La morte della sessualità e della fede nei sedicenti cattolici da social media che odiano in nome di un “amore cristiano” fatto di Cristi androgini e Madonnine languide, di vajasse aggressive e violente

—  Attualità ecclesiale — 

LA MORTE DELLA SESSUALITÀ E DELLA FEDE NEI SEDICENTI CATTOLICI DA SOCIAL MEDIA CHE ODIANO IN NOME DI UN  “AMORE CRISTIANO” FATTO DI CRISTI ANDROGINI E MADONNNINE LANGUIDE, DI VAJASSE AGGRESSIVE E VIOLENTE 

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… e detto questo informai la pinzochera che il Verbo di Dio, vero Dio e vero uomo, aveva un sesso e una sessualità psico-fisica, proprio perché era Dio incarnato in un vero uomo. Questa la risposta testuale: «Lei è un blasfemo, una vergogna di prete, un figlio del Demonio, si converta … bestemmiatore!». Replicai: «Io sarò anche un bestemmiatore, però non riesco proprio a immaginare Nostro Signore Gesù Cristo che piscia acquasanta dalle orecchie perché privo di un attributo sconveniente come il sesso maschile che serve all’occorrenza, a livello puramente e naturalmente fisiologico, anche per orinare».

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“La ghigliottina del tribunale dei social media“, copertina del libro dei Padri de L’Isola di Patmos sul tema della pandemia, realizzata dalla pittrice romana Anna Boschini (il libro è acquistabile QUI)

Questa nostra rivista è un luogo in cui si affrontano argomenti storici, filosofici e teologici che ci impegniamo a rendere accessibili anche al grande pubblico desideroso di approfondire i misteri della fede attraverso gli articoli di un gruppo di sacerdoti-teologi investiti dalla Santa Chiesa di Cristo del mandato a insegnare, santificare e guidare i Christi fideles. È il munus sacerdotale, o tria munera Ecclesiae: munus docendi, munus sanctificandi, munus gubernandi. Elementi affatto chiari in quella fogna tossica alla quale sono ridotti i social media, dove impazza un esercito di pinzochere che hanno confuso la fede con il terrorismo psicologico, il Verbo di Dio fatto uomo con un asessuato Gesù Cristo photoshoppato, la Vergine Maria con una Cassandra che annuncia catastrofi e fini imminenti del mondo. Ogni loro discorso è condito con salse rancide tirate fuori dal grande contenitore del neo-paganesimo di ritorno, se non peggio dal pelagianesimo più degenerato. Entrare in colloquio con queste persone, i cui profili social abbondano di Madonnine infilzate, è purtroppo tempo perso. Perché qualsiasi prete che osasse indicargli i loro errori in materia di dottrina e di fede, quindi la strada per un autentico cammino di vita cristiana, bene che vada si sentirà rispondere: «Si vergogni, lei non è degno di essere chiamato prete!». E benché l’abbia scritto e più volte spiegato, torno di nuovo a ripeterlo: oggi, noi preti e teologi, per assurdo che possa apparire siamo considerati guide religiose e studiosi di scienze sacre — e come tali anche rispettati — da ultra laicisti e non credenti, che ovviamente hanno tutt’altro sentire e stile di vita, mentre per ogni minimo nonnulla siamo aggrediti in malo modo e pubblicamente offesi da laici cattolici, o sedicenti tali, che ritengono di essere vessilli della vera, pura e autentica Cristianità. Questi i fatti che mi portano a dire quanta ragione avesse all’epoca il Professor Enrico Medi, affermando agli inizi degli anni Settanta di non essere tanto spaventato per l’inquinamento atmosferico, per la bomba atomica o il pericolo di nuove eventuali guerre, ma di esserlo invece per la follia collettiva verso la quale l’umanità stava precipitando. E di questa follia, oggi, i social media sono modello e paradigma.

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In questa giungla senza regole, dove con una identità di fantasia si può aggredire e insultare chicchessia nel peggiore dei modi, alcune anime ammantate di pudore mi hanno accusato di fare frequenti riferimenti indiretti, o a volte diretti, alla sessualità umana, dichiarandosi autentici cattolici scandalizzati da certe battute fatte da un prete. Ebbene vi dirò che da tempo mi sono convinto che questo genere di persone sono coloro che hanno dato spunti alla compianta Anna Marchesini, perché è probabile che si sia ispirata proprio a loro, quando faceva i suoi esilaranti sketch comici nel ruolo di Merope Generosa, medico specialista in sessuologia.

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Questi non meglio precisati cattolici da social media sono caratterizzati da tre elementi tutti in radicale contrasto con la fede: la sessuofobia, il catastrofismo pessimista, l’odio che si nutre di odio e che cerca dei feticci come valvola di sfogo.

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Partiamo dal primo elemento: sessuofobici, perché tendono anzitutto a identificare nella sessualità umana il centro del peccato, o per meglio dire il peccato dei peccati. Se osi correggerli e ricordar loro che il peccato originale non prende vita perché Adamo ed Eva commisero un peccato di lussuria ma di superbia — che tra i sette peccati capitali è il più grave in assoluto, tanto da essere posta al primo posto come regina e auriga trainante di tutti i peccati capitali —, la loro reazione sarà questa: «Eretico modernista schiavo delle perversioni del mondo!». Ma che cosa vuol dire per loro modernista? Soprattutto, che cosa ne sanno di questo movimento di pensiero condannato dal Santo Pontefice Pio X con l’Enciclica Pascendi Dominici Gregis? Niente ne sanno, si tratta solo di una parola con la quale cercano di aggredire e tacitare gli interlocutori ignorando in che modo e perché questa corrente di pensiero nacque e si sviluppò all’interno della Chiesa, non ultimo anche a causa di una chiusura e di un rigore che aveva a tratti dell’ossessivo. Proprio come quelli che non avendo argomenti cercano di tacitare l’interlocutore urlandogli “fascista!” o “comunista!”, salvo però non essere in grado di spiegare come prendono vita e si sviluppano queste due diverse correnti socio-politiche. Oppure come quando una tale che voleva darsi un certo tono pubblicò la fotografia della collezione di uno stilista affermando: «È una collezione di abiti di ispirazione metafisica». Le domandai: «Scusi, mi spiega che cos’è la metafisica?». Pochi secondi dopo giunse in risposta una carrettata di insulti, semplicemente perché ponendole quella domanda “innocente”, implicitamente le avevo dato dell’ignorante che usava delle parole a sproposito senza conoscerne il significato. E ribadisco sessuofobici perché questi non meglio precisati cattolici, ma soprattutto cattoliche, hanno una vita affettiva, sentimentale e sessuale talmente disastrata, sino a mutare il sesso e la sessualità umana nel male assoluto. E proprio negativizzando in tal modo la sessualità dimenticano alcuni elementi fondamentali della fede: il Verbo di Dio si fece uomo, ed era un uomo, Gesù Cristo, con tutti gli attributi sessuali e virili del caso. Così ricordai una volta a una pinzochera facendole presente che Giuseppe e Maria presentarono Gesù al Tempio per farlo circoncidere all’ottavo giorno di vita in ottemperanza alla Legge Mosaica [cfr. Lc 2, 22-39]. Le spiegai che questo antico rito si chiama בְּרִית מִילָה (Brit Milah, alla lettera: Patto dell’Alleanza) ed è eseguito da un pio religioso ebreo che svolge la funzione di circoncisore. Poi precisai che con la circoncisione si asporta il prepuzio dal membro virile maschile lasciando il glande completamente scoperto. In questo consisteva la circoncisione del piccolo infante Gesù, casomai qualcuno pensasse che sia stato presentato al Tempio da una svedese bionda con gli occhi azzurri, tale viene raffigurata Maria, accompagnata da un ottantenne zoppicante fuoriuscito da un reparto di geriatria, tale viene raffigurato Giuseppe. Per questo l’infante Gesù fu presentato al Tempio, per togliergli il prepuzio dal divin pisellino, non certo per mettere in piega i riccioloni biondi con i quali è raffigurato nei santini iconografici, come se anziché in Medio Oriente fosse nato a Stoccolma. E detto questo informai la pinzochera che il Verbo di Dio, vero Dio e vero uomo, aveva un sesso e una sessualità psico-fisica, proprio perché era Dio incarnato in un vero uomo. Questa fu la risposta testuale: «Lei è un blasfemo, una vergogna di prete, un figlio del Demonio, si converta … bestemmiatore!». Replicai: «Io sarò anche un bestemmiatore, però non riesco proprio a immaginare Nostro Signore Gesù Cristo che piscia acquasanta dalle orecchie perché privo di un attributo sconveniente come il sesso maschile che serve all’occorrenza, a livello puramente e naturalmente fisiologico, anche per orinare».

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Il secondo elemento è il catastrofismo pessimista, tipico delle persone incapaci di cogliere l’amore di Dio e le sue azioni di grazia su di noi persino nelle situazioni più tragiche e dolorose. Basti citare tra i tanti San Massimiliano Maria Kolbe a tal punto affamato di Cristo che accettò di morire di fame nel lager di Auschwitz per salvare la vita a un padre di famiglia suo compagno di prigionia. In questi sedicenti cattolici, ma soprattutto cattoliche, catastrofismo e pessimismo assumono tratti e connotati morbosi, sino a divenire incapaci di vedere quel sommo bene riassunto nelle virtù teologali di fede, speranza e carità. E proprio la virtù della speranza, che sta nel mezzo e che lega assieme la fede e la carità — indicata quest’ultima come la più importante dal Beato Apostolo Paolo [cfr. I Cor 13] — non sanno proprio dove abiti. Così, per dare sfogo al loro pessimismo cupo e distruttivo mediante immagini di un futuro catastrofico, di prassi usano la Beata Vergine Maria, facendo scempio di apparizioni e messaggi che di prassi e rigore non sono riconosciuti autentici dalla Chiesa. Quando poi prendono come elementi di pretesto a suffragio delle loro idee peregrine le apparizioni e i messaggi che sono stati invece riconosciuti come autentici, anzitutto li manipolano, poi accusano la Chiesa, per esempio nel caso della Madonna di Fatima, di avere occultato e censurato i testi, che ovviamente, manco a dirsi, sarebbero terrificanti. Presto detto: in nome della “purezza” della loro fede e della loro “verità” tutta quanta nevrotico-soggettiva, non esitano a mutare la Chiesa, che è madre e maestra, in madre menzognera. In più occasioni ho cercato di spiegare alle pinzochere fanatiche della mariologia catastrofica da loro mutata in mariolatria pagana, che i messaggi della Madonna di Fatima, come quelli della Madonna della Salette, di Amsterdam e via dicendo a seguire, non costituiscono elementi del deposito della fede e che nel Credo della Chiesa Cattolica, detto anche Simbolo di Fede Niceno-Costantinopolitano, noi non professiamo di credere ai segreti della Madonna di Fatima e alle rivelazioni date dalla stessa a quello o quell’altro veggente, compresi quelli riconosciuti autentici dalla Chiesa. Detto questo seguitai a spiegare che un cattolico potrebbe anche essere del tutto indifferente a certe apparizioni mariane, perché non è obbligato a essere devoto né alla Madonna di Lourdes né a quella di Fatima né ad altre, dalle quali non può dipendere la sua fede e neppure la salute della sua anima. Ciò che un cattolico non può fare è di negare la autenticità di ciò che la Chiesa ha riconosciuto come autentico, o peggio ancora di dichiarare invece autentico per propria emotività e puntiglio personale, ciò che la Chiesa non ha mai riconosciuto tale, per esempio La Gospa dei bugiardi. Insomma, come spiegazione, quella data, doveva essere chiara. Invece no, stando perlomeno alla risposta inferocita della pinzochera che sui social media mi ha urlato: «Eretico! Lei è peggio di Lutero. Vergogna, un prete che odia la Madonna e che ragiona peggio di un protestante … si converta, perché il giudizio della Madonna su di lei sarà terribile». Replico alla pinzochera invasata evitando di domandare a quale titolo si permettesse di additare un presbitero al pubblico sprezzo come odiatore della Beata Vergine, quindi vado al dunque e chiarisco: «Vede, quando noi professiamo nel Credo “un giorno tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti” ci riferiamo a Cristo Dio divino giudice, non alla Madonna, che non giudicherà proprio nessuno, né i vivi né i morti, perché non è compito suo. E se c’è una creatura straordinaria che da sempre sa stare al proprio posto e nel ruolo che le è stato affidato da Dio nel mistero della economia della salvezza, questa è proprio la Beata Vergine Maria».

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Terzo elemento è l’odio, tipico delle persone che non si sentono amate, o che non sono state amate, rese per loro vari motivi e problemi esistenziali del tutto incapaci ad amare, sino a giungere a un processo di inversione spirituale che di per sé è più grave di tutte le peggiori perversioni sessuali messe assieme: usare l’amore e il concetto di amore cristiano per sfogare il loro odio. I social media sono pieni di sedicenti cattolici e di pinzochere impazzite che in nome di un “amore di Dio” e di un “amore per la fede” del tutto svuotato della sua più profonda essenza, odiano ferocemente. Poi, se un prete osa richiamarli in tal senso, le loro reazioni tendono sempre a essere violente e aggressive, soprattutto distruttive nei confronti del sacerdote, che finirà aggredito da persone che metteranno anzitutto in discussione le sue virtù umane e spirituali, la sua ortodossia dottrinale, la sua preparazione teologica e la sua esperienza pastorale. Il concetto di “amore” di queste persone è equiparabile alle turbe assetate di sangue durante il periodo del terrore della Rivoluzione Francese, che in nome di una non meglio precisata libertà mozzavano le teste sulle ghigliottine, poi, dopo averle issate sopra a dei pali, le portavano trionfalmente in giro per le strade di Parigi come orridi trofei. Il tutto, ripeto, in nome di una non meglio precisata libertà, che equivale al concetto di “amore” di certi sedicenti cattolici che impazzano sui social media. Per questo noi Padri de L’Isola di Patmos, quando abbiamo dato alle stampe il nostro libro La Chiesa e il coronavirus, dove affrontiamo anche il tema dei grandi esperti che pullulano sui social media, abbiamo fatto realizzare dalla nostra amica, il Maestro Anna Boschini, pittrice romana, una copertina nella quale siamo raffigurati noi tre che saliamo le scale verso la ghigliottina, mentre sotto al palco sono radunati i giudici dei social media.

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Torniamo di nuovo alla sessualità, elemento chiave per analizzare e comprendere le perversioni mentali di certi sedicenti cattolici da social media. Le pudibonde anime candide, pronte a urlare allo scandalo dall’alto della loro non meglio precisata cattolicità, di prassi ignorano un elemento fondamentale: la prima cosa in assoluto con la quale un qualsiasi giovane o meno giovane deve fare i conti, se ritiene di essere chiamato al sacerdozio, è proprio la sua sessualità. E quando sulla parola sesso e sessualità nei seminari si sorvola, oppure ci si tinge di rossore come la mitica Merope Generosa impersonata da Anna Marchesini, poi accade che nella migliore delle ipotesi si tirano fuori dei mostri, per non parlare di peggio: soggetti dalla sessualità squilibrata e moralmente disordinati. Il prete non deve affatto reprimere la propria sessualità, la propria libido e la propria dimensione erotica, deve trasformare il tutto in altro, ossia in un diverso modo di amare e di vivere la propria virilità sessuale.

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Come prete io ho un sesso e una sessualità umana, a meno che qualcuno non voglia negare — anche in questo caso con l’aura del comico pudore della mitica Merope Generosa — che il primo e imprescindibile requisito richiesto, in assenza del quale non potrebbero proprio sussistere gli altri, è che il candidato al sacro ordine sacerdotale deve essere un maschio. Volendo possiamo anche aggiungere che la Chiesa non ha mai consentito l’accesso al sacerdozio a uomini affetti da malformazioni tali da impedire lo svolgimento di una regolare attività sessuale, proibendo sempre la consacrazione sacerdotale, a pena di nullità, di soggetti che per incidente o per criminale volontà altrui erano stati evirati. Essere maschi, come risaputo, vuol dire avere, a livello anatomico, un ben preciso organo genitale in mezzo alle gambe che ha una sua non lieve incidenza anche sulla psiche, allo stesso modo in cui l’utero incide sulla psicologia della donna. 

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Posso serenamente e tristemente affermare, per esperienza sacerdotale e pastorale, che i preti problematici sono quelli che a monte non hanno fatto i conti con la loro sessualità, o che per diventare ministri in sacris hanno scelto la strada da sempre e in assoluto più sbagliata: quella di reprimere la propria sessualità, prezioso e imprescindibile dono di Dio che ci porta a un tale slancio di amore sino a farci eunuchi per il Regno dei Cieli:

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«”Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca”» [Mt 19, 12].

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Un prete che ha maturata e trasformata la propria sessualità in altro, facendosi per amore eunuco per il Regno dei Cieli, per naturale conseguenza avrà un atteggiamento e un approccio umano e spirituale molto virile e maschio. Se ciò manca, sarebbe bene porsi dei quesiti molto seri. Perché virile non è certo il libertino che salta da un letto a un altro, imprigionato ultra cinquantenne in una desolante dimensione adolescenziale. Virile sul serio, lo è semmai l’anziano prete che, pur non avendo mai conosciuto donna in vita sua, perché entrato in seminario a 14 anni e vissuto in perfetta continenza per tutta la vita, quando ti affronta e ti guarda in faccia sprizza però tutto quel testosterone maschile e spirituale che il libertino impenitente non sa neppure in quale luogo alberghi. Per inciso una nota di carattere personale, ma forse necessaria per far comprendere meglio certi concetti: sino a oggi ho avuto due vescovi, uno morto di recente, l’altro in cattedra nel pieno esercizio delle sue funzioni. Due personalità totalmente diverse, sotto molti aspetti persino opposte. Una cosa, però, nella loro diversità li accomunava: due uomini veramente e profondamente virili nella fede e nella pratica della fede, quindi nella loro psicologia maschile. Ma così erano tutti i formatori al sacerdozio che Dio mi ha dato la grazia di avere, incluso il vescovo anziano che da anni cura la mia formazione permanente al sacerdozio, che sarebbe stato capace a far tremare con un solo sguardo persino un potente Capo di Stato.

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La Chiesa Cattolica è invasa negli ultimi tempi da non meglio precisati fedeli che trasformano la straordinaria comicità di Merope Generosa in una tragedia che poi, all’atto pratico, finisce per ricadere su noi preti, spesso con risvolti penosi e anche dolorosi. E, sempre pastoralmente parlando, posso dire che i social media sono un esteso e complesso campo di studio che sul piano scientifico e pastorale ha veramente dello straordinario. Ovviamente mi limiterò ai cattolici, o meglio a coloro che si sentono tali, in particolare alle donne.

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Le non meglio precisate cattoliche, sui social media arrivano a dei livelli di offesa nei confronti di quei preti che a volte interloquiscono con loro, come mai vi giungerebbe un uomo. Non è un’ipotesi, ma un dato statistico. Pronte a soppesare ogni sillaba, a gridare allo scandalo, peggio: all’eresia. Donne che dall’alto della loro cattedra di dogmatica e di ecclesiologia eretta sui social media tacciano di apostasia dalla fede il Sommo Pontefice in testa, i Vescovi e tutti noi Presbiteri a seguire. Donne che ignorano i fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, che confondono la Vergine Maria con la Fata Morgana o che pensano che l’agire dello Spirito Santo sia quello di Mago Merlino … ma che sono pronte a subissarti d’insulti, se in modo paterno e pacato osi richiamarle e correggerle.

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A questo punto uno potrebbe domandare: si, esistono tanti disturbi della personalità, poi c’è il grande pianeta della isteria, che non a caso deriva dalla radice greca di ὕστερον (hysteron), che significa utero, disturbo prettamente femminile. Infatti, quando nel linguaggio parlato qualcuno mi ha indicato un uomo come “isterico”, gli ho risposto che in ambito colloquiale questo termine in sé non corretto può anche passare, ma che sul piano scientifico un uomo non può essere affetto da tale disturbo, almeno per come la scienza lo ha definito. L’uomo è infatti privo della materia prima: l’utero. Quindi un uomo può essere affetto da isteria, intesa in modo clinico classico, allo stesso modo in cui una donna può essere soggetta all’infiammazione alla prostata. Nel mondo delle scienze neurologiche e psichiatriche vi sono stati nel corso del tempo studiosi che hanno cercato di localizzare forme di “isteria maschile”, a partire dal neurologo viennese Sigmund Freud, ma senza ottenere particolari successi e crediti nella comunità scientifica internazionale.

