La disperazione del non credere in Dio: un parallelo tra Kirillov e il «tardi ti amai» di Sant’Agostino

     italiano, inglese, spagnolo, português

 

LA DISPERAZIONE DEL NON CREDERE IN DIO: UN PARALLELO TRA KIRILLOV E IL «TARDI TI AMAI» DI SANT’AGOSTINO

«Tardi ti amai, o bellezza tanto antica e tanto nuova: ecco, tu eri dentro di me e io fuori; e fuori ti cercavo e mi gettavo, deforme, sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te… Mi tenevano lontano da te le cose che non esisterebbero se non fossero in te»

— Riflessioni pastorali —

.

La ricerca del significato e dello scopo della vita è una questione centrale nell’esperienza umana. Per molti, la credenza in Dio svolge un ruolo fondamentale nella costruzione di un senso di identità e nella ricerca di risposte ai dilemmi esistenziali.

Fëdor Dostoevskij (1821-1881). Olio su tela. Vassilij Perov (1833-1882)

Tuttavia, vi sono coloro che affrontano la disperazione derivante dalla mancanza di fede in Dio; esempio di ciò è il personaggio Kirillov, dell’opera di Fëdor Dostoevskij, I Demoni (o I Posseduti).

Kirillov è un personaggio complesso e tormentato che si dibatte con la disperazione di non credere in Dio. Egli riconosce l’assenza di un potere superiore e la mancanza di uno scopo trascendente nell’esistenza umana. Questa consapevolezza lo conduce a uno stato di disperazione, poiché si trova di fronte all’impossibilità di trovare un significato assoluto nella propria vita.

La negazione di Dio pone Kirillov in un crocevia esistenziale. Senza la credenza in un essere divino che possa offrire uno scopo o un ordine morale universale, egli si sente libero di fare ciò che vuole, incluso togliersi la vita. Per lui, il suicidio diventa una scelta logica di fronte alla mancanza di senso dell’esistenza. Kirillov crede che, diventando l’autore della propria morte, diventerà il signore assoluto della propria vita.

La disperazione di Kirillov può essere interpretata anche come una risposta alla solitudine e all’isolamento che derivano dalla mancanza di una fede condivisa in Dio. Egli si sente alienato dalla società e incompreso dagli altri personaggi, i quali conservano ancora qualche forma di fede o di credenza in un potere superiore. Questa alienazione approfondisce la sua disperazione e lo conduce a cercare risposte in azioni estreme. Vi è un parallelo interessante tra Kirillov e alcuni aspetti del libertinismo e dell’ateismo contemporaneo.

D’altra parte, in Tardi ti amai (Confessioni), Sant’Agostino descrive la sua ricerca spirituale verso Dio. Agostino racconta come, lungo la sua vita, abbia cercato di soddisfare i propri bisogni attraverso le creature e il mondo materiale, per poi rendersi conto che tali ricerche erano vuote. La sua idea centrale

«Tardi ti amai, o bellezza tanto antica e tanto nuova: ecco, tu eri dentro di me e io fuori; e fuori ti cercavo e mi gettavo, deforme, sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te… Mi tenevano lontano da te le cose che non esisterebbero se non fossero in te»

riflette il riconoscimento che Dio è sempre stato presente nella sua vita, ma che egli lo ha percepito solo tardi. Agostino vive un risveglio spirituale nel quale trova significato e pienezza in Dio, allontanandosi dal vuoto della ricerca edonistica e materialista.

Il Santo menziona l’impatto della verità divina sulla mente e sul cuore, dove la comprensione intellettuale si unisce a una profonda risposta esistenziale, portando una vera gioia nell’anima come processo graduale di risveglio alla realtà trascendente, colmando i vuoti emotivi e spirituali che egli aveva precedentemente sperimentato nel temporale. La chiarezza ottenuta attraverso questa comprensione rivela un aspetto centrale della libertà umana insegnato dal Concilio Vaticano II, che riassume il dramma di questi due personaggi (Kirillov-libertinismo; Agostino-libertà):

«solo nella libertà l’uomo può convertirsi al bene. Gli uomini del nostro tempo apprezzano grandemente e cercano con ardore questa libertà; e a ragione. Spesso però la coltivano in modo perverso, come se essa consistesse nella licenza di fare qualsiasi cosa, anche il male, purché piaccia. La vera libertà è un segno eminente dell’immagine divina nell’uomo» (Gaudium et Spes, n. 17).

Così, sia Kirillov sia Agostino hanno affrontato una crisi esistenziale, ma le loro risposte sono notevolmente diverse. Kirillov si getta nell’abisso del nichilismo, vedendo la libertà come un peso insopportabile. Agostino, invece, trova consolazione e significato nella scoperta della presenza divina nella propria esistenza. Mentre Kirillov cerca di diventare un “dio” attraverso la morte, Agostino cerca Dio per trovare la vita.

 

Jundiaí, 6 maggio 2026

.

THE DESPAIR OF NOT BELIEVING IN GOD: A PARALLEL BETWEEN KIRILOV AND SAINT AUGUSTINE’S “LATE HAVE I LOVED YOU”

«Late have I loved You, Beauty ever ancient and ever new; behold, You were within me, and I outside; and there I sought You, rushing headlong upon the beautiful things You had made, deformed myself. You were with me, but I was not with You… Those things kept me far from You which would not exist unless they existed in You»

 

— pastoral reflections —

Autor
Eneas De Camargo Bête

.

The search for the meaning and purpose of life is a central question in the human experience. For many, belief in God plays a fundamental role in shaping a sense of identity and in the search for answers to existential dilemmas. Yet there are those who face the despair that results from not believing in God; an example of this is the character Kirilov in Fyodor Dostoevsky’s novel Demons (also translated as The Possessed).

Kirilov is a complex and tormented character who struggles with the despair of not believing in God. He recognizes the absence of a higher power and the lack of any transcendent purpose in human existence. This awareness leads him into a state of despair, because he finds himself confronted with the impossibility of discovering an absolute meaning for his life.

The denial of God places Kirilov at an existential crossroads. Without belief in a divine being capable of providing purpose or a universal moral order, he feels free to do whatever he wishes, including taking his own life. For him, suicide becomes a logical choice in the face of the meaninglessness of existence. Kirilov believes that, by becoming the author of his own death, he will become the absolute master of his own life.

Kirilov’s despair may also be interpreted as a response to the loneliness and isolation that arise from the absence of a shared belief in God. He feels alienated from society and misunderstood by the other characters, who still retain some form of faith or belief in a higher power. This alienation deepens his despair and drives him to seek answers through extreme actions. There is an intriguing parallel between Kirilov and certain aspects of contemporary libertinism and atheism.

