«Se questo è un prete». Il bizzarro e imbarazzante caso di Don Ettore Cannavera e del suo credere a-cattolico e a-teologico

— Attualità ecclesiale —

«SE QUESTO È UN PRETE».  IL BIZZARRO E IMBARAZZANTE CASO DI DON ETTORE CANNAVERA E DEL SUO CREDERE A-CATTOLICO E A-TEOLOGICO

«Non esiste contrasto tra l’essere prete e la dolce morte». Purtroppo possiamo già prevedere che nessuno prenderà provvedimenti adeguati nei confronti di questo prete ingestibile. Né il suo vescovo, né la Congregazione per il Clero, né la Congregazione per la Dottrina della Fede muoveranno un muscolo. E questo perché, i preti come lui, a volte servono molto un sistema corrotto e di conseguenza corruttore. O come disse San Bonaventura da Bagnoregio: «Roma corrompe i cardinali che corrompono i vescovi che corrompono i preti che corrompono il popolo».

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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I confratelli del presbiterio cagliaritano sanno benissimo di chi stiamo parlando, anzi forse qualcuno di essi preferirebbe obliare anche solo il nome del prode Don Ettore Cannavera che non è certo paragonabile all’omonimo pio e virtuoso eroe omerico dell’Iliade.  Fuori dal circondario di Cagliari il personaggio in questione non è conosciuto, ma in questi giorni ha avuto attenzioni e spazi sui giornali della sinistra radicale e della sinistra radical chic, da Il Manifesto a La Repubblica.

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Ultimamente si è fatto notare per aver apposto ― così come il sindaco Giorgio Gori a Bergamo [vedi QUI] ― la sua prestigiosa firma a favore del referendum abrogativo sull’eutanasia legale [vedi QUI], argomentando che non esiste contrasto tra l’essere prete ed essere a favore della dolce morte (sic!). Il giornale dove è riportata l’intervista a firma di Patrizio Gonnella è il Manifesto e il corpo dell’articolo è piuttosto interessante per capire la personalità, la mentalità e la “teologia” di questo presbitero.

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Forse per qualcuno Don Ettore Cannavera potrebbe pure apparire come un odierno Don Andrea Gallo sardo, forse per dirla tutta egli rappresenta solo il prodotto di quel Sessantotto sociale becero e malsano che nulla ha portato di buono nel mondo, per l’Italia e tanto meno dentro la Chiesa Cattolica che adesso paga il prezzo per quei chierici che all’epoca confusero il Buon Pastore con Fidel Castro e il canto dell’Exsultet con Bella Ciao. E se per Don Andrea Gallo potevamo almeno sperare nella buona influenza e nell’esempio pastorale del cardinal Giuseppe Siri ― che di tutto poteva essere accusato tranne che di non aver amato Cristo, la Chiesa, il popolo di Dio e il Magistero ― per Don Ettore Cannavera sappiamo di quale influenza egli è discepolo, basta ascoltare la sua orgogliosa prolusione al 41° Congresso del Partito Radicale Italiano [vedi QUI]. Di queste idee, Don Ettore Cannavera si è fatto fautore e interprete già dalla giovinezza, cosa che gli ha fatto appoggiare da novello sacerdote la legge sul divorzio per poi condividere anche l’aborto, l’eutanasia e la droga libera [vedi QUI; QUI; QUI], tutti i cavalli di battaglia che riconosciamo essere presenti nella storica predicazione laica dei due orgogli italiani Marco Pannella ed Emma Bonino.

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Alla prova dei fatti, tanto basterebbe per poter sollevare dei fondati dubbi sulla sua scelta vocazionale e sulle motivazioni relative alla consacrazione presbiterale che non è certo finalizzata a questo tipo di battaglie sociali, cosa che peraltro un prete dovrebbe astenersi dal fare in questi termini. A meno che non si pensi che San Giuseppe Cafasso, San Leonardo Murialdo, San Giovanni Bosco e San Giovanni Battista Piamarta fossero preti meno sociali e meno attenti di lui alle povertà e all’accoglienza, pur restando al contempo profondamente sacerdoti, fedeli e obbedienti alla Chiesa e baluardi di integrità al Magistero.  