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Perché tutta questa mia attenzione alla sessualità? Sono forse un sessuomane, come qualcuno mi ha accusato di essere? Presto detto: da anni ho scoperto, appurato e ripetutamente toccato con mano che dietro a questo esercito di pinzochere che giocano alle cattoliche intransigenti sui social media, nascondendosi dietro l’immagine di una Madonnina infilzata e dietro a un nome di pura fantasia, si celano donne che vivono situazioni talora al limite della frustrazione sul piano umano, sessuale e sentimentale. Per esempio, una tale — seguita a ruota da diverse altre — mi dette dell’eretico e, ovviamente, della vergogna di prete, semplicemente per avere scritto e spiegato che sul piano morale, un aborto praticato da una donna può essere del tutto diverso da quello praticato da un’altra. In certi particolari casi un aborto, pur essendo in sé e di per sé un abominio, può persino ridursi a un peccato veniale. Per inciso: l’analfabeta digitale è colui che non è proprio in grado di comprendere ciò che legge, quindi taglia tre parole, si fossilizza su di esse e poi parte con il lancio di insulti a raffica. E questa pinzochera, da tutta la mia spiegazione comprensibile e non passibile di essere fraintesa, data la delicatezza estrema del tema trattato, tagliò a sproposito due parole accusandomi di avere affermato che oggi l’aborto è solo un peccato veniale. Eppure in quel mio discorso articolato e preciso — o come si suol dire a prova d’imbecille —, avevo spiegato e chiarito bene il tutto facendo anche ricorso al caso di una giovane immatura di 18 anni, molto semplice, priva di cultura e conoscenza elementare, che rimasta incinta fu portata ad abortire nella assoluta certezza che in tal modo avrebbe fatto la cosa più giusta, per il bene suo e della stessa creatura che non era opportuno far nascere. D’altronde, il consiglio le era stato dato dall’anziano medico di famiglia, venerato come sede della sapienza da tutto il suo parentado. Non solo, anche un altro, un dottorone dell’ospedale di città dove era stata portata dal suo paesello, le aveva detto altrettanto. E se due grandi sapienti spiegano a una ragazza immatura, semplice e fragile, che cosa deve fare e in qual modo deve farlo, lei mette in pratica il consiglio, semmai anche ringraziando coloro che gliel’hanno dato preoccupandosi a questo modo del suo bene. E qui va ricordato che per commettere delitti e peccati occorrono coscienza, volontà e deliberato consenso. In un simile caso, come si può parlare di un turpe peccato mortale? Certo, quando cresciuta, maturata e uscita dal suo ambito contadino familiare di provincia, giunse ormai venticinquenne in lacrime da me a spiegarmi che cosa aveva fatto anni prima, anzitutto la consolai, poi in parole semplici le spiegai ciò ho spiegato sin qui, assolvendola e soprattutto pregandola di non consumarsi in inutili sensi di colpa. Il senso di colpa per il peccato rimesso, non è cosa buona, tutt’altro: è una sfida al mistero d’amore della grazia e del perdono di Dio.

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A questo punto entra in scena la pinzochera di turno, sedicente cattolica auto-proclamata dottore in teologia morale sui social media, celata di rigore dietro un nome di fantasia e con una Madonnina infilzata nel suo profilo al posto della sua foto, che scatenò su di me l’Inferno. Le due accuse più lievi — che è tutto dire — furono quelle di «eretico, apostata e prete anticristico». Poi scrisse un lungo sproloquio per smentirmi e affermare che «il senso di colpa, dopo avere commesso certi peccati, non ci deve mai abbandonare, anche se uno è stato assolto». Cosa dire: il grande maestro della morale cattolica Alfonso Maria de’ Liguori, Vescovo e Santo Dottore della Chiesa, dinanzi a cotanta scienza teologica sarebbe sicuramente impallidito e sprofondato nei complessi di inferiorità. Poco dopo fui contattato da un confratello sacerdote che colpito da quella valanga di insulti mi spiegò chi era in realtà questa donna, cacciata via più volte dai parroci di diverse parrocchie, a uno dei quali interruppe persino l’omelia domenicale mettendosi a invenire contro di lui: «Tu non conosci il Vangelo, convertiti: modernista!». Tanto che il parroco, ai sensi dell’articolo 405 del Codice Penale la denunciò per avere turbato l’esercizio di una pubblica funzione religiosa all’interno di un luogo di culto. Ma ecco chi era questa donna: una povera infelice incattivita lasciata dal marito, un commerciante che fatti soldi e giunto vicino ai sessant’anni d’età la mollò in preda alla sua menopausa per andare a vivere con una ragazza slava di trent’anni ― dopo averla cornificata per una vita intera ―, nonché madre di una figlia nota in tutto il circondario, perché a partire dall’età di 13 anni saltava senza sosta da un maschietto all’altro, al punto che non solo le madri delle ragazzine, ma persino quelle dei maschietti non volevano che i loro figli la frequentassero. All’età di appena 16, una domenica mattina, forse mentre la madre era in chissà quale chiesa parrocchiale a far girare le palle a qualche povero prete, giunse presso il pronto soccorso cittadino con l’amica di scorribande per chiedere la “pillola del giorno dopo”, onde evitare problemi dopo le bravate del sabato sera.

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Dietro certi profili di fantasia, sui quali spiccano Cristi androgini photoshoppati e Madonnine languide, ho scoperto veramente di tutto e di più, perché con i buoni uffici di certi cari amici sono giunto alla vera identità di svariate pinzochere, quindi oggi sono in grado di fare non solo analisi ma persino statistiche. Per esempio, quella che mi urlò e mi scrisse tutto in maiuscolo: «Si vergogni, si vergogni, si vergogni!», per avere postato su una pagina social la foto mia assieme alla trans Vlady Guadagno, mia amica, nota al grande pubblico con il nome d’arte di Luxuria, mentre eravamo assieme sorridenti negli studi Mediaset di Cologno Monzese, era madre di un maschietto che non solo era gay dichiarato, ma che conviveva con il suo compagno assieme al quale era andato a sposarsi alle Canarie. Poi, il maritino amoroso lo mollò per un altro ragazzo. A quel punto, il povero consorte tradito e abbandonato, tentò il suicidio. Eppure fu proprio la madre di questo maritino tradito che nascosta dietro a un nome fasullo e a una foto di San Pio da Pietrelcina messa al posto della propria faccia, mi ricoprì di contumelie dandomi del «pessimo prete» e del «prete senza morale». E sapete in che cosa consisteva il mio essere prete senza morale? Consisteva nell’avere spiegato e poi ridotto a piccolo peccatuccio la masturbazione degli adolescenti, attenendomi con scrupolo in quel mio discorso a quanto scritto e spiegato nel Catechismo della Chiesa Cattolica che recita:

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«Al fine di formulare un equo giudizio sulla responsabilità morale dei soggetti e per orientare l’azione pastorale, si terrà conto dell’immaturità affettiva, della forza delle abitudini contratte, dello stato d’angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che possono attenuare, se non addirittura ridurre al minimo, la colpevolezza morale» [vedere n. 2352].

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Ogni tanto tratto a livello teologico ed ecclesiologico i temi della sessualità umana non certo privo di compiaciuto divertimento, sapendo come certi soggetti saltino subito allo scoperto in modo aggressivo e violento sui social media. Così reagiscono e vengono allo scoperto le persone che non essendosi sentite amate o non avendo loro stesse la capacità di amare, sprofondano nell’odio reattivo, trovando in certi social media una portentosa valvola di sfogo, che rischia però di peggiorare le loro condizioni umane e psicologiche, trascinando nel meccanismo dell’odio tante altre persone che poi contribuiscono a creare un ambiente odioso-rissoso.

 

Per comprendere i livelli di odio e violenza alla quale possono giungere soggetti psicolabili, specie coloro che sono affetti — indistintamente uomini, ma ahimè soprattutto donne — da narcisismo aggressivo delirante, vi narrerò un episodio nel quale mi trovai coinvolto un paio d’anni fa. Ve lo narro solo perché è uno spaccato, anzi un paradigma del mondo dei social nel quale chicchessia può affermare e scrivere senza alcun filtro e controllo ciò che vuole, soprattutto cascate di idiozie più forti di quelle del Niagara.

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Ecco la storia: un giorno mi giunse l’aggiornamento di una pagina social di una sedicente napoletana. E qui apro un lungo inciso: dico “sedicente” perché essere napoletani fa comprensibilmente molto chic. Vorrei vedere il contrario: Napoli è stata una delle più grandi Capitali d’Europa. Molte delle Capitali oggi tanto celebrate, per esempio Vienna, Parigi, Berlino, ma pure la nostra stessa Milano, a confronto della Napoli del XVI-XIX secolo erano poco più che delle cittadine. Per non parlare dei beni storici, artistici e monumentali. Napoli, ed assieme a essa l’altra Capitale del Regno Borbonico, Palermo, erano non solo due grandi Capitali europee, ma soprattutto luoghi d’arte e cultura senza eguali nel nostro antico Continente.

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Wolfgang Amadeus Mozart — per prenderne uno soltanto tra i tanti a puro titolo di esempio — recandosi in Italia non rimase colpito da Milano e dal suo Teatro Ducale, ma andò letteralmente in estasi quando giunse nella grande Napoli nel maggio del 1770, dove rimase ammaliato da quella Città e dal suo grande teatro, soprattutto dall’arte, dalla cultura e dalla scuola musicale delle genti partonepee.

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Questo per chiarire che dire «sono napoletano» conferisce indubbiamente un certo tono alla persona. Come quando io vanto le mie radici familiari romane, anche se per onestà devo precisare che sono nato nella bassa Maremma toscana, a pochi chilometri dal confine col Lazio, da una famiglia paterna di vecchia origine romana e da una famiglia materna toscana. Pertanto, a chi mi chiede lumi sui miei natali, devo rispondere che sono tosco-romano. Poi, se il figlio di due immigrati della bassa Calabria che è nato a Roma, in tono scanzonato mi dice … «Ah, romano tu?», a quel punto spetterà a me ribadire che i natali romani dei miei avi si perdono molto indietro nel tempo, contrariamente ai suoi. E qui mi torna alla mente una giovane di vecchia famiglia romana che più vecchia non si può, per l’esattezza appartenente a un ramo cadetto dei Torlonia, nata negli Stati Uniti da padre romano e madre americana. Quando un allegro pischello, tentando d’abbordarla — era una bellissima ragazza — le domandò di dove fosse originaria, per tutta risposta ribatté: «Sono di famiglia romana». Rise l’abbordatore divertito: «Già, romana con cotesto accento americano?». Impassibile lei domanda: «Posso sapere come ti chiami tu di cognome?». Risponde lui: «Mancuso, perché me lo chiedi?». Sorride sorniona la bella ragazza: «Vedi, io di cognome mi chiamo Torlonia. Avrò anche l’accento americano, dato che negli Stati Uniti d’America sono nata, ma di certo sono romana di famiglia romana molto più di un Mancuso». Cognome, per chiarire a chi legge, molto diffuso nella zona calabrese di Catanzaro, vetusta e nobile Città dell’antica Magna Grecia.

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Prima di questo doveroso inciso stavo narrando che un giorno mi giunse l’aggiornamento di una pagina social di una sedicente napoletana. E dico sedicente perché la “nobildonna” in questione viveva in un sobborgo di Caserta, che come sappiamo non è propriamente il Vomero, Capodimonte o i Quartieri Spagnoli. La povera meschina, mettendo assieme una accozzaglia di leggende nere oggi smentite persino dagli studiosi liberali e dagli storici protestanti, con un maldestro copia e incolla aveva scritto un post celebrativo sulla figura del “grande” ed “eroico” Giordano Bruno da Nola, bruciato al rogo in Campo dei Fiori nel 1600 dalla Chiesa cattiva dell’epoca. Avendo un telefonino nuovo che non sapevo ancora usare bene, leggendo quel post mi parte senza volere e accorgermene la emoticon di una faccia sorridente. Me ne accorsi quando mi giunse un altro avviso con questo delicato messaggio: «Che cazzo hai da ridere?». Dopo qualche perplessità dissi tra di me: «No, non è possibile che sia Donna Fiammetta Caracciolo Carafa, che conobbi a suo tempo con il suo nobile consorte Don Oderisio de’ Sangro di Fondi. Non solo perché, ormai, sono morti tutti e due, ma perché una nobile partenopea di così antico lignaggio e casato principesco non si rivolgerebbe mai a questo modo nei riguardi di un prete su una pubblica pagina social».

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… quando delle gentildonne si rivolsero a me in quanto prete con questo tono, dopodiché protestarono persino presso il mio Vescovo

A quel punto con amabilità pastorale, nonché adempiendo al mio dovere di studioso, risposi che la emoticon con la faccina ridente mi era partita senza che neppure me ne fossi accorto e che pertanto era da considerarsi cosa involontaria. Chiarito il tutto le scrissi un post di una ventina di righe precisandole che non era serio lanciarsi pubblicamente in argomenti così complessi sul piano storico e giuridico, posto tra l’altro che i giudici del Tribunale dell’Inquisizione fecero il possibile e persino l’impossibile per salvare Giordano Bruno. Il suo processo durò 15 lunghi anni, fu annullato due volte per risibili difetti di forma e nel mentre fu fatto di tutto per indurlo a ravvedersi dalle sue gravissime eresie. Perché, che Giordano Bruno fosse un eretico, su questo c’è ben poco da discutere. E conclusi invitando questa gentildonna — sempre con grande amabilità — a non lanciarsi in mestieri sul piano storico, giuridico e teologico che non erano propriamente mestieri suoi. Poco dopo la nobildonna “napoletanissima”, residente però nei sobborghi di Caserta, mi lancia una sequela di insulti da far impallidire una prostituta appoggiata al lampione che impreca in una notte di pioggia per la mancanza di clienti. A quel punto, sempre senza mai uscire dalle righe, dopo essere stato sommerso di insulti volgari a sfondo sessuale, dopo essere stato aggredito dalle sue comari di lavatoio basso-casertano che mi epitetarono «mezzo pretuncolo» con indosso una «tonaca di merda», in tono scherzoso e, ripeto, mai e poi mai offensivo, ribatto dicendo: «Dinanzi a una donna come lei, ringrazio e benedico Dio per il grande dono del celibato e della castità». E poco dopo, in un dialetto da bassifondi casertani giunge una pubblica replica che vi offro tradotta direttamente in italiano. La nobildonna, interloquendo pubblicamente con un’altra sua comare dei bassifondi, scrive testualmente a mio riguardo: «Se non avesse fatto il voto (di castità) si sarebbe fatto solo le seghe, col cazzo che una donna come noi la dava a uno stronzo come Ariel S. Levi di Gualdo». Un brevissimo inciso: guardando le fotografie di questa Signora e delle sue Comari pubblicate sulla loro pagina social, chicchessia avrebbe compreso all’istante in che modo dinanzi a siffatte beltade sarebbe impallidita tutta quanta la Famiglia Addams, incluso lo zio Fester.

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delicatezze da parte di gentildonne rissose scatenate sui social media

Spero che il politically correct non mi accusi di incitare alla violenza sulle donne, se dinanzi a simili volgarità affermo in tono ilare: se donne simili non hanno padri o mariti che dopo avere letto certi pubblici messaggi non mollano loro due pedagogiche sberle, o se non hanno figli che a madri simili non dicono di provare vergogna per loro, è evidente che se mariti e figli non sono peggiori, perlomeno sono tal quali alle madri. A quel punto, sempre in modo ironico e mai offensivo, ribatto: «Si comporti da donna civile, lei e le sue amiche autrici di questi commenti, perché state dimostrando di essere peggio delle vajasse al lavatoio». Vi confesso che la parola vajassa la imparai dal mio confratello sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini Ivano Liguori, che per metà è campano per ramo paterno e per metà sardo per ramo materno. Chiariamo: questo termine del dialetto napoletano significa, in senso etimologico, “serva” o “domestica”. In seguito divenne sinonimo di donna di bassa estrazione sociale caratterizzata da atteggiamenti sguaiati, volgari e rissosi. E fu così che le nobildonne, dopo avermi insultato dalla testa ai piedi, dopo avermi ricoperto di insulti volgari, sentendosi definire infine vajasse, presero a urlare all’attentato di lesa maestà. Poi, stravolgendo totalmente la realtà, mutarono me in offensore presentandosi come povere vittime vilipese.

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Mi fermo a questo punto della narrazione, perché credo possa bastare. Adesso proseguo narrando le assurde conseguenze delle social-schizofrenie, sempre per chiarire a quali livelli possano giungere le squilibrate che impazzano su certe piattaforme ... e così queste donne, in testa la feroce amministratrice di quella pagina, tutt’oggi, a distanza di più di due anni, seguitano a riversare su di me cattiverie e volgarità della peggiore risma, attribuendomi quel che mai ho scritto e affermato. Di tanto in tanto prendono due e tre righe da qualche mio articolo, le tagliano, fanno uno screen-shot e mi attribuiscono ciò che mai ho neppure pensato. Come peraltro dimostra l’articolo stesso dal quale è stato operato quel taglio di due o tre righe, nel quale affermo proprio il contrario di ciò che mi viene imputato.

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Prima di procedere oltre è importante chiarire con un esempio concreto quest’ultimo passaggio delicato e soprattutto fondamentale, illustrando nei dettagli la tecnica con la quale gli odiatori confezionano bombe di fango da far esplodere sui social media per danneggiare l’immagine, la reputazione o la credibilità scientifica, intellettuale, ecclesiastica o teologica della persona che hanno deciso di colpire. Ecco dunque servito l’esempio concreto: in un precedente passaggio di questa mia narrazione, all’interno di un discorso molto serio nel quale parlo dell’incarnazione del Verbo di Dio e di Cristo vero Dio e vero uomo, facendo uso di una iperbole retorica affermo: «[…] non riesco proprio a immaginare Nostro Signore Gesù Cristo che piscia acquasanta dalle orecchie perché privo di un attributo sconveniente come il sesso maschile». Presto detto: tagliare queste due righe da un contesto molto serio tutto quanto legato al fondamentale mistero di fede della incarnazione del Verbo di Dio, sarebbe a tal punto disonesto da valicare ogni limite della umana decenza. Ma proprio questa è la disonestà su cui giocano da sempre le vajasse usate non certo come singole e povere persone bensì unicamente come paradigma, capaci a tagliare da uno scritto una frase di questo genere, farne uno screen-shot e poi diffonderlo sui social media indicandomi al pubblico disprezzo come un prete infame che osa fare persino della satira su Gesù Cristo (!?). «Un prete al quale non si capisce proprio» — tuonano le vajasse-paradigma nei loro commenti — «come possano lasciare la tonaca addosso». Ovviamente, sempre e di prassi, allo screen-shot non è mai allegato il link dove chiunque potrebbe aprire l’articolo, leggerlo per intero, quindi appurare che l’Autore indicato al pubblico disprezzo ha scritto l’esatto contrario, il tutto in un discorso articolato e preciso. A quel punto, sotto il post nel quale è stato riportato quello screen-shot di due righe, cominciano a moltiplicarsi i commenti feroci e offensivi di varie altre comari, che lungi dall’andare a cercare l’articolo in questione e appurare che cosa realmente questo «prete indegno» ha scritto, cominciano a emanare sentenze feroci su quelle due righe, senza conoscere né l’Autore e meno che mai il suo scritto. Ovviamente è tutto vero, non se ne discute, c’è la prova: ecco lo screen-shot! Capite bene che siamo parecchio oltre il problema dell’analfabetismo digitale di coloro che — lungi dal leggere un articolo da cima a fondo —, letto titolo e sottotitolo e spulciato in pochi secondi un testo che tratta semmai argomenti storici, filosofici, teologici e socio-pastorali molto complessi, alla fine decidono di capire quel che vogliono capire. Nel caso appena illustrato siamo invece di fronte alla malafede con connotati di autentica malvagità. Esattamente quella malafede che nasce dalla cattiveria tutta tipica delle persone che mentono sapendo di mentire, proprio come queste vajasse-paradigma animate dal bisogno insopprimibile di scaricare odio su una persona che per motivi o disagi psicologici loro personali decidono di usare come tiro al bersaglio, facendo gruppo e condizionandosi le une con le altre attraverso odio che genera odio, narrandosi menzogne le une con le altre, poi convincendosi le une con le altre che quelle falsità sono verità al di fuori di ogni possibile dubbio. Oggetto d’odio potrei essere io allo stesso modo in cui potrebbe esserlo il Primo Ministro della Repubblica Italiana oggi in carica, o quello che lo fu prima di lui, oppure i virologi tacciati di incompetenza e ignoranza da persone che se interrogate a tal proposito non saprebbero spiegare neppure in modo elementare che cos’è un virus, per seguire con noi preti colpevoli a vario titolo di tradire il messaggio autentico di Gesù Cristo, il tutto affermato con severità e violenza da persone di imprecisato spirito cristiano che nei loro commenti precedenti si sono appena dichiarate favorevoli all’aborto, all’eutanasia, al matrimonio tra coppie dello stesso sesso e via dicendo, il tutto giustificato dal fatto che a loro dire «… ma Gesù è amore!». Non importa quale sia l’oggetto, perché può essere il più disparato, dal giocatore di pallacanestro sino al chirurgo oncologico, l’importante, per queste persone, è focalizzare un soggetto, prenderlo di mira e trasformarlo in un oggetto feticista sul quale scaricare odio nel peggiore dei modi.

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Chiarito il tutto ritengo inutile, perlomeno adesso, di aprire un altro complesso discorso sui grandi padroni dei social media, che su questo giro di odio che genera odio ci fanno soldi, salvo far scattare la censura se uno osa postare l’immagine della Venere di Botticelli, letta dai loro algoritmi assurdi come immagine pornografica. Insomma, certi social media non sono il regno della scienza, dell’arte e della cultura, ma l’universo ideale dove abitano e impazzano le vajasse-paradigma bugiarde, violente e rissose.

