Siamo tutti nel pennello di Caravaggio che ha dipinto il dito di Tommaso nel costato del Cristo Risorto

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

SIAMO TUTTI NEL PENNELLO DI CARAVAGGIO CHE HA DIPINTO IL DITO DI TOMMASO NEL COSTATO DEL CRISTO RISORTO 

Forse si può leggere nell’atteggiamento di Tommaso un po’ di orgoglio e diffidenza nei confronti della comunità apostolica. Gesù allora irrompe nelle porte chiuse del suo cuore e della sua mente. Porta una prova inconfutabile: quelle ferite sono vere e dense d’amore.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

Caravaggio, particolare: San Tommaso incredulo

oggi celebriamo la domenica della misericordia, dell’amore di Dio per l’uomo. Si può parlare di amore e misericordia in questi tempi del coronavirus? A tal mi risponde così una cara amica infermiera nella zona rossa dalla Lombardia:

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«Misericordia è uscire alla propria zona di comfort […] e dire di sì a Dio e al prossimo. Con gesti semplici come mettere la crema a una persona, stringere una mano o comunicare con uno sguardo tutta la tenerezza che sentivo dentro di me, provenire non soltanto da Dio ma anche da tutti quanti quei fratelli che mi sono vicini con la preghiera, col pensiero, coi messaggi e ogni forma di bene che ho cercato di rimodellare perché mi potesse essere utile come amore da dare».

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Oggi possiamo meditare insieme allora sulla misericordia e sull’esperienza di Tommaso apostolo, nella tenerezza, nella verità e nella gioia. Leggiamo a tal proposito negli Atti degli Apostoli:

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«Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo» [At 2, 42-47].

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La parola che esprime quell’insieme è ομοθυμαδόν (omotumadòn), termine che indica una comunione profonda nelle prime comunità cristiane. Tutto infatti, ci scrive l’Evangelista Luca, è ammantato di una comunione nella fede, nella carità e nei beni materiali. Dunque la comunione testimonia il vero volto di Dio ha come effetto la letizia e semplicità di cuore La comunione vera nella carità e nella fede mostra l’amore di Dio e le persone si convertono e decidono di diventare cristiani.

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Questo è lo sforzo che anche oggi il cristiano è chiamato a fare: essere una persona credente che vive in relazione comunionale, perché non esiste una misericordia in solitudine autarchica. L’egoismo è contrario alla misericordia ed è radice di divisione; la misericordia è apertura a Dio e all’altro, in un atto di donazione di sé fino all’eccesso.

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In questo senso, l’esempio di Tommaso apostolo ci mostra il modo in cui ci si apre a Dio e alla comunità. Il suo esempio ci è forse familiare.

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Il Vangelo di oggi è diviso in due scene: la prima descrive gli apostoli chiusi dentro per paura dei Giudei, l’arrivo di Gesù [Gv 19, 23], in cui c’è l’invio degli apostoli, il fondamento della confessione dei peccati per mezzo dello Spirito. Nella seconda scena [Gv 24, 31], gli Apostoli sono di nuovo chiusi dentro, e stavolta c’è anche Tommaso, il quale non aveva creduto alla comunità:

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«Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Tommaso è la persona in ricerca di Dio: vuole credere solo dopo che ha visto e saputo (come infatti troviamo l’originale greco ίδιο (idiò) derivante da Οἶδα (oida) che indica “ho visto” quindi “so”, espressione che troviamo nell’opera Antigone di Sofocle.

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Forse, si può leggere nell’atteggiamento di Tommaso un po’ di orgoglio e diffidenza nei confronti della comunità apostolica. Gesù allora irrompe nelle porte chiuse del suo cuore e della sua mente. Porta una prova inconfutabile: quelle ferite sono vere e dense d’amore. Con Santa Caterina possiamo provare a leggere i pensieri di Tommaso «e lì, nella ferita del costato, scoprirai il segreto del suo cuore: egli ti ha amato e ti ama in modo inestimabile». Finalmente l’apostolo può prorompere «Signore mio Dio!». Verità e Misericordia si incontrano. Finalmente anche l’apostolo può lanciarsi in una missione di donazione di sé, mediante la predicazione del mistero di Dio.

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In Gesù Cristo tutti noi come Tommaso, scopriamo la verità di una tenerezza di chi non smette mai di amarci di fronte alle nostre fragilità. Questo ci dona la gioia della vita nuova, della domenica senza tramonto, che tutti iniziamo a vivere ora e vivremo in Paradiso con Lui.

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Scriveva Rabindranath Tagore: «Sognai, e vidi che la vita è gioia; mi destai, e vidi che la vita è servizio. Servii, e vidi che nel servire c’è gioia».

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Chiediamo a Dio di aprire il cuore alla misericordia perché il nostro servizio alla verità conduca tutti alla gioia dell’incontro.

Così Sia

Roma, 19 aprile 2020

 

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Padre Gabriele

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Con la Regina del Cielo che gioisce per la risurrezione di Cristo, ci rallegriamo per la falsa Madonna di Medjugorie fuggita dinanzi alla pandemia da coronavirus

— attualità ecclesiale —

CON LA REGINA DEL CIELO CHE GIOISCE PER LA RISURREZIONE DI CRISTO, CI RALLEGRIAMO PER LA FALSA MADONNA DI MEDJUGORIE FUGGITA DINANZI ALLA PANDEMIA DA CORONAVIRUS

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Occorreva la pandemia da coronavirus per mettere allo scoperto questi pseudo veggenti che da oltre trent’anni abusano della credulità popolare con messaggi banali e ripetitivi dati da questa sedicente Madonna postina, mentre loro mietevano affari e si arricchivano, mentre conducevano vite tutt’altro che cristiane. O per dirla con un solo esempio: basti pensare al marito di una delle veggenti che ha messo al mondo una figlia con la propria amante, dopo avere costruito un paio di alberghi assieme alla moglie in perenne contatto con questa Madonna postina. E non risulta che la Madonna postina le abbia mai detto: “Figlia cara, cerca di recuperare tuo marito fedifrago, prima che combini qualche brutto guaio, perché sarebbe lesivo alla credibilità di tutto il mercato che avete messo in piedi!”.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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dibattiti sul fenomeno di Medjugorie a Dritto e Rovescio

Durante il Triduo Pasquale non sono andato in giro per studi televisivi, come sui social alcuni hanno scritto. Collegato da casa mia ho partecipato al programma Dritto e Rovescio andato poi in onda Giovedì Santo [puntata del 9 aprile QUI a partire al minuto 02:30:00]. Così, alle porte della Pasqua, siamo tornati a discutere sulle Sante Messe celebrate senza la presenza dei fedeli in questo periodo di pandemia, con noi sacerdoti impegnati a offrire suffragi per le anime dei defunti e supplicando la misericordia di Dio per i vivi e soprattutto per gli ammalati [vedere anche la puntata del 26 marzo, QUI dal minuto 02:05:15].

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Durante quel dibattito televisivo mi sono accapigliato col giornalista Paolo Brosio, col quale già in passato avevo discusso in un’altra puntata animandomi sul discorso della Madonna di Medjugorie [puntata del 5 marzo QUI dal minuto 02:09:45]. Adesso, sia per quanto riguarda la sospensione delle sacre liturgie pubbliche sia per quanto riguarda la falsa Madonna dei sedicenti veggenti di Medjugorie, desidero chiarire ciò che non si può chiarire in una trasmissione televisiva. Infatti, se nell’ambito di questo programma o di qualsiasi altro, avviassi un discorso filosofico, metafisico e teologico, il conduttore mi dovrebbe interrompere. Sia chiaro che io stesso, se conducessi una trasmissione come quella dell’amico Paolo Del Debbio, non esiterei a interrompere un ospite, se prendesse la tangente verso certi discorsi molto specialistici. Già in passato ho spiegato in un mio articolo quelle che sono le regole di una grande azienda televisiva che vive e si regge sulla pubblicità e sugli ascolti [vedere QUI]. Sicché, chi partecipa a certi programmi, deve far passare entro brevi spazi, con linguaggio semplice e immediato, alcuni messaggi, ma non più di questo è possibile.

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Dissertando all’areopago con gli ateniesi, quale stile e linguaggio usò il Beato Apostolo Paolo? Un linguaggio a loro comprensibile, come prova il suo discorso [cf. At 17, 22-34]. Sicuramente, da grande comunicatore qual era, possiamo dedurre che a un adeguato stile oratorio unì una gestualità idonea a quel luogo e a quel pubblico, tanto i greci erano influenzati dalla cultura del loro teatro, al linguaggio del corpo, al tono della voce e via dicendo.

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In questi giorni di laicale catto-schizofrenia, l’argomento “inoppugnabile” di giustificazione di coloro che sono contrari alla sospensione delle sacre celebrazioni pubbliche è che «… si può andare a fare spesa nei supermercati ma non si può andare alla Messa di domenica». In questo modo si cerca di dire che per un cristiano i beni spirituali dovrebbero essere superiori a quelli materiali e che per l’uomo dovrebbe essere più importante salvare la propria anima immortale, anziché salvare il proprio corpo corruttibile in questo mondo. Soprassediamo sul fatto che l’anima immortale è racchiusa nel corpo mortale e che la Chiesa, dopo la cessazione delle persecuzioni contro i cristiani dei primi secoli, ha fondato ospedali e ricoveri per ammalati, anziani e bisognosi, cosa questa già spiegata in precedenza in altri miei articoli [vedere, QUI, QUI], ma come risaputo non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire  …

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… secondo questa errata definizione data da Paolo Brosio, che in ciò si è fatto portavoce di un diffuso sentire, la Chiesa si sarebbe piegata al materialismo e ai principi dell’utilitarismo, quindi alle logiche di questo mondo. Inutile dire che per me sacerdote è inaccettabile che un laico cattolico, nel contesto di una pubblica trasmissione che giunge a milioni di ascoltatori, contesti un intero collegio episcopale in base al “io sento … io penso … io ho vissuto …”. Se quindi sono presente ho il dove di difendere i vescovi e i provvedimenti da loro presi, perché sono loro i successori dei Beati Apostoli e i Pastori della Chiesa, non il “io sento … io penso … io ho vissuto …” dell’emotivo Paolo Brosio. Beninteso: sarebbe assurdo negare ― e specie da parte di un soggetto come me ― che una triste e ampia fetta di clero è caduto da alcuni decenni in una crisi dottrinale che ha generata una spaventosa crisi morale. Né mai potrei negare che una simile patologia è frutto delle peggiori eresie moderniste penetrate ormai da decenni dentro la Chiesa sino ai suoi più alti vertici. Posso pertanto denunciare le mediocrità e le inadeguatezze pastorali dei nostri desolanti pastori — cosa che ho fatto spesso e in modo severo con libri e articoli [vedere QUI] —, ma mai metterei in dubbio per un solo istante la loro autorità apostolica e l’obbedienza a essi in ogni caso dovuta, persino ai vescovi gravati dalle peggiori limitatezze pastorali, dottrinali e morali.

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Il ragionamento di Paolo Brosio è quindi falso perché contraddice anzitutto i basilari princìpi logici e metafisici del depositum fidei. Spieghiamo e chiariamo il tutto: è vero che i beni spirituali sono superiori a quelli materiali, ma lo sono proprio in quanto di ordine superiore, cosa che ci insegnano i Santi padri e dottori della Chiesa, da Sant’Agostino a San Tommaso d’Aquino. Pertanto questi due beni, materiali e spirituali, non possono essere messi sullo stesso piano, meno che mai posti a confronto, sino a giungere a una vera aberrazione che costituisce il peggiore sprezzo verso la logica e la metafisica, ossia porre in contrapposizione i supermercati e le chiese, o affermare che si può andare in tabaccheria a comprare sigarette ma non in chiesa a ricevere la Santa Comunione. A queste tesi aberranti e illogiche sul piano squisitamente metafisico, si aggiungono accuse al Governo Italiano e a quella che molti definiscono ormai come «la Conferenza Episcopale Italiana serva del potere politico».

