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Il genio di Vauro: la tragedia israelo-palestinese tutta in una vignetta

31 Marzo 2026/in Le brevi dei Padri/da Redazione

IL GENIO DI VAURO: LA TRAGEDIA ISREAELO-PALESTINESE TUTTA IN UNA VIGNETTA

Epoche ormai passate, quando, pur con tutte le differenze del caso, talora persino abissali, le pagine culturali di più alto livello si potevano leggere su Il Manifesto, L’Unità, L’Osservatore Romano e La Civiltà Cattolica.

– Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos –

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos 

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Alla domanda: in che cosa consiste il genio? Potremmo rispondere in vari  modi: geniale è chi riesce a esprimere tutto con una sola pennellata: una frase, una immagine, in questo caso una vignetta apparentemente satirica.

– © Il Fatto Quotidiano –

L’autore è Vauro Senesi, storico vignettista del quotidiano Il Manifesto, dove ha lavorato per lunghi anni a fianco di editorialisti di grande spessore culturale e politico come Luigi Pintor e Rossana Rossanda. Epoche ormai passate, quando, pur con tutte le differenze del caso, talora persino abissali, le pagine culturali di più alto livello si potevano leggere su Il Manifesto, L’Unità, L’Osservatore Romano e La Civiltà Cattolica.

L’amico Vauro Senesi è testimone di quella grande stagione, passata, ma rimasta indelebile nella storia patria.

Dall’Isola di Patmos, 31 marzo 2026

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I Padri dell’Isola di Patmos

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2026-03-31 10:58:212026-03-31 10:58:21Il genio di Vauro: la tragedia israelo-palestinese tutta in una vignetta

Montecarlo e il giovane Papa cucinato dalla suora – Montecarlo and the young Pope cooked by the nun – Montecarlo y el joven Papa cocinado por la monja

31 Marzo 2026/in Attualità/da Monaco Eremita

Italiano, english, español

 

MONTECARLO E IL GIOVANE PAPA CUCINATO DALLA SUORA

Il Principato di Monaco, che da sempre ha un rapporto privilegiato con la Santa Sede, possiede un seggio all’ONU, mentre il Vaticano è solo un osservatore. Forse certi dialoghi o incontri si fanno perché possono avere, anche se silenziosamente e con i piedi felpati, perfino altri risvolti che non solleticano il populismo? Vallo a spiegare a quelli dal commento facile sui social.

Autore Monaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

 

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Quando ero un giovane di belle speranze l’unica ad accorgersene era una bravissima suora che ha trascorso gran parte della sua vita religiosa a sfamare studenti di filosofia e teologia, con la sua cucina. La religiosa prospettava per me un futuro da Papa. Un’eventualità non solo remota, ma appartenente al regno dell’impossibile. Per di più, se vediamo cosa vuol dire fare oggi il Papa al tempo di internet e dei social media, una carriera di quel genere sarebbe piuttosto da sconsigliare che auspicare. I giornali o le agenzie danno notizia di qualcosa che il Papa ha detto o fatto? Apriti cielo. Piovono subito commenti, critiche e confronti. C’è qualcuno che si premura di verificare le notizie o di vagliarle? Figuriamoci. Se è già stata ruminata e predisposta affinché venga letta, casomai anticipata da qualche titoletto acchiappa likes, come si dice, il gioco è fatto. Tanto domani è un altro giorno e quella sarà una notizia ormai vecchia. Nel frattempo, continua inarrestabile lo scorrere di un analfabetismo che non tralascia nessuno, perfino un successore di San Pietro.

Prendiamo ad esempio il recente viaggio del Santo Padre nel Principato di Monaco, il secondo. Ma come, un Papa che va nel regno dei ricchi, del lusso ostentato e dell’evasione fiscale? Con subito dietro l’angolo il confronto stridente con Francesco che, il suo primo viaggio, lo fece invece a Lampedusa. Ma se pensate che anche quel viaggio non fosse stato esente da critiche vi sbagliate. Solo che ora il confronto torna utile e vi cadono anche i buoni cristiani, dimentichi di quel Tale che un tempo fu apostrofato mangione e beone, amico delle prostitute e dei pubblicani, che non disdegnava di farsi aiutare da Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode (Mt 11,18-19; Lc 8,3).

E se il Papa fosse andato apposta a Monaco proprio a ricordare ciò che il Vangelo dice a coloro che hanno più degli altri? Facile dirlo a Lampedusa, provate a dirlo davanti a chi i soldi li ha, eccome; col rischio di sentirsi rispondere quel che gli ateniesi dissero a Paolo dandogli una pacca sulla spalla: «Su questo ti sentiremo un’altra volta» (At 17, 32). Tolto il fatto, non secondario, che nel Principato di Monaco esiste una comunità cattolica che da sempre ha un rapporto privilegiato con la Santa Sede, possiede un seggio all’ONU, mentre il Vaticano è solo un osservatore. Forse certi dialoghi o incontri si fanno perché possono avere, anche se silenziosamente e con i piedi felpati, perfino altri risvolti che non solleticano il populismo? Vallo a spiegare a quelli dal commento facile sui social. Essi non hanno tempo di leggere cosa il Papa ha detto a Monaco al Principe Alberto II, quando ha ricordato che i paesi del «Mediterraneo (sono) oggi minacciati da un diffuso clima di chiusura e autosufficienza». Che abitare in un posto d’élite, ancorché composito «rappresenta per alcuni un privilegio e per tutti una specifica chiamata a interrogarsi sul proprio posto nel mondo. Agli occhi di Dio, nulla si riceve invano! Come Gesù lascia intendere nella parabola dei talenti, quanto ci è stato affidato non va sepolto sottoterra, ma messo in circolo e moltiplicato nell’orizzonte del Regno di Dio.

Tale orizzonte è più ampio di quello privato e non riguarda un mondo utopico: il Regno di Dio, cui Gesù ha consacrato la vita, è vicino, perché viene in mezzo a noi e scuote le configurazioni ingiuste del potere, le strutture di peccato che scavano abissi tra poveri e ricchi, fra privilegiati e scartati, fra amici e nemici. Ogni talento, ogni opportunità, ogni bene posto nelle nostre mani ha una destinazione universale, un’intrinseca esigenza di essere non trattenuto, ma ridistribuito, perché la vita di tutti sia migliore. Per questo Gesù ci ha insegnato a pregare: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» (Mt 6,11); e nel medesimo tempo dice: «Cercate, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). Questa logica di libertà e di condivisione è al fondamento della parabola del giudizio universale, che ha i poveri al centro: il Cristo giudice, che siede in trono, si identifica con ciascuno di loro (cfr Mt 25,31-46). Chi vuol intendere non dovrebbe far molta fatica. Alla comunità cattolica ha ricordato:

«Cristo […] centro dinamico, cuore della nostra fede […] Il suo tratto compassionevole e misericordioso lo rende “avvocato” a difesa dei poveri e dei peccatori, non certo per assecondare il male, ma per liberarli dall’oppressione e dalla schiavitù e renderli figli di Dio e fratelli tra di loro. Non è un caso che i gesti compiuti da Gesù non si limitano alla guarigione fisica o spirituale della persona, ma comprendono anche una dimensione sociale e politica importante: la persona guarita viene reintegrata, in tutta la sua dignità, nella comunità umana e religiosa dalla quale, spesso proprio per la sua condizione di malattia o di peccato, era stata esclusa. Questa comunione è il segno per eccellenza della Chiesa, chiamata ad essere nel mondo riflesso dell’amore di Dio che non fa preferenze di persone (cfr At 10,34). In questo senso, vorrei dire che la vostra Chiesa, qui nel Principato di Monaco, possiede una grande ricchezza: essere un luogo, una realtà nella quale tutti trovano accoglienza e ospitalità, in quella mescolanza sociale e culturale che è un vostro tratto tipico. Il Principato di Monaco, infatti, è un piccolo Stato abitato però in modo variegato da monegaschi, francesi, italiani e persone di tante altre nazionalità. Un piccolo Stato cosmopolita, in cui alla varietà delle provenienze si associano anche altre differenze di tipo socioeconomico. Nella Chiesa, tali differenze non diventano mai occasione di divisione in classi sociali ma, al contrario, tutti sono accolti in quanto persone e figli di Dio, e tutti sono destinatari di un dono di grazia che incoraggia la comunione, la fraternità e l’amore vicendevole. Questo è il dono che proviene da Cristo, nostro avvocato presso il Padre. Infatti, tutti siamo stati battezzati in Lui e, perciò, afferma San Paolo, “non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”». (Gal 3,28) (cfr. discorso ufficiale nel video, qui).

Poi c’è stato anche l’incontro coi giovani che tralascio perché quel che ho riportato mi basta a sottolineare che perfino il ministero petrino è attraversato dalla crisi che avvolge l’odierna comunicazione e che quanti si affidano ai titoli già impostati, tralasciano la fatica pur bella di approfondire e di sapere.

C’è poi un ultimo aspetto. Le parole sono come semi, per germogliare hanno bisogno di tempo. Nella Chiesa parecchio. Quando Benedetto XV nel pieno svolgimento del primo conflitto mondiale definì quella guerra: «inutile strage»; quell’espressione, com’ebbe a dire uno storico, «rimase, e sollevò una tempesta». Fu osteggiata da tutti, accolta con indifferenza dalla stampa, dai politici e perfino tacciata di fiaccare le truppe al fronte. Oggi la riconosciamo come la definizione più calzante di un evento tragico e giustamente consegnata alla storia. Senza quell’affermazione un altro Papa, Paolo VI, non avrebbe potuto pronunciare nel consesso dell’Onu l’altrettanto famoso grido: «Mai più la guerra, mai più la guerra!». Oggi è normale pensare ai pontefici come uomini di pace.

Ho iniziato accennando alla buona cucina di una suora. Nello stesso periodo, qualche giorno prima che iniziasse il conclave che lo avrebbe eletto, fui mandato — lo confesso, senza averne gran voglia — a servire Messa al Cardinale Albino Luciani, presso la Chiesa di San Marco in Piazza Venezia a Roma. Eravamo due accoliti, il rettore della chiesa e quattro gatti di fedeli. Dopo la Messa, in sagrestia, non sapendo che dire me ne uscii: «Eminenza, auguri». Lui mi guardò bonario e poi disse: «Sai come si dice al mio paese?». Io: «no…». E lui me lo disse in dialetto e poi me lo tradusse: «Con questa pasta non si fanno gli gnocchi».

Si vede che da lassù qualcuno sa cucinare meglio di noi. È che nella Chiesa le parole sono come alcuni alimenti: preferiscono la cottura lenta e prolungata, perché poi possano essere gustate in tutte le loro fasce aromatiche. Noi oggi ci nutriamo di fast food, anche nelle notizie che scorriamo sui nostri smartphone. È il nostro tempo e non ci si può far niente. Forse solo ricordare quel Tale che ho nominato prima, quello che si faceva aiutare economicamente dalle donne. Una volta raccontò che la Parola del Regno di Dio è come un seme che cade su diversi terreni, alcuni parecchio refrattari, altri più ben disposti. E lì dà frutto. Il Seminatore divino non si cura tanto del terreno, ma del frutto sì, all’occorrenza, della buona cucina pure.

Dall’Eremo, 30 marzo 2026

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MONTECARLO AND THE YOUNG POPE COOKED BY THE NUN

The Principality of Monaco, which has always maintained a privileged relationship with the Holy See, holds a seat at the United Nations, while the Vatican is only an observer. Perhaps certain dialogues or meetings take place because they may have, even if silently and with soft steps, further implications that do not lend themselves to populist appeal? Try explaining that to those who are quick to comment on social media.

 

Autore Monaco Eremita

Author
Monaco Eremita 

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When I was a young man full of promise, the only one who seemed to notice was a very good nun who spent a large part of her religious life feeding students of philosophy and theology with her cooking. The religious sister envisaged for me a future as Pope. An eventuality not only remote, but belonging to the realm of the impossible. Moreover, if we consider what it means today to be Pope in the age of the internet and social media, such a career would be more to be discouraged than desired. Do newspapers or agencies report something that the Pope has said or done? All hell breaks loose. Comments, criticisms, and comparisons immediately pour down. Is there anyone who takes the trouble to verify the news or to examine it? Hardly. If it has already been chewed over and prepared so that it can be read, perhaps preceded by some catchy headline designed to attract likes, as they say, the game is done. After all, tomorrow is another day and that will already be old news. Meanwhile, the relentless flow of an illiteracy that spares no one continues, not even a successor of Saint Peter.

Let us take as an example the recent journey of the Holy Father to the Principality of Monaco, the second. What then, a Pope who goes to the realm of the rich, of ostentatious luxury and of tax evasion? With, just around the corner, the striking comparison with Francis who, on his first journey, went instead to Lampedusa. But if you think that even that journey was not without criticism, you are mistaken. It is only that now the comparison proves useful, and even good Christians fall into it, forgetful of that One who was once called a glutton and a drunkard, a friend of prostitutes and tax collectors, who did not disdain to be assisted by Joanna, the wife of Chuza, steward of Herod (Mt 11:18–19; Lk 8:3).

What if the Pope had gone to Monaco precisely to remind those who have more than others of what the Gospel says to them? It is easy to say it in Lampedusa; try saying it in front of those who truly have money, and plenty of it, at the risk of hearing the very words that the Athenians addressed to Paul, patting him on the shoulder: “We will hear you again about this” (Acts 17:32). Leaving aside the not insignificant fact that in the Principality of Monaco there exists a Catholic community which has always maintained a privileged relationship with the Holy See, it holds a seat at the United Nations, while the Vatican is only an observer. Perhaps certain dialogues or meetings take place because they may have, even if silently and with soft steps, further implications that do not lend themselves to populist appeal? Try explaining that to those who are quick to comment on social media. They do not have the time to read what the Pope said in Monaco to Prince Albert II, when he recalled that the countries of the “Mediterranean (are) today threatened by a widespread climate of closure and self-sufficiency”. That living in an elite place, albeit a composite one, “represents for some a privilege and for all a specific calling to question their place in the world. In the eyes of God, nothing is received in vain! As Jesus suggests in the parable of the talents, what has been entrusted to us must not be buried underground, but set in motion and multiplied within the horizon of the Kingdom of God.”

That horizon is broader than the private one and does not concern a utopian world: the Kingdom of God, to which Jesus devoted his life, is near, because it comes among us and shakes the unjust configurations of power, the structures of sin that dig abysses between the poor and the rich, between the privileged and the discarded, between friends and enemies. Every talent, every opportunity, every good placed in our hands has a universal destination, an intrinsic requirement not to be withheld, but to be redistributed, so that the life of all may be better. For this reason Jesus taught us to pray: “Give us this day our daily bread” (Mt 6:11); and at the same time he says: “Seek first the Kingdom of God and his righteousness” (Mt 6:33). This logic of freedom and sharing is at the foundation of the parable of the Last Judgment, which places the poor at the center: Christ the judge, who sits on the throne, identifies himself with each one of them (cf. Mt 25:31–46). Whoever wishes to understand should not find it too difficult. To the Catholic community he recalled:

“Christ […] the dynamic center, the heart of our faith […] His compassionate and merciful disposition makes him an ‘advocate’ in defense of the poor and of sinners, certainly not in order to condone evil, but to free them from oppression and slavery and to make them children of God and brothers and sisters among themselves. It is no coincidence that the actions performed by Jesus are not limited to the physical or spiritual healing of the person, but also include an important social and political dimension: the person who is healed is reintegrated, in all his dignity, into the human and religious community from which, often precisely because of his condition of illness or sin, he had been excluded. This communion is the preeminent sign of the Church, which is called to be in the world a reflection of the love of God who shows no partiality (cf. Acts 10:34). In this sense, I would like to say that your Church, here in the Principality of Monaco, possesses a great richness: being a place, a reality in which all find welcome and hospitality, in that social and cultural mixture which is a characteristic of yours. The Principality of Monaco, in fact, is a small State, yet inhabited in a varied way by Monegasques, French, Italians and people of many other nationalities. A small cosmopolitan State, in which to the variety of origins are also joined other differences of a socio-economic kind. In the Church, such differences never become an occasion for division into social classes; on the contrary, all are welcomed as persons and as children of God, and all are recipients of a gift of grace that fosters communion, fraternity and mutual love. This is the gift that comes from Christ, our advocate before the Father. Indeed, we have all been baptized in Him and therefore, as Saint Paul affirms, ‘there is neither Jew nor Greek; there is neither slave nor free; there is neither male nor female, for you are all one in Christ Jesus’” (Gal 3:28) (cf. official address in the video by Vatican News, here).

Then there was also the meeting with the young people, which I omit because what I have reported is enough for me to underline that even the Petrine ministry is traversed by the crisis that envelops contemporary communication, and that those who rely on pre-packaged headlines neglect the effort — though a beautiful one — of going deeper and of knowing.

There is then one last aspect. Words are like seeds; in order to germinate they need time. In the Church, quite a lot of it. When Benedict XV, in the midst of the First World War, defined that war as an “useless slaughter”, that expression, as a historian put it, “remained, and stirred up a storm”. It was opposed by everyone, received with indifference by the press and by politicians, and even accused of weakening the troops at the front. Today we recognize it as the most fitting definition of a tragic event, rightly consigned to history. Without that statement, another Pope, Paul VI, would not have been able to pronounce, in the assembly of the United Nations, the equally famous cry: “No more war, never again war!”. Today it is normal to think of the pontiffs as men of peace.

I began by mentioning the good cooking of a nun. In that same period, a few days before the conclave that would elect him began, I was sent — I confess, not very willingly — to serve Mass for Cardinal Albino Luciani at the Church of San Marco in Piazza Venezia in Rome. There were two of us altar servers, the rector of the church, and a mere handful of faithful. After Mass, in the sacristy, not knowing what to say, I blurted out: “Your Eminence, my best wishes.” He looked at me kindly and then said: “Do you know how we say it in my village?” I replied: “No…”. And he told me in dialect and then translated it: “With this dough, you can’t make gnocchi.”

It would seem that someone up there knows how to cook better than we do. The point is that in the Church words are like certain foods: they prefer slow and prolonged cooking, so that they may then be savored in all their aromatic layers. Today we feed on fast food, even in the news we scroll through on our smartphones. It is our time, and there is nothing to be done about it. Perhaps only to recall that One I mentioned earlier, the one who allowed himself to be supported financially by women. Once he said that the Word of the Kingdom of God is like a seed that falls on different kinds of soil, some rather resistant, others more receptive. And there it bears fruit. The divine Sower is not so concerned with the soil, but with the fruit — and, when needed, with good cooking as well.

From the Hermitage, 30 March 2026

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MONTECARLO Y EL JOVEN PAPA COCINADO POR LA MONJA

El Principado de Mónaco, que desde siempre mantiene una relación privilegiada con la Santa Sede, posee un escaño en la ONU, mientras que el Vaticano es solo un observador. ¿Quizá ciertos diálogos o encuentros se realizan porque pueden tener, aunque sea silenciosamente y con pasos felpados, incluso otros alcances que no halagan el populismo? Ve a explicárselo a los que comentan con facilidad en las redes sociales

Autore Monaco Eremita

Autor
Monaco Eremita 

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Cuando era un joven lleno de esperanzas, la única que parecía darse cuenta era una buenísima monja que pasó gran parte de su vida religiosa alimentando a estudiantes de filosofía y teología con su cocina. La religiosa auguraba para mí un futuro como Papa. Una eventualidad no solo remota, sino perteneciente al reino de lo imposible. Además, si consideramos lo que significa hoy ser Papa en tiempos de internet y de las redes sociales, una carrera de ese tipo sería más bien para desaconsejar que para desear. ¿Los periódicos o las agencias informan de algo que el Papa ha dicho o hecho? Se arma el cielo. Inmediatamente llueven comentarios, críticas y comparaciones. ¿Hay alguien que se tome la molestia de verificar las noticias o de examinarlas? Ni pensarlo. Si ya ha sido rumiada y preparada para ser leída, quizá precedida por algún titular atrapalikes, como se suele decir, el juego está hecho. Total, mañana es otro día y esa será ya una noticia vieja. Mientras tanto, continúa imparable el fluir de un analfabetismo que no deja fuera a nadie, ni siquiera a un sucesor de San Pedro.

Tomemos como ejemplo el reciente viaje del Santo Padre al Principado de Mónaco, el segundo. Pero ¿cómo es posible?, ¿un Papa que va al reino de los ricos, del lujo ostentoso y de la evasión fiscal? Con, inmediatamente a la vuelta de la esquina, la comparación estridente con Francisco, quien, en su primer viaje, fue en cambio a Lampedusa. Pero si pensáis que tampoco aquel viaje estuvo exento de críticas, os equivocáis. Solo que ahora la comparación resulta útil, y en ella caen incluso los buenos cristianos, olvidadizos de Aquel que en otro tiempo fue llamado comilón y bebedor, amigo de prostitutas y publicanos, que no desdeñaba dejarse ayudar por Juana, mujer de Cusa, administrador de Herodes (Mt 11,18-19; Lc 8,3).

¿Qué pasaría si el Papa hubiera ido precisamente a Mónaco para recordar lo que el Evangelio dice a quienes tienen más que los demás? Fácil decirlo en Lampedusa; intentad decirlo delante de quienes tienen dinero, y mucho; con el riesgo de oírse responder lo mismo que los atenienses dijeron a Pablo, dándole una palmada en el hombro: «Sobre esto ya te oiremos otra vez» (Hch 17,32). Dejando de lado el hecho, no secundario, de que en el Principado de Mónaco existe una comunidad católica que desde siempre mantiene una relación privilegiada con la Santa Sede, posee un escaño en la ONU, mientras que el Vaticano es solo un observador. ¿Quizá ciertos diálogos o encuentros se realizan porque pueden tener, aunque sea silenciosamente y con pasos felpados, incluso otros alcances que no halagan el populismo? Ve a explicárselo a quienes comentan con facilidad en las redes sociales. Ellos no tienen tiempo de leer lo que el Papa dijo en Mónaco al Príncipe Alberto II, cuando recordó que los países del «Mediterráneo (están) hoy amenazados por un clima generalizado de cerrazón y autosuficiencia». Que vivir en un lugar de élite, aunque compuesto, «representa para algunos un privilegio y para todos una llamada específica a interrogarse sobre su propio lugar en el mundo. A los ojos de Dios, nada se recibe en vano. Como deja entender Jesús en la parábola de los talentos, lo que se nos ha confiado no debe ser enterrado bajo tierra, sino puesto en circulación y multiplicado en el horizonte del Reino de Dios.

