Intervista ad Andrea Turazzi Vescovo di San Marino-Montefeltro: domenica 26 settembre gli elettori della più piccola e antica repubblica del mondo decideranno se legalizzare l’aborto

  — Interviste —

INTERVISTA AD ANDREA TURAZZI VESCOVO DI SAN MARINO-MONTEFELTRO: DOMENICA 26 SETTEMBRE GLI ELETTORI DELLA PIÙ PICCOLA E ANTICA REPUBBLICA DEL MONDO DECIDERANNO SE LEGALIZZARE L’ABORTO

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«Quindi uno non può considerarsi cattolico e poi, per esempio, non riconoscere che la vita umana è sacra fin dal concepimento. Un credente deve contemplare l’azione creatrice di Dio. Il concepito è sempre dentro una relazione, un’alleanza speciale con il Creatore, ha un’anima immortale».

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Andrea Turazzi
Vescovo di San Marino-Montefeltro

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Cor ad cor loquitur (il cuore parla al cuore), locuzione tratta dall’epistolario di San Francesco di Sales, stemma episcopale di S.E. Mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro

Al referendum di domenica 26 settembre gli elettori decideranno se la Repubblica di San Marino deve liberalizzare l’aborto, conformandosi alla mentalità dominante in tanti Paesi occidentali e anzi rischiando di superarli per estremismo (vedi qui l’analisi del giurista Giacomo Rocchi), o se invece deve continuare a essere d’esempio nella protezione dei nascituri, le generazioni di domani. Come già raccontato dallo psicoterapeuta Adolfo Morganti in una intervista con la Bussola, la campagna per il no al quesito referendario ha visto la forte mobilitazione del laicato cattolico. Ma anche la Chiesa locale sta facendo la sua parte, incoraggiando i cittadini sia a difendere il bambino nel grembo materno sia ad aiutare le madri in difficoltà. La Nuova Bussola Quotidiana ha intervistato il vescovo di San Marino-Montefeltro, S.E. Mons. Andrea Turazzi.

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Monsignor Andrea Turazzi, lei in una sua recente omelia, a proposito del dibattito sull’aborto, ha richiamato la Repubblica di San Marino a interrogarsi sui suoi valori fondanti e sul suo progetto per il futuro. Può parlarci di questi valori?

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Innanzitutto, dobbiamo guardare alla creatura che ha appena iniziato la sua avventura. Ogni uomo ha diritto di vivere. Questo è il diritto che precede tutti gli altri. Quindi, difendere il nascituro è molto più che la difesa di un principio astratto, perché è accoglienza di una persona. Accanto a quella del bambino c’è la prospettiva della mamma, sia quella raggiante per l’arrivo di una nuova creatura sia quella preoccupata, in ansia a causa delle difficoltà: a lei dobbiamo assicurare tutto l’accompagnamento possibile. Non deve essere abbandonata a sé stessa, ma bisogna prendersi a cuore le sue difficoltà. Chi arriva all’aborto, spesso, lo fa perché non c’è aiuto, anche economico; dobbiamo far sì che mai più, in una società come la nostra, non nasca una vita per circostanze simili.

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Nella Dichiarazione dei diritti dei cittadini e dei principi fondamentali dell’ordinamento sammarinese si legge: “Ogni madre ha diritto all’assistenza ed alla protezione della comunità”. Non trova che il quesito referendario, in buona sostanza, recida i legami tra la donna e la comunità che la potrebbe davvero proteggere?

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Certamente. La campagna referendaria, soprattutto negli ultimi giorni, sta assumendo dei toni piuttosto vivaci ma dovrebbe essere un’opportunità per un sussulto di consapevolezza, di responsabilità, un momento favorevole di riflessione per tutta la comunità. C’è un bambino che deve nascere, la mamma da aiutare, e questo significa che serve una società che prenda posizione. Sono contento che sempre più il fermo no all’aborto sia accompagnato da parole e gesti di attenzione verso la donna. E questo non è solo compito dei singoli ma è anche ciò che lo Stato deve fare. Tra l’altro, a San Marino c’è un inverno demografico che si nota anche più che altrove, perché siamo una realtà piccola. Il popolo ha bisogno di chiarezza e nel dibattito deve prevalere la dimensione costruttiva, la bellezza e il dono della vita. Ma penso che in tanti ci sia questo, e spero che anche chi è di altra convinzione si faccia delle domande.

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Oltre alle mamme con una gravidanza difficile, bisogna aiutare le mamme che hanno abortito a intraprendere un cammino di riconciliazione con Dio. Da voi sono attivi gruppi di accompagnamento in tal senso?

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A San Marino, oltre alla Comunità Papa Giovanni XXIII e alla Caritas, opera da un paio d’anni il Servizio Accoglienza alla Vita che propone testimonianze bellissime che raccolgono esperienze di vita di ragazze e ragazzi delle nostre comunità. Tra pochi giorni sapremo il risultato di questo referendum, speriamo in un buon esito, ma in ogni caso guai a gettare la spugna dell’impegno per la vita dei nascituri, per la prossimità alle madri in difficoltà, ecc.. Dovremo impegnarci ancora di più, qualunque sia l’esito. Questa battaglia sta interessando l’Italia e tutta l’Europa, quindi questo piccolo Stato interpella la coscienza di milioni di persone.

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Anche perché è uno dei pochi che resistono nel campo della difesa dei nascituri. Dovrebbe essere indicato come un esempio di civiltà, invece la stampa progressista lo dipinge come “arretrato”.

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Guardi, a me ha dato coraggio l’intervento del Papa sull’aereo di ritorno dal viaggio in Slovacchia, in cui il Santo Padre ha pronunciato di nuovo parole chiare contro l’aborto. E questo deve far riflettere anche tutti i cattolici.

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In che senso?

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Anche da noi ci sono cattolici impegnati sui temi sociali, sui diritti umani, sulla custodia della casa comune. E dall’altra parte ci sono cattolici più attenti alla salvaguardia dei principi etici, non negoziabili. Il ‘solco’ tra queste due anime, da noi, a volte non è così profondo; però agli uni e agli altri ho sentito il dovere di dire che il Vangelo dell’amore di Dio per l’uomo, il Vangelo della dignità della persona e il Vangelo della vita sono un unico e indivisibile Vangelo. Quindi uno non può considerarsi cattolico e poi, per esempio, non riconoscere che la vita umana è sacra fin dal concepimento. Un credente deve contemplare l’azione creatrice di Dio. Il concepito è sempre dentro una relazione, un’alleanza speciale con il Creatore, ha un’anima immortale.

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A San Marino si sta assistendo a una forte mobilitazione del laicato cattolico in difesa della vita fin dal concepimento. Sembra che si realizzi l’auspicio di san John Henry Newman, che chiedeva un laicato forte…

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Nella Repubblica di San Marino, in questa campagna, abbiamo assistito con favore alla nascita di due realtà laiche. La Consulta delle aggregazioni laicali, che riunisce una dozzina di gruppi ecclesiali; e il comitato contrario, il Comitato Uno di Noi, che esprime il no all’aborto basandosi sull’antropologia e le scienze. Infatti, non deve essere una battaglia tra cattolici e non cattolici, bensì l’occasione per il risveglio della coscienza civica, cioè dei valori fondati su una retta antropologia e che sono riconoscibili come buoni da chiunque.

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Questo quesito, come già la Legge 194, taglia fuori il padre. Cosa ne pensa?

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La donna, chiaramente, porta il peso e la fatica della gravidanza, ma il papà non può essere messo da parte.

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È anche un attacco alla Sapienza creatrice di Dio?

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Mi viene in mente una frase della Sacra Scrittura, nel libro del profeta Geremia: «Mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; […]”» (Ger 1, 4-5). Questi versetti sono testimonianza dell’amore di Dio. Perciò il mio invito è di essere presenti, di partecipare a questa campagna in difesa della vita nascente e di farlo con lo spirito del dono, come atto di amicizia. Vorrei che non ci fosse la rissa verbale. E da parte nostra bisogna dare risposte che trasmettano l’insegnamento cattolico integralmente. Promuovere la tutela della mamma, l’aiuto alla famiglia, una politica più attenta alle realtà familiari… L’indice di sviluppo di una società non si valuta solo con l’economia, ma soprattutto si misura con il rispetto dei veri diritti dell’altro, a partire dal fragile e dal nascituro.

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Il referendum si svolgerà il 26 settembre, memoria liturgica dei santi medici Cosma e Damiano. Magari…

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Guardi, mi sta dicendo una cosa bellissima, non ci pensavo. Noi abbiamo una parrocchia dedicata ai santi Cosma e Damiano, che sono detti “anargiri”, perché non volevano denaro. Certamente richiamano tutti a salvaguardare la vita e, in particolare, i medici, che fanno il Giuramento di Ippocrate. Domenica mattina celebrerò in quella parrocchia, ma prima…

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Ci dica.

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Mercoledì 22 settembre [oggi, ndr] faremo un Rosario, che verrà trasmesso su YouTube a partire dalle 17, promosso dalla Associazione Papa Giovanni XXIII. Io intonerò il Rosario per la vita nascente. Chi può, si unisca alla preghiera.

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Pennabilli, 23 settembre 2021

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© Servizio realizzato da Ermes Dovico sulla rivista

 La Nuova Bussola Quotidiana,

direttore responsabile Riccardo Cascioli

edizione del 23 settembre 2021

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Le lettere di Berlicche e l’elogio della follia su eutanasia, cattolicità e “credenti laici”

—  Attualità ecclesiale —

LE LETTERE DI BERLICCHE E L’ELOGIO DELLA FOLLIA SU EUTANASIA, CATTOLICITÀ E “CREDENTI LAICI”

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Un ateo può anche ritenere giusto e doverosa l’eutanasia ed esprimerne i motivi in qualunque sede. Non discuto la libertà di pensiero e di espressione, entrambe sacrosante e garantite per tutti. Ma quanto queste idee possono ritenersi fondate in modo saldo nelle radici cristiane e nell’illuminismo o nella modernità?

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  intervista formato stampa
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Michel Pacher [1435-1498]. Monaco di Baviera, Alte Pinakothek, dal monastero di Novacella: «Agostino, il Diavolo e il Libro dei Vizi» (1480)

in questo periodo di incertezza e di confusione sociale dovuti alla pandemia da covid19, sembra strano e fuori luogo proporre un referendum sull’eutanasia, quasi fosse una tematica da risolvere in tempi brevi, al pari della pandemia.

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Non vorrei addentrarmi in lunghe discussioni giuridiche, di cui non sono esperto, desidero solo farmi attento osservatore della realtà circostante. Non mi piace nemmeno scadere in polemica, come già spiegato in passato nel nostro libro dedicato alle supercazzole dei teologi cibernetici, tuttavia mi sento di dover dire qualcosa sugli effetti che la raccolta firme per il referendum sta generando nei fedeli cattolici. Specie dopo esserci sorbiti le stramberie di un sacerdote che «da prete» diceva «si all’Eutanasia» e al quale ha dedicato precise e severe parole Padre Ivano Liguori.

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Stiamo ovviamente parlando ― sempre a proposito delle supercazzole dei supercazzolari ― della schiera di cattolici adulti che, sulla base di acute e profonde ricerche su Wikipedia che confermano le loro teorie strampalate, accettano di firmare con estrema facilità per il referendum. Poi semmai si dirigono a Messa senza batter ciglio, a ricevere la comunione, convinti di avere fatto il massimo; convinti che un conto è la religione e un conto la politica (!?).

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Sfogliando giorni fa Il Corriere della Sera, fra le lettere inviate ad Aldo Grasso mi sono imbattuto nella non meglio definita categoria del “credente laico”, tale si definiva infatti un lettore. Non entro nel giudicare la persona che ha scritto la lettera, della quale non ho nessuna conoscenza e voglia di esprimere i miei giudizi. Ribadisco: non lo conosco, a parte il nome che volentieri ometterò, e non so nemmeno il suo grado di scolarizzazione. Effettivamente però, dal contenuto degli argomenti offerti, mi sembra di notare che fra le righe ci sia una evidente confusione nei contenuti: confusione forse un po’ cercata e un po’ spontanea.

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In questo testo sembra di rileggere un argomentare che richiama la scrittura interlocutoria del personaggio Berlicche, nelle più note Lettere di Berlicche di C. S. Lewis. In questo libro il diavoletto Berlicche, mentre va in pensione, insegna al più giovane Malacoda, che lo sostituirà, ad insinuare dubbi inesistenti ma all’apparenza fondati e così portare a peccare l’uomo. La modalità argomentativa mi sembra davvero simile. L’Autore di quella lettera non è assimilabile al diavolo, ma il suo scrivere e argomentare ne richiamano l’idea come descritta da Lewis.

