la grazia di Dio che parla e agisce attraverso di lui, od è invece lui che agisce a prescindere dalla grazia, giacché essendo magicamente non defettibile in materia di dottrina e di fede, può esprimersi infallibilmente anche se chiuso alla grazia e fuori dalla grazia santificante di Dio? Perché in tal caso non siamo né dinanzi alla metafisica né dinanzi alla dogmatica, ma dinanzi alla magia. È infatti la magia che in sé e di per sé è totalmente irrazionale, mentre la dogmatica ed il dogma non sono affatto irrazionali, si edificano su principi razionali, per quant’è vero che il Verbo s’è fatto carne, non s’è fatto pensiero vaporoso.

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Dinanzi a queste forme di chiusura al ragionamento che sono la conseguenza della fuga dalla realtà da parte di tutti coloro che presumono di avere sempre una decisa risposta logica per tutto, salvo rinchiudersi in quattro formule protettive quando di risposte da dare al momento non ve ne sono, torno a ripetere che non siamo nell’ambito né della metafisica né in quello della dogmatica, ma nell’ambito della magia, se non peggio dello gnosticismo. Come può infatti lo Spirito Santo, attraverso le sue azioni di grazia, annullare la volontà o la non volontà dell’uomo, vale a dire la sua libertà ed il suo libero arbitrio, per sdoppiarlo a proprio piacimento e renderlo così all’occorrenza totalmente indefettibile, qualora la sua natura non fosse liberamente aperta alla grazia di Dio? Perché se ciò avvenisse, in tal caso Dio entrerebbe in contraddizione con il mistero della creazione e quindi con sé stesso per opera dello Spirito Santo, ed in tal caso il nostro Dio sarebbe un dio magico, un dio gnostico. Il tutto sempre per tornare alle grandi menti speculative che di fronte a problemi sino a pochi anni prima inimmaginabili, ma purtroppo oggi reali, anziché speculare veramente si rinchiudono dentro la gabbia delle loro quattro formule dogmatiche ribadendo decisi e inamovibili dinanzi alla tragica evidenza dei fatti: «… è indefettibile, non può errare, è dogma, dogma, dogma!». E qui merita ricordare che i dogmi non sono gabbie per uomini che rivendicano a un certo punto il diritto a non ragionare, ma sono il cuore più profondamente ragionato del mistero della fede, perlomeno stando ad un grande maestro della scolastica, Sant’Anselmo d’Aosta, che afferma in che misura «la fede richieda l’intelletto e l’intelletto la fede» [Fides quaerens intellectum. In Prosl., Proemio], ed ancora: «Credo per comprendere, comprendo per credere» [credo ut intelligam, intelligo ut credam]. E questi due sono i fondamenti portanti della filosofia scolastica, la quale mai, a proprio fondamento, ha posta la magia.

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Ebbene vi confesso che di questa gente sono stanco. Sono stanco di coloro che dinanzi ad un incendio in una biblioteca di testi sacri destinati ad andare perduti per sempre, si precipiterebbero a salvare il testo Iota Unum di Romano Amerio mentre il Santo Vangelo brucia. Come del resto sono un po’ stanco in generale, tanto da chiedermi con una certa frequenza: merita seguitare a speculare, analizzare e scrivere, oppure sarebbe più opportuno rinchiudersi per tutta la vita che mi resta in una certosa con voto di assoluto silenzio, dedicandomi alla preghiera e alla penitenza sino alla morte? Nel mese di agosto, pochi giorni dopo il compimento del mio 55° compleanno, mentre il tempo scorre mi sono proposto più che mai di lavorare ad impiegare bene tutto il tempo di questa vita che mi separa dalla morte, né intendo sprecarlo per difendere l’indifendibile o per salvare l’insalvabile, meno che mai per esporre la mia dignità umana e sacerdotale al pubblico ridicolo pur di cercare nei documenti del Sommo Pontefice Francesco I ciò che egli non ha mai detto e scritto, tirando fuori a tutti i costi da essi il buono che proprio non c’è, attraverso artifici interpretativi che hanno invero del patetico, perché non gli si può mettere sulla bocca quel che di buono non ha detto dopo avere fatto il processo alle sue più profonde intenzioni. Dinanzi all’indifendibile le soluzioni sono tre: i rimproveri e le denunce di San Giovanni Battista, il quale come sappiamo perse la testa; la analisi speculativa della situazione per ciò che è, non invece per ciò che vorremmo che fosse; il completo ritiro dal mondo e il voto di totale silenzio per tutta la vita. Sono tre modi diversi ma tutti efficaci per operare al meglio in questa situazione disastrosa e irreversibile. Per adesso io ho scelto la prima soluzione, il modello Giovanni Battista, ma potrei anche decidere di scegliere la terza, con efficacia forse persino maggiore.

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Il problema, non è infatti lieve: come possiamo, noi, interpretare colui che dovrebbe essere il custode e l’autentico interprete della fede? O duole proprio molto a certe menti dover accettare ed ammettere che il custode della “magica infallibilità”, da cinque anni a questa parte ha dimostrato con le sue deliberate e per nulla involontarie ambiguità, di aver fatto esplodere nella Chiesa il relativismo teologico e morale, assieme allo sconcerto e alla divisione, come mai prima s’era visto nella Chiesa visibile? Possibile che tra i soloni della grande teologia, non ce ne sia uno solo che si ponga un quesito, semmai destinato a rimanere senza risposta, vale a dire questo: potrebbe verificarsi un caso nel quale un Sommo Pontefice, chiuso alle azioni della grazia santificante dello Spirito Santo, finisca col risultare privo della grazia di stato che è propria del suo alto ufficio, semmai con tutte le conseguenze che oggi abbiamo sotto gli occhi, il tutto a prescindere dalla sua legittima elezione e dal ruolo da egli altrettanto legittimamente occupato?

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E con questo è presto detto, cari e numerosi Lettori, che su questo quesito si potrebbe giocare anche la sopravvivenza stessa de L’Isola di Patmos, posto che io non vi prenderò mai in giro, perché «Dio vi ha affidati a me», ed un padre non può né mai deve prendere in giro i figli che domandano conforto, aiuto e sostegno nella prova, pur di non affrontare gli spettri dei Dèmoni che ci volteggiano attorno e che ci spaventano moltissimo in questa notte buia.

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In questo momento la nostra salvezza è racchiusa nella virtù teologale della speranza, sulla quale scrissi abbondantemente nel 2014 [vedere QUI]. La speranza è la grande virtù mediana che lega assieme fede e carità. E siccome io sono stato istituito a servizio del Popolo di Dio ed immesso col sacerdozio nella paternità universale, a questo Santo Popolo intendo offrire la via della speranza, mai però la via dell’illusione, proprio perché sono un sacerdote di Cristo, non uno spacciatore di acidi allucinogeni, ma soprattutto perché considero quello di Dio un Popolo Santo, non un popolo bue al quale dare una carezza e un’aspirina mentre un cancro in fase terminale corrode da tempo il nostro corpo ecclesiale ed ecclesiastico, mentre la Chiesa visibile è già nell’anticamera di un obitorio ridotto per l’occasione ad un circo equestre di pagliacci, nani e ballerine.

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dal’Isola di Patmos, 9 settembre 2018

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/04/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2018-09-10 00:20:432022-10-28 22:17:35Dinanzi ad una Chiesa visibile affetta da una decadenza dottrinale e morale irreversibile, è necessario aprire quanto prima la banca del seme

Preghiera alla Madonna del buon suffrocio. Le nuove preghiere della ridente Chiesa arcobaleno: misericordiosa, accogliente e includente, nella quale il peccato non si chiama più peccato, ma “preziosa diversità”

5 Settembre 2018/2 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— attualità ecclesiale —

PREGHIERA ALLA MADONNA DEL BUON SUFFROCIO. LE NUOVE PREGHIERE DELLA RIDENTE CHIESA ARCOBALENO: MISERICORDIOSA, ACCOGLIENTE E INCLUDENTE, NELLA QUALE IL PECCATO NON SI CHIAMA PIÙ PECCATO, MA “PREZIOSA DIVERSITÀ”

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stiamo seriamente temendo che nella Chiesa accogliente e includente, nella quale il peccato non è più indicato come tale ma chiamato “preziosa diversità” da accettare ed accogliere al nostro interno, la paventata modifica del Padre Nostro possa essere ben più radicale di quella preannunciata, col serio rischio di trovare un giorno scritto sul testo: «dacci oggi il nostro pene quotidiano», per andare incontro ai gruppi LGBT cattolici che ormai si stanno ritagliando inquietanti spazi nelle diocesi e nella Chiesa universale, mentre una gran fetta di clero cattolico è di fatto composta da omosessuali praticanti …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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il problema del gesuita James Martin, non è l’accoglienza del peccatore pentito, che la Chiesa accoglie da sempre, bensì l’accoglienza del peccato, ed il riconoscimento del peccato stesso come “preziosa diversità”

Nella Chiesa non è in atto una lotta tra progressisti e conservatori, con tanto di rilascio di patenti ai cattolici favorevoli alla «rivoluzione» ed a quelli contrari alla «rivoluzione», come vanno scrivendo i giornalisti ultra laicisti e certi giornalisti cattolici messi sul libro paga del Padrone. La parola stessa «rivoluzione» non è applicabile alla Chiesa a livello dottrinale, ecclesiologico ed escatologico. Nostro compito non è rivoluzionare piacendo al Mondo ed al suo Padrone, ma di redimere e salvare le anime:

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«Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”» [Mc 16, 15-16].

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… e la salvezza delle anime è oggi più che mai impellente, specie di fronte ad una Chiesa che parla sempre meno di Gesù Cristo, che lo annacqua e che lo rende zuccheroso, dimenticando che Egli ci invita a essere il «sale della terra», non lo zucchero della terra. Pertanto, il minimo che nel tragico poteva capitarci, una volta abbandonato il sale e fatta overdose di zucchero, era di ritrovarci in una Chiesa invertita ed omosessualizzata. Da tempo infatti questo sale ha perduto sapore, mentre suona oggi più che mai sconvolgente il quesito del Verbo di Dio:

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«Se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini» [Mt 5, 13].