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Appare evidente che l’antropologia che guida la mente e l’azione di Don Ettore Cannavera non è certamente quella teologica legata all’idea di uomo che ha in Cristo il suo modello autorevole [Cfr. Gv 19,5]. Non c’è alcun sentire cattolico in questo modus operandi del tutto privo di quell’idea di uomo nuovo [Cfr. Ef 4] che diventa figlio nel Figlio e fratello di Gesù Cristo [Cfr Rm 8,15.23; 9,4; Gal 4,5]. Manca totalmente l’idea di uomo che si concepisce come figlio obbediente della Chiesa perché generato come tale dal sangue di Cristo sulla croce. Insomma, non c’è in tutto questo modello antropologico culturale alcunché che rimandi a una benché minima verità rivelata che renda possibile all’uomo l’immersione in quella grazia di Cristo che rappresenta il solo imperativo evangelico-morale dentro cui è possibile trovare pace per la totalità dell’uomo. E non saranno certo i paradisi artificiali dei diritti antiumani a rappresentare uno spinello anestetizzante per rendere la fatica del vivere più sopportabile.

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Per Don Ettore Cannavera, è evidente, l’umanesimo è quello illuminista, l’uomo è il demiurgo della sola ragione che crea da sé stesso la felicità e il successo prescindendo da Dio sia all’inizio della vita, così come nel suo naturale corso, fino al momento della morte, in una personalissima e discutibilissima visione biblica che non lesina egoismo ed egocentrismo roussoiano.

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Ecco perché è sensato dire che si poteva fare a meno che un vescovo pronunciasse su di lui la formula consacratorio e lo ungesse con il sacro crisma, per fare queste cose basta essere un politico neanche troppo sopraffino. Però, che cosa volete, un prete fatto politico mantiene il suo sex appeal irrinunciabile che non può sfuggire ai giornali e alle telecamere, cosa che nutre di dolce ambrosia il narcisismo patogeno di questi soggetti più genuflessi ai partiti che ai tabernacoli.

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E ovviamente abbiamo eserciti di cattolici adulti che osannano questi sacerdotali soggetti come l’avanguardia della Chiesa più pura, umiliando e denigrando i pochi che sono ancora rimasti preti per la santificazione del popolo loro affidato, attraverso la preghiera, i Sacramenti e la carità nella verità [Cfr.  Rituale Romano dell’Ordinazione Presbiterale].

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Se questo non fosse già materia sufficiente aggiungo che forse si dovrebbe rivedere la validità della stessa ordinazione sacerdotale di Don Ettore Cannavera, se veramente fosse giunto al sacerdozio mosso da certe convinzioni che costituiscono deciso sprezzo verso i pilastri della fede e il suo impianto dogmatico. Infatti, il nostro prode, non si fa problemi ad affermate perniciosamente errori gravi per un presbitero: «Non esiste l’inferno. Lo diceva già negli anni Cinquanta Giovanni Papini. Non credo nell’inferno» [vedi QUI]. Egli cita il Papini, con la differenza sostanziale che del Papini sappiamo di un’autentica conversione, di Don Ettore ancora non c’è giunta voce, ma sicuramente quando questo avverrà lo si potrà leggere su Il Manifesto, su La Repubblica o chissà, magari al prossimo meeting dei Radicali Italiani.  

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Tema delicatissimo quello della validità delle sacre ordinazioni sacerdotali, sul quale dibatterono nel 2016, a livello sacramentale, teologico e giuridico i due padri fondatori de L’Isola di Patmos, l’accademico pontificio Giovanni Cavalcoli e il teologo dogmatico e storico del dogma Ariel S. Levi di Gualdo. Rimandiamo a questi loro articoli di taglio scientifico, ma leggibili e comprensibili da chiunque voglia approfondire il tema [Cfr. G. Cavalcoli QUI, A.S. Levi di Gualdo, QUI, QUI].

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Basterebbe utilizzare un minimo di senso della realtà per vedere che qui purtroppo non siamo davanti al caso di un sacerdote peccatore che ha smarrito la strada, cosa che a tutti noi può capitare perché non immuni da errore e da peccato, ma si tratta di un sacerdote che è caduto nell’accecamento luciferino che conduce a scambiare il male per bene per poi difenderlo orgogliosamente tanto da normalizzarlo nell’esercizio del peccato.

