A.A.A. Cappellano ospedaliero cercasi, pregasi astenersi: inabili al lavoro, disoccupati in cerca d’impiego e problematici di varia fatta

— pastorale sanitaria —

A.A.A. CAPPELLANO OSPEDALIERO CERCASI, PREGASI ASTENERSI: INABILI AL LAVORO, DISOCCUPATI IN CERCA D’IMPEGO E PROBLEMATICI DI VARIA FATTA

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e così scegliemmo di andare in giro per l’ospedale mantenendo il nostro abito religioso per poter essere subito riconosciuti, tra tanti camici bianchi, come Frati Minori Cappuccini. E, debbo dire: la cosa funzionò. Dopo qualche tempo, nell’ospedale, si accorsero che i due tizi vestiti di marrone, con cingolo attorno ai fianchi, sandali ai piedi e barba, erano i nuovi cappellani.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Cagliari, Chiesa di Santa Lucia: Santa Caterina di Labouré che distribuisce la medaglia miracolosa [opera di Aurelio Galleppini]

Vorrei cercare di far chiarezza sull’identità del cappellano ospedaliero, perché per strano che possa sembrare, in effetti mi sono accorto che alla prova dei fatti, tra le diverse figure pastorali all’interno della Chiesa, è un essere quasi mitologico.

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Anzitutto è necessario chiarire l’aspetto canonico e pastorale: il cappellano è un sacerdote scelto dal vescovo per la cura pastorale di quella porzione di Popolo di Dio che si trova a vivere il tempo della malattia presso una struttura sanitaria, per esempio un ospedale, una clinica, o presso una residenza sanitaria assistita geriatrica.

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Già questa prima definizione permette di fare alcune considerazioni particolari: il luogo d’azione del cappellano non è la chiesa parrocchiale o conventuale, bensì un luogo di cura dove lui svolge una funzione di operatore specializzato insieme ad altre figure. Capire questo è fondamentale perché, all’interno della struttura sanitaria, il cappellano non è il padrone, neppure il rappresentante giuridico, come avviene invece nel caso del parroco. Nei concreti fatti, è quindi uno dei tanti. Comprendere questo aspetto, è cosa fondamentale.

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Spesso, lo spirito di vanità di noi appartenenti al clero, non digerisce questa sfumatura che mal si adatta al sacerdote, né ciò aiuta certo a creare occasioni in cui Dio si possa rivelare in un ministero tanto delicato come quello ospedaliero, perché è indubbio che il sacerdote sia un uomo, senza però mai dimenticare che egli è — ed è chiamato ad essere — un uomo consegnato a Dio, che nel cappellano ed attraverso il cappellano agisce per mezzo di una dinamica di ordinarietà e nascondimento che a me piace accostare biblicamente al periodo della giovinezza di Gesù a Nazareth.

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Cagliari: Chiesa di Santa Lucia: Le martiri di Arras uccise in odium fidei durante la rivoluzione francese [opera di Aurelio Galeppini]

Il luogo in cui il cappellano opera è l’ospedale, la clinica, l’hospice, la residenza sanitaria assistita. Tutti luoghi non consacrati dal profumato olio del Crisma che il vescovo usa per consacrare a Dio un luogo adibito al culto. Per questo motivo oggi, il cappellano, opera all’interno di un luogo di cura che assume connotazioni fortemente laiche. Possiamo pertanto anche dimenticare le vecchie pellicole in bianco e nero degli anni Cinquanta del Novecento, nelle quale si vedevano le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli con i loro cappelloni bianchi inamidati, intente a suonare la campanella nei reparti per annunziare l’arrivo del sacerdote recante il Santissimo Sacramento. Nulla di questo avviene oggi in queste strutture, all’interno delle quali il cappellano è presenza silenziosa, spesso confusa tra le diverse figure professionali del mondo della salute.

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Detto questo apro adesso una piccola divagazione: al mio arrivo all’Ospedale Brotzu di Cagliari, nel 2013, sbrigate le pratiche dell’assunzione ci fu proposto l’utilizzo del camice bianco: quello comune a tutti gli operatori sanitari. Dopo qualche istante di riflessione, io ed il mio confratello, decidemmo di rifiutare la proposta, semplicemente per non aumentare il divario di anonimato ed uniformità che il camice bianco conferisce. Così, scegliemmo di andare in giro per l’ospedale mantenendo il nostro abito religioso, soprattutto per poter essere subito riconosciuti tra tanti camici bianchi come Frati Minori Cappuccini. E, debbo dire: la cosa funzionò. Dopo qualche tempo, nell’ospedale si accorsero che i due tizi vestiti di marrone, con cingolo attorno ai fianchi, sandali ai piedi e barba, erano i nuovi cappellani.

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Adesso desidero condividere coi Lettori de L’Isola di Patmos qualche altra interessante considerazione: nelle strutture sanitarie, il cappellano, giorno dopo giorno ha il compito di guadagnarsi un diritto di cittadinanza. O per meglio chiarire: se il ruolo del cappellano — fino ad oggi — è ancora riconosciuto dalla Legge, la persona che ricopre tale ruolo ha necessità di farsi conoscere, quindi deve necessariamente attuare una socialità nella comunità sanitaria in cui opera.

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Le Figlie della Carità ieri l’altro –  immagine della Beata Giuseppina Nicoli [1863-1924]

Non è mia intenzione fare prediche, tuttavia debbo dire che l’identità del cappellano è insita nel suo essere sacerdote. Solo il sacerdote può essere cappellano [cf. can. 564 del Codice di Diritto Canonico]. A ragion veduta, al cappellano è per ciò richiesto uno stile confacente alla sua identità, una socialità che manifesti la sua donazione a Dio. E questo debbo precisarlo a chiare lettere, perché spesso accade che il cappellano sia invece identificato come una sorta di assistente sociale, come uno psicologo o come un amico confidente di tutti. E se da un certo punto di vista ciò è la conseguenza di una tipologia di laicismo sempre più dilagante che tende a rimodellare quello che gli è estraneo, d’altro canto è necessario vigilare affinché il sacerdote non eserciti la sua identità snaturandola, sino ad assumere altre identità più accattivanti che risultino ben accette alla modernità per un verso, allo spirito di laicismo per altro verso.

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Nei luoghi di cura, il sacerdote cappellano è profeta che parla a nome di Dio perché capace di ascoltarlo. È l’angelo del Getsemani che consola il morente e lo riconcilia con Dio [cf. Lc 22, 43]. È custode della misericordia e della giustizia affinché il Regno di Dio si realizzi tra le corsie di tanti malati e deboli, e padre e maestro per guidare e istruire gli uomini al Vangelo che è buona notizia per tutti.

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le Figlie della Carità ieri –  immagine di Madre Suzanne Guillemin, Superiora Generale dal 1962 al 1968

Davanti a questa identità sacerdotale si inserisce la variegata opera di Dio che, nel creare ogni uomo, elargisce a ciascuno doni personali caratteristici, arricchendo così il sacerdozio ministeriale con carismi propri a servizio del popolo di Dio e della Chiesa.

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Desidero infine mettere in risalto una nota critica che riguarda la figura del cappellano ospedaliero e di un certo stile di fare Pastorale Sanitaria. Da quel poco che ho scritto sulla figura del sacerdote chiamato a ricoprire l’incarico di cappellano in una struttura sanitaria, si evince come questi debba essere un elemento di buona qualità o, perlomeno, non problematico. Purtroppo, il dato oggettivo che deriva dai fatti come dalle esperienze, non sempre è invece questo. Infatti, in un momento storico nel quale la Chiesa soffre di una sempre più crescente penuria di sacerdoti a fronte di molto lavoro da compiere, l’area pastorale della sanità è spesso discriminata. I nostri pastori preferiscono impiegare i loro migliori sacerdoti nelle parrocchie, nella pastorale familiare, nella formazione catechetica dei giovani, nella accoglienza degli emarginati e via dicendo. Si tratta di una scelta che si può anche capire, non però condividere.

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Cristo non ha mai fatto una hit parade nel proprio ministero, ma tutti gli uomini che venivano a Lui erano degni della Sua attenzione e tutti ricevevano aiuto e salvezza.

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le Figlie della Carità oggi – incontro di formazione per religiose

Alcuni esempi di cattiva pastorale sanitaria che implica la figura del cappellano. Partiamo dal primo caso: nominare cappellano un sacerdote anziano e malato poiché non più in grado di reggere il ritmo parrocchiale che richiede di per sé dinamicità, equivale a pensare che l’ospedale possa fornirgli una pronta assistenza per i suoi malanni. Per seguire col secondo caso: nominare cappellano un sacerdote che in assenza di una consona collocazione parrocchiale è costretto per obbedienza dal suo vescovo a stare in ospedale, ma ciò col rischio che questo soggetto finisca presto per rivelarsi insofferente alla malattia e alla morte, sino a non sopportare l’odore del disinfettante o la vista del sangue, diventando ben presto un latitante difficilmente raggiungibile, eccezione fatta per il giorno 27 del mese, quando ritira lo stipendio dall’Ente Ospedaliero. Il terzo caso, forse il più triste, è quello dell’ospedale visto da alcuni vescovi come luogo d’esilio, una sorta di nuova Isola di Sant’Elena per i sacerdoti disobbedienti e turbolenti che finiscono per questo collocati tra i malati, come una sorta di punizione.

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In questi tre diversi casi, come sarà possibile vivere e praticare nella pastorale sanitaria il ministero sacerdotale attraverso la concretezza dell’amorevole invito rivolto da Cristo Signore che ci esorta: «Ero malato e mi avete visitato» [cf. Mt 25, 36], nella piena consapevolezza che «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» ? [cf. Mt 25, 40].

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Cagliari, 8 dicembre 2018

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

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Gesù Cristo nel sofferente. La teologia pastorale sanitaria narrata da chi vive la dimensione della malattia e della disabilità nella quotidiana esperienza di vita sacerdotale

— pastorale sanitaria —

GESÙ CRISTO NEL SOFFERENTE. LA TEOLOGIA PASTORALE SANITARIA NARRATA DA CHI VIVE LA DIMENSIONE DELLA MALATTIA E DELLA DISABILITÀ NELLA QUOTIDIANA ESPERIENZA DI VITA SACERDOTALE

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La malattia ha il vantaggio di ridimensionare l’orgoglio dell’uomo e la debolezza fisica induce ad essere sostenuto dagli altri nelle pratiche corporali, anche in quelle più intime. Purtroppo, esiste la remota possibilità che il sacerdote malato – così come Cristo nell’Orto degli Ulivi – conosca l’abbandono dei confratelli e dei familiari in fuga davanti alla desolazione che la malattia comporta.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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San Leopoldo Mandic, riconosciuto dall’Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana come protettore degli ammalati di tumore [cf. QUI]

Inizio a collaborare con L’Isola di Patmos con una riflessione sul ministero più bello e delicato nella vita di un sacerdote: la cura pastorale degli infermi. Questo articolo è tratto da un incontro coi seminaristi del Pontificio Seminario Regionale Sardo, dove mi sono intrattenuto con un gruppo di futuri sacerdoti in un momento di dialogo, rifuggendo la tentazione di condurre una lezione di teologia pastorale.

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Voglio chiarire da subito cosa significhi «si opera bene solo se si crede bene», un concetto di estrema importanza che riguarda ogni tipologia di pastorale. Spesso ed erroneamente, la pastorale è identificata con la sola prassi; quasi fosse una realtà pratica chiamata a realizzare il solo “operare”. Vista in questi termini, la pastorale sembra quasi la naturale antagonista della teologia dogmatica, vista come la realtà statica della verità. In realtà, è invece necessario fare uno sforzo di logica e comprendere che per poter “operare bene” è necessario “credere bene”. La stessa cosa viene vissuta nel campo della divina liturgia, in cui celebriamo nei riti e nei segni quello che crediamo fermamente nel cuore [cf. Rm 10,10]. In forza di ciò, non posso pretendere di operare una buona pastorale – qualunque essa sia – senza partire dalla solidità del dato rivelato e dal magistero della Chiesa. È necessario coniugare la verità al fare, la fede alle opere, l’essere alla prassi, affinché la teologia pastorale divenga:

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«presenza e azione della Chiesa finalizzata all’evangelizzazione del mondo […] attraverso l’attualizzazione della presenza liberatrice, sanante, e salvatrice di Cristo, nella potenza dello Spirito Santo» [cf. Brusco – Pintor, Sulle orme di Cristo medico, EDB, Bologna 1999, p.37].

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San Leopoldo Mandic

La pastorale così correttamente intesa, mi trasforma in un cercatore di Dio, di quel Dio che sempre entra in dialogo con gli uomini per farsi conoscere intimamente e che nella pienezza dei tempi si comunica pienamente attraverso il Figlio parola di Verità [cf. Eb 1,1-2]. La pastorale è l’annuncio gioioso che Dio abita il tempo dell’uomo e in questo contesto, in modo gratuito e definitivo, opera la salvezza. E in questo tempo di grazia in cui l’uomo cerca Dio, si viene guidati dallo Spirito Santo a comunicare alle fonti della salvezza, che sono i Sacramenti; a vivere relazioni trasfiguranti all’interno della Chiesa comunità dei credenti; a testimoniare e proclamare che ogni uomo dal battesimo appartiene a Cristo risorto tanto da essere da lui assimilato, secondo le belle parole che troviamo nelle Confessioni di Sant’ Agostino:

«Non sarai tu che assimilerai me a te, ma io che assimilerò te a me» [cf. S. Agostino, “Confessioni”, VII, 10].

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Poste in essere queste considerazioni, la teologia pastorale è la più pura presa di coscienza dell’azione di Dio nell’identità di fede – già espressa dalla teologia dogmatica – che la Chiesa propone all’uomo che vuole incontrare Dio. La pastorale non è il contenitore di strategie accattivanti per annunciare Cristo o guadagnare discepoli, ma comunicazione del depositum fidei nel cuore di un’umanità che sull’esempio del beato Pietro apostolo proclama:

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«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» [cf. Gv 6,68-69].

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Proprio per questo affermiamo che la pastorale è un cammino di fede e di conoscenza di Cristo.

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UNA PASTORALE DEI SOFFERENTI PER INCONTRARE IL “SOFFERENTE”

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San Leopoldo Mandic

Chiarito a grandi linee il discorso sulla pastorale nel suo rapporto alla verità rivelata, passiamo ad analizzare ora la cura pastorale dei fratelli infermi e sofferenti. Da sempre, questa è una tipologia di attività tipicamente cristiana, in quanto Cristo ha identificato la sua persona con l’infermo [cf. Mt 25,36ss] e nel momento della sua passione si è fatto carico non solo dei peccati, ma  di ogni sofferenza fisica [cf. Is 53,4]. Il suo corpo santissimo e il suo sangue preziosissimo che noi adoriamo nel  pane e nel vino costituisce sacramentum cioè segno sacro, velo di una presenza reale; similmente nel corpo sofferente del malato Cristo è velato ma presente nel segno di colui che soffre per la sua infermità. A questo proposito, si narra che Pascal alla fine della sua vita, non potendo ricevere il santo viatico a causa di un male allo stomaco che avrebbe comportato il pericolo di profanare l’eucaristia, chiese di poter ricevere il Signore attraverso il segno-presenza dei poveri malati dell’ospedale degli incurabili.