Ese horizonte es más amplio que el privado y no se refiere a un mundo utópico: el Reino de Dios, al que Jesús ha consagrado su vida, está cerca, porque viene en medio de nosotros y sacude las configuraciones injustas del poder, las estructuras de pecado que abren abismos entre pobres y ricos, entre privilegiados y descartados, entre amigos y enemigos. Cada talento, cada oportunidad, cada bien puesto en nuestras manos tiene un destino universal, una exigencia intrínseca de no ser retenido, sino redistribuido, para que la vida de todos sea mejor. Por eso Jesús nos ha enseñado a orar: «Danos hoy nuestro pan de cada día» (Mt 6,11); y al mismo tiempo dice: «Buscad, ante todo, el Reino de Dios y su justicia» (Mt 6,33). Esta lógica de libertad y de compartir está en la base de la parábola del juicio universal, que tiene a los pobres en el centro: Cristo juez, que se sienta en el trono, se identifica con cada uno de ellos (cf. Mt 25,31-46). Quien quiera entender no debería encontrar mucha dificultad. A la comunidad católica recordó:

«Cristo […] centro dinámico, corazón de nuestra fe […] Su rasgo compasivo y misericordioso lo convierte en “abogado” en defensa de los pobres y de los pecadores, ciertamente no para secundar el mal, sino para liberarlos de la opresión y de la esclavitud y hacerlos hijos de Dios y hermanos entre sí. No es casual que los gestos realizados por Jesús no se limiten a la curación física o espiritual de la persona, sino que comprendan también una dimensión social y política importante: la persona curada es reintegrada, en toda su dignidad, en la comunidad humana y religiosa de la cual, a menudo precisamente por su condición de enfermedad o de pecado, había sido excluida. Esta comunión es el signo por excelencia de la Iglesia, llamada a ser en el mundo reflejo del amor de Dios que no hace acepción de personas (cf. Hch 10,34). En este sentido, quisiera decir que vuestra Iglesia, aquí en el Principado de Mónaco, posee una gran riqueza: ser un lugar, una realidad en la que todos encuentran acogida y hospitalidad, en esa mezcla social y cultural que es un rasgo típico vuestro. El Principado de Mónaco, en efecto, es un pequeño Estado habitado, sin embargo, de manera variada por monegascos, franceses, italianos y personas de muchas otras nacionalidades. Un pequeño Estado cosmopolita, en el que a la variedad de procedencias se suman también otras diferencias de tipo socioeconómico. En la Iglesia, tales diferencias nunca se convierten en ocasión de división en clases sociales, sino que, al contrario, todos son acogidos en cuanto personas e hijos de Dios, y todos son destinatarios de un don de gracia que fomenta la comunión, la fraternidad y el amor mutuo. Este es el don que proviene de Cristo, nuestro abogado ante el Padre. En efecto, todos hemos sido bautizados en Él y, por tanto, afirma san Pablo, “no hay judío ni griego; no hay esclavo ni libre; no hay hombre ni mujer, porque todos vosotros sois uno en Cristo Jesús”». (Gal 3,28) (cf. discurso oficial en el video, aquí).

Luego hubo también el encuentro con los jóvenes, que omito porque lo que he referido me basta para subrayar que incluso el ministerio petrino está atravesado por la crisis que envuelve la comunicación actual y que quienes se apoyan en titulares ya prefabricados descuidan el esfuerzo —aunque hermoso— de profundizar y de conocer.

Hay además un último aspecto. Las palabras son como semillas: para germinar necesitan tiempo. En la Iglesia, bastante. Cuando Benedicto XV, en pleno desarrollo de la Primera Guerra Mundial, definió aquella guerra como «inútil matanza», esa expresión, como dijo un historiador, «permaneció y levantó una tormenta». Fue combatida por todos, acogida con indiferencia por la prensa y por los políticos, e incluso acusada de debilitar a las tropas en el frente. Hoy la reconocemos como la definición más acertada de un acontecimiento trágico, justamente consignada a la historia. Sin esa afirmación, otro Papa, Pablo VI, no habría podido pronunciar en el seno de la ONU el igualmente célebre grito: «¡Nunca más la guerra, nunca más la guerra!». Hoy es normal pensar en los pontífices como hombres de paz.

Comencé aludiendo a la buena cocina de una monja. En ese mismo período, unos días antes de que comenzara el cónclave que lo elegiría, fui enviado — lo confieso, sin demasiadas ganas — a servir Misa al cardenal Albino Luciani, en la iglesia de San Marco en Piazza Venezia, en Roma. Éramos dos acólitos, el rector de la iglesia y cuatro gatos de fieles. Después de la Misa, en la sacristía, sin saber qué decir, solté: «Eminencia, felicidades». Él me miró con benevolencia y luego dijo: «¿Sabes cómo se dice en mi pueblo?». Yo: «no…». Y me lo dijo en dialecto y luego me lo tradujo: «Con esta masa no se hacen los ñoquis».

Se ve que allá arriba alguien sabe cocinar mejor que nosotros. Es que en la Iglesia las palabras son como ciertos alimentos: prefieren la cocción lenta y prolongada, para que luego puedan ser saboreadas en todas sus notas aromáticas. Hoy nos alimentamos de comida rápida, también en las noticias que recorremos en nuestros smartphones. Es nuestro tiempo y no se puede hacer nada al respecto. Quizá solo recordar a Aquel que he mencionado antes, aquel que se dejaba ayudar económicamente por las mujeres. Una vez dijo que la Palabra del Reino de Dios es como una semilla que cae en distintos terrenos, algunos bastante refractarios, otros más bien dispuestos. Y allí da fruto. El Sembrador divino no se preocupa tanto del terreno, sino del fruto sí, y, cuando hace falta, también de la buena cocina.

Dall’Eremo, 30 marzo 2026

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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Però Il Santo Padre, primo tra i servi inutili, potrebbe anche pagarmi i diritti d’autore – However, the Holy Father, first among useless servants, could also pay me copyright fees – El Santo Padre, primero entre los siervos inútiles, podría pagarme también los derechos de autor

26 Marzo 2026/in Attualità/da Padre Ariel

Italian, English, Español

 

PERÒ IL SANTO PADRE, PRIMO TRA I SERVI INUTILI, POTREBBE ANCHE PAGARMI I DIRITTI D’AUTORE

Abbiamo allevato generazioni di preti che, anziché servire la Chiesa per essere niente e nessuno, se ne sono serviti per divenire ed essere qualcosa e qualcuno. Solo Dio può leggere le coscienze e Lui solo sa quanti, oggi, tra i marmi dei sacri palazzi, sperino di diventare cardinali al prossimo concistoro anziché santi. Eppure, per diventare santi, occorre farsi inutili, non diventare cardinali: perché con una porpora ottenuta male e usata peggio si rischia di arrivare all’Inferno in business class.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF articolo formato stampa – Article print format – Articulo en formato impreso

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Nel corso della mia inutile esistenza di prete, è capitato più volte, con il Santo Padre Francesco di benedetta memoria e con il Pontefice regnante Leone XIV, di avere espresso concetti — alcuni dei quali irritarono sul momento persino qualche anima candida — che in seguito, ad anni o mesi di distanza, sono stati sviluppati e inseriti in testi del magistero o in discorsi pontifici. Nulla di eccezionale: siamo e rimaniamo comunque «servi inutili». Frase quest’ultima tratta dal Vangelo, sulla quale improntai l’omelia, il 15 settembre 2025, alle esequie del Nunzio Apostolico Adriano Bernardini, indicandolo come «servo inutile» (vedere qui).

Il cammino di fede unisce assieme mistero e paradosso, come riassume la celebre espressione contenuta nella Lettera agli Ebrei: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1). In questa affermazione, che a uno sguardo puramente razionale appare contraddittoria, è racchiusa la struttura stessa della fede: essa non si fonda sull’evidenza, ma su ciò che eccede l’evidenza; non dimostra ciò che si vede, ma rende certo ciò che non si vede. Non è forse paradossale essere chiamati alla realizzazione proprio mediante la consapevolezza della nostra inutilità? E tuttavia è proprio questo il punto: la fede non conferma le categorie della logica comune, ma le oltrepassa, introducendo l’uomo in un ordine nel quale ciò che appare nulla diventa luogo dell’azione di Dio:

«quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10).

Il primo tra noi servi inutili è Leone XIV, chiamato anche servus servorum Dei (servo dei servi di Dio). Titolo pontificio assunto — lo rammentiamo per inciso — da Gregorio Magno attorno al 595, allo scopo, primo e non certo ultimo, di dare una stoccata al Patriarca di Costantinopoli, Giovanni IV detto il Digiunatore, che si era attribuito il titolo di «ecumenico» (universale), duramente contestato da Gregorio Magno nelle sue Epistolae (cfr. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).

In fondo, che cosa vuol dire diventare ed essere preti? Vuol dire essere niente e nessuno a servizio di tutti, per giungere poi al termine della propria esistenza nella speranza di poter dire in coscienza: ho cercato di fare il mio dovere. Ma queste cose, nei santissimi seminari olezzanti sociologismi e psicologismi, purtroppo non le insegnano da tempo. Anche per questo abbiamo allevato generazioni di preti che, anziché servire la Chiesa per essere niente e nessuno, se ne sono serviti per divenire ed essere qualcosa e qualcuno. Solo Dio può leggere le coscienze e Lui solo sa quanti, oggi, tra i marmi dei sacri palazzi, sperino di diventare cardinali al prossimo concistoro anziché santi. Eppure, per diventare santi, occorre farsi inutili, non diventare cardinali: perché con una porpora ottenuta male e usata peggio si rischia di arrivare all’Inferno in business class.

È notizia di ieri che il Servo Inutile Leone XIV abbia pronunciato un discorso che a me suona ovvio, sebbene oggi, purtroppo, a non essere accolta e compresa sia proprio la più palese ovvietà. Il Santo Padre ha ricordato ai Vescovi francesi riuniti a Lourdes il nostro inderogabile obbligo di pensare alle vittime della pedofilia ma, al tempo stesso, di usare misericordia per i preti colpevoli di questo immane crimine:

«continuare a manifestare l’attenzione della Chiesa verso le vittime e la misericordia di Dio verso tutti. È bene che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali» (Vatican News, qui).

Dopo il mio libro dedicato alla spiegazione storico-teologica della professione di fede, Credo per capire – Viaggio nella professione di fede, uscito il 15 novembre 2025, è seguito, il 29 gennaio, un mio secondo libro: La libertà negata – Teologia cattolica e dittatura del conformismo occidentale. In questo secondo libro affronto anche il delicato tema trattato dal Santo Padre, che ho poi ripreso in un mio articolo del 16 novembre 2025 (vedere qui). Su questo delicatissimo argomento articolai un discorso che qui di seguito riporto per intero:

Purtroppo, negli ultimi anni, anche all’interno della Chiesa si è talvolta ceduto alla medesima logica mondana, assumendo espressioni e criteri propri delle piazze mosse da emotività forcaiola. Dopo i gravi scandali che hanno coinvolto e spesso travolto vari membri del nostro clero — scandali che il diritto canonico definisce propriamente delicta graviora — si è cominciato a usare, persino ai più alti livelli, una formula che suona come un insulto alla fede cristiana: «tolleranza zero». Un simile linguaggio, mutuato dal lessico politico e mediatico, rivela una mentalità estranea al Vangelo e alla tradizione penitenziale della Chiesa. È ovvio che dinanzi a certi crimini — come gli abusi sessuali su minori — l’autore debba essere immediatamente neutralizzato e posto nella condizione di non nuocere più, quindi sottoposto a una pena giusta, proporzionata e, secondo la dottrina canonica, medicinale, ossia orientata al suo recupero e alla sua conversione. Per questo l’espressione «tolleranza zero» risulta aberrante sul piano dottrinale e pastorale, perché non appartiene al linguaggio della Chiesa, ma a quello delle campagne populiste che puntano e giocano sugli umori di pancia delle masse.

Dichiarando che ad avere bisogno del medico sono i malati e non i sani (cfr. Mt 9, 12), Gesù ci indica e affida una precisa missione, non ci invita alla «tolleranza zero».

Dinanzi a queste nuove tendenze emerge un paradossale corto circuito morale: le stesse coscienze che per anni hanno nascosto la sporcizia sotto i tappeti con rara e omertosa malizia clericale, oggi si mostrano zelanti nel proclamare pubblicamente la loro severità, quasi a purificarsi davanti al mondo. Si colpiscono talvolta gli innocenti o i semplicemente sospettati per dimostrare rigore, mentre i veri colpevoli — in altri tempi protetti — restano spesso impuniti e, talvolta, promossi ai più alti vertici ecclesiali ed ecclesiastici, perché è proprio lì che li troviamo tutti «per giudicare i vivi e i morti», quasi come se il loro regno ― quello della falsità e dell’ipocrisia ― «non avrà fine», in una sorta di Credo al contrario. Tutto questo viene presentato come prova di una «nuova Chiesa» che avrebbe finalmente abbracciato la politica della fermezza. E la tanto decantata misericordia, che fine ha fatto? Se andiamo a vedere scopriremo che per poter beneficiare della misericordia pare sia necessario essere neri che commettono violenze nelle zone più centrali delle città, comprese aggressioni alle stesse Forze dell’Ordine, pur malgrado prontamente giustificati che non commettono delitti perché violenti e propensi a delinquere, ma a causa della società rigorosamente colpevole di non averli adeguatamente accolti e integrati. Chiediamoci: quale credibilità può avere un annuncio evangelico che predica la misericordia solo per certe “categorie protette” e nello stesso tempo adotta la logica della cosiddetta «tolleranza zero» per chi, al proprio interno, ha gravemente sbagliato? È qui che si manifesta l’esito più drammatico della secolarizzazione interna: la Chiesa che per compiacere il mondo rinuncia al linguaggio della redenzione per assumere quello della vendetta forcaiola, mostrandosi misericordiosa solo con ciò che corrisponde alle tendenze sociali del politicamente corretto (precedente articolo intero qui).

Ragionevolmente, potrei anche reclamare i diritti d’autore al Santo Padre; ma sono modesto e mi accontento di molto meno: mi basterebbe che certi soggetti, clericali e laici, tanto attivi quanto incontrollati, funzionali a un preciso sistema e tollerati all’interno della sua stessa casa, lasciassero in pace questo servo inutile, che desidera solo poter dire alla fine della propria esistenza: ho fatto quanto dovevo fare.

Dall’Isola di Patmos, 26 marzo 2026

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Gli ultimi libri di Padre Ariel

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HOWEVER, THE HOLY FATHER, FIRST AMONG USELESS SERVANTS, COULD ALSO PAY ME COPYRIGHT FEES

We have formed generations of priests who, instead of serving the Church in order to be nothing and nobody, have used her in order to become something and someone. Only God can read consciences, and He alone knows how many, today, among the marbles of the sacred palaces, hope to become cardinals at the next consistory rather than saints. Yet, to become saints one must make oneself useless, not become a cardinal: because with a purple obtained badly and used even worse, one risks arriving in Hell in business class.

— Contemporary ecclesial affairs—

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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In the course of my useless existence as a priest, it has happened several times, both with the Holy Father Francis of blessed memory and with the reigning Pontiff Leo XIV, that I expressed concepts — some of which initially irritated even certain candid souls — which were later developed and incorporated into magisterial texts or papal discourses. Nothing exceptional: we are and remain «useless servants». This expression is taken from the Gospel, and it was precisely on it that I based my homily on 15 September 2025 at the funeral of the Apostolic Nuncio Adriano Bernardini, referring to him as a «useless servant» (see here).

The journey of faith unites mystery and paradox, as summarized in the well-known expression contained in the Letter to the Hebrews: «Faith is the substance of things hoped for, the evidence of things not seen» (Heb 11:1). In this affirmation, which appears contradictory to a purely rational gaze, lies the very structure of faith: it is not grounded in evidence, but in what exceeds evidence; it does not demonstrate what is seen, but makes certain what is not seen. Is it not paradoxical to be called to fulfillment precisely through the awareness of our uselessness? And yet this is precisely the point: faith does not confirm the categories of common logic, but surpasses them, introducing man into an order in which what appears to be nothing becomes the place of God’s action:

«when you have done all that you were commanded, say: “We are useless servants; we have done what we were obliged to do”» (Lk 17:10).

The first among us useless servants is Leo XIV, also called servus servorum Dei (servant of the servants of God). This papal title was assumed — let it be recalled in passing — by Gregory the Great around 595, primarily, though not exclusively, as a rebuke to the Patriarch of Constantinople, John IV known as the Faster, who had attributed to himself the title «ecumenical», strongly contested by Gregory the Great in his Epistolae (cf. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).

Ultimately, what does it mean to become and to be a priest? It means to be nothing and nobody in the service of all, so as to arrive at the end of one’s existence with the hope of being able to say in conscience: I have tried to do my duty. But these things, in the most “holy” seminaries reeking of sociologism and psychologism, have not been taught for a long time. For this reason as well, we have formed generations of priests who, instead of serving the Church in order to be nothing and nobody, have used her in order to become something and someone. Only God can read consciences, and He alone knows how many, today, among the marbles of the sacred palaces, hope to become cardinals at the next consistory rather than saints. Yet, to become saints one must make oneself useless, not become a cardinal: because with a purple obtained badly and used even worse, one risks arriving in Hell in business class.

It is news of yesterday that the Useless Servant Leo XIV delivered a discourse which to me sounds obvious, although today, unfortunately, it is precisely the most evident obviousness that is neither received nor understood. The Holy Father reminded the French bishops gathered in Lourdes of our inescapable duty to think of the victims of pedophilia and, at the same time, to exercise mercy toward priests guilty of this immense crime:

«continue to show the Church’s attention toward the victims and the mercy of God toward all. It is good that priests guilty of abuse are not excluded from this mercy and are the object of your pastoral reflections» (Vatican News, here).

After my book dedicated to the historical-theological explanation of the profession of faith, Credo per capire – Journey into the Profession of Faith, published on 15 November 2025, a second book followed on 29 January: La libertà negata – Catholic Theology and the Dictatorship of Western Conformism. In this second book I also address the delicate topic treated by the Holy Father, which I had already taken up in an article dated 16 November 2025 (see here). On this very delicate subject I developed a reflection which I reproduce here in full:

Unfortunately, in recent years, even within the Church there has at times been a yielding to this same worldly logic, adopting expressions and criteria proper to squares moved by a lynch-mob emotionality. After the grave scandals that have involved — and often overwhelmed various members of our clergy — scandals that canon law properly defines as delicta graviora, a formula has begun to be used, even at the highest levels, which sounds like an insult to the Christian faith: “zero tolerance.” Such language, borrowed from the political and media lexicon, reveals a mentality foreign to the Gospel and to the Church’s penitential tradition. It is obvious that in the face of certain crimes — such as sexual abuse of minors — the perpetrator must be immediately neutralised and placed in the condition of no longer being able to cause harm, and therefore subjected to a punishment that is just, proportionate and, according to canonical doctrine, medicinal, that is, directed to his recovery and conversion. For this reason, the expression “zero tolerance” is aberrant on the doctrinal and pastoral plane, because it does not belong to the language of the Church, but to that of populist campaigns that aim at and play upon the gut instincts of the masses.

By declaring that it is the sick and not the healthy who are in need of a physician (cf. Mt 9:12), Jesus indicates and entrusts to us a precise mission; He does not invite us to “zero tolerance.”

Before these new tendencies, a paradoxical moral short circuit emerges: the very same consciences that for years have hidden the filth under the carpets with rare and conspiratorial clerical malice now show themselves zealous in publicly proclaiming their severity, as though purifying themselves before the world. At times the innocent, or the merely suspected, are struck down in order to demonstrate rigour, while the true guilty — once protected — often remain unpunished and, at times, are promoted to the highest ecclesial and ecclesiastical positions, for it is precisely there that we find them all, “to judge the living and the dead,” almost as though their kingdom — the kingdom of falsehood and hypocrisy — “will have no end,” in a kind of inverted Creed. All this is presented as proof of a “new Church” that would at last have embraced the politics of firmness.

And what of the much-vaunted mercy, what has become of it? If we look closely, we shall discover that, in order to be able to benefit from mercy, it seems necessary to be black people who commit acts of violence in the most central areas of the cities, including assaults against the very Forces of Order, yet who are promptly justified, not because they do not commit crimes, but because, being violent and inclined to delinquency, it is said that they act on account of a society strictly guilty of not having adequately welcomed and integrated them.

Let us ask ourselves: what credibility can a Gospel proclamation have that preaches mercy only for certain “protected categories” and at the same time adopts the logic of so-called “zero tolerance” towards those who, within its own ranks, have gravely erred? It is here that the most dramatic outcome of internal secularisation is manifested: the Church which, in order to please the world, renounces the language of redemption to assume that of lynch-mob vengeance, showing herself merciful only with that which corresponds to the social tendencies of political correctness.

Reasonably, I could also claim copyright from the Holy Father; but I am modest and content myself with much less: it would suffice for me that certain subjects, clerical and lay, as active as they are uncontrolled, functional to a precise system and tolerated within his very house, would leave this useless servant in peace, who desires only to be able to say, at the end of his existence: I have done what I had to do.

From the Island of Patmos, 26 March 2026

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EL SANTO PADRE, PRIMERO ENTRE LOS SIERVOS INÚTILES, PODRÍA PAGARME TAMBIÉN LOS DERECHOS DE AUTOR

Hemos formado generaciones de sacerdotes que, en lugar de servir a la Iglesia para ser nada y nadie, se han servido de ella para convertirse en algo y en alguien. Solo Dios puede leer las conciencias, y solo Él sabe cuántos, hoy, entre los mármoles de los palacios sagrados, esperan convertirse en cardenales en el próximo consistorio en lugar de santos. Y, sin embargo, para llegar a ser santos es necesario hacerse inútiles, no convertirse en cardenales: porque con una púrpura obtenida mal y utilizada peor, se corre el riesgo de llegar al Infierno en business class.

— Actualidad eclesial —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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A lo largo de mi inútil existencia como sacerdote, ha sucedido en varias ocasiones, tanto con el Santo Padre Francisco de bendita memoria como con el Pontífice reinante León XIV, que he expresado conceptos — algunos de los cuales irritaron en su momento incluso a ciertas almas cándidas — que posteriormente han sido desarrollados e incorporados en textos del magisterio o en discursos pontificios. Nada extraordinario: somos y seguimos siendo «siervos inútiles». Esta expresión procede del Evangelio, y precisamente sobre ella basé mi homilía del 15 de septiembre de 2025 en las exequias del Nuncio Apostólico Adriano Bernardini, refiriéndome a él como «siervo inútil» (véase aquí).

