Teolock down: «Chiusi dentro con Dio». Cosa ci hanno insegnato le settimane di quarantena?

—  attualità ecclesiale —

TEOLOCK DOWN: «CHIUSI DENTRO CON DIO». COSA CI HANNO INSEGNATO LE SETTIMANE DI QUARANTENA?

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Il digiuno eucaristico al quale siamo stati sottoposti in questi due mesi, non è così insolito per la storia della Chiesa. Infatti, i monaci, durante Quaresima erano soliti fare il digiuno dall’Eucarestia, per poi viverla al massimo il giorno di Pasqua. La comunione frequente e quotidiana e quella dei bambini è entrata oggi nella nostra vita di fede, alla quale tutti siamo ormai abituati: ma in origine e nel passato non era così, fu infatti il Santo Pontefice Pio X a introdurre questa frequenza in tempi recenti, per l’esattezza nel 1905 [San Pio X, Sacra Tridentina Synodus].

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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La pornocrazia clericale e le ordinazioni dei preti omosessuali, che da tempo hanno fatto un golpe all’interno della Chiesa, generando una decadenza irreversibile

— I video delle lectiones magistrales —

LA PORNOCRAZIA CLERICALE E LE ORDINAZIONI DEI PRETI OMOSESSUALI, CHE DA TEMPO HANNO FATTO UN GOLPE ALL’INTERNO DELLA CHIESA, GENERANDO UNA DECADENZA IRREVERSIBILE 

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Oggi il governo della Chiesa è in mano a ecclesiastici omosessuali: «Non è una mia esagerazione, bensì solo puro realismo, affermare che la Chiesa è una struttura ormai omosessualizzata e che oggi, il primo tra gli Stati del mondo con la percentuale in assoluto più alta di omosessuali, è lo Stato della Città del Vaticano».

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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In questa video-lezione torno a documentare che non esiste al mondo aggregazione nella quale, come nella  Chiesa Cattolica, la presenza di omosessuali è così alta; né esiste aggregazione dove, come nella Chiesa Cattolica, gli omosessuali hanno fatto un vero e proprio “golpe”, inserendosi in tutte le “stanze di comando”.

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Oggi il governo della Chiesa è in mano a queste persone: «Non è una mia esagerazione, bensì solo puro realismo, affermare che la Chiesa è una struttura ormai omosessualizzata e che oggi, il primo tra gli Stati del mondo con la percentuale in assoluto più alta di omosessuali, è lo Stato della Città del Vaticano».

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Questo problema, che per la Chiesa è decisamente devastante, cominciai a studiarlo nel 2008 e, agli inizi del 2011, detti alle stampe il mio libro «E Satana si fece trino» [Edizioni L’Isola di Patmos, II ed. 2019], nel quale scrissi e spiegai con dieci anni di anticipo la situazione attuale. Vi suggerisco di leggerlo, perché molti troveranno risposta ai tanti quesiti che si pongono.

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INDICE TEMATICO DI QUESTA VIDEO-LEZIONE

I – LA LEZIONE DI ORIGENE. LA VIRILITÀ DEL VIR PROBATO È ELEMENTO IMPRESCINDIBILE PER IL SACERDOZIO CATTOLICO  minuto 04:30

II – NON C’È DIFFERENZA TRA LE ORDINAZIONI SIMONIACHE E QUELLE AVVENUTE PER SCAMBI DI FAVORI SESSUALI PERVERSI E PER CONSEGUENTI RICATTI  minuto 17:30

 III – IL DRAMMA DEL PECCATO DI ACCIDIA E OMISSIONE, IN UNA CHIESA DOVE TUTTI ASPIRANO A DIVENTARE CARDINALI, MA DOVE NESSUNO È DISPOSTO AD ASSUMERSI UNA RESPONSABILITÀ ANCHE MINIMA  minuto 26:58

IV – MOLTI OMOSESSUALI MANCANO DEI REQUISITI MINIMI RICHIESTI PER LA VALIDITÀ DEL SACRAMENTO DELL’ORDINE  minuto 31:52

V – LA “BANDA DELLA MAGLIANA” CLERICAL GAY  COLPISCE ALLA CONGREGAZIONE PER LE CAUSE DEI SANTI  minuto 37:30

VI – IL MISTERO DELLA GRAZIA DI DIO, IL SUPPLET GRATIA ED IL SUPPLET ECCLESIA, NON SONO NÉ UNA SCAPPATOIA NÉ UNA PANACEA  minuto 52:08

VII – APPELLO AI LAICI: NON SIATE VIGLIACCHI COME CERTI VESCOVI E PRETI  minuto 01:00:25

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CORREZIONE E PRECISAZIONE: al minuto 21:30 Padre Ariel cita S.E. Mons. Mauro Parmeggiani come Vescovo di Albano Laziale. Si tratta di un lapsus calami, questo prelato è infatti Vescovo della Diocesi di Tivoli.

 

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Dall’Isola di Patmos, 18 maggio 2020

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CANALE YOUTUBE DE L’ISOLA DI PATMOS

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Dalla Santa Messa al bidet del maresciallo: quel sottile confine spesso valicato in cui i figli insegnano al padre l’arte del generare

— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

DALLA SANTA MESSA AL BIDET  DEL MARESCIALLO: QUEL SOTTILE CONFINE SPESSO VALICATO IN CUI I FIGLI INSEGNANO AL PADRE L’ARTE DEL GENERARE. 

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Onestamente, c’è da sorridere amaramente nell’apprendere della cura maniacale con cui gli Ordinari hanno caldeggiato ai loro sacerdoti la scrupolosa osservanza del protocollo ministeriale, quando in un passato non tanto lontano si faceva fatica anche solo ad osservare l’Ordinamento Generale del Messale Romano con le corrispondenti rubriche, tanto da dover reputare necessario produrre l’istruzione Redemptionis Sacramentum per correggere i numerosi sacerdoti, religiosi e laici da frequenti errori e fantasticherie che attenevano all’ossequio dovuto alla Santissima Eucaristia e alla sacra liturgia. Sicuramente, il curatore – o i curatori del protocollo – hanno fatto come il maresciallo dei carabinieri della nota barzelletta, il quale dopo aver notato il parroco del paese con il braccio ingessato e appreso da quest’ultimo che l’incidente era occorso per l’urto sul bidet, alla domanda dell’appuntato rispondeva con candore di non conoscere il bidet in quanto la sua latitanza dalla chiesa era vecchia di trent’anni.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Quella superficiale mediocrità e indolente tiepidezza che ci impedisce di giungere alla via, alla verità e alla vita

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

QUELLA SUPERFICIALE MEDIOCRITÀ E INDOLENTE TIEPIDEZZA CHE CI IMPEDISCE DI GIUNGERE ALLA VIA, VERITÀ E VITA

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Abbiamo tanto bisogno di vede uomini che si ergano sulla breccia come difensori di un popolo oramai incapace di trovare Dio, sperduto come un fanciullo rimasto orfano. L’emergenza sanitaria attuale ha portato alla luce le miserie umane più nascoste, anche quelle miserie del popolo cristiano e dei suoi ministri entrambi dimentichi dell’unica relazione vivificante con Cristo a favore di rapporti virtuali e di soluzioni alternative non prive di nobili propositi. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

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Vangelo di San Giovanni: 14, 6

Domenica scorsa Gesù si presenta a noi come la porta delle pecore e il pastore buono, come colui che è la guida sicura verso il raggiungimento della vera vita [vedere precedente omelia, QUI]. In questo tempo pasquale, segnato dalla fastidiosa pandemia di Covid-19, la vita non può che anelare alla verità, senza capitolare davanti al fatalismo menzognero del mondo, affinché acquisti sempre più sensatezza e valore anche nell’infermità [Liturgia della Parola di questa V domenica pasquale, QUI]. Tale alta aspettativa di esistenza terrena non può che realizzarsi nella collaborazione con la grazia, ribadendo la scelta radicale del Signore Risorto: in Lui pietra angolare ogni vita cresce in modo ordinato e ben compaginato e connesso per edificarsi come luogo santo abitato dallo Spirito di Dio [cf. Ef 2,21; 4,16].

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E dentro la Chiesa, sposa del Risorto, lo Spirito Santo non cessa mai di far risuonare con fermezza quell’interrogativo del Salmo 34 che costituisce uno dei capisaldi di ogni rinnovamento interiore e di ogni sicura azione vocazionale:

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«C’è qualcuno che desidera la vita e brama lunghi giorni per gustare il bene?» [cf. Sal 34, 13].

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Chiediamocelo veramente, c’è ancora oggi qualcuno che desidera vivere in pienezza oppure ci si vuole accomodare solo sulla superficiale mediocrità e sulla indolente tiepidezza? Le nostre comunità cristiane sono ancora capaci di rispondere all’invito di Dio rivolto al profeta:

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«Io ho cercato fra loro un uomo che costruisse un muro e si ergesse sulla breccia di fronte a me, per difendere il paese perché io non lo devastassi, ma non l’ho trovato» [cf. Ez 22,30].

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Abbiamo tanto bisogno di vede uomini che si ergano sulla breccia come difensori di un popolo oramai incapace di trovare Dio, sperduto come un fanciullo rimasto orfano. L’emergenza sanitaria attuale ha portato alla luce le miserie umane più nascoste, anche quelle miserie del popolo cristiano e dei suoi ministri entrambi dimentichi dell’unica relazione vivificante con Cristo a favore di rapporti virtuali e di soluzioni alternative non prive di nobili propositi.

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Nella nostra ipocrisia, che si colora a volte di incredulità e a volte di bigottismo, abbiamo scordato che siamo stati creati esclusivamente per conoscere, amare e godere di Dio. La vita dell’uomo sulla terra, anche di quello più peccatore e distante, non serve a null’altro se non ad esprimere questa consapevolezza: Dio mi ama e io amo Lui. E la misura di questo amore è la Croce gloriosa del Risorto che mai come in questo tempo di tribolazione rifulge al mondo come spes unica.

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Dio è alla ricerca di innamorati, di uomini che desiderano vivere senza sconti, senza alibi, senza compromessi, senza interferenze con il mondo. Dio si rende – attraverso l’umanità del Figlio suo – mendicante d’amore, affinché l’uomo trovi la ricchezza della vita in Lui. In questa ricerca d’amore e di nuova vita è urgente rimuovere l’io personale e innestare l’Io di Cristo:

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«Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» [cf. Gv 14,6].

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I tre predicati che troviamo in questo versetto evangelico vengono introdotti dalla solenne formula divina dell’Ego eimi, dell’Io Sono, formula che non lascia alcuna possibilità di appello e di fraintendimento ma sigilla l’essenzialità della sequela vocazionale del discepolo. Cristo è realmente il volto del Dio visibile e conoscibile che è Via, Verità e Vita. E chi sceglie Cristo sa di dover percorrere una via differente, fare propria una verità scomoda, assumere una vita che domanda perfezione oltre misura.

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La Via che orienta l’esistenza è la Parola di Cristo, è la nuova Torah che ha portato alla perfezione e alla pienezza l’antica Legge mosaica [cf. Mt 5,17], il suo Vangelo è ora regola e orientamento sine glossa.

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La Verità che libera non è più data da quella sottile e maliziosa sapienza umana, finalmente sussiste una sapienza incarnata, graziosa che nel Verbo di Dio divenuto figlio di Giuseppe e di Maria si rivela e si comunica, svelando l’uomo a sé stesso nel suo vero volto [cf. Gv 19,5].  La Vita ci ricorda il legame profondo con Dio perché è Lui il datore di ogni vita attraverso il suo Spirito, accettare la vita significa accettare indiscutibilmente la firma di Dio sul mondo creato. Nel Vangelo di Giovanni, Cristo è il depositario della vita del Padre, è lui che la dona a chi egli vuole [cf. Gv 5,21; 11,25-26].

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La fede nel Risorto Via, Verità e Vita ci permette di raggiungere Dio, questo è l’obiettivo di ogni professione di fede tanto è vero che l’evangelista Giovanni tende a sottolinearlo molto bene nel finale del suo Vangelo:

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«Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» [cf. Gv 20,30-31].

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La fede in Lui ci conduce sulla breccia, ci dispone all’Eccomi, ci rende possibile l’abbraccio col Padre in un tempo in cui gli abbracci ci sono negati. Non perdiamo tempo, desideriamo la vita, desideriamola sempre, desideriamola ora!