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Nella Chiesa è in atto una lotta tra bene e male. E quando la Chiesa invasa, pervasa e soffocata dal politicamente corretto, rinuncia a combattere contro il male e sorvola sui peggiori vizi capitali, in nome di una confusa accoglienza e includenza, non ci resta che prendere in giro i grandi distruttori, ed assieme a loro il Demonio, che è un concentrato di malefica permalosità, in modo particolare quando le sue trame sono scoperte, messe in luce e infine pubblicamente irrise. Sicché sia chiaro che queste preghiere non sono una espressione di blasfemia, al contrario: sono una aperta lotta contro la blasfemia della potente lobby LGBT entrata ormai a gamba tesa, in modo prepotente dentro la stessa Chiesa di Cristo, per corroderla con le metastasi di un terribile e pericoloso cancro mortifero.

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Sta infatti scritto:

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«Se qualcuno vi dirà: il Cristo è qui, o: è là, non ci credete. Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io ve l’ho predetto. Se dunque vi diranno: Ecco, è nel deserto, non ci andate; o: è in casa, non ci credete. Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Dovunque sarà il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi. Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte. Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli» [Mt 24, 23-31] «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa» [Mt 25, 42-43].

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Occorre per caso aggiungere altro? Basta cogliere solo il Santo Vangelo come sale della terra, non come mieloso zucchero arcobaleno della terra …

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dall’Isola di Patmos, 5 settembre 2018

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PADRE NOSTRO

Perché modificare solo una parola del Padre Nostro? aggiorniamolo tutto …

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sei gay? Appartieni alla potente lobby LBGT ? In tal caso puoi permetterti tutto, perché non essere d’accordo con la teoria del gender è reato di omofobia, mentre dissacrare nel peggiore dei modi il cristianesimo, rientra invece nei “sacri” diritti dei gay ideologici e delle loro potenti lobby arcobaleno …

Gender Padre Nostro, che sei nella terra dei gay,

sia santificato il tuo nome, venga il regno del Gay Pride,

sia fatta la nostra gender volontà,

come in cielo così in terra,

dacci oggi il nostro pene quotidiano,

rimetti a noi i nostri debiti,

come noi li rimettiamo agli omofobi, 

e non abbandonarci

alle tentazioni della eterosessualità, 

ma liberaci dal male.

Amen!

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PREGHIERA ALLA MADONNA DEL BUON SUFFROCIO

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Immagine della Beata Vergine Maria sfregiata all’ultima parata del Gay Pride di Lecce dalle froce impazzite che urlano rispetto e diritti per tutte le diversità …

Venerata Gender Madre,

rivolgi lo sguardo d’amore verso Lesbiche, Gay, Bisex e Transgender e concedi loro il dono della gioia arcobaleno.  

Ricordati di tutti i poveri gay che non essendo ricchi e ricchioni né giovani atletici, vivono situazioni di emarginazione e abbandono da parte della potente e razzistica lobby LBGT.

Ricordati dei nostri benefattori ed amici politici che ci hanno favoriti con leggi mirate alla tutela della sodomia pederastica, possano essi godere un giorno della  gioia eterna nel Paradiso Arcobaleno assieme al Beato Marco Pannella.  

O Venerata Gender Madre, pel nome del tuo diletto Figlio che disse: chiunque scandalizzerà anche un solo di questi piccoli che appartengono al mondo delle Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transessuali «sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare», intercedi presso la Divina Maestà per tutti gli omofobi del mondo che con la loro durezza di cuore non accettano la naturale gioia della sodomia pederastica.

O Venerabile Gender Madre, tu che sei suprema patrona santissima della famiglia, concedi a tutte le famiglie Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transessuali la gioia dei bambini attraverso la grazia di un utero in affitto. E possano i nostri figli vivere in un mondo arcobaleno, tra froci e lesbiche che sperano nella Gerusalemme Celeste, dove potranno vivere per sempre la gioiosa gloria di un eterno Gay Pride.

Santa Maria del suffrocio:

Prega per noi.

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SALVE GENDER REGINA

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transessuale mascherato da Beata Vergine Maria al Gay Pride di Roma (2009)

Salve Gender Regina, 

Madre delle Lesbiche, dei Gay, dei Bisessuali e dei Transessuali, 

vita dolcezza e speranza nostra: salve!

A te ricorriamo noi esuli figli della grande Eva che si ribellò al dominio dell’arcaico padre omofobo,

a te supplichiamo, ridenti e irridenti in questa valle di lacrimosi eterosessuali.

Orsù dunque, avvocata nostra,

rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi,

e mostraci dopo questo esilio l’eterno arcobaleno,

il frutto benedetto di tutte le nostre sante perversioni.

O gender clemente, o gender pia, o gender Maria.

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GENDER GLORIA AL PADRE

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gay mascherato da Cristo al Gay Pride di Roma (2009)

Gloria al genitore uno e al genitore due,

al figlio multisessuale e  allo Spirito Arcobaleno,

come LBGT era nel principio, ora e sempre,

nei secolo di secoli:

amen!

 

 

 

 

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Preghiere ispirate da 

Padre James Martin, S.J.

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Approvazione ecclesiastica

+VINCENZO PAGLIA

Arcivescovo –Vescovo emerito di

Terni-Narni-Amelia

Presidente del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II

per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/04/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2018-09-05 17:26:172018-09-28 15:25:32Preghiera alla Madonna del buon suffrocio. Le nuove preghiere della ridente Chiesa arcobaleno: misericordiosa, accogliente e includente, nella quale il peccato non si chiama più peccato, ma “preziosa diversità”

Ecco che cosa scriveva il Padre Ariel due anni fa urlando alle sabbie del deserto: «Pedofilia, il caso Spotlight è una ottima raffigurazione filmica della piaga dell’omertà clericale»

31 Agosto 2018/4 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— attualità ecclesiale —

ECCO CHE COSA SCRIVEVA PADRE ARIEL DUE ANNI FA URLANDO ALLE SABBIE DEL DESERTO:

«PEDOFILIA: IL CASO SPOTLIGHT È UNA OTTIMA RAFFIGURAZIONE FILMICA DELLA PIAGA DELL’OMERTÀ CLERICALE»

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“Il caso di Spotlight” è un film che merita apprezzamento per il modo in cui il regista e gli attori hanno rappresentato il cuore di questo doloroso problema, costituito da quell’omertà clericale che da sempre caratterizza e avvolge sia i peggiori casi di pedofilia sia i vari disordini sessuali manifestati da non pochi membri del nostro clero secolare e regolare. E adesso ve lo spiego io sulla mia vita vissuta e sulla mia pelle, che cosa comporta per un prete violare l’omertà clericale, visto che i prezzi li ho pagati tutti, uno per uno …

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

L’articolo qui riproposto si trova nell’Archivio de L’Isola di Patmos: QUI

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PDF articolo formato stampa

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il caso spotlight

la locandina del film

Un lettore affezionato mi ha segnalato due articoli sulla Nuova Bussola Quotidiana, firmati uno da Massimo Introvigne [cf. QUI] e uno da Stefano Magni [cf. QUI]. L’oggetto di questi due articoli è la pellicola “Il caso di Spotlight”, premiato film-denuncia sui casi di pedofilia che scossero l’Arcidiocesi di Boston e la Chiesa Cattolica in più angoli del mondo [cf. trailer italiano, QUI]. 

I due autori che sulla Bussola Quotidiana hanno firmato i loro articoli, trattano il problema con quella correttezza giornalistica  che alle volte può indurre a cadere nel parziale e nel superficiale. Né Massimo Introvigne, che illustra un problema molto complesso attraverso la sua nota preparazione sociologica; né Stefano Magni, che nel suo ottimo articolo avrebbe potuto a mio parere evitare di definire l’opera come «film ideologico», no sono neppure sfiorati da quella parziale e imperante superficialità che oggi pare farla da padrona.

Io che certi problemi li ho toccati con mano e che mi ci sono ritrovato invischiato pagandone infine un caro prezzo, affermo che questo film, lungi dall’essere “ideologico”, è privo anzitutto di qualsiasi “scena forte” tesa a toccare il sentimento degli spettatori per suscitare in essi sprezzo verso la Chiesa Cattolica; dei sentimenti diversamente suscitati da ben altri film, per esempio “Schegge di paura” [USA, 1996, QUI], “Angeli ribelli” [Irlanda, 2003, QUI], “Magdalene” [2002, UK, QUI], etc ..

“Il caso di Spotlight”, a parte alcune imprecisioni dovute alla vasta complessità e gravità di un tema non facile da trattare, merita apprezzamento per il modo in cui il regista e gli attori hanno rappresentato il cuore di questo doloroso problema, costituito da quell’omertà clericale che da sempre caratterizza e avvolge sia i peggiori casi di pedofilia sia i vari disordini sessuali manifestati da non pochi membri del nostro clero secolare e regolare. 

E adesso ve lo spiego io sulla mia vita vissuta e sulla mia pelle, che cosa comporta per un prete violare l’omertà clericale, visto che appunto i prezzi li ho pagati tutti, uno per uno …

Il limite che da anni riscontro nei molti che “presumono” di poter parlare di certi temi che toccano e scuotono a volte il nostro intero sistema ecclesiastico, è dato dalla scarsa propensione spesso mostrata da esponenti più o meno autorevoli del mondo cattolico a prendere il toro per le corna, anche perché tutti sappiamo che si può correre il rischio di essere infilzati, quindi meglio rimanere sugli spalti dell’arena a urlare per il torero o per il toro. O per meglio dire: se ha la meglio il torero, si grida “Viva il torero!”, se ha la meglio il toro, si grida “Viva il toro!”.

il torero

non sempre vince il torero

Negli anni ho approfondito il complesso problema del gaysmo dentro la Chiesa e nel farlo non ho mai guardato in faccia nessuno, pagandone sino a oggi le conseguenze. Cosa che non hanno invece mai pagato certi laici cattolici impegnati e militanti, presi a gridare assecondo il vento che tira nell’arena per “il torero” o per “il toro”. Questi cattolici impegnati e militanti, seppure avvisati in modo dettagliato, ben se ne guardarono dal sollevare all’epoca mezza voce in mia difesa, quando all’interno della mia Chiesa venivo passato dentro il tritacarne dai peggiori ecclesiastici omertosi per avere osato proferire il vero e per avere denunciato all’Autorità Ecclesiastica certe situazioni intollerabili. N’è prova il fatto che per due anni, nella Diocesi del Vescovo di Roma — che non è governata dal Vescovo di Roma ma dal suo Vicario Generale — celebrai la Santa Messa nelle Catacombe di Priscilla [2011-2013], assistito dal mio prezioso allievo e collaboratore, unica persona presente. Nel mentre, coloro che avrebbero potuto spendere due parole in mia difesa, non dico fossero latitanti, erano semplicemente impegnati nel politicamente corretto, tutti presi a ossequiare i loro padroni per i quali erano impegnati a guidare come dei devoti padroncini i furgoni-merce messi a loro disposizione.