On the other hand, in Late Have I Loved You (Confessions), Saint Augustine describes his spiritual search toward God. Augustine recounts how, throughout his life, he sought to satisfy his needs through creatures and the material world, only to realize that such pursuits were empty. His central insight

«Late have I loved You, Beauty ever ancient and ever new; behold, You were within me, and I outside; and there I sought You, rushing headlong upon the beautiful things You had made, deformed myself. You were with me, but I was not with You… Those things kept me far from You which would not exist unless they existed in You»

reflects his recognition that God had always been present in his life, though he came to perceive Him only late. Augustine undergoes a spiritual awakening in which he finds meaning and fullness in God, turning away from the emptiness of a hedonistic and materialistic search.

The Saint speaks of the impact of divine truth upon the mind and heart, where intellectual understanding is joined to a profound existential response, bringing true joy to the soul through a gradual awakening to transcendent reality, filling the emotional and spiritual voids that he had previously experienced within temporal things. The clarity attained through this understanding reveals a central aspect of human freedom taught by the Second Vatican Council, which summarizes the drama of these two figures (Kirilov-libertinism; Augustine-freedom):

«Only in freedom can man direct himself toward goodness. Our contemporaries highly esteem and eagerly pursue this freedom; and rightly so. Yet they often cultivate it in a wrong way, as though it consisted in the license to do anything whatsoever, even evil, so long as it pleases them. True freedom is an outstanding manifestation of the divine image in man» (Gaudium et Spes, n. 17).

Thus, both Kirilov and Augustine faced an existential crisis, but their responses are remarkably different. Kirilov throws himself into the abyss of nihilism, seeing freedom as an unbearable burden. Augustine, on the other hand, finds consolation and meaning in discovering the divine presence within his own existence. While Kirilov seeks to become a “god” through death, Augustine seeks God in order to find life.

Jundiaí, 6 May 2026

.

LA DESESPERACIÓN DE NO CREER EN DIOS: UN PARALELO ENTRE KIRILOV Y EL “TARDE TE AMÉ” DE SAN AGUSTÍN

«Tarde te amé, Hermosura tan antigua y tan nueva; he aquí que Tú estabas dentro de mí y yo fuera, y por fuera te buscaba; y me lanzaba, deforme, sobre las hermosas cosas que Tú creaste. Tú estabas conmigo, pero yo no estaba contigo… Me retenían lejos de Ti aquellas cosas que no existirían si no existieran en Ti»

Reflexões pastorais

Author
Eneas De Camargo Bête

.

La búsqueda del significado y del propósito de la vida es una cuestión central de la experiencia humana. Para muchos, la creencia en Dios desempeña un papel fundamental en la construcción de un sentido de identidad y en la búsqueda de respuestas a los dilemas existenciales. Sin embargo, hay quienes afrontan la desesperación que resulta de no creer en Dios; ejemplo de ello es el personaje Kirilov en la obra de Fiódor Dostoyevski Los demonios (o Los poseídos).

Kirilov es un personaje complejo y atormentado que se debate con la desesperación de no creer en Dios. Reconoce la ausencia de un poder superior y la falta de un propósito trascendente en la existencia humana. Esta conciencia lo conduce a un estado de desesperación, pues se encuentra ante la imposibilidad de hallar un significado absoluto para su vida.

La negación de Dios coloca a Kirilov en una encrucijada existencial. Sin la creencia en un ser divino capaz de ofrecer un propósito o un orden moral universal, se siente libre de hacer lo que quiera, incluso quitarse la vida. Para él, el suicidio se convierte en una elección lógica frente a la falta de sentido de la existencia. Kirilov cree que, al convertirse en el autor de su propia muerte, llegará a ser el señor absoluto de su propia vida.

La desesperación de Kirilov también puede interpretarse como una respuesta a la soledad y al aislamiento que resultan de la falta de una fe compartida en Dios. Se siente alienado de la sociedad e incomprendido por los demás personajes, quienes todavía conservan alguna forma de fe o de creencia en un poder superior. Esta alienación profundiza su desesperación y lo lleva a buscar respuestas en acciones extremas. Existe un interesante paralelismo entre Kirilov y ciertos aspectos del libertinaje y del ateísmo contemporáneo.

Por otro lado, en Tarde te amé (Confesiones), san Agustín describe su búsqueda espiritual hacia Dios. Agustín relata cómo, a lo largo de su vida, buscó satisfacer sus necesidades a través de las criaturas y del mundo material, solo para darse cuenta de que tales búsquedas eran vacías. Su idea central

«Tarde te amé, Hermosura tan antigua y tan nueva; he aquí que Tú estabas dentro de mí y yo fuera, y por fuera te buscaba; y me lanzaba, deforme, sobre las hermosas cosas que Tú creaste. Tú estabas conmigo, pero yo no estaba contigo… Me retenían lejos de Ti aquellas cosas que no existirían si no existieran en Ti»

refleja el reconocimiento de que Dios siempre estuvo presente en su vida, aunque solo lo percibió tardíamente. Agustín experimenta un despertar espiritual en el cual encuentra significado y plenitud en Dios, alejándose del vacío de la búsqueda hedonista y materialista.

El santo menciona el impacto de la verdad divina sobre la mente y el corazón, donde la comprensión intelectual se une a una profunda respuesta existencial, llevando una verdadera alegría al alma mediante un proceso gradual de despertar a la realidad trascendente, llenando los vacíos emocionales y espirituales que anteriormente había experimentado en las cosas temporales. La claridad obtenida a través de esta comprensión revela un aspecto central de la libertad humana enseñado por el Concilio Vaticano II, que resume el drama de estos dos personajes (Kirilov-libertinaje; Agustín-libertad):

«Solo en la libertad puede el hombre convertirse al bien. Los hombres de nuestro tiempo aprecian grandemente y buscan con ardor esta libertad; y con razón. Sin embargo, con frecuencia la fomentan de manera condenable, como si consistiera en la licencia de hacer cualquier cosa, incluso el mal, con tal de que agrade. La verdadera libertad es un signo eminente de la imagen divina en el hombre» (Gaudium et Spes, n. 17).

Así, tanto Kirilov como Agustín afrontaron una crisis existencial, pero sus respuestas son notablemente diferentes. Kirilov se arroja al abismo del nihilismo, viendo la libertad como una carga insoportable. Agustín, en cambio, encuentra consuelo y significado en el descubrimiento de la presencia divina en su propia existencia. Mientras Kirilov busca convertirse en un “dios” mediante la muerte, Agustín busca a Dios para encontrar la vida.

Jundiaí, 6 de mayo de 2026

.

