L’indovino Tiresia e il Cristianesimo: la realtà della disabilità, tra gioia e speranza

—  Theologica —

L’INDOVINO TIRESIA E IL CRISTIANESIMO: LA REALTÀ DELLA DISABILITÀ, TRA SPERANZA E GIOIA

La disabilità, rientra sicuramente nel tema della sofferenza, di coloro che sono afflitti e che saranno consolati, secondo la beatitudine evangelica. Le persone colpite da disabilità rientrano a pieno in coloro che sono accolti nel seno dell’amore trinitario. Il mondo della cultura, della riflessione filosofica e antropologica è sempre rimasta affascinata e al tempo stesso scossa da questo tema.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Ulisse e l’indovino Tiresia

Uno dei temi forti che coinvolgono molto a livello emotivo e intellettuale ogni fedele, dal singolo credente, al sacerdote, dall’uomo di cultura al teologo, è certamente il tema della disabilità. A essere precisi non esiste la disabilità in astratto, ma esistono persone con disabilità fisiche o mentali, che possono essere congenite, innate o acquisite.

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Vorrei abbozzare delle riflessioni biblico-teologiche sul tema della disabilità. Sono consapevole, insieme a tutta la tradizione cristiana, che il mistero del male e della sofferenza umana rimane mistero e non può mai essere dischiuso completamente. Però può essere contemplato, scrutato con occhio di fede, speranza e di carità e essere inserito nel piano più alto e più grande del Piano di Dio.

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In questo articolo faremo innanzitutto alcune considerazioni storiche su uno dei più noti e antichi disabili della storia, l’indovino Tiresia. Successivamente, ci sposteremo sul tema della sofferenza nell’ambito cristiano.

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UN DISABILE NOTO ALL’ANTICHITA’. TIRESIA, INDOVINO CIECO.

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La disabilità, rientra sicuramente nel tema della sofferenza, di coloro che sono afflitti e che saranno consolati, secondo la beatitudine evangelica. Le persone colpite da disabilità rientrano a pieno in coloro che sono accolti nel seno dell’amore trinitario. Il mondo della cultura, della riflessione filosofica e antropologica è sempre rimasta affascinata e al tempo stesso scossa da questo tema. Tanto che recentemente si è lasciata interrogare dalla disabilità, provando a costruirne una riflessione. Anzitutto vorrei segnalare il testo di Gian Antonio Stella: DiversiLa lunga battaglia dei disabili per cambiare la storia, recentemente edito dal noto giornalista del Corriere della Sera. Con un taglio giornalistico, Stella cerca di fare un excursus a partire da diverse figure storiche di persone con disabilità che hanno davvero proposto la loro esperienza innovativa per il tempo della storia in cui hanno vissuto. Non vorrei soffermarmi su questo testo però [1].

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Da qualche tempo la cultura siciliana ha perso uno dei suoi scrittori più fecondi, Andrea Camilleri. Quasi come un testamento, insieme ad alcuni libri ora in uscita, l’autore di Porto Empedocle, noto per aver creato il personaggio del commissario Montalbano, ha pubblicato un testo intitolato Conversazioni su Tiresia. Si tratta di un piccolo libriccino che riporta fedelmente il testo dello spettacolo omonimo andato in scena lo scorso giugno 2018 e interpretato dallo stesso Camilleri.

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Il tema centrale del testo, come dice il titolo, è la figura dell’indovino Tiresia. Figura leggendaria, di cui si sanno poche cose. Certamente, di lui, si sa che è originario di Tebe, ha una figlia di nome Manto, anche lei indovina, ma soprattutto che è cieco, o come si direbbe oggi: non vedente. Il testo teatrale è un piccolo excursus fra ironia, scherno e qualche frecciatina al mondo attuale, di come questa figura sia stata descritta, schernita e al tempo stesso amata e rispettata nel corso dei secoli. Notoriamente, l’antichità greca ha prodotto una serie di fonti su Tiresia. La cosa più interessante da notare è che in una antichità precristiana, che ha avuto un rapporto difficilissimo con i disabili, una figura di disabile fisico come Tiresia è invece rimasta viva nella scrittura di questi autori. Certamente, la figura dell’indovino tebano, è interessante innanzitutto per una riflessione culturale sulla disabilità.

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Lo Pseudo Apollodoro provò a spiegare da dove si originava la cecità di Tiresia. Dunque riportò tre narrazioni, nella sua Biblioteca; sono particolarmente interessanti la seconda e la terza narrazione[2], raccontate teatralmente anche nel testo di Camilleri. Nella seconda narrazione, quella secondo Apollodoro, Tiresia è figlio di Evereo e della Ninfa Cariclo: la cecità viene dalla punizione di Atena che Tiresia vide nuda farsi il bagno; allora intervenne Cariclo che chiese pietà per il figlio. Atena non tolse la cecità allo sciagurato voyer, ma vi unì la capacità di essere indovino. La terza narrazione Apollodoro la riprende dal poeta greco Esiodo, ed è la più complessa, perché inserisce altri elementi. Tiresia meditava mentre camminava sul monte Citerone: qui vide due serpenti nell’atto della unione sessuale e allora schifato decise di calpestare e uccidere la femmina. Non appena l’aspide lascivo fu schiacciato, magicamente Tiresia si trasformò da uomo a donna. Questa immagine, induce Camilleri a mettere sulla bocca di Tiresia una considerazione teologica legata ai serpenti:

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«A me adolescente piaceva molto fare lunghe passeggiate solitarie sul Citerone e un giorno, all’improvviso, mentre stavo seduto su una pietra, vidi avventarsi verso di me due grandi serpi avviticchiate nell’atto della riproduzione. Ero sovrappensiero, per questo reagii come mai avrei dovuto. Perché coi serpenti, sul Citerone, bisognava andarci cauti. Zeus per possedere Persefone si mutava in serpe e anche Cadmo “s’asserpentava” per le sue scappatelle. Quindi in quei rettili poteva celarsi un dio»[3].

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Torneremo su questo particolare fra poco. Osserviamo come Tiresia è davvero saggio: è cioè in grado di andare oltre l’aspetto materiale e cogliere la natura divina anche di un atto così animalesco come l’unione sessuale. Comunque, procedendo con la narrazione, sappiamo che in seguito l’indovino tebano tornò uomo, ma la sua malasorte non era terminata. Infatti, in un tempo indeterminato, Zeus ed Era litigavano e spesso si trovarono divisi da una controversia: se nell’atto dell’amplesso provasse più piacere l’uomo o la donna. Non riuscivano a giungere a nessuna conclusione perché infatti le due posizioni principali si fronteggiavano fortemente: Zeus, sosteneva infatti che fosse la donna, mentre Era che fosse l’uomo. Per dirimere la disputa decisero di rivolgersi Tiresia, considerato l’unico che avrebbe potuto risolverla poiché aveva saggiato sia la natura maschile sia femminile. Forse sarebbe stato meglio se Tiresia avesse seguito il vecchio adagio di non mettere il dito fra moglie e marito[4]. Ma, per quella volta, non fu prudente su questo. Dunque, una volta chiamato in causa dai due dèi litigiosi per risolvere la vexata quaestio, rispose che il piacere sessuale si compone di dieci parti: l’uomo ne prova solo una e la donna nove, quindi una donna prova un piacere nove volte più grande di quello di un uomo. Tiresia pensò di rispondere così facendo un piacere ad Era, ritenendo che la dea avesse risposto secondo il suo stesso ragionamento. La dea, invece, rimase infuriata perché Tiresia aveva svelato quel segreto: e così lo accecò. Invece Zeus, contrario alla reazione della moglie, decise di riparare al danno subìto, e diede facoltà a Tiresia di prevedere il futuro e il dono di vivere per sette generazioni. E Questo, nell’ottica greca, implicava avere una vita praticamente eterna.

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Ecco allora i tre elementi sottolineati nella disabilità di Tiresia: la cecità segue la punizione di aver saputo un segreto profondo dell’uomo. Tiresia, un po’ come Prometeo, ha la colpa di essersi azzardato a intuire e ragionare, arrivare oltre l’arrivabile: dunque di essere entrato nelle sfere più alte della intimità dell’uomo e della donna. Di aver saputo sciogliere il segreto stesso della donazione totale dell’uomo alla donna e viceversa, dunque della loro identità profonda. Al tempo stesso, Tiresia è entrato nel segreto profondo del piacere corporeo e della origine della vita.  Era davvero non può reggere questo affronto. Così, pensa di fare un dispiacere a Tiresia, accecandolo: ma così facendo in realtà lo toglie dalla visione delle cose materiali e lasciandolo per sempre alla visione di informazioni, nozioni e concetti più alti. Oserei dire che Tiresia può essere quello schiavo nella caverna platonica che liberato dai lacci delle visioni materiali vede finalmente la luce delle Idee, nella eternità della verità senza tempo. Non voglio però entrare in una analisi platonica.

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Tornando invece alla disabilità di Tiresia si aggiunge, con l’azione di Zeus, il dono della preveggenza e della vita eterna. Il capolavoro antropologico di Tiresia il tebano è definitivamente compiuto. La disabilità, tanto condannata, tanto stigmatizzata nel mondo greco, è invece, in Tiresia, carica di un insieme di doni straordinari donati dagli dei[5]. E poco importa dunque la mancanza di luce sulle cose quotidiane.

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Tiresia conosce il dato presente nei suoi segreti più intimi. Lo stesso dicasi per gli eventi futuri: conosce ciò che è più profondo, ciò che è più ricercato da ogni uomo greco, filosofo, matematico, astronomo o storico che sia. Scrive a questo proposito lo studioso Paolo Scarpi:

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«[…] La cecità di Tiresia è in realtà la condizione perché egli possa assolvere al suo ruolo di indovino […] Le tre ragioni presentate nella Biblioteca, […], appaiono in realtà connesse da un denominatore comune rappresentato dal codice ottico su cui è costruita la vicenda. […] la vista entra direttamente in causa configurandosi come una trasgressione di un codice di comportamento enunciato da Callimaco […] (le leggi di Crono stabiliscono così chi vede un immortale contro la sua volontà, pagherà un grande prezzo per questa vista)»[6]

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A conferma di questo ci sembra interessante notare cosa pensa la Odissea dell’indovino tebano. Omero offre un compito importante a Tiresia, nel canto decimo infatti leggiamo:

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«per chiedere all’anima del tebano Tiresia,

il cieco indovino, di cui sono saldi i precordi:

a lui solo Persefone diede anche da morto,

la facoltà d’esser savio; gli altri sono ombre vaganti»[7]

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Ulisse, nell’Ade, è costretto a cercare Tiresia, per venire a conoscenza della strada per il ritorno ad Itaca. Nei versi del poema omerico, leggiamo fra le righe che solo a Tiresia sono concessi i doni straordinari che lo rendono così saggio. Aggiungo ancora un paio di elementi: nella Tebaide, il poeta Stazio descrive che Tiresia, sordomuto e cieco allo stesso tempo, conserva i suoi poteri straordinari. Qui, la disabilità fisica, è ancora più accentuata, non di meno però la saggezza e la profezia rimangono. E avranno un ruolo drammatico in Sofocle.

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Nell’Edipo Re, Tiresia è chiamato profetizzare anche il celeberrimo incesto fra Edipo e Giocasta e l’uccisione di Laio: in questa tragedia la profezia del cieco è addirittura un elemento di aiuto alla scoperta circa una azione morale condannata dal tempo. L’apporto di Tiresia diventa fondamentale nello scioglimento del dramma di Edipo.

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Tornando e concludendo la lettura del testo di Camilleri, trovo una splendida poesia dedicata a Tiresia a opera del poeta Thomas Sterne Elliott

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«Io Tiresia, benché cieco, pulsante fra due vite,

vecchio con avvizzite mammelle femminili, posso vedere

all’ora viola, l’ora della sera che volge

al ritorno, e porta a casa dal mare il marinaio,

posso vedere la dattilografa a casa all’ora del tè, sparecchia la colazione,

accende il fornello e tira fuori cibo in scatola.

Fuori dalla finestra pericolosamente stese ad asciugare

Le sue combinazioni toccate dagli ultimi raggi del sole,

sul divano (di notte il suo letto) sono ammucchiate

calze, pantofole, camiciole e corsetti.

Io Tiresia, vecchio con poppe avvizzite,

percepii la scena, e predissi il resto –

anch’io attesi l’ospite aspettato.

Lui, il giovane pustoloso, arriva,

impiegato di una piccola agenzia di locazione, con un solo sguardo

baldanzoso,

uno del popolo a cui la sicumera sta

come un cilindro a un cafone arricchito.

Il momento è ora propizio, come lui congettura,

il pranzo è finito, lei è annoiata e stanca,

cerca di impegnarla in carezze

che non sono respinte, anche se indesiderate.

Eccitato e deciso, lui assale d’un colpo;

mani esploranti non incontrano difesa;

la sua vanità non richiede risposta

e prende come un benvenuto l’indifferenza.

(E io Tiresia ho presofferto tutto

Quello che è stato fatto su questo stesso divano o letto;

io che sedetti sotto le mura di Tebe

e camminai fra i più umili morti).

[…]

A Cartagine poi venni

Ardendo ardendo ardendo ardendo

O Signore Tu mi cogli

O Signore Tu cogli

Ardendo[8]

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L’analisi della disabilità di Tiresia mostra dunque come la disabilità abbia una valenza contraddittoria nel mondo pre-cristiano: nel quale si evidenzia un rapporto di dannazione, stigma, allontanamento e, dall’altro, quasi invece uno stato di elevazione a conoscenza superiore. Il tema della disabilità, per i greci richiamava dunque una conoscenza sapienziale del presente, una conoscenza profetica del futuro, un richiamo a una vita eterna (certo non delle stesse caratteristiche del Regno di Dio cristiano). Ovviamente, l’aspetto totalmente assente nella disabilità di Tiresia, come del resto a tutta la riflessione greca prima della venuta di Cristo, è ovviamente il legame fra attività divina e umana: quel rapporto fra grazia e natura che verrà solo successivamente scandagliato dalla teologia cattolica.

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Tiresia subisce infatti la disabilità nella sua natura umana come castigo: non è spiegato dai miti greci in quale modo, dopo aver ottenuto la disabilità, la sua persona sia portata, tramite la disabilità, a un cammino di perfezionamento e di elevazione morale con l’aiuto degli Dei. La disabilità, in Tiresia, è insomma una speciale metodologia epistemologica ma non di santificazione. Uno speciale modo di conoscere ma non di elevarsi ad un rapporto con il sacro. Di segno completamente diverso è invece, il senso della sofferenza fisica, e dunque anche una disabilità visiva, dall’avvento di Gesù Cristo: tutte le disabilità rientrano nell’afflizione e nell’amore sofferente di Cristo. Si possono dunque riunire sotto la grande categoria della sofferenza.