Su certi argomenti penso di poter parlare con sufficiente autorevolezza perché sospiro dietro sospiro, tutto ciò che ho detto e tutte le denunce che all’epoca presentai al Vicariato di Roma, alla Congregazione per il Clero e alla Segreteria di Stato, le ho pagate bastonata dietro bastonata, cattiveria dietro cattiverie, ostracismo dietro ostracismo.

solitudine

la solitudine, spesso compagna del prete …

Non so quanti laici cattolici che ogni sera rientrano a casa loro senza che alcuno li scalfisca, possano parlare con la mia cognizione di causa, che a fine giornata rimanevo invece nella mia casa, che è la Ecclesia intesa anche come mondo ecclesiastico, avvolto dalla cupezza di quella omertà clericale imperante i cui nefasti risultati sono ormai dettagliati nelle motivazioni di sentenza date da numerosi tribunali sparsi in giro per il mondo. Sentenze tutt’altro che inique e lungi dall’esser mosse da sentimenti anti-cattolici, basti considerare che sulle parole di quelle sentenze è stata poi celebrata la penosa liturgia dei mea culpa da parte di quegli stessi ecclesiastici che sino a poco prima avevano redarguito, minacciato e ostracizzato i pochi preti che con coraggio avevano segnalato fatti, situazioni e, soprattutto, quei soggetti ad alto rischio protetti da intere cordate di potenti prelati. E certe persone, nella fattispecie gli omosessuali ecclesiastici per un verso, i pedofili per altro verso, hanno sempre avuto, dentro il mondo ecclesiastico, eserciti di protettori, ma soprattutto di solerti e spesso potenti “copertori”.

E chiunque paghi il prezzo da me pagato, per quanto bastonato a sangue, è però libero, ed essendo libero non ho debiti da pagare, perché il “segreto” di quella cristologica libertà che se realmente conosciuta ci farà liberi [cf. Gv 8, 32] si fonda sulla mancanza di qualsiasi aspirazione di carriera e beneficio ecclesiastico; checché ne dicano certi carrieristi, che non potendomi definire “uomo libero”, mi hanno semmai definito … “uomo pericoloso”, oppure “mina vagante” (!?). Anche per questo motivo io non ho creditori vestiti di rosso che bussano alla mia porta per presentarmi le cambiali in scadenza da pagare, o che mi ricordano i prestiti ottenuti, o semmai le donazioni o le regalie a me elargite sotto forma di sistemazioni, prebende e privilegi ecclesiastici, visto che a me hanno donato solo copiose sberle; e le sberle — come ben sappiamo — sono sempre gratuite, ottengono la grazia all’anima che le riceve e conducono spesso verso l’Inferno quella di chi le elargisce con gratuita o calcolata cattiveria, in sommo sprezzo a quella evangelica verità che ci farà liberi.

E Satana si fece trino (copertina)

Ariel S. Levi di Gualdo. E Satana si fece Trino. Relativismo, indivdualismo, disubbidienza. Analisi sulla Chiesa del terzo millennio. Edito nel 2011 ed a breve in ristampa

Nel 2011, in un mio libro attualmente in ristampa, analizzai in profondità il problema della omosessualizzazione della Chiesa ed il numero di sacerdoti gay sempre più alto, indicandone le ragioni, le origini scatenanti ed anche i possibili rimedi, anche se con questi risultati: non un solo vescovo e cardinale, di quelli che in seguito mi avvicinarono, mi dette torto per ciò che avevo scritto e per il modo chiaro in cui lo avevo scritto. Tutt’altro, collezionai complimenti a volte persino imbarazzanti, dentro le chiuse stanze private dei vari sacri palazzi. E fatta unicamente eccezione per un anziano arcivescovo titolare, che mi accolse sul finire del 2011 prendendosi paterna cura della mia formazione permanente al sacerdozio, nessuno, di questi alti prelati laudatori in privato, mosse mezzo dito per me, mentre un esercito di mediocri monsignorini incattiviti cercava di aggredirmi come un branco di iene inferocite.

I fatti sono fatti e restano tali, ma soprattutto documentati. E l’Autorità Ecclesiastica, a partire da quella romana, lo sa bene, in che modo io sono aduso documentare i fatti; e anche in che modo non parli mai senza prove.

Predicando alle sabbie del deserto e alle canne mosse dal vento ho parlato inutilmente di un golpe omosessualista all’interno della Chiesa [vedere QUI]. Inutilmente ho spiegato che la lobby dei gay non si limita a puntare in alto, perché da tempo è ormai giunta in alto. Sono infatti anni che i gay ecclesiastici ed i loro gay friendly incidono sulle nomine episcopali di candidati più o meno appartenenti alla gaia “pia confraternita”, ed una volta divenuti vescovi cominciano per prima cosa a piazzare i propri fedeli amici nei posti chiave delle diocesi, in molte delle quali imperano gay più o meno palesi in tutte quante le cosiddette stanze dei bottoni, con accesso immediato ai bottoni di attivazione del lancio di missili terra-aria sui buoni preti, o sui pochi che sopravvivono in certe diocesi nelle quali, chi ha la sventura di partecipare in esse ad una assemblea del clero, potrebbe avere a volte l’impressione d’essere finito per sbaglio in una succursale del gay village.

i moderni religiosi

uno spaccato del nuovo stile religioso, dinanzi al quale San Pio da Pietrelcina avrebbe fatto sicuramente salti di gioia …

Come mai è accaduto tutto questo? Il problema nasce a monte agli inizi degli anni Settanta, quando nella stagione del post-concilio si passò dal precedente rigore, forse eccessivo, al lassismo reattivo. E così, in una società in piena trasformazione e con la cosiddetta “liberazione sessuale” ormai imperante, i seminari si andarono svuotando, di più ancora i noviziati e gli studentati delle famiglie religiose e degli stessi ordini storici. Fu a quel punto che molti vescovi e superiori maggiori delle famiglie religiose spalancarono le porte e consentirono l’accesso alla formazione al sacerdozio e alla vita religiosa a soggetti che mai, in precedenza, sarebbero stati ammessi in un seminario o in un noviziato. E quando si creano dei covi di vipere, accade che le vipere si riproducano tra di loro e alla buona occorrenza tutte assieme mordano e tentino di avvelenare chiunque cerchi in qualche modo di colpirle.

Se quarant’anni fa era ragionevole dire che il problema nascesse a monte dalla formazione dei futuri nuovi presbiteri e religiosi, oggi, a degenerazione completamente avvenuta, è invece ragionevole dire — ma nessuno purtroppo lo dice — che il problema nasce tutto dall’episcopato. Come infatti spiegai in quel mio libro del 2011: «Coloro che negli anni Settanta capeggiavano all’interno dei seminari la gaia confraternita, oggi ce li ritroviamo vescovi, ed appena divenuti tali, per prima cosa hanno piazzato in tutti i ruoli di rilievo e portato avanti nella scala gerarchica o nella cosiddetta carriera ecclesiastica dei soggetti affini a loro». Questa è la drammatica radice di quel problema che indico ormai da anni, ma purtroppo inutilmente, perché nessuno dentro la Chiesa ha voluto prestare ancora ascolto alle mie parole, soprattutto quando l’evidenza dei fatti mi dava piena ragione.

Spiego anche, sempre in quella mia opera, che l’omosessualità fisica, quella concretamente praticata, è solo la punta estrema di una omosessualità ormai radicalizzata che in sé è molto peggiore e nociva: quella omosessualità psicologica andata ormai al potere ed in virtù della quale è stata infine omosessualizzata la Chiesa. E oggi ci ritroviamo non di rado dinanzi a preti, ma soprattutto dinanzi a vescovi e “uomini” in delicate posizioni di autorità che a volte ragionano con la stizza delle psicologie femminili affette da un loro tipico disturbo, che è l’isteria, parola il cui significato dice tutto, visto che l’etimo greco di questo lemma [ὕστερον, hysteron]  vuol dire utero.

vicariato di roma

il palazzo del Vicariato di Roma

Ma veniamo ai fatti rigorosamente documentati, visto che certi documenti e relazioni le consegnai a mio rischio e pericolo alle seguenti Autorità Ecclesiastiche: all’allora Vescovo ausiliare del settore centro della Diocesi di Roma S.E. Mons. Ernesto Mandara, uomo di cui conservo il vivo e amabile ricordo; all’allora Prefetto della Congregazione per il clero, Cardinale Mauro Piacenza, per mano dell’allora mio Vescovo. E ancora: al Cardinale Giuseppe Bertello, ex Nunzio apostolico in Italia, carica all’epoca vacante, nominato Governatore della Città del Vaticano, al quale andai a consegnare il mio testo nel suo nuovo ufficio presso la Santa Sede con preghiera di far avere quella mia relazione all’allora Segretario di Stato Cardinale Tarcisio Bertone, perché in gioco era l’immagine della Diocesi di Roma, ossia la Chiesa particolare di quel Sommo Pontefice che su certi temi e problemi si era già espresso in modo deciso e severo attraverso più locuzioni e documenti, pertanto era opportuno evitare che proprio nella sua Diocesi, a sua insaputa ed a causa del mal governo altrui, scoppiassero certi scandali.

