Buonismo filantropico e carità. Dinanzi alla morte di Gino Strada siamo chiamati a pregare, davanti alla sua opera, al suo pensiero, alla sua immagine di volto laico lasciateci il diritto di critica e di dubbio

— attualità ecclesiale —

BUONISMO FILANTROPICO E CARITÀ. DINANZI ALLA MORTE DI GINO STRADA SIAMO CHIAMATI A PREGARE, DAVANTI ALLA SUA OPERA, AL SUO PENSIERO, ALLA SUA IMMAGINE DI VOLTO LAICO LASCIATECI IL DIRITTO DI CRITICA E DI DUBBIO

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Madre Teresa di Calcutta, senza le cospicue entrate di una ONG come Emergency ― che per il solo Afghanistan ha potuto beneficiare di 60 milioni di euro in 10 anni ― è riuscita a portare nei sobborghi dell’India pace e assistenza. Ponendosi come discepola di Cristo dentro guerre sanitarie e sociali dilanianti, altrettanto spaventose e perverse come quelle combattute da Emergency. Con una differenza importante però, che molti cattolici ancora ignorano volutamente, quello che per il Dottor Gino Strada e Emergency è filantropia laica abbronzata alla luce dei riflettori, per la piccola suora albanese è nascondimento ed eroicità della Charis in cui la grazia fatta persona viene identificata con Cristo.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Il grande cantautore genovese Fabrizio De André canta in un suo celebre brano degli anni Sessanta:

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«Quando la morte mi chiamerà, nessuno al mondo si accorgerà, che un uomo è morto senza parlare, senza sapere la verità, che un uomo è morto senza pregare, fuggendo il peso della pietà» [Il Testamento, 1966].

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La morte del Dottor Gino Strada mi ha riportato alla mente questi versi. Davanti alla morte ogni uomo resta solo. Ma, sia detto chiaramente, davanti alla morte ogni uomo resta solo davanti a Dio, che è il solo che può decretare il giusto senso è spessore a una intera esistenza, senza bisogno che in terra ci si preoccupi di organizzare il teatrino delle canonizzazioni per direttissima. Chirurgo e fondatore della potente ONG Emergency, è stato l’icona del filantropismo laico moderno, ateo e militante convinto [Cfr. QUI]. Personaggio carismatico, quanto controverso; amato e osteggiato da diversi fronti e spesso anche dagli stessi suoi colleghi medici che hanno sollevato diverse perplessità sulla sua “disinteressata attività umanitaria”.   

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Fin dalla giovinezza è stato un appassionato esponente della sinistra, zelante appartenente del Movimento Studentesco dell’Università Statale di Milano in cui ― in quegli scellerati Anni di piombo ― non si andava troppo per il sottile quando si doveva reprimere un pensiero diverso da quello politicamente imposto o si doveva mettere in riga un avversario dissidente. Lo stesso Gad Lerner ― ex manganellatore di Lotta Continua, passato poi sulle colonne del giornale padronale di Casa Agnelli e appresso alla direzione del Tg1 [Cfr. QUI, QUI] ― ricorda l’amico in quegli anni in cui Strada ha rappresentato:

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«[…] la Milano migliore e il Sessantotto migliore, è la dimostrazione che l’utopia non è ingenuità ma fede creatrice […] me lo ricordo in manifestazione con il casco in testa prima che col camice verde del medico di guerra» [Cfr. QUI].

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Non ci si sarebbe potuti aspettare nulla di diverso da una corrente marxista-leninista-stalinista-maoista come quella frequentata dal giovane Gino Strada negli anni Sessanta e Settanta del Novecento. A quanto ne sappiamo, il defunto chirurgo non ha mai rinnegato quel passato dal radicalismo burbero e litigioso, anzi ci sarebbero ragioni per credere che la sua bellicosità e tenacia filantropica, unita a una ben nota violenza verbale che di quando in quando si manifestava ai suoi oppositori, sia nata proprio in seno a quel periodo, sebbene dopo ci sia stata la conversione che dall’eskimo lo ha condotto alle colombe bianche, alle bandiere multicolori, al rispetto altrui e al ramoscello d’ulivo ultrapopulista [vedi QUI, QUI].

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La sua morte ha suscitato un coro di elogi sperticati che difficilmente ritroviamo per altri filantropi soprattutto da una certa frangia del mondo cattolico che nella persona del serafico Fra Enzo Fortunato non può che tesserne gli elogi [Cfr. QUI] e che con Don Vitaliano Della Sala non può che commuoversi al suo ricordo proponendolo come initium fidei per gli increduli e per coloro che desiderano scoprire Dio [Cfr. QUI]. Invece per Pax Christi, nota associazione nata cattolica e morta di sinistra, Gino Strada è un artigiano di pace [Cfr. QUI].

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Per carità, tutte le opinioni sono lecite e i pensieri degni di essere espressi, eppure cari Lettori, non so voi, ma a me l’intera questione non convince. E non convince perché questi testimonial cattolici di primo piano non hanno proferito verbo alle dichiarazioni di qualche tempo fa sui “lati oscuri” e sulle “zone d’ombra” di cui è stata illecitamente sospettata, se non addirittura apertamente accusata Madre Teresa di Calcutta [Cfr. QUI, QUI] che ― mi sia concesso il gioco di parole ― ha senza dubbio fatto più strada di Strada sulla via delle opere umanitarie e di carità tanto da ottenere nel 1979 il Premio Nobel per la Pace che ora vorrebbero dare postumo al dottore di Emergency [Cfr. QUI]. Purtroppo, Madre Teresa ha avuto l’imperdonabile difetto di essere stata una religiosa cattolica, nemica dichiarata del peccato e dell’ateismo laico, così come di tutti quei cavalli di battaglia cari alla sinistra moderna che se da un lato parla di pace dall’altro la toglie attraverso la sponsorizzazione dell’aborto, dell’eutanasia e la dissolvenza meticolosa dell’istituzione familiare naturale.

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Madre Teresa, senza le cospicue entrate di una ONG come Emergency ― che per il solo Afghanistan ha potuto beneficiare di 60 milioni di euro in 10 anni [Cfr. QUI] ― è riuscita a portare nei sobborghi dell’India pace e assistenza. Ponendosi come discepola di Cristo dentro guerre sanitarie e sociali dilanianti, altrettanto spaventose e perverse come quelle combattute da Emergency. Con una differenza importante però, che molti cattolici ancora ignorano volutamente, quello che per il Dottor Gino Strada ed Emergency è filantropia laica abbronzata alla luce dei riflettori, per la piccola suora albanese è nascondimento ed eroicità della Charis in cui la grazia fatta persona viene identificata con Cristo, pane eucaristico che le Suore di Carità adorano quotidianamente e lungamente prima di approcciarsi a poveri, malati ed emarginati. È questa la differenza fondamentale che passa tra Chiesa e Centro Sociale, tra carità e filantropia, tra Agape e Philia.

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Il testamento che il Dottor Gino Strada lascia al mondo è controverso e fugge il peso della cristiana pietas, come direbbe De André e, sebbene tanti cercheranno di farlo rientrare nel novero dei grandi italiani da lodare e idolatrare ― così come è stato fatto per la propagatrice del diritto all’aborto e all’eutanasia Emma Bonino [Cfr. QUI] ― noi sappiamo che le cose stanno diversamente e ci riserviamo il diritto di dissentire. Sì, lasciateci dire quello che non ci piace, lasciateci esprimere le nostre perplessità, anche davanti alle lodi del Dottor Gino Strada, permetteteci di fare il nostro personale cerimoniale austroungarico di lutto pronunciando un solenne «Ignosco» ― non lo conosco ― davanti a quel feretro, affinché venga riconosciuta quella fragilità che apre alla possibilità di redenzione anche nell’ultimo istante della vita.

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Ovviamente i più strenui assertori della correttezza e del rispetto tout court sosterranno che non è più il caso di inveire portando fuori gli scheletri del passato di un defunto. Scheletri che, diciamolo pure, oramai non troviamo più neanche dentro gli armadi perché sono esibiti bellamente in espositori e mostrati a tutti con orgoglio luciferino. E poi, la Sinistra pacifondista e politicamente corretta ha ripulito da anni il vero vissuto e quindi le biografie di numerosi loro personaggi-idolo …

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Tanta delicatezza è senza dubbio comprensibile, ed è una sorta di onore delle armi a colui che è stato sconfitto dalla morte e che, come ammonisce Jacopone da Todi in una sua lirica, pone termine ad ogni orgoglio e velleità: «Quando t’alegri, omo d’altura, va’ puni mente a la seppultura». Tuttavia, questo privilegio viene prontamente negato quando i kompagni, a cui Gino Strada ha sempre guardato con benevolenza e ispirazione, devono sbaragliare gli avversari di sempre. Allora, in questo caso, si scoprono non solo estimatori del passato di coloro a cui si vogliono fare le pulci ma anzi ne diventano interpreti e giudici stigmatizzando il peccato altrui, così come è stato tante volte nei riguardi della Chiesa e dei preti [Cfr. QUI].

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In questo caso non si perde tempo a gettare discredito sulla sacralità e sull’insensatezza della religione cristiana, riportando alla luce ogni minimo errore o scandalo pruriginoso e concludendo con Nietzsche che Dio è senza dubbio morto, così come va cantando da più di cinquant’anni il kompagno Guccini. E se giustamente di Benito Mussolini è vietato affermare che, tra gli innumerevoli disastri come dittatore, ha fatto anche cose buone; dei dittatori di sinistra restano solo le cose buone. Obliando i disastri che questo pensiero ha compiuto e che sono tanti e tali a quelli compiuti dal fascismo con la differenza della superiorità intellettuale che da diversi anni li contraddistingue.

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Abbiamo persino udito, ai vari talk show televisivi, esponenti della Sinistra impegnati a farsi beffa di qualche esponente politico che manifestava certi sentimenti cristiani ― sinceri o non sinceri questo non ci è dato sapere, non potendo nessuno di noi leggere le coscienze altrui ― perché colpevole di essere divorziato risposato. Salvo dichiarare pochi minuti dopo, nel prosieguo dei loro discorsi, che l’aborto è una grande conquista sociale e l’eutanasia un atto di “misericordia”, oppure sostenendo la legittimità del “matrimonio” tra coppie dello stesso sesso, il tutto ― ripeto ― dopo essersi fatta beffa del politico di opposizione in quanto … divorziato risposato (!?).

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La morte del Dottor Gino Strada assomiglia più a una apoteosi degli antichi imperatori romani, in cui non c’è ombra di peccato e la cui assunzione al cielo è scontata. Lui, l’uomo che ha fatto solo bene: Roma locuta, causa finita! Lui, l’uomo che è stato santificato da una certa sinistra che ha bisogno di un proprio credo, di dogmi, liturgie e ovviamente di propri santi. E chi si dovesse azzardare a muovere qualche critica, a sollevare qualche dubbio o magari ad avere un parere diverso è senza dubbio un criminale, un nemico della pace, una brutta persona, insensibile e senza cuore, insomma un autentico pezzo di merda, lemma usato più volte dal Padre della lingua italiana: «[…] vidi un col capo sì di merda lordo», scrive nella Commedia il Sommo Poeta Dante per indicare ruffiani e seduttori [Cfr. Inferno, 116].

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Così è capitato all’editorialista dell’Unità, Fabrizio Rondolino che in un suo tweet definisce Emergency «un’organizzazione politica antioccidentale mascherata da ospedale ambulante che va isolata e boicottata» [Cfr. QUI; QUI]. Rondolino non è certo quello che oggi potremmo definire un uomo di destra o un baciapile; eppure, anche lui è stato stretto alle corde e isolato per aver toccato l’intoccabile [Cfr. QUI]. Ebbene, vi sembra tutto normale? A me no. E personalmente desidero muovere i miei dubbi, portare delle critiche, sostenere la tesi dell’avvocato del diavolo. E lo faccio nei confronti del Dottor Gino Strada non come uomo ormai defunto a cui va la mia preghiera, ma al personaggio pubblico e volto mediatico della laicità verso il quale si può e si deve applicare il diritto alla critica in quanto viviamo ancora in un paese democratico.

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Perché un santo ― anche quando proviene dal laicismo ― è costretto a passare la prova delle opere, solo così potrà concedere i sospirati miracoli, solo così la sua credibilità ne risulterà rafforzata, altrimenti sarà solamente un povero martire così come usano dire gli amici bergamaschi. E allora vediamo queste opere del chirurgo Strada, analizziamo le sue virtù di Emergency. Mi permetto di dire che nel mondo e in Italia abbiamo tanti medici sconosciuti ai più che non hanno avuto la sua stessa fortuna di visibilità e di introiti ma che sono rimasti ugualmente fedeli al giuramento di Ippocrate. Medici che ritroviamo a salvare vite umane in una corsia di ospedale di provincia, dentro la guerriglia delle periferie esistenziali moderne, con turni massacranti, colleghi privi di scrupoli e di eticità, strutture fatiscenti e inadeguate, con una sanità pubblica al limite dello sbando. Medici che continuano a fare i medici in Italia, sacrificando famiglie e figli e che nelle loro ferie stanno gratuitamente negli ambulatori della Caritas di Roma o in quelli dell’Opera San Francesco per i Poveri di Milano. Che non percepiscono certo l’appannaggio di un chirurgo di guerra con esperienza, vale a dire circa 3 mila euro al mese [Cfr. QUI] ma anche qui le stime si confondono nell’indeterminatezza delle entrate di Emergency [Cfr. QUI].

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Difficilmente troverete questi medici nei salotti bene della TV, seduti su morbidi cuscini di quel politicamente corretto del kompagno Fabio Fazio. Uomini in camice bianco che non hanno il patronato di una rappresentativa e danarosa ONG alle spalle che, seppur contraria alla guerra, di fatto campa proprio grazie alla guerra e alle disgrazie altrui. Cosa che a me ricorda molto da vicino il bellissimo e significativo film di Alberto Sordi del 1974: Finché c’è guerra c’è speranza [Cfr. QUI]. Dice il Dottor Gino Strada «Io non sono pacifista, sono contro le guerre». Certo Dottore, lei ha saputo sapientemente scegliere quali guerre combattere e quali guerre evitare, dentro un calcolato doppiopesismo che qualcuno ha avuto la bontà di rilevare [Cfr. QUI] e che resta del tutto ignoto a molti suoi colleghi che, al limite del collasso, non hanno nessuna alternativa di scelta. O bere o affogare. O dobbiamo forse concludere che per essere considerati veri medici è necessario salire a bordo di una nave ONG o servire dentro un ospedale di guerra?

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L’idealismo va bene fino a un certo punto, lo comprendo e lo incoraggio in un ventenne ma dopo si rischia l’illusione dell’utopia che ha fatto affermare a Vauro Senesi:

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«[…] oggi è morto un utopista convinto che la pace sia un’utopia realizzabile con la volontà e con la passione. Oggi è morto un sognatore che tentava di praticare i sogni. Oggi è morto un realista certo che la pace non si costruisce con le armi» [Cfr. QUI].

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L’utopia è tale perché è irrealizzabile e quando l’uomo si sforza di realizzarla succedono i disastri. Gli stessi disastri di chi prova a fare Dio presumendo di eliminare con le sue proprie forze la povertà, la morte, la malattia, la guerra e sofferenza.

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Il Dottor Gino Strada ha prestato soccorso a tante persone nei territori di guerra è vero, ma non meno hanno fatto e stanno facendo i suoi colleghi in Italia salvando donne e bambini dall’aborto, malati terminali dalla dolce morte eutanasica, poveri derelitti che non possono pagarsi uno specialista che chiede dalle 200 alle 500 euro per una visita o per un esame diagnostico che non può attendere sei mesi di lista d’attesa per essere espletato.

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Santifichiamo pure le opere di Gino Strada e di Emergency purché insieme a lui ci siano anche i nomi e i cognomi di tanti altri medici sconosciuti, altrimenti rischiamo la propaganda e visibilità politica, motivo questo per cui in futuro Strada sarà ancora idolatrato. Eppure queste cose un filantropo le dovrebbe fuggire, ma che volete, non esistono più i filantropi di una volta.

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A chi parla in modo inappropriato, anzi del tutto a sproposito di carità, abbinando a un ateo dichiarato questa parola, indicata dal Beato Apostolo Paolo come la più alta e fondamentale delle virtù teologali [Cfr. I Cor 13, 13], basterebbe ricordare il severo monito di Gesù Cristo:

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«[…] se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» [Cfr. Mt 5, 46-48].

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Ecco spiegata la differenza sostanziale che corre tra il filantropismo e il buonismo ideologico e la carità cristiana, che sta assieme alla fede e alla speranza, ma che di tutte e tre è la più importante. È un messaggio non facile da far comprendere al nostro esercito di cattocomunisti confusi, ma noi Padri de L’Isola di Patmos, nell’esercizio della nostra opera apostolica, non cesseremo mai di spenderci, con tutte le nostre forze umane e spirituali, per cercare di far capire che il filantropismo buonista lo fanno anche gli atei, mentre invece, la carità, possono farla solo i veri cristiani.

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«La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene» [Rm 12, 9].

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Laconi, 16 agosto 2021

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I vaccini anti-covid19. Quella morale e quella carità cristiana ignota a quei turbolenti “cattolici antivax” che urlano sui social media come pescivendoli al mercato rionale

—  Attualità ecclesiale —

I VACCINI ANTI-COVID19. QUELLA MORALE E QUELLA CARITÀ CRISTIANA IGNOTA A QUEI TURBOLENTI “CATTOLICI ANTIVAX” CHE URLANO SUI SOCIAL MEDIA COME PESCIVENDOLI AL MERCATO RIONALE

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Il Cattolico ha il dovere morale di vaccinarsi per un senso di profonda responsabilità nei confronti del genere umano, perché il genere umano è quel suo prossimo che non solo deve rispettare e tutelare, ma che deve proprio amare come se stesso. Cosa dura da far capire a soggetti ciechi e ottusi che hanno fondata la loro ideologia anti-scientifica anzitutto sul palese disprezzo per l’altro, che sia il singolo o che sia l’intera comunità scientifica mondiale. E simili atteggiamenti, per un cattolico, sono veramente e profondamente peccaminosi.