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Laconi, 10 maggio 2020

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Per stare quanto più possibile vicini ai fedeli in questo momento di grave crisi ed emergenza, la redazione de L’Isola di Patmos informa i Lettori che il nostro autore Padre IVANO LIGUORI, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, cura su Facebook la rubrica «LA PAROLA IN RETE», offrendo delle meditazioni tre volte a settimana. Potete accedere alla pagina curata dal nostro Padre cliccando sul logo sotto:

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Visitate la pagina del nostro negozio librario QUI. In seguito all’emergenza da coronavirus l’Azienda Amazon che stampa e distribuisce i nostri libri ha dovuto dare priorità alla distribuzione dei generi di prima necessità. Stampa e distribuzione dei libri riprenderanno quindi dopo il 4 maggio.   

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Arte e morte dinanzi a un virus invisibile e insidioso che nel corso di questa pandemia ha riportato l’uomo a riflette sulla vita e sulla morte

— gli specialisti ospiti de L’Isola di Patmos —

ARTE E MORTE DINANZI A UN VIRUS INVISIBILE E INSIDIOSO CHE NEL CORSO DI QUESTA PANDEMIA HA RIPORTATO L’UOMO A RIFLETTERE SULLA VITA E SULLA MORTE

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Di cultura in cultura la sepoltura e il rito funebre hanno contraddistinto il passaggio della morte dell’uomo, il tutto fino alla sopravvenuta diffusione del Cristianesimo nel quale, la deposizione dalla croce del Cristo morto diventa stereotipo fondamentale alla cura del corpo e dell’anima. Attraverso le iconografie cristiane artistiche di tutti i secoli abbiamo contezza di quanto l’uomo ne sia legato quasi endemicamente alla sua stessa esistenza.

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Autore
Licia Oddo *

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Raffaello Sanzio, Deposizione del Cristo, olio su tavola, Galleria Borghese, Roma

Tra gli effetti collaterali della pandemia da covid19, il momento della meditazione riacquista la sua fisionomia, in una società assuefatta per la mancanza di tempo alla frenesia del quotidiano. Così oggi il tempo torniamo a recuperarlo nei vari aspetti vitali, incluso quello artistico di un’arte intesa come nobile espressione dell’attività umana. Infatti, l’arte è di per sé un grande atto di resistenza alla morte [G. Vangi cfr. C. Casadei in Spettacoli, cultura e società].

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Se l’uomo è stato costretto a limitare e arrestare la sua esistenza, la morte, non si ferma davanti a niente e nessuno, anzi è la più tragica delle conseguenze, ma si tinge di toni più cupi a causa di questa forma pandemica, negando all’uomo la dignità del suo stesso culto. Così, se la natura rumoreggia nel silenzio dell’emergenza e si riprende il suo posto, la pandemia spodesta gli uomini nel culto dei morti, sino a impedire di poter procedere al loro estremo saluto, alla veglia del cadavere prima della sepoltura e alla sua pietosa tumulazione.

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In tutte le civiltà e da illo tempore, l’attenzione per il defunto è prioritaria nella tradizione di conferire la giusta sepoltura del corpo funzionale al benessere dell’anima. La tradizione letteraria e l’arte ci danno testimonianza per tutte le civiltà della storia del culto funebre a partire dal mondo greco, dai poemi omerici nella celebre rivendicazione di Priamo del corpo del figlio da parte degli achei, alle tragedie, in cui la disperazione di Antigone per la morte del fratello Polinice, infrange il divieto di sepoltura. Se quello del γέρας θανόντων era un obbligo dei superstiti verso il guerriero, allo stesso tempo era dovere proteggere il suo corpo dall’attacco della natura e dall’oltraggio del nemico provvedendone alla sua tumulazione. Sulla stregua della cultura greca l’occidente si fa erede e portatore di un sistema di valori, ideali in grado di resistere all’azione corrosiva del tempo, e di garantire l’immortalità all’uomo grazie al ricordo dei suoi congiunti.

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Catacombe di Santa Lucia, Siracusa: affresco funerario

Di cultura in cultura, sepoltura e rito funebre hanno contraddistinto il passaggio della morte dell’uomo, fino alla diffusione del Cristianesimo nel quale la deposizione dalla croce del Cristo morto diventa fondamentale simbolo della cura del corpo e dell’anima. Attraverso le iconografie cristiane artistiche di tutti i secoli abbiamo contezza di quanto l’uomo ne sia legato quasi endemicamente alla sua stessa esistenza.

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Da due mesi circa a questa parte, decine di migliaia di uomini, a causa del morbo covid19, sono stati costretti a rinunciare ai riti funebri, ma ancor prima all’ultimo saluto ai propri congiunti. Gli scenari che si aprono innanzi ai nostri occhi sono degni di un’ecatombe: cadaveri ammassati l’uno sull’altro nei corridoi dei nosocomi, privati della più semplice dignità sociale. Con stupore abbiamo assistito a una fila di camion militari carichi di bare portate da Bergamo verso vari crematori della Lombardia e dell’Emilia Romagna, perché i crematori della Città non potevano procedere a tutte quelle cremazioni. Immagini che hanno riportato alla mente le ben note pestilenze che hanno afflitto l’umanità attraverso i secoli. Corpi bruciati o gettati in fosse comuni ricoperte di calce viva a causa della mancanza di posti cimiteriali, tristemente obbligati a procedere con rapidità a sbarazzarsene per sanificare l’ambiente evitando l’ulteriore contagio.

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Statua genuflessa nel cuore di Times Square con le mani rivolte al cielo e titolata Covid Hero monument, opera dell’artista Sergio Furnari, divenuta simbolo della lotta alla pandemia.

Stessa procedura oggi riguarda alcuni dei Paesi della terra per non incorrere in altrettante pericolose infezioni che hanno sbalordito e inorridito le coscienze più comuni. Si assiste così all’umiliazione e mortificazione più dolorosa nella società post contemporanea che nulla ha potuto contro un evento di portata catastrofica, superiore a qualsiasi previsione. E se la storia sembra ripetersi anche a distanza di un secolo, quando negli anni Venti del Novecento si ebbe la grande epidemia nota come “febbre spagnola”, scandendo la nostra vita per fasi in attesa della normale ripresa quotidiana, a predominare su tutto è l’istinto di conservazione. Istinto primordiale che ne contraddistingue la natura umana, la cui reazione è oggi visibile nel lavoro dei medici e nelle rappresentazioni artistiche, che raccolgono le testimonianze materiali dell’operato umano a garanzia di una sopravvivenza totale sia fisica che identitaria della nostra specie, formata da uomini che spesso si sentono invincibili; uomini che forse, mai, avrebbero immaginato in che modo un virus invisibile e insidioso, li avrebbe portati di nuovo a dover riflettere sulla vita e sulla morte.

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Siracusa, 9 maggio 2020

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* Storico e critico d’arte. Già segnalatrice critica del Catalogo dell’arte moderna (C.A.M.) Editoriale Giorgio Mondadori – Cairo

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Sia abolito il Motu Proprio di Benedetto XVI sulla Messa Tridentina, rivelatosi alla prova dei fatti: infelice, inopportuno e dannoso

— I video delle lectiones magistrales —

SIA ABOLITO IL MOTU PROPRIO DI BENEDETTO XVI SULLA MESSA TRIDENTINA, RIVELATOSI ALLA PROVA DEI FATTI: INFELICE, INOPPORTUNO E DANNOSO

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Un prete trentenne che si mette a fare il tradizionalista tridentino, da dove tira fuori la formazione e la cultura indispensabile per celebrare col Messale di San Pio V? È presto detto: un sacerdote che volesse celebrare degnamente col Messale di San Pio V dovrebbe studiare per anni e anni la struttura del rito, il suo senso teologico e la sua evoluzione nei secoli; perché quel rito si colloca in una dimensione ecclesiale e pastorale che oggi non esiste più. In caso contrario cadrà in un grottesco peggiore di quello di certi preti che fanno buffonerie celebrando col Messale di San Paolo VI.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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In questa lectio spiego perché mi auspico che si proceda ad abolire l’uso del Messale di San Pio V concesso nel 2007 col Motu Proprio Summorum Pontificum sulla Liturgia Romana dal Sommo Pontefice Benedetto XVI.

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Muovendomi su rigorosi criteri storico-teologici, spiego anzitutto quali sono stati i limiti della riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Una riforma di cui la Chiesa aveva bisogno, ma sui risultati della quale, oggi, c’è molto da discutere.

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In modo imparziale e senza pregiudizi, analizzo e spiego quanto al presente non sia proponibile ipotizzare un ritorno a un passato che secondo taluni non deve passare. Al tempo stesso, però, spiego quanto sia urgente mettere mano a dei correttivi, procedendo a una riforma della riforma di una sacra liturgia divenuta da decenni teatro dei personalismi soggettivi e stravaganti dei celebranti, sino a renderla instabile e piegata al capriccio particolare, anziché essere espressione orante della dimensione universale della Chiesa mediante il Sacrificio di Cristo Signore che si rinnova nella Santa Messa. 

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Dall’Isola di Patmos, 7 maggio 2020

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CANALE YOUTUBE DE L’ISOLA DI PATMOS

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Il Bel Pastore non è una iconografia devozionale, ma il modello possibile e realizzabile da perseguire che Cristo Divino Maestro ci offre

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL BEL PASTORE NON È UNA ICONOGRAFIA DEVOZIONALE, MA IL MODELLO POSSIBILE E REALIZZABILE DA PERSEGUIRE CHE CRISTO DIVINO MAESTRO CI OFFRE 

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Sia che siamo pastori o pecore è necessario passare attraverso Cristo Risorto perché è la sola regola per trovare la vita. Ripudiamo tutte le altre porte inutili, tutti gli altri pastori ingannevoli, non lasciamoci confondere per poi finire i nostri giorni delusi, ammalati e affamati. Chi non passa attraverso Gesù o è un ladro che vuole usare la fede per arricchirsi illecitamente oppure è un brigante che vuole usare la fede con violenza e aggressività. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa
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Foto di repertorio: il Sommo Pontefice Francesco

In questa IV domenica di Pasqua la nostra riflessione sul Vangelo di Giovanni si incentra sulla figura di Cristo risorto presentato come il buon Pastore, titolo che nell’originale greco è reso come il bel pastore cioè il modello esemplare per tutti coloro che sono chiamati ad essere pastori. Questa constatazione ci conduce oggi a portare nel cuore tutti i nostri pastori: dal Vescovo di Roma all’ultimo sacerdote ordinato. Tutti costoro sono pastori vicari nella misura in cui la loro vita ricalca quella dell’unico e autentico Pastore che è Cristo Risorto.

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Sarò sincero, non mi è mai piaciuto che il giudizio su un sacerdote venga confezionato a partire da quello che sa fare o da quello che può dare. Peggio ancora quando il sacerdote – o vescovo – viene individuato attraverso i propri titolo accademici, quali novelli blasoni da esporre nella pletora degli arrampicatori clericali verso la scalata carrieristica. L’unico titolo essenziale per un sacerdote è dato dal suo essere di Cristo, dentro quel mistero immeritato e gravoso di cui mai capiremo abbastanza il valore è racchiuso tutto il necessario per spalancare le porte del paradiso. Per questo – dicevo – soffro parecchio quando un sacerdote viene reputato meritevole o meno in base alle sue doti fisiche, intellettuali, accademiche, sociali, organizzative, ecclesiastiche. A me basta che sia sacerdote: convinto di esserlo, felice di esserlo, responsabile di esserlo.

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Lo sappiamo bene noi parroci quando ci sentiamo portare a metro di paragone dai fedeli: «Quel prete organizza molte gite e pellegrinaggi per i parrocchiani, ha messo numerose attività di aggregazione nella parrocchia, ha attrezzato l’oratorio in maniera magnifica, sa parlare ai giovani, ha dotato la Chiesa di tutti confort etc..».  Scusate, ma non posso che pensare come davanti a tutte queste meraviglie – sicuramente utili e giuste – molte comunità super accessoriate restano ancora vuote, i ragazzi abbandonano la fede dopo la cresima, la fame dell’Eucaristia e della Parola non viene colmata, la difficoltà a permanere nella fedeltà al Vangelo rappresenta la norma a cui abituarsi per non farsi etichettare come rigidi.

