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Magnifica Humanitas. Non una metafisica dell’Intelligenza Artificiale: Leone XIV e la custodia dell’uomo – Not a metaphysics of artificial intelligence: Leo XIV and the custody of man – No una metafísica de la inteligencia artificial: León XIV y la custodia del hombre

25 Maggio 2026/in Attualità/da Padre Ariel

Italian, English, Español

 

MAGNIFICA HUMANITAS. NON UNA METAFISICA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: LEONE XIV E LA CUSTODIA DELL’UOMO

Il problema non è quanto l’Intelligenza Artificiale diventi potente, ma quale uomo la utilizzi. Perché nessuna tecnica perfeziona ciò che non esiste e per questo, ciò che manca nell’uomo, non può essere delegato alla macchina affinché venga creato […] Le civiltà iniziano a decadere quando smettono di distinguere tra ciò che può essere costruito e ciò che invece deve essere custodito. E tra tutte le cose che l’uomo può perdere, la più difficile da ricostruire è sempre la stessa: la libertà.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF Articolo formato stampa – Article print format – Articulo en formato impreso

 

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Leggere la prima enciclica di un Pontefice a un anno dall’inizio del suo pontificato è sempre un esercizio delicato, se il tema tocca poi uno degli elementi più complessi e controversi del nostro tempo: l’Intelligenza Artificiale.

Il rischio è duplice: da una parte pretendere dal testo ciò che non vuole essere, dall’altra attribuirgli ciò che non dice. Questa precisazione metodologica è necessaria fin dall’inizio, perché Magnifica Humanitas non nasce come manifesto tecnologico né come trattato filosofico sulla natura dell’Intelligenza Artificiale. Forse proprio da qui nasce una prima impressione di disorientamento nel teologo abituato alle grandi encicliche speculative del Novecento. Infatti, chi si attendesse un documento costruito sul modello di Humani generis, di Populorum progressio, di Centesimus annus o di Fides et ratio potrebbe restare sorpreso. Del resto, nel magistero dei Romani Pontefici si possono distinguere almeno due grandi varietà di documenti: testi che parlano soprattutto al presente, alla comunità ecclesiale, alla società, alla politica e alle urgenze del proprio tempo; testi che col passare degli anni diventano inevitabilmente datati e il cui valore principale non consiste più nell’offrire risposte dirette ai problemi del presente, ma nel permettere di comprendere determinati passaggi, crisi ed evoluzioni della vita della Chiesa. Un esempio tra i tanti potrebbe essere la Mirari vos, data da Gregorio XVI nel 1832, le cui concezioni sociopolitiche non possono essere estrapolate da quel preciso contesto storico e trasposte nella società contemporanea. Vi sono poi documenti che, pur nascendo anch’essi dentro una precisa stagione storica, affrontano prevalentemente questioni che toccano i fondamenti permanenti della fede e dell’antropologia cristiana e continuano per questo a parlare oltre il proprio tempo; si pensi, con caratteristiche diverse, alla Veritatis splendor di Giovanni Paolo II o alla Spe salvi di Benedetto XVI. È naturalmente ancora presto per stabilire a quale dei due generi appartenga Magnifica Humanitas, ma una prima impressione è che Leone XIV abbia scelto di parlare al presente storico, offrendo criteri di orientamento davanti a una trasformazione già in atto, più che elaborare una sintesi destinata a costituire un riferimento teologico di lungo periodo.

Leone XIV non affronta il problema chiedendosi se le macchine possano davvero pensare, né entra nella distinzione tra intelligenza, coscienza e computazione. È forse questo un limite strutturale? Più che un limite sembra essere la scelta di una strada diversa, delineata fin dalle prime pagine: leggere la trasformazione tecnologica come una questione che riguarda anzitutto la vocazione dell’uomo, il suo modo di abitare il mondo e di ordinare la propria azione. In questa prospettiva il centro dell’enciclica non appare essere l’Intelligenza Artificiale come oggetto autonomo di analisi, ma il soggetto umano che la sviluppa e la utilizza. Questo orientamento emerge con particolare chiarezza nel capitolo VI (cfr. nn. 95-99), dove l’Augusto Autore richiama il rischio che l’efficienza tecnica venga assunta come criterio prevalente di organizzazione dell’agire umano e insiste sul fatto che il progresso è inseparabile dalla formazione della coscienza, dalla responsabilità personale e dalla capacità dell’uomo di orientare i mezzi verso fini autenticamente umani. Da qui deriva l’insistenza del documento non tanto sul limite della macchina, quanto sulla qualità del soggetto che la impiega. Questa scelta emerge anche nell’impianto simbolico del testo. L’enciclica apre infatti il proprio ragionamento attraverso due immagini bibliche che il Santo Padre utilizza come chiave di lettura dell’intero documento (cfr. capitolo I, nn. 8-12). La prima è il racconto di Babele (cfr. Gen 11,1-9): gli uomini decidono di costruire una città e una torre «la cui cima tocchi il cielo» per affermare la propria autosufficienza e «farsi un nome»; il risultato non è una maggiore unità, ma la confusione delle lingue e la dispersione. La seconda immagine è quella della ricostruzione di Gerusalemme guidata da Neemia (cfr. Ne 2-6): una città distrutta viene ricostruita non per esaltare la potenza di qualcuno, ma attraverso un’opera ordinata, condivisa e orientata alla possibilità per un popolo di tornare ad abitare e vivere. Attraverso queste due immagini il documento non contrappone la tecnica alla non tecnica, ma due forme spiritualmente opposte del costruire: da una parte l’opera che nasce dall’autosufficienza dell’uomo, dalla pretesa di dominare il cielo e dall’uniformità che sacrifica la persona all’efficienza; dall’altra la ricostruzione paziente, condivisa e ordinata a Dio, nella quale il bene comune non nasce dalla potenza ma dalla responsabilità di un popolo che ricompone i legami prima ancora delle mura.

Resta però aperta una domanda che accompagnerà inevitabilmente la lettura dell’intero testo: la custodia della persona e il richiamo alla responsabilità saranno sufficienti ad affrontare un fenomeno che non riguarda soltanto l’uso di strumenti nuovi, ma il trasferimento progressivo ad apparati tecnici di atti che appartengono al conoscere, al giudicare e al deliberare propri della persona?

I. CONTINUITÀ E DISCONTINUITÀ: IL PROBLEMA NON È LA TECNICA, MA IL PUNTO DA CUI LA SI GUARDA

Una delle prime domande che il lettore inevitabilmente si pone davanti a questa enciclica è se ci si trovi in continuità con il grande magistero del Novecento oppure davanti a un documento che, pur collocandosi nel medesimo solco ecclesiale, appartiene a un diverso livello di costruzione teologica, culturale e qualitativa. La risposta non può essere univoca: sotto il profilo dei contenuti fondamentali il testo si colloca chiaramente nella continuità della Dottrina sociale della Chiesa. Questo però non obbliga a sostenere che ci si trovi davanti a un documento dello stesso spessore speculativo, della medesima capacità di elaborazione o dello stesso livello qualitativo che hanno caratterizzato alcune grandi encicliche del secolo scorso. Riconoscere questa differenza non significa formulare un giudizio negativo sul magistero di Leone XIV — ogni epoca sviluppa linguaggi, sensibilità e priorità proprie — ma prendere atto che non tutti i documenti magisteriali sono costruiti con il medesimo grado di elaborazione speculativa né possiedono la stessa capacità di generare categorie teologiche destinate a incidere stabilmente sul piano culturale e storico.

Già nell’introduzione Leone XIV richiama il compito affidato a ogni generazione di dare forma al proprio tempo custodendo la dignità della persona, promuovendo la giustizia e rendendo possibile la fraternità, ribadendo che il rischio permanente è quello di costruire un mondo disumano proprio nel momento in cui aumenta la capacità dell’uomo di trasformare il reale. La continuità col precedente magistero sociale è evidente, tuttavia il punto di osservazione scelto dal testo appare diverso. Pio XII sviluppava il proprio magistero attraverso un forte lavoro di chiarificazione concettuale: distingueva i livelli del discorso, delimitava le categorie e tendeva a costruire architetture argomentative nelle quali ogni concetto occupava un posto preciso. Un’impostazione sostenuta principalmente dal confronto costante con la grande tradizione teologica della Chiesa — dai Padri ai Dottori — e dall’impianto metafisico classico, soprattutto nella sua elaborazione scolastica, assunto come strumento per custodire l’ordine tra natura e grazia, ragione e fede, storia e verità. Paolo VI tendeva a leggere i grandi processi storici — sviluppo economico, trasformazioni sociali, rapporti tra i popoli, modernizzazione — cercando di comprenderne le conseguenze sull’uomo, sulla sua dignità, sulla sua libertà e sulle forme della convivenza umana. Più che delimitare concetti, cercava di costruire una visione capace di tenere insieme storia, società, sviluppo e vocazione della persona. Giovanni Paolo II affrontava le questioni del proprio tempo riportandole costantemente alla domanda sull’uomo. Le sue grandi categorie — persona, verità, libertà, lavoro, corpo, coscienza — non venivano presentate come temi isolati, ma come elementi di una visione unitaria nella quale l’uomo è compreso come soggetto morale chiamato alla verità e alla responsabilità. Per questo i suoi documenti non si limitano normalmente a indicare orientamenti pratici, ma tendono a costruire una vera interpretazione dell’uomo e della storia. Leone XIV non entra invece nel problema dell’Intelligenza Artificiale domandandosi se il processo computazionale possa essere assimilato all’intelligenza o se il calcolo possa sostituire l’atto umano del conoscere. Una scelta che emerge con chiarezza soprattutto nel modo in cui il documento definisce il compito del discernimento: non comprendere fino a dove possa arrivare la tecnica, ma stabilire entro quali fini debba essere orientata. Ne deriva uno spostamento importante: il problema non viene collocato anzitutto sul piano dell’efficienza, ma sul piano del giudizio umano. La domanda che rimane aperta non è allora se le macchine possano diventare più intelligenti, ma se l’uomo, delegando progressivamente atti che appartengono alla sua esperienza personale, mantenga ancora il dominio del proprio agire oppure finisca per adattarsi alle logiche degli strumenti che ha costruito. Per questa ragione l’enciclica insiste meno sulla natura dello strumento e più sulla responsabilità del soggetto che lo impiega. Questo orientamento emerge con particolare chiarezza nel capitolo V (cfr. n. 87), dove Leone XIV afferma che il criterio decisivo non consiste nello sviluppo della capacità tecnica in quanto tale, ma nella domanda circa il soggetto che la governa e il fine al quale essa viene ordinata. Sicché, la questione decisiva, non è ciò che le macchine possono fare, ma ciò che l’uomo sceglie di diventare attraverso ciò che egli stesso costruisce. In questo senso il documento richiama che lo sviluppo tecnologico non possa essere valutato esclusivamente sulla base dell’efficienza o dell’aumento delle capacità operative, ma debba essere giudicato alla luce delle conseguenze che produce sulla persona e sulla vita sociale. Il testo insiste appunto che nessuna innovazione possa essere considerata benefica per il solo fatto di essere possibile o efficace, ma debba essere sottoposta a un discernimento sul bene umano che è chiamata a servire (cfr. capitolo III, nn. 60-64).

Resta tuttavia aperta una questione che accompagnerà inevitabilmente il dibattito successivo: se il richiamo alla custodia dell’umano sia sufficiente o se non diventi necessario interrogarsi anche sul modo in cui le tecnologie modificano l’esercizio concreto del giudizio, della libertà e della coscienza. Pertanto, se questa enciclica avrà il merito di riaprire seriamente questa domanda, avrà già compiuto qualcosa di importante.

II. L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: CUSTODIRE L’UOMO O COMPRENDERE CHE COSA STA DIVENTANDO?

È probabilmente su questo punto che si concentra uno dei nuclei più caratteristici dell’enciclica. Leone XIV non affronta l’Intelligenza Artificiale a partire dalla domanda sulla natura dell’intelligenza o sulla possibilità che processi artificiali riproducano il pensiero umano. Nel capitolo III (cfr. nn. 52-58) il documento richiama piuttosto il rischio che la tecnica, da strumento ordinato all’agire umano, tenda progressivamente a trasformarsi in ambiente capace di influenzare percezione, relazioni e forme dell’esperienza. Successivamente, nel capitolo IV (cfr. nn. 71-76), affrontando il tema della delega di funzioni decisionali, l’enciclica insiste sul fatto che nessun apparato tecnico può sostituire la responsabilità personale e il giudizio morale. Da qui emerge il punto centrale del testo: la questione decisiva non è che cosa la macchina possa diventare, ma che cosa l’uomo rischi di smettere di esercitare. Per questa ragione il documento non concentra il proprio interesse sulla descrizione tecnica dei sistemi di Intelligenza Artificiale, ma ritorna ripetutamente sulla questione del soggetto umano che li progetta e li utilizza. Questo orientamento emerge nel capitolo II (cfr. nn. 28-32), dove il Sommo Pontefice richiama il criterio della dignità della persona come misura del progresso; nel capitolo IV (cfr. nn. 79-82), dove insiste sulla responsabilità che accompagna ogni decisione tecnologica; e nel capitolo VI (cfr. nn. 112-116), dove il bene comune viene indicato come criterio per giudicare gli effetti delle trasformazioni digitali sulla vita sociale. In questa prospettiva il problema non viene posto anzitutto sul piano delle prestazioni della macchina, ma sul rapporto tra sviluppo tecnico e responsabilità umana.

