«Repetita iuvant» — Perché la Vergine Maria non chiese l’eutanasia di Gesù Cristo sulla croce?

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

Il celebre motto latino repetita iuvant significa: le cose ripetute aiutano. Per questo riproponiamo a distanza di due anni un articolo pubblicato da Padre Ariel il 26 settembre 2019. Articolo dinanzi al quale nessuno nega che l’Autore sa essere molto duro e severo, unendo alla durezza anche sarcasmo e ironia per accentuare certe tematiche molto delicate o, come in questo caso, drammatiche. I suoi riferimenti, in questo articolo di due anni fa, sono rivolti a un Governo che oggi non esiste più e a figure ormai dimesse dal loro ufficio, a partire dal Presidente del Consigli dei Ministri Giuseppe Conte. La sostanza rimane però la stessa e, forse, oggi capiamo quando la durezza del Padre Ariel sia stata tutt’altro che esagerata o ingiustificata, sempre alla prova dei fatti non passibili di facile smentita …

 

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— attualità ecclesiale —

«REPETITA IUVANT» — PERCHÉ LA VERGINE MARIA NON CHIESE L’EUTANASIA DI GESÙ CRISTO SULLA CROCE, COME INVECE PERMETTERÀ IL GOVERNO DI GIUSEPPE CONTE, BIMBO PRODIGIO DI VILLA NAZARETH? PERÒ PER LA SEGRETERIA DI STATO VATICANA E I VESCOVI ITALIANI IL VERO PROBLEMA ERA IL POPULISTA MATTEO SALVINI CHE ESIBIVA IL ROSARIO IN PIAZZA

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Mentre in Italia vince la cultura satanica della morte, seguitino pure a correre dietro al moderno dogma supremo del migrante, i Cardinali Pietro Parolin e Gualtiero Bassetti, amoreggiando ora col mondo, ora coi bimbi prodigio di Villa Nazareth del defunto capo-modernista Cardinale Achille Silvestrini. Noi invece siamo lì, inginocchiati nel posto migliore, sotto la croce di Cristo, dalla quale non cola la morte, ma il sangue che ci ha redenti. E di tutta questa gente, rossi di colore politico o rossi di porpora cardinalizia, non abbiamo proprio paura, all’ombra della croce di Cristo Dio.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Il Sommo Pontefice e il Capo del Governo Italiano Giuseppe Conte, incontro privato dopo i funerali del Cardinale Achille Silvestrini

Oggi la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 580 del Codice penale [cf. QUI] che punisce l’istigazione o l’aiuto al suicidio e per il quale erano previste delle pene tra i 5 e i 12 anni di reclusione. La Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi sulla questione dalla Corte d’Assise di Milano nell’ambito del processo che vede imputato un celebre Cavallo di Troia: l’esponente del Partito Radicale Marco Cappato, coinvolto nel suicidio assistito di Fabiano Antoniani, noto al pubblico come Dj Fabo [cf. QUI]. In questo modo la Suprema Corte ha aperto una porta alla possibilità di aiutare una persona a morire, dichiarando lecito l’ingresso del Cavallo di Troia e decretando che una norma che punisce il suicidio assistito ma che non tiene conto della situazione di chi soffre in modo insostenibile, è da considerarsi incostituzionale. Dunque, a partire da oggi, la Suprema Corte ha stabilito con sentenza il “diritto a morire” dichiarando allo stesso tempo:

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«non punibile chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

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A questo punto dovrà intervenire il legislatore con un’apposita legge, vale a dire proprio quel governo presieduto dal Professor Giuseppe Conte tanto appoggiato dalla Santa Sede e dalla Conferenza Episcopale Italiana. In questo, come in altri casi, si mettano l’animo in pace i buoni fedeli cattolici, perché sia dalla Santa Sede sia dalla Conferenza Episcopale Italiana non udrete il dignitoso e umile lamento: “Perdono, abbiamo sbagliato”. Perché le logiche della peggiore superbia, che è la superbia clericale, funzionano sulla base di questo principio che in sé ha ovviamente del blasfemo: il Divino Padre e il Divino Figlio, possono anche sbagliare a far procedere il Divino Spirito Santo, ma la Santa Sede e la Conferenza Episcopale Italiana no, non possono sbagliare valutazioni e giudizi, mai!

