Marco Perfetti, alias “Silere non possum”: il Grillo colto e la Zanzara che si crede un’aquila reale

 

MARCO PERFETTI, ALIAS SILERE NON POSSUM: IL GRILLO COLTO E LA ZANZARA CHE SI CREDE UN’AQUILA REALE

Rendo pubblica una memoria difensiva necessaria contro un ronzio digitale che pretenderebbe di colpirne uno per spaventarne cento.

— attualità ecclesiale —

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PDF documento formato stampa

 

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Nel variegato zoo digitale abita una creatura singolare: Marco Perfetti, noto come Mr. Silere non possum. Un personaggio che si autoproclama esperto di cose vaticane e paladino della verità, mentre passa le giornate a insultare i membri del Dicastero per le Comunicazioni, accusati di ogni peggiore nefandezza; a pubblicare documenti riservati sottratti illecitamente da non si sa quali scrivanie del Vicariato di Roma, senza potersi avvalere né del diritto di cronaca né della tutela delle fonti; a insultare giornaliste professioniste di lungo corso, sino ad arrivare a irridere pubblicamente la loro forma fisica; a prendere di mira il Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, pubblicando sui social una fotografia manipolata facendola apparire  come una servetta domestica; a conferire titolo di «megere» a vescovi e cardinali e via dicendo…

 

Di recente se l’è presa di petto con il teologo Andrea Grillo (vedere video QUI), con il quale si potrebbe essere persino in disaccordo totale, rispetto a certe sue posizioni assunte, per esempio nella materia dei sacri ordini da conferire alle donne, ma che merita il rispetto dovuto a una persona preparata e di indubbia cultura, oltre a essere un docente veramente dotato per la didattica.

Perfetti ama vantarsi del fatto che “nessuno lo ha mai querelato”, ergo ciò che dico è giusto. Certo: difficilmente ci si mette a perdere tempo e danaro in spese legali con chi anzitutto non ha nulla da perdere a livello patrimoniale e che, per profondità intellettuale e maturità emotiva, ricorda un bambino che gioca con i fiammiferi nella sala giochi dell’asilo. È bene sorvegliarlo per sicurezza, indubbiamente, ma non certo mettersi a disputare sul serio con lui.

Alcuni mesi fa Mr. Silere ebbe la brillante idea di chiedere alla Questura di Roma la mia ammonizione per aver risposto alle sue solite aggressioni camuffate da moralismo digitale. Sono stato convocato e informato della richiesta avanzata, alla quale ho replicato depositando una memoria difensiva che ricostruisce con precisione fatti, circostanze e metodo del personaggio.

Ora, considerando che Mr. Silere non ha esitato a pubblicare atti riservati sottratti illegalmente dagli uffici di curia da qualche suo sodale, trovo legittimo pubblicare la mia memoria, che non contiene documenti rubati, ma solo fatti verificabili, assieme a un atto pubblico reperibile in rete: la sentenza della Corte di Cassazione che nel 2022 ha respinto per la terza volta un ricorso dello stesso Perfetti contro i suoi genitori, da lui citati in giudizio e trascinati nei tribunali, dove Mr. Silere ha perduto in tutti e tre i gradi di giudizio.

Questo è il profilo del moralizzatore digitale che rivendica libera licenza all’insulto pretendendo però di ammonire chiunque osi smentirlo.

Se dopo la lettura qualcuno si domandasse perché mai un sacerdote e un teologo debba perdere tempo a rispondere a un tale personaggio, la risposta è semplice: per lo stesso motivo per cui si mette la zanzariera d’estate. Non perché la zanzara sia importante, ma perché il suo ronzio diventa molesto.

dall’Isola di Patmos, 10 dicembre 2025

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RIFERIMENTO

 

ALLA QUESTURA DI ROMA  

PREMESSA

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Il giorno 17 settembre 2025 la Polizia Giudiziaria della Questura di Roma notificava al sottoscritto Stefano Ariel Levi di Gualdo, sacerdote cattolico, residente a Roma in via XXXXXXXXXXXXXXXXX, una richiesta di ammonizione su istanza del Sig. Marco Perfetti, alla quale si replica con la presente:

MEMORIA DIFENSIVA

Il Sig. Perfetti, attraverso il suo blog Silere non possum, ha ripetutamente insultato alti prelati, prefetti di dicasteri della Santa Sede, laici in servizio presso la Curia romana, vescovi diocesani e vari sacerdoti che, come il sottoscritto, lo hanno più volte pubblicamente smentito o redarguito. I miei interventi di risposta sono stati sempre formulati senza ricorrere all’insulto personale, ma esercitando il legittimo diritto di critica, a volte con repliche decise, altre volte ironiche, ma sempre entro i limiti del consentito e del rispetto della persona o dell’avversario.

Il Sig. Perfetti, anche alla luce della richiesta di ammonizione avanzata nei miei confronti, sembra invece convinto di possedere una sorta di licenza all’insulto — talora anche violento e reiterato — sentendosi forse immune da qualunque critica e giungendo a presentarsi come vittima ogni volta che qualcuno osa contraddirlo.

SULLE ACCUSE DI OFFESE VERBALI

Il Sig. Perfetti lamenta di essere stato da me definito «viscido velenoso», «soggetto molesto», «velenosa macchietta».

Chiariamo: non si possono estrapolare singole parole o frasi da contesti polemici articolati, nati a seguito di suoi attacchi rivolti a persone e istituzioni della Chiesa e non certo per mia provocazione. È infatti all’interno di questi contesti che sono maturate alcune mie repliche di tono comprensibilmente critico.

L’ESTRAPOLAZIONE DI PAROLE

Estrapolare parole dai loro contesti può comportare grandi problematicità e, volendo, in certi casi, anche grande disonestà intellettuale.

Esempio esaustivo: nell’Antico Testamento il Salmo n. 52 recita: «Lo stolto pensa: “Dio non esiste”». È una frase breve ma densa di significato che si articola all’interno di un preciso e complesso testo storico-narrativo. Se procediamo però con una estrapolazione “selvaggia” si potrebbe affermare che la Bibbia è un testo che promuove l’ateismo, dato che in essa si afferma: «Dio non esiste».

La totale alterazione del testo, falsato e snaturato, è quindi evidente. Esempio questo col quale si è inteso chiarire che quanto il Sig. Perfetti lamenta è frutto di palesi estrapolazioni.

I CONTINUI ATTACCHI AL CARDINALE MAURO GAMBETTI

il Cardinale Mauro Gambetti, Arciprete della Papale Basilica di San Pietro, è uno dei diversi personaggi eminenti messi alla pubblica berlina dagli articoli di Silere non possum. Gli articoli pubblicati contro di lui nel corso degli ultimi due anni ammontano a 67, tutti raccolti sotto il suo nome, come da riferimento che sotto segue:

In questi 67 articoli il Cardinale è indicato come «bugiardo», «incompetente e incapace», colpevole — a suo dire — di avere assunto nella Basilica Papale «amici senza arte né parte», di averla trasformata «in una macchina per fare soldi» a beneficio delle sue consorterie. L’intera raccolta degli articoli è reperibile a questo link:

👉 https://www.silerenonpossum.com/it/tag/mauro-gambetti/

Gli articoli visionabili che costituiscono chiara prova del modo di esprimersi del Sig. Perfetti sono decine, per questo mi limito a citarne uno come campione, dove il Cardinale è accusato pubblicamente di essere «un bugiardo» che «commette abusi spirituali e di coscienza»:

👉https://www.silerenonpossum.com/it/lebugiedimaurogambetti-odcastefalsenarrazioni/

Chiarimento necessario: quanti non hanno dimestichezza con i nostri ambienti ecclesiastici potrebbero ignorare che quella di abusare delle coscienze è una delle peggiori accuse che si possa rivolgere a un ecclesiastico, perché tra i delictis gravioribus (i delitti gravi racchiusi nel Codice di Diritto Canonico) peggiore dell’abuso di coscienza vi sono solo la pubblica apostasia dalla fede e il crimine immane della pedofilia.

I CONTINUI E VIOLENTI ATTACCHI AL DICASTERO PER LE COMUNICAZIONI

 istituzione della Santa Sede presa di mira dal Sig. Perfetti è il Dicastero per le Comunicazioni, diretto dal Dott. Paolo Ruffini (Prefetto), dal Dott. Andrea Tornielli (Direttore dei Media Vaticani), dal Dott. Matteo Bruni (Direttore della Sala Stampa Vaticana e portavoce ufficiale del Sommo Pontefice), tutti indicati, da due anni a questa parte, dal Sig. Perfetti, come «analfabeti», «incapaci», «ignoranti», «incompetenti», «lautamente pagati per fare danni». 

In una cartella a parte allego una raccolta di 25 articoli, particolarmente aggressivi, pubblicati su Silere non possum al fine di chiarire e fornire prova alla competente Autorità preposta degli oggettivi livelli di violenza verbale con la quale il Sig. Perfetti ha aggredito, insultato e pubblicamente irriso queste persone preposte a dirigere il Dicastero per le Comunicazioni, sino a giungere ad abbinare i loro nomi con richiami ad associazioni mafiose, corruzione e favoritismi illeciti.

LA MILLANTATA DOMICILIAZIONE IN VATICANO

Nei propri canali social il Sig. Perfetti indica come domiciliazione lo Stato della Città del Vaticano.

Considerate le ottime relazioni istituzionali tra le Forze dell’Ordine italiane e quelle dello Stato della Città del Vaticano, suppongo che a cotesta Questura basterebbe una semplice telefonata al Comando della Gendarmeria Vaticana per appurare che il Sig. Perfetti, lungi dall’essere domiciliato in Vaticano con il proprio blog e i propri social, non può entrare neppure all’interno del suo territorio, perché dichiarato persona non gradita in seguito agli insulti che da anni pubblica a getto continuo nei riguardi di persone e istituzioni della Santa Sede.

Dalle stilettate del Sig. Perfetti pochi si sono salvati, tra i vari presi di mira non sono mancati neppure i militi della Gendarmeria Vaticana, accusati anch’essi di essere professionalmente incapaci e incompetenti, come si evince da questo articolo:

👉https://silerenonpossum.com/it/shock-in-vaticano-chi-e-entrato-nello-stato-senza-autorizzazione/

A ciò si aggiunga che in numerosi suoi video diffusi in rete il Sig. Perfetti — che, come spiegato, non può neppure avvicinarsi al territorio vaticano — esordisce affermando: «perché qua in Vaticano… noi in Vaticano…», millantando così presso persone semplici e disinformate di avere frequentazioni interne e conoscenze istituzionali ai più alti livelli.

I vari video qui richiamati sono visionabili a questo link: 

👉 https://www.youtube.com/channel/UCvZuSj27wROODKZajlMUSvA

Nel video qui a seguire una sintesi:

LA FALSA ACCUSA DI AVERE RESO PUBBLICO IL SUO DOMICILIO DI RESIDENZA

All’accusa a me rivolta di avere pubblicato sulla piattaforma Facebook l’indirizzo di domicilio e di residenza del Sig. Perfetti, replico e smentisco con fermezza: non so dove egli risieda, né mai mi è interessato saperlo.

Sono invece a conoscenza che diversi avvocati si sono trovati in difficoltà a reperirlo, avendo ricevuto incarico per procedere con querele a suo carico, inclusi diversi giornalisti, tra i quali cito XXXXXXXXXXXXXX,   vaticanista de XXXXXXXXXXX, seguita da vari altri colleghi.

Sempre in via confidenziale mi è stato anche riferito da alcuni diretti interessati che di recente, lo studio dell’Avv. XXXXXXXXXXXXXXXXXX ha ricevuto mandato per procedere con querela a suo carico. Come però già accaduto ad altri studi legali in precedenza, anche questo ha avuto difficoltà a fargli notificare gli atti perché il Sig. Perfetti non risulta reperibile.

Questo ha indotto diversi avvocati a rivolgersi ai competenti uffici con richiesta motivata per reperire un suo indirizzo, presso il quale — sempre a quanto riferito dai diretti interessati — non è risultata neppure un’abitazione privata, ma una serie di magazzini-deposito e la sede di un Centro di Assistenza Fiscale (CAF).

Sono a conoscenza del tutto perché due avvocati, avendo letto alcuni miei articoli di smentita su notizie false e tendenziose diffuse dal Sig. Perfetti, mi contattarono per chiedermi se sapessi dove risiedeva. Risposi che non avevo idea in quale luogo d’Italia vivesse e tanto meno a quale indirizzo.

Quanto il Sig. Perfetti lamenta circa la diffusione del suo indirizzo da parte mia è dunque una falsità alla quale si accompagna poi l’accusa vittimistica secondo cui, per mia causa, egli avrebbe dovuto persino «modificare le proprie abitudini di vita» (!).

Alla sua comprovata irreperibilità per la notifica degli atti giudiziari si aggiunga che, nel blog Silere non possum, è indicata via Scalia 10/B (Roma) come “sede” della “redazione”. Anche in questo caso non si trova però alcun ufficio redazionale o sede del blog presso quell’indirizzo.

LA FALSA ACCUSA DI APPARTENENZA A UNA “LOBBY OMOSESSUALISTA”

Il Sig. Perfetti lamenta che lo avrei accusato di «appartenere a una lobby omosessualista».

Una premessa chiara e doverosa: le tendenze, le abitudini e le preferenze sessuali del Sig. Perfetti (o di chiunque altro) rientrano nel pieno e legittimo esercizio delle libertà personali, all’occorrenza anche tutelate dalla Legge.

Ciò non toglie, tuttavia, che — come sacerdote e teologo — possa esprimere, con piena legittimità, delle profonde riserve circa la totale inopportunità di ammettere al sacerdozio persone con radicate tendenze omosessuali. Non si tratta di opinioni personali, ma di un principio sancito dalla dottrina cattolica e ribadito nei documenti ufficiali della Chiesa.

La ragione è chiara: l’ambiente ecclesiastico è un contesto interamente maschile e per chi liberamente si vota al celibato e alla castità, l’ammissione di soggetti con inclinazioni omosessuali rappresenta una situazione non idonea né allo stato sacerdotale né a chi ne condivide la vita comunitaria. In altre parole: escludere l’omosessuale dal sacerdozio vuol dire tutelare anzitutto l’omosessuale stesso per primo.

Non ho mai attaccato singoli omosessuali né discriminato le cosiddette comunità LGBT. Semmai ho rivolto critiche politiche, legittime e motivate, a certe associazioni che intendono imporre la loro agenda culturale e legislativa.

A tale riguardo ricordo che sono autore di un libro scritto “a quattro mani” con il teologo cappuccino Padre Ivano Liguori, nel quale contestammo il disegno di legge proposto dall’On. Alessandro Zan in materia di omotransfobia. In quel testo, rilevammo il grave rischio di trasformare in reato il diritto di opinione e di critica; un rischio che fu denunciato con forza anche da autorevoli personalità dichiaratamente omosessuali, come il Senatore Tommaso Cerno, già presidente nazionale dell’Arcigay e oggi giornalista e direttore responsabile de Il Tempo.

Quanto alla questione della “vita privata”, ho più volte smentito il Sig. Perfetti, che nei suoi articoli e video ha affermato che eventuali tendenze omosessuali dei candidati al sacerdozio o di sacerdoti già ordinati riguarderebbero soltanto la loro sfera privata e non sarebbero sindacabili.

Per confutare questa tesi fuorviante, ricorro a un esempio chiaro: anche un magistrato ha una vita privata e ha diritto ad averla, ma non potrebbe certo condannare un pericoloso mafioso al carcere di massima sicurezza la mattina e la sera, nella sua “vita privata”, andare a cena con capi clan della Camorra. Lo stesso principio si applica al sacerdote: egli non cessa mai di essere tale, né nel pubblico né nel privato, né può vivere in contraddizione con il proprio stato clericale, sia nel pubblico sia nel privato.

Ogni volta che ho richiamato questo elementare principio ecclesiale e morale, il Sig. Perfetti ha cercato di ribaltare la questione, insinuando accuse di “discriminazione di genere” nei miei confronti.

IL PROBLEMA DELL’OMOSESSUALITÀ E IL CASO DI PADRE AMEDEO CENCINI

Il Sig. Perfetti non è nuovo a imbastire vicende artificiose, finalizzate a colpire persone a lui non gradite. Per farlo, spesso, ricorre a temi oggi particolarmente sensibili e delicati, come la questione dell’omosessualità o della diversità di genere.

Un caso emblematico è quello del Padre Amedeo Cencini, sacerdote della Congregazione Canossiana e stimato specialista in psicologia, formatore e autore di numerosi saggi di rilevanza teologica e pastorale. Il 23 marzo 2021 il Sig. Perfetti inoltrò una segnalazione formale all’Ordine degli Psicologi del Veneto, contestando alcuni articoli e conferenze del sacerdote giudicati da lui «offensivi per gli omosessuali».

La Commissione di vigilanza dell’Ordine regionale, attenendosi alle procedure previste, aprì il fascicolo, ascoltò le parti e convocò sia l’accusante (Perfetti) sia l’accusato (Cencini). Al termine dell’istruttoria, in data 18 luglio 2021, pronunciò questa sentenza: «Non si sono ravvisate ipotesi di violazione del Codice Deontologico». Il procedimento venne quindi archiviato definitivamente il 22 novembre 2021.

L’episodio ricevette eco sulla stampa e un noto settimanale cattolico diede conto della vicenda, sottolineando come l’accusa fosse stata giudicata inconsistente e infondata. Nello stesso articolo fu riportata anche la reazione del Sig. Perfetti, che, vedendosi dare torto, arrivò ad affermare:

«L’Italia è una Repubblica che non conosce cosa sia la giustizia […] un Paese che fa sostanzialmente ridere».

Link alla fonte:
👉 https://www.settimananews.it/vita-consacrata/fra-critica-insulto-silere-non-possum/

Questa dichiarazione, di per sé eloquente, conferma ancora una volta il suo atteggiamento costante: quando non ottiene ragione, ricorre a toni scomposti e delegittimanti verso le singole persone, le istituzioni, la magistratura, gli organi professionali, gli enti ecclesiastici e via dicendo.

Ecco, dunque, il modello ricorrente: accuse temerarie e pretestuose, spese in gran parte su temi sensibili (omosessualità, abusi di coscienza, ecc.), che poi si risolvono in archiviazioni, ma dopo avere causato stress, danni d’immagine e perdite di tempo alle persone prese di mira.

UNA PERSONALITÀ PROBLEMATICA CHE CITA IN GIUDIZIO I PROPRI GENITORI

Le evidenti problematicità comportamentali e caratteriali del Sig. Perfetti risultano confermate in modo plastico da una sentenza della Suprema Corte di cassazione, la n. 23132/2022 del 28 giugno 2022.

Dalla lettura integrale della motivazione emerge infatti un quadro chiaro e inequivocabile della sua indole fortemente litigiosa. Il Sig. Perfetti arrivò infatti a citare in giudizio i suoi stessi genitori, trascinandoli in un processo civile nel quale ottenne esito sfavorevole già in primo grado. Non pago, propose appello: anche in secondo grado i giudici confermarono l’infondatezza della sua pretesa. A quel punto, nonostante due pronunce contrarie, ricorse in Cassazione, dove fu ribadito e integralmente confermato nel giudizio di legittimità quanto già stabilito nei due giudizi di merito.

Il risultato finale è che il Sig. Perfetti perse in tutti e tre i gradi di giudizio, rivelando così la temerarietà della causa intentata contro i propri stessi genitori.

Questa sentenza non è un documento riservato, al contrario è un atto pubblico reperibile liberamente in rete. È sufficiente digitare «Marco Perfetti denunce» sul motore di ricerca Google, dove appare tra le varie voci questo link:

Cliccando sul collegamento si apre il documento PDF contenente la motivazione completa della sentenza, con nome e cognome del ricorrente chiaramente leggibili sul motore di ricerca, come nell’immagine fotografica della pagine di Google qui riprodotta.

👉https://giuridica.net/wp-content/uploads/2022/08/Cassazione-civile-23132-2022-mantenimento-figlio-maggiorenne-seminario.pdf

Qualora il Sig. Perfetti dovesse ritenere leso il proprio diritto alla riservatezza o altro, potrà sempre rivolgersi direttamente a Google e chiedere la rimozione o l’oscuramento del documento. Non può invece attribuire al sottoscritto la responsabilità di fare richiamo tra queste righe a ciò che è di pubblico dominio e reperibile da chiunque in rete.

Questa vicenda processuale, che vede un figlio portare i genitori fino all’ultimo grado di giudizio per poi uscire sempre sconfitto, è indicativa del livello di conflittualità personale che caratterizza il Sig. Perfetti e che trova riflesso anche nei suoi rapporti con altri individui e istituzioni.

IL BLOG «SILERE NON POSSUM»: IL TRIONFO DELL’ANONIMATO E IL CASO DELLA DIOCESI DI ASCOLI PICENO

Alla luce di quanto sin qui documentato, appare evidente come il blog Silere non possum, gestito dal Sig. Perfetti, rappresenti un luogo comunicativo avvelenato e avvelenante. Ciò che lo contraddistingue non è solo il tono violento, offensivo e diffamatorio, ma anche un’aggravante particolarmente significativa: la sistematica pubblicazione di articoli anonimi.

Su tale blog, infatti, scrivono soggetti che non hanno il coraggio di esporsi con il proprio nome e cognome, sottraendosi così alla responsabilità personale di ciò che dichiarano e diffondono. Questo modus operandi è tanto più grave in quanto le accuse e gli attacchi anonimi sono spesso diretti a persone e istituzioni ecclesiastiche, con il chiaro intento di delegittimarle senza che l’accusatore assuma alcuna responsabilità pubblica.

Non si tratta di una mia semplice opinione: anche la Curia Vescovile della Diocesi di Ascoli Piceno ha ritenuto necessario intervenire di recente a tutela del proprio Vescovo, S.E. Mons. Giampiero Palmieri, ripetutamente bersaglio di attacchi sul blog Silere non possum, riguardo al quale la Curia lamenta con parole inequivocabili in una nota ufficiale:

«[…] un blog di notizie nemmeno registrato come testata giornalistica che fa principalmente gossip, anche ecclesiastico, per alimentare la sua bolla di lettori. Ricordiamo che in questo blog molti articoli non riportano il nome di chi scrive i pezzi… e che quindi, oggettivamente, non viene allo scoperto».

L’intero testo della nota è consultabile al seguente indirizzo:

👉https://www.diocesiascoli.it/la-posizione-della-diocesi-sulla-questione-di-cronache-picene/

Questa presa di posizione ufficiale conferma che non solo singole persone, ma persino intere istituzioni ecclesiastiche sono state costrette a denunciare pubblicamente l’inattendibilità e l’irresponsabilità del blog diretto dal Sig. Perfetti, sottolineando come esso si nutra di gossip e accuse anonime, lontanissime dai criteri di una corretta e seria informazione. Il tutto con i risultati ormai consolidati: il Sig. Perfetti ha minacciato di denunciare la Diocesi «per affermazioni false e diffamatorie»:

👉https://www.cronachepicene.it/2025/07/23/silere-non-possum-azione-legale-contro-la-diocesi-affermazioni-false-e-diffamatorie/541775/

 

IL GESTORE DI UN BLOG DI ANONIMI CHIEDE DI AMMONIRE UN DIRETTORE RESPONSABILE DI UNA RIVISTA REGOLARMENTE REGISTRATA

Contrariamente al Sig. Perfetti, gestore di un blog di gossip in salsa clericale fondato su articoli anonimi e privo di qualsiasi riconoscimento giuridico, il sottoscritto può qualificarsi come direttore responsabile di una rivista a tutti gli effetti di legge, essendo iscritto come tale all’Ordine dei Giornalisti del Lazio e versando allo stesso i tributi annuali previsti.

La rivista L’Isola di Patmos, da me fondata nel 2014 insieme ai teologi e sacerdoti Antonio Livi e Giovanni Cavalcoli, è oggi composta da una redazione di otto sacerdoti, tutti pienamente identificabili, i quali firmano i propri articoli con nome e cognome. Ciascun redattore è inoltre presentato pubblicamente nella pagina ufficiale della rivista, dove sono disponibili schede biografiche e curricoli.

La rivista è regolarmente iscritta sia al Registro Stampa del Tribunale di Roma sia al Registro delle Riviste specializzate dell’Ordine dei Giornalisti. Questo comporta che, oltre a esercitare l’attività pubblicistica a norma di legge, in qualità di direttore responsabile posso appellarmi al diritto di cronaca, alla protezione della fonte e a tutte quelle garanzie previste dall’ordinamento giuridico per una testata giornalistica ufficialmente riconosciuta.

Nulla di tutto ciò può essere invece attribuito a un blog come Silere non possum, che non è né una testata registrata né dispone di un direttore responsabile. Nonostante ciò, sotto la voce “chi siamo”, il Sig. Perfetti lo presenta in questi termini:

👉 https://silerenonpossum.com/it/chi-siamo/

Queste dichiarazioni autocelebrative contrastano con l’evidenza: un blog gestito da un singolo, popolato da autori anonimi e privo di riconoscimento giuridico non può in alcun modo vantare la credibilità e le tutele che appartengono alle testate giornalistiche registrate.

In tal senso, il paradosso è evidente: un direttore responsabile iscritto all’Ordine dei Giornalisti viene sottoposto a una richiesta di ammonizione da parte del Sig. Perfetti, responsabile di un blog che lancia insulti a raffica su chicchessia mediante la diffusione di scritti pubblicati da anonimi e che attraverso questi stessi continua a diffondere contenuti diffamatori senza che i responsabili se ne assumano la minima responsabilità pubblica né legale, pur affermando «in un contesto in cui il giornalismo rischia di perdere di credibilità».

CONCLUSIONI

Concludo questa memoria richiamando un dato storico-politico. Durante il ventennio fascista era adottata una tecnica socio-pedagogica riassunta dalla nota frase: «Colpirne uno per educarne cento», talvolta parafrasata in maniera ancor più dura: «Spaventarne uno per ridurne al silenzio cento».

Temo che questo sia il probabile vero movente dell’ennesima azione intrapresa dal Sig. Perfetti: tentare di colpire una persona pubblicamente esposta — un sacerdote e un direttore responsabile di una testata — per intimorire e scoraggiare altri dall’opporsi al suo stile polemico e aggressivo.

Ma oggi, grazie ai nostri grandi Padri Costituenti, noi siamo cittadini e consociati della Repubblica Italiana, uno Stato di diritto fondato su principi democratici, dove simili logiche non hanno e non possono avere cittadinanza.

Per tale motivo respingo fermamente le accuse infondate che mi sono state rivolte, dimostrando — con i documenti e le prove allegate — la sistematicità dell’azione diffamatoria condotta dal Sig. Perfetti. Ciò che viene qui chiesto non è un privilegio personale, ma la tutela del principio di verità e giustizia che deve guidare l’operato di chiunque eserciti la libertà di espressione, specialmente se tale libertà si intreccia con il dovere di corretta informazione.

Resto pertanto a disposizione dell’Autorità competente, confidando che le valutazioni vengano compiute non alla luce di accuse false, o estrapolate e distorte, ma dei fatti oggettivi e documentati qui esposti.

Roma, lì 6 ottobre 2025

Ariel S. Levi di Gualdo, presbitero
Direttore responsabile della rivista L’Isola di Patmos

 

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«Noi in Vaticano, qua in Vaticano…». Gli asini sileriani in cattedra e le ragadi anali

«NOI IN VATICANO, QUA IN VATICANO…». GLI ASINI SILERIANI IN CATTEDRA E LE RAGADI ANALI

Mister Silere non Possum è come una maestrina con la bacchetta in mano a caccia del minimo errore altrui, che si siede su vaso e, sebbene seduta, sbaglia mira e la fa fuori, salvo dar poi degli ignoranti e degli incompetenti agli altri […]

— Attualità —

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Più molesto delle lacerazioni alla mucosa anale causata dalle ragadi, Mister Silere non Possum e i suoi anonimi blogghettari, alias «noi in Vaticano, qua in Vaticano…», nelle ultime settimane hanno dato il meglio di loro stessi nel distribuire patenti di «incompetenti, ignoranti, analfabeti, ladri di stipendi…» e via a seguire [cfr. QUI].

Bersagli privilegiati dei loro incessanti attacchi sono Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per le comunicazioni, Andrea Tornielli, direttore dei media vaticani, Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede.

Non è la prima volta che la maestrina dispensatrice d’insulti si siede poi sul water, sbaglia mira e la fa tutta fuori, come in questo caso:

«Robert Francis Prevost, ora Papa Leone XIV, ha compiuto un gesto che esprime la sua devozione al santo Vescovo di Ippona, Agostino, fondatore dell’ordine al quale si era consacrato» [cfr. QUI].