El camino de la fe une misterio y paradoja, como resume la célebre expresión contenida en la Carta a los Hebreos: «La fe es fundamento de lo que se espera y prueba de lo que no se ve» (Hb 11,1). En esta afirmación, que a una mirada puramente racional aparece contradictoria, se encierra la propia estructura de la fe: no se fundamenta en la evidencia, sino en aquello que excede la evidencia; no demuestra lo que se ve, sino que hace cierto lo que no se ve. ¿No es acaso paradójico ser llamados a la realización precisamente mediante la conciencia de nuestra inutilidad? Y, sin embargo, este es precisamente el punto: la fe no confirma las categorías de la lógica común, sino que las sobrepasa, introduciendo al hombre en un orden en el que lo que parece nada se convierte en lugar de la acción de Dios:

«cuando hayáis hecho todo lo que se os ha mandado, decid: “Somos siervos inútiles; hemos hecho lo que debíamos hacer”» (Lc 17,10).

El primero entre nosotros los siervos inútiles es León XIV, también llamado servus servorum Dei (siervo de los siervos de Dios). Este título pontificio fue asumido — conviene recordarlo — por Gregorio Magno hacia el año 595, principalmente, aunque no exclusivamente, como una corrección dirigida al Patriarca de Constantinopla, Juan IV llamado el Ayunador, quien se había atribuido el título de «ecuménico», fuertemente contestado por Gregorio Magno en sus Epistolae (cf. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).

En el fondo, ¿qué significa llegar a ser y ser sacerdote? Significa ser nada y nadie al servicio de todos, para poder llegar al final de la propia existencia con la esperanza de poder decir en conciencia: he intentado cumplir con mi deber. Pero estas cosas, en los santísimos seminarios impregnados de sociologismos y psicologismos, lamentablemente ya no se enseñan desde hace tiempo. Por eso también hemos formado generaciones de sacerdotes que, en lugar de servir a la Iglesia para ser nada y nadie, se han servido de ella para convertirse en algo y en alguien. Solo Dios puede leer las conciencias, y solo Él sabe cuántos, hoy, entre los mármoles de los palacios sagrados, esperan convertirse en cardenales en el próximo consistorio en lugar de santos. Y, sin embargo, para llegar a ser santos es necesario hacerse inútiles, no convertirse en cardenales: porque con una púrpura obtenida mal y utilizada peor, se corre el riesgo de llegar al Infierno en business class.
Es noticia de ayer que el Siervo Inútil León XIV ha pronunciado un discurso que a mí me resulta evidente, aunque hoy, lamentablemente, es precisamente la evidencia más clara la que no es acogida ni comprendida. El Santo Padre ha recordado a los obispos franceses reunidos en Lourdes nuestro deber ineludible de pensar en las víctimas de la pedofilia y, al mismo tiempo, de ejercer misericordia hacia los sacerdotes culpables de este inmenso crimen:

«Seguir manifestando la atención de la Iglesia hacia las víctimas y la misericordia de Dios hacia todos. Es bueno que los sacerdotes culpables de abusos no sean excluidos de esta misericordia y sean objeto de vuestras reflexiones pastorales» (Vatican News, aquí).

Tras mi libro dedicado a la explicación histórico-teológica de la profesión de fe, Credo per capire – Viaje en la profesión de fe, publicado el 15 de noviembre de 2025, el 29 de enero siguió un segundo libro: La libertad negada – Teología católica y dictadura del conformismo occidental. En este segundo libro abordo también el delicado tema tratado por el Santo Padre, que ya había retomado en un artículo del 16 de noviembre de 2025 (véase aquí). Sobre este delicadísimo tema desarrollé una reflexión que reproduzco a continuación íntegramente:

Por desgracia, en los últimos años, también dentro de la Iglesia se ha cedido a veces a la misma lógica mundana, adoptando expresiones y criterios propios de las plazas movidas por la emotividad de linchamiento. Tras los graves escándalos que han implicado y a menudo arrasado a varios miembros de nuestro clero — escándalos que el derecho canónico define propiamente como delictis gravioribus —, se ha comenzado a usar, incluso en los más altos niveles, una fórmula que suena como un insulto a la fe cristiana: «tolerancia cero». Un lenguaje semejante, tomado del léxico político y mediático, revela una mentalidad ajena al Evangelio y a la tradición penitencial de la Iglesia. Es obvio que ante ciertos crímenes —como los abusos sexuales a menores — el autor debe ser inmediatamente neutralizado y puesto en la condición de no poder hacer más daño, y por tanto sometido a una pena justa, proporcionada y, según la doctrina canónica, medicinal, es decir, orientada a su recuperación y conversión. Por ello, la expresión «tolerancia cero» resulta aberrante en el plano doctrinal y pastoral, porque no pertenece al lenguaje de la Iglesia, sino al de las campañas populistas que apuntan y juegan con las vísceras de las masas.

Al declarar que quienes necesitan del médico son los enfermos y no los sanos (cf. Mt 9,12), Jesús nos indica y confía una misión precisa, no nos invita a la «tolerancia cero».

Ante estas nuevas tendencias surge un paradójico cortocircuito moral: las mismas conciencias que durante años han escondido la suciedad bajo las alfombras con rara y omertosa malicia clerical hoy se muestran celosas al proclamar públicamente su severidad, casi como para purificarse ante el mundo. A veces se golpea a los inocentes o a los simplemente sospechosos para demostrar rigor, mientras que los verdaderos culpables — en otros tiempos protegidos — suelen quedar impunes y, en ocasiones, son promovidos a los más altos vértices eclesiales y eclesiásticos, porque es precisamente allí donde los encontramos a todos, «para juzgar a vivos y muertos», casi como si su reino — el de la falsedad y de la hipocresía — «no tuviera fin», en una suerte de Credo al revés. Todo esto se presenta como prueba de una «nueva Iglesia» que habría abrazado por fin la política de la firmeza.

¿Y la tan decantada misericordia, qué hasido de ella? Si vamos a ver, descubriremos que para poder beneficiarse de la misericordia parece necesario ser negros que cometen violencias en las zonas más céntricas de las ciudades, incluidas agresiones a las mismas Fuerzas del Orden, y sin embargo prontamente justificados, no porque no cometan delitos, sino porque, siendo violentos y propensos a delinquir, se afirma que la culpa recae en una sociedad rigurosamente culpable de no haberlos acogidos e integrados adecuadamente. Preguntémonos: ¿qué credibilidad puede tener un anuncio evangélico que predica la misericordia solo para ciertas “categorías protegidas” y al mismo tiempo adopta la lógica de la llamada «tolerancia cero» para quienes, en su propio seno, han errado gravemente? Aquí se manifiesta el resultado más dramático de la secularización interna: la Iglesia que, para complacer al mundo, renuncia al lenguaje de la redención para asumir el de la venganza de los linchamientos, mostrándose misericordiosa solo con aquello que corresponde a las tendencias sociales de lo políticamente correcto.

Razonablemente, podría incluso reclamar los derechos de autor al Santo Padre; pero soy modesto y me conformo con mucho menos: me bastaría con que ciertos sujetos, clericales y laicos, tan activos como incontrolados, funcionales a un sistema preciso y tolerados dentro de su propia casa, dejaran en paz a este siervo inútil, que solo desea poder decir, al final de su existencia: he hecho lo que debía hacer.

Desde la Isla de Patmos, 26 de marzo de 2026

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Le varie sfaccettature delle reliquie dei Santi – The various facets of the relics of the Saints – Las diversas facetas de las reliquias de los Santos

20 Marzo 2026/in Pastorale Liturgica/da Padre Simone

Italian, english, español

 

LE VARIE SFACCETTATURE DELLE RELIQUIE DEI SANTI

Anche oggi non è difficile imbattersi in situazioni in cui il corpo del santo, ridotto a scheletro esposto in teche elaborate, diventa oggetto di una attenzione che può facilmente scivolare nel morboso o nel folkloristico, lo stiamo sperimentato purtroppo in questi giorni con l’esposizione delle ossa di San Francesco d’Assisi, dinanzi alle quali sono più gli scatti fotografici con i cellulari che le preghiere.

— Pastorale liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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PDF articolo formato stampa – Article print fortmat – Articulo en formato impreso

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Quando si parla di reliquie, si tocca un ambito della vita della Chiesa che, più di altri, rischia oggi di essere frainteso: da una parte ridotto a pratica devozionale superficiale, dall’altra rigettato come residuo di mentalità arcaica o superstiziosa. Per evitare entrambi gli estremi, è necessario tornare al fondamento teologico che rende comprensibile e giustificabile la venerazione delle reliquie nella tradizione cattolica.

Le reliquie, nella loro forma più propria, sono costituite dal corpo o da parti del corpo dei Santi. A queste si affiancano le reliquie cosiddette “di seconda classe”, cioè oggetti appartenuti ai Santi, e quelle “per contatto”, ossia oggetti che sono stati messi in relazione fisica con il loro corpo o con la loro tomba. Questa distinzione, lungi dall’essere una classificazione meramente tecnica, riflette una precisa visione teologica: la santità non riguarda soltanto l’anima, ma coinvolge l’intera persona, nella sua unità di corpo e spirito.

Il punto decisivo, spesso dimenticato, è che la venerazione delle reliquie si radica nella fede nell’Incarnazione e nella risurrezione della carne. Il corpo del Santo non è un semplice resto biologico, ma un corpo che è stato tempio dello Spirito Santo e che è destinato alla trasfigurazione definitiva. Per questo esso è custodito, onorato e venerato: non in quanto tale, ma in quanto segno concreto dell’opera della grazia di Dio nella storia.

Già la Sacra Scrittura attesta che Dio può operare attraverso la mediazione della materia. Basti pensare al racconto dell’Antico Testamento in cui un morto torna in vita al contatto con le ossa del profeta Eliseo (cfr. 2Re 13,21), oppure ai fazzoletti e ai grembiuli che erano stati a contatto con l’apostolo Paolo e che venivano portati ai malati (cfr. At 19,11-12). Non si tratta di attribuire un potere magico agli oggetti, ma di riconoscere che la grazia divina può servirsi di mediazioni concrete.

Già in epoca medievale non sono mancati richiami severi contro le degenerazioni di certe pratiche devozionali. Se la letteratura ha fissato nella memoria comune la figura di Frate Cipolla, resa celebre dalla sapiente ironia di Giovanni Boccaccio, sul piano della predicazione reale non meno energico fu San Bernardino da Siena, che in un noto sermone stigmatizzava senza mezzi termini il proliferare di reliquie dubbie, come quella dell’ampolla contenente il latte della Vergine Maria (cfr. Devozioni ipocrite, in: Baldi, Novellette ed esempi morali di S. Bernardino da Siena, Firenze 1916). Tema questo sul quale scrisse alcuni anni fa su queste colonne da Padre Ariel S. Levi di Gualdo, che ha ripreso in forma volutamente colorita — e non sempre compresa, specie da chi non vuole comprendere — la medesima questione, mettendo in luce come certe derive devozionali non siano affatto un’invenzione moderna, ma un rischio sempre presente nella vita della Chiesa (cfr. Qui).

In questo contesto nacque anche l’uso delle reliquie “per contatto”, come le cosiddette brandea, ossia panni posti a contatto con le tombe dei martiri, che venivano poi distribuiti ai fedeli. Questa prassi, lungi dall’essere un’invenzione arbitraria, esprimeva il desiderio di rendere accessibile la memoria dei santi senza compromettere l’integrità dei loro corpi. Tuttavia è necessario chiarire con decisione che la reliquia non è un feticcio. Il feticismo attribuisce all’oggetto un potere in sé, quasi automatico; la venerazione cristiana, invece, riconosce nella reliquia un segno che rimanda a Dio e alla sua azione. La grazia non risiede nella materia come in una forza autonoma, ma è sempre dono di Dio, che può servirsi anche di segni sensibili per raggiungere l’uomo.

Nel corso dei secoli, il rapporto con le reliquie ha conosciuto sviluppi differenti, non sempre esenti da ambiguità. In alcune epoche si è assistito a una certa spettacolarizzazione, con esposizioni che rischiano di attirare più la curiosità che la devozione. Anche oggi non è difficile imbattersi in situazioni in cui il corpo del santo, ridotto a scheletro esposto in teche elaborate, diventa oggetto di una attenzione che può facilmente scivolare nel morboso o nel folkloristico, lo stiamo sperimentato purtroppo in questi giorni con l’esposizione delle ossa di San Francesco d’Assisi, dinanzi alle quali sono più gli scatti fotografici con i cellulari che le preghiere. Ed è qui che si impone un discernimento serio. Se la reliquia perde il suo riferimento alla santità e alla vita di grazia, se non è inserita in un contesto di fede e di catechesi, essa rischia di diventare un oggetto di interesse puramente estetico o culturale. Da segno della gloria futura può trasformarsi in semplice reperto del passato.

Ci si deve allora chiedere quale senso possa avere oggi la venerazione delle reliquie, soprattutto quelle costituite da resti corporei. La risposta non può che essere la stessa che la tradizione della Chiesa ha sempre dato: esse hanno senso nella misura in cui rimandano a Cristo e alla sua opera di salvezza. Il santo non è venerato per se stesso, ma perché in lui si è manifestata la grazia di Dio. La reliquia, dunque, è memoria concreta della santità, testimonianza dell’Incarnazione e richiamo alla risurrezione della carne. Essa parla al credente non di morte, ma di vita; non di un passato chiuso, ma di un futuro promesso. Per questo motivo la Chiesa, pur custodendo con attenzione queste testimonianze, è chiamata anche a educare i fedeli al loro giusto significato. Senza una adeguata formazione, il rischio di fraintendimento è sempre presente.

Venerare le reliquie significa, in ultima analisi, riconoscere che la salvezza operata da Cristo riguarda l’uomo nella sua interezza e che la materia stessa è chiamata a partecipare alla gloria di Dio. In questo senso possono essere comprese come un prolungamento concreto della logica dell’Incarnazione nella storia della Chiesa. Solo a questa condizione la loro presenza conserva un autentico valore spirituale; diversamente, le reliquie svuotate del loro significato e ridotte a oggetti di curiosità o di devozione mal compresa, rischiano di dare vita alla giusta e realistica macchietta di Frate Cipolla ideato da Giovanni Boccaccio.

Firenze, 20 marzo 2026

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THE VARIOUS FACETS OF THE RELICS OF THE SAINTS

Even today it is not difficult to encounter situations in which the body of a saint, reduced to a skeleton displayed in elaborate reliquaries, becomes the object of an attention that can easily slip into the morbid or the folkloric. We are unfortunately witnessing this in these very days with the exposition of the bones of Saint Francis of Assisi, before which there are more photographs taken with mobile phones than prayers.

 

— Liturgical pastoral —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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When speaking of relics, one touches upon an area of the Church’s life which, more than others, risks today being misunderstood: on the one hand reduced to a superficial devotional practice, on the other rejected as a remnant of an archaic or superstitious mentality. To avoid both extremes, it is necessary to return to the theological foundation that renders the veneration of relics intelligible and justifiable within the Catholic tradition.

Relics, in their most proper form, consist of the body or parts of the body of the Saints. Alongside these are the so-called “second-class” relics, that is, objects belonging to the Saints, and those “by contact,” namely objects that have been placed in physical relation with their body or their tomb. This distinction, far from being a merely technical classification, reflects a precise theological vision: holiness does not concern the soul alone, but involves the entire person, in the unity of body and spirit.

The decisive point, often forgotten, is that the veneration of relics is rooted in the faith in the Incarnation and in the resurrection of the flesh. The body of the Saint is not a mere biological remnant, but a body that has been a temple of the Holy Spirit and that is destined for definitive transfiguration. For this reason it is preserved, honored and venerated: not in itself, but as a concrete sign of the work of God’s grace in history.

Sacred Scripture itself attests that God can act through the mediation of matter. Suffice it to recall the account in the Old Testament in which a dead man returns to life upon contact with the bones of the prophet Elisha (cf. 2 Kgs 13:21), or the handkerchiefs and aprons that had been in contact with the Apostle Paul and were brought to the sick (cf. Acts 19:11–12). This is not a matter of attributing magical power to objects, but of recognizing that divine grace can make use of concrete mediations.

Already in the medieval period there were no lack of severe warnings against the degeneration of certain devotional practices. If literature has fixed in the common imagination the figure of Friar Cipolla, made famous by the refined irony of Giovanni Boccaccio, on the level of real preaching no less forceful was Saint Bernardino of Siena, who in a well-known sermon sharply denounced the proliferation of dubious relics, such as the vial said to contain the milk of the Virgin Mary (cf. Devozioni ipocrite, in: Baldi, Novellette ed esempi morali di S. Bernardino da Siena, Florence 1916). On this subject, Father Ariel S. Levi di Gualdo wrote some years ago in these very pages, taking up the same question in deliberately vivid — and not always understood by those who simply do not wish to understand — terms, showing how such devotional deviations are by no means a modern invention, but a perennial risk within the life of the Church (cf. Here).

Within this context also arose the use of relics “by contact,” such as the so-called brandea, that is, cloths placed in contact with the tombs of the martyrs and then distributed to the faithful. This practice, far from being an arbitrary invention, expressed the desire to make the memory of the saints accessible without compromising the integrity of their bodies. It is nevertheless necessary to state clearly that the relic is not a fetish. Fetishism attributes to the object a power in itself, almost automatic; Christian veneration, instead, recognizes in the relic a sign that refers to God and to His action. Grace does not reside in matter as an autonomous force, but is always the gift of God, who may also make use of sensible signs to reach man.

Over the centuries, the relationship with relics has undergone different developments, not always free from ambiguity. In certain periods there has been a degree of theatricalization, with displays that risk attracting curiosity more than devotion. Even today it is not difficult to encounter situations in which the body of a saint, reduced to a skeleton displayed in elaborate cases, becomes the object of an attention that can easily slip into the morbid or the folkloric. We are unfortunately witnessing this in these very days with the exposition of the bones of Saint Francis of Assisi, before which there are more photographs taken with mobile phones than prayers. Here a serious discernment becomes necessary. If the relic loses its reference to holiness and to the life of grace, if it is not inserted within a context of faith and catechesis, it risks becoming an object of purely aesthetic or cultural interest. From a sign of future glory it can be reduced to a mere relic of the past.

One must then ask what meaning the veneration of relics can have today, especially those consisting of bodily remains. The answer can only be the same that the Church’s tradition has always given: they have meaning insofar as they refer to Christ and to His work of salvation. The saint is not venerated for himself, but because in him the grace of God has been manifested. The relic, therefore, is a concrete memory of holiness, a testimony of the Incarnation and a reminder of the resurrection of the flesh. It speaks to the believer not of death, but of life; not of a closed past, but of a promised future. For this reason the Church, while carefully safeguarding these testimonies, is also called to educate the faithful to their proper meaning. Without adequate formation, the risk of misunderstanding is always present.

To venerate relics ultimately means to recognize that the salvation accomplished by Christ concerns the human person in his entirety and that matter itself is called to participate in the glory of God. In this sense they may be understood as a concrete prolongation of the logic of the Incarnation within the history of the Church. Only under this condition does their presence retain an authentic spiritual value; otherwise, relics emptied of their meaning and reduced to objects of curiosity or misunderstood devotion risk giving rise to the very real and fitting caricature of Friar Cipolla imagined by Giovanni Boccaccio¹.

Florence, March 20, 2026

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¹Giovanni Boccaccio (1313–1375) was an Italian writer of the fourteenth century and a central figure of late medieval and early humanist culture. His most famous work, the Decameron, is a collection of one hundred novellas. Among them, the story of Friar Cipolla humorously portrays the abuse of false relics, offering a satirical critique of certain late medieval devotional practices.

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LAS DIVERSAS FACETAS DE LAS RELIQUIAS DE LOS SANTOS

Aún hoy no es difícil encontrarse con situaciones en las que el cuerpo del santo, reducido a un esqueleto expuesto en elaboradas urnas, se convierte en objeto de una atención que puede deslizarse fácilmente hacia lo morboso o lo folclórico. Lo estamos experimentando lamentablemente en estos días con la exposición de los huesos de san Francisco de Asís, ante los cuales hay más fotografías tomadas con teléfonos móviles que oraciones.

— Pastoral liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Cuando se habla de reliquias, se toca un ámbito de la vida de la Iglesia que, más que otros, corre hoy el riesgo de ser mal comprendido: por una parte reducido a práctica devocional superficial, por otra rechazado como residuo de una mentalidad arcaica o supersticiosa. Para evitar ambos extremos, es necesario volver al fundamento teológico que hace comprensible y justificable la veneración de las reliquias en la tradición católica.

Las reliquias, en su forma más propia, están constituidas por el cuerpo o por partes del cuerpo de los Santos. A estas se añaden las reliquias llamadas “de segunda clase”, es decir, objetos pertenecientes a los Santos, y las “por contacto”, es decir, objetos que han sido puestos en relación física con su cuerpo o con su tumba. Esta distinción, lejos de ser una clasificación meramente técnica, refleja una precisa visión teológica: la santidad no afecta solamente al alma, sino que implica a la persona entera, en la unidad de cuerpo y espíritu.

El punto decisivo, a menudo olvidado, es que la veneración de las reliquias se funda en la fe en la Encarnación y en la resurrección de la carne. El cuerpo del Santo no es un simple resto biológico, sino un cuerpo que ha sido templo del Espíritu Santo y que está destinado a la transfiguración definitiva. Por ello es custodiado, honrado y venerado: no en sí mismo, sino como signo concreto de la obra de la gracia de Dios en la historia.

La Sagrada Escritura misma atestigua que Dios puede obrar a través de la mediación de la materia. Basta pensar en el relato del Antiguo Testamento en el que un muerto vuelve a la vida al entrar en contacto con los huesos del profeta Eliseo (cf. 2 Re 13,21), o en los pañuelos y delantales que habían estado en contacto con el apóstol Pablo y que se llevaban a los enfermos (cf. Hch 19,11-12). No se trata de atribuir un poder mágico a los objetos, sino de reconocer que la gracia divina puede servirse de mediaciones concretas.

Ya en época medieval no faltaron severas advertencias contra las degeneraciones de ciertas prácticas devocionales. Si la literatura ha fijado en la memoria común la figura de fray Cipolla, hecha célebre por la refinada ironía de Giovanni Boccaccio, en el plano de la predicación real no menos enérgico fue san Bernardino de Siena, que en un célebre sermón denunciaba sin rodeos la proliferación de reliquias dudosas, como la ampolla que supuestamente contenía la leche de la Virgen María (cf. Devozioni ipocrite, en: Baldi, Novellette ed esempi morali di S. Bernardino da Siena, Florencia 1916). Sobre este tema escribió hace algunos años en estas mismas páginas el padre Ariel S. Levi di Gualdo, retomando la cuestión en términos deliberadamente vivos — y no siempre comprendidos por quienes no quieren comprender — mostrando cómo estas derivas devocionales no son en absoluto una invención moderna, sino un riesgo constante en la vida de la Iglesia (cf. Aquí).

