Un caso serio: da Lutero a Rahner attraverso Hegel. Giochi di prestigio e salti mortali …

– Theologica –

UN CASO SERIO: DA LUTERO A RAHNER ATTRAVERSO HEGEL. GIOCHI DI PRESTIGIO E SALTI MORTALI …

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Sotto pretesto dell’ecumenismo, è accaduto che un rinato, devastante e seducente modernismo ha ceduto agli errori di Lutero. È questo il falso ecumenismo promosso per quant’anni dal Cardinale Walter Kasper, influenzato dall’idealismo tedesco.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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[…] i Rahneriani, questi nuovi farisei, convinti di essere all’avanguardia della Chiesa, non fermati a suo tempo tempestivamente da un episcopato miope e pauroso, e quindi per troppo tempo tollerati ed imprudentemente ammirati, hanno avuto agio, sin dall’immediato post-concilio, di organizzarsi e di crescere, puntando sistematicamente e sfrontatamente alla conquista del potere romano, e raccogliendo adepti negli ambienti accademici e dell’episcopato. E adesso Roma si trova attorno a sé questa folla invadente di intriganti, che la lisciano, la soffocano, vorrebbero imporle le loro idee, ne intralciano l’azione e fanno apparire Roma macchiata da una mondanità, che in realtà essa non possiede.  

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20.05.2016 Giovanni Cavalcoli, OP – «UN CASO SERIO: DA LUTERO A RAHNER. GIOCHI DI PRESTIGIO E SALTI MORTALI …»

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Difendiamo i Vescovi italiani. Alla C.E.I il Santo Padre invita alla “povertà”. Il Padre Ariel mette in vendita la sua Porsche e con l’occasione domanda perdono al Cardinale Angelo Bagnasco

DIFENDIAMO I VESCOVI ITALIANI. ALLA C.E.I IL SANTO PADRE INVITA ALLA “POVERTÀ”. IL PADRE ARIEL METTE IN VENDITA LA SUA PORSCHE E CON L’OCCASIONE DOMANDA PERDONO AL CARDINALE ANGELO BAGNASCO

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Con il suo discorsi di apertura alla 69° Assemblea Plenaria dei Vescovi d’Italia, il Santo Padre ha detto delle cose giuste e vere, ma comunicate in modo sbagliato, con un pizzico di livore e soprattutto senza un prudente senso delle universali proporzioni, facendo così l’ennesima gioia dei nostri nemici di sempre e umiliando al tempo stesso una intera assisa di vescovi quindi umiliando noi presbiteri che li veneriamo e li ubbidiamo come nostri Pastori.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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ariel vendesi porsche

nella foto: la Porsche da corsa di Padre Ariel messa in vendita. Il ricavato sarà devoluto in parte al comitato per la istituzione delle feste musulmane nelle scuole [cf. QUI], in parte per la costruzione di nuove moschee a Bologna [cf. QUI] e in parte per la costruzione di una pista ciclabile dentro la cattedrale metropolitana di Palermo [cf. QUI]

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PDF articolo formato stampa

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Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato.

[G 15, 18-21]

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Il Santo Padre Francesco, più del suo Sommo Predecessore Giovanni Paolo II è un uomo che gioca coi mass-media, ma con una differenza: San Giovanni Paolo II dai mass-media è stato fatto in pezzi per lunghi anni. Infatti, in questo mondo affetto da gran carenza di memoria storica, tutti ricordano il vecchietto col corpo ormai deforme e col bastone di sostegno per muovere pochi passi. Tutti ricordano la delicatezza delle reti televisive che spostavano l’inquadratura durante le sacre celebrazioni quando sulle labbra del Santo Padre prostrato dalla malattia affiorava un filo di bava, mentre si sforzava di scandire le parole in modo comprensibile. Ecco allora cuori toccati, uomini e donne inteneriti, giovani piangenti … ma sul finir della sua vita!

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WOJTYLA SARA' BEATIFICATO IL PRIMO MAGGIO 2011 / SPECIALE

30 marzo 2005, pochi giorni prima della sua morte, una straziante immagine di San Giovanni Paolo che cerca di parlare, ma senza riuscirvi, affacciato al balcone per salutare la numerosa folla convenuta per l’Angelus in Piazza San Pietro.

Il sofferente vecchietto è stato infatti solo l’ultimo Giovanni Paolo II, non il primo, né il secondo. Se facessimo memoria storica dovremmo ricordare che questo Santo Pontefice, a partire dal 1978 – anno in cui chi scrive aveva 15 anni – è stato osteggiato e per anni insultato da quella stampa liberista che oggi inneggia «Viva Francesco!». A San Giovanni Paolo II dobbiamo riconoscere in ossequio alla verità che dei mass-media egli si è servito a caro prezzo per annunciare nel suo lungo pontificato ciò che il mondo non voleva sentirsi dire. Forse Eugenio Scalfari, direttore dell’attuale Osservatore Romano parallelo, ha perduto memoria, ma noi ci ricordiamo bene di lui, quando dalle colonne de La Repubblica, oggi organo ufficioso della Santa Sede, irrideva Giovanni Paolo II – accusato di essere contrario all’aborto – invitandolo a studiarsi un trattato-base di istologia. Giovanni Paolo II non piaceva al mondo laicista, non piaceva anche a una buona fetta di mondo cattolico, a un certo mondo teologico ed ecclesiastico, non piaceva ai comunisti, non piaceva ai massoni, non piaceva ai liberal-capitalisti; e per anni, il suo sommo magistero è stato diffuso dai mass-media attraverso le polemiche e gli attacchi spesso più virulenti; il tutto perché Giovanni Paolo II non si è mai curato di fare e di dire ciò che piaceva al mondo [cf. Gv 15, 18-21], ed è proprio su questo che si regge la eroicità delle sue virtù. Del Sommo Pontefice Francesco, al terzo anno del suo Augusto Pontificato possiamo dire invece l’esatto contrario: egli ha espresso ciò che il mondo, ed in particolare gli ultra liberisti volevano sentirsi dire, anche e soprattutto in toni critici, a volte anche furenti nei confronti della Chiesa, dei suoi vescovi e del suo clero. Tra i numerosi paradigmi resta per me sintomatico quello della massoneria: quando mai nel corso della sua storia, dalla nascita di questa perniciosa sètta gnostico-esoterica, con non indifferenti punte di satanismo, si erano mai sentiti i massoni ed i loro più alti vertici lodare un Sommo Pontefice e il suo pontificato? Perché le possibilità sono due e dubito che ve ne sia una terza: se i massoni lodano ed esaltano un Pontefice ed il suo pontificato, come ripetutamente hanno fatto e come stanno facendo, o costoro si sono convertiti, oppure c’è qualche cosa che non funziona; e questo qualche cosa ci deve molto inquietare.

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Con il suo discorso di apertura alla 69° Assemblea Plenaria dei Vescovi d’Italia, il Santo Padre ha detto delle cose giuste e vere, ma comunicate in modo sbagliato e senza un prudente senso delle universali proporzioni, facendo così l’ennesima gioia dei nostri nemici di sempre e umiliando al tempo stesso una intera assisa di vescovi, quindi umiliando noi presbiteri che li veneriamo e li ubbidiamo come nostri Pastori [testo integrale del discorso, QUI].

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Udienza generale del mercoledi'

solitamente, quando il Santo Padre non sorride, o parla dei vescovi o parla dei preti …

Ma partiamo dalle immagini, visto che oggi viviamo condizionati e schiavi del mondo dell’immagine. Tutti noi abbiamo visto il Santo Padre sorridere a piena bocca dinanzi a profughi veri o presunti, a carcerati, a donne mussulmane, a eretici luterani, pentecostali e anglicani. L’abbiamo visto sorridente in foto come “uno di noi” o come “er papa de noartri”, mentre dopo essersi servito al self-service della mensa della Domus Sanctae Martae si metteva a sedere col suo vassoio a un tavolo per consumare il suo pasto con cinque operai impiegati presso la Santa Sede … quando però comincia a parlare di vescovi o di preti, la sua faccia diventa seria, quasi cupa, il suo parlare è accompagnato da segni di smorfie sul volto. E queste sono immagini fotografiche e filmiche, non opinioni personali.

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La sostanza di fondo del discorso è ineccepibile ed i difetti e vizi del clero e dell’episcopato che il Santo Padre ha enunciato sono gli stessi che pure io ho indicato ripetutamente nel corso del tempo, già anni prima dell’inizio del suo pontificato; ed in toni più accesi e severi. Ebbene perché, nessuna delle correnti del laicismo strutturalmente e da sempre anticlericale e anti-cattolico, ha mai dato risalto a quegli scritti e a quelle pubblicazioni nelle quali un prete scriveva, proprio in quanto tale, dall’interno e con cognizione di causa, sui gravi mali che affliggevano la Chiesa e il suo Clero? Vi spiego subito il motivo: perché non potevano strumentalizzarmi. Perché più alti erano i miei toni critici più alta si percepiva la mia devozione alla Chiesa. Più severe erano le mie critiche più veniva confermato che anche ai vescovi più mediocri e scandalosi, anche a quelli infarciti di eresie moderniste e di errori dottrinali, era dovuta filiale obbedienza e rispetto. E queste cose, ai mass-media laicisti, anticlericali e massoni che oggi gridano «viva Francesco!», non interessano.

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Helder Camara

Il vescovo brasiliano Helder Câmara [1909-1999]

Il Santo Padre ha umiliato i Vescovi d’Italia sulle righe e dietro le righe di questa ennesima rampogna anche portando loro come modello di episcopale virtù un personaggio a dir poco ambiguo come il vescovo brasiliano Hélder Câmara, che mai personalmente mi sognerei di portare come esempio, ed in specie poi come esempio di dottrina e di pastorale. Un vescovo per il quale oggi, ad invocarne la beatificazione, è il gotha della Teologia della Liberazione, con in testa eretici e sacerdoti rinnegati come Leonard Boff e Giovanni Franzoni, come Hans Küng e via dicendo. E citare un così piccolo personaggio come modello per i vescovi di un Paese che ha donato alla Chiesa un celeste esercito di pastori veramente santi e illuminati, è offensivo e umiliante, se pensiamo al genere di levatura e di santità di vita alla quale sono giunti nel tempo molti modelli del nostro episcopato italiano. E voi capite che già questa sola citazione ha toccato al cuore come una freccia di cupido i mass-media laicisti e quelli della sinistra radical-chic, gli anticlericali ed i massoni che oggi gridano tutti in coro: «viva Francesco … el castigador !». Certo, si potrebbe dire che il Santo Padre ha detto anche alcune altre cose, ma resta il fatto che sui giornali di mezzo mondo, il messaggio che è passato, è stato l’ennesimo rimprovero a vescovi e preti italiani. E qui è lecito chiedersi: sbaglia il comunicatore a comunicare od i mezzi di comunicazione a riportare ciò che a loro solo aggrada? In ogni caso, c’è il rischio di un … “concorso in colpa”.  

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Nel suo approccio con i Vescovi d’Italia noto purtroppo che il Santo Padre manca del senso delle proporzioni, oltre a essere gravato, come più volte ho scritto e spiegato, dei tipici pregiudizi anti-romani che sono diversamente ma similmente propri di un certo clero tedesco e latinoamericano. E il senso delle proporzioni, assieme alla realtà oggettiva, imporrebbe di valutare e di riconoscere il fatto che quello italiano – seppur gravato di non pochi problemi, difetti e vizi congeniti – rimane ed è tutt’oggi il migliore episcopato del mondo, soprattutto da un punto di vista pastorale e dottrinale.

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Alessandro VI

Dipinto di Rodrigo Borgia, il Sommo Pontefice Alessandro VI [1492-1503]

È vero che nel corso della nostra storia, in periodi sociali molto complessi noi abbiamo avuto figure di potere discutibili come i cardinali delle famiglie Orsini, Farnese, Borghese, Colonna, Chigi, de’ Medici … ma è pur vero che se la Chiesa è sopravvissuta e se Roma non ha fatto la fine di Costantinopoli divenuta Istambul con la sua grande cattedrale convertita in moschea, lo dobbiamo anche a grandi uomini come il Sommo Pontefice Alessandro VI, la cui vita in generale e quella sua privata in particolare era tutta un programma; ma ciò non gl’impedì di essere un difensore della fede e della dottrina. E se oggi a Buenos Aires esiste un’arcidiocesi e se in Argentina esiste una Chiesa Cattolica, ciò non lo si deve di certo agli indios né ai poveri delle villas de las miserias ma lo si deve anche e soprattutto a figure di potere discutibili come i cardinali delle famiglie Orsini, Farnese, Borghese, Colonna, Chigi, de’ Medici … dei soggetti forse meno “politici” di quanto sta mostrando invece di esserlo il Santo Padre Francesco, ed il perché ve lo spiego subito …

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… la Chiesa più sfacciatamente ricca, anzi opulenta nella sua ricchezza, non è quella italiana ma quella tedesca. E questa ricchezza è tanta e tale che le parrocchie possono permettersi di stipendiare persino i membri del consiglio parrocchiale ed i catechisti.

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kirchensteuer

attraverso la Kirchensteur, la tassa di culto, la Chiesa Cattolica tedesca giunge a percepire sino a 10 miliardi di euro all’anno

A Roma io ricevetti i sacri ordini del diaconato e del presbiterato a pochi giorni di distanza da un mio confratello tedesco, caro amico e compagno di studi. A distanza di pochi mesi, quando dopo l’estate lui fece rientro a Roma dalla Germania e c’incontrammo di nuovo, parlando del più e del meno venni a scoprire che il mio primo stipendio percepito dall’Ente Sostentamento Clero era pari a 740 euro, il suo pari a 2.860. Assieme a questo “primo stipendio”, il confratello tedesco percepiva anche tutti i cosiddetti “extra”, perché ogni servizio pastorale nonché l’amministrazione di certi Sacramenti o la celebrazione delle Sante Messe, comportavano precisi e inderogabili compensi. Quindi il mio confratello percepiva in totale sui 3.400 euro al mese circa, senza spese di vitto, alloggio, forniture da pagare, ecc …

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Un parroco con 25 anni di servizio, in Germania giunge a prendere di stipendio tra i 5.000 ed i 6.000 euro al mese, del tutto esenti da spese, interamente coperte dalla parrocchia.

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negli anni Settanta una singola parrocchia tedesca era in grado di mantenere una intera diocesi missionaria nell’America Latina

Negli anni Settanta, una singola parrocchia tedesca, grazie al rapporto sproporzionato che c’era tra il marco tedesco e le monete di altri Paesi, era in grado di mantenere da sola un’intera diocesi missionaria del Brasile. E detto questo qualcuno si domanda come mai la Teologia della Liberazione è nata nel Nord dell’Europa e sia stata poi incubata dai teologi tedeschi tra il Brasile e vari altri paesi del Latino America? La Teologia della Liberazione – e non solo quella – è stata incubata dai tedeschi a botte di soldi;  gli stessi tedeschi che oggi, romanofobi più che mai, vogliono colpire sempre a botte di soldi l’episcopato e il clero italiano. 

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La Germania, seguita appresso dagli Stati Uniti d’America, è sempre stata il più grande contribuente della Santa Sede; in tempi recenti s’è aggiunta come grande contribuente la Chiesa Cattolica coreana, ch’è anch’essa ricchissima, essendosi il Cattolicesimo sviluppato in quel Paese nei ceti sociali più alti e ricchi. E non a caso questo Paese ha ricevuto la visita apostolica degli ultimi Pontefici, compreso il Pontefice Regnante amante dei poveri, dei profughi e delle periferie esistenziali, il quale non mi risulta abbia speso un sospiro sul tenore di vita condotto da molti preti coreani, gran parte dei quali provenienti dalle famiglie della più alta borghesia, in particolare di quelli che, strapieni di soldi, vengono a studiare a Roma.

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Quello che viene chiamato IOR, l’Istituto Opere di Religione, la cosiddetta Banca Vaticana, di fatto è una banca tedesca, perché i depositi si trovano presso un istituto bancario di Francoforte. Quindi possiamo dire che i tedeschi, in un certo senso, “amministrano” anche i fondi della Santa Sede.

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Dopo avere visto nelle chiese della Germania abusi liturgici d’ogni sorta, disciplina dei Sacramenti arbitraria … o peggio “vescovesse” luterane ospiti che durante la Santa Messa erano invitate a fare l’omelia al Vangelo … giustamente mi chiesi: «… ma se a Roma sanno tutto, perché non hanno mai fatto niente?». E ben presto compresi che non avevano mai fatto niente per il semplice fatto che i tedeschi reggon le corde della borsa. E come purtroppo sappiamo, per alcuni Dio è “uno, trino e … quattrino“!

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papa repubblica

La Repubblica, la quintessenza dell’anticlericalismo radical chic divenuta oggi l’organo ufficioso della Santa Sede

Se il Santo Padre ha da rivolgere delle rampogne, ecco allora che le rivolge solo al clero italiano. Forse anche perché i nostri vescovi non l’hanno informato del fatto che in Italia, non pochi parroci di comunità non abbienti – le quali non sono affatto poche – si trovano costretti a chiedere aiuto ai vecchi genitori pensionati per pagare la bolletta della luce della casa parrocchiale. E se il Santo Padre vuole eventualmente convocarmi, recandomi da lui coi conti alla mano potrei spiegargli che non potrei mai sopravvivere con 800 euro al mese di stipendio percepiti dell’Ente Sostentamento Clero, se da sempre non avessi mia madre e mio fratello che mi sostengono, affinché loro figlio e loro fratello prete possa condurre una vita entro quelli che sono gli schemi della umana dignità e servire così quanto meglio la Chiesa e il Popolo di Dio; cosa quest’ultima che preme molto ai miei familiari, ma che a quanto pare non preme invece più di tanto al mio Principale.

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Conosciamo bene sia i difetti del nostro episcopato sia quelli del nostro clero, ma li riconosciamo col dovuto senso delle proporzioni basate sui fatti, che sono questi: il nostro episcopato e il nostro clero, dinanzi a degli episcopati mondiali ed ai loro presbìteri che sono ormai nei concreti fatti completamente perduti, rimane tutt’oggi uno dei migliori episcopati del mondo.

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bastone e carota

bastone all’episcopato italiano e carote all’episcopato tedesco

Duole molto che quando si tratta di ricchezze ed amministrazione dei beni, il Santo Padre usi la mazza ferrata con l’episcopato e il clero italiano, ma non proferisca un sospiro sul clero tedesco, la cui ricchezza è veramente opulenta, tanto e quanto invece non lo è quella della Chiesa Italiana, ma soprattutto del suo clero.

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Detto questo ci si potrebbe domandare: politicamente che cosa accomuna Rodrigo Borgia, il Sommo Pontefice Alessandro VI e Jorge Mario Bergoglio, il Sommo Pontefice Francesco? Perché pare che entrambi, a distanza di secoli dalla loro elezione, una cosa in comune ce l’abbiano: l’avere trattato con un occhio di particolare riguardo i loro cosiddetti … elettori. A partire da uno dei peggiori vescovi-teologi citato in gloria dal Santo Padre Francesco dinanzi alla piazza in mondovisione a pochi giorni dalla sua elezione: il Cardinale Walter Kasper, ossia la presumibile anima pia che forse, assieme ad altri disastrosi affini, gli ha suggerito di andare a festeggiare, nel 2017, non il centenario delle apparizioni della Madonna di Fatima, ma la pseudo “riforma” dell’eresiarca Lutero. E dinanzi alle eresie diffuse da chi ha rotto la comunione con la Chiesa, la quale resta per mistero di fede una, santa, cattolica e apostolica, non abbiamo quindi proprio nulla da festeggiare, come ha ricordato quel grand’uomo del Cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede in uno dei momenti forse più tragici della nostra storia ecclesiale ed ecclesiastica [cf. QUI].

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Già in passato ho scritto in toni di rammarico e di allarme che il Santo Padre Francesco sta modificando la “personalità” dell’episcopato italiano con la nomina di vescovi che sono dei suoi veri e propri cloni, capaci solamente a parlare − viepiù con nauseabonda piaggeria – di periferie esistenziali, di profughi e di poveri. Cosa questa che mi induce ad esprimere delle parole di particolare stima e di profonda e sincera devozione sacerdotale nei riguardi dell’Arcivescovo Metropolita di Genova, il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente dei Vescovi Italiani:

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Angelo Bagnasco

il Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo Metropolita di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

«Eminentissimo Padre Cardinale, non passerà molto tempo che noi, con la morte nel cuore e le lacrime agli occhi risogneremo i tempi recenti nei quali avevamo come punto di riferimento e modelli di equilibrio pastorale uomini straordinari come lei. Domani noi vivremo nel vostro ricordo e sentiremo in modo drammatico la vostra mancanza. E quelli che, come il sottoscritto, in alcuni momenti vi hanno trattati con severità, si pentiranno − ma se è per questo io sono già pentito – d’esser stati severi con voi e renderanno la vostra vecchiaia meno sofferente venendovi a baciare la mano e dicendovi con profonda devozione che in verità voi eravate degli autentici Padri della Chiesa; e ve lo diremo sinceri e convinti dopo avere provato il peggio del peggio che sulla nostra pelle di presbìteri fedeli alla Santa Chiesa di Cristo e alla sua dottrina si sta ormai preparando».