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Per noi sacerdoti e per i futuri sacerdoti, la cura pastorale del malato è prosecuzione naturale della celebrazione eucaristica dove abbiamo avuto la possibilità di incontrare e farci adoratori e ascoltatori di Cristo sull’esempio di Maria di Bethania, per poi diventarne suoi miti servitori come Marta. Per questo mi sento di affermare – senza timore di smentita –  che il sacerdote che nella sua giornata non visita e serve gli infermi sofferenti, svilisce seriamente il sacrificio eucaristico che celebra. Purtroppo nel dialogo fraterno con diversi confratelli sacerdoti e parroci, ho maturato la sensazione di come la visita agli infermi stia diventando uno tra i doveri sacerdotali più trascurato e dimenticato. E quanto ho appena detto trova solida testimonianza nell’esperienza dei santi. Il beato San Francesco d’Assisi fece esperienza sacramentale di Cristo redentore proprio nel segno del malato di lebbra che incontra sul suo cammino:

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«Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo» [cf. S. Francesco d’Assisi, “Testamento” 1-3, FF. 110].

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San Leopoldo Mandic

Prima ancora dell’incontro e del dialogo con il Crocifisso di San Damiano, Francesco d’Assisi è folgorato da Cristo attraverso il segno della malattia del fratello lebbroso [cf. 1Cel17, FF. 348; 3Comp11, FF. 1407-1408]. Così, seguendo l’esempio del suo fondatore, la prima fraternità francescana scelse di stare con i malati di lebbra e di servirli come immedesimazione a coloro che nella malattia, causa di marginalità, sono imago Christi.

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Prima ancora della scelta pauperistica, San Francesco sceglie come via di riavvicinamento a Cristo la categoria di infermi più spaventosi del suo tempo: i lebbrosi [cf. Manselli, San Francesco d’Assisi, Ed. San Paolo, pp. 109-110].

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LA CURA DEL SOFFERENTE È CAUSA DI CONVERSIONE PER IL SACERDOTE

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Attraverso l’esempio di San Francesco che incontrando il lebbroso si converte, voglio ora sottolineare come questa tipologia di pastorale è condotta non solo in vista di una dinamica assistenziale ministeriale verso i sofferenti, ma come occasione di grazia e conversione personale per la persona del sacerdote.

         

San Leopoldo Mandic

Visitare l’infermo, ripropone l’ineludibile certezza della condizione di fragilità della nostra natura umana contratta con il peccato originale. Devo tener presente che, nel trascorrere del tempo e delle stagioni, un domani la condizione di infermità sarà anche la mia. Nell’esperienza come cappellano ospedaliero, mi sono occupato diverse volte dell’assistenza di confratelli ammalati ricoverati che hanno sperimentato nella propria carne quello che nel tempo della loro giovinezza vivevano solo indirettamente attraverso la pratica pastorale. In tale condizione di debolezza e di infermità, le insegne sacerdotali esteriori e le bardature cerimoniali che spesso nutrono la vana gloria restano mute e vengono meno. Nel sacerdote malato, si rende presente con tutta la crudezza del realismo una spogliazione necessaria che rende fulgida l’immedesimazione a Cristo sacerdote e vittima [cf. Fil 2,7; Mt 27,35]. A seconda della gravità della malattia e delle condizioni di accudimento personali, il sacerdote malato specchia la propria immagine in quella del Servo sofferente di JHWH:

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«Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto» [cf. Is 53,2].

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La malattia ha il vantaggio di ridimensionare l’orgoglio dell’uomo e la debolezza fisica induce ad essere sostenuto dagli altri nelle pratiche corporali, anche in quelle più intime. Purtroppo, esiste la remota possibilità che il sacerdote malato – così come Cristo nell’Orto degli Ulivi – conosca l’abbandono dei confratelli e dei familiari in fuga davanti alla desolazione che la malattia comporta. Eventualità questa che potrebbe riguardare ogni ammalato. Ma è nel sacerdote che assume un valore particolarmente identitario con Cristo in virtù della sacra ordinazione. A questo proposito, basta ricordare gli episodi di infermità che hanno toccato la lunga vita di Giovanni Paolo II per capire il ruolo conformante a Cristo che la malattia assume nella persona del sacerdote malato.

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San Leopoldo Mandic

Il sacerdote infermo, a volte non è più in grado di offrire il pane e il vino ma solo la sua persona al Padre. Dio accetta questo sacrificio in unione a quello di Cristo in vista di una purificazione personale e per la redenzione del mondo. Non già dunque come realtà cruenta che ricerca il dolore per il dolore così da estinguere la coppa dell’ira della divinità [cf. René Girard, Il capro espiatorio].

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Ricordo molto bene le parole di un sacerdote anziano dopo avergli amministrato il sacramento degli infermi:

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«Riferisci al vescovo che offro tutto questo per i sacerdoti e i bisogni della Chiesa!».

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Già San Paolo aveva espresso questo concetto con le parole: «completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» [cf. Col 1,24]. Ecco come la malattia chiama a conversione, a rivedere le proprie priorità e posizioni personali, a verificare la propria vita così come l’oro è purificato e raffinato nel crogiolo [cf. Sir 2,4-5].

     

Guardando alla nostra debolezza di ministri di Dio, nel momento in cui soffriamo con Cristo non è più tempo di mettere le nostre mani tra quelle del vescovo come nel giorno dell’ordinazione sacerdotale ma in quelle stesse del Padre come segno di unione all’obbedienza del Figlio sulla croce. E ripetendo con San Bernardo diciamo:

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Non fu la morte di Cristo che piacque a Dio Padre, ma la sua volontà di morire spontaneamente per noi» [cf. San Bernardo di Chiaravalle, Epistola 90, De Errore Abelardi, 8,21-22 PL 182, 1070, «Non mors, sed voluta placuit sponte morientis»].

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Questa riflessione sulla malattia nella persona del sacerdote, non solo produce il proposito di una vera e concreta conversione, in quanto acuisce il desiderio di essere ben preparato ad affrontare l’infermità e la morte con le armi della fede. Ma anche rende presente come la malattia di coloro che serviamo come ministri, acquista un senso solo attraverso la sapienza della fede che troviamo espressa nelle scritture:

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«Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» [cf. Lc 13 2-5].

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LA SALUTE MESSIANICA È COMPITO CHE CRISTO CONSEGNA AL SACERDOTE.

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San Leopoldo Mandic

Il sacerdote che si occupa della cura pastorale degli infermi intraprende un cammino di guarigione insieme al fratello sofferente, che è il soggetto messianico a cui Gesù si rivolge all’inizio del suo ministero pubblico:

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«Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella» [cf. Lc 7,22].

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Siamo di fronte a un nuovo tipo di pastorale, Gesù opera una pastorale terapeutica, capace di coinvolgere gli uomini in un cammino di guarigione e di riavvicinamento a Dio proprio perché  richiede la conversione [cf. Mc 1,14-15]. Questo tipo di pastorale compie un salto che non è solo metodologico ma ontologico: si passa da una pastorale centrata solo sulla malattia ad una pastorale della salute che richiede il prendersi cura del malato. E Gesù non è forse il Salvatore, colui che ci si cura della salus e la realizza? San Pietro Crisologo esprime questo pensiero così:

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«Cristo è venuto a prendere le nostre infermità e a conferirci le sue virtù, a farsi carico dell’umano e a donarci il divino, ad accogliere le ingiurie e a rendere merito, a sopportare il fastidio e a restituire la salute. Il medico infatti che non si fa carico delle malattie non le sa curare e colui che non è malato con il malato non gli può dare la salute. [cf. S. Pietro Crisologo, Sermones,  PL 52, 50].

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Quando il cristianesimo parla di salvezza, usa la parola latina salus. Ogni domenica nel Credo diciamo propter nostram salútem, cioè per la nostra salvezza. La salute cristiana, quella che vediamo nei Vangeli è tale nel momento in cui Cristo mi strappa dall’infermità voluta dal diavolo – origine e causa di ogni peccato e male – e mi introduce dentro la guarigione pasquale ottenuta a prezzo del suo sangue. Dentro questa logica ogni guarigione e liberazione che ha Cristo come autore diviene momento pasquale dove l’opera del demonio è sconfitta e l’uomo è restituito in salute secondo il piano salvifico di Dio.

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San Leopoldo Mandic

L’agire terapeutico che Cristo compie nel suo ministero pubblico è anticipazione di quel ministero definitivo di salvezza e di salute che si realizza con la sua passione, morte e risurrezione. La pietà popolare ci viene incontro in questo ragionamento con la bella preghiera attribuita a Sant’Ignazio di Loyola: Anima ChristiAd un certo punto della preghiera l’orante si esprime così:

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«Sangue di Cristo, inebriami. Acqua del costato di Cristo, lavami».

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Siamo messi davanti a Gesù crocifisso sul Golgota, i soldati controllano i corpi dei condannati e secondo la prassi della crocifissione romana spezzano le gambe ai condannati per impedire una lenta agonia e anticiparne la morte, ma a Gesù questa sorte non spetta poiché è già morto, tanto che per sicurezza gli viene inferta una ferita al costato che versa sangue e acqua [cf. Gv 19,31-36]. Il lavacro che mi guarisce e mi strappa dal potere del diavolo è certamente quello battesimale figura dell’acqua che sgorga dal costato del redentore. Ma esiste un secondo lavacro, quello nel sangue di Cristo che il sacerdote amministra ogni volta che assolve i peccati.

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San Leopoldo Mandic

Il sangue e l’acqua sono così i due torrenti dove l’uomo può mondare tutta la sua vita e acquistare con la salvezza anche la guarigione. Interessante notare che del sangue di Cristo nella preghiera Anima Christi viene detto che inebria. A cosa allude l’autore? Non penso di sbagliare se interpretiamo queste parole in riferimento allo Spirito Santo, presenza discreta che inebria la vita dei credenti con lo stesso amore che unisce il Padre e il Figlio. Il sangue che Cristo ha versato è segno di obbedienza al Padre, segno dell’amore di fedeltà più alto che un figlio può manifestare al proprio genitore. Nel momento stesso in cui il sangue di Cristo mi purifica dai peccati, mi lava dalle colpe, vengo anche raggiunto dallo stesso amore che il Figlio ha per il Padre. Vengo riempito di Spirito Santo che mi dona la dolcezza inebriante della sua presenza vitale che mi rende la vita [cf. Ez 37,9]. Non per nulla l’apostolo Matteo dice che Gesù al momento della sua morte restituì lo spirito [cf. Mt 27,50]. A chi lo restituisce? Al Padre come totale consegna della sua persona e all’uomo come dimostrazione e insegnamento di un amore che si spinge fino alla fine [cf.  Gv 13,1]. Nel momento in cui Cristo mi salva con il suo sangue, mi concede anche la caparra del suo amore inebriante che è lo Spirito Santo, facendomi gustare la salvezza e il bene che Dio Padre mi vuole. Il sacerdote è reso da Gesù strumento di questa grazia per i fratelli, fino al dono totale della sua persona, del suo tempo e del suo ministero.

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Estrema unzione, oggi Sacramento dell’Unzione degli infermi [dipinto di Rogier van der Weyden, 1445]

Concludo citando il sacramento di guarigione che la Chiesa concede ai fratelli infermi. Questo sacramento è la sintesi mirabile della passione del Cristo e del suo amore offerto a ogni infermo. Nel ministero a favore degli infermi, il sacerdote è chiamato ad amministrare con sollecitudine il sacramento dell’Unzione dei malati. Sacramento che unisce il carattere terapeutico e salvifico dell’azione di Cristo sui corpi e sulle anime dei sofferenti. L’efficacia terapeutica e remissoria di questo sacramento sui mali del corpo e dello spirito comporta un lavacro spirituale che agisce sempre in virtù di quel sangue sgorgato dal costato aperto del redentore. L’imposizione delle mani del sacerdote sul capo del malato prima dell’unzione è il richiamo esplicito al dono dello Spirito Santo che in quel momento viene effuso come linimento all’uomo oppresso dalle sofferenze.

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La fedeltà del sacerdote a compiere questi gesti salvifici nel suo ministero, rendono presente l’azione salutare e salvifica di Cristo tra i fratelli. Il dovere-compito del sacerdote di donare la salvezza è identico a quello di Cristo. E se Gesù è venuto a donarci la vita in abbondanza [cf. Gv 10,10], lo stesso è chiamato a realizzare il sacerdote: donare la vita, non possederla; operare per una guarigione degli uomini, non per aumentarne le ferite.

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Cagliari, 4 dicembre 2018

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Legittima difesa dalla Unione dei Cretini Confermati e Riconosciuti (U.C.C.R.)

— nota redazionale —

LEGITTIMA DIFESA DALLA UNIONE DEI CRETINI CONFERMATI E RICONOSCIUTI (U.C.C.R).

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In questa giungla telematica anche l’ultimo degli ignoranti, mettendo mano sulla tastiera di un computer dietro l’anonimato della rete, diviene un arrogante esperto di quelle discipline verso le quali noi, che pure abbiamo dedicato ad esse la vita e lunghi anni di studio, seguitiamo ad avere un approccio sempre basato sul sacro timore e sull’umile pudore, tanto ci sentiamo piccoli, limitati e profondamente inadeguati dinanzi ai grandi misteri della fede.

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Autore
Redazione dell’Isola di Patmos

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Marrucine Asini, manu sinistra
non belle uteris: in ioco atque vino
tollis lintea neglegentiorum.
Hoc salsum esse putas?

[Catullo, carme XII]

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U.C.C.R. Unione Cretini Confermati e Riconosciuti 

Mai il Padre Ariel S. Levi di Gualdo s’è irritato con chi l’ha criticato. La critica, che lui stesso esercita talora in modo severo, rientra nell’esercizio delle libertà garantite [Cost. art. 21]. Non rientra però nei diritti costituzionali il diritto alla falsità, come nel caso del blog casereccio denominato U.C.C.R, che vorrebbe indicare l’acronimo Unione Cristiani Cattolici Razionali, dove in uno scritto rigorosamente non firmato [cf. QUI] si afferma:

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«il preoccupante fenomeno dei preti mediatici che trovano nei social network la loro valvola di sfogo. Conosciamo bene i preti “progressisti” che combatterono aspramente Benedetto XVI dai loro blog, come don Giorgio De Capitani, don Paolo Farinella, don Aldo Antonelli, don Franco Barbero. Anche Papa Francesco ha i suoi nemici tra i preti-blogger, legati questa volta all’eresia del “tradizionalismo”: don Curzio Nitoglia, don Minutella (recentemente scomunicato), don Ariel Levi di Gualdo e i vari esponenti della Fraternità San Pio X. Un’eccezione in mezzo a tantissimi buoni pastori, ma un grosso problema a causa della visibilità loro donata dal web» [cf. QUI].