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Il motivo centrale su cui mi vorrei soffermare risiede nel fatto che sembra contenere una piccola sintesi di quello che il mainstream culturale ritiene come verità sacre in materia di eutanasia. Soprattutto è una sintesi di quello che il mainstream ritiene di conoscere inoppugnabilmente circa i rapporti fra la morale cattolica e l’eutanasia. Scrive l’Autore: «[…] da credente laico chiedo ai credenti intransigenti». La lettera comincia con la dicitura “credente laico”, che non chiarifica nulla delle conoscenze in materia di fede e morale dello scrivente. Ammesso anche che per laico si intenda il greco laos (popolo), si percepisce immediatamente e a intuito che chi scrive non è stato ordinato in sacris, né è figlio di qualche istituto religioso e successivamente ordinato presbitero. Perciò, a rigor di logica, è evidente che l’Autore non sia un presbitero. Battezzato o meno, lo scrivente si presenta dunque come un non sacerdote che dice di credere in qualcosa. Successivamente sembra di leggere un suo porsi in contrasto coi cosiddetti “credenti intransigenti”. Se dunque ci si pone in contrasto vuol dire che l’Autore ritiene di essere più comprensivo, ragionevole e aperto rispetto agli intransigenti “chiusi di mente”. Che tipo di credenti saranno, se lui si definisce come credente laico e per contrasto, intransigenti? Da qui non sembra di poterne dare una risposta certa, anche se al momento non abbiamo avuto chiarimenti circa il contenuto delle credenze dell’autore. Continuando però nella lettura abbiamo qualche delucidazione: «[…] è lecito all’uomo prolungare la vita per mesi/ anni delegando tutte le funzioni vitali a una macchina?».

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La prima domanda mostra un quadro di idee che l’Autore offre con una serie di domande suggestive. Qui viene usata la tecnica della domanda retorica: cioè all’interno di domande che vengono poste come interrogativi coscienziosi e scrupolosi, suggerisce delle risposte che sembrano auto-evidenti e che si possono evincere dalle stesse domande. Quindi, ammesso e non concesso che lo siano, l’Autore esordisce con un argomento di natura medico scientifica (funzioni vitali/ macchina). L’argomento espresso sembra però un po’ equivoco. Che vuol dire prolungare la vita ed essere attaccato a una macchina? Ci si sarebbe atteso come minimo una serie di esplicitazioni con esempi concreti e argomentazioni scientifiche con le quali si mostra che le terapie esistenti non avrebbero fatto altro che delegare tutte le funzioni vitali a una macchina. Tutto ciò è invece assente.

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Si fatica un po’ a comprendere, considerando che esista davvero una condizione oggettiva in cui una persona possa delegare tutte le funzioni vitali a un macchinario che, senza nessun intervento di medici, infermieri e operatori, possa da solo occuparsi completamente delle sue funzioni vitali. Il macchinario indefinito, potrà forse sostituire completamente il battito del cuore, lo scambio polmonare di ossigeno e anidride carbonica e anche la produzione dei secreti degli organi interni? La persona che necessita di questo macchinario, più ragionevolmente avrà bisogno di una tecnologia ausiliaria ma mai completamente sostitutiva. Come noto infatti dallo stesso concetto di macchina, essa non può mai e in nessun modo sostituire completamente l’integralità delle funzioni di un uomo, può solo aiutarlo a vivere una vita difficoltosa ma comunque soddisfacente, fino al suo compimento naturale. Questa persona, anche se atea, può valorizzare i momenti di sofferenza, di dolore e di dipendenza come momenti in cui esprime tutta la sua unicità e bellezza, dove la tecnologia ausiliaria può fargli scoprire delle doti nascoste e delle capacità di resilienza che neanche lui sapeva di possedere.

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C’è da rimanere abbastanza perplessi di fronte all’interrogativo posto, quasi che l’eutanasia fosse l’unica e autentica soluzione a uno stile di vita in cui si chiede il supporto di un’altra persona o di una tecnologia. Ma se così fosse, anche la persona che vive con delle protesi alle gambe o alle braccia, potrebbe ritenere di vivere una vita indegna e chiedere di staccare la macchina e farsi uccidere. A quel punto, ogni interpretazione soggettiva di «vita degna di essere vissuta» avrebbe campo libero e dovrebbe essere presa sul serio senza neanche discuterne, sostituendo il valore della persona intesa come soggetto morale e di diritto.

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Fin qui non ho citato nessun testo della tradizione confessionale cattolica. Basti pensare solo all’etica aristotelica delle virtù, per cui l’uomo vive l’armonia nel giusto mezzo virtuoso che lo aiuta a vivere i momenti tragici della vita senza cadere nella disperazione; ma andando anche a filosofi vicino all’illuminismo, riguardo la centralità della persona ripenso alla lezione kantiana del secondo imperativo categorico, inserita all’interno della Fondazione della Metafisica dei costumi:

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«Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.» (I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, BA 67-68)

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Mantenere dunque una persona in vita significa riconoscergli la sua centralità, unicità e finalità: ogni persona è un centro propulsivo di idee, valori, creatività, azioni che deve essere accompagnato in qualsiasi momento della propria vita e non assassinato mediante un atto arbitrario e ideologico.

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Andando oltre, il quadro degli argomenti si complica:

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«Non dovremmo considerare “peccato mortale” creare una vita artificiale, in contrasto con la volontà di Dio che aveva prefissato il tempo per una morte naturale? Staccare la “spina” non sarà invece rimettere nelle mani del Dio il destino di una sua creatura? Ai due ladroni crocifissi sul Golgota furono spezzate le gambe per accelerarne la morte, essendo imminente l’inizio della Pasqua ebraica. Al Cristo crocefisso, come da profezie, non furono spezzate perché suo Padre lo riunì a sé in spirito prima di questo estremo supplizio. Sarebbe stata eutanasia»?

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Immediatamente l’Autore della lettera si sposta da una analisi più o meno medico scientifica a una più o meno teologica, soffermandosi sui termini di peccato, vita, volontà di Dio, predestinazione. E, in due righe, pretende di proporre una propria sintesi schematica del mistero cristologico della Croce e della Redenzione. Inutile a dirsi: i due piani, quello medico scientifico e quello teologico, sono assimilati e posti in maniera abbastanza confusionaria. Sospetto che l’anonimo scrittore non abbia nessuna nozione dei termini biblici e di missione trinitaria. È infatti convinto di avere argomenti invincibili di supporto alla propria tesi, che, se non erro, mi sembra ora di poter dire di natura eutanasica. Ciò detto, è evidente che la risposta è no a tutte le domande fatte. Ma per rispondere, noi “credenti intransigenti” ― che siamo così dementi da credere alla Tradizione, alla Scrittura e al Magistero della Chiesa Cattolica ― dobbiamo attingere proprio al contenuto del deposito della fede che ci costituisce proprio come “credenti intransigenti”, secondo l’accezione dell’Autore. Dunque la risposta è no perché donare la salute a una persona che soffre non è creare la vita artificiale. L’uomo, infatti, non può creare nulla, ma solo costruire, manipolare, rielaborare una materia esistente. Nella Genesi e nel secondo Libro dei Maccabei [cfr. 2 Mac 7, 28] tutto questo è chiaro, anche ad una semplice analisi testuale: Dio crea dal nulla (in ebraico bara), l’uomo costruisce, produce. Inoltre Dio non prefissa prima quello che accadrà dopo, cioè in modo definitivo la data precisa in cui morirà un uomo. Dio infatti, secondo la teologia cattolica, vive in uno stato di eterno presente simultaneo. Vive in uno stato fuori dal tempo in cui non c’è né prima né dopo. Perciò non può prefissare qualcosa prima o dopo di Lui.

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Staccare la spina è l’atto con cui si uccide indebitamente una persona che necessita di supporto e terapia; non comprendo come questo possa dirsi un atto tipico del disegno di Dio. Nella logica dell’anonimo Autore, Gesù, per rimanere nel piano di Dio avrebbe dovuto uccidere il paralitico che i quattro amici calarono dal tetto sul suo lettuccio [cfr. Mc 2, 1-12], i ciechi di Gerico che gli chiedevano di ascoltarlo [cfr. Mt 20, 29-34], o assassinare anche il servo del centurione, sofferente e paralizzato sul letto. Chissà, forse gli Evangelisti non hanno veramente capito cosa intendesse Gesù. Però lo ha inteso meglio il nostro anonimo Autore, circa duemila anni dopo, donando “perle di fede” non intransigente sulla pagina dei lettori de Il Corriere della Sera.

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Ritengo evidente che staccare la spina sia disobbedire al piano creativo di Dio, che dona all’uomo vita e libertà. Solo Lui può richiamare a sé questi doni, perché ne è il Donante originario. A noi uomini sta solo di custodire questi doni di Dio. È bene poi precisare che ai due ladroni vengono spezzate le gambe e a Gesù Cristo invece no, perché secondo l’interpretazione del nostro Autore doveva essergli risparmiato il supplizio della croce. Al Cristo crocefisso, come da profezie, non furono spezzate perché suo Padre lo riunì a sé in spirito prima di questo estremo supplizio. E questa sarebbe stata eutanasia?

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Ho faticato molto a non sorridere di fronte a questa evidente fallacia di natura teologica: infatti il Padre manda il Figlio proprio perché donasse la sua vita sulla Croce. Questo è il fine ultimo della missione trinitaria dell’Incarnazione. Il Figlio è inviato perché generasse un effetto di grazia e di redenzione in tutta l’umanità, mediante il supplizio e la morte della croce. Che i soldati romani non gli spezzino le gambe, è assolutamente accidentale rispetto alle terribili sofferenze già ricevute e alla morte di Gesù che era di fatto imminente. Il Padre non preserva il Figlio da nessun dolore, anzi lo stesso Gesù è consapevole di questo, dell’arrivo del suo momento drammatico, quando decide di amare sino alla fine [cfr. Gv, 13-1].

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L’argomento non funziona nemmeno da un punto di vista logico: se una persona è sulla croce e viene richiamata a sé in spirito, vuol dire che sta già soffrendo e semplicemente com’è normale a un tratto muore. La croce infatti era una pena terribile che veniva inflitta anticamente proprio perché generasse atroci sofferenze e uno stigma identificativo sul condannato. Essere crocifissi voleva dire aver subito in precedenza un numero ingente di schiaffi, percosse, frustate, sputi e insulti personali, dopo aver camminato per un lungo viaggio trascinando sulle spalle una croce di legno pesante su un corpo già ampiamente piagato da mille dolori. Finito poi il viaggio al punto di innalzamento della croce, il condannato veniva inchiodato mani e piedi con lunghi spuntoni battuti con grossi martelli direttamente nella carne. Alla fine issato in alto, esposto alle intemperie e agli agenti atmosferici, fino alla morte, che dato l’insieme di violenze subite era imminente.

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Nella logica dell’anonimo Autore tutto questo non sarebbe da pensarsi come un supplizio, credo e ipotizzo, ma come una sorta di crociera su una lussuosa nave Costa, con tanto di cocktail e happy hour. È evidente che parlare di togliere il supplizio a Cristo sofferente nella Passione esclusivamente perché il Padre non permette ai soldati di spezzargli le gambe, mostra che non si conosce la storia, né tantomeno le istituzioni sanzionatorie del diritto romano del tempo e men che mai le nozioni base della fede e della teologia cattolica. Come mai allora ci si lancia in una così curiosa e fantasiosa analisi della Passione di Cristo? Al caro lettore “credente laico”, forse darà fastidio sentirsi rispondere che ha torto sui suoi convincimenti cristologici, sulla base di argomenti di fede cattolica? Non sarebbe stato quindi più prudente per lui non esprimersi su temi che non conosce in modo approfondito? 

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Forse la parte più comica di questo scambio epistolare la riserva la stessa risposta di Aldo Grasso, che rispondendo allo scrivente gli testimonia che lo stesso Umberto Veronesi ― noto sostenitore dell’eutanasia ― avesse avuto molteplici testimonianze da parte dei malati, nessuno dei quali «in tanti anni passati al capezzale di malati terminali, spiegò, nessuno gli aveva mai chiesto di morire. Tutti gli avevano sempre chiesto di guarire; anche contro ogni evidenza, anche quando palesemente non era più possibile». Che dire: onore al principio di non contraddizione!

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Tutta questa lunga disamina su una lettera pubblica, da tutti leggibile e analizzabile su un quotidiano nazionale, è destinata a mostrare dunque l’incredibile mentalità che soggiace alla cultura della morte, così definita dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II. Una mentalità che ha i suoi dogmi e le sue credenze, pronta a inventare e a modificare ex novo anche concetti, idee e nozioni oggettive in ambito biblico, teologico, medico, giuridico, etico, morale pur di ritenersi assolutamente inattaccabile.

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Intendiamoci: un ateo può anche ritenere giusta e doverosa l’eutanasia ed esprimerne i motivi in qualunque sede. Non discuto la libertà di pensiero e di espressione, entrambe sacrosante e garantite per tutti. Ma quanto queste idee possono ritenersi fondate in modo saldo nelle radici cristiane e nell’illuminismo o nella modernità? Queste bislacche argomentazioni sono invece solo frutto di una totale rilettura ideologica che va a minare la stessa libertà di pensiero e di espressione sulla quale presume di fondarsi. Infatti, una mentalità eutanasica tenderà a inculcare in modo ideologico e propagandistico le sue idee, proponendo quelle che la contraddicono come “bigotte, intransigenti, medievali, confessionali” senza lasciare la libertà di costruire uno spazio critico nella coscienza dell’uomo. Che è sacrario intangibile e fonte originaria di qualsiasi libertà.

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Concludo salutando con affetto l’ignoto Autore chiarendo che non ce l’ho con lui, ma ammettendo pubblicamente che certi argomenti mi hanno fatto sorridere, proprio là dove ci sarebbe da piangere lacrime di sangue.

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Roma, 20 settembre 2021

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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Novità dalla Provincia Domenicana Romana: visitate il sito ufficiale dei Padri Domenicani, QUI

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«Repetita iuvant» — Perché la Vergine Maria non chiese l’eutanasia di Gesù Cristo sulla croce?