Sant’Agostino, al secolo Aurelio di Tagaste, vissuto tra 354 e il 430, come vescovo favorì la fraternità e forme di vita comune tra i membri del clero in quanto servi di Dio, ma non fondò mai alcun ordine religioso. Agli inizi dell’anno Mille circolavano già da tempo tre regole attribuite a Sant’Agostino: la Regula consensoria, la Regula ante omnia fratres carissimi, la Regula ad servos Dei, nessuna delle quali è stata riconosciuta autentica, piuttosto ricavate da vari scritti e sermoni dell’Ipponate. Queste “antiche regole” sono dunque autentiche quanto possono esserlo le opere dello pseudo-Dionigi areopagita o la Donazione Costantiniana. Gli agostiniani, denominatisi tali in quanto ispirati alla spiritualità e alla teologia agostiniana e non certo perché Sant’Agostino fondò un ordine, nascono canonicamente nel 1244, otto secoli dopo la morte del Santo vescovo e dottore della Chiesa, in seguito all’unione in un’unica fraternitas di Eremiti sparsi per la Tuscia; unione promossa dal Cardinale Riccardo Annibaldi della Molara, con approvazione del Sommo Pontefice Innocenzo IV sancita con la bolla Incumbit nobis del 16 dicembre 1243. Solo allora si comincerà a parlare di Ordine Agostiniano, nel 1244.

La pia leggenda — ma di pia leggenda appunto si tratta — che fa risalire le origini dell’Ordine a Sant’Agostino, è quindi attendibile quanto la tesi peregrina dei fautori della neoscolastica decadente che per giustificare la filosofia di Aristotele posta da San Tommaso d’Aquino alla base speculativa del suo pensiero, giunsero a inventarsi che il filosofo di Stagira non era pagano come si pensava, perché aveva percepito e intuito Cristo quattro secoli prima l’incarnazione del Verbo di Dio (!?).

All’amico di vecchia data Andrea Tornielli, a Paolo Ruffini e a Matteo Bruni, ho rivolto una domanda molto personale: in che modo orinate? Hanno risposto di farlo in piedi davanti al water. In tal posizione può essere che, malgrado la migliore attenzione, qualche piccola goccia esca fuori senza volere, quando si gestisce una macchina mediatica internazionale complessa che con tempi frenetici pubblica in decine di lingue notizie che si susseguono veloci, rendendo talora inevitabile l’errore umano, la svista, o la notizia stessa che, una volta data, può richiedere di essere integrata o corretta. Invece, una maestrina con la bacchetta in mano a caccia del minimo errore altrui, che si siede sul water e, sebbene seduta, sbaglia mira e la fa fuori, salvo dar poi agli altri degli ignoranti, degli incompetenti e persino dei soggetti che abusano del titolo di teologi senza a suo dire esserlo, difficilmente è giustificabile; non lo è lei e non lo sono gli avvelenati che insultano a raffica sul suo blog senza metterci la propria faccia e il proprio nome, nascosti, come tutti i vigliacchi, dietro l’anonimato.

Dall’Isola di Patmos, 10 maggio 2025

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I nostri precedenti articoli:

–  31 marzo 2025  — L’ULTIMA PERLA DI SILERE NON POSSUM: «LA RESPONSABILITÀ DELL’ORDINARIO SUI PRETI INCARDINATI»? ALLORA FATE CACCIARE FUORI I SOLDI A CARDINALI E VESCOVI: DA ANGELO SCOLA A SEGUIRE ... (per aprire l’articolo cliccare QUI)

–  29 marzo 2025  — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)

–  21 marzo 2025  — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA  CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI

– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il Sacramento del Matrimonio di Padre Gabriele Giordano M. Scardocci a Santa Maria Novella in Firenze. Siete invitati: vi aspettiamo!

IL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO DI PADRE GABRIELE GIORDANO M. SCARDOCCI A SANTA MARIA NOVELLA IN FIRENZE. SIETE INVITATI: VI ASPETTIAMO!

Invitiamo i nostri Lettori che si trovano a Firenze e dintorni a partecipare all’appuntamento per festeggiare il Sacramento del Matrimonio di Padre Gabriele Giordano M. Scardocci il 17 maggio alle ore 18:00 presso il Convento di Santa Maria Novella in Firenze.

— Novità editoriali —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Questa pubblicazione del Padre Gabriele Giordano M. Scardocci centrata sugli aspetti del matrimonio nelle Summe dell’Aquinate ha il pregio di dimostrare come oggi il pensiero di questo Santo Dottore della Chiesa è stato perfezionato e migliorato, ma non superato, perlomeno al momento.

In questo nostro presente storico bisognerebbe accettare che avremmo più che mai bisogno di ascoltare coloro che sono venuti prima di noi e che ci hanno lasciato il meglio di se stessi per costruire il presente in divenire e per il nostro futuro in fieri, a partire da due grandi giganti come Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino.

Il valore principale di questo testo possiamo coglierlo “tra” e “nelle” righe, ed è anzitutto quello della testimonianza familiare del Padre Gabriele: il libro si apre con i ringraziamenti alla famiglia perché è solo dopo aver ricevuto, osservato e partecipato che si può meditare qualcosa d’importante come il dono del matrimonio sul quale fare poi una indagine speculativa. Questo è il filo conduttore di tutto il libro dove ai quesiti sulle tematiche così attuali e allo stesso tempo così aride e spinte a generare divisione e incomprensione nella società attuale ― come per esempio la indissolubilità del matrimonio ― l’Autore risponde anzitutto in quanto figlio, poi come teologo, infine attraverso il dono della grazia sacramentale del sacerdozio che ha ricevuto.

La caratteristica principale che risalta in questo lavoro è l’uso che il Padre Gabriele fa del consolidato metodo dell’Aquinate: fondare le speculazioni su ciò che hanno detto i Santi Padri e dottori della Chiesa cogliendo il meglio di ognuno di loro prima di rispondere con le proprie parole. Non si può costruire niente dal nulla o dall’immaginazione, si costruisce attraverso il patrimonio di sapienza a noi lasciato da questa grandi Autorità Morali della Chiesa facendo tesoro di ciò che ci hanno lasciato.

L’Autore parte riprendendo la Summa contra gentiles, l’opera dell’Aquinate più filosofica che presenta una possibilità non solo di riscoprire o conoscere oggi l’opera del Doctor Angelicus, ma dimostra come le tematiche del matrimonio si possono riscontrare per mezzo dell’esercizio della ragione in qualsiasi uomo, società o cultura, anche in forma primitiva o molto elementare. 

L’Autore spiega in che modo quello sessuale non è solo un atto di procreazione ma un atto nel quale l’uomo, come altri animali, deve essere presente da lì in avanti per soddisfare tutte le necessità della vita umana sia della femmina (donna) che dei figli, quindi l’emissione dello sperma non è un atto egoistico, non è finalizzato al piacere e basta, o solo per la riproduzione, ma un primo atto che si perpetua e si aggiorna nel divenire come coppia e come genitore, successivamente come padri. Questo al contrario delle tante coppie che si riproducono senza aver mai pensato a fare i genitori e quindi a essere padre e madre.

La nozione di parità tra uomo e donna non è stata una lotta degli ultimi decenni, uno slogan elevato a pilastro sociale contemporaneo. Padre Gabriele spiega e dimostra che la femmina non è solo un oggetto e un mezzo di riproduzione o di abbellimento della propria vita alla maniera di un trofeo, ma deve essere compagna, dunque rispettata anche quando comincia a passare il tempo e l’incanto giovanile estetico deve lasciare spazio ad altre bellezze più genuine e delicate che nascono dell’interiorità umana e dal correre della vita stessa.

In conclusione finisce per risaltare nell’opera l’argomentazione sul bisogno di stabilità e di sicurezza nei rapporti umani che non sono solo certezza e veridicità di un sentimento, ma anche un valore antropologico necessario per l’uomo chiamato a vivere un senso e una pienezza profonda del suo essere singolo e sociale.

Invitiamo i nostri Lettori che si trovano a Firenze e dintorni a partecipare all’appuntamento per festeggiare il Sacramento del Matrimonio di Padre Gabriele Giordano M. Scardocci il 17 maggio alle ore 18:00 presso il Convento di Santa Maria Novella in Firenze.

dall’Isola di Patmos, 13 maggio 2023

Beata Vergine Maria di Fatima

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I Padri dell’Isola di Patmos

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È in distribuzione “Amoris Tristitia”, ultima opera editoriale di Ariel S. Levi di Gualdo dedicata alla memoria del Cardinale Carlo Caffarra

È IN DISTRIBUZIONE AMORIS TRISTITIA, ULTIMA OPERA EDITORIALE DI ARIEL S. LEVI di GUALDO DEDICATA ALLA MEMORIA DEL CARDINALE CARLO CAFFARRA

 

«Chi di noi si è formato in ambito teologico sulle pagine del recente sommo magistero dei Pontefici Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, facendo tesoro della grande omiletica di Benedetto XVI, degna dei sermoni del Santo Pontefice Gregorio Magno, nel leggere certi documenti recenti o udendo taluni predicozzi giornalieri da curato di campagna svaporato, può giungere ragionevolmente a dire che dalle aquile reali si è passati ai polli d’allevamento in batteria intensiva».

— Novità editoriali —

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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per accedere al negozio librario cliccare sulla copertina del libro

Il 6 settembre ricorre il V° anniversario della morte del Cardinale Carlo Caffarra che nel 1981 fu incaricato dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II di fondare l’Istituto per studi su matrimonio e famiglia. L’opera di Padre Ariel S. Levi di Gualdo è una disamina critica della Amoris Laetitia in rapporto alla Humanae Vitae. Riguardo la Amoris Laetitia l’Autore scrive:

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«Dopo la chiusura del Sinodo sulla famiglia l’utero dell’elefantessa partorì il 19 marzo 2016 il topolino di campagna della Esortazione Apostolica post sinodale Amoris Laetitia, un marchingegno di ambiguità costruito sul detto e non detto, su frasi ambigue a doppio senso, sentimentalismi emotivi e tanti sociologismi che decretano di fatto la morte di quello che per secoli è stato il linguaggio preciso, deciso e non passibile di equivoci del Magistero della Chiesa sorretto sui più solidi e chiari principi della metafisica classica, da tempo messa in soffitta per lasciare spazio al romanticismo tedesco decadente e al cuoricino che palpita e che guarda all’immediato del proprio soggettivo “io” anziché al futuro e a Dio. Chi di noi si è formato in ambito teologico sulle pagine del recente sommo magistero dei Pontefici Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, facendo tesoro della grande omiletica di Benedetto XVI, degna dei sermoni del Santo Pontefice Gregorio Magno, nel leggere certi documenti recenti o udendo taluni predicozzi giornalieri da curato di campagna svaporato, può giungere ragionevolmente a dire che dalle aquile reali si è passati ai polli d’allevamento in batteria intensiva, come a volte è accaduto a intervalli ciclici nella storia della Chiesa, anche se mai ai livelli desolanti di questi nostri tempi […] Qualche superficiale potrebbe fraintendere, in buona o anche in mala fede, obiettando che in queste pagine ho rivolto severe critiche a una Esortazione Apostolica data dal Romano Pontefice. Chiunque mi accusi di ciò sarebbe in grave errore, perché non critico affatto una norma data, dinanzi alla quale tacerei ed eseguirei quanto disposto dal sommo magistero. Ciò che critico è una norma non data e delle domande alle quali non è mai stata data risposta, lasciando il tutto avvolto nell’ambiguità. Questo è l’oggetto della mia critica: la mancanza di una norma assieme alla mancanza di chiarezza e di risposta. Il fedele servitore della Chiesa ragiona, dibatte e critica fin quando è consentito. Dopo che la Chiesa ha parlato il suo compito è di eseguire e trasmettere gli insegnamenti e di osservare le norme date, salvo creare in caso contrario scandalo nel Popolo di Dio e fratture della comunione ecclesiale. Nessuno, sacerdote o laico cattolico che qualsivoglia, può dissentire e sostituire le proprie personali opinioni all’autorità della Chiesa, a questo ci pensano i teologi tedeschi, da sempre è loro prerogativa e privilegio pontificio».

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È cosa nota e risaputa quanto Padre Ariel sia un pensatore, un analista e un teologo che quando graffia lascia il segno. E chi il graffio lo riceve, in genere ha due possibilità: o tenerselo e curare la ferita, oppure ritrovarsi in gravi difficoltà a smentire ciò che di vero e incontestabile ha scritto. Questo il motivo per il quale è accaduto nel corso del tempo che più volte, varie persone che si sono sentite ferite dalle sue parole o dai suoi rimproveri, non potendolo smentire né volendo dibattere nel merito delle precise questioni sollevate si sono attaccate alla forma espressiva, che nel caso di questo scrittore è spesso ironica, talvolta persino colorita. Ma d’altronde è noto: a questo modo agivano già a suo tempo i farisei.

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Dibattendo sul delicato tema della Humanae Vitae l’Autore si colloca nel mezzo in un punto di equilibrio tra coloro che vorrebbero relativizzarla e coloro che vorrebbe invece «dogmatizzare un preservativo rinchiudendo al suo interno la morale cattolica e l’intero mistero del male». A tal proposito precisa:

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«Desidero chiarire sin dall’inizio di questa mia esposizione che a certi generi di pensieri e giochi perversi non ci sono mai stato né intendo starci come uomo e come cattolico, come presbitero e come teologo. Questo libro intende esserne prova lucida e obiettiva in aperta critica rivolta sia a coloro che vorrebbero applicare alla Chiesa il carente senso morale del mondo e la sua sessualità disordinata e senza alcuna regola, sia a coloro che sono animati da quelle forme di cupo moralismo che niente ha da spartire con la sana e autentica morale cattolica, retta sulla più importante delle virtù teologali: la carità (cfr. I Cor 13), non certo sul principio della summa lex summa iniuria (la somma giustizia equivale spesso alla somma ingiustizia). E la verità si regge sulla carità, mentre la carità è tale se retta dalla verità (cfr. Caritas in veritate). Perché è sulla carità che saremo giudicati da Dio».

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Dall’Isola di Patmos, 30 agosto 2022

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il diritto di insultare e il divieto di essere criticati

IL DIRITTO DI INSULTARE E IL DIVIETO DI ESSERE CRITICATI

Mica vorremo mettere a confronto una sciocchezza irrilevante, tale è un figlio che maltratta la propria madre, rispetto a un prete che dopo un dibattito polemico è querelato da un attivista LGBT e per il quale, a logico rigore di colui che tacer non può, andrebbero richiesti l’ergastolo e il regime di massima sicurezza ex art. 41-bis, previa scomunica e dimissione dallo stato clericale? 

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Nell’epoca della cultura hip-hop e, in particolare, nella musica rap si conosce una metodologia per prendere in giro e sbeffeggiare l’avversario fatta di canzoni, di rime e testi che vengono diffusi via social. Stiamo parlando del “Dissing”, abbreviazione del termine inglese “disrespecting” (mancanza di rispetto).

The Mirror, 2014)

Tra il serio e il faceto, il Dissing si attesta tra il gioco e la provocazione, una schermaglia tra abilità del mondo rap e punzecchiature della cultura social. Spesso però il “Dissing” si rivela come un mezzo per far parlare di sé, per fare o farsi pubblicità, per uscire dall’anonimato e farsi conoscere; per svuotarsi dell’etichetta di “sfigato” e per entrare nell’olimpo di coloro che contano. Molti “Dissing” hanno portato degli innegabili vantaggi in termini di visibilità e notorietà a personaggi del mondo rap e pop, fino a toccare anche altri aspetti della vita pubblica, per cui abbiamo assistito anche a “Dissing” tra esponenti politici o del mondo della televisione e del cinema.

Anche nel mondo del cattolicesimo digitale, annoveriamo chi fa dello sberleffo e dell’invettiva un modus operandi consueto per colpire coloro che non sono di suo gradimento e che non si allineano alla sua personale visione del mondo cattolico. Un “Dissing” molto più malevolo e radicale che ha perso la nota della giocosità e della schermaglia tra pari (di cui si riconosce il valore e il rispetto) per rivestirsi di tutta quella perversità e insolenza del peggiore risentimento clericale che dovrebbe essere prontamente allontanato, pena il restarne gravemente invischiati.

Esiste un personaggio ormai tristemente noto «di cui è pietoso e saggio tacere anche il nome» (cfr. Il Nome della Rosa, 1986), perché basta leggerlo per riconoscerlo: linguaggio aggressivo, giudizi senza appello, etichette distribuite con generosità a chiunque non rientri nei suoi schemi. È un soggetto che tacer non può, o come afferma Sant’Agostino nella sua Epistola 23 del 392: silere non possum (non posso tacere). Per questo scrive molto, colpisce sempre, non risparmia nessuno: preti, vescovi, cardinali, ma soprattutto giornalisti. Tutto può diventare bersaglio. Ogni aggressione verbale viene giustificata allo stesso modo: franchezza, giustizia, libertà di parola, difesa della fede. Non c’è misura, né rispetto per l’avversario, né distinzione tra critica e insulto: tutto confluisce nello stesso registro, quello dell’aggressione sistematica e reiterata.

Non è un eccesso, ma un metodo. Il linguaggio non serve più a comprendere la realtà, ma a ridurla e piegarla: una parola sostituisce un ragionamento, un’etichetta un’analisi, una formula liquida una persona. Non richiede competenza né verifica, ma solo sicurezza e ripetizione. Ed è proprio per questo che funziona nell’ecosistema digitale: lì la velocità conta più della precisione e l’impatto più della verità.

Questo linguaggio non costruisce nulla: non chiarisce, non distingue, non apre spazi, ma semplifica e chiude, trasformando la realtà in una sequenza di bersagli. Più che per ciò che afferma, questo personaggio è riconoscibile per ciò che evita: il confronto reale. E qui emerge il punto decisivo: non tollera di essere contraddetto. Non serve un attacco, basta una smentita documentata o una critica pacata. A quel punto cambia tutto. Chi fino a un momento prima insultava si presenta come vittima; chi delegittimava tutti denuncia di essere delegittimato; chi parlava senza limiti pretende ora tutela. Il rovesciamento è immediato e sistematico.

Lo si vede con chiarezza anche quando i fatti entrano nel discorso, per esempio quando accusa e istiga terzi ad accusare un prete dedito all’attività pubblicistica di essere stato querelato anni fa per diffamazione da un attivista LGBT, vicenda peraltro in attesa di giudizio presso il tribunale d’appello. Al tempo stesso, però, è capace di stracciarsi le vesti dichiarandosi altamente leso se qualcuno gli replica che in un provvedimento della Suprema Corte di Cassazione, relativo a un contenzioso da lui promosso contro i propri stessi genitori, trascinati sino all’estremo grado di giudizio — dopo avere perso in primo grado e in appello —, il giudice di legittimità scrive:

«non vi è alcuna prova degli asseriti maltrattamenti subiti dal reclamante mentre è in corso un processo per lo stesso reato a carico dello stesso per fatti commessi nei confronti della madre» (cfr. pag. 3, vedere qui).

Può essere però che per colui che tacer non può, un giudizio promosso da un attivista LGBT per diffamazione a mezzo stampa e al momento in attesa del giudizio d’appello, sia molto più grave di un giudice di cassazione che scrive in una ordinanza che è in corso un processo a suo carico per maltrattamenti verso la madre. Mica vorremo mettere a confronto una sciocchezza irrilevante, tale è un figlio che maltratta la propria madre, rispetto a un prete che dopo un dibattito polemico è querelato da un attivista LGBT e per il quale, a logico rigore di colui che tacer non può e degli infelici che gli danno corda, andrebbero richiesti l’ergastolo e il regime di massima sicurezza ex art. 41-bis, previa scomunica e dimissione dallo stato clericale? 

È sempre lo stesso schema raffigurato in un precedente articolo dedicato alla psicologia del narcisista maligno (vedere qui): chi aggredisce pretende di apparire come vittima. Finché la parola procede in una sola direzione, il sistema regge, purché non subentri la reciprocità, perché si può colpire di parola, ma non essere messi, con la stesse parola, di fronte alle proprie evidenti incoerenze. Ecco allora che si attacca e poi si denuncia di essere stati attaccati; si espone e poi si lamenta di essere esposti; si colpisce e poi si invoca protezione; si dichiara di essere stati maltrattati dalla madre e ci si ritrova dinanzi a un giudice che lungi dal cadere nel tranello di questa inversione, scrive in una ordinanza che è in corso un procedimento a carico del figlio, in quanto era lui a maltrattare la madre e non viceversa. Ordinaria incoerenza? No, è un sistema perfettamente coerente nella sua logica: libertà assoluta per sé, limite assoluto per gli altri.

Quando questa dinamica viene messa alla prova, il confronto scompare. Non si entra nel merito, non si risponde alle argomentazioni: si cambia piano. E così la questione non è più ciò che è vero o falso, ma chi ha il diritto di parlare. La verità non viene confutata: viene aggirata e se serve manipolata. Questo spostamento ha un effetto preciso: porta l’attenzione dal contenuto alla persona. Non conta ciò che viene detto, ma chi lo dice; non la correttezza di un’argomentazione, ma la legittimità di chi la pronuncia. Il discorso diventa così impermeabile a qualsiasi verifica.

A questo punto si compie un ulteriore passaggio. Non ci si limita più alla parola: si ricorre a segnalazioni, esposti e azioni formali rivolte a piattaforme o ad altri soggetti, non per tutelare un diritto realmente leso, ma per colpire in ogni modo l’interlocutore. Strumenti nati per garantire tutela vengono così piegati a una funzione diversa: non chiarire, ma scoraggiare; non difendere, ma creare pressione; non accertare, ma logorare attraverso la reiterazione. Non è necessario avere ragione: è sufficiente attivare il meccanismo. Il solo fatto di costringere l’altro a difendersi produce già un risultato: tempo sottratto, energia consumata, pressione continua.

Non siamo più nell’ambito della polemica, ma in quello di dinamiche intimidatorie di tipo mafioso. Il confronto viene sostituito dal tentativo di impedirlo, la risposta dalla pressione, la dialettica aggirata invece che affrontata. A questo livello diventa chiaro che non siamo davanti a qualcuno che difende la fede, ma a qualcuno che utilizza il linguaggio religioso come strumento violento di affermazione personale. Non interessa chiarire, ma prevalere; non convincere, ma occupare lo spazio; non cercare la verità, ma controllare la narrazione.

Questo produce anche un effetto più ampio. Chi legge, soprattutto se meno formato, tende a interiorizzare lo schema: se chi parla così non viene contraddetto, allora deve avere ragione; se usa toni assoluti, allora possiede certezze; se attacca tutti, allora difende qualcosa. È così che una dinamica aggressiva si trasforma in apparente autorevolezza: non perché sia fondata, ma perché è continua. L’insulto diventa linguaggio ordinario, la delegittimazione metodo, il conflitto sistema. Tutto si regge su una logica semplice: ciò che è lecito per sé non è lecito per gli altri. E, come è stato scritto su queste colonne in un articolo già richiamato prima (vedere qui), l’Autorità Ecclesiastica ha le proprie responsabilità in tal senso per non essersi mai attivata a tutela di quei soggetti deboli e fragili — certi preti inclusi — che alle falsità di simili personaggi prestano ascolto, pensando che tutto si potesse risolvere da sé col tempo ignorando semplicemente il problema, anziché affrontarlo e stroncarlo sul nascere con tutti i mezzi leciti a nostra disposizione.

Il paradosso è evidente: chi accusa tutti perché tacer non può, non accetta di essere contraddetto, chi giudica tutti non accetta di essere giudicato, chi pretende di dire la verità non accetta che quella verità venga verificata. Alla fine, non si cerca un confronto, ma un monopolio: non discutere, ma stabilire chi può parlare senza essere contraddetto. La libertà di parola viene così ridotta alla sua forma più povera: parlare sempre, rispondere mai. Non è difesa della fede, è la sua caricatura, nella misura in cui è tristemente caricaturale il soggetto che la incarna, che non è tanto un nome di persona, che pure ha, ma un triste paradigma del peggio che riescono a offrire i social media.

Sanluri, 22 aprile 2026

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Il narcisista maligno e l’uso di blog e social per arrecare danno alla Chiesa e ai suoi fedeli servitori

IL NARCISISTA MALIGNO E L’USO DI BLOG E SOCIAL PER ARRECARE DANNO ALLA CHIESA E AI SUOI FEDELI SERVITORI

Certe formule tipiche del clericalismo imprevidente, quali ad esempio «ignorarlo», «non abbassarsi al suo livello», «lasciarlo parlare», «tanto tra un mese se lo saranno scordato» … non hanno prodotto alcun risultato e ciò che avrebbe dovuto essere stroncato sul nascere è stato lasciato crescere. Risultato: il silenzio, anziché una condanna all’oblio ha elargito la più efficace delle legittimazioni.

— Attualità ecclesiale —

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Il narcisista maligno è un soggetto affetto da un serio disturbo che lo rende particolarmente nocivo, in quanto dotato di una personalità che se inserita in certi contesti diviene principio attivo di disfacimento, capace di trasformare le relazioni umane in strumento di dominio e di distruzione. È la forma di narcisismo più degenerativa, ma soprattutto più pericolosa.

La celebre criminologa e psicologa italiana Roberta Bruzzone ha approfondito in ambito scientifico questa figura complessa, sino a divenire oggetto essa stessa di azioni di disturbo e di esposizioni polemiche, accompagnate anche dalla presentazione di esposti a suo carico presso l’Ordine degli Psicologi (cfr. qui), il tutto come già avvenuto in precedenza per lo psicologo Amedeo Cencini, presbitero della Congregazione canossiana, a sua volta oggetto di analoghe iniziative giudicate totalmente prive di fondamento dalla competente sede disciplinare (cfr. qui).

In tale configurazione emerge una dimensione particolarmente rilevante: l’uso sistematico del linguaggio come strumento di aggressione e di controllo. Il narcisista maligno non si limita a esprimere giudizi, ma costruisce interventi ripetuti, attraverso scritti e prese di posizione pubbliche, caratterizzati da un tono polemico, delegittimante e offensivo. L’aggressione verbale non è occasionale, ma reiterata; non è reazione, ma un metodo inserito all’interno di una personalità aggressivo-distruttiva unita a una convinzione implicita: ritiene di godere del diritto unilaterale all’offesa. Solo alcuni esempi tra i tanti: egli può permettersi di dare del «rozzo scaricatore di porto» e del «burino arrogante» al Presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (cfr. qui), può tacciare l’arcivescovo vicegerente della Diocesi di Roma di essere un «fallito nella vita, un incompetente e un ignorante» (cfr. qui), può scrivere decine di articoli per insolentire un cardinale sino ad accusarlo di essere un «bugiardo» che «abusa delle coscienze» (cfr. qui), può dare della «megera di paese», dell’«analfabeta» e del «lecchino» al direttore dei Media Vaticani (cfr. qui). Tuttavia, nel momento in cui è lui oggetto di critica o di smentita — senza che alcuno gli lanci le offese che abitualmente lancia lui agli altri —, ecco che attiva una reazione opposta e speculare: si percepisce come vittima e come tale si dichiara e presenta, interpreta la confutazione come aggressione e rivendica per sé una tutela che egli stesso nega sistematicamente agli altri. La realtà viene così riorganizzata secondo uno schema nel quale il soggetto, pur essendo l’agente dell’attacco, si rappresenta come destinatario di un’ingiustizia, o di una discriminazione. Da qui prende avvio una dinamica reattiva che può assumere forme progressivamente sempre più invasive e violente.

Con la costruzione di narrazioni reiterate, la ripetizione di accuse, le insinuazioni e le letture distorte dei fatti, il narcisista maligno crea nel tempo un clima di sospetto attorno ai bersagli individuati. Giunge a servirsi persino degli strumenti giudiziari, non per tutelare un diritto, ma come mezzi di pressione per tentare di colpire e logorare l’altro con azioni di disturbo e di intimidazione. A questo scopo, egli è in grado di individuare e coinvolgere professionisti che, lungi dall’essere maschi alfa, per debolezza e scarsa lucidità critica finiscono per assecondarne le dinamiche dando vita ad azioni legali prive di reale consistenza, piegando l’esercizio della professione a una funzione di aggressione indiretta attraverso esposti e citazioni in giudizio temerarie che non superano neppure le fasi preliminari del vaglio giudiziario, ma producono però logoramento, dispendio di risorse e pressione continua. In questo modo, anche il diritto è trasformato in strumento di violenza. Il narcisista maligno non ha bisogno di vincere: gli basta attivare il meccanismo. Per lui, disturbare è già colpire e colpire è per lui già una forma di autoaffermazione (cfr. qui).

