Quando un tragico pontificato finisce in satira: il Romano Pontefice ospite al talk show della Sinistra fricchettona di Fabio Fazio che per anni ha preso per il culo la dottrina e la morale cattolica tramite il braccio armato di Luciana Littizzetto

— Attualità —

QUANDO UN TRAGICO PONTIFICATO FINISCE IN SATIRA: IL ROMANO PONTEFICE OSPITE AL TALK SHOW DELLA SINISTRA FRICCHETTONA DI FABIO FAZIO CHE PER ANNI HA PRESO PER IL CULO LA DOTTRINA E LA MORALE CATTOLICA TRAMITE IL BRACCIO ARMATO DI LUCIANA LITTIZZETTO

Come si può andare, o come si può essere presenti anche e solo con un collegamento esterno di pochi minuti non sappiamo infatti se sarà in studio o se sarà collegato in un salotto nel quale la velenosa Luciana Littizzetto tira da anni merda a palate sulla Chiesa Cattolica e sul clero, irridendo a ogni piè sospinto la dottrina, la morale cattolica e la pastorale dei Vescovi italiani?

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Mi rivolgerò al Santo Padre Francesco chiamandolo Jorge Mario Bergoglio per una logica tutta ecclesiologica che è bene spiegare. Nei miei scritti e discorsi, nelle mie omelie e conferenze mi sono rivolto sempre al Successore del Beato Apostolo Pietro chiamandolo: Sommo Pontefice, Romano Pontefice, oppure Santo Padre, perché tale al momento è Francesco I nella pienezza della sua legittima e indiscutibile autorità apostolica. E lo è per quella grazia di Dio, spesso intellegibile ai nostri occhi di cattolici che abbiamo vissuto molti momenti di questo pontificato come una autentica disgrazia. Occorreranno molti anni, forse decenni per riuscire a leggere e poi comprendere in che modo Dio ci ha colmato di grazia attraverso questo pontificato infelice e triste, specialmente oggi nei suoi ultimi e disperati colpi di coda. Spesso, nel corso della storia, la misericordia di Dio ha elargito le migliori grazie proprio attraverso delle disgrazie. Un esempio: dopo la grande pestilenza del 1348, indicata dagli storici come morte nera o grande peste nera, giunta in Europa dalla Cina ― tanto per cambiare! ― che sterminò metà della popolazione del nostro Continente, prese vita un secolo dopo la grande stagione del Rinascimento.

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Se quindi dico Jorge Mario Bergoglio è perché intendo operare una netta distinzione tra l’uomo e l’ufficio di Romano Pontefice, perfettamente consapevole che l’ufficio è conferito all’uomo e che nell’uomo che ne è rivestito sussiste la pienezza del ministero petrino. Cosa questa di cui noi presbiteri e teologi siamo consapevoli, ben sapendo che Simone figlio di Giona (cf. Mt 15, 17) cessò di essere tale per divenire Pietro, la pietra deposta sulla pietra angolare che è Cristo (cf. At 4, 11; Ef 2, 20) sulla quale il Verbo di Dio incarnato ha edificato la sua Chiesa (cf. Mt 16, 18-19).

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Se l’uomo Jorge Mario Bergoglio fosse anche uno tra i peggiori, o persino il peggiore pontefice dell’intera storia del Papato, tutti noi presbiteri e fedeli dobbiamo a lui devoto rispetto e filiale obbedienza, sempre e a prescindere. Degno o indegno che sia egli è il legittimo successore del Beato Apostolo Pietro, che ricevette il proprio mandato da Cristo in persona, trasferendolo a tutti i suoi Successori, di cui il Pontefice regnante è detentore in legittima linea di successione apostolica. Il Romano Pontefice, quando si esprime in materia di dottrina e di fede, gode di una speciale assistenza dello Spirito Santo al punto da pronunciarsi infallibilmente. Quando però agisce come uomo o come dottore privato può compiere azioni o lasciarsi andare a quelle espressioni inopportune, infelici e fuorvianti alle quali Jorge Mario Bergoglio ci ha ormai abituati da nove anni a questa parte. In tal caso è soggetto come tutti a critiche e rimproveri, perché né certi suoi ripetuti zibaldoni pronunciati in aereo ad alta quota né le sue infelici chiacchierate con Eugenio Scalfari possono essere per noi elementi di sommo magistero, tanto meno vincolante. Come infatti ebbe a dire a suo tempo il Santo vescovo e dottore della Chiesa Ambrogio di Milano:

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«Dite al Vescovo di Roma che dopo Gesù Cristo per noi viene lui, che noi lo veneriamo e rispettiamo, ma ditegli anche che la testa che Dio ci ha dato non intendiamo usarla soltanto per metterci un cappello sopra».

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Dopo questo chiarimento passiamo al cuore del problema: alla prova provata dei fatti il Pontefice regnante non ha mai cessato di essere Jorge Mario Bergoglio per diventare Pietro, ossia Francesco, come lui ha scelto di chiamarsi. Ostinato e imperterrito ha proseguito a essere Jorge Mario Bergoglio, un gesuita a monte mal formato sul piano teologico ed ecclesiologico tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta, palesemente sprezzante la romanità e incapace di comprendere che essa è sinonimo di universalità cattolica, infine sbarcato a Roma con tutti i peggiori pregiudizi anti-romani fomentati dai tedeschi in quell’America Latina da loro usata come incubatrice di tutte le peggiori derive teologiche ed ecclesiologiche. E così, per la prima volta, ci siamo ritrovati sulla Cattedra di Pietro un uomo intriso di sprezzo verso Roma e la romana universalità cattolica. E chi questo lo nega, o mente, o vive fuori dalla realtà, o più semplicemente rifiuta la realtà pur di non fare i conti con l’orrido vero di leopardiana memoria.

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Anni fa spiegai che l’uomo Jorge Mario Bergoglio non poteva essere definito neppure un provinciale, bensì un quartierale. L’analisi è contenuta in un mio articolo del 2017 al quale vi rimando e in cui spiego che il «quartieralismo» ― termine inesistente sul vocabolario perché coniato da me ― «è peggio del provincialismo, perché il quartierale è una persona legata a livello psico-sociale al quartiere di un preciso contesto cittadino o metropolitano». E adesso provate a immaginare un quartierale seduto sulla cattedra dalla quale Pietro deve governare la Chiesa universale, non certo giocare all’eccentrico egocentrico in un quartiere di Buenos Aires.

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L’uomo Jorge Mario Bergoglio si è manifestato da subito ammalato di originalità, anche in modo parecchio grave. Il tutto rientra nel suo impianto caratteriale, perché così è da sempre, strutturalmente. Lui deve fare l’opposto o l’esatto contrario di ciò che hanno fatto tutti gli altri suoi Predecessori, sino a mostrare, forse in modo del tutto inconsapevole, di non avere neppure la percezione della dignità di cui è stato rivestito. Dignità che peraltro non gli appartiene, ma che gli è stata data solamente in comodato d’uso e della quale dovrà seriamente e gravemente rispondere a Dio secondo il terribile monito di Gesù Cristo:

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«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12, 48).

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Parlando per il peccatore che sono, quindi come persona soggetta a cadere e ricadere nel peccato, confesso pubblicamente, soprattutto a voi silenti Vescovi e Cardinali, che non vorrei essere al posto dell’uomo Jorge Mario Bergoglio, perché stando a quanto riportano le Sacre Scritture, da Cristo rischia di sentirsi dire: “Io non ti avevo affidato il potere delle chiavi del regno dei cieli affinché «tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16, 19), perché tu trascinassi la mia Chiesa in un teatrino del ridicolo tra le risa dei giocolieri, dei nani e delle ballerine del circo equestre”. Neppure vorrei essere al posto dei silenti Vescovi e Cardinali, che dinanzi alla Santa Sposa di Cristo esposta alla vergogna del ridicolo, non trovano di meglio da fare che cimentarsi in quel peccato che tra di loro pare andare per la maggiore: il peccato di omissione, unito al distruttivo cinismo di coloro che con accidia restano in attesa che il vento cambi, senza dover muovere un dito, senza prendere alcuna iniziativa, senza assumersi una sola responsabilità, salvo saltare con scatto da atleti professionisti sul carretto del prossimo condottiero.

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Sono due giorni che sto ricevendo telefonate da confratelli sparsi per le diocesi di tutta Italia, sconvolti e smarriti dopo avere appreso la notizia che Sua Santità sarà ospite domenica sera a Che Tempo Fa il noto talk show condotto dal sinistrissimo Fabio Fazio, che incarna il più fazioso politicamente corretto della sinistra radical chic, quella dei fricchettoni con i super-attici ai Parioli e le ville a Capalbio, altro che i poveri, i migranti, le periferie esistenziali e i vari cavalli di battaglia dell’uomo Jorge Mario Bergoglio al quale questi sinistri plaudono da sempre a ogni picconata da lui inferta alla dignità e alla credibilità della Chiesa. E io che svolgo il ministero di confessore e di direttore spirituale principalmente con i sacerdoti, ho modo di tastare molto bene il polso del disagio, soprattutto della sofferenza, perché come più volte ho spiegato e come adesso torno a ripetere: in quella che Jorge Mario Bergoglio ha definito come «La Chiesa ospedale da campo», nel pronto soccorso ad accogliere i feriti ci siamo noi, non c’è lui, né i ruffiani impegnati ad adularlo nella sua corte dei miracoli fatta di poveri ideologici e di migranti onirici, frutto della sua nevrosi ossessivo-compulsiva. E sempre più di frequente, le croci rosse che arrivano a sirene spiegate nel reale pronto soccorso della nostra altrettanto reale Chiesa ospedale da campo, da sopra le barelle ci scaricano preti e fedeli a pezzi, dinanzi ai quali viene spesso da dire: e adesso, da che parte cominciare, per cucire i pezzi e chiudere le ferite?

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Come si può andare, o come si può essere presenti anche e solo con un collegamento esterno di pochi minuti ― non sappiamo infatti se sarà in studio o se sarà collegato ― in un salotto nel quale la velenosa Luciana Littizzetto tira da anni merda a palate sulla Chiesa Cattolica e sul clero, irridendo a ogni piè sospinto la dottrina, la morale cattolica e la pastorale dei Vescovi italiani? Come si può … come si può … questa la domanda a me rivolta in questi giorni da sacerdoti che mi hanno contattato da tutti Italia: come può il Sommo Pontefice cadere così in basso e quindi trascinarci tutti quanti in basso?

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A tutti questi confratelli ho risposto in vario modo, per esempio esprimendo che come presbiteri eravamo pronti, all’occorrenza, anche alle persecuzioni anti-cattoliche, anche a morire martiri per la fede, perché il nostro sacro ministero può comportare anche queste possibilità, a loro modo impresse nel nostro stesso DNA di preti. Certo, nessuno di noi era preparato a morire nel ridicolo, grazie a un Sommo Pontefice che ha deciso di mettersi a fare il giullare alla sinistra corte di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto.

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Di calo in calo di popolarità nel quale da tempo è sprofondato questo pontificato, amato da tutto ciò che non è cattolico ma sofferto a lacrime di sangue da devoti sacerdoti e fedeli, che cosa ci riserverà in futuro l’originale ed eccentrico quartierale Jorge Mario Bergoglio? Dall’ottico a comprarsi gli occhiali c’è già stato, al negozio di articoli musicali per comprarsi un disco c’è andato di recente. Inutile a dirsi, anche se è bene ripeterlo: il tutto con tanta e tale casuale spontaneità al punto da essere seguito dal fotografo personale e atteso sul posto da altrettanti fotografi. E domani, che cosa farà, per far salire l’auditel? Si farà riprendere dalle televisioni internazionali mentre spazza con la ramazza il sagrato della Papale Arcibasilica di San Pietro, o mentre lava i piatti nella cucina della Domus Sanctae Marthae cantando «Una mattina, mi son svegliato, o bella ciao, bella ciao …»? Oppure chissà, dopo il dottrinalmente confuso ed eterodosso Vescovo Tonino Bello, farà proclamare anche le eroiche virtù super vitavirtutibus et fama sanctitatis di Ernesto Guevara detto el Che? Perché da Jorge Mario Bergoglio, qualora non lo aveste capito, o miei Eccellenti Vescovi ed Eminenti Signori Cardinali, al presente c’è da aspettarsi di tutto, specie a 85 anni d’età. Forse per la prima volta, nella storia della Chiesa, abbiamo un Sommo Pontefice equiparabile in tutto e per tutto a una mina vagante imprevedibile e incontrollabile.

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In questo mio articolo ho fatto quel doloroso lavoro sporco che non hanno il coraggio di fare certi membri della Curia Romana e dell’episcopato italiano, data la drammatica e serpeggiante carenza di virili attributi. Certo, lo sappiamo perfettamente che nel corso della storia abbiamo avuto Sommi Pontefici martiri, Sommi Pontefici santi, Sommi Pontefici politicanti, Sommi Pontefici simoniaci, Sommi Pontefici libertini, Sommi Pontefici teologi, Sommi Pontefici che conoscevano poco e male la dottrina cattolica … ne abbiamo avuti di ogni genere e di ogni sorta, ma tutti quanti legittimi successori del Beato Apostolo Pietro, sino a Francesco I incluso. Nella bimillenaria raccolta mancava solo il Sommo Pontefice giullare alla corte della sinistra politicamente corretta di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto. Adesso avremo anche quello, mentre ci sono di amara consolazione le parole del Venerabile Vescovo Fulton Sheen:

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«Quando Dio vuole castigare l’umanità non dona il Papa di cui ha bisogno, ma lascia alla Chiesa il Papa che si merita» (cf. The priest is not his own, 1963).

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Concludo chiarendo che San Bernardo di Chiaravalle e Santa Caterina da Siena avrebbero usato toni molto più severi dei miei. Certo, qualche clericale velenoso potrebbe replicare che loro erano dei Santi dottori della Chiesa, mentre io no. È vero, ma in tal caso sarebbe bene ricordare che quando San Bernardo scriveva a Eugenio III queste parole:

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«Puoi mostrarmene uno soltanto che abbia salutato la tua elezione senza aver ricevuto denaro o senza la speranza di riceverne? E quanto più si sono professati tuoi servitori, tanto più vogliono spadroneggiare all’interno della Chiesa» (Trattato buono per ogni Papa, redatto per Eugenio III, al secolo Bernardo de’ Paganelli)

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o quando Santa Caterina da Siena, al Sommo Pontefice Gregorio XI che la invitò a visitarlo in Francia rispose scrivendo di non avere bisogno di visitare la Corte Papale di Avignone, perché la sua puzza aveva ormai raggiunto anche la sua città, ebbene: né l’uno né l’altra erano stati ancora proclamati Santi, meno che mai dottori della Chiesa. E con questo ho detto tutto, a certi velenosi clericali suscettibili pronti a cercare la pagliuzza nell’occhio mio pur di non vedere la trave che Jorge Mario Bergoglio porta conficcata nell’occhio proprio (cf. Lc 6, 41), a rischio, temo sempre più serio, della salute eterna della sua anima:

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«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12, 48).

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dall’Isola di Patmos, 4 febbraio 2022

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La delicatezza dell’antico scorpione: un lodevole commento ironico de L’Osservatore Romano sul Festival di Sanremo

— Attualità —

LA DELICATEZZA DELL’ANTICO SCORPIONE: UN LODEVOLE COMMENTO IRONICO DE L’OSSERVATORE ROMANO SUL FESTIVAL DI SANREMO

Un ironico insegnamento sulla trasgressione offerto dall’organo ufficiale della Santa Sede a dei piccoli principianti che tentano senza esito di trasgredire …

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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Fonte: L’Osservatore Romano

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Una nota precisa e decisa del Vescovo di San Remo-Ventimiglia sul Festival della Canzone ridotto ormai a una manifestazione porcina

— Attualità —

UNA NOTA PRECISA E DECISA DEL VESCOVO DI VENTIMIGLIA-SAN REMO SUL FESTIVAL DELLA CANZONE RIDOTTO ORMAI A UN EVENTO PORCINO

«La penosa esibizione del primo cantante ancora una volta ha deriso e profanato i segni sacri della fede cattolica evocando il gesto del Battesimo in un contesto insulso e dissacrante».