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

Il celebre motto latino repetita iuvant significa: le cose ripetute aiutano. Per questo riproponiamo a distanza di due anni un articolo pubblicato da Padre Ariel il 26 settembre 2019. Articolo dinanzi al quale nessuno nega che l’Autore sa essere molto duro e severo, unendo alla durezza anche sarcasmo e ironia per accentuare certe tematiche molto delicate o, come in questo caso, drammatiche. I suoi riferimenti, in questo articolo di due anni fa, sono rivolti a un Governo che oggi non esiste più e a figure ormai dimesse dal loro ufficio, a partire dal Presidente del Consigli dei Ministri Giuseppe Conte. La sostanza rimane però la stessa e, forse, oggi capiamo quando la durezza del Padre Ariel sia stata tutt’altro che esagerata o ingiustificata, sempre alla prova dei fatti non passibili di facile smentita …

 

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— attualità ecclesiale —

«REPETITA IUVANT» — PERCHÉ LA VERGINE MARIA NON CHIESE L’EUTANASIA DI GESÙ CRISTO SULLA CROCE, COME INVECE PERMETTERÀ IL GOVERNO DI GIUSEPPE CONTE, BIMBO PRODIGIO DI VILLA NAZARETH? PERÒ PER LA SEGRETERIA DI STATO VATICANA E I VESCOVI ITALIANI IL VERO PROBLEMA ERA IL POPULISTA MATTEO SALVINI CHE ESIBIVA IL ROSARIO IN PIAZZA

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Mentre in Italia vince la cultura satanica della morte, seguitino pure a correre dietro al moderno dogma supremo del migrante, i Cardinali Pietro Parolin e Gualtiero Bassetti, amoreggiando ora col mondo, ora coi bimbi prodigio di Villa Nazareth del defunto capo-modernista Cardinale Achille Silvestrini. Noi invece siamo lì, inginocchiati nel posto migliore, sotto la croce di Cristo, dalla quale non cola la morte, ma il sangue che ci ha redenti. E di tutta questa gente, rossi di colore politico o rossi di porpora cardinalizia, non abbiamo proprio paura, all’ombra della croce di Cristo Dio.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Il Sommo Pontefice e il Capo del Governo Italiano Giuseppe Conte, incontro privato dopo i funerali del Cardinale Achille Silvestrini

Oggi la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 580 del Codice penale [cf. QUI] che punisce l’istigazione o l’aiuto al suicidio e per il quale erano previste delle pene tra i 5 e i 12 anni di reclusione. La Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi sulla questione dalla Corte d’Assise di Milano nell’ambito del processo che vede imputato un celebre Cavallo di Troia: l’esponente del Partito Radicale Marco Cappato, coinvolto nel suicidio assistito di Fabiano Antoniani, noto al pubblico come Dj Fabo [cf. QUI]. In questo modo la Suprema Corte ha aperto una porta alla possibilità di aiutare una persona a morire, dichiarando lecito l’ingresso del Cavallo di Troia e decretando che una norma che punisce il suicidio assistito ma che non tiene conto della situazione di chi soffre in modo insostenibile, è da considerarsi incostituzionale. Dunque, a partire da oggi, la Suprema Corte ha stabilito con sentenza il “diritto a morire” dichiarando allo stesso tempo:

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«non punibile chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

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A questo punto dovrà intervenire il legislatore con un’apposita legge, vale a dire proprio quel governo presieduto dal Professor Giuseppe Conte tanto appoggiato dalla Santa Sede e dalla Conferenza Episcopale Italiana. In questo, come in altri casi, si mettano l’animo in pace i buoni fedeli cattolici, perché sia dalla Santa Sede sia dalla Conferenza Episcopale Italiana non udrete il dignitoso e umile lamento: “Perdono, abbiamo sbagliato”. Perché le logiche della peggiore superbia, che è la superbia clericale, funzionano sulla base di questo principio che in sé ha ovviamente del blasfemo: il Divino Padre e il Divino Figlio, possono anche sbagliare a far procedere il Divino Spirito Santo, ma la Santa Sede e la Conferenza Episcopale Italiana no, non possono sbagliare valutazioni e giudizi, mai!

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Mentre un Governo formato anche da membri della più furiosa sinistra radicale si accinge a brindare il varo della legge sull’eutanasia mascherata da “caso estremo”, la Suprema Corte Costituzionale ha aperto tutte le piste assoggettando la non punibilità:

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«[…] al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) ed alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente […] l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già aveva sottolineato nella sua precedente ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate».

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All’udienza erano presenti Marco Cappato e la compagna di Dj Fabo, assieme a loro anche Mina, la vedova di Piergiorgio Welby, morto nel 2006 dopo che su sua richiesta gli era stato staccato il respiratore che lo teneva in vita. Tutti hanno pubblicamente esultato, come se la morte fosse una vittoria. Dal proprio canto Marco Cappato ha ribadito appellandosi niente meno che al dovere morale: «Ho aiutato Fabiano perché l’ho ritenuto un mio dovere morale» [cf. QUI]. Per poi seguire a gioire con un twitter: «Vittoria della disobbedienza civile; da oggi tutti più liberi, anche chi non è d’accordo».

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Queste parole suonano come bestemmie alle orecchie di qualsiasi spirito cristiano che durante la memoria pasquale rivive il mistero di Cristo che vince la morte con la sua risurrezione, alla quale tutti siamo resi partecipi. Oggi invece, da un degno prodotto di quel partitino mefistofelico noto come Partito Radicale, ci tocca udire che la conquista è invece la morte, con tanto di richiamo a “doveri morali”. A questi commenti di giubilo hanno fatto seguito quelli del senatore del Partito Democratico Monica Cirinnà, sui quali sorvoliamo, perché con le parole di Marco Cappato abbiamo detto più o meno tutto. Solo una cosa possiamo aggiungere: sotto i nostri occhi apatici e impotenti di cittadini cattolici, tutti quanti muniti di certificato elettorale, ma soprattutto beneficiari dei diritti costituzionali di libertà di pensiero, parola ed espressione, che nessuno può certo revocarci in quanto cattolici, abbiamo assistito alla penosa resa di una Chiesa italiana ormai fossilizzata in modo sclerotico-ossessivo solo sui migranti, mentre nel nostro Paese è ormai entrato il Cavallo di Troia della cultura della morte: il suicidio assistito.

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Altrettanto importante sarebbe notare la perfetta ripetizione di quanto già avvenuto a suo tempo nel 1978 col referendum sulla legalizzazione dell’aborto: i sostenitori di certe leggi, che mirano in vario modo a toccare al cuore la vita ― come se essa fosse un bene disponibile nelle mani di elettori, legislatori e medici ― le loro lotte le scatenano sempre basandosi su casi limite, anzi su casi rarissimi. Giocando su di essi vanno prima a colpire l’emotività collettiva, poi compiono un sovvertimento delle leggi fondamentali invertendo la stessa logica giuridica: trasformare l’eccezione ― spesso non rara bensì rarissima ― in regola generale. Sia chiaro: il diritto tiene conto da sempre della esistenza e della possibile sussistenza dell’eccezione rara, ma al momento in cui essa, previa manipolazione, finisce trasformata in regola generale, a quel punto siamo dinanzi alla vera e propria aberrazione giuridica e legislativa.

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Casomai molti non se ne rendessero conto, è bene chiarire che siamo solo all’inizio del processo di radicale e diabolica disumanizzazione. Il Cavallo di Troia è stato infatti appena introdotto, ancóra i soldati non sono usciti dal suo ventre, ma tra poco sortiranno fuori. Poi, in un futuro affatto lontano, grazie agli esponenti di quegli attuali partiti che urlano per ogni nonnulla al fascista e al nazista, ci ritroveremo in una società a tal punto libera e democratica da far impallidire il Terzo Reich nazista, ma soprattutto il Dottor Josef Mengele. E domani, ai più squisiti sensi di legge e senza consenso alcuno da parte degli interessati o dei loro familiari, forse saranno soppresse persone gravemente ammalate che permanendo in vita senza possibilità alcuna di cura e di guarigione, indistintamente giovani o anziani, non dovranno gravare sui bilanci dello Stato e sul Servizio Sanitario Nazionale. Anche perché la nostra popolazione, sempre più vecchia e con tasso di natalità al di sotto dello zero da quattro decenni, non tarderà a scoprire che i tanto accolti e desiderati migranti, non verranno affatto nel nostro Paese per cambiarci i pannoloni, né per porgerci le padelle e svuotarci i pappagalli, né per reggere e pagare col loro lavoro, con le loro tasse e con i loro contributi il nostro sistema pensionistico destinato al futuro collasso assieme al servizio sanitario nazionale.

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Se infatti non vivessimo obnubilati dal politicamente corretto, dovremmo sapere che la gran parte dei giovani africani che emigrano verso il nostro Paese, perlopiù provengono da Paesi nei quali i maschi non hanno mai brillato né per voglia né per capacità di lavoro. Ciò per un discorso puramente antropologico e culturale: nelle società di certi Paesi africani a lavorare sono le donne, non gli uomini. Dal canto loro, le nostre Forze dell’Ordine e i fascicoli giudiziari che tracimano per certi specifici reati nei nostri tribunali, dimostrano che quando questi maschi antropologicamente e culturalmente sfaccendati si mettono a lavorare, creano spesso imprese di questo genere: prendono mogli e figlie e le portano a prostituirsi per le nostre strade. Quanti, ma soprattutto quanto numerosi sono i mariti e i padri originari della Nigeria arrestati ripetutamente per sfruttamento della prostituzione, in particolare di quella minorile? Eppure a suo tempo, quella “grande scienziata” del Senatore Laura Boldrini, ebbe l’ardire di affermare che se non avessimo accolto i migranti, domani non avremmo avuto nessuno che da vecchi ci avrebbe cambiati i pannoloni (!?). Presto detto: o questa Senatore ha scambiato i giovani nigeriani musulmani nullafacenti, con una comprovata propensione alla violenza e al delinquere, per degli operosi cattolici filippini, notoriamente laboriosi nonché particolarmente rispettosi per anziani e ammalati, oppure stava proprio recitando sul set di un film di fantascienza, come da anni tendono a fare gli esponenti del Partito Democratico. C’è però anche una terza possibilità: forse la Senatore non conosce proprio usi, costumi e abitudini di alcune popolazioni del Continente Africano, quelle che peraltro producono i più alti flussi migratori e allo stesso tempo il più alto numero di reati commessi, una volta giunti in Europa. Detto questo si noti bene: ad affermare simili cose, non sono io dopo avere vestito i panni del cosiddetto razzista, fascista e nazista, ma sono i fatti e gli atti giudiziari. Basterebbe solo fare un giro nei vari Paesi europei per scoprire all’istante che neppure la solerte, disciplinata e rigorosa polizia della Repubblica Federale Tedesca, riesce a tenere a bada certe bande di delinquenti violenti, perlopiù provenienti dalla Nigeria.

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Come dicevamo poc’anzi non è un mistero che l’attuale governo sia stato appoggiato in modo sfacciato dalla Santa Sede e dalla Conferenza Episcopale Italiana entrata a gamba tesa nella campagna elettorale per le elezioni europee del 26 maggio 2019. E di questo governo è Primo Ministro il Professor Giuseppe Conte, un bimbo prodigio cresciuto presso Villa Nazareth a Roma, tra le sottane affatto compiante del Cardinale Achille Silvestrini, modernista a tutto tondo e membro di spicco della cosiddetta cardinalizia Mafia di San Gallo. Per pudore ecclesiale e amore di patria molti di noi hanno scelto di tacere, ma chi conosce certi personaggi e il loro modo di agire, ha compreso all’istante, nei giorni della crisi di governo apertasi in pieno agosto, che il famoso discorso rivolto principalmente all’attacco del Ministro dell’Interno, Senatore Matteo Salvini, dal Professor Giuseppe Conte [cf. QUI], è stato scritto in buona parte tra la Segreteria di Stato e Villa Nazareth, ubicata a Roma in via della Pineta Sacchetti, luogo ameno dove peraltro è molto più facile incontrare e intrattenersi a colloquio in modo del tutto riservato col Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità.

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Grande paura è stata mostrata per il populista Matteo Salvini, mentre i giornali cattolici “di regime” dissertavano sulla inopportuna esibizione della corona del rosario e sui suoi richiami al Cuore Immacolato della Vergine Maria, quasi come fossero autentiche bestemmie. Soprassediamo poi sui tweet e le battute inopportune nelle quali si è cimentato Padre Antonio Spadaro, che spazia ormai tra la voce del padrone e la voce dell’incoscienza. Adesso, queste stesse persone, si ritroveranno a raccogliere i frutti che hanno seminato e in breve, il loro bimbo prodigio di Villa Nazareth dovrà aprire con le sue stesse mani la pancia del Cavallo di Troia introdotto dentro la nostra Città. Questi sono i fatti e i risultati di una Santa Sede e di una Conferenza Episcopale Italiana che irritata dalle corone del rosario e dai richiami populisti al Cuore Immacolato della Vergine Maria, si è messa ad amoreggiare con le frange della Sinistra radicale, della quale conosciamo da sempre le varie istanze: l’eutanasia, l’abolizione dell’obbiezione di coscienza per i medici che non intendono praticare aborti, il matrimonio tra coppie omosessuali, la concessione alle stesse dell’adozione di bambini, la liceità dell’utero in affitto, l’imposizione della educazione al gender nelle scuole primarie e via dicendo a seguire … Però, lo ripetiamo di nuovo: il problema erano le corone del rosario e le invocazioni rivolte al Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria di quel populista del Senatore Matteo Salvini.