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Mentre un Governo formato anche da membri della più furiosa sinistra radicale si accinge a brindare il varo della legge sull’eutanasia mascherata da “caso estremo”, la Suprema Corte Costituzionale ha aperto tutte le piste assoggettando la non punibilità:

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«[…] al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) ed alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente […] l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già aveva sottolineato nella sua precedente ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate».

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All’udienza erano presenti Marco Cappato e la compagna di Dj Fabo, assieme a loro anche Mina, la vedova di Piergiorgio Welby, morto nel 2006 dopo che su sua richiesta gli era stato staccato il respiratore che lo teneva in vita. Tutti hanno pubblicamente esultato, come se la morte fosse una vittoria. Dal proprio canto Marco Cappato ha ribadito appellandosi niente meno che al dovere morale: «Ho aiutato Fabiano perché l’ho ritenuto un mio dovere morale» [cf. QUI]. Per poi seguire a gioire con un twitter: «Vittoria della disobbedienza civile; da oggi tutti più liberi, anche chi non è d’accordo».

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Queste parole suonano come bestemmie alle orecchie di qualsiasi spirito cristiano che durante la memoria pasquale rivive il mistero di Cristo che vince la morte con la sua risurrezione, alla quale tutti siamo resi partecipi. Oggi invece, da un degno prodotto di quel partitino mefistofelico noto come Partito Radicale, ci tocca udire che la conquista è invece la morte, con tanto di richiamo a “doveri morali”. A questi commenti di giubilo hanno fatto seguito quelli del senatore del Partito Democratico Monica Cirinnà, sui quali sorvoliamo, perché con le parole di Marco Cappato abbiamo detto più o meno tutto. Solo una cosa possiamo aggiungere: sotto i nostri occhi apatici e impotenti di cittadini cattolici, tutti quanti muniti di certificato elettorale, ma soprattutto beneficiari dei diritti costituzionali di libertà di pensiero, parola ed espressione, che nessuno può certo revocarci in quanto cattolici, abbiamo assistito alla penosa resa di una Chiesa italiana ormai fossilizzata in modo sclerotico-ossessivo solo sui migranti, mentre nel nostro Paese è ormai entrato il Cavallo di Troia della cultura della morte: il suicidio assistito.

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Altrettanto importante sarebbe notare la perfetta ripetizione di quanto già avvenuto a suo tempo nel 1978 col referendum sulla legalizzazione dell’aborto: i sostenitori di certe leggi, che mirano in vario modo a toccare al cuore la vita ― come se essa fosse un bene disponibile nelle mani di elettori, legislatori e medici ― le loro lotte le scatenano sempre basandosi su casi limite, anzi su casi rarissimi. Giocando su di essi vanno prima a colpire l’emotività collettiva, poi compiono un sovvertimento delle leggi fondamentali invertendo la stessa logica giuridica: trasformare l’eccezione ― spesso non rara bensì rarissima ― in regola generale. Sia chiaro: il diritto tiene conto da sempre della esistenza e della possibile sussistenza dell’eccezione rara, ma al momento in cui essa, previa manipolazione, finisce trasformata in regola generale, a quel punto siamo dinanzi alla vera e propria aberrazione giuridica e legislativa.

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Casomai molti non se ne rendessero conto, è bene chiarire che siamo solo all’inizio del processo di radicale e diabolica disumanizzazione. Il Cavallo di Troia è stato infatti appena introdotto, ancóra i soldati non sono usciti dal suo ventre, ma tra poco sortiranno fuori. Poi, in un futuro affatto lontano, grazie agli esponenti di quegli attuali partiti che urlano per ogni nonnulla al fascista e al nazista, ci ritroveremo in una società a tal punto libera e democratica da far impallidire il Terzo Reich nazista, ma soprattutto il Dottor Josef Mengele. E domani, ai più squisiti sensi di legge e senza consenso alcuno da parte degli interessati o dei loro familiari, forse saranno soppresse persone gravemente ammalate che permanendo in vita senza possibilità alcuna di cura e di guarigione, indistintamente giovani o anziani, non dovranno gravare sui bilanci dello Stato e sul Servizio Sanitario Nazionale. Anche perché la nostra popolazione, sempre più vecchia e con tasso di natalità al di sotto dello zero da quattro decenni, non tarderà a scoprire che i tanto accolti e desiderati migranti, non verranno affatto nel nostro Paese per cambiarci i pannoloni, né per porgerci le padelle e svuotarci i pappagalli, né per reggere e pagare col loro lavoro, con le loro tasse e con i loro contributi il nostro sistema pensionistico destinato al futuro collasso assieme al servizio sanitario nazionale.

