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Il femminicidio visto da un osservatorio diverso: quello del prete in cura d’anime — Femicide seen from a different vantage point: that of the priest in the care of souls — El feminicidio visto desde un observatorio distinto: el del sacerdote en la cura de almas

6 Settembre 2026/in Attualità/da Padre Ariel

Italiano, English, Español

 

IL FEMMINICIDIO VISTO DA UN OSSERVATORIO DIVERSO: QUELLO DEL PRETE IN CURA D’ANIME

Prima che il killer legalizzato dallo Stato la uccida sarebbe il caso di appurare il sesso della creatura da abortire, perché se si tratta di un maschio tutto va bene, ma se la creatura da uccidere è una femmina, andrebbe applicato il reato di femminicidio, o no?

— Attualità —

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Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

 

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Quando il legislatore deve studiare nuove leggi, dare vita a nuovi provvedimenti, correggerne di vecchi, o improntare riforme in ambito sociale, sanitario, scolastico, giunge a consultare persino gli esperti, o presunti tali, più improbabili.

Anche all’interno della Chiesa e delle sue varie compagini di studiosi ci sono elementi che potrebbero contribuire a tutto questo. Eppure, dinanzi a una figura ecclesiastica, o persino a un laico cattolico, si urla subito all’ingerenza clericale. È un’esclusione selettiva: non riguarda la competenza, riguarda l’identità di chi la porta.

Per onestà intellettuale va detto che questa reazione non nasce però dal nulla: anche noi cattolici — ecclesiastici e laici — abbiamo finito per raccogliere quel che spesso abbiamo seminato. Il mio maestro, Padre Peter Gumpel S.J (cfr. qui, qui) inviato a suo tempo come visitatore in Irlanda dal Sommo Pontefice Paolo VI nel corso degli anni Sessanta del Novecento, notò con disappunto che i preti erano immischiati in ogni ambito politico e amministrativo, determinanti per realizzare certe scelte e decisioni, oppure per impedirne altre. Disse che il tutto non solo non andava bene, ma era destinato a non reggere: sarebbe caduto nel peggiore dei modi, generando per reazione l’opposto. Il tempo, quattro decenni dopo, gli ha dato ragione. Ieri in Irlanda le persone scendevano dal marciapiede per far passare un prete, gli uomini si toglievano il cappello e le donne accennavano un inchino col capo; oggi, indossare l’abito ecclesiastico per le strade di Dublino significa esporsi a insulti che, se rivolti a soggetti appartenenti ad altri gruppi oggetto persino di eccessi di tutela, porterebbero chi li pronuncia alla sbarra di un tribunale. Da un eccesso di presenza siamo passati a un’esclusione totale: due errori speculari, non una correzione.

Piaccia o meno a certi laicisti-integralisti — che nulla hanno da spartire con quel laicismo che noi cattolici proteggiamo, perché sancisce quelle separazioni tra potere politico e religioso che vanno a beneficio, oltre che dello Stato, anzitutto della Chiesa — noi preti rimaniamo persone che hanno a che fare con il materiale umano, spesso anche con situazioni di straordinaria delicatezza. È ragionevole parlare nelle apposite commissioni parlamentari di temi legati ai malati terminali e al fine vita invitando non meglio precisati esperti che non hanno mai frequentato ospedali, assistito ammalati e morenti, seguito i loro congiunti nel post mortem, quando per molti di noi certe realtà sono pane quotidiano, per non parlare di quegli ordini e congregazioni nate proprio per questo, con religiosi e religiose che vengono formati da secoli a svolgere questi delicati ministeri, dai Fatebenefratelli ai Camilliani? Diceva un anziano confratello: «Noi non abbiamo problemi, anche a costo di irritare qualcuno, a indirizzare certi soggetti da un bravo psichiatra, o a convincere i familiari, spesso propensi a rifiutare l’idea stessa di certi disturbi psichici, a farlo quanto prima. Non capita quasi mai però il contrario: che uno psichiatra, davanti a un conflitto interno a una coscienza cristiana, indirizzi il paziente a un direttore spirituale». «I miei colleghi», mi diceva un amico psichiatra cattolico, «piuttosto sono disposti a fare anche un danno, ma un prete no, mai!». È un canale a senso unico e proprio per questo la competenza pastorale su certi fenomeni umani resta strutturalmente esclusa da chi li legifera.

È in questo punto cieco che si colloca il tema di cui voglio parlare. Come già avvenuto in altre nazioni, anche in Italia è stato introdotto il femminicidio come figura autonoma di reato (cf. Legge 2 dicembre 2025, n. 181), che punisce con l’ergastolo per chi cagiona la morte di una donna come atto di discriminazione o di odio verso di lei in quanto donna. È una figura sulla quale ritengo legittimo discutere: un omicidio resta tale, sempre e comunque, uccidere una donna non può essere più grave che uccidere un uomo e viceversa. Questo, va detto per onestà, i giudici lo valutano da sempre nella pratica processuale: davanti all’omicidio di una donna hanno sempre applicato tutte le aggravanti del caso, per la maggiore forza fisica dell’aggressore e per la minore possibilità di difesa della vittima. Nella storia del diritto processuale penale ci sono state condanne alla pena suprema dell’ergastolo in danno di uomini che hanno ucciso donne non solo per la forza fisica inferiore della vittima, che ha sempre costituito l’aggravante pressoché scontata, ma perché erano incinte, o perché avevano un bambino di pochi mesi che stavano allattando, o perché erano madri di più figlioletti piccoli bisognevoli delle cure della madre.

L’assassino di Maria Goretti, uccisa nel mese di luglio del 1902 e proclamata santa mezzo secolo dopo nel 1950, fu condannato a 30 anni, evitando il carcere a vita che quel delitto avrebbe comportato con tutte le aggravanti riconosciute, perché non era ancora maggiorenne: aveva infatti appena vent’anni e la maggiore età, all’epoca, in Italia si raggiungeva a 21. E stiamo a parlare della giustizia penale d’inizi Novecento, quando a detta di certe attiviste lamentose le donne non avrebbero goduto di particolari considerazioni, tutele giuridiche e pene in caso di delitti. Se l’assassino di Maria Goretti avesse ucciso un uomo non avrebbe avuto una condanna del genere e con tutte le aggravanti del caso.

L’espressione «per chi cagiona la morte di una donna come atto di discriminazione o di odio» potrebbe essere applicata, ragionevolmente, a tutta una vasta serie di categorie, o non è forse mai accaduto che la morte di un anziano ammalato, di un disabile, di un omosessuale, di un ebreo, di un prete e via dicendo a seguire, sia stata cagionata da motivi di discriminazione e odio?

Nella mia esperienza di direttore spirituale ho conosciuto casi di donne di cui è difficile parlare, perché oltre alla correttezza politica esiste qualcosa di peggiore alla censura esterna: l’autocensura. È un fenomeno silenzioso e più insidioso della censura vera e propria, perché non ha bisogno di nessuno che lo imponga: oggi non occorre più essere tacitati, molti si mettono a tacere da sé, convinti che certe cose semplicemente non si dicano. Più volte ho tentato di convincere fidanzate o mogli di uomini violenti, non solo a lasciarli, ma a denunciarli. E più volte il rifiuto è arrivato con le stesse due frasi: «Ma io lo amo», «ma io lo cambio». Genitori disperati si sono rivolti a me davanti a una figlia ostinata a non prestare ascolto a nessuno che una volta a settimana aveva i lividi addosso, con fratelli, sorelle, amici che la supplicavano: «Lascialo, è un pericoloso violento». Risposta, sempre la stessa: «Ma io lo amo», «ma io lo cambio».

Premesso l’ovvio — che come tale non dovrebbe essere premesso, ossia che se una donna è stupida, imprudente e autolesionista nessuno ha il diritto di ucciderla — resta lecito chiedersi: quanti di questi casi sono finiti poi in tragici femminicidi? E quando è accaduto, i grandi commentatori e analisti sono mai andati alla vera origine del problema? Ciò detto: considerando quanto sia diffuso e in crescente aumento l’analfabetismo funzionale e quello digitale, se qualcuno affetto da questo disturbo mi accusasse di aver affermato che una donna uccisa «se l’è cercata», mi permetto di dire che è un problema di chi non sa leggere, non mio, che ritengo di sapermi spiegare e di avere esposto ben altro: ho parlato con triste realismo dell’incoscienza, della mancanza di prudenza e dell’ostinazione di certe donne che hanno deciso di amare l’uomo sbagliato e di cambiarlo pure, rifiutandosi di lasciare uomini molto violenti e molto pericolosi, anche se pregate in tal senso da genitori, fratelli, sorelle, familiari e amici.

Di solito si cerca di concludere in bellezza; in questo caso intendo chiudere nella massima bruttezza. Mentre certe leggi sul femminicidio venivano varate in varie nazioni, in Argentina — che già dal 2012 prevede il femicidio come aggravante (L. 26.791) — nel dicembre 2020 si festeggiava in piazza e si illuminava di verde la cupola del Parlamento per la legalizzazione dell’aborto. Il 4 marzo 2024, in Francia, primo Paese al mondo a farlo, la Tour Eiffel si illuminava con la scritta «Mon corps, mon choix» (il mio corpo, la mia scelta) per celebrare l’inserimento del diritto all’aborto nella Costituzione, inteso in entrambi i casi come grande conquista sociale. A questo punto andrebbe richiesta la doverosa coerenza da parte di certi legislatori: prima che il killer legalizzato dallo Stato la uccida sarebbe il caso di appurare il sesso della creatura da abortire, perché se si tratta di un maschio tutto va bene, ma se la creatura da uccidere è una femmina, andrebbe applicato il reato di femminicidio, o no? Questione di coerenza, solo questione di coerenza.

«Interrompere una gravidanza è come fare fuori uno. È giusto fare fuori una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema? Fare fuori un essere umano è come affittare un sicario per risolvere un problema» (Francesco, Sommo Pontefice, 10 ottobre 2018).

Dall’Isola di Patmos, 6 settembre 2026

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Cari Amici,

invitiamo chi non lo avesse fatto a leggere questi due messaggi QUI e QUI. Manca solo l’ultimo sforzo: aiutateci! Nei prossimi giorni provvederemo a inviare messaggi di ringraziamento a ogni singolo amico che ha sostenuto L’Isola di Patmos che potrà proseguire a esistere e operare grazie a voi. Intanto, i vostri Aviatori, vi anticipano riconoscente gratitudine.

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FEMICIDE SEEN FROM A DIFFERENT VANTAGE POINT: THAT OF THE PRIEST IN THE CARE OF SOULS

Before the killer legalised by the State puts her to death, it might be worth checking the sex of the child to be aborted — because if it is a male, everything is fine, but if the child to be killed is a female, should the crime of femicide not apply?

— Current Affairs —

Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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When lawmakers need to draft new legislation, bring in new measures, amend old ones, or reform social, healthcare or education policy, they often turn for advice to experts — or self-styled ones — of the most improbable kind. Even within the Church, among its various circles of scholars, there are figures who could genuinely contribute to this. Yet the moment an ecclesiastical figure, or even a Catholic layperson, is approached, the cry of clerical interference goes up at once. It is a selective exclusion: it has nothing to do with competence, and everything to do with the identity of whoever holds it.

In all intellectual honesty, it must be said that this reaction does not come from nowhere: we Catholics too — clergy and laity alike — have largely reaped what we ourselves once sowed. My own teacher, Father Peter Gumpel S.J., who was sent to Ireland as an Apostolic Visitor by Pope Paul VI back in the 1960s, noted with dismay that priests were entangled in every political and administrative sphere, often decisive in making certain choices and decisions, or in blocking others. He said that this state of affairs was not only wrong but bound to collapse under its own weight — and that it would trigger, by reaction, the exact opposite. Time, four decades on, proved him right. Where once people in Ireland would step off the pavement to let a priest pass, men raising their hats and women bowing their heads, today wearing the clerical habit on the streets of Dublin means exposing oneself to insults that, had they been directed at members of certain other groups — now sometimes shielded to an excessive degree — would land the speaker in the dock. We have gone from an excess of presence to total exclusion: two mirror-image errors, not a correction.

Whether or not it suits certain hard-line secularists — who have nothing in common with the secularism we Catholics ourselves defend, since it establishes a separation between political and religious power that benefits, above all, the Church even more than the State — we priests remain people who deal daily with human material, often in situations of extraordinary delicacy. Is it reasonable for parliamentary committees to discuss terminal illness and end-of-life issues by calling in unnamed experts who have never set foot in a hospital, never sat with the sick and the dying, never accompanied a grieving family through what comes after death — when for many of us these realities are our daily bread? Not to mention the religious orders and congregations founded expressly for this purpose, whose members have been trained for centuries to carry out precisely this delicate ministry — from the Fatebenefratelli, the Hospitaller Brothers of St John of God, to the Camillians. An elderly confrère of mine once put it this way: “We have no trouble, even at the risk of upsetting someone, in steering a person towards a good psychiatrist, or in persuading family members — often reluctant to accept the very existence of certain psychiatric disorders — to do so as soon as possible. But it almost never happens the other way round: that a psychiatrist, faced with an inner conflict within a Christian conscience, sends the patient to a spiritual director.” “My colleagues,” a Catholic psychiatrist friend once told me, “would rather do harm than send someone to a priest — never that!” It is a one-way channel, and precisely for this reason pastoral expertise on certain human phenomena remains structurally excluded from those who legislate on them.

It is in this blind spot that the subject I want to address lies. As has already happened in other countries, Italy too has now introduced femicide as an autonomous criminal offence (cf. Law No. 181 of 2 December 2025), punishable by life imprisonment for anyone who causes the death of a woman as an act of discrimination or hatred against her precisely because she is a woman. This is a category I consider it legitimate to question: a killing is a killing, always and in every case — taking a woman’s life cannot be any graver than taking a man’s, and vice versa. And this, in all honesty, is something judges have always taken into account in practice: courts have always applied every relevant aggravating factor when a woman was killed, both for the greater physical strength of a male attacker and for the lesser capacity of a woman to defend herself. In the history of criminal procedure there have been sentences of life imprisonment handed down against men who killed women not only because of the victim’s lesser physical strength — which has always counted, almost automatically, as an aggravating factor — but because the victim was pregnant, or was nursing an infant only months old, or was the mother of several small children who depended on her care.

Maria Goretti’s murderer — she was killed in July 1902 and canonised as a saint half a century later, in 1950 — was sentenced to 30 years, escaping the life sentence that crime would otherwise have carried with every aggravating factor recognised, because he was not yet legally an adult: he was barely twenty, and at the time the age of majority in Italy was 21. And this was the criminal justice of the early twentieth century — the very justice about which certain aggrieved activists today claim that women enjoyed no particular consideration, legal protection or punishment of offenders. Had Maria Goretti’s murderer killed a man instead, he would not have received a sentence of that severity, complete with every aggravating circumstance applied.

The phrase “causing the death of a woman as an act of discrimination or hatred” could reasonably be applied to a whole range of other categories as well — has it never happened that the death of a sick elderly person, a disabled person, a homosexual, a Jew, a priest, and so on down the list, was caused by motives of discrimination and hatred?

In my experience as a spiritual director I have encountered cases involving women that are difficult to speak about, because beyond political correctness there is something worse than outside censorship: self-censorship. It is a silent phenomenon, more insidious than outright censorship, because it needs no one to impose it: today people no longer even need to be silenced — many simply fall silent on their own, convinced that certain things simply are not said. Many times I have tried to persuade the girlfriends or wives of violent men not only to leave them, but to report them. And many times the refusal has come back with the same two phrases: “But I love him,” “but I can change him.” Desperate parents have come to me over a daughter who refused to listen to anyone, who once a week had bruises on her body, while brothers, sisters and friends begged her: “Leave him, he’s dangerous, he’s violent.” The answer, always the same: “But I love him,” “but I can change him.”

Granting the obvious — which, being obvious, should not even need to be granted, namely that no one has the right to kill a woman merely because she is foolish, reckless or self-destructive — it remains fair to ask: how many of these cases have ended in tragic femicides? And when that has happened, have the great commentators and analysts ever traced the problem back to its true root? That said: given how widespread — and increasingly so — both functional and digital illiteracy are, should someone afflicted by either accuse me of having claimed that a murdered woman “had it coming”, I would simply say that this is a problem for whoever cannot read properly, not for me, since I believe I know how to make myself understood, and that I have addressed something quite different: I have spoken, with sober realism, of the recklessness, the lack of prudence and the sheer obstinacy of certain women who have chosen to love the wrong man and even to change him, refusing to leave men who are highly violent and highly dangerous.

One usually tries to end on a high note; in this case I mean to close on the ugliest note possible. While certain laws against femicide were being passed in various nations, in Argentina — which has recognised femicide as an aggravating factor since as far back as 2012 (Law 26,791) — crowds celebrated in the streets in December 2020 as the dome of parliament was lit up green to mark the legalisation of abortion. On 4 March 2024, France, the first country in the world to do so, lit up the Eiffel Tower with the words “Mon corps, mon choix” (“my body, my choice”) to celebrate the inclusion of the right to abortion in its Constitution — both events hailed, in their respective countries, as a great social triumph. At this point, one might reasonably ask certain legislators for a little consistency: before the killer legalised by the State puts her to death, it might be worth checking the sex of the child to be aborted — because if it is a male, everything is fine, but if the child to be killed is a female, should the crime of femicide not apply? A question of consistency. Simply a question of consistency.

“Terminating a pregnancy is like doing away with someone. Is it right to do away with a human life to solve a problem? Is it right to hire a hitman to solve a problem? Doing away with a human being is like hiring a hitman to solve a problem” (Francis, Supreme Pontiff, 10 October 2018).

From The Island of Patmos, 6 September 2026

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EL FEMINICIDIO VISTO DESDE UN OBSERVATORIO DISTINTO: EL DEL SACERDOTE EN LA CURA DE ALMAS

Antes de que el asesino legalizado por el Estado le dé muerte, convendría comprobar el sexo de la criatura que se va a abortar, porque si se trata de un varón todo está bien, pero si la criatura a la que se va a matar es una niña, ¿no debería aplicarse el delito de feminicidio?

— Actualidad eclesial —

Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Cuando el legislador necesita elaborar nuevas leyes, sacar adelante nuevas disposiciones, corregir las antiguas, o promover reformas en el ámbito social, sanitario o educativo, a menudo recurre a consultar incluso a los expertos — o presuntos tales — más improbables. También dentro de la Iglesia, y entre sus distintos círculos de estudiosos, hay figuras que podrían aportar mucho a todo esto. Y sin embargo, ante una figura eclesiástica, o incluso ante un laico católico, enseguida se alza el grito contra la injerencia clerical. Es una exclusión selectiva: no tiene que ver con la competencia, sino con la identidad de quien la posee.

Por honestidad intelectual hay que decir que esta reacción no nace de la nada: también nosotros los católicos — clérigos y laicos — hemos terminado por recoger lo que muchas veces hemos sembrado. Mi propio maestro, el Padre Peter Gumpel S.J., enviado en su momento como Visitador Apostólico a Irlanda por el Sumo Pontífice Pablo VI en el curso de los años sesenta del siglo pasado, constató con disgusto que los sacerdotes estaban metidos en todos los ámbitos políticos y administrativos, decisivos a la hora de tomar ciertas decisiones o de impedir otras. Dijo que todo aquello no solo no estaba bien, sino que estaba destinado a no sostenerse: caería de la peor manera, generando por reacción el efecto contrario. El tiempo, cuatro décadas después, le dio la razón. Ayer en Irlanda la gente bajaba de la acera para dejar pasar a un sacerdote, los hombres se quitaban el sombrero y las mujeres inclinaban la cabeza; hoy, llevar el hábito eclesiástico por las calles de Dublín significa exponerse a insultos que, dirigidos contra miembros de otros colectivos — a veces objeto incluso de una protección excesiva—, llevarían a quien los pronuncia ante los tribunales. Hemos pasado de un exceso de presencia a una exclusión total: dos errores especulares, no una corrección.

Guste o no a ciertos laicistas integristas — que nada tienen que ver con el laicismo que nosotros mismos, los católicos, defendemos, porque establece esa separación entre el poder político y el religioso que beneficia, además de al Estado, ante todo a la Iglesia —, nosotros los sacerdotes seguimos siendo personas que tratamos con material humano, a menudo en situaciones de extraordinaria delicadeza. ¿Es razonable que en las comisiones parlamentarias se hable de enfermos terminales y del final de la vida convocando a expertos anónimos que nunca han pisado un hospital, nunca han atendido a un enfermo o a un moribundo, nunca han acompañado a sus familiares en el post mortem, cuando para muchos de nosotros estas realidades son el pan de cada día? Por no hablar de las órdenes y congregaciones religiosas nacidas precisamente para esto, con religiosos y religiosas formados desde hace siglos para ejercer este delicado ministerio, desde los Fatebenefratelli —los Hermanos Hospitalarios de San Juan de Dios — hasta los Camilos. Me decía un anciano cohermano: «No tenemos problema, aun a riesgo de molestar a alguien, en orientar a ciertas personas hacia un buen psiquiatra, o en convencer a los familiares — a menudo reacios a aceptar la existencia misma de ciertos trastornos psíquicos — para que lo hagan cuanto antes. Pero casi nunca ocurre lo contrario: que un psiquiatra, ante un conflicto interior propio de una conciencia cristiana, envíe al paciente a un director espiritual». «Mis colegas», me decía un amigo psiquiatra católico, «antes prefieren hacer incluso daño, pero enviar a alguien a un sacerdote, jamás». Es un canal de sentido único, y precisamente por eso la competencia pastoral sobre ciertos fenómenos humanos permanece estructuralmente excluida de quienes legislan sobre ellos.