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Questo sproloquio, che peraltro annovera implicitamente il Padre Ariel S. Levi di Gualdo tra i cattivi pastori escludendolo di fatto dai «tantissimi buoni pastori», è inserito nel delicato contesto di quel rapporto ebraico-cristiano per dissertare sul quale sono richieste alte e profonde competenze bibliche, storiche e teologiche, non un gruppo che si definisce:

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«UCCR è solo un sito web, non ha sede, non ha statuto, non ha organico, non spaccia tessere e non batte cassa. Nasce il 2 febbraio 2011 come hobby di un gruppetto di universitari [cf. QUI] ai quali, in poco tempo, si uniscono altri amici conosciuti in rete».

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Per inciso, i burloni di questo blog casereccio che si definiscono niente meno che «Razionali», sorvolando sul fatto che ad esercitare il munus docendi ed il munus santificandi sono per Sacramento di grazia i cattivi pastori come Padre Ariel, dovrebbero spiegare in modo giust’appunto razionale in quali faccende sono invece affaccendati i «tantissimi buoni pastori» di loro conoscenza, a ben considerare che l’affluenza alla nostre chiese è in caduta libera, che la Santa Sposa di Cristo è oggi deturpata da una crisi morale e dottrinale senza precedenti storici, che i battesimi sono in vertiginoso calo assieme ai matrimoni ed ai Sacramenti della iniziazione cristiana, mentre sui confessionali sopravvissuti — ossia quelli che i «tantissimi buoni pastori» non hanno ancora messo in magazzino o venduti agli antiquari —, abbonda la polvere e crescono sopra le ragnatele. E lo sanno, questi razionali, qual è la Diocesi che detiene l’assoluto primato nazionale delle chiese vuote? Ebbene: è Roma. 

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Marrucine Asini, manu sinistra non belle uteris … [U.C.C.R. Unione Cretini Confermati e Riconosciuti]

Il gruppetto di universitari ed amici vari uniti nella rete, ignorano che il Padre Ariel S. Levi di Gualdo dette alle stampe 12 anni fa il libro Erbe Amare, il secolo del sionismo, in commercio per sei anni, diverse migliaia di copie vendute e considerato da studiosi di fama nazionale e internazionale una «pietra miliare sulla fenomenologia ebraica». In questo libro di 360 pagine con 520 note storico-scientifiche, la sezione centrale, pari a 120 pagine, è interamente dedicata alla figura di Pio XII, a cui riguardo l’Autore smonta con inconfutabili dati storici le polemiche ideologiche montate contro questo Sommo Pontefice da certi circoli ebraici che, come ampiamente dimostrato, sono risultati tutti quanti legati ai vari movimenti marxisti ed alle varie logge massoniche internazionali. Il libro è attualmente in fase di ristampa.

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Accomunare il Padre Ariel S. Levi di Gualdo ai membri della Fraternità di San Pio X o cosiddetti lefebvriani, è cosa invero grottesca. Infatti, questo presbìtero e teologo, ha ripetutamente indicato i lefebvriani come scismatici, di conseguenza come eretici, spiegando ripetutamente i loro errori, oltre a sollecitare in più occasioni i fedeli cattolici a non partecipare alle loro sacre celebrazioni ed a non ricevere da essi i Sacramenti, se non in caso di pericolo di vita, perché in questo caso persino un prete scomunicato e dimesso dallo stato clericale può amministrare validamente i Sacramenti [cann. 976; 986 §2; can. 883 n. 3].

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Marrucine Asini, manu sinistra non belle uteris … [U.C.C.R. Unione Cretini Confermati e Riconosciuti]

Riguardo il presbitero Alessandro Minutella, in un articolo addolorato firmato dai Padri de L’Isola di Patmos Ariel S. Levi di Gualdo e Padre Giovanni Cavalcoli [cf. QUI], i due teologi lo hanno pregato di ritornare sui propri passi. Poco dopo, Padre Ariel, non avendo ottenuto alcun effetto, lo ha amaramente indicato come un modello da non seguire, invitandolo a rinnovare la sua professione di obbedienza al Vescovo in comunione col Vescovo di Roma [cf. QUI].

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Indicare poi il Padre Ariel S. Levi di Gualdo come «nemico di Papa Francesco» nonché legato alla «eresia del tradizionalismo», denota due diverse forme di stoltezza: anzitutto non conoscere la devozione che questo presbìtero nutre verso il Successore di Pietro, quindi confondere la legittima critica rivolta a certe espressioni od a certe scelte pastorali del Romano Pontefice con quelli che invece sono i suoi atti di magistero, dinanzi ai quali ripetutamente, in quattro anni di attività pubblicista sulla rivista telematica L’Isola di Patmos, egli ha invitato alla dovuta obbedienza, perché «Se il Sommo Pontefice emana un motu proprio, il discorso è chiuso e non c’è proprio nulla su cui discutere, c’è solo da obbedire».

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Marrucine Asini, manu sinistra non belle uteris … [U.C.C.R. Unione Cretini Confermati e Riconosciuti]

Questi goliardici universitari che si palesano teologi, ecclesiologi e canonisti per hobby, si sono pertanto qualificati e squalificati con l’espressione «eresia del tradizionalismo», ignorando che i Santi Padri e Dottori della Chiesa, la traditio catholica l’hanno diffusa e difesa, alcuni sino allo spargimento del proprio sangue. Infatti, mutare la parola “tradizione” e “tradizionalismo” in accezione negativa sino ad usarla persino come sinonimo di eresia, equivale ad affermare autentiche assurdità, come quelli che usano in accezione negativa le parole “dogma” e “dogmatico”. Basterebbe infatti conoscere anche e solo superficialmente i documenti del Concilio Vaticano II per sapere quante volte i Padri della Chiesa riuniti in quella assise si richiamano e richiamano alla tradizione ed al rispetto della tradizione, variamente definita come «santa», come «sacra» e come «perenne».

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Poste queste premesse, i ragazzi del blog U.C.C.R rischiano di essere annoverati nella Unione dei Cretini Confermati e Riconosciuti, che vi preghiamo di prendere per ciò che sono, soprattutto per ciò che intellettualmente dimostrano di valere, in questa giungla telematica dove anche l’ultimo degli ignoranti, mettendo mano sulla tastiera di un computer dietro l’anonimato della rete, diviene un arrogante esperto di quelle discipline verso le quali noi, che pure abbiamo dedicato ad esse la vita e lunghi anni di studio, seguitiamo ad avere un approccio sempre basato sul sacro timore e sull’umile pudore, tanto ci sentiamo piccoli, limitati e profondamente inadeguati dinanzi ai grandi misteri della fede.

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dall’Isola di Patmos, 29 novembre 2018

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Si invitano infine gli “scienziati” del blog U.C.C.R. a smentire questa lectio sul piano prettamente e strettamente teologico, oppure a dichiarare in caso contrario che i Santi Vangeli e che i Beati Evangelisti hanno sbagliato

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La splendida intervista del Cardinale Gerhard Ludwig Müller e lo squallido silenzio indifferente della stampa “cattolica” di regime ridotta ormai ai tamburini della Pravda sovietica e di TeleKabul

— attualità ecclesiale —

LA SPLENDIDA INTERVISTA DEL CARDINALE GERHARD LUDWIG MÜLLER E LO SQUALLIDO SILENZIO INDIFFERENTE DELLA STAMPA “CATTOLICA” DI REGIME RIDOTTA ORMAI AI TAMBURINI DELLA PRAVDA SOVIETICA E DI TELEKABUL

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«Il primato del Papa è indebolito dai cortigiani e dai carrieristi alla corte papale — gli stessi di cui parlò già nel XVI secolo il noto teologo Melchior Cano — e non da chi consiglia il Papa con competenza e responsabilità».

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Autore
Redazione dell’Isola di Patmos

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due giganti della Baviera

Analizzando in che misura la stampa “cattolica” di regime somigli oggi a quella dei regimi dell’ex blocco sovietico in periodo di piena guerra fredda, si ricava l’impressione d’aver compiuto un triste salto all’indietro. Infatti, una clamorosa intervista come quella rilasciata dal Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Gerhard L. Müller, può essere fatta passare sotto silenzio solo adottando la stessa indifferenza con la quale i figli di papà rivoluzionar-comunisti del Sessantotto tacquero indifferenti quando durante la famosa Primavera i carri armati sovietici invasero Praga.

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Per molte di queste persone, sebbene iscritte da molti anni all’Albo dei giornalisti professionisti, non esiste più neppure il diritto-dovere di cronaca. E, se proprio debbono esercitarlo per lanciare un po’ di fumo negli occhi, si limitano a dissertare sulle ossa umane rinvenute sotto il pavimento della casa del portiere annessa alla nunziatura apostolica in Italia [cf. QUI], ben guardandosi dal disquisire su tutti gli scheletri che gli armadi della Domus Sanctae Marthae non riescono più neppure e contenere. Mentre per quell’augusta casa seguitano ad aggirarsi personaggi come Mons. Giovanni Battista Ricca, poiché il Dominus è talmente umile, ma talmente umile, che se sbaglia anche in modo imprudente e grossolano nello scegliere le persone, mai ammetterebbe di avere sbagliato, il tutto, ovviamente, per questioni di profonda umiltà.

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Proponiamo ai nostri Lettori l’intervista che il Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede ha rilasciato a LifeSite [testo originale QUI], gentilmente offerta in traduzione italiana dal giornalista Marco Tosatti sul suo blog personale Stilum Curiae.

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LifeSite — I vescovi americani hanno appena chiuso la loro assemblea autunnale a Baltimora, nel corso della quale è stato loro impedito di votare una risoluzione su una strategia riguardante il coinvolgimento episcopale nei casi di abuso sessuale — chi ha commesso gli abusi e chi ha omesso di prendere misure o ha insabbiato —, perché il Vaticano ha detto loro di fare così. Le nuove linee guida avrebbero previsto un codice di condotta e l’istituzione di un organismo di sorveglianza diretto da laici e incaricato di indagare sui vescovi accusati di condotte inappropriate. Molti cattolici in America attendevano iniziative concrete, e ora sono indignati. Pensa che la decisione sia stata saggia o crede invece che ai vescovi Americani si sarebbe dovuto consentire di adottare la loro strategie nazionali e istituire la commissione, così come hanno potuto fare i vescovi francesi il mese passato?

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Cardinale Gerhard Ludwig Müller — È necessario operare una netta distinzione, da un lato i crimini in materia di sessualità e le indagini condotte dalla giustizia secolare – di fronte alla quale tutti i cittadini sono uguali, perciò una legge valida solo per la Chiesa Cattolica rappresenterebbe una contraddizione nei sistemi legislativi degli stati democratici moderni – dall’altro i procedimenti canonici per il clero con i quali l’autorità ecclesiastica determina le sanzioni da comminarsi in caso di condotte che contraddicano diametralmente l’etica del consacrato. Il vescovo esercita su ogni religioso all’interno della sua diocesi una giurisdizione canonica che in alcuni casi speciali è condivisa con la Congregazione per la Fede a Roma, la quale a sua volta opera in forza dell’autorità pontificia. Se un vescovo non adempie alle proprie responsabilità, può essere chiamato a rispondere davanti al Papa. Le conferenze episcopali possono quindi stabilire linee guida che divengono strumenti preziosi nelle mani dei vescovi, quando nelle rispettive diocesi devono prevenire o perseguire. In mezzo a questa crisi americana dobbiamo mantenerci lucidi. Non ne usciremo certo adottando regole che consentono il linciaggio e favoriscano un clima di sospetto diffuso verso l’intero episcopato “romano”. Non credo sia una soluzione quella di lasciare il controllo ai laici con la spiegazione che i vescovi — come qualcuno crede — non siano in grado di provvedere con le proprie forze. Non supereremo le mancanze rovesciando la costituzione gerarchico-sacramentale della Chiesa. Caterina da Siena si rivolse con candore e instancabilmente alle coscienze dei Papi e dei vescovi, ma non ne prese il posto. Questa è la differenza con Lutero, a causa del quale soffriamo ancora la divisione della cristianità. Sarebbe importante se la conferenza episcopale americana si assumesse le proprie responsabilità con indipendenza e autonomia. I vescovi non sono impiegati soggetti alle direttive del Papa e non sono nemmeno, diversamente dall’esercito, generali chiamati a obbedienza assoluta verso il comando supremo. Piuttosto sono chiamati a farsi carico, insieme al successore di Pietro, quali pastori nominati da Cristo medesimo, della responsabilità della Chiesa Universale. Però si attendono che Roma sia al servizio dell’unità nella Fede e nella comunione dei Sacramenti. Questo è il momento di unire le forze per superare la crisi, piuttosto che di favorire polarizzazioni e compromessi, così che a Roma non ci sia rancore verso i vescovi americani e in America la gente non sia arrabbiata con Roma.

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— Una parte importante della discussione nel corso dell’incontro della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti d’America è stata dedicata ancora allo scandalo McCarrick; come è stato possibile che qualcuno come McCarrick abbia potuto salire i vertici della Chiesa Cattolica americana ed essere in grado di influenzare a tal punto Roma. Qual è il suo pensiero sul caso McCarrick e cosa dovrebbe imparare la Chiesa dall’esistenza di questa rete di omertà che ha circondato un uomo il quale, praticando l’omosessualità, seducendo seminaristi che dipendevano dalla sua autorità inducendoli quindi nel peccato e, soprattutto, abusando di minori, ha condotto un vita costantemente opposta alle leggi della Chiesa?

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Io non lo conosco quindi desidero astenermi dal giudicare. Mi auguro vi sia presto un processo canonico alla Congregazione per la dottrina della fede che faccia luce sui crimini sessuali commessi con giovani seminaristi. Quando ero Prefetto di questo Dicastero [2012-2017] nessuno mi ha mai riferito di questo problema, probabilmente per il timore di una reazione troppo “rigida” da parte mia. Il fatto che McCarrick, insieme alla sua cerchia e a una rete omosessuale, sia stato capace di portare scompiglio nella chiesa con metodi analoghi a quelli mafiosi, è connesso alla sottovalutazione del grado di depravazione morale che gli atti omosessuali tra adulti provocano. Se a Roma qualcuno avesse sentito riferire anche solo sospetti, avrebbe dovuto indagare e valutare la fondatezza della accuse, impedendo che McCarrick fosse promosso all’episcopato di una diocesi importante come Washington, evitando altresì di nominarlo cardinale della Santa Romana Chiesa. E poiché erano anche state pagate somme sottobanco [per evitare scandali n.d.t.] — ammettendo così la responsabilità di crimini con giovani uomini — ogni persona ragionevole si chiede come una tale persona possa essere stata consigliere del Papa nella nomina dei vescovi. Non so se questo corrisponda al vero, certo sarebbe necessario fare chiarezza. Un mercenario che aiuta a cercare buoni pastori per la chiesa del Signore — questo è incomprensibile. In questo caso, la Chiesa dovrebbe riferire pubblicamente sui fatti e sui legami tra i soggetti coinvolti, così come sul grado di consapevolezza da parte delle autorità ecclesiastiche; si potrebbe al tempo stesso pensare a un’ammissione di responsabilità per avere valutato in modo inadeguato persone e situazioni.