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Autore
Redazione de
L’Isola di Patmos

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S.E. Mons. Antonio Suetta, Vescovo di Ventimiglia-San Remo

S.E. Mons. Antonio Suetta interviene oggi sul Festival della Canzone ridotto ormai a un evento porcino. Ci limitiamo a introdurre il testo del Vescovo di Ventimiglia – San Remo con un quesito: se un comico avesse fatto una satira sul mondo LGBT, cosa sarebbe accaduto dal giorno successivo a seguire? Perché questi pseudo-artisti non fanno delle provocazioni, per esempio sul fondatore dell’Islam Maometto rappresentato in pose ambigue con un cammello? Sarebbe esilarante, come esilaranti sarebbero i colpi di Kalashnikov che la sera dopo colpirebbero con una mira perfetta il Teatro Ariston …        .

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Una triste apertura del Festival della Canzone Italiana 2022 ha purtroppo confermato la brutta piega, che, ormai da tempo, ha preso questo evento canoro e, in generale, il mondo dello spettacolo, servizio pubblico compreso.

La penosa esibizione del primo cantante ancora una volta ha deriso e profanato i segni sacri della fede cattolica evocando il gesto del Battesimo in un contesto insulso e dissacrante.

Il brano presentato, già nel titolo – Domenica – e nel contesto di un coro gospel, alludeva al giorno del Signore, celebrato dai cristiani come giorno della fede e della risurrezione, collocandolo in un ambiente di parole, di atteggiamento e di gesti, non soltanto offensivi per la religione, ma prima ancora per la dignità dell’uomo.

Non stupisce peraltro che la drammatica povertà artistica ricorra costantemente a mezzi di fortuna per far parlare del personaggio e della manifestazione nel suo complesso.

Indeciso se intervenire o meno, dapprima ho pensato che fosse conveniente non dare ulteriore evidenza a tanto indecoroso scempio, ma poi ho ritenuto che sia più necessario dare voce a tante persone credenti, umili e buone, offese nei valori più cari per protestare contro attacchi continui e ignobili alla fede; ho ritenuto doveroso denunciare ancora una volta come il servizio pubblico non possa e non debba permettere situazioni del genere, sperando ancora che, a livello istituzionale, qualcuno intervenga; ho ritenuto affermare con chiarezza che non ci si può dichiarare cattolici credenti e poi avallare ed organizzare simili esibizioni; ho ritenuto infine che sia importante e urgente arginare la grave deriva educativa che minaccia soprattutto i più giovani con l’ostentazione di modelli inadeguati.

Sono consapevole che la mia contestazione troverà scarsa eco nel mondo mediatico dominato dal pensiero unico, ma sono ancora più certo che raggiungerà cuori puliti e coraggiosi, capaci di reagire nella quotidianità della vita ad aggressioni così dilaganti e velenose. Soprattutto sono convinto di dover compiere il mio dovere di pastore affinché il popolo cristiano, affidato anche alla mia cura, non patisca scandalo da un silenzio interpretato come indifferenza o, peggio ancora, acquiescenza.

Vero è, come dice il proverbio, che raglio d’asino non sale al cielo, ma stimo opportuno sollecitare le coscienze ad una seria riflessione e i credenti al dovere della riparazione nella preghiera, nella buona testimonianza della vita e nella coraggiosa denuncia.

Sanremo, 2 febbraio 2022

    Antonio Suetta

Vescovo di Ventimiglia – San Remo

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Riflessioni sulla elezione del Presidente della Repubblica Italiana: dopo alcuni giorni di penoso teatro, alla fine hanno prevalso il rispetto e la responsabilità

Scuola, società, politica

RIFLESSIONI SULLA ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA: DOPO ALCUNI GIORNI DI PENOSO TEATRO, ALLA FINE HANNO PREVALSO IL RISPETTO E LA RESPONSABILITÀ

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So che saprete fare un’attenta analisi dell’accaduto e da essa ripartirete per cercare di ricucire quel rapporto con gli italiani che, dopo il teatrino di questi giorni, fanno fatica a riconoscersi in voi. Sappiate ripartire da qui e sappiate ritrovare in voi le ragioni del vostro impegno. Se non sarete in grado di ritrovarle, tornate a casa, perché gli italiani meritano il meglio. Meritano l’onestà.

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Autore
Anna Monia Alfieri, I.M.

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Il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella

Al termine di una settimana davvero impressionante per ciascuno di noi, durante la quale anche chi ha “la testa sulle spalle” si è sentito smarrito, penso a voi giovani in modo particolare. Forse anche voi siete disorientati, dispiaciuti, e pensate che, in fondo, serve a ben poco impegnarsi per la cosa pubblica. Io stessa ho vissuto un senso di profondo disorientamento, ma le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di ieri sera, così essenziali, lineari, senza alcuna rivendicazione, hanno comunicato una sensazione di armonia e di pace e forse ci hanno aiutati a recuperare certi elementi fondamentali.

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La reazione collettiva è stata positiva, cosi quella dell’Europa; non sono mancate le esultanze da cartellino giallo di alcuni politici che hanno cercato di ascriversi il successo e la salvezza del Paese, come non sono mancati i costituzionalisti improvvisati, ahimè! La non-conoscenza issata a sistema è intollerabile e nessuno pensi che i cittadini sono distratti, o che sono spettatori da prendere in giro, tanto dimenticano.

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Per riannodare i fili di una settimana delirante partiamo dalle parole del Presidente della Repubblica: «Rispetto» per le Istituzioni, «Responsabilità» per il Paese e i cittadini che avrà certamente percepito sconcertati e forse anche impressionati. Queste erano già state parole chiave nel modo di procedere del Presidente. Andiamo allora per ordine:

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  1. nel 2018 la difficoltà di comporre un Governo, non avendo vinto nessun partito in modo significativo le elezioni, gli era costata l’accusa di impeachment. Anche allora “rispetto” per le Istituzioni e senso di “responsabilità” verso i cittadini salvarono la situazione dal disastro. Viene varato prima il governo giallo verde poi giallo rosso;
  2. nel 2020 il covid come un cigno nero, mentre trascina il Paese in un baratro, rende evidente che occorre una Guida competente, credibile e coraggiosa. Sono ancora il «rispetto» e le «responsabilità» per le Istituzioni a tenere salda la democrazia e la credibilità all’esterno. Si arriva cosi ad un Governo di Unità Nazionale alla guida del Premier Draghi;
  3. nel 2021 si ha la riprova, con la bocciatura del Disegno di legge Zan in Parlamento, di quanto mancassero le due parole chiave, avendo lo stesso autore dichiarato nei giorni a seguire che quegli articoli così controversi potevano anche essere stralciati. Tempo perso e dichiarazione di incompetenza.

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In questi tre avvenimenti-simbolo si intravede quanto il rispetto e la responsabilità verso i cittadini siano fondamentali. Diversamente, ognuno di loro dovrebbe dire: «Io non ci sto», alla Scalfaro-maniera.

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una prima lezione ai sensi del diritto Italiano: il Presidente della Repubblica e le più alte cariche dello Stato nel diritto italiano sono figure che, nel momento in cui si instaurano, per il loro alto incarico, sono in una posizione al di sopra delle parti politiche. Invece, cosa è successo? Ecco, in sintesi l’accaduto:

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  1. Una parte, giovedì 27, accusa l’altra di comportarsi come bambini, ricorrendo all’astensione, tranne poi, per senso di rispetto verso le Istituzioni, fare altrettanto venerdì 28. Ma in che senso astensione per senso delle Istituzioni?
  2. E poi il circo del tocca a me e del tocca a te proporre i nomi. Ma scherziamo?

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Davanti a tutto questo è lecito pensare che non c’è nessuna frattura all’interno delle coalizioni, o presunte tali, nemmeno fra le parti avverse: c’era semplicemente il bisogno di conservare lo stipendio per altri sette mesi. Così, per dare una parvenza di credibilità, era necessario dimostrare che ci si stava provando, naturalmente a favor di telecamera, per parlare ai propri elettori. Pertanto, arrivando sino all’ottava seduta ― rigorosamente divenuta doppia il venerdì ― di modo che la domenica liberi tutti, l’allarme fosse chiaro: il Paese non tiene, siamo in tempi di crisi, il Presidente Mattarella non potrà sottrarsi, perché lui sì che ha rispetto e senso di responsabilità istituzionale. Infatti ecco che, con un enorme sacrificio, anche sotto il profilo umano e personale, il Presidente non si è tirato indietro e, ancora una volta, antepone il dovere a tutto.

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Nel discorso queste due parole sono davvero la chiave di lettura di questa farsa messa in piedi. E ora che si fa? Si va avanti, non potendo non ringraziare il Presidente Sergio Mattarella per aver nuovamente salvato il Paese dall’irresponsabilità, il Premier Draghi che ha dimostrato di essere un nonno al servizio del Paese. Due figure di alto calibro che però impongono alla classe politica una inversione a “U”.

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Detto questo vorrei congedarmi con una nota positiva e un insegnamento che mi dà tanto conforto. Nei momenti più drammatici della vita, occorre guardare al positivo che sempre si trova in ogni situazione: se non altro, sicuramente la consapevolezza della difficoltà è cosa sana. Il 28 gennaio 2022, per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana e democratica è stata proposta la candidatura di una donna alla presidenza della Repubblica e votata da oltre 380 Grandi Elettori (più di 400 astenuti).  Evidentemente il Paese ha espresso una sana maturità, nella linea della elezione della Onorevole Maria Elisabetta Alberti Casellati, quattro anni fa, alla Presidenza del Senato. Sicuramente questa candidatura è un buon messaggio per le giovani generazioni.

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Al di là di ogni considerazione partitica ― il ruolo di Alberti Casellati è super partes e tale resterà in ogni caso ― come si rileva l’apertura intelligente, così sono evidenti le gelosie e le ripicche interne che hanno miseramente prevalso, impedendo chiaramente la valorizzazione di una collega … Parafrasando: «Mulier mulieri lupa». Nonostante tutto, occorre andare avanti con coraggio. Nulla è perso di quanto avviene per un bene che ci supera.

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Un sincero ringraziamento, allora, va alla Presidente Alberti Casellati che ha accettato di prestare la propria figura super partes per offrirci la speranza che non è una questione di categorie ma di contenuti. Certamente tutta la vicenda ci ha permesso di misurarci con la fatica di molti uomini ad accogliere una donna leader, la reale difficoltà di molte donne a valorizzare le proprie colleghe. Battaglie di parità di genere in fondo nascondono una verità dolorosa che dobbiamo chiamare per nome: gli uomini e le donne sono più inclini a dare solidarietà e sostegno all’altro che si trova in una posizione di inferiorità ma sono ancora incapaci di valorizzarlo. Questo vale in politica come in tante realtà laiche ed ecclesiali, nemo profeta in patria, perché l’invidia uccide le risorse. Pertanto, dopo un primo momento di scoraggiamento, si guarda al positivo e si ringraziano queste tre persone che hanno ancora una volta salvato il Paese, dato a ciascuno di noi elementi per sperare che il bene vince. Io stessa, tutte le volte che nel fare il bene mi sentirò scoraggiata, delegittimata, attaccata e vorrei dire: “Arrangiatevi”, penserò a queste persone che hanno davvero restituito dignità a due parole importanti «rispetto» e «responsabilità». Chi vive mosso da questi valori non potrà mai tradirli anche se l’altro non lo merita perché il bene non è mai una reazione ma una azione, una scelta consapevole. Forse questo consente ai più di vivere da irresponsabili.

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Con Sergio Mattarella la storia del Quirinale prosegue il suo cammino glorioso, sulla scia del passato: il senso delle Istituzioni, la preparazione del Presidente hanno scongiurato il collasso nel nostro recente passato. In tutto questo vedo, con Padre Cristoforo, un «filo della Provvidenza» (I promessi sposi, cap. IV). Ma la Provvidenza non basta, o meglio, la Provvidenza ha bisogno di noi, degli uomini e delle donne che liberamente scelgono di compiere il loro dovere: «Siamo servi inutili, abbiamo fatto quello che dovevamo fare» (Lc 17, 10). Molto di più questa frase ha valore per coloro che dicono di porsi al servizio dei cittadini tramite la cosa pubblica. Uomini e donne della politica: lo sapete, ho grande fiducia in voi. Ma, ammetto, che oggi questa mia fiducia è messa a dura prova. So, d’altra parte, che saprete fare un’attenta analisi dell’accaduto e da essa ripartirete per cercare di ricucire quel rapporto con gli italiani che, dopo il teatrino di questi giorni, fanno fatica a riconoscersi in voi. Sappiate ripartire da qui e sappiate ritrovare in voi le ragioni del vostro impegno. Se non sarete in grado di ritrovarle, tornate a casa, perché gli italiani meritano il meglio. Meritano l’onestà. Oggi meritano Sergio Mattarella e Mario Draghi, come in passato hanno meritato Aldo Moro, Amintore Fanfani ed Enrico Berlinguer. Questi nomi sono scritti nel loro cuore, gli altri sono stati cancellati.

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Milano, 31 gennaio 2022

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Il sito della rivista L’Isola di Patmos riapre oggi rinnovato e con una bella notizia: Jorge Facio Lince, Presidente delle nostre Edizioni, è cittadino italiano

— Attualità —

IL SITO DELLA RIVISTA L’ISOLA DI PATMOS RIAPRE OGGI  RINNOVATO E CON UNA BELLA NOTIZIA: JORGE FACIO LINCE, PRESIDENTE DELLE NOSTRE EDIZIONI, È CITTADINO ITALIANO

Senza la vicinanza e la preziosa collaborazione di questo giovane uomo dotato di grandi qualità umane, morali, spirituali e speculative, i Padri de L’Isola di Patmos non sarebbero mai riusciti a realizzare ciò che assieme hanno realizzato nel corso di questi anni.

 

Autore
I Padri de L’Isola di Patmos

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Cari Lettori,

25 gennaio 2022, Jorge Facio Lince, presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos, firma negli uffici della Prefettura la notifica del Decreto del Presidente della Repubblica di conferimento della cittadinanza italiana

I Padri ringraziano la webmaster Manuela Luzzardi che dopo diverse settimane di lavoro ha rinnovato il sito di questa rivista aperta il 20 ottobre 2014. Dal 1° gennaio 2017 al 30 dicembre 2021 L’Isola di Patmos ha superato i 100 milioni di visite. La nostra media è pari a 20 milioni di visite all’anno per un flusso di circa 60.000 visite al giorno. Nel novembre 2018 sono nate le omonime Edizioni L’Isola di Patmos, fondate da Ariel S. Levi di Gualdo e dirette da Jorge Facio Lince. Dietro ai risultati editoriali della nostra opera c’è anche il suo ingegno creativo, il suo impegno e il suo grande lavoro.

 

Il Dott. Jorge Facio Lince, nato a Medellin Antioquia (30.10.1983) da famiglia paterna di origine italiana e famiglia materna di origine spagnola, è un consacrato laico allievo del Padre Ariel S. Levi di Gualdo, che conobbe a Roma nel 2008 e col quale vive e collabora assieme dal maggio 2011. Dopo l’equipollente liceo classico svolto nella scuola cattolica dell’Arcidiocesi di Medellin conseguì in Spagna il master in letteratura classica all’Università di Salamanca, la laurea in filosofia a Roma con specializzazione nella metafisica di San Tommaso d’Aquino e la laurea in teologia alla Pontificia Università Lateranense. Raffinato e colto filosofo, teologo di profonda e solida dottrina, è anche studioso ed esperto in materie storico-artistiche per le quali offre da anni il suo contributo alle attività della storica dell’arte Licia Oddo, allieva e collaboratrice del critico d’arte Paolo Levi, con la quale ha curato diversi cataloghi d’arte per le Edizioni Mondadori.  