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terapia intensiva

A questo tema delicato i Padri de L’Isola di Patmos hanno dedicato il saggio: La Chiesa e il coronavirus. Emblematico il sottotitolo del libro: «Tra supercazzole e prove di fede. L’apostolato dei Padri de L’Isola di Patmos in tempo di pandemia», nato dalla riflessione di apertura in cui il teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci spiega il significato di supercazzola, termine assunto dal lessico filosofico per indicare giri di parole prive di senso. Seguono le riflessioni di tutti e tre, incluse quelle molto preziose del teologo cappuccino Ivano Liguori che ha trascorso anni della sua vita sacerdotale a prestare servizio nel grande polo ospedaliero di Cagliari, a contatto giornaliero con la vita umana, la malattia e la morte.

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Se prima era opportuno ricordare la nostra opera di saggistica, che sinceramente vi consigliamo in lettura, adesso è necessario articolare una premessa, prima di aprire la riflessione vera e propria.

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Il movimento dei cosiddetti antivax ha dei propri aderenti molto virulenti anche all’interno del nostro mondo cattolico, benché si tratti di cattolici a modo loro. Si va infatti dai catastrofisti millenaristi a quelli convinti della diabolica immoralità dei vaccini all’interno dei quali sono stati frullati i feti dei bambini abortiti (!?). Seguono quelli che identificano il vaccino col marchio della bestia che compare nella narrativa simbolica e a tratti ermetica dell’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni e altri che parlano dell’imminente lotta finale che vedrà il definitivo trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

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Se a questi vari estremisti novax del cattolicesimo fai-da-te spieghi che la Santa Sede non ha tardato a chiarire la moralità dei vaccini rispondendo anzitutto alla bufala dei feti di bimbi abortiti frullati al loro interno [vedere documento della Congregazione per la Dottrina della Fede], la risposta del catto-idiota integralista antivax non si farà attendere: «La Santa Sede ha ormai smarrito gli autentici valori del Vangelo e si è sottomessa ai poteri forti mondiali». Appresso seguono poi le contumelie sul Pontefice regnante da parte di molti appartenenti a questi gruppuscoli pseudo-cattolici che risolvono il problema alla radice mettendo direttamente in dubbio la validità della sua elezione al sacro soglio. Rifacendosi, anche in questo caso, a tutte le bufale che circolano da anni sulla fantastica invalidità dell’atto di rinuncia del Sommo Pontefice Benedetto XVI.

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Gli antivax che ritengono di essere cattolici sono tra tutti i peggiori, perché supportano le loro teorie strampalate con il soprannaturale, mentre gli antivax laicisti si basano su loro evidenti disturbi psicotici, oppure sui fanta-complotti, senza scomodare Dio Padre, il Verbo di Dio Incarnato, la Beata Vergine Maria e l’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni.

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L’esperienza maturata in questi tempi di pandemia ha insegnato, a me e ai miei confratelli redattori, che parlare con l’antivax è inutile, perché è chiuso al ragionamento e al senso critico. Si possono portare tutte le più logiche ragioni scientifiche, che egli rifiuterà sempre e comunque, sostenendo teorie assurde variabili dai complotti planetari sino alla inesistenza del Covid-19 chiamato ironicamente “pandemenza”, senza alcun rispetto per i vivi che si sono salvati e per la memoria di tutti coloro che sono morti e le loro famiglie ancora sofferenti per la perdita dei loro cari.

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L’antivaccinista ha però una risposta assurda sempre pronta: non nega che vi siano stati svariati milioni di morti in tutto il mondo, nega che siano morti per Covid-19, perché a suo dire non ne abbiamo alcuna prova. Inutile ricordargli i 793 morti in un solo giorno il 21 marzo 2021 e la triste fila di camion militari che trasportavano le salme fuori Bergamo dove non c’erano più luoghi di sepoltura e cremazione, perché l’antivaccinista ha una risposta pronta anche per questo: «Non è stato dimostrato che siano morti di Covid-19 perché non sono state eseguite le autopsie». Dinanzi a una simile risposta basata su granitiche convinzioni illogiche e anti-scientifiche, si può forse spiegare che non è possibile effettuare autopsie sulle salme di un numero simile di deceduti in un momento di emergenza senza precedenti come quello che abbiamo vissuto nel 2020, con gli ospedali che scoppiavano e il personale sanitario allo stremo delle forze? O che forse, anziché salvare la vita ai vivi, si doveva fare le autopsie ai morti? O che forse si è smarrito il ricordo di medici ultra ottantenni rientrati in servizio perché, a partire dai medici, il personale sanitario era stato messo fuori combattimento dal virus che aveva colpito anzitutto medici e para-medici? Spiegare tutto questo non serve purtroppo a niente, proprio perché l’antivax ha una risposta di smentita irrazionale pronta per tutto, mentre l’antivax pseudo cattolico ancora di più e ancora di peggio. Gli uni per un verso, gli altri per altro verso, si collegano ai loro siti e blog complottisti di fiducia e bevono di tutto e di più come delle oche alle quali sono stati dati granelli di sale in cibo.

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A questi soggetti impossibili da scalfire nelle loro radicali opinioni, ho tentato di narrare certe tristi esperienze fatte come sacerdote? Sì, l’ho fatto, narrando per esempio di essere entrato in una terapia intensiva con tutte le più alte cautele perché un amico medico, 52 anni d’età, era ad alto rischio di mortalità. E come desiderio, sapendo di essere prossimo alla morte, chiese di me. I suoi colleghi fecero un’eccezione, per questo ometto sia il luogo sia soprattutto il nome dell’ospedale. Non entrai propriamente dentro, ma rivestito di tuta, con mascherina, guanti e visiera agli occhi, lo vidi a mezzo metro al di là del vetro. Dall’interno le infermiere spinsero il letto a rotelle fino al vetro e una delle due attivò dall’interno il vivavoce del suo cellulare, altrettanto feci io col mio. Sorrisi all’amico e gli dissi: «vuoi domandare in cuor tuo perdono a Dio onnipotente e misericordioso per i tuoi peccati?». Lui bisbigliò per due volte: «… si … si …». Levando la mano dinanzi al vetro recitai: «Ego, facultate mihi ab Apostolica Sede tributa, et remissionem omnium peccatorum tibi concedo. In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti» (Per le facoltà a me conferite dalla Sede Apostolica ti concedo la remissione di tutti i tuoi peccati …). Mentre poi presi a recitare: «Per sacrosancta humanae reparationis mysteria, remittat tibi omnipotens Deus omnes praesentis et futurae vitae poenas, paradisi portas aperiat et ad gaudia sempiterna perducat». Incominciò a stravolgere gli occhi e a divenire cianotico. Le infermiere spinsero di nuovo il letto nella sua posizione e non vidi più nulla se non le spalle delle due e di altri tre membri del personale sanitario sopraggiunti di corsa. Quando dopo alcuni minuti si distaccarono da lui, uno di essi si volse verso di me scuotendo la testa. A quel punto vidi l’amico riverso sul letto con gli occhi stravolti e la bocca spalancata. Era morto, al di là del vetro, soffocato. 

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Ho narrato questo episodio a qualche antivax che vive di complotti e che ironizza sulla “pandemenza” da Covid-19? Certo, l’ho fatto, ma con questi risultati: una mi rispose affermando con gran sicurezza e sicumera che quella era la prova provata che con le intubazioni erano state ammazzate le persone, perché se non le avessero sottoposte a ventilazione artificiale non sarebbero morte. Un altro mi rispose che quelle erano delle morti causate volutamente per creare una grande instabilità socio-politica e per metterci tutti sotto controllo con una vaccinazione a tappeto. Evito di andare oltre con le risposte assurde che mi furono date, prive soprattutto di umano rispetto per i vivi e per i morti. Quale preparazione scientifica avevano queste persone? Da dove traevano le loro granitiche sicurezze? Semplice, saltano di blog in blog, tra complotti e teorie anti-scientifiche, senza che nessuno li possa scalfire, ecco da dove traggono le loro sicurezze. Ho mai consigliato loro di visionare il Sito ufficiale del Ministero della Salute o quello della Agenzia del Farmaco? Certo che sì, ma per l’antivax le uniche verità risiedono nelle pericolose dichiarazioni di quel cialtrone di Stefano Montanari e di quella vergogna d’italiano di Antonio Pappalardo, che dall’alto della sua carica di generale in pensione dell’Arma dei Carabinieri finì rinviato a giudizio per vilipendio del Capo di Stato. Questa la triste morale della favola: è inutile parlare con certe persone, invitarle alla ragione o ad ascoltare i pareri degli esperti che, lungi dall’essere infallibili, ne sanno di certo più dell’antivax privo di qualsiasi formazione scientifica, perché in ogni caso seguiteranno a nutrirsi di bufale sui social media. Parlare con loro è quindi una perdita di tempo che implica due diverse fatiche: prima si compie lo sforzo necessario per arrabbiarsi, poi si compie lo sforzo necessario per tranquillizzarsi.

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Interessante il rapporto nevrotico di queste persone quando fanno ricerche su internet, dove trovano solo ed esclusivamente ciò che vogliono trovare a suffragio delle loro opinioni, tutto il resto non esiste. Criticano in modo spietato i virologi — va da sé senza avere strumenti scientifici per farlo —, tacciandoli di essere servi dei poteri occulti o sul libro paga di quelli forti e manco a dirsi delle multinazionali farmaceutiche, ma nessuno di questi antivax ha mai letto i loro articolo scientifici, i dati statistici riportati o ascoltato le loro conferenze. L’antivax si è creato un mondo chiuso dal quale sostiene e diffonde senza pudore l’anti-scienza, criticando la scienza con metodi anti-scientifici grossolani, il tutto dopo essersi rifiutato di leggere, ascoltare e valutare le ragioni che la scienza porta, perché il suo mondo spazia appunto tra Stefano Montanari e Antonio Pappalardo, i due venefici soggetti di cui dicevo prima.

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Tentare di ragionare con un antivax è come voler parlare di rispetto per le diverse culture religiose con un fondamentalista islamista dell’Isis. In un primo momento si è pensato che gli antivax andassero trattati con empatia, vale a dire presi in giro bonariamente e altrettanto bonariamente messi in ridicolo per cercare di indurli a prendere atto di quanto strampalate e fuori da ogni criterio scientifico fossero le loro convinzioni. È stato però un errore, sarebbe bastato chiedere lumi a qualche esperto psichiatra per prendere atto che il fanatico invasato da fanatismo politico, o peggio ancora religioso o pseudo-religioso, oltre a non possedere una vena ironica e umoristica è del tutto privo di auto-ironia. Come unico punto di riferimento ha solo le convinzioni che si è formato e sulle quali non intende discutere, salvo diventare violento e aggressivo.

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Uso me stesso come esempio ricordando che di formazione sono teologo dogmatico e studioso della storia del dogma. È ovvio che per me i dogmi sono i pilastri fondanti della nostra fede. Ma non ho mai avuto problema a confrontarmi con persone e studiosi che considerano i dogmi delle pure e semplici invenzioni umane, costruiti e poi definiti da persone intelligenti, o da intere assise di persone intelligenti ― a partire dal primo grande Concilio di Nicea dell’anno 325 ― al fine di tenere in piedi l’impianto di quella fides catholica che certi studiosi non credenti, o atei, considerano elaborata a tavolino. Quindi che il Cristianesimo ebbe il successo che a partire dal IV secolo riscosse grazie all’Imperatore Costantino, che a suo modo ne fu per gran parte il creatore, non solo il sostenitore per interessi puramente politici. A fronte di questo e altro, perché io teologo e molti miei confratelli sacerdoti teologi, non abbiamo mai avuto problema ad avere questi scambi? Anzi, quasi sempre ne è nata stima reciproca e anche belle amicizie umane tra persone molto diverse tra di loro, pure se le une credono e le altre negano il tuo credo. Il tutto è avvenuto e seguita ad avvenire per il semplice fatto che dall’una e dall’altra parte non c’è mai stato un chiuso, ottuso e gretto atteggiamento integralista. L’antivax è invece il paradigma della persona chiusa, ottusa e gretta che struttura il suo sentire soggettivo su forme di pericoloso integralismo psicologico.

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Perché noi Padri de L’Isola di Patmos ci siamo subito vaccinati appena giunto il nostro turno? Due i principali motivi: il primo, perché la scienza ha indicato il vaccino come unico possibile rimedio per arginare o comunque limitare gli effetti del virus. E nessuno di noi ha conoscenze e competenze scientifiche per poter affermare che la scienza sbaglia, quindi abbiamo seguito, come tutti dovrebbero fare, il consiglio degli specialisti e degli uomini di scienza. Il secondo, perché come pastori in cura d’anime e come teologi abbiamo e viviamo interiormente ed esteriormente, in sostanza e forma, un profondo senso di responsabilità nei confronti del genere umano. Domanda: la scienza e gli uomini di scienza, possono sbagliare? Certamente, è accaduto più volte e accadrà anche in futuro, però, se proprio vogliamo concedere il beneficio dell’errore umano, meglio concederlo alla scienza e agli uomini di scienza che cercano di salvare le vite umane, anziché dare certi benefici a ignoranti arroganti privi dei fondamenti basilari di certe scienze mediche. E questa si chiama logica, si chiama comune buon senso, quello pressoché assente negli antivax ideologici e purtroppo anche in una fetta sempre più consistente di popolazione.

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Se con gli antivax non si può ragionare, allora in che modo si può interagire con loro, appurato scientificamente che l’unico sistema per ridurre i danni da Covid-19 è la vaccinazione di tutta la popolazione, checché ne possano dire costoro? Il problema è giuridico per quanto riguarda lo Stato laico, morale per quanto riguarda la nostra fede cattolica.

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Partiamo dallo Stato laico: abbiamo visto gruppi di antivax esaltati gridare «libertà, libertà!» sulle piazze per rivendicare il loro “diritto” del no al vaccino. La prima domanda che bisogna porsi è la seguente: per queste persone, che cos’è la libertà? Procediamo con gli esempi: vogliamo per caso incriminare per atti osceni in luogo pubblico una coppia che decide di avere un rapporto sessuale su una spiaggia affollata o sulla panchina di un luogo pubblico? Lo fanno perché si amano e per questo decidono liberamente di fare l’amore, è un loro diritto amarsi e fare l’amore, o no? Come può esistere nel 2021 un sistema così retrogrado e puritano che osa chiamare “atti osceni” la libertà che due persone hanno di amarsi? Dunque è presto detto: l’articolo 527 del Codice Penale non va semplicemente depenalizzato, ma proprio abolito come figura di reato. Come vedete la libertà è un concetto nel quale si può racchiudere di tutto, dal diritto di una coppia a copulare in un luogo pubblico al diritto assoluto e indiscutibile della donna di abortire un figlio, per seguire col diritto altrettanto assoluto e indiscutibile di praticare l’eutanasia. Tutti coloro che nel corso del tempo, in vari Paesi del mondo, hanno voluto trasformare la vita umana, la propria ma soprattutto quella degli altri, in un bene disponibile, lo hanno sempre fatto gridando due parole: «diritti» e «libertà». Ovviamente, nel nostro discorso, non sono in questione né l’aborto né l’eutanasia, ma la salute intesa come interesse collettivo. L’articolo 32 della Costituzione della Repubblica Italiana è molto chiaro:

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«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».

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In una situazione di pandemia, possono delle persone ledere la tutela della salute della collettività perché per loro motivazioni puramente irrazionali, anti-scientifiche e ideologiche rifiutano la vaccinazione? Lo stesso articolo 32 prosegue però a precisare:

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«Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

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La nostra Costituzione è chiara senza fraintendimento nell’indicare che la salute è un bene collettivo, ma che al tempo stesso nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, se non ai sensi di legge. Sono entrambi due punti fissi e rigidi. E proprio questo è il problema: bisogna stabilire in modo chiaro e preciso che coloro che rifiutano la vaccinazione per loro motivazioni puramente irrazionali, anti-scientifiche e ideologiche, o anche per forme di ignoranza radicata e invincibile, possono realmente recare un grave danno all’intera collettività. Il tutto deve essere provato però in modo molto rigoroso nel rapporto di causa ed effetto, tanto da poter invocare la obbligatorietà in virtù del fatto che nessun Paese liberale, democratico e veramente civile ha mai concesso che la male intesa idea soggettiva di “libertà” possa recare grave danno all’intera collettività. Personalmente ― ma il mio pensare, beninteso, è un’opinione che lascia il tempo che trova ―, credo che nella situazione attuale potrebbero ricorrere tutti gli elementi giuridici per imporre l’obbligatorietà della vaccinazione. Come però ripeto il tutto deve essere chiarito in punta di diritto nel modo più rigoroso possibile, evitando così di dare vita, in caso contrario, a un pericoloso precedente in virtù del quale si possa dichiarare domani non salutare la permanenza in vita di un malato terminale o la nascita di un bimbo affetto da sindrome di Down.

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Usando come esempio quello del buon pater familias, potremmo dire che lo Stato è un po’ come un genitore che avendo il dovere di tutelare una famiglia molto numerosa non può permettere in alcun modo che alcuni rechino grave danno a tutti gli altri. Certamente lo Stato non può agire come quel padre debole e smidollato che con un sorriso addolorato stampato in faccia prova in tutti i modi a convincere un figlio irragionevole e ribelle a non danneggiare gli altri, specie quando questo non considera ciò un danno ma piuttosto l’esercizio di un suo libero diritto. Può dunque ammonirlo una, due volte, ma alla terza eserciterà la sua potestas in modo coercitivo e lo obbligherà a fare quel che è doveroso faccia per non recare danno a tutti gli altri.