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Temo invece purtroppo che il grosso problema è costituito da camaleonti professionisti come l’attuale Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Gualtieri Bassetti, che alcuni decenni fa, prete fiorentino che era, saliva sui pulpiti nei periodi pre-elettorali e invitava a votare alla Democrazia Cristiana, fosse persino costato turarsi il naso per non sentire la puzza. Oggi, in cammino verso gli ottant’anni, lo vediamo ridotto a sorridere a una sostenitrice della cultura della morte come il Senatore Emma Bonino, già annoverata in precedenza tra le figure dei grandi italiani per l’augusta bocca del Pontefice felicemente regnante [cf. QUI, QUI]. Cos’altro dire: … Ah, quando avrei preferito, al posto di Gualtiero Bassetti, la salvezza della mia anima e il Paradiso, ad una porpora cardinalizia conquistata dopo aver saltato per una vita intera da un carretto a un altro!

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Sono consapevole che noi sacerdoti e teologi non ancora venduti al Principe di questo mondo ci rivolgiamo a un mondo secolarizzato e scristianizzato che non capisce più né il nostro linguaggio né i sentimenti e i fondamenti evangelici che lo animano. A questo si aggiunga altro e peggio: ci ritroviamo a essere persino ostracizzati e perseguitati all’interno della stessa Chiesa nella quale oggi, tra un colpo di misericordia e una botta di sinodalità collegiale, siamo ormai ridotti ― come spesso ho detto ― al regime cambogiano di Pol Pot.

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Per comprendere il terribile mistero della morte, della malattia, del decadimento fisico, del dolore e della sofferenza, è necessario partire da molto lontano: dalla creazione del mondo e dell’uomo. La morte, indicata da molti come “elemento naturale” e “inevitabile” del ciclo della vita, oltre a non essere affatto naturale, è in verità quanto di più innaturale possa esistere. Dio non ha affatto creato l’uomo mortale, lo ha creato immortale. Dio, datore della vita perfetta ed eterna, nel mistero della creazione non ha affatto concepito né il dolore né la sofferenza, né il decadimento fisico né la malattia. La morte, con tutte le sue relative conseguenze, entra nella scena del mondo quando l’uomo, beneficiando della libertà e del libero arbitrio a lui donati da Dio, decide di ribellarsi al proprio Creatore. È allora che entra nella scena del mondo quell’elemento del tutto innaturale che è la morte, conseguenza di un peccato che ha alterata la creazione stessa. Tutto questo è indicato come peccato originale; un peccato che nessuno di noi ha commesso, ma che tutti abbiamo ereditato assieme a una natura corrotta in origine da questo stesso peccato.

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Questa è la nostra fede, che parte proprio dal mistero della creazione. Una fede che conferisce a noi credenti tutt’altra percezione della morte e del dolore, un elemento talora più sgradito, nonché fonte di sofferenze persino maggiori, quando non affligge noi, ma colpisce attraverso la malattia le nostre persone più care e amate.

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In una società che assieme ai princípi cristiani rifiuta il decadimento fisico, la malattia e la morte stessa, più che difficile può risultare talora quasi impossibile parlare agli uomini di questo nostro mondo di quel grande elemento sia educativo sia salvifico che è il dolore. Argomento trattato dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II in una sua memorabile lettera apostolica dedicata al senso cristiano della sofferenza umana [Cf. Salvifici doloris, testo integrale, QUI].

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In una società che assieme ai princípi cristiani rifiuta il decadimento fisico, la malattia e la morte stessa, più che difficile può risultare talora quasi impossibile parlare agli uomini di questo nostro mondo del mistero della croce, che è anzitutto indicibile sofferenza. Infatti, se uno specialista in medicina legale e uno specialista in anatomia patologia si mettessero a spiegare al grande pubblico quelli che sono sia i dolori, sia le conseguenze fisiche per una morte causata dal supplizio della crocifissione ― chiamato non a caso dal Diritto Penale Romano poena extra ordinem, ossia il summum supplicium ―, forse in molti non reggerebbero al dettaglio delle descrizioni.

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Eppure, sotto la croce … Stabat Mater dolorósa iuxta crucem lacrimósadum pendébat Fílius [stava la madre addolorata in lacrime, sotto la croce, sulla quale pendeva suo Figlio]. E la Madre Addolorata, dinanzi al figlio sofferente agonizzante, non supplicò alcun centurione di porre fine a quello strazio con un “misericordioso” colpo di lancia. Perché la Beata Vergine Maria, come recita la preghiera di San Bernardo alla Vergine riportata da Dante nel XXXIII Canto del Paradiso, era «Figlia del tuo Figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio». Proprio così: era Figlia del Figlio di Dio, non era una figlia di Satana come quell’anima del povero Marco Cappato — salvo suo sincero e profondo pentimento —, degno figlio politico di Marco Pannella ed Emma Bonino, la grande italiana, il quale esulta oggi sulla conquista della morte, introdotta nel mondo dal Demonio, non certo da Dio.

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Mentre in Italia rischia di vincere la cultura satanica della morte, seguitino pure a correre dietro al supremo dogma moderno del migrante, certi nostri Alti Prelati, amoreggiando ora col mondo, ora con certi bimbi prodigio di Villa Nazareth del defunto Cardinale Achille Silvestrini. Noi invece siamo lì, inginocchiati nel posto migliore, sotto la croce di Cristo, dalla quale non cola la morte, ma il sangue che ci ha redenti. E di tutta questa gente, rossi di colore politico o rossi di porpora cardinalizia, non abbiamo proprio paura, all’ombra della croce di Cristo Dio, sono loro che devono temere, ancor più del domani, l’eterno che li attende.

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dall’Isola di Patmos, 26 settembre 2019

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ARCHIVIO: ARTICOLO PUBBLICATO IL 26 SETTEMBRE QUI

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«Se questo è un prete». Il bizzarro e imbarazzante caso di Don Ettore Cannavera e del suo credere a-cattolico e a-teologico

— Attualità ecclesiale —

«SE QUESTO È UN PRETE».  IL BIZZARRO E IMBARAZZANTE CASO DI DON ETTORE CANNAVERA E DEL SUO CREDERE A-CATTOLICO E A-TEOLOGICO

«Non esiste contrasto tra l’essere prete e la dolce morte». Purtroppo possiamo già prevedere che nessuno prenderà provvedimenti adeguati nei confronti di questo prete ingestibile. Né il suo vescovo, né la Congregazione per il Clero, né la Congregazione per la Dottrina della Fede muoveranno un muscolo. E questo perché, i preti come lui, a volte servono molto un sistema corrotto e di conseguenza corruttore. O come disse San Bonaventura da Bagnoregio: «Roma corrompe i cardinali che corrompono i vescovi che corrompono i preti che corrompono il popolo».

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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I confratelli del presbiterio cagliaritano sanno benissimo di chi stiamo parlando, anzi forse qualcuno di essi preferirebbe obliare anche solo il nome del prode Don Ettore Cannavera che non è certo paragonabile all’omonimo pio e virtuoso eroe omerico dell’Iliade.  Fuori dal circondario di Cagliari il personaggio in questione non è conosciuto, ma in questi giorni ha avuto attenzioni e spazi sui giornali della sinistra radicale e della sinistra radical chic, da Il Manifesto a La Repubblica.

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Ultimamente si è fatto notare per aver apposto ― così come il sindaco Giorgio Gori a Bergamo [vedi QUI] ― la sua prestigiosa firma a favore del referendum abrogativo sull’eutanasia legale [vedi QUI], argomentando che non esiste contrasto tra l’essere prete ed essere a favore della dolce morte (sic!). Il giornale dove è riportata l’intervista a firma di Patrizio Gonnella è il Manifesto e il corpo dell’articolo è piuttosto interessante per capire la personalità, la mentalità e la “teologia” di questo presbitero.

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Forse per qualcuno Don Ettore Cannavera potrebbe pure apparire come un odierno Don Andrea Gallo sardo, forse per dirla tutta egli rappresenta solo il prodotto di quel Sessantotto sociale becero e malsano che nulla ha portato di buono nel mondo, per l’Italia e tanto meno dentro la Chiesa Cattolica che adesso paga il prezzo per quei chierici che all’epoca confusero il Buon Pastore con Fidel Castro e il canto dell’Exsultet con Bella Ciao. E se per Don Andrea Gallo potevamo almeno sperare nella buona influenza e nell’esempio pastorale del cardinal Giuseppe Siri ― che di tutto poteva essere accusato tranne che di non aver amato Cristo, la Chiesa, il popolo di Dio e il Magistero ― per Don Ettore Cannavera sappiamo di quale influenza egli è discepolo, basta ascoltare la sua orgogliosa prolusione al 41° Congresso del Partito Radicale Italiano [vedi QUI]. Di queste idee, Don Ettore Cannavera si è fatto fautore e interprete già dalla giovinezza, cosa che gli ha fatto appoggiare da novello sacerdote la legge sul divorzio per poi condividere anche l’aborto, l’eutanasia e la droga libera [vedi QUI; QUI; QUI], tutti i cavalli di battaglia che riconosciamo essere presenti nella storica predicazione laica dei due orgogli italiani Marco Pannella ed Emma Bonino.

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Alla prova dei fatti, tanto basterebbe per poter sollevare dei fondati dubbi sulla sua scelta vocazionale e sulle motivazioni relative alla consacrazione presbiterale che non è certo finalizzata a questo tipo di battaglie sociali, cosa che peraltro un prete dovrebbe astenersi dal fare in questi termini. A meno che non si pensi che San Giuseppe Cafasso, San Leonardo Murialdo, San Giovanni Bosco e San Giovanni Battista Piamarta fossero preti meno sociali e meno attenti di lui alle povertà e all’accoglienza, pur restando al contempo profondamente sacerdoti, fedeli e obbedienti alla Chiesa e baluardi di integrità al Magistero.  

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Appare evidente che l’antropologia che guida la mente e l’azione di Don Ettore Cannavera non è certamente quella teologica legata all’idea di uomo che ha in Cristo il suo modello autorevole [Cfr. Gv 19,5]. Non c’è alcun sentire cattolico in questo modus operandi del tutto privo di quell’idea di uomo nuovo [Cfr. Ef 4] che diventa figlio nel Figlio e fratello di Gesù Cristo [Cfr Rm 8,15.23; 9,4; Gal 4,5]. Manca totalmente l’idea di uomo che si concepisce come figlio obbediente della Chiesa perché generato come tale dal sangue di Cristo sulla croce. Insomma, non c’è in tutto questo modello antropologico culturale alcunché che rimandi a una benché minima verità rivelata che renda possibile all’uomo l’immersione in quella grazia di Cristo che rappresenta il solo imperativo evangelico-morale dentro cui è possibile trovare pace per la totalità dell’uomo. E non saranno certo i paradisi artificiali dei diritti antiumani a rappresentare uno spinello anestetizzante per rendere la fatica del vivere più sopportabile.

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Per Don Ettore Cannavera, è evidente, l’umanesimo è quello illuminista, l’uomo è il demiurgo della sola ragione che crea da sé stesso la felicità e il successo prescindendo da Dio sia all’inizio della vita, così come nel suo naturale corso, fino al momento della morte, in una personalissima e discutibilissima visione biblica che non lesina egoismo ed egocentrismo roussoiano.

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Ecco perché è sensato dire che si poteva fare a meno che un vescovo pronunciasse su di lui la formula consacratorio e lo ungesse con il sacro crisma, per fare queste cose basta essere un politico neanche troppo sopraffino. Però, che cosa volete, un prete fatto politico mantiene il suo sex appeal irrinunciabile che non può sfuggire ai giornali e alle telecamere, cosa che nutre di dolce ambrosia il narcisismo patogeno di questi soggetti più genuflessi ai partiti che ai tabernacoli.

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E ovviamente abbiamo eserciti di cattolici adulti che osannano questi sacerdotali soggetti come l’avanguardia della Chiesa più pura, umiliando e denigrando i pochi che sono ancora rimasti preti per la santificazione del popolo loro affidato, attraverso la preghiera, i Sacramenti e la carità nella verità [Cfr.  Rituale Romano dell’Ordinazione Presbiterale].

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Se questo non fosse già materia sufficiente aggiungo che forse si dovrebbe rivedere la validità della stessa ordinazione sacerdotale di Don Ettore Cannavera, se veramente fosse giunto al sacerdozio mosso da certe convinzioni che costituiscono deciso sprezzo verso i pilastri della fede e il suo impianto dogmatico. Infatti, il nostro prode, non si fa problemi ad affermate perniciosamente errori gravi per un presbitero: «Non esiste l’inferno. Lo diceva già negli anni Cinquanta Giovanni Papini. Non credo nell’inferno» [vedi QUI]. Egli cita il Papini, con la differenza sostanziale che del Papini sappiamo di un’autentica conversione, di Don Ettore ancora non c’è giunta voce, ma sicuramente quando questo avverrà lo si potrà leggere su Il Manifesto, su La Repubblica o chissà, magari al prossimo meeting dei Radicali Italiani.  

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Tema delicatissimo quello della validità delle sacre ordinazioni sacerdotali, sul quale dibatterono nel 2016, a livello sacramentale, teologico e giuridico i due padri fondatori de L’Isola di Patmos, l’accademico pontificio Giovanni Cavalcoli e il teologo dogmatico e storico del dogma Ariel S. Levi di Gualdo. Rimandiamo a questi loro articoli di taglio scientifico, ma leggibili e comprensibili da chiunque voglia approfondire il tema [Cfr. G. Cavalcoli QUI, A.S. Levi di Gualdo, QUI, QUI].