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Ecco allora perché il Vangelo di questa domenica è estremamente importante non solo per i fedeli laici ma soprattutto per noi ministri, costituiti pastori del gregge di Dio a noi affidato. Cristo nella sua incarnazione si carica della nostra natura umana e negli eventi della Pasqua la sopraeleva alla gloria di Dio. La nostra condizione finale, da un punto di vista teologico, è decisamente più superiore e sublime di quella che sperimentarono i nostri progenitori nel Paradiso Terrestre.

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Cari amici cristiani, questa è l’opera compiuta dal Risorto, da colui che è il Signore, e quest’opera di sopraelevazione dei fedeli alla gloria del Padre attraverso la loro quotidiana santificazione è compito eminente dei sacerdoti, questo è, e dovrebbe essere l’unico assillo che ci ha fatto lasciare tutto per seguire Cristo.

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Non mi posso accontentare di un gregge di fedeli soddisfatto se questo non è anche santo, la soddisfazione attiene all’immanenza, la santità abbraccia l’oggi eterno di Dio in un continuo movimento di conversione:

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«Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà» (cf. Lc 9,23-24).

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Per questo motivo l’evangelista Giovanni ci dice oggi che Gesù è l’unica porta attraverso la quale le pecore possono passare per essere sante e piene di Dio. Parole che vogliono indicare la mediazione di Colui che ci permette l’accesso al Padre, dentro una vita totalmente ripiena di Dio e che parli di Lui in tutte le sfaccettature più minute.

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Non deve meravigliarci questa prospettiva di perfezione, perché in questo mese di maggio abbiamo davanti l’esempio realizzato di Maria Santissima, colei che è chiamata santa e piena di grazia, proprio perché – attraverso il Figlio e in vista di Lui – ha ottenuto da Dio quella compiutezza di vita che è mèta di ogni battezzato. Maria è la prima cristiana che ha goduto in pienezza dei frutti della risurrezione del Figlio.

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Pertanto, sia che siamo pastori o pecore è necessario passare attraverso Cristo Risorto perché è la sola regola per trovare la vita. Ripudiamo tutte le altre porte inutili, tutti gli altri pastori ingannevoli, non lasciamoci confondere per poi finire i nostri giorni delusi, ammalati e affamati. Chi non passa attraverso Gesù o è un ladro che vuole usare la fede per arricchirsi illecitamente oppure è un brigante che vuole usare la fede con violenza e aggressività.

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Preghiamo ogni giorno affinché i nostri pastori non si tramutino in ladri o briganti, questo è compito di tutta la Chiesa, comunità che intercede affinché coloro che sono chiamati a santificare siano i primi santi di cui dover rendere grazie a Dio.

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Gesù è la porta della nostra vita, una vita risorta che – se accettata liberamente e con gioia – è capace di salvare dagli abissi della morte e costituire testimoni autentici di vita. Questo è il solo messaggio che desidero oggi incontrare negli occhi dei sacerdoti, questo solo è sufficiente, questo solo basta.

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Laconi, 3 maggio 2020

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Per stare quanto più possibile vicini ai fedeli in questo momento di grave crisi ed emergenza, la redazione de L’Isola di Patmos informa i Lettori che il nostro autore Padre IVANO LIGUORI, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, cura su Facebook la rubrica «LA PAROLA IN RETE», offrendo delle meditazioni tre volte a settimana. Potete accedere alla pagina curata dal nostro Padre cliccando sul logo sotto:

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Dinanzi al mistero del Cristo Risorto non possiamo rinunciare a vivere e ridurci a sopravvivere

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DINANZI AL MISTERO DEL CRISTO RISORTO NON POSSIAMO RINUNCIARE A VIVERE E RIDURCI A SOPRAVVIVERE 

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La mia coscienza di uomo, di cattolico, di sacerdote e di cittadino italiano mi impone quindi di prendere la seguente decisione: questa è l’ultima volta che celebro la Santa Messa in diretta televisiva, perché non voglio diventare complice di un modo di fare assurdo e mortificante. Altri decideranno in modo diverso, ma io non posso, non debbo e non voglio fare altrimenti, perché io voglio vivere e non ridurmi a sopravvivere, voglio essere testimone responsabile di Cristo risorto, l’unico che ci libera dal terrore del male e della morte. 

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Giovanni Zanchi

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PDF  articolo formato stampa

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Fratelli,

la effige di Santa Maria del Conforto, venerata nella Diocesi di Arezzo

celebriamo questa Santa Messa a gloria di Dio e in onore di Santa Maria nella resurrezione del Signore (cf Raccolta delle Messe della beata Vergine Maria 15). Il giorno di sabato è particolarmente consacrato alla devozione mariana, perché nel giorno del Sabato Santo la Madonna rimase sola sulla faccia della terra a credere e a sperare nella resurrezione di Gesù dai morti; nel giorno del Sabato Santo tutta la fede della Chiesa si “racchiuse” in Maria Santissima, sempre unita nella fede obbediente al suo Divin Figlio. Per questo, appena resuscitato, Gesù apparve innanzitutto alla sua Santa Madre; a questo proposito, rileggo parte di quanto insegnò san Giovanni Paolo II nel corso dell’Udienza generale del 21 maggio 1997:

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«I Vangeli riferiscono un piccolo numero di apparizioni di Gesù risorto e non certo il resoconto completo di quanto accadde nei quaranta giorni dopo la Pasqua. La Vergine, presente nella prima comunità dei discepoli (cf At 1, 14), come potrebbe essere stata esclusa dal numero di coloro che hanno incontrato il suo divin Figlio risuscitato dai morti? È anzi legittimo pensare che verosimilmente la Madre sia stata la prima persona a cui Gesù risorto è apparso. L’assenza di Maria dal gruppo delle donne che all’alba si reca al sepolcro (cf Mc 16, 1; Mt 28, 1), non potrebbe forse costituire un indizio del fatto che Ella aveva già incontrato Gesù? Questa deduzione troverebbe conferma anche nel dato che le prime testimoni della resurrezione, per volere di Gesù, sono state le donne, le quali erano rimaste fedeli ai piedi della Croce e quindi più salde nella fede. Il carattere unico e speciale della presenza della Vergine sul Calvario e la sua perfetta unione con il Figlio nella sofferenza della Croce, sembrano postulare una sua particolarissima partecipazione al mistero della risurrezione. Presente sul Calvario durante il Venerdì Santo (cf Gv 19, 25) e nel Cenacolo a Pentecoste (cf At 1, 14), la Vergine Santissima è probabilmente stata testimone privilegiata anche della risurrezione di Cristo, completando in tal modo la sua partecipazione a tutti i momenti essenziali del Mistero pasquale».

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San Giovanni Paolo II dunque insegna che, tra i singolari privilegi soprannaturali che la Madonna ebbe da Dio, vi fu anche l’apparizione del Figlio appena risorto dai morti. Per noi ora l’incontro con Gesù risorto avviene innanzitutto nel sacramento dell’Eucaristia, celebrato nella Santa Messa e ricevuto nella Santa Comunione; sotto le apparenze del pane e del vino consacrati è infatti presente veramente, realmente e sostanzialmente Gesù risorto, in corpo, sangue, anima e divinità; quello stesso e medesimo Cristo risorto che i beati godono già in Paradiso, quello stesso e medesimo Cristo risorto che la Madonna e i primi discepoli contemplarono qui in terra nei 40 giorni della prima Pasqua, quello stesso e medesimo Cristo risorto ora si comunica a noi nel Santissimo Sacramento dell’altare; l’unica differenza fra i beati in cielo, la Madonna e i primi discepoli e noi è che essi lo contemplano e lo contemplarono in visione, noi per ora solo nella fede sotto il velo del Sacramento.

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Nella Santa Messa e nella Comunione sacramentale noi godiamo quindi della presenza di Gesù risorto che ci assimila a sé e ci comunica la sua vita gloriosa. Ma a causa della pandemia in corso, la stragrande maggioranza dei fedeli è da ormai troppo tempo privata della grazia della partecipazione alla Santa Messa e della ricezione della Santa Comunione. In principio i nostri vescovi hanno giustificato tale gravissima privazione come un doloroso sacrificio e un atto di responsabilità da parte della Chiesa, per favorire la comune lotta contro il diffondersi della malattia e, nel sorgere dell’emergenza, questo poteva anche essere del tutto condivisibile, in attesa di potersi organizzare in sicurezza. Ma ora, continuare a negare per un tempo indefinito la partecipazione alla Santa Messa e la ricezione dei Sacramenti, espone il nostro popolo a gravissimi rischi spirituali, più pericolosi di quelli fisici; ne elenco alcuni: innanzitutto il pericolo di credere che la fede possa essere ridotta ad una semplice opinione soggettiva da vivere solo nel privato, senza forma pubblica e sociale e che anzi una pratica religiosa senza riti e manifestazioni pubbliche e ridotta al compimento di preghiere solitarie e atti filantropici sarebbe più pura e matura; poi il pericolo che la Chiesa sia totalmente asservita allo Stato, senza più alcuna libertà di predicazione e di azione, né al proprio interno né a livello sociale, come avviene per esempio nella Cina comunista, origine di questa pandemia che ci affligge; quindi il pericolo che le nostre chiese siano falsamente considerate i luoghi più pericolosi per la salute pubblica e le nostre Liturgie fonte principale di diffusione del contagio virale  ― mentre le chiese sono i luoghi dove con  più facilità si possono osservare le norme della profilassi e la celebrazione dei Sacramenti sono gli atti meno pericolosi per la salute ―; infine il pericolo che la gente si convinca erroneamente della inutilità della fede cristiana e della esistenza stessa della Chiesa.

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Ormai è chiaro che molti politici e i loro sedicenti esperti, molti giornalisti, molta ― troppa ― gente comune vuole sfruttare la pandemia per annientare la presenza e l’opera della Chiesa in Italia, costringendo i cattolici a praticare la fede nemmeno nelle chiese, ma i preti nel chiuso delle sacrestie e i fedeli nel chiuso di casa propria, isolati gli uni dagli altri.

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Finora ci siamo adattati con grande sofferenza a tante rinunce spirituali anche in cose importantissime, ma ora la situazione è cambiata ― grazie a Dio e al sacrificio di tanti ― e non è più possibile continuare a vivere così, cioè: per paura della morte fisica ridursi a sopravvivere e rinunciare a vivere; morire di disoccupazione per non morire di contagio virale; morire come Chiesa per continuare a sopravvivere come singoli credenti appena tollerati dal mondo incredulo. Chi non crede in Cristo risorto dai morti finisce sempre e inevitabilmente a sopravvivere invece che a vivere: «Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo» (1Cor 15, 32), così pensano e vivono gli atei; ma noi cristiani siamo i testimoni di Cristo risorto dai morti e non ci è possibile rinunciare a vivere per ridurci a sopravvivere, né come uomini né come cristiani.

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Questo significa anche che le Messe solo teletrasmesse hanno fatto il loro tempo e non è più né necessario né opportuno continuare a celebrare in chiese deserte con tutto il nostro popolo ridotto ad una massa informe di telespettatori più o meno coinvolti; in tanti altri Paesi afflitti dalla pandemia hanno continuato a celebrare la Santa Messa col popolo, certamente con i dovuti accorgimenti; ora è possibile ricominciare a farlo anche in Italia, senza bisogno di permessi da parte di chicchessia ― tanto meno le autorità civili, che non hanno il potere di proibirci o di permetterci quello che dobbiamo fare nelle chiese ―; ora è possibile ricominciare a celebrare i Sacramenti col popolo in chiesa, senza mettere in pericolo la salute fisica di nessuno, certamente facendolo con quella responsabilità che noi cristiani abbiamo sempre abbondantemente dimostrato e insegnato agli altri in tempi di calamità. Pertanto la diretta televisiva della Santa Messa deve tornare quanto prima ad essere un fatto eccezionale e sporadico a servizio spirituale unicamente di coloro che per malattia o vecchiaia sono impediti a partecipare personalmente; tutti gli altri fedeli devono quanto prima poter tornare in chiesa a celebrare e ricevere i Sacramenti.