In due mie diverse relazioni stilate a inizio 2011 venivano indicati vari casi, a partire da quello del rettore di una antica e prestigiosa basilica romana che da anni manteneva un giro di giovani marchettari, cosa peraltro che da anni tutti sapevano: lo sapeva il Cardinale Agostino Vallini, lo sapeva il suo predecessore al Vicariato di Roma Cardinale Camillo Ruini, lo sapeva il Prelato segretario dell’epoca presso il Vicariato, Mons. Mauro Parmeggiani, promosso in seguito Vescovo di Tivoli; lo sapeva l’allora Arcivescovo castrense Angelo Bagnasco, in seguito promosso Arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che per ragioni d’ufficio frequentò per diversi anni quella basilica durante il suo ministero apostolico presso le Forze Armate, per seguire con tanti altri silenziosi prelati, tutti variamente maestri di quella somma “prudenza” che porta talvolta a vedere e al tempo stesso a non agire. Quale fu, infatti, la reazione del Cardinale Mauro Piacenza, quando all’epoca l’allora mio vescovo gli consegnò a mano quella mia relazione? Ne prese atto e rispose che la situazione incresciosa di quella basilica era a loro da tempo nota. E poco dopo, il vescovo latore della mia relazione — che con tutti i suoi pregi e difetti è sempre stato però un vero credente e soprattutto un uomo dotato di morale senso etico e che nei limiti delle sue possibilità cercò di proteggermi da quella grave ingiustizia —, uscì dal palazzo della Congregazione per il clero dicendomi: «Andiamo bene, li abbiamo informati di ciò che già sapevano!». E aggiunse: «Ma ciò che è peggio è che non facciano niente».

chiesa santa teresa

scorcio della chiesa metropolitana di Santa Teresa a Roma

In una di quelle due relazioni indicavo anche il delicato problema dei Carmelitani della Parrocchia di Santa Teresa, dai quali anni dopo scoppiò uno scandalo dai risvolti infernali [cf. QUI, QUI, QUI, QUI]. Appena però nominai i Carmelitani, il prelato mio interlocutore si rabbuiò e mi disse: «Molla sùbito la pezza! I Carmelitani sono nelle grazie del Cardinale Agostino Vallini che ha voluto promuoverne uno, suo notorio pupillo, anch’esso come lui canonista, prima alla carica di vescovo ausiliare di Napoli, poi a quella di Vescovo di Aquino-Sora-Pontecorvo. E ti dirò: sta cercando di portarselo al Vicariato come arcivescovo vicegerente». E così, in effetti, avvenne poco dopo nel 2012, quando il Carmelitano S.E. Mons. Filippo Iannone fu eletto a quell’incarico, affinché “l‘organico dirigente” del Vicariato fosse completo nel suo quadro di timorosi e ossequiosi “segretarietti” e “subalterni“, non certo di confratelli nell’episcopato chiamati a collaborare in perfetta comunione per il bene della Diocesi del Vescovo di Roma con il suo Vicario Generale. È infatti noto che certi caporioni vogliono attorno a sé dei subalterni, non dei confratelli vescovi, tanto meno delle menti che ragionano; e li vogliono tali nella proporzione in cui sono inconsciamente consapevoli di essere dei clamorosi mediocri che devono proprio per questo cercare di brillare in ogni modo e con ogni mezzo di luce propria.

Dopo un colloquio tanto riservato quanto drammatico avuto con due alti funzionari della Digos di Roma agli inizi del 2012, fui messo a conoscenza della “vita spericolata” condotta dall’allora Arciabate di Montecassino, Dom Pietro Vittorelli, la cui palese gayezza l’avrebbe vista e percepita persino un cieco, fuorché la buona Autorità Ecclesiastica, caduta letteralmente dalle nuvole quando fu infine reso pubblico che questo indegno successore luciferino di San Benedetto da Norcia era un tossicodipendente impenitente ed altrettanto gay impenitente che manteneva la propria bella vita ed i servizi dei suoi costosi prostituti gay coi soldi sottratti alla Caritas della Diocesi a lui affidata. Inutile ricordare oggi — benché per dovere lo ricordi comunque — a che cosa hanno portato tutti questi casi da me segnalati con anni di anticipo, grazie al non agire delle informatissime Autorità Ecclesiastiche, che se messe dinanzi a certe loro responsabilità di azione, prima che certi fattacci si mutassero in scandali pubblici, non è raro che si irritino nei confronti di chi gli segnala certe cose, facendola semmai pagare a caro prezzo al malcapitato, proprio come accadde al sottoscritto.

confessionale

questo grande ristoro dell’anima …

A parte certe informazioni a me riferite in via del tutto riservata da vari esponenti delle Forze dell’Ordine che frequentavano la basilica romana nella quale all’epoca prestavo servizio, prima di procedere oltre devo per inciso chiarire in che modo sono venuto a conoscenza di certi fatti …

… a partire da poche settimane dopo la mia sacra ordinazione sacerdotale cominciai a essere confessore e direttore spirituale di un numero sempre più crescente di sacerdoti, religiosi, seminaristi secolari e religiosi in formazione, i quali più volte, in foro interno e in foro esterno, prostrati in condizioni di profonda sofferenza interiore o di vero e proprio choc mi riferirono le situazioni gravissime che si ritrovavano a vivere ed a subìre. Siccome non tutti si nasce leoni o aquile, diversi di questi confratelli e diversi seminaristi e religiosi, non sapendo come agire o semplicemente come rivolgersi ai propri superiori e rimanere illesi, mi liberarono dall’inviolabile sigillo sacramentale della confessione e dopo avermi svincolato mi fornirono dettagli, prove e documenti, autorizzando me a segnalare i casi ed a parlare con la competente Autorità Ecclesiastica. Pensate, tra i vari documenti da me consegnati figura persino una ludica raccolta fotografica completa nella quale, i seminaristi di un prestigioso collegio romano, non avevano trovato di meglio da fare che festeggiare il Natale proponendosi come “mignotte” a un baccanale di Bacco e Cerere, ideando poi un servizio fotografico nel quale si erano foto-montati su immagini di nudi e seminudi femminili in coppia con i loro formatori, su figure di donne coi seni prosperosi e via dicendo a seguire. Questa istituzione ha ovviamente un nome, peraltro pure prestigioso, si chiama Almo Collegio Capranica, fucina di molti vescovi e cardinali italiani, specie di diversi dei nostri attuali peggiori, i quali tutti assieme, come una sorta di “loggia segreta”, proteggono all’occorrenza questo almo collegio, all’interno del quale è avvenuto di tutto e di più, con sgomento della stessa Segreteria di Stato alla quale appartiene la sua giurisdizione e dalla quale, oltre allo sgomento per fatti da tempo conosciuti, ci si attenderebbero quei provvedimenti ancora lontani da venire; a meno che dall’organico della Segreteria di Stato non si proceda prima a licenziare gli affiliati alla seletta “loggia segreta” del Capranica [cf. Corrispondenza Romana, QUI].

Ecco dunque illustrato il motivo per il quale, chi di dovere, mi ha sempre trattato con cautela, sapendo che quando parlo od affermo certe cose, non lo faccio mai a vanvera, né per sentito dire né per quel devastante «pare … sembra … si dice …» che affiora invece puntuale sulla bocca di quei clericali che desiderano con tutto il cuore impallinare in ogni modo qualcuno. Io parlo per abitudine sempre e solo sulla base di prove provate e documentate.

notti brave scorcio di filmato 1

un ben poco edificante scorcio di filmato tratto dal servizio “Le notti brave dei preti gay”

A quanto sinora narrato unisco anche un precedente risalente alla fine del 2009, all’epoca che vivevo in una casa sacerdotale internazionale su Colle Aventino. In quel periodo accadde che da quel colle venni a conoscenza di ciò che avveniva “a valle”, cioè al Testaccio, dove un numero preoccupante di preti frequentavano in abiti borghesi i vari locali gay. Cosa del tutto comprensibile che questi preti gay passassero inosservati, perché pare che i monsignorini del Vicariato fossero troppo impegnati a fare battute su di me quando osai presentarmi in più occasioni nei loro uffici con la vesta talare indosso, recepita come se quel mio vestimento ecclesiastico rappresentasse chissà quale oltraggio alla altrui lesa maestà clericale; o meglio alla maestà di coloro che, anziché ridere sulla mia talare ― che di prassi io indosso e porto sempre tutti i giorni ―, forse avrebbero dovuto curarsi dei non pochi preti che in jeans e t-shirt andavano a “palpare l’uccello” in mezzo alle gambe ai cubisti che danzavano seminudi nei locali gay del Testaccio.

Quando segnalai l’andirivieni di preti in questi locali gay, in toni rasenti la minaccia mafiosa mi fu fatto chiaramente capire che se volevo vivere bene a Roma, dovevo imparare a farmi gli affari miei; e in tal senso fui invitato a fare mia ed a vivere quella perniciosa omertà clericale così ben raffigurata dal regista e dagli attori de “Il caso di Spotlight”. Trascorso meno di un anno, mentre nell’estate del 2010 mi trovavo in Germania per studi di approfondimento, fui raggiunto telefonicamente da un mio familiare che mi disse: «Puoi procurarti il settimanale Panorama?». E mi spiegò: «A partire dalla copertina in poi ci troverai scritto tutto quello che tu hai segnalato per tempo ma inutilmente all’Autorità Ecclesiastica». E il titolo sulla copertina era il seguente: «Le notti brave dei preti gay» [vedere QUI]. Cuore del servizio erano i resoconti, corredati di filmati dei festini gay nei locali del Testaccio ai quali partecipavano vari preti, uno dei quali osò persino celebrare al mattino la Santa Messa nel salotto dell’appartamento nel quale s’era dato ai baccanali sodomitici col suo amico occasionale, presente anch’esso alla sacra celebrazione [vedere filmati QUI].

le notti breve dei preti gay copertina

la triste copertina del settimanale Panorama che nel luglio 2010 pubblicò il servizio di Carmelo Abbate corredato poi di video filmati tutt’oggi visibili in rete

Dinanzi a simili evidenze, pensate che l’Autorità Ecclesiastica mi abbia convocato e detto: “… prendiamo atto che avevi ragione e che con anticipo ci avevi indicato il vero, indicandoci persone e situazioni scabrose, ma purtroppo noi non abbiamo agito”? Giammai! Ed è stato proprio perché avevo ragione, in quanto ci avevo visto giusto, che sono stato sottoposto più volte ad angherie dai caporioni dell’esercito degli omertosi che mi hanno giudicato reo di negata omertà clericale. Perché come potete ben capire, l’importante è che la Chiesa domandi perdono agli ebrei, ai musulmani, ai luterani, ai pentecostali, agli indigeni … insomma: a tutti, meno che ai propri devoti sacerdoti, che a loro serio pericolo hanno rischiato all’occorrenza il tutto e per tutto, pur di cercare in qualche modo di difenderla.

Eppoi, parliamoci chiaramente, perché, specie in questo clima di soffocante mediocrità ecclesiastica, se io avessi accettato le regole omertose del gioco e tutto ciò ch’esso comporta, non solo sarei già diventato titolare di una cattedra in una università pontificia, non solo avrei avuto ben altro genere di sistemazione, non solo sarei stato immesso negli àmbiti della cosiddetta più prestigiosa carriera ecclesiastica … di più ancora: forse, dopo un breve periodo di anni, mi sarei persino ritrovano a “pavoneggiarmi” con la mitria in testa e il pastorale in mano in mezzo a un esercito di vescovi che vedono ma non vedono, che sanno ma che fingono di non sapere, che chinano il capo dinanzi ai prepotenti e che bastonano i deboli, che non di rado puniscono le vittime e difendono i carnefici. E la mia è stata — ritengo da sempre —, la scelta giusta, perché non ho mai puntato all’immediato presente, ma all’eterno, vale a dire alla salvezza della mia anima che aspira a raggiungere la visione beatifica nel mistero trinitario del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, al quale intendo guidare anche molti altri Christi fideles come pastore in cura d’anime. E per puntare all’Eterno bisogna scegliere di necessità la croce, senza la quale non c’è risurrezione.