La domanda implicita dell’enciclica sembra quindi essere: come evitare che l’uomo venga ridotto a funzione del sistema che egli stesso ha costruito? È una domanda seria e necessaria. Tuttavia, proprio qui emerge anche un possibile limite, o forse, più correttamente, una scelta voluta. Perché il testo non sembra voler affrontare fino in fondo una questione che oggi appare sempre più decisiva: non soltanto che cosa l’uomo debba custodire, ma che cosa l’uomo stia diventando.

La rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale non riguarda infatti soltanto nuovi strumenti. Tocca il modo in cui percepiamo il tempo, esercitiamo il giudizio, costruiamo relazioni, comprendiamo il corpo, viviamo la libertà e formiamo la coscienza. Da questo punto di vista il problema non è semplicemente impedire che la macchina sostituisca l’uomo; il problema è comprendere se l’uomo, affidando progressivamente ad apparati esterni parti sempre più estese della propria esperienza, rischi di modificare il modo stesso di essere uomo. L’enciclica si avvicina a questa domanda nel capitolo VI (cfr. nn. 103-108), quando richiama il pericolo di una progressiva riduzione dell’esperienza umana a ciò che può essere misurato, elaborato e amministrato tecnicamente, insistendo sul fatto che la persona non coincide mai con la somma delle sue funzioni né con i processi che è in grado di delegare. Tuttavia il documento non prosegue questa linea di riflessione fino a una elaborazione antropologica sistematica e non entra in modo esteso nella questione di come le tecnologie incidano sulla struttura dell’atto conoscitivo, del giudizio e della deliberazione. Il suo interesse principale rimane quello morale e sociale. Per questo il contributo più fecondo che il testo può offrire al dibattito ecclesiale non consiste tanto nell’aver detto l’ultima parola sull’Intelligenza Artificiale, quanto nell’aver ricordato quale debba restare la prima: la persona umana. In questo senso acquista particolare rilievo il richiamo contenuto nel capitolo VII (cfr. n. 124), dove Leone XIV afferma che il progresso autentico non coincide con l’accrescimento della capacità operativa, ma con la crescita dell’uomo nella responsabilità e nella comunione, ricordando che nessun avanzamento tecnico può sostituire il valore proprio della persona.

III. UNA PRIMA CONCLUSIONE: TRA LA CUSTODIA DELL’UOMO E LA LIBERTÀ NEGATA

Sarebbe ingeneroso leggere questa enciclica chiedendole ciò che non ha inteso offrire. Magnifica Humanitas sceglie un’altra strada: non partire dalla domanda su che cosa sia la tecnica, ma dalla domanda su quale uomo venga formato dall’uso della tecnica. Siamo davanti a un testo che sceglie una via diversa: richiamare la Chiesa e il mondo alla custodia dell’uomo nel tempo della trasformazione digitale. Resta aperta — e forse dovrà essere affrontata nei prossimi anni — una domanda ulteriore: se custodire l’uomo significhi soltanto proteggerne la dignità o anche comprendere più in profondità che cosa stia accadendo alla sua intelligenza, alla sua libertà e alla sua esperienza del reale. Se questa enciclica avrà il merito di riaprire seriamente questa domanda, avrà già compiuto qualcosa di importante.

Leggendo questa enciclica non ho potuto evitare un confronto con alcune riflessioni che ho sviluppato nel mio recente libro La Libertà negata (Edizioni L’Isola di Patmos, gennaio 2026), dedicato al rapporto tra libertà, etica, Intelligenza Artificiale e antropologia cristiana. Non si tratta di sovrapporre un lavoro personale al magistero del Romano Pontefice — che per natura, finalità e autorità appartiene a un ordine completamente diverso — ma di mettere in dialogo due punti di osservazione differenti davanti alla medesima domanda. L’enciclica sceglie di affrontare il tema partendo dalla Dottrina sociale della Chiesa. Questo orientamento emerge in particolare nel capitolo II (cfr. nn. 28-32), dove Leone XIV richiama che il progresso tecnico non può essere assunto come criterio autosufficiente di sviluppo e insiste sul fatto che ogni innovazione debba essere valutata alla luce del bene della persona e della qualità delle relazioni umane che contribuisce a generare. Nel mio libro ho invece scelto un punto di partenza diverso: interrogare il rapporto tra tecnica e atto umano del conoscere, giudicare e decidere, sviluppando questa riflessione alla luce della tradizione teologica classica e in particolare del pensiero di San Tommaso d’Aquino. Il punto decisivo non era stabilire se la macchina possa diventare più efficiente dell’uomo, ma chiedersi se esistano atti propri della persona che non possano essere delegati senza alterare l’umano stesso. In questa prospettiva ho ripreso una delle intuizioni centrali della sintesi tomista: il discernimento morale nasce dall’unità tra ratio e intellectus, tra la capacità di analizzare e quella di cogliere il vero nella sua unità. Il giudizio non coincide con il calcolo. Ed è proprio qui che il principio tomista assume un significato decisivo. Nel mio libro ho ripreso il celebre assioma: «Gratia non tollit naturam, sed perficit (La grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona, Summa Theologiae, I, I, 8 ad 2)». Questo principio non afferma che la grazia sostituisca ciò che manca all’uomo; afferma il contrario: essa porta a compimento una natura reale, senza eliminarla né rimpiazzarla. Applicato analogicamente al rapporto tra uomo e Intelligenza Artificiale, il principio conduce a una domanda radicale: se la grazia perfeziona la natura ma non la sostituisce, può la tecnica perfezionare facoltà che l’uomo non possiede? La risposta che ho cercato di sviluppare è negativa: l’Intelligenza Artificiale può amplificare capacità esistenti, accelerare processi, sostenere operazioni complesse; ma non può generare ciò che manca: non produce coscienza dove non c’è coscienza, non genera giudizio dove non esiste formazione morale, non crea discernimento dove manca interiorità.

Il problema non è quanto l’Intelligenza Artificiale diventi potente, ma quale uomo la utilizzi. Perché nessuna tecnica perfeziona ciò che non esiste e per questo, ciò che manca nell’uomo, non può essere delegato alla macchina affinché venga creato. Nel libro che ho dedicato a questo tema spiego che nessuna civiltà è mai crollata perché disponeva di strumenti troppo potenti. Le civiltà iniziano a decadere quando smettono di distinguere tra ciò che può essere costruito e ciò che invece deve essere custodito. E tra tutte le cose che l’uomo può perdere, la più difficile da ricostruire è sempre la stessa: la libertà.

Roma, 25 maggio 2026

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MAGNIFICA HUMANITAS. NOT A METAPHYSICS OF ARTIFICIAL INTELLIGENCE: LEO XIV AND THE CUSTODY OF MAN

The problem is not how powerful Artificial Intelligence may become, but what kind of man makes use of it. Because no technique perfects what does not exist and therefore, what is lacking in man cannot be delegated to the machine in order to be created […] Civilizations begin to decline when they cease to distinguish between what can be constructed and what instead must be safeguarded. And among all the things that man may lose, the most difficult to rebuild remains always the same: freedom.

— Contemporary ecclesial affairs—

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Reading the first encyclical of a Pontiff one year after the beginning of his pontificate is always a delicate exercise, especially when the subject addressed belongs to one of the most complex and controversial territories of our time: Artificial Intelligence. The risk is twofold: on the one hand demanding from the text what it does not intend to be, on the other attributing to it what it does not say. This methodological clarification is necessary from the outset, because Magnifica Humanitas was not conceived as a technological manifesto nor as a philosophical treatise on the nature of Artificial Intelligence. Perhaps it is precisely here that a first impression of disorientation arises in the theologian accustomed to the great speculative encyclicals of the twentieth century. Indeed, anyone expecting a document modelled on Humani generis, Populorum progressio, Centesimus annus or Fides et ratio may therefore be surprised. Moreover, within the magisterium of the Roman Pontiffs one may distinguish at least two major types of documents: texts that speak above all to the present, to the ecclesial community, to society, to politics and to the urgencies of their own time; texts which, with the passing of years, inevitably remain bound to their historical season and whose principal value no longer consists in offering direct responses to present problems but in allowing certain passages, crises and developments in the life of the Church to be understood. One example among many may be Mirari vos, issued by Gregory XVI in 1832, whose socio-political assumptions cannot be extracted from that specific historical context and mechanically transferred to contemporary society. There are then documents which, although likewise born within a precise historical season, address primarily questions touching the enduring foundations of faith and Christian anthropology and therefore continue to speak beyond their own time; one may think, with different characteristics, of Veritatis splendor by John Paul II or Spe salvi by Benedict XVI.

It is naturally still too early to establish to which of these two genres Magnifica Humanitas belongs, but a first impression is that Leo XIV has chosen to speak to the historical present, offering criteria of orientation before a transformation already underway rather than elaborating a synthesis intended to constitute a long-term theological reference. Leo XIV does not approach the problem by asking whether machines can truly think, nor does he enter into the distinction between intelligence, consciousness and computation. Is this perhaps a structural limitation?

Rather than a limitation, it appears to be the choice of a different path, outlined from the very first pages: to read technological transformation as a question concerning above all the vocation of man, his way of inhabiting the world and of ordering his own action. In this perspective, the centre of the encyclical does not appear to be Artificial Intelligence as an autonomous object of analysis, but the human subject who develops and uses it. This orientation emerges with particular clarity in Chapter VI (cf. nn. 95-99), where the Holy Father recalls the risk that technical efficiency may be assumed as the prevailing criterion for organising human action and insists that progress is inseparable from the formation of conscience, personal responsibility and man’s capacity to order means toward genuinely human ends. From this derives the document’s emphasis not so much on the limitation of the machine as on the quality of the subject who employs it. This choice also emerges in the symbolic architecture of the text. The encyclical opens its argument through two biblical images that the Holy Father uses as interpretative keys for the entire document (cf. Chapter I, nn. 8-12). The first is the account of Babel (cf. Gen 11:1-9): men decide to build a city and a tower “with its top in the sky” in order to affirm their own self-sufficiency and “make a name” for themselves; the result is not greater unity but confusion of languages and dispersion. The second image is the rebuilding of Jerusalem under Nehemiah (cf. Neh 2-6): a destroyed city is rebuilt not to exalt anyone’s power but through an ordered, shared work directed towards enabling a people once more to inhabit and live. Through these two images, the document does not oppose technology and non-technology, but two spiritually opposed forms of building: on the one hand, a work born of human self-sufficiency, of the claim to master heaven and of a uniformity that sacrifices the person to efficiency; on the other, a patient reconstruction, shared and ordered toward God, in which the common good does not arise from power but from the responsibility of a people that restores relationships before rebuilding walls.

Yet a question remains open and will inevitably accompany the reading of the entire text: whether safeguarding the person and recalling responsibility are sufficient to address a phenomenon that concerns not merely the use of new instruments but the progressive transfer to technical apparatuses of acts belonging properly to the person’s knowing, judging and deliberating.

I. CONTINUITY AND DISCONTINUITY: THE PROBLEM IS NOT TECHNOLOGY, BUT THE POINT FROM WHICH IT IS VIEWED

One of the first questions that the reader inevitably raises before this encyclical is whether we are dealing with continuity with the great magisterium of the twentieth century or with a document which, while remaining within the same ecclesial current, belongs to a different level of theological, cultural and intellectual development. The answer cannot be univocal: from the standpoint of fundamental contents, the text clearly stands in continuity with the Church’s social doctrine. Yet this does not oblige one to maintain that we are dealing with a document of the same speculative depth, the same capacity for elaboration or the same qualitative level that characterised some of the great encyclicals of the previous century. To recognise this difference does not mean to formulate a negative judgement on the magisterium of Leo XIV — each age develops its own languages, sensibilities and priorities — but to acknowledge that not all magisterial documents are constructed with the same degree of speculative elaboration, nor do they possess the same capacity to generate theological categories destined to exercise a lasting influence on the cultural and historical plane.

