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Il diritto di insultare e il divieto di essere criticati

22 Aprile 2026/in Attualità/da Padre Ivano

IL DIRITTO DI INSULTARE E IL DIVIETO DI ESSERE CRITICATI

Mica vorremo mettere a confronto una sciocchezza irrilevante, tale è un figlio che maltratta la propria madre, rispetto a un prete che dopo un dibattito polemico è querelato da un attivista LGBT e per il quale, a logico rigore di colui che tacer non può, andrebbero richiesti l’ergastolo e il regime di massima sicurezza ex art. 41-bis, previa scomunica e dimissione dallo stato clericale? 

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Nell’epoca della cultura hip-hop e, in particolare, nella musica rap si conosce una metodologia per prendere in giro e sbeffeggiare l’avversario fatta di canzoni, di rime e testi che vengono diffusi via social. Stiamo parlando del “Dissing”, abbreviazione del termine inglese “disrespecting” (mancanza di rispetto).

(© The Mirror, 2014)

Tra il serio e il faceto, il Dissing si attesta tra il gioco e la provocazione, una schermaglia tra abilità del mondo rap e punzecchiature della cultura social. Spesso però il “Dissing” si rivela come un mezzo per far parlare di sé, per fare o farsi pubblicità, per uscire dall’anonimato e farsi conoscere; per svuotarsi dell’etichetta di “sfigato” e per entrare nell’olimpo di coloro che contano. Molti “Dissing” hanno portato degli innegabili vantaggi in termini di visibilità e notorietà a personaggi del mondo rap e pop, fino a toccare anche altri aspetti della vita pubblica, per cui abbiamo assistito anche a “Dissing” tra esponenti politici o del mondo della televisione e del cinema.

Anche nel mondo del cattolicesimo digitale, annoveriamo chi fa dello sberleffo e dell’invettiva un modus operandi consueto per colpire coloro che non sono di suo gradimento e che non si allineano alla sua personale visione del mondo cattolico. Un “Dissing” molto più malevolo e radicale che ha perso la nota della giocosità e della schermaglia tra pari (di cui si riconosce il valore e il rispetto) per rivestirsi di tutta quella perversità e insolenza del peggiore risentimento clericale che dovrebbe essere prontamente allontanato, pena il restarne gravemente invischiati.

Esiste un personaggio ormai tristemente noto «di cui è pietoso e saggio tacere anche il nome» (cfr. Il Nome della Rosa, 1986), perché basta leggerlo per riconoscerlo: linguaggio aggressivo, giudizi senza appello, etichette distribuite con generosità a chiunque non rientri nei suoi schemi. È un soggetto che tacer non può, o come afferma Sant’Agostino nella sua Epistola 23 del 392: silere non possum (non posso tacere). Per questo scrive molto, colpisce sempre, non risparmia nessuno: preti, vescovi, cardinali, ma soprattutto giornalisti. Tutto può diventare bersaglio. Ogni aggressione verbale viene giustificata allo stesso modo: franchezza, giustizia, libertà di parola, difesa della fede. Non c’è misura, né rispetto per l’avversario, né distinzione tra critica e insulto: tutto confluisce nello stesso registro, quello dell’aggressione sistematica e reiterata.

Non è un eccesso, ma un metodo. Il linguaggio non serve più a comprendere la realtà, ma a ridurla e piegarla: una parola sostituisce un ragionamento, un’etichetta un’analisi, una formula liquida una persona. Non richiede competenza né verifica, ma solo sicurezza e ripetizione. Ed è proprio per questo che funziona nell’ecosistema digitale: lì la velocità conta più della precisione e l’impatto più della verità.

Questo linguaggio non costruisce nulla: non chiarisce, non distingue, non apre spazi, ma semplifica e chiude, trasformando la realtà in una sequenza di bersagli. Più che per ciò che afferma, questo personaggio è riconoscibile per ciò che evita: il confronto reale. E qui emerge il punto decisivo: non tollera di essere contraddetto. Non serve un attacco, basta una smentita documentata o una critica pacata. A quel punto cambia tutto. Chi fino a un momento prima insultava si presenta come vittima; chi delegittimava tutti denuncia di essere delegittimato; chi parlava senza limiti pretende ora tutela. Il rovesciamento è immediato e sistematico.

Lo si vede con chiarezza anche quando i fatti entrano nel discorso, per esempio quando accusa e istiga terzi ad accusare un prete dedito all’attività pubblicistica di essere stato querelato anni fa per diffamazione da un attivista LGBT, vicenda peraltro in attesa di giudizio presso il tribunale d’appello. Al tempo stesso, però, è capace di stracciarsi le vesti dichiarandosi altamente leso se qualcuno gli replica che in un provvedimento della Suprema Corte di Cassazione, relativo a un contenzioso da lui promosso contro i propri stessi genitori, trascinati sino all’estremo grado di giudizio — dopo avere perso in primo grado e in appello —, il giudice di legittimità scrive:

«non vi è alcuna prova degli asseriti maltrattamenti subiti dal reclamante mentre è in corso un processo per lo stesso reato a carico dello stesso per fatti commessi nei confronti della madre» (cfr. pag. 3, vedere qui).