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Nel frattempo, facendo mia la nuova esortazione del Santo Padre, ho deciso di mettere in vendita la mia Porsche sportiva. Forse potrebbero acquistarla i Frati Minori Francescani, se la magistratura svizzera gli ha sbloccato i conti che aveva loro congelati in una banca Elvetica in seguito a operazioni finanziarie non molto pulite. E tutte queste malversazioni finanziarie portate avanti in nome di Monna Povertà, sono avvenute proprio quando Ministro Generale dell’Ordine, per nove anni, era colui che, in quanto francescano e in quanto poverello, il Santo Padre ha voluto Arcivescovo Segretario della Congregazione per i religiosi, sempre sulla base del principio: i poveri e la povertà avanti a tutto, quindi è bene nominare a certi uffici chi la povertà la conosce bene; e con spirito di lodevole povertà ha mostrato santo sprezzo verso lo sterco del Demonio, il danaro, messo per questo a prudente distanza dentro le banche svizzere.

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Noi Presbìteri italiani siamo molto gelosi dei nostri Vescovi, come i nostri Vescovi sono da sempre gelosi dei loro Presbìteri, il tutto in un legame di profonda e antica fedeltà. E questa santa gelosia è frutto dei nostri venti secoli di storia cristiana italiana, una storia bagnata dal sangue dei martiri e fortificata dal genio dei nostri santi. E tutti assieme, Vescovi e Presbìteri, ci piacerebbe essere santamente gelosi del Regnante Pontefice, se il suo sport preferito non fosse quello di prenderci a schiaffi in faccia, non per correggerci, ma solo per piacere al mondo, per piacere a tutto ciò che da sempre non è cristiano, per essere applaudito ad ogni suo schiaffo dato sulle nostre facce da un esercito di gaudenti post-comunisti, massoni e liberal capitalisti …

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da L’Isola di Patmos, 18 maggio 2016

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Messaggio ai Vescovi in occasione dell’assemblea plenaria della C.E.I, dove si discuterà anche della formazione del clero, non però di quella dei vescovi che dovrebbero formare il clero

MESSAGGIO AI VESCOVI IN OCCASIONE DELL’ASSEMBLEA PLENARIA DELLA C.E.I, DOVE SI DISCUTERÀ ANCHE DELLA FORMAZIONE DEL CLERO, NON PERÒ DI QUELLA DEI VESCOVI CHE DOVREBBERO FORMARE IL CLERO

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«Puoi mostrarmene uno soltanto che abbia salutato la tua elezione senza aver ricevuto denaro o senza la speranza di riceverne? E quanto più si sono professati tuoi servitori, tanto più vogliono spadroneggiare all’interno della Chiesa».

[Bernardo di Chiaravalle al neoeletto Eugenio III]

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF formato stampa del «TRATTATO BUONO PER OGNI VESCOVO»

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Venerabili Vescovi.

A partire da lunedì 16 maggio sarete riuniti a Roma nell’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Italiana, nel corso della quale, tra i vari temi, tratterete anche quello del «rinnovamento» e della «formazione del clero». Credo sia dunque legittimo domandarvi: siete veramente convinti di parlare del problema della “formazione del clero”, senza prima parlare del drammatico problema della formazione dei Vescovi che sono chiamati a formare il proprio clero? Per questo vi offro uno spunto di riflessione in questo «trattato buono per ogni vescovo».

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Per aprire il testo cliccare sotto

«TRATTATO BUONO PER OGNI VESCOVO»  –  MESSAGGIO AI VESCOVI IN OCCASIONE DELL’ASSEMBLEA PLENARIA DELLA C.E.I.

 

 

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Il diaconato alle donne? C’è chi parla di “ripristino”, ma come si può ripristinare ciò che non è mai esistito?

IL DIACONATO ALLE DONNE? C’È CHI PARLA DI «RIPRISTINO», MA COME SI PUÒ RIPRISTINARE CIÒ CHE NON È MAI ESISTITO?

Tra tripudi di giornaliste cattoliche “impegnate” e teologhe femministe che gridano già “vittoria!”, le televisioni stanno parlando ed i giornali titolando che «Papa Francesco ha aperto al diaconato alle donne». Molto avrei da dire sulle giornaliste cattoliche “impegnate” e sulle teologhe femministe che stimo assai peggiori delle sette piaghe d’Egitto e che già stanno parlano e scrivendo del «ripristino» del diaconato femminile», che a loro dire «esisteva nei primi secoli di vita della Chiesa», mentre in verità nulla di ciò è mai esistito.

– Theologica –

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PDF formato stampa: studio sul diaconato femminile (15.02.2010)

 

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Il Sommo Pontefice, in una delle sue espressioni a braccio, è tornato a sollevare l’ennesimo vespaio, dinanzi al quale viene da chiedersi: nel lanciare certe battute che in pochi minuti fanno poi in giro del mondo riempendo le pagine dei giornali, il nostro Augusto Pontefice, può non rendersi pienamente conto di ciò che dice, o forse se ne rende invece conto? La risposta a siffatto quesito è racchiusa nella sua coscienza, che solo Dio può leggere.

donne prete

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Il Sommo Pontefice ha l’abitudine – a mio parere fuorviante – di lasciarsi intervistare dai giornalisti e di consentire che le persone pongano a lui delle domande a bruciapelo in contesti pubblici; e spesso sono domande incentrate su temi di straordinaria delicatezza ai quali non si può rispondere con una battuta più o meno telegrafica. Né si può rispondere in modo improvvisato e vago, perché nessuno di noi è onnisciente; e le discipline filosofiche, teologiche, storiche, giuridiche, sono talmente complesse e articolate che neppure il Vicario di Cristo in terra può conoscere di ogni singola scienza tutto quanto il sapere.

Ma vediamo anzitutto cos’è realmente accaduto: durante l’incontro col Sommo Pontefice dell’Unione delle Superiore Maggiori «le consacrate hanno presentato la questione dell’apertura alle donne del diaconato permanente, con riferimento alla Chiesa primitiva. Francesco ha ricordato che l’antico ruolo delle diaconesse non risulta tuttora molto chiaro e si è detto disponibile a interessare della questione una Commissione di studio» [vedere testo su Radio Vaticana, QUI]..

Il Santo Padre non ha dato una risposta, ha replicato dicendosi «disponibile a interessare della questione una Commissione di studio». Ma nel giro di poche ore, tra tripudi di giornaliste cattoliche “impegnate” e teologhe femministe che gridano già “vittoria!”, le televisioni stanno parlando ed i giornali titolando che «Papa Francesco ha aperto al diaconato alle donne». Molto avrei da dire sulle giornaliste cattoliche “impegnate” e sulle teologhe femministe che stimo assai peggiori delle sette piaghe d’Egitto e che già stanno parlando e scrivendo del «ripristino» del diaconato femminile», che a loro dire «esisteva nei primi secoli di vita della Chiesa», mentre in verità nulla di ciò è mai esistito.

Sono molto lieto che il Sommo Pontefice, rispondendo, si sia in un certo senso messo al riparo affermando: «l’antico ruolo delle diaconesse non risulta tuttora molto chiaro». Altrettanto lieto sono del fatto che abbia pensato di far sì che anche a ciò sia data risposta, come già in passato fu data alle istanze sul sacerdozio alle donne; e la risposta ricordiamo che fu la seguente: 

«Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa» [2] 

La risposta fu «no» con carattere definitivo. Colgo l’occasione per spiegare cosa s’intende in teologia dogmatica con definitorio e definitivo. Il modo definitorio si esprime attraverso il dogma e implica l’infallibilità. Il modo definitivo si esprime quando il Sommo Pontefice procede a «confermare i fratelli nella fede» [cf. Lc 22,32]. In ambo i casi, sia esprimendosi attraverso il magistero definitivo sia attraverso il magistero definitorio, egli si esprime infallibilmente [3]. .

Per inciso: come sempre invitiamo ad andare alle fonti e a non basarsi mai sul “sentito dire” e sulle male interpretazioni dei giornali, quindi a leggere il testo ufficiale nel quale è riportato per intero il colloquio del Santo Padre con le religiose (cf. QUI).

Non avendo io né fili diretti col Sommo Pontefice né coi suoi stretti collaboratori, visto che egli intende incaricare una commissione di studio, desidero mettere ad essa a disposizione fin da adesso uno studio già fatto su questo tema, che è appunto lo studio mio. Questo studio lo pubblicai nel febbraio 2010 per confutare una affermazione peregrina del Cardinale Carlo Maria Martini, il quale si auspicava, proprio come oggi si auspicano le giornaliste cattoliche “impegnate” e le teologhe femministe che stimo assai peggiori delle sette piaghe d’Egitto, il «ripristino» di ciò che nella Chiesa sia di Oriente sia di Occidente non è mai esistito: il diaconato femminile. Cosa che spiego in questo studio già riproposto nel dicembre del 2014 sulle colonne di Theologica dell’Isola di Patmos.

dall’Isola di Patmos, 13 maggio 2016

Beata Vergine Maria di Fatima

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Per leggere lo studio cliccare sotto:

Ariel S. Levi di Gualdo – STUDIO SUL DIACONATO FEMMINILE

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NOTE

[1] Costituzione dogmatica Lumen gentium n. 25 e Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della professione di fede del 18 maggio 1998, n. 8.

[2] Ordinatio sacerdotalis del 22 maggio 1994

[3] Ad tuendam fidem, 18 maggio 1998.

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Amoris Laetitia. Concupiscenza e matrimonio. Il pensiero dell’Apostolo Paolo

AMORIS LÆTITIA. CONCUPISCENZA E MATRIMONIO. IL PENSIERO DELL’APOSTOLO PAOLO

 

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In San Paolo è evidente che per lui il rapporto uomo-donna corrisponde al rapporto superiore-inferiore [I Cor 11, 7-9; 14,34; I Tm 2, 11-14]. Ma queste sono idee sue. La dottrina invece del marito «capo della moglie» [Ef 5, 22-33] è un’altra cosa. Mentre infatti sul tema generale “uomo-donna” sentiamo Paolo col suo misoginismo rabbinico, nella dottrina del rapporto marito-moglie risplende certamente la bellezza della Parola di Dio, che non passa e che è stata confermata ed approfondita dal Concilio, che è giunto ad affermare che «la loro unione costituisce la prima forma di comunione delle persone»

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Scrive Giovanni Cavalcoli: «Purtroppo non ci si è accorti per molti secoli che qui Paolo non riflette autenticamente la visione del Genesi e neanche quella evangelica» [ndr. QUI]. Ecco, ci voleva Giovanni Cavalcoli per dire che San Paolo, l’Apostolo delle genti, il più grande missionario ed evangelizzatore della storia della Chiesa «non riflette autenticamente la visione del Genesi e neanche quella evangelica». E allora chi, di grazia, la riflette autenticamente? Chi, dopo 2000 anni, si è accorto che San Paolo non era ispirato dallo Spirito Santo ma dalla foia quando scrisse le sue epistole? Ma Giovanni Cavalcoli, ovviamente! Più dotto di San Girolamo, più profondo di Sant’ Agostino, più arguto più di San Tommaso, più sottile di San Bonaventura. Più ispirato dello Spirito. Ecco, ho una proposta. Propongo di modificare una rubrica del messale secondo il rito romano della Santa Messa. Quando si darà lettura di 1Cor 7,9, anziché «Parola di Dio», si dirà «Qui Paolo non riflette autenticamente la visione del Genesi e neanche quella evangelica» oppure «Parola della foia»”. Al che i fedeli risponderanno con giubilo «Rendiamo grazie a Cavalcoli!».

Matteo

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4. bergoglionate

stile, classe e soprattutto “alta catechesi” del blog Bergoglionate

Partiamo dal metodo della esegesi biblica, visto che essendomi permesso d’aver notato che in San Paolo sussistono alcune idee discutibili sulla concupiscenza sessuale, legate al suo anti-femminismo, sono stato attaccato da più parti con accuse di modernismo e rahnerismo [cf. QUI]. Ritengo bene rispondere ai miei oppositori, perché ciò mi dà occasione di spiegarmi ulteriormente.

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Ricordo anzitutto ai miei oppositori che ho scritto un libro di critica a Rahner, frutto di trent’anni di studi. Li invito a leggerlo [1]. E invece di perdere del tempo con me, provino loro a scrivere una critica a Rahner come quella che ho fatto io!

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Comincio dunque con un discorso sul metodo. Nell’esegesi della Sacra Scrittura bisogna distinguere ciò che è veramente Parola di Dio dalle idee proprie dell’agiografo o della cultura propria del suo tempo. L’inerranza della Scrittura si riferisce evidentemente a quei passi, nei quali l’agiografo, ispirato da Dio, enuncia verità rivelate da Dio, ossia verità di fede.

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Senonché, però, è inevitabile che l’agiografo, essere umano limitato e fallibile, come tutti, lasci trapelare anche opinioni sue o del suo tempo, che non sono Parola di Dio, ma possono essere o idee molto arretrate o addirittura sbagliate, ovviamente senza alcuna intenzione di ingannare, ma semplicemente o per ignoranza o per i limiti del suo sapere.

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In tal modo, il progresso della conoscenza degli insegnamenti biblici comporta il fatto che, mentre ciò che appartiene alla Rivelazione resta sempre immutato, essendo Parola di Dio, le idee dell’agiografo possono essere accettate anche per lungo tempo; ma è possibile che a un certo punto la Chiesa si accorga, alla luce della stessa Parola di Dio, che esse sono superate o da correggere.

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Si trattava, in fin dei conti, di opinioni umane, che la Chiesa accetta non nel senso di dogmatizzarle – cosa che non potrebbe mai fare –, ma nel senso che per un certo tempo, anche molti secoli, non le disapprova e le lascia circolare. Quando però, col progresso dell’esegesi e della vita stessa della Chiesa, appare chiaro che queste idee sono superate o errate, la Chiesa interviene sposando la nuova e migliore interpretazione, che meglio riflette la verità della Parola di Dio.

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L’antichità, anche millenaria, di una dottrina biblica, non depone sempre a favore della sua immutabilità; occorre verificare nei singoli casi se si tratta di un dato di fede o di un’opinione dell’agiografo. Se la Chiesa si accorge e quando si accorge che era una semplice idea dell’agiografo o del suo ambiente culturale, non esita ad abbandonarla o addirittura ad escluderla esplicitamente, anche se lo fa con ogni riguardo, per non mancare di rispetto all’agiografo.

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I difetti dei modernisti e della loro cosiddetta esegesi modernista, al riguardo, non sono dati da questo principio della distinzione tra dato rivelato e idee dell’agiografo, ma da due cose:

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Prima cosa. I modernisti sono degli storicisti o evoluzionisti, vale a dire che non ammettono verità universali ed immutabili, neppure quelle di fede. Per loro tutto muta, anche Dio. Quindi, non mutano solo le idee dell’agiografo, ma anche il dato rivelato, nel senso che noi oggi non crediamo più alle stesse verità di fede, alle quali credeva San Paolo, perché anche la verità di fede cambia col passare del tempo e varia a seconda delle varie culture, per cui per loro non si dà un’unica fede, ma una pluralità di “fedi”. Secondo loro, non esistono verità eterne e sovratemporali, ma veritas est filia temporis. Quello che era vero ieri, è falso oggi e viceversa. Pertanto, la Chiesa sbaglia nel ripetere sempre le stesse dottrine o gli stessi dogmi, perché in tal modo essa resta indietro rispetto al progresso storico.

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Secondo i modernisti, per esempio Schillebeeckx, l’identità del contenuto di fede nel corso del tempo non è assicurato da concetti dogmatici, che non sono fissi, ma mutano e devono mutare, a seconda delle circostanze e delle situazioni storico-culturali. Infatti, per Schillebeeckx, il concetto non coglie il reale in se stesso, ma soltanto vi tende senza raggiungerlo. Il reale è colto invece da una «esperienza atematica preconcettuale», concreta, globale ed esistenziale, che però in se stessa è inesprimibile. Dobbiamo esprimerla; ma, per la natura stessa del nostro conoscere, nel momento in cui lo facciamo, siamo obbligati ad usare semplici, incerti e precari «modelli interpretativi», che sono solo delle immagini o metafore o paragoni, sostanzialmente soggettivi, almeno in relazione ad un dato tempo o una data cultura.

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Chi pretende di possedere, in materia di fede, verità universali, assolute ed eterne, è una persona rigida ed intollerante, non sa apprezzare il pluralismo, non ha senso storico, è un arretrato, non capisce il proprio tempo, è un presuntuoso, e un fondamentalista. e da questa gnoseologia relativista ed evoluzionista segue, nel campo della conoscenza di fede, che il contatto conoscitivo con Cristo non è assicurato, come nei dogmi, da idee astratte, ma dalla suddetta esperienza atematica, implicante la prassi, esperienza che sarebbe la stessa fede, per la quale attingiamo al mistero di Cristo. Senonché, però, per Schillebeeckx, nel momento in cui lo interpretiamo, esprimiamo e comunichiamo nei concetti, questi concetti non sono e non devono essere sempre gli stessi, ma sono e devono cambiare ed esser diversi, ossia adatti al mistero che intendiamo cogliere ed esprimere, a seconda dei tempi, delle circostanze e delle persone, alle quali ci rivolgiamo. Se uno resta attaccato ad un concetto superato o del passato, vive fuori del proprio tempo ed usa un linguaggio incomprensibile ai suoi contemporanei.

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Per esempio, per esprimere oggi il mistero di Cristo, Schillebeeckx propone di smettere di dire che «Gesù è Dio», perché questa espressione, secondo lui, sarebbe un avanzo della antica mitologia pagana dell’«uomo divino» (theiòs anèr), sarebbe meglio invece designare Cristo come «profeta escatologico». E similmente, invece di parlare, come fa il Concilio di Calcedonia, di «una persona in due nature», sarebbe meglio parlare di «una natura in due persone». E così via.

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Seconda cosa. Nell’interpretare la Scrittura, i modernisti, come i protestanti, non tengono conto di quei passi che la Chiesa ha già interpretato o addirittura servono come giustificazione, prova o fondamento scritturistici di un insegnamento dogmatico, e quindi essi non rispettano l’interpretazione fatta dalla Chiesa, ma li interpretano a modo loro, facilmente cadendo nell’eresia.

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Facciamo un esempio. La Chiesa, fondandosi su quei passi della Scrittura, dove si parla dell’anima umana, insegna 1. la distinzione fra anima e corpo [Concilio Lateranense IV del 1215; 2]; che l’anima è forma sostanziale del corpo [Concilio di Viennes del 1312; 3]; che l’anima è immortale [Concilio Lateranense V del 1513]. Ebbene, Rahner, negando esplicitamente questi dogmi della Chiesa, sostiene che quando la Bibbia parla dell’anima, intende sempre l’uomo intero.

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Nella questione in esame, il caso di San Paolo è di certo particolarmente delicato, trattandosi non di un semplice agiografo come altri, ma di un eminente Apostolo. Ma la Chiesa, che bada solo alla verità, non ha problemi a superare e correggere anche le idee umane, storicamente condizionate, di un San Paolo. Questo fatto è testimoniato con estrema chiarezza proprio riguardo al nostro tema della concupiscenza sessuale, strettamente connesso con quello della dignità della donna e del matrimonio, tanto che è bene trattarli assieme.

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La dottrina paolina del matrimonio come «rimedio alla concupiscenza», effettivamente è stata insegnata dai moralisti fino al Concilio Vaticano II, il quale, viceversa, trattando del matrimonio, non parla assolutamente di questa cosa. E da allora, i grandi documenti pontifici, come la Humanae Vitae del Beato Paolo VI, la Familiaris consortio di San Giovanni Paolo II, fino alla Amoris laetitia del Pontefice Regnante, sono su questa linea. Il che dimostra chiaramente che quella idea di San Paolo è superata, e se è superata, evidentemente lì Paolo di fatto non parla a nome di Dio, ma a nome proprio, o forse scambia in buona fede la sua idea per rivelazione divina.

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Non si tratta qui evidentemente di mettere in dubbio o di negare l’esistenza della concupiscenza sessuale, o la possibilità di annullarla nella vita presente. Essa invece è un lascito del peccato originale presente in tutti, e che consiste in una spinta irrazionale verso il piacere sessuale e l’atto che vi corrisponde. La ricerca del piacere è un impulso naturale nell’uomo e nell’animale. Il problema, per l’uomo, è che questa ricerca deve essere razionalmente motivata; e se così non è, è peccaminosa. Ebbene, la concupiscenza fa sì che la persona dell’altro sesso ci attiri a lei con una tale forza, che in certi casi è assai difficile frenare.

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San Paolo dice: chi non ce la fa a trattenersi, si sposi. Se invece ce la fa, è meglio che resti vergine. Oggi, come ho detto nel mio articolo [cf. QUI], da dopo il Concilio, la Chiesa parla diversamente: tutti, con una buona disciplina, l’esercizio e l’aiuto della grazia, dobbiamo essere in grado di dominarci, di regolarci, di controllarci e di frenarci, chè poi non si tratta altro che della virtù cardinale della temperanza, obbligatoria per tutti, sia che siamo chiamati al matrimonio, sia che siamo chiamati alla vita religiosa. Anche Paolo, in altri luoghi, ammette ciò senza problemi. E questa è certamente Parola di Dio.

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La scelta della propria vocazione, nella spiritualità di oggi, si tratti di matrimonio o di vita consacrata o di sacerdozio, non va più intesa rispondendo alla domanda se riesco o non riesco a trattenermi dal sesso. Ma, nel presupposto che io abbia raggiunto quel grado di temperanza, che mi rende padrone del mio istinto, questa scelta va fatta per motivi ben più alti: ossia la risposta al dono di Dio, ciò che del resto Paolo stesso riconosce: «Ciascuno ha il proprio dono da Dio» [I Cor 7,7].