En este contexto surgió también el uso de las reliquias “por contacto”, como las llamadas brandea, es decir, paños colocados en contacto con las tumbas de los mártires y luego distribuidos a los fieles. Esta práctica, lejos de ser una invención arbitraria, expresaba el deseo de hacer accesible la memoria de los santos sin comprometer la integridad de sus cuerpos. Sin embargo, es necesario afirmar con claridad que la reliquia no es un fetiche. El fetichismo atribuye al objeto un poder en sí mismo, casi automático; la veneración cristiana, en cambio, reconoce en la reliquia un signo que remite a Dios y a su acción. La gracia no reside en la materia como en una fuerza autónoma, sino que es siempre don de Dios, que puede servirse también de signos sensibles para llegar al hombre.

A lo largo de los siglos, la relación con las reliquias ha conocido desarrollos diversos, no siempre exentos de ambigüedad. En algunas épocas se ha asistido a una cierta espectacularización, con exposiciones que corren el riesgo de atraer más la curiosidad que la devoción. También hoy no es difícil encontrarse con situaciones en las que el cuerpo del santo, reducido a un esqueleto expuesto en urnas elaboradas, se convierte en objeto de una atención que puede deslizarse fácilmente hacia lo morboso o lo folclórico. Lo estamos experimentando lamentablemente en estos días con la exposición de los huesos de san Francisco de Asís, ante los cuales hay más fotografías tomadas con teléfonos móviles que oraciones. Aquí se impone un discernimiento serio. Si la reliquia pierde su referencia a la santidad y a la vida de la gracia, si no está insertada en un contexto de fe y de catequesis, corre el riesgo de convertirse en un objeto de interés puramente estético o cultural. De signo de la gloria futura puede convertirse en simple vestigio del pasado.

Cabe entonces preguntarse qué sentido puede tener hoy la veneración de las reliquias, especialmente las constituidas por restos corporales. La respuesta no puede ser otra que la que la tradición de la Iglesia ha dado siempre: tienen sentido en la medida en que remiten a Cristo y a su obra de salvación. El santo no es venerado por sí mismo, sino porque en él se ha manifestado la gracia de Dios. La reliquia es, por tanto, memoria concreta de la santidad, testimonio de la Encarnación y recordatorio de la resurrección de la carne. Habla al creyente no de muerte, sino de vida; no de un pasado cerrado, sino de un futuro prometido. Por este motivo la Iglesia, al tiempo que custodia con atención estos testimonios, está llamada también a educar a los fieles en su significado auténtico. Sin una adecuada formación, el riesgo de malentendidos está siempre presente.

Venerar las reliquias significa, en última instancia, reconocer que la salvación realizada por Cristo concierne al hombre en su totalidad y que la materia misma está llamada a participar en la gloria de Dios. En este sentido pueden entenderse como una prolongación concreta de la lógica de la Encarnación en la historia de la Iglesia. Sólo bajo esta condición su presencia conserva un auténtico valor espiritual; de lo contrario, reliquias vaciadas de su significado y reducidas a objetos de curiosidad o de devoción mal entendida corren el riesgo de dar vida a la justa y realista caricatura de fray Cipolla imaginada por Giovanni Boccaccio¹. 

Florencia, 20 de marzo de 2026

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¹ Giovanni Boccaccio (1313–1375) fue un escritor italiano del siglo XIV y una figura central de la cultura tardomedieval y prehumanista. Su obra más conocida, el Decamerón, es una colección de cien relatos. Entre ellos, la historia de fray Cipolla presenta con ironía el abuso de falsas reliquias, ofreciendo una crítica satírica de ciertas prácticas devocionales de la Baja Edad Media.

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Le varie sfaccettatura del benedire – The various facets of blessing – Las diversas facetas de la bendición

19 Marzo 2026/in Attualità/da Monaco Eremita

Italiano, english, español

 

LE VARIE SFACCETTATURE DEL BENEDIRE

La Chiesa può dare la benedizione, pur fra mille distinguo, anche a chi vive situazioni eccezionali, particolari o irregolari. In particolare se queste persone sono battezzate in comunione con la Chiesa, anche se vivono una situazione vitale che la Chiesa reputa errata.

Autore Monaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

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PDF articolo formato stampa – Article print format – Articulo en formato impreso

 

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La Dichiarazione Fiducia Supplicans, risalente a dicembre 2023, riguardava la possibilità di benedire le coppie irregolari e perfino dello stesso sesso.

Monica Bellucci nel ruolo di Maddalena (The Passion, 2004)

La ricezione della stessa, sul subito, deve aver suscitato nell’episcopato risposte contrastanti se già a gennaio dell’anno successivo il Dicastero per la Dottrina della Fede ha sentito la necessità di emanare un comunicato stampa con delle precisazioni circa il carattere semplice, informale e pastorale delle suddette benedizioni, senza creare confusione con la dottrina riguardante il matrimonio e le normali benedizioni liturgiche ritualizzate. Nel medesimo contesto si faceva accenno alla possibilità di una graduale accettazione della Dichiarazione o addirittura ad una sua non ricezione nei casi più delicati e difficili. Tuttavia, se ne caldeggiava il valore, in quanto possibilità di rimanere in ascolto delle richieste che sorgono dai fedeli e di offrire ad essi una catechesi appropriata a riguardo.

Sul finire poi di un articolo comparso su questa nostra rivista, in cui si trattava il tema dell’omosessualità e la Bibbia (Qui), veniva auspicato che il cammino della riflessione su queste tematiche non fosse abbandonato. Col presente scritto, pur nella sua brevità e inadeguatezza dell’autore, vorrei portare avanti il compito, rispondendo alla domanda se sia giusto dare un bene spirituale della Chiesa, come può essere la benedizione, anche a chi vive in situazione che potremmo definire particolare, che costituisce eccezione, se proprio si vuole evitare il ricorrente termine che fa cenno alla irregolarità, a partire o estendendo ciò che la Chiesa fa già in altre situazioni.

Nel Codice di Diritto Canonico della Chiesa Cattolica si parla del tema dell’intercomunione coi fratelli separati, in particolare il canone 844 affronta l’argomento che riguarda l’amministrazione dei Sacramenti da parte di un ministro della Chiesa ai fedeli che non hanno la comunione piena con la chiesa cattolica, la cosiddetta communicatio in sacris. Il testo prende in considerazione due categorie di cristiani non cattolici: i «membri delle Chiese orientali» (§ 3) e gli «altri cristiani», cioè gli appartenenti alle Confessioni cristiane occidentali, ovvero quelle che esistono in occidente a partire dal tempo della Riforma (§ 4). Per entrambe le categorie di cristiani il testo codiciale afferma che «i ministri cattolici amministrano lecitamente i sacramenti della penitenza, della Eucaristia e dell’unzione degli infermi» (§§ 3-4). Di ambedue le categorie di cristiani il medesimo canone ribadisce che «non hanno comunione piena con la Chiesa Cattolica» (§§ 3-4); il che significa — detto positivamente — che questi cristiani sono con la Chiesa Cattolica in comunione vera, anche se non piena (cfr. soprattutto Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).

Più in particolare il canone 844, § 4 esige che per l’amministrazione dei Sacramenti da parte della Chiesa Cattolica ai cristiani non cattolici appartenenti alle Confessioni occidentali debba sussistere una necessità grave e urgente. Tuttavia, l’enciclica Ut unum sint, al numero 46 parla anche dell’esistenza di «casi particolari» e Ecclesia de Eucharistia, al numero 45, accenna pure a «circostanze speciali». Siccome il Codice di diritto canonico dipende in modo essenziale dal Concilio Vaticano II, non si può non far cenno a quello che è il testo più importante su questo argomento, e cioè Unitatis redintegratio, al nr. 8, che così si esprime: «La intercomunione (nei Sacramenti, n.d.r.) dipende soprattutto da due principi: dalla manifestazione dell’unità della Chiesa e dalla partecipazione ai mezzi della grazia». La manifestazione dell’unità per lo più vieta la intercomunione. La partecipazione della grazia, la gratia procuranda, talvolta la raccomanda. Naturalmente il primo principio serve a salvaguardare la comunione ecclesiale e che perciò venga evitato il pericolo di errore o di indifferentismo, come se amministrare i Sacramenti ai cattolici e a coloro che non lo sono fosse la medesima cosa, perché tale non è, senza pena di equivoco. Ritenere quindi che non esiste differenza fra essere o non essere in comunione con la Chiesa Cattolica porterebbe a disorientamento e scandalo. D’altro canto — e richiamo qui le parole del Cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente emerito del Pontificio consiglio per i testi giuridici —:

«Il secondo principio richiama la necessità di conferire la grazia da parte della Chiesa Cattolica non in un modo qualsiasi, bensì in modo specifico attraverso l’amministrazione dei Sacramenti. E ciò vale non soltanto per i cristiani cattolici, bensì per tutti i battezzati, anche per i non cattolici. Questo il grande insegnamento affermato con chiarezza e convinzione dal grande testo del Vaticano II. Rendiamoci ben conto: i cristiani non cattolici hanno la necessità spirituale di ricevere il conferimento della grazia attraverso l’amministrazione dei Sacramenti. Hanno quindi la necessità spirituale di ricevere i Sacramenti. Possiamo anche dire che i cristiani non cattolici hanno il diritto di ricevere i Sacramenti. E la Chiesa cattolica ha il dovere di amministrare i Sacramenti a questi cristiani. Tutto ciò possiamo ritenere come semplice determinazione del principio della gratia procuranda, dove si noti il gerundio come segno di necessità» (a cura di Andrea Tornielli, Qui).

Portando fino in fondo il ragionamento, alla domanda se una coppia di coniugi, uno cattolico e l’altro non in comunione piena con la Chiesa, partecipando insieme alla Santa Messa desiderino anche ricevere l’Eucarestia, questo possa considerarsi una eccezionalità, se ciò corrisponde ad un bisogno spirituale dei coniugi che altrimenti vivrebbero quel momento da separati o non lo vivrebbero affatto, astenendosene; l’esperto Presule così risponde:

«Qualora il ministro cattolico amministrasse la santa Comunione al coniuge non cattolico, tutti potrebbero ragionevolmente ritenere che tale concessione è determinata dalla giusta necessità di non separare una coppia di coniugi, specie in un momento così speciale come la partecipazione al sacramento dell’Eucaristia. Tutto ciò può, comunque, essere sempre richiamato mediante una catechesi esplicativa data alla comunità dei fedeli anche in modo ricorrente».

Non voglio dilungarmi ancora troppo su questo argomento, anche perché il focus, come accennato inizialmente, è un altro. Si potrebbero dire tante altre cose perché l’argomento è ancora studiato e approfondito e non ho accennato, proprio per non dilungarmi, alle condizioni previe o alle disposizioni spirituali e d’animo che devono esser presenti in chi, pur non in comunione piena la Chiesa può, in casi specifici ed eccezionali, ricevere da un ministro cattolico i sacramenti della grazia. È inoltre evidente che tutto ciò appartiene a un ambito rigorosamente disciplinato dal diritto della Chiesa e non può in alcun modo essere confuso con forme di indiscriminata intercomunione o, peggio, con celebrazioni eucaristiche che prescindano dalla piena comunione ecclesiale e dalla validità del ministero sacerdotale. Proprio perché si tratta di materia delicata, il richiamo ai casi eccezionali non deve mai essere assunto come criterio ordinario, ma come conferma del fatto che la Chiesa, pur custodendo con fermezza il significato dei suoi beni spirituali, non cessa di interrogarsi sul modo di procurarli, nei casi consentiti, per la salvezza di tutte le anime.

Come si può immaginare, tutto questo ragionamento che dal Concilio è approdato poi nel Codice, nasce sia dalla riflessione teologica sui beni spirituali della Chiesa che di per sé stessi vogliono essere profusi in abbondanza e difficilmente si possono negare a chi con fiducia, rispetto e buona disposizione li chiede, sia dal non poter negare che le situazioni umane che le persone vivono in questo mondo sono molteplici e variegate. E la Chiesa, che custodisce i tesori della grazia divina, non può che interrogarsi su questo.

Tornando quindi all’argomento che ha dato inizio a questo scritto, la risposta non può che essere positiva. La Chiesa può dare la benedizione, pur fra mille distinguo, anche a chi vive situazioni eccezionali, particolari o irregolari. In particolare se queste persone sono battezzate in comunione con la Chiesa, anche se vivono una situazione vitale che la Chiesa reputa errata. Se essi possono, alle debite condizioni, ricevere i Sacramenti come tutti gli altri battezzati e, lo abbiamo visto, lo possono perfino coloro che appartengono ad altra confessione impossibilitati a rivolgersi ai propri ministri, perché non anche una semplice benedizione che servirebbe soltanto a ribadire quello che la Chiesa fa da sempre: rigettare il peccato, ma accogliere e amare il peccatore, come il Signore ha insegnato? Resta però necessario precisare che una simile benedizione non potrebbe mai essere rettamente intesa come conferma, ratifica o legittimazione della condizione oggettiva in cui tali persone si trovano. Se così fosse, si tradirebbe tanto il significato della benedizione quanto la verità stessa della pastorale ecclesiale. La Chiesa, infatti, può benedire la persona che chiede aiuto a Dio, non il peccato in quanto tale, né la pretesa che una situazione contraria alla sua dottrina venga per ciò stesso riconosciuta come moralmente buona o ecclesialmente legittima. Proprio per questo la benedizione, se richiesta con fede e umiltà, conserva il suo significato solo se rimane gesto di invocazione, di affidamento e di accompagnamento, mai di consacrazione implicita di una condizione di vita.

Come a suo tempo ha specificato il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede nel comunicato stampa su richiamato, lo scopo della Dichiarazione che, occorre ammetterlo, qualcuno ha mal digerito, era quello di mettere in risalto il valore della benedizione per la Chiesa, al fine di arrivare ad una «comprensione più ampia delle benedizioni e la proposta di accrescere le benedizioni pastorali, che non esigono le medesime condizioni delle benedizioni in un contesto liturgico o rituale».

Non vivendo più ormai da molto tempo in un contesto cristianizzato, la Chiesa incontrerà sempre più spesso situazioni non regolari secondo la dottrina. Essa potrà arroccarsi su una posizione difensiva e trincerarsi semplicemente dietro la dottrina che riconosce l’illiceità di alcune umane condizioni, ma questo non direbbe nulla di nuovo in proposito. Oppure, seguendo l’esempio del suo Maestro, potrà riconoscere che una relazione è errata, eppure conserva dentro di essa elementi positivi che non si possono negare e dunque perché non versare su queste situazioni «l’olio della consolazione e il vino della speranza», anche una semplice informale benedizione ove richiesta con fiducia? Anche qui, tuttavia, il discernimento rimane decisivo: una cosa è soccorrere pastoralmente persone che, pur in una condizione oggettivamente disordinate o irregolare, chiedono un aiuto spirituale senza rivendicare alcuna legittimazione; altra cosa sarebbe avallare, anche solo indirettamente, la pretesa che l’accoglienza ecclesiale coincida con il riconoscimento del loro stato come conforme al Vangelo. La misericordia della Chiesa non consiste nell’oscurare la verità, ma nell’accompagnare le persone verso di essa con pazienza, senza respingere e umiliare nessuno, ma al tempo stesso senza falsare nulla.

Ecco qui, dunque, un piccolo contributo alla riflessione che non ha alcuna pretesa, mosso solo da quello spirito che sta dietro all’invito di Gesù ad essere un discepolo «simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Proprio per questo, il compito della Chiesa non è né chiudere la porta della grazia a chi la domanda con sincera fiducia, né confondere la misericordia con la legittimazione di ciò che resta contrario al Vangelo, ma custodire insieme verità e carità, affinché ogni gesto pastorale sia autentico aiuto per le persone e mai occasione di equivoco circa la dottrina. Tutto questo, senza mai perdere di vista l’essenza stessa della missione a noi affidata da Cristo con delle precise parole:

«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 12-13).

Dall’Eremo, 19 marzo 2026

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THE VARIOUS FACETS OF BLESSING

The Church can grant a blessing, albeit with many distinctions, even to those who live in exceptional, particular or irregular situations. Especially if these persons are baptized in communion with the Church, even if they live in a life situation that the Church considers erroneous.

Autore Monaco Eremita

Author
Monaco Eremita 

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The Declaration Fiducia Supplicans, issued in December 2023, concerned the possibility of blessing irregular couples and even same-sex couples. Its reception, at least initially, must have elicited contrasting responses within the episcopate, if already in January of the following year the Dicastery for the Doctrine of the Faith felt the need to issue a press release with clarifications regarding the simple, informal and pastoral character of such blessings, so as not to create confusion with the doctrine concerning marriage and with the ordinary ritual liturgical blessings. In the same context, reference was made to the possibility of a gradual acceptance of the Declaration or even to its non-reception in the most delicate and difficult cases. Nevertheless, its value was encouraged, as a way of remaining attentive to the requests arising from the faithful and of offering them an appropriate catechesis on the matter.

Toward the end of an article published in this same journal, which dealt with the theme of homosexuality and the Bible (Here), the hope was expressed that the path of reflection on these themes would not be abandoned. With the present text, despite its brevity and the inadequacy of its author, I would like to continue this task by responding to the question of whether it is right to grant a spiritual good of the Church, such as a blessing, even to those who live in a situation that we might define as particular — an exception, if one wishes to avoid the recurring term that refers to irregularity — starting from, or extending, what the Church already does in other situations.

In the Code of Canon Law of the Catholic Church the question of intercommunion with separated brethren is addressed; in particular, canon 844 deals with the administration of the Sacraments by a minister of the Church to the faithful who are not in full communion with the Catholic Church, the so-called communicatio in sacris. The text considers two categories of non-Catholic Christians: the “members of the Eastern Churches” (§ 3) and “other Christians,” that is, those belonging to Western Christian confessions, namely those existing in the West since the time of the Reformation (§ 4). For both categories the canonical text states that “Catholic ministers administer licitly the sacraments of penance, the Eucharist and the anointing of the sick” (§§ 3–4). Concerning both categories the same canon reiterates that they “are not in full communion with the Catholic Church” (§§ 3–4); which means — stated positively — that these Christians are in a true, though not full, communion with the Catholic Church (cf. especially Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).

More specifically, canon 844 § 4 requires that for the administration of the Sacraments by the Catholic Church to non-Catholic Christians belonging to Western confessions there must be a grave and urgent necessity. However, the encyclical Ut unum sint, in no. 46, also speaks of the existence of “particular cases,” and Ecclesia de Eucharistia, in no. 45, likewise refers to “special circumstances.” Since the Code of Canon Law depends essentially on the Second Vatican Council, one cannot fail to mention what is the most important text on this subject, namely Unitatis redintegratio, no. 8, which states: “The sharing in the Sacraments (communicatio in sacris) depends chiefly on two principles: the manifestation of the unity of the Church and the sharing in the means of grace.” The manifestation of unity generally forbids intercommunion. The sharing in grace, the gratia procuranda, sometimes recommends it. Naturally, the first principle serves to safeguard ecclesial communion and to avoid the danger of error or indifferentism, as if administering the Sacraments to Catholics and to those who are not were the same thing, which it is not, without giving rise to misunderstanding. To maintain that there is no difference between being or not being in communion with the Catholic Church would lead to confusion and scandal. On the other hand — and I recall here the words of Cardinal Coccopalmerio, emeritus president of the Pontifical Council for Legislative Texts —:

“The second principle recalls the necessity for the Catholic Church to confer grace not in just any way, but in a specific way through the administration of the Sacraments. And this applies not only to Catholic Christians, but to all the baptized, including non-Catholics. This is the great teaching affirmed with clarity and conviction by the great texts of Vatican II. Let us be fully aware: non-Catholic Christians have a spiritual need to receive the conferral of grace through the administration of the Sacraments. They therefore have a spiritual need to receive the Sacraments. We can also say that non-Catholic Christians have the right to receive the Sacraments. And the Catholic Church has the duty to administer the Sacraments to these Christians. All this can be understood as a concrete application of the principle of gratia procuranda, note the gerund, which indicates necessity” (edited by Andrea Tornielli, here).

Carrying the reasoning through to its conclusion, one may ask whether a married couple, one Catholic and the other not in full communion with the Church, participating together in Holy Mass and desiring also to receive the Eucharist, might constitute an exceptional case — if this corresponds to a spiritual need of the spouses, who would otherwise experience that moment as separated or would not experience it at all, abstaining from it. The expert prelate responds as follows:

“If the Catholic minister were to administer Holy Communion to the non-Catholic spouse, everyone could reasonably consider that such a concession is determined by the just necessity of not separating a married couple, especially at such a special moment as participation in the sacrament of the Eucharist. All this can, in any case, always be clarified through an explanatory catechesis offered to the community of the faithful, even on a recurring basis.”

I do not wish to dwell too long on this topic, also because the focus, as mentioned at the beginning, is another. Much more could be said, since the matter is still being studied and deepened, and I have not mentioned — precisely in order not to prolong the discussion — the prior conditions or the spiritual dispositions that must be present in those who, although not in full communion with the Church, may in specific and exceptional cases receive from a Catholic minister the sacraments of grace. It is also evident that all this belongs to a sphere rigorously regulated by the law of the Church and cannot in any way be confused with forms of indiscriminate intercommunion or, worse, with Eucharistic celebrations that disregard full ecclesial communion and the validity of the priestly ministry. Precisely because this is a delicate matter, reference to exceptional cases must never be taken as an ordinary criterion, but as confirmation that the Church, while firmly safeguarding the meaning of her spiritual goods, does not cease to question how to provide them, where permitted, for the salvation of all souls.

As one can imagine, all this reasoning — which from the Council has found its way into the Code — arises both from theological reflection on the spiritual goods of the Church, which by their nature are meant to be poured out abundantly and can hardly be denied to those who request them with trust, respect and proper disposition, and from the recognition that the human situations people experience in this world are manifold and varied. And the Church, which safeguards the treasures of divine grace, cannot but reflect on this.

Returning therefore to the question that gave rise to this text, the answer can only be affirmative. The Church can grant a blessing, albeit with many distinctions, even to those who live in exceptional, particular or irregular situations. Especially if these persons are baptized in communion with the Church, even if they live in a life situation that the Church considers erroneous. If they can, under the proper conditions, receive the Sacraments like all the other baptized — and, as we have seen, even those belonging to another confession can do so when they are unable to turn to their own ministers — why not also a simple blessing, which would serve only to reaffirm what the Church has always done: reject sin but welcome and love the sinner, as the Lord has taught?

It remains necessary, however, to clarify that such a blessing could never rightly be understood as a confirmation, ratification or legitimation of the objective condition in which such persons find themselves. If that were the case, both the meaning of the blessing and the truth of ecclesial pastoral care would be betrayed. The Church, in fact, can bless the person who asks God for help, not sin as such, nor the claim that a situation contrary to her doctrine should thereby be recognized as morally good or ecclesially legitimate. Precisely for this reason the blessing, if requested with faith and humility, preserves its meaning only if it remains an act of invocation, of entrustment and of accompaniment, never of implicit consecration of a state of life.