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La tesi fideistico-spiritualista di Paolo Brosio, finisce col ricadere e affogare proprio in quel becero materialismo che egli vorrebbe condannare in nome di una fede che non è tale, ma che è solo un fideismo dal quale è generato un concetto magico-utilitarista dei Sacramenti di grazia. Non a caso, la grande porta di accesso al materialismo, spesso è quella falsa fede animata da devozionismo emotivo e irrazionale. Mentre invece la fede richiede la ragione e la ragione richiede la fede, come insegnava un caposcuola della scolastica, il Santo dottore della Chiesa Anselmo d’Aosta.

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Forse mi arrabbio con Paolo Brosio perché mi sta antipatico? Giammai! Per lui provo tenerezza e spero che nel suo errore sia animato da buone intenzioni, non perché anche lui, come i personaggi di cui parleremo appresso, tra conversioni e madonne parlanti si è creato il proprio mercato. Soprattutto mi piacerebbe poterlo aiutare sia come sacerdote sia come teologo. Se mi sono arrabbiato è perché egli danneggia le anime dei semplici, peraltro in un momento di grande confusione, usando la notorietà e la visibilità pubblica che ha. Per questo, gli ho urlato.

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Applicare quindi la logica «si può andare al supermercato e in tabaccheria ma non alla Messa», vuol dire applicare una logica inferiore a una realtà metafisica di ordine superiore che, in quanto tale, dispone di conseguenza di risorse di natura superiori, a partire dall’onnipotenza di Dio. Questo modo di ragionare è grossolanamente illogico al punto tale che farebbe impallidire tutti gli ostili alla religiosità, da Tito Lucrezio Caro a Karl Marx che commenterebbero: “Neppure noi eravamo mai giunti a tanto!”. 

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Questi concetti aberranti prendono vita quando emotivi-fideisti, o quando teologi fai-da-te parlano di Chiesa e Sacramenti senza essere animati dalla fede che trascende, bensì mossi dall’elemento soggettivo-emotivo, finendo così ripiegati in forme di feticismo. A quel punto i Sacramenti si mutano in qualche cosa di magico, di superstizioso, ma soprattutto di materialista e utilitarista, o peggio in un diritto dovuto. Cosa questa che credo di poter dire, se come forse mi illudo ho imparato davvero qualche cosa sulla dogmatica sacramentaria e sulla storia del dogma, ma soprattutto come persona che ha ricevuta per anni e anni una formazione da sapienti maestri, che sono indispensabili a un autentico cammino di fede, per poi procedere alle speculazioni teologiche, ma soprattutto per crescere nella esperienza di fede autentica.

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Dinanzi alla assurda “logica” basata sul cavallo di battaglia di certi emotivi irrazionali: «Ci lasciate andare a fare la spesa al supermercato … si può andare alle tabaccherie a comprare le sigarette … ma non andare alla Messa, che è cosa ben più importante!», San Tommaso d’Aquino, che pure era soprannominato il bue muto, avrebbe urlato molto più di me, all’incirca come quando cercò di appiccare fuoco alla sua monumentale opera urlando: «Tutto è paglia, tutto è paglia!», dopo avere avuta una visione e percepito in tal modo più da vicino il mistero di Dio.

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Nella sua disarmante ignoranza Paolo Brosio non sa neppure cosa sia la fides catholica né cosa sia un cammino di autentica conversione, al punto da mettersi in “contrapposizione” con un intero Collegio Episcopale che ha deciso di sospendere le pubbliche celebrazioni liturgiche in questo periodo di pandemia, esordendo nella trasmissione del 9 aprile: «… io non sono assolutamente d’accordo!». Ebbene bisogna ricordare a Paolo Brosio che vescovi e sacerdoti, per quanto indegni peccatori, hanno ricevuto per mistero di grazia un mandato che procede per ordine soprannaturale e che valica le squallide e immorali miserie delle nostre persone umane, sino a renderci spesso fonte anche dei peggiori scandali. A noi è stato dato da Cristo mandato di guidare il Popolo di Dio, non al Popolo di Dio mandato di guidare i suoi Pastori. Non a caso, nella precedente puntata, per due volte gli ricordai: «… io sono un ministro in sacris e dalla Chiesa ho ricevuto il preciso mandato a insegnare, santificare e guidare il Popolo di Dio, tu come laico, che mandato hai ricevuto dalla Chiesa?» [puntata del 5 marzo QUI, minuto 02:09:45]. Ne consegue dunque che Paolo Brosio, che è un emotivo-madonnolatra-fideista, non sa neppure cosa sia l’obbedienza nella fede, cosa che pregiudica in lui la vera esperienza cristiana, perché il suo essere è interamente ripiegato sull’emotivo “io sento … io penso … io ho vissuto …”, ergo ciò che sento, penso e ho vissuto è autentica fede e, chiunque osi contraddirmi, fosse pure un vescovo, un sacerdote o un teologo che ne sa qualche cosa, è un nemico della “mia” fede.

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All’interno della logica perversa sin qui descritta accade che, chiunque non accetti le apparizioni e i messaggi dati ai sedicenti veggenti dalla sedicente Madonna di Medjugorie, è un blasfemo, a partire da tutti i vescovi bosniaci che si sono sempre opposti alla autenticità di queste apparizioni. Non a caso, sempre nel primo di questi dibattiti televisivi avuto con me il 5 marzo, Paolo Brosio giunse sul finire a infamare il defunto Vescovo di Mostar, S.E. Mons. Pavao Žanić [1918-2000] accusandolo di essere stato un emissario del vecchio regime comunista. Si tratta di una falsa calunnia messa in giro dai fanatici fanatizzanti di questa falsa Madonna che appariva a comando, come quel Vescovo disse poco dopo l’inizio delle presunte apparizioni e come tutt’oggi ripetono i Vescovi di quella regione, che mai hanno creduto all’autenticità delle apparizioni, seguitando a esprimersi unanimi nei successivi tre decenni con giudizi negativi, a partire dall’attuale Vescovo della Diocesi di Mostar, S.E. Mons. Ratko Perić, che in una relazione in difesa del suo predecessore, insolentito dai fanatici della risma di Paolo Brosio, in tempi molto recenti, nel 2017, in tono severo afferma:

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«Non è degno da parte dei “veggenti” fare, come hanno fatto fin dai primi giorni delle “apparizioni”, pronunciamenti molto preoccupanti, che non corrispondono alla verità ma ingannano i fedeli» [Vedere testo in traduzione italiana nel sito ufficiale della Diocesi di Mostar, QUI].

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Dal tutto ne deriva che la conseguenza del fideismo è la fanatizzazione, che può giungere sino alle forme più estreme: la demonizzazione dell’avversario e la distruzione della sua credibilità. Per farsene un’idea basti leggere cos’hanno rovesciato su di me sui social media [vedere QUI], inclusi personaggi che sul mercato di Medjugorie ci campano e che mi imputano ciò che mai ho detto, senza essersi mai premurati di leggere ciò che con precisione teologica ed ecclesiologica ho scritto dissertando sul tema di questo fenomeno, al quale non credo e al quale sono libero di non credere fino a quando la Chiesa non mi dirà il contrario [vedere QUI].

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Paolo Brosio sarebbe divenuto autenticamente cristiano, ma soprattutto si sarebbe convertito per davvero, se anziché le panzane dei sedicenti veggenti di Medjugorie avesse prestato ascolto al pagano Aristotele, il cui pensiero, assieme a quello del pagano Platone, è stato poi usato come strumento dai grandi Santi Padri della Chiesa per speculare sugli arcani misteri di Dio e sull’Incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo. Infatti, ai percorsi autentici di fede, si applica il principio aristotelico della legge che è «ragione priva di passione». Vale a dire: se non siamo liberi dalle passioni o dagli umori umani, non possiamo trascendere, rimanendo sempre entro quei limiti che costituiscono insormontabile freno affinché si possano penetrare gli arcani misteri della fede, procedendo attraverso la ragione: fides et ratio.  

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Quando ho urlato che finalmente la Madonna di Medjugorie è fuggita dopo trent’anni di teatrini dei sedicenti veggenti, è stato solo per andare al cuore del problema, trasmettendo un concetto attraverso una iperbole tipica della predicazione paolina, rendendo il tutto comprensibile al pubblico che seguiva da casa, spiegando in modo animato che per la prima volta nella storia della Chiesa abbiamo avuta una Madonna scappata durante una pandemia. In questo modo la cosiddetta Gospa ha ampiamente contraddetta l’intera mariologia, perché alla intercessione della Vergine Maria è attribuita la cessazione improvvisa della grande peste del 1347, lo provano le chiese costruite negli anni successivi, per la gran parte dedicate in segno di riconoscenza alla Mater Dei. E tutt’oggi, storici della medicina e virologi, non sono stati in grado di spiegare in che modo quella pandemia cessò d’improvviso dopo avere sterminata circa metà della popolazione europea. Ve la immaginate la Madonna che nel 1571 fosse fuggita durante la battaglia di Lepanto all’arrivo dei musulmani? Invece, proprio alla sua intercessione, è attribuita la vittoria della Lega Santa, al punto che il Santo Pontefice Pio V istituì la festa di Santa Maria delle Vittorie, riconoscendo che quella vittoria era da attribuire alla potente intercessione della Mater Dei 

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Occorreva la pandemia da coronavirus per mettere allo scoperto questi pseudo veggenti che da oltre trent’anni abusano della credulità popolare con messaggi banali e ripetitivi dati da questa sedicente Madonna postina, mentre loro mietevano affari e si arricchivano, mentre conducevano vite tutt’altro che cristiane. O per dirla con un solo esempio: basti pensare al marito di una delle veggenti che ha messo al mondo una figlia con la propria amante, dopo avere costruito un paio di alberghi assieme alla moglie in perenne contatto con questa Madonna postina. E non risulta che la Madonna postina le abbia mai detto: “Figlia cara, cerca di recuperare tuo marito fedifrago, prima che combini qualche brutto guaio, perché sarebbe lesivo alla credibilità di tutto il mercato che avete messo in piedi!”. Sinceramente non so se il marito fedifrago e la sua amante, la bambina, l’hanno chiamata Immacolata in onore della Beata Vergine, quindi mi fermo a questo esempio senza andare oltre, riguardo questi personaggi sui quali Paolo Brosio ha costruita la propria fede dopo una folgorante conversione che, ripeto, è stata null’altro che un moto emotivo da analizzare nell’ambito psichiatrico, più che alla luce delle grandi conversioni della storia avvenute nei tanti Shaul di Tarso, Aurelio di Tagaste o Ignazio di Loyola che hanno percorso la storia della Chiesa. 

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Se vogliamo fare un discorso di pura spiritualità basterebbe chiedersi: persone che da trent’anni parlano veramente con la Beata Vergine Maria, è possibile che abbiano tempo e voglia di dedicarsi agli affari, di costruirsi ville, di aprire alberghi, di avere mariti che se la spassano con le amanti e via dicendo a seguire? Prima ho accennato a San Tommaso d’Aquino che stava per incenerire la sua monumentale Summa Theologiae dopo avere avuto solo un piccolo accenno a quella che è la dimensione divina. Troppi altri casi simili costellano la storia della Chiesa, inclusi Santi e Sante che dovevano essere obbligati a nutrirsi, perché erano capaci a stare per giorni senza mangiare e bere. Soprattutto, la gran parte di essi, dopo avere avuto visioni e apparizioni, quindi dopo avere avuto solo un piccolo assaggio della beatitudine eterna, quasi sempre sono morti poco tempo dopo, altro che dedicarsi agli affari e alla ricerca della bella vita!