 

Senza la preziosa collaborazione di questo giovane uomo dotato di grandi qualità umane, morali, spirituali e speculative, i Padri de L’Isola di Patmos non sarebbero mai riusciti a realizzare ciò che assieme hanno realizzato nel corso di questi anni.

 

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Vi rendiamo partecipi che il 25 gennaio Jorge è stato convocato in Prefettura dove gli hanno notificato il decreto del Presidente della Repubblica di conferimento della cittadinanza italiana. Il 15 febbraio presterà il giuramento di rito, accompagnato da tutti noi.

 

A Jorge esprimiamo gratitudine profonda per il grande lavoro svolto nel corso di questi anni, felici e onorati di avere acquisito un concittadino come lui, del quale conosciamo bene e a fondo le pregevoli qualità.

dall’Isola di Patmos, 31 gennaio 2021.

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32),
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte cliccando sotto sul logo del sicuro sistema Paypal:









oppure potete usare il nostro conto corrente bancario:

Filiale n. 59 di Roma intestato a Edizioni L’Isola di Patmos

IBAN IT74R0503403259000000301118

CODICE SWIFT:  BAPPIT21D21

in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ].

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L’Isola di Patmos chiuderà alcuni giorni per offrire a breve una sorpresa, sperando anche nell’aiuto dei nostri Lettori

 

L’ISOLA DI PATMOS CHIUDERÀ ALCUNI GIORNI PER OFFRIRE A BREVE UNA SORPRESA, SPERANDO ANCHE NEL PREZIOSO AIUTO DEI NOSTRI LETTORI

Negli ultimi cinque anni (2017-2021), abbiamo superato i 100 milioni di visite, equivalenti a 20 milioni di visite all’anno, 1.700.000 visite al mese, 60.000 visite al giorno. Mai ci saremmo aspettati simili risultati quando il 20 ottobre 2014 entrammo in rete con questa nostra rivista.

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Autore
I Padri de L’Isola di Patmos

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Cari Lettori,

La webmaster Manuela Luzzardi, detta “la madre” de L’Isola di Patmos, creatrice e curatrice del sito della nostra rivista e progettatrice del nuovo sito presto on-line

L’Isola di Patmos è entrata nel suo IX° anno di attività, da quando il 20 ottobre 2014 il sito di questa nostra rivista entrò in rete. Un’idea nata da Ariel S. Levi di Gualdo e realizzata assieme ad Antonio Livi (1938-2020) e Giovanni Cavalcoli, tutt’oggi membro del comitato scientifico delle nostre edizioni.

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Il tutto è stato possibile grazie al cosiddetto obolo della povera vedova [cfr. Lc 12, 41-44], perché la nostra Associazione costituita a fini culturali-religiosi si finanzia solo con le offerte dei Lettori e procede grazie all’impegno del presidente delle edizioni Jorge Facio Lince, della nostra webmaster Manuela Luzzardi che cura anche tutta la grafica delle copertine e dei libri, del nostro prezioso correttore editoriale di bozze Ettore Ripamonti, per seguire con la cura della promozione libraria curata da Licia Oddo, oltre a noi Padri che svolgiamo la nostra attività pubblicistica di redattori e scrittori.

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Mai avremmo immaginato il successo che abbiamo riscosso. Non tardammo ad accorgercene quando tra la fine del 2015 e gli inizi del 2016 cominciammo ad avere problemi con il server che prese a bloccarsi a causa dell’alto numero di visite. Così, sempre grazie all’aiuto dei Lettori, riuscimmo ad affittare un server dedicato su una delle piattaforme americane tra le più sicure, ma anche costose (A2 Hosting Inc. Miami – Florida).

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alcuni titoli delle Edizioni l’Isola di Patmos pubblicati tra il 2019 e il 2021

Il 30 novembre 2018 presero vita le omonime Edizioni L’Isola di Patmos, che offrono a un pubblico di cosiddetta “nicchia” opere di alta qualità per contenuti, stampa e veste grafica.

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Negli ultimi cinque anni (2017-2021), abbiamo superato i 100 milioni di visite, equivalenti a 20 milioni di visite all’anno, 1.700.000 visite al mese, 60.000 visite al giorno.

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Dopo otto anni di attività era giunto il momento di rinnovare completamente il sito che ospita questa rivista, cosa che ha richiesto un grande impegno, soprattutto per le grandi memorie di archivio e i vari servizi e programmi di cui usufruiamo per il nostro lavoro.

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Solitamente chiediamo un contributo ai Lettori una volta all’anno, quando dobbiamo pagare il server dedicato e rinnovare i vari abbonamenti. Questa volta vi chiediamo un aiuto per sostenere le spese del nuovo sito della rivista. Sappiamo bene che tutti chiedono, anche l’ultimo dei blog amatoriali dedito al gossip o al complottismo fantascientifico domanda contributi. Però, chi intende donare o sostenere un’opera, anziché limitarsi a dire “… ma tutti chiedono”, saprà sicuramente valutare e distinguere chi “gioca” da chi invece lavora duramente come noi per diffondere la cultura della fede cattolica e la corretta informazione.

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Venerdì 28 gennaio questo sito risulterà oscurato e non raggiungibile per il tempo necessario a mettere in rete quello nuovo, all’incirca due o tre giorni. Nel mentre siamo certi e fiduciosi di ricevere nel corso di questi giorni le vostre libere offerte per sostenere questa spesa fatta per offrire ai nostri Lettori dei servizi di qualità sempre maggiore. Incluse le persone colpite da disabilità che non possono leggere, a disposizione delle quali abbiamo messo — oltre alla nostra versione stampabile — anche l’audio-lettura degli articoli. E tutto questo ha dei costi in danaro, come ben capite, oltre al nostro instancabile lavoro che è tutto quanto gratis et amor Dei.

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In fondo a questa pagina potete trovare il collegamento al comodo e sicuro sistema PayPal e il numero di conto corrente de L’Isola di Patmos presso la filiale n 59 di Roma della Banca Popolare di Milano (BPM).

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Contiamo veramente sulla vostra generosità. Quindi a presto vederci sul nuovo sito della rivista L’Isola di Patmos completamente rinnovato grazie al nostro lavoro e al vostro aiuto. 

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dall’Isola di Patmos, 21 gennaio 2021

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La morte della sessualità e della fede nei sedicenti cattolici da social media che odiano in nome di un “amore cristiano” fatto di Cristi androgini e Madonnine languide, di vajasse aggressive e violente

—  Attualità ecclesiale — 

LA MORTE DELLA SESSUALITÀ E DELLA FEDE NEI SEDICENTI CATTOLICI DA SOCIAL MEDIA CHE ODIANO IN NOME DI UN  “AMORE CRISTIANO” FATTO DI CRISTI ANDROGINI E MADONNNINE LANGUIDE, DI VAJASSE AGGRESSIVE E VIOLENTE 

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… e detto questo informai la pinzochera che il Verbo di Dio, vero Dio e vero uomo, aveva un sesso e una sessualità psico-fisica, proprio perché era Dio incarnato in un vero uomo. Questa la risposta testuale: «Lei è un blasfemo, una vergogna di prete, un figlio del Demonio, si converta … bestemmiatore!». Replicai: «Io sarò anche un bestemmiatore, però non riesco proprio a immaginare Nostro Signore Gesù Cristo che piscia acquasanta dalle orecchie perché privo di un attributo sconveniente come il sesso maschile che serve all’occorrenza, a livello puramente e naturalmente fisiologico, anche per orinare».

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PDF  articolo formato stampa 

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“La ghigliottina del tribunale dei social media“, copertina del libro dei Padri de L’Isola di Patmos sul tema della pandemia, realizzata dalla pittrice romana Anna Boschini (il libro è acquistabile QUI)

Questa nostra rivista è un luogo in cui si affrontano argomenti storici, filosofici e teologici che ci impegniamo a rendere accessibili anche al grande pubblico desideroso di approfondire i misteri della fede attraverso gli articoli di un gruppo di sacerdoti-teologi investiti dalla Santa Chiesa di Cristo del mandato a insegnare, santificare e guidare i Christi fideles. È il munus sacerdotale, o tria munera Ecclesiae: munus docendi, munus sanctificandi, munus gubernandi. Elementi affatto chiari in quella fogna tossica alla quale sono ridotti i social media, dove impazza un esercito di pinzochere che hanno confuso la fede con il terrorismo psicologico, il Verbo di Dio fatto uomo con un asessuato Gesù Cristo photoshoppato, la Vergine Maria con una Cassandra che annuncia catastrofi e fini imminenti del mondo. Ogni loro discorso è condito con salse rancide tirate fuori dal grande contenitore del neo-paganesimo di ritorno, se non peggio dal pelagianesimo più degenerato. Entrare in colloquio con queste persone, i cui profili social abbondano di Madonnine infilzate, è purtroppo tempo perso. Perché qualsiasi prete che osasse indicargli i loro errori in materia di dottrina e di fede, quindi la strada per un autentico cammino di vita cristiana, bene che vada si sentirà rispondere: «Si vergogni, lei non è degno di essere chiamato prete!». E benché l’abbia scritto e più volte spiegato, torno di nuovo a ripeterlo: oggi, noi preti e teologi, per assurdo che possa apparire siamo considerati guide religiose e studiosi di scienze sacre — e come tali anche rispettati — da ultra laicisti e non credenti, che ovviamente hanno tutt’altro sentire e stile di vita, mentre per ogni minimo nonnulla siamo aggrediti in malo modo e pubblicamente offesi da laici cattolici, o sedicenti tali, che ritengono di essere vessilli della vera, pura e autentica Cristianità. Questi i fatti che mi portano a dire quanta ragione avesse all’epoca il Professor Enrico Medi, affermando agli inizi degli anni Settanta di non essere tanto spaventato per l’inquinamento atmosferico, per la bomba atomica o il pericolo di nuove eventuali guerre, ma di esserlo invece per la follia collettiva verso la quale l’umanità stava precipitando. E di questa follia, oggi, i social media sono modello e paradigma.

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In questa giungla senza regole, dove con una identità di fantasia si può aggredire e insultare chicchessia nel peggiore dei modi, alcune anime ammantate di pudore mi hanno accusato di fare frequenti riferimenti indiretti, o a volte diretti, alla sessualità umana, dichiarandosi autentici cattolici scandalizzati da certe battute fatte da un prete. Ebbene vi dirò che da tempo mi sono convinto che questo genere di persone sono coloro che hanno dato spunti alla compianta Anna Marchesini, perché è probabile che si sia ispirata proprio a loro, quando faceva i suoi esilaranti sketch comici nel ruolo di Merope Generosa, medico specialista in sessuologia.

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Questi non meglio precisati cattolici da social media sono caratterizzati da tre elementi tutti in radicale contrasto con la fede: la sessuofobia, il catastrofismo pessimista, l’odio che si nutre di odio e che cerca dei feticci come valvola di sfogo.

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Partiamo dal primo elemento: sessuofobici, perché tendono anzitutto a identificare nella sessualità umana il centro del peccato, o per meglio dire il peccato dei peccati. Se osi correggerli e ricordar loro che il peccato originale non prende vita perché Adamo ed Eva commisero un peccato di lussuria ma di superbia — che tra i sette peccati capitali è il più grave in assoluto, tanto da essere posta al primo posto come regina e auriga trainante di tutti i peccati capitali —, la loro reazione sarà questa: «Eretico modernista schiavo delle perversioni del mondo!». Ma che cosa vuol dire per loro modernista? Soprattutto, che cosa ne sanno di questo movimento di pensiero condannato dal Santo Pontefice Pio X con l’Enciclica Pascendi Dominici Gregis? Niente ne sanno, si tratta solo di una parola con la quale cercano di aggredire e tacitare gli interlocutori ignorando in che modo e perché questa corrente di pensiero nacque e si sviluppò all’interno della Chiesa, non ultimo anche a causa di una chiusura e di un rigore che aveva a tratti dell’ossessivo. Proprio come quelli che non avendo argomenti cercano di tacitare l’interlocutore urlandogli “fascista!” o “comunista!”, salvo però non essere in grado di spiegare come prendono vita e si sviluppano queste due diverse correnti socio-politiche. Oppure come quando una tale che voleva darsi un certo tono pubblicò la fotografia della collezione di uno stilista affermando: «È una collezione di abiti di ispirazione metafisica». Le domandai: «Scusi, mi spiega che cos’è la metafisica?». Pochi secondi dopo giunse in risposta una carrettata di insulti, semplicemente perché ponendole quella domanda “innocente”, implicitamente le avevo dato dell’ignorante che usava delle parole a sproposito senza conoscerne il significato. E ribadisco sessuofobici perché questi non meglio precisati cattolici, ma soprattutto cattoliche, hanno una vita affettiva, sentimentale e sessuale talmente disastrata, sino a mutare il sesso e la sessualità umana nel male assoluto. E proprio negativizzando in tal modo la sessualità dimenticano alcuni elementi fondamentali della fede: il Verbo di Dio si fece uomo, ed era un uomo, Gesù Cristo, con tutti gli attributi sessuali e virili del caso. Così ricordai una volta a una pinzochera facendole presente che Giuseppe e Maria presentarono Gesù al Tempio per farlo circoncidere all’ottavo giorno di vita in ottemperanza alla Legge Mosaica [cfr. Lc 2, 22-39]. Le spiegai che questo antico rito si chiama בְּרִית מִילָה (Brit Milah, alla lettera: Patto dell’Alleanza) ed è eseguito da un pio religioso ebreo che svolge la funzione di circoncisore. Poi precisai che con la circoncisione si asporta il prepuzio dal membro virile maschile lasciando il glande completamente scoperto. In questo consisteva la circoncisione del piccolo infante Gesù, casomai qualcuno pensasse che sia stato presentato al Tempio da una svedese bionda con gli occhi azzurri, tale viene raffigurata Maria, accompagnata da un ottantenne zoppicante fuoriuscito da un reparto di geriatria, tale viene raffigurato Giuseppe. Per questo l’infante Gesù fu presentato al Tempio, per togliergli il prepuzio dal divin pisellino, non certo per mettere in piega i riccioloni biondi con i quali è raffigurato nei santini iconografici, come se anziché in Medio Oriente fosse nato a Stoccolma. E detto questo informai la pinzochera che il Verbo di Dio, vero Dio e vero uomo, aveva un sesso e una sessualità psico-fisica, proprio perché era Dio incarnato in un vero uomo. Questa fu la risposta testuale: «Lei è un blasfemo, una vergogna di prete, un figlio del Demonio, si converta … bestemmiatore!». Replicai: «Io sarò anche un bestemmiatore, però non riesco proprio a immaginare Nostro Signore Gesù Cristo che piscia acquasanta dalle orecchie perché privo di un attributo sconveniente come il sesso maschile che serve all’occorrenza, a livello puramente e naturalmente fisiologico, anche per orinare».