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— Nel corso degli ultimi cinque anni lei ha mai avuto notizia di casi nei quali all’allora Cardinale McCarrick fosse stata data ampia fiducia e incarichi in specifiche missioni da parte del Papa o del Vaticano?

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Come ho detto, io non ero informato di nulla. La Congregazione per la dottrina della fede era responsabile solo per i casi di abusi su minori, non per gli adulti, quasi che i reati in materia di sessualità commessi dal clero con un altro consacrato o con un laico non fossero anch’essi gravi violazioni della Fede e della santità dei Sacramenti. Ho sempre sottolineato come anche gli atti omosessuali compiuti da religiosi non possano mai essere tollerati; la morale sessuale della Chiesa non può essere relativizzata dall’accettazione secolare dell’omosessualità. Si deve poi distinguere tra la condotta peccaminosa occasionale, il reato e una vita trascorsa in un continuo stato di peccato.

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Uno degli aspetti problematici del caso McCarrick è che già nel 2005 e nel 2007 vi furono accordi legali con alcune vittime, ma l’Arcidiocesi di Newark — allora sotto l’arcivescovo John J. Myers — non informò il pubblico e nemmeno i propri sacerdoti. Trattenne quindi informazioni essenziali per coloro i quali lavorano ancora con McCarrick e si fidavano di lui. Lo stesso fece il Cardinale Joseph Tobin quando, nel 2017, divenne arcivescovo di Newark. Per quanto mi risulta né Myers né Tobin si sono scusati per le omissioni e per avere tradito la fiducia dei loro sacerdoti. Pensa che l’arcidiocesi avrebbe dovuto rendere pubblici gli accordi legali, specialmente dopo il 2002 quando la Carta di Dallas aveva chiamato a una maggiore trasparenza?

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In altri tempi, si credeva di poter risolvere casi complessi sommessamente e con discrezione. In questo modo il responsabile era messo in condizione di poter continuare ad abusare della fiducia del suo vescovo. Nella situazione odierna, i cattolici e il pubblico hanno il diritto morale di conoscere questi fatti. Non si tratta di accusare qualcuno, ma di imparare da questi errori.

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un problema di questa portata può essere risolto adottando nuove linee guida oppure è necessaria nella Chiesa una profonda conversione dei cuori?

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L’origine di questa crisi va individuata nella secolarizzazione della Chiesa e nella riduzione del sacerdote al ruolo di un funzionario. In ultima analisi è l’ateismo che si è diffuso nella Chiesa. Questo spirito malvagio dice che la Rivelazione riguardo a Fede e morale deve essere adattata al mondo, indipendentemente da Dio, così che Egli non possa più interferire in una vita condotta secondo le proprie voglie e i propri bisogni. Solo il 5% dei responsabili sono stati valutati come pedofili patologici. La gran parte di loro, a causa della propria immoralità, ha scientemente calpestato il sesto comandamento rifiutando in modo blasfemo la Santa Volontà di Dio.

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Cosa pensa dell’idea di istituire nuove norme canoniche che prevedano la scomunica dei preti colpevoli di abusi?

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La scomunica è una sanzione coercitiva che viene rimossa non appena il responsabile si pente. Nel caso di gravi abusi e di offese alla Fede e all’unità della Chiesa, dovrebbe essere decisa la riduzione permanente allo stato laicale, vale a dire la proibizione permanente di esercitare il sacerdozio.

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Il vecchio codice di diritto canonico del 1917 prevedeva pene chiare nei confronti dei preti coinvolti in abusi e anche dei preti omosessuali attivi. Queste sanzioni concrete sono in gran parte state rimosse dal codice nel 1983, che ora è meno preciso e non menziona nemmeno esplicitamente gli atti omosessuali. Alla luce della grave crisi originata dagli abusi, pensa che la Chiesa dovrebbe tornare a un sistema più rigoroso di sanzioni per tali casi?

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Si è trattato di un errore disastroso. Contatti sessuali tra persone dello stesso sesso contraddicono direttamente e completamente il senso e lo scopo della sessualità come stabilita sin dalla creazione. Sono il segno di istinti e desideri disordinati, della relazione interrotta tra l’uomo e il suo Creatore con la caduta nel peccato originale. Il prete celibe e il prete coniugato nel rito orientale devono essere i modelli per il gregge, al tempo stesso esempio della redenzione che coinvolge anche il corpo e le passioni fisiche. La donazione di sé, agape, fisica e spirituale a una persona del sesso opposto, e non il selvaggio desiderio di soddisfacimento, sono il senso e lo scopo della sessualità. Questo conduce alle responsabilità verso i familiari e i figli che Dio ci dona.

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Nel corso del recente incontro di Baltimora, il Cardinale Blase Cupich ha affermato che bisogna «distinguere» tra atti consensuali tra adulti e l’abuso dei minori, sottintendendo così che i rapporti omosessuali dei preti con altri adulti non sarebbero un problema importante. Cosa risponde a questo tipo di impostazione?

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Si può distinguere tutto – anche considerare se stessi dei grandi intellettuali –  ma non un peccato grave che esclude la persona dal Regno di Dio, almeno non può distinguerlo un vescovo che è vincolato al dovere di difendere la verità del Vangelo e non di esibire lo spirito dei tempi. Sembra essere giunto il tempo «in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» [cf. II Tim 4, 3].

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Nel suo lavoro di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ha avuto modo di visionare numerosi casi di abusi da parte di religiosi. È vero che la maggioranza delle vittime in questi casi sono adolescenti maschi?

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Oltre l’80% delle vittime di questi reati sono adolescenti di sesso maschile. Non si può concludere però che la maggioranza dei preti siano inclini alla fornicazione omosessuale, piuttosto che la maggioranza dei colpevoli hanno cercato, nel profondo disordine delle loro passioni, vittime di sesso maschile. Le statistiche del crimine ci dicono che la maggior parte dei responsabili nei casi di abusi sessuali sono gli stessi parenti delle vittime, persino genitori con i loro figli. Da questo non possiamo dedurre che la maggior parte dei padri siano inclini a commettere questi crimini. Dobbiamo sempre essere attenti a non generalizzare partendo da casi concreti, per non cadere nello tentazione dello slogan o del pregiudizio anticlericali.

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Se questa è la situazione — e lo studio sugli abusi sessuali condotto in Germania o il John Jay Report, riferiscono di numeri simili — la Chiesa non dovrebbe affrontare direttamente il problema della presenza di preti omosessuali?

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Dal mio punto di vista, non esistono uomini o preti omosessuali. Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina. Ma ci possono essere maschio e femmina con passioni disordinate. L’unione sessuale ha un posto solo nel matrimonio tra un uomo e una donna. Fuori c’è solo fornicazione e abuso della sessualità, sia con persone del sesso opposto che nella innaturale esacerbazione del peccato con persone dello stesso sesso. Solo chi ha imparato a controllarsi soddisfa i requisiti per l’ordinazione sacerdotale [cf. I Tim 3, 1-7].

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Al momento sembra esserci un problema nella Chiesa, all’interno della quale manca persino il consenso sul fatto che i preti omosessuali attivi abbiano una gran parte di responsabilità nella crisi legata agli abusi. Persino alcuni documenti vaticani parlano di «pedofilia», o di «clericalismo» come problemi principali. Il giornalista italiano Andrea Tornielli è arrivato a dire che McCarrick non aveva rapporti omosessuali, ma che esercitava il proprio potere sugli altri. Intanto abbiamo chi, come Padre James Martin, S.J, viaggia per il mondo — anche invitato al meeting mondiale delle famiglie in Irlanda — a promuovere l’idea di «Cattolici-LGBT» pretendendo addirittura di teorizzare l’omosessualità di alcuni santi. Questo per dire che è presente una forte spinta nella Chiesa che porta a minimizzare il carattere peccaminoso delle relazioni tra persone delle stesso sesso. Lei condivide e se condivide, come pensa si potrebbe — e dovrebbe — porre rimedio?

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Questa è la parte della crisi le cui cause nessuno vuole vedere, nascondendole con l’aiuto della retorica propagandata dalla lobby omosessualista. La fornicazione con adolescenti e adulti è peccato mortale e nessun potere umano sulla terra può dichiararla moralmente neutra. Questa è l’opera del demonio – contro la quale Papa Francesco spesso ci mette in guardia – dichiarare buono il peccato. «Alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, sedotti dall’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza» [cf. I Tim 4,1]. È infatti assurdo che improvvisamente le autorità ecclesiastiche utilizzino tipici slogan anticlericali giacobini, nazisti e comunisti per attaccare sacerdoti ordinati nel Sacramento. I preti sono investiti dell’autorità di proclamare il Vangelo e amministrare i Sacramenti di Grazia. Se qualcuno abusa della propria giurisdizione per raggiungere obiettivi egoistici, quel qualcuno non è eccessivamente clericale, al contrario, è anticlericale perché nega a Cristo la possibilità di operare attraverso di lui. L’abuso sessuale da parte del clero deve quindi chiamarsi anticlericale in massimo grado. Però è ovvio — e potrebbe essere negato solo da chi vuol essere cieco — che i peccati contro il sesto comandamento del Decalogo originano da inclinazioni disordinate quindi sono peccati di fornicazione che escludono dal Regno di Dio almeno fino a quando non vi sia pentimento ed espiazione, e non vi sia il fermo intendimento di evitare tali peccati nel futuro. Il tentativo di offuscare queste cose è un segno negativo di secolarizzazione della Chiesa. Si pensa come il mondo, non secondo la volontà di Dio.

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Al recente sinodo della gioventù a Roma si sono potute sentire voci dello stesso tenore. Lo instrumentum Laboris ha usato per la prima volta il termine LGBT, mentre il documento finale ha sottolineato la necessità di accogliere nella Chiesa rifiutando verso di loro ogni forma di discriminazione nei loro confronti. Questo genere di affermazioni non potrebbe minare la pratica costante della Chiesa di non consentire di impiegare omosessuali attivi per esempio nel ruolo di insegnanti in chiese cattoliche?

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L’ideologia LGBT è basata su una falsa antropologia che nega Dio come Creatore. Poiché essa è essenzialmente atea o al più sfiora appena il concetto cristiano di Dio, non può avere posto nei documenti della Chiesa. Questo è un esempio dell’influenza strisciante dell’ateismo nella Chiesa, responsabile da oltre mezzo secolo della grave crisi. Sfortunatamente esso continua a operare nella pensiero di alcuni pastori i quali, nel loro ingenuo convincimento di essere moderni, non si accorgono del veleno che essi stessi assumono ogni giorno e finiscono con l’offrire agli altri.

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Possiamo affermare oggi che tra le gerarchie della Chiesa cattolica esista una potente lobby gay ?

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Questo non lo so poiché queste persone con me non si espongono. Ma può essere che si siano sentiti compiaciuti nel sapermi lontano dalla Congregazione e dai casi di crimini sessuali specialmente con giovani adolescenti maschi.

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Recentemente lei ha rivelato che nel corso del suo mandato alla Congregazione per la dottrina della fede il Papa aveva istituito una commissione che avrebbe dovuto fornire consigli alla Congregazione su possibili sanzioni contro preti coinvolti in abusi. La commissione, però, era incline a un atteggiamento più morbido nei confronti dei preti coinvolti, diversamente da lei che avrebbe desiderato imporre, nei casi più gravi, la riduzione allo stato laicale, per esempio il caso del Reverendo Mauro Inzoli. Lo scorso anno — quando lei fu rimosso dalla sua carica alla Congregazione per la dottrina della fede — la rivista dei Gesuiti America rivelò che «un certo numero di cardinali aveva chiesto a Francesco di sollevare il Cardinal Müller dall’incarico perché in numerose occasioni aveva manifestato discordanza, o si era distaccato, dalle posizione del Papa ed essi vedevano in questo un indebolimento dell’ufficio e del magistero papale». Vede una possibile relazione tra i criteri severi da lei adottati nell’affrontare i casi di abusi commessi da religiosi e il gruppo di cardinali vicino al Papa che avrebbero desiderato un approccio più morbido? Se non è questo il caso, affermerebbe ancora di essere stato rimosso a causa della sua difesa ferma dell’ortodossia?

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Il primato del Papa è indebolito dai cortigiani a dei carrieristi alla corte papale — gli stessi di cui parlò già nel XVI secolo il noto teologo Melchior Cano — e non da chi consiglia il Papa con competenza e responsabilità. Se è vero che un gruppo di cardinali mi ha accusato davanti al Papa sulla base delle mie idee differenti, allora la Chiesa si trova in una situazione non buona. Se fossero stati uomini coraggiosi e retti, avrebbero parlato direttamente con me; avrebbero poi dovuto sapere che in quanto vescovo e cardinale, sono chiamato a presentare l’insegnamento della Fede cattolica, non a giustificare le varie opinioni private di un Papa. La sua autorità si estende sulla Fede rivelata della Chiesa Cattolica e non comprende le opinioni teologiche personali o dei suoi consiglieri. Forse mi si potrà accusare di interpretare Amoris Laetitia in chiave ortodossa, ma non possono affermare che io abbia deviato dalla dottrina Cattolica. Si aggiunga l’irritazione che si prova nel vedere persone prive di formazione teologica elevate al rango episcopale, le quali ritenendo di dover manifestare gratitudine al Papa manifestano un genere di sottomissione puerile. Forse avrebbero potuto scorrere le pagine del mio libro Il Papa, missione e mandato, la cui traduzione in italiano e inglese è in corso d’opera.  Allora si potrebbe discuterne a un livello adeguato. Il magistero dei vescovi e del Papa è sottoposto alla Parola di Dio come si trova nelle Sacre Scritture e nella Tradizione, e deve essere al Suo servizio. Non è cattolico credere che il Papa sia una persona che riceve la Rivelazione direttamente dallo Spirito Santo, e che può interpretarla in base ai suoi desideri mentre il resto dei fedeli devono seguirlo ciecamente e in silenzio. Amoris Laetitia deve assolutamente concordare con la Rivelazione, non dobbiamo essere noi a dover concordare con Amoris Laetitia, quantomeno non nelle interpretazioni eretiche che contraddicono la Parola di Dio. Sanzionare coloro i quali insistono su un’interpretazione ortodossa dell’enciclica come di qualsiasi altro documento magisteriale del Papa, sarebbe un abuso di potere.” Solo chi si trova in stato di Grazia può ricevere fruttuosamente la Santa Comunione. Questa verità rivelata non può essere sovvertita da nessuna potenza terrena e nessun cattolico potrà mai credere il contrario o essere costretto ad accettare il contrario.