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Ma tutto questo oggi sembra non importare nulla, perché basta operare un generico bene filantropico per essere a posto in coscienza davanti al mondo senza il minimo bisogno di alcuna conversione (così come è stato nel caso di Gino Strada vedi QUI, QUI) e lasciarsi elevare e santificare, non dallo Spirito Santo, ma dallo spirito laico che spira dall’iperuranio degli intoccabili diritti civili in cui sgorga con abbondanza il riconoscimento pubblico a commendatore al merito della Repubblica italiana per atti di eroismo, per l’impegno nella solidarietà, nel soccorso, per l’attività in favore dell’inclusione sociale, nella promozione della cultura, della legalità e per il contrasto alla violenza [vedi QUI].

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Ma siamo seri? Quale eroismo c’è nel difendere e giustificare l’attentato alla vita nascente, quale eroismo nella cultura dello scarto, quale eroismo nel farsi arbitro della vita e della dignità di un altro uomo, quale eroismo nel permettere il divorzio e la nullificazione della famiglia naturale? Nessuno, nessun eroismo solo viltà e pavidità, solo il marchio della scimmia di Dio che promette all’uomo l’uguaglianza divina nel segno della disobbedienza [Cfr. Gn 3,5].

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Sarebbe saggio usare in questi casi il metodo del cardinale belga Joseph-Léon Cardijn e del padre croato Tomislav Kolakovic, quel metodo che ci permette di vedere, giudicare e agire in modo evangelico davanti ai totalitarismi moderati mascherati da Vangelo del povero nel tentativo di una correzione formale dell’errore e successivamente di un recupero del reo (anche se sacerdote) caduto in disgrazia a causa dell’apologia di un peccato e di un delitto.

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Purtroppo, possiamo già prevedere, senza particolari doti di chiaroveggenza, che nessuno prenderà provvedimenti adeguati nei confronti di questo prete ingestibile che nel passato ha anche insegnato nella Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Né il suo vescovo, né la Congregazione per il Clero, né la Congregazione per la Dottrina della Fede muoveranno un muscolo. E questo perché, i preti come lui, totalmente ingestibili, a volte servono molto un sistema corrotto e di conseguenza corruttore. O come disse San Bonaventura da Bagnoregio: «Roma corrompe i cardinali che corrompono i vescovi che corrompono i preti che corrompono il popolo».

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Mi si permetta una divagazione cinematografica prendendo come esempio Jack Nicholson nel film del 1992 Codice d’Onore. Nicholson interpreta il ruolo di cinico Colonnello a cui non importa nulla della verità e che non lesina di sacrificare la vita di un suo soldato illudendosi di rispettare così l’onore, l’austerità della vita militare e la sicurezza nazionale del paese.

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Don Ettore Cannavera è così, mi ricorda il Colonnello Jessep di Jack Nicholson. È messo lì ma non per la verità del Vangelo ma per portare avanti le istanze di un mondo laico che si illude di tutelare l’uomo con gli imprescindibili diritti civili ma che a buon bisogno non batte ciglio davanti alla morte procurata di un feto nel grembo materno, alla morte procurata di un malato terminale, alla dissoluzione della dignità umana che viene ammantata da una calda e morbida coperta di empatia in un mondo senza più Cristo né Chiesa.   

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Forse al tramonto della sua vita, Don Ettore Cannavera, scriverà le proprie memorie che saranno il manuale di formazione dei sacerdoti del futuro. Forse al suo funerale, così come capitò per Don Andrea Gallo, ci sarà il cardinale di turno a renderne l’omaggio e l’avvallo della Chiesa per il suo operato, che sebbene scomodo ed eterodosso, di fatto è stato permesso da un sistema corrotto e corruttore che corrompe i cardinali che corrompono i vescovi che corrompono i preti che corrompono il popolo.

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Laconi, 10 settembre 2021

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos.

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QUANDO NELLA TRAGEDIA SI CERCA DI SDRAMMATIZZARE: IL MODERNO TANGO DELL’EPISCOPATO ITALIANO. INTERESSANTI E CALZANTI LE PAROLE DI QUESTA LEGGERA CANZONETTA …

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About Padre Ivano

Ivano Liguori Dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini Presbitero e Teologo ( Cliccare sul nome per leggere tutti i suoi articoli )

10 thoughts on “«Se questo è un prete». Il bizzarro e imbarazzante caso di Don Ettore Cannavera e del suo credere a-cattolico e a-teologico

  1. Un sacerdote – lettera firmata

    Caro Padre Ivano,

    sono un sacerdote diocesano e ho letto con tanta amarezza questo articolo.
    Purtroppo devo dire che anche la nostra diocesi ha almeno un prete che è in condizioni simili: a me, di fronte a dei laici, ha detto che da 20 anni non è più sicuro di essere cristiano e forse nemmeno credente, non crede nella divinità di Cristo e, ovvio, nemmeno nella Trinità; non crede nell’al di là e ovviamente nemmeno nella risurrezione…

    Ha concluso dicendo che non ha speranze e non ne vuole.

