Carlo Magno: in risposta alla Lettera al Popolo Santo di Dio del 20 agosto 2018

La penna d’oca di Carlo Magno

CARLO MAGNO: IN RISPOSTA ALLA LETTERA AL POPOLO SANTO DI DIO DEL 20 AGOSTO 2018

.

[…] per timore e fellonia, ma ancor più per diretta e abominevole complicità, non si è voluto dire che ― per la stragrande maggioranza dei casi del passato remoto, di quello prossimo e, ahinoi, del tragico presente, gli «untori» hanno un nome e un cognome: sono ― in grandissima parte dei casi ― persone di radicate tendenze omosessuali che esercitano senza ritegno la loro omosessualità, con l’aggravante di usare il prestigio della loro condizione sociale ed ecclesiastica.

.

Autore
Carlo Magno *

.

.

PDF  articolo formato stampa
.

.

Io accuso

.

.

Io Karl der Große, noto come Carolus Magnus, meglio conosciuto universalmente  come Carlo Magno, battezzato nella fede in Cristo Gesù nella Santa Madre Chiesa Cattolica nella Città di Aquisgrana, in un giorno di non pochi anni fa, correndo all’epoca l’Anno del Signore 742; io che dunque a buon e legittimo titolo scrivo quest’atto di accusa; che sono parte di quel Corpo Mistico e Storico che solo è di Cristo, e del quale mi reputo con convinzione «la meno onorevole delle sue membra» ma che proprio per questo umilmente credo che, come scrive l’Apostolo «Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre» [I Corinzi 12, 24-25].

.

Io accuso

.

.

perché è giunto il tempo che anche il più infimo dei credenti in Cristo ma figlio di tal nobile Madre che è la Santa Chiesa di Dio, alzi la sua voce rispettosa ma decisa, senza false remore di riverenza o di compiacenza: perché se noi e anch’io tacessi «grideranno le pietre» [Luca 19, 40].

.

Io accuso

.

.

perché nella lettera al Santo Popolo di Dio del 20 agosto scorso [vedere testo, QUI], ancora una volta si getta la pietra nascondendo la mano; e si è gridato ― come tutti i demagoghi fanno davanti alle tragedie ― «Tutti colpevoli, nessun colpevole!».

.

Io accuso

.

.

perché ancora una volta non si è voluto, non si è osato, ma si sono deliberatamente e sconciamente nascosti la colpa e i colpevoli. Di più, si è additato al Santo Popolo di Dio un misterioso untore: il «clericalismo». Peccato, che quando un qualsivoglia essere razionale ricerchi un qualche significativo nome di cotanto untore si debba arrendere a questo ben diverso identikit: clericalismo indica un agire in senso politico che mira alla salvaguardia e al raggiungimento degli interessi del Clero e, conseguentemente, si concretizza nel tentativo di indebolire la laicità di uno Stato attraverso il diretto intervento nella sfera politica e amministrativa [cfr. inter alia: The Cambridge Dictionary of Philosophy].

.

Io accuso

.

.

per timore e fellonia, ma ancor più per diretta e abominevole complicità, non si è voluto dire che ― per la stragrande maggioranza dei casi del passato remoto, di quello prossimo e, ahinoi, del tragico presente, gli untori hanno un nome e un cognome: sono ― in grandissima parte dei casi ― persone di radicate tendenze omosessuali che esercitano senza ritegno la loro omosessualità, con l’aggravante di usare il prestigio della loro condizione sociale ed ecclesiale. Con l’aggravante, ancor più abominevole, di agire verso vittime indifese e, soprattutto, nella loro disponibilità pastorale.

.

 Io accuso

.

.

ancora una volta miseramente si è voluto nascondere la realtà al mondo, ma soprattutto al Santo Popolo di Dio. Forse a se stessi e alla propria corte di adulanti untori. No! Non siamo, ancora una volta per la grandissima parte dei casi di fronte a fatti di pedofilia, perché «pedofilia indica un disturbo psichiatrico di una persona adulta o di un adolescente che prova una primaria e/o esclusiva attrazione per bambini e bambine pre-pubescenti» [Helen Gavin, Criminological and Forensic Psychology, 2013, p. 155].

.

 Io accuso

.

.

si sa e, testardamente, non si vuol dire, che la grandissima maggioranza delle vittime erano degli adolescenti maschi post-pubescenti, vale a dire già in grado di vivere quella sessualità che «esercita un’influenza su tutti gli aspetti della persona umana, nell’unità del suo corpo e della sua anima. Essa concerne particolarmente l’affettività, la capacità di amare e di procreare, e, in un modo più generale, l’attitudine ad intrecciare rapporti di comunione con altri» [Catechismo della Chiesa Cattolica, 2332].

.

Io accuso

.

.

gli orchi non sono sconosciuti: hanno un nome, un cognome e una ben definita attività sessuale! Le vittime, pure, non sono ignote! Non sono bambini ― per Dio! ―  in grandissima se non quasi assoluta parte sono adolescenti! E questa non è un’attenuante, bensì una nefasta aggravante! I bambini vanno difesi per la loro gracilità fisica ad opporsi all’altrui forza e perché non in grado ancora pienamente di distinguere il bene e il male. Gli adolescenti, ancor più vanno difesi e protetti, perché in loro già c’è la facoltà, seppur non pienamente sperimentata, di distinguere il nero e il bianco, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, il bene e il male, in ultima analisi quella distintiva e unica facoltà dell’essere vivente razionale di essere logico, sulla base di quel principio di non-contraddizione che ben prima di appartenere alla grande Logica Aristotelica è inscritto nella natura stessa di quell’ «uomo vivente che è la gloria di Dio» [S. Ireneo, Adversus Haereses 4, 20, 7].

.

Io accuso

.

.

Sì, gli adolescenti non sono pupazzi dispettosi ma meravigliose creature aperte e disponibili al progetto magnifico e originale di Dio Creatore, che se con la sua sola voce ha creato ogni cosa visibile e invisibile, per l’uomo si è dato a opera assai più complessa e articolata persino per la Sua Onnipotenza: «E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”» [Genesi 1, 26-28].

Ebbene, sì! I bambini non potranno mai pienamente capire il senso ultimo di questa rivelazione fatta all’Umanità intera. Gli adolescenti, invece, ne possono pienamente comprendere la portata esistenziale, intellettuale e spirituale. Solo un adolescente di fronte a questo magnifico e meraviglioso scenario di vita, di senso e verità potrà esclamare con Davide: «Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi; tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna; gli uccelli del cielo e i pesci del mare che percorrono le vie del mare. O Signore nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra» [Salmo 8].

.

Io accuso

.

.

non basta, infatti, cominciare a chiamare le cose col loro nome esatto per poter agire, bisogna avere il coraggio di cominciare a cacciare dalla Santa Vigna del Signore i tanti cinghiali che la devastano e i tanti altri che sono stati fatti entrare con compiacenze e favoritismo superiori. Questo chiede il Popolo Santo di Dio!

Il Buon Pastore conosce le sue pecore e le sue pecore conoscono Lui [cfr. Giovanni 10, 14]; ma, «il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore» [Giovanni 10, 12-13].

La Misericordia e la Carità, sono solo banali sentimenti e non virtù pienamente cristiane se dissociate dalla verità: «fare la verità nella carità e vivere la carità nella verità» [cfr. Efesini 4,15]. «La verità va cercata, trovata ed espressa nella economia della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità» [Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 2]. Con i lupi, per il bene del Popolo Santo di Dio, insieme ai lupi bisogna ora cacciare i tanti mercenari e il Mercenario che li ha fatti entrare, nutriti di prebende ecclesiastiche, autori di malfatti nefandi e abominevoli e di alto tradimento di Cristo e del Suo Popolo Santo!

.

 Io accuso

.

.

perché nessuno che ne ha autorità ha scacciato i cinghiali dalla Santa Vigna del Signore, anzi di nuovi e ancor più pericolosi ne ha fatti introdurre non per negligenza ma per furbesca volontà di crearsi una corte di impudichi e timorosi obbedienti. No, non basta dire: «Chi sono io per giudicare?»! Anche in questo caso non basterà furbescamente ignorare chi è chi nel polipo infetto e letale che si è annidato nella Santa Chiesa di Dio. No, non basterà furbescamente ignorare che proprio la loro debolezza morale li spinge a una cerchia di amicizie, consorterie, cordate, lobby per auto-proteggersi, auto-preservarsi e, soprattutto, auto-promuoversi.

Nomi e cognomi, cariche e dignità sono arcinote! E, ora, si vuole forse far finta di niente o furbescamente inventarsi nuove definizioni per non chiamare le cose col loro nome?

.

Io accuso

.

.

per certi demoni non bastano digiuno e preghiera, come fece Gesù bisogna chiedere come si chiamano: «Gli diceva, infatti, Gesù: «Esci, spirito immondo, da quest’uomo!”. E gli domandò: “Come ti chiami?”. “Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti”» [Marco 5, 8-9]. E indicarli a tutti, per nome e cognome, perché mai più insidino la Santa Chiesa di Dio.

.

Io accuso

.

.

per certi demoni e venditori del Tempio non bastano digiuno e preghiera, bisogna scacciarli fuori, rovesciare i loro tavoli di menzogne, buttare a terra le comode sedie del potere ecclesiastico che indegnamente occupano, e rivendicare con forza senza paure e reticenze la santità della Casa di Dio. «Entrato nel tempio, Gesù si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: “Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!”» [Marco 11, 15-19].

.

Io accuso

.

.

per certi demoni e peccati serve la lucida forza della Verità che è Cristo stesso! Questo chiede il Santo Popolo di Dio: un Popolo che non appartiene ad alcun Popolo, che nasce dall’alto «dall’acqua e dallo Spirito», che ha per solo Capo Gesù il Cristo, per missione di essere il sale della terra e la luce del mondo, per fine il Regno che Dio stesso ha già inaugurato fra noi [cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 782].

Questo Popolo Santo è ben diverso e distinto dalle categorie mitiche del populismo dispotico sudamericano, per questo alcuni né lo possono veramente conoscere né tanto meno lo amano!

.

Io accuso

.

.

per certi demoniaci operatori del male non bastano digiuno e preghiera, serve Giustizia, non solo per gli atti nefandi e abominevoli che hanno compiuto e compiono; ma anche per sanare le piaghe sanguinanti che hanno aperto nella Santa Chiesa di Dio. Non bastano vergogna e pentimento! La Santa Chiesa di Dio non è nè povera né dei poveri. Di Dio solo è! E infinitamente ricca e sovrabbondante della sua Grazia è!

Chi predica il contrario non esita poi a sborsare somme miliardarie per pagare accordi extra-giudiziali ed evitare la giustizia umana a prelati e religiosi potenti o ben protetti.

Anche quel denaro così usato non era e non è dei chierici, ma del Popolo Santo di Dio che generosamente lo offre per garantire che si compia il mandato stesso di Cristo: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo,  insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» [Matteo 28, 18-20].

.

Io accuso

.

.

l’attuale oscura e tragica pagina di cronica, si inscrive a giusto e pieno titolo negli ultimi cinque anni di una scellerata predicazione tesa solamente alla ricerca di un mondano consenso, come se la Verità dipendesse dai sondaggi di gradimento. Cinque anni del clericalismo più bieco che la Storia della Chiesa abbia mai conosciuto. Dove, vescovi e preti si sono arrogati di decidere quale politico è buono o cattivo, quale governo va bene o male, quale despota è saggio e quale solo un despota è, quale scelta politica è legittima e quale no; e, persino, quale risorsa energetica è utilizzabile oppure no …

E tutto ciò, ben inteso, non alla luce di Scrittura e Tradizione, ma sulla base di convenienze mondane!

Cinque anni dove le indicazioni operative già pensate e saggiamente elaborate negli anni precedenti e alla luce degli scandali della stessa natura già patiti dalla Chiesa sono state scandalosamente accantonate e insabbiate.

.

Io accuso

.

.

l’attuale miseranda condizione della Santa Chiesa di Dio è diretta conseguenza anche di questi ultimi cinque anni di odioso clericalismo, dove scelte e posizioni di responsabilità sono state affidate solo a chi meglio scimmiotta il Principe e fa a gara per confondere, sviare, snaturare anch’egli alla ricerca di una riga in pagina di cronaca locale.

.

Io accuso

.

.

la perniciosa erezione nel cuore stesso della Santa Chiesa di Dio di un nuovo e idolatrico Moloc del religiosamente corretto, secondo l’ancora dominante cultura radical-chic di fabbrica onusiana, e del pastoralmente alla moda.

A questo Moloc i nuovi sacerdoti della pretesa nuova chiesa non esitano sacrificare millenni di riflessione filosofica e teologica, secoli di tradizioni e quell’abbondante tesoro di Grazia che abita il Popolo Santo di Dio.

.

Io accuso

.

.

a questo nuovo Moloc si è già impunemente e sacrilegamente immolato lo stesso Dio Cristiano che è Unico e Solo, il Dio di Gesù Cristo: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto Chi ha visto me ha visto il Padre» [Giovanni 14, 6-10].

.

Io, ancora e infine, accuso

.

.

e questa è l’accusa più pesante e criminale, che chi ha oggi le più alte responsabilità nella Santa Chiesa di Dio di pensare come Pietro prima della sua piena e completa conversione: «Lungi da me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» [Marco 8, 33].

Cinque anni, questi ultimi, disperatamente impiegati a costruire un’altra chiesa a immagine e somiglianza dei potenti di turno. Fatica sprecata, i frutti di tanto diabolica opera si raccolgono e raccoglieranno ancora tanto copiosi.

Resta e solo ancora il buon Popolo Santo di Dio, tuttavia, «dove il padrone di casa estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» [Matteo 13, 52]. E resta con l’assoluta certezza di avere un solo Capo «Cristo risuscitato dai morti che non muore più; la morte non ha più potere su di lui» [Romani 6, 9], né sulla Sua Santa Chiesa Sposa che Cristo «ha amato e per la quale ha dato se stesso, al fine di renderla santa» [Efesini 5, 25-26], che si è associata con patto indissolubile e che incessantemente «nutre e cura» [Efesini 5, 29].

 

.

.

.

.

 da Aquisgrana all’Isola di Patmos, 21 Agosto 2018

.

.

_____________________________

* Sotto lo pseudonimo di Carlo Magno si cela un battezzato cattolico, giurista, politologo, filosofo, esperto di relazioni internazionali e diplomatiche che per lunghi anni ha ricoperto numerosi alti uffici in importanti organizzazioni internazionali inter-governative.  

.

.

Questo testo è stato consegnato a L’Isola di Patmos giorni prima della pubblicazione della testimonianza di S.E.R. Mons. Carlo Maria Viganò, pubblicata oggi domenica 26 agosto 2018 [cf. QUI].

 

.

.
.
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

Se l’omosessualismo ha invaso anche il Collegio Episcopale, anziché scrivere lettere al Popolo Santo di Dio, andrebbe attaccato sulla Chiesa madre di Roma il Cartello: “svendita totale per fallimento!”

— attualità ecclesiale —

SE L’OMOSESSUALISMO HA INVASO ANCHE IL COLLEGIO EPISCOPALE, ANZICHÉ SCRIVERE LETTERE AL POPOLO SANTO DI DIO ANDREBBE ATTACCATO SULLA CHIESA MADRE DI ROMA: «SVENDITA TOTALE PER FALLIMENTO!».

.

Nella sua Lettera al Popolo Santo di Dio il Sommo Pontefice Francesco I se ne guarda bene dal chiarire che i casi di pedofilia diffusi tra il clero, ciascuno dei quali è destinato a creare effetti mediatici devastanti, oltre che danni atroci alle vittime, sono casi reali e riscontrati, ma rarissimi, perché la maggior parte di quelli indicati come casi di pedofilia, in verità sono solo casi di efebofilia, ossia di ordinaria pratica dell’omosessualità da parte di preti che esercitano quel puro, semplice, bello nonché tutelato esercizio alla sessualità omosessuale riconosciuto come un vero e proprio diritto dalla Legge stessa.

.

.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

PDF  articolo formato stampa
.

.

rivendicare rispetto e diritti insultando in modo dissacrante la cristianità ed i suoi simboli più sacri è ormai costume della lobby LGBT. Nella foto: Gay Pride di Roma, partito dalla piazza antistante la Cattedrale di San Giovanni in Laterano sede episcopale del Vescovo di Roma, ed infine giunto in Piazza della Repubblica, già Piazza Esedra, dove si trova l’antica basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, eretta sulle antiche terme di Diocleziano in ricordo dei Martiri uccisi in odio alla fede durante le persecuzioni del III secolo [vedere filmati QUI e QUI]

Qualcuno si è forse accorto che nel clero abbiamo un problema di omosessualità sfuggito ormai a ogni controllo? Chiedo perdono se mi ripeto tornando ad affermare, a distanza di pochi giorni, che questa situazione l’avevo pronosticata nei dettagli dieci anni fa in numerosi testi pubblicati e sempre pagati ad elevato prezzo [cf. QUI]. Soprattutto preciso di non provare alcuna soddisfazione nel ribadire questo, posto che quando indicavo certi problemi e facevo certe analisi, desideravo che il tempo mi desse torto, non certo ragione.

.

Un decennio fa, dinanzi al problema oggi molto grave, seppur non ancora esploso con l’odierna portata, due soli presbiteri trattarono in Europa il problema: uno in Polonia e uno in Italia. Il presbitero polacco è Darius Oko, quello italiano Ariel S. Levi di Gualdo. Parecchio importante è stato poi il lavoro scientifico del presbitero polacco Andrzej Kobyliński che ha dato un contributo molto prezioso all’analisi del problema [cf. vedere uno dei suoi lavori scientifici QUI].

.

Il Padre Darius Oko ed io abbiamo scambiato in passato molte opinioni sul tema, concordi tra di noi su un preciso punto: il problema di questa «lobby gay che condiziona la Chiesa» [cf. sua intervista del 2013 QUI] e che al suo interno ha compiuto un «golpe omosessualista» [cf. mia intervista del 2013 QUI], sarebbe divenuto un problema irreversibile quando questo nubifrocio universale avesse toccato il proprio apice investendo il Collegio Episcopale.

.

Inutilmente anni fa ribadivo: i vescovi che in modo scellerato favoriscono e proteggono i preti gay, sono una pericolosa piaga, ma quando i preti gay diventeranno vescovi, saremo di fronte ad un disastro irreversibile dinanzi al quale due sole forze potranno aiutarci a risollevarci da siffatta desolazione, seppure con impiego di molto tempo e di molta fatica: lo Spirito Santo ed il Santo Popolo di Dio [cf. QUI].

.

I miei numerosi scritti pubbicati su L’Isola di Patmos testimoniano che più volte, parlando del ministero petrino e del Pontefice Regnante ho ripetutamente spiegato e affermato:

.

«quel povero uomo imprudente di Jorge Mario Bergoglio, che di tutti i decenni di pregressi danni compiuti è soltanto la prima vittima, o come ebbi a scrivere in un recente passato usando un’immagine allegorica [cf. QUI]: egli è solo l’ultimo dei clienti giunto nel ristorante e che appena varcata la soglia è stato aggredito dai camerieri che hanno preteso da lui il pagamento dei conti di tutti coloro che prima di lui avevano pranzato e cenato senza però pagare, ma lasciando fior di conti sospesi [cf. QUI]».

.

Questo mio concetto, pare che sia stato ripreso dal mio caro amico Andrea Tornielli nei suoi ultimi articoli sull’agenzia di stampa Vatican Insider, il quale giustamente richiama tra le proprie righe il fatto che certi problemi non nascono sotto questo pontificato [cf. QUI, QUI, QUI]. E fin qui, tutti noi dotati di menti razionali tendenti più al logico che all’umorale, siamo perfettamente d’accordo. Ciò che però noto negli articoli del mio caro amico, che più volte ho felicemente difeso quando è finito sotto il tiro dei cecchini per avere semplicemente esercitato il diritto proprio di cronaca [cf. QUI], oppure quando qualcuno gli ha prima rilasciato delle dichiarazioni e poi se le è rimangiate [cf. QUI], è che egli pare non porsi il quesito se l’uomo Jorge Mario Bergoglio, nel proprio governo, ha compiuto degli errori, oppure se sia gravato di difetti e limitatezze che caratterizzano tutte le nostre umanità imperfette segnate dalla corruzione del peccato originale. Di umane imperfezioni, di difetti e di limitatezze era gravato persino il Sommo Pontefice Gregorio I, universalmente noto come San Gregorio Magno, che forse di qualità dottrinali, pastorali e di governo ne aveva una o due in più del Sommo Pontefice Francesco I, ma sia chiaro: solo una o due, nulla di che!

.

È quindi vero ― ed io per primo come  l’ho affermato e più volte ripetuto — che il Sommo Pontefice Francesco I non può pagare il conto elevatissimo di una crisi dottrinale che ha infine generato una grande crisi morale nel clero [cf. mio articolo su TheologicaQUI], anche perché questa crisi comincia a prendere forma negli anni Sessanta e si diffonde vistosamente a partire dagli inizi degli anni Settanta del Novecento. In quegli anni l’Augusto Pontefice Regnante non era stato ancora consacrato sacerdote, perché la sua sacra ordinazione è avvenuta in Argentina alla fine del 1969, per l’esattezza il 13 dicembre.

.

L’uomo Jorge Mario Bergoglio ha le sue gravi responsabilità, se poi queste oggettive responsabilità non le vogliamo vedere, allora si corre il serio rischio di cadere in uno dei peggiori vezzi dei nostri politici, che dopo avere svolto delle campagne elettorali fatte di promesse rasenti le sceneggiature dei film di fantascienza, una volta eletti e catapultati in problemi reali e soprattutto di difficile soluzione del Paese, cominciano a difendersi dicendo che è tutta colpa dei governi precedenti. Se dunque da una parte credo che all’uomo Jorge Mario Bergoglio non siano imputabili le responsabilità di diverse scelte infelici compiute dai suoi Sommi Predecessori, Beati e Santi Pontefici inclusi, egli, dal canto suo, che peraltro non è stato ancora né beatificato né canonizzato, trovandosi dinanzi a certi gravi problemi non facilmente risolvibili ci ha messo dentro parecchio del suo, ad esempio in spirito imprudente, lanciandosi con discorsi a braccio su temi scivolosi, facendo scelte infelici e ricorrendo ad espressioni ambigue nelle quali è difficile cogliere lo spirito della involontaria buona fede, specie quando queste ambiguità hanno poi generato nella Chiesa visibile liti e divisioni come mai prima s’erano viste. E seppure ripetutamente supplicato da cardinali, vescovi, sacerdoti e fedeli laici di offrire delle parole di chiarimento [cf. QUI], si è sempre rifiutato di rispondere con uno spirito che denota permalosità ed altezzosità. Però, poco dopo, sfoggiava umiltà mediatica lavando e baciando i piedi alla Missa in Coena Domini a musulmani e prostitute, per la gioia dei giornalisti ultra laicisti e con lo smarrimento di noi sacerdoti esterrefatti che in quel giorno santo celebriamo la istituzione della Santissima Eucaristia e del Sacerdozio ministeriale, non celebriamo la giornata mondiale del profugo o della redenzione delle prostitute [cf. QUI].