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Ciò vuol dire che l’atto coniugale non dev’esser visto come conseguenza dell’apertura delle cateratte matrimoniali, per la quale il torrente della passione irrompe tumultuoso, ma legalizzato, nella vita coniugale. Non va visto come un soddisfacimento, uno sfogo e nel contempo un argine legittimo e tollerato, della concupiscenza, che diversamente dilagherebbe irrefrenabile, per cui la sua repressione sarebbe insopportabile o impossibile, come credeva Lutero.

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L’atto sessuale invece dev’essere espressione del dono di sé, volontà di far felice l’altro e accoglienza grata del dono che l’altro fa di se stesso. Atto, che, come ho detto nel mio precedente articolo, esprime l’amore ed accresce l’amore. L’assolvimento stesso del debito coniugale, che è dovere di giustizia e servizio all’altro, più frequente negli anziani, nei quali è indebolita la spinta dell’eros, deve continuare ad esser più che mai espressione dell’amore. Si potrebbe addirittura dire, pensando al sacramento del matrimonio, che l’atto coniugale è segno ed incentivo di santità.

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Il mutamento nella concezione del matrimonio avviato dal Concilio consiste in una visuale più ottimista e più nobile, più fedele alla Genesi ed al Vangelo: mentre prima del Concilio il matrimonio era posto accentuatamente nell’orizzonte della natura decaduta col peccato originale e dell’inferiorità della donna rispetto all’uomo, la visione nuova si pone decisamente nell’orizzonte della risurrezione e dell’uguaglianza di natura specifica fra i due e di mutua complementarità.

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La dignità della donna oggi viene meglio alla luce, le sue qualità morali sono meglio evidenziate, le sue attitudini spirituali più esaltate, mentre per converso diminuiscono le ragioni o i pregiudizi, che in passato, come nello stesso Antico Testamento, facevano vedere nella donna quasi un minus habens, un minore, con limitata responsabilità. Essa era vista come una creatura fragile, impulsiva, emozionabile, facile alle illusioni, suggestionabile, poco affidabile, da guidare, educare, controllare, correggere e tenere a bada; oppure un pericolo: una seduttrice, quasi una maliarda, dalla quale occorre guardarsi. In sostanza, la donna era vista nella luce di Eva peccatrice e non della Madonna.

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In San Paolo è evidente che per lui il rapporto uomo-donna corrisponde al rapporto superiore-inferiore [I Cor 11, 7-9; 14,34; I Tm 2, 11-14]. Ma queste sono idee sue. La dottrina invece del marito «capo della moglie» [Ef 5, 22-33] è un’altra cosa. Mentre infatti sul tema generale “uomo-donna” sentiamo Paolo col suo misoginismo rabbinico, nella dottrina del rapporto marito-moglie risplende certamente la bellezza della Parola di Dio, che non passa e che è stata confermata ed approfondita dal Concilio, che è giunto ad affermare che «la loro unione costituisce la prima forma di comunione delle persone» [GS, 12].

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Questi limiti che troviamo nella concezione paolina della donna non impediscono all’Apostolo di enunciare alcuni princìpi fondamentali della concezione cristiana della donna, princìpi, che certamente sono oggetto della Rivelazione: il principio della reciprocità: «Nel Signore, né la donna è senza l’uomo; né l’uomo è senza la donna» [I Cor 11,11]; e la prospettiva dell’unione escatologica, nella quale è implicita la risurrezione dei sessi, della quale ha parlato ampiamente San Giovanni Paolo II nelle catechesi sulla teologia del corpo: «Non c’è più né uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» [Gal 3,28]. Questo è il chiaro recupero di Gen 1-2, dove è insegnata l’uguaglianza di dignità e natura specifiche.  

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Col Concilio, comunque, è avvenuto un miglioramento nella visione della donna, per cui ella, senza che per questo cadiamo in facili ottimismi, è vista di più nella luce della Madonna che non di Eva. Il Concilio ha confermato la sostanza della sublime dottrina paolina sul matrimonio come immagine mistica (“mysterium magnum”!) e segno sacramentale nientedimeno che dell’unione di Cristo con la Chiesa. In questa dottrina – e qui siamo veramente nella Parola di Dio –, dove non traspare nulla della disistima di Paolo per la donna e della sua dottrina sulla concupiscenza sessuale, non ci pare di trovare neppure lo stesso autore. Del resto, una nota stonata dello stesso Paolo pare trovarsi nel c.7 della Prima Lettera ai Corinzi, dove si fatica a mettere d’accordo il suddetto sublime paragone mistico con la nota forse troppo umana, secondo la quale «la donna sposata si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito» [v.34]. Ma se il marito è immagine di Cristo, che ne è allora di questa immagine? Siamo ancora daccapo col remedium concupiscentiae?

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È evidente il legame tra la donna vista in questa luce e il problema del controllo del sesso. Il progresso nella conoscenza della dignità femminile lungo i secoli è andato di pari passo con una prospettiva più elevata del matrimonio e della sessualità. È altresì evidente che, quanto più l’uomo abbandona il suo complesso di superiorità e vede nella donna non tanto la tentatrice o la minus habens, quanto piuttosto la compagna di viaggio verso il cielo, l’unione coniugale diventerà sempre meno la valvola di sicurezza e lo sfogo legittimato e tollerato dell’istinto e sempre più dono disinteressato d’amore: amoris laetitia!

Varazze, 10 maggio 2016

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Note

[1] Karl Rahner. Il Concilio tradito, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2009.

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Mai sfidare la Divina Provvidenza con opere che sono solo frutto di mano d’uomo

MAI SFIDARE LA DIVINA PROVVIDENZA CON OPERE CHE SONO SOLO FRUTTO DI MANO D’UOMO

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Essendo noi uomini di fede, crediamo nella Divina Provvidenza. Avendo poi per grazia di Dio, non certo per nostro merito, una fede abbastanza “adulta” e solida, sappiamo che la Divina Provvidenza non può essere mai sfidata attraverso opere che non sono di Dio ma opera d’uomo, legate a personalità di ecclesiastici o di laici che danno vita in seno al mondo ecclesiale a opere dietro le quali si celano spesso superbia e vanità, non di rado la megalomania d’uomini che dicono d’aver ricevuto precise missioni a loro affidate da Dio, mentre in realtà hanno parlato solo con sé stessi, credendo, nell’ipotesi migliore, d’aver parlato con Dio; nella peggiore, c’è da parte di taluni la consapevolezza di giocare sui misteri della fede per buggerare il prossimo a scopi personali, spesso a puri fini di lucro.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Gli idoli dei popoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo.
Hanno bocca e non parlano; hanno occhi e non vedono;
hanno orecchi e non odono; non c’è respiro nella loro bocca.
Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida.

[Sal 134, 15-18]

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Cari Lettori.

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Ipazia. 7

«… se questo prete, quando scrive, non la smette di fumare, lo sbatto fuori di casa»

Giovanni Cavalcoli e io, il nostro collaboratore Jorge A. Facio Lince, Ipazia gatta romana che vigila sull’Isola di Patmos, siamo lieti d’informarvi che dal 1° gennaio al 30 aprile questa nostra rivista ha già raggiunto tre milioni di visite.

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Il numero di 3.000.000 di visite fu toccato l’anno scorso nell’intero corso del 2015, mentre in questo nuovo anno è stato raggiunto e superato nei soli primi quattro mesi.

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Grazie ai lettori abbiamo sostenuto quelle spese di gestione che Giovanni Cavalcoli come sacerdote domenicano, io come sacerdote del clero secolare, non avevamo mezzi personali per coprire.

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ipazia 1

l’ombra osservatrice della grande sovrintendente: Ipazia gatta romana

Per le spese di gestione dell’anno 2016 i lettori hanno offerto 1.700 euro, una singola benefattrice ha donato 3.500 euro per raggiungere l’importo dei 5.200 euro necessari.

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Vi illustriamo l’attività che vorremmo avviare e che consiste anzitutto in questo:

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– registrare L’Isola di Patmos e iscriverla all’albo delle riviste specialistiche presso l’Ordine dei Giornalisti, perché essendo di fatto una rivista, è giusto e opportuno che sia regolarmente registrata;

– aprire le Edizioni L’Isola di Patmos, avendo tra l’altro già diversi Autori da pubblicare e diverse opere di Giovanni Cavalcoli e di Ariel S. Levi di Gualdo che hanno già avuto diffusione e che tutt’oggi, sebbene fuori stampa, ci sono state ripetutamente richieste da parte di numerosi lettori;

– stampare L’Isola di Patmos come rivista quadrimestrale, raccogliendo in tre numeri all’anno i principali articoli, specie di Theologica, quindi spedendola per abbonamento.

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Ipazia 3

… sempre vigile e osservatrice

Essendo noi uomini di fede, crediamo nella Divina Provvidenza. Avendo poi per grazia di Dio, non certo per nostro merito, una fede abbastanza “adulta” e solida, sappiamo che la Divina Provvidenza non può essere mai sfidata attraverso opere che non sono di Dio ma opera d’uomo, legate a personalità di ecclesiastici o laici che a volte danno vita nel mondo ecclesiale a opere dietro le quali si celano spesso superbia e vanità, non di rado la megalomania d’uomini che dicono d’aver ricevuto precise missioni a loro affidate da Dio, mentre in realtà hanno parlato solo con sé stessi, credendo, nell’ipotesi migliore, d’aver parlato con Dio; nella peggiore, c’è da parte di taluni la consapevolezza di giocare sui misteri della fede per buggerare il prossimo a scopi personali, spesso a puri fini di lucro.

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Se ciò che noi intendiamo fare è opera di Dio, affinché sia reso un migliore servizio alla Chiesa di Cristo ed alle verità di fede di cui noi siamo per ministero sacerdotale e missione teologica devoti annunciatori, in tal caso la Divina Provvidenza si concreterà ancora una volta attraverso di voi dandoci perlomeno i mezzi per cominciare, vale a dire il necessario per procedere alla registrazione e alla iscrizione dell’Isola di Patmos nel registro delle riviste specialistiche e per aprire le Edizioni L’Isola di Patmos.

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Ipazia 2

Ipazia, una gatta a stretto contatto con la santità, infatti sta dormendo sopra i tre volumi di una causa di canonizzazione curati dal Padre Ariel …

Siamo in grado di stampare e vendere libri on-line, in formato cartaceo ed elettronico. Abbiamo già contattato diverse librerie in varie Città italiane che ci hanno data disponibilità a mettere i nostri libri in vendita. Una distribuzione capillare sarà possibile solo in futuro, se l’impresa andrà bene, perché dare libri a un distributore implica costi inizialmente non sostenibili. Sarà però possibile ordinare e ricevere i nostri libri per posta e trovarli in alcune librerie di Roma, Firenze, Bologna, Genova, Milano, Torino, Novara, Verona, Catania, Cagliari. 

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Abbiamo deciso e scelto di muoverci a questo modo perché reduci da esperienze non felici con il mondo dell’editoria.

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A partire dal 2006 io presi a pubblicare i miei libri col marchio dell’Editore Mauro Bonanno [Roma-Acireale], divenendo in breve uno dei suoi autori più venduti. Tra il 2006 e il 2013 detti alle stampe 5 libri, due dei quali ebbero in modo particolare buone vendite e furono oggetto di attenzioni da parte della stampa nazionale e internazionale.

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Ipazia 5

«Jorge, chiama il Padre Giovanni Cavalcoli e domandagli se può scrivere quell’articolo sul principio metafisico della natura felina, sai che ci tengo molto»

Scrivere certi libri all’Autore costa in tutti i sensi. Spesso certi testi richiedono anni di studio, lavoro e ricerca. Il risultato da me ottenuto fu però a dir poco deludente: malgrado le mie numerose richieste non sono mai riuscito ad avere dall’Editore neppure i rendiconti sul venduto; manco la soddisfazione di sapere quante copie avevano venduto i miei libri! E se non ho mai ottenuto i rendiconti, meno che mai un centesimo di diritti d’Autore. Il tutto dopo aver firmato contratti disattesi dall’Editore nella parte fondamentale: il rendiconto annuale e il pagamento dei diritti d’Autore.

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La goccia che fece tracimare il vaso fu quando l’Editore – che conobbi nel 2005 come intellettuale di sinistra – si scoprì mazziniano e divenne massone. E trascurando le varie collane, compresa quella teologica da me fondata e diretta, si mise a pubblicare decine di testi di storia ed esoterismo massonico. Cosa gli abbiano promesso quattro massoni di periferia non so, ma una cosa è certa, malgrado gli arcani intrallazzi della Libera Muratoria, al momento non è divenuto né Luigi Einaudi né Arnoldo Mondadori.

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Nutrendo verso la Massoneria il pio sprezzo cristiano che nutro da sempre verso l’idolatria e la profanazione del Nome del Creatore, a maggior ragione non intendevo accettare che un editore che non pagava la mercede dovuta all’operaio avesse però mezzi per fare regalie alla Loggia, non ultimo anche coi proventi derivanti dalla vendita dei miei libri. Né potevo dimenticare i moniti da me rivolti come confessore a vari cattolici circa il fatto che la Massoneria è incompatibile con l’essenza stessa del Cristianesimo. E sebbene io fossi responsabile dei libri scritti da me, non certo di quelli pubblicati dal Gruppo Editoriale Bonanno, che raggruppa i marchi Bonanno Editore, A&B e Tipheret, ritenni non opportuna la presenza del nome di un sacerdote e di un teologo fedele ai precetti della Chiesa all’interno di un Gruppo divenuto un circolino di frammassoni, i testi del quale [cf. QUI, QUI, QUI] sono tutt’oggi diffusi da un distributore cattolico, la Dehoniana Libri S.p.a. E quando di questo informai a suo tempo i buoni Padri Dehoniani, chiedendo se la catena di distribuzione della Dehoniana era sempre sotto il loro controllo e se per caso avevano accettato di distribuire anche testi di esoterismo massonico, non ebbi neppure la grazia di una risposta. 

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ipazia 6

«Fammi leggere … si, l’articolo è molto bello, però devi dire al Padre Giovanni che a mio sommesso parere andrebbe aggiunto un riferimento anche al Primo Concilio di Costantinopoli»

Visto che l’Editore non aveva rispettato i contratti, lo informai tramite un consulente legale che gli stessi erano da ritenersi dissolti e che svincolato da ogni obbligo tornavo in possesso delle mie opere. L’Editore, specializzato a rifondare società che sotto altro nome portavano avanti la stessa attività distribuendo gli stessi Autori che pure avevano firmato contratti con le società precedenti, tramite il nuovo amministratore, quello che in gergo giuridico si chiama testa di legno, evase la mia richiesta e ritirò dal mercato i miei libri ancora in distribuzione. Questo il motivo per il quale i miei libri non si trovano più in commercio: ne ho imposto il ritiro io per il mancato rispetto degli accordi contrattuali da parte dell’Editore che li aveva pubblicati e diffusi.

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Questa esperienza mi ha indubbiamente segnato, tanto che, sebbene diversi editori mi abbiano chiesto nel corso di questi ultimi tre anni miei libri in pubblicazione, mi sono rifiutato di concederglieli, avendo sperimentato come funziona la piccola editoria in un Paese come il nostro nel quale la vendita dei libri è al di sotto di quella dei Paesi del Terzo Mondo. Ho deciso, insomma, di non pubblicare più gratis et amor Dei, a beneficio di chi presume di concederti il “grande onore” di offrire gratis il tuo duro lavoro per i benefici altrui.

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Ipazia 8

«… ebbene lo ammetto, sono la gatta del prete, però viviamo come fratello e sorella in conformità al n. 84 della Familiaris Consortio, sia chiaro!»

Società editrici serie esistono, difficilmente pubblicano però libri di nicchia indirizzati a lettori che spaziano tra lo specialistico e l’interesse su certi temi trattati in maniera approfondita. Basti vedere il ciarpame edito o distribuito dalla Pia Società San Paolo, una Casa Editrice che pur facendo capo a una congregazione religiosa distribuisce nella catena della sue librerie testi di eretici quali Hans Küng, Vito Mancuso e il defunto Andrea Gallo. Il tutto mentre certi Vescovi per un verso, certi laici più clericalizzati del clero per altro verso, paiono impegnati solo a mostrare privato o pubblico dissenso verso la tremebonda esortazione apostolica Amoris Laetitia, perché tutti i problemi sono concentrati dentro il lattice di un preservativo o di un rapporto pre-matrimoniale, temi sui quali – come ben capite – vive o cade l’intero mistero della fede. Poi, per il resto, se le Suore Paoline ti raccomandano nelle librerie cattoliche il Küng o il Mancuso in lettura come testi di alta spiritualità cattolica, nulla da dire, nulla di cui scandalizzarsi e nulla su cui battagliare. Questo il motivo per il quale, quando di questi tempi vedo ecclesiastici e laici entrare dentro le altrui camere da letto col bilancino dell’orefice, come già ho dichiarato sono assalito da orticaria. E ciò non perché il peccato capitale della lussuria e con essa l’adulterio sia stato derubricato, giammai! Ma semplicemente perché la lussuria non è l’unico dei peccati capitali, ma soprattutto non è né il primo né il più grave, posto che al primo posto – come da tempo vado ripetendo – c’è la superbia, la satanica regina di tutti i peggiori vizi capitali. E trasformare il sesso e la sessualità umana nel centro motore dell’intero mistero del male, a suo modo ha veramente del clerico-patologico [rimando al mio precedente articolo, QUI].

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Detto questo capite, Cari Lettori, quanto sia importante mettere in salvo per un verso, pubblicare e diffondere per altro verso, i libri dei grandi Padri della Chiesa e dei grandi teologi del passato e del presente in un mondo nel quale, all’interno delle librerie cattoliche gestite direttamente da congregazioni religiose, la fanno da padroni Carlo Maria Martini, Bruno Forte, Walter Kasper, Enzo Bianchi, Vito Mancuso … Questa è l’opera che noi ci siamo prefissi ma per la quale non abbiamo mezzi per espletare neppure le prime necessarie pratiche burocratiche, perché gli eretici trovano sempre soldi, sovvenzioni e sponsor, noi no. E purtroppo, in questa società che dal pensiero liquido sta passando al pensiero vaporoso, immersa nella drammatica carenza di memoria storica, dove tutto è sempre più paralizzato e finalizzato all’immediato, senza proiezioni verso il futuro, corriamo il sicuro rischio che tra non molti anni, opere di straordinaria importanza per il patrimonio della fede, finiscano irreparabilmente perdute.

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ipazia 9

«… quando mi raccolsero vicino alle Catacombe di Priscilla sull’antica Salaria, ero povera, affamata e incolta, ma poco dopo ho mostrato il mio naturale talento per la filosofia, divenendo così Ipazia gatta romana»

Per dare avvio all’impresa ci occorrono 4.000 euro per espletare le pratiche burocratiche per la rivista telematica e per l’apertura della Casa Editrice; 6.000 euro per la stampa e la messa in vendita dei primi 10 libri. Da una parte chiediamo ancora aiuto ai Lettori, dall’altra, assieme all’aiuto, chiediamo una risposta che solo voi potete dare a degli uomini di fede: tutto questo, è volontà di Dio per servire Cristo, la Chiesa e la sana dottrina cattolica? Se così è, l’aiuto arriverà, se invece non arriverà, allora vuol dire che noi ci siamo sbagliati e che seppure in buonafede e animati da totale disinteresse siamo in errore.

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Così pensano e agiscono uomini che in fede credono nella Divina Provvidenza ma che mai sfiderebbero la Divina Provvidenza per realizzare opere proprie che non provengano da Dio.

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E per concludere mi torna a mente la frase di un vecchio parroco che con enormi sacrifici riuscì a costruire la nuova chiesa parrocchiale, sulla quale fece collocare in un discreto angolo la seguente lapide: «Questa chiesa è stata costruita con i preziosi consigli offerti dai ricchi e con i soldi offerti dai poveri».

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dall’Isola di Patmos, 5 maggio 2016

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Amoris Laetitia. Il fondamento della indissolubilità del matrimonio

AMORIS LÆTITIA. IL FONDAMENTO DELLA INDISSOLUBILITÀ DEL MATRIMONIO

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La nullità del matrimonio quasi sempre emerge in modo drammatico dopo un certo tempo, più o meno lungo, possono passare anche anni ed esserci di mezzo dei figli, anche se ci è sposati in chiesa, e si è trattato di un matrimonio celebrato con grande solennità: tappeto rosso dall’ingresso della chiesa fino all’altare riccamente addobbato, mazzi di fiori esotici, lungo tutti i banchi della chiesa, fotografi e cine-operatori, folla entusiasta e commossa di gente della buona società, abbondante offerta al parroco. Eppure si è trattato di una semplice messa in scena. Nonostante la solenne Messa cantata e solenne benedizione, la grazia può esser scesa, ma non certo la grazia del matrimonio, dato che mancava la materia adatta. Il povero parroco, attorniato da concelebranti, si è preso, come dicono i romani, una bella buggeratura [o detta in romanesco: s’è pijato ‘na sola].

