L’amore, inteso come sentimento, non ha una connotazione sessuale, parola di «prete omofobo»
L’AMORE, INTESO COME SENTIMENTO, NON HA UNA CONNOTAZIONE SESSUALE, PAROLA DI «PRETE OMOFOBO»
C’è un soggetto che da tempo si diletta a definirmi «omofobo» e «persona irrisolta ossessionata dall’omosessualità». Chi lo conosce lo ha definito «omosessuale maligno alla massima potenza». Per tutta risposta ho prontamente corretto e replicato: «Eliminate immediatamente la parola “omosessuale” e lasciate solo quella di maligno, perché tale sarebbe anche se fosse il più eterosessuale di tutta l’Unione Europea. L’omosessualità, con la sua natura maligna, non c’entra proprio niente».
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Caro Michelangelo,
La cosa peggiore che un prete potrebbe fare di fronte a una lettera come la tua è una “lezione” di dottrina e di morale cattolica. Esistono, beninteso, sia l’una sia l’altra: dottrina e morale cattolica, ma esiste soprattutto la persona, intesa come creatura creata a immagine e somiglianza di Dio.

«Anche l’omosessuale ha bisogno di amare all’infinito» (Padre Oreste Benzi, 1925-2007)
Nel Vangelo, proprio rifacendosi all’osservanza della legge sul sabato, quindi in un certo senso alla dottrina e alla morale ebraica, l’Evangelista Marco riferisce di Gesù che ammonisce: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27).
Più o meno tutti conosciamo gli insegnamenti del magistero in materia di morale sessuale, inseriti però nel mistero della grazia e della misericordia di Dio, che impone alla Chiesa di occuparsi prima di tutto della persona, assistendola soprattutto nei momenti di sconforto e di debolezza. Per questo dobbiamo tenere ben presenti le parole di Gesù: «Guai anche a voi, dottori della legge, perché caricate la gente di pesi difficili da portare, e voi non toccate quei pesi neppure con un dito» (Lc 11,46). Se poi vuoi lo stesso concetto — in forma certamente diversa ma comunque incisiva — lo ritroviamo anche nella celebre ballata della prostituta, di Fabrizio De André, dove si dice: «Si sa che la gente dà buoni consigli, sentendosi come Gesù nel tempio; si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio» (Bocca di Rosa, di Fabrizio De André e Gian Piero Reverberi, 1967).
Il fatto che tu provi affetto e attrazione verso un tuo amico non deve turbarti in modo eccessivo, né farti precipitare in situazioni di disagio e sofferenza psicologica. L’uomo rimane per gran parte un mistero e con lui i sentimenti che racchiude dentro di sé. In una fase della vita come la tua, tutto è ancora in crescita, in maturazione, in definizione: sei solo un ventenne e stai cercando di comprendere anche la tua dimensione affettiva. Se per maturare una dimensione di vita affettiva e sessuale bastasse nascere maschio o femmina, sarebbe tutto molto semplice. In realtà, invece, la maturazione affettiva e sessuale richiede un cammino che talvolta può essere anche lungo. Questo vale non solo per le persone che vivranno poi la propria sessualità nella concretezza, ma anche per coloro che all’esercizio della sessualità rinunciano, come ad esempio me e i miei confratelli, senza per questo perdere l’essenza della virilità che, prima ancora di essere fisica, è psicologica e rimane un bene prezioso da custodire per tutta la vita, anche quando il corpo non risponderà più agli impulsi sessuali. Anzi, proprio nella stagione della pace dei sensi la virilità che struttura la psicologia dell’uomo e del prete può risultare particolarmente arricchita. In questo mondo c’è chi vive la sessualità come espressione d’amore e chi invece rinuncia al suo esercizio per conseguire un’altra forma di amore, fondata non su una rinuncia fine a se stessa, peggio su una castrazione mentale, ma su un principio di donazione totale. Come vedi, la sessualità presenta davvero molte sfaccettature.
Tu mi chiedi: «questo affetto-amore che provo per il mio amico, che naturalmente è disordinato…». Ti rispondo con chiarezza: un affetto-amore nei confronti di un amico non è disordinato. Né sei obbligato a provare quell’affetto per una ragazza. L’affetto e l’amore, in quanto tali, li puoi provare per un ragazzo, una ragazza, un bambino o un anziano, un disabile o un malato terminale che sta morendo; li puoi provare per un genitore o per un nonno. L’amore, inteso come sentimento, non ha una connotazione sessuale. Cristo non comanda agli uomini di amare le donne e alle donne di amare gli uomini: ci dà un comandamento universale, senza distinzione, dicendo: «Il mio comandamento è questo: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12).
