Dalle partite di calcio al Santo Vangelo: il comandamento più difficile è quello di amare i propri nemici

catechesi & pastorale —

DALLE PARTITE DI CALCIO AL SANTO VANGELO: IL COMANDAMENTO PIÙ DIFFICILE È QUELLO DI AMARE I PROPRI NEMICI

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I nemici che dobbiamo amare, possono essere i terroristi dell’Isis, i massoni, i mafiosi o i falsi progressisti. Tanto per citarne qualcuno. Un nemico che è una persona ma che sprigiona una violenza, ideologica e fisica, contro il nostro essere fedeli alla Chiesa di Gesù Cristo.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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tefferugli degli hooligans

Nel Vangelo di San Matteo troviamo il celebre monito che ci esorta ad amare i nostri nemici:

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«… avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» [Mt 5, 43-48].

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Prima di diventare frate ho sempre avuto diversi hobby di natura artistica e sportiva. Da sempre ho amato il calcio e l’ho anche praticato fino a quando non sono entrato nell’Ordine dei Predicatori. Ricordo un episodio legato al mondo del calcio, che mi ha molto stupito. Avvenne durante una partita di un campionato di Serie B.

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Le tifoserie di Ternana e Perugia, data la vicinanza geografica, ordinariamente non si amano. Quando le loro squadre si incontrano, i rispettivi supporters generano sempre incidenti e tafferugli e c’è bisogno delle forze dell’ordine per evitare il peggio. Durante una di queste partite, ci furono degli scontri. Un tifoso perugino si trovò riverso a terra, pronto per essere linciato dagli avversari. Ma in quel momento giunse una ragazza ternana che lo abbracciò e gli mise al collo una sciarpa della propria squadra. In questo modo, salvò l’avversario dal prendere tante botte. Non si seppero mai i nomi dei protagonisti di questa storia. Eppure, questo episodio, mi portò a riflettere sul tema dell’amore dei nemici.

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Anche il brano che ho scelto di meditare oggi su L’Isola di Patmos torna su questo tema: Amate i vostri nemici! Per me, esso rappresenta il nucleo centrale del messaggio di Gesù sull’amore. La richiesta che il Signore esprime nei confronti dei suoi ascoltatori sembra veramente impossibile. Infatti, il greco evangelico esprime questo amore con ἀγάπαω [agapao], che assurge a verbo tipico dell’amore del Cristianesimo. Un amore, cioè, che porta a donare tutto sé stesso al servizio del prossimo.

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In questo passaggio del Vangelo di San Matteo, la agapé [ἀγάπη] è portata alle sue massime conseguenze. Occorre però stare attenti alla distinzione che il Nuovo Testamento pone nei confronti del termine nemico. C’è infatti il temibile Nemico di cui parla San Paolo: il Diavolo. Vari sono i riferimenti che San Paolo fa al Diavolo, uno di questi in una delle lettere indirizzata al discepolo Timoteo, proprio laddove illustra quelli che devono essere i requisiti del vescovo [cf. I Tm 3,6].

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È impossibile pregare e donarsi per il Diavolo. Gesù non chiede di donarci per lui. Il Diavolo sin dal momento della sua creazione ha fatto una professione eterna di disobbedienza a Dio ed a tutto il creato. Stupende sono le parole del Faust di Marlowe, in cui Mefistofele, un diavolo, afferma:

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«Sono lo spirito che nega continuamente: ho ragione; perché quello che sussiste è degno di essere distrutto: e sarebbe stato pur meglio che nessuna cosa fosse mai uscita ad esistenza. Or dunque tutto ciò che voi uomini dite peccato, distruzione, quel che in somma chiamate male, è mio  elemento speciale».

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Il Diavolo odia profondamente e continua a odiare in primo luogo tutto il creato. E in primo luogo noi, religiosi. Ci odia perché vede nella nostra professione d’obbedienza a Dio una opposizione diretta a lui. Il Diavolo, che è il grande divisore, continua e continuerà a istigare le sue suggestioni degeneri: il relativismo, i totalitarismi, il modernismo, il falso progressismo … tanto per citarne alcuni. Ma, accanto al Diavolo, vi sono altri nemici: gli uomini. A questi uomini-nemici si riferisce il Signore quando ci chiede di amarli. Così, se si decide di amare, occorre amare tutta l’umanità.

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L’amore che Cristo chiede a noi, sua Chiesa, è un amore universale. Non è quindi un caso se la Chiesa di Cristo si chiama Chiesa Cattolica, ossia: universale. Ricordiamo per inciso che il termine “cattolica” deriva dal greco κατα ολων [kata olon], una categoria neoplatonica del filosofo Plotino che con essa indica «secondo il tutto». Questa definizione non era di tipo spaziale-geografico ma di tipo qualitativo. Infatti, per i primi grandi Padri della Chiesa, essere o divenire cattolici voleva dire che «nulla è umano».

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Nella dimensione cristiano cattolica è quindi necessario amare i propri nemici ed essere al di sopra di una delle mode del tempo attuale: la moda della vendetta. O anche un’altra delle mode che purtroppo ha infettato alcuni cattolici che si riferiscono di altri cattolici come nemici usando verso di questi espressioni come «li aspettiamo al varco, preghiamo Dio che muoiano presto» e “delicatezze” simili … 

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Siamo nella Chiesa Cattolica o nel Colosseo come gladiatori? È forse questo l’atteggiamento che Gesù ci ha chiesto e continua a chiederci di avere? Pertanto, i nemici che dobbiamo amare, possono essere i guerriglieri dell’Isis, i massoni, i mafiosi o i falsi progressisti. Tanto per citarne qualcuno. Un nemico che è una persona ma che sprigiona una violenza, ideologica e fisica, contro il nostro essere fedeli alla Chiesa di Gesù Cristo.

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Com’è possibile amarli? Solo con uno sguardo sub specie aeternitatis è possibile cogliere con pienezza l’insegnamento di Cristo. Gesù ci dice amate i vostri nemici e sarete figli di Dio, e sarete perfetti.

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Nella nostra offerta incessante di preghiera per loro, proveremo a convertirli, a renderci figli di Dio per loro. Figli di Dio per quelli che ci odiano. Essere perfetti come il Padre nostro nei cieli, implica mostrare Dio sul proprio volto al nemico, come stanno facendo i martiri di oggi. Allo stesso tempo significa accogliere ciò che Dio sta permettendo nell’azione del nostro nemico. Basti pensare agli effetti cruenti della Passione. I centurioni provocano violenza e morte su Gesù. Gesù lo permette e allo stesso tempo si dona a loro. L’effetto è la stessa redenzione di quei romani pagani.

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Se davvero allora vogliamo essere, con la grazia di Dio, suoi consacrati, ed un giorno futuri sacerdoti, non possiamo esimerci dal comandamento dell’amore per i nemici. Davvero allora saremo sale della terra [cf. Mt 5, 13-16] ogni atto di inimicizia si schiuderà in un’unica preghiera universale verso il Dio morto sulla croce per amore.

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È nella nostra essenza di frati domenicani, essere infine croce da cui sgorga amore. Altrimenti, la prostrazione a croce che abbiamo fatto il giorno della nostra professione, rischia di essere solamente un’azione teatrale. Uno splendido atto scenico. Saremo stati perfetti attori, che detta in greco equivale a perfetti ipocriti [dal greco ὑποκριτής, hypokritēs, deriva la parola attore].

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A ognuno di noi sta di scegliere se aver professato da hypokritēs o da veri figli di Dio e, per quanto mi riguarda, da figli di San Domenico, consacrati per Cristo nei diversi stati di vita.

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 Gesù dolce, Gesù amore! [cf. Santa Caterina da Siena]

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Roma, 17 novembre 2018

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Cambia il Padre Nostro per volere del Sommo Pontefice, mentre c’è chi prega che il Padre Nostro cambi lo stile di governo del Sommo Pontefice

— attualità ecclesiale —

CAMBIA IL PADRE NOSTRO PER VOLERE DEL SOMMO PONTEFICE, MENTRE C’È CHI PREGA CHE IL PADRE NOSTRO CAMBI LO STILE DI GOVERNO DEL SOMMO PONTEFICE

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Dinanzi ad una decadenza morale e dottrinale senza precedenti come quella che stiamo vivendo, pare che qualcuno non abbia trovato di meglio da fare che usare una parola del Pater Noster e l’apertura del Gloria come delle armi di dissuasione di massa …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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…merita sempre avere un buon dizionario

La Conferenza Episcopale Italiana ha stabilito — ovviamente nella piena, totale, collegiale e sinodale libertà dei figli di Dio —, la modifica della Preghiera del Padre Nostro nella nuova edizione del Messale Romano [cf. QUI], dove la frase «non indurci in tentazione» diventa «non abbandonarci alla tentazione». Volendo, avrebbero potuto usare l’espressione «e non esporci alla tentazione», però, alla “esposizione” in uso presso le Comunità Evangeliche Valdesi, hanno preferito una espressione di “abbandono”, forse valutando che mai, come in questa nostra epoca, ci siamo abbandonati a noi stessi. La sostanza resta però la stessa: i Cattolici, come i Protestanti, hanno mutata un’espressione che affonda le proprie radici nei testi più antichi, come tra poco vedremo. E i primi, come i secondi, hanno entrambi rivendicato: il ritorno alle autentiche origini dei testi.

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Il Padre della Chiesa Tertulliano [Cartagine 155 – Cartagine 227], spiega che il Padre Nostro, la Preghiera che il Verbo di Dio stesso ci ha insegnato [cf. Mt 11, 1] «è la sintesi di tutto il Vangelo». Questa affermazione dovrebbe indurre quanto meno all’uso della totale cautela nel toccare anche un solo sospiro di questo testo.

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Per quanto riguarda la frase “incriminata” che recita: «et ne nos inducas in tentationem» [e non ci indurre in tentazione], nel discorso n. 57 dedicato al Passo del Beato Evangelista Matteo [cf. Mt 6, 9-13], il Santo Dottore della Chiesa Agostino Vescovo d’Ippona è molto chiaro ed esaustivo nello spiegare che Dio non può compiere il male, però permette che esso operi attraverso Satana e con lui gli Angeli caduti che lo realizzano. Certo, Dio non tenta nessuno verso il peccato, però permette che le forze del male inducano i cristiani a cadere in esso. Tutto questo, è racchiuso nel principio stesso della creazione, presupposto fondante della quale sono la libertà ed il libero arbitrio dell’uomo. Altrettanto illuminante commento al Pater Noster ed alla frase “incriminata” ci è stato donato dal Santo Dottore della Chiesa Tommaso d’Aquino, che ricalcando in buona parte l’Ipponate afferma: 

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«Dio induce forse al male, quando ci fa dire “non ci indurre in tentazione”? Rispondi che si dice che Dio induce al male nel senso che Egli lo permette, giacché a causa dei suoi numerosi peccati precedenti sottrae l’uomo alla grazia, venuta meno la quale cade nel peccato» [ San Tommaso d’Aquino, Commento al Padre nostro, 6].

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…merita sempre avere un buon dizionario

Prima dell’Ipponate e dell’Aquinate, un altro Padre della Chiesa, il Santo Vescovo Cipriano di Cartagine [Cartagine 210 – Cartagine 258], spiega che Dio può dare il potere al Demonio in due modi: per il nostro castigo, se abbiamo peccato, oppure per la nostra glorificazione, se invece accettiamo la prova. E questo, spiega il Santo Vescovo e Dottore [cf. Patrologia latina del Migne – Vol. IV Cyprianus carthaginensis De oratione dominica], fu ad esempio il caso di Giobbe: «Ecco, tutto quanto gli appartiene io te lo consegno; solo non portare la mano su di lui» [Gb 12, 1]. Il Signore stesso, nel momento della sua passione, dice: «Non avresti su di me nessun potere se non ti fosse stato dato dall’alto» [cf. Gv 19, 11]. Quando dunque preghiamo per non entrare in tentazione, ci ricordiamo della nostra debolezza, affinché nessuno si consideri con compiacenza, nessuno si inorgoglisca con insolenza, nessuno si attribuisca la gloria della sua fedeltà o della sua passione, allorché il Signore stesso ci insegna l’umiltà quando dice: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è ardente, ma la carne è debole» [Mc 14, 38].

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Un altro grande Padre della Chiesa, Origene [Alessandria 185 – Tiro 254], per commentare il «et ne nos inducas in tentazionem» parte dal Beato Apostolo Paolo che scrivendo agli abitanti di Corinto afferma:

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«Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» [ I Cor 10, 13].

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Chiarisce così Origene:

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«Che significa dunque il comando del Salvatore di pregare a non indurci in tentazione, dal momento che Dio stesso quasi ci tenta? Dice infatti Giuditta, rivolgendosi non soltanto agli anziani del suo popolo, ma a tutti quelli che avrebbero letto queste parole: “Ricordatevi di quanto operò con Abramo e quanto tentò Isacco e tutto quello che accadde a Giacobbe che pasceva in Mesopotamia di Siria il gregge di Laban, fratello di sua madre; poiché non come purificò costoro per provare il loro cuore, Colui — il Signore — che flagella per emendarli quelli che gli si avvicinano, castigherà anche noi”. Anche Davide, quando dice: “Molte sono le afflizioni dei giusti”, conferma che questo è vero per tutti i giusti. L’Apostolo, a sua volta, negli Atti dice “perché attraverso molte tribolazioni dobbiamo entrare nel regno di Dio” [At 14, 22]» [Origene, Commento al Padre Nostro].

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…merita sempre avere un buon dizionario

Non è comunque da escludere che in un vicino futuro, una squadra di esegeti provveda quanto prima a cambiare anche la pagina del Vangelo del Beato Evangelista Matteo che narra del Demonio che tenta l’uomo Gesù nel deserto [cf. Mt 4, 1-11], dove il Divino Figlio non si è rivolto al Divino Padre domandando: «E non abbandonarmi alla tentazione», posto che il Creatore permise che Satana lo inducesse in tentazione.

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Dovranno poi intervenire i biblisti per riscrivere e attualizzare anche vari passi biblici secondo le direttiva della nuova gestione e secondo la «rivoluzione epocale» in corso, visto che Dio ci mette alla prova e ci rafforza permettendo che noi fossimo tentati. Non possiamo infatti dimenticare che l’uomo è immerso nelle tentazioni sin dalla sua caduta con la conseguente entrata nella scena del mondo e dell’umanità del peccato originale. Leggiamo infatti nei testi vetero testamentari: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione» [Sir 2,1]. Ma soprattutto è bene ricordare che la Chiesa, in documenti non certo sospetti, giacché si tratta di una delle costituzioni del Concilio Vaticano II, da molti ritenuto il concilio dei concili, ricorda che la tentazione è legata al valore di quella libertà che nell’uomo è il «segno altissimo dell’immagine divina» [Gaudium et spes, 8].

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Un altro testo da correggere è sicuramente quello della Lettera agli Ebrei laddove l’Autore, riprendendo la letteratura dei Salmi, spiega in che modo gli stessi uomini osarono di tentare Dio:

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non indurite i vostri cuori
come nel giorno della ribellione,
il giorno della tentazione nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova,
pur avendo visto per quarant’anni le mie opere [Eb 3, 8-9].

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Proviamo allora ad andare alla fonti più antiche, perché da mezzo secolo a questa parte siamo spettatori e vittime delle gesta e delle varie «rivoluzioni» di coloro che vogliono tornare alle origini. Più volte ho spiegato nei miei scritti che certi teologi, col pretesto di origini che in verità non sono mai esistite nella storia antica, vogliono invece imporre il proprio pensiero moderno. Ma se di origini vogliamo parlare, allora basterà dire che la Preghiera del Padre Nostro, nell’antico ed originario testo aramaico, recita:

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La frase “incriminata” proclama alla lettera testuali parole: «e non portarci in tentazione».

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Quando dall’originale testo il Pater Noster fu tradotto dall’aramaico al greco, per evitare di caricare la frase con una lunga perifrasi è usato soltanto un verbo che significa “indurre” o “far entrare”:

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E se il greco non è un’opinione, la frase “incriminata” tradotta alla lettera recita proprio: «Non ci indurre in tentazione». Da questi due testi nasce la terza traduzione, quella latina, del tutto aderente e fedele al testo originale greco:

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Pater Noster qui es in cælis: 

sanctificetur nomen tuum;

adveniat regnum tuum;

fiat voluntas tua, 

sicut in cælo, et in terra.

Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;

et dimítte nobis debita nostra, 

sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;

et ne nos inducas in tentationem,

sed libera nos a malo.

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…merita sempre avere un buon dizionario

Agli amanti dei ritorni alle origini va ricordato che la frase “incriminata” «Non ci indurre in tentazione», deriva dal greco εἰσενέγκῃς, da cui la fedele traduzione latina inducas, che nella lingua italiana è altrettanto fedelmente tradotta con indurre. Detto questo è d’obbligo e di rigore chiedersi: si rendono conto gli amanti del ritorno alle autentiche origini, che, stando così le cose, questo “errore” oggi finalmente corretto, risale ai tempi delle prima epoca apostolica?

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Se i testi patristici conosciuti da secoli sono quelli tutt’oggi noti, se le lingue antiche e le loro traduzioni fedeli sono quelle che sono, ecco allora che ciascuno, senza essere indotto ad alcuna tentazione, può trarre da se stesso le proprie conclusioni, dato che in nome di un non meglio precisato ritorno alle origini si è alterato quell’originale che è tale sin dalle aramaiche e greche origini più remote, ed è tale prima del latino e molto prima delle attuali lingue moderne.

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…merita sempre avere un buon dizionario

Il problema che forse si cela dietro a questa ennesima querelle, temo che abbia poco di teologico e molto di socio-politico, il tutto con delle strategie più o meno limpide. O per meglio spiegare il problema: la Chiesa Cattolica sta vivendo il periodo forse più tragico della propria intera storia. Siamo in un clima di grande decadenza dottrinale dal quale ha preso vita una profonda crisi morale, perché la crisi morale, nella Chiesa nasce sempre da una crisi dottrinale. Non occorre ricordare che ormai non passa giorno, senza che qualche vescovo o prete non salti agli onori delle cronache per scandali quasi sempre molto gravi. La decadenza e la crisi morale, dal Collegio Sacerdotale ha finito per infettare il Collegio Episcopale, ed appresso il Collegio Cardinalizio. La nostra crisi di credibilità spazia ormai tra il tragico ed il comico-grottesco. È quindi singolare che in un momento senza precedenti storici come quello che stiamo vivendo, non si trovi di meglio da fare che ritoccare le parole del Pater Noster e del Gloria.

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Questa vicenda ricorda la storia del dittatore Saddam Hussein accusato di nascondere arsenali d’armi di distruzione di massa. Quelle armi non furono mai trovate, però, con tutte le implicazioni politico-economiche che ne seguirono, si sono avute due guerre nel Golfo che hanno destabilizzato gli assetti politici ed economici. Così, poco dopo, si cominciò a parlare di … armi di dissuasione di massa.

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Dinanzi ad una decadenza morale e dottrinale senza precedenti come quella che stiamo vivendo, pare che taluni non abbiano trovato di meglio da fare che usare una parola del Pater Noster e l’apertura del Gloria come delle armi di dissuasione di massa, convinti e sicuri che nessuno avrebbe mai capito e scoperto il loro gioco …

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καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν

et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo.

E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

Amen !

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dall’Isola di Patmos, 16 novembre 2018

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Una spiegazione al «non ci indurre in tentazione» del teologo domenicano Giuseppe Barzaghi [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

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È DISPONIBILE IL LIBRO DELLE SANTE MESSE DE L’ISOLA DI PATMOSQUI

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Riflessione sull’onestà morale del linguaggio: la Chiesa ha da sempre una propria lingua chiara e precisa

RIFLESSIONE SULL’ONESTÀ MORALE DEL LINGUAGGIO: LA CHIESA HA DA SEMPRE UNA PROPRIA LINGUA CHIARA E PRECISA

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La Chiesa, con lavorìo di secoli, grazie alle opere della teologia scolastica che hanno approfondito la dottrina della fede, ha elaborato un vocabolario tecnico della teologia e della dottrina cattolica, confluito in alcune delle formule dogmatiche. Questo vocabolario, per la sua perfezione, perspicuità e precisione, in linea di massima non conviene mutarlo.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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immagini, comunicazione e linguaggio …

La Chiesa è una societas che ha un suo preciso linguaggio. Il linguaggio è questione molto delicata che impegna in modo serissimo il prestigio, l’onestà e la credibilità dei pastori, dei teologi e dei predicatori del Vangelo. Quando infatti si tratta della Parola di Dio, della Scrittura, della Tradizione, del dogma, della dottrina, della predicazione, della cultura cattolica, della formazione, dell’opera evangelizzatrice e missionaria, della pratica sacramentaria e liturgica, dell’esegesi biblica, della critica teologica e della formazione morale e teologica del clero, in gioco è la salus animarum, pertanto è sacro dovere di usare un linguaggio assolutamente chiaro, limpido e onesto, tale da evitare strumentalizzazioni, equivoci o fraintendimenti, un linguaggio esente da qualunque piaggeria o compromissione nei confronti del linguaggio mondano. 