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Il secondo elemento è il catastrofismo pessimista, tipico delle persone incapaci di cogliere l’amore di Dio e le sue azioni di grazia su di noi persino nelle situazioni più tragiche e dolorose. Basti citare tra i tanti San Massimiliano Maria Kolbe a tal punto affamato di Cristo che accettò di morire di fame nel lager di Auschwitz per salvare la vita a un padre di famiglia suo compagno di prigionia. In questi sedicenti cattolici, ma soprattutto cattoliche, catastrofismo e pessimismo assumono tratti e connotati morbosi, sino a divenire incapaci di vedere quel sommo bene riassunto nelle virtù teologali di fede, speranza e carità. E proprio la virtù della speranza, che sta nel mezzo e che lega assieme la fede e la carità — indicata quest’ultima come la più importante dal Beato Apostolo Paolo [cfr. I Cor 13] — non sanno proprio dove abiti. Così, per dare sfogo al loro pessimismo cupo e distruttivo mediante immagini di un futuro catastrofico, di prassi usano la Beata Vergine Maria, facendo scempio di apparizioni e messaggi che di prassi e rigore non sono riconosciuti autentici dalla Chiesa. Quando poi prendono come elementi di pretesto a suffragio delle loro idee peregrine le apparizioni e i messaggi che sono stati invece riconosciuti come autentici, anzitutto li manipolano, poi accusano la Chiesa, per esempio nel caso della Madonna di Fatima, di avere occultato e censurato i testi, che ovviamente, manco a dirsi, sarebbero terrificanti. Presto detto: in nome della “purezza” della loro fede e della loro “verità” tutta quanta nevrotico-soggettiva, non esitano a mutare la Chiesa, che è madre e maestra, in madre menzognera. In più occasioni ho cercato di spiegare alle pinzochere fanatiche della mariologia catastrofica da loro mutata in mariolatria pagana, che i messaggi della Madonna di Fatima, come quelli della Madonna della Salette, di Amsterdam e via dicendo a seguire, non costituiscono elementi del deposito della fede e che nel Credo della Chiesa Cattolica, detto anche Simbolo di Fede Niceno-Costantinopolitano, noi non professiamo di credere ai segreti della Madonna di Fatima e alle rivelazioni date dalla stessa a quello o quell’altro veggente, compresi quelli riconosciuti autentici dalla Chiesa. Detto questo seguitai a spiegare che un cattolico potrebbe anche essere del tutto indifferente a certe apparizioni mariane, perché non è obbligato a essere devoto né alla Madonna di Lourdes né a quella di Fatima né ad altre, dalle quali non può dipendere la sua fede e neppure la salute della sua anima. Ciò che un cattolico non può fare è di negare la autenticità di ciò che la Chiesa ha riconosciuto come autentico, o peggio ancora di dichiarare invece autentico per propria emotività e puntiglio personale, ciò che la Chiesa non ha mai riconosciuto tale, per esempio La Gospa dei bugiardi. Insomma, come spiegazione, quella data, doveva essere chiara. Invece no, stando perlomeno alla risposta inferocita della pinzochera che sui social media mi ha urlato: «Eretico! Lei è peggio di Lutero. Vergogna, un prete che odia la Madonna e che ragiona peggio di un protestante … si converta, perché il giudizio della Madonna su di lei sarà terribile». Replico alla pinzochera invasata evitando di domandare a quale titolo si permettesse di additare un presbitero al pubblico sprezzo come odiatore della Beata Vergine, quindi vado al dunque e chiarisco: «Vede, quando noi professiamo nel Credo “un giorno tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti” ci riferiamo a Cristo Dio divino giudice, non alla Madonna, che non giudicherà proprio nessuno, né i vivi né i morti, perché non è compito suo. E se c’è una creatura straordinaria che da sempre sa stare al proprio posto e nel ruolo che le è stato affidato da Dio nel mistero della economia della salvezza, questa è proprio la Beata Vergine Maria».

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Terzo elemento è l’odio, tipico delle persone che non si sentono amate, o che non sono state amate, rese per loro vari motivi e problemi esistenziali del tutto incapaci ad amare, sino a giungere a un processo di inversione spirituale che di per sé è più grave di tutte le peggiori perversioni sessuali messe assieme: usare l’amore e il concetto di amore cristiano per sfogare il loro odio. I social media sono pieni di sedicenti cattolici e di pinzochere impazzite che in nome di un “amore di Dio” e di un “amore per la fede” del tutto svuotato della sua più profonda essenza, odiano ferocemente. Poi, se un prete osa richiamarli in tal senso, le loro reazioni tendono sempre a essere violente e aggressive, soprattutto distruttive nei confronti del sacerdote, che finirà aggredito da persone che metteranno anzitutto in discussione le sue virtù umane e spirituali, la sua ortodossia dottrinale, la sua preparazione teologica e la sua esperienza pastorale. Il concetto di “amore” di queste persone è equiparabile alle turbe assetate di sangue durante il periodo del terrore della Rivoluzione Francese, che in nome di una non meglio precisata libertà mozzavano le teste sulle ghigliottine, poi, dopo averle issate sopra a dei pali, le portavano trionfalmente in giro per le strade di Parigi come orridi trofei. Il tutto, ripeto, in nome di una non meglio precisata libertà, che equivale al concetto di “amore” di certi sedicenti cattolici che impazzano sui social media. Per questo noi Padri de L’Isola di Patmos, quando abbiamo dato alle stampe il nostro libro La Chiesa e il coronavirus, dove affrontiamo anche il tema dei grandi esperti che pullulano sui social media, abbiamo fatto realizzare dalla nostra amica, il Maestro Anna Boschini, pittrice romana, una copertina nella quale siamo raffigurati noi tre che saliamo le scale verso la ghigliottina, mentre sotto al palco sono radunati i giudici dei social media.

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Torniamo di nuovo alla sessualità, elemento chiave per analizzare e comprendere le perversioni mentali di certi sedicenti cattolici da social media. Le pudibonde anime candide, pronte a urlare allo scandalo dall’alto della loro non meglio precisata cattolicità, di prassi ignorano un elemento fondamentale: la prima cosa in assoluto con la quale un qualsiasi giovane o meno giovane deve fare i conti, se ritiene di essere chiamato al sacerdozio, è proprio la sua sessualità. E quando sulla parola sesso e sessualità nei seminari si sorvola, oppure ci si tinge di rossore come la mitica Merope Generosa impersonata da Anna Marchesini, poi accade che nella migliore delle ipotesi si tirano fuori dei mostri, per non parlare di peggio: soggetti dalla sessualità squilibrata e moralmente disordinati. Il prete non deve affatto reprimere la propria sessualità, la propria libido e la propria dimensione erotica, deve trasformare il tutto in altro, ossia in un diverso modo di amare e di vivere la propria virilità sessuale.

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Come prete io ho un sesso e una sessualità umana, a meno che qualcuno non voglia negare — anche in questo caso con l’aura del comico pudore della mitica Merope Generosa — che il primo e imprescindibile requisito richiesto, in assenza del quale non potrebbero proprio sussistere gli altri, è che il candidato al sacro ordine sacerdotale deve essere un maschio. Volendo possiamo anche aggiungere che la Chiesa non ha mai consentito l’accesso al sacerdozio a uomini affetti da malformazioni tali da impedire lo svolgimento di una regolare attività sessuale, proibendo sempre la consacrazione sacerdotale, a pena di nullità, di soggetti che per incidente o per criminale volontà altrui erano stati evirati. Essere maschi, come risaputo, vuol dire avere, a livello anatomico, un ben preciso organo genitale in mezzo alle gambe che ha una sua non lieve incidenza anche sulla psiche, allo stesso modo in cui l’utero incide sulla psicologia della donna. 

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Posso serenamente e tristemente affermare, per esperienza sacerdotale e pastorale, che i preti problematici sono quelli che a monte non hanno fatto i conti con la loro sessualità, o che per diventare ministri in sacris hanno scelto la strada da sempre e in assoluto più sbagliata: quella di reprimere la propria sessualità, prezioso e imprescindibile dono di Dio che ci porta a un tale slancio di amore sino a farci eunuchi per il Regno dei Cieli:

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«”Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca”» [Mt 19, 12].

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Un prete che ha maturata e trasformata la propria sessualità in altro, facendosi per amore eunuco per il Regno dei Cieli, per naturale conseguenza avrà un atteggiamento e un approccio umano e spirituale molto virile e maschio. Se ciò manca, sarebbe bene porsi dei quesiti molto seri. Perché virile non è certo il libertino che salta da un letto a un altro, imprigionato ultra cinquantenne in una desolante dimensione adolescenziale. Virile sul serio, lo è semmai l’anziano prete che, pur non avendo mai conosciuto donna in vita sua, perché entrato in seminario a 14 anni e vissuto in perfetta continenza per tutta la vita, quando ti affronta e ti guarda in faccia sprizza però tutto quel testosterone maschile e spirituale che il libertino impenitente non sa neppure in quale luogo alberghi. Per inciso una nota di carattere personale, ma forse necessaria per far comprendere meglio certi concetti: sino a oggi ho avuto due vescovi, uno morto di recente, l’altro in cattedra nel pieno esercizio delle sue funzioni. Due personalità totalmente diverse, sotto molti aspetti persino opposte. Una cosa, però, nella loro diversità li accomunava: due uomini veramente e profondamente virili nella fede e nella pratica della fede, quindi nella loro psicologia maschile. Ma così erano tutti i formatori al sacerdozio che Dio mi ha dato la grazia di avere, incluso il vescovo anziano che da anni cura la mia formazione permanente al sacerdozio, che sarebbe stato capace a far tremare con un solo sguardo persino un potente Capo di Stato.

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La Chiesa Cattolica è invasa negli ultimi tempi da non meglio precisati fedeli che trasformano la straordinaria comicità di Merope Generosa in una tragedia che poi, all’atto pratico, finisce per ricadere su noi preti, spesso con risvolti penosi e anche dolorosi. E, sempre pastoralmente parlando, posso dire che i social media sono un esteso e complesso campo di studio che sul piano scientifico e pastorale ha veramente dello straordinario. Ovviamente mi limiterò ai cattolici, o meglio a coloro che si sentono tali, in particolare alle donne.

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Le non meglio precisate cattoliche, sui social media arrivano a dei livelli di offesa nei confronti di quei preti che a volte interloquiscono con loro, come mai vi giungerebbe un uomo. Non è un’ipotesi, ma un dato statistico. Pronte a soppesare ogni sillaba, a gridare allo scandalo, peggio: all’eresia. Donne che dall’alto della loro cattedra di dogmatica e di ecclesiologia eretta sui social media tacciano di apostasia dalla fede il Sommo Pontefice in testa, i Vescovi e tutti noi Presbiteri a seguire. Donne che ignorano i fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, che confondono la Vergine Maria con la Fata Morgana o che pensano che l’agire dello Spirito Santo sia quello di Mago Merlino … ma che sono pronte a subissarti d’insulti, se in modo paterno e pacato osi richiamarle e correggerle.

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A questo punto uno potrebbe domandare: si, esistono tanti disturbi della personalità, poi c’è il grande pianeta della isteria, che non a caso deriva dalla radice greca di ὕστερον (hysteron), che significa utero, disturbo prettamente femminile. Infatti, quando nel linguaggio parlato qualcuno mi ha indicato un uomo come “isterico”, gli ho risposto che in ambito colloquiale questo termine in sé non corretto può anche passare, ma che sul piano scientifico un uomo non può essere affetto da tale disturbo, almeno per come la scienza lo ha definito. L’uomo è infatti privo della materia prima: l’utero. Quindi un uomo può essere affetto da isteria, intesa in modo clinico classico, allo stesso modo in cui una donna può essere soggetta all’infiammazione alla prostata. Nel mondo delle scienze neurologiche e psichiatriche vi sono stati nel corso del tempo studiosi che hanno cercato di localizzare forme di “isteria maschile”, a partire dal neurologo viennese Sigmund Freud, ma senza ottenere particolari successi e crediti nella comunità scientifica internazionale.

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Perché tutta questa mia attenzione alla sessualità? Sono forse un sessuomane, come qualcuno mi ha accusato di essere? Presto detto: da anni ho scoperto, appurato e ripetutamente toccato con mano che dietro a questo esercito di pinzochere che giocano alle cattoliche intransigenti sui social media, nascondendosi dietro l’immagine di una Madonnina infilzata e dietro a un nome di pura fantasia, si celano donne che vivono situazioni talora al limite della frustrazione sul piano umano, sessuale e sentimentale. Per esempio, una tale — seguita a ruota da diverse altre — mi dette dell’eretico e, ovviamente, della vergogna di prete, semplicemente per avere scritto e spiegato che sul piano morale, un aborto praticato da una donna può essere del tutto diverso da quello praticato da un’altra. In certi particolari casi un aborto, pur essendo in sé e di per sé un abominio, può persino ridursi a un peccato veniale. Per inciso: l’analfabeta digitale è colui che non è proprio in grado di comprendere ciò che legge, quindi taglia tre parole, si fossilizza su di esse e poi parte con il lancio di insulti a raffica. E questa pinzochera, da tutta la mia spiegazione comprensibile e non passibile di essere fraintesa, data la delicatezza estrema del tema trattato, tagliò a sproposito due parole accusandomi di avere affermato che oggi l’aborto è solo un peccato veniale. Eppure in quel mio discorso articolato e preciso — o come si suol dire a prova d’imbecille —, avevo spiegato e chiarito bene il tutto facendo anche ricorso al caso di una giovane immatura di 18 anni, molto semplice, priva di cultura e conoscenza elementare, che rimasta incinta fu portata ad abortire nella assoluta certezza che in tal modo avrebbe fatto la cosa più giusta, per il bene suo e della stessa creatura che non era opportuno far nascere. D’altronde, il consiglio le era stato dato dall’anziano medico di famiglia, venerato come sede della sapienza da tutto il suo parentado. Non solo, anche un altro, un dottorone dell’ospedale di città dove era stata portata dal suo paesello, le aveva detto altrettanto. E se due grandi sapienti spiegano a una ragazza immatura, semplice e fragile, che cosa deve fare e in qual modo deve farlo, lei mette in pratica il consiglio, semmai anche ringraziando coloro che gliel’hanno dato preoccupandosi a questo modo del suo bene. E qui va ricordato che per commettere delitti e peccati occorrono coscienza, volontà e deliberato consenso. In un simile caso, come si può parlare di un turpe peccato mortale? Certo, quando cresciuta, maturata e uscita dal suo ambito contadino familiare di provincia, giunse ormai venticinquenne in lacrime da me a spiegarmi che cosa aveva fatto anni prima, anzitutto la consolai, poi in parole semplici le spiegai ciò ho spiegato sin qui, assolvendola e soprattutto pregandola di non consumarsi in inutili sensi di colpa. Il senso di colpa per il peccato rimesso, non è cosa buona, tutt’altro: è una sfida al mistero d’amore della grazia e del perdono di Dio.

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A questo punto entra in scena la pinzochera di turno, sedicente cattolica auto-proclamata dottore in teologia morale sui social media, celata di rigore dietro un nome di fantasia e con una Madonnina infilzata nel suo profilo al posto della sua foto, che scatenò su di me l’Inferno. Le due accuse più lievi — che è tutto dire — furono quelle di «eretico, apostata e prete anticristico». Poi scrisse un lungo sproloquio per smentirmi e affermare che «il senso di colpa, dopo avere commesso certi peccati, non ci deve mai abbandonare, anche se uno è stato assolto». Cosa dire: il grande maestro della morale cattolica Alfonso Maria de’ Liguori, Vescovo e Santo Dottore della Chiesa, dinanzi a cotanta scienza teologica sarebbe sicuramente impallidito e sprofondato nei complessi di inferiorità. Poco dopo fui contattato da un confratello sacerdote che colpito da quella valanga di insulti mi spiegò chi era in realtà questa donna, cacciata via più volte dai parroci di diverse parrocchie, a uno dei quali interruppe persino l’omelia domenicale mettendosi a invenire contro di lui: «Tu non conosci il Vangelo, convertiti: modernista!». Tanto che il parroco, ai sensi dell’articolo 405 del Codice Penale la denunciò per avere turbato l’esercizio di una pubblica funzione religiosa all’interno di un luogo di culto. Ma ecco chi era questa donna: una povera infelice incattivita lasciata dal marito, un commerciante che fatti soldi e giunto vicino ai sessant’anni d’età la mollò in preda alla sua menopausa per andare a vivere con una ragazza slava di trent’anni ― dopo averla cornificata per una vita intera ―, nonché madre di una figlia nota in tutto il circondario, perché a partire dall’età di 13 anni saltava senza sosta da un maschietto all’altro, al punto che non solo le madri delle ragazzine, ma persino quelle dei maschietti non volevano che i loro figli la frequentassero. All’età di appena 16, una domenica mattina, forse mentre la madre era in chissà quale chiesa parrocchiale a far girare le palle a qualche povero prete, giunse presso il pronto soccorso cittadino con l’amica di scorribande per chiedere la “pillola del giorno dopo”, onde evitare problemi dopo le bravate del sabato sera.