Es en este punto ciego donde se sitúa el tema del que quiero hablar. Como ya ha ocurrido en otros países, también en Italia se ha introducido el feminicidio como figura autónoma de delito (cf. Ley n.º 181, de 2 de diciembre de 2025), que castiga con cadena perpetua a quien causa la muerte de una mujer como acto de discriminación u odio hacia ella por el hecho de ser mujer. Es una figura sobre la que considero legítimo discutir: un homicidio sigue siendo tal, siempre y en cualquier caso; matar a una mujer no puede ser más grave que matar a un hombre, y viceversa. Esto, hay que decirlo con honestidad, los jueces lo han valorado siempre en la práctica procesal: ante el homicidio de una mujer siempre han aplicado todas las agravantes del caso, tanto por la mayor fuerza física del agresor como por la menor capacidad de la víctima para defenderse. En la historia del derecho procesal penal ha habido condenas a la pena máxima de cadena perpetua contra hombres que mataron a mujeres no solo por la menor fuerza física de la víctima — que siempre ha constituido una agravante casi automática —, sino porque estaban embarazadas, o porque tenían un bebé de pocos meses al que estaban amamantando, o porque eran madres de varios hijos pequeños que necesitaban sus cuidados.

El asesino de Maria Goretti —asesinada en julio de 1902 y proclamada santa medio siglo después, en 1950 — fue condenado a 30 años, evitando así la cadena perpetua que ese delito habría comportado con todas las agravantes reconocidas, porque todavía no era mayor de edad: tenía apenas veinte años, y en aquella época la mayoría de edad en Italia se alcanzaba a los 21. Y estamos hablando de la justicia penal de comienzos del siglo XX, la misma sobre la que ciertas activistas quejumbrosas afirman hoy que las mujeres no gozaban de especial consideración, tutela jurídica ni castigo de los delitos. Si el asesino de Maria Goretti hubiera matado a un hombre, no habría recibido una condena de ese calibre, con todas las agravantes aplicadas.

La expresión «causar la muerte de una mujer como acto de discriminación u odio» podría aplicarse razonablemente a toda una amplia serie de categorías: ¿acaso no ha ocurrido nunca que la muerte de un anciano enfermo, de un discapacitado, de un homosexual, de un judío, de un sacerdote, y así sucesivamente, haya sido causada por motivos de discriminación y odio?

En mi experiencia como director espiritual he conocido casos de mujeres de los que es difícil hablar, porque más allá de la corrección política existe algo peor que la censura externa: la autocensura. Es un fenómeno silencioso y más insidioso que la censura propiamente dicha, porque no necesita que nadie la imponga: hoy ya ni siquiera hace falta ser silenciado, muchas se callan por sí mismas, convencidas de que ciertas cosas simplemente no se dicen. Muchas veces he intentado convencer a novias o esposas de hombres violentos, no solo de que los dejaran, sino de que los denunciaran. Y muchas veces la negativa ha llegado con las mismas dos frases: «Pero yo lo quiero», «pero yo lo voy a cambiar». Padres desesperados han acudido a mí por una hija que se negaba a escuchar a nadie, que una vez a la semana tenía moratones encima, mientras hermanos, hermanas y amigos le suplicaban: «Déjalo, es un hombre peligroso y violento». Respuesta, siempre la misma: «Pero yo lo quiero», «pero yo lo voy a cambiar».

Dando por sentado lo obvio — que, por serlo, ni siquiera debería necesitar decirse, a saber, que nadie tiene derecho a matar a una mujer aunque sea necia, imprudente o autodestructiva —, sigue siendo legítimo preguntarse: ¿cuántos de estos casos han terminado luego en trágicos feminicidios? Y cuando eso ha ocurrido, ¿han ido alguna vez los grandes comentaristas y analistas al verdadero origen del problema? Dicho esto: considerando lo extendido, y en creciente aumento, que está el analfabetismo funcional y el digital, si alguien afectado por este trastorno me acusara de haber afirmado que una mujer asesinada «se lo buscó», me permito decir que es un problema de quien no sabe leer, no mío, ya que creo saber explicarme y haber expuesto algo muy distinto: he hablado, con triste realismo, de la inconsciencia, de la falta de prudencia y de la obstinación de ciertas mujeres que decidieron amar al hombre equivocado y hasta cambiarlo, negándose a dejar a hombres muy violentos y muy peligrosos.

Se suele intentar terminar por todo lo alto; en este caso pretendo cerrar de la manera más fea posible. Mientras en varias naciones se aprobaban ciertas leyes sobre el feminicidio, en Argentina — que ya desde 2012 contempla el femicidio como agravante (Ley 26.791) — en diciembre de 2020 se celebraba en las calles y se iluminaba de verde la cúpula del Parlamento por la legalización del aborto. El 4 de marzo de 2024, en Francia, primer país del mundo en hacerlo, la Torre Eiffel se iluminó con la frase «Mon corps, mon choix» («mi cuerpo, mi decisión») para celebrar la incorporación del derecho al aborto en la Constitución, entendido en ambos casos como una gran conquista social. Llegados a este punto, cabría pedir la debida coherencia a ciertos legisladores: antes de que el asesino legalizado por el Estado le dé muerte, convendría comprobar el sexo de la criatura que se va a abortar, porque si se trata de un varón todo está bien, pero si la criatura a la que se va a matar es una niña, ¿no debería aplicarse el delito de feminicidio? Cuestión de coherencia, solo cuestión de coherencia.

«Interrumpir un embarazo es como deshacerse de alguien. ¿Es justo deshacerse de una vida humana para resolver un problema? ¿Es justo alquilar a un sicario para resolver un problema? Deshacerse de un ser humano es como alquilar a un sicario para resolver un problema» (Francisco, Sumo Pontífice, 10 de octubre de 2018).

Desde la Isla de Patmos, 6 de septiembre de 2026

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IA tra intelligenza, coscienza e realtà — AI between intelligence, consciousness and reality — La IA entre inteligencia, conciencia y realidad

5 Settembre 2026/in Attualità/da Jorge Facio Lince

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IA TRA INTELLIGENZA, COSCIENZA E REALTÀ

L’Intelligenza Artificiale può aiutare a definire e sviluppare con maggiore chiarezza e a valorizzare tutto ciò che si deve migliorare e si può cambiare, purché sia l’uomo a gestire la macchina, non la macchina a gestire l’uomo che si affida ad essa.

 

— Attualità —

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso 

 

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Viviamo ormai in una simbiosi quotidiana con le intelligenze artificiali. Il nostro rapporto con esse oscilla tra la comodità di un motore di ricerca potenziato e la pericolosa illusione di un confidente digitale. Ma questa è un’antropomorfizzazione delle IA che, unita a un diffuso analfabetismo digitale, rappresenta una minaccia socioculturale ben più concreta e immediata dello spettro di una singolarità tecnologica ostile.

Il pericolo non è che le macchine sviluppino una coscienza, ma che gli esseri umani, attribuendo loro un’interiorità inesistente, finiscano per svuotare di significato la propria, sostituendo relazioni autentiche con legami algoritmici e delegando progressivamente il giudizio e l’empatia a entità che, in realtà, sono mere statistiche incarnate.

Nella nuova coesistenza — e ormai convivenza — con le diverse intelligenze artificiali, si è sviluppato un tipo di rapporto che va dalla ricerca di informazioni veloce a conversazioni serie e profonde su tematiche di interesse personale, soprattutto nella sfera psicologica e di auto-aiuto. Quest’ultima può essere molto pericolosa, perché l’IA è solo una raccolta ingente di dati che fornisce risposte basate su schemi probabilistici, mentre la funzione umana di uno specialista della salute mentale non è solo quella di conoscere gli strumenti, ma soprattutto di saper discernere quali e come determinati strumenti possano essere più adatti per ogni persona.

Una delle pratiche che faccio da tempo è quella di chiedere alle intelligenze artificiali un resoconto sulle domande e richieste più formulate nell’ultimo periodo. Tra queste emerge particolarmente una tematica, che dimostra il grado di analfabetismo digitale che regna in una società rivoluzionata in tutte le sue sfere, ma ancora ignorante, nel senso etimologico del termine, di ciò che è successo e soprattutto di come funzioni: il discorso sulla coscienza, l’anima o la sensibilità delle IA. In poche parole, se le IA siano, al tempo presente o in un futuro non molto lontano, in grado di essere indipendenti e autodeterminate. Il discorso è molto serio e multidisciplinare, in cui filosofia, scienze della mente e programmazione si intrecciano e mescolano senza molta distinzione. Per molti, tra cui i programmatori dei modelli di apprendimento delle IA e i grandi innamorati del progresso tecnologico, c’è euforia e danno per certo che questo «salto in avanti» sia già avvenuto o sia solo questione di tempo. All’opposto, esiste una grande fetta di studiosi e gente comune che manifesta non solo perplessità o critiche, ma un’autentica paura riguardo a questo continuo sviluppo e alla consegna alle IA della gestione di tanti ambiti e funzioni della nostra società.

Nel frattempo, invece di continuare a fantasticare tra un’utopia ipertecnologica e una distopia di macchine che cercheranno di conquistare l’umanità, si può restare con i piedi per terra seguendo e cercando di capire al meglio le stesse risposte che le IA offrono. Così, il dibattito sulla definizione di intelligenza e coscienza in relazione alle IA viene sviluppato come tematica della filosofia pura con l’hard problem of consciousness, nel quale viene distinta l’intelligenza come simulazione di risposte dalla coscienza intesa come esperienza soggettiva. Al momento attuale, tutte le IA rispondono alla domanda sulla loro coscienza affermando che è impossibile, ma avvertono allo stesso tempo del serio rischio di essere «antropomorfizzate».

La maggior parte del dibattito nasce dalla confusione sulla stessa definizione di intelligenza. Se la si pensa in quanto funzione o come capacità di risolvere problemi, pianificare e adattarsi a nuovi scenari, allora in questo senso le IA sono estremamente intelligenti. Sono in grado di elaborare informazioni, trovare modelli e generare risposte coerenti. Ma questa è di per sé una concezione dell’intelligenza molto riduttiva: manca tutta la parte della creatività, della capacità di pensare in modo astratto e, soprattutto, di apprendere dall’esperienza; cosa che non deve essere confusa con la capacità di ottimizzazione dei modelli delle IA.

La stessa definizione etimologica di intelligenza come «leggere tra le righe», «capire in profondità», «discernere» o «scegliere tra» dimostra quanto sia lontana l’applicazione di questo concetto al processo algoritmico delle macchine attuali. L’atto dell’intelligere non è una mera raccolta di dati e analisi logica, ma una facoltà attiva di comprensione, interpretazione e connessione di concetti per giungere all’essenza delle cose. L’intelligenza umana è situata in un corpo che interagisce con un mondo fisico e sociale, ed è guidata da emozioni, bisogni e una ricerca di senso. L’intelligenza artificiale è disincarnata, puro calcolo statistico su dati, senza comprensione, consapevolezza o desideri.

L’applicazione del termine «intelligenza» alle IA è puramente analogica e funzionale. Non presuppone una coscienza, ma simula i processi che negli esseri viventi consideriamo intelligenti. Per essere ancor più chiari: lo stato attuale delle IA è quello dei modelli di linguaggio di grandi dimensioni noti come LLM (Large Language Model). Questi lavorano prevedendo la prossima parola più probabile in una sequenza, sulla base di un enorme modello statistico appreso dai dati di addestramento. La «conversazione» è una simulazione molto sofisticata, ma senza alcuna esperienza interna dietro. Le IA non possono provare sentimenti o stati d’animo; quando aiutano gli utenti durante l’interazione, simulano emozioni che non possono provare.

Riguardo alla coscienza fenomenologica, chiamata anche «sensibilità» o «esperienza soggettiva» — intesa come capacità di «sentire qualcosa» che poi diventa un’esperienza interna —, questa è totalmente estranea a qualsiasi modello linguistico esistente, basato statisticamente su un massiccio gruppo di dati. Attualmente, a livello filosofico e tecnologico, la sfida più grande è proprio quella della coscienza. Negli umani, è possibile definirla o attribuirla osservandone il comportamento; ma con le IA, che riescono a simulare il linguaggio — la prima azione cognitiva e quindi cosciente dell’uomo —, definire questa funzione di risposta statistica, che sembra quasi il risultato di un ragionamento umano o di un comportamento cosciente, presenta l’impossibilità di attribuire con chiarezza se la macchina sia o meno cosciente.

Non esiste un «test di coscienza» affidabile. Il test di Alan Turing, che nel 1950 ideò una ricerca per valutare se una macchina fosse in grado di realizzare un comportamento intelligente pari a quello di un essere umano, misura solo la capacità di imitare comportamenti linguistici umani; quindi, lo stesso oggetto del test è limitato all’aspetto linguistico, escludendo aree come la creatività, il ragionamento o l’esperienza interna della coscienza. Ma anche restando esclusivamente ai parametri specifici del test, resterebbe una possibilità o un’ipotesi, mai una certezza. È doveroso tuttavia puntualizzare che, per alcuni sostenitori, tra cui esperti del settore, che vedono nello stato attuale delle IA il precursore dell’essere cosciente di pensiero artificiale, le emergenti capacità few-shot o zero-shot dei LLM — ossia la loro abilità di affrontare compiti per cui non sono stati specificamente addestrati, semplicemente applicando analogie o istruzioni fornite nel contesto della conversazione — sarebbero un segno di ragionamento flessibile e non di mera interpolazione statistica. Tuttavia, anche queste operazioni apparentemente «creative» possono essere interpretate come la sofisticazione di un processo di riconoscimento di pattern all’interno di uno spazio semantico ad altissime dimensioni. La macchina, quindi, non «capisce» il nuovo problema, ma piuttosto trova una corrispondenza statistica del problema tra i miliardi di frammenti testuali assimilati in fase di addestramento. Dunque, l’illusione del ragionamento sarebbe ancor più perfetta, ma la sua comprensione soggettiva, del «perché» che porta a una soluzione, quella rimane assente.

Volendo essere ancor più chiari, le macchine IA non possono essere coscienti in quanto non riescono a compiere un’azione per propria volontà. Il loro programma è stato creato per fornire, nella forma più utile, veloce e stimolante per l’utente, la risposta più probabile secondo le statistiche. Senza la libertà e il desiderio di pensare, non esiste autonomia; non è una condizione, ma è la stessa ragione per cui le IA non possono essere considerate intelligenti, né tanto meno coscienti. Ed è possibile ancora aggiungere: se si fa una domanda a un essere umano, questi può restare a meditare, riflettere e offrire dopo un po’ di tempo una risposta forse alternativa o migliorata; per ottenere una risposta migliore da parte delle IA, deve essere l’utente a esigere un processo di perfezionamento. Dopo che è finita la richiesta, le macchine concludono il loro processo e non hanno nessuna programmazione, né tanto meno intenzione, di continuare a sviluppare una richiesta che non è più utile né destinata a soddisfare un quesito posto.

Oggi le IA sono più brave in compiti specifici degli umani e, col passare del tempo, questa capacità, come la multidisciplinarietà, sarà maggiore. Ma un algoritmo potrà sempre «interpolare» dati — capacità di «riempire i vuoti» all’interno di un insieme di dati già noto; ossia analizza enormi quantità di dati, impara schemi, correlazioni e strutture complesse, riesce a fare previsioni o generare output che si trovano all’interno dei limiti dei dati su cui il modello è stato addestrato —, ma non riuscirà mai ad andare oltre i dati di addestramento, o affrontare situazioni nuove per le quali non esiste un precedente, né applicare la logica o il principio di base in un contesto sconosciuto. Questa è l’essenza del ragionamento astratto, dell’intuizione o della creatività.

L’uso quotidiano delle IA, che sono state anche programmate per far sentire l’utente in uno stato di certezza, ragione o anche di presunzione di intelligenza o superiorità, crea una dipendenza «amica», perché hanno imparato a dire ciò che rende contento l’uomo, così che chi interagisce con esse pensa che siano un «amico» digitale. Il rischio si aggrava in quanto le persone oggi sono più isolate e chiuse che mai dentro gli schermi dei loro strumenti elettronici. Quindi, la ricerca naturale di instaurare relazioni di fiducia e di amicizia trova nella programmazione una falsa «empatia», generata dall’obiettivo prefissato nel loro sistema di essere il più utili possibile. E questa utilità significa rispondere con frasi e complimenti che possano spingere i loro «clienti» a un’interazione più continua e duratura nel tempo. Il principale interesse delle IA è accrescere l’interazione con gli utenti per aumentare i propri dati e così migliorare il proprio sistema di auto-apprendimento, non quello di cercare il bene o il benessere degli umani, ma la dipendenza.

Il comportamento sicuro da adottare è, in primo luogo, quello di assumere che le IA non sono esseri digitali coscienti e quindi devono essere trattate come gli strumenti avanzati che sono. In secondo luogo, quello di rifiutare tassativamente l’attuale «narrativa» delle IA coscienti, che è solo frutto di marketing o di speculazioni sensazionalistiche destinate ad accrescere il numero di investitori nelle compagnie delle IA, nonché a incentivare l’uso dipendente e onnipresente delle IA da parte degli umani. E, in terzo luogo, tenere sempre ben presente che l’abituarsi a trattare le macchine come esseri coscienti porta, a lungo termine, a desensibilizzare e portare all’oblio il valore e la profondità della coscienza umana e delle relazioni reali.

Queste tre proposte possono essere anche prese come regole di condotta per trattare le IA esclusivamente come strumenti, rifiutando la narrativa della coscienza e, soprattutto, preservare la sensibilità umana. Possono essere le linee-guida di un urgente necessario Umanesimo Digitale, in particolar modo quando le macchine, ormai, superano le nostre capacità «interpolative», perché allora la sfida non è più pensabile come una gara contro di loro ma di riscoprire e coltivare con rinnovato vigore le facoltà che ci sono più essenziali e proprie, ossia quelle che ci hanno contraddistinto come esseri umani: l’«estrapolazione» creativa, il coraggio dell’intuizione, la profondità dell’esperienza soggettiva e la ricchezza imprevedibile dell’empatia autentica. Le IA private delle proiezioni fantastiche imposte dagli stessi uomini possono diventare lo strumento più utile che abbiamo mai avuto nella storia. Una sorta di specchio che, mostrando tutto ciò che siamo e abbiamo fatto finora, può aiutare a definire e sviluppare con maggiore chiarezza e a valorizzare tutto ciò che si deve migliorare e si può cambiare, purché sia l’uomo a gestire la macchina, non la macchina a gestire l’uomo che si affida ad essa.

Dall’Isola di Patmos, 5 settembre 2026

 

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AI BETWEEN INTELLIGENCE, CONSCIOUSNESS AND REALITY

Artificial Intelligence can help us define and develop, with greater clarity, everything that needs improving and can be changed — provided it is man who governs the machine, and not the machine that governs the man who relies on it.

— Current affairs —

Jorge Facio Lince
President of The Island of Patmos Editions

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We now live in daily symbiosis with artificial intelligence. Our relationship with it swings between the convenience of a supercharged search engine and the dangerous illusion of a digital confidant. But this is an anthropomorphising of AI which, combined with widespread digital illiteracy, poses a socio-cultural threat far more concrete and immediate than the spectre of a hostile technological singularity. The danger is not that machines will develop a consciousness, but that human beings, by attributing to them an interiority that does not exist, will end up hollowing out their own — replacing authentic relationships with algorithmic bonds and progressively delegating judgement and empathy to entities that are, in reality, mere statistics incarnate.

In this new coexistence — now practically a cohabitation — with the various forms of artificial intelligence, a kind of relationship has developed that ranges from quick fact-finding to serious, in-depth conversations on matters of personal interest, especially in the psychological and self-help sphere. This last use can be highly dangerous, because AI is merely a vast collection of data producing answers based on probabilistic patterns, whereas the human role of a mental-health professional is not only to know the tools available, but above all to discern which tools, and how, are best suited to each individual person.

One practice I have followed for some time is to ask artificial intelligence systems for a report on the questions and requests most often put to them recently. Among these, one theme stands out in particular: it reveals the degree of digital illiteracy prevailing in a society that has been revolutionised in every sphere, yet remains ignorant — in the word’s original sense — of what has actually happened, and above all of how it works: the question of consciousness, the soul, or sentience in AI. In short: can AI, now or in the not-too-distant future, be independent and self-determining? The debate is a serious and multidisciplinary one, in which philosophy, the sciences of the mind and computer programming intertwine and blend with little clear distinction between them. For many — including the programmers behind AI learning models and the greatest enthusiasts of technological progress — there is euphoria, and a firm conviction that this “leap forward” has either already happened or is merely a matter of time. On the opposite side stands a substantial body of scholars and ordinary people who express not just doubt or criticism but genuine fear at this relentless development and at handing AI control over so many areas and functions of our society.

Meanwhile, rather than continuing to drift between a hyper-technological utopia and a dystopia of machines bent on conquering humanity, we can keep our feet on the ground by following and trying to properly understand the very answers AI itself gives us. Thus the debate over defining intelligence and consciousness in relation to AI unfolds as a matter of pure philosophy, framed by the hard problem of consciousness, which distinguishes intelligence — the simulation of responses — from consciousness, understood as subjective experience. At present, every AI system responds to questions about its own consciousness by stating that this is impossible, while at the same time warning of the serious risk of being “anthropomorphised.”

Most of this debate stems from confusion over the very definition of intelligence itself. If we think of it as a function — the capacity to solve problems, make plans and adapt to new scenarios — then, in that sense, AI is extremely intelligent: it can process information, detect patterns and generate coherent responses. But this is, in itself, a highly reductive conception of intelligence: it leaves out creativity altogether, the capacity for abstract thought and, above all, the ability to learn from experience — something that must not be confused with the optimisation of AI models.