As was specified at the time by the Prefect of the Dicastery for the Doctrine of the Faith in the above-mentioned press release, the purpose of the Declaration — which, it must be admitted, some have found difficult to accept — was to highlight the value of blessing for the Church, in order to arrive at “a broader understanding of blessings and the proposal to increase pastoral blessings, which do not require the same conditions as blessings in a liturgical or ritual context.”

Since we no longer live in a Christianized context, the Church will increasingly encounter situations that are not regular according to doctrine. She may take refuge in a defensive position and simply entrench herself behind doctrine, which recognizes the unlawfulness of certain human conditions, but this would say nothing new. Or, following the example of her Master, she may acknowledge that a relationship is erroneous and yet contains within itself positive elements that cannot be denied, and therefore why not pour upon these situations “the oil of consolation and the wine of hope,” even a simple informal blessing when requested with trust?

Here too, however, discernment remains decisive: one thing is to offer pastoral assistance to persons who, though in an objectively disordered or irregular condition, ask for spiritual help without claiming any form of legitimation; another would be to endorse, even indirectly, the claim that ecclesial welcome coincides with recognizing their condition as in conformity with the Gospel. The Church’s mercy does not consist in obscuring the truth, but in accompanying persons toward it with patience, without rejecting or humiliating anyone, while at the same time falsifying nothing.

Here, then, is a small contribution to a reflection that makes no claim to completeness, moved only by that spirit which lies behind Jesus’ invitation to be a disciple “like a householder who brings out of his treasure what is new and what is old” (Mt 13:52). Precisely for this reason, the task of the Church is neither to close the door of grace to those who ask for it with sincere trust, nor to confuse mercy with the legitimation of what remains contrary to the Gospel, but to safeguard together truth and charity, so that every pastoral act may be a genuine help to persons and never an occasion for misunderstanding concerning doctrine. All this without ever losing sight of the very essence of the mission entrusted to us by Christ in these precise words:

“Those who are well have no need of a physician, but those who are sick. Go and learn what this means: I desire mercy, and not sacrifice. For I have not come to call the righteous, but sinners” (Mt 9:12–13).

From the Hermitage, March 19, 2026

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LAS DIVERSAS FACETAS DE LA BENDICIÓN

La Iglesia puede dar la bendición, aunque con muchas distinciones, también a quienes viven situaciones excepcionales, particulares o irregulares. En particular si estas personas están bautizadas en comunión con la Iglesia, aunque vivan una situación de vida que la Iglesia considera errónea.

Autore Monaco Eremita

Autor
Monaco Eremita 

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La Declaración Fiducia Supplicans, de diciembre de 2023, se refería a la posibilidad de bendecir a parejas irregulares e incluso del mismo sexo. Su recepción, en un primer momento, debió suscitar respuestas contrastantes en el episcopado, si ya en enero del año siguiente el Dicasterio para la Doctrina de la Fe sintió la necesidad de emitir un comunicado con precisiones acerca del carácter sencillo, informal y pastoral de dichas bendiciones, sin crear confusión con la doctrina relativa al matrimonio ni con las bendiciones litúrgicas ritualizadas. En el mismo contexto se hacía referencia a la posibilidad de una aceptación gradual de la Declaración o incluso a su no recepción en los casos más delicados y difíciles. Sin embargo, se subrayaba su valor, en cuanto posibilidad de permanecer atentos a las peticiones que surgen de los fieles y de ofrecerles una catequesis adecuada al respecto.

Hacia el final de un artículo publicado en esta misma revista, en el que se trataba el tema de la homosexualidad y la Biblia (Aquí), se expresaba el deseo de que el camino de reflexión sobre estas cuestiones no fuera abandonado. Con el presente escrito, a pesar de su brevedad y de la insuficiencia de su autor, quisiera continuar esta tarea, respondiendo a la pregunta de si es justo conceder un bien espiritual de la Iglesia, como puede ser la bendición, también a quienes viven en una situación que podríamos definir como particular, que constituye una excepción — si se quiere evitar el término recurrente que alude a la irregularidad — partiendo de lo que la Iglesia ya hace en otras situaciones o extendiéndolo.

En el Código de Derecho Canónico de la Iglesia Católica se trata el tema de la intercomunión con los hermanos separados; en particular, el canon 844 aborda la cuestión de la administración de los Sacramentos por parte de un ministro de la Iglesia a los fieles que no están en plena comunión con la Iglesia católica, la llamada communicatio in sacris. El texto considera dos categorías de cristianos no católicos: los «miembros de las Iglesias orientales» (§ 3) y «los demás cristianos», es decir, los pertenecientes a las confesiones cristianas occidentales, aquellas que existen en Occidente desde el tiempo de la Reforma (§ 4). Para ambas categorías el texto canónico afirma que «los ministros católicos administran lícitamente los sacramentos de la penitencia, de la Eucaristía y de la unción de los enfermos» (§§ 3-4). De ambas categorías el mismo canon reafirma que «no están en plena comunión con la Iglesia católica» (§§ 3-4); lo cual significa — dicho positivamente — que estos cristianos están en verdadera comunión con la Iglesia católica, aunque no plena (cf. especialmente Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).

Más en particular, el canon 844 § 4 exige que, para la administración de los Sacramentos por parte de la Iglesia católica a cristianos no católicos pertenecientes a las confesiones occidentales, debe existir una necesidad grave y urgente. Sin embargo, la encíclica Ut unum sint, en el número 46, habla también de la existencia de «casos particulares», y Ecclesia de Eucharistia, en el número 45, alude igualmente a «circunstancias especiales». Dado que el Código de Derecho Canónico depende esencialmente del Concilio Vaticano II, no se puede dejar de mencionar el texto más importante sobre este tema, es decir, Unitatis redintegratio, n. 8, que así se expresa: «La intercomunión (en los Sacramentos) depende sobre todo de dos principios: de la manifestación de la unidad de la Iglesia y de la participación en los medios de la gracia». La manifestación de la unidad por lo general prohíbe la intercomunión. La participación en la gracia, la gratia procuranda, a veces la recomienda.

Naturalmente, el primer principio sirve para salvaguardar la comunión eclesial y evitar el peligro de error o de indiferentismo, como si administrar los Sacramentos a los católicos y a quienes no lo son fuese lo mismo, lo cual no es, sin riesgo de equívoco. Sostener que no existe diferencia entre estar o no en comunión con la Iglesia católica conduciría a desorientación y escándalo. Por otra parte — y retomo aquí las palabras del cardenal Coccopalmerio, presidente emérito del Pontificio Consejo para los Textos Legislativos —:

«El segundo principio recuerda la necesidad de conferir la gracia por parte de la Iglesia católica no de cualquier modo, sino de manera específica mediante la administración de los Sacramentos. Y esto vale no sólo para los cristianos católicos, sino para todos los bautizados, también para los no católicos. Ésta es la gran enseñanza afirmada con claridad y convicción por el gran texto del Vaticano II. Seamos plenamente conscientes: los cristianos no católicos tienen la necesidad espiritual de recibir la gracia mediante la administración de los Sacramentos. Tienen, por tanto, la necesidad espiritual de recibir los Sacramentos. Podemos decir también que los cristianos no católicos tienen el derecho de recibir los Sacramentos. Y la Iglesia católica tiene el deber de administrarlos a estos cristianos. Todo esto puede considerarse como una concreta determinación del principio de la gratia procuranda, obsérvese el gerundio como signo de necesidad» (editado por Andrea Tornielli, aquí).

Llevando el razonamiento hasta sus últimas consecuencias, ante la pregunta de si una pareja de esposos, uno católico y el otro no en plena comunión con la Iglesia, participando juntos en la Santa Misa y deseando también recibir la Eucaristía, puede constituir un caso excepcional — si ello responde a una necesidad espiritual de los esposos que de otro modo vivirían ese momento separados o no lo vivirían en absoluto —, el experto prelado responde así:

«Si el ministro católico administrara la sagrada Comunión al cónyuge no católico, todos podrían razonablemente considerar que tal concesión está determinada por la justa necesidad de no separar a una pareja de esposos, especialmente en un momento tan especial como la participación en el sacramento de la Eucaristía. Todo esto puede, en cualquier caso, ser siempre aclarado mediante una catequesis explicativa ofrecida a la comunidad de los fieles, incluso de manera recurrente».

No quiero extenderme demasiado sobre este tema, también porque el foco, como se ha indicado al inicio, es otro. Se podrían decir muchas otras cosas, ya que la cuestión sigue siendo objeto de estudio y profundización, y no he mencionado — precisamente para no alargar — las condiciones previas o las disposiciones espirituales que deben estar presentes en quien, aun no estando en plena comunión con la Iglesia, puede, en casos específicos y excepcionales, recibir de un ministro católico los sacramentos de la gracia. Es además evidente que todo esto pertenece a un ámbito rigurosamente regulado por el derecho de la Iglesia y no puede en modo alguno confundirse con formas de intercomunión indiscriminada o, peor aún, con celebraciones eucarísticas que prescindan de la plena comunión eclesial y de la validez del ministerio sacerdotal. Precisamente porque se trata de una materia delicada, la referencia a los casos excepcionales no debe ser asumida nunca como criterio ordinario, sino como confirmación de que la Iglesia, aun custodiando con firmeza el significado de sus bienes espirituales, no deja de preguntarse cómo procurarlos, en los casos permitidos, para la salvación de todas las almas.

Como se puede imaginar, todo este razonamiento — que desde el Concilio ha pasado al Código — nace tanto de la reflexión teológica sobre los bienes espirituales de la Iglesia, que por su propia naturaleza quieren ser derramados en abundancia y difícilmente pueden negarse a quien los pide con confianza, respeto y buena disposición, como del hecho de que las situaciones humanas que las personas viven en este mundo son múltiples y variadas. Y la Iglesia, que custodia los tesoros de la gracia divina, no puede sino interrogarse sobre ello.

Volviendo, por tanto, al tema que ha dado origen a este escrito, la respuesta no puede sino ser afirmativa. La Iglesia puede dar la bendición, aunque con muchas distinciones, también a quienes viven situaciones excepcionales, particulares o irregulares. En particular si estas personas están bautizadas en comunión con la Iglesia, aunque vivan una situación de vida que la Iglesia considera errónea. Si pueden, en las debidas condiciones, recibir los Sacramentos como todos los demás bautizados — y, como hemos visto, incluso quienes pertenecen a otra confesión pueden hacerlo cuando no pueden recurrir a sus propios ministros —, ¿por qué no también una simple bendición, que sólo serviría para reafirmar lo que la Iglesia ha hecho siempre: rechazar el pecado, pero acoger y amar al pecador, como el Señor ha enseñado?

Sin embargo, es necesario precisar que una bendición de este tipo nunca podría entenderse correctamente como confirmación, ratificación o legitimación de la condición objetiva en la que tales personas se encuentran. Si así fuera, se traicionaría tanto el significado de la bendición como la verdad misma de la pastoral eclesial. La Iglesia puede bendecir a la persona que pide ayuda a Dios, no el pecado en cuanto tal, ni la pretensión de que una situación contraria a su doctrina sea reconocida como moralmente buena o eclesialmente legítima. Precisamente por ello, la bendición, si se pide con fe y humildad, conserva su significado sólo si permanece como gesto de invocación, de confianza y de acompañamiento, nunca como una consagración implícita de una condición de vida.

Como en su momento especificó el prefecto del Dicasterio para la Doctrina de la Fe en el citado comunicado, el objetivo de la Declaración — que, hay que admitirlo, algunos han digerido mal — era poner de relieve el valor de la bendición para la Iglesia, con el fin de llegar a una «comprensión más amplia de las bendiciones y la propuesta de incrementar las bendiciones pastorales, que no exigen las mismas condiciones que las bendiciones en un contexto litúrgico o ritual».

Al no vivir ya desde hace tiempo en un contexto cristianizado, la Iglesia se encontrará cada vez más con situaciones no conformes a la doctrina. Podrá atrincherarse en una posición defensiva y limitarse a refugiarse detrás de la doctrina que reconoce la ilicitud de ciertas condiciones humanas, pero esto no diría nada nuevo. O bien, siguiendo el ejemplo de su Maestro, podrá reconocer que una relación es errónea y, sin embargo, contiene en su interior elementos positivos que no se pueden negar, y entonces ¿por qué no derramar sobre estas situaciones «el aceite de la consolación y el vino de la esperanza», incluso con una simple bendición informal, si se solicita con confianza?

También aquí, sin embargo, el discernimiento sigue siendo decisivo: una cosa es acompañar pastoralmente a personas que, aun en una condición objetivamente desordenada o irregular, piden ayuda espiritual sin pretender legitimación alguna; otra cosa sería avalar, siquiera indirectamente, la pretensión de que la acogida eclesial coincida con el reconocimiento de su estado como conforme al Evangelio. La misericordia de la Iglesia no consiste en oscurecer la verdad, sino en acompañar a las personas hacia ella con paciencia, sin rechazar ni humillar a nadie, pero al mismo tiempo sin falsear nada.

He aquí, pues, una pequeña contribución a la reflexión que no tiene ninguna pretensión, movida sólo por aquel espíritu que está detrás de la invitación de Jesús a ser un discípulo «semejante a un dueño de casa que saca de su tesoro cosas nuevas y cosas antiguas» (Mt 13,52). Precisamente por eso, la tarea de la Iglesia no es ni cerrar la puerta de la gracia a quien la pide con sincera confianza, ni confundir la misericordia con la legitimación de lo que sigue siendo contrario al Evangelio, sino custodiar conjuntamente la verdad y la caridad, para que cada gesto pastoral sea una ayuda auténtica para las personas y nunca ocasión de equívoco acerca de la doctrina. Todo esto, sin perder nunca de vista la esencia misma de la misión que Cristo nos ha confiado con palabras precisas:

«No tienen necesidad de médico los sanos, sino los enfermos. Id, pues, y aprended qué significa: Misericordia quiero y no sacrificio. Porque no he venido a llamar a los justos, sino a los pecadores» (Mt 9,12-13).

Desde el Eremo, 19 de marzo de 2026

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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«Lascia ch’io pianga». La notte buia nella quale Dio appare lontano e per questo è realmente vicino – “Lascia ch’io pianga.” The dark night in which God appears distant and for that very reason is truly near – «Lascia ch’io pianga». La noche oscura en la cual Dios aparece lejano y por eso mismo es realmente cercano –

12 Marzo 2026/in Theologica/da Padre Ariel

Italian, English, Español

 

«LASCIA CH’IO PIANGA». LA NOTTE BUIA NELLA QUALE DIO APPARE LONTANO E PER QUESTO È REALMENTE VICINO

Chi ha attraversato questa soglia non diventa cinico. Diventa essenziale. Non disprezza la devozione semplice, ma non può più confondere la consolazione con Dio. Non cerca più di “sentire” la presenza; abita il silenzio. E nel silenzio scopre che Dio non era assente: era semplicemente oltre ogni rappresentazione. La notte, quando è autentica, non toglie Dio: toglie l’illusione di possederlo. E in questa spoliazione nasce una libertà più grande di ogni entusiasmo religioso; una libertà che nasce dal pianto di chi ha accettato di essere liberato dalla verità.

— Theologica —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF Articolo formato stampa – Article print format – Articulo en formato impreso

 

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Molti santi e mistici hanno attraversato quella condizione spirituale che la tradizione ha chiamato “notte buia”.

San Giovanni della Croce ne ha dato la formulazione più radicale nella Subida del Monte Carmelo e soprattutto nella Noche oscura, dove descrive la purificazione attiva e passiva dei sensi e dello spirito. Santa Teresa d’Avila ne ha delineato le purificazioni progressive nel Castello interiore, in particolare nelle quarte e quinte mansioni, dove l’anima sperimenta la sospensione delle consolazioni e l’ingresso in una modalità più pura di unione. Santa Teresa di Calcutta ne ha vissuto per anni il silenzio quasi assoluto, come emerge dalle sue lettere spirituali pubblicate in Come Be My Light, nelle quali confessa di non “sentire” la presenza di Dio pur continuando a credere e a operare con incrollabile fedeltà. In tutti questi casi non si trattava di una crisi della fede, ma della sua maturazione. Ed è qui che si annida l’errore di lettura più frequente: confondere la “notte buia” con la perdita della fede. La notte non è negazione del credere; è purificazione delle modalità inferiori con cui si crede.

Dire: «Sento Dio lontano, anzi non lo sento proprio», non significa affermare un’assenza ontologica di Dio, ma descrivere ciò che i maestri spirituali chiamano deprivazione sensibile della presenza. Dio non viene meno, a venir meno è la modalità abituale con cui l’anima era abituata a percepirlo. Finché Dio è “sentito”, rimane in parte ancora nell’orizzonte dell’esperienza e spesso — occorre dirlo con chiarezza — nell’orizzonte del fideismo emotivo. La fede sostenuta prevalentemente dal sentimento non è ancora falsa, ma è fragile: dipende da una vibrazione interiore, da una consolazione, da una risonanza affettiva che può facilmente essere scambiata per presenza divina. In questa fase il rischio è sottile: confondere Dio con ciò che di Lui si prova. Quando invece Dio non è più sentito ma creduto nel silenzio, allora diventa assoluto. Non è più oggetto di consolazione, né sostegno emotivo, né esperienza gratificante; diventa fondamento dell’essere. Non è più ciò che conforta, ma ciò che è. E l’adesione a ciò che è non nasce dall’entusiasmo, ma dalla verità.

Con la maturazione della fede subentra il senso della nostra nullità dinanzi al mistero. Il fideismo emozionale cerca conferme affettive; la fede teologale, al contrario, accetta il silenzio. Si pensi, ad esempio, a chi identifica la presenza di Dio con il calore interiore provato durante una preghiera, con la commozione suscitata da un canto, con l’entusiasmo generato da un’esperienza comunitaria intensa. Nulla di tutto questo è in sé negativo: può essere dono autentico. Ma se la fede dipende da tali risonanze, quando queste vengono meno sembra che venga meno anche Dio.

È relativamente facile avere “fede” dentro le maestose basiliche, tra i fumi aromatici dell’incenso, i suoni dell’organo, i cori solenni, i paramenti che sono autentiche opere d’arte e i vasi sacri degni di un museo orafo. Tutto questo può elevare, predisporre, aiutare. Ma si provi ad averla, la fede, in uno scantinato in piena notte, o in un luogo isolato di campagna, dove si celebra l’Eucaristia in clima di persecuzione, con un orecchio rivolto alle orazioni e l’altro vigile nel timore che qualcuno possa irrompere. Senza apparati, senza solennità, senza sostegni sensibili. È lì, tra forza e paura, che la fede si misura nella sua nudità. La notte interviene proprio qui: sottrae l’appoggio sensibile per rivelare se l’adesione era rivolta a Dio o alle sue consolazioni.

Va però analizzato anche il rovescio della medaglia: quando l’anima entra stabilmente in questa forma più nuda della fede, può nascere un rischio sottile: una certa severità verso le forme più semplici di religiosità, è comprensibile, ma ciò non è detto avvenga per snobismo o altezzosità, tutt’altro: quando si è passati attraverso la purificazione dell’immaginario, le devozioni ingenue possono apparire superficiali. Tuttavia, la differenza non è tra maturità e ridicolo, ma tra cammini differenti. Anche una fede semplice può essere autentica, se è orientata al vero e non alla suggestione soggettiva.

Chi attraversa la notte non vive una fede nostalgica né difende un’immagine raffinata di Dio costruita su categorie elevate; abita il silenzio di Dio. E questo silenzio non è segno di crisi, ma di profondità. Non è vuoto; è spazio non occupato dall’immaginazione. È come il silenzio che avvolge una certosa: un silenzio che non ammette mezze misure. In quel contesto non sopravvive l’uomo superficiale. O si resta mediocri, incapaci di abitare l’essenziale, oppure si diventa uomini che, pur con i piedi ben piantati nella terra e un corpo pienamente umano, vivono già orientati verso l’incorporeo eterno. Il silenzio non distrugge: seleziona.

Quando il mistero non è più oggetto da comprendere ma orizzonte davanti al quale arrestarsi, l’io si ridimensiona. Nasce così una libertà nuova. Non la libertà dell’autonomia, ma quella dell’adeguazione. Non si è più liberi perché Dio è lontano; si è più liberi perché si è cessato di volerlo rendere vicino secondo misura propria. Il rischio contrario è sottile e diffuso: ridurre Dio a interlocutore delle proprie risonanze interiori. Il mondo religioso è pieno di persone che dialogano con se stesse credendo di aver parlato con Dio, per poi parlare agli uomini come se parlassero a nome di Dio. Non si tratta di mistica, ma di proiezione. Quando l’immaginazione non è purificata, può facilmente scambiarsi per rivelazione. La notte, invece, toglie questa pretesa. Non autorizza a parlare a nome di Dio; costringe a tacere davanti a Lui. Finché Dio è sentito, resta in parte dentro il nostro orizzonte. Quando è creduto nel silenzio, l’orizzonte si rovescia: non è Dio dentro il nostro spazio, ma noi dentro il Suo. E lì si rimane senza parole.

In questa esperienza emerge la consapevolezza del limite umano. Il limite non è frustrazione; è verità. Il mistero non umilia l’uomo, lo colloca. E l’uomo collocato nel mistero è più libero dell’uomo che si immagina centrale e si costruisce un Dio a propria immagine emotiva. La notte autentica non genera cinismo; genera precisione interiore. Molti parlano di “notte” perché hanno perso consolazioni, pochi la riconoscono come luogo di conoscenza del proprio limite. Nel primo caso c’è mancanza, nel secondo, maturazione. Solo chi ha attraversato questa purificazione può custodire senza dominare, trasmettere senza imporre, rispettare la libertà dell’altro, compresa la libertà religiosa tanto dibattuta ed equivocata in certi circoli, fondata sulla dignità umana e sulla libertà di coscienza (cfr.  Dignitatis Humanae, 2) e i suoi tempi. Chi non ha fatto i conti con il proprio limite tende a salvare per affermarsi, chi lo ha fatto salva perché ha ricevuto.

Dio appare lontano, ma proprio nella sottrazione diventa più radicalmente presente. Non più come oggetto dell’esperienza, ma come fondamento silenzioso dell’esistenza. E davanti a questo fondamento non si produce esaltazione, ma adorazione. La pretesa di “sentire” Dio come criterio della sua presenza è una semplificazione infantile del rapporto con l’Eterno. Dire: «Io devo sentire Dio» oppure: «In quel luogo si sente veramente la presenza di Dio» significa spesso confondere l’intensità emotiva con la realtà ontologica. L’esperienza può essere intensa, ma l’intensità non coincide con la verità. Dio non è racchiudibile nelle risonanze del nostro microcosmo affettivo. Egli non cresce o diminuisce in base alla vibrazione della nostra sensibilità. Al contrario, nella misura in cui l’anima matura, cresce la consapevolezza della distanza infinita che separa il Creatore dalla creatura. E, paradossalmente, proprio questa percezione della distanza è segno di maggiore prossimità. Ci si avvicina a Dio non riducendolo alla propria misura, ma accettando che Egli ecceda ogni misura. Quando l’anima smette di pretendere conferme sensibili e accetta di credere senza possedere, allora entra in una relazione più vera. Non più fondata sul bisogno di percepire, ma sulla disponibilità ad adorare.