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Partiamo a monte. In seguito alle prime presunte apparizioni del 1981 si ebbe la prima dichiarazione ufficiale della Conferenza Episcopale della ex Jugoslavia: dopo dieci anni di studio i vescovi decretarono unanimi che non si trattava di un evento di natura soprannaturale. Anziché intervenire e mettere sùbito dei paletti, la Santa Sede lasciò che il fenomeno proseguisse ad andare avanti senza alcuna risposta ufficiale, assumendo sempre più i connotati di una vera e propria religione parallela. A vent’anni da quel primo responso, il Sommo Pontefice Benedetto XVI istituì il 17 marzo 2010 una Commissione internazionale per lo studio di questo fenomeno. Nel 2014, sotto il pontificato di Francesco I, la Commissione concluse i propri studi e giunse ad ammettere, tra le varie cose, che i sedicenti veggenti avevano un rapporto ambiguo col danaro ed erano emerse dallo studio e dall’analisi delle loro persone evidenti carenze spirituali:

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«I testimoni del segno soprannaturale a loro originariamente indirizzato, hanno ora effettivamente un rapporto per alcuni aspetti ambiguo con il denaro, però, più che situarsi sul versante dell’immoralità, si situa nel versante della struttura personale, spesso priva di un solido discernimento e di un coerente orientamento» […] «È mancata loro una attendibile e continuativa guida spirituale, nel corso di questi trent’anni. Vi sono, semmai, molti indizi di protagonismi spirituali esibiti e di relazioni pastorali mancate» 

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Su uno dei sedicenti veggenti in modo particolare la Commissione puntualizza:

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«Raggiunge il suo apice nel caso di Ivan Dragicevic, i cui continui incontri e conferenze sul fenomeno di Medjugorje sembrano costituire l’unico suo lavoro e sostegno. Egli inoltre ha mentito più volte ed è meno credibile anche nel modo in cui parla delle sue esperienze con la Gospa».

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La Commissione ritenne che le prime sette apparizioni avvenute agli inizi degli anni Ottanta del Novecento potessero essere autentiche, ma non quelle delle successive che si sarebbero verificate nel corso degli ultimi trent’anni, mettendo anzi in luce la progressiva banalizzazione del contenuto e della forma dei messaggi comunicati quotidianamente. Detto questo va precisato: coloro che esultano affermando che la Chiesa ha approvato le prime sette apparizioni, o mentono, o sono ignoranti. Il parere dato da una commissione meramente consultiva incaricata per lo studio, non è un riconoscimento da parte della Chiesa, che sino a oggi non c’è mai stato. Per adesso si è avuto solo l’esito di uno studio sul quale la Chiesa, attraverso la suprema autorità del Sommo Pontefice, dovrà esprimersi. 

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Talune cordate di fanatici medjugoriani procedono in modo illogico attraverso l’elemento emotivo unito al totale stravolgimento dei fatti, tipico questo delle psicologie fanatiche e fanatizzanti, conferendo a commissioni, oppure a decisioni precauzionali o di controllo, rango di indiscutibile riconoscimento da parte della Chiesa. Non solo — come abbiamo appena detto —, la Commissione di studio non ha riconosciuta la autenticità di alcunché, perché c’è di peggio: quando la Commissione presentò l’esito del suo lavoro alla Congregazione per la dottrina della fede, questo competente dicastero giudicò l’esito del lavoro inficiato da superficialità e troppo accomodante nei confronti del fenomeno Medjugorie. Quella contro-relazione della Congregazione per la dottrina della fede fu talmente dura che il Sommo Pontefice decise di chiedere un ulteriore parere a un gruppo di teologi di sua fiducia. Detto questo: i capifila di certe cordate fanatiche, sono forse in grado di esibire un documento ufficiale di riconoscimento suggellato dal Romano Pontefice? Perché questo è il punto centrale sul quale i fanatici fanatizzanti della parallela religione medjugoriana soprassiedono: dov’è l’atto ufficiale col quale la Chiesa, tramite l’augusta persona del Romano Pontefice, dichiara autentico il fenomeno? Dov’è il documento col pronunciamento della Chiesa: dov’è?   

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A quel punto, i fanatici fanatizzanti medjugoriani procedono a stravolgere i fatti e a conferire, per esempio ad atti amministrativi di puro controllo, rango di approvazione al fenomeno. Vediamo come, ma prima ricapitoliamo che: posto che la commissione istituita dalla Chiesa non ha mai riconosciuto questi tre decenni di apparizioni e di messaggi a getto continuo, non essendo peraltro nei suoi poteri; posto che la commissione ha dovuto ammettere con imbarazzo l’inquietante «rapporto dei veggenti con il danaro»; posto che la commissione ha dovuto ammettere la scarsa formazione spirituale degli pseudo-veggenti; posto che la commissione ha negata ogni autenticità ad apparizioni e messaggi che si sono protratti per tre decenni; posto che la Chiesa non ha mai dato sino a oggi alcun riconoscimento ufficiale … ciò premesso ecco che a quel punto Paolo Brosio, seguendo lo schema tipico della fanatizzazione giocata sullo stravolgimento totale della realtà, sempre nella puntata del 5 marzo ha tentato di far passare l’invio a Medjugorie di un Arcivescovo in qualità di visitatore apostolico come una approvazione del Sommo Pontefice Francesco. Ma si tratta appunto di un totale stravolgimento del dato reale: S.E. Mons. Henryk Franciszek Hoser, Arcivescovo emerito di Varsavia, è stato inviato dal Sommo Pontefice come visitatore apostolico per controllare ciò che in quel luogo accade, come replicai con una breve battuta nella puntata di Dritto e Rovescio del 5 marzo a Paolo Brosio che, spaziando però su questo tema fuori dal reale — e spero lo sia per ignorante buonafede —, tentò di far passare l’Arcivescovo visitatore apostolico come “segno di approvazione”. Tutt’altra la realtà: appena giunto a Medjugorie il visitatore apostolico proibì per prima cosa che nelle omelie e nelle sacre celebrazioni fosse fatto qualsiasi genere di riferimento diretto o indiretto ai messaggi dati a getto continuo dalla Gospa agli pseudo veggenti, salvo immediata sospensione dalle facoltà di poter esercitare il sacro ministero sacerdotale in quel luogo dei sacerdoti che non si fossero attenuti a quella disposizione. Dinanzi a questi fatti e molto altro ancòra: che cos’hanno da raccontarci certi personaggi fanatici e fanatizzanti, inclusa Radio Maria diretta da Padre Livio Fanzaga, riguardo la nostra grande avvocata, la nostra potente fonte di intercessioni presso Dio, “miserabilmente fuggita” al sopraggiungere del coronavirus? [riguardo Padre Livio Fanzaga vedere questo mio precedente articolo, QUI]. Dovrebbe essere ovvio anche alle persone più limitate di questo mondo che la mia espressione sulla “Madonna in fuga” è tutta riferita ai sedicenti veggenti, spiazzati e infine sgominati da una inaspettata pandemia da Covid-19. Ma i fanatici sono tali proprio perché rifiutano di aprire gli occhi e di ragionare anche dinanzi agli elementi più evidenti che smentiscono l’oggetto del loro fanatismo, anzi, come ho appena dimostrato prendono gli elementi di reale smentita, li capovolgono, li falsificano e poi li presentano addirittura come approvazioni. A questo modo, da sempre, agiscono le psicologie dei fanatici caduti in quelle forme d’integralismo religioso che li rendono completamente privi di senso logico e di elementare spirito critico e analitico, per i quali non esiste la realtà ma solo la loro surreale realtà parallela.

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La mia affermazione: «Grazie al coronavirus la Madonna è scappata», è stata una provocazione che ha fatto urlare alla blasfemia chi non comprende perché non vuol comprendere. La provocazione non è fine a sé stessa ma si basa su fatti, non su malevole interpretazioni. O come in breve ho spiegato durante quel programma del 9 aprile: non era mai avvenuto nella storia della Chiesa che una apparizione protratta per oltre trent’anni cessasse nella piena emergenza di una pandemia conclamata. Questo è stato infatti il momento nel quale questa sedicente Madonna avrebbe annunciato alla falsa veggente Mirjana che non le sarebbe più apparsa a frequente cadenza, ma solo una volta all’anno. Non è forse una strana coincidenza, specie considerando che il tutto non era nel messaggio ufficiale del 18 marzo, ma solo una “confidenza” rivolta alla falsa veggente, o come dire: un dialogo privato tra donne?

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Tutte le grandi menzogne messe in piedi da personaggi analoghi, sempre e di rigore si basano su rivelazioni, su un futuro terrificante da venire, su segreti terribili che prima o poi saranno svelati … insomma: tutto è giocato sull’elemento magico-emotivo della paura. Quindi la seconda puntata dell’ormai saga ridicola della Gospa-Story sarà quella dei fantomatici dieci segreti che dovrebbero essere svelati dopo un segno straordinario visibile in tutto il mondo. E qui faccio notare che a certi soggetti non è molto chiaro che il tempo passa e, come suol dirsi, tutti i nodi vengono poi al pettine. A tal proposito ricordo che nel 2001, alla sedicente veggente Vicka, dopo vent’anni dall’inizio delle apparizioni e dopo la rivelazione dei tremebondi segreti, fu chiesto: «Se non puoi comunicare la data dei segreti, puoi almeno dirci con una metafora calcistica, a che punto siamo del match?». Rispose Vicka: «È già iniziato il secondo tempo», dando così implicitamente come limite il 2021 [vedere QUI]. Dal gennaio del 2018 la trombetta della religione medjugoriana, Padre Livio Fanzaga, ammonisce che «i tempi sono vicini» e che «la rivelazione dei segreti è imminente» [vedere QUI]. Vedremo a breve che cosa s’inventeranno questi personaggi, o quale eventuale ripensamento metteranno in bocca alla Gospa, dopo essersi imprigionati da loro stessi in un castello di menzogne. Faranno all’incirca come i Testimoni di Geova che più volte annunciarono la fine del mondo, cambiando poi date o dicendo che c’era stato un errore di calcolo … Perché a questo sono giunti i capocomici della Gospa-Story: alla cabbala gospara. Un fatto è certo: la pandemia ha fatto cessare apparizioni e messaggi e fatta fuggire dopo tre decenni questa falsa Madonna postina. Qualcuno vuole smentire questo palese dato di fatto? 

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Concludo chiarendo: se la Chiesa mi dirà il contrario, io dirò a Paolo Del Debbio e agli amici della Redazione di Dritto e Rovescio che ho il dovere morale, come cattolico e come presbìtero, di presentarmi a quella stessa trasmissione per chiedere pubblicamente perdono agli pseudo veggenti di Medjugorie e a Paolo Brosio. Ma solo quando la Chiesa mi dirà che sono in errore, finché ciò non avverrà seguiterò a chiamare quegli oscuri personaggi “ciarlatani”, che nel senso etimologico del termine significa: imbonitori che si approfittano della buona fede e della credulità delle persone, anche per un tornaconto personale. Quindi proseguirò a indicare quella di Medjugorie come una “falsa Madonna” che dopo tre decenni di chiacchiere e messaggi di desolante banalità — in non pochi dei quali sono contenuti anche errori dottrinali —, dinanzi a una epidemia è scappata, anziché confortarci e intercedere per noi, come sempre ha fatto nel corso della storia e dell’economia della salvezza la Mater Dei.

