Amoris laetitia, “salutare autocritica”

– Angolo dei Confratelli Ospiti dell’Isola di Patmos

AMORIS LÆTITIA, «SALUTARE AUTOCRITICA»

.

È possibile che, via via che passano gli anni, le esortazioni apostoliche post-sinodali diventino sempre più prolisse? È possibile che non si riesca a sintetizzare in poche proposizioni i risultati delle discussioni dei Padri? La concisione, in genere, si sposa bene con l’efficacia e l’incisività: quando ci si dilunga oltre il necessario per trasmettere un determinato messaggio, il più delle volte significa che le idee non erano molto chiare.

.

.

Giovanni Scalese, CRSP

Giovanni Scalese, CRSP *

.

.

.

Canova eros e psiche

Eros e psiche, opera di Antonio Canova

Mi è stato sollecitato un intervento sulla esortazione apostolica Amoris laetitia. I lettori che mi seguono ab initio [cf. QUI] sanno che non mi piace molto commentare i documenti pontifici. Scrissi in altra occasione: «Le sentenze non si discutono, si applicano». In questa circostanza, pertanto, anziché entrare nel merito della esortazione, preferirei soffermarmi principalmente su alcuni aspetti procedurali, anche se sarà inevitabile fare dei riferimenti ai contenuti.

.

Il documento ci invita a essere umili e realisti e a fare una «salutare autocritica» [n.36]. Credo che tale atteggiamento non debba essere rivolto solo verso la Chiesa del passato e la sua prassi pastorale, ma, per essere autentico, debba estendersi a 360° e quindi anche alla Chiesa odierna. Vorrei pertanto fare alcune domande, non con spirito polemico, ma come semplice invito alla riflessione.

.

amoris laetitia

l’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia

È corretto tornare su questioni che erano state già affrontate in tempi relativamente recenti (il precedente Sinodo sulla famiglia risale al 1980), senza che nel frattempo la situazione fosse radicalmente mutata? È vero che in questi trentacinque anni ci sono state non poche novità, che non erano state allora affrontate (p. es., la fecondazione assistita, la maternità surrogata, la teoria del gender, le unioni omosessuali, la stepchild adoption, ecc.); ma è altrettanto vero che tali tematiche non sono state al centro dei lavori degli ultimi Sinodi e sono toccate solo in parte e di sfuggita nell’esortazione apostolica. L’attenzione sembrava rivolta esclusivamente su una questione che era stata già ampiamente dibattuta e definita: l’accesso ai sacramenti da parte dei divorziati risposati civilmente. La questione era stata autorevolmente risolta nell’esortazione apostolica Familiaris consortio (n. 84); il suo insegnamento era stato poi ripreso dal atechismo della Chiesa cattolica (n. 1650) e ribadito dalla Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 14 settembre 1994 e dalla Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i testi legislativi del 24 giugno 2000. Mi rendo perfettamente conto che Amoris laetitia sfugge a questa logica dottrinale-giuridica, per porsi su un piano squisitamente pastorale; chiedo solo: è corretto rimettere in discussione un insegnamento ormai praticamente definitivo?

.

il Santo Padre Francesco con il Cardinale Carlo Caffarra, oggi Arcivescovo emerito di Bologna, considerato uno tra i più grandi esperti dei problemi sulla famiglia

È corretta la procedura seguita per affrontare questo tema? Prima il Concistoro straordinario nel febbraio 2014; poi l’assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi nell’ottobre dello stesso anno; successivamente, la emanazione dei due motu proprio sulle cause di nullità matrimoniale nell’agosto 2015; quindi l’assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi nell’ottobre immediatamente successivo; infine l’esortazione apostolica post-sinodale appena pubblicata. Finora non si era mai vista una simile procedura: non era sufficiente un’unica assemblea sinodale, debitamente preparata? Era proprio necessario questo “martellamento” durato due anni? A qual fine? Senza contare poi le anomalie registrate lungo il cammino: la segretezza della relazione al Concistoro e del dibattito sinodale; la relazione post disceptationem del Sinodo 2014, che non rifletteva i risultati del dibattito; la relazione finale del medesimo Sinodo, che riprendeva tematiche che non erano state approvate dai Padri; la lettera riservata dei tredici cardinali all’inizio del Sinodo 2015, denunciata pubblicamente come “cospirazione”; ecc.: sono cose normali?

.

sinodo dei vescovi seduta

una seduta del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia

È corretto insinuare determinate soluzioni pastorali, che non erano state accolte dai Padri sinodali (e pertanto non potevano essere riprese nel testo dell’esortazione), nelle note del documento? È corretto mettere in discussione in un documento del magistero l’insegnamento di un documento precedente con la seguente formula: «molti … rilevano» [nota 329)] “Molti” chi? “Rilevano” a che titolo? Inoltre, quale tipo di adesione richiede la nota 351, che ammette una possibilità in aperto contrasto con con l’insegnamento e la prassi ininterrotta della Chiesa, basandosi su argomenti che erano stati già presi in considerazione e giudicati insufficienti a giustificare una deroga a quell’insegnamento e a quella prassi [cf. la Lettera della Congregazione della Dottrina della fede del 14 settembre 1994, in particolare il n.5: «Tale prassi di non ammettere i divorziati risposati all’Eucaristia], presentata [da Familiaris consortio] come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni»]?

.

assemblea dei fedeli

assemblea dei fedeli

Non ci si dovrebbe preoccupare, quando si pubblica un documento, di che cosa arriverà ai fedeli? In Evangelii gaudium si poneva, giustamente, il problema della comunicazione del messaggio evangelico [n.41)] in Amoris laetitia si ammonisce di «evitare il grave rischio di messaggi sbagliati» [n.300]. Il fatto che nei giorni successivi all’uscita dell’esortazione siano stati pubblicati commenti contrastanti fra loro non dovrebbe far riflettere? Non sarà che il linguaggio usato non fosse sufficientemente chiaro? È possibile che sullo stesso documento ci sia chi afferma che non cambia nulla e chi lo considera rivoluzionario? Se una affermazione fosse chiara, non se ne dovrebbero poter dare contemporaneamente due interpretazioni opposte. La confusione provocata non dovrebbe essere un campanello d’allarme? In Amoris laetitia non si ignora il problema: «Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione» [n.308], ma poi, con Evangelii gaudium [n.45)], si risponde che è preferibile una Chiesa che «non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada». Si è tentati addirittura di pensare che la confusione venga intenzionalmente ricercata, perché in essa agirebbe lo Spirito e in essa Dio va ricercato. Personalmente preferisco credere, con San Paolo, che «Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» [1 Cor 14:33].

.

libri

le vecchie, amate e belle scaffalature dei libri …

È possibile che, via via che passano gli anni, le esortazioni apostoliche post-sinodali diventino sempre più prolisse? È possibile che non si riesca a sintetizzare in poche proposizioni i risultati delle discussioni dei Padri? La concisione, in genere, si sposa bene con l’efficacia e l’incisività: quando ci si dilunga oltre il necessario per trasmettere un determinato messaggio, il più delle volte significa che le idee non erano molto chiare. Senza contare che, elaborando documenti eccessivamente lunghi, si rischia di scoraggiare anche i più volenterosi a intraprenderne la lettura e li si costringe ad accontentarsi dei sunti, solitamente parziali e di parte, che ne fanno i mezzi di informazione.

.

psicoterapia

«… cominci a narrarmi la sua infanzia»

È proprio necessario che i documenti pontifici si trasformino in trattati di psicologia, pedagogia, teologia morale, pastorale, spiritualità? È questo il compito del magistero della Chiesa? Prima si afferma che «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero» [n.3] poi, di fatto, ci si pronuncia su ogni aspetto e si rischia addirittura di cadere in quella “casuistica insopportabile”, che pure, a parole, si dice di deprecare [n.304]. Al magistero spetta il compito di interpretare la parola di Dio [Dei Verbum, n.10; Catechismo della Chiesa cattolica, n.85], definire le verità della fede, custodire e interpretare la legge morale, non solo evangelica, ma anche naturale [Humanae vitae, n.4]. Il resto — la spiegazione, l’approfondimento, le applicazioni pratiche, ecc. — è sempre stato lasciato ai teologi, ai confessori, ai maestri di spirito, alla coscienza ben formata dei singoli fedeli. Un’esortazione apostolica, destinata a tutti i fedeli, non può, a mio parere, diventare un manuale per confessori.

.

astrattezza

il problema dell’astrattezza …

È giusto insistere sull’astrattezza della dottrina [nn. 22; 36; 59; 201; 312], contrapponendola al discernimento e all’accompagnamento pastorale, quasi non ci fosse possibilità di convivenza fra le due realtà? Che la dottrina sia astratta, non mette conto di sottolinearlo: lo è per natura; come la prassi, di per sé, è pratica. Ma ciò non significa che nella vita umana non ci sia bisogno dell’una e dell’altra: la prassi deriva sempre da una teoria, basti pensare che in Amoris laetitia si ripete per ben due volte, ai nn. 3 e 261, un principio filosofico — e pertanto astratto — che era stato già enunciato in Evangelii gaudium ai nn. 222-225: «Il tempo è superiore allo spazio». Ragion per cui è importante che la prassi, per essere buona (“ortoprassi”), sia ispirata da una dottrina vera (“ortodossia”); in caso contrario, una dottrina errata genererebbe inevitabilmente una prassi cattiva. Disprezzare la dottrina non giova a nulla, serve solo a privare la prassi del suo fondamento, della luce che dovrebbe guidarla. Non ci si accorge, inoltre, che il parlare della prassi non si identifica con la prassi stessa, ma costituisce solo una teoria della prassi? E la teoria della prassi è pur sempre una teoria, altrettanto astratta quanto la dottrina a cui si vuole contrapporre la prassi.

.

Bologna-chiesa-del-Baraccano-anni-50 giuseppe savini

Bologna, Chiesa del Baraccano, anni ’50 [foto di Giuseppe Savini]

Descrivere la Chiesa del passato come una Chiesa esclusivamente interessata alla purezza della dottrina e indifferente ai problemi reali delle persone, non è forse una caricatura che non corrisponde in alcun modo alla realtà storica? Arrivare al punto di usare certe espressioni [n. 49: «Invece di offrire la forza risanatrice della grazia e la luce del Vangelo, alcuni vogliono “indottrinare” il Vangelo, trasformarlo in “pietre morte da scagliare contro gli altri”»; n. 305: «Un pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa “per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite”»] è non solo offensivo, ma falso e ingeneroso verso quanto la Chiesa ha fatto e continua a fare, pur fra mille contraddizioni e infedeltà, per la salvezza delle anime. Nella Chiesa il discernimento e l’accompagnamento pastorale, magari chiamati con nomi diversi e senza fare troppe teorizzazioni, ci sono sempre stati; solo che finora ciascuno faceva il suo mestiere: il magistero insegnava la dottrina, i teologi l’approfondivano, i confessori e i direttori spirituali l’applicavano ai singoli casi. Oggi invece sembrerebbe che nessuno riesca più a distinguere la specificità del proprio ruolo.

.

Trasformare le esigenze della vita cristiana in “ideali” [nn. 34; 36; 38; 119; 157; 230; 292; 298; 303; 307; 308] non significa — davvero in questo caso — trasformare il cristianesimo in qualcosa di astratto, peggio, in una filosofia, se non addirittura in una ideologia? Non significa forse dimenticare che la parola di Dio è viva ed efficace [Eb 4:12], che la verità rivelata è una “verità che salva” [Dei Verbum, n. 7; Gaudium et spes, n. 28], che il vangelo «è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» [Rm 1:16], che «Dio non comanda l’impossibile; ma, quando comanda, ti ammonisce di fare quello che puoi e di chiedere quello che non puoi, e ti aiuta perché tu possa farlo» [Concilio di Trento, Decreto sulla giustificazione, c. 11; cf Agostino, De natura et gratia, 43, 50]?