La notte, dunque, non allontana Dio; allontana l’illusione di averlo afferrato. La notte non è solo sottrazione delle consolazioni; è attraversamento del dolore. Non esiste libertà spirituale senza una forma di duolo che spezzi le catene interiori. Finché l’anima trova appoggi nelle proprie rappresentazioni, nelle proprie emozioni, nelle proprie immagini rassicuranti di Dio, rimane in una libertà solo apparente. È il dolore a infrangere le ritorte che la trattengono.

Il duolo non è qui un valore in sé, né un compiacimento ascetico. È la conseguenza inevitabile della perdita di ciò che si era imparato ad amare come sostegno. Quando Dio si sottrae alla percezione sensibile, l’anima sperimenta una privazione reale. Ma questa privazione non distrugge la fede; la purifica. Non la indebolisce; la rende più nuda e per questo più vera. Nessuno acquista la libertà senza attraversare una perdita. La libertà autentica nasce sempre da un distacco, e il distacco comporta dolore. Non perché Dio voglia ferire, ma perché l’uomo deve essere liberato da ciò che confonde la consolazione con la verità.

La notte è dunque un atto di misericordia severa. Spezza ciò che lega, non ciò che costituisce. Distrugge le immagini, non la realtà. Tace per educare all’adesione pura. E quando l’anima cessa di aggrapparsi a ciò che sente, comincia finalmente ad aderire a ciò che è. Questa notte non è quindi un concetto ascetico per anime eccezionali. È una soglia reale che molti attraversano in silenzio. Vi sono sacerdoti che celebrano ogni giorno senza più sentire nulla, che predicano senza consolazioni interiori, che accompagnano altri mentre essi stessi camminano nel buio. Non hanno perso la fede; hanno perduto l’appoggio sensibile della fede. Ed è proprio in questa nudità che si verifica la qualità dell’adesione. Quando non resta che l’atto puro del credere, senza eco emotiva, senza gratificazione spirituale, senza ritorno affettivo. Allora la fede non è più esperienza: è fedeltà (Cfr. mia opera Credo per capire).

Chi ha attraversato questa soglia non diventa cinico. Diventa essenziale. Non disprezza la devozione semplice, ma non può più confondere la consolazione con Dio. Non cerca più di “sentire” la presenza; abita il silenzio. E nel silenzio scopre che Dio non era assente: era semplicemente oltre ogni rappresentazione. La notte, quando è autentica, non toglie Dio: toglie l’illusione di possederlo. E in questa spoliazione nasce una libertà più grande di ogni entusiasmo religioso; una libertà che nasce dal pianto di chi ha accettato di essere liberato dalla verità.

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Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri

La libertà

Il duolo infranga

Queste ritorte

De’ miei martiri

Sol per pietà

Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri

La libertà

(Lascia ch’io pianga, G. F. Händel).

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Dall’Isola di Patmos, 12 marzo 2026

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Gli ultimi libri di Padre Ariel

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“LASCIA CH’IO PIANGA.” THE DARK NIGHT IN WHICH GOD APPEARS DISTANT AND FOR THAT VERY REASON IS TRULY NEAR

Those who have crossed this threshold do not become cynical. They become essential. They do not despise simple devotion, yet they can no longer confuse consolation with God. They no longer seek to “feel” presence; they inhabit silence. And in silence they discover that God was not absent; He was simply beyond every representation. The night, when authentic, does not remove God: it removes the illusion of possessing Him. And in this stripping there is born a freedom greater than any religious enthusiasm — a freedom born of the tears of one who has consented to be liberated by truth.

— Theologica —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Many saints and mystics have passed through that spiritual condition which the tradition has called the “dark night.” Saint John of the Cross offered its most radical formulation in the Subida del Monte Carmelo and above all in the Noche oscura, where he describes the active and passive purification of the senses and of the spirit. Saint Teresa of Ávila outlined its progressive purifications in The Interior Castle, particularly in the fourth and fifth mansions, where the soul experiences the suspension of consolations and enters a more purified mode of union. Saint Teresa of Calcutta lived for years in a near-absolute interior silence, as emerges from her spiritual letters published in Come Be My Light, in which she confesses that she did not “feel” the presence of God while continuing to believe and to act with unshaken fidelity. In none of these cases was this a crisis of faith, but rather its maturation. Here lies the most common misreading: to confuse the “dark night” with the loss of faith. The night is not the negation of belief; it is the purification of the lower modalities by which one believes.

To say, “I feel God distant — indeed, I do not feel Him at all,” does not affirm an ontological absence of God; it describes what the spiritual masters call the sensible deprivation of presence. God does not withdraw; what withdraws is the habitual mode by which the soul had grown accustomed to perceiving Him. As long as God is “felt,” He still remains, in part, within the horizon of experience — and often, it must be said clearly, within the horizon of emotional fideism. A faith sustained primarily by feeling is not yet false, but it is fragile: it depends upon an interior vibration, a consolation, an affective resonance that can easily be mistaken for divine presence. At this stage the risk is subtle: to confuse God with what one feels of Him. When, however, God is no longer felt but believed in silence, He becomes absolute. He is no longer the object of consolation, nor emotional support, nor gratifying experience; He becomes the ground of being. No longer what comforts, but what is. And adhesion to what is does not arise from enthusiasm, but from truth.

With the maturation of faith there emerges a sense of our own nothingness before the mystery. Emotional fideism seeks affective confirmations; theological faith, by contrast, accepts silence. Consider those who identify God’s presence with the interior warmth experienced during prayer, with the emotion stirred by a hymn, with the enthusiasm generated by an intense communal experience. None of this is negative in itself; it may well be an authentic gift. Yet if faith depends upon such resonances, when they fade it seems as though God Himself has faded.

It is relatively easy to have “faith” within majestic basilicas, amid the fragrant clouds of incense, the sound of the organ, solemn choirs, vestments that are works of art and sacred vessels worthy of a goldsmith’s museum. All this can elevate, dispose, assist. But try to have faith in a basement at midnight, or in an isolated countryside setting where the Eucharist is celebrated under threat of persecution, with one ear attentive to the prayers and the other alert in case someone should break in. Without apparatus, without solemnity, without sensible supports. It is there, between strength and fear, that faith is measured in its nakedness. The night intervenes precisely here: it removes sensible support in order to reveal whether adhesion was directed toward God or toward His consolations.

Yet the reverse must also be considered: when the soul enters steadily into this more stripped form of faith, a subtle risk may arise — a certain severity toward simpler forms of religiosity. This is understandable, though it need not stem from snobbery or hauteur. When one has passed through the purification of the imagination, ingenuous devotions may appear superficial. Nevertheless, the distinction is not between maturity and ridicule, but between different paths. A simple faith can also be authentic, if it is oriented toward truth rather than suggestion.

One who traverses the night does not live a nostalgic faith, nor defend a refined image of God constructed upon elevated categories; he inhabits the silence of God. And this silence is not a sign of crisis, but of depth. It is not emptiness; it is space no longer occupied by imagination. It resembles the silence that envelops a Carthusian monastery — a silence that admits no mediocrity. Within such a space the superficial man does not endure. Either one remains mediocre, incapable of inhabiting the essential, or one becomes a man who, though firmly planted on earth and fully embodied, already lives oriented toward the incorporeal eternal. Silence does not destroy; it selects.

When the mystery is no longer an object to be grasped but a horizon before which one must halt, the self is reduced to its true measure. A new freedom is born. Not the freedom of autonomy, but that of conformity. One is not freer because God is distant; one is freer because one has ceased trying to render Him near according to one’s own measure. The opposite risk is subtle and widespread: reducing God to an interlocutor of one’s interior resonances. The religious world is full of people who converse with themselves, convinced that they have spoken with God, and who then speak to others as though in His name. This is not mysticism; it is projection. When imagination is not purified, it can easily be mistaken for revelation. The night, by contrast, removes this presumption. It does not authorise one to speak in God’s name; it compels one to fall silent before Him. As long as God is felt, He remains partly within our horizon. When He is believed in silence, the horizon is reversed: it is no longer God within our space, but we within His. And there, words fall away.

In this experience there emerges an awareness of human limitation. Limitation is not frustration; it is truth. The mystery does not humiliate man; it situates him. And the man situated within the mystery is freer than the one who imagines himself central and fashions a God in his own emotional image. The authentic night does not generate cynicism; it generates interior precision. Many speak of “night” because they have lost consolations; few recognise it as the place where one learns one’s own limit. In the first case there is lack; in the second, maturation. Only one who has undergone this purification can guard without dominating, transmit without imposing, respect the freedom of the other and his time. Those who have not reckoned with their own limit tend to save in order to affirm themselves; those who have, save because they have received.

God appears distant, yet precisely in this withdrawal He becomes more radically present. No longer as an object of experience, but as the silent foundation of existence. And before such a foundation there is no exhilaration, but adoration. The insistence on “feeling” God as the criterion of His presence is an infantile simplification of the relation to the Eternal. To say, “I must feel God,” or “In that place one truly feels God’s presence,” often confuses emotional intensity with ontological reality. Experience may be intense; intensity is not truth. God is not contained within the resonances of our affective microcosm. He does not increase or diminish according to the vibration of our sensibility. On the contrary, as the soul matures, there grows the awareness of the infinite distance separating the Creator from the creature. Paradoxically, this perception of distance is itself a sign of greater proximity. One approaches God not by reducing Him to one’s measure, but by consenting that He exceeds every measure. When the soul ceases to demand sensible confirmations and consents to believe without possessing, it enters a truer relation — one grounded not in perception, but in adoration.

The night, therefore, does not distance God; it distances the illusion of having grasped Him. The night is not only the removal of consolations; it is the passage through sorrow. There is no spiritual freedom without a form of grief that breaks interior chains. As long as the soul leans upon its own representations, emotions, and reassuring images of God, it remains in a merely apparent freedom. It is sorrow that shatters the cords that bind it.

Sorrow here is not a value in itself, nor an ascetical complacency. It is the inevitable consequence of losing what one had learned to love as support. When God withdraws from sensible perception, the soul experiences a real deprivation. Yet this deprivation does not destroy faith; it purifies it. It does not weaken it; it renders it more naked, and therefore more true. No one acquires freedom without passing through a loss. Authentic freedom is always born of detachment, and detachment entails pain. Not because God desires to wound, but because man must be freed from what confuses consolation with truth. The night is thus an act of severe mercy. It breaks what binds, not what constitutes. It destroys images, not reality. It falls silent in order to educate pure adhesion. And when the soul ceases clinging to what it feels, it finally begins to adhere to what is. This night is not an ascetical concept reserved for exceptional souls. It is a real threshold crossed in silence by many. There are priests who celebrate each day without feeling anything, who preach without interior consolation, who accompany others while themselves walking in darkness. They have not lost faith; they have lost the sensible support of faith. And it is precisely in this nakedness that the quality of adhesion is revealed. When nothing remains but the pure act of believing — without emotional echo, without spiritual gratification, without affective return — then faith is no longer experience: it is fidelity.

Those who have crossed this threshold do not become cynical. They become essential. They do not despise simple devotion, yet they can no longer confuse consolation with God. They no longer seek to “feel” presence; they inhabit silence. And in silence they discover that God was not absent; He was simply beyond every representation. The night, when authentic, does not remove God: it removes the illusion of possessing Him. And in this stripping there is born a freedom greater than any religious enthusiasm — a freedom born of the tears of one who has consented to be liberated by truth.

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Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri

La libertà

Il duolo infranga

Queste ritorte

De’ miei martiri

Sol per pietà

Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri

La libertà

Lascia ch’io pianga (G. F. Händel).

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Patmos Island, 12 March 2026

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«LASCIA CH’IO PIANGA». LA NOCHE OSCURA EN LA CUAL DIOS APARECE LEJANO Y POR ESO MISMO ES REALMENTE CERCANO

Quien ha atravesado este umbral no se vuelve cínico. Se vuelve esencial. No desprecia la devoción sencilla, pero ya no puede confundir la consolación con Dios. No busca ya «sentir» la presencia; habita el silencio. Y en el silencio descubre que Dios no estaba ausente: estaba simplemente más allá de toda representación. La noche, cuando es auténtica, no quita a Dios: quita la ilusión de poseerlo. Y en este despojamiento nace una libertad mayor que cualquier entusiasmo religioso; una libertad que nace del llanto de quien ha aceptado ser liberado por la verdad.

— Theologica —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Muchos santos y místicos han atravesado esa condición espiritual que la tradición ha llamado «noche oscura». San Juan de la Cruz ofreció su formulación más radical en la Subida del Monte Carmelo y sobre todo en la Noche oscura, donde describe la purificación activa y pasiva de los sentidos y del espíritu. Santa Teresa de Ávila delineó sus purificaciones progresivas en El Castillo Interior, particularmente en las cuartas y quintas moradas, donde el alma experimenta la suspensión de las consolaciones y el ingreso en una modalidad más pura de unión. Santa Teresa de Calcuta vivió durante años un silencio casi absoluto, como se desprende de sus cartas espirituales publicadas en Ven, sé mi luz (Come Be My Light), en las cuales confiesa no «sentir» la presencia de Dios y, sin embargo, continuar creyendo y obrando con fidelidad inquebrantable. En ninguno de estos casos se trataba de una crisis de fe, sino de su maduración. Aquí se encuentra el error de interpretación más frecuente: confundir la «noche oscura» con la pérdida de la fe. La noche no es negación del creer; es purificación de las modalidades inferiores con las que se cree.

Decir: «Siento a Dios lejano, incluso no lo siento en absoluto», no significa afirmar una ausencia ontológica de Dios, sino describir lo que los maestros espirituales llaman privación sensible de la presencia. Dios no desaparece; desaparece la modalidad habitual con la que el alma estaba acostumbrada a percibirlo. Mientras Dios es «sentido», permanece todavía, en parte, dentro del horizonte de la experiencia y con frecuencia — es necesario decirlo con claridad — dentro del horizonte del fideísmo emotivo. Una fe sostenida principalmente por el sentimiento no es aún falsa, pero es frágil: depende de una vibración interior, de una consolación, de una resonancia afectiva que puede confundirse fácilmente con presencia divina. En esta fase el riesgo es sutil: confundir a Dios con lo que de Él se experimenta. Cuando, en cambio, Dios ya no es sentido sino creído en el silencio, entonces se vuelve absoluto. Ya no es objeto de consolación, ni apoyo emocional, ni experiencia gratificante; se convierte en fundamento del ser. No es ya lo que consuela, sino lo que es. Y la adhesión a lo que es no nace del entusiasmo, sino de la verdad.

Con la maduración de la fe surge el sentido de nuestra nada ante el misterio. El fideísmo emocional busca confirmaciones afectivas; la fe teologal, por el contrario, acepta el silencio. Piénsese, por ejemplo, en quien identifica la presencia de Dios con el calor interior experimentado durante una oración, con la emoción suscitada por un canto, con el entusiasmo generado por una experiencia comunitaria intensa. Nada de esto es en sí negativo: puede ser un don auténtico. Pero si la fe depende de tales resonancias, cuando estas desaparecen parece que también desaparece Dios.

Es relativamente fácil tener «fe» dentro de majestuosas basílicas, entre los aromas del incienso, los sonidos del órgano, los coros solemnes, los ornamentos que son verdaderas obras de arte y los vasos sagrados dignos de un museo de orfebrería. Todo esto puede elevar, predisponer, ayudar. Pero inténtese tener fe en un sótano en plena noche, o en un lugar aislado del campo, donde se celebra la Eucaristía en clima de persecución, con un oído atento a las oraciones y el otro vigilante por si alguien irrumpe. Sin aparatos, sin solemnidad, sin apoyos sensibles. Es allí, entre fortaleza y temor, donde la fe se mide en su desnudez. La noche interviene precisamente aquí: retira el apoyo sensible para revelar si la adhesión estaba dirigida a Dios o a sus consolaciones.

Debe analizarse también el reverso: cuando el alma entra de manera estable en esta forma más desnuda de fe, puede surgir un riesgo sutil: cierta severidad hacia las formas más sencillas de religiosidad. Es comprensible, aunque no necesariamente fruto de esnobismo o altivez. Cuando se ha pasado por la purificación del imaginario, las devociones ingenuas pueden parecer superficiales. Sin embargo, la diferencia no es entre madurez y ridículo, sino entre caminos distintos. También una fe sencilla puede ser auténtica, si está orientada a la verdad y no a la sugestión.

Quien atraviesa la noche no vive una fe nostálgica ni defiende una imagen refinada de Dios construida sobre categorías elevadas; habita el silencio de Dios. Y ese silencio no es signo de crisis, sino de profundidad. No es vacío; es espacio no ocupado por la imaginación. Es como el silencio que envuelve una cartuja: un silencio que no admite medias tintas. En ese contexto no sobrevive el hombre superficial. O se permanece mediocre, incapaz de habitar lo esencial, o se llega a ser hombre que, con los pies firmemente plantados en la tierra y un cuerpo plenamente humano, vive ya orientado hacia lo incorpóreo eterno. El silencio no destruye: selecciona.

Cuando el misterio deja de ser objeto que comprender y se convierte en horizonte ante el cual detenerse, el yo se redimensiona. Nace entonces una libertad nueva. No la libertad de la autonomía, sino la de la adecuación. No se es más libre porque Dios esté lejano; se es más libre porque se ha dejado de intentar hacerlo cercano según la propia medida. El riesgo contrario es sutil y extendido: reducir a Dios a interlocutor de las propias resonancias interiores. El mundo religioso está lleno de personas que dialogan consigo mismas convencidas de haber hablado con Dios, y que luego hablan a los hombres como si lo hicieran en su nombre. No se trata de mística, sino de proyección. Cuando la imaginación no está purificada, puede confundirse fácilmente con revelación. La noche, en cambio, elimina esta pretensión. No autoriza a hablar en nombre de Dios; obliga a callar ante Él. Mientras Dios es sentido, permanece en parte dentro de nuestro horizonte. Cuando es creído en el silencio, el horizonte se invierte: ya no es Dios dentro de nuestro espacio, sino nosotros dentro del suyo. Y allí las palabras se apagan.

En esta experiencia emerge la conciencia del límite humano. El límite no es frustración; es verdad. El misterio no humilla al hombre; lo sitúa. Y el hombre situado en el misterio es más libre que el que se imagina central y se construye un Dios a su imagen emocional. La noche auténtica no genera cinismo; genera precisión interior. Muchos hablan de «noche» porque han perdido consolaciones; pocos la reconocen como lugar de conocimiento del propio límite. En el primer caso hay carencia; en el segundo, maduración. Solo quien ha atravesado esta purificación puede custodiar sin dominar, transmitir sin imponer, respetar la libertad del otro y sus tiempos. Quien no ha afrontado su propio límite tiende a salvar para afirmarse; quien lo ha hecho salva porque ha recibido.

Dios parece lejano, pero precisamente en su retirada se hace más radicalmente presente. No ya como objeto de experiencia, sino como fundamento silencioso de la existencia. Y ante ese fundamento no surge exaltación, sino adoración. La pretensión de «sentir» a Dios como criterio de su presencia es una simplificación infantil de la relación con el Eterno. Decir: «Yo debo sentir a Dios» o «En ese lugar se siente verdaderamente la presencia de Dios» suele confundir la intensidad emocional con la realidad ontológica. La experiencia puede ser intensa; la intensidad no es la verdad. Dios no está encerrado en las resonancias de nuestro microcosmos afectivo. No crece ni disminuye según la vibración de nuestra sensibilidad. Por el contrario, a medida que el alma madura, crece la conciencia de la distancia infinita que separa al Creador de la criatura. Y paradójicamente, esta percepción de distancia es signo de mayor proximidad. Se acerca uno a Dios no reduciéndolo a la propia medida, sino aceptando que Él excede toda medida. Cuando el alma deja de exigir confirmaciones sensibles y acepta creer sin poseer, entra en una relación más verdadera: no fundada en la necesidad de percibir, sino en la disponibilidad para adorar.

La noche, por tanto, no aleja a Dios; aleja la ilusión de haberlo aferrado. La noche no es solo retirada de consolaciones; es atravesar el dolor. No existe libertad espiritual sin una forma de duelo que rompa las cadenas interiores. Mientras el alma se apoye en sus propias representaciones, emociones e imágenes tranquilizadoras de Dios, permanece en una libertad solo aparente. Es el dolor el que rompe las ataduras que la retenían.

El duelo no es aquí un valor en sí mismo ni un complacerse ascético. Es la consecuencia inevitable de perder aquello que se había aprendido a amar como sostén. Cuando Dios se sustrae a la percepción sensible, el alma experimenta una privación real. Pero esta privación no destruye la fe; la purifica. No la debilita; la vuelve más desnuda y por eso más verdadera. Nadie adquiere la libertad sin atravesar una pérdida. La libertad auténtica nace siempre de un desprendimiento, y el desprendimiento comporta dolor. No porque Dios quiera herir, sino porque el hombre debe ser liberado de lo que confunde la consolación con la verdad. La noche es, por tanto, un acto de misericordia severa. Rompe lo que ata, no lo que constituye. Destruye imágenes, no la realidad. Calla para educar en la adhesión pura. Y cuando el alma deja de aferrarse a lo que siente, comienza finalmente a adherirse a lo que es. Esta noche no es un concepto ascético reservado a almas excepcionales. Es un umbral real que muchos atraviesan en silencio. Hay sacerdotes que celebran cada día sin sentir nada, que predican sin consolaciones interiores, que acompañan a otros mientras ellos mismos caminan en la oscuridad. No han perdido la fe; han perdido el apoyo sensible de la fe. Y es precisamente en esta desnudez donde se verifica la calidad de la adhesión. Cuando no queda más que el acto puro de creer — sin eco emocional, sin gratificación espiritual, sin retorno afectivo — entonces la fe ya no es experiencia: es fidelidad.

Quien ha atravesado este umbral no se vuelve cínico. Se vuelve esencial. No desprecia la devoción sencilla, pero ya no puede confundir la consolación con Dios. No busca ya «sentir» la presencia; habita el silencio. Y en el silencio descubre que Dios no estaba ausente: estaba simplemente más allá de toda representación. La noche, cuando es auténtica, no quita a Dios: quita la ilusión de poseerlo. Y en este despojamiento nace una libertad mayor que cualquier entusiasmo religioso; una libertad que nace del llanto de quien ha aceptado ser liberado por la verdad.