.

È vero che il capitano di una nave deve fare affidamento sui marinai che ha a propria disposizione, ma è anche vero che l’uomo Jorge Mario Bergoglio pare che degli uomini più sbagliati, spesso sia andato quasi a caccia. E la cosa che addolora è che il Pontefice Regnante, senza prestare ascolto a numerosi prelati di grande esperienza in servizio presso la Santa Sede anche da decenni, si è ostinato ripetutamente ad approvare le nomine episcopali di soggetti che erano stati ripetutamente esclusi dalle cosiddette terne perché gravati di grossi problemi di carattere dottrinale e morale, indotto in ciò da persone che godono della sua fiducia e che in modo a dir poco pericoloso egli seguita a tenersi attorno. In altre parole, o per meglio intendersi, si tratta di quel problema che io ho chiamato corte dei miracoli [cf. QUI, QUI] e che il Cardinale Gerhard Ludwig Müller ha invece chiamato cerchio magico:

.

«Ho l’impressione che nel cerchio magico del Papa ci sia chi si preoccupa di fare la spia su presunti avversari, così impedendo una discussione aperta ed equilibrata. Classificare tutti i cattolici secondo le categorie di “amico” o “nemico” del Papa, è il danno più grave che causano alla Chiesa» [cf. QUI].

.

Ecco perché nel 2015 io esordî con due articoli tristemente ironici nei quali affermavo sin dal titolo qual fosse il cuore del drammatico problema: «Vescovi, mode e consigli per i nuovi carrieristi: siate poveri, periferico esistenziali e sciatti» [cf. QUI], «Stanno buggerando il Santo Padre: proteggiamo Pietro! I peggiori gattopardi stanno giungendo in pauperistica gloria all’episcopato» [cf. QUI].

.

Piaccia o non piaccia, ma se i dati di fatto purtroppo incontrovertibili non sono solo delle fatue opinioni vaghe ed opinabili, in quei miei articoli di tre anni fa c’è il quadro di quello che potremmo definire come l’episcopato bergogliano. Fornirò allora qualche esempio per chiarire senza scendere nei particolari, ma premettendo che se l’Autorità Ecclesiastica mi convocasse fornirò a loro nomi e cognomi dei soggetti in questione, sebbene inutilmente, visto che conoscono molto bene sia i soggetti sia soprattutto le loro gesta. E gli esempi sono questi: in Italia sono divenuti vescovi due sacerdoti cinquantenni che costituivano una felice coppietta di fatto, tale nota e riconosciuta sin dai tempi del seminario, ed oggi, sulle loro bocche, usate purtroppo per tutto fuorché per pregare, è tutto e solo un incessante fiorire di poveri, povertà,  profughi, periferie esistenziali e via dicendo. È divenuto vescovo un soggetto al quale i giovanotti che all’epoca se la facevano con lui quando era giovane sacerdote, oggi si dilettano a narrare in giro dei suoi gusti da gay passivo sottomesso al maschio dominante. È divenuto vescovo, poi appresso insignito della dignità cardinalizia, un soggetto che ha coperto e protetto per anni le più immonde schifezze di preti che frequentavano marchettari a pagamento e che si imboscavano nelle saune gay. È diventato vescovo un prete di cui un intero presbiterio ricorda esattamente con quali e quanti altri seminaristi, poi con quali e quanti giovani sacerdoti appresso se la faceva, tanto che il suo ordinario diocesano, per evitare che questa volpe seguitasse a seminare danni nel pollaio, sbagliando gravemente lo tolse dalla diocesi e dal contatto con i giovani preti mandandolo a Roma a studiare. Non parliamo poi dei giovani sacerdoti, allontanati allo stesso modo dalle diocesi con la scusa degli studi specialistici, che una volta finiti i loro corsi nelle università ecclesiastiche romane, grazie ai buoni uffici di alti prelati gay o gay friendly sono poi entrati come officiali nei vari dicasteri della Santa Sede. E tanto per chiarire: durante il mese di settembre io salirò per la seconda volta le scale della Segreteria di Stato per andare a conferire con chi di dovere ma soprattutto per consegnare un dossier di prove e di documenti da me redatto e firmato dinanzi al quale i racconti sulle città di Sodoma e Gomorra sono un fanciullesco racconto da educande, il tutto affinché sia scongiurata la folgorante carriera di un altro soggetto ad altissimo rischio.

.

Tutto questo nubifrocio che è molto peggio di quegli tsunami che hanno devastato intere nazioni, è forse colpa dei membri dei precedenti governi? Il Sommo Pontefice Francesco I, in certe nomine pericolose non è stato ingannato, tutt’altro: quand’è stato messo sull’avviso circa la natura e le gesta di certi soggetti già in precedenza bocciati come candidati all’episcopato, se n’è bellamente fregato e li ha promossi vescovi, qualcuno anche cardinale.

.

Il Sommo Pontefice Francesco I non è uomo che ami essere contraddetto, né ama sentirsi dire da seri e onesti collaboratori che certe scelte pastorali e di governo potrebbero essere molto sbagliate, o che certe nomine dovrebbero essere evitate, pertanto, agendo secondo gli schemi tipici dei mediocri, si è circondato di pericolosi nani, che poi sono il meglio del peggio dei trasformisti in carriera, quelli che oggi sono tutti poveri, povertà e profughi. Se però domani cambiasse il vento e giungesse un nuovo Papa Re, dalla sera alla mattina vedremmo costoro entrare nelle loro chiese cattedrali con sette metri di cappa magna, le chiroteche alle mani e le mitrie damascate decorate con gemme preziose sulla testa.

.

E qui mi si potrebbe richiamare all’ordine, perché nelle precedenti righe ho osato dare del mediocre all’Augusto Pontefice Regnante. Detto questo chiarisco a chiunque considera l’Augusto Pontefice Regnante la terza persona della storia dell’umanità esente da qualsiasi macchia di peccato dopo il Verbo di Dio fatto uomo e dopo la Gran Madre di Dio Maria Santissima, che definire l’uomo Jorge Mario Bergoglio equilibrato, dotato di solida dottrina e di capacità di governo, sarebbe come magnificare gli abiti stupendi di quel certo re narrato dalla celebra fiaba, che però in verità è nudo. Si rasserenino pertanto tutti i papolatri, perché agli inizi del Novecento abbiamo avuto un Sommo Pontefice che era un uomo mediocre e sotto certi aspetti anche limitato, costui si chiamava Pio X, oggi amato e venerato Santo Pontefice della Chiesa. E non è stato l’unico, il Santo Pontefice Pio X, ad essere un uomo mediocre e limitato, lo sono stati molti altri Santi e Sante oggi molto venerati dal Popolo di Dio, a partire dal Santo Patrono dei Sacerdoti, San Giovanni Maria Vianney. In che cosa consisteva dunque la eroicità di quelle virtù che rese un uomo mediocre e anche limitato come il Sommo Pontefice Pio X un grande Successore di Pietro e poi un Santo? San Pio X aveva una virtù che alla personalità dell’uomo Jorge Mario Bergoglio pare al momento sconosciuta: il Sommo Pontefice Pio X aveva lo straordinario dono di grazia di quella umiltà che lo rese grande, ma soprattutto capace a circondarsi degli uomini di più alto talento ed intelletto, a partire dal Servo di Dio Cardinale Rafael Merry del Val, che fu la grande mano della memorabile Enciclica Pascendi Domici Gregis. E un Santo, come nel caso del Santo Pontefice Pio X, si circonda di santi uomini di Dio, al contrario di soggetti come l’uomo Jorge Mario Bergoglio che tendono invece a circondarsi — se mi si passa il termina romanesco davvero poco ecclesiastico — de pore mezze seghe.

.     

Da un punto di vista pastorale ed ecclesiologico, dinanzi all’attuale irreversibile nubifrocio che ormai ha inondato anche il Collegio Episcopale, non posso affatto esultare dinanzi alla Lettera al Popolo Santo di Dio del Sommo Pontefice Francesco I [cf. QUI], dinanzi alla quale c’è poco da esultare, perché si tratta del cosiddetto ennesimo testo bergogliano nel quale si cerca di dire tutto allo scopo di non dire niente di ciò che si dovrebbe invece dire, in modo soprattutto chiaro e preciso. Un testo davvero povero, se messo a confronto di un testo memorabile, ma purtroppo dimenticato dalle menti di corta memoria, come quello scritto appena otto anni fa dal Venerabile Pontefice Benedetto XVI e titolato: «Lettera pastorale ai cattolici dell’Irlanda» [cf. QUI].

.

La lettera del Sommo Pontefice Benedetto XVI ha una struttura pastorale, teologica e socio-ecclesiale che parte anzitutto da un grande senso di umanità. In essa si indica il problema, si analizza e si prospettano tutte le soluzioni. La lettera del Sommo Pontefice Francesco pare ostentare umanità artificiosa nel tentativo di mostrare umana sensibilità al mondo, ma soprattutto è priva di una struttura pastorale, teologica e socio-ecclesiale. 

.

Detto questo: se i teologi per un verso, i giornalisti per altro verso, vogliono fare entrambi delle analisi nelle loro diverse e rispettive competente, dobbiamo purtroppo giungere a questo risultato: la Lettera di Benedetto XVI ai Cattolici dell’Irlanda dice tutto in modo drammatico, pastorale ed ecclesiale; la lettera di Francesco I al Popolo Santo di Dio non dice niente perché non analizza il problema, non indica con precisione soggetti responsabili e non offre soluzioni, sino al punto di prendersela con un non meglio precisato «clericalismo», quando invece la Santità di Nostro Signore il Pontefice Regnante dovrebbe sapere bene che il problema drammatico è l’alto tasso di omosessualismo diffuso nel clero.

.

Questa è la differenza che corre tra un uomo mediocre e limitato come il Sommo Pontefice Pio X, ed un uomo mediocre e limitato come il Sommo Pontefice Francesco I. Il tutto premettendo che lo Spirito Santo offre e ricolma da sempre di grazie del tutto speciali il Successore di Pietro, ma se il Successore di Pietro non è aperto ad accogliere e mettere a frutto i doni di grazia abbondanti e speciali su di lui riversati, in tal caso lo Spirito Santo non opera. E non opera perché Dio non si può contraddire né può contraddire il mistero della creazione: l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, libero e dotato di libero arbitrio. Se chiunque, dinanzi ad un Sommo Pontefice che può essere parzialmente o saltuariamente od anche totalmente chiuso alle azioni di grazia dello Spirito Santo, se ne uscisse fuori dicendo che comunque, essendo egli il Successore di Pietro, in ogni caso non può errare mai in materia di dottrina e di fede, in tal caso si uscirebbe dai principi fondanti e fondamentali della fides catholica per cadere neppure nel fideismo, ma nella vera e propria magia. Come ad esempio fanno da tempo tutti coloro che ormai si sono specializzati a cercare nei documenti pontifici ciò che essi non contengono, od a fargli dire ciò che essi non dicono, convinti attraverso le loro interpretazioni pindariche di difendere e di proteggere quel papato il cui primo difensore deve essere il Successore di Pietro, perché se il papato non lo difende lui, ogni difesa nostra rischia di essere inutile e del tutto vana, nonché ridicola.

.

Nella Lettera al Popolo di Dio, il Sommo Pontefice Francesco I se ne guarda molto bene di indicare la gran piaga dell’omosessualità e dell’omosessualismo diffuso ormai anche ai più alti vertici delle gerarchie ecclesiastiche; tutt’altro, egli si ostina a tenersi attorno come consulente un soggetto come il pericolosissimo gay friendly James Martin S.J. [cf. QUI].

.

Il Sommo Pontefice Francesco I se ne guarda bene dal chiarire che i casi di pedofilia diffusi tra il clero, ciascuno dei quali è destinato a creare effetti mediatici devastanti, oltre che danni atroci alle vittime, sono casi reali e riscontrati, ma rarissimi, perché la maggior parte di quelli indicati come casi di pedofilia, in verità sono solo casi di efebofilia, ossia di ordinaria pratica dell’omosessualità da parte di preti che esercitano quel puro, semplice, bello nonché tutelato esercizio alla sessualità omosessuale riconosciuto come un vero e proprio diritto dalla Legge stessa.

.

Per capire quanto i casi di pedofilia nel clero siano rarissimi, basta fare una semplice analisi di proporzione numerica: nel mondo il clero cattolico secolare e regolare è composto da circa 450.000 sacerdoti [cf. QUI], se raffrontiamo questo numero con quello dei sacerdoti condannati per pedofilia con sentenza passata in giudicato, scopriremo in che proporzione numerica stiamo parlando veramente di pochissimi presbiteri, all’incirca nell’ordine dello 0,02% scarso. Siccome però l’efebofilo rientra in quelli che sono i vizi legati alla pratica della omosessualità, se si tratta di preti si urla invece “al pedofilo!”, anche quando un prete comunemente gay e non certo pedofilo, ha profanato il Sacro Ordine Sacerdotale consumando un sacrilegio carnale con un ragazzo di diciassette anni e undici mesi, il quale era semmai dedito ad attività sessuali da quando ne aveva tredici e che si prostituiva a pagamento da quando ne aveva quattordici.

.

La gran parte dei preti indicati come pedofili ― che ripeto non sono però pedofili ma efebofili o semplicemente e giosamente gay —, che hanno avuto con adolescenti rapporti sessuali in assenza di coercizioni psicologiche e di violenze fisiche, hanno consumato solo e null’altro che rapporti omosessuali. E ciò detto ripeto: se in assenza di provate violenze psicologiche e fisiche un sedicenne assieme ai suoi familiari si presentassero assistiti da un esercito di avvocati dinanzi ai magistrati chiedendo la condanna del prete per pedofilia, costoro sarebbero sbattuti letteralmente fuori da qualsiasi tribunale del mondo, semmai pure col serio rischio di essere loro querelati dal prete gay che ha avuto solo un rapporto sessuale con un minore in fascia di età post puberale, senza sottoporlo ad alcuna coercizione fisica e psicologica e per ciò palesemente consenziente. E tutto questo — ripeto ancora senza pena di essere prolisso — si chiama omosessualità e non pedofilia.

.

Questa mancanza di chiarezza e di distinzione tra casi molto rari di pedofilia, casi di efebofilia, casi di rapporti sessuali di preti gay con giovani consenzienti e spesso lautamente ricompensati per i loro servigi prestati non di rado a pagamento, rischiano quindi di creare un grosso e pericoloso equivoco: se un adulto gay ha un rapporto sessuale con un adolescente ultra sedicenne consenziente o con un quattordicenne già navigato e come tale psicologicamente riconosciuto, in tal caso ha avuto solo e null’altro che un lecito rapporto sessuale; se però ad avere avuto un rapporto sessuale con questo stesso soggetto è un prete, in quel caso si urla “al pedofilo”. I primi grandissimi ipocriti che grideranno immediatamente “al pedofilo” saranno proprio i figli della potentissima lobby LBGT, coloro che l’insegnamento sulla sessualità intesa come genere a scelta o sulle bellezze dell’amore gay, lo hanno già imposto in molti Paesi del mondo a partire dalle scuole elementari.

.

L’Augusto Pontefice Regnante, è stato per caso informato dal suo gaio consulente gesuita James Martin che in giro per il mondo, molte scuole cattoliche hanno dovuto chiudere e poi liquidare i loro stabili ormai inutilizzati, perché i governi locali avevano loro imposto insegnamenti incompatibili con la fede e la morale cattolica, quali ad esempio l’esaltazione dell’omosessualismo e la teoria del genere, l’obbligo della educazione alla contraccezione ed il diritto all’aborto? Che poi questi casi non siano documentati da quella succursale di Radio Radicale al quale ormai da tempo è ridotto il quotidiano dei Vescovi d’Italia L’Avvenire, non vuol dire che non siano casi reali e soprattutto in costante aumento, quelli delle scuole cattoliche costrette a chiudere i battenti e vendere gli stabili.

.

E di questo grande e pericoloso equivoco che nasce anzitutto dalla mancata informazione e distinzione tra pedofilia, efebofilia ed omosessualità, con tutte le relative statistiche numeriche, il responsabile è l’uomo Jorge Mario Bergoglio, che non è il Santo Pontefice Gregorio I Magno né il Santo Pontefice Pio X, che pure avevano, come uomini, delle limitatezze che non hanno affatto pregiudicato il raggiungimento della loro santità, semplicemente perché erano andati al di là di se stessi per aprirsi alle azioni della grazia di Dio su di loro.

.

Devo infine dare ragione al Professor Roberto de Mattei, che sovente ho amabilmente criticato, senza mai avere messo in discussione la sua preparazione e soprattutto la sua vita esemplare ed il suo essere un autentico modello di intellettuale, di marito e di padre cattolico. La mia onestà cristiana e intellettuale mi impone di affermare che il Professor Roberto de Mattei ha purtroppo ragione quando parla dei papolatri, perché a questo taluni sono ormai giunti: il Padre e il Figlio possono anche sbagliare a far procedere lo Spirito Santo, ma l’uomo Jorge Mario Bergoglio no, lui non può sbagliare e non sbaglia mai, qualunque cosa dica o faccia. 

.

.

Poste queste premesse, sulla Basilica Maggiore di San Giovanni in Laterano, Cattedrale di Roma e Madre di tutte le Chiese del mondo, possiamo anche affiggere il cartello: svendita totale per fallimento, consapevoli che nel futuro, da questa immane devastazione operata dai suoi vescovi e dai suoi preti, con molto tempo e dolorosa fatica la Chiesa visibile pellegrina sulla terra potrà riprendersi ed essere risollevata solo dallo Spirito Santo e dal Santo Popolo di Dio.

.

Il 18 febbraio 2013, a pochi giorni di distanza dall’annuncio dell’atto di rinuncia dato dal Venerabile Pontefice Benedetto XVI, l’agenzia di stampa Vatican Insider riportava meritoriamente un testo dimenticato del giovane teologo Joseph Ratzinger, risalente al 1969 e contenuto in un suo ciclo di lezioni radiofoniche:

.

«Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Poiché il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche gra parte dei privilegi sociali […] Ma nonostante tutti questi cambiamenti che si possono presumere, la Chiesa troverà di nuovo e con tutta l’energia ciò che le è essenziale, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio Uno e Trino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica. Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la sinistra e ora con la destra. Essa farà questo con fatica. Il processo infatti della cristallizzazione e della chiarificazione la renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli, il processo sarà lungo e faticoso. Ma dopo la prova di queste divisioni uscirà da una Chiesa interiorizzata e semplificata una grande forza. Gli uomini che vivranno in un mondo totalmente programmato vivranno una solitudine indicibile. Se avranno perduto completamente il senso di Dio, sentiranno tutto l’orrore della loro povertà. Ed essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto […] A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico […] ma la Chiesa della fede. Certo essa non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte» [cf. QUI].

.

In queste parole è dipinta la devastazione operata nel nostro recente passato, la situazione sfigurante della Chiesa visibile del presente, ed infine il futuro che ci attende, basta non essere ciechi e non pensare che questo momento per alcuni di gloria, per altri di aberrante confusione, assieme a questo pontificato non passerà mai, tra gridi di «rivoluzioni epocali» e «processi irreversibili». Urla giacobine tipiche di coloro che, non avendo una prospettiva futura ed escatologica, sono capaci di vivere solamente il tutto e subito del presente, cercando come dei pirati all’arrembaggio di arraffare in questo presente tutto quello che si può arraffare, quasi come se … «di doman non c’è certezza», quindi «chi vuol esser lieto sia», come diceva il padre rinascimentale dello gnosticismo neo-pagano Lorenzo il Magnifico, che era per l’appunto un padre dello gnosticismo neo-pagano, non era un padre della fede cattolica.

.

dall’Isola di Patmos, 24 agosto 2018

.

.
.
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

Esclusiva mondiale: «La terra non è piatta ma sferica!». Coloro che quando ieri io lo denunciai mi lasciarono linciare dalla clerical lobby gay, oggi si sono accorti che nel clero siamo pieni di omosessuali piazzati con immane danno ai più alti vertici delle gerarchie ecclesiastiche

— attualità ecclesiale —

ESCLUSIVA MONDIALE: «LA TERRA NON È PIATTA MA SFERICA!». COLORO CHE QUANDO IERI IO LO DENUNCIAI MI LASCIARONO LINCIARE DALLA CLERICAL LOBBY GAY, OGGI SI SONO ACCORTI CHE NEL CLERO SIAMO PIENI DI OMOSESSUALI PIAZZATI CON IMMANE DANNO AI PIÙ ALTI VERTICI DELLE GERARCHIE ECCLESIASTICHE.

.

Alcuni confratelli mi indicano come “specialista in omosessualologia clericale. Soprannome sul quale io per primo ho sempre riso, forse anche per cercare di dimenticare le angherie che ho dovuto subìre dalla potente cordata degli ecclesiastici gay, quando ho osato toccare questa lobby gay veramente molto potente e radicata all’interno della Chiesa ai più alti livelli della gerarchia ecclesiastica, come oggi i fatti e gli scandali dimostrano.

.

.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

PDF  articolo formato stampa

 

.

.