.

ministero pastorale

la pastorale non può prescindere dalla dottrina e viceversa …

Siamo sicuri che la “conversione pastorale” [Evangelii gaudium, n. 25], che si richiede alla Chiesa odierna, sia un bene per essa? Ho l’impressione che alla base di tale conversione ci sia un equivoco di fondo, già presente al momento dell’indizione del Concilio Vaticano II e giunto fino ai nostri giorni: pensare che non sia più necessario che la Chiesa oggi si prenda cura della dottrina, essendo già essa sufficientemente chiara, conosciuta e accettata da tutti, e che ci si debba preoccupare solo della prassi pastorale. Ma siamo proprio sicuri che la dottrina sia oggi così chiara, che non necessiti di ulteriori approfondimenti e di essere difesa da interpretazioni erronee? Siamo proprio certi che tutti, oggi, conoscano la dottrina cristiana? Non basta rispondere a queste domande dicendo che c’è il Catechismo della Chiesa cattolica: primo, perché non è scontato che tutti lo conoscano; secondo, perché, quand’anche fosse conosciuto, non è detto che sia da tutti condiviso. Se è vero che «la misericordia non esclude la giustizia e la verità, ma anzitutto dobbiamo dire che la misericordia è la pienezza della giustizia e la manifestazione piú luminosa della verità di Dio» [Amoris laetitia, n. 311], è altrettanto vero che «non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo, è eminente forma di carità verso le anime» [Humanae vitae, n. 29; cf Familiaris consortio, n. 33;Reconciliatio et paenitentia, n. 34; Veritatis splendor, n. 95]. E il servizio che il magistero deve offrire alla Chiesa è, innanzi tutto, il servizio della verità [Catechismo della Chiesa cattolica, n. 890]; proprio insegnando la verità che salva il magistero assume un atteggiamento pastorale e “misericordioso” verso le anime. Solo quando il magistero avrà adempiuto a questo suo compito primario, gli operatori pastorali potranno, a loro volta, formare le coscienze, fare opera di discernimento e accompagnare le anime nel loro cammino di vita cristiana.

.

.

* Giovanni Scalese [Roma, 1955] è sacerdote e teologo dell’Ordine dei Chierici Regolari di San Paolo (Padri Barnabiti).

.

.

.,Senza peli sulla lingua

Pensieri in libertà di un Querciolino errante,

di Giovanni Scalese

[edito il 14 aprile 2016]

.

__________________________

grafica e foto a cura della redazione dell’Isola di Pamos

.

.

.

.

.

.

.

L’arte al servizio della fede: il mistero della crocifissione

Arte&fede

L’ARTE AL SERVIZIO DELLA FEDE: IL MISTERO DELLA CROCIFISSIONE

.

I primi cristiani declinarono l’iconografia della croce, considerata come pena capitale per i furfanti e i malfattori; non a caso, il simbolo del primo cristianesimo delle origini era un pesce stilizzato. Tra l’altro il Crocifisso era qualcosa che lo stesso San Paolo definiva «scandalo e stoltezza». Infatti, la croce, era per i cristiani segno con cui venivano svergognati e derisi.

.

.

Autore Licia Oddo *

Autore
Licia Oddo *

.

.

michelangelo bozzetto

Michelangelo, bozzetto di una crocifissione

Il simbolo per antonomasia della fede cristiana è senza dubbio il mistero della morte di Cristo in croce, che lo stesso cristiano rileva ogni qualvolta si raccoglie in preghiera. Epilogo drammatico della missione terrena di Gesù ma anche una nuova alleanza con gli uomini espressa nel sacrificio cristologico, di quel supplizio chiamato Via Crucis contemplato nei Vangeli della passione, la Crocifissione diventa altresì l’iconografia più rappresentativa e speculativa della storia, sino ai nostri giorni, ed è il messaggio cristiano di natura catechetica alle masse.

La Croce quale peculiarità cristiana, rappresenta il binomio del bene e del male, da una parte il simbolo a cui si spinge la malvagità umana come strumento di tortura che giunga alla morte, simboleggiando la cieca violenza che irrompe nel cuore dell’uomo, ma, d’altro canto, essa mostra la resistenza e la forza del bene: sulla croce, infatti, nonostante l’inaudita violenza che gli viene inflitta ingiustamente, Gesù non risponde al male col male. E invocando il perdono per i suoi carnefici, vince il male, mettendovi fine: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno» [cf. Lc 23,43]. San Paolo esprime questo duplice aspetto della croce in una frase topica: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» [cf. Rm 5,20]. Ed in effetti la giustizia divina, è in verità una giustizia riparatrice e non vendicativa; una giustizia che restaura e, per di più, perviene alla grazia [cf. dal sito della diocesi di Padova: “La Croce nell’arte” A. Fossion].  

I primi cristiani tuttavia declinarono l’iconografia della croce, considerata come pena capitale per i furfanti e i malfattori; non a caso, il simbolo del primo cristianesimo delle origini era un pesce stilizzato. Tra l’altro il Crocifisso era qualcosa che lo stesso San Paolo definiva «scandalo e stoltezza» [cf. 1 Cor 1,23]: infatti la croce era per i cristiani segno con cui venivano svergognati e derisi.

.

crocifissione di san Pietro di carlo giuseppe ratti

Carlo Giuseppe Ratti, crocifissione di San Pietro

Bisogna anche fare una valutazione di carattere socio-giuridico. Nel diritto penale romano, la pena alla crocifissione era considerata una condanna a tal punto infamante che non poteva essere inflitta ai cittadini romani, neppure a quanti si fossero macchiati dei crimini più efferati e gravi. Il tutto è a suo modo sintetizzato nella morte dei due Santi Apostoli Pietro e Paolo. Pietro il galileo, che era abitante di una colonia romana, fu messo a morte attraverso la crocifissione sul Colle Vaticano; Paolo, che invece era cittadino Romano, originario di Tarso nell’attuale Turchia, anch’esso morto martire a Roma, fu giustiziato attraverso decapitazione alle Acque Salvie, sulla Via Laurentina, dove oggi sorge il complesso dell’Abbazia delle Tre Fontane.

All’inizio della vita della Ecclesia compare l’utilizzo del simbolo del “Chiro” [o Chrismon] già noto ai più perché le due lettere sono le iniziali della parola ‘Χριστός’ [Khristòs], l’appellativo di Gesù, che in greco significa “unto” e traduce l’ebraico “messia”.

.

labaro costantiniano

bassorilievo marmoreo raffigurante il labaro costantiniano

Solo con l’epoca costantiniana, dopo il concilio di Nicea celebrato nell’anno 325, appaiono le prime raffigurazioni esplicite di Cristo, talvolta con la croce in pugno. Ma è il monogramma costantiniano il primo utilizzo pubblico della croce. Nel 312, secondo quanto racconta lo storico Eusebio nella Vita Constantini: la notte prima della battaglia contro Massenzio, l’imperatore Costantino I ha la visione di una croce luminosa con su scritto “In hoc signo vinces”. L’imperatore fece così stampare il simbolo cristologico, il cosiddetto labaro costantiniano, della croce sugli scudi dei soldati romani che, poco dopo, vinsero la famosa battaglia di Ponte Milvio.

Alla fine del secolo IV si assiste allo sviluppo del culto della Croce e delle reliquie. Nello stesso periodo si procede alla rappresentazione iconografica della etimasia, il trono vuoto con la croce gemmata, un cuscino sul quale è posto il mantello da giudice (riferimento al giudizio divino), un libro chiuso (il Libro della Legge), e gli strumenti della Passione simbolo della presenza del Cristo assente fino a quando non apparirà con la seconda venuta per il Giudizio Universale. Il IV secolo segna la diffusione del messaggio cristiano attraverso la decorazione musiva del trionfo pasquale di Cristo delle zone absidali e delle pareti delle navate laterali delle grandi basiliche romane quali vittoria del cristianesimo sulle altre religioni politeiste e quindi pagane (mosaico di Santa Pudenziana del 390).

.

croce di mastro guglielmo

Mastro Guglielmo, Cristo Trionfante, Cattedrale di Sarzana

A questo punto è doverosa una considerazione di carattere iconografico i cui riflessi iconologici possono ricondursi alla osservazione preliminare della doppia accezione della croce. Mi riferisco al carattere vittorioso della croce del bene sul male nota con la prima apparizione di quest’ultima che vede il Christus Triumphans.  Il Cristo è in posizione frontale con la testa eretta e gli occhi aperti, vivo sulla croce e ritratto come trionfatore sulla morte, attorniato da scene tratte dalla Passione, e poteva altresì presentare agli estremi dei bracci della croce figurine di contorno, successivamente la Vergine e San Giovanni evangelista in posizione di compianto. Talvolta si incontrano anche i simboli degli evangelisti e, nel braccio superiore la cimasa, un Cristo in maestà. Tra gli esempi più antichi di Crocifisso triumphans si annoverano la Croce di Mastro Guglielmo nel Duomo di Sarzana, la Croce di San Damiano nella chiesa di Santa Chiara ad Assisi e la croce di un anonimo maestro pisano nel Museo Nazionale di San Matteo a Pisa. È con il periodo relativo alle rinascenze carolingia ed ottoniana, che si verifica l’inizio di una nuova iconografia del Cristo morto detto (Christus Patiens) nel X sec.; questa volta gli occhi sono chiusi e l’espressione è sofferente, ad indicare l’umanità di fondo di Cristo. In età Romanica prima e soprattutto nel Gotico poi, sotto l’influsso dei “mistici” assistiamo alla crescita dell’attenzione anatomica. La diffusione di questa iconografia avviene per opera degli Ordini Mendicanti domenicani e francescani secondo i quali il Crocifisso assume un ruolo centrale, quale vessillo della passio e quindi del sangue e del dolore. L’iconografia assume toni più forti o drammatici con i Crocifissi di Cimabue e di Giotto. La Croce ispirata alla scuola della spiritualità francescana del Cristo patiens evidenzia il tema della passione rispetto a quello della gloria e per questo i suoi colori sono il nero, il bianco e il rosso, colori che rappresentano la morte, la pura innocenza, il sangue e, appunto, la passione, attraverso l’intensificazione delle piaghe e del sangue dalla corona di spine, evidenziando così l’aspetto malvagio dello strumento di tortura praticato dai romani. Negli scomparti laterali della croce sono narrate per immagini la passione e la resurrezione.

Negli affreschi è possibile ravvisare il tema della Crocifissione attraverso l’ostentazione del dramma alle folle, il dolore lancinante di Maria, la Maddalena, il Pianto degli Angeli etc…

beato angelico crocifissione

Beato Angelico, crocifissione

Il Rinascimento italiano quale espressione del naturalismo antropologico evidenzia la produzione delle grandi pale d’altare e viene evidenziato col Cristo, l’uomo virtuoso, perfetto, anche un ideale di umanesimo cristiano [cf. i Crocifissi dell’Angelico]. Si arriva così alla celebrazione del Cristo eroe, con i pittori della prima metà del cinquecento. La grande Crocefissione del Beato Angelico, conservata nella Sala capitolare del convento domenicano di San Marco a Firenze, presenta un’iconografia innovativa, poiché al posto dei personaggi consueti presenti al Calvario mostra tutta una serie di santi, vissuti nelle epoche e nei luoghi più disparati, secondo un complesso sistema allegorico che adombra vari significati. Si tratta di una raffigurazione mistica, invece della consueta scena narrativa, assimilabile a opere come il Compianto della Croce al Tempio, sempre dell’Angelico. Ciò che descrive l’immagine è il significato salvifico dell’evento: la Redenzione.