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Gesù dice: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno … Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». (Gv 6, 51. 54). Gesù dice «Fate questo in memoria di me» (Lc 22, 19); Gesù non dice: «Statevene rintanati in casa ognuno per conto suo per paura di morire perché tanto fa lo stesso; ognun per sé e Dio per tutti».

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La mia coscienza di uomo, di cattolico, di sacerdote e di cittadino italiano mi impone quindi di prendere la seguente decisione: questa è l’ultima volta che celebro la Santa Messa in diretta televisiva, perché non voglio diventare complice di un modo di fare assurdo e mortificante. Altri decideranno in modo diverso, ma io non posso, non debbo e non voglio fare altrimenti, perché io voglio vivere e non ridurmi a sopravvivere, voglio essere testimone responsabile di Cristo risorto, l’unico che ci libera dal terrore del male e della morte.

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Santa Maria, allietata dal tuo Divin Figlio appena risorto dai morti all’alba della Pasqua, intercedi per noi e ottienici dal Signore glorioso la liberazione dalla pandemia e il coraggio di professare la nostra fede sempre e in ogni luogo e circostanza (sicura o pericolosa) e soprattutto ottienici la libertà dalla tirannia del potere mondano e dal ridurci a sopravvivere, prigionieri e paralizzati dalla paura della morte.

Sia lodato Gesù Cristo! 

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Chiesa Cattedrale di Arezzo, 2 maggio 2020

Missa de Sancta Maria in Sabbato

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Le video-meditazioni del Presbitero Mons. Giovanni Zanchi sono disponibili nella nostra pagina

VIDEO

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Lungo la strada risuona la supplica: «Resta con noi Signore, perché si fa sera»

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LUNGO LA STRADA RISUONA LA SUPPLICA: «RESTA CON NOI SIGNORE PERCHÉ SI FA SERA» 

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Attualmente siamo tutti stanchi, ingannati nelle nostre aspettative, delusi dai nostri propositi, sfibrati e stufi da una fede che è sempre più immagine umana, distanziandosi anni luce da quella rivelazione autentica che troviamo nella Sacra Scrittura e che la predicazione apostolica ha portato dentro le nostre comunità di fede. Questi due mesi di esilio sanitario ci fanno desiderare – così come lo è stato per i discepoli di Emmaus – di riascoltare nuovamente delle Scritture vive, in cui poter ardere per la presenza di Gesù Risorto, all’interno di una comunità domenicale che si riunisce senza più paure e divieti. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  testo formato stampa
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In questa III Domenica di Pasqua, dal Vangelo risuona: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» [Lc 24, 29], credo di interpretare correttamente la voce di tanti fedeli in questo momento storico particolare, a partire da questa bella richiesta di misericordia del Vangelo di Luca.

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Abbiamo bisogno, che Gesù resti con noi oggi; abbiamo un disperato bisogno di restare noi con Lui, senza più condizioni, il tempo ormai si è fatto breve e non possiamo più permetterci di sprecarlo.

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Attualmente siamo tutti stanchi, ingannati nelle nostre aspettative, delusi dai nostri propositi, sfibrati e stufi da una fede che è sempre più immagine umana, distanziandosi anni luce da quella rivelazione autentica che troviamo nella Sacra Scrittura e che la predicazione apostolica ha portato dentro le nostre comunità di fede. Questi due mesi di esilio sanitario ci fanno desiderare – così come lo è stato per i discepoli di Emmaus – di riascoltare nuovamente delle Scritture vive, in cui poter ardere per la presenza di Gesù Risorto, all’interno di una comunità domenicale che si riunisce senza più paure e divieti.

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Prima di tutto però, è necessario sanare una ferita che è quella che risiede nel nostro cuore indurito, nella sclerocardia che ci impedisce di credere a tutto ciò che hanno detto i profeti, immagine ampia per esprimere tutti coloro che nella storia dell’umanità sono stati incaricati dalla Chiesa dell’annuncio della Parola e dell’autentica interpretazione della stessa.

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Quanta Parola sprecata, quanti profeti inascoltati: da quelli del Vecchio Testamento, passando per Giovanni Battista fino ad arrivare a tanti bravi vescovi e all’ultimo parroco. Non possiamo dire che Gesù è risorto senza aderire all’annuncio delle Scritture e senza prestare ascolto alle parole di coloro che sono stati costituiti da Dio profeti di questo annuncio.

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Con tristezza dobbiamo riconoscere che la nostra ignoranza di Gesù Cristo, così come diceva San Girolamo, deriva dalla non conoscenza della Parola delle Scritture annunciata e proclamata. Che tristezza che la parola di tanti maestri della fede oggi sia ridicolizzata, banalizzata e ridimensionata davanti al pensiero unico e al politicamente corretto. Proprio in questa quarantena abbiamo più bisogno che mai dell’autentica Parola delle Scritture. Parola che sta scarseggiando anche in noi preti, per lasciare il posto a una presenza palliativa, umana che – all’annuncio sacramentale – preferisce le coccole della vicinanza. Perché vedete, cari fratelli, possiamo desiderare nell’intimo di compiere tante belle esperienze di Gesù ma se non ascoltiamo e aderiamo alla Parola, c’è il serio rischio di restare increduli e atei, pur bazzicando sacrestie, sagrati o partecipando a feste patronali e pellegrinaggi.

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La bellezza del brano di Luca di questa domenica consiste proprio in questo disvelamento che rivela il nostro paradosso di credenti increduli. Questi due uomini li possiamo considerare di famiglia, sono discepoli, sono vicini a Gesù eppure hanno un cuore distante da Lui, incredulo, tanto che gli eventi della Passione a cui hanno assistito non sono per nulla eloquenti per la loro vita ma anzi diventano un’occasione propizia di scandalo e di fuga timorosa da Gerusalemme.

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Infatti, non basta vedere per credere, così come Tommaso ci ha ricordato domenica scorsa, occorre qualcosa di più. E questo di più consiste nell’ascoltare la Parola della Scrittura e applicarla a Gesù, partecipando a quello stupore che ciò che è stato scritto si è realmente realizzato. In modo semplice dobbiamo constatare come Dio rimane fedele a ciò che ha detto e operato. Ecco allora che Gesù si affianca in mezzo a questi due discepoli e riannuncia loro la Parola, li educa a una nuova fedeltà. Lui Verbo del Padre si rende Parola per questi increduli muti, accendendo nel loro cuore il desiderio del Dio vicino che proprio nel Risorto trova la sua piena realizzazione.

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La Parola fa ardere il loro cuore tanto che il segno sacramentale della frazione del pane, in quella casa dove avevano trovato rifugio, diventa momento opportuno affinché i loro occhi si aprano alla verità pasquale. Interessante notare come nell’attimo in cui riconoscono il Risorto esso scompare, così come accadrà altre volte nei racconti pasquali.

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Non è possibile per l’uomo dominare il Risorto, non è possibile bloccarlo, non è possibile addomesticarlo per i propri scopi. Quando il Signore ci apre gli occhi con la sua Parola lo fa per renderci annunciatori e profeti liberi e fedeli.

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Nella Pasqua i nostri occhi sono stati aperti per vedere il Signore come il vivente, il vincitore sulla morte e sul peccato, non per fare l’esperienza avvilente di Adamo ed Eva i cui occhi aperti dal frutto dell’Albero hanno scorto solo la nudità del peccato.

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I discepoli di Emmaus, con gli occhi bene aperti sulla salvezza pasquale, sono stati eletti come annunciatori della Parola che essi stessi proclameranno agli Undici radunati a Gerusalemme.

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Cari fratelli, per fare Pasqua dobbiamo aprire bene gli occhi e, con gli occhi aperti, dire anche ciò che il mondo non vuole sentire e che rifiuta, siamo chiamati a liberare i nostri fratelli attraverso la fedeltà della Parola di verità annunciata e proclamata, resa sacramento di salvezza nel segno del pane eucaristico domenicale che presto ritorneremo a spezzare insieme ai nostri pastori.

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Laconi, 26 aprile 2020

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Medjugorie e la Gospa dei bugiardi: ragionevoli dubbi sulle apparizioni e sui sedicenti veggenti

— attualità ecclesiale —

MEDJUGORJE E LA GOSPA DEI BUGIARDI: RAGIONEVOLI DUBBI SULLE APPARIZIONI E SUI SEDICENTI VEGGENTI

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«Non è degno da parte dei “veggenti” fare, come hanno fatto fin dai primi giorni delle “apparizioni”, pronunciamenti molto preoccupanti, che non corrispondono alla verità ma ingannano i fedeli» [dalla relazione di Ratko Perić, Vescovo di Mostar-Duvno, maggio 2017].

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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VIDEO CONFERENZA SUL “FENOMENO MEDJUGORJE”

Canale de L’Isola di Patmos

MP3  SOLO AUDIO SENZA VIDEO

 

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PDF  video-conferenza formato stampa
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Pur sapendo che nulla valgono documenti e prove per chi ha scelto di scivolare nel fideismo e rigettare qualsiasi dato reale; pur sapendo che il fideista ricorre all’arma di difesa dei sofismi e alla falsificazione dei fatti, alla fine di questo articolo riporterò una parte della relazione di S.E. Mons. Ratko Perić, Vescovo della Diocesi di Mostar-Duvno, sotto la cui giurisdizione si trova la Parrocchia San Giacomo di Medjugorje. Sarà il Vescovo stesso a spiegare in che modo i sedicenti veggenti hanno mentito sin dall’inizio della vicenda, manipolato i testi e seguitato a mentire nel corso del tempo.

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Durante due diverse trasmissioni di Dritto e Rovescio in onda su Rete4 e condotte dall’amico Paolo Del Debbio, il giornalista Paolo Brosio, che da anni vaga per i talk show a parlare della sua conversione a mio parere discutibile ― e dico discutibile perché una conversione produce fede, non getta lo pseudo convertito nel fideismo emotivo, nel fanatismo e nel business [vedere precedente articolo, QUI] ―, da me più volte incalzato giunse sul finire a dichiarare che l’allora Vescovo della Diocesi di Mostar-Duvno, S.E. Mons. Pavao Žanić, era un uomo colluso con i servizi segreti del vecchio regime comunista della ex Jugoslavia [puntata del 5 marzo QUI dal minuto 02:09:45]. Queste calunnie pronunciate in quel contesto televisivo da un soggetto che presume di difendere la autenticità di presunte apparizioni della Madonna da vescovi e sacerdoti che osano essere dubbiosi sulla autenticità di questo complesso e a tratti inquietante fenomeno, sono state già pubblicate in precedenza da Paolo Brosio in un suo libro del 2011, grazie alla complicità menzognera della pseudo veggente Marija Pavlović. Poco dopo, il Brosio e la Pavlović, furono prontamente smentiti dalla Diocesi di Mostar-Duvno [vedete testo in italiano, QUI]. 

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Dopo la trasmissione del 5 marzo, dei confratelli bosniaci che seguono da anni questa nostra rivista, due dei quali consacrati sacerdoti dal defunto Vescovo infamato da Paolo Brosio, mi hanno pregato di difendere la memoria di questo «autentico e santo uomo di Dio, profondamente devoto alla Beata Vergine Maria, servitore fedele della Chiesa e della verità». Così m’inviarono ricchi documenti sul caso ormai ingestibile di Medjugorje, nei quali si prova come i sedicenti veggenti mentirono da subito e  per più volte. Dopo questa mia introduzione di carattere perlopiù storico, lascerò la parola a S.E. Mons. Ratko Perić, del quale ho riportato la parte finale di una sua recente relazione risalente al 2017.

