«Io sono Roberto Bolle, non un pollo che razzola nel pollaio». Quei cattolici depressi e deprimenti che rinchiudono la morale dentro un preservativo e che considerano il sesso come centro dell’intero mistero del male

— Le Pagine di Theologica —

«IO SONO ROBERTO BOLLE, NON UN POLLO CHE RAZZOLA NEL POLLAIO». QUEI CATTOLICI DEPRESSI E DEPRIMENTI CHE RINCHIUDONO LA MORALE DENTRO UN PRESERVATIVO E CHE CONSIDERANO IL SESSO COME CENTRO DELL’INTERO MISTERO DEL MALE

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Un Tale mi invia questo messaggio: «Come promesso compatibilmente con i miei impegni ho provveduto a fare un video in risposta alle sue eterodosse affermazioni sulla contraccezione. Convinto che personalmente conosca cosa è sana dottrina e quindi da ritenersi e cosa da scartare. Certamente tornerà utile ai tanti fedeli che da anni ci seguono e che hanno l’obbligo di conoscere la verità su questioni di tale importanza». Dal canto mio intendo chiarire che se un laico accusa di eresia sulla pubblica piazza dei social media un ministro in sacris e un teologo, è quanto meno doveroso difendere la propria dignità di sacerdote e di studioso dalle false accuse di un soggetto rivelatosi alla prova dei fatti un teologo dilettante.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Andrà tutto bene, oppure tutto concorre al bene nei piani di Dio? La pandemia, è stata forse una preziosa lezione perduta?

— attualità ecclesiale —

ANDRÀ TUTTO BENE, OPPURE TUTTO CONCORRE AL BENE NEI PIANI DI DIO? LA PANDEMIA, È STATA FORSE UNA PREZIOSA LEZIONE PERDUTA?

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«Andrà tutto bene». No, non è andato, non va e non andrà magicamente tutto bene; chi si limita a dire «andrà tutto bene», senza fondare la sua speranza in Dio, si illude che la pandemia sia una semplice parentesi, trascorsa la quale potrà tornare alla vita di prima, al mondo di prima, come se nulla fosse successo. No. Non «andrà tutto bene», perché invece di cogliere l’occasione della pandemia per rientrare in sé stessi, rendersi conto una buona volta che siamo mortali, abbandonare il peccato e convertirsi al bene, tornare a Dio e smetterla di confidare vanamente nell’uomo, si continua come e più di prima a dimenticarsi di Dio e a peccare contro di lui.

 

Giovanni Zanchi

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… Andrà tutto bene

Per mezzo dell’Apostolo San Paolo lo Spirito Santo ci rivela questa consolante notizia:

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«Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» [Rm 8, 28].

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San Paolo afferma: «Tutto concorre al bene», «tutto», anche quello che molti uomini considerano disgrazie; ma ciò è possibile unicamente perché il Figlio di Dio ha avuto compassione di noi poveri uomini rovinati dal peccato, votati alla perdizione eterna: per noi uomini peccatori e perduti il Verbo di Dio si è incarnato, per noi uomini peccatori e perduti Gesù Redentore ha sacrificato se stesso sulla croce, per noi uomini peccatori e perduti Cristo Dio è risorto, a noi che crediamo in lui il Vivente ha donato lo Spirito Santo. Perciò nessuno è più ottimista di noi cristiani e noi cristiani non possiamo mai essere dei disperati, perché siamo gli unici al mondo ad avere una speranza ben fondata e che non delude mai.

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L’esempio massimo dell’ottimismo cristiano e della forza della speranza cristiana l’abbiamo nel Buon Ladrone: finito in croce come esito della sua vita trascorsa nel peccato, proprio all’ultimo momento accolse la grazia divina della conversione e del perdono, riconoscendo in Gesù Cristo il suo Re e Salvatore; la croce ― somma disgrazia ― divenne per il Ladrone finallora malvagio l’occasione propizia per divenire finalmente buono e, subito dopo la morte, andarsene con Gesù a trionfare in Paradiso. Se non fosse stato crocifisso, il Ladrone non si sarebbe salvato l’anima.

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«Tutto concorre al bene», certo, ma solo «per quelli che amano Dio», non per quelli che non lo temono, lo disprezzano e lo odiano; infatti, l’altro Ladrone che fu crocifisso assieme a Gesù cattivo era e cattivo volle rimanere e, dopo morto, se ne andò all’inferno, perché non amava Dio e sulla croce sprecava il poco fiato che gli rimaneva per insultare Gesù.

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«Tutto concorre al bene»; ad un orecchio superficiale, queste parole divinamente ispirate sembrano del tutto simili ad altre parole che in questo tempo di pandemia abbiamo sentito spesso ripetere più o meno a pappagallo: «Andrà tutto bene».

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Il concetto paolino «Tutto concorre al bene» e lo slogan degli ultimi mesi «Andrà tutto bene»: sembrano due modi equivalenti per dire la stessa cosa, ma non è vero. Basterebbe infatti domandarsi: «Andrà tutto bene» … e perché? Limitarsi a dire «andrà tutto bene», senza aggiungere altro, senza appellarsi a Dio, significa confidare unicamente nell’uomo, aspettarsi la salvezza non dall’unico che può donarcela, cioè Dio, ma dall’uomo. Infatti, una delle canzonette in voga, strombazzata ultimamente anche dalla pubblicità commerciale, ossessivamente strilla: «Credo negli esseri umani!». Non dice: «Credo in Dio»”, ma «Credo negli esseri umani!». È questa la grande bestemmia del nostro tempo: mettere l’uomo al posto di Dio. E sì che la Sacra Scrittura, già nell’Antico Testamento, afferma: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore si allontana il suo cuore» [Ger 17, 5]. E così, arriva la pandemia e, invece di cercare l’aiuto del Signore e la salvezza dell’anima e del corpo che solo lui può donarci, si «confida nell’uomo» e nelle sue impotenze, con gli esiti disastrosi che sperimentiamo sulla nostra pelle, illudendoci e illudendo con il motto: «Andrà tutto bene». No, non è andato tutto bene, soprattutto per i tanti, i troppi morti soffocati dal virus nelle terapie intensive, spirati da soli, senza Sacramenti, senza la presenza confortatrice dei propri cari, i corpi dei quali sono stati subito ammassati e bruciati, senza uno straccio di funerale, senza una preghiera, senza una autopsia che avrebbe contribuito a capire prima e meglio come aiutare i malati, senza attendere l’aggravamento fisico poi non fronteggiabile.

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Al netto della propaganda politica, non va per niente bene dal punto di vista economico e lavorativo e culturale e le prospettive future già a breve termine sono sempre più fosche.

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«Andrà tutto bene»; sarà! Ma intanto, per la paura di morire, abbiamo supinamente accettato la limitazione di ogni libertà personale, la sospensione di fatto della democrazia; per paura di non riuscire più a vivere fisicamente, ci siamo ridotti a sopravvivere, cioè ci siamo ridotti nient’altro che a rimandare la morte fisica, che tanto prima o poi arriverà comunque per tutti. Intendiamoci: io non sto dicendo che abbiamo fatto male a prendere alcune delle precauzioni personali e sociali adottate per evitare il diffondersi del contagio. Dico che ― di fronte al pericolo ― limitarsi solo a dire «Andrà tutto bene» e basta, senza altro aggiungere, senza appellarsi a Dio, è qualche cosa che manifesta uno sterile e irragionevole ottimismo della volontà del tutto infondato. Al di là delle intenzioni soggettive ― che non giudico perché solo Dio le conosce ― cercare di rassicurarsi a colpi di «Andrà tutto bene» e basta, assomiglia alle pratiche superstiziose di quelli che pensano di allontanare da sé il malocchio mediante gesti apotropaici, cioè facendo le corna, toccando ferro, leggendo l’oroscopo, eccetera, eccetera … E ha la medesima efficacia, cioè nessuna.

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«Andrà tutto bene». No, non è andato, non va e non andrà magicamente tutto bene; chi si limita a dire «andrà tutto bene», senza fondare la sua speranza in Dio, si illude che la pandemia sia una semplice parentesi, trascorsa la quale potrà tornare alla vita di prima, al mondo di prima, come se nulla fosse successo. No. Non «andrà tutto bene», perché invece di cogliere l’occasione della pandemia per rientrare in sé stessi, rendersi conto una buona volta che siamo mortali, abbandonare il peccato e convertirsi al bene, tornare a Dio e smetterla di confidare vanamente nell’uomo, si continua come e più di prima a dimenticarsi di Dio e a peccare contro di lui.