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In uno Stato come il nostro, formato perlopiù da politici affamati di voti come dei bulimici voraci, pronti a dimenticarsi gli Antonio Gramsci, i Palmiro Togliatti e gli Enrico Berlinguer che hanno caratterizzato il loro glorioso passato di Sinistra italiana, per piegarsi a un povero analfabeta come quel certo Influencer lombardo che muove dodici milioni di followers. Con, dall’altra parte, una Destra cosiddetta populista che misura la temperatura mestruale all’utero della piazza per cercare di capire come compiacerla e aumentare così in futuro il consenso elettorale, qualcuno vede per caso all’orizzonte uno Stato che possa agire con la sapienza del buon pater familias?

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Mi stupisco veramente del nostro Presidente della Repubblica e di tutti i politici che invitano le frange dei novax al senso di responsabilità, perché sarebbe come chiedere a un cieco di leggere la segnaletica stradale o a un sordo di apprezzare la voce della soprano Maria Callas. Per questo non capisco come mai la massima carica dello Stato e i politici dotati di buon senso perdano tempo inutilmente attraverso queste esortazioni che, come suol dirsi, possono sortire come unico effetto quello di intestardire ancora di più nell’irrazionale queste frange di persone. Occorre — a mio modesto parere — un deciso intervento legislativo. Non basta dire che senza green pass non si potrà entrare nei locali pubblici, quindi essere per ciò sottoposti a tutta una serie di limitazioni. Occorre di più: è necessario stabilire con preciso e deciso decreto legge che le persone contrarie alla vaccinazione per motivi ideologici-irrazionali, se contraggono il virus in forma grave dovranno pagare dalla prima all’ultima tutte le spese sanitarie, anche perché, un ammalato ricoverato in terapia intensiva, alla collettività nazionale dei pubblici contribuenti costa 2.000 euro al giorno di degenza. Una simile decisione sarebbe utile anche per evitare altre possibili e per nulla improbabili ingiustizie sociali, per esempio che una persona alla quale non è possibile somministrare il vaccino per sue gravi e complesse patologie, sia infettata dall’antivax che finisce poi ricoverato in terapia intensiva a spese della collettività, mentre per il malato al quale non poteva essere somministrato il vaccino non ci sarà posto per il ricovero. L’antivax uscirà dalla terapia intensiva e continuerà a parlare di complotti dei poteri forti, semmai denuncerà pure i medici che con la scusa della “pandemenza” hanno causato il danneggiamento dei suoi organi interni, mentre il malato al quale non era possibile somministrare il vaccino morirà, perché l’antivax gli ha rubato il posto nella terapia intensiva.

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A questi ideologi-irrazionali va chiesta e pretesa coerenza, se contraggono il virus della “pandemenza”, le soluzioni dovrebbero essere due: o si curano con la loro tanto esaltata medicina alternativa, con la naturopatia, l’omeopatia e i cocktail di aminoacidi e vitamine, oppure pagano le conseguenze del loro grido «libertà, libertà!» saldando tutte le spese ospedaliere. Domanda: si può, moralmente, negare le cure e il ricovero in terapia intensiva a una persona che non può pagarle? Penso di sì, anzi ritengo che sarebbe non solo possibile ma anche opportuno e risolutivo, basterebbe a tal proposito ricordare in che modo fu posta fine alla stagione dei sequestri di persona in Calabria e in Sardegna. Bloccando alle famiglie dei sequestrati i beni e rendendo impossibile il pagamento dei riscatti. Purtroppo alcuni sequestrati non fecero mai ritorno a casa né mai furono ritrovati neppure i loro cadaveri, però la stagione dei sequestri di persona si chiuse definitivamente. Da sempre, purtroppo, non solo è lecito, ma persino auspicabile e opportuno sacrificare in certe particolari situazioni una vita umana per salvarne altre mille dal rischio di morte. Questo principio all’apparenza disumano e crudele lo compresi verso la metà degli anni Novanta attraverso il racconto di un’anziana donna ebrea, madre di quattro figli, che dalla soffitta dove era nascosta con gli altri tre figlioletti vide in strada il figlio maggiore adolescente, uscito per degli approvvigionamenti — perché essendo adolescente destava minore sospetto — catturato dalle S.S. nell’inverno del 1943. Cosa avrebbe dovuto fare? Correre in strada urlando “ridatemi mio figlio!”, facendo in tal modo catturare anche gli altri tre, oppure finendo catturata anche lei e lasciando soli gli altri tre piccoli già orfani di padre? Le menti che vivono di passioni e che esprimono giudizi dettati da pure emozioni, quale soluzione logica, razionale e realistica darebbero dinanzi a un caso del genere?

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Concludiamo adesso con i peggiori: i novax che pensano di essere cattolici e che rivendicano il diritto di esserlo a modo loro, come del resto è tipico in tutte le forme espressive degli integralisti. Anzitutto che cosa vuol dire:

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«Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli»? [Sal 115, 15].

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Può voler dire molte cose, a partire dal fatto che nessuno, per egoismo e ideologiche convinzioni errate può mettere a rischio la vita dei fedeli, così preziosa agli occhi del Signore. E ancora:

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«Dammi intelligenza e osserverò la tua Legge; la praticherò con tutto il cuore. Guidami per il sentiero dei tuoi comandamenti, poiché in esso trovo la mia gioia» [Sal 119, 34-35].

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Come si conciliano queste parole con chi, come l’antivax pseudo cattolico fondmentalista, rifiuta invece l’intelligenza per elevare a legge la stoltezza illogica che ha deciso di far albergare in sé stesso? Anche l’ultimo degli integralisti pseudo-cattolici convertito alla moderna religione pagana dell’antivaccinismo ― salvo sentirsi cattolico integrale duro e puro ― è capace a recitare come una tiritera la frase impressa nel Libro del Levitico e poi riportata anche per bocca di Cristo Dio nei Santi Vangeli:

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«Non odierai tuo fratello nel tuo cuore; rimprovera pure il tuo prossimo, ma non ti caricare di un peccato a causa sua. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il Signore» [Lv 19, 17-18].

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Il cattolico fanatico convertito alla religione pagana dell’antivaccinismo, le parole delle Sacre Scritture e dei Salmi non è proprio in grado di recepirle. Se poi le legge, non riesce purtroppo a comprenderle. Il fratello è indubbiamente il nostro simile in carne e ossa, ma è anche un grande contenitore all’interno del quale sono racchiuse tutte le specie di fratellanza: fratello è il personale medico e paramedico che ha svolto il proprio lavoro in un grande momento di crisi sanitaria. Fratello sono i virologi che anziché andare in televisione ― checché se ne dica, perché li ho incontrati negli studi di Mediaset e più volte ci ho parlato ―, avrebbero preferito rimanere nei loro ospedali e nei loro laboratori di ricerca. Difficilmente però, a fare informazione in un momento di emergenza da pandemia poteva provvedere l’Associazione Nazionale dei Parrucchieri o quella delle Estetiste, l’Ordine Nazionale degli Avvocati, quello degli Ingegneri o quello degli Architetti. E semmai, per andare a fare informazione, loro che erano gli unici in quel momento qualificati a farla, hanno sacrificato il poco tempo disponibile che gli restava per stare una o due ore con le loro mogli e i loro figli.

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Negli scritti, nei messaggi, nelle dichiarazioni degli antivax cattolici serpeggia un disprezzo sarcastico intollerabile che denota una mancanza pressoché totale di carità cristiana, basta leggere certi blog o riviste telematiche per comprendere e toccare con mano il loro infimo livello umano. Parole intrise di rancore, dense di minacce e di giudizi morali che non stanno cristianamente né in cielo né in terra.

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«Ama il prossimo tuo come te stesso» vuol dire anzitutto proteggerlo e tutelarlo, perché non esiste ragione soggettiva, basata sulle emozioni fondate sulla anti-scienza, in nome della quale si possa recare gravi danni ai propri simili, a partire dal rifiuto della vaccinazione.

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Come cittadino della Repubblica Italiana, sacerdote e teologo affermo che rifiutare in questo momento la vaccinazione, dopo che le migliori conoscenze della scienza moderna mondiale l’hanno indicata come unico rimedio per evitare, o almeno per ridurre di molto i danni del Covid-19, è cosa moralmente inaccettabile, vale a dire peccaminosa, in quanto peccato contro la carità. E lo è perché l’intera narrazione vetero e novo testamentaria mi dice esattamente il contrario di quello che scrivono certi poveri sciagurati qualificandosi come “veri cattolici” e come “vero pensiero cattolico”.

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Grazie a Dio non sono membro della Conferenza Episcopale Italiana, se lo fossi non esiterei a proporre a tutti gli altri fratelli vescovi l’adozione di una decisione drastica: senza green-pass non si entra in chiesa. Ce lo impone l’amore per il prossimo e il nostro rifiuto deciso e totale verso ogni forma di idolatria, inclusa la moderna religione pagana degli antivax basata sul culto di una non meglio precisata medicina alternativa, della naturopatia e della omeopatia. Soggetti ai quali puoi mettere sotto gli occhi le persone che muoiono soffocate per mancanza di respirazione, ma che senza rispetto alcuno per i morti e per i vivi ti diranno che non è vero, che è tutta quanta una “pandemenza”. È vero, è una “pandemenza”, per l’esattezza la “pandemenza” ideologico-irrazionale e antiscientifica degli antivax, ignari che i dementi affetti da “pandemenza” esistono eccome, sono loro!

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Il Cattolico ha il dovere morale di vaccinarsi per un senso di profonda responsabilità nei confronti del genere umano, perché il genere umano è quel suo prossimo che non solo deve rispettare e tutelare, ma che deve proprio amare come se stesso. Cosa dura da far capire a soggetti ciechi e ottusi che hanno fondata la loro ideologia anti-scientifica anzitutto sul palese disprezzo per l’altro, che sia il singolo o che sia l’intera comunità scientifica mondiale. E simili atteggiamenti, per un cattolico, sono veramente e profondamente peccaminosi.

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dall’Isola di Patmos,  29 luglio 2021

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In postilla finale chiarisco: nell’era dell’analfabetismo digitale un numero elevato di persone, oltre a non avere la capacità di comprendere quel che leggono, hanno difficoltà a capire il significato delle parole di cui ignorano radice ed etimo. E dopo avere letto titolo e sottotitolo di uno scritto articolato come questo testé proposto all’attenzione dei nostri Lettori, l’analfabeta digitale, letto solo il titolo e forse il sottotitolo, comincia a impazzare sui social media offendendo e attribuendo all’Autore ciò che mai ha pensato, detto e scritto. Credo di avere spiegato a sufficienza che certi soggetti sono irrecuperabili poiché chiusi a meccanismi anche elementari di ragionamento. Per scrupolo di chiarezza preciso che non ho mai sostenuto l’obbligo alla vaccinazione, ma solo sostenuto e chiarito, da un punto di vista giuridico e da un punto di vista morale, il dovere alla vaccinazione. E per chiunque conosca la lingua italiana — eccezion fatta per gli analfabeti digitali —, le parole “dovere” e “obbligo” hanno due diversi significati nell’ambito del diritto e nell’ambito della dottrina cattolica, quindi due diversi modi di applicazione.

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Cari Lettori,

vi prego di prendere visione dell’articolo scritto dal presidente delle nostre Edizioni [vedere QUI], nel quale avevamo chiesto un sostegno per il fondo delle mie spese processuali dopo che fui reso oggetto di una querela che, per quanto infondata, mi impone però di procedere alla mia difesa in sede di giudizio e quindi mi obbliga a spendere soldi per le spese legali. La logica è palese: colpirne uno per spaventarne e metterne a cuccia mille. Sino a oggi abbiamo raccolto quasi il necessario. 

Per questo ringrazio coloro che sino a oggi hanno inviato un contributo per il fondo spese processuali e ai quali ho inviato in privato un messaggio di ringraziamento. Purtroppo ad alcuni non ho potuto rispondere, perché assieme alla loro donazione non hanno inviato un messaggio con la loro email, quindi è stato impossibile anche e solo ringraziarli. Li ringrazio tanto in queste righe, dispiaciuto per non avergli potuto inviare un messaggio.

 

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Alla fine è stato scoperto. Il ghost-writer del Sommo Pontefice Francesco è il Padre Ariel S. Levi di Gualdo che un anno fa tenne una “lectio” per la quale fece inferocire gli impropriamente detti “tradizionalisti”, invocando l’abolizione del Motu Proprio di Benedetto XVI sul “Vetus Ordo Missae”

—  Attualità ecclesiale —

ALLA FINE È STATO SCOPERTO. IL GHOST WRITER DEL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO È IL PADRE ARIEL S. LEVI di GUALDO CHE UN ANNO FA TENNE UNA LECTIO PER LA QUALE FECE INFEROCIRE GLI IMPROPRIAMENTE DETTI TRADIZIONALISTI, INVOCANDO L’ABOLIZIONE DEL MOTU PROPRIO DI BENEDETTO XVI SUL VETUS ORDO MISSAE

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In modo imparziale e senza pregiudizi, Padre Ariel analizza e spiega quanto al presente non sia proponibile ipotizzare un ritorno a un passato che secondo taluni non deve passare. Al tempo stesso, però, chiarisce quanto sia urgente mettere mano a dei correttivi, procedendo con una riforma della riforma di una sacra liturgia divenuta da decenni teatro dei personalismi soggettivi e stravaganti dei celebranti, sino a renderla instabile e assoggettata al capriccio particolare, anziché essere espressione orante della dimensione universale della Chiesa di Cristo.  

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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«… e non è neppure la prima volta!». Espressione di rigore, perché in più occasioni il nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo ha anticipato situazioni, tempi e persino documenti e atti pontifici. Lo dimostrano senza possibile smentita suoi libri e articoli pubblicati anni prima il verificarsi di certi eventi. O non descrive forse, nell’ormai lontano 2010, la situazione ecclesiale che viviamo oggi nel suo libro E Satana si fece trino?

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Più di un anno fa, il 7 maggio 2020, scatenando le ire degli impropriamente detti “tradizionalisti”, pubblicò il video di una sua lectio nella quale auspicava, non tanto l’abolizione del motu proprio dato dal Sommo Pontefice Benedetto XVI nel 2007 che concedeva il libero uso del Messale Romano di San Pio V, ma supportando il tutto con ragioni ecclesiologiche, pastorali e pedagogiche. In questa lectio spiega perché è auspicabile che si proceda ad abolire l’uso del Messale di San Pio V concesso nel 2007 col Motu Proprio Summorum Pontificum sulla Liturgia Romana dal Sommo Pontefice Benedetto XVI. Muovendosi su rigorosi criteri storico-teologici, il relatore spiega anzitutto quali siano stati i limiti della riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Una riforma di cui la Chiesa aveva bisogno, ma sui risultati della quale, oggi, c’è molto da discutere. In modo imparziale e senza pregiudizi, Padre Ariel analizza e spiega quanto al presente non sia proponibile ipotizzare un ritorno a un passato che secondo taluni non deve passare. Al tempo stesso, però, chiarisce quanto sia urgente mettere mano a dei correttivi, procedendo con una riforma della riforma di una sacra liturgia divenuta da decenni teatro dei personalismi soggettivi e stravaganti dei celebranti, sino a renderla instabile e assoggettata al capriccio particolare, anziché essere espressione orante della dimensione universale della Chiesa di Cristo.  

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A distanza di un anno e passa, ecco pubblicata il 16 luglio 2021 la Lettera del Santo Padre Francesco ai Vescovi di tutto il mondo per presentare il Motu Proprio Traditionis Custodes sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma del 1970. Questa Lettera Apostolica data in forma di motu proprio racchiude tutte le ragioni enunciate ed espresse un anno prima dal Padre Ariel, soprattutto nel messaggio esplicativo indirizzato dal Santo Padre ai Vescovi. Insomma, sembra scritta da lui.

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Vi invitiamo ad ascoltare la sua lectio del 7 maggio 2021 poi a leggere la Lettera Apostolica del Sommo Pontefice Francesco del 16 luglio 2021. E ciascuno faccia le proprie valutazioni, perché esaminati i due documenti, non occorrono ulteriori spiegazioni. In ogni caso abbiamo scoperto che il vero ghost-writer del Sommo Pontefice Francesco è Padre Ariel S. Levi di Gualdo.

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dall’Isola di Patmos, 16 luglio 2021

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Il Disegno di legge Zan: quel che non faranno i “nemici”, lo faranno gli “amici”. Dobbiamo sperare e puntare sugli amici omosessuali che ragionano in modo lucido, perché sono molti

— attualità ecclesiale —

IL DISEGNO DI LEGGE ZAN: QUELLO CHE NON FARANNO I “NEMICI”, LO FARANNO GLI “AMICI”. DOBBIAMO SPERARE E PUNTARE SUGLI AMICI OMOSESSUALI CHE RAGIONANO IN MODO LUCIDO, PERCHÉ SONO MOLTI

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Amici gay, siamo onesti: quelli che vi chiamano frocio, sono gli stessi che danno della sgualdrina a una donna poco vestita e sono ancora gli stessi che si mettono a bestemmiare quando un religioso attraversa la strada per poi toccarsi i genitali in segno scaramantico. Sarebbero queste povere persone, non voi, a dover essere aiutate, perché chi commette tali eccessi vive degli evidenti problemi con la propria vita che non vengono certo sanati da un provvedimento di legge che prevede la repressione, l’ammenda o la reclusione.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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il Gay Pride 2021 di Roma ha portato in processione questo “povero cristo” partendo dalla piazza della Basilica Lateranense, sede della cattedra del Vescovo di Roma, passando davanti alla Basilica di Santa Maria Maggiore e chiudendo queste goliardie blasfeme dinanzi alla Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, dove nel III secolo furono martirizzati i cristiani durante le persecuzioni di Diocleziano. Però deve essere approvata una legge apposita che persegua penalmente con estrema severità chiunque recasse offesa al mondo LGBT.

Il Gay Pride non rappresenta gli omosessuali e il mondo gay, è bene chiarirlo. Da sempre è la grottesca manifestazione degli eccessi, del chic e della puntuale blasfemia verso tutto ciò che è più sacro e caro al mondo cattolico e cristiano, il tutto inscenato da personaggi che rivendicano tutela e rispetto a colpi di leggi penali repressive, ma che da sempre rivendicano il diritto di insultare il sentimento religioso e la sensibilità umana altrui. Manifestazione grottesca organizzata e portata avanti da una minoranza che da sempre imbarazza profondamente la maggioranza degli omosessuali e del mondo gay, che noi Padri de L’Isola di Patmos conosciamo quanto basta per sapere che in quel teatrino del ridicolo-grottesco non hanno messo mai piede, proprio come i diretti interessati dichiarano da sempre, anche se le loro voci, che ripeto sono quelle dei più, sono da sempre soffocate da quelle dei meno.