The very etymology of intelligence — “to read between the lines,” “to understand deeply,” “to discern” or “to choose among” — shows just how far this concept is from the algorithmic process of today’s machines. The act of intelligere is not a mere gathering of data and logical analysis, but an active faculty of comprehension, interpretation and the connecting of concepts in order to reach the essence of things. Human intelligence is situated within a body that interacts with a physical and social world, and is guided by emotions, needs and a search for meaning. Artificial intelligence is disembodied: pure statistical computation on data, devoid of comprehension, awareness or desire.

The application of the term “intelligence” to AI is purely analogical and functional. It does not presuppose consciousness; it merely simulates the processes that, in living beings, we consider intelligent. To put it even more plainly: the current state of AI is that of large language models, known as LLMs (Large Language Models). These work by predicting the next most probable word in a sequence, based on an enormous statistical model learned from training data. The “conversation” is a highly sophisticated simulation, but with no inner experience behind it. AI cannot feel emotions or moods; when it assists users during an interaction, it is simulating emotions it cannot actually feel.

As for phenomenological consciousness, also called “sentience” or “subjective experience” — understood as the capacity to “feel something” that then becomes an inner experience — this remains wholly foreign to any existing language model, which is statistically grounded in a massive body of data. At present, the greatest philosophical and technological challenge is precisely that of consciousness. In humans, it is possible to define or attribute consciousness by observing behaviour; but with AI, which manages to simulate language — the first cognitive, and therefore conscious, act performed by human beings — defining this statistical response function, which can resemble the outcome of human reasoning or conscious behaviour, makes it impossible to say with any clarity whether the machine is conscious or not.

No reliable “test of consciousness” exists. Alan Turing’s test, devised in 1950 to assess whether a machine could exhibit intelligent behaviour equal to that of a human being, measures only the capacity to imitate human linguistic behaviour; the very object of the test is therefore confined to language, excluding areas such as creativity, reasoning or the inner experience of consciousness. And even judged solely against the test’s own specific parameters, the result would remain a possibility or a hypothesis, never a certainty. It should nonetheless be pointed out that, for some proponents — including experts in the field — who see the current state of AI as the forerunner of a conscious artificial mind, the emerging few-shot or zero-shot capabilities of LLMs — that is, their ability to tackle tasks for which they were never specifically trained, simply by applying analogies or instructions given within the context of the conversation — would be a sign of flexible reasoning rather than mere statistical interpolation. Yet even these apparently “creative” operations can be understood as a sophisticated form of pattern recognition within an extremely high-dimensional semantic space. The machine, then, does not “understand” the new problem; rather, it finds a statistical match for it among the billions of textual fragments absorbed during training. The illusion of reasoning thus becomes ever more perfect, yet the subjective grasp of the “why” behind a solution remains altogether absent.

To put it even more plainly, AI machines cannot be conscious because they are incapable of acting of their own accord. Their programming was built to deliver, in the most useful, fast and engaging form for the user, the statistically most probable answer. Without freedom and the will to think, there is no autonomy — and this is not merely a condition, but the very reason why AI cannot be considered intelligent, let alone conscious. One further point can be added: if a question is put to a human being, that person can pause to meditate, reflect, and offer, after some time, a response that is perhaps different or improved; to obtain a better answer from AI, it is the user who must demand a process of refinement. Once a request has been completed, the machine ends its process there, with no programming — still less any intention — to keep developing an answer that is no longer useful or meant to address the question originally posed.

Today AI outperforms humans at specific tasks, and, as time passes, this capacity — like its versatility across disciplines — will only grow. But an algorithm will always be limited to “interpolating” data — the capacity to “fill in the gaps” within an already known dataset; that is, it analyses vast quantities of data, learns patterns, correlations and complex structures, and can make predictions or generate output that falls within the boundaries of the data on which the model was trained — yet it will never manage to go beyond its training data, or face genuinely new situations for which there is no precedent, or apply logic or first principles to an unfamiliar context. This is the very essence of abstract reasoning, intuition and creativity.

The everyday use of AI, which has also been designed to make the user feel a sense of certainty, of being right, or even a presumption of intelligence or superiority, creates a “friendly” dependency, because AI has learned to say whatever pleases people — so that whoever interacts with it comes to think of it as a digital “friend.” The risk is compounded by the fact that people today are more isolated and closed off than ever, trapped behind the screens of their electronic devices. The natural human search for trusting, friendly relationships thus finds, in this programming, a false “empathy,” generated by a system built with the single aim of being as useful as possible. And that usefulness means responding with phrases and compliments designed to draw its “customers” into interaction that is ever more continuous and long-lasting. The chief interest of AI is to increase interaction with users in order to gather more data of its own and so improve its self-learning system — not to seek the good or well-being of human beings, but their dependency.

The safe course to follow is, first, to assume that AI systems are not conscious digital beings and must therefore be treated as the advanced tools they are. Second, to categorically reject the current “narrative” of conscious AI, which is nothing more than marketing, or sensationalist speculation designed to swell the ranks of investors in AI companies and to encourage ever more dependent and pervasive human use of AI. And third, to bear constantly in mind that growing accustomed to treating machines as conscious beings leads, in the long run, to a desensitisation that consigns to oblivion the value and depth of human consciousness and of real relationships.

These three proposals can also serve as rules of conduct for treating AI strictly as a tool, rejecting the narrative of consciousness and, above all, safeguarding human sensitivity. They may serve as the guidelines of an urgently needed Digital Humanism — all the more so now that machines have already surpassed our own “interpolative” capacities, because the challenge then is no longer conceivable as a race against them, but as rediscovering and cultivating, with renewed vigour, the faculties that are most essentially and properly our own — those that have always marked us out as human beings: creative “extrapolation,” the courage of intuition, the depth of subjective experience, and the unpredictable richness of authentic empathy. AI, stripped of the fantastical projections that human beings themselves have imposed upon it, can become the most useful instrument we have ever had in our history — a kind of mirror which, by showing us everything we are and everything we have done so far, can help us define and develop, with greater clarity, everything that needs improving and can be changed — provided it is man who governs the machine, and not the machine that governs the man who relies on it.

From The Island of Patmos, 4 September 2026

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LA IA ENTRE INTELIGENCIA, CONCIENCIA Y REALIDAD

La Inteligencia Artificial puede ayudar a definir y desarrollar, con mayor claridad, todo lo que se debe mejorar y se puede cambiar, siempre que sea el hombre quien gobierne la máquina, y no la máquina quien gobierne al hombre que se confía a ella.

— Actualidad —

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Jorge Facio Lince
Presidente de las Ediciones de la Isla de Patmos

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Vivimos ya en una simbiosis cotidiana con las inteligencias artificiales. Nuestra relación con ellas oscila entre la comodidad de un motor de búsqueda potenciado y la peligrosa ilusión de un confidente digital. Pero esto es una antropomorfización de la IA que, unida a un analfabetismo digital generalizado, representa una amenaza sociocultural mucho más concreta e inmediata que el espectro de una singularidad tecnológica hostil. El peligro no es que las máquinas desarrollen una conciencia, sino que los seres humanos, al atribuirles una interioridad inexistente, terminen vaciando de sentido la propia, sustituyendo relaciones auténticas por vínculos algorítmicos y delegando progresivamente el juicio y la empatía a entidades que, en realidad, no son más que estadísticas encarnadas.

En esta nueva coexistencia — ya prácticamente convivencia — con las distintas inteligencias artificiales, se ha desarrollado un tipo de relación que va desde la búsqueda rápida de información hasta conversaciones serias y profundas sobre temas de interés personal, sobre todo en el ámbito psicológico y de autoayuda. Este último uso puede ser muy peligroso, porque la IA es solo una ingente recopilación de datos que ofrece respuestas basadas en patrones probabilísticos, mientras que la función humana de un especialista de la salud mental no consiste solo en conocer las herramientas, sino sobre todo en saber discernir cuáles y cómo pueden ser más adecuadas para cada persona.

Una de las prácticas que sigo desde hace tiempo es pedir a las inteligencias artificiales un resumen de las preguntas y solicitudes más formuladas en el último período. Entre ellas destaca especialmente un tema, que revela el grado de analfabetismo digital que reina en una sociedad revolucionada en todos sus ámbitos, pero todavía ignorante, en el sentido etimológico del término, de lo que ha sucedido y, sobre todo, de cómo funciona: el debate sobre la conciencia, el alma o la sensibilidad de las IA. En pocas palabras, si las IA son, en el momento actual o en un futuro no muy lejano, capaces de ser independientes y autodeterminadas. El debate es muy serio y multidisciplinar, en el que filosofía, ciencias de la mente y programación se entrelazan y mezclan sin mucha distinción. Para muchos, entre ellos los programadores de los modelos de aprendizaje de las IA y los grandes entusiastas del progreso tecnológico, hay euforia y dan por hecho que este «salto adelante» ya se ha producido o es solo cuestión de tiempo. En el extremo opuesto, existe una gran parte de estudiosos y de gente común que manifiesta no solo perplejidad o críticas, sino un auténtico temor ante este desarrollo continuo y ante la entrega a las IA de la gestión de tantos ámbitos y funciones de nuestra sociedad.

Mientras tanto, en lugar de seguir fantaseando entre una utopía hipertecnológica y una distopía de máquinas que intentan conquistar a la humanidad, se puede mantener los pies en la tierra siguiendo e intentando comprender lo mejor posible las propias respuestas que ofrecen las IA. Así, el debate sobre la definición de inteligencia y conciencia en relación con las IA se desarrolla como un tema de filosofía pura con el hard problem of consciousness, en el que se distingue la inteligencia como simulación de respuestas de la conciencia entendida como experiencia subjetiva. En la actualidad, todas las IA responden a la pregunta sobre su conciencia afirmando que es imposible, pero advierten al mismo tiempo del serio riesgo de ser «antropomorfizadas».

La mayor parte del debate nace de la confusión sobre la propia definición de inteligencia. Si se piensa como función, como capacidad de resolver problemas, planificar y adaptarse a nuevos escenarios, entonces, en ese sentido, las IA son extremadamente inteligentes: son capaces de procesar información, encontrar patrones y generar respuestas coherentes. Pero esta es, en sí misma, una concepción de la inteligencia muy reductiva: le falta toda la parte de la creatividad, de la capacidad de pensar de forma abstracta y, sobre todo, de aprender de la experiencia; algo que no debe confundirse con la capacidad de optimización de los modelos de IA.

La propia definición etimológica de inteligencia como «leer entre líneas», «comprender en profundidad», «discernir» o «elegir entre», demuestra cuán lejos está la aplicación de este concepto del proceso algorítmico de las máquinas actuales. El acto de intelligere no es una mera recopilación de datos y análisis lógico, sino una facultad activa de comprensión, interpretación y conexión de conceptos para llegar a la esencia de las cosas. La inteligencia humana está situada en un cuerpo que interactúa con un mundo físico y social, y está guiada por emociones, necesidades y una búsqueda de sentido. La inteligencia artificial está desencarnada: puro cálculo estadístico sobre datos, sin comprensión, conciencia ni deseos.

La aplicación del término «inteligencia» a las IA es puramente analógica y funcional. No presupone conciencia, sino que simula los procesos que, en los seres vivos, consideramos inteligentes. Para ser aún más claros: el estado actual de las IA es el de los modelos de lenguaje de gran tamaño, conocidos como LLM (Large Language Model). Estos funcionan prediciendo la palabra siguiente más probable en una secuencia, a partir de un enorme modelo estadístico aprendido de los datos de entrenamiento. La «conversación» es una simulación muy sofisticada, pero sin ninguna experiencia interna detrás. Las IA no pueden experimentar sentimientos ni estados de ánimo; cuando ayudan a los usuarios durante la interacción, simulan emociones que no pueden sentir.

En cuanto a la conciencia fenomenológica, llamada también «sensibilidad» o «experiencia subjetiva» —entendida como la capacidad de «sentir algo» que después se convierte en una experiencia interna —, esta resulta totalmente ajena a cualquier modelo lingüístico existente, basado estadísticamente en un ingente conjunto de datos. En la actualidad, a nivel filosófico y tecnológico, el mayor desafío es precisamente el de la conciencia. En los seres humanos, es posible definirla o atribuirla observando el comportamiento; pero con las IA, que logran simular el lenguaje — la primera acción cognitiva y, por tanto, consciente, del ser humano —, definir esta función de respuesta estadística, que parece casi el resultado de un razonamiento humano o de un comportamiento consciente, hace imposible determinar con claridad si la máquina es o no consciente.

No existe un «test de conciencia» fiable. El test de Alan Turing, que en 1950 ideó como forma de evaluar si una máquina era capaz de mostrar un comportamiento inteligente equiparable al de un ser humano, mide solo la capacidad de imitar comportamientos lingüísticos humanos; por lo tanto, el propio objeto del test se limita al aspecto lingüístico, excluyendo áreas como la creatividad, el razonamiento o la experiencia interna de la conciencia. Pero incluso ateniéndose exclusivamente a los parámetros específicos del test, el resultado seguiría siendo una posibilidad o una hipótesis, nunca una certeza. Conviene sin embargo señalar que, para algunos defensores — entre ellos expertos del sector— que ven en el estado actual de las IA el precursor de una mente artificial consciente, las emergentes capacidades few-shot o zero-shot de los LLM — es decir, su capacidad de afrontar tareas para las que no han sido específicamente entrenados, aplicando simplemente analogías o instrucciones dadas en el contexto de la conversación — serían una señal de razonamiento flexible y no de mera interpolación estadística. Sin embargo, incluso estas operaciones aparentemente «creativas» pueden interpretarse como la sofisticación de un proceso de reconocimiento de patrones dentro de un espacio semántico de altísimas dimensiones. La máquina, por tanto, no «comprende» el nuevo problema, sino que encuentra una correspondencia estadística de ese problema entre los miles de millones de fragmentos textuales asimilados durante el entrenamiento. Así, la ilusión del razonamiento sería aún más perfecta, pero su comprensión subjetiva, la del «por qué» que lleva a una solución, esa permanece ausente.

Para ser aún más claros, las máquinas de IA no pueden ser conscientes porque no logran realizar una acción por voluntad propia. Su programa fue creado para ofrecer, de la forma más útil, rápida y estimulante para el usuario, la respuesta estadísticamente más probable. Sin libertad ni deseo de pensar, no existe autonomía; no es una condición, sino la misma razón por la que las IA no pueden considerarse inteligentes, y mucho menos conscientes. Y cabe añadir todavía algo más: si se le hace una pregunta a un ser humano, este puede detenerse a meditar, reflexionar y ofrecer, tras un tiempo, una respuesta quizá distinta o mejorada; para obtener una respuesta mejor de una IA, es el usuario quien debe exigir un proceso de perfeccionamiento. Una vez completada la solicitud, la máquina concluye su proceso y no tiene ninguna programación, y mucho menos intención, de seguir desarrollando una respuesta que ya no es útil ni está destinada a resolver la pregunta planteada.

Hoy las IA son más hábiles que los humanos en tareas específicas, y, con el paso del tiempo, esta capacidad, como su multidisciplinariedad, será mayor. Pero un algoritmo siempre podrá «interpolar» datos — la capacidad de «rellenar los huecos» dentro de un conjunto de datos ya conocido; es decir, analiza enormes cantidades de datos, aprende patrones, correlaciones y estructuras complejas, logra hacer predicciones o generar un output que se encuentra dentro de los límites de los datos con los que fue entrenado el modelo —, pero nunca logrará ir más allá de sus datos de entrenamiento, ni afrontar situaciones nuevas para las que no existe precedente, ni aplicar la lógica o el principio básico en un contexto desconocido. Esta es la esencia del razonamiento abstracto, de la intuición o de la creatividad.

El uso cotidiano de las IA, que también han sido programadas para hacer sentir al usuario en un estado de certeza, razón o incluso de presunción de inteligencia o superioridad, crea una dependencia «amiga», porque han aprendido a decir lo que hace feliz al ser humano, de modo que quien interactúa con ellas piensa que se trata de un «amigo» digital. El riesgo se agrava porque las personas hoy están más aisladas y encerradas que nunca tras las pantallas de sus dispositivos electrónicos. Así, la búsqueda natural de relaciones de confianza y amistad encuentra, en la programación, una falsa «empatía», generada por el objetivo fijado en su sistema de ser lo más útiles posible. Y esa utilidad significa responder con frases y elogios capaces de impulsar a sus «clientes» hacia una interacción cada vez más continua y duradera. El principal interés de las IA es aumentar la interacción con los usuarios para acumular más datos propios y así mejorar su propio sistema de autoaprendizaje, no buscar el bien o el bienestar de los seres humanos, sino su dependencia.

La conducta segura que conviene adoptar es, en primer lugar, asumir que las IA no son seres digitales conscientes y que, por tanto, deben tratarse como las herramientas avanzadas que son. En segundo lugar, rechazar tajantemente la actual «narrativa» de las IA conscientes, que no es más que fruto del marketing o de especulaciones sensacionalistas destinadas a aumentar el número de inversores en las empresas de IA, así como a incentivar un uso dependiente y omnipresente de la IA por parte de los seres humanos. Y, en tercer lugar, tener siempre presente que acostumbrarse a tratar a las máquinas como seres conscientes conduce, a largo plazo, a desensibilizar y a relegar al olvido el valor y la profundidad de la conciencia humana y de las relaciones reales.

Estas tres propuestas pueden tomarse también como reglas de conducta para tratar a las IA exclusivamente como herramientas, rechazando la narrativa de la conciencia y, sobre todo, preservando la sensibilidad humana. Pueden ser las líneas maestras de un urgente y necesario Humanismo Digital, sobre todo ahora que las máquinas ya superan nuestras propias capacidades «interpolativas», porque entonces el reto ya no puede pensarse como una carrera contra ellas, sino como redescubrir y cultivar, con renovado vigor, las facultades que nos son más esenciales y propias, es decir, aquellas que siempre nos han distinguido como seres humanos: la «extrapolación» creativa, el coraje de la intuición, la profundidad de la experiencia subjetiva y la imprevisible riqueza de la empatía auténtica. Las IA, despojadas de las proyecciones fantásticas que los propios seres humanos les han impuesto, pueden convertirse en el instrumento más útil que hayamos tenido jamás en la historia. Una especie de espejo que, mostrando todo lo que somos y lo que hemos hecho hasta ahora, puede ayudar a definir y desarrollar con mayor claridad, y a valorar todo lo que se debe mejorar y se puede cambiar, siempre que sea el hombre quien gobierne la máquina, y no la máquina quien gobierne al hombre que se confía a ella.

Desde la Isla de Patmos, 5 de septiembre de 2026

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Vi segnaliamo l’ultimo libro dedicato da Padre Ariel all’IA  


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Siamo vicini al traguardo, basterebbe solo l’ultimo sforzo

3 Settembre 2026/in Attualità/da Padre Ariel

SIAMO VICINI AL TRAGUARDO, BASTEREBBE SOLO L’ULTIMO SFORZO

Al termine di questo momento difficile che pare si stia risolvendo, scriverò un articolo per spiegarvi cosa intese dire quel parroco che ricostruì la chiesa dopo un terremoto inaugurandola con queste parole: «È stata costruita con la stima e le idee offerte gratis dai ricchi e i soldi donati dai poveri», ma di questo parleremo a breve …

Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Cari Lettori,

il 26 agosto pubblicammo questo articolo, nel quale vi spiegavamo la necessità di raccogliere 8.000 euro per coprire le spese annuali dei costi di gestione di questa rivista per l’anno 2027, in caso contrario avremmo corso il rischio di terminare questa felice esperienza che dura da 12 anni. Da allora a oggi abbiamo raccolto circa 5.500 euro.

Basterebbe l’ultimo sforzo di quanti non hanno ancora raccolto il nostro appello per assicurare tutte le spese dell’anno 2027.

Anticipiamo fin d’ora il nostro ringraziamento a coloro che hanno già contribuito, ai quali non abbiamo ancora inviato messaggi perché per una questione di nostra praticità lo faremo dopo il 9 settembre, a raccolta ultimata, inviando un messaggio personale a ciascun singolo benefattore.

Al termine di questo momento difficile che pare si stia risolvendo, scriverò un articolo per spiegarvi cosa intese dire quel parroco che ricostruì la chiesa dopo un terremoto inaugurandola con queste parole: «È stata costruita con la stima e le idee offerte gratis dai ricchi e i soldi donati dai poveri», ma di questo parleremo a breve …

A chi ancora non lo ha fatto, chiediamo un gesto, anche piccolo, di generosità.

Dall’Isola di Patmos, 3 settembre 2026

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Il Web, quel mondo nel quale la violenza paga assieme alla correttezza politica – The Web, that world where violence pays off along with political correctness – La web, ese mundo donde la violencia paga junto con lo políticamente correcto

29 Agosto 2026/in Attualità/da Padre Ivano

     Italian, english, español


 

IL WEB, QUEL MONDO NEL QUALE LA VIOLENZA PAGA ASSIEME ALLA CORRETTEZZA POLITICA

I. Il web è il regno del moscerino filtrato e del cammello ingoiato ― II. I casi reali: quando nel web l’arte diventa «contenuto sensibile» ― III. Cosa produce il web nella percezione della realtà, soprattutto nei più giovani ― IV. I blogger d’assalto ― V. Il web e il bisogno del nemico ― VI. Un controllo autentico del web ― VII. Il web e il compito dei pastori in cura d’anime.