Quel che stai vivendo è anzitutto un’esperienza affettiva. È importante, quindi, distinguere con serenità tra affetto, legame, bisogno di vicinanza e ciò che invece appartiene a una dimensione propriamente sessuale. Non tutto ciò che è intenso è necessariamente disordinato; spesso è semplicemente umano e chiede di essere compreso, educato e orientato. Non avere fretta di definire te stesso con categorie così severe. Non sei un’etichetta, non sei una definizione: sei una persona in cammino. Non devi avere paura del bene che provi, ma solo imparare a viverlo nella verità e nella libertà. E per quanto riguarda il tuo amico, non avere fretta di “dire” o “non dire”. A volte il silenzio custodisce meglio delle parole; altre volte invece una parola detta con semplicità e verità può chiarire. Questo però va valutato con prudenza, senza farti guidare dall’ansia o dall’urgenza. Nel mentre continua il tuo cammino spirituale. Il fatto che tu abbia un direttore spirituale è una cosa molto importante: anche se non puoi vederlo spesso, resta sempre un punto di riferimento. La vita interiore non cresce solo negli incontri, ma anche nella fedeltà quotidiana. Poi, come puoi vedere, oggi abbiamo strumenti telematici che ci consentono contatti diretti e immediati, cosa impensabile in tempi tutt’altro che remoti, quando si inviava una lettera che giungeva dopo un paio di settimane per poi ricevere risposta dopo altrettanto tempo.
Alla domanda se l’omosessualità sia in sé e per sé un bene, sono tenuto a risponderti di no: per la morale cattolica è un peccato, uno stile di vita disordinato. Cambia però del tutto il tono se passiamo dal peccato alla persona, o per meglio dire dal peccato al peccatore. Il peccato si condanna, mentre la persona si accoglie e perdona. È il Santo Vangelo stesso a chiarirlo: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9,12), dice Gesù, che poco dopo precisa: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». Detto questo, una cosa che ti invito a fare con molta semplicità: non combattere contro te stesso come se fossi un problema da risolvere. Impara invece a conoscerti, a portare alla luce ciò che vivi, a metterlo davanti a Dio. Il Signore non si scandalizza della tua fatica, neppure delle tue cadute. Ti accompagna dentro le tue fatiche, ti rialza quando cadi, ti sorregge anche attraverso la voce di un peccatore come me. E ti dirò di più: quanto più sono consapevole del mio essere peccatore, tanto più mi sento indegno e, proprio per questo, strumento reale — benché imperfetto — della grazia e della misericordia di Dio, che ha donato se stesso attraverso il Verbo incarnato, fattosi agnello per lavare, con il sangue della croce, i peccati del mondo.
Sono amico e confidente di molte persone che vivono la propria omosessualità alla luce del sole, senza porsi particolari problemi, nei cui confronti mi sono sempre ben guardato dal dare giudizi morali non richiesti. Allo stesso tempo, sono confessore, direttore spirituale e, se vuoi, anche medico dell’anima di persone che invece certi impulsi della propria libido non li vivono in modo sereno, li tengono nascosti e spesso ne soffrono oltre misura. A tutti loro ho sempre detto che non saremo tanto giudicati per quello che avremo fatto “dalla cintura in giù”, ma sulla carità, sull’amore donato. Di questo è chiaro monito quanto riferisce l’Evangelista Matteo, quando Gesù insegna che il giudizio finale si fonderà sulla carità concreta mostrata verso i più bisognosi, che avremo accolto e trattato come se fossero stati Cristo in persona (cfr. Mt 25,31-46).
Caro figliolo, ti confido che, mentre ti rispondevo, il mio pensiero è stato attraversato di passaggio dalle parole aggressive di un soggetto che da tempo si diletta a definirmi «omofobo» e «persona irrisolta ossessionata dall’omosessualità». Chi lo conosce lo ha definito «omosessuale maligno alla massima potenza». Per tutta risposta ho prontamente corretto e replicato: «Eliminate immediatamente la parola “omosessuale” e lasciate solo quella di maligno, perché tale sarebbe anche se fosse il più eterosessuale di tutta l’Unione Europea. L’omosessualità, con la sua natura maligna, non c’entra proprio niente».
Non ti chiedo una preghiera per me: te la chiedo per questo povero infelice. Io, dal canto mio, continuerò ad accogliere tutti, come sempre ho fatto, senza chiedere a nessuno il suo pedigree sessuale, perché, se non lo facessi, tradirei la missione che Cristo, attraverso il Sacramento dell’Ordine, mi ha affidato mediante il ministero della Chiesa, che implica la maturità umana e spirituale di perdonare i malvagi, non certo di perdonare i santi.
Ti benedico di cuore.
Dall’Isola di Patmos, 3 maggio 2026
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