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Dietro certi profili di fantasia, sui quali spiccano Cristi androgini photoshoppati e Madonnine languide, ho scoperto veramente di tutto e di più, perché con i buoni uffici di certi cari amici sono giunto alla vera identità di svariate pinzochere, quindi oggi sono in grado di fare non solo analisi ma persino statistiche. Per esempio, quella che mi urlò e mi scrisse tutto in maiuscolo: «Si vergogni, si vergogni, si vergogni!», per avere postato su una pagina social la foto mia assieme alla trans Vlady Guadagno, mia amica, nota al grande pubblico con il nome d’arte di Luxuria, mentre eravamo assieme sorridenti negli studi Mediaset di Cologno Monzese, era madre di un maschietto che non solo era gay dichiarato, ma che conviveva con il suo compagno assieme al quale era andato a sposarsi alle Canarie. Poi, il maritino amoroso lo mollò per un altro ragazzo. A quel punto, il povero consorte tradito e abbandonato, tentò il suicidio. Eppure fu proprio la madre di questo maritino tradito che nascosta dietro a un nome fasullo e a una foto di San Pio da Pietrelcina messa al posto della propria faccia, mi ricoprì di contumelie dandomi del «pessimo prete» e del «prete senza morale». E sapete in che cosa consisteva il mio essere prete senza morale? Consisteva nell’avere spiegato e poi ridotto a piccolo peccatuccio la masturbazione degli adolescenti, attenendomi con scrupolo in quel mio discorso a quanto scritto e spiegato nel Catechismo della Chiesa Cattolica che recita:

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«Al fine di formulare un equo giudizio sulla responsabilità morale dei soggetti e per orientare l’azione pastorale, si terrà conto dell’immaturità affettiva, della forza delle abitudini contratte, dello stato d’angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che possono attenuare, se non addirittura ridurre al minimo, la colpevolezza morale» [vedere n. 2352].

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Ogni tanto tratto a livello teologico ed ecclesiologico i temi della sessualità umana non certo privo di compiaciuto divertimento, sapendo come certi soggetti saltino subito allo scoperto in modo aggressivo e violento sui social media. Così reagiscono e vengono allo scoperto le persone che non essendosi sentite amate o non avendo loro stesse la capacità di amare, sprofondano nell’odio reattivo, trovando in certi social media una portentosa valvola di sfogo, che rischia però di peggiorare le loro condizioni umane e psicologiche, trascinando nel meccanismo dell’odio tante altre persone che poi contribuiscono a creare un ambiente odioso-rissoso.

 

Per comprendere i livelli di odio e violenza alla quale possono giungere soggetti psicolabili, specie coloro che sono affetti — indistintamente uomini, ma ahimè soprattutto donne — da narcisismo aggressivo delirante, vi narrerò un episodio nel quale mi trovai coinvolto un paio d’anni fa. Ve lo narro solo perché è uno spaccato, anzi un paradigma del mondo dei social nel quale chicchessia può affermare e scrivere senza alcun filtro e controllo ciò che vuole, soprattutto cascate di idiozie più forti di quelle del Niagara.

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Ecco la storia: un giorno mi giunse l’aggiornamento di una pagina social di una sedicente napoletana. E qui apro un lungo inciso: dico “sedicente” perché essere napoletani fa comprensibilmente molto chic. Vorrei vedere il contrario: Napoli è stata una delle più grandi Capitali d’Europa. Molte delle Capitali oggi tanto celebrate, per esempio Vienna, Parigi, Berlino, ma pure la nostra stessa Milano, a confronto della Napoli del XVI-XIX secolo erano poco più che delle cittadine. Per non parlare dei beni storici, artistici e monumentali. Napoli, ed assieme a essa l’altra Capitale del Regno Borbonico, Palermo, erano non solo due grandi Capitali europee, ma soprattutto luoghi d’arte e cultura senza eguali nel nostro antico Continente.

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Wolfgang Amadeus Mozart — per prenderne uno soltanto tra i tanti a puro titolo di esempio — recandosi in Italia non rimase colpito da Milano e dal suo Teatro Ducale, ma andò letteralmente in estasi quando giunse nella grande Napoli nel maggio del 1770, dove rimase ammaliato da quella Città e dal suo grande teatro, soprattutto dall’arte, dalla cultura e dalla scuola musicale delle genti partonepee.

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Questo per chiarire che dire «sono napoletano» conferisce indubbiamente un certo tono alla persona. Come quando io vanto le mie radici familiari romane, anche se per onestà devo precisare che sono nato nella bassa Maremma toscana, a pochi chilometri dal confine col Lazio, da una famiglia paterna di vecchia origine romana e da una famiglia materna toscana. Pertanto, a chi mi chiede lumi sui miei natali, devo rispondere che sono tosco-romano. Poi, se il figlio di due immigrati della bassa Calabria che è nato a Roma, in tono scanzonato mi dice … «Ah, romano tu?», a quel punto spetterà a me ribadire che i natali romani dei miei avi si perdono molto indietro nel tempo, contrariamente ai suoi. E qui mi torna alla mente una giovane di vecchia famiglia romana che più vecchia non si può, per l’esattezza appartenente a un ramo cadetto dei Torlonia, nata negli Stati Uniti da padre romano e madre americana. Quando un allegro pischello, tentando d’abbordarla — era una bellissima ragazza — le domandò di dove fosse originaria, per tutta risposta ribatté: «Sono di famiglia romana». Rise l’abbordatore divertito: «Già, romana con cotesto accento americano?». Impassibile lei domanda: «Posso sapere come ti chiami tu di cognome?». Risponde lui: «Mancuso, perché me lo chiedi?». Sorride sorniona la bella ragazza: «Vedi, io di cognome mi chiamo Torlonia. Avrò anche l’accento americano, dato che negli Stati Uniti d’America sono nata, ma di certo sono romana di famiglia romana molto più di un Mancuso». Cognome, per chiarire a chi legge, molto diffuso nella zona calabrese di Catanzaro, vetusta e nobile Città dell’antica Magna Grecia.

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Prima di questo doveroso inciso stavo narrando che un giorno mi giunse l’aggiornamento di una pagina social di una sedicente napoletana. E dico sedicente perché la “nobildonna” in questione viveva in un sobborgo di Caserta, che come sappiamo non è propriamente il Vomero, Capodimonte o i Quartieri Spagnoli. La povera meschina, mettendo assieme una accozzaglia di leggende nere oggi smentite persino dagli studiosi liberali e dagli storici protestanti, con un maldestro copia e incolla aveva scritto un post celebrativo sulla figura del “grande” ed “eroico” Giordano Bruno da Nola, bruciato al rogo in Campo dei Fiori nel 1600 dalla Chiesa cattiva dell’epoca. Avendo un telefonino nuovo che non sapevo ancora usare bene, leggendo quel post mi parte senza volere e accorgermene la emoticon di una faccia sorridente. Me ne accorsi quando mi giunse un altro avviso con questo delicato messaggio: «Che cazzo hai da ridere?». Dopo qualche perplessità dissi tra di me: «No, non è possibile che sia Donna Fiammetta Caracciolo Carafa, che conobbi a suo tempo con il suo nobile consorte Don Oderisio de’ Sangro di Fondi. Non solo perché, ormai, sono morti tutti e due, ma perché una nobile partenopea di così antico lignaggio e casato principesco non si rivolgerebbe mai a questo modo nei riguardi di un prete su una pubblica pagina social».

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… quando delle gentildonne si rivolsero a me in quanto prete con questo tono, dopodiché protestarono persino presso il mio Vescovo

A quel punto con amabilità pastorale, nonché adempiendo al mio dovere di studioso, risposi che la emoticon con la faccina ridente mi era partita senza che neppure me ne fossi accorto e che pertanto era da considerarsi cosa involontaria. Chiarito il tutto le scrissi un post di una ventina di righe precisandole che non era serio lanciarsi pubblicamente in argomenti così complessi sul piano storico e giuridico, posto tra l’altro che i giudici del Tribunale dell’Inquisizione fecero il possibile e persino l’impossibile per salvare Giordano Bruno. Il suo processo durò 15 lunghi anni, fu annullato due volte per risibili difetti di forma e nel mentre fu fatto di tutto per indurlo a ravvedersi dalle sue gravissime eresie. Perché, che Giordano Bruno fosse un eretico, su questo c’è ben poco da discutere. E conclusi invitando questa gentildonna — sempre con grande amabilità — a non lanciarsi in mestieri sul piano storico, giuridico e teologico che non erano propriamente mestieri suoi. Poco dopo la nobildonna “napoletanissima”, residente però nei sobborghi di Caserta, mi lancia una sequela di insulti da far impallidire una prostituta appoggiata al lampione che impreca in una notte di pioggia per la mancanza di clienti. A quel punto, sempre senza mai uscire dalle righe, dopo essere stato sommerso di insulti volgari a sfondo sessuale, dopo essere stato aggredito dalle sue comari di lavatoio basso-casertano che mi epitetarono «mezzo pretuncolo» con indosso una «tonaca di merda», in tono scherzoso e, ripeto, mai e poi mai offensivo, ribatto dicendo: «Dinanzi a una donna come lei, ringrazio e benedico Dio per il grande dono del celibato e della castità». E poco dopo, in un dialetto da bassifondi casertani giunge una pubblica replica che vi offro tradotta direttamente in italiano. La nobildonna, interloquendo pubblicamente con un’altra sua comare dei bassifondi, scrive testualmente a mio riguardo: «Se non avesse fatto il voto (di castità) si sarebbe fatto solo le seghe, col cazzo che una donna come noi la dava a uno stronzo come Ariel S. Levi di Gualdo». Un brevissimo inciso: guardando le fotografie di questa Signora e delle sue Comari pubblicate sulla loro pagina social, chicchessia avrebbe compreso all’istante in che modo dinanzi a siffatte beltade sarebbe impallidita tutta quanta la Famiglia Addams, incluso lo zio Fester.

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delicatezze da parte di gentildonne rissose scatenate sui social media

Spero che il politically correct non mi accusi di incitare alla violenza sulle donne, se dinanzi a simili volgarità affermo in tono ilare: se donne simili non hanno padri o mariti che dopo avere letto certi pubblici messaggi non mollano loro due pedagogiche sberle, o se non hanno figli che a madri simili non dicono di provare vergogna per loro, è evidente che se mariti e figli non sono peggiori, perlomeno sono tal quali alle madri. A quel punto, sempre in modo ironico e mai offensivo, ribatto: «Si comporti da donna civile, lei e le sue amiche autrici di questi commenti, perché state dimostrando di essere peggio delle vajasse al lavatoio». Vi confesso che la parola vajassa la imparai dal mio confratello sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini Ivano Liguori, che per metà è campano per ramo paterno e per metà sardo per ramo materno. Chiariamo: questo termine del dialetto napoletano significa, in senso etimologico, “serva” o “domestica”. In seguito divenne sinonimo di donna di bassa estrazione sociale caratterizzata da atteggiamenti sguaiati, volgari e rissosi. E fu così che le nobildonne, dopo avermi insultato dalla testa ai piedi, dopo avermi ricoperto di insulti volgari, sentendosi definire infine vajasse, presero a urlare all’attentato di lesa maestà. Poi, stravolgendo totalmente la realtà, mutarono me in offensore presentandosi come povere vittime vilipese.

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Mi fermo a questo punto della narrazione, perché credo possa bastare. Adesso proseguo narrando le assurde conseguenze delle social-schizofrenie, sempre per chiarire a quali livelli possano giungere le squilibrate che impazzano su certe piattaforme ... e così queste donne, in testa la feroce amministratrice di quella pagina, tutt’oggi, a distanza di più di due anni, seguitano a riversare su di me cattiverie e volgarità della peggiore risma, attribuendomi quel che mai ho scritto e affermato. Di tanto in tanto prendono due e tre righe da qualche mio articolo, le tagliano, fanno uno screen-shot e mi attribuiscono ciò che mai ho neppure pensato. Come peraltro dimostra l’articolo stesso dal quale è stato operato quel taglio di due o tre righe, nel quale affermo proprio il contrario di ciò che mi viene imputato.

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Prima di procedere oltre è importante chiarire con un esempio concreto quest’ultimo passaggio delicato e soprattutto fondamentale, illustrando nei dettagli la tecnica con la quale gli odiatori confezionano bombe di fango da far esplodere sui social media per danneggiare l’immagine, la reputazione o la credibilità scientifica, intellettuale, ecclesiastica o teologica della persona che hanno deciso di colpire. Ecco dunque servito l’esempio concreto: in un precedente passaggio di questa mia narrazione, all’interno di un discorso molto serio nel quale parlo dell’incarnazione del Verbo di Dio e di Cristo vero Dio e vero uomo, facendo uso di una iperbole retorica affermo: «[…] non riesco proprio a immaginare Nostro Signore Gesù Cristo che piscia acquasanta dalle orecchie perché privo di un attributo sconveniente come il sesso maschile». Presto detto: tagliare queste due righe da un contesto molto serio tutto quanto legato al fondamentale mistero di fede della incarnazione del Verbo di Dio, sarebbe a tal punto disonesto da valicare ogni limite della umana decenza. Ma proprio questa è la disonestà su cui giocano da sempre le vajasse usate non certo come singole e povere persone bensì unicamente come paradigma, capaci a tagliare da uno scritto una frase di questo genere, farne uno screen-shot e poi diffonderlo sui social media indicandomi al pubblico disprezzo come un prete infame che osa fare persino della satira su Gesù Cristo (!?). «Un prete al quale non si capisce proprio» — tuonano le vajasse-paradigma nei loro commenti — «come possano lasciare la tonaca addosso». Ovviamente, sempre e di prassi, allo screen-shot non è mai allegato il link dove chiunque potrebbe aprire l’articolo, leggerlo per intero, quindi appurare che l’Autore indicato al pubblico disprezzo ha scritto l’esatto contrario, il tutto in un discorso articolato e preciso. A quel punto, sotto il post nel quale è stato riportato quello screen-shot di due righe, cominciano a moltiplicarsi i commenti feroci e offensivi di varie altre comari, che lungi dall’andare a cercare l’articolo in questione e appurare che cosa realmente questo «prete indegno» ha scritto, cominciano a emanare sentenze feroci su quelle due righe, senza conoscere né l’Autore e meno che mai il suo scritto. Ovviamente è tutto vero, non se ne discute, c’è la prova: ecco lo screen-shot! Capite bene che siamo parecchio oltre il problema dell’analfabetismo digitale di coloro che — lungi dal leggere un articolo da cima a fondo —, letto titolo e sottotitolo e spulciato in pochi secondi un testo che tratta semmai argomenti storici, filosofici, teologici e socio-pastorali molto complessi, alla fine decidono di capire quel che vogliono capire. Nel caso appena illustrato siamo invece di fronte alla malafede con connotati di autentica malvagità. Esattamente quella malafede che nasce dalla cattiveria tutta tipica delle persone che mentono sapendo di mentire, proprio come queste vajasse-paradigma animate dal bisogno insopprimibile di scaricare odio su una persona che per motivi o disagi psicologici loro personali decidono di usare come tiro al bersaglio, facendo gruppo e condizionandosi le une con le altre attraverso odio che genera odio, narrandosi menzogne le une con le altre, poi convincendosi le une con le altre che quelle falsità sono verità al di fuori di ogni possibile dubbio. Oggetto d’odio potrei essere io allo stesso modo in cui potrebbe esserlo il Primo Ministro della Repubblica Italiana oggi in carica, o quello che lo fu prima di lui, oppure i virologi tacciati di incompetenza e ignoranza da persone che se interrogate a tal proposito non saprebbero spiegare neppure in modo elementare che cos’è un virus, per seguire con noi preti colpevoli a vario titolo di tradire il messaggio autentico di Gesù Cristo, il tutto affermato con severità e violenza da persone di imprecisato spirito cristiano che nei loro commenti precedenti si sono appena dichiarate favorevoli all’aborto, all’eutanasia, al matrimonio tra coppie dello stesso sesso e via dicendo, il tutto giustificato dal fatto che a loro dire «… ma Gesù è amore!». Non importa quale sia l’oggetto, perché può essere il più disparato, dal giocatore di pallacanestro sino al chirurgo oncologico, l’importante, per queste persone, è focalizzare un soggetto, prenderlo di mira e trasformarlo in un oggetto feticista sul quale scaricare odio nel peggiore dei modi.