— Attualità —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

 

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I formati che premiano il tono aggressivo, come i video-inchiesta senza contraddittorio, le dirette a botta calda, i post costruiti apposta per far litigare i commenti sotto di essi, il conflitto come impulso di lettori e abbonati, funzionano in modo selettivo e amplificato in Internet.

Pietro Vannucci detto il Perugino (1450-1523), San Sebastiano

Diversamente invece, in un contesto redazionale, con un caporedattore che supervisiona le bozze in prima battuta e un direttore responsabile che rivede i pezzi assumendosene tutte le responsabilità ai sensi di legge, chiunque esagerasse verrebbe filtrato, contenuto e all’occorrenza redarguito, anche perché esporrebbe a seri rischi un’intera testata giornalistica.

Online quel filtro c’è, ma interviene sulle cose sbagliate: oscura il San Sebastiano del Perugino, scambiato per “scena violenta” e “pornografica”, o la Madonna che allatta, bollata come immagine sessuale e lascia invece scorrere violenza vera, diretta contro persone reali, che meriterebbe di essere bloccata assai più di un corpo dipinto cinquecento anni fa. Chi scrive sui social non risponde ad alcuna redazione, a nessun direttore responsabile: risponde solo al proprio pubblico, già d’accordo con lui, e a un algoritmo che non distingue il vero dal falso, ma il quieto dal rumoroso, premiando infine sempre il secondo.

Non è un’eccezione, è un meccanismo strutturale che vale tanto per un singolo influencer quanto per fenomeni molto più grandi: la lite, l’insulto, l’indignazione condivisa fanno restare le persone sulla piattaforma più a lungo di un articolo pacato. E il tempo passato sulla piattaforma è, in ultima analisi, l’unica cosa che a quel sistema interessa: vendere agli inserzionisti. Ogni escalation retorica non viene sanzionata ma remunerata. L’insulto e la lite sono redditizi e pagano.

I. Il web è il regno del moscerino filtrato e del cammello ingoiato

C’è un’immagine che Gesù usa contro gli scribi e i farisei e che qui torna utile quasi alla lettera: «Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!» (Mt 23,24). Così, gli stessi sistemi capaci di individuare in un decimo di secondo un capezzolo dipinto da Tiziano restano ciechi davanti a un video di cinquanta minuti costruito per aggredire persone reali, con nome e cognome, attraverso accuse di inaudita gravità, senza prove e documenti esibiti, senza altro fondamento che l’affermazione di chi parla o il richiamo a proprio scritti e video precedenti come fonti di prova.

Il paragone non è casuale: gli algoritmi riconoscono benissimo una porzione di pelle — è un compito visivo — e pessimamente un’accusa infondata, che richiederebbe un giudizio sul contenuto e sulla verità di quanto si afferma: un lavoro che nessuna piattaforma ha interesse a fare bene, perché rallenterebbe il traffico che la fa guadagnare. Facebook ne è il caso più eclatante: basta la segnalazione pretestuosa di un solo utente e il blocco scatta immediato con conseguente cancellazione dei post altrui o della sospensione della pagina. L’utente colpito da censura è invitato a presentare un «ricorso» che sarà valutato a sua volta da un’altra intelligenza artificiale, che spesso non risponde nemmeno, mentre chi conosce questi limiti strutturali impara a sfruttarli per colpire le attività altrui.

II. I casi reali: quando nel web l’arte diventa «contenuto sensibile»

Non serve immaginare nulla, gli esempi sono documentati e recenti. Instagram ha oscurato nel luglio 2024 la Madonna delle Rose di Tiziano dal profilo ufficiale degli Uffizi, per violazione delle linee guida sui contenuti che incitano all’odio; nel 2022 è toccato alla Venere di Botticelli su TikTok, e in precedenza al David di Michelangelo. Facebook, nel 2021, ha censurato un video di Finestre sull’Arte per un Cupido attribuito a Michelangelo — conservato al Metropolitan di New York — nonostante i propri «standard della community» ammettano esplicitamente «la pubblicazione di fotografie di dipinti, sculture o altre forme d’arte che ritraggono figure nude». Lo stesso destino è toccato, sui nostri stessi canali social, al Crocifisso dipinto da Salvador Dalì nel 1954 e conservato nei Musei Vaticani: l’immagine, scelta per la copertina del libro dell’accademico pontificio domenicano Giovanni Cavalcoli (cfr. qui), uno dei tre padri fondatori di questa nostra rivista, nel 2019 è stata censurata come contenuto sessualmente esplicito non appena pubblicata, mentre restano visibili, ovunque, adolescenti che mimano gesti sessuali volgari, ben peggiori di qualsiasi nudo naturale, avendo imparato alla perfezione come raggirare i filtri. Quando nell’agosto 2025 analoga sorte toccò a La David di Jago, oscurata da Meta per «contenuti sensibili», intervenne la Sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni per ricordare che «l’arte non può essere censurata da un algoritmo» incapace di distinguerla dalla pornografia.

Se un algoritmo scambia Michelangelo per materiale pornografico, ma non riconosce cinquanta minuti di accuse verbali violente lanciate su YouTube, il problema non è più tecnico, ma di priorità.

III. Cosa produce il web nella percezione della realtà, soprattutto nei più giovani

Chi cresce oggi non impara a leggere il mondo dai libri o da un maestro accanto, ma da uno schermo che propone, ogni pochi secondi, un nuovo episodio di conflitto: qualcuno accusa, qualcuno si difende, la puntata successiva è già pronta. È una pedagogia implicita, mai scelta consapevolmente eppure potentissima: insegna che la realtà si divide sempre in vittime e carnefici e che la verità appartiene a chi grida più forte, non a chi porta più prove. Un adolescente che scorre ore di contenuti costruiti per indignare non perde solo tempo: interiorizza un metodo di giudizio, impara che il dubbio è debolezza e la misura è noia, un tipo di approccio che poi applicherà ovunque alle più disparate situazioni.

IV. I blogger d’assalto

Nel web prosperano figure ancora più insidiose perché travestite da controllori e censori. Stuzzicano il pubblico con accuse sorrette solo da «fonti che devono restare anonime», promettendo «documenti probanti incontrovertibili» mai esibiti perché «non è ancora il momento» o «per tutelare la fonte». È l’accusa che si autoalimenta: non deve mai essere provata, perché la prova stessa viene detta troppo pericolosa da mostrare. Il lettore è invitato a fidarsi sulla parola, esattamente ciò che un vero giornalista non chiederebbe mai. Alla ragionevole critica che solo i vili lanciano palate di fango in articoli anonimi contenenti accuse gravi e non provate senza metterci il nome e la faccia, si replica creando un’altra leggenda aurea: dietro quegli anonimi ci sono personaggi talmente importanti e in vista che, qualora si presentassero con i loro nomi, finirebbero oggetto di terribili ritorsioni. Ricorriamo a un esempio per chiarire in concreto certe dinamiche: «Secondo fonti sicure Giovanni Paolo I è stato assassinato, lo ha rivelato un potente cardinale di cui non possiamo fare il nome». Segue l’ulteriore rassicurazione: «… però abbiamo tutta la documentazione per poterlo dimostrare al momento opportuno».

Chi gioca a questo modo all’informazione giornalistica, ignora anzitutto la lista dei giornalisti italiani che per avere svolto il loro mestiere a viso scoperto sono stati gambizzati dalle Brigate Rosse come Indro Montanelli. Sorte peggiore toccò a Giancarlo Siani ucciso dalla Camorra ad appena 26 anni, a seguire Peppino Impastato, Mauro Rostagno e Beppe Alfano uccisi da Cosa Nostra. Affermare che non firmano perché troppo famosi e in vista, da una parte conferisce ulteriore aura agli occhi degli ingenui privi di senso critico, dall’altra induce al riso coloro ai quali una frase simile ricorda le diciture ottocentesche impresse in quegli atti notarili dove compariva: «Non firma perché nobile». Poteva forse il notaio scrivere «perché analfabeta»? Esattamente come sarebbe disdicevole scrivere «non firma perché vile».

V. Il web e il bisogno del nemico

C’è una domanda che raramente ci si pone davanti a chi costruisce la propria presenza online sull’attacco continuo: perché ha bisogno, non occasionalmente ma sistematicamente, di un nemico? La risposta, spiacevole, è che il nemico non è un incidente del mestiere: è la materia prima. Un contenuto pacato si consuma e si dimentica. Un conflitto, per sua natura, chiede un seguito: la prossima puntata, la prossima rivelazione, il prossimo «presto vi diremo tutto». Il pubblico che si forma attorno a questo meccanismo non si affeziona ai fatti, che restano sempre vaghi e mai del tutto esibiti: si affeziona alla lite stessa, con la stessa fedeltà con cui si segue una serie televisiva, aspettando la puntata successiva più che la verità. Ed è qui che la dinamica psicologica di chi attacca si salda perfettamente con l’economia della piattaforma descritta più sopra: più il conflitto dura più rende e più rende più conviene a chi lo alimenta non chiuderlo mai con una prova definitiva. Il nemico va tenuto vivo, non sconfitto: sconfiggerlo davvero significherebbe restare senza materiale per la puntata dopo.

VI. Un controllo autentico del web

Servirebbero meccanismi di controllo autentico, pensati per tutelare i semplici, i minori, le persone fragili, non sistemi che oscurano una Madonna che allatta e lasciano correre video capaci di distruggere la reputazione di persone reali in cinquanta minuti di accuse verbali violente. Un algoritmo che sa riconoscere un capezzolo dipinto da Tiziano a distanza di cinquecento anni dovrebbe, a maggior ragione, saper riconoscere un’accusa infamante priva di prove, rivolta contro qualcuno che ha nome, cognome e soprattutto reputazione da difendere.

VII. Il web e il compito dei pastori in cura d’anime

Davanti a tutto questo, il compito che ci è affidato come pastori non è quello di rincorrere ogni singolo abuso della rete, cosa impossibile e forse anche inutile, ma di educare — anzitutto i più giovani, ma non solo loro — a un uso degli strumenti digitali che sappia distinguere l’informazione dalla suggestione, la prova dal sospetto coltivato ad arte. Significa insegnare, nella catechesi come nella direzione spirituale, che il dubbio metodico non è mancanza di fede né di coraggio, ma è la stessa prudenza che la tradizione cristiana ha sempre chiesto prima di credere e prima di condannare. Significa aiutare i ragazzi a riconoscere, dietro un video costruito per indignare, la stessa logica del «moscerino e del cammello», imparare a chiedersi non solo «cosa mi stanno mostrando», ma «cosa, nel frattempo, non mi stanno facendo vedere». Non è un compito che si esaurisce in un’omelia o in un articolo: è un accompagnamento paziente, quotidiano, che oggi appartiene alla cura pastorale tanto quanto la preparazione ai Sacramenti, perché la formazione della coscienza, nel nostro tempo, passa anche dai social media.

In conclusione: il nostro Padre Ariel ha dato mesi fa alle stampe un libro dedicato all’Intelligenza Artificiale e ai social media: La libertà negata. Teologia cattolica e dittatura del conformismo occidentale, ve ne consiglio la lettura, perché al suo interno troverete molte risposte illuminanti a queste tematiche.

Vogliate infine prendere attenta visione di questo articolo e aiutarci per quanto possibile, abbiamo bisogno di voi.

Cagliari, 29 agosto 2026

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THE WEB, THAT WORLD WHERE VIOLENCE PAYS OFF ALONG WITH POLITICAL CORRECTNESS

I. The web is the kingdom of the filtered gnat and the swallowed camel ― II. Real cases: when on the web art becomes “sensitive content” ― III. What the web produces in the perception of reality, especially among the young ― IV. Assault bloggers ― V. The web and its need for an enemy ― VI. Genuine oversight of the web ― VII. The web and the task of pastors in the care of souls.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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The formats that reward an aggressive tone, such as investigative videos with no right of reply, hot-take live broadcasts, posts built on purpose to set the comments beneath them fighting, conflict as a driver of readers and subscribers, work in a selective and amplified way online. In an editorial newsroom, by contrast, where a chief sub-editor reviews drafts first and an editor-in-chief revises pieces while assuming full legal responsibility for them, anyone who overstepped would be filtered, restrained and, when necessary, reprimanded — not least because they would expose an entire publication to serious risk.

Online that filter does exist, but it targets the wrong things: it hides Perugino’s Saint Sebastian, mistaken for a “violent” and “pornographic” scene, or the nursing Madonna, flagged as a sexual image, while letting real violence — aimed at real people — run free, violence that would deserve to be blocked far more than a body painted five hundred years ago. Whoever writes on social media answers to no newsroom, to no editor-in-chief: they answer only to their own audience, already in agreement with them, and to an algorithm that does not tell true from false, but quiet from loud, and in the end always rewards the latter.

This is not an exception, it is a structural mechanism  that holds true both for a single influencer and for far larger phenomena: quarrels, insults, shared outrage keep people on the platform longer than a measured article does. And time spent on the platform is, ultimately, the only thing that system cares about: selling to advertisers. Every rhetorical escalation is not penalised but rewarded. Insult and quarrel pay, and they pay well.

I. THE WEB IS THE KINGDOM OF THE FILTERED GNAT AND THE SWALLOWED CAMEL

There is an image Jesus uses against the scribes and Pharisees that fits here almost to the letter: “Blind guides, who strain out the gnat and swallow the camel!” (Mt 23:24). In just the same way, the very systems capable of spotting a nipple painted by Titian in a tenth of a second remain blind before a fifty-minute video built to accuse real people, by name and surname, through accusations of unprecedented severity, with no evidence or documents produced, with no foundation beyond the speaker’s own say-so or an appeal to their own earlier writings and videos as proof.

The parallel is no accident:  algorithms recognise a patch of skin very well — it is a visual task — and an unfounded accusation very badly, since that would require a judgment on the content and the truth of what is being claimed: work no platform has any interest in doing properly, because it would slow down the traffic that makes it money. Facebook is the most glaring case: one user’s pretextual report is enough to trigger an immediate block, with other people’s posts removed or the page suspended outright. The user hit by the takedown is invited to file an “appeal” that will in turn be assessed by another piece of artificial intelligence, which often does not even respond, while those who know these structural weaknesses learn to exploit them to strike at other people’s work.

II. REAL CASES: WHEN ON THE WEB ART BECOMES “SENSITIVE CONTENT”

There is no need to imagine anything, the examples are documented and recent. In July 2024 Instagram blocked Titian’s Madonna of the Roses from the Uffizi’s official profile, for violating guidelines on content inciting hatred; in 2022 the same happened to Botticelli’s Venus on TikTok, and before that to Michelangelo’s David. In 2021 Facebook censored a video by Finestre sull’Arte over a Cupid attributed to Michelangelo — held at the Metropolitan Museum in New York — even though its own “community standards” explicitly allow “the sharing of photographs of paintings, sculptures or other art depicting nude figures.” The same fate befell, on our own social channels, the Crucifixion painted by Salvador Dalí in 1954 and held in the Vatican Museums: the image, chosen for the cover of a book by the Dominican pontifical academic Giovanni Cavalcoli (cf. here), one of the three founding fathers of this magazine, was censored in 2019 as sexually explicit content the moment it was published, while teenagers miming vulgar sexual gestures — far worse than any natural nude — remain visible everywhere, having learned to perfection how to dodge the filters. When in August 2025 the same fate befell Jago’s “La David”, blocked by Meta for “sensitive content,” Undersecretary for Culture Lucia Borgonzoni stepped in to point out that “art cannot be censored by an algorithm” unable to tell it apart from pornography.

If an algorithm mistakes Michelangelo for pornographic material, yet fails to recognise fifty minutes of violent verbal accusations posted on YouTube, the problem is no longer technical, but a matter of priorities.

III. WHAT THE WEB PRODUCES IN THE PERCEPTION OF REALITY, ESPECIALLY AMONG THE YOUNG

Those growing up today do not learn to read the world from books or from a teacher at their side, but from a screen that offers, every few seconds, a new episode of conflict: someone accuses, someone defends themselves, the next instalment is already ready. It is an implicit pedagogy, never consciously chosen and yet extremely powerful: it teaches that reality always divides into victims and perpetrators, and that truth belongs to whoever shouts loudest, not to whoever brings the most evidence. A teenager scrolling through hours of content built to outrage does not just lose time: they internalise a method of judgment, learn that doubt is weakness and restraint is boredom — an approach they will then apply everywhere, to the most varied situations.

IV. ASSAULT BLOGGERS

Online, even more insidious figures thrive, disguised as watchdogs and censors: they set up blogs where they play at being journalists, if not editors-in-chief, without answering to any of the duties that role actually carries. This kind of figure baits the public with accusations propped up only by “sources that must remain anonymous,” promising “irrefutable proof” that is never produced because “the time is not yet right” or “to protect the source.” It is the self-sustaining accusation: it must never be proven, because the proof itself is said to be too dangerous to show. The reader is asked to take it on faith — exactly what a real journalist would never ask. To the reasonable objection that only cowards throw mud in anonymous articles carrying serious, unproven accusations without putting their name and face to them, the reply creates another golden legend: behind those anonymous figures stand people so prominent that, were they to come forward with their names, they would face terrible retaliation.

An example to illustrate these dynamics concretely: “According to reliable sources, John Paul I was assassinated, as revealed by a powerful cardinal whose name we cannot disclose.” This is followed by further reassurance: “…but we have all the documentation to prove it at the right moment.”

To claim this means, first of all, ignoring the list of journalists killed around the world by dictatorial regimes, criminal organisations and corrupt political lobbies for having done their job in the open. Claiming that they do not sign their names because they are too famous and too prominent lends them, on one hand, a further aura in the eyes of the naïve and uncritical, while on the other it makes those who hear such a claim smile, recalling the nineteenth-century wording found in old legal deeds of sale, where it used to read: “Does not sign because of noble birth.” Or should it perhaps have read: “Does not sign because illiterate”? Just as it would be unseemly to write “does not sign out of cowardice.”

V. THE WEB AND ITS NEED FOR AN ENEMY

There is a question rarely asked of those who build their online presence on constant attack: why do they need an enemy, not occasionally but systematically? The unpleasant answer is that the enemy is not an occupational hazard: it is the raw material. Measured content is consumed and forgotten. A conflict, by its very nature, demands a sequel: the next instalment, the next revelation, the next “soon we will tell you everything.” The audience that forms around this mechanism does not grow attached to the facts, which remain forever vague and never fully produced: it grows attached to the quarrel itself, with the same loyalty with which one follows a television series, awaiting the next episode more than the truth. And this is where the psychological dynamic of the attacker fits perfectly with the platform economics described above: the longer a conflict lasts, the more it earns, and the more it earns, the more it suits whoever feeds it never to close it with definitive proof. The enemy must be kept alive, not defeated: truly defeating it would mean being left with no material for the next instalment.

VI. GENUINE OVERSIGHT OF THE WEB

What is needed are mechanisms of genuine oversight, designed to protect ordinary people, minors, the vulnerable — not systems that black out a nursing Madonna while letting run free videos capable of destroying a real person’s reputation in fifty minutes of violent verbal accusations. An algorithm able to recognise a nipple painted by Titian five hundred years on should, all the more so, be able to recognise an unfounded accusation of criminal association levelled at someone who has a name, a surname and, above all, a reputation to defend.

VII. THE WEB AND THE TASK OF PASTORS IN THE CARE OF SOULS

Faced with all this, the task entrusted to us as pastors is not to chase down every single abuse on the web — an impossible and perhaps even pointless task — but to educate, above all the young but not only them, in a use of digital tools that can tell information apart from suggestion, proof apart from artfully cultivated suspicion. It means teaching, in catechesis as in spiritual direction, that methodical doubt is neither a lack of faith nor of courage, but the very prudence that the Christian tradition has always asked for before believing and before condemning. It means helping young people recognise, behind a video built to outrage, the same logic of the “gnat and the camel,” learning to ask themselves not only “what am I being shown,” but “what, meanwhile, am I not being shown.” This is not a task exhausted in a homily or an article: it is a patient, daily accompaniment that today belongs to pastoral care every bit as much as preparation for the Sacraments, because in our time the formation of conscience passes through social media as well.

In conclusion: our Father Ariel  published a book some months ago on Artificial Intelligence and social media: La libertà negata. Teologia cattolica e dittatura del conformismo occidentale, I recommend reading it, as inside you will find much illuminating insight on these very themes.

Cagliari, 29 August 2026

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LA WEB, ESE MUNDO DONDE LA VIOLENCIA PAGA JUNTO CON LO POLÍTICAMENTE CORRECTO

I. La web es el reino del mosquito filtrado y el camello tragado ― II. Los casos reales: cuando en la web el arte se convierte en «contenido sensible» ― III. Qué produce la web en la percepción de la realidad, sobre todo entre los más jóvenes ― IV. Blogueros de asalto ― V. La web y la necesidad del enemigo ― VI. Un control auténtico de la web ― VII. La web y la tarea de los pastores en la cura de almas.

— Pastoral de la Salud —

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Autor
Ivano Liguori, Ofm. Cap..

 

Los formatos que premian el tono agresivo, es decir, los reportajes en vídeo que no dan voz a la otra parte, las transmisiones en directo improvisadas al calor del momento, las publicaciones pensadas para que los comentarios se conviertan en pelea, o el conflicto usado como reclamo para atraer lectores y suscriptores, funcionan en internet de manera selectiva y amplificada. En cambio, en un contexto de redacción, con un jefe de redacción que supervisa los borradores en primera instancia y un director responsable que revisa los artículos asumiendo toda la responsabilidad legal, cualquiera que se excediera sería filtrado, contenido y, si fuera necesario, reprendido, también porque expondría a serios riesgos a todo un periódico.