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No, non «andrà tutto bene», perché durante la pandemia ai balconi e alle finestre sono comparsi i cartelli disegnati con l’arcobaleno dell’Andrà tutto bene, mica i Crocifissi e le Madonne. E, dall’inizio della pandemia, le nostre chiese sono ancora più vuote di prima, pure la domenica.

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No, non “andrà tutto bene”, perché con troppa facilità si sono sospese le Messe e gli altri Sacramenti, come se fossero cose senza importanza, anzi, si è fatto di tutto per convincere la gente che le chiese sarebbero il luogo più pericoloso per la salute, o addirittura che, ricevere la Santa Comunione, sia una sorta di azzardo sanitario. Invece, ammassarsi nei centri commerciali, nei supermercati e nei bar, quello va bene, perché conta solo soddisfare i bisogni corporali!

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Dicendo «andrà tutto bene», dovrebbe sottintendere che “anche la pandemia concorrerà al nostro vero bene”, ma solo se ci renderemo conto che, pure la pandemia, è un chiaro avvertimento, da Dio almeno permesso, per richiamare tutti alla conversione e al pentimento. È il Vangelo che ci autorizza a dire ciò. L’uomo che era stato paralizzato per ben 38 anni, dopo essere stato guarito all’istante da Gesù alla Piscina probatica di Gerusalemme, si sentì dire da lui: «Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio» [Gv 5, 14]. Rimanere paralizzati per ben 38 anni sembrerebbe una delle più grandi disgrazie che possano capitare, eppure Gesù dice che c’è qualcosa di ben peggiore, cioè l’eterna dannazione dell’anima. Detto in maniera aggiornata: ecco, il peggio del contagio sembra passato; ma non peccate più, perché non vi abbia ad accadere qualcosa di peggio.

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Sempre Gesù, nel Vangelo ammonisce: «Quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» [Lc 14, 4 – 5]. Detto in forma aggiornata: quelli che sono morti a causa della pandemia, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti dell’Italia? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. E a niente allora sarà valso il ripetere ossessivamente: «Andrà tutto bene», senza aggiungere altro.

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«Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio». Infatti, chi ama Dio e lo mette al primo posto nei suoi pensieri, nelle sue parole, nelle sue opere, sa profittare anche della pandemia, facendo penitenza dei propri peccati e amando ancora di più Dio e il prossimo per amore di Dio, mettendo tutta la propria confidenza non nell’uomo mortale, ma unicamente in Dio e dimostrando la sua fede nella vita eterna mediante parole e atti.

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«Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio». L’uomo che, ispirato dallo Spirito Santo, scrisse queste immortali parole, cioè l’Apostolo San Paolo, sapeva bene quello che diceva; dopo la sua prodigiosa conversione, la sua vita fu funestata da innumerevoli e tremende prove, alcune delle quali lui stesso ricorda così:

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«Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi [cioè sono stato flagellato fin quasi a morte]; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità» [2Cor 11, 24 – 27].

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In mezzo a tutto ciò, l’Apostolo San Paolo non vacillò nella fede, non perse la speranza, non smarrì la carità; anzi tutto sopportò cristianamente, come occasione per far penitenza dei gravi peccati commessi prima della sua conversione e per crescere nell’amore di Dio e spendersi per la salvezza eterna del prossimo. Per questo rimase indomito e fedele fino alla fine e, nell’ultima prigionia patita a causa del Vangelo, alle soglie della morte per decapitazione, scrisse:

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«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione» [2Tm 4, 7 – 8].

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San Paolo non era per niente il tipo che dice: «Andra tutto bene», oppure «Credo negli esseri umani». San Paolo dice: «Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» e «So in chi ho creduto» [2Tm 1, 12].

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In alcuni passi delle Sacre Scritture, il Libro dei Re [3, 5. 7 – 12] e il Vangelo dell’Evangelista San Matteo [13, 44 – 52] ci ammoniscono e invitano ad essere saggi, cioè a ad amare Dio con tutto noi stessi, pronti a sacrificare tutto il resto ― noi compresi ― per Lui, quindi ad amare il prossimo per amor di Dio, amando così anche noi stessi, cioè preoccupandoci della nostra eterna salvezza:

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«Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» [Mt 13, 56].

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Il cristiano, pervaso dalla divina saggezza, sa profittare spiritualmente anche della pandemia, perché ripone la sua fede la sua speranza in Dio e non scioccamente negli uomini e allora sì che per lui «tutto concorre al bene».

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Arezzo, 5 agosto 2020

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Questo articolo è stato ricavato da una omelia pronunciata nella Chiesa Cattedrale dei Santi Pietro e Donato in Arezzo, la domenica 26 luglio 2020, XVII del Tempo Ordinario dopo Pentecoste

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Il prete scomunicato Alessandro Minutella non è un disonesto ma un malato e la sua malattia si chiama “schizofrenia acuta”

— attualità ecclesiale —

IL PRETE SCOMUNICATO ALESSANDRO MINUTELLA NON È UN DISONESTO MA UN MALATO E LA SUA MALATTIA SI CHIAMA “SCHIZOFRENIA ACUTA”

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Nessuno di noi, L’Isola di Patmos come l’Agenzia Corrispondenza Romana e vari altri sacerdoti e teologi che hanno dedicata attenzione a questo caso clinico grave per tutelare la salute delle anime che egli danneggia, desidera e ha piacere di occuparsi di questo soggetto. Su tutti noi gravano però due obblighi morali: la corretta informazione cattolica e soprattutto la salute di quelle anime che questo schizofrenico sta guidando verso un precipizio. Per questo ripeto, a chi lo ascolta e lo segue, di andare a visionare i discorsi ufficiali e i video nei quali sono registrate le parole del Sommo Pontefice, perché chiunque potrà appurare in che modo grave, malizioso ma soprattutto malato, Alessandro Minutella imputa al Successore del Beato Apostolo Pietro ciò che mai egli ha affermato.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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lo psichiatra Paolo Pancheri [Milano 1938 – Roma 2007], ordinario di psichiatria nell’Università La Sapienza di Roma e padre italiano della psichiatria biologica

Occuparmi del caso Alessandro Minutella mi causa enorme fastidio, per questo vorrei non farlo. Se però lo faccio, è perché in questi giorni sono stato raggiunto dai messaggi di numerose persone che chiedevano lumi ai Padri de L’Isola di Patmos sulle ultime sparate di questo caso clinico psichiatrico, in modo particolare riguardo il suo video intitolato: «Se Francesco è il Papa Gesù ci ha ingannati» [vedere video, QUI].

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Un amico in particolare mi è stato di grande aiuto nell’analisi del caso: uno psichiatra italo-svizzero che prima di diventare direttore di una clinica psichiatrica elvetica che si occupa dei malati di schizofrenia di tipo grave, è stato assistente a Roma per diversi anni del Prof. Paolo Pancheri [Milano 1938 – Roma 2007], che io stesso conobbi in gioventù, perché amico di due mie zie romane.

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Paolo Pancheri, neuropsichiatra, fu il padre italiano della psichiatria biologica, branca che studia gli elementi biologici del comportamento umano. Innovativi furono i suoi studi di ricerca sulla psico-farmacologia tesa alla cura, ma più che altro al contenimento dei soggetti affetti da gravi turbe per le quali era del tutto inutile qualsiasi forma di psicoterapia.

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Questo specialista svizzero, allievo di Paolo Pancheri presso l’Università La Sapienza di Roma, dove l’insigne clinico fu ordinario alla cattedra di psichiatria, ha seguito le sue orme e portato avanti diverse ricerche, soprattutto nell’ambito psico-farmacologico, collaborando con diversi laboratori farmaceutici di ricerca sugli psicofarmaci di ultima generazione per soggetti affetti da schizofrenia grave.