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Leggendo invettive di questo genere rivolte a Padre Ariel sui social media , un suo confratello cinese residente da molti anni a Roma commentò così: «Durante la rivoluzione di Mao i preti furono catturati e nella migliore delle ipotesi incarcerati in prigioni orrende, ma nessun comunista maoista si è mai rivolto a loro rovesciandogli addosso una simile e volgare violenza verbale». Che è tutto dire …

Dopo avere insultato un prete in modo violento, le vajasse-paradigma contattano il mio Vescovo, commettendo così un reato dietro l’altro. Una, presentandosi come avvocato in procinto di querelarmi e chiedere per me, all’incirca, la stessa condanna a 25 anni di reclusione irrogata ad Ali Ağca per avere attentato alla vita del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II. Un’altra chiese un colloquio telefonico col mio Vescovo per intimargli — udite, udite! — che se lui mi avesse irrogato le “dovute” e severe pene canoniche loro avrebbero desistito concedendomi … clemenza. E qui si cade in varie fattispecie di reato legate all’abuso di una qualifica professionale — quella di avvocato che prevede l’iscrizione a un albo professionale e una abilitazione all’esercizio della professione — posta in essere, peraltro, con il rappresentante di un ente di diritto pubblico, tale è per la Legge il Vescovo di una diocesi, dalla vajassa-paradigma di turno affatto abilitata all’esercizio della professione forense. Fatto questo inviarono al mio Vescovo solo gli screen-shot nei quali in tono divertito e ironico rispondevo — senza insultare alcuna di loro — a delle aggressioni di una volgarità inqualificabile e di una violenza davvero inaudita. Ovviamente provvidi subito a inviare al Vescovo quanto mi avevano scritto e lanciato addosso queste gentildonne. Inutile a dirsi, rimase malissimo sia per la violenza che per i toni volgari con i quali delle popolane al lavatoio dei bassifondi di paese si erano permesse di rivolgersi a un suo prete nella maniera in cui mai avrebbe osato fare una prostituta professionista. E io, che a Roma ho dedicato parte del mio apostolato alle prostitute che lavoravano sul tratto della Via Aurelia che va dalla Capitale fino a Castel di Guido, conosco bene il garbo che queste donne avevano verso il sacerdote, usando sempre nei suoi riguardi rispetto e affetto.

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il trofeo esibito sui social media dalle vajasse: la ricevuta di ritorno della raccomandata inviata al Sommo Pontefice con richiesta – o meglio con l’ordine da loro impartito – di procedere quanto prima a “spretizzare” Ariel S. Levi di Gualdo

Dato che il Vescovo non dette loro credito, inviarono una lettera al Sommo Pontefice, pubblicando poi nei loro profili la ricevuta di ritorno della raccomandata, come fosse una via di mezzo tra un trofeo e una bolla di scomunica. In quella lettera chiesero all’incirca di “spretizzarmi”. Poi se la presero col mio Vescovo, a loro dire colpevole di non avere eseguito direttive e comandi da loro dati. Perché come risaputo un Vescovo sarebbe tenuto, anzi obbligato a prendere direttive da lavandaie volgari e rissose che passano gran parte del loro tempo sui social media a insolentire nel peggiore dei modi chi decidono di prendere di mira, eseguendo gli ordini che dalle stesse sono stati impartiti dopo avere insolentito nel peggiore di modi un suo prete. Altrimenti, se non fa questo, che razza di Vescovo è?

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Con una battuta ironica proviamo adesso a riassumere il tutto, per fissare con una immagine pertinente a quali livelli di delirio e di dissociazione dal reale possano vivere nei concreti fatti certe persone. Poniamo che io, mentre mi trovavo negli studi di Mediaset a Milano per i vari programmi ai quali ho partecipato, avessi detto a Paolo Del Debbio: «Senti, amico mio, ho bisogno di parlare urgentemente con Silvio Berlusconi». Ovviamente si sarebbe messo a ridere pensando a una mia battuta di spirito, ben sapendo che io sono una mente intelligente e razionale, non un idiota. Detto questo, io insisto. A quel punto lui mi chiede il motivo di quel mio bisogno urgente. Al che rispondo: «Perché a casa mia ogni tanto Rete4 non si vede bene, per ciò esigo che Silvio Berlusconi mi sistemi la recezione della mia antenna televisiva nel modo in cui io gli indicherò di fare». Una cosa del genere detta da me a Paolo Del Debbio, lo avrebbe fatto morire dal ridere, poi, poco dopo, avrebbe fatto il giro di tutta la redazione facendo ridere tutti quanti i redattori, che sapendo anch’essi quanto io sia una mente intelligente e razionale, avrebbero detto che il Padre Ariel ha un senso dell’umorismo esilarante. Nel caso delle vajasse-paradigma aspiranti napoletane veraci, emblema della violenza, della manipolazione, dei barbari taglia e cuci fatti da certe persone sui social media e della necessità psicofisica di odiare, bisogna invece ridere per altro verso. Infatti, queste nobildonne, dopo essersi dichiarate rammaricate per il mio Vescovo che non mi aveva tolto la veste talare di dosso e condannato pubblicamente, si sono amareggiate ulteriormente perché il Santo Padre al quale avevano scritto per ben due volte — come da loro dichiarato e con tanto di ricevuta della raccomandata esibita —, non aveva mai preso alcun provvedimento su di me, dando in tal modo esecuzioni agli ordini impartiti dalle lavandaie violente e rissose non solo al mio Vescovo, ma persino al Romano Pontefice, che come minimo avrebbe dovuto richiedere in comodato d’uso al Comune di Roma Castel Sant’Angelo per rinchiudermi nelle sue carceri interne e gettando poi la chiave della cella nelle acque del Tevere. Quindi non riuscivano a farsene proprio una ragione, al punto tale da seguitare a scrivere: «Come possono non punire severamente un prete del genere, dopo tutto quello che noi abbiamo scritto a Papa Francesco?». Insomma, hanno preteso che Silvio Berlusconi, dietro sottile minaccia a fare come loro volevano e nel modo in cui volevano, provvedesse a sistemargli l’antenna della televisione, perché in caso contrario lo avrebbero denunciato alla Comunità Europea, ma che dico, direttamente alla Società delle Nazioni Unite, chiedendo in caso contrario l’immediato intervento dei caschi blu dell’O.N.U. per assediare la cittadella di Mediaset a Cologno Monzese.

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Un mio ex compagno di studi, oggi Procuratore della Repubblica in un capoluogo di regione, in tono affatto divertito, bensì molto irritato, mi narrò tempo fa che i Pubblici Ministeri, giorno dietro giorno archiviano querele assurde presentate per i motivi più folli e irrazionali da persone che, sempre più numerose, credono veramente che la Legge possa essere applicata — e di rigore anche con assoluta severità — per rendere la massima giustizia alla incontenibile iper-suscettibilità e al narcisismo ipertrofico di certi soggetti che vivono nel pianeta surreale dei social media anziché nel mondo del reale. Mi confidò che uno dei suoi Pubblici Ministeri gli fece leggere un giorno una querela nella quale una tale aveva querelato un uomo perché sotto la foto da lei postata sulla sua pubblica pagina social, con lei ritratta in costume da bagno, aveva postato una emoticon con una faccetta ridente che faceva una linguaccia.

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Con questo esempio l’amico magistrato riassunse il dramma delle vajasse-paradigma testé narrate e affini vari. Tutte queste persone hanno in comune anche un’altra caratteristica, o meglio il vezzo di usare i termini medioevo e medievale come parole insultanti con le quali bollare coloro che hanno mutato in feticci sui quali scaricare odio, all’incirca come uno stregone voodoo pratica la macumba piantando spilloni su una bambolina di pezza. E provate a spiegarlo a questo esercito di analfabeti digitali e di rissosi violenti che il Medioevo è quel monachesimo benedettino che ha dato vita al concetto e alla parola stessa di Europa e che ci ha trasmesso secoli e secoli di sapere, che senza il circuito dei monasteri benedettini sarebbe andato perduto per sempre. O che il medioevo sono Anselmo d’Aosta e Tommaso d’Aquino, per seguire con Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio. E provate poi a spiegare che il Medioevo, diviso in tre distinte epoche nel lasso di quasi dieci secoli, è stato un fiorire di arti e scienze in ogni dove. Quel che loro intendono come medioevo — ma che nel vero Medioevo non è invece esistito mai — è ciò che oggi esiste invece nel mondo dei social media, attraverso i quali l’uomo, dietro falsi pretesti di progresso e di libertà, ha perduto ogni genere di continenza, pudore e misura, sino a regredire ai sassi e alla fionda della preistoria, sino a dare il peggio di sé stesso come mai aveva fatto prima. Aveva per ciò ragione in tal senso Umberto Eco affermando:

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«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

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Magari l’uomo di oggi avesse la mente speculativa, l’estro creativo e il senso critico che aveva l’uomo del basso, medio e tardo Medioevo, magari! E purtroppo, da questa grande e incontrollabile fogna, affiorano in superficie anche molti sedicenti cattolici e donne variamente frustrate e infelici celate dietro Cristi fluidi e Madonnine languide, che costituiscono la negazione peggiore della Christianitas.

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Dentro i social media io entro, scrivo e dibatto con lo spirito del buon pastore che non esita a entrare all’occorrenza anche dentro un bordello dei peggiori bassifondi, nella consapevolezza che non riuscirà mai a togliere dal giro tutte le prostitute che vi lavorano, però, una o due, può anche essere che riesca a indurle a un cambio di vita. Il buon pastore non esita ad andare in un circolo di drogati, o di malavitosi, consapevole che ben pochi saranno quelli che riuscirà a strappare alla tossicodipendenza o ai giri della criminalità organizzata, ma sappiamo quanto per Dio anche una sola anima è molto preziosa.

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Padre, perché ogni tanto sui social media dici parolacce? È vero, ogni tanto uso un linguaggio colorito. Però vi chiedo: qualcuno pensa veramente che lo faccia per caso, o peggio per incontinenza verbale? Ebbene ve lo confesso: nell’ambito dei social media ho indotto alla ragione più persone con una parolaccia che con una Ave Maria. Ogni impresa richiede delle precise tecniche di azione, ogni ambito richiede il proprio linguaggio espressivo: non si parla di metafisica a un analfabeta e al tempo stesso non si dovrebbe trattare un metafisico come se fosse un perfetto analfabeta. A una cena di gala presso un’ambasciata si sgusciano i gamberetti con coltello e forchetta, altrettanto si toglie la buccia alla frutta, mentre in un’osteria di pescatori si sgusciano i gamberetti con le mani e si sbuccia la frutta con il coltello tenendola stretta tra le mani. Non si usano le mani in certi contesti e in altri sarebbe offensivo per tutti i presenti usare invece coltello e forchetta. Tutto questo si chiama semplicemente e null’altro che buonsenso.

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Sono queste oggi, nel mondo affatto felice in cui viviamo, le grandi e difficili sfide pastorali che noi preti dobbiamo affrontare, all’occorrenza con coltello e forchetta, in altri contesti ungendosi le dita con i gusci dei gamberetti. E credetemi se per esperienza di prete, pastore in cura d’anime e teologo vi dico con estrema chiarezza: come impresa non è affatto poca cosa, nel moderno mondo dell’uomo della pietra e della fionda che oggi imperversa sui social media, salvo ironizzare con tutta la sua crassa ignoranza sulla mente aperta, creativa e speculativa che aveva invece l’uomo del medioevo.

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dall’Isola di Patmos, 14 gennaio 2022

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I social media funzionano così: ritenere di avere il diritto di offendere chiunque senza limiti e senza filtri, però, se la persona offesa risponde per le rime, a quel punto, chi ti ha offeso, dichiara immediatamente di essere stato offeso da te (!?). Poi, se l’offensore è una donna, in quel caso, chi è stato offeso e ha osato ribattere, è gravemente colpevole di avere “offeso una donna”. Questa è la “logica” dei social media.

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Alcune perle di saggezza delle vajasse-paradigma che passano le loro giornate sui social media a dare lezioni di storia, filosofia, medicina, politica, fisica quantistica, teologia, arte e chi più ne ha ne metta … e che aggrediscono e insultano senza filtri e limiti chiunque osi contraddire le espressioni della loro “alta sapienza”, in quei social media ormai ridotti a un pianeta «invaso da legioni di imbecilli che hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel», com’ebbe a lamentare Umberto Eco già svariati anni fa.

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Storia di un amore tradito che non si è mai spento: è morto Luigi Negri, fu vescovo della Diocesi di San Marino-Montefeltro e poi Arcivescovo di Ferrara. Un disastro di vescovo ma un autentico credente e un uomo di fede

—  Attualità ecclesiale — 

STORIA DI UN AMORE TRADITO CHE NON SI È MAI SPENTO: È MORTO LUIGI NEGRI, FU VESCOVO DELLA DIOCESI DI SAN MARINO-MONTEFELTRO E POI ARCIVESCOVO DI FERRARA. UN DISASTRO DI VESCOVO MA AUTENTICO CREDENTE E UOMO DI FEDE

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In queste luttuose circostanze l’ipocrisia clericale degli ecclesiastici riesce sempre a dare il meglio di sé, seguita appresso da quella dei clericali laici che la supera di gran lunga. Così, avvolti per qualche giorno dal senso di insano ossequio verso la morte che a dire di taluni cancellerebbe tutto, si procede con la beatificazione del defunto, magnificando anzitutto le virtù che non aveva.

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Roma, 1° maggio 2010, sacrestia di Santa Prisca all’Aventino, Luigi Negri, Vescovo della Diocesi di San Marino-Montefeltro, poco prima della consacrazione sacerdotale di Ariel S. Levi di Gualdo

Il 31 dicembre 2021 è morto Luigi Negri, che fu vescovo della Diocesi di San Marino-Montefeltro (2005-2012), poi Arcivescovo di Ferrara (2013-2017). Personalità complessa e contraddittoria, con un carattere impulsivo e passionale che creò non pochi problemi a lui, a chi gli è stato vicino e alle due diocesi che ha governato.

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In queste luttuose circostanze l’ipocrisia clericale degli ecclesiastici riesce sempre a dare il meglio di sé, seguita appresso da quella dei clericali laici che la supera di gran lunga. Così, avvolti per qualche giorno dal senso di insano ossequio verso la morte che a dire di taluni cancellerebbe tutto, si procede con la beatificazione del defunto, magnificando anzitutto le virtù che non aveva.

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Ho conosciuto molto bene Luigi Negri, perché le sue passionalità e imprudenze, che spesso hanno generato un pessimo governo pastorale, le ho sperimentate sulla mia pelle e, in un certo senso, le pagherò nel corso di tutta la mia vita sacerdotale, pur non avendone colpa e responsabilità personale alcuna, né io né il mio attuale Vescovo, che in perfetta antitesi a Luigi Negri è un pastore in cura d’anime a tal punto premuroso e amorevole che di sé lascerà un ricordo indelebile per lunghi decenni a seguire.

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Come a volte può accadere con certi padri, anziché un’eredità Luigi Negri mi ha lasciato dei debiti da pagare a dei creditori inavveduti che non sono stati contratti da me, finito nell’ingrata condizione di doverli estinguere e pagarne quindi tutte le conseguenze. Questo è stato per me Luigi Negri, lo sanno bene i miei confratelli della Chiesa particolare di San Marino-Montefeltro, nessuno dei quali pare essersi mai chiesto come mai, nella mia Diocesi di appartenenza, in 12 anni di sacerdozio non ho mai celebrato la Santa Messa neppure una volta, né mai ho partecipato alla Santa Messa del Crisma, o all’assemblea del clero. Ciò detto chiarisco: nemmeno lo farò, perlomeno sino al giorno in cui non mi saranno presentate quelle scuse che dalla prima all’ultima mi sono dovute. Non per me, ma per il sacro rispetto dovuto al ministero sacerdotale, perché se i primi a non rispettare il sacerdozio sono vescovi e preti, non ci si può certo lamentare che il sacro ministero sacerdotale non sia rispettato dai fedeli. E sono scuse dovute specie da parte di questa Santa Chiesa così piaciona e politicamente corretta che si strugge il cuore anche per l’ultimo degli ex galeotti tunisini che sbarcano clandestini sulle nostre coste per finire a spacciare droga sulle strade delle città italiane, ma che ritiene di poter trattare in modo così barbaro dei presbiteri che alla prova provata dei fatti non hanno mai dato problemi di natura morale, dottrinale e patrimoniale. E, considerati i tempi che corrono, è proprio il caso di dire ― senza alone di presunzione ― che un presbitero come me andrebbe portato come esempio di vita sacerdotale, sino a non facile prova contraria. E chi prova contraria l’avesse, che la sventoli ai quattro venti sulla pubblica piazza.

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È da questo che, per apparente paradosso, derivano i miei guai originati tutti dalle imprudenze e dal mancato accudimento di Luigi Negri. Infatti, non solo la prova contraria di quanto ho appena affermato non esiste, perché c’è di peggio: non ho scheletri negli armadi, quindi non posso essere ricattato sul piano morale ed economico. E oggi, se un prete non può essere ricattato, non può essere neppure intruppato in certe diocesi che sul meccanismo del ricatto stabiliscono i loro strani equilibri, che alla prova dei fatti stiamo pagando con le nostre chiese sempre più vuote e con una crisi di credibilità nella quale il clero non versava neppure nell’XI secolo, all’epoca in cui San Pier Damiani scriveva il suo Liber Gomorrhianus. Siamo noi preti, con le nostre inadeguatezze e pigrizie, con il nostro quieto vivere e con le nostre carenze dottrinali e morali, che le abbiamo svuotate, non la pandemia da Covid-19.

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Per comprendere il gran cuore di padre e pastore di Luigi Negri narrerò una scena della mia consacrazione sacerdotale, avvenuta a Roma nella Chiesa di Santa Prisca all’Aventino il 1° maggio 2010. Sin dal mese precedente pregai il vescovo di potermi intrattenere a colloquio con lui per una mezz’ora prima della sacra ordinazione. La sera del 30 aprile giunse a Roma alle 21,30 presso la casa sacerdotale internazionale dove alloggiavo, mi salutò e chiese di ritirarsi. Al che lo accompagnai presso la camera a lui riservata, il tutto nello spazio di cinque minuti. Prima di chiudermi la porta in faccia mi disse: «Ci vediamo domani mattina dopo colazione». Alle 8 del mattino successivo gli servii la colazione, ma senza poter parlare con lui, perché c’erano tutti gli altri sacerdoti della casa. Poi si ritirò dicendomi: «Ci vediamo alle 9.30». Alle 10 mi chiama il suo accompagnatore che mi annuncia: «Il vescovo mi ha detto di riferirti che vi vedrete direttamente in chiesa». Cinque minuti prima delle 11 giunge in chiesa, accolto sulla porta dal rettore, da me e dagli accoliti dell’Almo Collegio Capranica che prestarono servizio liturgico, mentre 92 sacerdoti concelebranti e quattro diaconi assistenti lo attendevano già parati nella sacrestia. Il tempo di pararsi e partiamo in processione, senza avere scambiato neppure due parole tra di noi.

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Dopo la proclamazione del Santo Vangelo fece un’omelia nella quale mise in luce persino le virtù che io non sapevo nemmeno di avere, solo in quel momento ne presi atto, debbo dire anche con grande felicità, appunto perché le ignoravo del tutto. I concelebranti ― che ripeto erano 92 presbiteri provenienti da varie parti del mondo ― rimasero colpiti e per giorni si dissero tra di loro:

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«Capita di rado che un vescovo dica parole simili su un suo presbitero dimostrando una volontà così determinata a ordinarlo con profondo orgoglio episcopale».

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Terminato il solenne pontificale, mentre in sacrestia ricevevo gli abbracci dei numerosi confratelli, il Vescovo sparisce. In seguito mi fu raccontata una scena rimasta purtroppo agli annali: mio fratello Paolo, con il suo bambino per mano, all’epoca 5 anni, corse verso l’auto del Vescovo per salutarlo, perché Luigi Negri se ne stava andando senza neppure degnare di un saluto mia madre e mio fratello.

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Lo attendeva forse il Santo Padre in udienza privata? No, aveva appuntamento con il senatore di Forza Italia Marcello Pera, un socio-politologo fatto passare per grande filosofo, uno dei vari amici di Luigi Negri, al quale tre mesi dopo, quand’ebbi modo di vederlo per cinque minuti scarsi, lamentando quel suo comportamento dissi:

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«Se un peccatore incallito che non si confessa da trent’anni ha un rigurgito di coscienza, o se un morente ha bisogno di essere confortato con i Sacramenti, ci mandi Marcello Pera, oppure, sa che le dico: ci mandi direttamente Silvio Berlusconi, così la salvezza eterna dell’anima sarà garantita al cento per cento».

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Caratterialmente più permaloso di una scimmia, la conseguenza fu che per un anno non mi rispose neppure al telefono. Potrei seguitare con molti altri racconti, dinanzi ai quali il romanzo Cuore, nota opera strappalacrime scritta da Edmondo De Amicis nel 1886, a confronto di certi episodi molti tristi e penosi da me vissuti risulterebbe più spassoso di uno spettacolo comico-teatrale esilarante portato in scena al Teatro Brancaccio dal grande e compianto Gigi Proietti.