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Volendo parafrasare Georges Benjamin Clemenceau possiamo dire che la proposta di legge Zan è cosa troppo seria e impegnativa per lasciarla nelle mani dei politici. E saranno proprio loro ― i politici pro-Ddl Zan ― ad affossarla inconsapevolmente. Ma andiamo con ordine.

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È certamente giusto e doveroso accantonare in tutta fretta le inconcludenti dichiarazioni del bastonatore “pittato e disinformato marito della Ferragni che, nella sua ultima live su Instagram, ha fatto una figura miseranda e miserevole argomentando su cose che non conosce e che non comprende per evidente impreparazione personale e imbarazzando a morte il sor Zan e il sor Cappato che tentavano di correggerlo ma senza risultato.

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Suor Anna Monia Alfieri, in modo molto più garbato ma deciso ha tentato di far ragionare il nostro tatuatissimo bauscia indirizzandogli una lettera di fuoco per confrontarsi con lui sul tema della Chiesa e soprattutto sul Ddl Zan (molto di più di quanto non abbia potuto fare Alberto Ravagnani il noto don-catto-youtuber osannato da Avvenire e dalla CEI). Ma cosa volete, le donne hanno sempre una marcia in più, Suor Anna Monia in modo particolare.

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Anche in questo caso non c’è stato nulla da fare, purtroppo. Il signor F. forte dei suoi 12 milioni di followers continua nella sua missione di illuminato che, dall’alto del palco del Concertone del 1° Maggio, dispensa copiosamente a tutti i suoi devoti la sua personalissima Vibhuti verbale che indirizza al bel pensare, al bel votare e al bell’agire.  Di una cosa però dobbiamo prendere atto, i sostenitori della Legge Zan ― signor F. compreso ― hanno davvero uno scarso margine di manovra. Per come si stanno mettendo le cose ora, sembrano spinti alle corde e, da quel che sembra dall’esterno (e forse anche all’interno!), questa situazione l’hanno contribuita a crearla loro, anzitutto cercando di vincere facile e poi cercando di portare avanti una guerra lampo nei confronti del secolare nemico: la Chiesa.  

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Al Senato i politici pro-Ddl Zan hanno stoicamente rifiutato qualsiasi forma di mediazione e di modifica. Ai tavoli dei capigruppo della maggioranza hanno considerato come irricevibili le alternative proposte. Senza colpo ferire hanno aperto di fatto la possibilità al voto segreto, cosa che viene fatta regolarmente ― secondo l’iter del Senato ― quando si giungono a situazioni come queste o quando si vengono a trattare questioni di etica. Diciamolo francamente la possibilità di andare al voto segreto fa terribilmente paura ai sostenitori del Ddl Zan perché sanno che è lì ― nel segreto ― che la coscienza di molti di loro sarà più libera di esprimersi senza condizionamenti politici e pressioni di sorta da parte di schieramenti sociali e di lobby. Ed è lì nel voto segreto ― non importa se fatto al Senato o alla Camera ― che quello che appare chiaro all’esterno spesso muta d’accento e di pensier. Come mai? Beh, domandatelo ai cattoliconi adulti integralisti e tradizionalisti che con la legge sul divorzio e sull’aborto, nel segreto della cabina elettorale, hanno fatto scuola dando il meglio di sé.

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Il Ddl Zan dovrà sostenere la prova del voto segreto al Senato dove ognuno è messo di fronte alla propria coscienza e non al partito o alle lobby. È curioso ma sembra il déjà-vu della guareschiana confessione di Peppone, fatta nottetempo a chiesa vuota davanti a un Don Camillo in stola e sottana dentro al confessionale, in cui l’animaccia rossa del sindaco di Brescello lasciava spazio a quella del buon cristiano, timorato anzitutto della propria coscienza in cui quel Dio che si sforzava di osteggiare in pubblico e con i compagni di partito aveva nel segreto del cuore ancora stabile e perpetua dimora (Mt 6, 3-17).

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Dio guida la storia e la guida anche attraverso le coscienze di coloro che sembrano, ai nostri occhi, i più lontani e ostili alla fede ma che poi si dimostrano incredibilmente i più ossequiosi, proprio così, cari Lettori. Sicuramente molto di più di coloro che si definiscono cattolici impegnati e apostolici romani e che passano il tempo a dileggiare sui social media i preti tacciandoli di ignoranza, pusillanimità e tradimento. Leggendo infatti commenti agli ultimi articoli del Padre Ariel sul Ddl Zan pubblicati su L’Isola di Patmos e condivisi anche su Facebook, resto impressionato da questa improbabile Lega Cattolica che vorrebbe fronteggiare la ben temibile e agguerrita armata LGBT+.

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In questi cattolici non c’è nulla, ma proprio nulla di concreto e di maturo, e ciò sia detto senza polemica. Sicuramente è colpa di noi preti che abbiamo allevato non fedeli ma kamikaze. Se togliamo le invettive millenaristiche e le minacce di punizione divina ai preti che a loro errato giudizio accolgono il peccatore pur stigmatizzando il peccato, non resta nulla. O che dire delle citazioni rimescolate della dottrina cattolica e condite in una snaturata salsa mariana priva di ogni senso teologico? Tutto ciò nutre il bisogno a fomentare l’odio e il vilipendio del popolo arcobaleno contro una Chiesa “medioevale” e oscurantista, colpevole di aver generato una pletora di figli misericordiosissimi.

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Per carità, se il popolo arcobaleno ha come sponsor il marito della Ferragni, noi non siamo messi meglio perché abbiamo Mons. Nunzio Galantino. Ognuno, del resto, ha le sue rogne in casa, però credo che sia doveroso dare voce a un confronto serrato con il vero popolo omosessuale molto più numeroso di quello del Pride che non ama comparire sulle scene ma che è dotato di quella delicatezza e signorilità che abbiamo potuto apprezzare nell’amato e compianto Paolo Poli e in altri dopo di lui.

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Sono convinto che è lì che bisogna insistere per cercare una vera resistenza, soprattutto a prescindere dalla Chiesa Cattolica che oggi è incapace di proferire qualsiasi analisi di buon senso sull’argomento o di esprimere anche il ben che minimo dissenso. Si veda, ad esempio, il caso del percorso che a Roma si sceglie per far sfilare il Pride. Itinerario che tocca i luoghi più cari della cristianità nella Città Eterna. La parata del Pride parte dalla piazza della basilica lateranense, la cattedrale metropolitana dove si trova la cattedra del Vescovo di Roma. Percorre Via Merulana e passa dinanzi alla Basilica di Santa Maria Maggiore, per giungere e infine concludersi in Piazza della Repubblica, già Piazza Esedra, dinanzi alla Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, ultima opera realizzata da Michelangelo sull’antico complesso delle Terme di Diocleziano, luogo in cui furono martirizzati i cristiani nel III secolo. Avete mai sentito di rimostranze pubbliche da parte del Vicariato di Roma o dalla C.E.I. o dalla Santa Sede, ognuno per quanto attiene alla sua competenza?

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O avete forse sentito dai vari giornalisti e blogghettari cattolici, attivissimi sul web, prendere le difese pubbliche del Padre Ariel a seguito della recente querela che gli è stata notificata per la denuncia di un esponente e attivista della Lobby arcobaleno, con tanto di agguerrita associazione LGBT che si è costituita parte civile? Avete forse letto sui profili Facebook di quei giornalisti smaccatamente cattolici e pro-family un pallido sostegno verso Padre Ariel e alla sua dignità di sacerdote perseguitato ante tempus da un procedimento che potrebbe realizzarsi con molta più ferocia se la proposta di legge Zan venisse approvata? Perché a me risulta l’esatto contrario: quando Padre Ariel ha chiesto aiuto per le spese processuali a qualche fondazione cattolica o a cattolici apostolici impegnati e militanti, nonché danarosi, tutti questi grandi difensori della fede e della morale non gli hanno neppure risposto. Sono stati invece i nostri Lettori che, recepito l’appello, ci stanno inviando delle libere offerte per il fondo delle spese processuali, ed a tutti loro ― ai quali singolarmente è stato risposto con messaggi di ringraziamento ― non cesseremo mai di essere grati. Detto questo vedete bene quanto tristi siano gli esempi e quanto potrebbero moltiplicarsi. Come si potrebbe quindi non comprendere il diretto interessato che, con la sua ben nota ironia tosco-romana, giorni fa, in uno dei nostri colloqui privati, commentò: «Dio ci salvi dai cattolici apostolici romani impegnati e militanti sul fronte della suprema difesa della fede, della famiglia, della morale e della patria cristiana!».

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A fronte di tanti credenti, ecclesiastici o laici, che si chiudono dentro una indifferente superiorità che resta confinata al proprio orticello, ci sono tanti omosessuali maturi, che non solo non sono di sinistra, ma che neanche militano nelle lobby, nei circoli e nelle sezioni locali di partito. Ma che sentono il bisogno profondo di dire basta a questo andazzo surreale che primariamente lede la loro affettività e la usa come ariete per abbattere dei nemici che non esistono. Persone comuni, orgogliose del proprio anonimato e della propria condizione che, come nelle pagine della scrittrice Liala, non permettono alla loro affettività di essere spettacolarizzata e di oltrepassare l’intimità della camera da letto. Persone autentiche che non sentono la necessità di chiudersi nel ghetto di una categoria protetta e che nel pieno libero arbitrio vivono la loro condizione di omosessuali con serenità. E se per alcuni di questi la posizione della Chiesa non fa problema alla loro vita ― pur ribadendo che l’omosessualità per la Chiesa costituisce un disordine intrinseco e un peccato ― altri desiderano conservare ugualmente quel bisogno di Dio e di dialogo con la Chiesa che si rivela essere più forte e necessario della paura di venire insultati per strada.

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Amici gay, siamo onesti: quelli che vi chiamano frocio, sono gli stessi che danno della sgualdrina a una donna poco vestita e sono ancora gli stessi che si mettono a bestemmiare quando un religioso attraversa la strada per poi toccarsi i genitali in segno scaramantico. Sarebbero queste povere persone, non voi, a dover essere aiutate, perché chi commette tali eccessi vive degli evidenti problemi con la propria vita che non vengono certo sanati da un provvedimento di legge che prevede la repressione, l’ammenda o la reclusione.

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Mi piacerebbe infine vedere nei dibattiti televisivi e pubblici non sempre gli stessi anfitrioni del Ddl Zan che sono costantemente presenti in ogni talk-show e che magari discutono con il prete o con la convertita di turno in un dialogo ben misurato ma terribilmente noioso. Mi piacerebbe sentire omosessuali comuni che non la pensano come Alessandro Zan ma che non verranno mai presi in considerazione perché sono la prova vivente che anche nel mondo LGBT+ c’è molta divisione e discrepanza di idee.

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Bisogna cambiare la narrazione ufficiale e dire con semplicità che l’arcobaleno non è rappresentativo di tutti e di ciascuno. Non quella bandiera romantica che raggruppa e tutela ogni diversità. Il vero vessillo di tutela e l’educazione che forma l’uomo alla conoscenza piena dell’altro, come da tempo ripete nei suoi scritti, conferenze e interventi televisivi Suor Anna Monia che, all’educazione e alla scuola, ha dedicato i suoi studi e la sua vita. Tale educazione sta alla base della famiglia come cellula di ogni consorzio umano. La nostra Costituzione già prevede questo, di modo che rispettando l’individuo a partire dal sesso, dalla condizione sociale, dalla razza o dal credo professato, ognuno sia libero di essere quello che è senza doversi procurare bollini di garanzia. E questa libertà costituzionale, purtroppo, in diversi ambienti LGBT+ e nei Pride viene abbondantemente disattesa e tutto questo nel silenzio più completo e colpevole di coloro che assurgono a difensori e promotori del Ddl Zan.

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Mi piacerebbe sentire ragazzi omosessuali come Umberto La Morgia, Ferdinando Tripodi, il giovane giurista e poi escort napoletano Francesco Mangiacapra ― di cui le nostre Edizioni pubblicheranno a settembre un libro molto interessante ― e tanti altri gay che vivono la loro affettività in modo visibile, ragazzi risolti che si oppongono al Ddl Zan non perché omofobi o perché cattoliconi, ma semplicemente perché capaci di ridimensionare e discernere una emergenza che non esiste se non nella mente dei promotori di questo disegno di legge che spesso vivono profonde ferite che non saranno certo rimarginate o guarite con l’eliminazione dei presunti omofobi. Così come esistono omosessuali di buon senso che si oppongono al Ddl Zan, così esistono anche dei parlamentari e dei senatori di buon senso che pur appartenendo al PD o al Movimento 5 stelle hanno maturato un ben determinato giudizio critico riguardo a questo disegno di legge, lo stesso giudizio che il ragionier Fantozzi maturò a riguardo alla Corazzata Potëmkin.

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Il voto segreto darà voce non certo agli omofobi, non ai franchi tiratori, non ai volta gabbana, non ai vari Pillon di turno ma a tutti coloro che pur sentendosi in apparente sintonia con l’onorevole Zan, non lo sosterranno e forse già non lo sostengono in quanto hanno ben capito da molto tempo che questa proposta di legge ha in sé talmente tante falle, malumori e divisioni che l’unico modo per potersi decidere seriamente contro la discriminazione è affossare il Ddl Zan, mettendo fine a questa lunga agonia.

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Laconi, 12 luglio 2021

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Cari Lettori,

a proposito di “omosessualisti radicali”, vi prego di prendere visione dell’articolo scritto dal presidente delle nostre Edizioni [vedere QUI], nel quale chiediamo un sostegno per il fondo delle mie spese processuali. Sono stato reso oggetto di una querela che, per quanto infondata, mi impone però di procedere alla mia difesa in sede di giudizio e quindi mi obbliga a spendere soldi per le spese legali. La logica è palese: colpirne uno per spaventarne e metterne a cuccia mille. Per questo confido tanto sul vostro prezioso aiuto.

Ringrazio coloro che sino a oggi hanno inviato un contributo per il fondo spese processuali, ed ai quali ho inviato in privato un messaggio di ringraziamento. Purtroppo, ad alcuni, non ho potuto invece rispondere, perché assieme alla loro donazione non hanno inviato un messaggio con la loro email. Li ringrazio tanto in queste righe, dispiaciuto per non avergli potuto inviare un messaggio di ringraziamento.

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
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Il Disegno di legge Zan e l’importanza di mediare senza compromessi, quello che certi cattolici “integrali”, peggiori degli omosessualisti radicali, non intendono capire, perché non conoscono la sapienza del Vangelo

—  Attualità ecclesiale —

IL DISEGNO DI LEGGE ZAN E L’IMPORTANZA DI MEDIARE SENZA COMPROMESSI, QUELLO CHE CERTI CATTOLICI “INTEGRALI”, PEGGIORI DEGLI OMOSESSUALISTI RADICALI, NON INTENDONO CAPIRE, PERCHÉ NON CONOSCONO LA SAPIENZA DEL VANGELO

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Ridotti come siamo a un’armata Brancaleone, Christi fideles per un verso e chierici per altro verso, contro quale agguerrito nemico si pensa di poter combattere? Volete sapere chi sono in realtà quei veri cattolici “integrali” che imperversano per i social media brandendo corone del rosario e Madonne parlanti con grave danno per l’immagine della Chiesa intera, che paventano fantascientifiche battaglie mistiche annunciando l’imminente trionfo del Cuore Immacolato di Maria? Presto detto: sono delle povere crocerossine ignave che se dalla stanza dei leoni da tastiera fossero portati per davvero in una trincea di guerra, morirebbero soffocati tra la loro urina e i loro escrementi, perché la paura, dinanzi alle armi del nemico e al sangue dei morti ammazzati sul campo di battaglia, sarebbe tanta e tale che non riuscirebbero a trattenere neppure per cinque minuti i loro orifizi.

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Ricordi di vita e di rapporti umani – Padre Ariel con l’amica trans Vlady Guadagno nella sala trucco degli studi Mediaset di Cologno Monzese (maggio 2021)

Con quella divertita leggerezza estiva che non guasta, confido che dopo gli ultimi miei interventi televisivi al programma Zona Bianca condotto da Giuseppe Brindisi, il 19 maggio, ed a Dritto e Rovescio condotto da Paolo Del Debbio, il 24 giugno, mi sono dovuto sorbire critiche in sé sempre legittime, seguite però da insulti che in sé non sono invece legittimi. Ne prendo uno tra i tanti e neppure il peggiore. Un tale, convinto di essere un autentico cattolico “integrale”, così commenta il mio colloquio con l’amico Alessandro Cecchi Paone e l’amica trans Vlady Guadagno al programma del 19 maggio:

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«Eri così remissivo che potevi dare il culo a Cecchi Paone direttamente negli studi di Mediaset» (!?).

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Sorvoliamo sullo stile per concentrarci su altro: l’imbecille metafisico, presunto cattolico “integrale” o meno che sia, ha la capacità di farsi riconoscere all’istante con una epigrafe sintetica, senza bisogno di cimentarsi in un’articolata e complessa lectio magistralis. Sicché, in tono ilare, risposi in privata sede al “cattolico integrale”:

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«Credo che l’amico Alessandro Cecchi Paone abbia possibilità di scelta molto migliori, rispetto al culo di un prete».