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Basterebbe utilizzare un minimo di senso della realtà per vedere che qui purtroppo non siamo davanti al caso di un sacerdote peccatore che ha smarrito la strada, cosa che a tutti noi può capitare perché non immuni da errore e da peccato, ma si tratta di un sacerdote che è caduto nell’accecamento luciferino che conduce a scambiare il male per bene per poi difenderlo orgogliosamente tanto da normalizzarlo nell’esercizio del peccato.

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Ma tutto questo oggi sembra non importare nulla, perché basta operare un generico bene filantropico per essere a posto in coscienza davanti al mondo senza il minimo bisogno di alcuna conversione (così come è stato nel caso di Gino Strada vedi QUI, QUI) e lasciarsi elevare e santificare, non dallo Spirito Santo, ma dallo spirito laico che spira dall’iperuranio degli intoccabili diritti civili in cui sgorga con abbondanza il riconoscimento pubblico a commendatore al merito della Repubblica italiana per atti di eroismo, per l’impegno nella solidarietà, nel soccorso, per l’attività in favore dell’inclusione sociale, nella promozione della cultura, della legalità e per il contrasto alla violenza [vedi QUI].

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Ma siamo seri? Quale eroismo c’è nel difendere e giustificare l’attentato alla vita nascente, quale eroismo nella cultura dello scarto, quale eroismo nel farsi arbitro della vita e della dignità di un altro uomo, quale eroismo nel permettere il divorzio e la nullificazione della famiglia naturale? Nessuno, nessun eroismo solo viltà e pavidità, solo il marchio della scimmia di Dio che promette all’uomo l’uguaglianza divina nel segno della disobbedienza [Cfr. Gn 3,5].

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Sarebbe saggio usare in questi casi il metodo del cardinale belga Joseph-Léon Cardijn e del padre croato Tomislav Kolakovic, quel metodo che ci permette di vedere, giudicare e agire in modo evangelico davanti ai totalitarismi moderati mascherati da Vangelo del povero nel tentativo di una correzione formale dell’errore e successivamente di un recupero del reo (anche se sacerdote) caduto in disgrazia a causa dell’apologia di un peccato e di un delitto.

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Purtroppo, possiamo già prevedere, senza particolari doti di chiaroveggenza, che nessuno prenderà provvedimenti adeguati nei confronti di questo prete ingestibile che nel passato ha anche insegnato nella Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Né il suo vescovo, né la Congregazione per il Clero, né la Congregazione per la Dottrina della Fede muoveranno un muscolo. E questo perché, i preti come lui, totalmente ingestibili, a volte servono molto un sistema corrotto e di conseguenza corruttore. O come disse San Bonaventura da Bagnoregio: «Roma corrompe i cardinali che corrompono i vescovi che corrompono i preti che corrompono il popolo».

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Mi si permetta una divagazione cinematografica prendendo come esempio Jack Nicholson nel film del 1992 Codice d’Onore. Nicholson interpreta il ruolo di cinico Colonnello a cui non importa nulla della verità e che non lesina di sacrificare la vita di un suo soldato illudendosi di rispettare così l’onore, l’austerità della vita militare e la sicurezza nazionale del paese.

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Don Ettore Cannavera è così, mi ricorda il Colonnello Jessep di Jack Nicholson. È messo lì ma non per la verità del Vangelo ma per portare avanti le istanze di un mondo laico che si illude di tutelare l’uomo con gli imprescindibili diritti civili ma che a buon bisogno non batte ciglio davanti alla morte procurata di un feto nel grembo materno, alla morte procurata di un malato terminale, alla dissoluzione della dignità umana che viene ammantata da una calda e morbida coperta di empatia in un mondo senza più Cristo né Chiesa.   

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Forse al tramonto della sua vita, Don Ettore Cannavera, scriverà le proprie memorie che saranno il manuale di formazione dei sacerdoti del futuro. Forse al suo funerale, così come capitò per Don Andrea Gallo, ci sarà il cardinale di turno a renderne l’omaggio e l’avvallo della Chiesa per il suo operato, che sebbene scomodo ed eterodosso, di fatto è stato permesso da un sistema corrotto e corruttore che corrompe i cardinali che corrompono i vescovi che corrompono i preti che corrompono il popolo.

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Laconi, 10 settembre 2021

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos.

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QUANDO NELLA TRAGEDIA SI CERCA DI SDRAMMATIZZARE: IL MODERNO TANGO DELL’EPISCOPATO ITALIANO. INTERESSANTI E CALZANTI LE PAROLE DI QUESTA LEGGERA CANZONETTA …

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Un “vaccino” di fiducia e di speranza alla scuola in presenza per una rinnovata esperienza di normalità

— Scuola e società  —

UN “VACCINO” DI FIDUCIA E DI SPERANZA ALLA SCUOLA IN PRESENZA PER UNA RINNOVATA ESPERIENZA DI NORMALITÀ  

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In questi tempi di ripartenza, mi ritorna spesso alla mente quel brano del Vangelo in cui Gesù invita i discepoli affaticati, dopo gli affanni di una pesca infruttuosa, a gettare nuovamente le reti.

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Anna Monia Alfieri, I.M.

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«Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» [Lc 5,5]

La scuola riparte. È un dato di fatto. Bando alla nostalgia per il tempo delle vacanze: è ora di ripartire e di impegnarsi. E alla grande! Negli ultimi 19 mesi di lockdown in tanti sono scesi in campo per i nostri giovani. Negli ultimi mesi, ancora più alacremente, tutti abbiamo lavorato, perché lo slogan scuola in presenza non rimanesse solo tale ma divenisse una realtà.

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Noi adulti abbiamo rinnovato la consapevolezza che la scuola è il luogo del sapere, il luogo dove gli studenti sviluppano la capacità di riflettere. A scuola non si imparano nozioni, ma si apprende ad argomentare, a vivere in una necessaria dimensione relazionale.

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Ecco che allora si ritorna a puntare la sveglia, a preparare lo zaino, i libri, a spuntare le materie del giorno, ritorna l’emozione di una interrogazione, di una verifica impegnativa. Si ritorna alla normalità.

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Penso ai nostri carissimi giovani e vorrei che vivessero l’emozione dell’inizio di un nuovo anno scolastico, con tutte le attese che ognuno di noi porta nel cuore. A tutti e a ciascuno: buon anno, nella gioia di apprendere contenuti sodi, nel desiderio di intessere relazioni sane. Ecco il cuore dell’educazione… In una buona scuola pubblica, statale o paritaria.

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Un augurio esteso a tutti i docenti che sono alle prese con le riunioni, i collegi, i dipartimenti: non sterile burocrazia, ma incontri di persone unite dal desiderio di pensare, di progettare, di ideare percorsi di apprendimento rivolti ai giovani che saranno loro affidati nelle classi, in uno scambio inter-generazionale di cultura e di valori.

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Un pensiero va ai genitori, nella consapevolezza che la responsabilità educativa, per essere esercitata, ha bisogno di libertà. Ma è sempre responsabilità: quindi domanda adulta dalla volontà formata e solida.

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Quanto bisogno abbiamo di adulti veramente tali! Mi auguro che la ripartenza della scuola sia per tutti un appello per una scuola più giusta e più equa: questo dipenderà dalla nostra capacità di chiedere il completamento del percorso “autonomia, parità e libertà di scelta educativa”. I cittadini si riscoprono così più liberi, perché si riscopre un valore: il senso civico, al servizio del bene di tutti. Un valore, quello del senso civico, che solo la scuola in presenza può contribuire a farlo diventare realtà di tutti i giorni.

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In questi tempi di ripartenza, mi ritorna spesso alla mente quel brano del Vangelo [cfr. Lc. 5, 5] in cui Gesù invita i discepoli affaticati, dopo gli affanni di una pesca infruttuosa, a gettare nuovamente le reti. Pietro, nella cui umanità ciascuno di noi si può riflettere, seppur anche lui allo stremo delle forze, risponde al Maestro: «[…] Per totam noctem laborantes nihil cepimus; in verbo autem tuo laxabo retia» [«Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti»].

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Ecco, tutti noi abbiamo faticato a lungo: ora è il tempo di gettare le reti in mare e raccogliere una pesca abbondante fatta di cultura, impegno, buona volontà, desiderio di essere utili alla società. Auguri, dunque, di buon anno scolastico!

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Milano, 6 settembre 2021

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Un “vaccino” di fiducia e di speranza alla scuola in presenza per una rinnovata esperienza di normalità

— Scuola e società  —

UN “VACCINO” DI FIDUCIA E DI SPERANZA ALLA SCUOLA IN PRESENZA PER UNA RINNOVATA ESPERIENZA DI NORMALITÀ  

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In questi tempi di ripartenza, mi ritorna spesso alla mente quel brano del Vangelo in cui Gesù invita i discepoli affaticati, dopo gli affanni di una pesca infruttuosa, a gettare nuovamente le reti.

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Anna Monia Alfieri, I.M.

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«Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» [Lc 5,5]

La scuola riparte. È un dato di fatto. Bando alla nostalgia per il tempo delle vacanze: è ora di ripartire e di impegnarsi. E alla grande! Negli ultimi 19 mesi di lockdown in tanti sono scesi in campo per i nostri giovani. Negli ultimi mesi, ancora più alacremente, tutti abbiamo lavorato, perché lo slogan scuola in presenza non rimanesse solo tale ma divenisse una realtà.

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Noi adulti abbiamo rinnovato la consapevolezza che la scuola è il luogo del sapere, il luogo dove gli studenti sviluppano la capacità di riflettere. A scuola non si imparano nozioni, ma si apprende ad argomentare, a vivere in una necessaria dimensione relazionale.

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Ecco che allora si ritorna a puntare la sveglia, a preparare lo zaino, i libri, a spuntare le materie del giorno, ritorna l’emozione di una interrogazione, di una verifica impegnativa. Si ritorna alla normalità.

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Penso ai nostri carissimi giovani e vorrei che vivessero l’emozione dell’inizio di un nuovo anno scolastico, con tutte le attese che ognuno di noi porta nel cuore. A tutti e a ciascuno: buon anno, nella gioia di apprendere contenuti sodi, nel desiderio di intessere relazioni sane. Ecco il cuore dell’educazione… In una buona scuola pubblica, statale o paritaria.

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Un augurio esteso a tutti i docenti che sono alle prese con le riunioni, i collegi, i dipartimenti: non sterile burocrazia, ma incontri di persone unite dal desiderio di pensare, di progettare, di ideare percorsi di apprendimento rivolti ai giovani che saranno loro affidati nelle classi, in uno scambio inter-generazionale di cultura e di valori.

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Un pensiero va ai genitori, nella consapevolezza che la responsabilità educativa, per essere esercitata, ha bisogno di libertà. Ma è sempre responsabilità: quindi domanda adulta dalla volontà formata e solida.

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Quanto bisogno abbiamo di adulti veramente tali! Mi auguro che la ripartenza della scuola sia per tutti un appello per una scuola più giusta e più equa: questo dipenderà dalla nostra capacità di chiedere il completamento del percorso “autonomia, parità e libertà di scelta educativa”. I cittadini si riscoprono così più liberi, perché si riscopre un valore: il senso civico, al servizio del bene di tutti. Un valore, quello del senso civico, che solo la scuola in presenza può contribuire a farlo diventare realtà di tutti i giorni.

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In questi tempi di ripartenza, mi ritorna spesso alla mente quel brano del Vangelo [cfr. Lc. 5, 5] in cui Gesù invita i discepoli affaticati, dopo gli affanni di una pesca infruttuosa, a gettare nuovamente le reti. Pietro, nella cui umanità ciascuno di noi si può riflettere, seppur anche lui allo stremo delle forze, risponde al Maestro: «[…] Per totam noctem laborantes nihil cepimus; in verbo autem tuo laxabo retia» [«Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti»].

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Ecco, tutti noi abbiamo faticato a lungo: ora è il tempo di gettare le reti in mare e raccogliere una pesca abbondante fatta di cultura, impegno, buona volontà, desiderio di essere utili alla società. Auguri, dunque, di buon anno scolastico!

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Milano, 6 settembre 2021

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Il Vescovo ha l’obbligo morale di rispondere alla sciagurata presa di posizione del Sindaco di Bergamo di firmare a favore del referendum abrogativo sull’eutanasia legale

— Attualità ecclesiale —

IL VESCOVO HA L’OBBLIGO MORALE DI RISPONDERE ALLA SCIAGURATA PRESA DI POSIZIONE DEL SINDACO DI BERGAMO DI FIRMARE A FAVORE DEL REFERENDUM ABROGATIVO SULL’EUTANASIA LEGALE

Il Sindaco di Bergamo sull’eutanasia: «Ho riflettuto a lungo nelle ultime settimane su questa firma che ho apposto in modo convinto e da credente. Non ritengo che la firma e il credo religioso siano in contraddizione»

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Marco Cappato (dell’Associazione Luca Coscioni) con il Sindaco di Bergamo Giorgio Gori al banchetto delle firme per il referendum sull’eutanasia [foto tratta da Il Corriere di Bergamo, edizione del 2 settembre 2021]

Quando un politico si professa credente e difende con orgoglio la manifestazione del peccato in tutte le sue forme, non solo non può ritenersi credente, ma neanche mantenersi all’interno di quella comunione ecclesiale cattolica tanto spesso millantata su giornali e televisioni per imbonire gli sprovveduti elettori cristiani.