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Cristo Dio mi ha voluto davvero suo sacerdote a tutti i costi, perché subito dopo la mia sacra ordinazione fui messo in condizioni non solo insostenibili, ma in condizioni che valicavano la capacità di sopportazione umana, come ammisero due miei formatori, uno dei quali vescovo di lunga esperienza. Per molto meno si sono visti presbiteri abbandonare il sacerdozio su due piedi dopo un paio d’anni, anche dopo un anno, o persino dopo soli sei mesi. Che io abbia un carattere molto forte è riconosciuto da tutti, ma neppure un carattere forte è sufficiente in certe situazioni. È in questo che ho visto la prorompente azione della grazia di Dio su di me, perché lei e lei sola mi ha sostenuto, io non ho meriti. E se un merito ce l’ho, è uno soltanto: avere liberamente accolta la grazia operante e trasformante di Dio. Solo oggi capisco i motivi che ieri non potevo comprendere, questi: ormai da anni, come confessore e direttore spirituale, svolgo un delicato e intenso lavoro pastorale a sostegno di sacerdoti che versano in gravi difficoltà. Come si può comprendere il dolore della croce senza averla portata sulle spalle ed esserci poi stati inchiodati sopra? Sì, sono occorsi anni, ma alla fine ho capito il mio ruolo nella economia della salvezza, che doveva passare dalla croce mia per poter svolgere il ruolo di colui che aiuta a portare la croce agli altri, anziché dire, con lo stile dei vescovi migrazionisti nuova generazione: «Forse hai bisogno dell’aiuto di un bravo psicologo». No, scellerati che non siete altro! Un prete in difficoltà, sempre e di rigore ha bisogno di un altro prete in grado di sostenerlo, oltre che di un vescovo degno di questo nome, ma oggi sempre più difficile da trovare, tanto sono impegnati a piangere sui barconi dei clandestini o sui poveri ideologici. O qualcuno conosce forse altre vie, al presente, per diventare vescovi e rimanere poi sulla propria cattedra episcopale, se non la piaggeria ruffiana e la avvilente e spersonalizzante omologazione a certe odierne tendenze pastorali tanto devastanti quanto fallimentari sulle quali, seppure consapevoli dell’immane danno, nessuno fiata e alle quali tutti si omologano?

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Con buona pace dei laudatori post mortem e delle tifoserie cielline che per qualche giorno si scateneranno narrando meraviglie a non finire sul grande Luigi Negri allievo della prima ora del grandissimo Luigi Giussani, posso e devo dire, con tutto lo spirito di verità più realistico e purtroppo impietoso, che come vescovo è stato un disastro. Perché questo è il problema di fondo: Luigi Negri non andava proprio fatto vescovo. Non si catapulta un uomo, a 64 anni d’età, da una cattedra dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano alla cattedra episcopale di una diocesi rurale tra le più piccole d’Italia, tutta disseminata tra le disabitate pianure e montagne del Montefeltro. Però, quando ciò per errore avvenne, Luigi Negri avrebbe potuto cogliere l’occasione per santificarsi e santificare il suo clero e il Popolo di Dio a lui affidato, perché non di rado la Divina Grazia si serve anche degli errori, per inserirci sulla via verso la santità. Invece, trascorsi neppure due anni, Luigi Negri già scalpitava tra la Congregazione per i Vescovi e i membri del collegio cardinalizio affinché gli fosse data una diocesi alla sua altezza, possibilmente una di quelle che erano anche sedi cardinalizie residenziali. D’altronde era il minimo dovuto, per un vescovo giunto a oltre sessant’anni d’età totalmente digiuno di concrete esperienze pastorali e che da subito si mostrò incapace a governare una piccola diocesi, lasciata in mano ai capricci e al libero arbitrio del vicario generale, mentre lui girava come una trottola da una parte all’altra dell’Italia a tenere conferenze e incontri. Sia chiaro: per un presbitero, avere fatto esperienza pastorale, al punto da essere idoneo all’episcopato, non vuol certo dire avere passato la vita a brigare di politica tra l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e il Movimento laicale di Comunione e Liberazione. Tutt’altra cosa è la pastorale per un prete, soprattutto per un vescovo. Infatti, quando il governo della Diocesi di San Marino Montefeltro passò da Luigi Negri a quel sant’uomo di Dio di Andrea Turazzi ― che per quarant’anni ha fatto il parroco e il formatore di sacerdoti ― dalle fitte tenebre si è passati alla luce del sole che risplende nel cielo a mezzogiorno.

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Quando un vescovo è un ambizioso in carriera che non si sente a proprio agio in una diocesi, ben presto il clero e i fedeli lo avvertono. La conseguenza sarà la sfiducia e la disaffezione del clero e dei fedeli verso il vescovo.

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Per parlare delle due grandi virtù di Luigi Negri, pessimo vescovo e pessimo pastore in cura d’anime, bisogna dipingere la realtà di un uomo che ha trascorso la sua vita a intrufolarsi in tutti i modi e per tutti i versi nella politica, sua grande e insopprimibile passione, senza che mai abbia capito né mai voluto capire che un vescovo deve essere padre premuroso sia degli appartenenti alla Destra che degli appartenenti alla Sinistra, evitando di creare, come di prassi ha fatto lui, inutili polemiche che hanno sempre rivelato il suo essere uomo di parte, anziché al di sopra delle parti. Compito di un vescovo è annunciare il Santo Vangelo, non fare campagne elettorali, evitando sempre di usare il Santo Vangelo a fini politici, propagandistici e soprattutto elettorali. Dicevo poc’anzi che per parlare delle virtù di questa personalità complessa e contraddittoria bisogna partire dai suoi gravi difetti. Correva l’anno 2011 quando, sfumato ormai il sogno della sede vescovile di Milano — che il buon Luigi Negri riteneva gli spettasse quasi di diritto —, dava ormai per certo il suo spostamento a Venezia al posto di Angelo Scola, promosso alla Sede Ambrosiana. Fu allora che lo presi di petto e gli dissi:

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«Vostra Eccellenza mi ha insegnato molto di più con i suoi difetti che con le sue virtù. Lei mi ha data una lezione che mi accompagnerà per tutta la mia vita sacerdotale, questa: se il Demonio riesce a prenderci nella vanità e nell’ambizione può fare di noi letteralmente ciò che vuole, anzitutto togliendoci la libertà, di conseguenza condizionando i nostri comportamenti. A lei è stata affidata una Chiesa da amare e accudire, che è sua sposa. Pertanto cerchi di essere un marito fedele, proprio lei che parla a destra e a sinistra dei grandi valori della famiglia, che non sono solo dei meri valori politici utili per inscenare polemiche con le Sinistre post-comuniste o liberiste, ma sono valori cristiani basilari. Quindi non aspiri ad avere una moglie più ricca e altolocata, come fanno quei mariti che mollano la moglie e i figli per fuggire con un’altra donna, perché vede, forse lei non se ne rende conto, ma il tradimento e l’adulterio hanno tante facce, ed anche i vescovi possono essere traditori e adulteri».

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Da allora a seguire, in pratica non l’ho più sentito e, quando alcune volte ebbi modo d’incontrarlo, feci appena in tempo a baciargli la mano e a porgergli un saluto. Eppure, tra i diversi presbiteri che ha consacrato nel corso del suo episcopato, non pochi dei quali hanno detto in giro su di lui cose terribili ― salvo magnificare in occasione della sua morte delle straordinarie virtù di cui mai si erano accorti prima ―, io ritengo di essere stato tra tutti il più fedele e veritiero. Più volte gli ho detto in faccia che stava per commettere gravi sbagli, altrettante gli ho rimproverato di avere sbagliato, anche gravemente. E dopo avergli detto questo l’ho sempre ubbidito, gli sono stato fedele e ho pagato i suoi errori, soprattutto l’ho sempre difeso dinanzi a preti e a vescovi chiacchieroni che alle sue spalle lo prendevano in giro per le sue smodate ambizioni di carriera, che con ingenuità quasi infantile non riusciva neppure a celare, perché Luigi Negri, quello che voleva, lo diceva pubblicamente, come la sede vescovile di Milano, che riteneva spettare a lui pressoché di diritto. Una volta, prendendo a male parole il classico monsignorino velenoso del Vicariato di Roma, in modo molto severo e arrabbiato gli intimai:

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«Non ti permettere mai più di ironizzare sul mio vescovo e di mancargli di rispetto dinanzi a me, che sono un suo presbitero, perché corri il serio rischio che io ti spacchi persino qualche osso».

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L’inferno che questo grigio impiegato piazzato nelle stanze di comando mi creò, risultò terribile, basti dire che per due anni mi fu possibile celebrare la Santa Messa solo nelle Catacombe di Priscilla, mentre un esercito di preti dediti all’alcol, qualcuno anche alle droghe, molti a una turbolenta vita notturna fatta di immorali dissolutezze, celebravano tranquillamente nelle principali parrocchie romane. Ma io sono un prete “vecchia scuola”, quindi il vescovo non si tocca, perché a prescindere dai suoi meriti o demeriti, è colui che regge e unisce assieme tutte le membra del Corpo Mistico di Cristo. Infatti, come spesso ho detto e spiegato, specie in questa nostra epoca dove tutto si gioca sulle passioni emotive, sul “mi piace” o “non mi piace”, il vescovo è sacro, fosse anche il peggiore episcopo dell’intera Chiesa universale. A un vescovo indegno o non all’altezza del proprio ruolo, io potrei anche dire di non nutrire alcuna stima nei suoi riguardi, mai però metterei in discussione la sua legittima autorità, né mai mancherei di rispetto alla sua sacra persona. Perché al vescovo ho promesso solennemente filiale rispetto e devota obbedienza. La stima no, quella non gliel’ho promessa. Pertanto, se la vuole, deve guadagnarsela, perché non gli è dovuta. Mentre il rispetto e l’obbedienza sì, quella gli è dovuta, sempre, a prescindere dai suoi meriti o demeriti.

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A Luigi Negri, mio vescovo consacrante, l’ho venerato, rispettato, ubbidito e al momento opportuno difeso a spada tratta. Stimare no, non l’ho stimato, gliel’ho anche detto, ma di ciò lui non si è mai curato. A lui interessava la stima dei vari Marcello Pera, dei Gianni Letta e dei maggiorenti del Centro Destra a seguire più o meno in affari con le cordate politiche di Comunione e Liberazione. Poi, che il più cattolico di costoro avesse almeno due divorzi alle spalle e che all’età di sessant’anni convivesse con una fidanzata di venticinque, non era cosa che interessasse questo indomito difensore dei politici valori supremi della famiglia. Questo il motivo per il quale un prete coerente e fedele per Luigi Negri non aveva alcun valore, per lui che sull’incoerenza e il palese spirito di contraddizione aveva costruito il proprio insopprimibile essere politico in grave danno al suo essere pastorale.

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Sono cristianamente fiero di essere stato consacrato sacerdote da lui, l’ho sempre detto a tutti e oggi lo ribadisco. Fierezza che si regge sulla oggettiva sussistenza di due grandi virtù di cui Luigi Negri era dotato, come dissi al Cardinale Carlo Caffarra in uno dei nostri numerosi colloqui privati:

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«Luigi Negri è un castello di contraddizioni e incoerenze, un uomo rivelatosi non all’altezza del ruolo pastorale di un vescovo, ma è un autentico credente e un uomo di fede. E io andrò sempre fiero di essere stato consacrato sacerdote da un credente e da un uomo di fede. Cosa di questi tempi affatto scontata, essere consacrati sacerdoti da vescovi che siano credenti e uomini di fede».

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Quello che mi rispose il Cardinale Carlo Caffarra me lo porterò nella tomba con me, posso solo dire che le sue furono parole di risposta date dal cuore sensibile di un grande e vero pastore.

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Io ho amato Luigi Negri nella verità, l’ho amato accettandolo con tutto il complesso bagaglio dei suoi difetti, molti dei quali derivanti da evidenti complessi inconsci di inferiorità che hanno condizionato la sua intera esistenza. E sono certo che in cuor suo abbia sempre ammirato in me l’ossequio alla verità e la coerenza, consapevole che se avessi accettato certi compromessi e chiuso gli occhi su tante tristi vicende che ammorbano la Chiesa, oggi il mio stato ecclesiastico sarebbe del tutto diverso, però, come molti miei confratelli in carriera, avrei pagato una veste violacea o rossa a prezzo dell’eterna dannazione della mia anima, non mi sarei santificato e non avrei potuto santificare i Christi fideles. E quando un giorno, appena dopo avermi ordinato diacono, dando per scontata la mia inevitabile carriera ecclesiastica Luigi Negri mi disse:

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«Ti ricorderai di me, quando io sarò un vecchio vescovo emerito dimenticato da tutti e tu sarai in chissà quali alti ruoli all’interno della Chiesa?».

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Facendogli una risata in faccia, come sovente si fa a coloro che delle persone non hanno capito niente, o comunque molto poco, risposi:

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«Io sarò sempre un prete tenuto agli estremi margini, perché se dovrò scegliere tra la scomoda verità, la mia quiete e il mio tornaconto personale, sempre sceglierò la verità, che ha dei prezzi parecchio elevati da pagare, per quant’è vero che Gesù Cristo è morto in croce».

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Quel primo maggio 2010, nella sua omelia per la mia consacrazione sacerdotale, Luigi Negri disse:

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«… in me abbonda la gioia di donare oggi alla Chiesa un presbitero fedele alla verità, alla sana dottrina e pronto veramente a dare la sua vita per la Chiesa e per il Papato fino all’estremo sacrificio».

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Un vescovo che afferma cose del genere, come può non fermarsi neppure a parlare mezz’ora con l’ordinando prima della sacra ordinazione e come può fuggire cinque minuti dopo, da perfetto e rozzo cafone ― tale Luigi Negri di fatto era ― senza neppure salutare i suoi familiari che, per inciso, mi hanno donato gratis alla Chiesa, all’interno della quale ho sempre pagato tutto e a prezzo pieno, senza essere costato un solo centesimo alla mia Diocesi nel corso di tutti gli anni della mia formazione al sacerdozio, svolti a Roma a prezzo caro, a prezzo totale e a prezzo pieno? Come può un vescovo dire queste parole e poi abbandonare un suo presbitero in pasto alle belve e disinteressarsi totalmente di lui? Semplice la risposta: perché in quel momento a parlare non era Luigi Negri ma lo Spirito Santo che è Spirito di Sapienza e di Verità e perché io, sacerdote, sono stato consacrato da Cristo, che ha usato le mani e la bocca di quel vescovo, che è stato solo e null’altro che uno strumento.

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Ti saluto, amato e venerato Vescovo mio, puoi contare su un presbitero che celebrerà sempre delle Sante Messe di suffragio per te, che dal tuo leggero Purgatorio mi sarai sicuramente grato. Contrariamente a coloro che ti hanno tirato addosso di tutto e di più, in palate di fango, mormorando come donnette tra i salotti privati e le chiuse sacrestie, ma che al tuo funerale narreranno su di te meraviglie tali da far impallidire le virtù dei Santi Vescovi e Padri della Chiesa, in testa a tutti proprio quei vescovi che ti hanno irriso per anni di salotto in salotto con battute velenose del tipo: «Se non lo faranno cardinale, il povero Negri morirà depresso».

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Se non vi saranno impedimenti dovuti alle rigide restrizioni per il Covid-19 che limita al minimo gli assembramenti, parteciperò anch’io al funerale. Mi metterò a sedere tra le panche con i fedeli, se ci sarà posto, altrimenti rimarrò a pregare fuori dalla porta della Chiesa. Perché coerente sono vissuto e coerente intendo morire, pagando sino all’ultimo centesimo i debiti che il mio Vescovo ha contratto e che mi ha lasciato poi da pagare.

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Visti i tempi che corrono, forse disporrò che le mie future esequie funebri, il giorno che sarà, si svolgano alle luci dell’alba in forma strettamente privata, per evitare che un uomo coerente, ma ormai ridotto a cadavere inerme, debba subire l’immondo florilegio di stupidità che riescono a dire i preti in certe circostanze, ma peggio ancora i vescovi. Poi mi farò seppellire in un piccolo cimitero, in una frazione sperduta della mia Diocesi di appartenenza, dove nella totale indifferenza dei preti, oggi tutti pronti con la lacrima all’occhio a tirare l’acqua al mulino dell’ideologia dei poveri e dei migranti, non ho mai celebrato la Santa Messa neppure una volta.

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Poco male, ci andrò da morto, semmai facendo scrivere sulla lapide tombale:

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«Qui giace un peccatore che per tutta la vita ha peccato in pensieri, parole e opere, non però in omissioni, perché nulla di ciò che era tanto vero quanto scomodo ha mai omesso di dire finché Dio gli ha concesso fiato. Chi passa dinanzi a questa tomba preghi per l’anima del Padre Ariel».

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dall’Isola di Patmos,  1° gennaio 2022

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«Il cammino delle tre chiavi» romanzo fantateologico di Ariel S. Levi di Gualdo

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

«IL CAMMINO DELLE TRE CHIAVI» ROMANZO FANTATEOLOGICO DI ARIEL S. LEVI di GUALDO 

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Avere tradotto in forma di romanzo, in bilico tra fantasy e distopico, l’essenza dei Novissimi, è un modo efficace ― a dire il vero geniale ― per riempire quel vuoto che ha reso sterile il Cattolicesimo, che da mezzo secolo brancola nel buio in un susseguirsi continuo di sperimentazioni autodistruttive. Novissimi è un termine bellissimo che unisce in forma catechetica e pastorale le realtà ultime di ogni cristiano in una prospettiva apocalittica intesa nel suo significato etimologico più genuino: rivelazione.

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Raccontare alla luce della fede le vicissitudini della vita di un affermato professionista attraverso la lente dei Novissimi: una scelta d’altri tempi e un argomento piuttosto inusuale nel panorama cattolico attuale. È questo che propone l’Autore in questo romanzo fanta-teologico in bilico tra distopia e fantasy, ripercorrere in forma pastorale e catechetica i momenti fondamentali della vita spirituale di ogni cristiano per prepararlo responsabilmente a quelle realtà ultime — insegnategli molti decenni prima durante le tappe dell’iniziazione cristiana e poi disattese o dimenticate — però essenziali nella prospettiva apocalittica verso la rivelazione.

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Chi siamo, da dove veniamo, verso dove andiamo? Sono le domande esistenziali più profonde nella vita di ognuno di noi. Il cammino delle tre chiavi è un paradigma del viaggio che ciascun uomo è chiamato a percorrere attraverso le numerose tappe della propria esistenza terrena. Si nasce, si vive e si muore. Chi ne è consapevole sa di avere alle spalle un passato, di vivere un presente che scorre veloce e un futuro che si fa sempre più imminente, anzi è già qui e alla fine ci presenterà un conto, talora anche piuttosto salato.

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È questo il dramma della caducità della vita, una interminabile sequela di alterne esperienze. Sui piatti della bilancia ci sono da un lato gli affetti, le amicizie, le gioie, le emozioni, le soddisfazioni professionali, sull’altro lato pesano le delusioni, le sofferenze, le mortificazioni, le malattie e quelle tragedie che ciascuno di noi, crescendo, è chiamato ad affrontare.

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Ogni giorno le sempre più innovative applicazioni tecnologiche e la propaganda consumistica ci lusingano a vivere l’epoca della modernità, in un mondo ripiegato nell’edonismo più materialista dove l’apparenza e l’appagamento egoistico dei nostri piaceri e dei nostri bisogni hanno di fatto obnubilato la nostra essenza spirituale, la sola fondamentale ricchezza individuale, la capacità di pensare alle ragioni più profonde della nostra esistenza domandandoci il perché, quale sia il nostro ruolo nella creazione.

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Quest’opera letteraria segna la maturità umana e spirituale di Ariel S. Levi di Gualdo, raffinato teologo dogmatico e storico del dogma, che unendo alle sue competenze teologiche la profonda conoscenza della psiche umana, traduce con maestria in romanzo i temi esistenziali profondi e misteriosi del protagonista, uomo di successo, in cui ciascuno di noi si può facilmente identificare. Narratore di riconosciuto talento sin dalla pubblicazione del suo romanzo storico Nada te turbe, l’Autore riesce a condurre il Lettore attraverso spazi e paesaggi concreti dove si susseguono i dialoghi dei personaggi, facendo gustare, di quadro in quadro, anche i particolari più minuti e crudi delle debolezze umane, dove spesso ama nascondere con artifici originali e mai scontati gli insegnamenti più profondi della religione cattolica.

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Questa presentazione è stata realizzata da Jorge Facio Lince e Ettore Ripamonti

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Dall’Isola di Patmos, 20 dicembre 2021

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Le Edizioni L’Isola di Patmos ringraziano la pittrice romana Anna Boschini autrice della copertina realizzata da un suo quadro a olio su tela e donato all’Autore per questa sua pubblicazione editoriale.

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Prossime pubblicazioni in uscita:

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narrativa (mese di gennaio):

LE ULTIME LACRIME DI GIULIANO, Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

 

 

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Novità editoriale: «Il segno di Caino» fede e tatuaggi nella storia un connubio possibile? Andiamoci molto cauti a demonizzare i tatuaggi. Un imperdibile libro di Padre Ivano Liguori

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

NOVITÀ EDITORIALE: «IL SEGNO DI CAINO» FEDE E TATUAGGI NELLA STORIA UN CONNUBIO POSSIBILE? ANDIAMOCI MOLTO CAUTI A DEMONIZZARE I TATUAGGI. UN IMPERDIBILE LIBRO DI PADRE IVANO LIGUORI

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Con questo suo libro Padre Ivano Liguori rende un servizio ai cattolici, giovani e meno giovani, attraverso una analisi storico-antropologica che dissipa tanti dubbi. Anzitutto spiegando che non si può definire il tatuaggio a cuor leggero come un “marchio satanico”, ignorando che esiste una antica tradizione della tatuatura cristiana, legata anche ai pellegrinaggi, al termine dei quali nel passato, ma anche oggi, presso le località dove si trovano celebri Santuari e luoghi di culto, i pellegrini si fanno imprimere un “marchio” come segno del loro cammino di fede, che in molti ha segnato delle vere ri-conversioni e il loro ritorno nel seno della Chiesa. 