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Anche perché, se devo dirla apertis verbis, solo l’amabile e delicato Dottor Rocco Lapenta, mio colonoscopista di fiducia, ha il privilegio unico e irripetibile di entrarmici dentro col sondino una tantum, presso la Clinica Villa del Rosario di Roma, dove mi sottopongo a questa pratica affatto erotico-giocosa. Mio padre morì cinquantenne per un tumore al colon-retto, che in alcuni casi può essere ereditario, per ciò meglio controllarsi periodicamente e nel caso prevenire. E qui — sempre nell’ambito della leggerezza estiva — va detto che la mia colonoscopia è sempre un avvenimento in quella clinica, più delle partite in cui gioca la Roma, di cui le suore anziane sono tifose. Forse persino più atteso della stessa festa in cui si fa memoria liturgica di San Vincenzo Maria Pallotti, fondatore di quella Congregazione di suore, dette appunto Suore Pallottine, per gli amici Suore Pallottoline. Presto detto il motivo: vi sembro forse un soggetto da euforizzare, essendolo già fin troppo per natura? Immaginate per ciò cosa accade se sono sedato con anestetici che mi gasano. Questi i risultati: la suora assistente di sala operatoria, scuotendo la testa dinanzi agli sproloqui che uscivano dalla mia bocca mentre ero in stato di euforica incoscienza, sbotta:

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«ma che bocca de fogna c’ha questo! Ma c’avete portato ‘n sala operatoria pe ‘a colonoscopia ‘n prete, o er carbonaro ‘mbriaco der Marchese der Grillo?».

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A chi non fosse chiaro ribadisco per l’ennesima volta: leggerezze estive. Comprensibili e forse anche opportune, considerando che tutti siamo reduci da mesi di lavoro e da vari lockdown che in tante persone hanno lasciato il segno. Dio volesse che avessero lasciato anche una indelebile lezione di vita, come noi Padri de L’Isola di Patmos spiegammo tra le righe del nostro libro La Chiesa e il coronavirus, in cui narriamo la nostra esperienza pastorale tutt’altro che facile in quei momenti di emergenza. Per questo ritengo che sorridere faccia tutt’altro che male. Nella vita bisogna essere seri e non seriosi, morali e non moralisti.

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E mentre l’Italia si dibatteva in preda a una emergenza inaspettata senza precedenti, con rischi di collasso della nostra sanità ― che alla prova dei fatti ha retto però molto meglio rispetto ad altri Paesi europei specializzati a guardare l’Italia e gli italiani con la puzza sotto il naso ― con l’aggiunta di una crisi economica che a detta degli esperti non si vedeva dal dopoguerra, tra le priorità in agenda del nostro legislatore c’era il Disegno di legge Zan contro la omotransfobia.

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Per poco possa valere il mio parere di persona con una pregressa formazione giuridica, debbo dire che ho faticato a trovare un vuoto normativo da colmare con una apposita legge, soprattutto con una legge che crea di fatto delle nuove categorie protette. Volutamente non mi lancio nel diritto penale e nel diritto costituzionale, che pure credo di conoscere e ricordare a sufficienza, né intendo disputare sui difetti di questo disegno per come al momento è formulato in bozza, cosa peraltro pressoché normale per tutti i Disegni di legge. Oppure spiegare ai sensi di diritto in che modo possa confliggere con alcune libertà fondamentali garantite dalla Costituzione, dalla libertà di pensiero e di opinione alla libertà d’insegnamento. Senza dimenticare il Concordato tra Stato e Chiesa, ricordato di recente dalla Santa Sede tra i gridi all’ingerenza clericale di giuristi e costituzionalisti che si sono improvvisati tali sulle piazze, attraverso le idiozie sparate da qualche influencer tutto tatuaggi e poco cervello, per seguire con alcune parate del Gay Pride dove l’eccesso grottesco è di casa. Il Concordato, revisionato nel 1984 da un Governo presieduto da un laicissimo Primo ministro socialista, garantisce alla Chiesa una libertà di pensiero, espressione e insegnamento che questo Disegno, se convertito in legge tal quale è stato scritto, finirebbe per limitare. Lo dissi direttamente a suo tempo anche all’Onorevole Alessandro Zan nel corso di una puntata di Dritto e Rovescio, quella del 9 ottobre 2020, citando un passo tratto dall’epistolario del Beato Apostolo Paolo, per poi domandare:

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«Posto che alla fine della lettura di questa epistola nella quale si stigmatizza la sodomia, noi non diciamo parola dei Vescovi o parola del Padre Ariel, ma Parola di Dio, domani, leggendo e commentando questo testo, rischio per caso di trovarmi con i Carabinieri che mi attendono in sacrestia alla fine della Santa Messa?».

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E qui va chiarito che si stigmatizza la sodomia, non il sodomita. Passaggio non chiaro a coloro che agiscono mossi da passioni emotive irrazionali, contestando a priori e per partito preso una Chiesa di cui non conoscono la dottrina, il magistero e una condotta di vita morale che noi offriamo e proponiamo, ma che non imponiamo né mai imporremmo a nessuno. Per questo colsi l’occasione per spiegare in seguito in un altro programma, quello del 24 giugno 2021:

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«Non è facile far capire alle persone la differenza che corre tra peccato e peccatore. La Chiesa condanna il peccato ma accoglie sempre il peccatore, se non lo facesse, tradirebbe la missione che Cristo le ha affidato».

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Per non parlare della non discriminazione, che la Chiesa ha fissato tre decenni prima del Disegno di legge Zan nel Catechismo che recita:

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«Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione» [n. 2358].

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Dinanzi alla parola «disordine», non pochi esponenti dell’omosessualismo ideologico radicale, maestri insuperabili della estrapolazione selvaggia e della parolina presa e isolata dal suo contesto, se potessero impugnare una legge mal fatta e ambigua non esiterebbero a chiedere la condanna della Chiesa e la cancellazione ― va da sé con tanto di procedimenti penali o di scuse ― di questa espressione da loro reputata altamente offensiva, o per meglio dire omofoba. Talmente incapaci sono a leggere che sulle righe si condanna con chiarezza non passibile di equivoci la pratica dell’omosessualità, non l’omosessuale, che troverà invece sempre accoglienza, comprensione e ascolto. In caso contrario, se lo rigettassimo o peggio discriminassimo, come dicevo poc’anzi tradiremmo il messaggio stesso di Cristo Dio e la missione che Egli ci ha affidato. I ciechi omosessualisti radicali ignorano con spirito di chiusura e cecità ideologica che la Chiesa, nella edizione del Catechismo del 1992, scrive:

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«[…] A loro riguardo [Ndr degli omosessuali] si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione».

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Il tutto fu scritto quando l’Onorevole Alessandro Zan aveva appena 18 anni e sedeva sui banchi delle scuole medie superiori, non certo su quelli del Parlamento della Repubblica.

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Sempre nella puntata del 19 maggio di Zona Bianca, entro i brevi tempi concessi a tutti gli opinionisti ospiti nei salotti televisivi ― dove certo non si possono fare conferenze né scendere troppo su complesse tematiche specialistiche ―, andando all’essenziale spiegai la differenza sostanziale che corre tra “compromesso” e “mediazione”. E lo feci portando come esempio uno dei miei formatori, diplomatico di lungo corso a servizio della Santa Sede, uomo di fede e santo vescovo, che mi trasmise l’importanza della mediazione scevra da compromessi.

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In questi ultimi tempi ho subito vari attacchi più o meno … colonoscopici da parte di cattolici che dinanzi a certe mie parole hanno urlato al tradimento e alla resa, dopo che in più occasioni pubbliche ho affermato: né la Conferenza Episcopale Italiana né la Santa Sede hanno espressa e mostrata contrarietà alcuna verso questo Disegno di legge. Io sono membro del Corpo Mistico che è la Chiesa, di cui Cristo è capo e noi membra vive [cfr. Col 1, 18], se pertanto mi presento come presbitero e teologo in qualsiasi contesto pubblico, esprimo e diffondo il pensiero oggettivo della Chiesa, della Santa Sede e dei nostri Vescovi italiani, non certo il pensiero soggettivo mio, che non avrebbe né mai potrebbe avere alcuna rilevanza. Pertanto, se da pochi o molti è ritenuto necessario, che questo Disegno sia pure convertito in legge, nulla da dire e nulla da obiettare in tal senso da parte cattolica, come hanno espresso la Conferenza Episcopale Italiana prima e poi la Santa Sede a seguire. Però dopo averlo rivisto, garantendo una doppia tutela: l’azione penale e la condanna contro eventuali omofobi violenti ma al tempo stesso la libertà di pensiero, parola ed espressione, quindi il libero esercizio del ministero della Chiesa che ha il diritto di trasmettere la propria morale, previa tutela della libertà d’insegnamento nelle scuole, senza che in esse sia imposto ― in quelle statali come in quelle paritarie cattoliche ― l’indottrinamento al gender. Ma soprattutto senza che nessuno, dal giorno dopo il varo di quella legge a seguire, ci subissi di querele, chiedendo ai tribunali di obbligarci a cancellare intere pagine della dottrina e della morale cattolica, che ripeto è offerta e proposta agli uomini di buona volontà, mai imposta a chiunque abbia la liberà volontà di rigettarla. Su questo bisogna mediare e trovare un accordo, non un compromesso. Proprio come fecero i nostri Padri Costituenti, dando all’Italia appena uscita dalla guerra una Carta Costituzionale che sintetizza quelle che furono le istanze di tutte le correnti: comunisti, socialisti, liberali, repubblicani, cattolici popolari …

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In serena coscienza penso di poter dire che non c’è differenza tra certi omosessualisti appartenenti alle correnti più radicali e certi cattolici cosiddetti “integrali”, tenendo conto che i primi recano grandi disagi e imbarazzi alla comunità omosessuale, i secondi grandi disagi e imbarazzi alla Chiesa e alla comunità cattolica, perché gli uni come gli altri ragionano e lottano su basi puramente emotivo-ideologiche. Esattamente ciò che nel dibattito televisivo del 20 ottobre 2020 rimproverai all’Onorevole Alessandro Zan affermando:

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«[…] il legislatore dovrebbe ripartire dalla antica sapienza di Aristotele: la legge è ragione priva di passione. Mentre invece questo Disegno di legge pare giocato sulle passioni emotive».

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Detto questo aggiungo per onestà intellettuale che i secondi soggetti ― i cattolici “integrali” ― hanno un’altra caratteristica che li rende particolarmente venefici e forse persino peggiori degli omosessualisti radicali: confondere la fede con il cieco e bieco fideismo, che della fede non è neppure cugino di terzo grado.

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Per tutta una complessa serie di ragioni che analizzai ed esposi undici anni fa nel mio libro E Satana si fece trino, oggi la Chiesa Cattolica sta vivendo un momento di grande debolezza e profonda decadenza che ha generato una crisi morale nel nostro clero senza precedenti storici. Il principio di autorità non è semplicemente entrato in crisi, è stato proprio distrutto. Quei certi preti che ogni tanto, come verginelle vilipese, si stracciano le vesti per una mia parola colorita ― detta rigorosamente in modo del tutto voluto proprio per irritarli, come ho fatto nella parte introduttiva di questo articolo tra culi e colonoscopie ―, sono gli stessi che poi disattendono i comandi dei loro vescovi diocesani o dei loro superiori maggiori religiosi, o che di loro sparlano male in giro per tutta la diocesi, solo perché il Sommo Sacerdote si è permesso di dargli un paterno e pacato suggerimento, offendendo e oltraggiando in tal modo il loro narcisismo clericale ipertrofico. Di tutt’altra pasta sono fatto io, rispetto a queste suscettibili vergini clericali, perché il mio Vescovo l’ho sempre venerato come immagine apostolica del Cristo che regge e tiene unite tutte le membra del corpo e quindi l’ho di rigore sempre ubbidito, o miei cari e implacabili critici clericali! Critici tra i quali spiccano, tra le vergini più vergini ― oltre che tra le più litigiose e velenose ―, i presbiteri appartenenti agli Ordini religiosi storici, che sempre di meno sanno dove alberga quella obbedienza da loro suggellata con un particolare voto solenne.

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Ridotti come siamo a un’armata Brancaleone, Christi fideles per un verso e chierici per altro verso, contro quale agguerrito nemico si pensa di poter combattere? Volete sapere chi sono in realtà quei veri cattolici “integrali” che imperversano per i social media brandendo corone del rosario e Madonne parlanti con grave danno per l’immagine della Chiesa intera, che paventano fantascientifiche battaglie mistiche annunciando l’imminente trionfo del Cuore Immacolato di Maria? Presto detto: sono delle povere crocerossine ignave che se dalla stanza dei leoni da tastiera fossero portati per davvero in una trincea di guerra, morirebbero soffocati tra la loro urina e i loro escrementi, perché la paura, dinanzi alle armi del nemico e al sangue dei morti ammazzati sul campo di battaglia, sarebbe tanta e tale che non riuscirebbero a trattenere neppure per cinque minuti i loro orifizi.

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A tutti quei sedicenti cattolici “integrali” che non sanno cosa sia veramente il Vangelo e quanto eterna e senza tempo sia la parola santissima e sempre attuale in esso contenuta, per capire cosa sia la mediazione da perseguire, quando non si possono fare battaglie e tanto meno vincerle ― con buona pace dell’imminente e magico trionfo del Cuore Immacolato di Maria ridotta da certi tristi figuri a una via di mezzo tra la dea Athena e la fata Turchina ― basterebbe leggere questo passo:

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«[…] quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace» [Lc 14, 31-32].

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Questa è la sapienza della mediazione, con buona pace di certi cattolici “integrali” che impazzano sui social media tra immagini di cristi androgini photoshoppati e madonnine languide da cartone animato, più o meno leoni da tastiera che, alla resa dei conti, la sanno più lunga di Gesù Cristo, ma soprattutto sono parecchio più sapienti di Lui. Avere creato infatti una cattolicità emotivo-narcisistica che non tiene conto della parola e del messaggio del Verbo di Dio incarnato, è moralmente cosa molto peggiore della pratica dell’omosessualità, lo dice con chiarezza Cristo tra le righe affermando:

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«”In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli”» [Mt 21, 31-32].

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Proprio così: «Non vi siete nemmeno pentiti per credergli», come invece hanno fatto, nel corso del tempo, numerosi omosessuali racchiusi da Cristo, assieme a tanti altri peccatori di vario genere, nelle figure dei «pubblicani» e delle «prostitute», che sono una metafora e un paradigma che racchiude al proprio interno le miserie e le debolezze dell’intera umanità composta sia da eterosessuali sia da omosessuali.

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dall’Isola di Patmos, 8 luglio 2021

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Cari Lettori,

a proposito di “omosessualisti radicali”, vi prego di prendere visione dell’articolo scritto dal presidente delle nostre Edizioni [vedere QUI], nel quale chiediamo un sostegno per il fondo delle mie spese processuali. Sono stato reso oggetto di una querela che, per quanto infondata, mi impone però di procedere alla mia difesa in sede di giudizio e quindi mi obbliga a spendere soldi per le spese legali. La logica è palese: colpirne uno per spaventarne e metterne a cuccia mille. Per questo confido tanto sul vostro prezioso aiuto.

Ringrazio coloro che sino a oggi hanno inviato un contributo per il fondo spese processuali, ed ai quali ho inviato in privato un messaggio di ringraziamento. Purtroppo, ad alcuni, non ho potuto invece rispondere, perché assieme alla loro donazione non hanno inviato un messaggio con la loro email. Li ringrazio tanto in queste righe, dispiaciuto per non avergli potuto inviare un messaggio di ringraziamento.

 

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Padre Ariel sotto processo: «Spesso ho precorso i tempi con libri e articoli, oggi rischio di essere anticipatore del “Disegno Zan” prima che diventi legge della Repubblica. I cattolici che dicono di stimarmi, saranno disposti a mettersi le mani in tasca e a sostenermi per le spese processuali?»

—  Attualità ecclesiale —

PADRE ARIEL SOTTO PROCESSO: «SPESSO HO PRECORSO I TEMPI CON LIBRI E ARTICOLI, OGGI RISCHIO DI ESSERE ANTICIPATORE DEL DISEGNO ZAN PRIMA CHE DIVENTI LEGGE DELLA REPUBBLICA. I CATTOLICI CHE DICONO DI STIMARMI, SARANNO DISPOSTI A METTERSI LE MANI IN TASCA E A SOSTENERMI PER LE SPESE PROCESSUALI?»

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Dinanzi a un gay che rappresenta Gesù Cristo come un fuoriuscito dalla Cage aux Folles (alla lettera: la gabbia delle matte) portandolo in sfottente processione all’ultimo Gay Pride di Milano, nessun cattolico ha il diritto di sentirsi offeso, perché si tratta solo di giocose espressioni della gaiezza arcobaleno che tutto può permettersi, salvo querelare chiunque osi replicare a questi pubblici vilipendi, sollevando severi interrogativi proporzionati alla gravità estrema dell’offesa. 

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Si può rivendicare rispetto e al tempo stesso insultare gli altri, salvo querelarli se reagiscono alle gravi offese? A quanto pare alcuni pensano di poterlo fare

Il paradigma della società del Terzo Millennio trova sintesi in questa riflessione di Gilbert Keith Chesterton:

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«La gran marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato e diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto» (dall’opera Eretici).

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In circostanze come quella che adesso narreremo si rischiano due cose diverse: o amarezze, o piacevoli sorprese. Ma veniamo alla storia, da introdurre con una premessa doverosa: essendo in corso un procedimento penale è bene evitare di scendere nei dettagli e limitarsi alla narrazione del fatto. Altrimenti si corre il rischio di fare come quegli imputati assistiti da avvocati superstar che vanno a discutere dei loro processi nei vari talk show mentre in tribunale è appena iniziata la prima fase dibattimentale. 

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Ecco la storia: anni fa Padre Ariel prese le pubbliche difese di un sacerdote anziano, teologo e accademico, sbeffeggiato sui social media, poi sulla stampa nazionale, per mezza frase tagliata da una sua risposta data in un contesto biblico-esegetico. Con quella frase estrapolata gli fu fatto dire ciò che mai aveva detto, che «i terremoti sono un castigo di Dio».

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Si può rivendicare rispetto e al tempo stesso insultare gli altri, salvo querelarli se reagiscono alle gravi offese? A quanto pare alcuni pensano di poterlo fare …

A lanciare la notizia fu un giovane giornalista appartenente al filone più radicale del mondo LGBT. Padre Ariel, agendo a difesa dell’anziano teologo in un articolato contesto polemico, usò alcune espressioni ironiche in forma interrogativa, che l’interessato ritenne però diffamanti, per questo lo querelò. 