.

24-antonello-da-messina-crocifissione

Antonello da Messina, Crocifissione

La Crocifissione [1475] di Antonello da Messina è un esempio di quegli elementi anatomici e prospettici tipici del periodo. La tipologia iconografica rimanda a esempi fiamminghi, anche nel trattamento del paesaggio, che sfuma dolcemente in lontananza nei colori azzurrini delle colline avvolte dalla foschia. La linea intensa delle acque del lago isola maggiormente la figura del Cristo, con un cerchio formato dalla Vergine e da San Giovanni.

Il dramma della croce viene tradotto in immagine nei disegni di Michelangelo, e verrà ripreso con un’iconografia diversa, quella della Pietà che vede la Vergine disperata con in braccio il figlio cadavere nonché quello della deposizione ove significativa é la Pala Baglioni di Raffaello detta Deposizione Borghese. L’iconografia assume toni più teatrali e vivaci nell’epoca Manierista, col Pontormo.

Il Concilio di Trento contribuirà in maniera evidente al rilancio dell’arte cattolica in funzione propagandistica, proselitista, e morale tramite gli ordini religiosi. Le chiese si riempiono di effetti scenografici senza precedenti e lo stucco simula la cornice dipinta, i grandi altari sembrano realizzati su piani ascendenti, come il monte Calvario, con la Croce al centro. In pittura si alternerà il gusto e la preferenza ad artisti più legati al realismo caravaggesco o al classicismo, come gli spagnoli Rubens e Velazquez. Si procederà alla realizzazione di crocifissi agonizzanti, molto intensi e commoventi, come nell’arte pittorica di Guido Reni; crocifissi che sembrano interpretare il passo evangelico: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?», che Matteo mette al centro della sua presentazione apocalittica [Mt 27,46].

.

Alla fine del settecento e l’inizio dell’ottocento è la tradizione che vince su tutto, si veda Francisco Goya, che finisce per esaltarla in un bellissimo Cristo che emerge radioso da uno sfondo cupo dominato totalmente dalle tenebre. L’impianto del corpo di Cristo, levigato e senza ferite, denuncia uno stile classicheggiante e accademico molto lontano dalla sensibilità del Goya più tardo: il suo Cristo crocifisso fu infatti dipinto nel 1780 come prova d’ingresso alla Real Accademia di San Fernando per compiacere gli accademici abbarbicati nella tradizione.

.

crocifissione degas

Edgar Degas, Crocifissione

Altra grande novità si verifica alla fine dell’ottocento con gli artisti legati all’Impressionismo.

L’iconografia della Passione e della crocifissione permise a Degas di sperimentare il suo impressionismo in chiave religiosa, con copie degli artisti del passato. Il risultato fu una versione in cui la classicheggiante durezza dello stile del Mantegna cede il posto ad un aspetto fascinoso e diluito, dove il colore elimina dettagli e concretezza a cose e persone per lasciarvi solo l’energia, seppur tragica della morte, del dolore. Interessato poco al dettaglio folcloristico, che riporta in vita antichi usi e costumi, Degas non vede altro che colore per fondere lo spazio con i soggetti. La crocifissione impressionista diventa così la visione più completa e a noi comprensibile del dramma universale, simbolo iconografico della speranza.

.

cristo giallo

Paul Gauguin, Crocifissione

Qualche decennio più avanti l’espressionismo vede nell’opera di Gauguin una singolare rappresentazione: il Cristo Giallo. Rappresenta Gesù crocifisso, ma con una trasposizione di luogo e di tempo, infatti Gauguin lo ambienta nel suo tempo e nella sua terra francese della Bretagna. Le donne indossano i tipici costumi bretoni e sullo sfondo si notano le case con i tetti aguzzi, anch’essi tipicamente bretoni. Il quadro è tagliato in due, le linee di Gesù sono più angolari e spigolose e ricordano i quadri medievali, mentre per il resto dominano linee curve. L’opera è composta da contorni netti e c’è un’assenza di ombra, è bidimensionale con colori irreali. La figura di Gesù è magra e nel paesaggio sullo sfondo spiccano gli alberi rossi che ricordano il suo sangue, che non mette invece sul suo corpo. Per il corpo di Cristo e il suo colore particolare, Gauguin s’ispirò ad un crocifisso, tuttora in loco, esposto nella Cappella di Tremalo, non lontano da Pont-Aven, in Bretagna. Ciò ad indicare che il tema cristiano del martirio per antonomasia, così come l’artista lo traspone nel tempo e nello spazio resta e resterà sempre attuale.

.

Il Golgota - 1956 olio su tavola - cm. 80x120

Quirino de Ieso, Il golgota (1956)

Nel Novecento l’arte si divincola dalla propaganda ecclesiastica e concretizza nel mistero della crocifissione sul male dell’umanità e dell’inizio del secolo: le malattie nevrotiche tipiche del nuovo progresso tecnologico ed industriale, le guerre mondiali, lo sterminio nazista. Un grande contributo all’iconografia della Croce è quello di Chagall con la sua rilettura biblica della storia, in cui il Cristo è lo stereotipo del sacrificio violento. Tra gli altri artisti spiccano le creazioni autorevoli di Picasso, Guttuso, e Dalì.

«Il mistero della Crocifissione» che da il titolo ad alcune opere, rivive nella produzione sacra del maestro Quirino De Ieso, dagli anni cinquanta sino all’epoca odierna. Il Golgota, opera cubista recensita dallo stesso Pablo Picasso nel 1961, è un’opera in cui il colore degli oli e la linea segnano più che il soggetto umano il valore simbolico ricco del sacrificio cristologico. Il Golgota trasmette l’atmosfera carica di dolore, rievocata nel calore delle varie tonalità di un rosso sfaccettato, rappresentazione dell’ultimo istante della passione di Cristo, che precede l’oscurità dell’ora più infausta, esaltata in una prospettiva tridimensionale che colpisce lo spettatore attraverso la forma geometrica. Ciò che risalta all’occhio del contemplatore è però la differenza di colore dei due ladroni, colui che chiese a Gesù di ricordarsi di lui nel Regno dei Cieli, per questo raffigurato in bianco come il Salvatore.

.

La croce di Manhattan - 2001 olio su tela - cm. 60 x 100 Edito Cam Mondadori n. 51

Quirino de Ieso, La croce di Manhattan (2001)

Ma l’arte è la più significativa e manifesta espressione della società, in particolar modo della Chiesa e quello che va sottolineato in questa breve storia della iconografia della croce è un’opera del maestro De Ieso, di cui, la sottoscritta ne è la curatrice, in cui il Calvario di Cristo è ripercorso a distanza di cinquant’anni nell’opera “La Croce di Manathan targata 2001. Il parallelismo ai fatti che hanno riscritto la storia solo un quindicennio or sono, rivissuto nel martirio di Cristo è di gran lunga attuale più che mai ai fatti accaduti sino a qualche giorno fa a causa del nuovo clima di terrore che sta invadendo il mondo. La goccia di sangue versata sulla croce duemila anni addietro, si rinnova nel sacrificio di tutte le persone che sono state immolate nel luogo definito “Punto zero” che come il monte Calvario è il luogo ove è terminato il martirio e si è accesa la speme fiduciosa nel futuro per un mondo migliore. La croce rappresenta il patto con gli uomini presenti nelle quattro figure contemplanti, le personificazioni della teologia, letteratura, scienza, e arte, a cui hanno attentato i figli dei demoni della nuova era, mentre uno stuolo di ghirigori inesplicabili, dai colori accesi, evoca l’attesa misteriosa nella salvezza, come embrioni relativi alle nuove generazioni future, ad indicare che nulla è perduto. In questa speme, che gli artisti di tutti i tempi hanno rappresentato nei modi e nei luoghi più singolari, si cela il messaggio di Cristo, che attraverso il supplizio della crocifissione a causa del male più incondizionato ricevuto dall’uomo, ha restituito bene chiedendo ed ottenendo da Dio Padre il perdono dell’umanità.

.

.

* storica dell’arte

.

.

Per aprire questa recensione cliccare sotto

Licia Oddo – Jorge A Facio Lince QUIRINO DE IESO TRA ARTE E KOINE

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

Scuola, creatività e cultura del merito: “La scuola come valore sociale e bussola di orientamento nella vita e nel lavoro”

– I video dell’Isola di Patmos –

SCUOLA, CREATIVITÀ E CULTURA DEL MERITO: «LA SCUOLA COME VALORE SOCIALE BUSSOLA DI ORIENTAMENTO NELLA VITA E NEL LAVORO»

.

[…] «Lo so benissimo che queste cose molti non ve le dicono, semmai mossi da buon cuore – che poi buon cuore non è – il quale porta a dire: “Ai giovani non vanno rubati i sogni”. Ebbene io vi dico che i giovani non vanno lasciati in un mondo di sogni, vanno educati e stimolati ad essere creativi e ad esprimere al massimo la loro creatività nel mondo della realtà».

.

.

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

IMG_4879

aula magna dell’Istituto Adelfio Insolera di Siracusa, evento promosso dal Lions Club

In questa lectio che si è svolta il 2 aprile nella splendida cornice dell’antica Città di Siracusa presso l’aula magna dell’Istituto Adelfio Insolera, ho avuto il piacere di confrontarmi con una platea di oltre 300 giovani in età compresa tra i 17 ed i 18 anni delle scuole medie-superiori, percorrendo temi legati alla scuola, in particolare al loro futuro lavorativo, invitandoli a riflettere sul valore e sulla cultura del merito in rapporto sia allo studio sia al lavoro e toccando il delicato argomento dei numerosi lavori disponibili, che però i giovani italiani non vogliono svolgere più. Il tutto con la probabilità che domani, il figlio dell’extra-comunitario, dotato di ben altro spirito di sacrificio e animato da desiderio di riscatto, possa essere il loro futuro datore di lavoro.

.

IMG_4921

i rappresentanti del Lions Club promotori dell’evento

Lo spunto al quale mi sono ispirato per la riflessione è stata la conclusione del salmo 125: «Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni».

Mi è particolarmente caro ricordare la benedetta memoria del mio primo formatore e poi confratello sacerdote Vincenzo Maria Calvo [1937-2015], che fu a suo tempo insegnante e pedagogo premuroso di altre generazioni di giovani, ossia di molti genitori dei ragazzi ai quali pochi giorni fa ho parlato io con questa lectio [cf. QUI].

.

.

gloriatv

Per aprire il video sul canale di Gloria.Tv cliccare sotto sopra l’immagine

.

conferenza 2 aprile

.

Per aprire il video sul Canale You Tube dell’Isola di Patmos cliccare sotto

.

you tube

.

.

gloriatv

Audio per dispositivi Apple su Gloria.Tv 

audio

Audio MP3 su Gloria.Tv

audio

.

.

________________________________

.

Cari Lettori.

L’Isola di Patmos comincia il suo cammino il 20 ottobre 2014.

Nel corso dell’anno 2015 il numero delle visite ha superato i tre milioni, così suddivise: il 68% dei lettori appartenenti al pubblico italiano, il 32% a vari paesi del mondo.

Vi informiamo che nei primi tre mesi di questo anno 2016 abbiamo già raggiunto, dal 1° gennaio al 1° aprile, il numero complessivo di 2.852.000 visite.

Grazie a diversi lettori, ma soprattutto ad una singola benefattrice siamo riusciti a coprire le spese di gestione per l’anno in corso.

vi preghiamo di ricordarvi di noi, anche con un piccolo obolo, perché questa rivista telematica si sostiene unicamente con le offerte dei suoi lettori. 

I Padri dell’Isola di Patmos

.

.

.

.

.