Quando nel 2009 dissi a un membro della Congregazione per la dottrina della fede che il giovane Mons. Krzysztof Charamsa, persona amabile e bravo teologo dogmatico, era palesemente gay [cf. QUI]; quando spiegai che nei suoi studi sulla “teologia” della “sofferenza umana” [cf. QUI] avevo individuato celato dietro le righe il disagio proveniente a monte da un suo stato interiore umano-affettivo riconducibile sicuramente alla sua sessualità, ecco che per tutta risposta, questo autorevole membro, incontrando appresso l’allora mio Vescovo, lamentò che io vedevo omosessuali dovunque e che ero ossessionato dagli omosessuali nella Chiesa. Anche in quel caso, l’allora mio Vescovo, anziché rimproverarmi mi disse: «Il problema, non è che gli omosessuali li veda tu, il problema è che invece non li veda lui!».

Domanda a posteriori a dir poco lecita: dopo il pubblico coming-out di Mons. Charamsa, giunto in giovane età alla prestigiosa carica di segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale, che cosa dovrebbe dirmi, oggi, questo allora membro della Congregazione per la dottrina della fede, promosso in seguito anche vescovo per la sua “lungimiranza” estrospettiva? 

Trovo davvero impressionante che questi prelati e prelatoni, seppure consapevoli di avere sbagliato, di avere rimproverato in passato uno che aveva ragione solo perché diceva e indicava loro il vero; che sebbene consapevoli che di fatto io avevo visto giusto mentre loro di fatto no, per nessuna ragione al mondo ammetterebbero mai di essersi sbagliati, al costo di negare persino l’evidenza dei fatti. O forse perché sono troppo impegnati nella penosa “liturgia” delle scuse presentate e rivolte da Santa Madre Chiesa agli ebrei, ai musulmani, ai luterani, ai pentecostali, agli indigeni … insomma: a tutti ― come dicevo poc’anzi ― meno che ai propri devoti sacerdoti?

Tdazio morte a venezia

immagine del protagonista del giovane Tdazio nella trasposizione cinematografia di Morte a Venezia di Luchino Visconti, che accentua in modo magistrale la efebofilia contenuta nelle pagine di Thomas Mann

E chiudo questa lunga “litania” con l’ultima in ordine di serie: mesi fa, previa diretta conoscenza della persona, della situazione e dei fatti, informai un vescovo toscano che un giovane uomo andava tenuto prudentemente a distanza dal contatto con gli adolescenti negli ambiti parrocchiali, perché affetto da comprovati istinti efebofili. Indirizzai presso un rispettabile presbitero di quella diocesi, dotato di esperienza psicologica, un docente di mia conoscenza ad accompagnare presso di lui uno degli ex adolescenti palpeggiati in passato da questo personaggio, mosso da un rapporto tutto da definire con la fede e la Chiesa, entrambe vissute in una sorta di dimensione estetico-decadente dal sapore di “Morte a Venezia” di Thomas Mann. Ovviamente scrissi una dettagliata informativa a questo vescovo, il quale, quando nel maggio del 2015 lo incrociai presso la plenaria della Conferenza Episcopale Italiana ― dove mi ero recato per salutare alcuni prelati e incontrare altri che mi volevano parlare ―, in risposta alla mia lettera-relazione replicò che lui non era un magistrato e che se avevo qualche cosa da denunciare dovevo rivolgermi non a lui ma alla magistratura. E pochi mesi dopo, questo vescovo, non trovò di meglio da fare che dare prova della propria massima scelleratezza ammettendo questo efebofilo, cultore del bello e dell’estetica liturgico-musicale, nel proprio seminario. 

Inutile a dirsi: se questo soggetto divenisse per nostra somma disgrazia prete, ed una volta prete palpeggiasse un adolescente, io prenderò immediatamente la mia relazione inviata a suo tempo, i testimoni mandati a rendere testimonianza privata a quel vescovo e, senza alcuna esitazione, mi rivolgerò alla magistratura, ma non per denunciare l’efebofilo colto sul fatto, ma il vescovo. E nel mio esposto preciserò che non solo costui non mi ha prestato ascolto quando lo avvisai per tempo con dovizia di prove, ma che dopo essere stato informato di tutto punto sul soggetto ad altissimo rischio, reputò cosa buona e giusta ammetterlo nel proprio seminario. E vedremo, specie con i tempi che corrono oggi, con che faccia questo vescovo dirà ai magistrati che non sapeva niente; o con quale spirito oserà sostenere dinanzi ai giudici che lui non è un magistrato e che quindi, non essendo tale, non aveva alcun dovere e obbligo di vigilare sulla diocesi a lui affidata, al punto tale da ammettere senza problema una volpe dentro il pollaio, sebbene di ciò fosse stato avvisato per anticipo e con tutti i dettagli del caso.

l’Arciprete della Papale Basilica di San Pietro, Cardinale Angelo Comastri, impone le ceneri sul capo del Sommo Pontefice Benedetto XVI

Che la Chiesa abbia emanato documenti in materia è fuori dubbio, come è fuori dubbio che il Venerabile Pontefice Benedetto XVI scrisse una memorabile Lettera pastorale ai cattolici dell’Irlanda [cf. QUI], da me considerata uno tra i più importanti atti del suo apostolico ministero pastorale e per questo più volte riportata nel mio saggio già precedentemente citato. Documento nel quale, il Sommo Pontefice allora regnante, spiegò come e in quale pericolosa misura molti vescovi non abbiano tenuto conto, ed in che modo seguitino a non tenere conto di quelle esortazioni, proseguendo imperterriti ad ammettere nei loro seminari sempre più vuoti dei veri e propri eserciti di asessuati — nell’ipotesi migliore —, se non peggio delle persone che palesano una evidente carenza di testosterone maschile e che ricercano nell’apparato estetico, ed in specie estetico-liturgico o estetico-ecclesiastico, il loro punto di rifugio, di sfogo e purtroppo anche di sicura carriera, che di prassi e di rigore fanno, perché se da una parte mirano a riscattarsi, dall’altra mirano all’esercizio del potere sugli altri attraverso ruoli di gran rilievo.

Nel corso degli ultimi anni non è mancata su certi gravi temi né la lungimiranza dei Sommi Pontefici né i documenti che danno precise direttive, come quello nel quale si esorta alla non ammissione nei seminari delle persone con tendenze omosessuali [cf. QUI]. Il problema è che quando un “sistema di governo” si trova a essere infettato proprio da queste persone ormai finite inserite nei ruoli chiave di comando, la conseguenza può essere questa: io finisco per due anni a celebrare la Santa Messa sine populo nelle Catacombe assistito dal mio allievo e collaboratore, mentre non pochi “vescovi-madama” che agiscono con l’umoralità tipica delle donne in menopausa, non trovano di meglio da fare che prendere uno dei propri prediletti gay e nominarlo direttamente rettore del seminario, altro che … non ammissione nei seminari delle persone con tendenze omosessuali! Purtroppo, in non pochi seminari e noviziati religiosi, i primi gay sono risultati essere proprio i formatori. E se non si vuol credere a me, che allora si creda alle sentenze date dai tribunali penali in vari paesi dell’Europa, inclusa l’Italia, sulla base di fatti e prove di una vergogna e di uno squallore tale da deturpare la povera Chiesa di Cristo col lancio delle peggiori sostanze organiche sul suo volto.

Quali soluzioni indicai, nelle pagine di quel mio studio? Anzitutto la soluzione ovvia: con autorità, severità e coraggio, alle vipere andava tagliata la testa. Questo scrivevo nel 2011, salvo vedere diverse di queste vipere diventare uno dietro l’altro vescovi nei successivi anni. 

asessuati

asessuati di tutto il mondo: unitevi!

Come mai giudico non sbagliato ma devastante, che tutt’oggi vi siano ecclesiastici che seguitano a pensare che se uno ha tendenze omosessuali, ciò che conta è che non eserciti fisicamente la propria omosessualità? Giudico questo sbagliato perché, la morale cattolica, troppo a lungo si è incentrata solo sulla dimensione fisico-sessuale e poco su quella psicologica, dimenticando che il sesso e la sessualità è anzitutto una questione mentale, un abito mentale. E come ho affermato in passato, seguito tutt’oggi a ribadire che l’omosessuale represso, colui che non dà alcun genere di sfogo fisico ai propri impulsi sessuali, è da sempre più pericoloso di quello che perlomeno si sfoga in rapporti sessuali con altri uomini. Il represso, da me anche definito come “omosessuale psichico”, è più pericoloso perché vive in una dimensione di cattività e di sempre maggiore incattivimento che trova principalmente sfogo in tre cose: nel perverso piacere a lui derivante dal recare male agli altri, nella brama di potere e nello sfrenato carrierismo, nell’attaccamento ai soldi ed ai beni materiali. Queste persone sono inoltre ricattabili, facilmente manipolabili dai loro “benefattori”, pronti a tradire ed a violare la segretezza, se devono in tal modo rendere grazie o beneficiare i propri padrini, o più semplicemente proteggere uno dei membri della loro gaia confraternita. Per questo ribadisco: gli “omosessuali psichici” che si sono auto-repressi sono peggiori, perché in modo peggiore sfogano la propria repressione in danno della Chiesa e spesso dei preti buoni è sani, che da sempre sono le loro vittime preferite, sotto gli occhi sempre più impotenti dei vescovi e delle autorità ecclesiastiche.

adolescenti

quando dopo mezzanotte gli adolescenti danzano seminudi sui cubi delle discoteche gay, in questo caso non è lecito parlare né di adolescenti né tanto meno di pedofili, anzi bisogna proclamare il “sacro dogma” di “fede” che Gay è Bello. Se però un prete palpeggia un giovane marchettaro di 17 anni e undici mesi, è invece un pericoloso pedofilo.