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Mai Padre Ariel ha saputo che nel 2017 era stato querelato ai sensi dell’art. 595 del Codice Penale e che fossero in corso indagini su di lui. Solo tre mesi e mezzo fa, convocato nella locale Questura del luogo dove si trova il Tribunale adito, presso la quale si presentò 45 minuti dopo essere stato contattato per telefono, venne a conoscenza di essere stato querelato.

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Venuto a conoscenza del tuttoiter ormai avviato, per prima cosa ha provveduto a nominare un avvocato penalista di fiducia come difensore.

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Si può rivendicare rispetto e al tempo stesso insultare gli altri, salvo querelarli se reagiscono alle gravi offese? A quanto pare alcuni pensano di poterlo fare …

Questa la storia a grosse linee, senza scendere in particolari. Non perché non si possa fare, ma perché non si deve fare, sarebbe inopportuno e scorretto. Non sono queste colonne la sede idonea per esporre le ragioni difensive, da presentare in appropriata sede dinanzi all’organo giudicante. I processi non si fanno né sui giornali né sui social media, perché gli uni e gli altri non possono né condannare né assolvere, né mai dovrebbero farlo, anche se spesso pretendono di farlo mettendo persone o intere istituzioni alla pubblica berlina.

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È singolare esser trascinati in giudizio da un soggetto che promuove il mondo gay più radicale e che da sempre sostiene, per esempio con articoli e pubblici interventi vari, certe parate del Gay Pride, nelle quali brulicano tutte le peggiori dissacrazioni rivolte alle figure e ai simboli più cari alla Cristianità, dagli sberleffi verso Gesù Cristo a quelli verso la Beata Vergine Maria, reputati da taluni pienamente legittimi. Però non si tollera che possano essere sollevati quesiti d’alcun genere sui promotori della ideologia LGBT. Pare infatti che promuovere sberleffi verso Gesù Cristo nella parodia di un gay sui tacchi a spillo che porta una croce sulla quale anziché la scritta latina I.N.R.I (Jesus Nazarenus Rex Judaeorum) c’è un cazzo stilizzato, non possa costituire insulto alla sensibilità dei cattolici, perché questo è concesso. Non solo, si reclama persino che sia varata una apposita legge col pretesto della condanna di quella omofobia — che tutti condanniamo senza bisogno di leggi che mutino il mondo LGBT in “categoria protetta” [vedere l’ultimo intervento televisivo di Padre Ariel su questo tema, dal minuto 1:38 a seguire —, col serio rischio di mutare in reato le opinioni avverse, laddove da una parte si rivendica il diritto all’insulto blasfemo, dall’altra non si esita a bordare querele per ogni legittimo sospiro mirato a difendere i propri valori morali e i simboli religiosi.

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Si può rivendicare rispetto e al tempo stesso insultare gli altri, salvo querelarli se reagiscono alle gravi offese? A quanto pare alcuni pensano di poterlo fare …

Dinanzi a un gay che rappresenta Gesù Cristo come un fuoriuscito dalla Cage aux Folles  (alla lettera: la gabbia delle matte) portandolo in sfottente processione all’ultimo Gay Pride di Milano, nessun cattolico ha il diritto di sentirsi offeso, perché si tratta solo di giocose espressioni della gaiezza arcobaleno che tutto può permettersi, salvo querelare chiunque osi replicare a questi pubblici vilipendi, sollevando severi interrogativi proporzionati alla gravità dell’offesa arrecata a ciò che di più sacro e caro esista per la Cristianità. 

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E dire che quello dell’Onorevole Alessandro Zan è per adesso solo un disegno di legge. Se passasse come lo hanno scritto, con tutta l’ambiguità contenuta nel testo agli articoli 1, 4, 7, che cosa accadrebbe? Saremo forse subissati di querele a partire dal giorno dopo, semmai per avere spiegato il Libro della Genesi nella parte in cui si narra che Dio maschio e femmina li creò, o per avere spiegato che una famiglia si compone di un padre e di una madre e che solo loro possono generare un figlio, quindi che due ricchi gay che si fabbricano un bimbo pagando l’utero in affitto di una donna povera di un Paese in via di sviluppo, compiono qualche cosa di disumano? Non parliamo poi di certe Lettere del Beato Apostolo Paolo nelle quali si esprimono parole di condanna verso la pratica della sodomia [Cfr. I Cor 6, 9-11]. Domani, a pena querela, ci impediranno forse di leggere e spiegare certi testi sacri, posto che in ogni caso, da sempre, la morale cattolica condanna il peccato ma non il peccatore, rigettando il primo e accogliendo sempre il secondo con misericordia e senza discriminare nessuno? Porteranno i sacerdoti in tribunale dopo che avranno letto nelle chiese certi passi durante la Santa Messa, chiedendo l’immediato ritiro dal commercio delle copie dei Vangeli, se quelle frasi non saranno tagliate, semmai con tanto di scuse rivolte ai membri dei più suscettibili e agguerriti gruppi LGBT

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Si può rivendicare rispetto e al tempo stesso insultare gli altri, salvo querelarli se reagiscono alle gravi offese? A quanto pare alcuni pensano di poterlo fare …

È presto detto: certi preti affetti dal diffuso complesso di Don Abbondio non dovranno esser censurati, si auto-censureranno da soli. Diranno che la Genesi è un testo antico, che l’Apostolo Paolo era esaltato, forse persino un po’ omofobo quando condannava i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso. Se il Disegno di Legge Zan non sarà riformulato salvando la libertà di opinione e l’insegnamento dei genitori e delle scuole cattoliche, i gruppi LGBT finiranno per imporre il gender coatto col pretesto di condannare la omotransfobia.

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Affrontare un processo penale vuol dire spendere soldi che noi non abbiamo, né possiamo indebitarci per farlo. Per questo lanciamo una richiesta che potrebbe portarci ad avere inaspettate soddisfazioni o dispiaceri maggiori della querela di cui vi abbiamo narrato. Si tratta di una richiesta semplice: aiutateci a sostenere le spese processuali del Padre Ariel. Lo chiediamo a coloro che ci inviano messaggi di apprezzamento per i nostri articoli, libri e per gli interventi televisivi del Padre Ariel. Lo chiediamo, soprattutto, a quei cattolici che sui social media si stracciano le vesti sul “pericolo” del Disegno di Legge Zan così com’è formulato in bozza. Sia infatti chiaro che con lo straccio emotivo di vesti o con gli sfoghi di certi cattolici leoni da tastiera non si tutela nessuno. Mettersi invece le mani in tasca e inviare un contributo a L’Isola di Patmos per il fondo spese necessario alla difesa processuale del Padre Ariel servirà invece a molto. Infatti, per quanto l’avvocato intenda contenere al massimo le spese, occorreranno molte migliaia di euro, perché i processi costano. Si tenga poi conto ― sempre a proposito delle spese processuali ― che dall’altra parte non c’è un semplice singolo, ma il segmento più radicale del mondo LGBT, che tramite un’Associazione si è già costituito parte civile. E loro non hanno alcun problema ad affrontare spese legali e a trascinare i processi per tutti e tre i gradi di giudizio, hanno soldi, finanziatori e studi legali che lavorano apposta per loro, per questo non badano a spese.

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Si può rivendicare rispetto e al tempo stesso insultare gli altri, salvo querelarli se reagiscono alle gravi offese? A quanto pare alcuni pensano di poterlo fare …

A voi la scelta: potete sbalordite i Padri de L’Isola di Patmos o amareggiarli. Nell’uno e nell’altro caso i Padri non cesseranno di lavorare per la verità e il Popolo di Dio, anche quando il Popolo chiacchiera e non caccia fuori un soldo dinanzi all’emergenza della vera necessità. Però ci dice bravi, magnifica il coraggio altrui e il modo in cui gli autentici leoni di Dio difendono la verità. Tutti complimenti gratuiti con i quali non si pagano però le spese di un processo, specie se dall’altra parte c’è un gruppo agguerrito e ideologizzato che non vuole portare sotto processo Padre Ariel, ma la Chiesa Cattolica. E con questo abbiamo chiarito che i complimenti dei cattolici apostolici romani impegnati e militanti abituati ad agire alla armiamoci e … partite, non ci sono di alcuna utilità concreta. Pertanto, non mandateci commenti lusinghieri o espressioni di incoraggiante solidarietà, mandateci soldi!

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Chi vorrà sostenerci per il pagamento delle spese processuali del Padre Ariel può inviare la propria libera donazione sul conto corrente delle Edizioni L’Isola di Patmos oppure tramite il comodo e sicuro sistema PayPal, tutti gli estremi li trovate in fondo a questa pagina. Vi preghiamo di scrivere nella causale “spese processuali del Padre Ariel” e di mandarci anche una e-mail col vostro nome e indirizzo di posta elettronica, affinché possiamo inviarvi un messaggio di ringraziamento per il vostro concreto e prezioso contributo.

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dall’Isola di Patmos, 3 luglio 2021

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Il Disegno di Legge Zan e l’importanza della presenza sui mezzi di comunicazione di sacerdoti e religiose competenti in grado di dare voce anche alla Chiesa e ai cattolici in un Paese che voglia essere veramente laico e pronto al dialogo

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

Non occorrerebbero presentazioni, che facciamo solo per dovere di cronacaSuor Anna Monia Alfieri, religiosa della Congregazione delle Suore Marcelline, giurista ed economista, è un volto noto al grande pubblico per la sua partecipazione come opinionista ed esperta dei problemi della scuola e della formazione al programma Mediaset Quarta Repubblica, condotto da Nicola Porro. Con il nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo, opinionista dalla fine del 2019 al programma Dritto e Rovescio e successivamente a Zona Bianca, entrambi hanno affrontato più volte, nei vari programmi televisivi, il problema del Disegno di Legge Zan, che se varato com’è stato redatto potrebbe ledere la libertà di opinione garantita dalla Carta Costituzionale e mettere un bavaglio all’insegnamento nelle scuole cattoliche. Suor Monia è intervenuta il 3 giugno 2021 presso la IIª Commissione del Senato della Repubblica per conto della USMI (Conferenze delle Superiore Maggiori Italiane degli Ordini e Congregazioni Religiose) e della CISM (Conferenza Italiana Superiori Maggiori degli Ordini e Congregazioni Religiose). Il 24 giugno, Suor Monia e Padre Ariel hanno anche risposto al rapper Fedez che per difendere questo Disegno di Legge ha rivolto un attacco falso e fuori luogo al Vaticano per mancato pagamento di tasse sugli immobili posseduti sul territorio italiano (!?). Successivamente è intervenuto anche il Presidente dell’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) S.E. Mons. Nunzio Galantino, che ha smentito ulteriormente notizie infondate fatte giungere da questo “noto intellettuale” a milioni di suoi followers. Già questo dovrebbe bastare per far comprendere ad alcuni dubbiosi la delicatezza di certi temi e la vitale importanza della presenza di sacerdoti e religiose preparati sul piano dottrinale e giuridico, in grado di comunicare attraverso i mezzi televisivi. In caso contrario si rischia di rimanere chiusi nel ghetto delle nostre sacrestie e delle nostre scuole paritarie cattoliche, fingendo di non vedere — semmai persino con pericoloso spirito di incurante superiorità — che una gran fetta di mondo ostile attorno a noi mal tollera la nostra stessa esistenza. Suor Monia e Padre Ariel non hanno mai mostrata contrarietà a questo Disegno di Legge, come mai è stata mostrata dalla Conferenza Episcopale Italiana e dalla Santa Sede, di cui si sono fatti portavoce sui mezzi di comunicazione, chiarendo che è necessario rivedere questo testo affinché non si finisca col perseguire il reato di opinione [vedere ultimo intervento del 24 giugno, dal minuto 01.38]. Riportiamo di seguito il testo delle audizioni in videoconferenza con l’intervento di Suor Monia nell’ambito dell’esame dei disegni di legge n. 2005 e 2205 sul contrasto della discriminazione o violenza per sesso, genere o disabilità.

 

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— Attualità ecclesiale  —

IL DISEGNO DI LEGGE ZAN E L’IMPORTANZA DELLA PRESENZA SUI MEZZI DI COMUNICAZIONE DI SACERDOTI E RELIGIOSE COMPETENTI IN GRADO DI DARE VOCE ANCHE ALLA CHIESA E AI CATTOLICI IN UN PAESE CHE VOGLIA ESSERE VERAMENTE LAICO E PRONTO AL DIALOGO

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I rischi di ricorrere alla “cultura di massa” e alla “punizione” per creare un pensiero unico sono i due principali limiti che ci impongono almeno una rivisitazione del Disegno di Legge Zan, affinché sia per davvero indirizzato a contrastare la discriminazione e non ad acuirla con nuove figure. Se però il Disegno di Legge recupera uno sviluppo armonico, allora potrà, forse, essere una legge positiva, indirizzata a lanciare ponti di integrazione; altrimenti resta il ragionevole dubbio che altri siano gli interessi che muovono il legislatore

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Anna Monia Alfieri, I.M.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Anna Monia Alfieri negli studi Mediaset al programma Quarta Repubblica condotto da Nicola Porro

Oggetto di grandi discussioni e dibattiti in questi giorni è il Disegno di Legge Zan, il cui contenuto, in tutta onestà, andando a fondo, non mi pare convincente. Certamente è doveroso contrastare qualsiasi forma di discriminazione, nel rispetto della dignità umana e del principio di uguaglianza, a presidio del quale non mancano certo adeguate protezioni giuridiche nel nostro ordinamento, anche penale. Credo, tuttavia, che questo Disegno vada nella direzione opposta. Se, nell’intendimento del legislatore, ci fosse solo la tutela della persona, sarebbe sufficiente (aggiungo doveroso) applicare la normativa esistente fissata dalla Costituzione della Repubblica Italiana all’art. 3, quindi all’art. 604 bis e 61 del Codice penale.

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Non esiste, pertanto, una lacuna normativa da colmare, in quanto il nostro ordinamento tutela già la vita, l’onore, l’incolumità delle persone, senza distinzione di sesso, religione, lingua, razza e via a seguire. Non ultimo, è prevista l’aggravante per aver agito per motivi abietti e futili. Si ha per ciò la sensazione che, siccome è complicato intervenire con la certezza della pena e sull’impunità, come sulla formazione dei giovani alla non discriminazione, si tenda a moltiplicare la normativa e la conseguente confusione. La normativa, non dovendo colmare alcun vuoto, crea necessariamente confusione, data da un inutile proliferare delle tipologie di reato da perseguire, che andrà chiarita dalla magistratura. Tale situazione accresce in modo abnorme il raggio di azione del potere giudiziario e inquirente. Siamo tutti consapevoli della necessità di rivedere la riforma della giustizia proprio alla luce degli ultimi eventi di cronaca.

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Anna Monia Alfieri negli studi Mediaset al programma Quarta Repubblica condotto da Nicola Porro

Evidentemente è nelle pieghe del dettaglio che si insinua la discriminazione. Infatti, quando la legge precisa con eccesso di tutela, in realtà discrimina, introducendo categorie. Io stessa avverto un certo disagio di fronte a una legge che mi tutela per via dell’abito che indosso: chiunque discrimina una religiosa, in quanto tale, viene punito con un’aggravante. Mi chiedo: a motivo della mia scelta di vita, debbo essere inserita in una sorta di “categoria protetta”? Chi è fiero della propria diversità la vive nell’ordinarietà, nella normalità. Nessuna legge potrà mai sostituirsi al rispetto, all’integrazione, alla capacità di prossimità. Imporre il rispetto significa il fallimento della civiltà. Ecco in sintesi descritte le prime due ragioni che mi vedono contraria.

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Vengo alla terza motivazione che svela il vero intendimento della legge. La proposta di legge, creando una “categoria protetta”, apre la strada ad una nuova visione antropologica di persona issata ad anonimo sistema. La confusione viene coperta con la legge e il pensiero dominante viene diffuso a tappeto dalle scuole: qualsiasi rigurgito di buon senso viene trasformato in reato.

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Anna Monia Alfieri negli studi Mediaset al programma Quarta Repubblica condotto da Nicola Porro

L’identità di genere ― chiariamolo ― è ben lungi dall’essere connessa con la condivisibile condanna della omofobia, è tutt’altro capitolo che non fa rima con garanzia, tutela, bensì con indottrinamento, pensiero unico, probabilmente per assicurare guadagni certi e diffusi a qualche circuito. Ed è qui che si inseriscono i tre grossi diritti contrastati e mortificati dal Disegno di Legge Zan, che così come è scritto limita di fatto la libertà di pensiero e di espressione. Perché tutelare una libertà (cfr. art. 4 Disegno di Legge Zan) mettendola allo scontro con la “libertà di pensiero” riconosciuta all’art 21 della Costituzione, evidentemente non è solo un errore legislativo, ma un passo assai pericoloso per l’ordine costituzionale dello Stato laico e di diritto. Recita infatti l’Art. 4 di questo Disegno a riguardo del “Pluralismo delle idee e libertà delle scelte”:

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«Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime ri­conducibili al pluralismo delle idee o alla li­bertà delle scelte, purché non idonee a de­terminare il concreto pericolo del compi­mento di atti discriminatori o violenti».

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E qui non si capisce come «le condotte legittime» possano condurre agli «atti discriminatori». Delle due l’una: o le condotte non sono legittime, o gli atti non sono discriminatori. È evidente come l’art 4 vada nella direzione opposta alla libertà di espressione e svuoti cosi l’art. 21 della Costituzione che recita:

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«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

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Anna Monia Alfieri negli studi Mediaset al programma Quarta Repubblica condotto da Nicola Porro

Un secondo ordine di problemi sempre su questo passaggio è: cosa e chi definisce il concreto pericolo? Una modalità di espressione cosi vaga e contraddittoria che evidentemente crea non solo un vuoto ma apre una voragine legislativa e quindi di orientamento per il singolo. Nei reati di pericolo concreto il pericolo è elemento costitutivo della norma e spetta al magistrato inquirente, alle Procure accertare in concreto se il bene giuridico protetto sia stato messo in pericolo. Quindi si allarga in modo pericoloso la discrezionalità del giudice e si spalanca la inquietante stagione della delazione come facile strumento per opporsi a un diverso pensiero sull’uomo.