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Chiarito il tutto ritengo inutile, perlomeno adesso, di aprire un altro complesso discorso sui grandi padroni dei social media, che su questo giro di odio che genera odio ci fanno soldi, salvo far scattare la censura se uno osa postare l’immagine della Venere di Botticelli, letta dai loro algoritmi assurdi come immagine pornografica. Insomma, certi social media non sono il regno della scienza, dell’arte e della cultura, ma l’universo ideale dove abitano e impazzano le vajasse-paradigma bugiarde, violente e rissose.

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Leggendo invettive di questo genere rivolte a Padre Ariel sui social media , un suo confratello cinese residente da molti anni a Roma commentò così: «Durante la rivoluzione di Mao i preti furono catturati e nella migliore delle ipotesi incarcerati in prigioni orrende, ma nessun comunista maoista si è mai rivolto a loro rovesciandogli addosso una simile e volgare violenza verbale». Che è tutto dire …

Dopo avere insultato un prete in modo violento, le vajasse-paradigma contattano il mio Vescovo, commettendo così un reato dietro l’altro. Una, presentandosi come avvocato in procinto di querelarmi e chiedere per me, all’incirca, la stessa condanna a 25 anni di reclusione irrogata ad Ali Ağca per avere attentato alla vita del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II. Un’altra chiese un colloquio telefonico col mio Vescovo per intimargli — udite, udite! — che se lui mi avesse irrogato le “dovute” e severe pene canoniche loro avrebbero desistito concedendomi … clemenza. E qui si cade in varie fattispecie di reato legate all’abuso di una qualifica professionale — quella di avvocato che prevede l’iscrizione a un albo professionale e una abilitazione all’esercizio della professione — posta in essere, peraltro, con il rappresentante di un ente di diritto pubblico, tale è per la Legge il Vescovo di una diocesi, dalla vajassa-paradigma di turno affatto abilitata all’esercizio della professione forense. Fatto questo inviarono al mio Vescovo solo gli screen-shot nei quali in tono divertito e ironico rispondevo — senza insultare alcuna di loro — a delle aggressioni di una volgarità inqualificabile e di una violenza davvero inaudita. Ovviamente provvidi subito a inviare al Vescovo quanto mi avevano scritto e lanciato addosso queste gentildonne. Inutile a dirsi, rimase malissimo sia per la violenza che per i toni volgari con i quali delle popolane al lavatoio dei bassifondi di paese si erano permesse di rivolgersi a un suo prete nella maniera in cui mai avrebbe osato fare una prostituta professionista. E io, che a Roma ho dedicato parte del mio apostolato alle prostitute che lavoravano sul tratto della Via Aurelia che va dalla Capitale fino a Castel di Guido, conosco bene il garbo che queste donne avevano verso il sacerdote, usando sempre nei suoi riguardi rispetto e affetto.

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il trofeo esibito sui social media dalle vajasse: la ricevuta di ritorno della raccomandata inviata al Sommo Pontefice con richiesta – o meglio con l’ordine da loro impartito – di procedere quanto prima a “spretizzare” Ariel S. Levi di Gualdo

Dato che il Vescovo non dette loro credito, inviarono una lettera al Sommo Pontefice, pubblicando poi nei loro profili la ricevuta di ritorno della raccomandata, come fosse una via di mezzo tra un trofeo e una bolla di scomunica. In quella lettera chiesero all’incirca di “spretizzarmi”. Poi se la presero col mio Vescovo, a loro dire colpevole di non avere eseguito direttive e comandi da loro dati. Perché come risaputo un Vescovo sarebbe tenuto, anzi obbligato a prendere direttive da lavandaie volgari e rissose che passano gran parte del loro tempo sui social media a insolentire nel peggiore dei modi chi decidono di prendere di mira, eseguendo gli ordini che dalle stesse sono stati impartiti dopo avere insolentito nel peggiore di modi un suo prete. Altrimenti, se non fa questo, che razza di Vescovo è?

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Con una battuta ironica proviamo adesso a riassumere il tutto, per fissare con una immagine pertinente a quali livelli di delirio e di dissociazione dal reale possano vivere nei concreti fatti certe persone. Poniamo che io, mentre mi trovavo negli studi di Mediaset a Milano per i vari programmi ai quali ho partecipato, avessi detto a Paolo Del Debbio: «Senti, amico mio, ho bisogno di parlare urgentemente con Silvio Berlusconi». Ovviamente si sarebbe messo a ridere pensando a una mia battuta di spirito, ben sapendo che io sono una mente intelligente e razionale, non un idiota. Detto questo, io insisto. A quel punto lui mi chiede il motivo di quel mio bisogno urgente. Al che rispondo: «Perché a casa mia ogni tanto Rete4 non si vede bene, per ciò esigo che Silvio Berlusconi mi sistemi la recezione della mia antenna televisiva nel modo in cui io gli indicherò di fare». Una cosa del genere detta da me a Paolo Del Debbio, lo avrebbe fatto morire dal ridere, poi, poco dopo, avrebbe fatto il giro di tutta la redazione facendo ridere tutti quanti i redattori, che sapendo anch’essi quanto io sia una mente intelligente e razionale, avrebbero detto che il Padre Ariel ha un senso dell’umorismo esilarante. Nel caso delle vajasse-paradigma aspiranti napoletane veraci, emblema della violenza, della manipolazione, dei barbari taglia e cuci fatti da certe persone sui social media e della necessità psicofisica di odiare, bisogna invece ridere per altro verso. Infatti, queste nobildonne, dopo essersi dichiarate rammaricate per il mio Vescovo che non mi aveva tolto la veste talare di dosso e condannato pubblicamente, si sono amareggiate ulteriormente perché il Santo Padre al quale avevano scritto per ben due volte — come da loro dichiarato e con tanto di ricevuta della raccomandata esibita —, non aveva mai preso alcun provvedimento su di me, dando in tal modo esecuzioni agli ordini impartiti dalle lavandaie violente e rissose non solo al mio Vescovo, ma persino al Romano Pontefice, che come minimo avrebbe dovuto richiedere in comodato d’uso al Comune di Roma Castel Sant’Angelo per rinchiudermi nelle sue carceri interne e gettando poi la chiave della cella nelle acque del Tevere. Quindi non riuscivano a farsene proprio una ragione, al punto tale da seguitare a scrivere: «Come possono non punire severamente un prete del genere, dopo tutto quello che noi abbiamo scritto a Papa Francesco?». Insomma, hanno preteso che Silvio Berlusconi, dietro sottile minaccia a fare come loro volevano e nel modo in cui volevano, provvedesse a sistemargli l’antenna della televisione, perché in caso contrario lo avrebbero denunciato alla Comunità Europea, ma che dico, direttamente alla Società delle Nazioni Unite, chiedendo in caso contrario l’immediato intervento dei caschi blu dell’O.N.U. per assediare la cittadella di Mediaset a Cologno Monzese.

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Un mio ex compagno di studi, oggi Procuratore della Repubblica in un capoluogo di regione, in tono affatto divertito, bensì molto irritato, mi narrò tempo fa che i Pubblici Ministeri, giorno dietro giorno archiviano querele assurde presentate per i motivi più folli e irrazionali da persone che, sempre più numerose, credono veramente che la Legge possa essere applicata — e di rigore anche con assoluta severità — per rendere la massima giustizia alla incontenibile iper-suscettibilità e al narcisismo ipertrofico di certi soggetti che vivono nel pianeta surreale dei social media anziché nel mondo del reale. Mi confidò che uno dei suoi Pubblici Ministeri gli fece leggere un giorno una querela nella quale una tale aveva querelato un uomo perché sotto la foto da lei postata sulla sua pubblica pagina social, con lei ritratta in costume da bagno, aveva postato una emoticon con una faccetta ridente che faceva una linguaccia.

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Con questo esempio l’amico magistrato riassunse il dramma delle vajasse-paradigma testé narrate e affini vari. Tutte queste persone hanno in comune anche un’altra caratteristica, o meglio il vezzo di usare i termini medioevo e medievale come parole insultanti con le quali bollare coloro che hanno mutato in feticci sui quali scaricare odio, all’incirca come uno stregone voodoo pratica la macumba piantando spilloni su una bambolina di pezza. E provate a spiegarlo a questo esercito di analfabeti digitali e di rissosi violenti che il Medioevo è quel monachesimo benedettino che ha dato vita al concetto e alla parola stessa di Europa e che ci ha trasmesso secoli e secoli di sapere, che senza il circuito dei monasteri benedettini sarebbe andato perduto per sempre. O che il medioevo sono Anselmo d’Aosta e Tommaso d’Aquino, per seguire con Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio. E provate poi a spiegare che il Medioevo, diviso in tre distinte epoche nel lasso di quasi dieci secoli, è stato un fiorire di arti e scienze in ogni dove. Quel che loro intendono come medioevo — ma che nel vero Medioevo non è invece esistito mai — è ciò che oggi esiste invece nel mondo dei social media, attraverso i quali l’uomo, dietro falsi pretesti di progresso e di libertà, ha perduto ogni genere di continenza, pudore e misura, sino a regredire ai sassi e alla fionda della preistoria, sino a dare il peggio di sé stesso come mai aveva fatto prima. Aveva per ciò ragione in tal senso Umberto Eco affermando:

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«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

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Magari l’uomo di oggi avesse la mente speculativa, l’estro creativo e il senso critico che aveva l’uomo del basso, medio e tardo Medioevo, magari! E purtroppo, da questa grande e incontrollabile fogna, affiorano in superficie anche molti sedicenti cattolici e donne variamente frustrate e infelici celate dietro Cristi fluidi e Madonnine languide, che costituiscono la negazione peggiore della Christianitas.

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Dentro i social media io entro, scrivo e dibatto con lo spirito del buon pastore che non esita a entrare all’occorrenza anche dentro un bordello dei peggiori bassifondi, nella consapevolezza che non riuscirà mai a togliere dal giro tutte le prostitute che vi lavorano, però, una o due, può anche essere che riesca a indurle a un cambio di vita. Il buon pastore non esita ad andare in un circolo di drogati, o di malavitosi, consapevole che ben pochi saranno quelli che riuscirà a strappare alla tossicodipendenza o ai giri della criminalità organizzata, ma sappiamo quanto per Dio anche una sola anima è molto preziosa.

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Padre, perché ogni tanto sui social media dici parolacce? È vero, ogni tanto uso un linguaggio colorito. Però vi chiedo: qualcuno pensa veramente che lo faccia per caso, o peggio per incontinenza verbale? Ebbene ve lo confesso: nell’ambito dei social media ho indotto alla ragione più persone con una parolaccia che con una Ave Maria. Ogni impresa richiede delle precise tecniche di azione, ogni ambito richiede il proprio linguaggio espressivo: non si parla di metafisica a un analfabeta e al tempo stesso non si dovrebbe trattare un metafisico come se fosse un perfetto analfabeta. A una cena di gala presso un’ambasciata si sgusciano i gamberetti con coltello e forchetta, altrettanto si toglie la buccia alla frutta, mentre in un’osteria di pescatori si sgusciano i gamberetti con le mani e si sbuccia la frutta con il coltello tenendola stretta tra le mani. Non si usano le mani in certi contesti e in altri sarebbe offensivo per tutti i presenti usare invece coltello e forchetta. Tutto questo si chiama semplicemente e null’altro che buonsenso.

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Sono queste oggi, nel mondo affatto felice in cui viviamo, le grandi e difficili sfide pastorali che noi preti dobbiamo affrontare, all’occorrenza con coltello e forchetta, in altri contesti ungendosi le dita con i gusci dei gamberetti. E credetemi se per esperienza di prete, pastore in cura d’anime e teologo vi dico con estrema chiarezza: come impresa non è affatto poca cosa, nel moderno mondo dell’uomo della pietra e della fionda che oggi imperversa sui social media, salvo ironizzare con tutta la sua crassa ignoranza sulla mente aperta, creativa e speculativa che aveva invece l’uomo del medioevo.

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dall’Isola di Patmos, 14 gennaio 2022

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I social media funzionano così: ritenere di avere il diritto di offendere chiunque senza limiti e senza filtri, però, se la persona offesa risponde per le rime, a quel punto, chi ti ha offeso, dichiara immediatamente di essere stato offeso da te (!?). Poi, se l’offensore è una donna, in quel caso, chi è stato offeso e ha osato ribattere, è gravemente colpevole di avere “offeso una donna”. Questa è la “logica” dei social media.

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Alcune perle di saggezza delle vajasse-paradigma che passano le loro giornate sui social media a dare lezioni di storia, filosofia, medicina, politica, fisica quantistica, teologia, arte e chi più ne ha ne metta … e che aggrediscono e insultano senza filtri e limiti chiunque osi contraddire le espressioni della loro “alta sapienza”, in quei social media ormai ridotti a un pianeta «invaso da legioni di imbecilli che hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel», com’ebbe a lamentare Umberto Eco già svariati anni fa.

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Storia di un amore tradito che non si è mai spento: è morto Luigi Negri, fu vescovo della Diocesi di San Marino-Montefeltro e poi Arcivescovo di Ferrara. Un disastro di vescovo ma un autentico credente e un uomo di fede

—  Attualità ecclesiale — 

STORIA DI UN AMORE TRADITO CHE NON SI È MAI SPENTO: È MORTO LUIGI NEGRI, FU VESCOVO DELLA DIOCESI DI SAN MARINO-MONTEFELTRO E POI ARCIVESCOVO DI FERRARA. UN DISASTRO DI VESCOVO MA AUTENTICO CREDENTE E UOMO DI FEDE

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In queste luttuose circostanze l’ipocrisia clericale degli ecclesiastici riesce sempre a dare il meglio di sé, seguita appresso da quella dei clericali laici che la supera di gran lunga. Così, avvolti per qualche giorno dal senso di insano ossequio verso la morte che a dire di taluni cancellerebbe tutto, si procede con la beatificazione del defunto, magnificando anzitutto le virtù che non aveva.

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Roma, 1° maggio 2010, sacrestia di Santa Prisca all’Aventino, Luigi Negri, Vescovo della Diocesi di San Marino-Montefeltro, poco prima della consacrazione sacerdotale di Ariel S. Levi di Gualdo

Il 31 dicembre 2021 è morto Luigi Negri, che fu vescovo della Diocesi di San Marino-Montefeltro (2005-2012), poi Arcivescovo di Ferrara (2013-2017). Personalità complessa e contraddittoria, con un carattere impulsivo e passionale che creò non pochi problemi a lui, a chi gli è stato vicino e alle due diocesi che ha governato.

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In queste luttuose circostanze l’ipocrisia clericale degli ecclesiastici riesce sempre a dare il meglio di sé, seguita appresso da quella dei clericali laici che la supera di gran lunga. Così, avvolti per qualche giorno dal senso di insano ossequio verso la morte che a dire di taluni cancellerebbe tutto, si procede con la beatificazione del defunto, magnificando anzitutto le virtù che non aveva.

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Ho conosciuto molto bene Luigi Negri, perché le sue passionalità e imprudenze, che spesso hanno generato un pessimo governo pastorale, le ho sperimentate sulla mia pelle e, in un certo senso, le pagherò nel corso di tutta la mia vita sacerdotale, pur non avendone colpa e responsabilità personale alcuna, né io né il mio attuale Vescovo, che in perfetta antitesi a Luigi Negri è un pastore in cura d’anime a tal punto premuroso e amorevole che di sé lascerà un ricordo indelebile per lunghi decenni a seguire.