O DESESPERO DO NÃO ACREDITAR EM DEUS: UM PARALELO ENTRE KIRILOV E O “TARDE VOS AMEI” DE SANTO AGOSTINHO

«Tarde Vos amei, ó Beleza tão antiga e tão nova, eis que estavas dentro, e eu, fora – e fora Te buscava, e me lançava, disforme e nada belo, perante a beleza de tudo e de todos que criaste. Estavas comigo, e eu não estava Contigo… Seguravam-me longe de Ti as coisas que não existiriam senão em Ti»

Reflexões pastorais

Author
Eneas De Camargo Bête

.

A busca pelo significado e propósito da vida é uma questão central na experiência humana. Para muitos, a crença em Deus desempenha um papel fundamental na construção de um sentido de identidade e na busca de respostas para os dilemas existenciais. No entanto, existem aqueles que enfrentam o desespero resultante da falta de crença em Deus, exemplo disso é o personagem Kirilov, da obra de Fiodor Dostoiévski, “Os Demônios” (ou “Os Possuídos”).

Kirilov é um personagem complexo e atormentado que se debate com o desespero de não acreditar em Deus. Ele reconhece a ausência de um poder superior e a falta de um propósito transcendente na existência humana. Essa percepção o leva a um estado de desespero, pois ele se depara com a impossibilidade de encontrar um significado absoluto em sua vida.

A negação de Deus coloca Kirilov em uma encruzilhada existencial. Sem a crença em um ser divino que possa fornecer um propósito ou uma ordem moral universal, ele se sente livre para fazer o que quiser, inclusive tirar sua própria vida. Para ele, o suicídio se torna uma escolha lógica diante da falta de sentido da existência. Kirilov acredita que, ao se tornar o próprio autor de sua morte, ele se tornará o senhor absoluto de sua própria vida.

O desespero de Kirilov também pode ser interpretado como uma resposta à solidão e ao isolamento que resultam da falta de uma crença compartilhada em Deus. Ele se sente alienado da sociedade e incompreendido pelos outros personagens, que ainda possuem alguma forma de fé ou crença em um poder superior. Essa alienação aprofunda seu desespero e o leva a buscar respostas em ações extremas. Há um paralelo intrigante entre Kirilov e certos aspectos da libertinagem e do ateísmo contemporâneo.

Por outro lado, em «Tarde Vos Amei» (Confissões), Santo Agostinho descreve sua busca espiritual em direção a Deus. Agostinho relata como, ao longo de sua vida, ele buscou satisfazer suas necessidades através das criaturas e do mundo material, apenas para perceber que essas buscas eram vazias. Sua ideia central

«Tarde Vos amei, ó Beleza tão antiga e tão nova, eis que estavas dentro, e eu, fora – e fora Te buscava, e me lançava, disforme e nada belo, perante a beleza de tudo e de todos que criaste. Estavas comigo, e eu não estava Contigo… Seguravam-me longe de Ti as coisas que não existiriam senão em Ti»

reflete seu reconhecimento de que Deus sempre esteve presente em sua vida, mas ele só o percebeu tardiamente. Agostinho experimenta um despertar espiritual no qual encontra significado e plenitude em Deus, afastando-se do vazio da busca hedonista e materialista.

O santo menciona o impacto da verdade divina sobre a mente e o coração, onde a compreensão intelectual se mescla com uma profunda resposta existencial, trazendo uma verdadeira alegria em sua alma como um processo gradual de despertar para a realidade transcendental, preenchendo os vazios emocionais e espirituais que ele experimentou anteriormente com o temporal. A clareza obtida através dessa compreensão revela um aspecto central da liberdade do ser humano ensinado no Vaticano II, o qual resume o drama desses dois personagens (Kirilov-libertinagem; Agostinho-liberdade):

«só na liberdade que o homem se pode converter ao bem. Os homens de hoje apreciam grandemente e procuram com ardor esta liberdade; e com toda a razão. Muitas vezes, porém, fomentam-na dum modo condenável, como se ela consistisse na licença de fazer seja o que for, mesmo o mal, contanto que agrade. A liberdade verdadeira é um sinal privilegiado da imagem divina no homem» (Gaudium et Spes, n. 17).

Assim, tanto Kirilov quanto Agostinho enfrentaram uma crise existencial, mas suas respostas são notavelmente diferentes. Kirilov se lança no abismo do niilismo, vendo a liberdade como um fardo insuportável. Agostinho, por outro lado, encontra consolo e significado em sua descoberta da divindade presente em sua existência. Enquanto Kirilov busca se tornar um “deus” pela morte, Agostinho busca a Deus para encontrar a vida.

Jundiaí, 6 de maji de 2026

.

______________________

Cari Lettori,
questa rivista richiede costi di gestione che affrontiamo da sempre unicamente con le vostre libere offerte. Chi desidera sostenere la nostra opera apostolica può farci pervenire il proprio contributo mediante il comodo e sicuro Paypal cliccando sotto:

 

Continua a leggere

Estonia, una terra promessa, un mondo diverso … e una cattiveria quotidiana di chi tacer non può

ESTONIA, UNA TERRA PROMESSA, UN MONDO DIVERSO … E UNA CATTIVERIA QUOTIDIANA DI CHI TACER NON PUÒ

In fondo, ogni narrazione ha bisogno del suo altrove: un luogo dove tutto funziona meglio, dove la stampa è libera e le contraddizioni, per una misteriosa legge del clima, evaporano. Peccato solo che, tornando a latitudini più domestiche, quelle stesse contraddizioni ricompaiano puntuali, come una coscienza che non ha mai preso il volo.

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos 

.

Nel 1984 il giovane Eros Ramazzotti, ventunenne, con una dizione ancora incerta che lasciava affiorare una meravigliosa cadenza romanesca, debuttò e vinse il Festival di Sanremo cantando Terra promessa. Fu l’inizio del lancio di una futura star internazionale.

Con altri generi di lanci — per esempio nel ridicolo — c’è chi, improvvisamente, scopre le virtù salvifiche delle latitudini baltiche, elevandole a paradigma di libertà, trasparenza e indipendenza, arrivando a sostenere, con tono sprezzante, che la nostra Italia «non vuole giornalisti liberi», collocandola, per questo, agli ultimi posti, persino dopo il Gambia. Non si tratta solo di geografia, ma di una vera e propria teologia applicata: una nuova “terra promessa” editoriale dove tutto è più libero, più giusto, più puro — soprattutto quando lo si osserva a debita distanza, mentre si continua a vivere in Italia.

L’Estonia diventa così non tanto un luogo, ma una comoda metafora: quella di una libertà evocata a parole e disattesa nei fatti, soprattutto quando, tra le mura domestiche, si ricorre con disinvoltura proprio a quegli strumenti che altrove si denunciano come intimidatori, per esempio «le querele temerarie, note nel gergo internazionale come Slapp (Strategic Lawsuits Against Public Participation), cause civili e penali utilizzate da soggetti pubblici e privati non per ottenere giustizia, ma per intimidire chi indaga e prosciugargli le risorse» (cfr. articolo, qui).