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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papa firma

Il Sommo Pontefice firma la esortazione post-sinodale Amoris Laetitia

Uno degli scopi che si prefisse Gesù Cristo nel suo insegnamento e nella sua opera fu quello di presentare, ripristinare e promuovere il piano originario divino sull’uomo, descritto nel Genesi, indicandolo come modello della condotta umana, compatibilmente alla condizione di natura decaduta dopo il peccato originale.

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Non si è trattato di un ripristino pieno e totale dello stato di innocenza, ma soltanto di alcuni elementi, che Cristo ha prospettato come realizzabili, col soccorso della sua grazia e mediante un’opportuna disciplina, in questa vita mortale, indebolita dal peccato, alcuni elementi di quella felice condizione originaria.

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“Indissolubilità del matrimonio” non vuol dire che di fatto il vincolo non possa essere sciolto, altrimenti non esisterebbe il divorzio. Indissolubilità vuol dire che non deve essere sciolto, ossia che non esiste un diritto a sciogliere il vincolo. Quindi, questo atto non può mai essere un bene. Infatti, è volontà di Dio che l’uomo si unisca alla sua donna, in modo tale che i due non son più due, ma una sola carne. Però non si crea un’unione che di fatto non possa essere spezzata, come invece è l’unione infrangibile che esiste per esempio tra il colore di un vaso e il vaso stesso, oppure l’unione che esiste tra l’anima e le sue facoltà. Uomo e donna sono fatti per unirsi tra loro, ma dipende dalla loro volontà attuare e mantenere questa unione. Dio vuole che siano uniti per sempre; ma a loro è possibile disobbedire a questa volontà e dividersi. Non devono mai sciogliere il vincolo; ma dipende da loro rispettarlo, conservarlo, mantenerlo; oppure spezzarlo, infrangerlo o scioglierlo, ossia dividersi. È chiaro che, se restano uniti, fanno la volontà di Dio; se si dividono, peccano.

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Qual è il motivo per il quale marito e moglie devono restare uniti per sempre in un amore unico, esclusivo, incomunicabile ad altri o non partecipabile o condivisibile da altri? Dio non dice “si unirà a una donna qualsiasi o a più donne”, ma “alla sua donna”.

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Perché Dio non permette l’amore di gruppo o la poligamia o l’amore occasionale o part-time o l’avvicendarsi delle donne? La volontà di Dio lascia invece intendere che ad ogni uomo deve corrispondere quella data donna e non altre, e viceversa. È un po’ come il fatto che ad ogni serratura occorre quella data chiave e non altre o a chi ha difetti di vista, occorrono quei dati occhiali e non altri.

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Col peccato originale questo piano divino si è offuscato nella mente degli uomini, la loro volontà ha cominciato a tendere al peccato, mentre le loro forze hanno cominciato ad essere insufficienti per realizzare questo alto ideale.

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Nell’Antico Testamento, Dio, con la legge di Mosè, mostra una certa tolleranza, permettendo la poligamia e il divorzio, soprattutto in alcuni personaggi importanti, patriarchi e sovrani. Ma con la Nuova Alleanza, stipulata da Cristo, Dio vuole che, in Cristo e con la grazia di Cristo, venga ristabilito il progetto primitivo, almeno nelle sue linee fondamentali, necessarie ad una conveniente riproduzione della specie umana.

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Cristo in tal modo istituisce il matrimonio come sacramento di salvezza e di santificazione. Si tratta sempre dello stesso vincolo coniugale naturale, già rivelato nel Genesi, nella sua unità, indissolubilità, esclusività e fecondità, ma purificato, arricchito, elevato e rafforzato dalla grazia soprannaturale, in modo tale che gli sposi, nonostante le loro debolezze e la loro peccaminosità, possano essere in grado, con l’aiuto di Dio, di esser fedeli al loro amore per tutta la vita e superare prove, difficoltà e tentazioni, assolvendo agli obblighi del matrimonio e della famiglia.

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Con l’istituzione di Cristo, la fedeltà e l’indissolubilità del vincolo per tutta la vita diventa di nuovo un obbligo per tutti. Adesso, però, Dio permette alcune condizioni di vita che rendono impossibile il pieno ripristino del matrimonio edenico. La prima di queste condizioni è l’esistenza della morte.

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Ciò consente la liceità delle seconde nozze. Questo fatto è connesso a sua volta alla seconda condizione, ossia che nella vita presente questa perfetta reciprocità è molto rara. Avviene allora, che le seconde nozze sono rese possibili e si giustificano con la suddetta possibilità assai rara dell’esistenza delle cosiddette “anime gemelle”, ossia di una perfetta corrispondenza o reciprocità, insostituibile ed esclusiva tra questo dato uomo e quella data donna.

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Nella vita presente, l’espressione la “sua donna” resta valida, ma perde di rigore e determinatezza.  L’esatta corrispondenza edenica resta solo un sogno o un’illusione per molti, i quali però sono chiamati ad accontentarsi di qualcosa di meno, che non rende comunque impossibile una fedeltà fino alla morte.

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Molti invece oggi purtroppo concepiscono il prender moglie come l’acquisto di un’auto o di un computer, per cui, se trovano un prodotto migliore, sono portati a lasciare il vecchio per il nuovo. Questa difficoltà a trovare il compagno adatto può giungere fino al punto che il soggetto resta solo. D’altra parte, Cristo introduce anche l’ideale della vita religiosa, che comporta la rinuncia al matrimonio. Ciò non vuol dire che nel regime della Nuova Alleanza non continui a valere il principio della reciprocità uomo-donna e della “sua donna”. È da notare, infatti, che, nel Genesi, Dio non dice «si unirà a sua moglie», ma «alla sua donna». Infatti il termine usato qui è ishà, che significa appunto “donna”, mentre per dire “moglie”, l’ebraico ha balàh.

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Queste parole del Genesi, come è noto, sono riprese da Cristo nel Vangelo di Matteo [cf. 19,5]. Ma qui, siccome il greco ha gynè, sia per dire donna che per dire moglie, il testo greco non rende esattamente quello ebraico. Tuttavia, siccome nel passo di Matteo Cristo parla del matrimonio, è giusto rendere gynè con “moglie”. Comunque sia, dal Genesi risulta che la reciprocità od unione o comunione uomo-donna, come la si voglia chiamare, non si riduce al rapporto marito-moglie, ma è un valore più ampio, che tocca l’essere umano come tale, e può e deve riguardare ogni essere umano, uomo o donna, laico o e religioso che sia.

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L’indissolubilità del matrimonio suppone che Dio crea ogni uomo ed ogni donna con una sua propria, precisa, inconfondibile ed immutabile identità, che resta immutata e immutabile nel tempo fino all’eternità. Se però nello stato edenico l’individuazione e il riconoscimento di questa identità non faceva alcuna difficoltà, nello stato presente di natura decaduta, questo discernimento diventa difficile, e richiede una speciale capacità intuitiva o introspettiva, che la fenomenologia husserliana chiama Einfühlung [1], parola che in italiano si traduce con “empatia” o “entropatia”. Nella gnoseologia del Beato Duns Scoto si ammette similmente la possibilità di cogliere la haecceitas di quella data singola persona.

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È chiaro che ben pochi possono valersi di simili metodi filosofici, mentre invece la vocazione al matrimonio è la vocazione della stragrande maggioranza della popolazione. Si deve dunque ammettere un metodo più semplice, che consenta a due giovani che si piacciono, di poter capire se sono fatti per unirsi in matrimonio. Per sapere questo, bisogna che entrambi si accorgano della suddetta reciprocità, ossia devono capire oggettivamente e gustare nell’intimo l’identità sostanziale l’uno dell’altro, il valore della sua persona, le doti del carattere, senza ignorare i difetti, andando al di là delle apparenze, oltre agli aspetti caduchi, superficiali e quelle che possono o potranno essere evenienze accidentali, per cogliere la sostanza della sua personalità. È questa la base sulla quale fondare un patto e stringere un vincolo indissolubile.

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Circa questa questione dell’identità immutabile della persona, da più di tre secoli, abbiamo a che fare con l’obiezione, che viene dall’empirismo inglese, soprattutto da Locke, seguìto poi da Hume, il quale, esagerando la parte dell’esperienza nella conoscenza umana, e trascurando di coltivare l’attività intellettuale, perde di vista questo nucleo sostanziale immutabile della persona, che sta a fondamento e ragion d’essere di ogni forma di contratto o pattuizione umana, che si intendono stabiliti per sempre.

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In queste visioni della realtà e quindi anche della persona umana non si danno verità definitive e assolutamente certe, ma ogni teoria o legge può sempre esser cambiata al sorgere di nuove esperienze. Le mutazioni accidentali invadono tutto il campo della conoscenza, per cui una cosa o una persona non viene definita con la pretesa di coglierne l’identità, l’essenza, la sostanza, o la haecceitas, come se essa si trovasse nascosta dietro gli accidenti o i fenomeni sensibili.

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La sostanza, secondo gli empiristi, non è altro che la collezione unitaria degli accidenti, che non rimandano ad altro che a se stessi, gli uni agli altri, in modo reciproco. La persona è come una nuvola del cielo o una goccia d’acqua o una fiamma: non c’è da distinguere una sostanza immutabile da accidenti mutevoli, ma tutto muta ed evolve, anche se la nuvola o la goccia o la fiamma può essere la stessa. Da ciò si capisce bene che, con questa concezione della persona, qualunque promessa vien fatta o qualunque impegno vien preso, e qui ovviamente cade la promessa di fedeltà coniugale, tutto ciò implica sempre la riserva di mantenere i patti, finché non capiterà qualcosa di previsto o imprevisto, che motivi il loro scioglimento o annullamento.

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Viceversa, una volta che i due si accorgono di esser fatti l’uno per l’altro, in vista della fondazione di una famiglia, sorge spontanea nel loro cuore la volontà di stare assieme per tutta la vita, appunto con l’intento di realizzare questo proposito [2]. Questa volontà fonda e condiziona la verità o validità del patto o vincolo coniugale, dà per cui, se ci si sposa per motivi diversi o contrari a questa volontà, che fonda, giustifica, garantisce e costituisce l’essenza del patto matrimoniale, tale patto non esiste, è invalido, è nullo. Similmente, sarebbe nulla un’ordinazione sacerdotale basata su di un concetto falso del sacerdozio, come è per esempio quello di Rahner.

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La nullità del matrimonio quasi sempre emerge in modo drammatico dopo un certo tempo, più o meno lungo, possono passare anche anni ed esserci di mezzo dei figli, anche se ci è sposati in chiesa, e si è trattato di un matrimonio celebrato con grande solennità: tappeto rosso dall’ingresso della chiesa fino all’altare riccamente addobbato, mazzi di fiori esotici, lungo tutti i banchi della chiesa, fotografi e cine-operatori, folla entusiasta e commossa di gente della buona società, abbondante offerta al parroco. Eppure si è trattato di una semplice messa in scena. Nonostante la solenne Messa cantata e solenne benedizione, la grazia può esser scesa, ma non certo la grazia del matrimonio, dato che mancava la materia adatta. Il povero parroco, attorniato da concelebranti, si è preso, come dicono i romani, una bella buggeratura [o detta in romanesco: s’è pijato ‘na sola].

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Non è escluso che la coppia, accortasi della nullità del matrimonio, riesca, tutto sommato, ad andare avanti, soprattutto per amore dei figli. È bene che lo faccia. Ben altra cosa invece è il divorzio. Esso è una grave disobbedienza alla volontà di Dio, volontà che resta intatta e immutata, benché disattesa dai due. In tal senso il matrimonio è indissolubile. I due possono essere infedeli, ma Dio resta fedele e dà ad essi modo di pentirsi e di tornare assieme. Il divorzio è dunque il dividere ciò che Dio ha unito e che vuole che sia unito. Il divorzio è peccato grave contro la giustizia e la carità in chi, uno dei due o entrambi, pur avendo contratto un matrimonio valido, è infedele al patto sacro celebrato davanti a Dio e alla Chiesa. Certo, se i due regolarmente sposati, non ce la fanno più a vivere assieme, è bene che si separino. Tuttavia, resta valido il vincolo davanti a Dio e alla Chiesa, e non possono contrarre nuove nozze. Viceversa, se due si piacciono, non è questo un motivo sufficiente per andare a vivere assieme, soprattutto se sono legati a un matrimonio valido precedente. È possibile che questo sia nullo e che adesso abbiano incontrato il vero amore. Ma per mettersi in regola davanti a Dio, alla Chiesa e alla loro coscienza di cattolici, devono prima ottenere la dichiarazione di nullità, e poi potranno contrarre nuove nozze benedette da Dio.

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Quanto ai matrimoni misti, bisogna fare attenzione. Ci sono casi, per esempio, di unioni fra un cristiano e un musulmano, che non danno preoccupazioni. Si sta però verificando in altri casi, sembra più numerosi, che la parte musulmana vuol costringere quella cristiana a farsi musulmana. In questo caso, se la parte cristiana avverte che è messa in pericolo la sua fede, può ritenersi sciolta dal vincolo coniugale. Questoi caso fu già contemplato da San Paolo [cf. I Cor 7, 12-15], e perciò si  chiama “privilegio paolino” ed è stato recepito nel Diritto Canonico [Can.1143, §1].

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La Chiesa dunque distingue quattro casi, nei quali i due possono lasciarsi: tre leciti e doverosi e uno illecito. Casi nei quali devono lasciarsi: 

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1. Concubinaggio (convivenza more uxorio tra due non sposati); 

2. privilegio paolino; 

3. matrimonio nullo. Caso a parte, che sarebbe il quarto, è invece il caso del divorzio.

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Occorre fare attenzione a non confondere: annullamento, scioglimento e divorzio. Annullamento o dichiarazione di nullità è la sentenza del tribunale ecclesiastico, che dichiara che un vero vincolo non c’è mai stato, nonostante la pregressa convivenza e l’eventuale presenza di figli. Lo scioglimento è l’effetto della misericordia divina, la quale vuol proteggere il fedele o la fedele, benché il vincolo fosse valido. Il divorzio invece è la rottura di un vincolo valido. Stando così le cose, nel matrimonio valido e vero, i due si promettono reciprocamente di esser fedeli per tutta la vita a questo patto d’amore, che è il patto coniugale, in forza del quale essi diventano marito e moglie. Nel momento di questa decisione, Dio li unisce per sempre e li benedice con la sua grazia. Essi si uniscono coscientemente, volontariamente e liberamente. Ma questo stesso atto della loro volontà è adempimento della volontà di Dio, Che li ha voluti unire dall’eternità e per l’eternità ha progettato il loro matrimonio.  Purtroppo oggi, con la mentalità storicista ed evoluzionista che si è insinuata anche in ambienti cattolici, pochi riflettono sulla grandezza di questo amore, chiamato ad essere un amore eterno e addirittura, come sacramento, un amore salvifico, una via di salvezza.

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Molti ironizzano su ciò e lo credono una bella utopia, se non un inganno, guardando allo spettacolo desolante di tante separazioni, di tanti tradimenti, di tante delusioni, di tanti divorzi, di tanti amori estinti, di tante unioni fallite, di tante famiglie distrutte. Ma anche superato questo ostacolo e confutato l’empirismo, col mostrare come l’intelletto non possa fare a meno dell’idea di sostanza [3], sorgono altri problemi. Infatti, ancora tutto questo non è sufficiente per guardare con sicurezza e serenità al futuro, senza temere delusioni o brutte sorprese, per il fatto che, anche ammessa la possibilità di cogliere l’essenza dell’altro, l’indissolubilità del matrimonio non è la semplice fedeltà ad un dato fisso ed immutabile, quale può essere l’essenza della mia persona e di quella dell’altro, ma la fedeltà all’impegno quotidiano di entrambi, che si suppone continuativo, coerente e perseverate nel tempo per tutta la vita.

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Ora, sappiamo tutti quanti mutamenti avvengono nella nostra condotta. Come ci si può impegnare per tutta la vita con una persona che magari adesso è buona, ma poi diventa cattiva? E se mi tradirà? E se mi avesse nascosto certe cose cattive? E se avesse avuto un cattivo passato che può tornare? Domande angosciose, quando si ama una persona.

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La terza delle condizioni, proprie della natura decaduta, è la concupiscenza, ossia il fatto che il desiderio o impulso sessuale non è più conseguenza dell’amore e incentivo all’amore, non è più donazione di sé e disponibilità all’altro, non è più un far gioire l’altro e un gioire per il dono che l’altro fa di sé, ma è in gioventù brama incontrollata e godimento e sfruttamento egoistico dell’altro, mentre nell’anzianità e nella malattia il desiderio si illanguidisce nella frigidità e addirittura nella ripugnanza. Nella gioventù dev’essere frenato; nell’anzianità dev’essere potenziato.

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San Paolo, con la sua famosa teoria del matrimonio come remedium concupiscentiae [cf. I Cor 7,9] ha evidentemente sott’occhio solo i bollori della gioventù e non la debolezza dell’anzianità. Si ha l’impressione che egli non consideri cosa buona l’atto sessuale, per cui diventa scusabile e tollerabile nel matrimonio: «è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non possono vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere» [vv.8-9]. Ma tutto ciò sembra sottendere in Paolo una dissociazione per non dire una contrapposizione fra amore ed unione sessuale. Purtroppo non ci si è accorti per molti secoli che qui Paolo non riflette autenticamente la visione del Genesi e neanche quella evangelica, dove l’essere “una sola carne” è visto come qualcosa di buono, sia in se stesso [Gen 2], sia in rapporto alla procreazione [Gen 1].

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Soltanto nel secolo scorso il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, ha soppresso questo dualismo insegnando invece il nesso tra l’amore coniugale e l’unione sessuale con queste parole: “Questo amore è espresso e reso perfetto in maniera tutta particolare dall’esercizio degli atti, che sono propri del matrimonio; ne consegue che gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità, sono onorevoli e degni e, compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione, che essi significano ed arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudine gli sposi stessi” [n.49].

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Il Beato Paolo VI ha ripreso questo insegnamento nell’enciclica Humanae vitae [n.11], e San Giovanni Paolo II lo ha ulteriormente sviluppato, come ricorda l’attuale Pontefice nell’Esortazione Amoris laetitia, quando afferma che «nelle sue catechesi sulla teologia del corpo umano, San Giovanni Paolo II ha insegnato che la corporeità sessuata è “non soltanto sorgente di fecondità e di procreazione”, ma possiede “la capacità di esprimere l’amore: quell’amore appunto, nel quale l’uomo-persona diventa dono”» [n.152].

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Se l’uomo non riesce a dominare l’istinto sessuale prima o fuori o dopo il matrimonio, non ci riuscirà neanche nel matrimonio. Il rimedio alla concupiscenza non è il matrimonio, ma è l’educazione all’autocontrollo. Se si cerca il matrimonio per soddisfare la concupiscenza, si resta schiavi dell’istinto, si scarseggia nella lucidità mentale, nella forza della volontà e nel senso di responsabilità, che sono necessari per mantenere la fedeltà coniugale e si mette in pericolo la tenuta del vincolo matrimoniale. Oppure, non ci si accontenta della propria moglie, ma si cercano altre occasioni per soddisfarsi, soprattutto quando l’avvenenza della sposa sfiorisce con l’avanzare dell’età. L’atto sessuale nel matrimonio dev’essere libero atto d’amore e non lo sfogo di una passione, che non si riesce a trattenere. Questo è il modo giusto per conservare la fedeltà. Ma l’indissolubilità del matrimonio si giustifica anche col fatto che l’educazione della prole richiede una presenza premurosa dei genitori, che non ha mai termine, e risulta normalmente dalla collaborazione reciproca dei genitori. Si sa come il pensare ai figli è un forte incentivo alla fedeltà coniugale. Inoltre, l’anzianità vissuta assieme nel reciproco aiuto è anch’essa un poderoso fattore di fedeltà ad un unico amore.

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A questo punto allora vediamo come una fedeltà coniugale seriamente pensata e veramente vissuta non può prescindere da un rapporto con Dio. Per questo, presso tutti i popoli, il rito del matrimonio è sempre un rito sacro. Dovevamo arrivare alla nostra società secolarizzata, per ridurre il rito del matrimonio o il contratto matrimoniale ad una profana cerimonia in Comune, come se si trattasse di stipulare un contratto d’affitto o di registrare un passaggio di proprietà. Ma purtroppo vediamo come spesso anche i matrimoni religiosi entrano in crisi. Si stanno moltiplicando i matrimoni nulli.

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La crisi dei matrimoni dipende, fondamentalmente, a mio giudizio, da una crisi della fede tra i credenti. Non si avverte più l’importanza, l’altezza e l’arduità dei valori e degli elementi che ho esposto sopra. Si considera il matrimonio non come una realtà trascendente, che dipende sì da noi, ma soprattutto dalla grazia divina. Si vede il matrimonio come un qualunque contratto terreno, in potere delle nostre decisioni, come pensò erroneamente Lutero, quando negò la sacramentalità del matrimonio.

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Se si medita seriamente sul valore dell’indissolubilità del matrimonio, come ho cercato di proporre in questo articolo, ci si accorge subito che non è possibile affrontare l’impresa senza affidarsi a Dio e contare sulla sua grazia.

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Un fenomeno che oggi fa riflettere è quello di quei divorziati risposati, che vorrebbero fare la Comunione e, stando anche all’Esortazione Amoris laetitia, non ne hanno il permesso. Alcuni vorrebbero confessarsi. Vien fatto di chiedersi: ma nella condizione irregolare e scandalosa, nella quale si trovano, cosa li spinge a desiderare i sacramenti? Possono essere pentiti o almeno uno dei due, ma non aver modo di interrompere la loro relazione. E d’altra parte, è possibile che non ce la facciano a vivere come fratello e sorella. Il Santo Padre ha detto che possono essere in grazia. Dunque non si sono dimenticati di Dio e della Chiesa. E Dio e la Chiesa non si sono dimenticato di loro.