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AFFLITTI MA INTIMAMENTE UNITI NELL’AMORE SOFFERENTE DI GESU

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È certa una cosa. Riguardo il cristianesimo, esso è fondato da Gesù ed è una religione della gioia; infatti, il cristianesimo, è iniziato con un imperativo gioioso. «Kaire/Rallegrati Maria!» [9] così l’arcangelo Gabriele salutò l’adolescente Maria. Certamente riconosciamo con Joseph Ratzinger che «Il cristianesimo è dunque la fede della gioia»[10]. Eppure, all’interno del cammino di una fede cattolica che sia gioiosa, essa non fugge da alcune tematiche particolarmente delicate come la sofferenza, la penitenza e il dolore. Pensiamo per un momento che nel cammino della Chiesa Cattolica esiste un grande periodo di penitenza e ascesi: la Quaresima. Questo perché la Quaresima è innanzitutto tempo di conversione, ma anche tempo di deserto e riflessione. In quel periodo c’è un invito a soffermarsi, nella nostra preghiera o meditazione personale, su quelle tematiche che risultato ordinariamente di difficile assimilazione e trattazione, come il peccato, la morte, la malattia, il dolore. La sofferenza è un tema molto delicato. Soprattutto è delicato perché è vissuto da uomini e donne. Tema che tutti quanti in prima persona abbiamo toccato. Questi uomini sono sofferenti. Dunque sono afflitti. In effetti uno dei temi di cui anche l’Antico Testamento ci parla è proprio la sofferenza. Pensiamo ad esempio alla storia presente nel libro di Giobbe. Uomo giusto, oggi diremo un pio, una persona perbene e molto devota. Il Signore, allora, permette al diavolo che Giobbe sia provato nella sofferenza morale, ricordiamo infatti che furono uccisi tutti i suoi figli; quindi, materiale, ricordiamo che perse tutti i suoi averi; infine fisica, ricordiamo che si ammala gravemente di lebbra e viene isolato da tutti, tranne che da quattro amici.

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In Giobbe, secondo gli esegeti, troviamo quatto reazioni tipicamente umane. La prima è  l’accettazione (cfr. Gb 1,22). Egli accetta pacificamente che tutto questa gli venga da Dio. Allo stesso tempo pretende da Lui anche una specie di contraccambio in futuro. La seconda reazione, è la ribellione (cfr. Gb 3, 1). Egli desidererà addirittura morire. È reazione tipica anche dei malati di oggi: è desiderio di tranquillità e di pace. La terza reazione è l’affidamento (cfr. Gb 40). Giobbe si affida a Dio riconoscendo la sua piccolezza, il proprio essere creatura creata, rispetto a Dio creatore increato. Quindi si affida veramente al Creatore perché riconosce di essere stato orgoglioso e pretestuoso nei suoi confronti. Quarta reazione, la ricompensa ultraterrena (Gb 42,7). A Giobbe viene restituito tutto ciò che aveva perso in modo raddoppiato [11].

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Giobbe è un afflitto. Dio dopo un cammino di conversione, di purificazione e crescita viene consolato da Dio. Rimasi molto colpito quando anche io ascoltalo la voce di un afflitto. Un afflitto di qualche anno fa: ma che nel suo oggi, come oggi è stato abbandonato da tutti. Per questo vorrei adesso farvi ascoltare la voce di quel genere di afflitto che, al contrario di Giobbe, non ce l’ha fatta.

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«Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte. Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità. […] Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.  […]  Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie. […] Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.  […] Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene»[12].

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È terribile leggere righe del genere. È quasi impossibile empatizzare il dolore di un giovane che vuole togliersi la vita. È assolutamente impossibile comprendere il dolore di quei genitori che hanno perso un figlio in questo modo.  Eppure, questo giovane era un afflitto. Un afflitto lasciato solo da tutti: abbandonato alla mentalità e alla moda del mondo, che crede e inculca a tutti che il suicidio sia l’unica via per vivere la propria libertà. Questa è la libertà che il mondo di oggi vuole convincere anche noi cattolici che sia quella da vivere: una libertà che non è liberta vera. Quella libertà che si esprimerebbe nelle tecniche di suicidio assistito e di eutanasia, come avvenuto per il caso, salito alla ribalta dei telegiornali, di Dj Fabio. Anche Dj Fabio era un sofferente, uno che biblicamente chiameremo afflitto[13]. Il mondo, invece che donargli la vera libertà, lo ha abbandonato definitivamente. Lo stato di diritto gli offre addirittura ragione e giurisprudenza per fondare il convincimento che dalla sofferenza si esce solo suicidandosi. Come se il suicidio fosse espressione massima di una “libertà”[14]. Quella libertà che elimina la sofferenza e l’afflizione. Perché una vita sofferente e afflitta non ha valore, allora si elimina. Si prende e si butta via. E si maschera tutto con la parolina magica: li–ber–tà. Tre sillabe con cui oggi si cavalca l’onda e si permette tutto.

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«Noi viviamo in un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità sembra bandita»[15]

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C’è un’unica risposta a questa terribile convinzione della cultura odierna. La vera risposta che ognuno di noi può dare è questa: la gioia di Gesù Cristo. Si risponde ad una logica di morte, di cultura dello scarto, di necrocultura semplicemente mostrando la gioia e l’amore che Gesù ebbe nei confronti degli afflitti. Perché Gesù Cristo stesso si è spesso incontrato con la sofferenza. Gesù ha cioè incontrato persone sofferenti e afflitti: chi nel corpo e chi nello spirito. E si è messo al servizio loro e dei loro parenti e amici. Per questo ha potuto relegare un posto speciale nelle beatitudini proprio ai sofferenti: «Beati gli afflitti… perché saranno consolati»[16].

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Se diamo un’occhiata al Vangelo della resurrezione di Lazzaro, vediamo subito come Gesù si relaziona di fronte alla morte del suo caro amico Lazzaro. Gesù stesso piange. È afflitto, e vive questo momento insieme ad altri afflitti. Proviamo a seguire il testo del Vangelo da vicino:

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«Gesù voleva molto bene (agapan = amava con misericordia) a Marta, a sua sorella [Maria] e a Lazzaro. Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (= pepisteuka, il verbo greco esprime un forte atto di fede) Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente (embrimastai = prendere in collera), si turbò e disse: “Dove l’avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Vedi come lo amava!”. Dopo aver riposto la pietra in cui Lazzaro era stato posto, Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. E, detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare”»[17].

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Proviamo a leggere il testo in modo analitico. Al versetto 5 vediamo innanzitutto che Gesù compie l’azione dell’agapan cioè amava profondamente Marta, Maria e Lazzaro. Agapao è il verbo greco da cui viene agapè, che noi appunto traduciamo con Misericordia. Quindi li amava con misericordia. Inoltre ai versetti 20 – 27 Gesù viene rimproverato da Marta, in seguito anche da Maria, di non essere stato presente al momento della morte di Lazzaro. Ottiene da loro un atto di fede nella vita eterna che avviene tramite la Sua Presenza: la presenza di Gesù, Figlio di Dio nel mondo. Successivamente (cfr. V.33) quando poi viene a sapere della morte di Lazzaro, Gesù si commuove: ha un moto di passione collerico (così il verbo greco embrimastai), di avversione nei confronti della morte che è uno degli effetti provocati dal peccato originale a sua volta generato dal diavolo. Gesù stesso, dunque, esprime avversione e ostilità nei confronti della morte. Commentando i versetti 41 – 42, l’esegeta Brown scrive:

«Attraverso l’esercizio del potere di Gesù, che è il potere del Padre, essi conosceranno il Padre e così riceveranno la vita essi stessi. Gesù non otterrà niente per sé, egli vuole solo che i suoi ascoltatori conoscano il Padre che lo ha mandato. […] La cosa cruciale è che Gesù ha dato la vita fisica come segno del suo potere di dare la vita eterna su questa terra e come promessa che nell’ultimo giorno resusciterà i morti»[18].

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Marta, Maria e Lazzaro sono afflitti. Gesù gli fa scoprire, proprio nell’afflizione, un rapporto vero e reale con Dio. La sofferenza allora diventa uno dei possibili “luoghi” dove incontrare veramente l’Amore del Signore e riceverne consolazione. Come Dio fece con Giobbe e come adesso fa Gesù con Lazzaro. In effetti, l’afflizione, può generare un senso di isolamento: come abbiamo visto finora, la sofferenza, se per un verso è un’esperienza, per altro verso è al tempo stesso una esperienza solitaria, permessa da Dio al singolo e solo al singolo. In maniera indiretta va a colpire anche i parenti, gli amici e i vicini dell’afflitto, ma serve innanzitutto alla singola persona. Questi afflitti non sono così lontani nel tempo e nello spazio dalle nostre vite.

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Anche noi possiamo essere misericordiosi e mostrare l’amore di Dio agli afflitti. La gioia e vitalità di Gesù possiamo esprimere e comunicarla attraverso questi nostri fratelli sofferenti? Tramite l’esercizio delle opere di misericordia materiali e corporali è possibile esprimere il senso biblico della consolazione. Ecco il nesso fra consolazione e senso di fratellanza: saper entrare nel dramma di qualcuno e supportarlo. Essere davvero con– fratelli tramite la Misericordia/Agape di Dio per l’altro. Vivere aiutando chi è afflitto significa essergli di supporto. Nell’essere supporto allora ci sono tre derive che vanno assolutamente evitate:

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α) il compiangere l’afflitto. Si rischia cioè di creare una vittimizzazione. Tramite questa dinamica, la persona rimane incastrata nel proprio dolore e chiudendosi in un narcisismo che le impedisce di stare meglio [19].

β) L’effetto narcotico. Cioè il cercare di togliere di mezzo il dolore addormentando la coscienza su esso. La persona quindi è spinta dalla società a vivere come se non esistesse il dolore. Questo spinge a una superficialità, che è pericolosa perché rimanda il problema del dolore e lo aggrava[20]. In effetti fuggire da un problema significa aggravarlo.

γ) Invitare l’afflitto a guardare chi sta peggio di lui: non c’è di peggio che fare dell’esistenza come una classifica della serie A e dire chi sta meglio e chi sta peggio. Non ha senso consolare una persona dicendogli “siccome c’è chi sta peggio di te, devi stare bene” [21].

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Vediamo un po’, allora, l’opera di misericordia di consolare gli afflitti in cosa consiste per davvero. Ci saranno di aiuto le parole del presbitero Fabio Rosini che scrive:

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«Il dolore fisico può essere duro, ma se c’è una motivazione si sostiene, il cuore è sereno; se però, il dolore è senza spiegazione diventa allora insostenibile. L’afflizione ha bisogno di una parola che la riempia, che la indirizzi, di un’indicazione che ne orienti la comprensione» [22]

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La stessa parola consolazione (in ebraico nacham), biblicamente si rende coi verbi di riposare, fermarsi, trovare tranquillità o anche dare rifugio[23]. È quello che poco fa abbiamo visto fare Gesù con gli afflitti parenti di Lazzaro.  Pacificare una persona significa donargli quella parola di pienezza, di comprensione, di senso che il dolore sembra avergli sottratto.

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«Chi compie l’atto del consolare è capace di mettersi accanto al sofferente mostrandogli ciò che non riesce a vedere e consentendogli di aprire il cuore, lo sguardo, lo spirito a un’altra prospettiva, una profondità integra che dà completezza»[24].

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In un certo senso tutti i cristiani sono chiamati a consolare, ricordare che sono proprio loro i chiamati a dare questa completezza. Dunque questa è la chiamata a essere coloro che ricordano che Dio è innanzitutto speranza nella sofferenza. Ricordare al mondo e alla cultura attuale che sperare è un atto tipicamente umano, ma allo stesso tempo elevante: perché permette anche al peggiore degli afflitti di elevarsi oltre il proprio dolore. Come scrive sempre Fabio Rosini, consolare, dare speranza significa in fondo, fare un atto di misericordia che “faccia presente l’eternità, che sveli il volto di Dio nel dolore”[25]. Questo permetterà anche a noi di riprendere anzitutto a sperare. E sperare è atto tipicamente cristiano. Di più, sperare è l’atto tipicamente cattolico! Perché il credente è colui che ha riposto ogni fiducia in Gesù. E proprio come Marta e Maria, esprime ad alta voce questa sua speranza proprio nel dolore. Tenete sempre a mente questo, mentre preparate i panini per gli indigenti, mentre preparate la barella spinale, mentre risistemate i presidi di protezione civile. Sperare significa innanzitutto accendere l’attesa di un Dio che è il bene assoluto immensamente buono.

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Ciascuno di noi può essere portatore di speranza, portatori della gioia anche all’afflitto dei quartieri più poveri, all’afflitto per un lutto o per una depressione, o appunto di una disabilità. Ecco allora che rapportando queste riflessioni alla disabilità, diremo che anche la persona con disabilità, nonostante le sue afflizioni e i suoi dolori fisici, è chiamato a un cammino di gioia e di santificazione. C’è sempre un piano superiore a cui Dio Padre orienta, come ha orientato le sofferenze di Gesù della Passione, alla gioia della Resurrezione. Anche noi saremo così trasportati nella gioia della consolazione. Perché quando consoleremo un afflitto, questo ci farà scoprire davvero la gioia della nostra vita. Tutta la nostra vita sarà saper far riscoprire la presenza di un Dio Trinitario, che è con noi anche nel dolore. È amando chi è afflitto, facendo riscoprire a lui questa gioia di vivere, potremo dire insieme al poeta Giacomo Leopardi «Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando» [26].

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Roma, 4 novembre 2020

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NOTE

[1] Il lettore può consultare per approfondimenti: G. A. Stella, Diversi – La lunga battaglia dei disabili per cambiare la storia, Solferino, 2019, Milano.

[2] Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, III, 6, 7.

[3] A. Camilleri, Conversazioni su Tiresia, Sellerio, Palermo, 2019.

[4] A. Camilleri, op.cit.

[5] Su questa stessa linea si pone M. Schianchi, Storia della disabilità – Dal castigo degli dei alla crisi del welfare, Carocci, Roma, 2012, 40.

[6] Apollodoro, I miti greci, a cura di P. Scarpi, traduz. di M.G. Ciani, Monadori, Milano, 1996, 55.

[7] Odissea X, 492 e sgg., Traduzione di G. Aurelio Privitera

[8] T.S. Elliott, Terra desolata citato in A. Cammileri, Conversazioni su Tiresia, 41 – 42. Ricontrollare pagina.

[9] Luca 1, 26.

[10]J. Ratzinger, Elementi di teologia fondamentale, Morcelliana, Brescia, 69.

[11] S. Pinto, I segreti della Sapienza, Introduzione ai libri sapienziali e poetici , San Paolo, Cinisello Balsamo, 2013, 21 – 23.

[12] Lettera di M., un suicida trentenne, tratto da http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2017/02/07/news/non-posso-passare-il-tempo-a-cercare-di-sopravvivere-1.14839837 ultimo accesso 10/01/20 ore 18.07.

[13] Cfr. http://www.huffingtonpost.it/2017/02/28/fidanzata-dj-fabo-vorrei-notte-non-finisse_n_15055120.html ultimo accesso 23 marzo 2017 ore 16.43).

[14] https://www.repubblica.it/cronaca/2019/09/25/news/consulta_cappato_dj_fabo_sentenza-236870232/ ultimo accesso 10/01/10 ore 18.16.

[15]A. D’AVENIA, L’arte di essere fragili, 2016, 147.

[16] Mt 5,4

[17] Vangelo secondo Giovanni, capitolo 11.

[18] R. E. Brown, Giovanni, 2014, pp 567 – 568

[19] Fabio ROSINI, Solo l’amore crea, 2016, p. 121.

[20] Ibidem.

[21] Fabio ROSINI, op,cit, p. 122.

[22] Fabio ROSINI, p. 120.

[23] Fabio ROSINI, p. 127.

[24] Fabio ROSINI p. 129.

[25] Fabio ROSINI, p. 129.

[26] (Zibaldone 1819 – 1820.)

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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NOVITÀ ― LA CHIESA E IL CORONAVIRUS. Tra supercazzole e prove di fede. L’apostolato dei Padri de L’Isola di Patmos in tempo di pandemia

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

NOVITÀ ― LA CHIESA E IL CORONAVIRUS. TRA SUPERCAZZOLE E PROVE DI FEDE. L’APOSTOLATO DEI PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS  IN TEMPO DI PANDEMIA 

I social media sono una savana dove i supercazzolari aggrediscono come iene. Chi crede di risolvere il problema ignorandoli, sbaglia. La Rivoluzione Francese insegna che è pericoloso rinchiudersi nella reggia di Versailles mentre a Parigi la piazza si carica d’odio. Quando infatti la piazza esplose, le teste di chi ignorò il problema finirono tagliate dal popolo furente.