Already in the introduction Leo XIV recalls the task entrusted to every generation: to shape its own time while safeguarding the dignity of the person, promoting justice and making fraternity possible, reaffirming that the permanent risk is that of building an inhuman world precisely at the moment when man’s capacity to transform reality increases. Continuity with previous social magisterium is evident; nevertheless, the point of observation chosen by the text appears different. Pius XII developed his magisterium through a strong work of conceptual clarification: he distinguished levels of discourse, delimited categories and tended to construct argumentative architectures in which every concept occupied a precise place. An approach sustained principally by constant engagement with the great theological tradition of the Church — from the Fathers to the Doctors — and by the classical metaphysical framework, especially in its scholastic elaboration, assumed as an instrument to safeguard the order between nature and grace, reason and faith, history and truth. Paul VI tended to read the great historical processes — economic development, social transformations, relations among peoples, modernisation — seeking to understand their consequences for man, for his dignity, for his freedom and for the forms of human coexistence. More than delimiting concepts, he sought to construct a vision capable of holding together history, society, development and the vocation of the person. John Paul II addressed the questions of his time by constantly bringing them back to the question of man. His great categories — person, truth, freedom, work, body, conscience — were not presented as isolated themes but as elements of a unified vision in which man is understood as a moral subject called to truth and responsibility. For this reason, his documents normally do not limit themselves to indicating practical orientations but tend to construct a true interpretation of man and history. Leo XIV, by contrast, does not enter into the problem of Artificial Intelligence by asking whether computational processes can truly be considered forms of intelligence or whether calculation may replace the human act of knowing. A choice that emerges clearly above all in the way the document defines the task of discernment: not to understand how far technology may go, but to establish towards which ends it ought to be directed. From this derives an important shift: the problem is not placed first of all on the level of efficiency but on the level of human judgement. The question that remains open, therefore, is not whether machines may become more intelligent, but whether man, progressively delegating acts that belong to his personal experience, still maintains mastery over his own action or instead ends up adapting himself to the logic of the instruments he has built. For this reason the encyclical insists less upon the nature of the instrument and more upon the responsibility of the subject who uses it. This orientation emerges with particular clarity in Chapter V (cf. n. 87), where Leo XIV states that the decisive criterion does not consist in the development of technical capacity as such, but in the question concerning the subject who governs it and the end towards which it is ordered. Thus, the decisive question is not what machines are able to do, but what man chooses to become through what he builds. In this sense the document recalls that technological development cannot be evaluated exclusively on the basis of efficiency or increased operational capacities, but must be judged in light of the consequences it produces for the person and for social life. The text insists, in fact, that no innovation may be considered beneficial simply because it is possible or effective, but must be subjected to discernment regarding the human good it is called to serve (cf. Chapter III, nn. 60-64).

A question nevertheless remains open and will inevitably accompany subsequent debate: whether the appeal to safeguarding the human is sufficient or whether it becomes necessary to ask also how technologies modify the concrete exercise of judgement, freedom and conscience. Therefore, if this encyclical succeeds in seriously reopening this question, it will already have accomplished something important.

II. ARTIFICIAL INTELLIGENCE: SAFEGUARDING MAN OR UNDERSTANDING WHAT HE IS BECOMING?

It is probably at this point that one of the most distinctive elements of the encyclical is concentrated. Leo XIV does not approach Artificial Intelligence beginning from the question concerning the nature of intelligence or the possibility that artificial processes may reproduce human thought. In Chapter III (cf. nn. 52-58), the document instead recalls the risk that technology, from being an instrument ordered to human action, may progressively become an environment capable of influencing perception, relationships and forms of experience.

Subsequently, in Chapter IV (cf. nn. 71-76), addressing the theme of delegating decision-making functions, the encyclical insists that no technical system can replace personal responsibility and moral judgement and moral judgement. From this emerges the central point of the text: the decisive issue is not what the machine may become, but what man risks ceasing to exercise. For this reason the document does not concentrate its interest on the technical description of Artificial Intelligence systems, but repeatedly returns to the question of the human subject who designs and employs them.

This orientation emerges in Chapter II (cf. nn. 28-32), where the Supreme Pontiff recalls the criterion of the dignity of the person as the measure of progress; in Chapter IV (cf. nn. 79-82), where he insists upon the responsibility that accompanies every technological decision; and in Chapter VI (cf. nn. 112-116), where the common good is presented as the criterion for evaluating the effects of digital transformations upon social life. In this perspective, the problem is not placed primarily on the level of the machine’s performance, but on the relationship between technical development and human responsibility. The implicit question of the encyclical therefore seems to be: how can man be prevented from being reduced to a function of the system that he himself has constructed? It is a serious and necessary question. Yet precisely here there also emerges a possible limitation — or perhaps, more correctly, a deliberate choice. For the text does not seem willing to confront fully a question that today appears increasingly decisive: not only what man must safeguard, but what man is becoming.

The revolution of Artificial Intelligence concerns not merely new instruments. It touches the way in which we perceive time, exercise judgement, form relationships, understand the body, live freedom and form conscience. From this point of view, the problem is not simply preventing the machine from replacing man; the problem is understanding whether man, progressively entrusting to external apparatuses increasingly extensive parts of his experience, risks modifying the very way of being human. The encyclical approaches this question in Chapter VI (cf. nn. 103-108), when it recalls the danger of a progressive reduction of human experience to what can be measured, processed and technically administered, insisting that the person never coincides with the sum of his functions nor with the processes he is capable of delegating. Yet the document does not pursue this line of reflection towards a systematic anthropological elaboration and does not enter extensively into the question of how technologies affect the structure of the cognitive act, of judgement and of deliberation. Its principal interest remains moral and social. For this reason, the most fruitful contribution that the text may offer to ecclesial debate consists not so much in having spoken the final word on Artificial Intelligence, as in having reminded us of what must remain the first: the human person.

In this sense, particular significance is acquired by the reminder contained in Chapter VII (cf. n. 124), where Leo XIV affirms that authentic progress does not coincide with the increase of operational capacity, but with the growth of man in responsibility and communion, recalling that no technological advancement can substitute the proper value of the person.

III. A FIRST CONCLUSION: BETWEEN THE CUSTODY OF MAN AND DENIED FREEDOM

It would be unfair to read this encyclical by asking from it what it did not intend to offer. We are not, in fact, before a document constructed like some of the great encyclicals of twentieth-century social magisterium, nor before a text whose task is the theoretical analysis of Artificial Intelligence in its conceptual structures, in the relationship between technology and human act, or in the consequences that automation may produce for the understanding of intelligence and freedom. Magnifica Humanitas chooses another path: not to begin from the question of what technology is, but from the question of what kind of man is formed through the use of technology. We are before a text that chooses a different way: to recall the Church and the world to the safeguarding of man in the age of digital transformation. There remains open — and perhaps it will need to be addressed in the years to come — a further question: whether safeguarding man means only protecting his dignity, or also understanding more deeply what is happening to his intelligence, his freedom and his experience of reality.

If this encyclical succeeds in seriously reopening this question, it will already have accomplished something important. Reading this encyclical, I could not avoid comparing it with certain reflections I developed in my recent book “La libertà negata” (“Denied Freedom”, Edizioni L’Isola di Patmos, January 2026), dedicated to the relationship between freedom, ethics, Artificial Intelligence and Christian anthropology. This is not a matter of superimposing a personal work upon the magisterium of the Roman Pontiff — which by nature, purpose and authority belongs to an entirely different order — but of placing two different points of observation into dialogue before the same question. The encyclical chooses to address the theme beginning from the Church’s social doctrine. This orientation emerges particularly in Chapter II (cf. nn. 28-32), where Leo XIV recalls that technical progress cannot be assumed as a self-sufficient criterion of development and insists that every innovation must be evaluated in the light of the good of the person and of the quality of the human relationships it contributes to generate. In my book, by contrast, I chose a different point of departure: to question the relationship between technology and the human act of knowing, judging and deciding, developing this reflection in light of the classical theological tradition and, in particular, the thought of Saint Thomas Aquinas. The decisive point was not to establish whether the machine may become more efficient than man, but to ask whether there exist acts proper to the person that cannot be delegated without altering the human itself. Within this perspective, I resumed one of the central intuitions of Thomistic synthesis: moral discernment arises from the unity between ratio and intellectus, between the capacity to analyse and the capacity to grasp truth in its unity. Judgement does not coincide with calculation. And it is precisely here that the Thomistic principle acquires decisive significance. In my book I returned to the celebrated axiom: «Gratia non tollit naturam, sed perficit (“Grace does not destroy nature but perfects it”, Summa Theologiae, I, I, 8 ad 2)». This principle does not affirm that grace replaces what is lacking in man; it affirms the opposite: it brings a real nature to fulfilment without eliminating or replacing it. Applied analogically to the relationship between man and Artificial Intelligence, the principle leads to a radical question: if grace perfects nature but does not replace it, can technology perfect faculties that man does not possess? The answer I attempted to develop is negative: Artificial Intelligence may amplify existing capacities, accelerate processes and support complex operations; but it cannot generate what is absent: it does not produce consciousness where there is no consciousness, it does not generate judgement where moral formation does not exist, it does not create discernment where interiority is lacking.

The problem is not how powerful Artificial Intelligence becomes, but what kind of man makes use of it. Because no technique perfects what does not exist and therefore what is lacking in man cannot be delegated to the machine in order that it may be created. In the book I dedicated to this theme, I explain that no civilisation has ever collapsed because it possessed instruments that were too powerful. Civilisations begin to decline when they cease to distinguish between what can be built and what instead must be safeguarded. And among all the things that man may lose, the most difficult to rebuild has always remained the same: freedom.

Rome, 25 May 2026

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NO UNA METAFÍSICA DE LA INTELIGENCIA ARTIFICIAL: LEÓN XIV Y LA CUSTODIA DEL HOMBRE

El problema no radica en cuánto llegue a ser poderosa la Inteligencia Artificial, sino en qué tipo de hombre la utilice. Porque ninguna tecnología perfecciona lo que no existe y, por lo tanto, aquello que falta en el hombre no puede ser delegado a la máquina para que sea creado […] Las civilizaciones comienzan a decaer cuando dejan de distinguir entre lo que puede ser construido y lo que, por el contrario, debe ser custodiado. Y entre todas las cosas que el hombre puede perder, la más difícil de recuperar sigue siendo siempre la misma: la libertad.

— Actualidad eclesial —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Leer la primera encíclica de un Pontífice a un año del inicio de su pontificado constituye siempre un ejercicio delicado, sobre todo cuando el tema abordado pertenece a uno de los territorios más complejos y controvertidos de nuestro tiempo: la Inteligencia Artificial. El riesgo es doble: por una parte, exigir al texto aquello que no pretende ser; por otra, atribuirle aquello que no dice. Esta precisión metodológica resulta necesaria desde el inicio, porque Magnifica Humanitas no nace como manifiesto tecnológico ni como tratado filosófico sobre la naturaleza de la Inteligencia Artificial. Quizás sea precisamente aquí donde nace una primera impresión de desconcierto en el teólogo habituado a las grandes encíclicas especulativas del siglo XX. En efecto, quien esperase un documento construido según el modelo de Humani generis, Populorum progressio, Centesimus annus o Fides et ratio podría quedar sorprendido. Por lo demás, dentro del magisterio de los Romanos Pontífices pueden distinguirse al menos dos grandes tipos de documentos: textos que hablan principalmente al presente, a la comunidad eclesial, a la sociedad, a la política y a las urgencias de su propio tiempo; textos que, con el paso de los años, se vuelven inevitablemente datados y cuyo valor principal deja de consistir en ofrecer respuestas directas a los problemas del presente para convertirse en una vía que permita comprender determinados pasajes, crisis y evoluciones de la vida de la Iglesia. Un ejemplo entre tantos podría ser Mirari vos, promulgada por Gregorio XVI en 1832, cuyas concepciones sociopolíticas no pueden ser extrapoladas de aquel contexto histórico determinado ni trasladadas mecánicamente a la sociedad contemporánea. Luego están, los documentos que, si bien nacieron dentro de un período histórico determinado, abordan principalmente cuestiones que tocan los fundamentos permanentes de la fe y de la antropología cristiana y, por lo tanto, continúan hablando más allá de su propio tiempo; baste pensar, con diferentes características: Veritatis splendor de Juan Pablo II o Spe salvi de Benedicto XVI. Todavía es demasiado pronto para establecer a cuál de estos dos géneros pertenece Magnifica Humanitas, pero una primera impresión es que León XIV ha escogido hablar al presente histórico, ofreciendo criterios de orientación ante una transformación ya en curso más que elaborar una síntesis destinada a constituirse en referencia teológica de largo alcance.

León XIV no afronta el problema preguntándose si las máquinas pueden realmente pensar ni entra en la distinción entre inteligencia, conciencia y computación. ¿Es acaso este un límite estructural? Más que un límite, parece tratarse de la elección de un camino diferente, delineado desde las primeras páginas: leer la transformación tecnológica como una cuestión que concierne ante todo a la vocación del hombre, a su modo de habitar el mundo y de ordenar su propia acción. Desde esta perspectiva, el centro de la encíclica no parece ser la Inteligencia Artificial como objeto autónomo de análisis, sino el sujeto humano que la desarrolla y la utiliza. Esta orientación emerge con particular claridad en el capítulo VI (cf. nn. 95-99), donde el Augusto Autor recuerda el riesgo de que la eficiencia técnica sea asumida como criterio predominante de organización del obrar humano e insiste en que el progreso es inseparable de la formación de la conciencia, de la responsabilidad personal y de la capacidad del hombre de orientar los medios hacia fines auténticamente humanos. De aquí deriva la insistencia del documento no tanto sobre el límite de la máquina, cuanto sobre la calidad del sujeto que la emplea. Esta elección aparece también en la estructura simbólica del texto. La encíclica abre efectivamente su razonamiento mediante dos imágenes bíblicas que el Santo Padre utiliza como clave de lectura del documento entero (cf. capítulo I, nn. 8–12).