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In retrospettiva, nel suo ruolo di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede a quali delle innovazioni proposte alla Chiesa si è opposto con più forza? Quale parte della sua testimonianza ha contributo maggiormente alla sua rimozione e al modo in cui essa è avvenuta, senza cioè che le fosse offerta una posizione alternativa all’interno del Vaticano?

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Non mi sono opposto ad alcuna innovazione o riforma. Perché riforma significa rinnovamento in Cristo, non adattamento al mondo. Le ragioni del mancato rinnovo del mio mandato non mi sono mai state comunicate. Questo è insolito perché normalmente il Papa conferma tutti i Prefetti nelle loro posizioni. Non conosco ragioni possibili che potrebbero essere ipotizzate senza cadere nel ridicolo. In fondo non si può credere, contrariamente a quanto ha creduto Papa Benedetto, che Müller manchi di sufficiente preparazione teologica, che non sia ortodosso, o sia negligente  nel perseguire i crimini contro la fede in caso di abusi sessuali. Per questo si preferisce tacere e lasciare ai media di orientamento liberale e progressista il compito di commentare malevolmente.

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Attualmente alcuni osservatori confrontano la sua rimozione dall’importante posizione in Vaticano — certamente dovuta anche alle sua rispettosa resistenza riguardo ad Amoris Laetitia con il trattamento accondiscendente ricevuto da altri come il Cardinale e McCarrick. Ancora oggi non è stato ridotto allo stato laicale, nonostante la sua condotta criminale. Sembra quindi che coloro i quali hanno tentato di preservare l’insegnamento cattolico su famiglia e matrimonio così come è stato trasmesso sono messi da parte, mentre coloro i quali sono a favore di innovazioni in questo campo della morale, sono trattati con mitezza o addirittura promossi, si pensi al Cardinal Cupich e Padre James Martin. Ha un commento su questo?

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Chiunque può formarsi un’idea sui criteri secondo i quali alcuni sono promossi e protetti, mentre altri sono combattuti ed eliminati.

 

 

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Sempre nel merito di questa  apparente soppressione dei religiosi ortodossi e la promozione di rappresenti progressisti, Padre Ansgar Wucherpfennig S.J. ha appena ricevuto dal Vaticano il permesso di ritornare alla posizione di rettore della facoltà gesuita di Francoforte, nonostante egli sostenga e promuova l’ordinazione della donne e la benedizione per le coppie dello stesso sesso. Gli è stato persino chiesto di pubblicare i suoi articoli a riguardo. Come valuta questo ulteriore sviluppo?

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Questo è un esempio di come le autorità della Chiesa di Roma stiano danneggiando se stesse e di come la chiara competenza ed esperienza della Congregazione per la dottrina della fede sia messa da parte. Se questo sacerdote ritiene che la benedizione delle relazioni omosessuali sia il risultato della sviluppo della dottrina, e continua il suo lavoro in questa direzione, siamo di fronte a null’altro che alla presenza di un pensiero ateo nella Cristianità. Egli non nega l’esistenza di Dio sul piano teorico, ma lo rinnega in quanto fonte della morale, presentando alla stregua di una benedizione ciò che invece agli occhi di Dio è peccato. Il fatto che il Sacramento del Sacro Ordine possa essere riservato solo alle persone di sesso maschile non è il risultato di circostanze culturali o di una legislazione della Chiesa positiva quindi modificabile. Esso è fondato nella natura di istituzione divina del Sacramento, così come la natura del Sacramento del matrimonio richiede la differenza tra i due sessi.

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Dal suo punto di vista, ritiene che la Chiesa Cattolica sia prossima a raggiungere il controllo della questione legata agli abusi adeguato e coerente, e abbia trovato le soluzioni giuste? Altrimenti quale pensa sia stato il maggior ostacolo al sostanziale miglioramento della situazione? Come può la Chiesa tornare a rappresentare un’istituzione credibile agli occhi delle famiglie cattoliche?

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L’intera Chiesa, con i suoi sacerdoti e vescovi, deve compiacere Dio più dell’uomo. La nostra salvezza  è l’obbedienza nella Fede.

 

Pubblicato da L’Isola di Patmos, 24 novembre 2018

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Dalle partite di calcio al Santo Vangelo: il comandamento più difficile è quello di amare i propri nemici

catechesi & pastorale —

DALLE PARTITE DI CALCIO AL SANTO VANGELO: IL COMANDAMENTO PIÙ DIFFICILE È QUELLO DI AMARE I PROPRI NEMICI

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I nemici che dobbiamo amare, possono essere i terroristi dell’Isis, i massoni, i mafiosi o i falsi progressisti. Tanto per citarne qualcuno. Un nemico che è una persona ma che sprigiona una violenza, ideologica e fisica, contro il nostro essere fedeli alla Chiesa di Gesù Cristo.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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tefferugli degli hooligans

Nel Vangelo di San Matteo troviamo il celebre monito che ci esorta ad amare i nostri nemici:

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«… avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» [Mt 5, 43-48].

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Prima di diventare frate ho sempre avuto diversi hobby di natura artistica e sportiva. Da sempre ho amato il calcio e l’ho anche praticato fino a quando non sono entrato nell’Ordine dei Predicatori. Ricordo un episodio legato al mondo del calcio, che mi ha molto stupito. Avvenne durante una partita di un campionato di Serie B.

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Le tifoserie di Ternana e Perugia, data la vicinanza geografica, ordinariamente non si amano. Quando le loro squadre si incontrano, i rispettivi supporters generano sempre incidenti e tafferugli e c’è bisogno delle forze dell’ordine per evitare il peggio. Durante una di queste partite, ci furono degli scontri. Un tifoso perugino si trovò riverso a terra, pronto per essere linciato dagli avversari. Ma in quel momento giunse una ragazza ternana che lo abbracciò e gli mise al collo una sciarpa della propria squadra. In questo modo, salvò l’avversario dal prendere tante botte. Non si seppero mai i nomi dei protagonisti di questa storia. Eppure, questo episodio, mi portò a riflettere sul tema dell’amore dei nemici.

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Anche il brano che ho scelto di meditare oggi su L’Isola di Patmos torna su questo tema: Amate i vostri nemici! Per me, esso rappresenta il nucleo centrale del messaggio di Gesù sull’amore. La richiesta che il Signore esprime nei confronti dei suoi ascoltatori sembra veramente impossibile. Infatti, il greco evangelico esprime questo amore con ἀγάπαω [agapao], che assurge a verbo tipico dell’amore del Cristianesimo. Un amore, cioè, che porta a donare tutto sé stesso al servizio del prossimo.

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In questo passaggio del Vangelo di San Matteo, la agapé [ἀγάπη] è portata alle sue massime conseguenze. Occorre però stare attenti alla distinzione che il Nuovo Testamento pone nei confronti del termine nemico. C’è infatti il temibile Nemico di cui parla San Paolo: il Diavolo. Vari sono i riferimenti che San Paolo fa al Diavolo, uno di questi in una delle lettere indirizzata al discepolo Timoteo, proprio laddove illustra quelli che devono essere i requisiti del vescovo [cf. I Tm 3,6].

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È impossibile pregare e donarsi per il Diavolo. Gesù non chiede di donarci per lui. Il Diavolo sin dal momento della sua creazione ha fatto una professione eterna di disobbedienza a Dio ed a tutto il creato. Stupende sono le parole del Faust di Marlowe, in cui Mefistofele, un diavolo, afferma:

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«Sono lo spirito che nega continuamente: ho ragione; perché quello che sussiste è degno di essere distrutto: e sarebbe stato pur meglio che nessuna cosa fosse mai uscita ad esistenza. Or dunque tutto ciò che voi uomini dite peccato, distruzione, quel che in somma chiamate male, è mio  elemento speciale».

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Il Diavolo odia profondamente e continua a odiare in primo luogo tutto il creato. E in primo luogo noi, religiosi. Ci odia perché vede nella nostra professione d’obbedienza a Dio una opposizione diretta a lui. Il Diavolo, che è il grande divisore, continua e continuerà a istigare le sue suggestioni degeneri: il relativismo, i totalitarismi, il modernismo, il falso progressismo … tanto per citarne alcuni. Ma, accanto al Diavolo, vi sono altri nemici: gli uomini. A questi uomini-nemici si riferisce il Signore quando ci chiede di amarli. Così, se si decide di amare, occorre amare tutta l’umanità.

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L’amore che Cristo chiede a noi, sua Chiesa, è un amore universale. Non è quindi un caso se la Chiesa di Cristo si chiama Chiesa Cattolica, ossia: universale. Ricordiamo per inciso che il termine “cattolica” deriva dal greco κατα ολων [kata olon], una categoria neoplatonica del filosofo Plotino che con essa indica «secondo il tutto». Questa definizione non era di tipo spaziale-geografico ma di tipo qualitativo. Infatti, per i primi grandi Padri della Chiesa, essere o divenire cattolici voleva dire che «nulla è umano».

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Nella dimensione cristiano cattolica è quindi necessario amare i propri nemici ed essere al di sopra di una delle mode del tempo attuale: la moda della vendetta. O anche un’altra delle mode che purtroppo ha infettato alcuni cattolici che si riferiscono di altri cattolici come nemici usando verso di questi espressioni come «li aspettiamo al varco, preghiamo Dio che muoiano presto» e “delicatezze” simili … 

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Siamo nella Chiesa Cattolica o nel Colosseo come gladiatori? È forse questo l’atteggiamento che Gesù ci ha chiesto e continua a chiederci di avere? Pertanto, i nemici che dobbiamo amare, possono essere i guerriglieri dell’Isis, i massoni, i mafiosi o i falsi progressisti. Tanto per citarne qualcuno. Un nemico che è una persona ma che sprigiona una violenza, ideologica e fisica, contro il nostro essere fedeli alla Chiesa di Gesù Cristo.

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Com’è possibile amarli? Solo con uno sguardo sub specie aeternitatis è possibile cogliere con pienezza l’insegnamento di Cristo. Gesù ci dice amate i vostri nemici e sarete figli di Dio, e sarete perfetti.

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Nella nostra offerta incessante di preghiera per loro, proveremo a convertirli, a renderci figli di Dio per loro. Figli di Dio per quelli che ci odiano. Essere perfetti come il Padre nostro nei cieli, implica mostrare Dio sul proprio volto al nemico, come stanno facendo i martiri di oggi. Allo stesso tempo significa accogliere ciò che Dio sta permettendo nell’azione del nostro nemico. Basti pensare agli effetti cruenti della Passione. I centurioni provocano violenza e morte su Gesù. Gesù lo permette e allo stesso tempo si dona a loro. L’effetto è la stessa redenzione di quei romani pagani.

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Se davvero allora vogliamo essere, con la grazia di Dio, suoi consacrati, ed un giorno futuri sacerdoti, non possiamo esimerci dal comandamento dell’amore per i nemici. Davvero allora saremo sale della terra [cf. Mt 5, 13-16] ogni atto di inimicizia si schiuderà in un’unica preghiera universale verso il Dio morto sulla croce per amore.

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È nella nostra essenza di frati domenicani, essere infine croce da cui sgorga amore. Altrimenti, la prostrazione a croce che abbiamo fatto il giorno della nostra professione, rischia di essere solamente un’azione teatrale. Uno splendido atto scenico. Saremo stati perfetti attori, che detta in greco equivale a perfetti ipocriti [dal greco ὑποκριτής, hypokritēs, deriva la parola attore].

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A ognuno di noi sta di scegliere se aver professato da hypokritēs o da veri figli di Dio e, per quanto mi riguarda, da figli di San Domenico, consacrati per Cristo nei diversi stati di vita.

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 Gesù dolce, Gesù amore! [cf. Santa Caterina da Siena]

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Roma, 17 novembre 2018

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Cambia il Padre Nostro per volere del Sommo Pontefice, mentre c’è chi prega che il Padre Nostro cambi lo stile di governo del Sommo Pontefice

— attualità ecclesiale —

CAMBIA IL PADRE NOSTRO PER VOLERE DEL SOMMO PONTEFICE, MENTRE C’È CHI PREGA CHE IL PADRE NOSTRO CAMBI LO STILE DI GOVERNO DEL SOMMO PONTEFICE

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Dinanzi ad una decadenza morale e dottrinale senza precedenti come quella che stiamo vivendo, pare che qualcuno non abbia trovato di meglio da fare che usare una parola del Pater Noster e l’apertura del Gloria come delle armi di dissuasione di massa …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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…merita sempre avere un buon dizionario

La Conferenza Episcopale Italiana ha stabilito — ovviamente nella piena, totale, collegiale e sinodale libertà dei figli di Dio —, la modifica della Preghiera del Padre Nostro nella nuova edizione del Messale Romano [cf. QUI], dove la frase «non indurci in tentazione» diventa «non abbandonarci alla tentazione». Volendo, avrebbero potuto usare l’espressione «e non esporci alla tentazione», però, alla “esposizione” in uso presso le Comunità Evangeliche Valdesi, hanno preferito una espressione di “abbandono”, forse valutando che mai, come in questa nostra epoca, ci siamo abbandonati a noi stessi. La sostanza resta però la stessa: i Cattolici, come i Protestanti, hanno mutata un’espressione che affonda le proprie radici nei testi più antichi, come tra poco vedremo. E i primi, come i secondi, hanno entrambi rivendicato: il ritorno alle autentiche origini dei testi.

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Il Padre della Chiesa Tertulliano [Cartagine 155 – Cartagine 227], spiega che il Padre Nostro, la Preghiera che il Verbo di Dio stesso ci ha insegnato [cf. Mt 11, 1] «è la sintesi di tutto il Vangelo». Questa affermazione dovrebbe indurre quanto meno all’uso della totale cautela nel toccare anche un solo sospiro di questo testo.

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Per quanto riguarda la frase “incriminata” che recita: «et ne nos inducas in tentationem» [e non ci indurre in tentazione], nel discorso n. 57 dedicato al Passo del Beato Evangelista Matteo [cf. Mt 6, 9-13], il Santo Dottore della Chiesa Agostino Vescovo d’Ippona è molto chiaro ed esaustivo nello spiegare che Dio non può compiere il male, però permette che esso operi attraverso Satana e con lui gli Angeli caduti che lo realizzano. Certo, Dio non tenta nessuno verso il peccato, però permette che le forze del male inducano i cristiani a cadere in esso. Tutto questo, è racchiuso nel principio stesso della creazione, presupposto fondante della quale sono la libertà ed il libero arbitrio dell’uomo. Altrettanto illuminante commento al Pater Noster ed alla frase “incriminata” ci è stato donato dal Santo Dottore della Chiesa Tommaso d’Aquino, che ricalcando in buona parte l’Ipponate afferma: 

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«Dio induce forse al male, quando ci fa dire “non ci indurre in tentazione”? Rispondi che si dice che Dio induce al male nel senso che Egli lo permette, giacché a causa dei suoi numerosi peccati precedenti sottrae l’uomo alla grazia, venuta meno la quale cade nel peccato» [ San Tommaso d’Aquino, Commento al Padre nostro, 6].