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Chi mi legge e conosce i miei scritti, sa quanto io sia stato severo nei riguardi delle Autorità Ecclesiastiche, non esitando ad accusarle all’occorrenza di spirito ignavo, in alcune circostanze persino di codardia. Però, alla luce di questa vicenda, i fatti e i tragici eventi storici mi inducono a dire che la Chiesa, col caso di Medjugorje, si è ritrovata a gestire l’ingestibile. Quindi non solo, ha qualche giustificazione, perché di ragionevoli giustificazioni ne ha molte. Si tratta però di giustificazioni che dal 2001 a seguire sono ormai decadute, come adesso cercheremo di sintetizzare con alcune “pillole” di storia dei Balcani …

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… in quella regione balcanica vi sono sempre stati gravi problemi tra i Frati Minori Francescani, i vescovi diocesani e il clero secolare del luogo; problemi che affondano le loro radici indietro nella storia. Senza addentrarci in questo discorso che richiederebbe un’articolata trattazione storica a parte, basti dire che i Frati Minori Francescani di quella regione, non solo si sono più volte ribellati ai vescovi e ai loro superiori religiosi, perché, quando in più occasioni intervenne la Santa Sede, non esitarono a reiterare la loro ribellione. Tanto che, in più occasioni, la Santa Sede fu costretta a comminare scomuniche e a “ridurre allo stato laicale” diversi religiosi ostinati nella loro disubbidienza. Ultimo in ordine di serie a essere scomunicato per eresia e scisma e dimesso poi dallo stato clericale nel 2012, fu il Frate Minore Francescano Tomislav Vlašić, che dal 1981 al 1984 fu vice parroco della parrocchia San Giacomo di Medjugorje, esercitando una forte influenza sugli allora giovani sedicenti veggenti. Più volte la Gospa, nei messaggi dati durante le presunte apparizioni, avrebbe appoggiato e benedetto l’operato di questo religioso in contrapposizione al Vescovo della Diocesi, magnificandone qualità e doti attraverso la pseudo veggente Marija Pavlović. Una cosa è indubitabile: tutt’oggi resta da chiarire come, la autentica Beata Vergine Maria, avrebbe potuto appoggiare e sostenere l’operato di un sacerdote francescano che si è macchiato di vari delitti: dalla disobbedienza alla manipolazione delle persone, dalla violazione del voto di castità ai traffici economici in violazione del voto di povertà.  

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Questa situazione di difficile gestione si colloca in un assetto socio politico che definire terribile è un eufemismo. Infatti, le presunte apparizioni della Madonna, chiamata in lingua locale Gospa, cominciano nel giugno 1981, sotto il regime comunista della Jugoslavia, appena un anno dopo la morte di Josif Broz, noto come Maresciallo Tito. Un qualsiasi genere d’intervento da parte della Santa Sede su una questione interna a quel Paese, per quanto di natura prettamente religiosa, avrebbe potuto creare delle tensioni con possibili risvolti del  tutto imprevedibili, che avrebbero potuto essere usati a pretesto dal regime, con chissà quali risvolti e conseguenze. Negli anni che seguirono, le diverse etnie di quell’area geografica, tenute per lunghi anni a bada dal pugno di ferro del Maresciallo Tito sotto una dittatura comunista, dopo la sua morte cominciarono a dare avvio a un crescente fermento, giungendo all’acme della tragedia tra il 1991 e il 2001 con la sanguinosa guerra dei Balcani.

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A chi fosse privo di memoria storica ricordiamo che le atrocità consumate in quei territori furono a tal punto efferate che, stampa e televisioni internazionali non erano in grado di documentare con foto e filmati immagini di una violenza tanto inaudita quanto raccapricciante. Quella della ex Jugoslavia assunse presto i connotati di una guerra di “pulizia etnica” con lo sterminio di massa di civili, senza riguardo per donne, bambini e anziani. Le violenze erano quasi sempre caratterizzate da un odio che induceva gli aguzzini a torturare e martoriare le vittime con crudele sadismo. Prima sotto un regime comunista avviato verso il graduale collasso, poi con lo scoppio di una guerra fratricida nel decennio che seguì, come avrebbe mai potuto intervenire la Chiesa sul fenomeno Medjugorje?

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… e fu così che dall’inizio del fenomeno a quando la Chiesa poté cominciare a studiarlo per cercare in qualche modo di intervenire, trascorsero vent’anni, mentre gli pseudo veggenti diffondevano i messaggi ricevuti dalle apparizioni della Gospa, che dall’inizio dell’evento a oggi si calcola siano stati circa 40.000.

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Nel 2001, a guerra dei Balcani finita, la Santa Sede non si curò d’intervenire, mentre il fenomeno assumeva proporzioni sempre più grandi e coinvolgendo ormai milioni di fedeli sparsi per il mondo. Ciò grazie anche all’opera molto discutibile di Radio Maria che, nella omissiva noncuranza dell’Autorità Ecclesiastica, già da anni presentava come autentico il fenomeno attraverso la voce di Padre Livio Fanzaga, che non solo diffondeva i messaggi della Gospa, molto peggio: li usava — e tutt’oggi li usa —  come materiale per le catechesi. Così, senza che la Chiesa proferisse neppure un debole gemito, Padre Livio Fanzaga, dai microfoni di una emittente cattolica seguita da milioni di ascoltatori, diffondeva il culto di una religione del tutto nuova: la religione gosparo-medjugoriana. Solo nel 2010, trascorsi quasi trent’anni, a fenomeno uscito ormai fuori controllo, il mite Pontefice Benedetto XVI si decise a incaricare una commissione di studio, affidandone la presidenza al Cardinale Camillo Ruini.

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Dopo quattro anni di lavoro, nel 2014 la Commissione consegna la sua relazione finale scritta in compromissorio stile politichese alla Congregazione per la dottrina della fede, che per tutta risposta la fa a pezzi, non mancando di lamentare che il testo è «approssimativo e accomodante», non esente da «imprecisioni», ma soprattutto che non ha tenuto conto della «complessa storia di quei territori» e «del parere dei vescovi del luogo». Dinanzi a quella contro relazione, il Sommo Pontefice si trova sicuramente in una situazione di evidente imbarazzo. E non volendo forse dar torto alla Commissione del Cardinale Camillo Ruini e ragione alla Congregazione per la dottrina della fede o viceversa, incarica una terza commissione formata da teologi di sua fiducia per esaminare la relazione della Commissione e la contro-relazione della Congregazione per la dottrina della fede che l’aveva letteralmente distrutta. A questo modo il Sommo Pontefice cerca di salvare il lavoro lacunoso diretto dal Cardinale Camillo Ruini e al tempo stesso salvare quello della Congregazione per la dottrina della fede, del suo prefetto e degli studiosi che avevano esaminata e poi bocciata la relazione di questa Commissione. E così, salvata come suol dirsi capra e cavoli, il Sommo Pontefice, trascorsi dieci anni dall’incarico dato dal suo Sommo Predecessore a una Commissione di studio, si è guardato bene dal dare qualsiasi risposta ufficiale circa l’autenticità o meno del fenomeno Medjugorje. Questi sono i fatti provati e documentati, tutto il resto sono solo interpretazioni o gratuite chiacchiere.

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Illustrato il tutto mi si passi adesso un esempio pertinente: se fossi stato il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, dinanzi al Sommo Pontefice che dopo il parere del competente dicastero da me presieduto, avesse incaricata un gruppo di teologi di sua fiducia per verificare se per caso non si fosse esagerato nel dare un parere così al lavoro di quella Commissione di studio, per tutta risposta mi sarei dimesso dall’incarico, non mancando di dire al Sommo Pontefice: “Se Vostra Santità ritiene che i pareri di questa Congregazione chiamata sino a poco tempo fa la suprema, debbano essere vagliati e giudicati da altri, non ho motivo di rimanere al mio posto, ma soprattutto è questo stesso dicastero che non ha più motivo di esiste. Implorando quindi la Vostra Apostolica Benedizione, vi consegno la mia lettera di dimissioni”… È presto detto: la Chiesa è ormai allo sfacelo totale proprio perché non ci sono più uomini nei posti di rilievo che ragionano e che agiscono in modo deciso e virile a questa maniera.

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L’elemento «compromissorio» e «accomodante» tipico di un soggetto navigato in politica come il Cardinale Camillo Ruini, fu di ipotizzare che le prime sette apparizioni potessero essere vere, non però tutte le successive e i relativi messaggi dati. Inutile a dirsi: una scelta di compromesso politico del genere, in una materia di dottrina e di fede che investe in modo così delicato la sfera della mariologia, non solo è infelice, perché pare anzitutto non tenere conto che a partire dal 1981 a seguire, tutti i Vescovi di quella regione ecclesiastica si erano sempre espressi, in modo deciso e unanime, contro la soprannaturalità dell’evento, documentando che i sedicenti veggenti avevano ripetutamente mentito sin dagli inizi. E da parte del Cardinale Camillo Ruini, dei vescovi che conobbero il regime comunista, che furono spesso sottoposti a ore di umilianti interrogatori e minacce nei posti di polizia, che vissero la guerra, che rischiarono la vita e che videro sterminare la loro gente come carne da macello, avrebbero meritato tutto il rispetto dovuto a degli autentici testimoni della fede. 

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Quando il dossier della Commissione presieduta dal Cardinale Camillo Ruini fu pubblicato anni dopo nel 2019 da due giornalisti, Saverio Gaeta e David Murgia, quelli che in modo affatto improprio ho ribattezzato come i fanatikos Medjugoriani, presero a estrapolare ciò che in quel testo non è mai stato scritto, per esempio diffondendo la falsa notizia che la Chiesa ha approvate le prime sette apparizioni; una notizia assolutamente falsa, ma ritenuta però da essi assolutamente autentica.

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Inutilmente, con miei scritti articolati pubblicati sui social media ho tentato di smentire il tutto, chiarendo che la relazione di una commissione di studio non è un atto di riconoscimento ufficiale e che la Chiesa non si è mai pronunciata sulla autenticità delle apparizioni. Ho anche spiegato che le tanto magnificate e numerose conversioni avvenute in quel luogo, ritenute da molti una prova inconfutabile di autenticità del fenomeno, non sono affatto prova di niente, perché da sempre, la grazia di Dio, per recuperare un’anima può servirsi delle situazioni e dei luoghi più impensabili, persino di luoghi dove si commettono i peggiori peccati. Dunque figurarsi se la grazia di Dio, per recuperare delle anime perdute, non si serve di un luogo come Medjugorje, dove numerose persone si recano sincere e devote a pregare. Non è infatti necessario partire dalla autenticità di specifici eventi, perché la manifestazione del divino attraverso le apparizioni non è affatto un requisito necessario, né tanto meno richiesto, per coltivare una vera e autentica devozione mariana. Eppure, ai fanatikos medjugoriani, non si riesce proprio a far comprendere questi dati così elementari, che non sono legati a vaghe opinioni mie o di altri sacerdoti e teologi, ma che costituiscono i veri e propri pilastri fondamentali del deposito della nostra fede.

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Le mie ragionevoli spiegazioni basate su criteri storici, teologici e logici, non certo su avversioni verso Medjugorje, che io non ho, si sono presto scontrate con numeri elevati di persone che hanno replicato con aggressioni e insulti, ciechi a ogni richiamo e invito alla ragionevolezza. Il tutto mi ha portato a toccare con mano un’altra tragica realtà: attorno al fenomeno di Medjugorje c’è anche una forma di fideismo fanatico che coinvolge un gran numero di persone, che non rappresentano affatto gruppi sparuti e isolati, o così detti “casi limite”, ma rappresentano purtroppo nutriti gruppi di persone. In numerose di queste persone manca proprio la percezione degli elementi basilari della fede cattolica, perché il fenomeno Medjugorje, in loro non produce fede ma fideismo, non produce devozione ma devozionismo fanatico che diviene persino insolente, insultante e aggressivo verso chiunque osi mettere in discussione a certa gente il loro idolo. Questo senza nulla togliere al fatto che, come sin dall’inizio è stato precisato e come ancóra ripeto: molte persone visitando Medjugorje si sono convertite e hanno cambiata vita, il tutto per opera della grazia di Dio, non per l’autenticità delle apparizioni e dei messaggi banali e ripetitivi dati da tre decenni dalla Gospa. Messaggi definiti «banali e ripetitivi» dalla stessa Commissione presieduta dal Cardinale Camillo Ruini che, al di là dello «stile accomodante» adottato, non ha potuto omettere di sottoscrivere tre dati fondamentali: la banalità dei messaggi, il rapporto ambiguo col danaro da parte dei presunti veggenti, la loro scarsa formazione spirituale e la loro ricerca del protagonismo. La Commissione ammette altresì che alcuni degli pseudo veggenti hanno anche più volte mentito, in particolare ne indica uno che definisce come «il meno attendibile». Ovviamente nessuno di questi contenuti scalfisce minimamente i fanatikos medjugoriani, per i quali esiste un solo dato: «La Chiesa ha riconosciute le prime sette apparizioni». Ma come ripeto si tratta però di un dato assolutamente falso: primo, perché una commissione consultiva non ha potere di riconoscere ad alcun titolo la soprannaturalità dell’evento; secondo, perché la Chiesa sino a oggi non ha mai emesso alcun pronunciamento.