Ma vi è anche un altro aspetto, meno discusso e forse più rivelatore di questa pretesa libertà: quella del tono. La libertà di trasformare il confronto in delegittimazione personale, di sostituire l’argomento con l’etichetta, la critica con l’insulto. Così accade di leggere, rivolte a un noto teologo accademico italiano, espressioni come «boomer disoccupato», giudizi liquidatori quali «competenza poca, cattiverie tante», fino a qualificazioni apertamente denigratorie — «violento, vendicativo, arrogante» — che nulla hanno a che vedere con il confronto teologico e molto invece con una certa forma di aggressione personale travestita da dibattito (cfr. articolo, qui).

Una libertà, dunque, che rivendica per sé ciò che nega agli altri: il diritto di attaccare senza misura e, al tempo stesso, di denunciare come intimidatorio ogni tentativo di reazione. Una libertà che si presenta come difesa della stampa e che finisce per coincidere, nei fatti, con la libertà all’insulto, salvo poi dichiararsi insultato quando, come in questo caso, si riceve una replica misurata.

In fondo, ogni narrazione ha bisogno del suo altrove: un luogo dove tutto funziona meglio, dove la stampa è libera e le contraddizioni, per una misteriosa legge del clima, evaporano. Peccato solo che, tornando a latitudini più domestiche, quelle stesse contraddizioni ricompaiano puntuali, come una coscienza che non ha mai preso il volo.

Siamo i ragazzi di oggi
Pensiamo sempre all’America
Guardiamo lontano, troppo lontano.

.

Dall’Isola di Patmos, 5 maggio 2026

.

______________________

Cari Lettori,
questa rivista richiede costi di gestione che affrontiamo da sempre unicamente con le vostre libere offerte. Chi desidera sostenere la nostra opera apostolica può farci pervenire il proprio contributo mediante il comodo e sicuro Paypal cliccando sotto:

O se preferite potete usare il nostro
Conto corrente bancario intestato a:
Edizioni L’Isola di Patmos

Agenzia n. 59 Roma – Vaticano
Codice IBAN:
IT74R0503403259000000301118
Per i bonifici internazionali:
Codice SWIFT:
BAPPIT21D21

Se fate un bonifico inviate una email di avviso alla redazione, la banca non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un messaggio di ringraziamento:
isoladipatmos@gmail.com

Vi ringraziamo per il sostegno che vorrete offrire al nostro servizio apostolico.

I Padri dell’Isola di Patmos

.

L’amore, inteso come sentimento, non ha una connotazione sessuale, parola di «prete omofobo»

L’AMORE, INTESO COME SENTIMENTO, NON HA UNA CONNOTAZIONE SESSUALE, PAROLA DI «PRETE OMOFOBO»

C’è un soggetto che da tempo si diletta a definirmi «omofobo» e «persona irrisolta ossessionata dall’omosessualità». Chi lo conosce lo ha definito «omosessuale maligno alla massima potenza». Per tutta risposta ho prontamente corretto e replicato: «Eliminate immediatamente la parola “omosessuale” e lasciate solo quella di maligno, perché tale sarebbe anche se fosse il più eterosessuale di tutta l’Unione Europea. L’omosessualità, con la sua natura maligna, non c’entra proprio niente».

— Attualità ecclesiale —

.

.

PDF  articolo formato stampa

 

.

Caro Michelangelo,

La cosa peggiore che un prete potrebbe fare di fronte a una lettera come la tua è una “lezione” di dottrina e di morale cattolica. Esistono, beninteso, sia l’una sia l’altra: dottrina e morale cattolica, ma esiste soprattutto la persona, intesa come creatura creata a immagine e somiglianza di Dio.

«Anche l’omosessuale ha bisogno di amare all’infinito» (Padre Oreste Benzi, 1925-2007)

Nel Vangelo, proprio rifacendosi all’osservanza della legge sul sabato, quindi in un certo senso alla dottrina e alla morale ebraica, l’Evangelista Marco riferisce di Gesù che ammonisce: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27).

Più o meno tutti conosciamo gli insegnamenti del magistero in materia di morale sessuale, inseriti però nel mistero della grazia e della misericordia di Dio, che impone alla Chiesa di occuparsi prima di tutto della persona, assistendola soprattutto nei momenti di sconforto e di debolezza. Per questo dobbiamo tenere ben presenti le parole di Gesù: «Guai anche a voi, dottori della legge, perché caricate la gente di pesi difficili da portare, e voi non toccate quei pesi neppure con un dito» (Lc 11,46). Se poi vuoi lo stesso concetto — in forma certamente diversa ma comunque incisiva — lo ritroviamo anche nella celebre ballata della prostituta, di Fabrizio De André, dove si dice: «Si sa che la gente dà buoni consigli, sentendosi come Gesù nel tempio; si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio» (Bocca di Rosa, di Fabrizio De André e Gian Piero Reverberi, 1967).

Il fatto che tu provi affetto e attrazione verso un tuo amico non deve turbarti in modo eccessivo, né farti precipitare in situazioni di disagio e sofferenza psicologica. L’uomo rimane per gran parte un mistero e con lui i sentimenti che racchiude dentro di sé. In una fase della vita come la tua, tutto è ancora in crescita, in maturazione, in definizione: sei solo un ventenne e stai cercando di comprendere anche la tua dimensione affettiva. Se per maturare una dimensione di vita affettiva e sessuale bastasse nascere maschio o femmina, sarebbe tutto molto semplice. In realtà, invece, la maturazione affettiva e sessuale richiede un cammino che talvolta può essere anche lungo. Questo vale non solo per le persone che vivranno poi la propria sessualità nella concretezza, ma anche per coloro che all’esercizio della sessualità rinunciano, come ad esempio me e i miei confratelli, senza per questo perdere l’essenza della virilità che, prima ancora di essere fisica, è psicologica e rimane un bene prezioso da custodire per tutta la vita, anche quando il corpo non risponderà più agli impulsi sessuali. Anzi, proprio nella stagione della pace dei sensi la virilità che struttura la psicologia dell’uomo e del prete può risultare particolarmente arricchita. In questo mondo c’è chi vive la sessualità come espressione d’amore e chi invece rinuncia al suo esercizio per conseguire un’altra forma di amore, fondata non su una rinuncia fine a se stessa, peggio su una castrazione mentale, ma su un principio di donazione totale. Come vedi, la sessualità presenta davvero molte sfaccettature.