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Come a volte può accadere con certi padri, anziché un’eredità Luigi Negri mi ha lasciato dei debiti da pagare a dei creditori inavveduti che non sono stati contratti da me, finito nell’ingrata condizione di doverli estinguere e pagarne quindi tutte le conseguenze. Questo è stato per me Luigi Negri, lo sanno bene i miei confratelli della Chiesa particolare di San Marino-Montefeltro, nessuno dei quali pare essersi mai chiesto come mai, nella mia Diocesi di appartenenza, in 12 anni di sacerdozio non ho mai celebrato la Santa Messa neppure una volta, né mai ho partecipato alla Santa Messa del Crisma, o all’assemblea del clero. Ciò detto chiarisco: nemmeno lo farò, perlomeno sino al giorno in cui non mi saranno presentate quelle scuse che dalla prima all’ultima mi sono dovute. Non per me, ma per il sacro rispetto dovuto al ministero sacerdotale, perché se i primi a non rispettare il sacerdozio sono vescovi e preti, non ci si può certo lamentare che il sacro ministero sacerdotale non sia rispettato dai fedeli. E sono scuse dovute specie da parte di questa Santa Chiesa così piaciona e politicamente corretta che si strugge il cuore anche per l’ultimo degli ex galeotti tunisini che sbarcano clandestini sulle nostre coste per finire a spacciare droga sulle strade delle città italiane, ma che ritiene di poter trattare in modo così barbaro dei presbiteri che alla prova provata dei fatti non hanno mai dato problemi di natura morale, dottrinale e patrimoniale. E, considerati i tempi che corrono, è proprio il caso di dire ― senza alone di presunzione ― che un presbitero come me andrebbe portato come esempio di vita sacerdotale, sino a non facile prova contraria. E chi prova contraria l’avesse, che la sventoli ai quattro venti sulla pubblica piazza.

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È da questo che, per apparente paradosso, derivano i miei guai originati tutti dalle imprudenze e dal mancato accudimento di Luigi Negri. Infatti, non solo la prova contraria di quanto ho appena affermato non esiste, perché c’è di peggio: non ho scheletri negli armadi, quindi non posso essere ricattato sul piano morale ed economico. E oggi, se un prete non può essere ricattato, non può essere neppure intruppato in certe diocesi che sul meccanismo del ricatto stabiliscono i loro strani equilibri, che alla prova dei fatti stiamo pagando con le nostre chiese sempre più vuote e con una crisi di credibilità nella quale il clero non versava neppure nell’XI secolo, all’epoca in cui San Pier Damiani scriveva il suo Liber Gomorrhianus. Siamo noi preti, con le nostre inadeguatezze e pigrizie, con il nostro quieto vivere e con le nostre carenze dottrinali e morali, che le abbiamo svuotate, non la pandemia da Covid-19.

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Per comprendere il gran cuore di padre e pastore di Luigi Negri narrerò una scena della mia consacrazione sacerdotale, avvenuta a Roma nella Chiesa di Santa Prisca all’Aventino il 1° maggio 2010. Sin dal mese precedente pregai il vescovo di potermi intrattenere a colloquio con lui per una mezz’ora prima della sacra ordinazione. La sera del 30 aprile giunse a Roma alle 21,30 presso la casa sacerdotale internazionale dove alloggiavo, mi salutò e chiese di ritirarsi. Al che lo accompagnai presso la camera a lui riservata, il tutto nello spazio di cinque minuti. Prima di chiudermi la porta in faccia mi disse: «Ci vediamo domani mattina dopo colazione». Alle 8 del mattino successivo gli servii la colazione, ma senza poter parlare con lui, perché c’erano tutti gli altri sacerdoti della casa. Poi si ritirò dicendomi: «Ci vediamo alle 9.30». Alle 10 mi chiama il suo accompagnatore che mi annuncia: «Il vescovo mi ha detto di riferirti che vi vedrete direttamente in chiesa». Cinque minuti prima delle 11 giunge in chiesa, accolto sulla porta dal rettore, da me e dagli accoliti dell’Almo Collegio Capranica che prestarono servizio liturgico, mentre 92 sacerdoti concelebranti e quattro diaconi assistenti lo attendevano già parati nella sacrestia. Il tempo di pararsi e partiamo in processione, senza avere scambiato neppure due parole tra di noi.

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Dopo la proclamazione del Santo Vangelo fece un’omelia nella quale mise in luce persino le virtù che io non sapevo nemmeno di avere, solo in quel momento ne presi atto, debbo dire anche con grande felicità, appunto perché le ignoravo del tutto. I concelebranti ― che ripeto erano 92 presbiteri provenienti da varie parti del mondo ― rimasero colpiti e per giorni si dissero tra di loro:

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«Capita di rado che un vescovo dica parole simili su un suo presbitero dimostrando una volontà così determinata a ordinarlo con profondo orgoglio episcopale».

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Terminato il solenne pontificale, mentre in sacrestia ricevevo gli abbracci dei numerosi confratelli, il Vescovo sparisce. In seguito mi fu raccontata una scena rimasta purtroppo agli annali: mio fratello Paolo, con il suo bambino per mano, all’epoca 5 anni, corse verso l’auto del Vescovo per salutarlo, perché Luigi Negri se ne stava andando senza neppure degnare di un saluto mia madre e mio fratello.

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Lo attendeva forse il Santo Padre in udienza privata? No, aveva appuntamento con il senatore di Forza Italia Marcello Pera, un socio-politologo fatto passare per grande filosofo, uno dei vari amici di Luigi Negri, al quale tre mesi dopo, quand’ebbi modo di vederlo per cinque minuti scarsi, lamentando quel suo comportamento dissi:

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«Se un peccatore incallito che non si confessa da trent’anni ha un rigurgito di coscienza, o se un morente ha bisogno di essere confortato con i Sacramenti, ci mandi Marcello Pera, oppure, sa che le dico: ci mandi direttamente Silvio Berlusconi, così la salvezza eterna dell’anima sarà garantita al cento per cento».

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Caratterialmente più permaloso di una scimmia, la conseguenza fu che per un anno non mi rispose neppure al telefono. Potrei seguitare con molti altri racconti, dinanzi ai quali il romanzo Cuore, nota opera strappalacrime scritta da Edmondo De Amicis nel 1886, a confronto di certi episodi molti tristi e penosi da me vissuti risulterebbe più spassoso di uno spettacolo comico-teatrale esilarante portato in scena al Teatro Brancaccio dal grande e compianto Gigi Proietti.

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Cristo Dio mi ha voluto davvero suo sacerdote a tutti i costi, perché subito dopo la mia sacra ordinazione fui messo in condizioni non solo insostenibili, ma in condizioni che valicavano la capacità di sopportazione umana, come ammisero due miei formatori, uno dei quali vescovo di lunga esperienza. Per molto meno si sono visti presbiteri abbandonare il sacerdozio su due piedi dopo un paio d’anni, anche dopo un anno, o persino dopo soli sei mesi. Che io abbia un carattere molto forte è riconosciuto da tutti, ma neppure un carattere forte è sufficiente in certe situazioni. È in questo che ho visto la prorompente azione della grazia di Dio su di me, perché lei e lei sola mi ha sostenuto, io non ho meriti. E se un merito ce l’ho, è uno soltanto: avere liberamente accolta la grazia operante e trasformante di Dio. Solo oggi capisco i motivi che ieri non potevo comprendere, questi: ormai da anni, come confessore e direttore spirituale, svolgo un delicato e intenso lavoro pastorale a sostegno di sacerdoti che versano in gravi difficoltà. Come si può comprendere il dolore della croce senza averla portata sulle spalle ed esserci poi stati inchiodati sopra? Sì, sono occorsi anni, ma alla fine ho capito il mio ruolo nella economia della salvezza, che doveva passare dalla croce mia per poter svolgere il ruolo di colui che aiuta a portare la croce agli altri, anziché dire, con lo stile dei vescovi migrazionisti nuova generazione: «Forse hai bisogno dell’aiuto di un bravo psicologo». No, scellerati che non siete altro! Un prete in difficoltà, sempre e di rigore ha bisogno di un altro prete in grado di sostenerlo, oltre che di un vescovo degno di questo nome, ma oggi sempre più difficile da trovare, tanto sono impegnati a piangere sui barconi dei clandestini o sui poveri ideologici. O qualcuno conosce forse altre vie, al presente, per diventare vescovi e rimanere poi sulla propria cattedra episcopale, se non la piaggeria ruffiana e la avvilente e spersonalizzante omologazione a certe odierne tendenze pastorali tanto devastanti quanto fallimentari sulle quali, seppure consapevoli dell’immane danno, nessuno fiata e alle quali tutti si omologano?

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Con buona pace dei laudatori post mortem e delle tifoserie cielline che per qualche giorno si scateneranno narrando meraviglie a non finire sul grande Luigi Negri allievo della prima ora del grandissimo Luigi Giussani, posso e devo dire, con tutto lo spirito di verità più realistico e purtroppo impietoso, che come vescovo è stato un disastro. Perché questo è il problema di fondo: Luigi Negri non andava proprio fatto vescovo. Non si catapulta un uomo, a 64 anni d’età, da una cattedra dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano alla cattedra episcopale di una diocesi rurale tra le più piccole d’Italia, tutta disseminata tra le disabitate pianure e montagne del Montefeltro. Però, quando ciò per errore avvenne, Luigi Negri avrebbe potuto cogliere l’occasione per santificarsi e santificare il suo clero e il Popolo di Dio a lui affidato, perché non di rado la Divina Grazia si serve anche degli errori, per inserirci sulla via verso la santità. Invece, trascorsi neppure due anni, Luigi Negri già scalpitava tra la Congregazione per i Vescovi e i membri del collegio cardinalizio affinché gli fosse data una diocesi alla sua altezza, possibilmente una di quelle che erano anche sedi cardinalizie residenziali. D’altronde era il minimo dovuto, per un vescovo giunto a oltre sessant’anni d’età totalmente digiuno di concrete esperienze pastorali e che da subito si mostrò incapace a governare una piccola diocesi, lasciata in mano ai capricci e al libero arbitrio del vicario generale, mentre lui girava come una trottola da una parte all’altra dell’Italia a tenere conferenze e incontri. Sia chiaro: per un presbitero, avere fatto esperienza pastorale, al punto da essere idoneo all’episcopato, non vuol certo dire avere passato la vita a brigare di politica tra l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e il Movimento laicale di Comunione e Liberazione. Tutt’altra cosa è la pastorale per un prete, soprattutto per un vescovo. Infatti, quando il governo della Diocesi di San Marino Montefeltro passò da Luigi Negri a quel sant’uomo di Dio di Andrea Turazzi ― che per quarant’anni ha fatto il parroco e il formatore di sacerdoti ― dalle fitte tenebre si è passati alla luce del sole che risplende nel cielo a mezzogiorno.

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Quando un vescovo è un ambizioso in carriera che non si sente a proprio agio in una diocesi, ben presto il clero e i fedeli lo avvertono. La conseguenza sarà la sfiducia e la disaffezione del clero e dei fedeli verso il vescovo.

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Per parlare delle due grandi virtù di Luigi Negri, pessimo vescovo e pessimo pastore in cura d’anime, bisogna dipingere la realtà di un uomo che ha trascorso la sua vita a intrufolarsi in tutti i modi e per tutti i versi nella politica, sua grande e insopprimibile passione, senza che mai abbia capito né mai voluto capire che un vescovo deve essere padre premuroso sia degli appartenenti alla Destra che degli appartenenti alla Sinistra, evitando di creare, come di prassi ha fatto lui, inutili polemiche che hanno sempre rivelato il suo essere uomo di parte, anziché al di sopra delle parti. Compito di un vescovo è annunciare il Santo Vangelo, non fare campagne elettorali, evitando sempre di usare il Santo Vangelo a fini politici, propagandistici e soprattutto elettorali. Dicevo poc’anzi che per parlare delle virtù di questa personalità complessa e contraddittoria bisogna partire dai suoi gravi difetti. Correva l’anno 2011 quando, sfumato ormai il sogno della sede vescovile di Milano — che il buon Luigi Negri riteneva gli spettasse quasi di diritto —, dava ormai per certo il suo spostamento a Venezia al posto di Angelo Scola, promosso alla Sede Ambrosiana. Fu allora che lo presi di petto e gli dissi:

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«Vostra Eccellenza mi ha insegnato molto di più con i suoi difetti che con le sue virtù. Lei mi ha data una lezione che mi accompagnerà per tutta la mia vita sacerdotale, questa: se il Demonio riesce a prenderci nella vanità e nell’ambizione può fare di noi letteralmente ciò che vuole, anzitutto togliendoci la libertà, di conseguenza condizionando i nostri comportamenti. A lei è stata affidata una Chiesa da amare e accudire, che è sua sposa. Pertanto cerchi di essere un marito fedele, proprio lei che parla a destra e a sinistra dei grandi valori della famiglia, che non sono solo dei meri valori politici utili per inscenare polemiche con le Sinistre post-comuniste o liberiste, ma sono valori cristiani basilari. Quindi non aspiri ad avere una moglie più ricca e altolocata, come fanno quei mariti che mollano la moglie e i figli per fuggire con un’altra donna, perché vede, forse lei non se ne rende conto, ma il tradimento e l’adulterio hanno tante facce, ed anche i vescovi possono essere traditori e adulteri».

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Da allora a seguire, in pratica non l’ho più sentito e, quando alcune volte ebbi modo d’incontrarlo, feci appena in tempo a baciargli la mano e a porgergli un saluto. Eppure, tra i diversi presbiteri che ha consacrato nel corso del suo episcopato, non pochi dei quali hanno detto in giro su di lui cose terribili ― salvo magnificare in occasione della sua morte delle straordinarie virtù di cui mai si erano accorti prima ―, io ritengo di essere stato tra tutti il più fedele e veritiero. Più volte gli ho detto in faccia che stava per commettere gravi sbagli, altrettante gli ho rimproverato di avere sbagliato, anche gravemente. E dopo avergli detto questo l’ho sempre ubbidito, gli sono stato fedele e ho pagato i suoi errori, soprattutto l’ho sempre difeso dinanzi a preti e a vescovi chiacchieroni che alle sue spalle lo prendevano in giro per le sue smodate ambizioni di carriera, che con ingenuità quasi infantile non riusciva neppure a celare, perché Luigi Negri, quello che voleva, lo diceva pubblicamente, come la sede vescovile di Milano, che riteneva spettare a lui pressoché di diritto. Una volta, prendendo a male parole il classico monsignorino velenoso del Vicariato di Roma, in modo molto severo e arrabbiato gli intimai:

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«Non ti permettere mai più di ironizzare sul mio vescovo e di mancargli di rispetto dinanzi a me, che sono un suo presbitero, perché corri il serio rischio che io ti spacchi persino qualche osso».

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L’inferno che questo grigio impiegato piazzato nelle stanze di comando mi creò, risultò terribile, basti dire che per due anni mi fu possibile celebrare la Santa Messa solo nelle Catacombe di Priscilla, mentre un esercito di preti dediti all’alcol, qualcuno anche alle droghe, molti a una turbolenta vita notturna fatta di immorali dissolutezze, celebravano tranquillamente nelle principali parrocchie romane. Ma io sono un prete “vecchia scuola”, quindi il vescovo non si tocca, perché a prescindere dai suoi meriti o demeriti, è colui che regge e unisce assieme tutte le membra del Corpo Mistico di Cristo. Infatti, come spesso ho detto e spiegato, specie in questa nostra epoca dove tutto si gioca sulle passioni emotive, sul “mi piace” o “non mi piace”, il vescovo è sacro, fosse anche il peggiore episcopo dell’intera Chiesa universale. A un vescovo indegno o non all’altezza del proprio ruolo, io potrei anche dire di non nutrire alcuna stima nei suoi riguardi, mai però metterei in discussione la sua legittima autorità, né mai mancherei di rispetto alla sua sacra persona. Perché al vescovo ho promesso solennemente filiale rispetto e devota obbedienza. La stima no, quella non gliel’ho promessa. Pertanto, se la vuole, deve guadagnarsela, perché non gli è dovuta. Mentre il rispetto e l’obbedienza sì, quella gli è dovuta, sempre, a prescindere dai suoi meriti o demeriti.