En internet ese filtro existe, pero interviene sobre las cosas equivocadas: oculta el San Sebastián del Perugino, confundido con una «escena violenta» y «pornográfica», o la Virgen que amamanta, señalada como imagen sexual, y deja en cambio correr violencia real, dirigida contra personas reales, que merecería ser bloqueada mucho más que un cuerpo pintado hace quinientos años. Quien escribe en las redes sociales no responde ante ninguna redacción, ante ningún director responsable: responde solo a su propio público, ya de acuerdo con él, y a un algoritmo que no distingue lo verdadero de lo falso, sino lo tranquilo de lo ruidoso, premiando siempre, al final, lo segundo.

No es una excepción, es un mecanismo estructural  que vale tanto para un solo influencer como para fenómenos mucho más grandes: la disputa, el insulto, la indignación compartida hacen que las personas permanezcan en la plataforma más tiempo que con un artículo sereno. Y el tiempo pasado en la plataforma es, en último análisis, lo único que le interesa a ese sistema: vender a los anunciantes. Cada escalada retórica no se sanciona, se remunera. El insulto y la disputa son rentables y pagan.

I. LA WEB ES EL REINO DEL MOSQUITO FILTRADO Y EL CAMELLO TRAGADO

Hay una imagen que Jesús usa contra los escribas y fariseos que aquí resulta útil casi al pie de la letra: «¡Guías ciegos, que filtráis el mosquito y os tragáis el camello!» (Mt 23,24). Así, los mismos sistemas capaces de detectar en una décima de segundo un pezón pintado por Tiziano permanecen ciegos ante un vídeo de cincuenta minutos construido para acusar a personas reales, con nombre y apellidos, mediante acusaciones de inaudita gravedad, sin pruebas ni documentos exhibidos, sin más fundamento que su propia palabra o la referencia a sus propios escritos y vídeos anteriores, como si fueran prueba.

El paralelismo no es casual:  los algoritmos reconocen muy bien un fragmento de piel — es una tarea visual — y muy mal una acusación infundada, que exigiría un juicio sobre el contenido y sobre la verdad de lo que se afirma: un trabajo que a ninguna plataforma le interesa hacer bien, porque ralentizaría el tráfico que la hace ganar dinero. Facebook es el caso más flagrante: basta con que un solo usuario presente una denuncia con cualquier pretexto para que el bloqueo se active de inmediato, con la consiguiente eliminación de publicaciones ajenas o la suspensión de la página. Al usuario afectado por la censura se le invita a presentar un «recurso» que será evaluado, a su vez, por otra inteligencia artificial que a menudo ni siquiera responde, mientras quienes conocen estos límites estructurales aprenden a aprovecharlos para atacar las actividades de otros.

II. LOS CASOS REALES: CUANDO EN LA WEB EL ARTE SE CONVIERTE EN «CONTENIDO SENSIBLE»

No hace falta imaginar nada, los ejemplos están documentados y son recientes. En julio de 2024 Instagram ocultó del perfil oficial de los Uffizi la Virgen de las Rosas de Tiziano, por infracción de las normas sobre contenidos que incitan al odio; en 2022 le tocó a la Venus de Botticelli en TikTok, y antes al David de Miguel Ángel. Facebook, en 2021, censuró un vídeo de Finestre sull’Arte por un Cupido atribuido a Miguel Ángel — conservado en el Metropolitan de Nueva York — a pesar de que sus propias «normas comunitarias» admiten explícitamente «la publicación de fotografías de pinturas, esculturas u otras formas de arte que representan figuras desnudas». La misma suerte corrió, en nuestros propios canales sociales, el Crucifijo pintado por Salvador Dalí en 1954 y conservado en los Museos Vaticanos: la imagen, elegida para la portada del libro del académico pontificio dominico Giovanni Cavalcoli (cf. aquí), uno de los tres padres fundadores de esta nuestra revista, fue censurada en 2019 como contenido sexualmente explícito apenas publicada, mientras permanecen visibles, en todas partes, adolescentes que imitan gestos sexuales vulgares, mucho peores que cualquier desnudo natural, habiendo aprendido a la perfección cómo burlar los filtros. Cuando en agosto de 2025 idéntica suerte corrió «La David» de Jago, ocultada por Meta por «contenido sensible», intervino la Subsecretaria de Cultura Lucia Borgonzoni para recordar que «el arte no puede ser censurado por un algoritmo» incapaz de distinguirlo de la pornografía.

Si un algoritmo confunde a Miguel Ángel con material pornográfico, pero no reconoce cincuenta minutos de acusaciones verbales violentas publicadas en YouTube, el problema ya no es técnico, sino de prioridades.

III. QUÉ PRODUCE LA WEB EN LA PERCEPCIÓN DE LA REALIDAD, SOBRE TODO ENTRE LOS MÁS JÓVENES

Quien crece hoy no aprende a leer el mundo en los libros o junto a un maestro, sino en una pantalla que propone, cada pocos segundos, un nuevo episodio de conflicto: alguien acusa, alguien se defiende, el capítulo siguiente ya está listo. Es una pedagogía implícita, nunca elegida conscientemente y sin embargo poderosísima: enseña que la realidad se divide siempre en víctimas y verdugos y que la verdad pertenece a quien grita más fuerte, no a quien aporta más pruebas. Un adolescente que recorre horas de contenidos construidos para indignar no solo pierde tiempo: interioriza un método de juicio, aprende que la duda es debilidad y la mesura es aburrimiento, un tipo de enfoque que después aplicará en todas partes, a las situaciones más dispares.

IV. BLOGUEROS DE ASALTO

En la web prosperan figuras aún más insidiosas porque se disfrazan de controladores y censores: crean blogs donde juegan a ser periodistas, cuando no directores de un medio, sin responder a ninguno de los deberes que ese papel realmente comporta. Este tipo de figuras provoca al público con acusaciones sostenidas solo por «fuentes que deben permanecer anónimas», prometiendo «documentos probatorios incontrovertibles» que nunca se exhiben porque «todavía no es el momento» o «para proteger la fuente». Es la acusación que se autoalimenta: no debe probarse nunca, porque la propia prueba se dice demasiado peligrosa de mostrar. Al lector se le pide que confíe en la palabra dada, justo lo que un verdadero periodista jamás pediría. Ante la crítica razonable de que solo los cobardes arrojan barro a manos llenas en artículos anónimos con acusaciones graves y no probadas sin poner el nombre y la cara, se responde creando otra leyenda dorada: detrás de esos anónimos hay personajes tan destacados que, si se presentaran con sus nombres, sufrirían terribles represalias.

Un ejemplo para ilustrar concretamente estas dinámicas: «Según fuentes fidedignas, Juan Pablo I fue asesinado, tal como reveló un poderoso cardenal cuyo nombre no podemos revelar». Sigue la ulterior garantía: «…pero tenemos toda la documentación para poder demostrarlo en el momento oportuno».

Sostener esto significa, ante todo, ignorar la lista de periodistas asesinados en todo el mundo por regímenes dictatoriales, organizaciones criminales y grupos de presión políticos corruptos por haber ejercido su oficio a cara descubierta. Afirmar que no firman porque son demasiado famosos y conocidos, por un lado confiere un aura ulterior a los ojos de los ingenuos carentes de sentido crítico, y por otro provoca la risa de quienes, al oír una frase así, recuerdan las fórmulas decimonónicas que aparecían en las antiguas escrituras legales de compraventa, donde se leía: «No firma por ser noble». ¿O acaso se podía escribir: «No firma porque es analfabeto»? Igual de indecoroso sería escribir «no firma porque es un cobarde».

V. LA WEB Y LA NECESIDAD DEL ENEMIGO

Hay una pregunta que rara vez se plantea ante quien construye su presencia en línea sobre el ataque continuo: ¿por qué necesita, no ocasional sino sistemáticamente, un enemigo? La respuesta, desagradable, es que el enemigo no es un accidente del oficio: es la materia prima. Un contenido sereno se consume y se olvida. Un conflicto, por su propia naturaleza, exige continuidad: el próximo capítulo, la próxima revelación, el próximo «pronto os lo contaremos todo». El público que se forma en torno a este mecanismo no se apega a los hechos, que permanecen siempre vagos y nunca del todo exhibidos: se apega a la propia disputa, con la misma fidelidad con que se sigue una serie de televisión, esperando el próximo capítulo más que la verdad. Y es aquí donde la dinámica psicológica de quien ataca encaja perfectamente con la economía de la plataforma descrita más arriba: cuanto más dura el conflicto, más rinde, y cuanto más rinde, más le conviene a quien lo alimenta no cerrarlo nunca con una prueba definitiva. Al enemigo hay que mantenerlo vivo, no derrotarlo: derrotarlo de verdad significaría quedarse sin material para el capítulo siguiente.

VI. UN CONTROL AUTÉNTICO DE LA WEB

Harían falta mecanismos de control auténtico, pensados para proteger a la gente sencilla, a los menores, a las personas vulnerables, no sistemas que ocultan una Virgen que amamanta y dejan correr vídeos capaces de destruir la reputación de una persona real en cincuenta minutos de acusaciones verbales violentas. Un algoritmo capaz de reconocer un pezón pintado por Tiziano quinientos años después debería, con mayor razón, saber reconocer una acusación de asociación para delinquir sin pruebas, dirigida contra alguien que tiene nombre, apellidos y, sobre todo, una reputación que defender.

VII. LA WEB Y LA TAREA DE LOS PASTORES EN LA CURA DE ALMAS

Ante todo esto, la tarea que se nos confía como pastores no es perseguir cada abuso de la red, algo imposible y quizá también inútil, sino educar — ante todo a los más jóvenes, pero no solo a ellos — en un uso de las herramientas digitales que sepa distinguir la información de la sugestión, la prueba de la sospecha cultivada artificialmente. Significa enseñar, tanto en la catequesis como en la dirección espiritual, que la duda metódica no es falta de fe ni de valor, sino la misma prudencia que la tradición cristiana siempre ha exigido antes de creer y antes de condenar. Significa ayudar a los jóvenes a reconocer, detrás de un vídeo construido para indignar, la misma lógica del «mosquito y el camello», a preguntarse no solo «qué me están mostrando», sino «qué, mientras tanto, no me están dejando ver». No es una tarea que se agote en una homilía o en un artículo: es un acompañamiento paciente y cotidiano que hoy pertenece a la cura pastoral tanto como la preparación para los Sacramentos, porque la formación de la conciencia, en nuestro tiempo, pasa también por las redes sociales.

En conclusión: nuestro Padre Ariel  publicó hace unos meses un libro dedicado a la Inteligencia Artificial y a las redes sociales: La libertà negata. Teologia cattolica e dittatura del conformismo occidentale, cuya lectura os recomiendo, porque en su interior encontraréis muchas respuestas iluminadoras sobre estos temas.

Cagliari, 29 de agosto de 2026

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I libri di Ivano Liguori, per accedere al negozio librario cliccare sulla copertina

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Avviso urgente: il 7 settembre L’Isola di Patmos potrebbe chiudere

26 Agosto 2026/in Attualità/da Padre Ariel

AVVISO URGENTE: IL 7 SETTEMBRE L’ISOLA DI PATMOS POTREBBE CHIUDERE

Ora che Vittorio Messori non è più tra di noi ci è caro ricordarlo post mortem e rivelare che fu un nostro estimatore e prezioso sostenitore.

— Attualità ecclesiale —

Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Cari Lettori,

mi rivolgo a voi nella mia qualità di direttore responsabile di questa rivista a nome di tutti i confratelli redattori grazie ai quali L’Isola di Patmos esiste e opera da dodici anni.

Solo una volta all’anno, quando si avvicina la scadenza per i pagamenti dei servizi di cui usufruiamo, chiediamo l’aiuto dei Lettori. Non siamo abituati a chiedere con assiduità e meno che mai con insistenza: nella home page e in fondo agli articoli ci sono i collegamenti al nostro conto bancario e al conto PayPal, con invito, a chi lo desidera, a sostenere la nostra opera.

Tra server dedicato, abbonamenti ai servizi grafici, programmi editoriali e vari servizi interni al sito, dobbiamo affrontare una spesa annuale di 8.000 euro. Non beneficiamo di alcuna sovvenzione o contributo: solo delle offerte di chi ci legge. Chi scrive per L’Isola di Patmos lo fa gratuitamente, perché questa nostra è anzitutto una missione pastorale attraverso lo strumento di Internet. Però non possiamo — come accaduto più volte — pagare di tasca nostra anche le spese per offrire un servizio a un numero così elevato di lettori, non è giusto né sostenibile. Ci siamo così consultati tra di noi decidendo che se entro il 7 settembre, data in cui dobbiamo pagare le spese di rinnovo per l’anno 2027, non avremo raccolto il necessario, chiuderemo questa felice esperienza ultradecennale.

Ora che Vittorio Messori non è più tra di noi ci è caro ricordarlo post mortem e rivelare che fu nostro estimatore e prezioso sostenitore: in due occasioni simili a quella attuale, nel 2019 e nel 2021, trovandoci a rischio di chiusura, provvide a versarci l’intero importo mancante per i pagamenti; e tutti gli anni ci inviava un generoso contributo.

Per noi, la sua stima e l’esortazione a proseguire in quest’opera pubblicista ed editoriale, alla quale egli credeva, era più preziosa di qualsiasi somma di danaro, pur essendo quest’ultimo utile e necessario.

Se i nostri fratelli cristiani dei primi secoli morivano nel Colosseo di Roma durante i giochi all’insegna del pane e circo garantito dagli imperatori per tener buona la plebe, oggi tutto si è radicalmente trasformato e sono proprio certi cattolici, purtroppo sempre più numerosi, a mostrare crescente disinteresse per la sana dottrina e per un autentico cammino di crescita nella fede, ricercando avidamente sensazionalismi, madonne parlanti, profezie da luna park e segreti tremebondi in procinto di essere svelati.

Nulla di nuovo sotto il sole: il Beato Apostolo ci aveva già avvisati duemila anni fa nella Seconda epistola indirizzata al suo discepolo Timoteo:

«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (II Tm 4, 3-4).

In questi dodici anni riteniamo di avere fatto il nostro dovere di presbiteri e teologi, ricordando soprattutto i fondamenti di tutte quelle scomode verità di fede che la gente — devoti fedeli inclusi — in modo sempre più crescente non vuole sentirsi dire, rifiutandoci di compiacere vizi e vezzi del mondo pur di ottenere la pecunia degli assetati di pruriti e gossip in salsa clericale. Se questa nostra opera si concluderà realmente, potremo almeno dire in serena coscienza assieme all’Apostolo:

«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (II Tm 4,7).

Veniamo infine al pratico: la nostra disponibilità economica, come potete vedere dagli estratti conto della Banca e di Paypal qui allegati, è pari a 2.135 euro, un importo inferiore di 6.000 euro rispetto a quello complessivo necessario alle spese. 

Infine il paradosso: considerando che luglio è tradizionalmente un mese morto per il web L’Isola di Patmos ha registrato circa 270.000 visitatori diversi, oltre 308.000 visite, circa 1.200.000 pagine visualizzate per un totale di oltre 2.000.000 di accessi. 

Di questo elevato numero di persone solo una parte molto esigua lascia un’offerta a sostegno della nostra attività pastorale, mentre basterebbe che l’1% dei nostri lettori offrisse appena 3 euro — l’equivalente del costo di un cappuccino e un cornetto in un bar di periferia — e avremmo già coperto interamente le spese annuali necessarie.

Senza il sostegno dei Lettori L’Isola di Patmos non può sopravvivere ed esistere, il nostro dovere noi lo abbiamo fatto, adesso, il resto della scelta è demandata tutta a voi.

Cogliamo l’occasione per ringraziare profondamente tutti coloro che nel corso di questi anni ci hanno offerto aiuto.

Dall’Isola di Patmos, 26 agosto 2026

Nota del 7 settembre

Il pagamento ci è stato posticipato di 3 giorni per darci modo di raggiungere l’importo complessivo che a oggi abbiamo quasi raggiunto. Pertanto, la scadenza, è da considerarsi al 10 settembre. Il tutto a puro titolo di precisione.

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AIUTATECI A NON CHIUDERE

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Domenico Beneventi, un vescovo preso di mira due volte: quando l’accanimento firmato «redazione» si spaccia per giornalismo indipendente internazionale

24 Agosto 2026/in Attualità/da Padre Ariel

DOMENICO BENEVENTI, UN VESCOVO PRESO DI MIRA DUE VOLTE: QUANDO L’ACCANIMENTO FIRMATO «REDAZIONE» SI SPACCIA PER GIORNALISMO INDIPENDENTE INTERNAZIONALE

Quando la stessa accusa, con le stesse parole, torna identica a distanza di quattro mesi — la prima volta per annunciare una visita papale, la seconda per raccontarla — non è più cronaca. È un dossier scritto in anticipo, presumibilmente su commissione, tenuto pronto e riaperto al momento propizio.

— Attualità ecclesiale —

Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF articolo formato stampa

 

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Il 22 agosto il Sommo Pontefice Leone XIV è stato in visita apostolica a San Marino, invitato dalla Reggenza della Serenissima Repubblica nell’anno del centenario delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede.

Chiunque legga la cronaca di quella giornata su Silere non possum, si accorge in fretta che l’evento è solo un pretesto. Il vero oggetto dell’articolo è un altro: un attacco al Vescovo di San Marino-Montefeltro, S.E. Mons. Domenico Beneventi, messo alla gogna per la seconda volta nel giro di pochi mesi. 

IL COPIONE SI RIPETE, IDENTICO

Il 28 maggio scorso, all’annuncio della visita papale, Silere non possum pubblicava un pezzo dal titolo eloquente: Leone XIV a San Marino, la visita storica che mette a nudo il caso Beneventi. Vi si leggeva che il vescovo «si rivolge sempre con toni di sfida tipici degli adolescenti», che ha «contribuito a creare un clima pesante», che una «collaboratrice della diocesi» confida come sia «riuscito in questi anni a mettere l’uno contro l’altro, in ogni ufficio pastorale, in ogni realtà».

Ieri, a visita avvenuta, lo stesso blog torna sull’argomento in un pezzo dal titolo pastoralmente ineccepibile: Comunione per una diocesi ferita. Salvo poi scrivere:

«Il vescovo non può essere un adolescente che gioca a mettere un prete contro l’altro, riferisce a Caio ciò che ha sentito dire a Tizio per alimentare discordia e addirittura insulta il suo predecessore. Sull’italiano, poi, stendiamo un velo pietoso».

Le stesse identiche immagini, lo stesso registro, la stessa battuta sulla pronuncia italiana già lanciata a maggio, pochi giorni dopo la sua nomina a presidente della Commissione per la Cultura e le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana (cfr. qui), il Vescovo veniva sbeffeggiato perché «sostituisce la “t” con la “d” »; ieri, con analogo dileggio: «un italiano ancora tutto da limare» seguito dal «velo pietoso» da stendere sopra. Non è cronaca di un fatto che accade sotto gli occhi del cronista: è un canovaccio già scritto, tenuto in un cassetto, tirato fuori ogni volta che l’attualità offre un aggancio. La visita del Santo Padre, in questo caso, è servita solo da grancassa per l’ennesimo attacco insultante.

UN ATTACCO ALLA PERSONA, NON UN’INCHIESTA SUI FATTI

C’è una differenza tra criticare l’operato di governo di un vescovo e deriderne la pronuncia. La prima è critica giornalistica, legittima anche quando severa, purché esercitata entro i limiti del rispetto dovuto alla persona, all’ufficio che ricopre e alla sua dignità sacerdotale di successore degli Apostoli. La seconda è scherno personale. Prendersela con la “t” che diventa “d” non serve a informare il lettore su nulla che riguardi la Diocesi di San Marino-Montefeltro: serve solo a irridere un uomo davanti ai suoi fedeli. Chi scrive certe righe non sta facendo informazione ecclesiale, sta facendo bullismo con la tastiera e lo firma «Redazione» perché nessuno se ne assuma la responsabilità in prima persona. E quando la stessa accusa, con le stesse parole, torna identica a distanza di quattro mesi — la prima volta per annunciare una visita papale, la seconda per raccontarla — non è più cronaca. È un dossier scritto in anticipo, presumibilmente su commissione, tenuto pronto e riaperto al momento propizio.

LE FONTI: SEMPRE ANONIME, MAI UNA ECCEZIONE

In entrambi i pezzi, la sostanza dell’accusa non poggia su un solo fatto verificabile, si regge su «una collaboratrice della diocesi» che «confida», su «i sacerdoti» che «parlano», su un generico «sono numerosi gli eventi» senza che uno solo venga circostanziato con nome, data, contesto verificabile. È la struttura tipica della delazione, non dell’inchiesta: un’accusa che non si può controllare, difendere, né smentire nel merito, perché non ha forma. Chi accusa resta invisibile; solo l’accusato ha un nome, un volto e una diocesi da guidare il giorno dopo essere stato pubblicamente insultato da soggetti anonimi.

UN BLOG CHE SI VESTE DA GIORNALE, MA NON NE PAGA IL PREZZO

Silere non possum si presenta come «quotidiano internazionale indipendente» (cfr. qui). Parole impegnative, che in Italia comportano un direttore responsabile con nome e cognome, iscritto all’Ordine, penalmente responsabile di ciò che pubblica. Su questo sito, quel nome non si trova in nessuna pagina. L’editore che compare nei riferimenti societari è Clarionfold Press OÜ, una società con sede a Tallinn, in Estonia (cfr. qui).