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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I Padri de L’Isola di Patmos non esitano a trattare argomenti sui quali spesso si preferisce sorvolare, non altro per non avere problemi. Ciò che volendo potremmo chiamarlo Complesso di Don Abbondio.

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Poi ci sono persone, cattolici inclusi o soggetti che si credono tali, che con l’avvento di Internet e dei social media credono di potersi formare una conoscenza solida saltando da un blog all’altro. A quel punto finiscono per udire i cori degli Angeli dove gli Angeli non possono cantare, oppure vedere il Demonio ― che è persona, esiste e opera oggi più che mai ― dove il Demonio non c’è.

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Con questo suo libro Padre Ivano Liguori rende un servizio ai cattolici, giovani e meno giovani, attraverso una analisi storico-antropologica che dissipa tanti dubbi. Anzitutto spiegando che non si può definire il tatuaggio a cuor leggero come un “marchio satanico”, ignorando che esiste una antica tradizione della tatuatura cristiana, legata anche ai pellegrinaggi, al termine dei quali nel passato, ma anche oggi, presso le località dove si trovano celebri Santuari e luoghi di culto, i pellegrini si fanno imprimere un “marchio” come segno del loro cammino di fede, che in molti ha segnato delle vere ri-conversioni e il loro ritorno nel seno della Chiesa.

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Poi, che certi satanisti facciano altro uso del tatuaggio, ciò non toglie a questo segno una valenza cristiana antica e profonda da molti ignorata.

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Argomento sul quale l’Autore fa chiarezza, quello della demonologia, invitando a non vedere il Demonio dove non c’è, ma a cercare di capire dove davvero bivacca e opera e a difendersi da lui:

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«Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il Diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi» [I Pt 5, 8-9].

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I libri dei nostri Autori, caratterizzati da alta qualità di contenuto, mirano a dissipare tanti dubbi e leggende metropolitane a volte anche molto pericolose, ad accrescere nel sapere e aiutare verso un cammino di fede cosciente e matura. Tutto questo non possono darvelo certo Facebook, Twitter e Instagram, né si può acquisire saltando freneticamente da un blog all’altro. Acquistando i nostri libri sosterrete il lavoro apostolico dei Padri, la  rivista e le Edizioni L’Isola di Patmos. Ma soprattutto, in occasione di questo Santo Natale, potete fare a delle persone care un bel regalo, un regalo di qualità. 

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Dall’Isola di Patmos, 12 dicembre 2021

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IL CAMMINO DELLE TRE CHIAVI, Ariel S. Levi di Gualdo 

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LE ULTIME LACRIME DI GIULIANO, Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

 

 

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«A Natale puoi»: le derive dei super cattolici sembrano meno gravi di quelle di certi vescovi

— attualità ecclesiale —

«A NATALE PUOI»: LE DERIVE DEI SUPER CATTOLICI SEMBRANO MENO GRAVI RISPETTO A QUELLE DI CERTI VESCOVI

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Sembra superfluo ricordarlo, però in tempi di analfabetismo funzionale è bene ribadirlo. L’intervento del Vescovo di Pistoia non può e non deve essere compreso dentro l’eterna diatriba della logica tra i pro-vax contro no-vax. Esso informa una sensibilità pastorale che sta diventando sempre più opaca tanto da assimilarsi a quel modo pallido di fare politica che finisce con l’essere distante dalla gente.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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«A Natale puoi…» chi non ricorda il famoso brano entrato di prepotenza nelle case degli italiani come jingle pubblicitario di un noto prodotto dolciario? Sicuramente in molti. Ebbene, oggi mi sento di dedicare questo jingle a S.E. Mons. Fausto Tardelli vescovo di Pistoia, che in questo Natale avrebbe potuto ― il condizionale è d’obbligo ― avere addosso l’odore del suo gregge, anche di quello no-vax, ma che ha preferito usare il vincastro della politica anziché quello del pastore per confezionare un paliatone di tutto rispetto da indirizzare ai fedeli pistoiesi renitenti al siero.

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La dura presa di posizione del Presule pistoiese sui fedeli no-vax è apparsa sul settimanale diocesano La Vita nella rubrica In punta di penna [vedi QUI e QUI] ma che da oggi sarebbe più doveroso ribattezzare In punta di fioretto, visto la pastorale stoccata del Vescovo a quei fedeli riottosi a vaccinarsi.

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«A Natale puoi…» fare una bella figura, ma non è questo il caso del Vescovo in questione che ― povera anima ― preferisce apparire basito, meravigliato e finanche imbarazzato per quei cristiani che assumono posizioni del genere ― leggasi no-vax ― e che frequentano abitualmente la sua chiesa diocesana.

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Non riesco a pensare a una posizione più disequilibrata e squinternata di questa, che forse rischia di apparire persino peggio di quella assunta dal Vescovo di Tempio-Ampurias, S.E. Mons. Sebastiano Sanguinetti, che ha chiesto l’obbligo vaccinale al clero e ai fedeli della diocesi gallurese [vedi QUI].

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Sembra superfluo ricordarlo, però in tempi di analfabetismo funzionale è bene ribadirlo. L’intervento del Vescovo di Pistoia non può e non deve essere compreso dentro l’eterna diatriba della logica tra i pro-vax contro no-vax. Esso informa una sensibilità pastorale che sta diventando sempre più opaca tanto da assimilarsi a quel modo pallido di fare politica che finisce con l’essere distante dalla gente. Per questo sono convinto che è necessario scendere più in profondità rispetto a quanto non appaia da una semplice reprimenda su un giornale diocesano. Sarebbe quanto meno saggio nonché ragionevole che almeno noi cristiani evitassimo simili derive dialettiche che selezionano e contrappongono i buoni ai cattivi e che alla lunga stancano creando instabilità sociale, sommossa di popolo e sfiducia nelle istituzioni, cose tutte a cui ci stiamo purtroppo abituando e che non ci hanno permesso di diventare migliori, più buoni o estremamente tolleranti.

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È a mio avviso necessario sottolineare e riprendere l’atteggiamento pastorale di un vescovo che non può permettersi di cazziare i fedeli in modo gratuito. Costoro infatti, seppur in palese torto, sono liberi comunque di esprimere delle legittime riserve anche se espresse in toni carnevaleschi o rasenti a volte finanche la fantascienza, anche se fossero ispirati da sedicenti guide spirituali che da oltre oceano discettano su complotti e apocalissi imminenti. Siamo ancora possessori di una libertà battesimale che Dio ci ha dato e che Lui per primo rispetta anche davanti al nostro peccato? È evidente che questi fedeli sono confusi e forse dottrinalmente impreparati e condizionati, ma proprio per questo non avrebbero bisogno di vedere nel loro vescovo un padre e non un patrigno? Non sarebbe meglio che il vescovo si ponesse come guida sicura che vigila dall’alto, rispettando così l’etimologia del suo nome, anziché seguire la logica opportunista della politica che vive sul contradditorio tra gli opposti attendendo la disfatta delle fazioni avversarie? Perché, carissimi Lettori, se anche nella Chiesa di Cristo scoppia la divisione e la fazione è impossibile andare d’accordo e dare modo allo Spirito Santo di agire e creare comunione, anche quando reputiamo nell’intimo di aver agito da persone mature e responsabili.

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A questo proposito voglio riprendere le parole del beato apostolo Paolo che ammonisce i cristiani di Corinto:

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«Purtroppo, alcuni della famiglia di Cloe mi hanno fatto sapere che vi sono litigi tra voi. Mi spiego: uno di voi dice: “Io sono di Paolo”; un altro: “Io di Apollo”; un terzo sostiene: “Io sono di Pietro”; e un quarto afferma: “Io sono di Cristo”. Ma Cristo non può essere diviso!» [Cfr. 1 Cor 1, 11-13].

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Anche nelle nostre diocesi, nelle nostre parrocchie, nei nostri gruppi ecclesiali avvengono litigi per colpa dei vaccini e l’avvicinamento al presbiterio è subordinato al numero delle dosi inoculate. Oggi Cristo è strattonato tra una responsabilità sanitaria e una urgenza sociale senza che la sua adorabile persona sia realmente inizio e occasione per una autentica conversione al Padre, non è questo forse il fine ultimo di qualunque battezzato? Invece stiamo qui a litigare tra noi e a cercare colpevoli, tacciando tutti di irresponsabilità e se occorre di poca aderenza al Vangelo, cosa che rileviamo negli altri ma che si nasconde anche sotto i tappeti buoni di casa nostra. Perché vedete, il fatto che si sottolinei un torto non implica in automatico di avere la ragione. Se i rigidi no-vax sbagliano questo non significa che i pro-vax siano nel giusto o a riparo da qualsiasi fondata obiezione.

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Io sono un presbitero dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, con anni di ministero trascorsi come cappellano in una grande struttura ospedaliera, oggi esercito il ministero di parroco di una parrocchia affidata dal Vescovo del luogo a una nostra comunità di Frati, sono vaccinato, come lo sono i miei confratelli, ma mai mi permetterei di etichettare dal pulpito i fedeli della mia parrocchia come sedicenti cattolici (sic!) da cui guardarsi, come invece ha fatto il pastorale cuore del Vescovo di Pistoia utilizzando l’organo ufficiale della diocesi [vedi QUI]. Se questi sedicenti cattolici invece che no-vax appartenessero a una diversa categoria, non pensiamo che forse, nel giro di appena ventiquattro ore, il presule sarebbe invitato a dare le dimissioni e a lasciare il posto a qualcuno di più performante? Conosciamo tutti la risposta, senza bisogno di aggiungere altro. Posso solo rimandarvi alla lettura del libro che ho appena pubblicato assieme al Padre Ariel S. Levi di Gualdo: Dal Prozan al Prozac, nel quale abbiamo fatto una analisi sull’inevitabile fallimento del Ddl Zan sancito poche settimane fa dal Senato della Repubblica.

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Quando certi malanimi giungono a toccare coloro che sono stati deputati ad essere guide del popolo di Dio, i fedeli si perdono, cadono nella sfiducia e viene compromessa ogni possibilità di dialogo ed ogni affetto pastorale che dovrebbe essere all’apice delle intenzioni di ogni saggio vescovo. E in tutta questa situazione emergenziale legata alla pandemia è oramai chiaro che gli animi sono più che esasperati. La metodologia coercitiva che è stata imposta alle persone su diversi fronti per ottenere una salvezza rapida e indolore non ha prodotto i risultati sperati, non solo non ha agito da collante ma sta creando delle fratture di cui porteremo i postumi per molto tempo. Allora domandiamoci: siamo sicuri che ne valga ancora la pena? Cui prodest? E se dentro questa situazione esasperata ci si mette anche la Chiesa con i suoi pastori siamo alla frutta, cadendo dentro il ragionato calcolo di chi cerca l’utile e il vantaggioso nell’immediato invece della salvezza delle anime.

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E sì perché ascoltando discorsi simili a quelli del vescovo di Pistoia mi vengono in mente i politici intenti ad accumulare consensi elettorali e favore popolare per avere o mantenere una posizione. Infatti, quando un politico si schiera a favore di battaglie da cui può guadagnare qualche cosa sta bene attento a cosa dire, ma soprattutto a cosa “non dire”. Invece, su altri fronti meno favorevoli si preferisce glissare anche se ci si trovasse di fronte a battaglie ben più importanti e sacrosante e tutto questo per ben ragionato calcolo.

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Ora mi chiedo e chiedo a questo Presule: nella diocesi di Pistoia forse non ci sono coloro che seppur cristiani e da messa domenicale (magari quotidiana) non hanno appoggiato le idee di Emma Bonino o di Marco Cappato affermando che l’eutanasia è un gesto di amore e di misericordia, magari firmando per il referendum abrogativo? Nella diocesi di Pistoia e tra il suo clero non esistono forse sostenitori di Zan&Company con tanto di manina vergata e arcobalenata a sostegno della proposta di un disegno di legge liberticida che mirava tra le righe a perseguire e punire il reato di opinione, sebbene gay illustri abbiano spiegato il contrario, dal lucido e colto Senatore Tommaso Cerno, già presidente nazionale di Arcigay [vedi QUI] sino al nostro autore Francesco Mangiacapra che ha dato di recente alle stampe con le nostre edizioni l’illuminante saggio critico Il golpe del politicamente corretto?

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Forse che nella diocesi di Pistoia non esistono appartenenti a gruppi ecclesiali che in barba alla nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede [vedi QUI] continuano a militare in partiti politici che si oppongono apertamente alla Chiesa e sostengono idee contrarie all’insegnamento morale e sociale del Magistero? Non sarebbe forse giusto e doveroso, in punta di penna e di fioretto, leggere anche di queste cose sul giornale diocesano, aspettando di sentire proferire dalle episcopali labbra la parola sedicenti cattolici applicata ad alcuni stili di cristianesimo che abbondano nelle curie e nelle parrocchie?

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Ammettiamo però anche il caso che la diocesi di Pistoia fosse un modello di virtù ecclesiale e di fedeltà al Vangelo e al successore del beato apostolo Pietro, anche in questo caso i cristiani no-vax rappresenterebbero ugualmente una sfida pastorale a cui il vescovo non potrebbe sottrarsi, anche a costo dell’effusione del proprio sangue che è più scomodo e impegnativo dell’effusione dell’inchiostro sul giornale diocesano.

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“In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”, è una massima antica che vedo essere molto cara a vostra eccellenza. Per questo motivo desidero utilizzarla anche io per l’ultima sottolineatura a questo articolo. Erroneamente viene attribuita a Sant’Agostino ma non è lui l’autore, nel tempo è stata utilizzata per spingere verso un liberalismo teologico e religioso che livella i pensieri scomodi e dipana le situazioni imbarazzanti cercando di mettere tutti d’accordo. Una modalità politica e populista molto utilizzata oggi perché paga senza il pericolo di sovraesposizione.  

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Eccellenza Reverendissima, se lei fosse un vero liberale concederebbe la facoltà ai cattolici no-vax di fare quello in cui credono rispettando quella libertà che anche Dio rispetta con l’uomo che sbaglia aprendo al contempo un dialogo paterno e cercando di recuperare qualche fratello, ma sappiamo entrambi che i vescovi liberali non esistono e questo è vero fin dal tempo di Pasquino:

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«Non ci illudiam, Marforio, e parliamoci franco:   

dir prete patriottico è dire corvo bianco;                                                                

contraddizione in termini, cui non si dà l’uguale,                                                            

essere papa a un tempo ed esser liberale».

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Per questo motivo nel suo intervento al giornale diocesano non ci vedo nulla di quel sano liberalismo illuminato che salva le differenze integrandole ma solo populismo in salsa paonazza che non vincola le coscienze ma che forse le esaspera.

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Laconi, 9 dicembre 2021

 

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Novità editoriale: «Dal Prozan al Prozac» un libro di Ariel S. Levi di Gualdo e Ivano Liguori sul naufragio del disegno di legge contro la omotransfobia

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

NOVITÀ EDITORIALE: «DAL PROZAN AL PROZAC» UN LIBRO DI ARIEL S. LEVI di GUALDO E IVANO LIGUORI SUL NAUFRAGIO DEL DISEGNO DI LEGGE CONTRO LA OMOTRANSFOBIA

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«È possibile che il mondo LGBT sia abitato solo da povere vittime e da nessun carnefice? È possibile che per un prete indegno affetto da turbe psichiche, reo di avere molestato degli adolescenti, l’intera Chiesa Cattolica sia esposta alla pubblica gogna, mentre gli stessi giornalisti d’inchiesta e conduttori televisivi non oserebbero mai ― e non osano per paura ― di andare a verificare che cosa accade con i minori a caccia di soldi in certi circoli gay?».

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Per andare al negozio librario cliccare QUI

Nel 2018 fu presentato il disegno di legge contro la omotransfobia, approvato dalla Camera dei Deputati nel novembre 2020 e bocciato dal Senato nell’ottobre 2021. Disegno al quale la Chiesa Cattolica e i Vescovi d’Italia non si sono mai opposti. Infatti, molto prima che certe proposte giungessero alla Camera e al Senato, il Catechismo della Chiesa Cattolica condannava in modo deciso e preciso ogni forma di discriminazione nei confronti delle persone omosessuali nella edizione del 1992.

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A opporsi e a lanciare l’allarme che il testo nascondeva tra le righe la figura del reato d’opinione sono stati giuristi e politici laici, bollandolo senza mezzi termini come «proposta di legge liberticida».

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Gli Autori dell’opera, Ariel S. Levi di Gualdo e Ivano Liguori, nella loro veste di presbiteri e teologi hanno espresso più volte le loro opinioni sul delicato tema, offrendo riflessioni ai Lettori della nostra rivista L’Isola di Patmos, raccolte oggi in questo libro ornato di espressioni esilaranti e profetiche rivolte alle lobby gay ideologizzate da Paolo Poli, grande maestro del teatro italiano.

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Di recente, in questa collana, è stato pubblicato Il golpe del politicamente corretto, un saggio di Francesco Mangiacapra che analizza con grande lucidità anche il tema della proposta di legge sulla omotransfobia, di cui vi consigliamo la lettura.

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Nella introduzione a questo loro libro i due Autori scrivono:

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i padri Ivano Liguori e Ariel S. Levi di Gualdo, autori del libro: Dal Prozan al Prozac

«Noi che siamo due presbiteri e teologi non ci siamo mai tirati indietro ― lo dimostrano le nostre pubblicazioni ―, quando l’ossequio alla verità imponeva di rivolgere pubbliche e severe critiche al mondo ecclesiale ed ecclesiastico. E se qualche volta, per avere detto solo la verità, ne abbiamo pagate le conseguenze, è stato un tributo più che accettabile. Della verità siamo infatti annunciatori e fedeli servitori, con tutto ciò che può comportare.

Adesso proviamo a immergerci nella realtà: vi è mai capitato di udire nei vari talk show televisivi ― che non potrebbero essere tali in assenza di quote gay ―, un rappresentante LGBT che rivolge pubbliche e severe critiche al suo mondo?

È possibile che il mondo LGBT sia composto unicamente da persone fantastiche e al di sopra di tutte le righe? È possibile che il mondo LGBT sia abitato solo da povere vittime e da nessun carnefice? È possibile che per un prete indegno affetto da turbe psichiche, reo di avere molestato degli adolescenti, l’intera Chiesa Cattolica sia esposta alla pubblica gogna, mentre gli stessi giornalisti d’inchiesta e conduttori televisivi non oserebbero mai ― e non osano per paura ― di andare a verificare che cosa accade con i minori a caccia di soldi in certi circoli gay?

Nel mondo LGBT va tutto bene, è tutto perfetto? Quella che il Santo Dottore Agostino indica come la Gerusalemme Celeste, forse ha la propria angelica sede naturale in certi circoli gay? È questo che rende surreali e non credibili certe frange LGBT ideologizzate e radicalizzate. E qualcuno, a gruppi così ripiegati nelle emotività irrazionali, intendeva dare anche una legge per chiudere la bocca e perseguire penalmente chi non la pensa come loro?

Rivolgere certi quesiti non costituisce istigazione all’odio verso gay, lesbiche e transessuali. Si tratta semplicemente di considerarli per ciò che sono: esseri umani come tutti gli altri, nel bene e nel male. Ma se fanno lobby e pretendono di presentarsi come persone senza ombra di macchia, o peggio come una corporazione di intoccabili, in quel caso sarà opportuno non dargli in mano certe leggi e lasciarli sguazzare nello stagno della loro onirica perfezione, dove tutto è buono e idillico, perché tutti i cattivi e i persecutori stanno solo dall’altra etero-parte.

Noi non esitiamo a mettere in luce i difetti della nostra Chiesa visibile e del suo clero, guardando sempre all’uomo in quanto tale, al quale mai abbiamo chiesto patenti di eterosessualità o di omosessualità, accettandolo e amandolo per quello che è, come Gesù Cristo lo ha accolto e amato. Perché noi viviamo nel mondo del reale, consapevoli che la fede nasce dalla ragione, non dalle emotività irrazionali di un certo mondo arcobaleno».

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Un libro che racchiude una lezione di autentico liberalismo e di onestà intellettuale dalla prima all’ultima pagina, non perdetene la lettura [per aprire il file con il fronte e retro della copertina cliccare QUI]

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Dall’Isola di Patmos, 28 novembre 2021

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NEGOZIO LIBRARIO, QUI

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e riceverlo in 5 giorni lavorativi senza alcuna spesa postale

 

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Prossime pubblicazioni in uscita:

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saggistica (mese di dicembre):

IL SEGNO DI CAINO, Ivano Liguori, Ofm. Capp.

narrativa (mese di dicembre):

LE ULTIME LACRIME DI GIULIANO, Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

IL CAMMINO DELLE TRE CHIAVI, Ariel S. Levi di Gualdo 

 

 

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La teologia e il diritto canonico della libera carta igienica: i tacchini e le clamorose idiozie sulla invalidità della rinuncia del Sommo Pontefice Benedetto XVI

—  Attualità ecclesiale — 

LA TEOLOGIA E IL DIRITTO CANONICO DELLA LIBERA CARTA IGIENICA: I TACCHINI E LE CLAMOROSE IDIOZIE SULLA INVALIDITÀ DELLA RINUNCIA DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI

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Se una elezione avvenisse persino mediante simonia, ossia attraverso scambi di danaro o di altri beni o benefici, coloro che hanno posto il tutto in essere incorreranno in scomunica latae sententiae, però, l’elezione del Romano Pontefice, pur avvenuta attraverso la perpetrazione di questo gravissimo delitto già condannato da più concili della Chiesa e dalle leggi ecclesiastiche, non sarà da ritenersi invalida ma in ogni caso legittima. Così è scritto, senza pena di smentita, nella costituzione apostolica Universi Dominici Gregis del Santo Pontefice Giovanni Paolo II.