La distruzione dell’altro avviene così prevalentemente per erosione. Non si assiste necessariamente a un attacco diretto, ma a un progressivo svuotamento dell’autorevolezza: allusioni, accostamenti, insinuazioni, letture malevole dei fatti finiscono per creare una percezione negativa che precede e sostituisce il giudizio sulla realtà. A questo si aggiunge l’assenza di limite, data dal fatto che non si è di fronte a deviazioni occasionali, ma a una configurazione nella quale la menzogna, la manipolazione, la delegittimazione e la distruzione della reputazione altrui diventano strumenti ordinari. In questa prospettiva, anche la sessualità perde il suo significato umano e relazionale per essere ridotta a mezzo. Non è più espressione disordinata di una fragilità, ma strumento utilizzato in modo consapevole per ottenere consenso, esercitare influenza, creare legami di dipendenza o consolidare posizioni acquisite. Il rapporto con il corpo e con l’altro risulta così deformato in senso funzionale: non vi è più incontro, ma utilizzo; non vi è più relazione, ma controllo.

In questa riduzione della sessualità a strumento si manifesta un passaggio ulteriore. Là dove viene meno la possibilità di una relazione autentica, non viene meno il bisogno di affermazione e di dominio. L’altro, già privato della sua consistenza personale, non è più soltanto utilizzato, ma progressivamente assoggettato. La relazione, svuotata dall’interno, lascia spazio a una dinamica nella quale il controllo sostituisce l’incontro. È in questo contesto che emerge anche la componente sadica. Il narcisista maligno non solo non prova rimorso per il male arrecato, ma giunge a trarre una forma di piacere nel vedere l’altro umiliato, isolato, distrutto. La sofferenza altrui non rappresenta più un limite, ma diventa conferma del proprio dominio. Anche per questo è difficile combattere il narcisista maligno, perché chi lo fa è dotato interiormente di scrupoli, di senso etico, ma soprattutto di limiti. Col narcisista maligno la lotta risulta invece impari e molto difficile, perché dal canto suo è privo di scrupoli e di senso etico, ma soprattutto non conosce limiti.

Il luogo stesso del piacere, nel narcisista maligno è progressivamente trasferito. Ciò che nell’ordine umano trova il proprio compimento nell’eros, nella relazione e nel dono, viene svuotato e ricollocato altrove. Là dove la dimensione affettiva è compromessa, egli non smette di cercare il piacere, ma ne altera la sede e la struttura. Non è più l’incontro con l’altro a generarlo, ma il suo assoggettamento; non è più la reciprocità, ma il dominio; non è più la comunione, ma la distruzione. In questo senso, il sadismo non costituisce un’aggiunta secondaria, ma il luogo stesso nel quale il piacere si ricolloca. Il dolore inflitto all’altro non è un effetto collaterale, ma diventa principio di gratificazione. È a questo modo che si realizza un rovesciamento radicale dell’ordine umano: ciò che dovrebbe costituire un limite — il male arrecato — viene interiormente assunto come criterio di conferma e come fonte di piacere.

A ciò si aggiunge un elemento ulteriore, spesso trascurato: il narcisista maligno, pur essendo soggetto attivo di dinamiche distruttive, può essere utilizzato da soggetti più lucidi e spregiudicati, che operano all’interno dei medesimi organismi ecclesiali, divenendo strumento operativo di strategie che gli vengono suggerite. La sua struttura psicologica lo rende particolarmente predisposto a essere attivato mediante dinamiche di lusinga e di conferma: è sufficiente fargli credere di esercitare un ruolo determinante o di agire in nome di un interesse superiore. In tal modo, egli si presta a svolgere funzioni di attacco, di disturbo e di delegittimazione. Ciò che rende insidiosa questa dinamica è la dissociazione tra chi agisce e chi orienta l’azione in forma indiretta e spesso anonima, evitando l’esposizione personale; mentre il narcisista maligno, non avendo nulla da perdere sul piano ecclesiale, professionale e patrimoniale, assume su di sé l’azione visibile, diventando il volto esposto, su blog e social, di iniziative altrui. Quello che nel linguaggio delle scienze politiche è noto come “utile idiota”: colui che sostiene un’ideologia senza comprenderne le reali finalità e finendo per arrecare danno anche a se stesso.

Il tratto più rivelatore resta la replica alla critica. Qualsiasi tentativo di riportare i fatti alla loro verità viene vissuto come minaccia. Da qui nasce una reazione che non mira al chiarimento, ma alla neutralizzazione dell’interlocutore. In tale processo, la verità cessa di essere criterio e diventa variabile. Ciò che conta non è ciò che è, ma ciò che può essere imposto come tale. E se quanto da lui affermato viene smentito e dimostrato essere falso (cfr. qui), le sue reazioni assumeranno la forma di una violenza distruttiva furiosa. Per questo, simili personalità che si radicano nella Chiesa non rappresentano solo un problema individuale, ma un fattore di alterazione strutturale. Il danno più grave non è solo quello arrecato alle singole persone, ma quello inferto alla stessa credibilità ecclesiale.

Gravi le responsabilità delle Autorità Ecclesiastiche che hanno omesso qualsiasi intervento a tutela dell’immagine della Chiesa, della Santa Sede e dei suoi servitori ripetutamente insolentiti. Certe formule tipiche del clericalismo imprevidente, quali ad esempio «ignorarlo», «non abbassarsi al suo livello», «lasciarlo parlare», «tanto tra un mese se lo saranno scordato» … non hanno prodotto alcun risultato e ciò che avrebbe dovuto essere stroncato sul nascere è stato lasciato crescere. Risultato: il silenzio, anziché una condanna all’oblio ha elargito la più efficace delle legittimazioni, perché chi agisce in modo sistematico attraverso questi canali social trae forza proprio dall’assenza di una risposta che finisce col conferire una patente di impunità, dando alla persona la convinzione di poter agire senza conseguenze e alzando il livello dell’offesa di volta in volta.

E non si sorvoli poi sul grave danno prodotto in modo più sottile e pericoloso all’interno del clero. È infatti nel tessuto ordinario della vita ecclesiale, tra canoniche, sacrestie, monasteri estetici arcobalenati e conversazioni quotidiane, che ha preso forma una convinzione semplice e devastante: se quel tal bloghettaro continua ad aggredire e insolentire ecclesiastici, prelati e dicasteri della Santa Sede senza che nessuno intervenga, allora ciò che dice deve essere vero, specie considerando in che modo afferma con sicurezza nei suoi video: «noi in Vaticano … qui in Vaticano … qua dentro in Vaticano …». Non andrebbe infatti dimenticato che anche nel clero ci sono uomini semplici e fragili, forse oggi più di ieri. Non avrebbe quindi il dovere, l’Autorità Ecclesiastica, ripiegata nel proprio silenzio omissivo generato da senso di superiorità, di tutelarli e proteggerli dal veleno di notizie false e fuorvianti?

Specie dopo aggressioni particolarmente offensive, il soggetto in questione afferma che nessuno ha mai denunciato lui e il suo blog, perché, a suo dire, diffonde verità incontrovertibili, coperte — nientemeno! — da documenti probanti che è pronto a tirare fuori se qualcuno osasse smentirlo. È così che il silenzio e il non agire clericale sono capovolti e trasformati in elementi di legittimazione. Il tutto, grazie a un clericalismo auto-assolutizzante, segnato da un senso di superiorità sterile e, per questo, profondamente autolesivo. Perché, come i fatti dimostrano, molti preti non leggono Avvenire ma leggono quel blog di pettegolezzi avvelenati e avvelenanti.

Complimenti al bel tacer clericale che ignora e giammai si abbasserebbe a certi livelli, in virtù della sua presunta superiorità che lo porta a non vedere e a non sentire; quindi, a tacere e a non difendere, dal falso e dal violento, i preti e il Popolo di Dio, che non conoscono più neppure l’esistenza de L’Osservatore Romano, ma conoscono in compenso quel Signore che afferma con sicumera «noi in Vaticano … qui in Vaticano … qua dentro in Vaticano …».

Complimenti al bel tacer clericale!

Dall’Isola di Patmos, 31 marzo 2026

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Il genio di Vauro: la tragedia israelo-palestinese tutta in una vignetta

IL GENIO DI VAURO: LA TRAGEDIA ISREAELO-PALESTINESE TUTTA IN UNA VIGNETTA

Epoche ormai passate, quando, pur con tutte le differenze del caso, talora persino abissali, le pagine culturali di più alto livello si potevano leggere su Il Manifesto, L’Unità, L’Osservatore Romano e La Civiltà Cattolica.

– Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos –

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos 

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Alla domanda: in che cosa consiste il genio? Potremmo rispondere in vari  modi: geniale è chi riesce a esprimere tutto con una sola pennellata: una frase, una immagine, in questo caso una vignetta apparentemente satirica.

– © Il Fatto Quotidiano –

L’autore è Vauro Senesi, storico vignettista del quotidiano Il Manifesto, dove ha lavorato per lunghi anni a fianco di editorialisti di grande spessore culturale e politico come Luigi Pintor e Rossana Rossanda. Epoche ormai passate, quando, pur con tutte le differenze del caso, talora persino abissali, le pagine culturali di più alto livello si potevano leggere su Il Manifesto, L’Unità, L’Osservatore Romano e La Civiltà Cattolica.

L’amico Vauro Senesi è testimone di quella grande stagione, passata, ma rimasta indelebile nella storia patria.

Dall’Isola di Patmos, 31 marzo 2026

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Montecarlo e il giovane Papa cucinato dalla suora – Montecarlo and the young Pope cooked by the nun – Montecarlo y el joven Papa cocinado por la monja

Italiano, english, español

 

MONTECARLO E IL GIOVANE PAPA CUCINATO DALLA SUORA

Il Principato di Monaco, che da sempre ha un rapporto privilegiato con la Santa Sede, possiede un seggio all’ONU, mentre il Vaticano è solo un osservatore. Forse certi dialoghi o incontri si fanno perché possono avere, anche se silenziosamente e con i piedi felpati, perfino altri risvolti che non solleticano il populismo? Vallo a spiegare a quelli dal commento facile sui social.

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Quando ero un giovane di belle speranze l’unica ad accorgersene era una bravissima suora che ha trascorso gran parte della sua vita religiosa a sfamare studenti di filosofia e teologia, con la sua cucina. La religiosa prospettava per me un futuro da Papa. Un’eventualità non solo remota, ma appartenente al regno dell’impossibile. Per di più, se vediamo cosa vuol dire fare oggi il Papa al tempo di internet e dei social media, una carriera di quel genere sarebbe piuttosto da sconsigliare che auspicare. I giornali o le agenzie danno notizia di qualcosa che il Papa ha detto o fatto? Apriti cielo. Piovono subito commenti, critiche e confronti. C’è qualcuno che si premura di verificare le notizie o di vagliarle? Figuriamoci. Se è già stata ruminata e predisposta affinché venga letta, casomai anticipata da qualche titoletto acchiappa likes, come si dice, il gioco è fatto. Tanto domani è un altro giorno e quella sarà una notizia ormai vecchia. Nel frattempo, continua inarrestabile lo scorrere di un analfabetismo che non tralascia nessuno, perfino un successore di San Pietro.

Prendiamo ad esempio il recente viaggio del Santo Padre nel Principato di Monaco, il secondo. Ma come, un Papa che va nel regno dei ricchi, del lusso ostentato e dell’evasione fiscale? Con subito dietro l’angolo il confronto stridente con Francesco che, il suo primo viaggio, lo fece invece a Lampedusa. Ma se pensate che anche quel viaggio non fosse stato esente da critiche vi sbagliate. Solo che ora il confronto torna utile e vi cadono anche i buoni cristiani, dimentichi di quel Tale che un tempo fu apostrofato mangione e beone, amico delle prostitute e dei pubblicani, che non disdegnava di farsi aiutare da Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode (Mt 11,18-19; Lc 8,3).

E se il Papa fosse andato apposta a Monaco proprio a ricordare ciò che il Vangelo dice a coloro che hanno più degli altri? Facile dirlo a Lampedusa, provate a dirlo davanti a chi i soldi li ha, eccome; col rischio di sentirsi rispondere quel che gli ateniesi dissero a Paolo dandogli una pacca sulla spalla: «Su questo ti sentiremo un’altra volta» (At 17, 32). Tolto il fatto, non secondario, che nel Principato di Monaco esiste una comunità cattolica che da sempre ha un rapporto privilegiato con la Santa Sede, possiede un seggio all’ONU, mentre il Vaticano è solo un osservatore. Forse certi dialoghi o incontri si fanno perché possono avere, anche se silenziosamente e con i piedi felpati, perfino altri risvolti che non solleticano il populismo? Vallo a spiegare a quelli dal commento facile sui social. Essi non hanno tempo di leggere cosa il Papa ha detto a Monaco al Principe Alberto II, quando ha ricordato che i paesi del «Mediterraneo (sono) oggi minacciati da un diffuso clima di chiusura e autosufficienza». Che abitare in un posto d’élite, ancorché composito «rappresenta per alcuni un privilegio e per tutti una specifica chiamata a interrogarsi sul proprio posto nel mondo. Agli occhi di Dio, nulla si riceve invano! Come Gesù lascia intendere nella parabola dei talenti, quanto ci è stato affidato non va sepolto sottoterra, ma messo in circolo e moltiplicato nell’orizzonte del Regno di Dio.

Tale orizzonte è più ampio di quello privato e non riguarda un mondo utopico: il Regno di Dio, cui Gesù ha consacrato la vita, è vicino, perché viene in mezzo a noi e scuote le configurazioni ingiuste del potere, le strutture di peccato che scavano abissi tra poveri e ricchi, fra privilegiati e scartati, fra amici e nemici. Ogni talento, ogni opportunità, ogni bene posto nelle nostre mani ha una destinazione universale, un’intrinseca esigenza di essere non trattenuto, ma ridistribuito, perché la vita di tutti sia migliore. Per questo Gesù ci ha insegnato a pregare: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» (Mt 6,11); e nel medesimo tempo dice: «Cercate, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). Questa logica di libertà e di condivisione è al fondamento della parabola del giudizio universale, che ha i poveri al centro: il Cristo giudice, che siede in trono, si identifica con ciascuno di loro (cfr Mt 25,31-46). Chi vuol intendere non dovrebbe far molta fatica. Alla comunità cattolica ha ricordato:

«Cristo […] centro dinamico, cuore della nostra fede […] Il suo tratto compassionevole e misericordioso lo rende “avvocato” a difesa dei poveri e dei peccatori, non certo per assecondare il male, ma per liberarli dall’oppressione e dalla schiavitù e renderli figli di Dio e fratelli tra di loro. Non è un caso che i gesti compiuti da Gesù non si limitano alla guarigione fisica o spirituale della persona, ma comprendono anche una dimensione sociale e politica importante: la persona guarita viene reintegrata, in tutta la sua dignità, nella comunità umana e religiosa dalla quale, spesso proprio per la sua condizione di malattia o di peccato, era stata esclusa. Questa comunione è il segno per eccellenza della Chiesa, chiamata ad essere nel mondo riflesso dell’amore di Dio che non fa preferenze di persone (cfr At 10,34). In questo senso, vorrei dire che la vostra Chiesa, qui nel Principato di Monaco, possiede una grande ricchezza: essere un luogo, una realtà nella quale tutti trovano accoglienza e ospitalità, in quella mescolanza sociale e culturale che è un vostro tratto tipico. Il Principato di Monaco, infatti, è un piccolo Stato abitato però in modo variegato da monegaschi, francesi, italiani e persone di tante altre nazionalità. Un piccolo Stato cosmopolita, in cui alla varietà delle provenienze si associano anche altre differenze di tipo socioeconomico. Nella Chiesa, tali differenze non diventano mai occasione di divisione in classi sociali ma, al contrario, tutti sono accolti in quanto persone e figli di Dio, e tutti sono destinatari di un dono di grazia che incoraggia la comunione, la fraternità e l’amore vicendevole. Questo è il dono che proviene da Cristo, nostro avvocato presso il Padre. Infatti, tutti siamo stati battezzati in Lui e, perciò, afferma San Paolo, “non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”». (Gal 3,28) (cfr. discorso ufficiale nel video, qui).

Poi c’è stato anche l’incontro coi giovani che tralascio perché quel che ho riportato mi basta a sottolineare che perfino il ministero petrino è attraversato dalla crisi che avvolge l’odierna comunicazione e che quanti si affidano ai titoli già impostati, tralasciano la fatica pur bella di approfondire e di sapere.

C’è poi un ultimo aspetto. Le parole sono come semi, per germogliare hanno bisogno di tempo. Nella Chiesa parecchio. Quando Benedetto XV nel pieno svolgimento del primo conflitto mondiale definì quella guerra: «inutile strage»; quell’espressione, com’ebbe a dire uno storico, «rimase, e sollevò una tempesta». Fu osteggiata da tutti, accolta con indifferenza dalla stampa, dai politici e perfino tacciata di fiaccare le truppe al fronte. Oggi la riconosciamo come la definizione più calzante di un evento tragico e giustamente consegnata alla storia. Senza quell’affermazione un altro Papa, Paolo VI, non avrebbe potuto pronunciare nel consesso dell’Onu l’altrettanto famoso grido: «Mai più la guerra, mai più la guerra!». Oggi è normale pensare ai pontefici come uomini di pace.

Ho iniziato accennando alla buona cucina di una suora. Nello stesso periodo, qualche giorno prima che iniziasse il conclave che lo avrebbe eletto, fui mandato — lo confesso, senza averne gran voglia — a servire Messa al Cardinale Albino Luciani, presso la Chiesa di San Marco in Piazza Venezia a Roma. Eravamo due accoliti, il rettore della chiesa e quattro gatti di fedeli. Dopo la Messa, in sagrestia, non sapendo che dire me ne uscii: «Eminenza, auguri». Lui mi guardò bonario e poi disse: «Sai come si dice al mio paese?». Io: «no…». E lui me lo disse in dialetto e poi me lo tradusse: «Con questa pasta non si fanno gli gnocchi».

Si vede che da lassù qualcuno sa cucinare meglio di noi. È che nella Chiesa le parole sono come alcuni alimenti: preferiscono la cottura lenta e prolungata, perché poi possano essere gustate in tutte le loro fasce aromatiche. Noi oggi ci nutriamo di fast food, anche nelle notizie che scorriamo sui nostri smartphone. È il nostro tempo e non ci si può far niente. Forse solo ricordare quel Tale che ho nominato prima, quello che si faceva aiutare economicamente dalle donne. Una volta raccontò che la Parola del Regno di Dio è come un seme che cade su diversi terreni, alcuni parecchio refrattari, altri più ben disposti. E lì dà frutto. Il Seminatore divino non si cura tanto del terreno, ma del frutto sì, all’occorrenza, della buona cucina pure.

Dall’Eremo, 30 marzo 2026

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MONTECARLO AND THE YOUNG POPE COOKED BY THE NUN

The Principality of Monaco, which has always maintained a privileged relationship with the Holy See, holds a seat at the United Nations, while the Vatican is only an observer. Perhaps certain dialogues or meetings take place because they may have, even if silently and with soft steps, further implications that do not lend themselves to populist appeal? Try explaining that to those who are quick to comment on social media.

 

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When I was a young man full of promise, the only one who seemed to notice was a very good nun who spent a large part of her religious life feeding students of philosophy and theology with her cooking. The religious sister envisaged for me a future as Pope. An eventuality not only remote, but belonging to the realm of the impossible. Moreover, if we consider what it means today to be Pope in the age of the internet and social media, such a career would be more to be discouraged than desired. Do newspapers or agencies report something that the Pope has said or done? All hell breaks loose. Comments, criticisms, and comparisons immediately pour down. Is there anyone who takes the trouble to verify the news or to examine it? Hardly. If it has already been chewed over and prepared so that it can be read, perhaps preceded by some catchy headline designed to attract likes, as they say, the game is done. After all, tomorrow is another day and that will already be old news. Meanwhile, the relentless flow of an illiteracy that spares no one continues, not even a successor of Saint Peter.

Let us take as an example the recent journey of the Holy Father to the Principality of Monaco, the second. What then, a Pope who goes to the realm of the rich, of ostentatious luxury and of tax evasion? With, just around the corner, the striking comparison with Francis who, on his first journey, went instead to Lampedusa. But if you think that even that journey was not without criticism, you are mistaken. It is only that now the comparison proves useful, and even good Christians fall into it, forgetful of that One who was once called a glutton and a drunkard, a friend of prostitutes and tax collectors, who did not disdain to be assisted by Joanna, the wife of Chuza, steward of Herod (Mt 11:18–19; Lk 8:3).

What if the Pope had gone to Monaco precisely to remind those who have more than others of what the Gospel says to them? It is easy to say it in Lampedusa; try saying it in front of those who truly have money, and plenty of it, at the risk of hearing the very words that the Athenians addressed to Paul, patting him on the shoulder: “We will hear you again about this” (Acts 17:32). Leaving aside the not insignificant fact that in the Principality of Monaco there exists a Catholic community which has always maintained a privileged relationship with the Holy See, it holds a seat at the United Nations, while the Vatican is only an observer. Perhaps certain dialogues or meetings take place because they may have, even if silently and with soft steps, further implications that do not lend themselves to populist appeal? Try explaining that to those who are quick to comment on social media. They do not have the time to read what the Pope said in Monaco to Prince Albert II, when he recalled that the countries of the “Mediterranean (are) today threatened by a widespread climate of closure and self-sufficiency”. That living in an elite place, albeit a composite one, “represents for some a privilege and for all a specific calling to question their place in the world. In the eyes of God, nothing is received in vain! As Jesus suggests in the parable of the talents, what has been entrusted to us must not be buried underground, but set in motion and multiplied within the horizon of the Kingdom of God.”

That horizon is broader than the private one and does not concern a utopian world: the Kingdom of God, to which Jesus devoted his life, is near, because it comes among us and shakes the unjust configurations of power, the structures of sin that dig abysses between the poor and the rich, between the privileged and the discarded, between friends and enemies. Every talent, every opportunity, every good placed in our hands has a universal destination, an intrinsic requirement not to be withheld, but to be redistributed, so that the life of all may be better. For this reason Jesus taught us to pray: “Give us this day our daily bread” (Mt 6:11); and at the same time he says: “Seek first the Kingdom of God and his righteousness” (Mt 6:33). This logic of freedom and sharing is at the foundation of the parable of the Last Judgment, which places the poor at the center: Christ the judge, who sits on the throne, identifies himself with each one of them (cf. Mt 25:31–46). Whoever wishes to understand should not find it too difficult. To the Catholic community he recalled:

“Christ […] the dynamic center, the heart of our faith […] His compassionate and merciful disposition makes him an ‘advocate’ in defense of the poor and of sinners, certainly not in order to condone evil, but to free them from oppression and slavery and to make them children of God and brothers and sisters among themselves. It is no coincidence that the actions performed by Jesus are not limited to the physical or spiritual healing of the person, but also include an important social and political dimension: the person who is healed is reintegrated, in all his dignity, into the human and religious community from which, often precisely because of his condition of illness or sin, he had been excluded. This communion is the preeminent sign of the Church, which is called to be in the world a reflection of the love of God who shows no partiality (cf. Acts 10:34). In this sense, I would like to say that your Church, here in the Principality of Monaco, possesses a great richness: being a place, a reality in which all find welcome and hospitality, in that social and cultural mixture which is a characteristic of yours. The Principality of Monaco, in fact, is a small State, yet inhabited in a varied way by Monegasques, French, Italians and people of many other nationalities. A small cosmopolitan State, in which to the variety of origins are also joined other differences of a socio-economic kind. In the Church, such differences never become an occasion for division into social classes; on the contrary, all are welcomed as persons and as children of God, and all are recipients of a gift of grace that fosters communion, fraternity and mutual love. This is the gift that comes from Christ, our advocate before the Father. Indeed, we have all been baptized in Him and therefore, as Saint Paul affirms, ‘there is neither Jew nor Greek; there is neither slave nor free; there is neither male nor female, for you are all one in Christ Jesus’” (Gal 3:28) (cf. official address in the video by Vatican News, here).

Then there was also the meeting with the young people, which I omit because what I have reported is enough for me to underline that even the Petrine ministry is traversed by the crisis that envelops contemporary communication, and that those who rely on pre-packaged headlines neglect the effort — though a beautiful one — of going deeper and of knowing.

There is then one last aspect. Words are like seeds; in order to germinate they need time. In the Church, quite a lot of it. When Benedict XV, in the midst of the First World War, defined that war as an “useless slaughter”, that expression, as a historian put it, “remained, and stirred up a storm”. It was opposed by everyone, received with indifference by the press and by politicians, and even accused of weakening the troops at the front. Today we recognize it as the most fitting definition of a tragic event, rightly consigned to history. Without that statement, another Pope, Paul VI, would not have been able to pronounce, in the assembly of the United Nations, the equally famous cry: “No more war, never again war!”. Today it is normal to think of the pontiffs as men of peace.

I began by mentioning the good cooking of a nun. In that same period, a few days before the conclave that would elect him began, I was sent — I confess, not very willingly — to serve Mass for Cardinal Albino Luciani at the Church of San Marco in Piazza Venezia in Rome. There were two of us altar servers, the rector of the church, and a mere handful of faithful. After Mass, in the sacristy, not knowing what to say, I blurted out: “Your Eminence, my best wishes.” He looked at me kindly and then said: “Do you know how we say it in my village?” I replied: “No…”. And he told me in dialect and then translated it: “With this dough, you can’t make gnocchi.”

It would seem that someone up there knows how to cook better than we do. The point is that in the Church words are like certain foods: they prefer slow and prolonged cooking, so that they may then be savored in all their aromatic layers. Today we feed on fast food, even in the news we scroll through on our smartphones. It is our time, and there is nothing to be done about it. Perhaps only to recall that One I mentioned earlier, the one who allowed himself to be supported financially by women. Once he said that the Word of the Kingdom of God is like a seed that falls on different kinds of soil, some rather resistant, others more receptive. And there it bears fruit. The divine Sower is not so concerned with the soil, but with the fruit — and, when needed, with good cooking as well.

From the Hermitage, 30 March 2026

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MONTECARLO Y EL JOVEN PAPA COCINADO POR LA MONJA

El Principado de Mónaco, que desde siempre mantiene una relación privilegiada con la Santa Sede, posee un escaño en la ONU, mientras que el Vaticano es solo un observador. ¿Quizá ciertos diálogos o encuentros se realizan porque pueden tener, aunque sea silenciosamente y con pasos felpados, incluso otros alcances que no halagan el populismo? Ve a explicárselo a los que comentan con facilidad en las redes sociales

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Cuando era un joven lleno de esperanzas, la única que parecía darse cuenta era una buenísima monja que pasó gran parte de su vida religiosa alimentando a estudiantes de filosofía y teología con su cocina. La religiosa auguraba para mí un futuro como Papa. Una eventualidad no solo remota, sino perteneciente al reino de lo imposible. Además, si consideramos lo que significa hoy ser Papa en tiempos de internet y de las redes sociales, una carrera de ese tipo sería más bien para desaconsejar que para desear. ¿Los periódicos o las agencias informan de algo que el Papa ha dicho o hecho? Se arma el cielo. Inmediatamente llueven comentarios, críticas y comparaciones. ¿Hay alguien que se tome la molestia de verificar las noticias o de examinarlas? Ni pensarlo. Si ya ha sido rumiada y preparada para ser leída, quizá precedida por algún titular atrapalikes, como se suele decir, el juego está hecho. Total, mañana es otro día y esa será ya una noticia vieja. Mientras tanto, continúa imparable el fluir de un analfabetismo que no deja fuera a nadie, ni siquiera a un sucesor de San Pedro.

Tomemos como ejemplo el reciente viaje del Santo Padre al Principado de Mónaco, el segundo. Pero ¿cómo es posible?, ¿un Papa que va al reino de los ricos, del lujo ostentoso y de la evasión fiscal? Con, inmediatamente a la vuelta de la esquina, la comparación estridente con Francisco, quien, en su primer viaje, fue en cambio a Lampedusa. Pero si pensáis que tampoco aquel viaje estuvo exento de críticas, os equivocáis. Solo que ahora la comparación resulta útil, y en ella caen incluso los buenos cristianos, olvidadizos de Aquel que en otro tiempo fue llamado comilón y bebedor, amigo de prostitutas y publicanos, que no desdeñaba dejarse ayudar por Juana, mujer de Cusa, administrador de Herodes (Mt 11,18-19; Lc 8,3).

¿Qué pasaría si el Papa hubiera ido precisamente a Mónaco para recordar lo que el Evangelio dice a quienes tienen más que los demás? Fácil decirlo en Lampedusa; intentad decirlo delante de quienes tienen dinero, y mucho; con el riesgo de oírse responder lo mismo que los atenienses dijeron a Pablo, dándole una palmada en el hombro: «Sobre esto ya te oiremos otra vez» (Hch 17,32). Dejando de lado el hecho, no secundario, de que en el Principado de Mónaco existe una comunidad católica que desde siempre mantiene una relación privilegiada con la Santa Sede, posee un escaño en la ONU, mientras que el Vaticano es solo un observador. ¿Quizá ciertos diálogos o encuentros se realizan porque pueden tener, aunque sea silenciosamente y con pasos felpados, incluso otros alcances que no halagan el populismo? Ve a explicárselo a quienes comentan con facilidad en las redes sociales. Ellos no tienen tiempo de leer lo que el Papa dijo en Mónaco al Príncipe Alberto II, cuando recordó que los países del «Mediterráneo (están) hoy amenazados por un clima generalizado de cerrazón y autosuficiencia». Que vivir en un lugar de élite, aunque compuesto, «representa para algunos un privilegio y para todos una llamada específica a interrogarse sobre su propio lugar en el mundo. A los ojos de Dios, nada se recibe en vano. Como deja entender Jesús en la parábola de los talentos, lo que se nos ha confiado no debe ser enterrado bajo tierra, sino puesto en circulación y multiplicado en el horizonte del Reino de Dios.