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I fanatikos medjugoriani vivono di dicerie, di sentito dire e di autentiche leggende che grazie ai social-media sono diffuse da tanti siti e blog creati perlopiù da persone che sul fenomeno di Medjugorje ci speculano anche a livello finanziario. Queste persone, di prassi sempre molto ignoranti in materia di dottrina e di fede, ma proprio per questo particolarmente arroganti e aggressive, ai creduloni per i quali il ragionare pare costituire una fatica inutile della quale si può fare tranquillamente a meno, sono soliti spacciare leggende circa la devozione del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, oppure il fatto che egli avesse persino detto di «approvare il fenomeno» e di «non avere dubbi sulla autenticità delle apparizioni» (!?). Si tratta però di autentiche falsità, sebbene purtroppo, tentare qualsiasi genere di ragionamento o invitare certe persone al senso critico e analitico, risulterà sempre tempo perso. Basterebbe infatti chiedersi: se come loro vanno falsamente diffondendo in giro, il Santo Pontefice avesse creduto e persino approvato come autentico questo fenomeno, perché non lo ha mai ufficialmente definito tale in ventisei anni di pontificato? Ma anche a questo i fanatikos medjugoriani forniscono risposta affermando: «La Chiesa non si è mai pronunciata perché il fenomeno delle apparizioni è sempre in corso». Che dire: beata ignoranza storica! Altroché, se la Chiesa si è pronunciata più volte e soprattutto in modo negativo, dinanzi a fenomeni sempre in corso, stroncandoli all’occorrenza sin dalla nascita, evitando che andassero avanti e si sviluppassero sino a recare gravi inganni e danni ai fedeli. In ogni caso, se secondo la leggenda il Santo Pontefice Giovanni Paolo II era «convinto della autenticità delle apparizioni», perché mai il suo Successore ha incaricata una Commissione di studio che non è giunta a niente, che si è vista smontare l’intero lavoro dalla Congregazione per la dottrina della fede, mentre il Successore del Successore incaricava una terza commissione, terminato il lavoro della quale la Chiesa non ha espresso alcun pronunciamento sulla autenticità del fenomeno di Medjugorje? 

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Un breve esempio per illustrare la portata del grave problema: per avere osato parlare del fenomeno Medjugorje, sono stato subissato da centinaia di messaggi insultanti scritti da persone che pure, dinanzi a me, non dico non reggerebbero mai un pubblico confronto teologico, ma non riuscirebbero neppure a uscire indenni da un discorso improntato sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica. Quando per buon cuore pastorale e per offrire delle correzioni ho tentato di rispondere, le repliche giunte sono state di una insolenza inaudita: emeriti e profondi ignoranti sulle basi più elementari della dottrina cattolica, mi invitavano a studiare e a non dire fesserie. A quel punto, sia nella mia qualità di sacerdote sia nella mia qualità di teologo, ho dovuto prendere atto che non era possibile dialogare con delle povere persone che falsificano i dati storici, che estrapolano da documenti della Chiesa o dai discorsi dei Sommi Pontefici una frase che poi manipolano per far dire alla Chiesa e al Sommo Pontefice ciò che mai hanno detto, affermato e riconosciuto. Ma soprattutto non ho niente da rispondere a quel genere di persone che guadagnano soldi organizzando pellegrinaggi a Medjugorje o vendendo sconclusionati e sgrammaticati libretti devozionali da loro scritti e pubblicati. Come si potrebbe discutere e rispondere a gente che sulla base di gratuite calunnie non esitano a infangare la memoria di uomini come il venerabile Vescovo Pavao Žanić, pur di difendere il loro idolo? E quanti sono, tra di essi, coloro che millantando mirabolanti conversioni e narrando miracoli straordinari, si sono costruiti una loro economia vendendo santini & sogni sul miraggio di Medjugorje? [esempio: QUI].

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Sempre in quel programma televisivo del 5 marzo, a Paolo Brosio ricordai la figura della tenerissima Maria Goretti, morta appena adolescente nel 1902 per un tentativo di stupro, pronunciando con l’ultimo anelito di vita parole di perdono per il suo assassino, Alessandro Serenelli, il quale sì, che in seguito si convertì sul serio! E con l’anziana madre fu presente alla cerimonia in San Pietro quando la Beata Maria Goretti fu canonizzata nel 1950. Però, Mamma Assunta, povera contadina dell’Agro Pontino era, da tale visse e tale morì, tanto che alla sua morte provvide la Chiesa alla sua sepoltura. E oggi, Mamma Assunta e Alessandro Serenelli, sono sepolti nello stabile della stessa chiesa: la mamma della Santa e l’assassino pentito, convertito e redento. Domanda: è possibile che i sedicenti veggenti di Medjugorje, che da quasi quattro decenni avrebbero tutti i giorni apparizioni della Beata Vergine Maria, non trovino di meglio da fare che aprire alberghi e condurre vite improntate sul lusso? Ammetto con profondo rammarico che dinanzi a tutto questo trovo davvero desolante che la Santa Sede seguiti imperterrita a non pronunciarsi sulla autenticità o meno del fenomeno, quasi come se non avessimo mai ricevuto da Cristo Dio il mandato di custodire e proteggere il suo gregge, anzitutto dai falsi profeti e dai cattivi maestri. 

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A parte le persone sincere, devote e in buona fede alle quali già più volte ho doverosamente accennato, compresi coloro che ogni anno si recano riconoscenti a Medjugorje a pregare, perché visitando un giorno quel luogo tornarono poi alla fede e nel seno della Chiesa, volete sapere da chi è costituito il grande zoccolo duro di quelli che in modo appropriato non ho indicato come fedeli, bensì come fanatikos medjugoriani? Il grosso — e ripeto il grosso, non casi sporadici o casi limite — è costituito purtroppo da persone alla ricerca di tangibile sensazionalismo; è costituito da persone che sino a ieri andavano dalla cartomante a farsi leggere i tarocchi, o che si facevano raggirare dai tele-imbonitori. E queste persone — che ripeto sono molte — hanno solo cambiato oggetto, passando con lo stesso identico spirito magico superstizioso dalla cartomante alla Madonna di Medjugorj.

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Un dato di fatto del genere, qualcuno intende forse nasconderlo sotto la pietosa copertina della … fede popolare dei semplici? Non scherziamo. La fede popolare dei semplici, è tutt’altra cosa. La fede popolare dei semplici, anime da sempre predilette da Dio e creature privilegiate dalla Beata Vergine Maria, è quella dell’indio messicano Juan Diego che si reca dal Vescovo con la tilma sulla quale era impressa l’immagine della Virgen de Guadalupe, è quella di Santa Bernadette, quella dei teneri pastorelli di Fatima, ma non certo quella dei veggenti albergatori che bivaccano tra ville, auto di lusso e bella vita, svolgendo come professione quella di far apparire in giro per il mondo la Madonna più logorroica dell’intera storia della Chiesa. 

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Altra prova portata come inconfutabile: le vocazioni sacerdotali. E su questo discorso sì, che andrebbe avviata una seria e accurata indagine, perché è noto e risaputo che numerosi sacerdoti cosiddetti medjugoriani, sono risultati poi molto problematici sul piano della fede e della dottrina, perché giunti al sacerdozio sulla scia di fragili emotività. Non pochi vescovi si sono ritrovati in seguito a dover contrastare sacerdoti esaltati e ingestibili che ponevano avanti la Madonna di Medjugorje e poi appresso, in secondo piano, la Santissima Trinità, ma sempre in totale funzione della Gospa. Statisticamente è sempre stato molto alto l’abbandono del sacerdozio da parte di questi “preti medjugoriani”, alcuni dei quali finiti poi anche in sette carismatiche e gruppi protestanti pentecostali. Per non parlare delle nuove realtà di vita religiosa fondate sul “carisma di Medjugorje”, perché i vescovi delle varie diocesi italiane che si sono ritrovati a dover poi contrastare con certi soggetti e con non pochi danni da essi recati all’interno delle loro diocesi, potrebbero avere molto da narrare e soprattutto molto da documentare, a partire proprio da quelli di diverse diocesi suburbicarie di Roma.

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La realtà purtroppo triste, è che dopo i lavori di una prima commissione, dopo la contro-relazione della Congregazione per la dottrina della fede, dopo che il Sommo Pontefice avverso a qualsiasi forma di clericalismo ha incaricato un terzo gruppo di studio, dando come poco prima spiegato una solenne sberla alla Congregazione per la dottrina della fede, alla prova dei fatti la Chiesa, ormai alle soglie del 2021, data che segnerà il quarantesimo anno dall’inizio delle presunte apparizioni, non si è mai e in alcun modo pronunciata. E noi preti, che della cosiddetta Chiesa ospedale da campo siamo gli addetti al pronto soccorso d’urgenza, non sappiamo proprio che cosa rispondere, ogni volta che le persone ci interrogano sulla autenticità del fenomeno Medjugorje, mentre al tempo stesso rischiamo di essere resi oggetto delle peggiori contumelie da parte di quei fedeli che, convinti invece della assoluta autenticità, se subodorano un prete “critico” verso questo fenomeno, bene che vada gli muovono guerra cercando di rivoltargli contro quante più persone possibile, dopo averlo bollato: “nemico della Madonna”.

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A mio modesto parere, penso di poter affermare che oggi la Chiesa, in questo momento di profonda crisi e decadenza che l’attraversa, non si pronuncerà neppure mai, lasciando nei guai noi, addetti al pronto soccorso d’urgenza della Chiesa ospedale da campo. Certo, al Sommo Pontefice, noto e severo fustigatore del clericalismo, verrebbe da chiedere: la Chiesa clericale, è quella che dà risposte chiare e precise, all’occorrenza senza temere impopolarità e proteste di massa, oppure quella che non si assume le proprie responsabilità e che rimane sempre sospesa tra il dire e il non dire, nel tentativo vano, anzi del tutto impossibile, di accontentare tutti e non accontentare alla fine nessuno?

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Solo il Sommo Pontefice Francesco I, con parole chiare e decise, potrebbe spiegarci che cosa egli intenda, quando lamenta la piaga del clericalismo, perché purtroppo, noi che non siamo clericali, forse sbagliando, o forse perché non sufficientemente sapienti, dal fetore del peggiore clericalismo ondivago, ambiguo, accomodante e pavido, talvolta ci sentiamo proprio sommersi. E sicuramente, il Sommo Pontefice, per sua speciale grazia di stato, avendo ricevuto da Cristo Dio mandato come suo vicario sulla terra, potrebbe spiegare in modo magistrale a tutti noi che il clericalismo non è mai sapienza e prudenza, meno che mai furbizia da politicanti di bassa lega. Il clericalismo, è clericalismo e basta, basato come tale su quella totale mancanza di assunzioni di responsabilità che sempre e di rigore lasciano poi gli altri, ma soprattutto la Chiesa intera, in guai molto seri. Lasciano nei guai noi sacerdoti, ai quali le persone chiedono, nel pronto soccorso della Chiesa ospedale da campo, delle risposte che noi non possiamo dare, perché solo i preti scellerati, mal formati e soprattutto egocentrici, incuranti di tutte le basilari leggi che regolano la vita della Chiesa, possono prendersi la gravissime responsabilità di emanare un loro personale motu proprio e dichiarare autentico il fenomeno di Medjugorje; fenomeno che mai la Chiesa, sino a oggi, ha dichiarato e definito tale, lasciando per questo motivo, tutti quanti noi, in seri e profondi guai.  

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Dall’Isola di Patmos, 20 aprile 2020

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Ratko Perić

Vescovo di Mostar-Duvno

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[…] Il Vescovo Pavao Žanić [N.d.R 1918 – 2000, predecessore del Vescovo autore di questa relazione] ereditò il “caso erzegovinese” sia come coadiutore sia come ordinario di Mostar-Duvno. Avendo la massima fiducia nelle decisioni e nei decreti della Santa Sede, cercava di risolvere l’ingarbugliato caso per poter consacrarsi ad altre imprese nella vita pastorale. Perciò, assumendo il governo della Diocesi, fedele al Successore di Pietro, insistette presso la Sede Apostolica perché i detti Decreti fossero effettivamente attuati in Erzegovina. San Giovanni Paolo II mostrò tale comprensione della situazione presentata dal Vescovo Žanić che mise in campo la sua autorità autorizzando la Congregazione per i Religiosi a dimettere dall’Ordine dei Frati Minori chi non obbediva alle disposizioni dei Superiori religiosi e della Santa Sede, senza concedergli la possibilità di ricorso al Tribunale ecclesiastico.