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Con tutto ciò non si può di certo evitare il problema ermeneutico, se è vero che esso si pone anche per interpretare le stesse parole luminose e misteriose di Cristo, Luce del mondo. Ma ecco che qui è essenziale l’opera del Magistero, col suo proprio linguaggio. A tal riguardo è quindi da deplorare la banalizzazione, per non dire la corruzione di questo linguaggio in documenti attuali della Chiesa a causa dell’inserimento scriteriato nel linguaggio ecclesiale, nell’ambito della dottrina e della pastorale, di parole ad esso estranee, tratte dalla mentalità mondana,  quindi fuorvianti, o quanto meno ambigue ed improprie.

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Si tratta di un fraintendimento del rinnovamento del linguaggio ecclesiale promosso dal Concilio Vaticano II. Ciò precisando che il Concilio si fece giustamente promotore di un aggiornamento ed ammodernamento del linguaggio ecclesiale, al fine di renderlo più comprensibile e più attraente per gli uomini del nostro tempo, onde veicolare più efficacemente le immutabili verità della fede e renderle più credibili, superando e abbandonando certe espressioni, formule, linguaggi e modi dire ritenuti sorpassati e antiquati, o non più comprensibili o accettabili dall’uomo d’oggi. Lo stesso linguaggio del Concilio è ispirato a questo principio e si sforza di metterlo in pratica. Così molte espressioni nuove, prese dal linguaggio corrente moderno, sono indubbiamente indovinate ed hanno avuto un meritato successo.

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Occorre però tener presente che un linguaggio può essere più o meno perfetto, più o meno appropriato, più o meno adatto ad esprimere ciò che si deve comunicare. La Chiesa, con lavorìo di secoli, grazie alle opere della teologia scolastica che hanno approfondito la dottrina della fede, ha elaborato un vocabolario tecnico della teologia e della dottrina cattolica, confluito in alcune delle formule dogmatiche. Questo vocabolario, per la sua perfezione, perspicuità e precisione, in linea di massima non conviene mutarlo, se non con somma prudenza e per gravi motivi, evitando col pretesto di facilitare la comprensione del contenuto di fede, riconoscendo comunque che tutto sommato, i modi del linguaggio, non sono immutabili, ma evolvono per vari motivi culturali, sociali e psicologici nel corso della storia.

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Purtroppo, a un certo punto si è verificato un grave equivoco che, col pretesto di mutare ed aggiornare il linguaggio, si è finito in molti casi per mutare e deformare o abolire certi concetti della fede, cadendo in quello che fu già l’errore modernista condannato dal Santo Pontefice Pio X. Caso noto ed esemplare di questo equivoco è la posizione di Edward Schillebeeckx [1], il quale confonde il concetto di fede col linguaggio, sicché, mutando il linguaggio, viene a mutare il concetto.

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Edward Schillebeeckx ha ragione nel sostenere che il dato di fede si può concepire ed esprimere in diversi tipi di linguaggio e secondo diversi «modelli interpretativi» e che una data formula dogmatica divenuta meno espressiva, può essere in  qualche modo mutata, al fine di esprimere meglio il medesimo dato di fede in quel dato tempo e in quella data cultura. Ma il guaio è che per Schillebeeckx il dato rivelato o di fede non è contenuto nel concetto dogmatico, che per lui è mutevole e relativo, ma in una cosiddetta «esperienza atematica pre-concettuale», della quale il concetto dogmatico non sarebbe che un’opinabile, passeggera e soggettiva interpretazione, fosse pure la dottrina della Chiesa.

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L’errore di Schillebeeckx è quello di credere che il concetto sia una forma di linguaggio, per cui, come si può significare una medesima cosa con linguaggi diversi, egli crede che sia possibile e doveroso significare il medesimo dato rivelato o mistero di fede con concetti diversi. Ma questo è falso, perché ogni concetto rappresenta quella data cosa e ad un cosa corrisponde solo il suo concetto, per cui, cambiando il concetto, la  cosa non può essere stessa, ma cambia.

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Ma veniamo alla proposta del Concilio, che prescrive sì un nuovo linguaggio per esprimere e spiegare le medesime immutabili verità di fede, ma non muta i concetti della fede, che possono continuare ad essere espressi in concetti scolastici, come avevano fatto i Concili precedenti. Il Concilio, pertanto, usa un linguaggio moderno; ma è chiaro che nel sottofondo c’è il tradizionale linguaggio scolastico, che ogni tanto emerge, tanto che il Concilio arriva addirittura a raccomandare, com’è noto, il pensiero di San Tommaso d’Aquino.

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Il Concilio propone quindi un linguaggio che sintetizza quello scolastico con quello moderno. Raccoglie i vantaggi che provengono dall’uno e dall’altro: l’autorevolezza, la dignità, la formalità, l’esattezza, la precisione, la specificità e la sottigliezza del linguaggio scolastico e l’odierna comprensibilità; la popolarità, la facilità, l’immediatezza, la duttilità, l’efficacia e la pastoralità del linguaggio moderno.

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Il compito che oggi si impone alla predicazione ecclesiale è quello di mantenere questo metodo proposto dal Concilio, senza cedere: da una parte, alla tentazione di tornare ad uno scolasticismo inutilmente sottile e lontano dal modo di pensare e di esprimersi del nostro tempo; dall’altra, senza cedere alla tentazione di abbandonare la Scolastica, lasciandosi infettare da quei modi espressivi moderni che risentono degli errori della modernità, o meglio del Modernismo.

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Il buon pastore si sforza da una parte di rendersi comprensibile al popolo con modi espressivi a lui familiari ed esempi adatti ai contenuti di fede da trasmettere, mentre si prende cura di educare il popolo alla comprensione ed alla familiarità con quei termini scolastici che maggiormente la Chiesa usa per la spiegazione del dogma e della Parola di Dio.

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Varazze, 11 novembre 2018

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NOTE

[1] Cf il mio articolo Il criterio di verità in Schillebeeckx, in Sacra Doctrina, 2, 1984, pp.188-205; Voce EDWARD SCHILLEBEECKX, nel DIZIONARIO ELEMENTARE DEL PENSIERO PERICOLOSO, Istituto di Apologetica, Milano, 2016; EDWARD SCHILLEBEECKX. UN CONFRATELLO ACCUSA, Edizioni Chorabooks di Aurelio Porfiri, Hong Kong 2016.

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Le trovate dell’ultimo Sinodo: incaricare le mignotte di dare la patente di castità alle monache di clausura?

— il cogitatorio di Ipazia —

LE TROVATE DELL’ULTIMO SINODO: INCARICARE LE MIGNOTTE DI DARE LA PATENTE DI CASTITÀ ALLE MONACHE DI CLAUSURA?

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Nel corso dell’ultimo Sinodo, pare che i giovani si siano mostrati a tal punto  turbati per le attività di informazione e di critica di certi siti e blog, tanto da chiedere la istituzione di un apposito ufficio che certifichi i siti cattolici, dando quindi ad essi patente di autentica cattolicità.

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Autore
Ipazia gatta romana

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Per entrare nel negozio-librario cliccare sulla copertina

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Nella ricorrenza dei defunti, una riflessione sulla Chiesa Cattolica come pellegrina di speranza

catechesi & pastorale —

NELLA RICORRENZA DEI DEFUNTI, UNA RIFLESSIONE SULLA CHIESA CATTOLICA COME PELLEGRINA DI SPERANZA

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Il punto di incontro fra la Chiesa terrena pellegrinante, noi mortali, e la Chiesa  Celeste trionfante costituita dai Santi in Paradiso, è la Chiesa purgante, cioè le   anime del Purgatorio che si stanno preparando alla visione beatifica. Proprio per questo possiamo approfondire e vedere qual è il rapporto fra la Chiesa e la Morte.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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L’Isola di Patmos è lieta di presentare ai Lettori un suo nuovo Autore, il teologo romano Gabriele Giordano Scardocci, dell’Ordine dei Frati Predicatori, giovane confratello del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli e co-fondatore di questa nostra rivista telematica. Padre Gabriele, valente maestro di catechesi, è particolarmente sensibile alle tematiche teologiche calate nella concretezza dell’apostolato e della realtà pastorale.

Ricordo sempre una forte esperienza apostolica a Napoli. Ero novizio: presso i quartieri spagnoli, in una casa di suore, noi fraticelli ci trovavamo con dei bambini per il dopo scuola. In uno dei primi incontri, uno dei piccoli accuditi delle suore, uno dei più bravi e diligenti a scuola, quel giorno non riusciva a concentrarsi. D’un tratto, col suo affettuoso accento napoletano, mi disse guardandomi negli occhi:

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«Frate, l’altro giorno mio nonno è morto».

«Mi dispiace».

«Ma adesso secondo te dove sta? È stato tanto buono con me».

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Questa fu una delle domande più belle sentite che il mio piccolo discepolo potesse farmi. Come fece quel bambino romano a Papa Francesco che replicò:

«Tuo nonno secondo me, se é stato buono sta in Paradiso!»

Risposi io sperante.

Prosegue il piccolo bimbo napoletano:

«Ma secondo te, lui vede quello che io faccio?»

risposi un po’ affrettatamente:

«Chi è con Gesù in cielo, vede tutti quelli a cui vuole bene».

Il piccolo sorrise, guardò di lato e non disse nulla. Poi, mentre con un po’ di fatica riprendeva il proprio quadernino disse:

«Speriamo sia contento che vado bene a scuola!»

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Su questo episodio pregai e meditai molto. Ricordo ancora il nome e tutta la situazione familiare di quel bambino. Dopo sei anni ancora quel tema mi ricorda che è anche importante riflettere, pregare e studiare il tema della Chiesa nella sua indole terrena e anche celeste, e col suo fine specifico: la meta oltre terrena ed escatologica.

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Anche in questi momenti di forte sofferenza per la Chiesa, ritengo che tornare su queste tematiche possa aiutare il popolo di Dio a riscoprire tutta la bellezza e spiritualità della nostra fede. Queste riflessioni inoltre possono essere una proposta di riflessione anche per offrire un panorama completo rispetto alla generazione del nichilismo attivo, così come l’ha definita Umberto Galimberti. Infatti, secondo questo filosofo e psicologo, la generazione del nichilismo attivo si contrappone a quella del nichilismo passivo. La prima è una piccola percentuale di chi «non misconosce e non rimuove l’atmosfera pesante del nichilismo senza scopo e senza perché, ma non si rassegna e si promuove in tutte le direzioni nel tentativo molto determinato di non spegnere i propri sogni». [1]

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Dunque accoglieremo l’idea galimbertiana che sussiste una generazione capace di portare avanti ideali e valori tendenti a superare il nichilismo classico e la mancanza di senso. Ma vorremmo anche aggiungere che a questi valori, il cattolicesimo, propone i valori di speranza e di vita eterna. Questi tendono a creare una forte tensione antropologica che a partire dalla esperienza di un vissuto concreto immanente, porti l’uomo a trascendersi per orientare il proprio senso in una condizione meta storica ed escatologica.

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LA MORTE E LA CHIESA

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La Chiesa terrena o visibile, anche detta pellegrinante, ha una sua indole escatologica: cioè tende al Regno di Dio e a formare la Chiesa Celeste. Questo è il suo fine ultimo. La Lumen Gentium ribadisce nel capitolo VII che la Chiesa ha questa indole escatologica. Il Concilio Vaticano II non si è espresso moltissimo su questo: il capitolo in effetti è abbastanza breve. Allo stesso tempo però il tema è enorme e proficuo di riflessioni teologiche. Come vedremo a breve, già nel Medio Evo, San Giuliano di Toledo [642 – 690], compose il Prognosticum Futuri Sæculi, primo trattato di escatologia sistematica in cui sfatò tabù ed errori escatologici tipici del suo tempo. Fu lavoro teologico critico, perlopiù di ispirazione patristico-agostiniana. Proprio come San Giuliano demitizzò queste realtà, possiamo fare lo stesso con la Chiesa. Il dato dogmatico che la comunità cristiana abbia indole escatologica, non l’ha esclusa dall’uso di immagini letterarie per descrivere quelle ultraterrene. Queste realtà rimangono vere mentre le immagini — per esempio demoni col tridente, angeli con la tunica celeste, il Flegetonte, Orfeo ed Euridice e via dicendo — sono appunto immagini che evocano in noi questa realtà.

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Questo stesso discorso di conoscenza teologica certa ma ancora in progresso si può applicare a tutta la materia teologica. Per ciò anche la teoria di Karl Rahner, il Grund Axion, per cui Dio si rivela totalmente nella sua manifestazione [2], solleva molte problematiche trinitarie e cristologiche: per quanto in Cristo, vero Dio e vero Uomo, Dio davvero si è rivelato, tuttavia noi non conosciamo completamente Dio. Dunque le definizioni dogmatiche conciliari ci danno qualche piccola rivelazione — ripeto di nuovo —, vera e credibile, però l’intera realtà trinitaria ci sfugge. L’espressione videbimur totu Deo, sed non totaliter forse si può applicare anche allo stato di vita escatologico. Ecco perché l’escatologia è sempre stata molto sobria e “avara” di definizioni. Tutto questo d’altro lato apre il campo allo studio e alla ricerca teologica che aiuta la Chiesa nel suo cammino di ricerca e vita secondo l’insegnamento del Dio Uomo Gesù Cristo.

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Il Magistero in ogni caso si è espresso non troppo tempo fa in tema di escatologia. Un primo documento è quello del 1979: Lettera su alcune questioni concernenti l’escatologia [cf. testo QUI]. Citando il paragrafo 7 osserviamo che né Scrittura né Tradizione offrono luci sufficienti per la rappresentazione dell’al di là. Solo i poeti ed letterati — si pensi al solo Dante Alighieri —, ed un poco la liturgia, provano a descrivere qualche caratteristica escatologica. Mentre i teologi rifiutarono l’idea che la teologia escatologica fosse un reportage sull’al di là; si cercò invece di purificare la teologia dalle immagine favolistiche, come già detto. Perciò tutte le trattazioni teologiche hanno per base i concili e il Credo, e possono essere assemblati o rivisitati in maniera sistematica col fine di far crescere un senso escatologico nel popolo di Dio. In effetti, un cristianesimo che non sia escatologico, non è cristianesimo. Perché la Chiesa ha una meta escatologica: la Chiesa attuale, terrena o visibile, si concluderà e giungerà il Regno di Dio. Possiamo dire sin da ora che il punto di incontro fra la Chiesa terrena pellegrinante, noi, e la Chiesa Celeste trionfante, i Santi in Paradiso, è la Chiesa purgante, cioè le anime del Purgatorio che si stanno preparando alla visione beatifica. Proprio per questo possiamo dunque approfondire e vedere qual è il rapporto fra la Chiesa e la Morte.

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UN PO’ DI MAGISTERO E DI CATECHISMO SUL TEMA DELLA MORTE

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Il Catechismo della Chiesa Cattolica offre diversi spunti per la meditazione su questi temi. Innanzitutto da esso sappiamo che «La morte è il termine della vita terrena» [n. 1007] e inoltre che «La morte è conseguenza del peccato, e non era dunque un fenomeno previsto ordinariamente nella creazione» [n. 1008]. Ma la Morte non ha l’ultima parola perché Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» [Fil 1, 22]. Qui sta la novità essenziale della morte cristiana: mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente «morto con Cristo», per vivere di una vita nuova; e se noi moriamo nella grazia di Cristo, la morte fisica consuma questo «morire con Cristo» e compie così la nostra incorporazione a lui nel suo atto redentore [n. 1010]. Quindi la morte stessa è trasformata perché Gesù ha subito la morte, in quanto uomo come noi. Cristo assunse su di sé la morte e la trasformò in modo totale. La morte di Gesù allora è stato il modo con cui Dio ci chiamò presso Cristo stesso. Quindi se moriamo in Cristo, riviviamo con Cristo: cioè obbediamo con Cristo al progetto di Dio e in tale obbedienza risorgeremo. Potremo quasi dire che la morte è uno dei “contatti intimi” con Dio stesso. Tuttavia solo alla luce del mistero pasquale si dischiude il senso cristiano della morte: c’è un esilio del corpo [Cf. II Cor 5,8] mentre l’anima va ad abitare presso Dio. Dopo l’avvenuta morte, l’uomo emette la sua decisione finale: si auto esclude o auto include alla presenza di Dio. Questo è l’ultimo atto, per usare una terminologia di Hans Urs von Balthasar, che spesso ricorreva nelle proprie esposizioni a delle efficaci figure tipiche del teatro greco [3].

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Proprio in questo momento delicatissimo, in cui l’uomo entra nella eternità, ecco che subentra la Chiesa: «La Chiesa ci incoraggia a prepararci all’ora della nostra morte a chiedere alla Madre di Dio di intercedere per noi “nell’ora della nostra morte” [Ave Maria] e ad affidarci a San Giuseppe, patrono della buona morte» [n. 1014]. Con i termini buona morte  si intende che la Chiesa prega affinché ognuno di noi muoia in stato di grazia.

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SAN GIULIANO DI TOLEDO E L’ESCATOLOGIA ECCLESIOLOGICA

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San Giuliano di Toledo anche lui ha voluto descrivere questo legame tra Chiesa e Morte, ed in particolare tra Chiesa Terrena, Purgante, Celeste. L’autore spagnolo introduce il tema della escatologia ecclesiologica per la prima volta nella sua storia nel suo trattato Prognosticum Futuri Saeculi.

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Innanzitutto Giuliano parla del cosiddetto Rimedio dei Morti [Lib. I. Cap. XXII], cioè della possibilità di suffragio per i morti, commentando il secondo libro dei Maccabei. Qui mostra che i Leviti offrono suffragi per i morti, dopo alcune impurità: è il Sacrificio del הכיפורים יום [Yom ha-Kippurim, giorno degli espiatori]. È già presente la possibilità che i morti migliorino la loro condizione di purganti. Inoltre, è una consolazione per chi rimane vivo, sapere di dare sollievo per i cari defunti. Giuliano parla della attuazione della dannazione dei dannati. [4] Per questo si può già parlare, in questo secolo, di sussistenza dell’anima: secondo Giuliano infatti, le anime purganti sono purificate attraverso il fuoco. Mentre le anime dei Beati vanno a Cristo nei cieli. Ecco dunque che l’anima separata dal corpo sussiste. [5] Ne ricaviamo certamente che l’anima ha una propria attività: in effetti, secondo il teologo di Toledo, i beati non vedono subito in modo totale Dio: si attende la resurrezione dei corpi: lo vedranno più perfettamente solo dopo. Le anime hanno cioè il desiderio di ricongiungersi col loro corpo. Dopo la discesa di Cristo agli inferi, le anime vanno subito in cielo. [6] Mentre le anime dei peccatori vanno subito all’inferno [7] e qui vi permangono in eterno.[8] Ora Giuliano può ribadire la propria posizione sull’anima post mortem. Egli, riprendendo Gregorio Magno, sostiene che l’anima dopo la separazione dal corpo mantiene comunque la sua sensibilità e non è dormiente. L’anima possiede una somiglianza col corpo morto: proprio per questo sente il riposo e i tormenti. [9] Riprendendo un po’ uno dei loci classici della teologia medievale, Giuliano sostiene che post mortem ci sia un fuoco purificatore [purgatorium ignem]. [10] Già nell’opera paleocristiana Ποιμὴν τοῦ Ἑρμᾶ [Il Pastore di Erma] risalente agli inizi del II secolo, è esposta la teologia del Purgatorio. Così le anime dei morti subiscono tale fuoco durante lo Stato intermedio, cioè prima del giudizio finale.  Dunque secondo il teologo di Toledo, la morte carnale fa già parte della Tribolazione che prevede il fuoco purificatore. [11] Ecco ora un punto che tratteremo sistematicamente a breve, e che già il nostro autore introduce: infatti Giuliano ritiene che i beati, se essi pregano per la salvezza dei loro cari viventi: vivono la comunione dei santi. [12] Forse la ricerca teologica sinora portata avanti giunge in Giuliano a domandarsi interrogativi estremi: ad esempio se i beati si rattristino o abbiano gioia per i cari viventi. [13] Certo è anche confortevole la certezza in Giuliano che, tutti coloro che sono già beati — e qui si fa menzione dei Patriarchi ed Apostoli —, aspettano che noi li raggiungiamo e si rattristano per i nostri errori e peccati. [14]

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Tutti questi passi ci portano a concludere che non c’è escatologia senza ecclesiologia: la Chiesa è estensione della missione redentrice e salvifica di Cristo, compiuta nella potenza dello Spirito Santo. Per ciò la Chiesa è il raduno dei credenti che cammina in vista della consumazione finale e universale cioè la Parusia o Ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Dunque ancora una volta con Giuliano confermiamo pure la dimensione verticale–trascendente della Chiesa: la Chiesa è fase iniziatica e irreversibile.