Autore: Gerhard Haderer , vignettista austriaco

Quando in età adulta cominciai la formazione al sacerdozio, non tardai a comprendere che più figure autorevoli del mondo ecclesiastico nutrivano su di me grandi aspettative. Conoscendo però me stesso, cominciai a dire a ciascuno di loro: «Non sentitevi delusi, quando in un vicino futuro dovrete prendere atto che io sarò un prete tenuto sempre ai margini estremi della Chiesa. Io so infatti chi sono, ma soprattutto so a che cosa sto andando incontro». Loro non mi prestarono ascolto e forse pensarono che questi miei erano i colpi di umiltà romantica tipici dell’adulto che se avesse voluto fare carriera sarebbe rimasto dov’era, avendo le necessarie risorse umane, intellettuali ed economiche per farsi largo nel mondo. Forse i miei formatori non capirono che quando un adulto, dopo avere avute dalla vita tutte le migliori possibilità, accoglie la vocazione e accetta di divenire prete, lo diviene perché mosso da motivazioni molto forti che lo portano ad un mutamento di vita veramente radicale. Di conseguenza, il rapporto con quella verità che ci farà liberi [cf. Gv 8,32] o con le virtù teologali di fede, speranza e carità [cf. I Cor 13], è molto diverso da quello che può essere l’atteggiamento dei molti entrati in un seminario adolescenti ed usciti da esso preti a venticinque anni dopo essere stati allevati a pane e malizie clericali, pronti la Settimana Santa a dire due parole con la lacrima all’occhio sulla Passione di Cristo, ma altrettanto pronti a rispondere «e a me chi me lo fa fare?» se posti dinanzi a situazioni nelle quali è necessario indicare, per esempio all’Autorità Ecclesiastica, dov’è che si sta sviluppando il male e che quindi è bene intervenire immediatamente a recidere il germoglio prima ch’esso diventi edera che avvolge lo stabile della casa intera.

.

Alcuni confratelli mi indicano come specialista in omosessualologia clericale. Soprannome sul quale io per primo ho sempre riso, forse anche per cercare di dimenticare le angherie che ho dovuto subìre dalla potente cordata degli ecclesiastici gay, quando ho osato toccare questa lobby gay veramente molto potente e radicata all’interno della Chiesa ai più alti livelli della gerarchia ecclesiastica romana, come oggi i fatti e gli scandali dimostrano. Mi rifiuto di narrare nei dettagli ciò che ho dovuto subìre, non ultimo per evitare che alcuni improvvidi, cadendo in errore, mi dichiarino beato martire in vita. In effetti, certe persecuzioni da me patite, richiamano le vicende esistenziali di diversi Santi, ma questo non deve però indurre in un errore che sarebbe grossolano e grottesco, perché malgrado certe similitudini, la differenza tra loro e me è sostanziale: io devo combattere molto col peccato nel quale seguito a cadere in modo spesso persino disinvolto. Dei Santi non ho la maturità umana, spirituale e sacerdotale. E casomai dovessi morire dopo avere vergate queste righe, la mia speranza è che Dio Padre di Misericordia, malgrado i miei demeriti ed i miei peccati, possa concedermi la grazia del Purgatorio, tenendo conto nel proprio giudizio che io, pur non avendo fatto tutto quel che dovevo e potevo fare, in ogni caso mi sono impegnato a fare perlomeno qualche cosa. E questo basta a capire quale differenza corra tra me ed un Santo. Certo, in questo clima di confusione nel quale ci stiamo accingendo a beatificare come martire un Vescovo argentino morto in un incidente stradale, imputando semmai ai dossi ed alle buche di una strada male asfaltata l’odio per la fede cattolica, si potrebbe correre il facile rischio che anch’io, a mio modo martirizzato all’interno della Chiesa per anni ad opera della implacabile cordata dei preti gay e dei vescovi che proteggono la potente lobby, finisca col ricevere — ripeto, direttamente in vita — la palma del martirio.

.

Tra il 2008 ed il 2009 scrissi un libro intitolato E Satana si fece trino. Relativismo, individualismo e disubbidienza. Analisi sulla Chiesa del terzo millennio. Il libro fu poi pubblicato alla fine del 2010, ed ebbe anche una ottima diffusione. Attualmente questo libro è fuori stampa in seguito alle mie successive divergenze con l’Editore, che dopo avere venduto svariate migliaia di copie dei miei titoli, contravvenendo alla parte fondamentale del contratto di edizione non mi versò mai un centesimo di diritti d’autore e non mi presentò mai il resoconto delle copie vendute. A questo si aggiunga poi che l’Editore era entrato frattanto in una Loggia Massonica e che si era messo a pubblicare decine di titoli dedicati all’esoterismo massonico. Motivo per il quale reputai non opportuno che il mio nome e soprattutto la mia figura di presbìtero e di teologo cattolico restasse in quella Casa Editrice divenuta una succursale di patetici massoncelli di provincia. Per ciò gli intimai legalmente, in virtù della sua inadempienza contrattuale, di ritirare dalla distribuzione tutti miei libri, i diritti d’autore dei quali tornavano così a me. Quel mio libro, sebbene diffuso per tre anni, dal 2014 è fuori stampa. Sarà però ristampato a breve agli inizi del  2019, quando cominceremo a stampare i libri delle Edizioni L’Isola di Patmos, non ultimo confidando anche sulle libere offerte dei nostri Lettori, che sono il solo e unico sostegno della nostra opera apostolica.

.

Nelle trecento pagine di questo mio libro è contenuta una analisi decisa e precisa sulla situazione nella quale un decennio dopo è precipitata la Chiesa. Infatti, la data di stampa e la relativa distribuzione del libro documenta come con molti anni di anticipo ho descritto ciò a cui saremmo andati incontro. Ovviamente, quando scrivevo quelle pagine, io desideravo avere torto e non certo ragione, anzi speravo di poter dire in futuro di essermi sbagliato. Purtroppo, ciò che ho scritto dieci anni fa parlando della omosessualizzazione della Chiesa visibile, è invece storia dei giorni nostri. E detto questo ribadisco: il prezzo che come prete ho dovuto pagare all’interno della Santa Chiesa di Cristo, sotto molti aspetti è stato veramente smisurato, perché la lobby clerical gay è una autentica potenza, ed io l’ho sperimentato a caro prezzo sulla mia pelle.

.

Non posso omettere di ricordare che all’epoca quel libro — consegnato da un giovane sacerdote a mia insaputa e di sua totale libera iniziativa anche ad uno dei segretari del Sommo Pontefice Francesco I il 31 luglio del 2013 con preghiera di farlo avere al Santo Padre — lo inviai in omaggio in decine di copie a tutti i giornalisti e le riviste di area cattolica, invitandoli a recensirlo, non perché io volessi pubblicità, ma perché trattavo degli argomenti di straordinaria gravita che se presi per tempo in considerazione dalle Autorità Ecclesiastiche, molti guai futuri sarebbero stati evitabili, o perlomeno ridotti nelle loro devastante portata. Di quel libro furono inoltre inviate copie omaggio a ben cento prelati della Curia Romana, diversi dei quali, lungi dal dire a se stessi “qui ci viene presentato un problema dinanzi al quale non possiamo mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi” — aggiungo io: lasciando nel mentre il culo piumato all’aria a disposizione del tutto gratuita di chiunque passi —, non trovarono di meglio da fare che contattare l’allora mio Ordinario Diocesano per chiedere chi fosse questa … «mina vagante». Infatti, i buoni prelati di curia, tutti gossip curiali&omertà, erano impegnati a domandarsi chi fosse questo prete che osava tanto, mentre accanto a sé, senza scandalo e soprattutto senza problema alcuno, avevano i vari Mons. Krzysztof Charamsa, od il segretario particolare del Cardinale Francesco Coccopalmerio, il giocoso Mons. Luigi Capozzi, un ragazzo esuberante che organizzava festini gay a base di droga direttamente dentro il Palazzo del Sant’Uffizio, ovviamente mentre il suo protettore in porpora ignorava per anni di avere accanto a se una checca impazzita e drogata. E mentre ciò accadeva i vari Cardinali Theodore McCarrick producevano danni immani sparsi in giro per il mondo. Pur malgrado, per certi prelati tutti gossip curiali&omertà, il problema ero io che nel 2010 osavo affermare e spiegare: «Nella Chiesa abbiamo un problema gay che nel giro di pochi anni ci travolgerà ai più alti vertici delle gerarchie»E Dio solo sa con quanta spocchia alto prelatizia, quelli che oggi si stracciano le vesti al grido di «non sapevamo», «non immaginavamo», alzavano il telefono e poi appresso la voce con l’allora mio Ordinario Diocesano per intimargli: «Insegni quanto prima a questo suo prete a tacere!». E tra questi prelati dal telefono veloce e dalla intimazione altrettanto veloce, possiamo ricordare anche una telefonata  fatta nel 2013 dall’Arcivescovo Angelo Becciu, all’epoca Sostituto alla Segreteria di Stato, affatto preoccupato per la massiccia presenza di preti gay nella Diocesi di Roma, ma piuttosto preoccupato che questo fatto noto a tutte le Autorità ecclesiastiche romane io lo avessi riferito a degli intervistatori televisivi che mi posero a tal proposito delle domande. Se l’Arcivescovo Angelo Becciu, anziché preoccuparsi di me che dicevo solo e null’altro che la verità, si fosse invece preoccupato dei monsignorini gay che organizzavano festini a base di marchettari e droga direttamente dentro i palazzi dei dicasteri della Santa Sede, forse oggi non saremmo in queste condizioni, esposti al massimo ridicolo e con una credibilità pressoché distrutta dinanzi agli occhi del mondo.

.

Nessuno dei giornalisti cattolici mi rispose e quelli che mi conoscevano bene direttamente non sapevano come fare a ignorarmi, senza darmi alcuna spiegazione. Meno che mai nessuno scrisse due righe in mia difesa, nei giorni in cui io, ironico persino dinanzi alla sofferenza, rimpiangevo il grande persecutore Diocleziano, il quale perlomeno ti faceva ammazzare nello spazio di pochi minuti, non ti condannava alla morte in vita accompagnata da un incessante supplizio. Un solo giornalista fece eccezione: Marco Tosatti, dedicandomi una sua presentazione [cf. QUI]. E detto questo basti solo ricordare che a Roma, per due anni interi io ho celebrato la Santa Messa da solo dentro le Catacombe di Priscilla sulla Via Salaria, con la sola presenza amabile e preziosa del mio diletto figliolo e collaboratore Jorge Facio Lince, mentre giorno dietro giorno, un fitto esercito di preti gay, entravano in trionfo nei dicasteri della Santa Sede e della Segreteria di Stato, erano promossi Nunzi Apostolici e nominati Vescovi. Ma all’epoca tutti i giornalisti cattolici, non solo non vedevano, ma quando io indicai loro il problema, loro fuggirono più veloci del mitico Willy coyote.

.

Oggi, armato della mia stessa ironia, devo sorbirmi gli articoli di quegli stessi giornalisti cattolici che dinanzi a quel mio libro si dettero alla fuga, ma che oggi si sono scoperti d’improvviso coraggiosi difensori dell’onore della Chiesa. E non solo trattano argomenti dinanzi ai quali, un decennio fa fuggirono a gambe levate, ma peggio: li trattano facendo uso delle stesse analisi da me impresse in quel libro e successivamente in numerosi miei articoli pubblicati a partire dal 2015 su L’Isola di Patmos.

.

Ribadisco quanto più volte ho scritto in diversi miei testi: nessuno è obbligato a essere eroe, meno che mai martire. Attenzione però, perché al tempo stesso non conosco un solo passo della Sacra Scrittura nel quale si riconosca al devoto fedele cattolico il sacro diritto all’esercizio della santa vigliaccheria.

.

Dalle trecento pagine di questo mio libro che agli inizi del 2019 sarà ridato alle stampe — libro che ripeto è stato scritto tra il 2008 e il 2009 e pubblicato alla fine del 2010 —,  estrapolo solo alcune righe che adesso vi riporto di seguito, unitamente ad una domanda: non è forse ciò che sta accadendo oggi, dopo che i problemi generati nel clero per opera della lobby gay, hanno infine travolto anche vescovi e cardinali, come con anni e anni di anticipo ho descritto? Il tutto ripeto — sia beninteso — ad un prezzo spropositato da me pagato nelle totale indifferenza delle Autorità Ecclesiastiche e dei giornalisti cattolici che oggi, divenuti d’improvviso attenti e persino eroici, hanno infine scoperto il problema. E l’hanno scoperto quando si è dovuti giungere a togliere la dignità cardinalizia a dei cardinali ed a destituire diversi vescovi, mentre intere Conferenze Episcopali, in giro per il mondo, sono travolte in questi giorni da scandali immani. Insomma, quando non c’è nessun rischio da correre e nulla da pagare, anzi semmai tutto da guadagnare, ecco che i giornalisti cattolici scoprono infine che la terra non è piatta ma sferica.

.

il libro nel quale Ariel S. Levi di Gualdo analizza il problema del golpe della lobby gay all’interno della Chiesa, scritto tra il 2008 e il 2009 e pubblicato alla fine del 2010

«[…] Non ci si può mettere in pace la coscienza limitandosi a pubblici e severi proclami, se poi nei fatti i preti gay aumentano in proporzione alla presenza di vescovi che ragionano con una psicologia omosessuale latente. O per dirla cruda: alcuni seminaristi che tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento capeggiavano all’interno dei seminari la pia confraternita gay, oggi sono vescovi, ed appena divenuti tali, per prima cosa si sono circondati di soggetti affini, piazzati sempre e di rigore in tutti i posti chiave delle diocesi, seminari inclusi. E questi soggetti, che si proteggono e si riproducono tra di loro, hanno finito col creare una lobby di potere tremendamente potente all’interno della Chiesa […] Se davvero vogliamo affrontare questo problema drammatico, dobbiamo partire da un triste dato di fatto: oggi, all’interno del clero secolare e religioso maschile, il numero degli omosessuali è spaventosamente alto e si divide tra gay praticanti e gay repressi; i secondi più attivi dei primi nell’esercizio della loro logorante omosessualità psicologica. Gli omosessuali per carattere psichico repressi nel corpo, sono notevolmente peggiori di coloro che praticano l’omosessualità fisica, causando da sempre all’interno della Chiesa dei danni talora enormi talora irreparabili, puntando sempre e di rigore a piazzarsi nei posti più alti e nei ruoli-chiave di governo, per meglio rafforzare una lobby molto potente e solidale al suo interno, retta su criteri pornocratici. Quello della pornocrazia è un dramma che ferisce la Chiesa colpendola con affondi mortali. Termine recente di origine francese, pornocrazia indica una forma di governo caratterizzata dal nefasto influsso di cicisbei e prostitute sugli uomini preposti all’esercizio del potere. Alla lettera significa “governo delle prostitute”, o governo fondato in buona parte sui meccanismi tipici della prostituzione. A caratterizzare la pornocrazia, non è tanto il baratto di favori sessuali con posizioni di privilegio, come nelle consuete relazioni tra potente e prostituta, perché questi rapporti di potere non sempre hanno avuto connotazioni di tipo sessuale, specie all’interno di certe sacche decadenti, che hanno costituito nei tempi passati e presenti orribili zavorre per la Chiesa, dove spesso il meccanismo, lungi dell’essere quello del tutto naturale della sessualità eterosessuale, si fonda sulla asessualità, o su puri meccanismi omosessuali, spesso più psicologici che fisici. Nella pornocrazia clericale, l’omosessualità praticata a livello fisico è solo la punta estrema di un’omosessualità mentale radicalizzata e andata non di rado al potere. Con l’esercizio del proprio influsso sull’uomo di potere la prostituta, o il gay-prostituto, non tanto riescono a esercitare in modo indiretto il loro personale potere, perché simili meccanismi di ruolo sono stati più volte esercitati in modo quasi istituzionale dalle legittime consorti dei sovrani, o dai loro vari amichetti-gay. Quel che risulta particolarmente logorante nella Chiesa, più che nelle società civili di potere, è la capacità del prostituto di creare un proprio potere personale a volte quasi assoluto, che si sostituisce spesso all’autorità del potente e che non di rado sopravvive al potente stesso. Si pensi per esempio al giovane ed efebico segretario dalle cui labbra il potente pendeva e che dopo avere influito sull’esercizio del potere del prelato – che era preposto a servire, non a pilotare colpendolo con le frecce di Cupido –, quando questi sta per ritirarsi dalla carica per sopraggiunti limiti di età, viene promosso vescovo prendendo il posto – in rango e dignità sacramentale – del suo padrone platonicamente innamorato» [tratto da: E Satana si fece Trino, Roma 2010. Pagg. 207-208]

.

Non pretendo affatto le dovute scuse da parte di chi ha molto meno onore delle puttane smemorate, anche perché bisogna considerare che io sono solo un prete servitore devoto della Chiesa di Cristo, mica sono un finto profugo musulmano sbarcato a Lampedusa, od un pastore pentecostale da correre ad abbracciare, forse come segno di ringraziamento agli Evangelici che ci stanno svuotando le chiese cattoliche in tutti i Paesi dell’America Latina? A maggior ragione prego e spero che Dio Padre di Misericordia infinita mi conceda la grazia del Purgatorio per avere tentato di fare qualche cosa, per il poco o nulla che può essere servito il mio agire, assieme al mio soffrire che offro, per il poco che anch’esso possa servire, per la purificazione di una Chiesa visibile sempre più omosessualizzata e sempre più pubblicamente smerdata.

.

Dall’Isola di Patmos, 21 agosto 2018

.

.
.
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

..

.

.

.

L’uccisione del nemico: riflessioni sulla pena di morte e questioni annesse

— attualità ecclesiale —

L’UCCISIONE DEL NEMICO: RIFLESSIONI SULLA PENA DI MORTE E QUESTIONI ANNESSE

.

Ci si potrebbe inoltre chiedere se era il caso che la questione della pena di morte fosse entrata nel Catechismo, il cui compito non è quello di dare soluzione a problemi pratici contingenti, ma di insegnare le verità immutabili della fede. Ad ogni modo, accogliamo serenamente la decisione del Santo Padre, il quale, con questo gesto, se non esercita il suo ministero di maestro della fede, è però nel pieno esercizio delle sue facoltà pastorali, e precisamente della potestas clavium

.

.

Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

.

.

 PDF  articolo formato stampa 

 

 

.

il fantasioso e discutibile film pseudo-storico In Nome del Papa Re, interpretato dal grande Nino Manfredi, dove viene romanzata la vicenda dei terroristi Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti

Mi unisco con un mio contributo all’intervento del Padre Ariel [cf. QUI], sul quale sono sostanzialmente d’accordo, aggiungendo altri argomenti e presentando alcuni annessi.

.

Esiste un libro che sulla questione dell’omicidio sembra paradossale. Nessun libro come questo esalta la dignità, l’inviolabilità e la sacralità della vita umana. Eppure, nel contempo, nessuno come questo ammette la liceità dell’omicidio in nome di Dio: guerre, invasioni, stragi, castighi, pene di morte, legge del taglione, tirannicidi, uccisione dell’ingiusto aggressore. E questo libro è la Bibbia. La legge biblica del חרם cherem era la distruzione totale del nemico sconfitto di cui possiamo trovare notizia nel Libro del Deuteronomio [cf. Dt 20, 10-20] ed è presentato nella Bibbia come precetto divino, tanto che Saul viene castigato da Dio per non aver fatto il cherem [I Sam 15, 9] dopo che Dio gli aveva ordinato di «uccidere il popolo di Amalek» e di:

.

«non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini» [I Sam 15, 3].

.

Si può dire che l’etica della Bibbia è un’etica della vita. Il bene è ciò che promuove la vita; male e peccato sono ciò che la offende o la toglie. Da qui il  precetto di non uccidere:

.

«Avete inteso che cosa fu detto agli antichi: non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio» [Es 20, 13].

.

Nel contempo esistono però gradi della vita: da quella infima, vegetale, per salire, attraverso la vita animale, a quella umana, alla vita angelica, alla vita divina. Ma il comando «non uccidere» non vale allo stesso modo per tutti i gradi della vita. La vita intra-umana può essere sacrificata a quella umana. Già nell’Eden Dio autorizza la coppia primitiva ad usare piante ed animali per ottenerne cibo.

.

Per quanto riguarda la vita della persona, secondo la Bibbia, la sua vita fisica, per quanto preziosa, dev’essere ordinata a quella spirituale, per cui Cristo ci comanda di rinunciare a quella vita fisica che può creare ostacolo alla vita spirituale ed al rapporto con Lui:

.

«Se la tua mano ti scandalizza, toglila» [cf. Mc 9,43].

.

Raccolta foto de Alvariis – Roma, 1868: esecuzione  dei due terroristi Gaetano Monti e Giuseppe Tognetti

La vita fisica della singola persona dev’essere al servizio del bene comune, ossia della vita della comunità, per cui se capita che il singolo, con la sua condotta criminale, metta in pericolo il bene della società, questa, secondo la Scrittura, può liberarsi con la pena di morte da questo elemento pericoloso.

.

In passato, la pena di morte serviva a preservare la società dai danni che arrecati dai delinquenti. Infatti, il comandamento divino «non uccidere» significa «non uccidere l’innocente», ma non proibisce necessariamente di uccidere il malvagio, anzi la sua uccisione da parte della legittima autorità è vista come atto di giustizia, come è comprovato dagli esempi della Scrittura e da tutta la storia della Chiesa.

.

Per questo in passato la Chiesa ha giustificato la pena di morte e ne ha fatto ella stessa uso nei territori dello Stato Pontificio. A tal proposito basti ricordare che la pena di morte è stata abolita dalla Legge Fondamentale dello Stato della Città del Vaticano il 12 febbraio 2001, dopo che Paolo VI l’aveva resa nel 1967 inefficace, pur senza cancellarla. Solo nel 2001 è stata totalmente cancellata con motu proprio di Giovanni Paolo II.

.