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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IN DISTRIBUZIONE DA GIOVEDÌ 6 NOVEMBRE

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in copertina: La ghigliottina dei social media – vignetta della pittrice romana Anna Boschini      Vitarte Studio 

Il periodo del lockdown com’è stato vissuto dai sacerdoti? A simile emergenza chi era preparato? Non lo era il mondo della politica, della sanità, della scienza, della pubblica istruzione, del lavoro, del commercio, della imprenditoria, della finanza, della informazione, dello spettacolo. Quale è stato il difficile rapporto tra sacerdoti e fedeli durante i mesi di sospensione delle sacre liturgie? Soprattutto: cos’è accaduto nella piazza dei social media, a cui riguardo disse Umberto Eco:

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«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza recar danno alla collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». 

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I social media sono una savana dove i supercazzolari aggrediscono come iene. Chi crede di risolvere il problema ignorandoli, sbaglia. La Rivoluzione Francese insegna che è pericoloso rinchiudersi nella reggia di Versailles mentre a Parigi la piazza si carica d’odio. Quando infatti la piazza esplose, le teste di chi ignorò il problema finirono tagliate dal popolo furente. Durante il lockdown per il Covid-19 i Padri de L’Isola di Patmos si sono dovuti scontrare con le supercazzole dei falsi cattolici e dei teologi fai-da-te spuntati su internet come fiori di campo dopo la pioggia. In queste pagine è stata raccolta la loro esperienza di sacerdoti e teologi, assieme all’analisi di un pericolo da non sottovalutare con snobismo, perché sulla piazza dei social media l’emotività irrazionale imperversa, mentre le ghigliottine sono già da tempo in funzione.

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Un libro, quello dei nostri Padri, che vi porterà dentro il cuore di un problema che per mesi ha creato dibattiti, attriti e fiumi di idiozie pubblicate sui social media dai supercazzolari cattolici o presunti tali.

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Dall’Isola di Patmos, 3 novembre 2020

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Potete acquistare il libro direttamente al nostro negozio e riceverlo a casa vostra entro 72 ore senza alcuna spesa postale cliccando sotto:

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Prossima pubblicazione in uscita a giorni:

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L’ASPIRINA DELL’ISLAM MODERATO, di Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

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Il Vescovo di Ascoli Piceno Giovanni D’Ercole ha scelta “l’opzione Benedetto”, la stessa che a breve molti di noi seguiranno, assieme a coloro che l’hanno già intrapresa da alcuni anni

— attualità ecclesiale —

IL VESCOVO DI ASCOLI PICENO GIOVANNI D’ERCOLE HA SCELTA L’OPZIONE BENEDETTO, LA STESSA CHE A BREVE MOLTI DI NOI SEGUIRANNO, ASSIEME A COLORO CHE l’HANNO GIÀ INTRAPRESA DA ALCUNI ANNI

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Si potrebbe dire che di fuga si tratta, ma non come la può intendere il mondo dei cattolici adulti che vedono Dio come un militante e il Vangelo come un manifesto politico da sbattere sul muso di chi non la pensa come loro. La fuga di Giovanni D’Ercole è la stessa fuga di Papa Benedetto XVI, da intendersi e da leggere anzitutto come la fuga di Benedetto da Norcia che osa separarsi dall’Impero oramai corrotto e sconvolto dai barbari invasori per poter ritrovare le proprie origini, le proprie radici e l’identità cristiana che oggi al mondo suona come una bestemmia impronunciabile.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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S.E. Mons. Giovanni D’Ercole, Vescovo emerito di Ascoli Piceno

Il Vescovo di Ascoli Piceno S.E. Mons. Giovanni D’Ercole, religioso orionino, alla soglia dei 73 anni di età ― in anticipo di due anni sul previsto ritiro dei vescovi dalla cattedra episcopale a 75 anni ― ha deciso di presentare al Sommo Pontefice la lettera di rinuncia al governo pastorale della sua diocesi e di entrare in monastero per vivere una vita di silenzio e di preghiera.

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Ha così motivata la sua decisione:

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«Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

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Parole che ricordano quelle del Sommo Pontefice Benedetto XVI e che pesano come dei macigni in questo momento storico di disordine e di perdita di leadership dentro e fuori la Chiesa. La situazione, lo capiamo bene, è comprensiva della responsabilità di molti, non solo di un singolo.

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Tra i campi di battaglia insanguinati dal sacrificio dei martiri, si combatte strenuamente per la salvaguardia della dottrina, della morale e della libertà della Chiesa. Domandiamoci: in questo scenario, forse un vescovo fugge?

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Si potrebbe dire che di fuga si tratta, ma non come la può intendere il mondo dei cattolici adulti che vedono Dio come un militante e il Vangelo come un manifesto politico da sbattere sul muso di chi non la pensa come loro. La fuga di Giovanni D’Ercole è la stessa fuga di Papa Benedetto XVI, da intendersi e da leggere anzitutto come la fuga di Benedetto da Norcia che osa separarsi dall’Impero oramai corrotto e sconvolto dai barbari invasori per poter ritrovare le proprie origini, le proprie radici e l’identità cristiana che oggi al mondo suona come una bestemmia impronunciabile.

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Ancora, noi uomini di Chiesa, non abbiamo compreso che per convertire gli altri è necessario convertire prima noi stessi, la bontà del Vangelo e della persona di Gesù Cristo non si abbraccia ibridando la politica [cfr. QUI] che per sua natura è secolare e il secolo è lo spazio e il tempo storico dell’uomo caduto e punito perché si è ribellato a Dio. Così, come il Vangelo non è l’ideale pauperistico di chi pretende di rimuovere la povertà con una sorta di ottimismo roussoiano, che vede nell’uomo l’orologio perfetto, il demiurgo che ha rinnegato Dio e crea ordine nel disordine e salvezza nella disperazione.

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Essere Chiesa senza compromessi è possibile se Cristo è l’opzione privilegiata dei credenti e dei pastori, opzione che Giovanni D’Ercole ha ribadito in questi mesi di emergenza sanitaria, ricordando ai vertici del governo le verità della fede e stornando il Popolo di Dio da quella sicura coperta anestetizzata che scrolla ogni responsabilità e coinvolgimento con Dio in nome di un non meglio identificato bene comune che uccide ogni speranza.

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Il mondo adesso non capisce la scelta del vescovo emerito di Ascoli Piceno, ma la capirà quando si renderà conto che le cisterne sono ormai aride e i granai vuoti e pieni di topi.

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Forse qualche vescovo, sacerdote o semplice fedele considererà frettolosa questa decisione, perché un vescovo che entra in clausura monastica assomiglia tanto a una Ferrari nascosta in garage, tutta sola, lì parcheggiata ad arrugginire.

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E invece no, cari miei! In quella solitudine silenziosa si stanno preparando i granai, si sta ammassando il grano della Parola di Cristo, si sta preservando il buon seme che sfama e che sarà seminato nel futuro. Tra non molto tutti noi avremo fame, sarà molto reale il grido di Geremia secondo cui

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«il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa» [Ger 14,18],

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di questa impotenza siamo più che testimoni in molte realtà. Ma non tutti i profeti del nostro tempo e i sacerdoti sono inconsapevoli e indecisi, alcuni, come Giovanni D’Ercole, così come Benedetto XVI davanti al deserto spirituale, scelgono il deserto del chiostro. Loro fanno

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«[…] ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede […] bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede» [1].

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Tutto questo passerà e passerà per tutti, affamati e affamatori. La via d’uscita consiste nel cercare fin da subito chi conserva il buon seme nel granaio, anche con scelte difficili e sofferte che implicano la propria persona.

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Giovanni D’Ercole, presbitero e vescovo, ha fatto questo, ed è doveroso e, innanzitutto cristiano, esprimere un grazie benedicente a Dio per avercelo dato. Cosa che esprimo non solo a titolo personale, ma anche a nome di tutti i Padri de L’Isola di Patmos.

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Laconi, 30 ottobre 2020

NOTE

[1] Cfr. Giovannino Guareschi, Don Camillo e don Chichì, in Tutto Don Camillo. Mondo piccolo, II, BUR, Milano, 2008, pp. 3114-3115.

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Elogio della follia. Teste decapitate dagli islamisti in Europa? Non temete: «L’Islam è una religione di pace e d’amore»

— attualità ecclesiale —

ELOGIO DELLA FOLLIA. TESTE DECAPITATE DAGLI ISLAMISTI IN EUROPA? NON TEMETE: «L’ISLAM È UNA RELIGIONE DI PACE E D’AMORE»

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Nessuna mente pensante e razionale può sostenere che tutti i musulmani sono potenziali terroristi, una simile affermazione sarebbe veramente aberrante. È però doveroso domandarsi: perché, proprio dall’Islam, si sono generati violenti filoni estremistici, che non costituiscono fenomeni minoritari né gruppi di cosiddetti cani sciolti? Quelle dei terroristi islamisti sono associazioni numerose e organizzate che beneficiano di enormi risorse economiche, non poche delle quali provenienti sottobanco da ricchi paesi petroliferi arabi. Gli stessi Paesi che a ogni attentato terroristico porgono le condoglianze all’Occidente per i morti ammazzati dalle mani di quei terroristi islamisti che loro stessi hanno finanziato.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

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La prima settimana di novembre sarà in distribuzione il libro di Padre Ariel S. Levi di Gualdo che analizza le radici della violenza racchiuse nell’Islam

L’opera di Erasmo da Rotterdam non è ciò che credono coloro che non la conoscono e che ne usano il titolo a effetto. Dedicata all’amico Thomas Moore, oggi venerato dalla Chiesa santo martire, Elogio della follia è un’opera improntata sui principi della scolastica e della metafisica classica che attraverso l’uso della satira parla della divina origine della follia. In periodi di decadenza irreversibile, l’ironia unita alla sapienza della fede dei folli di Dio, risulta lo strumento reattivo più efficace per aprire la strada verso la salvezza.

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In Francia, il 16 ottobre, un islamista decapita un insegnante, postando poi sui social media l’immagine della testa della vittima [Cfr. La Repubblica, QUI]. Oggi, 29 ottobre, un altro islamista irrompe nella Cattedrale di Nizza, uccide tre persone e decapita una donna con un coltello [cfr. Avvenire.it, QUI].

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Tra pochi giorni uscirà un mio libro intitolato L’Aspirina dell’Islam moderato, riflettendo sul quale mi domando: coi tempi che corrono oggi e quelli peggiori che giungeranno domani, posso andare incontro a rischi, dopo avere spiegato che Maometto è un falso profeta da cui prende vita un Islam che definire in toni rassicuranti «religione di pace e amore» suona come un insulto all’umana intelligenza, alla storia e alle tante vittime cadute sotto i suoi colpi mortali nel corso dei secoli?

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I rischi non li posso prevedere, ma le reazioni dei buonisti onirici che dialogano a tutti i costi e costi quel che costi, specie con tutto ciò che non è cristiano e cattolico e che accarezzano il pericoloso nemico che da tempo ci siamo trascinati in casa, quelle sì, le posso anticipare e prevedere con facilità. Se come capitato al povero professore francese, un diciottenne venisse a uccidermi e a tagliarmi la testa, postando sui social media le immagini del mio corpo decapitato, accadrà che gli amorevoli e misericordiosi maestri cattolici del dialogo a tutti i costi e costi quel che costi, si affretterebbero a chiedere perdono all’Islam per il libro che ho scritto. E se i membri delle Forze dell’Ordine del nostro Paese abbattessero a colpi di pistola il mio assassino, come accaduto a Parigi, per avere brandita un’arma contro di loro e non essersi fermato all’ordine di blocco, dopo avere uccisa e decapitata una persona, finirebbero sotto indagine per omicidio, perché così disporrebbero i magistrati di Magistratura Democratica in Italia, rassicurante vessillo che cela l’odierna Sinistra post-comunista e post-sessantottina, i giornali della quale spiegherebbero che “si tratta solo di un atto giuridico dovuto”, quello di mettere sotto inchiesta le Forze dell’Ordine che hanno sparato. Nel frattempo, gli sfaccendati figli di papà dei centri sociali innescherebbero polemiche dando vita a campagne di odio verso la “polizia fascista”, colpevole di avere violato lo stato di diritto, che per loro equivale al diritto alla tutela della criminalità e dei criminali.

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Questo è di fatto ciò che accade in una società europea condizionata dai venefici filosofismi di Jean Jacques Rousseau, resa ormai incapace a dire “povera vittima assassinata”, ma “povero assassino”, non più “povero derubato”, ma “povero ladro”, non più “povero bambino abortito”, ma “povera donna che ha abortito”… 

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… prima di incedere oltre merita chiarire chi è Jean Jacques Rousseau, nato a Ginevra nel 1712 e morto a Ermenonville nel 1778. Soprattutto quali danni abbia recato il suo pensiero alla società europea. Annoverato impropriamente tra i filosofi, Jean Jacques Rousseau alla prova dei fatti è un sociologo non esente da punte di surrealismo e di illogicità. Nel periodo post-illuminista le sue teorie hanno influenzata la politica e i moderni ordinamenti giuridici mediante la cosiddetta teoria del “buon selvaggio”, in base alla quale l’uomo è considerato fondamentalmente buono, se poi diviene un violento o un criminale, le cause non vanno ricercate in lui, ma nella società che lo ha traviato e che della sua violenza e dei suoi crimini è la vera responsabile. Inutile dire che cosa hanno prodotto nelle società occidentali queste teorie assimilate e applicate alla politica e alla giurisprudenza.

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Dopo l’attentato alla discoteca Bataclan di Parigi consumato il 13 novembre 2015 da una squadra di islamisti che hanno ucciso 113 persone, il giorno appresso fu diffusa sugli organi di stampa una lettera aperta ai terroristi scritta da Chaimaa Fatihi. Un autentico monumento alla emotività e alla manipolazione della realtà, per opera di un trasognante spirito adolescenziale giunto all’acme attraverso l’annuncio del meraviglioso legame tra Islam e pace; un legame magnifico che molti si ostinano a negare e a riconoscere. La lettera divenne presto un cavallo di battaglia sulla stampa della Sinistra radical chic e di certa stampa cattolica più ancora a sinistra della Sinistra radical chic.

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«Maledetti terroristi, sono Chaimaa Fatihi, ho 22 anni, sono italiana musulmana ed europea. Vi scrivo perché possiate comprendere che non ci avrete mai, che non farete dell’Islam ciò che non è, non farete dell’Europa un luogo di massacri e non avrà efficacia il vostro progetto di terrore. Vi scrivo come musulmana per dirvi che la mia fede è l’Islam, una religione che predica pace, che insegna valori e principi fondamentali, come la gentilezza, l’educazione, la libertà e la giustizia. Voi siete ciò che l’Islam ha contrastato per secoli, voi siete nemici, voi siete coloro che spargono sangue di innocenti, di giovani, anziani, uomini e donne, bambini e neonati. Non ho paura dei vostri kalashnikov, dei vostri coltelli e armi, perché da musulmana vi rinnego, vi combatto con la parola, con l’informazione, con la voce di chi vive quotidianamente la propria fede, dando esempio dei suoi insegnamenti».

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Nel libro di Chaimaa Fatihi edito poco meno di un anno dopo dall’Editrice Rizzoli nel 2016, è riportata questa biografia: «È nata nel 1993 in Marocco, dove ha vissuto fino all’età di sei anni. Da allora si è trasferita in Italia. Dopo aver frequentato le scuole primarie e secondarie in provincia di Mantova, a Castiglione delle Stiviere, ora studia giurisprudenza. Con questo libro ha vinto nel 2016 il 18° Premio Casato Prime Donne di Montalcino, assegnato a donne simbolo del coraggio e del talento femminili».