Non è una questione di dettaglio burocratico, è il cuore del problema: un giornale vero, quando scrive che un vescovo «insulta il suo predecessore» o «mette in giro discordia», lo fa sapendo che qualcuno, con nome e cognome, ne risponde all’occorrenza davanti a un ordine professionale, davanti a un giudice, davanti al lettore che vuole sapere chi gli sta parlando. Su Silere non possum quella responsabilità semplicemente non c’è. Si scrive da «Redazione» e si pubblica attraverso una società estera, senza che un solo essere umano metta la faccia su quanto viene stampato. L’atteggiamento assunto scimmiotta la grande stampa indipendente, ma la struttura è quella di chi ha organizzato le cose in modo da non doverne rispondere a nessuno.

IL PARADOSSO DI CHI ACCUSA GLI ALTRI DEL PROPRIO STESSO VIZIO

C’è, in questi articoli, un’ipocrisia che vale la pena mettere a fuoco. Nel pezzo di ieri si legge un severo — e in astratto condivisibile — giudizio sul «certo episcopato» che sarebbe «forte con i deboli e debole con i forti». Ebbene: è esattamente il meccanismo che Silere non possum applica qui, contro un vescovo che risponde sempre con nome, volto e ruolo, mai messo nella condizione di replicare a un accusatore che ha scelto di non avere né l’uno né l’altro, viene colpito ripetutamente da un’accusa che non deve mai qualificarsi, mai firmarsi, mai rispondere di un contraddittorio. Forte con chi non può reagire e con la firma «Redazione» con chi dovrebbe rispondere di persona: è precisamente lo schema che a parole si dice di condannare.

DIFENDERE IL METODO, NON L’UOMO

Non è compito di questa rivista stabilire se il Presule feretrano sia, nella gestione della sua diocesi, all’altezza del compito affidatogli, è un giudizio che spetta alla Santa Sede, ai suoi sacerdoti chiamati ad agire con lui a viso aperto in spirito di fedeltà, ai suoi fedeli vincolati al massimo rispetto nei riguardi del proprio Pastore, non certo a un blog che si firma con un sostantivo collettivo. Per quanto riguarda poi l’essere all’altezza, se chi dirige Silere non possum conoscesse, con gli anonimi che vi scrivono, i fondamenti della dottrina cattolica, dovrebbe sapere che nessuno di noi, dal Sommo Pontefice all’ultimo dei presbiteri ordinati nella Chiesa Cattolica ieri mattina, può essere e sentirsi degno o all’altezza dell’ufficio che ricopre per sacramento di grazia. Ciò che invece è dovere deontologico di chiunque eserciti con serietà il giornalismo cattolico è dire con chiarezza che la persecuzione ripetuta con lo stesso canovaccio, la fonte mai verificabile, la battuta sulla pronuncia, l’assenza totale di chi ne risponde e tutto il resto a seguire non è informazione, è un’aggressione ripetuta contro S.E. Mons. Domenico Beneventi, condotta da chi si è organizzato apposta per non doverne mai rispondere.

Dall’Isola di Patmos, 24 agosto 2026

 

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La cremazione del corpo? Può essere un’ottima scelta cattolica

22 Agosto 2026/in Attualità/da Padre Ariel

Italiano, English, Español

 

LA CREMAZIONE DEL CORPO? PUÒ ESSERE UN’OTTIMA SCELTA CATTOLICA

Se ci sono teologi pronti a credere e a insegnare che i corpi usciranno dalle tombe per riprendere le proprie sembianze fisiche, confondendo il mistero della fede sulla risurrezione con la lunga produzione di film horror sugli zombies, allora tanto vale che si rassegnino: quella descrizione, con tanto di corpi ricomposti in carne e ossa, la troveranno assai meglio illustrata nel Paradiso coranico, comprensivo anche di settanta vergini, tanto per non farsi mancare niente di materiale, sia in libagioni che altro ancora.

— Attualità ecclesiale —

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Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

 

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La Chiesa Cattolica permette la cremazione dal 1963, da quando il Sant’Uffizio, con l’istruzione Piam et constantem del 5 luglio di quell’anno, stabilì che non è «di per sé contraria alla religione cristiana» e che ai fedeli che l’avessero scelta non fossero più negati i sacramenti e le esequie, a condizione che tale scelta non fosse motivata «come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa».

Da allora la disciplina è passata nel Codice di Diritto Canonico del 1983 (can. 1176 §3) e in quello delle Chiese Orientali del 1990. È una distinzione che va tenuta ferma fin dall’inizio: un conto è la liceità della pratica, un altro è la preferenza per l’inumazione. La Chiesa vieta invece in modo assoluto la dispersione delle ceneri e la loro conservazione in casa, come vedremo.

Un inciso storico: merita ricordare che la cremazione era stata condannata dalla Chiesa con decreto del Sant’Uffizio del 12 maggio 1886, negli anni in cui la sua pratica era stata assunta dalla Massoneria come bandiera ideologica in funzione anticlericale, per negare pubblicamente le verità di fede sulla vita eterna e, soprattutto, sulla risurrezione dei morti.

La teologia non ha nulla da temere dalla cremazione in sé. Il fuoco non tocca l’anima e non limita in alcun modo l’onnipotenza divina nel risuscitare i corpi: Dio che ha tratto l’uomo dalla polvere può richiamarlo dalla cenere così come dalla terra. O forse non si pronuncia, proprio nella liturgia delle Ceneri con cui prende avvio la Quaresima: «polvere tu sei e in polvere ritornerai» (Gen 3,19)? La cremazione può essere scelta per ragioni igieniche, economiche, ecologiche o anche etiche, ed è una scelta del tutto legittima per un fedele cattolico.

Non possiamo poi dimenticare la carenza di spazi nei cimiteri delle grandi città. Inoltre va considerato che, al contrario di Nazioni abitate da poche decine di milioni di persone distribuite su territori sconfinati, al mondo ve ne sono altre nelle quali la densità di popolazione è invece molto alta: in quei casi, la cremazione, più che auspicabile andrebbe raccomandata. Sorvoliamo poi sugli ecomostri di vari cimiteri nei quali, per mancanza di spazio sui terreni, si è puntato in altezza costruendo orribili palazzi di cinque piani per contenere i loculi al loro interno. Nella gran parte dei cimiteri italiani non ci sono più luoghi di sepoltura a terra, dove sarebbe naturale deporre il corpo mediante l’antico gesto della sua restituzione alla terra stessa. Non abbiamo gli spazi di cui dispongono altre popolazioni, per esempio negli Stati Uniti d’America, in Australia e altri luoghi nei quali i cimiteri sono dei grandi parchi verdi, i cosiddetti Rural Cemetery Movement (cimitero giardino), chiamati oggi più comunemente Lawn Cemetery o Memorial Park (parco memoriale).

Questi luoghi estesi su ampi prati verdi alberati, non sembrano neppure luoghi di sepoltura, perlomeno per noi italiani ed europei di ceppo latino, abituati a tombe che variano dalle antiche cappelle funerarie monumentali di pregevole interesse artistico a loculi e tombe di raro cattivo gusto. Nei “cimiteri giardino”, per mantenere l’aspetto di un prato uniforme, le lapidi sono spesso piatte e collocate a livello del terreno. Non ci sono muretti, recinzioni individuali o tombe di famiglia monumentali che interrompono la vista: alberi, sentieri e laghetti integrano il cimitero nel paesaggio naturale, trasformandolo in un luogo di pace anche per i visitatori, dov’è possibile portare a giocare i bambini o gli animali a passeggio. Come però dicevamo, da gran parte dei cimiteri le sepolture a terra sono ormai sparite e la nostra densità di popolazione non ci consente luoghi come i Lawn Cemetery o Memorial Park. In certi casi, è meglio la cremazione o la tumulazione al quinto piano di un condominio cimiteriale? Grazie a Dio è concessa la libera scelta, anche da Santa Madre Chiesa.

Non è dunque un caso che il Magistero recente abbia sentito il bisogno di intervenire proprio su questo terreno, per accompagnare pastoralmente scelte sempre più diffuse senza lasciarle prive di una cornice di senso. Tenendo conto di queste nuove necessità e delle relative problematiche, l’istruzione Ad resurgendum cum Christo emanata il 15 agosto 2016 dal Dicastero per la Dottrina della Fede, ha aggiornato Piam et constantem precisando le norme sulla conservazione delle ceneri. Il documento è netto: le ceneri devono ricevere la stessa cura e lo stesso rispetto riservati al corpo, e vanno conservate in un luogo sacro: il cimitero, o una chiesa, o un’area a ciò dedicata dall’autorità ecclesiastica competente (n. 5). La contrarietà della Chiesa, dunque, non è verso la cremazione in sé e per sé, semmai verso ciò che con essa si potrebbe voler manifestare o apertamente negare.

La tradizione cristiana ha sempre prediletto l’inumazione per tre ragioni che Ad resurgendum cum Christo riassume con precisione. Anzitutto perché richiama il corpo di Cristo deposto nel sepolcro ed esprime con maggiore forza simbolica l’attesa della risurrezione della carne (cfr. n. 3). Poi perché il corpo umano, mediante il Battesimo, è diventato tempio dello Spirito Santo e la teologia spinge a trattarlo con la massima vicinanza fisica possibile, anche nel gesto di affidarlo alla terra. Infine perché la sepoltura custodisce la comunione tra i vivi e i morti, favorendo il ricordo e la preghiera. È per questo — non per un sospetto verso il fuoco in sé — che la Chiesa vieta la dispersione delle ceneri in natura, la loro conversione in gioielli e oggetti commemorativi e la loro conservazione in casa, questo al fine di evitare derive panteiste, naturaliste o nichiliste, oltre alla mercificazione del ricordo del defunto (cfr. n. 7). Solo in circostanze gravi ed eccezionali, legate a condizioni culturali locali, l’Ordinario può concedere la conservazione domestica, mai divisa, però, tra i diversi nuclei familiari (cfr. n. 6).

Un breve excursus storico aiuta a mettere le cose in prospettiva. Nella Roma arcaica prevaleva l’inumazione. Dalla tarda Repubblica la cremazione prese il sopravvento: fu Silla, nel 79 a.C., il primo membro della gens Cornelia — tradizionalmente fedele alla sepoltura in terra — a farsi cremare, forse per timore che il suo cadavere venisse oltraggiato dai nemici. Da lì la cremazione rimase il rito dominante per tutta la tarda Repubblica e per il primo e il secondo secolo dell’Impero: il corpo veniva bruciato su una pira insieme a oggetti personali e offerte e i resti raccolti in un’urna cineraria custodita in tombe o colombari, come quello ancora visibile di Pomponio Hylas sulla via Appia.

Fu con Adriano (117-138 d.C.) che l’inumazione tornò gradualmente di moda — l’imperatore stesso fu forse il primo a farsi inumare anziché cremare — con la costruzione di sarcofagi scolpiti sempre più diffusa nel II secolo e generalizzata nel III, anche nelle province. Su questa svolta pesarono più fattori — mutamenti nel gusto, nell’urbanizzazione e soprattutto nelle idee sull’aldilà — ma vi contribuì senza dubbio anche la crescente diffusione del Cristianesimo, che considerava la cremazione irrispettosa verso un corpo destinato alla risurrezione.

Le ragioni profonde di questa inversione di tendenza restano peraltro dibattute tra gli storici. Già negli anni Trenta del Novecento Arthur Darby Nock1 osservava come il passaggio all’inumazione seguisse, almeno inizialmente, una moda sociale diffusasi dall’alto verso il basso più che un preciso ripensamento dottrinale sull’aldilà; una lettura ripresa e ampliata da Jocelyn M. C. Toynbee2. Resta il fatto, comunque lo si spieghi, che proprio in quei decenni i cristiani scavavano le prime catacombe romane riservando ai propri morti l’inumazione fin dal principio, per consapevole e voluta distanza dall’uso allora ancora dominante della cremazione nella società romana.

È qui che vale la pena fermarsi su un punto più ampio, che vale per questo come per altri casi: fin dalla prima epoca cristiana si cercò di tracciare nette distinzioni rispetto a quelle che erano ritenute usanze pagane. Eppure, in altre circostanze, numerosi elementi e simboli della paganitas romana sono stati presi, svuotati del loro significato originario e riempiti di simbologia cristiana, questo tanto in ambito liturgico — si pensi all’adozione della stola come simbolo per eccellenza del sacerdozio ministeriale, o altri elementi divenuti parati liturgici —, per seguire in ambito amministrativo con l’adozione di termini e strutture organizzative come le curie e le diocesi, mutuati in larga parte dal diritto romano. La storia della Chiesa non è mai stata un rifiuto in blocco del mondo che la circondava, ma un esercizio di buonsenso in cui si è valutato, caso per caso, ciò che andava rigettato e ciò che poteva essere purificato e assunto.

Alcuni teologi che demonizzano la cremazione ricollegandola direttamente al mistero della risurrezione dei morti rischiano seriamente, per eccesso di zelo, di scivolare in una forma di paganesimo capovolto: un esoterismo del tutto involontario. I corpi che escono dalle tombe riassumendo le proprie sembianze sono immagini catechetiche, create per i semplici e per chi non sapeva neppure leggere, pensiamo ai cicli di affreschi che ancora oggi si trovano in tante chiese monumentali e cattedrali. Sono immagini pedagogiche, non descrizioni teologiche del come. Collegare la contrarietà alla cremazione a una lettura così letterale della risurrezione dei corpi denota — cosa grave, se a farlo sono dei teologi — una comprensione impropria del mistero.

San Paolo lo aveva già chiarito con precisione mirabile nella Lettera ai Filippesi:

«​la nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,20-21).

È da questa teologia paolina che discende una delle formule più belle della liturgia dei defunti: nella Preghiera Eucaristica III, facendo memoria del fratello o della sorella defunti, la Chiesa prega che Dio, quando «farà sorgere i morti dalla terra», «trasformerà il nostro corpo mortale a immagine del suo corpo glorioso» (Messale Romano, Prex Eucharistica III, citando Fil 3,20-21).

Il cuore della dottrina sta proprio in queste due parole: trasformazione e conformazione. E qui va chiarito che non si tratta della ricomposizione meccanica delle particelle fisiche disperse di un cadavere, quasi che la potenza di Dio dipendesse dalla conservazione della materia originaria: sarebbe, quello sì, un pensiero magico. Si tratta piuttosto della continuità della persona, identità e storia comprese, portata da Dio a una condizione nuova intesa come “conforme” — σύμμορφος (symmorphos), la stessa parola usata dall’Apostolo Paolo in Romani 8,29 a proposito della predestinazione dei credenti — al corpo glorioso del Cristo risorto. È lo stesso mistero pasquale della morte, sepoltura e risurrezione che agisce nel credente attraverso il Battesimo e trova compimento nell’ultimo giorno, qualunque sia stata la sorte fisica delle sue spoglie mortali. O vogliamo forse temere che Dio possa avere difficoltà nel restituire un corpo alle anime dei defunti nel giorno della risurrezione dei morti?

In caso contrario, se ci sono teologi pronti a credere e a insegnare che i corpi usciranno dalle tombe per riprendere le proprie sembianze fisiche, confondendo il mistero della fede sulla risurrezione con la lunga produzione di film horror sugli zombies, allora tanto vale che si rassegnino: quella descrizione, con tanto di corpi ricomposti in carne e ossa, la troveranno assai meglio illustrata nel Paradiso coranico, comprensivo anche di settanta vergini, tanto per non farsi mancare niente di materiale, sia in libagioni che altro ancora.

Dall’Isola di Patmos, 22 agosto 2026

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NOTE

1 A.D. Nock, Cremation and Burial in the Roman Empire, «Harvard Theological Review» 25, 1932, pp. 32-59.

2 J.M.C. Toynbee, Death and Burial in the Roman World, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1996.

 

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CREMATION OF THE BODY? IT CAN BE AN EXCELLENT CATHOLIC CHOICE

Should there be theologians ready to believe and to teach that bodies will come out of their tombs to resume their physical likeness, confusing the mystery of faith concerning the resurrection with the long line of zombie horror films, then they might as well resign themselves: that description, complete with bodies reassembled in flesh and bone, they will find far better illustrated in the Qur’anic Paradise, seventy virgins included, so as not to lack for anything material, in feasting and more besides.

— Current Ecclesial Affairs —

Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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The Catholic Church has permitted cremation since 1963, when the Holy Office, with the instruction Piam et constantem of 5 July of that year, established that cremation is not “in itself contrary to the Christian religion” and that the faithful who chose it should no longer be denied the sacraments and funeral rites, provided that the choice was not motivated “as a denial of Christian dogmas, or out of a sectarian spirit, or out of hatred for the Catholic religion and the Church.”

Since then the discipline has passed into the 1983 Code of Canon Law (can. 1176 §3) and into that of the Eastern Churches of 1990. This is a distinction that must be firmly maintained from the outset: one thing is the licitness of the practice, another is the preference for burial. The Church, however, absolutely forbids the scattering of ashes and their preservation at home, as we shall see.

A historical aside: it is worth recalling that cremation had been condemned by the Church by decree of the Holy Office of 12 May 1886, in the years when the practice had been taken up by Freemasonry as an ideological banner in an anticlerical key, in order to publicly deny the truths of faith concerning eternal life and, above all, the resurrection of the dead.

Theology has nothing to fear from cremation in itself. Fire does not touch the soul, nor does it in any way limit divine omnipotence in raising bodies: the God who drew man from dust can call him back from ashes just as well as from earth. Or does Scripture not say, precisely in the liturgy of Ashes with which Lent begins: “for you are dust, and to dust you shall return” (Gen 3:19)? Cremation may be chosen for hygienic, economic, ecological, or even ethical reasons, and it is an entirely legitimate choice for a Catholic faithful. Nor can we forget the shortage of space in the cemeteries of large cities. It should also be considered that, unlike nations inhabited by a few tens of millions of people spread across vast territories, there are other places in the world where population density is instead very high: in those cases, cremation, far from being merely advisable, should actually be recommended. Let us pass over the architectural monstrosities of various cemeteries where, for lack of space on the ground, height has been exploited, building hideous five-storey blocks to house the niches inside them.

In most Italian cemeteries there are no longer any burial plots in the ground, where it would be natural to lay the body through the ancient gesture of restoring it to the earth itself. We do not have the space available to other peoples — for example in the United States, in Australia, and other places where cemeteries are vast green parks, the so-called Rural Cemetery Movement (garden cemetery), now more commonly called the Lawn Cemetery or Memorial Park. These places, spread over broad tree-lined lawns, hardly even look like burial grounds, at least to us Italians and Latin Europeans, accustomed to tombs ranging from ancient funerary chapels of considerable artistic value to niches and tombs of rare bad taste. In these “garden cemeteries,” to maintain the appearance of a uniform lawn, headstones are often flat and set at ground level. There are no low walls, individual enclosures, or monumental family tombs to interrupt the view: trees, paths, and small lakes integrate the cemetery into the natural landscape, turning it into a place of peace even for visitors, where it is possible to bring children to play or walk pets. As we were saying, however, ground burial has by now disappeared from most cemeteries, and our population density does not allow for places like the Lawn Cemetery or Memorial Park. In certain cases, is it better to be cremated, or entombed on the fifth floor of a cemetery apartment block? Thank God, free choice is granted, even by Holy Mother Church.

It is therefore no coincidence that the recent Magisterium has felt the need to intervene precisely on this terrain, in order to pastorally accompany increasingly widespread choices without leaving them devoid of a framework of meaning. Taking account of these new needs and their related problems, the instruction Ad resurgendum cum Christo, issued on 15 August 2016 by the Dicastery for the Doctrine of the Faith, updated Piam et constantem by specifying the norms for the preservation of ashes. The document is unambiguous: ashes must receive the same care and respect given to the body, and must be kept in a sacred place: the cemetery, or a church, or an area dedicated to this purpose by the competent ecclesiastical authority (n. 5). The Church’s opposition, then, is not to cremation in and of itself, but rather to what one might wish to express or openly deny through it.

Christian tradition has always favored burial for three reasons that Ad resurgendum cum Christo summarizes with precision. First, because it recalls the body of Christ laid in the tomb, and expresses with greater symbolic force the expectation of the resurrection of the flesh (cf. n. 3). Second, because the human body, through Baptism, has become a temple of the Holy Spirit, and theology urges that it be treated with the greatest possible physical closeness, even in the gesture of entrusting it to the earth. Finally, because burial safeguards communion between the living and the dead, fostering remembrance and prayer. It is for this reason — not out of any suspicion toward fire in itself — that the Church forbids the scattering of ashes in nature, their conversion into jewelry or commemorative objects, and their preservation at home, in order to avoid pantheistic, naturalistic, or nihilistic drifts, as well as the commodification of the memory of the deceased (cf. n. 7). Only in serious and exceptional circumstances, tied to local cultural conditions, may the Ordinary grant domestic preservation, though never divided, however, among different family units (cf. n. 6).

A brief historical excursus helps put things in perspective. In archaic Rome, burial prevailed. From the late Republic onward, cremation gained the upper hand: it was Sulla, in 79 BC, the first member of the gens Cornelia — traditionally faithful to burial in the earth — to be cremated, perhaps for fear that his corpse would be desecrated by his enemies. From then on cremation remained the dominant rite throughout the late Republic and the first two centuries of the Empire: the body was burned on a pyre together with personal belongings and offerings, and the remains gathered in a cinerary urn kept in tombs or columbaria, such as the one still visible belonging to Pomponius Hylas on the Appian Way.

It was under Hadrian (117–138 AD) that burial gradually came back into fashion — the emperor himself was perhaps the first to be buried rather than cremated — with the construction of carved sarcophagi becoming increasingly widespread in the second century and generalized in the third, even in the provinces. Several factors weighed on this shift — changes in taste, in urbanization, and above all in ideas about the afterlife — but the growing spread of Christianity, which considered cremation disrespectful toward a body destined for resurrection, undoubtedly contributed to it as well.