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Fenomeni di questo genere, con i mostri che ne derivano, nascono da quando la Chiesa ha rinunciato all’esercizio della propria autorità, attendendo che le cose si sistemassero da sé, salvo però cadere, ad autorità distrutta, in forme di bieco autoritarismo, quelle con le quali oggi si colpiscono e si bastonano a sangue sia gli innocenti sia i servitori fedeli, mentre i ciarlatani come i sedicenti veggenti di Medjugorie prolificano, ingrassano e recano danni immani al Popolo di Dio e alla credibilità stessa della Chiesa mater et magistra.

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dall’Isola di Patmos, 13 aprile 2020

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AVVISO AI LETTORI

Le Edizioni L’Isola di Patmos si avvalgono per la stampa e la distribuzione dei propri libri della grande Azienda Amazon, che in questo momento ha sospeso la spedizione e distribuzione di tutti i generi non urgenti e non strettamente necessari per problemi legati all’emergenza coronavirus. Al momento non è quindi possibile ordinare e ricevere i nostri libri, che potrete però ordinare dopo il 3 aprile.

 

 

 

 

 

 

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La risurrezione di Cristo è quell’atto d’amore salvifico perfetto che caccia via in noi la paura della morte

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA RISURREZIONE DI CRISTO È QUELL’ATTO D’AMORE SALVIFICO PERFETTO CHE CACCIA VIA IN NOI LA PAURA DELLA MORTE

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[…] quando considero Gesù come un defunto, quando vedo in lui il caro estinto da compiangere oppure quando vedo in lui solo una tradizione del passato da rispettare annualmente è difficile fare Pasqua, è difficile trovare un rimedio alla paura e alla morte. Ma Gesù non è un morto è il Vivente, è l’eterno presente e sono chiamato a sperimentare questo, così come è avvenuto per le donne: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa
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Cari fratelli e sorelle, 

Lampada del Santissimo Sacramento nella chiesa parrocchiale del convento dei Frati Minori Cappuccini di Laconi (Oristano)

«Non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto come aveva detto» [Mt 28, 1-10].

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Queste le parole tratte dal Vangelo di Matteo di questa notte che ci annunciano la Risurrezione di Cristo. n annuncio forte che contrasta con due aspetti presenti nella vita di ciascuno di noi: la paura e la morte. E davanti alla paura e alla morte non abbiamo bisogno solo di essere incoraggiati, ma abbiamo necessità di trovare qualcuno che ci liberi dalla morte e metta in fuga la paura. La Pasqua è la risposta a questa necessità. Infatti, per prima cosa, l’Angelo invita le donne a non avere paura.

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Per l’attuale crisi sanitaria ognuno di noi sta vivendo un tempo di scoraggiamento e di timore. È bastato un virus per mettere in discussione tutta la nostra vita e quello che sembrava fino a poco tempo fa normale, oggi non lo è più. La Pasqua è l’evento in cui Dio attraverso Gesù Cristo ci dice che l’uomo non è stato creato per vivere nella paura, ma è stato creato libero e privo di ogni male. Non possiamo perciò pensare di condurre una vita normale ― anche di fede ― se permettiamo alla paura di dominarci. Allora quale è il rimedio alla paura? È Gesù, è il sapere che egli non si è scordato di noi, egli è il Vivente anche durante questo tempo di prova. Proprio perché è vero Dio e vero uomo è capace di un abbraccio che salva, che supera enormemente ogni peccato e ogni male del mondo.

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Padre Ivano Liguori, celebrazione del Triduo Paquale nella chiesa parrocchiale del Convento dei Frati Minori Cappuccini di Laconi (Oristano)

Quando abbiamo superato la paura, resta in noi una domanda che vediamo presente anche nel cuore delle donne che si recano al sepolcro: quando vado alla ricerca di Gesù, io chi cerco, un vivo oppure un morto? L’angelo dice chiaramente alle donne: «So che cercate Gesù, il crocifisso», il che significa voi cercate quel Gesù che è stato ammazzato. Ma quel Gesù dopo il Venerdì e il Sabato Santo non c’è più, non esiste più un cadavere ma il Risorto, non esiste più un defunto ma il Vivente.

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Cari fratelli, quando considero Gesù come un defunto, quando vedo in lui il caro estinto da compiangere oppure quando vedo in lui solo una tradizione del passato da rispettare annualmente è difficile fare Pasqua, è difficile trovare un rimedio alla paura e alla morte. Ma Gesù non è un morto è il Vivente, è l’eterno presente e sono chiamato a sperimentare questo, così come è avvenuto per le donne: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

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Padre Ivano Liguori, celebrazione del Triduo Paquale nella chiesa parrocchiale del Convento dei Frati Minori Cappuccini di Laconi (Oristano)

Oggi la sfida della fede pasquale ci porta a incontrare Gesù vivo nella Galilea dell’emergenza sanitaria di Coronavirus. Significa portare l’annuncio del vivente ― l’Exultet Pasquale ― dentro quelle situazioni di morte, di malattia, di paura che imperversano nelle nostre città, all’interno della nostra cara nazione, nel mondo intero.

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Dov’è o morte la tua vittoria, dov’è o malattia la tua vittoria? Non c’è, ha avuto termine con il silenzio del Sabato Santo, oggi è la domenica di Pasqua, oggi vince la vita e la salvezza di Cristo.

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Cari amici, pur vivendo una Pasqua a porte chiuse, nell’intimità delle nostre case, dei nostri appartamenti, questo non impedisce al Risorto di farsi presente. Egli che entrò a porte chiuse nel cenacolo per mostrarsi risorto agli Apostoli, si manifesterà anche a noi, radunati in questo giorno nel suo nome. Gesù vivo spalanca le porte delle nostre case, spalanca le porte delle nostre paure e vi entra come Salvatore potente. Non sarà un virus a strapparci dall’amore di Cristo, non sarà un virus a rendere vana la Pasqua del Signore.

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Cristo risorto benedica noi tutti e ci ottenga di ritornare presto alla serenità della vita quotidiana, non nella paura della morte ma nella gioia della vita che non ha fine.

Buona Pasqua, Cristo è veramente risorto!

Laconi, 11 aprile 2020

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Per stare quanto più possibile vicini ai fedeli in questo momento di grave crisi ed emergenza, la redazione de L’Isola di Patmos informa i Lettori che il nostro autore Padre IVANO LIGUORI, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, cura su Facebook la rubrica «LA PAROLA IN RETE», offrendo delle meditazioni tre volte a settimana. Potete accedere alla pagina curata dal nostro Padre cliccando sul logo sotto:

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Questa è la pagina del nostro negozio QUI. Purtroppo la nostra stamperia e distribuzione della Azienda Amazon ha sospeso per il momento, in seguito alla emergenza della pandemia da Covid-19, la produzione e distribuzione di tutti i generi non di prima necessità, tra cui i libri. Pertanto, al momento, i nostri titoli non sono disponibili.   

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«Cristo obbediente fino alla morte»: Cessiamo di porgergli una spugna imbevuta di aceto sulla bocca

— Triduo pasquale 2020 —

«CRISTO OBBEDIENTE FINO ALLA MORTE»: CESSIAMO DI PORGERGLI UNA SPUGNA D’ACETO SULLA BOCCA 

MEDITAZIONI  PER IL TRIDUO PASQUALE IN PERIODO DI PANDEMIA

(Seconda meditazione: Venerdì Santo)

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[…] sono venti secoli che quel secchio d’aceto è sotto la croce, anzi oggi trabocca proprio. Cerchiamo di gettarlo via, quel secchio, evitando di proseguire imperterriti ad accostare una spugna imbevuta d’aceto sulla faccia di Cristo, salvo poi sentirci in pace con le nostre coscienze e, se richiamati alle nostre responsabilità di uomini e di cristiani, difendersi dicendo che la colpa è sempre degli altri.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Offro ai Lettori de L’Isola di Patmos tre meditazioni per questo Triduo Pasquale dell’anno 2020, in una situazione forse unica a suo modo nella storia della Chiesa: per motivi di sicurezza, le pubbliche celebrazioni delle sacre liturgie alla presenza del popolo sono state sospese in tutte le nostre chiese a causa della pandemia da coronavirus.

Tre meditazioni dedicate attraverso le quali si tenta di correggere, con amorevolezza e severità, ma sempre in spirito di verità e di carità, la grande piaga oggi diffusa nel mondo cattolico: l’allergia all’obbedienza e la fede fai-da-te.  Questa seconda è la meditazione del Venerdì Santo.

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Dall’Isola di Patmos, 10 aprile 2020

Venerdì Santo

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CANALE YOUTUBE DE L’ISOLA DI PATMOS

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CANALE DE L’ISOLA DI PATMOS SU

MP3  SOLO AUDIO SENZA VIDEO

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Cari Lettori,

le tematiche trattate in questo video potete trovarle approfondite in questo nostro libro che potete agevolmente ordinare: QUI

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«L’obbedienza al Padre» fondamento di fede che sfugge a quei cattolici della fede emotiva fai-da-te. Meditazioni per il Triduo Pasquale in periodo di pandemia (Giovedì Santo)

— Triduo pasquale 2020 —

«L’OBBEDIENZA AL PADRE» FONDAMENTO DI FEDE CHE SFUGGE A QUEI CATTOLICI DELLA FEDE EMOTIVA FAI-DA-TE.

MEDITAZIONI  PER IL TRIDUO PASQUALE IN PERIODO DI PANDEMIA

(Prima meditazione: Giovedì Santo)

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[…] se i vescovi danno disposizioni in materia di pastorale e liturgia decretando il divieto di celebrare pubblicamente le Sante Messe con il popolo, si ubbidisce e basta, a partire dai fedeli. Questa è la Chiesa gerarchica istituita da Cristo che pone Pietro a capo del collegio degli apostoli, quindi Pietro e gli apostoli a guida del Popolo di Dio. E chiunque lo neghi – e ha pieno diritto e libertà di negarlo – non è però cattolico, è altro … è il cattolico di sé stesso e della sua idea emotiva e soggettiva di Chiesa …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Offro ai Lettori de L’Isola di Patmos tre meditazioni per questo Triduo Pasquale dell’anno 2020, in una situazione forse unica a suo modo nella storia della Chiesa: per motivi di sicurezza, le pubbliche celebrazioni delle sacre liturgie alla presenza del popolo sono state sospese in tutte le nostre chiese a causa della pandemia da coronavirus.

Tre meditazioni dedicate attraverso le quali si tenta di correggere, con amorevolezza e severità, ma sempre in spirito di verità e di carità, la grande piaga oggi diffusa nel mondo cattolico: l’allergia all’obbedienza e la fede fai-da-te. 