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La vicenda recente del Sindaco di Bergamo Giorgio Gori appare clamorosa, non tanto per la sua posizione politica, ben chiara ed evidente a tutti, ma per la sua presunta posizione da credente, che grida vendetta al cospetto di Dio e al buon senso cattolico. Il primo cittadino ha dichiarato ai giornalisti con una certa fierezza e con chiare parole:

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«Ho riflettuto a lungo nelle ultime settimane su questa firma che ho apposto in modo convinto e da credente. Non ritengo che la firma e il credo religioso siano in contraddizione» [vedere: QUI, QUI].

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Qualcuna dalle cosiddette alte sfere ecclesiastiche silenti, perché come pare capaci solo a stracciarsi le vesti per i poveri clandestini che muoiono nelle acque del Mare Mediterraneo ― per i quali tutti ci rammarichiamo con cristiano dolore ―, dovrebbe replicare senza ulteriore indugio a questo improvvido “credente”. Infatti, applicando la sua stessa logica si potrebbe similmente affermare: come credente non posso impedire a chi ha una diversa percezione della vita di abortire. Non posso impedire a una donna di prostituirsi, né a coloro che ne acquistano le prestazioni sessuali di favorire in tal modo la prostituzione, inclusa quella minorile. E perché impedire di assumere sostanze stupefacenti? Come credente sono favorevole alla droga libera. O non è forse libero, chicchessia, di drogarsi come e quando vuole? A queste affermazioni che intenderebbero essere del tutto logiche, seguono poi le giustificazioni. Si tratta però di giustificazioni che non stanno in piedi proprio a livello logico, per l’esattezza queste: l’aborto legalizzato impedisce quello clandestino. Legalizzando la prostituzione si toglierà il giro di affari alla malavita. Similmente, legalizzando la droga, si sottrarrà alle mafie un grande giro di affari. Reputo invero strano che ancora nessuno abbia lanciato il cavallo di battaglia: legalizzando l’eutanasia si impedirà che i vari Dj Fabo siano costretti a dover andare in una clinica svizzera e versare una cospicua somma di danaro affinché si proceda al loro “fine vita”.

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Però, se un tranquillo cittadino che sta nella sua villetta a dormire con la moglie e i figli, trovandosi in piena notte con dei ladri in casa e avendo regolare porto d’armi apre il fuoco e ne lascia uno morto a terra nel salotto, in quel caso si levano le voci all’unisono del politicamente corretto che inneggia al «povero ladro!». Non importa, che cosa sarebbe potuto accadere a quel padre di famiglia e ai suoi figli, non doveva sparare e basta, perché non si uccide un ladro dentro casa, o meglio: solo in certi ideologici casi la vita è sacra, ossia quella del ladro, non però quella del bambino abortito. A un ladro che delinque in maniera incorreggibile e pericolosa per la vita e la sicurezza degli altri, si può solo dire, con un sorriso sulle labbra, la frase usata nella liturgia del Mercoledì delle Ceneri: «Convertiti e credi al Vangelo». Se però quello deciderà di non convertirsi, senza esitare tramortirà il padre di famiglia e il figlio a suon di percosse, per poi stuprare con gli altri suoi complici la moglie. Cose più volte accadute e narrate dalle cronache e dagli atti giudiziari [vedere QUI]. Casi questi dinanzi ai quali si leva sempre il coro unanime «Non uccidere», lo stesso coro che però non si leva davanti ai consultori dove si praticano aborti a catena.

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La cecità del Totalitarismo moderato moderno si legge in tutta la sua distruttiva malvagità in queste parole del primo cittadino di Bergamo che fa sfoggio di una fede confusa e malsana per avallare il referendum abrogativo sull’eutanasia legale che è in contrasto sia con la divina Rivelazione che con il Magistero della Chiesa. Cecità di una persona che reputa di essere “credente” ma il cui credo non è certamente quello del Signore della Vita. Cecità di un “credente” la cui fede assomiglia più al liberalismo di Auguste Comte con l’astrusa pretesa illuminista di dare all’uomo le prerogative divine, o del socialismo di Henri de Saint-Simon che vede nella fede positivista una salvezza laica che si è sbarazzata di Dio.   

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Per questo, noi Padri de L’Isola di Patmos, in nostra qualità di presbiteri e teologi chiediamo a S.E. Rev.ma Monsignor Francesco Beschi: può un credente che non ascolta la Sacra Scrittura e la voce del Magistero [che si esprime nella Lettera Apostolica Samaritanus Bonus e nella Enciclica Evangelium Vitae] dirsi ancora tale, tanto da rappresentare uno scandalo per la fede di tanti fratelli cristiani deboli e confusi? È possibile, davanti a tanta orgogliosa e pertinace manifestazione di peccato, non intervenire con forza, magari anche con un’azione disciplinare canonica che veda nella scomunica la giusta pena medicinale per il reo che favorisce e appoggia l’uccisione di una persona umana, violandone così la dignità e il rispetto dovuto al Dio vivente e Creatore? [Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica nn. 2276-2279].

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In questo momento sarebbe giusto e doveroso chiederne conto e ragione a questo personaggio pubblico che in modo impudente appoggia la cultura della morte e si proclama credente. Così come sarebbe consolante sentire dal Pastore della Chiesa che è in Bergamo una parola di forte condanna e di dissociazione dalle parole di un fedele che, da una parte si proclama tale, dall’altra incorre nell’errore grave e nel delitto che espone molti al peccato.

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Chissà quanti cattolici bergamaschi, a causa di queste parole dette dal loro Sindaco, “credente” e “cattolico”, saranno invogliati a firmare davanti ai banchetti di piazza o nelle sedi dei rispettivi comuni avallando questa legge? Chissà quanti, in questa domenica, verranno a fare la Santa Comunione ricevendo quel Cristo che nel malato costretto all’eutanasia stenderà ancora le braccia sulla croce e straziato dal peccato dell’uomo si offrirà vittima al Padre per salvarci dall’inganno satanico che vuole fare a meno di Dio? La prima, tra queste comunioni sacrileghe, potrebbe essere quella dello stesso Sindaco di Bergamo, “credente” e “cattolico” favorevole all’eutanasia?

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Il Vescovo di Bergamo dovrebbe rifletterci, specie considerando che il Beato martire Sant’Alessandro, patrono della sua Diocesi, non ha recusato i dolori della testimonianza nel martirio per Cristo. Dunque il Vescovo non recusi la testimonianza del pastore e salvi la sua Chiesa dai lupi rapaci, che non sono solo gli scafisti che trasportano clandestini, diversi dei quali destinati purtroppo a morire nelle nostre acque. I lupi rapaci sono anche certi Primi Cittadini che si gloriano di firmare per la cultura della morte e che dopo averlo fatto si proclamano credenti. Perlomeno, gli scafisti, non si proclamano credenti e non dichiarano che la loro attività non è in contraddizione con il credo religioso.

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Laconi, 4 settembre 2021

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«Volete andarvene anche voi?». Tra eutanasia e influencer, pensieri sparsi intorno alla charis, alla teologia della povertà e all’obbedienza della fede che edifica la Chiesa

— meditazioni sull’attualità ecclesiale —

«VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?». TRA EUTANASIA E INFLUENCER, PENSIERI SPARSI INTORNO ALLA CHARIS, ALLA TEOLOGIA DELLA POVERTÀ E ALL’OBBEDIENZA DELLA FEDE CHE EDIFICA LA CHIESA

È evidente che se io distribuisco solo il cibo terreno, forse riuscirò a riempire lo stomaco del povero, ma lascerò vuoto il suo cuore e la sua anima. Se penso alla sola dimensione orizzontale trascurando quella verticale, rischio di creare pericolosi paradisi artificiali che trovano in alcune idee sociali ― pensiamo al reddito di cittadinanza ― la pretesa demagogica di risolvere bene tutti i problemi e di accontentare tutti.  

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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https://www.youtube.com/watch?v=zv4baUewvH8

… i moderni uomini di scienza preposti a indirizzare le altrui coscienze

Nella domenica appena trascorsa commentavo nell’omelia un bellissimo brano del Santo Vangelo [cfr. Gv 6, 60-69]. Come normalmente faccio ad ogni celebrazione domenicale, inquadro la pericope evangelica non solo da un punto di vista esegetico ma soprattutto ecclesiologico e pastorale, lasciando che la lettura cursiva del Vangelo domenicale parli ai fedeli con la forza e l’incisività della spada [Cfr. Eb 4, 12], evitando al contempo una lettura troppo tecnicistica del testo che solo in pochissimi sarebbero in grado di recepire.

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Il Vangelo di Giovanni della domenica appena trascorsa appare come la conclusione del lungo discorso sul Pane di Vita in cui Cristo mostra con chiarezza e in modo definitivo la verità su sé stesso. È di fatto una grande teofania in chiave eucaristica, in cui a partire dal segno del pane condiviso Gesù si presenta come la vera manna celeste che dal cielo si incarna nell’umana esistenza. Egli nato a Betlemme, in quel luogo che significa Casa del Pane, sfama l’uomo mortale nel suo cammino di ricerca del Dio absconditus, facendosi egli stesso pane.

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Un momento rivelativo dell’identità di Cristo, che, come ho detto, è preceduto dal necessario segno della moltiplicazione (condivisione) dei pani [Cfr. Gv 6, 1-15]. Tale segno è fondamentale per comprendere che Gesù è realmente il vero Signore che nutre il suo popolo nel pellegrinaggio terreno e non uno dei tanti potenti della terra che cerca un tornaconto personale di gloria [Cfr. Gv 6, 15]. Egli guida il nuovo popolo dell’Alleanza non più dall’Egitto alla Terra Promessa ma dal peccato alla nuova alleanza nel suo sangue che si realizza attraverso gli avvenimenti pasquali.

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Ecco perché il segno eucaristico del pane condiviso diventa essenziale per intendere la pedagogia divina e il modo con cui Dio opera la salvezza. Gesù, sebbene sia il Signore e il Maestro [Cfr. Gv 13, 14], mai si priva della collaborazione dell’uomo interpellandolo costantemente all’interno di un dialogo salvifico in cui la creatura offre al Creatore la propria pochezza frutto del suo lavoro affinché questa in Dio si moltiplichi e divenga segno pasquale di salvezza per altri fratelli dentro una logica di servizio caritatevole.

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Motivo per cui la diaconia della Charis nella Chiesa è principalmente mistero trinitario che ci permette di contemplare l’Amante, colui che è Amato e l’Amore per usare le parole di S. Agostino riferite al mistero di Dio Trinità. Ma nello stesso tempo è mistero soteriologico, in quanto la Charis è il disegno divino che ha assunto la sua forma in Gesù Cristo Salvatore e che trova la sua genesi nella Trinità come storia eterna d’amore per l’uomo (Cfr. M. Rinaldi, Dal welfare state alla welfare society. Teologia sociale e azione pastorale di Caritas italiana, Effatà, 2006, p.70].

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Da queste necessarie prerogative teologiche, capiamo come l’esercizio della Charis, non può assolutamente configurarsi come servizio umanitario o sentimentale filantropismo. Anche quando è l’uomo a operare la Charis verso un suo simile possiamo ugualmente scorgere la relazione agostiniana tripartita di Amante, Amato e Amore. L’amante è colui che agisce spinto dal Padre verso l’amato in cui si identifica il Figlio, dentro la dinamica amorosa dello Spirito Santo.

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La Charis cristiana è necessaria perché è la ratio con cui dal corpo dell’uomo si giunge alla sua anima affinché anima e corpo insieme si salvino in quell’armoniosa unità antropologica che vediamo professare ogni domenica nel Credo quando diciamo: «aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Cioè, aspetto la risurrezione dell’uomo nella sua totalità non solo di una sua parte. Cosa che già vediamo realizzata in Maria Santissima assunta in cielo in anima e corpo.

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Per questo motivo, se è vero che il povero ha l’esigenza di essere sfamato sulla terra, tale esigenza non può far cadere il credente nella pretestuosa utopia che pretende di sconfiggere una volta per tutte le povertà; pareggiare le scandalose disparità sociali; debellare le implacabili malattie; pacificare i popoli con una accoglienza indiscriminata; scongiurare l’ignoranza dei piccoli con verità parziali. piccoli con verità parziali.

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Anche se oggi siamo abituati a slogan populisti del tipo «nessuno resterà indietro» che abbondantemente ritroviamo sulla bocca dei politici così come dei prelati. Dobbiamo avere il coraggio di affermare che tutto questo è solo un miraggio di salvezza auto-costruita le cui conseguenze culturali e sociali sono ben note ed evidenti a tutti, specie in un periodo come quello che stiamo attraversando gravato dalla pandemia.  

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A questo proposito basterebbe richiamare alla mente le parole di Gesù che ci ammonisce: «I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» [Mt 26, 11] espressione che orienta certamente verso un’opzione preferenziale per i poveri ma, molto di più, definisce una ben chiara gerarchia valoriale che ci porta a capire che senza di Lui, vero Dio e vero uomo, siamo troppo poveri per aiutare i poveri e incapaci di offrire una salvezza definitiva. E questa verità oggi appare piuttosto fastidiosa e mal digerita dal narcisismo umano che vuole operare senza Dio, anche quando ha la pretesa di compiere il bene.