La primera es el relato de Babel (cf. Gn 11,1-9): los hombres deciden construir una ciudad y una torre «cuya cima alcance el cielo» para afirmar su autosuficiencia y «hacerse un nombre»; el resultado no es una mayor unidad, sino la confusión de las lenguas y la dispersión. La segunda imagen es la reconstrucción de Jerusalén guiada por Nehemías (cf. Ne 2-6): una ciudad destruida es reconstruida no para exaltar el poder de alguien, sino mediante una obra ordenada, compartida y orientada a permitir que un pueblo vuelva a habitar y vivir. A través de estas dos imágenes el documento no contrapone técnica y no técnica, sino dos modos opuestos de construir: en el primer caso, la obra tiende a sustituirse al bien del hombre; en el segundo, permanece subordinada al bien de la comunidad humana.

Sin embargo, queda abierta una pregunta que acompañará inevitablemente la lectura del texto entero: si la custodia de la persona y el llamado a la responsabilidad bastan para afrontar un fenómeno que no se refiere solamente al uso de instrumentos nuevos, sino a la transferencia progresiva a dispositivos técnicos de actos que pertenecen al conocimiento, el juicio y al deliberar de la persona.

I. CONTINUIDAD Y DISCONTINUIDAD: EL PROBLEMA NO ES LA TÉCNICA, SINO EL PUNTO DESDE EL CUAL SE LA MIRA

Una de las primeras preguntas que inevitablemente el lector se plantea ante esta encíclica es si nos encontramos en continuidad con el gran magisterio del siglo XX o ante un documento que, aun situándose dentro del mismo cauce eclesial, pertenece a un nivel diferente de construcción teológica, cultural y cualitativa. La respuesta no puede ser unívoca: bajo el perfil de los contenidos fundamentales, el texto se sitúa claramente en continuidad con la Doctrina social de la Iglesia. Sin embargo, esto no implica afirmar que nos encontremos ante un documento del mismo espesor especulativo, de la misma capacidad de elaboración o del mismo nivel cualitativo que caracterizó algunas de las grandes encíclicas del siglo pasado. Reconocer esta diferencia no significa formular un juicio negativo sobre el magisterio de León XIV — cada época desarrolla lenguajes, sensibilidades y prioridades propias — sino reconocer que no todos los documentos magisteriales están construidos con el mismo grado de elaboración especulativa ni poseen la misma capacidad de generar categorías teológicas destinadas a incidir de modo estable en el plano cultural e histórico.

Ya en la introducción León XIV recuerda la tarea encomendada a cada generación de dar forma a su propio tiempo custodiando la dignidad de la persona, promoviendo la justicia y haciendo posible la fraternidad; reiterando que el riesgo permanente es el de construir un mundo deshumano precisamente en el momento en que la capacidad humana para transformar la realidad está en aumento. La continuidad con las enseñanzas del magisterio social es evidente; pero el punto de observación elegido por el texto parece distinto. Pío XII desarrollaba su magisterio mediante un fuerte trabajo de clarificación conceptual: distinguía los niveles del discurso, delimitaba las categorías y tendía a construir arquitecturas argumentativas en las cuales cada concepto ocupaba un lugar preciso. Un planteamiento sostenido principalmente en la confrontación constante con la gran tradición teológica de la Iglesia —desde los Padres hasta los Doctores— y por el planteamiento metafísico clásico, especialmente en su elaboración escolástica, asumido como instrumento para custodiar el orden entre naturaleza y gracia, razón y fe, historia y verdad. Pablo VI tendía a leer los grandes procesos históricos — desarrollo económico, transformaciones sociales, relaciones entre los pueblos, modernización — tratando de comprender sus consecuencias sobre el hombre, sobre su dignidad, sobre su libertad y sobre las formas de convivencia humana. Más que delimitar conceptos, buscaba construir una visión capaz de mantener unidas historia, sociedad, desarrollo y vocación de la persona. Juan Pablo II afrontaba las cuestiones de su tiempo reconduciéndolas constantemente a la pregunta sobre el hombre. Sus grandes categorías — persona, verdad, libertad, trabajo, cuerpo, conciencia — no eran presentadas como temas aislados, sino como elementos de una visión unitaria en la cual el hombre es comprendido como sujeto moral llamado a la verdad y a la responsabilidad. Por eso sus documentos normalmente no se limitan a indicar orientaciones prácticas, sino que tienden a construir una verdadera interpretación del hombre y de la historia. León XIV, en cambio, no aborda el problema de la Inteligencia Artificial preguntándose si el proceso computacional puede asimilar a la inteligencia o si el cálculo puede sustituir el acto humano del conocer. Esta elección emerge con claridad sobre todo en el modo en que el documento define la tarea del discernimiento: no comprender hasta dónde puede llegar la tecnología, sino establecer los fines dentro de los cuales debe ser orientada. De ello deriva un cambio importante: el problema no se sitúa principalmente en el plano de la eficiencia, sino en el del juicio humano. La pregunta que permanece abierta no es si las máquinas pueden volverse más inteligentes, sino si el hombre, delegando progresivamente actos que pertenecen a su experiencia personal, conserva aún el dominio de su propio obrar o termina adaptándose a las lógicas de los instrumentos que ha construido. Por esta razón la encíclica insiste menos sobre la naturaleza del instrumento y más sobre la responsabilidad del sujeto que lo emplea. Esta orientación emerge con particular claridad en el capítulo V (cf. n. 87), donde León XIV afirma que el criterio decisivo no consiste en el desarrollo de la capacidad técnica como tal, sino en la pregunta acerca del sujeto que la gobierna y del fin al que es ordenada. Por lo tanto, la cuestión decisiva no es lo que las máquinas pueden hacer, sino en qué eligen convertirse los hombres mediante aquello que construye. En este sentido el documento recuerda que el desarrollo tecnológico no puede ser evaluado exclusivamente sobre la base de la eficiencia o del incremento de las capacidades operativas, sino que debe ser juzgado a la luz de las consecuencias que produce sobre la persona y sobre la vida social. El texto insiste, en efecto, en que ninguna innovación puede ser considerada beneficiosa por el solo hecho de ser posible o eficaz, sino que debe ser sometida a un discernimiento sobre el bien humano al que está llamado a servir (cf. capítulo III, nn. 60-64).

Permanece, sin embargo, abierta una cuestión que acompañará inevitablemente el debate posterior: si el llamado a la custodia de lo humano sea suficiente o si también, resulte necesario interrogarse sobre el modo en que las tecnologías modifican el ejercicio concreto del juicio, de la libertad y de la conciencia. Por tanto, si esta encíclica tiene el mérito de reabrir seriamente esta pregunta, ya habrá realizado algo importante.

II. LA INTELIGENCIA ARTIFICIAL: ¿CUSTODIAR AL HOMBRE O COMPRENDER EN QUÉ SE ESTÁ CONVIRTIENDO?

Es probablemente en este punto donde se concentra uno de los núcleos más característicos de la encíclica. León XIV no afronta la Inteligencia Artificial a partir de la pregunta sobre la naturaleza de la inteligencia o sobre la posibilidad de que procesos artificiales reproduzcan el pensamiento humano. En el capítulo III (cf. nn. 52-58) el documento recuerda más bien el riesgo de que la tecnología, de instrumento ordenado al obrar humano, tienda progresivamente a transformarse en un ambiente capaz de influir sobre la percepción, las relaciones y las formas de experiencia. Posteriormente, en el capítulo IV (cf. nn. 71-76), afrontando el tema de la delegación de funciones decisionales, la encíclica insiste en que ningún aparato técnico puede sustituir la responsabilidad personal ni el juicio moral. De aquí emerge el punto central del texto: la cuestión decisiva no es en qué pueda convertirse la máquina, sino aquello que el hombre corre el riesgo de dejar de ejercer. Por esta razón el documento no concentra su interés sobre la descripción técnica de los sistemas de Inteligencia Artificial, sino que vuelve repetidamente sobre la cuestión del sujeto humano que los proyecta y los utiliza. Esta orientación emerge en el capítulo II (cf. nn. 28-32), donde el Sumo Pontífice recuerda el criterio de la dignidad de la persona como medida del progreso; en el capítulo IV (cf. nn. 79-82), donde insiste sobre la responsabilidad que acompaña toda decisión tecnológica; y en el capítulo VI (cf. nn. 112-116), donde el bien común es indicado como criterio para juzgar los efectos de las transformaciones digitales sobre la vida social. En esta perspectiva, el problema no es planteado ante todo en el plano de las prestaciones de la máquina, sino en la relación entre desarrollo técnico y responsabilidad humana.

La pregunta implícita de la encíclica parece ser: ¿cómo evitar que el hombre quede reducido a función del sistema que él mismo ha construido? Es una pregunta seria y necesaria. Sin embargo, precisamente aquí emerge un posible límite — o quizá, más correctamente, una elección deliberada —. Porque el texto no parece querer afrontar plenamente una cuestión que hoy se presenta cada vez más decisiva: no solamente qué es aquello que el hombre debe custodiar, sino qué es lo que el hombre se está convirtiendo.

La revolución de la Inteligencia Artificial no se limita solamente a nuevos instrumentos. Afecta el modo en que percibimos el tiempo, ejercemos el juicio, construimos relaciones, comprendemos el cuerpo, vivimos la libertad y formamos la conciencia. Desde esta perspectiva, el problema no consiste simplemente en impedir que la máquina sustituya al hombre; sino en comprender si el hombre, al confiar progresivamente a aparatos externos partes cada vez más mayores de su experiencia, corre el riesgo de modificar la esencia misma del ser humano.

La encíclica se aproxima a esta pregunta en el capítulo VI (cf. nn. 103-108), cuando recuerda el peligro de una progresiva reducción de la experiencia humana a aquello que puede ser medido, elaborado y administrado técnicamente, insistiendo en que la persona nunca coincide con la suma de sus funciones ni con los procesos que es capaz de delegar. Sin embargo, el documento no prosigue esta línea de reflexión hasta una elaboración antropológica sistemática y no entra de manera extensa en la cuestión de cómo las tecnologías inciden sobre la estructura del acto cognoscitivo, del juicio y de la deliberación. Su interés principal permanece siendo moral y social. Por ello, el aporte más fecundo que el texto puede ofrecer al debate eclesial no consiste tanto en haber pronunciado la última palabra sobre la Inteligencia Artificial, cuanto en haber recordado lo que debe permanecer en primer lugar: la persona humana. En este sentido adquiere particular relieve el llamado contenido en el capítulo VII (cf. n. 124), donde León XIV afirma que el progreso auténtico no coincide con el incremento de la capacidad operativa, sino con el crecimiento del hombre en la responsabilidad y en la comunión, recordando que ningún avance técnico puede sustituir el valor propio de la persona.

III. UNA PRIMERA CONCLUSIÓN: ENTRE LA CUSTODIA DEL HOMBRE Y LA LIBERTAD NEGADA

Sería injusto leer esta encíclica exigiéndole aquello que no ha pretendido ofrecer. Magnifica Humanitas elige otro camino: no partir de la pregunta sobre qué sea la técnica, sino de la pregunta sobre qué hombre viene formado por el uso de la técnica. Nos encontramos ante un texto que elige una vía distinta: llamar a la Iglesia y al mundo a custodiar al hombre en el tiempo de la transformación digital. Permanece abierta — y quizá deberá ser afrontada en los próximos años — una pregunta ulterior: si custodiar al hombre significa solamente proteger su dignidad o también comprender más profundamente qué está sucediendo con su inteligencia, con su libertad y con su experiencia de lo real. Si esta encíclica tiene el mérito de reabrir seriamente esta pregunta, ya habrá realizado algo importante.

Leyendo esta encíclica no he podido evitar un diálogo con algunas reflexiones que he desarrollado en mi reciente libro La libertà negata (La Libertad negada, Edizioni L’Isola di Patmos, enero de 2026), dedicado a la relación entre libertad, ética, Inteligencia Artificial y antropología cristiana. No se trata de superponer un trabajo personal al magisterio del Romano Pontífice — que por naturaleza, finalidad y autoridad pertenece a un orden completamente distinto — sino de establecer un diálogo entre dos puntos de observación diferentes ante una misma pregunta. La encíclica elige afrontar el tema partiendo de la Doctrina social de la Iglesia. Esta orientación emerge particularmente en el capítulo II (cf. nn. 28-32), donde León XIV recuerda que el progreso técnico no puede ser asumido como criterio autosuficiente de desarrollo e insiste en que toda innovación debe ser evaluada a la luz del bien de la persona y de la calidad de las relaciones humanas que contribuye a generar. En mi libro elegí, en cambio, un punto de partida distinto: interrogar la relación entre tecnología y el acto humano del conocer, juzgar y decidir, desarrollando esta reflexión a la luz de la tradición teológica clásica y particularmente del pensamiento de Santo Tomás de Aquino. El punto decisivo no era establecer si la máquina puede volverse más eficiente que el hombre, sino en preguntarse si existen actos propios de la persona que no pueden ser delegados sin alterar al ser humano. Desde esta perspectiva retomé una de las intuiciones centrales de la síntesis tomista: el discernimiento moral nace de la unidad entre ratio e intellectus, entre la capacidad de analizar y la capacidad de captar lo verdadero en su unidad. El juicio no coincide con el cálculo. Y es precisamente aquí donde el principio tomista adquiere un significado decisivo. En mi libro retomé el célebre axioma: «Gratia non tollit naturam, sed perficit (La gracia no destruye la naturaleza, sino que la perfecciona, Summa Theologiae, I, I, 8 ad 2)». Este principio no afirma que la gracia sustituya lo que le falta al hombre; afirma exactamente lo contrario: completa una naturaleza real, sin eliminarla ni reemplazarla. Aplicado analógicamente a la relación entre hombre e Inteligencia Artificial, el principio conduce a una pregunta radical: si la gracia perfecciona la naturaleza, pero no la sustituye, ¿puede la técnica perfeccionar facultades que el hombre no posee? La respuesta que he intentado desarrollar es negativa: la Inteligencia Artificial puede amplificar capacidades existentes, acelerar procesos, sostener operaciones complejas; pero no puede generar aquello que falta: no produce conciencia donde no hay conciencia, no genera juicio donde no existe formación moral, no crea discernimiento donde falta interioridad.