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…merita sempre avere un buon dizionario

Prima dell’Ipponate e dell’Aquinate, un altro Padre della Chiesa, il Santo Vescovo Cipriano di Cartagine [Cartagine 210 – Cartagine 258], spiega che Dio può dare il potere al Demonio in due modi: per il nostro castigo, se abbiamo peccato, oppure per la nostra glorificazione, se invece accettiamo la prova. E questo, spiega il Santo Vescovo e Dottore [cf. Patrologia latina del Migne – Vol. IV Cyprianus carthaginensis De oratione dominica], fu ad esempio il caso di Giobbe: «Ecco, tutto quanto gli appartiene io te lo consegno; solo non portare la mano su di lui» [Gb 12, 1]. Il Signore stesso, nel momento della sua passione, dice: «Non avresti su di me nessun potere se non ti fosse stato dato dall’alto» [cf. Gv 19, 11]. Quando dunque preghiamo per non entrare in tentazione, ci ricordiamo della nostra debolezza, affinché nessuno si consideri con compiacenza, nessuno si inorgoglisca con insolenza, nessuno si attribuisca la gloria della sua fedeltà o della sua passione, allorché il Signore stesso ci insegna l’umiltà quando dice: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è ardente, ma la carne è debole» [Mc 14, 38].

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Un altro grande Padre della Chiesa, Origene [Alessandria 185 – Tiro 254], per commentare il «et ne nos inducas in tentazionem» parte dal Beato Apostolo Paolo che scrivendo agli abitanti di Corinto afferma:

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«Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» [ I Cor 10, 13].

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Chiarisce così Origene:

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«Che significa dunque il comando del Salvatore di pregare a non indurci in tentazione, dal momento che Dio stesso quasi ci tenta? Dice infatti Giuditta, rivolgendosi non soltanto agli anziani del suo popolo, ma a tutti quelli che avrebbero letto queste parole: “Ricordatevi di quanto operò con Abramo e quanto tentò Isacco e tutto quello che accadde a Giacobbe che pasceva in Mesopotamia di Siria il gregge di Laban, fratello di sua madre; poiché non come purificò costoro per provare il loro cuore, Colui — il Signore — che flagella per emendarli quelli che gli si avvicinano, castigherà anche noi”. Anche Davide, quando dice: “Molte sono le afflizioni dei giusti”, conferma che questo è vero per tutti i giusti. L’Apostolo, a sua volta, negli Atti dice “perché attraverso molte tribolazioni dobbiamo entrare nel regno di Dio” [At 14, 22]» [Origene, Commento al Padre Nostro].

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Non è comunque da escludere che in un vicino futuro, una squadra di esegeti provveda quanto prima a cambiare anche la pagina del Vangelo del Beato Evangelista Matteo che narra del Demonio che tenta l’uomo Gesù nel deserto [cf. Mt 4, 1-11], dove il Divino Figlio non si è rivolto al Divino Padre domandando: «E non abbandonarmi alla tentazione», posto che il Creatore permise che Satana lo inducesse in tentazione.

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Dovranno poi intervenire i biblisti per riscrivere e attualizzare anche vari passi biblici secondo le direttiva della nuova gestione e secondo la «rivoluzione epocale» in corso, visto che Dio ci mette alla prova e ci rafforza permettendo che noi fossimo tentati. Non possiamo infatti dimenticare che l’uomo è immerso nelle tentazioni sin dalla sua caduta con la conseguente entrata nella scena del mondo e dell’umanità del peccato originale. Leggiamo infatti nei testi vetero testamentari: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione» [Sir 2,1]. Ma soprattutto è bene ricordare che la Chiesa, in documenti non certo sospetti, giacché si tratta di una delle costituzioni del Concilio Vaticano II, da molti ritenuto il concilio dei concili, ricorda che la tentazione è legata al valore di quella libertà che nell’uomo è il «segno altissimo dell’immagine divina» [Gaudium et spes, 8].

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Un altro testo da correggere è sicuramente quello della Lettera agli Ebrei laddove l’Autore, riprendendo la letteratura dei Salmi, spiega in che modo gli stessi uomini osarono di tentare Dio:

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non indurite i vostri cuori
come nel giorno della ribellione,
il giorno della tentazione nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova,
pur avendo visto per quarant’anni le mie opere [Eb 3, 8-9].

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Proviamo allora ad andare alla fonti più antiche, perché da mezzo secolo a questa parte siamo spettatori e vittime delle gesta e delle varie «rivoluzioni» di coloro che vogliono tornare alle origini. Più volte ho spiegato nei miei scritti che certi teologi, col pretesto di origini che in verità non sono mai esistite nella storia antica, vogliono invece imporre il proprio pensiero moderno. Ma se di origini vogliamo parlare, allora basterà dire che la Preghiera del Padre Nostro, nell’antico ed originario testo aramaico, recita:

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La frase “incriminata” proclama alla lettera testuali parole: «e non portarci in tentazione».

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Quando dall’originale testo il Pater Noster fu tradotto dall’aramaico al greco, per evitare di caricare la frase con una lunga perifrasi è usato soltanto un verbo che significa “indurre” o “far entrare”:

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E se il greco non è un’opinione, la frase “incriminata” tradotta alla lettera recita proprio: «Non ci indurre in tentazione». Da questi due testi nasce la terza traduzione, quella latina, del tutto aderente e fedele al testo originale greco:

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Pater Noster qui es in cælis: 

sanctificetur nomen tuum;

adveniat regnum tuum;

fiat voluntas tua, 

sicut in cælo, et in terra.

Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;

et dimítte nobis debita nostra, 

sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;

et ne nos inducas in tentationem,

sed libera nos a malo.

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Agli amanti dei ritorni alle origini va ricordato che la frase “incriminata” «Non ci indurre in tentazione», deriva dal greco εἰσενέγκῃς, da cui la fedele traduzione latina inducas, che nella lingua italiana è altrettanto fedelmente tradotta con indurre. Detto questo è d’obbligo e di rigore chiedersi: si rendono conto gli amanti del ritorno alle autentiche origini, che, stando così le cose, questo “errore” oggi finalmente corretto, risale ai tempi delle prima epoca apostolica?

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Se i testi patristici conosciuti da secoli sono quelli tutt’oggi noti, se le lingue antiche e le loro traduzioni fedeli sono quelle che sono, ecco allora che ciascuno, senza essere indotto ad alcuna tentazione, può trarre da se stesso le proprie conclusioni, dato che in nome di un non meglio precisato ritorno alle origini si è alterato quell’originale che è tale sin dalle aramaiche e greche origini più remote, ed è tale prima del latino e molto prima delle attuali lingue moderne.

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…merita sempre avere un buon dizionario

Il problema che forse si cela dietro a questa ennesima querelle, temo che abbia poco di teologico e molto di socio-politico, il tutto con delle strategie più o meno limpide. O per meglio spiegare il problema: la Chiesa Cattolica sta vivendo il periodo forse più tragico della propria intera storia. Siamo in un clima di grande decadenza dottrinale dal quale ha preso vita una profonda crisi morale, perché la crisi morale, nella Chiesa nasce sempre da una crisi dottrinale. Non occorre ricordare che ormai non passa giorno, senza che qualche vescovo o prete non salti agli onori delle cronache per scandali quasi sempre molto gravi. La decadenza e la crisi morale, dal Collegio Sacerdotale ha finito per infettare il Collegio Episcopale, ed appresso il Collegio Cardinalizio. La nostra crisi di credibilità spazia ormai tra il tragico ed il comico-grottesco. È quindi singolare che in un momento senza precedenti storici come quello che stiamo vivendo, non si trovi di meglio da fare che ritoccare le parole del Pater Noster e del Gloria.

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Questa vicenda ricorda la storia del dittatore Saddam Hussein accusato di nascondere arsenali d’armi di distruzione di massa. Quelle armi non furono mai trovate, però, con tutte le implicazioni politico-economiche che ne seguirono, si sono avute due guerre nel Golfo che hanno destabilizzato gli assetti politici ed economici. Così, poco dopo, si cominciò a parlare di … armi di dissuasione di massa.

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Dinanzi ad una decadenza morale e dottrinale senza precedenti come quella che stiamo vivendo, pare che taluni non abbiano trovato di meglio da fare che usare una parola del Pater Noster e l’apertura del Gloria come delle armi di dissuasione di massa, convinti e sicuri che nessuno avrebbe mai capito e scoperto il loro gioco …

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καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν

et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo.

E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

Amen !

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dall’Isola di Patmos, 16 novembre 2018

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Una spiegazione al «non ci indurre in tentazione» del teologo domenicano Giuseppe Barzaghi [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

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È DISPONIBILE IL LIBRO DELLE SANTE MESSE DE L’ISOLA DI PATMOSQUI

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Riflessione sull’onestà morale del linguaggio: la Chiesa ha da sempre una propria lingua chiara e precisa

RIFLESSIONE SULL’ONESTÀ MORALE DEL LINGUAGGIO: LA CHIESA HA DA SEMPRE UNA PROPRIA LINGUA CHIARA E PRECISA

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La Chiesa, con lavorìo di secoli, grazie alle opere della teologia scolastica che hanno approfondito la dottrina della fede, ha elaborato un vocabolario tecnico della teologia e della dottrina cattolica, confluito in alcune delle formule dogmatiche. Questo vocabolario, per la sua perfezione, perspicuità e precisione, in linea di massima non conviene mutarlo.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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immagini, comunicazione e linguaggio …

La Chiesa è una societas che ha un suo preciso linguaggio. Il linguaggio è questione molto delicata che impegna in modo serissimo il prestigio, l’onestà e la credibilità dei pastori, dei teologi e dei predicatori del Vangelo. Quando infatti si tratta della Parola di Dio, della Scrittura, della Tradizione, del dogma, della dottrina, della predicazione, della cultura cattolica, della formazione, dell’opera evangelizzatrice e missionaria, della pratica sacramentaria e liturgica, dell’esegesi biblica, della critica teologica e della formazione morale e teologica del clero, in gioco è la salus animarum, pertanto è sacro dovere di usare un linguaggio assolutamente chiaro, limpido e onesto, tale da evitare strumentalizzazioni, equivoci o fraintendimenti, un linguaggio esente da qualunque piaggeria o compromissione nei confronti del linguaggio mondano. 

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Con tutto ciò non si può di certo evitare il problema ermeneutico, se è vero che esso si pone anche per interpretare le stesse parole luminose e misteriose di Cristo, Luce del mondo. Ma ecco che qui è essenziale l’opera del Magistero, col suo proprio linguaggio. A tal riguardo è quindi da deplorare la banalizzazione, per non dire la corruzione di questo linguaggio in documenti attuali della Chiesa a causa dell’inserimento scriteriato nel linguaggio ecclesiale, nell’ambito della dottrina e della pastorale, di parole ad esso estranee, tratte dalla mentalità mondana,  quindi fuorvianti, o quanto meno ambigue ed improprie.

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Si tratta di un fraintendimento del rinnovamento del linguaggio ecclesiale promosso dal Concilio Vaticano II. Ciò precisando che il Concilio si fece giustamente promotore di un aggiornamento ed ammodernamento del linguaggio ecclesiale, al fine di renderlo più comprensibile e più attraente per gli uomini del nostro tempo, onde veicolare più efficacemente le immutabili verità della fede e renderle più credibili, superando e abbandonando certe espressioni, formule, linguaggi e modi dire ritenuti sorpassati e antiquati, o non più comprensibili o accettabili dall’uomo d’oggi. Lo stesso linguaggio del Concilio è ispirato a questo principio e si sforza di metterlo in pratica. Così molte espressioni nuove, prese dal linguaggio corrente moderno, sono indubbiamente indovinate ed hanno avuto un meritato successo.

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Occorre però tener presente che un linguaggio può essere più o meno perfetto, più o meno appropriato, più o meno adatto ad esprimere ciò che si deve comunicare. La Chiesa, con lavorìo di secoli, grazie alle opere della teologia scolastica che hanno approfondito la dottrina della fede, ha elaborato un vocabolario tecnico della teologia e della dottrina cattolica, confluito in alcune delle formule dogmatiche. Questo vocabolario, per la sua perfezione, perspicuità e precisione, in linea di massima non conviene mutarlo, se non con somma prudenza e per gravi motivi, evitando col pretesto di facilitare la comprensione del contenuto di fede, riconoscendo comunque che tutto sommato, i modi del linguaggio, non sono immutabili, ma evolvono per vari motivi culturali, sociali e psicologici nel corso della storia.

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Purtroppo, a un certo punto si è verificato un grave equivoco che, col pretesto di mutare ed aggiornare il linguaggio, si è finito in molti casi per mutare e deformare o abolire certi concetti della fede, cadendo in quello che fu già l’errore modernista condannato dal Santo Pontefice Pio X. Caso noto ed esemplare di questo equivoco è la posizione di Edward Schillebeeckx [1], il quale confonde il concetto di fede col linguaggio, sicché, mutando il linguaggio, viene a mutare il concetto.

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Edward Schillebeeckx ha ragione nel sostenere che il dato di fede si può concepire ed esprimere in diversi tipi di linguaggio e secondo diversi «modelli interpretativi» e che una data formula dogmatica divenuta meno espressiva, può essere in  qualche modo mutata, al fine di esprimere meglio il medesimo dato di fede in quel dato tempo e in quella data cultura. Ma il guaio è che per Schillebeeckx il dato rivelato o di fede non è contenuto nel concetto dogmatico, che per lui è mutevole e relativo, ma in una cosiddetta «esperienza atematica pre-concettuale», della quale il concetto dogmatico non sarebbe che un’opinabile, passeggera e soggettiva interpretazione, fosse pure la dottrina della Chiesa.

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L’errore di Schillebeeckx è quello di credere che il concetto sia una forma di linguaggio, per cui, come si può significare una medesima cosa con linguaggi diversi, egli crede che sia possibile e doveroso significare il medesimo dato rivelato o mistero di fede con concetti diversi. Ma questo è falso, perché ogni concetto rappresenta quella data cosa e ad un cosa corrisponde solo il suo concetto, per cui, cambiando il concetto, la  cosa non può essere stessa, ma cambia.

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Ma veniamo alla proposta del Concilio, che prescrive sì un nuovo linguaggio per esprimere e spiegare le medesime immutabili verità di fede, ma non muta i concetti della fede, che possono continuare ad essere espressi in concetti scolastici, come avevano fatto i Concili precedenti. Il Concilio, pertanto, usa un linguaggio moderno; ma è chiaro che nel sottofondo c’è il tradizionale linguaggio scolastico, che ogni tanto emerge, tanto che il Concilio arriva addirittura a raccomandare, com’è noto, il pensiero di San Tommaso d’Aquino.