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Dall’Isola di Patmos, 9 aprile 2020

Giovedì Santo

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CANALE YOUTUBE DE L’ISOLA DI PATMOS

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CANALE DE L’ISOLA DI PATMOS SU

MP3  SOLO AUDIO SENZA VIDEO

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Cari Lettori,

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«Chiesa Aperta» (dalla XIV alla XVI puntata) — Tre meditazioni alle porte di un Triduo Pasquale a suo modo unico nella storia della Chiesa: una Chiesa sempre aperta costretta in questo momento a celebrare a porte chiuse

— i Padri de L’Isola di Patmos vicini ai fedeli in questa quarantena —

«CHIESA APERTA» (dalla XIII alla XVI puntata) — TRE MEDITAZIONI ALLE PORTE DI UN TRIDUO PASQUALE A SUO MODO UNICO NELLA STORIA DELLA CHIESA: UNA CHIESA SEMPRE APERTA COSTRETTA IN QUESTO MOMENTO A CELEBRARE A PORTE CHIUSE

Offriamo ai nostri Lettori questo nuovo prezioso video del nostro stimato confratello Giovanni Zanchi, presbitero della Diocesi di Arezzo, affinché possa fungere anche da efficace e sapiente antidoto a tutti coloro che purtroppo, in questo momento di straordinaria crisi ed emergenza, non hanno trovato di meglio da fare che polemizzare, spesso anche in toni duri e aggressivi, contro le decisioni prese dai nostri vescovi per motivi di sicurezza a tutela della salute pubblica: sospendere le sacre celebrazioni e in molti casi chiudere le chiese. Ricordiamo che la Chiesa, nei momenti di crisi ed emergenza, non è mai stata salvata dalle polemiche di coloro che si ergono in tutti i tempi ai più fedeli tra i fedeli o ai più puri tra i puri, ma dall’unità. Qualcuno ha scritto in questi giorni che «i vescovi stanno suicidando la Chiesa italiana». Purtroppo non ha capito niente dell’essenza della fede cattolica: la Chiesa “si suicida” attaccando i vescovi, anziché seguirli e sostenerli in un momento di così grave prova. 

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RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla XIV puntata di Chiesa Aperta!

Non solo in Italia, ma anche in altre parti del mondo la Chiesa ha mantenuto aperte le chiese fatte di pietra e di mattoni ed ha pure escogitato nuove maniere per restare accanto alla gente. Oggi accenniamo ad un modo di essere Chiesa che pure durante la pandemia non deve faticare a trovare nuove modalità per rimanere Aperta: parliamo della Chiesa impegnata a fare penitenza, soprattutto nel tempo di Quaresima.

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Il Mercoledì delle ceneri, nella Prima lettura della Santa Messa, la Santa Chiesa ci ha ricordato le Tre opere della penitenza quaresimale: la preghiera, l’elemosina e il digiuno. Soffermiamoci su quest’ultimo: in Quaresima i cristiani praticano la penitenza anche mediante il digiuno e l’astinenza dalle carni in forma collettiva il Mercoledì delle ceneri e il Venerdì Santo e poi mediante la sola astinenza ogni singolo venerdì di Quaresima. Anche nei giorni di pubblica penitenza che abbiamo appena ricordato, la pratica del digiuno e dell’astinenza dalle carni non si pratica in chiesa, ma ognuno nella propria casa, nel seno della propria famiglia, oppure anche sui luoghi di lavoro e a scuola.

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La pandemia non ha quindi inciso sulla pratica del digiuno e dell’astinenza, che sono praticabili in questa Quaresima come sempre. Affronto questo argomento perché ho notato che nei vari comunicati e disposizioni ecclesiastici diramati in questo periodo ci si è preoccupati di dare norme e suggerimenti su come gestire in emergenza molti aspetti della vita ecclesiale, ma quasi mai, per non dire mai, ci si è preoccupati di ricordare ai fedeli che potevano continuare a praticare come sempre il digiuno e l’astinenza; forse perché tali pratiche penitenziali, dopo essere scomparse dall’orizzonte sociale, sono diventate poco importanti anche per il Clero e il popolo ad esso affidato? Anzi, a mio modesto parere, la presente emergenza richiede non solo di ricordare a tutti il senso e il valore della penitenza cristiana, ma anche di dare disposizioni precise sulle eccezioni al digiuno e all’astinenza, da sempre previste per varie categorie di persone, come sarebbero attualmente i poveri, il personale medico e assistenziale, i malati in quarantena, eccetera, eccetera.

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Nel presente tragico frangente, dalle tante parole ufficiali spese dagli ecclesiastici – spesso ottime – non mi pare però che sia emerso il richiamo a vivere i sacrifici presenti come occasione per far penitenza dei propri peccati e giungere rinnovati nello spirito a celebrare la prossima Pasqua. Ad esempio: la concessione delle nuove Indulgenze da parte del Santo Padre il Papa poteva essere una opportuna occasione in tal senso, ma non mi pare che sia stata colta da chi di dovere. Sia chiaro che non voglio fomentare alcuna polemica contro chicchessia, ma solo contribuire a dire una parola complementare alle tante che vengono dette attualmente.

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La penitenza come virtù da praticare anche mediante le classiche opere di penitenza è al centro della fede cristiana, come la Parola di Dio insegna e come i Santi hanno sempre attuato. Ai nostri giorni le forme collettive della penitenza ecclesiastica sono ridotte ad una forma molto blanda di digiuno per prepararsi alla Santa Comunione, al digiuno e all’astinenza in due soli giorni della Quaresima, all’astinenza dalle carni nei venerdì di quaresima e all’astinenza dalle carni o ad altra opera penitenziale a scelta negli altri venerdì dell’anno; non è quindi proprio il caso che le opere della penitenza ecclesiale vengano date per scontate e trascurate nella comune considerazione dei cristiani. In una società come la nostra, ove il peccato è gabellato per virtù, c’è ancora più bisogno che i cristiani diano pubblica testimonianza di penitenza per i peccati propri e altrui. In una società come la nostra, ove di fronte alla pubblica calamità si tende a contare quasi esclusivamente sulle forze umane, c’è ancora più bisogno che i cristiani diano pubblica testimonianza nell’invocare innanzitutto il soccorso divino, richiesto mediante la preghiera di supplica e di intercessione, il digiuno, la carità (che è autentica carità cristiana solo se frutto della preghiera e del digiuno).

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Questa eccezionale Quaresima volge ormai al termine; anche la pandemia prima o poi passerà col suo tragico bilancio di lutti e sofferenze; ma i tempi difficili e i grandi sacrifici che comunque attendono l’umanità potranno essere affrontati solo con uno spirito umano rinnovato e fortificato anche dalla penitenza cristiana. Il nostro confinamento domestico si protrarrà ancora per diversi giorni. Fra le tante cose che possiamo fare per occupare proficuamente il tempo trascorso forzatamente in casa, invito gli ascoltatori a leggere e meditare il seguente e sempre attuale testo: Conferenza Episcopale Italiana, Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza (4 ottobre 1994). Una lettura che non solo ci aiuta a vivere spiritualmente questo difficile presente, ma che ci prepara ad affrontare cristianamente il difficile tempo che verrà.

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Oggi e nel futuro la Chiesa rimane però sempre Aperta per aiutare gli uomini a fare penitenza dei propri peccati e giungere alla salvezza eterna; «è apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo; il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone» (Tt 2, 11 – 14).

A risentirci alla prossima puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 3 aprile 2020

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XV PUNTATA

RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla XV puntata di Chiesa Aperta.

Nelle chiese di pietra e di mattoni rimaste aperte, segno de la Chiesa che rimane Aperta pure in tempo di pandemia, il Clero continua a celebrare la Liturgia, particolarmente la Santa Messa, a gloria di Dio e per il bene dei vivi e dei defunti. I fedeli possono frequentare le chiese solo individualmente ma, mentre sono costretti in casa, ogni giorno possono assistere alla trasmissione televisiva di molte Sante Messe, spesso anche di quella celebrata dal proprio Parroco. Riflettiamo brevemente sul valore di tale pratica, esponendo delle semplici argomentazioni di buon senso. Innanzitutto occorre tenere ben presente che nulla può mai sostituire la partecipazione personale alla Liturgia, specialmente alla Santa Messa; la trasmissione televisiva è un semplice servizio offerto a quanti sono impossibilitati ad andare personalmente in chiesa, per esempio a causa della malattia, della vecchiaia, della distanza, eccetera.

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In tempi normali, la Domenica gli impossibilitati a partecipare alla Santa Messa sono infatti dispensati dall’adempimento del precetto festivo e non lo assolvono assistendo ad una trasmissione televisiva della Santa Messa; rimane però anche per loro l’obbligo divino di santificare la festa mediante l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera personale, la Comunione spirituale, il riposo, le opere della carità. Gli impossibilitati possono quindi essere aiutati a far ciò mediante il collegamento televisivo con una comunità cristiana riunita per celebrare l’Eucaristia.

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A causa delle limitazioni personali e sociali imposte dalla lotta alla pandemia, la stragrande maggioranza dei fedeli si trova purtroppo attualmente impossibilitata a partecipare personalmente alla Santa Messa e il collegamento televisivo anche con un solo sacerdote che la celebra in quel momento può essere di aiuto nel coltivare la propria unione spirituale con il Signore e con la sua Chiesa, come possibile in una situazione eccezionale. Per questo la legge ecclesiastica esige che la telecronaca della Santa Messa sia trasmessa in diretta e mai in differita, perché se viene a mancare la contemporaneità fra coloro che celebrano in una chiesa e coloro che guardano e ascoltano da casa, viene a mancare l’unione spirituale con l’atto liturgico che si compie in un determinato luogo. Il Rosario non è una celebrazione liturgica e quindi per aiutarmi a pregarlo posso anche seguire mentalmente una registrazione audio-video; ma la Santa Messa è l’atto liturgico per eccellenza e guardarne una telecronaca registrata equivale a fissare un quadro che raffigura la celebrazione della Messa, niente di più.

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Deve quindi rimanere ben chiaro a tutti che assistere ad una trasmissione televisiva non equivale alla partecipazione alla Santa Messa; quella che si vede e si sente sullo schermo televisivo non è la Santa Messa ma unicamente una telecronaca elettronica di essa, nulla di più; così come leggere privatamente i testi del Messale e del Lezionario non equivale a partecipare alla Messa, non lo è nemmeno il guardare alla televisione qualcuno che la celebra. Da una parte, dobbiamo ringraziare Dio, il quale donandoci l’intelligenza e l’abilità, ci ha messi in grado di poter usufruire dei mezzi della comunicazione di massa, mediante i quali nella presente emergenza la stragrande maggioranza dei fedeli può essere aiutata ad unirsi spiritualmente alla celebrazione liturgica. Dall’altra parte occorre vigilare, affinché non si radichi nella mentalità comune il messaggio erroneo che il mettersi comodamente davanti alla televisione di casa possa sostituire senz’altro la partecipazione personale alla Liturgia celebrata in chiesa assieme al Clero e agli altri fedeli, con il risultato che poi, quando potremo di nuovo andare in chiesa senza pericolo, le Sante Messe siano più disertate di prima, perché molti si sono abituati a fare i telespettatori.

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Dall’inizio della pandemia, moltissimi sacerdoti stanno sfruttando con entusiasmo la possibilità di trasmettere la telecronaca diretta della Santa Messa quotidiana: in tal modo rimangono vicini ai propri fedeli e continuano a prendersene cura pastorale; forse molti sacerdoti sono più ascoltati adesso che celebrano in solitudine che prima. Occorre però ricordare che per celebrare una Messa teletrasmessa non basta mettere in funzione una qualsivoglia telecamera; è indispensabile salvaguardare la sacralità e la dignità dell’azione liturgica, perché altrimenti c’è il rischio concreto di risultare controproducenti e che i telespettatori cambino canale! Mentre chi va in chiesa lo fa appositamente, la telecronaca di una Liturgia non è guardata solo da fedeli ben motivati, ma cade sotto l’occhio anche di coloro che sono mal disposti verso la fede cristiana o che non sono cristiani e che possono transitare più o meno a lungo sul canale televisivo durante la Messa teletrasmessa e che possono essere allontanati, invece che attratti, da un agire liturgico sciatto e da una predicazione retorica.