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Questo discorso ci permette di formulare una corretta impostazione teologica della povertà che non ha nulla a che fare con il pauperismo rivoluzionario tanto caro a un certo pensiero di sinistra o accostabile alle rivendicazioni social popolari dei regimi di liberazione sudamericani, né a quel pauperismo pretestuoso di cui parlava lo stesso Giuda Iscariota, a proposito del quale rimandiamo alla nostra video lezione: L’oro dei Magi e il falso amore per i poveri di Giuda Iscariota.

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Tanto meno lo possiamo accostare agli spropositi social dei vari influencer che arringano il popolo dei followers mantenendo un tenore di vita che è lontano anni luce dalla sobrietà evangelica e che non si avvicina minimamente a quella dignitosa povertà del lavoratore o del pensionato medio italiano.

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Se vogliamo dirla tutta, questa impostazione teologica non ha nulla a che fare neanche con i vari modelli che si impongono all’opinione pubblica e che vedono, nei vari salvatori del popolo, messi bene in primo piano dal mainstream, l’inizio di un nuovo rinascimento e umanesimo laico. Perché resta evidente, in tutto questo ragionamento teologico, l’innesto con la Cristologia più pura in cui la kenosis del Verbo costituisce la spogliazione visibile e più eloquente attraverso la quale possiamo trovare «quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci mediante la sua povertà» [Cfr. 2Cor 8, 9; Benedetto XVI, Discorso alla Sessione inaugurale della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, 13 maggio 2007, 3: AAS 99 (2007), 450]. Se Cristo si spoglia della sua uguaglianza con Dio per salvarmi, io per accettare questa salvezza non posso che fare altrettanto, così come ebbe modo di fare Francesco d’Assisi davanti al vescovo [Cfr. Fonti Francescane n° 1043].

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A qualunque povero e davanti a qualsivoglia povertà, più che ancora del cibo che perisce, deve essere garantito il cibo che non perisce ma che dura per la vita eterna [Cfr. Gv 6, 22-29]. Questo non significa prestare il fianco al facile proselitismo integralista, tutt’altro, è annuncio missionario di salvezza che chiama all’azione ogni uomo di buona volontà, sia esso laico o consacrato, per annunciare tutto quello che Cristo ci ha detto e comandato [Cfr. Mt 28, 20]. Predicare Cristo non è un vanto, nemmeno un dovere ma una necessità improrogabile [Cfr. 1Cor 9, 16].

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È evidente che se io distribuisco solo il cibo terreno, forse riuscirò a riempire lo stomaco del povero, ma lascerò vuoto il suo cuore e la sua anima. Se penso alla sola dimensione orizzontale trascurando quella verticale, rischio di creare pericolosi paradisi artificiali che trovano in alcune idee sociali ― pensiamo al reddito di cittadinanza ― la pretesa demagogica di risolvere bene tutti i problemi e di accontentare tutti.   

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«Datevi da fare» [cfr. Gv 6, 27] dice Gesù, ma per farlo è necessario uscire in missione con la sua autorevolezza, sull’esempio di quei settantadue discepoli che, investiti di ogni potere, tornarono a casa pieni di gioia [cfr. Lc 10, 17] avendo constatato con mano che quando la rivelazione di Cristo raggiunge i più poveri e i più piccoli [cfr. Lc 10, 21] si instaura con potenza il Regno dei cieli.  «Datevi da fare» dice ancora Gesù, ma solo dopo aver operato una scelta decisiva e privilegiata che dia a Cristo il primato sulla nostra vita.  Gesù è il punto di rottura tra la Verità di Dio e l’illusione della verità del mondo e chi non conosce e riconosce questa Verità è destinato allo scandalo, alla confusione, alla fuga anche all’interno dalle comunità dei credenti in cui si può stare solo e soltanto seguendo le esigenze che Cristo detta.

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Ecco perché appare urgente e necessario riflettere come Chiesa su quella domanda che Cristo pone ai suoi discepoli e operare un sereno discernimento. «Volete andarvene anche voi?» [Cfr. Gv 6, 67], domanda che suona come un monito all’obbedienza della fede che non può trovare sostituti o surrogati in altre persone o ideali.

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Quanti cristiani battezzati oggi hanno il pensiero di Cristo e della Chiesa e professano un’obbedienza filiale? Pochi, anzi pochissimi. Vanno di moda i preti sindacalisti, psicologi e assistenti sociali. I cardinali elettricisti e LGBT friendly, i laici intenti nelle rivendicazioni sociali, i gruppi ecclesiali con la tessera di partito, quelli che fanno le battaglie sui social per l’amore libero e tollerante, per l’umanissima e liberante eutanasia. Quelli che ancora, dopo la caduta del Muro di Berlino, orfani del Sol dell’avvenire, sono rientrati in casa cattolica dalla finestra e ora sono additati come cristiani adulti e docenti. Infine, ci sono quelli che in nome della tradizione, forti della Messa di sempre e del latinorum, agghindati con veli di trina, pizzi e merletti sarebbero pronti anche a destituire un Papa in nome della loro fedeltà alla Chiesa. Insomma, una situazione difficilmente gestibile che molti parroci conoscono ma che non riescono a contrastare e bonificare perché il Vaffa-day non è solo prerogativa delle piazze grilline ma anche di quelle cattoliche che alla prima occasione mandano a quel paese il sacerdote, reo di avere tentato di annunciare la dura parola di Cristo che rifiuta i compromessi e impone una scelta.

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È triste dirlo ma questo genere di cattolici mai lascerà il passo a Cristo e alla sua Chiesa perché impossibilitati a professare le parole del beato apostolo Pietro «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» [Cfr. Gv 6, 68-69]. Molto meglio sarebbe per loro riconoscere i palpiti del cuore e dirigersi là, dove questo li conduce, lasciando in buon ordine la Chiesa e il Vangelo a favore di coloro che desiderano realmente conoscere e credere in Gesù ma che ne sono impediti da questi tristi figuri.

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Infatti, se da cristiani il principio per fare discernimento non è Cristo ma il principio parlamentare della maggioranza mai si instaurerà il Regno dei cieli. Se le istanze del mondo sono più appetibili di quelle del Vangelo mai si comprenderà il valore dell’obbedienza e della fede. E ancora, se la parola del Magistero è decisamente meno influente di quella dei vari Ferragnez, Saviano, Fazio, Zan e dei vari guru che giornalmente ci compaiono davanti vana è la speranza di aspettarsi un laicato serio che sappia entrare nelle pieghe del mondo annunciando la novità della Parola.

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Laconi, 28 agosto 2021

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IL sussurro delle vergini vilipese che scansano il moscerino e ingoiano il cammello. Il rabbino israeliano Rasson Arousi accusa il Sommo Pontefice di avere pronunciato frasi dispregiative sulla Torah

—  Attualità ecclesiale —

IL SUSSURRO DELLE VERGINI VILIPESE CHE SCANSANO IL MOSCERINO E INGOIANO IL CAMMELLO. IL RABBINO ISRAELIANO RASSON AROUSI ACCUSA IL SOMMO PONTEFICE DI AVERE PRONUNCIATO FRASI DISPREGIATIVE SULLA TORAH

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Questa garbata nota di protesta del Rabbino Rasson Arousi ci riporta ai tempi e alle situazioni nelle quali Cristo Dio tuonava: «Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!» (Mt 23, 24). Mentre sui testi talmudici si rivendica il “sacro” diritto a oltraggiare nei peggiori modi Gesù Cristo, la Vergine Maria e la Cristianità.

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l’opera di Ariel S. Levi di Gualdo, Erbe Amare – Il secolo del Sionismo, Iª edizione Roma 2006, ristampa Roma 2021 a cura delle Edizioni L’Isola di Patmos

Su certe tematiche ho scritto un corposo saggio nel 2006 che mi impegnò per cinque anni di ricerche meticolose e approfondite. Mi riferisco al mio libro Erbe Amare – Il secolo del Sionismo, edito in ristampa dalle Edizioni L’Isola di Patmos nel 2021.

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Veniamo al fatto di attualità: alcune autorità religiose ebraiche del divin-sionistico e paradisiaco Stato d’Israele hanno lamentato che il Sommo Pontefice, nella meditazione durante l’udienza dell’11 agosto, avrebbe espresso un invito a superare la Legge ebraica giudicandola obsoleta. Si tratta di una interpretazione ardita delle vergini vilipese che ha quasi il sapore del processo alle intenzioni.

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Il comitato verginale ebraico ha scritto al Cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani e responsabile della Commissione per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo. Nella sua lettera, il Rabbino Rasson Arousi, Presidente della Commissione del Gran Rabbinato d’Israele per il Dialogo con la Commissione cattolica preposta al dialogo con l’Ebraismo, esprime preoccupazione per le parole del Sommo Pontefice, che a suo dire avrebbe presentato la fede cristiana come un superamento della Torah, sostenendo che quest’ultima «non dà più vita, e ciò implica che la pratica religiosa ebraica nell’era attuale è obsoleta».

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Cosa ha espresso veramente il Sommo Pontefice? Di fatto sarebbe “colpevole” d’aver commentato in questi termini la Lettera ai Galati del Beato Apostolo Paolo:

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«[…] l’Apostolo spiega ai Galati che, in realtà, l’Alleanza con Dio e la Legge mosaica non sono legate in maniera indissolubile e la Legge non è alla base dell’Alleanza perché è giunta successivamente, era necessaria e giusta ma prima c’era la promessa, l’Alleanza. Sono fuori gioco quanti sostengono che la Legge mosaica sia parte costitutiva dell’Alleanza. No, l’Alleanza è prima, è la chiamata ad Abramo. La Torah, La legge in effetti, non è inclusa nella promessa fatta ad Abramo. Non si deve però pensare che san Paolo fosse contrario alla Legge mosaica. No, la osservava. Più volte, nelle sue Lettere, ne difende l’origine divina e sostiene che essa possiede un ruolo ben preciso nella storia della salvezza. La Legge però non dà la vita, non offre il compimento della promessa, perché non è nella condizione di poterla realizzare. È un cammino che ti porta avanti verso l’incontro» [Testo integrale della catechesi].

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Se sulle parole di questa esegesi impeccabile le vergini si sono sentite violate, è solo perché non conoscono i Santi Vangeli e non intendono conoscerli e studiarli, bensì solo usarli nelle loro yeshivot ortodosse (scuole rabbiniche) per rivolgere ogni genere di insolenza al Cristianesimo e a quel grande ממזר (mamazer, bastardo) di Gesù di Nazareth, nato da una prostituta che se l’era spassata con un soldato romano. Perché questo è ciò che insegnano le vergini vilipese nelle scuole rabbiniche della rigida ortodossia, in particolare in quelle delle comunità dei Kassidim (cfr. Kallah, 1b-18b, Sanhedrin 67a, Chagigah 4b, Beth Jacobh, fol 127, Sanhedrin 103a, Sanhedrin 107b.).

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Come spiego nel mio saggio, l’Ebraismo, come l’Islam, non sono dei fenomeni unitari ma estremamente frammentati, composti da comunità e scuole di pensiero in perenne lotta tra di loro. Basti dire che alcune comunità ortodosse non consumano i cibi dichiarati כַּשְׁר (kasher, consentiti, puri) dai rabbini ortodossi di altre comunità, o le carni degli animali macellati secondo la שחיטה (Shecḥitah) la macellazione degli animali le cui carni sono consentite.

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Quando certi soloni romantici della Santa Sede mi hanno detto «abbiamo dialogato con l’Ebraismo». Per tutta risposta ho sempre chiesto: «Con quale tra i tanti ebraismi del mondo pensate di avere dialogato? Perché si va dagli ortodossi divisi in sette agli ultra-ortodossi più divisi ancora al loro interno; dalle comunità conservative a quelle riformate, dagli ebrei liberal agli ebrei ultra-liberal che hanno rabbine lesbiche che uniscono in matrimonio coppie gay. Quindi, con quale Ebraismo pensate di avere dialogato?». Perché questo è il punto: certi cattolici, soprattutto ecclesiastici e biblisti onorici, ormai ubriachi di non meglio precisati dialoghi, pronti a dialogare con tutto fuorché con ciò che è cattolico, perdono da sempre di vista che l’Ebraismo non ha una autorità centrale e una interpretazione univoca della Torah e del Talmud.

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Chiarito il tutto è presto detto: i giornali che oggi titolano che il mondo ebraico ha sollevato una protesta, forse pensano che il papato ebraico con sede nel divin-sionistico e paradisiaco Stato d’Israele abbia fatto sentire la propria voce? In verità si è levata solo la voce di un rabbino che rappresenta la propria setta facente parte della variegata galassia del frammentato e litigioso mondo ebraico. Volete una prova di tutto questo, legata proprio al divin-sionistico e paradisiaco Stato d’Israele? Presto detto: ci sono sette ebraiche legate perlopiù all’ortodossia più rigida che questo Stato non lo riconoscono, ma considerano la sua fondazione una autentica blasfemia. Tra i diversi di questi gruppi cassidici noti come haredim, i più accaniti sono i נטורי קרתא (Neturei Karta), che pur vivendo al suo interno e beneficiando di tutte le prebende che la legislazione di quel Paese riconosce ai religiosi, inclusa l’esenzione dal servizio militare obbligatorio, non ne riconoscono in alcun modo la legittimità e l’esistenza.

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Speriamo che il Cardinale Kurt Koch non sortisca fuori, per tutta risposta, con un messaggio improntato sulle scuse, perché se lo facesse offenderebbe i cattolici, quindi noi presbiteri e studiosi che abbiamo dedicata la nostra esistenza allo studio per istruire, formare e illuminare il Popolo di Dio sempre più allo sbando.