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Il Concilio propone quindi un linguaggio che sintetizza quello scolastico con quello moderno. Raccoglie i vantaggi che provengono dall’uno e dall’altro: l’autorevolezza, la dignità, la formalità, l’esattezza, la precisione, la specificità e la sottigliezza del linguaggio scolastico e l’odierna comprensibilità; la popolarità, la facilità, l’immediatezza, la duttilità, l’efficacia e la pastoralità del linguaggio moderno.

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Il compito che oggi si impone alla predicazione ecclesiale è quello di mantenere questo metodo proposto dal Concilio, senza cedere: da una parte, alla tentazione di tornare ad uno scolasticismo inutilmente sottile e lontano dal modo di pensare e di esprimersi del nostro tempo; dall’altra, senza cedere alla tentazione di abbandonare la Scolastica, lasciandosi infettare da quei modi espressivi moderni che risentono degli errori della modernità, o meglio del Modernismo.

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Il buon pastore si sforza da una parte di rendersi comprensibile al popolo con modi espressivi a lui familiari ed esempi adatti ai contenuti di fede da trasmettere, mentre si prende cura di educare il popolo alla comprensione ed alla familiarità con quei termini scolastici che maggiormente la Chiesa usa per la spiegazione del dogma e della Parola di Dio.

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Varazze, 11 novembre 2018

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NOTE

[1] Cf il mio articolo Il criterio di verità in Schillebeeckx, in Sacra Doctrina, 2, 1984, pp.188-205; Voce EDWARD SCHILLEBEECKX, nel DIZIONARIO ELEMENTARE DEL PENSIERO PERICOLOSO, Istituto di Apologetica, Milano, 2016; EDWARD SCHILLEBEECKX. UN CONFRATELLO ACCUSA, Edizioni Chorabooks di Aurelio Porfiri, Hong Kong 2016.

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Le trovate dell’ultimo Sinodo: incaricare le mignotte di dare la patente di castità alle monache di clausura?

— il cogitatorio di Ipazia —

LE TROVATE DELL’ULTIMO SINODO: INCARICARE LE MIGNOTTE DI DARE LA PATENTE DI CASTITÀ ALLE MONACHE DI CLAUSURA?

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Nel corso dell’ultimo Sinodo, pare che i giovani si siano mostrati a tal punto  turbati per le attività di informazione e di critica di certi siti e blog, tanto da chiedere la istituzione di un apposito ufficio che certifichi i siti cattolici, dando quindi ad essi patente di autentica cattolicità.

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Autore
Ipazia gatta romana

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Nella ricorrenza dei defunti, una riflessione sulla Chiesa Cattolica come pellegrina di speranza

catechesi & pastorale —

NELLA RICORRENZA DEI DEFUNTI, UNA RIFLESSIONE SULLA CHIESA CATTOLICA COME PELLEGRINA DI SPERANZA

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Il punto di incontro fra la Chiesa terrena pellegrinante, noi mortali, e la Chiesa  Celeste trionfante costituita dai Santi in Paradiso, è la Chiesa purgante, cioè le   anime del Purgatorio che si stanno preparando alla visione beatifica. Proprio per questo possiamo approfondire e vedere qual è il rapporto fra la Chiesa e la Morte.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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L’Isola di Patmos è lieta di presentare ai Lettori un suo nuovo Autore, il teologo romano Gabriele Giordano Scardocci, dell’Ordine dei Frati Predicatori, giovane confratello del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli e co-fondatore di questa nostra rivista telematica. Padre Gabriele, valente maestro di catechesi, è particolarmente sensibile alle tematiche teologiche calate nella concretezza dell’apostolato e della realtà pastorale.

Ricordo sempre una forte esperienza apostolica a Napoli. Ero novizio: presso i quartieri spagnoli, in una casa di suore, noi fraticelli ci trovavamo con dei bambini per il dopo scuola. In uno dei primi incontri, uno dei piccoli accuditi delle suore, uno dei più bravi e diligenti a scuola, quel giorno non riusciva a concentrarsi. D’un tratto, col suo affettuoso accento napoletano, mi disse guardandomi negli occhi:

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«Frate, l’altro giorno mio nonno è morto».

«Mi dispiace».

«Ma adesso secondo te dove sta? È stato tanto buono con me».

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Questa fu una delle domande più belle sentite che il mio piccolo discepolo potesse farmi. Come fece quel bambino romano a Papa Francesco che replicò:

«Tuo nonno secondo me, se é stato buono sta in Paradiso!»

Risposi io sperante.

Prosegue il piccolo bimbo napoletano:

«Ma secondo te, lui vede quello che io faccio?»

risposi un po’ affrettatamente:

«Chi è con Gesù in cielo, vede tutti quelli a cui vuole bene».

Il piccolo sorrise, guardò di lato e non disse nulla. Poi, mentre con un po’ di fatica riprendeva il proprio quadernino disse:

«Speriamo sia contento che vado bene a scuola!»

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Su questo episodio pregai e meditai molto. Ricordo ancora il nome e tutta la situazione familiare di quel bambino. Dopo sei anni ancora quel tema mi ricorda che è anche importante riflettere, pregare e studiare il tema della Chiesa nella sua indole terrena e anche celeste, e col suo fine specifico: la meta oltre terrena ed escatologica.

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Anche in questi momenti di forte sofferenza per la Chiesa, ritengo che tornare su queste tematiche possa aiutare il popolo di Dio a riscoprire tutta la bellezza e spiritualità della nostra fede. Queste riflessioni inoltre possono essere una proposta di riflessione anche per offrire un panorama completo rispetto alla generazione del nichilismo attivo, così come l’ha definita Umberto Galimberti. Infatti, secondo questo filosofo e psicologo, la generazione del nichilismo attivo si contrappone a quella del nichilismo passivo. La prima è una piccola percentuale di chi «non misconosce e non rimuove l’atmosfera pesante del nichilismo senza scopo e senza perché, ma non si rassegna e si promuove in tutte le direzioni nel tentativo molto determinato di non spegnere i propri sogni». [1]

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Dunque accoglieremo l’idea galimbertiana che sussiste una generazione capace di portare avanti ideali e valori tendenti a superare il nichilismo classico e la mancanza di senso. Ma vorremmo anche aggiungere che a questi valori, il cattolicesimo, propone i valori di speranza e di vita eterna. Questi tendono a creare una forte tensione antropologica che a partire dalla esperienza di un vissuto concreto immanente, porti l’uomo a trascendersi per orientare il proprio senso in una condizione meta storica ed escatologica.

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LA MORTE E LA CHIESA

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La Chiesa terrena o visibile, anche detta pellegrinante, ha una sua indole escatologica: cioè tende al Regno di Dio e a formare la Chiesa Celeste. Questo è il suo fine ultimo. La Lumen Gentium ribadisce nel capitolo VII che la Chiesa ha questa indole escatologica. Il Concilio Vaticano II non si è espresso moltissimo su questo: il capitolo in effetti è abbastanza breve. Allo stesso tempo però il tema è enorme e proficuo di riflessioni teologiche. Come vedremo a breve, già nel Medio Evo, San Giuliano di Toledo [642 – 690], compose il Prognosticum Futuri Sæculi, primo trattato di escatologia sistematica in cui sfatò tabù ed errori escatologici tipici del suo tempo. Fu lavoro teologico critico, perlopiù di ispirazione patristico-agostiniana. Proprio come San Giuliano demitizzò queste realtà, possiamo fare lo stesso con la Chiesa. Il dato dogmatico che la comunità cristiana abbia indole escatologica, non l’ha esclusa dall’uso di immagini letterarie per descrivere quelle ultraterrene. Queste realtà rimangono vere mentre le immagini — per esempio demoni col tridente, angeli con la tunica celeste, il Flegetonte, Orfeo ed Euridice e via dicendo — sono appunto immagini che evocano in noi questa realtà.

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Questo stesso discorso di conoscenza teologica certa ma ancora in progresso si può applicare a tutta la materia teologica. Per ciò anche la teoria di Karl Rahner, il Grund Axion, per cui Dio si rivela totalmente nella sua manifestazione [2], solleva molte problematiche trinitarie e cristologiche: per quanto in Cristo, vero Dio e vero Uomo, Dio davvero si è rivelato, tuttavia noi non conosciamo completamente Dio. Dunque le definizioni dogmatiche conciliari ci danno qualche piccola rivelazione — ripeto di nuovo —, vera e credibile, però l’intera realtà trinitaria ci sfugge. L’espressione videbimur totu Deo, sed non totaliter forse si può applicare anche allo stato di vita escatologico. Ecco perché l’escatologia è sempre stata molto sobria e “avara” di definizioni. Tutto questo d’altro lato apre il campo allo studio e alla ricerca teologica che aiuta la Chiesa nel suo cammino di ricerca e vita secondo l’insegnamento del Dio Uomo Gesù Cristo.

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Il Magistero in ogni caso si è espresso non troppo tempo fa in tema di escatologia. Un primo documento è quello del 1979: Lettera su alcune questioni concernenti l’escatologia [cf. testo QUI]. Citando il paragrafo 7 osserviamo che né Scrittura né Tradizione offrono luci sufficienti per la rappresentazione dell’al di là. Solo i poeti ed letterati — si pensi al solo Dante Alighieri —, ed un poco la liturgia, provano a descrivere qualche caratteristica escatologica. Mentre i teologi rifiutarono l’idea che la teologia escatologica fosse un reportage sull’al di là; si cercò invece di purificare la teologia dalle immagine favolistiche, come già detto. Perciò tutte le trattazioni teologiche hanno per base i concili e il Credo, e possono essere assemblati o rivisitati in maniera sistematica col fine di far crescere un senso escatologico nel popolo di Dio. In effetti, un cristianesimo che non sia escatologico, non è cristianesimo. Perché la Chiesa ha una meta escatologica: la Chiesa attuale, terrena o visibile, si concluderà e giungerà il Regno di Dio. Possiamo dire sin da ora che il punto di incontro fra la Chiesa terrena pellegrinante, noi, e la Chiesa Celeste trionfante, i Santi in Paradiso, è la Chiesa purgante, cioè le anime del Purgatorio che si stanno preparando alla visione beatifica. Proprio per questo possiamo dunque approfondire e vedere qual è il rapporto fra la Chiesa e la Morte.

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UN PO’ DI MAGISTERO E DI CATECHISMO SUL TEMA DELLA MORTE

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Il Catechismo della Chiesa Cattolica offre diversi spunti per la meditazione su questi temi. Innanzitutto da esso sappiamo che «La morte è il termine della vita terrena» [n. 1007] e inoltre che «La morte è conseguenza del peccato, e non era dunque un fenomeno previsto ordinariamente nella creazione» [n. 1008]. Ma la Morte non ha l’ultima parola perché Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» [Fil 1, 22]. Qui sta la novità essenziale della morte cristiana: mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente «morto con Cristo», per vivere di una vita nuova; e se noi moriamo nella grazia di Cristo, la morte fisica consuma questo «morire con Cristo» e compie così la nostra incorporazione a lui nel suo atto redentore [n. 1010]. Quindi la morte stessa è trasformata perché Gesù ha subito la morte, in quanto uomo come noi. Cristo assunse su di sé la morte e la trasformò in modo totale. La morte di Gesù allora è stato il modo con cui Dio ci chiamò presso Cristo stesso. Quindi se moriamo in Cristo, riviviamo con Cristo: cioè obbediamo con Cristo al progetto di Dio e in tale obbedienza risorgeremo. Potremo quasi dire che la morte è uno dei “contatti intimi” con Dio stesso. Tuttavia solo alla luce del mistero pasquale si dischiude il senso cristiano della morte: c’è un esilio del corpo [Cf. II Cor 5,8] mentre l’anima va ad abitare presso Dio. Dopo l’avvenuta morte, l’uomo emette la sua decisione finale: si auto esclude o auto include alla presenza di Dio. Questo è l’ultimo atto, per usare una terminologia di Hans Urs von Balthasar, che spesso ricorreva nelle proprie esposizioni a delle efficaci figure tipiche del teatro greco [3].

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Proprio in questo momento delicatissimo, in cui l’uomo entra nella eternità, ecco che subentra la Chiesa: «La Chiesa ci incoraggia a prepararci all’ora della nostra morte a chiedere alla Madre di Dio di intercedere per noi “nell’ora della nostra morte” [Ave Maria] e ad affidarci a San Giuseppe, patrono della buona morte» [n. 1014]. Con i termini buona morte  si intende che la Chiesa prega affinché ognuno di noi muoia in stato di grazia.

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SAN GIULIANO DI TOLEDO E L’ESCATOLOGIA ECCLESIOLOGICA

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San Giuliano di Toledo anche lui ha voluto descrivere questo legame tra Chiesa e Morte, ed in particolare tra Chiesa Terrena, Purgante, Celeste. L’autore spagnolo introduce il tema della escatologia ecclesiologica per la prima volta nella sua storia nel suo trattato Prognosticum Futuri Saeculi.

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Innanzitutto Giuliano parla del cosiddetto Rimedio dei Morti [Lib. I. Cap. XXII], cioè della possibilità di suffragio per i morti, commentando il secondo libro dei Maccabei. Qui mostra che i Leviti offrono suffragi per i morti, dopo alcune impurità: è il Sacrificio del הכיפורים יום [Yom ha-Kippurim, giorno degli espiatori]. È già presente la possibilità che i morti migliorino la loro condizione di purganti. Inoltre, è una consolazione per chi rimane vivo, sapere di dare sollievo per i cari defunti. Giuliano parla della attuazione della dannazione dei dannati. [4] Per questo si può già parlare, in questo secolo, di sussistenza dell’anima: secondo Giuliano infatti, le anime purganti sono purificate attraverso il fuoco. Mentre le anime dei Beati vanno a Cristo nei cieli. Ecco dunque che l’anima separata dal corpo sussiste. [5] Ne ricaviamo certamente che l’anima ha una propria attività: in effetti, secondo il teologo di Toledo, i beati non vedono subito in modo totale Dio: si attende la resurrezione dei corpi: lo vedranno più perfettamente solo dopo. Le anime hanno cioè il desiderio di ricongiungersi col loro corpo. Dopo la discesa di Cristo agli inferi, le anime vanno subito in cielo. [6] Mentre le anime dei peccatori vanno subito all’inferno [7] e qui vi permangono in eterno.[8] Ora Giuliano può ribadire la propria posizione sull’anima post mortem. Egli, riprendendo Gregorio Magno, sostiene che l’anima dopo la separazione dal corpo mantiene comunque la sua sensibilità e non è dormiente. L’anima possiede una somiglianza col corpo morto: proprio per questo sente il riposo e i tormenti. [9] Riprendendo un po’ uno dei loci classici della teologia medievale, Giuliano sostiene che post mortem ci sia un fuoco purificatore [purgatorium ignem]. [10] Già nell’opera paleocristiana Ποιμὴν τοῦ Ἑρμᾶ [Il Pastore di Erma] risalente agli inizi del II secolo, è esposta la teologia del Purgatorio. Così le anime dei morti subiscono tale fuoco durante lo Stato intermedio, cioè prima del giudizio finale.  Dunque secondo il teologo di Toledo, la morte carnale fa già parte della Tribolazione che prevede il fuoco purificatore. [11] Ecco ora un punto che tratteremo sistematicamente a breve, e che già il nostro autore introduce: infatti Giuliano ritiene che i beati, se essi pregano per la salvezza dei loro cari viventi: vivono la comunione dei santi. [12] Forse la ricerca teologica sinora portata avanti giunge in Giuliano a domandarsi interrogativi estremi: ad esempio se i beati si rattristino o abbiano gioia per i cari viventi. [13] Certo è anche confortevole la certezza in Giuliano che, tutti coloro che sono già beati — e qui si fa menzione dei Patriarchi ed Apostoli —, aspettano che noi li raggiungiamo e si rattristano per i nostri errori e peccati. [14]

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Tutti questi passi ci portano a concludere che non c’è escatologia senza ecclesiologia: la Chiesa è estensione della missione redentrice e salvifica di Cristo, compiuta nella potenza dello Spirito Santo. Per ciò la Chiesa è il raduno dei credenti che cammina in vista della consumazione finale e universale cioè la Parusia o Ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Dunque ancora una volta con Giuliano confermiamo pure la dimensione verticale–trascendente della Chiesa: la Chiesa è fase iniziatica e irreversibile.