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Da cosa si deduce che Alessandro Minutella è affetto da schizofrenia acuta? Ce lo ha spiegato con rigore scientifico questo insigne specialista elvetico che ha visionato diversi suoi video, dettagliando appresso in che modo, la schizofrenia, crei nei casi gravi una alterazione delle funzioni cognitive e percettive del comportamento. Lo schizofrenico grave è soggetto a deliri e allucinazioni che lo portano a vivere in uno stato di alterazione e di dissociazione dalla realtà. Per lo schizofrenico è “vero” e “reale” ciò che nasce dalla sua realtà soggettiva, sino alla palese negazione del dato di fatto. A livello clinico-scientifico, i casi più gravi di schizofrenia sono risultati sempre quelli di soggetti che esteriorizzano le loro psicopatologie attraverso l’elemento religioso, in virtù del quale i loro disturbi finiscono per avere una sorta di “consacrazione” soprannaturale; e chiunque li contraddica, è un nemico della potenza divina, un emissario del Demonio e via dicendo.

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Lo schizofrenico può essere molto pericoloso quando riesce a individuare e cogliere alcuni particolari malumori che pervadono le masse e che sono frutto di situazioni sociali e politiche di crisi, oppure, come nel nostro caso, di uno stato di grave decadenza del mondo ecclesiale ed ecclesiastico. A quel punto, lo schizofrenico, prende come spunto dei dati reali oggettivi e poi li manipola, sino a mutarsi in un pericoloso trascinatore di masse, oppure di piccole masse formate da personalità scontente, gravate da fragilità psicologiche e difficoltà di rapporto con il dato oggettivo, sino a essere prive di adeguato spirito reattivo verso i problemi reali.

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Alessandro Minutella ha sempre lamentato ― ultimo in ordine di serie lo ha fatto con il mio amico Roberto de Mattei a causa di un articolo comparso sull’Agenzia Corrispondenza Romana l’11 maggio 2020 [vedere QUI], in precedenza anche con il mio confratello sacerdote Francesco Maria Marino, dell’Ordine dei Frati Predicatori e vari altri ancòra … ebbene, costui ha sempre lamentato: «Nessuno accetta di confrontarsi con me nel merito». Menzogna, pura e semplice menzogna. È infatti vero l’esatto contrario: tutti saremmo lieti di potergli dire e dimostrare in faccia, dinanzi a un pubblico presente, che ciò che lui chiama “merito” sono falsità costruite attraverso manipolazioni e che la sua preparazione teologica è a dir poco lacunosa e imbarazzante. Sicché egli mente in modo spudorato affermando che tutti sfuggono al confronto con questo eccelso teologo tale sarebbe costui. Infatti, alla prova provata dei fatti, io stesso gli dedicai una video-conferenza di quasi un’ora intitolata «Da Frate Cipolla ad Alessandro Minutella, ovverosia: quando la satira d’alta letteratura boccaccesca si muta invece in commedia grottesca e in rovina delle anime» [vedere QUI], dove con precisione chirurgica e con impeccabile logica aristotelica e buona filosofia del senso comune indicai le mistificazioni, le menzogne e le alterazioni della realtà di Alessandro Minutella, che non ha mai replicato. In seguito, in diversi dei suoi neuro-video-deliri, cercò di sminuire la mia persona, per esempio affermando che non ero un teologo, che non ero uno studioso, che ero privo di titoli accademici, ribadendo che lui aveva invece ben due dottorati, ripetendo in modo ossessivo-compulsivo: «… due dottorati … ho due dottorati …», aggiungendo poi che «questo prete» ossia il sottoscritto «non ha titolo per parlare con me che ho due dottorati, ho due dottorati …».

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Ovviamente non sono mai caduto nella sua provocazione, anche perché non devo proprio giustificare a uno schizofrenico quella che è stata la mia formazione e quelli che sono stati, soprattutto, i miei maestri, tre dei quali in particolare hanno fatta storia nell’ambito della speculazione teologica nella Chiesa Cattolica del Novecento. In quel mio dettagliato video mi sono limitato a chiedere allo schizofrenico e alle sue pecore belanti: da quando, la sapienza e la scienza, dipendono dalle carte accademiche, o dai dottorati? Posto peraltro che, da un trentennio a questa parte, nelle università pontificie romane, i titoli di dottorato in sacra teologia sono tirati dietro anche a eserciti di persone che hanno serie lacune non sulla teologia, ma proprio sul Catechismo della Chiesa Cattolica. Motivo per il quale, diversi autentici e talentati teologi che in queste istituzioni hanno conseguito titoli, non menzionano mai né queste università né i titoli in esse conseguiti, perché, valutando il loro stato attuale, si vergognano di avervi studiato e di avervi conseguito inutili carte accademiche. Il tutto a differenza di questo schizofrenico che si dichiara invece grande esperto addottorato sul pensiero del celebre teologo Hans Urs von Balthasar, a cui riguardo sembra però ignorare che l’eminente teologo svizzero non conseguì mai alcun dottorato teologico, perché si era laureato in germanistica e filosofia in una laica università statale. E, prima di essere consacrato sacerdote nella Compagnia di Gesù, dalla quale in seguito si dimise per entrare nel clero secolare della Diocesi di Coira, fece solo gli studi teologici di base necessari per la sacra ordinazione sacerdotale.

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Avendo poi più volte, lo schizofrenico, nominato anche il Venerabile Padre Divo Barsotti – che come provato e documentato io ho peraltro conosciuto, quindi so bene chi era e soprattutto come era – gli fu rivolta domanda se quest’altra grande personalità avesse o no titolo per parlare con un bi-dottore come lui, posto che il Padre, non solo non conseguì mai alcun titolo di specializzazione e meno che mai di dottorato teologico, ma non aveva neppure mai presa la carta del titolo base di studi teologici primari, che aveva fatto in un seminario di provincia, esattamente come facevano la gran parte dei preti dell’epoca. A tutta questa serie di contestazioni basate su fatti e prove storiche, lo schizofrenico ha sempre e di rigore soprasseduto e, sebbene clamorosamente e pubblicamente smentito, non ha mai risposto, seguitando a fare la vittima affermando: «… nessuno vuole confrontarsi con me …. nessuno vuole confrontarsi con me … io ho due dottorati … io ho due dottorati …».

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Nel suo ultimo neuro-video-delirio, lo schizofrenico torna a imputare al Pontefice regnante delle cose di una gravità inaudita. E si tratta di cose inaudite nella misura in cui sono totalmente false, ma presentate come vere da questo caso clinico grave. E così, per l’ennesima volta, egli accusa il Romano Pontefice di eresia e apostasia dalla fede imputandogli di avere definito «tonterias», ossia scemenze, i dogmi mariani, di avere negata la immacolata concezione della Beata Vergine Maria e la divinità di Cristo Verbo di Dio incarnato.

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Ebbene: noi tutti sfidiamo formalmente quanto inutilmente questo malato grave ― che come tale non è responsabile delle sue parole e affermazioni, in quanto frutto di quella sua malattia definita dalla psichiatria come schizofrenia di tipo acuto ―, a dimostrare dove e quando, il Sommo Pontefice, ha negati i dogmi mariani e la divinità del Verbo di Dio incarnato. Che si decida una volta per tutte a presentare pubblicamente il testo del discorso ufficiale, o il filmato nel quale il Romano Pontefice, che sempre e di prassi è registrato nei suoi discorsi ufficiali, asserisce in modo chiaro e preciso delle simili e gravi eresie, sino a negare i dogmi mariani e a definirli “scemenze”.

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La verità è che questo schizofrenico prende frammenti di discorsi, li manipola e poi attribuisce al Sommo Pontefice ciò che mai egli ha affermato. E, per mettere in piedi il tutto, egli si serve, oltre che della manipolazione, anche del vero e proprio processo alle intenzioni, per esempio accusando il Sommo Pontefice di non credere nella presenza reale di Cristo Dio vivo e vero nelle Santissime Specie Eucaristiche.