Il problema del linguaggio dottrinale e la neolingua dei nuovi teologi: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”

– I video dell’Isola di Patmos –

IL PROBLEMA DEL LINGUAGGIO DOTTRINALE E LA NEOLINGUA DEI NUOVI TEOLOGI: «FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI MA PER SEGUIR VIRTUTE E CONOSCENZA»

.

«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» [II Tm 4,3-4]

.

.

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

veduta aerea di Ortigia, cuore dell’antica città greca di Siracusa

In questa lectio che sono stato inviato a tenere dai Cavalieri dell’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme e dai Soci del Lions Club nell’antica città di Siracusa il 1° aprile 2016, ho trattato un argomento teologico molto delicato: la perdita del linguaggio per la corretta trasmissione dei misteri della fede e del dogma, spiegando come nel corso dell’ultimo mezzo secolo di storia, alla precisione del linguaggio metafisico, si sia sostituita all’interno della Chiesa una neolingua intrisa di sociologismi e teologismi. Il cuore della lectio si  incentra sul brano del Vangelo di Matteo dove si narra di Gesù che prova tenerezza verso gli uomini che «parevano come pecore senza pastore», per questo «si mise ad insegnare loro molte cose» [Mt  6,30-44].

cattedrale siracusa

immagine della cattedrale di Siracusa eretta sopra l’antico tempio di Minerva [VII sec. a.C]. Quella di Siracusa è un’antichissima Chiesa fondata per volontà dell’Apostolo Pietro dal Vescovo Marziano e poi visitata dall’Apostolo Paolo  [cf. At 28, 11-16]

Infine il monito paolino che oggi suona più che mai di drammatica attualità e sul quale è strutturata la intera lectio:

.

«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» [II Tm 4,3-4].

.

Mi è particolarmente caro ricordare il mio maestro e confratello sacerdote Giovanni Cavalcoli, figlio dell’Ordine di San Domenico e insigne discepolo di San Tommaso d’Aquino, con il quale da anni condivido con pena, amore ma anche con quella teologale speranza che unisce assieme fede e carità, la non facile situazione ecclesiale e teologica che stiamo vivendo. Parte di questa lectio è anche frutto dei lunghi colloqui e scambi di approfondimento intercorsi tra di noi in questi ultimi tre anni.

.

.

Per aprire il video cliccare sotto sopra l’immagine

.

conferenza san tommaso

.

.

Per aprire il video sul canale You Tube dell’Isola di Patmos cliccare sotto

you tube

.

.

.Audio per dispositivi Apple su Gloria.Tv

audio

.Audio MP3 su Gloria.Tv

audio

.

.

.

.

.

.

.

.

.

 

 

 

Per vivere la risurrezione di Cristo è necessario abbandonare sogni, favole e idoli, penetrare il reale nell’obbedienza della fede e fare la volontà del Padre

PER VIVERE LA RISURREZIONE DI CRISTO È NECESSARIO ABBANDONARE SOGNI, FAVOLE E IDOLI, PENETRARE IL REALE NELL’OBBEDIENZA DELLA FEDE E FARE LA VOLONTÀ DEL PADRE

.

Sulla pietra rovesciata del Cristo risorto che ha vinto la morte, a tutti noi spetta un grande compito: scegliere tra i sogni e le favole sotto le quali tutto quanto crolla, oppure mettersi in cammino lungo la Via di Emmaus. Perché solo in questo secondo caso Dio ci verrà incontro come compagno di viaggio, ci chiamerà «amici», visiterà la nostra vigna e la trasformerà veramente in un’opera sua, dopo che l’uomo sarà riuscito a rinunciare al proprio omocentrismo per entrare nella dimensione del cristocentrismo.

.

.

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

Pasqua 2016, Veglia di Pasqua [Lc 24, 1-12] Mattino di Pasqua [Gv 20, 1-9], omelia alla Santa Messa del giorno di Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

PDF ARTICOLO FORMATO STAMPA

.

.

LA RESURREZIONE - TEMPERA 1996 - CM.50 X 35

la risurrezione del Cristo, opere di Quirino de Ieso, anno 1996, tempera su tela 50×35

Sulla scena della risurrezione le donne sono testimoni e protagoniste, come narra il Vangelo del Beato Apostolo Luca letto durante la veglia pasquale e nel Vangelo del Beato Apostolo Giovanni proclamato in questo giorno di Pasqua. Lapidarie sono le parole dette dell’Angelo alle donne nel vangelo lucano: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Sono parole dalle quali si edifica sulla roccia del sepolcro una verità eterna, quella che i profeti hanno trasmesso ad un popolo che cercava il Signore nei luoghi e negli spazi in cui lo aveva lasciato ieri, mentre l’Onnipotente Creatore è sempre avanti e sempre ci precede, invitandoci ad un cammino incessante, come recita le splendida lode Victimae pascali: «Surrexit Christus spes mea/ præcedet suos in Galilaeam», Cristo mia speranza è risorto e precede i suoi in Galilea.

IMG_0698

Ariel S. Levi di Gualdo, Veglia di Pasqua

Nella storia religiosa l’uomo tende spesso ad avanzare all’indietro ed a guardare a ritroso. Mentre invece Dio vuole che l’uomo guardi sempre in avanti, perché a partire dall’incontro del Signore risorto con i discepoli lungo la via di Emmaus [cf. Lc 24, 13-53], noi siamo stati proiettati in avanti verso l’eterno. Chi infatti ha paura del presente e del divenire futuro, finisce col vivere imprigionato tra un passato che non deve passare ed un presente immobile fatto spesso di sogni e di fantasie.

In certe situazioni di immobilismo si tende a vivere paralizzati nei propri piccoli possessi mascherati dietro fantasiosi castelli di intoccabili tradizioni, ignari del monito dato del Signore Gesù che ammonisce: «Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» [cf. Mt 15, 7-9].

Cristo Gesù non è chiuso dentro la tomba della verità di ieri, perché la verità è viva e vive in Gesù Cristo Risorto che porta sempre impressi su di sé i segni indelebili della passione. Cristo è colui che sempre risorge, che sempre rinnova il mistero del suo corpo e del suo sangue vivo attraverso il mistero eucaristico.

IMG_0701

Ariel S. Levi di Gualdo, Veglia di Pasqua

Lo Spirito Santo, ch’è dono divino dato dal Risorto nella Pentecoste, ci spinge in avanti, basta solo non confondere lo Spirito Santo con lo spirito proprio; basta non crearsi un fantasioso Gesù a nostra misura che guarda caso dice e comanda a certi uomini esattamente ciò che essi vogliono sentirsi dire, dando vita in tal modo ad uno dei peccati più terribili: la chiusura alla grazia di Dio. Ora voi capite bene che chiudersi e indurre il prossimo a chiudersi alla grazia di Dio in nome di Dio, è terribile empietà.

Cristo risorto colma di grazie e benedizioni le proprie opere, quelle da lui volute e ispirate, mentre le opere nate da mano d’uomo per la gloria dell’uomo – come dice il salmista – muoiono con l’uomo, proprio come gli idoli, ce lo insegna il salmo 114 che recita: «Gli idoli delle genti sono argento e oro, Opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano; dalla gola non emettono suoni. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida». E le opere di Dio – come enuncia il Vangelo – sono alberi che non si riconoscono né dalle fantasie né dalle illusioni nelle quali si è vissuto; le opere di Dio si riconoscono dalla vita e dai frutti della vita.

IMG_0736

Ariel S. Levi di Gualdo, Veglia di pasqua

E se un albero secca e non dà frutti, c’è poco da chiedersi dove hanno sbagliato gli altri, ma piuttosto c’è da chiedersi: dov’è che abbiamo sbagliato noi? Soprattutto c’è da chiedersi in che misura ci si è chiusi alla grazia di Dio ed al mistero delle sue opere per seguire le opere dell’uomo; opere che alla fine, anche dopo molti anni, si riveleranno fallimentari proprio per i frutti che non danno, o per i frutti malati che producono, consegnandoci in tal modo alla morte e non a quella vita che è adorazione e comunione perenne con il risorto. Una comunione che passa sempre attraverso la devota obbedienza alla Chiesa universale, alla Chiesa particolare ed ai propri pastori, i vescovi; soprattutto quando non è facile prestare loro obbedienza. Ma proprio quando l’obbedienza non è facile, semmai perché i Pastori possono essere deboli, distanti, o semplicemente incapaci ad assumersi le loro responsabilità, essa va’ più che mai prestata, perché in caso contrario si rischia di ubbidire solo ai capricci di noi stessi, alle nostre ragioni ed ai nostri rancori. E chi non istruisce a questa docilità ed a questa obbedienza verso la Chiesa ed i propri Pastori, che di questi tempi può risultare anche molto difficile e dolorosa da mettere in pratica; chi si crea il proprio mondo nel mondo, la propria chiesa nella Chiesa, non è un pastore d’anime e non è un maestro, ma una guida cieca. E come c’insegna il Vangelo: «Quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso» [cf. Mt 15,14].

5. Veglia Pasquale 2014

Ariel S. levi di Gualdo, Veglia di Pasqua

Il mistero sul quale la nostra fede si edifica, come ci spiega il Beato Apostolo Paolo, non è certo la pietra sigillata del sepolcro di Cristo, perché «se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» [cf. I Cor 15, 14]. Il mistero della nostra fede è quindi la pietra rovesciata da colui che non è più tra i morti ma tra i vivi e che ci viene incontro lungo la Via di Emmaus facendosi riconoscere dallo spezzare del pane [cf. Lc 24,13-35], invitandoci al cammino perenne e non certo alla paralisi dinanzi agli idoli che sono frutto delle mani dell’uomo.

Invitando l’uomo a compiacersi «della legge del Signore» ed a «meditarla giorno e notte», il salmista, nel Salmo n. 1, è molto chiaro nell’ammonirci con precise parole e ad indicarci che l’uomo giusto, colui che fa veramente la volontà di Dio: «Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere». E riusciranno, le sue opere, perché in verità sono opere del Signore, di cui l’uomo è stato ed è solo un fedele strumento.

.

9. Veglia Pasquale 2014

Ariel S. Levi di Gualdo, Veglia di Pasqua

Nella notte di Pasqua è avvenuta la risurrezione del corpo del Verbo di Dio Incarnato, di quella sua carne che fu infamata sul legno della croce e che adesso è adorata nei cieli e sulla terra. E non è certo un caso che Cristo Dio sia risorto di notte, perché con la sua risurrezione ha rischiarato le nostre tenebre, come canta il salmista: «Illuminerai la mia lampada, Signore; mio Dio, illuminerai le mie tenebre» [Sal 17, 29].

Cristo Risorto ci chiama alla vita e ci rende partecipi della vita, invitandoci a fuggire dalla morte; ci chiama a compiere le opere del Signore ed a benedire le sue opere dinanzi al Signore della vita: «Benedite il Signore, voi tutte, sue schiere, suoi ministri, che fate il suo volere. Benedite il Signore, voi tutte opere sue, in ogni luogo del suo dominio. Benedici il Signore, anima mia» [Sal 102].

.

12. Veglia Pasquale 2014

Ariel S. Levi di Gualdo, Veglia di Pasqua

È su questo che possiamo accogliere e costruire la nostra intima partecipazione alla risurrezione del Cristo, col quale l’umanità è morta al peccato e rinata alla vita, oppure consegnarci invece alla morte nel modo peggiore: dopo avere imposto le nostre opere umane in nome di Dio, ma dando i frutti inevitabili: un albero secco, la desolazione, infine una morte che giungerà triste dopo avere trascorso la propria esistenza in una dimensione di possesso e di chiusura sino all’ultimo arrabbiato respiro di vita. E tutto questo in nome del proprio “io” fatto passare per “volontà di Dio”, mentre attorno a noi tutto crolla. E tutto crolla per colpa nostra che non vogliamo vedere, non per colpa degli altri. Attorno tutto crolla perché noi, rinchiusi nelle nostre illusorie e inamovibili convinzioni, pur avendo udito tutti i giorni la Parola di Dio, in verità non l’abbiamo ascoltata, perché eravamo troppo impegnati ad ascoltare le ragioni del nostro “io” anziché le ragioni di Dio che attraverso la voce del Beato Apostolo Paolo ci mette in guardia dicendo: «Verrà giorno, infatti, in cui […] per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» [II Tm  4,3].