Raccolta foto de Alvariis – Roma, 1868: esecuzione  dei due terroristi Gaetano Monti e Giuseppe Tognetti

Nel vecchio Stato Pontificio, dal 1796 al 1870 furono eseguite circa 516 condanne a morte. A presiedere il Tribunale della Sacra Consulta erano giudici ecclesiastici, poi naturalmente le condanne erano eseguite dai laici, il cosiddetto braccio secolare, non erano certo preti, frati e suore ad eseguire le condanne a morte. Nello Stato della Chiesa la pena di morte fu praticata sino al 1870. Le condanne a morte non potevano essere eseguite senza il nulla osta del Romano Pontefice, che volendo poteva commutarle in carcere a vita, in altra pena o persino in grazia. La prima condanna a morte approvata sotto il pontificato di Pio IX fu nel 1852 quella di Girolamo Simoncelli che s’era macchiato di vari reati: omicidio, tentativo di insurrezione, falso e aggressione ingiuriosa ai danni di Giusto Recanati Vescovo di Senigallia. Altra condanna clamorosa fu quella di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti eseguita a Roma in Via dei Cerchi il 24 novembre 1868. Questi due condannati oggi sono celebrati come martiri dopo essere stati costruiti tali da certe leggende del Risorgimento. In verità i due giovani uomini si erano macchiati del reato di strage uccidendo con un attentato dinamitardo alla Caserma degli Zuavi ubicata a Palazzo Serristori, nell’attuale Via della Conciliazione, ventitré militari e due civili, ferendo gravemente altri civili inermi, due dei quali persero in seguito la vita, per un totale di ventisette vittime [elenco delle vittime QUI]. Tra i civili persero la vita Francesco Ferri e la piccola figlia Rosa. La strage poteva andare molto peggio, perché delle tre cariche di esplosivo piazzate nelle fognature della caserma solo una esplose; se fossero esplose tutte, la tragedia sarebbe stata maggiore. Lo sarebbe stata anche con l’esplosione di una sola carica, se la gran parte degli zuavi non fossero usciti per ragioni di servizio verso Porta San Paolo, infatti gli zuavi morti nell’attentato erano per la quasi totalità i componenti della banda musicale.

.

Raccolta foto de Alvariis – Roma, 1868: esecuzione  dei due terroristi Gaetano Monti e Giuseppe Tognetti

A Pio IX fu avanzata supplica di grazia, ma lui fu costretto a rifiutarla per non irritare i familiari delle numerose vittime, ma anche per non irritare la popolazione romana, che era rimasta molto toccata dalla morte delle bambina Rosa Ferri. I due terroristi, nel corso di un processo durato un anno, non chiesero la grazia; e non la chiesero per i motivi narrati dalla leggenda, in quanto avrebbero decisero di negare indomiti di venire a patti con il «tiranno», ma perché rimasero così colpiti dagli effetti del loro gesto e dai morti che ne erano conseguiti, tanto da vedere nel patibolo una forma di riscatto per il gesto da essi compiuto [si rimanda a tal proposito al resoconto edito nel 1868 sulla rivista dei Gesuiti La Civiltà Cattolica dopo la loro esecuzione capitale, QUI]. Dopo il 1870, con l’unità d’Italia si tentò di trasformare questi due terroristi in figure eroiche di combattenti contro la tirannide, dedicando loro strade e monumenti, nella totale noncuranza delle vittime morte in seguito alla strage da loro perpetrata. La leggenda dei due giovani proclamati in seguito “martiri del diritto italiano” si è trasferita dalla letteratura tardo ottocentesca anche alla filmografia contemporanea, soprattutto nel film In nome del Papa Re, interpretato dal grande Nino Manfredi, nel quale i due terroristi assurgono a rango di “martiri della libertà” [cf. QUI].

.

L’ultimo giustiziato sotto il pontificato di Pio IX prima della caduta dello Stato Pontificio fu Agatino Bellomo, condannato per efferato omicidio e ghigliottinato a Palestrina nel luglio del 1870, due mesi prima della presa di Roma.

.

In secoli ormai lontani la stessa pena di morte per gli eretici  era irrogata dal cosiddetto braccio secolare dello Stato dopo la condanna dei Tribunali ecclesiastici. Lo Stato, in queste epoche remote che non possono essere analizzate con i criteri socio-politici contemporanei, considerava l’eretico come un perturbatore dell’ordine pubblico civile. In ogni caso i canonisti ed i Padri della Chiesa — vedi per esempio San Tommaso d’Aquino [Summa Theologiae, II-II, q.11, a.3] — ritenevano che l’eretico meritasse la pena di morte, in quanto perturbatore della fede della Chiesa, bene comune della Chiesa e del Popolo di Dio.

.

La Chiesa ha la facoltà di farsi promotrice dell’abolizione della pena di morte, come sta avvenendo oggi con il Sommo Pontefice Francesco. Ciò implica evidentemente un giudizio negativo sulla prassi del passato. Questa decisione della Chiesa non deve meravigliare, perché essa è basata su di una percezione più profonda della dignità della persona e della sua stessa vita fisica.

.

Oggi la Chiesa ritiene che la società possa difendersi dal delinquente anche senza ricorrere alla pena di morte. Se da una parte la carcerazione può dar speranza al carcerato di evadere, è però anche vero che essa può dargli occasione di ravvedersi. La pena di morte può avere un valore deterrente, ma l’esperienza insegna che certi criminali non recedono dalla loro condotta neppure sapendo che rischiano di essere giustiziati.

.

Raccolta foto de Alvariis – Roma, 1867: la Caserma degli Zuavi in Palazzo Serristori dopo l’atentato dinamitardo dei due terroristi Gaetano Monti e Giuseppe Tognetti

Questo mutamento di giudizio della Chiesa circa la pena di morte fa meglio comprendere l’assolutezza del comandamento «non uccidere», anche se esso era rispettato, benché meno perfettamente, anche dalla concezione precedente. Tale mutamento di giudizio fa anche meglio applicare il comandamento evangelico dell’amore per il nemico, mentre in passato la Chiesa era meno disposta a tollerare i suoi nemici e a considerarne gli aspetti positivi ed inoltre era più facile a considerarli in colpa e più restia ad ammettere attenuanti o scusanti nel reo. Era meno temuto l’errore giudiziario, perché meno ci si rendeva conto della complessità del problema di dover giudicare un uomo in sede di diritto penale.

.

Il nobilissimo esempio del martire che, sulle orme di Cristo, pur potendosi difendere, si lascia uccidere dal persecutore, non può essere eretto a regola di una condotta comune, ma costituisce la testimonianza eroica di uno speciale dono dello Spirito Santo, non a tutti concesso. Sarebbe dar segno di un intollerabile rigorismo pretende di abbassare a regola comune quello che è soltanto  un privilegio dello Spirito Santo. Così pure l’eroismo della madre, la quale preferisce morire per dare alla luce il figlio, che ella in quella tragica circostanza avrebbe potuto abortire, non è da prendere come regola generale senza rischiare di tentare Dio.

.

Bisogna tuttavia distinguere il legittimo castigo del criminale dall’azione coercitiva finalizzata alla neutralizzazione di un’ingiusta aggressione personale o collettiva. Proprio perché la vita umana è sacra, va difesa, all’occorrenza anche con l’uso della forza, con la soppressione dell’avversario. Così è lecito al gioielliere minacciato da un malvivente armato, ucciderlo prima che egli faccia fuoco. È lecito a un tutore dell’ordine uccidere un terrorista colto in flagrante delitto di terrorismo mentre sta per realizzare una strage. È lecito al soldato uccidere il nemico della patria.

.

Lapide tombale di Gaetano Tognetti presso il Cimitero del Verano

Qui trova soluzione l’apparente paradosso della Scrittura, la quale congiunge il comando di non uccidere con la legittimazione dell’omicidio per giusta causa, si tratti della difesa personale o della guerra giusta. Quanto all’ingiusto aggressore, benché si tratti di una persona, tuttavia con la sua aggressione essa perde il diritto all’esistenza, non come persona, ma come agente nocivo. L’essenziale è renderla innocua. Se per ottenere tal fine la si può lasciare in vita, bene; altrimenti la si deve uccidere. Infatti ha ragion d’essere la vita buona, non quella malvagia. Per questo nella Bibbia Dio distrugge gli empi, cosa da intendersi non nel senso che Dio li annulli, ma nel senso che li castiga eternamente. La Bibbia dunque distingue l’assassinare dal giustiziare, la guerra giusta dalla guerra ingiusta. Assassinare è un delitto: sopprimere chi ha diritto di esistere, per esempio l’abortire; giustiziare è atto di giustizia, benché comporti la soppressione di un uomo. Guerra giusta è quella che difende la patria e tutti i suoi consociati dall’aggressore. Guerra ingiusta è l’aggressione ad un altro popolo. Considerare ingiusta in se stessa ogni guerra è la frode ipocrita dei pacifisti, che poi sono i primi ad odiare chi li contraddice.

.

La Chiesa in passato riteneva che l’esistenza fisica della persona non sia un diritto assoluto, ma sia condizionato dalla sua condotta. Il criminale perde questo diritto, essendo la sua vita dannosa alla società. La Chiesa, d’altra parte, aveva a cuore soprattutto la salvezza eterna del reo. Per questo ai condannati a morte era assicurata un’assistenza religiosa. Gli si potevano aprire le porte del paradiso. Oggi la Chiesa ragiona diversamente. Essa dà più importanza alla vita fisica del reo e meno importanza al danno che egli fa alla società. Difficile stabilire se era meglio prima o è meglio adesso. In ogni caso, da buoni cattolici, adeguiamoci.

.

La Chiesa non intende imporre agli Stati la rinuncia alla pena di morte, quasi si trattasse di un obbligo assoluto o un diritto naturale, ma come misura prudenziale che può ammettere delle eccezioni in casi gravissimi. In fin dei conti, si tratta di un terreno di diritto positivo, nel quale lo Stato mantiene una legittima autonomia, perché non tocca gli inviolabili universali diritti e doveri dell’uomo, ma la legislazione positiva di competenza dello Stato. In questo frangente la Chiesa può invitare, può esortare; ma non può prescrivere.

.

Giuditta Tavani e il marito Giuseppe Arquati morirono in uno scontro con gli Zuavi Pontifici il 23 ottobre 1867 durante l’irruzione nello stabile dove erano in atto piani di congiura con forze armate di eserciti stranieri e dove era conservato un arsenale di fucili e munizioni. In occasione dei festeggiamenti dell’Unità d’Italia fu deposta questa lapide. Nessuna lapide è mai stata posta sui muri della Caserma di Palazzo Serristori dove trovarono la morte ventisette persone in seguito all’attentato dinamitardo di Gaetano Tognetti e Giuseppe Monti. Anche in occasione del 150° dell’Unità d’Italia, è confermata l’ideologia serpeggiante da sempre nel nostro Paese: esistono morti giusti e morti ingiusti, morti trasformati in eroi, anche se erano dei terroristi dinamitardi e morti condannati all’eterna indifferenza. Quello italiano seguita a rivelarsi un popolo non ancora capace a far calare la pace storica sui vincitori e sui vinti, su chi combatté una buona battagli e su chi indotto, obbligato o convinto di essere nel giusto, combatté invece una ingiusta battaglia. L’Italia è quindi un Paese nel quale, alla prova dei fatti, i morti non riescono ancora a trovare pace, mentre gli ideologi gettano benzina sul fuoco.

La pena di morte non è un intrinsece malum come l’aborto o l’omicidio dell’innocente, ma un malum ut in pluribus, perché in certi rarissimi casi rappresenta il giusto castigo per delitti troppo gravi, come fu la condanna a morte dei capi nazisti al processo di Norimberga, riguardo l’esecuzione dei quali non risulta che né politici, né ecclesiastici, né i pacifisti più radicali, abbiano mai sollevato obiezioni. La Chiesa, quindi, non impone la suddetta rinuncia con la stessa forza teoretica con la quale essa impone la legge morale naturale o i diritti inalienabili e doveri imprescrittibili della persona, o valori morali assoluti, come la libertà religiosa,  la dignità del matrimonio e del bene comune o la proibizione dell’aborto e cose del genere. E neppure, come ha detto anche il Padre Ariel, la decisione della Chiesa va vista come fosse un pronunciamento dottrinale avente carattere di infallibilità, irrevocabilità ed immutabilità. Non siamo infatti sul terreno del dogma, ma della pastorale e del diritto, un piano sul quale la Chiesa, per quanto meriti il nostro ossequio, non è infallibile.

.

Occorre pertanto tener presente che la proibizione della pena di morte non appartiene al diritto naturale, fondato sul diritto divino, immutabile ed inderogabile, ma è di diritto positivo, mutevole ed abrogabile, dipendente dall’autorità umana, civile ed ecclesiastica. Per questo, giustamente Padre Ariel fa notare che, atteso l’attuale dilagare della corruzione nella società e nella Chiesa, nonché considerando  — aggiungo io — le profezie dell’Apocalisse e di San Paolo sull’apostasia finale, non possiamo essere così sicuri che non si ripresenti una situazione che richieda il ripristino della pena di morte, seppure limitatamente a case eccezionali, se non addirittura unici.

.

La questione della pena di morte si inquadra nell’ampia questione della repressione del crimine nello Stato e nella Chiesa. Per quanto riguarda quest’ultima, ricordiamo — tanto per fare un esempio — che il Diritto Canonico riconosce tuttora l’esistenza del crimine di eresia e lo colpisce con appropriate sanzioni [can. 1364§1], anche se purtroppo spesso avviene, per negligenze ed ingiustizie dell’autorità, che gli eretici restino impuniti, mentre invece vengono colpiti i fedeli al deposito della fede, alla dottrina cattolica ed al magistero della Chiesa. Ciò tuttavia non infirma assolutamente il buon diritto della giustizia umana, i cui inevitabili torti vengono successivamente riparati dalla giustizia divina. Il rischio che oggi corriamo, come è noto a tutti, non è quello della troppa severità, ma è quello di un misericordismo e di un buonismo di marca roussoiana, che ignora le conseguenze del peccato originale, apre la porta ad un aumento del crimine e della corruzione e scoraggia  coloro che operano per la giustizia.

.

Ci si potrebbe inoltre chiedere se era il caso che la questione della pena di morte fosse entrata, prima e dopo, nel Catechismo, il cui compito non è quello di dare soluzione a problemi pratici contingenti, ma di insegnare le verità immutabili della fede. Ad ogni modo, accogliamo serenamente la decisione del Santo Padre, il quale, con questo gesto, se non esercita il suo ministero di maestro della fede, è però nel pieno esercizio delle sue facoltà pastorali, e precisamente della potestas clavium, per incarnare nella storia le perenni esigenze del Vangelo.

.

Varazze, 4 agosto 2018

.

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

.

Meglio il difettoso uomo Jorge Mario Bergoglio di quei cattolici ideologici ciechi e soprattutto disonesti

— attualità ecclesiale —

MEGLIO IL DIFETTOSO UOMO JORGE MARIO BERGOGLIO DI QUEI CATTOLICI IDEOLOGICI CIECHI E SOPRATTUTTO DISONESTI

.

Toccando il delicato e doloroso tema dell’aborto, il Sommo Pontefice Francesco I ha usato termini di una pesantezza e di una severità mai usati dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II, che ben sappiamo quanto tenesse a certi temi. Neppure il Venerabile Pontefice Benedetto XVI, pur essendo anch’esso molto preciso e deciso, ha mai fatto ricorso ad analogie così dure. Forse che siano stati frenati dal fatto che uno di nascita era polacco, l’altro di nascita è tedesco? Perché il Pontefice regnante, senza andare per il sottile ha proprio paragonato «l’aborto selettivo» alle peggiori pratiche dei nazisti.

.

.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

PDF  articolo formato stampa

 

.

.

il Padre Ariel S. Levi di Gualdo a inizi estate, durante uno dei suoi soggiorni in Sicilia, assieme al suo “angelo caduto in volo”.

Vi sono vari modi per cogliere lo spirito animoso dei ciechi ideologi, il principale è sicuramente la mancanza di lucidità critica, dalla quale ne consegue il tentativo di negare a tutti i costi l’evidenza dei fatti anteponendo un «Si, ma però …», con tutto ciò che appresso consegue.

.

Il Sommo Pontefice Francesco I, ricevendo e parlando ai delegati del Forum delle Famiglie [testo ufficiale QUI] toccando il tema del matrimonio e negando che una coppia possa essere composta da due uomini o da due donne, quindi ribadendo che questa sacra unione, che è Sacramento di grazia, va letta nella luce del mistero della creazione nel rapporto mistagogico «fatti a immagine e somiglianza di Dio», toccando il delicato e doloroso tema dell’aborto ha usato termini di una pesantezza e di una severità mai usati dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II, che ben sappiamo quanto tenesse a certi temi. Neppure il Venerabile Pontefice Benedetto XVI, pur essendo anch’esso molto preciso e deciso, ha mai fatto ricorso ad analogie così dure. Forse che siano stati frenati dal fatto che uno di nascita era polacco, l’altro di nascita è tedesco? Perché il Pontefice regnante ha proprio paragonato «l’aborto selettivo» alle peggiori pratiche dei nazisti [vedere rassegna stampa: QUI, QUI, QUI, QUI, etc ..].

.

il mio “angelo caduto in volo”, quanti di questi angeli, oggi non nascono più?

Il Sommo Pontefice ha fatto notare: «Qualcuno vede mai più in giro nani»? E riferendosi alla amniocentesi, con la quale nelle prime settimane di gravidanza è possibile verificare se il feto non è affetto da alcun genere di malformazione, si è ulteriormente richiamato all’epoca classica, quando nell’antica Grecia i bimbi imperfetti erano gettati giù da una rupe e uccisi. E per più volte ha definito l’aborto un «omicidio». A questo aggiungo a titolo personale, poiché da sempre vicino agli affetti da sindrome di Down, che in molti dei Paesi europei più “evoluti” i bimbi down non nascono più, per un motivo semplice: sono ammazzati prima della loro nascita, dopo essere stati dichiarati null’altro che «un grumo di cellule difettose». Invece in altri Paesi, a partire dall’Italia, per i bimbi down ci sono centri di assistenza e di socialità straordinari portati avanti da eccellenti professionisti e da molti volontari che si dedicano a queste creature dotate anzitutto di una iper-affettività a volte davvero incredibile, per non parlare poi della loro innata simpatia.

.

Il Sommo Pontefice, nel dipingere la degenerazione sociale ed etica in corso, caratterizzata dal fatto che oggi non si fanno più bambini, non esita a narrare:

.

«Una volta ho incontrato due sposi da dieci anni, senza figli. È molto delicato parlare di questo, perché tante volte i figli si vogliono ma non vengono, non è vero? Io non sapevo come gestire l’argomento. Poi ho saputo che loro non volevano figli. Ma queste persone a casa avevano tre cani, due gatti…» [testo ufficiale QUI].

.

Sinceramente ci saremmo aspettati di sentire affermare da quelle certe frange cattoliche che esercitano il diritto di critica sulla pastorale di questo pontificato, spesso anche in toni di catastrofico stupore, che il Sommo Pontefice, trattando temi legati alla famiglia, al matrimonio e alla vita, nel condannare certe derive è stato parecchio più duro dei suoi Predecessori; soprattutto nel condannare senza mezzi termini l’aborto legalizzato, indicandolo più volte come un omicidio. Invece, tutti costoro hanno taciuto. Non hanno aperto bocca i grandi organizzatori delle marce ideologiche per la vita e non hanno emesso sospiro i cacciatori di “eresie papali”. Non un rigo di commento è stato pubblicato su Corrispondenza Romana facente capo alla Fondazione Lepanto, neppure due righe vergate dall’ultima coda con movenza nunziante [cf. QUI], forse perché saranno tutti impegnati nella organizzazione dell’ennesimo convegno sul Vecchio e nuovo modernismo, dove saranno relatori diversi autori della Correctio Filialis al Sommo Pontefice? [cf. QUI]. Poi, se dinanzi a queste dichiarazioni del Sommo Pontefice, vogliamo prendere atto di che cosa sia il più cieco e virulento «Si, ma però …», basti leggere l’ultimo articolo sul Blog Rossoporpora [cf. QUI].

.

il mio “angelo caduto in volo”, quanti di questi angeli, oggi non nascono più?

Tra queste colonne de L’Isola di Patmos, i difetti e le limitatezze dell’uomo Jorge Mario Bergoglio le abbiamo messe ripetutamente in luce, a volte anche in modo molto severo, specie dinanzi a più fatti ed espressioni pericolosamente ambigue del Sommo Pontefice. Sempre però dicendo e precisando che noi saremo sempre con Pietro e sotto Pietro. Meglio infatti l’uomo difettoso Jorge Mario Bergoglio di certi ciechi cattolici ideologici, ma soprattutto disonesti, che pur di fronte a espressioni di una giusta e straordinaria severità non esitano ad esordire con un «Si, ma però …», se non peggio tacendo completamente.

.

Se Stalin, a cui carico sono ascritti milioni di morti ed ancor più numerosi milioni di perseguitati, avesse affermata una cosa giusta, a maggior ragione i suoi critici, proprio per apparire seri, onesti e affidabili, avrebbero dovuto loro per primi mettere in luce quella giusta affermazione, rendendo in tal modo più credibili le loro critiche al dittatore sovietico. Se però a questo non ci arrivano insigni storici, teologi preoccupati per gli attacchi al depositum fidei, giornalisti cattolici, promotori di marce per la vita e organizzatori di convegni dedicato al Pontefice regnante allo scopo di metterne in luce le eterodossie, allora vuol dire che siamo messi parecchio male. E, proprio dinanzi a questo male, memori più che mai dei difetti e delle limitatezze dell’uomo Jorge Mario Bergoglio, noi affermiamo con fede certa che saremo sempre con Pietro e sotto Pietro, perché gli altri «Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» [Mt 15, 14].

.

Era difettoso l’uomo Simone figlio di Giona [cf. Mt 16, 17-18] ed è difettoso l’uomo Jorge Mario Bergoglio, erano gravati di limiti persino i Santi Pontefici Leone e Gregorio Magno, ma nessuno di costoro era cieco, dai piccoli ai grandi. Invece, chi per cieca ideologia non vede e non vuol vedere, può solo guidare verso un fosso. Ovviamente, manco a dirsi: con tutte le migliori intenzioni; esattamente quelle buone intenzioni di cui sono pavimentati tutti i saloni di ricevimento dell’Inferno.

.

Roma, 17 giugno 2018

 

.

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

.

il no del Sommo Pontefice Francesco I all’ammissione degli omosessuali nei seminari? il dramma della decadenza morale del clero nasce dalla mancanza di adeguata formazione, è così che finiamo poi col ritrovarci con un esercito di checche e checchine, dive e divine all’interno del corpo ecclesiastico

— Attualità ecclesiale —

IL NO DEL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO I ALL’AMMISSIONE DEGLI OMOSESSUALI NEI SEMINARI? IL DRAMMA DELLA DECADENZA MORALE DEL CLERO NASCE DALLA MANCANZA DI ADEGUATA FORMAZIONE, È COSÌ CHE FINIAMO POI COL RITROVARCI CON UN ESERCITO DI CHECCHE  E CHECCHINE, DIVE  E DIVINE  ALL’INTERNO DEL CORPO ECCLESIASTICO

.

il raccomandare di non ammettere un gay in seminario, come di recente ha fatto il Sommo Pontefice Francesco I, è solo la parte finale di un lavoro allo stato attuale impossibile da farsi, se prima non si va a colpire con ferro e fuoco certi vescovi e potenti cardinali. Contrariamente, dire ai Vescovi d’Italia riuniti in assemblea plenaria che non bisogna ammettere in seminario persone che siano anche e solo sospettate di tendenze omosessuali, sarebbe come andare a grattare con un cucchiaino da caffè la punta di un iceberg.