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Come anche ha scritto Yves Congar: «Dio si è come “vincolato” alla Chiesa, e la Chiesa è organo diffusore della salvezza, tramite i sacramenti che diffondono e attualizzano la Parola di Dio: entrambi vivificano la vita del credente».

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LA CHIESA COME POPOLO DI SPERANZA VERSO LA VITA ETERNA: LA CHIESA PELLEGRINA E LA VIRTÙ DI SPERANZA

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Anche il Concilio Vaticano II si è occupato di questa tensione escatologica della Chiesa, volendo a nostro avviso liberare il campo da idee errate che purtroppo però, sulla scia del Sessantotto e dei preti operai avrebbero comunque preso piede successivamente, quasi a voler trasformare la Chiesa in una realtà solo terrena, mai tendente al bene sovrannaturale.

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Il documento conciliare Lumen Gentium si occupa di questi temi al capitolo VII, intitolato proprio «L’indole escatologica della Chiesa». Il capitolo è composto da quattro paragrafi. Nel numero 48 ricordiamo che, tutto il genere umano ha una vocazione escatologica; la Chiesa trova il suo compimento proprio nella gloria celeste finale, e dunque accompagna l’uomo verso il suo perfezionamento. [15] La Chiesa fondata da Cristo come suo corpo apostolico, al quale ha donato il suo spirito vivificatore [16], è pensata per essere «sacramento universale di salvezza». Questa salvezza è già cominciata in Cristo, insieme con la Chiesa possiamo raggiungerla, mediante la fede, l’esercizio della carità e la virtù di speranza che pian piano e giorno dopo giorno ci porta fino alla vita eterna [17]. Ecco innanzitutto una prima certezza: la Chiesa è in cammino verso uno stato diverso rispetto a quello attuale. La Chiesa ci aiuta a sperare di passare dal temporaneo, dal momentaneo fino all’eterno. Tutto ciò che ci distrae dall’esercizio delle virtù cardinali e dalla vita sacramentale e dunque che ci fa camminare verso l’Eterno va assolutamente evitato e tolto di mezzo: «Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna» [Mc 9,47].

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Ma in questo cammino, non siamo soli. Infatti il paragrafo 49 di Lumen Gentium descrive una comunione profonda fra la Chiesa pellegrinante, cioè ognuno di noi viandanti su questa terra, e la Chiesa celeste, cioè coloro che sono già defunti e sono nella fase di purificazione o di beatitudine [18]. Fra noi però non c’è una partizione eterogenea: la nostra unione, nella fede in Cristo, non si è mai spezzata [19], anzi siamo ancora più uniti nel cammino di perfezionamento in particolare con la Chiesa che si purifica. In effetti, ancora oggi, durante le Sante Messe offriamo suffragi per le anime dei nostri cari defunti [20]; quando invece veneriamo specialmente Maria, gli Apostoli, i Santi Angeli, e tutti i Santi di Dio, anch’essi sono uniti a noi in Cristo [21]. Questo davvero può essere confortante: ogni morte e perdita di un amico e di un caro è uno shock che genera un lutto molto lungo e difficoltoso da   elaborare a livello psicologico. Solo con il tempo e l’aiuto della grazia si può riuscire a trovare un senso profondo a questo passaggio obbligato. Difficile, se non dunque impossibile, di nuovo, è pensare alla Chiesa solo come milizia terrena che non si occupa di questa guida verso la certezza della presenza dei cari defunti mediante la fede; la carità che poi operiamo verso di essi, ogni volta che offriamo un suffragio per loro, e la speranza un giorno di rincontrarci tutti insieme, nella domenica senza tramonto in Gesù risorto che riluce nei nostri cuori.

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Dunque l’Eucarestia è quel luogo dove realmente possiamo essere in comunione con le anime dei cari defunti e dei santi, nel momento più importante di tutta la nostra esperienza di credenti. Ogni volta che infatti partecipiamo alla Santa Messa « [in essa] la virtù dello Spirito Santo agisce su di noi mediante i segni sacramentali, in fraterna esultanza cantiamo le lodi della divina Maestà tutti» [22]. Mi sembra il passaggio più bello e importante, con cui concludere queste mie riflessioni. Così come abbiamo visto nel primo paragrafo che l’atto conclusivo di unione fra Dio e l’uomo, in punto di morte, necessita per forza di cose della presenza della Chiesa, dunque anche tutti i nostri momenti di perfezionamento e di cammino di santità come essa stessa presenza di comunione in Gesù Cristo. Come ha scritto il padre Sergio Stancati, il soggetto finale della nostra comunione è Gesù Cristo stesso in quanto ἔσχατος [éskatos].  Con éskatos s’intende il modo in cui  in Cristo, che è il soggetto nel quale il fine ultimo del mondo e dell’uomo si è già compiuto, è già iniziato il nuovo assoluto della nuova creazione [23].

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Roma, 2 novembre 2018

Commemorazione di tutti i defunti

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Dei nostri Fratelli, antico canto popolare dei defunti per il suffragio delle Anime del Purgatorio. Coro di Santa Maria della Misericordia – Lastra a Signa di Firenze [testo dell’inno QUI]

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NOTE

[1] U. Galimberti, La parola ai giovani – Dialogo con la generazione del Nichilismo Attivo.

[2] K. Rahner, La Trinità.

[3] H. U. Von Balthassar, Teodrammatica L’ultimo atto.

[4] Si veda Giuliano di Toledo, Prognosticum futuri saeculi, Il preannuncio del mondo che verrà, EDI, Napoli 2012, Introduz., Traduz. e commento teologico di T. Stancati, O.P.

[5] Ibidem, Lib. II, Cap. VIII.

[6] Lib. II, Cap X.

[7] Lib. II, Cap. XIII.

[8] Lib. II, Cap. XIV.

[9] Lib. II, Cap. XV. Erroneamente Giuliano attribuisce a Cassiano una riflessione di Gregorio Magno, cfr. Moralia in Job, VIII, xv.

[10] LIb. II, Cap. XIX.

[11]Lib. II, Cap. XXI.

[12]Lib. II, Cap.  XXVI.

[13] Lib. II, Cap. XXVII.

[14] Lib. II, Cap. XXVIII.

[15] Lg 48, 1.

[16] Lg 48, 2.

[17] Lg 48, 3.

[18] LG 49, 1.

[19] LG 49, 2 – 3.

[20] LG 50, 1.

[21]LG 50, 2.

[22]LG 50,3.

[23] S. Stancati, escatologia morte e resurrezione, EDI.

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L’Arcivescovo di Palermo perseguitato dalle Iene? Ha voluto la bicicletta, adesso deve pedalare

— attualità ecclesiale —

L’ARCIVESCOVO DI PALERMO PERSEGUITATO DALLE IENE? VOLEVA LA BICICLETTA, ADESSO DEVE PEDALARE

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[…] ho provato però una certa tristezza nel vedere nel filmato l’Arcivescovo di Palermo fuggire via di corsa più volte, perché in quel momento mi sono tornati alla mente diversi santi vescovi, alcuni dei quali martiri della fede, che con una dignità mirabile, si sono fatti trovare seduti sulla loro cattedra episcopale, direttamente sulla quale furono sgozzati dai musulmani

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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S.E. Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo, inseguito dalle Iene delle reti televisive Mediaset [cliccare sull’immagine per aprire il video]

Le Iene dell’omonimo programma televisivo vanno sempre prese con le pinze. Pertanto, sulla vicenda circa il presunto mal trattamento dei dipendenti di una fondazione dell’Arcidiocesi di Palermo, non possiamo esprimere giudizi che spettano alla magistratura, nello specifico al giudice del lavoro. Se le Iene sollevano un caso, ciò non autorizza nessuno a emetter giudizi di sentenza. Sappiamo che certe questioni sono di prassi sempre complesse.

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Corrado Lorefice, opera dedicata alle figure di Giuseppe Dossetti e Giacomo Lercaro: La Chiesa povera e dei poveri nella prospettiva del Concilio Vaticano II

Può essere però che S.E. Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo e Primate di Sicilia, si stia accingendo a prendere una salutare lezione di vita che lo renderà sicuramente un pastore in cura d’anime molto migliore, giungendo forse alla sua vecchiaia come un vero e proprio santo vescovo. E la lezione è la seguente: fare il Vescovo nel 2018 è difficilissimo. Parlando poi come coetaneo dell’Arcivescovo panormitano, dal quale mi differenziano appena dieci mesi d’età, posso dire che se a me, presbìtero senza alcuna pregressa esperienza di ministero episcopale, a cinquantadue anni avessero prospettata la nomina ad Arcivescovo Metropolita di Palermo, mi sarei rifiutato in modo categorico di accettare, perché conosco anzitutto i miei limiti e perché non occorre particolare scienza per capire che stiamo parlando di una tra le più grandi e soprattutto difficili sedi episcopali d’Italia; e Palermo, una così detta sede difficile, lo è storicamente, da sempre. In tempi recenti dovrebbe essere fin troppo emblematica la storia del Cardinale Francesco Carpino [Palazzolo Acreide 1905 – Roma 1993], eletto alla cattedra arcivescovile di Palermo nel 1967 ed alla quale fece atto di rinuncia tre anni dopo nel 1970, dando come motivazione ufficiale che l’Arcidiocesi aveva problemi pastorali molto difficili per i quali era necessario un arcivescovo più giovane che potesse abbozzare dei programmi a lungo termine …

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… nel rifiutare la nomina a quella sede, mi sarei anche premurato di dare all’Autorità Ecclesiastica un consiglio non richiesto: inviare a Palermo un vescovo che avesse già acquisita e maturata una certa esperienza nel sacro ministero episcopale, dando buona prova di sé nel governo pastorale. Come però ripeto, io ho il senso dei miei limiti e soprattutto il senso delle proporzioni.

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il 29 aprile 2016 fu celebrato nella Cattedrale panormitana il Giubileo degli Sportivi, in occasione del quale fu donata all’Arcivescovo Metropolita un pallone ed una bicicletta con la quale fece un giro sul presbitèrio

Chi avesse accettato senza far simili valutazioni, oggi dovrebbe applicare il saggio detto popolare: «Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!». Oppure chiarire che la nomina alla complessa e delicata sede arcivescovile di Palermo non gli è stata offerta, ma imposta per obbedienza. Cosa più impossibile che rara, perché se uno risponde che non se la sente o che non si reputa all’altezza del gravoso compito, nessuna Autorità Ecclesiastica imporrà mai l’obbedienza.

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S.E. Mons. Corrado Lorefice è autore di diversi libri nei quali si parla dei poveri e si anela una Chiesa povera per i poveri. Cosa questa che mi induce ad una grande fiducia nei suoi confronti e soprattutto a stimolare i lavoratori che pare abbiano aperto un contenzioso con la diocesi, ad avere profonda fiducia nel loro Arcivescovo, che per sensibilità e per formazione è molto sensibile ai poveri ed alla povertà, come provano i suoi libri; e questa profonda sensibilità gli impedirà sicuramente, in coscienza pastorale, di lasciar finire in stato di disagio e povertà dei lavoratori con le loro rispettive famiglie.

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uno dei testi dedicati alla povertà ed alla Chiesa povera per i poveri di S.E. Mons. Corrado Lorefice

Ripeto: nessuno può entrare nel merito di una questione che dovrà essere valutata e giudicata nelle appropriate sedi, non certo dalle Iene, che hanno anzitutto mancato gravemente di rispetto e di educazione andando a cercare l’Arcivescovo nella sua chiesa cattedrale durante un pubblico incontro, o peggio disturbandolo durante una processione religiosa. Ciò che solo posso dire è di avere provato una certa tristezza nel vedere nel filmato l’Arcivescovo di Palermo fuggire via di corsa più volte, perché in quel momento mi sono tornati alla mente diversi santi vescovi, alcuni dei quali martiri della fede, che con una dignità mirabile si sono fatti trovare seduti sulla loro cattedra episcopale, direttamente sulla quale furono sgozzati da quei musulmani appartenenti a quella religione di pace e amore di cui tempo fa narrava l’Augusto Pontefice, quantunque delicatamente e prontamente smentito dall’islamologo gesuita Samir Khalil Samir [cf. QUI]. Tra i diversi vescovi martiri ricordiamo la bella figura dell’Arcivescovo di Otranto, martirizzato dai musulmani nel 1480 [cf. QUI], del quale la cronaca narra:

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il volto di una Chiesa povera

«l’arcivescovo Stefano, dopo che per tutto il giorno precedente aveva rincuorato la popolazione col Sacramento dell’Eucaristia, salì dalla cripta della cattedrale nel coro e lì, martire della fede in Cristo ed insignito dai paramenti sacerdotali, fu sgozzato sulla sua cattedra episcopale dai turchi, quando vi fecero irruzione» [cf. Antonio de Ferrari, in De situ Japigiae].

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Ciò equivale a dire: una volta avuta la bicicletta, hanno pedalato fino al Paradiso molto meglio di come avrebbero fatto due ciclisti professionisti come Gino Bartali e Fausto Coppi. Ma come sappiamo, erano altri tempi. All’epoca, sulla bicicletta, ci venivano messi solo gli agonisti professionisti, mentre oggi, una bicicletta, è una cortesia clericale che non si nega a nessuno …

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«Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze» [Salmo 131].

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dall’Isola di Patmos, 20 ottobre 2018

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