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Molti sarebbero gli esempi da portare, a proposito dei catto-sinistri radical chic che hanno mutata questa letterina a babbo Natale in una specie di Quarto Vangelo. Ne scelgo uno tra i tanti a firma di Daniela Rocchetti, delegata per la vita cristiana della ACLI (Associazione Cattolica Lavoratori Italiani), che lungi dal conoscere i testi dell’Islam, riporta tre frasi a effetto che le sono state riferite da alcuni studiosi musulmani, estrapolate in modo maldestro dai testi coranici e presentate come inconfutabile prova che l’Islam ripudia la violenza [vedere, QUI]. Questo modo di agire è intellettualmente disonesto, però non mosso da malafede, ma da crassa ignoranza e superficialità, presupposti tipici di chi non comprende neppure l’estrema complessità degli argomenti che presume essere in grado di trattare.

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Anzitutto chiariamo: per la fede islamica il Corano non è una raccolta di metafore da interpretare, è parola di Allah. Maometto non è altro che il fedele redattore di un sacro libro che va applicato alla lettera, non interpretato. Il Corano è un testo complesso e parecchio confuso, al suo interno si afferma di tutto, poi il suo esatto contrario. Se in una sura si invita a un comportamento non violento, in altre cento si dettaglia come la violenza va santamente esercitata sugli infedeli. E se andiamo a leggere con cura certi inviti alla non violenza, scopriremo che in essi si esorta i figli dell’Islam a non esercitare violenza verso gli altri figli dell’Islam, in quanto suoi fratelli. Gli infedeli non sono però fratelli, lo provano le dettagliate spiegazioni su come vanno fronteggiati, aggrediti e sottomessi con tutti i mezzi coercitivi disponibili. Il Corano insegna persino come gli infedeli devono essere ingannati: prima conquistando la loro fiducia, poi, una volta rasserenati e divenuti amici, aggrediti e sottomessi. Una vera e propria esaltazione del “santo” tradimento. Quindi non solo, il “testo sacro” dell’Islam legittima la violenza, ma spiega fin nei minimi dettagli come e con quale severità vada esercitata.  Ovviamente, questi testi ben più numerosi, non sono oggetto di esegesi da parte del Prof. Adnane Mokrani, teologo mussulmano tunisino che solo i membri della moderna Compagnia delle Indie quella che fu in passato la Compagnia di Gesù fondata da Sant’Ignazio di Loyola ―, potevano invitare in cattedra alla Pontificia Università Gregoriana, per dimostrare quanto siamo aperti e quanto siamo dialoganti. Soprattutto quanto non siamo più cattolici, almeno da quelle parti, dove il gesuitismo ha soppiantato il cattolicesimo.

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Questi testi del Corano definito «religione di pace» nella tenera letterina a babbo Natale, noi però li conosciamo. Sono per l’esattezza 123 quelli che spiegano come combattere e uccidere gli infedeli per la causa di Allah. Ne prenderò di seguito solo alcuni stralci, quelli dedicati agli infedeli, ovvero tutti coloro che non si sottomettono all’Islam e che il Corano invita a «arrestarli, assediarli e preparare imboscate in ogni dove» (Sura 9:95). I musulmani devono anche «circondarli e metterli a morte ovunque li troviate, uccideteli ogni dove li troviate, cercate i nemici dell’Islam senza sosta» (Sura 4:90). Per seguire con un ordine perentorio: «Combatteteli finché l’Islam non regni sovrano» (Sura 2:193). Si indicano anche mezzi, per così dire, efficaci: «tagliate loro le mani e la punta delle loro dita» (Sura 8:12). E per chi avesse qualche dubbio è prontamente chiarito: «I musulmani devono far guerra agli infedeli che vivono intorno a loro» (Sura 9:123). Ma se il tutto non fosse ancora chiaro, in tal caso si tenga presente che i musulmani devono essere «brutali con gli infedeli» (Sura 48:29). Sempre a ulteriore riprova che l’Islam è una religione di pace, basti aggiungere che un musulmano «deve gioire delle cose buone che ha guadagnato con il combattimento» (Sura 8:69). Seguono poi numerose altre esortazioni alla pace, più o meno di questo genere: chiunque combatta contro Allah o rinunci all’Islam per abbracciare un’altra religione, che sia «messo a morte o crocifisso o mani e piedi siano amputati da parti opposte» (Sura 5:34). E ancora: «Assassinate gli idolatri ogni dove li troviate, prendeteli prigionieri e assediateli e attendeteli in ogni imboscata» (Sura 9:5). Chi si domanda perché gli islamisti sgozzano e decapitano i cosiddetti infedeli, senza però trovare risposta a siffatto quesito, potrebbe trarre illuminazione da questa esortazione: «Instillerò il terrore nel cuore dei non credenti, colpite sopra il loro collo e tagliate loro la punta di tutte le dita» (Sura 8:12). A ulteriore conferma di quanto l’Islam sia una religione di pace basti aggiungere: «Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue e stringete forte le catene dei prigionieri». (Sura 47:4). Per concludere con un tocco di poetico misticismo che non guasta mai: «Sappiate che il Paradiso giace sotto l’ombra delle spade» (Sahlih al-Bukhari Vol 4 p55).

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Spero di avere chiarito come mai provo autentica tenerezza erasmiana per questa giovane resa oggetto delle peggiori strumentalizzazioni di certa cieca ideologia, alla quale furono spalancate all’istante le porte della grande editoria che, anziché libri intelligenti e realisti, ha deciso di spacciare morfina per lenire il dolore derivante da un tumore con metastasi diffuse, rassicurando al tempo stesso che, la morte, non esiste.

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Nessuna mente pensante e razionale può sostenere che tutti i musulmani sono potenziali terroristi, una simile affermazione sarebbe veramente aberrante. È però doveroso domandarsi: perché, proprio dall’Islam, si sono generati violenti filoni estremistici, che non costituiscono fenomeni minoritari né gruppi di cosiddetti cani sciolti? Quelle dei terroristi islamisti sono associazioni numerose e organizzate che beneficiano di enormi risorse economiche, non poche delle quali provenienti sottobanco da ricchi paesi petroliferi arabi. Gli stessi Paesi che a ogni attentato terroristico porgono le condoglianze all’Occidente per i morti ammazzati dalle mani di quei terroristi islamisti che loro stessi hanno finanziato. E qualcuno intende forse offendersi, quando si osa parlare di quella doppiezza e ipocrisia che caratterizza certe culture arabe?

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Nel libro che sta per andare in distribuzione ho cercato di spiegare con rigore scientifico che definire l’Islam «religione di pace e amore» è un insulto al buon senso e all’umana intelligenza, un autentico spaccio di acidi allucinogeni. L’Islam prende vita proprio dalla violenza e dalla guerra con le quali si è imposto sin dall’epoca che era sempre vivente Maometto suo fondatore.

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La tenera Chaimaa Fatihi è semplicemente una di quelle figure che il nostro problematico teologo gesuita Karl Rahner avrebbe annoverato tra l’esercito di quei “cristiani anonimi” che senza saperlo sono di fatto cristiani. Tenera fanciulla tutta pace e amore che nei concreti fatti si rivela una musulmana confusa, inconsapevolmente assimilata alle radici cristiane della cultura europea. Quanto basta a generare in lei una tale confusione da spingerla ad attribuire all’Islam quelle che sono le caratteristiche fondanti del Cristianesimo: una religione di pace e amore.

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Simili figure di musulmani surreali sono il nulla destinato a rassicurare i laicisti europei senza Dio, che alla croce di Cristo hanno sostituito gli arcobaleni e le marce del Gay Pride, che dissacrano puntualmente per le vie delle Capitali d’Europa tutti i simboli più preziosi alla Cristianità. E non sapendo più chi sono e da dove provengono, ecco che fitti eserciti di europei senza memoria e radici traggono infine illusoria rassicurazione dalle parole di una giovane confusa come la “cristiana anonima” Chaimaa Fatihi, che non sa cos’è l’Islam, ma che supplisce a questa mancanza di conoscenza con una rassicurazione emotiva del tutto falsa: «L’islam è una religione di pace». Un mantra che di attentato in attentato, di decapitazione in decapitazione sentiamo ripetere nel totale spregio della storia e della logica, come se il rifiuto della realtà ci potesse salvare.

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«Bisogna dialogare con l’Islam moderato», recita un altro mantra diffuso ormai da un trentennio. Ma anche quest’ultima è un’asserzione illogica scissa dal reale, perché equivale a dire: «Bisogna entrare in un bordello e cercare di dialogare con le prostitute vergini». E qualcuno ritiene davvero possibile trovare all’interno di un bordello una prostituta vergine? Un quesito al quale dovrebbe rispondere l’Europa ammalata di odio distruttivo verso le proprie radici cristiane.

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Questa letterina nella quale l’Europa si è sentita dire ciò che desiderava sentirsi dire sui cadaveri dei morti ammazzati dagli islamisti al Bataclan di Parigi e a tutti gli altri che ne sono seguiti, è anzitutto un’accozzaglia di contenuti illogici, prima ancora che falsi, destinati a recare ingiuria all’umana intelligenza. Contenuti smentiti da quindici secoli di storia passata e presente, basterebbe solo chiedere alla fanciullesca autrice: le donne e i bambini chiusi nelle chiese della Nigeria e bruciati vivi, i cristiani perseguitati e uccisi in Pakistan, le donne cristiane stuprate e gli uomini cristiani mutilati in Afghanistan, i cristiani che nella quasi totalità dei Paesi arabi e di quelli retti da teocrazie religiose islamiche sono privi di diritti civili e di libertà di culto, sono forse vittime di una sparuta cultura islamista minoritaria, mentre la totalità dell’Islam vive all’universale insegna della pace e dell’amore? La triste realtà è che questi cristiani, perseguitati ovunque i musulmani detengono il potere di governo, sono vittime della violenza insita in quell’Islam che una musulmana assimilata alla cultura europea, nonché “cristiana anonima”, ci ha dipinto come una «religione di pace» sui cadaveri dei morti ammazzati.

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Nella Capitale d’Italia, che storicamente è anche capitale mondiale della Cristianità, fu costruita la più grande moschea d’Europa. Pagata dal Re Faysal, Sovrano dell’Arabia Saudita dal 1964 al 1975, realizzata su progetto del celebre architetto Paolo Portoghesi e costata all’epoca ― così si dice ― circa 200 miliardi delle vecchie lire. L’allora Pontefice regnante Paolo VI, Vescovo di Roma, non sollevò alcuna protesta, né alcuna riserva, anzi inviò i propri migliori auspici alla Comunità Islamica presente sul territorio italiano.

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In Arabia Saudita, dove si trova la “città santa” della Mecca, non esiste neppure una cappella di venti metri quadrati. Conservare un Vangelo o dei simboli religiosi cristiani è considerato dal diritto penale islamico di quello, come di altri Paesi, un reato grave perseguibile severamente. Le due uniche liturgie cattoliche che si svolgono su quel territorio per Natale e per Pasqua sono celebrate negli spazi extra territoriali delle ambasciate d’Italia e di Francia. Detto questo, occorre forse aggiungere altro?

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La tenera Chaimaa Fatihi, il cui libro è stato coronato dal Premio Casato Prime Donne di Montalcino, assegnato a donne simbolo del coraggio e del talento femminili, oltre al mantra che il “suo” Islam onirico «è una religione di pace», non ha da dirci proprio niente, a tal proposito? Perché per quanto mi riguarda, avrò invece molto da dire, basandomi di rigore sul mondo del reale, non certo sul mondo fantasioso dei sogni adolescenziali surreali di una “cristiana anonima” musulmana.

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Per sintetizzare lo spirito e l’atteggiamento di questa tenera giovane surreale dedita allo spaccio di morfina, vorrei usare una frase estrapolata dal XXXIII Canto del Paradiso di Dante Alighieri: «All’alta fantasia qui mancò possa». Frase che nell’odierno italiano suona: «Alla più grande fantasia mancò la capacità». Vale a dire: siamo proprio al di là delle capacità della stessa fantasia umana.

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Abissale è infatti la differenza tra il Cristianesimo e l’Islamismo, sebbene gli spacciatori di morfina non intendano coglierla: se in nome del Cristianesimo qualcuno desse vita a forme di violenza, tradirebbe l’essenza del suo messaggio e il suo agire sarebbe smentito e condannato dai contenuti delle nostre Sacre Scritture. Se in nome del falso profeta Maometto, gruppi tutt’altro che minoritari, danno invece vita a forme di pericolosa violenza, nel farlo adempiono a quanto contenuto e racchiuso nel Corano, che comanda di aggredire, piegare e sottomettere gli infedeli, indicando persino in che modo uccidere chi si rifiuta di sottostare alla conversione forzata. Pratica violenta da sempre esercitata dall’Islam «religione di pace», che in modo molto urbano e liberale ti lascia all’occorrenza due scelte: o ti converti o ti ammazzo.

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La tenera Chaimaa Fatihi, quale Corano ha letto? E se lo ha letto, ritiene di averlo capito? O Più semplicemente: pensa davvero di poter prendere facilmente in giro i cristiani, senza tenere in minima considerazione che noi, alle spalle, non abbiamo uno scaltro cammelliere nato nella penisola arabica che s’è fatto grande profeta, ma il Verbo di Dio fatto uomo? A questo vanno poi aggiunti venti secoli di storia e cultura, oltre al modo in cui abbiamo fatto tesoro, conservato e sviluppato al meglio anche il patrimonio della sapienza ebraica, greca e romana.

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Babbo Natale, alla tenera Chaimaa Fatihi, ha già portato in regalo un’altra testa decapitata, questa volta dentro i sacri spazi della Basilica di Notre Dame di Nizza, sulla quale potrà tornare a rassicurarci che l’Islam «è una religione di pace», mentre dal canto mio auguro buona morfina all’Europa affetta da metastasi diffuse e da implacabile odio e rifiuto verso le proprie radici cristiane.

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dall’Isola di Patmos, 29 ottobre 2020

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Gli omosessuali e quella virtù cardinale della prudenza che il Sommo Pontefice dovrebbe esercitare, essendo sulla terra il Successore dell’Apostolo Pietro, non il Successore di Cristo

— attualità ecclesiale —

GLI OMOSESSUALI E QUELLA VIRTÙ CARDINALE DELLA PRUDENZA CHE IL SOMMO PONTEFICE DOVREBBE ESERCITARE, ESSENDO SULLA TERRA IL SUCCESSORE DELL’APOSTOLO PIETRO, NON IL SUCCESSORE DI CRISTO

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Il Romano Pontefice è sì il Vicario di Cristo, ma non è Cristo, è il suo vicario sulla terra, non il suo Successore sulla terra. Il Sommo Pontefice è il Successore di Pietro, non il Successore di Cristo. Quindi non può essere più “aperto” e più “buono” di Cristo stesso. Né può abolire ciò che Cristo ha stabilito anche attraverso la creazione dell’uomo e della donna, creati per mezzo di Lui e in vista di Lui (cfr. Col 1,16).

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa
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«I bambini non si comprano» – Se il disegno di legge contro la omotrasofobia sarà convertito in Legge dello Stato, per una immagine come questa si rischierà il carcere. 

Da giorni ascolto fedeli cristiani turbati dalle recenti affermazioni del Romano Pontefice sulle unioni civili tra persone con tendenze omosessuali. Aggiungo a costoro diversi confratelli sacerdoti che si sono ritrovati spiazzati e imbarazzati per queste esternazioni private del Papa. Noi sacerdoti, fedeli a ogni Successore di Pietro, sappiamo, quanto certe affermazioni producano nel comune sentire precedenti che rendono poi problematica e difficoltosa la pratica pastorale, sacramentale e morale. Come già accaduto in passato con la esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia. Questo a causa di una debolezza formativa intrinseca delle persone che non riescono più a distinguere tra un pronunciamento magisteriale della Chiesa e un pettegolezzo ecclesiale. Detta in altri termini: per gli uomini di oggi ― compresi molti cristiani ― non c’è nessuna differenza tra una intervista a braccio del Pontefice con Eugenio Scalfari o con Antonio Spadaro, una enciclica e un motu proprio summorum pontificum.