    Balbettando (è stato mio docente di dogmatica, ma all’epoca diceva ben altro) gli ho detto: «Guarda non posso che pregare per te!»
    «Per piacere non pregare che porta sfiga» (sic).

    Naturalmente è tenuto in grande considerazione dai capi che, fino a quando si è reso disponibile, gli hanno affidato le meditazioni dei nostri ritiri (io gli ho detto che fin quando li teneva lui, non avrei partecipato).

    Gli è stata garantita la Santa Messa domenicale dove sparge veleni, errori, eresie…
    Ne ho parlato con il vescovo, risposta: “«Massii lo sai come è fatto don […], a quella Messa mi dicono c’è molta gente….»
    Ho replicato: «Sono i suoi…»
    «Non è un problema!» risponde il vescovo.
    «Eccellenza, ho assolto al mio dovere di renderla edotta, ora la palla è nelle sue mani. Veda lei».

    Non è successo nulla, sono passati 4 anni…
    Inoltre le sue omilie sono su un sito tenuto da suoi, o forse sue fans.
    Io comunque qualche volta prego anche per lui…
    il Signore giusto giudice sa come comportarsi e io non ho niente da insegnarGli.

    Un caro augurio a tutti voi

    Lettera firmata

    ____________________________

    N.d.R.

    i Sacerdoti che intervengono e/o interloquiscono su L’Isola di Patmos si firmano sempre, fatte salve alcune eccezioni. Per esempio come in questo caso. Se infatti il sacerdote mettesse il proprio nome, renderebbe individuabile sia la diocesi sia le persone usate per raffigurare fatti e situazioni ben precise. Perché in certi discorsi e discussione contano i fatti, conta il paradigma, non le persone che ne sono protagoniste

  2. Andrea Del Seta

    Gent.mo e Rev.mo P. Ivano,

    una domanda forse ingenua, forse sciocca, forse da sprovveduto.
    Le dico prima di tutto come conobbi (non di persona) anni fa Padre Ariel. Lo conobbi perché scrisse un articolo (a mio modesto parere chiaro e deciso) contestando che il card. Bagnasco celebrò, in una situazione grottesca, il da lei citato nel suo articolo don Andrea Gallo.
    Un articolo forte, ma vero. Un richiamo doveroso, da parte di un prete tosto, a un alto prelato e allora presidente dei CEI, che come prevedibile si ritrovò tra bandiere rosse, comunistoidi irriducibili, e persino trans che fecero elogi funebri in chiesa accanto all’altare.
    Padre Ariel mise soprattutto in luce le comunioni sacrileghe, e poi tutto l’altro resto.
    Pochi giorni dopo uscì un comunicato di dissociazione firmato dal suo vescovo.
    Ma Padre Ariel aveva detto solo la verità, null’altro che la verità!

    Da allora ho sempre letto gli articoli di questo valente teologo e, all’Isola di Patmos, e a voi tutti, devo grazie se ho potuto comprendere e interpretare correttamente la Sacre Scritture, il Magistero e la dottrina della Chiesa.

    Sono un laureato in lettere e successivamente diplomato all’Istituto Superiore di Scienze Religiose, in tre anni di corsi nessuno mi ha mai insegnato quello che ho appreso da voi, di sana dottrina e di sana teologia.

    Dunque, mi si spieghi, se può: per Padre Ariel che rimprovera un cardinale per quella pietosa rappresentazione, parte un comunicato di dissociazione (forse perché ha toccato un potente cardinale dell’epoca?), a un prete che invece firma a favore del referendum sull’eutanasia e che si è fatta una idea di chiesa e una dottrina tutta sua, neppure uno straccio di comunicato?
    O sono confuso, o sono ingenuo.

    Vi ringrazio.

    1. Caro Andrea,

      al suo quesito risponderà il Padre Ivano al quale è rivolto, mentre io, chiamato in causa, rispondo per quanto mi riguarda, avendo lei citato in modo preciso e veritiero un penoso fatto risalente al 2013.