E agendo in questo modo, o seminando favole che poi, alla fine, cadranno a pezzi assieme agli idoli costruiti da mano d’uomo, non si giunge certo alla comunione dei Santi per godere della visione beatifica del mistero di Dio Creatore, del Verbo Incarnato Cristo Signore, dello Spirito Santo Consolatore.

13. Veglia Pasquale 2014

Ariel S. Levi di Gualdo, Veglia di Pasqua

«Cristo risorto ci ha liberati» ― ci ammonisce il Beato Apostolo Paolo [Gal, 1] ― «perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù». Mai e da nessuno, dobbiamo lasciarci imporre la schiavitù, specie da quegli uomini che vorrebbero rendere gli altri schiavi dei propri capricci e delle proprie fantasie in nome di Dio, dopo essersi impudentemente proclamati messaggeri e voce di Dio.

Sin dal Giardino di Eden, a noi spetta la scelta: consegnarci alla morte perenne o seguire la nostra naturale chiamata: partecipare alla risurrezione di Cristo Dio che siede oggi alla destra del padre e che un giorno – non dimentichiamolo mai – «tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti». E Cristo, posto che «ogni albero si riconosce dal suo frutto» [cf. Lc 6,44], con coloro che non hanno mai rinunciato neppure per un istante della propria esistenza a se stessi per essere veramente suoi, che non hanno veramente servito Cristo e la sua Chiesa ma che si sono serviti invece di Cristo e della sua Chiesa, sarà molto severo: li lascerà in pasto alla morte. Basti solo ricordare la parabola del fico sterile: Gesù, vedendo lungo la strada un fico, ricercò in esso dei frutti, ma, avendolo trovato ricco solo di foglie, pronunziò la condanna di quell’albero [cf. Lc 13, 6-9]. Il signore Gesù non disse affatto: poverino, non dà frutti per colpa degli altri. Tutt’altro, il divino Maestro affermò che la mancanza di frutti era tutta quanta colpa del fico sterile.

Se Cristo, dinanzi a un atto di pentimento perfetto, ha salvato il buon ladrone aprendo a lui le porte del Paradiso [cf. Lc 23, 38-43], altrettanto può fare con noi; altrettanto può fare con
coloro che si trovano in una vigna resa sterile dal fatto che in verità il Signore, quella vigna, non l’ha voluta, essendo opera di mano d’uomo e non opera di Dio. In tal caso è necessario e urgente prendere atto della realtà, seguire il sapiente monito del Beato Apostolo Paolo, abbandonare le favole e le fantasie [cf. II Tm  4,3]  aprirsi ad una verità ― che spesso è amara e per questo non facile da accettare ― e pregare il Signore con le parole del Salmo 79 che recita: «Signore, Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna». E il Signore ci visiterà, ma prima bisogna essere consapevoli del nostro errore e soprattutto dell’assenza di Dio nella vigna voluta dall’uomo per la pura ricerca di gloria dell’uomo, quindi pregare affinché, malgrado il nostro errore, la grazia ci soccorra e trasformi quel terreno nella vigna di Dio. In caso contrario si rischia di morire incattiviti come uno dei due ladroni, che anziché chiedere grazia e perdono, pur essendo martoriato e addolorato in tutto il suo corpo affisso sul palo della croce, manifestò invece chiusura, rifiuto, rabbia e spirito aggressivo sino all’ultimo respiro di vita. Proprio come fanno coloro che, dinanzi al fallimento delle proprie opere, non ritornano sui propri passi neppure dinanzi alla distruzione, al dolore, alla malattia e alla morte.

Nel Vangelo giovanneo c’è la bella immagine di Maria sofferente e smarrita dinanzi al sepolcro, che dice: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» [cf Gv 20,2].

IMG_0769

Ariel S. Levi di Gualdo, Veglia di Pasqua

Nel Vangelo lucano, alle donne paralizzate dal dolore dinanzi alla pietra vuota del sepolcro, due angeli in sfolgoranti vesti dicono: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» [Lc 24, 5].  Con queste parole gli angeli invitano le donne a guardare oltre la dimensione tutta quanta provvisoria di quel sepolcro che segna solo un momento di passaggio. Gesù infatti non è più nel passato, Gesù non è un insieme di ricordi resi tutti quanti immobili e legati ai giorni passati; Gesù vive nel presente ed è proiettato verso il futuro, Gesù è l’ «oggi» eterno di Dio che ci invita al cammino, è la alpha e la omega che «ricapitola in sé tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» [Cf. Ef 1,10], colui che il santo vescovo e padre della Chiesa Agostino chiamava il Christus totus, che è inizio, centro e fine ultimo del nostro intero umanesimo.

Sulla pietra rovesciata del Cristo risorto che ha vinto la morte, a tutti noi spetta un grande compito: scegliere tra i sogni e le favole sotto le quali tutto quanto crolla, oppure mettersi in cammino lungo la Via di Emmaus. Perché solo in questo secondo caso Dio ci verrà incontro come compagno di viaggio, ci chiamerà «amici», visiterà la nostra vigna e la trasformerà veramente in un’opera sua, dopo che l’uomo sarà riuscito a rinunciare al proprio omocentrismo per entrare nella dimensione del cristocentrismo, perché in caso contrario, si può fare tranquillamente a meno di recitare: «Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra», perché si tratterebbe solo di parole senza alcun senso umano e cristiano. 

.

.

Sequenza pasquale

Maitrise Notre Dame de París – Francia.
Gran Órgano: Philippe Lefebvre

.

.

.

.

.

.

.

.

“E bomba o non bomba noi arriveremo a Roma”: Nunzio Galantino conversa su Dio con Dario Fo

«E BOMBA O NON BOMBA NOI ARRIVEREMO A ROMA» NUNZIO GALANTINO CONVERSA SU DIO CON DARIO FO

.

Il discorso di Fo è assurdo e blasfemo e non vedo in che consisterebbe questa «grande religiosità» che Nunzio Galantino, con evidente piaggeria, attribuisce a Fo.

.

.

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

.

.

nunzio galantino 1

S.E. Mons. Nunzio Galantino, Segretario generale della C.E.I.

S.E. Mons. Nunzio Galantino, Segretario Generale della C.E.I, ha iniziato sul quotidiano Sole 24 Ore della Domenica una rubrica intitolata Abitare nelle parole, la quale si propone di trattare del significato di alcune parole-chiave della moderna cultura riguardante il rapporto io col mondo. Egli ha iniziato con la parola Dio facendo riferimento al pensiero di Dario Fo, l’Articolo integrale è leggibile QUI.

Ho estratto dallo scritto di Nunzio Galantino alcune affermazioni, qui riportate in rosso, a ciascuna delle quali desidero fare un commento.

.

Dio è una parola paradosso. Per alcuni c’è solo il termine e non c’è il soggetto corrispondente, per altri c’è il soggetto corrispondente ma non va nominato e secondo altri ancora il Dio di Mosè non tollerava di essere rappresentato.

.

 E Galantino che ne pensa? Non si pronuncia.

.

Dio è parola di massima creatività […] Dio è il principale protagonista della visibilità […] Con la parola Dio, e con la realtà alla quale essa rimanda, possiamo permettere alla nostra mente di viaggiare in ampi spazi e di fare esperienze straordinariamente cariche di vita, sia partendo dalla parola e aprendoci alla fantasia, sia partendo dall’immagine e poi ricollegandoci alle parole.

.

Non vedo che cosa c’entri Dio con la «creatività» e la «visibilità». Esse non appartengono alla teologia, ma alla poesia, o alla letteratura o alla pittura. Dice di non voler fare teologia. Ma, parlando di Dio, che cosa vuol fare, allora? San Paolo è molto chiaro. Dice: «Dalla creazione del mondo le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute» [cf. Rm 1,20]. Dio non è oggetto né della fantasia né dell’immaginazione, ma dell’intelletto. Altrimenti, come dice la Scrittura, abbiamo un idolo fatto dalle nostre mani.

.

Un bambino avrebbe difficoltà a seguire il nostro discorso, perché lui sa che dietro la parola «mamma» c’è una mamma; ma dietro la parola Dio cosa c’è? Cosa dirgli? […] Spiegare a un bambino che può piovere anche da realtà invisibili, ma esistenti. Con un bambino proverei a cavarmela così.

.

Dietro la parola “Dio” c’è Dio, perché anche la mente del fanciullo, in quanto capace di ragionare, può sapere che Dio esiste. A parte il fatto che comunque ci arriva da solo, bisogna aiutarlo nella applicazione del principio di causalità, come insegna il Libro della Sapienza: «Dalla bellezza e grandezza delle creature per analogia si conosce l’Autore» [cf. Sap 13,5].

 .

Dice Fo: «Dio Non c’è. Non esiste. Non ci credo… Però…». Secondo lui Dio è un gran falsario che si è inventato da sé, un genio della Storia, perché ha saputo creare la sua immagine. Un abile croupier. La sua anti-religiosità m’è parsa molto religiosa […] A Dio non basta mai l’amore degli altri, mentre Gesù fonda il suo sentimento sull’amore da dare e non da ricevere.

.

Il discorso di Fo è assurdo e blasfemo. Dio di per sé è bontà e generosità infinite, ed è il Dio di Gesù Cristo. Se Cristo dona e non è un egoista, ciò dipende proprio dal fatto che è Dio Egli stesso. Non vedo in che consisterebbe questa «grande religiosità», che Galantino, con evidente piaggeria, attribuisce a Fo.

.

Noi uomini abbiamo bisogno di trascendenza e per noi cristiani l’essenza dell’esistenza umana si trova nell’uscire da noi, nell’andare e nel sentirci proiettati oltre. Quello che qualcuno chiama “auto-trascendimento” non ci porta solo verso Dio […] Questa situazione appartiene anche a un ateo.

.

È vero che abbiamo bisogno di trascendenza, ma non facciamo della confusione. Innanzitutto distinguiamo. Un conto è l’uscire da noi stessi, che è segno di socialità, e un conto è il “sentirci proiettati oltre”, che è un fenomeno psicologico, che può essere normale come patologico. Un conto è l’ulteriorità metafisica, morale o teologica, dalla quale si sente attratto l’uomo ragionevole, e un conto è l’ulteriorità emotiva, irrazionale e fantastica, che attira l’alienato mentale. E’ ovvio che è solo il primo tipo di ulteriorità che stimola l’affermazione di Dio.

Quanto all’autotrascendimento, anche qui bisogna distinguere. L’autotrascendimento, in generale, è un atto psicologico, col quale il soggetto supera intenzionalmente e volontariamente se stesso o va oltre se stesso. Lo spirito sale, si eleva, si innalza verso un vertice che sta oltre il proprio limite.