Nella nostra società schizofrenica dove domina l’ideologia gender, la Chiesa sta mostrando una desolante debolezza e inadeguatezza. Per esempio: come mai, ogni volta che giornali, siti e blog della potente Lobby Gay ci sbattono in faccia gli immancabili “preti pedofili”, nessuno ha il coraggio di replicare che la maggior parte dei presunti preti pedofili, lungi dall’esser tali, in verità sono preti omosessuali, meritevoli come tali di tutte le migliori protezioni e tutele da parte di quella onnipotente madre socio-politico-economica nota come Lobby Gay?

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Quando si tratta di noi preti, accade infatti per incanto che i gay affetti da “puri” e “meravigliosi“ istinti omosessuali, meritevoli come tali di tutela e in caso contrario di accuse d’omofobia gridate verso chiunque osi dissentire, diventano putacaso dei pedofili. Un arcano, questo, che adesso vi spiegherò io, visto che la tremebonda autorità ecclesiastica non lo ha ancora spiegato, pur avendo a disposizione una caterva di riviste cattoliche, agenzie stampa e uffici per le comunicazioni sociali. Rasserenatevi comunque, cari cattolici, perché grazie a Dio c’è L’Isola di Patmos, giovanneo luogo dell’ultima rivelazione, con i suoi agguerriti Padri che non hanno padrini e padroni all’infuori di Nostro Signore Gesù Cristo.

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Montecassino, la storica abbazia dell’Occidente fondata da San Benedetto da Norcia nel VII secolo.

La verità è che i preti si screditano in due principali modi, o meglio con le due famigerate “esse”: sesso e soldi. Beninteso: come clero, negli ultimi anni abbiamo dato il peggio di noi stessi in scandali patrimoniali ed a sfondo sessuale. Basti tornare al paradigma dell’Arciabate di Montecassino, che a quanto sino ad oggi appurato è arrivato a spendere in capricci, ed in specie in capricci di carattere sessuale, 36.000 euro in un solo mese. Prima di proseguire apro però la dolente parentesi che l’Autorità Ecclesiastica s’è guardata dall’aprire: quale genere di rapporto “malato” intercorreva tra il precedente Arciabate di Montecassino, Dom Bernardo D’Onorio [1983-2007], promosso in seguito Arcivescovo di Gaeta [2007], ed il suo successore Dom Pietro Vittorelli [2007-2013]? Perché a volere il Vittorelli prima responsabile della formazione dei monaci come maestro dei novizi e animatore vocazionale ― sempre per tornare al discorso delle volpi poste a guardia dei pollai ― appresso come suo segretario particolare, fu proprio l’allora Arciabate Bernando D’Onorio. Pertanto domando: è legittimo chiedersi dove mai avesse gli occhi e con essi la sapienza e la cristiana prudenza, quell’asessuato psichico dell’Arciabate Bernardo D’Onorio, nel porre in simili ruoli delicati una persona dalla evidente sessualità disordinata come Pietro Vittorelli? E mentre un asessuato passava il proprio pastorale ad un sessuato disordinato, in quali faccende erano affaccendate le Autorità della Santa Sede, alle quali spetta la accettazione e poi la conferma della nomina dell’Arciabate di Montecassino? Perché, come potete ben vedere, certi drammi nascono da una diabolica catena che nessuno s’è preso ancora cura di interrompere, perché per farlo sarebbe necessario andare contro intere cordate di amici degli amici degli amici … E chi ha elementi ragionevoli per smentirmi, che mi smentisca, all’occorrenza anche a colpi di querele, non vedo l’ora di riceverne almeno una! E qualora qualche Autorità Ecclesiastica sollevasse un sospiro su quanto sin qui da me affermato, semmai accusandomi di “irriverenza” e di “inopportunità”, a mia difesa chiamerò una squadra di periti urologi, andrologi e psicologi. E dopo ch’essi avranno periziato che il D’onorio, padre partoriente del mostro Vittorelli, sprizza in realtà virile testosterone maschile da tutti i pori della pelle, io mi genufletterò a chiedere pubblicamente perdono, mi ritirerò a vita privata e non scriverò più neppure un articolo, anzi non scriverò più manco il mio nome. E se proprio sarò obbligato a firmare lo farò con una “X” al fermo scopo di non scrivere, a riprova che un vero uomo e un vero prete — se proprio non vuole e non può essere omertoso — allora è bene che non scriva neppure, perché deve essere sordo, cieco, muto e anche analfabeta.

nichi vendola testimonial

Nichi Vendola con il compagno Ed Testa testimonial della XX edizione del Gay Pride romano [cf. QUI]

Sui giornali ultra laicisti, sui siti e sui blog della potente Lobby Gay, chiunque può leggere le parole di fuoco scritte sull’Arciabate di Montecassino Pietro Vittorelli, riguardo il quale, agli ultra liberisti, agli omosessualisti e agli ideologi del gender che lo hanno additato alla pubblica gogna, manca però un passaggio fondamentale che in malafede ignorano: il Vittorelli non era né un pedofilo né un pericoloso bancarottiere, ma semplicemente un omosessuale impenitente, che posto in un ruolo di governo, o se preferiamo di potere, ha usato mezzi e danaro per spassarsela in giro per il mondo con giovanotti pagati un tanto a centimetro, in base alla lunghezza ed alla circonferenza del loro membro virile. Esattamente come fanno da sempre buona parte dei gay che, avendo soldi a disposizione, possono permettersi capricci pagandoli all’occorrenza con viaggi, con vestiti firmati, con soggiorni in hotels a cinque stelle … il tutto un tanto a centimetro, calcolato sia per la lunghezza sia per la circonferenza del membro virile del loro ganzo di turno. Se poi alla fine gli gira, certi gay si prendono anche un utero in affitto, pagano una donna semmai bisognosa e si fabbricano un bimbo giocattolo ad uso e consumo del loro incontenibile egoismo satanico. E sinceramente, per me, fare questo e promuovere il tutto come “diritto”, è cosa molto peggiore del sottrarre ― come ha fatto il Vittorelli ― soldi alla Caritas per pagarsi i marchettari, con buona pace del neo-papà-gay Nichi Vendola appena ritornato alle porte dei sessant’anni da una fabbrica americana di bambini con il suo compagno che a sua volta potrebbe essere suo figlio. Perché dinanzi a questa gente, non dico sarei pronto a riabilitare l’ex Arciabate di Montecassino, ma sicuramente a considerare, in debita proporzione, quanto la sua colpa sia minore. Ben maggiore è infatti la colpa di una Gianna Nannini, di un Elton John e di un Nichi Vendola che si fabbricano bambini a proprio uso e consumo. Mentre infatti il marchettaro adulto è libero e consenziente nei propri mercimoni con prelati e preti altrettanto adulti e consenzienti, un bimbo o una bimba posti in simili disumane condizioni, non sono né liberi né consenzienti di scegliere simili aberrazioni destinate a segnare tutta la loro esistenza in modo negativo e profondamente traumatico.

le iene prete pomicione

Le Iene di Italia Uno, ormai specializzate nella caccia al prete

Domanda: se questo e altro ancora è lecito a tutti i danarosi omosessuali che sulla toccante musica di Sir Elton John strepitano “gay è bello”, perché mai non dovrebbe essere altrettanto per l’ex Arciabate di Montecassino? Mi stupisco quindi che proprio le Lobby Gay non lo abbiano protetto, né che abbiano scritto che tutto sommato è stato un grande a spassarsela come ha potuto, esattamente come sono abituati a fare i ricchi lobbisti gay.

Anziché averli protetti come omosessuali sulla base del genderista “dogma” di “fede” che “gay è bello”, proprio i lobbisti gay hanno invece letteralmente massacrato nel tempo svariati ecclesiastici, usando spesso anche il braccio armato delle Iene di Italia Uno, che sono andate a scovarli e filmarli di nascosto uno per uno. E sono quelle stesse Iene che al tempo stesso proteggono la cultura del gender, i matrimoni tra coppie dello stesso sesso ed il loro “diritto” ad adottare o fabbricarsi e comprarsi dei bambini.

Ebbene io sfido chiunque a trovarmi un membro della comunità scientifica, nell’ambito specialistico della neurologia, della neuropsicologia, della psichiatria e della psicologia clinica, disposto a sostenere che un adulto che abbia oggi un rapporto sessuale con un ragazzo consenziente di 16/17 anni, che semmai si prostituisce già da tre o quattro anni e che a 10/11 anni aveva interi archivi di film porno collezionati nel suo computer e nel suo telefono cellulare, sia un pericoloso pedofilo. Credo infatti che nessun membro della comunità scientifica asserirà mai una cosa del genere, specie sapendo a quali livelli di conoscenza e di degenerazione sessuale sono già giunti molti nostri giovani all’età di 13/14 anni.

lecco

Lecco, lussureggiante città sulle Alpi

A Roma c’è un ospedale che cura malattie infettive anche legate all’apparato sessuale. Ora io invito chiunque a fare quattro chiacchiere con gli specialisti di questo ospedale, che è il San Gallicano, perché sarà loro premura spiegare quanti adolescenti di ambo i sessi in fascia d’età compresa tra i 14 ed i 16 anni giungono con gravi infezioni per avere praticato cosucce amene che, come noto e risaputo, sono proprio … “tipiche” della “prima adolescenza”, per esempio i rapporti cosiddetti anali, i rapporti cosiddetti orali, i rapporti cosiddetti di gruppo dove basta una sola persona infetta per trasmettere l’infezione a tutti, od il contatto della bocca e della lingua con la vagina e con l’orifizio anale … e via dicendo …

Per salvarmi dalla disapprovazione di quei pochi soggetti pronti a manifestare scandalo dinanzi a certi dettagli legati alla sfera sessuale forniti da un prete, chiarisco e preciso che volendo essere capito da tutti in certi miei scritti, indirizzati al grande pubblico e non solo ai teologi o agli specialisti, mettermi a sfoggiare latinismi clinici, che pure conosco, per indicare l’esistenza di precise realtà, sarebbe cosa non opportuna, se non rasente il ridicolo e soprattutto quello spirito pudibondo che non va mai confuso col valore umano, sociale e cristiano del pudore. Se infatti dei ragazzini e delle ragazzine di 14 anni finiscono con gravi infezioni al San Gallicano perché una ragazzina già navigata ha trasmesso una infezione alla bocca di un coetaneo che gli ha cacciato la lingua nella vagina e nell’orifizio anale, capite bene che è inutile usare eufemismi. E se questo accade, credo sia urgente porsi qualche serio quesito, specie poi se uno di questi adolescenti si lascia palpeggiare ben volentieri da un prete in cambio dell’Ipad nuovo, che volendo possiamo e dobbiamo anche chiamare perverso e pervertito, che dobbiamo isolare, condannare e sospendere dall’esercizio del sacro ministero, sempre però indicandolo col suo vero nome, che è quello di “omosessuale”, non quello di “pedofilo”, al massimo possiamo indicarlo come efebofilo. E come omosessuale, o come efebofilo, questo prete, secondo le tendenze contemporanee, andrebbe anche tutelato e se attaccato protetto con una levata di scudi da parte della Lobby Gay al grido di “omofobo, omofobo!” diretto verso chiunque osi mettere in discussione i suoi legittimi gusti sessuali.