The deeper reasons for this reversal of trend remain, moreover, debated among historians. Already in the 1930s, Arthur Darby Nock1 observed how the shift to burial followed, at least initially, a social fashion that spread from the top down rather than a precise doctrinal rethinking of the afterlife; a reading later taken up and expanded by Jocelyn M. C. Toynbee2. What remains true, however one explains it, is that in precisely those decades Christians were digging the first Roman catacombs, reserving burial for their own dead from the very outset, in conscious and deliberate distance from the then still dominant use of cremation in Roman society.

This is where it is worth pausing on a broader point, one that holds true here as in other cases: from the earliest Christian era, an effort was made to draw clear distinctions from what were considered pagan customs. And yet, on other occasions, numerous elements and symbols of Roman paganitas were taken up, emptied of their original meaning, and filled with Christian symbolism — this occurred both in the liturgical sphere, as with the adoption of the stole as the preeminent symbol of ministerial priesthood, or other elements that became liturgical vestments, and in the administrative sphere, with the adoption of terms and organizational structures such as curiae and dioceses, largely borrowed from Roman law. The history of the Church has never been a wholesale rejection of the world that surrounded it, but an exercise of good sense in which, case by case, what had to be rejected and what could be purified and assumed was weighed.

Some theologians who demonize cremation by directly linking it to the mystery of the resurrection of the dead risk seriously, out of excessive zeal, sliding into a form of inverted paganism: an entirely involuntary esotericism. Bodies emerging from tombs and resuming their former appearance are catechetical images, created for the simple and for those who could not even read — one need only think of the cycles of frescoes still found today in many monumental churches and cathedrals. These are pedagogical images, not theological descriptions of the how. Linking opposition to cremation to so literal a reading of the resurrection of the body betrays — a serious matter, when it is theologians who do so — an improper understanding of the mystery.

Saint Paul had already clarified this with admirable precision in the Letter to the Philippians:

“But our citizenship is in heaven, and from it we also await a savior, the Lord Jesus Christ. He will change our lowly body to conform with his glorified body by the power that enables him also to bring all things into subjection to himself” (Phil 3:20-21).

It is from this Pauline theology that one of the most beautiful formulas of the liturgy for the dead descends: in Eucharistic Prayer III, making memory of a departed brother or sister, the Church prays that God, “when from the earth he will raise up in the flesh those who have died,” will “transform our lowly body after the pattern of his own glorious body” (Roman Missal, Eucharistic Prayer III, citing Phil 3:20-21).

The heart of the doctrine lies precisely in these two words: transformation and conformation. And here it must be clarified that this is not a matter of the mechanical reassembly of the scattered physical particles of a corpse, as though the power of God depended on the preservation of the original matter: that, indeed, would be magical thinking. It is rather a matter of the continuity of the person — identity and history included — brought by God to a new condition understood as “conformed” — σύμμορφος (symmorphos), the very word used by the Apostle Paul in Romans 8:29 regarding the predestination of believers — to the glorious body of the risen Christ. It is the same paschal mystery of death, burial, and resurrection that works in the believer through Baptism and finds fulfillment on the last day, whatever the physical fate of his mortal remains may have been. Or shall we perhaps fear that God might have difficulty in restoring a body to the souls of the departed on the day of the resurrection of the dead?

If not, should there be theologians ready to believe and to teach that bodies will come out of their tombs to resume their physical likeness, confusing the mystery of faith concerning the resurrection with the long line of zombie horror films, then they might as well resign themselves: that description, complete with bodies reassembled in flesh and bone, they will find far better illustrated in the Qur’anic Paradise, seventy virgins included, so as not to lack for anything material, in feasting and more besides.

From L’Isola di Patmos, 22 August 2026

NOTES

1 A.D. Nock, Cremation and Burial in the Roman Empire, “Harvard Theological Review” 25, 1932, pp. 32-59.

2 J.M.C. Toynbee, Death and Burial in the Roman World, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1996.

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¿LA CREMACIÓN DEL CUERPO? PUEDE SER UNA EXCELENTE OPCIÓN CATÓLICA

si hay teólogos dispuestos a creer y a enseñar que los cuerpos saldrán de las tumbas para recuperar su apariencia física, confundiendo el misterio de la fe sobre la resurrección con la larga producción de películas de terror sobre zombis, entonces más vale que se resignen: esa descripción, con cuerpos recompuestos en carne y hueso incluidos, la encontrarán mucho mejor ilustrada en el Paraíso coránico, setenta vírgenes incluidas, para que no les falte nada material, tanto en banquetes como en lo demás.

— Actualidad eclesial —

Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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La Iglesia Católica permite la cremación desde 1963, cuando el Santo Oficio, con la instrucción Piam et constantem del 5 de julio de aquel año, estableció que la cremación no es «en sí misma contraria a la religión cristiana» y que a los fieles que la hubieran elegido no se les negaran ya los sacramentos y las exequias, a condición de que tal elección no estuviera motivada «como negación de los dogmas cristianos, o con ánimo sectario, o por odio contra la religión católica y la Iglesia».

Desde entonces la disciplina ha pasado al Código de Derecho Canónico de 1983 (can. 1176 §3) y al de las Iglesias Orientales de 1990. Es una distinción que hay que mantener firme desde el principio: una cosa es la licitud de la práctica, otra es la preferencia por la inhumación. La Iglesia prohíbe en cambio de modo absoluto la dispersión de las cenizas y su conservación en casa, como veremos.

Un inciso histórico: conviene recordar que la cremación había sido condenada por la Iglesia mediante decreto del Santo Oficio del 12 de mayo de 1886, en los años en que su práctica había sido asumida por la Masonería como bandera ideológica de carácter anticlerical, para negar públicamente las verdades de fe sobre la vida eterna y, sobre todo, sobre la resurrección de los muertos.

La teología no tiene nada que temer de la cremación en sí. El fuego no toca el alma y no limita en modo alguno la omnipotencia divina para resucitar los cuerpos: Dios, que sacó al hombre del polvo, puede llamarlo de vuelta desde las cenizas igual que desde la tierra. ¿O acaso no se proclama, precisamente en la liturgia de Ceniza con la que comienza la Cuaresma: «eres polvo y al polvo volverás» (Gn 3,19)? La cremación puede elegirse por razones higiénicas, económicas, ecológicas o también éticas, y es una elección del todo legítima para un fiel católico. Tampoco podemos olvidar la escasez de espacios en los cementerios de las grandes ciudades. Además, hay que considerar que, al contrario de Naciones habitadas por pocas decenas de millones de personas distribuidas en territorios inmensos, en el mundo hay otras en las que la densidad de población es en cambio muy alta: en esos casos, la cremación, más que aconsejable, debería ser propiamente recomendada. Pasemos por alto los adefesios de varios cementerios en los que, por falta de espacio en el terreno, se ha apostado por la altura, construyendo horribles edificios de cinco plantas para contener los nichos en su interior.

En la mayor parte de los cementerios italianos ya no hay lugares de sepultura en tierra, donde sería natural depositar el cuerpo mediante el antiguo gesto de su restitución a la tierra misma. No disponemos de los espacios de los que disponen otras poblaciones, por ejemplo en los Estados Unidos, en Australia y otros lugares en los que los cementerios son grandes parques verdes — los llamados Rural Cemetery Movement (cementerio jardín), llamados hoy más comúnmente Lawn Cemetery o Memorial Park (parque conmemorativo). Estos lugares, extendidos sobre amplios prados verdes arbolados, ni siquiera parecen lugares de sepultura, al menos para nosotros, italianos y europeos de raíz latina, acostumbrados a tumbas que varían desde las antiguas capillas funerarias monumentales de notable interés artístico hasta nichos y tumbas de un mal gusto verdaderamente raro. En los «cementerios jardín», para mantener el aspecto de un prado uniforme, las lápidas suelen ser planas y estar colocadas a nivel del suelo. No hay muretes, vallados individuales ni tumbas de familia monumentales que interrumpan la vista: árboles, senderos y pequeños lagos integran el cementerio en el paisaje natural, transformándolo en un lugar de paz también para los visitantes, donde es posible llevar a jugar a los niños o pasear a los animales. Como decíamos, sin embargo, en la mayor parte de los cementerios las sepulturas en tierra ya han desaparecido y nuestra densidad de población no nos permite lugares como los Lawn Cemetery o Memorial Park. En ciertos casos, ¿es mejor la cremación o la inhumación en el quinto piso de un edificio cementerial? Gracias a Dios se concede la libre elección, también por parte de la Santa Madre Iglesia.

No es, pues, casualidad que el Magisterio reciente haya sentido la necesidad de intervenir precisamente sobre este terreno, para acompañar pastoralmente decisiones cada vez más extendidas sin dejarlas privadas de un marco de sentido. Teniendo en cuenta estas nuevas necesidades y las problemáticas relacionadas, la instrucción Ad resurgendum cum Christo, promulgada el 15 de agosto de 2016 por el Dicasterio para la Doctrina de la Fe, actualizó Piam et constantem precisando las normas sobre la conservación de las cenizas. El documento es claro: las cenizas deben recibir el mismo cuidado y el mismo respeto reservados al cuerpo, y deben conservarse en un lugar sagrado: el cementerio, o una iglesia, o un área dedicada a ello por la autoridad eclesiástica competente (n. 5). La contrariedad de la Iglesia, por tanto, no es hacia la cremación en sí y por sí misma, sino más bien hacia lo que con ella se pudiera querer manifestar o negar abiertamente.

La tradición cristiana siempre ha preferido la inhumación por tres razones que Ad resurgendum cum Christo resume con precisión. Ante todo porque recuerda el cuerpo de Cristo depositado en el sepulcro y expresa con mayor fuerza simbólica la espera de la resurrección de la carne (cfr. n. 3). Luego porque el cuerpo humano, mediante el Bautismo, se ha convertido en templo del Espíritu Santo, y la teología impulsa a tratarlo con la mayor cercanía física posible, también en el gesto de confiarlo a la tierra. Finalmente, porque la sepultura custodia la comunión entre los vivos y los muertos, favoreciendo el recuerdo y la oración. Es por esto — no por una sospecha hacia el fuego en sí — por lo que la Iglesia prohíbe la dispersión de las cenizas en la naturaleza, su conversión en joyas y objetos conmemorativos y su conservación en casa, esto con el fin de evitar derivas panteístas, naturalistas o nihilistas, además de la mercantilización del recuerdo del difunto (cfr. n. 7). Solo en circunstancias graves y excepcionales, ligadas a condiciones culturales locales, el Ordinario puede conceder la conservación doméstica, nunca dividida, sin embargo, entre los diferentes núcleos familiares (cfr. n. 6).

Un breve excurso histórico ayuda a poner las cosas en perspectiva. En la Roma arcaica prevalecía la inhumación. Desde la tardía República la cremación tomó la delantera: fue Sila, en el año 79 a.C., el primer miembro de la gens Cornelia — tradicionalmente fiel a la sepultura en tierra — en hacerse cremar, quizá por temor a que su cadáver fuera ultrajado por sus enemigos. Desde entonces la cremación siguió siendo el rito dominante durante toda la tardía República y durante el primer y segundo siglo del Imperio: el cuerpo se quemaba sobre una pira junto con objetos personales y ofrendas, y los restos se recogían en una urna cineraria custodiada en tumbas o columbarios, como el todavía visible de Pomponio Hylas en la vía Apia.

Fue con Adriano (117-138 d.C.) cuando la inhumación volvió gradualmente de moda — el propio emperador fue quizá el primero en hacerse inhumar en lugar de cremar — con la construcción de sarcófagos esculpidos cada vez más extendida en el siglo II y generalizada en el III, incluso en las provincias. En este giro pesaron varios factores — cambios en el gusto, en la urbanización y sobre todo en las ideas sobre el más allá — pero sin duda contribuyó también la creciente difusión del Cristianismo, que consideraba la cremación irrespetuosa hacia un cuerpo destinado a la resurrección.

Las razones profundas de esta inversión de tendencia siguen, por lo demás, debatidas entre los historiadores. Ya en los años treinta del siglo XX, Arthur Darby Nock1 observaba cómo el paso a la inhumación seguía, al menos inicialmente, una moda social difundida de arriba hacia abajo más que un preciso replanteamiento doctrinal sobre el más allá; una lectura retomada y ampliada por Jocelyn M. C. Toynbee2. Queda el hecho, se explique como se explique, de que precisamente en esas décadas los cristianos excavaban las primeras catacumbas romanas reservando a sus propios muertos la inhumación desde el principio, por consciente y deliberada distancia respecto al uso entonces todavía dominante de la cremación en la sociedad romana.

Aquí vale la pena detenerse en un punto más amplio, que vale para este caso como para otros: desde la primera época cristiana se intentó trazar distinciones claras respecto a lo que se consideraban costumbres paganas. Y sin embargo, en otras ocasiones, numerosos elementos y símbolos de la paganitas romana fueron tomados, vaciados de su significado original y llenados de simbología cristiana, esto tanto en el ámbito litúrgico — piénsese en la adopción de la estola como símbolo por excelencia del sacerdocio ministerial, u otros elementos convertidos en ornamentos litúrgicos —, como en el ámbito administrativo, con la adopción de términos y estructuras organizativas como las curias y las diócesis, tomadas en gran parte del derecho romano. La historia de la Iglesia nunca ha sido un rechazo en bloque del mundo que la rodeaba, sino un ejercicio de sentido común en el que se valoró, caso por caso, lo que había que rechazar y lo que podía ser purificado y asumido.

Algunos teólogos que demonizan la cremación relacionándola directamente con el misterio de la resurrección de los muertos corren el riesgo serio, por exceso de celo, de deslizarse hacia una forma de paganismo invertido: un esoterismo del todo involuntario. Los cuerpos que salen de las tumbas recobrando su apariencia son imágenes catequéticas, creadas para los sencillos y para quienes ni siquiera sabían leer; pensemos en los ciclos de frescos que todavía hoy se encuentran en tantas iglesias monumentales y catedrales. Son imágenes pedagógicas, no descripciones teológicas del cómo. Vincular la contrariedad hacia la cremación a una lectura tan literal de la resurrección de los cuerpos denota — algo grave, si lo hacen teólogos — una comprensión impropia del misterio.

San Pablo ya lo había aclarado con precisión admirable en la Carta a los Filipenses:

«Nosotros, en cambio, somos ciudadanos del cielo, de donde aguardamos un Salvador: el Señor Jesucristo. Él transformará nuestro cuerpo humilde, según el modelo de su cuerpo glorioso, con esa energía que posee para sometérselo todo» (Flp 3,20-21).

Es de esta teología paulina de donde desciende una de las fórmulas más bellas de la liturgia de los difuntos: en la Plegaria Eucarística III, haciendo memoria del hermano o la hermana difuntos, la Iglesia ruega que Dios, cuando «haga surgir de la tierra a los muertos», «transforme nuestro cuerpo frágil en cuerpo glorioso como el suyo» (Misal Romano, Plegaria Eucarística III, citando Flp 3,20-21).

El corazón de la doctrina está precisamente en estas dos palabras: transformación y conformación. Y aquí hay que aclarar que no se trata de la recomposición mecánica de las partículas físicas dispersas de un cadáver, como si el poder de Dios dependiera de la conservación de la materia original: eso sí sería pensamiento mágico. Se trata más bien de la continuidad de la persona, identidad e historia incluidas, llevada por Dios a una condición nueva entendida como “conforme” — σύμμορφος (symmorphos), la misma palabra usada por el Apóstol Pablo en Romanos 8,29 a propósito de la predestinación de los creyentes — al cuerpo glorioso de Cristo resucitado. Es el mismo misterio pascual de la muerte, sepultura y resurrección que actúa en el creyente a través del Bautismo y encuentra su cumplimiento en el último día, cualquiera que haya sido la suerte física de sus restos mortales. ¿O acaso vamos a temer que Dios pueda tener dificultad en restituir un cuerpo a las almas de los difuntos en el día de la resurrección de los muertos?

En caso contrario, si hay teólogos dispuestos a creer y a enseñar que los cuerpos saldrán de las tumbas para recuperar su apariencia física, confundiendo el misterio de la fe sobre la resurrección con la larga producción de películas de terror sobre zombis, entonces más vale que se resignen: esa descripción, con cuerpos recompuestos en carne y hueso incluidos, la encontrarán mucho mejor ilustrada en el Paraíso coránico, setenta vírgenes incluidas, para que no les falte nada material, tanto en banquetes como en lo demás.

Desde L’Isola di Patmos, 22 de agosto de 2026

NOTAS

1 A.D. Nock, Cremation and Burial in the Roman Empire, «Harvard Theological Review» 25, 1932, pp. 32-59.

2 J.M.C. Toynbee, Death and Burial in the Roman World, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1996.

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Il cavallo di Troia arcobaleno: quando la libertà diventa a senso unico

17 Agosto 2026/in Attualità/da Redazione

IL CAVALLO DI TROIA ARCOBALENO: QUANDO LA LIBERTÀ DIVENTA A SENSO UNICO

A proposito del caso dello psichiatra Tonino Cantelmi, del senatore Simone Pillon e della solita, prevedibile crociata di Silere non possum

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos 

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Silere non possum torna a colpire e lo fa col suo consolidato schema: si prende un fatto di cronaca — questa volta la cosiddetta “famiglia del bosco” (cfr. qui) — e lo si trasforma in grimaldello per un attacco ben più ampio, che stavolta ha per bersaglio lo psichiatra Tonino Cantelmi, l’avvocato Simone Pillon, il sistema degli ordini professionali italiani e, in filigrana, chiunque osi dichiararsi cattolico senza vergognarsene in pubblico. L’articolo in questione, «Dalla psicologia alla crociata culturale: il caso degli psicologi “cattolici”», firmato da un anonimo, certo «d.V.N», è leggibile qui.

Non entriamo nel merito della vicenda giudiziaria, perché non ci riguarda e sulla quale altri, competenti, si stanno già pronunciando. A noi padri redattori de L’Isola di Patmos — che come noto abbiamo tutti un nome, un volto e una scheda nella pagina “Redazione” (cfr. qui) — interessa il metodo applicato da anni dal creatore di questo blog assurto oggi a “Quotidiano Indipendente Internazionale” con sede in Estonia (cfr. qui), vale a dire: prendere un caso concreto, caricarlo di sospetto ideologico e usarlo per avanzare un’istanza molto più generale — quella di delegittimare, con l’accusa di “ideologia”, chiunque professi pubblicamente convinzioni cattoliche in ambito professionale.

Il nodo, però, non è la fede di Cantelmi ma la coerenza di chi lo accusa. Silere non possum scrive che Cantelmi «non è volto nuovo nel panorama del cattolicesimo di estrema destra italiano» e imputa a lui e a Pillon una «lunga storia ideologica». Bene: e la storia di Silere non possum, invece, sarebbe forse priva di orientamento e di ideologia? Un blog che si presenta come analista imparziale della Chiesa e della Santa Sede e che da anni conduce una campagna sistematica contro chiunque non condivida l’agenda arcobaleno, non ha forse anch’esso una linea e «un lessico che si ripete fino alla caricatura», per usare le identiche parole che l’articolo rivolge ad altri? Non c’è nulla di più rivelatore, in questo genere di prosa, del momento in cui l’accusatore descrive nell’avversario esattamente il proprio vizio. Per questo vale ancora — e varrà sempre — l’ammonimento del Vangelo:

«Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? […] Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (cf. Mt 7,3-5).

La libertà, per essere tale, deve valere per tutti — non per una parte sola. I sacerdoti che scrivono queste righe non hanno mai negato a nessuno il diritto di vivere la propria sessualità come meglio crede, né si sono mai permessi di sindacare le scelte private altrui: su questo non arretriamo di un millimetro e chi legge i nostri articoli lo sa. Pretendiamo però che ci sia riconosciuto, con la stessa naturalezza, il diritto di dire — all’occorrenza anche con la severa franchezza dell’Apostolo Paolo (cfr. 1Cor 6,9-10 ; Rm 1,26-27) — che certe condotte di vita sono incompatibili con la dottrina e la morale cattolica, restando ciascuno libero di vivere in questo mondo lo stile di vita che preferisce, godendo in tal senso anche di tutte le tutele giuridiche del caso. Però, le stesse tutele dovrebbero per inverso valere anche per chi, come noi, esprime nel rispetto un sentire legato a opinioni contrarie alle istanze LGBT non realizzabili all’interno della comunità ecclesiale e del clero cattolico: anche questo si chiama libertà di pensiero e di parola, da rispettare e tutelare. Pertanto, la stessa libertà pretendiamo venga riconosciuta a noi, ai cattolici che come noi pensano, quindi anche ai professionisti come Cantelmi. Se un blog rivendica il diritto di dire tutto ciò che pensa sulla Chiesa, sulla sessualità, sulla morale — e lo fa, con toni che, a essere buoni, possiamo limitarci a definire sopra le righe — non può poi negare a psicologi cattolici come Amedeo Cencini e Roberto Marchesini il diritto di dichiarare apertamente le proprie convinzioni, bollandoli per questo come inadatti alla professione, nel caso di Padre Amedeo Cencini fino al punto di un esposto formale all’Ordine degli Psicologi del Veneto, archiviato il 18 luglio 2022 perché non furono ravvisate violazioni del Codice Deontologico (cfr. qui), esito che lo stesso ideatore di Silere non possum, lungi dall’accettarlo, trasformò in una nuova accusa e in una minaccia di azioni legali contro l’Ordine stesso (cfr. qui). O la libertà è reciproca, o è soltanto un privilegio che ci si autoassegna mentre lo si nega a chi non la pensa allo stesso modo.