Ese horizonte es más amplio que el privado y no se refiere a un mundo utópico: el Reino de Dios, al que Jesús ha consagrado su vida, está cerca, porque viene en medio de nosotros y sacude las configuraciones injustas del poder, las estructuras de pecado que abren abismos entre pobres y ricos, entre privilegiados y descartados, entre amigos y enemigos. Cada talento, cada oportunidad, cada bien puesto en nuestras manos tiene un destino universal, una exigencia intrínseca de no ser retenido, sino redistribuido, para que la vida de todos sea mejor. Por eso Jesús nos ha enseñado a orar: «Danos hoy nuestro pan de cada día» (Mt 6,11); y al mismo tiempo dice: «Buscad, ante todo, el Reino de Dios y su justicia» (Mt 6,33). Esta lógica de libertad y de compartir está en la base de la parábola del juicio universal, que tiene a los pobres en el centro: Cristo juez, que se sienta en el trono, se identifica con cada uno de ellos (cf. Mt 25,31-46). Quien quiera entender no debería encontrar mucha dificultad. A la comunidad católica recordó:

«Cristo […] centro dinámico, corazón de nuestra fe […] Su rasgo compasivo y misericordioso lo convierte en “abogado” en defensa de los pobres y de los pecadores, ciertamente no para secundar el mal, sino para liberarlos de la opresión y de la esclavitud y hacerlos hijos de Dios y hermanos entre sí. No es casual que los gestos realizados por Jesús no se limiten a la curación física o espiritual de la persona, sino que comprendan también una dimensión social y política importante: la persona curada es reintegrada, en toda su dignidad, en la comunidad humana y religiosa de la cual, a menudo precisamente por su condición de enfermedad o de pecado, había sido excluida. Esta comunión es el signo por excelencia de la Iglesia, llamada a ser en el mundo reflejo del amor de Dios que no hace acepción de personas (cf. Hch 10,34). En este sentido, quisiera decir que vuestra Iglesia, aquí en el Principado de Mónaco, posee una gran riqueza: ser un lugar, una realidad en la que todos encuentran acogida y hospitalidad, en esa mezcla social y cultural que es un rasgo típico vuestro. El Principado de Mónaco, en efecto, es un pequeño Estado habitado, sin embargo, de manera variada por monegascos, franceses, italianos y personas de muchas otras nacionalidades. Un pequeño Estado cosmopolita, en el que a la variedad de procedencias se suman también otras diferencias de tipo socioeconómico. En la Iglesia, tales diferencias nunca se convierten en ocasión de división en clases sociales, sino que, al contrario, todos son acogidos en cuanto personas e hijos de Dios, y todos son destinatarios de un don de gracia que fomenta la comunión, la fraternidad y el amor mutuo. Este es el don que proviene de Cristo, nuestro abogado ante el Padre. En efecto, todos hemos sido bautizados en Él y, por tanto, afirma san Pablo, “no hay judío ni griego; no hay esclavo ni libre; no hay hombre ni mujer, porque todos vosotros sois uno en Cristo Jesús”». (Gal 3,28) (cf. discurso oficial en el video, aquí).

Luego hubo también el encuentro con los jóvenes, que omito porque lo que he referido me basta para subrayar que incluso el ministerio petrino está atravesado por la crisis que envuelve la comunicación actual y que quienes se apoyan en titulares ya prefabricados descuidan el esfuerzo —aunque hermoso— de profundizar y de conocer.

Hay además un último aspecto. Las palabras son como semillas: para germinar necesitan tiempo. En la Iglesia, bastante. Cuando Benedicto XV, en pleno desarrollo de la Primera Guerra Mundial, definió aquella guerra como «inútil matanza», esa expresión, como dijo un historiador, «permaneció y levantó una tormenta». Fue combatida por todos, acogida con indiferencia por la prensa y por los políticos, e incluso acusada de debilitar a las tropas en el frente. Hoy la reconocemos como la definición más acertada de un acontecimiento trágico, justamente consignada a la historia. Sin esa afirmación, otro Papa, Pablo VI, no habría podido pronunciar en el seno de la ONU el igualmente célebre grito: «¡Nunca más la guerra, nunca más la guerra!». Hoy es normal pensar en los pontífices como hombres de paz.

Comencé aludiendo a la buena cocina de una monja. En ese mismo período, unos días antes de que comenzara el cónclave que lo elegiría, fui enviado — lo confieso, sin demasiadas ganas — a servir Misa al cardenal Albino Luciani, en la iglesia de San Marco en Piazza Venezia, en Roma. Éramos dos acólitos, el rector de la iglesia y cuatro gatos de fieles. Después de la Misa, en la sacristía, sin saber qué decir, solté: «Eminencia, felicidades». Él me miró con benevolencia y luego dijo: «¿Sabes cómo se dice en mi pueblo?». Yo: «no…». Y me lo dijo en dialecto y luego me lo tradujo: «Con esta masa no se hacen los ñoquis».

Se ve que allá arriba alguien sabe cocinar mejor que nosotros. Es que en la Iglesia las palabras son como ciertos alimentos: prefieren la cocción lenta y prolongada, para que luego puedan ser saboreadas en todas sus notas aromáticas. Hoy nos alimentamos de comida rápida, también en las noticias que recorremos en nuestros smartphones. Es nuestro tiempo y no se puede hacer nada al respecto. Quizá solo recordar a Aquel que he mencionado antes, aquel que se dejaba ayudar económicamente por las mujeres. Una vez dijo que la Palabra del Reino de Dios es como una semilla que cae en distintos terrenos, algunos bastante refractarios, otros más bien dispuestos. Y allí da fruto. El Sembrador divino no se preocupa tanto del terreno, sino del fruto sí, y, cuando hace falta, también de la buena cocina.

Dall’Eremo, 30 marzo 2026

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Però Il Santo Padre, primo tra i servi inutili, potrebbe anche pagarmi i diritti d’autore – However, the Holy Father, first among useless servants, could also pay me copyright fees – El Santo Padre, primero entre los siervos inútiles, podría pagarme también los derechos de autor

Italian, English, Español

 

PERÒ IL SANTO PADRE, PRIMO TRA I SERVI INUTILI, POTREBBE ANCHE PAGARMI I DIRITTI D’AUTORE

Abbiamo allevato generazioni di preti che, anziché servire la Chiesa per essere niente e nessuno, se ne sono serviti per divenire ed essere qualcosa e qualcuno. Solo Dio può leggere le coscienze e Lui solo sa quanti, oggi, tra i marmi dei sacri palazzi, sperino di diventare cardinali al prossimo concistoro anziché santi. Eppure, per diventare santi, occorre farsi inutili, non diventare cardinali: perché con una porpora ottenuta male e usata peggio si rischia di arrivare all’Inferno in business class.

— Attualità ecclesiale —

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PDF articolo formato stampa – Article print format – Articulo en formato impreso

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Nel corso della mia inutile esistenza di prete, è capitato più volte, con il Santo Padre Francesco di benedetta memoria e con il Pontefice regnante Leone XIV, di avere espresso concetti — alcuni dei quali irritarono sul momento persino qualche anima candida — che in seguito, ad anni o mesi di distanza, sono stati sviluppati e inseriti in testi del magistero o in discorsi pontifici. Nulla di eccezionale: siamo e rimaniamo comunque «servi inutili». Frase quest’ultima tratta dal Vangelo, sulla quale improntai l’omelia, il 15 settembre 2025, alle esequie del Nunzio Apostolico Adriano Bernardini, indicandolo come «servo inutile» (vedere qui).

Il cammino di fede unisce assieme mistero e paradosso, come riassume la celebre espressione contenuta nella Lettera agli Ebrei: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1). In questa affermazione, che a uno sguardo puramente razionale appare contraddittoria, è racchiusa la struttura stessa della fede: essa non si fonda sull’evidenza, ma su ciò che eccede l’evidenza; non dimostra ciò che si vede, ma rende certo ciò che non si vede. Non è forse paradossale essere chiamati alla realizzazione proprio mediante la consapevolezza della nostra inutilità? E tuttavia è proprio questo il punto: la fede non conferma le categorie della logica comune, ma le oltrepassa, introducendo l’uomo in un ordine nel quale ciò che appare nulla diventa luogo dell’azione di Dio:

«quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10).

Il primo tra noi servi inutili è Leone XIV, chiamato anche servus servorum Dei (servo dei servi di Dio). Titolo pontificio assunto — lo rammentiamo per inciso — da Gregorio Magno attorno al 595, allo scopo, primo e non certo ultimo, di dare una stoccata al Patriarca di Costantinopoli, Giovanni IV detto il Digiunatore, che si era attribuito il titolo di «ecumenico» (universale), duramente contestato da Gregorio Magno nelle sue Epistolae (cfr. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).

In fondo, che cosa vuol dire diventare ed essere preti? Vuol dire essere niente e nessuno a servizio di tutti, per giungere poi al termine della propria esistenza nella speranza di poter dire in coscienza: ho cercato di fare il mio dovere. Ma queste cose, nei santissimi seminari olezzanti sociologismi e psicologismi, purtroppo non le insegnano da tempo. Anche per questo abbiamo allevato generazioni di preti che, anziché servire la Chiesa per essere niente e nessuno, se ne sono serviti per divenire ed essere qualcosa e qualcuno. Solo Dio può leggere le coscienze e Lui solo sa quanti, oggi, tra i marmi dei sacri palazzi, sperino di diventare cardinali al prossimo concistoro anziché santi. Eppure, per diventare santi, occorre farsi inutili, non diventare cardinali: perché con una porpora ottenuta male e usata peggio si rischia di arrivare all’Inferno in business class.

È notizia di ieri che il Servo Inutile Leone XIV abbia pronunciato un discorso che a me suona ovvio, sebbene oggi, purtroppo, a non essere accolta e compresa sia proprio la più palese ovvietà. Il Santo Padre ha ricordato ai Vescovi francesi riuniti a Lourdes il nostro inderogabile obbligo di pensare alle vittime della pedofilia ma, al tempo stesso, di usare misericordia per i preti colpevoli di questo immane crimine:

«continuare a manifestare l’attenzione della Chiesa verso le vittime e la misericordia di Dio verso tutti. È bene che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali» (Vatican News, qui).

Dopo il mio libro dedicato alla spiegazione storico-teologica della professione di fede, Credo per capire – Viaggio nella professione di fede, uscito il 15 novembre 2025, è seguito, il 29 gennaio, un mio secondo libro: La libertà negata – Teologia cattolica e dittatura del conformismo occidentale. In questo secondo libro affronto anche il delicato tema trattato dal Santo Padre, che ho poi ripreso in un mio articolo del 16 novembre 2025 (vedere qui). Su questo delicatissimo argomento articolai un discorso che qui di seguito riporto per intero:

Purtroppo, negli ultimi anni, anche all’interno della Chiesa si è talvolta ceduto alla medesima logica mondana, assumendo espressioni e criteri propri delle piazze mosse da emotività forcaiola. Dopo i gravi scandali che hanno coinvolto e spesso travolto vari membri del nostro clero — scandali che il diritto canonico definisce propriamente delicta graviora — si è cominciato a usare, persino ai più alti livelli, una formula che suona come un insulto alla fede cristiana: «tolleranza zero». Un simile linguaggio, mutuato dal lessico politico e mediatico, rivela una mentalità estranea al Vangelo e alla tradizione penitenziale della Chiesa. È ovvio che dinanzi a certi crimini — come gli abusi sessuali su minori — l’autore debba essere immediatamente neutralizzato e posto nella condizione di non nuocere più, quindi sottoposto a una pena giusta, proporzionata e, secondo la dottrina canonica, medicinale, ossia orientata al suo recupero e alla sua conversione. Per questo l’espressione «tolleranza zero» risulta aberrante sul piano dottrinale e pastorale, perché non appartiene al linguaggio della Chiesa, ma a quello delle campagne populiste che puntano e giocano sugli umori di pancia delle masse.

Dichiarando che ad avere bisogno del medico sono i malati e non i sani (cfr. Mt 9, 12), Gesù ci indica e affida una precisa missione, non ci invita alla «tolleranza zero».

Dinanzi a queste nuove tendenze emerge un paradossale corto circuito morale: le stesse coscienze che per anni hanno nascosto la sporcizia sotto i tappeti con rara e omertosa malizia clericale, oggi si mostrano zelanti nel proclamare pubblicamente la loro severità, quasi a purificarsi davanti al mondo. Si colpiscono talvolta gli innocenti o i semplicemente sospettati per dimostrare rigore, mentre i veri colpevoli — in altri tempi protetti — restano spesso impuniti e, talvolta, promossi ai più alti vertici ecclesiali ed ecclesiastici, perché è proprio lì che li troviamo tutti «per giudicare i vivi e i morti», quasi come se il loro regno ― quello della falsità e dell’ipocrisia ― «non avrà fine», in una sorta di Credo al contrario. Tutto questo viene presentato come prova di una «nuova Chiesa» che avrebbe finalmente abbracciato la politica della fermezza. E la tanto decantata misericordia, che fine ha fatto? Se andiamo a vedere scopriremo che per poter beneficiare della misericordia pare sia necessario essere neri che commettono violenze nelle zone più centrali delle città, comprese aggressioni alle stesse Forze dell’Ordine, pur malgrado prontamente giustificati che non commettono delitti perché violenti e propensi a delinquere, ma a causa della società rigorosamente colpevole di non averli adeguatamente accolti e integrati. Chiediamoci: quale credibilità può avere un annuncio evangelico che predica la misericordia solo per certe “categorie protette” e nello stesso tempo adotta la logica della cosiddetta «tolleranza zero» per chi, al proprio interno, ha gravemente sbagliato? È qui che si manifesta l’esito più drammatico della secolarizzazione interna: la Chiesa che per compiacere il mondo rinuncia al linguaggio della redenzione per assumere quello della vendetta forcaiola, mostrandosi misericordiosa solo con ciò che corrisponde alle tendenze sociali del politicamente corretto (precedente articolo intero qui).

Ragionevolmente, potrei anche reclamare i diritti d’autore al Santo Padre; ma sono modesto e mi accontento di molto meno: mi basterebbe che certi soggetti, clericali e laici, tanto attivi quanto incontrollati, funzionali a un preciso sistema e tollerati all’interno della sua stessa casa, lasciassero in pace questo servo inutile, che desidera solo poter dire alla fine della propria esistenza: ho fatto quanto dovevo fare.

Dall’Isola di Patmos, 26 marzo 2026

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HOWEVER, THE HOLY FATHER, FIRST AMONG USELESS SERVANTS, COULD ALSO PAY ME COPYRIGHT FEES

We have formed generations of priests who, instead of serving the Church in order to be nothing and nobody, have used her in order to become something and someone. Only God can read consciences, and He alone knows how many, today, among the marbles of the sacred palaces, hope to become cardinals at the next consistory rather than saints. Yet, to become saints one must make oneself useless, not become a cardinal: because with a purple obtained badly and used even worse, one risks arriving in Hell in business class.

— Contemporary ecclesial affairs—

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In the course of my useless existence as a priest, it has happened several times, both with the Holy Father Francis of blessed memory and with the reigning Pontiff Leo XIV, that I expressed concepts — some of which initially irritated even certain candid souls — which were later developed and incorporated into magisterial texts or papal discourses. Nothing exceptional: we are and remain «useless servants». This expression is taken from the Gospel, and it was precisely on it that I based my homily on 15 September 2025 at the funeral of the Apostolic Nuncio Adriano Bernardini, referring to him as a «useless servant» (see here).

The journey of faith unites mystery and paradox, as summarized in the well-known expression contained in the Letter to the Hebrews: «Faith is the substance of things hoped for, the evidence of things not seen» (Heb 11:1). In this affirmation, which appears contradictory to a purely rational gaze, lies the very structure of faith: it is not grounded in evidence, but in what exceeds evidence; it does not demonstrate what is seen, but makes certain what is not seen. Is it not paradoxical to be called to fulfillment precisely through the awareness of our uselessness? And yet this is precisely the point: faith does not confirm the categories of common logic, but surpasses them, introducing man into an order in which what appears to be nothing becomes the place of God’s action:

«when you have done all that you were commanded, say: “We are useless servants; we have done what we were obliged to do”» (Lk 17:10).

The first among us useless servants is Leo XIV, also called servus servorum Dei (servant of the servants of God). This papal title was assumed — let it be recalled in passing — by Gregory the Great around 595, primarily, though not exclusively, as a rebuke to the Patriarch of Constantinople, John IV known as the Faster, who had attributed to himself the title «ecumenical», strongly contested by Gregory the Great in his Epistolae (cf. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).

Ultimately, what does it mean to become and to be a priest? It means to be nothing and nobody in the service of all, so as to arrive at the end of one’s existence with the hope of being able to say in conscience: I have tried to do my duty. But these things, in the most “holy” seminaries reeking of sociologism and psychologism, have not been taught for a long time. For this reason as well, we have formed generations of priests who, instead of serving the Church in order to be nothing and nobody, have used her in order to become something and someone. Only God can read consciences, and He alone knows how many, today, among the marbles of the sacred palaces, hope to become cardinals at the next consistory rather than saints. Yet, to become saints one must make oneself useless, not become a cardinal: because with a purple obtained badly and used even worse, one risks arriving in Hell in business class.

It is news of yesterday that the Useless Servant Leo XIV delivered a discourse which to me sounds obvious, although today, unfortunately, it is precisely the most evident obviousness that is neither received nor understood. The Holy Father reminded the French bishops gathered in Lourdes of our inescapable duty to think of the victims of pedophilia and, at the same time, to exercise mercy toward priests guilty of this immense crime:

«continue to show the Church’s attention toward the victims and the mercy of God toward all. It is good that priests guilty of abuse are not excluded from this mercy and are the object of your pastoral reflections» (Vatican News, here).

After my book dedicated to the historical-theological explanation of the profession of faith, Credo per capire – Journey into the Profession of Faith, published on 15 November 2025, a second book followed on 29 January: La libertà negata – Catholic Theology and the Dictatorship of Western Conformism. In this second book I also address the delicate topic treated by the Holy Father, which I had already taken up in an article dated 16 November 2025 (see here). On this very delicate subject I developed a reflection which I reproduce here in full:

Unfortunately, in recent years, even within the Church there has at times been a yielding to this same worldly logic, adopting expressions and criteria proper to squares moved by a lynch-mob emotionality. After the grave scandals that have involved — and often overwhelmed various members of our clergy — scandals that canon law properly defines as delicta graviora, a formula has begun to be used, even at the highest levels, which sounds like an insult to the Christian faith: “zero tolerance.” Such language, borrowed from the political and media lexicon, reveals a mentality foreign to the Gospel and to the Church’s penitential tradition. It is obvious that in the face of certain crimes — such as sexual abuse of minors — the perpetrator must be immediately neutralised and placed in the condition of no longer being able to cause harm, and therefore subjected to a punishment that is just, proportionate and, according to canonical doctrine, medicinal, that is, directed to his recovery and conversion. For this reason, the expression “zero tolerance” is aberrant on the doctrinal and pastoral plane, because it does not belong to the language of the Church, but to that of populist campaigns that aim at and play upon the gut instincts of the masses.

By declaring that it is the sick and not the healthy who are in need of a physician (cf. Mt 9:12), Jesus indicates and entrusts to us a precise mission; He does not invite us to “zero tolerance.”

Before these new tendencies, a paradoxical moral short circuit emerges: the very same consciences that for years have hidden the filth under the carpets with rare and conspiratorial clerical malice now show themselves zealous in publicly proclaiming their severity, as though purifying themselves before the world. At times the innocent, or the merely suspected, are struck down in order to demonstrate rigour, while the true guilty — once protected — often remain unpunished and, at times, are promoted to the highest ecclesial and ecclesiastical positions, for it is precisely there that we find them all, “to judge the living and the dead,” almost as though their kingdom — the kingdom of falsehood and hypocrisy — “will have no end,” in a kind of inverted Creed. All this is presented as proof of a “new Church” that would at last have embraced the politics of firmness.

And what of the much-vaunted mercy, what has become of it? If we look closely, we shall discover that, in order to be able to benefit from mercy, it seems necessary to be black people who commit acts of violence in the most central areas of the cities, including assaults against the very Forces of Order, yet who are promptly justified, not because they do not commit crimes, but because, being violent and inclined to delinquency, it is said that they act on account of a society strictly guilty of not having adequately welcomed and integrated them.

Let us ask ourselves: what credibility can a Gospel proclamation have that preaches mercy only for certain “protected categories” and at the same time adopts the logic of so-called “zero tolerance” towards those who, within its own ranks, have gravely erred? It is here that the most dramatic outcome of internal secularisation is manifested: the Church which, in order to please the world, renounces the language of redemption to assume that of lynch-mob vengeance, showing herself merciful only with that which corresponds to the social tendencies of political correctness.

Reasonably, I could also claim copyright from the Holy Father; but I am modest and content myself with much less: it would suffice for me that certain subjects, clerical and lay, as active as they are uncontrolled, functional to a precise system and tolerated within his very house, would leave this useless servant in peace, who desires only to be able to say, at the end of his existence: I have done what I had to do.

From the Island of Patmos, 26 March 2026

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EL SANTO PADRE, PRIMERO ENTRE LOS SIERVOS INÚTILES, PODRÍA PAGARME TAMBIÉN LOS DERECHOS DE AUTOR

Hemos formado generaciones de sacerdotes que, en lugar de servir a la Iglesia para ser nada y nadie, se han servido de ella para convertirse en algo y en alguien. Solo Dios puede leer las conciencias, y solo Él sabe cuántos, hoy, entre los mármoles de los palacios sagrados, esperan convertirse en cardenales en el próximo consistorio en lugar de santos. Y, sin embargo, para llegar a ser santos es necesario hacerse inútiles, no convertirse en cardenales: porque con una púrpura obtenida mal y utilizada peor, se corre el riesgo de llegar al Infierno en business class.

— Actualidad eclesial —

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A lo largo de mi inútil existencia como sacerdote, ha sucedido en varias ocasiones, tanto con el Santo Padre Francisco de bendita memoria como con el Pontífice reinante León XIV, que he expresado conceptos — algunos de los cuales irritaron en su momento incluso a ciertas almas cándidas — que posteriormente han sido desarrollados e incorporados en textos del magisterio o en discursos pontificios. Nada extraordinario: somos y seguimos siendo «siervos inútiles». Esta expresión procede del Evangelio, y precisamente sobre ella basé mi homilía del 15 de septiembre de 2025 en las exequias del Nuncio Apostólico Adriano Bernardini, refiriéndome a él como «siervo inútil» (véase aquí).

El camino de la fe une misterio y paradoja, como resume la célebre expresión contenida en la Carta a los Hebreos: «La fe es fundamento de lo que se espera y prueba de lo que no se ve» (Hb 11,1). En esta afirmación, que a una mirada puramente racional aparece contradictoria, se encierra la propia estructura de la fe: no se fundamenta en la evidencia, sino en aquello que excede la evidencia; no demuestra lo que se ve, sino que hace cierto lo que no se ve. ¿No es acaso paradójico ser llamados a la realización precisamente mediante la conciencia de nuestra inutilidad? Y, sin embargo, este es precisamente el punto: la fe no confirma las categorías de la lógica común, sino que las sobrepasa, introduciendo al hombre en un orden en el que lo que parece nada se convierte en lugar de la acción de Dios:

«cuando hayáis hecho todo lo que se os ha mandado, decid: “Somos siervos inútiles; hemos hecho lo que debíamos hacer”» (Lc 17,10).

El primero entre nosotros los siervos inútiles es León XIV, también llamado servus servorum Dei (siervo de los siervos de Dios). Este título pontificio fue asumido — conviene recordarlo — por Gregorio Magno hacia el año 595, principalmente, aunque no exclusivamente, como una corrección dirigida al Patriarca de Constantinopla, Juan IV llamado el Ayunador, quien se había atribuido el título de «ecuménico», fuertemente contestado por Gregorio Magno en sus Epistolae (cf. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).

En el fondo, ¿qué significa llegar a ser y ser sacerdote? Significa ser nada y nadie al servicio de todos, para poder llegar al final de la propia existencia con la esperanza de poder decir en conciencia: he intentado cumplir con mi deber. Pero estas cosas, en los santísimos seminarios impregnados de sociologismos y psicologismos, lamentablemente ya no se enseñan desde hace tiempo. Por eso también hemos formado generaciones de sacerdotes que, en lugar de servir a la Iglesia para ser nada y nadie, se han servido de ella para convertirse en algo y en alguien. Solo Dios puede leer las conciencias, y solo Él sabe cuántos, hoy, entre los mármoles de los palacios sagrados, esperan convertirse en cardenales en el próximo consistorio en lugar de santos. Y, sin embargo, para llegar a ser santos es necesario hacerse inútiles, no convertirse en cardenales: porque con una púrpura obtenida mal y utilizada peor, se corre el riesgo de llegar al Infierno en business class.
Es noticia de ayer que el Siervo Inútil León XIV ha pronunciado un discurso que a mí me resulta evidente, aunque hoy, lamentablemente, es precisamente la evidencia más clara la que no es acogida ni comprendida. El Santo Padre ha recordado a los obispos franceses reunidos en Lourdes nuestro deber ineludible de pensar en las víctimas de la pedofilia y, al mismo tiempo, de ejercer misericordia hacia los sacerdotes culpables de este inmenso crimen:

«Seguir manifestando la atención de la Iglesia hacia las víctimas y la misericordia de Dios hacia todos. Es bueno que los sacerdotes culpables de abusos no sean excluidos de esta misericordia y sean objeto de vuestras reflexiones pastorales» (Vatican News, aquí).

Tras mi libro dedicado a la explicación histórico-teológica de la profesión de fe, Credo per capire – Viaje en la profesión de fe, publicado el 15 de noviembre de 2025, el 29 de enero siguió un segundo libro: La libertad negada – Teología católica y dictadura del conformismo occidental. En este segundo libro abordo también el delicado tema tratado por el Santo Padre, que ya había retomado en un artículo del 16 de noviembre de 2025 (véase aquí). Sobre este delicadísimo tema desarrollé una reflexión que reproduzco a continuación íntegramente:

Por desgracia, en los últimos años, también dentro de la Iglesia se ha cedido a veces a la misma lógica mundana, adoptando expresiones y criterios propios de las plazas movidas por la emotividad de linchamiento. Tras los graves escándalos que han implicado y a menudo arrasado a varios miembros de nuestro clero — escándalos que el derecho canónico define propiamente como delictis gravioribus —, se ha comenzado a usar, incluso en los más altos niveles, una fórmula que suena como un insulto a la fe cristiana: «tolerancia cero». Un lenguaje semejante, tomado del léxico político y mediático, revela una mentalidad ajena al Evangelio y a la tradición penitencial de la Iglesia. Es obvio que ante ciertos crímenes —como los abusos sexuales a menores — el autor debe ser inmediatamente neutralizado y puesto en la condición de no poder hacer más daño, y por tanto sometido a una pena justa, proporcionada y, según la doctrina canónica, medicinal, es decir, orientada a su recuperación y conversión. Por ello, la expresión «tolerancia cero» resulta aberrante en el plano doctrinal y pastoral, porque no pertenece al lenguaje de la Iglesia, sino al de las campañas populistas que apuntan y juegan con las vísceras de las masas.

Al declarar que quienes necesitan del médico son los enfermos y no los sanos (cf. Mt 9,12), Jesús nos indica y confía una misión precisa, no nos invita a la «tolerancia cero».

Ante estas nuevas tendencias surge un paradójico cortocircuito moral: las mismas conciencias que durante años han escondido la suciedad bajo las alfombras con rara y omertosa malicia clerical hoy se muestran celosas al proclamar públicamente su severidad, casi como para purificarse ante el mundo. A veces se golpea a los inocentes o a los simplemente sospechosos para demostrar rigor, mientras que los verdaderos culpables — en otros tiempos protegidos — suelen quedar impunes y, en ocasiones, son promovidos a los más altos vértices eclesiales y eclesiásticos, porque es precisamente allí donde los encontramos a todos, «para juzgar a vivos y muertos», casi como si su reino — el de la falsedad y de la hipocresía — «no tuviera fin», en una suerte de Credo al revés. Todo esto se presenta como prueba de una «nueva Iglesia» que habría abrazado por fin la política de la firmeza.