Questa elevazione dello spirito, però, è diversa nel caso che l’impulso venga dal basso o dall’alto, vale a dire o dall’uomo o da Dio. L’uomo può trascendersi o innalzarsi verso Dio o perché si lascia attrarre da Lui, in sottomissione a Lui, e allora abbiamo il transcende teipsum, del quale parla Sant’Agostino, o perché si innalza ergendosi contro Dio, in antagonismo con Dio. Nel primo caso abbiamo l’umiltà, che fruttifica nella religione; nel secondo caso abbiamo la superbia, che fruttifica nell’empietà e nell’ateismo. È chiaro che solo il primo tipo di trascendimento caratterizza, non l’esistenza cristiana come tale, ma la potenza o la facoltà del suo spirito, giacché l’identità dell’essere con l’agire c’è solo in Dio.

L’essenza dell’esistenza umana nella visione cristiana non si trova in nessun “uscire da noi, o nell’andare e nel sentirci proiettati oltre” o in quello che qualcuno chiama “auto-trascendimento”, ma consiste nell’essere, come dice il Concilio Vaticano II, «unità di anima e corpo»[1], creata «ad immagine di Dio, capace di conoscere ed amare il proprio Creatore»[2] e niente affatto «nell’uscire da noi, nell’andare e nel sentirci proiettati oltre. Quello che qualcuno chiama ‘auto-trascendimento’». Questi semmai sono potenze o possibili atti e non costitutivi dell’esistenza umana. Vorrei sapere dove Galantino ha pescato quella definizione dell’uomo. Non certo nella Scrittura o nel Magistero della Chiesa o in San Tommaso.

 .

Gesù chiede, pretende, l’amore difficile, illogico, paradossale.

.

Gesù non pretende alcun amore «illogico», ma perfettamente conforme a ragione. L’amore illogico è peccaminoso, perché contrasterebbe col nostro dovere di agire secondo ragione. Gli esempi che porta Galantino o sono equivoci o si possono risolvere facilmente, ma qui non abbiamo lo spazio e poi si può sempre consultare un qualunque trattato di teologia morale.

Mi fermo solo sull’amore per il nemico. Non c’è nulla di illogico in questo amore, ovviamente ad intenderlo bene, e non come se Cristo ci comandasse di amare l’inimicizia del nostro nemico contro di noi; il che sarebbe esattamente un peccato da parte nostra. Si trova invece in questo comando una profonda saggezza, che dà serenità alla persona offesa, facilita la conciliazione e dispone l’avversario a più miti consigli, rendendolo disposto a chiedere perdono e ad essere perdonato.

.

Varazze, 16 marzo 2016

.

.______________________ 

[1] Gaudium et spes, n. 14.

[2] Ibid., n. 12.

.

.

E BOMBA O NON BOMBA NOI ARRIVEREMO A ROMA … E PURTROPPO CI SONO ARRIVATI !

.

.

.

___________________

 

.

Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

.

.

La Redazione dell’Isola di Patmos, coglie l’occasione per ricordare a S.E. Mons. Nunzio Galantino quale è da sempre il “lodevole” livello di «religiosità» dell’ateo Dario Fo: farsi beffa di Dio, di Cristo, del Vangelo e tutti i santi. Prendiamo atto però che il lungimirante Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, in tutto questo ravvisa comunque «grande religiosità». Domanda: la Congregazione per la dottrina della fede è sempre aperta e operativa, oppure è stato il primo dicastero della Santa Sede ad essere abolito dalla riforma della Curia Romana in vista di una prossima “nuova Chiesa” libera finalmente da tutti gli “inutili dogmatismi” che per troppi secoli l’hanno “oppressa“?

.

.

.

.

LA GIULLARATA SUL VANGELO DELLA RISURREZIONE DI LAZZARO

.

.

.

.

.

.

.

.

La Compagnia di Gesù nella Chiesa d’oggi: ascesa e caduta di un grande Ordine

LA COMPAGNIA DI GESÙ NELLA CHIESA D’OGGI: ASCESA E CADUTA DI UN GRANDE ORDINE

.

[…] nella primavera del 1981 San Giovanni Paolo II, stanco di questa situazione esasperante ed irresolubile, che si trascinava dalla fine del Concilio, convocò in Vaticano un ristretto gruppo di Cardinali, tra i quali il Segretario di Stato Agostino Casaroli, per discutere della opportunità di sciogliere la Compagnia di Gesù. Metà dei Cardinali e il Papa stesso erano favorevoli; ma il Cardinale Casaroli convinse il Papa e il gruppo a rinunciare.

.

PDF in formato stampa 

.

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

.

.

Per aprire l’articolo cliccare sotto

23.03.2016   Giovanni Cavalcoli OP –  LA COMPAGNIA DI GESÙ NELLA CHIESA D’OGGI: ASCESA E CADUTA DI UN GRANDE ORDINE

.

.

.

.

Un libro infelice di Bruno Forte: “Trinità come storia”

– Theologica –

UN LIBRO INFELICE DI BRUNO FORTE: «TRINITÀ COME STORIA»

.

Bruno Forte, nella sua imprudente ammirazione per Hegel, non si accorge che Hegel, nell’interpretare il mistero trinitario, segue lo stesso metodo razionalistico di Proclo, per il quale gli dèi greci non esistevano come persone reali, ma erano solo raffigurazioni simboliche immaginarie […]

.

.

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

.

.

Per aprire l’articolo cliccare sotto

10.03.2016   Giovanni Cavalcoli, OP — UN LIBRO INFELICE DI BRUNO FORTE: «TRINITÀ COME STORIA»

.

.

.

______________________________

Cari Lettori.

Vi ringraziamo per averci offerto il vostro prezioso sostegno grazie al quale possiamo provvedere alle spese di gestione dell’Isola di Patmos per l’anno 2016. Di tanto in tanto vi preghiamo di ricordarvi di noi e del nostro lavoro scientifico e pastorale che, come avete  in concreto dimostrato, merita il vostro sostegno economico..

E di ciò vi siamo profondamente grati.

.

.

.

.

 

Gli esercizi alla Curia Romana. Dai predicatori ai becchini: il funerale dell’omiletica

GLI ESERCIZI ALLA CURIA ROMANA. DAI PREDICATORI AI BECCHINI: IL FUNERALE DELL’OMILETICA

[In appendice: un’omelia del Padre Ariel agli adolescenti]

..

È gravissimo che a supporto delle proprie oggettive eterodossie il Predicatore abusi degli straordinarî paradigmi cristologici quali ad esempio l’episodio della prostituta perdonata [Cf. Lc 7, 36-48] o dell’adultera [cf. Gv 7,53-8,11], per mutare il tutto in altro, per liberare l’uomo ormai psicanalizzato dal complesso del peccato. Proprio come in precedenza ebbe più volte a fare il suo celebre confratello Davide Maria Turoldo, insigne e celebrata firma del quotidiano Il Manifesto del Partito Comunista, nel quale per anni scrisse editoriali destinati a piacere ai comunisti radicali ed a confondere, se non a volte a umiliare, il sentimento dei cattolici.

.

.

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

PDF articolo formato stampa

.

.

Si narra che il Doctor Angelicus San Tommaso d’Aquino, quando si ritrovava tra le mani manoscritti contenenti concetti filosofici o teologici errati, senza sprecare alcun commento, vi disegnava di lato la testa di un asino.

.

.

asino padrone

l’asino va’ dove vuole il padrone

Nella mia Maremma toscana natia, un proverbio della saggezza popolare recita «L’asino va’ dove vuole il padrone», ed ancora: «L’asino si lega dove vuole il padrone».

Gli esercizi spirituali alla Curia Romana in corso di predicazione a cura del Padre Ermes Ronchi, illustre membro del turoldiano Ordine dei Servi di Maria, alla prova dei fatti è un atto di adulazione al padrone dell’asino legato – o legatosi – dove il padrone vuole.

Inutile ricordare che il Signore Gesù afferma: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» [cf. Gv 15,15]. Tema questo già trattato in uno dei miei articoli passati [cf. QUI].

Non ho intenzione di fare una legittima critica approfondita e tutta rigorosamente teologica rivolta alle numerose affermazioni audaci del Predicatore, perché sono davvero tante, a partire dall’Antico Testamento sino ai Vangeli. “Lodevole” il panegirico su Adamo ed Eva, che «credono» e «non credono», proprio come se ad essere allegorico fosse non solo il racconto, ma anche l’intero contenuto. Domanda: come possono Adamo ed Eva credere o non credere a ciò che vedono, posto che Dio ce l’hanno davanti agli occhi? [cf. QUI]. Ben altro è infatti il problema di fondo di queste due prime creature fatte a immagine e somiglianza di Dio, che è il volersi fare simili a Dio, per “prescindere” poi da Dio. E dalla loro libera e determinata ribellione nasce la rottura dell’armonia perfetta che corrompe l’umanità intera e che rende l’uomo mortale e corruttibile. Tutto questo è noto anche come peccato originale. E il peccato originale è una realtà che nasce da un atto e da un fatto reale, merita insegnarlo al Predicatore, visto che non ne parla proprio, forse perché non lo sa. Il peccato originale non è un’invenzione di Sant’Agostino, come affermano molti, né una «paura che raffigura i timori mitico-ancestrali dell’uomo», come soleva dire Karl Rahner. il Predicatore spiega che Adamo ed Eva provano «paura», anche se ad essere precisi andrebbe detto che, più che «paura», provano timore e vergogna. Ma non è questo il problema, bensì il fatto che il Predicatore non spiega l’origine di questo timore e vergogna, ma soprattutto che cosa ne consegue per loro e per tutta l’umanità. E questo è molto grave, perché è la base di partenza dell’idea totalmente errata che il predicatore ha del peccato e che di conseguenza affiora in tutta la sua predicazione, che di fatto, senza facile pena di smentita, è una predicazione eterodossa, tenuta dinanzi al Sommo Pontefice ed ai membri della Curia Romana.

asino conquistatore

il sorriso accattivante dell’asino conquistatore

Senza cadere nel più temibile dei peccati capitali, che è la superbia, in tutta onestà cristiana affermo che io, nello svolgimento del mio ministero di predicatore, gli esercizi spirituali alla Curia Roma non li avrei predicati meglio, ma molto meglio, partendo anzitutto dalla consapevolezza che Gesù Cristo mi chiama «amico» [cf. Gv 15, 9-17] e che lui solo è il mio unico «Padrone». Un padrone che peraltro non vuole la mia compiacente piaggeria, ma la mia fede e il mio amore. E l’una e l’altro passano attraverso l’esercizio del dono della libertà dei figli di Dio.

Mi limito quindi a due esempi, giusto per rendere l’idea: anzitutto il fatto che, nella seconda giornata di esercizi spirituali, il Predicatore afferma: «mi aiuta una frase di Bonhoeffer». E procede quindi a ruota con la relativa citazione [cf. QUI].