El problema no radica en cuánto llegue a ser poderosa la Inteligencia Artificial, sino en qué tipo de hombre la utilice. Porque ninguna tecnología perfecciona lo que no existe y, por lo tanto, aquello que falta en el hombre no puede ser delegado a la máquina para que sea creado. En el libro que he dedicado a este tema explico que ninguna civilización ha colapsado jamás porque dispusiera de instrumentos demasiado poderosos. Las civilizaciones comienzan a decaer cuando dejan de distinguir entre lo que puede ser construido y lo que, por el contrario, debe ser custodiado. Y entre todas las cosas que el hombre puede perder, la más difícil de recuperar sigue siendo siempre la misma: la libertad.

Roma, 25 de mayo de 2026

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La disperazione del non credere in Dio: un parallelo tra Kirillov e il «tardi ti amai» di Sant’Agostino

6 Maggio 2026/in Catechesi/da Eneas De Camargo Bete

     italiano, inglese, spagnolo, português

 

LA DISPERAZIONE DEL NON CREDERE IN DIO: UN PARALLELO TRA KIRILLOV E IL «TARDI TI AMAI» DI SANT’AGOSTINO

«Tardi ti amai, o bellezza tanto antica e tanto nuova: ecco, tu eri dentro di me e io fuori; e fuori ti cercavo e mi gettavo, deforme, sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te… Mi tenevano lontano da te le cose che non esisterebbero se non fossero in te»

— Riflessioni pastorali —

Autore
Eneas De Camargo Bête

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La ricerca del significato e dello scopo della vita è una questione centrale nell’esperienza umana. Per molti, la credenza in Dio svolge un ruolo fondamentale nella costruzione di un senso di identità e nella ricerca di risposte ai dilemmi esistenziali.

Fëdor Dostoevskij (1821-1881). Olio su tela. Vassilij Perov (1833-1882)

Tuttavia, vi sono coloro che affrontano la disperazione derivante dalla mancanza di fede in Dio; esempio di ciò è il personaggio Kirillov, dell’opera di Fëdor Dostoevskij, I Demoni (o I Posseduti).

Kirillov è un personaggio complesso e tormentato che si dibatte con la disperazione di non credere in Dio. Egli riconosce l’assenza di un potere superiore e la mancanza di uno scopo trascendente nell’esistenza umana. Questa consapevolezza lo conduce a uno stato di disperazione, poiché si trova di fronte all’impossibilità di trovare un significato assoluto nella propria vita.

La negazione di Dio pone Kirillov in un crocevia esistenziale. Senza la credenza in un essere divino che possa offrire uno scopo o un ordine morale universale, egli si sente libero di fare ciò che vuole, incluso togliersi la vita. Per lui, il suicidio diventa una scelta logica di fronte alla mancanza di senso dell’esistenza. Kirillov crede che, diventando l’autore della propria morte, diventerà il signore assoluto della propria vita.

La disperazione di Kirillov può essere interpretata anche come una risposta alla solitudine e all’isolamento che derivano dalla mancanza di una fede condivisa in Dio. Egli si sente alienato dalla società e incompreso dagli altri personaggi, i quali conservano ancora qualche forma di fede o di credenza in un potere superiore. Questa alienazione approfondisce la sua disperazione e lo conduce a cercare risposte in azioni estreme. Vi è un parallelo interessante tra Kirillov e alcuni aspetti del libertinismo e dell’ateismo contemporaneo.

D’altra parte, in Tardi ti amai (Confessioni), Sant’Agostino descrive la sua ricerca spirituale verso Dio. Agostino racconta come, lungo la sua vita, abbia cercato di soddisfare i propri bisogni attraverso le creature e il mondo materiale, per poi rendersi conto che tali ricerche erano vuote. La sua idea centrale

«Tardi ti amai, o bellezza tanto antica e tanto nuova: ecco, tu eri dentro di me e io fuori; e fuori ti cercavo e mi gettavo, deforme, sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te… Mi tenevano lontano da te le cose che non esisterebbero se non fossero in te»

riflette il riconoscimento che Dio è sempre stato presente nella sua vita, ma che egli lo ha percepito solo tardi. Agostino vive un risveglio spirituale nel quale trova significato e pienezza in Dio, allontanandosi dal vuoto della ricerca edonistica e materialista.

Il Santo menziona l’impatto della verità divina sulla mente e sul cuore, dove la comprensione intellettuale si unisce a una profonda risposta esistenziale, portando una vera gioia nell’anima come processo graduale di risveglio alla realtà trascendente, colmando i vuoti emotivi e spirituali che egli aveva precedentemente sperimentato nel temporale. La chiarezza ottenuta attraverso questa comprensione rivela un aspetto centrale della libertà umana insegnato dal Concilio Vaticano II, che riassume il dramma di questi due personaggi (Kirillov-libertinismo; Agostino-libertà):

«solo nella libertà l’uomo può convertirsi al bene. Gli uomini del nostro tempo apprezzano grandemente e cercano con ardore questa libertà; e a ragione. Spesso però la coltivano in modo perverso, come se essa consistesse nella licenza di fare qualsiasi cosa, anche il male, purché piaccia. La vera libertà è un segno eminente dell’immagine divina nell’uomo» (Gaudium et Spes, n. 17).

Così, sia Kirillov sia Agostino hanno affrontato una crisi esistenziale, ma le loro risposte sono notevolmente diverse. Kirillov si getta nell’abisso del nichilismo, vedendo la libertà come un peso insopportabile. Agostino, invece, trova consolazione e significato nella scoperta della presenza divina nella propria esistenza. Mentre Kirillov cerca di diventare un “dio” attraverso la morte, Agostino cerca Dio per trovare la vita.

 

Jundiaí, 6 maggio 2026

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THE DESPAIR OF NOT BELIEVING IN GOD: A PARALLEL BETWEEN KIRILOV AND SAINT AUGUSTINE’S “LATE HAVE I LOVED YOU”

«Late have I loved You, Beauty ever ancient and ever new; behold, You were within me, and I outside; and there I sought You, rushing headlong upon the beautiful things You had made, deformed myself. You were with me, but I was not with You… Those things kept me far from You which would not exist unless they existed in You»

 

— pastoral reflections —

Autor
Eneas De Camargo Bête

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The search for the meaning and purpose of life is a central question in the human experience. For many, belief in God plays a fundamental role in shaping a sense of identity and in the search for answers to existential dilemmas. Yet there are those who face the despair that results from not believing in God; an example of this is the character Kirilov in Fyodor Dostoevsky’s novel Demons (also translated as The Possessed).

Kirilov is a complex and tormented character who struggles with the despair of not believing in God. He recognizes the absence of a higher power and the lack of any transcendent purpose in human existence. This awareness leads him into a state of despair, because he finds himself confronted with the impossibility of discovering an absolute meaning for his life.

The denial of God places Kirilov at an existential crossroads. Without belief in a divine being capable of providing purpose or a universal moral order, he feels free to do whatever he wishes, including taking his own life. For him, suicide becomes a logical choice in the face of the meaninglessness of existence. Kirilov believes that, by becoming the author of his own death, he will become the absolute master of his own life.

Kirilov’s despair may also be interpreted as a response to the loneliness and isolation that arise from the absence of a shared belief in God. He feels alienated from society and misunderstood by the other characters, who still retain some form of faith or belief in a higher power. This alienation deepens his despair and drives him to seek answers through extreme actions. There is an intriguing parallel between Kirilov and certain aspects of contemporary libertinism and atheism.

On the other hand, in Late Have I Loved You (Confessions), Saint Augustine describes his spiritual search toward God. Augustine recounts how, throughout his life, he sought to satisfy his needs through creatures and the material world, only to realize that such pursuits were empty. His central insight

«Late have I loved You, Beauty ever ancient and ever new; behold, You were within me, and I outside; and there I sought You, rushing headlong upon the beautiful things You had made, deformed myself. You were with me, but I was not with You… Those things kept me far from You which would not exist unless they existed in You»

reflects his recognition that God had always been present in his life, though he came to perceive Him only late. Augustine undergoes a spiritual awakening in which he finds meaning and fullness in God, turning away from the emptiness of a hedonistic and materialistic search.

The Saint speaks of the impact of divine truth upon the mind and heart, where intellectual understanding is joined to a profound existential response, bringing true joy to the soul through a gradual awakening to transcendent reality, filling the emotional and spiritual voids that he had previously experienced within temporal things. The clarity attained through this understanding reveals a central aspect of human freedom taught by the Second Vatican Council, which summarizes the drama of these two figures (Kirilov-libertinism; Augustine-freedom):

«Only in freedom can man direct himself toward goodness. Our contemporaries highly esteem and eagerly pursue this freedom; and rightly so. Yet they often cultivate it in a wrong way, as though it consisted in the license to do anything whatsoever, even evil, so long as it pleases them. True freedom is an outstanding manifestation of the divine image in man» (Gaudium et Spes, n. 17).

Thus, both Kirilov and Augustine faced an existential crisis, but their responses are remarkably different. Kirilov throws himself into the abyss of nihilism, seeing freedom as an unbearable burden. Augustine, on the other hand, finds consolation and meaning in discovering the divine presence within his own existence. While Kirilov seeks to become a “god” through death, Augustine seeks God in order to find life.

Jundiaí, 6 May 2026

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LA DESESPERACIÓN DE NO CREER EN DIOS: UN PARALELO ENTRE KIRILOV Y EL “TARDE TE AMÉ” DE SAN AGUSTÍN

«Tarde te amé, Hermosura tan antigua y tan nueva; he aquí que Tú estabas dentro de mí y yo fuera, y por fuera te buscaba; y me lanzaba, deforme, sobre las hermosas cosas que Tú creaste. Tú estabas conmigo, pero yo no estaba contigo… Me retenían lejos de Ti aquellas cosas que no existirían si no existieran en Ti»

—Reflexões pastorais —

Author
Eneas De Camargo Bête

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La búsqueda del significado y del propósito de la vida es una cuestión central de la experiencia humana. Para muchos, la creencia en Dios desempeña un papel fundamental en la construcción de un sentido de identidad y en la búsqueda de respuestas a los dilemas existenciales. Sin embargo, hay quienes afrontan la desesperación que resulta de no creer en Dios; ejemplo de ello es el personaje Kirilov en la obra de Fiódor Dostoyevski Los demonios (o Los poseídos).

Kirilov es un personaje complejo y atormentado que se debate con la desesperación de no creer en Dios. Reconoce la ausencia de un poder superior y la falta de un propósito trascendente en la existencia humana. Esta conciencia lo conduce a un estado de desesperación, pues se encuentra ante la imposibilidad de hallar un significado absoluto para su vida.

La negación de Dios coloca a Kirilov en una encrucijada existencial. Sin la creencia en un ser divino capaz de ofrecer un propósito o un orden moral universal, se siente libre de hacer lo que quiera, incluso quitarse la vida. Para él, el suicidio se convierte en una elección lógica frente a la falta de sentido de la existencia. Kirilov cree que, al convertirse en el autor de su propia muerte, llegará a ser el señor absoluto de su propia vida.

La desesperación de Kirilov también puede interpretarse como una respuesta a la soledad y al aislamiento que resultan de la falta de una fe compartida en Dios. Se siente alienado de la sociedad e incomprendido por los demás personajes, quienes todavía conservan alguna forma de fe o de creencia en un poder superior. Esta alienación profundiza su desesperación y lo lleva a buscar respuestas en acciones extremas. Existe un interesante paralelismo entre Kirilov y ciertos aspectos del libertinaje y del ateísmo contemporáneo.