.

Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P – Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

PDF  formato stampa

 

.

.

… i toscani ed i romani, nel mistero della Redenzione sono soggetti ad un trattamento del tutto particolare, infatti, a prescindere dalle loro opere buone, semplicemente perché toscani e perché romani, vale a dire in quanto segnati da una macchia che si aggiunge al peccato originale, devono farsi rigorosamente duemila anni di Purgatorio [nella foto: locandina del celebre giornale satirico toscano Il Vernacoliere di Livorno]

Nel lontano anno 1935, il Sommo Pontefice Pio XI emanava una lungimirante enciclica sul Sacerdozio Cattolico [Ad Catholici Sacerdotii, vedere testo QUI], dove mette in guardia da quelle forme di devastante superficialità e di mancata assunzione di responsabilità da parte dei vescovi e dei formatori. A tal proposito indica quanto si debba rifuggire «quella falsa misericordia che diverrebbe vera crudeltà verso la Chiesa» e «verso il giovane stesso». A questo scopo, nella parte dedicata a «La scelta dei candidati», così scrive il Sommo Pontefice:

.

«Ma tutto questo magnifico sforzo per l’educazione degli alunni del santuario poco gioverebbe se non fosse accurata la scelta dei candidati stessi, per i quali sono eretti e amministrati i Seminari. A tale scelta tutti devono concorrere, quanti sono preposti alla formazione del clero: i Superiori, i Direttori spirituali, i Confessori, ciascuno nel modo e nei limiti propri del suo ufficio, come devono con ogni impegno coltivare la vocazione divina e corroborarla, così con non minore zelo devono distogliere ed allontanare per tempo da una via, che non è la loro, quei giovani che si scorgono sprovvisti della necessaria idoneità e si prevedono quindi non atti a sostenere degnamente e decorosamente il ministero sacerdotale. E quantunque sia molto meglio che questa eliminazione si faccia fin dal principio, perché in queste cose l’attendere ed aspettare è insieme un grave errore e un grave danno, tuttavia qualunque sia stata la causa del ritardo, si deve correggere l’errore quando lo si avverte, senza umani riguardi, senza quella falsa misericordia che diventerebbe una vera crudeltà, non solo verso la Chiesa, a cui si darebbe un ministro o inetto o indegno, ma anche verso il giovane stesso che, sospinto così sopra una falsa via, si troverebbe esposto ad essere pietra d’inciampo a sé e agli altri, con pericolo di eterna rovina. Né sarà difficile all’occhio vigile ed esperto di chi presiede al Seminario, di chi segue e studia amorosamente ad uno ad uno i giovani a sé affidati e le loro inclinazioni, non sarà difficile, diciamo, accertarsi se uno abbia o no una vera vocazione sacerdotale» [supra, testo dell’Enciclica, QUI]. 

.

I fatti scandalosi in crescita in vari Paesi del mondo dei quali sempre più si ha notizia, riguardo peccati commessi da chierici dediti alla pratica dell’omosessualità, od alle molestie sessuali che variano dalla efebofilia sino all’orrendo crimine della pedofilia, ci spingono a interrogarci su quali possono essere le cause di un fenomeno tanto aberrante e contra naturam.

.

L’esistenza del concubinato nel clero è un fenomeno che percorre tutta la storia della Chiesa, sino ai giorni nostri, ma in questo caso parliamo però di un agire praeter naturam. Un problema, quello della doppia vita e delle relazioni più o meno occasionali od a volte anche stabili con donne, che ha investito le gerarchie ecclesiastiche sino ai più alti livelli. Particolarmente noto a livello storico è il caso di un Sommo Pontefice concubinario, Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia. Come però dicevamo poc’anzi, in questo caso è però in gioco quello che è il rapporto sessuale fisiologicamente naturale, indubbiamente peccaminoso, ma praeter naturam. Riguardo Alessandro VI è bene chiarire che oltre alle leggende nere create prima dai luterani nel XVI secolo, in seguito quelle studiate a tavolino e poi diffuse dagli anticlericali affiliati alla nascente massoneria nel XVIII secolo, rimangono anche molti documenti straordinari, perché al di là delle sue innegabili condotte morali personali, questo Sommo Pontefice fu all’occorrenza un autentico difensore del depositum fidei, non a caso, la bolla Cum in principio del 1499 e la bolla Pastoris Aeterni del 1500 con le quali indisse l’Anno Santo, dando in esse precise indicazioni ai penitenzieri per l’acquisto della indulgenza giubilare, andrebbero lette in ginocchio e con le lacrime agli occhi.

.

Ciò che invece si stenta a capire è come possa verificarsi la commissione di un peccato così grave come quello di sodomia, contro quel celibato ecclesiastico o voto di castità che si suppone esser stato desiderato, voluto, deciso e infine promesso solennemente e pubblicamente assieme all’impegno di osservanza usque ad mortem, il tutto liberamente e consapevolmente da parte di persone psicologicamente sane che hanno ricevuta una sana e regolare formazione sacerdotale e religiosa, dopo essere stati prudentemente vagliati e provati dai superiori responsabili della formazione.

.

A questo quadro sconfortante c’è da aggiungere la domanda che sorge spontanea e ancor più drammatica sulla qualità dei formatori, dei docenti e degli educatori di queste persone, in primis dei vescovi, supremi moderatori e vigilanti circa la buona formazione dei loro sacerdoti, nonché la competenza e virtù dei docenti e degli educatori preposti alla loro formazione.

.

Si deve infatti constatare, come abbiamo già più volte rilevato sulla nostra Isola di Patmos, che le radici profonde di questi peccati sessuali non possono non derivare dall’aver ricevuto una pessima e cattiva formazione, non basata sulle direttive del Magistero della Chiesa e sui veri maestri, ma su idee eretiche, o comunque su idee condannate dalla Chiesa, le quali propongono tra l’altro un falso concetto di Dio, dell’uomo, della fede, della grazia, della legge, del peccato, della Redenzione, della Chiesa, dei Sacramenti, del sacerdozio e dell’episcopato, come avviene per esempio nella teologia di Karl Rahner.

.

Un altro fatto preoccupante, in questa vicenda, è l’atteggiamento inadeguato o imprudente dei vescovi che, o sono reticenti o minimizzano o coprono i misfatti o prendono provvedimenti inefficaci. Ma c’è di peggio: quando un corpo è invaso da metastasi e gli “oncologi” ― ovverosia i vescovi ed i formatori alla vita sacerdotale e religiosa ―, anziché bombardare le cellule cancerogene con la chemioterapia proteggono le cellule malate a danno di quelle sane, finisce con l’emergere negli spiriti retti quell’imperativo di coscienza in base al quale si è costretti a consigliare agli aspiranti al sacerdozio e alla vita religiosa di non entrare assolutamente in molti seminari e noviziati. E di questo noi siamo testimoni, a nostro modo anche protagonisti nella nostra veste di confessori e di direttori spirituali. Infatti, proprio nell’esercizio di questi delicati ministeri, ci siamo trovati più volte costretti a consigliare giovani profondamente sani e animati da autentiche vocazioni di non entrare in certe istituzioni, molte delle quali ridotte a degli autentici rifugi per omosessuali; oppure dagli omosessuali stessi direttamente gestite o indirettamente influenzate, quindi protette all’esterno dalla numerosa, devastante e potente lobby degli ecclesiastici condizionati da tendenze omosessuali o da una psicologia omosessuale — i cosiddetti gay friendly —, per causa dei quali stiamo assistendo ad una sempre più estesa omosessualizzazione del clero cattolico.

.

Al riguardo, paiono plateali e dettate da grave leggerezza le dimissioni collettive dell’intero episcopato cileno a seguito dell’ennesimo scandalo in Cile. Lodevole è stata la lettera con la quale i vescovi hanno espresso pentimento, volontà di rimediare e ringraziamento al Sommo Pontefice Francesco I per la paterna attenzione che egli ha riservato alla vicenda. Tuttavia occorre però osservare che un vescovo può rinunciare alla cattedra episcopale perché conscio di colpe gravissime o perché avverte con certezza la propria sopraggiunta incapacità a continuare a svolgere convenientemente il suo ufficio. Lo stesso Sommo Pontefice Benedetto XVI, in quest’ottica, ha fatto atto di rinuncia alla Cattedra di Pietro. Pero, che un intero episcopato formato da 34 vescovi — per quanto abbia avvertito il proprio coinvolgimento nello scandalo diffuso e protrattosi per molti anni —, giunga all’inaudita gravissima decisione di dimettersi in blocco, con una compattezza che sa di cosa forzata, come potrebbe avvenire nelle proteste sindacali o in un comitato di fabbrica, più che testimoniare un atto di pentimento, dà prova di un gesto lesivo della dignità episcopale, per attirare su di sé l’attenzione del mondo. Per risolvere il problema occorre infatti ben altro da simili gesti spettacolari. I veri e più gravi responsabili avrebbero dovuto farsi avanti, non nascondersi nel mucchio dei dimissionari, ed assumersi le proprie responsabilità.

.

La vera soluzione educativa è che il vescovo, prima di ammettere un candidato alla formazione al sacerdozio, verifichi veramente e seriamente che in esso sia presente una abbondante dose di testosterone maschile con la relativa psicologia maschile che ne consegue, perché l’uomo ― o se preferiamo il maschio sano ―, è il primo basilare e imprescindibile presupposto per iniziare a formare un candidato in vista del sacerdozio ministeriale. Vagliato il tutto, il vescovo deve impartire una seria formazione e svolgere una diligente vigilanza sul seminario e sul clero, affinché il candidato agli ordini sacri sia protetto e difeso dalle idee malsane e coltivi la sana dottrina, chiarisca bene il valore altissimo della vocazione sacerdotale ed episcopale e se ne innamori con tutto il cuore, con ardente desiderio di perfezione e di santità e di essere totalmente al servizio delle anime e della Chiesa. Il sacerdote veramente convinto e innamorato della propria vocazione e missione è tutto e soltanto preso dalle cose di lassù, non da quelle di questa terra. È mosso dallo Spirito, non ha tempo per soddisfare i desideri della carne.

.

La vera soluzione pastorale comporta l’educazione della volontà e delle emozioni, nonché il rafforzamento dell’attaccamento al bene, la stimolazione dell’odio per il peccato, la volontà di emendarsi e di correggersi. Se il Beato Apostolo Paolo dice che la carità «tutto copre» [I Cor 13,7], egli intende riferirsi a quella delicatezza del padre che non vuol gettare il figlio in pasto al ludibrio, non lo vuole umiliare, ma al tempo stesso lo vuole correggere. Perché un padre che all’occorrenza sa richiamare, rimproverare, minacciare e castigare, esercita in questo modo la vera carità. In caso contrario, si cade in quella pericolosa falsa misericordia stigmatizzata dal Sommo Pontefice Pio XI nella sua enciclica dedicata al sacerdozio ed alla formazione al sacerdozio.

.

La carità e la misericordia, sono sicuramente pronte a coprire là dov’è possibile, utile, lecito e doveroso; dove c’è da scusare o pazientare, ma non certo nel senso di coprire o di nascondere il peccato affinché non venga corretto e punito. La vera carità e la vera misericordia non devono coprire il male, ma svelare a chi di dovere ed al peccatore stesso. Dio non copre i peccati lasciandoli tali, come credeva Martin Lutero, ma li copre per misericordia in attesa di toglierli.

.

La misericordia non suppone la riduzione della colpa a pena. Non c’è solo l’anima ferita, ma c’è anche quella feritrice; non c’è solo il peccatore da trattare con la dovuta misericordia, perché anche la persona gravemente offesa dal peccato merita perlomeno la stessa dose di misericordia riservata al peccatore offensore. Si deve aver pietà per chi non ce la fa, non però per chi non vuole impegnarsi perché non intende assolutamente farcela. Questo va incitato a correggersi e impegnarsi, altrimenti la misericordia, dopo essere stata svuotata del suo vero significato mistagogico, diventa connivenza e complicità, se non peggio: con la falsa misericordia si copre il peccatore e si punisce chi ha indicato la pericolosità offensiva e infettiva del suo peccato, giungendo sino a colpire la cellula sana per proteggere la cellula tumorale ed immetterla in circolo nell’organismo ecclesiale ed ecclesiastico.

.

Nelle nostre considerazioni su questo tema scabroso, bisogna aggiungere che sulla base delle analisi e delle osservazioni che noi stiamo facendo e pubblicando periodicamente ormai da alcuni anni, sia riguardo la condotta sia riguardo certe idee sbagliate e pericolose del clero e dei vescovi, davanti a tutti questi fatti è sorto inevitabilmente in noi un atroce sospetto, non certo privo di fondamento teologico e giuridico, anche se non sempre corredato da precise prove, per cui siamo giunti alla conclusione che in molti casi le sacre ordinazioni di questi preti e di questi vescovi, fondate su una idea del sacerdozio falsa e falsante, siano non solo illecite ma anche invalide. A tal proposito pubblicammo in passato due studi per la nostra pagina di Theologica che potete trovare nell’archivio de L’Isola di Patmos [vedere QUI e QUI]. Due studi che per inciso mettemmo a disposizione della Congregazione per la dottrina della fede, della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti e della Congregazione per il Clero, affinché chi è preposto a vagliare certi quesiti, potesse vagliarli.

.

Lo smarrimento morale, che è all’origine del fenomeno dei disordini sessuali diffusi tra i sacerdoti sino a giungere persino al crimine della pedofilia, è a sua volta causato dal concetto rahneriano dell’agire umano, che non si basa sull’accettazione dei fini essenziali della natura umana, perché egli non accetta neppure l’idea di una natura umana fissa e oggettiva, la cui felicità dipende dall’obbedienza a una legge naturale immutabile ed inviolabile stabilita dal Creatore; ma secondo lui, l’uomo e ciascuno di noi, è libero di determinare come gli pare e piace i contorni concreti e quindi l’agire della propria natura ed esistenza. Da questo ne consegue che in campo sessuale il soggetto singolo è libero di scegliere il proprio orientamento non in base a una finalità dell’attività sessuale insita nella natura, indipendentemente dal soggetto, ma in base alla ricerca del piacere sessuale, ottenuto con mezzi creati dal soggetto stesso, variabili come tali da soggetto a soggetto e tutti quanti leciti, purché piacciano al soggetto. In tal modo non esiste più una regola universale per distinguere la buona azione  dal peccato. Quindi non posso più dire che il tale commette un peccato di sodomia, di efebofilia o peggio di pedofilia, ma che il suo atto è semplicemente diverso dal mio, un atto che non devo condannare, ma comprendere e rispettare. Tutto questo ha portato ad un concetto aberrante e diabolico di cosiddetta Chiesa “accogliente” e “includente” che al proprio interno ospita tutte le cosiddette “diversità”, dopo avere sminuito il peccato e cambiato lo stesso nome al peccato, chiamandolo appunto “diversità” da accogliere e da valorizzare, che si tratti dell’eresia come dei disordini sessuali.

.

Quando si dà spazio ad una simile morale, a poco valgono le geremiadi per l’omosessualità diffusa nel clero, per seguire con i casi di efebofilia e di pedofilia registrati tra i preti. Si tratta infatti, per la quasi totalità, di scandali che potevano essere evitati. E alla loro inevitabile esplosione sono state poi profuse lacrime di coccodrillo proprio da coloro che sino a prima hanno coperto e protetto i fautori di certe condotte, ma che adesso si stracciano le vesti in pubblico singhiozzando «non sapevamo» o «non avremmo mai potuto immaginare». Inutile precisare che agire in tal modo è solo grave ipocrisia, resa ulteriormente grave dal fatto che non di rado, questo esercito di prefiche episcopali e presbiterali, spesso non si è neppure limitato a coprire in modo determinato e ostinato certi immorali, perché spesso hanno fatto di peggio: più volte hanno colpito, ostracizzato ed emarginato i pochi sacerdoti che con determinazione e coraggio hanno denunciato certe situazioni prima che scoppiasse il pubblico scandalo. A tal proposito il Padre Ariel S. Levi di Gualdo avrebbe molto da dire alle autorità ecclesiastiche, alle quali più volte, sempre a proprio rischio e pericolo, ha segnalato situazioni che avrebbero dovuto essere prese per tempo e stroncate in modo deciso, anziché lasciarle fermentare e poi esplodere, con il conseguente pianto pubblico delle stesse autorità ecclesiastiche che pur essendo state informate bene e per tempo, lungi dal far qualcosa hanno poi risposto ai vari intervistatori: «non sapevamo», «non avremmo mai potuto immaginare», «l’autorità ecclesiastica, od un vescovo diocesano, non può avere tutto e tutti sotto controllo» …

.

Quanto dunque dovremo ancora andare avanti nel raccogliere i frutti amari del rahnerismo? Che cosa deve accadere ancora perché il Romano Pontefice si decida ad una riforma della formazione sacerdotale secondo le direttive del Concilio Vaticano II? Il Concilio e le sue riforme non prevedono infatti il rahnerismo, ma un saggio ritorno a San Tommaso d’Aquino, come dice lo stesso Decreto conciliare sulla formazione sacerdotale Optatam totius:

.

«Per illustrare integralmente quanto più possibile i misteri della salvezza, gli alunni imparino ad approfondirli per mezzo della speculazione, avendo San Tommaso per maestro» [n. 16, testo QUI].

.

Mentre la Dichiarazione sull’educazione cristiana Gravissimum educationis, afferma:

.

«Indagando molto accuratamente le nuove questioni e ricerche poste dall’età che si evolve, si colga più chiaramente come fede e ragione s’incontrino nell’unica verità seguendo le orme dei dottori della Chiesa, specialmente San Tommaso d’Aquino» [n. 10, testo QUI].

.

Occorre allora che l’educatore metta a disposizione dell’educando i mezzi della grazia, proponga l’esempio dei Santi, dia egli stesso esempio di virtù, lo educhi allo studio della Scrittura, alla preghiera, all’intima unione con Cristo Sommo Sacerdote, alla comunione con la Chiesa e col Romano Pontefice, alle opere della carità fraterna e della misericordia.

.

Dobbiamo riconoscere onestamente che in questi cinquant’anni nei quali si sarebbero dovute mettere in atto queste sagge direttive, il Concilio è stato beffato proprio dai rahneriani che se ne considerano i continuatori, ma che in realtà hanno prima data vita al para-concilio, poi, nella stagione del post-concilio, al loro personale concilio; ma si tratta, come ripetutamente abbiamo spiegato, di un concilio mai celebrato dai Padri della Chiesa. Così è successo che invece della riforma conciliare, è risorto un modernismo che è peggiore di quello dei tempi del Santo Pontefice Pio X.

.

Bisogna pertanto rifare tutto da capo e tornare a queste direttive del Concilio Vaticano II, altrimenti le cose andranno progressivamente di male in peggio in questa stagione di decadenza irreversibile. Come scrisse infatti tempo fa il Padre Ariel S. Levi di Gualdo sulle nostre pagine di Theologica: «La crisi morale del clero nasce a monte da una profonda crisi dottrinale, che di questa crisi morale è stata la grande madre partoriente» [vedere articoli, QUI, QUI].

.

Il Sommo Pontefice Francesco I, parlando a porte chiuse ai Vescovi d’Italia riuniti in assemblea plenaria dal 21 al 23 maggio, ha raccomandato loro di non accogliere candidati al sacerdozio che manifestano chiare tendenze omosessuali. Ebbene, con tutto il dovuto rispetto e la più profonda venerazione per il Successore di Pietro, non possiamo che sorridere con amorevole dolore su queste parole, che denotano ancora una volta una incapacità a cogliere la portata del problema e di andare quindi alla radice del grave problema stesso. Infatti, la soluzione, non è quella di evitare l’ammissione dell’esercito di omosessuali che seguitano a essere ammessi nei seminari e nei noviziati malgrado i ripetuti richiami ed i vari documenti pubblicati dai dicasteri della Santa Sede nel corso degli ultimi dieci anni [si rimanda a questa Istruzione del 2005, QUI, ed a questo articolo QUI]; il problema si risolve destituendo i vescovi appartenenti alla lobby gay ecclesiastica che sono di fatto indefessi protettori dei preti gay, nonché incubatrici di nuovi preti altrettanto gay.

.

Il Sommo Pontefice, così parlando, non si rende forse conto che negare ammissione al seminario ad un omosessuale, è solo l’atto finale, o per così dire la punta dell’iceberg? Per risolvere il problema vanno prima neutralizzati tutti quei vescovi e quei membri della curia romana che appartengono alla lobby gay e che la proteggono in tutti i modi, soprattutto a danno dei buoni sacerdoti e delle buone vocazioni.

.

Per chiudere questo discorso, in sé e di per sé lungo e complesso, lasciamo alla Santità di Nostro Signore l’Augusto Pontefice Francesco I un quesito sul quale meditare, vale a dire il seguente: Beatissimo Padre, ma non vi siete proprio mai accorto che nella Città del Vaticano e nei suoi Dicasteri, tolti quegli uomini sani, straordinari e fidati che sono i membri della Gendarmeria Pontificia, ed anche quelli della Pontificia Guardia svizzera, tra i numerosi dipendenti laici, gran parte dei quali degni padri e madri di famiglia, c’è anche un numero considerevole di giovanotti assunti direttamente in casa Vostra presso vari posti d’impiego solo perché sono i boys di svariati Vostri prelati? Com’è possibile non accorgersi di ciò? Perché la cosa è così evidente, nello spazio di questo piccolo Stato sovrano che occupa appena un chilometro quadrato di territorio.

.

Pertanto, il raccomandare di non ammettere un gay in seminario, è solo la parte finale di un lavoro allo stato attuale impossibile da farsi, se prima Voi non andate a colpire con ferro e fuoco certi vescovi e potenti cardinali. Contrariamente, dire ai Vescovi d’Italia riuniti in assemblea che non bisogna ammettere in seminario persone che siano anche e solo sospettate di tendenze omosessuali, sarebbe come andare a grattare con un cucchiaino da caffè la punta di un iceberg.