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PDF  articolo formato stampa
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Libere fiat et rite manifestetur …

Se qualche cattolico fosse indeciso se leggere Il Manifesto, storico quotidiano comunista fondato nel 1971 da Rossana Rossanda e Lucio Magri, brillanti intellettuali e raffinate penne del giornalismo italiano, oppure il quotidiano Libero, fondato da quel simpatico gagà di Vittorio Feltri e diretto oggi da quella faccia da becchino depresso di Alessandro Sallusti, senza esitazione legga il primo e non usi il secondo neppure come fondo per il cesto della raccolta differenziata dell’umido. Infatti, questo quotidiano privo di pudore e senso del ridicolo sta dando ampio spazio da mesi a un giornalista che sostiene tesi demenziali sulla invalidità della rinuncia al sacro soglio del Sommo Pontefice Benedetto XVI. Detto questo va chiarito che il diritto di pensiero, parola ed espressione non può essere confuso col diritto alla manipolazione, alla mistificazione e alla grave offesa rivolta al Pontefice oggi regnante e ad anni e anni di suo governo pastorale della Chiesa universale.

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Questo giornalista concede visibilità a personaggi fuori equilibrio, come il presbitero dell’Arcidiocesi di Palermo che da anni avvelena i cattolici più semplici e fragili con teorie folli attraverso le sue giornaliere video-dirette su Facebook. Prima di procedere merita riassumere, per poi replicare e smentire, ciò che questo soggetto va dicendo da quattro anni a questa parte:

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1. La rinuncia di Benedetto XVI è invalida perché è stato costretto con la forza, quindi egli continua a essere il legittimo Sommo Pontefice;

2. Quello che viene chiamato “Papa Francesco” non esiste, è un antipapa, un usurpatore, un emissario di Satana, quindi tutti i suoi atti di governo, i suoi documenti e le sue nomine sono invalidi;

3. La elezione del “falso papa” Jorge Mario Bergoglio è stata orchestrata da un gruppo di cardinali noti come La mafia di San Gallo, che hanno operato con i poteri forti e la massoneria internazionale per destituire Benedetto XVI ed eleggere lui;

4. Jorge Mario Bergoglio è un satanico distruttore della Chiesa e della dottrina cattolica, è un eretico;

5. Tutti i sacerdoti che celebrano la Santa Messa in comunione con il “falso” papa usurpatore ed eretico celebrano delle Messe invalide, anzi delle messe sataniche;

6. I fedeli che ricevono la Santissima Eucaristia dai sacerdoti in comunione con il falso papa non ricevono il Santissimo Corpo di Cristo ma il corpo dell’Anticristo, allo stesso modo sono invalidi tutti i Sacramenti da loro amministrati;

7. Quando alla morte dell’antipapa usurpatore si celebrerà un conclave, sarà di fatto invalido, perché procederanno all’elezione del successore dei cardinali creati dall’antipapa, quindi eleggeranno un altro antipapa.

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Persino un bambino che ha studiato con dedizione il catechismo per prepararsi alla Prima Santa Comunione capirebbe che si tratta di autentiche idiozie.

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Nessuno, incluso il giornalista complottardo di Libero e i seguaci di questo povero prete, dovrebbe stupirsi se l’autore di siffatte tesi è stato prima sospeso a divinis, poi scomunicato, infine, come ultimo atto estremo, dimesso dallo stato clericale, visto il suo ostinato accanimento e l’odio feroce che semina tra la gente, mutando i propri seguaci in fanatici che a loro volta spargono odio fanatizzante verso la «falsa chiesa», il «falso papa» e il Collegio Sacerdotale composto a loro dire da «vigliacchi che tremano dinanzi all’antipapa usurpatore». 

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Con una domanda chiudiamo adesso il discorso sul quotidiano Libero per passare a dissertazioni più serie: visto che a partire dal titolo di testata i redattori si dichiarano così liberi nelle opinioni, sarebbero disposti a concedere spazio sulle stesse colonne a un giornalista che similmente portasse avanti in modo martellante, per mesi e mesi, le più assurde teorie distruttive e offensive contro il Senatore Matteo Salvini la Onorevole Giorgia Meloni? Oppure, se solo provasse a farlo, sarebbe cacciato seduta stante al primo tentativo di pubblicare qualche cosa del genere? E con questo abbiamo chiarito quanto sia davvero libero questo quotidiano diretto da quella faccia da becchino depresso di Alessandro Sallusti. Perché per questi soggetti la libertà pare consista solo nel lasciare liberi certi giornalisti di lanciare palate di merda sulla Chiesa Cattolica e il Papato. Però non permetterebbero mai che una ballerina di flamenco lanciasse una rosa sulla Destra cosiddetta populista al termine della sua danza. Questa la loro libertà di informazione, questa la loro indipendenza. Ribadisco dunque l’invito: cattolici, comprate e leggete Il Manifesto, ma non comprate e non leggete Libero.

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Sui social media, che non andrebbero mai sottovalutati con spirito di snobismo intellettuale, vi sono sedicenti cattolici che deviati dalla retta via da questi deformatori della notizia si sono convinti delle loro teorie assurde, mutandosi a loro volta in divulgatori di “sensazionali verità”. Così, con lo spirito di chi tifa per la Lazio anziché per la Roma o viceversa, con desolante superficialità affermano:

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«Ormai è chiaro che Benedetto XVI rinunciando al ministero non ha rinunciato al papato. Dunque è lui il Sommo Pontefice, l’usurpatore Jorge Mario Bergoglio è solo un antipapa e per di più anche un eretico».

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Cominciamo col rispondere a questa affermazione totalmente al di fuori da ogni logica teologica e di diritto. Per farlo bisogna prima domandarsi: cosa intendono certe persone sobillate dai loro guru per munus e ministerium in riferimento al Romano Pontefice Vescovo di Roma? Il munus del Romano Pontefice non è un Sacramento indelebile, come la consacrazione di un episcopo o la consacrazione di un presbitero, quello petrino è solo un primato di giurisdizione. Il Sommo Pontefice Benedetto XVI non ha compiuto un atto di rinuncia mantenendo qualche cosa del primato apostolico di questo ufficio, perché l’elezione in conclave non segna l’eletto con un Sacramento indelebile che seguiterebbe a permanere anche dopo la rinuncia, come avviene per i vescovi quando rinunciano al governo delle loro diocesi e divengono vescovi emeriti, ma rimanendo sempre vescovi, che come tali hanno rinunciato al ministerium, mantenendo però quel munus incancellabile legato a un Sacramento indelebile.

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Il passaggio fondamentale che sfugge a certi praticoni della teologia fai-da-te, a preti scomunicati sedicenti bidottori e a poveri giornalisti con il pericoloso hobby del libero complottisimo, è appunto che il papato non è un Sacramento, quindi il munus non è indelebile. E se i “teologi” e i “canonisti” da bar dello sport non comprendono questo e pensano di dissertare su temi estremamente complessi sul piano teologico e canonico, l’unico risultato sarà di confondere prima sé stessi, poi tutti quei semplici che invece di ascoltare noi sacerdoti e teologi di solida formazione si abbeverano su internet alle demenzialità di questi squilibrati irrazionali.

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Al Sommo Pontefice che rinuncia al ministerium rimane quindi il munus espiscopale, non il munus del papato. Rimane il Sacramento della pienezza del sacerdozio, l’episcopato, in quanto munus che deriva da un Sacramento che non può essere in alcun modo cancellato. Ciò allo stesso modo in cui io non potrei mai rinunciare al munus sacerdotale, potrei rinunciare all’esercizio del ministero sacerdotale, ma non al munus. Oppure come se un battezzato volesse rinunciare al Santo Battesimo, che è un Sacramento indelebile. Non può farlo. Se lo desidera può rinnegare il proprio battesimo e dichiarare che non si sente un battezzato e che non intende appartenere alla Chiesa Cattolica, ma il Sacramento che nella sostanza e nella forma ha ricevuto, nessuno glielo potrà togliere. Un altro esempio ancora: a un cardinale può essere tolta la dignità cardinalizia, perché è un puro titolo onorifico ecclesiastico. Quella del cardinale è una dignità, non un Sacramento. Mentre il vescovo o il presbitero, che con la consacrazione episcopale e la consacrazione sacerdotale hanno ricevuto il sacerdozio ministeriale di Cristo e la sacramentale pienezza del sacerdozio apostolico che imprimono nei consacrati un carattere indelebile che li ha ontologicamente trasformati, possono rinunciare a tutto ciò che l’episcopato e il presbiterato comportano in oneri e onori, ma non cesseranno mai di essere vescovi e presbiteri, perché tali saranno per sempre. Allo stesso modo in cui un vescovo o un presbitero scomunicati e sottoposti anche all’atto estremo della dimissione dallo stato clericale, non cesseranno mai di essere vescovi e sacerdoti.

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Il pontificato si acquisisce per via giuridica e non per via sacramentale. Quindi Benedetto XVI, con il suo atto di rinuncia ha rinunciato al ministerium e mantenuto il munus episcopale al quale, lui come qualsiasi vescovo, non potrebbe mai rinunciare, perché il munus episcopale ― l’ho detto ma torno a ripeterlo per le teste particolarmente dure ― deriva da un Sacramento indelebile che imprime un carattere, il papato no.

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Questo è ciò che comporta la rinuncia del Romano Pontefice. Purtroppo, certe povere e buone persone, più o meno cattoliche, sono impegnate a prendere per oro colato idiozie davvero colossali, sino a rifiutarsi in modo ostinato di ascoltare gli esperti. A quel punto risulta per loro difficile imparare come realmente stanno le cose sul piano della dogmatica sacramentaria e su quello della disciplina canonica dei Sacramenti. Mentre a noi resta pressoché impossibile smuoverli, perché sono loro, quantunque digiuni di teologia e di diritto ecclesiastico, a … spiegare a noi come stanno veramente le cose (!?).

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Il libero giornalista ebete per un verso, il prete scomunicato e oggi dimesso dallo stato clericale per altro verso, con lo stile del celeberrimo Dottor Dulcamara citano come prova inconfutabile il Codice di Diritto Canonico. Poco vale che lo trasformino in una sorta di «supercazzola prematurata con scappellamento a destra», per rifarsi alla saga di Amici miei, grazie alla quale oggi, il termine supercazzola è entrato nel lessico filosofico per indicare una frase o espressione completamente priva di senso. Quel che vale, però, è che citare un canone del Codice di Diritto Canonico produce lo stesso effetto che in certi plebei ignoranti producevano le mirabolanti reliquie di Frate Cipolla narrato da Giovanni Boccaccio. E così, giornalista ebete e prete scomunicato oggi dimesso dallo stato clericale, con fare solenne affermano:

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«Benedetto XVI è sempre il legittimo Sommo Pontefice perché non ha fatto ciò che il canone 332 paragrafo 2 richiede».

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Proprio così, la loro carta vincente e prova inconfutabile delle idiozie che affermano è quel Codice di Diritto Canonico che alla prova dei fatti non sanno neppure leggere. Andiamo a leggere noi quel che è scritto in questo canone 332 comma 2, questo:

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«Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti».

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, dopo avere annunciato il suo atto di rinuncia l’11 febbraio 2013, sino al giorno 28 di quello stesso mese ribadì più volte la piena libertà con la quale era giunto a maturare la propria decisione. Lo ribadì nel discorso ai cardinali, nel discorso al clero di Roma, in due udienze generali e in vari saluti pubblici ufficiali. In seguito, dopo l’elezione del suo Sommo Successore, è tornato a ribadirlo di nuovo, sino ad affermare che non solo la sua scelta è stata totalmente libera e ponderata, ma che se qualcuno avesse fatto qualsiasi pressione per indurlo a rinunciare, non avrebbe mai rinunciato per alcun motivo.

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Si può essere più chiari? Certo che no, ma per assurdo, proprio da queste parole così chiare e inequivocabili, certi manipolatori costruiscono illogici castelli di sabbia per sostenere:

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«Queste parole sono la prova che è stato pressato da forti costrizioni e che il messaggio in codice di Benedetto XVI va interpretato proprio dietro queste sue parole» (!?).

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Presto detto: se le cose stessero come afferma il libero giornalista ebete e il prete scomunicato dimesso oggi dallo stato clericale, Benedetto XVI sarebbe il più grande bugiardo e il più grande vigliacco dell’intera storia del papato, o no?

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Dinanzi a queste contestazioni i personaggi in questione cominciano a giocare su elementi che sarebbero di per sé comici, se dietro non vi fosse il disastro delle anime che si trascinano in errore. Per esempio affermando:

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«Nella sua declaratio redatta in latino Benedetto XVI ha fatto numerosi errori. E siccome questa declaratio deve essere perfetta nella forma, questi errori di sintassi latina la rendono invalida. Cosa questa che Benedetto XVI sapeva bene, ma essendo stato costretto a fare atto di rinuncia, ha stilato un atto formale gravandolo della invalidità per degli errori di sintassi latina da lui scientemente voluti».

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Chiariamo: se Benedetto XVI avesse fatto veramente una cosa del genere susciterebbe disgusto persino nei peggiori vigliacchi della storia dell’umanità. Presto detto: sostenere simili cose, che comportano peraltro la lettura della altrui coscienza più profonda e quindi la celebrazione di assurdi processi alle più recondite intenzioni, equivale a sostenere la presenza di alieni invisibili atterrati sul pianeta Terra e nascosti tra di noi umani. Ma proseguiamo oltre:

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«Benedetto XVI ha seguitato a firmarsi facendo seguire al proprio nome la sigla “P.P.” che significa pontifex pontificum!».

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Così tuona da alcuni anni nelle sue dirette su Facebook l’ignorantissimo prete scomunicato e oggi dimesso dallo stato clericale, che a ogni piè sospinto vanta di avere conseguito due dottorati teologici. Ciò a riprova che i dottorati non hanno mai instillata intelligenza nei mediocri limitati che per natura ne sono privi e che mai hanno costituito garanzia di scienza e sapienza. Infatti, il bidottore scomunicato per eresia e scisma, è a tal punto ignorante in storia ecclesiastica da non sapere neppure che quella sigla, all’origine, nasce durante i primi grandi concili dogmatici celebrati in Oriente per indicare il Vescovo di Roma come Pater Pauperum, che alla lettera si traduce: Padre dei Poveri, o Padre dei Piccoli, dei Semplici. Questa sigla, il Vescovo di Roma, la adottò in epoche nelle quali il titolo di Sommo Pontefice o Romano Pontefice non esisteva ancora. Come poteva dunque, quella sigla, significare Pontifex Pontificum, come afferma da anni l’ignorantissimo bidottore? E la adottò, questa sigla, per dare una elegante lezione ― leggasi sberla ― al Patriarca di Costantinopoli che si fregiava di una ventina di titolo altisonanti. Questo il vero e originario significato di quella sigla, asino di un bidottore eretico che impazza su Facebook a caccia di anime da rovinare!

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Non paghi del tutto, il libero giornalista ebete e il prete bidottore scomunicato e oggi dimesso dallo stato clericale si lanciano poi nei sofismi sulla esegesi del Nuovo Testamento. Prendono due frasi contenute nei testi evangelici e poi gli fanno dire ciò che in essi non è scritto:

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«La differenza sta nel fatto che il munus è l’autorità del Sommo Pontefice, “Tu sei Pietro” (cfr. Mt 16, 18), mentre il ministerium è il suo svolgimento: “Pasci i miei agnelli” (cfr. Gv 21, 15).

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La differenza tra munus e ministerium e viceversa, di cui parlano il libero giornalista ebete e il prete bidottore scomunicato, è una pura distinzione di logica formale, o concettuale, che dovrebbe essere usata in appositi manuali e libri nei quali si avanzano ― e nei quali si devono avanzare ― anche le ipotesi più assurde per riuscire a comprendere e chiarire tutti i lati necessari per la corretta conoscenza e competenza della materia. È uno strumento speculativo usato sin dalla tarda scolastica da Guglielmo di Ockham sino all’eccesso “terministico” soggettivista che diede le basi al pensiero del giurista gesuita Francisco Suarez, che andrebbe preso con le pinze da esperti navigati. Non affrontato da quel mediocre e limitato praticone di prete scomunicato arruffapopoli che si vanta bidottore, ma che se uscisse dalla sua saletta di riprese per le dirette su Facebook, dov’è circondato dalle sue badanti adoranti, per confrontarsi pubblicamente con uno specialista vero, nel giro di cinque minuti, a questo tronfio tacchino, non rimarrebbe più neppure una penna attaccata addosso. Il tutto perché, certi strumenti speculativi erano usati negli specifici contesti accademici all’interno delle discussioni filosofiche, teologiche e giuridiche in cui sono stati tolti successivamente i preambula, ossia le apposite introduzioni storico-critiche che spiegavano, a livello puramente pedagogico e logico come si era arrivati allo stato attuale del problema e quindi alla vexata quaestio. Una volta omesse queste parti che fungevano da introduzione e spiegazione rimanevano solo gli studi specifici delle tematiche e delle esposizioni sintetiche o persino eclettiche indirizzate unicamente a stabilire il vero di uno scritto. Presto detto: coloro che non hanno ― come questo prete scomunicato bidottore ― una adeguata formazione filosofica e teologica che parte a monte da una solida base scolastica e da una conoscenza altrettanto solida dell’arte della retorica e della speculazione filosofico teologica; che si vantano tradizionalisti, ma che di fatto sono degli eretici modernisti del tutto inconsapevoli, perché neppure si rendono conto di esserlo, non saranno neppure in grado di leggere e comprendere questi testi, ma mettendovi mano li stravolgeranno, infine riterranno di avere scoperto in essi quel che mai era saltato agli occhi di nessun altro nel corso dei secoli.

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Spiegando il tutto abbiamo fornita anche la prova implicita del fallimento di questo approccio speculativo, ieri come oggi. Perché le persone non adeguatamente preparate a monte, in modo profondo e solido, riterranno di poter lanciare la loro sensazionale scoperta o interpretazione centrando tutto su una parolina scissa dal complesso contesto, escludendo tutto il percorso storico, teologico e giuridico che celano dietro di sé certe disputationes theologicae e ogni singolo appartato del diritto canonico. Tutto questo per un semplice e triste fatto: perché non conoscono la materia e non sanno neppure come certe dispute accademiche vanno inquadrate, lette e svolte. Prendono una parolina, la estrapolano dopo avere frainteso o non compreso tutto il contesto e vi costruiscono sopra assurde verità presentate poi come inconfutabili.

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In certe speculazioni e dissertazioni accademiche basate perlopiù sui principi della scolastica classica, si portavano certe tematiche sino all’inverosimile, il cosiddetto παράδοξος (paradosso). Già Cicerone, nell’arte della retorica latina faceva ricorso al paradosso. Anche lo stesso Beato Apostolo Paolo nella sua esposizione ricorreva alla ὑπερβολή (iperbole), che era tipica della retorica greca. Nella realtà, però, queste distinzioni non esistono proprio, sono appunto solo paradossi retorici o tematici, delle iperboli o comunque degli eccessi che mirano a creare ragionamenti speculativi anche sulle ipotesi più inverosimili e assurde. Esempio: una volta, dissertando con dei confratelli anch’essi di formazione teologi dogmatici e storici del dogma, in modo del tutto serio ― non perché ci eravamo sballati con degli alcolici e con dell’hashish ― ci mettemmo a discutere circa la ipotetica esistenza di altre vite in altri mondi e pianeti al di fuori del sistema solare. A tal fine ci interrogammo: casomai altre forme di vita esistessero, in che modo rileggere il mistero della creazione dell’uomo, ma soprattutto l’incarnazione del Verbo di Dio e il sacrificio compiuto attraverso la sua morte salvifica per la redenzione degli uomini? Una dissertazione, paradossale, iperbolica, spinta appunto all’estremo paradosso. Forse però, se fosse stato presente il libero giornalista ebete e il prete scomunicato bidottore, prese e fraintese quattro parole, da lì a seguire avrebbero dato vita alla teologia degli alieni.

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Per questo nessun canonista, sino al giorno d’oggi, è riuscito a portare avanti questo flatus vocis senza concetto o realtà, come la invalida elezione di un Romano Pontefice o per contro la invalidità di un suo atto di rinuncia. Questo perché, nel mondo del reale, i veri teologi sono cosa del tutto diversa rispetto a praticoni, dilettanti e sedicenti bidottori, per non parlare di coloro che li seguono e che in quattro balletti si sono a loro volta addottorati in dogmatica sacramentaria e in diritto canonico su Facebook e Instagram.