Tu mi chiedi: «questo affetto-amore che provo per il mio amico, che naturalmente è disordinato…». Ti rispondo con chiarezza: un affetto-amore nei confronti di un amico non è disordinato. Né sei obbligato a provare quell’affetto per una ragazza. L’affetto e l’amore, in quanto tali, li puoi provare per un ragazzo, una ragazza, un bambino o un anziano, un disabile o un malato terminale che sta morendo; li puoi provare per un genitore o per un nonno. L’amore, inteso come sentimento, non ha una connotazione sessuale. Cristo non comanda agli uomini di amare le donne e alle donne di amare gli uomini: ci dà un comandamento universale, senza distinzione, dicendo: «Il mio comandamento è questo: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12).

Quel che stai vivendo è anzitutto un’esperienza affettiva. È importante, quindi, distinguere con serenità tra affetto, legame, bisogno di vicinanza e ciò che invece appartiene a una dimensione propriamente sessuale. Non tutto ciò che è intenso è necessariamente disordinato; spesso è semplicemente umano e chiede di essere compreso, educato e orientato. Non avere fretta di definire te stesso con categorie così severe. Non sei un’etichetta, non sei una definizione: sei una persona in cammino. Non devi avere paura del bene che provi, ma solo imparare a viverlo nella verità e nella libertà. E per quanto riguarda il tuo amico, non avere fretta di “dire” o “non dire”. A volte il silenzio custodisce meglio delle parole; altre volte invece una parola detta con semplicità e verità può chiarire. Questo però va valutato con prudenza, senza farti guidare dall’ansia o dall’urgenza. Nel mentre continua il tuo cammino spirituale. Il fatto che tu abbia un direttore spirituale è una cosa molto importante: anche se non puoi vederlo spesso, resta sempre un punto di riferimento. La vita interiore non cresce solo negli incontri, ma anche nella fedeltà quotidiana. Poi, come puoi vedere, oggi abbiamo strumenti telematici che ci consentono contatti diretti e immediati, cosa impensabile in tempi tutt’altro che remoti, quando si inviava una lettera che giungeva dopo un paio di settimane per poi ricevere risposta dopo altrettanto tempo.

Alla domanda se l’omosessualità sia in sé e per sé un bene, sono tenuto a risponderti di no: per la morale cattolica è un peccato, uno stile di vita disordinato. Cambia però del tutto il tono se passiamo dal peccato alla persona, o per meglio dire dal peccato al peccatore. Il peccato si condanna, mentre la persona si accoglie e perdona. È il Santo Vangelo stesso a chiarirlo: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9,12), dice Gesù, che poco dopo precisa: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». Detto questo, una cosa che ti invito a fare con molta semplicità: non combattere contro te stesso come se fossi un problema da risolvere. Impara invece a conoscerti, a portare alla luce ciò che vivi, a metterlo davanti a Dio. Il Signore non si scandalizza della tua fatica, neppure delle tue cadute. Ti accompagna dentro le tue fatiche, ti rialza quando cadi, ti sorregge anche attraverso la voce di un peccatore come me. E ti dirò di più: quanto più sono consapevole del mio essere peccatore, tanto più mi sento indegno e, proprio per questo, strumento reale — benché imperfetto — della grazia e della misericordia di Dio, che ha donato se stesso attraverso il Verbo incarnato, fattosi agnello per lavare, con il sangue della croce, i peccati del mondo.

Sono amico e confidente di molte persone che vivono la propria omosessualità alla luce del sole, senza porsi particolari problemi, nei cui confronti mi sono sempre ben guardato dal dare giudizi morali non richiesti. Allo stesso tempo, sono confessore, direttore spirituale e, se vuoi, anche medico dell’anima di persone che invece certi impulsi della propria libido non li vivono in modo sereno, li tengono nascosti e spesso ne soffrono oltre misura. A tutti loro ho sempre detto che non saremo tanto giudicati per quello che avremo fatto “dalla cintura in giù”, ma sulla carità, sull’amore donato. Di questo è chiaro monito quanto riferisce l’Evangelista Matteo, quando Gesù insegna che il giudizio finale si fonderà sulla carità concreta mostrata verso i più bisognosi, che avremo accolto e trattato come se fossero stati Cristo in persona (cfr. Mt 25,31-46).

Caro figliolo, ti confido che, mentre ti rispondevo, il mio pensiero è stato attraversato di passaggio dalle parole aggressive di un soggetto che da tempo si diletta a definirmi «omofobo» e «persona irrisolta ossessionata dall’omosessualità». Chi lo conosce lo ha definito «omosessuale maligno alla massima potenza». Per tutta risposta ho prontamente corretto e replicato: «Eliminate immediatamente la parola “omosessuale” e lasciate solo quella di maligno, perché tale sarebbe anche se fosse il più eterosessuale di tutta l’Unione Europea. L’omosessualità, con la sua natura maligna, non c’entra proprio niente».

Non ti chiedo una preghiera per me: te la chiedo per questo povero infelice. Io, dal canto mio, continuerò ad accogliere tutti, come sempre ho fatto, senza chiedere a nessuno il suo pedigree sessuale, perché, se non lo facessi, tradirei la missione che Cristo, attraverso il Sacramento dell’Ordine, mi ha affidato mediante il ministero della Chiesa, che implica la maturità umana e spirituale di perdonare i malvagi, non certo di perdonare i santi. 

Ti benedico di cuore.

Dall’Isola di Patmos, 3 maggio 2026

.

Gli ultimi libri di Padre Ariel

negozio librario QUI

.

.

______________________

Cari Lettori, questa rivista richiede costi di gestione che affrontiamo da sempre unicamente con le vostre libere offerte. Chi desidera sostenere la nostra opera apostolica può farci pervenire il proprio contributo mediante il comodo e sicuro Paypal cliccando sotto:

O se preferite potete usare il nostro Conto corrente bancario intestato a:

Edizioni L’Isola di Patmos

Agenzia n. 59 di Roma – Vaticano

Codice IBAN: IT74R0503403259000000301118

Per i bonifici internazionali:

Codice SWIFT: BAPPIT21D21

Se fate un bonifico inviate una email di avviso alla redazione,

la banca non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un messaggio di ringraziamento: isoladipatmos@gmail.com

Vi ringraziamo per il sostegno che vorrete offrire al nostro servizio apostolico.

I Padri dell’Isola di Patmos

Fuori da Cristo non c’è accesso al Padre – Outside Christ there is no access to the Father – Fuera de Cristo no hay acceso al Padre

Omiletica dei Padri deL'Isola di Patmos

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

   (Italian, English, Español)

 

FUORI DA CRISTO SI PARLA DI DIO, IN CRISTO SI ENTRA

Enunciando uno di quegli assoluti che oggi tanto spaventano coloro che confondono i principi di assolutezza della fede con l’assolutismo, Cristo risponde: «Io sono la via, la verità e la vita». Non indica semplicemente una via, non aggiunge una verità, né comunica una vita come qualcosa di separabile da sé, ma si offre e dichiara come esse.