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Desde la Isla de Patmos, 12 de marzo de 2026

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Il cammino delle tre chiavi

8 Marzo 2026/in Libri e Recensioni/da Jorge Facio Lince

IL CAMMINO DELLE TRE CHIAVI

Esce la seconda edizione di questo romanzo che attraversa il tempo, la coscienza e il mistero, dove la realtà e visione si intrecciano, il passato ritorna con i suoi conti sospesi, la fede viene messa alla prova, le certezze si incrinano una dopo l’altra. Nulla è scontato, nulla è ornamentale: ogni incontro, ogni parola, ogni silenzio conduce più in profondità

— Libri e recensioni—

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos 

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Una città riconoscibile e insieme inquietante. Un uomo di successo che crede di avere tutto sotto controllo. Un mazzo di chiavi dimenticato in un cassetto. Talvolta la vita cambia non con un fragore, ma con un dettaglio: una voce, un ricordo, una porta che non avremmo mai voluto aprire.

Esce la seconda edizione de Il cammino delle tre chiavi, un romanzo che attraversa il tempo, la coscienza e il mistero, dove nella narrativa di Ariel S. Levi di Gualdo la realtà e visione si intrecciano, il passato ritorna con i suoi conti sospesi, la fede viene messa alla prova, le certezze si incrinano una dopo l’altra. Nulla è scontato, nulla è ornamentale: ogni incontro, ogni parola, ogni silenzio conduce più in profondità.

Non è una narrazione che smussa gli spigoli dell’esistenza, ma un racconto che li attraversa. Conduce il lettore là dove ogni uomo, prima o poi, è chiamato a sostare: dentro se stesso, davanti alle proprie scelte, davanti alle proprie omissioni. E forse, questa volta, la chiave peserà di più nella mano, perché alcune porte si aprono una volta sola e ciò che vi si trova dietro non permette più di tornare indietro come prima.

dall’Isola di Patmos, 8 marzo 2026

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Il deserto, l’esodo e il palcoscenico: giovani e la Quaresima con Papa Leone XIV – The desert, the exodus and the stage: young people and Lent with Pope Leo XIV – El desierto, el éxodo y el escenario: los jóvenes y la Cuaresma con el Papa León XIV

8 Marzo 2026/in Theologica/da Padre Gabriele

Italian, English, Español

 

IL DESERTO, L’ESODO E IL PALCOSCENICO: GIOVANI E LA QUARESIMA CON PAPA LEONE XIV

«Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato! Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità».

— Theologica —

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF articolo formato stampa – Article print format – Articulo en formato impreso

 

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«Mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno».

Questa celebre e struggente confessione del protagonista de Il giovane Holden di J.D. Salinger (1), risuona, a distanza di decenni, con un’attualità profetica impressionante. Holden Caulfield, nel suo vagabondare inquieto e disincantato, disprezza profondamente la falsità del mondo adulto, il conformismo vuoto, quella che oggi potremmo definire l’ipertrofia dell’effimero. Cerca disperatamente l’autenticità, un luogo sicuro dove l’innocenza non venga corrotta. Erano altri tempi oramai passati? Siamo sicuri? Non credo. I giovani di oggi, immersi nel nostro complesso e turbolento cambiamento d’epoca, si trovano esattamente su quel dirupo pazzesco, a un passo dal vuoto vertiginoso della perdita di senso.

I nostri sono tempi inediti. L’era post-pandemica ha lasciato cicatrici profonde nell’animo delle nuove generazioni, cicatrici che si sommano alle ansie di una società in cui l’intelligenza artificiale, gli algoritmi predittivi e le nuove logiche dell’economia globale rischiano di ridurre la persona umana a un mero dato di consumo e di elaborazione. In questo scenario, come formatori, teologi e pastori, ci scontriamo con due tensioni fondamentali che attraversano il cuore dei giovani. La prima è l’assenza di futuro e di progettualità: le nuove generazioni faticano a immaginare il proprio domani perché non gli vengono fornite le coordinate per tracciarlo; le loro speranze, troppo spesso, non sono state integrate in un cammino di fede capace di dare respiro all’esistenza.

La seconda tensione, ancora più radicale, è proprio la ricerca di un senso profondo che superi l’effimero, la necessità impellente di qualcosa, o meglio di Qualcuno, che non svanisca al mutare delle mode, delle pubblicità di Amazon e dei vari store digitali. Tuttavia, almeno al nostro personale livello di esperienza pastorale e umana, possiamo affermare con certezza che sotto le ceneri di questa crisi alberga un fuoco vivo. La straordinaria esperienza del Giubileo dei Giovani dell’estate 2025 non è stata un fuoco di paglia, un evento isolato e consumato nell’entusiasmo di pochi giorni. È stato, al contrario, un autentico inizio. Su quella strada molti hanno cominciato a camminare. Non possiamo certo garantire per tutti i due milioni di giovani presenti, ma il fermento è innegabile. I giovani si sentono sempre più attratti dal sacro. Paradossalmente, proprio l’aggressività di una secolarizzazione che si è appiattita sulla commercializzazione e sull’ipertrofia dell’ego sta spingendo le nuove generazioni a cercare altrove, a fuggire da un materialismo che non nutre lo spirito. Cercano il Dio di Gesù Cristo, un Dio che sappia valorizzarli, che mostri loro i punti di forza ma che li aiuti anche ad affrontare le necessarie negazioni di sé.

L’inizio di questa Quaresima del 2026 è stato segnato da una bellissima e programmatica omelia da parte del Santo Padre Leone XIV, che esordisce per la prima volta come Pontefice all’interno del cammino penitenziale. Il Papa ha colto con straordinaria lucidità questa dinamica di ricerca giovanile, offrendo una lettura teologica e pastorale che ci scuote dalle nostre pigrizie. Nel suo messaggio per la Messa delle Ceneri, Papa Leone XIV afferma: opporre all’idolatria il Dio vivente – ci insegna la Scrittura – significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!

«Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità. E non è un caso che numerosi giovani, anche in contesti secolarizzati, avvertano più che in passato il richiamo di questo giorno, il Mercoledì delle Ceneri. Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va. Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta. «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2). Sentiamo, quindi, la portata missionaria della Quaresima, non certo per distrarci dal lavoro su noi stessi, quanto per aprirlo a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia» (Omelia nella Santa Messa per la benedizione delle ceneri, 18 febbraio 2026, testo qui).

Ecco la chiave di volta: la Quaresima non è un ripiegamento intimistico, ma un esodo. E chi, più dei giovani, è strutturalmente pronto a mettersi in viaggio? Il Papa osserva acutamente una dinamica che svergogna noi adulti:

«Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato! Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità».

La Chiesa oggi si trova in una fase ambivalente: vive una innegabile decadenza delle sue forme istituzionali più antiche, ma sperimenta al contempo una silenziosa e potente crescita spirituale, un ritorno all’essenziale. In questo disorientamento, in cui non sempre come comunità ecclesiale siamo in grado di fornire le giuste risposte, i giovani chiedono disperatamente nuovi “punti fermi”. Punti fermi necessari per decifrare il reale, per non farsi trascinare via dalle ideologie del momento e per resistere al deserto spirituale.

Papa Leone XIV sottolinea proprio questo aspetti: i giovani. I giovani non cercano una Chiesa perfetta, ma una Chiesa credibile, capace di ammettere i propri limiti e di rimettersi in cammino. Da qui scaturisce l’urgenza di una nuova missione, come ricorda l’Apostolo Paolo citato dal Pontefice: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2). Il Papa ci invia come missionari tra i giovani, invitandoci a scendere dalle nostre cattedre e a cercare nuove vie pastorali e teologiche per far comprendere la bellezza di essere cristiani. È un invito a far fiorire il deserto, offrendo proposte solide che superino l’intimismo e abbraccino il dramma della storia.

Proviamo ad escogitare qualche via perché questa ricerca dei giovani, con i giovani diventi un’azione pastorale efficace e teologicamente fondata nel Teodramma di Cristo che genera l’azione salvifica e la Speranza. C’è una chiave di lettura preziosa che emerge ogni anno, all’inizio del tempo penitenziale, nelle conversazioni con una cara amica, la quale mi ricorda sempre come la Quaresima sia il suo periodo liturgico preferito. La motivazione, tradotta in linguaggio teologico, è illuminante: la Quaresima è il cammino in cui si è chiamati a entrare fisicamente e spiritualmente nel dramma di Cristo, a immergersi nella Sua azione più profonda, più alta e più bella.

Tutti gli altri misteri liturgici — il Natale, il Tempo Ordinario, le solennità mariane — trovano il loro centro di gravità e il loro raccordarsi perfetto unicamente qui, nell’azione drammatica e salvifica di Gesù. È qui che il pensiero ci rimanda inevitabilmente alla geniale intuizione di Hans Urs von Balthasar. Nella sua monumentale Teodrammatica, il grande teologo svizzero ci ricorda che la Rivelazione non è un quadro statico a cui assistere, ma un dramma in cui Dio entra in prima persona, compromettendosi con la storia. Egli scrive:

«Dio […] è come un poeta. Di qui si spiega anche che egli si trovi nel male e in tutta la sporcizia… Lui stesso è dappertutto sul posto, osserva, va avanti a comporre, in un certo senso con modi poeticamente impersonali, attento per così dire a tutto» (2).

L’uomo è allora strappato alla sua condizione di semplice spettatore ed è trascinato a recitare la propria parte in Cristo, poiché:

«Questa intera esistenza può essere compresa – nella sua relazione alla croce e della croce – come un dramma» (3).

Ecco il cuore della proposta da offrire ai nostri giovani. Dobbiamo riportarli a vivere il dramma di Cristo, a comprendere che il Cristianesimo è l’avventura più audace in cui l’infinito si intreccia con il finito. Bisogna aiutarli a inserire la loro azione, i loro fallimenti, le loro speranze frustrate e il loro disorientamento nell’azione vittoriosa di Gesù. Quando un giovane comprende che il suo dolore e le sue aspirazioni sono state assunte dal Figlio di Dio sul “palcoscenico” della Croce, la secolarizzazione perde improvvisamente il suo fascino ingannevole.

Guardiamo allora a questa Quaresima, guidati dal magistero di Leone XIV, con incrollabile ottimismo e profonda speranza. Nonostante le ombre della nostra epoca, lo Spirito Santo continua a suscitare nei cuori delle nuove generazioni una fame e sete di Assoluto che nessuna logica umana potrà mai saziare.  Accompagnare i giovani in questo esodo verso la libertà, farsi loro compagni di viaggio per far riscoprire la bellezza abbacinante della fede in Cristo, è la sfida più entusiasmante che la Chiesa di oggi sia chiamata ad affrontare. E la vittoria, nel dramma della redenzione, ci è già stata assicurata.

Santa Maria Novella, in Firenze, 8 marzo 2026

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NOTE

(1) D. SALINGER Il giovane Holden, Torino, Einaudi, 1961, cap. 22.

(2) U. VON BALTHASAR, TeoDrammatica, Vol. I: Introduzione al dramma, Jaca Book, Milano, 1980, 30.

(3) U. VON BALTHASAR, TeoDrammatica, Vol. IV: L’Azione, JACA BOOK, MILANO, 1986, 368).

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THE DESERT, THE EXODUS AND THE STAGE: YOUNG PEOPLE AND LENT WITH POPE LEO XIV

«How rare it is to find adults who repent, people, companies and institutions who admit that they have been wrong! Today, among us, this is precisely the possibility».

— Theologica —

Author:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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«I keep picturing all these little kids playing some game in this big field of rye and all. Thousands of little kids, and nobody’s around – nobody big, I mean – except me. And I’m standing on the edge of some crazy cliff. What I have to do is catch everybody if they start to go over the cliff – I mean if they’re running and they don’t look where they’re going, I have to come out from somewhere and catch them. That’s all I’d do all day».

This famous and moving confession of the protagonist of The Catcher in the Rye by J.D. Salinger (1) resonates, decades later, with astonishing prophetic relevance. Holden Caulfield, in his restless and disenchanted wandering, profoundly despises the falseness of the adult world, its empty conformism – what today we might define as the hypertrophy of the ephemeral. He desperately seeks authenticity, a safe place where innocence is not corrupted. Were those times long gone? Are we sure? I do not think so. Today’s young people, immersed in our complex and turbulent change of epoch, stand precisely on that crazy cliff, one step away from the vertiginous void of the loss of meaning.

Ours are unprecedented times. The post-pandemic era has left deep scars on the souls of the younger generations, scars that add to the anxieties of a society in which artificial intelligence, predictive algorithms and the new logics of the global economy risk reducing the human person to mere data for consumption and processing. In this scenario, as educators, theologians and pastors, we encounter two fundamental tensions that cross the hearts of the young. The first is the absence of a future and of life projects: new generations struggle to imagine their tomorrow because they are not given the coordinates to chart it; their hopes, too often, have not been integrated into a journey of faith capable of giving breath to existence.

The second tension, even more radical, is the search for a profound meaning that surpasses the ephemeral, the pressing need for something — or rather Someone — who does not vanish with changing fashions, Amazon advertisements and the countless digital stores. Yet, at least according to our own pastoral and human experience, we can affirm with certainty that beneath the ashes of this crisis there burns a living fire. The extraordinary experience of the Youth Jubilee in the summer of 2025 was not a flash in the pan, an isolated event consumed in the enthusiasm of a few days. On the contrary, it was an authentic beginning. Many have begun to walk along that road. We cannot guarantee for all the two million young people who were present, but the ferment is undeniable. Young people are increasingly attracted to the sacred. Paradoxically, precisely the aggressiveness of a secularization flattened into commercialization and the hypertrophy of the ego is pushing the new generations to look elsewhere, to flee from a materialism that does not nourish the spirit. They seek the God of Jesus Christ, a God who knows how to value them, who shows them their strengths but also helps them to face the necessary renunciations of self.

The beginning of this Lent of 2026 was marked by a beautiful and programmatic homily by the Holy Father Leo XIV, who for the first time opened the penitential journey as Pontiff. The Pope grasped with extraordinary clarity this dynamic of youthful search, offering a theological and pastoral interpretation that shakes us from our laziness. In his message for the Mass of Ash Wednesday, Pope Leo XIV states: opposing the living God to idolatry – Scripture teaches us – means daring freedom and rediscovering it through an exodus, a journey. No longer paralyzed, rigid, secure in one’s positions, but gathered in order to move and change. How rare it is to find adults who repent, people, companies and institutions who admit that they have been wrong!

«Today, among us, this very possibility is at stake. And it is no coincidence that many young people, even in secularized contexts, feel more than in the past the appeal of this day, Ash Wednesday. Indeed, it is the young who clearly perceive that a more just way of living is possible and that there are responsibilities for what does not work in the Church and in the world. Therefore we must begin where we can and with those who are willing. “Behold, now is the acceptable time; behold, now is the day of salvation!” (2 Cor 6:2). Let us therefore feel the missionary scope of Lent, not in order to distract ourselves from the work on ourselves, but to open it to the many restless people of good will who are seeking paths for an authentic renewal of life, in the horizon of the Kingdom of God and of His justice» (Homily for the blessing of ashes, 18 February 2026).

Here lies the turning point: Lent is not an inward-looking retreat, but an exodus. And who, more than the young, is structurally ready to set out on a journey? The Pope astutely observes a dynamic that exposes us adults:

«How rare it is to find adults who repent, people, companies and institutions who admit that they have been wrong! Today, among us, this is precisely the possibility».

Today the Church finds herself in an ambivalent phase: she experiences an undeniable decline of her most ancient institutional forms, yet at the same time she witnesses a silent and powerful spiritual growth, a return to the essential. In this disorientation, in which we as an ecclesial community are not always able to provide the right answers, young people desperately ask for new “points of reference”. Firm points necessary to decipher reality, to avoid being swept away by the ideologies of the moment and to resist the spiritual desert.

Pope Leo XIV highlights precisely this aspect: young people. Young people do not seek a perfect Church, but a credible Church, capable of admitting its limits and setting out again on the journey. From here springs the urgency of a new mission, as the Apostle Paul – quoted by the Pontiff – reminds us: «Behold, now is the acceptable time; behold, now is the day of salvation!» (2 Cor 6:2). The Pope sends us as missionaries among the young, inviting us to descend from our chairs and to seek new pastoral and theological paths to make people understand the beauty of being Christians. It is an invitation to make the desert blossom, offering solid proposals that go beyond intimacy and embrace the drama of history.

Let us try to devise some paths so that this search of the young, with the young, may become an effective pastoral action and theologically grounded in the Theo-drama of Christ that generates salvific action and Hope. A precious interpretative key emerges every year, at the beginning of the penitential season, in conversations with a dear friend who always reminds me that Lent is her favourite liturgical season. The reason, translated into theological language, is illuminating: Lent is the journey in which one is called to enter physically and spiritually into the drama of Christ, to immerse oneself in His deepest, highest and most beautiful action.

All the other liturgical mysteries – Christmas, Ordinary Time, the Marian solemnities – find their centre of gravity and their perfect convergence precisely here, in the dramatic and salvific action of Jesus. Here our thought inevitably turns to the brilliant intuition of Hans Urs von Balthasar. In his monumental Theo-Drama, the great Swiss theologian reminds us that Revelation is not a static picture to be observed, but a drama in which God enters personally, committing Himself to history. He writes:

«God […] is like a poet. Hence it is understandable that He finds Himself in evil and in all the filth… He Himself is everywhere on the scene, observing, continuing to compose, in a certain sense with poetically impersonal ways, attentive, so to speak, to everything» (2).

Man is thus torn from the condition of a mere spectator and drawn to play his part in Christ, since:

«This whole existence can be understood – in its relation to the Cross and from the Cross – as a drama» (3).

Here lies the heart of the proposal to offer to our young people. We must bring them back to live the drama of Christ, to understand that Christianity is the boldest adventure in which the infinite intertwines with the finite. We must help them insert their action, their failures, their frustrated hopes and their disorientation into the victorious action of Jesus. When a young person understands that his suffering and aspirations have been taken up by the Son of God on the “stage” of the Cross, secularization suddenly loses its deceptive charm.

Let us therefore look to this Lent, guided by the magisterium of Leo XIV, with unshakeable optimism and deep hope. Despite the shadows of our age, the Holy Spirit continues to awaken in the hearts of the new generations a hunger and thirst for the Absolute that no human logic will ever be able to satisfy. Accompanying young people in this exodus toward freedom, becoming their companions on the journey so that they may rediscover the dazzling beauty of faith in Christ, is the most exciting challenge that the Church of today is called to face. And the victory, in the drama of redemption, has already been assured to us.

Santa Maria Novella, Florence, 8 marzo 2026

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NOTES

(1) J.D. Salinger, The Catcher in the Rye, Boston–Toronto, Little, Brown and Company, 1951, ch. 22.

(2) Hans Urs von Balthasar, Theo-Drama: Theological Dramatic Theory, Vol. I: Prolegomena, San Francisco, Ignatius Press, 1988, p. 30.

(3) Hans Urs von Balthasar, Theo-Drama: Theological Dramatic Theory, Vol. IV: The Action, San Francisco, Ignatius Press, 1994, p. 368.    

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EL DESIERTO, EL ÉXODO Y EL ESCENARIO: LOS JÓVENES Y LA CUARESMA CON EL PAPA LEÓN XIV

«¡Qué raro es encontrar adultos que se conviertan, personas, empresas e instituciones que admitan haberse equivocado! Hoy, entre nosotros, se trata precisamente de esta posibilidad».

— Theologica —

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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«Siempre me imagino a todos esos niños jugando en ese inmenso campo de centeno… Miles de niños y nadie alrededor, ningún adulto, quiero decir, sólo yo. Y yo estoy de pie al borde de un precipicio terrible. Y lo único que tengo que hacer es atrapar a todos los que estén a punto de caer por el precipicio; si corren sin mirar adónde van, yo debo salir de algún sitio y agarrarlos. Eso es lo único que tendría que hacer todo el día».

Esta célebre y conmovedora confesión del protagonista de El guardián entre el centeno de J.D. Salinger (1) resuena, décadas después, con una actualidad profética impresionante. Holden Caulfield, en su vagar inquieto y desencantado, desprecia profundamente la falsedad del mundo adulto, el conformismo vacío, lo que hoy podríamos definir como la hipertrofia de lo efímero. Busca desesperadamente la autenticidad, un lugar seguro donde la inocencia no sea corrompida. ¿Eran aquellos tiempos ya pasados? ¿Estamos seguros? No lo creo. Los jóvenes de hoy, inmersos en nuestro complejo y turbulento cambio de época, se encuentran precisamente en ese precipicio terrible, a un paso del vacío vertiginoso de la pérdida de sentido.

Vivimos tiempos inéditos. La era pospandémica ha dejado profundas cicatrices en el alma de las nuevas generaciones, cicatrices que se suman a las ansiedades de una sociedad en la que la inteligencia artificial, los algoritmos predictivos y las nuevas lógicas de la economía global corren el riesgo de reducir a la persona humana a un mero dato de consumo y procesamiento. En este escenario, como formadores, teólogos y pastores, nos encontramos con dos tensiones fundamentales que atraviesan el corazón de los jóvenes. La primera es la ausencia de futuro y de proyectos: las nuevas generaciones tienen dificultad para imaginar su mañana porque no se les proporcionan las coordenadas para trazarlo; sus esperanzas, con demasiada frecuencia, no han sido integradas en un camino de fe capaz de dar aliento a la existencia.

La segunda tensión, aún más radical, es la búsqueda de un sentido profundo que supere lo efímero, la necesidad urgente de algo — o mejor dicho de Alguien — que no desaparezca con el cambio de las modas, de la publicidad de Amazon y de las diversas plataformas digitales. Sin embargo, al menos según nuestra experiencia pastoral y humana, podemos afirmar con certeza que bajo las cenizas de esta crisis arde un fuego vivo. La extraordinaria experiencia del Jubileo de los Jóvenes del verano de 2025 no fue un fuego de paja, un acontecimiento aislado consumido en el entusiasmo de unos pocos días. Fue, por el contrario, un verdadero comienzo. Muchos han empezado a caminar por ese camino. No podemos garantizarlo para los dos millones de jóvenes presentes, pero el fermento es innegable. Los jóvenes se sienten cada vez más atraídos por lo sagrado. Paradójicamente, precisamente la agresividad de una secularización reducida a la comercialización y a la hipertrofia del ego está empujando a las nuevas generaciones a buscar en otro lugar, a huir de un materialismo que no alimenta el espíritu. Buscan al Dios de Jesucristo, un Dios que sepa valorarlos, que les muestre sus puntos fuertes pero que también les ayude a afrontar las necesarias renuncias de sí mismos.