.

Dall’Isola di Patmos, 27 maggio 2018 – Santissima Trinità

.

.

.

tempo fa, un nostro Confratello Sacerdote ci inviò il video messo pubblicamente in rete dal simpatico burlone ripreso nel video stesso. Queste immagini video erano accompagnate dal seguente messaggio: «Spero tanto che sia un laico, perché purtroppo somiglia parecchio a non pochi nostri preti, quindi non vorrei che fosse uno dei nostri, come dire … uno in più tra i tanti!».

Domanda di rigore: quanti sacerdoti e devoti fedeli, ma soprattutto, quante Autorità Ecclesiastiche possono in coscienza affermare di non avere mai incontrato nel nostro clero secolare e regolare dei soggetti  simili a questo simpatico burlone, i quali però, preti, lo sono purtroppo per davvero? D’altronde, se si continua imperterriti a grattare con un cucchiaino da caffè la punta di un iceberg

.

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

.

È più simpatico il Colonnello Gheddafi o il Cardinale Kasper che offende l’Eucaristia e approva le eresie di Lutero?

 — Attualità ecclesiale —

È PIÙ SIMPATICO IL COLONNELLO GHEDDAFI  O IL CARDINALE KASPER CHE OFFENDE L’EUCARISTIA E APPROVA LE ERESIE DI LUTERO?

.

La questione del permesso della Comunione ai protestanti è effettivamente di competenza del Diritto Canonico, ma la materia è vincolata dalla dogmatica sacramentaria e dall’ecclesiologia, mentre il Cardinale Walter Kasper purtroppo non tiene conto di questi vincoli di non poco conto, finendo con l’avallare le eresie luterane.

.

.

Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

.

.

PDF  articolo formato stampa

 

.

. 

.

il Colonnello Mu’ammar Gheddafi [1942 – 2011] leader della Libia

L’Agenzia stampa Vatican Insider riporta un’intervista realizzata da Andrea Tornielli al Cardinale Walter Kasper sulla questione della liceità della Comunione Eucaristica ai Luterani [vedere intervista, QUI]. In questione non è l’intervistatore, ma l’intervistato. Pertanto, chi stimmatizza Andrea Tornielli, come sta accadendo, commette un grave errore. Sarebbe infatti come accusare Oriana Fallaci di avere intervistato il Colonnello Gheddafi nel 1979, in una intervista memorabile rimasta nella storia del giornalismo. La Fallaci, fece solo il proprio lavoro [Vedere testo, QUI]. O come mi diceva poc’anzi il Padre Ariel S. Levi di Gualdo: «Sarebbe come se io, chiamato prima della sua morte al capezzale di un serial killer, mi rifiutassi di confessarlo». Poi, chi tra i due, il Cardinale Kasper e il Colonnello Gheddafi, sia più simpatico e meno pericoloso, questa non è cosa che riguarda ad alcun titolo questo articolo. Lasciamo assegnare il premio della simpatia ai Lettori, visto che oggi, più che mai, l’immaginazione del grottesco pare davvero andata al potere.

.

Abbiamo già motivato in altri nostri scritti l’insegnamento e le direttive della Chiesa su questo delicato tema del sacramento dell’Eucaristia e della sua amministrazione, che, come dice San Giovanni Paolo II nell’enciclica Ecclesia de Eucharistia del 1993: «racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa» [n.1]; l’Eucaristia «edifica la Chiesa» [c. II] ed è «il culmine di tutti i sacramenti nel portare a perfezione la comunione con Dio Padre mediante la conformità col Figlio Unigenito per opera dello Spirito Santo» [n. 34].

.

È il principio generatore e propulsore, il vertice e il culmine della vita della Chiesa, in se stessa e nei singoli credenti, la ragione d’essere della sua esistenza, che dà forma alla sua essenza. È il vincolo d’amore che unisce Cristo alla sua Sposa, è l’alimento del Corpo Mistico di Cristo.

.

Essa genera l’unità nella varietà; l’obbedienza nella libertà, la carità nella verità. Unisce i fratelli tra di loro e con Dio; unisce i pastori col gregge; unisce il gregge a Pietro e Pietro a Cristo. Contiene tutti i misteri della fede, tutto il tesoro dei doni dello Spirito, tutta la sorgente e la forza delle virtù e i segreti della santità. Spinge continuamente al progresso e alla riforma; dona il fervore della carità; tiene saldi nella perseveranza e nella fedeltà. Fa pregustare la gloria futura ed è pegno della vita eterna. Va assunta con devozione, retta intenzione, fede sincera ed integra, piena comunione ecclesiale, col proprio Vescovo e col Sommo  Pontefice [Ecclesia de Eucharistia, n.39], con la coscienza preparata e purificata dal peccato.

.

Il Cardinale Kasper sostiene che la concessione del permesso della Comunione ai luterani è contenuta sia nel Decreto Unitatis Redintegratio del Concilio Vaticano II, sia in due encicliche di San Giovanni Paolo II. Ora, se leggiamo questi documenti, noteremo che essi sono conformi al dettato del Diritto Canonico [Can. 844 § 3-4], che ho citato e commentato in un mio precedente articolo.

.

Quanto al documento conciliare, esso recita così:

.

«Questa communicatio è regolata soprattutto da due principi: esprimere l’unità della Chiesa; far partecipare ai mezzi della grazia».

.

Osservo che si tratta di due princìpi in tensione fra di loro, che pertanto vanno prudentemente collegati: il primo si preoccupa della Comunione con la Chiesa; il secondo bada alla salvezza  del credente. Il primo è più attento al foro esterno; il secondo, al foro interno. Nel primo è accentuata la giustizia; nel secondo, la misericordia.

.

In questa materia, come rileva il Diritto Canonico, funziona l’autorità pastorale della Conferenza Episcopale o del singolo Vescovo diocesano. Il Decreto infatti precisa:

.

«Circa il modo concreto di agire, avuto riguardo a tutte le circostanze di tempo, di luogo, di persone, decida prudentemente l’autorità episcopale del luogo». 

.

Il Diritto concede che la Chiesa vada incontro alle richieste dei fratelli separati solo in casi di grave urgenza. Non è affatto contemplato il caso che il richiedente sia il coniuge non-cattolico. Infatti, la situazione del luterano in pericolo di morte, coniuge o non coniuge, prevista dal Diritto, è imparagonabile con quella del coniuge luterano in buona salute. Il primo, come si suppone, è in procinto di dover render conto a Dio della sua vita, mentre si suppone che il secondo abbia tempo e modo per istruirsi e correggersi sul sacramento dell’Eucaristia e di ravvedersi della precedente condotta di luterano.

.

il Cardinale Kasper cita i testi delle due encicliche di Giovanni  Paolo II e dice:

.

«Ut unum sint [1995] e Ecclesia de Eucharistia [2003] hanno formulato una posizione più avanzata che può essere la norma interpretativa del canone in piena sintonia con il Concilio Vaticano II. Nella prima delle due encicliche di San Giovanni Paolo II, al numero 24 [1] leggiamo: «È motivo di gioia ricordare che i ministri cattolici possano, in determinati casi particolari, amministrare i sacramenti dell’Eucaristia, della Penitenza, dell’Unzione degli infermi ad altri cristiani che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica, ma che desiderano ardentemente riceverli, li domandano liberamente, e manifestano la fede che la Chiesa cattolica confessa in questi Sacramenti».

.

Mentre nella seconda enciclica dello stesso Pontefice, al numero 45, leggiamo: «Se in nessun caso è legittima la concelebrazione in mancanza della piena comunione, non accade lo stesso rispetto all’amministrazione dell’Eucaristia, in circostanze speciali, a singole persone appartenenti a Chiese o Comunità ecclesiali non in piena comunione con la Chiesa cattolica. In questo caso, infatti, l’obiettivo è di provvedere a un grave bisogno spirituale per l’eterna salvezza di singoli fedeli». 

.

E il Cardinale commenta:

.

«Le due encicliche insistono molto sull’adesione della parte protestante alla dottrina cattolica sull’eucaristia, cioè sul manifestare “la fede che la Chiesa cattolica confessaˮ, per citare lo stesso Giovanni Paolo II. Questo mi sembra molto importante, perché i sacramenti sono sacramenti della fede. Per un vero luterano, che si basa sugli scritti confessionali, la presenza reale di Cristo nell’eucaristia è ovvia […] Certo non si può richiedere a un protestante quanto si richiede normalmente ad un cattolico. Basta credere: “Questo è (est) il corpo di Cristo, dato per te”. Su questo anche Lutero ha molto insistito. Le dottrine più sviluppate sulla transustanziazione o consustanziazione, anche un fedele cattolico “normale” non le conosce…». 

.

Confutazione degli errori del Cardinale Kasper

.

Il Cardinale cade in un pauroso vuoto d’aria, infatti, se «non si può richiedere da un protestante quanto si richiede normalmente da un cattolico», allora bisogna dire francamente a questo protestante che non può accedere alla Comunione. Poi, l’aereo, addirittura precipita:

.

«Basta credere: “Questo è (est) il corpo di Cristo, dato per te”. Su questo anche Lutero ha molto insistito. Le dottrine più sviluppate sulla transustanziazione o consustanziazione, anche un fedele cattolico “normale” non le conosce». 

.

Ma credere a che cosa? Un cattolico che non conosce e accetta il dogma della transustanziazione non è un cattolico «normale», ma è cattolico ignorante, che va urgentemente istruito, affinché non cada nell’eresia e non gli capiti, come avverte San Paolo, di mangiare indegnamente il corpo del Signore, ossia di non riconoscerlo e quindi di «mangiare la propria condanna» [I Cor 11,29]. In ogni caso, se come dice il Cardinale, il protestante crede veramente alle parole «questo è il corpo del Signore», pronunciate dal sacerdote nella Messa, allora vorrà dire che crede nella transustanziazione. E se ci crede, non può seguitare a mantenere la fede luterana, dovrebbe dire: «in questo pane c’è il Signore». Ma allora vorrà dire che si è convertito al cattolicesimo.

.

 Aggiunge poi il Cardinale Kasper:

.

«Se queste persone, in un contesto abbastanza secolarizzato, sono dei veri fedeli che credono e sono uniti nello stesso battesimo e pertanto fanno parte dell’unica Chiesa di Cristo (anche se non in piena comunione), e inoltre sono legati nello stesso sacramento del matrimonio e rappresentano il mistero dell’unione fra Cristo e la sua Chiesa e lo vivono, sono insieme con i loro figli una chiesa domestica. È normale che sentano l’intimo desiderio di condividere anche l’eucaristia. Se condividono anche la fede eucaristica cattolica, che cosa impedisce? [cf. Atti degli Apostoli 7, 37; 10,47]».

.

I testi di San Paolo non servono affatto alla tesi del Cardinale, perché trattano di altre questioni. Sappiamo invece quanto sono esigenti l’ecclesiologia e la sacramentaria del Beato Apostolo Paolo, che non ignora i gradi inferiori o imperfetti di comunione ecclesiale che sono propri dei catecumeni, ma quando si tratta della Comunione eucaristica richiede la piena comunione ecclesiale, come si evince dallo stesso termine “Comunione”.

.

Paolo è maestro di ecumenismo per la sua straordinaria apertura di mente, per il suo rispetto per le diversità e per i valori della cultura greco-romana, per il senso dell’universalità del messaggio evangelico, e per la sua comprensione per le forme inferiori e per le debolezze della spiritualità umana, per la sua capacità di dialogo con tutti e di cogliere ovunque il positivo da condurre a Cristo.

.

L’ecumenismo di Paolo non è però un giocare sull’equivoco, un tacere sull’errore anziché correggerlo; non è un girare a vuoto inconcludente, uno stare sempre sulla soglia della Chiesa senza mai stimolare il fratello ad entrare all’interno del santuario, ma al contrario è un fattore di autentica riconciliazione reciproca in Cristo e nella Chiesa sotto la guida di Pietro, è sempre un franco invito alla conversione e ad accettare in pienezza la verità, è un poderoso e caldo invito a sperimentare a fondo il Mistero di Cristo e della sua Chiesa.

.

Riguardo poi all’invito del Papa ai Vescovi a «trovare una soluzione comune», dice il Cardinale Kasper:

.

«Penso che il Papa abbia dato una risposta molto saggia. Lui è rimasto in piena sintonia con l’idea della sinodalità della Chiesa. Però ha anche segnalato che sulle questioni fondamentali non basta una maggioranza dal punto di vista canonico legale, ci vuole l’unanimità».

.

Il Papa, nell’esortare i Vescovi a giungere ad una «possibile unanimità», non può certamente né aver inteso che possono concedere la Comunione nel senso inteso dal Cardinale Kasper, che comporterebbe una profanazione dell’Eucaristia, né può aver inteso che debbono accordarsi mediante una semplice votazione a maggioranza, come vorrebbero interpretare altri, pronti ad accusare il Papa di irresponsabilità, di non saper valutare la serietà della questione e di mentalità politica, ma certamente sottintende che l’accordo dovrà essere basato sulla Scrittura, sulla Tradizione, sul Diritto Canonico.

.

Non si può escludere che dalla discussione dei Vescovi su questo argomento emerga una proposta al Papa di modifica delle attuali disposizioni in merito del diritto canonico, ma sempre ovviamente in consonanza con le esigenze imprescrittibili del diritto divino, per il quale non può esser lecito trattare un fratello che non è in piena comunione con la Chiesa, né intende di esserlo, come se lo fosse, né a lui può esser lecito fingere di essere in una piena comunione con la Chiesa, che egli stesso in realtà rifiuta, salvo il caso che egli intenda o desideri farsi cattolico, come è sottinteso nel caso della Comunione al protestante in pericolo di morte.

.

Prosegue il Cardinale Kasper:

.

«Penso all’ammonizione dell’apostolo Paolo, esaminare sé stessi per verificare se si possa mangiare e bere dall’altare [1 Cor 11,26]: un’indicazione che non è solo per i protestanti ma anche per i cattolici. Le domande iniziali sono le stesse: credo veramente al mistero eucaristico e la mia condotta di vita è in sintonia con ciò che si celebra e che è presente nell’eucaristia?».

.

Il Cardinale Kasper non si rende conto della differenza che esiste qui tra il cattolico e il protestante. Mentre infatti il cattolico può certo fare una Comunione sacrilega, se si accosta alla Eucaristia in stato di peccato mortale e senza le dovute disposizioni, il luterano è privo delle necessarie disposizioni in quanto luterano, per cui, salvo il caso della buona fede, se non rimedia in anticipo togliendo queste cattive disposizioni, ma le mantiene coscientemente e volontariamente, non può non essere reo del corpo e del sangue del Signore in modo e misura ben più gravi del cattolico, che accetta il dogma dell’Eucaristia con tutte le verità di fede ed i valori morali che sono connessi ed è in piena comunione con la Chiesa, anche se con quel sacrilegio il cattivo cattolico compromette questa comunione e quindi deve riparare. Tuttavia, a differenza del protestante, che resta in una comunione solo parziale, il cattolico almeno sa cosa deve fare per recuperare la comunione incrinata e si suppone che lo faccia.

.

Ancora il Cardinale Kasper:

.

«Se un protestante partecipa la celebrazione eucaristica, ascolta ciò che diciamo nella preghiera eucaristica. Bisogna domandarsi: può alla fine della dossologia veramente rispondere con tutta l’assemblea: “Amen, sì credo.” Sentirà anche che nominiamo il nome del Papa e del vescovo, il che vuole dire che celebriamo in comunione con lui. Bisogna che si domandi: “Voglio veramente questa comunione?ˮ».

.

Se un protestante, veramente, sinceramente, non per finta, a una Messa fa e crede tutte quelle cose, deve piuttosto chiedersi se non ha abbandonato il luteranesimo per farsi cattolico. In questo caso egli è certamente pronto, disposto e ammesso a fare la Comunione, dopo essere entrato nella comunione della fede cattolica.

.

Aggiunge il Cardinale Kasper:

.

«Ho incontrato molti protestanti che hanno più stima e spesso anche più amore per i Papi attuali di quanta ne hanno alcuni cattolici critici e scettici».

.

Purtroppo la stima che molti protestanti hanno per il Papa attuale non ha nulla a che vedere con l’accoglienza del primato del Sommo Pontefice, Maestro infallibile della dottrina della fede, possessore delle “somme chiavi”, supremo Liturgo, Custode e Dispensatore dei Misteri celesti e dei Sacramenti della salvezza e Moderatore della divina Liturgia, ma è motivata da interessi puramente umani, ossia dal semplice fatto che Papa Francesco non li corregge nei loro errori e non li esorta a convertirsi alla Chiesa Cattolica. Ma se questi protestanti leggessero ciò che di Lutero dissero Papa Leone X o San Pio V o il Beato Pio IX o Leone XIII o San Pio X, credo che cambierebbero opinione sul papato.

.

D’altra parte, è vero che certi cattolici, troppo attaccati al passato e ribelli al Concilio Vaticano II, danno un cattivo esempio di condotta nei confronti del Papa. Ma ci sono anche quelli che rivolgono al Papa, col rispetto che gli è dovuto, legittime critiche, proprio al fine di aiutarlo nella guida della Chiesa, che è il Popolo di Dio, guidata dallo Spirito, collegialmente, gregge e pastori, sub Petro et cum Petro.

.

Concludiamo queste considerazioni osservando che il desiderio del coniuge luterano di ricevere la Comunione deve essere preso in seria considerazione, ma deve essere vagliato con cura, per verificare che non sia dettato da emotività psicologica, da simpatie umane, da bisogno di condivisione empatica, da istinto di imitazione, dal bisogno di essere approvati, dal desiderio di non sentirsi esclusi o di rendersi interessanti, da finzione con secondi fini e cose del genere.

.

Il soggetto dovrà essere iniziato gradualmente e metodicamente, con un’opportuna catechesi, all’esperienza di quel sublime Mistero, così che vengano tolti, come indica l’Unitatis Redintegratio [n. 3], tutti quegli «ostacoli» che Lutero frappose, con la sua falsa riforma, alla degna manducazione del pane eucaristico.

.

Infatti, il voler fare la Comunione pur restando luterani non ha nessun senso ed è un atteggiamento incoerente per non dire schizofrenico e che nulla ha a che vedere con l’ecumenismo. La carenza dell’ecclesiologia luterana, infatti, consiste proprio nell’assenza dei fattori più nobili e soprannaturali della realtà ecclesiale, quali sono appunto i sacramenti, tra i quali il più sacro e il più divino di tutti è appunto l’Eucaristia, introdotta dal sacramento della Penitenza, per poi giungere alla celebrazione della Messa in comunione piena con la Chiesa e il Sommo Pontefice.

.

Se dunque un luterano vuol accostarsi sinceramente alla Comunione, ciò dovrà essere il segno comprovato e chiaro che egli vuole recuperare tutti quegli elementi di Chiesa e tutti quegli elementi della fede che Lutero aveva distrutto e che fanno da presupposto alla recezione dell’Eucaristia; in altre parole, sarà segno che vuol farsi cattolico. E Dio sia benedetto per questa celeste ispirazione!

.

L’errore di fondo della teologia del Cardinale Kasper

.

Tutto l’argomentare del Cardinale Kasper poggia su di un grave vizio di carattere gnoseologico, che ho illustrato in un mio saggio di prossima pubblicazione e dedicato alla gnoseologia del Cardinale Kasper. La spia di tale vizio è data dalle seguenti parole:

.

«Certo valgono sempre i principi teologici, ma la loro applicazione concreta non si fa in un modo solo deduttivo e meccanico. Se lo facessimo, sarebbe l’eresia della gnosi, che giustamente viene denunciata dal Papa attuale». 

.

Si tratta del metodo della deduzione razionale sia speculativa e morale, che per il Cardinal Kasper non è fondato sull’oggettività del reale e della verità, ma sul «principio moderno della soggettività», cioè sul cogito cartesiano «per il quale l’uomo diventa cosciente della propria libertà come autonomia e se la rende punto di partenza, misura e mezzo per un’intera concezione del reale» [cf. Gesù il Cristo, Queriniana Editrice, 1981, pag. 253]. Per conseguenza, continua il Cardinale Kasper:

.

«un Dio che ora viene pensato entro l’orizzonte della soggettività non può più essere compreso come l’Essere supremo, perfettissimo e immutabile», per cui occorre una «de-sostanzializzazione del concetto di Dio».

.

Pertanto, per Kasper, come per Hegel, l’essere si identifica col divenire, Dio diviene, muta, e si identifica con la storia: l’Assoluto non è sopra la storia, ma nella storia, secondo il titolo di un suo studio su Schelling [2]. Da qui la mutabilità della natura umana e della legge morale, come già denunciò San Pio X nella sua enciclica Pascendi Dominici Gregis.

.

Ora il cogito cartesiano contiene in sé, come è stato dimostrato dagli studi di Fabro e di Maritain, il principio dell’idealismo e del panteismo hegeliano, come risulta da un’attenta osservazione della storia della filosofia, e per l’esplicito rifarsi a Cartesio degli idealisti e dei panteisti. Il che vuol dire che il cogito contiene già in nuce il principio del Sapere assoluto di Hegel, che è precisamente la forma più elaborata dello gnosticismo moderno.

.

Se c’è da accusare quindi oggi qualcuno di gnosticismo, questi è proprio il Cardinale Kasper e niente affatto il meccanismo della deduzione logica, che applica il principio morale nei casi particolari. La legge positiva ecclesiastica ammette eccezioni, ma non la legge morale naturale, salvo il caso della epikeia, dove propriamente non si tratta di fare eccezione, ma di sospendere l’applicazione di una legge inferiore in nome dell’applicazione di una legge superiore. Invece la legge divina non ammette mai neppure la epikeia.

.

La questione del permesso della Comunione ai protestanti è effettivamente di competenza del Diritto Canonico, ma la materia è vincolata dalla dogmatica sacramentaria e dall’ecclesiologia, mentre il Cardinale Walter Kasper purtroppo non tiene conto di questi vincoli di non poco conto, finendo con l’avallare le eresie luterane.

.

O sacrum convivium, in quo Christus sumitur,  recolitur memoria passionis eius, mens impletur gratia et futurae gloriae nobis pignus datur [Antifona di San Tommaso d’Aquino]

.

Varazze (Italy), 14 maggio 2018

.