      A fare brutta figura non fui io, ma il Vescovo che quel comunicato lo firmò improvvidamente per i seguenti motivi:

      1. non era più il mio Ordinario Diocesano in quanto spostato ad altra sede e già titolare di quella sede vescovile a lui assegnata, quindi non aveva alcuna potestas canonica su di me;

      2. in quel comunicato definito «ridicolo» e «rozzo» dai più alti vertici del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica al quale chiesi immediatamente lumi, non era fatto richiamo a nessun articolo violato del Codice di Diritto Canonico, non avendone io violato proprio nessuno;

      3. il Vescovo subentrato in quella sede – ossia il Vescovo della mia diocesi – ha provveduto a far rimuovere quel comunicato che non fu propriamente pubblicato sul sito ufficiale della diocesi ma sulla “pagina personale” del Vicario Generale, che mi considerava sicuramente il prete più meraviglioso di tutto quanto il presbiterio. E lo fece rimuovere, il Vescovo, ritenendo quel testo palesemente lesivo non solo alla mia buona fama (can. 220 del Codice di Diritto Canonico) ma anche all’immagine della diocesi e del ricordo lasciato dal suo predecessore che fu fautore di questa come di varie altre … goliardate impulsivo-passionali.

      Il comunicato a cui lei si riferisce fu tirato fuori e strumentalizzato più volte da persone che non potendomi smentire nel merito delle mie corrette affermazione nell’ambito della dottrina della fede, cercarono per questo di attaccarmi di traverso, ma con totale insuccesso.

      Nei miei anni di sacerdozio non sono mai stato richiamato ad alcun titolo dall’Autorità Ecclesiastica e non sono mai stato sottoposto a condanne e pene canoniche di alcun genere. Quindi allo stato attuale dei fatti sono un presbitero impeccabile sul piano umano, morale e dottrinale, il tutto sino a non facile prova contraria.

      Purtroppo, nel 2018, dopo 5 anni di silenzio fui costretto a difendermi da quel comunicato perché prese a circolare sui social network per opera di alcune persone in malafede a me profondamente avverse. Per difendermi fui costretto a dire pubblicamente la verità, null’altro che la verità. Se vuole la può trovare nella seconda parte di questo doloroso e addolorato articolo sul quale nessuno, ad anni di distanza, ha mai emesso neppure un sospiro di dissenso, avendo esposto con rammarico solo e null’altro che la verità.

      Così stanno le cose, chi dicesse il contrario mentirebbe in modo spudorato.

    2. Gentile Andrea,

      mi piacerebbe poterle rispondere in modo esauriente al quesito, eppure temo che io e lei dovremo accontentarci del vuoto pneumatico che vedo sempre più spesso aleggiare all’interno di molte curie diocesane.

      Logica vuole che un comunicato da parte di un vescovo diocesano o della sua curia venga emanato in vista di una ben determinata necessità, bisogno o comunque impellenza che riveste il carattere dell’urgenza. Infatti, per altri tipi di comunicazioni ordinarie esistono differenti canali e modalità. Il comunicato è uno strumento importante e raro e qualora venga emanato deve essere preso con la dovuta considerazione da parte dei fedeli.

      Ma facciamo anche l’ipotesi che una diocesi scelga di utilizzare i comunicati con generosa liberalità per informare i fedeli su diverse questioni. Ora la domanda in questo caso più opportuna sarebbe un’altra. Cioè quali sono le cose ritenute importanti per un vescovo e la sua curia circa il bene della Chiesa, dei fedeli e la salute dell’anima del popolo di Dio?

      Mi spiego, se un vescovo è a conoscenza di un prete eterodosso e in formale scomunica per via dei suoi atti, azioni, pensieri e scritti pubblicamente espressi e difesi, è normale e logico pensare a un intervento immediato per mettere in guardia i fedeli ed evitare così il pericolo dello scandalo per la fede. Se pensiamo che alcuni comunicati diocesani sono di una banalità sconcertante, un caso come quello descritto nel mio articolo dovrebbe avere la precedenza su tutto.

      Ma se questo non avviene la motivazione la vedo espressa per due ragioni di fondo: o il vescovo non considera necessaria una correzione perché non ravvisa alcun errore formale, quindi non c’è motivo di correggere; oppure egli appoggia l’operato del suo prete e ne condivide le idee erronee e quindi è di esso un complice.