El inicio de esta Cuaresma de 2026 estuvo marcado por una hermosa y programática homilía del Santo Padre León XIV, que por primera vez se dirige como Pontífice en el camino penitencial. El Papa captó con extraordinaria lucidez esta dinámica de búsqueda juvenil, ofreciendo una lectura teológica y pastoral que nos sacude de nuestras perezas. En su mensaje para la Misa del Miércoles de Ceniza, el Papa León XIV afirma: oponer al Dios vivo frente a la idolatría — nos enseña la Escritura — significa atreverse a la libertad y redescubrirla a través de un éxodo, de un camino. Ya no paralizados, rígidos y seguros en nuestras posiciones, sino reunidos para ponernos en movimiento y cambiar. ¡Qué raro es encontrar adultos que se conviertan, personas, empresas e instituciones que admitan haberse equivocado!

«Hoy, entre nosotros, se trata precisamente de esta posibilidad. Y no es casualidad que numerosos jóvenes, incluso en contextos secularizados, perciban más que antes el llamado de este día, el Miércoles de Ceniza. Son ellos, los jóvenes, quienes captan con claridad que un modo de vivir más justo es posible y que existen responsabilidades por aquello que en la Iglesia y en el mundo no funciona. Es necesario, por tanto, comenzar desde donde se pueda y con quienes estén dispuestos. “Ahora es el tiempo favorable, ahora es el día de la salvación” (2Cor 6,2). Sintamos, por tanto, el alcance misionero de la Cuaresma, no para distraernos del trabajo sobre nosotros mismos, sino para abrirlo a tantas personas inquietas y de buena voluntad que buscan caminos para una auténtica renovación de vida, en el horizonte del Reino de Dios y de su justicia» (Homilía en la Santa Misa para la bendición de las cenizas, 18 de febrero de 2026).

He aquí la clave: la Cuaresma no es un repliegue intimista, sino un éxodo. ¿Y quién, más que los jóvenes, está estructuralmente dispuesto a ponerse en camino? El Papa observa con agudeza una dinámica que deja en evidencia a nosotros los adultos:

«¡Qué raro es encontrar adultos que se conviertan, personas, empresas e instituciones que admitan haberse equivocado! Hoy, entre nosotros, se trata precisamente de esta posibilidad».

La Iglesia vive hoy una fase ambivalente: experimenta una innegable decadencia de sus formas institucionales más antiguas, pero al mismo tiempo presencia un silencioso y poderoso crecimiento espiritual, un retorno a lo esencial. En este desconcierto, en el que no siempre somos capaces como comunidad eclesial de ofrecer respuestas adecuadas, los jóvenes piden desesperadamente nuevos “puntos de referencia”. Puntos firmes necesarios para descifrar la realidad, para no dejarse arrastrar por las ideologías del momento y para resistir al desierto espiritual.

El Papa León XIV subraya precisamente este aspecto: los jóvenes. Los jóvenes no buscan una Iglesia perfecta, sino una Iglesia creíble, capaz de admitir sus límites y de volver a ponerse en camino. De aquí surge la urgencia de una nueva misión, como recuerda el Apóstol Pablo citado por el Pontífice: «Ahora es el tiempo favorable, ahora es el día de la salvación» (2Cor 6,2). El Papa nos envía como misioneros entre los jóvenes, invitándonos a bajar de nuestras cátedras y a buscar nuevos caminos pastorales y teológicos para hacer comprender la belleza de ser cristianos. Es una invitación a hacer florecer el desierto, ofreciendo propuestas sólidas que superen el intimismo y abracen el drama de la historia.

Intentemos entonces imaginar algunos caminos para que esta búsqueda de los jóvenes, junto con los jóvenes, se convierta en una acción pastoral eficaz y teológicamente fundada en el Teodrama de Cristo que genera la acción salvífica y la Esperanza. Existe una clave de lectura preciosa que emerge cada año, al comienzo del tiempo penitencial, en conversaciones con una querida amiga que siempre me recuerda cómo la Cuaresma es su tiempo litúrgico preferido. La motivación, traducida en lenguaje teológico, es iluminadora: la Cuaresma es el camino en el que se nos llama a entrar física y espiritualmente en el drama de Cristo, a sumergirnos en su acción más profunda, más alta y más hermosa.

Todos los demás misterios litúrgicos — la Navidad, el Tiempo Ordinario, las solemnidades marianas — encuentran su centro de gravedad y su perfecta convergencia precisamente aquí, en la acción dramática y salvífica de Jesús. Es aquí donde el pensamiento nos remite inevitablemente a la genial intuición de Hans Urs von Balthasar. En su monumental Teodramática, el gran teólogo suizo nos recuerda que la Revelación no es un cuadro estático al que asistir, sino un drama en el que Dios entra personalmente, comprometiéndose con la historia. Él escribe:

«Dios […] es como un poeta. De ahí se explica también que se encuentre en el mal y en toda la suciedad… Él mismo está en todas partes en escena, observa, continúa componiendo, en cierto modo con modos poéticamente impersonales, atento, por así decir, a todo» (2).

El hombre es entonces arrancado de su condición de simple espectador y es arrastrado a interpretar su propia parte en Cristo, puesto que:

«Toda esta existencia puede ser comprendida —en su relación con la cruz y desde la cruz— como un drama» (3).

Aquí se encuentra el corazón de la propuesta que debemos ofrecer a nuestros jóvenes. Debemos llevarlos de nuevo a vivir el drama de Cristo, a comprender que el cristianismo es la aventura más audaz en la que lo infinito se entrelaza con lo finito. Es necesario ayudarlos a insertar su acción, sus fracasos, sus esperanzas frustradas y su desconcierto en la acción victoriosa de Jesús. Cuando un joven comprende que su dolor y sus aspiraciones han sido asumidos por el Hijo de Dios en el “escenario” de la Cruz, la secularización pierde de repente su encanto engañoso.

Miremos entonces esta Cuaresma, guiados por el magisterio de León XIV, con un optimismo inquebrantable y una profunda esperanza. A pesar de las sombras de nuestra época, el Espíritu Santo continúa suscitando en el corazón de las nuevas generaciones un hambre y una sed de Absoluto que ninguna lógica humana podrá jamás saciar. Acompañar a los jóvenes en este éxodo hacia la libertad, hacerse compañeros de camino para redescubrir la deslumbrante belleza de la fe en Cristo, es el desafío más apasionante que la Iglesia de hoy está llamada a afrontar. Y la victoria, en el drama de la redención, ya nos ha sido asegurada.

Santa Maria Novella, Florencia, a 8 de marzo 2026

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NOTAS

(1) J.D. SALINGER, El guardián entre el centeno, Torino, Einaudi, 1961, cap. 22.

(2) H.U. VON BALTHASAR, Teodramática, Vol. I: Introducción al drama, Jaca Book, Milano, 1980, 30.

(3) H.U. VON BALTHASAR, Teodramática, Vol. IV: La acción, Jaca Book, Milano, 1986, 368.

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Com’è possibile che Gesù discese agli inferi dopo la sua morte? – How is it possible that Jesus descended into hell after his death? – ¿Cómo es posible que Jesús descendiera a los infiernos después de su muerte?

7 Marzo 2026/in Pastorale Liturgica/da Padre Simone

Italian, english, español

 

COM’È POSSIBILE CHE GESÙ DISCESE AGLI INFERI DOPO LA SUA MORTE?

Quando professiamo che «discese agli inferi», confessiamo che non esiste luogo dell’esistenza umana — nemmeno la morte — nel quale Cristo non sia entrato per portare la luce della salvezza.

— Pastorale liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Non è raro, oggi, ascoltare fedeli — e talvolta persino qualche sacerdote — recitare il Simbolo degli Apostoli senza coglierne il significato più profondo.

Tra le espressioni che più spesso generano confusione vi è quella che proclama: «discese agli inferi». Per alcuni si tratta di una formula oscura, per altri di un’immagine simbolica, per altri ancora di un linguaggio arcaico ormai incomprensibile. In realtà, queste parole custodiscono uno dei passaggi più solenni del mistero pasquale. Esse non descrivono un dettaglio secondario della fede cristiana, ma proclamano la verità della morte di Cristo e la sua vittoria sulla morte stessa. Comprenderle significa entrare più profondamente nel cuore della fede della Chiesa.

Questo Simbolo è legato in modo particolare alla liturgia battesimale, nella quale il catecumeno professa la fede della Chiesa prima di essere immerso nel mistero della morte e risurrezione di Cristo. Non è dunque soltanto una formula dottrinale, ma una professione di fede che nasce dalla vita sacramentale della Chiesa. Per questo motivo trova una collocazione privilegiata nel tempo quaresimale e nel tempo pasquale, periodi nei quali la liturgia invita i fedeli a riscoprire la grazia del proprio Battesimo. In modo del tutto particolare il Simbolo degli Apostoli ritorna nella Veglia Pasquale, quando l’assemblea cristiana rinnova le promesse battesimali e proclama nuovamente la fede ricevuta dagli Apostoli.

Tra le sue affermazioni più dense di significato vi è quella che spesso suscita interrogativi: «discese agli inferi». Molti fedeli pronunciano queste parole senza soffermarsi sul loro significato, mentre altri le interpretano secondo categorie moderne che finiscono per alterarne il senso autentico. In realtà, questa espressione custodisce un mistero centrale della fede cristiana. Quando il Simbolo degli Apostoli afferma che Cristo «discese agli inferi», intende anzitutto proclamare la realtà della sua morte. Il Figlio di Dio non ha attraversato una morte simbolica o apparente. Come ogni uomo, anche Gesù ha conosciuto la morte nella sua realtà più concreta: la separazione tra l’anima e il corpo.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e ha raggiunto con la sua anima la dimora dei morti (cfr. CCC 632). Questa dimora dei morti è ciò che la Sacra Scrittura chiama Sheol in ebraico e Ade in greco.

Nel linguaggio moderno la parola “inferi” viene facilmente associata all’Inferno dei dannati, ma il Simbolo della fede non intende questo. Nel linguaggio biblico lo Sheol indica il regno dei morti, la condizione nella quale si trovavano coloro che avevano lasciato questa vita prima della redenzione operata da Cristo. Per questo motivo il Catechismo precisa che Gesù non discese agli inferi per liberare i dannati né per distruggere l’inferno della dannazione, ma per liberare i giusti che lo avevano preceduto (cfr. CCC 633). La tradizione cristiana ha spesso indicato questa dimora dei giusti con l’espressione “seno di Abramo”, richiamandosi alla parabola evangelica del ricco e del povero Lazzaro (cfr. Lc 16, 22). Qui si trovavano i giusti dell’Antica Alleanza — Abramo, Mosè, i profeti e tutti coloro che avevano vissuto nella speranza delle promesse divine — in attesa della redenzione.

Cristo annuncia la salvezza ai giusti, la Sacra Scrittura accenna a questo mistero nelle parole dell’Apostolo Pietro:

«Cristo andò ad annunciare la salvezza anche agli spiriti che erano in prigione» (1 Pt 3, 19) «Per questo anche ai morti è stata annunciata la buona novella» (1 Pt 4, 6).

La tradizione della Chiesa ha sempre compreso questi testi come riferimento alla discesa di Cristo nella dimora dei morti, dove il Signore annuncia la salvezza ai giusti dell’Antica Alleanza. Cristo entra nel regno della morte non come prigioniero, ma come Salvatore. Questo mistero viene contemplato con particolare intensità nella liturgia del Sabato Santo, quando la Chiesa sosta in silenzio davanti al sepolcro del Signore. È il giorno del grande silenzio. Cristo riposa nel sepolcro secondo la carne, mentre la sua anima scende nella dimora dei morti per annunciare la salvezza ai giusti che lo avevano preceduto.

Una celebre omelia antica sul Sabato Santo, proclamata nella Liturgia delle Ore, descrive con straordinaria forza questo evento:

«Io sono il tuo Dio che per te sono diventato tuo figlio. Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà».

Per questo la Chiesa contempla la discesa agli inferi non come un episodio marginale, ma come parte integrante del mistero pasquale. Il Figlio di Dio ha voluto condividere fino in fondo la condizione umana, entrando perfino nel regno della morte, per aprire a tutti la via della vita. Quando nella notte di Pasqua la Chiesa proclama la risurrezione del Signore, annuncia che nessuna regione della storia umana è rimasta estranea alla redenzione. Cristo ha attraversato la morte per spezzarne le catene e per condurre alla luce coloro che attendevano la promessa. Per questo la fede cristiana può proclamare con certezza che Cristo è il Signore dei vivi e dei morti. La sua Pasqua non riguarda soltanto il presente della Chiesa, ma l’intera storia dell’umanità.

Quando professiamo che «discese agli inferi», confessiamo che non esiste luogo dell’esistenza umana — nemmeno la morte — nel quale Cristo non sia entrato per portare la luce della salvezza.

Firenze, 7 marzo 2026

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HOW IS IT POSSIBLE THAT JESUS DESCENDED INTO HELL AFTER HIS DEATH?

When we profess that «he descended into hell», we confess that there is no place in human existence — not even death — into which Christ has not entered to bring the light of salvation.

— Liturgical pastoral —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Today it is not uncommon to hear the faithful — and sometimes even certain priests — recite the Apostles’ Creed without grasping its deeper meaning. Among the expressions that most often generate confusion is the one that proclaims: «he descended into hell». For some it appears to be an obscure formula, for others a symbolic image, and for still others an archaic expression that has become difficult to understand. In reality, these words contain one of the most solemn passages of the Paschal mystery. They do not describe a secondary detail of the Christian faith, but proclaim the truth of Christ’s death and His victory over death itself. To understand them means to enter more deeply into the heart of the Church’s faith.

This Creed is particularly linked to the baptismal liturgy, in which the catechumen professes the faith of the Church before being immersed into the mystery of Christ’s death and resurrection. It is therefore not merely a doctrinal formula, but a profession of faith that arises from the sacramental life of the Church. For this reason it finds a privileged place during the seasons of Lent and Easter, periods in which the liturgy invites the faithful to rediscover the grace of their Baptism. In a very special way the Apostles’ Creed returns during the Easter Vigil, when the Christian assembly renews its baptismal promises and once again proclaims the faith received from the Apostles.

Among its most significant affirmations is the one that often raises questions: «he descended into hell». Many faithful pronounce these words without reflecting on their meaning, while others interpret them according to modern categories that end up altering their authentic sense. In reality, this expression contains a central mystery of the Christian faith. When the Apostles’ Creed affirms that Christ «descended into hell», it first of all proclaims the reality of His death. The Son of God did not pass through a symbolic or apparent death. Like every human being, Jesus truly experienced death in its most concrete reality: the separation of the soul from the body.

The Catechism of the Catholic Church teaches that Jesus experienced death like all men and that His soul reached the dwelling place of the dead (cf. CCC 632). This dwelling place of the dead is what Sacred Scripture calls Sheol in Hebrew and Hades in Greek.

In modern language the word “hell” is easily associated with the Hell of the damned, but the Creed does not mean this. In biblical language Sheol indicates the realm of the dead, the condition in which those who had left this life before the redemption accomplished by Christ were found. For this reason the Catechism clarifies that Jesus did not descend into hell to free the damned nor to destroy the hell of damnation, but to liberate the righteous who had preceded Him (cf. CCC 633). Christian tradition has often referred to this dwelling place of the righteous as the “bosom of Abraham”, recalling the Gospel parable of the rich man and the poor Lazarus (cf. Lk 16, 22). There were the righteous of the Old Covenant — Abraham, Moses, the prophets and all those who had lived in hope of the divine promises — awaiting redemption.

Christ proclaims salvation to the righteous, Sacred Scripture hints at this mystery in the words of the Apostle Peter:

«Christ went to proclaim salvation even to the spirits who were in prison» (1 Pt 3, 19) «For this reason the Gospel was also preached to the dead» (1 Pt 4, 6).

The tradition of the Church has always understood these texts as referring to Christ’s descent into the dwelling place of the dead, where the Lord proclaims salvation to the righteous of the Old Covenant. Christ enters the realm of death not as a prisoner, but as Savior. This mystery is contemplated with particular intensity in the liturgy of Holy Saturday, when the Church pauses in silence before the tomb of the Lord. It is the day of the great silence. Christ rests in the tomb according to the flesh, while His soul descends into the dwelling place of the dead to proclaim salvation to the righteous who had preceded Him.

A famous ancient homily for Holy Saturday, proclaimed in the Liturgy of the Hours, describes this event with extraordinary force:

«I am your God who for your sake have become your son. Awake, you who sleep, and rise from the dead, and Christ will give you light».

For this reason the Church contemplates the descent into hell not as a marginal episode, but as an integral part of the Paschal mystery. The Son of God wished to share fully in the human condition, even entering the realm of death, in order to open for all the way to life. When on the night of Easter the Church proclaims the resurrection of the Lord, it announces that no region of human history has remained untouched by redemption. Christ passed through death to break its chains and lead into the light those who awaited the promise. For this reason the Christian faith can proclaim with certainty that Christ is the Lord of the living and the dead. His Paschal mystery does not concern only the present life of the Church, but the entire history of humanity.

When we profess that «he descended into hell», we confess that there is no place in human existence — not even death — into which Christ has not entered to bring the light of salvation.

Florence, 7 March 2026

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¿CÓMO ES POSIBLE QUE JESÚS DESCENDIERA A LOS INFIERNOS DESPUÉS DE SU MUERTE?

Cuando profesamos que «descendió a los infiernos», confesamos que no existe lugar alguno de la existencia humana — ni siquiera la muerte — en el que Cristo no haya entrado para llevar la luz de la salvación.

— Pastoral liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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No es raro hoy escuchar a fieles — y a veces incluso a algunos sacerdotes — recitar el Símbolo de los Apóstoles sin captar su significado más profundo. Entre las expresiones que más a menudo generan confusión se encuentra la que proclama: «descendió a los infiernos». Para algunos se trata de una fórmula oscura, para otros de una imagen simbólica, y para otros más de un lenguaje arcaico que hoy resulta difícil de comprender. En realidad, estas palabras contienen uno de los pasajes más solemnes del misterio pascual. No describen un detalle secundario de la fe cristiana, sino que proclaman la verdad de la muerte de Cristo y su victoria sobre la muerte misma. Comprenderlas significa entrar más profundamente en el corazón de la fe de la Iglesia.

Este Símbolo está particularmente vinculado a la liturgia bautismal, en la cual el catecúmeno profesa la fe de la Iglesia antes de ser sumergido en el misterio de la muerte y resurrección de Cristo. No es, por tanto, únicamente una fórmula doctrinal, sino una profesión de fe que nace de la vida sacramental de la Iglesia. Por esta razón encuentra una colocación privilegiada en los tiempos litúrgicos de Cuaresma y Pascua, períodos en los que la liturgia invita a los fieles a redescubrir la gracia de su Bautismo. De manera especial el Símbolo de los Apóstoles vuelve en la Vigilia Pascual, cuando la asamblea cristiana renueva las promesas bautismales y proclama nuevamente la fe recibida de los Apóstoles.

Entre sus afirmaciones más densas de significado se encuentra la que a menudo suscita interrogantes: «descendió a los infiernos». Muchos fieles pronuncian estas palabras sin detenerse en su significado, mientras que otros las interpretan según categorías modernas que terminan alterando su sentido auténtico. En realidad, esta expresión contiene un misterio central de la fe cristiana. Cuando el Símbolo de los Apóstoles afirma que Cristo «descendió a los infiernos», proclama ante todo la realidad de su muerte. El Hijo de Dios no atravesó una muerte simbólica o aparente. Como todo hombre, también Jesús conoció la muerte en su realidad más concreta: la separación entre el alma y el cuerpo.

El Catecismo de la Iglesia Católica enseña que Jesús conoció la muerte como todos los hombres y que su alma alcanzó la morada de los muertos (cf. CIC 632). Esta morada de los muertos es lo que la Sagrada Escritura llama Sheol en hebreo y Hades en griego.

En el lenguaje moderno la palabra «infiernos» se asocia fácilmente con el infierno de los condenados, pero el Símbolo de la fe no se refiere a esto. En el lenguaje bíblico el Sheol indica el reino de los muertos, la condición en la que se encontraban quienes habían dejado esta vida antes de la redención realizada por Cristo. Por esta razón el Catecismo precisa que Jesús no descendió a los infiernos para liberar a los condenados ni para destruir el infierno de la condenación, sino para liberar a los justos que lo habían precedido (cf. CIC 633). La tradición cristiana ha indicado frecuentemente esta morada de los justos con la expresión «seno de Abraham», recordando la parábola evangélica del rico y del pobre Lázaro (cf. Lc 16, 22). Allí se encontraban los justos de la Antigua Alianza — Abraham, Moisés, los profetas y todos aquellos que habían vivido en la esperanza de las promesas divinas — esperando la redención.

Cristo anuncia la salvación a los justos, la Sagrada Escritura alude a este misterio en las palabras del apóstol Pedro:

«Cristo fue a anunciar la salvación a los espíritus que estaban en prisión» (1 Pe 3, 19) «Por eso también a los muertos se les anunció la Buena Nueva» (1 Pe 4, 6).

La tradición de la Iglesia ha comprendido siempre estos textos como referencia al descenso de Cristo a la morada de los muertos, donde el Señor anuncia la salvación a los justos de la Antigua Alianza. Cristo entra en el reino de la muerte no como prisionero, sino como el Salvador. Este misterio se contempla con particular intensidad en la liturgia del Sábado Santo, cuando la Iglesia permanece en silencio ante el sepulcro del Señor. Es el día del gran silencio.
Cristo reposa en el sepulcro según la carne, mientras su alma desciende a la morada de los muertos para anunciar la salvación a los justos que lo habían precedido.

Una célebre homilía antigua del Sábado Santo, proclamada en la Liturgia de las Horas, describe este acontecimiento con extraordinaria fuerza:

«Yo soy tu Dios que por ti me hice tu hijo. Despierta tú que duermes, levántate de entre los muertos y Cristo te iluminará».

Por eso la Iglesia contempla el descenso a los infiernos no como un episodio marginal, sino como parte integrante del misterio pascual. El Hijo de Dios quiso compartir plenamente la condición humana, entrando incluso en el reino de la muerte, para abrir a todos el camino de la vida. Cuando en la noche de Pascua la Iglesia proclama la resurrección del Señor, anuncia que ninguna región de la historia humana ha quedado fuera de la redención. Cristo atravesó la muerte para romper sus cadenas y conducir a la luz a quienes esperaban la promesa. Por eso la fe cristiana puede proclamar con certeza que Cristo es el Señor de vivos y muertos. Su Pascua no concierne solamente al presente de la Iglesia, sino a toda la historia de la humanidad.

Cuando profesamos que «descendió a los infiernos», confesamos que no existe lugar alguno de la existencia humana — ni siquiera la muerte — en el que Cristo no haya entrado para llevar la luz de la salvación.

Florencia, 7 de marzo de 2026

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