.

.

 

 

.

Dinanzi a questa pagina del Quarto Vangelo si tende spesso a soffermarsi sulla frase «Non sia turbato il vostro cuore», senza cogliere che il punto non è il turbamento, ma la sua causa.

Questo accade perché Giovanni non è di facile lettura: più che sulle righe, va letto oltre le righe. Il suo Vangelo non procede per semplice narrazione, ma per rivelazione progressiva, nella quale le parole rinviano sempre a una profondità ulteriore. Non a caso è lo stesso Evangelista che col Libro dell’Apocalisse chiude la Rivelazione, mostrando ciò che in molti dei suoi racconti resta velato: come quando Gesù parla di «acqua viva» alla samaritana e lei capisce acqua materiale, mentre in realtà si tratta di una vita che non si vede e che non si esaurisce (cfr. Gv 4, 10-14). Ma ascoltiamo il testo:

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14, 1-12).

Non è la paura a turbare i discepoli, ma qualcosa di più radicale: è il venir meno del riferimento. Quando il punto di riferimento viene meno l’uomo non sa più dove andare e, quando non sa dove andare, non sa neppure come vivere. Tommaso, infatti, non fa una domanda ingenua, ma formula una constatazione logica: «Non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Se non si conosce il termine del cammino, non si può conoscere neppure la strada che conduce a quel termine. Tommaso non chiede una spiegazione, mette a nudo il problema: senza sapere dove Cristo va, non è possibile sapere come seguirlo.

Enunciando uno di quegli assoluti che oggi tanto spaventano coloro che confondono i principi di assolutezza della fede con l’assolutismo, Cristo risponde: «Io sono la via, la verità e la vita». Non indica semplicemente una via, non aggiunge una verità, né comunica una vita come qualcosa di separabile da sé, ma si offre e dichiara come esse. Non una via tra le altre, ma la via; non una verità tra le possibili, ma la verità; non una vita che si possa ricevere altrove, ma la vita stessa. Cristo è la divina negazione vivente del relativismo religioso: qui non si tratta infatti di scegliere un percorso, ma di riconoscere che fuori da Lui non c’è accesso al Padre: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato» (Gv 10,9).

L’affermazione: «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me», significa che non basta parlare di Dio, né cercarlo, ma neppure è sufficiente crederci in qualche modo, perché senza passare attraverso Cristo non si arriva al Padre. A questo punto Filippo chiede: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Non sta facendo una richiesta teorica, chiede di vedere Dio, di avere davanti agli occhi ciò di cui Gesù ha parlato. Gesù gli risponde: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto?». Perché il problema non è che il Padre non si sia mostrato, ma che Filippo non ha riconosciuto dove si è mostrato. La frase: «Chi ha visto me ha visto il Padre», non è un semplice rimando, ma un invito a riconoscere che il Figlio è nel Padre e il Padre è in Lui, generato dal Padre e della stessa sostanza del Padre, non qualcosa di separato, ma Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, come recitiamo nella Professione di Fede. Per questo cercare il Padre fuori da Cristo è un equivoco: non perché Cristo lo sostituisca, ma perché il Figlio è nel Padre e il Padre è nel Figlio; fuori da questa unità non c’è accesso al Padre: «Le parole che io vi dico non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere».

Qui non siamo davanti soltanto a un insegnamento da comprendere, ma a una realtà che si compie: la relazione tra il Figlio e il Padre nella quale l’uomo viene reso partecipe. Questo non significa che il cristianesimo non sia pensiero: al contrario, nasce dal Logos ed è strutturalmente legato alla ragione, secondo quella unità tra fede e ragione che la tradizione ha sempre custodito, da Sant’Anselmo d’Aosta fino al magistero di Giovanni Paolo II. La fede non è un insieme di sentimenti ― ai quali oggi è sempre più spesso ridotta ―, ma una visione della realtà, dell’uomo, di Dio. E proprio perché è Logos, il cristianesimo non resta un pensiero astratto: il Logos si è fatto carne. E qui sta il punto: ciò che è vero non rimane teoria, ma diventa vita. La fede non nasce da un’idea, ma dall’incontro con Cristo; un incontro che coinvolge insieme l’intelligenza e la vita. Per questo, nel cristianesimo, pensiero e vita, cioè fede e ragione, non si oppongono: il pensiero senza la vita diventerebbe ideologia, la vita senza il pensiero si ridurrebbe a esperienza cieca. In Cristo, invece, il vero si dà come vita e la vita si manifesta nella verità.

È in questo senso che Gesù non sta semplicemente insegnando qualcosa, ma sta compiendo ciò che dice: in Lui il Padre opera, perché Egli è nel Padre e il Padre è in Lui. E la fede non è soltanto adesione a un insegnamento, ma partecipazione a questa azione di Dio che si compie nella storia: «Chi crede in me compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi». Con questa espressione non si indica una superiorità dell’uomo su Cristo, ma il fatto che, andando al Padre, Egli rende possibile che la sua opera continui oltre il tempo della sua presenza visibile, coinvolgendo chi crede in Lui. Cristo non scompare, ma opera in modo diverso. Non si tratta soltanto di imitare dei gesti, ma di entrare nella sequela Christi, che nasce dall’essere coinvolti nella sua opera, ed è da qui che scaturisce anche la vera imitazione.

È da qui che nasce la Chiesa: là dove l’opera di Cristo continua nella storia. Per questo il turbamento del cuore non scompare perché tutto diventa chiaro, ma perché non si è più fuori da ciò che Egli compie. Senza Cristo si può parlare di Dio, ma solo per Cristo, con Cristo e in Cristo si entra nell’opera di Dio.

Dall’Isola di Patmos, 3 maggio 2026

.

_________________________________________

OUTSIDE CHRIST THERE IS NO ACCESS TO THE FATHER

By enunciating one of those absolutes that today so frighten those who confuse the principles of the absoluteness of faith with absolutism, Christ responds: «I am the way, the truth, and the life». He does not simply indicate a way, nor add a truth, nor communicate a life as something separable from Himself, but He offers Himself and declares Himself as them.

.

.