      La terza possibilità esiste ma dovremmo pensare male e fare peccato. Infatti, la cosa più logica sarebbe quella che il vescovo non se la senta di sfidare questi preti ingestibili che non si mettono nessuno scrupolo a sbeffeggiare tutti coloro che non la pensano come loro ed essendo figli di questo mondo sono assai scaltri ed abili a utilizzare gli strumenti mondani per lasciare “in braghe di tela” i loro pastori.

      E di questi esempi ne vediamo molti, così si preferisce fare buon viso a cattivo gioco. E a fronte di tanti sorrisi episcopali a trentadue denti oggi notiamo molti cattivi giochi che resteranno tali ancora per molto tempo.

      Cordialità.

  3. Anziano presbitero genovese

    Caro giovane Confratello sacerdote dell’Ordine Cappuccino,

    sempre e con attenzione Ti leggo.
    Ho 82 anni e quando ne avevo 26 (andiamo indietro di 56 anni, esattamente all’anno 1965), prete da un anno che ero, all’epoca timido, anche un po’ impacciato, ma anche un po’ asino, scivolai parlando della SS. Trinità e senza volere espressi il concetto millenarista per il quale fu condannato Gioacchino da Fiore.
    Non ero nemmeno viceparroco, ero cappellano.
    Il parroco riferì all’arcivescovo, che senza nessuna pubblicità, e senza che il tutto si sapesse in giro, neppure nel presbiterio stesso, mi dette questa pena medicinale: per tre mesi mi fu proibito di predicare, e la domenica, la Messa, potevo celebrarla solo in privato, e per sei mesi fui sospeso dal ministero di confessore, posto che a quell’età mi era concesso (altri tempi!) solo confessare fanciulli maschi di età non superiore a 14 anni.
    Il mio arcivescovo era il card. Giuseppe Siri, che ho venerato in vita e che oggi venero da morto.
    Fece bene, a far quel che fece, e oggi, a 82 anni suonati, gli sono sempre grato e riconoscente.

    Terminata la mia pena, mi mandò a Roma, all’Angelicum, mi fece fare gli studi specialistici in teologia dogmatica, che riuscirono bene, allora mi volle far fare anche il dottorato.
    Sono stato per anni insegnante nelle scuole pubbliche e anche in seminario.

    Questo parlando di me e del mio vescovo. Invece, per quanto riguarda gli altri odierni preti e gli odierni vescovi, Tu hai detto tutto, null’altro c’è da aggiungere.
    Benedico te e Tu benedici me.

    Un anziano presbitero genovese

    (Lettera firmata)

  4. Padre Michele M. O.P.

    Le coq est mort
    Il ne dira plus co co di
    Co co da
    (*)

    e invece piccoli galli crescono e si moltiplicano a destra e a sinistra (soprattutto a sinistra) senza che nessuno controlli più il pollaio

    __________

    (*) N.d.R. – Celebre canzone francese per bambini: «Il gallo è morto e non dirà più coccodì e coccodà»

  5. don Stefano Ferrini

    Caro, lucido e coraggioso padre Ivano, anzitutto grazie!
    Il problema non sono questi soggetti che parlano, ma i nostri vescovi che tacciono, salvo poi rompere i c….. (come direbbe padre Ariel senza puntini) a noi che diamo la vita, o che almeno proviamo a darla, per fare i preti in modo almeno decente.
    Ricordiamoci nella preghiera.

  6. efiled13

    Mi complimento per questo articolo con padre Ivano che conobbi anni fa all’ospedale Brotzu di Cagliari dove morì mio babbo in oncologia. Lui e padre Giancarlo furono meravigliosi con lui e noi familiari.

    Andrea Efisio Ledda
    (Cagliari)

  7. Gionata Grisolia – da FB

    E non avete ancora visto niente…cercate “don Paolo zambaldi” (don tra molte virgolette), ha persino un blog dove diffonde il suo … “verbo” molto personale

  8. Gionata Fiorino – da FB

    Quando leggo queste cose, mi viene in mente (anche se magari il contesto è diverso), la famosa frase “…il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani” (Rm, 2, 24).
    L’ipocrisia dei cristiani è una sciagura sia per la Chiesa, sia per chi ne è fuori.

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