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Anche in tempi normali, spetta particolarmente ai Vescovi dare indicazioni e vigilare sullo svolgimento della trasmissione televisiva della Liturgia, tanto più nella presente situazione eccezionale e vieppiù ora con l’avvicinarsi del Triduo pasquale, cuore e culmine di tutto l’Anno liturgico.

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Pure la moltiplicazione a dismisura del numero di Sante Messe diffuse in televisione a tutte le ore del giorno può alla lunga risultare controproducente, se fosse manifestazione di un protagonismo clericale più alla ricerca di un pubblico davanti al quale esibirsi invece che di anime da servire. Dio non voglia che, per gestire l’emergenza liturgica causata dalla pandemia, la Chiesa si smaterializzi e il gregge dei fedeli si disperda nella marea dei telespettatori anonimi! I sacerdoti sanno che anche in tempo di pandemia ai fedeli non c’è da assicurare solo la Messa, ma anche gli altri Sacramenti e specialmente la Santa Comunione, la Confessione, l’Unzione degli infermi, Sacramenti non meno importanti solo perché non sono teletrasmessi!

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Nei giorni della Pasqua ormai imminente non mancheranno dignitose Messe teletrasmesse e predicazioni autorevoli (a cominciare da quelle del papa e dei singoli vescovi) mentre spetta ai sacerdoti, specie se parroci, donare innanzitutto il conforto spirituale della Comunione e della Confessione e, nelle attuali condizioni, ciò richiede più abnegazione e creatività della semplice messa in onda di una Santa Messa su Facebook, per quanto lodevole.

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Concludo segnalando all’attenzione generale i lavoratori delle televisioni e i tanti volontari videoperatori, i quali con la loro opera rendono possibili le telecronache liturgiche; benchè invisibili, dalle regie e dietro le telecamere, anche in tempo di pandemia ci aiutano a rimanere una Chiesa Aperta.

A risentirci alla prossima puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 4 aprile 2020

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XVI PUNTATA

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla XVI puntata di Chiesa Aperta.

Quella appena trascorsa è stata un’altra Domenica con le chiese di pietra e di mattoni aperte solo al di fuori delle celebrazioni liturgiche, svolte dal Clero senza la presenza dei fedeli, unirsi spiritualmente mediante le telecronache dirette diffuse per via televisiva, del valore delle quali ho accennato nella scorsa puntata di questa rubrica.

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Per i fedeli, unirsi solo spiritualmente alla Santa Messa celebrata altrove è una privazione attualmente necessaria ma dolorosa, particolarmente durante la Settimana Santa. Questo anno i fedeli hanno anche dovuto rinunciare per ora a recare nelle proprie case le palme benedette nelle chiese, le quali vi rimangono però custodite in attesa che, terminata l’emergenza sanitaria, ognuno possa andare a prenderle.

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La Domenica appena trascorsa porta il titolo delle palme, della Passione del Signore; tale titolo ci ricorda il significato della palma benedetta: 2000 anni fa, per le folle di Gerusalemme, i rami festosi furono il segno della loro fede in Cristo Salvatore, fede che però non resse alla prova del Venerdì Santo successivo; oggi i rami benedetti sono il segno della nostra volontà di essere pubblici testimoni di Cristo Re e Signore e di seguirlo però fino alla croce, per giungere poi a condividere la sua gloria di Risorto. Se dunque viviamo in unione con Gesù la presente e pesante croce della pandemia, sperimenteremo nella nostra vita quotidiana anche la potenza della sua risurrezione e quando le palme benedette potranno entrare nelle nostre case, saranno davvero il segno che siamo discepoli fedeli di Cristo e, alla sua venuta nella alla fine dei tempi, egli ci accoglierà nella sua gloria.

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La Santa Messa della Domenica delle palme, della Passione del Signore è una delle più frequentate dal popolo cristiano, anche perché il segno dei rami benedetti attira i fedeli. Giova però ricordare che il culmine della Santa Messa non è certamente la benedizione dei rami, ma la consacrazione eucaristica e la Santa Comunione, perché l’Eucaristia è la partecipazione sacramentale al sacrificio redentore della Croce. In questo tempo di pandemia la stragrande maggioranza dei fedeli non riesce a ricevere la Santa Comunione in forma sacramentale e si deve accontentare della cosiddetta comunione spirituale. Anche questo è uno dei modi nei quali la Chiesa rimane Aperta per i fedeli.

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Dico ora qualche parola per aiutare a comprendere il valore e il modo della comunione spirituale: la comunione spirituale è una pratica approvata dalla Chiesa; il Concilio ecumenico di Trento (Decreto sull’Eucaristia, 11 ottobre 1551) definisce che vi sono 3 modi di ricevere il Sacramento dell’Eucaristia: solo sacramentalmente (chi si comunica in stato di peccato mortale e quindi “mangia e beve la propria condanna”, cf 1Cor 11, 29), solo spiritualmente (è il caso che adesso ci interessa), sacramentalmente e spiritualmente assieme (per il fedele che si comunica in grazia di Dio). La comunione spirituale è quindi possibile perché, se ordinariamente Dio dona la sua grazia agli uomini per mezzo dei Sacramenti, tuttavia Dio non è legato ai Sacramenti e può concedere la comunione con lui anche per altra via.

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Il fine dell’Eucarestia non è la transustanziazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo, bensì trasformare in Cristo chi li riceve. Per tale fine non è sufficiente la ricezione materiale del Sacramento, se in noi permangono ostacoli che impediscono la nostra unione e assimilazione a Cristo Signore. I Santi hanno sempre consigliato la comunione spirituale; ascoltiamo santa Teresa di Gesù: “Quando non vi comunicate e non partecipate alla Messa, potete comunicarvi spiritualmente, la qual cosa è assai vantaggiosa… Così in voi si imprime molto dell’amore di Nostro Signore” (Cammino di perfezione, 35). La comunione spirituale consiste nell’avere un ardente desiderio di ricevere il Sacramento dell’Eucaristia e la grazia santificante che dona; un teologo gesuita del XVI secolo così la spiegava: «come quando uno ha una gran fame, divora la carne con gli occhi, così bisogna divorare con gli occhi dello spirito quella Carne celeste» (Manuel Rodriguez, Pratica della perfezione cristiana, II, 8, 15).

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L’efficacia del desiderio procedente dalla fede può supplire all’atto del Sacramento; sappiamo, per esempio, che se il battesimo con l’acqua è impossibile, il battesimo di desiderio è una porta aperta per la salvezza. La comunione spirituale deve necessariamente essere fatta in stato di grazia, perché è manifestazione di un desiderio spirituale alimentato da una fede viva; chi si comunicasse spiritualmente in stato di peccato mortale e con la decisione di restarvi, commetterebbe un altro peccato e non riceverebbe alcun frutto spirituale.

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Nella presente situazione, chi fosse conscio di essere in peccato mortale, prima della comunione spirituale deve fare un atto di contrizione perfetto, per esempio recitando l’Atto di dolore, con il quale si riconoscono le proprie colpe davanti a Dio e si rinunzia ad ogni attaccamento al peccato; la contrizione è perfetta anche perché include necessariamente il fermo proposito di ricevere appena possibile il Sacramento della Confessione. L’atto della comunione spirituale può essere compiuto pregando con parole spontanee, oppure recitando una delle formule consuete; una delle più conosciute è quella composta da sant’Alfonso Maria de’ Liguori, facilmente reperibile anche in internet. Ricordiamoci che il momento privilegiato per la Comunione spirituale è il tempo della Messa; ci si può associare all’ora in cui essa è celebrata.

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Questo tipo di devozione deve essere soprattutto un complemento alla nostra Comunione abituale e può aiutare nei periodi in cui è più difficile accostarsi ai Sacramenti; in tempi normali questo può succedere per esempio a causa di una malattia o durante le vacanze. Se le disposizioni interiori sono perfette, gli effetti della comunione spirituale saranno identici o perfino migliori di quelli di una Comunione sacramentale fatta distrattamente.

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Si racconta di sant’Angela Merici che, quando le era interdetta la Comunione giornaliera, ella vi suppliva con delle frequenti comunioni spirituali durante la Santa Messa e talvolta ella si sentiva inondata di grazie simili a quelle che avrebbe ricevute se si fosse comunicata con le specie sacramentali. La comunione eucaristica d’altronde non produce immancabilmente un accrescimento della grazia abituale, poiché quest’ultimo è legato alle disposizioni interiori di chi si comunica, le quali possono anche impedire l’effetto spirituale del Sacramento ricevuto: per esempio, il distratto automatismo con cui tanti si comunicano spensieratamente non apporta loro alcun beneficio reale, bensì una colpa supplementare.

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Fino ad un recente passato, la Comunione sacramentale era molto rara e il ricorso alla comunione spirituale era molto frequente. Se in passato si facevano poche comunioni sacramentali e frequenti comunioni spirituali, oggi si fanno fin troppo le comunioni sacramentali (spesso anche distrattamente o, peggio, indegnamente), senza la indispensabile disposizione spirituale. La presente rarefazione della Santa Comunione sacramentale è una occasione per riscoprire la pratica della comunione spirituale, in attesa di poter ritornare agevolmente a ricevere la Santa Comunione sacramentale.

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Ricordati il senso, il valore e il modo della comunione spirituale, occorre poi notare che siamo già entrati nella Settimana Santa e che uno dei precetti generali della Santa Chiesa è confessarsi e comunicarsi almeno a Pasqua, cioè entro la prossima Pentecoste, questo anno celebrata il 31 maggio prossimo. Poiché nessuno sa quando potranno essere celebrate di nuovo le Sante Messe con il popolo è urgente favorire come possibile i fedeli a confessarsi e a ricevere la Santa Comunione sacramentale fuori della Messa, modalità peraltro prevista e praticata a certe condizioni pure in tempi normali. Del resto, nelle chiese rimaste aperte il Clero continua a offrire ogni giorno il sacrificio dell’Eucaristia, anche per poterla donare ai moribondi come Viatico e a tutti i fedeli che si trovano nella disposizione di riceverla; i beni spirituali di prima necessità devono rimanere sempre disponibili, visto che lo sono quelli materiali indispensabili.

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Molti Vescovi e sacerdoti si sono già attivati perché i loro fedeli in tutta sicurezza possano confessarsi e comunicarsi nel tempo pasquale e speriamo che siano molti quelli che ne potranno beneficiare. A tal proposito segnalo che nei giorni scorsi la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha modificato in senso meno restrittivo le norme date in precedenza dal Ministero dell’Interno, stabilendo che:

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«L’accesso ai luoghi di culto è consentito, purché si evitino assembramenti e si assicuri tra i frequentatori la distanza non inferiore a un metro. È possibile raggiungere il luogo di culto più vicino a casa, intendendo tale spostamento per quanto possibile nelle prossimità della propria abitazione. Possono essere altresì raggiunti i luoghi di culto in occasione degli spostamenti comunque consentiti, cioè quelli determinati da comprovate esigenze lavorative o da necessità e che si trovino lungo il percorso già previsto, in modo che, in caso di controllo da parte delle forze dell’ordine, si possa esibire o rendere la prevista autodichiarazione».