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Per questo non intendo soffermarmi di proposito sull’analisi delle parole ambigue presenti in quel documentario di Evgeny Afineevsky mostrato alla Festa del Cinema di Roma di pochi giorni fa. L’opera del regista russo, da più parti è stata definita come «un buon prodotto, capace di tratteggiare il profilo di un Pontefice che è proteso verso le periferie, nel dare ascolto alla comunità tutta, soprattutto agli ultimi e ai distanti» [cfr. QUI].

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Una valutazione ardita, questa, che potrebbe avere anche un merito ai fini dell’arte cinematografica, ma che appare totalmente lesiva per l’autorità e la dignità del Papa che non può essere paragonato e assoggettato a un qualsiasi uomo in forza del suo ruolo spirituale e morale che riveste per tutta la cattolicità. Nel progetto cinematografico documentaristico il Papa dell’inclusività avrebbe affermato:

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«Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo» [cfr. QUI].

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Di fronte a questa affermazione, possiamo annoverare la testimonianza dell’attivista cileno Juan Carlos Cruz, presente anche lui all’evento cinematografico di Roma, che ha affermato:

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«Quando ho incontrato Papa Francesco mi ha detto quanto fosse dispiaciuto per quello che era successo. Juan, è Dio che ti ha fatto gay e comunque ti ama. Dio ti ama e anche il Papa poi ti ama».

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Unendo il documentario del regista russo alla testimonianza dell’attivista cileno si confeziona così una ben precisa intenzionalità con cui leggere la figura del Pontefice, riducendolo a un capo fazione. Purtroppo, un tale tentativo non serve, perché la figura del Papa non si regge in forza di recensioni o valutazioni soggettive, bensì la figura del Papa è autentica in base a quello che ha stabilito Cristo stesso per lui, costituendolo suo vicario e rappresentante in terra. Ecco perché non serve fare l’analisi dell’intervista al Papa e cercare di ricostruire una complessa esegesi con l’unico scopo di scagionare o incolpare il Romano Pontefice. Tanto meno serve una interpretazione in bonam partem di certi teologi che hanno il solo scopo di salvare il salvabile e far dire al Papa quello che forse egli non ha mai pensato, detto o semplicemente ipotizzato. Perché bisogna anche fare i conti con quest’altra tipologia di soggetti: quelli che da sette anni si sono ormai specializzati a far dire al Sommo Pontefice ciò che non ha detto, trovando nelle sue parole quello che non c’è.

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La voce del Papa è quella della Chiesa, che si esprime attraverso organi e canali ufficiali della Santa Sede e attraverso un magistero solido, preciso e puntuale, non attraverso improvvide e inopportune chiacchiere private. La sua, piaccia o non piaccia, deve essere una voce chiara e tutelata scrupolosamente, non può essere utilizzata in documentari, interviste a braccio o live su Facebook o su Instagram. Il Papa non deve essere l’influencer di Dio.

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La voce del Papa non dovrebbe dare adito a smentite ufficiali in quanto è garanzia di quella virtù cardinale della prudenza che è imprescindibile per ogni pastore della Chiesa. Una voce che si dovrebbe sentire con saggia parsimonia, evitando quelle dispute di parola con il mondo che il Serafico Padre Francesco sconsigliava ai suoi frati.

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Ecco perché considero questi scoop così sensazionalistici, lesivi della figura del Sommo Pontefice e non vincolanti per il fedele cattolico che non ha nessun obbligo di assenso di fede. Sappiamo bene come oggi ogni affermazione può essere sapientemente manipolata e utilizzata a dovere. La stampa, i social media e i media sono in grado di cucire una nuova veste a qualsiasi affermazione quando, estrapolandone il contesto originario, viene rivoltata così tante volte da assumere una valenza contraddittoria, con il risultato di mutare in bianco quello che è nero e in bene quello che è male.

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Tali escamotage sono palesi a tutti, ma alcuni risultano essere più utili di altri quando agevolano, ad esempio, fini ben precisi e molto specifici. E il fine in questo caso coincide con la legge contro l’omotransfobia e i diritti LGBT che in Italia è in via di approvazione. Se ci pensiamo bene, questa intervista al Papa ha avuto il merito di un tempismo perfetto, infatti quale migliore sponsor del Pontefice per presentare le istanze aperturistiche della comunità arcobaleno nel contesto mediatico e sociale italiano da sempre cattolico?

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È sicuro che davanti a tali esternazioni, tutti si sentiranno in dovere di affermare ingenuamente: «se lo dice il Papa è una cosa buona, è una legge urgente e giusta», quindi bisogna farla passare. Attenzione, esemplificazioni come questa conducono molto rapidamente alla conseguenza della supremazia del positivismo giuridico sul diritto naturale e sulla morale naturale. Con la conseguenza che una legge diventa giusta solo per il fatto che è stata attuata e approvata da un legislatore umano o perché il legislatore umano considera tale legge giusta in forza del suo stesso esistere. Sappiamo bene che così non è, anzi molte leggi che pretendono il titolo di giuste e civili si sono rivelate quelle più deleterie e pericolose.

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Per San Tommaso d’Aquino il diritto umano procede da quello naturale, quindi una legge che contrasta con il diritto naturale non solo può essere nociva ma anche moralmente inumana e sconveniente in quanto si oppone a Dio come supremo bene e legislatore. Chiarito questo, ritorniamo alle esternazioni papali e ai problemi contingenti.

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Deve essere a tutti chiaro che qualsiasi Papa non può andare contro il deposito della fede cattolica e della dottrina perenne della Chiesa. In merito alle persone con tendenze omosessuali la Chiesa è già stata abbastanza chiara, sia attraverso la rivelazione scritturistica, sia attraverso i pronunciamenti magisteriali, sia nella pratica pastorale dei direttori d’anime. Il Papa non può che ribadire e confermare quello che c’è già nell’insegnamento della Chiesa e nel caso in cui voglia chiarire ulteriormente il suo pensiero circa questioni particolari, lo può fare senza però uscire dall’alveo del magistero bimillenario.

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Quindi il Papa, come tale, non potrà mai dire che è necessario per le coppie omosessuali sposarsi, avere dei figli ed equiparare il loro matrimonio a quello naturale tra un uomo e una donna. Questo non potrà mai accadere, ma questo non deve essere visto necessariamente come una presa di posizione all’odio, anzi è necessario ribadire con chiarezza che nella Chiesa qualsiasi persona predisposta all’omosessualità non andrà mai dileggiata o condannata ma semmai accompagnata con sollecitudine verso un cammino di verità che non può però rinnegare sé stesso.    

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La mia analisi appare corretta e possiede un senso se la confrontiamo con l’evidenza dei fatti e con le reazioni scaturite dopo l’uscita del documentario sul Papa. In Italia l’onorevole Zan, principale firmatario della legge contro l’omotransfobia, scrive su Twitter:

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«Le parole di @Pontifex_it su #UnioniCivili riconoscono il diritto delle persone #lgbt alla vita familiare e aiutano il contrasto all’odio e alle discriminazioni. È compito del legislatore combattere questi fenomeni violenti: ora acceleriamo su legge contro #omotransfobia» [cfr. QUI].

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Risposte pubbliche come queste si sono moltiplicate in tutto il mondo politico internazionale e in tutti gli ambienti che sostengono le lobby LGBT, tanto da innalzare un canto di vittoria e portare in trionfo il Pontefice come colui che ha posto finalmente fine all’oscurantismo cattolico di matrice medievale, razzista, fascista e maschilista.

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È palese che tali signori ignorano profondamente cosa sia il Romano Pontefice e quale sia il suo ruolo all’interno della Chiesa Cattolica. Egli è sì il Vicario di Cristo ma non è Cristo, è appunto il suo vicario sulla terra, non certo il suo Successore sulla terra. Il Sommo Pontefice, per meglio ancora chiarire, è il Successore di Pietro, non è il Successore di Cristo. Né può tanto meno essere più “aperto” e più “buono” di Cristo stesso. Con ciò è presto detto che non può abolire ciò che Cristo ha stabilito anche attraverso la creazione dell’uomo e della donna, creati per mezzo di Lui e in vista di Lui (cfr. Col 1,16). Così l’uomo e la donna, maschio e femmina, unici e complementari, fanno parte di una finalità naturale che si realizza non soltanto attraverso un atto fisiologicamente corretto ma anche rispettando il fine a cui quest’atto intrinsecamente mira, cioè al vivere una sessualità unitiva e procreativa orientata e redenta dall’unico e sommo bene che è Dio.

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E la consapevolezza di essere Servo dei servi di Dio costituisce proprio la via di redenzione del Beato apostolo Pietro. Egli a Cesarèa di Filippo, sebbene costituito da Cristo come pietra su cui edificare la Chiesa (cfr. Mt 16,18), ha dovuto convertirsi attraverso una nuova sequela. Dopo aver scandalizzato il Maestro con una proposta di salvezza alternativa alla croce e all’obbedienza al Padre (cfr. Mt 16,21-23), ha capito che Cristo è l’unica strada percorribile all’uomo. Pietro, quindi ogni Pontefice di ogni tempo, si rende ben conto che il suo ufficio è nelle mani di Cristo e produce salvezza solo e soltanto quando si permette a Cristo di salvare il mondo attraverso il sacrificio della croce e dell’obbedienza a Dio (cfr. Gv 21,15-19).

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Come ben sappiamo, oggi parlare di croce e di obbedienza significa essere presi per fanatici, queste sono realtà non gradite al mondo. Per questo motivo è meglio cercare realtà di salvezza aliene da Cristo, mostrando nel Vicario di Cristo un sostituto, attraverso il quale mostrare strade nuove più stuzzicanti, o per meglio dire, procedendo ovviamente per assurdo paradosso: “Se Cristo è rimasto indietro, il suo Vicario sulla terra può aggiornare, o meglio rivoluzionare tutto quanto”.

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Questa è la vera astuzia demoniaca che imperversa la nostra contemporaneità e che ancora cerca di usare la figura del capo della cristianità per confondere gli uomini e disunire la Chiesa. Pietro, che in passato è stato vagliato come il buon grano da Satana (Lc 22,31-34), patisce ancora gli attacchi della scimmia di Dio, che da fuori e da dentro la Chiesa, sottopone i successori dell’apostolo a una continua tentazione a cui si può resistere solo attraverso la preghiera di Cristo e a un continuo ed umile ravvedimento dopo l’errore: «Simone, Simone ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32).

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Laconi, 24 ottobre 2020

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I Padri de L’Isola di Patmos stanno lavorando per voi, intanto giovedì 8 ottobre Padre Ariel torna a Mediaset al programma Dritto e Rovescio su Rete 4

I PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS  STANNO LAVORANDO PER VOI, INTANTO GIOVEDÌ 8 OTTOBRE PADRE ARIEL TORNA A MEDIASET AL PROGRAMMA DRITTO E ROVESCIO SU RETE 4 

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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Cari Lettori,

Ariel S. Levi di Gualdo, stagione televisiva 2019-2020

Nel corso delle ultime due settimane abbiamo ridotto la pubblicazione degli articoli perché siamo in iper-attività. Ci stiamo accingendo a pubblicare e distribuire cinque libri:

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  1. un’opera di saggistica firmata da Ariel S. Levi di Gualdo – Ivano Liguori – Gabriele Giordano M. Scardocci: La Chiesa e il coronavirus – Tra supercazzole e prove di fede. L’apostolato dei Padri de L’Isola di Patmos in tempo di pandemia. 
  2. Un’opera di narrativa di Emilio Biagini: La Nuova terra.
  3. Un’opera di narrativa di Maria Antonietta Novara: Nonna non raccontava le favole.
  4. Un’opera di narrativa di Ariel S. Levi di Gualdo: Il sentiero delle tre chiavi.
  5. Un’opera di saggistica di Ester Maria Ledda: Atti e misfatti degli apostati.

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Nel frattempo Padre Ariel torna giovedì 8 ottobre a Mediaset al programma Dritto e Rovescio condotto a Paolo Del Debbio su Rete 4, dove è stato ospite a 12 puntate nella stagione 2019/2020.

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Cogliamo l’occasione per ringraziare profondamente i Lettori che con le loro offerte ci hanno aiutato a pagare le spese annuali di gestione del sito che ospita questa rivista. Stiamo rispondendo lentamente a tutti con un po’ di ritardo, data la mole di lavoro alla quale siamo sottoposti in questi giorni. Purtroppo non potremo rispondere ad alcuni che assieme alla loro donazione non ci hanno inviato l’indirizzo email. Ci dispiace molto non potergli inviare un messaggio e per questo li ringraziamo in queste righe.

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dall’Isola di Patmos, 7 ottobre 2020

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Con la verità e il nostro apostolato proteggeremo sempre dai cecchini il Popolo dei fedeli che Gesù Cristo ci ha affidato

CON LA VERITÀ E IL NOSTRO APOSTOLATO PROTEGGEREMO SEMPRE  DAI CECCHINI IL POPOLO DEI FEDELI CHE GESÙ CRISTO CI HA AFFIDATO 

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Venezuela, guerra civile, un sacerdote protegge un giovane soldato dagli spari dei cecchini

Cari Lettori,

quattro giorni fa abbiamo chiesto il vostro aiuto per pagare il server provider che ospita il sito di questa rivista.

Ringraziamo tutti coloro che in soli tre giorni ci hanno inviato offerte per un importo totale di 2.020 € 

Non abbiamo raggiunto l’importo necessario che tra server provider [2.500 €] e abbonamenti per servizi editoriali [2.700 €], ammonta a 5.200 euro all’anno.

Confidiamo che altri Lettori accolgano l’appello e sostengano la nostra opera apostolica.

Inviamo sempre ringraziamenti ai benefattori, che non abbiamo potuto inviare a coloro che assieme al versamento effettuato sul nostro conto corrente bancario non hanno inviato un messaggio a L’Isola di Patmos con la loro email, che invece risulta nei versamenti effettuati con PayPal, per i quali stiamo inviando messaggi di ringraziamento.

A tutti i benefattori ai quali non abbiamo potuto scrivere, giunga il nostro più sincero e riconoscente ringraziamento.

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dall’Isola di Patmos, 21 settembre 2020

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il coronavirus, il virus dell’ignoranza e il fallimento della democrazia dementocratica: voteremo a un referendum popolare basato sulla demagogia e sulla invidia sociale?

— Le lectiones magistrales de L’Isola di Patmos —

IL CORONAVIRUS, IL VIRUS DELL’IGNORANZA E IL FALLIMENTO DELLA DEMOCRAZIA DEMENTOCRATICA: VOTEREMO A UN REFERENDUM POPOLARE BASATO SULLA DEMAGOGIA E SULL’INVIDIA SOCIALE?