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Come anche ha scritto Yves Congar: «Dio si è come “vincolato” alla Chiesa, e la Chiesa è organo diffusore della salvezza, tramite i sacramenti che diffondono e attualizzano la Parola di Dio: entrambi vivificano la vita del credente».

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LA CHIESA COME POPOLO DI SPERANZA VERSO LA VITA ETERNA: LA CHIESA PELLEGRINA E LA VIRTÙ DI SPERANZA

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Anche il Concilio Vaticano II si è occupato di questa tensione escatologica della Chiesa, volendo a nostro avviso liberare il campo da idee errate che purtroppo però, sulla scia del Sessantotto e dei preti operai avrebbero comunque preso piede successivamente, quasi a voler trasformare la Chiesa in una realtà solo terrena, mai tendente al bene sovrannaturale.

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Il documento conciliare Lumen Gentium si occupa di questi temi al capitolo VII, intitolato proprio «L’indole escatologica della Chiesa». Il capitolo è composto da quattro paragrafi. Nel numero 48 ricordiamo che, tutto il genere umano ha una vocazione escatologica; la Chiesa trova il suo compimento proprio nella gloria celeste finale, e dunque accompagna l’uomo verso il suo perfezionamento. [15] La Chiesa fondata da Cristo come suo corpo apostolico, al quale ha donato il suo spirito vivificatore [16], è pensata per essere «sacramento universale di salvezza». Questa salvezza è già cominciata in Cristo, insieme con la Chiesa possiamo raggiungerla, mediante la fede, l’esercizio della carità e la virtù di speranza che pian piano e giorno dopo giorno ci porta fino alla vita eterna [17]. Ecco innanzitutto una prima certezza: la Chiesa è in cammino verso uno stato diverso rispetto a quello attuale. La Chiesa ci aiuta a sperare di passare dal temporaneo, dal momentaneo fino all’eterno. Tutto ciò che ci distrae dall’esercizio delle virtù cardinali e dalla vita sacramentale e dunque che ci fa camminare verso l’Eterno va assolutamente evitato e tolto di mezzo: «Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna» [Mc 9,47].

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Ma in questo cammino, non siamo soli. Infatti il paragrafo 49 di Lumen Gentium descrive una comunione profonda fra la Chiesa pellegrinante, cioè ognuno di noi viandanti su questa terra, e la Chiesa celeste, cioè coloro che sono già defunti e sono nella fase di purificazione o di beatitudine [18]. Fra noi però non c’è una partizione eterogenea: la nostra unione, nella fede in Cristo, non si è mai spezzata [19], anzi siamo ancora più uniti nel cammino di perfezionamento in particolare con la Chiesa che si purifica. In effetti, ancora oggi, durante le Sante Messe offriamo suffragi per le anime dei nostri cari defunti [20]; quando invece veneriamo specialmente Maria, gli Apostoli, i Santi Angeli, e tutti i Santi di Dio, anch’essi sono uniti a noi in Cristo [21]. Questo davvero può essere confortante: ogni morte e perdita di un amico e di un caro è uno shock che genera un lutto molto lungo e difficoltoso da   elaborare a livello psicologico. Solo con il tempo e l’aiuto della grazia si può riuscire a trovare un senso profondo a questo passaggio obbligato. Difficile, se non dunque impossibile, di nuovo, è pensare alla Chiesa solo come milizia terrena che non si occupa di questa guida verso la certezza della presenza dei cari defunti mediante la fede; la carità che poi operiamo verso di essi, ogni volta che offriamo un suffragio per loro, e la speranza un giorno di rincontrarci tutti insieme, nella domenica senza tramonto in Gesù risorto che riluce nei nostri cuori.

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Dunque l’Eucarestia è quel luogo dove realmente possiamo essere in comunione con le anime dei cari defunti e dei santi, nel momento più importante di tutta la nostra esperienza di credenti. Ogni volta che infatti partecipiamo alla Santa Messa « [in essa] la virtù dello Spirito Santo agisce su di noi mediante i segni sacramentali, in fraterna esultanza cantiamo le lodi della divina Maestà tutti» [22]. Mi sembra il passaggio più bello e importante, con cui concludere queste mie riflessioni. Così come abbiamo visto nel primo paragrafo che l’atto conclusivo di unione fra Dio e l’uomo, in punto di morte, necessita per forza di cose della presenza della Chiesa, dunque anche tutti i nostri momenti di perfezionamento e di cammino di santità come essa stessa presenza di comunione in Gesù Cristo. Come ha scritto il padre Sergio Stancati, il soggetto finale della nostra comunione è Gesù Cristo stesso in quanto ἔσχατος [éskatos].  Con éskatos s’intende il modo in cui  in Cristo, che è il soggetto nel quale il fine ultimo del mondo e dell’uomo si è già compiuto, è già iniziato il nuovo assoluto della nuova creazione [23].

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Roma, 2 novembre 2018

Commemorazione di tutti i defunti

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Dei nostri Fratelli, antico canto popolare dei defunti per il suffragio delle Anime del Purgatorio. Coro di Santa Maria della Misericordia – Lastra a Signa di Firenze [testo dell’inno QUI]

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NOTE

[1] U. Galimberti, La parola ai giovani – Dialogo con la generazione del Nichilismo Attivo.

[2] K. Rahner, La Trinità.

[3] H. U. Von Balthassar, Teodrammatica L’ultimo atto.

[4] Si veda Giuliano di Toledo, Prognosticum futuri saeculi, Il preannuncio del mondo che verrà, EDI, Napoli 2012, Introduz., Traduz. e commento teologico di T. Stancati, O.P.

[5] Ibidem, Lib. II, Cap. VIII.

[6] Lib. II, Cap X.

[7] Lib. II, Cap. XIII.

[8] Lib. II, Cap. XIV.

[9] Lib. II, Cap. XV. Erroneamente Giuliano attribuisce a Cassiano una riflessione di Gregorio Magno, cfr. Moralia in Job, VIII, xv.

[10] LIb. II, Cap. XIX.

[11]Lib. II, Cap. XXI.

[12]Lib. II, Cap.  XXVI.

[13] Lib. II, Cap. XXVII.

[14] Lib. II, Cap. XXVIII.

[15] Lg 48, 1.

[16] Lg 48, 2.

[17] Lg 48, 3.

[18] LG 49, 1.

[19] LG 49, 2 – 3.

[20] LG 50, 1.

[21]LG 50, 2.

[22]LG 50,3.

[23] S. Stancati, escatologia morte e resurrezione, EDI.

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L’Arcivescovo di Palermo perseguitato dalle Iene? Ha voluto la bicicletta, adesso deve pedalare

— attualità ecclesiale —

L’ARCIVESCOVO DI PALERMO PERSEGUITATO DALLE IENE? VOLEVA LA BICICLETTA, ADESSO DEVE PEDALARE

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[…] ho provato però una certa tristezza nel vedere nel filmato l’Arcivescovo di Palermo fuggire via di corsa più volte, perché in quel momento mi sono tornati alla mente diversi santi vescovi, alcuni dei quali martiri della fede, che con una dignità mirabile, si sono fatti trovare seduti sulla loro cattedra episcopale, direttamente sulla quale furono sgozzati dai musulmani

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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S.E. Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo, inseguito dalle Iene delle reti televisive Mediaset [cliccare sull’immagine per aprire il video]

Le Iene dell’omonimo programma televisivo vanno sempre prese con le pinze. Pertanto, sulla vicenda circa il presunto mal trattamento dei dipendenti di una fondazione dell’Arcidiocesi di Palermo, non possiamo esprimere giudizi che spettano alla magistratura, nello specifico al giudice del lavoro. Se le Iene sollevano un caso, ciò non autorizza nessuno a emetter giudizi di sentenza. Sappiamo che certe questioni sono di prassi sempre complesse.

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Corrado Lorefice, opera dedicata alle figure di Giuseppe Dossetti e Giacomo Lercaro: La Chiesa povera e dei poveri nella prospettiva del Concilio Vaticano II

Può essere però che S.E. Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo e Primate di Sicilia, si stia accingendo a prendere una salutare lezione di vita che lo renderà sicuramente un pastore in cura d’anime molto migliore, giungendo forse alla sua vecchiaia come un vero e proprio santo vescovo. E la lezione è la seguente: fare il Vescovo nel 2018 è difficilissimo. Parlando poi come coetaneo dell’Arcivescovo panormitano, dal quale mi differenziano appena dieci mesi d’età, posso dire che se a me, presbìtero senza alcuna pregressa esperienza di ministero episcopale, a cinquantadue anni avessero prospettata la nomina ad Arcivescovo Metropolita di Palermo, mi sarei rifiutato in modo categorico di accettare, perché conosco anzitutto i miei limiti e perché non occorre particolare scienza per capire che stiamo parlando di una tra le più grandi e soprattutto difficili sedi episcopali d’Italia; e Palermo, una così detta sede difficile, lo è storicamente, da sempre. In tempi recenti dovrebbe essere fin troppo emblematica la storia del Cardinale Francesco Carpino [Palazzolo Acreide 1905 – Roma 1993], eletto alla cattedra arcivescovile di Palermo nel 1967 ed alla quale fece atto di rinuncia tre anni dopo nel 1970, dando come motivazione ufficiale che l’Arcidiocesi aveva problemi pastorali molto difficili per i quali era necessario un arcivescovo più giovane che potesse abbozzare dei programmi a lungo termine …

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… nel rifiutare la nomina a quella sede, mi sarei anche premurato di dare all’Autorità Ecclesiastica un consiglio non richiesto: inviare a Palermo un vescovo che avesse già acquisita e maturata una certa esperienza nel sacro ministero episcopale, dando buona prova di sé nel governo pastorale. Come però ripeto, io ho il senso dei miei limiti e soprattutto il senso delle proporzioni.

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il 29 aprile 2016 fu celebrato nella Cattedrale panormitana il Giubileo degli Sportivi, in occasione del quale fu donata all’Arcivescovo Metropolita un pallone ed una bicicletta con la quale fece un giro sul presbitèrio

Chi avesse accettato senza far simili valutazioni, oggi dovrebbe applicare il saggio detto popolare: «Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!». Oppure chiarire che la nomina alla complessa e delicata sede arcivescovile di Palermo non gli è stata offerta, ma imposta per obbedienza. Cosa più impossibile che rara, perché se uno risponde che non se la sente o che non si reputa all’altezza del gravoso compito, nessuna Autorità Ecclesiastica imporrà mai l’obbedienza.

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S.E. Mons. Corrado Lorefice è autore di diversi libri nei quali si parla dei poveri e si anela una Chiesa povera per i poveri. Cosa questa che mi induce ad una grande fiducia nei suoi confronti e soprattutto a stimolare i lavoratori che pare abbiano aperto un contenzioso con la diocesi, ad avere profonda fiducia nel loro Arcivescovo, che per sensibilità e per formazione è molto sensibile ai poveri ed alla povertà, come provano i suoi libri; e questa profonda sensibilità gli impedirà sicuramente, in coscienza pastorale, di lasciar finire in stato di disagio e povertà dei lavoratori con le loro rispettive famiglie.

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uno dei testi dedicati alla povertà ed alla Chiesa povera per i poveri di S.E. Mons. Corrado Lorefice

Ripeto: nessuno può entrare nel merito di una questione che dovrà essere valutata e giudicata nelle appropriate sedi, non certo dalle Iene, che hanno anzitutto mancato gravemente di rispetto e di educazione andando a cercare l’Arcivescovo nella sua chiesa cattedrale durante un pubblico incontro, o peggio disturbandolo durante una processione religiosa. Ciò che solo posso dire è di avere provato una certa tristezza nel vedere nel filmato l’Arcivescovo di Palermo fuggire via di corsa più volte, perché in quel momento mi sono tornati alla mente diversi santi vescovi, alcuni dei quali martiri della fede, che con una dignità mirabile si sono fatti trovare seduti sulla loro cattedra episcopale, direttamente sulla quale furono sgozzati da quei musulmani appartenenti a quella religione di pace e amore di cui tempo fa narrava l’Augusto Pontefice, quantunque delicatamente e prontamente smentito dall’islamologo gesuita Samir Khalil Samir [cf. QUI]. Tra i diversi vescovi martiri ricordiamo la bella figura dell’Arcivescovo di Otranto, martirizzato dai musulmani nel 1480 [cf. QUI], del quale la cronaca narra:

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il volto di una Chiesa povera

«l’arcivescovo Stefano, dopo che per tutto il giorno precedente aveva rincuorato la popolazione col Sacramento dell’Eucaristia, salì dalla cripta della cattedrale nel coro e lì, martire della fede in Cristo ed insignito dai paramenti sacerdotali, fu sgozzato sulla sua cattedra episcopale dai turchi, quando vi fecero irruzione» [cf. Antonio de Ferrari, in De situ Japigiae].

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Ciò equivale a dire: una volta avuta la bicicletta, hanno pedalato fino al Paradiso molto meglio di come avrebbero fatto due ciclisti professionisti come Gino Bartali e Fausto Coppi. Ma come sappiamo, erano altri tempi. All’epoca, sulla bicicletta, ci venivano messi solo gli agonisti professionisti, mentre oggi, una bicicletta, è una cortesia clericale che non si nega a nessuno …

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«Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze» [Salmo 131].

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dall’Isola di Patmos, 20 ottobre 2018

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Ipazia gatta romana a colloquio con il corvo di Enzo Bianchi, oggi partecipante al Sinodo per indicare ai giovani la via, la verità e la vita …

— il cogitatorio di Ipazia —

IPAZIA GATTA ROMANA A COLLOQUIO CON IL CORVO DI ENZO BIANCHI, OGGI PARTECIPANTE AL SINODO PER INDICARE AI GIOVANI LA VIA, LA VERITÀ E LA VITA …

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[…] sono un corvo, come credo che di fatto lo sia Enzo Bianchi, pur non avendo le penne. Il nostro suono è simile, anche lui come me quando parla gracchia. Entrambi giriamo per il mondo alla ricerca di qualche perla o gioiello da rubare. Io cerco e rubo i gioielli e le perle materiali, lui ruba invece quelli delle anime che lo ascoltano dopo aver già rubato le perle ed i gioielli del Cristianesimo e della Chiesa Cattolica.

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Autore
Ipazia gatta romana

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Per entrare nel negozio-librario cliccare sulla copertina

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Il Sinodo dei Giovani: Enzo Bianchi e il peccato originale nel quadro di una dissoluzione

—  attualità ecclesiale — 

IL SINODO DEI GIOVANI: ENZO BIANCHI E IL PECCATO ORIGINALE NEL QUADRO DI UNA DISSOLUZIONE

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Chi oggi vuol parlare ai giovani in modo credibile, ma soprattutto chi intende tutelarli dall’opera del Demonio che tra il Novecento ed il Nuovo Millennio pare essersi scatenato in tutti gli àmbiti ed a tutti i livelli, dovrebbe anzitutto invitarli a fuggire le inside del peccato, non certo ad inserire l’acronimo LBGT nell’Instrumentum Laboris del Sinodo, per vedere come sistemare certe nuovo “edificanti” tendenze.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Enzo Bianchi in visita dal Sommo Pontefice Francesco I

Poteva mancare il Priore emerito di Bose, Sua Beatitudine Enzo Bianchi, al Sinodo dei Giovani? Il tempo di terminare la predicazione degli esercizi spirituali al clero ad Ars [cf. articolo QUI], ed eccolo giungere a donar preziose perle come partecipante al Sinodo. E siccome siamo in piena èra di cosiddetta «rivoluzione epocale», egli spiega anzitutto ai giornalisti che in questo Sinodo «c’è una grande libertà di intervento che nei sinodi precedenti io non ho sperimentato» [cf. QUI]. Ovviamente Sua Beatitudine omette di precisare che questa “libertà” rammenta molto il periodo del terrore di Robespierre durante la Rivoluzione Francese, visto che tutti coloro che hanno sollevato a vario titolo libere obiezioni, o sono stati destituiti dai loro uffici di curia, o dimessi senza motivo, o lasciati al loro posto ma totalmente esautorati dall’esercizio delle loro funzioni, oppure morti di crepacuore, come il compianto Cardinale Carlo Caffarra [cf. nostri articoli, QUIQUI].

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Forse, Sua Beatitudine, ignora che nel mondo, i crimini e le ingiustizie peggiori, paradossalmente sono state realizzate proprio in nome dei pretesti di libertà. Ne rimane emblema la nobildonna Marie-Jeanne Roland de la Platière, che salendo la scale verso la ghigliottina disse: «Oh Liberté, que de crimes on commet en ton nom!» [Oh, libertà, quanti crimini che si commettono nel tuo nome!].

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Chi oggi vuol parlare ai giovani in modo credibile, ma soprattutto chi intende tutelarli dall’opera del Demonio che tra il Novecento ed il Nuovo Millennio pare essersi scatenato in tutti gli àmbiti ed a tutti i livelli, dovrebbe anzitutto invitarli a fuggire le inside del peccato, non certo ad inserire l’acronimo LBGT nell’Instrumentum Laboris del Sinodo, per vedere come sistemare certe nuove “edificanti” tendenze [cf. nostro articolo QUI]. Ovviamente, nulla di tutto questo può essere realizzato, quando a parlare ai giovani viene invitata appunto Sua Beatitudine, che non solo è specializzato a sorvolare sul peccato, perché andando più a fondo ancora e partendo dalla radice, Enzo Bianchi finisce col negare, attraverso le sue fumose interpretazioni, lo stesso peccato originale. A quel punto, tutto diviene più o meno lecito al di là del bene e del male. E poi si pretende di parlare ai giovani? Perché ai giovani non va offerto né un Vangelo annacquato, né una via agevole, stando almeno a quanto ci ha detto Gesù Cristo:

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«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Vediamo adesso qual è il concetto di peccato originale in questo soggetto invitato al Sinodo dopo avere appena terminato di predicare ai preti …

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Tutto il senso del cristianesimo poggia sulla dottrina del peccato originale. Se questa dottrina è falsata, tutto il cristianesimo crolla. Infatti, il cristianesimo, è forza divina di salvezza dal peccato originale e dalle sue conseguenze e ritorno dell’umanità alla condizione felice precedente al peccato, con l’aggiunta di una superiore condizione, quella dei «figli di Dio», «uomini spirituali», ad immagine del Figlio Gesù Cristo.

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L’opera redentrice di Cristo consiste essenzialmente nel liberare l’umanità dalla colpa originale e dalle sue conseguenze: nel guarire le ferite, togliere la condanna del peccato, la concupiscenza, la sofferenza, la morte e la schiavitù a Satana, dando soddisfazione col sacrificio della croce al Padre per i nostri peccati, riconciliandoci tra di noi e col Padre ed ottenendoci la sua misericordia e il suo perdono, e donandoci la legge e la grazia dello Spirito Santo, che ci rende figli di Dio, eredi della vita eterna.

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È chiaro allora che è impossibile capire ed apprezzare la grandezza della misericordia del Padre, che per misericordia ci manda il Figlio innocente a morire sulla croce propter nos et propter nostram salutem, per noi peccatori, debitori insolventi, se non si capisce l’immensa gravità e pervasività del peccato originale, origine di tutti i nostri peccati e della miseria, nella quale, per giusto giudizio del Padre, esso ha gettato l’intera umanità.

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Cristo è il Medico divino, che conosce bene i nostri mali, sa interpretare i nostri disturbi, ce ne mostra le cause e le conseguenze e ci insegna come guardarcene, nonché il modo e i mezzi per giungere alla guarigione. Gesù è venuto apposta per insegnarci e rivelarci, attraverso la Chiesa, meglio e al di là di qualunque filosofia, qual è l’origine del male che affligge l’intera umanità ab immemorabili, male del quale da sola non solo non riesce a liberarsi, ma del quale non riesce neppure a comprenderne pienamente la natura e a farne la diagnosi.

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È dunque falsissimo quello che dice Bianchi, che la Chiesa non sappia qual è l’origine e il perché del male, perché, se così fosse, non avrebbe modo di eliminarlo, cosa assolutamente falsa, perché verrebbe a vanificare l’opera della redenzione e renderebbe nullo l’intero cristianesimo, o tutt’al più lo renderebbe un filantropismo al livello della massoneria o dello gnosticismo, dove Gesù Cristo è niente più che un profeta o un grande benefattore dell’umanità, un premio Nobel, che, per sostenere la causa della giustizia e degli oppressi, resta saldo contro gli oppositori fino alla morte.

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La massima manifestazione della misericordia divina è certamente il perdono gratuito dei peccati, ma, secondo il piano del Padre, spiegato dal dogma della Chiesa [1], questo piano prevede che noi collaboriamo con le nostre sofferenze, penitenze ed opere buone in grazia, all’opera sacerdotale [2] e cultuale riparatrice ed espiatrice di Gesù Cristo crocifisso, dono appunto della misericordia del Padre grazie alla quale espiamo i nostri peccati e rendiamo soddisfazione al Padre, offeso dal peccato, riconciliandoci con Lui in Cristo e nella Chiesa mediante i sacramenti. Così la salvezza non è solo dono della grazia, ma anche nostra conquista e premio grazie al merito [3] soprannaturale delle buone opere. Negando il valore dei meriti, Bianchi cade nella medesima eresia di Lutero.