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Se infatti non vivessimo obnubilati dal politicamente corretto, dovremmo sapere che la gran parte dei giovani africani che emigrano verso il nostro Paese, perlopiù provengono da Paesi nei quali i maschi non hanno mai brillato né per voglia né per capacità di lavoro. Ciò per un discorso puramente antropologico e culturale: nelle società di certi Paesi africani a lavorare sono le donne, non gli uomini. Dal canto loro, le nostre Forze dell’Ordine e i fascicoli giudiziari che tracimano per certi specifici reati nei nostri tribunali, dimostrano che quando questi maschi antropologicamente e culturalmente sfaccendati si mettono a lavorare, creano spesso imprese di questo genere: prendono mogli e figlie e le portano a prostituirsi per le nostre strade. Quanti, ma soprattutto quanto numerosi sono i mariti e i padri originari della Nigeria arrestati ripetutamente per sfruttamento della prostituzione, in particolare di quella minorile? Eppure a suo tempo, quella “grande scienziata” del Senatore Laura Boldrini, ebbe l’ardire di affermare che se non avessimo accolto i migranti, domani non avremmo avuto nessuno che da vecchi ci avrebbe cambiati i pannoloni (!?). Presto detto: o questa Senatore ha scambiato i giovani nigeriani musulmani nullafacenti, con una comprovata propensione alla violenza e al delinquere, per degli operosi cattolici filippini, notoriamente laboriosi nonché particolarmente rispettosi per anziani e ammalati, oppure stava proprio recitando sul set di un film di fantascienza, come da anni tendono a fare gli esponenti del Partito Democratico. C’è però anche una terza possibilità: forse la Senatore non conosce proprio usi, costumi e abitudini di alcune popolazioni del Continente Africano, quelle che peraltro producono i più alti flussi migratori e allo stesso tempo il più alto numero di reati commessi, una volta giunti in Europa. Detto questo si noti bene: ad affermare simili cose, non sono io dopo avere vestito i panni del cosiddetto razzista, fascista e nazista, ma sono i fatti e gli atti giudiziari. Basterebbe solo fare un giro nei vari Paesi europei per scoprire all’istante che neppure la solerte, disciplinata e rigorosa polizia della Repubblica Federale Tedesca, riesce a tenere a bada certe bande di delinquenti violenti, perlopiù provenienti dalla Nigeria.

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Come dicevamo poc’anzi non è un mistero che l’attuale governo sia stato appoggiato in modo sfacciato dalla Santa Sede e dalla Conferenza Episcopale Italiana entrata a gamba tesa nella campagna elettorale per le elezioni europee del 26 maggio 2019. E di questo governo è Primo Ministro il Professor Giuseppe Conte, un bimbo prodigio cresciuto presso Villa Nazareth a Roma, tra le sottane affatto compiante del Cardinale Achille Silvestrini, modernista a tutto tondo e membro di spicco della cosiddetta cardinalizia Mafia di San Gallo. Per pudore ecclesiale e amore di patria molti di noi hanno scelto di tacere, ma chi conosce certi personaggi e il loro modo di agire, ha compreso all’istante, nei giorni della crisi di governo apertasi in pieno agosto, che il famoso discorso rivolto principalmente all’attacco del Ministro dell’Interno, Senatore Matteo Salvini, dal Professor Giuseppe Conte [cf. QUI], è stato scritto in buona parte tra la Segreteria di Stato e Villa Nazareth, ubicata a Roma in via della Pineta Sacchetti, luogo ameno dove peraltro è molto più facile incontrare e intrattenersi a colloquio in modo del tutto riservato col Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità.