Before this passage of the Fourth Gospel, one often tends to dwell on the phrase «Let not your heart be troubled», without grasping that the point is not the trouble, but its cause. This happens because John is not easy to read: more than on the lines, he must be read beyond the lines. His Gospel does not proceed by simple narration, but by progressive revelation, in which words always refer to a deeper reality. It is no coincidence that the same Evangelist, with the Book of Revelation, closes Revelation, unveiling what in many of his narratives remains veiled: as when Jesus speaks of «living water» to the Samaritan woman and she understands material water, while in reality it is a life that cannot be seen and does not run out (cf. Jn 4:10–14). Let us listen to the text:

«Do not let your hearts be troubled. You have faith in God; have faith also in me. In my Father’s house there are many dwelling places. If there were not, would I have told you that I am going to prepare a place for you? And if I go and prepare a place for you, I will come back again and take you to myself, so that where I am you also may be. Where [I] am going you know the way.» Thomas said to him, «Master, we do not know where you are going; how can we know the way?» Jesus said to him, «I am the way and the truth and the life. No one comes to the Father except through me. If you know me, then you will also know my Father. From now on you do know him and have seen him.» Philip said to him, «Master, show us the Father, and that will be enough for us.» Jesus said to him, «Have I been with you for so long a time and you still do not know me, Philip? Whoever has seen me has seen the Father. How can you say, ‘Show us the Father’? Do you not believe that I am in the Father and the Father is in me? The words that I speak to you I do not speak on my own. The Father who dwells in me is doing his works. Believe me that I am in the Father and the Father is in me, or else, believe because of the works themselves. Amen, amen, I say to you, whoever believes in me will do the works that I do, and will do greater ones than these, because I am going to the Father.» (John 14:1–12).

It is not fear that troubles the disciples, but something more radical: it is the loss of the point of reference. When the point of reference is lost, man no longer knows where to go and, when he does not know where to go, he no longer knows how to live. Thomas, in fact, does not ask a naïve question, but formulates a logical observation: «We do not know where you are going; how can we know the way?». If the destination of the journey is not known, the road that leads to it cannot be known either. Thomas does not ask for an explanation; he lays bare the problem: without knowing where Christ is going, it is not possible to know how to follow Him.

By enunciating one of those absolutes that today so frighten those who confuse the principles of the absoluteness of faith with absolutism, Christ responds: «I am the way, the truth, and the life». He does not simply indicate a way, nor add a truth, nor communicate a life as something separable from Himself, but He offers Himself and declares Himself as them. Not one way among others, but the way; not one truth among many, but the truth; not a life that can be received elsewhere, but life itself. Christ is the living divine negation of religious relativism: here it is not a matter of choosing a path, but of recognizing that outside Him there is no access to the Father: «I am the door; if anyone enters through me, he will be saved» (Jn 10:9).

The statement «No one comes to the Father except through me» means that it is not enough to speak about God, nor to seek Him, nor even to believe in Him in some way, because without passing through Christ one does not reach the Father. At this point Philip says: «Lord, show us the Father and that will be enough for us». He is not making a theoretical request: he asks to see God, to have before his eyes what Jesus has spoken about. Jesus answers him: «Have I been with you so long, and yet you do not know me, Philip?». The problem is not that the Father has not been shown, but that Philip has not recognized where He has been shown. The phrase «Whoever has seen me has seen the Father» is not a mere reference, but an invitation to recognize that the Son is in the Father and the Father is in Him, begotten of the Father and of the same substance as the Father, not something separate, but God from God, light from light, true God from true God, as we profess in the Creed. Therefore, seeking the Father outside Christ is a misunderstanding: not because Christ replaces Him, but because the Son is in the Father and the Father in the Son; outside this unity there is no access to the Father: «The words that I say to you I do not speak on my own; but the Father who dwells in me does his works».

Here we are not faced only with a teaching to be understood, but with a reality that takes place: the relationship between the Son and the Father in which man is made a participant. This does not mean that Christianity is not thought: on the contrary, it is born from the Logos and is structurally linked to reason, according to that unity between faith and reason which the tradition has always preserved, from Saint Anselm to the magisterium of John Paul II. Faith is not a set of feelings — to which it is increasingly reduced today —, but a vision of reality, of man, of God. And precisely because it is Logos, Christianity does not remain an abstract thought: the Logos became flesh. And here is the point: what is true does not remain theory, but becomes life. Faith is not born from an idea, but from the encounter with Christ; an encounter that involves both intelligence and life. For this reason, in Christianity, thought and life, that is, faith and reason, do not oppose each other: thought without life becomes ideology, life without thought becomes blind experience. In Christ, instead, truth is given as life and life is manifested in truth.

It is in this sense that Jesus is not simply teaching something, but accomplishing what He says: in Him the Father acts, because He is in the Father and the Father is in Him. And faith is not only adherence to a teaching, but participation in this action of God that takes place in history: «Whoever believes in me will also do the works that I do, and will do greater works than these». By this expression no superiority of man over Christ is meant, but the fact that, by going to the Father, He makes it possible for His work to continue beyond the time of His visible presence, involving those who believe in Him. Christ does not disappear, but acts in a different way. It is not only a matter of imitating gestures, but of entering into the sequela Christi, which is born from being involved in His work, and from which true imitation also springs.

From here the Church is born: where the work of Christ continues in history. For this reason the trouble of the heart does not disappear because everything becomes clear, but because one is no longer outside what He accomplishes. Without Christ one can speak about God, but only through Christ, with Christ and in Christ does one enter into the work of God.

From the Island of Patmos, May 3, 2026

.

_________________________________________

FUERA DE CRISTO NO HAY ACCESO AL PADRE

Enunciando uno de esos absolutos que hoy tanto asustan a quienes confunden los principios del carácter absoluto de la fe con el absolutismo, Cristo responde: «Yo soy el camino, la verdad y la vida». No indica simplemente un camino, no añade una verdad ni comunica una vida como algo separable de sí mismo, sino que se ofrece y se declara como ellas.

.

.

Ante esta página del Cuarto Evangelio, a menudo se tiende a detenerse en la frase «No se turbe vuestro corazón», sin comprender que el punto no es la turbación, sino su causa. Esto sucede porque Juan no es de fácil lectura: más que en las líneas, hay que leerlo más allá de las líneas. Su Evangelio no procede por simple narración, sino por revelación progresiva, en la que las palabras remiten siempre a una profundidad ulterior. No es casual que el mismo Evangelista, con el Libro del Apocalipsis, cierre la Revelación, mostrando lo que en muchos de sus relatos permanece velado: como cuando Jesús habla de «agua viva» a la samaritana y ella entiende agua material, mientras que en realidad se trata de una vida que no se ve y que no se agota (cf. Jn 4, 10-14). Escuchemos el texto:

«No se turbe vuestro corazón. Creéis en Dios: creed también en mí. En la casa de mi Padre hay muchas moradas; si no, os lo habría dicho; porque voy a prepararos un lugar. Y cuando haya ido y os haya preparado un lugar, volveré y os tomaré conmigo, para que donde esté yo estéis también vosotros. Y adonde yo voy, sabéis el camino». Le dice Tomás: «Señor, no sabemos adónde vas, ¿cómo podemos saber el camino?». Le dice Jesús: «Yo soy el camino, la verdad y la vida. Nadie va al Padre sino por mí. Si me conocéis a mí, conoceréis también a mi Padre; desde ahora lo conocéis y lo habéis visto». Le dice Felipe: «Señor, muéstranos al Padre y nos basta». Le dice Jesús: «¿Tanto tiempo hace que estoy con vosotros y no me conoces, Felipe? El que me ha visto a mí ha visto al Padre. ¿Cómo dices tú: “Muéstranos al Padre”? ¿No crees que yo estoy en el Padre y el Padre en mí? Las palabras que os digo, no las digo por mi cuenta; el Padre que permanece en mí realiza sus obras. Creedme: yo estoy en el Padre y el Padre en mí; y si no, creed por las obras mismas. En verdad, en verdad os digo: el que cree en mí, hará también las obras que yo hago, y hará mayores aún, porque yo voy al Padre». (Juan 14, 1–12).