Por otro lado, en Tarde te amé (Confesiones), san Agustín describe su búsqueda espiritual hacia Dios. Agustín relata cómo, a lo largo de su vida, buscó satisfacer sus necesidades a través de las criaturas y del mundo material, solo para darse cuenta de que tales búsquedas eran vacías. Su idea central

«Tarde te amé, Hermosura tan antigua y tan nueva; he aquí que Tú estabas dentro de mí y yo fuera, y por fuera te buscaba; y me lanzaba, deforme, sobre las hermosas cosas que Tú creaste. Tú estabas conmigo, pero yo no estaba contigo… Me retenían lejos de Ti aquellas cosas que no existirían si no existieran en Ti»

refleja el reconocimiento de que Dios siempre estuvo presente en su vida, aunque solo lo percibió tardíamente. Agustín experimenta un despertar espiritual en el cual encuentra significado y plenitud en Dios, alejándose del vacío de la búsqueda hedonista y materialista.

El santo menciona el impacto de la verdad divina sobre la mente y el corazón, donde la comprensión intelectual se une a una profunda respuesta existencial, llevando una verdadera alegría al alma mediante un proceso gradual de despertar a la realidad trascendente, llenando los vacíos emocionales y espirituales que anteriormente había experimentado en las cosas temporales. La claridad obtenida a través de esta comprensión revela un aspecto central de la libertad humana enseñado por el Concilio Vaticano II, que resume el drama de estos dos personajes (Kirilov-libertinaje; Agustín-libertad):

«Solo en la libertad puede el hombre convertirse al bien. Los hombres de nuestro tiempo aprecian grandemente y buscan con ardor esta libertad; y con razón. Sin embargo, con frecuencia la fomentan de manera condenable, como si consistiera en la licencia de hacer cualquier cosa, incluso el mal, con tal de que agrade. La verdadera libertad es un signo eminente de la imagen divina en el hombre» (Gaudium et Spes, n. 17).

Así, tanto Kirilov como Agustín afrontaron una crisis existencial, pero sus respuestas son notablemente diferentes. Kirilov se arroja al abismo del nihilismo, viendo la libertad como una carga insoportable. Agustín, en cambio, encuentra consuelo y significado en el descubrimiento de la presencia divina en su propia existencia. Mientras Kirilov busca convertirse en un “dios” mediante la muerte, Agustín busca a Dios para encontrar la vida.

Jundiaí, 6 de mayo de 2026

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O DESESPERO DO NÃO ACREDITAR EM DEUS: UM PARALELO ENTRE KIRILOV E O “TARDE VOS AMEI” DE SANTO AGOSTINHO

«Tarde Vos amei, ó Beleza tão antiga e tão nova, eis que estavas dentro, e eu, fora – e fora Te buscava, e me lançava, disforme e nada belo, perante a beleza de tudo e de todos que criaste. Estavas comigo, e eu não estava Contigo… Seguravam-me longe de Ti as coisas que não existiriam senão em Ti»

—Reflexões pastorais —

Author
Eneas De Camargo Bête

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A busca pelo significado e propósito da vida é uma questão central na experiência humana. Para muitos, a crença em Deus desempenha um papel fundamental na construção de um sentido de identidade e na busca de respostas para os dilemas existenciais. No entanto, existem aqueles que enfrentam o desespero resultante da falta de crença em Deus, exemplo disso é o personagem Kirilov, da obra de Fiodor Dostoiévski, “Os Demônios” (ou “Os Possuídos”).

Kirilov é um personagem complexo e atormentado que se debate com o desespero de não acreditar em Deus. Ele reconhece a ausência de um poder superior e a falta de um propósito transcendente na existência humana. Essa percepção o leva a um estado de desespero, pois ele se depara com a impossibilidade de encontrar um significado absoluto em sua vida.

A negação de Deus coloca Kirilov em uma encruzilhada existencial. Sem a crença em um ser divino que possa fornecer um propósito ou uma ordem moral universal, ele se sente livre para fazer o que quiser, inclusive tirar sua própria vida. Para ele, o suicídio se torna uma escolha lógica diante da falta de sentido da existência. Kirilov acredita que, ao se tornar o próprio autor de sua morte, ele se tornará o senhor absoluto de sua própria vida.

O desespero de Kirilov também pode ser interpretado como uma resposta à solidão e ao isolamento que resultam da falta de uma crença compartilhada em Deus. Ele se sente alienado da sociedade e incompreendido pelos outros personagens, que ainda possuem alguma forma de fé ou crença em um poder superior. Essa alienação aprofunda seu desespero e o leva a buscar respostas em ações extremas. Há um paralelo intrigante entre Kirilov e certos aspectos da libertinagem e do ateísmo contemporâneo.

Por outro lado, em «Tarde Vos Amei» (Confissões), Santo Agostinho descreve sua busca espiritual em direção a Deus. Agostinho relata como, ao longo de sua vida, ele buscou satisfazer suas necessidades através das criaturas e do mundo material, apenas para perceber que essas buscas eram vazias. Sua ideia central

«Tarde Vos amei, ó Beleza tão antiga e tão nova, eis que estavas dentro, e eu, fora – e fora Te buscava, e me lançava, disforme e nada belo, perante a beleza de tudo e de todos que criaste. Estavas comigo, e eu não estava Contigo… Seguravam-me longe de Ti as coisas que não existiriam senão em Ti»

reflete seu reconhecimento de que Deus sempre esteve presente em sua vida, mas ele só o percebeu tardiamente. Agostinho experimenta um despertar espiritual no qual encontra significado e plenitude em Deus, afastando-se do vazio da busca hedonista e materialista.

O santo menciona o impacto da verdade divina sobre a mente e o coração, onde a compreensão intelectual se mescla com uma profunda resposta existencial, trazendo uma verdadeira alegria em sua alma como um processo gradual de despertar para a realidade transcendental, preenchendo os vazios emocionais e espirituais que ele experimentou anteriormente com o temporal. A clareza obtida através dessa compreensão revela um aspecto central da liberdade do ser humano ensinado no Vaticano II, o qual resume o drama desses dois personagens (Kirilov-libertinagem; Agostinho-liberdade):

«só na liberdade que o homem se pode converter ao bem. Os homens de hoje apreciam grandemente e procuram com ardor esta liberdade; e com toda a razão. Muitas vezes, porém, fomentam-na dum modo condenável, como se ela consistisse na licença de fazer seja o que for, mesmo o mal, contanto que agrade. A liberdade verdadeira é um sinal privilegiado da imagem divina no homem» (Gaudium et Spes, n. 17).

Assim, tanto Kirilov quanto Agostinho enfrentaram uma crise existencial, mas suas respostas são notavelmente diferentes. Kirilov se lança no abismo do niilismo, vendo a liberdade como um fardo insuportável. Agostinho, por outro lado, encontra consolo e significado em sua descoberta da divindade presente em sua existência. Enquanto Kirilov busca se tornar um “deus” pela morte, Agostinho busca a Deus para encontrar a vida.

Jundiaí, 6 de maji de 2026

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Estonia, una terra promessa, un mondo diverso … e una cattiveria quotidiana di chi tacer non può

5 Maggio 2026/in Redazione/da Redazione

ESTONIA, UNA TERRA PROMESSA, UN MONDO DIVERSO … E UNA CATTIVERIA QUOTIDIANA DI CHI TACER NON PUÒ

In fondo, ogni narrazione ha bisogno del suo altrove: un luogo dove tutto funziona meglio, dove la stampa è libera e le contraddizioni, per una misteriosa legge del clima, evaporano. Peccato solo che, tornando a latitudini più domestiche, quelle stesse contraddizioni ricompaiano puntuali, come una coscienza che non ha mai preso il volo.

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos 

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Nel 1984 il giovane Eros Ramazzotti, ventunenne, con una dizione ancora incerta che lasciava affiorare una meravigliosa cadenza romanesca, debuttò e vinse il Festival di Sanremo cantando Terra promessa. Fu l’inizio del lancio di una futura star internazionale.

Con altri generi di lanci — per esempio nel ridicolo — c’è chi, improvvisamente, scopre le virtù salvifiche delle latitudini baltiche, elevandole a paradigma di libertà, trasparenza e indipendenza, arrivando a sostenere, con tono sprezzante, che la nostra Italia «non vuole giornalisti liberi», collocandola, per questo, agli ultimi posti, persino dopo il Gambia. Non si tratta solo di geografia, ma di una vera e propria teologia applicata: una nuova “terra promessa” editoriale dove tutto è più libero, più giusto, più puro — soprattutto quando lo si osserva a debita distanza, mentre si continua a vivere in Italia.

L’Estonia diventa così non tanto un luogo, ma una comoda metafora: quella di una libertà evocata a parole e disattesa nei fatti, soprattutto quando, tra le mura domestiche, si ricorre con disinvoltura proprio a quegli strumenti che altrove si denunciano come intimidatori, per esempio «le querele temerarie, note nel gergo internazionale come Slapp (Strategic Lawsuits Against Public Participation), cause civili e penali utilizzate da soggetti pubblici e privati non per ottenere giustizia, ma per intimidire chi indaga e prosciugargli le risorse» (cfr. articolo, qui).

Ma vi è anche un altro aspetto, meno discusso e forse più rivelatore di questa pretesa libertà: quella del tono. La libertà di trasformare il confronto in delegittimazione personale, di sostituire l’argomento con l’etichetta, la critica con l’insulto. Così accade di leggere, rivolte a un noto teologo accademico italiano, espressioni come «boomer disoccupato», giudizi liquidatori quali «competenza poca, cattiverie tante», fino a qualificazioni apertamente denigratorie — «violento, vendicativo, arrogante» — che nulla hanno a che vedere con il confronto teologico e molto invece con una certa forma di aggressione personale travestita da dibattito (cfr. articolo, qui).

Una libertà, dunque, che rivendica per sé ciò che nega agli altri: il diritto di attaccare senza misura e, al tempo stesso, di denunciare come intimidatorio ogni tentativo di reazione. Una libertà che si presenta come difesa della stampa e che finisce per coincidere, nei fatti, con la libertà all’insulto, salvo poi dichiararsi insultato quando, come in questo caso, si riceve una replica misurata.

In fondo, ogni narrazione ha bisogno del suo altrove: un luogo dove tutto funziona meglio, dove la stampa è libera e le contraddizioni, per una misteriosa legge del clima, evaporano. Peccato solo che, tornando a latitudini più domestiche, quelle stesse contraddizioni ricompaiano puntuali, come una coscienza che non ha mai preso il volo.

Siamo i ragazzi di oggi
Pensiamo sempre all’America
Guardiamo lontano, troppo lontano.

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Dall’Isola di Patmos, 5 maggio 2026

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2026-05-05 14:35:582026-05-05 14:38:44Estonia, una terra promessa, un mondo diverso … e una cattiveria quotidiana di chi tacer non può

L’amore, inteso come sentimento, non ha una connotazione sessuale, parola di «prete omofobo»

3 Maggio 2026/in Attualità/da Padre Ariel

L’AMORE, INTESO COME SENTIMENTO, NON HA UNA CONNOTAZIONE SESSUALE, PAROLA DI «PRETE OMOFOBO»

C’è un soggetto che da tempo si diletta a definirmi «omofobo» e «persona irrisolta ossessionata dall’omosessualità». Chi lo conosce lo ha definito «omosessuale maligno alla massima potenza». Per tutta risposta ho prontamente corretto e replicato: «Eliminate immediatamente la parola “omosessuale” e lasciate solo quella di maligno, perché tale sarebbe anche se fosse il più eterosessuale di tutta l’Unione Europea. L’omosessualità, con la sua natura maligna, non c’entra proprio niente».

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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Caro Michelangelo,

La cosa peggiore che un prete potrebbe fare di fronte a una lettera come la tua è una “lezione” di dottrina e di morale cattolica. Esistono, beninteso, sia l’una sia l’altra: dottrina e morale cattolica, ma esiste soprattutto la persona, intesa come creatura creata a immagine e somiglianza di Dio.

«Anche l’omosessuale ha bisogno di amare all’infinito» (Padre Oreste Benzi, 1925-2007)

Nel Vangelo, proprio rifacendosi all’osservanza della legge sul sabato, quindi in un certo senso alla dottrina e alla morale ebraica, l’Evangelista Marco riferisce di Gesù che ammonisce: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27).

Più o meno tutti conosciamo gli insegnamenti del magistero in materia di morale sessuale, inseriti però nel mistero della grazia e della misericordia di Dio, che impone alla Chiesa di occuparsi prima di tutto della persona, assistendola soprattutto nei momenti di sconforto e di debolezza. Per questo dobbiamo tenere ben presenti le parole di Gesù: «Guai anche a voi, dottori della legge, perché caricate la gente di pesi difficili da portare, e voi non toccate quei pesi neppure con un dito» (Lc 11,46). Se poi vuoi lo stesso concetto — in forma certamente diversa ma comunque incisiva — lo ritroviamo anche nella celebre ballata della prostituta, di Fabrizio De André, dove si dice: «Si sa che la gente dà buoni consigli, sentendosi come Gesù nel tempio; si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio» (Bocca di Rosa, di Fabrizio De André e Gian Piero Reverberi, 1967).