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Bianchi non comprende che la dottrina, insegnata dal Concilio di Trento [Denz. 1511, 1522, 1529], per la quale il Padre, sdegnato e offeso per il peccato dell’uomo, esige riparazione, e a tal fine manda il Figlio ad offrirsi in sacrificio sulla croce per il riscatto dai nostri peccati, non è per nulla una falsa interpretazione, ormai superata, dell’opera del Padre e del Figlio, come se si trattasse di un Padre crudele e di un Figlio succube dal padre-padrone, ma è dogma immutabile della fede [4]. Invece si tratta di dottrina biblica e dogmatica, che ci fa comprendere l’immensa misericordia ed ammirevole giustizia del Padre, che ci dona il Figlio per la salvezza di noi peccatori, glorificando il Figlio insieme con noi, i quali a nostra volta, nello Spirito Santo, glorifichiamo in Cristo il Padre [Gv 17]. E in questa sacra e divina circolarità di una reciproca glorificazione si riassume tutto il mistero della liturgia cristiana, fons et culmen totius vitae christianae, mistero che si dissolve nella concezione di Bianchi.

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La dottrina del peccato originale, come tutte le verità rivelate, non è di facile interpretazione ed offre forti difficoltà alla nostra ragione. Inoltre essa emerge solo da un sapiente collegamento di passi della Scrittura, che vanno dal famoso racconto genesiaco, al libro di Giobbe, a San Paolo, all’Apocalisse, tra di loro assai distanti, il cui nesso non è immediatamente visibile. Inoltre, questa dottrina, proprio perché fondamentale, stantis et cadentis christianismi, si dirama ed ha agganci con tutte le altre verità morali della divina Rivelazione, financo con quelle teoretiche, sicché uno che volesse esporre questa dottrina in tutti i suoi rapporti con le altre verità di fede, dovrebbe prendere in considerazione tutto l’insieme del Credo cristiano. Infatti, anche la percezione e la contemplazione di una verità così puramente speculativa come è il dogma trinitario, è resa possibile, in fin dei conti, dal fatto che noi ci siamo liberati dalla colpa originale, accogliendo la grazia della redenzione offertaci da Cristo.

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Questa dottrina non risulta da una semplice esegesi biblica, ma è lentamente maturata nella storia ed è stata esplicitata e precisata nei secoli con l’apporto dei Padri, dei Dottori e dei Santi, sotto la guida del Magistero della Chiesa, soprattutto nel Concilio di Orange del 529 [Denz. 371-372], e nei grandi Concili Lateranense IV e di Trento, nei quali ha assunto una forma dogmatica definitiva, che da allora non è più stata ulteriormente approfondita, neppure dal Concilio Vaticano II, che si limita ad assumere la dottrina tradizionale. Questa dottrina è oggi affidata al Catechismo della Chiesa Cattolica [nn. 396-406]. Nel contempo il dato rivelato che essa esprime sollecita i teologi a sempre nuovi chiarimenti ed approfondimenti e li spinge a porsi sempre nuove domande, che conducono a una sempre migliore conoscenza della Parola di Dio.

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I progressi dell’esegesi storico-critica, soprattutto a partire dal secolo XIX, sono stati di grande aiuto alla Chiesa per correggere certe ingenuità popolari, chiarire il genere letterario del racconto genesiaco, la storia della sua redazione, i rapporti dell’agiografo con culture coeve extra-bibliche, per separare il nucleo storico e teologico dal rivestimento simbolico e mitologico, per superare una visione cosmologica evidentemente superata dal progresso scientifico moderno, soprattutto in relazione ai dati della teoria dell’evoluzione. Hanno giovato alla comprensione del dogma del peccato originale anche i progressi filosofico-teologici compiuti a partire dal secolo XIX, soprattutto con la rinascita tomista promossa da Leone XIII, i progressi della metafisica concernenti la natura del bene e del male, della teologia naturale riguardanti la creazione del mondo, i progressi dell’antropologia circa la natura dell’uomo e della donna, i progressi della psicologia e della teologia morale sulla natura del libero arbitrio, della responsabilità, della coscienza, del peccato, della colpa e della grazia.

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L’oscurità del dato biblico, l’apparente ingenuità del racconto genesiaco — una coppia posta in un giardino di delizie tentata da un serpente di mangiare un frutto proibito — , il suo apparente contrasto con i dati della scienza sull’origine dell’uomo [5] e la sua apparente assurdità, una colpa che si trasmette per generazione biologica o di un Dio buono, che però permette il male, tutte queste difficoltà sono state occasione perché da sempre la dottrina del peccato originale sia stata fraintesa, derisa, falsificata o rifiutata in vari modi.

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LA CONCEZIONE DI BIANCHI E IL PENSIERO DELLA CHIESA

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In questo articolo esaminiamo la posizione di Enzo Bianchi. Egli si considera «cattolico» e dichiara di esporre la visione che oggi la Chiesa ha del peccato originale, dando ad intendere che essa non accetterebbe più quel che troviamo esposto nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Vorremmo allora chiedere a Enzo Bianchi di quale «Chiesa» parla, dato che non è quella del Catechismo. In realtà Bianchi non espone affatto la dottrina della vera Chiesa, ma di una falsa Chiesa, che è quella dei modernisti.

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Sul peccato originale Bianchi presenta una concezione che, come ho detto, spaccia per dottrina della Chiesa, ma che in realtà, come si può verificare facilmente consultando il Catechismo, è esattamente l’opposto di quella insegnata dalla Chiesa e pertanto è del tutto falsa. Egli comincia col deridere il racconto genesiaco come fosse una favola da bambini:

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«Inutile dire che la Bibbia non dice da dove veniva il male. Spero che nessuno di voi ricordi questa storiella raccontata che ci raccontavano tutti che ci sarebbe stato un angelo che si è rivoltato a Dio, Dio lo ha precipitato e questo è diventato il diavolo, il diavolo ci tenta, il mondo era bello, era dorato, si passeggiava dal mattino al tramonto. Anzi il tramonto non veniva mai perché non c’era la tenebra. Poi quei due poverini di Adamo ed Eva han fatto quella cosa e la paghiamo noi dopo non so per quanti milioni di anni»[cf. Enzo Bianchi, QUI]. 

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E spiega:

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«ma quando si dice peccato originale oggi la Chiesa, attenzione su questo, non intende il peccato commesso alle origini e che poi ha causato per sempre un disastro, ma il peccato che sta all’origini di ciascuno di noi, della nostra esistenza, della nostra libertà e della nostra facoltà di decisione; questo è il male»[cf. Enzo Bianchi, QUI]. 

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«nessun peccato originale nel senso di un peccato commesso all’inizio. Questo la Chiesa cattolica non lo dice più. Ma il peccato originale che abita in ogni uomo emerge ogni volta che entriamo in contatto, in comunicazione o in relazione con le cose. Di fronte a un albero simbolo di tutte le cose, l’uomo e la donna si sentono tentati»[cf. Enzo Bianchi, QUI]. 

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«La Chiesa non è più su queste posizioni. La Chiesa non legge più il peccato originale nella preistoria degli uomini. Questo è ormai una sciocchezza. Più nessuno osa dire questo. Ma il peccato originale viene letto come il peccato che sta nelle fibre di ogni uomo che viene al mondo»[cf. Enzo Bianchi, QUI].

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Al contrario, il Catechismo presenta il peccato originale proprio come peccato commesso da una coppia umana realmente esistita, capostipite di tutta la specie umana, creata da Dio a sua immagine e somiglianza, ribellatasi alla proibizione divina di sostituirsi a Lui nel decidere del bene del male [nn.396-399] [6]. Il peccato originale, quindi, non è affatto un peccato che è alle origini della nostra esistenza personale, come fosse un atto nostro, ma è all’origine dell’umanità.

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Il peccato originale non è il primo peccato che commettiamo nella nostra storia personale, giunti all’età di ragione. Il racconto biblico non è, come credono anche Karl Rahner e il Cardinale Gianfranco Ravasi, un «mito eziologico», per spiegare con un rimando al passato ciò che avviene nel presente. La colpa del peccato originale, nella quale nasciamo, non è una colpa nostra, ma una colpa che abbiamo ereditato dai progenitori. Come infatti potrebbe essere una colpa nostra, se alla nascita ancora non siamo giunti all’età di ragione?

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Secondo il dogma della Chiesa, che chiarisce la dottrina di San Paolo, la colpa del peccato originale non è solo una colpa personale propria dei progenitori, ma è colpa collettiva dell’intera umanità, colpa che, una volta commessa dai progenitori, si trasmette per generazione all’intera umanità nata da Adamo, per cui ognuno di noi, tranne la Beata Vergine Maria, esente dalla colpa originale, è concepito dalla madre affetto e macchiato da questa colpa originaria ed ereditaria, indipendentemente dalla volontà del singolo, ancora incapace di intendere e di volere, colpa dalla quale lo libera il Battesimo.

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E se è vero che Cristo non parla mai con precisione del fine, dell’effetto e del motivo del Battesimo, se non per dire che purifica dal peccato ed assicura la salvezza, e non accenna mai al peccato originale, il fatto stesso che ordini di battezzare ogni uomo, è l’implicita ammissione dell’esistenza in ciascuno di noi della colpa originale, colpa che appunto viene tolta dal Battesimo.

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La trasmissione della colpa originale, che coinvolge e infetta l’intera umanità, suppone una concezione corporativa della natura umana, quasi fosse non una semplice collezione di persone, ma un unico soggetto o un’unica persona [7], una “super-persona” composta di persone, senza con ciò escludere affatto la singolarità, l’autonomia e la responsabilità delle singole persone fisiche.

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Questa concezione dell’umanità appare chiaramente nel pensiero paolino relativo sia all’umanità peccatrice a seguito del peccato originale [«in Adamo tutti abbiamo peccato»], [Rm 5,12] [8] e sia nella sua concezione dell’umanità santa, ossia della Chiesa come «Corpo mistico» del Signore, «Sposa di Cristo». Per questo San Tommaso d’Aquino spiega che il peccato originale non è tanto il peccato di quell’individuo, quanto piuttosto è peccato della natura umana, peccatum naturae, come se dicessimo che se uno pecca con la mano, è lui stesso che pecca [9]. Così, per quanto riguarda la colpa originale in Tizio e Caio è la stessa umanità a peccare in loro. Oppure — Tommaso fa un altro paragone — noi diciamo che un corso d’acqua è inquinato perché viene inquinato alla sorgente. Certo, si tratta di semplici paragoni, che, per quanto facciano luce, non possono togliere l’oscurità del mistero. Il fatto storico del peccato originale è un puro dato della divina Rivelazione. La ragione arriva a comprendere l’essenza del male di colpa e di pena, capisce che questa è conseguenza di quella; capisce che l’esistenza del male non è necessaria, ma è un qualcosa di accidentale e contingente.

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Partendo dal suo falso presupposto, si capisce allora come Bianchi non riesce a spiegare come mai tutti noi, pur nascendo buoni, in quanto creati da Dio, e dotati del potere di scegliere tra il bene e il male, diventiamo ineluttabilmente cattivi; e non trovando una soluzione, addebita alla Bibbia un errore che è soltanto suo.

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Bianchi dunque confonde qui evidentemente due cose. Un conto è il peccato originale, peccato dei progenitori, che tocca le nostre origini e la cui colpa si diffonde in tutta l’umanità. E un conto è la nostra innata inclinazione a peccare, — la concupiscenza — che è conseguenza del peccato originale. Bianchi afferma così che la Chiesa avrebbe abbandonato come fosse una «sciocchezza» e una «mancanza d’intelligenza imperdonabile», il racconto della creazione di Adamo nel paradiso terrestre, dotati di doni preternaturali, felici, immortali ed innocenti, in comunione con Dio. Dice:

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«La Chiesa non legge più il peccato originale nella preistoria degli uomini. Questo è ormai una sciocchezza. Più nessuno osa dire questo. Ma il peccato originale viene letto come il peccato che sta nelle fibre di ogni uomo che viene al mondo. Se voi volete è quell’incapacità di operare sempre il bene. Il male a un certo punto entra in noi» [cf. Enzo Bianchi, QUI].

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Ma basta consultare ciò che il Catechismo insegna per accertarsi della falsità delle parole di Bianchi. Dice infatti il Catechismo riferendosi al peccato dei progenitori:

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«L’uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell’uomo [cf Rm 5,19]. In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà» [n. 397].

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Inoltre, a causa della sua negazione della storicità del peccato originale, Bianchi finisce per concepire la tendenza umana al male non come conseguenza della caduta originaria, ma come intrinseca alla stessa natura umana, con gravissime conseguenze per quanto riguarda il male dell’uomo e nell’uomo, perché, se questo è naturale, diventerà bene, giacché bene è ciò che è secondo natura. Ne segue allora una conseguenza orribile e cioè che il peccato diventa buona azione e la buona azione diventa peccato. Non si distingue più ciò che è secondo natura da ciò che è contro natura. Da qui probabilmente l’eccessiva indulgenza di Bianchi nei confronti della sodomia.

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Dice Bianchi:

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«il racconto che tutti conosciamo e che l’uomo e che la donna. L’umanità nella sua dualità nel mettersi in rapporto con le cose, nel vivere nell’esistenza. Mostra di scegliere il male e di non scegliere il bene. Non leggete quel racconto come se fosse l’origine della nostra storia. Sarebbe davvero una mancanza d’intelligenza imperdonabile. Il racconto della Genesi ci vuol dire la realtà dell’uomo, di ogni uomo che viene al mondo, di ogni donna che viene al mondo. Si trova in un mondo in cui c’è già il male. C’è già il serpente, che precede l’uomo. Esso era già là. C’era già il male. E l’uomo nella sua vita vi consente e sceglie il male» [cf. Enzo Bianchi, QUI].

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Per Bianchi, come abbiamo già visto, la tendenza al peccato non è propria della natura umana decaduta da uno stato primitivo d’innocenza, ma è insita nella stessa natura umana. Ma se il male è naturalmente nell’uomo, allora il male è naturale e non è più male. Dunque, pensare che Cristo ci liberi dal male è un’illusione o una stortura. Per Bianchi la presenza della morte e le ostilità della natura non sono conseguenze o castigo di un peccato che abbiamo commesso alle origini, perché il male c’era già prima del peccato. Dice:

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«Con la conoscenza delle scienze che abbiamo, sappiamo che prima dell’uomo il male regnava nella natura già prima: il lupo mangiava l’agnello. Già prima, la catena della vita andava avanti attraverso la morte di alcuni perché altri vivessero. Non c’è stata una introduzione del male da parte nostra. Il male c’era. E certamente il male ci precedeva: il serpente, Satana, il diavolo e poi le denominazioni sono molte. Ma il male c’era» [cf. Enzo Bianchi, QUI].

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Rispondiamo dicendo che è vero che il male c’era già a causa del peccato dell’angelo ed è vero che la morte dei viventi infra-umani ha preceduto storicamente la comparsa dell’uomo sulla terra. Questo secondo dato risulta dalla scienza, mentre il primo è un dato della Rivelazione. Dalla Scrittura infatti sappiamo che il male ha avuto origine dalla ribellione di alcuni angeli a Dio [Ap 12, 7-9]. Ma per quanto riguarda la morte dei viventi infra-umani, essa è naturale; infatti è presente già nell’Eden. Non è conseguenza del peccato dell’uomo. I viventi infra-umani servono al nutrimento dell’uomo.

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Invece, per quanto riguarda la nostra morte, la Rivelazione insegna che essa è conseguenza del peccato originale, benché anch’essa di per sé sarebbe naturale [10]. Ma, come insegna il Concilio di Trento [Denz, 1511], nell’Eden possedevamo una grazia di immortalità, che abbiamo perduto col peccato. Infatti, i progenitori nell’Eden erano immortali. Ed inoltre, secondo la Rivelazione, la morte, dalla quale Cristo ci salva, trae la sua prima origine dal peccato dell’angelo [Sap 2,24] [11] all’inizio della creazione.

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Da considerare inoltre che Pio XII nell’enciclica Humani Generis del 1950 [Denz. 3897] ribadisce che occorre ammettere l’esistenza storica di una coppia, dalla quale tutta l’umanità ha avuto origine, altrimenti sarebbe stata impossibile la trasmissione della colpa originale a tutta l’umanità, cosa che rientra nel dogma del peccato originale.

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Come dice infatti il Catechismo:

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«Adamo ci ha trasmesso un peccato, dal quale tutti nasciamo contaminati» [n,403]. «Tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo, così come tutti sono coinvolti nella giustizia di Cristo» [n.404]. S.Paolo fa capire chiaramente che, se non ci fosse stato Adamo col suo peccato, non ci sarebbe stato Cristo, perché Cristo ripara il peccato di Adamo [Rm 5, 12-20]. «Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta. Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione a tutta l’umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali. Per questo, il peccato originale è chiamato “peccato” in un modo analogico: è un peccato contratto e non un peccato commesso, uno stato e non un atto» ⦋ibid.⦌. Esso non è rimesso con un atto cosciente del soggetto, come se questi ne fosse responsabile, ma semplicemente ricevendo la grazia del Battesimo, conferibile anche a un neonato» [ibid.].

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Bianchi riconosce che Dio non può volere il peccato, ossia il male di colpa; ma è carente laddove si tratta delle punizioni o dei castighi divini, nei quali Dio infligge un giusta pena. In nome della misericordia, Bianchi non vuole ammettere la giustizia punitiva, che gli sembra una crudeltà indegna del Dio Amore. Indubbiamente il castigo del peccato è propriamente il male che il peccatore si tira addosso col suo peccato.

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Tuttavia, sappiamo come la Bibbia parli francamente di «castigo» divino, senza che ciò debba giudicarsi il segno di una teologia arcaica o superata, perché la severità si trova anche nel Dio di Cristo. Dunque ciò non può che far riferimento alla logica e necessaria conseguenza del peccato, che turba l’ordine posto da Dio stesso nelle cose, benché Dio, nella sua bontà abbia in certi casi la possibilità di sospendere o annullare la pena.

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IL PROBLEMA DEL MALE [12]

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La questione del peccato originale è certamente legata al problema della natura e dell’origine del male, giacché peccare è fare il male. E il male di pena è conseguenza del peccato. Bianchi si pone più volte la seconda questione, dichiarando peraltro falsamente, come abbiamo visto, che la Bibbia non dà una risposta, quando invece esiste già una risposta, per quanto imperfetta, fornita dalla filosofia, benché ovviamente non all’altezza della risposta che viene dalla Scrittura.

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Ma la grave lacuna di Bianchi è quella di non dirci che cosa è il male, male di pena e male di colpa. Anzi si nota come egli abbia un concetto sbagliato del male, quando afferma che il serpente genesiaco è il «male». Niente affatto. Il serpente, come egli dovrebbe sapere, è il simbolo di una creatura spirituale malvagia, creata prima dell’uomo, ossia del demonio, come ha chiaramente insegnato il Concilio Lateranense IV del 1215 ⦋Denz. 800⦌.

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Bianchi, con questo grave fraintendimento, dimostra dunque di ipostatizzare o sostanzializzare il male, cadendo esattamente in quel manicheismo, che egli dichiara di voler evitare. In tal modo e congiuntamente nega che il peccato dell’uomo tragga la sua occasione dal peccato dell’angelo, rifiutando, lo abbiamo visto, come sciocca favola questa verità di fede, che pure è insegnata da quel Concilio [ibid.], verità estremamente illuminante ed utile per il nostro cammino di salvezza, perché ci istruisce sul nostro dovere di vigilare e di guardarci dalle insidie, dalle illusioni, dagli attacchi, dagli inganni e dalle tentazioni del demonio, senza temere le sue minacce, né lasciarci confondere dalle sue accuse e dai suoi rimproveri, che ci insinuano falsi sensi di colpa, e senza cedere alle sue lusinghe e seduzioni, che ci induriscono nel peccato, ci accecano nella superbia e nell’orgoglio, e senza lasciarci turbare dai suoi spaventi, che vogliono gettarci nella disperazione.

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La gravissima questione del male, per poter essere affrontata seriamente, con speranza di successo, senza restare nel buio, richiede, come già ci insegna Aristotele, il ricorso alla metafisica, perché essa tocca la questione dell’essere e del non-essere, della posizione e della negazione-privazione, temi specifici della metafisica. Ora purtroppo Bianchi dimostra di essere in fatto di metafisica completamente digiuno. E qui sta la causa dei suoi gravi errori circa la questione del male.

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Così la suddetta maldestra sostanzializzazione o reificazione del male operata da Enzo Bianchi, lo getta in una gravissima difficoltà, della quale sembra non accorgersi, la stessa difficoltà per non dire assurdità del manicheismo, e cioè che, se il male è una sostanza, non vi è ad esso rimedio. Infatti è possibile rimediare al male, proprio perché esso non è una sostanza e non esiste necessariamente, ma è accidentale e precisamente una privazione [13], una mancanza di bene o di entità, alla quale si può rimediare apponendo il bene mancante. Certo, un soggetto o una sostanza dannosa può essere distrutta o impedita di nuocere. L’assassino può essere giustiziato. Ma il male, dal quale allora ci si libera, non è il soggetto come tale, in senso ontologico, ma il danno compiuto dal soggetto.