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Varazze, 4 maggio 2016

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NOTE

[1] Vedi lo studio di Edth Stein, Il problema dell’empatia, pp. 157-158, Edizioni Studium, Roma, 1985.

[2] Parlando del matrimonio tra San Giuseppe e la Madonna, San Tommaso dà questa notevole definizione: «la forma del matrimonio consiste in una certa indivisibile congiunzione degli animi, per la quale i coniugi sono tenuti a mantenersi indivisibilmente fedeli l’uno all’altro», Summa Theologiae, III, q.29, a.2.

[3] Cf M. D.Philippe, Essai de Philosophie – L’etre – Recherche d’une philosophie première – I, Téqui, Paris 1972, chap.III; T.Tyn, Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis, a cura di G. Cavalcoli, Edizioni Fede&Cultura, Verona, 2009.

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Amoris Laetitia. Siate casti, però pagate le tasse, perché il pagamento delle tasse è un vero dogma di fede

AMORIS LÆTITIA. SIATE CASTI, PERÒ PAGATE LE TASSE, PERCHÉ IL PAGAMENTO DELLE TASSE E UN VERO DOGMA DI FEDE

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È facile e comodo entrare nelle camere da letto altrui col dito puntato a sentenziare come nuovo dogma di fede «purché vivano come fratello e sorella». Ma voi, ipocriti di sempre, che «filtrate il moscerino» nelle camere da letto altrui e poi «vi ingoiate il cammello» [cf. Mt 23,24] siete pronti ad accettare, fare vostro e diffondere come indiscutibile dogma di fede: «Date a Cesare quel che è di Cesare», quindi pagare le tasse senza fiatare, ma soprattutto senza azzardarvi a dire che sono alte e che non sono giuste?

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Caro Padre Ariel.

Nella Chiesa è avvenuto un esproprio proletario! Se infatti ho capito bene dalle parole del lettore che firma il proprio commento al suo articolo come “nonsonobigotto”, un nome che è un programma, in pratica accadrebbe questo: la Gerarchia tradisce, allora dal popolo, contro ogni idea gerarchica, lo “Spirito Santo” susciterebbe sacche di resistenza composte di umilissimi canonisti e teologi improvvisati che saprebbero soverchiare i traditori scelti da Cristo e che con una rivoluzione bolscevica riporterebbero la fede nella Chiesa, anzi la rifonderebbero ex novo come la intendono loro, cioè Dio… Eccezionale! Siamo solo alla distruzione ideologica e teologica dell’intero Magistero della Chiesa, ma gli umilissimi teologi che tutti i giorni attaccano il Papa ne sanno una più del diavolo e allora… quindi, avanti popolo: alla riscossa!

Giorgio M.G. Locatelli

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papa firma

Il Sommo Pontefice Francesco firma la esortazione post-sinodale Amoris laetitia

Con il suo quesito il nostro Lettore centra un problema che affonda le sue radici a fine anni Ottanta inizi anni Novanta e che si sviluppa all’interno della Chiesa grazie al meglio del peggio del post-concilio. E quando io dico meglio del peggio del post-concilio, non intendo il Concilio Ecumenico Vaticano II, tutt’altro: mi riferisco infatti al peggiore dei tradimenti che s’è consumato su questo grande concilio della Chiesa da parte di tutti coloro che, muovendosi sul pericoloso pretesto della interpretazione dei suoi testi e del suo spirito, hanno finito col dare vita a quel concilio egomenico dei teologi che mai è stato celebrato e che mai è stato scritto dai Padri della Chiesa.

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Questi soggetti che chiamerò teologastri traditori del concilio, hanno creato una grande confusione su quelle che nella Chiesa sono le funzioni dei laici partecipi al sacerdozio comune dei battezzati attraverso il Sacramento del Battesimo, ed i chierici, scelti per mistero di grazia e istituiti attraverso il Sacramento dell’Ordine e unici partecipi al sacerdozio ministeriale di Cristo, oltre che legittimi depositari del munus docendi, un munus che nessun laico, neppure un laico insignito di un dottorato teologico, può esercitare con la auctoritas e la gratia con il quale può e deve esercitarlo il sacerdote rivestito del munus santificandi. Questa immane confusione ha creato situazioni oggi ormai ingestibili, grazie al grido da “collettivo sindacale” o da “collettivo di sinistra” riassunto nel devastante slogan: «Più dialogo, più collegialità, più democrazia nella Chiesa». Grido al quale si aggiunge di conseguenza lo slogan: «Più spazio ai laici nella Chiesa».

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Sulla base di questa premessa, a dare vita a una situazione che oggi appare ormai incontrollata e incontrollabile – come si può appurare di blog in blog, dove anche l’ultimo dei laici che ha spulciato il Catechismo si sente un teologo e un canonista sopraffino, tanto da ritenersi in diritto di contestare dal Romano Pontefice sino all’ultimo presbìtero dell’orbe catholica – hanno concorso due diversi fattori che unendosi assieme hanno creato gli effetti esplosivi che può creare l’unione del potassio con lo zolfo: la caduta del Muro di Berlino e la incontrollata presa di campo di certi movimenti laicali sotto il Pontificato di Giovanni Paolo II, in particolare Neocatecumenali e Carismatici.

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Procediamo per ordine, a partire da quel nutrito esercito di persone che dagli anni Settanta, per seguire durante tutto il corso degli anni Ottanta, sono appartenuti alla grande “chiesa messianica comunista”. Mi riferisco ai figli della “immaginazione al potere”, del “vietato vietare”, convinti che nel “paradiso proletario” della “santa madre Unione Sovietica” risplendesse il “sol dell’avvenire”. Mi riferisco a coloro che, ideologici e molto più ciechi del cieco di Gerico [cf. Mc 10, 51-52], quando i carri armati russi invasero nell’agosto del 1968 Praga, senza proferire favella e lungi dal condannare quell’azione, si limitarono a spostare silenziosi la loro insopprimibile necessità di “messianica ideologia” nella Cina del macellatore Mao Zedong. Caduto anche il mito cinese, eccoli trasmigrare in massa verso la esotica Cuba del dittatore Fidel Castro, trasformando in un “dolce Cristo” quell’essere abietto e sanguinario di Ernesto Guevara, soprannominato non a caso dai boliviani el cerdo [il maiale], per indicare quanto fosse sporco fuori e sporco dentro.

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Nel novembre del 1989 il Comunismo collassa implodendo su se stesso, evento storico sancito dalle immagini della caduta del Muro di Berlino. A quel punto, questo esercito di orfani ideologici senza più patria e messia, sbalzati dall’Europa alla Cina sino alla caraibica Cuba, si ritrovano dinanzi a quella che il loro beneamato Sigmund Freud chiamerebbe la “elaborazione del lutto”. Il problema è che questi soggetti non hanno affatto elaborato il lutto, ma ancora una volta hanno proceduto – sempre usando un termine freudiano – con un processo di traslazione. Ecco quindi che per paradosso, la Chiesa Cattolica, sino a ieri loro acerrima nemica, coi suoi Paolo VI sbeffeggiati sul giornale satirico della sinistra radicale Il Male e col suo Giovanni Paolo II accusato sino a poco prima dagli stessi di anacronismo e di cieco anticomunismo ideologico di matrice catto-reazionaria, è divenuta – e ripeto: per paradosso e non per fede – il loro punto di rifugio, la loro ultima spiaggia.

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Questa orda barbarica di ex ideologi, non sono entrati o rientrati nella Chiesa attraverso un cammino di fede e di purificazione per giungere così alla trasformazione, tutt’altro! Vi sono entrati a gamba tesa portandovi se stessi tal quali erano, sino a creare al suo interno un processo di trasformazione molto negativo. Il tutto sotto gli occhi del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II che purtroppo, alla prova dei fatti, questo problema pare non l’abbia proprio percepito. Dubito infatti che questo Santo Pontefice, durante certe sue adunanze oceaniche, abbia mai compreso che ad acclamarlo come un leader erano gli stessi che sino a poco prima, nel solito modo ma soprattutto con lo stesso spirito, avevano acclamato il Soviet di Mosca, poi Mao Zedong, poi Castro ed Ernesto Guevara. E se ad acclamarlo non erano per età i diretti protagonisti interessati, erano i loro figli nati e cresciuti in questo spirito e divenuti prima da giovani e poi in età adulta peggiori dei loro stessi genitori.

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Questi soggetti, che hanno bisogno di “strutture forti” che esercitino su di loro una pressione psicologica sia singola sia collettiva, dove potevano confluire? Ma è presto detto: come i maiali narrati dal Vangelo che si gettano dalla rupe [cf. Lc 8, 26-37], sono confluiti nei Neocatecumenali e nei Carismatici, all’interno dei quali esiste un leader, una guida forte che esercita pressioni dietro il pretesto del collettivismo chiamato adesso comunitarismo; o della democrazia chiamata adesso partecipazione dei laici, o collegialità.

La sempre meno vigilante e cieca Autorità Ecclesiastica, non ha mai voluto vagliare quanti alti fossero in numero gli sconsolati orfanelli cresciuti tra le fila del Partito Comunista, o peggio assai di Lotta Continua e di Democrazia Proletaria, che oggi, ultra sessantenni, sono celebrati e indiscussi mega-catechisti del Cammino Neocatecumenale, i quali lungi dall’essere stati davvero convertiti e trasformati, hanno solo cambiata bandiera mantenendo lo stesso spirito di fondo, a partire dallo spirito repressivo e coercitivo nei confronti di coloro che oggi non chiamano più come ieri “sporchi fascisti”, li chiamano “chiusi allo Spirito Santo”, o più semplicemente “sotto influsso diabolico”. Cambia lo stile ma identica resta la sostanza: la demonizzazione e possibilmente la distruzione di chiunque non la pensi come loro. A tal proposito rimando al dotto articolo del mio sapiente collaboratore Jorge A. Facio Lince sul comunismo gramsciano [cf. QUI].

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Duole davvero che un esperto conoscitore della ideologia comunista come il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, non si sia mai accorto della pericolosa situazione che si andava creando in seno alla Chiesa. Ma d’altronde, i Neocatecumenali, avevano adottati stili di comportamento che al futuro Santo Pontefice erano particolarmente cari: anzitutto la famiglia e i figli, quindi l’ossequio alla morale sessuale. E ciò non lo ha indotto a interrogarsi su che cosa di molto negativo, a livello ecclesiale, vi fosse in questa sètta nella quale, da una parte si sfornavano i figli e si promuoveva la morale sessuale tanto cara a Giovanni Paolo II, ma dall’altra si creava una chiesa dentro la Chiesa, una comunità dentro la comunità ecclesiale, insomma: una vera e propria sètta para-cattolica.

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È vero, i Neocatecumenali facevano della sacra liturgia e dell’Eucaristia ciò che volevano e come volevano; facevano immane confusione tra sacerdozio comune dei battezzati e sacerdozio ministeriale di Cristo, proclamando ai quattro venti che tutti eravamo sacerdoti; avevano un catechismo parallelo e andavano in missione per il mondo ad annunciare il “sacro verbo” del Signor Kiko Arguello … però, facevano figli e condannavano la contraccezione ed il lassismo promuovendo la morale sessuale. E mentre questo avveniva, nessuno dei soloni della Santa Sede si domandava: ma il centro, il cuore e il motore della vita della Chiesa, è quella Eucaristia scempiata dagli arbitri dei neocatecumenali sino a rasentare la blasfemia e la profanazione, oppure la proibizione morale all’uso di pillole anticoncezionali e di preservativi? Insomma: il Verbo si è fatto carne, o il Verbo si è fatto contro i contraccettivi?

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Se il Movimento Neocatecumenale, anziché promuovere la morale sessuale e familiare per così dire “più rigida”, avesse promosso invece un certo lassismo, Giovanni Paolo II non avrebbe esitato un istante a dichiararli “fuori legge” ed a spazzarli via con un colpo di ramazza. Ma siccome, seppur a prezzo dei loro scempi eucaristici, dei loro immani abusi liturgici e di una male intesa e promossa concezione del sacerdozio, i Neocatecumenali difendevano la famiglia e la morale sessuale, se la sono passata liscia sempre e comunque, ed in specie sotto il lungo pontificato di Giovanni Paolo II.

A chiunque volesse lanciarmi l’accusa: «Come osi criticare un Santo?». Rispondo che io non ho mai criticato il sommo magistero di questo Santo Pontefice, l’ho sempre promosso e tutt’oggi continuo a promuoverlo. E chiunque voglia approfondire il discorso teologico e dottrinario circa il fatto che i Santi, pur essendo tali e come tali modello di eroiche virtù, non sono perfetti, può andare a leggere, nell’archivio dell’Isola di Patmos, un mio vecchio articolo intitolato: «I Santi antipatici, Pontefici inclusi» [cf. QUI].

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I risultati di tutto questo sono stati la progressiva laicizzazione dei chierici e la pericolosa clericalizzazione dei laici, con conseguenze devastanti sul piano pastorale. Proverò adesso a spiegarmi con degli esempi: nelle nostre chiese il presbitèrio era circoscritto dalla balaustra, funzione della quale era quella di delimitare e indicare lo spazio del cosiddetto sancta sanctorum. A questa balaustra i fedeli si inginocchiavano per ricevere la Santissima Eucaristia. E ciò avveniva in quei tempi non poi così lontani nei quali a nessuno sarebbe mai passato per la mente di ricevere l’Eucaristia seduto sulla sedia al proprio posto secondo le arbitrarie e irriverenti disposizioni dettate dai Signori Laici Kiko Arguello e Carmen Hernandez. E ciò detto è necessaria adesso una premessa: nessun documento del Concilio Vaticano II, a partire dalla Sacrosanctum concilium ha mai stabilito che le balaustre, ed in specie quelle di chiese storiche monumentali, altrettanto gli altari coram Deo [rivolti a oriente] fossero abbattute, come invece hanno fatto i preti, o come hanno fatto gli stessi vescovi, perpetrando spesso scempi immani al patrimonio storico e artistico, sulla base dell’errato principio che la balaustra era un «vecchio segno di divisione» tra i fedeli e il sacerdote. Certe affermazioni e spiegazioni, seppure provenienti talvolta da vescovi e preti, sono false e fuorvianti, posto che la balaustra era un segno di sacro rispetto, ed aveva una precisa funzione teologica e pastorale tutta quanta legata a quel sacro timor di Dio di cui oggi non si parla più; e non se ne parla più da quando i teologastri hanno preso a confondere il sacro timore con la paura del Padre. E finalmente abbiamo superato, sia a livello liturgico, sia a livello teologico il … complesso di Edipo.

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Il presbiterio è così divenuto la passerella dei laici “partecipi” e “attivi”, con una preponderante e spesso prepotente presenza di donne che si arrogano diritti e prerogative che non competono a loro in particolare come ai laici uomini.

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Inizialmente molti sacerdoti hanno accolto con favore certe pericolose intromissioni che andavano a toccare la sfera della liturgia e di quella pastorale strettamente connessa alla figura sacerdotale. E gettate “finalmente” alle ortiche le loro dignitose e austere vesti talari, confusi ormai in jeans e maglione come laici tra i laici, i preti potevano finalmente aprire le porte a tutti quei peggiori sconfinamenti di campo del laicato che rendevano inizialmente i presbiteri più liberi di dedicarsi all’attivismo politico, alle confabulazioni sociologiche, alla figura del prete uomo come tutti in mezzo a tutti senza differenze e barriere … insomma: lasciare i preti molto più liberi di farsi gli affari propri.

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Una volta, chi andava a portare l’Eucaristia agli ammalati? Ovvio, il parroco. Neppure il diacono, sebbene ne avesse facoltà, sempre e di rigore il parroco. Oggi, invece, chi ci va? Ma ovvio: la “pia donna” ministro straordinario della Comunione, alla quale molti parroci sono costretti a chiedere per favore la chiave del tabernacolo. E chi era il primo a insegnare il catechismo ai bambini, o se non poteva tenere da solo tutti i corsi di catechismo, a controllare e istruire i catechisti? Ma ovvio: il parroco. E chi erano, coloro che venivano incaricati come catechisti? Gli incaricati erano uomini e donne, quasi sempre anziani, riconosciuti modelli di cristiana virtù, spesso e volentieri maestri, maestre e insegnanti cattolici in pensione che con tutta la loro esperienza didattica svolgevano questo prezioso servizio nelle nostre parrocchie. Oggi, chi capita invece di trovare come catechiste … e ripeto: avanti a tutto e soprattutto come “catechiste”? Ma ovvio, spesso capita di trovare delle femmine fatali ventenni, non di rado con minigonna, pantaloni a vita bassa e bacino scoperto, con le zeppe da 15 centimetri ai piedi e via dicendo. Ma soprattutto, oggi, insegnano i parroci catechismo? Certo che no, una media di 9 su 10 non lo fanno, perché sono impegnati in … – udite, udite! – attività pastorali! Insomma: sono diffusi a macchia d’olio e numerosi oltre misura e decenza parroci che non hanno tempo di portare la Comunione agli ammalati, non hanno tempo di confessare, meno che mai di fare direzioni spirituali, non hanno tempo per insegnare catechismo … e tutto questo perché – e di nuovo ripeto: udite, udite! – … perché impegnati in attività pastorali. Personalmente, se fossi un vescovo – e va da sé che questo mio è un esempio puramente accademico –, quindi venissi a scoprire che miei presbìteri incaricati come parroci non portano l’Eucaristia agli ammalati, non confessano, non fanno direzioni spirituali, non insegnano catechismo, il tutto perché impegnati in … attività pastorali, li chiamerei ed esigerei essere informato seduta stante quali sono queste importantissime attività pastorali del tutto superiori a quelle che non svolgono o che peggio delegano talvolta a dei laici e a delle laiche; e se non mi dessero spiegazioni più che plausibili, credo che li suonerei come si suonano le zampogne a Natale.

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Più i preti si sono ritirati dal loro terreno per dedicarsi ad attività tutt’altro che pastorali, dall’attivismo sociale e politico alla tutela dell’ambiente, più i laici, ma soprattutto le agguerrite laiche, hanno invaso campi che sono di per sé terreno pastorale del sacerdote. E se ieri, dinanzi a un teologo qualificato, neppure i preti, talvolta persino gli stessi vescovi non osavano proferire gemito, avanti l’autentica saggezza di un teologo anziano veramente sapiente, oggi capita invece che persino il campione degli ignoranti del nostro laicato alzi il pugno in aria e batta i piedi a terra per muovere contestazioni umorali senza né capo né coda al grido di … «io non sono d’accordo, perché io penso che …», ergo et eziandio «è giusto e corretto quel che penso, quel che sento io».

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Tutto questo è logica conseguenza del fatto che, mentre il prete in jeans e maglione partecipa alla riunione del consiglio comunale dove si parla del problema dei profughi o dell’inquinamento ambientale, le pie donne vanno a portare l’Eucaristia agli ammalati, insegnano catechismo senza controllo alcuno, dispongono della chiesa parrocchiale come a loro più aggrada, stabiliscono di loro motu proprio regole liturgiche e via dicendo. E se dinanzi a questa presa di campo il parroco non si adegua, ecco che i laici, ed in particolare le laiche, gli rendono la vita impossibile e del tutto invivibile. Se poi, dinanzi a simili parroci, entrano in parrocchia i Neocatecumenali, a quel punto il sacerdote assume ruolo di mero “consacratore di ostie”, ed una volta terminata la celebrazione eucaristica il suo posto è di stare seduto in rispettoso silenzio accanto al mega-catechista kikiano sceso il giorno prima dalle impalcature sulle quali ha fatto per tutta la vita il muratore, ed il quale lancia uno appresso all’altro strafalcioni e spesso vere e proprie eresie in materia di dottrina e di fede, specie nell’ambito della pneumatologia. Guai però a dirgli qualche cosa. Primo, perché ti risponderà che tu sei ostile allo Spirito, secondo, perché ti dirà che quel che conta è avere lo Spirito, terzo, perché è lo Spirito che dà la vera conoscenza, non lo studio, non la cultura teologica.

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Questa arroganza sempre più intollerabile – e che io, come presbitero, non ho mai tollerato e non intendo tollerare nell’esercizio del mio sacro ministero – è un elemento che accomuna sia i cosiddetti tradizionalisti sia i cosiddetti progressisti. I primi, promuovono raccolte di firme referendarie contro un provvedimento preso personalmente dal Sommo Pontefice, il quale come ho spiegato nel mio precedente articolo non è soggetto ad umano sindacato alcuno [cf. QUI]; i secondi, oltrepassate le balaustre e relegato con un calcio al culo il prete tra tutti, come uno tra tutti, hanno proclamato – in nome di un concilio mai celebrato e di un movimentismo malato ma comunque tollerato da Giovanni Paolo II – che tutti siamo sacerdoti.