Il fatto che tu provi affetto e attrazione verso un tuo amico non deve turbarti in modo eccessivo, né farti precipitare in situazioni di disagio e sofferenza psicologica. L’uomo rimane per gran parte un mistero e con lui i sentimenti che racchiude dentro di sé. In una fase della vita come la tua, tutto è ancora in crescita, in maturazione, in definizione: sei solo un ventenne e stai cercando di comprendere anche la tua dimensione affettiva. Se per maturare una dimensione di vita affettiva e sessuale bastasse nascere maschio o femmina, sarebbe tutto molto semplice. In realtà, invece, la maturazione affettiva e sessuale richiede un cammino che talvolta può essere anche lungo. Questo vale non solo per le persone che vivranno poi la propria sessualità nella concretezza, ma anche per coloro che all’esercizio della sessualità rinunciano, come ad esempio me e i miei confratelli, senza per questo perdere l’essenza della virilità che, prima ancora di essere fisica, è psicologica e rimane un bene prezioso da custodire per tutta la vita, anche quando il corpo non risponderà più agli impulsi sessuali. Anzi, proprio nella stagione della pace dei sensi la virilità che struttura la psicologia dell’uomo e del prete può risultare particolarmente arricchita. In questo mondo c’è chi vive la sessualità come espressione d’amore e chi invece rinuncia al suo esercizio per conseguire un’altra forma di amore, fondata non su una rinuncia fine a se stessa, peggio su una castrazione mentale, ma su un principio di donazione totale. Come vedi, la sessualità presenta davvero molte sfaccettature.

Tu mi chiedi: «questo affetto-amore che provo per il mio amico, che naturalmente è disordinato…». Ti rispondo con chiarezza: un affetto-amore nei confronti di un amico non è disordinato. Né sei obbligato a provare quell’affetto per una ragazza. L’affetto e l’amore, in quanto tali, li puoi provare per un ragazzo, una ragazza, un bambino o un anziano, un disabile o un malato terminale che sta morendo; li puoi provare per un genitore o per un nonno. L’amore, inteso come sentimento, non ha una connotazione sessuale. Cristo non comanda agli uomini di amare le donne e alle donne di amare gli uomini: ci dà un comandamento universale, senza distinzione, dicendo: «Il mio comandamento è questo: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12).

Quel che stai vivendo è anzitutto un’esperienza affettiva. È importante, quindi, distinguere con serenità tra affetto, legame, bisogno di vicinanza e ciò che invece appartiene a una dimensione propriamente sessuale. Non tutto ciò che è intenso è necessariamente disordinato; spesso è semplicemente umano e chiede di essere compreso, educato e orientato. Non avere fretta di definire te stesso con categorie così severe. Non sei un’etichetta, non sei una definizione: sei una persona in cammino. Non devi avere paura del bene che provi, ma solo imparare a viverlo nella verità e nella libertà. E per quanto riguarda il tuo amico, non avere fretta di “dire” o “non dire”. A volte il silenzio custodisce meglio delle parole; altre volte invece una parola detta con semplicità e verità può chiarire. Questo però va valutato con prudenza, senza farti guidare dall’ansia o dall’urgenza. Nel mentre continua il tuo cammino spirituale. Il fatto che tu abbia un direttore spirituale è una cosa molto importante: anche se non puoi vederlo spesso, resta sempre un punto di riferimento. La vita interiore non cresce solo negli incontri, ma anche nella fedeltà quotidiana. Poi, come puoi vedere, oggi abbiamo strumenti telematici che ci consentono contatti diretti e immediati, cosa impensabile in tempi tutt’altro che remoti, quando si inviava una lettera che giungeva dopo un paio di settimane per poi ricevere risposta dopo altrettanto tempo.

Alla domanda se l’omosessualità sia in sé e per sé un bene, sono tenuto a risponderti di no: per la morale cattolica è un peccato, uno stile di vita disordinato. Cambia però del tutto il tono se passiamo dal peccato alla persona, o per meglio dire dal peccato al peccatore. Il peccato si condanna, mentre la persona si accoglie e perdona. È il Santo Vangelo stesso a chiarirlo: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9,12), dice Gesù, che poco dopo precisa: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». Detto questo, una cosa che ti invito a fare con molta semplicità: non combattere contro te stesso come se fossi un problema da risolvere. Impara invece a conoscerti, a portare alla luce ciò che vivi, a metterlo davanti a Dio. Il Signore non si scandalizza della tua fatica, neppure delle tue cadute. Ti accompagna dentro le tue fatiche, ti rialza quando cadi, ti sorregge anche attraverso la voce di un peccatore come me. E ti dirò di più: quanto più sono consapevole del mio essere peccatore, tanto più mi sento indegno e, proprio per questo, strumento reale — benché imperfetto — della grazia e della misericordia di Dio, che ha donato se stesso attraverso il Verbo incarnato, fattosi agnello per lavare, con il sangue della croce, i peccati del mondo.

Sono amico e confidente di molte persone che vivono la propria omosessualità alla luce del sole, senza porsi particolari problemi, nei cui confronti mi sono sempre ben guardato dal dare giudizi morali non richiesti. Allo stesso tempo, sono confessore, direttore spirituale e, se vuoi, anche medico dell’anima di persone che invece certi impulsi della propria libido non li vivono in modo sereno, li tengono nascosti e spesso ne soffrono oltre misura. A tutti loro ho sempre detto che non saremo tanto giudicati per quello che avremo fatto “dalla cintura in giù”, ma sulla carità, sull’amore donato. Di questo è chiaro monito quanto riferisce l’Evangelista Matteo, quando Gesù insegna che il giudizio finale si fonderà sulla carità concreta mostrata verso i più bisognosi, che avremo accolto e trattato come se fossero stati Cristo in persona (cfr. Mt 25,31-46).

Caro figliolo, ti confido che, mentre ti rispondevo, il mio pensiero è stato attraversato di passaggio dalle parole aggressive di un soggetto che da tempo si diletta a definirmi «omofobo» e «persona irrisolta ossessionata dall’omosessualità». Chi lo conosce lo ha definito «omosessuale maligno alla massima potenza». Per tutta risposta ho prontamente corretto e replicato: «Eliminate immediatamente la parola “omosessuale” e lasciate solo quella di maligno, perché tale sarebbe anche se fosse il più eterosessuale di tutta l’Unione Europea. L’omosessualità, con la sua natura maligna, non c’entra proprio niente».

Non ti chiedo una preghiera per me: te la chiedo per questo povero infelice. Io, dal canto mio, continuerò ad accogliere tutti, come sempre ho fatto, senza chiedere a nessuno il suo pedigree sessuale, perché, se non lo facessi, tradirei la missione che Cristo, attraverso il Sacramento dell’Ordine, mi ha affidato mediante il ministero della Chiesa, che implica la maturità umana e spirituale di perdonare i malvagi, non certo di perdonare i santi. 

Ti benedico di cuore.

Dall’Isola di Patmos, 3 maggio 2026

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Fuori da Cristo non c’è accesso al Padre – Outside Christ there is no access to the Father – Fuera de Cristo no hay acceso al Padre

3 Maggio 2026/in Omiletica/da Padre Ariel
Omiletica dei Padri deL'Isola di Patmos

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

   (Italian, English, Español)

 

FUORI DA CRISTO SI PARLA DI DIO, IN CRISTO SI ENTRA

Enunciando uno di quegli assoluti che oggi tanto spaventano coloro che confondono i principi di assolutezza della fede con l’assolutismo, Cristo risponde: «Io sono la via, la verità e la vita». Non indica semplicemente una via, non aggiunge una verità, né comunica una vita come qualcosa di separabile da sé, ma si offre e dichiara come esse.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Dinanzi a questa pagina del Quarto Vangelo si tende spesso a soffermarsi sulla frase «Non sia turbato il vostro cuore», senza cogliere che il punto non è il turbamento, ma la sua causa.

Questo accade perché Giovanni non è di facile lettura: più che sulle righe, va letto oltre le righe. Il suo Vangelo non procede per semplice narrazione, ma per rivelazione progressiva, nella quale le parole rinviano sempre a una profondità ulteriore. Non a caso è lo stesso Evangelista che col Libro dell’Apocalisse chiude la Rivelazione, mostrando ciò che in molti dei suoi racconti resta velato: come quando Gesù parla di «acqua viva» alla samaritana e lei capisce acqua materiale, mentre in realtà si tratta di una vita che non si vede e che non si esaurisce (cfr. Gv 4, 10-14). Ma ascoltiamo il testo:

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14, 1-12).

Non è la paura a turbare i discepoli, ma qualcosa di più radicale: è il venir meno del riferimento. Quando il punto di riferimento viene meno l’uomo non sa più dove andare e, quando non sa dove andare, non sa neppure come vivere. Tommaso, infatti, non fa una domanda ingenua, ma formula una constatazione logica: «Non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Se non si conosce il termine del cammino, non si può conoscere neppure la strada che conduce a quel termine. Tommaso non chiede una spiegazione, mette a nudo il problema: senza sapere dove Cristo va, non è possibile sapere come seguirlo.

Enunciando uno di quegli assoluti che oggi tanto spaventano coloro che confondono i principi di assolutezza della fede con l’assolutismo, Cristo risponde: «Io sono la via, la verità e la vita». Non indica semplicemente una via, non aggiunge una verità, né comunica una vita come qualcosa di separabile da sé, ma si offre e dichiara come esse. Non una via tra le altre, ma la via; non una verità tra le possibili, ma la verità; non una vita che si possa ricevere altrove, ma la vita stessa. Cristo è la divina negazione vivente del relativismo religioso: qui non si tratta infatti di scegliere un percorso, ma di riconoscere che fuori da Lui non c’è accesso al Padre: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato» (Gv 10,9).

L’affermazione: «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me», significa che non basta parlare di Dio, né cercarlo, ma neppure è sufficiente crederci in qualche modo, perché senza passare attraverso Cristo non si arriva al Padre. A questo punto Filippo chiede: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Non sta facendo una richiesta teorica, chiede di vedere Dio, di avere davanti agli occhi ciò di cui Gesù ha parlato. Gesù gli risponde: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto?». Perché il problema non è che il Padre non si sia mostrato, ma che Filippo non ha riconosciuto dove si è mostrato. La frase: «Chi ha visto me ha visto il Padre», non è un semplice rimando, ma un invito a riconoscere che il Figlio è nel Padre e il Padre è in Lui, generato dal Padre e della stessa sostanza del Padre, non qualcosa di separato, ma Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, come recitiamo nella Professione di Fede. Per questo cercare il Padre fuori da Cristo è un equivoco: non perché Cristo lo sostituisca, ma perché il Figlio è nel Padre e il Padre è nel Figlio; fuori da questa unità non c’è accesso al Padre: «Le parole che io vi dico non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere».

Qui non siamo davanti soltanto a un insegnamento da comprendere, ma a una realtà che si compie: la relazione tra il Figlio e il Padre nella quale l’uomo viene reso partecipe. Questo non significa che il cristianesimo non sia pensiero: al contrario, nasce dal Logos ed è strutturalmente legato alla ragione, secondo quella unità tra fede e ragione che la tradizione ha sempre custodito, da Sant’Anselmo d’Aosta fino al magistero di Giovanni Paolo II. La fede non è un insieme di sentimenti ― ai quali oggi è sempre più spesso ridotta ―, ma una visione della realtà, dell’uomo, di Dio. E proprio perché è Logos, il cristianesimo non resta un pensiero astratto: il Logos si è fatto carne. E qui sta il punto: ciò che è vero non rimane teoria, ma diventa vita. La fede non nasce da un’idea, ma dall’incontro con Cristo; un incontro che coinvolge insieme l’intelligenza e la vita. Per questo, nel cristianesimo, pensiero e vita, cioè fede e ragione, non si oppongono: il pensiero senza la vita diventerebbe ideologia, la vita senza il pensiero si ridurrebbe a esperienza cieca. In Cristo, invece, il vero si dà come vita e la vita si manifesta nella verità.

È in questo senso che Gesù non sta semplicemente insegnando qualcosa, ma sta compiendo ciò che dice: in Lui il Padre opera, perché Egli è nel Padre e il Padre è in Lui. E la fede non è soltanto adesione a un insegnamento, ma partecipazione a questa azione di Dio che si compie nella storia: «Chi crede in me compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi». Con questa espressione non si indica una superiorità dell’uomo su Cristo, ma il fatto che, andando al Padre, Egli rende possibile che la sua opera continui oltre il tempo della sua presenza visibile, coinvolgendo chi crede in Lui. Cristo non scompare, ma opera in modo diverso. Non si tratta soltanto di imitare dei gesti, ma di entrare nella sequela Christi, che nasce dall’essere coinvolti nella sua opera, ed è da qui che scaturisce anche la vera imitazione.

È da qui che nasce la Chiesa: là dove l’opera di Cristo continua nella storia. Per questo il turbamento del cuore non scompare perché tutto diventa chiaro, ma perché non si è più fuori da ciò che Egli compie. Senza Cristo si può parlare di Dio, ma solo per Cristo, con Cristo e in Cristo si entra nell’opera di Dio.