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Grande paura è stata mostrata per il populista Matteo Salvini, mentre i giornali cattolici “di regime” dissertavano sulla inopportuna esibizione della corona del rosario e sui suoi richiami al Cuore Immacolato della Vergine Maria, quasi come fossero autentiche bestemmie. Soprassediamo poi sui tweet e le battute inopportune nelle quali si è cimentato Padre Antonio Spadaro, che spazia ormai tra la voce del padrone e la voce dell’incoscienza. Adesso, queste stesse persone, si ritroveranno a raccogliere i frutti che hanno seminato e in breve, il loro bimbo prodigio di Villa Nazareth dovrà aprire con le sue stesse mani la pancia del Cavallo di Troia introdotto dentro la nostra Città. Questi sono i fatti e i risultati di una Santa Sede e di una Conferenza Episcopale Italiana che irritata dalle corone del rosario e dai richiami populisti al Cuore Immacolato della Vergine Maria, si è messa ad amoreggiare con le frange della Sinistra radicale, della quale conosciamo da sempre le varie istanze: l’eutanasia, l’abolizione dell’obbiezione di coscienza per i medici che non intendono praticare aborti, il matrimonio tra coppie omosessuali, la concessione alle stesse dell’adozione di bambini, la liceità dell’utero in affitto, l’imposizione della educazione al gender nelle scuole primarie e via dicendo a seguire … Però, lo ripetiamo di nuovo: il problema erano le corone del rosario e le invocazioni rivolte al Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria di quel populista del Senatore Matteo Salvini.

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Temo invece purtroppo che il grosso problema è costituito da camaleonti professionisti come l’attuale Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Gualtieri Bassetti, che alcuni decenni fa, prete fiorentino che era, saliva sui pulpiti nei periodi pre-elettorali e invitava a votare alla Democrazia Cristiana, fosse persino costato turarsi il naso per non sentire la puzza. Oggi, in cammino verso gli ottant’anni, lo vediamo ridotto a sorridere a una sostenitrice della cultura della morte come il Senatore Emma Bonino, già annoverata in precedenza tra le figure dei grandi italiani per l’augusta bocca del Pontefice felicemente regnante [cf. QUI, QUI]. Cos’altro dire: … Ah, quando avrei preferito, al posto di Gualtiero Bassetti, la salvezza della mia anima e il Paradiso, ad una porpora cardinalizia conquistata dopo aver saltato per una vita intera da un carretto a un altro!

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Sono consapevole che noi sacerdoti e teologi non ancora venduti al Principe di questo mondo ci rivolgiamo a un mondo secolarizzato e scristianizzato che non capisce più né il nostro linguaggio né i sentimenti e i fondamenti evangelici che lo animano. A questo si aggiunga altro e peggio: ci ritroviamo a essere persino ostracizzati e perseguitati all’interno della stessa Chiesa nella quale oggi, tra un colpo di misericordia e una botta di sinodalità collegiale, siamo ormai ridotti ― come spesso ho detto ― al regime cambogiano di Pol Pot.

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Per comprendere il terribile mistero della morte, della malattia, del decadimento fisico, del dolore e della sofferenza, è necessario partire da molto lontano: dalla creazione del mondo e dell’uomo. La morte, indicata da molti come “elemento naturale” e “inevitabile” del ciclo della vita, oltre a non essere affatto naturale, è in verità quanto di più innaturale possa esistere. Dio non ha affatto creato l’uomo mortale, lo ha creato immortale. Dio, datore della vita perfetta ed eterna, nel mistero della creazione non ha affatto concepito né il dolore né la sofferenza, né il decadimento fisico né la malattia. La morte, con tutte le sue relative conseguenze, entra nella scena del mondo quando l’uomo, beneficiando della libertà e del libero arbitrio a lui donati da Dio, decide di ribellarsi al proprio Creatore. È allora che entra nella scena del mondo quell’elemento del tutto innaturale che è la morte, conseguenza di un peccato che ha alterata la creazione stessa. Tutto questo è indicato come peccato originale; un peccato che nessuno di noi ha commesso, ma che tutti abbiamo ereditato assieme a una natura corrotta in origine da questo stesso peccato.

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Questa è la nostra fede, che parte proprio dal mistero della creazione. Una fede che conferisce a noi credenti tutt’altra percezione della morte e del dolore, un elemento talora più sgradito, nonché fonte di sofferenze persino maggiori, quando non affligge noi, ma colpisce attraverso la malattia le nostre persone più care e amate.