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Quell’esercito di canonisti e di teologi improvvisati ai quali fa riferimento il nostro acuto lettore Giorgio M.G. Locatelli, sono il prodotto di una situazione ecclesiale ed ecclesiastica ormai totalmente degenerata. Sono il prodotto dei figli della “immaginazione al potere” e del “vietato vietare” che dopo la caduta del Muro di Berlino non sono mai riusciti ad elaborare il lutto e che hanno trasferito nella Chiesa, tramite processo di traslazione, il peggio delle loro ideologie, il peggio del loro messianismo post-comunista. Tutto questo con un problema di non poco conto: non si sono convertiti al cattolicesimo, ma hanno tentato e tutt’oggi tentano di convertire il cattolicesimo all’ideologia messianica comunista di cui sono rimasti orfani e dalla quale non si sono mai distaccati; ideologia trasferita a livello educativo sui loro figli, che risultano oggi peggio ancora dei loro genitori. E questo spirito deleterio e pericoloso, ha trovato il proprio focolaio in certi movimenti, in modo del tutto particolare nel Cammino Neocatecumenale.

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La discussione sui divorziati risposati verte tutta su un problema di fondo: il sesso. Se infatti non vi fosse stato di mezzo il sesso, tutte le polemiche pre-sinodali e post-sinodali non vi sarebbero state, mai!

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Il problema è che questo esercito di poveri squilibrati e squilibrate, non riescono a cogliere e capire un elemento essenziale sia del vivere cristiano sia del mistero della salvezza: noi saremo giudicati da Dio sulla carità, indicata non a caso dal Beato Apostolo Paolo come la più importante delle virtù teologali in un passo dell’epistolario paolino che è il cuore della teologia cattolica, da sempre conosciuto come Inno alla Carità, dov’egli ci raccomanda:

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Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità! [I Cor 13, 1-13]

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A quelli che il Santo Padre indica a giusta ragione come moderni farisei, pelagiani, amanti del legalismo, o di quella che io chiamo la morale disumana che in quanto tale non può essere mai morale cattolica, sfugge un problema di fondo: esistono molti peccati gravi, anzi gravissimi, molto più gravi dei peccati variamente legati al sesso o al cosiddetto vizio capitale delle lussuria, che vanno tutti e di rigore dalla cintura in su. Ma per loro, invece, esistono solo i peccati che vanno dalla cintura in giù. Siamo insomma di fronte a persone che con la sessualità umana hanno un cattivo rapporto, verso il sesso hanno invece una vera e propria ossessione.

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Come persona celibe e vincolata per libera scelta di vita alla castità, sono stato ripetutamente assalito da terribile orticaria tutte le volte che dei Signori Laici, con una leggerezza nauseabonda ed una sicumera intollerabile, hanno pronunciato come un dogma di fede la frase: «I divorziati risposati? Purché vivano come fratello e sorella, perché allora, in tal caso, possono …». E ogni volta che di questi tempi sento pronunciare la frase «come fratello e sorella», mi si scoglie l’adrenalina nel sangue, tanto sono memore come pastore in cura di anime, come confessore e come direttore spirituale, quanti drammi vivono certe famiglie. Ma soprattutto conosco, frequento e ho rapporti giornalieri con divorziati risposati che hanno sempre garantito ai loro figli la migliore educazione cattolica, all’interno di famiglie autenticamente cristiane, nelle quali uno dei due coniugi è semmai divorziato e risposato civilmente in seconde nozze. Uno spirito cristiano che purtroppo non si trova invece in molte famiglie cosiddette regolari nelle quali, quando il figlio torna a casa dal catechismo, i genitori si divertono a dirgli tra lazzi e sprezzi l’esatto contrario di quel ch’è stato spiegato loro in parrocchia, istruendoli sin da bimbi a capire che «i preti e tutti coloro che stanno attorno ai preti, raccontano da sempre un sacco di bischerate». Questa frase virgolettata mi fu riferita tre anni fa, durante la confessione, da un adolescente che tre giorni dopo avrebbe ricevuto il Sacramento della Cresima nel Duomo di San Gimignano, presso il quale mi trovavo proprio per confessare i prossimi cresimandi.

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A maggior ragione io sacerdote e pastore in cura d’anime, per mistero di grazia dispensatore dei Sacramenti, mai mi sono permesso e mai mi permetterò di puntare il dito verso certe “coppie irregolari” pronunciando la farisaica sentenza: «Purché viviate da fratello e sorella», tanto sono consapevole, come confessore e direttore spirituale, che i peggiori peccati contro la carità, vanno quasi tutti e di rigore dalla cintura in su e sono commessi da molte persone che vivono situazioni matrimoniali e familiari di fatto e di diritto del tutto conformi e regolari alle leggi canoniche.

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La mancanza di delicatezza di questi neo-farisei che sentenziano dall’empireo della loro colossale ignoranza teologica e canonica in nome di una dura legge che è la legge umana loro e non la legge divina di Cristo, è per me fonte di dolore e imbarazzo, specie quand’è unita alla presunzione di reputarsi e di sentirsi per questo dei veri e autentici cattolici, dei difensori dell’unica e vera fede.

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Ma portiamo adesso la cosa sul piano strettamente teologico. Gli indomiti sostenitori del “dogma” «purché vivano come fratello e sorella», si rifanno ad una dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi [cf. QUI] che non essendo affatto un atto solenne del magistero infallibile ho per questo discussa e legittimamente confutata nel mio precedente articolo [cf. QUI]. Affermazione nella quale è usata come supporto un’espressione paolina che costituisce una enunciazione di principio generale, rivolta come tale al peccato, genericamente, non invece a un preciso singolo peccato:

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Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna [1 Cor 11, 27-29]

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Dove, il Beato Apostolo fa espresso riferimento ad adulteri e concubini? Egli si riferisce al peccato, forse potrebbe persino rivolgersi a quei numerosi peccati che vanno dalla cintura in su, posto che per l’Apostolo, la regina delle virtù, è la carità; e la carità è variamente legata anche alla sessualità umana, indubbiamente, ma non certo e non solo alla sessualità umana.

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Posto che questi difensori della vera e sola verità, per elevare a dottrina immutabile della Chiesa, o meglio di vero e proprio dogma di fede una legge ecclesiastica positiva, usano come supporto una affermazione di principio generale del Beato Apostolo Paolo, ritengo che tutti costoro, vale a dire teologi improvvisati e canonisti dell’ultima ora che di blog in blog stanno dibattendo con spietata durezza di cuore su vicende che toccano un tema molto delicato come la famiglia, offrano adesso una risposta tutta quanta teologica e giuridica alla quaestio che ora porrò a tutti quanti loro.

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Adottando il loro stesso principio, farò adesso riferimento non ad una affermazione generica come quella del Beato Apostolo Paolo, ma ad una affermazione chiara e precisa rivolta ad un fatto altrettanto chiaro e preciso, pronunciata non da un Apostolo, ma dal Verbo di Dio Incarnato, da Nostro Signore Gesù Cristo, il quale così si esprime:

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Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono [Mt 22, 15-22].

È presto detto: se l’Apostolo Paolo non afferma che concubini e adulteri non devono accedere all’Eucaristia, a meno che non vivano come fratello e sorella, in questo chiaro e preciso brano del Vangelo il Verbo di Dio risponde affermando che a Cesare vanno pagate le tasse, il che implica un chiaro monito: non è lecito non pagare le tasse.

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Chiunque abbia studiato la Sacra Scrittura con tutto ciò ch’essa comporta in conoscenze antropologiche e storiche, sa che cosa volesse dire pagare le tasse nell’antica Giudea. Tra le province romane la Giudea era la più tartassata, i tributi erano altissimi; e coloro che non pagavano i tributi, a volte dovevano soggiacere a delle pene che non andavano per il sottile. Nell’ipotesi migliore gli evasori erano fustigati a sangue, altre pagavano direttamente con la vita, ed al fine “pedagogico” di spaventare gli altri evasori erano condannati di tanto in tanto alla pena della crocifissione.

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Nell’antica Giudea, non arrivavano gli agenti della Guardia di Finanza per stilar verbali e fare multe che spesso, ai giorni nostri, più sono alte e più non vengono pagate. Tutti conosciamo evasori condannati ma da subito a piede libero che ci sfrecciano accanto con le loro autovetture da centomila euro. Ma in Giudea non era così: le tasse non solo erano alte, erano proprio inique; non a caso i giudei chiamavano i romani “affamatori del Popolo”. 

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Ora voi capite, amanti della morale dura e pura, inamovibili elargitori di sentenze persino verso gli atti dottrinari del Romano Pontefice, nonché assertori del dogma di fede «purché vivano come fratello e sorella», che dinanzi al monito «date a Cesare quel che è di Cesare», noi siamo di fronte ad una vera e propria espressione dogmatica della fede perenne e immutabile, legge divina allo stato puro, non certo di fronte ad una norma di principio riguardante il peccato espressa in linea generale da un Apostolo, perché qui siamo di fronte ad un dogma chiaro e preciso che non ammette discussioni, ed il dogma è il seguente: «Pagare le tasse allo Stato».

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Già sento a distanza le vostre voci, cari teologi improvvisati e canonisti inamovibili sulla pelle degli altri, ed assieme alle vostre voci odo tutte le vostre ragioni e giustificazioni, che a una a una posso anticiparvi: «Non si possono pagare le tasse a uno Stato la cui tassazione in certi settori arriva al 50%, perché quelle non sono tasse, quello è un furto … è una rapina, come ebbe a dire il Servo di Dio Silvio Berlusconi, per gli amici bunga-bunga, quand’era presidente del consiglio dei ministri». Per seguire poi con la giustificazione basata sul principio che “l’altro e peggiore”, sempre e di rigore, quindi avanti con la litania circa il fatto che «…con le tasse noi siamo obbligati a pagare stipendi e pensioni d’oro ai politici … i loro privilegi … le loro auto blu … mentre i poveri pensionati con le pensioni minime muoiono di fame … mentre le famiglie oneste hanno difficoltà a pagare le bollette della luce e del gas …». Ovviamente nessuno di voi, guarderà al positivo delle tasse, per esempio il servizio sanitario nazionale gratuito per tutti, le scuole gratuite per tutti, numerose garanzie di assistenza e via dicendo … no. Dovendovi giustificare elencherete solo le cose negative e se proprio dovrete ammettere che il diritto alla salute e allo studio è gratuito e garantito a tutti, a quel punto seguiterete a giustificarvi dicendo: «Si, però la sanità nazionale fa schifo e le scuole pure» … Eh, quanto vi conosco bene, farisei di ieri e di oggi!

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Signori miei: il dogma è dogma e Cristo Dio è chiaro, preciso e deciso nel dire che a Cesare, le tasse, si pagano e basta. Cristo sapeva benissimo come i maggiorenti del potere romano in Giudea gozzovigliassero e si dessero alla bella vita, mentre i poveri giudei erano spesso affamati; il Verbo di Dio lo sapeva, ma pur sapendolo proclamò questo dogma di fede: «Pagare le tasse allo Stato». E questo dogma è legge divina perenne e immutabile.

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A questa banda di ipocriti, che dietro il paravento di un non meglio precisato cattolicesimo svuotato di carità e infarcito dei peggiori legalismi, stanno rendendo così pessimo servizio alla Chiesa e alla fede, replico quindi con le stesse parole di Cristo Dio:

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Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: «Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» [cf. Mt 15, 5-9].

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È facile e comodo entrare nelle camere da letto altrui col dito puntato a sentenziare come nuovo dogma di fede «purché vivano come fratello e sorella». Ma voi, ipocriti di sempre, che «filtrate il moscerino» nelle camere da letto altrui e poi «vi ingoiate il cammello» [cf. Mt 23,24], siete pronti ad accettare, fare vostro e diffondere come indiscutibile dogma di fede: «Date a Cesare quel che è di Cesare», quindi pagare le tasse senza fiatare, ma soprattutto senza azzardarvi a dire che sono alte e che non sono giuste?

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Perché vedete, per me, moralmente parlando, uno “zelante” cattolico regolarmente sposato con sua moglie, che non usa mezzi contraccettivi e che si attiene alle prescrizione della morale sessuale, il quale fa poi lavorare in nero nella propria azienda venti lavoratori sottopagati, gran parte dei quali giovani che non possono sposarsi e mettere su famiglia, perché non sanno se il mese successivo avranno ancora il lavoro … per me, moralmente parlando, questo grandissimo peccatore commette un peccato molto peggiore di una coppia di coniugi irregolari che non vivono come fratello e sorella, che vivono una situazione indubbiamente irregolare, ma che all’interno della loro “peccaminosa” camera da letto non giocano affatto per i propri scopi di lucro e di egoismo sulla vita altrui sfruttando nel peggiore dei modi il bisogno di lavoro di venti persone, con tutti i relativi disagi estesi anche alle famiglie di questi venti lavoratori.

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E chi ha questioni da sollevare su di me, sia come presbìtero sia come teologo, prenda e mandi pure questo mio testo alla Congregazione per la dottrina della fede, affinché sia da essa esaminata la sua ortodossia teologica e la sua piena conformità alla morale cattolica. E se in questo mio parlare vi fossero errori dottrinari presentati e diffusi da un presbìtero chiamato a custodire e diffondere la fede nel Popolo di Dio ed a tutelare e salvaguardare il patrimonio morale della Chiesa, state certi che quel Dicastero non mancherà di chiedere al mio vescovo che provveda a chiudermi la bocca e ad irrogarmi, se il caso lo richiede, tutte le meritate sanzioni canoniche, anche perché ho dissertato su quello che per molti rappresenta l’origine e il centro dell’intero mistero del male: il sesso e la sessualità umana. Non per nulla, il Beato Apostolo Paolo, in un passo dell’epistolario paolino che è il cuore della teologia cattolica, da sempre conosciuto come Inno alla Continenza Sessuale, ci raccomanda:

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Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la continenza sessuale; ma di tutte più grande è la continenza sessuale! Nella quale tutti vivranno come fratelli e sorelle, pure se ciò dovesse comportare l’estinzione della specie umana. Ma la “morale” dei moralisti disumani sarà salva, e la loro idea di sesso angelico non avrà mai fine.

 

 

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Amoris Laetitia, la “teologia dell’assegno in bianco”: il potere delle chiavi non è sindacabile, salvo cadere in eresia

AMORIS LÆTITIA, LA “TEOLOGIA DELL’ASSEGNO IN BIANCO”: IL POTERE DELLE CHIAVI NON È SINDACABILE, SALVO CADERE IN ERESIA

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Con il «tu es Petrus» Cristo ha firmato al proprio legittimo vicario istituito sulla terra un assegno in bianco. Si è limitato solo a firmarlo con il proprio nome e cognome, che sull’assegno risulta: Verbum Domini. E su questo assegno, dopo avervi impressa la firma, ci ha scritta sopra solamente la data di emissione, non vi ha scritta invece alcuna data di scadenza; ma soprattutto non vi ha scritto alcun importo, l’importo lo ha lasciato tutto quanto a Pietro ed ai suoi successori, perché presso la banca di emissione vi è una copertura illimitata.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano» [II Gal 20, 21]

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papa firma

Il Sommo Pontefice Francesco firma la esortazione post-sinodale Amoris laetitia

Nella mia ultima lectio, alla quale rimando tutti coloro che abbiano tempo e voglia di ascoltare anche le spiegazioni degli altri [cf. QUI, QUI], oltre al proprio “io dico”, “io penso”, “io ho letto, quindi “io so …”, si spiega una deriva inquietante della fede contemporanea: l’emotività. Ciò che per molti infatti conta è ciò che “io penso”, ciò che “io sento”. Questo atteggiamento oggettivamente malato verso la fede e con la fede stessa, porta a scivolare in varie vecchie eresie, dal pelagianesimo al panteismo. E per poco che possa valere la mia esperienza pastorale di presbitero e la mia esperienza di teologo, basandomi su entrambe affermo che mai, come nel nostro presente, s’era assistito a un rigurgito di tutte le peggiori eresie; che non sono solo quelle racchiuse nel Modernismo definito dal Santo Pontefice Pio X come la sintesi di tutte le eresie [cf. QUI], ma anche quelle racchiuse nel pensare e nell’esprimersi di coloro che oggi, in nome di una non meglio precisata difesa della traditio catholica, invitano pubblicamente a sprezzare colui che di questa traditio è supremo custode: il Romano Pontefice.

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Chiunque voglia analizzare con lucida obiettività certe dinamiche sociali, che dal pensiero liquido ci stanno ormai portando verso il pensiero vaporoso, potrà notare in che modo i duellanti in lizza, siano essi cosiddetti tradizionalisti o cosiddetti progressisti, cosiddetti moralisti o cosiddetti lassisti, antepongano alla base della dissertazione l’ego sum. E più cercano di imporre le ragioni ideologiche del proprio “io” in nome di “Dio”, più si sentono custodi della sola, unica e pura interpretazione dell’autentico corretto. Insomma, talvolta ho l’impressione di vivere in una comunità ecclesiale schizofrenica in cui molti cristiani non sembrano essere mai stati neppure sfiorati dal monito paolino:

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«Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano» [II Gal 20, 21].

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Nel De veritate il Doctor Angelicus afferma: «Tu non possiedi la Verità, ma è la Verità che possiede te». Ma soprattutto, molti di questi devoti guerrieri della ideologia iocentrica che partecipano alla celebrazione del Sacrificio Eucaristico, memoriale vivo e santo della passione, morte e risurrezione di Cristo, potrebbero dimenticare la dossologia finale della Preghiera Eucaristica:

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Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te Dio Padre Onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli».

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Riportiamo anche il testo latino in ossequio a coloro per i quali, in assenza del sacro latinorum, ogni fonte liturgica è sospetta se non peggio “infetta”:

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Per ipsumet cum ipsoet in ipso, est  tibi Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria, in omnia saecula saeculorum.

Qualcuno dei numerosi teologi, ecclesiologi e canonisti improvvisati, che spuntano di blog in blog come fiori di campo dopo la pioggia, confondendo spesso il nostro buon Popolo di Dio sempre più disorientato, quando emanano e diffondono certi pareri e sentenze – che se non fossero tragiche sarebbero comiche –, si sono mai interrogati sul vero significato di questa dossologia? Perché alla base di questa dossologia c’è – e non certo ultimo – anche il mistero di Pietro, colui che per volontà divina unisce e regge tutte le membra vive del Corpo di Cristo che è la Chiesa [cf. I Col, 18]. E senza Pietro, con il quale davanti al Popolo di Dio, con il Popolo di Dio e per il Popolo di Dio ci siamo dichiarati «in comunione» pronunciando il suo nome pontificio appena poche righe avanti nel Canone, non esiste comunione, pertanto, chi non è in piena comunione con Pietro, non può acclamare, recepire e partecipare al «Per ipsumet cum ipsoet in ipso …». E chiunque abbia l’ardire di smentirmi su certe palesi verità della fede cattolica, che lo faccia con argomentazioni rigorosamente teologiche, perché non ne posso veramente più di quell’emotivo quanto devastante “io penso” … “io sento” … che sta seminando sconcerto e zizzania tra i nostri Christi fideles fin troppo smarriti e confusi.

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Riguardo Pietro, il capitolo III della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, così recita al n. 22:

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Il collegio o corpo episcopale non ha però autorità, se non lo si concepisce unito al Pontefice romano, successore di Pietro, quale suo capo, e senza pregiudizio per la sua potestà di primato su tutti, sia pastori che fedeli. Infatti il Romano Pontefice, in forza del suo Ufficio, cioè di Vicario di Cristo e Pastore di tutta la Chiesa, ha su questa una potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente. D’altra parte, l’ordine dei vescovi, il quale succede al collegio degli apostoli nel magistero e nel governo pastorale, anzi, nel quale si perpetua il corpo apostolico, è anch’esso insieme col suo capo il romano Pontefice, e mai senza questo capo, il soggetto di una suprema e piena potestà su tutta la Chiesa [63] sebbene tale potestà non possa essere esercitata se non col consenso del romano Pontefice. Il Signore ha posto solo Simone come pietra e clavigero della Chiesa [cfr. Mt 16,18-19], e lo ha costituito pastore di tutto il suo gregge [fr. Gv 21,15 ss]; ma l’ufficio di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro [cfr. Mt 16,19], è noto essere stato pure concesso al collegio degli apostoli, congiunto col suo capo [cfr. Mt 18,18; 28,16-20] [64]. Questo collegio, in quanto composto da molti, esprime la varietà e l’universalità del popolo di Dio; in quanto poi è raccolto sotto un solo capo, significa l’unità del gregge di Cristo. In esso i vescovi, rispettando fedelmente il primato e la preminenza del loro capo, esercitano la propria potestà per il bene dei loro fedeli, anzi di tutta la Chiesa, mente lo Spirito Santo costantemente consolida la sua struttura organica e la sua concordia. La suprema potestà che questo collegio possiede su tutta la Chiesa, è esercitata in modo solenne nel Concilio ecumenico. Mai può esserci Concilio ecumenico, che come tale non sia confermato o almeno accettato dal successore di Pietro; ed è prerogativa del romano Pontefice convocare questi Concili, presiederli e confermarli [65]. La stessa potestà collegiale insieme col Papa può essere esercitata dai vescovi sparsi per il mondo, purché il capo del collegio li chiami ad agire collegialmente, o almeno approvi o liberamente accetti l’azione congiunta dei vescovi dispersi, così da risultare un vero atto collegiale.

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Questa costituzione dogmatica, lascia forse spazio a possibili dubbi, circa il “potere delle chiavi” conferito da Cristo Dio a Pietro, sul quale Egli ha eretta la sua Chiesa? E oggi, Pietro, è il Sommo Pontefice Francesco, che come essere umano non è meno defettibile e inadeguato di quanto mostrò di esserlo il Principe degli Apostoli, forse scelto dal Verbo di Dio in persona anche per provare la nostra fede nei secoli; o per mostrarci in che modo la sua Divina Potenza può operare anche attraverso le inadeguatezze dell’uomo, incluse quelle dei Suo Vicario.