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A chi non fosse chiaro fornisco un esempio: nel 1497 il giovane Michelangelo Buonarroti scolpì ad appena 22 anni “La Pietà”, che tutt’oggi rappresenta i capolavori dell’arte italiana nel mondo. Cinque secoli dopo, nel 2019, ad appena 33 anni il giovane Luigi Di Maio è nominato ministro degli esteri. Nessuno faccia strane congetture, tipo: dal Buonarroti della Pietà a Di Maio che fa pietà. Anzi chiariamo: sono io, che essendo stupido e limitato, non sono in grado di cogliere il genio pentastellato di questo giovane ministro che oggi rappresenta la storia e la dignità del nostro Paese nelle relazioni internazionali con gli altri Stati.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa 

 

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AUDIO LETTURA DELL’ARTICOLO

I Padri de L’Isola di Patmos hanno inserita negli articoli la audio-lettura per i Lettori colpiti da quelle disabilità che impediscono loro la lettura e fornendo un servizio anche a coloro che trovandosi in viaggio e non potendo leggere possono usufruire della audio-lettura

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Luigi Di Maio e “l’abbronzatura cafonal”

Che cosa significa “democrazia”? Come spesso ho spiegato, è necessario chiarire il significato delle parole per evitare il rischio della incomunicabilità, come accade quando si usano le parole per ciò che significano rivolgendosi però a chi le usa per ciò che non significano.

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Questo lemma di derivazione greca è composto da δῆμος (dèmos), che significa “popolo” e κρατία (krazìa) derivante da κράτος (krátos) che significa «potere». Democrazia significa alla lettera “potere del popolo” e indica una forma di governo nella quale il popolo esercita la sua sovranità attraverso rappresentanze elettive.

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I primi cenni alla nozione di democrazia li troviamo nella filosofia di Platone [Atene 348 circa – Atene 428 circa a.C.] che illustra in ordine discendente i quattro regimi di governo: aristocrazia, timocrazia, monarchia, democrazia.

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I sapienti greci, della democrazia, avevano la grande stima che narrano oggi molti autori di testi giuridici? No, a partire da Platone che mette in guardia come la democrazia possa portare alla tirannia per opera dei demagoghi.

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È lo stesso Platone che definisce nelle sue opere [Πολιτεία (Politico), redatta tra il 360-390 a.C. Νόμοι (Leggi), opera rimasta incompiuta e terminata da discepolo Filippo di Opunte] il termine demagogia, che deriva dai termini δῆμος (dèmos) “popolo” e ἄγω (ago), “trascino”. Il demagogo è quindi il politico che facendo leva sugli umori più o meno irrazionali del popolo, cerca di conquistarne il favore per instaurare e per mantenere il proprio potere.

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Non meno critico Aristotele [Stagira 384 – Calcide 322 a.C.] che indica le tre forme di governo molto soggette a corruzione: il governo del singolo, ossia la monarchia; il governo delle élites, ossia la aristocrazia; il governo dei ceti degli aventi diritto, ossia la timocrazia. Tutte forme che potevano degenerare in dispotismo oligarchico. Anche in questo caso chiariamo: oligarchia, che deriva da ὀλίγοι, (olígoi) pochi, ed ἀρχή (arché) comando, indica una forma di governo gestita da pochi. Tra le varie forme di governo Aristotele giudicava la democrazia una delle peggiori, perché strumento privilegiato di coloro che per avere il favore delle masse giocavano sulla emotività del popolo attraverso la demagogia per conquistarne i favori.

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Affinché gli ignoranti non si sentano offesi nel corso di questa esposizione, chiarisco che il lemma “ignorante” deriva dal latino ignoransantis, participio presente di ignorare «ignorare», che significa: colui che non conosce una determinata materia. Per esempio io sono ignorante in materie come la matematica, la fisica, l’astronomia e molte altre, in quanto le ignoro, ossia non le conosco. Non essendo però un ignorante arrogante come l’esercito di coloro che popolano i social media, non oserei mai ribattere a un fisico, a un matematico a un astronomo, proprio perché sono totalmente ignorante. In tutta questa esposizione il termine “ignorante” sarà usato per ciò che realmente significa, non per ciò che non significa.

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Coloro che nell’antica Grecia miravano a costituire un sistema improntato su criteri che oggi definiremo di libertà, non usavano il termine “democrazia”, facevano uso di altre parole, per esempio “isonomìa”, che indica il concetto di eguaglianza delle leggi per tutti i cittadini; oppure “isegorìa”, che indica il concetto di uguaglianza con annesso diritto dei cittadini di prender parola nell’assemblea, il tutto sulla base del principio di eleutherìa e di parresìa, che indicano, rispettivamente, il concetto di libertà in generale e il concetto di libertà di parola.

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I grandi pensatori di quella stagione, non hanno mai concepita la possibilità che degli ignoranti arroganti potessero prendere parola nell’assemblea. Le fonti storiche offrono come esempio il discorso tenuto dal Beato Apostolo Paolo all’areopàgo di Atene [Atti degli Apostoli: 17, 22-34], perché questo era il livello di coloro ai quali era concesso parlare. Allo stesso modo, nella antica Grecia, sempre quella reale, non sarebbe stato pensabile che gli ignoranti potessero beneficiare di quello che oggi si chiama “diritto di voto”. In tal caso si sarebbe caduti nella democrazia, ossia nella dittatura del popolo pilotato da piccoli gruppi di politicanti che avevano bisogno di necessità degli ignoranti per instaurare il proprio personale potere.

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Gli antichi sapienti greci avevano capito tutto, siamo noi che non abbiamo capito, sino a far pensare ai greci ciò che mai hanno pensato e facendogli dire ciò che mai hanno detto.

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I POLITICI SONO CORROTTI PERCHÉ È CORROTTO IL POPOLO. L’EMERGENZA DA CORONAVIRUS HA PORTATO ALLO SCOPERTO LA FRAGILITÀ DEL NOSTRO SISTEMA FONDATO ANCHE SU MALAFFARE E CORRUZIONE

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La democrazia, intesa nell’accezione moderna, è la forma più fragile di governo e per reggersi richiede grande maturità da parte delle popolazioni. In caso contrario si corre il rischio di dare vita alla forma più degenerata di democrazia: la democrazia senza libertà, come vedremo di seguito.

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Per comprendere questo rischio, bisogna partire analizzando tre elementi: democrazia, demagogia e ignoranza. L’elemento più fragile e rischioso sul quale si reggono le democrazie è il diritto di voto esteso a tutti. Le varie costituzioni democratiche erette su criteri di democrazia diretta, enunciano il princìpio della sovranità del popolo: tutti i cittadini partecipano alle decisioni di governo mediante il voto col quale concedono o revocano il mandato ai politici scelti come rappresentanti e amministratori. 

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Come capite si tratta di una forma di governo molto elevata, dinanzi alla quale dovremmo domandarci: cosa può accadere, in un sistema democratico, se un esercito di ignoranti arroganti cede alle manipolazioni dei demagoghi? Cercherò di spiegarlo prendendo come esempio il nostro Paese nel quale si è cristallizzata questa dissociazione: un popolo corre periodicamente alle urne a dare il voto anche ai peggiori corrotti, per poi lucrare da essi “diritti” alla illegalità, salvo lamentare poi la corruzione della politica e dei politici, che non nasce però da sé stessa, ma è generata dal popolo. Ovvio che il popolo è formato anche da ottime persone, considerando però che le elezioni le vince chi ottiene più voti, è presto detto: se come rappresentante al parlamento o amministratore locale è eletto un soggetto noto a tutti per essere vicino alla ‘ndrangheta, è evidente che la maggioranza dei calabresi aventi diritto di voto ha espresso ciò che pensa, ciò che vuole e ciò che il popolo è nella sua maggioranza. Non lo dico io, lo dicono i voti dati sulle schede elettorali.

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È noto che parte del nostro Paese è in mano a tre associazioni mafiose: la Camorra, la ‘ndrangheta e Cosa Nostra. E se qualcuno lo negasse, credo che dovrebbe renderne conto anzitutto ai familiari dei morti ammazzati sotto i colpi di queste mafie, a partire da numerosi servitori dello Stato.

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Su che cosa si reggano queste mafie lo sappiamo da sempre: sul voto di scambio. Se infatti queste mafie sono degli squali, la democrazia è l’acqua dell’oceano in cui prosperano. E in certe zone nessuno ottiene la maggioranza senza i voti pilotati dalle mafie. Sicché è presto detto, il politico corrotto non è un fungo che nasce in modo autonomo, è il frutto generato dalla corruzione del popolo che in cambio del voto ottiene poi molte cose: occhi chiusi sulla evasione fiscale, sul lavoro nero, sugli abusi edilizi, concessioni di appalti, danaro pubblico sperperato a fiumi, pensioni di invalidità fasulle, sovvenzioni per i progetti più improbabili erogate attraverso truffe ai danni dello Stato e via dicendo …

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È possibile mettere in ginocchio e sconfiggere certe potenti mafie? Si, da sempre conosciamo il modo: sospendere per dieci anni le elezioni politiche e amministrative in circa metà del nostro Paese, affidando la gestione delle amministrazioni a commissari governativi. Cosa però impossibile a farsi, perché il sistema democratico mutato in regime dementocratico non lo consentirebbe mai, anche se le mafie si servono di una democrazia collassata per imporre il proprio controllo su interi territori del Paese.

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Oggi che a causa della emergenza da Coronavirus ci ritroviamo in grave crisi economica, pretendiamo forse che l’Europa ci faccia piovere addosso piogge di danaro a fiumi? Siamo seri: se noi conosciamo i giochi di interessi e gli egoismi dei vari Paesi dell’Unione Europea, che non sono angeli, in testa a tutti Germania, Francia e Olanda, loro conoscono altrettanto bene noi e sanno quale ingegno siamo capaci a mettere in campo quando c’è da sperperare soldi. Casomai non fossi stato chiaro allora lo sarò di più: nel corso degli anni, la Calabria e la Sicilia hanno restituito all’Europa decine di milioni di euro che non sono stati usati per valorizzare i territori, il turismo, l’artigianato e le piccole imprese locali. Come mai? Ma perché l’Europa vuole progetti concreti, resoconti e opere eseguite, non intende finanziare né la ‘ndrangheta né Cosa Nostra. A quel punto, non potendo fare raggiri, i fondi non sono stati usati, quindi restituiti. Perché questa è la logica mafiosa: se non posso rubare i soldi, allora non li voglio.

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IL PIÙ GRANDE ACQUISTO DI VOTI EFFETTUATO CON I SOLDI DEI PUBBLICI CONTRIBUENTI: IL REDDITO DI CITTADINANZA. È POSSIBILE SCONFIGGERE LE MAFIE? SI, SAPPIAMO DA SEMPRE COME POTERLO FARE

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Uno dei più grandi acquisti di voti realizzato con i soldi pubblici nella storia del nostro Paese è stato il reddito di cittadinanza, col quale sono stati mietuti voti in tutto il Meridione d’Italia, con i conseguenti intrallazzi che di tanto in tanto saltano agli onori delle cronache. Il tutto per l’opera di un manipolo di giovani politici improvvisati emersi dalle proteste demagogiche di un comico schizofrenico che ha aizzato il popolo giocando sugli umori delle masse. Il tutto a riprova della sapienza del teatro greco, nel quale è noto in che modo, dopo la tragedia, si passasse alla farsa grottesca e poi alla satira.

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La legge prevede che questo “reddito elettorale”, sia ritirato se il beneficiario rifiuta una congrua offerta di lavoro per due volte. Domando: quanti sono i lavori per i quali imprese e artigiani italiani del Meridione sono obbligati ad avvalersi di manodopera straniera? E se torno a richiamarmi al Meridione, non è per anti-meridionalismo, ma perché esso detiene il numero più alto di disoccupati e di persone che lavorano in nero e che prendono poi assegni di disoccupazione e sussidi vari. Qualcuno, a questi beneficiati da “reddito elettorale”, ha mai offerto lavori nel settore agricolo, mentre frutta e verdura marcivano nei campi per mancanza di manodopera straniera, impedita a giungere in Italia per l’emergenza da Coronavirus che aveva chiuso le frontiere? Qualcuno ha offerto posti di impiego presso cantieri edili, ristoranti o alberghi, dove sui ponteggi di lavoro, dentro le cucine e come addetti alle pulizie delle camere, provvedono quasi esclusivamente lavoratori africani, o lavoratori provenienti dal Bangladesh e dallo Sri Lanka? Posso testimoniarvi che nel corso di questa estate mi sono recato in diverse località costiere, non per vacanza, ma per fare incontrare varie persone. Queste le scene che si sono presentate ai miei occhi in una zona litoranea, in uno di quegli angoli del nostro Paese dove il rituale pianto sulla disoccupazione ha ormai quasi il sapore di un rito: dentro ristoranti, bar, alberghi, il personale di servizio era per la quasi totalità composto da nordafricani, orientali e latinoamericani, mentre sul lungomare passeggiavano per la meritata movida i beneficiati da reddito di cittadinanza. Se ai beneficiati da questo “reddito elettorale” fossero proposti i lavori svolti da volenterosi cittadini stranieri, previo ritiro del reddito dopo il secondo rifiuto, alle prossime elezioni, darebbero di nuovo il voto ai figli onirici del comico schizofrenico, che ripeto: si sono comprati i voti a spese dei pubblici contribuenti della Repubblica Italiana attraverso il reddito di cittadinanza?

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LO STATO INTESO COME ENTITÀ ASTRATTA CHE “DEVE”. IL CITTADINO INVECE, ALLO STATO NON DEVE NIENTE? CHI EVADE IL FISCO DERUBA LA COLLETTIVITÀ NAZIONALE INTERA

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Come abbiamo visto in occasione dell’emergenza da Coronavirus, dalle bocche delle “vittime senza macchia” che costituiscono il corpo del popolo sovrano, si è levato il grido: “Lo Stato deve!”. Sì, perché a oltre 150 anni dall’Unità d’Italia, ancora non si è compreso che lo Stato non è un’entità astratta, lo Stato siamo tutti noi. A maggior ragione, all’esercito di evasori fiscali, di lavoratori in nero e traffichini vari, si sarebbe dovuto rispondere … sì, “lo Stato deve”, ma tu, allo Stato, che ripeto siamo tutti noi, in doveri, non devi niente? Insomma: non è che per molti, questa entità astratta dello Stato, rischia di essere una vacca da mungere, ma al tempo stesso da frodare quando si deve adempiere al dovere di pagare le tasse? Ovviamente, il ladro o il truffatore non ammetterà mai di essere tale, anzi cercherà plausibili giustificazioni, per esempio affermando che non paga le tasse perché inorridisce all’idea che con i suoi soldi siano pagati stipendi e rimborsi alla classe parassitaria di quei politici che tra l’altro, l’evasore, ha votato ed eletto. Ladri e truffatori tentano sempre di giustificarsi, ignorando che nel bilancio dello Stato, le spese per il pagamento di stipendi e rimborsi dei politici, sono del tutto irrisorie. Molto è invece il danaro necessario per garantire gratuitamente a tutti l’istruzione, l’assistenza sanitaria, l’assistenza per anziani e disabili, il sistema di pubblica sicurezza a tutela della collettività e dei singoli cittadini, per i centri di ricerca scientifica e via dicendo … E chi evade il fisco non truffa una non meglio precisata entità astratta chiamata Stato, ma deruba la collettività nazionale intera.

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A tutto questo si aggiunga che gli evasori fiscali sono i principali responsabili dell’aumento della pressione fiscale. Chiariamo in cifre l’entità del tutto: nel 2019, il ministero delle finanze, ha calcolato che nel nostro Paese l’evasione fiscale si aggira attorno ai cento miliardi di euro all’anno [Rapporto stilato nel 2019 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze]. Posso confidarvi che, essendo io ignorante in matematica e non solo, non sono capace a scrivere questa cifra, perché non so neppure da quanti zeri deve essere composta?

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Per evitare inutili polemiche ometto il nome della città, limitandomi a dire che nelle statistiche ufficializzate nel 2019 dal ministero delle finanze, questa provincia del nostro Meridione risultava agli ultimi posti come reddito pro capite e gettito fiscale, con una disoccupazione giovanile stimata al 32%. Però, allo stesso tempo, questa provincia risultava ai primi posti a livello nazionale per la immatricolazione di auto di grossa cilindrata e i consumi di beni di lusso. A questo si aggiungeva un altro dato: le seconde case di proprietà erano superiori in numero a quelle delle province più ricche della Lombardia.