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Non basta una legge per non discriminare, perché non ci sarà mai una legge che potrà colmare non il vuoto normativo – che peraltro non c’è – ma quello di pensiero che a volte si rivela una voragine. La parità di genere domanda l’utilizzo del diritto che c’è, della magistratura che deve funzionare e soprattutto di una cultura che è ben altro rispetto all’indottrinamento e alla formazione di massa.

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All’art 7 il Disegno di Legge Zan limita la libertà di scelta educativa dei genitori prevista all’art. 30 della Costituzione. E qui ricordiamo che l’educazione dei figli è responsabilità primaria dei genitori e che nessuno, la scuola, la Chiesa, lo Stato possono sostituirsi a loro. Introdurre nella scuola temi fortemente divisivi, ideologici e per di più attinenti alla sfera dell’identità sessuale e dell’educazione all’affettività ha certamente effetti negativi. Primo fra tutti quello di dividere. Poi, se a questo si aggiunge la considerazione che il Disegno di Legge Zan prevede condotte non chiaramente definite (cfr. anche uso di termini non chiari che possono essere sanzionati penalmente), il timore aumenta.

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Anna Monia Alfieri durante il ritiro del premio dell’Ambrogino d’Oro, Medaglia di Benemerenza Civica, per il suo impegno civile a favore della libertà di scelta educativa e del pluralismo scolastico a lei conferito il 7 dicembre 2020

Questo art. 7 limita la libertà di insegnamento dei docenti riconosciuta all’art. 33 della Costituzione. La libertà di insegnamento verrebbe svuotata dei suoi contenuti essenziali, ossia della autonomia didattica e della libera espressione culturale del docente. Una libertà garantita proprio dall’art 33 della Costituzione: «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Ratio: la libertà di insegnamento è funzionale allo sviluppo del senso critico necessario per il raggiungimento degli obiettivi di formazione integrale dei minori.

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La libertà educativa dei genitori e di insegnamento dei docenti, così come la libertà di espressione, sono fortemente messe in discussione, ancor più con un art. 2 (istigazione alla discriminazione) e un art. 4 talmente vago che apre al reato di opinione senza alcun orientamento. È presto detto: cosa si potrà dire e non dire? Non si sa, allora sarà meglio tacere. Il passaggio al pensiero unico, al monopolio, diventerebbe così una direzione obbligata per il Paese.

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È evidente che nel combinato disposto fra l’art. 2, l’art. 4, cosi vago, e l’art 7 è da ritrovarsi il limite del testo del Disegno di Legge Zan che, così come è scritto, aumenta la forbice della discriminazione, la alimenta, crea nuove figure giuridiche di reato, mortifica la libertà di espressione, di educazione dei genitori e di insegnamento, indirizza la società verso un vero e proprio indottrinamento ideologico.

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Il testo va rivisto proprio in questi aspetti che tendono a creare un pensiero unico attraverso la formazione a tappeto che non è più informazione, non fornisce gli strumenti per i ragazzi perché imparino a orientarsi … ma li indottrina. Praticamente la discriminazione e la violenza al contrario.

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il sorriso di una donna che rassicura e che onora il mondo religioso cattolico femminile

I rischi di ricorrere alla “cultura di massa” e alla “punizione” per creare un pensiero unico sono i due principali limiti che ci impongono almeno una rivisitazione del Disegno di Legge Zan, affinché sia per davvero indirizzato a contrastare la discriminazione e non ad acuirla con nuove figure. Se però il Disegno di Legge recupera uno sviluppo armonico, allora potrà, forse, essere una legge positiva, indirizzata a lanciare ponti di integrazione; altrimenti resta il ragionevole dubbio che altri siano gli interessi che muovono il legislatore e che sono:

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1. Divide et impera per diffondere un pensiero unico. Il monopolio è sempre pericoloso ed è propedeutico al regime;

2. di natura commerciale e marketing.

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Allora mi rivolgo ai ragazzi: abbiate il coraggio di conoscere, di approfondire, per non essere influenzabili né da me, né da nessun burattinaio. Sappiate orientarvi. Quindi, se davvero al legislatore, come a tutti coloro che si sono riscoperti paladini dell’Art. 3 della Costituzione, interessa realmente la difesa di un diritto, lo facciano fugando il campo da ogni ragionevole dubbio di interesse terzo.

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Dal Senato della Repubblica, 3 giugno 2021

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27 GIUGNO 2021 FESTA DEGLI “OTTANTA MILIONI”

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RINGRAZIAMO I NOSTRI LETTORI E VI PREGHIAMO DI NON FARCI MANCARE IL VOSTRO SOSTEGNO, INDISPENSABILE PER POTER PROSEGUIRE NELLA NOSTRA OPERA APOSTOLICA

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A proposito della nota della Santa Sede sul disegno di legge Zan-Scalfarotto: domani sera Padre Ariel S. Levi di Gualdo sarà ospite al programma Dritto e Rovescio su Rete4 per dibattere sul tema

A PROPROSITO DELLA NOTA DELLA SANTA SEDE SUL DISEGNO DI LEGGE ZAN-SCALFAROTTO: DOMANI SERA PADRE ARIEL S. LEVI di GUALDO SARÀ OSPITE AL PROGRAMMA DRITTO E ROVESCIO SU RETE4 PER DIBATTERE SUL TEMA

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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Il 17 giugno è stata consegnata all’Ambasciatore italiano accreditato alla Santa Sede una “nota verbale” nella quale si esprime in modo molto pacato la preoccupazione che il disegno di legge Zan-Scalfarotto possa ledere la libertà di opinione garantita dal Concordato stipulato nel 1929 e poi revisionato nel 1984.

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Giovedì 24 giugno Padre Ariel tornerà ospite negli studi di Mediaset al programma Dritto e Rovescio condotto da Paolo Del Debbio per prendere parte al dibattito su questo tema. Il blocco al quale parteciperà andrà in onda in seconda serata alle  23.30 circa.

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Il Romano Pontefice è contro la Chiesa e i suoi Santi Predecessori che secondo il mantra dei Neocatecumenali «ci hanno approvati … ci hanno approvati!»

—  Attualità ecclesiale —

IL ROMANO PONTEFICE È CONTRO LA CHIESA E I SUOI SANTI PREDECESSORI CHE SECONDO IL MANTRA DEI NEOCATECUMENALI «CI HANNO APPROVATI … CI HANNO APPROVATI!».

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Per comprendere la pericolosità di questa setta bisogna conoscere un pennuto e il suo modo di agire, il cuculo, appartenente a dei pennuti indicati come “parassiti”. Questa specie di uccelli non provvede a nutrire i propri piccoli, che non costruiscono il loro nido e che preferiscono deporre le uova di nascosto dentro i nidi di altri volatili. Se gli altri volatili riconoscono l’uovo estraneo deposto nel loro nido e lo eliminano, possono andare incontro a quelle che tra gli umani sono note come “gravi ritorsioni”.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Sul Cammino Neocatecumenale, fondato dal bohemien Kiko Argüello supportato da quel concentrato di arroganza e crassa ignoranza della defunta Carmen Hernandez, coadiuvati da Padre Mario Pezzi che con rara impudicizia ha umiliato la sacralità del sacerdozio riducendosi a fare da valletto servente a due laici praticoni della dottrina fai-da-te e con comprovate lacune sul Catechismo della Chiesa Cattolica, mi sono formato da tempo un giudizio critico basato su fatti e atti, ma soprattutto sulle pericolose omissioni dei Sommi Pontefici e delle Autorità Ecclesiastiche, che agendo nel corso degli anni con accondiscendenza e debolezza hanno permesso lo sviluppo delle metastasi di questo cancro all’interno della Chiesa di Cristo.

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Dopo accurate ricerche ho dato alle stampe nel 2019 un saggio critico su questo movimento para-cattolico: La setta neocatecumenale. Prima di me, critiche severe sul piano dottrinale ed ecclesiologico furono mosse da due presbiteri romani: nel 1983 dal Venerabile Servo di Dio Pier Carlo Landucci e nel 1991 dal teologo passionista Enrico Zoffoli. Questo secondo fu vittima della stizza di quell’osso secco rivestito di velluto del Cardinale Camillo Ruini, perché grazie a lui, poi al suo successore Agostino Vallini, i neocatecumenali hanno riempito di loro adepti laici e sacerdoti il palazzo del Vicariato di Roma. Questi i risultati: oggi, delle 332 parrocchie della Diocesi di Roma, i neocatecumenali ne hanno in mano 91. I pochi parroci veramente romani che sopravvivono tra quello che viene chiamato clero romano — composto per la maggioranza da transfughi polacchi, africani, indiani, latinoamericani e via dicendo — subisce in silenzio e spirito omissivo le prepotenze dei neocatecumenali, salvo ritrovarsi in caso contrario col monsignorotto di turno piazzato nella cancelleria, o altri affini piazzati nei vari uffici diocesani, che con la voce mielosa e l’occhio velenoso, da dietro la loro barba in perfetto taglio Kiko Arguello rivolgono un predicozzo a doppio senso sull’umiltà. Ovviamente nessuno di questi preti kiki ha mai invitato all’umiltà quel concentrato di sfacciataggine di Carmen Hernandez, che durante un incontro ufficiale nel cortile di San Damaso in Vaticano interruppe e corresse il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II mentre parlava. I prelati presenti commentarono che neppure Napoleone Bonaparte, che pure fece catturare e tradurre prigioniero il Sommo Pontefice Pio VII, osò mai nulla del genere. E questo valga per i vari monsignorotti del Vicariato che sorridenti dietro la loro barbetta kika, a chiunque risulti ostile alla setta neocatecumenale fanno il predicozzo su … l’umiltà (!?). Il tutto equivale però a un killer della Camorra che invita a non uccidere o a un militante della lobby LGBT che invita alla castità. Dopodiché segue tutto il resto in atti d’imperio e ingiustizie arbitrarie verso chiunque abbia osato dissentire. Per questo a Roma nessuno osa fiatare contro la setta neocatecumenale, specie in questo momento storico di eroici preti difensori della fede e della sana dottrina cattolica.

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Per comprendere la pericolosità di questa setta bisogna conoscere un pennuto e il suo modo di agire, il cuculo, appartenente a degli uccelli indicati come “parassiti” [cfr. alla mia citata opera pag. 135 e seguenti]. Questa specie di uccelli non provvede a nutrire i propri piccoli né costruiscono il loro nido, preferiscono deporre le uova di nascosto dentro i nidi di altri volatili. Se gli altri volatili riconoscono l’uovo estraneo deposto nel loro nido e lo eliminano, possono andare incontro a quelle che tra gli umani sono note come “gravi ritorsioni”. Spiegano infatti i ricercatori: il cuculo, oltre a essere un parassita è pure quello che nella specie umana è indicato come “mafioso”, un vero e proprio camorrista. Se torna dove ha lasciato le uova e non le ritrova si vendica devastando il nido altrui in cui le aveva deposte, distruggendo la sua intera covata. A quel punto l’altro uccello, comprendendo che se tocca all’interno del proprio nido le uova deposte dal cuculo subirà la devastazione della sua intera covata, comincerà ad accettare le sue uova. Situazione che darà col tempo vita a un nuovo genere di equilibrio: da una parte aumenteranno i parassiti e dall’altra gli uccelli che accettano in modo incondizionato le uova estranee, sapendo che in caso contrario andrebbero incontro a gravi punizioni. È così che gli uccelli parassiti distruggono l’habitat naturale degli altri uccelli, deponendo i maggiori numeri di uova possibile nei loro nidi. I neocatecumenali adottano la tecnica del cuculo, riuscendo quasi sempre nell’impresa che si prefiggono, dall’invasione delle parrocchie di Roma al piazzamento di loro laici e fedeli monsignorotti serventi nel Vicariato.

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La mia lunga disamina si conclude con queste parole: «Vorrei essere chiamato domani stesso presso la Congregazione per la dottrina della fede e sentirmi spiegare che sono in errore sul piano teologico ed ecclesiologico. Sarei l’uomo e il prete più felice di questo mondo. Dio solo sa, in certe analisi e nei giudizi che ne derivano, quanto vorrei essere in errore. L’apice estremo della mia gioia non sarebbe costituito dal sentirmi dire che ho ragione, ma che ho sbagliato e che sono in torto».

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Nessuno mi ha convocato per chiedermi conto d’alcunché, né per le mie severe critiche rivolte a Giovanni Paolo II, al quale è imputabile storicamente la responsabilità di avere permesso ai movimenti laicali di spadroneggiare dentro la Chiesa, o peggio di crearsi delle vere e proprie chiese dentro la Chiesa, il tutto è avvenuto dopo che il terreno fu preparato e predisposto in tal senso da Paolo VI.

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Dalla sua pubblicazione, il mio libro La setta neocatecumenale ha avuto buoni riscontri e diffusione in Italia e nei Paesi di lingua spagnola. Per adesso ho ricevuto in risposta solo valanghe d’insulti dai pretoriani della setta, mentre diverse figure deformate e deformanti del sacerdozio cattolico fabbricate nei Seminari Redemptoris Mater seguitano tutt’oggi a rispondere ai settaristi che domandano lumi su questo mio lavoro costruito con rigore scientifico su prove e documenti: «Non prestate ascolto a quel prete, è un odiatore, bisogna pregare per la sua conversione! Noi abbiamo le carte. Sì, abbiamo le carte e siamo approvati … approvati! Chi è contro di noi e i nostri Iniziatori è contro la Chiesa e i Sommi Pontefici che ci hanno approvato … approvato!».

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In una nota introduttiva aggiunta nella seconda ristampa uscita nel febbraio 2021, lanciai un altro quesito, forse destinato a rimanere anch’esso senza risposta: quali generosi compensi sono stati profusi al Cardinale Stanisław Dziwisz, all’epoca segretario particolare del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, per avere introdotto Kiko Argüello e Carmen Hernández in Vaticano con una frequenza e una familiarità mai concessa in ventisei anni di pontificato a tutti gli altri fondatori e fondatrici dei vari movimenti laicali? O forse a qualcuno risulta che Chiara Lubich o Luigi Giussani avessero libero accesso a Giovanni Paolo II ogni volta che lo desideravano, o che cenassero di frequente con lui, con Carmen che poi si vantava in tutti i circoli neocatecumenali di essere l’unica donna alla quale era concesso fumare sigarette davanti al Sommo Pontefice?

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Quando dinanzi ai Neocatecumenali e a tutto il loro stato maggiore il Pontefice regnante Francesco I esordì affermando:

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«[…] confermo la vostra chiamata, sostengo la vostra missione e benedico il vostro carisma. Lo faccio non perché lui (Ndr. Indica con la mano Kiko Argüello) mi ha pagato, no! Lo faccio perché voglio farlo» [6 marzo 2015, testo del discorso ufficiale frammento video].

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Era forse in vena di scherzi, o piuttosto ha lanciato un messaggio preciso e severo, sapendo di che cosa sono capaci i Neocatecumenali e in che modo si sono comprati sacerdoti, vescovi, cardinali e intere diocesi finite poi totalmente devastate nel corso dei loro cinque decenni di pirateria selvaggia? Resto in attesa di risposta. In assenza della quale mi sentirò legittimato ad applicare il principio giuridico del silenzio assenso, tipico di chi non ha niente da ribattere dinanzi alla verità e alla palese evidenza dei fatti.

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Trattando con decisa severità il Cammino Neocatecumenale e a seguire altri Movimenti laicali, ho difettato nell’analisi? A quanto pare no, perché l’11 giugno 2021, il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita Le associazioni di fedeli che disciplina l’esercizio del governo nelle associazioni internazionali di fedeli, private e pubbliche e negli altri enti con personalità giuridica soggetti alla vigilanza diretta del medesimo Dicastero, pare proprio avere tenuto conto, dalla prima all’ultima, di tutte le problematicità da me espresse e racchiuse in questo libro. Con un apposito Decreto che invito a leggere, il competente dicastero cerca di chiudere le stalle ― temo inutilmente ― dopo che i buoi sono fuggici e corrono oggi allo stato brado producendo i danni del cinghiale del bosco che devasta la vigna del Signore. Il tutto grazie ai Santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, la indubbia santità dei quali non li ha però esentati dal commettere errori di valutazione ed errori pastorali, a volte anche gravi. Con buona pace dei settaristi neocatecumenali, convinti che, con le canonizzazioni di Paolo VI e Giovanni Paolo II che «ci hanno approvati … ci hanno approvati!», non è stato semplicemente canonizzato il loro confuso Cammino, perché a loro assurdo pensare il loro confuso Cammino sarebbe stato infatti davvero dogmatizzato.

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Il Sommo Pontefice Francesco I, attraverso questo Decreto, dice però il contrario, o meglio: alla prova dei fatti dice esattamente quello che due anni fa ho scritto io. Adesso, i neocatecumenali, intendono urlare a lui il loro penoso mantra: «Chi è contro di noi è contro la Chiesa che ci ha approvati attraverso due Sommi Pontefici che oggi sono Santi»?

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Prego, lo urlino, il loro mantra, all’uomo Jorge Mario Bergoglio, noto per sorridere dinanzi alle telecamere e sulla pubblica piazza, ma al tempo stesso capace a spezzare la schiena degli avversari ribelli a suon di bastonate dentro le chiuse stanze. Si accomodino, si accomodino …

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dall’Isola di Patmos, 15 giugno 2021

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Il Neocatecumenale modello è un manipolatore talmente privo di senso critico e spirito recettivo che da un discorso come questo pronunciato del Sommo Pontefice Francesco, che è tutta quanta una rampogna dall’inizio alla fine, isola e coglie solo sei parole: «[…] riconoscente per i vostri buoni frutti», tutte le strigliate contenute in questo discorso non esistono, non sono in alcun modo percepite e recepite, da gente che, come diceva Giovannino Guareschi: «Hanno gettato il cervello all’ammasso».