Dall’Isola di Patmos, 3 maggio 2026

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OUTSIDE CHRIST THERE IS NO ACCESS TO THE FATHER

By enunciating one of those absolutes that today so frighten those who confuse the principles of the absoluteness of faith with absolutism, Christ responds: «I am the way, the truth, and the life». He does not simply indicate a way, nor add a truth, nor communicate a life as something separable from Himself, but He offers Himself and declares Himself as them.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Before this passage of the Fourth Gospel, one often tends to dwell on the phrase «Let not your heart be troubled», without grasping that the point is not the trouble, but its cause. This happens because John is not easy to read: more than on the lines, he must be read beyond the lines. His Gospel does not proceed by simple narration, but by progressive revelation, in which words always refer to a deeper reality. It is no coincidence that the same Evangelist, with the Book of Revelation, closes Revelation, unveiling what in many of his narratives remains veiled: as when Jesus speaks of «living water» to the Samaritan woman and she understands material water, while in reality it is a life that cannot be seen and does not run out (cf. Jn 4:10–14). Let us listen to the text:

«Do not let your hearts be troubled. You have faith in God; have faith also in me. In my Father’s house there are many dwelling places. If there were not, would I have told you that I am going to prepare a place for you? And if I go and prepare a place for you, I will come back again and take you to myself, so that where I am you also may be. Where [I] am going you know the way.» Thomas said to him, «Master, we do not know where you are going; how can we know the way?» Jesus said to him, «I am the way and the truth and the life. No one comes to the Father except through me. If you know me, then you will also know my Father. From now on you do know him and have seen him.» Philip said to him, «Master, show us the Father, and that will be enough for us.» Jesus said to him, «Have I been with you for so long a time and you still do not know me, Philip? Whoever has seen me has seen the Father. How can you say, ‘Show us the Father’? Do you not believe that I am in the Father and the Father is in me? The words that I speak to you I do not speak on my own. The Father who dwells in me is doing his works. Believe me that I am in the Father and the Father is in me, or else, believe because of the works themselves. Amen, amen, I say to you, whoever believes in me will do the works that I do, and will do greater ones than these, because I am going to the Father.» (John 14:1–12).

It is not fear that troubles the disciples, but something more radical: it is the loss of the point of reference. When the point of reference is lost, man no longer knows where to go and, when he does not know where to go, he no longer knows how to live. Thomas, in fact, does not ask a naïve question, but formulates a logical observation: «We do not know where you are going; how can we know the way?». If the destination of the journey is not known, the road that leads to it cannot be known either. Thomas does not ask for an explanation; he lays bare the problem: without knowing where Christ is going, it is not possible to know how to follow Him.

By enunciating one of those absolutes that today so frighten those who confuse the principles of the absoluteness of faith with absolutism, Christ responds: «I am the way, the truth, and the life». He does not simply indicate a way, nor add a truth, nor communicate a life as something separable from Himself, but He offers Himself and declares Himself as them. Not one way among others, but the way; not one truth among many, but the truth; not a life that can be received elsewhere, but life itself. Christ is the living divine negation of religious relativism: here it is not a matter of choosing a path, but of recognizing that outside Him there is no access to the Father: «I am the door; if anyone enters through me, he will be saved» (Jn 10:9).

The statement «No one comes to the Father except through me» means that it is not enough to speak about God, nor to seek Him, nor even to believe in Him in some way, because without passing through Christ one does not reach the Father. At this point Philip says: «Lord, show us the Father and that will be enough for us». He is not making a theoretical request: he asks to see God, to have before his eyes what Jesus has spoken about. Jesus answers him: «Have I been with you so long, and yet you do not know me, Philip?». The problem is not that the Father has not been shown, but that Philip has not recognized where He has been shown. The phrase «Whoever has seen me has seen the Father» is not a mere reference, but an invitation to recognize that the Son is in the Father and the Father is in Him, begotten of the Father and of the same substance as the Father, not something separate, but God from God, light from light, true God from true God, as we profess in the Creed. Therefore, seeking the Father outside Christ is a misunderstanding: not because Christ replaces Him, but because the Son is in the Father and the Father in the Son; outside this unity there is no access to the Father: «The words that I say to you I do not speak on my own; but the Father who dwells in me does his works».

Here we are not faced only with a teaching to be understood, but with a reality that takes place: the relationship between the Son and the Father in which man is made a participant. This does not mean that Christianity is not thought: on the contrary, it is born from the Logos and is structurally linked to reason, according to that unity between faith and reason which the tradition has always preserved, from Saint Anselm to the magisterium of John Paul II. Faith is not a set of feelings — to which it is increasingly reduced today —, but a vision of reality, of man, of God. And precisely because it is Logos, Christianity does not remain an abstract thought: the Logos became flesh. And here is the point: what is true does not remain theory, but becomes life. Faith is not born from an idea, but from the encounter with Christ; an encounter that involves both intelligence and life. For this reason, in Christianity, thought and life, that is, faith and reason, do not oppose each other: thought without life becomes ideology, life without thought becomes blind experience. In Christ, instead, truth is given as life and life is manifested in truth.

It is in this sense that Jesus is not simply teaching something, but accomplishing what He says: in Him the Father acts, because He is in the Father and the Father is in Him. And faith is not only adherence to a teaching, but participation in this action of God that takes place in history: «Whoever believes in me will also do the works that I do, and will do greater works than these». By this expression no superiority of man over Christ is meant, but the fact that, by going to the Father, He makes it possible for His work to continue beyond the time of His visible presence, involving those who believe in Him. Christ does not disappear, but acts in a different way. It is not only a matter of imitating gestures, but of entering into the sequela Christi, which is born from being involved in His work, and from which true imitation also springs.

From here the Church is born: where the work of Christ continues in history. For this reason the trouble of the heart does not disappear because everything becomes clear, but because one is no longer outside what He accomplishes. Without Christ one can speak about God, but only through Christ, with Christ and in Christ does one enter into the work of God.

From the Island of Patmos, May 3, 2026

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FUERA DE CRISTO NO HAY ACCESO AL PADRE

Enunciando uno de esos absolutos que hoy tanto asustan a quienes confunden los principios del carácter absoluto de la fe con el absolutismo, Cristo responde: «Yo soy el camino, la verdad y la vida». No indica simplemente un camino, no añade una verdad ni comunica una vida como algo separable de sí mismo, sino que se ofrece y se declara como ellas.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Ante esta página del Cuarto Evangelio, a menudo se tiende a detenerse en la frase «No se turbe vuestro corazón», sin comprender que el punto no es la turbación, sino su causa. Esto sucede porque Juan no es de fácil lectura: más que en las líneas, hay que leerlo más allá de las líneas. Su Evangelio no procede por simple narración, sino por revelación progresiva, en la que las palabras remiten siempre a una profundidad ulterior. No es casual que el mismo Evangelista, con el Libro del Apocalipsis, cierre la Revelación, mostrando lo que en muchos de sus relatos permanece velado: como cuando Jesús habla de «agua viva» a la samaritana y ella entiende agua material, mientras que en realidad se trata de una vida que no se ve y que no se agota (cf. Jn 4, 10-14). Escuchemos el texto:

«No se turbe vuestro corazón. Creéis en Dios: creed también en mí. En la casa de mi Padre hay muchas moradas; si no, os lo habría dicho; porque voy a prepararos un lugar. Y cuando haya ido y os haya preparado un lugar, volveré y os tomaré conmigo, para que donde esté yo estéis también vosotros. Y adonde yo voy, sabéis el camino». Le dice Tomás: «Señor, no sabemos adónde vas, ¿cómo podemos saber el camino?». Le dice Jesús: «Yo soy el camino, la verdad y la vida. Nadie va al Padre sino por mí. Si me conocéis a mí, conoceréis también a mi Padre; desde ahora lo conocéis y lo habéis visto». Le dice Felipe: «Señor, muéstranos al Padre y nos basta». Le dice Jesús: «¿Tanto tiempo hace que estoy con vosotros y no me conoces, Felipe? El que me ha visto a mí ha visto al Padre. ¿Cómo dices tú: “Muéstranos al Padre”? ¿No crees que yo estoy en el Padre y el Padre en mí? Las palabras que os digo, no las digo por mi cuenta; el Padre que permanece en mí realiza sus obras. Creedme: yo estoy en el Padre y el Padre en mí; y si no, creed por las obras mismas. En verdad, en verdad os digo: el que cree en mí, hará también las obras que yo hago, y hará mayores aún, porque yo voy al Padre». (Juan 14, 1–12).

No es el miedo lo que turba a los discípulos, sino algo más radical: es la pérdida del punto de referencia. Cuando el punto de referencia desaparece, el hombre ya no sabe adónde ir y, cuando no sabe adónde ir, ya no sabe cómo vivir. Tomás, de hecho, no formula una pregunta ingenua, sino que presenta una constatación lógica: «No sabemos adónde vas; ¿cómo podemos conocer el camino?». Si no se conoce el término del camino, tampoco se puede conocer la senda que conduce a él. Tomás no pide una explicación, pone al descubierto el problema: sin saber adónde va Cristo, no es posible saber cómo seguirlo.

Enunciando uno de esos absolutos que hoy tanto asustan a quienes confunden los principios del carácter absoluto de la fe con el absolutismo, Cristo responde: «Yo soy el camino, la verdad y la vida». No indica simplemente un camino, no añade una verdad ni comunica una vida como algo separable de sí mismo, sino que se ofrece y se declara como ellas. No un camino entre otros, sino el camino; no una verdad entre muchas, sino la verdad; no una vida que pueda recibirse en otra parte, sino la vida misma. Cristo es la negación divina viviente del relativismo religioso: aquí no se trata de elegir un recorrido, sino de reconocer que fuera de Él no hay acceso al Padre: «Yo soy la puerta; el que entre por mí se salvará» (Jn 10,9).

La afirmación «Nadie va al Padre sino por mí» significa que no basta hablar de Dios, ni buscarlo, ni siquiera creer en Él de algún modo, porque sin pasar por Cristo no se llega al Padre. En este punto Felipe dice: «Señor, muéstranos al Padre y nos basta». No hace una petición teórica: pide ver a Dios, tener ante los ojos aquello de lo que Jesús ha hablado. Jesús le responde: «Hace tanto que estoy con vosotros, ¿y no me conoces, Felipe?». El problema no es que el Padre no se haya mostrado, sino que Felipe no ha reconocido dónde se ha mostrado. La frase «Quien me ha visto a mí ha visto al Padre» no es un simple remitir, sino una invitación a reconocer que el Hijo está en el Padre y el Padre en Él, engendrado por el Padre y de la misma sustancia que el Padre, no algo separado, sino Dios de Dios, luz de luz, Dios verdadero de Dios verdadero, como profesamos en el Credo. Por eso buscar al Padre fuera de Cristo es un equívoco: no porque Cristo lo sustituya, sino porque el Hijo está en el Padre y el Padre en el Hijo; fuera de esta unidad no hay acceso al Padre: «Las palabras que yo os digo no las digo por mi cuenta; el Padre que permanece en mí realiza sus obras».

Aquí no estamos solamente ante una enseñanza que hay que comprender, sino ante una realidad que se realiza: la relación entre el Hijo y el Padre en la que el hombre es hecho partícipe. Esto no significa que el cristianismo no sea pensamiento: al contrario, nace del Logos y está estructuralmente ligado a la razón, según esa unidad entre fe y razón que la tradición siempre ha custodiado, desde san Anselmo hasta el magisterio de san Juan Pablo II. La fe no es un conjunto de sentimientos — a los que hoy se reduce cada vez más —, sino una visión de la realidad, del hombre y de Dios. Y precisamente porque es Logos, el cristianismo no permanece como pensamiento abstracto: el Logos se hizo carne. Y aquí está el punto: lo verdadero no permanece como teoría, sino que se convierte en vida. La fe no nace de una idea, sino del encuentro con Cristo; un encuentro que implica tanto la inteligencia como la vida. Por eso, en el cristianismo, pensamiento y vida, es decir, fe y razón, no se oponen: el pensamiento sin la vida se convierte en ideología, la vida sin el pensamiento se reduce a experiencia ciega. En Cristo, en cambio, la verdad se da como vida y la vida se manifiesta en la verdad.

Es en este sentido que Jesús no está simplemente enseñando algo, sino realizando lo que dice: en Él el Padre obra, porque Él está en el Padre y el Padre en Él. Y la fe no es solamente adhesión a una enseñanza, sino participación en esta acción de Dios que se realiza en la historia: «Quien cree en mí hará también las obras que yo hago, y hará otras mayores que estas». Con esta expresión no se indica una superioridad del hombre sobre Cristo, sino el hecho de que, al ir al Padre, Él hace posible que su obra continúe más allá del tiempo de su presencia visible, implicando a quienes creen en Él. Cristo no desaparece, sino que actúa de un modo distinto. No se trata solo de imitar gestos, sino de entrar en la sequela Christi, que nace de ser implicados en su obra, y de la cual brota también la verdadera imitación.

De aquí nace la Iglesia: allí donde la obra de Cristo continúa en la historia. Por eso la turbación del corazón no desaparece porque todo se vuelva claro, sino porque ya no se está fuera de lo que Él realiza. Sin Cristo se puede hablar de Dios, pero solo por Cristo, con Cristo y en Cristo se entra en la obra de Dios.

Desde la Isla de Patmos, 3 de mayo de 2026

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