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Come mai dinanzi a simile evidenza non si è proceduto a sanzionare l’esercito di evasori fiscali affatto difficili da individuare? Semplice: certi politici, correrebbero mai il rischio di compromettere un loro prezioso serbatoio elettorale? E con questo è ribadito che la mala politica e i politici corrotti non sono funghi che nascono spontaneamente, ma il prodotto della corruzione del popolo che vive nel malaffare e che si dichiara immacolato dando poi le colpe all’entità astratta dello Stato e ai politici che loro stessi hanno eletto.

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L’epidemia da Coronavirus è stato un imprevisto che ha messo in luce quanto pericolosa sia la nostra economia retta anche sulla evasione fiscale e il lavoro nero. Alcuni anni fa, in periodi di crisi economica, migliaia di piccole imprese si cancellarono dai registri, mentre i politici di opposizione vagavano per le televisioni a lamentare questa situazione. Vi risulta abbiano però lamentato che numerose ditte, dopo essersi cancellate dagli albi, avevano seguitato a lavorare in nero senza pagare le tasse, favorendo così il sommerso e il lavoro nero? No, che non lo hanno lamentato, perché anche quest’altro gran serbatoio elettorale, non lo poteva toccare nessuno.

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POLITICI E GIORNALISTI CHE PRIVI DI COMUNE SENSO DEL RIDICOLO PARAGONANO IL SISTEMA ITALIANO E I SUOI CITTADINI A QUELLO DELLA GERMANIA E DELLA SVIZZERA E AI SUOI CITTADINI. GLI ITALIANI, SONO DAVVERO UN GRANDE POPOLO?

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In seguito alla emergenza da Coronavirus che ha avuto gravi ripercussioni sui consumi, sull’economia e il mercato del lavoro, molti di coloro che danno vita a questo sommerso si sono ritrovati in enormi difficoltà. E spesso, proprio costoro, hanno lamentata la “assenza dello Stato” che a loro dire “deve … deve e solo deve”.

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E ai discorsi demagogici di certi politici si sono uniti quelli di diversi giornalisti cimentatisi in paragoni assurdi, sino ad affermare che: … in Italia hanno promesso sussidi per persone e imprese in difficoltà che non sono ancora arrivati alla gran parte, mentre in Germania e in Svizzera, in pochi giorni hanno depositato i soldi sui conti dei cittadini.

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Rimango con un dubbio: i politici che usano lo strumento della demagogia e i giornalisti che li assecondano, sono scusabili per mancanza d’intelletto, o sono invece in malafede? Perché paragonare la Germania o la Svizzera all’Italia è degno della comicità più esilarante. Basterebbe solo domandarsi: quanti in Germania pagano le tasse e quanti, le stesse tasse, le pagano in Italia? Per quanto riguarda la Svizzera vorrei ricordare che quando fu indetto un referendum per abolire il canone televisivo, gli svizzeri votarono a maggioranza contraria, perché ritennero giusto pagare questo pubblico servizio svolto dalla televisione di Stato. Detto questo ricordo agli smemorati: in Italia, per riuscire a far pagare il canone televisivo, hanno dovuto inserirlo nelle bollette dell’energia elettrica, perché in certe regioni del nostro Paese i pagamenti evasi giungevano a una percentuale del 70% circa degli utenti.

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Sempre in quei momenti di grande emergenza da Coronavirus, giorno dietro giorno si susseguivano politici e opinionisti che ribadivano quanto noi siamo un grande popolo … Mi dispiace, ma non è vero: noi siamo un popolo con un basso senso della dignità nazionale e collettiva che non può paragonarsi a un popolo dotato di senso di appartenenza, di nazione e di responsabilità civica come lo sono i francesi. Noi siamo un popolo che possiede ricchezze storiche, artistiche e ambientali uniche al mondo, ma non le sappiamo sfruttare, valorizzare e mutare in ricca economia. Da Napoli in giù, fino alla punta estrema della Sicilia, abbiamo una industria a cielo aperto che non produce fumi tossici e inquinamento e che si chiama clima, mare e straordinarie bellezze paesaggistiche. E malgrado i più spaventosi orrori edilizi praticati, i centri storici devastati e le coste scempiate con colate di cemento perlopiù abusivo, la bellezza riesce a predominare sulle bruttezze create dalla nostra inciviltà. Purtroppo, questa fetta del nostro Paese che poi è la più bella e ricca di risorse in assoluto, non è gestita dallo Stato, ma da tre potenti associazioni mafiose che fanno comodo a grandi sacche di politica e che per questo non vengono decapitate, rendendo quindi pura retorica ogni discorso sul rilancio dello splendido e potenzialmente ricchissimo Meridione d’Italia.

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Vorrei anche smantellare un altro falso mito: non siamo neppure un popolo di persone geniali, perché esserci abituati a vivere di intrallazzi, non fa di noi dei geni, ma degli abili trafficoni. E non siamo neppure il popolo di intellettuali che ci suoniamo e cantiamo addosso da noi stessi, tutt’altro: siamo un popolo di gretti ignoranti. La prova riguardo certe parole così dure? Basta prendere uno studente italiano di scuola media superiore o di università e metterlo a confronto con uno studente tedesco o francese. Più tragico sarà il risultato se confronteremo gli insegnanti italiani con quelli francesi e tedeschi, perché nessuno come noi, a partire dal post Sessantotto, è riuscito a dare vita a una classe di docenti dotati di una ignoranza imbarazzante.

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Siamo veramente un popolo ricco di eccellenze nei vari campi delle scienze e del sapere? Figurarsi! Di eccellenze ne abbiamo, ma tutte sono il prodotto delle loro doti naturali, del loro intelletto e del dolore spesso immane col quale sono riusciti ad andare avanti e infine emergere dopo lotte condotte per lunghi anni contro sistemi accademici, scientifici e professionali corrotti e corruttori in mano alla politica, ai grandi baronati accademici e alle logge massoniche che intrallazzano con la politica e con i baronati.

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Noi non siamo un grande popolo, né un popolo di geni, né un popolo di eccellenze, siamo degli scaltri egoisti individualisti specializzati nell’arte del fregare il prossimo. E se di genio vogliamo parlare, esso consiste nel fatto che tra espedienti e intrallazzi siamo riusciti sempre a rimanere a galla nel grande oceano del nostro malaffare. È in questo, che siamo un popolo geniale.

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Inutile fare il pianto del coccodrillo sulla fuga delle più belle teste dall’Italia, perché il vero problema è che le peggiori teste di rapa rimangono nel nostro Paese e diverse, dopo le ultime elezioni, ce le siamo ritrovate nel parlamento.

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A chi non fosse chiaro fornisco un esempio: nel 1497 il giovane Michelangelo Buonarroti scolpì ad appena 22 anni “La Pietà”, che tutt’oggi rappresenta i capolavori dell’arte italiana nel mondo. Cinque secoli dopo, nel 2019, ad appena 33 anni il giovane Luigi Di Maio è nominato ministro degli esteri. Nessuno faccia strane congetture, tipo: dal Buonarroti della Pietà a Di Maio che fa pietà. Anzi chiariamo: sono io, che essendo stupido e limitato, non sono in grado di cogliere il genio pentastellato di questo giovane ministro che oggi rappresenta la storia e la dignità del nostro Paese nelle relazioni internazionali con gli altri Stati.

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IGNORANZA ED EGOISMO RENDONO LA DEMOCRAZIA DEMENTOCRATICA, MENTRE CIÒ CHE SOLO CONTA PARE ESSERE LA PAURA DI DITTATURE CHE NON TORNERANNO MAI PIÙ 

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Veniamo adesso al rapporto tra democrazia, ignoranza ed egoismo, perché ignoranza ed egoismo rendono la democrazia dementocratica. Domanda: è giusto che tutti possano beneficiare del diritto di voto? Mi spiego con due esempi: a certe condizioni dettate dalla legge, è possibile avere il porto d’armi e un’arma da fuoco in dotazione. Domandiamoci: come mai, il certificato elettorale, è concesso a tutti, compresi disagiati mentali e idioti conclamati, mentre il porto d’armi no? Può nuocere di più uno squilibrato con un’arma da fuoco in mano, oppure 10.000 squilibrati che si recano alle urne a votare?

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Per prendere la patente di guida, è necessario superare dei test. domando: perché, ad analogo esame di idoneità, non sono sottoposte le persone prima di ricevere il certificato elettorale? Può recare più danni alla collettività nazionale un folle spericolato alla guida di un’autovettura, oppure 10.000 folli squilibrati che si recano alle urne a votare?

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Hanno il diritto di voto persone prive della elementare consapevolezza di che cosa sia il sistema repubblicano italiano, da che cosa è nata la Costituzione, quali siano le funzioni del Parlamento e le prerogative e i poteri del Presidente della Repubblica. Hanno il certificato elettorale persone che affermano che per sistemare il nostro Paese bisogna abolire il parlamento e mandare a casa deputati e senatori; e non lo dicono come battuta, ma con convinzione.

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Un popolo corrotto e immaturo che ha in mano la sovranità che concede in delega ai governanti, può solo generare un sistema corrotto e dei politici corrotti. Mancando poi in questi soggetti il senso di responsabilità e il basilare senso civico, a quel punto reagiranno dichiarandosi vittime di una politica corrotta, proprio loro, il popolo che della corruzione è artefice e sostenitore!

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Veniamo adesso alla parola tabù: “dittatura”. È giusto affermare in modo categorico che la dittatura è sempre il male assoluto e la democrazia sempre il bene assoluto, pure se la storia dimostra che alcune dittature hanno evitato in parte dittature peggiori, in parte guerre civili che avrebbero potuto mettere a rischio la sicurezza del mondo? Ecco due diversi esempi, presi uno da destra e uno da sinistra: se dopo la guerra civile del 1937, in Spagna non si fosse instaurato il regime de el Generalissimo Francisco Franco, quale regime si sarebbe instaurato? Quali sarebbero stati gli assetti dell’Europa oggi, se la penisola iberica fosse divenuta un regime satellite dell’Unione Sovietica di Stalin? Posso porre questo quesito, senza correre il rischio che mi si accusi di essere un filo-fascista?

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Vista invece da sinistra: se il regime comunista della Repubblica Popolare Cinese crollasse come nel 1991 cadde in modo repentino la ex Unione Sovietica, che disastro ne deriverebbe per la Cina e il mondo intero? La Cina non è quel paese unitario che molti credono, a tenerlo unito è una dittatura comunista. All’interno della Cina vivono centinaia di etnie diverse che tra di loro si odiano da epoche remote. Se questo regime crollasse, la possibilità di una guerra civile interna costituirebbe un enorme rischio, considerata la potenza della Cina a livello numerico di abitanti, a livello economico, a livello di potenziale bellico. Posso porre questo quesito, senza correre il rischio che mi si accusi di essere un filo-comunista?

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Altro elemento che meriterebbe di essere analizzato sono le sorti riservate a tutti quei Paesi che dalla sera alla mattina si sono svegliati democratici, dopo essere stati assoggettati per secoli, prima a monarchie assolute, poi a dittature messe in piedi da regimi comunisti. Vogliamo valutare a quali inquietanti livelli, in questi Paesi, si sono sviluppate potenti mafie, elevati numeri di poveri, forme di capitalismo selvaggio privo di ogni barlume etico? Eppure, in quegli stessi Paesi retti in precedenza da dittature comuniste, due famiglie vivevano in tre stanze con un bagno in comune per gli appartamenti di tutto il piano, ma tutti avevano un tetto sulla testa e di che mangiare. Istruzione e assistenza sanitaria erano garantite a tutti. Oggi, negli stessi Paesi, capita di vedere anziani che vivono in baracche sotto i ponti, persone che non possono permettersi cure sanitarie, giovani che non possono mantenersi agli studi. Allo stesso tempo vi sono fasce di persone che vivono nella ricchezza opulenta. Cosa dire: hanno avuto la democrazia. Sì, ma di fronte a questa realtà, qualche sostenitore della democrazia a tutti i costi, se la sente di affermare “… anche la democrazia ha i propri tributi da pagare!”?

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Per paura di dittature che non torneranno più, siamo precipitati nella dittatura peggiore: da una parte politici che in campagna elettorale promettono sogni, dall’altra elettori ignoranti che gli pongono tra le mani un assegno in bianco.

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Sia chiaro, non sono mai stato un cultore delle dittature, non altro per storia familiare: il mio bisnonno finì in esilio in Francia nel 1927 e mio nonno lasciò Roma sul finire degli anni Trenta perché anch’esso non gradito al regime.

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L’IGNORANTE DEMENTOCRATICO NON SA CHE LO STIPENDIO DEI PARLAMENTARI NASCE PER TUTELARE LA PIENA RAPPRESENTANZA DEMOCRATICA

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Nell’Ottocento, con la nascita dello Stato liberale, abbiamo avuta una mezza democrazia retta su uno Statuto promulgato dal Re Carlo Alberto nel 1848. Con questo Statuto rimasto vigente fin quanto entrò in vigore la Costituzione Repubblicana il 1° gennaio 1948, a dirigere il Paese erano i membri dell’aristocrazia, i grandi latifondisti e la nuova borghesia industriale. Solo certi ceti sociali potevano assurgere alle cariche politiche ed essere eletti al Regio Senato e alla Camera dei Deputati, facendo gli interessi dei loro ceti sociali e gruppi di potere. È presto detto: l’odierno ignorante pentastellato che sbraita sui social media sullo stipendio dei parlamentari invocandone l’abolizione, non conosce la storia del proprio Paese. All’epoca che certe cariche politiche non erano remunerate e i parlamentari non beneficiavano neppure del rimborso delle spese di viaggio per recarsi a Roma alle sedute della camera o del senato, chi poteva sostenere le spese che comportava assurgere a certe cariche? Se fu stabilito prima un rimborso-spese, poi un adeguato stipendio per i parlamentari, ciò avvenne per garantire la rappresentanza democratica, perché avendone i mezzi di sostentamento, anche un contadino o un operaio avrebbero potuto candidarsi, essere votato e finire al parlamento per tutelare gli interessi dei contadini e degli operai, cosa che non avrebbero potuto fare i parlamentari esponenti delle grandi famiglie di industriali e latifondisti.

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Gli ignoranti dementocratici ― quelli che il comico schizofrenico chiamava a raccolta come “il grande popolo della rete” ― che affermavano sui social media che i parlamentari avrebbero dovuto andare a lavorare e mantenersi per poi svolgere gratuitamente il proprio ufficio, dicevano in sostanza che un chirurgo, se vuole svolgere la sua professione, deve andare a lavorare, mantenersi e poi fare il chirurgo, perché quello del medico ― sostiene sempre l’ignorante dementocratico ― non deve essere un mestiere ma una missione. Ripeto: soggetti così ignoranti nei basilari rudimenti del nostro sistema repubblicano, è giusto abbiano un certificato elettorale, mentre per avere un porto d’armi o una patente di guida bisogna avere dei requisiti di idoneità?

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Dopo il ventennio fascista e la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, siamo divenuti una Repubblica democratica, senza esserci premurati, nello spazio di centocinquanta anni, dall’unità d’Italia a seguire, di creare un popolo. E oggi, come ieri, l’italiano è colui che sgomita, che cerca di passare avanti all’altro nella fila, che ti molla la spazzatura per strada perché convinto che quello spazio non è di nessuno, mentre in realtà è lo spazio più prezioso, ossia lo spazio di tutti. L’italiano è colui che se la cava sempre, tra un espediente e l’altro. L’italiano è colui che verso il soggetto che riesce a mettere a segno una colossale truffa prova simpatia, non di rado persino invidia, purché il truffatore non colpisca lui nei suoi interessi personali, perché in tal caso sarebbe capace a invocare la pena dell’ergastolo, se il truffatore gli ha sottratto solo cinquanta euro dal suo prezioso portafoglio.