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Quello della chiavi è un potere in sé e di per sé indiscutibile per il semplice fatto che nessuno, per grado e facoltà, può porlo in discussione. Pertanto a nessuno è dato regolamentare o cercare di regolamentare questo potere strutturato su uno dei dogmi fondanti della nostra fede:

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«[…] e io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» [cf. Mt 16, 17-19].

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Siccome viviamo in un clima di schizofrenia nel quale anche l’ultimo dei blogghettari non esita a salire sulla propria istituita cattedra teologica internetica  per bollare come eretici dei teologi veri e seri, pur di non ammettere che è lui a non aver capito i fondamenti della dottrina cattolica, è quindi di rigore rivolgere una precisa domanda a questi nuovi innamorati del legalismo che sentenziano “o è nero o è bianco”. E la domanda è la seguente: in quale preciso brano della Sacra Scrittura Cristo Dio detta a Pietro schemi e regole canoniche riguardo il legare e lo sciogliere? Dove, Cristo Dio, indica e stabilisce che cosa di preciso Pietro può legare e sciogliere, o cosa invece non può né legare né sciogliere? Cristo Dio riveste Pietro di una funzioni vicaria legata tutta quanta al mistero divino e quindi conferisce a lui un potere assoluto legato al concetto dogmatico di assolutezza fondante della fede. Pertanto dico, di conseguenza domando: dinanzi a tutto questo, esistono davvero cattolici veri o presunti, pubblicisti e opinionisti auto-elettisi veri interpreti della dottrina e del dogma, che intendono sul serio sindacare su come Pietro possa e debba esercitare un mandato unito ad un simile potere assoluto e fondante a lui conferito da Cristo Dio?

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Proviamo a chiarire il tutto: con il «tu es Petrus» Cristo ha firmato al proprio legittimo vicario istituito sulla terra un assegno in bianco, che si è limitato a firmare col proprio nome e cognome, che sull’assegno risulta: Verbum Domini. E su questo assegno, dopo avervi impressa la firma Verbum Domini, ci ha scritta sopra solamente la data di emissione, non vi ha scritta invece alcuna data di scadenza; ma soprattutto non vi ha scritto alcun importo, l’importo lo ha lasciato tutto quanto a Pietro ed ai suoi successori, perché presso la banca di emissione vi è una copertura illimitata.

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Ebbene ditemi, amanti del legalismo, del Vangelo da usare come corpo contundente anziché come medicina per la cura e la redenzione dell’uomo, nonché indomiti assertori del “o nero o bianco”: la data di scadenza e l’importo, volete forse mettercelo voi, sopra al divino assegno? Volete veramente fare voi ciò che Cristo Dio non ha fatto? Perché, casomai nessuno ve lo avesse ancora spiegato, in tal caso mi premuro di spiegarvelo io: presumere di potersi sostituire in questo modo a Dio, è cosa empia e blasfema.

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A quel punto, gli amanti del legalismo, del Vangelo da usare come corpo contundente anziché come medicina per la cura e la redenzione dell’uomo, nonché indomiti assertori del “o nero o bianco”, tirano fuori l’ipotesi del “papa eretico” e la possibilità che questi possa cadere in apostasia, quindi essere destituito. Citano e diffondono messaggi catastrofici, pubblicano libri che raspano nel confuso e nel torbido, fanno continui richiami a rivelazioni private, molte delle quali riconosciute dalla Chiesa, ma di rigore usate fuori contesto per tirare acqua al mulino delle loro tesi deliranti e per sostenere in modo più o meno sottile, ma a volte anche con aperta sfrontatezza, che Jorge Mario Bergoglio è l’emissario dell’Anticristo, l’accolito di Satana che sta procedendo a distruggere la dottrina. A questi delirî rispondo con tutta la serena ovvietà dottrinaria del caso: quella del Papa eretico e apostata è una ipotesi meramente canonica; ipotesi che nella storia della Chiesa non si è mai verificata, tanto meno con conseguente destituzione del Romano Pontefice.

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Per quanto poi riguarda le rivelazioni private, a partire da quelle riconosciute dalla Chiesa, le quali vanno sempre contestualizzate e mai de-contestualizzate per scopi soggettivi talora persino malvagi e perversi, ai loro autori e diffusori sia chiara una cosa supportata da un dato inconfutabile: le rivelazioni private non sono dogma di fede, mentre invece, «Tu es Petrus», si, è un dogma di fede fondante della Chiesa.

Molti di coloro che attaccano l’indubbiamente defettibile, lacunoso, spesso anche improvvido e imprudente uomo Jorge Mario Bergoglio, si mostrano drammaticamente carenti della capacità di fare una distinzione fondamentale sul piano dottrinale: fino a quando si tratta di rivolgere critiche al cosiddetto “dottore privato”, od a scelte di ordinario ministero pastorale, od a scelte amministrative del Santo Padre, fatto salvo il devoto rispetto e l’ossequio sempre e dovuto alla sua sacra persona, il tutto è lecito, anzi a volte persino auspicabile. Io stesso l’ho fatto più e più volte, incluso quando l’Augusto Pontefice ha cambiato il rito della lavanda dei piedi, replicandogli per tutta risposta con una «lavata di testa» [cf. QUI]. Altrettanto ho fatto vedendo moltiplicarsi per le diocesi come nuovi vescovi eletti dei compiacenti duplicati del Regnante Pontefice, tutti quanti col “povero” sulla bocca e la “periferia esistenziale” nel cu…ore [cf. QUI, QUI, QUI, QUI, ecc..]. Non è però lecito muovere contestazioni sulle espressioni dottrinarie del Romano Pontefice, anche se – e ciò lo dico per assurdo – fossero sbagliate, perché nessuno, inclusi eventuali santi sulla terra, ha per superiore potestas facoltà di correggere un suo errore. E ciò detto prego di non citarmi a sproposito i duri rimproveri rivolti ai Sommi Pontefici da San Bernardo di Chiaravalle o da Santa Caterina da Siena, perché l’uno e l’altra non hanno mai mosso contestazioni alle loro scelte dottrinarie. Infatti, ed in specie Caterina da Siena, con le sue invettive rivolte verso la corte pontificia di Avignone, lanciò devoti richiami ai pontefici su questioni puramente politiche e pastorali, ma non certo dottrinarie.   

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Il Romano Pontefice ha un potere che a lui non perviene da una assemblea di Cardinali, tanto meno da una assemblea popolare; il suo potere gli perviene direttamente da Cristo Dio, quindi si tratta di un potere che non è soggetto, come indica il canone, a sindacato alcuno [cf. CIC, can. 1404]. Questo il motivo per il quale in passato ho mosso dure contestazioni a certi circoli cattolici che reagirono ad un provvedimento preso dal Sommo Pontefice e riguardante i Frati Francescani dell’Immacolata, mettendo in atto la penosa sceneggiata di una raccolta di firme, stile referendum popolare, dichiarandosi da una parte i paladini della pura e vera traditio catholica, ma ignorando dall’altra il dato sia dottrinale sia giuridico che verso i provvedimenti del Romano Pontefice non è contemplato alcun appello [cf. CIC, can. 333§3], perché nessuno può sindacare l’operato del supremo custode della fede, del clavigero.

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A chi mi ha domandato in modo secco: «Tu daresti l’Eucaristia ai divorziati risposati?». Ho risposto: «No. E non solo non gliela do, ma presto anche attenzione al fatto che non si presentino a riceverla. Se però il Romano Pontefice stabilisse diversamente – cosa che, come abbiamo visto, grazie a Dio non ha fatto – io non posso e non devo negarla, perché non stabilisco io la disciplina dei Sacramenti; perché non sono io munito da Cristo Dio del potere di legare e di sciogliere».

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Questo il motivo per il quale nel mio precedente articolo [cf. QUI] ho mosso critiche allo stile e al linguaggio della Amoris laetitia che a mio parere è infelice e infarcito di sociologismi, alla sua logorroica lunghezza … alla sua vaghezza a tratti pericolosa perché come tale foriera di chissà quali male interpretazioni da parte di certi specialisti della alterazione dei testi … ma senza entrare neppure indirettamente – come chiunque può constatare in quel mio scritto – nel discorso strettamente dottrinario, perché le dottrine si applicano e basta, non si discutono, tanto meno sulla base del soggettivo e umorale “io penso“, “io ritengo” perché “io sento“…

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Trovo quindi drammatico il fatto che proprio quanti accusano il Sommo Pontefice Francesco di avere de-sacralizzato il papato, siano poi gli stessi che, sprezzanti il dogma di fede e il magistero perenne della Chiesa, pretendano di sindacare in merito a sue prerogative insindacabili citando a sproposito il dogma e citando ancora più a sproposito il magistero perenne della Chiesa, tentando pedestremente di ritorcere pateticamente il tutto contro colui che ne è legittimo depositario senza pena di discussione e senza possibilità di sindacato da parte di alcuno, a partire da certi agguerriti e improvvidi Signori Laici.

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Il mio confratello sacerdote e teologo Giovanni Cavalcoli non ha certo bisogno delle mie difese d’ufficio, ma essendo in parte suo confratello, in parte suo discepolo, non posso nascondere la mia comprensibile irritazione, nel leggere in giro per la rete telematica accuse di eresia e di tradimento rivolte a questo insigne teologo domenicano da svariate persone, in modo particolare da un agguerrito gineceo di passionarie, una delle quali lo ha persino accusato di essere rahneriano, proprio lui che alla critica dei pericolosi e perniciosi teologismi di Karl Rahner ha dedicato tre decenni di approfonditi studi dopo avere raccolto anche l’eredità e il lavoro svolto già in precedenza dal Servo di Dio Tomas Tyn. Se il diretto interessato ride su tutto questo col suo tipico gusto da romagnolo, io non riesco invece ad ironizzarvi più di tanto, perché la cosa tocca un mio venerato confratello ed un mio amato maestro.

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Inutile dire che le accuse rivolte in questi giorni al teologo domenicano si basano tutte e di rigore sulla mancanza di cultura teologica tipica delle persone che presumono prima di sapere, poi di discettare negli ambiti da sempre più delicati della dogmatica, che sono appunto quelli della dogmatica sacramentaria, infine di dare dell’eretico ad un insigne accademico pontificio, che mi chiama poi divertito per dirmi: «Sai, mi hanno dato dell’eretico!». E si mette a ridere mentre io commento: «All’Inferno ti metteranno sicuramente nel fondo, vicino a Lucifero, perché ormai, col Principe delle Tenebre, pare che per certuni tu sia ormai divenuto culo&camicia».

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Siccome allo studio della dogmatica sacramentaria ho dedicato anni della mia vita; siccome la mia formazione teologica non è quella del pollo internetico o della gallinella impazzita che razzolando di blog in blog raccoglie pillole di stoltezza per poi mutarle in unica e solida verità, credo di poter dire con la dovuta scienza teologica che le discipline dei Sacramenti hanno subito non solo numerose riforme, ma delle riforme davvero radicali. Molti sarebbero gli esempi, mi limiterò dunque ad alcuni, a partire dalla confessione, l’attuale Sacramento della penitenza e della riconciliazione, che per diversi secoli fu consentito amministrare una sola volta nella vita e mai più. Infatti, come in genere quasi tutti i Sacramenti, la confessione non era ripetibile. Per non parlare poi della complessità del Sacramento dell’ordine sacro, che è uno, ma diviso oggi in tre gradi. La cosa si complica ulteriormente se consideriamo che questo Sacramento istituito in una unica soluzione da Cristo Dio, ed oggi diviso al proprio interno in tre gradi, racchiude due ordini che sono di diversa istituzione: il sacerdozio, che è di istituzione divina, ed il diaconato, che invece è di istituzione apostolica [cf. At 6, 1-5]. Faccio anche notare che mentre la istituzione del sacerdozio fatta da Dio Incarnato è narrata nel Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, la istituzione dei primi sette diaconi è invece narrata negli Atti degli Apostoli ed è avvenuta dopo la morte, risurrezione e ascensione al cielo del Verbo di Dio.

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E ancora: nel corso dei secoli furono istituiti quelli che prima della riforma del Concilio Vaticano II erano gli ordini divisi tra di loro in maggiori e minori. E per secoli si discusse, senza trovare risposta, se tra i sette ordini il suddiaconato andasse considerato un ordine minore o un ordine maggiore. Quesito al quale non fu mai data risposta. A suo modo rispose il Beato Paolo VI, che assieme ad altri ordini lo abolì e chiuse in tal modo il discorso sostituendo gli ordini minori con i ministeri del lettorato e dell’accolitato.

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E per rimanere sul discorso dell’Ordine Sacro: sappiamo che l’unico amministratore di questo Sacramento è il Vescovo, il solo che può consacrare sacerdoti e ordinare diaconi. Eppure, nel corso dei secoli, vi furono varie eccezioni, per esempio il privilegio concesso agli abati cistercensi non rivestiti della dignità episcopale di ordinare diaconi, o la facoltà data ad alcuni sacerdoti di consacrare dei sacerdoti in situazioni e condizioni eccezionalmente particolari. In questo caso la domanda non è di poco conto: come può, colui che non è rivestito della pienezza del sacerdozio, consacrare un sacerdote? C’è un’ipotesi non poi così peregrina di certi maestri della scolastica i quali sostennero che ogni sacerdote, in quanto tale, ha la pienezza del sacerdozio, ma questa pienezza viene in esso ridotta affinché nella sua totalità sacramentale e soprattutto giurisdizionale possa essere esercitata solo dal vescovo.

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Questi pochi e brevi accenni fatti alla dogmatica sacramentaria e alla disciplina dei Sacramenti, dovrebbero bastare ai paladini del “o nero o bianco”, per capire che persino i migliori teologi tremano da sempre quando devono muoversi sul complesso e complicato terreno della disciplina dei Sacramenti. E allora perché mai certe persone, passionarie in testa a tutti, non vogliono proprio esercitare quella umana e cristiana umiltà che le porti, non dico a tacere, ma perlomeno a cercare di imparare tutto ciò che in modo evidente mostrano di non sapere?

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Le accuse rivolte al teologo domenicano circa le sue presunte defezioni dalla ortodossia cattolica sono supportate dai suoi critici su quell’assurdo che deriva dalla loro incapacità di non capire. Padre Giovanni Cavalcoli, commentando la esortazione post-sinodale Amoris laetitia ha scritto la seguente frase rigorosamente non compresa che ha fatto urlare alcuni all’eretico palese e manifesto:

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La norma che proibisce ai divorziati risposati di accedere alla Santa Comunione, è una norma che dipende dal potere delle chiavi, ossia è una legge ecclesiastica, che non discende dalla legge divina in modo univoco, necessario e senza alternative, come fosse una deduzione sillogistica, quasi che, come credono alcuni, un’eventuale modifica, abolizione o mitigazione dell’attuale disciplina introdotte un domani dal Papa, recassero pregiudizio od offesa alla legge divina e alla dignità cristiana del matrimonio. Al contrario, tutto ciò rientra nelle facoltà del Sommo Pontefice come supremo Pastore della Chiesa. Se non ha ritenuto di dover far ciò, lasciando immutata la legge di San Giovanni Paolo II, vuol dire che ha avuto delle buone ragioni per farlo, e noi, da buoni cattolici, accogliamo docilmente e fiduciosamente le decisioni del Vicario di Cristo [cf. QUI].

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E per mostrare l’eresia del teologo domenicano ormai filo-modernista e novello rahneriano, i teologi fai-da-te, ma in specie le teologhesse passionarie, procededono con copia-incolla internetici anteponendo la Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi circa l’ammissibilità alla Santa Comunione dei divorziati risposati, la quale recita:

La proibizione fatta nel citato canone, per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l’ambito delle leggi ecclesiastiche positive: queste non possono indurre cambiamenti legislativi che si oppongano alla dottrina della Chiesa. Il testo scritturistico cui si rifà sempre la tradizione ecclesiale è quello di San Paolo: «Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11, 27-29) (3) [cf. QUI].

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Questo testo, pubblicato nell’’Osservatore Romano del 7 luglio 2000, applica anche ai divorziati risposati il can. 915 del Codice di Diritto Canonico, il quale esclude dalla Comunione eucaristica coloro che «perseverano ostinatamente in peccato grave manifesto» [in manifesto gravi peccato obstinate perseverantes].

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A questo punto è di rigore una domanda rivolta ai maestri del rigore legale e del “o è nero è e bianco”: il Beato Apostolo Paolo, dove si riferisce ai concubini o agli adulteri? Perché se le cose devono essere “o nere o bianche”, allora bisogna basarsi su un richiamo ben preciso e chiaro che in questo caso, però, il Beato Apostolo non fa.

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Partiamo dal dato di fatto che a molti sfugge: il Beato Apostolo Paolo solleva una questione di principio e con essa detta una norma di condotta che ha come oggetto il peccato in sé e di per sé, non uno specifico peccato, né tanto meno indirizza questa espressione a concubini e adulteri. E chiunque legga con cura il testo paolino e dica poi diversamente, o è un cieco o più semplicemente un ideologo, ma non un teologo, al limite può essere un canonista maldestro che si lancia in marcia sul terreno minato di quella disciplina dei Sacramenti strettamente connessa alla dogmatica sacramentaria.

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Nessuno ha mai negato – non lo ha fatto il teologo domenicano e non l’ho fatto io – che la applicazione richiamata in questa Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi circa l’ammissibilità alla Santa Comunione dei divorziati risposati è fuori di dubbio sensata. Non sono infatti pochi i casi nei quali si palesa questa perversa perseveranza. In tal caso la coppia, oltre a dare scandalo per trovarsi in uno stato o condizione di vita, detto “irregolare”, in aperta contraddizione coi dettami cristiani dell’etica coniugale, nell’ipotesi non appare assolutamente dar segni di avere intenzione di pentirsi e di cessare di peccare, per cui la supposizione è che viva in uno stato continuo di colpa mortale, priva della grazia.

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Resta però sempre il fatto che se il peccato ha una manifestazione esterna, dedurre da questa manifestazione uno stato interiore o soggettivo di colpa permanente, è sempre cosa ardua, anche se non sempre impossibile. In particolare è arduo il giudizio sulla ostinazione perseverante, perché non si può sapere dal di fuori. Lo sanno solo gli interessati e lo sa Dio, il quale solo può leggere l’intimo del cuore e la profonda coscienza dell’uomo. Il caso previsto quindi da questa Dichiarazione è oggettivamente inverificabile, per cui ha fatto bene il Sommo Pontefice a citare le attenuanti, senza per questo respingere in modo assoluto la possibilità di dare un giudizio circa l’ostinazione perseverante, che non viene annullata e che in alcun modo viene meno sia come principio sia come possibilità.

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Il teologo domenicano ed io riconosciamo e concordiamo entrambi sul fatto che è sufficiente la manifestazione esterna del peccato, per giustificare la prassi dell’esclusione dalla Comunione, senza la pretesa di giudicare in foro interno, che non è facoltà del diritto canonico, con buona pace dei canonisti o di coloro che confondono la teologia dogmatica con il diritto e viceversa.

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Quello che però lascia perplessi nella Dichiarazione è la citazione del monito del Beato Apostolo Paolo circa il sacrilegio che commetterebbe chi si accostasse alla Comunione in stato di peccato mortale [1 Cor 11, 27-29], quasi a voler insinuare che tutti i divorziati risposati siano da catalogare come ostinatamente perseveranti in uno stato di peccato mortale, sulla base del freddo e cristianamente inaccettabile principio: due divorziati risposati sono dei concubini e come tali in stato permanente di peccato mortale, ed il tutto perché “o è nero o è bianco”, punto e basta!

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Punto e basta? Ma quando mai la morale cattolica, ieri come oggi, ha insegnato ai confessori a comportarsi così? Tutt’altro, la buona morale ha sempre insegnato e tutt’oggi insegna che esistono peccati che “tecnicamente” sono in sé e di per sé peccati mortali, ma sebbene tali, assecondo le persone, le situazioni, le circostanze … possono ridursi sino a veri e propri peccati veniali. Come confessore mi sono ritrovato ad assolvere dei penitenti e delle penitenti da peccati mortali gravissimi; in tre diverse occasioni ho dovuto inviare i penitenti alla Penitenzieria Apostolica, trovandomi dinanzi a dei peccati riservati alla Santa Sede. Alcune volte, con la facoltà prevista e concessa, ho assolto anche da peccati riservati al vescovo, per esempio dal peccato di aborto, trovandomi talora dinanzi a donne la cui colpa era molto attenuata. Per citare a mo’ di esempio un caso: una ragazza giovane, molto semplice, proveniente da modestissima estrazione sociale, priva di cultura e anche di maturità, con candore davvero disarmante mi spiegò che lei, praticando l’aborto, aveva operato per il bene del nascituro, n’era prova il fatto che erano stati i medici a consigliarle di abortire, per il suo bene. E se un dottore, per il tuo bene, ti dice che devi abortire, si fa quello che dice lui, perché «lui è il dottore, io invece sono solo una povera ignorante». E in questa penitente erano assenti consapevolezza e deliberato consenso riguardo ciò che aveva fatto, tutt’altro, ella era certa di avere agito seguendo il consiglio opportuno dato da dei saggi dinanzi ai quali non si discute, si ubbidisce. Del tutto diverso il caso di quelle donne che invece hanno abortito per futili motivi, sebbene perfettamente consapevoli di che cosa è l’aborto e di che cosa sia la vita; donne che di prassi ho sempre incontrato due o tre volte per lunghi colloqui e adeguate catechesi, prima di dar loro l’assoluzione, rigorosamente negata – e preciso: solo in due casi nel corso del mio intero ministero sacerdotale – a due donne che invece di mostrare autentico pentimento, si ostinavano a voler giustificare in sede di confessione sacramentale la legittimità di fondo del crimine compiuto verso il mistero ed il dono della vita umana.