NOTE

[1] In realtà, se si va al n.24 dell’ Ut unum sint si trova un testo diverso. Il 24 invece è citato da S.Giovanni Paolo II al n.46 dell’Ecclesia de Eucharistia.

[2] L’Assoluto nella storia nell’ultima filosofia di Schelling, Jaca Book, Milano 1986.

.

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

Who is more sympathetic: the Colonel Gaddafi, or the Cardinal Kasper who insult the Eucharist and approves Luther’s heresies?

WHO IS MORE SYMPATHETIC: THE COLONEL GADDAFI, OR THE CARDINAL KASPER WHO INSULT THE EUCHARIST AND APPROVES LUTHER’S HERESIES?

.

The question of the authorization of Communion to the Protestants is in reality responsibility of canon law, but the question is however linked to dogmatics and ecclesiology, while Cardinal Kasper, unfortunately, does not take these constraints into account and thus ends up approving the Lutheran heresies.

.

.

Author
Giovanni Cavalcoli, O.P.

.

.

 PDF  article print format

 

.

.

.

Colonel Gaddafi [1942-2011] leader of Libya

The Vatican Insider news agency reports an interview by dr. Andrea Tornielli to Cardinal Walter Kasper on the question of the legitimacy of Eucharistic communion for Lutherans [see interview, HERE]. In question it is not the interviewer, but the interviewee. Therefore, those who stigmatize Andrea Tornielli, as is happening, makes a serious mistake. It would be like accusing Oriana Fallaci of having interviewed Colonel Gaddafi in 1979, in a memorable interview contained today in the history of journalism. The mrs. Fallaci, he only did his job [see text, HERE]. Or as Father Ariel S. Levi di Gualdo told me: “It would be like I was called to the bedside of a dying serial killer, and I refuse to hear his confession!” In any case, establishing who among the two, Cardinal Kasper and Colonel Gaddafi, is more amiable and less dangerous, is not a problem linked to this article. We leave it to the jury’s readers to award the sympathy prize to Cardinal Kasper or Colonel Gheddafi, because today, more than ever, the imagination of the grotesque seems to have really taken power.

.

We have already motivated in our other articles the teaching and directives of the Church on this delicate theme of the sacrament of the Eucharist and of its administration, which, as Saint John Paul II says in the encyclical Ecclesia de Eucharistia of 1993: «summarizes the core of the mystery of the Church» [n. 1]; the Eucharist «builds the Church» [c. II] and is «the culmination of all the sacraments in bringing to perfection communion with God the Father through conformity with the Only Begotten Son through the work of the Holy Spirit» [n. 34].

.

The Cardinal Kasper claims that the granting of the permission of the Communion to the Lutherans is contained both in the Decree Unitatis Redintegratio of the Second Vatican Council, and in two encyclicals of St. John Paul II. Now, if we read these documents, we will notice that they conform to the dictate of Canon Law [Can. 844 § 3-4], which I quoted and commented on in a previous article of mine.

.

As for the conciliar document, it reads as follows:

.

«This communication is governed above all by two principles: to express the unity of the Church, to participate in the means of grace”. These are two principles in tension among themselves, which therefore must be prudently connected: the first concerns communion with the Church; the second is the salvation of the believer. The first is more attentive to the external forum; the second, at the internal forum. In the first case justice is stressed, in the second case the mercy».

.

In this regard, as canon law underlines, the pastoral authority of the Episcopal Conference or of the individual diocesan bishop operates. In fact, the decree states:

.

«Regarding the concrete way of acting, having regard to all the circumstances of time, place and people, prudently decide the episcopal authority of the place».

.

The law guarantees the Church to meet the requests of separated brothers only in cases of serious urgency. The case that the applicant is the non-Catholic spouse is not at all contemplated. In fact, the situation of the Lutheran in danger of death, spouse or non-spouse, provided by law, is incomparable with that of the Lutheran spouse not in danger of death but in good physical health. The first, as it is supposed, is about to account to God for his life, while it is supposed that the latter has time and way to educate himself and correct himself on the sacrament of the Eucharist and to repent of his previous Lutheran conduct.

.

He Cardinal Kasper quotes the texts of the two encyclicals of John Paul II and says:

.

«Ut unum sint [1995] and Ecclesia de Eucharistia [2003] formulated a more advanced position which may be the interpretative norm of the canon in full harmony with the Second Vatican Council». 

.

In the first of the two encyclicals of St. John Paul II, the number 24 we read:

.

«It is a source of joy to remember that Catholic ministers can, in special cases, administer the sacraments of the Eucharist, of Penance, of the anointing of the sick to other Christians. that they are not in full communion with the Catholic Church, but who ardently desire to receive them, to ask them freely and to show the faith that the Catholic Church confesses in these sacraments».

.

While in the second Encyclical of the same Pontiff, at n. 45, we read:

.

«If concelebration is not legitimate in the absence of full communion, the same does not happen with regard to the administration of the Eucharist, in particular circumstances, to individual persons belonging to Churches or Ecclesial Communities not in full communion with the Catholic Church: in this in fact, the goal is to provide for a serious spiritual need for the eternal salvation of the individual faithful».

.

And the Cardinal Kasper comments:

.

«The two encyclicals insist a great deal on the adhesion of the Protestant side to the Catholic doctrine on the Eucharist, that is, on “manifesting” the faith that the Catholic Church confesses”, to quote John Paul II himself. This seems very important, because the sacraments are sacraments of faith. For a true Lutheran, who is based on the confessional writings, the real presence of Christ in the Eucharist is obvious […] Certainly it is not possible to ask a Protestant what is normally required of a Catholics. Just believe: “This is (east) the body of Christ, given for you”. Luther has also insisted on this too. The more developed doctrines on transubstantiation or consubstantiation, even a “normal” Catholic faithful do not know them … ».

.

Confutation of the errors of Cardinal Kasper

.

In fact, the Cardinal falls into a frightful void of air, if «we can not ask a Protestant of what is normally requested by a Catholic», then we must say frankly to this Protestant who can not access the communion. Then, Cardinal Kasper’s plane crashes when he says: “Just believe:” This is (east) the body of Christ, given for you. “Luther also insisted on this: the more developed doctrines on the transubstantiation or the consubstantiation, even a “normal” faithful of the Catholic Church does not know them …».

.

But “believe” that dares? A Catholic who does not know and does not accept the dogma of transubstantiation is not a “normal” Catholic, but an ignorant Catholic, who must be urgently instructed, so that he does not fall into heresy and does not understand, as Saint Paul warns, that one must not eat the body unworthily. of the Lord, because he who does this «eat his own condemnation» [1 Cor 11:29] In any case, if, as the Cardinal says, the Protestant truly believes in the words «this is the body of the Lord», pronounced by the priest at Mass, it means that he believes in transubstantiation. And if he believes in it, he can not continue to keep the Lutheran faith, he should say: «in this bread is the Lord». Then it will mean that he converted to Catholicism.

.

Then adds Kasper:

.

«If these people, in a fairly secularized context, are true believers who believe and are united in the same baptism and therefore are part of the one Church of Christ (though not in full communion), and are also bound in the same sacrament of marriage, and they represent the mystery of the union between Christ and his Church and live it, and they are together with their children a domestic church, it is normal that they feel the intimate desire to also share the Eucharist and the Eucharistic Faith, what prevents it?» [See Acts of the Apostles 7, 37; 10.47]. 

.

The texts of St. Paul are not at all consistent with the thesis of the cardinal because they deal with other questions. On the other hand, we know how demanding ecclesiology and the sacramental dogmatics of the Blessed Apostle Paul are, who do not ignore the inferior or imperfect degrees of ecclesial communion belonging to the catechumens, but when it comes to Eucharistic communion it requires full ecclesial communion, as can be seen with the same term “communion”.

.

Saint Paul is famous for his respect for the differences and for the values of the Greco-Roman culture, for the sense of the universality of the Gospel message and for his understanding of the weaknesses of human nature, for his ability to dialogue with everyone and look for the positive to be brought to Christ everybody.

.

Paul’s ecumenism, however, is not a game of misunderstanding, a silence about error rather than correcting it; it is not an inconclusive emptiness, like always standing on the threshold of the Church, never encouraging the brother to enter the sanctuary, but on the contrary it is a factor of authentic reciprocal reconciliation in Christ and in the Church under the guidance of Peter, always moved by a frank invitation to conversion and to accept the truth fully, is a powerful and warm invitation to deeply experience the mystery of Christ and his Church.

.

Regarding the Pope’s invitation to the Bishops to “find a common solution”, says Cardinal Kasper:

.

«I think the Pope gave a very wise response, remaining in full harmony with the idea of synodality of the Church, but he also stressed that on fundamental issues the majority is not sufficient from a canonical legal point of view, it requires unanimity» .

.

The Pope, in exhorting the Bishops to arrive at a “possible unanimity”, can not certainly nor have understood that they can grant communion in the sense intended by Cardinal Kasper, which would imply a profanation of the Eucharist, nor can it be understood that they must be agree with a simple majority vote, as they would like to interpret others, ready to accuse the Pope of irresponsibility, not being able to assess the seriousness of the problem because it acts politically, but certainly implies that the agreement must be based on Scripture, the tradition of canon law.

.

It can not be excluded that the discussion of the Bishops on this topic demonstrates a proposal to the Pope to change the current provisions on canon law, but always obviously in harmony with the requirements of the divine law, for which it can not be lawful to treat a brother which is not in full communion with the Church, and which does not intend to be so, as if it were in full communion with the Church which he himself refuses. Unlike the case of a Protestant who wishes to become a Catholic, as in the implicit case of a Protestant who asks for the sacraments in danger of death.

.

Cardinal Kasper continues his speech:

.

«I think of the admonition of the apostle Paul, examining oneself to see if we can eat and drink from the altar» [1 Cor 11:26]. This warning is not only addressed to Protestants but also to Catholics, who must ask themselves: do I really believe in the Eucharistic mystery? Is my conduct of life in harmony with what is celebrated and is present in the Eucharist?

.

The Cardinal Kasper does not realize the difference between Catholics and Protestants. While in reality the Catholic can certainly make a sacrilegious communion, if he approaches the Eucharist in a state of mortal sin and without the necessary spirit, the Lutheran is deprived of the necessary provisions just as Lutheran, for which, save the case of good faith, if he does not remedy in advance removing these bad dispositions, but keeping them consciously and voluntarily, he can not fail to be guilty of the body and blood of the Lord in a way serious than the Catholic, who accepts the dogma of the Eucharist with all the truths of faith and the moral values that are connected and is in full communion with the Church, even if with that sacrilege, the Bad Catholic, compromises this communion and therefore must repair. However, unlike the Protestant, who remains only in a partial communion, the Catholic at least knows what he must do to recover the cracked communion, and of course he should do it.

.

Again Cardinal Kasper:

.

«If a Protestant participates in the Eucharistic celebration, listen to what we say in the Eucharistic prayer, we must ask ourselves: at the end of doxology we can truly respond with the whole assembly:” Amen, yes, I believe. “If you have heard that we mention the Pope and the bishop during the Holy Mass, which means that we celebrate in communion with him, then we must ask ourselves: “Do you really want this communion?».

.

I believe that if a Protestant, sincerely, in a Holy Mass does and believes all the things that Cardinal Kasper talks about, then he must ask himself whether he has not abandoned Lutheranism to become a Catholic. In this case it is certainly ready, available and admitted, after entering into the communion of the Catholic faith.

.

Continue by saying Cardinal Kasper:

.

«I have met many Protestants who have more esteem and often more love for the current Popes than those who have critical and skeptical Catholics».

.

Unfortunately, the estimate that many Protestants today have for the Pope has nothing to do with welcoming the supremacy of the Supreme Pontiff, infallible teacher of the doctrine of the faith, guardian of the «keys given to St. Peter the Apostle», supreme master of the faith , Custodian and Dispenser of the sacred Mysteries and Sacraments of salvation, Moderator of the Divine Liturgy. Their esteem is often motivated by purely human interests, by the simple fact that Pope Francis does not correct them in their errors and does not exhort them to convert to the Catholic Church. But if these Protestants read however what Pope Leo X or Saint Pius V, the Blessed Pius IX, Leo XIII or Saint Pius X said about Luther, I think they would change their opinion about the papacy.

.

On the other hand, it is true that some Catholics, too attached to the past and rebels at the Second Vatican Council, give a bad example of conduct towards the pope. But there are also those who turn to the Pope, with due respect, a legitimate critique, only to help him lead the Church, which is the People of God, guided by the Spirit and by Peter assisted by the college of the apostles.

.

We conclude these considerations by observing that the desire of the Lutheran spouse to receive communion must be taken seriously, but must be carefully examined, to verify that it is not dictated by psychological emotions, human sympathies and need for empathic sharing, by instinct of imitation, by the desire not to feel excluded or to become interesting, and other things like that.

.

The Protestant must be brought gradually and methodically to the Eucharist with adequate catechesis, so that they are removed, as the Unitatis Redintegratio teaches [n. 3], all those “obstacles” that Luther has interposed, with his false reform.

.

In fact, the desire to make the Communion while remaining Lutheran has no sense and is an inconsistent attitude not to say schizophrenic and that has nothing to do with ecumenism. The lack of Lutheran ecclesiology, in fact, consists precisely in the absence of the noblest and supernatural factors of the ecclesial reality, such as the sacraments, among which the most sacred and the most divine of all is precisely the Eucharist, introduced by sacrament of Penance.

.

Therefore, if a Lutheran wants to approach the Communion sincerely, this must be the proven and clear sign that he wants to recover all those elements of the Church and all those elements of faith that Luther had destroyed and that are a precondition for the reception of the Eucharist; in other words, it will be a sign that he wants to be Catholic. And God be blessed for this heavenly inspiration!

.

The basic error of Cardinal Kasper’s theology

.

All of Cardinal Kasper’s argument is based on a serious vice of a gnoseological nature, which I illustrated in a paper of my forthcoming essay dedicated to the epistemology of Cardinal Kasper. The spy of this vice is given by the following words:

.

«Certainly theological principles are always valid, but their concrete application is not done in a deductive and mechanical way. If we did, it would be the heresy of gnosis, which is rightly denounced by the present Pope».

.

It is the method of rational deduction both, speculative and moral, that for Cardinal Kasper is not founded on the objectivity of reality and truth, but on the «modern principle of subjectivity», that is, on the Cartesian cogito «for which man he becomes aware of his freedom as autonomy and makes it a starting point, a measure and a means for an entire conception of reality»[cf. Jesus the Christ, Queriniana Ed., 1981, pag. 253]. Consequently, Cardinal Kasper continues: «a God who is now thought within the horizon of subjectivity can no longer be understood as the supreme Being, most perfect and immutable», for which we need a «de-substantialization of the concept of God».

.

Therefore, for Kasper, as for Hegel, being identifies with becoming, God becomes mute, and identifies with history: the Absolute is not above history, but in history, according to the title of one of his studies on Schelling. Hence the mutability of human nature and the moral law, as already denounced Saint Pius X in his encyclical Pascendi Dominici Gregis.

.

Now the Cartesian cogito contains in itself, as the studies of Cornelio Fabro and Jacques Maritain show, the principle of Hegelian idealism and pantheism, as evidenced by a careful observation of the history of philosophy, and by the explicit reference to idealists and pantheists of Descartes. This means that the cogito already contains the principle of absolute knowledge of Hegel, which is precisely the most elaborate form of modern gnosticism.

.

If today there is therefore to be accused of someone of Gnosticism, this is precisely Cardinal Kasper and not the mechanism of logical deduction, which applies the moral principle in particular cases. The positive ecclesiastical law admits exceptions, but not the natural moral law, except in the case of the epikeia, where it is not properly an exception, but suspends the application of a lower law in the name of the application of a higher law. But the divine law never even admits epikeia.

.

The issue of the authorization of Communion to the Protestants is in fact responsibility of canon law, but the question is linked to dogmatics and ecclesiology, while Kasper, unfortunately, does not take these constraints into account and ends up approving Lutheran heresies.

.

Varazze, May 14th 2018

.

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

La mostra dei paramenti sacri a New York: evoluzione o involuzione del messaggio cristiano cattolico alla comunità

LA MOSTRA DEI PARAMENTI SACRI A NEW YORK: EVOLUZIONE E INVOLUZIONE DEL MESSAGGIO CRISTIANO CATTOLICO ALLA COMUNITÀ

.

Vero scopo della mostra a New York sembra pertanto essere il diavolo e l’acquasantaIl sacro e profano, mentre il bello ed il sacro finisce surclassato dalla volontà di far discutere, di entrare nella notizia e di far parte di un sistema gossip che ha il sapore della blasfemia, dove la sacralità finisce malamente sottomessa alla peggiore profanità mondana.

.

..

Autore
Licia Oddo *.

.

.

 .

era proprio necessario?

Che l’abbigliamento, o il costume espressione di una moda, segua nel tempo il suo corso, quale branca dall’aspetto più fashion, estroso, della creatività artistica non v’è dubbio. Quando però ad essere coinvolta è la sfera religiosa e più specificatamente cattolica, sino a divenire protagonista o soggetto delle sfilate glamour, la cosa cambia, generando situazioni di fatto eclatanti e controverse. Soprattutto se promotore di una iniziativa così “singolare” è il Cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, che in anteprima mondiale ha presentato nella galleria romana di Palazzo Colonna [vedere QUI e QUI], accanto alla iconica Anna Wintur, direttrice della nota rivista Vogue, l’evento «Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination» (Corpi celesti: la moda e l’immaginazione cattolica). Oggetto di questa mostra allestita dal 10 maggio all’8 ottobre a New York nel Metropolitan Museum of Art è il dialogo tra sacro e profano, moda e paramenti sacri [vedere QUI, QUI e QUI].

.

Tra i 150 abiti creati ad hoc dagli stilisti più in auge dell’ haute couture, per diffondere attraverso le loro creazioni icone cristiane, spicca la croce ricca di pietre preziose stampata sul corpetto di un abito disegnato da Gianni Versace. Immagine destinata a creare un certo scalpore, perché la croce è rappresentata al di fuori di quello che è il suo naturale ambito di culto. Nell’esposizione Met Cloister, un’ala separata del museo che comprende cinque antichi chiostri disseminati nell’ Upper Manhattan, spiccano i paramenti sacri, quaranta per l’esattezza, mai usciti prima dalle sacristie della Cappella.

.

Nella sua presentazione il Cardinale Gianfranco Ravasi sostiene:

.

«La veste, infatti, non è meramente un indumento che ci protegge dal freddo o dal caldo o dalla nudità, funzione per altro valida, riconosciuta già dalla Bibbia agli esordi dell’umanità. Ma, come appare chiaramente dalla creatività della moda e dal nesso linguistico tra il latino vestis, “veste”, e “investitura” ― vocabolo presente in molte lingue europee per indicare la nomina a un incarico ufficiale ― l’abito, attraverso la sua dimensione simbolica, appartiene alla stessa cultura e la esprime” […] “La sfilata della quarantina di vesti e di arredi sacri vaticani presenti nella mostra Heavenly Bodie merita, allora, di essere giustamente classificata sotto la categoria della “catholic imagination» […] La selezione offerta dalla mostra è marcata da un’indubbia qualità sontuosa: essa è stata esaltata nell’epoca barocca ma è rimasta nell’ornamentazione liturgica dei secoli successivi. Si voleva, così, per questa via proclamare la trascendenza divina, il distacco sacrale del culto dalla ferialità quotidiana, lo splendore del mistero.[cf. QUI].

.

Purtroppo, il Cardinale Gianfranco Ravasi, quasi subito si contraddice nello stesso scritto quando asserisce:

.

«Naturalmente incombe sempre sulla ritualità e, quindi, sull’apparato liturgico cristiano il monito di Gesù che ironizzava sugli osservanti esteriori che «allargano i loro filatteri e allungano le frange», ossia i tefillin e il tallit, componenti del culto giudaico [Mt. 23,5]. Resta, infatti, anche nel rito sacro il rischio che segnalerà lo scrittore inglese William Hazlitt nel suo saggio Del carattere clericale (1818) “Coloro che fanno del vestito una parte principale di se stessi finiscono in generale per non valere più del loro abito”. Tuttavia la bellezza e l’arte sono state per secoli inseparabili sorelle della fede e della liturgia cristiana, soprattutto nel cattolicesimo e nell’ortodossia E – come ha fatto Henri Matisse con le sue mirabili casule da lui disegnate per la cappella di Vence e ora conservate nei Musei Vaticani – questo legame dovrà continuare a rivivere e a rinnovarsi attraverso il dialogo anche con l’arte contemporanea» [cf. QUI].

.

Sembra che il Cardinale corregga subito la sua versione quasi rifacendosi al motto: “insomma non prendiamoci troppo sul serio, l’abito non fa il monaco”! Ma allora che cos’ha espresso prima, riguardo al significato etimologico della parola veste?

.

Volendo c’è però di più, perché affermare che sacrale non sia il riflesso di colui che l’abito lo veste, è inesatto. È infatti opportuno evidenziare che il carattere festivo espresso anche dal decoro della veste del presbitero che presiede l’Eucaristia, diventa una costante della celebrazione, come pure il modello dello stesso abito [Cf. QUI]. Ed in effetti, quando nel VII secolo la moda secolare cambia, l’abito religioso del presbitero non muta, diventando anzi caratteristico alla celebrazione alla quale esso è riservato. Nessun simbolismo vi è dunque all’origine della veste liturgica, bensì la volontà di sottolineare il rispetto dovuto, sia per la celebrazione liturgica sia per ogni altro tipo di incontro sociale. L’abito assumerà così la funzione di una divisa opportunamente indossata, che non manifesta una semplice caratteristica, ma il carattere sacro stesso, perché libera l’individuo dalle sue particolarità e lo rende “riflesso” di Colui in persona del quale egli agisce. Anche l’abito perciò si ritualizza, astraendo dal singolare e offrendo attraverso “il ruolo” una immagine trascendentale.

.

Nel XIII secolo si sviluppa una simbologia che Giuseppe Braun [1] chiama tipico-rappresentativa perché in essa la persona del sacerdote rappresenta quella del Salvatore che soffre, e le vesti del sacerdote ricordano gli avvenimenti particolari della passione morte e risurrezione di Cristo. La contemplazione di questa varia simbologia sosteneva l’attenzione e la devozione dei fedeli, pazienti nell’assistere alla Santa Messa, in un ambito ricco della devozione che fa scoprire nelle cose sacre la risposta anche dottrinale ai propri bisogni spirituali.