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In una società che assieme ai princípi cristiani rifiuta il decadimento fisico, la malattia e la morte stessa, più che difficile può risultare talora quasi impossibile parlare agli uomini di questo nostro mondo di quel grande elemento sia educativo sia salvifico che è il dolore. Argomento trattato dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II in una sua memorabile lettera apostolica dedicata al senso cristiano della sofferenza umana [Cf. Salvifici doloris, testo integrale, QUI].

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In una società che assieme ai princípi cristiani rifiuta il decadimento fisico, la malattia e la morte stessa, più che difficile può risultare talora quasi impossibile parlare agli uomini di questo nostro mondo del mistero della croce, che è anzitutto indicibile sofferenza. Infatti, se uno specialista in medicina legale e uno specialista in anatomia patologia si mettessero a spiegare al grande pubblico quelli che sono sia i dolori, sia le conseguenze fisiche per una morte causata dal supplizio della crocifissione ― chiamato non a caso dal Diritto Penale Romano poena extra ordinem, ossia il summum supplicium ―, forse in molti non reggerebbero al dettaglio delle descrizioni.

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Eppure, sotto la croce … Stabat Mater dolorósa iuxta crucem lacrimósadum pendébat Fílius [stava la madre addolorata in lacrime, sotto la croce, sulla quale pendeva suo Figlio]. E la Madre Addolorata, dinanzi al figlio sofferente agonizzante, non supplicò alcun centurione di porre fine a quello strazio con un “misericordioso” colpo di lancia. Perché la Beata Vergine Maria, come recita la preghiera di San Bernardo alla Vergine riportata da Dante nel XXXIII Canto del Paradiso, era «Figlia del tuo Figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio». Proprio così: era Figlia del Figlio di Dio, non era una figlia di Satana come quell’anima del povero Marco Cappato — salvo suo sincero e profondo pentimento —, degno figlio politico di Marco Pannella ed Emma Bonino, la grande italiana, il quale esulta oggi sulla conquista della morte, introdotta nel mondo dal Demonio, non certo da Dio.

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Mentre in Italia rischia di vincere la cultura satanica della morte, seguitino pure a correre dietro al supremo dogma moderno del migrante, certi nostri Alti Prelati, amoreggiando ora col mondo, ora con certi bimbi prodigio di Villa Nazareth del defunto Cardinale Achille Silvestrini. Noi invece siamo lì, inginocchiati nel posto migliore, sotto la croce di Cristo, dalla quale non cola la morte, ma il sangue che ci ha redenti. E di tutta questa gente, rossi di colore politico o rossi di porpora cardinalizia, non abbiamo proprio paura, all’ombra della croce di Cristo Dio, sono loro che devono temere, ancor più del domani, l’eterno che li attende.

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dall’Isola di Patmos, 26 settembre 2019

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ARCHIVIO: ARTICOLO PUBBLICATO IL 26 SETTEMBRE QUI

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About Padre Ariel

Ariel S. Levi di Gualdo Presbitero e Teologo ( Cliccare sul nome per leggere tutti i suoi articoli )

9 thoughts on “«Repetita iuvant» — Perché la Vergine Maria non chiese l’eutanasia di Gesù Cristo sulla croce?

  1. Mi rivolge a lei, padre Ariel, e a padre Ivano nel cui articolo i commenti sono chiusi.
    Sono un cattolico praticante, sono sempre stato impegnato nelle attività caritative, e ho seguito per anni i ragazzi in preparazione alla cresima, e nessuno può impedirmi di essere a favore dell’eutanasia nei casi veramente estremi, quando una morte indolore è l’unico rimedio a dolori umanamente insopportabili.
    Nei vostri articoli sul tema, a differenza del molto più soft padre Gabriele, noto una durezza, non dico spietata, dico molta durezza.
    Forse non avete visto mai per mesi un nonno di 91 anni infermo su un letto ridotto a 37 chilogrammi di peso, come ho visto io.
    Penso che ciò vi avrebbe un po’ ammorbidito, detto, il tutto, con vero e sincero rispetto per le vostre opinioni.

    Luca Mingacci

    1. Caro Luca,

      quando non si conosce il vissuto di due presbiteri, si rischia di ricorrere a esempi infelici, per esempio questo:

      «Forse non avete visto mai per mesi un nonno di 91 anni infermo su un letto ridotto a 37 chilogrammi di peso, come ho visto io. Penso che ciò vi avrebbe un po’ ammorbidito, detto, il tutto, con vero e sincero rispetto per le vostre opinioni».