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Nessuno di noi, L’Isola di Patmos come l’Agenzia Corrispondenza Romana e vari altri sacerdoti e teologi che hanno dedicata attenzione a questo caso clinico grave per tutelare la salute delle anime che egli danneggia, desidera e ha piacere di occuparsi di questo soggetto. Su tutti noi gravano però due obblighi morali: la corretta informazione cattolica e soprattutto la salute di quelle anime che questo schizofrenico sta guidando verso il precipizio. Per questo ripeto, a chi lo ascolta e lo segue, di andare a visionare i discorsi ufficiali e i video nei quali sono registrate le parole del Sommo Pontefice, perché chiunque potrà appurare in che modo grave, malizioso ma soprattutto malato, Alessandro Minutella imputa al Successore del Beato Apostolo Pietro ciò che mai egli ha affermato. E chiunque non abbia seri problemi con la realtà e la percezione della realtà, non potrà che dire: Alessandro Minutella estrapola delle parole totalmente al di fuori del contesto, le falsifica, quindi mente e, dicendo il falso, imputa al Sommo Pontefice, con odio feroce, insultante e aggressivo, ciò che egli mai ha detto, ciò che mai ha lasciato neppure vagamente intendere tra le righe con doppi sensi o ambiguità.

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Alessandro Minutella andrebbe per tanto trasferito quanto prima, per il suo sommo bene, dalla sua Piccola Nazareth a una Piccola Neuro, dove possa essere curato con adeguate terapie farmacologiche, le uniche in grado di sortire, nel suo caso grave e purtroppo irreversibile, qualche possibile effetto benefico, vale a dire: la somministrazione di potenti neurolettici di ultima generazione prodotti dai laboratori di ricerca neuropsichiatrica.

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dall’Isola di Patmos, 1° luglio 2020

 

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Il Cristianesimo da menù di ristorante che sfugge la croce e trasforma Cristo Dio in un delizioso pasticcino altamente digeribile

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

IL CRISTIANESIMO DA MENÙ DI RISTORANTE CHE SFUGGE LA CROCE E TRASFORMA CRISTO DIO IN UN DELIZIOSO PASTICCINO ALTAMENTE DIGERIBILE 

Oggi più che mai sfugge, persino a noi consacrati, l’elemento sacrificale della vera esperienza di fede. Da tempo abbiamo ormai creato quello che potremmo definire come un cristianesimo da menù di ristorante in cui si entra, si legge la carta e si sceglie quel che piace. E così a farla da padrona è il peggio della emotività animata dall’umano egoismo.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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I tre Vangeli sinottici dei Beati Evangelisti Marco, Matteo e Luca, hanno caratteristiche diverse, proprio come la simbologia con la quale gli Evangelisti sono raffigurati sin dal primo medioevo, che prende vita sul finire del V secolo con la caduta dell’Impero Romano.

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L’Evangelista Matteo è raffigurato con l’immagine dell’uomo alato, perché la sua redazione inizia con la genealogia di Cristo Signore e Messia; il Beato Evangelista Marco con il leone alato, perché la sua redazione inizia con la narrazione della predicazione del Precursore, il Beato Giovanni detto il Battista, che predicava nel deserto, luogo abitato da bestie selvatiche; il Beato Evangelista Luca con il bue, perché la sua redazione inizia con la visione avuta da Zaccaria nel Tempio di Gerusalemme, dove si sacrificavano animali, tra i quali anche i buoi.

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Gli Autori dei tre Vangeli sinottici seguono uno schema simile e narrano le stesse vicende della vita di Cristo Dio, pur con le loro differenze stilistiche. Infine il così detto Quarto Vangelo, quello del Beato Evangelista Giovanni, raffigurato con l’immagine di un animale considerato all’epoca il più nobile tra tutte le specie della terra: l’Aquila, colei che sola poteva fissare a occhi aperti la luce del sole.

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Il Vangelo del Beato Evangelista Giovanni, che si apre con un inno al mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio ― «E il Verbo si fece carne» ― è un mirabile inno alla luce del Cristo vero Dio e vero uomo, raffigurato appresso come sole vivo disceso dal cielo. Al Beato Evangelista Giovanni, definito dai grandi Padri e dottori della Chiesa come il teologo per antonomasia, è accompagnato il motto «Altius caeteris Dei patefecit arcana» [in modo più alto degli altri – Giovanni – rivelò gli arcani misteri di Dio].

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Una caratteristica del Vangelo del Beato Evangelista Matteo è la precisione narrativa dalla quale prende forma la figura del Gesù storico, da lui collegata a numerosi riferimenti vetero-testamentari. Il tutto, per dare testimonianza che il Cristo non era venuto sulla terra per abolire la Legge e i Profeti, ma per dare compimento [cfr. Mt 5, 17-20]. E il compimento era Lui, il Dio fatto uomo, la luce che brilla nelle tenebre, come lo definisce nel suo prologo l’Evangelista Giovanni, il «Dio da Dio luce da Luce», come lo definirono i Padri della Chiesa scrivendo nei Concilî di Nicea e di Costantinopoli il Credo che tra poco reciteremo. O il Christus totus, come lo definì Sant’Agostino, quella totalità nella quale Cristo Dio è il centro, l’inizio e il fine ultimo del nostro intero umanesimo.

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Dunque quattro personalità di uomini diversi, ciascuno illuminato dalla divina grazia, che annunciano il mistero con parole fisse e senza tempo, perché come rivela Cristo Dio mediante il racconto del Beato Evangelista Matteo: «I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai» [Mt 24, 32-35], perché sono fissate nell’eterno attraverso il mistero della passione, della morte e della risurrezione di Cristo Dio, nel corpo glorioso del quale sono tutt’oggi impressi i segni della passione; segno eterno del suo amore consumato per la redenzione dell’uomo sino al supplizio della croce, mutando il Verbo che si è fatto carne nell’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.

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E con questo siamo giunti al cuore di questo Santo Vangelo del Beato Evangelista Matteo nel quale Cristo Signore ci offre qualche cosa di terribile: «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» [vedere Liturgia della Parola di questa XIII domenica del tempo ordinario, QUI].

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Oggi più che mai sfugge, persino a noi consacrati, l’elemento sacrificale della vera esperienza di fede. Da tempo abbiamo ormai creato quello che potremmo definire come un cristianesimo da menù di ristorante in cui si entra, si legge la carta e si sceglie quel che piace. E così a farla da padrona è il peggio della emotività animata dall’umano egoismo. È la tragedia della fede annacquata da cuoricino che batte, per esempio dinanzi alle tenere immagini popolari struggenti di Gesù Bambino durante il Santo Natale, ignari però che quello è solo l’inizio di un percorso che giunge poi nel dolore dell’Orto degli Ulivi, per proseguire con l’immane strazio della via dolorosa e della crocifissione.

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La fede è sacrificio, ma molti l’hanno mutata in un diritto mondano a ciò che a me piace. Ecco allora i cattolici che da una parte si dicono tali, dall’altra si dichiarano favorevoli all’aborto, o che affermano «… è giusto che due uomini vivano assieme se si amano, perché quel che importa è l’amore, anzi è giusto dargli anche un bambino in adozione». E qui bisognerebbe chiarire cosa è l’amore e cosa invece non è quello che alcuni chiamano amore. Come vi sono altri cattolici che affermano che è giusto, anzi è caritatevole praticare l’eutanasia a un malato terminale, per quale motivo lasciarlo soffrire? È disumano. E proprio a questi ultimi risposi: «Forse non sapete che cosa sia lo strazio di una crocifissione, ma se parlate con un clinico anatomo-patologo, vi spiegherà lui il dolore e anche le umilianti reazioni che siffatto supplizio generava nel corpo dei condannati esposti nudi alla vista di tutti. Ebbene, vi risulta forse che la Beata Vergine Maria abbia supplicato di porre fine ai patimenti del suo Divino Figlio?».

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Oggi abbiamo creata una società mostruosa che insegue una falsa felicità nella quale la vita è senza la malattia e senza il decadimento fisico; la giovinezza senza vecchiaia e la vita senza la morte. A questo modo si è creata una società dell’irreale che rifiuta Cristo, o una comunità cattolica che annacqua il messaggio di Cristo che ci invita ad assimilarci al suo dolore. A quel punto la stessa Santa Messa viene confusa con un incontro tra amici che si ritrovano assieme per fare festa, per rallegrarsi attorno alla mensa. Eppure basterebbe ascoltare le parole della sacra liturgia per comprendere che attraverso il mistero del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo si rinnova il divino memoriale della passione, morte e risurrezione, perché l’Eucaristia è il sacrificio vivo e santo … e quando io mi dirigo verso l’altare, non vado a fare un gioioso festino, ma salgo sul Monte Calvario, perché sull’altare si rinnova il sacrificio incruento della passione di Cristo Dio.