¿Y la tan decantada misericordia, qué hasido de ella? Si vamos a ver, descubriremos que para poder beneficiarse de la misericordia parece necesario ser negros que cometen violencias en las zonas más céntricas de las ciudades, incluidas agresiones a las mismas Fuerzas del Orden, y sin embargo prontamente justificados, no porque no cometan delitos, sino porque, siendo violentos y propensos a delinquir, se afirma que la culpa recae en una sociedad rigurosamente culpable de no haberlos acogidos e integrados adecuadamente. Preguntémonos: ¿qué credibilidad puede tener un anuncio evangélico que predica la misericordia solo para ciertas “categorías protegidas” y al mismo tiempo adopta la lógica de la llamada «tolerancia cero» para quienes, en su propio seno, han errado gravemente? Aquí se manifiesta el resultado más dramático de la secularización interna: la Iglesia que, para complacer al mundo, renuncia al lenguaje de la redención para asumir el de la venganza de los linchamientos, mostrándose misericordiosa solo con aquello que corresponde a las tendencias sociales de lo políticamente correcto.

Razonablemente, podría incluso reclamar los derechos de autor al Santo Padre; pero soy modesto y me conformo con mucho menos: me bastaría con que ciertos sujetos, clericales y laicos, tan activos como incontrolados, funcionales a un sistema preciso y tolerados dentro de su propia casa, dejaran en paz a este siervo inútil, que solo desea poder decir, al final de su existencia: he hecho lo que debía hacer.

Desde la Isla de Patmos, 26 de marzo de 2026

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I Padri dell’Isola di Patmos

L’Abate di Solesmes e l’illusione di sintesi liturgica: tra soggettivismo e confusione dottrinale – The abbot of Solesmes and the illusion of liturgical synthesis: between subjectivism and doctrinal confusion – El Abad de Solesmes y la ilusión de síntesis litúrgica: entre subjetivismo y confusión doctrinal

Italian, English, Español

 

L’ABATE DI SOLESMES E L’ILLUSIONE DI SINTESI LITURGICA: TRA SOGGETTIVISMO E CONFUSIONE DOTTRINALE

È vero che ciascuno di noi risponde di ciò che afferma, tuttavia, non è irrilevante il contenitore nel quale tali affermazioni vengono depositate, poiché anch’esso non è privo di significato. E forse, proprio per questo, una certa prudenza suggerirebbe di evitare che i più complessi temi della teologia sacramentaria vengano trattati, da un Abate benedettino, in contesti — come certi blog — che, per loro natura, risultano più inclini al prurito del gossip clericale che alla ricerca della verità.

— Theologica —

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Il mio compianto amico Paolo Poli, indimenticabile maestro di teatro, con la sua consueta ironia disarmante, amava dire: «Gli uomini che si dichiarano bisessuali altro non sono che dei gay mascherati da eterosessuali».

E qui il lettore potrà legittimamente chiedersi che cosa c’entri un simile accostamento con la Sacra Liturgia. Di per sé nulla; tuttavia, sul piano analogico, non poco. Perché, quando si tenta di tenere insieme realtà tra loro non conciliabili mediante un artificio di sintesi, si finisce spesso per produrre non un’unità, ma una ambiguità. Questa è precisamente l’impressione che suscita la proposta avanzata dall’Abate di Solesmes, Dom Geoffroy Kemlin, nell’intervista rilasciata al blog Silere non possum: un tentativo di superare la frattura liturgica non attraverso un chiarimento teologico, ma mediante una composizione pratica che rischia di generare ulteriore confusione (Cfr. Intervista, qui).

Quando il Signor Abate afferma: «Credo che ciascuna delle sensibilità cattoliche debba accettare di fare un passo verso l’altra», introduce già un presupposto profondamente problematico: quello secondo cui la liturgia sarebbe in qualche modo espressione di “sensibilità” differenti, da armonizzare attraverso un compromesso. Ma la Sacra Liturgia non è il luogo delle sensibilità soggettive: è l’atto pubblico della Chiesa, nel quale si esprime oggettivamente la fede. L’unità liturgica, pertanto, non nasce dal compromesso tra sensibilità, ma dall’adesione alla medesima lex orandi che esprime la lex credendi.

Ancora più grave è quanto viene proposto sul piano concreto: «Il sacerdote potrebbe semplicemente scegliere di integrare elementi dell’antico messale…». E qui si tocca un punto decisivo. Il sacerdote non è padrone della liturgia, né gli è data facoltà di selezionare elementi rituali secondo criteri personali o di “arricchimento”. La Costituzione Sacrosanctum Concilium è chiarissima: il governo della liturgia dipende unicamente dall’autorità della Chiesa e nessuno, neppure il sacerdote, può aggiungere, togliere o mutare alcunché di propria iniziativa. Questo principio è stato ribadito con forza anche dall’Istruzione Redemptionis Sacramentum.

L’idea di una liturgia componibile, nella quale elementi diversi possano essere integrati a discrezione, contraddice dunque non solo la disciplina ecclesiale, ma la natura stessa della liturgia come atto ricevuto e non costruito. Per altro verso — mutatis mutandis — ci si colloca sul medesimo piano delle più disinvolte creatività liturgiche di certi ambienti neocatecumenali: là si danza attorno all’altare al suono dei bonghi, qui si intonano canti gregoriani in latino; ma il principio sottostante resta identico. Cambia la forma esteriore, non la logica che la genera.

Non meno problematica è l’affermazione secondo cui «la liturgia appartiene alla Chiesa». Espressione che, se non adeguatamente precisata, rischia di essere teologicamente fuorviante. La liturgia non è proprietà della Chiesa, né una sua produzione. Essa è anzitutto azione di Cristo, Sommo Sacerdote, che opera nel suo Corpo che è la Chiesa. Il soggetto primario della liturgia è Cristo stesso, come ricorda il Concilio Vaticano II: è Lui che agisce nei segni sacramentali e rende presente il mistero pasquale (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 7). La Chiesa non è padrona della liturgia, ma sua custode e serva, chiamata a riceverla fedelmente e a trasmetterla senza arbitrii, come ribadito con chiarezza dal magistero: «la liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante né della comunità nella quale si celebrano i misteri» (Redemptionis Sacramentum, n. 18).

Quando poi il Signor Abate richiama il Motu proprio Traditionis custodes sostenendo che esso mirava semplicemente a porre fine alle divisioni, mostra di non cogliere la portata reale del documento o, più semplicemente, di non averlo proprio compreso. Quel testo non si limita a un generico auspicio di unità, ma interviene precisamente per regolare e limitare l’uso del cosiddetto Vetus Ordo, proprio perché l’esperienza precedente aveva mostrato come la coesistenza di due forme rituali fosse diventata, in molti casi, fattore di divisione ecclesiale e non di comunione, ma quel che è peggio ― e purtroppo non di rado ― elemento di pretesto per vere e proprie lotte ideologiche. Dunque l’idea di risolvere il problema attraverso una fusione dei due ordines — inserendo elementi dell’uno nell’altro — non solo non affronta la radice della questione, ma rischia di aggravare la confusione, introducendo una forma di liturgia “a composizione variabile”, estranea alla tradizione cattolica e dalla stessa esplicitamente rigettata nel suo magistero: «è necessario riprovare l’audacia di coloro che arbitrariamente introducono nuove consuetudini liturgiche o fanno rivivere riti già caduti in disuso» (Mediator Dei, n. 58).

In questo senso, il richiamo a Dom Prosper Guéranger appare non solo inopportuno, ma paradossale. Il fondatore della restaurazione liturgica benedettina operò precisamente per ricondurre la pluralità disordinata dei riti diocesani francesi all’unità del rito romano. Nelle sue Institutions liturgiques egli difende con forza l’idea che la liturgia non è oggetto di invenzione locale, ma espressione organica della Tradizione della Chiesa universale. Il suo intento fu quello di restaurare l’unità, non di costruire sintesi ibride.

Il nodo reale, che l’intervista evita accuratamente di affrontare, è dunque un altro: la liturgia non è un campo di mediazione tra sensibilità, ma il luogo in cui la Chiesa riceve e trasmette una forma oggettiva della fede. Come ricorda il Magistero: «la regolamentazione della sacra liturgia dipende unicamente dall’autorità della Chiesa» (Sacrosanctum Concilium, 22), proprio perché essa non è disponibile alla libera manipolazione dei soggetti. E quando questa forma viene trasformata in oggetto di composizione, adattamento o integrazione selettiva, si scivola inevitabilmente in una forma di soggettivismo che svuota la liturgia della sua natura. Il problema non è la pluralità legittima, ma la perdita del senso della normatività liturgica e della sua radice teologica.

Quando la liturgia diventa il risultato di una sintesi costruita, essa cessa di essere ricevuta come dono e diventa prodotto di una mediazione umana. E allora sì, il rischio è quello di sostituire all’unità reale della Chiesa una unità apparente, ottenuta non nella verità della fede, ma nella negoziazione delle forme. Come ha scritto con lucidità Joseph Ratzinger: «la liturgia non nasce dalla nostra fantasia, non è il prodotto della nostra creatività, ma è qualcosa che ci precede e che dobbiamo ricevere» (Introduzione allo spirito della liturgia).

Duole poi che al Signor Abate Reverendissimo — di cui l’intervistatore ormai a corto di notizie rispolvera come fosse una news una lettera inviata dallo stesso al Sommo Pontefice il 25 novembre 2025 — sfugga anche questo elemento tutt’altro che secondario. Egli, infatti, dichiara: «La mia lettera al Papa è evidentemente soltanto un suggerimento. Avverto bene che deve ancora essere affinata e precisata. Spero che i vescovi continuino a riflettere su questo tema e facciano essi stessi delle proposte perché la Chiesa ritrovi l’unità tanto desiderata».

Il modo stesso in cui ci si rivolge al Romano Pontefice non è mai neutro. Nella tradizione della Chiesa, a lui non si parla come a un interlocutore tra pari, né gli si sottopongono “proposte” come se si trattasse di una materia opinabile affidata al confronto tra specialisti, né si offrono suggerimenti e consigli, se non sono espressamente richiesti da lui. Piuttosto ci si rivolge alla Santità di Nostro Signore con rispetto filiale, esponendo con umiltà osservazioni e desiderata, nella consapevolezza che il giudizio ultimo su ciò che riguarda la vita della Chiesa spetta unicamente a lui. Che, dunque, l’esponente di un’antica tradizione monastica bimillenaria non avverta neppure la delicatezza di questo registro ecclesiale, anzi presenti pubblicamente come «suggerimento» ciò che tocca il cuore stesso della vita liturgica della Chiesa, offre un indice significativo — e non poco preoccupante — del livello di confusione oggi diffuso anche in ambiti che, per loro natura, dovrebbero esserne immuni, non altro per storia, tradizione e, non ultimo, anche per elementare educazione ecclesiale.

Il tutto ci dà riprova che quando la competenza teologica viene sostituita da un approccio emotivo e conciliativo, la liturgia — che è il cuore della vita ecclesiale — finisce per essere ridotta a terreno di sperimentazione. E ciò che nasce come tentativo di unità si trasforma facilmente nella più sottile forma di disordine.

È infine vero che ciascuno di noi risponde di ciò che afferma; tuttavia, non è irrilevante il contenitore nel quale tali affermazioni vengono depositate, poiché anch’esso non è privo di significato. E forse, proprio per questo, una certa prudenza suggerirebbe di evitare che i più complessi temi della teologia sacramentaria vengano trattati, da un Abate benedettino, in contesti — come certi blog — che, per loro natura, risultano più inclini al prurito del gossip clericale che alla ricerca della verità. Questo dovrebbe indurre alla dovuta virtù di prudenza tanto l’Arcivescovo S.E. Mons. Renato Boccardo (cfr. Video-intervista qui), quanto il Vescovo S.E. Mons. Eduard Profittlich (cfr. Intervista qui), i quali, accettando di intervenire in simili contesti, finiscono — si spera senza piena consapevolezza — per avallare implicitamente il metodo e il tono di un blog che quotidianamente indulge in invettive contro dignitari e dicasteri della Santa Sede, nonché diocesi ed ecclesiastici giudicati non conformi al proprio gradimento soggettivo. Ma d’altronde: «Noi in Vaticano … qui in Vaticano …».

 

Dall’Isola di Patmos, 21 marzo 2026

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THE ABBOT OF SOLESMES AND THE ILLUSION OF LITURGICAL SYNTHESIS: BETWEEN SUBJECTIVISM AND DOCTRINAL CONFUSION

It is ultimately true that each of us is responsible for what he affirms; however, the medium in which such statements are placed is not irrelevant, for it too is not without meaning. And perhaps, precisely for this reason, a certain prudence would suggest avoiding that the most complex themes of sacramental theology be treated, by a Benedictine Abbot, in contexts — such as certain blogs — which, by their very nature, are more inclined to the unhealthy fascination with clerical gossip than to the search for truth.

— Theologica —

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My late friend Paolo Poli, an unforgettable master of theatre, with his usual disarming irony, used to say: “Men who declare themselves bisexual are nothing other than homosexuals disguised as heterosexuals.” And here the reader may legitimately ask what such a comparison has to do with Sacred Liturgy. In itself, nothing; yet, on an analogical level, quite a lot. For when one attempts to hold together realities that are not reconcilable through an artificial synthesis, one often ends up producing not unity, but ambiguity. This is precisely the impression conveyed by the proposal advanced by the Abbot of Solesmes, Dom Geoffroy Kemlin, in the interview granted to the blog Silere non possum: an attempt to overcome the liturgical fracture not through theological clarification, but through a practical composition that risks generating further confusion (article, here).

When the Reverend Abbot states: “I believe that each of the Catholic sensibilities should accept taking a step toward the other,” he already introduces a deeply problematic presupposition: namely, that the liturgy is in some way an expression of differing “sensibilities” to be harmonized through compromise. But Sacred Liturgy is not the realm of subjective sensibilities: it is the public act of the Church, in which the faith is expressed objectively. Liturgical unity, therefore, does not arise from compromise between sensibilities, but from adherence to the same lex orandi which expresses the lex credendi.

Even more serious is what is proposed on the practical level: “The priest could simply choose to integrate elements of the ancient missal…” Here we touch upon a decisive point. The priest is not the master of the liturgy, nor is he granted the faculty to select ritual elements according to personal criteria or for the sake of “enrichment.” The Constitution Sacrosanctum Concilium is absolutely clear: the regulation of the liturgy depends solely on the authority of the Church, and no one, not even the priest, may add, remove, or change anything on his own initiative. This principle has been forcefully reiterated by the Instruction Redemptionis Sacramentum.

The idea of a liturgy assembled at will, in which different elements may be integrated at discretion, therefore contradicts not only ecclesial discipline but the very nature of the liturgy as something received and not constructed. From another perspective — mutatis mutandis — one finds oneself on the same level as the most uninhibited liturgical creativity found in certain Neo-Catechumenal environments: there one dances around the altar to the sound of bongos, here Gregorian chants in Latin are intoned; yet the underlying principle remains identical. The external form changes, not the logic that generates it.

No less problematic is the statement that “the liturgy belongs to the Church.” An expression which, if not properly clarified, risks being theologically misleading. The liturgy is not the property of the Church, nor its production. It is first and foremost the action of Christ, the High Priest, who operates in His Body, which is the Church. The primary subject of the liturgy is Christ Himself, as the Second Vatican Council recalls: it is He who acts in the sacramental signs and makes present the Paschal mystery (cf. Sacrosanctum Concilium, 7). The Church is not the master of the liturgy, but its custodian and servant, called to receive it faithfully and to transmit it without arbitrariness, as clearly reaffirmed by the Magisterium: “the liturgy is never anyone’s private property, neither of the celebrant nor of the community in which the mysteries are celebrated” (Redemptionis Sacramentum, 18).

When the Reverend Abbot then invokes the Motu Proprio Traditionis custodes, claiming that it simply aimed at putting an end to divisions, he shows that he has not grasped the real scope of the document — or, more simply, that he has not understood it at all. That text does not merely express a generic aspiration to unity, but intervenes precisely to regulate and limit the use of the so-called Vetus Ordo, precisely because previous experience had shown that the coexistence of two ritual forms had, in many cases, become a factor of division rather than communion — and worse still, not infrequently a pretext for genuine ideological conflicts. Thus, the idea of resolving the problem through a fusion of the two ordines — inserting elements of one into the other — not only fails to address the root of the issue but risks aggravating the confusion, introducing a form of a liturgy of variable composition foreign to Catholic tradition and explicitly rejected by its Magisterium: “it is necessary to reprove the temerity of those who arbitrarily introduce new liturgical practices or revive rites already fallen into disuse” (Mediator Dei, 58).

In this sense, the appeal to Prosper Guéranger appears not only inappropriate but paradoxical. The founder of the Benedictine liturgical restoration worked precisely to bring the disordered plurality of French diocesan rites back to the unity of the Roman Rite. In his Institutions liturgiques, he strongly defends the idea that the liturgy is not the object of local invention but the organic expression of the Tradition of the universal Church. His aim was to restore unity, not to construct hybrid syntheses.

The real issue, which the interview carefully avoids addressing, is therefore another: the liturgy is not a field for mediation between sensibilities, but the place in which the Church receives and transmits an objective form of the faith. As the Magisterium recalls, “the regulation of the sacred liturgy depends solely on the authority of the Church” (Sacrosanctum Concilium, 22), precisely because it is not available for free manipulation by individuals. And when this form is transformed into an object of composition, adaptation, or selective integration, one inevitably slides into a form of subjectivism that empties the liturgy of its nature. The problem is not legitimate plurality, but the loss of the sense of liturgical normativity and of its theological foundation.

When the liturgy becomes the result of a constructed synthesis, it ceases to be received as a gift and becomes the product of human mediation. And thus, the risk arises of replacing the real unity of the Church with an apparent unity, obtained not in the truth of faith but in the negotiation of forms. As Joseph Ratzinger wrote with clarity: “the liturgy does not arise from our imagination; it is not the product of our creativity, but something that precedes us and that we must receive” (The Spirit of the Liturgy).

It is also regrettable that the Most Reverend Abbot — whose interviewer, now short of news, dusts off as though it were a news item a letter sent by him to the Supreme Pontiff on 25 November 2025 — should fail to grasp this element, which is by no means secondary. He, in fact, declares: “My letter to the Pope is evidently only a suggestion. I am well aware that it still needs to be refined and specified. I hope that the bishops will continue to reflect on this matter and that they themselves will make proposals so that the Church may rediscover the unity so greatly desired”.

The very manner in which one addresses the Roman Pontiff is never neutral. In the tradition of the Church, one does not speak to him as to an interlocutor among equals, nor does one submit “proposals” as though it were a matter open to debate entrusted to specialists, nor does one offer “suggestions” and advice unless they have been expressly requested by him. Rather, one addresses the Holiness of Our Lord with filial respect, presenting with humility observations and desiderata, in the awareness that the final judgment on what concerns the life of the Church belongs to him alone. That, therefore, a representative of an ancient monastic tradition spanning two millennia should fail even to perceive the delicacy of this ecclesial register, and indeed publicly present as a “suggestion” what touches the very heart of the Church’s liturgical life, offers a significant — and by no means reassuring — indication of the level of confusion today widespread even in circles which, by their very nature, ought to be immune to it, if only by reason of history, tradition, and, not least, elementary ecclesial decorum.

It is ultimately true that each of us is responsible for what he affirms; however, the medium in which such statements are placed is not irrelevant, for it too is not without meaning. And perhaps, precisely for this reason, a certain prudence would suggest avoiding that the most complex themes of sacramental theology be treated, by a Benedictine Abbot, in contexts — such as certain blogs — which, by their very nature, are more inclined to the unhealthy fascination with clerical gossip than to the search for truth. This should lead to the due virtue of prudence both the Archbishop H.E. Msgr. Renato Boccardo (cf. Here) and the Bishop H.E. Msgr. Eduard Profittlich (cf. Here), who, by agreeing to intervene in such contexts, end up — one hopes without full awareness — implicitly endorsing the method and tone of a blog that daily indulges in invectives against dignitaries and dicasteries of the Holy See, as well as dioceses and ecclesiastics deemed not to conform to its own preferences.

From the Island of Patmos, 21 March 2026

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EL ABAD DE SOLESMES Y LA ILUSIÓN DE SÍNTESIS LITÚRGICA: ENTRE SUBJETIVISMO Y CONFUSIÓN DOCTRINAL

Es, en definitiva, cierto que cada uno de nosotros responde de lo que afirma; sin embargo, el ámbito en el que tales afirmaciones se depositan no es irrelevante, pues tampoco este carece de significado. Y quizá, precisamente por ello, una cierta prudencia sugeriría evitar que los temas más complejos de la teología sacramental sean tratados, por un abad benedictino, en contextos — como ciertos blogs — que, por su propia n aturaleza, resultan más inclinados a la morbosa inclinación al chismorreo clerical que a la búsqueda de la verdad.

— Theologica —

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Mi difunto amigo Paolo Poli, inolvidable maestro del teatro, con su habitual ironía desarmante, solía decir: «Los hombres que se declaran bisexuales no son otra cosa que homosexuales disfrazados de heterosexuales». Y aquí el lector podrá preguntarse legítimamente qué tiene que ver una comparación semejante con la Sagrada Liturgia. En sí misma, nada; sin embargo, en el plano analógico, no poco. Porque, cuando se intenta mantener juntas realidades no conciliables mediante un artificio de síntesis, se termina a menudo produciendo no una unidad, sino una ambigüedad. Esta es precisamente la impresión que suscita la propuesta formulada por el abad de Solesmes, Dom Geoffroy Kemlin, en la entrevista concedida al blog Silere non possum: un intento de superar la fractura litúrgica no mediante una clarificación teológica, sino a través de una composición práctica que corre el riesgo de generar ulterior confusión (articulo, aqui).

Cuando el Señor Abad afirma: «Creo que cada una de las sensibilidades católicas debería aceptar dar un paso hacia la otra», introduce ya un presupuesto profundamente problemático: que la liturgia sería, de algún modo, expresión de distintas “sensibilidades” que han de armonizarse mediante un compromiso. Pero la Sagrada Liturgia no es el lugar de las sensibilidades subjetivas: es el acto público de la Iglesia, en el que se expresa objetivamente la fe. La unidad litúrgica, por tanto, no nace del compromiso entre sensibilidades, sino de la adhesión a la misma lex orandi que expresa la lex credendi.

Aún más grave es lo que se propone en el plano concreto: «El sacerdote podría simplemente elegir integrar elementos del antiguo misal…». Aquí se toca un punto decisivo. El sacerdote no es dueño de la liturgia, ni tiene facultad para seleccionar elementos rituales según criterios personales o de “enriquecimiento”. La Constitución Sacrosanctum Concilium es clarísima: la regulación de la liturgia depende únicamente de la autoridad de la Iglesia, y nadie, ni siquiera el sacerdote, puede añadir, quitar o cambiar nada por iniciativa propia. Este principio ha sido reafirmado con fuerza también por la Instrucción Redemptionis Sacramentum.

La idea de una liturgia componible, en la que elementos diversos puedan integrarse a discreción, contradice, por tanto, no sólo la disciplina eclesial, sino la naturaleza misma de la liturgia como acto recibido y no construido. Por otro lado — mutatis mutandis — nos encontramos en el mismo plano que las formas más desinhibidas de creatividad litúrgica de ciertos ambientes neocatecumenales: allí se danza en torno al altar al son de los bongós, aquí se entonan cantos gregorianos en latín; pero el principio subyacente es idéntico. Cambia la forma exterior, no la lógica que la genera.

No menos problemática es la afirmación según la cual «la liturgia pertenece a la Iglesia». Expresión que, si no se precisa adecuadamente, corre el riesgo de ser teológicamente equívoca. La liturgia no es propiedad de la Iglesia, ni una producción suya. Es ante todo acción de Cristo, Sumo Sacerdote, que actúa en su Cuerpo, que es la Iglesia. El sujeto primario de la liturgia es Cristo mismo, como recuerda el Concilio Vaticano II: es Él quien actúa en los signos sacramentales y hace presente el misterio pascual (cf. Sacrosanctum Concilium, n. 7). La Iglesia no es dueña de la liturgia, sino su custodio y servidora, llamada a recibirla fielmente y a transmitirla sin arbitrariedades, como ha reiterado con claridad el Magisterio: «la liturgia nunca es propiedad privada de alguien, ni del celebrante ni de la comunidad en la que se celebran los misterios» (Redemptionis Sacramentum, n. 18).

Cuando el Señor Abad invoca después el Motu proprio Traditionis custodes, sosteniendo que este pretendía simplemente poner fin a las divisiones, demuestra no haber captado el alcance real del documento o, más sencillamente, no haberlo comprendido. Dicho texto no se limita a un genérico deseo de unidad, sino que interviene precisamente para regular y limitar el uso del llamado Vetus Ordo, porque la experiencia previa había demostrado que la coexistencia de dos formas rituales se había convertido, en muchos casos, en factor de división eclesial y no de comunión, y — lo que es peor — no pocas veces en pretexto para verdaderas luchas ideológicas. Por tanto, la idea de resolver el problema mediante una fusión de los dos ordines — insertando elementos de uno en el otro — no sólo no afronta la raíz de la cuestión, sino que corre el riesgo de agravar la confusión, introduciendo una forma de liturgia “de composición variable”, ajena a la tradición católica y explícitamente rechazada por su Magisterio: «es necesario reprobar la audacia de aquellos que arbitrariamente introducen nuevas costumbres litúrgicas o hacen revivir ritos ya caídos en desuso» (Mediator Dei, n. 58).

En este sentido, la referencia a Dom Prosper Guéranger resulta no sólo inadecuada, sino paradójica. El fundador de la restauración litúrgica benedictina trabajó precisamente para reconducir la pluralidad desordenada de los ritos diocesanos franceses a la unidad del rito romano. En sus Institutions liturgiques defiende con fuerza la idea de que la liturgia no es objeto de invención local, sino expresión orgánica de la Tradición de la Iglesia universal. Su propósito fue restaurar la unidad, no construir síntesis híbridas.

El verdadero nudo, que la entrevista evita cuidadosamente afrontar, es por tanto otro: la liturgia no es un campo de mediación entre sensibilidades, sino el lugar en el que la Iglesia recibe y transmite una forma objetiva de la fe. Como recuerda el Magisterio, «la regulación de la sagrada liturgia depende únicamente de la autoridad de la Iglesia» (Sacrosanctum Concilium, n. 22), precisamente porque no está disponible para la libre manipulación de los sujetos. Y cuando esta forma se transforma en objeto de composición, adaptación o integración selectiva, se cae inevitablemente en una forma de subjetivismo que vacía la liturgia de su naturaleza. El problema no es la pluralidad legítima, sino la pérdida del sentido de la normatividad litúrgica y de su raíz teológica.

Cuando la liturgia se convierte en el resultado de una síntesis construida, deja de ser recibida como don y pasa a ser producto de una mediación humana. Y entonces sí, el riesgo es sustituir la unidad real de la Iglesia por una unidad aparente, obtenida no en la verdad de la fe, sino en la negociación de las formas. Como escribió con lucidez Joseph Ratzinger: «la liturgia no nace de nuestra fantasía, no es el producto de nuestra creatividad, sino algo que nos precede y que debemos recibir» (El espíritu de la liturgia).

Duele además que al Señor Abad Reverendísimo — cuyo entrevistador, ya falto de novedades, desempolva como si fuese una noticia una carta enviada por él mismo al Sumo Pontífice el 25 de noviembre de 2025 — se le escape también este elemento nada secundario: El modo mismo en que se dirige uno al Romano Pontífice nunca es neutro. En la tradición de la Iglesia, no se le habla como a un interlocutor entre iguales, ni se le presentan “propuestas” como si se tratara de una materia opinable confiada al debate entre especialistas, ni se le ofrecen sugerencias y consejos, si no han sido expresamente solicitados por él. Más bien se acude a la Santidad de Nuestro Señor con respeto filial, exponiendo con humildad observaciones y deseos, en la conciencia de que el juicio último sobre lo que concierne a la vida de la Iglesia le corresponde únicamente a él. Que, por tanto, el representante de una antigua tradición monástica bimilenaria no perciba ni siquiera la delicadeza de este registro eclesial y, más aún, presente públicamente como «sugerencia» aquello que toca el corazón mismo de la vida litúrgica de la Iglesia, constituye un indicio significativo — y no poco preocupante — del nivel de confusión hoy extendido incluso en ámbitos que, por su propia naturaleza, deberían ser inmunes a ello, no sólo por historia y tradición, sino también, y no en último lugar, por una elemental educación eclesial.

Todo ello nos confirma que, cuando la competencia teológica es sustituida por un enfoque emotivo y conciliador, la liturgia — que es el corazón de la vida eclesial — acaba reducida a un campo de experimentación. Y lo que nace como intento de unidad se transforma fácilmente en la forma más sutil de desorden.