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Il male rientra nel non-essere, benché sia concepito come fosse essere, ad instar entis [ens rationis]. Il che ovviamente non vuol dire che il male non sia nulla o che non esista o sia solo apparente o un fatto soggettivo e non abbia influsso sul reale [14]. Tutt’altro. Tremenda è la potenza mortifera e distruttiva del male. Ma essa lo è appunto come negazione, e più precisamente come privazione di essere. Ma se il male, come sembra credere Bianchi, è una sostanza, se esiste o sussiste in sé e non in un soggetto, non è più male, ma bene. Occorre infatti ricordare che la sostanza in sé, ontologicamente, è buona. Non esistono sostanze cattive per essenza. Di cattivo in essa non può esserci che la sua azione, ma non il suo essere. Una sostanza può essere nociva, ma in se stessa, in quanto ente, è buona. Ens et bonum convertuntur, secondo il noto principio trascendentale.

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Già la filosofia, sul piano fisico e morale, confermata dalla Rivelazione cristiana, benché assai meno perfettamente della Rivelazione, ci dice che cosa è il male, quale ne è la causa e quali ne sono gli effetti. Ci dice anche come toglierlo. Cristo, sul piano soprannaturale della fede e della vita della grazia, è il Medico divino, che, mediante la sua Chiesa, ci dice che malattia abbiamo, come ce la siamo presa e cosa dobbiamo fare per guarire.

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Se Dio avesse voluto, poteva creare un mondo libero dal male. Poteva impedire all’angelo di peccare. Poteva impedire ad Adamo ed Eva di peccare. Se avessero peccato, poteva perdonarli subito, senza che il male si estendesse a tutta l’umanità. Perché non lo ha fatto?

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Questo è il mistero impenetrabile, nascosto nell’infinità della sapienza, della bontà e della libertà divine, mistero non “rivelabile” a noi per la sua trascendenza. Esiste il motivo per il quale Dio ha voluto permettere l’esistenza del male, benché Egli sia innocente, perché Egli non fa nulla senza ragione. Ma lo sa solo Lui. Fidiamoci [15]Il grande ed incomprensibile mistero, pertanto, non è propriamente che cosa è il male, da dove viene, cosa produce e come si toglie — su questi punti Bianchi mostra una riprovevole ignoranza e disprezzo per la divina Rivelazione —, ma è perché Dio permette il male, quando, se avesse voluto, avrebbe potuto creare un mondo senza il male. Tuttavia, il male non esiste necessariamente col creato, ma esistono solo le condizioni di possibilità dell’esistenza del male, che sono date dall’esistenza del libero arbitrio della creatura.

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Il male non potrebbe assolutamente esistere se esistesse Dio solo, perché il male è legato all’esistenza del creato. Infatti Dio è assolutamente buono e perciò non può né compiere, né subire il male, che suppone invece un agente o paziente finito, ossia la creatura. La finitezza però non è male; è solo proprietà di un bene finito. Tuttavia, la finitezza è la condizione della possibilità che un soggetto spirituale compia o subisca il male. Infatti il male è la carenza di un bene dovuto ad un soggetto passibile, che, come tale, non può che essere finito, perché solo il finito può essere privato del suo bene o attivamente, perché fa il male o passivamente, perché subisce il male.

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Chi infatti subisce il male deve essere finito, perché solo il finito può essere privato del suo bene. Ma anche l’attore del male deve essere finito, perché solo l’agente finito può essere difettoso nell’agire, ossia privare il paziente del suo bene. Il male può essere o fatto – nocumento – o patito – dolore.

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L’atto dannoso, che procura nel paziente un male di pena, può essere volontario, e allora abbiamo il peccato, male di colpa; per esempio un adulterio o un furto; o può essere involontario — umano o animale — e allora abbiamo il semplice nocumento; per esempio il leone che uccide la gazzella. Tuttavia, se l’uomo che fa il male, pecca, ossia disobbedisce alla legge morale, il leone che uccide la gazzella obbedisce alla legge della sua natura.

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Mentre per l’uomo la morte è conseguenza e castigo del suo peccato, per il leone la morte è conseguenza della sua natura. Il male non può che trarre origine da una creatura capace di disobbedire a Dio sommo Bene, quindi dotata di libero arbitrio. Infatti, tutte le creature infra-umane non fanno che obbedire alle leggi divine, che sono sempre buone.

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Se una zanzara vi punge, non lamentatevi, perché non fa altro che il suo dovere, benché nessuno vi proibisca di ucciderla. Semmai si può dire che nell’Eden le zanzare avevano rispetto per l’uomo. L’ostilità della natura contro l’uomo non è infatti intrinseca alla natura stessa, come sembra supporre Bianchi, ma è conseguenza del peccato originale [Gen 3,17-18]. Dio non ha creato una natura cattiva, ma essa da madre è diventata «matrigna» in punizione del peccato originale.

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Il male dunque non è una sostanza, non è un assoluto, tanto meno è una divinità, ma è una semplice accidentale mancanza di bene, alla quale si potrebbe rimediare con l’apporto del bene mancante. Il male esiste perché c’è il bene, che viene reso difettoso dal male. Invece, il bene di per sé potrebbe esistere anche senza il male. Il male esiste perché c’è un soggetto nel quale si trova. Se il soggetto si corrompe, anche il male scompare. Se un tale muore di cancro, il cancro scompare, ma solo perché quel tale è morto. Già la ragione filosofica sa quindi che in linea di principio il male potrebbe essere tolto e vinto. Il male è effetto di una causa, per cui, tolta la causa, si potrebbe eliminare il male.

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La ragione sa inoltre che Dio, nella sua infinita bontà, non può aver voluto il male e che quindi esso dev’essere stato causato da una colpa originaria della creatura, forse dell’uomo. Platone ha pensato che ci troviamo adesso nelle tenebre e nell’ingiustizia a causa di una caduta avvenuta in passato da uno stato felice, nel quale contemplavamo la verità e il bene. Di questa colpa ancestrale abbiamo sentore, secondo Platone, per il fatto che adesso nasciamo con un’inclinazione irresistibile a peccare, esser soggetti alla sofferenza. Una cosa del genere non è normale: si dovrebbe nascere buoni e felici. Deve dunque — ipotizza Platone — essere capitata, all’origine dell’umanità, una tragedia, per cui essa è precipitata nell’attuale stato di cecità, di miseria e di malizia.

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La divina Rivelazione riprende, chiarisce e corregge l’antica visione pagana, mostrandoci meglio la natura e la gravità di questa caduta primitiva, nonché le sue conseguenze. Ma soprattutto — e sta qui l’elemento maggiormente rivelativo — la Scrittura, nell’interpretazione della Chiesa, dà all’umanità in Cristo i mezzi e i modi per liberarsi dalla sua ancestrale miseria e dalla tendenza al male, per ritrovare il piano originario della creazione, elevato dalla prospettiva cristiana della figliolanza divina.

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La sofferenza, da conseguenza del peccato originale viene trasfigurata da Cristo in strumento di espiazione e in via di salvezza. Da ripugnante diventa amabile. Non certo amabile per se stessa, ma per amore di Cristo. Da condanna diventa risposta d’amore all’amore di Colui che ha dato Se stesso per liberarci dalla sofferenza e dal peccato. Essa resta sempre un male che va combattuto. E tuttavia non va respinta con qualunque mezzo, ma, all’occasione va accolta per amore di Cristo come via per farci santi. Solo il peccato dev’essere respinto in modo assoluto, giacché, come dice un inno liturgico, «i chiodi della croce, benché duri, sono dolci».

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Questo è ciò che pensa e che annuncia Sua Beatitudine il Priore emerito di Bose Enzo Bianchi, che appena terminata la sua predicazione al clero mondiale ad Ars, si è precipitato a Roma, per parlare ai giovani, quindi per partecipare al primo “sinodo della libertà”, a ben considerare che, com’egli stesso afferma: «c’è una grande libertà di intervento che nei sinodi precedenti io non ho sperimentato» [cf. QUI]. Però, in questo clima di “libertà” come mai s’era visto prima, egli non ci narra che fine hanno fatto, quelli che la pensano diversamente …

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… «Oh Liberté, que de crimes on commet en ton nom!». Oh, libertà, quanti crimini che si commettono nel tuo nome! [Marie-Jeanne Roland de la Platière: 1734-1793].

Questa, è la fine che hanno fatto!

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Varazze, 19 ottobre 2018

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NOTE

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[1] Lo illustro nel mio libro Il mistero della Redenzione, Edizioni ESD, Bologna 2004.

[2] Cf. C.V.Héris, Il mistero di Cristo, Editrice Morcelliana, Brescia 1938.

[3]La dottrina del merito, negata da Bianchi sulla scia di Lutero, è dogmaticamente insegnata dal Concilio di Trento [Denz.1545-1550].

[4] Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica [nn.166-172].

[5] M.-J. Nicolas, Evoluzionismo e cristianesimo. Da Teilhard de Chardin a S.Tommaso d’Aquino, Editrice Massimo, Milano 1978.

[6] Cf. S.Giovanni Paolo II, Io credo. Catechesi del mercoledì a cura di Sandro Maggiolini, Edizioni Piemme, 1988, vol.IV, nn.4-5.

[7] Cf. Heribert Muehlen, Una Mystica Persona, Editrice Città Nuova, Roma 1968.

[8] Cf. il mio libro Il mistero della redenzione, Edizioni ESD, Bologna 2004, pp.29-56.

[9] De Malo, q.4,a.6; In II Sent., Dist.31, q.1,a,1.

[10] S. Pio V nel 1567 condannò Michele Baio, il quale sosteneva che l’immortalità era dovuta allo stato d’innocenza [Denz. 1921,1926, 1978].

[11] Cf. C. Journet-J,Maritain, Philippe de la Trinité, Le péché de l’ange. Peccabilité, nature et surnature, Beauchesne, Paris 1961.

[12] Cf. S.Tommaso, Il male. Questioni disputate, a cura di G.Cavalcoli e R.Coggi, vol.VI, Edizioni ESD, Bologna 2002; C.Journet, Il male. Saggio teologico, Borla Editore, Torino 1963.

[13] La steresis, della quale parlava Aristotele.

[14] Luigi Pareyson, nell’affermare giustamente cha il male esiste, resta intrappolato in una inadeguata concezione dell’esistere, per cui finisce col sostenere che il male è una realtà, cadendo anche lui nel manicheismo o quanto meno nella dialettica hegeliana del male presente anche in Dio, benché poi Pareyson cerchi di rimediare col dire che Dio ha «vinto il male in Se stesso». Tuttavia Pareyson ha almeno il merito di aver capito che la questione del male è anzitutto una questione metafisica, mentre il «cattolico maturo» bultmanniano di Enzo Bianchi vive ancora nel mondo delle favole. Cf il libro di Pareyson, peraltro bello e profondo, Ontologia della libertà. Il male e la sofferenza, Casa Editrice Einaudi, Torino 2000.

[15] Cf. J.Maritain, Dieu et la permission du mal, Paris 1963.

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The Synod of the young. the Church, after the Shoah of the catholic world, will be judged to the new Process of Nuremberg, where cardinals and bishops will reply to the judges: “I only obeyed the higher orders”.

—  ecclesial news  —

THE SYNOD OF THE YOUNG. THE CHURCH, AFTER THE SHOAH OF THE CATHOLIC WORLD, WILL BE JUDGED TO THE NEW PROCESS OF NUREMBERG, WHERE CARDINALS AND BISHOPS WILL REPLY TO THE JUDGES: “I ONLY OBEYED THE HIGHER ORDERS”.

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In the most inappropriate historical-ecclesial moment, a Youth Synod is taking place, while the visible Church, after the Holocaust of Catholicism, is about to end up in the Nuremberg court, which will issue a sentence that will remain written in history. In the course of this process, the culprits who brought the Church into the court of justice before the eyes of the world will be judged for committing great crimes against the Church, the mystical body of Christ [cf. Col 1, 12-20]. And as happened seventy years ago with the Nazi leaders, we will hear cardinals and bishops, respond to the judges: “I only obeyed the higher orders”.

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article in the original Italian version

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PDF  article print format

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Author
Ariel S. Levi di Gualdo
Italian presbyter

The impression one has is that the synods are probably set up as the Assembly of Deputies of the Soviet Union, or as it is now the Parliament of North Korea. We admit that we can also discuss within the synods, as happened during the Synod on the family. Naturally, that we proceed to discuss, the synods are celebrated precisely for this purpose. What is the purpose of the discussions, however, when in the final document, previously, we have seen the approval of what the Synod Fathers have rejected decisively and with a broad threshold? In fact, if the Court of Miracles, as I call it, or the Magic Circle, as Cardinal Gerhard Ludwig Müller calls it, already has a ready and approved program, what is the usefulness of synods? Perhaps saving the appearance of collegiality in the same way that the young dictator of North Korea, Kim Jong, wants to have a semblance of parliamentary democracy? And what happened to the dissidents of Korea, maybe they ended up tied on the missiles and then launched during the experimental tests?

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We come to the agenda of the Court of Miracles or the Magic Circle : the Youth Synod will have to serve, as already amply demonstrated, to offer some recognition to the LBGT lobby. And although the youth representatives have never used or mentioned this acronym in their programmatic documents, the mention was made by His Eminence Cardinal Lorenzo Baldisserri, without neglecting to express himself in an imprecise and contradictory way, which in some way is tantamount to lying [see HERE]

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The use of the acronym LGBT, which means: lesbian, gay, bisexual and transsexual, is first of all a question of form and law, which later could have implications in the doctrine and the magisterium. Let’s try to understand: if in the work Gai Institutionum Commentarii — which has nothing to do with gays, but with the famous jurist Gaius who compiled his comments the year 180 a.C. — the problem of oral sex had been inserted according to the jurisprudence of the principality of Augustus, dating back to 30 b.C., this erotic practice would then have a legal status in the system of Roman law. However, considering that the problem of oral sex does not exist in the law, it can not be inserted as a legal institution, even applying other laws in the most extensive form. And it does not exist because, in the law, there is no such thing as the legal institution of oral coitus. Jurisprudence can not treat or regulate what for the law does not exist. That’s why in any kind of juridical system, both in Roman law and in common law, the use of words and terms is always very delicate, because the law, long before punishment, which is only the final act, aims to recognize , establish and then adjust. And a term inserted into juridical language automatically becomes a juridic term.

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To this must be added, as an example, a fact that few in the visible Church of today can deny: in many Catholic theological institutes, when we speak of the Most Holy Eucharist, the theologies and terminologies drawn from Lutheran lexicon, are increasingly used; for example, the Lutheran terminology of consubstantiation. If in some Roman Pontifical universities one dares to refer to scholasticism and Thomism, then to the theological term of transubstantiation, one risks being derided or indicated as pre-conciliar (!?). And the mockers, whose prerogative is the most stupid ignorance, will continue to ignore that one of the two Supreme Pontiffs of the Second Vatican Council, the one who managed it, has brought forward and then closed, the Blessed Pontiff Paul VI, that soon will also be canonized, he defined as opportune and not replaceable this theological term of transubstantiation [Encyclical Mysterium Fidei, nr. 47, text HERE]. Or perhaps we must deduce that Blessed Pontiff Paul VI was actually a pre-conciliar? As I have written several times: in the visible Church of today the decrees of beatification and canonization of the Roman Pontiffs are signed with one hand, with the other the documents that strike, or in some cases annul, their supreme magisterium.

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Today we live in a visible Church where we can define the term of transubstantiation as scholastic-archaeological, then reject it in the halls of the pontifical universities. However, at the same time, we can insert ecclesiastical lexical terms such as LBGT, with the risk that this acronym luciferian assumed by the vocabulary of the Magisterium of the Church. And all this, cannot disconcert only the Cardinal Lorenzo Baldisseri, with all the coryphaeum of journalists Pravda Pontifical, for which never, as «at the time of this epochal revolution», things had gone so well. The facts show that things, at the height of the Pontifical Russian Revolution, are so good that the churches are increasingly empty, the disappointed faithful, the depressed clergy and the missing vocations. The abandonment of the priesthood has never been as numerous as in the last five years of the history of the Church, even if the Congregation for the Clergy is silent on the statistical, because it is presided over by another friend of the Court of Miracles, or Magic Circle.

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His Eminence Cardinal Charles Joseph Chaput, Metropolitan Archbishop of Philadelphia

Thanks be to God, His Excellency Mons. Charles Chaput, Metropolitan Archbishop of Philadelphia, made his voice heard and recalled the importance of using correct words [cf. chronicle: HERE, HERE], because at the level of Catholic doctrine, substance is linked to words. And this should be known by all those who have studied, even in a non-exhaustive way, the first great dogmatic councils of the Church, where, to define the nature of Christ God, we have resorted to precise terms modulated by terminology of Greeks philosophers, such as concept of ὑπόστασις [hypostasis or hypostatic nature].

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Someone, to define today — and therefore clarify — the various forms of exercise of human sexuality, since “male and female God created them” [Gen 1, 26-27], perhaps wants to insert into the ecclesial lexicon terms such as LGBT, thus giving life to a new quatripostatic human nature: to the lesbian nature, gay, bisexual and transsexual?

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The Synod on the family has left a divided and disoriented Church, as well as several deaths due to sudden infarcts in the ranks of the Lord’s vineyard. And after the attempt to erase adultery, today the Synod of Youth has opened up, which seems to want to legitimize the various practices of sexual expression, without clarifying — as Archbishop Charles Chaput laments holyly — that LGBT Catholics cannot exist, and the Church cannot legitimize their existence. With another paradoxical example, we can ask: can a subject be defined as Catholic-atheist and claim, as atheist, his full membership in Catholicism? Yes, he can do it exactly to the extent that, a one transsexual proud of his transsexualism, he can call himself a catholic-transsexual and claim full right of citizenship in the body of the Catholic Church and claim full legitimacy of all his demands. Because if the enthusiastic singers of the «epochal revolution» had not noticed it, is completely new figure of Catholicism is born: the Catholic atheists. And these atheistic Catholics have a diabolical prerogative: to persecute the faithful believers fiercely.

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Of the Archbishop by Philadelphia we invite you to read the article «Charity, clarity, and their opposite» [article, HERE]

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We will see how this Synod will end, but above all we will see if, as in the previous one, what will be rejected by the Synodal Fathers will then end in the final document, if anything hidden, once again, in some ambiguous expression or footnote, which is equivalent to saying … “I am intelligent, you are stupids!”. But what counts is listening to everyone, giving the impression of being synodal, collegial and above all democratic, just like the Korean dictator Kim Jong, who first calls the puppet Parliament of North Korea, then does exactly what he wants.

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After this Synod, opened with the insertion of the LGBT quatripostatic dogma, not required by anyone in the Instrumentum Laboris, in 2019 the Amazonic Synod, will also open, for to discuss the granting of the priesthood to married men. Attention,  everything only … ad experimentum. Meanwhile, in the Diocese of Rome, even if the fact has not made any news, the general rehearsals are already underway: a few days ago he was appointed “parish priest” of a metropolitan parish — of course: ad experimentum — a permanent deacon, arrived in canonical with his wife and four children. And this family nucleus, from the official page of the Deacons of Rome, which is also a filial of the Neocatechumenal Movement, has been indicated as … «diaconal family» (!?) [Cf. service: HERE]. Having said this, I would like to know: can the members of my family, who have a presbyter in their family, be called the “presbyteral family”? And my mother and my brother can be called “presbyteral mother” and “presbyteral brother”. Obviously extending the title to my “presbyteral sister-in-law” and to my “presbyteral nephew”? And perhaps we want to forget my cat, which would have the title of “presbyteral cat”? Needless to say that the speech would be really long, because those who do not know the story is condemned to repeat it in a pejorative form. It is worth remembering, even if briefly and rapidly, that the diaconate, now called permanent, fell into disuse as an autonomous order and became a step in the process of presbyteral ordination. In fact, in Rome, between the eighth and tenth centuries, the deacons had acquired a pre-eminent role. The deacons were at the head of the main churches and did not even want to be ordained presbyters, because then, from these prestigious churches, they became directly bishops. The permanent diaconate will thus be restored only after a thousand years, by the Second Vatican Council. And note that not all the dioceses of the world have ordained permanent deacons, who are absent, for example, in most African countries, in order not to generate confusion among Catholic populations; and especially where, for anthropological and cultural reasons, the rules relating to the chastity of celibacy by priests are not always applied. In the heart of Europe, in Poland, the first two permanent deacons were ordained only four decades after the Second Vatican Council, in 2009.