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Il Santo Pontefice Giovanni Paolo II scrisse nel 1984 una splendida lettera apostolica in occasione del Giubileo della Redenzione intitolata Salvifici doloris, che significa: il valore salvifico della sofferenza. All’epoca, il futuro Santo Pontefice aveva appena 62 anni, era un uomo sportivo e pieno di energie. Come mai quella Lettera dedicata al valore salvifico della sofferenza scritta da un uomo che pareva il ritratto della bellezza e della salute? Ebbene, pensiamo al Giovanni Paolo II non del 1984, ma a quello del 2000, quando si ostinava a inginocchiarsi dinanzi al Santissimo Sacramento anche se era ormai sfiancato dalla malattia, tremante e privo di forze, con i cerimonieri pontifici che gli sudavano attorno quando in tutti i modi voleva genuflettersi, ossequioso fino in fondo al monito del Beato Apostolo Paolo «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra» [Fil 2, 10]. Giovanni Paolo II aveva compreso da subito, nello splendore della sua salute, molto prima della sua malattia, l’elemento salvifico del dolore che ci assimila alla croce di Cristo …

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… Quando io fui consacrato sacerdote, inginocchiato dinanzi al vescovo ricevetti il sacro calice e la patena con queste parole: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai. Conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Non mi fu detto … adesso vai a fare festa con gli amici gioiosi attorno alla mensa tra schitarrate, danze e tamburelli. Nella sostanza mi fu detto: adesso sali sul Monte Calvario e mediante il tuo sacrificio conformati al sacrificio di Cristo. Questa, è l’essenza della nostra fede e, se vogliamo veramente seguirlo, dobbiamo essere consapevoli ― come sta scritto nel Vangelo del Beato Evangelista Luca ― non c’è altra strada che quella indicata da Cristo stesso: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» [Lc 9, 22-25].

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… ma come sarebbe a dire dolore … croce … il Cristianesimo è amore, è gioia! Certo, è l’amore di Cristo morto in croce per la nostra salvezza ed è la gioia della risurrezione del Verbo di Dio fatto uomo e asceso al cielo che siede oggi alla destra del Padre; il Cristianesimo è la gioia di quella risurrezione alla quale noi siamo assimilati, perché come recitiamo nella IIIª Preghiera Eucaristica quando facciamo memoria dei defunti: «Egli trasformerà il nostro corpo mortale a immagine del suo corpo glorioso». Questo, è il Cristianesimo, tutto il resto, per parafrasare il Libro del Qoelet che diceva «vanità di vanità», è solo emotività di emotività. E, tra la fede e l’emotività, la differenza che corre è profondamente sostanziale, perché di mezzo c’è quella croce che l’emotivo superficiale non vuole e che fugge per vivere una falsa fede da menù di ristorante, mentre l’uomo di vera fede è chiamato invece a conformare la sua vita alla croce di Cristo: «chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» [Mt 10, 38].

Laudetur Jesus Christus!

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Zoverallo di Verbania, 28 giugno 2020

Casa delle Figlie di Maria Ausiliatrice

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“Accoglienza” come spazio segreto da aprire a Dio perché diventi luogo di donazione

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

“ACCOGLIENZA” COME SPAZIO SEGRETO DA APRIRE A DIO PERCHÉ DIVENTI LUOGO DI DONAZIONE 

Gesù parla dell’accoglienza di un profeta e di un giusto. Chi li sa accogliere vuol dire che è lui il primo profeta e giusto. Lo dice perché Gesù è l’accogliente per eccellenza e vuole a sua volta essere accolto nelle nostre vite. Questo fa sì che noi riceviamo Gesù che è il dono per eccellenza. Dunque siamo in grado di donarci e di amare, come Lui ha fatto, portando le nostre croci, nei momenti più difficili e complessi della nostra vita.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

Roma, 28 giugno 2019, Santa Maria Sopra Minerva, Gabriele Giordano Maria Scardocci, O.P. è consacrato sacerdote

qualche anno fa lessi la storia del Giardino Segreto della scrittrice Frances Hodgson Burnett. È la storia di Annie, una bambina che, in una tenuta inglese, scopre casualmente un giardino, di cui nessuno conosce l’esistenza, perché è stato reso segreto a causa di una vicenda tragica. Quel giardino, una volta aperto agli occhi di Annie diventa luogo di accoglienza, di crescita e di maturazione.

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Similmente, nelle letture di oggi [vedere Liturgia della Parola, QUI], il Signore ci parla innanzitutto dell’accoglienza di uno spazio segreto da aprire a Dio, perché diventi luogo fecondo di donazione. Nel Libro dei Re leggiamo:

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«Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Facciamo una piccola stanza superiore, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere» [2Re 4, 9-10].

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In questa prima lettura, moglie e marito innominati aprono la loro casa ad Eliseo, dunque come se loro aprissero uno spazio fra lui e Dio. Eliseo prega e dopo profetizza; così viene un figlio per loro, inaspettato, e in un certo senso quasi disperato. Marito e moglie si schiudono a Dio poi sperimentano l’intervento di Dio. Dunque loro per primi sono aperti e sono in qualche modo fecondi.

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Questa è la bellezza di quando anche noi apriamo uno spazio per Dio e per chi ci manda. Questo accade anche oggi, per tutti noi, se sappiamo aprire il cuore e la nostra intimità al progetto di Dio, davvero ci riempirà di doni inattesi, di un centuplo inaspettato, di amicizie e gioie che mai ci saremmo aspettati. Dunque, dall’accoglienza del progetto di Dio su di noi, viene un essere fecondi. Scrive San Paolo:

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«Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» [Rm 6, 4].

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La fecondatività è espressa da Paolo proprio nella vita nuova che viviamo, a cominciare dal Battesimo. Infatti dal Battesimo in poi, il Signore ha preso dimora, ha riempito lo spazio della nostra anima, permettendoci di camminare in un cammino di vita nuova, fino alla gloria, dunque fino a quando saremo insieme a Lui in Paradiso.  Il Battesimo è vita nuova feconda, perché permette a tutti noi di essere liberati dal peccato originale e riempiti dal carattere battesimale, dalla grazia e dai doni dello Spirito Santo. Così diviene feconda anche la nostra vita spirituale, perché in forza del battesimo viviamo la liturgia e una preghiera personale con cui chiediamo intercessione per gli altri battezzati. Quindi dall’accoglienza viene la fecondatività, e dalla fecondatività viene il dono di sé. Nel vangelo leggiamo:

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«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto» [Mt 10, 40-41].

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Gesù parla dell’accoglienza di un profeta e di un giusto. Chi li sa accogliere vuol dire che è lui il primo profeta e giusto. Lo dice perché Gesù è l’accogliente per eccellenza e vuole a sua volta essere accolto nelle nostre vite. Questo fa sì che noi riceviamo Gesù che è il dono per eccellenza. Dunque siamo in grado di donarci e di amare, come Lui ha fatto, portando le nostre croci, nei momenti più difficili e complessi della nostra vita.

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La ricompensa del giusto è allora l’imitazione di Gesù in un amore più grande, fino alla morte, un’imitazione che dopo la morte lo porterà a risorgere con Cristo stesso.

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Scriveva Voltaire «L’originalità non è altro che imitazione giudiziosa».

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Signore donaci il coraggio di imitarti nelle scelte decisive, la forza di aprire uno spazio in fondo al cuore, la tenerezza di donarci come te nella Trinità per amare fino alla fine.

Così sia.