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Nelle file dei padri francescani, in particolare i summenzionati due cappellani di Mostar, furono disobbedienti alle decisioni ecclesiastiche. Essi sin dall’inizio ostacolarono la vita pastorale della nuova parrocchia della Cattedrale di Mostar. È qui che si intromise in modo inconsueto la voce della “apparsa” di Medjugorje attaccando il vescovo Žanić, servo fedele della Santa Sede, e proteggendo la disobbedienza dei due cappellani di Mostar.

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Il 24 giugno 1981 comincia la storia del fenomeno di Medjugorje, nel villaggio di Bijakovići, parrocchia di Medjugorje, dove si formò un gruppo di quattro ragazze: Vicka e Ivanka Ivanković, Mirjana Dragićević e Marija Pavlović ― e due ragazzi: Ivan Dragićević e Jakov Čolo, tra i 10 e i 16 anni ― che affermava di avere apparizioni della Madonna ogni giorno. Il parroco di Medjugorje era Fra Jozo Zovko, O.F.M, il vicario parrocchiale Fra Zrinko Čuvalo, O.F.M. Così cominciò il “fenomeno di Medjugorje”.[17]

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Tra i primi “messaggi” delle apparizioni vi fu anche quello che subito diede ragione alla disobbedienza dei coinvolti, e dal dicembre di quell’anno la “apparsa” si schierò apertamente dalla parte dei disobbedienti e contro Mons. Žanić, vescovo diocesano, autorità competente della Chiesa.

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1o – Subito all’inizio delle “apparizioni” ― scrive Mons. Žanić al Vice presidente della Conferenza Episcopale di Jugoslavia ― «Fra Nikola Radić, delegato generale dell’Ordine dei Frati Minori per l’Erzegovina, mi ha detto qualche giorno dopo l’inizio delle apparizioni a Međugorje: “È venuto di corsa un frate a Široki Brijeg, e dice che è apparsa la Madonna a Međugorje, e ha detto che i frati hanno ragione!” I frati che difendono Međugorje l’hanno trasformata in difesa della loro disobbedienza contro il Vescovo e contro la Santa Sede, e in difesa dei loro interessi materiali». [18]

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Ciò nonostante e nonostante varie altre stranezze, inganni e manipolazioni, il Vescovo Žanić fu aperto, nei primi mesi, alle presunte “apparizioni”, sempre cauto sulla soggettività o soprannaturalità delle “apparizioni”. Quando però, la “apparsa”, chiamata “Madonna di Medjugorje”, cominciò a incolpare lo stesso Vescovo, che era mariano non plus ultra, egli prese la posizione di palese negatore dell’autenticità delle “apparizioni”. Seguiamo l’iter cronologico degli attacchi della “apparsa” di Medjugorje contro il Vescovo:

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2o – il 19 dicembre 1981 la “veggente” Vicka nella sua Agenda [19] annotò:

«Ho chiesto del problema erzegovinese, in particolare per quanto riguarda Fra Ivica Vego. La Gospa ha detto che per questi disordini il più colpevole è il vescovo Žanić, di Fra Ivica Vego ha detto che egli non è colpevole, ma il Vescovo ha tutto il potere. Gli ha detto [N.d.R. la Madonna] di rimanere a Mostar e di non andarsene». E, sempre sotto la stessa data, Fra Tomislav Vlašić, nella Cronaca della parrocchia di Medjugorje,[20] chiese alla “veggente” Vicka e annotò:

«Letteralmente che cosa ha detto la Madonna? Ha detto che il vescovo è colpevole dei disordini nella diocesi, o che negli ultimi casi (legati a Ivica [Vego] e Ivan [Prusina]) fa delle mosse sbagliate? Vicka mi ha risposto che la Madonna ha detto che il vescovo ha fatto delle mosse sbagliate, ma che non può ripeterlo letteralmente». Vicka, attenta alla distinzione di Padre Vlašić, si adegua alla frase come la suggerisce Padre Vlašić. La sente dalla «Madonna», sebbene non possa «ripeterlo letteralmente»!

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3o – il 3 gennaio 1982, nell’Agenda di Vicka leggiamo: «Il vescovo non mette ordine e perciò egli è colpevole. Non sarà vescovo per sempre. Io mostrerò la giustizia nel regno». La «Madonna» minaccia così il Vescovo diocesano tramite la sua “veggente”. Sotto la stessa data, nella Cronaca di Padre Vlašić, O.F.M, sta scritto: «I giovani hanno avuto la visione. La cosa più importante è ciò che ha destato l’interesse del Vescovo. Infatti, dietro mio suggerimento, per verificare l’autenticità della risposta della Madonna del 19 dicembre 1981 riguardo al cappellano, ho chiesto ai veggenti di domandare di nuovo a questo proposito».

Risposte dei veggenti:

  1. «La nostra Madre ha inviato un messaggio al caro Vescovo dicendo che egli è stato un po’ precipitoso nella sua decisione e che bisogna ancora una volta riconsiderare e ascoltare tutte e due le parti. […]. Il Vescovo fa disordine e perciò egli è colpevole. Non sarà sempre lui il Vescovo, io farò vedere la giustizia nel Regno».

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4o – L’11 gennaio 1982 leggiamo nella Cronaca della parrocchia: «Hanno chiesto di nuovo dei due cappellani di Mostar, e la Madonna ha ripetuto due volte quel che aveva detto prima». E quindi anche quel che ha detto del Vescovo.

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5o – 14 gennaio 1982 la “veggente” Vicka mente espressamente al vescovo Žanić. Nel Supplemento alle “Informazioni” del Bollettino ufficiale delle Diocesi, il vescovo Žanić, dopo il colloquio con i “veggenti”, registrato su nastro, scrive: «Il giorno 14 gennaio 1982 sono venuti da me i ragazzi, hanno detto che la Madonna li ha inviati (Vicka I., Marija P., e Jakov Č.). (…) La Madonna ha detto che Lei è stato precipitoso in certe cose. Questo ha detto. (…)

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Dice il Vescovo:

«Qualcuno mi ha detto che avevate avuto qualche messaggio per i cappellani di Mostar».

Rispondono i “veggenti”:

«Non ne abbiamo avuto».

Esclamo:

«No?»

Poi domando:

«Quali cappellani?»

Rispondono i “veggenti”:

«Quelli di Mostar».

Aggiungo:

«Non c’era nulla».

Replico:

«Qualcuno mi avrà detto erroneamente».

Ribattono:

«Qualcuno glielo trasmette erroneamente e Lei lo sente erroneamente».

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Prosegue il Vescovo Žanić a documentare in questa sua memoria: «Nel corso della conversazione ancora alcune volte ho posto ai ragazzi la domanda: “C’è ancora qualcosa per il Vescovo?… Ricordatevi ancora qualcosa che riguardi me”… La loro risposta è stata negativa».[21]

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6o – 20 gennaio 1982,  dall’Agenda di Vicka: «Madonna, che succederà col Vescovo? Lui, cambierà il suo atteggiamento? La Madonna ha risposto: “io non voglio affrettarmi. Io aspetto di vedere se egli cederà in seguito ai miei messaggi inviati a lui tramite voi”». Secondo la Cronaca, alla stessa data, la “Madonna” dichiara però che: «Il Vescovo è stato precipitoso nella decisione».

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7o – 3 aprile 1982, il Vescovo Žanić pubblica quanto era stato registrato su nastro: «Il giorno 3 aprile 1982 sono venuti da me Vicka I. e Jakov Č., inviati dalla Madonna. Vicka afferma:

«La Madonna ci ha rimproverati perché l’ultima volta non abbiamo detto tutto… Ha parlato di questo caso e ha sorriso dicendo che ella avrebbe rappacificato tutto da sola… Io non ho alcun’idea di che cosa si tratti… e ha sorriso. (…)».

Domando:

«Perché non avete detto i nomi di quei frati che vogliono cacciare?».

Replica Vicka:

«Ella ha detto di quei frati che anche a loro piace lavorare nella Chiesa come a tutti gli altri, celebrare la messa, i sacerdoti non sono affatto colpevoli, ella ha detto anche i loro nomi, e io non li conoscevo e li ho visti più tardi… Prusina e Vego. Ella dice che essi non sono affatto colpevoli, due volte l’ha ripetuto. Anche Jakov l’ha sentito, c’era anche Marija».

Domando:

«Ti aveva detto questo di loro prima che tu venissi da me la scorsa volta (il 14 gennaio 1982), e ti ha rimproverato perché non me l’avevi detto?».

Risponde Vicka:

«Sì. Perciò mi ha rimproverato tre volte perché non ero venuta e non l’avevo detto…».

Ribatto:

«Di nuovo non ci siamo intesi (Insisto perché si percepisca bene la contraddizione con la risposta del 14 gennaio 1982). La Madonna ti aveva detto di dirmelo prima che tu venissi da me la scorsa volta?»

Risponde Vicka:

«Sì. Ma io non l’avevo detto, ed ella mi ha rimproverato perché non avevo fatto ciò che dovevo, ed io ho parlato molto, ma non ho potuto ricordarmi… Poi ella [la Madonna] ha detto: io penso che questa è una grande vergogna da dimenticare, questo litigio tra i frati e i preti. La gente si rappacifica, ma per loro non c’è nulla da fare…»

Afferma Jakov:

«Ella ha detto che questo è un grande colpo per la Chiesa».

Afferma Vicka:

«Ogni giorno ci dice qualcosa… anche di Lei dice che non ha proceduto giustamente».

Afferma Jakov:

«Che anche Lei ha sbagliato, poiché l’ha fatto».

Afferma Vicka:

«Che ci sono certi sbagli, e che ne so io…»

Domanda il vescovo:

«In che cosa?».

Risponde Vicka:

«In questo caso francescano».

Domanda il Vescovo:

«Quale sbaglio tu ritieni che io abbia fatto?».

Risponde Jakov:

«Ella si riferisce a qualcosa nel caso francescano tra i frati e i preti».

Domanda il Vescovo:

«E tu lo sai di che cosa si tratta?

Risponde Jakov:

«Non lo so».

Replica il Vescovo:

«Io vorrei correggermi se sapessi in che cosa ho sbagliato, ma io ubbidisco al Papa, e quel che il Papa comanda io lo eseguo».

Risponde Vicka:

«Anche Lei deve ubbidire a qualcuno, ma io obbedirei più alla Madonna che a mia madre… certo che preferirei ubbidire alla Madonna che al Papa, certamente!»

Ribatte il vescovo:

«La Madonna non può parlare contro il Papa… Altrettanto devi essere attenta e avere dei dubbi se ella dice qualcosa contro il Vescovo».

Risponde Vicka:

«Non c’è alcun dubbio. Io la sento proprio come ora sento Lei (registrato al magnetofono)».

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Poi continua  il vescovo Žanić: «Quando l’ho comunicato a Fra Tomislav Vlašić, che lavora pastoralmente a Medjugorje, mi ha detto che Vicka è piuttosto impulsiva, precipitosa… [e ha aggiunto]: “Tra Natale e Capodanno mi ha detto che la Madonna le aveva detto che in Erzegovina di tutto è colpevole il Vescovo. Le ho detto che non può essere così…” Gli ho detto: “Non dovevi dire nulla, ma solo mandarla dal Vescovo. Questa è una manipolazione dei ragazzi…”.[22] [ha detto il Vescovo a Padre Vlašić].

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Tali menzogne dei “veggenti” e tali manipolazioni del manipolatore Vlašić erano una prova chiara per il Vescovo Žanić così da indurlo a prendere una posizione risoluta sulla non autenticità e sulle fandonie del fenomeno di Medjugorje.