Chiariamo subito la cosa: quello del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer è un pensiero altamente ereticale, già lo spiegai in passato dettagliando in un mio articolo come questo pensatore stava alla base della formazione dell’attuale Vescovo Segretario della Conferenza Episcopale Italiana [cf. QUI], un altro «asino» ― in senso puramente figurato, per la santa carità di Dio! ― «legato dove vuole il Padrone». Mi si potrebbe obiettare che anche in un eretico come Bonhoeffer, può esserci del buono; cosa questa che in sé è giusta e vera. Come però c’insegna il nostro sapiente maestro domenicano Giovanni Cavalcoli attraverso le sue critiche ai teologismi di Karl Rahner: «L’eresia più pericolosa è quella attraverso la quale, vero e giusto, finiscono cosparsi di errori dottrinali e infarciti di eterodossie».

asino comunicazione

l’arte della comunicazione …

Volendo, posso chiarire il tutto con uno di quegli esempi che mandano letteralmente fuori dai gangheri certi inguaribili clericali. L’esempio è il seguente: anche nel famoso porno-attore Rocco Siffredi – celebre non per il suo volto ma per altre parti anatomiche del suo corpo – c’è del buono. Più volte lo abbiamo visto commuoversi teneramente in diretta televisiva, mentre rispondendo all’intervistatore parlava della propria amata moglie e dei propri amati figli col candore di un San Luigi Gonzaga, spiegando che per lui la famiglia non è semplicemente importante, bensì proprio tutto. Pur malgrado, io non lo proporrei mai, né mai lo userei come modello di paterno amore familiare nella predicazione degli esercizi spirituali alle Carmelitane scalze. Sebbene comunque io ritenga cosa più grave usare l’eretico Bonhoeffer come esempio e paradigma per esprimere concetti di “alta spiritualità” alla presenza del Sommo Pontefice e dei membri della sua Curia, più o meno “sbracati” con dei clergyman sciatti indosso, di quelli sui quali è applicato un francobollo di plastica bianco al centro della camicetta, in uno sfoggio di croci pettorali di ferro penzolanti sulle pance. Ed a chi mi rispondesse: «Ma quali quisquilie vai ad osservare e cercare?», replicherei che tra poco, nel Vangelo della Passione, leggeremo l’episodio nel quale i soldati romani, ritrovandosi tra le mani la preziosa veste di Gesù, ben se ne guardarono dal farla in pezzi ed usarne gli stracci per pulire le loro lance e armature, come solitamente facevano coi miserabili vestimenti dei condannati alla crocifissione. Trattandosi infatti di un capo molto prezioso, tessuto interamente da cima a fondo in stoffa pregiata, quel pezzo di alta sartoria se lo giocarono a dadi [cf. Mt 27, 33-36]. Questo per dire che i vestimenti dimessi e sciatti dei membri della Curia Romana, legati come asini dove vuole il Padrone, potrebbero essere invece a malapena venduti nel mercatino dell’usato di Porta Portese.

asino accattivante

nella società contemporanea è importante avere una espressione accattivante un mezzo sorriso sornione e il mondo oggi è tuo

Molto peggio è contenuto nella quinta meditazione del Predicatore, che speditamente procede in una profonda e grave adulterazione del messaggio del Vangelo. Ogni predicatore, infatti, nel delicato ministero dell’annuncio della Parola del Verbo di Dio, deve tenere conto della totalità del testo in tutta la sua profonda interezza. I taglia e cuci a diverso uso e consumo operati sul Vangelo da quanti desiderano dare ad esso un altro senso mutandolo in tal modo in tutt’altro messaggio, vanno lasciati agli ultra laicisti od ai «Cari Fratelli Massoni» del Cardinale Gianfranco Ravasi [cf. QUI, QUI]. E la gravità teologica che nasce a monte da una errata capacità di esegesi e da una grave adulterazione del messaggio, nella specifica predicazione si regge su questo: viene affermato – giustamente – che «Gesù non è un moralista», come invece lo sono i farisei. Nulla da dire, se il tutto non fosse usato per far dire al Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo ciò che il Verbo di Dio Incarnato non ha mai detto, visto e considerato che Gesù, una morale, ce l’ha eccome, al punto da spiegarci in modo chiaro e inequivocabile: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» [cf Mt 5, 17-20].

sorriso sornione

un mezzo sorriso sornione e il mondo oggi è tuo

Trovo inquietante che oggi, persino all’interno della Chiesa, dei lemmi come “dogma”, “dogmatico”, “morale” … siano usati in accezione negativa. Nessun presbitero infatti, neppure il più incolto dei curati di campagna d’una volta ― oggi equiparabile in preparazione a un odierno dottore in sacra teologia ―, per manifestare dissenso su una data cosa, avrebbe replicato al proprio interlocutore: «Ma quanto sei dogmatico … ah, tutti questi inutili dogmatismi!».

Sarebbe pertanto bene chiarire al Predicatore che non essere «moralisti», nell’accezione negativa o farisaica del termine, non vuol dire però essere privi del senso di peccato o del concetto di bene e di male, ossia di senso morale, affogando tutto quanto nella corrente e imperante melassa di una confusa misericordia e di un altrettanto confuso amore. Il modo in cui il Predicatore parla infatti di peccato è a dir poco ― oserei dire ― raccapricciante, ma soprattutto non cattolico. 

È gravissimo che a supporto delle proprie oggettive eterodossie il Predicatore abusi degli straordinarî paradigmi cristologici quali ad esempio l’episodio della prostituta perdonata [Cf. Lc 7, 36-48] o dell’adultera [cf. Gv 7,53-8,11], per mutare il tutto in altro, per liberare l’uomo ormai psicanalizzato dal “complesso del peccato”. Proprio come in precedenza ebbe più volte a fare il suo celebre confratello Davide Maria Turoldo, insigne e celebrata firma del quotidiano Il Manifesto del Partito Comunista, nel quale per anni scrisse editoriali destinati a piacere ai comunisti radicali ed a confondere, se non a volte ad umiliare, il sentimento dei cattolici. E si badi bene che ho detto: dei cattolici, non dei catto-farisei.  

esercizi alla curia 1

esercizi spirituali alla Curia Romana, Quaresima 2016

Traboccante forme di non meglio precisata tenerezza, il Predicatore non si è soffermato su un elemento imprescindibile sul quale si fonda la divina azione di grazia di Cristo Signore, ossia il fatto che la prostituta, anzitutto e avanti a tutto, è pentita. Dinanzi a Cristo Dio ella si inginocchia umile e penitente «bagnando i suoi piedi con le lacrime e asciugandoli poi con i suoi capelli» [Cf. Lc 7, 36-48]. Non era affatto fiera e orgogliosa del proprio mestiere e del proprio conseguente agire, né del suo peccato, né della sua vita di peccato né del suo stato di peccato. Questa è la base di partenza sulla quale viene edificata l’azione del Cristo che la accoglie, la protegge e la perdona, congedandola con la frase: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!». Che è una vera e propria assoluzione dai peccati data da Cristo sommo ed eterno sacerdote dell’universo. Per altro verso invece l’adultera, anch’essa perdonata perché pentita, è congedata con un preciso ammonimento, di cui però non v’è traccia alcuna nei vaniloqui del Predicatore che forse, proprio come il padrone dell’asino, ha deciso di essere più “tenero” e “misericordioso” di Cristo stesso. Per questo dico vaniloqui, tutti e di rigore giocati sull’emotivo, sul sentimentale da ballo di murga argentina e, soprattutto, sul politicamente corretto. E il monito amorevole, ed al tempo stesso severo del Signore Gesù è il seguente: «… va’ e d’ora in poi non peccare più» [Cf  Gv 7,11]. Lo stesso monito col quale oggi i confessori possono congedare il penitente dopo la santa assoluzione sacramentale. E questo monito è il suggello che completa l’azione della grazia divina, in assenza del quale, il messaggio cristologico, finisce con l’essere mutato in altro. Pertanto, togliendo l’elemento iniziale del pentimento dal peccato sul quale si muove l’azione del perdono di Cristo, ed infine il fondamentale suggello finale, si metterà in scena una perfetta falsificazione del Vangelo. E se questo avviene direttamente dinanzi al Sommo Pontefice ed ai membri della Curia Romana, voi capite bene cosa il tutto voglia dire: vuol dire che da tempo siamo ormai in “felice” marcia sul carro funebre.

esercizi alla curia Muller

[particolare della foto precedente] il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede durante gli esercizi alla Curia Romana, con una espressione che in  sé dice tutto …

Adesso capisco come mai, seduto in prima fila tra i presenti, spicca il volto sconsolato di quel grande e ortodosso teologo ratzingeriano del Cardinale Gerhard Ludwig Müller, che a onore del vero ritengo sia uno tra i migliori Prefetti della Congregazione per la dottrina della fede avuti dalla Chiesa nel corso degli ultimi cinquant’anni.

Ormai, tra eretici citati in gloria e discorsi costruiti su sociologismi e teologismi diffusi come metastasi dai cancri disseminati per il corpo della Chiesa da certi autori della Nouvelle Thèologiè, a predicare alla moribonda Curia Romana non chiamano più neppure i predicatori, ma direttamente i becchini, cosa sinceramente del tutto coerente col “nuovo corso”, a tratti desolante, o perlomeno ambiguo e dottrinalmente confondente.

E mentre l’insigne becchino-predicatore dava come sin qui sintetizzato il meglio di sé, questa mattina, su invito di un anziano parroco, io ricevevo da Dio la grazia di predicare a circa 300 studenti delle scuole medie inferiori, in età compresa tra gli 11 ed i 14 anni. E nel farlo, lungi dal sentirmi un becchino, mi sentivo uno specialista del reparto di terapia intensiva, animato dallo scopo di tenere in qualche modo viva la fede, o perlomeno le domande sulla fede, in coloro che domani, sui cadaveri di tutti questi poveri morti oggi in trionfale marcia sul carro funebre, potranno essere i Christi fideles del futuro. Questo il motivo per il quale lascio di buon grado al Padre Ermes Ronchi la predicazione ai morti, mentre io, da parte mia, sono da sempre impegnato a predicare ai vivi.

.

dall’Isola di Patmos, 9 marzo 2016

.

______________________

.

.

LITURGIA DELLA PAROLA DEL GIORNO [vedere qui] OMELIA AGLI STUDENTI DELLE SCUOLE MEDIE INFERIORI

.

[…] imparate ad accogliere Dio che si comunica a voi, ed imparate a comunicare con l’amore e la misericordia di Dio, di quel Dio che è «lento all’ira e grande nell’amore». Ma pur essendo il suo amore un fuoco che brucia in eterno, ciò non vuol dire che sia privo di ira verso chi sceglie il male a tutti i costi e costi quel che costi, anziché scegliere quella sua infinita misericordia

.

.

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

PDF articolo formato stampa 

.

Sia lodato Gesù Cristo! 

vestizione 1

la sacrestia, quella silenziosa anticamera del paradiso …

Il Salmo che abbiamo letto è intervallato da un responsorio che assieme abbiamo ripetuto: «Misericordioso e pietoso è il Signore». Per comprendere veramente, quindi per accogliere gli altri e per trasmettere noi stessi per ciò che realmente siamo, ossia per comunicare coi nostri simili, è necessario l’uso della parola. Ma questo uso richiede, a sua volta, la vera e reale conoscenza delle parole, quindi l’uso appropriato e corretto delle parole stesse.