Roma, 28 giugno 2020

Solennità dei Santi Pietro e Paolo

Anno I del mio sacro ministero sacerdotale

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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Solo se ci lasciamo amare da Dio, senza facili ottimismi e pericolosi determinismi, «andrà tutto bene»

— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

SOLO SE CI LASCIAMO AMARE DA DIO, SENZA FACILI OTTIMISMI E PERICOLOSI DETERMINISMI, «ANDRÀ TUTTO BENE»

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Andrà tutto bene, ma per chi? Dopo ogni epidemia, guerra o terremoto è andato sempre tutto bene? Ne siamo certi? Solo dopo svariati anni e a prezzo di perdite e sacrifici, non privi di quelle situazioni di corruzione che contraddistinguono le situazioni di destabilizzazione sociale, è andato tutto bene.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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la foto è una bufala [vedere QUI] ma l’immagine in sé potrebbe rendere tragicamente l’idea …

Il mio ruolo di sacerdote mi impone – con grande sacrificio – di discernere continuamente la realtà, partendo dalla Parola di Cristo e tralasciando la parola del mondo. Questo significa imparare a rimanere dentro una storia di salvezza che ha Cristo come origine e compimento, anziché perdersi dietro a miraggi di salvezza auto-prodotti che rivelano puntualmente tutti i limiti e le inefficienze del caso. E quando parlo di salvezza, mi riferisco a quella per antonomasia: la salvezza integrale che si è fatta rivelazione e che abbraccia il corpo e lo spirito dell’uomo.  

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Voglio partire analizzando un’espressione che nelle scorse settimane di quarantena è divenuta il leitmotiv della resistenza al coronavirus in Italia. A ben vedere la trovo al limite tra la bassa psicologia dell’ottimismo e il melenso senso civico. Inutile dire che in essa era racchiuso poco di cristiano. E l’espressione a cui mi riferisco ― e che trovo fuori luogo ― è la seguente: «andrà tutto bene». Ce ne sarebbe anche un’altra che dice «è mia responsabilità», ma già la prima dà sufficiente materiale per una riflessione critica.

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«Andrà tutto bene» è un’espressione umana suggerita dall’emergenza che abbiamo vissuto e che pare non sia terminata ― formulata anche con propositi buoni ― ma che ancora una volta risente di quella pretesa di auto-salvazione che esclude la grazia ed esalta l’innato desiderio prometeico dell’uomo. Espressione che ricorda molto da vicino quell’ottimismo cinematografico statunitense, quel pensiero positivo ma distraente dalla fede, un modo di essere e di apparire che brilla per lo spirito di iniziativa ma nulla più. Scusate, ma io non mi ci ritrovo, non ci credo tanto in questo: «Andrà tutto bene».

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Facendo una rapida ricerca di notizie sul web [1] sembra che in Lombardia, tra il 5 e il 6 marzo scorso, siano iniziate a circolare scritte su post-it con questo slogan e più tardi tale fenomeno si è andato estendendo al resto d’Italia. A questa frase si è pensato bene di aggiungere l’onnipresente arcobaleno sostenuto da due nuvolette, simbolo che oggi è stato arruolato dal pensiero unico, svuotato di qualunque connotazione biblica e di alleanza noachica [cf. Gen 9, 8- 12], per rieditarlo come simbolo di lobby e di lotta ai diritti. E a vedere come è stato confezionato l’arcobaleno antivirus, ci si aspetterebbe la comparsa di Lepricani e pentole di monete d’oro, e invece…

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Una modalità che forse riuscirà a distrarre i bambini ma che difficilmente riuscirà a convincere gli adulti. Anzi ― a tutt’oggi ― l’attuale crisi sanitaria, inizia a diffondere un certo sconforto generalizzato che non tarderà a tramutarsi in depressione traumatica. Invece, per quanto riguarda la genesi dell’annesso slogan antivirale, si possono scegliere diverse interpretazioni. C’è chi opta per l’origine laica, sostenendo che si tratti dell’intuizione letteraria di un’anonima poetessa lombarda [2]. Altri ancora [3], con la tendenza a battezzare ogni cosa, sostengono che si tratti invece di una frase detta da Gesù a Giuliana di Norwich, mistica inglese vissuta tra il XIV e il XV secolo.

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«Andrà tutto bene», cosa significa in realtà e qual è il soggetto di questa espressione? Fatemi capire, andrà tutto bene dopo che il virus si sarà fermato, dopo che ci saranno stati migliaia e migliaia di morti, dopo che in molti avranno perso il lavoro, dopo che l’economia nazionale sarà in ginocchio, dopo che la sanità sarà ridotta ai minimi storici, dopo che le famiglie non riusciranno più a pagare le bollette e a mettere insieme il pranzo con la cena? Andrà tutto bene, ma per chi? Dopo ogni epidemia, guerra o terremoto è andato sempre tutto bene? Ne siamo certi? Solo dopo svariati anni e a prezzo di perdite e sacrifici, non privi di quelle situazioni di corruzione che contraddistinguono le situazioni di destabilizzazione sociale, è andato tutto bene.

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A questo punto una domanda: è questo l’ottimismo che dovrebbe farsi carico di sostenere le persone, anche quelle credenti? Da sacerdote non posso assecondare un pensiero del genere, dispiacendomi per tutti coloro che deluderò e che vorrebbero vedere nel prete il dispensatore di una certa anestetizzazione di massa che tiene buono il gregge in attesa dell’inevitabile tosatura.

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Non voglio seguire l’ermeneutica dell’ottimismo ma della sicura speranza, risoluto nell’insegnamento paolino che dice: «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati» [cf. Rm 8,35]

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Così come hanno fatto tutti i Padri de L’Isola di Patmos con i loro ultimi scritti su questo tema, penso anch’io che sia decisamente più credibile e cristianamente più sensato il modo di vedere di San Paolo quando afferma sempre nella Lettera ai Romani, alcuni versetti prima dei precedenti che ho citato, «Tutto concorre al bene, per coloro che amano Dio» [cf. Rm 8,28].

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In questa frase capiamo immediatamente di che cosa stiamo parlando. Il bene cristiano è il risultato di un rapporto d’amore, cioè di un raffinato lavoro dello Spirito, che svela la weltanschauung in cui Dio si manifesta attraverso l’opera del Figlio [cf. Gv 5,17]. È in questo patto d’amore indissolubile e insostituibile che ogni cosa diventa veicolo che concorre al bene; tutto serve, tutto è interconnesso, non esiste realtà in cui Dio non faccia sentire la sua voce.

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Quanti santi, fedeli cristiani e uomini comuni hanno scoperto Dio a partire da situazioni di sofferenza, in quelle realtà apparentemente distanti da Lui. È il caso del giovane Christoph Probst, fiero oppositore del regime nazista e di Hitler, che durante la sua prigionia, prima di essere condannato a morte e ghigliottinato, riceverà il santo Battesimo, la Comunione e l’Unzione degli infermi. Farà in tempo però a scrivere una lettera alla madre, con queste parole: «Ti ringrazio di avermi dato la vita. A pensarci bene, non è stata che un cammino verso Dio» [4].

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Ecco la felix culpa del preconio pasquale, un lento e inarrestabile cammino verso Dio, in cui la colpa antica – origine di ogni male – diventa il felice paradosso della Provvidenza, attraverso cui Dio salva coloro che lo amano, sperano e si affidano a Lui.

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Da questa pandemia possiamo uscirne solo amando Dio e lasciandoci amare da lui, è il Signore che in queste circostanze ci sta parlando, anzi sta urlando al nostro cuore attraverso il suo Spirito, così come fece con il beato apostolo Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami? […] mi vuoi bene?» [cf. Gv 21,15-17]. E Pietro dovette rispondere proprio dopo il rinnegamento, dopo quella colpa consumata nella paura, dopo quella malattia spirituale che aveva reso vani i suoi giuramenti [cf. Mc 14,29-31]. Quel rinnegamento, fatto nel cortile del sommo sacerdote [cf. Mc 14,66-72], è stato per lui una felice colpa che gli ha permesso di riscattarsi amando maggiormente il Signore e lasciandosi amare da Lui pur nella consapevolezza della propria debolezza.

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«Tutto concorre al bene, per coloro che amano Dio», scriviamolo in ogni cuore, non come pericoloso determinismo per cui qualunque cosa si volgerà comunque al bene ma nella corrispondenza di quell’amore crocifisso che ha vinto il mondo e ancora oggi lo vince.

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Senza l’amore di Dio, nulla, a ben rifletterci, potrà mai andare bene.