      Affermazione che merita questa risposta: suo nonno, a 91 anni, non è stato strappato dall’amorevole seno della balia che lo allattava, perché avere vissuto fino a quell’età è già di per sé una grazia di Dio. Grazia che non è stata invece riservata a mio padre, morto per un tumore non diagnosticato per tempo a 56 anni, né agli zii della mia famiglia paterna romana, morti tra i 55 e i 58 anni. E una volta morti i genitori, non sono stati risparmiati i loro quattro figli, di cui solo uno è sopravvissuto, gli altri sono morti in età compresa tra i 42 e i 52 anni.

      Questo per quanto riguarda la mia famiglia paterna, che di fatto non ho più, a differenza della mia famiglia materna toscana, formata da soggetti particolarmente longevi.

      Per inciso – e senza violare la sua riservatezza – posso dirle che il mio confratello Padre Ivano ha perduto la madre e poi il padre prima che potessero giungere alle soglie dell’anzianità. Ma dato che lei si rivolge a entrambi, sarà premura del mio confratello rispondere ai quesiti da lei posti, non posso farlo io al posto suo.

      Le nostre idee non sono dure, ma sono un semplice, fedele e veritiero annuncio di quello che è il Magistero della Chiesa in tema di eutanasia, pratica decisamente condannata senza appello e possibile ricorso a casi limite dalla dottrina e dalla morale cattolica, perché la vita non è un bene disponibile e l’uomo non ne è padrone.

      Mentre lei, con idee in profondo contrasto con la dottrina cattolica insegnava il catechismo ai ragazzi che si preparavano alla cresima, Padre Ivano viveva giorno e notte nelle corsie di un grande ospedale dove per anni ha svolto il prezioso ministero di cappellano ospedaliero. Mentre, per quanto mi riguarda, ho sempre dedicato molto tempo e cure pastorali ad anziani, ammalati oncologici di ogni età e moribondi, amministrando nei miei anni di sacro ministero centinaia di unzioni degli infermi. Nessuno di loro, giovani o anziani, mi ha mai detto di desiderare la morte, mi hanno chiesto conforto e aiuto per accettarla, sapendo di dover morire. Il mio libro Nada te turbe, meditazione teologica sul martirio scritta sotto forma di romanzo storico, è stato dedicato alla memoria di una giovane mamma morta quarantenne lasciando una bimba di 10 anni e un marito innamorato, le amministrai per due volte il Sacramento dell’unzione degli infermi. Morì sorridente, senza mai avere invocato la morte, perché ormai malata in fase terminale.

      Non siamo dunque noi, uomini di fede, a doverci ammorbidire nel nostro sacro rispetto per la vita, ad ammorbidirsi dovrebbe essere il Signor Marco Cappato che chiede firme per la morte ai banchetti allestiti in giro per tutta l’Italia, dove purtroppo accorrono a firmare i “cattolici” come lei.

      Faccia tesoro del monito racchiuso nell’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni:

      «tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3, 15-16)

      P.S.

      Se non ha potuto commentare sotto l’articolo di Padre Ivano è solo perché dopo 10 giorni i commenti agli articoli vengono chiusi.

    2. Gentile Luca Mingacci,

      rispondo con piacere alla sua sollecitazione visto che sono stato chiamato in causa.

      Lei si definisce cattolico praticante, attivo nella carità e ci dice che per anni ha seguito ragazzi in preparazione alla cresima. Eppure, come tanti cattolici e catechisti di oggi, non si fa problemi ad affermare cose che sono contro il sentire cattolico e che non dovrebbero albergare nel cuore di un credente, discepolo di Cristo Dio della vita. E mi creda, dico questo senza il minimo giudizio sulla sua persona ma solo basandomi su quanto lei, da uomo maturo e responsabile, ha affermato in qualità di “credente favorevole all’eutanasia”.

      Posso subito dirle che vedo una forte dissociazione nel suo pensiero così come viene esposto, in quanto la cattolicità è data dal rispetto a dall’osservanza di un’obbedienza che è quella di una fede professata, pregata e vissuta e che dall’insegnamento di Cristo, si trasmette agli Apostoli fino all’ultimo Pontefice. Questa puntualizzazione è essenziale per capire che i fedeli cristiani sono tenuti all’obbligo di conservare sempre, anche nel loro modo di agire, la comunione con la Chiesa (Cfr. Can. 209 CIC) cosicché si possa osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentanti di Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa (Cfr. Can. 212 CIC).