Es, en definitiva, cierto que cada uno de nosotros responde de lo que afirma; sin embargo, el ámbito en el que tales afirmaciones se depositan no es irrelevante, pues tampoco este carece de significado. Y quizá, precisamente por ello, una cierta prudencia sugeriría evitar que los temas más complejos de la teología sacramental sean tratados, por un abad benedictino, en contextos — como ciertos blogs — que, por su propia naturaleza, resultan más inclinados a la morbosa inclinación al chismorreo clerical que a la búsqueda de la verdad. Esto debería inducir a la debida virtud de la prudencia tanto al Arzobispo S.E. Mons. Renato Boccardo (cf. Video-entrevista aquí), como al Obispo S.E. Mons. Eduard Profittlich (cf. Entrevista aquí), quienes, al aceptar intervenir en tales contextos, terminan — esperemos que sin plena conciencia — avalando implícitamente el método y el tono de un blog que diariamente se entrega a invectivas contra dignatarios y dicasterios de la Santa Sede, así como contra diócesis y eclesiásticos considerados no conformes a su propio criterio subjetivo.

Desde la Isla de Patmos, 21 de marzo de 2026

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I Padri dell’Isola di Patmos

Le varie sfaccettature delle reliquie dei Santi – The various facets of the relics of the Saints – Las diversas facetas de las reliquias de los Santos

Italian, english, español

 

LE VARIE SFACCETTATURE DELLE RELIQUIE DEI SANTI

Anche oggi non è difficile imbattersi in situazioni in cui il corpo del santo, ridotto a scheletro esposto in teche elaborate, diventa oggetto di una attenzione che può facilmente scivolare nel morboso o nel folkloristico, lo stiamo sperimentato purtroppo in questi giorni con l’esposizione delle ossa di San Francesco d’Assisi, dinanzi alle quali sono più gli scatti fotografici con i cellulari che le preghiere.

— Pastorale liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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PDF articolo formato stampa – Article print fortmat – Articulo en formato impreso

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Quando si parla di reliquie, si tocca un ambito della vita della Chiesa che, più di altri, rischia oggi di essere frainteso: da una parte ridotto a pratica devozionale superficiale, dall’altra rigettato come residuo di mentalità arcaica o superstiziosa. Per evitare entrambi gli estremi, è necessario tornare al fondamento teologico che rende comprensibile e giustificabile la venerazione delle reliquie nella tradizione cattolica.

Le reliquie, nella loro forma più propria, sono costituite dal corpo o da parti del corpo dei Santi. A queste si affiancano le reliquie cosiddette “di seconda classe”, cioè oggetti appartenuti ai Santi, e quelle “per contatto”, ossia oggetti che sono stati messi in relazione fisica con il loro corpo o con la loro tomba. Questa distinzione, lungi dall’essere una classificazione meramente tecnica, riflette una precisa visione teologica: la santità non riguarda soltanto l’anima, ma coinvolge l’intera persona, nella sua unità di corpo e spirito.

Il punto decisivo, spesso dimenticato, è che la venerazione delle reliquie si radica nella fede nell’Incarnazione e nella risurrezione della carne. Il corpo del Santo non è un semplice resto biologico, ma un corpo che è stato tempio dello Spirito Santo e che è destinato alla trasfigurazione definitiva. Per questo esso è custodito, onorato e venerato: non in quanto tale, ma in quanto segno concreto dell’opera della grazia di Dio nella storia.

Già la Sacra Scrittura attesta che Dio può operare attraverso la mediazione della materia. Basti pensare al racconto dell’Antico Testamento in cui un morto torna in vita al contatto con le ossa del profeta Eliseo (cfr. 2Re 13,21), oppure ai fazzoletti e ai grembiuli che erano stati a contatto con l’apostolo Paolo e che venivano portati ai malati (cfr. At 19,11-12). Non si tratta di attribuire un potere magico agli oggetti, ma di riconoscere che la grazia divina può servirsi di mediazioni concrete.

Già in epoca medievale non sono mancati richiami severi contro le degenerazioni di certe pratiche devozionali. Se la letteratura ha fissato nella memoria comune la figura di Frate Cipolla, resa celebre dalla sapiente ironia di Giovanni Boccaccio, sul piano della predicazione reale non meno energico fu San Bernardino da Siena, che in un noto sermone stigmatizzava senza mezzi termini il proliferare di reliquie dubbie, come quella dell’ampolla contenente il latte della Vergine Maria (cfr. Devozioni ipocrite, in: Baldi, Novellette ed esempi morali di S. Bernardino da Siena, Firenze 1916). Tema questo sul quale scrisse alcuni anni fa su queste colonne da Padre Ariel S. Levi di Gualdo, che ha ripreso in forma volutamente colorita — e non sempre compresa, specie da chi non vuole comprendere — la medesima questione, mettendo in luce come certe derive devozionali non siano affatto un’invenzione moderna, ma un rischio sempre presente nella vita della Chiesa (cfr. Qui).

In questo contesto nacque anche l’uso delle reliquie “per contatto”, come le cosiddette brandea, ossia panni posti a contatto con le tombe dei martiri, che venivano poi distribuiti ai fedeli. Questa prassi, lungi dall’essere un’invenzione arbitraria, esprimeva il desiderio di rendere accessibile la memoria dei santi senza compromettere l’integrità dei loro corpi. Tuttavia è necessario chiarire con decisione che la reliquia non è un feticcio. Il feticismo attribuisce all’oggetto un potere in sé, quasi automatico; la venerazione cristiana, invece, riconosce nella reliquia un segno che rimanda a Dio e alla sua azione. La grazia non risiede nella materia come in una forza autonoma, ma è sempre dono di Dio, che può servirsi anche di segni sensibili per raggiungere l’uomo.

Nel corso dei secoli, il rapporto con le reliquie ha conosciuto sviluppi differenti, non sempre esenti da ambiguità. In alcune epoche si è assistito a una certa spettacolarizzazione, con esposizioni che rischiano di attirare più la curiosità che la devozione. Anche oggi non è difficile imbattersi in situazioni in cui il corpo del santo, ridotto a scheletro esposto in teche elaborate, diventa oggetto di una attenzione che può facilmente scivolare nel morboso o nel folkloristico, lo stiamo sperimentato purtroppo in questi giorni con l’esposizione delle ossa di San Francesco d’Assisi, dinanzi alle quali sono più gli scatti fotografici con i cellulari che le preghiere. Ed è qui che si impone un discernimento serio. Se la reliquia perde il suo riferimento alla santità e alla vita di grazia, se non è inserita in un contesto di fede e di catechesi, essa rischia di diventare un oggetto di interesse puramente estetico o culturale. Da segno della gloria futura può trasformarsi in semplice reperto del passato.

Ci si deve allora chiedere quale senso possa avere oggi la venerazione delle reliquie, soprattutto quelle costituite da resti corporei. La risposta non può che essere la stessa che la tradizione della Chiesa ha sempre dato: esse hanno senso nella misura in cui rimandano a Cristo e alla sua opera di salvezza. Il santo non è venerato per se stesso, ma perché in lui si è manifestata la grazia di Dio. La reliquia, dunque, è memoria concreta della santità, testimonianza dell’Incarnazione e richiamo alla risurrezione della carne. Essa parla al credente non di morte, ma di vita; non di un passato chiuso, ma di un futuro promesso. Per questo motivo la Chiesa, pur custodendo con attenzione queste testimonianze, è chiamata anche a educare i fedeli al loro giusto significato. Senza una adeguata formazione, il rischio di fraintendimento è sempre presente.

Venerare le reliquie significa, in ultima analisi, riconoscere che la salvezza operata da Cristo riguarda l’uomo nella sua interezza e che la materia stessa è chiamata a partecipare alla gloria di Dio. In questo senso possono essere comprese come un prolungamento concreto della logica dell’Incarnazione nella storia della Chiesa. Solo a questa condizione la loro presenza conserva un autentico valore spirituale; diversamente, le reliquie svuotate del loro significato e ridotte a oggetti di curiosità o di devozione mal compresa, rischiano di dare vita alla giusta e realistica macchietta di Frate Cipolla ideato da Giovanni Boccaccio.

Firenze, 20 marzo 2026

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THE VARIOUS FACETS OF THE RELICS OF THE SAINTS

Even today it is not difficult to encounter situations in which the body of a saint, reduced to a skeleton displayed in elaborate reliquaries, becomes the object of an attention that can easily slip into the morbid or the folkloric. We are unfortunately witnessing this in these very days with the exposition of the bones of Saint Francis of Assisi, before which there are more photographs taken with mobile phones than prayers.

 

— Liturgical pastoral —

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AutoreSimone Pifizzi

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Simone Pifizzi

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When speaking of relics, one touches upon an area of the Church’s life which, more than others, risks today being misunderstood: on the one hand reduced to a superficial devotional practice, on the other rejected as a remnant of an archaic or superstitious mentality. To avoid both extremes, it is necessary to return to the theological foundation that renders the veneration of relics intelligible and justifiable within the Catholic tradition.

Relics, in their most proper form, consist of the body or parts of the body of the Saints. Alongside these are the so-called “second-class” relics, that is, objects belonging to the Saints, and those “by contact,” namely objects that have been placed in physical relation with their body or their tomb. This distinction, far from being a merely technical classification, reflects a precise theological vision: holiness does not concern the soul alone, but involves the entire person, in the unity of body and spirit.

The decisive point, often forgotten, is that the veneration of relics is rooted in the faith in the Incarnation and in the resurrection of the flesh. The body of the Saint is not a mere biological remnant, but a body that has been a temple of the Holy Spirit and that is destined for definitive transfiguration. For this reason it is preserved, honored and venerated: not in itself, but as a concrete sign of the work of God’s grace in history.

Sacred Scripture itself attests that God can act through the mediation of matter. Suffice it to recall the account in the Old Testament in which a dead man returns to life upon contact with the bones of the prophet Elisha (cf. 2 Kgs 13:21), or the handkerchiefs and aprons that had been in contact with the Apostle Paul and were brought to the sick (cf. Acts 19:11–12). This is not a matter of attributing magical power to objects, but of recognizing that divine grace can make use of concrete mediations.

Already in the medieval period there were no lack of severe warnings against the degeneration of certain devotional practices. If literature has fixed in the common imagination the figure of Friar Cipolla, made famous by the refined irony of Giovanni Boccaccio, on the level of real preaching no less forceful was Saint Bernardino of Siena, who in a well-known sermon sharply denounced the proliferation of dubious relics, such as the vial said to contain the milk of the Virgin Mary (cf. Devozioni ipocrite, in: Baldi, Novellette ed esempi morali di S. Bernardino da Siena, Florence 1916). On this subject, Father Ariel S. Levi di Gualdo wrote some years ago in these very pages, taking up the same question in deliberately vivid — and not always understood by those who simply do not wish to understand — terms, showing how such devotional deviations are by no means a modern invention, but a perennial risk within the life of the Church (cf. Here).

Within this context also arose the use of relics “by contact,” such as the so-called brandea, that is, cloths placed in contact with the tombs of the martyrs and then distributed to the faithful. This practice, far from being an arbitrary invention, expressed the desire to make the memory of the saints accessible without compromising the integrity of their bodies. It is nevertheless necessary to state clearly that the relic is not a fetish. Fetishism attributes to the object a power in itself, almost automatic; Christian veneration, instead, recognizes in the relic a sign that refers to God and to His action. Grace does not reside in matter as an autonomous force, but is always the gift of God, who may also make use of sensible signs to reach man.

Over the centuries, the relationship with relics has undergone different developments, not always free from ambiguity. In certain periods there has been a degree of theatricalization, with displays that risk attracting curiosity more than devotion. Even today it is not difficult to encounter situations in which the body of a saint, reduced to a skeleton displayed in elaborate cases, becomes the object of an attention that can easily slip into the morbid or the folkloric. We are unfortunately witnessing this in these very days with the exposition of the bones of Saint Francis of Assisi, before which there are more photographs taken with mobile phones than prayers. Here a serious discernment becomes necessary. If the relic loses its reference to holiness and to the life of grace, if it is not inserted within a context of faith and catechesis, it risks becoming an object of purely aesthetic or cultural interest. From a sign of future glory it can be reduced to a mere relic of the past.

One must then ask what meaning the veneration of relics can have today, especially those consisting of bodily remains. The answer can only be the same that the Church’s tradition has always given: they have meaning insofar as they refer to Christ and to His work of salvation. The saint is not venerated for himself, but because in him the grace of God has been manifested. The relic, therefore, is a concrete memory of holiness, a testimony of the Incarnation and a reminder of the resurrection of the flesh. It speaks to the believer not of death, but of life; not of a closed past, but of a promised future. For this reason the Church, while carefully safeguarding these testimonies, is also called to educate the faithful to their proper meaning. Without adequate formation, the risk of misunderstanding is always present.

To venerate relics ultimately means to recognize that the salvation accomplished by Christ concerns the human person in his entirety and that matter itself is called to participate in the glory of God. In this sense they may be understood as a concrete prolongation of the logic of the Incarnation within the history of the Church. Only under this condition does their presence retain an authentic spiritual value; otherwise, relics emptied of their meaning and reduced to objects of curiosity or misunderstood devotion risk giving rise to the very real and fitting caricature of Friar Cipolla imagined by Giovanni Boccaccio¹.

Florence, March 20, 2026

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¹Giovanni Boccaccio (1313–1375) was an Italian writer of the fourteenth century and a central figure of late medieval and early humanist culture. His most famous work, the Decameron, is a collection of one hundred novellas. Among them, the story of Friar Cipolla humorously portrays the abuse of false relics, offering a satirical critique of certain late medieval devotional practices.

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LAS DIVERSAS FACETAS DE LAS RELIQUIAS DE LOS SANTOS

Aún hoy no es difícil encontrarse con situaciones en las que el cuerpo del santo, reducido a un esqueleto expuesto en elaboradas urnas, se convierte en objeto de una atención que puede deslizarse fácilmente hacia lo morboso o lo folclórico. Lo estamos experimentando lamentablemente en estos días con la exposición de los huesos de san Francisco de Asís, ante los cuales hay más fotografías tomadas con teléfonos móviles que oraciones.

— Pastoral liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Cuando se habla de reliquias, se toca un ámbito de la vida de la Iglesia que, más que otros, corre hoy el riesgo de ser mal comprendido: por una parte reducido a práctica devocional superficial, por otra rechazado como residuo de una mentalidad arcaica o supersticiosa. Para evitar ambos extremos, es necesario volver al fundamento teológico que hace comprensible y justificable la veneración de las reliquias en la tradición católica.

Las reliquias, en su forma más propia, están constituidas por el cuerpo o por partes del cuerpo de los Santos. A estas se añaden las reliquias llamadas “de segunda clase”, es decir, objetos pertenecientes a los Santos, y las “por contacto”, es decir, objetos que han sido puestos en relación física con su cuerpo o con su tumba. Esta distinción, lejos de ser una clasificación meramente técnica, refleja una precisa visión teológica: la santidad no afecta solamente al alma, sino que implica a la persona entera, en la unidad de cuerpo y espíritu.

El punto decisivo, a menudo olvidado, es que la veneración de las reliquias se funda en la fe en la Encarnación y en la resurrección de la carne. El cuerpo del Santo no es un simple resto biológico, sino un cuerpo que ha sido templo del Espíritu Santo y que está destinado a la transfiguración definitiva. Por ello es custodiado, honrado y venerado: no en sí mismo, sino como signo concreto de la obra de la gracia de Dios en la historia.

La Sagrada Escritura misma atestigua que Dios puede obrar a través de la mediación de la materia. Basta pensar en el relato del Antiguo Testamento en el que un muerto vuelve a la vida al entrar en contacto con los huesos del profeta Eliseo (cf. 2 Re 13,21), o en los pañuelos y delantales que habían estado en contacto con el apóstol Pablo y que se llevaban a los enfermos (cf. Hch 19,11-12). No se trata de atribuir un poder mágico a los objetos, sino de reconocer que la gracia divina puede servirse de mediaciones concretas.

Ya en época medieval no faltaron severas advertencias contra las degeneraciones de ciertas prácticas devocionales. Si la literatura ha fijado en la memoria común la figura de fray Cipolla, hecha célebre por la refinada ironía de Giovanni Boccaccio, en el plano de la predicación real no menos enérgico fue san Bernardino de Siena, que en un célebre sermón denunciaba sin rodeos la proliferación de reliquias dudosas, como la ampolla que supuestamente contenía la leche de la Virgen María (cf. Devozioni ipocrite, en: Baldi, Novellette ed esempi morali di S. Bernardino da Siena, Florencia 1916). Sobre este tema escribió hace algunos años en estas mismas páginas el padre Ariel S. Levi di Gualdo, retomando la cuestión en términos deliberadamente vivos — y no siempre comprendidos por quienes no quieren comprender — mostrando cómo estas derivas devocionales no son en absoluto una invención moderna, sino un riesgo constante en la vida de la Iglesia (cf. Aquí).

En este contexto surgió también el uso de las reliquias “por contacto”, como las llamadas brandea, es decir, paños colocados en contacto con las tumbas de los mártires y luego distribuidos a los fieles. Esta práctica, lejos de ser una invención arbitraria, expresaba el deseo de hacer accesible la memoria de los santos sin comprometer la integridad de sus cuerpos. Sin embargo, es necesario afirmar con claridad que la reliquia no es un fetiche. El fetichismo atribuye al objeto un poder en sí mismo, casi automático; la veneración cristiana, en cambio, reconoce en la reliquia un signo que remite a Dios y a su acción. La gracia no reside en la materia como en una fuerza autónoma, sino que es siempre don de Dios, que puede servirse también de signos sensibles para llegar al hombre.

A lo largo de los siglos, la relación con las reliquias ha conocido desarrollos diversos, no siempre exentos de ambigüedad. En algunas épocas se ha asistido a una cierta espectacularización, con exposiciones que corren el riesgo de atraer más la curiosidad que la devoción. También hoy no es difícil encontrarse con situaciones en las que el cuerpo del santo, reducido a un esqueleto expuesto en urnas elaboradas, se convierte en objeto de una atención que puede deslizarse fácilmente hacia lo morboso o lo folclórico. Lo estamos experimentando lamentablemente en estos días con la exposición de los huesos de san Francisco de Asís, ante los cuales hay más fotografías tomadas con teléfonos móviles que oraciones. Aquí se impone un discernimiento serio. Si la reliquia pierde su referencia a la santidad y a la vida de la gracia, si no está insertada en un contexto de fe y de catequesis, corre el riesgo de convertirse en un objeto de interés puramente estético o cultural. De signo de la gloria futura puede convertirse en simple vestigio del pasado.

Cabe entonces preguntarse qué sentido puede tener hoy la veneración de las reliquias, especialmente las constituidas por restos corporales. La respuesta no puede ser otra que la que la tradición de la Iglesia ha dado siempre: tienen sentido en la medida en que remiten a Cristo y a su obra de salvación. El santo no es venerado por sí mismo, sino porque en él se ha manifestado la gracia de Dios. La reliquia es, por tanto, memoria concreta de la santidad, testimonio de la Encarnación y recordatorio de la resurrección de la carne. Habla al creyente no de muerte, sino de vida; no de un pasado cerrado, sino de un futuro prometido. Por este motivo la Iglesia, al tiempo que custodia con atención estos testimonios, está llamada también a educar a los fieles en su significado auténtico. Sin una adecuada formación, el riesgo de malentendidos está siempre presente.

Venerar las reliquias significa, en última instancia, reconocer que la salvación realizada por Cristo concierne al hombre en su totalidad y que la materia misma está llamada a participar en la gloria de Dios. En este sentido pueden entenderse como una prolongación concreta de la lógica de la Encarnación en la historia de la Iglesia. Sólo bajo esta condición su presencia conserva un auténtico valor espiritual; de lo contrario, reliquias vaciadas de su significado y reducidas a objetos de curiosidad o de devoción mal entendida corren el riesgo de dar vida a la justa y realista caricatura de fray Cipolla imaginada por Giovanni Boccaccio¹

Florencia, 20 de marzo de 2026

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¹ Giovanni Boccaccio (1313–1375) fue un escritor italiano del siglo XIV y una figura central de la cultura tardomedieval y prehumanista. Su obra más conocida, el Decamerón, es una colección de cien relatos. Entre ellos, la historia de fray Cipolla presenta con ironía el abuso de falsas reliquias, ofreciendo una crítica satírica de ciertas prácticas devocionales de la Baja Edad Media.

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Le varie sfaccettatura del benedire – The various facets of blessing – Las diversas facetas de la bendición

Italiano, english, español

 

LE VARIE SFACCETTATURE DEL BENEDIRE

La Chiesa può dare la benedizione, pur fra mille distinguo, anche a chi vive situazioni eccezionali, particolari o irregolari. In particolare se queste persone sono battezzate in comunione con la Chiesa, anche se vivono una situazione vitale che la Chiesa reputa errata.

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La Dichiarazione Fiducia Supplicans, risalente a dicembre 2023, riguardava la possibilità di benedire le coppie irregolari e perfino dello stesso sesso.

Monica Bellucci nel ruolo di Maddalena (The Passion, 2004)

La ricezione della stessa, sul subito, deve aver suscitato nell’episcopato risposte contrastanti se già a gennaio dell’anno successivo il Dicastero per la Dottrina della Fede ha sentito la necessità di emanare un comunicato stampa con delle precisazioni circa il carattere semplice, informale e pastorale delle suddette benedizioni, senza creare confusione con la dottrina riguardante il matrimonio e le normali benedizioni liturgiche ritualizzate. Nel medesimo contesto si faceva accenno alla possibilità di una graduale accettazione della Dichiarazione o addirittura ad una sua non ricezione nei casi più delicati e difficili. Tuttavia, se ne caldeggiava il valore, in quanto possibilità di rimanere in ascolto delle richieste che sorgono dai fedeli e di offrire ad essi una catechesi appropriata a riguardo.

Sul finire poi di un articolo comparso su questa nostra rivista, in cui si trattava il tema dell’omosessualità e la Bibbia (Qui), veniva auspicato che il cammino della riflessione su queste tematiche non fosse abbandonato. Col presente scritto, pur nella sua brevità e inadeguatezza dell’autore, vorrei portare avanti il compito, rispondendo alla domanda se sia giusto dare un bene spirituale della Chiesa, come può essere la benedizione, anche a chi vive in situazione che potremmo definire particolare, che costituisce eccezione, se proprio si vuole evitare il ricorrente termine che fa cenno alla irregolarità, a partire o estendendo ciò che la Chiesa fa già in altre situazioni.

Nel Codice di Diritto Canonico della Chiesa Cattolica si parla del tema dell’intercomunione coi fratelli separati, in particolare il canone 844 affronta l’argomento che riguarda l’amministrazione dei Sacramenti da parte di un ministro della Chiesa ai fedeli che non hanno la comunione piena con la chiesa cattolica, la cosiddetta communicatio in sacris. Il testo prende in considerazione due categorie di cristiani non cattolici: i «membri delle Chiese orientali» (§ 3) e gli «altri cristiani», cioè gli appartenenti alle Confessioni cristiane occidentali, ovvero quelle che esistono in occidente a partire dal tempo della Riforma (§ 4). Per entrambe le categorie di cristiani il testo codiciale afferma che «i ministri cattolici amministrano lecitamente i sacramenti della penitenza, della Eucaristia e dell’unzione degli infermi» (§§ 3-4). Di ambedue le categorie di cristiani il medesimo canone ribadisce che «non hanno comunione piena con la Chiesa Cattolica» (§§ 3-4); il che significa — detto positivamente — che questi cristiani sono con la Chiesa Cattolica in comunione vera, anche se non piena (cfr. soprattutto Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).

Più in particolare il canone 844, § 4 esige che per l’amministrazione dei Sacramenti da parte della Chiesa Cattolica ai cristiani non cattolici appartenenti alle Confessioni occidentali debba sussistere una necessità grave e urgente. Tuttavia, l’enciclica Ut unum sint, al numero 46 parla anche dell’esistenza di «casi particolari» e Ecclesia de Eucharistia, al numero 45, accenna pure a «circostanze speciali». Siccome il Codice di diritto canonico dipende in modo essenziale dal Concilio Vaticano II, non si può non far cenno a quello che è il testo più importante su questo argomento, e cioè Unitatis redintegratio, al nr. 8, che così si esprime: «La intercomunione (nei Sacramenti, n.d.r.) dipende soprattutto da due principi: dalla manifestazione dell’unità della Chiesa e dalla partecipazione ai mezzi della grazia». La manifestazione dell’unità per lo più vieta la intercomunione. La partecipazione della grazia, la gratia procuranda, talvolta la raccomanda. Naturalmente il primo principio serve a salvaguardare la comunione ecclesiale e che perciò venga evitato il pericolo di errore o di indifferentismo, come se amministrare i Sacramenti ai cattolici e a coloro che non lo sono fosse la medesima cosa, perché tale non è, senza pena di equivoco. Ritenere quindi che non esiste differenza fra essere o non essere in comunione con la Chiesa Cattolica porterebbe a disorientamento e scandalo. D’altro canto — e richiamo qui le parole del Cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente emerito del Pontificio consiglio per i testi giuridici —:

«Il secondo principio richiama la necessità di conferire la grazia da parte della Chiesa Cattolica non in un modo qualsiasi, bensì in modo specifico attraverso l’amministrazione dei Sacramenti. E ciò vale non soltanto per i cristiani cattolici, bensì per tutti i battezzati, anche per i non cattolici. Questo il grande insegnamento affermato con chiarezza e convinzione dal grande testo del Vaticano II. Rendiamoci ben conto: i cristiani non cattolici hanno la necessità spirituale di ricevere il conferimento della grazia attraverso l’amministrazione dei Sacramenti. Hanno quindi la necessità spirituale di ricevere i Sacramenti. Possiamo anche dire che i cristiani non cattolici hanno il diritto di ricevere i Sacramenti. E la Chiesa cattolica ha il dovere di amministrare i Sacramenti a questi cristiani. Tutto ciò possiamo ritenere come semplice determinazione del principio della gratia procuranda, dove si noti il gerundio come segno di necessità» (a cura di Andrea Tornielli, Qui).

Portando fino in fondo il ragionamento, alla domanda se una coppia di coniugi, uno cattolico e l’altro non in comunione piena con la Chiesa, partecipando insieme alla Santa Messa desiderino anche ricevere l’Eucarestia, questo possa considerarsi una eccezionalità, se ciò corrisponde ad un bisogno spirituale dei coniugi che altrimenti vivrebbero quel momento da separati o non lo vivrebbero affatto, astenendosene; l’esperto Presule così risponde:

«Qualora il ministro cattolico amministrasse la santa Comunione al coniuge non cattolico, tutti potrebbero ragionevolmente ritenere che tale concessione è determinata dalla giusta necessità di non separare una coppia di coniugi, specie in un momento così speciale come la partecipazione al sacramento dell’Eucaristia. Tutto ciò può, comunque, essere sempre richiamato mediante una catechesi esplicativa data alla comunità dei fedeli anche in modo ricorrente».

Non voglio dilungarmi ancora troppo su questo argomento, anche perché il focus, come accennato inizialmente, è un altro. Si potrebbero dire tante altre cose perché l’argomento è ancora studiato e approfondito e non ho accennato, proprio per non dilungarmi, alle condizioni previe o alle disposizioni spirituali e d’animo che devono esser presenti in chi, pur non in comunione piena la Chiesa può, in casi specifici ed eccezionali, ricevere da un ministro cattolico i sacramenti della grazia. È inoltre evidente che tutto ciò appartiene a un ambito rigorosamente disciplinato dal diritto della Chiesa e non può in alcun modo essere confuso con forme di indiscriminata intercomunione o, peggio, con celebrazioni eucaristiche che prescindano dalla piena comunione ecclesiale e dalla validità del ministero sacerdotale. Proprio perché si tratta di materia delicata, il richiamo ai casi eccezionali non deve mai essere assunto come criterio ordinario, ma come conferma del fatto che la Chiesa, pur custodendo con fermezza il significato dei suoi beni spirituali, non cessa di interrogarsi sul modo di procurarli, nei casi consentiti, per la salvezza di tutte le anime.

Come si può immaginare, tutto questo ragionamento che dal Concilio è approdato poi nel Codice, nasce sia dalla riflessione teologica sui beni spirituali della Chiesa che di per sé stessi vogliono essere profusi in abbondanza e difficilmente si possono negare a chi con fiducia, rispetto e buona disposizione li chiede, sia dal non poter negare che le situazioni umane che le persone vivono in questo mondo sono molteplici e variegate. E la Chiesa, che custodisce i tesori della grazia divina, non può che interrogarsi su questo.