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Married priests have always existed in the Eastern Catholic clergy, but they could exercise their ministry only in the dioceses belonging to their rite; a rite regulated, among other things, also by the Code of Canon Law of the Eastern Churches. However, since great general tests are under way, many of these priests and their families have been received in various Italian dioceses, beginning with the Archdiocese of Perugia, whose archbishop is not a bishop among many, but the president of Episcopal Conference of Italy. Faced with this, I limit myself to asking: in the event of disputes involving a married priest, what right will be applied, the Latin or that of the Eastern Churches? Obviously I know well that the canon law has been replaced by pure free will, which then turns into authentic arrogance that comes to life from the lack of any rule, but the rhetorical question sounds good, and even if it is useless, I do the same. Regarding the possible incardination in the dioceses of the Latin rite, as may happen, the incardination of married priests of the Eastern rite, specifically Latinized, since they are useful for the general tests under way, which aim to please the Head and the circle of his most trusted advisors? All this could be explained by His Eminence Cardinal Gualtiero Bassetti, who is metropolitan archbishop of Perugia and president of the Italian bishops, and which houses two married priests in his diocese, to anticipate the decisions of the Synod of the Amazon, which we remember: the decisions have already been taken before the opening of the Synod [service HERE].

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Having said this, a question arises: for the region of the Amazon, an experiment is asked to consecrate priests married men, because there is lack of clergy. In Rome, instead, for to entrust a parish to a permanent deacon, what a dramatic lack of clergy there is? Because looking at the diocesan yearbook we find that the metropolitan parishes are 332. The Roman presbytery has 1,256 presbyteries, to which are added 2,929 presbyters of other dioceses residing in Rome. To these secular priests, 5,317 members of the regular clergy (the presbyters of the various religious orders) and 87 other priests belonging to various personal prelatures are added [Official Yearbook of the Diocese of Rome: HERE]. In Rome there are therefore a total of about 9,580 presbyters, among Roman presbyters, presbyters residing in the diocese and presbyters of various religious families. The Diocese of Rome has about 2,350,000 baptized. If we divide the number of Catholic faithful with the number we will have this result: one priest for every 250 faithful. And all this in a Rome with increasingly empty churches. It is also good to specify that the territory of the Diocese of Rome is limited only to the Capital of Italy, because out of the city, in the Municipality of Rome, arise the suffragan dioceses. Question: was it therefore necessary, as an exotic experiment, to entrust a parish to a permanent deacon in the Mother and Mother Church of all the Catholic Churches? Therefore we note that while the Synod of Youth is being celebrated, the general rehearsals for the Amazon, from which the married priests will have to go out, ad experimentum, are already underway, because everything has already been established. I repeat: only ad experimentum and after convening the Pontifical Parliament of North Korea, where presumably dissidents end up on the heads of missiles fired during military exercises. Things are worse in Rome than in North Korea, never in the history of the Church has mercy made so many victims! A new term has also been born, not easily translatable: “i misericordiati“. And this term “misericordiati” rhymes with “giustiziati“, the sentenceds to death.

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to open the video click on the image

If Cardinal Gerhard L. Müller, in a recent long interview with Raymond Arroyo, has returned to various topics: on the speech of the evil friends who surround the Roman Pontiff, who were sought by him with the lantern of Diogenes; therefore on the argument that His Excellency Monsignor Carlo Maria Viganò, did not say anything other than the truth [cf. HERE, HERE], this happened because the former Prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith is a true man of God. Add to what the Cardinal Gerhard Ludwig Müller, at the anthropological level, contains in himself the strength of the Teutonic barbarian, in the noblest sense of the term. In fact, we remember that when the barbarians descended from northern Europe while the Roman empire was in agony, they found the holders of power, drunk and made up by women, engaged in playing inside the alcoves with young men [cf. my previous article, HERE]. Or, in other words: the Romans, during the decadence of the Empire, lived a LBGT lifestyle that had long absorbed the S.P.Q.R. lifestyle, an acronym that once summarized the concept and foundation of Senatus Populus Quirites Romani and later Senatus PopulusQue Romanus [Senate of the Roman People]. The difference, as I have often emphasized, was that the barbarians, struck by the virile temperament of the great Fathers of the Church, in that climate of total decadence, they were converted, in mass, to Christianity. In today’s Rome, the new barbarians, from whom should they be conquered to Christianity? Perhaps by four homosexuals clinging like polyps to the throne, to which all in all they are very useful, being the most devoted ruffians, the most interested servants, the most efficient spies, as well as easily managed and manipulated by the sovereign, who knows, one after the other , all the rotten corpses that remain locked up in their graves? And their tombs are very different from those of the ancient Pharisees [cf. Mt 23, 27-32], because the tombs of the Pharisees were at least well painted on the outside.

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I am afraid that no one has analyzed the historical relationship that links the psychology of Cardinal Gerhard Ludwig Müller to the history of his native country, which is Germany. Today the situation of the visible Church is comparable to the defeat of Germany in 1945, with Adolf Hitler locked up in the bunker of Berlin, along with the restricted court of his faithful, while faced with the defeat, the German army continued to fight, up to enlist teenagers of sixteen. To deceive the German people, word spread that the Great Secret Weapon would soon be completed and used. In the same way, today, the main propagandists of Pontifical Pravda, not so much defend the indefensible — which can also be understandable and even justifiable on a human and psychological level — but show total insensitivity, while knowing all the details of the lives of many saints priests who have been totally marginalized and ruined, for not having accepted to become accomplices of a diabolical system of corruption, preferring to go to great suffering, without betraying the Church of Christ and coming to terms with evil. And this makes some Italian journalists of Pravda Pontifical, unscrupulous men, real criminals deprived of basic Christian sentiments. So it is good to inform these people that the bridge over the river now overflows with patients spectators who await the passage of their bodies dragged by the current, when with an ease that would scandalize even the lowest level whores, after the next conclave, like chameleons they will change skin color. The is that instead they will not have to change color, they will have to change jobs, because in the face of every sigh, all the writings with which they have sustained the untenable and defended the indefensible, to the detriment of the truth and the innocent affected and injured, will be taken and thrown publicly on their faces. These journalists of Pontifical Pravda have not even hesitated to falsify facts and news. They spread false news and concealed the truth to the detriment of the victims and the suffering of many holy priests. They “licked the ass” of the executioners, showing total indifference towards the victims affected and persecuted within the Church, of whom they knew very well the stories and the great sufferings. And all this, it is not simply inhumane, because it is really satanic. And the devil can never be allowed to enter through the window again, having thrown it out the door; and if by chance the Devil asks for forgiveness by pretending to be repentant, one must absolutely not believe him, because he is the Supreme Prince of Lies and deception.

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After Adolf Hitler’s death, Germany was hit by a wave of suicides; whole families committed suicide. The most common phrase that ran between the good Germans  which we remember were many — was: «I’m ashamed to be German». I have already heard this kind of phrase in private from bishops and presbyters many times: «Faced with this situation, I am ashamed to belong to this Church», implying that this shame is entirely linked to the ecclesial and ecclesiastical structure of this visible Church, certainly not to the mystery of the Church, which is the mystical Body of Christ.

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As we know, from the Berlin bunker, we then moved on to the Nuremberg trial, where the main Nazi leaders were judged and condemned on the charred body of the Führer, but above all on the ruins of Germany. And many of the Nazi leaders were sentenced to death in that trial. Seventy-three years after the last great world war, the New Church of Mercy has removed the more remote and exceptional hypothesis of the death penalty from the Catechism. Therefore, if tomorrow something similar to the Nuremberg trial were to happen, we will be “merciful” to those responsible for the death of millions and millions of people, and we will entrust them to social services [cf. our previous articles: HERE, HERE, HERE].

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The Nuremberg trial is about to be repeated in the Church. Tomorrow, sooner or later, on the disastrous ruins of destruction, while bishops and priests will tell the world «I am ashamed to belong to this Church», we will see before the judges an army of cardinals and bishops who will try to justify themselves by saying: «I only obeyed higher orders!». While the journalists of the former Pontifical Pravda, who can no longer recycle themselves, will say on their side: «We have only written what we have been ordered to write!». Then the judges will ask: «Your Excellency … Your Eminence … Monsignor … but you realize that your obedience to the higher orders has covered the perpetrators of serious crimes and has seriously affected the innocent, subjected to every kind of suffering and anguish?» At that point the answer will be: «But I was bound by the pontifical secret!».

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The death of Christ the Lord, in its substance, is renewed, and over time it is proposed in different ways. Not by chance, his glorious body, after the resurrection, still lives with the signs of passion. So today Christ died again on the cross because bishops and cardinals have «obeyed the higher orders», and when in the day of their judgment, God will ask them: «why did not you act in defense of the Church and of the People of God?». They will answer: «But I was bound by pontifical secrecy!».

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It’s just a matter of little time. We let this monster give the last dangerous and deadly blows, because soon we will be in the great hall of Nuremberg, to listen to those directly responsible for the Holocaust of the Catholic Church that they say«I have only obeyed the higher orders!». And we, precisely because of profound and authentic mercy, will guarantee them the expiatory grace of the gallows. Because we who today are suffering, anguished and persecuted in our home, we are the salvation and the future of the Church of Christ, of the pilgrim Church on earth. And no one will ever prevent us from fulfilling our mission for Christ, with Christ and in Christ. Because the church is of Christ, it is not of Peter, who is the Vicar of Christ, not his Successor. And the power given to Peter is not at all total and absolute as some would have us believe, indeed: it is a very vincolated power. The power of Peter is strictly vincolated to the deposit of the Catholic faith, of Tradition and of doctrine. Peter is not the absolute master of the Church, on the contrary: he is his first and faithful servant, called to guard the truth and to confirm his brothers in faith [cf. Lk 22, 31-34]. Peter’s mission, is not to convene the “democratic” Parliament of North Korea. Peter’s mission is not to confuse the People of God, using ambiguous and unclear words, because Christ teaches us: «But let your statement be, “Yes, yes” or “No, no”; anything beyond these is of Evil» [cf. Mt 5, 37].

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In the Holy Gospels, everything is very clear, no any “sly” has ever inserted ambiguous small footnotes. Having said this, it is still necessary to clarify: it is true, no priest, bishop or cardinal is obliged to be a hero. But for a priest, a bishop or a cardinal, it is certainly not a great human and Christian honor to be a rabbit who, opposite the judgment of history, replies: «I only obeyed the higher orders».

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Rome, 7 October 2018

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I apologize to the Readers if there were errors in my English translation.

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Comprendo la Cina Comunista e il suo timore verso il Cattolicesimo, non comprendo invece le ragioni dell’accordo fantasma della Santa Sede col Governo di Pechino

— Chiesa nel mondo: saggio breve di un prete che ama la Cina e il suo Popolo —

COMPRENDO LA CINA COMUNISTA E IL SUO TIMORE VERSO IL CATTOLICESIMO, NON COMPRENDO INVECE LE RAGIONI DELL’ACCORDO FANTASMA DELLA SANTA SEDE COL GOVERNO DI PECHINO

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il Cristianesimo è divenuto elemento di aggregazione e di unità, senza però impedire, come forse pensava l’Imperatore Costantino, la disgregazione dell’Impero, anzi sotto certi aspetti favorendola. Sicché, il potere politico che cercò di rinsaldarsi usando come elemento di unità ed unificazione il Cristianesimo, credendo di poter in tal senso ed a tal fine assorbire il Cristianesimo, è stato invece assorbito dal Cristianesimo, che è sopravvissuto all’Impero Romano mantenendo al proprio interno tradizioni, usi e costumi romani totalmente cristianizzati. Ecco cosa spaventa il Governo Comunista della Cina, ed hanno ragione, sul piano politico, a essere spaventati, quindi ad agire di conseguenza. È la Santa Sede che forse non ha capito la ragione di queste paure..

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Roma 2010 – il Padre Ariel S. Levi di Gualdo alla Via Crucis al Colosseo in ricordo dei Beati Martiri Cristiani, assieme a uno dei diversi confratelli cinesi coi quali ha vissuto a contatto nella Capitale

Da tempo desideravo spender due parole sulla questione cinese, ma ho evitato di farlo perché molti sono ormai gli auto-eletti esperti che sugli organi di stampa cattolici, per seguire con la pletora di siti e blog cattolici, ci donano preziose perle di saggezza. I commentatori più accreditati si limitano a pubblicare veline a loro passate da qualche addetto della Segreteria di Stato, dando così continuità all’interno della Chiesa Cattolica a quello che era il rapporto tra l’organo ufficiale del Partito Comunista, il quotidiano Правда [in italiano Pravda], e il Soviet di Mosca. Peraltro, nella lingua russa, Правда vuol dire Verità. E ciò fa sorridere, come oggi fa sorridere il nome del quotidiano dei vescovi d’Italia: Avvenire. Dato che di questo passo, l’avvenire della Chiesa pellegrina sulla terra, a breve non sarà purtroppo tra i più edificanti.

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Ho conosciuto negli anni eminenti studiosi, inclusi diversi missionari, che pur avendo studiato per decenni il fenomeno cinese ed avendo vissuto in quel grande Paese, quando nominavano la Cina erano pervasi da una sorta di sacro timore, poiché consapevoli della sua complessità storico-sociale e della sua antica e gloriosa cultura. Soprattutto, sin dalla mia formazione al sacerdozio, ho conosciuto e vissuto a stretto contatto a Roma con diversi cinesi; e posso garantire ai nostri Lettori che per il “poco” che dalle loro vite vissute posso avere appreso, forse ho appreso qualche cosa in più rispetto ai velinari della Pravda Pontificia, ai quali qualche monsignorino della Segreteria di Stato, che in Cina non ci ha mai messo piede, ha passato qualche velina affinché scrivessero che il Venerabile Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, cinese d’antica stirpe, ottantasei anni d’età e già Arcivescovo di Hong Kong, è  solo un vecchio rabbioso prevenuto contro il governo ateo-comunista di quel Paese. Parola di velinari, il tutto su impulso di qualche curiale, che forse ha avuto modo di conoscer molto meglio e molto più a fondo la Cina, semmai spulciando sulle carte della Segreteria di Stato di Sua Santità.

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Se un uomo venerabile come il Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, contrario da sempre a ogni genere di cedimento da parte della Santa Sede al Governo della Cina, afferma «Stanno dando il gregge in pasto ai lupi» e che ciò è un incredibile tradimento», ed infine aggiungendo: «La firma di un accordo con il regime ateo di Pechino mina la credibilità del Papa» [Reuters, servizio QUI], qualcuno, vuol porsi per caso perlomeno delle domande? Il problema è che la Chiesa del superficiale, dell’approssimativo, ma soprattutto dell’emotivo, del dialogo al di sopra di tutto costasse pure distruggere tutto, da tempo ha cessato di ascoltare gli esperti; e dopo averli più o meno bonariamente liquidati, ha deciso di andare … dove ti porta il cuoricino soggettivo che batte.

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Sorridiamo quindi con tenerezza sia sui velinari da sacro palazzo sia su coloro che si improvvisano esperti su questo antico e complesso gigante, tal è la Cina, parlando della quale l’umiltà è da sempre lo strumento prìncipe usato dai suoi veri e grandi studiosi, che semmai, alla tenera età di ottant’anni, dopo mezzo secolo di studi ad essa dedicati, col candore tipico dei veri conoscitori ti dicono: «Dopo mezzo secolo di studi approfonditi, ho imparato qualche cosa della Cina, della sua storia e della sua antica cultura … ma, beninteso: solo qualche cosa!».

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UN PICCOLO CAFFÈ STORICO SULLA GRANDE CINA

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Roma, 2010 – Il Padre Ariel S. Levi di Gualdo con un confratello cinese

Le prime cronache storiche scritte della Cina affondano le antiche radici nella dinastia Shang risalente agli anni 1.800-1100 a.C. Mentre alla dinastia Zhou, che occuperà la scena per oltre dodici secoli di storia, tra l’anno 1.500 e l’anno 250 circa a.C. risalgono invece i primi caratteri di scrittura impressi sugli ossi oracolari, pezzi di osso o di gusci di animali sui quali erano incisi dei dipinti e delle iscrizioni che nella attuale forma evoluta corrispondono ai caratteri di scrittura cinesi oggi in uso. A questo potremmo aggiungere che, a livello tecnico e architettonico, nella grande Cina furono realizzate opere che sia in precisione sia in grandezza, ma sotto molti aspetti anche in perfezione e bellezza, superano le grandi opere degli egizi, dei greci e dei romani. Si pensi solo alla Grande Muraglia cinese, la cui costruzione prende avvio nel V secolo a.C. Tra l’altro, nel 2009 il dipartimento di archeologia del Governo Cinese rendeva noto che la Grande Muraglia non era lunga, come si credeva, 8.800 chilometri, ma 21.196,18 chilometri. In ogni caso sappiamo da sempre che la Cina ha realizzato la più grande opera architettonica e ingegneristica della storia dell’intera umanità. E, detto questo, chi vuole intendere intenda …

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L’Occidente è oggi prodotto del poco che resta della cultura greco-romana, per seguire con la cultura cristiana. Le basi sulle quali si svilupperà nel corso dei secoli il diritto e la politica hanno le loro fondamentali basi nella filosofia di Platone, Socrate e Aristotele; e come epoca storica, siamo tra il IV e III secolo a.C. La Cina comincia invece ad avere uno sviluppo filosofico a partire dal VII e VI secolo a.C. attraverso il confucianesimo, il moismo ed il cosiddetto legalismo, pensieri dai quali prenderà vita una struttura giuridica e politica del tutto diversa, rispetto a quella dell’Occidente.

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Il diritto cinese è antico di 4.000 anni e sin dai tempi più remoti erano soliti codificare le proprie leggi per scritto. Per la cultura cinese, la legge, è un precetto assoluto ed un modello rigido di comportamento. Per quanto riguarda la legge e la sua applicazione, andrebbe anzitutto tenuto conto che il diritto cinese non ha certo assimilato quelli che sono i principi del Cristianesimo trasfusi poi in epoca post-costantiniana nel diritto romano, dove prende forma il concetto di punizione comunque mirata al recupero del reo condannato. Per quanto oggi certe cose siano di difficile comprensione se analizzate con criteri di analisi contemporanea, attraverso la stessa pena di morte era data la possibilità al condannato di espiare la colpa del proprio delitto, quindi di tornare ad uno stato di purezza attraverso una pena capitale che era appunto espiativa, applicata non per vendetta punitiva, ma come atto di misericordia mirato alla salvaguardia della salute eterna dell’anima del condannato.

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Nella cultura giuridica cinese, certi concetti sono del tutto estranei: la condanna, qualunque essa sia, è un’azione puramente e decisamente punitiva inflitta per un delitto commesso. Solo in epoca maoista prenderanno vita, per motivi puramente socio-politici, degli elementi di per sé estranei alla cultura cinese, per esempio la pubblica sconfessione degli errori e la rieducazione. Si tratta però di elementi che nulla hanno da spartire col diritto romano-cristiano, ma col marxismo modulato ad uso del regime cinese durante la rivoluzione maoista.

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Solo questo potrebbe bastare per delineare due culture che nascono, prendono forma e si sviluppano attraverso i secoli su fondamenta del tutto diverse; ma soprattutto che parlano due linguaggi completamente diversi, generando di conseguenza un diverso sentire ed un diverso vivere.

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Quella occidentale-europea, è una società decadente ammalata di odio verso se stessa e verso le proprie origini. E quelle dell’Europa — con tutto il debito rispetto per la numerosa rappresentanza di gay e lesbiche che strepitano nel Parlamento di Strasburgo — sono origini eminentemente cristiane, non origini LGBT. Non a caso, l’idea di Europa, ed il suo stesso nome, nasce nell’ambito monastico, a partire dall’VIII secolo, dopo la caduta dell’Impero Romano.

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Se l’Europa è un vecchio continente sempre meno identitario preso a combattere con la negazione stessa delle proprie radici, quella cinese è invece una società che vive un’ascesa segnata da un continuo sviluppo, ma soprattutto è una società molto radicata nelle proprie antiche e nobili origini. E ciò detto sorge sùbito la prima domanda: una Chiesa Cattolica figlia di un’Europa morente che nega se stessa, afflitta al proprio interno da una crisi morale senza precedenti storici, con potenti lobby gay-lesbo che attraverso la totale sovversione del diritto naturale rivendicano il diritto “sacrosanto” alla distruzione della nostra civiltà; un’Europa che da mezzo secolo è stata indebolita da una crisi del principio interno di autorità dal quale ha preso poi vita la distruzione dell’autorità stessa … come può, questo genere di Europa, pensare di poter dialogare e trattare con una cultura come quella cinese? O qualcuno riesce a immaginare un grande Gay Pride a Pechino, con i soliti burloni mascherati semmai da Xi Jinping, il severo Presidente della Repubblica Popolare Cinese, raffigurato sotto forma di coniglietta rosa ricoperta di pajettes? O bisogna per caso spiegare che per una cosa del genere, in Cina, si è condannati a morte nel giro massimo di quarantotto ore dopo essere stati bastonati su una pubblica piazza? In Cina il Governo considera l’omosessualità «un segno esplicito della “decadenza borghese Occidentale». A questo si aggiunga che il Governo della Cina, ai genitori che richiedono di poter adottare un bimbo cinese, impone di essere uniti in matrimonio rigorosamente eterosessuale e proibisce la concessione dell’adozione di bimbi alle coppie LGBT. La legislazione della Repubblica Popolare Cinese definisce il matrimonio come unione unicamente tra un uomo e una donna e non riconosce alcuna legittimità alle coppie omosessuali [III sessione del V Congresso Nazionale del Popolo, 10 settembre 1980]. Molto restrittiva anche la legislazione sul cambio di sesso, che per legge non può avvenire prima dei vent’anni e dopo accurate perizie mediche che ne certifichino la assoluta necessità. Rarissimi quindi in Cina sono i cambi di sesso, mediante interventi chirurgici e relative cure ormonali. Detto questo, qualcuno pensa di poter dire al Governo della Cina: … chi sei tu, per giudicare dei gay e per impedire loro di realizzare il diritto al loro amore, ed a coronarlo con l’adozione di un bimbo, o col suo acquisto da un utero in affitto?