vallini video

il Cardinale Agostino Vallini, tratto da un frammento del filmato intervista di SIR

Dal ludico discorso sugli orifizi e dalle malattie infettive dei minori più navigati di quanto non lo fossero i cinquantenni di mezzo secolo fa, vorrei concludere passando ad una risposta data dal Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, Cardinale Agostino Vallini, riguardo il quale rimando alle immagini video in cui egli risponde, nella propria veste di Presidente della Conferenza Episcopale del Lazio, riguardo le prodezze dell’ex Arciabate di Montecassino, che come tale fu per diversi anni membro della Conferenza Episcopale Italiana e quindi della locale Conferenza Episcopale del Lazio. Il Cardinale Vallini, noto anche come il più grande canonista del mondo, dinanzi alle gesta del Vittorelli, facendo uso di un linguaggio tipico dei politicanti e non dei pastori in cura d’anime, riferendosi unicamente a degli illeciti patrimoniali ha dichiarato che se la magistratura riscontrerà gli elementi per procedere con una condanna, in tal caso la Chiesa di Cassino si costituirà parte civile attraverso una azione risarcitoria (!?) [cf. filmato con intervista QUI]. Insomma: erano anni che il Vittorelli conduceva una vita non consona, che frequentava i più discussi salotti romani, che si assentava come e quando voleva dall’abbazia, che faceva vacanze lussuose; ma soprattutto era palese a chiunque che le sue pose ed il suo modo di porgersi erano più simili alle movenze di una principessa capricciosa anziché ad un uomo formatosi nel rigore del chiostro monastico, ma soprattutto ad un uomo. E nonostante tutto questo, qualcuno vuol farci credere che nessuno sapeva … che nessuno si era mai accorto di niente?

pietro-vittorelli-abate-montecassino-733682

i messaggi whatsapp scambiati dell’Arciabate di Montecassino con i suoi marchettari: «io faccio tutto quello che mi pare» … «io vado a cerca’ cazzi». Ma di questa vita dissoluta nessuno sapeva niente …

Avrei pure un’altra domanda da rivolgere a quanti oggi si stracciano le vesti perché a loro dire non sapevano niente. Questa la domanda: gli agenti della squadra anti-narcotici, quanto tempo prima dello scoppio dello scandalo, fecero trapelare in modo discreto alle Autorità Ecclesiastiche che questa principessa-prelato usava droghe? Perché in via del tutto informale e riservatissima, con me alcuni addetti della anti-narcotici, si consultarono agli inizi del 2012, trovandosi a trattare il delicatissimo caso di questo prelato alquanto in vista che tra l’altro acquistava illecitamente e deteneva altrettanto illecitamente sostanze stupefacenti quali ecstasy, cocaina e crack. E oltre a fare niente, cosa fece l’Autorità Ecclesiastica, seppure informata? Forse cominciò a preparare il rito dello straccio delle vesti e dell’addolorato “non sapevamo”, da usare nel giorno in cui sarebbe scoppiato l’inevitabile scandalo pubblico, come prova il video qui riprodotto dal quale sprizza tutta l’immane sofferenza del Presidente della Conferenza Episcopale del Lazio, primo in testa a tutti nel … non sapere niente? [cf. filmato con intervista QUI]

Sinceramente, sul piano della morale cattolica e del Diritto Canonico, l’appropriazione e lo sperpero dei soldi, nel caso di specie testé richiamato è solo la conseguenza di disordini molto più gravi e tutti quanti riassunti nella vita dissoluta del Vittorelli, che con atteggiamenti ed espressioni tali da nauseare persino il dissacrante Marchese de Sade, nelle telefonate e nei numerosi messaggi intercettati attraverso i quali comunicava con i marchettari gay suoi fornitori di servizi sessuali più o meno forti, soleva definire la droga, il sesso e il vizio come “Paradiso”. Naturalmente mai nessun tribunale italiano condannerà l’ex Arciabate di Montecassino per avere praticato in lungo e in largo l’omosessualità, né per l’uso personale di droghe, né per avere avuto attorno a sé una corte di giovanotti, né per avere ricercato nei siti gay giovanotti adulti e consenzienti che fossero particolarmente dotati in mezzo alle gambe, perché nulla di tutto questo è perseguito ed è perseguibile dal Codice di Diritto Penale.

nebbia su san pietro

immagine della Papale Basilica di San Pietro avvolta da una insolita nebbia

Ecco quindi la mia domanda precisa e per nulla nebulosa rivolta al più grande canonista del mondo: non è che per caso, in attesa della sentenza del tribunale penale italiano, il tribunale ecclesiastico, nel foro delle sue competenze, avrebbe già dovuto agire e procedere da tempo attraverso severissime pene canoniche erogate a carico di questo indegno ecclesiastico finito per somma disgrazia dell’intera cattolicità a capo e guida della storica abbazia madre dell’Occidente? E una volta erogate queste pene canoniche, non sarebbe stato opportuno darne pubblica notizia, per chiarire in che modo e all’occorrenza con quale severità la Chiesa cala la misericordiosa scure su certi suoi figli indegni e forieri di immani scandali pubblici? Nulla di tutto questo è però avvenuto, perché il Cardinale Vallini, che a quanto pare sembra essere emblema dell’iper-garantismo giuridico e che forse s’è scoperto d’improvviso più liberale di Cavour, più garibaldino di Garibaldi e più repubblicano di Mazzini, del tutto dimentico di essere stato per anni anche Presidente del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, dichiara e precisa di essere in attesa del … giudizio del tribunale penale dello Stato affinché sia poi valutato come agire (!?).

Ecco, io spero che nessuno, nelle alte sfere politiche e amministrative della Repubblica Italiana, scopra che in casa nostra abbiamo un canonista di tal fatta, perché potrebbero “rubarcelo” per nominarlo prima Presidente della Suprema Corte di Cassazione e poi appresso senatore a vita.

Detto questo adesso capite, cari lettori e lettrici de L’Isola di Patmos, a chi siamo in mano da anni e anni? Siamo in mano a delle biciclette che si mettono sulla pista dell’autodromo di Monza nella sicura convinzione di poter correre come delle Ferrari. Siamo in mano a persone avviluppate dalla più desolante mediocrità ma al tempo stesso convinte che il Popolo di Dio sia composto da villici beoti del contado incapaci di capire e cogliere la immane gravità dei loro giri di parole, come appunto il più grande canonista del mondo che asserisce di attendere la sentenza di condanna dello Stato — riguardo reati a sfondo patrimoniale — per poi vedere eventualmente come procedere a carico di un prelato che ha gestito la propria vita come s’essa fosse stata un lupanare dell’antica Pompei; un vivere comprovato che però, se non sarà dichiarato tale dal tribunale dello Stato, nulla potest il tribunale ecclesiastico?

dieci ragazze

Dieci ragazze, copertina di vecchio un 45 giri di Lucio Battisti

Poste queste premesse, io potrei tranquillamente prendere e mettere in atto la canzone di Lucio Battisti che motteggia «Dieci ragazze per me, posson bastare» [cf. QUI]. E nessuno potrebbe dirmi niente e meno che mai sanzionarmi canonicamente, perché se dinanzi al Vittorelli che s’è ripassato giovanotti in lungo e in largo, il Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, Presidente della Conferenza Episcopale del Lazio, oltre che più grande canonista del mondo e già Presidente del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, dichiara di attendere di sapere dalla sentenza del tribunale penale italiano se vi sono figure di reato di rilievo squisitamente patrimoniale per poi eventualmente agire, sorvolando su una vita improntata su una immoralità che ha veramente del satanico; ciò premesso capite bene che io posso spassarmela senza alcun problema morale con dieci ragazze, che come diceva il Battisti «posson bastare». Il tutto senza che alcuna legge ecclesiastica mi persegua canonicamente, a meno che il tribunale penale italiano non stabilisca che per un prete, spassarsela con dieci ragazze, è reato; ma non credo che lo stabilisca mai, semmai potrebbero darmi un diploma di benemerenza e forse la cittadinanza onoraria del luogo in cui il fattaccio s’è svolto, qualora dimostrassi di averle rette e rallegrate tutte quante.

Memore che a certi caporioni nessun Caso Spotlight insegna niente e che tutt’oggi pretendono di seguitare a stracciarsi le vesti al falso grido addolorato del “non sapevamo”, auguro nell’anno giubilare al più grande canonista del mondo di poter terminare quanto prima il proprio mandato come Vicario Generale di Sua Santità, dedicando il tempo di vita che la grazia di Dio deciderà di concedergli, a chiedere perdono a Cristo per i danni da lui recati alla Chiesa, in particolare alla Chiesa del Vescovo di Roma, al quale forse qualcuno, dalla sua efficiente Segreteria di Stato, farebbe bene a stampare e portare questo mio scritto, perché sin quando ai Vallini ed ai loro adulanti scagnozzi in carriera si permetterà di bastonare i preti come me, i danni che di conseguenza ne deriveranno alla Chiesa saranno sempre più incalcolabili e irreversibili.

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dall’Isola di Patmos, 3 marzo 2016

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Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

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Appendice postuma [7 marzo 2016]

sir

SEGNALIAMO CON PIACERE UN ARTICOLO COMPARSO SU SIR (SERVIZIO INFORMAZIONE RELIGIOSA) ALCUNI GIORNI DOPO LA PUBBLICAZIONE DI QUESTO NOSTRO ARTICOLO DI ARIEL S. LEVI di GUALDO

per aprire cliccare QUI

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Appendice postuma [4 marzo 2016]

federico lombardi

Nella foto: Federico Lombardi, S.J. portavoce ufficiale della Sala Stampa della Santa Sede

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SEGNALIAMO UNA NOTA MOLTO INTERESSANTE DEL 4 MARZO A CURA DI

FEDERICO LOMBARDI, S.J.  