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Laconi, 18 giugno 2020

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[1] https://www.corriere.it/tecnologia/20_marzo_05/coronavirus-spuntano-lombardia-decine-biglietti-solidali-anonimi-tutto-andra-bene-a29b7edc-5ed0-11ea-bf24-0daffe9dc780.shtml?refresh_ce-cp

[2] https://www.animafaarte.it/andra-tutto-bene-significato-archetipico/

[3] https://it.aleteia.org/2020/03/24/non-andra-tutto-bene-ma-dio-e-sempre-con-noi/

[4] http://liceogbruno.edu.it/docum/giornata_memoria/giornata_2016/La%20Rosa%20Bianca-Documenti.pdf

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Cristo Pio Pellicano è il cuore della solennità del Corpus Domini

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

CRISTO PIO PELLICANO È IL CUORE DELLA SOLENNITÀ DEL CORPUS DOMINI   

L’inno Adoro te devote esprime nei suoi versi la tenerezza di Gesù, perché ci descrive il Signore come un pellicano che si strappa il cuore per cibare i suoi piccoli.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

Pie pellicáne, Jesu Dómine, Me immúndum munda tuo sánguine, Cujus una stilla salvum fácere, Totum mundum quit ab ómni scélere (O pio pellicano Signore Gesù, purifica me, peccatore, col tuo sangue, che, con una sola goccia, può rendere salvo tutto il mondo da ogni peccato).

oggi celebriamo un’altra meravigliosa festa del Signore, il Corpus Domini. Mistero grande, donatoci dal Signore nell’Ultima Cena, ultimo atto di tenerezza per l’uomo.

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Il bellissimo testo di san Tommaso D’Aquino Adoro te devote esprime nei suoi versi la tenerezza di Gesù, perché ci descrive il Signore come un pellicano:

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«Oh pio Pellicano, Signore Gesù, / Purifica me, immondo, col Tuo sangue / Del quale una sola goccia può salvare / Il mondo intero da ogni peccato».

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Gesù è il pellicano che dona il suo sangue per noi suoi piccoli, per tenerci in vita. Sicché, le letture di oggi [vedere Liturgia della Parola, QUI] ci introducono a questo mistero di presenza, comunione e dimora con Gesù. Innanzitutto, in Deuteronomio, troviamo già delle tracce della presenza viva e forte del Signore:

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«Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

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L’invito di Mosè al popolo ebraico è di non dimenticare e, dunque, di ricordare che il Signore ha nutrito con la manna il suo popolo, mentre era in situazioni di grande pericolo. Era sempre con loro, mentre li conduceva fuori dalla schiavitù egizia. La manna è una prefigurazione del cibo eucaristico, con cui ancora oggi il Signore ci è vicino e ci dona nutrimento nelle difficoltà della vita. Questo invito è allora per noi: non dimentichiamoci di Gesù Eucaristico, quando tutto sembra buio, quando sembra non ci sia via di uscita.  Il Signore stesso aiuta, mediante l’Eucarestia, a riconoscere le nostre schiavitù morali ed esistenziali e a uscirne. Mentre San Paolo espone in modo forte e chiaro questo mistero di presenza e comunione:

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«Vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane».

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Questo è un insegnamento grandissimo. Ogni volta che facciamo la comunione, entriamo in comunione con Gesù; e questo, ci rende comunione fra noi. Diventiamo uno solo, senza perdere la nostra distinzione personale. Il grande insegnamento di questa festa è di provare a vivere ogni messa, ogni partecipazione alla comunione come fonte di unità, ecclesiale ma anche interpersonale: l’Eucarestia ci aiuti a superare le divisioni e le spaccature che possono nascere.  Infatti da questa comunione c’è l’esperienza di Dio che dimora in noi. È questo allora il centro dell’insegnamento di Gesù:

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«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui».

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Nell’originale greco, quel “rimane” si può tradurre anche con dimorare, prendendo proprio una sfumatura di luogo. Adesso che faremo la comunione, Dio prenderà dimora in noi. Questo dimorare ha un significato importantissimo: infatti è accogliere un altro punto di vista, quello di Dio che entra nelle pieghe più intima dell’anima, del cuore e dunque della vita. Il rimanere di Gesù in noi permette allora di aprirci ad una visione contemplativa, profonda, con lo sguardo di Dio su tutte le persone che incontriamo, su tutti gli eventi che ci accadono.

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Scriveva il poeta William Blake: «Le rovine del tempo costruiscono dimore nell’eternità».

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Chiediamo al Signore di sentire il bellissimo tocco di Gesù nei nostri cuori tramite le specie eucaristiche, affinché al di là del tempo che scorre fra minuti e secondi e della storia che si dipana fra anni e secoli, possiamo continuare a camminare fino al raggiungimento della vita Eterna e a costruire la dimora eterna per gustare il banchetto finale del Paradiso.

Così sia

Roma, 14 giugno 2020

Solennità del Corpus Domini

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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La Sapienza: antidoto al cancro della emotività di preti e laici

— I video delle lectiones magistrales —

LA SAPIENZA: ANTIDOTO AL CANCRO DELLA EMOTIVITÀ DI PRETI E LAICI 

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Il sentimentalismo emotivo è la negazione della sapienza, perché il sentimentale emotivo è chiuso alla trascendenza nella misura in cui è ripiegato nella dimensione ottusa del … “ma io sento …”. E ripiegando l’uomo nel culto del proprio “io”, in nome di una non meglio precisata apertura, non si creano affatto società aperte, ma società chiuse che finiscono poi col divenire società schizofreniche, all’interno delle quali la emotività diviene elemento di violenza e di ingiustizia.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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La Sapienza di Re Salomone

In questa lectio spiego che per penetrare gli arcani misteri di Dio e della Rivelazione, si procede attraverso la ragione che ci guida sino alla porta dei grandi misteri di Dio. A quel punto, dalla ragione si procede attraverso la fede. Per questo, alla ragione e alla fede, si è soliti accompagnare la parola sapienza: sapientia fidei, sapientia mentis, sapientia cordis, tutti elementi che danno vita alla giustizia, perché Dio è giusto in quanto misericordioso e misericordioso in quanto giusto. Una misericordia senza giustizia, non è neppure pensabile, salvo trasformare Dio in altro, in qualche cosa di diverso da ciò che egli è e che si è rivelato all’uomo, ad esempio mutandolo in una melassa misericordista […]

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Dall’Isola di Patmos, 1° giugno 2020

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Il Mistero della Pentecoste: «La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori»

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

IL MISTERO DELLA PENTECOSTE: «LA BELLEZZA NON È CHE IL DISVELAMENTO DI UNA TENEBRA CADUTA E DELLA LUCE CHE NE È VENUTA FUORI»

«Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano» [At 2,1].

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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AUDIO LETTURA DELL’ARTICOLO

I Padri de L’Isola di Patmos hanno inserita in tutti gli articoli la audio-lettura a uso dei Lettori colpiti da quelle disabilità che impediscono la lettura, fornendo al tempo stesso un servizio utile anche a coloro che trovandosi in viaggio e non potendo leggere possono usufruire agevolmente della audio-lettura

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Cari fratelli e sorelle,

vetrata istoriata del XVIII secolo: Lo Spirito Santo

chiudiamo il lungo periodo di Pasqua e il mese mariano con la festività di Pentecoste. È la discesa dello Spirito Santo, come sappiamo, sugli Apostoli e Discepoli, quindi su tutti noi come Chiesa. Di questo bellissimo legame fra lo Spirito e la Chiesa, madre di tutti i santi, scriveva Alessandro Manzoni nel suo inno La Pentecoste:

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«Madre de’ Santi, immagine della città superna/ del sangue incorruttibile conservatrice eterna/ Tu che, da tanti secoli/ Soffri, combatti e preghi/ che le tue tende spieghi/ dall’uno all’altro mar»

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Questi versi eterni del Manzoni ci introducono ad una meditazione sulle letture di oggi, della Pentecoste quale Mistero vivificante di preghiera, comunione e missione. A partire dalla prima lettura dove leggiamo:

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«Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano» [At 2,1].

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Questo essere chiusi dentro ricorda la nostra esperienza di quarantena vissuta proprio nel periodo marzo-aprile scorso. Se immaginiamo la scena, vediamo che gli apostoli stanno pregando ― durante la pentecoste ebraica ― chiusi dentro e lo Spirito irrompe in forma di lingue di fuoco. Entra nei cuori degli apostoli che iniziano a parlare tutte le lingue allora conosciute. Lo Spirito Santo/Amore entra nei loro cuori mediante la preghiera e questo gli permette di parlare il linguaggio universale, mondiale proprio dell’amore che non conosce distinzioni etniche e culturali. Ecco allora anche per noi l’importanza della preghiera come apertura ad uno sguardo diverso in grado di rileggere gli eventi quotidiani che ci accadono in un’ottica alta e contemplativa.