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Gli orientali in generale, i cinesi in particolare, non concepiscono neppure che l’autorità ed il principio di autorità possa essere scisso dalla autorevolezza di chi l’autorità la esercita. E qui sorge la seconda domanda: i Mago Merlino della Segreteria di Stato di Sua Santità, con buona pace delle veline pubblicate dai giornalisti della Pravda Pontificia, proprio mentre la struttura ecclesiastica si trova a vivere la sua più profonda crisi di autorevolezza a livello planetario, come pensano di trattare con chi sul principio di autorevolezza fonda invece ogni genere di rapporto sociale, politico ed economico?

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Il sistema cinese forma e pone ai propri vertici dei fuoriclasse quasi sempre formati sin da bambini in modo molto meticoloso e severo, per poter poi ricoprire certi ruoli. E nell’esercizio di certi ruoli, nella cultura cinese non si applica il bonario principio che errare humanum est, bensì l’opposto: in certi ruoli è impossibile sbagliare, specie quando un errore comprometterebbe — anche se ciò avvenisse in modo lieve — l’immagine della autorevolezza e l’onore del proprio Paese. Ciò per ribadire che parlando della Cina in ascesa il cui impianto socio-filosofico è di radice confuciana, quindi dell’Europa decadente il cui impianto socio-filosofico, seppure dalla stessa sprezzato e rinnegato, è di radice greco-romana e cristiana, noi poniamo a confronto due mondi e due società del tutto antitetiche, soprattutto per quanto riguarda il concetto stesso di uomo, società, diritto e diritti. Un solo esempio: nella cultura europea, non solo cristiana, ma anche in quella laica che risente di quella radice cristiana che pure rinnega, il perdono e la clemenza sono di fatto segni di civile superiorità; prova n’è il fatto che quasi in tutti i sistemi costituzionali e giuridici è previsto l’atto di clemenza da parte del Capo dello Stato per i condannati anche per gravi reati contro lo Stato stesso. Diversamente, nella cultura sociale e politica cinese, il perdono e la clemenza possono essere segno di inaudita debolezza che svigorirebbe in certe particolari situazioni l’autorità e l’autorevolezza dell’intero sistema sociale, politico e giuridico, in modo particolare per quelli che sono considerati i reati contro il Popolo e lo Stato. E, detto questo, non induca in inganno il modo in cui tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del Novecento fu modulata dal regime di Mao Zedong la sconfessione pubblica degli errori contro il Popolo e lo Stato, quindi la rieducazione di quelli che noi chiameremo “pentiti”. Tutto ciò avvenne infatti al solo scopo di poterli trasformare nei più attivi propagandisti del Regime Comunista, rinati dall’errore e quindi divenuti testimoni della verità. Un caso eclatante in tal senso? Quello dell’ultimo Imperatore della Cina Pu Yi, internato nel 1950 in un istituto di rieducazione per criminali di guerra, dal quale fu scarcerato nel 1959. Una volta rieducato e divenuto fedele e rispettoso al Regime Comunista, lavorò come funzionario addetto alla collezione e classificazione del materiale storico e come giardiniere del parco botanico di Pechino, fino alla sua morte avvenuta nel 1967 [cf. Pu Yi, Sono stato imperatore, a cura di Francesco Saba Sardi. Milano, Ed. italiana Bompiani, 1987].

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Passiamo ad un altro esempio esaustivo: si  pensi a quella che fu il 28 agosto del 2008 la inaugurazione delle olimpiadi a Pechino. Il mondo intero rimase sbalordito da quelle scenografie e dai movimenti sincronizzati di migliaia di figuranti che dettero prova di che cosa sia quel genere di perfezione che non ammette errori. Ma soprattutto, dietro a quelle scenografie uniche e sino a oggi irripetibili per qualsiasi altro popolo del mondo, è racchiuso un elemento socio-culturale che costituisce un altro fondamento di quella cultura: i concetti di popolo, stato e nazione sono al di sopra del singolo. Nella società europea è invece l’individuo al di sopra di tutto, mentre in quella cinese, al di sopra di tutto, c’è il concetto e l’identità di popolo. E qui sorge la quarta domanda: una Chiesa Cattolica ridotta ad una vecchia fattrice che partorisce piccoli topolini, all’interno della quale la qualità ed il talento sono penalizzati con ferocia distruttiva, dove i mediocri giunti al potere ormai da un trentennio impongono delle categorie di autentici sotto-mediocri come propri collaboratori e poi successori — il tutto  sulla base del principio che dei polli che razzolano nel pollaio non possono certo circondarsi di aquile reali —, come può pensare di trattare con dei soggetti che sono stati selezionati, cresciuti e formati per essere invece degli autentici fuoriclasse di elevato talento? Quando i cinesi si mettono in gioco, ma soprattutto, quando a qualsiasi titolo è in gioco la dignità e l’onore del loro Paese, devono solo e di rigore eccellere; e riescono sempre ad eccellere in tutto, figli come sono di una cultura che mai, ed in particolare in certe posizioni e ruoli, non ammette errori e meno che mai forme di mediocrità.

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Un esempio per ancor meglio chiarire: una volta un sacerdote cinese della Chiesa clandestina giunto da pochi giorni a Roma, dopo che avevo tentato di rivolgermi a lui salutandolo in inglese, poi in francese, mentre io mi domandavo dentro di me quale lingua egli parlasse oltre al cinese, questi mi si rivolse così: «Veneràbilis Fràter, gràtias et pàx tibi. Ego sum sacèrdos Sìnicus. Non loquor itàlico sermone. Tàmen, sènex epìscopus sìnicus, qui loquitur làtino sermone, me  latìnum docuit» [Venerabile Fratello, grazia e pace a te. Io sono un sacerdote cinese. Non parlo l’italiano. Però, gli anziani vescovi cinesi che parlano la lingua latina, mi hanno insegnato a parlare il latino]. Detto questo non voglio essere irriverente, ma sarei tentato di invitare chicchessia a entrare nell’aula della Conferenza Episcopale Italiana, quindi a rivolgersi in latino ad un po’ di vescovi a caso, soprattutto a quelli di ultima generazione che si atteggiano a intellettuali sopraffini, per poi vedere che cosa accade, ma soprattutto per appurare che cosa capiscono …

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Chiarito il concetto di non erranza che vige a certi livelli sociali e istituzionali nella cultura cinese, possiamo aggiungere infine un’ultima domanda, rivolta sia ai Mago Merlino della Segreteria di Stato di Sua Santità sia ai velinari che pubblicano amenità, vale a dire la seguente: la Segreteria di Stato di Sua Santità, nella quale assieme agli incapaci brulicano persone che se sbagliano rimangono impunite ai loro posti, oppure peggio, se sbagliano non ammetterebbero mai il loro errore, specie se il loro grado gerarchico è particolarmente alto, costasse pure punire degli innocenti pur di difendere i colpevoli di gravi danni … ebbene, come possono pensare che si possa trattare con persone che a certi livelli pubblici e istituzionali non ammettono errore, sino a considerarlo un danno imperdonabile e un immane disonore, posto che nella cultura socio-politica cinese non prevale la difesa del singolo, ma la massima tutela dell’onore del corpo istituzionale unitario?

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Nell’attuale momento storico, la Chiesa non ha né la forza né i diplomatici idonei per poter interloquire col Governo della Cina, per dialogare col quale occorrerebbero figure di ecclesiastici in grado anzitutto di colpirli con la loro grande autorità e soprattutto con la loro grande autorevolezza. E noi oggi, mentre vaghiamo da uno scandalo grottesco all’altro, personaggi simili, da dove pensiamo di tirarli fuori?

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IMMAGINE PUBBLICA, CONCETTO DI FORMA E SOSTANZA NELLA CULTURA CINESE

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… questo è un ministro del governo del Capo della Chiesa Cattolica – perché tale sul piano politico è considerato un cardinale da qualsiasi autorità governativa internazionale – impegnato a illustrare le lavatrici e gli stendi-biancheria al Romano Pontefice, il tutto sotto le vigili riprese di un cameraman, a chiara prova, semmai ve ne fosse bisogno, che questa scenetta non s’intendeva affatto lasciarla nella sfera privata, ma renderla proprio pubblica …

Giacché viviamo nel mondo della immagine, proviamo allora a dare due immagini del tutto diverse, anche se oggi molti, troppi, non vogliono accettare l’idea che la forma, a suo modo, concorre a fare la sostanza, o perlomeno a metterla nella giusta luce. Omettendo volutamente di indicare la persona ed anche l’anno, cosicché neppure attraverso la data si risalga al personaggio, ricordo, anni fa, un documentario di approfondimento nel quale era ripresa una assemblea plenaria presso le Nazioni Unite. Con sgomento notai il rappresentate della Santa Sede, che presso il Palazzo di Vetro ha un seggio come osservatore permanente. Il rappresentante della Santa Sede era vestito con uno sciatto clergyman che lasciava trasparire il lucido sdrucito dalla televisione, con i capelli mal pettinati, della forfora bianca visibile sulle spalle dalle inquadrature in primo piano, ed un’aria alquanto goffa. Poco dopo fu inquadrato — non so se per caso o apposta — il rappresentante della Repubblica Popolare Cinese accompagnato da due collaboratori. Tutti e tre con un portamento da autentici prìncipi delle loro più antiche dinastie storiche, vestiti d’alta sartoria, pettinati, rasati e tirati a lucido meglio e forse più di tre attori di Hollywood durante la grande notte degli Oscar. Dinanzi al cinese, per il quale forma e sostanza sono inscindibili e che non concepisce neppure che in assenza di adeguata forma possa esservi alcuna sostanza, quale impressione poteva fare, quello sciatto soggetto che rappresentava la Santa Sede all’O.N.U? Poi, se detto questo precisiamo che all’epoca del fatto testé narrato, tutto sommato non ce la passavamo ancòra male come oggi, penso che sia detto tutto, o perlomeno si è detto tutto quello che si doveva dire. Specie considerando che oggi, una delegazione cinese che giungesse col proprio stile ufficiale presso la Città del Vaticano, entrando od uscendo dalle mura leonine potrebbe incrociare il Cardinal barista che esce col termos, un sacchetto di plastica, le maniche della camicia tirate sopra i gomiti, per portare il caffè serale ai barboni sotto il Colonnato di Bernini.

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… questo è invece un ministro del Governo della Repubblica Popolare Cinese, S.E. Wang Yi, titolare del dicastero degli affari esteri dal 2013 al 2018, oggi Consigliere di Stato, pare discenda dalla dinastia dell’ultimo Imperatore della Cina. Si prega notare se in una occasione pubblica ufficiale, tra “una lavatrice ed uno stenditoio”, ha un solo capello fuori posto …

Senza rispetto per la figura e l’età, i giornalisti della Pravda Pontificia hanno instillato veleno sul Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, che oltre a esser cinese, dopo esser stato Arcivescovo di Hong Kong, a ottantasei anni si presume conosca la Cina più di certi velinari e lor padroncini. Eppure su di lui abbiamo letto critiche velate che l’hanno dipinto come un senile testardo. Nessuno ha messo a fuoco che questo Cardinale che si dichiara nemico di un governo ateo, dai membri di quel governo comunista è riconosciuto come una autentica autorità. Perché questa è un’altra caratteristica della socio-psicologia cinese: riconoscere il profondo valore del nemico. E il Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun è un nemico rispettato e profondamente onorato da quel governo ateo-comunista col quale egli, inutilmente, ha ribadito che la Santa Sede non doveva trattare, o che perlomeno non avrebbe dovuto trattare in fretta ed a tutti i costi, perché quelli della grande Cina sono sempre e di prassi tempi molto lenti.

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IL GOVERNO CINESE HA TUTTE LE STORICHE RAGIONI PER TEMERE IL CATTOLICESIMO

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Roma 2009 – ricordi fraterni …

Veniamo al cuore del problema: noi che presumiamo di trattar coi cinesi e di stilare accordi con loro, non conosciamo né la cultura cinese né la Cina, mentre i cinesi degli alti vertici governativi, selezionati sin da bimbi, cresciuti e formati per diventare delle aquile reali, non dei polli, conoscono invece noi; assieme a noi conoscono il Cristianesimo, più di quanto si possa immaginare.

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Anzitutto, nel Cattolicesimo, diversamente dalle varie altre comunità cristiane facenti capo al Movimento Protestante, che come sappiamo non è un fenomeno unitario, altrettanto vale per l’Islam, il Governo Comunista cinese vede una forza che dipende da una potenza straniera; cosa questa inaccettabile per un impianto socio-culturale e politico come quello cinese. E partendo da questa paura, proviamo adesso ad analizzare la comprensibile e fondamentale paura che il Governo della Cina ha del Cristianesimo, ma soprattutto del Cattolicesimo, perché se vogliamo fare una analisi seria e imparziale, dobbiamo ammettere che si tratta di una paura del tutto comprensibile e soprattutto storicamente fondata. Nella storia, il Cristianesimo, ha creato un effetto aggregante che ha prodotto però successivamente un effetto disgregante, in molti casi assorbente. Caso più eclatante della storia è la caduta dell’Impero Romano. Nel morente Impero, a partire dall’epoca costantiniana, il Cristianesimo è divenuto elemento di aggregazione e di unità, senza però impedire, come forse pensava l’Imperatore Costantino, la disgregazione dell’Impero, anzi sotto certi aspetti favorendola. Sicché, il potere politico che cercò di rinsaldarsi usando come elemento di unità ed unificazione il Cristianesimo, credendo di poter in tal senso ed a tal fine assorbire il Cristianesimo, è stato invece assorbito dal Cristianesimo, che è sopravvissuto all’impero mantenendo al proprio interno tradizioni, usi e costumi romani totalmente cristianizzati. Se poi dall’antichità vogliamo passare alla modernità, basti citare il caso della Polonia d’inizi anni Settanta del Novecento, nella quale il Cristianesimo, a livello aggregativo, ha costituito non solo un fronte contro il regime comunista, ma tramite effetto domino ha originato il suo successivo sgretolamento in tutti i Paesi dell’ex blocco sovietico.

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Quando si parla del Cattolicesimo in Cina, si menzionano subito, solo e quasi sempre i Gesuiti, che vi giunsero alla metà del Cinquecento. Purtroppo si tratta però di un grossolano errore storico, perché i primi a portare il Vangelo in Cina furono attorno al 1246 i Frati Francescani, due secoli e mezzo prima della nascita della Compagnia di Gesù di Sant’Ignazio di Loyola. Tanto che, quando dopo il 1260 i Fratelli Polo giunsero come mercanti e furono infine ricevuti a corte dal Gran Khan, che si trovava nella odierna Pechino, si sentirono chiedere dal sovrano «notizie sul Pontefice Romano e sulle condizioni della Chiesa Romana e delle usanze dei latini». Figura determinante fu alcuni decenni dopo quella del Francescano Giovanni da Montercorvino, che riuscì a conquistare la fiducia del Gran Khan e ad iniziare una vera e propria evangelizzazione. Fu così che il Sommo Pontefice Clemente V rispose alle richieste di Frate Giovanni, che chiedeva di poter organizzare delle circoscrizioni ecclesiastiche, inviando in Cina un altro gruppo di Frati Francescani, assieme a sette vescovi. Il gruppo di vescovi e religiosi giunse in Cina attorno al 1310, dopo diversi anni di viaggio. I vescovi avevano ricevuto ordine dal Sommo Pontefice di procedere alla consacrazione episcopale di Frate Giovanni, che fu il primo vescovo consacrato in Cina ed il primo Arcivescovo di Pechino [cf. AA.VV. I Francescani in Cina. 800 anni di storia. Ed. Porziuncola, 2001, un estratto è disponibile QUI]. Insomma … con buona pace della venerata memoria del gesuita Matteo Ricci [Macerata 1552 – Pechino 1610], i gesuiti sono giunti oltre due secoli e mezzo dopo. E volendo — sempre per essere storicamente onesti — possiamo dire che giunsero non ultimo per fare anche danni, oltre all’indubbio bene da essi operato. E passando con un salto di secoli alla modernità, non possiamo certo omettere di ricordare che il principale sviluppo del Cattolicesimo in Cina tra fine Settecento e inizi Ottocento, è sì dovuto anche ai Gesuiti, ma bisogna precisare che i missionari gesuiti giunsero al seguito dei francesi e tutti loro, per la maggiore, erano di nazionalità francese. La Francia, in Cina, aveva infatti numerosi consolati per motivi di carattere prevalentemente economico; ed attorno a questi consolati sorsero le comunità e le attività dei Gesuiti francesi. Potendo poi disporre per le proprie attività di notevoli risorse economiche, nel 1903 aprirono l’Università Aurora, nella attuale Shanghai, che cessò di essere un ateneo cattolico nel 1953. In seguito fu aperta nel 1905 l’Università Fudan e nel 1926 la prestigiosa Università Fu Jen di Pechino, oggi con sede a Taiwan. Scopo di queste istituzioni, in particolare dell’Università di Pechino, era di formare le future classi dirigenti della Cina, il tutto in epoche nelle quali i Gesuiti non mostravano ancòra alcun sintomo di desiderare «una Chiesa povera per i poveri».

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Già in precedenza i Gesuiti, dai missionari Francescani e Domenicani erano stati accusati di lassismo, di ricerca del potere e del prestigio, ma soprattutto di favorire l’idolatria ed il cosiddetto Culto degli Antenati. I Gesuiti provarono a giustificarsi replicando che per loro, le offerte poste davanti alle Tavolette degli Antenati, non avevano alcuna valenza rituale religiosa. Affatto persuaso dalle loro giustificazioni, nel 1645 il Sommo Pontefice Innocenzo X — a dir poco inconsapevole con chi avesse a che fare e quindi cosa avrebbe prodotto — condannò queste usanze come incompatibili col Cristianesimo. L’Imperatore si sentì oltraggiato da siffatta intromissione imperiosa negli affari cinesi, mentre prendeva così vita la “disputa sui riti”.

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Nel 1704 il Sommo Pontefice Clemente XI rincarò la dose emanando un decreto di condanna sulla pratica dei riti confuciani ed il Culto degli Antenati, inviando un legato pontificio affinché vigilasse sulla sua applicazione. L’Imperatore, già perplesso per le lotte e le rivalità tra i membri dei vari Ordini Religiosi presenti sul suo territorio, si sentì profondamente offeso per il decreto pontificio ed il modo in cui era stata stabilita la vigilanza sulla sua applicazione, il tutto seguìto un decennio dopo dalla Bolla Ex illa Die del 1715 nella quale si imponeva ai missionari il giuramento di rinuncia alla diffusione e alla pratica di certi riti superstiziosi. L’Imperatore replicò attraverso i propri ambasciatori: «Che cosa direbbe il Pontefice di Roma, se l’Imperatore della Cina si permettesse di giudicare e di riformare le cerimonie della Sede Apostolica?». E nel 1717 proibì nell’Impero il proselitismo cristiano e la predicazione del Vangelo. È presto detto: se da una parte, tra i membri della Compagnia di Gesù missionari in Cina, c’era una casta di Gesuiti che si comportavano come mandarini e che ricoprivano anche pubblici ruoli politico-amministrativi, dall’altra c’erano missionari Domenicani che, affetti per altro verso da miopia non meno grave, anzi forse persino peggiore, pensavano di poter scatenare dispute teologiche e di poter lanciare accuse di eresia, proprio come se si trovassero in qualche Paese cosiddetto cattolico dell’Europa dell’epoca. E, ben presto, il grave danno fu, producendo effetti non facilmente riparabili fino ai giorni nostri …

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Detto questo bisogna chiarire, sempre per dovere storico e politico, che fu in seguito all’opera dei Gesuiti giunti appresso ai francesi, che cominciò a prendere forma l’idea che il Cattolicesimo era la longa manus di una potenza straniera. E bisogna altresì ricordare che i primi ad accusare i preti stranieri, ed in particolare proprio i Gesuiti, furono i preti cinesi, non ultimo per il fatto che più volte, i missionari della Compagnia di Gesù che gestivano numerosi vicariati apostolici, fecero ostruzionismo a Roma per la nomina di vescovi locali, quindi per l’erezione canonica delle diocesi, affermando che non si trattava di soggetti idonei, mentre la verità era ch’essi non volevano perdere la loro giurisdizione su questi vicariati, come invece sarebbe avvenuto se fosse stata eretta una diocesi e nominato un vescovo, ed in particolare se il vescovo fosse stato un presbìtero del luogo. Inutile dire che situazioni simili, negli stessi anni, od a pochi decenni di distanza a seguire, sempre per opera dei Gesuiti, presero vita nei territori di evangelizzazione dell’attuale Continente latino-americano, con altrettanti missionari Domenicani e Francescani che a un polo opposto della terra, ma allo stesso identico modo, accusavano i Gesuiti di operare commistioni tra i vecchi riti del luogo ed il Cristianesimo, il cosiddetto sincretismo religioso.