.

A rigor di logica, i secoli trascorsi che sanciscono la nostra tradizione culturale, fondata non su semplici ideali ma su precetti che evidenziano l’aspetto canonico di quella che è la religione cattolica, non può essere modificata per lasciarsi trascinare nell’oceano delle “mode” che, per quanto fonti di creatività, non hanno nulla a che vedere con la stabilità e la fondatezza di un paramento sacro della traditio catholica, nato e poi consumato per quel ruolo. Ritenere che l’abbigliamento sacro cattolico sia fenomeno sociale è una degenerazione dei costume del popolo occidentale, che vanta la tradizione millenaria di un Credo cattolico sancito nel 325 al Concilio di Nicea. Da allora, i paramenti sacri, sono assurti ad un significato preciso ricco di simbologie mistagogiche che non hanno nulla da spartire con la  moda destinata a cambiare col mutare della società e dei suoi gusti. La Chiesa, pastoralmente, segue i tempi, ma non per questo muta le verità della fede rivelata; perché la Chiesa in cammino è proiettata al di là del tempo verso una dimensione escatologica di eternità.

.

In questa sfilata le modelle non sfoggiano l’abito chic, il tailleurs fashion, od il cappellino da cocktail per i pomeriggi all’aria aperta o per le serate gala, ma sono rivestite con paramenti della traditio catholica, in un ambito del tutto estraneo ed antitetico alla fede sulla quale questa traditio si edifica, finisce col figurare come una totale mancanza di rispetto verso l’arte sacra. Alla luce di tutto questo, come storico dell’arte mi corre l’obbligo di precisare che in questa “sfilata del secolo” è stato stravolto, de-qualificato e persino rivoluzionato il significato stesso di alcuni concetti fondamentali dell’arte. Se infatti pensiamo che tra i paramenti liturgici in generale, camici casule e stole, vi sono le tiare, la mitria ed i pastorali, classificati come «attributi iconografici» perché simbolicamente emblemi di riconoscimento di una data figura che occupa un ruolo di santità, è presto detto che appena questi accessori liturgici sono consegnati ad una qualsiasi figura femminile che solca una passerella, nello spettatore finisce con l’ingenerarsi una vera e propria confusione nella percezione di ciò che viene presentato alla sua vista. Non più quindi il pastorale che nella Pala di Brera  identificava  Giovanni il Battista [vedere QUI], o la mitria che identifica il vescovo, bensì accessori liturgici svuotati del loro significato mistagogico e finiti addosso ad una modella. E dinanzi a tutto questo, ci dovremmo interrogare sul ruolo svolto oggi dalla Chiesa Cattolica nella divulgazione del suo messaggio alla comunità.

.

Leggiamo ancora in un articolo su questa mostra:

.

«La mostra porta i visitatori a esplorare i confini tra sacro e profano: la corona di spine, trasformata in fascinator da Alexander McQueen, gli iconici capolavori dell’arte bizantina riprodotti da Dolce & Gabbana nella collezione “Monreale” autunno-inverno 2013/14. “Raccontiamo piccole storie”, spiega Bolton, curatore della mostra,  come con l’angelo di Thierry Mugler dalle ali di piume dorate o la “Giovanna d’Arco” del 1994 di John Galliano, stesa come un monumento sepolcrale di una chiesa. Sacro e profano occupano spazi separati. I prestiti del Vaticano ― tra queste le scarpe rosse di Giovanni Paolo Secondo ― sono esposti nelle sale del Constume Institute, “mostra nella mostra” rispetto al resto della rassegna dove l’iconico “Pretino” delle Sorelle Fontana evoca la surreale sfilata di moda ecclesiastica di Roma di Federico Fellini con i prelati sui pattini» [cf. QUI].

.

Che sia un laico a fare uso dello stravagante binomio sacro e profano, come nel caso dello stilista, senza dubbio è curioso, oltre che inconsulto, ma soprattutto pare avere come fine quello di sbalordire l’opinione pubblica per fare scalpore e notizia con frasi di questo tipo: Santa Moda ora pro nobis «Siano lodati gli abiti e benedette le scarpe. Il nostro non è un lavoro, ma una vocazione». Così, esordiva infatti Stefano Gabbana alla fine della sfilata autunno inverno 2018, intitolata Fashion Devotion [cf. QUI]. Uno show dove in passerella erano state presentate le T-shirt con gli slogan «Santa Moda, ora pro nobis», «Fashion sinner», «Fashion Eden» e «Fashion is beauty» insieme a pantaloni stile guêpière, gonne di pizzo nero e mini dress attillati.

.

Che sia però un Cardinale preposto alla presidenza di un Pontificio Consiglio della Santa Sede, ad affibbiare al generico significato del termine sacro tutti gli «strumenti» e paramenti cattolici nell’ampia spira del sacro, è invece dissacrante, non fa altro che lasciare sgomenti ed increduli. I paramenti liturgici, così definiti nella traditio catholica per differenziarli da quelli sacri in generale, intrisi di storia, valori culturali, da secoli custoditi all’interno della Sacrestia della Cappella Sistina, solcano le passerelle e finiscono indossati da chicchessia. E tutto ciò perché? Qual è il senso del messaggio cattolico?

.

Mentre un tempo ciò che nel mondo artistico emergeva era proprio la competizione alla ricerca del bello all’interno dello stesso mondo ecclesiale e ecclesiastico, il post contemporaneo, richiede forse alla Chiesa un ruolo diverso? La Chiesa, per secoli grande mecenate dell’arte, sembra non essere più alla ricerca di queste espressioni del bello estetico che rappresenti il sacro ed i sacri misteri in generale, ma di ciò che fa più clamore, o peggio di ciò che fa più discutere. In tutto questo il paradosso è che la Chiesa sembra conformarsi a questo genere di volontà mondana perdendo il ruolo di maestra, per accettare i compromessi di una società che vuole a tutti i costi apparire nel modo più bizzarro possibile.

.

Alla luce di questa mostra tutt’oggi in corso a New York, cosa è emerso a livello artistico, attraverso il coinvolgimento della Chiesa cattolica? Quello che sembra di fatto emergere è la cosiddetta commistione di «Stili» o di abiti che ha generata una contaminazione tra moda e fede. Tutto questo per andare forse al passo con i tempi, grazie ad una Chiesa che si piega ai capricci della società o della moda?

.

Assistere alla presentazione di una mostra del genere, voluta dalla direttrice di Vogue America Anna Wintour, personaggio descritto nel film cult ad ella ispirato Il diavolo veste Prada, di cui è protagonista una donna cinicamente votata a qualsiasi azione pur di giungere allo scopo perseguito e la cui morale “irrisolta” è andare incontro al successo dimenticando i veri valori, non si concilia per niente con la Chiesa Cattolica, veste e ruolo della quale è certamente l’opposto di quello di Anna Wintour. Due figure antitetiche a confronto, tesi e antitesi. Ma la cosa stupefacente è che in questo caso sono però complici, o per usare il titolo di un altro film: Amici, complici, amanti.

.

Vero scopo della mostra a New York sembra pertanto essere  il diavolo e l’acquasantaIl sacro e profano, mentre il bello ed il sacro finisce surclassato dalla volontà di far discutere, di entrare nella notizia e di far parte di un sistema gossip che ha il sapore della blasfemia, dove la sacralità finisce malamente sottomessa alla peggiore profanità mondana.

.

Siracusa, 14 maggio 2018

 

 

*Storica dell’arte

.

___________________________

NOTE.

[1]Cf, G. Braun, I paramenti sacri. Loro uso storia e simbolismo, Marietti, Turín 1914. 

 

.

.

.

.

En verdad os digo: ante esa damisela sacrílega del Cardenal Gianfranco Ravasi la diseñadora Donatella Versace aparece como un auténtico monumento a la virilidad masculina

— Misterios dolorosos de la Iglesia —

EN VERDAD OS DIGO: ANTE ESA DAMISELA SACRÍLEGA DEL CARDENAL GIANFRANCO RAVASI LA DISEÑADORA  DONATELLA VERSACE APARECE COMO UN AUTENTICO MONUMENTO A LA VIRILIDAD MASCULINA

 

Se podría tentar una defensa afirmando que también los heterosexuales son narcisistas, vanidosos y exhibicionistas como lo es el Cardenal Gianfranco Ravasi. Esto es verdad, pero como cualquier experto en las ciencias psicológicas puede explicar, se trata de dos modos completamente diferentes de manifestar el narcisismo, la vanidad y el exhibicionismo. De hecho, es a partir de los diferentes modos de expresar estos tres atributos que se reconoce más que nunca la personalidad del homosexual y la del heterosexual.

.

.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

Artìculo para imprimir

 

.

.

Por mucho menos, Jesucristo golpeó con el látigo a los mercaderes en el patio interior del Templo de Jerusalén. ¿Qué hubiera pasado si hubiera visto a las actrices de la antigua Judea vestidas con las insignias del Sumo Sacerdote?

En primer lugar una debida premisa: si la Autoridad Eclesiástica decide hacerme objeto de una débil admonición, deseo recordar que para hacerlo legítimamente y en conformidad con el derecho canónico, debe ante todo declarar la legitimidad y la plena oportunidad del actuar del Cardenal Gianfranco Ravasi, quien en la sacrílega muestra «Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination», [cf. AQUI,y AQUI] celebrada en Nueva York, exhibió paramentos sagrados tomados de las sacristías históricas de la Ciudad del Vaticano que pertenecieron y fueron usados por los Sumos Pontífices. Paramentos que terminaron en una pasarela de mujeres que los desfilaron medio desnudas con mitras episcopales sobre la cabeza y, símbolos valiosos para la fe católica, colocados con realce en las partes más inapropiadas del cuerpo que eran más descubiertas que cubiertas.

.

La diseñadora Donatella Versace posa junto a la triara del Beato Pontífice Pio IX

Ciertamente no es mi intención rechazar eventuales admoniciones de la legítima autoridad eclesiástica, a la cual antes de recibir el Sacramento del Orden he prometido libremente a una edad más que madura, filial y devota obediencia. Sin embargo, puesto que el objeto de mi crítica es el comportamiento públicamente imprudente de un Cardenal. Es oportuno aclarar, que yo puedo ser amonestado y sucesivamente condenado,sólo después de que la Autoridad Eclesiástica en primer lugar haya declarado legítimo y conforme a la mejor tutela de la dignidad y de la santidad de la Santa Iglesia Romana, el actuar del cardenal Gianfranco Ravasi. Demostrando y motivando que quien cayó en el error fui yo por haberlo criticado con dureza proporcional a cuanto de gravemente hizo. Si primeramente no viene aclarado esto, cualquier admonición ― o peor aún eventual condena ―,  caería bajo la invalidez que la inhabilita, por no cumplir con las disposiciones de las leyes eclesiásticas. [can. 1339-1340, can. 1341-1353, can. 1720-1728].

.

Desfile …

Comencemos de un hecho: el Cardenal Gianfranco Ravasi se revela impulsado por una psicología homosexual. Esto no quiere decir ― sea claro ― que haya practicado la homosexualidad, algo que no podemos saber y ni mucho menos afirmar; porque esto en conciencia sólo lo puede saber él. A mayor razón, él pertenece a la categoría de homosexuales que en general son peores: los homosexuales reprimidos. Aquellos que se han acostumbrado a desahogar los impulsos de la libido de forma diversa, y en modo peor. De hecho, un eclesiástico animado por una psicología estructuralmente homosexual, tarde o temprano, termina por profanar la misma fe, especialmente después de haberse posicionado en lo más alto de la escala jerárquica y, cayendo al final en la megalomanía que lo lleva a pensar de ser un intocable a quien todo se concede. Y en la psicología del homosexual eclesiástico más o menos reprimido, según los diferentes casos, los tres elementos que emergen son el narcisismo, la vanidad y el exhibicionismo ostentoso y sin restricciones.

.

Pregunta: Quién, entre nuestras Autoridades eclesiásticas en presencia de un equipo de especialistas en psicología clínica, sería capaz de afirmar con plena y científica certeza que Gianfranco Ravassi no es narcisista, no es vanidoso y no es exhibicionista?

.

“devota” representación

Se podría tentar una defensa afirmando que también los heterosexuales son narcisistas, vanidosos y exhibicionistas como lo es el Cardenal Gianfranco Ravasi. Esto es verdad, pero como cualquier experto en las ciencias psicológicas puede explicar se trata de dos modos completamente diferentes de manifestar el narcisismo, la vanidad y el exhibicionismo. De hecho, es a partir de los diferentes modos de expresar estos tres atributos que se reconoce más que nunca la personalidad del homosexual y la del heterosexual.

.

Hoy en día va de moda la limpieza de los archivos episcopales, de los de las nunciaturas apostólicas y de los de la Santa Sede. Por lo tanto, si todavía a Milán no han hecho limpiado en estos años con el fin de eliminar uno de los muchos “antecedentes penales”, debería existir no obstante un dosier en el que el entonces Arzobispo en cátedra, Cardenal Carlo María Martini, bloqueó el nombramiento episcopal de Gianfranco Ravasi, rostro ya conocido al público por sus programas de televisión. A poner un decisivo veto sobre este nombramiento episcopal también fue otro miembro del Colegio de Cardenales: el Cardenal Attilio Nicora, quien de Gianfranco Ravasi, ordenado sacerdote en el 1966, fue compañero en el Seminario de Venegono, y de este seminario sería más tarde rector en el 1970. Sucesivamente un tercer Cardenal, el sucesor de Carlo María Martini en la Cátedra de San Ambrosio, Dionigi Tettamanzi, bloqueó por segunda vez este nombramiento [ver la crónica jamás negada AQUI y AQUI]

.

La saga de lo grotesco

Hago notar que el cardenal Carlo María Martini, de cuya teología y eclesiología se puede discutir mucho, era un hombre de profunda virilidad. Tanto es así que en esta figura sin duda bella y hierática, lo primero que llamaba precisamente la atención era su virilidad, después de su estructura humana viril, se percibía la del religioso jesuita, la del presbítero y la del obispo que se había construido encima. Y diciendo “no” a la hipótesis de que Gianfranco Ravasi fuera promovido obispo, el Cardenal Carlo Maria Martini sabía bien lo que hacía, aunque si por la modestia eclesiástica las motivaciones de ciertos “no”,  nunca se desarrollan sino lo justo. El hecho es que tres cardenales, dos de los cuales Ordinarios Diocesanos del entonces presbítero ambrosiano Gianfranco Ravasi; y un tercero quien fue su ex compañero de seminario, se opusieron en modo decidido a su nombramiento episcopal, blocándolo dos veces. Y de todo esto ― excepto desaparición del dosier ―, permanecería evidencia de esto sea en los archivos del arzobispado de Milán, sea en el archivo de la Congregación para los Obispos.

.

Desfile …

El cardenal Gianfranco Ravasi encarna esa devastadora homosexualidad difusa como epidemia dentro de la Iglesia, la cual toca finalmente el ápice con la inevitable profanación en extraer de las sacristías monumentales de la Ciudad del Vaticano los paramentos sagrados que pertenecían a diferentes Venerables Sumos Pontífices”; para llevarlos como accesorios coreográficos en un ofensivo desfile de moda, por modelos en balanceo de cadera y con los senos al viento usando insignias episcopales.

.

la corona de espinas de Nuestro Señor Jesucristo reducida a una gargantilla bajo la cabeza de una figura andrógina

Los paramentos sagrados  pertenecen a lo que son así llamados “accidentes externos” y se llaman paramentos sagrados porque vienen usados en la celebración del Santo Misterio del Sacrificio Eucarístico. Estos paramentos, como el Cardenal Gianfranco Ravasi debería saber, fueron bendecidos con las bendiciones especiales proporcionadas por el libro para las Bendiciones. Cada vez que venian usados, junto a cada pieza se recitaba una oración especial. Igualmente, como hoy en día lo hace el firmante de este artículo cuando se prepara para la Santa Misa, recitando mentalmente la oración prevista para cada pieza: el amito, el alba, el cíngulo, la estola, la casulla. Una vez revestido completamente de los paramentos sagrados recito para finalizar el acto de contrición; porque a pesar de ser imperfecto pecador como todos e indigno del Sagrado Orden Sacerdotal recibido, pueda celebrar el Sacrificio Eucarístico de la Santa Misa en comunión con la Iglesia Universal para la edificación y la salvación del Pueblo de Dios.

.

Quien como yo justamente no elegido ni obispo ni creado cardenal , vive los misterios de la fe en el sagrado respeto de la sustancia divina e incluso de la de los accidentes externos quienes contribuyen como tales a la misma sustancia es decir los paramentos sagrado, en que modo puede recibir ciertas profanaciones del Cardenal Gianfranco Ravasi?

.

El Cardenal Timothy Dolan non planteó ninguna cuestión, por el simple hecho de era presente, posando y sonriendo para las fotos con la diseñadora Donatella Versace

Como es posible, que el cardenal Timothy Dolan, Arzobispo Metropolitano de Nueva York en cuya jurisdicción canónica tuvo lugar este desfile irreverente; no hizo oír su voz expresando desacuerdo, indignación o enviando una nota de protesta a la Santa Sede? Por el simple hecho de que no solamente participó al evento, sino que hizo ironía mas bien digna de un borracho irlandés del siglo XVIII emigrado en las Nuevas Américas para escapar de una colonia penal, afirmando que él mismo había prestado la mitra a la exuberante bailarina:

.

«La mitra se la preste yo, me la devolvió esta mañana… fue muy amable. Mis obispos auxiliares me hacían burlas por esta historia; pero yo les he dicho: “¡eh, ustedes no deben quejarse porque la cantante a cambio de la cortesía se ha ofrecido para hacer algunas confirmaciones”» [ver las declaraciones reportadas AQUI]

.

Desde hace años y años que inútilmente hablo, escribo y público sobre la gran plaga del homosexualismo dentro de la Iglesia, que como me dijo durante una de nuestras últimas conversaciones poco antes de morir, el Cardenal Carlo Caffara:

.

«… este flagelo ha asumido lo en todos sus aspectos son las características de una verdadera epidemia».

.

Por mi parte, respondí:

.

“Padre Cardenal, como muchas veces he escrito: el problema es tan dramático como por desgracia fuera de control. Estos sujetos dentro de la Iglesia, han creado una grande y potente lobby en grado de posicionar sus hombres y determinar nombramientos y carreras eclesiásticas. Pero sobre todo, de los sacerdotes homosexuales hemos pasado a los obispos homosexuales. Porque los que a finales de los años sesenta e inicio de los años setenta capitaneaban dentro de los seminarios la piadosa cofradía gay, hoy los encontramos como obispos. Y quienes a penas llegan a un puesto clave, lo primero que hacen es rodearse de sus símiles. Y al poco tiempo nos los encontramos a gestionar las diócesis dentro de las curias episcopales, las nunciaturas apostólicas y los mismos dicasterios de la Santa Sede. 

.

La muestra y sus varios organizadores

Esta potente e imparable lobby, hoy más que nunca sigue indiscutible en la a reproducción de los peores elementos, colocándolos en la sección de asuntos especiales de la Secretaría de Estado o asumiéndolos en el Consejo Pontificio para la nueva evangelización. Todo esto a causa de lo que en el lejano 2011 definí como una especie de imparable «diluvio universal gay que estalló dentro de la Iglesia».

.

Tan pronto como en el marzo de 2013 cambió el viento, éstos individuos abandonaron los cordones, los oros, la plata, los ricos y solemnes paramentos; de la noche a la mañana para cubrirse de pobres y de pobreza. Y a pesar de esto continúan como antes o peor que antes, haciendo deslumbrantes carreras y adquiriendo delicadas posiciones. Incluso si de ellos se ha recogido durante años dosier de noticias por lo menos perturbadoras sobre cualquier sacerdote que debería ser promovido a la dignidad episcopal. Y todos aquello que ayer fueron excluidos del nombramiento episcopal por graves motivos morales, hoy en día se están convirtiendo obispos, uno después de otro. Todos ellos con la cruz de vil hierro sobre el cuello y el pastoral de madera en mano, comprometidos a declarar a cada suspiro que “los pobres son la prioridad de la Iglesia”.

.

El buen Cardenal Carlo Caffara me dio razón no una sino mil veces después, ni siquiera un mes, cuando me preparaba para regresar a Bolonia a visitarlo el 18 Septiembre 2017, después de una larga conversación telefónica el 5 Septiembre; al día siguiente al final de la mañana, murió por un ataque al corazón.

.

Estaría tentado en decir: mejor así. Muchas otras cosas le fueron evitadasa él como a otros, incluyendo este desfile irreverente durante el cual Donatella Versace, ya un monstruo desfigurado por el abuso de la cirugía plástica, ante la damisela sacrílega del Cardenal Gianfranco Ravasi aparece verdaderamente como un auténtico monumento a la virilidad masculina.

.

«Que nadie os engañe de ninguna manera. Primero tiene que venir la apostasía y manifestarse el Hombre impío, el Hijo de perdición, el Adversario que se eleva sobre todo lo que que lleva el nombre de Dios o es objeto de culto, hasta el extremo de sentarse él mismo en el Santuario de Dios y proclamar que él mismo es Dios. ¿No os acordáis que ya os dije esto cuando estuve entre vosotros? Vosotros sabéis qué es lo que ahora le retiene, para que se manifieste en su momento oportuno.Porque el ministerio de la impiedad ya está actuando. Tan sólo con que sea quitado de en medio el que ahora le retiene, entonces se manifestará el Impío, a quien el Señor destruirá con el soplo de su boca, y aniquilará con la Manifestación de su Venida. La venida del Impío estará señalada por el influjo de Satanás, con toda clase de milagros, señales, prodigios engañosos, y todo tipo de maldades que seducirán a los que se han de condenar por no haber aceptado el amor de la verdad que les hubiera salvado. Por eso Dios les envía un poder seductor que les hace creer en la mentira, para que sean condenados todos cuantos no creyeron en la verdad y prefirieron la iniquidad» [II Ts 2, 3-12|.

 

.

La Isla de Patmos, 11 Mayo 2018

.

.

PARA ABRIR EL VIDEO CLIKAR SOBRE LA IMAGEN  

.

FEDERICO FELLINI, EN SU PELÍCULA DE 1972 “ROMA“, HABÍA LLEGADO MUCHO ANTES

.

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.