PORTAVOCE UFFICIALE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/04/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2018-08-31 23:22:152018-09-28 15:42:10Ecco che cosa scriveva il Padre Ariel due anni fa urlando alle sabbie del deserto: «Pedofilia, il caso Spotlight è una ottima raffigurazione filmica della piaga dell’omertà clericale»

Cosa sta accadendo al Santo Padre Francesco? Le ragioni di una preoccupazione in un clima di insolita confusione

29 Agosto 2018/3 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

—  attualità ecclesiale —

CHE COSA STA ACCADENDO AL SANTO PADRE FRANCESCO? LE RAGIONI DI UNA PREOCCUPAZIONE IN UN CLIMA DI INSOLITA CONFUSIONE

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Il Santo Padre non dovrebbe offendersi per qualunque critica gli venga rivolta. Specie se vuole rifarsi come sembra all’esempio di Cristo, che venne criticato dai farisei; egli con troppa facilità si sente in ciò simile a Cristo considerando senz’altro farisei quelli che lo criticano e giunge quasi a vantarsi di esser criticato.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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alcuni cartelli di ironica critica comparsi sui muri del centro metropolitano di Roma un anno fa

Le ragioni della preoccupazione sono semplici e comprensibili: se una persona che stimiamo ed amiamo comincia a dar segni di infedeltà nei confronti di quei valori per i quali la stimiamo e la amiamo, ovviamente non possiamo non preoccuparci, domandarci da cosa può dipendere questa decadenza e cosa possiamo fare per rimediarvi. Sentimenti simili proviamo noi cattolici nei confronti del Santo Padre, che con un certo crescendo, dà segni preoccupanti di non compiere il proprio dovere di sommo pastore della Chiesa.

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Comportamenti e idee di Papa Francesco oggi piacciono a grandi folle, pastori e teologi attaccati a questo mondo e ad un cattolicesimo sedicente progressista, ma in realtà modernista, nonché ad ambienti non cattolici.  

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Non che il Papa insegni l’eresia, ma tuttavia egli cammina sul ciglio del burrone. Ma che cosa gli è successo? La risposta è semplice: forse si è lasciato prendere dal gusto del potere. Tutto il mondo, quindi, sembra dover dipendere dalla sua parola e dalla sua volontà. I suoi fans vorrebbero convincerlo che non c’è dogma, non c’è sacramento, non c’è tradizione, non c’è legge morale, non c’è istituzione della Chiesa e dello Stato che egli non possa cambiare a sua volontà, ritenendosi sempre sotto l’influsso dello Spirito Santo. Si tratta indubbiamente di un caso mai successo prima nella storia della Chiesa.

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Ma dov’è il Romano Pontefice custode, interprete e difensore del deposito della fede, supremo annunciatore del Vangelo, Sommo Sacerdote dispensatore dei sacramenti, zelante padre, giudice e medico delle anime, guida nelle vie della santità verso il regno dei cieli, garante dell’ordine, del diritto, della giustizia, della libertà, del progresso e della pace nella Chiesa, luce delle genti e salvezza del mondo?

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A tale riguardo non si può escludere che Papa Francesco attualmente sia tentato dal demonio, maestro di quella superbia che porta all’eresia. Ciò potrebbe spiegare i frequenti richiami del Papa alla lotta contro il demonio, cosa del tutto inusuale nei Papi, almeno degli ultimi secoli, soprattutto per le istruzioni concrete che il Pontefice impartisce, cosa che fa pensare che egli parli per esperienza diretta. 

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In realtà è mia convinzione che mai nella storia del papato Satana abbia sferrato contro il papato un attacco così violento e insidioso, e proprio riguardo l’ufficio più importante del Papa, che è la custodia della dottrina della fede. Tale attacco contro Papa Francesco è il culmine di un’azione che Satana ha istigato nella Chiesa a partire dall’immediato post-concilio, col suscitare un rinnovato modernismo, soprattutto nel rahnerismo, sotto pretesto del rinnovamento conciliare. Nel contempo, da quel momento, il potere delle tenebre ha ingannato l’episcopato instillando in esso la illusoria convinzione che non fosse più necessario vigilare contro le eresie, e che il tempo delle eresie e della loro relativa condanna fosse cessato grazie al clima di dialogo avviato dal Concilio ed alla messa in opera della raccomandazione di San Giovanni XXIII di cercare ciò che unisce e non ciò che divide [vedere testo, QUI]. Senonché tale utile avviso, che serve a creare la pace e la concordia, fu inteso come invito a disinteressarsi delle eresie, dalle quali appunto nascono le divisioni. L’esortazione del Santo Pontefice a non dividere fu intesa come incitamento a non tener conto e quindi a non eliminare ciò che divide.

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Ecco allora che in tal modo, il rinato modernismo, non represso per tempo dai vescovi, in questi cinquantanni si è accresciuto continuamente, fino a penetrare negli anni Ottanta del Novecento nelle Facoltà Pontificie e con Papa Benedetto XVI nella stessa Santa Sede. In questo periodo di tempo il papato si è visto progressivamente eroso ed indebolito nella lotta al modernismo per il mancato appoggio dei vescovi, tra i quali cominciò a penetrare l’astuto rahnerismo, finto sostenitore dell’episcopato, mentre in realtà lo mette contro il Papa e lo asserve alle voglie del laicato. In tal modo, nonostante il valente Cardinale Joseph Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede, critico personalmente di Rahner, il dicastero da lui diretto non ebbe mai la forza di condannarlo. Solo San Giovanni Paolo II nel 1993 nell’enciclica Veritatis Splendor [nn. 65-67, testo QUI] riuscì a condannare la sua dottrina morale.

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Un Pontefice può essere  peccatore ma non eretico. Bisogna quindi chiarire che con non può verificarsi il fatto di un Papa eretico. Qualunque cattolico, dal Segretario di Stato in giù può essere eretico, all’infuori del Papa. L’esistenza e quindi l’essenza della Chiesa, sacramento universale di salvezza, nella sua propria immutabile ed indistruttibile identità e santità voluta e garantita da Cristo, dipende originariamente in ultima istanza dall’insegnamento dogmatico del Papa. Per questo il Concilio di Firenze del 1442 insegna che chi disobbedisce o si ribella al Papa va all’inferno. Non aveva torto il Pontefice Bonifacio VIII nel dire che l’autorità del Papa è la suprema fra tutte quelle che esistono nella terra, comprese quelle temporali, in forza del detto di Cristo «ogni potere mi è stato dato in cielo e in terra» [Mt 28,18].

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Però un Pontefice può peccare di temporalismo o attaccamento al potere in due modi: o con la pretesa di dirigere politicamente dall’alto del suo potere spirituale gli affari temporali, intromettendosi in essi e togliendo ai governanti politici la loro autonomia, oppure impostando l’intero ministero pontificio su di una linea meramente temporale o politica, o al massimo antropologica, lasciando in ombra il ministero apostolico e spirituale. E questo, purtroppo, sembra essere il difetto di Papa Francesco. Mai infatti nella storia della Chiesa era capitato di ritrovarsi in presenza in essa di eretici che restano impuniti e sia la persecuzione dei fedeli da parte di queste correnti ereticali occupanti posti di potere. Certo, nella Chiesa gli eretici ci sono sempre stati, ma essi venivano regolarmente espulsi, o essi stessi dichiaravano francamente di non considerarsi più cattolici.

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Il Santo Padre non dovrebbe offendersi per qualunque critica gli venga rivolta. Specie se vuole rifarsi come sembra all’esempio di Cristo, che venne criticato dai farisei; egli con troppa facilità si sente in ciò simile a Cristo considerando senz’altro farisei quelli che lo criticano e giunge quasi a vantarsi di esser criticato. Sì, certo, c’è un certo farisaismo nelle critiche che gli fanno alcuni, per non parlare dell’astio e della malafede che anima non pochi suoi detrattori, che sono appunta tali anziché lucidi critici. Tuttavia, egli dovrebbe saper distinguere le critiche malevole e preconcette, da quelle giuste e ragionevoli, delle quali dovrebbe tener conto, per non mostrarsi orgoglioso e permaloso.

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Nonostante ciò la grazia, in questa emergenza drammatica, raggiunge comunque tutti nella Chiesa, vescovi e Papa compresi, per mezzo dei laici, semplici fedeli, giornalisti, intellettuali, uomini politici, scrittori, filosofi, teologi, profeti e mistici. Non mancano preti e religiosi. Tuttavia la Chiesa è indistruttibile, nonostante le potenze dell’inferno si accaniscano continuamente contro di essa. Se le cose continuano così, dobbiamo sperare nella conversione del Papa e dei vescovi grazie all’azione ed alla preghiera del popolo di Dio. Posto che tutti i membri della Chiesa terrena, compreso il Papa, finché vivono quaggiù, per quanto santificati nella Chiesa, corrono sempre il rischio di perdersi. Essi, per santificarsi, devono essere in comunione con la Chiesa, compreso il Papa, perché essa è santa e sorgente della santità, animata dallo Spirito Santo. Il Papa fruisce di quella santità della Chiesa che egli stesso amministra nei sacramenti per mandato di Cristo. E il piccolo esercito dei laici profetici che salverà la Chiesa, dovrà alimentarsi anch’esso, ovviamente, ai sacramenti, nella amministrazione dei quali il sommo sacerdote è il Papa.

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Comunione con la Chiesa dunque vuol dire comunione col Papa, anche se questi può essere in peccato mortale e come tale interiormente fuori della Chiesa. Eppure il Papa, anche in queste deprecabili condizioni, resta sempre come Capo della Chiesa, principio della comunione ecclesiale, almeno giuridica.

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Sbagliano pertanto quelli che parlano di un Papa ”scismatico”. Si vede che non sanno che cos’è uno scisma. Esso è sì il separarsi dalla Chiesa, ma con ciò stesso dal Papa. Ora, il Papa evidentemente non si può separare da se stesso, né può scomunicare se stesso. Il Papa è l’unico cattolico che non può essere scomunicato. Qui però si tratta di un fatto giuridico di foro esterno. Perché ciò non impedisce invece che un Papa sia fuori della Chiesa in foro interno, in quanto in stato di peccato mortale. Se la Chiesa è santa, chi non è santo non può appartenere alla Chiesa nell’anima, ma semmai solo col corpo. O semmai per un mero fatto giuridico-funzionale. Può continuare a fare il Papa, ma certo non lo farà bene e non lo farà come deve.

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«Dal maligno nemico difendimi»

[Dalla preghiera Anima Christi]

Varazze, 29 agosto 2018

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I Padri dell’Isola di Patmos

 



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Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come  «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»

(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

MANUELA LUZZARDI 

 

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