Come voi ben sapete, la moderna tecnologia dovrebbe esservi utile per comunicare meglio tra di voi e col mondo che vi circonda, mentre invece purtroppo, proprio la tecnologia vi toglie spesso la possibilità di comunicare le vostre emozioni e sensazioni. Provate a pensarci, ma soprattutto interrogatevi sul perché oggi, che pure siamo dotati di tutti i migliori mezzi comunicazione, i giovani hanno enormi difficoltà a comunicare le loro emozioni, sensazioni, sentimenti?

vestizione 2

la sacrestia, quella silenziosa anticamera del paradiso …

Forse le persone dell’età mia [io ho 52 anni] sotto questo aspetto erano più avvantaggiate di voi. Per esempio, questa vostra è anche l’età dei primi grandi amori. E credetemi lo so cosa questo voglia dire, perché all’età vostra io mi innamoravo mediamente due volte al mese; ed i miei erano sempre amori folli, come lo sono di solito a 12/13 anni. A quel punto si creava il naturale problema della comunicazione: io, adolescente tal ero, dovevo trovare il modo, l’espressione del volto, le parole giuste per dire a quella compagna di scuola che mi ero innamorato di lei. E tutto si giocava sulla comunicazione, con una consapevolezza: se non si riesce a comunicare i nostri sentimenti all’altra persona, i nostri sentimenti possono non essere capiti, quindi non essere accolti; e chi nutre sentimenti d’amore desidera essere accolto, ricambiato, quindi amato. A quel punto cosa accadeva? Più o meno questo: siccome uno degli elementi della comunicazione sono anche i cosiddetti espedienti intesi come colpi d’ingegno che fabbricano le cose in modo tale da far sembrare che tutto sia accaduto casualmente, accadeva quindi per caso che la ragazzina usciva dalla palestra della scuola per tornare in classe e … ma guarda caso, trovava me dietro l’angolo del corridoi che stava arrivando, ovviamente in modo casuale. E in modo altrettanto casuale avevo stampata in faccia un’aria da cupido trasognante, o se preferite da pesce lesso. E con una voce cosparsa di miele dicevo: «Buongiorno, ma guarda chi si vede». Come dire: eh, che scherzi fa il caso! E putacaso la incontravo di nuovo – sempre per caso, s’intende – all’uscita della scuola. Dopodiché, poteva forse mancare una telefonata nel pomeriggio, dovuta ad una situazione di emergenza dovuta al caso fortuito, in questo caso a una dimenticanza del tipo: «Non trovo il diario e non ricordo le pagine che l’insegnante di storia ci ha dato da studiare». E da quel pretesto nasceva una conversazione di quaranta minuti. E finalmente mio padre riusciva a telefonare a casa per chiedere a mia madre un’informazione urgente, sbottando: «Ho provato venti volte a chiamare ma era sempre occupato». E mia madre ribatteva: «Porta pazienza, tuo figlio s’è follemente innamorato un’altra volta!».

vestizione 3

la sacrestia, quella silenziosa anticamera del paradiso …

Ora voi capite che tra questo naturale, umano e affettivo “comunicare” fatto di gesti, sguardi, parole e anche di pretesti studiati in modo ingegnoso, ed un whatsapp o un sms sul quale a distanza viene scritto: “TVB”, che mi pare voglia dire ti voglio bene, c’è parecchia differenza. Figlioli cari: non possiamo comunicare a botte di “TVB” e di faccine sorridenti o tristi, né possiamo comunicare spedendo immagini di pollici alzati di approvazione o abbassati di disapprovazioni, perché le relazioni umane non si fanno con tre parole sgrammaticate sparate con wathsapp, o con l’immagine di un cuoricino inviata via sms. Le relazioni umane sono la nostra concreta realtà presente e la nostra reale prospettiva futura, in una vita che deve essere viva e reale, non virtuale. Per questo la vostra vita deve essere fatta di relazione vere, non di cuoricini mandati a pochi metri di distanza con un sms senza guardare neppure in faccia la persona che il cuore vero ve lo fa battere. E queste relazioni umane si fondano sulla comunicazione. Pertanto cercate d’imparare a guardare il compagno o la compagna negli occhi e provare a dirgli «ti voglio bene», anziché mandargli un cuoricino col telefonino da dieci metri di distanza.

vestizione 4

la sacrestia, quella silenziosa anticamera del paradiso …

Dio, quello che una volta veniva definito nel catechismo con una frase tanto breve quanto efficace: «Dio è l’essere perfettissimo creatore del cielo e della terra», racchiude nel proprio essere eterno anche la perfezione della comunicazione; perché in modo molto efficace Dio si è rivelato e comunicato all’uomo sin dall’inizio dei tempi. Pensate in che modo originale Dio si rivela a Mosè: lo fece richiamando la sua attenzione attraverso un roveto ardente che bruciava dinanzi ai suoi occhi ma che non si consumava [cf Es 3:1-4:17]. Se però ci pensate bene, il segno di quel roveto che brucia senza consumarsi racchiude anche un altro significato. Infatti, il fuoco che brucia ma che mai si consuma, è segno dell’amore eterno e inestinguibile di Dio.

A un certo punto della storia dell’uomo, ecco che il Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili, torna a comunicarsi ed a rendersi vivo e presente in un modo che supera ogni umana fantasia: Dio si fa uomo, presentandosi dinanzi a noi con un corpo, un volto, una voce, quella di Gesù Cristo. A quel punto, dal roveto ardente che brucia e che rappresenta l’amore inestinguibile di Dio per l’uomo, si passa a Gesù Cristo, il Verbo di Dio fatto uomo, che come agnello immolato lava il mondo dal peccato bruciando per amore dell’umanità sulla croce, per riscattare col fuoco vivo della sua passione l’umanità intera dal peccato. E ancora una volta, quello di Dio grande e misericordioso, è un fuoco d’amore che brucia e che mai si consuma.

messa giovani 2

arrivo dei giovani scolari in chiesa

Dinanzi all’insegnamento di un Dio che si comunica in modo così straordinario all’uomo, possiamo noi trasmetterci umanità, sentimento, amore, con un freddo cuoricino spedito via sms?

Quando il salmista, cantando la misericordia di Dio, ci annuncia che «Il Signore è vicino a chiunque lo invoca» [Sal 144, 3] con quelle parole vuol dire questo: il Signore, che si comunica e che si rivela all’uomo attraverso numerosi segni, desidera che l’uomo comunichi con lui.

messa giovani 1

arrivo dei giovani scolari in chiesa

E Cristo Signore, prima di morire e risorgere dai morti, prima di salire al cielo dove oggi siede alla destra del Padre, ci ha lasciato un altro grande dono: l’Eucaristia. E nel grande mistero dell’Eucaristia, il Signore Gesù è veramente vivo e presente tra noi attraverso i segni del pane e del vino che divengono suo corpo e suo sangue vivo. Sotto le specie consacrate del pane e del vino, Cristo stesso, vivente e glorioso, è infatti presente in maniera vera, reale e sostanziale, il suo Corpo e Sangue con la sua anima e divinità [cf. CCC, 1413]. 

Tutti questi doni di Dio Padre che continua a comunicarsi all’uomo sono racchiusi in una sola parola: Misericordia. Quella «misericordia di Dio» che come canta il salmista «si espande a tutte le sue creature» [Sal 144, 1].

messa giovani 3

la Sacra Celebrazione Eucaristica

Attenzione però, il salmista, cantando la divina Misericordia, ci avvisa anche che Dio è «lento all’ira e grande nell’amore». E voi capite bene che essere «lenti», non vuol dire essere «privi di ira». Voi tutti che avete ricevuto i Sacramenti di grazia, che avete fatto la Prima Comunione e molti di voi anche la Cresima, quando recitate la professione di fede – il Credo – assieme a tutta l’assemblea del Popolo di Dio affermate che Cristo «giorno tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti».

Non sfidiamo quindi l’amore di Dio e la sua infinita misericordia, perché Dio è anche divino giudice, al quale un giorno tutti noi – io per primo molto più di voi – dovremo rendere conto delle nostre azioni.

Nel Vangelo del beato apostolo Giovanni che abbiamo letto [cf. 5, 17-30], Cristo Signore afferma: «Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora […] in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno».

Messa giovani 5

un ricordo con alcuni giovani scolari

Per questo vi dico: imparate ad accogliere Dio che si comunica a voi, ed imparate a comunicare con l’amore e la misericordia di Dio, di quel Dio che è «lento all’ira e grande nell’amore». Ma pur essendo il suo amore un fuoco che brucia in eterno, ciò non vuol dire che sia privo di ira verso chi sceglie il male a tutti i costi e costi quel che costi, anziché scegliere quella sua infinita misericordia che parte dal roveto ardente di Mosè che brucia e che non si consuma, per giungere sino al Figlio Unigenito di Dio, Cristo Signore, che per amore dell’umanità brucia e consuma la propria passione sulla croce per la salvezza dell’umanità. E il terzo giorno è risuscitato secondo le scritture, nel mistero di quella Pasqua che tra poco vivremo nel ricordo di Cristo Signore, che per noi e morto e che per noi è risorto. E sul grande mistero del Cristo risorto che vince la morte, si regge l’intero grande mistero della nostra fede: Cristo Dio, l’Agnello Vittorioso, che vince la morte e che ci chiama tutti alla vita nel suo Regno che non avrà fine. Questi, i sentimenti cristiani con i quali vi esorto a vivere tra poco il grande mistero della Pasqua di risurrezione.

Sia lodato Gesù Cristo!

.

.

.

.

Lettera a Papa Francesco di Giovanni Cavalcoli, passione e speranza nella Chiesa

– Libri e recensioni –

LETTERA A PAPA FRANCESCO DI GIOVANNI CAVALCOLI, PASSIONE E SPERANZA NELLA CHIESA

.

[…] Invochiamo ed imploriamo, dunque, Beatissimo Padre, il suo aiuto e il suo soccorso, in quest’ora difficile della storia, per poter conseguire la vittoria finale e raggiungere la salvezza e la vita eterna.

.

.

Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

.

.

Proponiamo di seguito uno stralcio tratto dal libro di Padre Giovanni Cavalcoli, OP

.

.

Beatissimo Padre.

Tu sei Pietro e su questa pietra Cristo edifica la sua Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa [cf Mt 16,18].

lettera a papa francesco

il libro di Giovanni Cavalcoli edito da Chora Books

Il Signore ha incaricato Vostra Santità di pascere il suo gregge, a Lei ha consegnato le chiavi del regno dei cieli, sicché l’uso di queste chiavi ha effetti celesti, e gli atti del suo magistero e del suo governo ci insegnano, ci spiegano e ci interpretano la Parola e la Volontà di Dio, ci donano la grazia di Cristo, ci indicano la via della verità, della virtù, della giustizia, della misericordia, della libertà, della salvezza, della santità, della pace e della beatitudine celeste; ci guidano al regno dei cieli e ci difendono dal potere delle tenebre.

Il Signore Gesù Cristo, del quale Vostra Santità, Vescovo di Roma, è il Vicario, “Dolce Cristo in terra”, come La chiama la Santa Senese, La ha mandata ad annunciare la sua vittoria sui poteri del male: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte” [Ap 12,10].

Il Signore Gesù, Vincitore del peccato e della morte, Le ha donato, infatti, il suo Spirito di Verità, d’Amore, di Misericordia e di Potenza, col Quale e grazie al Quale Vostra Santità ottiene da Dio per noi fedeli, per intercessione della Beata Vergine Maria, “ogni dono perfetto che viene dall’alto e discende dal Padre della luce, nel Quale non c’è variazione né ombra di cambiamento” [Gc 1,17].

A Lei, Beatissimo Padre, “amico dello sposo” [Gv 3,29], Cristo ha affidato la sua diletta Sposa, la Chiesa, “donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle” [Ap 12,1]. Questa Donna messianica, come Vostra Santità sa bene, che partorisce “un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro” [Ap 12, 5], è costantemente insidiata e aggredita su questa terra dal “Drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste dieci diademi”, segni di “tutti i regni della terra” [Lc 4,5], della gloria e dei poteri di questo mondo.

Ella, Beatissimo Padre, con la forza dello Spirito Santo, aiutato da San Michele Arcangelo, dai suoi angeli e dai successori degli apostoli, ha il mandato divino di difendere la Sposa contro il Drago, preparandole nel deserto di questa vita un “rifugio” [Ap 12,6], dove possa essere nutrita fino alla fine della storia terrena.

Ella, Beatissimo Padre, supremo dispensatore dei sacramenti della salvezza, dona a noi suoi figli, con la Santissima Eucaristia, il “Sangue dell’Agnello” [Ap 12,11], lavati e fortificati dal quale, insieme con Lei e sotto la sua guida, possiamo rendere la nostra testimonianza e vincere il Drago. Invochiamo ed imploriamo, dunque, Beatissimo Padre, il suo aiuto e il suo soccorso, in quest’ora difficile della storia, per poter conseguire la vittoria finale e raggiungere la salvezza e la vita eterna.

.

________________________________

.

Dalla recensione tratta da Il Naufrago [QUI]

Il Libro di Giovanni Cavalcoli, OP è reperibile QUI

.

.

.

.