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8o – 15 aprile 1982, nell’Agenda del 1983 troviamo le espressioni della “Madonna”, scritte da Vicka di proprio pugno: «Qui è colpevole il vescovo e ci sono molti che lo appoggiano».[23] Nella Cronaca manca la data del 15 aprile 1982, non è stata consegnata alla Curia.

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9o – 26 aprile 1982,  nell’Agenda di Vicka leggiamo: «Il vescovo ― dice [la “Madonna”] ― non ha per niente un vero amore di Dio per loro due», «Quel che fa il Vescovo non è secondo la volontà di Dio», «Il Vescovo non fa secondo la grazia di Dio». Nella Cronaca manca la data del 26 aprile 1982.

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10o – 27 giugno 1982, lCronaca riporta: «Alla domanda: Il Vescovo obietta sul fatto che tu hai detto che Fra Ivica Vego e Fra Ivan Prusina non sono colpevoli. Lo sente come se tu non fossi la vera Madonna poiché non rispetti le disposizioni dei superiori. Vuoi spiegarci il tuo atteggiamento? Ha risposto: “Bisogna rispettare ed obbedire ai superiori. Ma anche loro fanno degli sbagli; di essi devono pentirsi e correggerli. Il Vescovo, ed ancor più quelli che gli danno suggerimenti, con il loro atteggiamento recano danno alla fede…”».

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Un ruolo non del tutto chiaro in tutto questo affare è stato quello del padre gesuita sloveno Radogost Grafenauer,[24] citato dal Vescovo Žanić nella sua relazione: «Verso la fine di gennaio 1983 venne da me Padre Radogost Grafenauer, S.J., con l’intenzione di indagare il fenomeno Medjugorje. Ascoltò una ventina di nastri registrati e decise di non andare a Medjugorje affermando «poiché lì non c’è la Madonna». Su mio suggerimento vi si recò e dopo qualche giorno tornò come “convertito” del Padre Vlašić. Mi portò alcune pagine del testo, le gettò sul tavolo e disse:

            «Ecco, Vescovo, che cosa ti dice la Madonna».[25]

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Riportiamo adesso da quella relazione il colloquio tra Padre Grafenauer e la “veggente” Vicka Ivanković.

Padre Grafenaur: 

«Hai detto al Vescovo che lui è da biasimare e che quei due [Vego e Prusina] sono innocenti e possono esercitare le loro mansioni sacerdotali? 

Vicka: 

«Sì».
Padre Grafenaur: 

«Possono ascoltare le confessioni? La Madonna ne ha parlato?»

Vicka: 

«Sì».

Padre Grafenaur: 

«Se la Madonna dice questo e il Papa dice che non possono…»

Vicka: 

«Il Papa può dire quello che vuole: io dico le cose come stanno».[26]

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Riportiamo adesso da quella relazione il colloquio tra Padre Grafenauer e la “veggente” Vicka Ivanković:

Padre Grafenaur: 

«La Madonna ha detto che il Vescovo è colpevole?»

Marija:

«Sì».

Padre Grafenaur: 

«Appena la Madonna dice che il Vescovo è colpevole, uno comincia subito a dubitare che si tratti della Madonna… Cioè il fatto che i veggenti vadano dicendo che il Vescovo è colpevole…»

Marija:

«Questo è stato detto a noi dalla Madonna».

Padre Grafenaur: 

«Questo suscita la rivolta in Hercegovina e questi non sono frutti buoni. La gente si arrabbierà col Vescovo e lo diffamerà; come la Madonna può fare una cosa simile? La Chiesa sa che la Madonna è buona e che lei non farebbe una cosa simile».

Marija: 

«A noi la Madonna ha detto così».[27]

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***

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Conclusione. Da questi punti elaborati sulla base delle parole letterali dei giovani che si presentano fino ad oggi come “veggenti” della stessa “Madonna”, e da quelle della loro “guida spirituale”, risulta che la “apparsa” di Medjugorje ha attaccato uno strenuo annunciatore della verità sulla stessa Madre di Dio e, invece, ha difeso varie forme di disobbedienze ed immoralità. Anzi ha proseguito a farlo fino al 1985 (fine agosto 1982, il 29 settembre 1982, il 17 gennaio 1984, il 14 novembre 1984, il 5 gennaio 1985).

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Il Vescovo Žanić si presentò per i suoi 23 anni di episcopato come un uomo di piena integrità morale, ascoltato predicatore della verità, instancabile amministratore dei santi sacramenti e coraggioso pastore, pronto a morire per la verità e per il suo gregge.

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Non è degno della Madonna di essere usata come “capoufficio postale” per rispondere a una serie di domande inappropriate e manipolate dei “veggenti” e della loro “guida spirituale” per quanto riguarda il “caso erzegovinese” di centenaria durata.

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Non onora la Madonna presentarla come una manipolatrice, con la sua santa persona, tesa a interferire nel governo ordinario della Santa Sede e del Vescovo diocesano di Mostar-Duvno, per quanto riguarda la giurisdizione dell’attività pastorale dei sacerdoti.

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Non è degno da parte di Vicka rimaneggiare il suo diario, scrivendo le sue esperienze fantasiose del 1981 e della prima metà del 1982 nell’Agenda del 1983.

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Non è degno da parte dei “veggenti” fare, come hanno fatto fin dai primi giorni delle “apparizioni”, pronunciamenti molto preoccupanti, che non corrispondono alla verità ma ingannano i fedeli.

          

Mostar, 2 maggio 2017

+ Ratko Perić, vescovo

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FONTI UFFICIALI E DOCUMENTI:

[1] Pavao Žanić, Liber intentionum, 1959-1982: la nomina pontificia era il 9 dicembre, la comunicazione a Don Pavao Žanić il 28 dicembre 1970, la pubblicazione il 4 gennaio 1971.

[2] Tomo Vukšić (a cura di), Istina oslobađa. Zbornik biskupa Pavla Žanića [La verità ci fa liberi. Miscellanea del Vescovo Pavao Žanić], Mostar, 1992.

[3] Ilija Drmić, „Srebrni biskup jubilarac“ (Il Vescovo del giubileo argenteo), in: Crkva na kamenu, nr. 5/1996, pp. 5 e 12.

[4] T. Vukšić, op. cit., pp. 35-40. Traduzione del testo latino del Sommo Pontefice: «Come sappiamo, le angustie delle situazioni e le difficoltà del Tuo ministero pastorale hanno reso il carico ancor più acerbo, ma non Ti è mai mancata una fede intrepida, anzi, sono grandemente cresciuti il Tuo amore verso tutti, una devozione esimia e la Tua diligenza nella scelta ed educazione dei chiamati al servizio del Signore».   

[5] Raspeta Crkva u Bosni i Hercegovini. Uništavanje katoličkih sakralnih objekata u Bosni i Hercegovini [La Chiesa crocifissa in Bosnia-Erzegovina. La distruzione di edifici religiosi cattolici in Bosnia-Erzegovina], Banja Luka, Sarajevo, Mostar, Zagreb, 1997, p. 208.

[6] Cfr. http://md-tm.ba/clanci/le-apparizioni-dei-primi-sette-giorni-medugorje

[7] Cfr. http://www.md-tm.ba/clanci/il-dodicesimo-anniversario-della-morte-del-ve…

[8] Secondo il Diario di Vicka (III), in data 28 febbraio 1982, la “Madonna” ha detto ai “veggenti”: “potete ringraziare molto Tomislav che vi guida così bene”, la copia presso la Curia diocesana di Mostar.

[9] P. Žanić, La posizione attuale (non ufficiale) della Curia Vescovile di Mostar nei confronti degli eventi di Medjugorje, 30 ottobre 1984, nr. 22.

[10] Nel 2012 Tomislav Vlašić, dopo la riduzione allo stato laicale, ha annunciato di far parte di un gruppo, chiamato “Nucleo Centrale”, di 49 esseri prescelti da Dio nell’universo, insieme alla sua collaboratrice Stefania Caterina. 

[11] http://www.versolanuovacreazione.it/      

ed anche: 

http://www.fortezzadellimmacolata.org/appuntamenti

[12] Marko Perić, Hercegovačka afera [Il caso erzegovinese], Mostar, 2002. Il link diocesano, in croato:

 http://www.md-tm.ba/sites/default/files/hercegovacka_afera.pdf.

[13] Glas Koncila (quindicinale di Zagabria), 14/1975, p. 4.

[14] L’originale latino di Romanis Pontificibus pubblicato sugli Acta Ordinis Fratrum Minorum, Roma, II/1989, pp. 85-89.

[15] Il Decreto pontificio Romanis Pontificibus, versione inglese:

https://cbismo.com/index.php?mod=vijest&vijest=648.

[16] Archivio della Provincia francescana erzegovinese, prot. 160/76, del 10 maggio 1976.

[17] Dražen Kutleša (a cura di), Ogledalo Pravde [Speculum iustitiae], La Curia diocesana di Mostar sulle presunte apparizioni e messaggi di Medjugorje, Mostar, 2001, passim.

http://www.md-tm.ba/sites/default/files/ogledalo_pravde.pdf   

Cfr. anche: 

http://md-tm.ba/clanci/le-apparizioni-dei-primi-sette-giorni-medugorje

[18] S.E. Žanić a S.E. Alojzij Šuštar, Vice presidente della Conferenza Episcopale di Jugoslavia, la lettera del 24. XI. 1983, prot. 1172/1983.

[19] V. Ivanković, Agenda 1983. Si tratta di un calendario fotocopiato di 11 pagine con noterelle scritte da Vicka, di proprio pugno, sui “messaggi” della “apparsa” ai religiosi disobbedienti, fra Ivan Prusina e fra Ivica Vego, cappellani di Mostar, con queste sette date disordinate: il 19-XII-1981; il 3-I-1982; l’11-I-1982; il 20-I-1982; il 26-IV-1982; il 29-IX-1982; fine agosto 1982; il 15-IV-1982; il 16-IV-1982. La copia fu consegnata da Vicka alla Curia di Mostar il 17 maggio 1983, ed è conservata presso l’Archivio diocesano di Mostar. Vedi: Nikola Bulat, Istina će vas osloboditi [La verità vi farà liberi], Mostar, 2006, pp. 52-56 e 99. Tutto il testo in croato, confrontato con gli estratti di p. Radogost Grafenauer, Ivi, pp. 100-114.

[20] Tomislav VlašićKronika ukazanja u župi Međugorje, 1981 -1983 [La Cronaca delle apparizioni nella parrocchia di Medjugorje]. Si tratta della Cronaca, condotta e scritta a mano da fra Tomislav Vlašić dall’11 agosto 1981 al 15 ottobre 1983; l’originale nell’Ufficio parrocchiale di Medjugorje, la copia fu consegnata dall’autore al vescovo Žanić il 16 novembre 1983, conservata presso la Curia diocesana di Mostar. Sull’autenticità della Cronaca vedi l’articolo di N. Bulat, op. cit., pp. 23-33.

[21] “Dodatak ‘Informacijama'” [Supplemento alle “Informazioni”], in: Službeni vjesnik [Bollettino ufficiale], 2/1982, p. 2. Pubblicato come brochure in: croato, francesce, inglese, italiano, tedesco, nr. 7; P. Žanić, Medjugorjein italianoMostar, 1990, nr. 7.

[22] Supplemento alle “Informazioni” del Bollettino ufficiale delle Diocesi, 2/1982, pp. 2-3; P. Žanić, Medjugorje, 1990, nr. 8.

[23] Nell’Agenda di Vicka Ivanković, 15. IV. 1982; N. Bulat, op. cit., Mostar, 2006, pp. 105-106; Il link diocesano del libro, in croato:

http://www.md-tm.ba/sites/default/files/istina_ce_vas_osloboditi.pdf.

[24] Radogost Grafenauer è venuto da Medjugorje a Mostar il 2 febbraio 1983 e ha consegnato al vescovo Žanić vari estratti dai documenti disponibili a Medjugorje, riferentisi al ”caso erzegovinese” e ai due cappellani di Mostar, vedi il testo in croato N. Bulat, op. cit., pp. 57-59.

[25] P. Žanić, Medjugorje, in italiano, Mostar, 1990, nr. 9, p. 5.

[26] P. Žanić, Medjugorje, in italiano, Mostar, 1990, nr. 10, p. 6.

[27] P. Žanić, Medjugorje, in italiano, Mostar, 1990, nr. 12, p. 7.

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