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Due settimane di silenzio e un occhio salvato da Grazia Pertile al Sacro Cuore di Negrar, mentre come teologo meditavo: cosa può causare la mancanza di umiltà negli uomini di scienza?

—  pastorale sanitaria —

DUE SETTIMANE DI SILENZIO E UN OCCHIO SALVATO DA GRAZIA PERTILE AL SACRO CUORE DI NEGRAR, MENTRE COME TEOLOGO MEDITAVO: COSA PUÒ CAUSARE LA MANCANZA DI UMILTÀ NEGLI UOMINI DI SCIENZA?

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Di questo rendo grazie a Dio come uomo di fede, sacerdote e teologo: avermi fatto sperimentare direttamente sulla mia pelle quanto sia veramente alta la virtù dell’umiltà cristiana. L’ho capito mentre imparavo a memoria il Messale Romano in italiano e in latino, spaventato dal fatto che, se anche nell’occhio sano fosse sopraggiunta analoga patologia, i due amatissimi gatti di Jorge Facio Lince e miei, Ipazia e Bruno, che vivono in casa con noi, avrebbero dovuto imparare a convivere con un pastore tedesco, che avrebbe indossato una fascia con la croce rossa, portandomi in giro per la strada con un bastone bianco.

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Padre Ariel S. Levi di Gualdo all’ingresso dell’Ospedale Sacro Cuore di Negrar dinanzi al mosaico raffigurante San Giovanni Calabria, fondatore dell’opera

Questo articolo avrei potuto titolarlo: Riflessioni sulla mia pelle. In fondo le migliori, perché un conto è contemplare con surreale fideismo un bel crocifisso d’avorio che fa così arte e inutile tenerezza emotiva, un conto finire partecipi, anche in piccola parte, alla crocifissione del Cristo, unica via per vivere la vera fede, che non è sentimentalismo emotivo, basterebbe intendere le parole del Divino Maestro che insegna: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9, 23).

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Negli ultimi due anni sono stato attivo su tutti i fronti: ho scritto molti articoli su L’Isola di Patmos, pubblicato dei nuovi libri (cfr. QUI), prodotto video-conferenze, lectiones magistrales (cfr. QUI), partecipato a programmi televisivi sulle Reti Mediaset. Ultimo in ordine di serie Zona Bianca del 19 maggio condotto da Giuseppe Brindisi (vedere QUI dal minuto 01:35 a seguire), dove sarò di nuovo ospite il 9 giugno. Eppure, dietro a tutta questa iper attività, c’era qualche cosa di grave, al punto da indurmi a pensare che dovevo produrre più possibile, perché forse un giorno non avrei potuto più fare certi lavori. Ho persino memorizzato l’intero Messale Romano in duplice lingua, italiana e latina, casomai un giorno non fossi stato più in grado di leggere …

Cosa è accaduto? Questo: nel mese di luglio del 2019 appare una lesione alla retina del mio occhio destro. Si sarebbe dovuti intervenire con un immediato “cerchiaggio”, ma credendo di farmi del bene mi praticarono una ricucitura col laser. Trascorso un mese si verifica un distacco totale della retina e l’occhio rimane completamente cieco. Si procede così chirurgicamente d’urgenza a riattaccare la retina, dopo che il chirurgo consigliato e scelto m’informò: «In una scala di rischio da zero a dieci, lei è a rischio undici»..

la chirurgo e ricercatrice sulla retina Grazia Pertile, direttore del reparto di oculistica dell’Ospedale Sacro Cuore di Negrar, Fondazione San Giovanni Calabria

L’intervento riesce bene, pure se eseguito ― cosa che scoprirò un anno dopo ― con una tecnica ormai superata, ma non per questo inefficace. Tutt’oggi sono grato al chirurgo che mi rincollò la retina. Certo, pur avendolo effettuato in regime privato avvalendomi della mia polizza assicurativa sulla salute, fui operato su una specie di “poltrona” con anestesia locale praticata attraverso una puntura nell’occhio che non auguro neppure a uno scafista che trasporta esseri umani dall’Africa alle coste italiane con grave rischio per la vita di donne e bambini. Così credevo però funzionasse, al punto che non mi curai di domandare: … ma in questa splendida clinica privata stile hotel a cinque stelle, non avete neppure uno straccio di anestesista? I soldi, li spendete tutti negli arredi interni per gettare fumo negli occhi alle Signore e ai Signori della bella società che vengono a farsi i ritocchi di chirurgia estetica?

Illustrato a grosse linee il fatto, a nulla serve dettagliare l’iter clinico, perché di ben altro intendo parlare. Preciso soltanto che il tutto fu aggravato da una emorragia nell’occhio sopraggiunta per cause naturali durante la seduta operatoria, che causò il danno dei fotorecettori, ossia le cellule della retina che permettono la messa a fuoco. Con l’occhio destro, col quale vedevo solo ombre storte, non potevo leggere e scrivere. Il tutto peggiorato ulteriormente da una «estesa membrana» che si formò pochi mesi dopo sulla retina.

Il chirurgo che mi aveva operato e riattaccata la retina, salvandomi indubbiamente l’occhio dalla totale cecità, si guardò dall’espormi il mio stato, che per quasi due anni ignorai, dopo essere stato liquidato con un verdetto sul quale mi ero fatto una serena ragione: «Più di così l’occhio non potrà recuperare».

la chirurgo e ricercatrice sulla retina Grazia Pertile, direttore del reparto di oculistica dell’Ospedale Sacro Cuore di Negrar, Fondazione San Giovanni Calabria

Un amico carissimo, uno tra i diversi clinici romani con i quali sono in stretti rapporti di amicizia, uomo di grande scienza ed esperienza, mi accompagnò egli stesso da una autentica autorità internazionale nel campo della chirurgia della retina. Dopo una serie di esami approfonditi l’eminente clinico esaminò il mio occhio con la lente manuale per circa mezz’ora e in modo pacato e impietoso mi fece tutta la cronistoria: dalla ricucitura laser da evitare sino all’intervento effettuato bene, la sopraggiunta emorragia che mi era stata taciuta e via dicendo. Concluse il grande esperto in chirurgia della retina: «Personalmente in quest’occhio già molto trattato non ci metterei mano, perché meno si tocca e meglio è, però …».

Inutile a dirsi: un eminente studioso della retina e grande caposcuola, poteva dirmi davanti a un paio di chirurghi suoi allievi che qualche altro poteva essere in grado di fare ciò che per comprensibile prudenza loro non avrebbero osato fare? Quel semplice «però …» fu sufficiente a lasciarmi capire indirettamente quel che non sempre si può dire direttamente. D’altronde, sono pur sempre allievo anche di un diplomatico di lungo corso nel servizio alla Santa Sede, che nel campo della diplomazia mi ha istruito a dovere in lunghi anni di filiale rapporto.

Da tempo il marito della mia odontoiatra mi aveva parlato in toni di meraviglia del Dottore Grazia Pertile, direttore del reparto di oculistica dell’Ospedale Sacro Cuore di Negrar, Fondazione San Giovanni Calabria, in provincia di Verona (cfr. QUI). Questa insigne specialista e nota ricercatrice di fama europea, gli aveva salvato l’occhio dopo 7 interventi chirurgici effettuati in modo disastroso da chirurghi di fama, o perlomeno di fama sulle carte … politiche. E i danni che gli furono recati risultarono tali che dalla sera alla mattina lo operò d’urgenza, mentre l’occhio stava ormai per andare in necrosi. Mi decido, salto in macchina e nel mese di giugno del 2020 mi reco a Negrar dove effettuo una visita col Dottore Mauro Sartore, che mi si palesa dinanzi come un angelo di Dio e che dopo tutti gli esami necessari mi dice che il danno ai fotorecettori è al momento irreversibile, ma rimuovendo la estesa membrana retinica e correggendo l’intervento precedente la vista può notevolmente migliorare. Nel mese di ottobre vengo visitato dal Dottore Grazia Pertile che ribadisce la diagnosi del suo collaboratore e mi prospetta l’intervento, anche perché in caso contrario, l’occhio, sarebbe stato destinato alla totale cecità in un lasso di tempo di pochi o più anni..

Mauro Sartore, chirurgo retinico dello staff di Grazia Pertile, reparto di oculistica dell’Ospedale Sacro Cuore di Negrar, Fondazione San Giovanni Calabria

Il 24 maggio ho effettuato il pre-ricovero, il 25 sono stato operato e il 26 dimesso. Mi sono poi recato sul Lago Maggiore dagli amici de L’Isola di Patmos Enrico e Liliana, che mi hanno regalato dei giorni di splendida convalescenza nella loro villa. Scrivo questo articolo oggi, nella mia camera d’albergo nella Valpolicella, dopo avere effettuato il controllo post-operatorio questa mattina col Dottore Mauro Sartore..

Quando sono entrato in sala operatoria a Negrar, dinanzi ai miei occhi si è presentata una equipe al completo composta da svariate persone, con buona pace del fumo senza arrosto di una clinica privata che nella cornice esteriore pareva un hotel a cinque stelle, dove però mi spararono una puntura in un occhio per farmi una anestesia locale. Tutt’altra storia al Sacro Cuore di Negrar, dove sdraiato sul lettino, non su una specie di poltrona, non mi si è avvicinato un punturatore selvaggio, ma l’anestesista che mi ha fatta l’anestesia totale, durante la quale sono stato anche intubato. Ricordo di essermi addormentato recitando: Confiteor Deo omnipotenti et vobis, fratres, quia peccavi nimis cogitatione, verbo, opere, et omissione  (Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni …) e di essermi risvegliato dicendo «Laudetur Jesus Christus» (Sia lodato Gesù Cristo). E pochi giorni dopo ho compreso fino in fondo quanto dovevo lodare Gesù Cristo..

A pochi giorni dall’intervento, con l’occhio ancora appannato, già vedo tutte le linee e i contorni perfettamente diritti. Distinguo e leggo i caratteri delle lettere grandi, quelle dei cartelloni, delle insegne e delle copertine dei libri, che prima non vedevo né leggevo..

Il Dottore Grazia Pertile è una donna molto riservata, pronuncia poche parole. Il suo è un lavoro che non si fa con le parole, utili e indispensabili per altri generi di pratiche scientifiche. È un lavoro, il suo, di pura azione, un autentico mostro da sala operatoria con una manualità più unica che rara. E proprio io che da sempre sono a stretto contatto con le sfere più delicate dell’essere umano, ho subito compreso il genere di angelo dagli occhi azzurri che avevo davanti. Così mi sono limitato a giocare sul suo nome, tirando fuori dall’Ave Maria due sole ma incisive parole: «Gratia Plena» (piena di grazia). Sì, ti saluto Donna piena di grazia, capace a mettere veramente a frutto la grazia straordinaria che Dio ha posto nelle tue mani..

Ingresso dell’Ospedale Sacro Cuore di Negrar con la statua di San Giovanni Calabria

La nostra Isola di Patmos non ha pubblicato articoli nelle ultime settimane perché in concomitanza con me, anche il nostro redattore cappuccino Padre Ivano Liguori ha avuto problemi di salute che hanno comportato quindici giorni di ricovero. Un mese e mezzo fa fu colpito da una algia emicraniale destra con parestesie formicolari omolaterali e ptosi all’occhio destro, che ha richiesto ricovero in neurologia per accurati accertamenti, essendo paziente affetto da due malattie autoimmuni da circa quattro anni, una ai reni (una nefrite interstiziale) e una al fegato (una colangite biliare primitiva). Così, Padre Ivano e io, da un capo all’altro d’Italia siamo stati assorbiti da vicende sanitarie. Intanto che Padre Ivano continuava per giorni gli accertamenti neurologici per tenere sotto controllo la ptosi all’occhio destro, migliorata ma non ancora risolta del tutto, io mi accingevo a effettuare l’intervento alla retina dell’occhio destro, avvenuto attraverso un ricovero di soli due giorni e mezzo, che hanno però comportato una preparazione e una convalescenza. Questa è stata la nostra situazione nelle ultime settimane, ve la rendiamo pubblica oggi per chiarire il nostro silenzio, aggiungendo al tutto un dato molto positivo: nel mese di maggio dedicato alla Beata Vergine Maria sono stati superati gli ottanta milioni di visite alla nostra rivista nel corso degli ultimi quattro anni di attività pubblicistica ed editoriale. A maggior ragione, non pensate che il Diavolo ci doveva mettere in qualche modo lo zampino?.

Raccontare questa mia vicenda ha comportato quasi una violenza esercitata su me stesso. Ognuno di noi ha diritto alla propria riservatezza. Questa mia storia è però paradigma di un dramma umano molto antico col quale tutti dobbiamo fare i conti sin da quando Adamo ed Eva commisero il peccato originale, che ricordo fu un peccato di superbia, a tal punto grave da alterare l’equilibrio perfetto del mondo creato da Dio, ma soprattutto dell’uomo stesso, fatto a immagine e somiglianza del Divino Creatore, che in precedenza non conosceva il decadimento fisico, la malattia, il dolore, la vecchiaia e la morte, tutte conseguenze di quel grande peccato di ribellione, di quella superbia di cui la mancanza di umiltà è da sempre la figlia prediletta..

le ricerche sulla retina artificiale condotte da Grazia Pertile

Dal muratore al progettista, dall’idraulico al falegname, dal manager allo chef e suvvia a seguire, quando l’uomo si trova dinanzi a qualche cosa che non è in grado di fare, spesso esordisce dicendo: «Non è possibile, non si può fare». Non dico quasi sempre o di prassi, ma spesso chi risponde a questo modo sa benissimo che certe cose sono possibili da farsi. Ma per nessuna ragione ammetterebbe che altri sono capaci a fare ciò che lui non è in grado di fare. Certo, per quanto gravi possano essere, i danni o le incapacità di certi artigiani e tecnici sono quasi sempre circoscritti. Quando però atteggiamenti di simile superbia generanti cieca mancanza di umiltà sono posti in essere da un oncologo o da un chirurgo, che cosa può accadere? Il nostro redattore cappuccino Padre Ivano Liguori, specialista in pastorale sanitaria, che per anni ha svolto il ministero di cappellano in un grande ospedale, il nostro giovane redattore domenicano Padre Gabriele Giordano M. Scardocci, grande studioso sul piano teologico ed ecclesiologico del problema delle disabilità, quanti casi sfociati nel disastro hanno conosciuto? Mi ci metto anch’io, che come sacerdote sono da sempre vicino e dedito all’assistenza di malati terminali e disabili, ribadendo a ogni piè sospinto che proprio noi presbiteri cimentati negli studi di ricerca e nelle alte speculazioni teologiche dobbiamo avere a che fare più che mai col materiale umano, salvo generare in caso contrario mostri di disumanità che vivono nell’iperuranio delle università ecclesiastiche, annegati nel mondo dell’irreale e nella spasmodica ricerca dei successi di carriera e di auto-affermazione..

Quando parliamo della virtù dell’umiltà cristiana, noi presbiteri e teologi non intendiamo certo la beghina o il cattolico onirico a collo torto che finge di non sentirsi degno o all’altezza. Ben altra è l’umiltà: è la virtù dei grandi. Solo i grandi possono confrontarsi ogni giorno con i propri limiti umani, fuggendo in tal modo le forme più nocive di disumanità, quelle che portano il proprio egocentrismo o il proprio narcisismo ipertrofico al di sopra del valore stesso della vita umana. Ecco allora il cardiochirurgo che pur conoscendo perfettamente l’esistenza di un collega particolarmente bravo e da anni specializzato in quella specifica malformazione al cuore, preferisce dire «non si può fare altro … non si può fare più di questo … fatevene una ragione …», pur di non dire che da altre mani il paziente potrebbe essere salvato. Altrettanto vale per certi oncologi, o per certi specialisti nella chirurgia della retina e via dicendo a seguire..

lo staff di oculistica di Grazia Pertile, Ospedale Sacro Cuore di Negrar

E vogliamo parlare dei baroni clinici che di prassi si circondano di mezze tacche, dovendo brillare di luce propria? O dimenticare altrettante mezze tacche piazzate come assistenti di insigni clinici su suggerimento di aziende e banche che finanziano fondazioni e istituti di ricerca? Cosa accade poi, ai malati attratti dal miraggio del gran luminare, quando si recano nel suo reparto dove finiscono operati da qualcuno dei suoi mediocri assistenti? Tutt’altro il mondo della clinica, della chirurgia e della ricerca del Dottore Grazia Pertile, che non teme ombre sulla stella che lei è ma che ha formato uno staff di chirurghi che sono tutti quanti molto bravi. Altro mondo, in mezzo a tante cose cliniche dell’altro mondo che spesso ti tolgono con decenni di anticipo alla vita di questo mondo terreno..

Di questo rendo grazie a Dio come uomo di fede, sacerdote e teologo: avermi fatto sperimentare direttamente sulla mia pelle quanto sia veramente alta la virtù dell’umiltà cristiana. L’ho capito mentre imparavo a memoria il Messale Romano in italiano e in latino, spaventato dal fatto che, se anche nell’occhio sano fosse sopraggiunta analoga patologia, i due amatissimi gatti di Jorge Facio Lince e miei, Ipazia e Bruno, che vivono in casa con noi, avrebbero dovuto imparare a convivere con un pastore tedesco, che avrebbe indossato una fascia con la croce rossa, portandomi in giro per la strada con un bastone bianco..

Sul mio cammino, tra tanta scientifica e omissiva arroganza e superbia, ho però conosciuto la mia Ave Maria, la Donna piena di grazia, il Dottore e ricercatore sulla chirurgia della retina Grazia Pertile. E ho capito fino in fondo il valore teologico e salvifico dell’umiltà cristiana, quella che ti rende grande e che ti salva l’anima dalla dannazione eterna.

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da Negrar in Valpolicella, 3 giugno 2021

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GRAZIA PERTILE SPIEGA I TRATTAMENTI DI AVANGUARDIA PER LE PATOLOGIE DELLA RETINA

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