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COME PRETE NON FACCIO POLITICA MA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA, RICORDANDO CHE IL VERO CRISTIANO DEVE DARE A CESARE QUEL CHE È DI CESARE E A DIO QUEL CHE. È DI DIO

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Noi siamo un popolo al sole incapace a sfruttare la ricchezza del sole. Crediamo di vivere in una democrazia, invece viviamo in uno stato di anarchia controllata, senza renderci conto che da tempo lavora sopra di noi un occulto Grande Fratello che vive sulla nostra stupidità e sul nostro egoismo che egli foraggia in modo scientifico. E dopo crisi o emergenze inaspettate, scopriamo che i ricchi sono divenuti più ricchi e i poveri più poveri.

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Per vivere una vera democrazia occorre spirito di profondo rispetto verso l’altro, trattando la res publica, la cosa pubblica, meglio di come tratteremmo la nostra proprietà privata. In caso contrario si finisce per vivere in una democrazia senza libertà, appagati dallo spirito di anarchia a noi concesso dal Grande Fratello, ma non per beneficio nostro, ma solo suo e di chi gli sta dietro.

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nel settembre 1870 fu presa Roma, ultimo territorio mancante. Da allora l’Italia fu unita nel suo assetto geografico, ma nessuno si è preoccupato di formare come popolo gli italiani, passati attraverso i secoli da un dominatore all’altro. Oggi che pensano di essere liberi, gli italiani sono in mano al tiranno peggiore, altro che lo spettro delle vecchie dittature che non torneranno mai più! Se infatti in passato, per tenere sedate le masse, all’epoca che eravamo un grande impero, gli Imperatori di Roma davano al popolo pane e circo, oggi, un padrone tanto peggiore quanto occulto, ha sedato il popolo con pane e anarchia. E si badi bene: un’anarchia egoistica strettamente sotto controllo, gestita da una democrazia senza libertà, nella quale il grande burattinaio ci concede di essere degli anarcoidi, ma non ci permette però di essere liberi.

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Nel VI secolo a.C. Pittàco, considerato uno dei sette grandi sapienti greci, insegnava: «Non fare al tuo vicino quello che ti offenderebbe se fosse fatto da lui a te» [Pittàco, Frammento: 10.3]. La antica sapienza biblica così ci esorta: «Desidera per il prossimo ciò che desideri per te stesso» [Libro del Levitico: 19, 18]. Diversi decenni prima della incarnazione de Verbo di Dio, il Grande Rabbino Hillel ammaestrava così i discepoli: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te: questa è tutta la Torah. Il resto è commento» [Talmud Babilonese, Shabbath 31.a]. Nella sapienza cristiana, il concetto di “desiderio” e “rispetto” si traduce nel cristologico imperativo: «… amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» [Vangelo di San Giovanni: 15, 12]. E quando a Cristo Dio fu chiesto dai farisei se era giusto pagare le tasse a Cesare, egli si fece dare una moneta, indicò la effige di Cesare su di essa e rispose: «Date all’Imperatore quello che è dell’Imperatore e a Dio quello che è di Dio» [Vangelo di San Matteo: 22, 17-21]. Cristo stesso pagò agli esattori la tassa prevista per il Tempio, comandando a Pietro di consegnare a loro una moneta d’argento «per te e per me» [Vangelo di San Matteo: 17,27].

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Cedere a forme di pericolosa demagogia e votare per la diminuzione del numero dei parlamentari della Repubblica Italiana, spinti non ultimo da intima invidia sociale, a mio libero e modesto parere potrebbe equivale a impoverire e limitare ulteriormente una fragile democrazia che sotto molti aspetti è già fallita e collassata.   

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Spero che nessuno osi accusarmi di avere fatta politica, primo perché sono un cittadino della Repubblica Italiana e  anche nel qual caso l’avessi fatta ne ho tutti i diritti riconosciuti. Secondo, perché non ho fatta politica, ho fatto solo dottrina sociale della Chiesa.

Dio benedica l’Italia e il suo Popolo.

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dall’Isola di Patmos, 17 settembre 2020

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Fede e tatuaggi: connubio possibile? È lecito per un credente tatuarsi il corpo? Ma soprattutto: è proprio il caso di urlare “al satanismo!” dinanzi a un tatuaggio sul corpo?

— attualità ecclesiale —

FEDE E TATUAGGI: CONNUBIO POSSIBILE? È LECITO PER UN CREDENTE TATUARSI IL CORPO? MA SOPRATTUTTO: È PROPRIO IL CASO DI URLARE “AL SATANISMO!” PER UN TATUAGGIO SUL CORPO?

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Il cristianesimo cattolico conosce ben chiara teologia della corporeità che non trova parallelismi nelle altre religioni o fedi. Segnato dal sigillo battesimale, il corpo fisico è immerso nel mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù che è il vero signum sacrum che la grazia imprime nell’anima. Voler però ravvisare elementi satanici nel tatuaggio, non solo rischia di essere una esagerazione, ma un ridurre la questione ai minimi termini, o forse peggio a termini di chiusa banalità, sino a vedere il male ovunque, salvo non vederlo dove veramente è.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

Da tempo ai Padri de L’Isola di Patmos sono giunti sia da parte di giovani sia da parte di genitori, quesiti sui tatuaggi impressi nel corpo. Si è preso cura di rispondere il nostro editorialista cappuccino, Padre Ivano Liguori, che sta lavorando a un saggio breve su questo tema che sarà pubblicato e distribuito prossimamente dalle nostre Edizioni L’Isola di Patmos. Intanto vi offriamo alcune anticipazioni.

 

 

 

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«Non vi spaventate dei tatuaggi. Gli eritrei, già molti anni fa, si facevano la croce sulla fronte».

Francesco I

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immagine del Sommo Pontefice Francesco tatuata su un braccio

Queste le parole del Santo Padre [1] in risposta alla domanda di un giovane seminarista di Leopoli, Yulian Vendzilovych, che si poneva il problema delle attuali sfide pastorali della Chiesa all’interno dell’universo e del mondo giovanile.

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Uno dei temi affrontati, in quella intervista è proprio il tatuaggio, ormai diventato lo status symbol più comune dei giovani Post-Millennials [2] che emulano così i loro beniamini del mondo dello sport e della musica, molto più di quanto si verificò per la generazione dei loro padri.

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tatuaggio su braccio: crocifissione sul Calvario sormontata da due mani che stringono una corona del rosario

Non è certamente un interrogativo banale quello sottoposto dal seminarista al Papa, tanto meno l’argomento appare superficiale come lo si potrebbe considerare a prima vista. Anzi, una tale provocazione può certamente favorire un dialogo sincero e illuminante sullo status quaestionis dello sconfinato mondo del tatuaggio e del tatuarsi.

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Non è solo il mondo giovanile che desidera tatuarsi, secondo una certa stima sarebbero circa 20 milioni le persone nel mondo a voler avere un tatuaggio [3]. Tra gli italiani — secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità [ISS [4]] aggiornati al 17 ottobre 2019 e diffusi dal sito Epicentro — il 12,8% della popolazione ha almeno un tatuaggio, percentuale che sale al 13,2% se si considerano anche gli ex-tatuati.

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Il popolo dei tatuati comprende tutte le fasce d’età: adolescenti, giovani e adulti di ambo i sessi e appartenenti ai contesti sociali e religiosi più disparati.

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San Pio da Pietrelcina tatuato su una spalla

Sebbene tale argomento sembri per certi versi di nicchia — tanto da non interessare i tabloid di moda o di costume più in voga — relegando l’intero ambito alle riviste specializzate, la vicenda non resta priva di fascino, controversie e pregiudizi, insieme a quelle frettolose analisi che risentono di generalizzazioni semplicistiche e spesso fuori luogo. Tutte cose che da un punto di vista della fede cristiana, esigono una spiegazione chiara, adeguata e soddisfacente per evitare il rischio di collocarsi come impedimento a una fede libera e liberante.

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La questione tatuaggio, posta in tali termini, può consentirci di riformulare la domanda del seminarista al Papa tanto da rievocarne una eco in quella domanda etica che il giovane ricco rivolse a Gesù [cf. Mc 10,17]: “Forse a noi futuri sacerdoti i tatuaggi possono anche non interessare. Ma visto che i nostri coetanei che frequentano la Chiesa, che sono battezzati come noi ne fanno sfoggio è d’obbligo un chiarimento: per un cristiano è buono averli?”.

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Santa Rosalia patrona di Palermo tatuata su un polpaccio

La domanda, come mi sono permesso di riformulare, è di carattere evidentemente morale e la risposta va cercata in quel bene eterno che si cela anche dentro le zone d’ombra e di fragilità umana. Luoghi intimi e arditi in cui solo Dio può operare e dove un bravo direttore spirituale può mettervi mano. Sgombriamo il campo da qualsiasi fraintendimento: non è il tatuaggio come ente in sé ad essere oggetto di contestazione ma l’opzione fondamentale che spinge a farsi queste decorazioni corporee all’interno di un discorso di fisicità umana già perfettamente armonica perché riflesso dell’opera di Dio creatore.  

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Infatti, se Isaia può parlare a nome del Signore testimoniando come Jahvè conosce così intimamente l’uomo da usare l’immagine «Sulle palme delle mie mani ti ho disegnato» [Is 49,16], sembra realizzarsi quel traguardo che individua nel corpo un luogo di scrittura in cui «la pelle è una superficie sulla quale è possibile scrivere la propria storia» [5], anche quella con Dio e che altri possono leggere.

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tatuaggio della Croce di San Benedetto da Norcia con la colomba raffigurante lo Spirito Santo

Così come è avvenuto nella vicenda di malattia della giovane Ségolène affetta da sclerosi principiata al braccio sinistro:

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«L’uomo ha bisogno di simboli, io avevo bisogno di un simbolo, di un segno fisico, visibile, di Cristo vicino a me. Quando il mio braccio non funziona correttamente, questa croce mi dà la speranza e la forza di andare avanti nella vita, malgrado tutto» [6].

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Sfido chiunque a giudicare una giovane malata per la sua scelta carica di speranza che, condivisibile o meno, ci interpella proprio in quel campo che è la testimonianza e il martirio in cui si trovano a vivere tanti uomini e donne, cristiani del nostro tempo.

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Ecco perché gli interrogativi sul tatuaggio fatto su un cristiano interrogano la scelta battesimale che è totalizzante anche di una fisicità umana già redenta. Sicché i dubbi inespressi alla domanda posta dal seminarista al Papa sono questi: il tatuaggio mi avvicina o mi allontana da Cristo? Mi avvicina o mi allontana dalla comunità ecclesiale? Questi gli interrogativi da risolvere, senza aver paura di andarne a cercare le risposte.

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immagine della passione di Cristo coronato di spine tatuato su una schiena

Sappiamo già dalla storia che i cristiani ortodossi, armeni, copti [7], eritrei praticavano il tatuaggio come segno di testimonianza di fede, di partecipazione alle sofferenze di Cristo e come certificazione di un pellegrinaggio [8] avvenuto nei luoghi santi.

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Chi sostiene che il tema del tatuaggio sia solo un retaggio di stereotipi di civiltà del passato, di ambienti criminali al limite della legalità o di un mondo religioso le cui direttrici sono rappresentate dal semplice dualismo permesso/vietato o innocenza/peccato, compirebbe una appropriazione indebita in ambito di onestà intellettuale. Il tatuaggio può essere anche tutto questo, ma certo è molto altro ancora. Questo mondo è molto vasto, tanto da non poter pretendere una lettura immediatamente univoca del problema. È necessario delimitarne gli ambiti di approfondimento, creare collegamenti, inseguire connessioni temporali, capire i simboli, gli archetipi e quella sottocultura del mondo antico che ha determinato la culla in cui è nato il tatuaggio e la sua pratica.

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Su di una cosa però conviene dare ragione a Papa Francesco: il cristiano non deve temere nulla, tanto meno il tatuaggio. Perché è Cristo che ha comandato ai suoi discepoli di non temere [cf. Mt 10,31; 10,28; 14,27; Mc 4, 40 Gv 6, 20 Att 18, 9] e la Chiesa non genera mai dal suo grembo figli pavidi e timorosi.

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tatuaggio di San Michele Arcangelo su un braccio

Il seguente studio vuole soffermarsi sulla storia e la cultura del tatuaggio così come necessaria argomentazione introduttiva, andando poi ad analizzare alcuni aspetti che riguardano la liceità morale e religiosa del segno pittorico sulla pelle alla luce del Magistero della Chiesa. Alcune tematiche particolari concluderanno lo studio, come il rapporto che esiste tra fede e tatuaggi e il dibattito, ancora aperto, tra i sacerdoti esorcisti su una certa influenza demoniaca del tatuaggio e dei suoi effetti spirituali. Le conclusioni dello studio cercheranno di unire le prospettive teologiche alle linee guida pastorali. In tal senso tendo a chiarire fin da subito qualche perplessità eventuale. Queste pagine non possono e non devono essere prese come una sorta di apologia cristiana del tatuaggio. Chi, dopo averle lette, volesse sostenere una tesi del genere sarebbe manifestamente in malafede e fuori strada.

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Da sacerdote cattolico e teologo, però, ho il dovere di indagare sul piano teologico anche su quelle questioni che si trovano oltre la linea, in quelle terre di nessuno dov’è facile perdersi o inseguire miraggi che, per quanto allettanti, restano solo e soltanto evidenze inconsistenti.

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tatuaggio sul petto con Gesù Cristo e la Beata Vergine Maria

Il cristianesimo cattolico conosce una ben chiara teologia della corporeità che non trova parallelismi nelle altre religioni o fedi. Segnato dal sigillo battesimale, il corpo fisico, è immerso nel mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù che è il vero signum sacrum che la grazia imprime nell’anima. Un sigillo identitario indelebile – sfraghis – che come appartenenza a Dio ci identifica nello Spirito Santo come figli beneamati (cf. Mc 1,11). Capire questo, già dai suoi primi sviluppi e implicazioni, aiuta il discernimento della persona che arriva anche a rinunciare al fascino di avere un segno tatuato che, per quanto bello e artisticamente valido, resta sempre transitorio e opera delle mani dell’uomo. Voler però ravvisare elementi satanici nel tatuaggio, non solo rischia di essere una esagerazione, ma un ridurre la questione ai minimi termini, o forse peggio a termini di chiusa banalità, sino a vedere il male ovunque, salvo non vederlo dove veramente è.

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Laconi, 15 settembre 2020

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NOTE

[1] Cf. https://www.agensir.it/quotidiano/2018/3/19/papa-francesco-ai-giovani-non-spaventarsi-dei-tatuaggi/

[2] Con tale etichetta ci si riferisce a quella generazione di giovani nati successivamente a quella dei Millennials (1980-1995), quindi dal 1996 in poi.

[3] Cf. Francesco Bungaro, Piercing e tatuaggi: il corpo riadattato. In Studia Bioethica – vol. 3 (2010) n°3 pp. 39-49.

[4] Cf. https://www.epicentro.iss.it/tatuaggi/aggiornamenti

[5] Cf. B. Andrieu – C. Bimbi, “Il corpo Decorato” in Mente e Cervello, 37 (gennaio 2008).

[6] https://it.aleteia.org/2019/02/28/tatuaggi-copti-wassim-razzouk/

[7] Cf. https://it.aleteia.org/2019/02/28/tatuaggi-copti-wassim-razzouk/

[8] Cf. https://www.tatuaggistyle.it/razzouk/8752

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