No es el miedo lo que turba a los discípulos, sino algo más radical: es la pérdida del punto de referencia. Cuando el punto de referencia desaparece, el hombre ya no sabe adónde ir y, cuando no sabe adónde ir, ya no sabe cómo vivir. Tomás, de hecho, no formula una pregunta ingenua, sino que presenta una constatación lógica: «No sabemos adónde vas; ¿cómo podemos conocer el camino?». Si no se conoce el término del camino, tampoco se puede conocer la senda que conduce a él. Tomás no pide una explicación, pone al descubierto el problema: sin saber adónde va Cristo, no es posible saber cómo seguirlo.

Enunciando uno de esos absolutos que hoy tanto asustan a quienes confunden los principios del carácter absoluto de la fe con el absolutismo, Cristo responde: «Yo soy el camino, la verdad y la vida». No indica simplemente un camino, no añade una verdad ni comunica una vida como algo separable de sí mismo, sino que se ofrece y se declara como ellas. No un camino entre otros, sino el camino; no una verdad entre muchas, sino la verdad; no una vida que pueda recibirse en otra parte, sino la vida misma. Cristo es la negación divina viviente del relativismo religioso: aquí no se trata de elegir un recorrido, sino de reconocer que fuera de Él no hay acceso al Padre: «Yo soy la puerta; el que entre por mí se salvará» (Jn 10,9).

La afirmación «Nadie va al Padre sino por mí» significa que no basta hablar de Dios, ni buscarlo, ni siquiera creer en Él de algún modo, porque sin pasar por Cristo no se llega al Padre. En este punto Felipe dice: «Señor, muéstranos al Padre y nos basta». No hace una petición teórica: pide ver a Dios, tener ante los ojos aquello de lo que Jesús ha hablado. Jesús le responde: «Hace tanto que estoy con vosotros, ¿y no me conoces, Felipe?». El problema no es que el Padre no se haya mostrado, sino que Felipe no ha reconocido dónde se ha mostrado. La frase «Quien me ha visto a mí ha visto al Padre» no es un simple remitir, sino una invitación a reconocer que el Hijo está en el Padre y el Padre en Él, engendrado por el Padre y de la misma sustancia que el Padre, no algo separado, sino Dios de Dios, luz de luz, Dios verdadero de Dios verdadero, como profesamos en el Credo. Por eso buscar al Padre fuera de Cristo es un equívoco: no porque Cristo lo sustituya, sino porque el Hijo está en el Padre y el Padre en el Hijo; fuera de esta unidad no hay acceso al Padre: «Las palabras que yo os digo no las digo por mi cuenta; el Padre que permanece en mí realiza sus obras».

Aquí no estamos solamente ante una enseñanza que hay que comprender, sino ante una realidad que se realiza: la relación entre el Hijo y el Padre en la que el hombre es hecho partícipe. Esto no significa que el cristianismo no sea pensamiento: al contrario, nace del Logos y está estructuralmente ligado a la razón, según esa unidad entre fe y razón que la tradición siempre ha custodiado, desde san Anselmo hasta el magisterio de san Juan Pablo II. La fe no es un conjunto de sentimientos — a los que hoy se reduce cada vez más —, sino una visión de la realidad, del hombre y de Dios. Y precisamente porque es Logos, el cristianismo no permanece como pensamiento abstracto: el Logos se hizo carne. Y aquí está el punto: lo verdadero no permanece como teoría, sino que se convierte en vida. La fe no nace de una idea, sino del encuentro con Cristo; un encuentro que implica tanto la inteligencia como la vida. Por eso, en el cristianismo, pensamiento y vida, es decir, fe y razón, no se oponen: el pensamiento sin la vida se convierte en ideología, la vida sin el pensamiento se reduce a experiencia ciega. En Cristo, en cambio, la verdad se da como vida y la vida se manifiesta en la verdad.

Es en este sentido que Jesús no está simplemente enseñando algo, sino realizando lo que dice: en Él el Padre obra, porque Él está en el Padre y el Padre en Él. Y la fe no es solamente adhesión a una enseñanza, sino participación en esta acción de Dios que se realiza en la historia: «Quien cree en mí hará también las obras que yo hago, y hará otras mayores que estas». Con esta expresión no se indica una superioridad del hombre sobre Cristo, sino el hecho de que, al ir al Padre, Él hace posible que su obra continúe más allá del tiempo de su presencia visible, implicando a quienes creen en Él. Cristo no desaparece, sino que actúa de un modo distinto. No se trata solo de imitar gestos, sino de entrar en la sequela Christi, que nace de ser implicados en su obra, y de la cual brota también la verdadera imitación.

De aquí nace la Iglesia: allí donde la obra de Cristo continúa en la historia. Por eso la turbación del corazón no desaparece porque todo se vuelva claro, sino porque ya no se está fuera de lo que Él realiza. Sin Cristo se puede hablar de Dios, pero solo por Cristo, con Cristo y en Cristo se entra en la obra de Dios.

Desde la Isla de Patmos, 3 de mayo de 2026

.

______________________

Cari Lettori, questa rivista richiede costi di gestione che affrontiamo da sempre unicamente con le vostre libere offerte. Chi desidera sostenere la nostra opera apostolica può farci pervenire il proprio contributo mediante il comodo e sicuro Paypal cliccando sotto:

O se preferite potete usare il nostro Conto corrente bancario intestato a:

Edizioni L’Isola di Patmos

Agenzia n. 59 di Roma – Vaticano

Codice IBAN: IT74R0503403259000000301118

Per i bonifici internazionali:

Codice SWIFT: BAPPIT21D21

Se fate un bonifico inviate una email di avviso alla redazione,

la banca non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un messaggio di ringraziamento: isoladipatmos@gmail.com

Vi ringraziamo per il sostegno che vorrete offrire al nostro servizio apostolico.

I Padri dell’Isola di Patmos

.

.

.

.

.

.

.

.