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Noi che siamo teologi veri, anzitutto perché in obbedienza alla Chiesa e alle sue legittime Autorità e perché siamo stati formati dai nostri sapienti maestri per essere menti razionali e speculative, parliamo sulla base di ciò che esiste e che è accaduto, vale a dire questo: Benedetto XVI ha liberamente, legittimamente e validamente rinunciato alla Cattedra di Pietro, confermando e ribadendo la piena libertà del proprio atto di rinuncia. Tutto il resto è teologia e diritto canonico della carta igienica del quotidiano Libero e follie senza senso urlate da un povero prete fuori equilibrio che impazza nelle dirette Facebook, dalle quali ricorda ai suoi adepti, ogni tre scemenze sparate a vanvera, che ha conseguito due dottorati e che è due volte dottore … due volte dottore! Salvo affermare poco dopo che Dio si è rivelato ai poveri e agli ignoranti per fare dispetto proprio ai dotti e ai sapienti.

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Fare sofismi sul munus e sul ministerium, o inventare persino un Codice Benedetto, come ha fatto il libero giornalista ebete sulle colonne telematiche di Libero, vuol dire fare fanta-teologia e fanta-diritto canonico, aggrappandosi alle paroline e a certe distinzioni con spirito neppure sofista, ma proprio illogico e irrazionale, cercando qualche cosa che non esiste ma che taluni, per loro disagi psicologici o spirituali, vogliono a tutti i costi che esista. A quel punto ciò che non esiste se lo inventano, dando alle parole un significato diverso o alterando attraverso la manipolazione i documenti della Chiesa, per esempio la Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, circa la vacanza della Sede Apostolica e l’elezione del Romano Pontefice. Infatti, il povero bidottore, da sempre specializzato a far dire ai documenti ciò che non dicono, pare non essersi neppure accorto di ciò che questa Costituzione scrive al capitolo VI, n. 78:

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«Se nell’elezione del Romano Pontefice fosse perpetrato ― che Dio ce ne scampi ― il crimine della simonia, delibero e dichiaro che tutti coloro che se ne rendessero colpevoli incorreranno nella scomunica latae sententiae e che è tuttavia tolta la nullità o la non validità della medesima provvista simoniaca, affinché per tale motivo ― come già stabilito dai miei Predecessori ― non venga impugnata la validità dell’elezione del Romano Pontefice».

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Che cosa vuol dire tutto questo? È scritto a chiare lettere: se una elezione avvenisse persino mediante simonia, ossia attraverso scambi di danaro o di altri beni o benefici, coloro che hanno posto il tutto in essere incorreranno in scomunica latae sententiae, però, l’elezione del Romano Pontefice, pur avvenuta attraverso la perpetrazione di questo gravissimo delitto già condannato da più concili della Chiesa e dalle leggi ecclesiastiche, non sarà da ritenersi invalida ma in ogni caso legittima. Così è scritto, senza pena di smentita.

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Miei cari seguaci del prete eretico scomunicato che spara idiozie a raffica su Facebook esibendo a voi, suo pubblico, le mirabolanti reliquie di Frate Cipolla. A voi, che noi pastori in cura d’anime desideriamo in tutti i modi recuperare dall’errore e strappare all’inganno, mi rivolgo con l’invito a riflettere su questo elemento innegabile: da un documento articolato come questa Costituzione, non si possono tagliare due parole, isolarle da tutto il contesto e poi far dire al documento ciò che in esso non è scritto. Sì, il seguente n. 79 dello stesso capitolo sancisce:

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«Confermando pure le prescrizioni dei Predecessori, proibisco a chiunque, anche se insignito della dignità del Cardinalato, di contrattare, mentre il Pontefice è in vita e senza averlo consultato, circa l’elezione del suo Successore, o promettere voti, o prendere decisioni a questo riguardo in conventicole private».

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Prestate bene attenzione: questa precisa e decisa proibizione, già contenuta in analoghi documenti promulgati da altri Sommi Predecessori del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, anche se venisse totalmente violata da dei cardinali, non contempla assolutamente la pena della invalidità e della nullità dell’elezione. Lo dice il documento, basterebbe solo leggerlo, anziché prendere come oro colato ciò che d’inverosimile sostiene quel certo tacchino che strepita nelle dirette Facebook. Pertanto, a fronte di quanto appena riportato e spiegato, intendete veramente seguitare a dare credito a questo miserevole soggetto che da anni vi racconta che l’elezione del Pontefice regnante è invalida perché orchestrata da un gruppo di cardinali indicati come «La mafia di San Gallo»? Vi prego di ragionare, soprattutto di leggere: se neppure una elezione avvenuta attraverso il turpe delitto della simonia rende invalida e nulla l’elezione di un Romano Pontefice, pensate davvero che possa essere resa tale da dei cardinali che si incontravano ogni tanto in Svizzera per stare assieme a parlare tra di loro? Ragionate: è lo stesso documento in questione, che da una parte condanna ogni genere di patto pre-conclave, ma al tempo stesso non mette in minima discussione la legittima e valida elezione di colui che fosse anche eletto per questa via. Ragionate e soprattutto leggete i documenti, non ascoltate ciò che il tacchino strepitante pretende di fargli dire, di ciò che mai certi documenti hanno detto e scritto.

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La cosiddetta «Mafia di San Gallo» è una semplice battuta umoristica fatta dal defunto Cardinale Godfried Maria Jules Danneels a un giornalista, al quale disse, in tono puramente scherzoso, che ogni tanto, un gruppo di cardinali, lui incluso, si incontravano in questa località svizzera. E ridendo, disse: «Eravamo un po’ come una mafia che si radunava». Su questa battuta scherzosa è stata costruita la teoria di un complotto che avrebbe obbligato con la coercizione e la violenza psicologica Benedetto XVI a fare atto di rinuncia per eleggere al suo posto il già preparato Cardinale Jorge Mario Bergoglio, sostenuto da questa mafia cardinalizia gallese, dai poteri forti e dalla massoneria internazionale, come afferma da anni il prete scomunicato urlatore.

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Miei cari, ve lo chiedo in tono supplice per la carità divina che ha dotato persino i più limitati della capacità, perlomeno parziale, di intendere e volere: come potete dare credito a cose di questo genere, smentite dai fatti, dalle leggi ecclesiastiche e dalla Costituzione Apostolica che regola la elezione del Romano Pontefice? Tutto questo al solo scopo di negare, con ostinazione illogica e irrazionale, ciò che è realmente accaduto: Benedetto XVI ha liberamente, legittimamente e validamente rinunciato al ministero petrino e non saranno certo alcuni errori grammaticali a rendere invalida la sua rinuncia formale. Chi nega questo nega la realtà per vivere nell’iperuranio.

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Per tutti noi sacerdoti e teologi che abbiamo donato la nostra intera esistenza alla Chiesa e al Popolo Santo di Dio, è davvero avvilente cercare di contrastare persone sprofondate nell’errore più assurdo che non accettano correzione alcuna, perché si rifiutano di vedere in noi delle guide e dei maestri. In queste dolorose circostanze risuonano nei nostri cuori di pastori in cura d’anime le tremende parole profetiche scritte dal Beato Apostolo Paolo al suo discepolo Timoteo:

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«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (II Tm 4, 1-5).

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Oggi noi servitori della Chiesa e della sana dottrina ci sentiamo tutti quanti Timoteo nella lotta, che è un lottare spesso inutile contro l’idiozia prodotta da menti illogiche e irrazionali che stanno trascinando molte anime verso la rovina. E che si arrabbiano, ci aggrediscono verbalmente e ci offendono in modo grave, se solo tentiamo di recuperarle alla ragione. Tempi duri oggi per i sacerdoti e i teologi, soprattutto per i pastori in cura d’anime animati da profonda fede, che per questo avvertono forte il dovere di difendere a tutti i costi il Popolo di Dio dai lupi rapaci e dai Frate Cipolla che abusano della loro popolare credulità con l’esibizione di mirabolanti reliquie.

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dall’Isola di Patmos,  23 novembre 2021

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RIMANDO A QUESTA MIA PRECEDENTE VIDEO-LEZIONE PER CHI DESIDERA APPROFONDIRE L’ARGOMENTO QUI TRATTATO

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Abierto el proceso de beatificación de la pequeña hereje Carmen Hernández. Primer milagro reconocido: la curación de un hombre que sufría patología de micropene congénito

—  Actualidad eclesial —

ABIERTO EL PROCESO DE BEATIFICACIÓN DE LA PEQUEÑA HEREJE CARMEN HERNANDEZ. PRIMER MILAGRO RECONOCIDO: LA CURACIÓN DE UN HOMBRE QUE SUFRÍA LA PATOLOGÍA DE MICROPENE CONGÉNITO

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Si abrieron el proceso de beatificación de la primera santa hereje, también se puede abrir el del monstruo de Florencia, y después de la canonización promocionarlo como copatrón de los enamorados junto a San Valentín. Tanto, respecto a los de la Congregación para las Causas de los Santos ya no hay nada que pueda sorprender.

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PDF  del articulo para imprìmir
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He sido informado de la apertura del proceso de beatificación de una pequeña hereje del siglo XX, Carmen Hernández Barrera (Ólvega, 24 Noviembre 1930 – Madrid, 19 de julio 2016), cofundadora con Kiko Argüello del peor movimiento para-católico y heterodoxo de la historia del siglo XX: el Camino Neocatecumenal. Y digo “pequeña” porque la herejía es una cosa seria. A lo largo de la historia de la Iglesia, los grandes herejes eran personalidades dotadas de excelente intelecto y de raros dones filosóficos, teológicos y especulativos. Carmen Hernández era en cambio, una pobre y pomposa ignorante que mezclaba emocionalidad pseudo poética con una teología autodidacta la cuál era desastrosa y en medio siglo, ha causado daños inmensos en un gran número de sujetos igualmente emocionales y frágiles, que siguieron a ella y a su compañero Kiko Argüello. Por lo tanto, al llamarla herética, como teólogo dogmático e historiador del dogma, tengo la obligación, el deber y la honestidad intelectual, de pedir perdón ante todo a las mentes especulativas que se destacaron, como fueron las de los grandes herejes del calibre de Ario y Pelagio.

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Por la conmemoración de la fiesta de los muertos, un conocido mio que trabaja como enterrador, me buscó con urgencia temblando y necesitado de un consejo. El pobre muy asustado, después de haber escuchado en el cementerio repetidamente ruidos provenientes de dos tumbas, en las cuales descansan los restos mortales de dos santos sacerdotes: el Siervo de Dios Pier Carlo Landucci, presbítero romano, y Enrico Zoffoli, Presbítero romano de la Orden de los Pasionistas. Dos auténticos santos cuya fama de santidad el mismo sepulturero conocía en cuanto hombre piadoso. Con gran desconcierto me preguntó en dialecto romanesco:

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«Si nun reposeno ‘n’pace n’a aschiera de b’beati’ sti du santi sacerdoti chi mai ce potrebbe da riposà (si no pueden reposar en paz en la huestes celestial estos dos sacerdotes santos, entonces quién puede reposar alla)?».

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«ZiRemoletto, nun te devi da spaventà, me sache ce vonno comunicà quarcosa, mome metto a ndagà e poi te fo sapè (Tío Remoletto no te debes asustar, creo que nos quieren comunicar algo, ahora me meto a investigar y luego te hago saber)».

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Para descubrir y comprendér el origen de este fenómeno, es necesario recordar la vida y las obras de estos dos difuntos. De hecho, Pier Carlo Landucci en el 1983, Enrico Zoffoli en el 1990, alertaron sobre las peligrosas herejías del Camino Neocatecumenal, denunciando y documentando años y años de catequesis formativa grotescamente heterodoxa llevadas a cabo por los dos iniciadores del aquelarre y continuadas por los mega catequistas. Análisis y denuncias que los santos sacerdotes teólogos hicieron ante las autoridades eclesiásticas y que yo conozco muy bien, porque soy el tercero en volver sobre éste tema, recogiendo el legado de sus estudios y ampliando el análisis del fenómeno neocatecumenal al estado en el que se encuentra después de treinta años. Es por esto, que en signo de gratitud indeleble a la ciencia teológica y al coraje de estos dos hombres de Dios, que mi libro La setta neocatecumenale, en español La secta Neocatecumenal lo he dedicado a sus venerables memorias.

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No sigo los distintos servicios informativos de la Santa Sede y los relacionados sitios oficiales y no oficiales, porque por un rato la comedia me divierte con los enanos, bailarines y rufianes, pero a la larga me aburre, y finalmente me irrita. Sin embargo, cuándo un obispo amigo me dijo a modo de provocación:

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«¿Qué opinas de la apertura de la fase diocesana del proceso de beatificación de Carmen Hernández? celebrada con una ceremonia de gran fanfarria en la catedral de Madrid?».

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Escuchè todo esto como una broma, tipica del humor eclesiástico, y que no podía ser de otra forma. Por tanto, convencido de que todo era una broma respondo:

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«Quieren hacer beata la Santa de la Polla? O vamos a ignorar que la palabra italiana «cazzo» (en español polla) era la que Carmen más pronunciaba en su intercalado coloquial hasta dentro de sus largas y exóticas liturgias neokatekike?».

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El amigo obispo se ríe, y dándose cuenta que no lo había tomado seriamente, sino que pensaba que era una broma satírica. Replica que estaba hablando seriamente. Inmediatamente respondì:

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«Si abrieron el proceso de beatificación de la primera santa hereje, entonces también podemos abrir el del monstruo de Florencia y después de la canonización promocionarlo como copatrón de los enamorados junto a San Valentín. Tanto, con los de la Congregación para las causas de los Santos, ya no hay nada de ellos que pueda sorprender, y nos podemos esperar cualquier cosa».

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El obispo amigo, me envía dos reportajes oficiales de la cronaca del evento [ver AQUI, AQUI]. En Vatican News el periodista Salvatore Cernuzio hace alarde de toda la ignorancia típica de nuestros degradantes vaticanistas italianos, mostrando ante todo que no sabe ni siquiera distinguir una causa de beatificación, a través de la cuál se proclama un beato, de una causa de canonización, a través de la cuál un beato, que como tal ya ha sido beatificado, y es proclamado santo. Y en julio de 2021 este ignorante vaticanista anuncia la apertura de la «causa de canonización»:

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«Esta noche será presentada en la Arquidiócesis de Madrid el Supplex Libellus, la solicitud de apertura de la fase diocesana para la causa de canonización, de la cual son actores los miembros del equipo internacional de esta realidad eclesial ramificada en los cinco continentes, es decir Kiko Argüello, Padre Mario Pezzi y Maria Ascension Romero. Al obispo de la diócesis donde el candidato murió, será entregado un dossier que recopila escritos, documentos y testimonios que dan fe, precisamente, de esas “virtudes heroicas” necesarias para establecer la santidad de vida» [ver AQUI].

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Con el decir que un obispo no está obligado en abrir un proceso de beatificación, en cuanto no se trata en lo absoluto de un acto debido, y con esto se ha dicho todo por parte de la autoridad del obispo en cuestión. Muchos nos estamos preguntando — y nos preguntamos seriamente —, cuáles pueden ser las «virtudes heroicas» de una mujer que ha desfigurado la doctrina católica, la sagrada liturgia y la historia de la Iglesia, y que junto a Kiko Argüello han dado origen a un movimiento pseudo-católico, que en mi ensayo crítico defino con unas precisas palabras y que hasta el día de hoy nunca han sido desmentidas por ninguna amonestación por parte de las autoridades eclesiásticas competentes:

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«El Neocatecumenado es una comunidad de matriz judío-protestante que tiene de católico sólo el revestimiento esterno vaciado por dentro de lo que son los elementos fundadores del Catolicismo» [cf. pág. 100 de la obra mencionada].

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A los candidatos a la beatificación es requerido un milagro probado, excepto los mártires, ya que la Iglesia considera el martirio como un milagro en sí mismo ligado a la acción de la gracia de Dios. Pues bien, he investigado y he descubierto que la comisión científica nombrada por la Arquidiócesis Metropolitana de Madrid, ya ha sometido a examen de los más destacados urólogos clínicos y andrólogos europeos, el milagro que se ha efectuado por la intercesión de ésta candidata a la beatificación.

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El beneficiario del milagro se llama Armando Bronca Segura, joven madrileño de 25 años. Lo mejor de la ciencia clínica europea fue unánime en declarar que no existe alguna explicación científica para el hecho. El joven sufría de una patología vivida por muchos hombres con dolor y humillación: hipoplasia del pene, conocida comúnmente como micropene congénito. La comisión científica explicó que esta patología comporta para el hombre que la padece un órgano de normal morfología con la salida del meato urinario externo, pero que presenta al nacer una longitud inferior a 2,5 centímetros. Los urólogos dan fe de que, considerando las desviaciones estándar de la media, se puede decir que es un micropene cuándo la longitud al nacer es inferior a 1,9 centímetros. Las causas del micropene son atribuibles a un déficit de secreción de andrógenos durante el segundo y tercer trimestre del embarazo.

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Armando Bronca Segura, Después de haber conocido a unos mega-catequistas, al entrar deprimido en el Camino Neocatecumenal, en cuanto Segura fue desnudado en su conciencia más profunda, por medio de los escrutinios que siempre han ocultado verdaderas formas de confesiones públicas, testificó todo narrando su experiencia: es decir la inseguridad y la vergüenza que sentía en los vestuarios, el dolor que sufrió cuando fue apodado el Pigmeo por compañeros insensibles y burlones. Los mega-catequistas no tardaron en comandarle que recurriera a la piadosa intercesión de Carmen Hernández. Y así, una mañana, al despertar, notó que entre sus piernas había … y todos los vecinos escucharon los gritos de una voz masculina que clamava “milagro … milagro!”».

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Pocas semanas después, Armando Bronca Segura envió, todo el Camino Neocatecumenal junto con los mega-catequistas, a ver si ya había puesto la marrana, cambiando completamente de vida. Hoy en día trabaja en el mundo del porno, donde es uno de los actores mejor pagados. Su primera película se titula: El semental de Vallecas, que ya ha marcado un rotundo éxito internacional.

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No es nada irreverente indicar a futura memoria Carmen Hernández como La Santa del Cazzo (La Santa de la Polla), ya que no hay nada vulgar en esta expresión, al contrario contiene toda la verdad del caso, porque está todo documentado e histórico. Numerosos testigos oculares que estan todavía vivos y sanos, eclesiásticos y laicos de todas las nacionalidades, y quienes durante numerosos contextos públicos la habian escuchado intercalar: «… e cazzoe cazzo (y polla … y polla!)». En una ocasión, esa piadosa mujer de Chiara Lubich (fundadora del Movimiento de los Focolares), que era tan dulce y delicada como una muñeca de porcelana, reunida con Luigi Giussani (fundador del Movimiento Comunión y Liberación) en un encuentro al que asistieron todos los fundadores y fundadoras de movimientos laicales con motivo del gran Jubileo del 2000, estaba por desmayarse, escuchando a poca distancia, la futura Santa Carmen Hernández, que entre un cigarrillo y otro conversaba intercalando … e cazzoe cazzo … (y polla … y polla!)».

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Si entonces éste noble órgano es un elemento que suele aflorar en las bocas de los candidatos a la beatificación, al menos uno se debe preguntar: … qué … “cazzo” están haciendo, los que trabajan dentro de la Santa Sede con las causas de los santos? O tal vez, ante la apertura del proceso de beatificación de un sujeto que como mínimo es imposible de proponer cómo lo es la Carmen Hernández, tenemos que tomarlos en serio? No, desafortunadamente, solo nos queda el deber de dejarlos en ridículo, no tenemos otra arma más adecuada para la defensa, que la sapiente y caritativa ridiculización a quienes creen que pueden transformar, la Santa Iglesia de Jesu Cristo, en un teatro grotesco y escuálido de ridículos, cambiando la naturaleza heroica de las virtudes, a saber, la santidad, en un premio conferido hasta herejes y maleducadas majaderas españolas.

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Todo esto, para vergüenza perenne del Cardenal Carlos Osoro Sierra, al cuál quizás nàdie haya dicho que el Colegio Español de Roma, promotor de un caso abierto desde el 1953, bajo los auspicios de la Arquidiócesis de Madrid, y está dejando pudrir en un sótano, los documentos del proceso de beatificación del Cardenal Rafael Merry del Val, uno de nuestros gigantes del siglo XX, ilustre hijo de la sangre de la noble España. Siempre admitiendo que alguien, al Arzobispo Metropolitano de Madrid, quien apenas a cinco años después de su muerte abre la bufonada fase diocesana del proceso de beatificación de Carmen Hernández, explicara quién era y cómo era un gigante de la Iglesia del siglo XX Rafael Merry del Val y Zuleta. Porque puede ser que ni siquiera lo conozca, conociendo en cambio, perfectamente, aquel Pedro Almodovar que la Iglesia Católica Española, por cómo está reducida, merece totalmente, desde su primera hasta su última película anticatólica.

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Roma, 18 novembre 2021

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Aperto il processo di beatificazione della piccola eretica Carmen Hernandez. È già stato accertato il primo miracolo: la guarigione di un uomo affetto dalla patologia del micropene congenito

—  Attualità ecclesiale — 

APERTO IL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE DELLA PICCOLA ERETICA CARMEN HERNANDEZ. È GIÀ STATO ACCERTATO IL PRIMO MIRACOLO: LA GUARIGIONE DI UN UOMO AFFETTO DALLA PATOLOGIA DEL MICROPENE CONGENITO 

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«Se hanno aperto il processo di beatificazione della prima Santa Eretica, allora possiamo aprire anche quello di Pietro Pacciani e dopo averlo canonizzato promuoverlo santo co-patrono degli innamorati assieme a San Valentino. Tanto, da quelli della Congregazione delle cause dei Santi, ormai non c’è niente di cui stupirsi».