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Dalla preghiera di Pentecoste, viene allora la comunione con Dio e con il prossimo.  San Paolo scrive infatti:

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«Nessuno può dire «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo. Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore» [1 Cor 12, 3-4].

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Lo Spirito Santo viene a Pentecoste e ci dona la comunione, come unità nella distinzione. Tutti abbiamo infatti una chiamata alla santità, in cui lo Spirito aiuta a renderci santi. Questo essere uniti, non toglie la distinzione nella propria identità, alla propria vocazione e doni carismatici; anzi indica anche che il Signore ci ha creati unici e irripetibili, con i nostri talenti, virtuosismi e specialità e che se le poniamo al servizio del prossimo, divengono momento di crescita umana e spirituale. Al tempo stesso, nell’essere in comunione l’uno con l’altro riconosciamo che Gesù è Dio nella professione della fede nell’esercizio delle opere di misericordia, dove vediamo Gesù nel povero bisognoso. Da questo allora indica che la Pentecoste è preghiera e comunione in vista di una missione. Gesù dice:

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«”Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”» [Gv 20,21].

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Quel soffiò nell’originale greco sarebbe “generò lo Spirito in loro”. Dunque come l’Eterno Padre manda il Figlio e oggi lo Spirito Santo, manda anche noi innestati in loro a proseguire questa missione di propagazione della Verità e del Perdono dei peccati. Da un lato, questo perdono dei peccati richiama il Sacramento della Penitenza, affidato ai vescovi e sacerdoti. Dall’altro, è importante notare che Dio manda tutto il popolo di Dio ad annunciare che il perdono dei peccati è la rigenerazione da una tenebra profonda, una uscita da uno stato di isolamento e lontananza da Dio.

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Scriveva la poetessa Alda Merini: «La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori».

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Chiediamo al Signore di essere inviati a Pentecoste a mostrare quanto grande è l’abbraccio del Dio Trinitario, di essere noi stessi quel dono di bellezza che propaghi la luce di Gesù Risorto.

Così Sia.

Roma, 31 maggio 2020

Solennità di Pentecoste

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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Vedere nel coronavirus un castigo divino? Riflessioni sulla fine dei tempi: paura o speranza? Quanto a quel giorno e a quell’ora …

— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

VEDERE NEL CORONAVIRUS UN CASTIGO DIVINO? RIFLESSIONI SULLA FINE DEI TEMPI: PAURA O SPERANZA? QUANTO A QUEL GIORNO E A QUELL’ORA …

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Non è opportuno e rispettoso verso Dio Padre vedere nelle sciagure temporali i castighi divini, consumando intimamente un velato senso di vendetta e di soddisfazione verso tutti coloro che non si sono ancora convertiti e che fanno opposizione a Dio. Quei giorni sono misteriosi e tali devono rimanere.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Masaccio, Cappella Brancacci (Firenze), Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre

In un passo del Vangelo di San Matteo leggiamo una frase in apparenza enigmatica pronunciata da Cristo Signore: Quanto a quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre [cf. Mt 24, 36].

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Nel clima di paura e di incertezza come quello che abbiamo vissuto durante la quarantena a causa del Covid-19, qualcuno particolarmente sensibile ha cominciato ad accarezzare l’idea che questo contagio virale sia stato in realtà un segno dei tempi. Questa idea prende forma sui profili social di numerose persone, alcune delle quali credenti, ed è per questo che è necessario fare un poco di chiarezza. Invece di intrattenerci con i vari messaggi di veggenti, mistici e profeti di turno è giusto dare la priorità al messaggio del Vangelo come rivelazione autentica e definitiva.

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L’espressione «segno dei tempi» non dovrebbe suscitare alcuna paura e angoscia nell’animo del credente, né tanto meno essere utilizzata come un sinonimo di fine del mondo, proprio perché è riconducibile all’insegnamento di Gesù e alla sua opera evangelizzatrice. Nel Vangelo di Matteo al cap. 16 versetto 3 troviamo queste parole: «Non sapete distinguere — chiede Gesù ai farisei e ai sadducei — i segni dei tempi?». 

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Davanti ai suoi ascoltatori che pretendevano un segno che avvalorasse la sua autorità e identità divina ― cosa del resto che aveva già preteso il demonio nel deserto ― Il Signore rivolge un interrogativo che orienta la loro attenzione all’opera di salvezza del Padre attraverso la mediazione del Figlio.

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Il messaggio è chiaro. Non serve produrre segni esteriori per sapere che Dio abita il tempo, Gesù è il segno definitivo del Padre con cui è possibile leggere i tempi. È curioso ― ma se andiamo ad analizzare bene l’episodio evangelico ― ci rendiamo conto come i farisei e i sadducei sono più preoccupati di tirare Gesù per la giacchetta e di associarlo al club degli affidabili, invece di prendere atto che il Regno di Dio ha già iniziato a rivelarsi in mezzo a loro nella potenza e nella libertà dello Spirito Santo.

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L’ora messianica è giunta ma i maestri di Israele sono incapaci di riconoscerla e ― cosa ancor più imbarazzante ― l’ora della salvezza è giunta proprio in tempi dove la libertà di un popolo è messa in discussione dall’occupante Impero Romano. Un’autentica bestemmia per ogni pio israelita!

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Oggi non abbiamo perso la libertà a causa di un popolo invasore, ci siamo ritrovati a perderla per un virus. Parlare di segni dei tempi significa fare riferimento all’opera di Gesù in mezzo al suo popolo, significa dire che Gesù mi sta salvando adesso, in questo tempo di epidemia, mentre eravamo a casa tristi e sconsolati, mentre ci preoccupavamo per il futuro dei nostri cari.

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Dio, in questi tempi di Coronavirus, ci parla attraverso il segno eloquente di suo Figlio risorto, non attraverso altri linguaggi o tramite castighi vendicativi. Dico questo proprio per rassicurare tutti coloro che mi stanno ascoltando e che rischiano di scambiare questa epidemia come una punizione divina.

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Prendo in prestito le parole di Papa Giovanni XXIII per suscitare la speranza all’interno della nostra vita cristiana durante questi giorni di esilio forzato dal mondo:

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«A noi piace collocare una fermissima fiducia del divino Salvatore […] che ci esorta a riconoscere i segni dei tempi», così che «vediamo fra tenebre oscure numerosi indizi, i quali sembrano annunciare tempi migliori per la Chiesa e per il genere umano» [cf. A.A.S. 1962, p. 6].  

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Gesù non spinge gli uomini a nutrire curiosità morbose sulla data del suo ritorno in terra o sulla scadenza del tempo a nostra disposizione. Non è opportuno e rispettoso verso Dio Padre vedere nelle sciagure temporali i castighi divini, consumando intimamente un velato senso di vendetta e di soddisfazione verso tutti coloro che non si sono ancora convertiti e che fanno opposizione a Dio. Quei giorni sono misteriosi e tali devono rimanere. «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta…» [cf. At 1,7]. Commentano questo passo degli Atti degli Apostoli San Girolamo spiega: «Con ciò mostra che egli [Gesù] lo sa, ma non conviene che lo sappiano gli Apostoli, così che, sempre incerti sulla venuta del giudice, vivano ogni giorno come se in quel giorno dovessero essere giudicati».

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Scorgiamo il segno che è Cristo, in questo tempo in cui sembra che un virus abbia la meglio sulla nostra vita, sulla nostra fede, sulle nostre tradizioni religiose, scorgiamo Cristo, oggi che sembrano passati i giorni della prima grande emergenza, da noi tutti vissuti tristemente nella paura e nello smarrimento; gettiamo via l’acqua vecchia, ma cercando però l’acqua nuova, cioè l’acqua viva del Vangelo, dell’incontro con Cristo che ci assicura: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» [cf Mt 24, 35].

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Quanto a quel giorno e a quell’ora … non lasciamoci turbare, scorgiamo Gesù, solo nell’incontro giudicante con il suo amore tutto potrà acquistare un senso, tutto potrà finalmente andare bene.

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Laconi, 27 maggio 2020

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