      E proprio come maestra di fede che, in materia di eutanasia, la Chiesa si è espressa in maniera molto chiara ed esplicita con documenti molto precisi che nel mio prossimo articolo citerò espressamente e che sono di facile reperibilità sul sito ufficiale della Santa Sede.

      Questo mio ragionamento è volto a farle capire che espressioni come «nessuno può impedirmi di essere a favore dell’eutanasia» non solo non sono cristiane e cattoliche ma neanche umane. Sono solo il frutto di una persona confusa nella fede o che probabilmente ha molto sofferto per la perdita di una persona cara, cedendo all’illusione che l’eutanasia sia quell’ultima spiaggia su cui poter lasciare ogni dolore.

      La durezza che lei accusa nei miei articoli non è mia ma è la stessa durezza rimproverata a Gesù da coloro che dicevano di essere suoi discepoli: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?» (Cfr. Gv 6,60. E noi sappiamo che il linguaggio di Cristo diventa duro ogni qual volta ci allontaniamo da lui, così è della Chiesa che diventa dura quando ci mettiamo di fatto al di fuori di essa.

      Mi permetta infine un riferimento personale. Sono figlio unico e ho perso entrambi i genitori (65 e 68 anni) per dei tumori inoperabili nel giro di quattro anni (2013 e 2017). Ho vissuto con loro il calvario ospedaliero, dell’hospice, dell’agonia, della perdita di coscienza quando non mi riconoscevano più, causa del male, come loro figlio. Da sacerdote li ho assistiti spiritualmente e fatti morire cristianamente e con gli operatori sanitari ho collaborato affinché fosse mantenuta la loro dignità fino alla fine, fino ad essere lì quando la loro anima si congedava da questo mondo. Ho potuto toccare con mano in quei momenti la presenza del Padre che restando silenzioso era presente come nel Golgota accanto a suo Figlio e mai e poi mai avrei potuto pensare che l’eutanasia avrebbe potuto essere un rimedio più giusto e misericordioso per coloro che mi avevano dato la vita e avevano consumato la loro per me.

      La saluto, con cordialità.

    3. «Sono un cattolico praticante, sono sempre stato impegnato nelle attività caritative, e ho seguito per anni i ragazzi in preparazione alla cresima […]».

      Dunque, chi meglio di Lei saprebbe spiegarci con dovuto approfondimento il senso delle parole: «Se qualcuno vuole venire dietro di me, prenda la sua Croce e mi segua»?
      Nelle Sue considerazioni, Luca, pur se “velata”, si intuisce la possibilità che ognuno possa scegliere o persino rifiutare la propria “Croce”. Taciuto sollievo in tanti secoli di lettura ed apprendimento di storia cristiana o, forse, è altra storia?

      Anna

  2. L’agonia è l’ultima possibilità che l’Amore del Padre ci offre per liberarci dal fuoco dell’inferno, per accorciare o addirittura annullare la nostra permanenza in Purgatorio ed accoglierci subito con Lui in Paradiso.
    Satana ha scatenato i suoi accoliti per annullare quest’ultima possibilità che l’Amore del Padre ci dona al termine della nostra vita sulla terra e così far entrare quante più anime possibile all’inferno.

  3. Non la chiese (N.d.R l’eutanasia) perché Cristo si offrì liberamente alla sua passione. Come sottolinea la liturgia. E’ quello il valore aggiunto. Mica ci fu un obbligo di legge.

    Roberto Ghèminga

  4. Grazie padre Ariel per questo articolo che condivido in pieno.
    Quello che Lei ha scritto sono i miei pensieri da tempo e, solo un grande amore per Gesù ha fatto sì che non mi allontanassi dalla fede.

    Miranda Baccini

  5. Caro Padre Ariel,

    ciò che da sempre trovo terribile non sono le cose terribili che a volte scrivi, trovo terribile che alcuni (e parlo del nostro buon clero) trovino terribile che qualcuno, come te, osi dire siffatte terribili verità che si era abituati a tacere fin dai primi giorni di seminario …

    Memento!

    Don Savio

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