Emma Bonino e la morte di una donna triste. La pietà non cancella quella verità di cui è figlia, altrimenti sarebbe solo pietismo
EMMA BONINO E LA MORTE DI UNA DONNA TRISTE. LA PIETÀ NON CANCELLA QUELLA VERITÀ DI CUI È FIGLIA, ALTRIMENTI SAREBBE SOLO PIETISMO
In Paradiso c’è un esercito di creature angeliche che devono la conquista della loro beatitudine eterna a quel battesimo di sangue nel martirio chiamato aborto.
— Attualità —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Prima di scrivere questo articolo mi sono interrogato come cristiano, sacerdote e teologo sul rapporto tra pietà e verità.

(Emma Bonino, foto ANSA)
Un Senatore della Repubblica, che in gioventù fu molto vicino a Marco Pannella ed Emma Bonino, mi descrisse il primo come un uomo solare e allegro, al di là delle sue pubbliche rappresentazioni provocatorie dinanzi alle telecamere, che avevano una ragione voluta, a volte studiata o persino scientifica: «Marco Pannella» mi narrava «aveva uno sguardo e degli occhi ridenti». Tutt’altra descrizione riguardo la seconda: «Emma Bonino era una donna triste, i suoi occhi erano malinconici anche quando rideva».
Fumatrice incallita, non ha mai smesso di fumare nemmeno dopo la diagnosi del tumore al polmone che l’ha segnata per un decennio, giunta infine alla morte dopo una lunga malattia respiratoria. Sulla sua coerenza, o forse sulla mancanza della stessa, ritengo legittimo interrogarmi: come mai colei che condusse per anni le sue battaglie perché fosse approvata una legge sull’eutanasia non ha chiamato Marco Cappato, prestatosi più volte in prima persona ad accompagnare altri verso il suicidio assistito? Sull’aborto, invece, non ci poniamo la stessa domanda: fu lei stessa, negli anni Settanta, a dare l’esempio in prima persona, immortalata con una pompa da bicicletta in mano usata per praticare aborti clandestini. Due battaglie, due coerenze diverse: su una, l’aborto, scelse il gesto diretto, sull’altra, l’eutanasia, giunta al momento della propria fine, preferì la strada opposta a quella per cui aveva lottato affinché diventasse legge per tutti.
Tutti ricordiamo questa donna triste che non perdeva occasione per definire l’aborto come una «grande conquista sociale», definendo la legge n. 194 del 1978, che regola la soppressione legalizzata di un essere umano, «un esempio di civiltà». E qui la mente non può che correre a una figura del tutto diversa: Daniele Capezzone, attualmente direttore del quotidiano romano Il Tempo, in passato parlamentare e segretario dei Radicali Italiani dal 2001 al 2007. Daniele Capezzone, che è un laico e un liberale a tutto tondo, più volte, dibattendo in vari programmi televisivi sulle reti Mediaset, ha definito l’aborto «una tragedia» e la legge n. 194 «una necessità», affermando di provare «disagio nel sentirlo definire ‘grande conquista’». Ecco la differenza che mi preme sottolineare: con chi — pur dissentendo da me nella dottrina che considera sacra la vita sin dal momento del concepimento —, riconosce all’aborto il peso morale di una tragedia da contenere, il dialogo resta possibile, persino fecondo. Con chi ne ha fatto un vanto e un trofeo da esibire come «grande conquista», il dialogo si arresta prima ancora di cominciare: non per chiusura mia, ma perché tra chi piange un male che ritiene necessario e chi invece lo festeggia come un bene non c’è terreno comune su cui incontrarsi, specie quando in gioco c’è la vita umana.
Io che credo all’immortalità dell’anima e alla vita eterna, non so quali siano state le sorti di Emma Bonino, quando chiusi gli occhi a questa vita li ha riaperti dinanzi al giudizio immediato di Dio. Una cosa è certa nella mia fede: in Paradiso c’è un esercito di creature angeliche che devono la conquista della loro beatitudine eterna a quel battesimo di sangue nel martirio chiamato aborto. E sono certo che questi Angeli, i primi a poter comprendere per intero il peso di una vita spesa contro la loro stessa esistenza, sapranno intercedere presso Dio con una misericordia più grande di qualunque giudizio umano, perché a Lui solo spetta l’ultima parola su questa donna triste.
Dall’Isola di Patmos, 11 settembre 2026
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