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A Luigi Negri, mio vescovo consacrante, l’ho venerato, rispettato, ubbidito e al momento opportuno difeso a spada tratta. Stimare no, non l’ho stimato, gliel’ho anche detto, ma di ciò lui non si è mai curato. A lui interessava la stima dei vari Marcello Pera, dei Gianni Letta e dei maggiorenti del Centro Destra a seguire più o meno in affari con le cordate politiche di Comunione e Liberazione. Poi, che il più cattolico di costoro avesse almeno due divorzi alle spalle e che all’età di sessant’anni convivesse con una fidanzata di venticinque, non era cosa che interessasse questo indomito difensore dei politici valori supremi della famiglia. Questo il motivo per il quale un prete coerente e fedele per Luigi Negri non aveva alcun valore, per lui che sull’incoerenza e il palese spirito di contraddizione aveva costruito il proprio insopprimibile essere politico in grave danno al suo essere pastorale.

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Sono cristianamente fiero di essere stato consacrato sacerdote da lui, l’ho sempre detto a tutti e oggi lo ribadisco. Fierezza che si regge sulla oggettiva sussistenza di due grandi virtù di cui Luigi Negri era dotato, come dissi al Cardinale Carlo Caffarra in uno dei nostri numerosi colloqui privati:

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«Luigi Negri è un castello di contraddizioni e incoerenze, un uomo rivelatosi non all’altezza del ruolo pastorale di un vescovo, ma è un autentico credente e un uomo di fede. E io andrò sempre fiero di essere stato consacrato sacerdote da un credente e da un uomo di fede. Cosa di questi tempi affatto scontata, essere consacrati sacerdoti da vescovi che siano credenti e uomini di fede».

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Quello che mi rispose il Cardinale Carlo Caffarra me lo porterò nella tomba con me, posso solo dire che le sue furono parole di risposta date dal cuore sensibile di un grande e vero pastore.

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Io ho amato Luigi Negri nella verità, l’ho amato accettandolo con tutto il complesso bagaglio dei suoi difetti, molti dei quali derivanti da evidenti complessi inconsci di inferiorità che hanno condizionato la sua intera esistenza. E sono certo che in cuor suo abbia sempre ammirato in me l’ossequio alla verità e la coerenza, consapevole che se avessi accettato certi compromessi e chiuso gli occhi su tante tristi vicende che ammorbano la Chiesa, oggi il mio stato ecclesiastico sarebbe del tutto diverso, però, come molti miei confratelli in carriera, avrei pagato una veste violacea o rossa a prezzo dell’eterna dannazione della mia anima, non mi sarei santificato e non avrei potuto santificare i Christi fideles. E quando un giorno, appena dopo avermi ordinato diacono, dando per scontata la mia inevitabile carriera ecclesiastica Luigi Negri mi disse:

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«Ti ricorderai di me, quando io sarò un vecchio vescovo emerito dimenticato da tutti e tu sarai in chissà quali alti ruoli all’interno della Chiesa?».

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Facendogli una risata in faccia, come sovente si fa a coloro che delle persone non hanno capito niente, o comunque molto poco, risposi:

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«Io sarò sempre un prete tenuto agli estremi margini, perché se dovrò scegliere tra la scomoda verità, la mia quiete e il mio tornaconto personale, sempre sceglierò la verità, che ha dei prezzi parecchio elevati da pagare, per quant’è vero che Gesù Cristo è morto in croce».

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Quel primo maggio 2010, nella sua omelia per la mia consacrazione sacerdotale, Luigi Negri disse:

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«… in me abbonda la gioia di donare oggi alla Chiesa un presbitero fedele alla verità, alla sana dottrina e pronto veramente a dare la sua vita per la Chiesa e per il Papato fino all’estremo sacrificio».

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Un vescovo che afferma cose del genere, come può non fermarsi neppure a parlare mezz’ora con l’ordinando prima della sacra ordinazione e come può fuggire cinque minuti dopo, da perfetto e rozzo cafone ― tale Luigi Negri di fatto era ― senza neppure salutare i suoi familiari che, per inciso, mi hanno donato gratis alla Chiesa, all’interno della quale ho sempre pagato tutto e a prezzo pieno, senza essere costato un solo centesimo alla mia Diocesi nel corso di tutti gli anni della mia formazione al sacerdozio, svolti a Roma a prezzo caro, a prezzo totale e a prezzo pieno? Come può un vescovo dire queste parole e poi abbandonare un suo presbitero in pasto alle belve e disinteressarsi totalmente di lui? Semplice la risposta: perché in quel momento a parlare non era Luigi Negri ma lo Spirito Santo che è Spirito di Sapienza e di Verità e perché io, sacerdote, sono stato consacrato da Cristo, che ha usato le mani e la bocca di quel vescovo, che è stato solo e null’altro che uno strumento.

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Ti saluto, amato e venerato Vescovo mio, puoi contare su un presbitero che celebrerà sempre delle Sante Messe di suffragio per te, che dal tuo leggero Purgatorio mi sarai sicuramente grato. Contrariamente a coloro che ti hanno tirato addosso di tutto e di più, in palate di fango, mormorando come donnette tra i salotti privati e le chiuse sacrestie, ma che al tuo funerale narreranno su di te meraviglie tali da far impallidire le virtù dei Santi Vescovi e Padri della Chiesa, in testa a tutti proprio quei vescovi che ti hanno irriso per anni di salotto in salotto con battute velenose del tipo: «Se non lo faranno cardinale, il povero Negri morirà depresso».

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Se non vi saranno impedimenti dovuti alle rigide restrizioni per il Covid-19 che limita al minimo gli assembramenti, parteciperò anch’io al funerale. Mi metterò a sedere tra le panche con i fedeli, se ci sarà posto, altrimenti rimarrò a pregare fuori dalla porta della Chiesa. Perché coerente sono vissuto e coerente intendo morire, pagando sino all’ultimo centesimo i debiti che il mio Vescovo ha contratto e che mi ha lasciato poi da pagare.

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Visti i tempi che corrono, forse disporrò che le mie future esequie funebri, il giorno che sarà, si svolgano alle luci dell’alba in forma strettamente privata, per evitare che un uomo coerente, ma ormai ridotto a cadavere inerme, debba subire l’immondo florilegio di stupidità che riescono a dire i preti in certe circostanze, ma peggio ancora i vescovi. Poi mi farò seppellire in un piccolo cimitero, in una frazione sperduta della mia Diocesi di appartenenza, dove nella totale indifferenza dei preti, oggi tutti pronti con la lacrima all’occhio a tirare l’acqua al mulino dell’ideologia dei poveri e dei migranti, non ho mai celebrato la Santa Messa neppure una volta.

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Poco male, ci andrò da morto, semmai facendo scrivere sulla lapide tombale:

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«Qui giace un peccatore che per tutta la vita ha peccato in pensieri, parole e opere, non però in omissioni, perché nulla di ciò che era tanto vero quanto scomodo ha mai omesso di dire finché Dio gli ha concesso fiato. Chi passa dinanzi a questa tomba preghi per l’anima del Padre Ariel».

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dall’Isola di Patmos,  1° gennaio 2022

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«Il cammino delle tre chiavi» romanzo fantateologico di Ariel S. Levi di Gualdo

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

«IL CAMMINO DELLE TRE CHIAVI» ROMANZO FANTATEOLOGICO DI ARIEL S. LEVI di GUALDO 

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Avere tradotto in forma di romanzo, in bilico tra fantasy e distopico, l’essenza dei Novissimi, è un modo efficace ― a dire il vero geniale ― per riempire quel vuoto che ha reso sterile il Cattolicesimo, che da mezzo secolo brancola nel buio in un susseguirsi continuo di sperimentazioni autodistruttive. Novissimi è un termine bellissimo che unisce in forma catechetica e pastorale le realtà ultime di ogni cristiano in una prospettiva apocalittica intesa nel suo significato etimologico più genuino: rivelazione.

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Per accedere al negozio cliccare sull’immagine di copertina

Raccontare alla luce della fede le vicissitudini della vita di un affermato professionista attraverso la lente dei Novissimi: una scelta d’altri tempi e un argomento piuttosto inusuale nel panorama cattolico attuale. È questo che propone l’Autore in questo romanzo fanta-teologico in bilico tra distopia e fantasy, ripercorrere in forma pastorale e catechetica i momenti fondamentali della vita spirituale di ogni cristiano per prepararlo responsabilmente a quelle realtà ultime — insegnategli molti decenni prima durante le tappe dell’iniziazione cristiana e poi disattese o dimenticate — però essenziali nella prospettiva apocalittica verso la rivelazione.

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Chi siamo, da dove veniamo, verso dove andiamo? Sono le domande esistenziali più profonde nella vita di ognuno di noi. Il cammino delle tre chiavi è un paradigma del viaggio che ciascun uomo è chiamato a percorrere attraverso le numerose tappe della propria esistenza terrena. Si nasce, si vive e si muore. Chi ne è consapevole sa di avere alle spalle un passato, di vivere un presente che scorre veloce e un futuro che si fa sempre più imminente, anzi è già qui e alla fine ci presenterà un conto, talora anche piuttosto salato.

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È questo il dramma della caducità della vita, una interminabile sequela di alterne esperienze. Sui piatti della bilancia ci sono da un lato gli affetti, le amicizie, le gioie, le emozioni, le soddisfazioni professionali, sull’altro lato pesano le delusioni, le sofferenze, le mortificazioni, le malattie e quelle tragedie che ciascuno di noi, crescendo, è chiamato ad affrontare.

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Ogni giorno le sempre più innovative applicazioni tecnologiche e la propaganda consumistica ci lusingano a vivere l’epoca della modernità, in un mondo ripiegato nell’edonismo più materialista dove l’apparenza e l’appagamento egoistico dei nostri piaceri e dei nostri bisogni hanno di fatto obnubilato la nostra essenza spirituale, la sola fondamentale ricchezza individuale, la capacità di pensare alle ragioni più profonde della nostra esistenza domandandoci il perché, quale sia il nostro ruolo nella creazione.

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Quest’opera letteraria segna la maturità umana e spirituale di Ariel S. Levi di Gualdo, raffinato teologo dogmatico e storico del dogma, che unendo alle sue competenze teologiche la profonda conoscenza della psiche umana, traduce con maestria in romanzo i temi esistenziali profondi e misteriosi del protagonista, uomo di successo, in cui ciascuno di noi si può facilmente identificare. Narratore di riconosciuto talento sin dalla pubblicazione del suo romanzo storico Nada te turbe, l’Autore riesce a condurre il Lettore attraverso spazi e paesaggi concreti dove si susseguono i dialoghi dei personaggi, facendo gustare, di quadro in quadro, anche i particolari più minuti e crudi delle debolezze umane, dove spesso ama nascondere con artifici originali e mai scontati gli insegnamenti più profondi della religione cattolica.

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Questa presentazione è stata realizzata da Jorge Facio Lince e Ettore Ripamonti

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Dall’Isola di Patmos, 20 dicembre 2021

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Le Edizioni L’Isola di Patmos ringraziano la pittrice romana Anna Boschini autrice della copertina realizzata da un suo quadro a olio su tela e donato all’Autore per questa sua pubblicazione editoriale.

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oppure potete anche richiederlo direttamente alle Edizioni L’Isola di Patmos: isoladipatmos@gmail.com 

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Prossime pubblicazioni in uscita:

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narrativa (mese di gennaio):

LE ULTIME LACRIME DI GIULIANO, Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

 

 

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
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Novità editoriale: «Il segno di Caino» fede e tatuaggi nella storia un connubio possibile? Andiamoci molto cauti a demonizzare i tatuaggi. Un imperdibile libro di Padre Ivano Liguori

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

NOVITÀ EDITORIALE: «IL SEGNO DI CAINO» FEDE E TATUAGGI NELLA STORIA UN CONNUBIO POSSIBILE? ANDIAMOCI MOLTO CAUTI A DEMONIZZARE I TATUAGGI. UN IMPERDIBILE LIBRO DI PADRE IVANO LIGUORI

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Con questo suo libro Padre Ivano Liguori rende un servizio ai cattolici, giovani e meno giovani, attraverso una analisi storico-antropologica che dissipa tanti dubbi. Anzitutto spiegando che non si può definire il tatuaggio a cuor leggero come un “marchio satanico”, ignorando che esiste una antica tradizione della tatuatura cristiana, legata anche ai pellegrinaggi, al termine dei quali nel passato, ma anche oggi, presso le località dove si trovano celebri Santuari e luoghi di culto, i pellegrini si fanno imprimere un “marchio” come segno del loro cammino di fede, che in molti ha segnato delle vere ri-conversioni e il loro ritorno nel seno della Chiesa. 

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Per andare al negozio e ordinare il libro potete cliccare QUI

I Padri de L’Isola di Patmos non esitano a trattare argomenti sui quali spesso si preferisce sorvolare, non altro per non avere problemi. Ciò che volendo potremmo chiamarlo Complesso di Don Abbondio.

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Poi ci sono persone, cattolici inclusi o soggetti che si credono tali, che con l’avvento di Internet e dei social media credono di potersi formare una conoscenza solida saltando da un blog all’altro. A quel punto finiscono per udire i cori degli Angeli dove gli Angeli non possono cantare, oppure vedere il Demonio ― che è persona, esiste e opera oggi più che mai ― dove il Demonio non c’è.

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Con questo suo libro Padre Ivano Liguori rende un servizio ai cattolici, giovani e meno giovani, attraverso una analisi storico-antropologica che dissipa tanti dubbi. Anzitutto spiegando che non si può definire il tatuaggio a cuor leggero come un “marchio satanico”, ignorando che esiste una antica tradizione della tatuatura cristiana, legata anche ai pellegrinaggi, al termine dei quali nel passato, ma anche oggi, presso le località dove si trovano celebri Santuari e luoghi di culto, i pellegrini si fanno imprimere un “marchio” come segno del loro cammino di fede, che in molti ha segnato delle vere ri-conversioni e il loro ritorno nel seno della Chiesa.

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cliccare sull’immagine per ingrandire la quarta di copertina

Poi, che certi satanisti facciano altro uso del tatuaggio, ciò non toglie a questo segno una valenza cristiana antica e profonda da molti ignorata.

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Argomento sul quale l’Autore fa chiarezza, quello della demonologia, invitando a non vedere il Demonio dove non c’è, ma a cercare di capire dove davvero bivacca e opera e a difendersi da lui:

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«Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il Diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi» [I Pt 5, 8-9].

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I libri dei nostri Autori, caratterizzati da alta qualità di contenuto, mirano a dissipare tanti dubbi e leggende metropolitane a volte anche molto pericolose, ad accrescere nel sapere e aiutare verso un cammino di fede cosciente e matura. Tutto questo non possono darvelo certo Facebook, Twitter e Instagram, né si può acquisire saltando freneticamente da un blog all’altro. Acquistando i nostri libri sosterrete il lavoro apostolico dei Padri, la  rivista e le Edizioni L’Isola di Patmos. Ma soprattutto, in occasione di questo Santo Natale, potete fare a delle persone care un bel regalo, un regalo di qualità. 

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Dall’Isola di Patmos, 12 dicembre 2021

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oppure potete anche richiederlo direttamente alle Edizioni L’Isola di Patmos: isoladipatmos@gmail.com 

e riceverlo in 5 giorni lavorativi senza alcuna spesa postale

 

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Prossime pubblicazioni in uscita:

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narrativa (mese di dicembre):

IL CAMMINO DELLE TRE CHIAVI, Ariel S. Levi di Gualdo 

narrativa (mese di gennaio):

LE ULTIME LACRIME DI GIULIANO, Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

 

 

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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