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Questi logici e teologici principi di giudizio, che non fanno parte delle Chiesa bergogliana di oggi, ma della Chiesa del Cristo di sempre, sono indicati e spiegati dal Sommo Pontefice ai numeri 301 e 302 della Amoris laetitia, dove si indicano i fattori che attenuano o diminuiscono la colpa, la quale, da mortale, può abbassarsi al livello di veniale.

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L’Amoris laetitia non esclude la possibilità di dare un giudizio circa l’ostinazione perseverante, preferisce però parlare di un caso diverso, nel quale i due «possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre» [n.299]. «Per questo, non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare”, vivono in uno stato di peccato mortale, privi della grazia santificante» [n.301].

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Al n.1 della Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi, si afferma poi: «La proibizione fatta nel citato canone, per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l’ambito delle leggi ecclesiastiche positive: queste non possono indurre cambiamenti legislativi che si oppongano alla dottrina della Chiesa». E qui – posto che i teologi dogmatici dovrebbero fare i teologi dogmatici ed i canonisti dovrebbero fare invece i canonisti e non i tuttologi –, si nota una assimilazione del tutto indebita del già citato canone alla legge divina, quasi godesse della medesima autorità. Che il canone derivi dalla legge divina, non si può mettere in discussione. Attenzione però: se deriva, vuol dire che è al di sotto; cosa quest’ultima che non è un sofisma, né un arrampicarsi sugli specchi, è pura logica teologica. D’altra parte, il diritto canonico, per sua essenza, oltre a recepire leggi divine, non fa che raccogliere le leggi positive della Chiesa, come espressione del potere delle chiavi o potere giurisdizionale.

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Al di sopra delle leggi canoniche, che sono le leggi positive della Chiesa – a parte la legge naturale, che qui adesso non c’entra – non c’è altro che il diritto divino o legge divina. Quindi, dire che una legge canonica «trascende la legge positiva» è attribuirle un’autorità divina, il che evidentemente non si può dire, perché in tal caso non ci resta che fare la battuta … Beh, se è scritto sul Codice di Diritto Canonico dai canonisti, allora neppure Domineddio può farci niente!

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La norma dell’esclusione dei divorziati risposati dalla comunione eucaristica non suppone quindi lo stato di colpa individuale, ma ha una finalità pedagogica e simbolica. Pedagogica, per evitare lo scandalo dei fedeli; simbolica, perché c’è una contraddizione fra la Eucaristia, che significa unità, rispetto a quello che di fatto è invece lo stato di divorziati, che significa invece divisione, quindi rottura della comunione.

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Il Regnante Pontefice ha scelto di mantenere la norma stabilita dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II al n. 84 della Familiaris consortio, cosa questa che rallegra, teologicamente parlando, sia il Padre Giovanni Cavalcoli sia me, però, dopo averla riconfermata, procede con una giusta e necessaria distinzione tra la legge divina e le leggi della Chiesa, per esempio per quanto riguarda l’Eucaristia. Questa è stata istituita da Gesù Cristo ed è legge divina immutabile, con buona pace dei canonisti. La disciplina e l’amministrazione del Sacramento dell’Eucaristia spetta alla legislazione ecclesiastica, sotto la presidenza del Sommo Pontefice, il quale ha facoltà di legiferare e di mutare leggi [cf. nota 351].

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Agendo a questo modo il Sommo Pontefice ha sanato un testo giuridico a mio parere non particolarmente felice come la Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi emanata nel 2000. Un testo al quale ciechi e sordi, blogghettari e passionarie d’assalto che strepitano “o è nero o è bianco”, sono giunti a conferire rango di dogma di fede, pur mettendo però al tempo stesso in discussione – ed abbiamo pure visto con quale aggressivo sprezzo – un dogma vero e proprio: l’autorità di Pietro, depositario del potere delle chiavi.

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E valendosi del proprio potere giurisdizionale sovrano, il Sommo Pontefice allenta il legame troppo stretto che questa Dichiarazione pone tra la norma canonica dell’esclusione e la legge divina, assimilando troppo quella a questa. Il Sommo Pontefice mostra la possibilità di attenuanti e insegna che i divorziati risposati possono essere in grazia. Infine mostra il rischio che la Dichiarazione corre di attribuire ai divorziati risposati uno stato di peccato mortale permanente, deducendolo troppo affrettatamente dal permanere del loro stato di vita irregolare.

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Così si è espresso colui che ha ricevuto il potere delle chiavi, depositario di una auctoritas che a lui perviene dal Verbo di Dio che gli ha firmato a suo tempo un assegno con la sola data di emissione, senza imprimere in esso né l’importo né la data di scadenza. E questo testé enunciato è un mistero della fede racchiuso in un dogma fondante della Chiesa: «tu es Petrus». E ciò con buona pace di chi si ostina a negare i dogmi fondamentali e fondanti della Chiesa, per dare però rango di dogma indiscutibile a delle disposizioni canoniche formulate male e scritte peggio da canonisti entrati a gamba tesa in questioni che implicano profonde e complesse tematiche dottrinarie, o come dice il Beato Apostolo Paolo: «infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano» [II Gal 20, 21]. E per i Padri dell’Isola di Patmos, Cristo non è certo morto invano, con buona pace di chi strepita “o è nero o è bianco”.

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Post scriptum

Viste le mie note bramosie di carriera, volevo dire a quelli della Congregazione per la dottrina della fede: se presso il vostro Dicastero non siete troppo impegnati ad assumere monsignorini gai, i quali poi vi fuggono nei Paesi Baschi col loro fidanzato urlando col peperoncino al culo «gay è bello!», qualora il posto fosse sempre vacante potreste chiamare me come segretario aggiunto alla Commissione Teologica Internazionale, a meno che non intendiate discriminarmi in quanto reo di essere cattolico, ortodosso e soprattutto eterosessuale.

Ovviamente è una presa in giro voluta e dovuta, questa mia. Voi prendetela come meglio vi pare, ma intanto prendetevela e tenetevela, perché ve la meritate, in saecula saeculorum, amen!

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NOTE

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[59] Cf. EUSEBIO, Hist. Eccl., V, 24, 10: GCS II, 1, p. 495; ed. BARDY, Sources Chrét., II, p. 69. DIONIGI, in EUSEBIO, ib. VII, 5, 2: GCS II, 2, p. 638s; BARDY, II, p. 168s.

[60] Sugli antichi Concili cf. EUSEBIO, Hist. Eccl. V, 23-24; GCS II, 1, p. 488ss; BARDY, II, p. 66ss e passim. CONC. DI NICEA, can. 5: COD p. 7

[61] Cf. TERTULLIANO, De Ieiunio, 13: PL 2, 972B; CSEL 20, p. 292, lin. 13-16.

[62] Cf. S. CIPRIANO, Epist. 56, 3: HARTEL IIIB, p. 650; BAYARD, p. 154.

[63] Cf. la relazione ufficiale ZINELLI al CONC. VAT I: MANSI 52, 1109C.

[64] Cf. CONC. VAT I, Schema della Cost. dogm. II De Ecclesia Christi, c. 4:[176][176]NSI 53, 310. Cf. la relazione KLEUTGEN sullo Schema riformato: MANSI 53,321B-322B e la dichiarazione ZINELLI: MANSI 52, 1110A. Vedi anche S. LEONE M., Serm. 4,3: PL 54, 151A.

[65] Cf. CIC, can. 222 e 227 [nel nuovo Codice can. 338].

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Amoris laetitia, il documento del Santo Padre Francesco sul Sinodo della famiglia

AMORIS LÆTITIA, IL DOCUMENTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO SUL SINODO DELLA FAMIGLIA

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Questa esortazione ribadisce le verità fondamentali di ragione e di fede, che riguardano il matrimonio e la famiglia, ne delinea le caratteristiche, le finalità e le proprietà così come le ha volute il Creatore, il Quale, mediante la missione e l’opera di Cristo, ha concesso alla Chiesa e alla società civile di legiferare con più precisione in materia, a seconda dei tempi e dei luoghi, tenendo conto della fragilità e peccaminosità umana conseguente al peccato originale, al fine di assicurare il più possibile alla famiglia il massimo dell’esercizio delle virtù, soprattutto della carità, che sboccia nella laetitia amoris.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Cari Lettori.

vorremmo introdurvi nell’antico meccanismo speculativo delle dissertazioni teologiche, che non sono fatte di «io penso», «io dico», perché la teologia non è ideologica ricerca delle ragioni del proprio io, ma umile ricerca e annuncio degli arcani misteri di Dio. Questo il motivo per il quale è stato richiesto a Padre Giovanni Cavalcoli un articolo in cui evidenziare tutti gli aspetti positivi dell’Esortazione post-sinodale; e il nostro Padre anziano dell’Isola di Patmos ha provveduto in tal senso. Il tutto per offrire un quadro variegato attraverso più scritti redatti da sacerdoti e teologi diversi, introducendo i lettori in quelle che sono le dissertazioni teologiche riassumibili a loro modo con questo esempio: una volta, in ambito speculativo, a me fu chiesto di redigere uno studio nel quale porre in risalto tutti gli “aspetti positivi” del pensiero di Lutero; e ciò mi fu chiesto sapendo quanto fossi avverso al suo pensiero. A un altro mio confratello, che considerava invece con molta morbidezza questo eresiarca, fu chiesto uno studio nel quale porre in luce tutti gli aspetti negativi dello stesso Lutero. Questi preziosi esercizi, che avevano come scopo di salvare i teologi dalla ideologia e dall’egocentrismo, oggi sono caduti in disuso, coi risultati spesso prodotti al presente da non pochi teologi chiusi nella difesa del proprio iocentrismo sostituito da tempo al Diocentrismo.

Ariel S. Levi di Gualdo

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Amoris Laetitia 6

firma della esortazione post-sinodale Amoris laetitia

L’Esortazione post-sinodale Amoris Laetitia di Papa Francesco è una summa dottrinale e pastorale della famiglia cristiana, una sintesi ricca, completa e ben ordinata dell’attuale pensiero della Chiesa sull’argomento. Essa ribadisce le verità fondamentali di ragione e di fede, che riguardano il matrimonio e la famiglia, ne delinea le caratteristiche, le finalità e le proprietà così come le ha volute il Creatore, il Quale, mediante la missione e l’opera di Cristo, ha concesso alla Chiesa e alla società civile di legiferare con più precisione in materia, a seconda dei tempi e dei luoghi, tenendo conto della fragilità e peccaminosità umana conseguente al peccato originale, al fine di assicurare il più possibile alla famiglia il massimo dell’esercizio delle virtù, soprattutto della carità, che sboccia nella laetitia amoris.

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Il Papa mette altresì a confronto la vera e sana concezione della famiglia con certe idee, abitudini e pratiche aberranti e malsane, che contrastano col piano del Creatore, la giusta concezione dell’uomo e della donna, la retta ragion pratica, il progetto di Cristo, le leggi della Chiesa, il bene della società civile, il progresso umano e la stessa vera felicità della coppia, impedendo la laetitia amoris. Tuttavia, prima di entrare a trattare dei temi morali, pastorali, psicologici, educativi, culturali, ecclesiali, civili, giuridici e spirituali, che toccano la famiglia, il Papa ha la felice idea di prendere l’abbrivio da molto lontano, ossia dai fondamenti assoluti, inviolabili ed immutabili, metafisici, teologici ed antropologici di tutta la trattazione, senza dei quali le mancherebbero le ragioni di fondo, la consistenza teoretica e l’orientamento essenziale.

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amoris laetitia la allegria dell amor

Amoris laetitia

Il Sommo Pontefice infatti sa benissimo che, per scoprire e mettere in luce le cause profonde dei mali, che oggi affliggono la famiglia, per porvi rimedio e per correggere le idee sbagliate e i cattivi comportamenti ed abitudini, che la corrompono e la distruggono, è urgentemente necessario recuperare la concezione realistica della conoscenza [1], per così poter andare con sicurezza ed oggettività alle radici della visione stessa della realtà, della concezione dell’uomo, di Dio e del creato, così come ci viene insegnato dalla Sacra Scrittura, dalla Tradizione ecclesiale e dalla sana filosofia.

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amoris laetitia 3

Amoris laetitia

All’inizio del documento, il Santo Padre ci avverte solennemente con le seguenti parole, quasi a darci la chiave di accesso e il criterio per apprenderne il giusto senso e allontanare qualunque strumentalizzazione: «Non cadiamo nel peccato di pretendere di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Il creato ci precede e dev’essere ricevuto come dono. Al tempo stesso, siamo chiamati a custodire la nostra umanità, e ciò significa anzitutto accettarla e rispettarla come è stata creata» (n.56).

In poche, dense righe, da meditare a lungo e far fruttare, abbiamo una sintesi di metafisica, di teologia, di antropologia, di gnoseologia e di morale. Il Papa infatti ricorda quello che è stato il peccato originale e che è il peccato dell’ateismo e del panteismo contemporanei: pretendere di sostituirci al Creatore. O l’uomo che si fa Dio e si identifica con Lui o l’uomo che nega Dio e si mette al suo posto. Disgrazia gravissima nell’uno come nell’altro caso.

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In tal caso, l’uomo non ammette un essere, un reale come presupposto del suo pensiero, una realtà presupposta, che lo preceda, realtà, che quindi non ha creato lui, ma l’ha creata Dio. Non ammette questo, per non ammettere un Dio creatore, trascendente, Che ha creato anche l’uomo. No. L’uomo pretende che l’essere si identifichi col suo pensiero e sia quindi sia effetto del suo pensiero, rubando a Dio la sua prerogativa, per la quale in Lui e solo in Lui, Essere e Pensiero sussistenti, il reale è causato e voluto dall’ideale, nel caso, dal Logos divino.

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Amoris laetitia

Dunque, ci spiega il Papa, l’uomo che si ritiene “onnipotente”, non si considera creatura, ma come creatore di se stesso. Non riceve da nessun Dio alcun dono, perché fa tutto da sé, basta a se stesso, decide tutto lui, anche i termini della natura umana, che non è un dato fisso, oggettivo, universale e immutabile, stabilito da Dio, ma che invece egli può plasmare e mutare soggettivamente come vuole. E quindi sta a lui stabilire la legge morale. Non ha alcun Dio da ringraziare, o al quale chiedere aiuto o perdono o misericordia, giacché egli, essendo legge a se stesso, non deve render conto a nessuno, ma è in grado di risolvere da sé tutti i suoi problemi.

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Le conseguenze in morale di questi errori, in particolare nel campo dell’antropologia sessuale, sono chiare. La distinzione uomo-donna non è intoccabile, né è stabilita da Dio, ma è un semplice dato di fatto contingente, che non esclude, ma anzi ammette la possibilità di forme diverse di sessualità, creata dall’uomo. Ecco la teoria del gender.

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Amoris laetitia

Il Papa invece ricorda che la legge morale naturale è stabilita da Dio ed è quindi inviolabile. Nella fattispecie del matrimonio, esso è di per sé un valore naturale, elevato da Cristo alla dignità di sacramento. La Chiesa e lo Stato, ciascuno nel suo ordine, hanno facoltà, diritto e dovere di legiferare, disciplinare e regolare in materia, ma sempre in applicazione delle leggi divine. Queste sono immutabili, mentre le leggi umane, sia della Chiesa che dello Stato, possono mutare.

Il Papa giunge a precisare la natura della guida morale e pastorale delle azioni umane, che non può accontentarsi dell’astrattezza della legge o della norma, ma suppone una lettura attenta delle circostanze, della varietà dei casi e delle situazioni, così da poter determinare od ordinare, con prudenza, giustizia e carità, l’atto particolare o concreto da compiere.

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Tra i molti temi trattati, desidero fermarmi su due questioni, che ormai da molti anni stanno polarizzando l’attenzione della Chiesa, dei vescovi, dei moralisti, delle famiglie e dello stesso mondo laico: la prima, se sia opportuno o meno che la Chiesa conceda la Comunione eucaristica ai divorziati risposati. E la seconda, il giudizio morale da dare alle unioni stabili di persone omosessuali. Il Santo Padre, ai nn. 243 e 298, parla delle condizioni umane e morali delle coppie del primo caso, ma non entra nella questione. Il che vuol dire evidentemente che egli conferma le disposizioni di San Giovanni Paolo II contenute al n. 84 dell’enciclica Familiaris consortio.

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Amoris laetitia

Il Papa ha preferito insistere, in quei numeri ed altri, sia nel presentare modalità, forme e circostanze diverse di quelle coppie, sia nel dare indicazioni ai pastori, vescovi e sacerdoti, e alle stesse famiglie regolari, sul modo di aiutare ed accompagnare con saggio discernimento queste coppie, in un cammino di conversione, penitenza e crescita morale, dedicandosi alle opere buone ed all’educazione dei figli, nel servizio alla Chiesa e alla società, sforzandosi di vivere in grazia di Dio, precisando che, benché non scomunicate, non sono in piena comunione con  la Chiesa.

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Il Papa precisa che queste coppie, benché collocate in uno stato di vita irregolare, possono tuttavia e devono mantenersi in grazia e ricevere da Dio il perdono dei peccati, benché ciò non avvenga mediante il sacramento della penitenza, che a loro non è concesso, ma semplicemente grazie alla presenza efficace e diretta della misericordia di Dio.

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Amoris laetitia

Egli quindi risponde alla difficoltà sollevata da coloro che sostengono che, trovandosi essi in uno stato di vita che spinge al peccato, non possono essere in grazia. Uno stato di vita, spiega il Papa, può essere pericoloso, ma questo non vuol dire che chi vive in esso non possa essere in grazia e, d’altra parte, proprio la spinta al peccato fa sì che la colpa diminuisca, giacché nessuno è tenuto a compiere un atto che supera le proprie forze.

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La norma che proibisce ai divorziati risposati di accedere alla Santa Comunione, è una norma che dipende dal potere delle chiavi, ossia è una legge ecclesiastica, che non discende dalla legge divina in modo univoco, necessario e senza alternative, come fosse una deduzione sillogistica, quasicchè, come credono alcuni, un’eventuale modifica, abolizione o mitigazione dell’attuale disciplina introdotte un domani dal Papa, recassero pregiudizio od offesa alla legge divina e alla dignità cristiana del matrimonio. Al contrario, tutto ciò rientra nelle facoltà del Sommo Pontefice come supremo Pastore della Chiesa. Se non ha ritenuto di dover far ciò, lasciando immutata la legge di San Giovanni Paolo II, vuol dire che ha avuto delle buone ragioni per farlo, e noi, da buoni cattolici, accogliamo docilmente e fiduciosamente le decisioni del Vicario di Cristo.

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Passiamo adesso alla seconda questione. Dice il Santo Padre:

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251. Nel corso del dibattito sulla dignità e la missione della famiglia, i Padri sinodali hanno osservato che «circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia»; ed è inaccettabile «che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso [278].

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292. Il matrimonio cristiano, riflesso dell’unione tra Cristo e la sua Chiesa, si realizza pienamente nell’unione tra un uomo e una donna, che si donano reciprocamente in un amore esclusivo e nella libera fedeltà, si appartengono fino alla morte e si aprono alla trasmissione della vita, consacrati dal sacramento che conferisce loro la grazia per costituirsi come Chiesa domestica e fermento di vita nuova per la società. Altre forme di unione contraddicono radicalmente questo ideale, mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale e analogo. I Padri sinodali hanno affermato che la Chiesa non manca di valorizzare gli elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più al suo insegnamento sul matrimonio [314].

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Amoris Laetitia 10

Amoris laetitia

Qui non ci sono commenti da fare, tanto il testo è chiaro. Quello che possiamo auspicare è che tra società civile e Chiesa possa sorgere, in questa delicata materia, una fruttuosa collaborazione ed accettazione reciproche, fra il punto di vista dello Stato e quello espresso qui dai Padri sinodali col consenso del Papa.

Lo Stato, da una parte, deve rendersi conto del suo dovere, nel suo stesso interesse, di impedire l’aggravarsi di questo fenomeno sociale, che, all’evidenza più palmare, porterebbe, a lungo andare, non dico all’estinzione della Chiesa, alla quale Cristo ha promesso l’eternità, ma a danni gravissimi al consorzio umano e al buon ordine dello Stato.

Quanto alla Chiesa, dal canto suo, è oggi più che mai chiamata ad annunciare il Vangelo della famiglia, non come il residuo di un passato da conservare per forza, o un modello di vita monocromo e monolitico da imporre a tutti, e neppure come una unione contingente, lasciata al capriccio dei singoli, ma come libera e creativa comunità d’amore, che, nella società e nella Chiesa, opera per il bene di entrambi in amoris laetitia.

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[1] Vedi il mio studio La dipendenza dell’idea dalla realtà nell’Evangelii gaudium di Papa Francesco, in Pontificia Accademia Theologica, 2014/2, pp. 287-316 [testo, QUI]

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