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PDF  articolo formato stampa
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Sono venuto a conoscenza della apertura del processo di beatificazione di una piccola eretica del Novecento, Carmen Hernández Barrera (Ólvega, 24 novembre 1930 – Madrid, 19 luglio 2016), co-iniziatrice con Kiko Argüello del peggior movimento para-cattolico ed eterodosso della storia del Novecento: il Cammino Neocatecumenale. E dico “piccola” perché l’eresia è una cosa molto seria. Nel corso della storia della Chiesa, i grandi eretici sono stati delle personalità dotate di intelletto sopraffino e di rare doti filosofiche, teologiche e speculative. Carmen Hernández era invece una povera e tronfia ignorante che mescolava l’emotività pseudo-poetica a una disastrosa teologia fai-da-te, che in mezzo secolo ha prodotto danni immani in un esercito di soggetti altrettanto emotivi e fragili che si sono messi al seguito suo e del suo sodale Kiko Argüello. Pertanto, nel definirla eretica, come teologo dogmatico e storico del dogma mi corre l’obbligo, per dovere e onestà intellettuale, di chiedere anzitutto perdono a delle menti speculative eccelse tali furono quelle di grandi eretici del calibro di Ario e Pelagio.

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In occasione della commemorazione dei defunti, un conoscente che fa il becchino mi ha cercato con urgenza e tremore per chiedermi lumi. Era molto spaventato, il poverino, dopo avere udito ripetutamente rumori nel cimitero provenienti da due tombe all’interno delle quali riposano le mortali spoglie di due santi sacerdoti: il Servo di Dio Pier Carlo Landucci, presbitero romano, ed Enrico Zoffoli, presbitero romano dell’Ordine dei Passionisti. Due autentici santi, cosa di cui era a conoscenza anche il becchino, uomo timorato di Dio, che con grande sconcerto mi ha posto un quesito:

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«Si nun reposeno ‘n’pace n’a a’schiera de b’beati ‘sti du santi sacerdoti, chi mai ce potrebbe da riposà?».

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Mi sono recato di persona al cimitero e appena alle tombe mi sono avvicinato io, i rumori sono divenuti più forti ancora. Rassicuro il becchino:

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«Zi’ Remoletto, nun te devi da spaventà, me sa’ che ce vonno comunicà quarcosa, mo’ me metto a ‘ndagà e poi te fo sapè».

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Per scoprire e poi comprendere l’origine di questo fenomeno, è necessario pensare alla vita e alle opere di certe persone defunte. È infatti accaduto che Pier Carlo Landucci nel 1983, Enrico Zoffoli nel 1990, lanciarono un grave allarme sulle pericolose eresie del Cammino Neocatecumenale, denunciando e documentando anni e anni di catechesi formative grottescamente eterodosse tenute dai due iniziatori di questa congrega ai loro mega-catechisti. Analisi e denunce che i due santi sacerdoti e teologi fecero alle competenti Autorità Ecclesiastiche e che io conoscono molto bene, perché sono stato il terzo a tornare sull’argomento ad anni di distanza, raccogliendo l’eredità dei loro studi e ampliando l’analisi sul fenomeno neocatecumenale allo stato in cui si trovava un trentennio dopo. Anche per questo, in segno di indelebile gratitudine alla scienza teologica e al coraggio di questi due uomini di Dio, il mio libro La setta neocatecumenale l’ho dedicato alle loro venerabili memorie.

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Non seguo i vari bollettini della Santa Sede e relativi siti ufficiali o ufficiosi, perché per un po’ la commedia comica mi diverte con tutti i suoi nani, ballerini e ruffiani, ma a lungo andare mi stanca, infine mi irrita. Finché un amico vescovo mi lancia una provocazione:

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«Che ne pensi dell’apertura della fase diocesana del processo di beatificazione di Carmen Hernández, svoltasi con una cerimonia in pompa magna nella cattedrale di Madrid?».

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Prendo il tutto come una battuta di puro umorismo ecclesiastico, perché non poteva essere diversamente. Quindi convinto che stesse scherzando ribatto:

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«Vogliono fare beata la Santa del Cazzo? O forse vogliamo ignorare che la parola “cazzo” era quella che Carmen pronunciava come colloquiale intercalare persino durante le loro lunghe ed esotiche liturgie neokatekike?».

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L’amico vescovo ride, capendo che non avevo preso il tutto per vero e che pensavo si trattasse di una battuta satirica. Al che ribatte che sta parlando sul serio. Prontamente sbotto:

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«Se hanno aperto il processo di beatificazione della prima Santa Eretica, allora possiamo aprire anche quello di Pietro Pacciani e dopo averlo canonizzato promuoverlo santo co-patrono degli innamorati assieme a San Valentino. Tanto, da quelli della Congregazione delle cause dei Santi, ormai non c’è niente di cui stupirsi e possiamo aspettarci di tutto».

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L’amico vescovo mi invia due notizie ufficiali sulla cronaca dell’evento. Su Vatican News il giornalista Salvatore Cernuzio [vedere QUI, QUI] sfoggia tutta l’ignoranza tipica dei nostri avvilenti vaticanisti italiani, mostrando anzitutto di non sapere neppure distinguere una causa di beatificazione, attraverso la quale si giunge a proclamare un beato, da una causa di canonizzazione, attraverso la quale un beato, che come tale è già stato beatificato, viene invece proclamato santo. E nel luglio del 2021 questo ignorantissimo vaticanista annuncia l’apertura della «causa di canonizzazione»:

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«Questa sera sarà presentato all’Arcidiocesi di Madrid il Supplex Libellus, la richiesta di apertura della fase diocesana per la causa di canonizzazione, della quale sono attori i membri dell’équipe internazionale di questa realtà ecclesiale ramificata nei cinque continenti, ovvero Kiko Argüello, padre Mario Pezzi e Maria Ascension Romero. Al vescovo della diocesi in cui il candidato è morto, sarà consegnato un fascicolo che raccoglie scritti, documenti e testimonianze che attestano, appunto, quelle “virtù eroiche” necessarie a stabilirne la santità di vita» [vedere QUI].

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Dicendo che un vescovo non è obbligato ad aprire un processo di beatificazione, in quando non si tratta affatto di un atto dovuto, con questo si è detto tutto, a partire dal livello del vescovo in questione. In molti ci stiamo domandando ― e ce lo domandiamo “seriamente” si fa per dire ―, quali possano essere le “virtù eroiche” di una donna che ha fatto scempio della dottrina cattolica, della sacra liturgia e della storia della Chiesa, che assieme a Kiko Argüello ha dato vita a un movimento pseudo-cattolico che nel mio saggio critico definisco con queste parole precise e sino a oggi mai smentite da nessun richiamo delle competenti Autorità Ecclesiastiche:

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«Il Neocatecumenato è una comunità di matrice ebraico-protestante che ha di cattolico solo l’involucro esterno svuotato al proprio interno di quelli che sono gli elementi fondanti del Cattolicesimo» [cfr. pag. 100 della citata opera].

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Ai candidati alla beatificazione è richiesto un miracolo accertato, fatta eccezione per i martiri, perché la Chiesa considera il martirio già un miracolo in sé legato all’azione della grazia di Dio. Ebbene ho indagato ulteriormente e scoperto che la commissione scientifica incaricata dall’Arcidiocesi metropolitana di Madrid ha già sottoposto al vaglio dei più insigni clinici urologi e andrologi europei il miracolo che sarebbe avvenuto per intercessione di questa candidata alla beatificazione.

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Il miracolato si chiama Armando Bronca Segura, un giovane di Madrid dell’età di 25 anni. Il meglio della scienza clinica europea è stata unanime nel dichiarare che non c’è spiegazione scientifica al fatto. Il giovane soffriva di una patologia vissuta da molti uomini con sofferenza e umiliazione: l’ipoplasia peniena, nota anche come micropene congenito. La commissione scientifica ha spiegato che questa patologia comporta per l’uomo che ne è affetto un organo di normale morfologia e con sbocco del meato uretrale esterno in sede, ma che presenta alla nascita una lunghezza inferiore a 2,5 centimetri. Gli urologi attestano che considerate le deviazioni standard alla media si può dire di trovarsi in presenza di un micropene quando la lunghezza alla nascita è inferiore a 1,9 centimetri. Le cause di micropene sono attribuibili a un deficit di secrezione di androgeni durante il secondo e terzo trimestre di gravidanza.

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Dopo avere conosciuto alcuni mega-catechisti ed essere entrato depresso nel Cammino Neocatecumenale, appena Armando Bronca Segura fu scarnificato nella più profonda coscienza con quegli scrutini che da sempre nascondono vere e proprie forme di confessioni pubbliche, vuotò il sacco narrando il suo vissuto. Quindi l’insicurezza, la vergogna che provava negli spogliatoi maschili, il dolore sofferto quando fu soprannominato Pollicino da coetanei insensibili e irridenti. I mega-catechisti non indugiarono oltre a comandargli di rivolgersi alla pia intercessione di Carmen Hernández. E così, un mattino, destandosi, notò che tra le proprie gambe aveva … e tutti i vicini udirono le urla di una voce maschile che strepitava «milagro milagro!».

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Poche settimane dopo Armando Bronca Segura ha mandato tutto il Cammino Neocatecumenale a farsi benedire con i suoi mega-catechisti, cambiando completamente vita. Oggi lavora nel mondo del porno, dove è uno tra gli attori più pagati. Il suo primo film intitolato El semental de Vallecas, disponibile in versione italiana con il titolo Lo stallone di Vallecas, ha segnato uno strepitoso successo internazionale.

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Non è affatto irriverente indicare a futura memoria Carmen Hernández come La Santa del Cazzo, perché in questa espressione non c’è nulla di volgare, al contrario c’è tutto di vero, tutto di storico e di documentato. Tutt’oggi sono sani e vegeti numerosi testimoni oculari, ecclesiastici e laici di tutte le nazionalità, che durante numerosi contesti pubblici l’hanno udita intercalare: «… e cazzo … e cazzo!». Una volta, quella pia donna di Chiara Lubich, che era amabile e delicata come una bambola di porcellana, trovandosi con Luigi Giussani a un incontro al quale erano presenti tutti i fondatori e le fondatrici dei movimenti laicali in occasione del grande Giubileo del 2000, stava per svenire a terra, udendo a poca distanza da lei, la futura Santa Carmen Hernández, che tra una sigaretta e l’altra colloquiava intercalando «… e cazzo … e cazzo!».

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Se dunque questo nobile organo è un elemento che affiora usualmente sulle bocche delle candidate alla beatificazione, viene quanto meno da chiedersi … ma che cazzo fanno, coloro che lavorano all’interno della Santa Chiesa con le cause dei Santi? O forse, dinanzi all’apertura del processo di beatificazione di un soggetto a dir poco improponibile come Carmen Hernández, dobbiamo anche prenderli sul serio? No, purtroppo non ci resta che prenderli per il culo, non abbiamo altra idonea arma di difesa, se non la sapiente e caritatevole presa di culo verso chi pensa di poter trasformare la Santa Chiesa di Cristo in un grottesco e squallido teatrino del ridicolo, mutando la eroicità delle virtù, ossia la santità, in un premio conferito persino a eretici e a sguaiate cazzare spagnole.

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Tutto questo a perenne vergogna del Cardinale Carlos Osoro Sierra, al quale forse nessuno ha mai detto che il Collegio Spagnolo di Roma, promotore all’epoca di una causa aperta nel 1953 sotto gli auspici dell’Arcidiocesi di Madrid, sta facendo marcire in uno scantinato i documenti del processo di beatificazione del Cardinale Rafael Merry del Val, uno dei nostri grandi giganti del Novecento, figlio illustre del sangue di Spagna. Sempre ammesso che qualcuno, all’Arcivescovo metropolita di Madrid, che ad appena cinque anni di distanza dalla morte apre la buffonesca fase diocesana del processo di beatificazione di Carmen Hernández, abbia spiegato chi era e che cosa è stato per la Chiesa del Novecento un gigante come Rafael Merry del Val y Zuleta. Perché potrebbe anche non conoscerlo, pur conoscendo semmai, forse anche bene, quel Pedro Almodovar che la Chiesa Cattolica spagnola, per com’è ridotta, si merita tutta quanta, dal suo primo al suo ultimo film anti-cattolico.

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dall’Isola di Patmos,  18 novembre 2021

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Negare l’esistenza della donna significa negare l’esistenza stessa dell’uomo

 — gli specialisti ospiti de L’Isola di Patmos —

NEGARE L’ESISTENZA DELLA DONNA SIGNIFICA NEGARE L’ESISTENZA STESSA DELL’UOMO

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I motivi, spesso deputati alla sfrenata voglia egoistica di una forma malata di possesso da parte del maschio, non possono esistere, è più facile parlare di cause, che tra le altre sono di estrema decadenza antropologica e intellettuale di una società priva di qualsiasi forma di pietas e etica cristiana. Tale società è basata sul consumismo sfrenato, non in evoluzione, ma appare immobile e congelata nella sterilità dei valori e nell’accrescimento di una banale apparenza fisica […]

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Autore
Licia Oddo *

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donna coperta dal burqa

La comunità è una aggregazione di consociati che stabiliscono delle regole di convivenza per il quieto vivere. È noto come all’interno di essa, che sia di uomini o di animali, già ampiamente sperimentato a suo tempo, e più volte, anche con famigliole di topi, i ricercatori si sono accorti che con il passare del tempo questi ultimi, pur essendo animali, sviluppavano veri e propri sistemi di gerarchia: distinzione tra sesso e ruoli da ricoprire, con assoluta prevaricazione di un vero e proprio “Capo” su un altro. Deputate al ruolo della sola prolificazione e assistenza alimentare, sono le femmine manifestando comunque nel complesso vere e proprie abitudini umane. Anche per questo motivo, i topi, sono preziosi animali usati per gli esperimenti da laboratorio. E la gratitudine verso di loro è tanta e tale che nella città siberiana di Novosibìrsk è stato eretto il monumento commemorativo al topo da laboratorio.

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Presupposto della comunità umana, da millenni ― che evidentemente non differisce poi così tanto da quella di certe specie animali ―, è stata la formazione di scale gerarchiche con un proprio ruolo, per raggiungere, a differenza della classe animale, la formazione di una vera società, con sistemi di diritto e convivenza, seppur stratificata, si aggiunga, civile, che ha dato luogo alla cultura e al progresso, nello sviluppo della civitas, quindi nel rispetto dell’identità del soggetto in generale, di qualsiasi sesso, e che a tal proposito non è una res come intendeva la società romana, ovvero l’ultimo strato infimo della popolazione, ma che gode di uguali diritti e doveri senza distinzione alcuna.

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Se di ruoli, poi, si vuole discutere, la donna come genere ritenuto anche erroneamente più fragile e debole, in generale, nella società civile, è stata protagonista di un lungo e vastissimo percorso di vera e propria emancipazione, nonché riscatto etico e sociale, raggiungendo l’equiparazione in tutto o quasi all’uomo. Dalla conduzione del “focolaio domestico”, alla crescita della prole, alle mansioni lavorative, sino ad arrivare tutt’oggi alla copertura di ruoli politici internazionali di chiara levatura e di altissimo livello. La donna si è “imposta” con spirito di abnegazione e determinazione nella società civile. E qui, basterebbe solo ricordare per inciso che il primo presidente del Parlamento Europeo fu una grande figura femminile, Madama Simone Veil.

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Purtuttavia, l’epiteto di fragile, che è indice del sesso più debole, le è rimasto incollato addosso quasi come un tatuaggio, per ricordare all’uomo ― o magari in questo senso, meglio usare il termine maschio ― che può agire spavaldamente e sovente in suo danno con la massima prevaricazione, abusando e perpetrando violenze contro di essa.

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Se la società orientale, ben strutturata nelle leggi e nella cultura fondata sul culto islamico nell’attuazione più rigida e restrittiva della Sharia, confina la donna a una posizione di inferiorità, rispetto a quella occidentale, scaturendo nella minoranza etnica talebana che la priva di qualsiasi diritto soggettivo, e che ha ultimamente assunto il controllo di un intero Stato, l’Afghanistan, non si dimentichi che l’Oriente non è da meno, vuoi a seguito del fallimento della propria cultura, vuoi all’eccessiva libertà di movimento, compie efferati delitti di vero e proprio femminicidio, senza per questo obbedire a nessuna Autorità talebana, ma solo allo sconsiderato senso egoistico criminale di alcuni uomini.

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L’arte intesa come riflesso più immediato della società, come sempre è strumento di comunicazione per eccellenza e ci invita a scoprire ciò che l’interpretazione dei tempi ha trasmesso in merito a quanto testé scritto. Dalla comparsa passiva della presenza femminile sulle tele di maestri di varie epoche, sino a quella attiva di artiste che hanno saputo trasmettere il proprio messaggio anche identitario fortunoso o sventurato, tramite le opere di loro fattura. Amata, idolatrata come una venere detentrice di bellezza, come una dea dalla prosperosa fertilità procreatrice; dall’essenza spirituale a quella sensuale e ammaliatrice, dolcezza e tentazione, virtuosità e generosità, altruismo e solidarietà, protezione e apprensione (…) spinta e motore del mondo. Ricolme ne sono le Pinacoteche del soggetto femminile immortalato sulla tela o le Gliptoteche che la rappresentano come l’esponente più saggio o sensuale del Corteo Olimpico, successivamente tramandato al repertorio cristiano come la Vergine, Madre di Cristo, e come la figura più emblematica della santità o ancora come una nobildonna distinta o come semplice popolana umile e dignitosa.

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La storia dell’arte ci ha sempre raccontato l’universo femminile quale massima ispirazione per l’artista, sin dai tempi più remoti trasmettendoci l’interpretazione e il ruolo che la donna ha assunto attraverso i secoli. La funzione sociale dell’arte, oggi più che mai, non tradisce la sua missione divulgativa di realizzare opere di qualsivoglia tecnica puntualmente deputate a modalità di reportage iconografico piuttosto che testuale cronacistico a informare e siglare ciò che il mondo vive e respira.

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Quanti aggettivi potrebbero definire la donna che già non abbia fatto il repertorio di storia dell’arte di tutte le culture dai secoli ad oggi? Non sono di parte. Ma non posso fare a meno di considerare alcuni terrificanti aspetti del grave plagio e delitto che affligge la nostra società civile occidentale e orientale ancora nel millennio della velocità telematica, in cui tutto è alla velocità della luce come un crimine all’intera umanità?! Se infatti sono proprio i media a informarci dei disastri perpetrati in oriente a donne e bambini, nella esecuzione di una fanatica e rigida intolleranza e sottomissione a una fede, creata dalla cecità stessa dell’uomo, di una squallida inenarrabile, indescrivibile “comunità” che non ha sviluppato nessun criterio o regola, che possa apparire con l’appellativo di società, per non parlare dell’attribuito di civile, quale è quella talebana; può ancora insistere una comunità sulla terra che non considera la donna come semplicemente Essere? Figurarsi riconoscerle un ruolo!

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Nasconderla totalmente da un mantello e dal cosiddetto burqa a volere mortificarne il corpo e qualsiasi fattezza materiale ed espressiva di un volto, interamente oscurato, significa negarne infatti la sua stessa esistenza. Ma è altresì palese che negare l’esistenza della donna significa negare l’esistenza stessa dell’uomo. Questi individui si rendono conto nella loro utopica schizofrenia criminale che senza una donna nessun “essere” nefando come loro sarebbe mai venuto al mondo anche per esercitare un tale crimine? D’altro canto e parallelamente a questa sorta di genocidio aberrante, si consuma in occidente, anche se con effetto stillicidio, un perpetuo e altrettanto vergognoso crimine di negazione assoluta della sua esistenza mediante il  femminicidio con cadenza quasi mensile operato da quella che invece definiamo società civile. È la stessa società civile che consuma e abusa in modo altrettanto spietato l’efferatezza di questi crimini attraverso il mezzo dei media che li diffonde, mediante dei veri format con tanto di indagini e ricostruzioni, dando in pasto al pubblico un “cinema del terrore” con tanto di ospiti opinionisti che dicono “la loro” nell’accrescimento di uno spettacolo dell’orrore. 

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I motivi, spesso deputati alla sfrenata voglia egoistica di una forma malata di possesso da parte del maschio, non possono esistere, è più facile parlare di cause, che tra le altre sono di estrema decadenza antropologica e intellettuale di una società priva di qualsiasi forma di pietas e etica cristiana. Tale società è basata sul consumismo sfrenato, non in evoluzione, ma appare immobile e congelata nella sterilità dei valori e nell’accrescimento di una banale apparenza fisica, superficiale, così come gli stessi interpreti (artisti) del nostro tempo ci comunicano attraverso le loro opere, vanno a sostituire la Grande bellezza della natura, dell’anima e del cuore, ricordandoci che la società si avvia verso un completo e assoluto declino.

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Siracusa, 14 novembre 2021

 

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* Storico e critico d’arte. Già segnalatrice critica del Catalogo dell’arte moderna (C.A.M.) Editoriale Giorgio Mondadori – Cairo

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per l’approfondimento del tema rimando all’opera di Ariel S. Levi di Gualdo L’Aspirina dell’Islam moderato

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