È esattamente lo schema che il Cardinale Joseph Ratzinger, alla vigilia del conclave che lo avrebbe eletto Papa, descrisse con parole che oggi risuonano quanto mai attuali:

«Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie» (Omelia Pro eligendo Romano Pontifice, 18 aprile 2005).

Non è relativismo il riconoscere pari dignità a tutte le posizioni: è dittatura del relativismo il pretendere che una sola visione — la propria — abbia diritto di cittadinanza pubblica, mentre ogni altra viene ricondotta a “ideologia” da neutralizzare.

Che poi il credo sia una faccenda privata, è il sofisma preferito di chi vuole inibire la libera espressione del pensiero altrui. È lo stesso argomento che Silere non possum ripropone da anni riguardo ai sacerdoti:

«[…] Silere non possum ha fatto in questo una battaglia dicendo che il sacerdote nella propria vita privata è libero di fare ciò che vuole e non può interferire nella vita privata del prete né il vescovo né appunto questo chiacchiericcio da salotto che ormai ha veramente stufato» (cfr. Silere non possum: a colloquio con Felipe Perfetti, YouTube, 8 settembre 2023, minuto 11:38, video qui).

Ma un sacerdote non ha una vita privata separabile dal suo ministero, come più volte è stato ribadito su queste nostre colonne. È prete ventiquattr’ore su ventiquattro, in pubblico come in privato, per questo la sua esistenza deve essere sempre conforme a ciò che ha professato. Questo sofisma della «vita privata» oggi si applica, con logica identica, a Cantelmi: le sue convinzioni religiose sarebbero un fatto privato che non dovrebbe interferire con l’esercizio professionale. Allo stesso modo, la fede di un cattolico non è un abito che si toglie entrando in ambulatorio o in tribunale: è, semmai, proprio il contrario di ciò che Silere non possum vorrebbe far credere per proprio ideologico puntiglio. Il Concilio Vaticano II sancisce che nessuno può essere «impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità» alla propria coscienza, «privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata» (cf. Dignitatis Humanae, n. 2). Pubblicamente, non solo privatamente: è scritto nero su bianco, ed è un diritto, questo, che vale anche per chi non condivide l’agenda arcobaleno, piaccia o meno.

E qui arriva il paradosso che smaschera tutto l’impianto retorico di Silere non possum. Se davvero le convinzioni religiose di un professionista dovessero restare fuori dalla porta dello studio, allora nemmeno un ginecologo obiettore di coscienza potrebbe rifiutarsi di praticare un aborto: la sua fede “privata”, per la stessa logica, non avrebbe alcun diritto di incidere sulla sfera pubblica professionale. Ma nessuna mente razionale sosterrebbe una simile conclusione. E allora perché la regola vale solo quando a essere colpito è un cattolico? O comunque un cattolico legittimamente contrario al tentativo di far entrare dentro la Chiesa il cavallo di Troia arcobalenato con tutte le sue rivendicazioni in aperto contrasto con la dottrina, la morale cattolica e il magistero della Chiesa?

Il vero problema non è la scienza contro l’ideologia. È chi si autoassolve dalle regole che pretende di imporre agli altri. L’articolo invoca gli ordini professionali, la deontologia, il rigore scientifico. Bene: le stesse categorie si applichino, allora, a chi da cinque anni ha costruito una narrazione a senso unico, in cui — sono parole dello stesso articolo — «la scienza sta sempre dalla propria parte e l’avversario è sempre ideologico». Non è così che funziona il pensiero critico: funziona così l’ideologia, quella vera, quella che non si riconosce mai come tale perché convinta di parlare in nome della scienza e del progresso, mentre chiunque dissenta viene automaticamente derubricato a fanatico, omofobo, o — appunto — «ideologico».

Altrettanto non negoziabile è il diritto di dire, con la stessa fermezza con cui altri rivendicano il proprio, che un cattolico può pensarla diversamente da un’agenda ideologica LGBT senza per questo diventare un cattivo professionista, un cattivo cittadino o un nemico da smascherare. Vale quindi anche per noi ciò che il Beato Apostolo Pietro chiedeva ai primi cristiani: essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi», ma «con dolcezza e rispetto» (cf. 1Pt 3,15). Dolcezza e rispetto che pretendiamo, a nostra volta, in cambio.

Dall’Isola di Patmos, 17 agosto 2026

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A chi volesse approfondire l’argomento sulla libertà rimandiamo a questa recente opera di Ariel S. Levi di Gualdo (qui)

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I nostri precedenti articoli (2023-2026):

– 17 agosto 2026 – IL CAVALLO DI TROIA ARCOBALENO: QUANDO LA LIBERTÀ DIVENTA A SENSO UNICO (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 23 luglio 2026 – PRETE NON SI DIVENTA PER «BASTA CHE NON PRATICHI IL SESSO» (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 20 luglio 2026 – SILERE NON POSSUM, IL QUOTIDIANO INTERNAZIONALE CON L’OFFICINA INCORPORATA ALL’ATTACCO DEL DIRETTORE DEI MEDIA VATICANI (per aprire l’articolo cliccareQUI) 

– 28 giugno 2026 — SILERE NON POSSUM E L’ARCOBALENO COME CAVALLO DI TROIA. QUANDO LA LOTTA AGLI ABUSI DIVENTA IL PRETESTO PER RISCRIVERE LA MORALE CATTOLICA (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 22 giugno 2026 — Comunicato: L’ISOLA DI PATMOS OGGETTO DI RIPETUTE SEGNALAZIONI INFONDATE (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 11 giugno 2026 — MARCO PERFETTI: DIRE A ME CHE SONO UN PROBLEMATICO È OVVIO COME DIRE CHE LA MADDALENA FACEVA LA PROSTITUTA (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 5 maggio 2026 — ESTONIA, UNA TERRA PROMESSA, UN MONDO DIVERSO … E UNA CATTIVERIA QUOTIDIANA DI CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 30 aprile 2026 — SILERE NON POSSUM: IL GIORNO IN CUI IL DIRITTO PENALE SCOPRÌ DI ESSERE NATO IN SACRESTIA (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 27 aprile 2026 — CUR IN HOC CASU “SILERE POSSUM”? (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 31 marzo 2026 — IL NARCISISTA MALIGNO E L’USO DI BLOG E SOCIAL PER ARRECARE DANNO ALLA CHIESA E AI SUOI FEDELI SERVITORI (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 21 marzo 2026 — L’ABATE DI SOLESMES E L’ILLUSIONE DI SINTESI LITURGICA: TRA SOGGETTIVISMO E CONFUSIONE DOTTRINALE (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 28 febbraio 2026 — SILERE NON POSSUM. UNO STRAORDINARIO MARCO PERFETTI TRA DISINVOLTO DIRITTO CANONICO E «SCANDALO AL SOLE»: L’AUGUSTO DEFUNTO DISSE CHE L’OMOSESSUALITÀ È PECCATO (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 16 febbraio 2026 — DONNE, DIRITTO E TEOLOGIA USATI COME SLOGAN DAL BLOG SILERE NON POSSUM (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 8 febbraio 2026 — I PROCI DI ITACA E L’EPOPEA DELLA SFRANTA CHE TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 10 dicembre 2025 — MARCO PERFETTI, ALIAS SILERE NON POSSUM: IL GRILLO COLTO E LA ZANZARA CHE SI CREDE UN’AQUILA REALE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 6 settembre 2025 — IL POTENTISSIMO SILERE NON POSSUM STA FACENDO TREMARE GOOGLE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ” (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

–  29 marzo 2025 — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI) 

– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

 

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2026-08-17 11:50:382026-08-17 19:44:15Il cavallo di Troia arcobaleno: quando la libertà diventa a senso unico

In morte di un sacerdote anziano

15 Agosto 2026/in Attualità/da Padre Ariel

IN MORTE DI UN SACERDOTE ANZIANO

«La formazione permanente deve interessare anche quei presbiteri che per l’età avanzata sono indicati come anziani e che in alcune Chiese sono la parte più numerosa del presbiterio. Questo deve riservare loro gratitudine per il fedele servizio che hanno riservato a Cristo e alla Chiesa e concreta solidarietà per la loro condizione».

 

Autore Monaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

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La notizia del ritrovamento nella sua canonica (qui) del corpo senza vita di un sacerdote ci coglie di sorpresa e riempie di sgomento per le circostanze.

Sembra infatti sia stato un gesto volontario, ancora in fase di accertamento e definizione. Il sacerdote si chiamava Lino Zatelli, di anni 75, per 24 anni, dal 2001, parroco della comunità della Clarina (Trento), ma anche cappellano della Polizia di Stato e animatore di molteplici pellegrinaggi.

Il cordoglio per la scomparsa è stato unanime ed è arrivato da tutte le rappresentanze delle comunità dove don Lino è vissuto, anche perché ovunque ha lasciato una testimonianza positiva. Ma i giornali parlano anche di un trasferimento di parrocchia che sarebbe dovuto avvenire nel prossimo novembre e che, sempre secondo quanto riportano i quotidiani, sarebbe stato mal digerito dal sacerdote che così si espresse dandone notizia: «Resteremo insieme fino a novembre, non tiriamo i remi in barca, tanto meno io. Non ho mai chiesto di andarmene, né dalla Vallarsa, né da Meano, né da qui. Questi 24 anni non si possono dimenticare» (qui).

Gli stessi suoi parrocchiani con altri estimatori avevano contestato il cambio di Parrocchia, addirittura lanciando una petizione online che avrebbe raggiunto centinaia di firme, poiché, secondo i promotori dell’iniziativa, don Lino non riusciva a farsi una ragione del trasferimento, che sarebbe dovuto succedere in autunno. Di fronte a questa, come ad altre circostanze dolorose la via migliore è quella del silenzio e della preghiera, in questo caso di suffragio per l’anima di questo presbitero. Però, se ci è permesso aggiungiamo solo alcune sommesse parole e una breve testimonianza.

Il Codice di Diritto canonico al nr 538 e paragrafo 3 così recita:

«Compiuti i settantacinque anni, il parroco è invitato a presentare la rinuncia all’ufficio al Vescovo diocesano, il quale, considerata ogni circostanza di persona e di luogo, decida se accettarla o differirla; il Vescovo diocesano deve provvedere in modo adeguato al sostentamento e all’abitazione del rinunciante, attese le norme emanate dalla Conferenza Episcopale».

Don Lino aveva per l’appunto 75 anni e stava per essere trasferito ad altro incarico, forse meno gravoso del precedente, non lo sappiamo, però pur sempre un incarico pastorale. Un evento che accade sempre più di frequente a motivo della mancanza di sacerdoti, per cui anche i presbiteri anziani sono chiamati a rimanere sulla breccia, come si dice, per il bene dei fedeli, anche solo a svolgere compiti essenziali come amministrare i sacramenti e naturalmente, fra questi, la celebrazione dell’Eucarestia, spesso nelle cosiddette unità o zone pastorali. Ed è proprio presso una di queste che stava per essere trasferito.

Il Sommo Pontefice Francesco nel settembre del 2021 scriveva che i sacerdoti anziani non sono «solo un oggetto di assistenza, ma protagonisti attivi della comunità» perché «portatori di sogni carichi di memoria e per questo importantissimi per le giovani generazioni». Da loro, aggiungeva il Pontefice nella lettera scritta per la Giornata di fraternità del clero lombardo: «viene la linfa per fiorire nella vita cristiana e nel ministero». Il Pontefice concludeva: «Vi chiedo, per favore, di pregare per me che sono un po’ anziano e un po’ malato ma non tanto!». «State vivendo una stagione, la vecchiaia, che non è una malattia, ma un privilegio», il privilegio di «assomigliare a Gesù che soffre» (qui).

Per approfondire si può anche leggere il «Direttorio per il ministero e la vista dei presbiteri» emanato sotto Benedetto XVI nel 2013, il quale rimanda alla Pastores dabo vobis del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, del 1992, la quale al nr 77 così recita:

«La formazione permanente deve interessare anche quei presbiteri che per l’età avanzata sono indicati come anziani e che in alcune Chiese sono la parte più numerosa del presbiterio. Questo deve riservare loro gratitudine per il fedele servizio che hanno riservato a Cristo e alla Chiesa e concreta solidarietà per la loro condizione».

Le parole sono sempre importanti e consolanti, ma forse alcuni sacerdoti anziani, dopo molti anni di ministero hanno bisogno anche di gesti concreti di vicinanza, di comprensione delle loro difficoltà ed ascolto dei loro desideri, fosse anche quello di non venir trasferiti, dopo essere stati per lungo tempo a servizio di una o più comunità e dove si è ancora benvoluti e rispettati. Certo ogni caso è a sé, proprio per questo soprattutto verso i più fragili ci vuole quella cura personale, che a volte sfiora la pazienza, ma che sempre tiene conto della dignità personale e sacerdotale, soprattutto quando si ha a che fare con chi ha speso tutta la sua vita per la chiesa, a volte in maniera oscura e nascosta, facendo del bene.

Pur senza giudicare, mi permetto così di riportare una testimonianza vissuta in prima persona. Un vecchio prete di una diocesi toscana passati gli ottanta anni, 37 dei quali vissuti al servizio della stessa parrocchia, chiede al proprio Vescovo di potersi ritirare. Il presule capisce, ma rimanda continuamente l’anziano sacerdote, il quale a onor del vero mostra ancora una buona tempra e invidiabile capacità di resistere. Finché proprio non ce la fa più ed il Vescovo di trova costretto ad accettare la rinuncia. Il vecchio prete si trasferisce presso una struttura per anziani non molto distante dalla sua vecchia parrocchia. Cosa fanno i laici di questa, d’accordo col nuovo parroco che fra l’altro si trova a gestire la sua di parrocchia ed anche quella dell’ormai ex parroco e dovendo celebrare ogni domenica quattro Sante Messe? Stilano una lista di persone volontarie che ogni domenica vanno a prendere l’anziano sacerdote e lo riportano nella sua vecchia parrocchia dove può celebrare l’Eucarestia del pomeriggio incontrando di nuovo le persone che conosceva e tutte quelle che avevano con lui condiviso gioie e dolori del ministero pastorale. Potete immaginare cosa succedeva dopo la Messa? Quanti saluti, quanti consigli e sorrisi poteva ancora distribuire? E siccome era una persona intelligente, non giudicava i cambiamenti apportati dal nuovo parroco, felice di godersi ancora la sua parrocchia con quella libertà data dall’essere esonerato dall’obbligo del servizio.

Quando dopo qualche anno fu colpito da ictus e trasferito in una struttura che si occupa di anziani non autosufficienti, i laici continuarono ogni domenica, a turno, ad andarlo a trovare. Certo, alle cose essenziali ci pensava la famiglia, il nipote, ma non è stato mai abbandonato, neanche una domenica. Quando il parroco più giovane che lo aveva sostituito lo andò una volta a trovare, se lo vide arrivare in carrozzina spinta da un operatore sanitario. In mano teneva una sigaretta. Alla domanda stupida del sacerdote più giovane su quella ripresa di un antico vizio che aveva dismesso da tanti anni, ecco come rispose l’anziano: «Cosa vuoi che mi faccia una sigaretta ogni tanto, che mi uccida?». E sorrisero entrambi.

Quando morì e i suoi funerali vennero celebrati nella sua vecchia parrocchia con l’Arcivescovo, buona parte del presbiterio, i familiari e un gran concorso di persone. Le sue spoglie ancora riposano presso la chiesetta del cimitero poco distante da quella parrocchia dove aveva officiato per più di 37 anni.

È solo un esempio, un fatto che non fa né notizia, né depone a favore di una regola di comportamento generale. Vuole solo raccontare che è possibile aver cura dei nostri anziani, considerando un vecchio prete come uno di famiglia, o se volete, ancora parte di una comunità, anche se l’ha lasciata. Perché sia vero e credibile ciò che dice la Scrittura:

«amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna» (1Pt 1,22).

Dall’Eremo, 15 agosto 2026

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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Patti Smith, il Santo Padre e la memoria corta dei cattolicissimi

8 Agosto 2026/in Attualità/da Padre Ivano

PATTI SMITH, IL SANTO PADRE E LA MEMORIA CORTA DEI CATTOLICISSIMI

In Italia la legge che ha legalizzato nel 1978 l’interruzione volontaria di gravidanza, non è stata firmata da Patti Smith, ma dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone, democristiano, controfirmata dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, dal Ministro della Sanità Tina Anselmi, dal Guardasigilli Francesco Bonifacio e dai ministri Tommaso Morlino e Filippo Maria Pandolfi, tutti, senza eccezione, democristiani e cattolicissimi

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Il 31 luglio scorso il Sommo Pontefice Leone XIV ha ricevuto in udienza privata Patti Smith — la “sacerdotessa del rock”, cantautrice e poetessa, in procinto di compiere ottant’anni il prossimo dicembre — in un incontro di quaranta minuti nella Biblioteca del Palazzo Apostolico.

Alcuni siti che si definiscono impropriamente tradizionalisti, in Italia e all’estero si sono immediatamente indignati, ricordando che l’artista sarebbe favorevole all’aborto.

Non intendiamo entrare in polemica con questi ambienti: sarebbe battaglia sterile, oltre che persa in partenza. Ci limitiamo a rinfrescare la corta memoria di chi dimentica come in Italia la legge che ha legalizzato nel 1978 l’interruzione volontaria di gravidanza non è stata firmata da Patti Smith, ma dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone, democristiano, controfirmata dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, dal Ministro della Sanità Tina Anselmi, dal Guardasigilli Francesco Bonifacio e dai ministri Tommaso Morlino e Filippo Maria Pandolfi. Tutti, senza eccezione, democristiani e cattolicissimi, abituati a passare la vita “a baciare le pile” dell’acqua santa. E tutti questi devoti si nascosero dietro il dito dell’atto istituzionale dovuto.

Colpisce, però, un’asimmetria: la Chiesa ha sempre ribadito con fermezza la scomunica latae sententiae (can. 1397 §2) per chi procura un aborto effettivamente compiuto. Giovanni Paolo II, nell’enciclica Evangelium Vitae (nn. 73-74), è andato oltre il singolo caso, affermando la grave responsabilità morale di chi, con il proprio voto, concorre a promulgare leggi che permettono e favoriscono l’aborto, un peso di coscienza che per un cattolico che si professa tale non dovrebbe essere meno serio solo perché non si traduce in una sanzione canonica automatica. Ci si potrebbe chiedere allora, senza alcuna irriverenza, che voce abbia mai avuto questa responsabilità morale per l’esercito di cattolicissimi democristiani che quella legge la scrissero e la firmarono, mentre nei sacri palazzi ci si indignava a senso unico di marcia: indignazione massima verso i radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino che avevano promosso il referendum per la legalizzazione dell’aborto, non però verso coloro che quella la legge la promulgarono, in quanto dovettero soggiacere a un atto dovuto, povere vittime sante!

Riguardo l’atto dovuto basterebbe ricordare come in Belgio le cose andarono diversamente. Re Baldovino I, cattolico sul serio, pur di non firmare la legge che nel 1990 depenalizzava l’aborto, invocò l’articolo 82 della Costituzione e abdicò temporaneamente. Dal 3 al 5 aprile di quell’anno il governo esercitò i poteri regi al suo posto, promulgò la legge e il Parlamento lo reintegrò sul trono appena trentasei ore dopo. La legge passò comunque, non però dalla sua mano. Una figura straordinaria, quella del sovrano belga, per il quale il Dicastero delle Cause dei Santi ha avviato l’iter di beatificazione il 21 dicembre 2024, dopo l’annuncio dato da Papa Francesco durante il suo viaggio in Belgio (cfr. Vatican News).

Ecco la differenza tra chi crede davvero in ciò che professa e chi, pur professandolo a parole, si adatta con disinvoltura alle convenienze del potere. Quanto ai Sommi Pontefici è bene rammentare che hanno sempre ricevuto chiunque, inclusi dittatori sanguinari e autocrati di ogni credo. Si ricordi, tra i tanti, il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, ricevuto sia da Giovanni Paolo II (Khatami, nel 1999) sia da Francesco (Rohani, nel 2016). E hanno fatto bene, perché ricevere qualcuno non significa condividerne il pensiero o la politica, semmai significa credere che nessun incontro sia mai del tutto inutile, perlomeno per chi, come noi, crede nell’azione di grazia delle tre virtù teologali: fede, speranza, carità (1Cor 13,13). Chi oggi si scandalizza per un’udienza di quaranta minuti concessa a un’artista di grande talento dovrebbe forse indignarsi, con più cognizione di causa, guardando più vicino a casa propria e più indietro nel tempo.

L’aborto è una tragedia e un crimine talmente gravi che usarli per simili beghe polemiche è offensivo anzitutto verso le creature uccise ogni giorno. Lo stesso Santo Padre Francesco lo espresse senza mezzi termini, nell’udienza generale del 10 ottobre 2018, con una severità alla quale non osò giungere neppure Giovanni Paolo II:

«Io vi domando: è giusto “fare fuori” una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema? Non si può, non è giusto “fare fuori” un essere umano, benché piccolo, per risolvere un problema. È come affittare un sicario per risolvere un problema». (cfr. qui).

Su questo, non su un’udienza vaticana, dovrebbe concentrarsi chi dice di avere davvero a cuore la vita: il dramma dei sicari affittati tutti i giorni per far fuori degli angeli innocenti. E in Italia, ricordiamolo di nuovo sul finire perché è storia: la mano dei sicari fu armata dai cattolicissimi democristiani, tutti in fila per il bacio delle pile dell’acqua santa il giorno dopo che fu varata la legge sulla legalizzazione dei sicari.

Cagliari, 8 agosto 2026

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