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La strada è dunque aperta perché anche in tempo di pandemia almeno una volta nel tempo di Pasqua i fedeli ricevano i sacramenti pasquali. La comunione spirituale invece è possibile ogni giorno e anche più volte al giorno, specialmente quando il fedele si unisce spiritualmente alla santa Messa celebrata in una determinata chiesa, guardando la telecronaca diretta trasmessa con un mezzo televisivo. Soprattutto a Pasqua la Chiesa non chiude ma rimane Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 6 aprile 2020

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Domenica delle Palme: quell’obbedienza tanto difficile da far comprendere a molti laici cattolici

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DOMENICA DELLE PALME: QUELL’OBBEDIENZA TANTO DIFFICILE DA FAR COMPRENDERE A MOLTI LAICI CATTOLICI

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Proprio in questo tempo di emergenza sanitaria abbiamo bisogno di essere salvati da Lui; proprio in questo tempo di paura è necessario consegnare la nostra vita al Signore affinché ci custodisca al sicuro; proprio in questo momento di crisi e instabilità dobbiamo seguire i Pastori della Chiesa, gravati di indubbi limiti, difetti e peccati, per riscoprire l’umiltà della mansuetudine e per evitare di usare Dio per i nostri scopi e scoprirci disobbedienti.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa
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ubi charitas et amor, Deus ibi est

Con la Domenica delle Palme iniziamo la grande settimana, la settimana che è chiamata santa perché ciascuno di noi verrà messo davanti al Santo di Dio, al Vivente, a colui che toglie il peccato del mondo. Per questo motivo, in questa settimana di grazia, desidero vivamente invitare ciascuno di voi a compiere due gesti: il primo è chiamato a rafforzare la fede e il secondo l’umiltà.

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Il primo gesto lo impariamo dalla folla dei fedeli di Gerusalemme che alla vista di Gesù esclamano «Osanna» per poi stendere i loro mantelli al suo passaggio. Osanna, è il grido della fede che riconosce nel Signore Gesù il Salvatore potente, l’atteso dalle genti. Il gesto di stendere il mantello, invece, significa donare al Signore tutto quello che di più caro abbiamo, significa donare interamente la vita a Lui nel bene e nel male.

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Proclamare «Osanna» e stendere il mantello, mi ricorda che solo attraverso il dono totale della mia esistenza al Signore posso incontrare la salvezza. Non basta chiedere al Signore la liberazione dal male e dal peccato se trattengo la mia vita per me in modo egoistico, se non lascio il Signore libero di agire dentro le pieghe della mia vita, anche in quelle più oscure e imbarazzanti.  Gesù è il Salvatore totale della vita, non solo di alcune parti marginali di essa.

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Il secondo atteggiamento lo apprendiamo da Gesù stesso, che sceglie di entrare nella città santa a dorso di un’asina. L’ingresso di Gesù a Gerusalemme avviene non nello stile dei conquistatori del mondo antico ma nello stile dell’umile servo obbediente, di colui che è venuto a fare la volontà del Padre e non per imporre la propria. È attraverso questa umiltà e piccolezza che Cristo potrà mettersi a servizio degli apostoli nella lavanda dei piedi che culminerà nel dono della vita sulla croce. Gesù con questo gesto diventa maestro di mansuetudine, ci mostra come la salvezza di Dio non si impone con la forza ma con la determinazione della mitezza.

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Se è nostro desiderio vivere bene la Settimana Santa e giungere alla Pasqua rinnovati, cantiamo con gioia l’Osanna della vittoria e consegniamo la vita a Gesù, e in questa consegna impariamo l’umiltà.

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Proprio in questo tempo di emergenza sanitaria abbiamo bisogno di essere salvati da Lui; proprio in questo tempo di paura è necessario consegnare la nostra vita al Signore affinché ci custodisca al sicuro; proprio in questo momento di crisi e instabilità dobbiamo seguire i Pastori della Chiesa, gravati di indubbi limiti, difetti e peccati, per riscoprire l’umiltà della mansuetudine e per evitare di usare Dio per i nostri scopi e scoprirci disobbedienti.

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Laconi, 5 aprile 2020

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Per stare quanto più possibile vicini ai fedeli in questo momento di grave crisi ed emergenza, la redazione de L’Isola di Patmos informa i Lettori che il nostro autore Padre IVANO LIGUORI, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, cura su Facebook la rubrica «LA PAROLA IN RETE», offrendo delle meditazioni tre volte a settimana. Potete accedere alla pagina curata dal nostro Padre cliccando sul logo sotto:

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«Chiesa Aperta» (XIII puntata) — Per motivi di sicurezza sono state sospese le celebrazioni, ma la Chiesa non ha mai sospesa la carità

— i Padri de L’Isola di Patmos vicini ai fedeli in questa quarantena —

«CHIESA APERTA» (XIII puntata) — PER MOTIVI DI SICUREZZA SONO STATE SOSPESE LE CELEBRAZIONI MA LA CHIESA NON HA MAI SOSPESA LA CARITÀ

Offriamo ai nostri Lettori questo nuovo prezioso video del nostro stimato confratello Giovanni Zanchi, presbitero della Diocesi di Arezzo, affinché possa fungere anche da efficace e sapiente antidoto a tutti coloro che purtroppo, in questo momento di straordinaria crisi ed emergenza, non hanno trovato di meglio da fare che polemizzare, spesso anche in toni duri e aggressivi, contro le decisioni prese dai nostri vescovi per motivi di sicurezza a tutela della salute pubblica: sospendere le sacre celebrazioni e in molti casi chiudere le chiese. Ricordiamo che la Chiesa, nei momenti di crisi ed emergenza, non è mai stata salvata dalle polemiche di coloro che si ergono in tutti i tempi ai più fedeli tra i fedeli o ai più puri tra i puri, ma dall’unità. Qualcuno ha scritto in questi giorni che «i vescovi stanno suicidando la Chiesa italiana». Purtroppo non ha capito niente dell’essenza della fede cattolica: la Chiesa “si suicida” attaccando i vescovi, anziché seguirli e sostenerli in un momento di così grave prova. 

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RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla XIII puntata di Chiesa Aperta!

Il filmato appena visto è testimonianza della Chiesa Aperta anche in tempo di pandemia e che non si accontenta di tenere aperte solo le chiese di pietra e mattoni, ma si inventa mille modi per restare vicina alla nostra gente.

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In questa umile rubrica televisiva ho già segnalato alcune di tali forme emergenziali di presenza ecclesiale, sia per quanto riguarda la Liturgia, sia per la catechesi. Stavolta segnalo alla vostra attenzione l’impegno caritativo della Chiesa italiana, impegno già molteplice e diffuso in tempi normali e continuato anche durante questa calamità. Accenno a questo argomento perché con rammarico constato che i mezzi di comunicazione di massa, specialmente le televisioni nazionali, non mettono in rilievo l’attuale impegno caritativo dei cattolici.

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I notiziari delle grandi reti televisive ogni giorno preferiscono evidenziare i balletti e le canzonette diffusi a titolo di consolazione e incoraggiamento dai nomi più o meno noti del mondo dello spettacolo, piuttosto che le belle storie di carità germogliate all’ombra delle chiese rimaste aperte; come se in quest’ora tragica dovessimo attingere speranza e conforto dalla distrazione del divertimento di massa, invece che dall’impegno nella solidarietà che ha nella carità cristiana il suo fondamento di senso e il suo culmine operativo!

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Per raccontare l’attuale attività caritativa dei cattolici italiani ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta e la durata giornaliera di questa rubrica non lo permette. Del resto, chi vuole informarsi sull’attuale e fuori dell’ordinario impegno caritativo dei cattolici italiani può tenersi aggiornato tramite internet e particolarmente sul portale intitolato Chi ci separerà edito dalla Conferenza Episcopale Italiana. Mi limito in questa sede a fare alcune sottolineature.

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Prima sottolineatura: durante la pandemia i nostri vescovi hanno sospeso le Liturgie con il popolo, ma nelle chiese rimaste aperte i sacerdoti continuano a celebrare la Santa Messa e i fedeli possono pregare singolarmente. Allo stesso modo, durante la pandemia i servizi caritativi offerti dai cattolici italiani continuano a svolgersi, anche se con modalità diverse e prudenziali; per quanto possibile, nessuno è stato abbandonato e anzi sono nate nuove forme di esercizio della carità verso i bisognosi e la Chiesa italiana ha già destinato milioni di euro dai proventi dell’8xmille per sostenere la popolazione in difficoltà. Dunque, come continua la Liturgia, così continua la carità e non potrebbe essere altrimenti, considerati gli stretti legami intercorrenti fra Liturgia e carità. La Liturgia infatti è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (Sacrosanctum Concilium 10); assimilati a Cristo mediante l’azione liturgica, i cristiani si spendono in «tutte le opere di carità, di pietà e di apostolato» e manifestano così di essere «la luce del mondo e rendono gloria al Padre dinanzi agli uomini» (cf Ibidem 9). Questo sia ricordato senza polemica anche a coloro che protestano per la sospensione delle Sante Messe con il popolo, ma non dimostrano altrettanta preoccupazione per come sia possibile continuare a far la carità in mezzo alle attuali difficoltà.

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Seconda sottolineatura: La carità cristiana si distingue dalla semplice solidarietà, perché la carità è la manifestazione dell’amore di Dio riversato nei cuori dei credenti mediante Gesù Cristo e lo Spirito Santo (cf Rom 5, 5). Per questo la elemosina che i cristiani elargiscono specialmente nel tempo della Quaresima, è frutto della preghiera e del digiuno. È doveroso notare che anche la sensibilità sociale verso la solidarietà umana è un frutto delle misconosciute radici cristiane della nostra cultura; ad esempio, gli Ospedali sono stati inventati dai cristiani. Ciò comporta che più la società si scristianizza e meno solidarietà umana si manifesta all’interno della società.

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Terza sottolineatura: i cristiani non hanno mai sospeso l’esercizio delle opere di carità durante le calamità, anzi l’hanno sempre intensificato. Già gli antichi pagani erano impressionati dal comportamento dei cristiani durante le epidemie: mentre i pagani fuggivano pensando solo a sé stessi, i cristiani si sostenevano l’un l’altro e aiutavano il prossimo fino a rischiare la vita per amore di Dio. Come allora così oggi: cominciano a circolare notizie su come i cattolici cinesi di Wuhan si sono spesi per aiutare il prossimo nella loro Città devastata dall’epidemia, dando esempi di carità eroica.

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Concludo: i Vescovi che devolvono una mensilità del proprio sostentamento per il pronto soccorso degli ammalati, il personale e i volontari delle Misericordie, della Caritas, di tutti gli altri Enti e Associazioni cattolici di beneficenza, i medici e il personale degli Ospedali e delle Case di cura cattolici, eccetera, eccetera, eccetera … e tutti quelli che li sostengono spiritualmente e materialmente, sono la Chiesa rimasta Aperta anche durante la pandemia. Li accompagniamo tutti con la nostra preghiera, li sosteniamo con le nostre donazioni e, come atto di riconoscenza, diciamo a tutti loro: “Dio vi rimeriti!”.

A risentirci alla prossima puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 2 aprile 2020

 

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Difendiamo il Sommo Pontefice Francesco dai lanciafiamme dei mariolatri assetati di nuovi dogmi mariani: «Maria non è corredentrice»

— attualità ecclesiale —

DIFENDIAMO IL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO DAI LANCIAFIAMME DEI MARIOLATRI ASSETATI DI NUOVI DOGMI MARIANI: «MARIA NON È CORREDENTRICE»

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Detto questo preferisco soprassedere su un altro piagnisteo collegato strettamente da questi devoti alla corredenzione: «… le cose stanno andando male perché non si è fatta la solenne e universale consacrazione al Cuore Immacolato di Maria!». E dico che preferisco soprassedere perché sono un modesto teologo, molto modesto e forse anche parecchio ignorante, però, per quanto ignorante io possa essere, non intendo occuparmi di magia e di auspicate soluzioni magiche, giocate a botte di apparizioni e veggenti inseriti nel mistero della rivelazione subito dopo il Prologo del Vangelo del Beato Apostolo Giovanni, se non addirittura prima.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

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l’opera di San Luigi Maria Grignon da Montfort

Apro con un esempio e una domanda: perché i Francescani dell’Immacolata ebbero vari problemi, pure se elevati da una certa frangia di mondo cattolico a vittime, rese tali – a loro dire – perché celebravano la Santa Messa col Vetus Ordo Missae? In verità non era questione di latinorum, come affermano coloro che dinanzi a un Dominus vobiscum perdono il lume della ragione, convinti che Il Signore sia con voi non abbia affatto la stessa valenza e potenza salvifica.