Tornando quindi all’argomento che ha dato inizio a questo scritto, la risposta non può che essere positiva. La Chiesa può dare la benedizione, pur fra mille distinguo, anche a chi vive situazioni eccezionali, particolari o irregolari. In particolare se queste persone sono battezzate in comunione con la Chiesa, anche se vivono una situazione vitale che la Chiesa reputa errata. Se essi possono, alle debite condizioni, ricevere i Sacramenti come tutti gli altri battezzati e, lo abbiamo visto, lo possono perfino coloro che appartengono ad altra confessione impossibilitati a rivolgersi ai propri ministri, perché non anche una semplice benedizione che servirebbe soltanto a ribadire quello che la Chiesa fa da sempre: rigettare il peccato, ma accogliere e amare il peccatore, come il Signore ha insegnato? Resta però necessario precisare che una simile benedizione non potrebbe mai essere rettamente intesa come conferma, ratifica o legittimazione della condizione oggettiva in cui tali persone si trovano. Se così fosse, si tradirebbe tanto il significato della benedizione quanto la verità stessa della pastorale ecclesiale. La Chiesa, infatti, può benedire la persona che chiede aiuto a Dio, non il peccato in quanto tale, né la pretesa che una situazione contraria alla sua dottrina venga per ciò stesso riconosciuta come moralmente buona o ecclesialmente legittima. Proprio per questo la benedizione, se richiesta con fede e umiltà, conserva il suo significato solo se rimane gesto di invocazione, di affidamento e di accompagnamento, mai di consacrazione implicita di una condizione di vita.

Come a suo tempo ha specificato il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede nel comunicato stampa su richiamato, lo scopo della Dichiarazione che, occorre ammetterlo, qualcuno ha mal digerito, era quello di mettere in risalto il valore della benedizione per la Chiesa, al fine di arrivare ad una «comprensione più ampia delle benedizioni e la proposta di accrescere le benedizioni pastorali, che non esigono le medesime condizioni delle benedizioni in un contesto liturgico o rituale».

Non vivendo più ormai da molto tempo in un contesto cristianizzato, la Chiesa incontrerà sempre più spesso situazioni non regolari secondo la dottrina. Essa potrà arroccarsi su una posizione difensiva e trincerarsi semplicemente dietro la dottrina che riconosce l’illiceità di alcune umane condizioni, ma questo non direbbe nulla di nuovo in proposito. Oppure, seguendo l’esempio del suo Maestro, potrà riconoscere che una relazione è errata, eppure conserva dentro di essa elementi positivi che non si possono negare e dunque perché non versare su queste situazioni «l’olio della consolazione e il vino della speranza», anche una semplice informale benedizione ove richiesta con fiducia? Anche qui, tuttavia, il discernimento rimane decisivo: una cosa è soccorrere pastoralmente persone che, pur in una condizione oggettivamente disordinate o irregolare, chiedono un aiuto spirituale senza rivendicare alcuna legittimazione; altra cosa sarebbe avallare, anche solo indirettamente, la pretesa che l’accoglienza ecclesiale coincida con il riconoscimento del loro stato come conforme al Vangelo. La misericordia della Chiesa non consiste nell’oscurare la verità, ma nell’accompagnare le persone verso di essa con pazienza, senza respingere e umiliare nessuno, ma al tempo stesso senza falsare nulla.

Ecco qui, dunque, un piccolo contributo alla riflessione che non ha alcuna pretesa, mosso solo da quello spirito che sta dietro all’invito di Gesù ad essere un discepolo «simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Proprio per questo, il compito della Chiesa non è né chiudere la porta della grazia a chi la domanda con sincera fiducia, né confondere la misericordia con la legittimazione di ciò che resta contrario al Vangelo, ma custodire insieme verità e carità, affinché ogni gesto pastorale sia autentico aiuto per le persone e mai occasione di equivoco circa la dottrina. Tutto questo, senza mai perdere di vista l’essenza stessa della missione a noi affidata da Cristo con delle precise parole:

«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 12-13).

Dall’Eremo, 19 marzo 2026

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THE VARIOUS FACETS OF BLESSING

The Church can grant a blessing, albeit with many distinctions, even to those who live in exceptional, particular or irregular situations. Especially if these persons are baptized in communion with the Church, even if they live in a life situation that the Church considers erroneous.

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The Declaration Fiducia Supplicans, issued in December 2023, concerned the possibility of blessing irregular couples and even same-sex couples. Its reception, at least initially, must have elicited contrasting responses within the episcopate, if already in January of the following year the Dicastery for the Doctrine of the Faith felt the need to issue a press release with clarifications regarding the simple, informal and pastoral character of such blessings, so as not to create confusion with the doctrine concerning marriage and with the ordinary ritual liturgical blessings. In the same context, reference was made to the possibility of a gradual acceptance of the Declaration or even to its non-reception in the most delicate and difficult cases. Nevertheless, its value was encouraged, as a way of remaining attentive to the requests arising from the faithful and of offering them an appropriate catechesis on the matter.

Toward the end of an article published in this same journal, which dealt with the theme of homosexuality and the Bible (Here), the hope was expressed that the path of reflection on these themes would not be abandoned. With the present text, despite its brevity and the inadequacy of its author, I would like to continue this task by responding to the question of whether it is right to grant a spiritual good of the Church, such as a blessing, even to those who live in a situation that we might define as particular — an exception, if one wishes to avoid the recurring term that refers to irregularity — starting from, or extending, what the Church already does in other situations.

In the Code of Canon Law of the Catholic Church the question of intercommunion with separated brethren is addressed; in particular, canon 844 deals with the administration of the Sacraments by a minister of the Church to the faithful who are not in full communion with the Catholic Church, the so-called communicatio in sacris. The text considers two categories of non-Catholic Christians: the “members of the Eastern Churches” (§ 3) and “other Christians,” that is, those belonging to Western Christian confessions, namely those existing in the West since the time of the Reformation (§ 4). For both categories the canonical text states that “Catholic ministers administer licitly the sacraments of penance, the Eucharist and the anointing of the sick” (§§ 3–4). Concerning both categories the same canon reiterates that they “are not in full communion with the Catholic Church” (§§ 3–4); which means — stated positively — that these Christians are in a true, though not full, communion with the Catholic Church (cf. especially Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).

More specifically, canon 844 § 4 requires that for the administration of the Sacraments by the Catholic Church to non-Catholic Christians belonging to Western confessions there must be a grave and urgent necessity. However, the encyclical Ut unum sint, in no. 46, also speaks of the existence of “particular cases,” and Ecclesia de Eucharistia, in no. 45, likewise refers to “special circumstances.” Since the Code of Canon Law depends essentially on the Second Vatican Council, one cannot fail to mention what is the most important text on this subject, namely Unitatis redintegratio, no. 8, which states: “The sharing in the Sacraments (communicatio in sacris) depends chiefly on two principles: the manifestation of the unity of the Church and the sharing in the means of grace.” The manifestation of unity generally forbids intercommunion. The sharing in grace, the gratia procuranda, sometimes recommends it. Naturally, the first principle serves to safeguard ecclesial communion and to avoid the danger of error or indifferentism, as if administering the Sacraments to Catholics and to those who are not were the same thing, which it is not, without giving rise to misunderstanding. To maintain that there is no difference between being or not being in communion with the Catholic Church would lead to confusion and scandal. On the other hand — and I recall here the words of Cardinal Coccopalmerio, emeritus president of the Pontifical Council for Legislative Texts —:

“The second principle recalls the necessity for the Catholic Church to confer grace not in just any way, but in a specific way through the administration of the Sacraments. And this applies not only to Catholic Christians, but to all the baptized, including non-Catholics. This is the great teaching affirmed with clarity and conviction by the great texts of Vatican II. Let us be fully aware: non-Catholic Christians have a spiritual need to receive the conferral of grace through the administration of the Sacraments. They therefore have a spiritual need to receive the Sacraments. We can also say that non-Catholic Christians have the right to receive the Sacraments. And the Catholic Church has the duty to administer the Sacraments to these Christians. All this can be understood as a concrete application of the principle of gratia procuranda, note the gerund, which indicates necessity” (edited by Andrea Tornielli, here).

Carrying the reasoning through to its conclusion, one may ask whether a married couple, one Catholic and the other not in full communion with the Church, participating together in Holy Mass and desiring also to receive the Eucharist, might constitute an exceptional case — if this corresponds to a spiritual need of the spouses, who would otherwise experience that moment as separated or would not experience it at all, abstaining from it. The expert prelate responds as follows:

“If the Catholic minister were to administer Holy Communion to the non-Catholic spouse, everyone could reasonably consider that such a concession is determined by the just necessity of not separating a married couple, especially at such a special moment as participation in the sacrament of the Eucharist. All this can, in any case, always be clarified through an explanatory catechesis offered to the community of the faithful, even on a recurring basis.”

I do not wish to dwell too long on this topic, also because the focus, as mentioned at the beginning, is another. Much more could be said, since the matter is still being studied and deepened, and I have not mentioned — precisely in order not to prolong the discussion — the prior conditions or the spiritual dispositions that must be present in those who, although not in full communion with the Church, may in specific and exceptional cases receive from a Catholic minister the sacraments of grace. It is also evident that all this belongs to a sphere rigorously regulated by the law of the Church and cannot in any way be confused with forms of indiscriminate intercommunion or, worse, with Eucharistic celebrations that disregard full ecclesial communion and the validity of the priestly ministry. Precisely because this is a delicate matter, reference to exceptional cases must never be taken as an ordinary criterion, but as confirmation that the Church, while firmly safeguarding the meaning of her spiritual goods, does not cease to question how to provide them, where permitted, for the salvation of all souls.

As one can imagine, all this reasoning — which from the Council has found its way into the Code — arises both from theological reflection on the spiritual goods of the Church, which by their nature are meant to be poured out abundantly and can hardly be denied to those who request them with trust, respect and proper disposition, and from the recognition that the human situations people experience in this world are manifold and varied. And the Church, which safeguards the treasures of divine grace, cannot but reflect on this.

Returning therefore to the question that gave rise to this text, the answer can only be affirmative. The Church can grant a blessing, albeit with many distinctions, even to those who live in exceptional, particular or irregular situations. Especially if these persons are baptized in communion with the Church, even if they live in a life situation that the Church considers erroneous. If they can, under the proper conditions, receive the Sacraments like all the other baptized — and, as we have seen, even those belonging to another confession can do so when they are unable to turn to their own ministers — why not also a simple blessing, which would serve only to reaffirm what the Church has always done: reject sin but welcome and love the sinner, as the Lord has taught?

It remains necessary, however, to clarify that such a blessing could never rightly be understood as a confirmation, ratification or legitimation of the objective condition in which such persons find themselves. If that were the case, both the meaning of the blessing and the truth of ecclesial pastoral care would be betrayed. The Church, in fact, can bless the person who asks God for help, not sin as such, nor the claim that a situation contrary to her doctrine should thereby be recognized as morally good or ecclesially legitimate. Precisely for this reason the blessing, if requested with faith and humility, preserves its meaning only if it remains an act of invocation, of entrustment and of accompaniment, never of implicit consecration of a state of life.

As was specified at the time by the Prefect of the Dicastery for the Doctrine of the Faith in the above-mentioned press release, the purpose of the Declaration — which, it must be admitted, some have found difficult to accept — was to highlight the value of blessing for the Church, in order to arrive at “a broader understanding of blessings and the proposal to increase pastoral blessings, which do not require the same conditions as blessings in a liturgical or ritual context.”

Since we no longer live in a Christianized context, the Church will increasingly encounter situations that are not regular according to doctrine. She may take refuge in a defensive position and simply entrench herself behind doctrine, which recognizes the unlawfulness of certain human conditions, but this would say nothing new. Or, following the example of her Master, she may acknowledge that a relationship is erroneous and yet contains within itself positive elements that cannot be denied, and therefore why not pour upon these situations “the oil of consolation and the wine of hope,” even a simple informal blessing when requested with trust?

Here too, however, discernment remains decisive: one thing is to offer pastoral assistance to persons who, though in an objectively disordered or irregular condition, ask for spiritual help without claiming any form of legitimation; another would be to endorse, even indirectly, the claim that ecclesial welcome coincides with recognizing their condition as in conformity with the Gospel. The Church’s mercy does not consist in obscuring the truth, but in accompanying persons toward it with patience, without rejecting or humiliating anyone, while at the same time falsifying nothing.

Here, then, is a small contribution to a reflection that makes no claim to completeness, moved only by that spirit which lies behind Jesus’ invitation to be a disciple “like a householder who brings out of his treasure what is new and what is old” (Mt 13:52). Precisely for this reason, the task of the Church is neither to close the door of grace to those who ask for it with sincere trust, nor to confuse mercy with the legitimation of what remains contrary to the Gospel, but to safeguard together truth and charity, so that every pastoral act may be a genuine help to persons and never an occasion for misunderstanding concerning doctrine. All this without ever losing sight of the very essence of the mission entrusted to us by Christ in these precise words:

“Those who are well have no need of a physician, but those who are sick. Go and learn what this means: I desire mercy, and not sacrifice. For I have not come to call the righteous, but sinners” (Mt 9:12–13).

From the Hermitage, March 19, 2026

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LAS DIVERSAS FACETAS DE LA BENDICIÓN

La Iglesia puede dar la bendición, aunque con muchas distinciones, también a quienes viven situaciones excepcionales, particulares o irregulares. En particular si estas personas están bautizadas en comunión con la Iglesia, aunque vivan una situación de vida que la Iglesia considera errónea.

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La Declaración Fiducia Supplicans, de diciembre de 2023, se refería a la posibilidad de bendecir a parejas irregulares e incluso del mismo sexo. Su recepción, en un primer momento, debió suscitar respuestas contrastantes en el episcopado, si ya en enero del año siguiente el Dicasterio para la Doctrina de la Fe sintió la necesidad de emitir un comunicado con precisiones acerca del carácter sencillo, informal y pastoral de dichas bendiciones, sin crear confusión con la doctrina relativa al matrimonio ni con las bendiciones litúrgicas ritualizadas. En el mismo contexto se hacía referencia a la posibilidad de una aceptación gradual de la Declaración o incluso a su no recepción en los casos más delicados y difíciles. Sin embargo, se subrayaba su valor, en cuanto posibilidad de permanecer atentos a las peticiones que surgen de los fieles y de ofrecerles una catequesis adecuada al respecto.

Hacia el final de un artículo publicado en esta misma revista, en el que se trataba el tema de la homosexualidad y la Biblia (Aquí), se expresaba el deseo de que el camino de reflexión sobre estas cuestiones no fuera abandonado. Con el presente escrito, a pesar de su brevedad y de la insuficiencia de su autor, quisiera continuar esta tarea, respondiendo a la pregunta de si es justo conceder un bien espiritual de la Iglesia, como puede ser la bendición, también a quienes viven en una situación que podríamos definir como particular, que constituye una excepción — si se quiere evitar el término recurrente que alude a la irregularidad — partiendo de lo que la Iglesia ya hace en otras situaciones o extendiéndolo.

En el Código de Derecho Canónico de la Iglesia Católica se trata el tema de la intercomunión con los hermanos separados; en particular, el canon 844 aborda la cuestión de la administración de los Sacramentos por parte de un ministro de la Iglesia a los fieles que no están en plena comunión con la Iglesia católica, la llamada communicatio in sacris. El texto considera dos categorías de cristianos no católicos: los «miembros de las Iglesias orientales» (§ 3) y «los demás cristianos», es decir, los pertenecientes a las confesiones cristianas occidentales, aquellas que existen en Occidente desde el tiempo de la Reforma (§ 4). Para ambas categorías el texto canónico afirma que «los ministros católicos administran lícitamente los sacramentos de la penitencia, de la Eucaristía y de la unción de los enfermos» (§§ 3-4). De ambas categorías el mismo canon reafirma que «no están en plena comunión con la Iglesia católica» (§§ 3-4); lo cual significa — dicho positivamente — que estos cristianos están en verdadera comunión con la Iglesia católica, aunque no plena (cf. especialmente Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).

Más en particular, el canon 844 § 4 exige que, para la administración de los Sacramentos por parte de la Iglesia católica a cristianos no católicos pertenecientes a las confesiones occidentales, debe existir una necesidad grave y urgente. Sin embargo, la encíclica Ut unum sint, en el número 46, habla también de la existencia de «casos particulares», y Ecclesia de Eucharistia, en el número 45, alude igualmente a «circunstancias especiales». Dado que el Código de Derecho Canónico depende esencialmente del Concilio Vaticano II, no se puede dejar de mencionar el texto más importante sobre este tema, es decir, Unitatis redintegratio, n. 8, que así se expresa: «La intercomunión (en los Sacramentos) depende sobre todo de dos principios: de la manifestación de la unidad de la Iglesia y de la participación en los medios de la gracia». La manifestación de la unidad por lo general prohíbe la intercomunión. La participación en la gracia, la gratia procuranda, a veces la recomienda.

Naturalmente, el primer principio sirve para salvaguardar la comunión eclesial y evitar el peligro de error o de indiferentismo, como si administrar los Sacramentos a los católicos y a quienes no lo son fuese lo mismo, lo cual no es, sin riesgo de equívoco. Sostener que no existe diferencia entre estar o no en comunión con la Iglesia católica conduciría a desorientación y escándalo. Por otra parte — y retomo aquí las palabras del cardenal Coccopalmerio, presidente emérito del Pontificio Consejo para los Textos Legislativos —:

«El segundo principio recuerda la necesidad de conferir la gracia por parte de la Iglesia católica no de cualquier modo, sino de manera específica mediante la administración de los Sacramentos. Y esto vale no sólo para los cristianos católicos, sino para todos los bautizados, también para los no católicos. Ésta es la gran enseñanza afirmada con claridad y convicción por el gran texto del Vaticano II. Seamos plenamente conscientes: los cristianos no católicos tienen la necesidad espiritual de recibir la gracia mediante la administración de los Sacramentos. Tienen, por tanto, la necesidad espiritual de recibir los Sacramentos. Podemos decir también que los cristianos no católicos tienen el derecho de recibir los Sacramentos. Y la Iglesia católica tiene el deber de administrarlos a estos cristianos. Todo esto puede considerarse como una concreta determinación del principio de la gratia procuranda, obsérvese el gerundio como signo de necesidad» (editado por Andrea Tornielli, aquí).

Llevando el razonamiento hasta sus últimas consecuencias, ante la pregunta de si una pareja de esposos, uno católico y el otro no en plena comunión con la Iglesia, participando juntos en la Santa Misa y deseando también recibir la Eucaristía, puede constituir un caso excepcional — si ello responde a una necesidad espiritual de los esposos que de otro modo vivirían ese momento separados o no lo vivirían en absoluto —, el experto prelado responde así:

«Si el ministro católico administrara la sagrada Comunión al cónyuge no católico, todos podrían razonablemente considerar que tal concesión está determinada por la justa necesidad de no separar a una pareja de esposos, especialmente en un momento tan especial como la participación en el sacramento de la Eucaristía. Todo esto puede, en cualquier caso, ser siempre aclarado mediante una catequesis explicativa ofrecida a la comunidad de los fieles, incluso de manera recurrente».

No quiero extenderme demasiado sobre este tema, también porque el foco, como se ha indicado al inicio, es otro. Se podrían decir muchas otras cosas, ya que la cuestión sigue siendo objeto de estudio y profundización, y no he mencionado — precisamente para no alargar — las condiciones previas o las disposiciones espirituales que deben estar presentes en quien, aun no estando en plena comunión con la Iglesia, puede, en casos específicos y excepcionales, recibir de un ministro católico los sacramentos de la gracia. Es además evidente que todo esto pertenece a un ámbito rigurosamente regulado por el derecho de la Iglesia y no puede en modo alguno confundirse con formas de intercomunión indiscriminada o, peor aún, con celebraciones eucarísticas que prescindan de la plena comunión eclesial y de la validez del ministerio sacerdotal. Precisamente porque se trata de una materia delicada, la referencia a los casos excepcionales no debe ser asumida nunca como criterio ordinario, sino como confirmación de que la Iglesia, aun custodiando con firmeza el significado de sus bienes espirituales, no deja de preguntarse cómo procurarlos, en los casos permitidos, para la salvación de todas las almas.

Como se puede imaginar, todo este razonamiento — que desde el Concilio ha pasado al Código — nace tanto de la reflexión teológica sobre los bienes espirituales de la Iglesia, que por su propia naturaleza quieren ser derramados en abundancia y difícilmente pueden negarse a quien los pide con confianza, respeto y buena disposición, como del hecho de que las situaciones humanas que las personas viven en este mundo son múltiples y variadas. Y la Iglesia, que custodia los tesoros de la gracia divina, no puede sino interrogarse sobre ello.

Volviendo, por tanto, al tema que ha dado origen a este escrito, la respuesta no puede sino ser afirmativa. La Iglesia puede dar la bendición, aunque con muchas distinciones, también a quienes viven situaciones excepcionales, particulares o irregulares. En particular si estas personas están bautizadas en comunión con la Iglesia, aunque vivan una situación de vida que la Iglesia considera errónea. Si pueden, en las debidas condiciones, recibir los Sacramentos como todos los demás bautizados — y, como hemos visto, incluso quienes pertenecen a otra confesión pueden hacerlo cuando no pueden recurrir a sus propios ministros —, ¿por qué no también una simple bendición, que sólo serviría para reafirmar lo que la Iglesia ha hecho siempre: rechazar el pecado, pero acoger y amar al pecador, como el Señor ha enseñado?

Sin embargo, es necesario precisar que una bendición de este tipo nunca podría entenderse correctamente como confirmación, ratificación o legitimación de la condición objetiva en la que tales personas se encuentran. Si así fuera, se traicionaría tanto el significado de la bendición como la verdad misma de la pastoral eclesial. La Iglesia puede bendecir a la persona que pide ayuda a Dios, no el pecado en cuanto tal, ni la pretensión de que una situación contraria a su doctrina sea reconocida como moralmente buena o eclesialmente legítima. Precisamente por ello, la bendición, si se pide con fe y humildad, conserva su significado sólo si permanece como gesto de invocación, de confianza y de acompañamiento, nunca como una consagración implícita de una condición de vida.

Como en su momento especificó el prefecto del Dicasterio para la Doctrina de la Fe en el citado comunicado, el objetivo de la Declaración — que, hay que admitirlo, algunos han digerido mal — era poner de relieve el valor de la bendición para la Iglesia, con el fin de llegar a una «comprensión más amplia de las bendiciones y la propuesta de incrementar las bendiciones pastorales, que no exigen las mismas condiciones que las bendiciones en un contexto litúrgico o ritual».

Al no vivir ya desde hace tiempo en un contexto cristianizado, la Iglesia se encontrará cada vez más con situaciones no conformes a la doctrina. Podrá atrincherarse en una posición defensiva y limitarse a refugiarse detrás de la doctrina que reconoce la ilicitud de ciertas condiciones humanas, pero esto no diría nada nuevo. O bien, siguiendo el ejemplo de su Maestro, podrá reconocer que una relación es errónea y, sin embargo, contiene en su interior elementos positivos que no se pueden negar, y entonces ¿por qué no derramar sobre estas situaciones «el aceite de la consolación y el vino de la esperanza», incluso con una simple bendición informal, si se solicita con confianza?

También aquí, sin embargo, el discernimiento sigue siendo decisivo: una cosa es acompañar pastoralmente a personas que, aun en una condición objetivamente desordenada o irregular, piden ayuda espiritual sin pretender legitimación alguna; otra cosa sería avalar, siquiera indirectamente, la pretensión de que la acogida eclesial coincida con el reconocimiento de su estado como conforme al Evangelio. La misericordia de la Iglesia no consiste en oscurecer la verdad, sino en acompañar a las personas hacia ella con paciencia, sin rechazar ni humillar a nadie, pero al mismo tiempo sin falsear nada.

He aquí, pues, una pequeña contribución a la reflexión que no tiene ninguna pretensión, movida sólo por aquel espíritu que está detrás de la invitación de Jesús a ser un discípulo «semejante a un dueño de casa que saca de su tesoro cosas nuevas y cosas antiguas» (Mt 13,52). Precisamente por eso, la tarea de la Iglesia no es ni cerrar la puerta de la gracia a quien la pide con sincera confianza, ni confundir la misericordia con la legitimación de lo que sigue siendo contrario al Evangelio, sino custodiar conjuntamente la verdad y la caridad, para que cada gesto pastoral sea una ayuda auténtica para las personas y nunca ocasión de equívoco acerca de la doctrina. Todo esto, sin perder nunca de vista la esencia misma de la misión que Cristo nos ha confiado con palabras precisas:

«No tienen necesidad de médico los sanos, sino los enfermos. Id, pues, y aprended qué significa: Misericordia quiero y no sacrificio. Porque no he venido a llamar a los justos, sino a los pecadores» (Mt 9,12-13).

Desde el Eremo, 19 de marzo de 2026

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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«Lascia ch’io pianga». La notte buia nella quale Dio appare lontano e per questo è realmente vicino – “Lascia ch’io pianga.” The dark night in which God appears distant and for that very reason is truly near – «Lascia ch’io pianga». La noche oscura en la cual Dios aparece lejano y por eso mismo es realmente cercano –

Italian, English, Español

 

«LASCIA CH’IO PIANGA». LA NOTTE BUIA NELLA QUALE DIO APPARE LONTANO E PER QUESTO È REALMENTE VICINO

Chi ha attraversato questa soglia non diventa cinico. Diventa essenziale. Non disprezza la devozione semplice, ma non può più confondere la consolazione con Dio. Non cerca più di “sentire” la presenza; abita il silenzio. E nel silenzio scopre che Dio non era assente: era semplicemente oltre ogni rappresentazione. La notte, quando è autentica, non toglie Dio: toglie l’illusione di possederlo. E in questa spoliazione nasce una libertà più grande di ogni entusiasmo religioso; una libertà che nasce dal pianto di chi ha accettato di essere liberato dalla verità.

— Theologica —

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Molti santi e mistici hanno attraversato quella condizione spirituale che la tradizione ha chiamato “notte buia”.

San Giovanni della Croce ne ha dato la formulazione più radicale nella Subida del Monte Carmelo e soprattutto nella Noche oscura, dove descrive la purificazione attiva e passiva dei sensi e dello spirito. Santa Teresa d’Avila ne ha delineato le purificazioni progressive nel Castello interiore, in particolare nelle quarte e quinte mansioni, dove l’anima sperimenta la sospensione delle consolazioni e l’ingresso in una modalità più pura di unione. Santa Teresa di Calcutta ne ha vissuto per anni il silenzio quasi assoluto, come emerge dalle sue lettere spirituali pubblicate in Come Be My Light, nelle quali confessa di non “sentire” la presenza di Dio pur continuando a credere e a operare con incrollabile fedeltà. In tutti questi casi non si trattava di una crisi della fede, ma della sua maturazione. Ed è qui che si annida l’errore di lettura più frequente: confondere la “notte buia” con la perdita della fede. La notte non è negazione del credere; è purificazione delle modalità inferiori con cui si crede.

Dire: «Sento Dio lontano, anzi non lo sento proprio», non significa affermare un’assenza ontologica di Dio, ma descrivere ciò che i maestri spirituali chiamano deprivazione sensibile della presenza. Dio non viene meno, a venir meno è la modalità abituale con cui l’anima era abituata a percepirlo. Finché Dio è “sentito”, rimane in parte ancora nell’orizzonte dell’esperienza e spesso — occorre dirlo con chiarezza — nell’orizzonte del fideismo emotivo. La fede sostenuta prevalentemente dal sentimento non è ancora falsa, ma è fragile: dipende da una vibrazione interiore, da una consolazione, da una risonanza affettiva che può facilmente essere scambiata per presenza divina. In questa fase il rischio è sottile: confondere Dio con ciò che di Lui si prova. Quando invece Dio non è più sentito ma creduto nel silenzio, allora diventa assoluto. Non è più oggetto di consolazione, né sostegno emotivo, né esperienza gratificante; diventa fondamento dell’essere. Non è più ciò che conforta, ma ciò che è. E l’adesione a ciò che è non nasce dall’entusiasmo, ma dalla verità.

Con la maturazione della fede subentra il senso della nostra nullità dinanzi al mistero. Il fideismo emozionale cerca conferme affettive; la fede teologale, al contrario, accetta il silenzio. Si pensi, ad esempio, a chi identifica la presenza di Dio con il calore interiore provato durante una preghiera, con la commozione suscitata da un canto, con l’entusiasmo generato da un’esperienza comunitaria intensa. Nulla di tutto questo è in sé negativo: può essere dono autentico. Ma se la fede dipende da tali risonanze, quando queste vengono meno sembra che venga meno anche Dio.

È relativamente facile avere “fede” dentro le maestose basiliche, tra i fumi aromatici dell’incenso, i suoni dell’organo, i cori solenni, i paramenti che sono autentiche opere d’arte e i vasi sacri degni di un museo orafo. Tutto questo può elevare, predisporre, aiutare. Ma si provi ad averla, la fede, in uno scantinato in piena notte, o in un luogo isolato di campagna, dove si celebra l’Eucaristia in clima di persecuzione, con un orecchio rivolto alle orazioni e l’altro vigile nel timore che qualcuno possa irrompere. Senza apparati, senza solennità, senza sostegni sensibili. È lì, tra forza e paura, che la fede si misura nella sua nudità. La notte interviene proprio qui: sottrae l’appoggio sensibile per rivelare se l’adesione era rivolta a Dio o alle sue consolazioni.