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La garbata nota di protesta del Rabbino Rasson Arousi ci riporta ai tempi e alle situazioni nelle quali Cristo Dio tuonava:

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«Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!» (Mt 23, 24).

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Proviamo adesso ad accennare a qualche cammello, perché, a parte Gesù Cristo presentato nel libello delle Toledot Yeshu come un bastardo nato dall’atto impuro di una prostituta, la figura del nostro Divino Redentore è variamente vilipesa in vari passi del Talmud Babilonese, con le vergini illibate vilipese che certe pagine le insegnano nelle Scuole rabbiniche ortodosse a sommo spregio della Cristianità. Ma c’è di più: dopo che nei secoli passati il Talmud fu dato varie volte alle fiamme per certi suoi contenuti blasfemi, i Rabbini purgarono nelle successive edizioni certe espressioni rendendole vaghe e rimandando le spiegazioni dettagliate all’insegnamento dato a voce. Poco dopo la nascita del divin-sionistico e paradisiaco Stato d’Israele, quelle espressioni blasfeme furono tutte ripristinate nella forma originaria e tutt’oggi sono fonte di insegnamento e trasmissione da parte delle principali scuole dell’ortodossia ebraica. A tal proposito, il Rabbino Rasson Arousi ha da dirci e spiegarci niente, mentre è intento a gemere per l’oltraggio alla verginità?

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Le vergini vilipese romane ― per passare a un altro cammello, tutto nostro, nostrano ― che tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del Duemila dirigevano il mensile ebraico Shalom della Comunità Ebraica di Roma, hanno massacrato in modo metodico e continuato nel tempo la figura del Sommo Pontefice Pio XII (cfr. Erbe Amare – Il secolo del Sionismo, cit. pag. 279-365), pubblicando e diffondendo falsi storici a tal punto grotteschi che diversi storici ebrei di chiara fama e reputazione scientifica intervennero da varie parti del mondo, per prendere le distanze da certe notizie nate da pura e umorale invenzione, o meglio: da palese odio verso la Cristianità. In Italia, tra i vari ebrei che intervennero a difesa della figura di Pio XII, basti menzionare Paolo Mieli, che senza esitare dichiarò: «I miei morti non li metto in conto a un non colpevole» (cfr. «In difesa di Pio XII – Le ragioni della storia», L’Osservatore Romano, edizione del 14 giugno 2009).

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Passiamo a un altro cammello partorito e poi ingoiato dalle vergini vilipese: nel 2007, S.E. Mons. Antonio Franco, Nunzio Apostolico nello Stato d’Israele, annunciò con un comunicato ufficiale che «non avrebbe partecipato a una celebrazione sulla Shoah presso il Museo Yad Vashem dove si trova collocata una foto di Pio XII con una didascalia che lo colloca tra i principali Capi di Stato razzisti» (Cfr. Erbe Amare – Il secolo del Sionismo, cit. pag. 359).

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In conclusione affermo, in scienza e coscienza, che il Rabbino Rasson Arousi è semplicemente un ignorante nel senso etimologico del termine, vale a dire: ignora e, forse, intende anche ignorare l’intera letteratura evangelica, tanto pare impegnato a filtrare il moscerino e ingoiare il cammello. La risposta alle sue risibili proteste è infatti racchiusa nel passo del Santo Vangelo dove Cristo Dio afferma:

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«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» (Mt 5, 17).

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Questo è esattamente ciò che il Sommo Pontefice ha ricordato facendo l’esegesi di un’epistola paolina.

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Solo un ignorante arrogante può vergare note di protesta considerandoci colpevoli di credere per fede che Cristo verbo di Dio incarnato nel ventre della Beata Vergine Maria, morto e risorto il terzo giorno, asceso al cielo e assiso oggi alla destra del Padre, sia per noi il compimento, sia per noi l’inizio, il centro e il fine ultimo escatologico del nostro intero umanesimo. La nostra fede in Cristo non può costituire un insulto per gli ebrei permalosi, specie per coloro che nella loro letteratura e nei loro insegnamenti dissacrano la Cristianità in ogni modo e in ogni forma.

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A chiunque voglia approfondire questo complesso discorso rimando alla mia opera Erbe Amare – Il secolo del Sionismo.

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dall’Isola di Patmos, 27 agosto 2021

 

 

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Da Gino Strada all’insidiosa e nebulosa strada di Karl Rahner circa la teoria dei “cristiani anonimi”

— attualità ecclesiale —

DA GINO STRADA ALL’INSIDIOSA E NEBULOSA STRADA DI KARL RAHNER CIRCA LA TEORIA DEI “CRISTIANI ANONIMI”

il concetto dei “cristiani anonimi” è fallimentare e può servire da alibi, vale a dire come una coperta calda, ma a nulla più. Rivedrei invece piuttosto, come degno di approfondimento teologico il concetto di San Giustino del Lógos spermatikòs, i semi di verità che è possibile trovare anche in altre religioni e culture ma che hanno sempre nel Cristo la ragion d’essere e preparano a un cammino di conoscenza di Lui nella fede.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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beatificazione emotiva a “cadavere caldo”

Capita a volte che siano i nostri stessi Lettori a ispirarci articoli attraverso le loro domande. Così è accaduto di recente attraverso il quesito postato da un Lettore all’articolo che ho dedicato alla morte del Dottor Gino Strada.

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Gentili Padri.

Pur ammettendo di non conoscere per intero le vicende e la storia di Gino Strada, volevo chiedere: egli non potrebbe rientrare in quella schiera di “cristiani anonimi” teorizzati da Karl Rahner? Detta in altri termini, il famoso brano evangelico del «avevo fame, e mi avete dato da mangiare». Presuppone che chi dia da mangiare, da bere, etc. debba per forza avere la fede in Cristo? Capisco che è una questione complessa e discussa, tuttavia, a mio modesto parere, l’intuizione di Rahner sui cristiani anonimi non è del tutto da rigettare. Altrimenti si dovrebbe concludere che fare il bene, compiere il bene, sia esclusivo appannaggio dei credenti, ma sappiamo tutti che non è così. Conosco credenti (per lo meno, così si definiscono) tutti rosari e Sante Messe, ma totalmente privi di carità fraterna. Per citare il Vangelo: «non chi dice: Signore! Signore! Entrerà nel Regno dei Cieli».

Andrea

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Questa domanda mi offre la possibilità di chiarire ancor meglio la questione. Anzitutto il “cristianesimo anonimo” è una teorizzazione di Karl Rahner a un concetto di grazia che pericolosamente si avvicina al relativismo. È una convinzione che può far credere che in ogni esperienza spirituale, ogni sussulto di emotività, ogni azione filantropica, ogni esperienza religiosa si nasconda un marchio di cristianità e di salvezza. Nell’esperienza pastorale che noi sacerdoti vediamo quotidianamente, questo concetto si può tradurre così:

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«Anche se non vado a Messa, non mi confesso, non prego, è sufficiente fare qualche opera buona e non odiare nessuno per essere apposto».

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Oppure, per quelli dichiaratamente atei, non credenti o semplicemente confusi la questione suona così:

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«Faccio più bene io di tanti cristiani che giudicano […] non serve essere cristiani per amare il prossimo e fare il bene […] io rispetto tutti, tollero tutti, sono per l’amore per tutti e sono più cristiano io di quelli che mangiano ostie».

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Al centro di questo modo di ragionare sta un concetto intimistico di fede, che ama ma senza compromettersi, crede ma senza schierarsi, agisce ma senza prendere posizione. Nel Santo Vangelo, invece, troviamo queste parole:

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«L’opera di Dio è questa: che crediate in colui che egli ha mandato» [Cfr. Gv 6, 29].

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Questa è una posizione ben diversa che ti porta a dare a Cristo il primato su tutta la tua esistenza e riconoscerlo come unico Salvatore [Cfr. Dichiarazione Dominus Iesus], come inizio, centro e fine ultimo del nostro intero umanesimo, non certo uno tra i tanti messo nella vetrina degli dèi delle varie credenze, perché Cristo è la totalità, l’unica via, verità e vita [Cfr. Gv 14, 6]. Credere e accettare Cristo significa anche agire come egli ha agito come vediamo nell’amore verso il nemico fino al dono totale della propria persona. Il Beato apostolo Paolo dice nella Lettera ai Romani che:

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«[…] mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi» [Cfr. Rm 5,8].

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Parole che equivalgono a dire: Cristo mi ha amato quando ancora ero, non amabile ma empio, separato da Dio. Il banco di prova, è proprio questo, è l’amore al nemico che mi porta a sacrificare la vita. E sia chiaro, questa è una cosa che si può fare solo sotto la grazia dello Spirito Santo e con un cuore libero e disinteressato.

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A parer mio il concetto dei “cristiani anonimi” è fallimentare e può servire da alibi, vale a dire come una coperta calda, ma a nulla più. Rivedrei invece piuttosto, come degno di approfondimento teologico il concetto di San Giustino del Lógos spermatikòs, i semi di verità che è possibile trovare anche in altre religioni e culture ma che hanno sempre nel Cristo la ragion d’essere e preparano a un cammino di conoscenza di Lui nella fede.

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Molto chiara su questo tema la costituzione pastorale del Concilio Vaticano II:

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«[…] l’azione salvifica di Gesù Cristo, con e per il suo Spirito, si estende, oltre i confini visibili della Chiesa, a tutta l’umanità. Parlando del mistero pasquale, nel quale Cristo già ora associa a sé vitalmente nello Spirito il credente e gli dona la speranza della risurrezione, il Concilio afferma: «E ciò non vale solamente per i cristiani ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo infatti è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» [Cfr. Gaudium et spes, n. 22].

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La Dichiarazione Nostra Aetate, a proposito delle religioni non cristiane afferma:

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«La Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini. Tuttavia essa annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è “via, verità e vita” [Gv 14,6], in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose [Cfr. 2 Cor 5,18-19].

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Benché questo testo sia chiaro, all’interno del mondo cattolico ci sono purtroppo alcune frange che accusano il Concilio stesso di avere «aperto al relativismo» (!?). A questi custodi di una non meglio precisata “tradizione”, basterebbe ricordare che cosa scriveva, un secolo avanti, un Sommo Pontefice al di sopra di ogni possibile sospetto, per l’esattezza il Beato Pio IX:

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«A voi è assai noto che quelli i quali per ignoranza invincibile non conoscono la nostra religione, ma conoscono la legge naturale e i suoi precetti da Dio scolpiti nei cuori di tutti e sono disposti ad ubbidire a Dio e conducono una vita onesta, questi con l’aiuto della luce e della grazia divina possono conseguire la vita eterna; perché Dio, il quale vede, scruta e conosce le menti, gli animi, i pensieri, le disposizioni di tutti, per ragione della sua somma bontà e clemenza non può assolutamente permettere che sia punito con eterni supplizi chi non sia reo di colpa volontaria» [Enciclica Quanto conficiamur moerore, 10 agosto 1863].

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Molto altro vi sarebbe da aggiungere, ma su questo tema ha scritto in modo dettagliato e approfondito Padre Ariel S. Levi di Gualdo in un suo articolo del novembre 2014, dove anzitutto chiarisce il concetto di mezzi ordinari e mezzi straordinari di salvezza, proprio per dissipare certe nebulosità rahneriane. Meriterebbe leggerlo.

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Quanto al famoso Discorso Escatologico che troviamo in Matteo capitolo 25, esso consta di tre parabole che devono essere lette unite per capirle altrimenti si rischia di far dire al testo sacro quello che non vuol dire. Il famoso brano del giudizio [Cfr. Mt 25,31-46] in cui vengono premiati coloro che non conoscono Dio; eppure, fanno opere di misericordia. In questo caso il riferimento è ai pagani, a quelli a cui la Rivelazione non è stata ancora presentata, a coloro che seguono una morale naturale senza porsi il problema di Dio o che lo ignorano in maniera non colpevole, perché non ne hanno ricevuto l’annuncio, pertanto non lo conoscono e quindi non lo rifiutano. Casi come questi erano numerosi ai tempi della Chiesa primitiva. Oggi, questo discorso non può più porsi, in quanto a tutti è stato annunciato Cristo e tutti hanno avuto modo di accettarlo o di rifiutarlo. Se lo accetto metto a frutto i talenti ricevuti che sono di Dio e che servono affinché io lo conosca di più e lo goda pienamente [Cfr. Mt 25,14-30]; se lo rifiuto faccio come le vergini stolte [Cfr. Mt 25, 1-13] che lasciano che la loro fede si assopisca e si spenga non riconoscendo il tempo in cui lo Sposo si è presentato a loro.

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Queste tre parabole si riferiscono storicamente a tre categorie di persone: gli antichi ebrei, i cristiani e i pagani. Per concludere, il bene o l’amore non è ad dei credenti ma l’amore eroico che dona la vita sì, altrimenti se così non fosse l’esempio di San Massimiliano Kolbe non avrebbe senso. Lui che si è immolato per un padre di famiglia che in quel campo di concentramento di Auschwitz sarà stato senz’altro circondato da diversi “cristiani anonimi” e brave persone, ma nessuno di loro si è presentato per salvarlo, tranne un frate francescano, che ha agito per Cristo, con Cristo e in Cristo. E questo la dice lunga sulla differenza tra la filantropia e il grande carisma della carità.

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Laconi, 19 agosto 2021

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