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Tra i problemi sorti in questa benemerita e giovane Congregazione, non solo vi era una mariologia teologicamente discutibile, ma il fatto che costoro dessero per scontata l’esistenza di un dogma che la Chiesa non ha mai proclamato e che si è ripetutamente rifiutata di proclamare: il dogma di Maria corredentrice. E chiunque sia libero da pregiudizi costruiti su umori e passioni personali, dovrebbe sapere che dare per esistente un dogma mai proclamato, è più grave che negare un dogma definito. Soprassediamo a tal proposito su Radio Maria e le catechesi del Padre Livio Fanzaga, perché mai, specie alle porte della imminente Settimana Santa, è opportuno sparare raffiche di mitra sulla croce rossa.

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Nella omelia di questa mattina, il Sommo Pontefice Francesco è tornato ad accennare alla figura della Beata Vergine, respingendo la insistente e persistente richiesta della proclamazione del dogma di Maria corredentrice. Poco dopo, la casella di posta elettronica della nostra redazione è stata subissata di email, in non poche delle quali si urla «al Bergoglio eretico e anticristo», con tutti gli annessi e connessi: «luterano, apostata, antipapa» e via dicendo a seguire …

Il discorso di “Maria corredentrice” non è faccenda bergogliana, ma faccenda molto vecchia. Basterebbe rammentare a certi assetati di nuovi dogmi, con relativi insulti rivolti quasi di prassi al Pontefice regnante, che numerosi Sommi Pontefici, a partire dal Beato Pio IX, per seguire col Santo Pontefice Pio X, appresso il Venerabile Pontefice Pio XII, infine i Santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, per seguire infine col Venerabile Benedetto XVI, si sono sempre rifiutati di proclamare il dogma di Maria corredentrice. Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, che il motto mariano «Totus tuus» lo aveva persino inserito nel proprio stemma pontificio, mostrando infine evidente fastidio per questa ciclica insistenza, disse in tono risoluto che non voleva più sentir parlare di questa questione nel corso del proprio pontificato.

Tutti questi Sommi Pontefici erano devotissimi alla Madonna, in particolare San Pio X, Pio XII e San Giovanni Paolo II. Però, al tempo stesso, non hanno mai mancato di replicare e precisare che attraverso il mistero dell’incarnazione del Verbo, Maria ha cooperato alla redenzione e che, detto questo, non era necessario proclamarla corredentrice con una definizione dogmatica. 

Dal punto di vista teologico e dogmatico, il concetto stesso di Maria corredentrice crea anzitutto grossi problemi alla cristologia, col rischio di dare vita a una sorta di “quatrinità” e di elevare la Madonna, che è creatura perfetta nata senza macchia di peccato originale, a ruolo di vera e propria divinità. Cristo ci ha redenti col suo sangue prezioso umano e divino, mentre Maria, ricoprendo un ruolo straordinario nella storia della economia della salvezza, ha cooperato alla nostra redenzione. Dire invece corredentrice equivarrebbe a dire che siamo stati redenti da Cristo e da Maria. Chiariamo: Cristo salva, Maria intercede per la nostra salvezza. E, come capite, non è una differenza di poco conto, salvo creare in caso contrario una religione diversa da quella nata sul mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio.

Questa mattina il Sommo Pontefice, con parole sue, non ha fatto altro che ribadire ciò che già hanno espresso e chiarito i suoi Sommi Predecessori nel corso degli ultimi due secoli di storia della Chiesa. Parole dinanzi alle quali già conosciamo la replica: «… ma San Luigi Maria Grignon de Montfort dice … ma la tal Madonna, apparendo in quello o quell’altro luogo, ai veggenti ha detto e chiesto … ma … ma … ma …». Credetemi: dispiace davvero dover chiarire che San Luigi Maria Grignon de Montfort non ha scritto un trattato di alta teologia ma un trattato sulla vera devozione a Maria. I grandi trattati sulla mariologia, toccando le più delicate sfere della dogmatica, li hanno scritti San Bernardo di Chiaravalle, San Tommaso d’Aquino, il Beato Duns Scoto … E i loro illuminati trattati dogmatici hanno costituito poi nei secoli il presupposto per la proclamazione dei dogmi mariani della immacolata concezione di Maria e della sua assunzione al cielo. Dogmi la cui definizione ha richiesta una gestazione durata secoli, caratterizzata da lunghe e accese polemiche tra teologi e tra scuole teologiche diverse.

È presto detto che dinanzi al «… ma San Luigi Maria Grignon de Montfort dice che …», è d’obbligo replicare alla luce del deposito della fede cattolica, perché sappiamo sì, cosa dice e auspica questo Santo, ma l’autorità di Pietro è di gran lunga superiore a quella del buon Montfort, perché si tratta di un’autorità che si regge su uno dei dogmi che stanno a fondamento costitutivo della Chiesa stessa:

«E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» [Mt. 16, 18-19].

Con le parole pronunciate dal Sommo Pontefice questa mattina, posto che non è la prima volta che fa riferimento alla “corredentrice”, ogni richiesta, strepito e piagnisteo è chiuso, persino con buona pace di San Luigi Maria Grignon de Montfort e il suo sublime trattato sulla vera devozione alla Beata Vergine Maria, persino con buona pace di chi strepita ai nostri giorni via radio …

Detto questo preferisco soprassedere su un altro piagnisteo collegato strettamente da questi devoti alla corredenzione: «… le cose stanno andando male perché non si è fatta la solenne e universale consacrazione al Cuore Immacolato di Maria!». E dico che preferisco soprassedere perché sono un modesto teologo, molto modesto e forse anche parecchio ignorante, però, per quanto ignorante io possa essere, non intendo occuparmi di magia e di auspicate soluzioni magiche, giocate a botte di apparizioni e veggenti inseriti nel mistero della rivelazione subito dopo il Prologo del Vangelo del Beato Apostolo Giovanni, se non addirittura prima. E non posso occuparmi di questo, perché quello del mago non è il mio mestiere …

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dall’Isola di Patmos, 3 aprile 2020

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È morto Antonio Livi assieme al Santo Pontefice Giovanni Paolo II autore della Enciclica Fides et Ratio

È MORTO ANTONIO LIVI ASSIEME AL SANTO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II AUTORE DELLA ENCICLICA FIDES ET RATIO

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Questa mattina è morto Antonio Livi, presbitero romano e ultimo teologo della Scuola teologica romana. I Padri de L’Isola di Patmos affidano un commento in suo ricordo ad Ariel S. Levi di Gualdo.

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Autore
I Padri de L’Isola di Patmos

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Antonio Livi, accademico della Pontificia Università Lateranense

Riposi in pace il nostro confratello Antonio Livi, toscano-pratese di nascita, presbìtero romano, filosofo e teologo, ultimo grande esponente della Scuola teologica romana, tornato alla Casa del Padre questa mattina.

Il nostro confratello, 82 anni, da tempo era ammalato di tumore al cervello. La sua morte non è in alcun modo ricollegabile alla pandemia in corso.

Tra i fondatori di questa nostra rivista nata nell’ottobre del 2014, Antonio Livi fu l’autore del sottotitolo che accompagna L’Isola di Patmos«Il luogo dell’ultima rivelazione». Fu infatti in quest’isola dell’Egeo che il Beato Apostolo, noto anche come l’Aquila, scrisse il Libro dell’Apocalisse.

Chi ha conosciuto Antonio Livi a fondo, sa che la cosa peggiore che gli si potrebbe fare è l’apologia del Caro Estinto. O com’ebbe a dirmi lui stesso in un’occasione col suo cinismo tipicamente toscano:

«Quando muore un prete, lo si piange due giorni, facendo finta, ovviamente. Poi, a partire dal terzo giorno, ci si rallegra perché si è tolto di mezzo».

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Inutile ricordare il suo curriculum accademico, perché una volta detto che Antonio Livi era l’ultimo esponente della Scuola teologica romana, con ciò è stato detto tutto.

Antonio Livi con il Sommo Pontefice Benedetto XVI in visita alla Pontificia Università Lateranense

Amabile come persona e al tempo stesso carattere a volte impossibile. Con lui dialogare voleva dire alla fine litigare. Tanto che una volta gli dissi: «Quando avrai finito di litigare con tutti, a quel punto comincerai a litigare con te stesso». E quando una volta, in tono di lamentela mi disse: «… sai, dicono in giro di me che io sia permaloso». Replicandogli in modo sfottente dissi: «Non mi dire! Calunnie, orribili calunnie. Tu permaloso in modo, per così dire … ordinario? No, tu sei più permaloso di una scimmia cappuccina!».

Ha voluto bene a me e io a lui, ci siamo voluti bene litigando. Una volta ci “scotennammo” per il classico malinteso: io scrissi che senza il supporto storico il dogma sarebbe rimasto campato in aria, essendo il dogma anche frutto di una precisa storia, a volte persino di una precisa politica che aiuta a comprendere come si è giunti alla sua solenne definizione. Lui decise di capire fischi per fiaschi — perché in quel momento aveva bisogno psicofisico di litigare con qualcuno — e mi dette dello storicista e del cripto-modernista. Al ché io presi a sfottere la sua logica aletica, un suo cavallo di battaglia; e la cosa andò avanti per settimane. Poi intervenne l’anziano Brunero Gherardini che disse all’uno e all’altro: «Mi sembrate due cani che mordono lo stesso osso!». Questo era Antonio Livi, per questo affermo che beatificarlo oggi nel giorno della sua morte, vorrebbe dire recargli davvero ingiuria.

Antonio Livi

La morte giunge sempre silente, però, a suo modo, a volte parla: Antonio Livi è morto il 2 aprile, nello stesso giorno in cui morì il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, sotto il quale collaborò alla stesura della celebre Enciclica Fides et Ratio, che s’è portata nel cuore per tutta la sua vita. Noi sapevamo del suo prezioso contributo dato alla stesura di questa Enciclica, ma lui non lo diceva e mai se n’è gloriato. Sicché non solo litigioso e permaloso, ma anche umile e discreto servitore della Chiesa e del papato. 

Alla casualità non crediamo, anzi immaginiamo da chi la sua anima è stata accolta. E forse, Giovanni Paolo II, accogliendolo col sorriso sornione tipicamente suo e con l’ironia propria del suo carattere, può essere che gli abbia detto: «Antonio, adesso puoi finalmente rilassarti, perché hai finito di litigare, dopo avere sperimentata sulla tua pelle, nel corso della tua malattia, anche l’essenza di un’altra mia celebre Lettera Apostolica: la Salvifici Doloris».

E forse, il dolore che negli ultimi anni ha sofferto, lo ha purificato come un nuovo Battesimo, aprendogli le porte al premio della beatitudine eterna.

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Ariel S. Levi di Gualdo

Dall’Isola di Patmos, 2 aprile 2020

in memoria di Antonio Livi

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