Può essere però che per colui che tacer non può, un giudizio promosso da un attivista LGBT per diffamazione a mezzo stampa e al momento in attesa del giudizio d’appello, sia molto più grave di un giudice di cassazione che scrive in una ordinanza che è in corso un processo a suo carico per maltrattamenti verso la madre. Mica vorremo mettere a confronto una sciocchezza irrilevante, tale è un figlio che maltratta la propria madre, rispetto a un prete che dopo un dibattito polemico è querelato da un attivista LGBT e per il quale, a logico rigore di colui che tacer non può e degli infelici che gli danno corda, andrebbero richiesti l’ergastolo e il regime di massima sicurezza ex art. 41-bis, previa scomunica e dimissione dallo stato clericale? 

È sempre lo stesso schema raffigurato in un precedente articolo dedicato alla psicologia del narcisista maligno (vedere qui): chi aggredisce pretende di apparire come vittima. Finché la parola procede in una sola direzione, il sistema regge, purché non subentri la reciprocità, perché si può colpire di parola, ma non essere messi, con la stesse parola, di fronte alle proprie evidenti incoerenze. Ecco allora che si attacca e poi si denuncia di essere stati attaccati; si espone e poi si lamenta di essere esposti; si colpisce e poi si invoca protezione; si dichiara di essere stati maltrattati dalla madre e ci si ritrova dinanzi a un giudice che lungi dal cadere nel tranello di questa inversione, scrive in una ordinanza che è in corso un procedimento a carico del figlio, in quanto era lui a maltrattare la madre e non viceversa. Ordinaria incoerenza? No, è un sistema perfettamente coerente nella sua logica: libertà assoluta per sé, limite assoluto per gli altri.

Quando questa dinamica viene messa alla prova, il confronto scompare. Non si entra nel merito, non si risponde alle argomentazioni: si cambia piano. E così la questione non è più ciò che è vero o falso, ma chi ha il diritto di parlare. La verità non viene confutata: viene aggirata e se serve manipolata. Questo spostamento ha un effetto preciso: porta l’attenzione dal contenuto alla persona. Non conta ciò che viene detto, ma chi lo dice; non la correttezza di un’argomentazione, ma la legittimità di chi la pronuncia. Il discorso diventa così impermeabile a qualsiasi verifica.

A questo punto si compie un ulteriore passaggio. Non ci si limita più alla parola: si ricorre a segnalazioni, esposti e azioni formali rivolte a piattaforme o ad altri soggetti, non per tutelare un diritto realmente leso, ma per colpire in ogni modo l’interlocutore. Strumenti nati per garantire tutela vengono così piegati a una funzione diversa: non chiarire, ma scoraggiare; non difendere, ma creare pressione; non accertare, ma logorare attraverso la reiterazione. Non è necessario avere ragione: è sufficiente attivare il meccanismo. Il solo fatto di costringere l’altro a difendersi produce già un risultato: tempo sottratto, energia consumata, pressione continua.

Non siamo più nell’ambito della polemica, ma in quello di dinamiche intimidatorie di tipo mafioso. Il confronto viene sostituito dal tentativo di impedirlo, la risposta dalla pressione, la dialettica aggirata invece che affrontata. A questo livello diventa chiaro che non siamo davanti a qualcuno che difende la fede, ma a qualcuno che utilizza il linguaggio religioso come strumento violento di affermazione personale. Non interessa chiarire, ma prevalere; non convincere, ma occupare lo spazio; non cercare la verità, ma controllare la narrazione.

Questo produce anche un effetto più ampio. Chi legge, soprattutto se meno formato, tende a interiorizzare lo schema: se chi parla così non viene contraddetto, allora deve avere ragione; se usa toni assoluti, allora possiede certezze; se attacca tutti, allora difende qualcosa. È così che una dinamica aggressiva si trasforma in apparente autorevolezza: non perché sia fondata, ma perché è continua. L’insulto diventa linguaggio ordinario, la delegittimazione metodo, il conflitto sistema. Tutto si regge su una logica semplice: ciò che è lecito per sé non è lecito per gli altri. E, come è stato scritto su queste colonne in un articolo già richiamato prima (vedere qui), l’Autorità Ecclesiastica ha le proprie responsabilità in tal senso per non essersi mai attivata a tutela di quei soggetti deboli e fragili — certi preti inclusi — che alle falsità di simili personaggi prestano ascolto, pensando che tutto si potesse risolvere da sé col tempo ignorando semplicemente il problema, anziché affrontarlo e stroncarlo sul nascere con tutti i mezzi leciti a nostra disposizione.

Il paradosso è evidente: chi accusa tutti perché tacer non può, non accetta di essere contraddetto, chi giudica tutti non accetta di essere giudicato, chi pretende di dire la verità non accetta che quella verità venga verificata. Alla fine, non si cerca un confronto, ma un monopolio: non discutere, ma stabilire chi può parlare senza essere contraddetto. La libertà di parola viene così ridotta alla sua forma più povera: parlare sempre, rispondere mai. Non è difesa della fede, è la sua caricatura, nella misura in cui è tristemente caricaturale il soggetto che la incarna, che non è tanto un nome di persona, che pure ha, ma un triste paradigma del peggio che riescono a offrire i social media.

Sanluri, 22 aprile 2026

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