Va però analizzato anche il rovescio della medaglia: quando l’anima entra stabilmente in questa forma più nuda della fede, può nascere un rischio sottile: una certa severità verso le forme più semplici di religiosità, è comprensibile, ma ciò non è detto avvenga per snobismo o altezzosità, tutt’altro: quando si è passati attraverso la purificazione dell’immaginario, le devozioni ingenue possono apparire superficiali. Tuttavia, la differenza non è tra maturità e ridicolo, ma tra cammini differenti. Anche una fede semplice può essere autentica, se è orientata al vero e non alla suggestione soggettiva.

Chi attraversa la notte non vive una fede nostalgica né difende un’immagine raffinata di Dio costruita su categorie elevate; abita il silenzio di Dio. E questo silenzio non è segno di crisi, ma di profondità. Non è vuoto; è spazio non occupato dall’immaginazione. È come il silenzio che avvolge una certosa: un silenzio che non ammette mezze misure. In quel contesto non sopravvive l’uomo superficiale. O si resta mediocri, incapaci di abitare l’essenziale, oppure si diventa uomini che, pur con i piedi ben piantati nella terra e un corpo pienamente umano, vivono già orientati verso l’incorporeo eterno. Il silenzio non distrugge: seleziona.

Quando il mistero non è più oggetto da comprendere ma orizzonte davanti al quale arrestarsi, l’io si ridimensiona. Nasce così una libertà nuova. Non la libertà dell’autonomia, ma quella dell’adeguazione. Non si è più liberi perché Dio è lontano; si è più liberi perché si è cessato di volerlo rendere vicino secondo misura propria. Il rischio contrario è sottile e diffuso: ridurre Dio a interlocutore delle proprie risonanze interiori. Il mondo religioso è pieno di persone che dialogano con se stesse credendo di aver parlato con Dio, per poi parlare agli uomini come se parlassero a nome di Dio. Non si tratta di mistica, ma di proiezione. Quando l’immaginazione non è purificata, può facilmente scambiarsi per rivelazione. La notte, invece, toglie questa pretesa. Non autorizza a parlare a nome di Dio; costringe a tacere davanti a Lui. Finché Dio è sentito, resta in parte dentro il nostro orizzonte. Quando è creduto nel silenzio, l’orizzonte si rovescia: non è Dio dentro il nostro spazio, ma noi dentro il Suo. E lì si rimane senza parole.

In questa esperienza emerge la consapevolezza del limite umano. Il limite non è frustrazione; è verità. Il mistero non umilia l’uomo, lo colloca. E l’uomo collocato nel mistero è più libero dell’uomo che si immagina centrale e si costruisce un Dio a propria immagine emotiva. La notte autentica non genera cinismo; genera precisione interiore. Molti parlano di “notte” perché hanno perso consolazioni, pochi la riconoscono come luogo di conoscenza del proprio limite. Nel primo caso c’è mancanza, nel secondo, maturazione. Solo chi ha attraversato questa purificazione può custodire senza dominare, trasmettere senza imporre, rispettare la libertà dell’altro, compresa la libertà religiosa tanto dibattuta ed equivocata in certi circoli, fondata sulla dignità umana e sulla libertà di coscienza (cfr.  Dignitatis Humanae, 2) e i suoi tempi. Chi non ha fatto i conti con il proprio limite tende a salvare per affermarsi, chi lo ha fatto salva perché ha ricevuto.

Dio appare lontano, ma proprio nella sottrazione diventa più radicalmente presente. Non più come oggetto dell’esperienza, ma come fondamento silenzioso dell’esistenza. E davanti a questo fondamento non si produce esaltazione, ma adorazione. La pretesa di “sentire” Dio come criterio della sua presenza è una semplificazione infantile del rapporto con l’Eterno. Dire: «Io devo sentire Dio» oppure: «In quel luogo si sente veramente la presenza di Dio» significa spesso confondere l’intensità emotiva con la realtà ontologica. L’esperienza può essere intensa, ma l’intensità non coincide con la verità. Dio non è racchiudibile nelle risonanze del nostro microcosmo affettivo. Egli non cresce o diminuisce in base alla vibrazione della nostra sensibilità. Al contrario, nella misura in cui l’anima matura, cresce la consapevolezza della distanza infinita che separa il Creatore dalla creatura. E, paradossalmente, proprio questa percezione della distanza è segno di maggiore prossimità. Ci si avvicina a Dio non riducendolo alla propria misura, ma accettando che Egli ecceda ogni misura. Quando l’anima smette di pretendere conferme sensibili e accetta di credere senza possedere, allora entra in una relazione più vera. Non più fondata sul bisogno di percepire, ma sulla disponibilità ad adorare.

La notte, dunque, non allontana Dio; allontana l’illusione di averlo afferrato. La notte non è solo sottrazione delle consolazioni; è attraversamento del dolore. Non esiste libertà spirituale senza una forma di duolo che spezzi le catene interiori. Finché l’anima trova appoggi nelle proprie rappresentazioni, nelle proprie emozioni, nelle proprie immagini rassicuranti di Dio, rimane in una libertà solo apparente. È il dolore a infrangere le ritorte che la trattengono.

Il duolo non è qui un valore in sé, né un compiacimento ascetico. È la conseguenza inevitabile della perdita di ciò che si era imparato ad amare come sostegno. Quando Dio si sottrae alla percezione sensibile, l’anima sperimenta una privazione reale. Ma questa privazione non distrugge la fede; la purifica. Non la indebolisce; la rende più nuda e per questo più vera. Nessuno acquista la libertà senza attraversare una perdita. La libertà autentica nasce sempre da un distacco, e il distacco comporta dolore. Non perché Dio voglia ferire, ma perché l’uomo deve essere liberato da ciò che confonde la consolazione con la verità.

La notte è dunque un atto di misericordia severa. Spezza ciò che lega, non ciò che costituisce. Distrugge le immagini, non la realtà. Tace per educare all’adesione pura. E quando l’anima cessa di aggrapparsi a ciò che sente, comincia finalmente ad aderire a ciò che è. Questa notte non è quindi un concetto ascetico per anime eccezionali. È una soglia reale che molti attraversano in silenzio. Vi sono sacerdoti che celebrano ogni giorno senza più sentire nulla, che predicano senza consolazioni interiori, che accompagnano altri mentre essi stessi camminano nel buio. Non hanno perso la fede; hanno perduto l’appoggio sensibile della fede. Ed è proprio in questa nudità che si verifica la qualità dell’adesione. Quando non resta che l’atto puro del credere, senza eco emotiva, senza gratificazione spirituale, senza ritorno affettivo. Allora la fede non è più esperienza: è fedeltà (Cfr. mia opera Credo per capire).

Chi ha attraversato questa soglia non diventa cinico. Diventa essenziale. Non disprezza la devozione semplice, ma non può più confondere la consolazione con Dio. Non cerca più di “sentire” la presenza; abita il silenzio. E nel silenzio scopre che Dio non era assente: era semplicemente oltre ogni rappresentazione. La notte, quando è autentica, non toglie Dio: toglie l’illusione di possederlo. E in questa spoliazione nasce una libertà più grande di ogni entusiasmo religioso; una libertà che nasce dal pianto di chi ha accettato di essere liberato dalla verità.

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Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri

La libertà

Il duolo infranga

Queste ritorte

De’ miei martiri

Sol per pietà

Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri

La libertà

(Lascia ch’io pianga, G. F. Händel).

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Dall’Isola di Patmos, 12 marzo 2026

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“LASCIA CH’IO PIANGA.” THE DARK NIGHT IN WHICH GOD APPEARS DISTANT AND FOR THAT VERY REASON IS TRULY NEAR

Those who have crossed this threshold do not become cynical. They become essential. They do not despise simple devotion, yet they can no longer confuse consolation with God. They no longer seek to “feel” presence; they inhabit silence. And in silence they discover that God was not absent; He was simply beyond every representation. The night, when authentic, does not remove God: it removes the illusion of possessing Him. And in this stripping there is born a freedom greater than any religious enthusiasm — a freedom born of the tears of one who has consented to be liberated by truth.

— Theologica —

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Many saints and mystics have passed through that spiritual condition which the tradition has called the “dark night.” Saint John of the Cross offered its most radical formulation in the Subida del Monte Carmelo and above all in the Noche oscura, where he describes the active and passive purification of the senses and of the spirit. Saint Teresa of Ávila outlined its progressive purifications in The Interior Castle, particularly in the fourth and fifth mansions, where the soul experiences the suspension of consolations and enters a more purified mode of union. Saint Teresa of Calcutta lived for years in a near-absolute interior silence, as emerges from her spiritual letters published in Come Be My Light, in which she confesses that she did not “feel” the presence of God while continuing to believe and to act with unshaken fidelity. In none of these cases was this a crisis of faith, but rather its maturation. Here lies the most common misreading: to confuse the “dark night” with the loss of faith. The night is not the negation of belief; it is the purification of the lower modalities by which one believes.

To say, “I feel God distant — indeed, I do not feel Him at all,” does not affirm an ontological absence of God; it describes what the spiritual masters call the sensible deprivation of presence. God does not withdraw; what withdraws is the habitual mode by which the soul had grown accustomed to perceiving Him. As long as God is “felt,” He still remains, in part, within the horizon of experience — and often, it must be said clearly, within the horizon of emotional fideism. A faith sustained primarily by feeling is not yet false, but it is fragile: it depends upon an interior vibration, a consolation, an affective resonance that can easily be mistaken for divine presence. At this stage the risk is subtle: to confuse God with what one feels of Him. When, however, God is no longer felt but believed in silence, He becomes absolute. He is no longer the object of consolation, nor emotional support, nor gratifying experience; He becomes the ground of being. No longer what comforts, but what is. And adhesion to what is does not arise from enthusiasm, but from truth.

With the maturation of faith there emerges a sense of our own nothingness before the mystery. Emotional fideism seeks affective confirmations; theological faith, by contrast, accepts silence. Consider those who identify God’s presence with the interior warmth experienced during prayer, with the emotion stirred by a hymn, with the enthusiasm generated by an intense communal experience. None of this is negative in itself; it may well be an authentic gift. Yet if faith depends upon such resonances, when they fade it seems as though God Himself has faded.

It is relatively easy to have “faith” within majestic basilicas, amid the fragrant clouds of incense, the sound of the organ, solemn choirs, vestments that are works of art and sacred vessels worthy of a goldsmith’s museum. All this can elevate, dispose, assist. But try to have faith in a basement at midnight, or in an isolated countryside setting where the Eucharist is celebrated under threat of persecution, with one ear attentive to the prayers and the other alert in case someone should break in. Without apparatus, without solemnity, without sensible supports. It is there, between strength and fear, that faith is measured in its nakedness. The night intervenes precisely here: it removes sensible support in order to reveal whether adhesion was directed toward God or toward His consolations.

Yet the reverse must also be considered: when the soul enters steadily into this more stripped form of faith, a subtle risk may arise — a certain severity toward simpler forms of religiosity. This is understandable, though it need not stem from snobbery or hauteur. When one has passed through the purification of the imagination, ingenuous devotions may appear superficial. Nevertheless, the distinction is not between maturity and ridicule, but between different paths. A simple faith can also be authentic, if it is oriented toward truth rather than suggestion.

One who traverses the night does not live a nostalgic faith, nor defend a refined image of God constructed upon elevated categories; he inhabits the silence of God. And this silence is not a sign of crisis, but of depth. It is not emptiness; it is space no longer occupied by imagination. It resembles the silence that envelops a Carthusian monastery — a silence that admits no mediocrity. Within such a space the superficial man does not endure. Either one remains mediocre, incapable of inhabiting the essential, or one becomes a man who, though firmly planted on earth and fully embodied, already lives oriented toward the incorporeal eternal. Silence does not destroy; it selects.

When the mystery is no longer an object to be grasped but a horizon before which one must halt, the self is reduced to its true measure. A new freedom is born. Not the freedom of autonomy, but that of conformity. One is not freer because God is distant; one is freer because one has ceased trying to render Him near according to one’s own measure. The opposite risk is subtle and widespread: reducing God to an interlocutor of one’s interior resonances. The religious world is full of people who converse with themselves, convinced that they have spoken with God, and who then speak to others as though in His name. This is not mysticism; it is projection. When imagination is not purified, it can easily be mistaken for revelation. The night, by contrast, removes this presumption. It does not authorise one to speak in God’s name; it compels one to fall silent before Him. As long as God is felt, He remains partly within our horizon. When He is believed in silence, the horizon is reversed: it is no longer God within our space, but we within His. And there, words fall away.

In this experience there emerges an awareness of human limitation. Limitation is not frustration; it is truth. The mystery does not humiliate man; it situates him. And the man situated within the mystery is freer than the one who imagines himself central and fashions a God in his own emotional image. The authentic night does not generate cynicism; it generates interior precision. Many speak of “night” because they have lost consolations; few recognise it as the place where one learns one’s own limit. In the first case there is lack; in the second, maturation. Only one who has undergone this purification can guard without dominating, transmit without imposing, respect the freedom of the other and his time. Those who have not reckoned with their own limit tend to save in order to affirm themselves; those who have, save because they have received.

God appears distant, yet precisely in this withdrawal He becomes more radically present. No longer as an object of experience, but as the silent foundation of existence. And before such a foundation there is no exhilaration, but adoration. The insistence on “feeling” God as the criterion of His presence is an infantile simplification of the relation to the Eternal. To say, “I must feel God,” or “In that place one truly feels God’s presence,” often confuses emotional intensity with ontological reality. Experience may be intense; intensity is not truth. God is not contained within the resonances of our affective microcosm. He does not increase or diminish according to the vibration of our sensibility. On the contrary, as the soul matures, there grows the awareness of the infinite distance separating the Creator from the creature. Paradoxically, this perception of distance is itself a sign of greater proximity. One approaches God not by reducing Him to one’s measure, but by consenting that He exceeds every measure. When the soul ceases to demand sensible confirmations and consents to believe without possessing, it enters a truer relation — one grounded not in perception, but in adoration.

The night, therefore, does not distance God; it distances the illusion of having grasped Him. The night is not only the removal of consolations; it is the passage through sorrow. There is no spiritual freedom without a form of grief that breaks interior chains. As long as the soul leans upon its own representations, emotions, and reassuring images of God, it remains in a merely apparent freedom. It is sorrow that shatters the cords that bind it.

Sorrow here is not a value in itself, nor an ascetical complacency. It is the inevitable consequence of losing what one had learned to love as support. When God withdraws from sensible perception, the soul experiences a real deprivation. Yet this deprivation does not destroy faith; it purifies it. It does not weaken it; it renders it more naked, and therefore more true. No one acquires freedom without passing through a loss. Authentic freedom is always born of detachment, and detachment entails pain. Not because God desires to wound, but because man must be freed from what confuses consolation with truth. The night is thus an act of severe mercy. It breaks what binds, not what constitutes. It destroys images, not reality. It falls silent in order to educate pure adhesion. And when the soul ceases clinging to what it feels, it finally begins to adhere to what is. This night is not an ascetical concept reserved for exceptional souls. It is a real threshold crossed in silence by many. There are priests who celebrate each day without feeling anything, who preach without interior consolation, who accompany others while themselves walking in darkness. They have not lost faith; they have lost the sensible support of faith. And it is precisely in this nakedness that the quality of adhesion is revealed. When nothing remains but the pure act of believing — without emotional echo, without spiritual gratification, without affective return — then faith is no longer experience: it is fidelity.

Those who have crossed this threshold do not become cynical. They become essential. They do not despise simple devotion, yet they can no longer confuse consolation with God. They no longer seek to “feel” presence; they inhabit silence. And in silence they discover that God was not absent; He was simply beyond every representation. The night, when authentic, does not remove God: it removes the illusion of possessing Him. And in this stripping there is born a freedom greater than any religious enthusiasm — a freedom born of the tears of one who has consented to be liberated by truth.

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Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri

La libertà

Il duolo infranga

Queste ritorte

De’ miei martiri

Sol per pietà

Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri

La libertà

Lascia ch’io pianga (G. F. Händel).

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Patmos Island, 12 March 2026

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«LASCIA CH’IO PIANGA». LA NOCHE OSCURA EN LA CUAL DIOS APARECE LEJANO Y POR ESO MISMO ES REALMENTE CERCANO

Quien ha atravesado este umbral no se vuelve cínico. Se vuelve esencial. No desprecia la devoción sencilla, pero ya no puede confundir la consolación con Dios. No busca ya «sentir» la presencia; habita el silencio. Y en el silencio descubre que Dios no estaba ausente: estaba simplemente más allá de toda representación. La noche, cuando es auténtica, no quita a Dios: quita la ilusión de poseerlo. Y en este despojamiento nace una libertad mayor que cualquier entusiasmo religioso; una libertad que nace del llanto de quien ha aceptado ser liberado por la verdad.

— Theologica —

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Muchos santos y místicos han atravesado esa condición espiritual que la tradición ha llamado «noche oscura». San Juan de la Cruz ofreció su formulación más radical en la Subida del Monte Carmelo y sobre todo en la Noche oscura, donde describe la purificación activa y pasiva de los sentidos y del espíritu. Santa Teresa de Ávila delineó sus purificaciones progresivas en El Castillo Interior, particularmente en las cuartas y quintas moradas, donde el alma experimenta la suspensión de las consolaciones y el ingreso en una modalidad más pura de unión. Santa Teresa de Calcuta vivió durante años un silencio casi absoluto, como se desprende de sus cartas espirituales publicadas en Ven, sé mi luz (Come Be My Light), en las cuales confiesa no «sentir» la presencia de Dios y, sin embargo, continuar creyendo y obrando con fidelidad inquebrantable. En ninguno de estos casos se trataba de una crisis de fe, sino de su maduración. Aquí se encuentra el error de interpretación más frecuente: confundir la «noche oscura» con la pérdida de la fe. La noche no es negación del creer; es purificación de las modalidades inferiores con las que se cree.

Decir: «Siento a Dios lejano, incluso no lo siento en absoluto», no significa afirmar una ausencia ontológica de Dios, sino describir lo que los maestros espirituales llaman privación sensible de la presencia. Dios no desaparece; desaparece la modalidad habitual con la que el alma estaba acostumbrada a percibirlo. Mientras Dios es «sentido», permanece todavía, en parte, dentro del horizonte de la experiencia y con frecuencia — es necesario decirlo con claridad — dentro del horizonte del fideísmo emotivo. Una fe sostenida principalmente por el sentimiento no es aún falsa, pero es frágil: depende de una vibración interior, de una consolación, de una resonancia afectiva que puede confundirse fácilmente con presencia divina. En esta fase el riesgo es sutil: confundir a Dios con lo que de Él se experimenta. Cuando, en cambio, Dios ya no es sentido sino creído en el silencio, entonces se vuelve absoluto. Ya no es objeto de consolación, ni apoyo emocional, ni experiencia gratificante; se convierte en fundamento del ser. No es ya lo que consuela, sino lo que es. Y la adhesión a lo que es no nace del entusiasmo, sino de la verdad.

Con la maduración de la fe surge el sentido de nuestra nada ante el misterio. El fideísmo emocional busca confirmaciones afectivas; la fe teologal, por el contrario, acepta el silencio. Piénsese, por ejemplo, en quien identifica la presencia de Dios con el calor interior experimentado durante una oración, con la emoción suscitada por un canto, con el entusiasmo generado por una experiencia comunitaria intensa. Nada de esto es en sí negativo: puede ser un don auténtico. Pero si la fe depende de tales resonancias, cuando estas desaparecen parece que también desaparece Dios.

Es relativamente fácil tener «fe» dentro de majestuosas basílicas, entre los aromas del incienso, los sonidos del órgano, los coros solemnes, los ornamentos que son verdaderas obras de arte y los vasos sagrados dignos de un museo de orfebrería. Todo esto puede elevar, predisponer, ayudar. Pero inténtese tener fe en un sótano en plena noche, o en un lugar aislado del campo, donde se celebra la Eucaristía en clima de persecución, con un oído atento a las oraciones y el otro vigilante por si alguien irrumpe. Sin aparatos, sin solemnidad, sin apoyos sensibles. Es allí, entre fortaleza y temor, donde la fe se mide en su desnudez. La noche interviene precisamente aquí: retira el apoyo sensible para revelar si la adhesión estaba dirigida a Dios o a sus consolaciones.

Debe analizarse también el reverso: cuando el alma entra de manera estable en esta forma más desnuda de fe, puede surgir un riesgo sutil: cierta severidad hacia las formas más sencillas de religiosidad. Es comprensible, aunque no necesariamente fruto de esnobismo o altivez. Cuando se ha pasado por la purificación del imaginario, las devociones ingenuas pueden parecer superficiales. Sin embargo, la diferencia no es entre madurez y ridículo, sino entre caminos distintos. También una fe sencilla puede ser auténtica, si está orientada a la verdad y no a la sugestión.

Quien atraviesa la noche no vive una fe nostálgica ni defiende una imagen refinada de Dios construida sobre categorías elevadas; habita el silencio de Dios. Y ese silencio no es signo de crisis, sino de profundidad. No es vacío; es espacio no ocupado por la imaginación. Es como el silencio que envuelve una cartuja: un silencio que no admite medias tintas. En ese contexto no sobrevive el hombre superficial. O se permanece mediocre, incapaz de habitar lo esencial, o se llega a ser hombre que, con los pies firmemente plantados en la tierra y un cuerpo plenamente humano, vive ya orientado hacia lo incorpóreo eterno. El silencio no destruye: selecciona.

Cuando el misterio deja de ser objeto que comprender y se convierte en horizonte ante el cual detenerse, el yo se redimensiona. Nace entonces una libertad nueva. No la libertad de la autonomía, sino la de la adecuación. No se es más libre porque Dios esté lejano; se es más libre porque se ha dejado de intentar hacerlo cercano según la propia medida. El riesgo contrario es sutil y extendido: reducir a Dios a interlocutor de las propias resonancias interiores. El mundo religioso está lleno de personas que dialogan consigo mismas convencidas de haber hablado con Dios, y que luego hablan a los hombres como si lo hicieran en su nombre. No se trata de mística, sino de proyección. Cuando la imaginación no está purificada, puede confundirse fácilmente con revelación. La noche, en cambio, elimina esta pretensión. No autoriza a hablar en nombre de Dios; obliga a callar ante Él. Mientras Dios es sentido, permanece en parte dentro de nuestro horizonte. Cuando es creído en el silencio, el horizonte se invierte: ya no es Dios dentro de nuestro espacio, sino nosotros dentro del suyo. Y allí las palabras se apagan.

En esta experiencia emerge la conciencia del límite humano. El límite no es frustración; es verdad. El misterio no humilla al hombre; lo sitúa. Y el hombre situado en el misterio es más libre que el que se imagina central y se construye un Dios a su imagen emocional. La noche auténtica no genera cinismo; genera precisión interior. Muchos hablan de «noche» porque han perdido consolaciones; pocos la reconocen como lugar de conocimiento del propio límite. En el primer caso hay carencia; en el segundo, maduración. Solo quien ha atravesado esta purificación puede custodiar sin dominar, transmitir sin imponer, respetar la libertad del otro y sus tiempos. Quien no ha afrontado su propio límite tiende a salvar para afirmarse; quien lo ha hecho salva porque ha recibido.

Dios parece lejano, pero precisamente en su retirada se hace más radicalmente presente. No ya como objeto de experiencia, sino como fundamento silencioso de la existencia. Y ante ese fundamento no surge exaltación, sino adoración. La pretensión de «sentir» a Dios como criterio de su presencia es una simplificación infantil de la relación con el Eterno. Decir: «Yo debo sentir a Dios» o «En ese lugar se siente verdaderamente la presencia de Dios» suele confundir la intensidad emocional con la realidad ontológica. La experiencia puede ser intensa; la intensidad no es la verdad. Dios no está encerrado en las resonancias de nuestro microcosmos afectivo. No crece ni disminuye según la vibración de nuestra sensibilidad. Por el contrario, a medida que el alma madura, crece la conciencia de la distancia infinita que separa al Creador de la criatura. Y paradójicamente, esta percepción de distancia es signo de mayor proximidad. Se acerca uno a Dios no reduciéndolo a la propia medida, sino aceptando que Él excede toda medida. Cuando el alma deja de exigir confirmaciones sensibles y acepta creer sin poseer, entra en una relación más verdadera: no fundada en la necesidad de percibir, sino en la disponibilidad para adorar.

La noche, por tanto, no aleja a Dios; aleja la ilusión de haberlo aferrado. La noche no es solo retirada de consolaciones; es atravesar el dolor. No existe libertad espiritual sin una forma de duelo que rompa las cadenas interiores. Mientras el alma se apoye en sus propias representaciones, emociones e imágenes tranquilizadoras de Dios, permanece en una libertad solo aparente. Es el dolor el que rompe las ataduras que la retenían.

El duelo no es aquí un valor en sí mismo ni un complacerse ascético. Es la consecuencia inevitable de perder aquello que se había aprendido a amar como sostén. Cuando Dios se sustrae a la percepción sensible, el alma experimenta una privación real. Pero esta privación no destruye la fe; la purifica. No la debilita; la vuelve más desnuda y por eso más verdadera. Nadie adquiere la libertad sin atravesar una pérdida. La libertad auténtica nace siempre de un desprendimiento, y el desprendimiento comporta dolor. No porque Dios quiera herir, sino porque el hombre debe ser liberado de lo que confunde la consolación con la verdad. La noche es, por tanto, un acto de misericordia severa. Rompe lo que ata, no lo que constituye. Destruye imágenes, no la realidad. Calla para educar en la adhesión pura. Y cuando el alma deja de aferrarse a lo que siente, comienza finalmente a adherirse a lo que es. Esta noche no es un concepto ascético reservado a almas excepcionales. Es un umbral real que muchos atraviesan en silencio. Hay sacerdotes que celebran cada día sin sentir nada, que predican sin consolaciones interiores, que acompañan a otros mientras ellos mismos caminan en la oscuridad. No han perdido la fe; han perdido el apoyo sensible de la fe. Y es precisamente en esta desnudez donde se verifica la calidad de la adhesión. Cuando no queda más que el acto puro de creer — sin eco emocional, sin gratificación espiritual, sin retorno afectivo — entonces la fe ya no es experiencia: es fidelidad.

Quien ha atravesado este umbral no se vuelve cínico. Se vuelve esencial. No desprecia la devoción sencilla, pero ya no puede confundir la consolación con Dios. No busca ya «sentir» la presencia; habita el silencio. Y en el silencio descubre que Dios no estaba ausente: estaba simplemente más allá de toda representación. La noche, cuando es auténtica, no quita a Dios: quita la ilusión de poseerlo. Y en este despojamiento nace una libertad mayor que cualquier entusiasmo religioso; una libertad que nace del llanto de quien ha aceptado ser liberado por la verdad.

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Desde la Isla de Patmos, 12 de marzo de 2026

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Il cammino delle tre chiavi

IL CAMMINO DELLE TRE CHIAVI

Esce la seconda edizione di questo romanzo che attraversa il tempo, la coscienza e il mistero, dove la realtà e visione si intrecciano, il passato ritorna con i suoi conti sospesi, la fede viene messa alla prova, le certezze si incrinano una dopo l’altra. Nulla è scontato, nulla è ornamentale: ogni incontro, ogni parola, ogni silenzio conduce più in profondità

— Libri e recensioni—

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos 

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Una città riconoscibile e insieme inquietante. Un uomo di successo che crede di avere tutto sotto controllo. Un mazzo di chiavi dimenticato in un cassetto. Talvolta la vita cambia non con un fragore, ma con un dettaglio: una voce, un ricordo, una porta che non avremmo mai voluto aprire.

Esce la seconda edizione de Il cammino delle tre chiavi, un romanzo che attraversa il tempo, la coscienza e il mistero, dove nella narrativa di Ariel S. Levi di Gualdo la realtà e visione si intrecciano, il passato ritorna con i suoi conti sospesi, la fede viene messa alla prova, le certezze si incrinano una dopo l’altra. Nulla è scontato, nulla è ornamentale: ogni incontro, ogni parola, ogni silenzio conduce più in profondità.

Non è una narrazione che smussa gli spigoli dell’esistenza, ma un racconto che li attraversa. Conduce il lettore là dove ogni uomo, prima o poi, è chiamato a sostare: dentro se stesso, davanti alle proprie scelte, davanti alle proprie omissioni. E forse, questa volta, la chiave peserà di più nella mano, perché alcune porte si aprono una volta sola e ciò che vi si trova dietro non permette più di tornare indietro come prima.

dall’Isola di Patmos, 8 marzo 2026

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