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Quando esplose la Grande Rivoluzione Culturale che portò poi al potere Mao Zedong, la ragione per procedere, nell’ipotesi migliore, alla espulsione di tutti i missionari stranieri dalla Cina, era quindi già bella e confezionata da circa due o tre secoli: i missionari ed i preti stranieri erano gli emissari ed i servi del potere borghese, capitalista ed imperialista dell’Occidente. A quel punto, i missionari che ebbero la meglio, ripararono a Hong Kong e nelle Filippine, altri, compresi soprattutto coloro che non intendevano abbandonare i fedeli senza sacerdoti e assistenza pastorale e sacramentale, finirono invece nelle prigioni, dove nello spazio di pochi metri erano stipate numerose persone, tanto che per poter dormire un po’ la notte era necessario fare dei turni e distendersi un po’ ciascuno. Le sofferenze di questi missionari furono terribili, perché, a quanto ci è dato sapere, nessuno di loro accettò di essere sottoposto a programmi di rieducazione per divenire dei devoti fedeli al Regime Maoista. Programmi che furono invece accettati da diversi preti cinesi, incarcerati con l’accusa di avere servito potenze straniere. A tal proposito si noti però che nell’accettazione dei programmi di rieducazione alla fedeltà verso il regime, i preti cinesi furono indotti non dal desiderio di salvare se stessi e la propria vita, ma quella dei loro familiari. Infatti, i membri del clero secolare e regolare che si trovavano missionari in Cina durante gli sconvolgimenti della Grande Rivoluzione Culturale, i propri familiari li avevano nei vari Paesi dell’Occidente, mentre i preti cinesi incarcerati, prima di essere uccisi, avrebbero dovuto assistere all’uccisione dei loro genitori, fratelli, sorelle e nipoti, poi sarebbero stati infine giustiziati loro.

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Sotto il Governo di Mao Zedong, è approvata nel 1954 la nuova Costituzione della Repubblica Popolare Cinese nella quale è stabilito il controllo del Partito Comunista su qualsiasi genere di attività organizzata. Prevedendo ciò che questo avrebbe comportato, il Sommo Pontefice Pio XII pubblicò poco dopo l’enciclica Ad Sinarum Gentes, condannando la creazione di una Chiesa Cattolica divisa da Roma. Per inciso: il testo di questa enciclica, che è un autentico capolavoro di pastorale ed al tempo stesso di diplomazia, dovrebbero leggerlo, ma leggerlo proprio in ginocchio, sia gli odierni velinari della Pravda Pontificia, sia i loro padroncini della Segreteria di Stato che li istruiscono nella pubblicazione delle loro perle di saggezza [vedere testo dell’enciclica, QUI] …

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… la risposta fu che l’anno successivo, una delle più grandi diocesi del Paese, quella di Shanghai, governata dall’Arcivescovo Ignazio Kung Pin Mei, fu in breve devastata. Alla fine del 1954 i missionari stranieri ancora presenti sul territorio, inclusi due vescovi, risultavano appena sedici, tra di essi quattordici in prigione. Nel 1957 furono chiuse le ultime istituzioni religiose cattoliche e creata dal Regime Comunista la Chiesa Patriottica distaccata da Roma totalmente sottomessa allo Stato. Paradigma di questa persecuzione fu la tragica sorte inflitta ai Monaci della Certosa di Nostra Signora della Consolazione, nel distretto di Pechino, situata a circa 180 chilometri dalla Capitale. La certosa fu assaltata più volte da bande comuniste negli anni Quaranta del Novecento ed infine data alle fiamme nel 1957. I monaci furono catturati, legati mani e piedi con fili di ferro e obbligati a compiere marce forzate sotto le temperature invernali. Gran parte di loro perse la vita durante questi tragitti forzati, mentre i pochi sopravvissuti, dopo essere stati sottoposti alla gran farsa dei cosiddetti processi popolari maoisti, messi a morte per essersi rifiutati di abiurare ed essere sottoposti a processi di rieducazione [cf. James T. Myers, Nemici senza fucile – La Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese, cit. pagg. 31 e ss. testo leggibile QUI].

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Bisogna poi notare che a livello mondiale, una Chiesa Cattolica Patriottica, ha preso vita solamente in Cina; in varie altre parti del mondo, diversi regimi, hanno tentato di compiere analoghe operazioni, ma senza mai riuscirvi. Perché ciò è stato invece possibile in Cina? Ciò è stato possibile in virtù della forte avversione che i cinesi hanno a livello socio-culturale verso gli stranieri. Ciò non vuol dire che il cinese non sia ospitale, tutt’altro! Il cinese ha un senso molto profondo dell’ospitalità e dell’accoglienza dello straniero, ed è anche ben disposto e lieto, di collaborare con lo straniero, purché esso rispetti profondamente la antica e nobile cultura cinese e non osi tentare d’inserire all’interno della sua società elementi ad essa del tutto estranei. Ovviamente, questo creò da sùbito enormi problemi per la evangelizzazione. Alcuni dicono però, in toni più o meno trionfali, che «ad avere successo furono solo i Gesuiti». Sempre per essere onesti bisogna replicare che se per successo dei Gesuiti, s’intende il sincretismo religioso, o la filosofia confuciana miscelata alla filosofia cristiana e viceversa, in tal caso, stiamo allora parlando del più grande insuccesso nel quale possa cadere qualsiasi opera missionaria di evangelizzazione, sempre con buona pace della venerata memoria di Matteo Ricci.

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IL COMUNISMO CINESE NON SI ANALIZZA CON CRITERI OCCIDENTALI

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Roma, 2009 – fraterni ricordi …

La Cina Comunista non può essere capita se applichiamo al Comunismo cinese categorie occidentali. Bisogna allora chiarire un elemento fondamentale: il Comunismo della Cina è cosa a sé, trattandosi di un Comunismo cinesizzato inserito in una cultura che non nasce da radici greco-romano-cristiane ma da radici confuciane. Quello Sovietico e quello Cinese hanno come comune base solo il colore rosso delle bandiere comuniste. Un esempio esauriente: la Chiesa Cattolica fu duramente perseguitata nell’Unione Sovietica, sempre sulla base del principio ch’essa faceva capo a una potenza straniera. Meno perseguitata fu la Chiesa Ortodossa di Russia, seppure anch’essa sottoposta a persecuzioni e restrizioni. Detto questo basti ricordare — sempre per tracciare la differenza che corre tra questi due diversi Comunismi —, che poco dopo la caduta del Regime Sovietico fu scoperto che, quasi tutti i membri del Partito Comunista, a partire da quelli di più alto rango, erano battezzati, avevano fatto battezzare i figli ed in segreto avevano celebrato il matrimonio religioso. E per il battesimo dei loro figli, gli alti dirigenti del Soviet non s’erano neppure accontentati di un Pope, li avevano fatti battezzare da qualche Metropolita, se non direttamente, ai livelli davvero più alti, personalmente da Sua Beatitudine il Patriarca di Mosca.

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Detto questo, credo non vi sia altro da aggiungere per quanto riguarda la sostanziale differenza che corre tra un Regime Comunista nato dalla Rivoluzione d’Ottobre nella Grande Russia Cristiana, ed il Regime Comunista nato dalla Grande Rivoluzione Culturale nella antica e nobile Cina confuciana.

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In Cina il Comunismo, seppur oggi del tutto trasformato, rimane saldo come sistema di governo; e per paradossale possa apparire, specie se affermato da me, dovremmo pure auspicarci che questo sistema di governo regga il più a lungo possibile, trasformandosi in modo molto lento e graduale. Semplice il motivo di questo auspicio: in Cina esistono centinaia di etnie diverse che nutrono forme di odio atavico le une verso le altre. Il Regime Comunista costituisce deterrente e soprattutto freno allo scoppio di feroci lotte e guerre intestine. A livello di comparazione potremmo usare la ex Jugoslavia, nella quale erano presenti diverse etnie animate da feroce odio le une verso le altre, ma tenute a bada dal regime di Josif Broz, detto Maresciallo Tito. Abbiamo poi visto che cosa di brutale è accaduto nel cuore dell’Europa, al tramonto di questo regime; le mattanze che in quegli anni furono consumate, erano talmente violente che la stampa internazionale riportava e descriveva i fatti, ma evitava di pubblicare le fotografie che ritraevano morti avvenute con una violenza inaudita. Qualcuno riesce forse a immaginare, o peggio ad auspicare, semmai in nome dei princìpi occidentali di democrazia — come se il feticcio della decadente democrazia occidentale fosse sempre applicabile ovunque ed a tutte le culture —, un caso Jugoslavia moltiplicato alla potenza di mille?

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DA UN “ACCORDO FANTASMA” AL PROBLEMA DEI MARTIRI E DEI PERSEGUITATI

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un dipinto inviato a Roma da Pechino da un presbìtero cinese al Padre Ariel S. Levi di Gualdo nel giorno della sua sacra ordinazione sacerdotale

Al contrario dei velinari della Pravda Pontificia e dei tuttologi che imperversano dalla carta stampata alla rete telematica, io non ho risposte da dare ma solo quesiti da porre. Partiamo dal primo: in un momento nel quale il Governo Comunista della Cina ha irrigidito le restrizioni verso i cattolici, sino a impedire l’accesso alle chiese ai minori di diciotto anni [cf. servizio QUI], ed in un momento nel quale la Chiesa Cattolica, a livello planetario, versa in stato di decadenza e profonda crisi di credibilità, come si è potuti giungere a un accordo? Anche perché sino a oggi, di questo “accordo fantasma”, a parte commenti e successivi discorsi di garanzia, non si conoscono però i contenuti, si sono solo seguite sui giornali notizie vaghe. Come dare quindi torto al Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun che lamenta: «Il comunicato, tanto atteso, della Santa Sede è un capolavoro di creatività nel dire niente con tante parole»? [cf. servizio, QUI]. Noi non sappiamo infatti che cosa pensa il Governo cinese di questo accordo, né sappiamo che cosa ne pensa la cosiddetta Chiesa patriottica, meno che mai che cosa ne pensa la Chiesa clandestina da sempre fedele a Roma a prezzo di sangue.

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Tutto ciò che noi al momento sappiamo è che c’è stato un accordo con il Governo della Cina di cui non si conoscono i contenuti. In pratica come se nel 1929, per porre fine alla Questione Romana, fossero stati firmati i Patti Lateranensi tra la Santa Sede e l’allora Regno d’Italia, senza che però nessuno conoscesse i contenuti di quei patti, le modalità della loro applicazione e quindi tutti gli impegni e le possibili conseguenze per i due contraenti che li avevano sottoscritti. Ma soprattutto: quanti sono stati i vescovi della Chiesa patriottica legittimati dopo questo accordo? Quanti sono rimasti esclusi invece dalla legittimazione, ad esempio per gravi motivi, a partire da quei vescovi che hanno amanti e figli? O forse, per non irritare il Regime Comunista, saranno legittimati anche loro, semmai prima ancòra degli altri? E quelli che fossero nel caso esclusi dalla legittimazione, lo saranno perché, ma soprattutto per volontà di chi? Come funzionerà, dopo questo “accordo fantasma” il meccanismo della nomina dei vescovi? Qualcuno pensa davvero che il Governo della Cina, dopo questo “accordo fantasma”, concederà libertà ai vescovi per l’esercizio del loro sacro ministero ed altrettanta libertà ai fedeli? Per caso, dopo questo «storico accordo» di «portata epocale», come lo hanno definito certi velinari della Pradva Pontificia, è stato per caso revocato dal Governo il divieto di accesso nelle chiese ai minori di diciotto anni, con tanto di proibizione e svolgere qualsiasi attività pastorale con i giovani? Ma soprattutto: era mai accaduto, nella bi-millenaria storia della Chiesa, che qualcuno facesse accordi con i persecutori mentre le persecuzioni erano in corso? Risulta per caso a qualcuno che il Pontefice Marcellino [296-304], quando l’Imperatore Diocleziano scatenò l’ultima grande persecuzione verso i cristiani, corse ad accordarsi con lui? Le cose non andarono in tal senso, stando alle cronache che narrano il martirio di Marcellino, avvenuto il 25 ottobre dell’anno 304, per decapitazione, eseguita su ordine dell’Imperatore Diocleziano. Il suo successore, il Pontefice Marcello I, dovette affrontare la questione dei cosiddetti lapsi, coloro che durante la persecuzione rinnegarono la fede in Cristo e che chiesero di essere riammessi alla Chiesa. Marcello I pretese per la loro ammissione un percorso di penitenza, che non tutti però accettarono, al punto che fu lui, alla fine, ad essere condannato all’esilio, come apprendiamo dalla epigrafe redatta dal Pontefice Damaso I per la sua tomba:

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«Pastore vero, perché manifestò ai lapsi l’obbligo che essi avevano di espiare il loro rinnegamento con le lacrime della penitenza, fu considerato da quei miserabili come un terribile nemico. Di qui il furore, l’odio, la discordia, la sedizione e la morte. A causa del delitto di uno che anche durante la pace rinnegò Cristo, Marcello fu deportato, vittima della crudeltà di un tiranno».

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Io non sono un velinaro e tanto meno un tuttologo, quindi non ho risposte da dare, perché a profondersi in risposte e spiegazioni su ciò che non si conosce, possono provvedere solo i velinari della Pravda Pontificia; ma sono risposte basate di fatto sul niente. Dio non voglia che qualcuno, pur di porsi una medaglietta di latta sul petto nella Roma decadente, abbia giocato in modo maldestro coi fedeli perseguitati e coi vescovi che hanno trascorso gran parte della propria vita in carcere od ai lavori forzati; perché sono dei martiri ai quali non si possono dire quattro parole di circostanza, mentre loro, per una vita intera, hanno pagata la propria fedeltà a Roma ed al Papato.

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Comunque vediamo adesso se sulla base di un accordo reso fantasma dal fatto che non se ne conoscono i contenuti, si cercherà di tirarsi fuori da questo impiccio dicendo: quel che solo conta è l’unità. Senza spiegare però cosa questa unità molto soggettiva e molto poco corrispondente ai princìpi di unità contenuti nel Santo Vangelo ha comportato in prezzo da pagare, considerato che la merce acquistata non è chiara, ed è sconosciuto il prezzo per essa pagato, ma soprattutto quello da pagare nel vicino futuro. Dio non voglia che questo prezzo pagato per una medaglietta di latta sia stato pagato sulla pelle dei martiri e dei cattolici perseguitati della Cina, ai quali tra l’altro, se non si vorrà gravemente irritare la suscettibilità del Governo Comunista ed ateo, non si potrà neppure rivolgersi a loro chiamandoli “martiri” e “perseguitati”, perché sarebbe appunto gravemente offensivo verso i persecutori con i quali si è stilato un accordo mentre le persecuzioni sono sempre in corso.

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Nell’èra moderna, la Santa Sede ha firmato più accordi di intesa e reciproco riconoscimento con Paesi di cultura non solo, non cattolica, ma di cultura proprio non cristiana. Basti andare a vedere con quanti Paesi la Santa Sede ha relazioni diplomatiche. Dall’anno 2007 la Santa Sede ha relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti. La Santa Sede ha relazioni diplomatiche con la Turchia, Paese nel quale fu Nunzio Apostolico il futuro Giovanni XXIII; con l’Iran, l’Iraq, l’Egitto, la Tunisia, il Marocco, la Libia, l’Algeria. La Santa sede ha persino relazioni diplomatiche con il Turkmenistan, dove risiedono appena cinquecento cattolici. Ebbene, noi che non siamo menti sottili e specialisti in alta diplomazia come invece lo sono i migliori elementi della Segreteria di Stato di Sua Santità, ci domandiamo: posto che la Santa Sede ha relazioni diplomatiche anche con Paesi nei quali vige come legge dello Stato la Sharija e dove il proselitismo da parte di altre religioni è vietato e perseguito dalla legge, come si può dialogare, ma soprattutto stabilire accordi di qualsiasi genere essi siano se, il primo passo, non è quello del reciproco riconoscimento? Perché tutti i Paesi poc’anzi citati, riconoscono la Santa Sede come capo della Comunità Cattolica mondiale, al punto da avere stabilito con essa relazioni diplomatiche.

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Insomma: io posso dialogare, cosa che peraltro ho fatto anche spesso, con persone non solo non cattoliche, ma con persone non cristiane né legate ad alcun titolo ad alcuna radice culturale cristiana, purché però, questi miei interlocutori, riconoscano anzitutto il diritto alla mia esistenza.

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Detto questo mi domando e poi domando di conseguenza: come si può dialogare e stabilire accordi con chi a monte non riconosce il diritto alla tua esistenza, o che al limite, riconoscendo la tua esistenza, ti considera un pericolo da tenere quanto più e quanto meglio sotto controllo? Perché è con questo genere di persone che la Santa Sede, temo, abbia stabilito un “accordo fantasma”. Sono certo però che i velinari della Pravda Pontificia non esiteranno a chiarire anche questo non lieve dilemma, diamogli solo il tempo di ricevere una velina dai sacri palazzi, ed avremo delle chiarificatrici perle di saggezza, costasse pure spingersi oltre i confini della realtà, ma soprattutto oltre il sangue sparso dai martiri e dai perseguitati, posto che in Cina, le persecuzioni verso i cattolici fedeli a Roma, sono tutt’altro che terminate. E non poniamoci neppure il dilemma, del tutto retorico, di quanto invece, Roma, di questi martiri perseguitati si sia dimostrata autentica e fedele madre …

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In postilla finale vi spiego perché io nutro profondo rispetto per il Governo Comunista della Cina, mentre invece non nutro alcun rispetto per certe Madame che popolano e devastano la Santa Sede, quelle, per intendersi, che i velinari della Pravda Pontificia non vedono, insensibili come sono alle persecuzioni della Chiesa e del clero che veramente soffre. Ebbene, i Comunisti della Cina, non solo hanno un’antica e nobile dignità, ma nobilitano anche i perseguitati ed i martiri. Sicché per me sarebbe un vero onore, essere perseguitato come prete da dei persecutori così altamente onorevoli e nobili, finire nelle loro patrie galere se non peggio ancòra; e tra le due parti, persino nella ferocia, ci sarebbe un mutuo rispetto reciproco tra persecutore e perseguitato. Quale rispetto dovrei invece nutrire, per quei due o tre monsignorini finocchi protetti da qualche cardinale sodomita, che sentendosi dinanzi a me scoperti, ti perseguitano per tutta la vita con una vera e propria ferocia da isteria mestruale? Spero che qualche velinaro della Pravda Pontificia riferisca il tutto agli amici della Segreteria di Stato — che pure mi leggono da sempre con attenzione — e soprattutto all’Augusto Inquilino della Domus Sancthae Marthae, la cui sensibilità ed alto senso della giustizia, pare esaurirsi tutto quanto con i gelati mandati in omaggio ai poveri ed ai migranti di Roma, inclusi i presunti profughi, peraltro fuggiti seduta stante appena giunti al centro di accoglienza della Conferenza Episcopale Italiana a Rocca di Papa [cf. cronaca, QUI, QUI, QUI]. Il tutto, ovviamente, corredato di ampi servizi fotografici e giornalistici, affinché la carità faccia rumore e notizia, oltre che provocazione politica verso l’attuale Governo della Repubblica Italiana [cf. cronaca, QUI].

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Quale santa invidia provo per i cinesi perseguitati perché fedeli alla Chiesa di Roma, mentre io, uscendo di casa per recarmi a fare spesa, rischio di ritrovarmi con un moccioso di dodici o tredici anni che vedendo passare una tonaca nera ti strilla alle spalle due bestemmie contro la Vergine Maria! Nelle province di Pechino non ti strillano dietro, semmai ti arrestano alle due di notte mentre celebri furtivamente la Santa Messa per un gruppo di fedeli. E ciò è molto più dignitoso, sia per chi arresta sia per chi è arrestato. Anche per questo la Cina è una grande potenza, mentre l’Europa, che ormai è la madre del tutto è lecito e concesso al di là del bene e del male, è solo un povero Continente alla totale disfatta politica, sociale, culturale, morale e religiosa [cf. QUI, QUI, QUI ecc ..].

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Dio benedica la Grande Cina ed il suo nobile Popolo !

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dall’Isola di Patmos, 29 settembre 2018

Festa dei Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele

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